Wikibooks itwikibooks https://it.wikibooks.org/wiki/Pagina_principale MediaWiki 1.47.0-wmf.9 first-letter Media Speciale Discussione Utente Discussioni utente Wikibooks Discussioni Wikibooks File Discussioni file MediaWiki Discussioni MediaWiki Template Discussioni template Aiuto Discussioni aiuto Categoria Discussioni categoria Progetto Discussioni progetto Ripiano Discussioni ripiano TimedText TimedText talk Modulo Discussioni modulo Evento Discussioni evento Wikibooks:Wikibookiano/Notizie da Wikimedia 4 22774 499675 498993 2026-07-03T08:03:47Z Dario Crespi (WMIT) 46376 /* Wikimedia Italia */ 499675 wikitext text/x-wiki * [[Utente:WikimediaNotifier/notifications|Annunci e aggiornamenti da Meta-Wiki]] === Wikimedia Italia === * È uscito il 3 luglio [[wmit:Wikimedia news/numero 292|[WMInews]: itWikiCon 2026. Aperte la call for proposals e le borse di partecipazione – Bilancio sociale 2025. Il racconto di un anno di conoscenza libera – È online il programma di FOSS4G-IT & OSMit 2026. L'evento a Trento dal 9 all'11 luglio – Arriva Wikimania! Cinque giorni per riflettere sul futuro del sapere libero – Il tuo 5x1000 per la conoscenza libera. Come destinare il 5x1000 a Wikimedia Italia – I prossimi appuntamenti]] === Wikimedia === * Sono usciti oggi, 12 febbraio 2024, i risultati del [[m:Special:MyLanguage/Universal_Code_of_Conduct/Coordinating_Committee/Charter/Voter_information|voto di ratifica]] per l’''[[m:Special:MyLanguage/Universal Code of Conduct/Coordinating Committee/Charter|Universal Code of Conduct Coordinating Committee Charter]]''. 1746 contributori hanno votato per la ratifica con 1249 elettori favorevoli al Regolamento e 420 elettori contrari. Il processo di voto di ratifica ha consentito agli elettori di fornire commenti sul Regolamento. * [[m:Movement_Charter/it|Carta del movimento Wikimedia 2021/2022]] — Le elezioni del [[m:Movement_Charter/Drafting_Committee/it|comitato di redazione]] della [[m:Movement_Charter/it|carta fondamentale del movimento]] si sono concluse e i [[:m:Movement_Charter/Drafting_Committee/Elections/Results/Announcement/it|'''risultati sono stati pubblicati su Meta''']]. * [[m:Special:MyLanguage/Community Wishlist Survey|Community Wishlist Survey 2022]] — sondaggio in gennaio 2022. Si sta ancora lavorando sui desideri della comunità per il 2021. Ci saranno inoltre alcuni cambiamenti nella lista del 2022. Nel frattempo, puoi usare una [[m:Special:MyLanguage/Community Wishlist Survey/Sandbox|sandbox apposita per proporre nuove idee per il 2022]]. * [[:m:Special:MyLanguage/Universal Code of Conduct/2021 consultations|''Universal Code of Conduct/2021'' Consultazioni]] — Wikimedia Foundation sta cercando input dalle comunità globali sull'applicazione del Codice di Condotta Universale (UCoC). Tale periodo va dal 5 aprile al 5 maggio 2021. L'obiettivo di queste consultazioni è quello di aiutare a delineare percorsi applicativi chiari per un comitato di redazione che elabori proposte di revisione globale della comunità. === Annunci tecnici === {{#lst:Wikibooks:Wikibookiano/Notizie tecniche|technews-{{CURRENTYEAR}}-W{{#time: W | now - 12 hours }}}} <div style="text-align: right; font-size: x-small;">[[Wikibooks:Wikibookiano/Notizie da Wikimedia|vedi]] &middot; [http://it.wikibooks.org/w/index.php?title=Wikibooks:Wikibookiano/Notizie_da_Wikimedia&action=edit modifica]</div> <noinclude>[[Categoria:Wikibookiano|Notizie da Wikimedia]]</noinclude> fok39pk1uup2yxaumsstxapp3nf4ax5 Disposizioni foniche di organi a canne 0 34638 499657 499624 2026-07-02T12:16:18Z VoceUmana7 51633 499657 wikitext text/x-wiki {{Disposizioni foniche di organi a canne}} Le disposizioni foniche attualmente presenti in questo libro sono '''5053'''. == Per il lettore == Ciascun organo a canne è uno strumento a sé, con una propria dignità indissolubilmente legata alla sua unicità. Non troveremo mai un organo uguale ad un altro, neppure nei rarissimi casi di strumenti costruiti in serie: avranno sempre qualcosa che li distinguerà fra di loro. Come poter, dunque, descrivere uno strumento unico, in maniera tale che, senza suonarlo o ascoltarlo, sia possibile capire come è fatto? Grazie alla sua disposizione fonica: essa è l'elenco dei registri che compongono lo strumento, riportati in base alla loro appartenenza alle varie "divisioni" (manuale/i ed eventualmente pedale). Pertanto si tratta di un elemento fondamentale, l'unica vera grande ed esaustiva descrizione dello strumento, dal momento che un organo si differenzia da un altro fondamentalmente per i registri che ha. Questo wikilibro si prefigge il compito di racchiudere al suo interno le disposizioni foniche di organi del presente e del passato, raggruppate in base alla loro collocazione all'interno di edifici che, per sviluppi culturali ed esigenze liturgiche, sono per la maggior parte destinati al culto. La presente opera si rivolge, dunque, non solo allo studioso di organaria ed organologia, ma anche al curioso che vuol sapere come è fatto l'organo della chiesa tot, all'appassionato, all'organista che ha l'esigenza di conoscere le caratteristiche di un tal organo, a chiunque, in poche parole, sia interessato all'argomento. == Per il contributore == Chiunque voglia contribuire all'edificazione del presente wikilibro, è il benvenuto, ed è pregato di seguire, per amor di uniformità, lo schema che può vedere nelle pagine già presenti. Sono tuttavia doverose alcune raccomandazioni tecniche. Una volta inserite una o più disposizioni foniche, il contributore è pregato di aggiornare il numero all'inizio di questa pagina. === Dei titoli === I titoli delle singole pagine seguono sempre questo schema: Stato/Regione (o altra divisione amministrativa analoga)/Provincia (o altra divisione amministrativa analoga)/Comune/Località (che può essere anche il comune stesso, comunque si ripete) - Edificio Ad esempio: Italia/Lombardia/Città metropolitana di Milano/Milano/Milano - Cattedrale di Santa Maria Nascente Nei nomi delle chiese, si scrive solo: ''Chiesa di...'', oppure ''Santuario di...'', oppure ''Basilica di...'', ''Cattedrale di...'' o ''Cattedrale metropolitana di...'', non ''Basilica Cattedrale Primaziale Metropolitana Santuario Protoecclesia di...''. Sono altresì bandite le abbreviazioni (come ad esempio ''S.'' al posto di ''Santo/Santa/Sacro''). Se in un edificio ci sono più organi, vanno tutti nella stessa pagina. Le singole pagine non sono per organo, ma per edificio. === Delle tabelle riassuntive === Le tabelle riassuntive a inizio pagina, seguono questo schema: * '''Costruttore:''' [nome e] cognome del costruttore/ditta costruttrice con, in caso, tra parentesi e in corsivo, il numero d'opera * '''Anno:''' anno di costruzione (in caso, in nota, data dell'inaugurazione) * '''Restauri/modifiche:''' elenco: nome di chi ha fatto il restauro e, tra parentesi, anno e tipologia di intervento * '''Registri:''' numero dei registri (in caso di registri spezzati, ciascuno vale 1 e non 1/2) * '''Canne:''' numero di canne * '''Trasmissione:''' meccanica/pneumatico-tubolare/elettrica/elettronica/ecc. nel caso di mista, si scrive mista e poi si specifica tra parentesi * '''Consolle:''' tipologia della consolle (a finestra, mobile/fissa indipendente, appoggiata, rivolta, ecc.) e posizione (al centro del coro, al centro della parete anteriore della cassa, su apposita cantoria, ecc.) * '''Tastiere:''' n° di tastiere e di note ed estensione tra parentesi * '''Pedaliera:''' tipologia di pedaliera (a leggio, dritta, concava, concavo-radiale), n° di note ed estensione tra parentesi * '''Collocazione:''' n° dei corpi, posizione dei corpi. Esempio: * '''Costruttore:''' Pinco Pallino (''Opus 100'') * '''Anno:''' 2019-2020 * '''Restauri/modifiche:''' Tizio Caio (2102, restauro conservativo), Sempronio (2156, modifiche e ampliamento) * '''Registri:''' 36 * '''Canne:''' 3.562 * '''Trasmissione:''' mista (meccanica per i manuali e il pedale, elettronica per i registri) * '''Consolle:''' a finestra, al centro della parete anteriore della cassa * '''Tastiere:''' 3 di 56 note (''Do<small>1</small>''-''Sol<small>5</small>'') * '''Pedaliera:''' concavo-radiale di 30 note (''Do<small>1</small>''-''Fa<small>3</small>'') * '''Collocazione:''' in due corpi contrapposti, sulla cantoria in controfacciata Nel caso di ottave scavezze: * '''Tastiera:''' 1 di 50 note con prima ottava scavezza (''Do<small>1</small>''-''Fa<small>5</small>'', Bassi/Soprani ''Do#<small>3</small>''/''Re<small>3</small>'') * '''Pedaliera:''' a leggio di 18 note con prima ottava scavezza (''Do<small>1</small>''-''Sol#<small>2</small>''), priva di registri propri e costantemente unita al manuale Non sono ammesse abbreviazioni, come ad esempio i nomi degli organari. === Delle disposizioni foniche === * I nomi delle divisioni vengono scritti nel seguente modo: '''I - ''Grand'Organo'''''; quello del pedale così: '''Pedale'''; * il nome della seconda o terza tastiera si riporta semplicemente, dopo il numero ordinale romano, come '''''Espressivo''''' e non come Recitativo, essendo un'impropria italianizzazione del francese ''Récit''; * nel caso di aggettivi dopo il nome del manuale, essi sono riportati con la prima lettera minuscola (ad esempio: '''VI - ''Organo antico aperto'''''); * qualora i registri, sulla consolle, siano raggruppati per Concerto e Ripieno (ad esempio come avviene per la maggior parte degli organi ottocenteschi italiani), si segua questo schema ([[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Toscana/Provincia di Siena/Montalcino/Montisi - Chiesa delle Sante Flora e Lucilla|qui un esempio]]) e, nel caso di più manuali, si premetta sempre il numero e il nome (ad esempio: '''I - Organo eco ''Concerto'''''); * all'interno di ogni divisione vi sono due colonne, divise da doppia stanghetta verticale (<code><nowiki>||</nowiki></code>), che rispettivamente, da sinistra a destra, sono: 1) nome del registro con eventualmente indicato il numero di file, 2) altezza del registro in piedi con eventualmente specificata l'appartenenza ai soli Bassi o ai soli Soprani (esempio: <code><nowiki>Ripieno 5 file || 2' Soprani</nowiki></code>); * tutti i nomi registri sono scritti con la prima lettera maiuscola, mentre le parole seguenti devono iniziare con la minuscola (ad esempio: ''Ripieno acuto 5 file'' e '''non''' ''Ripieno Acuto 5 File''), ad eccezione delle disposizioni in tedesco o nelle lingue che richiedono la maiuscola anche per tutti i sostantivi - nel caso non sia possibile reperire l'altezza in piedi delle mutazioni composte, si sposta il numero di file nel campo dell'altezza in piedi (esempio: <code><nowiki>Ripieno || 5 file</nowiki></code>); * le mutazioni sono scritte con il numero intero separato da quello frazionario tramite un punto, così: ''5.1/3<nowiki>'</nowiki>''; qualora l'altezza sia solo frazionaria, si omette lo ''0.'' iniziale, così: ''1/4<nowiki>'</nowiki>'' e '''non''' ''0.1/4<nowiki>'</nowiki>''; * nel caso di mutazioni composte, l'altezza in piedi è riportata solo relativamente alla prima fila, ad eccezione di quelle a due file (per non occupare troppo spazio) - qualora le altezze delle file successive presentino delle anomalie, si inseriscono in nota. * i registri ad ancia sono scritti in rosso quando sono riportati così sulla consolle; * non si inserisce il numero ordinale davanti a ciascun registro; * non si riportano le unioni e gli accoppiamenti, né gli annullatori; * il Tremolo si riporta all'interno di ciascuna divisione; * gli accessori (ad esempio: Uccelliera, Zampogna ecc.) si riportano nel seguente modo prima della disposizione fonica: '''Accessori''': ''Uccelliera''; ''Zampogna''; * non sono ammesse abbreviazioni. Quindi, in poche parole, questa disposizione '''non''' va bene (mettiamo che sulla consolle i registri ad ancia siano scritti '''in nero'''): {| border="0" cellspacing="0" cellpadding="20" style="border-collapse:collapse;" | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Prima tastiera - ''Grand'Organo''''' ---- |- |Principale || 8' |- |Ottava || 4' |- |XV || 2' |- |XIX || 1.1/3' |- |XXII || 1' |- |Ripieno Acuto 3 File || 0.1/2' |- |Flauto a Camino || 8' |- |Sesquialtera 2 File || 2.2/3'-1.3/5' |- |<span style="color:#8b0000;">Tromba</span> || <span style="color:#8b0000;">8' bassi</span> |- |<span style="color:#8b0000;">Tromba</span> || <span style="color:#8b0000;">8' soprani</span> |- |Tremolo |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Seconda tastiera - ''Espressivo''''' ---- |- |Bordone || 8' |- |Viola di Gamba || 8' |- |Flauto a Cuspide || 4' |- |Nazardo || 2.2/3' |- |Ottavino || 2' |- |Decimino || 1.1/3' |- |Pienino 3 File || 1'-0.2/3'-0.1/2' |- |Voce Celeste 2 File || 8' |- |<span style="color:#8b0000;">Tromba Armonica</span> ||<span style="color:#8b0000;">8'</span> |- |Tremolo |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Pedale''' ---- |- |Contrabbasso || 16' |- |Bordone || 16' |- |Basso || 8' |- |Ottava || 4' |- |<span style="color:#8b0000;">Trombone</span> || <span style="color:#8b0000;">16'</span> |- |<span style="color:#8b0000;">Tromba Bassa</span> || <span style="color:#8b0000;">8'</span> |- |} |} Questa, invece, va bene: {| border="0" cellspacing="0" cellpadding="20" style="border-collapse:collapse;" | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''I - ''Grand'Organo''''' ---- |- |Principale || 8' |- |Ottava || 4' |- |XV || 2' |- |XIX || 1.1/3' |- |XXII || 1' |- |Ripieno acuto 3 file || 1/2' |- |Flauto a camino || 8' |- |Sesquialtera 2 file || 2.2/3'-1.3/5' |- |Tromba || 8' Bassi |- |Tromba || 8' Soprani |- |Tremolo |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''II - ''Espressivo''''' ---- |- |Bordone || 8' |- |Viola di gamba || 8' |- |Flauto a cuspide || 4' |- |Nazardo || 2.2/3' |- |Ottavino || 2' |- |Decimino || 1.3/5' |- |Pienino 3 file || 1' |- |Voce celeste 2 file || 8' |- |Tromba armonica || 8' |- |Tremolo |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Pedale''' ---- |- |Contrabbasso || 16' |- |Bordone || 16' |- |Basso || 8' |- |Ottava || 4' |- |Trombone || 16' |- |Tromba bassa || 8' |- |} |} == Libri correlati == * {{libro|Organo a canne}} [[Categoria:Disposizioni foniche di organi a canne| ]] [[Categoria:Musica]] [[Categoria:Dewey 786]] {{alfabetico|D}} {{Avanzamento|0%|9 giugno 2020}} fcfmwgmx12pof8o80gfgysseh6tswyb 499669 499657 2026-07-02T20:51:56Z VoceUmana7 51633 499669 wikitext text/x-wiki {{Disposizioni foniche di organi a canne}} Le disposizioni foniche attualmente presenti in questo libro sono '''5054'''. == Per il lettore == Ciascun organo a canne è uno strumento a sé, con una propria dignità indissolubilmente legata alla sua unicità. Non troveremo mai un organo uguale ad un altro, neppure nei rarissimi casi di strumenti costruiti in serie: avranno sempre qualcosa che li distinguerà fra di loro. Come poter, dunque, descrivere uno strumento unico, in maniera tale che, senza suonarlo o ascoltarlo, sia possibile capire come è fatto? Grazie alla sua disposizione fonica: essa è l'elenco dei registri che compongono lo strumento, riportati in base alla loro appartenenza alle varie "divisioni" (manuale/i ed eventualmente pedale). Pertanto si tratta di un elemento fondamentale, l'unica vera grande ed esaustiva descrizione dello strumento, dal momento che un organo si differenzia da un altro fondamentalmente per i registri che ha. Questo wikilibro si prefigge il compito di racchiudere al suo interno le disposizioni foniche di organi del presente e del passato, raggruppate in base alla loro collocazione all'interno di edifici che, per sviluppi culturali ed esigenze liturgiche, sono per la maggior parte destinati al culto. La presente opera si rivolge, dunque, non solo allo studioso di organaria ed organologia, ma anche al curioso che vuol sapere come è fatto l'organo della chiesa tot, all'appassionato, all'organista che ha l'esigenza di conoscere le caratteristiche di un tal organo, a chiunque, in poche parole, sia interessato all'argomento. == Per il contributore == Chiunque voglia contribuire all'edificazione del presente wikilibro, è il benvenuto, ed è pregato di seguire, per amor di uniformità, lo schema che può vedere nelle pagine già presenti. Sono tuttavia doverose alcune raccomandazioni tecniche. Una volta inserite una o più disposizioni foniche, il contributore è pregato di aggiornare il numero all'inizio di questa pagina. === Dei titoli === I titoli delle singole pagine seguono sempre questo schema: Stato/Regione (o altra divisione amministrativa analoga)/Provincia (o altra divisione amministrativa analoga)/Comune/Località (che può essere anche il comune stesso, comunque si ripete) - Edificio Ad esempio: Italia/Lombardia/Città metropolitana di Milano/Milano/Milano - Cattedrale di Santa Maria Nascente Nei nomi delle chiese, si scrive solo: ''Chiesa di...'', oppure ''Santuario di...'', oppure ''Basilica di...'', ''Cattedrale di...'' o ''Cattedrale metropolitana di...'', non ''Basilica Cattedrale Primaziale Metropolitana Santuario Protoecclesia di...''. Sono altresì bandite le abbreviazioni (come ad esempio ''S.'' al posto di ''Santo/Santa/Sacro''). Se in un edificio ci sono più organi, vanno tutti nella stessa pagina. Le singole pagine non sono per organo, ma per edificio. === Delle tabelle riassuntive === Le tabelle riassuntive a inizio pagina, seguono questo schema: * '''Costruttore:''' [nome e] cognome del costruttore/ditta costruttrice con, in caso, tra parentesi e in corsivo, il numero d'opera * '''Anno:''' anno di costruzione (in caso, in nota, data dell'inaugurazione) * '''Restauri/modifiche:''' elenco: nome di chi ha fatto il restauro e, tra parentesi, anno e tipologia di intervento * '''Registri:''' numero dei registri (in caso di registri spezzati, ciascuno vale 1 e non 1/2) * '''Canne:''' numero di canne * '''Trasmissione:''' meccanica/pneumatico-tubolare/elettrica/elettronica/ecc. nel caso di mista, si scrive mista e poi si specifica tra parentesi * '''Consolle:''' tipologia della consolle (a finestra, mobile/fissa indipendente, appoggiata, rivolta, ecc.) e posizione (al centro del coro, al centro della parete anteriore della cassa, su apposita cantoria, ecc.) * '''Tastiere:''' n° di tastiere e di note ed estensione tra parentesi * '''Pedaliera:''' tipologia di pedaliera (a leggio, dritta, concava, concavo-radiale), n° di note ed estensione tra parentesi * '''Collocazione:''' n° dei corpi, posizione dei corpi. Esempio: * '''Costruttore:''' Pinco Pallino (''Opus 100'') * '''Anno:''' 2019-2020 * '''Restauri/modifiche:''' Tizio Caio (2102, restauro conservativo), Sempronio (2156, modifiche e ampliamento) * '''Registri:''' 36 * '''Canne:''' 3.562 * '''Trasmissione:''' mista (meccanica per i manuali e il pedale, elettronica per i registri) * '''Consolle:''' a finestra, al centro della parete anteriore della cassa * '''Tastiere:''' 3 di 56 note (''Do<small>1</small>''-''Sol<small>5</small>'') * '''Pedaliera:''' concavo-radiale di 30 note (''Do<small>1</small>''-''Fa<small>3</small>'') * '''Collocazione:''' in due corpi contrapposti, sulla cantoria in controfacciata Nel caso di ottave scavezze: * '''Tastiera:''' 1 di 50 note con prima ottava scavezza (''Do<small>1</small>''-''Fa<small>5</small>'', Bassi/Soprani ''Do#<small>3</small>''/''Re<small>3</small>'') * '''Pedaliera:''' a leggio di 18 note con prima ottava scavezza (''Do<small>1</small>''-''Sol#<small>2</small>''), priva di registri propri e costantemente unita al manuale Non sono ammesse abbreviazioni, come ad esempio i nomi degli organari. === Delle disposizioni foniche === * I nomi delle divisioni vengono scritti nel seguente modo: '''I - ''Grand'Organo'''''; quello del pedale così: '''Pedale'''; * il nome della seconda o terza tastiera si riporta semplicemente, dopo il numero ordinale romano, come '''''Espressivo''''' e non come Recitativo, essendo un'impropria italianizzazione del francese ''Récit''; * nel caso di aggettivi dopo il nome del manuale, essi sono riportati con la prima lettera minuscola (ad esempio: '''VI - ''Organo antico aperto'''''); * qualora i registri, sulla consolle, siano raggruppati per Concerto e Ripieno (ad esempio come avviene per la maggior parte degli organi ottocenteschi italiani), si segua questo schema ([[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Toscana/Provincia di Siena/Montalcino/Montisi - Chiesa delle Sante Flora e Lucilla|qui un esempio]]) e, nel caso di più manuali, si premetta sempre il numero e il nome (ad esempio: '''I - Organo eco ''Concerto'''''); * all'interno di ogni divisione vi sono due colonne, divise da doppia stanghetta verticale (<code><nowiki>||</nowiki></code>), che rispettivamente, da sinistra a destra, sono: 1) nome del registro con eventualmente indicato il numero di file, 2) altezza del registro in piedi con eventualmente specificata l'appartenenza ai soli Bassi o ai soli Soprani (esempio: <code><nowiki>Ripieno 5 file || 2' Soprani</nowiki></code>); * tutti i nomi registri sono scritti con la prima lettera maiuscola, mentre le parole seguenti devono iniziare con la minuscola (ad esempio: ''Ripieno acuto 5 file'' e '''non''' ''Ripieno Acuto 5 File''), ad eccezione delle disposizioni in tedesco o nelle lingue che richiedono la maiuscola anche per tutti i sostantivi - nel caso non sia possibile reperire l'altezza in piedi delle mutazioni composte, si sposta il numero di file nel campo dell'altezza in piedi (esempio: <code><nowiki>Ripieno || 5 file</nowiki></code>); * le mutazioni sono scritte con il numero intero separato da quello frazionario tramite un punto, così: ''5.1/3<nowiki>'</nowiki>''; qualora l'altezza sia solo frazionaria, si omette lo ''0.'' iniziale, così: ''1/4<nowiki>'</nowiki>'' e '''non''' ''0.1/4<nowiki>'</nowiki>''; * nel caso di mutazioni composte, l'altezza in piedi è riportata solo relativamente alla prima fila, ad eccezione di quelle a due file (per non occupare troppo spazio) - qualora le altezze delle file successive presentino delle anomalie, si inseriscono in nota. * i registri ad ancia sono scritti in rosso quando sono riportati così sulla consolle; * non si inserisce il numero ordinale davanti a ciascun registro; * non si riportano le unioni e gli accoppiamenti, né gli annullatori; * il Tremolo si riporta all'interno di ciascuna divisione; * gli accessori (ad esempio: Uccelliera, Zampogna ecc.) si riportano nel seguente modo prima della disposizione fonica: '''Accessori''': ''Uccelliera''; ''Zampogna''; * non sono ammesse abbreviazioni. Quindi, in poche parole, questa disposizione '''non''' va bene (mettiamo che sulla consolle i registri ad ancia siano scritti '''in nero'''): {| border="0" cellspacing="0" cellpadding="20" style="border-collapse:collapse;" | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Prima tastiera - ''Grand'Organo''''' ---- |- |Principale || 8' |- |Ottava || 4' |- |XV || 2' |- |XIX || 1.1/3' |- |XXII || 1' |- |Ripieno Acuto 3 File || 0.1/2' |- |Flauto a Camino || 8' |- |Sesquialtera 2 File || 2.2/3'-1.3/5' |- |<span style="color:#8b0000;">Tromba</span> || <span style="color:#8b0000;">8' bassi</span> |- |<span style="color:#8b0000;">Tromba</span> || <span style="color:#8b0000;">8' soprani</span> |- |Tremolo |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Seconda tastiera - ''Espressivo''''' ---- |- |Bordone || 8' |- |Viola di Gamba || 8' |- |Flauto a Cuspide || 4' |- |Nazardo || 2.2/3' |- |Ottavino || 2' |- |Decimino || 1.1/3' |- |Pienino 3 File || 1'-0.2/3'-0.1/2' |- |Voce Celeste 2 File || 8' |- |<span style="color:#8b0000;">Tromba Armonica</span> ||<span style="color:#8b0000;">8'</span> |- |Tremolo |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Pedale''' ---- |- |Contrabbasso || 16' |- |Bordone || 16' |- |Basso || 8' |- |Ottava || 4' |- |<span style="color:#8b0000;">Trombone</span> || <span style="color:#8b0000;">16'</span> |- |<span style="color:#8b0000;">Tromba Bassa</span> || <span style="color:#8b0000;">8'</span> |- |} |} Questa, invece, va bene: {| border="0" cellspacing="0" cellpadding="20" style="border-collapse:collapse;" | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''I - ''Grand'Organo''''' ---- |- |Principale || 8' |- |Ottava || 4' |- |XV || 2' |- |XIX || 1.1/3' |- |XXII || 1' |- |Ripieno acuto 3 file || 1/2' |- |Flauto a camino || 8' |- |Sesquialtera 2 file || 2.2/3'-1.3/5' |- |Tromba || 8' Bassi |- |Tromba || 8' Soprani |- |Tremolo |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''II - ''Espressivo''''' ---- |- |Bordone || 8' |- |Viola di gamba || 8' |- |Flauto a cuspide || 4' |- |Nazardo || 2.2/3' |- |Ottavino || 2' |- |Decimino || 1.3/5' |- |Pienino 3 file || 1' |- |Voce celeste 2 file || 8' |- |Tromba armonica || 8' |- |Tremolo |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Pedale''' ---- |- |Contrabbasso || 16' |- |Bordone || 16' |- |Basso || 8' |- |Ottava || 4' |- |Trombone || 16' |- |Tromba bassa || 8' |- |} |} == Libri correlati == * {{libro|Organo a canne}} [[Categoria:Disposizioni foniche di organi a canne| ]] [[Categoria:Musica]] [[Categoria:Dewey 786]] {{alfabetico|D}} {{Avanzamento|0%|9 giugno 2020}} 6m5idpzfjl0x44cykuo5lgyay46isrf 499674 499669 2026-07-02T21:10:14Z VoceUmana7 51633 499674 wikitext text/x-wiki {{Disposizioni foniche di organi a canne}} Le disposizioni foniche attualmente presenti in questo libro sono '''5055'''. == Per il lettore == Ciascun organo a canne è uno strumento a sé, con una propria dignità indissolubilmente legata alla sua unicità. Non troveremo mai un organo uguale ad un altro, neppure nei rarissimi casi di strumenti costruiti in serie: avranno sempre qualcosa che li distinguerà fra di loro. Come poter, dunque, descrivere uno strumento unico, in maniera tale che, senza suonarlo o ascoltarlo, sia possibile capire come è fatto? Grazie alla sua disposizione fonica: essa è l'elenco dei registri che compongono lo strumento, riportati in base alla loro appartenenza alle varie "divisioni" (manuale/i ed eventualmente pedale). Pertanto si tratta di un elemento fondamentale, l'unica vera grande ed esaustiva descrizione dello strumento, dal momento che un organo si differenzia da un altro fondamentalmente per i registri che ha. Questo wikilibro si prefigge il compito di racchiudere al suo interno le disposizioni foniche di organi del presente e del passato, raggruppate in base alla loro collocazione all'interno di edifici che, per sviluppi culturali ed esigenze liturgiche, sono per la maggior parte destinati al culto. La presente opera si rivolge, dunque, non solo allo studioso di organaria ed organologia, ma anche al curioso che vuol sapere come è fatto l'organo della chiesa tot, all'appassionato, all'organista che ha l'esigenza di conoscere le caratteristiche di un tal organo, a chiunque, in poche parole, sia interessato all'argomento. == Per il contributore == Chiunque voglia contribuire all'edificazione del presente wikilibro, è il benvenuto, ed è pregato di seguire, per amor di uniformità, lo schema che può vedere nelle pagine già presenti. Sono tuttavia doverose alcune raccomandazioni tecniche. Una volta inserite una o più disposizioni foniche, il contributore è pregato di aggiornare il numero all'inizio di questa pagina. === Dei titoli === I titoli delle singole pagine seguono sempre questo schema: Stato/Regione (o altra divisione amministrativa analoga)/Provincia (o altra divisione amministrativa analoga)/Comune/Località (che può essere anche il comune stesso, comunque si ripete) - Edificio Ad esempio: Italia/Lombardia/Città metropolitana di Milano/Milano/Milano - Cattedrale di Santa Maria Nascente Nei nomi delle chiese, si scrive solo: ''Chiesa di...'', oppure ''Santuario di...'', oppure ''Basilica di...'', ''Cattedrale di...'' o ''Cattedrale metropolitana di...'', non ''Basilica Cattedrale Primaziale Metropolitana Santuario Protoecclesia di...''. Sono altresì bandite le abbreviazioni (come ad esempio ''S.'' al posto di ''Santo/Santa/Sacro''). Se in un edificio ci sono più organi, vanno tutti nella stessa pagina. Le singole pagine non sono per organo, ma per edificio. === Delle tabelle riassuntive === Le tabelle riassuntive a inizio pagina, seguono questo schema: * '''Costruttore:''' [nome e] cognome del costruttore/ditta costruttrice con, in caso, tra parentesi e in corsivo, il numero d'opera * '''Anno:''' anno di costruzione (in caso, in nota, data dell'inaugurazione) * '''Restauri/modifiche:''' elenco: nome di chi ha fatto il restauro e, tra parentesi, anno e tipologia di intervento * '''Registri:''' numero dei registri (in caso di registri spezzati, ciascuno vale 1 e non 1/2) * '''Canne:''' numero di canne * '''Trasmissione:''' meccanica/pneumatico-tubolare/elettrica/elettronica/ecc. nel caso di mista, si scrive mista e poi si specifica tra parentesi * '''Consolle:''' tipologia della consolle (a finestra, mobile/fissa indipendente, appoggiata, rivolta, ecc.) e posizione (al centro del coro, al centro della parete anteriore della cassa, su apposita cantoria, ecc.) * '''Tastiere:''' n° di tastiere e di note ed estensione tra parentesi * '''Pedaliera:''' tipologia di pedaliera (a leggio, dritta, concava, concavo-radiale), n° di note ed estensione tra parentesi * '''Collocazione:''' n° dei corpi, posizione dei corpi. Esempio: * '''Costruttore:''' Pinco Pallino (''Opus 100'') * '''Anno:''' 2019-2020 * '''Restauri/modifiche:''' Tizio Caio (2102, restauro conservativo), Sempronio (2156, modifiche e ampliamento) * '''Registri:''' 36 * '''Canne:''' 3.562 * '''Trasmissione:''' mista (meccanica per i manuali e il pedale, elettronica per i registri) * '''Consolle:''' a finestra, al centro della parete anteriore della cassa * '''Tastiere:''' 3 di 56 note (''Do<small>1</small>''-''Sol<small>5</small>'') * '''Pedaliera:''' concavo-radiale di 30 note (''Do<small>1</small>''-''Fa<small>3</small>'') * '''Collocazione:''' in due corpi contrapposti, sulla cantoria in controfacciata Nel caso di ottave scavezze: * '''Tastiera:''' 1 di 50 note con prima ottava scavezza (''Do<small>1</small>''-''Fa<small>5</small>'', Bassi/Soprani ''Do#<small>3</small>''/''Re<small>3</small>'') * '''Pedaliera:''' a leggio di 18 note con prima ottava scavezza (''Do<small>1</small>''-''Sol#<small>2</small>''), priva di registri propri e costantemente unita al manuale Non sono ammesse abbreviazioni, come ad esempio i nomi degli organari. === Delle disposizioni foniche === * I nomi delle divisioni vengono scritti nel seguente modo: '''I - ''Grand'Organo'''''; quello del pedale così: '''Pedale'''; * il nome della seconda o terza tastiera si riporta semplicemente, dopo il numero ordinale romano, come '''''Espressivo''''' e non come Recitativo, essendo un'impropria italianizzazione del francese ''Récit''; * nel caso di aggettivi dopo il nome del manuale, essi sono riportati con la prima lettera minuscola (ad esempio: '''VI - ''Organo antico aperto'''''); * qualora i registri, sulla consolle, siano raggruppati per Concerto e Ripieno (ad esempio come avviene per la maggior parte degli organi ottocenteschi italiani), si segua questo schema ([[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Toscana/Provincia di Siena/Montalcino/Montisi - Chiesa delle Sante Flora e Lucilla|qui un esempio]]) e, nel caso di più manuali, si premetta sempre il numero e il nome (ad esempio: '''I - Organo eco ''Concerto'''''); * all'interno di ogni divisione vi sono due colonne, divise da doppia stanghetta verticale (<code><nowiki>||</nowiki></code>), che rispettivamente, da sinistra a destra, sono: 1) nome del registro con eventualmente indicato il numero di file, 2) altezza del registro in piedi con eventualmente specificata l'appartenenza ai soli Bassi o ai soli Soprani (esempio: <code><nowiki>Ripieno 5 file || 2' Soprani</nowiki></code>); * tutti i nomi registri sono scritti con la prima lettera maiuscola, mentre le parole seguenti devono iniziare con la minuscola (ad esempio: ''Ripieno acuto 5 file'' e '''non''' ''Ripieno Acuto 5 File''), ad eccezione delle disposizioni in tedesco o nelle lingue che richiedono la maiuscola anche per tutti i sostantivi - nel caso non sia possibile reperire l'altezza in piedi delle mutazioni composte, si sposta il numero di file nel campo dell'altezza in piedi (esempio: <code><nowiki>Ripieno || 5 file</nowiki></code>); * le mutazioni sono scritte con il numero intero separato da quello frazionario tramite un punto, così: ''5.1/3<nowiki>'</nowiki>''; qualora l'altezza sia solo frazionaria, si omette lo ''0.'' iniziale, così: ''1/4<nowiki>'</nowiki>'' e '''non''' ''0.1/4<nowiki>'</nowiki>''; * nel caso di mutazioni composte, l'altezza in piedi è riportata solo relativamente alla prima fila, ad eccezione di quelle a due file (per non occupare troppo spazio) - qualora le altezze delle file successive presentino delle anomalie, si inseriscono in nota. * i registri ad ancia sono scritti in rosso quando sono riportati così sulla consolle; * non si inserisce il numero ordinale davanti a ciascun registro; * non si riportano le unioni e gli accoppiamenti, né gli annullatori; * il Tremolo si riporta all'interno di ciascuna divisione; * gli accessori (ad esempio: Uccelliera, Zampogna ecc.) si riportano nel seguente modo prima della disposizione fonica: '''Accessori''': ''Uccelliera''; ''Zampogna''; * non sono ammesse abbreviazioni. Quindi, in poche parole, questa disposizione '''non''' va bene (mettiamo che sulla consolle i registri ad ancia siano scritti '''in nero'''): {| border="0" cellspacing="0" cellpadding="20" style="border-collapse:collapse;" | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Prima tastiera - ''Grand'Organo''''' ---- |- |Principale || 8' |- |Ottava || 4' |- |XV || 2' |- |XIX || 1.1/3' |- |XXII || 1' |- |Ripieno Acuto 3 File || 0.1/2' |- |Flauto a Camino || 8' |- |Sesquialtera 2 File || 2.2/3'-1.3/5' |- |<span style="color:#8b0000;">Tromba</span> || <span style="color:#8b0000;">8' bassi</span> |- |<span style="color:#8b0000;">Tromba</span> || <span style="color:#8b0000;">8' soprani</span> |- |Tremolo |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Seconda tastiera - ''Espressivo''''' ---- |- |Bordone || 8' |- |Viola di Gamba || 8' |- |Flauto a Cuspide || 4' |- |Nazardo || 2.2/3' |- |Ottavino || 2' |- |Decimino || 1.1/3' |- |Pienino 3 File || 1'-0.2/3'-0.1/2' |- |Voce Celeste 2 File || 8' |- |<span style="color:#8b0000;">Tromba Armonica</span> ||<span style="color:#8b0000;">8'</span> |- |Tremolo |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Pedale''' ---- |- |Contrabbasso || 16' |- |Bordone || 16' |- |Basso || 8' |- |Ottava || 4' |- |<span style="color:#8b0000;">Trombone</span> || <span style="color:#8b0000;">16'</span> |- |<span style="color:#8b0000;">Tromba Bassa</span> || <span style="color:#8b0000;">8'</span> |- |} |} Questa, invece, va bene: {| border="0" cellspacing="0" cellpadding="20" style="border-collapse:collapse;" | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''I - ''Grand'Organo''''' ---- |- |Principale || 8' |- |Ottava || 4' |- |XV || 2' |- |XIX || 1.1/3' |- |XXII || 1' |- |Ripieno acuto 3 file || 1/2' |- |Flauto a camino || 8' |- |Sesquialtera 2 file || 2.2/3'-1.3/5' |- |Tromba || 8' Bassi |- |Tromba || 8' Soprani |- |Tremolo |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''II - ''Espressivo''''' ---- |- |Bordone || 8' |- |Viola di gamba || 8' |- |Flauto a cuspide || 4' |- |Nazardo || 2.2/3' |- |Ottavino || 2' |- |Decimino || 1.3/5' |- |Pienino 3 file || 1' |- |Voce celeste 2 file || 8' |- |Tromba armonica || 8' |- |Tremolo |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Pedale''' ---- |- |Contrabbasso || 16' |- |Bordone || 16' |- |Basso || 8' |- |Ottava || 4' |- |Trombone || 16' |- |Tromba bassa || 8' |- |} |} == Libri correlati == * {{libro|Organo a canne}} [[Categoria:Disposizioni foniche di organi a canne| ]] [[Categoria:Musica]] [[Categoria:Dewey 786]] {{alfabetico|D}} {{Avanzamento|0%|9 giugno 2020}} ov60rcja8fcl06i9kzwmpkjxicg60xn Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Pordenone 0 35293 499671 490961 2026-07-02T20:55:07Z VoceUmana7 51633 499671 wikitext text/x-wiki {{Disposizioni foniche di organi a canne}} Disposizioni foniche dell'[[w:Provincia di Pordenone|ente di decentramento regionale di Pordenone]] raggruppate per comune: * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Pordenone/Pordenone|Pordenone]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Pordenone/Cordovado|Cordovado]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Pordenone/Fontanafredda|Fontanafredda]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Pordenone/Meduno|Meduno]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Pordenone/Montereale Valcellina|Montereale Valcellina]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Pordenone/Pasiano Di Pordenone|Pasiano Di Pordenone]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Pordenone/Pinzano al Tagliamento|Pinzano al Tagliamento]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Pordenone/Polcenigo|Polcenigo]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Pordenone/Roveredo in Piano|Roveredo in Piano]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Pordenone/Sacile|Sacile]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Pordenone/San Giorgio della Richinvelda|San Giorgio della Richinvelda]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Pordenone/San Quirino|San Quirino]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Pordenone/San Vito al Tagliamento|San Vito al Tagliamento]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Pordenone/Sesto al Reghena|Sesto al Reghena]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Pordenone/Spilimbergo|Spilimbergo]] * [[Sequals]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Pordenone/Valvasone Arzene|Valvasone Arzene]] [[Categoria:Disposizioni foniche di organi a canne]] 8bm9o8hs8zlgpqw13h4s8jver6dp5te Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Liguria/Provincia di Imperia/Bordighera 0 40754 499676 399512 2026-07-03T08:35:40Z ~2026-37813-08 54541 /* Capoluogo */ 499676 wikitext text/x-wiki {{Disposizioni foniche di organi a canne}} Disposizioni foniche del comune di [[w:Bordighera|Bordighera]] raggruppate per edificio. == Capoluogo == * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Liguria/Provincia di Imperia/Bordighera/Bordighera - Chiesa di Santa Maria Maddalena|Chiesa di Santa Maria Maddalena]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Liguria/Provincia di Imperia/Bordighera/Bordighera - Seminario vescovile Pio XI|Seminario vescovile Pio XI]] [[Categoria:Disposizioni foniche di organi a canne|Bordighiera]] 9ugardybdjxn17s5o0v4wekm4912iu1 499677 499676 2026-07-03T08:39:07Z ~2026-37813-08 54541 499677 wikitext text/x-wiki {{Disposizioni foniche di organi a canne}} Disposizioni foniche del comune di [[w:Bordighera|Bordighera]] raggruppate per edificio. == Capoluogo == === Chiese === * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Liguria/Provincia di Imperia/Bordighera/Bordighera - Chiesa di Santa Maria Maddalena|Chiesa di Santa Maria Maddalena]] === Istituti === * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Liguria/Provincia di Imperia/Bordighera/Bordighera - Seminario vescovile Pio XI|Seminario vescovile Pio XI]] [[Categoria:Disposizioni foniche di organi a canne|Bordighiera]] 7vt3qq5y23605r39s93ukahb6osf0oe Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Piove di Sacco/Piove di Sacco - Chiesa di San Martino Vescovo 0 47120 499654 496994 2026-07-02T12:05:06Z Matteovar02org 46255 499654 wikitext text/x-wiki {{Disposizioni foniche di organi a canne}} [[File:Organo Duomo Piove.jpg|miniatura|Le due casse barocche collocate ai lati del presbiterio provenienti dalla Basilica di Sant'Antonio di Padova.]] * '''Costruttore:''' Malvestio * '''Anno:''' 1909<ref>reimpiegando il materiale fonico del precedente organo Callido ''opus 99'' del 1774, restaurato dai fratelli Giacobbi nel 1854.</ref> * '''Restauri/modifiche:''' Fratelli Ruffatti (1942), Giuseppe Ruffatti (1976) * '''Registri:''' 35 * '''Canne:''' 2164 * '''Trasmissione:''' elettrica * '''Consolle:''' mobile indipendente * '''Tastiere:''' 2 di 61 note (''Do<sup>1</sup>''-''Do<sup>6</sup>'') * '''Pedaliera:''' concavo-radiale di 32 note (''Do<sup>1</sup>''-''Sol<sup>3</sup>'') * '''Collocazione:''' in due corpi, nella cassa armonica al lato destro del presbiterio e in una cassa lignea tra gli stalli del coro {| border="0" cellspacing="0" cellpadding="20" style="border-collapse:collapse;" | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''I - ''Grand'Organo''''' ---- |- |Principale || 16' |- |Principale forte || 8' |- |Principale dolce || 8' |- |Voce umana || 8' |- |Dulciana || 8' |- |Flauto || 8' |- |Ottava || 4' |- |Flauto || 4' |- |Flauto in V || 2.2/3' |- |Decima quinta || 2' |- |Ripieno grave 4 file |- |Ripieno acuto 4 file |- |<span style="color:#8b0000;">Tromba</span> || <span style="color:#8b0000;">8'</span> |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''II - ''Corale espressivo''''' ---- |- |Principalino || 8' |- |Bordone || 8' |- |Gamba || 8' |- |Ottava dolce || 4' |- |Flauto armonico || 4' |- |Nazardo || 2.2/3' |- |Silvestre || 2' |- |Voce celeste || 8' |- |Ripieno 3 file || 2' |- |<span style="color:#8b0000;">Oboe</span> || <span style="color:#8b0000;">8'</span> |- |Campane || |- |Tremolo |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Pedale''' ---- |- |Acustico || 32' |- |Contrabbasso || 16' |- |Subbasso || 16' |- |Bordone || 8'<ref>registro in prolungamento dal precedente.</ref> |- |Quinta || 10.2/3' |- |Basso || 8' |- |Ottava || 4' |- |<span style="color:#8b0000;">Controfagotto</span> || <span style="color:#8b0000;">16'</span> |- |<span style="color:#8b0000;">Tromba</span> || <span style="color:#8b0000;">8'</span> |- |} |} == Note == <references/> == Altri progetti == {{ip|w=Duomo di Piove di Sacco|w_preposizione=sulla|w_etichetta=chiesa di San Martino Vescovo a Piove di Sacco}} {{Avanzamento|100%|6 maggio 2026}} [[Categoria:Disposizioni foniche di organi a canne]] g3j9pjafsn5qxkf5qo8m5hulqu0uuij Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine 0 48624 499665 490933 2026-07-02T20:31:33Z VoceUmana7 51633 499665 wikitext text/x-wiki {{Disposizioni foniche di organi a canne}} Disposizioni foniche dell'[[w:Provincia di Udine|ente di decentramento regionale di Udine]] raggruppate per comune: * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Udine|Udine]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Amaro|Amaro]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Ampezzo|Ampezzo]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Aquileia|Aquileia]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Arta Terme|Arta Terme]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Buja|Buja]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Carlino|Carlino]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Cassacco|Cassacco]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Cercivento|Cercivento]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Chiusaforte|Chiusaforte]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Cividale del Friuli|Cividale del Friuli]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Codroipo|Codroipo]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Colloredo di Monte Albano|Colloredo di Monte Albano]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Comeglians|Comeglians]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Dignano|Dignano]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Enemonzo|Enemonzo]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Fagagna|Fagagna]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Forni Avoltri|Forni Avoltri]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Forni di Sopra|Forni di Sopra]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Forni di Sotto|Forni di Sotto]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Gemona del Friuli|Gemona del Friuli]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Latisana|Latisana]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Lestizza|Lestizza]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Lusevera|Lusevera]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Magnano in Riviera|Magnano in Riviera]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Majano|Majano]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Malborghetto-Valbruna|Malborghetto-Valbruna]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Marano Lagunare|Marano Lagunare]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Martignacco|Martignacco]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Moggio Udinese|Moggio Udinese]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Mortegliano|Mortegliano]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Muzzana del Turgnano|Muzzana del Turgnano]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Nimis|Nimis]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Osoppo|Osoppo]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Ovaro|Ovaro]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Pagnacco|Pagnacco]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Palazzolo dello Stella|Palazzolo dello Stella]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Palmanova|Palmanova]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Paluzza|Paluzza]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Pasian di Prato|Pasian di Prato]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Paularo|Paularo]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Prato Carnico|Prato Carnico]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Pozzuolo del Friuli|Pozzuolo del Friuli]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Precenicco|Precenicco]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Premariacco|Premariacco]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Ragogna|Ragogna]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Ravascletto|Ravascletto]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Raveo|Raveo]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Resia|Resia]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Ruda|Ruda]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/San Pietro al Natisone|San Pietro al Natisone]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Sappada|Sappada]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Sauris|Sauris]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Socchieve|Socchieve]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Sutrio|Sutrio]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Taipana|Taipana]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Talmassons|Talmassons]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Tarcento|Tarcento]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Tarvisio|Tarvisio]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Tavagnacco|Tavagnacco]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Tolmezzo|Tolmezzo]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Treppo Carnico|Treppo Carnico]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Treppo Grande|Treppo Grande]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Tricesimo|Tricesimo]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Varmo|Varmo]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Venzone|Venzone]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Villa Santina|Villa Santina]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Zuglio|Zuglio]] {{Avanzamento|90%|2 luglio 2026}} [[Categoria:Disposizioni foniche di organi a canne]] 3g363zeavdopdchskt8ebf76soxfsri Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Liguria/Provincia di Imperia/Sanremo 0 48843 499681 480806 2026-07-03T09:11:53Z ~2026-37813-08 54541 499681 wikitext text/x-wiki {{Disposizioni foniche di organi a canne}} Disposizioni foniche del comune di [[w:Sanremo|Sanremo]] raggruppate per edificio. == Capoluogo == * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Liguria/Provincia di Imperia/Sanremo/Sanremo - Concattedrale di San Siro|Concattedrale di San Siro]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Liguria/Provincia di Imperia/Sanremo/Sanremo - Chiesa di Santa Maria degli Angeli|Chiesa di Santa Maria degli Angeli]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Liguria/Provincia di Imperia/Sanremo/Sanremo - Chiesa di Santo Stefano|Chiesa di Santo Stefano]] * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Liguria/Provincia di Imperia/Sanremo/Sanremo - Chiesa di Tutti i Santi|Chiesa di Tutti i Santi]] {{Avanzamento|25%|21 marzo 2021}} [[Categoria:Disposizioni foniche di organi a canne]] p9b599ubt2gg8p25ozh40iy78xtjntg Utente:LorManLor/Sandbox 2 59598 499660 499647 2026-07-02T12:28:06Z LorManLor 24993 499660 wikitext text/x-wiki '''3. Pluralità dei femminismi''' 3.1 Formazione (1965–1973) 3.2 Espansione e confronto pubblico (1974–1976) 3.3 Ridefinizioni (1977–1980) '''4. Spazi, infrastrutture, saperi''' 4.1 Consultori autogestiti e self-help 4.2 Le 150 ore delle donne 4.3 Case delle donne 4.4 Editoria femminista 4.5 Arte e cinema '''5. Trasformazioni tra anni Settanta e Ottanta''' 5.1 Nuove configurazioni 5.2 Femminismo e politiche delle donne '''6. Interpretazioni storiografiche''' 6.1 Questioni di metodo. Memoria e storia 6.2 Periodizzazioni 6.3 Questione territoriale 6.4 "Doppia militanza" e rapporti con la sinistra extraparlamentare 6.5 Dimensione transnazionale 6.6 Questioni aperte, prospettive di ricerca '''Appendici''' Cronologia essenziale Glossario Documenti fondamentali (estratti) Bibliografia Sitografia e archivi digitali == Cap. 3 - Pluralità dei femminismi == Il cap. 3 dovrebbe parlare di come il femminismo si rapporta al suo interno e ''in relazione ad altri soggetti politici'' ''(sin ex)'' Il cap. 5 (riforme, processi per stupro) di come il femminismo interagisce con le ''istituzioni'' — leggi, parlamento, tribunali. Ma il femminismo italiano si definisce ''sempre'' in relazione a qualcosa di esterno — la sinistra, le istituzioni, il diritto, i movimenti. Non esiste un "interno puro" del movimento separabile da questi rapporti. Quindi qualsiasi architettura che provi a separare "i gruppi" da "i rapporti esterni" produrrà sempre sovrapposizioni. Soluzione: logica diacronica Il femminismo italiano degli anni Settanta si presenta alla ricerca storica come un oggetto per sua natura plurale. La storiografia più recente ha riconosciuto nella molteplicità di gruppi, pratiche e orientamenti teorici una caratteristica costitutiva del movimento. (Guerra, 2005; Bellè, 2021; Stelliferi e Voli, 2023). Parlare di "femminismi" al plurale significa riconoscere che il campo femminista italiano non ha mai avuto un centro, una linea ufficiale, né portavoce riconosciute. Questa pluralità si riflette nella struttura organizzativa del movimento: reticolare, priva di gerarchie formalizzate, composta da soggetti collettivi con gradi molto diversi di strutturazione e continuità nel tempo. Accanto a gruppi ben identificabili, esistono aggregazioni nate intorno a singoli temi o momenti di mobilitazione. È una forma che garantisce radicamento diffuso, ma che non produce — né per tutte necessariamente deve produrre — posizioni comuni: per una parte del movimento il rifiuto della risposta collettiva, delle manifestazioni di massa e di qualsiasi forma di contrattazione con le istituzioni è esso stesso una scelta teorica e politica. Il contesto politico e sociale rappresenta una variabile che ne plasma le trasformazioni. Il referendum sul divorzio del 1974, le elezioni del 1976, la stagione legislativa su aborto e consultori, gli anni di piombo ridefiniscono i termini del confronto interno al movimento, spostano le linee di frattura, accelerano o frenano la capacità di mobilitazione collettiva. Quando le istituzioni cominciano ad assorbire alcune istanze femministe traducendole in leggi, la struttura reticolare mostra i suoi limiti: la rete fatica a reggere la pressione dell'istituzionalizzazione, e la pluralità che aveva garantito vitalità diventa difficile da tenere insieme. È in questo intreccio tra dinamiche interne ed esterne che si leggono i conflitti del femminismo italiano: le divisioni sull'aborto, sul rapporto con le istituzioni, sulle manifestazioni di piazza non sono fratture accidentali, ma rispecchiano differenze teoriche e politiche profonde sul senso stesso dell'agire femminista. > le vicende entrano come esempi trasversali a queste linee, non come scansione cronologica. Quattro linee di differenza "interne": i # Autocoscienza/pratica dell'inconscio (elaborazione interna) vs. pratica/intervento nel sociale # Autonomia radicale vs. interlocuzione istituzionale (Milano vs. Roma — come asse che incrocia le prime due - Lussana) # doppia militanza e rapporto con la sinistra # Femministe storiche vs. nuove, conflitto generazionale e allargamento del movimento === 3.1 Le origini (1965-1973) === Il femminismo italiano come movimento collettivo non nasce dal nulla nel 1970. Le sue premesse vanno cercate nella seconda metà degli anni Sessanta, in un ambiente intellettuale milanese in cui alcune donne cominciano a elaborare una critica sistematica della cultura patriarcale che va oltre le posizioni emancipazioniste dell'UDI e della sinistra storica. Il Gruppo DEMAU (Demistificazione Autoritarismo), fondato a Milano nel 1965-66, è l'espressione più compiuta di questa fase: piccolo, isolato, teoricamente avanzato, individua nella sessualità il luogo originario della discriminazione e della complicità femminile. Rimane però un'esperienza minoritaria, e paradossalmente si riduce ulteriormente durante il '68, quando molte delle sue componenti abbandonano il gruppo per la militanza nella nuova sinistra, convinte che la trasformazione generale della società avrebbe incluso anche la ridefinizione dei ruoli di genere. È proprio quella militanza a preparare il terreno per l'esplosione del femminismo. Le donne nei gruppi extraparlamentari sperimentano marginalizzazione, ruoli subalterni, impossibilità di discutere temi come sessualità e maternità. La figura ironica degli "angeli del ciclostile" sintetizza una condizione diffusa: partecipazione politica intensa, ma confinata in ruoli di servizio. Quando intorno al 1970 arrivano dall'America i documenti del neofemminismo e la descrizione della pratica dell'autocoscienza, trovano un terreno già preparato dalla frustrazione (Calabrò e Grasso, 1985). In questo contesto nascono, quasi contemporaneamente, i primi gruppi del neofemminismo italiano. A Roma e Milano, nell'estate del 1970, viene affisso il Manifesto di Rivolta Femminile, il testo fondativo del gruppo animato da Carla Lonzi: una rottura radicale con qualsiasi forma di politica tradizionale, compresa quella emancipazionista, che propone di ripensare la società e la politica partendo dalle donne come soggetto autonomo. Nello stesso anno nasce il Movimento di Liberazione della Donna (MLD), federato al Partito Radicale, con obiettivi più immediatamente politici: informazione contraccettiva, legalizzazione dell'aborto, costruzione di strutture sanitarie accessibili. Le due esperienze incarnano fin dall'inizio orientamenti profondamente diversi: Rivolta Femminile rifiuta qualsiasi interlocuzione con le istituzioni e con la politica maschile; l'MLD sceglie invece il terreno della contrattazione e della mobilitazione pubblica. Tra il 1970 e il 1973 nascono in tutta Italia decine di gruppi e collettivi, con caratteristiche molto diverse. A Milano il Collettivo di Via Cherubini diventa il principale contenitore del femminismo cittadino, praticando l'autocoscienza come forma primaria di elaborazione politica. A Padova nasce Lotta Femminista, il gruppo animato da Mariarosa Dalla Costa che elabora la teoria del salario al lavoro domestico e si estende rapidamente a Milano, Bologna e altre città. A Roma si moltiplicano i collettivi di quartiere, con una vocazione più orientata all'intervento nel sociale. Il movimento ha una struttura reticolare, senza centro: i gruppi sono autonomi, i confini permeabili, le appartenenze mobili. Il primo grande banco di prova è il dibattito sull'aborto, che esplode con particolare intensità dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 1971 sulla contraccezione e si fa drammaticamente concreto con il processo a Gigliola Pierobon, del collettivo Lotta Femminista, nel giugno del 1973: imputata per un aborto commesso da minorenne, il caso diventa occasione di autodenunce pubbliche e di una prima grande mobilitazione femminista. Ma rivela anche le prime fratture: per l'MLD la legalizzazione dell'aborto è un obiettivo politico prioritario; per Rivolta Femminile e i gruppi di autocoscienza, nessuna legge può toccare la radice del problema, che sta nella sessualità femminile colonizzata dall'uomo. L'incontro con il femminismo francese, a partire dal 1973, introduce un'ulteriore linea di differenziazione. I convegni in Francia - prima a La Tranche-sur-Mer, poi a Vieux-Villez - espongono le italiane a un femminismo che fa della pratica psicoanalitica e del lesbismo strumenti privilegiati di analisi e di relazione tra donne. Il confronto è stimolante ma anche destabilizzante: le italiane riconoscono l'insufficienza dell'autocoscienza come unico strumento, ma non accettano in blocco il modello francese. Di ritorno dai convegni, il Collettivo di Via Cherubini avvia una riflessione che porterà alla pratica dell'inconscio, un percorso originale che approfondisce il lavoro sull'interiorità usando strumenti psicoanalitici, distanziandosi però dal separatismo radicale e dal lesbismo come scelta necessaria proposti dal gruppo parigino Psych et Po (Lussana, 2012). '''Relazioni, conflitti e fratture tra le anime del femminismo''' La pluralità del femminismo italiano non è solo varietà di gruppi e pratiche: è attraversata da tensioni che, con particolare evidenza dalla metà degli anni Settanta, si manifestano come conflitti espliciti. Queste tensioni riflettono differenze teoriche e politiche costitutive, che percorrono il movimento fin dalle origini e si ridefiniscono nel tempo. Una prima linea di differenza riguarda il rapporto tra elaborazione interna e intervento esterno. Per una parte del movimento la trasformazione politica passa attraverso un lavoro su di sé - l'autocoscienza, poi la pratica dell'inconscio - che non può essere subordinato a obiettivi di mobilitazione collettiva. Per un'altra parte, questo lavoro deve tradursi in azione nel sociale, in confronto con le istituzioni, in capacità di aggregare. Da questa tensione deriva una seconda frattura, più radicale: quella tra chi considera l'interlocuzione con le istituzioni un terreno legittimo di lotta e chi vi vede una forma di incorporazione che svuota le istanze femministe del loro contenuto. Si tratta, come sottolinea Calabrò (1985), di una posizione minoritaria ma teoricamente coerente, che rifiuta non tatticamente, ma per principio, qualsiasi mediazione: con le leggi, con i partiti, con le manifestazioni di massa. Il dibattito sull'aborto e, più tardi, quello sulla legislazione sul lavoro e sulla violenza sessuale sono i momenti in cui questa frattura diventa più visibile: mentre una parte del movimento partecipa alla contrattazione parlamentare, un'altra denuncia come qualsiasi regolamentazione giuridica lasci intatta la radice del problema. Alcune letture storiografiche hanno applicato questa polarità all'asse geografico Roma-Milano, individuando nelle due città due diverse concezioni di come la differenza femminile possa agire nel mondo (Lussana, 2012). Una terza linea di differenza riguarda il rapporto con la sinistra e la doppia militanza: la questione di come conciliare l'appartenenza al movimento femminista con la militanza nelle organizzazioni della sinistra extraparlamentare produce tensioni che attraversano il decennio e che verranno approfondite nella Parte V. A queste fratture teoriche se ne aggiunge una di natura diversa, che emerge intorno al 1976: il conflitto generazionale tra le femministe storiche e le donne che accedono al movimento in questa fase. Calabrò e Grasso (1985) descrivono questo processo come un rimescolamento delle carte: nascono molti nuovi gruppi, fluidi e di breve durata, che mescolano elementi delle diverse tendenze senza approfondirne nessuna. È in questo momento che il movimento femminista si allarga fino a diventare, almeno in parte, un più vasto movimento delle donne, che condivide alcune parole d'ordine femministe senza farne propria la radicalità teorica, un allargamento che è insieme un segno di forza e l'inizio di una crisi di identità che il movimento non riuscirà a risolvere. Il cap. 4 dovrebbe connettere gli spazi alle scelte politiche senza dirlo esplicitamente. In pratica dovrebbe fare due cose: spiegare perché il femminismo italiano produce questi spazi specifici (consultori, case delle donne, librerie, editoria) in questo momento storico, e suggerire che la forma che prendono — autogestita, separatista, autonoma dalle istituzioni — non è neutra ma riflette orientamenti politici precisi. == Cap. 4 - Spazi, infrastrutture, saperi == Nel corso degli anni Settanta il femminismo italiano non si limita a elaborare teorie e pratiche politiche. Accanto ai collettivi di autocoscienza e alle manifestazioni di piazza, il movimento produce infrastrutture materiali e simboliche - spazi fisici, istituzioni culturali, strumenti di comunicazione - che contribuiscono a estendere l'elaborazione femminista oltre i confini dei collettivi militanti, favorendo la costruzione di reti sociali e culturali autonome e dando corpo all'idea che il cambiamento non possa attendere le trasformazioni delle strutture esistenti, ma debba cominciare dal presente, dall'invenzione di forme di vita alternative. Questo capitolo ricostruisce alcune delle realizzazioni più significative di questo processo: i consultori autogestiti, in cui la salute del corpo femminile diventa terreno di sapere collettivo e di conflitto con la medicina istituzionale; i corsi monografici delle 150 ore, in cui il femminismo incontra il mondo del lavoro e si diffonde capillarmente nella società; gli spazi fisici, case delle donne e librerie, in cui il separatismo si fa luogo abitabile; e infine l'editoria femminista, che produce i linguaggi e i testi attraverso cui il movimento pensa se stesso e comunica con il mondo esterno.<ref>{{Cita|Lussana|p. 19}}</ref> ==4.1 Consultori autogestiti e self-help== ===4.1.1 Nascita e diffusione=== I consultori autogestiti rappresentarono uno dei principali luoghi attraverso cui le elaborazioni teoriche del neofemminismo si tradussero in pratiche collettive e in forme di intervento sociale. Essi sorsero in modo spontaneo e frammentato, senza rispondere a un piano comune preordinato, per iniziativa di singoli collettivi operanti in autonomia. Nati dall'incontro tra la rivendicazione dell'autodeterminazione sul corpo e la necessità di rispondere a bisogni materiali immediati, costituirono spazi nei quali la riflessione politica, la pratica sanitaria e la produzione di saperi alternativi si intrecciarono strettamente. Il contesto in cui tali esperienze si svilupparono fu caratterizzato dall'emergere di un nuovo dibattito pubblico sui temi della [[w:Contraccezione|contraccezione]] e dell'[[w:Aborto|aborto]], favorito anche da alcuni rilevanti interventi legislativi e giurisprudenziali. Nel 1971 la [[w:Corte_costituzionale_(Italia)|Corte costituzionale]] dichiarò l'illegittimità dell'articolo 553 del [[w:Codice_penale_(Italia)|codice penale]] nella parte relativa al divieto di propaganda anticoncezionale, rimuovendo un ostacolo giuridico alla diffusione di informazioni sulla [[w:Contraccezione|contraccezione]].<ref>{{Cita|Barone|p. 124}}</ref><ref>{{Cita pubblicazione|autore=Maud Anne Bracke|anno=2022|titolo=Family planning, the pill, and reproductive agency in Italy, 1945–1971: From ‘conscious procreation’ to ‘a new fundamental right’?|rivista=European Review of History: Revue européenne d'histoire|volume=29|numero=1|lingua=en}}</ref> Nello stesso anno il Movimento di Liberazione della Donna, di orientamento libertario e federato al [[w:Partito_Radicale_(Italia)|Partito Radicale]], annunciò la presentazione di una proposta di legge di iniziativa popolare per la depenalizzazione dell'aborto, contribuendo a collocare la questione al centro del dibattito politico del decennio.<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Anastasia|cognome=Barone|titolo=«Facevamo un consultorio, ma era un progetto politico»|p=125}}</ref> Nel giugno 1973 il processo celebratosi a Padova contro [[w:Gigliola_Pierobon|Gigliola Pierobon]] rappresentò il primo grande evento giudiziario e mediatico in Italia che contribuì a rompere il silenzio sull'aborto clandestino, trasformando un reato penale privato in un caso politico di rilevanza nazionale, grazie a una mobilitazione di massa da parte del movimento femminista.<ref>{{Cita libro|autore=Anna Rita Calabrò, Laura Grasso|titolo=Dal movimento femminista al femminismo diffuso. Storie e percorsi a Milano dagli anni '60 agli anni '80|anno=1985|editore=Franco Angeli|città=Milano|ISBN=978-88-204-4530-0}}</ref> È in questo quadro che, tra la fine del 1973 e l'inizio del 1974, si costituirono a Roma le prime esperienze di autogestione nell'ambito della salute femminile: il consultorio di San Lorenzo, sorto da un gruppo dedicato ad aborto e contraccezione interno al Movimento femminista romano di via Pompeo Magno animato da Simonetta Tosi, e il Gruppo Femminista per la Salute della Donna, orientato invece prevalentemente alla pratica del self-help e alla ricerca.<ref>{{Cita|Barone|pp. 126-129}}</ref><ref>{{Cita|Tozzi 1984}}</ref><ref>{{Cita web|url=https://roma.repubblica.it/cronaca/2025/06/18/news/san_lorenzo_consultorio_via_dei_frentani_simonetta_tosi-424678188/|titolo=San Lorenzo, il consultorio di via dei Frentani dedicato a Simonetta Tosi|accesso=30 giugno 2026|data=18 giugno 2025}}</ref> Nel corso del 1974 e del 1975 esperienze analoghe sorsero in numerose città, tra cui Torino, Padova, Milano e Trento, e in seguito anche a Bergamo e Pinerolo.<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|anno=1987|titolo=Corpo a corpo|rivista=Memoria|numero=19-20|p=195}}</ref> La rapida diffusione dei consultori autogestiti fu favorita sia dalla carenza di servizi dedicati alla salute e alla sessualità femminile, sia dalla volontà di sperimentare pratiche alternative rispetto ai modelli medici e assistenziali tradizionali, in una fase in cui l'aborto era ancora illegale, e vietata, fino al 1976, la vendita di contraccettivi nelle farmacie, nonostante l'avvenuta abrogazione da parte della Corte Costituzionale dell'art. 553.<ref>{{Cita web|url=https://www.aied.it/la-storia/|titolo=La nostra storia|accesso=30 giugno 1976}}</ref> I consultori si trovarono così a negoziare costantemente la propria natura: pur rifiutando l'idea di ridursi ad ambulatori alternativi, oscillarono spesso tra l'erogazione di un "servizio" volto a colmare le carenze dell'assistenza sanitaria e la ricerca di relazioni politiche radicalmente nuove.<ref>{{Cita|Barone|pp. 120-121}}</ref><ref>{{Cita|Tosi 1987A|p. 156}}</ref> ===4.1.2 Internazionalizzazione, self-help e aborto autogestito=== I consultori autogestiti e i gruppi per la salute della donna sorsero in un contesto di intensi scambi internazionali, in particolare con i movimenti femministi francesi e statunitensi, da cui derivò gran parte delle pratiche concrete adottate in Italia. Già nel 1971 il neonato Movimento di Liberazione della Donna aveva organizzato una conferenza dedicata alle cliniche autogestite dalle donne negli Stati Uniti.<ref>{{Cita|Barone|p. 123}}</ref> Un momento particolarmente significativo avvenne nel 1973, quando Carol Downer e Debra Law, esponenti del Los Angeles Women's Health Center, in un incontro pubblico a Roma presso il [[w:Teatro_Eliseo|Teatro Eliseo]], mostrarono alla platea la tecnica dell'autovisita: l'utilizzo combinato di uno ''speculum'' di plastica, uno specchio e una pila permetteva di osservare autonomamente le pareti vaginali e il collo dell'utero, suscitando forte impressione e venendo percepita da molte partecipanti come un'esperienza di riappropriazione del proprio corpo.<ref name=":0">{{Cita|Tozzi 1987A|p. 158}}</ref> La diffusione di questa cultura fu accelerata nel 1974 dalla pubblicazione della traduzione italiana del testo collettivo statunitense ''Noi e il nostro corpo'' (''Our Bodies, Ourselves''), che divenne uno dei principali strumenti di diffusione delle conoscenze sulla salute femminile all'interno del movimento.<ref name=":0" /><ref>Stefania Voli, Storia di una traduzione, in Zapruder. Rivista di storia della conflittualità sociale, n. 13, Odradek Edizioni, maggio-agosto 2007.</ref> L'autovisita, la discussione sul ciclo mestruale, sulla contraccezione, sulla sessualità e sul piacere femminile permisero di scardinare la tradizionale gerarchia tra l'esperto e l'utente. Secondo la critica femminista, le donne non dovevano essere considerate pazienti passive, ma partecipanti attive di un processo di apprendimento e di produzione condivisa del sapere. La cooperazione transnazionale si rivelò decisiva anche sul piano operativo dell'aborto autogestito, introdotto per rispondere alla piaga degli aborti clandestini. Grazie ai rapporti con le attiviste francesi del MLAC (''Mouvement pour la liberté de l'avortement et de la contraception''), i collettivi italiani appresero e diffusero il metodo Karman.<ref>{{Cita|Tozzi 1987A|p. 161}}</ref> Questa tecnica di aspirazione risultava molto meno invasiva del tradizionale raschiamento e, richiedendo una strumentazione semplice, era praticabile anche da personale non medico, rappresentando una fondamentale innovazione politica e pratica per i gruppi che gestivano le interruzioni di gravidanza.<ref>{{Cita|Barone|p. 124}}</ref> ===4.1.3 Critica del sapere medico e delle istituzioni=== Nei consultori autogestiti la salute femminile veniva reinterpretata come questione politica e non esclusivamente medica. Le pratiche di ''self-help'' si fondavano sull'idea di una riappropriazione dal basso della gestione della salute e dei saperi sul corpo, tradizionalmente monopolizzati e privatizzati dalla medicina specialistica patriarcale. L'esperienza dei consultori si accompagnò a una critica radicale dell'autorità medica e della pretesa neutralità dei saperi scientifici. In particolare, la ginecologia e la psichiatria vennero interpretate come ambiti nei quali si erano storicamente esercitate forme di controllo sociale e sessuo-politico sui corpi femminili.<ref name=":0" /> Tale critica si inserisce in un più ampio clima di contestazione delle istituzioni sanitarie e assistenziali che caratterizzò l'Italia degli anni Settanta: in quegli stessi anni si svilupparono le lotte per la salute nei luoghi di lavoro legate all'esperienza di Medicina Democratica e di [[w:Giulio Maccacaro|Giulio Maccacaro]], e il movimento di deistituzionalizzazione psichiatrica, ispirato all'opera di [[w:Franco Basaglia|Franco Basaglia]], rimise in discussione l'autorità medica come dispositivo di controllo sociale.<ref>{{Cita|Barone|p. 123}}</ref> Le esperienze femministe condivisero con questi movimenti la rivendicazione di una riappropriazione dal basso della gestione della salute e la ridefinizione del concetto stesso di salute in chiave sociale, e non meramente clinica. La medicalizzazione della gravidanza, del parto e della sessualità femminile veniva così riletta come una forma di espropriazione del sapere e dell'autonomia delle donne. ===4.1.4 Istituzionalizzazione, conflitti e trasformazioni=== I consultori autogestiti furono spesso luoghi di incontro tra donne provenienti da esperienze politiche differenti: collettivi femministi, gruppi della sinistra extraparlamentare, ambienti radicali e associazioni impegnate sui temi della contraccezione e della salute sessuale. Questa pluralità di provenienze favorì la costruzione di reti di collaborazione, ma produsse anche tensioni riguardo al rapporto con le istituzioni.<ref>{{Cita|Barone|p. 121}}</ref><ref>{{Cita|Lussana 1997|pp. 562-563}}</ref><ref>{{Cita|Tozzi 1987A|pp. 155-156}}</ref> Rispetto alle pratiche sviluppate nei piccoli gruppi di autocoscienza, i consultori implicavano un rapporto più diretto con il territorio, con donne esterne al movimento e, progressivamente, con le istituzioni, rendendo particolarmente visibile il problema del rapporto tra autonomia femminista e intervento sociale.<ref>{{Cita|Percovich|p. 15}}</ref> L'approvazione della legge n. 405 del 1975, che istituì i consultori familiari pubblici, pose concretamente il problema dell'istituzionalizzazione delle pratiche femministe.<ref>{{Cita|Barone|pp. 121-122}}</ref> Se alcune militanti scelsero di operare all'interno delle nuove strutture pubbliche per influenzarne l'organizzazione, altre considerarono l'autonomia dei consultori autogestiti una condizione irrinunciabile della pratica politica femminista.<ref>{{Cita|Lussana 1997|pp. 563-564}}</ref> Il dibattito sui consultori pubblici investì il movimento di una tensione interna mai del tutto risolta, riassumibile nella contrapposizione tra «lavorare con le donne» e «lavorare per le donne»<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|titolo=Corpo a corpo|p=195}}</ref>: da un lato i gruppi che, come a Torino e a Padova, scelsero di assumere una funzione di servizio sociale e richiesero il riconoscimento e il finanziamento pubblico; dall'altro le esperienze, come il Gruppo Femminista per la Salute della Donna di Roma o il Centro per una Medicina delle Donne di Milano, che si ritrassero da tale prospettiva, temendo che farsi carico della gestione di un servizio comportasse la rinuncia alla ricerca e all'autonomia politica originarie. La proposta del CRAC (Coordinamento romano aborto e contraccezione) di richiedere il finanziamento pubblico ai consultori autogestiti, motivata dal principio secondo cui «autogestione non significa autofinanziamento», fu duramente contestata da un gruppo di femministe milanesi, che vi scorsero il rischio di una collaborazione con le stesse istituzioni mediche da cui ci si voleva emancipare.<ref>{{Cita|Barone|p. 132}}</ref> Il consultorio della Bovisa, a Milano, scelse infine di chiudere proprio in seguito all'istituzione dei consultori pubblici, ritenendo che la propria esperienza, nata come laboratorio di ricerca e non come servizio continuativo, non potesse né autogestirsi indefinitamente né istituzionalizzarsi senza tradire la propria natura<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|titolo=Corpo a corpo|pp=198-199}}</ref>. Un conflitto analogo, ma con esiti diversi, riguardò il rapporto tra i collettivi femministi e l'Unione Donne Italiane (UDI), che a Roma sostenne invece una concezione di «gestione sociale» del servizio, fondata sulla delega allo Stato della responsabilità collettiva sulla salute delle donne, contrapposta all'autogestione rivendicata dai gruppi femministi.<ref>{{Cita|Barone|p. 132}}</ref> Negli anni successivi, mentre molte esperienze autogestite si esaurivano, nuove forme di organizzazione e di produzione culturale - case delle donne, librerie, centri di documentazione - avrebbero raccolto parte della loro eredità.<ref>{{Cita|Lussana|p. 19}}</ref> == 4.2 Le 150 ore delle donne == I corsi monografici delle 150 ore rappresentano uno degli spazi in cui il femminismo degli anni Settanta incontra più direttamente il mondo del lavoro organizzato. Nati nel quadro del contratto nazionale dei metalmeccanici del 1973, che prevedeva 150 ore di permessi retribuiti triennali finalizzati all'elevazione culturale e professionale dei lavoratori, i corsi si diffusero rapidamente in tutto il paese, soprattutto nell'Italia del Nord, dove esistevano numerosi Coordinamenti FLM e collettivi femministi radicati nelle fabbriche. === Dal diritto allo studio ai corsi per donne === L'idea di dedicare corsi monografici alla sola condizione femminile, riservati a sole donne, nasce a Torino alla fine del 1974 tra sindacaliste e femministe che di lì a pochi anni avrebbero fondato l'Intercategoriale donne CGIL-CISL-UIL (Lona, 2015). Confrontare con: L'iniziativa nacque dall'incontro tra il femminismo sindacale, in particolare i Coordinamenti donne FLM (Federazione Lavoratori Metalmeccanici), e i gruppi del femminismo militante. Tra i promotori figurarono collettivi sindacali femminili e collettivi di quartiere come il gruppo di via Gabbro a Milano e il Collettivo Aurelio-Cavalleggeri a Roma. Con l'apertura progressiva ad altre categorie, tra il 1974 e il 1975 furono istituiti corsi specificamente indirizzati alle donne (lavoratrici, casalinghe, disoccupate), tenuti da femministe e docenti universitarie. I contenuti riguardavano salute femminile, sessualità, lavoro domestico, condizione delle donne. L'esperienza si radicò nelle aree a forte industrializzazione: Torino con corsi sulla salute e medicina, Milano come fulcro della riflessione teorica, Reggio Emilia e Bologna con forte partecipazione delle lavoratrici, le province venete di Venezia, Padova e Treviso tra il 1975 e il 1976, Roma come centro per la nascita di istituzioni educative autonome. La partecipazione fu significativa, con molte donne che trovavano nei corsi occasioni di formazione altrimenti inaccessibili e spazi di socializzazione (Lussana, 2012; Bellè, 2021). Le partecipanti sono lavoratrici di ogni categoria — operaie, impiegate, casalinghe, studentesse, disoccupate — e i temi affrontati vanno ben oltre i contenuti previsti dal progetto sindacale originario: la salute, la sessualità, il corpo, la maternità, l'aborto, il lavoro domestico, i rapporti familiari. Alcune esperienze particolarmente significative si svolgono a Bergamo (1974-75), Genova (dal 1975), Torino (dal 1975, con la nascita dell'Intercategoriale che proseguirà le sue attività fino al 1981), Milano (dal 1976), Roma, Alessandria — dove i risultati del corso del 1978 vengono raccolti nel volume collettivo ''La salute della donna'' (Edizioni dell'Orso, 1979) — e nel Veneto, con i corsi di Verona e Padova avviati nel 1979 dopo una lunga negoziazione con i rispettivi atenei, che richiesero persino il parere favorevole di apposite commissioni del Senato accademico prima di approvare corsi riservati esclusivamente a donne e tenuti da sole docenti donne (Lona, 2015). La dinamica interna ai corsi è spesso quella dell'autocoscienza allargata: le partecipanti si dividono in gruppi, discutono a partire dalla propria esperienza, e producono materiali scritti collettivamente — ciclostilati, opuscoli, a volte veri e propri libri. È in questo contesto che molte donne scrivono per la prima volta. L'esperienza più documentata è quella del corso di Affori, periferia nord di Milano, dove Lea Melandri viene assegnata nel dicembre 1976 a una classe composta quasi interamente da casalinghe over quaranta. Melandri descrive quel corso come "un laboratorio unico e originale nel tentativo di mettere a confronto intellettuali e donne comuni", in cui "le teorie elaborate dai gruppi femministi erano costrette ad esporsi agli interrogativi che venivano ancora una volta dalle vite concrete" (Melandri, archiviodilea.wordpress.com). Tra i testi prodotti dalle corsiste, il più noto è ''I pensieri vagabondi di Amalia'', di Amalia Molinelli, che ricostruisce una biografia femminile attraverso il fascismo, la Resistenza, l'emigrazione a Milano e il lavoro domestico, confrontando la propria esperienza con i testi letti durante il corso. Il nodo del rapporto tra docenti femministe e corsiste è uno dei più ricchi e problematici dell'intera esperienza. Le femministe che insegnano portano nei corsi le teorie elaborate nei collettivi; le casalinghe e le operaie portano le loro biografie. L'incontro è trasformativo per entrambe, ma non privo di tensioni: le aspettative sono diverse, il rapporto con la scrittura è asimmetrico, e il sindacato guarda spesso con diffidenza a classi formate da sole casalinghe, faticando a riconoscerne la legittimità nell'ambito di uno strumento pensato per i lavoratori (Lussana, 2012). Il rapporto con il sindacato è infatti tutt'altro che lineare. Come emerge dall'incontro nazionale di Firenze del febbraio 1978, i corsi delle donne devono continuamente negoziare tra la pratica femminista del partire da sé e le logiche di un'organizzazione che stenta a riconoscere la specificità femminile come terreno politico autonomo. Secondo Lussana, tuttavia, proprio questa tensione è produttiva: i corsi 150 ore delle donne costituiscono "il momento di incontro per eccellenza del pensiero femminista con la cultura e l'organizzazione dei lavoratori" e il veicolo attraverso cui il femminismo raggiunge donne che non avrebbero mai incrociato i collettivi separatisti, diventando per la prima volta pratica di massa (Lussana, 2012). Un'acquisizione che Chiara Saraceno — che insegnò essa stessa in corsi di 150 ore a Trento — individua non tanto nei contenuti affrontati, quanto nella dimensione più elementare e più radicale: quella di legittimare le donne a prendere tempo per sé, sottraendosi alla casa e alla famiglia (cit. in Raimo, 2023). === Metodo e women studies popolari === I corsi integrarono elaborazione teorica e raccolta di storie individuali, sviluppando un metodo che partiva dai vissuti delle partecipanti. Si realizzò un incontro tra ricercatrici, accademiche e donne con diversi livelli di scolarizzazione, definito "women studies popolari". Questo approccio mise in luce una questione diversa rispetto ai corsi per operai. Nei corsi maschili si affrontava la divisione tra lavoro manuale e intellettuale all'interno della classe. Nei corsi femminili emergeva che i saperi disciplinari erano costruiti su prospettive e linguaggi maschili, ponendo alle donne il problema dell'accesso a saperi pensati a partire da un soggetto diverso da loro. === Eredità istituzionale === Le 150 ore rappresentarono un punto di incontro tra femministe e donne che non avevano partecipato al movimento, portando il femminismo a operaie, casalinghe, impiegate (Lussana, 2012; Bracke, 2019). Dall'esperienza dei corsi nacquero istituzioni autonome. Nel 1979 venne fondata a Roma l'Università delle donne "Virginia Woolf", a Milano la Libera Università delle Donne. Queste istituzioni proposero una ricerca che considerasse la dimensione di genere nelle discipline e nella relazione pedagogica (Lussana, 2012; Stelliferi, 2022). La fase di massima espansione dei corsi per sole donne basati sull'autocoscienza si collocò tra il 1975 e i primi anni Ottanta. Questa forma specifica si trasformò o esaurì entro la metà degli anni Ottanta, mentre le istituzioni generate dall'esperienza continuarono la loro attività. == 4.3 Case e librerie delle donne == La conquista di uno spazio fisico autonomo è, negli anni Settanta, una delle forme più concrete attraverso cui il separatismo femminista si traduce in realtà materiale. A partire dalla seconda metà degli anni Settanta comparvero le prime Case delle donne, destinate a diventare uno dei simboli più duraturi del femminismo italiano. Questi spazi rispondono a molteplici esigenze: sedi di attività politica in cui convivono collettivi diversi, si organizzano assemblee e campagne, si producono e circolano materiali, si elabora teoria, ma anche attività culturali, luoghi in cui vengono offerti servizi concreti per donne in difficoltà, spazi di accoglienza. La loro costituzione avviene secondo modalità differenti — l'occupazione diretta, la negoziazione con le amministrazioni locali, la fondazione cooperativa — e in ciascun caso il processo di conquista dello spazio è esso stesso un atto politico. Il caso apripista per le case delle donne è Roma. Il 2 ottobre 1976 i movimenti femministi romani - il Movimento femminista di via Pompeo Magno, il collettivo di via Pomponazzi e alcune donne del Partito radicale - occupano Palazzo Nardini, un edificio quattrocentesco abbandonato da oltre un decennio in via del Governo Vecchio, dietro piazza Navona (Camilli, 2018). L'occupazione è non violenta e immediatamente simbolica: il palazzo era stato sede della Pretura, luogo istituzionale per eccellenza, ora sottratto e restituito alle donne. I collettivi erano strapieni di donne ma si riunivano in posti scomodi e disseminati dal centro alla periferia: la Casa risponde all'esigenza di un luogo comune e riconoscibile. Nei sette anni di occupazione vi trovano sede decine di realtà diverse - il consultorio self-help dell'MLD, un asilo nido aperto al quartiere, il collettivo contro la violenza alle donne, la redazione di ''Quotidiano Donna'', Radio Lilith, gruppi teatrali, di ricerca, lesbici. È alla Casa del Governo Vecchio che MLD, UDI e gruppi femministi elaborano il testo della legge di iniziativa popolare contro la violenza sessuale, e da lì parte nel novembre 1976 la fiaccolata ''Riprendiamoci la notte''. (Stelliferi, 2013). A Milano il dibattito sullo spazio delle donne si intreccia con una questione teorica esplicita. Quando il collettivo di via Mancinelli discute della propria sede, emerge una distinzione netta tra "luogo delle donne" e "sede": quest'ultima viene considerata espressione di un modo di fare politica ancora maschile, legato all'istituzione più che alla relazione. Il luogo delle donne deve implicare l'affettività, lo stare insieme, la vita quotidiana oltre che la militanza (Calabrò-Grasso). Dopo lo scioglimento di via Mancinelli nel 1978, molte delle donne confluiscono in Col di Lana, che assumerà progressivamente le caratteristiche di casa delle donne in senso pieno. [da integrare con materiale su Col di Lana] A Torino la Casa delle donne nasce nel marzo 1979 con l'occupazione dell'ex manicomio femminile di via Giulio, scelta deliberatamente simbolica, che trasforma un luogo storico di segregazione in spazio di liberazione. Dopo una trattativa con il Comune, le donne ottengono locali nel Palazzo dell'Antico Macello di Po in via Vanchiglia, dove la Casa ha sede ancora oggi. A Mestre il percorso mostra come la conquista dello spazio passi talvolta attraverso la mediazione con le amministrazioni di sinistra. Nel novembre 1977 il Coordinamento femminista occupa villa Franchin nel parco di Carpenedo; lo sgombero arriva il 28 dicembre, ma il Comune, che aveva già istituito il primo referato alla Condizione femminile in Italia, avvia una trattativa che porterà all'apertura di un Centro donna in piazza Ferretto. L'esperienza veneziana mostra anche i rischi della dipendenza istituzionale: nel 1985 il cambio di giunta mette a rischio il carattere autonomo del Centro, aprendolo a gruppi non femministi e scatenando una reazione decisa delle donne che lo avevano costruito . Le librerie delle donne appartengono allo stesso ecosistema di spazi politici, ma con una fisionomia propria. Non nascono per occupazione ma per fondazione cooperativa, e la loro funzione non è solo la circolazione dei testi ma la produzione di sapere e la costruzione di relazioni. La prima e più importante è la Libreria delle donne di Milano, fondata nel 1975 in via Dogana da un collettivo che include Luisa Muraro e Lia Cigarini, quest'ultima già attiva nel DEMAU, uno dei primi gruppi femministi italiani. Si ispira alla Librairie des Femmes di Parigi, ma a differenza di essa sceglie inizialmente di proporre solo opere di donne, per enfatizzare il sapere femminile. Fin dalla sua fondazione è luogo di elaborazione teorica oltre che spazio commerciale: organizza riunioni, discussioni politiche, proiezioni, e possiede un fondo di testi esauriti e introvabili. Negli anni '80, quando il movimento si frammenta, la Libreria diventa, secondo Calabrò, l'unico soggetto milanese ad "assumere il significato simbolico della continuità tra passato e presente", punto di riferimento riconosciuto collettivamente in un panorama altrimenti privo di leadership (Calabrò-Grasso]). È in questo spazio che si consolida il femminismo della differenza italiano, con la pubblicazione di ''Sottosopra'' (dal 1983) e ''Via Dogana'', e con l'elaborazione collettiva che confluirà in ''Non credere di avere dei diritti'' (1987). Questi spazi — case occupate, centri negoziati, librerie cooperative — costituiscono nel loro insieme un'infrastruttura politica e culturale che il movimento costruisce autonomamente, al di fuori delle istituzioni e spesso in tensione con esse. Ciò che li accomuna è l'idea che lo spazio fisico non sia neutro: abitarlo, conquistarlo, dargli forma è già fare politica. == 4.4 Editoria femminista == Negli anni Settanta l'editoria femminista italiana si afferma come dimensione costitutiva dell'azione politica. Produrre testi, riviste, opuscoli e libri non è un'attività separata dalla militanza: la scrittura e la circolazione dei materiali sono il modo in cui il movimento elabora pratiche, costruisce linguaggi comuni e rende visibile ciò che era rimasto confinato nella sfera privata - sessualità, maternità, lavoro domestico, violenza. Questa produzione si caratterizza fin dall'inizio per il rifiuto dei circuiti editoriali tradizionali, percepiti come parte delle stesse strutture di potere che il movimento contesta. Le prime esperienze sono autogestite e sperimentali, fondate sul lavoro volontario: manifesti, ciclostilati, opuscoli prodotti dai collettivi e diffusi attraverso reti informali. La prima casa editrice femminista in senso proprio, Scritti di Rivolta Femminile, nasce a Roma nel 1970, fondata da Carla Accardi e Carla Lonzi, tra le fondatrici del collettivo Rivolta Femminile. La collana dei "Libretti verdi" si distingue per la sobrietà grafica e la radicalità teorica: Lonzi rifiuta consapevolmente recensioni, promozione e mediazioni commerciali, ritenendo che snaturino le istanze femministe. Il suo ''Sputiamo su Hegel'' (1974) diventerà uno dei testi fondativi del femminismo della differenza, con circolazione internazionale. Nel 1972 nascono A Roma Edizioni delle donne, affini all'esperienza francese di Éditions des femmes, con un catalogo che include testi teorici e traduzioni di autrici allora poco note in Italia come Kristeva, Wittig e Duras. Nello stesso anno a Milano il gruppo Anabasi pubblica la prima antologia del femminismo internazionale, ''Donne è bello.'' Nel 1975 nasce a Milano La Tartaruga, fondata da Laura Lepetit, destinata a diventare una delle realtà più durature dell'editoria femminista italiana. Sul versante periodico, la proliferazione è straordinaria e riflette la pluralità interna al movimento. Tra le esperienze di maggiore rilievo e durata: ''Effe'' (1973-1982), primo mensile femminista di attualità e cultura a diffusione nazionale, nato a Roma con la collaborazione di giornaliste, studiose e scrittrici; ''Sottosopra'' (Milano, 1973), rivista di movimento che diventerà uno dei luoghi teorici centrali del femminismo della differenza; ''DWF – Donna Woman Femme'' (Roma, 1975), trimestrale attento alla ricerca storica e alla traduzione di testi internazionali. Accanto a queste, decine di testate di breve durata legate ai collettivi locali documentano orientamenti differenti, dal marxismo femminista al lesbismo, dalla riflessione sulla differenza sessuale alle lotte per il salario al lavoro domestico. L'insieme di queste esperienze - case editrici, riviste - costituisce un'infrastruttura culturale autonoma che il movimento costruisce parallelamente alle strutture istituzionali e spesso in opposizione ad esse. È in questo spazio che si elabora non solo la teoria femminista, ma anche la sua forma: una forma che rifiuta la neutralità del sapere accademico e rivendica la soggettività come punto di partenza epistemologico. == 4.5 Arte e cinema == == Note == <references/> == Bibliografia == * {{Cita libro|autore=Anastasia Barone|titolo=«Facevamo un consultorio, ma era un progetto politico». I consultori a Roma prima e dopo la legge 405/1975|anno=2023|editore=Viella|città=Roma|pp=119-148|ISBN=9791254692349|opera=Anni di rivolta. Nuovi sguardi sui femminismi degli anni Settanta e Ottanta|curatore=Paola Stelliferi, Stefania Voli|cid=Barone}} * {{Cita pubblicazione|autore=Alfero Boschiero, Nadia Olivieri|anno=2022|titolo=Il corpo mi corrisponde|rivista=Venetica|numero=1}} * {{Cita pubblicazione|autore=Vicky Franzinetti|anno=1987|titolo=In senso dell'autogestione|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=181-187|cid=Franzinetti}} * {{Cita libro|autore=Fiamma Lussana|titolo=Le donne e la modernizzazione: il neofemminismo degli anni settanta|anno=1997|editore=Einaudi|città=Torino|pp=471-565|ISBN=88-06-13571-6|opera=Storia dell'Italia repubblicana, vol.III, t.2|cid=Lussana 1997}} * {{Cita libro|autore=Luciana Percovich|titolo=La coscienza nel corpo. Donne, salute e medicina negli anni Settanta|anno=2005|editore=Franco Angeli|città=Milano|cid=Percovich}} * {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1984|titolo=Il movimento delle donne, la salute, la scienza. L'esperienza di Simonetta Tosi|rivista=Memoria|numero=11-12|cid=Tozzi 1984}} * {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1987|titolo=Molecolare, creativa, materiale: la vicenda dei gruppi per la salute|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=153-180|cid=Tozzi 1987A}} * {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1987|titolo=Alla radice del "self-help". Gruppo femminista per la salute della donna (G.F.S.D.)|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=202-205|cid=Tozzi 2}}<br /> == Introduzione == Il femminismo degli anni Settanta costituisce uno dei passaggi più incisivi della storia politica e culturale dell’Italia contemporanea. Tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta, una fitta rete di collettivi e gruppi diffusi sull’intero territorio nazionale mise in discussione i ruoli di genere, le relazioni tra i sessi e le stesse categorie attraverso cui venivano definiti la politica, i linguaggi, le forme del sapere e le soggettività. La novità del neofemminismo non risiede unicamente nelle rivendicazioni avanzate, ma nelle pratiche attraverso cui esse furono elaborate: l’autocoscienza, la politicizzazione dell’esperienza personale, la centralità del corpo e della sessualità come luoghi di produzione di sapere e di conflitto. L’esperienza femminile non venne più subordinata a cornici interpretative esterne - di partito, di classe o di tradizione ideologica - ma assunta come punto di partenza per una rielaborazione teorica autonoma, capace di ridefinire il confine tra privato e pubblico, vita e politica, e di interrogare i nessi tra potere, sapere e corporeità. Il femminismo di questo periodo si presenta come un insieme articolato di esperienze differenziate, radicate in contesti territoriali, culturali e politici diversi, con orientamenti teorici e strategie non omogenei. Tale pluralità - visibile nel diverso rapporto con la sinistra, i movimenti e le istituzioni, nell’alternativa tra separatismo e doppia militanza, nelle letture della subordinazione femminile in termini di classe o di differenza sessuale, nelle modalità di intervento pubblico - costituisce un tratto strutturale del movimento. La storiografia ha posto questo nodo al centro della riflessione, interrogandosi sull’uso dei termini “femminismo” e “femminismi”: se il singolare consente di cogliere la forza storica di un processo collettivo accomunato dalla critica alle gerarchie di genere, il plurale rende conto della molteplicità delle culture politiche e dei linguaggi che lo attraversarono (Guerra 2005). La trasformazione che si produce alla fine del decennio non coincide con una cesura netta. Piuttosto, la crisi della forma-movimento apre una fase di riorganizzazione e ridefinizione: negli anni ottanta molte pratiche e molte elaborazioni proseguono in forme differenti, attraverso luoghi culturali, reti associative e iniziative di produzione che consolidano un femminismo meno centrato sulla mobilitazione di massa, ma capace di incidere in modo duraturo nel tessuto sociale (Guerra 2005). La categoria di “eredità” permette di leggere questo passaggio senza ridurlo a una narrazione di declino. Questo volume adotta una prospettiva che intreccia ricostruzione storica e riflessione storiografica, assumendo come oggetto non soltanto gli eventi e le organizzazioni, ma le pratiche, i linguaggi e i luoghi di produzione del sapere femminista. Dopo una sezione dedicata alle genealogie - il rapporto con il ’68, con la tradizione emancipazionista e con le reti transnazionali - il percorso analizza le pratiche fondative, la pluralità delle esperienze, i rapporti con movimenti, partiti e istituzioni, nonché gli spazi materiali e simbolici attraverso cui il femminismo costruì nuove forme di socialità e di cultura. Una parte conclusiva è dedicata alle trasformazioni degli anni ottanta e alle principali interpretazioni storiografiche del neofemminismo, affrontando le questioni di periodizzazione, di metodo e di memoria che ancora attraversano il dibattito. Il volume assume le pratiche, i luoghi e i linguaggi come chiavi di lettura attraverso cui osservare l’intreccio tra dimensione politica, sociale e culturale del femminismo italiano degli anni Settanta, un'intersezione nella quale maggiormente si coglie la portata trasformativa del movimento. Introduzione Parte II Il femminismo degli anni Settanta si caratterizza per la centralità attribuita alle pratiche - come il separatismo e l’autocoscienza – che non rappresentano semplicemente forme organizzative, ma luoghi di elaborazione politica e di produzione di sapere. La condivisione delle esperienze individuali consente di mettere in discussione l’apparente naturalità dei ruoli di genere e di individuare i meccanismi sociali e culturali che regolano i rapporti tra uomini e donne. In questo senso, le pratiche non si limitano a descrivere la realtà, ma contribuiscono a ridefinirla; la politica non è intesa soltanto come intervento nello spazio pubblico, ma come processo che prende avvio dall’esperienza vissuta e dalle relazioni tra donne. All’interno di questo processo si afferma il principio secondo cui “il personale è politico”, che consente di collegare le esperienze quotidiane alle strutture sociali più ampie. Attraverso questa prospettiva, ambiti tradizionalmente considerati privati – come la sessualità, la maternità e la vita familiare – diventano oggetto di analisi e intervento politico. È in questo quadro che il corpo emerge come un nodo centrale della riflessione femminista. Non si tratta di un ambito già definito, ma di un terreno che prende forma progressivamente attraverso le pratiche del movimento. Le esperienze legate alla sessualità, alla riproduzione e alla salute vengono condivise, confrontate e reinterpretate, dando luogo a una nuova consapevolezza che mette in discussione i modelli culturali dominanti; elaborazione teorica e sperimentazione pratica non costituiscono ambiti separati, ma dimensioni intrecciate di un medesimo percorso di politicizzazione. Le pratiche del movimento non furono adottate in modo uniforme né assunsero significati univoci, ma costituirono un repertorio condiviso, rielaborato in forme differenti nei diversi contesti. Tale pluralità rinvia alla coesistenza di differenti modi di intendere la liberazione delle donne e al rifiuto di modelli organizzativi gerarchici e di una definizione univoca delle priorità. Tuttavia, essa condivise alcuni elementi fondamentali: la messa in discussione della distinzione tra sfera privata e sfera pubblica, la conseguente ridefinizione del politico e delle forme della soggettività femminile. Le sezioni che seguono analizzano, da diverse prospettive, le principali pratiche e i nodi concettuali attraverso cui il femminismo degli anni Settanta ha ridefinito il rapporto tra esperienza, conoscenza e azione politica. PARTE 3 "le radici del femminismo radicale italiano affondino al di fuori del contesto universitario, dei partiti e dei movimenti sociali, e si congiungano con l’azione di donne non più giovanissime alla fine degli anni Sessanta e senza pregresse, strutturate esperienze politiche." (tesi stelliferi) 32 Il primo collettivo neofemminista italiano, Demau (Demistificazione Autoritarismo; Demistificazione [dell] autoritarismo), precede in realtà (1966) la rivolta studentesca e operaia della fine degli anni '60. - Strazzeri, p. 6 == Cronologia principale == === 1965-1982 === {| class="wikitable sortable" ! Anno ! Gruppi che nascono ! Gruppi che si sciolgono ! Eventi ! Convegni / Incontri ! Manifestazioni ! Produzione culturale |- | 1965/66 | Demau | | | | | |- | 1967 | | | | | | |- | 1968 | | | Contestazione studentesca | | | |- | 1969 | Cerchio spezzato (Trento); MLD legato al Partito Radicale | | Autunno caldo | | | |- | 1970 | Rivolta femminile Anabasi Le Nemesiache | |Approvazione della legge sul Divorzio (L. 898/1970) | | | |- | 1971 | Lotta Femminista (PD) | |La Corte Costituzionale depenalizza la diffusione e l'uso degli anticoncezionali. Approvazione della legge a tutela delle lavoratrici madri (L. 1204/1971 - diritto di astenersi dal lavoro 2 mesi prima, 3 dopo il parto) e della L.1044/1971 che introduce il piano quinquennale per l'istituzione di asili nido comunali con il concorso dello Stato | Milano – Convegno presso l’Umanitaria | | Esce ''Quarto mondo'', pubblicata a Roma dal Fronte Italiano di Liberazione Femminile (FILF) |- | 1972 | Cherubini; Lotta Femminista (MI) | | | Bologna – Convegno di varie città; Rouen – Convegno organizzato da Psychoanalyse et Politique; Vandea – Convegno europeo organizzato dal MLF | | Nascono a Roma Edizioni delle donne; Anabasi pubblica l'antologia ''Donne è bello'' ; esce ''Compagna'', rivista di orientamento marxista. Nasce a Roma il Collettivo Femminista Comunista di Via Pomponazzi |- | 1973 | Collettivo San Gottardo; Gruppo Analisi; Gruppo Femminista per una medicina delle donne; Rivolta 3 | Demau | Si forma il CISA; Processo a Gigliola Pierobon (Padova) | Varigotti – incontro tra Cherubini, alcune donne del Veneto e le francesi di Psychanalyse et Politique | | Esce a Roma ''Effe'' , primo mensile femminista di attualità e cultura autogestito a diffusione nazionale; a Bologna ''La voce delle donne comuniste'' e ''Donna proletaria;'' a Milano ''MezzoCielo'' |- | 1974 | Collettivo di via Albenga; Gruppo di Pratica dell’Inconscio; Mondadori; Ticinese | Lotta Femminista | Referendum abrogativo della legge sul divorzio | 1° Convegno Nazionale a Pinarella di Cervia | | Esce ''Sputiamo su Hegel'' di Carla Lonzi; nasce l'editrice romana Dalla parte delle bambine; esce ''Sottosopra'' |- | 1975 | Libreria delle donne di Milano | | Vengono istituiti i consultori familiari (L. 405/1975) Blocco in Senato della proposta di legge sull’aborto | | | Laura Lepetit fonda la casa editrice La Tartaruga; esce ''DWF – Donna Woman Femme'' |- | 1975 | Corsi monografici 150 ore; | Anabasi; Cherubini (trasferimento in Col di Lana); San Gottardo | Elezioni amministrative | Carloforte – Vacanze femministe; Milano – Convegno “Sessualità, maternità, procreazione, aborto”; Milano – Umanitaria “Donne e politica”; San Vincenzo (LI) – Pratica dell’inconscio; 2° Convegno nazionale a Pinarella di Cervia | Roma – Manifestazione nazionale del 6 dicembre | |- | 1976 | Corso 150 ore Affori; Gruppo Donne e Immagine; Gruppo Donne via dell’Orso; Gruppo donne Palazzo di Giustizia; Gruppo n.4 Col di Lana | Gruppo Analisi; Gruppo di Pratica dell’Inconscio; Gruppo Femminista per una medicina delle donne; Rivolta 3 | Elezioni politiche; Formazione della Consulta femminista; Legge nazionale sui consultori | Milano – Convegno “Donne e lavoro”; Paestum – 3° e ultimo convegno nazionale | Milano – Entrata “dimostrativa” nel Duomo (gennaio) | Nasce a Roma la rivista ''Limenetimena;'' esce ''Differenze'', rivista dei Collettivi femministi romani |- | 1977 | Collettivo della Borletti; Gruppo donne via Lanzone; Gruppo Scrittura | | Approvazione legge sulla Parità di Lavoro (L. 903/1977) Movimento del 1977 | Milano – Convegno sulla violenza (Sala Provincia) | | Nasce la Libreria delle donne di Bologna Librellula |- | 1978 | Gruppo Madri del Leoncavallo; Gruppo Scrittura 1; Gruppo Scrittura 2; Gruppo Scrittura 3 | | Approvazione legge sull'aborto (194/1978) Rapimento Moro | | | Esce ''Quotidiano donna,'' settimanale di politica, attualità e cultura ; apre a Cagliari la Libreria gestita dalla coperativa La tarantola |- | 1979 | 150 ore sul Cinema; Redazione di Grattacielo; Redazione milanese di Quotidiano Donne | Collettivo Mondadori; Coordinamento via dell’Orso; Gruppo Donne e Immagine; Mancinelli | “Caso 7 aprile” | Milano – Umanitaria, proposta di legge contro la violenza sessuale | | Apre a Firenze la Libreria delle donne |- | 1980 | Centro Donne Ticinese; Collettivo studentesse liceo Berchet; Collettivo studentesse Università Statale; Cooperativa Gervasia Broxson; Gruppo di psicologia e attività creative; Gruppo Eos; Ristorante Cicip-Ciciap; Ticinese (nuovo) | Col di Lana; Collettivo Borletti | | | Milano – Manifestazione contro abrogazione legge aborto | |- | 1981 | Gruppo Phoenix | Grattacielo; Gruppo donne Palazzo di Giustizia | Referendum abrogativo legge aborto | Firenze – 2° Convegno contro il referendum; Milano – 1° Convegno contro il referendum 194; Roma – Convegno nazionale donne lesbiche; Torino – Convegno internazionale donne lesbiche | | |- | 1982 | | Gruppo n.4; Redazione milanese di Quotidiano Donna | | | | |} agmrfg7aqtjkn58gnj7z34jcn3138tu 499662 499660 2026-07-02T15:14:24Z LorManLor 24993 499662 wikitext text/x-wiki '''3. Pluralità dei femminismi''' 3.1 Formazione (1965–1973) 3.2 Espansione e confronto pubblico (1974–1976) 3.3 Ridefinizioni (1977–1980) '''4. Spazi, infrastrutture, saperi''' 4.1 Consultori autogestiti e self-help 4.2 Le 150 ore delle donne 4.3 Case delle donne 4.4 Editoria femminista 4.5 Arte e cinema '''5. Trasformazioni tra anni Settanta e Ottanta''' 5.1 Nuove configurazioni 5.2 Femminismo e politiche delle donne '''6. Interpretazioni storiografiche''' 6.1 Questioni di metodo. Memoria e storia 6.2 Periodizzazioni 6.3 Questione territoriale 6.4 "Doppia militanza" e rapporti con la sinistra extraparlamentare 6.5 Dimensione transnazionale 6.6 Questioni aperte, prospettive di ricerca '''Appendici''' Cronologia essenziale Glossario Documenti fondamentali (estratti) Bibliografia Sitografia e archivi digitali == Cap. 3 - Pluralità dei femminismi, oppure Il femminismo italiano: soggetti, pratiche, conflitti == Il cap. 3 dovrebbe parlare di come il femminismo si rapporta al suo interno e ''in relazione ad altri soggetti politici'' ''(sin ex)'' Il cap. 5 (riforme, processi per stupro) di come il femminismo interagisce con le ''istituzioni'' — leggi, parlamento, tribunali. Ma il femminismo italiano si definisce ''sempre'' in relazione a qualcosa di esterno — la sinistra, le istituzioni, il diritto, i movimenti. Non esiste un "interno puro" del movimento separabile da questi rapporti. Quindi qualsiasi architettura che provi a separare "i gruppi" da "i rapporti esterni" produrrà sempre sovrapposizioni. Soluzione: logica diacronica Il femminismo italiano degli anni Settanta si presenta alla ricerca storica come un oggetto per sua natura plurale. La storiografia più recente ha riconosciuto nella molteplicità di gruppi, pratiche e orientamenti teorici una caratteristica costitutiva del movimento. (Guerra, 2005; Bellè, 2021; Stelliferi e Voli, 2023). Parlare di "femminismi" al plurale significa riconoscere che il campo femminista italiano non ha mai avuto un centro, una linea ufficiale, né portavoce riconosciute. Questa pluralità si riflette nella struttura organizzativa del movimento: reticolare, priva di gerarchie formalizzate, composta da soggetti collettivi con gradi molto diversi di strutturazione e continuità nel tempo. Accanto a gruppi ben identificabili, esistono aggregazioni nate intorno a singoli temi o momenti di mobilitazione. È una forma che garantisce radicamento diffuso, ma che non produce — né per tutte necessariamente deve produrre — posizioni comuni: per una parte del movimento il rifiuto della risposta collettiva, delle manifestazioni di massa e di qualsiasi forma di contrattazione con le istituzioni è esso stesso una scelta teorica e politica. Il contesto politico e sociale rappresenta una variabile che ne plasma le trasformazioni. Il referendum sul divorzio del 1974, le elezioni del 1976, la stagione legislativa su aborto e consultori, gli anni di piombo ridefiniscono i termini del confronto interno al movimento, spostano le linee di frattura, accelerano o frenano la capacità di mobilitazione collettiva. Quando le istituzioni cominciano ad assorbire alcune istanze femministe traducendole in leggi, la struttura reticolare mostra i suoi limiti: la rete fatica a reggere la pressione dell'istituzionalizzazione, e la pluralità che aveva garantito vitalità diventa difficile da tenere insieme. È in questo intreccio tra dinamiche interne ed esterne che si leggono i conflitti del femminismo italiano: le divisioni sull'aborto, sul rapporto con le istituzioni, sulle manifestazioni di piazza non sono fratture accidentali, ma rispecchiano differenze teoriche e politiche profonde sul senso stesso dell'agire femminista. > le vicende entrano come esempi trasversali a queste linee, non come scansione cronologica. Quattro linee di differenza "interne": i # Autocoscienza/pratica dell'inconscio (elaborazione interna) vs. pratica/intervento nel sociale # Autonomia radicale vs. interlocuzione istituzionale (Milano vs. Roma — come asse che incrocia le prime due - Lussana) # doppia militanza e rapporto con la sinistra # Femministe storiche vs. nuove, conflitto generazionale e allargamento del movimento Problema: quale contesto politico è davvero rilevante per capire l'evoluzione del femminismo? Non tutto il contesto politico italiano, ma solo quello che incide direttamente sul movimento: le leggi che lo riguardano, i movimenti con cui interagisce, il clima che restringe o allarga gli spazi di azione. === 3.1 Le origini (1965-1973) === Il femminismo italiano come movimento collettivo non nasce dal nulla nel 1970. Le sue premesse vanno cercate nella seconda metà degli anni Sessanta, in un ambiente intellettuale milanese in cui alcune donne cominciano a elaborare una critica sistematica della cultura patriarcale che va oltre le posizioni emancipazioniste dell'UDI e della sinistra storica. Il Gruppo DEMAU (Demistificazione Autoritarismo), fondato a Milano nel 1965-66, è l'espressione più compiuta di questa fase: piccolo, isolato, teoricamente avanzato, individua nella sessualità il luogo originario della discriminazione e della complicità femminile. Rimane però un'esperienza minoritaria, e paradossalmente si riduce ulteriormente durante il '68, quando molte delle sue componenti abbandonano il gruppo per la militanza nella nuova sinistra, convinte che la trasformazione generale della società avrebbe incluso anche la ridefinizione dei ruoli di genere. È proprio quella militanza a preparare il terreno per l'esplosione del femminismo. Le donne nei gruppi extraparlamentari sperimentano marginalizzazione, ruoli subalterni, impossibilità di discutere temi come sessualità e maternità. La figura ironica degli "angeli del ciclostile" sintetizza una condizione diffusa: partecipazione politica intensa, ma confinata in ruoli di servizio. Quando intorno al 1970 arrivano dall'America i documenti del neofemminismo e la descrizione della pratica dell'autocoscienza, trovano un terreno già preparato dalla frustrazione (Calabrò e Grasso, 1985). In questo contesto nascono, quasi contemporaneamente, i primi gruppi del neofemminismo italiano. A Roma e Milano, nell'estate del 1970, viene affisso il Manifesto di Rivolta Femminile, il testo fondativo del gruppo animato da Carla Lonzi: una rottura radicale con qualsiasi forma di politica tradizionale, compresa quella emancipazionista, che propone di ripensare la società e la politica partendo dalle donne come soggetto autonomo. Nello stesso anno nasce il Movimento di Liberazione della Donna (MLD), federato al Partito Radicale, con obiettivi più immediatamente politici: informazione contraccettiva, legalizzazione dell'aborto, costruzione di strutture sanitarie accessibili. Le due esperienze incarnano fin dall'inizio orientamenti profondamente diversi: Rivolta Femminile rifiuta qualsiasi interlocuzione con le istituzioni e con la politica maschile; l'MLD sceglie invece il terreno della contrattazione e della mobilitazione pubblica. Tra il 1970 e il 1973 nascono in tutta Italia decine di gruppi e collettivi, con caratteristiche molto diverse. A Milano il Collettivo di Via Cherubini diventa il principale contenitore del femminismo cittadino, praticando l'autocoscienza come forma primaria di elaborazione politica. A Padova nasce Lotta Femminista, il gruppo animato da Mariarosa Dalla Costa che elabora la teoria del salario al lavoro domestico e si estende rapidamente a Milano, Bologna e altre città. A Roma si moltiplicano i collettivi di quartiere, con una vocazione più orientata all'intervento nel sociale. Il movimento ha una struttura reticolare, senza centro: i gruppi sono autonomi, i confini permeabili, le appartenenze mobili. Il primo grande banco di prova è il dibattito sull'aborto, che esplode con particolare intensità dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 1971 sulla contraccezione e si fa drammaticamente concreto con il processo a Gigliola Pierobon, del collettivo Lotta Femminista, nel giugno del 1973: imputata per un aborto commesso da minorenne, il caso diventa occasione di autodenunce pubbliche e di una prima grande mobilitazione femminista. Ma rivela anche le prime fratture: per l'MLD la legalizzazione dell'aborto è un obiettivo politico prioritario; per Rivolta Femminile e i gruppi di autocoscienza, nessuna legge può toccare la radice del problema, che sta nella sessualità femminile colonizzata dall'uomo. L'incontro con il femminismo francese, a partire dal 1973, introduce un'ulteriore linea di differenziazione. I convegni in Francia - prima a La Tranche-sur-Mer, poi a Vieux-Villez - espongono le italiane a un femminismo che fa della pratica psicoanalitica e del lesbismo strumenti privilegiati di analisi e di relazione tra donne. Il confronto è stimolante ma anche destabilizzante: le italiane riconoscono l'insufficienza dell'autocoscienza come unico strumento, ma non accettano in blocco il modello francese. Di ritorno dai convegni, il Collettivo di Via Cherubini avvia una riflessione che porterà alla pratica dell'inconscio, un percorso originale che approfondisce il lavoro sull'interiorità usando strumenti psicoanalitici, distanziandosi però dal separatismo radicale e dal lesbismo come scelta necessaria proposti dal gruppo parigino Psych et Po (Lussana, 2012). === 3.2 L'espansione (1974-1976) === Il biennio 1974-1975 segna una svolta nella storia del femminismo italiano: il movimento cresce rapidamente, acquista visibilità pubblica e si trasforma in un fenomeno di massa. A fare da catalizzatore è il dibattito sull'aborto, che in questi anni passa dall'essere un tema tabù a diventare il terreno principale di confronto e di scontro, dentro e fuori il movimento. La questione non è nuova: già nel 1973 il processo a Gigliola Pierobon aveva reso drammaticamente visibile la piaga degli aborti clandestini, e l'MLD aveva avviato la raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare. Ma è a partire dal 1974 che il dibattito si intensifica e costringe tutti i gruppi a prendere posizione. Le posizioni sono profondamente diverse. Per una parte del movimento, l'MLD, i gruppi del CRAC che a Roma riunisce il Movimento Femminista Romano di Via Pompeo Magno, collettivi di quartiere, il Nucleo Femminista Medicina e le donne di Lotta Continua e Avanguardia Operaia, l'obiettivo è l'aborto libero, gratuito e assistito, da ottenere attraverso la mobilitazione collettiva e il confronto con le istituzioni. Per i gruppi di autocoscienza e per Rivolta Femminile, come era accaduto per il divorzio, nessuna legge può toccare la radice del problema: l'aborto è una tragedia prodotta da una sessualità femminile colonizzata dall'uomo, e regolamentarlo giuridicamente rischia di perpetuare quella colonizzazione sotto forma di legalità. Al convegno su Sessualità, procreazione, maternità, aborto tenuto al Circolo De Amicis di Milano nel febbraio 1975, il movimento femminista discute apertamente questa complessità: l'aborto non va affrontato per sé stesso, ma collegato all'intera condizione femminile, evitando che venga «ridotto a un pezzo di riforma isolato dalla sessualità dominante» (Sottosopra rosso, 1975). In questo clima di mobilitazione crescente, il 6 dicembre 1975 si svolge a Roma la prima grande manifestazione nazionale di sole donne. Ventimila donne scendono in piazza per chiedere l'aborto libero, gratuito e assistito. È un momento di forza, ma anche l'occasione per uno scontro che rivela fratture profonde. I militanti del servizio d'ordine di Lotta Continua tentano di entrare nel corteo con la forza, rifiutando di restare ai margini come richiesto dalle femministe. Gli incidenti che seguono mettono a nudo l'incomunicabilità tra il movimento femminista e i modi della politica maschile, ma segnalano anche una divisione interna: per una parte del movimento scendere in piazza è un atto politico necessario; per un'altra, le milanesi di Via Cherubini in testa, il femminismo delle piazze schiaccia le differenze femminili dietro uno slogan e non scalfisce l'oppressione originaria (Lussana, 2012). La crescita del movimento in questi anni non è solo quantitativa. Nascono nuovi gruppi, si moltiplicano i collettivi di quartiere e nei luoghi di lavoro, si aprono i primi consultori autogestiti. A Roma il Comitato per l'Aborto e la Contraccezione (CRAC) riunisce collettivi femministi, gruppi della nuova sinistra e donne dell'MLD in un organismo comune, che però mostra subito le tensioni tra linguaggi politici incompatibili. A Milano il Collettivo di Via Cherubini approfondisce la pratica dell'inconscio e si avvia verso la fondazione della Libreria delle donne, scegliendo la costruzione di luoghi e strumenti autonomi come forma di intervento politico alternativa alle manifestazioni di massa. È anche il momento dei primi grandi convegni nazionali. Il primo convegno di Pinarella di Cervia, nell'autunno del 1974, riunisce settecento donne provenienti da tutta Italia: è la prima volta che il movimento si guarda allo specchio nella sua interezza. Emergono subito le tensioni tra chi pratica l'autocoscienza e chi ha scelto la pratica analitica, tra chi vuole agire nel sociale e chi privilegia il lavoro interno. Il secondo convegno di Pinarella, nell'autunno del 1975, approfondisce queste fratture senza risolverle: il movimento si spacca tra chi vuole analizzare la negazione della sessualità e del corpo e chi scende in piazza per i diritti. Esistenza o cittadinanza, pratica dell'inconscio o pratica del fare: le due strade sembrano ormai divise (Lussana, 2012). Il 1976 rappresenta per il femminismo italiano il momento di massima espansione e insieme l'inizio di una parabola discendente. Sul piano politico generale, le elezioni del 20 giugno segnano la fine del ciclo dei movimenti degli anni Sessanta: i gruppi della sinistra extraparlamentare, indeboliti dal voto, cedono al PCI il ruolo di rappresentante dei conflitti di classe. L'avanzata delle sinistre storiche avvia un processo di istituzionalizzazione dei conflitti sociali, che si traduce progressivamente in interventi legislativi — la legge sui consultori (1975), la legge sull'aborto (1978), l'istituzione della Consulta femminile (1976). Calabrò e Grasso (1985) individuano in questo processo la chiave interpretativa della crisi del movimento femminista: quando il conflitto si sposta da obiettivi non negoziabili — la definizione dell'identità sessuale femminile — a obiettivi negoziabili — l'acquisizione di diritti regolamentati per legge — il movimento cambia avversario, ne accetta le regole del gioco e perde progressivamente la capacità di mobilitazione. Gran parte del femminismo non si riconosce nella nuova posta in gioco e non si mobilita. All'interno del movimento, il 1976 è anche l'anno in cui le carte si rimescolano: nascono molti nuovi gruppi, fluidi e di breve durata, che mescolano elementi delle diverse tendenze senza approfondirne nessuna, mentre l'autocoscienza nei gruppi storici è ormai in esaurimento. L'ingresso di donne giovani produce tensioni generazionali tra nuove e femministe storiche che indeboliscono la trasmissione del patrimonio teorico. Il convegno di Paestum nel dicembre 1976 — l'ultimo a carattere nazionale — registra queste fratture senza comporle. Parallelamente emergono i primi segnali di una trasformazione: i corsi delle 150 ore, che mettono in contatto femministe e donne di condizione diversa, anticipano le forme che il femminismo assumerà nel decennio successivo. === 3.4 Verso il femminismo diffuso (1977-1981) === Il triennio 1977-1980 segna una trasformazione profonda del femminismo italiano, che avviene sotto la pressione combinata di fattori esterni e di tensioni interne al movimento. Sul piano del contesto politico, gli anni di piombo restringono gli spazi del dissenso e pongono tutti i movimenti di fronte a scelte difficili. Il femminismo non si sottrae a questo confronto, ma lo affronta con strumenti propri, distanziandosi sia dalla logica della lotta armata sia da quella della risposta istituzionale. La morte di Giorgiana Masi, uccisa durante una manifestazione a Roma nel maggio 1977, colpisce in modo particolare alcune componenti del movimento. Il rapporto con il movimento del '77, che riprende alcune parole d'ordine femministe, come la centralità del personale e il rifiuto della delega, è oggetto di valutazioni divergenti: alcune femministe riconoscono affinità, altre sottolineano la distanza strutturale tra i due movimenti, individuando nel '77 un uso svuotato delle categorie femministe. Il nodo della doppia militanza, che aveva attraversato l'intero decennio, si fa più acuto in questa fase. Il rapporto tra femminismo e sinistra extraparlamentare, già segnato da tensioni profonde, di cui il congresso di Rimini di Lotta Continua nel 1976 rappresenta un momento emblematico, non si risolve in un abbandono generalizzato. Le donne delle nuove generazioni, entrate nel movimento nella seconda metà del decennio, vivono spesso una doppia appartenenza che le femministe storiche tendono a giudicare negativamente, leggendovi una persistenza della cultura emancipazionista della sinistra. Lo scontro tra queste due componenti contribuisce, in diversi collettivi, alla crisi e allo scioglimento. Sul terreno legislativo, la legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza, approvata nel maggio 1978, produce reazioni divergenti. Le femministe che si erano opposte a qualsiasi regolamentazione giuridica ribadiscono l'impossibilità di tradurre in legge la complessità dell'esperienza femminile. Quelle che avevano sostenuto la battaglia per la legalizzazione esprimono insoddisfazione per i limiti del testo, in particolare per la clausola sull'obiezione di coscienza. La legge non chiude il dibattito: i collettivi continuano a mobilitarsi per la sua piena applicazione, a presidiare gli ospedali, a sostenere le donne nei percorsi di interruzione di gravidanza. Il dibattito sulla legge di parità tra i sessi nel mondo del lavoro (1977) e sulla proposta di legge contro la violenza sessuale riproduce le stesse linee di divisione: una parte del movimento lavora per ottenere tutele concrete, spostare la violenza sessuale dai reati contro la morale pubblica ai reati contro la persona, vietare le discriminazioni nel lavoro, mentre un'altra ritiene che qualsiasi regolamentazione giuridica ignori la differenza sessuale o non possa rappresentare adeguatamente la sofferenza delle donne. La legge sulla violenza sessuale verrà approvata solo nel 1996. In questo stesso periodo, alcune componenti del movimento intensificano il proprio impegno nel sociale: nei consultori, nei sindacati, nelle aule dei tribunali, nei centri antiviolenza. Questo spostamento verso l'esterno produce una trasformazione interna: i tempi dell'elaborazione teorica e quelli dell'azione nel sociale si sfalsano, e per alcune femministe il movimento tende a diventare una politica di servizio, perdendo la sua forza propulsiva originaria. Il referendum del 1981 - doppio: uno promosso dal Movimento per la vita per abrogare la 194, l'altro dal Partito Radicale per liberalizzarla ulteriormente - rappresenta l'ultima grande occasione di mobilitazione collettiva. La vittoria del no su entrambi i fronti mostra ancora una capacità di azione, ma anche la persistente frammentazione interna: di fronte al referendum radicale, molte femministe scelgono il doppio no, rifiutando sia l'abrogazione sia la liberalizzazione proposta dai radicali. La storiografia più recente ha messo in discussione l'interpretazione che vede nella fine degli anni Settanta la fine tout court del femminismo. Alcune esperienze mostrano una continuità e una capacità di reinvenzione che non si esaurisce con il lungo Sessantotto. Quello che si conclude è il femminismo come movimento di massa con una struttura reticolare diffusa; quello che rimane è un patrimonio culturale e politico che continua a circolare in forme diverse: centri di documentazione, riviste teoriche, cooperative, iniziative culturali. Non più movimento organizzato, ma insieme di pratiche e riferimenti condivisi che attraversano ambiti diversi della vita sociale e professionale. '''Relazioni, conflitti e fratture tra le anime del femminismo''' La pluralità del femminismo italiano non è solo varietà di gruppi e pratiche: è attraversata da tensioni che, con particolare evidenza dalla metà degli anni Settanta, si manifestano come conflitti espliciti. Queste tensioni riflettono differenze teoriche e politiche costitutive, che percorrono il movimento fin dalle origini e si ridefiniscono nel tempo. Una prima linea di differenza riguarda il rapporto tra elaborazione interna e intervento esterno. Per una parte del movimento la trasformazione politica passa attraverso un lavoro su di sé - l'autocoscienza, poi la pratica dell'inconscio - che non può essere subordinato a obiettivi di mobilitazione collettiva. Per un'altra parte, questo lavoro deve tradursi in azione nel sociale, in confronto con le istituzioni, in capacità di aggregare. Da questa tensione deriva una seconda frattura, più radicale: quella tra chi considera l'interlocuzione con le istituzioni un terreno legittimo di lotta e chi vi vede una forma di incorporazione che svuota le istanze femministe del loro contenuto. Si tratta, come sottolinea Calabrò (1985), di una posizione minoritaria ma teoricamente coerente, che rifiuta non tatticamente, ma per principio, qualsiasi mediazione: con le leggi, con i partiti, con le manifestazioni di massa. Il dibattito sull'aborto e, più tardi, quello sulla legislazione sul lavoro e sulla violenza sessuale sono i momenti in cui questa frattura diventa più visibile: mentre una parte del movimento partecipa alla contrattazione parlamentare, un'altra denuncia come qualsiasi regolamentazione giuridica lasci intatta la radice del problema. Alcune letture storiografiche hanno applicato questa polarità all'asse geografico Roma-Milano, individuando nelle due città due diverse concezioni di come la differenza femminile possa agire nel mondo (Lussana, 2012). Una terza linea di differenza riguarda il rapporto con la sinistra e la doppia militanza: la questione di come conciliare l'appartenenza al movimento femminista con la militanza nelle organizzazioni della sinistra extraparlamentare produce tensioni che attraversano il decennio e che verranno approfondite nella Parte V. A queste fratture teoriche se ne aggiunge una di natura diversa, che emerge intorno al 1976: il conflitto generazionale tra le femministe storiche e le donne che accedono al movimento in questa fase. Calabrò e Grasso (1985) descrivono questo processo come un rimescolamento delle carte: nascono molti nuovi gruppi, fluidi e di breve durata, che mescolano elementi delle diverse tendenze senza approfondirne nessuna. È in questo momento che il movimento femminista si allarga fino a diventare, almeno in parte, un più vasto movimento delle donne, che condivide alcune parole d'ordine femministe senza farne propria la radicalità teorica, un allargamento che è insieme un segno di forza e l'inizio di una crisi di identità che il movimento non riuscirà a risolvere. Il cap. 4 dovrebbe connettere gli spazi alle scelte politiche senza dirlo esplicitamente. In pratica dovrebbe fare due cose: spiegare perché il femminismo italiano produce questi spazi specifici (consultori, case delle donne, librerie, editoria) in questo momento storico, e suggerire che la forma che prendono — autogestita, separatista, autonoma dalle istituzioni — non è neutra ma riflette orientamenti politici precisi. == Cap. 4 - Spazi, infrastrutture, saperi == Nel corso degli anni Settanta il femminismo italiano non si limita a elaborare teorie e pratiche politiche. Accanto ai collettivi di autocoscienza e alle manifestazioni di piazza, il movimento produce infrastrutture materiali e simboliche - spazi fisici, istituzioni culturali, strumenti di comunicazione - che contribuiscono a estendere l'elaborazione femminista oltre i confini dei collettivi militanti, favorendo la costruzione di reti sociali e culturali autonome e dando corpo all'idea che il cambiamento non possa attendere le trasformazioni delle strutture esistenti, ma debba cominciare dal presente, dall'invenzione di forme di vita alternative. Questo capitolo ricostruisce alcune delle realizzazioni più significative di questo processo: i consultori autogestiti, in cui la salute del corpo femminile diventa terreno di sapere collettivo e di conflitto con la medicina istituzionale; i corsi monografici delle 150 ore, in cui il femminismo incontra il mondo del lavoro e si diffonde capillarmente nella società; gli spazi fisici, case delle donne e librerie, in cui il separatismo si fa luogo abitabile; e infine l'editoria femminista, che produce i linguaggi e i testi attraverso cui il movimento pensa se stesso e comunica con il mondo esterno.<ref>{{Cita|Lussana|p. 19}}</ref> ==4.1 Consultori autogestiti e self-help== ===4.1.1 Nascita e diffusione=== I consultori autogestiti rappresentarono uno dei principali luoghi attraverso cui le elaborazioni teoriche del neofemminismo si tradussero in pratiche collettive e in forme di intervento sociale. Essi sorsero in modo spontaneo e frammentato, senza rispondere a un piano comune preordinato, per iniziativa di singoli collettivi operanti in autonomia. Nati dall'incontro tra la rivendicazione dell'autodeterminazione sul corpo e la necessità di rispondere a bisogni materiali immediati, costituirono spazi nei quali la riflessione politica, la pratica sanitaria e la produzione di saperi alternativi si intrecciarono strettamente. Il contesto in cui tali esperienze si svilupparono fu caratterizzato dall'emergere di un nuovo dibattito pubblico sui temi della [[w:Contraccezione|contraccezione]] e dell'[[w:Aborto|aborto]], favorito anche da alcuni rilevanti interventi legislativi e giurisprudenziali. Nel 1971 la [[w:Corte_costituzionale_(Italia)|Corte costituzionale]] dichiarò l'illegittimità dell'articolo 553 del [[w:Codice_penale_(Italia)|codice penale]] nella parte relativa al divieto di propaganda anticoncezionale, rimuovendo un ostacolo giuridico alla diffusione di informazioni sulla [[w:Contraccezione|contraccezione]].<ref>{{Cita|Barone|p. 124}}</ref><ref>{{Cita pubblicazione|autore=Maud Anne Bracke|anno=2022|titolo=Family planning, the pill, and reproductive agency in Italy, 1945–1971: From ‘conscious procreation’ to ‘a new fundamental right’?|rivista=European Review of History: Revue européenne d'histoire|volume=29|numero=1|lingua=en}}</ref> Nello stesso anno il Movimento di Liberazione della Donna, di orientamento libertario e federato al [[w:Partito_Radicale_(Italia)|Partito Radicale]], annunciò la presentazione di una proposta di legge di iniziativa popolare per la depenalizzazione dell'aborto, contribuendo a collocare la questione al centro del dibattito politico del decennio.<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Anastasia|cognome=Barone|titolo=«Facevamo un consultorio, ma era un progetto politico»|p=125}}</ref> Nel giugno 1973 il processo celebratosi a Padova contro [[w:Gigliola_Pierobon|Gigliola Pierobon]] rappresentò il primo grande evento giudiziario e mediatico in Italia che contribuì a rompere il silenzio sull'aborto clandestino, trasformando un reato penale privato in un caso politico di rilevanza nazionale, grazie a una mobilitazione di massa da parte del movimento femminista.<ref>{{Cita libro|autore=Anna Rita Calabrò, Laura Grasso|titolo=Dal movimento femminista al femminismo diffuso. Storie e percorsi a Milano dagli anni '60 agli anni '80|anno=1985|editore=Franco Angeli|città=Milano|ISBN=978-88-204-4530-0}}</ref> È in questo quadro che, tra la fine del 1973 e l'inizio del 1974, si costituirono a Roma le prime esperienze di autogestione nell'ambito della salute femminile: il consultorio di San Lorenzo, sorto da un gruppo dedicato ad aborto e contraccezione interno al Movimento femminista romano di via Pompeo Magno animato da Simonetta Tosi, e il Gruppo Femminista per la Salute della Donna, orientato invece prevalentemente alla pratica del self-help e alla ricerca.<ref>{{Cita|Barone|pp. 126-129}}</ref><ref>{{Cita|Tozzi 1984}}</ref><ref>{{Cita web|url=https://roma.repubblica.it/cronaca/2025/06/18/news/san_lorenzo_consultorio_via_dei_frentani_simonetta_tosi-424678188/|titolo=San Lorenzo, il consultorio di via dei Frentani dedicato a Simonetta Tosi|accesso=30 giugno 2026|data=18 giugno 2025}}</ref> Nel corso del 1974 e del 1975 esperienze analoghe sorsero in numerose città, tra cui Torino, Padova, Milano e Trento, e in seguito anche a Bergamo e Pinerolo.<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|anno=1987|titolo=Corpo a corpo|rivista=Memoria|numero=19-20|p=195}}</ref> La rapida diffusione dei consultori autogestiti fu favorita sia dalla carenza di servizi dedicati alla salute e alla sessualità femminile, sia dalla volontà di sperimentare pratiche alternative rispetto ai modelli medici e assistenziali tradizionali, in una fase in cui l'aborto era ancora illegale, e vietata, fino al 1976, la vendita di contraccettivi nelle farmacie, nonostante l'avvenuta abrogazione da parte della Corte Costituzionale dell'art. 553.<ref>{{Cita web|url=https://www.aied.it/la-storia/|titolo=La nostra storia|accesso=30 giugno 1976}}</ref> I consultori si trovarono così a negoziare costantemente la propria natura: pur rifiutando l'idea di ridursi ad ambulatori alternativi, oscillarono spesso tra l'erogazione di un "servizio" volto a colmare le carenze dell'assistenza sanitaria e la ricerca di relazioni politiche radicalmente nuove.<ref>{{Cita|Barone|pp. 120-121}}</ref><ref>{{Cita|Tosi 1987A|p. 156}}</ref> ===4.1.2 Internazionalizzazione, self-help e aborto autogestito=== I consultori autogestiti e i gruppi per la salute della donna sorsero in un contesto di intensi scambi internazionali, in particolare con i movimenti femministi francesi e statunitensi, da cui derivò gran parte delle pratiche concrete adottate in Italia. Già nel 1971 il neonato Movimento di Liberazione della Donna aveva organizzato una conferenza dedicata alle cliniche autogestite dalle donne negli Stati Uniti.<ref>{{Cita|Barone|p. 123}}</ref> Un momento particolarmente significativo avvenne nel 1973, quando Carol Downer e Debra Law, esponenti del Los Angeles Women's Health Center, in un incontro pubblico a Roma presso il [[w:Teatro_Eliseo|Teatro Eliseo]], mostrarono alla platea la tecnica dell'autovisita: l'utilizzo combinato di uno ''speculum'' di plastica, uno specchio e una pila permetteva di osservare autonomamente le pareti vaginali e il collo dell'utero, suscitando forte impressione e venendo percepita da molte partecipanti come un'esperienza di riappropriazione del proprio corpo.<ref name=":0">{{Cita|Tozzi 1987A|p. 158}}</ref> La diffusione di questa cultura fu accelerata nel 1974 dalla pubblicazione della traduzione italiana del testo collettivo statunitense ''Noi e il nostro corpo'' (''Our Bodies, Ourselves''), che divenne uno dei principali strumenti di diffusione delle conoscenze sulla salute femminile all'interno del movimento.<ref name=":0" /><ref>Stefania Voli, Storia di una traduzione, in Zapruder. Rivista di storia della conflittualità sociale, n. 13, Odradek Edizioni, maggio-agosto 2007.</ref> L'autovisita, la discussione sul ciclo mestruale, sulla contraccezione, sulla sessualità e sul piacere femminile permisero di scardinare la tradizionale gerarchia tra l'esperto e l'utente. Secondo la critica femminista, le donne non dovevano essere considerate pazienti passive, ma partecipanti attive di un processo di apprendimento e di produzione condivisa del sapere. La cooperazione transnazionale si rivelò decisiva anche sul piano operativo dell'aborto autogestito, introdotto per rispondere alla piaga degli aborti clandestini. Grazie ai rapporti con le attiviste francesi del MLAC (''Mouvement pour la liberté de l'avortement et de la contraception''), i collettivi italiani appresero e diffusero il metodo Karman.<ref>{{Cita|Tozzi 1987A|p. 161}}</ref> Questa tecnica di aspirazione risultava molto meno invasiva del tradizionale raschiamento e, richiedendo una strumentazione semplice, era praticabile anche da personale non medico, rappresentando una fondamentale innovazione politica e pratica per i gruppi che gestivano le interruzioni di gravidanza.<ref>{{Cita|Barone|p. 124}}</ref> ===4.1.3 Critica del sapere medico e delle istituzioni=== Nei consultori autogestiti la salute femminile veniva reinterpretata come questione politica e non esclusivamente medica. Le pratiche di ''self-help'' si fondavano sull'idea di una riappropriazione dal basso della gestione della salute e dei saperi sul corpo, tradizionalmente monopolizzati e privatizzati dalla medicina specialistica patriarcale. L'esperienza dei consultori si accompagnò a una critica radicale dell'autorità medica e della pretesa neutralità dei saperi scientifici. In particolare, la ginecologia e la psichiatria vennero interpretate come ambiti nei quali si erano storicamente esercitate forme di controllo sociale e sessuo-politico sui corpi femminili.<ref name=":0" /> Tale critica si inserisce in un più ampio clima di contestazione delle istituzioni sanitarie e assistenziali che caratterizzò l'Italia degli anni Settanta: in quegli stessi anni si svilupparono le lotte per la salute nei luoghi di lavoro legate all'esperienza di Medicina Democratica e di [[w:Giulio Maccacaro|Giulio Maccacaro]], e il movimento di deistituzionalizzazione psichiatrica, ispirato all'opera di [[w:Franco Basaglia|Franco Basaglia]], rimise in discussione l'autorità medica come dispositivo di controllo sociale.<ref>{{Cita|Barone|p. 123}}</ref> Le esperienze femministe condivisero con questi movimenti la rivendicazione di una riappropriazione dal basso della gestione della salute e la ridefinizione del concetto stesso di salute in chiave sociale, e non meramente clinica. La medicalizzazione della gravidanza, del parto e della sessualità femminile veniva così riletta come una forma di espropriazione del sapere e dell'autonomia delle donne. ===4.1.4 Istituzionalizzazione, conflitti e trasformazioni=== I consultori autogestiti furono spesso luoghi di incontro tra donne provenienti da esperienze politiche differenti: collettivi femministi, gruppi della sinistra extraparlamentare, ambienti radicali e associazioni impegnate sui temi della contraccezione e della salute sessuale. Questa pluralità di provenienze favorì la costruzione di reti di collaborazione, ma produsse anche tensioni riguardo al rapporto con le istituzioni.<ref>{{Cita|Barone|p. 121}}</ref><ref>{{Cita|Lussana 1997|pp. 562-563}}</ref><ref>{{Cita|Tozzi 1987A|pp. 155-156}}</ref> Rispetto alle pratiche sviluppate nei piccoli gruppi di autocoscienza, i consultori implicavano un rapporto più diretto con il territorio, con donne esterne al movimento e, progressivamente, con le istituzioni, rendendo particolarmente visibile il problema del rapporto tra autonomia femminista e intervento sociale.<ref>{{Cita|Percovich|p. 15}}</ref> L'approvazione della legge n. 405 del 1975, che istituì i consultori familiari pubblici, pose concretamente il problema dell'istituzionalizzazione delle pratiche femministe.<ref>{{Cita|Barone|pp. 121-122}}</ref> Se alcune militanti scelsero di operare all'interno delle nuove strutture pubbliche per influenzarne l'organizzazione, altre considerarono l'autonomia dei consultori autogestiti una condizione irrinunciabile della pratica politica femminista.<ref>{{Cita|Lussana 1997|pp. 563-564}}</ref> Il dibattito sui consultori pubblici investì il movimento di una tensione interna mai del tutto risolta, riassumibile nella contrapposizione tra «lavorare con le donne» e «lavorare per le donne»<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|titolo=Corpo a corpo|p=195}}</ref>: da un lato i gruppi che, come a Torino e a Padova, scelsero di assumere una funzione di servizio sociale e richiesero il riconoscimento e il finanziamento pubblico; dall'altro le esperienze, come il Gruppo Femminista per la Salute della Donna di Roma o il Centro per una Medicina delle Donne di Milano, che si ritrassero da tale prospettiva, temendo che farsi carico della gestione di un servizio comportasse la rinuncia alla ricerca e all'autonomia politica originarie. La proposta del CRAC (Coordinamento romano aborto e contraccezione) di richiedere il finanziamento pubblico ai consultori autogestiti, motivata dal principio secondo cui «autogestione non significa autofinanziamento», fu duramente contestata da un gruppo di femministe milanesi, che vi scorsero il rischio di una collaborazione con le stesse istituzioni mediche da cui ci si voleva emancipare.<ref>{{Cita|Barone|p. 132}}</ref> Il consultorio della Bovisa, a Milano, scelse infine di chiudere proprio in seguito all'istituzione dei consultori pubblici, ritenendo che la propria esperienza, nata come laboratorio di ricerca e non come servizio continuativo, non potesse né autogestirsi indefinitamente né istituzionalizzarsi senza tradire la propria natura<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|titolo=Corpo a corpo|pp=198-199}}</ref>. Un conflitto analogo, ma con esiti diversi, riguardò il rapporto tra i collettivi femministi e l'Unione Donne Italiane (UDI), che a Roma sostenne invece una concezione di «gestione sociale» del servizio, fondata sulla delega allo Stato della responsabilità collettiva sulla salute delle donne, contrapposta all'autogestione rivendicata dai gruppi femministi.<ref>{{Cita|Barone|p. 132}}</ref> Negli anni successivi, mentre molte esperienze autogestite si esaurivano, nuove forme di organizzazione e di produzione culturale - case delle donne, librerie, centri di documentazione - avrebbero raccolto parte della loro eredità.<ref>{{Cita|Lussana|p. 19}}</ref> == 4.2 Le 150 ore delle donne == I corsi monografici delle 150 ore rappresentano uno degli spazi in cui il femminismo degli anni Settanta incontra più direttamente il mondo del lavoro organizzato. Nati nel quadro del contratto nazionale dei metalmeccanici del 1973, che prevedeva 150 ore di permessi retribuiti triennali finalizzati all'elevazione culturale e professionale dei lavoratori, i corsi si diffusero rapidamente in tutto il paese, soprattutto nell'Italia del Nord, dove esistevano numerosi Coordinamenti FLM e collettivi femministi radicati nelle fabbriche. === Dal diritto allo studio ai corsi per donne === L'idea di dedicare corsi monografici alla sola condizione femminile, riservati a sole donne, nasce a Torino alla fine del 1974 tra sindacaliste e femministe che di lì a pochi anni avrebbero fondato l'Intercategoriale donne CGIL-CISL-UIL (Lona, 2015). Confrontare con: L'iniziativa nacque dall'incontro tra il femminismo sindacale, in particolare i Coordinamenti donne FLM (Federazione Lavoratori Metalmeccanici), e i gruppi del femminismo militante. Tra i promotori figurarono collettivi sindacali femminili e collettivi di quartiere come il gruppo di via Gabbro a Milano e il Collettivo Aurelio-Cavalleggeri a Roma. Con l'apertura progressiva ad altre categorie, tra il 1974 e il 1975 furono istituiti corsi specificamente indirizzati alle donne (lavoratrici, casalinghe, disoccupate), tenuti da femministe e docenti universitarie. I contenuti riguardavano salute femminile, sessualità, lavoro domestico, condizione delle donne. L'esperienza si radicò nelle aree a forte industrializzazione: Torino con corsi sulla salute e medicina, Milano come fulcro della riflessione teorica, Reggio Emilia e Bologna con forte partecipazione delle lavoratrici, le province venete di Venezia, Padova e Treviso tra il 1975 e il 1976, Roma come centro per la nascita di istituzioni educative autonome. La partecipazione fu significativa, con molte donne che trovavano nei corsi occasioni di formazione altrimenti inaccessibili e spazi di socializzazione (Lussana, 2012; Bellè, 2021). Le partecipanti sono lavoratrici di ogni categoria — operaie, impiegate, casalinghe, studentesse, disoccupate — e i temi affrontati vanno ben oltre i contenuti previsti dal progetto sindacale originario: la salute, la sessualità, il corpo, la maternità, l'aborto, il lavoro domestico, i rapporti familiari. Alcune esperienze particolarmente significative si svolgono a Bergamo (1974-75), Genova (dal 1975), Torino (dal 1975, con la nascita dell'Intercategoriale che proseguirà le sue attività fino al 1981), Milano (dal 1976), Roma, Alessandria — dove i risultati del corso del 1978 vengono raccolti nel volume collettivo ''La salute della donna'' (Edizioni dell'Orso, 1979) — e nel Veneto, con i corsi di Verona e Padova avviati nel 1979 dopo una lunga negoziazione con i rispettivi atenei, che richiesero persino il parere favorevole di apposite commissioni del Senato accademico prima di approvare corsi riservati esclusivamente a donne e tenuti da sole docenti donne (Lona, 2015). La dinamica interna ai corsi è spesso quella dell'autocoscienza allargata: le partecipanti si dividono in gruppi, discutono a partire dalla propria esperienza, e producono materiali scritti collettivamente — ciclostilati, opuscoli, a volte veri e propri libri. È in questo contesto che molte donne scrivono per la prima volta. L'esperienza più documentata è quella del corso di Affori, periferia nord di Milano, dove Lea Melandri viene assegnata nel dicembre 1976 a una classe composta quasi interamente da casalinghe over quaranta. Melandri descrive quel corso come "un laboratorio unico e originale nel tentativo di mettere a confronto intellettuali e donne comuni", in cui "le teorie elaborate dai gruppi femministi erano costrette ad esporsi agli interrogativi che venivano ancora una volta dalle vite concrete" (Melandri, archiviodilea.wordpress.com). Tra i testi prodotti dalle corsiste, il più noto è ''I pensieri vagabondi di Amalia'', di Amalia Molinelli, che ricostruisce una biografia femminile attraverso il fascismo, la Resistenza, l'emigrazione a Milano e il lavoro domestico, confrontando la propria esperienza con i testi letti durante il corso. Il nodo del rapporto tra docenti femministe e corsiste è uno dei più ricchi e problematici dell'intera esperienza. Le femministe che insegnano portano nei corsi le teorie elaborate nei collettivi; le casalinghe e le operaie portano le loro biografie. L'incontro è trasformativo per entrambe, ma non privo di tensioni: le aspettative sono diverse, il rapporto con la scrittura è asimmetrico, e il sindacato guarda spesso con diffidenza a classi formate da sole casalinghe, faticando a riconoscerne la legittimità nell'ambito di uno strumento pensato per i lavoratori (Lussana, 2012). Il rapporto con il sindacato è infatti tutt'altro che lineare. Come emerge dall'incontro nazionale di Firenze del febbraio 1978, i corsi delle donne devono continuamente negoziare tra la pratica femminista del partire da sé e le logiche di un'organizzazione che stenta a riconoscere la specificità femminile come terreno politico autonomo. Secondo Lussana, tuttavia, proprio questa tensione è produttiva: i corsi 150 ore delle donne costituiscono "il momento di incontro per eccellenza del pensiero femminista con la cultura e l'organizzazione dei lavoratori" e il veicolo attraverso cui il femminismo raggiunge donne che non avrebbero mai incrociato i collettivi separatisti, diventando per la prima volta pratica di massa (Lussana, 2012). Un'acquisizione che Chiara Saraceno — che insegnò essa stessa in corsi di 150 ore a Trento — individua non tanto nei contenuti affrontati, quanto nella dimensione più elementare e più radicale: quella di legittimare le donne a prendere tempo per sé, sottraendosi alla casa e alla famiglia (cit. in Raimo, 2023). === Metodo e women studies popolari === I corsi integrarono elaborazione teorica e raccolta di storie individuali, sviluppando un metodo che partiva dai vissuti delle partecipanti. Si realizzò un incontro tra ricercatrici, accademiche e donne con diversi livelli di scolarizzazione, definito "women studies popolari". Questo approccio mise in luce una questione diversa rispetto ai corsi per operai. Nei corsi maschili si affrontava la divisione tra lavoro manuale e intellettuale all'interno della classe. Nei corsi femminili emergeva che i saperi disciplinari erano costruiti su prospettive e linguaggi maschili, ponendo alle donne il problema dell'accesso a saperi pensati a partire da un soggetto diverso da loro. === Eredità istituzionale === Le 150 ore rappresentarono un punto di incontro tra femministe e donne che non avevano partecipato al movimento, portando il femminismo a operaie, casalinghe, impiegate (Lussana, 2012; Bracke, 2019). Dall'esperienza dei corsi nacquero istituzioni autonome. Nel 1979 venne fondata a Roma l'Università delle donne "Virginia Woolf", a Milano la Libera Università delle Donne. Queste istituzioni proposero una ricerca che considerasse la dimensione di genere nelle discipline e nella relazione pedagogica (Lussana, 2012; Stelliferi, 2022). La fase di massima espansione dei corsi per sole donne basati sull'autocoscienza si collocò tra il 1975 e i primi anni Ottanta. Questa forma specifica si trasformò o esaurì entro la metà degli anni Ottanta, mentre le istituzioni generate dall'esperienza continuarono la loro attività. == 4.3 Case e librerie delle donne == La conquista di uno spazio fisico autonomo è, negli anni Settanta, una delle forme più concrete attraverso cui il separatismo femminista si traduce in realtà materiale. A partire dalla seconda metà degli anni Settanta comparvero le prime Case delle donne, destinate a diventare uno dei simboli più duraturi del femminismo italiano. Questi spazi rispondono a molteplici esigenze: sedi di attività politica in cui convivono collettivi diversi, si organizzano assemblee e campagne, si producono e circolano materiali, si elabora teoria, ma anche attività culturali, luoghi in cui vengono offerti servizi concreti per donne in difficoltà, spazi di accoglienza. La loro costituzione avviene secondo modalità differenti — l'occupazione diretta, la negoziazione con le amministrazioni locali, la fondazione cooperativa — e in ciascun caso il processo di conquista dello spazio è esso stesso un atto politico. Il caso apripista per le case delle donne è Roma. Il 2 ottobre 1976 i movimenti femministi romani - il Movimento femminista di via Pompeo Magno, il collettivo di via Pomponazzi e alcune donne del Partito radicale - occupano Palazzo Nardini, un edificio quattrocentesco abbandonato da oltre un decennio in via del Governo Vecchio, dietro piazza Navona (Camilli, 2018). L'occupazione è non violenta e immediatamente simbolica: il palazzo era stato sede della Pretura, luogo istituzionale per eccellenza, ora sottratto e restituito alle donne. Nei sette anni di occupazione vi trovano sede decine di realtà diverse - il consultorio self-help dell'MLD, un asilo nido aperto al quartiere, il collettivo contro la violenza alle donne, la redazione di ''Quotidiano Donna'', Radio Lilith, gruppi teatrali, di ricerca, lesbici. È alla Casa del Governo Vecchio che MLD, UDI e gruppi femministi elaborano il testo della legge di iniziativa popolare contro la violenza sessuale, e da lì parte nel novembre 1976 la fiaccolata ''Riprendiamoci la notte''. (Stelliferi, 2013). A Milano il dibattito sullo spazio delle donne si intreccia con una questione teorica esplicita. Quando il collettivo di via Mancinelli discute della propria sede, emerge una distinzione netta tra "luogo delle donne" e "sede": quest'ultima viene considerata espressione di un modo di fare politica ancora maschile, legato all'istituzione più che alla relazione. Il luogo delle donne deve implicare l'affettività, lo stare insieme, la vita quotidiana oltre che la militanza (Calabrò-Grasso). Dopo lo scioglimento di via Mancinelli nel 1978, molte delle donne confluiscono in Col di Lana, che assumerà progressivamente le caratteristiche di casa delle donne in senso pieno. [da integrare con materiale su Col di Lana] A Torino la Casa delle donne nasce nel marzo 1979 con l'occupazione dell'ex manicomio femminile di via Giulio, scelta deliberatamente simbolica, che trasforma un luogo storico di segregazione in spazio di liberazione. Dopo una trattativa con il Comune, le donne ottengono locali nel Palazzo dell'Antico Macello di Po in via Vanchiglia, dove la Casa ha sede ancora oggi. A Mestre il percorso mostra come la conquista dello spazio passi talvolta attraverso la mediazione con le amministrazioni di sinistra. Nel novembre 1977 il Coordinamento femminista occupa villa Franchin nel parco di Carpenedo; lo sgombero arriva il 28 dicembre, ma il Comune, che aveva già istituito il primo referato alla Condizione femminile in Italia, avvia una trattativa che porterà all'apertura di un Centro donna in piazza Ferretto. L'esperienza veneziana mostra anche i rischi della dipendenza istituzionale: nel 1985 il cambio di giunta mette a rischio il carattere autonomo del Centro, aprendolo a gruppi non femministi e scatenando una reazione decisa delle donne che lo avevano costruito . Le librerie delle donne appartengono allo stesso ecosistema di spazi politici, ma con una fisionomia propria. Non nascono per occupazione ma per fondazione cooperativa, e la loro funzione non è solo la circolazione dei testi ma la produzione di sapere e la costruzione di relazioni. La prima e più importante è la Libreria delle donne di Milano, fondata nel 1975 in via Dogana da un collettivo che include Luisa Muraro e Lia Cigarini, quest'ultima già attiva nel DEMAU, uno dei primi gruppi femministi italiani. Si ispira alla Librairie des Femmes di Parigi, ma a differenza di essa sceglie inizialmente di proporre solo opere di donne, per enfatizzare il sapere femminile. Fin dalla sua fondazione è luogo di elaborazione teorica oltre che spazio commerciale: organizza riunioni, discussioni politiche, proiezioni, e possiede un fondo di testi esauriti e introvabili. Negli anni '80, quando il movimento si frammenta, la Libreria diventa, secondo Calabrò, l'unico soggetto milanese ad "assumere il significato simbolico della continuità tra passato e presente", punto di riferimento riconosciuto collettivamente in un panorama altrimenti privo di leadership (Calabrò-Grasso]). È in questo spazio che si consolida il femminismo della differenza italiano, con la pubblicazione di ''Sottosopra'' (dal 1983) e ''Via Dogana'', e con l'elaborazione collettiva che confluirà in ''Non credere di avere dei diritti'' (1987). Questi spazi — case occupate, centri negoziati, librerie cooperative — costituiscono nel loro insieme un'infrastruttura politica e culturale che il movimento costruisce autonomamente, al di fuori delle istituzioni e spesso in tensione con esse. Ciò che li accomuna è l'idea che lo spazio fisico non sia neutro: abitarlo, conquistarlo, dargli forma è già fare politica. == 4.4 Editoria femminista == Negli anni Settanta l'editoria femminista italiana si afferma come dimensione costitutiva dell'azione politica. Produrre testi, riviste, opuscoli e libri non è un'attività separata dalla militanza: la scrittura e la circolazione dei materiali sono il modo in cui il movimento elabora pratiche, costruisce linguaggi comuni e rende visibile ciò che era rimasto confinato nella sfera privata - sessualità, maternità, lavoro domestico, violenza. Questa produzione si caratterizza fin dall'inizio per il rifiuto dei circuiti editoriali tradizionali, percepiti come parte delle stesse strutture di potere che il movimento contesta. Le prime esperienze sono autogestite e sperimentali, fondate sul lavoro volontario: manifesti, ciclostilati, opuscoli prodotti dai collettivi e diffusi attraverso reti informali. La prima casa editrice femminista in senso proprio, Scritti di Rivolta Femminile, nasce a Roma nel 1970, fondata da Carla Accardi e Carla Lonzi, tra le fondatrici del collettivo Rivolta Femminile. La collana dei "Libretti verdi" si distingue per la sobrietà grafica e la radicalità teorica: Lonzi rifiuta consapevolmente recensioni, promozione e mediazioni commerciali, ritenendo che snaturino le istanze femministe. Il suo ''Sputiamo su Hegel'' (1974) diventerà uno dei testi fondativi del femminismo della differenza, con circolazione internazionale. Nel 1972 nascono A Roma Edizioni delle donne, affini all'esperienza francese di Éditions des femmes, con un catalogo che include testi teorici e traduzioni di autrici allora poco note in Italia come Kristeva, Wittig e Duras. Nello stesso anno a Milano il gruppo Anabasi pubblica la prima antologia del femminismo internazionale, ''Donne è bello.'' Nel 1975 nasce a Milano La Tartaruga, fondata da Laura Lepetit, destinata a diventare una delle realtà più durature dell'editoria femminista italiana. Sul versante periodico, la proliferazione è straordinaria e riflette la pluralità interna al movimento. Tra le esperienze di maggiore rilievo e durata: ''Effe'' (1973-1982), primo mensile femminista di attualità e cultura a diffusione nazionale, nato a Roma con la collaborazione di giornaliste, studiose e scrittrici; ''Sottosopra'' (Milano, 1973), rivista di movimento che diventerà uno dei luoghi teorici centrali del femminismo della differenza; ''DWF – Donna Woman Femme'' (Roma, 1975), trimestrale attento alla ricerca storica e alla traduzione di testi internazionali. Accanto a queste, decine di testate di breve durata legate ai collettivi locali documentano orientamenti differenti, dal marxismo femminista al lesbismo, dalla riflessione sulla differenza sessuale alle lotte per il salario al lavoro domestico. L'insieme di queste esperienze - case editrici, riviste - costituisce un'infrastruttura culturale autonoma che il movimento costruisce parallelamente alle strutture istituzionali e spesso in opposizione ad esse. È in questo spazio che si elabora non solo la teoria femminista, ma anche la sua forma: una forma che rifiuta la neutralità del sapere accademico e rivendica la soggettività come punto di partenza epistemologico. == 4.5 Arte e cinema == == Note == <references/> == Bibliografia == * {{Cita libro|autore=Anastasia Barone|titolo=«Facevamo un consultorio, ma era un progetto politico». I consultori a Roma prima e dopo la legge 405/1975|anno=2023|editore=Viella|città=Roma|pp=119-148|ISBN=9791254692349|opera=Anni di rivolta. Nuovi sguardi sui femminismi degli anni Settanta e Ottanta|curatore=Paola Stelliferi, Stefania Voli|cid=Barone}} * {{Cita pubblicazione|autore=Alfero Boschiero, Nadia Olivieri|anno=2022|titolo=Il corpo mi corrisponde|rivista=Venetica|numero=1}} * {{Cita pubblicazione|autore=Vicky Franzinetti|anno=1987|titolo=In senso dell'autogestione|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=181-187|cid=Franzinetti}} * {{Cita libro|autore=Fiamma Lussana|titolo=Le donne e la modernizzazione: il neofemminismo degli anni settanta|anno=1997|editore=Einaudi|città=Torino|pp=471-565|ISBN=88-06-13571-6|opera=Storia dell'Italia repubblicana, vol.III, t.2|cid=Lussana 1997}} * {{Cita libro|autore=Luciana Percovich|titolo=La coscienza nel corpo. Donne, salute e medicina negli anni Settanta|anno=2005|editore=Franco Angeli|città=Milano|cid=Percovich}} * {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1984|titolo=Il movimento delle donne, la salute, la scienza. L'esperienza di Simonetta Tosi|rivista=Memoria|numero=11-12|cid=Tozzi 1984}} * {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1987|titolo=Molecolare, creativa, materiale: la vicenda dei gruppi per la salute|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=153-180|cid=Tozzi 1987A}} * {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1987|titolo=Alla radice del "self-help". Gruppo femminista per la salute della donna (G.F.S.D.)|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=202-205|cid=Tozzi 2}}<br /> == Introduzione == Il femminismo degli anni Settanta costituisce uno dei passaggi più incisivi della storia politica e culturale dell’Italia contemporanea. Tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta, una fitta rete di collettivi e gruppi diffusi sull’intero territorio nazionale mise in discussione i ruoli di genere, le relazioni tra i sessi e le stesse categorie attraverso cui venivano definiti la politica, i linguaggi, le forme del sapere e le soggettività. La novità del neofemminismo non risiede unicamente nelle rivendicazioni avanzate, ma nelle pratiche attraverso cui esse furono elaborate: l’autocoscienza, la politicizzazione dell’esperienza personale, la centralità del corpo e della sessualità come luoghi di produzione di sapere e di conflitto. L’esperienza femminile non venne più subordinata a cornici interpretative esterne - di partito, di classe o di tradizione ideologica - ma assunta come punto di partenza per una rielaborazione teorica autonoma, capace di ridefinire il confine tra privato e pubblico, vita e politica, e di interrogare i nessi tra potere, sapere e corporeità. Il femminismo di questo periodo si presenta come un insieme articolato di esperienze differenziate, radicate in contesti territoriali, culturali e politici diversi, con orientamenti teorici e strategie non omogenei. Tale pluralità - visibile nel diverso rapporto con la sinistra, i movimenti e le istituzioni, nell’alternativa tra separatismo e doppia militanza, nelle letture della subordinazione femminile in termini di classe o di differenza sessuale, nelle modalità di intervento pubblico - costituisce un tratto strutturale del movimento. La storiografia ha posto questo nodo al centro della riflessione, interrogandosi sull’uso dei termini “femminismo” e “femminismi”: se il singolare consente di cogliere la forza storica di un processo collettivo accomunato dalla critica alle gerarchie di genere, il plurale rende conto della molteplicità delle culture politiche e dei linguaggi che lo attraversarono (Guerra 2005). La trasformazione che si produce alla fine del decennio non coincide con una cesura netta. Piuttosto, la crisi della forma-movimento apre una fase di riorganizzazione e ridefinizione: negli anni ottanta molte pratiche e molte elaborazioni proseguono in forme differenti, attraverso luoghi culturali, reti associative e iniziative di produzione che consolidano un femminismo meno centrato sulla mobilitazione di massa, ma capace di incidere in modo duraturo nel tessuto sociale (Guerra 2005). La categoria di “eredità” permette di leggere questo passaggio senza ridurlo a una narrazione di declino. Questo volume adotta una prospettiva che intreccia ricostruzione storica e riflessione storiografica, assumendo come oggetto non soltanto gli eventi e le organizzazioni, ma le pratiche, i linguaggi e i luoghi di produzione del sapere femminista. Dopo una sezione dedicata alle genealogie - il rapporto con il ’68, con la tradizione emancipazionista e con le reti transnazionali - il percorso analizza le pratiche fondative, la pluralità delle esperienze, i rapporti con movimenti, partiti e istituzioni, nonché gli spazi materiali e simbolici attraverso cui il femminismo costruì nuove forme di socialità e di cultura. Una parte conclusiva è dedicata alle trasformazioni degli anni ottanta e alle principali interpretazioni storiografiche del neofemminismo, affrontando le questioni di periodizzazione, di metodo e di memoria che ancora attraversano il dibattito. Il volume assume le pratiche, i luoghi e i linguaggi come chiavi di lettura attraverso cui osservare l’intreccio tra dimensione politica, sociale e culturale del femminismo italiano degli anni Settanta, un'intersezione nella quale maggiormente si coglie la portata trasformativa del movimento. Introduzione Parte II Il femminismo degli anni Settanta si caratterizza per la centralità attribuita alle pratiche - come il separatismo e l’autocoscienza – che non rappresentano semplicemente forme organizzative, ma luoghi di elaborazione politica e di produzione di sapere. La condivisione delle esperienze individuali consente di mettere in discussione l’apparente naturalità dei ruoli di genere e di individuare i meccanismi sociali e culturali che regolano i rapporti tra uomini e donne. In questo senso, le pratiche non si limitano a descrivere la realtà, ma contribuiscono a ridefinirla; la politica non è intesa soltanto come intervento nello spazio pubblico, ma come processo che prende avvio dall’esperienza vissuta e dalle relazioni tra donne. All’interno di questo processo si afferma il principio secondo cui “il personale è politico”, che consente di collegare le esperienze quotidiane alle strutture sociali più ampie. Attraverso questa prospettiva, ambiti tradizionalmente considerati privati – come la sessualità, la maternità e la vita familiare – diventano oggetto di analisi e intervento politico. È in questo quadro che il corpo emerge come un nodo centrale della riflessione femminista. Non si tratta di un ambito già definito, ma di un terreno che prende forma progressivamente attraverso le pratiche del movimento. Le esperienze legate alla sessualità, alla riproduzione e alla salute vengono condivise, confrontate e reinterpretate, dando luogo a una nuova consapevolezza che mette in discussione i modelli culturali dominanti; elaborazione teorica e sperimentazione pratica non costituiscono ambiti separati, ma dimensioni intrecciate di un medesimo percorso di politicizzazione. Le pratiche del movimento non furono adottate in modo uniforme né assunsero significati univoci, ma costituirono un repertorio condiviso, rielaborato in forme differenti nei diversi contesti. Tale pluralità rinvia alla coesistenza di differenti modi di intendere la liberazione delle donne e al rifiuto di modelli organizzativi gerarchici e di una definizione univoca delle priorità. Tuttavia, essa condivise alcuni elementi fondamentali: la messa in discussione della distinzione tra sfera privata e sfera pubblica, la conseguente ridefinizione del politico e delle forme della soggettività femminile. Le sezioni che seguono analizzano, da diverse prospettive, le principali pratiche e i nodi concettuali attraverso cui il femminismo degli anni Settanta ha ridefinito il rapporto tra esperienza, conoscenza e azione politica. PARTE 3 "le radici del femminismo radicale italiano affondino al di fuori del contesto universitario, dei partiti e dei movimenti sociali, e si congiungano con l’azione di donne non più giovanissime alla fine degli anni Sessanta e senza pregresse, strutturate esperienze politiche." (tesi stelliferi) 32 Il primo collettivo neofemminista italiano, Demau (Demistificazione Autoritarismo; Demistificazione [dell] autoritarismo), precede in realtà (1966) la rivolta studentesca e operaia della fine degli anni '60. - Strazzeri, p. 6 == Cronologia principale == === 1965-1982 === {| class="wikitable sortable" ! Anno ! Gruppi che nascono ! Gruppi che si sciolgono ! Eventi ! Convegni / Incontri ! Manifestazioni ! Produzione culturale |- | 1965/66 | Demau | | | | | |- | 1967 | | | | | | |- | 1968 | | | Contestazione studentesca | | | |- | 1969 | Cerchio spezzato (Trento); MLD legato al Partito Radicale | | Autunno caldo | | | |- | 1970 | Rivolta femminile Anabasi Le Nemesiache | |Approvazione della legge sul Divorzio (L. 898/1970) | | | |- | 1971 | Lotta Femminista (PD) | |La Corte Costituzionale depenalizza la diffusione e l'uso degli anticoncezionali. Approvazione della legge a tutela delle lavoratrici madri (L. 1204/1971 - diritto di astenersi dal lavoro 2 mesi prima, 3 dopo il parto) e della L.1044/1971 che introduce il piano quinquennale per l'istituzione di asili nido comunali con il concorso dello Stato | Milano – Convegno presso l’Umanitaria | | Esce ''Quarto mondo'', pubblicata a Roma dal Fronte Italiano di Liberazione Femminile (FILF) |- | 1972 | Cherubini; Lotta Femminista (MI) | | | Bologna – Convegno di varie città; Rouen – Convegno organizzato da Psychoanalyse et Politique; Vandea – Convegno europeo organizzato dal MLF | | Nascono a Roma Edizioni delle donne; Anabasi pubblica l'antologia ''Donne è bello'' ; esce ''Compagna'', rivista di orientamento marxista. Nasce a Roma il Collettivo Femminista Comunista di Via Pomponazzi |- | 1973 | Collettivo San Gottardo; Gruppo Analisi; Gruppo Femminista per una medicina delle donne; Rivolta 3 | Demau | Si forma il CISA; Processo a Gigliola Pierobon (Padova) | Varigotti – incontro tra Cherubini, alcune donne del Veneto e le francesi di Psychanalyse et Politique | | Esce a Roma ''Effe'' , primo mensile femminista di attualità e cultura autogestito a diffusione nazionale; a Bologna ''La voce delle donne comuniste'' e ''Donna proletaria;'' a Milano ''MezzoCielo'' |- | 1974 | Collettivo di via Albenga; Gruppo di Pratica dell’Inconscio; Mondadori; Ticinese | Lotta Femminista | Referendum abrogativo della legge sul divorzio | 1° Convegno Nazionale a Pinarella di Cervia | | Esce ''Sputiamo su Hegel'' di Carla Lonzi; nasce l'editrice romana Dalla parte delle bambine; esce ''Sottosopra'' |- | 1975 | Libreria delle donne di Milano | | Vengono istituiti i consultori familiari (L. 405/1975) Blocco in Senato della proposta di legge sull’aborto | | | Laura Lepetit fonda la casa editrice La Tartaruga; esce ''DWF – Donna Woman Femme'' |- | 1975 | Corsi monografici 150 ore; | Anabasi; Cherubini (trasferimento in Col di Lana); San Gottardo | Elezioni amministrative | Carloforte – Vacanze femministe; Milano – Convegno “Sessualità, maternità, procreazione, aborto”; Milano – Umanitaria “Donne e politica”; San Vincenzo (LI) – Pratica dell’inconscio; 2° Convegno nazionale a Pinarella di Cervia | Roma – Manifestazione nazionale del 6 dicembre | |- | 1976 | Corso 150 ore Affori; Gruppo Donne e Immagine; Gruppo Donne via dell’Orso; Gruppo donne Palazzo di Giustizia; Gruppo n.4 Col di Lana | Gruppo Analisi; Gruppo di Pratica dell’Inconscio; Gruppo Femminista per una medicina delle donne; Rivolta 3 | Elezioni politiche; Formazione della Consulta femminista; Legge nazionale sui consultori | Milano – Convegno “Donne e lavoro”; Paestum – 3° e ultimo convegno nazionale | Milano – Entrata “dimostrativa” nel Duomo (gennaio) | Nasce a Roma la rivista ''Limenetimena;'' esce ''Differenze'', rivista dei Collettivi femministi romani |- | 1977 | Collettivo della Borletti; Gruppo donne via Lanzone; Gruppo Scrittura | | Approvazione legge sulla Parità di Lavoro (L. 903/1977) Movimento del 1977 | Milano – Convegno sulla violenza (Sala Provincia) | | Nasce la Libreria delle donne di Bologna Librellula |- | 1978 | Gruppo Madri del Leoncavallo; Gruppo Scrittura 1; Gruppo Scrittura 2; Gruppo Scrittura 3 | | Approvazione legge sull'aborto (194/1978) Rapimento Moro | | | Esce ''Quotidiano donna,'' settimanale di politica, attualità e cultura ; apre a Cagliari la Libreria gestita dalla coperativa La tarantola |- | 1979 | 150 ore sul Cinema; Redazione di Grattacielo; Redazione milanese di Quotidiano Donne | Collettivo Mondadori; Coordinamento via dell’Orso; Gruppo Donne e Immagine; Mancinelli | “Caso 7 aprile” | Milano – Umanitaria, proposta di legge contro la violenza sessuale | | Apre a Firenze la Libreria delle donne |- | 1980 | Centro Donne Ticinese; Collettivo studentesse liceo Berchet; Collettivo studentesse Università Statale; Cooperativa Gervasia Broxson; Gruppo di psicologia e attività creative; Gruppo Eos; Ristorante Cicip-Ciciap; Ticinese (nuovo) | Col di Lana; Collettivo Borletti | | | Milano – Manifestazione contro abrogazione legge aborto | |- | 1981 | Gruppo Phoenix | Grattacielo; Gruppo donne Palazzo di Giustizia | Referendum abrogativo legge aborto | Firenze – 2° Convegno contro il referendum; Milano – 1° Convegno contro il referendum 194; Roma – Convegno nazionale donne lesbiche; Torino – Convegno internazionale donne lesbiche | | |- | 1982 | | Gruppo n.4; Redazione milanese di Quotidiano Donna | | | | |} pu51lu12hszapsy7jmufolmkct9smft 499663 499662 2026-07-02T17:25:29Z LorManLor 24993 499663 wikitext text/x-wiki '''3. Pluralità dei femminismi''' 3.1 Formazione (1965–1973) 3.2 Espansione e confronto pubblico (1974–1976) 3.3 Ridefinizioni (1977–1980) '''4. Spazi, infrastrutture, saperi''' 4.1 Consultori autogestiti e self-help 4.2 Le 150 ore delle donne 4.3 Case delle donne 4.4 Editoria femminista 4.5 Arte e cinema '''5. Trasformazioni tra anni Settanta e Ottanta''' 5.1 Nuove configurazioni 5.2 Femminismo e politiche delle donne '''6. Interpretazioni storiografiche''' 6.1 Questioni di metodo. Memoria e storia 6.2 Periodizzazioni 6.3 Questione territoriale 6.4 "Doppia militanza" e rapporti con la sinistra extraparlamentare 6.5 Dimensione transnazionale 6.6 Questioni aperte, prospettive di ricerca '''Appendici''' Cronologia essenziale Glossario Documenti fondamentali (estratti) Bibliografia Sitografia e archivi digitali == Cap. 3 - Pluralità dei femminismi (e trasformazioni del movimento (1965-1981), oppure Configurazioni del movimento femminista == Il cap. 3 dovrebbe parlare di come il femminismo si rapporta al suo interno e ''in relazione ad altri soggetti politici'' ''(sin ex)'' Il cap. 5 (riforme, processi per stupro) di come il femminismo interagisce con le ''istituzioni'' — leggi, parlamento, tribunali. Ma il femminismo italiano si definisce ''sempre'' in relazione a qualcosa di esterno — la sinistra, le istituzioni, il diritto, i movimenti. Non esiste un "interno puro" del movimento separabile da questi rapporti. Quindi qualsiasi architettura che provi a separare "i gruppi" da "i rapporti esterni" produrrà sempre sovrapposizioni. Soluzione: logica diacronica + attenzione alle dinamiche Il femminismo italiano degli anni Settanta si presenta alla ricerca storica come un oggetto per sua natura plurale. La storiografia più recente ha riconosciuto nella molteplicità di gruppi, pratiche e orientamenti teorici una caratteristica costitutiva del movimento. (Guerra, 2005; Bellè, 2021; Stelliferi e Voli, 2023). Parlare di "femminismi" al plurale significa riconoscere che il campo femminista italiano non ha mai avuto un centro, una linea ufficiale, né portavoce riconosciute. Questa pluralità si riflette nella struttura organizzativa del movimento: reticolare, priva di gerarchie formalizzate, composta da soggetti collettivi con gradi molto diversi di strutturazione e continuità nel tempo. Accanto a gruppi ben identificabili, esistono aggregazioni nate intorno a singoli temi o momenti di mobilitazione. È una forma che garantisce radicamento diffuso, ma che non produce — né per tutte necessariamente deve produrre — posizioni comuni: per una parte del movimento il rifiuto della risposta collettiva, delle manifestazioni di massa e di qualsiasi forma di contrattazione con le istituzioni è esso stesso una scelta teorica e politica. Il contesto politico e sociale rappresenta una variabile che ne plasma le trasformazioni. Il referendum sul divorzio del 1974, le elezioni del 1976, la stagione legislativa su aborto e consultori, gli anni di piombo ridefiniscono i termini del confronto interno al movimento, spostano le linee di frattura, accelerano o frenano la capacità di mobilitazione collettiva. Quando le istituzioni cominciano ad assorbire alcune istanze femministe traducendole in leggi, la struttura reticolare mostra i suoi limiti: la rete fatica a reggere la pressione dell'istituzionalizzazione, e la pluralità che aveva garantito vitalità diventa difficile da tenere insieme. È in questo intreccio tra dinamiche interne ed esterne che si leggono i conflitti del femminismo italiano: le divisioni sull'aborto, sul rapporto con le istituzioni, sulle manifestazioni di piazza non sono fratture accidentali, ma rispecchiano differenze teoriche e politiche profonde sul senso stesso dell'agire femminista. > le vicende entrano come esempi trasversali a queste linee, non come scansione cronologica. Quattro linee di differenza "interne": i # Autocoscienza/pratica dell'inconscio (elaborazione interna) vs. pratica/intervento nel sociale # Autonomia radicale vs. interlocuzione istituzionale (Milano vs. Roma — come asse che incrocia le prime due - Lussana) # doppia militanza e rapporto con la sinistra # Femministe storiche vs. nuove, conflitto generazionale e allargamento del movimento Problema: quale contesto politico è davvero rilevante per capire l'evoluzione del femminismo? Non tutto il contesto politico italiano, ma solo quello che incide direttamente sul movimento: le leggi che lo riguardano, i movimenti con cui interagisce, il clima che restringe o allarga gli spazi di azione. === 3.1 La formazione dei primi collettivi (1965–1973) === Tra la seconda metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta in diverse città italiane iniziano a formarsi i primi gruppi femministi autonomi. Tali esperienze non derivano da un unico centro organizzativo né da un’elaborazione teorica condivisa: emergono in contesti differenti e a partire da percorsi politici e sociali eterogenei. Collettivi universitari, gruppi nati all’interno della nuova sinistra ed esperienze sviluppate in ambienti intellettuali e culturali contribuiscono alla costruzione di una rete di relazioni informali, caratterizzata da forte autonomia locale e da modalità di coordinamento intermittenti. La storiografia ha progressivamente adottato la categoria di “femminismi” per descrivere questa configurazione originaria del movimento, già attraversata da differenze significative nei linguaggi politici, nelle pratiche e nelle forme di organizzazione (Rossi-Doria 2005; Lussana 2012; Stelliferi 2015). Fin dalle origini, quindi, il movimento assume una struttura reticolare, composta da collettivi autonomi, gruppi di autocoscienza e reti informali di scambio, senza un’organizzazione centrale né piattaforme politiche unitarie. Tali differenze si articolano lungo diversi piani: un primo ambito riguarda le modalità attraverso cui viene elaborata la soggettività femminile come terreno di esperienza politica. In alcuni gruppi l’autocoscienza costituisce lo strumento principale di analisi delle relazioni tra donne e della costruzione di un sapere politico fondato sull’esperienza condivisa; in altri contesti la riflessione si sviluppa attraverso pratiche espressive e simboliche che rielaborano in forme diverse il rapporto tra identità femminile, corpo e linguaggio. Un altro piano riguarda il rapporto tra elaborazione teorica e intervento sociale. Alcuni collettivi privilegiano la riflessione sui linguaggi e sulle relazioni tra i sessi; altri sviluppano iniziative orientate all’intervento pubblico. A questi elementi si aggiungono le diverse modalità di relazione con i movimenti politici e con le istituzioni. Le provenienze dalla nuova sinistra, dal radicalismo dei diritti civili o da esperienze associative precedenti producono configurazioni differenti del rapporto con partiti, sindacati e organizzazioni politiche, anticipando alcune delle tensioni che emergeranno con maggiore evidenza nella seconda metà del decennio. La crescita dei collettivi si accompagna alla nascita di una prima produzione editoriale militante. Tra il 1972 e il 1973 compaiono bollettini ciclostilati e riviste autoprodotte che mettono in circolazione documenti, traduzioni e riflessioni teoriche dei gruppi femministi, favorendo il confronto tra collettivi e la diffusione di testi del femminismo internazionale. Accanto a queste iniziative si sviluppano periodici legati a organizzazioni politiche della sinistra o dell’area marxista, nei quali la questione femminile viene affrontata all’interno di culture politiche preesistenti. L’espansione della stampa militante segnala l’emergere di una rete di relazioni tra gruppi ancora priva di strutture organizzative stabili. In questo quadro, i primi collettivi femministi non costituiscono varianti di un modello comune, ma risposte diverse a questioni condivise: la politicizzazione dell’esperienza femminile, la ridefinizione dei rapporti tra i sessi e la ricerca di forme autonome di organizzazione e di parola pubblica. ==== 3.1.1 Prime esperienze e contesti di formazione ==== Le premesse del neofemminismo italiano si collocano nella seconda metà degli anni Sessanta. Una delle esperienze più precoci è rappresentata dal gruppo DEMAU (Demistificazione Autoritarismo), fondato a Milano nel 1965-1966. In un ambiente intellettuale e culturale segnato dalle trasformazioni del decennio, DEMAU sviluppa una riflessione critica sui rapporti di autorità nella società e nella famiglia, oltre i paradigmi emancipazionisti dell’UDI e della sinistra storica, individuando nella sessualità uno dei luoghi centrali della subordinazione femminile. Pur rimanendo un’esperienza numericamente limitata - il gruppo si ridimensiona nel 1968, quando parte delle aderenti confluisce nella nuova sinistra, nella convinzione che la trasformazione complessiva dei rapporti sociali avrebbe comportato anche una ridefinizione dei ruoli di genere - DEMAU anticipa temi che diventeranno centrali nel neofemminismo degli anni successivi. Nello stesso periodo, in contesto universitario, si sviluppano collettivi femministi come il Cerchio spezzato di Trento, attivo alla fine degli anni Sessanta. Nato nell’ambiente del movimento studentesco, il gruppo rappresenta uno dei primi tentativi di affrontare la condizione femminile all’interno delle trasformazioni politiche e culturali del Sessantotto, mostrando come la nascita del femminismo italiano non sia circoscritta ai grandi centri urbani. All’inizio degli anni Settanta emergono inoltre esperienze destinate ad avere maggiore visibilità nel panorama del movimento. Nel 1970 viene diffuso a Roma il Manifesto di Rivolta femminile, promosso da Carla Lonzi, Carla Accardi ed Elvira Banotti, che afferma la rottura con la politica tradizionale e con l’emancipazionismo, ponendo le donne come soggetto autonomo di trasformazione e rifiutando ogni interlocuzione istituzionale. Nello stesso anno si costituisce il Movimento di Liberazione della Donna (MLD), legato all’area radicale e orientato verso campagne pubbliche sui diritti civili, in particolare sui temi della contraccezione e dell’aborto. A Milano il Collettivo di via Cherubini assume un ruolo centrale, praticando l’autocoscienza come forma primaria di elaborazione politica. A Padova nasce Lotta Femminista, animata da Mariarosa Dalla Costa, sviluppa una riflessione sulla divisione sessuale del lavoro e sulla centralità del lavoro domestico nella riproduzione del sistema capitalistico. Attraverso bollettini e reti militanti, il gruppo contribuisce alla diffusione di un dibattito internazionale sul salario al lavoro domestico. A Roma si sviluppano collettivi di quartiere maggiormente orientati all’intervento sociale. + Nemesiache. La crescita dei collettivi femministi si accompagna alla nascita di una prima produzione editoriale militante. Bollettini ciclostilati e riviste autoprodotte — come ''Al femminile'' a Milano o il ''Bollettino del collettivo di Lotta femminista'' a Padova — svolgono una funzione di collegamento tra gruppi locali e favoriscono la circolazione di testi e documenti del femminismo internazionale. Un ruolo importante in questo processo è svolto dal primo numero della rivista ''Sottosopra'', prodotto nel 1973 da gruppi milanesi con l’obiettivo di raccogliere documenti, mettere in comunicazione collettivi autonomi e favorire la discussione su scala nazionale. La rivista nasce come strumento di scambio tra gruppi non misti e non legati a organizzazioni politiche, e diventa uno dei principali luoghi di circolazione dei materiali prodotti dal movimento. Accanto a queste iniziative si sviluppano periodici legati a organizzazioni politiche della sinistra o dell’area marxista, che affrontano la questione femminile all’interno di culture politiche già esistenti. L’espansione della stampa militante segnala l’emergere di una rete di relazioni tra collettivi ancora priva di strutture organizzative stabili. Queste diverse traiettorie - gruppi orientati all’elaborazione teorica e simbolica della differenza sessuale; collettivi che sviluppano una critica marxista della divisione sessuale del lavoro; realtà maggiormente orientate all’intervento pubblico e alle campagne per i diritti civili - non costituiscono le articolazioni di un’organizzazione comune. Esse rappresentano piuttosto alcuni dei poli iniziali attorno ai quali si sviluppa una rete di collettivi autonomi, caratterizzata da confini mobili, appartenenze multiple e forme di coordinamento intermittenti. Proprio questa configurazione reticolare del movimento rende possibile, negli anni successivi, una rapida espansione territoriale e una crescente differenziazione delle pratiche femministe. ==== Il processo Pierobon e l'incontro con il femminismo francese ==== Il primo grande banco di prova è il dibattito sull'aborto, che esplode con particolare intensità dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 1971 sulla contraccezione e si fa drammaticamente concreto con il processo a Gigliola Pierobon, del collettivo Lotta Femminista, nel giugno del 1973: imputata per un aborto commesso da minorenne, il caso diventa occasione di autodenunce pubbliche e di una prima grande mobilitazione femminista. Ma rivela anche le prime fratture: per l'MLD la legalizzazione dell'aborto è un obiettivo politico prioritario; per Rivolta Femminile e i gruppi di autocoscienza, nessuna legge può toccare la radice del problema, che sta nella sessualità femminile colonizzata dall'uomo. L'incontro con il femminismo francese, a partire dal 1973, introduce un'ulteriore linea di differenziazione. I convegni in Francia - prima a La Tranche-sur-Mer, poi a Vieux-Villez - espongono le italiane a un femminismo che fa della pratica psicoanalitica e del lesbismo strumenti privilegiati di analisi e di relazione tra donne. Il confronto è stimolante ma anche destabilizzante: le italiane riconoscono l'insufficienza dell'autocoscienza come unico strumento, ma non accettano in blocco il modello francese. Di ritorno dai convegni, il Collettivo di Via Cherubini avvia una riflessione che porterà alla pratica dell'inconscio, un percorso originale che approfondisce il lavoro sull'interiorità usando strumenti psicoanalitici, distanziandosi però dal separatismo radicale e dal lesbismo come scelta necessaria proposti dal gruppo parigino Psych et Po (Lussana, 2012). Già nella prima metà degli anni Settanta il movimento femminista italiano appare attraversato da orientamenti differenti. Accanto ai gruppi che fanno dell’autocoscienza il centro della pratica politica si sviluppano collettivi influenzati dall’operaismo e dalla critica del lavoro domestico, esperienze che introducono strumenti psicoanalitici nell’analisi della soggettività femminile e organizzazioni impegnate nelle campagne per la riforma della legislazione su contraccezione e aborto. Queste diverse modalità di intervento non costituiscono correnti separate, ma configurazioni parziali che spesso si sovrappongono e si ridefiniscono nel corso delle mobilitazioni degli anni successivi. === 3.2 L'espansione (1974-1976) === Il biennio 1974-1975 segna una svolta nella storia del femminismo italiano: il movimento cresce rapidamente, acquista visibilità pubblica e si trasforma in un fenomeno di massa. A fare da catalizzatore è il dibattito sull'aborto, che in questi anni passa dall'essere un tema tabù a diventare il terreno principale di confronto e di scontro, dentro e fuori il movimento. La questione non è nuova: già nel 1973 il processo a Gigliola Pierobon aveva reso drammaticamente visibile la piaga degli aborti clandestini, e l'MLD aveva avviato la raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare. Ma è a partire dal 1974 che il dibattito si intensifica e costringe tutti i gruppi a prendere posizione. Le posizioni sono profondamente diverse. Per una parte del movimento, l'MLD, i gruppi del CRAC che a Roma riunisce il Movimento Femminista Romano di Via Pompeo Magno, collettivi di quartiere, il Nucleo Femminista Medicina e le donne di Lotta Continua e Avanguardia Operaia, l'obiettivo è l'aborto libero, gratuito e assistito, da ottenere attraverso la mobilitazione collettiva e il confronto con le istituzioni. Per i gruppi di autocoscienza e per Rivolta Femminile, come era accaduto per il divorzio, nessuna legge può toccare la radice del problema: l'aborto è una tragedia prodotta da una sessualità femminile colonizzata dall'uomo, e regolamentarlo giuridicamente rischia di perpetuare quella colonizzazione sotto forma di legalità. Al convegno su Sessualità, procreazione, maternità, aborto tenuto al Circolo De Amicis di Milano nel febbraio 1975, il movimento femminista discute apertamente questa complessità: l'aborto non va affrontato per sé stesso, ma collegato all'intera condizione femminile, evitando che venga «ridotto a un pezzo di riforma isolato dalla sessualità dominante» (Sottosopra rosso, 1975). In questo clima di mobilitazione crescente, il 6 dicembre 1975 si svolge a Roma la prima grande manifestazione nazionale di sole donne. Ventimila donne scendono in piazza per chiedere l'aborto libero, gratuito e assistito. È un momento di forza, ma anche l'occasione per uno scontro che rivela fratture profonde. I militanti del servizio d'ordine di Lotta Continua tentano di entrare nel corteo con la forza, rifiutando di restare ai margini come richiesto dalle femministe. Gli incidenti che seguono mettono a nudo l'incomunicabilità tra il movimento femminista e i modi della politica maschile, ma segnalano anche una divisione interna: per una parte del movimento scendere in piazza è un atto politico necessario; per un'altra, le milanesi di Via Cherubini in testa, il femminismo delle piazze schiaccia le differenze femminili dietro uno slogan e non scalfisce l'oppressione originaria (Lussana, 2012). La crescita del movimento in questi anni non è solo quantitativa. Nascono nuovi gruppi, si moltiplicano i collettivi di quartiere e nei luoghi di lavoro, si aprono i primi consultori autogestiti. A Roma il Comitato per l'Aborto e la Contraccezione (CRAC) riunisce collettivi femministi, gruppi della nuova sinistra e donne dell'MLD in un organismo comune, che però mostra subito le tensioni tra linguaggi politici incompatibili. A Milano il Collettivo di Via Cherubini approfondisce la pratica dell'inconscio e si avvia verso la fondazione della Libreria delle donne, scegliendo la costruzione di luoghi e strumenti autonomi come forma di intervento politico alternativa alle manifestazioni di massa. È anche il momento dei primi grandi convegni nazionali. Il primo momento di confronto su scala nazionale si realizza nel novembre 1974 con il convegno femminista di Pinarella di Cervia, promosso dal collettivo milanese di via Cherubini. All’incontro partecipano circa settecento donne provenienti da numerose città italiane. Il convegno è dedicato alla discussione della pratica dell’autocoscienza e delle forme di organizzazione del movimento. Il confronto mette in luce la varietà delle esperienze presenti nel femminismo italiano e rende visibili differenze di orientamento tra gruppi impegnati prevalentemente nell’elaborazione teorica e collettivi più orientati all’intervento politico e sociale, alla cosiddetta “pratica del fare” . Un secondo convegno a Pinarella nel 1975 riprende il confronto tra i gruppi e rende più esplicite alcune divergenze emerse nel movimento, senza risolverle. In particolare si confrontano posizioni che attribuiscono centralità alla pratica dell’inconscio e altre più direttamente orientate all’azione politica e sociale, in continuità con le mobilitazioni sull’aborto e con le campagne per i consultori. Il dibattito non conduce alla definizione di una piattaforma comune, ma rende esplicite le differenze tra le diverse modalità di intendere la politica femminista.(Lussana, 2012). ==== Movimento femminista e istituzioni ==== Alla metà del decennio il movimento femminista italiano si trova a operare in un contesto profondamente diverso rispetto agli anni della sua formazione. Le mobilitazioni sull’aborto, l’estensione dei collettivi a numerose città e i momenti di confronto nazionale tra i gruppi hanno portato il femminismo a confrontarsi sempre più direttamente con lo spazio pubblico e con le istituzioni. Nel corso del 1976 questo confronto produce una ridefinizione delle modalità di azione del movimento. Accanto alle pratiche sviluppate nei piccoli gruppi di autocoscienza, che continuano a rappresentare uno dei luoghi centrali dell’elaborazione femminista, si consolidano forme di intervento rivolte verso l’esterno. Le campagne sull’aborto e il dibattito sulla legislazione portano molti collettivi a confrontarsi con il sistema giuridico e con le politiche pubbliche relative alla salute e alla maternità. All’interno del movimento emergono tuttavia orientamenti differenti sul significato di questo rapporto con le istituzioni. Alcuni gruppi considerano l’intervento nello spazio pubblico, attraverso mobilitazioni, campagne politiche e iniziative rivolte alla trasformazione della legislazione, come una dimensione necessaria dell’azione femminista. Altri insistono invece sulla centralità delle pratiche autonome sviluppate nei collettivi, sottolineando il rischio che l’ingresso nei processi istituzionali possa trasformare o ridurre la portata critica del movimento. In questo quadro convivono quindi modalità diverse di concepire l’azione politica femminista. Da un lato esperienze orientate alla mobilitazione pubblica e al confronto con il sistema giuridico e sanitario; dall’altro gruppi che continuano a privilegiare la trasformazione delle relazioni tra donne e l’elaborazione teorica sulla soggettività femminile, sviluppata anche attraverso il confronto con la psicoanalisi. Il 1976 rappresenta per il femminismo italiano il momento di massima espansione e, secondo alcune interpretazioni storiografiche, l'inizio di una parabola discendente. Sul piano politico generale, le elezioni del 20 giugno segnano la fine del ciclo dei movimenti degli anni Sessanta: i gruppi della sinistra extraparlamentare, indeboliti dal voto, cedono al PCI il ruolo di rappresentante dei conflitti di classe. L'avanzata delle sinistre storiche avvia un processo di istituzionalizzazione dei conflitti sociali, che si traduce progressivamente in interventi legislativi — la legge sui consultori (1975), la legge sull'aborto (1978), l'istituzione della Consulta femminile (1976). Calabrò e Grasso (1985) individuano in questo processo la chiave interpretativa della crisi del movimento femminista: quando il conflitto si sposta da obiettivi non negoziabili — la definizione dell'identità sessuale femminile — a obiettivi negoziabili — l'acquisizione di diritti regolamentati per legge — il movimento cambia avversario, ne accetta le regole del gioco e perde progressivamente la capacità di mobilitazione. Gran parte del femminismo non si riconosce nella nuova posta in gioco e non si mobilita. All'interno del movimento, il 1976 è anche l'anno in cui le carte si rimescolano: nascono molti nuovi gruppi, fluidi e di breve durata, che mescolano elementi delle diverse tendenze senza approfondirne nessuna, mentre l'autocoscienza nei gruppi storici è ormai in esaurimento. L'ingresso di donne giovani produce tensioni generazionali tra nuove e femministe storiche che indeboliscono la trasmissione del patrimonio teorico. Il convegno di Paestum nel dicembre 1976, l'ultimo a carattere nazionale, registra queste fratture senza comporle. Parallelamente emergono i primi segnali di una trasformazione: i corsi delle 150 ore, che mettono in contatto femministe e donne di condizione diversa, anticipano le forme che il femminismo assumerà nel decennio successivo. === 3.4 Trasformazioni del movimento (1977-1981) === Il triennio 1977-1980 segna una trasformazione profonda del femminismo italiano, che avviene sotto la pressione combinata di fattori esterni e di tensioni interne al movimento. Sul piano del contesto politico, gli anni di piombo restringono gli spazi del dissenso e pongono tutti i movimenti di fronte a scelte difficili. Il femminismo non si sottrae a questo confronto, ma lo affronta con strumenti propri, distanziandosi sia dalla logica della lotta armata sia da quella della risposta istituzionale. La morte di Giorgiana Masi, uccisa durante una manifestazione a Roma nel maggio 1977, colpisce in modo particolare alcune componenti del movimento. Il rapporto con il movimento del '77, che riprende alcune parole d'ordine femministe, come la centralità del personale e il rifiuto della delega, è oggetto di valutazioni divergenti: alcune femministe riconoscono affinità, altre sottolineano la distanza strutturale tra i due movimenti, individuando nel '77 un uso svuotato delle categorie femministe. Il nodo della doppia militanza, che aveva attraversato l'intero decennio, si fa più acuto in questa fase. Il rapporto tra femminismo e sinistra extraparlamentare, già segnato da tensioni profonde, di cui il congresso di Rimini di Lotta Continua nel 1976 rappresenta un momento emblematico, non si risolve in un abbandono generalizzato. Le donne delle nuove generazioni, entrate nel movimento nella seconda metà del decennio, vivono spesso una doppia appartenenza che le femministe storiche tendono a giudicare negativamente, leggendovi una persistenza della cultura emancipazionista della sinistra. Lo scontro tra queste due componenti contribuisce, in diversi collettivi, alla crisi e allo scioglimento. Sul terreno legislativo, la legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza, approvata nel maggio 1978, produce reazioni divergenti. Le femministe che si erano opposte a qualsiasi regolamentazione giuridica ribadiscono l'impossibilità di tradurre in legge la complessità dell'esperienza femminile. Quelle che avevano sostenuto la battaglia per la legalizzazione esprimono insoddisfazione per i limiti del testo, in particolare per la clausola sull'obiezione di coscienza. La legge non chiude il dibattito: i collettivi continuano a mobilitarsi per la sua piena applicazione, a presidiare gli ospedali, a sostenere le donne nei percorsi di interruzione di gravidanza. Il dibattito sulla legge di parità tra i sessi nel mondo del lavoro (1977) e sulla proposta di legge contro la violenza sessuale riproduce le stesse linee di divisione: una parte del movimento lavora per ottenere tutele concrete, spostare la violenza sessuale dai reati contro la morale pubblica ai reati contro la persona, vietare le discriminazioni nel lavoro, mentre un'altra ritiene che qualsiasi regolamentazione giuridica ignori la differenza sessuale o non possa rappresentare adeguatamente la sofferenza delle donne. La legge sulla violenza sessuale verrà approvata solo nel 1996. In questo stesso periodo, alcune componenti del movimento intensificano il proprio impegno nel sociale: nei consultori, nei sindacati, nelle aule dei tribunali, nei centri antiviolenza. Questo spostamento verso l'esterno produce una trasformazione interna: i tempi dell'elaborazione teorica e quelli dell'azione nel sociale si sfalsano, e per alcune femministe il movimento tende a diventare una politica di servizio, perdendo la sua forza propulsiva originaria. Il referendum del 1981 - doppio: uno promosso dal Movimento per la vita per abrogare la 194, l'altro dal Partito Radicale per liberalizzarla ulteriormente - rappresenta l'ultima grande occasione di mobilitazione collettiva. La vittoria del no su entrambi i fronti mostra ancora una capacità di azione, ma anche la persistente frammentazione interna: di fronte al referendum radicale, molte femministe scelgono il doppio no, rifiutando sia l'abrogazione sia la liberalizzazione proposta dai radicali. La storiografia più recente ha messo in discussione l'interpretazione che vede nella fine degli anni Settanta la fine tout court del femminismo. Alcune esperienze mostrano una continuità e una capacità di reinvenzione che non si esaurisce con il lungo Sessantotto. Quello che si conclude è il femminismo come movimento di massa con una struttura reticolare diffusa; quello che rimane è un patrimonio culturale e politico che continua a circolare in forme diverse: centri di documentazione, riviste teoriche, cooperative, iniziative culturali. Non più movimento organizzato, ma insieme di pratiche e riferimenti condivisi che attraversano ambiti diversi della vita sociale e professionale. '''Relazioni, conflitti e fratture tra le anime del femminismo''' La pluralità del femminismo italiano non è solo varietà di gruppi e pratiche: è attraversata da tensioni che, con particolare evidenza dalla metà degli anni Settanta, si manifestano come conflitti espliciti. Queste tensioni riflettono differenze teoriche e politiche costitutive, che percorrono il movimento fin dalle origini e si ridefiniscono nel tempo. Una prima linea di differenza riguarda il rapporto tra elaborazione interna e intervento esterno. Per una parte del movimento la trasformazione politica passa attraverso un lavoro su di sé - l'autocoscienza, poi la pratica dell'inconscio - che non può essere subordinato a obiettivi di mobilitazione collettiva. Per un'altra parte, questo lavoro deve tradursi in azione nel sociale, in confronto con le istituzioni, in capacità di aggregare. Da questa tensione deriva una seconda frattura, più radicale: quella tra chi considera l'interlocuzione con le istituzioni un terreno legittimo di lotta e chi vi vede una forma di incorporazione che svuota le istanze femministe del loro contenuto. Si tratta, come sottolinea Calabrò (1985), di una posizione minoritaria ma teoricamente coerente, che rifiuta non tatticamente, ma per principio, qualsiasi mediazione: con le leggi, con i partiti, con le manifestazioni di massa. Il dibattito sull'aborto e, più tardi, quello sulla legislazione sul lavoro e sulla violenza sessuale sono i momenti in cui questa frattura diventa più visibile: mentre una parte del movimento partecipa alla contrattazione parlamentare, un'altra denuncia come qualsiasi regolamentazione giuridica lasci intatta la radice del problema. Alcune letture storiografiche hanno applicato questa polarità all'asse geografico Roma-Milano, individuando nelle due città due diverse concezioni di come la differenza femminile possa agire nel mondo (Lussana, 2012). Una terza linea di differenza riguarda il rapporto con la sinistra e la doppia militanza: la questione di come conciliare l'appartenenza al movimento femminista con la militanza nelle organizzazioni della sinistra extraparlamentare produce tensioni che attraversano il decennio e che verranno approfondite nella Parte V. A queste fratture teoriche se ne aggiunge una di natura diversa, che emerge intorno al 1976: il conflitto generazionale tra le femministe storiche e le donne che accedono al movimento in questa fase. Calabrò e Grasso (1985) descrivono questo processo come un rimescolamento delle carte: nascono molti nuovi gruppi, fluidi e di breve durata, che mescolano elementi delle diverse tendenze senza approfondirne nessuna. È in questo momento che il movimento femminista si allarga fino a diventare, almeno in parte, un più vasto movimento delle donne, che condivide alcune parole d'ordine femministe senza farne propria la radicalità teorica, un allargamento che è insieme un segno di forza e l'inizio di una crisi di identità che il movimento non riuscirà a risolvere. Il cap. 4 dovrebbe connettere gli spazi alle scelte politiche senza dirlo esplicitamente. In pratica dovrebbe fare due cose: spiegare perché il femminismo italiano produce questi spazi specifici (consultori, case delle donne, librerie, editoria) in questo momento storico, e suggerire che la forma che prendono — autogestita, separatista, autonoma dalle istituzioni — non è neutra ma riflette orientamenti politici precisi. == Cap. 4 - Spazi, infrastrutture, saperi == Nel corso degli anni Settanta il femminismo italiano non si limita a elaborare teorie e pratiche politiche. Accanto ai collettivi di autocoscienza e alle manifestazioni di piazza, il movimento produce infrastrutture materiali e simboliche - spazi fisici, istituzioni culturali, strumenti di comunicazione - che contribuiscono a estendere l'elaborazione femminista oltre i confini dei collettivi militanti, favorendo la costruzione di reti sociali e culturali autonome e dando corpo all'idea che il cambiamento non possa attendere le trasformazioni delle strutture esistenti, ma debba cominciare dal presente, dall'invenzione di forme di vita alternative. Questo capitolo ricostruisce alcune delle realizzazioni più significative di questo processo: i consultori autogestiti, in cui la salute del corpo femminile diventa terreno di sapere collettivo e di conflitto con la medicina istituzionale; i corsi monografici delle 150 ore, in cui il femminismo incontra il mondo del lavoro e si diffonde capillarmente nella società; gli spazi fisici, case delle donne e librerie, in cui il separatismo si fa luogo abitabile; e infine l'editoria femminista, che produce i linguaggi e i testi attraverso cui il movimento pensa se stesso e comunica con il mondo esterno.<ref>{{Cita|Lussana|p. 19}}</ref> ==4.1 Consultori autogestiti e self-help== ===4.1.1 Nascita e diffusione=== I consultori autogestiti rappresentarono uno dei principali luoghi attraverso cui le elaborazioni teoriche del neofemminismo si tradussero in pratiche collettive e in forme di intervento sociale. Essi sorsero in modo spontaneo e frammentato, senza rispondere a un piano comune preordinato, per iniziativa di singoli collettivi operanti in autonomia. Nati dall'incontro tra la rivendicazione dell'autodeterminazione sul corpo e la necessità di rispondere a bisogni materiali immediati, costituirono spazi nei quali la riflessione politica, la pratica sanitaria e la produzione di saperi alternativi si intrecciarono strettamente. Il contesto in cui tali esperienze si svilupparono fu caratterizzato dall'emergere di un nuovo dibattito pubblico sui temi della [[w:Contraccezione|contraccezione]] e dell'[[w:Aborto|aborto]], favorito anche da alcuni rilevanti interventi legislativi e giurisprudenziali. Nel 1971 la [[w:Corte_costituzionale_(Italia)|Corte costituzionale]] dichiarò l'illegittimità dell'articolo 553 del [[w:Codice_penale_(Italia)|codice penale]] nella parte relativa al divieto di propaganda anticoncezionale, rimuovendo un ostacolo giuridico alla diffusione di informazioni sulla [[w:Contraccezione|contraccezione]].<ref>{{Cita|Barone|p. 124}}</ref><ref>{{Cita pubblicazione|autore=Maud Anne Bracke|anno=2022|titolo=Family planning, the pill, and reproductive agency in Italy, 1945–1971: From ‘conscious procreation’ to ‘a new fundamental right’?|rivista=European Review of History: Revue européenne d'histoire|volume=29|numero=1|lingua=en}}</ref> Nello stesso anno il Movimento di Liberazione della Donna, di orientamento libertario e federato al [[w:Partito_Radicale_(Italia)|Partito Radicale]], annunciò la presentazione di una proposta di legge di iniziativa popolare per la depenalizzazione dell'aborto, contribuendo a collocare la questione al centro del dibattito politico del decennio.<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Anastasia|cognome=Barone|titolo=«Facevamo un consultorio, ma era un progetto politico»|p=125}}</ref> Nel giugno 1973 il processo celebratosi a Padova contro [[w:Gigliola_Pierobon|Gigliola Pierobon]] rappresentò il primo grande evento giudiziario e mediatico in Italia che contribuì a rompere il silenzio sull'aborto clandestino, trasformando un reato penale privato in un caso politico di rilevanza nazionale, grazie a una mobilitazione di massa da parte del movimento femminista.<ref>{{Cita libro|autore=Anna Rita Calabrò, Laura Grasso|titolo=Dal movimento femminista al femminismo diffuso. Storie e percorsi a Milano dagli anni '60 agli anni '80|anno=1985|editore=Franco Angeli|città=Milano|ISBN=978-88-204-4530-0}}</ref> È in questo quadro che, tra la fine del 1973 e l'inizio del 1974, si costituirono a Roma le prime esperienze di autogestione nell'ambito della salute femminile: il consultorio di San Lorenzo, sorto da un gruppo dedicato ad aborto e contraccezione interno al Movimento femminista romano di via Pompeo Magno animato da Simonetta Tosi, e il Gruppo Femminista per la Salute della Donna, orientato invece prevalentemente alla pratica del self-help e alla ricerca.<ref>{{Cita|Barone|pp. 126-129}}</ref><ref>{{Cita|Tozzi 1984}}</ref><ref>{{Cita web|url=https://roma.repubblica.it/cronaca/2025/06/18/news/san_lorenzo_consultorio_via_dei_frentani_simonetta_tosi-424678188/|titolo=San Lorenzo, il consultorio di via dei Frentani dedicato a Simonetta Tosi|accesso=30 giugno 2026|data=18 giugno 2025}}</ref> Nel corso del 1974 e del 1975 esperienze analoghe sorsero in numerose città, tra cui Torino, Padova, Milano e Trento, e in seguito anche a Bergamo e Pinerolo.<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|anno=1987|titolo=Corpo a corpo|rivista=Memoria|numero=19-20|p=195}}</ref> La rapida diffusione dei consultori autogestiti fu favorita sia dalla carenza di servizi dedicati alla salute e alla sessualità femminile, sia dalla volontà di sperimentare pratiche alternative rispetto ai modelli medici e assistenziali tradizionali, in una fase in cui l'aborto era ancora illegale, e vietata, fino al 1976, la vendita di contraccettivi nelle farmacie, nonostante l'avvenuta abrogazione da parte della Corte Costituzionale dell'art. 553.<ref>{{Cita web|url=https://www.aied.it/la-storia/|titolo=La nostra storia|accesso=30 giugno 1976}}</ref> I consultori si trovarono così a negoziare costantemente la propria natura: pur rifiutando l'idea di ridursi ad ambulatori alternativi, oscillarono spesso tra l'erogazione di un "servizio" volto a colmare le carenze dell'assistenza sanitaria e la ricerca di relazioni politiche radicalmente nuove.<ref>{{Cita|Barone|pp. 120-121}}</ref><ref>{{Cita|Tosi 1987A|p. 156}}</ref> ===4.1.2 Internazionalizzazione, self-help e aborto autogestito=== I consultori autogestiti e i gruppi per la salute della donna sorsero in un contesto di intensi scambi internazionali, in particolare con i movimenti femministi francesi e statunitensi, da cui derivò gran parte delle pratiche concrete adottate in Italia. Già nel 1971 il neonato Movimento di Liberazione della Donna aveva organizzato una conferenza dedicata alle cliniche autogestite dalle donne negli Stati Uniti.<ref>{{Cita|Barone|p. 123}}</ref> Un momento particolarmente significativo avvenne nel 1973, quando Carol Downer e Debra Law, esponenti del Los Angeles Women's Health Center, in un incontro pubblico a Roma presso il [[w:Teatro_Eliseo|Teatro Eliseo]], mostrarono alla platea la tecnica dell'autovisita: l'utilizzo combinato di uno ''speculum'' di plastica, uno specchio e una pila permetteva di osservare autonomamente le pareti vaginali e il collo dell'utero, suscitando forte impressione e venendo percepita da molte partecipanti come un'esperienza di riappropriazione del proprio corpo.<ref name=":0">{{Cita|Tozzi 1987A|p. 158}}</ref> La diffusione di questa cultura fu accelerata nel 1974 dalla pubblicazione della traduzione italiana del testo collettivo statunitense ''Noi e il nostro corpo'' (''Our Bodies, Ourselves''), che divenne uno dei principali strumenti di diffusione delle conoscenze sulla salute femminile all'interno del movimento.<ref name=":0" /><ref>Stefania Voli, Storia di una traduzione, in Zapruder. Rivista di storia della conflittualità sociale, n. 13, Odradek Edizioni, maggio-agosto 2007.</ref> L'autovisita, la discussione sul ciclo mestruale, sulla contraccezione, sulla sessualità e sul piacere femminile permisero di scardinare la tradizionale gerarchia tra l'esperto e l'utente. Secondo la critica femminista, le donne non dovevano essere considerate pazienti passive, ma partecipanti attive di un processo di apprendimento e di produzione condivisa del sapere. La cooperazione transnazionale si rivelò decisiva anche sul piano operativo dell'aborto autogestito, introdotto per rispondere alla piaga degli aborti clandestini. Grazie ai rapporti con le attiviste francesi del MLAC (''Mouvement pour la liberté de l'avortement et de la contraception''), i collettivi italiani appresero e diffusero il metodo Karman.<ref>{{Cita|Tozzi 1987A|p. 161}}</ref> Questa tecnica di aspirazione risultava molto meno invasiva del tradizionale raschiamento e, richiedendo una strumentazione semplice, era praticabile anche da personale non medico, rappresentando una fondamentale innovazione politica e pratica per i gruppi che gestivano le interruzioni di gravidanza.<ref>{{Cita|Barone|p. 124}}</ref> ===4.1.3 Critica del sapere medico e delle istituzioni=== Nei consultori autogestiti la salute femminile veniva reinterpretata come questione politica e non esclusivamente medica. Le pratiche di ''self-help'' si fondavano sull'idea di una riappropriazione dal basso della gestione della salute e dei saperi sul corpo, tradizionalmente monopolizzati e privatizzati dalla medicina specialistica patriarcale. L'esperienza dei consultori si accompagnò a una critica radicale dell'autorità medica e della pretesa neutralità dei saperi scientifici. In particolare, la ginecologia e la psichiatria vennero interpretate come ambiti nei quali si erano storicamente esercitate forme di controllo sociale e sessuo-politico sui corpi femminili.<ref name=":0" /> Tale critica si inserisce in un più ampio clima di contestazione delle istituzioni sanitarie e assistenziali che caratterizzò l'Italia degli anni Settanta: in quegli stessi anni si svilupparono le lotte per la salute nei luoghi di lavoro legate all'esperienza di Medicina Democratica e di [[w:Giulio Maccacaro|Giulio Maccacaro]], e il movimento di deistituzionalizzazione psichiatrica, ispirato all'opera di [[w:Franco Basaglia|Franco Basaglia]], rimise in discussione l'autorità medica come dispositivo di controllo sociale.<ref>{{Cita|Barone|p. 123}}</ref> Le esperienze femministe condivisero con questi movimenti la rivendicazione di una riappropriazione dal basso della gestione della salute e la ridefinizione del concetto stesso di salute in chiave sociale, e non meramente clinica. La medicalizzazione della gravidanza, del parto e della sessualità femminile veniva così riletta come una forma di espropriazione del sapere e dell'autonomia delle donne. ===4.1.4 Istituzionalizzazione, conflitti e trasformazioni=== I consultori autogestiti furono spesso luoghi di incontro tra donne provenienti da esperienze politiche differenti: collettivi femministi, gruppi della sinistra extraparlamentare, ambienti radicali e associazioni impegnate sui temi della contraccezione e della salute sessuale. Questa pluralità di provenienze favorì la costruzione di reti di collaborazione, ma produsse anche tensioni riguardo al rapporto con le istituzioni.<ref>{{Cita|Barone|p. 121}}</ref><ref>{{Cita|Lussana 1997|pp. 562-563}}</ref><ref>{{Cita|Tozzi 1987A|pp. 155-156}}</ref> Rispetto alle pratiche sviluppate nei piccoli gruppi di autocoscienza, i consultori implicavano un rapporto più diretto con il territorio, con donne esterne al movimento e, progressivamente, con le istituzioni, rendendo particolarmente visibile il problema del rapporto tra autonomia femminista e intervento sociale.<ref>{{Cita|Percovich|p. 15}}</ref> L'approvazione della legge n. 405 del 1975, che istituì i consultori familiari pubblici, pose concretamente il problema dell'istituzionalizzazione delle pratiche femministe.<ref>{{Cita|Barone|pp. 121-122}}</ref> Se alcune militanti scelsero di operare all'interno delle nuove strutture pubbliche per influenzarne l'organizzazione, altre considerarono l'autonomia dei consultori autogestiti una condizione irrinunciabile della pratica politica femminista.<ref>{{Cita|Lussana 1997|pp. 563-564}}</ref> Il dibattito sui consultori pubblici investì il movimento di una tensione interna mai del tutto risolta, riassumibile nella contrapposizione tra «lavorare con le donne» e «lavorare per le donne»<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|titolo=Corpo a corpo|p=195}}</ref>: da un lato i gruppi che, come a Torino e a Padova, scelsero di assumere una funzione di servizio sociale e richiesero il riconoscimento e il finanziamento pubblico; dall'altro le esperienze, come il Gruppo Femminista per la Salute della Donna di Roma o il Centro per una Medicina delle Donne di Milano, che si ritrassero da tale prospettiva, temendo che farsi carico della gestione di un servizio comportasse la rinuncia alla ricerca e all'autonomia politica originarie. La proposta del CRAC (Coordinamento romano aborto e contraccezione) di richiedere il finanziamento pubblico ai consultori autogestiti, motivata dal principio secondo cui «autogestione non significa autofinanziamento», fu duramente contestata da un gruppo di femministe milanesi, che vi scorsero il rischio di una collaborazione con le stesse istituzioni mediche da cui ci si voleva emancipare.<ref>{{Cita|Barone|p. 132}}</ref> Il consultorio della Bovisa, a Milano, scelse infine di chiudere proprio in seguito all'istituzione dei consultori pubblici, ritenendo che la propria esperienza, nata come laboratorio di ricerca e non come servizio continuativo, non potesse né autogestirsi indefinitamente né istituzionalizzarsi senza tradire la propria natura<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|titolo=Corpo a corpo|pp=198-199}}</ref>. Un conflitto analogo, ma con esiti diversi, riguardò il rapporto tra i collettivi femministi e l'Unione Donne Italiane (UDI), che a Roma sostenne invece una concezione di «gestione sociale» del servizio, fondata sulla delega allo Stato della responsabilità collettiva sulla salute delle donne, contrapposta all'autogestione rivendicata dai gruppi femministi.<ref>{{Cita|Barone|p. 132}}</ref> Negli anni successivi, mentre molte esperienze autogestite si esaurivano, nuove forme di organizzazione e di produzione culturale - case delle donne, librerie, centri di documentazione - avrebbero raccolto parte della loro eredità.<ref>{{Cita|Lussana|p. 19}}</ref> == 4.2 Le 150 ore delle donne == I corsi monografici delle 150 ore rappresentano uno degli spazi in cui il femminismo degli anni Settanta incontra più direttamente il mondo del lavoro organizzato. Nati nel quadro del contratto nazionale dei metalmeccanici del 1973, che prevedeva 150 ore di permessi retribuiti triennali finalizzati all'elevazione culturale e professionale dei lavoratori, i corsi si diffusero rapidamente in tutto il paese, soprattutto nell'Italia del Nord, dove esistevano numerosi Coordinamenti FLM e collettivi femministi radicati nelle fabbriche. === Dal diritto allo studio ai corsi per donne === L'idea di dedicare corsi monografici alla sola condizione femminile, riservati a sole donne, nasce a Torino alla fine del 1974 tra sindacaliste e femministe che di lì a pochi anni avrebbero fondato l'Intercategoriale donne CGIL-CISL-UIL (Lona, 2015). Confrontare con: L'iniziativa nacque dall'incontro tra il femminismo sindacale, in particolare i Coordinamenti donne FLM (Federazione Lavoratori Metalmeccanici), e i gruppi del femminismo militante. Tra i promotori figurarono collettivi sindacali femminili e collettivi di quartiere come il gruppo di via Gabbro a Milano e il Collettivo Aurelio-Cavalleggeri a Roma. Con l'apertura progressiva ad altre categorie, tra il 1974 e il 1975 furono istituiti corsi specificamente indirizzati alle donne (lavoratrici, casalinghe, disoccupate), tenuti da femministe e docenti universitarie. I contenuti riguardavano salute femminile, sessualità, lavoro domestico, condizione delle donne. L'esperienza si radicò nelle aree a forte industrializzazione: Torino con corsi sulla salute e medicina, Milano come fulcro della riflessione teorica, Reggio Emilia e Bologna con forte partecipazione delle lavoratrici, le province venete di Venezia, Padova e Treviso tra il 1975 e il 1976, Roma come centro per la nascita di istituzioni educative autonome. La partecipazione fu significativa, con molte donne che trovavano nei corsi occasioni di formazione altrimenti inaccessibili e spazi di socializzazione (Lussana, 2012; Bellè, 2021). Le partecipanti sono lavoratrici di ogni categoria — operaie, impiegate, casalinghe, studentesse, disoccupate — e i temi affrontati vanno ben oltre i contenuti previsti dal progetto sindacale originario: la salute, la sessualità, il corpo, la maternità, l'aborto, il lavoro domestico, i rapporti familiari. Alcune esperienze particolarmente significative si svolgono a Bergamo (1974-75), Genova (dal 1975), Torino (dal 1975, con la nascita dell'Intercategoriale che proseguirà le sue attività fino al 1981), Milano (dal 1976), Roma, Alessandria — dove i risultati del corso del 1978 vengono raccolti nel volume collettivo ''La salute della donna'' (Edizioni dell'Orso, 1979) — e nel Veneto, con i corsi di Verona e Padova avviati nel 1979 dopo una lunga negoziazione con i rispettivi atenei, che richiesero persino il parere favorevole di apposite commissioni del Senato accademico prima di approvare corsi riservati esclusivamente a donne e tenuti da sole docenti donne (Lona, 2015). La dinamica interna ai corsi è spesso quella dell'autocoscienza allargata: le partecipanti si dividono in gruppi, discutono a partire dalla propria esperienza, e producono materiali scritti collettivamente — ciclostilati, opuscoli, a volte veri e propri libri. È in questo contesto che molte donne scrivono per la prima volta. L'esperienza più documentata è quella del corso di Affori, periferia nord di Milano, dove Lea Melandri viene assegnata nel dicembre 1976 a una classe composta quasi interamente da casalinghe over quaranta. Melandri descrive quel corso come "un laboratorio unico e originale nel tentativo di mettere a confronto intellettuali e donne comuni", in cui "le teorie elaborate dai gruppi femministi erano costrette ad esporsi agli interrogativi che venivano ancora una volta dalle vite concrete" (Melandri, archiviodilea.wordpress.com). Tra i testi prodotti dalle corsiste, il più noto è ''I pensieri vagabondi di Amalia'', di Amalia Molinelli, che ricostruisce una biografia femminile attraverso il fascismo, la Resistenza, l'emigrazione a Milano e il lavoro domestico, confrontando la propria esperienza con i testi letti durante il corso. Il nodo del rapporto tra docenti femministe e corsiste è uno dei più ricchi e problematici dell'intera esperienza. Le femministe che insegnano portano nei corsi le teorie elaborate nei collettivi; le casalinghe e le operaie portano le loro biografie. L'incontro è trasformativo per entrambe, ma non privo di tensioni: le aspettative sono diverse, il rapporto con la scrittura è asimmetrico, e il sindacato guarda spesso con diffidenza a classi formate da sole casalinghe, faticando a riconoscerne la legittimità nell'ambito di uno strumento pensato per i lavoratori (Lussana, 2012). Il rapporto con il sindacato è infatti tutt'altro che lineare. Come emerge dall'incontro nazionale di Firenze del febbraio 1978, i corsi delle donne devono continuamente negoziare tra la pratica femminista del partire da sé e le logiche di un'organizzazione che stenta a riconoscere la specificità femminile come terreno politico autonomo. Secondo Lussana, tuttavia, proprio questa tensione è produttiva: i corsi 150 ore delle donne costituiscono "il momento di incontro per eccellenza del pensiero femminista con la cultura e l'organizzazione dei lavoratori" e il veicolo attraverso cui il femminismo raggiunge donne che non avrebbero mai incrociato i collettivi separatisti, diventando per la prima volta pratica di massa (Lussana, 2012). Un'acquisizione che Chiara Saraceno — che insegnò essa stessa in corsi di 150 ore a Trento — individua non tanto nei contenuti affrontati, quanto nella dimensione più elementare e più radicale: quella di legittimare le donne a prendere tempo per sé, sottraendosi alla casa e alla famiglia (cit. in Raimo, 2023). === Metodo e women studies popolari === I corsi integrarono elaborazione teorica e raccolta di storie individuali, sviluppando un metodo che partiva dai vissuti delle partecipanti. Si realizzò un incontro tra ricercatrici, accademiche e donne con diversi livelli di scolarizzazione, definito "women studies popolari". Questo approccio mise in luce una questione diversa rispetto ai corsi per operai. Nei corsi maschili si affrontava la divisione tra lavoro manuale e intellettuale all'interno della classe. Nei corsi femminili emergeva che i saperi disciplinari erano costruiti su prospettive e linguaggi maschili, ponendo alle donne il problema dell'accesso a saperi pensati a partire da un soggetto diverso da loro. === Eredità istituzionale === Le 150 ore rappresentarono un punto di incontro tra femministe e donne che non avevano partecipato al movimento, portando il femminismo a operaie, casalinghe, impiegate (Lussana, 2012; Bracke, 2019). Dall'esperienza dei corsi nacquero istituzioni autonome. Nel 1979 venne fondata a Roma l'Università delle donne "Virginia Woolf", a Milano la Libera Università delle Donne. Queste istituzioni proposero una ricerca che considerasse la dimensione di genere nelle discipline e nella relazione pedagogica (Lussana, 2012; Stelliferi, 2022). La fase di massima espansione dei corsi per sole donne basati sull'autocoscienza si collocò tra il 1975 e i primi anni Ottanta. Questa forma specifica si trasformò o esaurì entro la metà degli anni Ottanta, mentre le istituzioni generate dall'esperienza continuarono la loro attività. == 4.3 Case e librerie delle donne == La conquista di uno spazio fisico autonomo è, negli anni Settanta, una delle forme più concrete attraverso cui il separatismo femminista si traduce in realtà materiale. A partire dalla seconda metà degli anni Settanta comparvero le prime Case delle donne, destinate a diventare uno dei simboli più duraturi del femminismo italiano. Questi spazi rispondono a molteplici esigenze: sedi di attività politica in cui convivono collettivi diversi, si organizzano assemblee e campagne, si producono e circolano materiali, si elabora teoria, ma anche attività culturali, luoghi in cui vengono offerti servizi concreti per donne in difficoltà, spazi di accoglienza. La loro costituzione avviene secondo modalità differenti — l'occupazione diretta, la negoziazione con le amministrazioni locali, la fondazione cooperativa — e in ciascun caso il processo di conquista dello spazio è esso stesso un atto politico. Il caso apripista per le case delle donne è Roma. Il 2 ottobre 1976 i movimenti femministi romani - il Movimento femminista di via Pompeo Magno, il collettivo di via Pomponazzi e alcune donne del Partito radicale - occupano Palazzo Nardini, un edificio quattrocentesco abbandonato da oltre un decennio in via del Governo Vecchio, dietro piazza Navona (Camilli, 2018). L'occupazione è non violenta e immediatamente simbolica: il palazzo era stato sede della Pretura, luogo istituzionale per eccellenza, ora sottratto e restituito alle donne. Nei sette anni di occupazione vi trovano sede decine di realtà diverse - il consultorio self-help dell'MLD, un asilo nido aperto al quartiere, il collettivo contro la violenza alle donne, la redazione di ''Quotidiano Donna'', Radio Lilith, gruppi teatrali, di ricerca, lesbici. È alla Casa del Governo Vecchio che MLD, UDI e gruppi femministi elaborano il testo della legge di iniziativa popolare contro la violenza sessuale, e da lì parte nel novembre 1976 la fiaccolata ''Riprendiamoci la notte''. (Stelliferi, 2013). A Milano il dibattito sullo spazio delle donne si intreccia con una questione teorica esplicita. Quando il collettivo di via Mancinelli discute della propria sede, emerge una distinzione netta tra "luogo delle donne" e "sede": quest'ultima viene considerata espressione di un modo di fare politica ancora maschile, legato all'istituzione più che alla relazione. Il luogo delle donne deve implicare l'affettività, lo stare insieme, la vita quotidiana oltre che la militanza (Calabrò-Grasso). Dopo lo scioglimento di via Mancinelli nel 1978, molte delle donne confluiscono in Col di Lana, che assumerà progressivamente le caratteristiche di casa delle donne in senso pieno. [da integrare con materiale su Col di Lana] A Torino la Casa delle donne nasce nel marzo 1979 con l'occupazione dell'ex manicomio femminile di via Giulio, scelta deliberatamente simbolica, che trasforma un luogo storico di segregazione in spazio di liberazione. Dopo una trattativa con il Comune, le donne ottengono locali nel Palazzo dell'Antico Macello di Po in via Vanchiglia, dove la Casa ha sede ancora oggi. A Mestre il percorso mostra come la conquista dello spazio passi talvolta attraverso la mediazione con le amministrazioni di sinistra. Nel novembre 1977 il Coordinamento femminista occupa villa Franchin nel parco di Carpenedo; lo sgombero arriva il 28 dicembre, ma il Comune, che aveva già istituito il primo referato alla Condizione femminile in Italia, avvia una trattativa che porterà all'apertura di un Centro donna in piazza Ferretto. L'esperienza veneziana mostra anche i rischi della dipendenza istituzionale: nel 1985 il cambio di giunta mette a rischio il carattere autonomo del Centro, aprendolo a gruppi non femministi e scatenando una reazione decisa delle donne che lo avevano costruito . Le librerie delle donne appartengono allo stesso ecosistema di spazi politici, ma con una fisionomia propria. Non nascono per occupazione ma per fondazione cooperativa, e la loro funzione non è solo la circolazione dei testi ma la produzione di sapere e la costruzione di relazioni. La prima e più importante è la Libreria delle donne di Milano, fondata nel 1975 in via Dogana da un collettivo che include Luisa Muraro e Lia Cigarini, quest'ultima già attiva nel DEMAU, uno dei primi gruppi femministi italiani. Si ispira alla Librairie des Femmes di Parigi, ma a differenza di essa sceglie inizialmente di proporre solo opere di donne, per enfatizzare il sapere femminile. Fin dalla sua fondazione è luogo di elaborazione teorica oltre che spazio commerciale: organizza riunioni, discussioni politiche, proiezioni, e possiede un fondo di testi esauriti e introvabili. Negli anni '80, quando il movimento si frammenta, la Libreria diventa, secondo Calabrò, l'unico soggetto milanese ad "assumere il significato simbolico della continuità tra passato e presente", punto di riferimento riconosciuto collettivamente in un panorama altrimenti privo di leadership (Calabrò-Grasso]). È in questo spazio che si consolida il femminismo della differenza italiano, con la pubblicazione di ''Sottosopra'' (dal 1983) e ''Via Dogana'', e con l'elaborazione collettiva che confluirà in ''Non credere di avere dei diritti'' (1987). Questi spazi — case occupate, centri negoziati, librerie cooperative — costituiscono nel loro insieme un'infrastruttura politica e culturale che il movimento costruisce autonomamente, al di fuori delle istituzioni e spesso in tensione con esse. Ciò che li accomuna è l'idea che lo spazio fisico non sia neutro: abitarlo, conquistarlo, dargli forma è già fare politica. == 4.4 Editoria femminista == Negli anni Settanta l'editoria femminista italiana si afferma come dimensione costitutiva dell'azione politica. Produrre testi, riviste, opuscoli e libri non è un'attività separata dalla militanza: la scrittura e la circolazione dei materiali sono il modo in cui il movimento elabora pratiche, costruisce linguaggi comuni e rende visibile ciò che era rimasto confinato nella sfera privata - sessualità, maternità, lavoro domestico, violenza. Questa produzione si caratterizza fin dall'inizio per il rifiuto dei circuiti editoriali tradizionali, percepiti come parte delle stesse strutture di potere che il movimento contesta. Le prime esperienze sono autogestite e sperimentali, fondate sul lavoro volontario: manifesti, ciclostilati, opuscoli prodotti dai collettivi e diffusi attraverso reti informali. La prima casa editrice femminista in senso proprio, Scritti di Rivolta Femminile, nasce a Roma nel 1970, fondata da Carla Accardi e Carla Lonzi, tra le fondatrici del collettivo Rivolta Femminile. La collana dei "Libretti verdi" si distingue per la sobrietà grafica e la radicalità teorica: Lonzi rifiuta consapevolmente recensioni, promozione e mediazioni commerciali, ritenendo che snaturino le istanze femministe. Il suo ''Sputiamo su Hegel'' (1974) diventerà uno dei testi fondativi del femminismo della differenza, con circolazione internazionale. Nel 1972 nascono A Roma Edizioni delle donne, affini all'esperienza francese di Éditions des femmes, con un catalogo che include testi teorici e traduzioni di autrici allora poco note in Italia come Kristeva, Wittig e Duras. Nello stesso anno a Milano il gruppo Anabasi pubblica la prima antologia del femminismo internazionale, ''Donne è bello.'' Nel 1975 nasce a Milano La Tartaruga, fondata da Laura Lepetit, destinata a diventare una delle realtà più durature dell'editoria femminista italiana. Sul versante periodico, la proliferazione è straordinaria e riflette la pluralità interna al movimento. Tra le esperienze di maggiore rilievo e durata: ''Effe'' (1973-1982), primo mensile femminista di attualità e cultura a diffusione nazionale, nato a Roma con la collaborazione di giornaliste, studiose e scrittrici; ''Sottosopra'' (Milano, 1973), rivista di movimento che diventerà uno dei luoghi teorici centrali del femminismo della differenza; ''DWF – Donna Woman Femme'' (Roma, 1975), trimestrale attento alla ricerca storica e alla traduzione di testi internazionali. Accanto a queste, decine di testate di breve durata legate ai collettivi locali documentano orientamenti differenti, dal marxismo femminista al lesbismo, dalla riflessione sulla differenza sessuale alle lotte per il salario al lavoro domestico. L'insieme di queste esperienze - case editrici, riviste - costituisce un'infrastruttura culturale autonoma che il movimento costruisce parallelamente alle strutture istituzionali e spesso in opposizione ad esse. È in questo spazio che si elabora non solo la teoria femminista, ma anche la sua forma: una forma che rifiuta la neutralità del sapere accademico e rivendica la soggettività come punto di partenza epistemologico. All’inizio degli anni Settanta la crescita dei collettivi femministi è accompagnata da una rapida espansione della stampa militante. Accanto ai bollettini e alle riviste prodotti dai gruppi del movimento, continua tuttavia a esistere una stampa femminile legata alle organizzazioni politiche della sinistra o alle culture marxiste rivoluzionarie. I diversi circuiti editoriali riflettono la pluralità dei contesti politici nei quali si sviluppa il femminismo italiano. == 4.5 Arte e cinema == == Note == <references/> == Bibliografia == * {{Cita libro|autore=Anastasia Barone|titolo=«Facevamo un consultorio, ma era un progetto politico». I consultori a Roma prima e dopo la legge 405/1975|anno=2023|editore=Viella|città=Roma|pp=119-148|ISBN=9791254692349|opera=Anni di rivolta. Nuovi sguardi sui femminismi degli anni Settanta e Ottanta|curatore=Paola Stelliferi, Stefania Voli|cid=Barone}} * {{Cita pubblicazione|autore=Alfero Boschiero, Nadia Olivieri|anno=2022|titolo=Il corpo mi corrisponde|rivista=Venetica|numero=1}} * {{Cita pubblicazione|autore=Vicky Franzinetti|anno=1987|titolo=In senso dell'autogestione|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=181-187|cid=Franzinetti}} * {{Cita libro|autore=Fiamma Lussana|titolo=Le donne e la modernizzazione: il neofemminismo degli anni settanta|anno=1997|editore=Einaudi|città=Torino|pp=471-565|ISBN=88-06-13571-6|opera=Storia dell'Italia repubblicana, vol.III, t.2|cid=Lussana 1997}} * {{Cita libro|autore=Luciana Percovich|titolo=La coscienza nel corpo. Donne, salute e medicina negli anni Settanta|anno=2005|editore=Franco Angeli|città=Milano|cid=Percovich}} * {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1984|titolo=Il movimento delle donne, la salute, la scienza. L'esperienza di Simonetta Tosi|rivista=Memoria|numero=11-12|cid=Tozzi 1984}} * {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1987|titolo=Molecolare, creativa, materiale: la vicenda dei gruppi per la salute|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=153-180|cid=Tozzi 1987A}} * {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1987|titolo=Alla radice del "self-help". Gruppo femminista per la salute della donna (G.F.S.D.)|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=202-205|cid=Tozzi 2}}<br /> == Introduzione == Il femminismo degli anni Settanta costituisce uno dei passaggi più incisivi della storia politica e culturale dell’Italia contemporanea. Tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta, una fitta rete di collettivi e gruppi diffusi sull’intero territorio nazionale mise in discussione i ruoli di genere, le relazioni tra i sessi e le stesse categorie attraverso cui venivano definiti la politica, i linguaggi, le forme del sapere e le soggettività. La novità del neofemminismo non risiede unicamente nelle rivendicazioni avanzate, ma nelle pratiche attraverso cui esse furono elaborate: l’autocoscienza, la politicizzazione dell’esperienza personale, la centralità del corpo e della sessualità come luoghi di produzione di sapere e di conflitto. L’esperienza femminile non venne più subordinata a cornici interpretative esterne - di partito, di classe o di tradizione ideologica - ma assunta come punto di partenza per una rielaborazione teorica autonoma, capace di ridefinire il confine tra privato e pubblico, vita e politica, e di interrogare i nessi tra potere, sapere e corporeità. Il femminismo di questo periodo si presenta come un insieme articolato di esperienze differenziate, radicate in contesti territoriali, culturali e politici diversi, con orientamenti teorici e strategie non omogenei. Tale pluralità - visibile nel diverso rapporto con la sinistra, i movimenti e le istituzioni, nell’alternativa tra separatismo e doppia militanza, nelle letture della subordinazione femminile in termini di classe o di differenza sessuale, nelle modalità di intervento pubblico - costituisce un tratto strutturale del movimento. La storiografia ha posto questo nodo al centro della riflessione, interrogandosi sull’uso dei termini “femminismo” e “femminismi”: se il singolare consente di cogliere la forza storica di un processo collettivo accomunato dalla critica alle gerarchie di genere, il plurale rende conto della molteplicità delle culture politiche e dei linguaggi che lo attraversarono (Guerra 2005). La trasformazione che si produce alla fine del decennio non coincide con una cesura netta. Piuttosto, la crisi della forma-movimento apre una fase di riorganizzazione e ridefinizione: negli anni ottanta molte pratiche e molte elaborazioni proseguono in forme differenti, attraverso luoghi culturali, reti associative e iniziative di produzione che consolidano un femminismo meno centrato sulla mobilitazione di massa, ma capace di incidere in modo duraturo nel tessuto sociale (Guerra 2005). La categoria di “eredità” permette di leggere questo passaggio senza ridurlo a una narrazione di declino. Questo volume adotta una prospettiva che intreccia ricostruzione storica e riflessione storiografica, assumendo come oggetto non soltanto gli eventi e le organizzazioni, ma le pratiche, i linguaggi e i luoghi di produzione del sapere femminista. Dopo una sezione dedicata alle genealogie - il rapporto con il ’68, con la tradizione emancipazionista e con le reti transnazionali - il percorso analizza le pratiche fondative, la pluralità delle esperienze, i rapporti con movimenti, partiti e istituzioni, nonché gli spazi materiali e simbolici attraverso cui il femminismo costruì nuove forme di socialità e di cultura. Una parte conclusiva è dedicata alle trasformazioni degli anni ottanta e alle principali interpretazioni storiografiche del neofemminismo, affrontando le questioni di periodizzazione, di metodo e di memoria che ancora attraversano il dibattito. Il volume assume le pratiche, i luoghi e i linguaggi come chiavi di lettura attraverso cui osservare l’intreccio tra dimensione politica, sociale e culturale del femminismo italiano degli anni Settanta, un'intersezione nella quale maggiormente si coglie la portata trasformativa del movimento. Introduzione Parte II Il femminismo degli anni Settanta si caratterizza per la centralità attribuita alle pratiche - come il separatismo e l’autocoscienza – che non rappresentano semplicemente forme organizzative, ma luoghi di elaborazione politica e di produzione di sapere. La condivisione delle esperienze individuali consente di mettere in discussione l’apparente naturalità dei ruoli di genere e di individuare i meccanismi sociali e culturali che regolano i rapporti tra uomini e donne. In questo senso, le pratiche non si limitano a descrivere la realtà, ma contribuiscono a ridefinirla; la politica non è intesa soltanto come intervento nello spazio pubblico, ma come processo che prende avvio dall’esperienza vissuta e dalle relazioni tra donne. All’interno di questo processo si afferma il principio secondo cui “il personale è politico”, che consente di collegare le esperienze quotidiane alle strutture sociali più ampie. Attraverso questa prospettiva, ambiti tradizionalmente considerati privati – come la sessualità, la maternità e la vita familiare – diventano oggetto di analisi e intervento politico. È in questo quadro che il corpo emerge come un nodo centrale della riflessione femminista. Non si tratta di un ambito già definito, ma di un terreno che prende forma progressivamente attraverso le pratiche del movimento. Le esperienze legate alla sessualità, alla riproduzione e alla salute vengono condivise, confrontate e reinterpretate, dando luogo a una nuova consapevolezza che mette in discussione i modelli culturali dominanti; elaborazione teorica e sperimentazione pratica non costituiscono ambiti separati, ma dimensioni intrecciate di un medesimo percorso di politicizzazione. Le pratiche del movimento non furono adottate in modo uniforme né assunsero significati univoci, ma costituirono un repertorio condiviso, rielaborato in forme differenti nei diversi contesti. Tale pluralità rinvia alla coesistenza di differenti modi di intendere la liberazione delle donne e al rifiuto di modelli organizzativi gerarchici e di una definizione univoca delle priorità. Tuttavia, essa condivise alcuni elementi fondamentali: la messa in discussione della distinzione tra sfera privata e sfera pubblica, la conseguente ridefinizione del politico e delle forme della soggettività femminile. Le sezioni che seguono analizzano, da diverse prospettive, le principali pratiche e i nodi concettuali attraverso cui il femminismo degli anni Settanta ha ridefinito il rapporto tra esperienza, conoscenza e azione politica. PARTE 3 "le radici del femminismo radicale italiano affondino al di fuori del contesto universitario, dei partiti e dei movimenti sociali, e si congiungano con l’azione di donne non più giovanissime alla fine degli anni Sessanta e senza pregresse, strutturate esperienze politiche." (tesi stelliferi) 32 Il primo collettivo neofemminista italiano, Demau (Demistificazione Autoritarismo; Demistificazione [dell] autoritarismo), precede in realtà (1966) la rivolta studentesca e operaia della fine degli anni '60. - Strazzeri, p. 6 == Cronologia principale == === 1965-1982 === {| class="wikitable sortable" ! Anno ! Gruppi che nascono ! Gruppi che si sciolgono ! Eventi ! Convegni / Incontri ! Manifestazioni ! Produzione culturale |- | 1965/66 | Demau | | | | | |- | 1967 | | | | | | |- | 1968 | | | Contestazione studentesca | | | |- | 1969 | Cerchio spezzato (Trento); MLD legato al Partito Radicale | | Autunno caldo | | | |- | 1970 | Rivolta femminile Anabasi Le Nemesiache | |Approvazione della legge sul Divorzio (L. 898/1970) | | | |- | 1971 | Lotta Femminista (PD) | |La Corte Costituzionale depenalizza la diffusione e l'uso degli anticoncezionali. Approvazione della legge a tutela delle lavoratrici madri (L. 1204/1971 - diritto di astenersi dal lavoro 2 mesi prima, 3 dopo il parto) e della L.1044/1971 che introduce il piano quinquennale per l'istituzione di asili nido comunali con il concorso dello Stato | Milano – Convegno presso l’Umanitaria | | Esce ''Quarto mondo'', pubblicata a Roma dal Fronte Italiano di Liberazione Femminile (FILF) |- | 1972 | Cherubini; Lotta Femminista (MI) | | | Bologna – Convegno di varie città; Rouen – Convegno organizzato da Psychoanalyse et Politique; Vandea – Convegno europeo organizzato dal MLF | | Nascono a Roma Edizioni delle donne; Anabasi pubblica l'antologia ''Donne è bello'' ; esce ''Compagna'', rivista di orientamento marxista. Nasce a Roma il Collettivo Femminista Comunista di Via Pomponazzi |- | 1973 | Collettivo San Gottardo; Gruppo Analisi; Gruppo Femminista per una medicina delle donne; Rivolta 3 | Demau | Si forma il CISA; Processo a Gigliola Pierobon (Padova) | Varigotti – incontro tra Cherubini, alcune donne del Veneto e le francesi di Psychanalyse et Politique | | Esce a Roma ''Effe'' , primo mensile femminista di attualità e cultura autogestito a diffusione nazionale; a Bologna ''La voce delle donne comuniste'' e ''Donna proletaria;'' a Milano ''MezzoCielo'' |- | 1974 | Collettivo di via Albenga; Gruppo di Pratica dell’Inconscio; Mondadori; Ticinese | Lotta Femminista | Referendum abrogativo della legge sul divorzio | 1° Convegno Nazionale a Pinarella di Cervia | | Esce ''Sputiamo su Hegel'' di Carla Lonzi; nasce l'editrice romana Dalla parte delle bambine; esce ''Sottosopra'' |- | 1975 | Libreria delle donne di Milano | | Vengono istituiti i consultori familiari (L. 405/1975) Blocco in Senato della proposta di legge sull’aborto | | | Laura Lepetit fonda la casa editrice La Tartaruga; esce ''DWF – Donna Woman Femme'' |- | 1975 | Corsi monografici 150 ore; | Anabasi; Cherubini (trasferimento in Col di Lana); San Gottardo | Elezioni amministrative | Carloforte – Vacanze femministe; Milano – Convegno “Sessualità, maternità, procreazione, aborto”; Milano – Umanitaria “Donne e politica”; San Vincenzo (LI) – Pratica dell’inconscio; 2° Convegno nazionale a Pinarella di Cervia | Roma – Manifestazione nazionale del 6 dicembre | |- | 1976 | Corso 150 ore Affori; Gruppo Donne e Immagine; Gruppo Donne via dell’Orso; Gruppo donne Palazzo di Giustizia; Gruppo n.4 Col di Lana | Gruppo Analisi; Gruppo di Pratica dell’Inconscio; Gruppo Femminista per una medicina delle donne; Rivolta 3 | Elezioni politiche; Formazione della Consulta femminista; Legge nazionale sui consultori | Milano – Convegno “Donne e lavoro”; Paestum – 3° e ultimo convegno nazionale | Milano – Entrata “dimostrativa” nel Duomo (gennaio) | Nasce a Roma la rivista ''Limenetimena;'' esce ''Differenze'', rivista dei Collettivi femministi romani |- | 1977 | Collettivo della Borletti; Gruppo donne via Lanzone; Gruppo Scrittura | | Approvazione legge sulla Parità di Lavoro (L. 903/1977) Movimento del 1977 | Milano – Convegno sulla violenza (Sala Provincia) | | Nasce la Libreria delle donne di Bologna Librellula |- | 1978 | Gruppo Madri del Leoncavallo; Gruppo Scrittura 1; Gruppo Scrittura 2; Gruppo Scrittura 3 | | Approvazione legge sull'aborto (194/1978) Rapimento Moro | | | Esce ''Quotidiano donna,'' settimanale di politica, attualità e cultura ; apre a Cagliari la Libreria gestita dalla coperativa La tarantola |- | 1979 | 150 ore sul Cinema; Redazione di Grattacielo; Redazione milanese di Quotidiano Donne | Collettivo Mondadori; Coordinamento via dell’Orso; Gruppo Donne e Immagine; Mancinelli | “Caso 7 aprile” | Milano – Umanitaria, proposta di legge contro la violenza sessuale | | Apre a Firenze la Libreria delle donne |- | 1980 | Centro Donne Ticinese; Collettivo studentesse liceo Berchet; Collettivo studentesse Università Statale; Cooperativa Gervasia Broxson; Gruppo di psicologia e attività creative; Gruppo Eos; Ristorante Cicip-Ciciap; Ticinese (nuovo) | Col di Lana; Collettivo Borletti | | | Milano – Manifestazione contro abrogazione legge aborto | |- | 1981 | Gruppo Phoenix | Grattacielo; Gruppo donne Palazzo di Giustizia | Referendum abrogativo legge aborto | Firenze – 2° Convegno contro il referendum; Milano – 1° Convegno contro il referendum 194; Roma – Convegno nazionale donne lesbiche; Torino – Convegno internazionale donne lesbiche | | |- | 1982 | | Gruppo n.4; Redazione milanese di Quotidiano Donna | | | | |} qxe8ba17ccfj8j0beoh6dk3fx9eumqu 499664 499663 2026-07-02T17:59:03Z LorManLor 24993 499664 wikitext text/x-wiki '''3. Pluralità dei femminismi''' 3.1 Formazione (1965–1973) 3.2 Espansione e confronto pubblico (1974–1976) 3.3 Ridefinizioni (1977–1980) '''4. Spazi, infrastrutture, saperi''' 4.1 Consultori autogestiti e self-help 4.2 Le 150 ore delle donne 4.3 Case delle donne 4.4 Editoria femminista 4.5 Arte e cinema '''5. Trasformazioni tra anni Settanta e Ottanta''' 5.1 Nuove configurazioni 5.2 Femminismo e politiche delle donne '''6. Interpretazioni storiografiche''' 6.1 Questioni di metodo. Memoria e storia 6.2 Periodizzazioni 6.3 Questione territoriale 6.4 "Doppia militanza" e rapporti con la sinistra extraparlamentare 6.5 Dimensione transnazionale 6.6 Questioni aperte, prospettive di ricerca '''Appendici''' Cronologia essenziale Glossario Documenti fondamentali (estratti) Bibliografia Sitografia e archivi digitali == Cap. 3 - Pluralità dei femminismi (e trasformazioni del movimento (1965-1981), oppure Configurazioni del movimento femminista == Il cap. 3 dovrebbe parlare di come il femminismo si rapporta al suo interno e ''in relazione ad altri soggetti politici'' ''(sin ex)'' Il cap. 5 (riforme, processi per stupro) di come il femminismo interagisce con le ''istituzioni'' — leggi, parlamento, tribunali. Ma il femminismo italiano si definisce ''sempre'' in relazione a qualcosa di esterno — la sinistra, le istituzioni, il diritto, i movimenti. Non esiste un "interno puro" del movimento separabile da questi rapporti. Quindi qualsiasi architettura che provi a separare "i gruppi" da "i rapporti esterni" produrrà sempre sovrapposizioni. Soluzione: logica diacronica + attenzione alle dinamiche Il femminismo italiano degli anni Settanta si presenta alla ricerca storica come un oggetto per sua natura plurale. La storiografia più recente ha riconosciuto nella molteplicità di gruppi, pratiche e orientamenti teorici una caratteristica costitutiva del movimento. (Guerra, 2005; Bellè, 2021; Stelliferi e Voli, 2023). Parlare di "femminismi" al plurale significa riconoscere che il campo femminista italiano non ha mai avuto un centro, una linea ufficiale, né portavoce riconosciute. Questa pluralità si riflette nella struttura organizzativa del movimento: reticolare, priva di gerarchie formalizzate, composta da soggetti collettivi con gradi molto diversi di strutturazione e continuità nel tempo. Accanto a gruppi ben identificabili, esistono aggregazioni nate intorno a singoli temi o momenti di mobilitazione. È una forma che garantisce radicamento diffuso, ma che non produce — né per tutte necessariamente deve produrre — posizioni comuni: per una parte del movimento il rifiuto della risposta collettiva, delle manifestazioni di massa e di qualsiasi forma di contrattazione con le istituzioni è esso stesso una scelta teorica e politica. Il contesto politico e sociale rappresenta una variabile che ne plasma le trasformazioni. Il referendum sul divorzio del 1974, le elezioni del 1976, la stagione legislativa su aborto e consultori, gli anni di piombo ridefiniscono i termini del confronto interno al movimento, spostano le linee di frattura, accelerano o frenano la capacità di mobilitazione collettiva. Quando le istituzioni cominciano ad assorbire alcune istanze femministe traducendole in leggi, la struttura reticolare mostra i suoi limiti: la rete fatica a reggere la pressione dell'istituzionalizzazione, e la pluralità che aveva garantito vitalità diventa difficile da tenere insieme. È in questo intreccio tra dinamiche interne ed esterne che si leggono i conflitti del femminismo italiano: le divisioni sull'aborto, sul rapporto con le istituzioni, sulle manifestazioni di piazza non sono fratture accidentali, ma rispecchiano differenze teoriche e politiche profonde sul senso stesso dell'agire femminista. > le vicende entrano come esempi trasversali a queste linee, non come scansione cronologica. Quattro linee di differenza "interne": i # Autocoscienza/pratica dell'inconscio (elaborazione interna) vs. pratica/intervento nel sociale # Autonomia radicale vs. interlocuzione istituzionale (Milano vs. Roma — come asse che incrocia le prime due - Lussana) # doppia militanza e rapporto con la sinistra # Femministe storiche vs. nuove, conflitto generazionale e allargamento del movimento Problema: quale contesto politico è davvero rilevante per capire l'evoluzione del femminismo? Non tutto il contesto politico italiano, ma solo quello che incide direttamente sul movimento: le leggi che lo riguardano, i movimenti con cui interagisce, il clima che restringe o allarga gli spazi di azione. === 3.1 La formazione dei primi collettivi (1965–1973) === Tra la seconda metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta in diverse città italiane iniziano a formarsi i primi gruppi femministi autonomi. Tali esperienze non derivano da un unico centro organizzativo né da un’elaborazione teorica condivisa: emergono in contesti differenti e a partire da percorsi politici e sociali eterogenei. Collettivi universitari, gruppi nati all’interno della nuova sinistra ed esperienze sviluppate in ambienti intellettuali e culturali contribuiscono alla costruzione di una rete di relazioni informali, caratterizzata da forte autonomia locale e da modalità di coordinamento intermittenti. La storiografia ha progressivamente adottato la categoria di “femminismi” per descrivere questa configurazione originaria del movimento, già attraversata da differenze significative nei linguaggi politici, nelle pratiche e nelle forme di organizzazione (Rossi-Doria 2005; Lussana 2012; Stelliferi 2015). Fin dalle origini, quindi, il movimento assume una struttura reticolare, composta da collettivi autonomi, gruppi di autocoscienza e reti informali di scambio, senza un’organizzazione centrale né piattaforme politiche unitarie. Tali differenze si articolano lungo diversi piani: un primo ambito riguarda le modalità attraverso cui viene elaborata la soggettività femminile come terreno di esperienza politica. In alcuni gruppi l’autocoscienza costituisce lo strumento principale di analisi delle relazioni tra donne e della costruzione di un sapere politico fondato sull’esperienza condivisa; in altri contesti la riflessione si sviluppa attraverso pratiche espressive e simboliche che rielaborano in forme diverse il rapporto tra identità femminile, corpo e linguaggio. Un altro piano riguarda il rapporto tra elaborazione teorica e intervento sociale. Alcuni collettivi privilegiano la riflessione sui linguaggi e sulle relazioni tra i sessi; altri sviluppano iniziative orientate all’intervento pubblico. A questi elementi si aggiungono le diverse modalità di relazione con i movimenti politici e con le istituzioni. Le provenienze dalla nuova sinistra, dal radicalismo dei diritti civili o da esperienze associative precedenti producono configurazioni differenti del rapporto con partiti, sindacati e organizzazioni politiche, anticipando alcune delle tensioni che emergeranno con maggiore evidenza nella seconda metà del decennio. La crescita dei collettivi si accompagna alla nascita di una prima produzione editoriale militante. Tra il 1972 e il 1973 compaiono bollettini ciclostilati e riviste autoprodotte che mettono in circolazione documenti, traduzioni e riflessioni teoriche dei gruppi femministi, favorendo il confronto tra collettivi e la diffusione di testi del femminismo internazionale. Accanto a queste iniziative si sviluppano periodici legati a organizzazioni politiche della sinistra o dell’area marxista, nei quali la questione femminile viene affrontata all’interno di culture politiche preesistenti. L’espansione della stampa militante segnala l’emergere di una rete di relazioni tra gruppi ancora priva di strutture organizzative stabili. In questo quadro, i primi collettivi femministi non costituiscono varianti di un modello comune, ma risposte diverse a questioni condivise: la politicizzazione dell’esperienza femminile, la ridefinizione dei rapporti tra i sessi e la ricerca di forme autonome di organizzazione e di parola pubblica. ==== 3.1.1 Prime esperienze e contesti di formazione ==== Le premesse del neofemminismo italiano si collocano nella seconda metà degli anni Sessanta. Una delle esperienze più precoci è rappresentata dal gruppo DEMAU (Demistificazione Autoritarismo), fondato a Milano nel 1965-1966. In un ambiente intellettuale e culturale segnato dalle trasformazioni del decennio, DEMAU sviluppa una riflessione critica sui rapporti di autorità nella società e nella famiglia, oltre i paradigmi emancipazionisti dell’UDI e della sinistra storica, individuando nella sessualità uno dei luoghi centrali della subordinazione femminile. Pur rimanendo un’esperienza numericamente limitata - il gruppo si ridimensiona nel 1968, quando parte delle aderenti confluisce nella nuova sinistra, nella convinzione che la trasformazione complessiva dei rapporti sociali avrebbe comportato anche una ridefinizione dei ruoli di genere - DEMAU anticipa temi che diventeranno centrali nel neofemminismo degli anni successivi. Nello stesso periodo, in contesto universitario, si sviluppano collettivi femministi come il Cerchio spezzato di Trento, attivo alla fine degli anni Sessanta. Nato nell’ambiente del movimento studentesco, il gruppo rappresenta uno dei primi tentativi di affrontare la condizione femminile all’interno delle trasformazioni politiche e culturali del Sessantotto, mostrando come la nascita del femminismo italiano non sia circoscritta ai grandi centri urbani. All’inizio degli anni Settanta emergono inoltre esperienze destinate ad avere maggiore visibilità nel panorama del movimento. Nel 1970 viene diffuso a Roma il Manifesto di Rivolta femminile, promosso da Carla Lonzi, Carla Accardi ed Elvira Banotti, che afferma la rottura con la politica tradizionale e con l’emancipazionismo, ponendo le donne come soggetto autonomo di trasformazione e rifiutando ogni interlocuzione istituzionale. Nello stesso anno si costituisce il Movimento di Liberazione della Donna (MLD), legato all’area radicale e orientato verso campagne pubbliche sui diritti civili, in particolare sui temi della contraccezione e dell’aborto. A Milano il Collettivo di via Cherubini assume un ruolo centrale, praticando l’autocoscienza come forma primaria di elaborazione politica. A Padova nasce Lotta Femminista, animata da Mariarosa Dalla Costa, sviluppa una riflessione sulla divisione sessuale del lavoro e sulla centralità del lavoro domestico nella riproduzione del sistema capitalistico. Attraverso bollettini e reti militanti, il gruppo contribuisce alla diffusione di un dibattito internazionale sul salario al lavoro domestico. A Roma si sviluppano collettivi di quartiere maggiormente orientati all’intervento sociale. + Nemesiache. La crescita dei collettivi femministi si accompagna alla nascita di una prima produzione editoriale militante. Bollettini ciclostilati e riviste autoprodotte — come ''Al femminile'' a Milano o il ''Bollettino del collettivo di Lotta femminista'' a Padova — svolgono una funzione di collegamento tra gruppi locali e favoriscono la circolazione di testi e documenti del femminismo internazionale. Un ruolo importante in questo processo è svolto dal primo numero della rivista ''Sottosopra'', prodotto nel 1973 da gruppi milanesi con l’obiettivo di raccogliere documenti, mettere in comunicazione collettivi autonomi e favorire la discussione su scala nazionale. La rivista nasce come strumento di scambio tra gruppi non misti e non legati a organizzazioni politiche, e diventa uno dei principali luoghi di circolazione dei materiali prodotti dal movimento. Accanto a queste iniziative si sviluppano periodici legati a organizzazioni politiche della sinistra o dell’area marxista, che affrontano la questione femminile all’interno di culture politiche già esistenti. L’espansione della stampa militante segnala l’emergere di una rete di relazioni tra collettivi ancora priva di strutture organizzative stabili. Queste diverse traiettorie - gruppi orientati all’elaborazione teorica e simbolica della differenza sessuale; collettivi che sviluppano una critica marxista della divisione sessuale del lavoro; realtà maggiormente orientate all’intervento pubblico e alle campagne per i diritti civili - non costituiscono le articolazioni di un’organizzazione comune. Esse rappresentano piuttosto alcuni dei poli iniziali attorno ai quali si sviluppa una rete di collettivi autonomi, caratterizzata da confini mobili, appartenenze multiple e forme di coordinamento intermittenti. Proprio questa configurazione reticolare del movimento rende possibile, negli anni successivi, una rapida espansione territoriale e una crescente differenziazione delle pratiche femministe. ==== Il processo Pierobon e l'incontro con il femminismo francese ==== Il primo grande banco di prova è il dibattito sull'aborto, che esplode con particolare intensità dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 1971 sulla contraccezione e si fa drammaticamente concreto con il processo a Gigliola Pierobon, del collettivo Lotta Femminista, nel giugno del 1973: imputata per un aborto commesso da minorenne, il caso diventa occasione di autodenunce pubbliche e di una prima grande mobilitazione femminista. Ma rivela anche le prime fratture: per l'MLD la legalizzazione dell'aborto è un obiettivo politico prioritario; per Rivolta Femminile e i gruppi di autocoscienza, nessuna legge può toccare la radice del problema, che sta nella sessualità femminile colonizzata dall'uomo. L'incontro con il femminismo francese, a partire dal 1973, introduce un'ulteriore linea di differenziazione. I convegni in Francia - prima a La Tranche-sur-Mer, poi a Vieux-Villez - espongono le italiane a un femminismo che fa della pratica psicoanalitica e del lesbismo strumenti privilegiati di analisi e di relazione tra donne. Il confronto è stimolante ma anche destabilizzante: le italiane riconoscono l'insufficienza dell'autocoscienza come unico strumento, ma non accettano in blocco il modello francese. Di ritorno dai convegni, il Collettivo di Via Cherubini avvia una riflessione che porterà alla pratica dell'inconscio, un percorso originale che approfondisce il lavoro sull'interiorità usando strumenti psicoanalitici, distanziandosi però dal separatismo radicale e dal lesbismo come scelta necessaria proposti dal gruppo parigino Psych et Po (Lussana, 2012). Già nella prima metà degli anni Settanta il movimento femminista italiano appare attraversato da orientamenti differenti. Accanto ai gruppi che fanno dell’autocoscienza il centro della pratica politica si sviluppano collettivi influenzati dall’operaismo e dalla critica del lavoro domestico, esperienze che introducono strumenti psicoanalitici nell’analisi della soggettività femminile e organizzazioni impegnate nelle campagne per la riforma della legislazione su contraccezione e aborto. Queste diverse modalità di intervento non costituiscono correnti separate, ma configurazioni parziali che spesso si sovrappongono e si ridefiniscono nel corso delle mobilitazioni degli anni successivi. === 3.2 L'espansione (1974-1976) === Il biennio 1974-1975 segna una svolta nella storia del femminismo italiano: il movimento cresce rapidamente, acquista visibilità pubblica e si trasforma in un fenomeno di massa. A fare da catalizzatore è il dibattito sull'aborto, che in questi anni passa dall'essere un tema tabù a diventare il terreno principale di confronto e di scontro, dentro e fuori il movimento. ==== Il nodo dell'aborto e l'emersione del conflitto pubblico ==== Nel 1973 il processo a Gigliola Pierobon aveva reso drammaticamente visibile la piaga degli aborti clandestini e aveva contribuito a rendere l’aborto uno dei temi centrali del dibattito tra i collettivi. L'MLD aveva avviato la raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare e in diverse città si organizzano assemblee e iniziative pubbliche che collegano la rivendicazione della depenalizzazione dell’aborto alla critica del controllo esercitato dalle istituzioni sulla sessualità e sulla maternità delle donne. Attraverso queste mobilitazioni il femminismo italiano entra progressivamente nello spazio pubblico e politico: in questo modo una questione che fino ad allora era rimasta confinata nella sfera privata si trasforma in uno dei primi grandi conflitti pubblici del movimento femminista. Nel corso del 1974 il dibattito si intensifica e costringe tutti i gruppi a prendere posizione. Le posizioni sono profondamente diverse. Per una parte del movimento, l'MLD, i gruppi del CRAC che a Roma riunisce il Movimento Femminista Romano di Via Pompeo Magno, collettivi di quartiere, il Nucleo Femminista Medicina e le donne di Lotta Continua e Avanguardia Operaia, l'obiettivo è l'aborto libero, gratuito e assistito, da ottenere attraverso la mobilitazione collettiva e il confronto con le istituzioni. Per i gruppi di autocoscienza e per Rivolta Femminile, come era accaduto per il divorzio, nessuna legge può toccare la radice del problema: l'aborto è una tragedia prodotta da una sessualità femminile colonizzata dall'uomo, e regolamentarlo giuridicamente rischia di perpetuare quella colonizzazione sotto forma di legalità. Al convegno su Sessualità, procreazione, maternità, aborto tenuto al Circolo De Amicis di Milano nel febbraio 1975, il movimento femminista discute apertamente questa complessità: l'aborto non va affrontato per sé stesso, ma collegato all'intera condizione femminile, evitando che venga «ridotto a un pezzo di riforma isolato dalla sessualità dominante» (Sottosopra rosso, 1975). In questo clima di mobilitazione crescente, il 6 dicembre 1975 si svolge a Roma la prima grande manifestazione nazionale di sole donne. Ventimila donne scendono in piazza per chiedere l'aborto libero, gratuito e assistito. È un momento di forza, ma anche l'occasione per uno scontro che rivela fratture profonde. I militanti del servizio d'ordine di Lotta Continua tentano di entrare nel corteo con la forza, rifiutando di restare ai margini come richiesto dalle femministe. Gli incidenti che seguono mettono a nudo l'incomunicabilità tra il movimento femminista e i modi della politica maschile, ma segnalano anche una divisione interna: per una parte del movimento scendere in piazza è un atto politico necessario; per un'altra, le milanesi di Via Cherubini in testa, il femminismo delle piazze schiaccia le differenze femminili dietro uno slogan e non scalfisce l'oppressione originaria (Lussana, 2012). La crescita del movimento in questi anni non è solo quantitativa. Nascono nuovi gruppi, si moltiplicano i collettivi di quartiere e nei luoghi di lavoro, si aprono i primi consultori autogestiti. A Roma il Comitato per l'Aborto e la Contraccezione (CRAC) riunisce collettivi femministi, gruppi della nuova sinistra e donne dell'MLD in un organismo comune, che però mostra subito le tensioni tra linguaggi politici incompatibili. A Milano il Collettivo di Via Cherubini approfondisce la pratica dell'inconscio e si avvia verso la fondazione della Libreria delle donne, scegliendo la costruzione di luoghi e strumenti autonomi come forma di intervento politico alternativa alle manifestazioni di massa. È anche il momento dei primi grandi convegni nazionali. Il primo momento di confronto su scala nazionale si realizza nel novembre 1974 con il convegno femminista di Pinarella di Cervia, promosso dal collettivo milanese di via Cherubini. All’incontro partecipano circa settecento donne provenienti da numerose città italiane. Il convegno è dedicato alla discussione della pratica dell’autocoscienza e delle forme di organizzazione del movimento. Il confronto mette in luce la varietà delle esperienze presenti nel femminismo italiano e rende visibili differenze di orientamento tra gruppi impegnati prevalentemente nell’elaborazione teorica e collettivi più orientati all’intervento politico e sociale, alla cosiddetta “pratica del fare” . Un secondo convegno a Pinarella nel 1975 riprende il confronto tra i gruppi e rende più esplicite alcune divergenze emerse nel movimento, senza risolverle. In particolare si confrontano posizioni che attribuiscono centralità alla pratica dell’inconscio e altre più direttamente orientate all’azione politica e sociale, in continuità con le mobilitazioni sull’aborto e con le campagne per i consultori. Il dibattito non conduce alla definizione di una piattaforma comune, ma rende esplicite le differenze tra le diverse modalità di intendere la politica femminista.(Lussana, 2012). ==== Movimento femminista e istituzioni ==== Alla metà del decennio il movimento femminista italiano si trova a operare in un contesto profondamente diverso rispetto agli anni della sua formazione. Le mobilitazioni sull’aborto, l’estensione dei collettivi a numerose città e i momenti di confronto nazionale tra i gruppi hanno portato il femminismo a confrontarsi sempre più direttamente con lo spazio pubblico e con le istituzioni. Le campagne per la depenalizzazione dell’aborto rappresentano uno dei principali terreni di questo confronto. Nel corso del 1976 si delineano con maggiore chiarezza alcune modalità differenti di intervento verso l’esterno. In alcune città, in particolare a Roma, il femminismo assume spesso la forma di una mobilitazione pubblica: assemblee, manifestazioni e campagne politiche, soprattutto sul tema dell’aborto, portano i collettivi a confrontarsi direttamente con il dibattito parlamentare, con il sistema giuridico e con le politiche pubbliche relative alla salute e alla maternità. In altri ambienti del movimento emergono invece posizioni più caute o critiche nei confronti di questo tipo di intervento. Nell’area milanese che si raccoglie attorno al collettivo di via Cherubini la riflessione femminista si concentra soprattutto sull’elaborazione teorica e sull’analisi delle relazioni tra donne. In questo contesto alcune militanti sottolineano il rischio che l’ingresso nei processi istituzionali possa trasformare o ridurre la portata critica del movimento. Alla metà degli anni Settanta il panorama dei collettivi appare quindi caratterizzato da modalità differenti di concepire l’azione femminista: mobilitazione pubblica e campagne politiche, intervento sociale su temi come salute e maternità, oppure elaborazione teorica centrata sulla trasformazione delle relazioni tra donne. Queste diverse pratiche, già emerse nel confronto tra gruppi negli anni precedenti, continuano a convivere nel dibattito tra i collettivi nel corso del 1976. Calabrò e Grasso (1985) individuano in questo processo la chiave interpretativa della crisi del movimento femminista: quando il conflitto si sposta da obiettivi non negoziabili — la definizione dell'identità sessuale femminile — a obiettivi negoziabili — l'acquisizione di diritti regolamentati per legge — il movimento cambia avversario, ne accetta le regole del gioco e perde progressivamente la capacità di mobilitazione. Gran parte del femminismo non si riconosce nella nuova posta in gioco e non si mobilita. All'interno del movimento, il 1976 è anche l'anno in cui le carte si rimescolano: nascono molti nuovi gruppi, fluidi e di breve durata, che mescolano elementi delle diverse tendenze senza approfondirne nessuna, mentre l'autocoscienza nei gruppi storici è ormai in esaurimento. L'ingresso di donne giovani produce tensioni generazionali tra nuove e femministe storiche che indeboliscono la trasmissione del patrimonio teorico. Il convegno di Paestum nel dicembre 1976, l'ultimo a carattere nazionale, registra queste fratture senza comporle. Parallelamente emergono i primi segnali di una trasformazione: i corsi delle 150 ore, che mettono in contatto femministe e donne di condizione diversa, anticipano le forme che il femminismo assumerà nel decennio successivo. == 3.1.4 Il nodo dell’aborto e l’emersione del conflitto pubblico == All’inizio degli anni Settanta la questione dell’aborto diventa uno dei principali terreni di politicizzazione del femminismo italiano. Se nelle prime esperienze dei collettivi il dibattito riguarda soprattutto la sessualità, la maternità e il controllo sul proprio corpo, il tema dell’interruzione volontaria di gravidanza porta rapidamente il movimento a confrontarsi con il sistema giuridico e con il dibattito pubblico. Un passaggio decisivo è rappresentato dal '''processo contro Gigliola Pierobon''', militante di '''Lotta femminista''', che si apre a Padova nel 1973. L’accusa di aborto clandestino trasforma un’esperienza diffusa ma invisibile in una questione politica nazionale. Nel corso del processo numerose donne dichiarano pubblicamente di aver abortito, trasformando l’evento giudiziario in un momento di mobilitazione femminista. === 3.4 Trasformazioni del movimento (1977-1981) === Il triennio 1977-1980 segna una trasformazione profonda del femminismo italiano, che avviene sotto la pressione combinata di fattori esterni e di tensioni interne al movimento. Sul piano del contesto politico, gli anni di piombo restringono gli spazi del dissenso e pongono tutti i movimenti di fronte a scelte difficili. Il femminismo non si sottrae a questo confronto, ma lo affronta con strumenti propri, distanziandosi sia dalla logica della lotta armata sia da quella della risposta istituzionale. La morte di Giorgiana Masi, uccisa durante una manifestazione a Roma nel maggio 1977, colpisce in modo particolare alcune componenti del movimento. Il rapporto con il movimento del '77, che riprende alcune parole d'ordine femministe, come la centralità del personale e il rifiuto della delega, è oggetto di valutazioni divergenti: alcune femministe riconoscono affinità, altre sottolineano la distanza strutturale tra i due movimenti, individuando nel '77 un uso svuotato delle categorie femministe. Il nodo della doppia militanza, che aveva attraversato l'intero decennio, si fa più acuto in questa fase. Il rapporto tra femminismo e sinistra extraparlamentare, già segnato da tensioni profonde, di cui il congresso di Rimini di Lotta Continua nel 1976 rappresenta un momento emblematico, non si risolve in un abbandono generalizzato. Le donne delle nuove generazioni, entrate nel movimento nella seconda metà del decennio, vivono spesso una doppia appartenenza che le femministe storiche tendono a giudicare negativamente, leggendovi una persistenza della cultura emancipazionista della sinistra. Lo scontro tra queste due componenti contribuisce, in diversi collettivi, alla crisi e allo scioglimento. Sul terreno legislativo, la legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza, approvata nel maggio 1978, produce reazioni divergenti. Le femministe che si erano opposte a qualsiasi regolamentazione giuridica ribadiscono l'impossibilità di tradurre in legge la complessità dell'esperienza femminile. Quelle che avevano sostenuto la battaglia per la legalizzazione esprimono insoddisfazione per i limiti del testo, in particolare per la clausola sull'obiezione di coscienza. La legge non chiude il dibattito: i collettivi continuano a mobilitarsi per la sua piena applicazione, a presidiare gli ospedali, a sostenere le donne nei percorsi di interruzione di gravidanza. Il dibattito sulla legge di parità tra i sessi nel mondo del lavoro (1977) e sulla proposta di legge contro la violenza sessuale riproduce le stesse linee di divisione: una parte del movimento lavora per ottenere tutele concrete, spostare la violenza sessuale dai reati contro la morale pubblica ai reati contro la persona, vietare le discriminazioni nel lavoro, mentre un'altra ritiene che qualsiasi regolamentazione giuridica ignori la differenza sessuale o non possa rappresentare adeguatamente la sofferenza delle donne. La legge sulla violenza sessuale verrà approvata solo nel 1996. In questo stesso periodo, alcune componenti del movimento intensificano il proprio impegno nel sociale: nei consultori, nei sindacati, nelle aule dei tribunali, nei centri antiviolenza. Questo spostamento verso l'esterno produce una trasformazione interna: i tempi dell'elaborazione teorica e quelli dell'azione nel sociale si sfalsano, e per alcune femministe il movimento tende a diventare una politica di servizio, perdendo la sua forza propulsiva originaria. Il referendum del 1981 - doppio: uno promosso dal Movimento per la vita per abrogare la 194, l'altro dal Partito Radicale per liberalizzarla ulteriormente - rappresenta l'ultima grande occasione di mobilitazione collettiva. La vittoria del no su entrambi i fronti mostra ancora una capacità di azione, ma anche la persistente frammentazione interna: di fronte al referendum radicale, molte femministe scelgono il doppio no, rifiutando sia l'abrogazione sia la liberalizzazione proposta dai radicali. La storiografia più recente ha messo in discussione l'interpretazione che vede nella fine degli anni Settanta la fine tout court del femminismo. Alcune esperienze mostrano una continuità e una capacità di reinvenzione che non si esaurisce con il lungo Sessantotto. Quello che si conclude è il femminismo come movimento di massa con una struttura reticolare diffusa; quello che rimane è un patrimonio culturale e politico che continua a circolare in forme diverse: centri di documentazione, riviste teoriche, cooperative, iniziative culturali. Non più movimento organizzato, ma insieme di pratiche e riferimenti condivisi che attraversano ambiti diversi della vita sociale e professionale. '''Relazioni, conflitti e fratture tra le anime del femminismo''' La pluralità del femminismo italiano non è solo varietà di gruppi e pratiche: è attraversata da tensioni che, con particolare evidenza dalla metà degli anni Settanta, si manifestano come conflitti espliciti. Queste tensioni riflettono differenze teoriche e politiche costitutive, che percorrono il movimento fin dalle origini e si ridefiniscono nel tempo. Una prima linea di differenza riguarda il rapporto tra elaborazione interna e intervento esterno. Per una parte del movimento la trasformazione politica passa attraverso un lavoro su di sé - l'autocoscienza, poi la pratica dell'inconscio - che non può essere subordinato a obiettivi di mobilitazione collettiva. Per un'altra parte, questo lavoro deve tradursi in azione nel sociale, in confronto con le istituzioni, in capacità di aggregare. Da questa tensione deriva una seconda frattura, più radicale: quella tra chi considera l'interlocuzione con le istituzioni un terreno legittimo di lotta e chi vi vede una forma di incorporazione che svuota le istanze femministe del loro contenuto. Si tratta, come sottolinea Calabrò (1985), di una posizione minoritaria ma teoricamente coerente, che rifiuta non tatticamente, ma per principio, qualsiasi mediazione: con le leggi, con i partiti, con le manifestazioni di massa. Il dibattito sull'aborto e, più tardi, quello sulla legislazione sul lavoro e sulla violenza sessuale sono i momenti in cui questa frattura diventa più visibile: mentre una parte del movimento partecipa alla contrattazione parlamentare, un'altra denuncia come qualsiasi regolamentazione giuridica lasci intatta la radice del problema. Alcune letture storiografiche hanno applicato questa polarità all'asse geografico Roma-Milano, individuando nelle due città due diverse concezioni di come la differenza femminile possa agire nel mondo (Lussana, 2012). Una terza linea di differenza riguarda il rapporto con la sinistra e la doppia militanza: la questione di come conciliare l'appartenenza al movimento femminista con la militanza nelle organizzazioni della sinistra extraparlamentare produce tensioni che attraversano il decennio e che verranno approfondite nella Parte V. A queste fratture teoriche se ne aggiunge una di natura diversa, che emerge intorno al 1976: il conflitto generazionale tra le femministe storiche e le donne che accedono al movimento in questa fase. Calabrò e Grasso (1985) descrivono questo processo come un rimescolamento delle carte: nascono molti nuovi gruppi, fluidi e di breve durata, che mescolano elementi delle diverse tendenze senza approfondirne nessuna. È in questo momento che il movimento femminista si allarga fino a diventare, almeno in parte, un più vasto movimento delle donne, che condivide alcune parole d'ordine femministe senza farne propria la radicalità teorica, un allargamento che è insieme un segno di forza e l'inizio di una crisi di identità che il movimento non riuscirà a risolvere. Il cap. 4 dovrebbe connettere gli spazi alle scelte politiche senza dirlo esplicitamente. In pratica dovrebbe fare due cose: spiegare perché il femminismo italiano produce questi spazi specifici (consultori, case delle donne, librerie, editoria) in questo momento storico, e suggerire che la forma che prendono — autogestita, separatista, autonoma dalle istituzioni — non è neutra ma riflette orientamenti politici precisi. == Cap. 4 - Spazi, infrastrutture, saperi == Nel corso degli anni Settanta il femminismo italiano non si limita a elaborare teorie e pratiche politiche. Accanto ai collettivi di autocoscienza e alle manifestazioni di piazza, il movimento produce infrastrutture materiali e simboliche - spazi fisici, istituzioni culturali, strumenti di comunicazione - che contribuiscono a estendere l'elaborazione femminista oltre i confini dei collettivi militanti, favorendo la costruzione di reti sociali e culturali autonome e dando corpo all'idea che il cambiamento non possa attendere le trasformazioni delle strutture esistenti, ma debba cominciare dal presente, dall'invenzione di forme di vita alternative. Questo capitolo ricostruisce alcune delle realizzazioni più significative di questo processo: i consultori autogestiti, in cui la salute del corpo femminile diventa terreno di sapere collettivo e di conflitto con la medicina istituzionale; i corsi monografici delle 150 ore, in cui il femminismo incontra il mondo del lavoro e si diffonde capillarmente nella società; gli spazi fisici, case delle donne e librerie, in cui il separatismo si fa luogo abitabile; e infine l'editoria femminista, che produce i linguaggi e i testi attraverso cui il movimento pensa se stesso e comunica con il mondo esterno.<ref>{{Cita|Lussana|p. 19}}</ref> ==4.1 Consultori autogestiti e self-help== ===4.1.1 Nascita e diffusione=== I consultori autogestiti rappresentarono uno dei principali luoghi attraverso cui le elaborazioni teoriche del neofemminismo si tradussero in pratiche collettive e in forme di intervento sociale. Essi sorsero in modo spontaneo e frammentato, senza rispondere a un piano comune preordinato, per iniziativa di singoli collettivi operanti in autonomia. Nati dall'incontro tra la rivendicazione dell'autodeterminazione sul corpo e la necessità di rispondere a bisogni materiali immediati, costituirono spazi nei quali la riflessione politica, la pratica sanitaria e la produzione di saperi alternativi si intrecciarono strettamente. Il contesto in cui tali esperienze si svilupparono fu caratterizzato dall'emergere di un nuovo dibattito pubblico sui temi della [[w:Contraccezione|contraccezione]] e dell'[[w:Aborto|aborto]], favorito anche da alcuni rilevanti interventi legislativi e giurisprudenziali. Nel 1971 la [[w:Corte_costituzionale_(Italia)|Corte costituzionale]] dichiarò l'illegittimità dell'articolo 553 del [[w:Codice_penale_(Italia)|codice penale]] nella parte relativa al divieto di propaganda anticoncezionale, rimuovendo un ostacolo giuridico alla diffusione di informazioni sulla [[w:Contraccezione|contraccezione]].<ref>{{Cita|Barone|p. 124}}</ref><ref>{{Cita pubblicazione|autore=Maud Anne Bracke|anno=2022|titolo=Family planning, the pill, and reproductive agency in Italy, 1945–1971: From ‘conscious procreation’ to ‘a new fundamental right’?|rivista=European Review of History: Revue européenne d'histoire|volume=29|numero=1|lingua=en}}</ref> Nello stesso anno il Movimento di Liberazione della Donna, di orientamento libertario e federato al [[w:Partito_Radicale_(Italia)|Partito Radicale]], annunciò la presentazione di una proposta di legge di iniziativa popolare per la depenalizzazione dell'aborto, contribuendo a collocare la questione al centro del dibattito politico del decennio.<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Anastasia|cognome=Barone|titolo=«Facevamo un consultorio, ma era un progetto politico»|p=125}}</ref> Nel giugno 1973 il processo celebratosi a Padova contro [[w:Gigliola_Pierobon|Gigliola Pierobon]] rappresentò il primo grande evento giudiziario e mediatico in Italia che contribuì a rompere il silenzio sull'aborto clandestino, trasformando un reato penale privato in un caso politico di rilevanza nazionale, grazie a una mobilitazione di massa da parte del movimento femminista.<ref>{{Cita libro|autore=Anna Rita Calabrò, Laura Grasso|titolo=Dal movimento femminista al femminismo diffuso. Storie e percorsi a Milano dagli anni '60 agli anni '80|anno=1985|editore=Franco Angeli|città=Milano|ISBN=978-88-204-4530-0}}</ref> È in questo quadro che, tra la fine del 1973 e l'inizio del 1974, si costituirono a Roma le prime esperienze di autogestione nell'ambito della salute femminile: il consultorio di San Lorenzo, sorto da un gruppo dedicato ad aborto e contraccezione interno al Movimento femminista romano di via Pompeo Magno animato da Simonetta Tosi, e il Gruppo Femminista per la Salute della Donna, orientato invece prevalentemente alla pratica del self-help e alla ricerca.<ref>{{Cita|Barone|pp. 126-129}}</ref><ref>{{Cita|Tozzi 1984}}</ref><ref>{{Cita web|url=https://roma.repubblica.it/cronaca/2025/06/18/news/san_lorenzo_consultorio_via_dei_frentani_simonetta_tosi-424678188/|titolo=San Lorenzo, il consultorio di via dei Frentani dedicato a Simonetta Tosi|accesso=30 giugno 2026|data=18 giugno 2025}}</ref> Nel corso del 1974 e del 1975 esperienze analoghe sorsero in numerose città, tra cui Torino, Padova, Milano e Trento, e in seguito anche a Bergamo e Pinerolo.<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|anno=1987|titolo=Corpo a corpo|rivista=Memoria|numero=19-20|p=195}}</ref> La rapida diffusione dei consultori autogestiti fu favorita sia dalla carenza di servizi dedicati alla salute e alla sessualità femminile, sia dalla volontà di sperimentare pratiche alternative rispetto ai modelli medici e assistenziali tradizionali, in una fase in cui l'aborto era ancora illegale, e vietata, fino al 1976, la vendita di contraccettivi nelle farmacie, nonostante l'avvenuta abrogazione da parte della Corte Costituzionale dell'art. 553.<ref>{{Cita web|url=https://www.aied.it/la-storia/|titolo=La nostra storia|accesso=30 giugno 1976}}</ref> I consultori si trovarono così a negoziare costantemente la propria natura: pur rifiutando l'idea di ridursi ad ambulatori alternativi, oscillarono spesso tra l'erogazione di un "servizio" volto a colmare le carenze dell'assistenza sanitaria e la ricerca di relazioni politiche radicalmente nuove.<ref>{{Cita|Barone|pp. 120-121}}</ref><ref>{{Cita|Tosi 1987A|p. 156}}</ref> ===4.1.2 Internazionalizzazione, self-help e aborto autogestito=== I consultori autogestiti e i gruppi per la salute della donna sorsero in un contesto di intensi scambi internazionali, in particolare con i movimenti femministi francesi e statunitensi, da cui derivò gran parte delle pratiche concrete adottate in Italia. Già nel 1971 il neonato Movimento di Liberazione della Donna aveva organizzato una conferenza dedicata alle cliniche autogestite dalle donne negli Stati Uniti.<ref>{{Cita|Barone|p. 123}}</ref> Un momento particolarmente significativo avvenne nel 1973, quando Carol Downer e Debra Law, esponenti del Los Angeles Women's Health Center, in un incontro pubblico a Roma presso il [[w:Teatro_Eliseo|Teatro Eliseo]], mostrarono alla platea la tecnica dell'autovisita: l'utilizzo combinato di uno ''speculum'' di plastica, uno specchio e una pila permetteva di osservare autonomamente le pareti vaginali e il collo dell'utero, suscitando forte impressione e venendo percepita da molte partecipanti come un'esperienza di riappropriazione del proprio corpo.<ref name=":0">{{Cita|Tozzi 1987A|p. 158}}</ref> La diffusione di questa cultura fu accelerata nel 1974 dalla pubblicazione della traduzione italiana del testo collettivo statunitense ''Noi e il nostro corpo'' (''Our Bodies, Ourselves''), che divenne uno dei principali strumenti di diffusione delle conoscenze sulla salute femminile all'interno del movimento.<ref name=":0" /><ref>Stefania Voli, Storia di una traduzione, in Zapruder. Rivista di storia della conflittualità sociale, n. 13, Odradek Edizioni, maggio-agosto 2007.</ref> L'autovisita, la discussione sul ciclo mestruale, sulla contraccezione, sulla sessualità e sul piacere femminile permisero di scardinare la tradizionale gerarchia tra l'esperto e l'utente. Secondo la critica femminista, le donne non dovevano essere considerate pazienti passive, ma partecipanti attive di un processo di apprendimento e di produzione condivisa del sapere. La cooperazione transnazionale si rivelò decisiva anche sul piano operativo dell'aborto autogestito, introdotto per rispondere alla piaga degli aborti clandestini. Grazie ai rapporti con le attiviste francesi del MLAC (''Mouvement pour la liberté de l'avortement et de la contraception''), i collettivi italiani appresero e diffusero il metodo Karman.<ref>{{Cita|Tozzi 1987A|p. 161}}</ref> Questa tecnica di aspirazione risultava molto meno invasiva del tradizionale raschiamento e, richiedendo una strumentazione semplice, era praticabile anche da personale non medico, rappresentando una fondamentale innovazione politica e pratica per i gruppi che gestivano le interruzioni di gravidanza.<ref>{{Cita|Barone|p. 124}}</ref> ===4.1.3 Critica del sapere medico e delle istituzioni=== Nei consultori autogestiti la salute femminile veniva reinterpretata come questione politica e non esclusivamente medica. Le pratiche di ''self-help'' si fondavano sull'idea di una riappropriazione dal basso della gestione della salute e dei saperi sul corpo, tradizionalmente monopolizzati e privatizzati dalla medicina specialistica patriarcale. L'esperienza dei consultori si accompagnò a una critica radicale dell'autorità medica e della pretesa neutralità dei saperi scientifici. In particolare, la ginecologia e la psichiatria vennero interpretate come ambiti nei quali si erano storicamente esercitate forme di controllo sociale e sessuo-politico sui corpi femminili.<ref name=":0" /> Tale critica si inserisce in un più ampio clima di contestazione delle istituzioni sanitarie e assistenziali che caratterizzò l'Italia degli anni Settanta: in quegli stessi anni si svilupparono le lotte per la salute nei luoghi di lavoro legate all'esperienza di Medicina Democratica e di [[w:Giulio Maccacaro|Giulio Maccacaro]], e il movimento di deistituzionalizzazione psichiatrica, ispirato all'opera di [[w:Franco Basaglia|Franco Basaglia]], rimise in discussione l'autorità medica come dispositivo di controllo sociale.<ref>{{Cita|Barone|p. 123}}</ref> Le esperienze femministe condivisero con questi movimenti la rivendicazione di una riappropriazione dal basso della gestione della salute e la ridefinizione del concetto stesso di salute in chiave sociale, e non meramente clinica. La medicalizzazione della gravidanza, del parto e della sessualità femminile veniva così riletta come una forma di espropriazione del sapere e dell'autonomia delle donne. ===4.1.4 Istituzionalizzazione, conflitti e trasformazioni=== I consultori autogestiti furono spesso luoghi di incontro tra donne provenienti da esperienze politiche differenti: collettivi femministi, gruppi della sinistra extraparlamentare, ambienti radicali e associazioni impegnate sui temi della contraccezione e della salute sessuale. Questa pluralità di provenienze favorì la costruzione di reti di collaborazione, ma produsse anche tensioni riguardo al rapporto con le istituzioni.<ref>{{Cita|Barone|p. 121}}</ref><ref>{{Cita|Lussana 1997|pp. 562-563}}</ref><ref>{{Cita|Tozzi 1987A|pp. 155-156}}</ref> Rispetto alle pratiche sviluppate nei piccoli gruppi di autocoscienza, i consultori implicavano un rapporto più diretto con il territorio, con donne esterne al movimento e, progressivamente, con le istituzioni, rendendo particolarmente visibile il problema del rapporto tra autonomia femminista e intervento sociale.<ref>{{Cita|Percovich|p. 15}}</ref> L'approvazione della legge n. 405 del 1975, che istituì i consultori familiari pubblici, pose concretamente il problema dell'istituzionalizzazione delle pratiche femministe.<ref>{{Cita|Barone|pp. 121-122}}</ref> Se alcune militanti scelsero di operare all'interno delle nuove strutture pubbliche per influenzarne l'organizzazione, altre considerarono l'autonomia dei consultori autogestiti una condizione irrinunciabile della pratica politica femminista.<ref>{{Cita|Lussana 1997|pp. 563-564}}</ref> Il dibattito sui consultori pubblici investì il movimento di una tensione interna mai del tutto risolta, riassumibile nella contrapposizione tra «lavorare con le donne» e «lavorare per le donne»<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|titolo=Corpo a corpo|p=195}}</ref>: da un lato i gruppi che, come a Torino e a Padova, scelsero di assumere una funzione di servizio sociale e richiesero il riconoscimento e il finanziamento pubblico; dall'altro le esperienze, come il Gruppo Femminista per la Salute della Donna di Roma o il Centro per una Medicina delle Donne di Milano, che si ritrassero da tale prospettiva, temendo che farsi carico della gestione di un servizio comportasse la rinuncia alla ricerca e all'autonomia politica originarie. La proposta del CRAC (Coordinamento romano aborto e contraccezione) di richiedere il finanziamento pubblico ai consultori autogestiti, motivata dal principio secondo cui «autogestione non significa autofinanziamento», fu duramente contestata da un gruppo di femministe milanesi, che vi scorsero il rischio di una collaborazione con le stesse istituzioni mediche da cui ci si voleva emancipare.<ref>{{Cita|Barone|p. 132}}</ref> Il consultorio della Bovisa, a Milano, scelse infine di chiudere proprio in seguito all'istituzione dei consultori pubblici, ritenendo che la propria esperienza, nata come laboratorio di ricerca e non come servizio continuativo, non potesse né autogestirsi indefinitamente né istituzionalizzarsi senza tradire la propria natura<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|titolo=Corpo a corpo|pp=198-199}}</ref>. Un conflitto analogo, ma con esiti diversi, riguardò il rapporto tra i collettivi femministi e l'Unione Donne Italiane (UDI), che a Roma sostenne invece una concezione di «gestione sociale» del servizio, fondata sulla delega allo Stato della responsabilità collettiva sulla salute delle donne, contrapposta all'autogestione rivendicata dai gruppi femministi.<ref>{{Cita|Barone|p. 132}}</ref> Negli anni successivi, mentre molte esperienze autogestite si esaurivano, nuove forme di organizzazione e di produzione culturale - case delle donne, librerie, centri di documentazione - avrebbero raccolto parte della loro eredità.<ref>{{Cita|Lussana|p. 19}}</ref> == 4.2 Le 150 ore delle donne == I corsi monografici delle 150 ore rappresentano uno degli spazi in cui il femminismo degli anni Settanta incontra più direttamente il mondo del lavoro organizzato. Nati nel quadro del contratto nazionale dei metalmeccanici del 1973, che prevedeva 150 ore di permessi retribuiti triennali finalizzati all'elevazione culturale e professionale dei lavoratori, i corsi si diffusero rapidamente in tutto il paese, soprattutto nell'Italia del Nord, dove esistevano numerosi Coordinamenti FLM e collettivi femministi radicati nelle fabbriche. === Dal diritto allo studio ai corsi per donne === L'idea di dedicare corsi monografici alla sola condizione femminile, riservati a sole donne, nasce a Torino alla fine del 1974 tra sindacaliste e femministe che di lì a pochi anni avrebbero fondato l'Intercategoriale donne CGIL-CISL-UIL (Lona, 2015). Confrontare con: L'iniziativa nacque dall'incontro tra il femminismo sindacale, in particolare i Coordinamenti donne FLM (Federazione Lavoratori Metalmeccanici), e i gruppi del femminismo militante. Tra i promotori figurarono collettivi sindacali femminili e collettivi di quartiere come il gruppo di via Gabbro a Milano e il Collettivo Aurelio-Cavalleggeri a Roma. Con l'apertura progressiva ad altre categorie, tra il 1974 e il 1975 furono istituiti corsi specificamente indirizzati alle donne (lavoratrici, casalinghe, disoccupate), tenuti da femministe e docenti universitarie. I contenuti riguardavano salute femminile, sessualità, lavoro domestico, condizione delle donne. L'esperienza si radicò nelle aree a forte industrializzazione: Torino con corsi sulla salute e medicina, Milano come fulcro della riflessione teorica, Reggio Emilia e Bologna con forte partecipazione delle lavoratrici, le province venete di Venezia, Padova e Treviso tra il 1975 e il 1976, Roma come centro per la nascita di istituzioni educative autonome. La partecipazione fu significativa, con molte donne che trovavano nei corsi occasioni di formazione altrimenti inaccessibili e spazi di socializzazione (Lussana, 2012; Bellè, 2021). Le partecipanti sono lavoratrici di ogni categoria — operaie, impiegate, casalinghe, studentesse, disoccupate — e i temi affrontati vanno ben oltre i contenuti previsti dal progetto sindacale originario: la salute, la sessualità, il corpo, la maternità, l'aborto, il lavoro domestico, i rapporti familiari. Alcune esperienze particolarmente significative si svolgono a Bergamo (1974-75), Genova (dal 1975), Torino (dal 1975, con la nascita dell'Intercategoriale che proseguirà le sue attività fino al 1981), Milano (dal 1976), Roma, Alessandria — dove i risultati del corso del 1978 vengono raccolti nel volume collettivo ''La salute della donna'' (Edizioni dell'Orso, 1979) — e nel Veneto, con i corsi di Verona e Padova avviati nel 1979 dopo una lunga negoziazione con i rispettivi atenei, che richiesero persino il parere favorevole di apposite commissioni del Senato accademico prima di approvare corsi riservati esclusivamente a donne e tenuti da sole docenti donne (Lona, 2015). La dinamica interna ai corsi è spesso quella dell'autocoscienza allargata: le partecipanti si dividono in gruppi, discutono a partire dalla propria esperienza, e producono materiali scritti collettivamente — ciclostilati, opuscoli, a volte veri e propri libri. È in questo contesto che molte donne scrivono per la prima volta. L'esperienza più documentata è quella del corso di Affori, periferia nord di Milano, dove Lea Melandri viene assegnata nel dicembre 1976 a una classe composta quasi interamente da casalinghe over quaranta. Melandri descrive quel corso come "un laboratorio unico e originale nel tentativo di mettere a confronto intellettuali e donne comuni", in cui "le teorie elaborate dai gruppi femministi erano costrette ad esporsi agli interrogativi che venivano ancora una volta dalle vite concrete" (Melandri, archiviodilea.wordpress.com). Tra i testi prodotti dalle corsiste, il più noto è ''I pensieri vagabondi di Amalia'', di Amalia Molinelli, che ricostruisce una biografia femminile attraverso il fascismo, la Resistenza, l'emigrazione a Milano e il lavoro domestico, confrontando la propria esperienza con i testi letti durante il corso. Il nodo del rapporto tra docenti femministe e corsiste è uno dei più ricchi e problematici dell'intera esperienza. Le femministe che insegnano portano nei corsi le teorie elaborate nei collettivi; le casalinghe e le operaie portano le loro biografie. L'incontro è trasformativo per entrambe, ma non privo di tensioni: le aspettative sono diverse, il rapporto con la scrittura è asimmetrico, e il sindacato guarda spesso con diffidenza a classi formate da sole casalinghe, faticando a riconoscerne la legittimità nell'ambito di uno strumento pensato per i lavoratori (Lussana, 2012). Il rapporto con il sindacato è infatti tutt'altro che lineare. Come emerge dall'incontro nazionale di Firenze del febbraio 1978, i corsi delle donne devono continuamente negoziare tra la pratica femminista del partire da sé e le logiche di un'organizzazione che stenta a riconoscere la specificità femminile come terreno politico autonomo. Secondo Lussana, tuttavia, proprio questa tensione è produttiva: i corsi 150 ore delle donne costituiscono "il momento di incontro per eccellenza del pensiero femminista con la cultura e l'organizzazione dei lavoratori" e il veicolo attraverso cui il femminismo raggiunge donne che non avrebbero mai incrociato i collettivi separatisti, diventando per la prima volta pratica di massa (Lussana, 2012). Un'acquisizione che Chiara Saraceno — che insegnò essa stessa in corsi di 150 ore a Trento — individua non tanto nei contenuti affrontati, quanto nella dimensione più elementare e più radicale: quella di legittimare le donne a prendere tempo per sé, sottraendosi alla casa e alla famiglia (cit. in Raimo, 2023). === Metodo e women studies popolari === I corsi integrarono elaborazione teorica e raccolta di storie individuali, sviluppando un metodo che partiva dai vissuti delle partecipanti. Si realizzò un incontro tra ricercatrici, accademiche e donne con diversi livelli di scolarizzazione, definito "women studies popolari". Questo approccio mise in luce una questione diversa rispetto ai corsi per operai. Nei corsi maschili si affrontava la divisione tra lavoro manuale e intellettuale all'interno della classe. Nei corsi femminili emergeva che i saperi disciplinari erano costruiti su prospettive e linguaggi maschili, ponendo alle donne il problema dell'accesso a saperi pensati a partire da un soggetto diverso da loro. === Eredità istituzionale === Le 150 ore rappresentarono un punto di incontro tra femministe e donne che non avevano partecipato al movimento, portando il femminismo a operaie, casalinghe, impiegate (Lussana, 2012; Bracke, 2019). Dall'esperienza dei corsi nacquero istituzioni autonome. Nel 1979 venne fondata a Roma l'Università delle donne "Virginia Woolf", a Milano la Libera Università delle Donne. Queste istituzioni proposero una ricerca che considerasse la dimensione di genere nelle discipline e nella relazione pedagogica (Lussana, 2012; Stelliferi, 2022). La fase di massima espansione dei corsi per sole donne basati sull'autocoscienza si collocò tra il 1975 e i primi anni Ottanta. Questa forma specifica si trasformò o esaurì entro la metà degli anni Ottanta, mentre le istituzioni generate dall'esperienza continuarono la loro attività. == 4.3 Case e librerie delle donne == La conquista di uno spazio fisico autonomo è, negli anni Settanta, una delle forme più concrete attraverso cui il separatismo femminista si traduce in realtà materiale. A partire dalla seconda metà degli anni Settanta comparvero le prime Case delle donne, destinate a diventare uno dei simboli più duraturi del femminismo italiano. Questi spazi rispondono a molteplici esigenze: sedi di attività politica in cui convivono collettivi diversi, si organizzano assemblee e campagne, si producono e circolano materiali, si elabora teoria, ma anche attività culturali, luoghi in cui vengono offerti servizi concreti per donne in difficoltà, spazi di accoglienza. La loro costituzione avviene secondo modalità differenti — l'occupazione diretta, la negoziazione con le amministrazioni locali, la fondazione cooperativa — e in ciascun caso il processo di conquista dello spazio è esso stesso un atto politico. Il caso apripista per le case delle donne è Roma. Il 2 ottobre 1976 i movimenti femministi romani - il Movimento femminista di via Pompeo Magno, il collettivo di via Pomponazzi e alcune donne del Partito radicale - occupano Palazzo Nardini, un edificio quattrocentesco abbandonato da oltre un decennio in via del Governo Vecchio, dietro piazza Navona (Camilli, 2018). L'occupazione è non violenta e immediatamente simbolica: il palazzo era stato sede della Pretura, luogo istituzionale per eccellenza, ora sottratto e restituito alle donne. Nei sette anni di occupazione vi trovano sede decine di realtà diverse - il consultorio self-help dell'MLD, un asilo nido aperto al quartiere, il collettivo contro la violenza alle donne, la redazione di ''Quotidiano Donna'', Radio Lilith, gruppi teatrali, di ricerca, lesbici. È alla Casa del Governo Vecchio che MLD, UDI e gruppi femministi elaborano il testo della legge di iniziativa popolare contro la violenza sessuale, e da lì parte nel novembre 1976 la fiaccolata ''Riprendiamoci la notte''. (Stelliferi, 2013). A Milano il dibattito sullo spazio delle donne si intreccia con una questione teorica esplicita. Quando il collettivo di via Mancinelli discute della propria sede, emerge una distinzione netta tra "luogo delle donne" e "sede": quest'ultima viene considerata espressione di un modo di fare politica ancora maschile, legato all'istituzione più che alla relazione. Il luogo delle donne deve implicare l'affettività, lo stare insieme, la vita quotidiana oltre che la militanza (Calabrò-Grasso). Dopo lo scioglimento di via Mancinelli nel 1978, molte delle donne confluiscono in Col di Lana, che assumerà progressivamente le caratteristiche di casa delle donne in senso pieno. [da integrare con materiale su Col di Lana] A Torino la Casa delle donne nasce nel marzo 1979 con l'occupazione dell'ex manicomio femminile di via Giulio, scelta deliberatamente simbolica, che trasforma un luogo storico di segregazione in spazio di liberazione. Dopo una trattativa con il Comune, le donne ottengono locali nel Palazzo dell'Antico Macello di Po in via Vanchiglia, dove la Casa ha sede ancora oggi. A Mestre il percorso mostra come la conquista dello spazio passi talvolta attraverso la mediazione con le amministrazioni di sinistra. Nel novembre 1977 il Coordinamento femminista occupa villa Franchin nel parco di Carpenedo; lo sgombero arriva il 28 dicembre, ma il Comune, che aveva già istituito il primo referato alla Condizione femminile in Italia, avvia una trattativa che porterà all'apertura di un Centro donna in piazza Ferretto. L'esperienza veneziana mostra anche i rischi della dipendenza istituzionale: nel 1985 il cambio di giunta mette a rischio il carattere autonomo del Centro, aprendolo a gruppi non femministi e scatenando una reazione decisa delle donne che lo avevano costruito . Le librerie delle donne appartengono allo stesso ecosistema di spazi politici, ma con una fisionomia propria. Non nascono per occupazione ma per fondazione cooperativa, e la loro funzione non è solo la circolazione dei testi ma la produzione di sapere e la costruzione di relazioni. La prima e più importante è la Libreria delle donne di Milano, fondata nel 1975 in via Dogana da un collettivo che include Luisa Muraro e Lia Cigarini, quest'ultima già attiva nel DEMAU, uno dei primi gruppi femministi italiani. Si ispira alla Librairie des Femmes di Parigi, ma a differenza di essa sceglie inizialmente di proporre solo opere di donne, per enfatizzare il sapere femminile. Fin dalla sua fondazione è luogo di elaborazione teorica oltre che spazio commerciale: organizza riunioni, discussioni politiche, proiezioni, e possiede un fondo di testi esauriti e introvabili. Negli anni '80, quando il movimento si frammenta, la Libreria diventa, secondo Calabrò, l'unico soggetto milanese ad "assumere il significato simbolico della continuità tra passato e presente", punto di riferimento riconosciuto collettivamente in un panorama altrimenti privo di leadership (Calabrò-Grasso]). È in questo spazio che si consolida il femminismo della differenza italiano, con la pubblicazione di ''Sottosopra'' (dal 1983) e ''Via Dogana'', e con l'elaborazione collettiva che confluirà in ''Non credere di avere dei diritti'' (1987). Questi spazi — case occupate, centri negoziati, librerie cooperative — costituiscono nel loro insieme un'infrastruttura politica e culturale che il movimento costruisce autonomamente, al di fuori delle istituzioni e spesso in tensione con esse. Ciò che li accomuna è l'idea che lo spazio fisico non sia neutro: abitarlo, conquistarlo, dargli forma è già fare politica. == 4.4 Editoria femminista == Negli anni Settanta l'editoria femminista italiana si afferma come dimensione costitutiva dell'azione politica. Produrre testi, riviste, opuscoli e libri non è un'attività separata dalla militanza: la scrittura e la circolazione dei materiali sono il modo in cui il movimento elabora pratiche, costruisce linguaggi comuni e rende visibile ciò che era rimasto confinato nella sfera privata - sessualità, maternità, lavoro domestico, violenza. Questa produzione si caratterizza fin dall'inizio per il rifiuto dei circuiti editoriali tradizionali, percepiti come parte delle stesse strutture di potere che il movimento contesta. Le prime esperienze sono autogestite e sperimentali, fondate sul lavoro volontario: manifesti, ciclostilati, opuscoli prodotti dai collettivi e diffusi attraverso reti informali. La prima casa editrice femminista in senso proprio, Scritti di Rivolta Femminile, nasce a Roma nel 1970, fondata da Carla Accardi e Carla Lonzi, tra le fondatrici del collettivo Rivolta Femminile. La collana dei "Libretti verdi" si distingue per la sobrietà grafica e la radicalità teorica: Lonzi rifiuta consapevolmente recensioni, promozione e mediazioni commerciali, ritenendo che snaturino le istanze femministe. Il suo ''Sputiamo su Hegel'' (1974) diventerà uno dei testi fondativi del femminismo della differenza, con circolazione internazionale. Nel 1972 nascono A Roma Edizioni delle donne, affini all'esperienza francese di Éditions des femmes, con un catalogo che include testi teorici e traduzioni di autrici allora poco note in Italia come Kristeva, Wittig e Duras. Nello stesso anno a Milano il gruppo Anabasi pubblica la prima antologia del femminismo internazionale, ''Donne è bello.'' Nel 1975 nasce a Milano La Tartaruga, fondata da Laura Lepetit, destinata a diventare una delle realtà più durature dell'editoria femminista italiana. Sul versante periodico, la proliferazione è straordinaria e riflette la pluralità interna al movimento. Tra le esperienze di maggiore rilievo e durata: ''Effe'' (1973-1982), primo mensile femminista di attualità e cultura a diffusione nazionale, nato a Roma con la collaborazione di giornaliste, studiose e scrittrici; ''Sottosopra'' (Milano, 1973), rivista di movimento che diventerà uno dei luoghi teorici centrali del femminismo della differenza; ''DWF – Donna Woman Femme'' (Roma, 1975), trimestrale attento alla ricerca storica e alla traduzione di testi internazionali. Accanto a queste, decine di testate di breve durata legate ai collettivi locali documentano orientamenti differenti, dal marxismo femminista al lesbismo, dalla riflessione sulla differenza sessuale alle lotte per il salario al lavoro domestico. L'insieme di queste esperienze - case editrici, riviste - costituisce un'infrastruttura culturale autonoma che il movimento costruisce parallelamente alle strutture istituzionali e spesso in opposizione ad esse. È in questo spazio che si elabora non solo la teoria femminista, ma anche la sua forma: una forma che rifiuta la neutralità del sapere accademico e rivendica la soggettività come punto di partenza epistemologico. All’inizio degli anni Settanta la crescita dei collettivi femministi è accompagnata da una rapida espansione della stampa militante. Accanto ai bollettini e alle riviste prodotti dai gruppi del movimento, continua tuttavia a esistere una stampa femminile legata alle organizzazioni politiche della sinistra o alle culture marxiste rivoluzionarie. I diversi circuiti editoriali riflettono la pluralità dei contesti politici nei quali si sviluppa il femminismo italiano. == 4.5 Arte e cinema == == Note == <references/> == Bibliografia == * {{Cita libro|autore=Anastasia Barone|titolo=«Facevamo un consultorio, ma era un progetto politico». I consultori a Roma prima e dopo la legge 405/1975|anno=2023|editore=Viella|città=Roma|pp=119-148|ISBN=9791254692349|opera=Anni di rivolta. Nuovi sguardi sui femminismi degli anni Settanta e Ottanta|curatore=Paola Stelliferi, Stefania Voli|cid=Barone}} * {{Cita pubblicazione|autore=Alfero Boschiero, Nadia Olivieri|anno=2022|titolo=Il corpo mi corrisponde|rivista=Venetica|numero=1}} * {{Cita pubblicazione|autore=Vicky Franzinetti|anno=1987|titolo=In senso dell'autogestione|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=181-187|cid=Franzinetti}} * {{Cita libro|autore=Fiamma Lussana|titolo=Le donne e la modernizzazione: il neofemminismo degli anni settanta|anno=1997|editore=Einaudi|città=Torino|pp=471-565|ISBN=88-06-13571-6|opera=Storia dell'Italia repubblicana, vol.III, t.2|cid=Lussana 1997}} * {{Cita libro|autore=Luciana Percovich|titolo=La coscienza nel corpo. Donne, salute e medicina negli anni Settanta|anno=2005|editore=Franco Angeli|città=Milano|cid=Percovich}} * {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1984|titolo=Il movimento delle donne, la salute, la scienza. L'esperienza di Simonetta Tosi|rivista=Memoria|numero=11-12|cid=Tozzi 1984}} * {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1987|titolo=Molecolare, creativa, materiale: la vicenda dei gruppi per la salute|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=153-180|cid=Tozzi 1987A}} * {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1987|titolo=Alla radice del "self-help". Gruppo femminista per la salute della donna (G.F.S.D.)|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=202-205|cid=Tozzi 2}}<br /> == Introduzione == Il femminismo degli anni Settanta costituisce uno dei passaggi più incisivi della storia politica e culturale dell’Italia contemporanea. Tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta, una fitta rete di collettivi e gruppi diffusi sull’intero territorio nazionale mise in discussione i ruoli di genere, le relazioni tra i sessi e le stesse categorie attraverso cui venivano definiti la politica, i linguaggi, le forme del sapere e le soggettività. La novità del neofemminismo non risiede unicamente nelle rivendicazioni avanzate, ma nelle pratiche attraverso cui esse furono elaborate: l’autocoscienza, la politicizzazione dell’esperienza personale, la centralità del corpo e della sessualità come luoghi di produzione di sapere e di conflitto. L’esperienza femminile non venne più subordinata a cornici interpretative esterne - di partito, di classe o di tradizione ideologica - ma assunta come punto di partenza per una rielaborazione teorica autonoma, capace di ridefinire il confine tra privato e pubblico, vita e politica, e di interrogare i nessi tra potere, sapere e corporeità. Il femminismo di questo periodo si presenta come un insieme articolato di esperienze differenziate, radicate in contesti territoriali, culturali e politici diversi, con orientamenti teorici e strategie non omogenei. Tale pluralità - visibile nel diverso rapporto con la sinistra, i movimenti e le istituzioni, nell’alternativa tra separatismo e doppia militanza, nelle letture della subordinazione femminile in termini di classe o di differenza sessuale, nelle modalità di intervento pubblico - costituisce un tratto strutturale del movimento. La storiografia ha posto questo nodo al centro della riflessione, interrogandosi sull’uso dei termini “femminismo” e “femminismi”: se il singolare consente di cogliere la forza storica di un processo collettivo accomunato dalla critica alle gerarchie di genere, il plurale rende conto della molteplicità delle culture politiche e dei linguaggi che lo attraversarono (Guerra 2005). La trasformazione che si produce alla fine del decennio non coincide con una cesura netta. Piuttosto, la crisi della forma-movimento apre una fase di riorganizzazione e ridefinizione: negli anni ottanta molte pratiche e molte elaborazioni proseguono in forme differenti, attraverso luoghi culturali, reti associative e iniziative di produzione che consolidano un femminismo meno centrato sulla mobilitazione di massa, ma capace di incidere in modo duraturo nel tessuto sociale (Guerra 2005). La categoria di “eredità” permette di leggere questo passaggio senza ridurlo a una narrazione di declino. Questo volume adotta una prospettiva che intreccia ricostruzione storica e riflessione storiografica, assumendo come oggetto non soltanto gli eventi e le organizzazioni, ma le pratiche, i linguaggi e i luoghi di produzione del sapere femminista. Dopo una sezione dedicata alle genealogie - il rapporto con il ’68, con la tradizione emancipazionista e con le reti transnazionali - il percorso analizza le pratiche fondative, la pluralità delle esperienze, i rapporti con movimenti, partiti e istituzioni, nonché gli spazi materiali e simbolici attraverso cui il femminismo costruì nuove forme di socialità e di cultura. Una parte conclusiva è dedicata alle trasformazioni degli anni ottanta e alle principali interpretazioni storiografiche del neofemminismo, affrontando le questioni di periodizzazione, di metodo e di memoria che ancora attraversano il dibattito. Il volume assume le pratiche, i luoghi e i linguaggi come chiavi di lettura attraverso cui osservare l’intreccio tra dimensione politica, sociale e culturale del femminismo italiano degli anni Settanta, un'intersezione nella quale maggiormente si coglie la portata trasformativa del movimento. Introduzione Parte II Il femminismo degli anni Settanta si caratterizza per la centralità attribuita alle pratiche - come il separatismo e l’autocoscienza – che non rappresentano semplicemente forme organizzative, ma luoghi di elaborazione politica e di produzione di sapere. La condivisione delle esperienze individuali consente di mettere in discussione l’apparente naturalità dei ruoli di genere e di individuare i meccanismi sociali e culturali che regolano i rapporti tra uomini e donne. In questo senso, le pratiche non si limitano a descrivere la realtà, ma contribuiscono a ridefinirla; la politica non è intesa soltanto come intervento nello spazio pubblico, ma come processo che prende avvio dall’esperienza vissuta e dalle relazioni tra donne. All’interno di questo processo si afferma il principio secondo cui “il personale è politico”, che consente di collegare le esperienze quotidiane alle strutture sociali più ampie. Attraverso questa prospettiva, ambiti tradizionalmente considerati privati – come la sessualità, la maternità e la vita familiare – diventano oggetto di analisi e intervento politico. È in questo quadro che il corpo emerge come un nodo centrale della riflessione femminista. Non si tratta di un ambito già definito, ma di un terreno che prende forma progressivamente attraverso le pratiche del movimento. Le esperienze legate alla sessualità, alla riproduzione e alla salute vengono condivise, confrontate e reinterpretate, dando luogo a una nuova consapevolezza che mette in discussione i modelli culturali dominanti; elaborazione teorica e sperimentazione pratica non costituiscono ambiti separati, ma dimensioni intrecciate di un medesimo percorso di politicizzazione. Le pratiche del movimento non furono adottate in modo uniforme né assunsero significati univoci, ma costituirono un repertorio condiviso, rielaborato in forme differenti nei diversi contesti. Tale pluralità rinvia alla coesistenza di differenti modi di intendere la liberazione delle donne e al rifiuto di modelli organizzativi gerarchici e di una definizione univoca delle priorità. Tuttavia, essa condivise alcuni elementi fondamentali: la messa in discussione della distinzione tra sfera privata e sfera pubblica, la conseguente ridefinizione del politico e delle forme della soggettività femminile. Le sezioni che seguono analizzano, da diverse prospettive, le principali pratiche e i nodi concettuali attraverso cui il femminismo degli anni Settanta ha ridefinito il rapporto tra esperienza, conoscenza e azione politica. PARTE 3 "le radici del femminismo radicale italiano affondino al di fuori del contesto universitario, dei partiti e dei movimenti sociali, e si congiungano con l’azione di donne non più giovanissime alla fine degli anni Sessanta e senza pregresse, strutturate esperienze politiche." (tesi stelliferi) 32 Il primo collettivo neofemminista italiano, Demau (Demistificazione Autoritarismo; Demistificazione [dell] autoritarismo), precede in realtà (1966) la rivolta studentesca e operaia della fine degli anni '60. - Strazzeri, p. 6 == Cronologia principale == === 1965-1982 === {| class="wikitable sortable" ! Anno ! Gruppi che nascono ! Gruppi che si sciolgono ! Eventi ! Convegni / Incontri ! Manifestazioni ! Produzione culturale |- | 1965/66 | Demau | | | | | |- | 1967 | | | | | | |- | 1968 | | | Contestazione studentesca | | | |- | 1969 | Cerchio spezzato (Trento); MLD legato al Partito Radicale | | Autunno caldo | | | |- | 1970 | Rivolta femminile Anabasi Le Nemesiache | |Approvazione della legge sul Divorzio (L. 898/1970) | | | |- | 1971 | Lotta Femminista (PD) | |La Corte Costituzionale depenalizza la diffusione e l'uso degli anticoncezionali. Approvazione della legge a tutela delle lavoratrici madri (L. 1204/1971 - diritto di astenersi dal lavoro 2 mesi prima, 3 dopo il parto) e della L.1044/1971 che introduce il piano quinquennale per l'istituzione di asili nido comunali con il concorso dello Stato | Milano – Convegno presso l’Umanitaria | | Esce ''Quarto mondo'', pubblicata a Roma dal Fronte Italiano di Liberazione Femminile (FILF) |- | 1972 | Cherubini; Lotta Femminista (MI) | | | Bologna – Convegno di varie città; Rouen – Convegno organizzato da Psychoanalyse et Politique; Vandea – Convegno europeo organizzato dal MLF | | Nascono a Roma Edizioni delle donne; Anabasi pubblica l'antologia ''Donne è bello'' ; esce ''Compagna'', rivista di orientamento marxista. Nasce a Roma il Collettivo Femminista Comunista di Via Pomponazzi |- | 1973 | Collettivo San Gottardo; Gruppo Analisi; Gruppo Femminista per una medicina delle donne; Rivolta 3 | Demau | Si forma il CISA; Processo a Gigliola Pierobon (Padova) | Varigotti – incontro tra Cherubini, alcune donne del Veneto e le francesi di Psychanalyse et Politique | | Esce a Roma ''Effe'' , primo mensile femminista di attualità e cultura autogestito a diffusione nazionale; a Bologna ''La voce delle donne comuniste'' e ''Donna proletaria;'' a Milano ''MezzoCielo'' |- | 1974 | Collettivo di via Albenga; Gruppo di Pratica dell’Inconscio; Mondadori; Ticinese | Lotta Femminista | Referendum abrogativo della legge sul divorzio | 1° Convegno Nazionale a Pinarella di Cervia | | Esce ''Sputiamo su Hegel'' di Carla Lonzi; nasce l'editrice romana Dalla parte delle bambine; esce ''Sottosopra'' |- | 1975 | Libreria delle donne di Milano | | Vengono istituiti i consultori familiari (L. 405/1975) Blocco in Senato della proposta di legge sull’aborto | | | Laura Lepetit fonda la casa editrice La Tartaruga; esce ''DWF – Donna Woman Femme'' |- | 1975 | Corsi monografici 150 ore; | Anabasi; Cherubini (trasferimento in Col di Lana); San Gottardo | Elezioni amministrative | Carloforte – Vacanze femministe; Milano – Convegno “Sessualità, maternità, procreazione, aborto”; Milano – Umanitaria “Donne e politica”; San Vincenzo (LI) – Pratica dell’inconscio; 2° Convegno nazionale a Pinarella di Cervia | Roma – Manifestazione nazionale del 6 dicembre | |- | 1976 | Corso 150 ore Affori; Gruppo Donne e Immagine; Gruppo Donne via dell’Orso; Gruppo donne Palazzo di Giustizia; Gruppo n.4 Col di Lana | Gruppo Analisi; Gruppo di Pratica dell’Inconscio; Gruppo Femminista per una medicina delle donne; Rivolta 3 | Elezioni politiche; Formazione della Consulta femminista; Legge nazionale sui consultori | Milano – Convegno “Donne e lavoro”; Paestum – 3° e ultimo convegno nazionale | Milano – Entrata “dimostrativa” nel Duomo (gennaio) | Nasce a Roma la rivista ''Limenetimena;'' esce ''Differenze'', rivista dei Collettivi femministi romani |- | 1977 | Collettivo della Borletti; Gruppo donne via Lanzone; Gruppo Scrittura | | Approvazione legge sulla Parità di Lavoro (L. 903/1977) Movimento del 1977 | Milano – Convegno sulla violenza (Sala Provincia) | | Nasce la Libreria delle donne di Bologna Librellula |- | 1978 | Gruppo Madri del Leoncavallo; Gruppo Scrittura 1; Gruppo Scrittura 2; Gruppo Scrittura 3 | | Approvazione legge sull'aborto (194/1978) Rapimento Moro | | | Esce ''Quotidiano donna,'' settimanale di politica, attualità e cultura ; apre a Cagliari la Libreria gestita dalla coperativa La tarantola |- | 1979 | 150 ore sul Cinema; Redazione di Grattacielo; Redazione milanese di Quotidiano Donne | Collettivo Mondadori; Coordinamento via dell’Orso; Gruppo Donne e Immagine; Mancinelli | “Caso 7 aprile” | Milano – Umanitaria, proposta di legge contro la violenza sessuale | | Apre a Firenze la Libreria delle donne |- | 1980 | Centro Donne Ticinese; Collettivo studentesse liceo Berchet; Collettivo studentesse Università Statale; Cooperativa Gervasia Broxson; Gruppo di psicologia e attività creative; Gruppo Eos; Ristorante Cicip-Ciciap; Ticinese (nuovo) | Col di Lana; Collettivo Borletti | | | Milano – Manifestazione contro abrogazione legge aborto | |- | 1981 | Gruppo Phoenix | Grattacielo; Gruppo donne Palazzo di Giustizia | Referendum abrogativo legge aborto | Firenze – 2° Convegno contro il referendum; Milano – 1° Convegno contro il referendum 194; Roma – Convegno nazionale donne lesbiche; Torino – Convegno internazionale donne lesbiche | | |- | 1982 | | Gruppo n.4; Redazione milanese di Quotidiano Donna | | | | |} bs6er2uv3w7dfbe63oq13jixoyd2brz 499678 499664 2026-07-03T08:53:13Z LorManLor 24993 499678 wikitext text/x-wiki '''3. Pluralità dei femminismi''' 3.1 Formazione (1965–1973) 3.2 Espansione e confronto pubblico (1974–1976) 3.3 Ridefinizioni (1977–1980) '''4. Spazi, infrastrutture, saperi''' 4.1 Consultori autogestiti e self-help 4.2 Le 150 ore delle donne 4.3 Case delle donne 4.4 Editoria femminista 4.5 Arte e cinema '''5. Trasformazioni tra anni Settanta e Ottanta''' 5.1 Nuove configurazioni 5.2 Femminismo e politiche delle donne '''6. Interpretazioni storiografiche''' 6.1 Questioni di metodo. Memoria e storia 6.2 Periodizzazioni 6.3 Questione territoriale 6.4 "Doppia militanza" e rapporti con la sinistra extraparlamentare 6.5 Dimensione transnazionale 6.6 Questioni aperte, prospettive di ricerca '''Appendici''' Cronologia essenziale Glossario Documenti fondamentali (estratti) Bibliografia Sitografia e archivi digitali == Cap. 3 - Pluralità dei femminismi (e trasformazioni del movimento (1965-1981), oppure Configurazioni del movimento femminista == Il cap. 3 dovrebbe parlare di come il femminismo si rapporta al suo interno e ''in relazione ad altri soggetti politici'' ''(sin ex)'' Il cap. 5 (riforme, processi per stupro) di come il femminismo interagisce con le ''istituzioni'' — leggi, parlamento, tribunali. Ma il femminismo italiano si definisce ''sempre'' in relazione a qualcosa di esterno — la sinistra, le istituzioni, il diritto, i movimenti. Non esiste un "interno puro" del movimento separabile da questi rapporti. Quindi qualsiasi architettura che provi a separare "i gruppi" da "i rapporti esterni" produrrà sempre sovrapposizioni. Soluzione: logica diacronica + attenzione alle dinamiche Il femminismo italiano degli anni Settanta si presenta alla ricerca storica come un oggetto per sua natura plurale. La storiografia più recente ha riconosciuto nella molteplicità di gruppi, pratiche e orientamenti teorici una caratteristica costitutiva del movimento. (Guerra, 2005; Bellè, 2021; Stelliferi e Voli, 2023). Parlare di "femminismi" al plurale significa riconoscere che il campo femminista italiano non ha mai avuto un centro, una linea ufficiale, né portavoce riconosciute. Questa pluralità si riflette nella struttura organizzativa del movimento: reticolare, priva di gerarchie formalizzate, composta da soggetti collettivi con gradi molto diversi di strutturazione e continuità nel tempo. Accanto a gruppi ben identificabili, esistono aggregazioni nate intorno a singoli temi o momenti di mobilitazione. È una forma che garantisce radicamento diffuso, ma che non produce — né per tutte necessariamente deve produrre — posizioni comuni: per una parte del movimento il rifiuto della risposta collettiva, delle manifestazioni di massa e di qualsiasi forma di contrattazione con le istituzioni è esso stesso una scelta teorica e politica. Il contesto politico e sociale rappresenta una variabile che ne plasma le trasformazioni. Il referendum sul divorzio del 1974, le elezioni del 1976, la stagione legislativa su aborto e consultori, gli anni di piombo ridefiniscono i termini del confronto interno al movimento, spostano le linee di frattura, accelerano o frenano la capacità di mobilitazione collettiva. Quando le istituzioni cominciano ad assorbire alcune istanze femministe traducendole in leggi, la struttura reticolare mostra i suoi limiti: la rete fatica a reggere la pressione dell'istituzionalizzazione, e la pluralità che aveva garantito vitalità diventa difficile da tenere insieme. È in questo intreccio tra dinamiche interne ed esterne che si leggono i conflitti del femminismo italiano: le divisioni sull'aborto, sul rapporto con le istituzioni, sulle manifestazioni di piazza non sono fratture accidentali, ma rispecchiano differenze teoriche e politiche profonde sul senso stesso dell'agire femminista. > le vicende entrano come esempi trasversali a queste linee, non come scansione cronologica. Quattro linee di differenza "interne": i # Autocoscienza/pratica dell'inconscio (elaborazione interna) vs. pratica/intervento nel sociale # Autonomia radicale vs. interlocuzione istituzionale (Milano vs. Roma — come asse che incrocia le prime due - Lussana) # doppia militanza e rapporto con la sinistra # Femministe storiche vs. nuove, conflitto generazionale e allargamento del movimento Problema: quale contesto politico è davvero rilevante per capire l'evoluzione del femminismo? Non tutto il contesto politico italiano, ma solo quello che incide direttamente sul movimento: le leggi che lo riguardano, i movimenti con cui interagisce, il clima che restringe o allarga gli spazi di azione. == 3.1 Formazione dei collettivi (1965–1973) == Tra la seconda metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta in diverse città italiane iniziano a formarsi i primi gruppi femministi autonomi. Tali esperienze non derivano da un unico centro organizzativo né da un’elaborazione teorica condivisa: emergono in contesti differenti e a partire da percorsi politici e sociali eterogenei. Collettivi universitari, gruppi nati all’interno della nuova sinistra ed esperienze sviluppate in ambienti intellettuali e culturali contribuiscono alla costruzione di una rete di relazioni informali, caratterizzata da forte autonomia locale e da modalità di coordinamento intermittenti. La storiografia ha progressivamente adottato la categoria di “femminismi” per descrivere questa configurazione originaria del movimento, già attraversata da differenze significative nei linguaggi politici, nelle pratiche e nelle forme di organizzazione (Rossi-Doria 2005; Lussana 2012; Stelliferi 2015). Fin dalle origini, quindi, il movimento assume una struttura reticolare, composta da collettivi autonomi, gruppi di autocoscienza e reti informali di scambio, senza un’organizzazione centrale né piattaforme politiche unitarie. Tali differenze si articolano lungo diversi piani: un primo ambito riguarda le modalità attraverso cui viene elaborata la soggettività femminile come terreno di esperienza politica. In alcuni gruppi l’autocoscienza costituisce lo strumento principale di analisi delle relazioni tra donne e della costruzione di un sapere politico fondato sull’esperienza condivisa; in altri contesti la riflessione si sviluppa attraverso pratiche espressive e simboliche che rielaborano in forme diverse il rapporto tra identità femminile, corpo e linguaggio. Un altro piano riguarda il rapporto tra elaborazione teorica e intervento sociale. Alcuni collettivi privilegiano la riflessione sui linguaggi e sulle relazioni tra i sessi; altri sviluppano iniziative orientate all’intervento pubblico. A questi elementi si aggiungono le diverse modalità di relazione con i movimenti politici e con le istituzioni. Le provenienze dalla nuova sinistra, dal radicalismo dei diritti civili o da esperienze associative precedenti producono configurazioni differenti del rapporto con partiti, sindacati e organizzazioni politiche, anticipando alcune delle tensioni che emergeranno con maggiore evidenza nella seconda metà del decennio. La crescita dei collettivi si accompagna alla nascita di una prima produzione editoriale militante. Tra il 1972 e il 1973 compaiono bollettini ciclostilati e riviste autoprodotte che mettono in circolazione documenti, traduzioni e riflessioni teoriche dei gruppi femministi, favorendo il confronto tra collettivi e la diffusione di testi del femminismo internazionale. Accanto a queste iniziative si sviluppano periodici legati a organizzazioni politiche della sinistra o dell’area marxista, nei quali la questione femminile viene affrontata all’interno di culture politiche preesistenti. L’espansione della stampa militante segnala l’emergere di una rete di relazioni tra gruppi ancora priva di strutture organizzative stabili. In questo quadro, i primi collettivi femministi non costituiscono varianti di un modello comune, ma risposte diverse a questioni condivise: la politicizzazione dell’esperienza femminile, la ridefinizione dei rapporti tra i sessi e la ricerca di forme autonome di organizzazione e di parola pubblica. ==== 3.1.1 Prime esperienze e contesti di formazione ==== Le premesse del neofemminismo italiano si collocano nella seconda metà degli anni Sessanta. Una delle esperienze più precoci è rappresentata dal gruppo DEMAU (Demistificazione Autoritarismo), fondato a Milano nel 1965-1966. In un ambiente intellettuale e culturale segnato dalle trasformazioni del decennio, DEMAU sviluppa una riflessione critica sui rapporti di autorità nella società e nella famiglia, oltre i paradigmi emancipazionisti dell’UDI e della sinistra storica, individuando nella sessualità uno dei luoghi centrali della subordinazione femminile. Pur rimanendo un’esperienza numericamente limitata - il gruppo si ridimensiona nel 1968, quando parte delle aderenti confluisce nella nuova sinistra, nella convinzione che la trasformazione complessiva dei rapporti sociali avrebbe comportato anche una ridefinizione dei ruoli di genere - DEMAU anticipa temi che diventeranno centrali nel neofemminismo degli anni successivi. Nello stesso periodo, in contesto universitario, si sviluppano collettivi femministi come il Cerchio spezzato di Trento, attivo alla fine degli anni Sessanta. Nato nell’ambiente del movimento studentesco, il gruppo rappresenta uno dei primi tentativi di affrontare la condizione femminile all’interno delle trasformazioni politiche e culturali del Sessantotto, mostrando come la nascita del femminismo italiano non sia circoscritta ai grandi centri urbani. All’inizio degli anni Settanta emergono inoltre esperienze destinate ad avere maggiore visibilità nel panorama del movimento. Nel 1970 viene diffuso a Roma il Manifesto di Rivolta femminile, promosso da Carla Lonzi, Carla Accardi ed Elvira Banotti, che afferma la rottura con la politica tradizionale e con l’emancipazionismo, ponendo le donne come soggetto autonomo di trasformazione e rifiutando ogni interlocuzione istituzionale. Nello stesso anno si costituisce il Movimento di Liberazione della Donna (MLD), legato all’area radicale e orientato verso campagne pubbliche sui diritti civili, in particolare sui temi della contraccezione e dell’aborto. A Milano il Collettivo di via Cherubini assume un ruolo centrale, praticando l’autocoscienza come forma primaria di elaborazione politica. A Padova nasce Lotta Femminista, animata da Mariarosa Dalla Costa, sviluppa una riflessione sulla divisione sessuale del lavoro e sulla centralità del lavoro domestico nella riproduzione del sistema capitalistico. Attraverso bollettini e reti militanti, il gruppo contribuisce alla diffusione di un dibattito internazionale sul salario al lavoro domestico. A Roma si sviluppano collettivi di quartiere maggiormente orientati all’intervento sociale. + Nemesiache. La crescita dei collettivi femministi si accompagna alla nascita di una prima produzione editoriale militante. Bollettini ciclostilati e riviste autoprodotte — come ''Al femminile'' a Milano o il ''Bollettino del collettivo di Lotta femminista'' a Padova — svolgono una funzione di collegamento tra gruppi locali e favoriscono la circolazione di testi e documenti del femminismo internazionale. Un ruolo importante in questo processo è svolto dal primo numero della rivista ''Sottosopra'', prodotto nel 1973 da gruppi milanesi con l’obiettivo di raccogliere documenti, mettere in comunicazione collettivi autonomi e favorire la discussione su scala nazionale. La rivista nasce come strumento di scambio tra gruppi non misti e non legati a organizzazioni politiche, e diventa uno dei principali luoghi di circolazione dei materiali prodotti dal movimento. Accanto a queste iniziative si sviluppano periodici legati a organizzazioni politiche della sinistra o dell’area marxista, che affrontano la questione femminile all’interno di culture politiche già esistenti. L’espansione della stampa militante segnala l’emergere di una rete di relazioni tra collettivi ancora priva di strutture organizzative stabili. Queste diverse traiettorie - gruppi orientati all’elaborazione teorica e simbolica della differenza sessuale; collettivi che sviluppano una critica marxista della divisione sessuale del lavoro; realtà maggiormente orientate all’intervento pubblico e alle campagne per i diritti civili - non costituiscono le articolazioni di un’organizzazione comune. Esse rappresentano piuttosto alcuni dei poli iniziali attorno ai quali si sviluppa una rete di collettivi autonomi, caratterizzata da confini mobili, appartenenze multiple e forme di coordinamento intermittenti. Proprio questa configurazione reticolare del movimento rende possibile, negli anni successivi, una rapida espansione territoriale e una crescente differenziazione delle pratiche femministe. ==== Il processo Pierobon e l'incontro con il femminismo francese ==== Il primo grande banco di prova è il dibattito sull'aborto, che esplode con particolare intensità dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 1971 sulla contraccezione e si fa drammaticamente concreto con il processo a Gigliola Pierobon, del collettivo Lotta Femminista, nel giugno del 1973: imputata per un aborto commesso da minorenne, il caso diventa occasione di autodenunce pubbliche e di una prima grande mobilitazione femminista. Ma rivela anche le prime fratture: per l'MLD la legalizzazione dell'aborto è un obiettivo politico prioritario; per Rivolta Femminile e i gruppi di autocoscienza, nessuna legge può toccare la radice del problema, che sta nella sessualità femminile colonizzata dall'uomo. L'incontro con il femminismo francese, a partire dal 1973, introduce un'ulteriore linea di differenziazione. I convegni in Francia - prima a La Tranche-sur-Mer, poi a Vieux-Villez - espongono le italiane a un femminismo che fa della pratica psicoanalitica e del lesbismo strumenti privilegiati di analisi e di relazione tra donne. Il confronto è stimolante ma anche destabilizzante: le italiane riconoscono l'insufficienza dell'autocoscienza come unico strumento, ma non accettano in blocco il modello francese. Di ritorno dai convegni, il Collettivo di Via Cherubini avvia una riflessione che porterà alla pratica dell'inconscio, un percorso originale che approfondisce il lavoro sull'interiorità usando strumenti psicoanalitici, distanziandosi però dal separatismo radicale e dal lesbismo come scelta necessaria proposti dal gruppo parigino Psych et Po (Lussana, 2012). Già nella prima metà degli anni Settanta il movimento femminista italiano appare attraversato da orientamenti differenti. Accanto ai gruppi che fanno dell’autocoscienza il centro della pratica politica si sviluppano collettivi influenzati dall’operaismo e dalla critica del lavoro domestico, esperienze che introducono strumenti psicoanalitici nell’analisi della soggettività femminile e organizzazioni impegnate nelle campagne per la riforma della legislazione su contraccezione e aborto. Queste diverse modalità di intervento non costituiscono correnti separate, ma configurazioni parziali che spesso si sovrappongono e si ridefiniscono nel corso delle mobilitazioni degli anni successivi. == 3.2 Espansione e confronto pubblico (1974-1976) == Il biennio 1974-1976 segna una fase di espansione e di crescente visibilità pubblica del femminismo italiano. I collettivi si moltiplicano in numerose città, si intensificano i contatti tra gruppi e alcune questioni, in particolare aborto, sessualità e salute delle donne, entrano stabilmente nel dibattito politico e giuridico. L’ampliamento della mobilitazione rende maggiormente visibili le differenze tra i collettivi riguardo alle forme dell’azione politica, al rapporto con i partiti e con le organizzazioni della sinistra e alle modalità di intervento nello spazio pubblico. La maggiore visibilità di alcune città, in particolare Milano, Roma e l’area veneta, non va interpretata come l’indicazione di una struttura gerarchica del movimento. Essa riflette la distribuzione delle fonti disponibili e l’attenzione che la storiografia ha dedicato ad alcuni ambienti militanti. Studi più recenti hanno mostrato come esperienze femministe fossero presenti anche in contesti urbani e territoriali meno documentati, mettendo in discussione una rappresentazione del movimento organizzata rigidamente intorno a pochi centri principali. La ricostruzione della geografia dei collettivi resta quindi un campo di ricerca ancora in evoluzione. === 3.2.1 Crescita del movimento e confronto tra pratiche politiche === La crescita del movimento in questi anni non è solo quantitativa. Nascono nuovi gruppi, si moltiplicano i collettivi di quartiere e nei luoghi di lavoro, si aprono i primi consultori autogestiti. A Roma il Comitato per l'Aborto e la Contraccezione (CRAC) riunisce collettivi femministi, gruppi della nuova sinistra e donne dell'MLD in un organismo comune, che però mostra subito le tensioni tra linguaggi politici differenti. A Milano il Collettivo di Via Cherubini approfondisce la pratica dell'inconscio e si avvia verso la fondazione della Libreria delle donne, scegliendo la costruzione di luoghi e strumenti autonomi come forma di intervento politico alternativa alle manifestazioni di massa. È anche il momento dei primi grandi convegni nazionali. Il primo momento di confronto su scala nazionale si realizza nel novembre 1974 con il convegno femminista a Pinarella di Cervia, promosso dal collettivo milanese di via Cherubini. All’incontro partecipano circa settecento donne provenienti da numerose città italiane, appartenenti a collettivi con orientamenti politici e pratiche diverse. Il convegno è dedicato alla discussione della pratica dell’autocoscienza e delle forme di organizzazione del movimento. Il confronto mette in luce la varietà delle esperienze presenti nel femminismo italiano e rende visibili differenze di orientamento tra gruppi impegnati prevalentemente nell’elaborazione teorica e collettivi più orientati all’intervento politico e sociale, alla cosiddetta “pratica del fare” . Un secondo convegno a Pinarella nel 1975 riprende il confronto tra i gruppi e rende più esplicite alcune divergenze emerse nel movimento, senza risolverle. In particolare si confrontano posizioni che attribuiscono centralità alla pratica dell’inconscio e altre più direttamente orientate all’azione politica e sociale, in continuità con le mobilitazioni sull’aborto e con le campagne per i consultori. Il confronto non conduce alla definizione di una piattaforma comune, ma rende esplicite le differenze tra pratiche e linguaggi politici presenti nel movimento. I convegni di Pinarella rappresentano così uno dei primi momenti in cui queste divergenze vengono discusse su scala nazionale, nel contesto di un movimento che, proprio negli stessi anni, sta ampliando la propria presenza nello spazio pubblico attraverso le campagne sull’aborto e la crescita dei collettivi femministi nelle principali città italiane.(Lussana, 2012). === 3.2.2 Il terreno dell’aborto e la prima mobilitazione nazionale === Dopo il caso Pierobon, che aveva trasformando l'esperienza diffusa ma invisibile degli aborti clandestini in una questione politica nazionale, il dibattito si sposta sempre più direttamente sul rapporto tra mobilitazione femminista, riforma legislativa e intervento delle istituzioni. Attraverso le mobilitazioni per l'aborto il femminismo italiano entra progressivamente nello spazio pubblico e politico. Nel corso del 1974 e del 1975 il dibattito si intensifica e costringe tutti i gruppi a prendere posizione, evidenziando i diversi punti di vista. Per una parte del movimento, l'MLD, il Comitato romano per l’aborto e la contraccezione (CRAC) che riunisce il Movimento Femminista Romano di Via Pompeo Magno, collettivi di quartiere, il Nucleo Femminista Medicina e le donne di Lotta Continua, Avanguardia Operaia e PDUP-Manifesto, l'obiettivo è l'aborto libero, gratuito e assistito, legato ad politica di prevenzione fondata su consultori controllati dalle donne, da ottenere attraverso la mobilitazione collettiva e il confronto con le istituzioni. Per Rivolta Femminile e per gli altri gruppi che fanno dell’autocoscienza e dell’autoriflessione la propria pratica principale, come era accaduto per il divorzio, la legalizzazione dell’aborto non esaurisce il problema politico che esso porta con sé: l'aborto è una tragedia prodotta da una sessualità femminile colonizzata dall'uomo, e regolamentarlo giuridicamente rischia di perpetuare quella colonizzazione sotto forma di legalità. Questa posizione viene espressa con chiarezza anche nel convegno milanese su Sessualità, procreazione, maternità, aborto, tenuto al Circolo De Amicis nel febbraio 1975, dove si insiste sulla necessità di non isolare l’aborto dal complesso della condizione femminile e di non ridurlo a un singolo obiettivo di riforma. (Sottosopra rosso, 1975). In un clima di mobilitazione crescente, il 6 dicembre 1975 si svolge a Roma la prima grande manifestazione nazionale di sole donne, alla quale prendono parte collettivi autonomi, gruppi legati al salario al lavoro domestico, donne della sinistra extraparlamentare, il MLD e anche l’UDI. Ventimila donne scendono in piazza per chiedere l'aborto libero, gratuito e assistito. È un momento di forza, ma anche l'occasione per uno scontro che rivela fratture profonde. I militanti del servizio d'ordine di Lotta Continua tentano di entrare nel corteo con la forza, rifiutando di restare ai margini come richiesto dalle femministe. Gli incidenti che seguono mettono a nudo l'incomunicabilità tra il movimento femminista e i modi della politica maschile, ma segnalano anche una divisione interna: per una parte del movimento scendere in piazza è un atto politico necessario; per un'altra il femminismo delle piazze schiaccia le differenze femminili dietro uno slogan e non scalfisce l'oppressione originaria (Lussana, 2012). In questo senso il terreno dell’aborto non produce una unificazione del femminismo italiano, ma diventa il luogo in cui si confrontano strategie differenti: iniziativa pubblica e pressione legislativa, autoriflessione critica sulla sessualità, rapporto conflittuale o selettivo con le organizzazioni della sinistra. === 3.2.3 PCI, UDI e il problema dell’autonomia === La mobilitazione sull’aborto rende più visibile il rapporto problematico tra il neofemminismo e le organizzazioni storiche del movimento delle donne, in particolare l’UDI. Storicamente legata al PCI e collocata nell’area della sinistra istituzionale, l’UDI attraversa in questi anni una fase di ridefinizione interna. La pressione esercitata dal nuovo femminismo, soprattutto sui temi della sessualità, dell’autodeterminazione e del rapporto tra diritti e differenza, costringe l’organizzazione a confrontarsi con un lessico e con pratiche che non appartenevano alla sua tradizione emancipazionista. Il referendum sul divorzio del 1974 e la mobilitazione sull’aborto accentuano questa tensione. Da un lato, l’UDI condivide con i collettivi la battaglia per l’estensione dei diritti; dall’altro, mantiene una concezione della politica fondata sulla mediazione partitica e sull’intervento legislativo, in sintonia con la strategia del PCI nella fase del compromesso storico. La questione dell’autonomia si pone allora in termini nuovi: non più soltanto autonomia delle donne rispetto agli uomini nei movimenti, ma autonomia dell’elaborazione femminile rispetto alle strutture di partito. Per una parte delle femministe autonome, l’UDI rappresenta ancora una forma di subordinazione organizzativa alla cultura politica maschile; per altre, costituisce invece uno spazio attraversabile, capace di incidere concretamente sui processi legislativi e sulle politiche sociali. La presenza dell’UDI nella manifestazione del 6 dicembre 1975 e nei successivi passaggi parlamentari sull’aborto rende visibile questa ambivalenza: convergenza sui contenuti, divergenza sulle forme dell’agire politico. In questo intreccio prende forma uno dei nodi destinati a segnare l’intero decennio: il rapporto tra movimento e rappresentanza, tra pratica dell’autonomia e traduzione istituzionale delle rivendicazioni. === 3.2.4 Autonomia femminista e rapporto con le istituzioni === Alla metà degli anni Settanta le esperienze femministe presenti nelle diverse città italiane si confrontano sempre più direttamente con il problema delle forme dell’azione politica e del rapporto con lo spazio pubblico e istituzionale. Dopo momenti di confronto nazionale tra collettivi e le mobilitazioni sull’aborto, il dibattito riguarda soprattutto le modalità attraverso cui le pratiche femministe possano intervenire nella società. In alcuni contesti urbani i collettivi sviluppano forme di azione rivolte esplicitamente verso lo spazio pubblico. Le campagne per la depenalizzazione dell’aborto rappresentano uno dei principali terreni di questo confronto. Nel corso del 1976 in alcuni contesti urbani si delineano con maggiore chiarezza alcune modalità differenti di intervento verso l’esterno. A Roma, gruppi legati al movimento femminista romano e alle campagne radicali sui diritti civili partecipano a iniziative pubbliche sull’aborto e sulla contraccezione e intervengono nel dibattito politico e giuridico che accompagna la discussione sulla riforma della legislazione e con le politiche pubbliche relative alla salute e alla maternità. In questo contesto l’azione femminista assume spesso la forma di mobilitazioni pubbliche, assemblee e campagne rivolte all’opinione pubblica e alle istituzioni In altri ambienti del movimento emergono invece posizioni più caute o critiche nei confronti di questo tipo di intervento. Nell’area milanese che si raccoglie attorno al collettivo di via Cherubini la riflessione femminista si concentra soprattutto sull’elaborazione teorica e sull’analisi delle relazioni tra donne. In questo contesto alcune militanti sottolineano il rischio che l’impegno nelle campagne politiche o nei processi istituzionali possa trasformare o ridurre la portata critica del movimento. Posizioni differenti emergono anche in altri contesti del movimento, tra cui l’area torinese, dove l’eredità dei movimenti della nuova sinistra continua a influenzare il modo di concepire il rapporto tra femminismo e mobilitazione sociale. Nel corso del 1976 queste diverse modalità di intendere l'azione politica femminista - intervento pubblico, elaborazione teorica e trasformazione delle relazioni tra donne - già emerse nel confronto tra gruppi negli anni precedenti, continuano a convivere all’interno del panorama dei collettivi, riflettendo la pluralità di esperienze e di orientamenti che caratterizza il femminismo italiano nella metà del decennio. Togliere quest'ultima parte: Calabrò e Grasso (1985) individuano in questo processo la chiave interpretativa della crisi del movimento femminista: quando il conflitto si sposta da obiettivi non negoziabili — la definizione dell'identità sessuale femminile — a obiettivi negoziabili — l'acquisizione di diritti regolamentati per legge — il movimento cambia avversario, ne accetta le regole del gioco e perde progressivamente la capacità di mobilitazione. Gran parte del femminismo non si riconosce nella nuova posta in gioco e non si mobilita. All'interno del movimento, il 1976 è anche l'anno in cui le carte si rimescolano: nascono molti nuovi gruppi, fluidi e di breve durata, che mescolano elementi delle diverse tendenze senza approfondirne nessuna, mentre l'autocoscienza nei gruppi storici è ormai in esaurimento. L'ingresso di donne giovani produce tensioni generazionali tra nuove e femministe storiche che indeboliscono la trasmissione del patrimonio teorico. Il convegno di Paestum nel dicembre 1976, l'ultimo a carattere nazionale, registra queste fratture senza comporle. Parallelamente emergono i primi segnali di una trasformazione: i corsi delle 150 ore, che mettono in contatto femministe e donne di condizione diversa, anticipano le forme che il femminismo assumerà nel decennio successivo. == 3.4 Trasformazioni del movimento (1977-1981) == Descrivere questi 3 passaggi: * fine dei grandi momenti unitari * frammentazione dei collettivi * spostamento verso pratiche diffuse Il triennio 1977-1980 segna una trasformazione profonda del femminismo italiano, che avviene sotto la pressione combinata di fattori esterni e di tensioni interne al movimento. Sul piano del contesto politico, gli anni di piombo restringono gli spazi del dissenso e pongono tutti i movimenti di fronte a scelte difficili. Il femminismo non si sottrae a questo confronto, ma lo affronta con strumenti propri, distanziandosi sia dalla logica della lotta armata sia da quella della risposta istituzionale. La morte di Giorgiana Masi, uccisa durante una manifestazione a Roma nel maggio 1977, colpisce in modo particolare alcune componenti del movimento. Il rapporto con il movimento del '77, che riprende alcune parole d'ordine femministe, come la centralità del personale e il rifiuto della delega, è oggetto di valutazioni divergenti: alcune femministe riconoscono affinità, altre sottolineano la distanza strutturale tra i due movimenti, individuando nel '77 un uso svuotato delle categorie femministe. Il nodo della doppia militanza, che aveva attraversato l'intero decennio, si fa più acuto in questa fase. Il rapporto tra femminismo e sinistra extraparlamentare, già segnato da tensioni profonde, di cui il congresso di Rimini di Lotta Continua nel 1976 rappresenta un momento emblematico, non si risolve in un abbandono generalizzato. Le donne delle nuove generazioni, entrate nel movimento nella seconda metà del decennio, vivono spesso una doppia appartenenza che le femministe storiche tendono a giudicare negativamente, leggendovi una persistenza della cultura emancipazionista della sinistra. Lo scontro tra queste due componenti contribuisce, in diversi collettivi, alla crisi e allo scioglimento. Sul terreno legislativo, la legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza, approvata nel maggio 1978, produce reazioni divergenti. Le femministe che si erano opposte a qualsiasi regolamentazione giuridica ribadiscono l'impossibilità di tradurre in legge la complessità dell'esperienza femminile. Quelle che avevano sostenuto la battaglia per la legalizzazione esprimono insoddisfazione per i limiti del testo, in particolare per la clausola sull'obiezione di coscienza. La legge non chiude il dibattito: i collettivi continuano a mobilitarsi per la sua piena applicazione, a presidiare gli ospedali, a sostenere le donne nei percorsi di interruzione di gravidanza. Il dibattito sulla legge di parità tra i sessi nel mondo del lavoro (1977) e sulla proposta di legge contro la violenza sessuale riproduce le stesse linee di divisione: una parte del movimento lavora per ottenere tutele concrete, spostare la violenza sessuale dai reati contro la morale pubblica ai reati contro la persona, vietare le discriminazioni nel lavoro, mentre un'altra ritiene che qualsiasi regolamentazione giuridica ignori la differenza sessuale o non possa rappresentare adeguatamente la sofferenza delle donne. La legge sulla violenza sessuale verrà approvata solo nel 1996. In questo stesso periodo, alcune componenti del movimento intensificano il proprio impegno nel sociale: nei consultori, nei sindacati, nelle aule dei tribunali, nei centri antiviolenza. Questo spostamento verso l'esterno produce una trasformazione interna: i tempi dell'elaborazione teorica e quelli dell'azione nel sociale si sfalsano, e per alcune femministe il movimento tende a diventare una politica di servizio, perdendo la sua forza propulsiva originaria. Il referendum del 1981 - doppio: uno promosso dal Movimento per la vita per abrogare la 194, l'altro dal Partito Radicale per liberalizzarla ulteriormente - rappresenta l'ultima grande occasione di mobilitazione collettiva. La vittoria del no su entrambi i fronti mostra ancora una capacità di azione, ma anche la persistente frammentazione interna: di fronte al referendum radicale, molte femministe scelgono il doppio no, rifiutando sia l'abrogazione sia la liberalizzazione proposta dai radicali. La storiografia più recente ha messo in discussione l'interpretazione che vede nella fine degli anni Settanta la fine tout court del femminismo. Alcune esperienze mostrano una continuità e una capacità di reinvenzione che non si esaurisce con il lungo Sessantotto. Quello che si conclude è il femminismo come movimento di massa con una struttura reticolare diffusa; quello che rimane è un patrimonio culturale e politico che continua a circolare in forme diverse: centri di documentazione, riviste teoriche, cooperative, iniziative culturali. Non più movimento organizzato, ma insieme di pratiche e riferimenti condivisi che attraversano ambiti diversi della vita sociale e professionale. '''Relazioni, conflitti e fratture tra le anime del femminismo''' La pluralità del femminismo italiano non è solo varietà di gruppi e pratiche: è attraversata da tensioni che, con particolare evidenza dalla metà degli anni Settanta, si manifestano come conflitti espliciti. Queste tensioni riflettono differenze teoriche e politiche costitutive, che percorrono il movimento fin dalle origini e si ridefiniscono nel tempo. Una prima linea di differenza riguarda il rapporto tra elaborazione interna e intervento esterno. Per una parte del movimento la trasformazione politica passa attraverso un lavoro su di sé - l'autocoscienza, poi la pratica dell'inconscio - che non può essere subordinato a obiettivi di mobilitazione collettiva. Per un'altra parte, questo lavoro deve tradursi in azione nel sociale, in confronto con le istituzioni, in capacità di aggregare. Da questa tensione deriva una seconda frattura, più radicale: quella tra chi considera l'interlocuzione con le istituzioni un terreno legittimo di lotta e chi vi vede una forma di incorporazione che svuota le istanze femministe del loro contenuto. Si tratta, come sottolinea Calabrò (1985), di una posizione minoritaria ma teoricamente coerente, che rifiuta non tatticamente, ma per principio, qualsiasi mediazione: con le leggi, con i partiti, con le manifestazioni di massa. Il dibattito sull'aborto e, più tardi, quello sulla legislazione sul lavoro e sulla violenza sessuale sono i momenti in cui questa frattura diventa più visibile: mentre una parte del movimento partecipa alla contrattazione parlamentare, un'altra denuncia come qualsiasi regolamentazione giuridica lasci intatta la radice del problema. Alcune letture storiografiche hanno applicato questa polarità all'asse geografico Roma-Milano, individuando nelle due città due diverse concezioni di come la differenza femminile possa agire nel mondo (Lussana, 2012). Una terza linea di differenza riguarda il rapporto con la sinistra e la doppia militanza: la questione di come conciliare l'appartenenza al movimento femminista con la militanza nelle organizzazioni della sinistra extraparlamentare produce tensioni che attraversano il decennio e che verranno approfondite nella Parte V. A queste fratture teoriche se ne aggiunge una di natura diversa, che emerge intorno al 1976: il conflitto generazionale tra le femministe storiche e le donne che accedono al movimento in questa fase. Calabrò e Grasso (1985) descrivono questo processo come un rimescolamento delle carte: nascono molti nuovi gruppi, fluidi e di breve durata, che mescolano elementi delle diverse tendenze senza approfondirne nessuna. È in questo momento che il movimento femminista si allarga fino a diventare, almeno in parte, un più vasto movimento delle donne, che condivide alcune parole d'ordine femministe senza farne propria la radicalità teorica, un allargamento che è insieme un segno di forza e l'inizio di una crisi di identità che il movimento non riuscirà a risolvere. Il cap. 4 dovrebbe connettere gli spazi alle scelte politiche senza dirlo esplicitamente. In pratica dovrebbe fare due cose: spiegare perché il femminismo italiano produce questi spazi specifici (consultori, case delle donne, librerie, editoria) in questo momento storico, e suggerire che la forma che prendono — autogestita, separatista, autonoma dalle istituzioni — non è neutra ma riflette orientamenti politici precisi. == Cap. 4 - Spazi, infrastrutture, saperi == Nel corso degli anni Settanta il femminismo italiano non si limita a elaborare teorie e pratiche politiche. Accanto ai collettivi di autocoscienza e alle manifestazioni di piazza, il movimento produce infrastrutture materiali e simboliche - spazi fisici, istituzioni culturali, strumenti di comunicazione - che contribuiscono a estendere l'elaborazione femminista oltre i confini dei collettivi militanti, favorendo la costruzione di reti sociali e culturali autonome e dando corpo all'idea che il cambiamento non possa attendere le trasformazioni delle strutture esistenti, ma debba cominciare dal presente, dall'invenzione di forme di vita alternative. Questo capitolo ricostruisce alcune delle realizzazioni più significative di questo processo: i consultori autogestiti, in cui la salute del corpo femminile diventa terreno di sapere collettivo e di conflitto con la medicina istituzionale; i corsi monografici delle 150 ore, in cui il femminismo incontra il mondo del lavoro e si diffonde capillarmente nella società; gli spazi fisici, case delle donne e librerie, in cui il separatismo si fa luogo abitabile; e infine l'editoria femminista, che produce i linguaggi e i testi attraverso cui il movimento pensa se stesso e comunica con il mondo esterno.<ref>{{Cita|Lussana|p. 19}}</ref> ==4.1 Consultori autogestiti e self-help== ===4.1.1 Nascita e diffusione=== I consultori autogestiti rappresentarono uno dei principali luoghi attraverso cui le elaborazioni teoriche del neofemminismo si tradussero in pratiche collettive e in forme di intervento sociale. Essi sorsero in modo spontaneo e frammentato, senza rispondere a un piano comune preordinato, per iniziativa di singoli collettivi operanti in autonomia. Nati dall'incontro tra la rivendicazione dell'autodeterminazione sul corpo e la necessità di rispondere a bisogni materiali immediati, costituirono spazi nei quali la riflessione politica, la pratica sanitaria e la produzione di saperi alternativi si intrecciarono strettamente. Il contesto in cui tali esperienze si svilupparono fu caratterizzato dall'emergere di un nuovo dibattito pubblico sui temi della [[w:Contraccezione|contraccezione]] e dell'[[w:Aborto|aborto]], favorito anche da alcuni rilevanti interventi legislativi e giurisprudenziali. Nel 1971 la [[w:Corte_costituzionale_(Italia)|Corte costituzionale]] dichiarò l'illegittimità dell'articolo 553 del [[w:Codice_penale_(Italia)|codice penale]] nella parte relativa al divieto di propaganda anticoncezionale, rimuovendo un ostacolo giuridico alla diffusione di informazioni sulla [[w:Contraccezione|contraccezione]].<ref>{{Cita|Barone|p. 124}}</ref><ref>{{Cita pubblicazione|autore=Maud Anne Bracke|anno=2022|titolo=Family planning, the pill, and reproductive agency in Italy, 1945–1971: From ‘conscious procreation’ to ‘a new fundamental right’?|rivista=European Review of History: Revue européenne d'histoire|volume=29|numero=1|lingua=en}}</ref> Nello stesso anno il Movimento di Liberazione della Donna, di orientamento libertario e federato al [[w:Partito_Radicale_(Italia)|Partito Radicale]], annunciò la presentazione di una proposta di legge di iniziativa popolare per la depenalizzazione dell'aborto, contribuendo a collocare la questione al centro del dibattito politico del decennio.<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Anastasia|cognome=Barone|titolo=«Facevamo un consultorio, ma era un progetto politico»|p=125}}</ref> Nel giugno 1973 il processo celebratosi a Padova contro [[w:Gigliola_Pierobon|Gigliola Pierobon]] rappresentò il primo grande evento giudiziario e mediatico in Italia che contribuì a rompere il silenzio sull'aborto clandestino, trasformando un reato penale privato in un caso politico di rilevanza nazionale, grazie a una mobilitazione di massa da parte del movimento femminista.<ref>{{Cita libro|autore=Anna Rita Calabrò, Laura Grasso|titolo=Dal movimento femminista al femminismo diffuso. Storie e percorsi a Milano dagli anni '60 agli anni '80|anno=1985|editore=Franco Angeli|città=Milano|ISBN=978-88-204-4530-0}}</ref> È in questo quadro che, tra la fine del 1973 e l'inizio del 1974, si costituirono a Roma le prime esperienze di autogestione nell'ambito della salute femminile: il consultorio di San Lorenzo, sorto da un gruppo dedicato ad aborto e contraccezione interno al Movimento femminista romano di via Pompeo Magno animato da Simonetta Tosi, e il Gruppo Femminista per la Salute della Donna, orientato invece prevalentemente alla pratica del self-help e alla ricerca.<ref>{{Cita|Barone|pp. 126-129}}</ref><ref>{{Cita|Tozzi 1984}}</ref><ref>{{Cita web|url=https://roma.repubblica.it/cronaca/2025/06/18/news/san_lorenzo_consultorio_via_dei_frentani_simonetta_tosi-424678188/|titolo=San Lorenzo, il consultorio di via dei Frentani dedicato a Simonetta Tosi|accesso=30 giugno 2026|data=18 giugno 2025}}</ref> Nel corso del 1974 e del 1975 esperienze analoghe sorsero in numerose città, tra cui Torino, Padova, Milano e Trento, e in seguito anche a Bergamo e Pinerolo.<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|anno=1987|titolo=Corpo a corpo|rivista=Memoria|numero=19-20|p=195}}</ref> La rapida diffusione dei consultori autogestiti fu favorita sia dalla carenza di servizi dedicati alla salute e alla sessualità femminile, sia dalla volontà di sperimentare pratiche alternative rispetto ai modelli medici e assistenziali tradizionali, in una fase in cui l'aborto era ancora illegale, e vietata, fino al 1976, la vendita di contraccettivi nelle farmacie, nonostante l'avvenuta abrogazione da parte della Corte Costituzionale dell'art. 553.<ref>{{Cita web|url=https://www.aied.it/la-storia/|titolo=La nostra storia|accesso=30 giugno 1976}}</ref> I consultori si trovarono così a negoziare costantemente la propria natura: pur rifiutando l'idea di ridursi ad ambulatori alternativi, oscillarono spesso tra l'erogazione di un "servizio" volto a colmare le carenze dell'assistenza sanitaria e la ricerca di relazioni politiche radicalmente nuove.<ref>{{Cita|Barone|pp. 120-121}}</ref><ref>{{Cita|Tosi 1987A|p. 156}}</ref> ===4.1.2 Internazionalizzazione, self-help e aborto autogestito=== I consultori autogestiti e i gruppi per la salute della donna sorsero in un contesto di intensi scambi internazionali, in particolare con i movimenti femministi francesi e statunitensi, da cui derivò gran parte delle pratiche concrete adottate in Italia. Già nel 1971 il neonato Movimento di Liberazione della Donna aveva organizzato una conferenza dedicata alle cliniche autogestite dalle donne negli Stati Uniti.<ref>{{Cita|Barone|p. 123}}</ref> Un momento particolarmente significativo avvenne nel 1973, quando Carol Downer e Debra Law, esponenti del Los Angeles Women's Health Center, in un incontro pubblico a Roma presso il [[w:Teatro_Eliseo|Teatro Eliseo]], mostrarono alla platea la tecnica dell'autovisita: l'utilizzo combinato di uno ''speculum'' di plastica, uno specchio e una pila permetteva di osservare autonomamente le pareti vaginali e il collo dell'utero, suscitando forte impressione e venendo percepita da molte partecipanti come un'esperienza di riappropriazione del proprio corpo.<ref name=":0">{{Cita|Tozzi 1987A|p. 158}}</ref> La diffusione di questa cultura fu accelerata nel 1974 dalla pubblicazione della traduzione italiana del testo collettivo statunitense ''Noi e il nostro corpo'' (''Our Bodies, Ourselves''), che divenne uno dei principali strumenti di diffusione delle conoscenze sulla salute femminile all'interno del movimento.<ref name=":0" /><ref>Stefania Voli, Storia di una traduzione, in Zapruder. Rivista di storia della conflittualità sociale, n. 13, Odradek Edizioni, maggio-agosto 2007.</ref> L'autovisita, la discussione sul ciclo mestruale, sulla contraccezione, sulla sessualità e sul piacere femminile permisero di scardinare la tradizionale gerarchia tra l'esperto e l'utente. Secondo la critica femminista, le donne non dovevano essere considerate pazienti passive, ma partecipanti attive di un processo di apprendimento e di produzione condivisa del sapere. La cooperazione transnazionale si rivelò decisiva anche sul piano operativo dell'aborto autogestito, introdotto per rispondere alla piaga degli aborti clandestini. Grazie ai rapporti con le attiviste francesi del MLAC (''Mouvement pour la liberté de l'avortement et de la contraception''), i collettivi italiani appresero e diffusero il metodo Karman.<ref>{{Cita|Tozzi 1987A|p. 161}}</ref> Questa tecnica di aspirazione risultava molto meno invasiva del tradizionale raschiamento e, richiedendo una strumentazione semplice, era praticabile anche da personale non medico, rappresentando una fondamentale innovazione politica e pratica per i gruppi che gestivano le interruzioni di gravidanza.<ref>{{Cita|Barone|p. 124}}</ref> ===4.1.3 Critica del sapere medico e delle istituzioni=== Nei consultori autogestiti la salute femminile veniva reinterpretata come questione politica e non esclusivamente medica. Le pratiche di ''self-help'' si fondavano sull'idea di una riappropriazione dal basso della gestione della salute e dei saperi sul corpo, tradizionalmente monopolizzati e privatizzati dalla medicina specialistica patriarcale. L'esperienza dei consultori si accompagnò a una critica radicale dell'autorità medica e della pretesa neutralità dei saperi scientifici. In particolare, la ginecologia e la psichiatria vennero interpretate come ambiti nei quali si erano storicamente esercitate forme di controllo sociale e sessuo-politico sui corpi femminili.<ref name=":0" /> Tale critica si inserisce in un più ampio clima di contestazione delle istituzioni sanitarie e assistenziali che caratterizzò l'Italia degli anni Settanta: in quegli stessi anni si svilupparono le lotte per la salute nei luoghi di lavoro legate all'esperienza di Medicina Democratica e di [[w:Giulio Maccacaro|Giulio Maccacaro]], e il movimento di deistituzionalizzazione psichiatrica, ispirato all'opera di [[w:Franco Basaglia|Franco Basaglia]], rimise in discussione l'autorità medica come dispositivo di controllo sociale.<ref>{{Cita|Barone|p. 123}}</ref> Le esperienze femministe condivisero con questi movimenti la rivendicazione di una riappropriazione dal basso della gestione della salute e la ridefinizione del concetto stesso di salute in chiave sociale, e non meramente clinica. La medicalizzazione della gravidanza, del parto e della sessualità femminile veniva così riletta come una forma di espropriazione del sapere e dell'autonomia delle donne. ===4.1.4 Istituzionalizzazione, conflitti e trasformazioni=== I consultori autogestiti furono spesso luoghi di incontro tra donne provenienti da esperienze politiche differenti: collettivi femministi, gruppi della sinistra extraparlamentare, ambienti radicali e associazioni impegnate sui temi della contraccezione e della salute sessuale. Questa pluralità di provenienze favorì la costruzione di reti di collaborazione, ma produsse anche tensioni riguardo al rapporto con le istituzioni.<ref>{{Cita|Barone|p. 121}}</ref><ref>{{Cita|Lussana 1997|pp. 562-563}}</ref><ref>{{Cita|Tozzi 1987A|pp. 155-156}}</ref> Rispetto alle pratiche sviluppate nei piccoli gruppi di autocoscienza, i consultori implicavano un rapporto più diretto con il territorio, con donne esterne al movimento e, progressivamente, con le istituzioni, rendendo particolarmente visibile il problema del rapporto tra autonomia femminista e intervento sociale.<ref>{{Cita|Percovich|p. 15}}</ref> L'approvazione della legge n. 405 del 1975, che istituì i consultori familiari pubblici, pose concretamente il problema dell'istituzionalizzazione delle pratiche femministe.<ref>{{Cita|Barone|pp. 121-122}}</ref> Se alcune militanti scelsero di operare all'interno delle nuove strutture pubbliche per influenzarne l'organizzazione, altre considerarono l'autonomia dei consultori autogestiti una condizione irrinunciabile della pratica politica femminista.<ref>{{Cita|Lussana 1997|pp. 563-564}}</ref> Il dibattito sui consultori pubblici investì il movimento di una tensione interna mai del tutto risolta, riassumibile nella contrapposizione tra «lavorare con le donne» e «lavorare per le donne»<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|titolo=Corpo a corpo|p=195}}</ref>: da un lato i gruppi che, come a Torino e a Padova, scelsero di assumere una funzione di servizio sociale e richiesero il riconoscimento e il finanziamento pubblico; dall'altro le esperienze, come il Gruppo Femminista per la Salute della Donna di Roma o il Centro per una Medicina delle Donne di Milano, che si ritrassero da tale prospettiva, temendo che farsi carico della gestione di un servizio comportasse la rinuncia alla ricerca e all'autonomia politica originarie. La proposta del CRAC (Coordinamento romano aborto e contraccezione) di richiedere il finanziamento pubblico ai consultori autogestiti, motivata dal principio secondo cui «autogestione non significa autofinanziamento», fu duramente contestata da un gruppo di femministe milanesi, che vi scorsero il rischio di una collaborazione con le stesse istituzioni mediche da cui ci si voleva emancipare.<ref>{{Cita|Barone|p. 132}}</ref> Il consultorio della Bovisa, a Milano, scelse infine di chiudere proprio in seguito all'istituzione dei consultori pubblici, ritenendo che la propria esperienza, nata come laboratorio di ricerca e non come servizio continuativo, non potesse né autogestirsi indefinitamente né istituzionalizzarsi senza tradire la propria natura<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|titolo=Corpo a corpo|pp=198-199}}</ref>. Un conflitto analogo, ma con esiti diversi, riguardò il rapporto tra i collettivi femministi e l'Unione Donne Italiane (UDI), che a Roma sostenne invece una concezione di «gestione sociale» del servizio, fondata sulla delega allo Stato della responsabilità collettiva sulla salute delle donne, contrapposta all'autogestione rivendicata dai gruppi femministi.<ref>{{Cita|Barone|p. 132}}</ref> Negli anni successivi, mentre molte esperienze autogestite si esaurivano, nuove forme di organizzazione e di produzione culturale - case delle donne, librerie, centri di documentazione - avrebbero raccolto parte della loro eredità.<ref>{{Cita|Lussana|p. 19}}</ref> == 4.2 Le 150 ore delle donne == I corsi monografici delle 150 ore rappresentano uno degli spazi in cui il femminismo degli anni Settanta incontra più direttamente il mondo del lavoro organizzato. Nati nel quadro del contratto nazionale dei metalmeccanici del 1973, che prevedeva 150 ore di permessi retribuiti triennali finalizzati all'elevazione culturale e professionale dei lavoratori, i corsi si diffusero rapidamente in tutto il paese, soprattutto nell'Italia del Nord, dove esistevano numerosi Coordinamenti FLM e collettivi femministi radicati nelle fabbriche. === Dal diritto allo studio ai corsi per donne === L'idea di dedicare corsi monografici alla sola condizione femminile, riservati a sole donne, nasce a Torino alla fine del 1974 tra sindacaliste e femministe che di lì a pochi anni avrebbero fondato l'Intercategoriale donne CGIL-CISL-UIL (Lona, 2015). Confrontare con: L'iniziativa nacque dall'incontro tra il femminismo sindacale, in particolare i Coordinamenti donne FLM (Federazione Lavoratori Metalmeccanici), e i gruppi del femminismo militante. Tra i promotori figurarono collettivi sindacali femminili e collettivi di quartiere come il gruppo di via Gabbro a Milano e il Collettivo Aurelio-Cavalleggeri a Roma. Con l'apertura progressiva ad altre categorie, tra il 1974 e il 1975 furono istituiti corsi specificamente indirizzati alle donne (lavoratrici, casalinghe, disoccupate), tenuti da femministe e docenti universitarie. I contenuti riguardavano salute femminile, sessualità, lavoro domestico, condizione delle donne. L'esperienza si radicò nelle aree a forte industrializzazione: Torino con corsi sulla salute e medicina, Milano come fulcro della riflessione teorica, Reggio Emilia e Bologna con forte partecipazione delle lavoratrici, le province venete di Venezia, Padova e Treviso tra il 1975 e il 1976, Roma come centro per la nascita di istituzioni educative autonome. La partecipazione fu significativa, con molte donne che trovavano nei corsi occasioni di formazione altrimenti inaccessibili e spazi di socializzazione (Lussana, 2012; Bellè, 2021). Le partecipanti sono lavoratrici di ogni categoria — operaie, impiegate, casalinghe, studentesse, disoccupate — e i temi affrontati vanno ben oltre i contenuti previsti dal progetto sindacale originario: la salute, la sessualità, il corpo, la maternità, l'aborto, il lavoro domestico, i rapporti familiari. Alcune esperienze particolarmente significative si svolgono a Bergamo (1974-75), Genova (dal 1975), Torino (dal 1975, con la nascita dell'Intercategoriale che proseguirà le sue attività fino al 1981), Milano (dal 1976), Roma, Alessandria — dove i risultati del corso del 1978 vengono raccolti nel volume collettivo ''La salute della donna'' (Edizioni dell'Orso, 1979) — e nel Veneto, con i corsi di Verona e Padova avviati nel 1979 dopo una lunga negoziazione con i rispettivi atenei, che richiesero persino il parere favorevole di apposite commissioni del Senato accademico prima di approvare corsi riservati esclusivamente a donne e tenuti da sole docenti donne (Lona, 2015). La dinamica interna ai corsi è spesso quella dell'autocoscienza allargata: le partecipanti si dividono in gruppi, discutono a partire dalla propria esperienza, e producono materiali scritti collettivamente — ciclostilati, opuscoli, a volte veri e propri libri. È in questo contesto che molte donne scrivono per la prima volta. L'esperienza più documentata è quella del corso di Affori, periferia nord di Milano, dove Lea Melandri viene assegnata nel dicembre 1976 a una classe composta quasi interamente da casalinghe over quaranta. Melandri descrive quel corso come "un laboratorio unico e originale nel tentativo di mettere a confronto intellettuali e donne comuni", in cui "le teorie elaborate dai gruppi femministi erano costrette ad esporsi agli interrogativi che venivano ancora una volta dalle vite concrete" (Melandri, archiviodilea.wordpress.com). Tra i testi prodotti dalle corsiste, il più noto è ''I pensieri vagabondi di Amalia'', di Amalia Molinelli, che ricostruisce una biografia femminile attraverso il fascismo, la Resistenza, l'emigrazione a Milano e il lavoro domestico, confrontando la propria esperienza con i testi letti durante il corso. Il nodo del rapporto tra docenti femministe e corsiste è uno dei più ricchi e problematici dell'intera esperienza. Le femministe che insegnano portano nei corsi le teorie elaborate nei collettivi; le casalinghe e le operaie portano le loro biografie. L'incontro è trasformativo per entrambe, ma non privo di tensioni: le aspettative sono diverse, il rapporto con la scrittura è asimmetrico, e il sindacato guarda spesso con diffidenza a classi formate da sole casalinghe, faticando a riconoscerne la legittimità nell'ambito di uno strumento pensato per i lavoratori (Lussana, 2012). Il rapporto con il sindacato è infatti tutt'altro che lineare. Come emerge dall'incontro nazionale di Firenze del febbraio 1978, i corsi delle donne devono continuamente negoziare tra la pratica femminista del partire da sé e le logiche di un'organizzazione che stenta a riconoscere la specificità femminile come terreno politico autonomo. Secondo Lussana, tuttavia, proprio questa tensione è produttiva: i corsi 150 ore delle donne costituiscono "il momento di incontro per eccellenza del pensiero femminista con la cultura e l'organizzazione dei lavoratori" e il veicolo attraverso cui il femminismo raggiunge donne che non avrebbero mai incrociato i collettivi separatisti, diventando per la prima volta pratica di massa (Lussana, 2012). Un'acquisizione che Chiara Saraceno — che insegnò essa stessa in corsi di 150 ore a Trento — individua non tanto nei contenuti affrontati, quanto nella dimensione più elementare e più radicale: quella di legittimare le donne a prendere tempo per sé, sottraendosi alla casa e alla famiglia (cit. in Raimo, 2023). === Metodo e women studies popolari === I corsi integrarono elaborazione teorica e raccolta di storie individuali, sviluppando un metodo che partiva dai vissuti delle partecipanti. Si realizzò un incontro tra ricercatrici, accademiche e donne con diversi livelli di scolarizzazione, definito "women studies popolari". Questo approccio mise in luce una questione diversa rispetto ai corsi per operai. Nei corsi maschili si affrontava la divisione tra lavoro manuale e intellettuale all'interno della classe. Nei corsi femminili emergeva che i saperi disciplinari erano costruiti su prospettive e linguaggi maschili, ponendo alle donne il problema dell'accesso a saperi pensati a partire da un soggetto diverso da loro. === Eredità istituzionale === Le 150 ore rappresentarono un punto di incontro tra femministe e donne che non avevano partecipato al movimento, portando il femminismo a operaie, casalinghe, impiegate (Lussana, 2012; Bracke, 2019). Dall'esperienza dei corsi nacquero istituzioni autonome. Nel 1979 venne fondata a Roma l'Università delle donne "Virginia Woolf", a Milano la Libera Università delle Donne. Queste istituzioni proposero una ricerca che considerasse la dimensione di genere nelle discipline e nella relazione pedagogica (Lussana, 2012; Stelliferi, 2022). La fase di massima espansione dei corsi per sole donne basati sull'autocoscienza si collocò tra il 1975 e i primi anni Ottanta. Questa forma specifica si trasformò o esaurì entro la metà degli anni Ottanta, mentre le istituzioni generate dall'esperienza continuarono la loro attività. == 4.3 Case e librerie delle donne == La conquista di uno spazio fisico autonomo è, negli anni Settanta, una delle forme più concrete attraverso cui il separatismo femminista si traduce in realtà materiale. A partire dalla seconda metà degli anni Settanta comparvero le prime Case delle donne, destinate a diventare uno dei simboli più duraturi del femminismo italiano. Questi spazi rispondono a molteplici esigenze: sedi di attività politica in cui convivono collettivi diversi, si organizzano assemblee e campagne, si producono e circolano materiali, si elabora teoria, ma anche attività culturali, luoghi in cui vengono offerti servizi concreti per donne in difficoltà, spazi di accoglienza. La loro costituzione avviene secondo modalità differenti — l'occupazione diretta, la negoziazione con le amministrazioni locali, la fondazione cooperativa — e in ciascun caso il processo di conquista dello spazio è esso stesso un atto politico. Il caso apripista per le case delle donne è Roma. Il 2 ottobre 1976 i movimenti femministi romani - il Movimento femminista di via Pompeo Magno, il collettivo di via Pomponazzi e alcune donne del Partito radicale - occupano Palazzo Nardini, un edificio quattrocentesco abbandonato da oltre un decennio in via del Governo Vecchio, dietro piazza Navona (Camilli, 2018). L'occupazione è non violenta e immediatamente simbolica: il palazzo era stato sede della Pretura, luogo istituzionale per eccellenza, ora sottratto e restituito alle donne. Nei sette anni di occupazione vi trovano sede decine di realtà diverse - il consultorio self-help dell'MLD, un asilo nido aperto al quartiere, il collettivo contro la violenza alle donne, la redazione di ''Quotidiano Donna'', Radio Lilith, gruppi teatrali, di ricerca, lesbici. È alla Casa del Governo Vecchio che MLD, UDI e gruppi femministi elaborano il testo della legge di iniziativa popolare contro la violenza sessuale, e da lì parte nel novembre 1976 la fiaccolata ''Riprendiamoci la notte''. (Stelliferi, 2013). A Milano il dibattito sullo spazio delle donne si intreccia con una questione teorica esplicita. Quando il collettivo di via Mancinelli discute della propria sede, emerge una distinzione netta tra "luogo delle donne" e "sede": quest'ultima viene considerata espressione di un modo di fare politica ancora maschile, legato all'istituzione più che alla relazione. Il luogo delle donne deve implicare l'affettività, lo stare insieme, la vita quotidiana oltre che la militanza (Calabrò-Grasso). Dopo lo scioglimento di via Mancinelli nel 1978, molte delle donne confluiscono in Col di Lana, che assumerà progressivamente le caratteristiche di casa delle donne in senso pieno. [da integrare con materiale su Col di Lana] A Torino la Casa delle donne nasce nel marzo 1979 con l'occupazione dell'ex manicomio femminile di via Giulio, scelta deliberatamente simbolica, che trasforma un luogo storico di segregazione in spazio di liberazione. Dopo una trattativa con il Comune, le donne ottengono locali nel Palazzo dell'Antico Macello di Po in via Vanchiglia, dove la Casa ha sede ancora oggi. A Mestre il percorso mostra come la conquista dello spazio passi talvolta attraverso la mediazione con le amministrazioni di sinistra. Nel novembre 1977 il Coordinamento femminista occupa villa Franchin nel parco di Carpenedo; lo sgombero arriva il 28 dicembre, ma il Comune, che aveva già istituito il primo referato alla Condizione femminile in Italia, avvia una trattativa che porterà all'apertura di un Centro donna in piazza Ferretto. L'esperienza veneziana mostra anche i rischi della dipendenza istituzionale: nel 1985 il cambio di giunta mette a rischio il carattere autonomo del Centro, aprendolo a gruppi non femministi e scatenando una reazione decisa delle donne che lo avevano costruito . Le librerie delle donne appartengono allo stesso ecosistema di spazi politici, ma con una fisionomia propria. Non nascono per occupazione ma per fondazione cooperativa, e la loro funzione non è solo la circolazione dei testi ma la produzione di sapere e la costruzione di relazioni. La prima e più importante è la Libreria delle donne di Milano, fondata nel 1975 in via Dogana da un collettivo che include Luisa Muraro e Lia Cigarini, quest'ultima già attiva nel DEMAU, uno dei primi gruppi femministi italiani. Si ispira alla Librairie des Femmes di Parigi, ma a differenza di essa sceglie inizialmente di proporre solo opere di donne, per enfatizzare il sapere femminile. Fin dalla sua fondazione è luogo di elaborazione teorica oltre che spazio commerciale: organizza riunioni, discussioni politiche, proiezioni, e possiede un fondo di testi esauriti e introvabili. Negli anni '80, quando il movimento si frammenta, la Libreria diventa, secondo Calabrò, l'unico soggetto milanese ad "assumere il significato simbolico della continuità tra passato e presente", punto di riferimento riconosciuto collettivamente in un panorama altrimenti privo di leadership (Calabrò-Grasso]). È in questo spazio che si consolida il femminismo della differenza italiano, con la pubblicazione di ''Sottosopra'' (dal 1983) e ''Via Dogana'', e con l'elaborazione collettiva che confluirà in ''Non credere di avere dei diritti'' (1987). Questi spazi — case occupate, centri negoziati, librerie cooperative — costituiscono nel loro insieme un'infrastruttura politica e culturale che il movimento costruisce autonomamente, al di fuori delle istituzioni e spesso in tensione con esse. Ciò che li accomuna è l'idea che lo spazio fisico non sia neutro: abitarlo, conquistarlo, dargli forma è già fare politica. == 4.4 Editoria femminista == Negli anni Settanta l'editoria femminista italiana si afferma come dimensione costitutiva dell'azione politica. Produrre testi, riviste, opuscoli e libri non è un'attività separata dalla militanza: la scrittura e la circolazione dei materiali sono il modo in cui il movimento elabora pratiche, costruisce linguaggi comuni e rende visibile ciò che era rimasto confinato nella sfera privata - sessualità, maternità, lavoro domestico, violenza. Questa produzione si caratterizza fin dall'inizio per il rifiuto dei circuiti editoriali tradizionali, percepiti come parte delle stesse strutture di potere che il movimento contesta. Le prime esperienze sono autogestite e sperimentali, fondate sul lavoro volontario: manifesti, ciclostilati, opuscoli prodotti dai collettivi e diffusi attraverso reti informali. La prima casa editrice femminista in senso proprio, Scritti di Rivolta Femminile, nasce a Roma nel 1970, fondata da Carla Accardi e Carla Lonzi, tra le fondatrici del collettivo Rivolta Femminile. La collana dei "Libretti verdi" si distingue per la sobrietà grafica e la radicalità teorica: Lonzi rifiuta consapevolmente recensioni, promozione e mediazioni commerciali, ritenendo che snaturino le istanze femministe. Il suo ''Sputiamo su Hegel'' (1974) diventerà uno dei testi fondativi del femminismo della differenza, con circolazione internazionale. Nel 1972 nascono A Roma Edizioni delle donne, affini all'esperienza francese di Éditions des femmes, con un catalogo che include testi teorici e traduzioni di autrici allora poco note in Italia come Kristeva, Wittig e Duras. Nello stesso anno a Milano il gruppo Anabasi pubblica la prima antologia del femminismo internazionale, ''Donne è bello.'' Nel 1975 nasce a Milano La Tartaruga, fondata da Laura Lepetit, destinata a diventare una delle realtà più durature dell'editoria femminista italiana. Sul versante periodico, la proliferazione è straordinaria e riflette la pluralità interna al movimento. Tra le esperienze di maggiore rilievo e durata: ''Effe'' (1973-1982), primo mensile femminista di attualità e cultura a diffusione nazionale, nato a Roma con la collaborazione di giornaliste, studiose e scrittrici; ''Sottosopra'' (Milano, 1973), rivista di movimento che diventerà uno dei luoghi teorici centrali del femminismo della differenza; ''DWF – Donna Woman Femme'' (Roma, 1975), trimestrale attento alla ricerca storica e alla traduzione di testi internazionali. Accanto a queste, decine di testate di breve durata legate ai collettivi locali documentano orientamenti differenti, dal marxismo femminista al lesbismo, dalla riflessione sulla differenza sessuale alle lotte per il salario al lavoro domestico. L'insieme di queste esperienze - case editrici, riviste - costituisce un'infrastruttura culturale autonoma che il movimento costruisce parallelamente alle strutture istituzionali e spesso in opposizione ad esse. È in questo spazio che si elabora non solo la teoria femminista, ma anche la sua forma: una forma che rifiuta la neutralità del sapere accademico e rivendica la soggettività come punto di partenza epistemologico. All’inizio degli anni Settanta la crescita dei collettivi femministi è accompagnata da una rapida espansione della stampa militante. Accanto ai bollettini e alle riviste prodotti dai gruppi del movimento, continua tuttavia a esistere una stampa femminile legata alle organizzazioni politiche della sinistra o alle culture marxiste rivoluzionarie. I diversi circuiti editoriali riflettono la pluralità dei contesti politici nei quali si sviluppa il femminismo italiano. == 4.5 Arte e cinema == == Note == <references/> == Bibliografia == * {{Cita libro|autore=Anastasia Barone|titolo=«Facevamo un consultorio, ma era un progetto politico». I consultori a Roma prima e dopo la legge 405/1975|anno=2023|editore=Viella|città=Roma|pp=119-148|ISBN=9791254692349|opera=Anni di rivolta. Nuovi sguardi sui femminismi degli anni Settanta e Ottanta|curatore=Paola Stelliferi, Stefania Voli|cid=Barone}} * {{Cita pubblicazione|autore=Alfero Boschiero, Nadia Olivieri|anno=2022|titolo=Il corpo mi corrisponde|rivista=Venetica|numero=1}} * {{Cita pubblicazione|autore=Vicky Franzinetti|anno=1987|titolo=In senso dell'autogestione|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=181-187|cid=Franzinetti}} * {{Cita libro|autore=Fiamma Lussana|titolo=Le donne e la modernizzazione: il neofemminismo degli anni settanta|anno=1997|editore=Einaudi|città=Torino|pp=471-565|ISBN=88-06-13571-6|opera=Storia dell'Italia repubblicana, vol.III, t.2|cid=Lussana 1997}} * {{Cita libro|autore=Luciana Percovich|titolo=La coscienza nel corpo. Donne, salute e medicina negli anni Settanta|anno=2005|editore=Franco Angeli|città=Milano|cid=Percovich}} * {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1984|titolo=Il movimento delle donne, la salute, la scienza. L'esperienza di Simonetta Tosi|rivista=Memoria|numero=11-12|cid=Tozzi 1984}} * {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1987|titolo=Molecolare, creativa, materiale: la vicenda dei gruppi per la salute|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=153-180|cid=Tozzi 1987A}} * {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1987|titolo=Alla radice del "self-help". Gruppo femminista per la salute della donna (G.F.S.D.)|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=202-205|cid=Tozzi 2}}<br /> == Introduzione == Il femminismo degli anni Settanta costituisce uno dei passaggi più incisivi della storia politica e culturale dell’Italia contemporanea. Tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta, una fitta rete di collettivi e gruppi diffusi sull’intero territorio nazionale mise in discussione i ruoli di genere, le relazioni tra i sessi e le stesse categorie attraverso cui venivano definiti la politica, i linguaggi, le forme del sapere e le soggettività. La novità del neofemminismo non risiede unicamente nelle rivendicazioni avanzate, ma nelle pratiche attraverso cui esse furono elaborate: l’autocoscienza, la politicizzazione dell’esperienza personale, la centralità del corpo e della sessualità come luoghi di produzione di sapere e di conflitto. L’esperienza femminile non venne più subordinata a cornici interpretative esterne - di partito, di classe o di tradizione ideologica - ma assunta come punto di partenza per una rielaborazione teorica autonoma, capace di ridefinire il confine tra privato e pubblico, vita e politica, e di interrogare i nessi tra potere, sapere e corporeità. Il femminismo di questo periodo si presenta come un insieme articolato di esperienze differenziate, radicate in contesti territoriali, culturali e politici diversi, con orientamenti teorici e strategie non omogenei. Tale pluralità - visibile nel diverso rapporto con la sinistra, i movimenti e le istituzioni, nell’alternativa tra separatismo e doppia militanza, nelle letture della subordinazione femminile in termini di classe o di differenza sessuale, nelle modalità di intervento pubblico - costituisce un tratto strutturale del movimento. La storiografia ha posto questo nodo al centro della riflessione, interrogandosi sull’uso dei termini “femminismo” e “femminismi”: se il singolare consente di cogliere la forza storica di un processo collettivo accomunato dalla critica alle gerarchie di genere, il plurale rende conto della molteplicità delle culture politiche e dei linguaggi che lo attraversarono (Guerra 2005). La trasformazione che si produce alla fine del decennio non coincide con una cesura netta. Piuttosto, la crisi della forma-movimento apre una fase di riorganizzazione e ridefinizione: negli anni ottanta molte pratiche e molte elaborazioni proseguono in forme differenti, attraverso luoghi culturali, reti associative e iniziative di produzione che consolidano un femminismo meno centrato sulla mobilitazione di massa, ma capace di incidere in modo duraturo nel tessuto sociale (Guerra 2005). La categoria di “eredità” permette di leggere questo passaggio senza ridurlo a una narrazione di declino. Questo volume adotta una prospettiva che intreccia ricostruzione storica e riflessione storiografica, assumendo come oggetto non soltanto gli eventi e le organizzazioni, ma le pratiche, i linguaggi e i luoghi di produzione del sapere femminista. Dopo una sezione dedicata alle genealogie - il rapporto con il ’68, con la tradizione emancipazionista e con le reti transnazionali - il percorso analizza le pratiche fondative, la pluralità delle esperienze, i rapporti con movimenti, partiti e istituzioni, nonché gli spazi materiali e simbolici attraverso cui il femminismo costruì nuove forme di socialità e di cultura. Una parte conclusiva è dedicata alle trasformazioni degli anni ottanta e alle principali interpretazioni storiografiche del neofemminismo, affrontando le questioni di periodizzazione, di metodo e di memoria che ancora attraversano il dibattito. Il volume assume le pratiche, i luoghi e i linguaggi come chiavi di lettura attraverso cui osservare l’intreccio tra dimensione politica, sociale e culturale del femminismo italiano degli anni Settanta, un'intersezione nella quale maggiormente si coglie la portata trasformativa del movimento. Introduzione Parte II Il femminismo degli anni Settanta si caratterizza per la centralità attribuita alle pratiche - come il separatismo e l’autocoscienza – che non rappresentano semplicemente forme organizzative, ma luoghi di elaborazione politica e di produzione di sapere. La condivisione delle esperienze individuali consente di mettere in discussione l’apparente naturalità dei ruoli di genere e di individuare i meccanismi sociali e culturali che regolano i rapporti tra uomini e donne. In questo senso, le pratiche non si limitano a descrivere la realtà, ma contribuiscono a ridefinirla; la politica non è intesa soltanto come intervento nello spazio pubblico, ma come processo che prende avvio dall’esperienza vissuta e dalle relazioni tra donne. All’interno di questo processo si afferma il principio secondo cui “il personale è politico”, che consente di collegare le esperienze quotidiane alle strutture sociali più ampie. Attraverso questa prospettiva, ambiti tradizionalmente considerati privati – come la sessualità, la maternità e la vita familiare – diventano oggetto di analisi e intervento politico. È in questo quadro che il corpo emerge come un nodo centrale della riflessione femminista. Non si tratta di un ambito già definito, ma di un terreno che prende forma progressivamente attraverso le pratiche del movimento. Le esperienze legate alla sessualità, alla riproduzione e alla salute vengono condivise, confrontate e reinterpretate, dando luogo a una nuova consapevolezza che mette in discussione i modelli culturali dominanti; elaborazione teorica e sperimentazione pratica non costituiscono ambiti separati, ma dimensioni intrecciate di un medesimo percorso di politicizzazione. Le pratiche del movimento non furono adottate in modo uniforme né assunsero significati univoci, ma costituirono un repertorio condiviso, rielaborato in forme differenti nei diversi contesti. Tale pluralità rinvia alla coesistenza di differenti modi di intendere la liberazione delle donne e al rifiuto di modelli organizzativi gerarchici e di una definizione univoca delle priorità. Tuttavia, essa condivise alcuni elementi fondamentali: la messa in discussione della distinzione tra sfera privata e sfera pubblica, la conseguente ridefinizione del politico e delle forme della soggettività femminile. Le sezioni che seguono analizzano, da diverse prospettive, le principali pratiche e i nodi concettuali attraverso cui il femminismo degli anni Settanta ha ridefinito il rapporto tra esperienza, conoscenza e azione politica. PARTE 3 "le radici del femminismo radicale italiano affondino al di fuori del contesto universitario, dei partiti e dei movimenti sociali, e si congiungano con l’azione di donne non più giovanissime alla fine degli anni Sessanta e senza pregresse, strutturate esperienze politiche." (tesi stelliferi) 32 Il primo collettivo neofemminista italiano, Demau (Demistificazione Autoritarismo; Demistificazione [dell] autoritarismo), precede in realtà (1966) la rivolta studentesca e operaia della fine degli anni '60. - Strazzeri, p. 6 == Cronologia principale == === 1965-1982 === {| class="wikitable sortable" ! Anno ! Gruppi che nascono ! Gruppi che si sciolgono ! Eventi ! Convegni / Incontri ! Manifestazioni ! Produzione culturale |- | 1965/66 | Demau | | | | | |- | 1967 | | | | | | |- | 1968 | | | Contestazione studentesca | | | |- | 1969 | Cerchio spezzato (Trento); MLD legato al Partito Radicale | | Autunno caldo | | | |- | 1970 | Rivolta femminile Anabasi Le Nemesiache | |Approvazione della legge sul Divorzio (L. 898/1970) | | | |- | 1971 | Lotta Femminista (PD) | |La Corte Costituzionale depenalizza la diffusione e l'uso degli anticoncezionali. Approvazione della legge a tutela delle lavoratrici madri (L. 1204/1971 - diritto di astenersi dal lavoro 2 mesi prima, 3 dopo il parto) e della L.1044/1971 che introduce il piano quinquennale per l'istituzione di asili nido comunali con il concorso dello Stato | Milano – Convegno presso l’Umanitaria | | Esce ''Quarto mondo'', pubblicata a Roma dal Fronte Italiano di Liberazione Femminile (FILF) |- | 1972 | Cherubini; Lotta Femminista (MI) | | | Bologna – Convegno di varie città; Rouen – Convegno organizzato da Psychoanalyse et Politique; Vandea – Convegno europeo organizzato dal MLF | | Nascono a Roma Edizioni delle donne; Anabasi pubblica l'antologia ''Donne è bello'' ; esce ''Compagna'', rivista di orientamento marxista. Nasce a Roma il Collettivo Femminista Comunista di Via Pomponazzi |- | 1973 | Collettivo San Gottardo; Gruppo Analisi; Gruppo Femminista per una medicina delle donne; Rivolta 3 | Demau | Si forma il CISA; Processo a Gigliola Pierobon (Padova) | Varigotti – incontro tra Cherubini, alcune donne del Veneto e le francesi di Psychanalyse et Politique | | Esce a Roma ''Effe'' , primo mensile femminista di attualità e cultura autogestito a diffusione nazionale; a Bologna ''La voce delle donne comuniste'' e ''Donna proletaria;'' a Milano ''MezzoCielo'' |- | 1974 | Collettivo di via Albenga; Gruppo di Pratica dell’Inconscio; Mondadori; Ticinese | Lotta Femminista | Referendum abrogativo della legge sul divorzio | 1° Convegno Nazionale a Pinarella di Cervia | | Esce ''Sputiamo su Hegel'' di Carla Lonzi; nasce l'editrice romana Dalla parte delle bambine; esce ''Sottosopra'' |- | 1975 | Libreria delle donne di Milano | | Vengono istituiti i consultori familiari (L. 405/1975) Blocco in Senato della proposta di legge sull’aborto | | | Laura Lepetit fonda la casa editrice La Tartaruga; esce ''DWF – Donna Woman Femme'' |- | 1975 | Corsi monografici 150 ore; | Anabasi; Cherubini (trasferimento in Col di Lana); San Gottardo | Elezioni amministrative | Carloforte – Vacanze femministe; Milano – Convegno “Sessualità, maternità, procreazione, aborto”; Milano – Umanitaria “Donne e politica”; San Vincenzo (LI) – Pratica dell’inconscio; 2° Convegno nazionale a Pinarella di Cervia | Roma – Manifestazione nazionale del 6 dicembre | |- | 1976 | Corso 150 ore Affori; Gruppo Donne e Immagine; Gruppo Donne via dell’Orso; Gruppo donne Palazzo di Giustizia; Gruppo n.4 Col di Lana | Gruppo Analisi; Gruppo di Pratica dell’Inconscio; Gruppo Femminista per una medicina delle donne; Rivolta 3 | Elezioni politiche; Formazione della Consulta femminista; Legge nazionale sui consultori | Milano – Convegno “Donne e lavoro”; Paestum – 3° e ultimo convegno nazionale | Milano – Entrata “dimostrativa” nel Duomo (gennaio) | Nasce a Roma la rivista ''Limenetimena;'' esce ''Differenze'', rivista dei Collettivi femministi romani |- | 1977 | Collettivo della Borletti; Gruppo donne via Lanzone; Gruppo Scrittura | | Approvazione legge sulla Parità di Lavoro (L. 903/1977) Movimento del 1977 | Milano – Convegno sulla violenza (Sala Provincia) | | Nasce la Libreria delle donne di Bologna Librellula |- | 1978 | Gruppo Madri del Leoncavallo; Gruppo Scrittura 1; Gruppo Scrittura 2; Gruppo Scrittura 3 | | Approvazione legge sull'aborto (194/1978) Rapimento Moro | | | Esce ''Quotidiano donna,'' settimanale di politica, attualità e cultura ; apre a Cagliari la Libreria gestita dalla coperativa La tarantola |- | 1979 | 150 ore sul Cinema; Redazione di Grattacielo; Redazione milanese di Quotidiano Donne | Collettivo Mondadori; Coordinamento via dell’Orso; Gruppo Donne e Immagine; Mancinelli | “Caso 7 aprile” | Milano – Umanitaria, proposta di legge contro la violenza sessuale | | Apre a Firenze la Libreria delle donne |- | 1980 | Centro Donne Ticinese; Collettivo studentesse liceo Berchet; Collettivo studentesse Università Statale; Cooperativa Gervasia Broxson; Gruppo di psicologia e attività creative; Gruppo Eos; Ristorante Cicip-Ciciap; Ticinese (nuovo) | Col di Lana; Collettivo Borletti | | | Milano – Manifestazione contro abrogazione legge aborto | |- | 1981 | Gruppo Phoenix | Grattacielo; Gruppo donne Palazzo di Giustizia | Referendum abrogativo legge aborto | Firenze – 2° Convegno contro il referendum; Milano – 1° Convegno contro il referendum 194; Roma – Convegno nazionale donne lesbiche; Torino – Convegno internazionale donne lesbiche | | |- | 1982 | | Gruppo n.4; Redazione milanese di Quotidiano Donna | | | | |} jisoyy28hjeehh7f94k0pnzjjxxq58q 499683 499678 2026-07-03T09:51:33Z LorManLor 24993 499683 wikitext text/x-wiki '''3. Pluralità dei femminismi''' 3.1 Formazione (1965–1973) 3.2 Espansione e confronto pubblico (1974–1976) 3.3 Ridefinizioni (1977–1980) '''4. Spazi, infrastrutture, saperi''' 4.1 Consultori autogestiti e self-help 4.2 Le 150 ore delle donne 4.3 Case delle donne 4.4 Editoria femminista 4.5 Arte e cinema '''5. Trasformazioni tra anni Settanta e Ottanta''' 5.1 Nuove configurazioni 5.2 Femminismo e politiche delle donne '''6. Interpretazioni storiografiche''' 6.1 Questioni di metodo. Memoria e storia 6.2 Periodizzazioni 6.3 Questione territoriale 6.4 "Doppia militanza" e rapporti con la sinistra extraparlamentare 6.5 Dimensione transnazionale 6.6 Questioni aperte, prospettive di ricerca '''Appendici''' Cronologia essenziale Glossario Documenti fondamentali (estratti) Bibliografia Sitografia e archivi digitali == Cap. 3 - Pluralità dei femminismi == Il cap. 3 dovrebbe parlare di come il femminismo si rapporta al suo interno e ''in relazione ad altri soggetti politici'' ''(sin ex)'' Il cap. 5 (riforme, processi per stupro) di come il femminismo interagisce con le ''istituzioni'' — leggi, parlamento, tribunali. Ma il femminismo italiano si definisce ''sempre'' in relazione a qualcosa di esterno — la sinistra, le istituzioni, il diritto, i movimenti. Non esiste un "interno puro" del movimento separabile da questi rapporti. Quindi qualsiasi architettura che provi a separare "i gruppi" da "i rapporti esterni" produrrà sempre sovrapposizioni. Soluzione: logica diacronica + attenzione alle dinamiche Il femminismo italiano degli anni Settanta si presenta alla ricerca storica come un oggetto per sua natura plurale. La storiografia più recente ha riconosciuto nella molteplicità di gruppi, pratiche e orientamenti teorici una caratteristica costitutiva del movimento. (Guerra, 2005; Bellè, 2021; Stelliferi e Voli, 2023). Parlare di "femminismi" al plurale significa riconoscere che il campo femminista italiano non ha mai avuto un centro, una linea ufficiale, né portavoce riconosciute. Questa pluralità si riflette nella struttura organizzativa del movimento: reticolare, priva di gerarchie formalizzate, composta da soggetti collettivi con gradi molto diversi di strutturazione e continuità nel tempo. Accanto a gruppi ben identificabili, esistono aggregazioni nate intorno a singoli temi o momenti di mobilitazione. È una forma che garantisce radicamento diffuso, ma che non produce — né per tutte necessariamente deve produrre — posizioni comuni: per una parte del movimento il rifiuto della risposta collettiva, delle manifestazioni di massa e di qualsiasi forma di contrattazione con le istituzioni è esso stesso una scelta teorica e politica. Il contesto politico e sociale rappresenta una variabile che ne plasma le trasformazioni. Il referendum sul divorzio del 1974, le elezioni del 1976, la stagione legislativa su aborto e consultori, gli anni di piombo ridefiniscono i termini del confronto interno al movimento, spostano le linee di frattura, accelerano o frenano la capacità di mobilitazione collettiva. Quando le istituzioni cominciano ad assorbire alcune istanze femministe traducendole in leggi, la struttura reticolare mostra i suoi limiti: la rete fatica a reggere la pressione dell'istituzionalizzazione, e la pluralità che aveva garantito vitalità diventa difficile da tenere insieme. È in questo intreccio tra dinamiche interne ed esterne che si leggono i conflitti del femminismo italiano: le divisioni sull'aborto, sul rapporto con le istituzioni, sulle manifestazioni di piazza non sono fratture accidentali, ma rispecchiano differenze teoriche e politiche profonde sul senso stesso dell'agire femminista. > le vicende entrano come esempi trasversali a queste linee, non come scansione cronologica. Quattro linee di differenza "interne": i # Autocoscienza/pratica dell'inconscio (elaborazione interna) vs. pratica/intervento nel sociale # Autonomia radicale vs. interlocuzione istituzionale (Milano vs. Roma — come asse che incrocia le prime due - Lussana) # doppia militanza e rapporto con la sinistra # Femministe storiche vs. nuove, conflitto generazionale e allargamento del movimento Problema: quale contesto politico è davvero rilevante per capire l'evoluzione del femminismo? Non tutto il contesto politico italiano, ma solo quello che incide direttamente sul movimento: le leggi che lo riguardano, i movimenti con cui interagisce, il clima che restringe o allarga gli spazi di azione. == 3.1 Formazione dei collettivi (1965–1973) == Tra la seconda metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta in diverse città italiane iniziano a formarsi i primi gruppi femministi autonomi. Tali esperienze non derivano da un unico centro organizzativo né da un’elaborazione teorica condivisa: emergono in contesti differenti e a partire da percorsi politici e sociali eterogenei. Collettivi universitari, gruppi nati all’interno della nuova sinistra ed esperienze sviluppate in ambienti intellettuali e culturali contribuiscono alla costruzione di una rete di relazioni informali, caratterizzata da forte autonomia locale e da modalità di coordinamento intermittenti. La storiografia ha progressivamente adottato la categoria di “femminismi” per descrivere questa configurazione originaria del movimento, già attraversata da differenze significative nei linguaggi politici, nelle pratiche e nelle forme di organizzazione (Rossi-Doria 2005; Lussana 2012; Stelliferi 2015). Fin dalle origini, quindi, il movimento assume una struttura reticolare, composta da collettivi autonomi, gruppi di autocoscienza e reti informali di scambio, senza un’organizzazione centrale né piattaforme politiche unitarie. Tali differenze si articolano lungo diversi piani: un primo ambito riguarda le modalità attraverso cui viene elaborata la soggettività femminile come terreno di esperienza politica. In alcuni gruppi l’autocoscienza costituisce lo strumento principale di analisi delle relazioni tra donne e della costruzione di un sapere politico fondato sull’esperienza condivisa; in altri contesti la riflessione si sviluppa attraverso pratiche espressive e simboliche che rielaborano in forme diverse il rapporto tra identità femminile, corpo e linguaggio. Un altro piano riguarda il rapporto tra elaborazione teorica e intervento sociale. Alcuni collettivi privilegiano la riflessione sui linguaggi e sulle relazioni tra i sessi; altri sviluppano iniziative orientate all’intervento pubblico. A questi elementi si aggiungono le diverse modalità di relazione con i movimenti politici e con le istituzioni. Le provenienze dalla nuova sinistra, dal radicalismo dei diritti civili o da esperienze associative precedenti producono configurazioni differenti del rapporto con partiti, sindacati e organizzazioni politiche, anticipando alcune delle tensioni che emergeranno con maggiore evidenza nella seconda metà del decennio. La crescita dei collettivi si accompagna alla nascita di una prima produzione editoriale militante. Tra il 1972 e il 1973 compaiono bollettini ciclostilati e riviste autoprodotte che mettono in circolazione documenti, traduzioni e riflessioni teoriche dei gruppi femministi, favorendo il confronto tra collettivi e la diffusione di testi del femminismo internazionale. Accanto a queste iniziative si sviluppano periodici legati a organizzazioni politiche della sinistra o dell’area marxista, nei quali la questione femminile viene affrontata all’interno di culture politiche preesistenti. L’espansione della stampa militante segnala l’emergere di una rete di relazioni tra gruppi ancora priva di strutture organizzative stabili. In questo quadro, i primi collettivi femministi non costituiscono varianti di un modello comune, ma risposte diverse a questioni condivise: la politicizzazione dell’esperienza femminile, la ridefinizione dei rapporti tra i sessi e la ricerca di forme autonome di organizzazione e di parola pubblica. ==== 3.1.1 Prime esperienze e contesti di formazione ==== Le premesse del neofemminismo italiano si collocano nella seconda metà degli anni Sessanta. Una delle esperienze più precoci è rappresentata dal gruppo DEMAU (Demistificazione Autoritarismo), fondato a Milano nel 1965-1966. In un ambiente intellettuale e culturale segnato dalle trasformazioni del decennio, DEMAU sviluppa una riflessione critica sui rapporti di autorità nella società e nella famiglia, oltre i paradigmi emancipazionisti dell’UDI e della sinistra storica, individuando nella sessualità uno dei luoghi centrali della subordinazione femminile. Pur rimanendo un’esperienza numericamente limitata - il gruppo si ridimensiona nel 1968, quando parte delle aderenti confluisce nella nuova sinistra, nella convinzione che la trasformazione complessiva dei rapporti sociali avrebbe comportato anche una ridefinizione dei ruoli di genere - DEMAU anticipa temi che diventeranno centrali nel neofemminismo degli anni successivi. Nello stesso periodo, in contesto universitario, si sviluppano collettivi femministi come il Cerchio spezzato di Trento, attivo alla fine degli anni Sessanta. Nato nell’ambiente del movimento studentesco, il gruppo rappresenta uno dei primi tentativi di affrontare la condizione femminile all’interno delle trasformazioni politiche e culturali del Sessantotto, mostrando come la nascita del femminismo italiano non sia circoscritta ai grandi centri urbani. All’inizio degli anni Settanta emergono inoltre esperienze destinate ad avere maggiore visibilità nel panorama del movimento. Nel 1970 viene diffuso a Roma il Manifesto di Rivolta femminile, promosso da Carla Lonzi, Carla Accardi ed Elvira Banotti, che afferma la rottura con la politica tradizionale e con l’emancipazionismo, ponendo le donne come soggetto autonomo di trasformazione e rifiutando ogni interlocuzione istituzionale. Nello stesso anno si costituisce il Movimento di Liberazione della Donna (MLD), legato all’area radicale e orientato verso campagne pubbliche sui diritti civili, in particolare sui temi della contraccezione e dell’aborto. A Milano il Collettivo di via Cherubini assume un ruolo centrale, praticando l’autocoscienza come forma primaria di elaborazione politica. A Padova nasce Lotta Femminista, animata da Mariarosa Dalla Costa, sviluppa una riflessione sulla divisione sessuale del lavoro e sulla centralità del lavoro domestico nella riproduzione del sistema capitalistico. Attraverso bollettini e reti militanti, il gruppo contribuisce alla diffusione di un dibattito internazionale sul salario al lavoro domestico. A Roma si sviluppano collettivi di quartiere maggiormente orientati all’intervento sociale. + Nemesiache. La crescita dei collettivi femministi si accompagna alla nascita di una prima produzione editoriale militante. Bollettini ciclostilati e riviste autoprodotte — come ''Al femminile'' a Milano o il ''Bollettino del collettivo di Lotta femminista'' a Padova — svolgono una funzione di collegamento tra gruppi locali e favoriscono la circolazione di testi e documenti del femminismo internazionale. Un ruolo importante in questo processo è svolto dal primo numero della rivista ''Sottosopra'', prodotto nel 1973 da gruppi milanesi con l’obiettivo di raccogliere documenti, mettere in comunicazione collettivi autonomi e favorire la discussione su scala nazionale. La rivista nasce come strumento di scambio tra gruppi non misti e non legati a organizzazioni politiche, e diventa uno dei principali luoghi di circolazione dei materiali prodotti dal movimento. Accanto a queste iniziative si sviluppano periodici legati a organizzazioni politiche della sinistra o dell’area marxista, che affrontano la questione femminile all’interno di culture politiche già esistenti. L’espansione della stampa militante segnala l’emergere di una rete di relazioni tra collettivi ancora priva di strutture organizzative stabili. Queste diverse traiettorie - gruppi orientati all’elaborazione teorica e simbolica della differenza sessuale; collettivi che sviluppano una critica marxista della divisione sessuale del lavoro; realtà maggiormente orientate all’intervento pubblico e alle campagne per i diritti civili - non costituiscono le articolazioni di un’organizzazione comune. Esse rappresentano piuttosto alcuni dei poli iniziali attorno ai quali si sviluppa una rete di collettivi autonomi, caratterizzata da confini mobili, appartenenze multiple e forme di coordinamento intermittenti. Proprio questa configurazione reticolare del movimento rende possibile, negli anni successivi, una rapida espansione territoriale e una crescente differenziazione delle pratiche femministe. ==== Il processo Pierobon e l'incontro con il femminismo francese ==== Il primo grande banco di prova è il dibattito sull'aborto, che esplode con particolare intensità dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 1971 sulla contraccezione e si fa drammaticamente concreto con il processo a Gigliola Pierobon, del collettivo Lotta Femminista, nel giugno del 1973: imputata per un aborto commesso da minorenne, il caso diventa occasione di autodenunce pubbliche e di una prima grande mobilitazione femminista. Ma rivela anche le prime fratture: per l'MLD la legalizzazione dell'aborto è un obiettivo politico prioritario; per Rivolta Femminile e i gruppi di autocoscienza, nessuna legge può toccare la radice del problema, che sta nella sessualità femminile colonizzata dall'uomo. L'incontro con il femminismo francese, a partire dal 1973, introduce un'ulteriore linea di differenziazione. I convegni in Francia - prima a La Tranche-sur-Mer, poi a Vieux-Villez - espongono le italiane a un femminismo che fa della pratica psicoanalitica e del lesbismo strumenti privilegiati di analisi e di relazione tra donne. Il confronto è stimolante ma anche destabilizzante: le italiane riconoscono l'insufficienza dell'autocoscienza come unico strumento, ma non accettano in blocco il modello francese. Di ritorno dai convegni, il Collettivo di Via Cherubini avvia una riflessione che porterà alla pratica dell'inconscio, un percorso originale che approfondisce il lavoro sull'interiorità usando strumenti psicoanalitici, distanziandosi però dal separatismo radicale e dal lesbismo come scelta necessaria proposti dal gruppo parigino Psych et Po (Lussana, 2012). Già nella prima metà degli anni Settanta il movimento femminista italiano appare attraversato da orientamenti differenti. Accanto ai gruppi che fanno dell’autocoscienza il centro della pratica politica si sviluppano collettivi influenzati dall’operaismo e dalla critica del lavoro domestico, esperienze che introducono strumenti psicoanalitici nell’analisi della soggettività femminile e organizzazioni impegnate nelle campagne per la riforma della legislazione su contraccezione e aborto. Queste diverse modalità di intervento non costituiscono correnti separate, ma configurazioni parziali che spesso si sovrappongono e si ridefiniscono nel corso delle mobilitazioni degli anni successivi. == 3.2 Espansione e confronto pubblico (1974-1976) == Il biennio 1974-1976 segna una fase di espansione e di crescente visibilità pubblica del femminismo italiano. I collettivi si moltiplicano in numerose città, si intensificano i contatti tra gruppi e alcune questioni, in particolare aborto, sessualità e salute delle donne, entrano stabilmente nel dibattito politico e giuridico. L’ampliamento della mobilitazione rende maggiormente visibili le differenze tra i collettivi riguardo alle forme dell’azione politica, al rapporto con i partiti e con le organizzazioni della sinistra e alle modalità di intervento nello spazio pubblico. La maggiore visibilità di alcune città, in particolare Milano, Roma e l’area veneta, non va interpretata come l’indicazione di una struttura gerarchica del movimento. Essa riflette la distribuzione delle fonti disponibili e l’attenzione che la storiografia ha dedicato ad alcuni ambienti militanti. Studi più recenti hanno mostrato come esperienze femministe fossero presenti anche in contesti urbani e territoriali meno documentati, mettendo in discussione una rappresentazione del movimento organizzata rigidamente intorno a pochi centri principali. La ricostruzione della geografia dei collettivi resta quindi un campo di ricerca ancora in evoluzione. === 3.2.1 Crescita del movimento e confronto tra pratiche politiche === La crescita del movimento in questi anni non è solo quantitativa. Nascono nuovi gruppi, si moltiplicano i collettivi di quartiere e nei luoghi di lavoro, si aprono i primi consultori autogestiti. A Roma il Comitato per l'Aborto e la Contraccezione (CRAC) riunisce collettivi femministi, gruppi della nuova sinistra e donne dell'MLD in un organismo comune, che però mostra subito le tensioni tra linguaggi politici differenti. A Milano il Collettivo di Via Cherubini approfondisce la pratica dell'inconscio e si avvia verso la fondazione della Libreria delle donne, scegliendo la costruzione di luoghi e strumenti autonomi come forma di intervento politico alternativa alle manifestazioni di massa. È anche il momento dei primi grandi convegni nazionali. Il primo momento di confronto su scala nazionale si realizza nel novembre 1974 con il convegno femminista a Pinarella di Cervia, promosso dal collettivo milanese di via Cherubini. All’incontro partecipano circa settecento donne provenienti da numerose città italiane, appartenenti a collettivi con orientamenti politici e pratiche diverse. Il convegno è dedicato alla discussione della pratica dell’autocoscienza e delle forme di organizzazione del movimento. Il confronto mette in luce la varietà delle esperienze presenti nel femminismo italiano e rende visibili differenze di orientamento tra gruppi impegnati prevalentemente nell’elaborazione teorica e collettivi più orientati all’intervento politico e sociale, alla cosiddetta “pratica del fare” . Un secondo convegno a Pinarella nel 1975 riprende il confronto tra i gruppi e rende più esplicite alcune divergenze emerse nel movimento, senza risolverle. In particolare si confrontano posizioni che attribuiscono centralità alla pratica dell’inconscio e altre più direttamente orientate all’azione politica e sociale, in continuità con le mobilitazioni sull’aborto e con le campagne per i consultori. Il confronto non conduce alla definizione di una piattaforma comune, ma rende esplicite le differenze tra pratiche e linguaggi politici presenti nel movimento. I convegni di Pinarella rappresentano così uno dei primi momenti in cui queste divergenze vengono discusse su scala nazionale, nel contesto di un movimento che, proprio negli stessi anni, sta ampliando la propria presenza nello spazio pubblico attraverso le campagne sull’aborto e la crescita dei collettivi femministi nelle principali città italiane.(Lussana, 2012). === 3.2.2 Il terreno dell’aborto e la prima mobilitazione nazionale === Dopo il caso Pierobon, che aveva trasformando l'esperienza diffusa ma invisibile degli aborti clandestini in una questione politica nazionale, il dibattito si sposta sempre più direttamente sul rapporto tra mobilitazione femminista, riforma legislativa e intervento delle istituzioni. Attraverso le mobilitazioni per l'aborto il femminismo italiano entra progressivamente nello spazio pubblico e politico. Nel corso del 1974 e del 1975 il dibattito si intensifica e costringe tutti i gruppi a prendere posizione, evidenziando i diversi punti di vista. Per una parte del movimento, l'MLD, il Comitato romano per l’aborto e la contraccezione (CRAC) che riunisce il Movimento Femminista Romano di Via Pompeo Magno, collettivi di quartiere, il Nucleo Femminista Medicina e le donne di Lotta Continua, Avanguardia Operaia e PDUP-Manifesto, l'obiettivo è l'aborto libero, gratuito e assistito, legato ad politica di prevenzione fondata su consultori controllati dalle donne, da ottenere attraverso la mobilitazione collettiva e il confronto con le istituzioni. Per Rivolta Femminile e per gli altri gruppi che fanno dell’autocoscienza e dell’autoriflessione la propria pratica principale, come era accaduto per il divorzio, la legalizzazione dell’aborto non esaurisce il problema politico che esso porta con sé: l'aborto è una tragedia prodotta da una sessualità femminile colonizzata dall'uomo, e regolamentarlo giuridicamente rischia di perpetuare quella colonizzazione sotto forma di legalità. Questa posizione viene espressa con chiarezza anche nel convegno milanese su Sessualità, procreazione, maternità, aborto, tenuto al Circolo De Amicis nel febbraio 1975, dove si insiste sulla necessità di non isolare l’aborto dal complesso della condizione femminile e di non ridurlo a un singolo obiettivo di riforma. (Sottosopra rosso, 1975). In un clima di mobilitazione crescente, il 6 dicembre 1975 si svolge a Roma la prima grande manifestazione nazionale di sole donne, alla quale prendono parte collettivi autonomi, gruppi legati al salario al lavoro domestico, donne della sinistra extraparlamentare, il MLD e anche l’UDI. Ventimila donne scendono in piazza per chiedere l'aborto libero, gratuito e assistito. È un momento di forza, ma anche l'occasione per uno scontro che rivela fratture profonde. I militanti del servizio d'ordine di Lotta Continua tentano di entrare nel corteo con la forza, rifiutando di restare ai margini come richiesto dalle femministe. Gli incidenti che seguono mettono a nudo l'incomunicabilità tra il movimento femminista e i modi della politica maschile, ma segnalano anche una divisione interna: per una parte del movimento scendere in piazza è un atto politico necessario; per un'altra il femminismo delle piazze schiaccia le differenze femminili dietro uno slogan e non scalfisce l'oppressione originaria (Lussana, 2012). In questo senso il terreno dell’aborto non produce una unificazione del femminismo italiano, ma diventa il luogo in cui si confrontano strategie differenti: iniziativa pubblica e pressione legislativa, autoriflessione critica sulla sessualità, rapporto conflittuale o selettivo con le organizzazioni della sinistra. === 3.2.3 PCI, UDI e il problema dell’autonomia === La mobilitazione sull’aborto rende più visibile il rapporto problematico tra il neofemminismo e le organizzazioni storiche del movimento delle donne, in particolare l’UDI. Storicamente legata al PCI e collocata nell’area della sinistra istituzionale, l’UDI attraversa in questi anni una fase di ridefinizione interna. La pressione esercitata dal nuovo femminismo, soprattutto sui temi della sessualità, dell’autodeterminazione e del rapporto tra diritti e differenza, costringe l’organizzazione a confrontarsi con un lessico e con pratiche che non appartenevano alla sua tradizione emancipazionista. Il referendum sul divorzio del 1974 e la mobilitazione sull’aborto accentuano questa tensione. Da un lato, l’UDI condivide con i collettivi la battaglia per l’estensione dei diritti; dall’altro, mantiene una concezione della politica fondata sulla mediazione partitica e sull’intervento legislativo, in sintonia con la strategia del PCI nella fase del compromesso storico. La questione dell’autonomia si pone allora in termini nuovi: non più soltanto autonomia delle donne rispetto agli uomini nei movimenti, ma autonomia dell’elaborazione femminile rispetto alle strutture di partito. Per una parte delle femministe autonome, l’UDI rappresenta ancora una forma di subordinazione organizzativa alla cultura politica maschile; per altre, costituisce invece uno spazio attraversabile, capace di incidere concretamente sui processi legislativi e sulle politiche sociali. La presenza dell’UDI nella manifestazione del 6 dicembre 1975 e nei successivi passaggi parlamentari sull’aborto rende visibile questa ambivalenza: convergenza sui contenuti, divergenza sulle forme dell’agire politico. In questo intreccio prende forma uno dei nodi destinati a segnare l’intero decennio: il rapporto tra movimento e rappresentanza, tra pratica dell’autonomia e traduzione istituzionale delle rivendicazioni. === 3.2.4 Autonomia femminista e rapporto con le istituzioni === Alla metà degli anni Settanta le esperienze femministe presenti nelle diverse città italiane si confrontano sempre più direttamente con il problema delle forme dell’azione politica e del rapporto con lo spazio pubblico e istituzionale. Dopo momenti di confronto nazionale tra collettivi e le mobilitazioni sull’aborto, il dibattito riguarda soprattutto le modalità attraverso cui le pratiche femministe possano intervenire nella società. In alcuni contesti urbani i collettivi sviluppano forme di azione rivolte esplicitamente verso lo spazio pubblico. Le campagne per la depenalizzazione dell’aborto rappresentano uno dei principali terreni di questo confronto. Nel corso del 1976 in alcuni contesti urbani si delineano con maggiore chiarezza alcune modalità differenti di intervento verso l’esterno. A Roma, gruppi legati al movimento femminista romano e alle campagne radicali sui diritti civili partecipano a iniziative pubbliche sull’aborto e sulla contraccezione e intervengono nel dibattito politico e giuridico che accompagna la discussione sulla riforma della legislazione e con le politiche pubbliche relative alla salute e alla maternità. In questo contesto l’azione femminista assume spesso la forma di mobilitazioni pubbliche, assemblee e campagne rivolte all’opinione pubblica e alle istituzioni In altri ambienti del movimento emergono invece posizioni più caute o critiche nei confronti di questo tipo di intervento. Nell’area milanese che si raccoglie attorno al collettivo di via Cherubini la riflessione femminista si concentra soprattutto sull’elaborazione teorica e sull’analisi delle relazioni tra donne. In questo contesto alcune militanti sottolineano il rischio che l’impegno nelle campagne politiche o nei processi istituzionali possa trasformare o ridurre la portata critica del movimento. Posizioni differenti emergono anche in altri contesti del movimento, tra cui l’area torinese, dove l’eredità dei movimenti della nuova sinistra continua a influenzare il modo di concepire il rapporto tra femminismo e mobilitazione sociale. Nel corso del 1976 queste diverse modalità di intendere l'azione politica femminista - intervento pubblico, elaborazione teorica e trasformazione delle relazioni tra donne - già emerse nel confronto tra gruppi negli anni precedenti, continuano a convivere all’interno del panorama dei collettivi, riflettendo la pluralità di esperienze e di orientamenti che caratterizza il femminismo italiano nella metà del decennio. Togliere quest'ultima parte: Calabrò e Grasso (1985) individuano in questo processo la chiave interpretativa della crisi del movimento femminista: quando il conflitto si sposta da obiettivi non negoziabili — la definizione dell'identità sessuale femminile — a obiettivi negoziabili — l'acquisizione di diritti regolamentati per legge — il movimento cambia avversario, ne accetta le regole del gioco e perde progressivamente la capacità di mobilitazione. Gran parte del femminismo non si riconosce nella nuova posta in gioco e non si mobilita. All'interno del movimento, il 1976 è anche l'anno in cui le carte si rimescolano: nascono molti nuovi gruppi, fluidi e di breve durata, che mescolano elementi delle diverse tendenze senza approfondirne nessuna, mentre l'autocoscienza nei gruppi storici è ormai in esaurimento. L'ingresso di donne giovani produce tensioni generazionali tra nuove e femministe storiche che indeboliscono la trasmissione del patrimonio teorico. Il convegno di Paestum nel dicembre 1976, l'ultimo a carattere nazionale, registra queste fratture senza comporle. Parallelamente emergono i primi segnali di una trasformazione: i corsi delle 150 ore, che mettono in contatto femministe e donne di condizione diversa, anticipano le forme che il femminismo assumerà nel decennio successivo. == 3.3 Trasformazioni del movimento (1977-1981) == Descrivere questi 3 passaggi: * fine dei grandi momenti unitari (ma sono mai esistiti?) * frammentazione dei collettivi * spostamento verso pratiche diffuse === 3.3 Trasformazioni del movimento (1977–1981) === '''3.3.1 Il 1977 e la ridefinizione del campo dei movimenti''' * rapporto con Autonomia * differenze città * crisi organizzazioni extraparlamentari '''3.3.2 Differenziazione dei collettivi e nuove aree di intervento''' * consultori * salute * centri donne * cultura * editoria ('''questo prepara il capitolo 4''') '''3.3.3 Leggi, referendum e rapporti con le istituzioni''' * legge parità 1977 * legge 194 1978 * referendum 1981 * pratiche contro obiezione Alla fine degli anni Settanta il movimento delle donne in Italia entra in una fase di trasformazione che la storiografia ha interpretato in modi differenti. Alcune ricostruzioni hanno individuato nella seconda metà del decennio una cesura rispetto alla fase di maggiore visibilità del movimento, collocata tra il 1974 e il 1976. Altre hanno sottolineato la continuità di pratiche e iniziative femministe oltre quella stagione, evidenziando la necessità la necessità di leggere questo periodo non come una semplice fase di declino, ma come una trasformazione delle forme della mobilitazione e delle pratiche politiche delle donne. Diversi fattori contribuiscono a questo mutamento: la crisi delle organizzazioni della nuova sinistra, la radicalizzazione dello scontro politico che culmina nella stagione del terrorismo, l’ingresso di nuove generazioni di donne e l’emergere di ambiti di intervento più specifici. In questo contesto il femminismo si ridefinisce, dando luogo a una pluralità di percorsi che si sviluppano con ritmi differenti nelle diverse città e nei diversi contesti sociali. === 3.3.1 Il 1977 e il mutamento del contesto dei movimenti === Il 1977 rappresenta uno snodo importante nella storia dei movimenti italiani. La crisi delle organizzazioni extraparlamentari e la radicalizzazione dello scontro politico modificano profondamente il contesto nel quale il femminismo si era sviluppato negli anni precedenti. Il rapporto con il movimento del ’77 non assume una forma unitaria. In alcuni contesti vi sono punti di contatto, soprattutto per quanto riguarda la critica della delega politica, l’attenzione al vissuto e la sperimentazione di nuovi linguaggi politici. In altri casi, invece, le pratiche e le forme dello scontro politico presenti nel movimento del '77 accentuano le distanze rispetto alle pratiche femministe. Le posizioni variano significativamente da città a città e da collettivo a collettivo. In alcuni casi il femminismo mantiene rapporti di interlocuzione con il movimento antagonista e con le organizzazioni della nuova sinistra; in altri contesti si rafforza la scelta di autonomia politica già emersa negli anni precedenti. Questa pluralità di situazioni riflette la struttura stessa del femminismo italiano, caratterizzato fin dalle origini da una forte dimensione locale e da una molteplicità di esperienze organizzative. === 3.3.2 Doppia militanza e conflitti generazionali === Il nodo della doppia militanza, presente fin dall’inizio del decennio, si accentua nella seconda metà degli anni Settanta. Il rapporto tra femminismo e sinistra extraparlamentare, già segnato da tensioni profonde, di cui il congresso di Rimini di Lotta Continua nel 1976 rappresenta un momento emblematico, non si risolve in un abbandono generalizzato. Se una parte delle femministe aveva scelto la separazione come condizione necessaria per l’elaborazione politica, molte donne, in particolare tra le più giovani, continuano a mantenere legami con organizzazioni della sinistra extraparlamentare o con i partiti della sinistra storica. Questa pluralità di appartenenze produce tensioni nei collettivi. Le femministe “storiche” tendono talvolta a leggere la doppia militanza come una persistenza della cultura emancipazionista o come un limite all’autonomia; le nuove militanti vi vedono invece una possibilità di intervento su più piani. In diversi contesti tali divergenze contribuiscono alla crisi o allo scioglimento di gruppi consolidati. Le differenze generazionali si intrecciano con divergenze strategiche e teoriche. L’ingresso di nuove donne, spesso meno legate all’esperienza dell’autocoscienza originaria, modifica il lessico e le priorità dell’azione, mentre la trasmissione del patrimonio teorico dei primi anni Settanta si fa più discontinua. === 3.3.3 Differenziazione delle pratiche e nuove aree di intervento === Nella seconda metà degli anni Settanta le pratiche femministe si articolano in ambiti sempre più differenziati. Accanto ai collettivi che continuano a privilegiare l'elaborazione teorica, si sviluppano nuove forme di intervento legate a specifici ambiti della vita sociale. Tra queste assumono particolare rilievo le iniziative legate alla salute delle donne, alla sessualità e alla maternità. In diverse città nascono consultori autogestiti, gruppi di self-help e spazi di informazione sul corpo femminile che si pongono come alternativa alle istituzioni sanitarie tradizionali. Parallelamente si sviluppano attività editoriali, centri di documentazione e spazi culturali promossi da gruppi di donne. Queste iniziative contribuiscono alla diffusione delle elaborazioni femministe oltre i confini dei collettivi militanti e favoriscono la circolazione di testi, pratiche e linguaggi che avevano preso forma nella fase precedente del movimento. Questo processo non segue un andamento uniforme: alcune esperienze mantengono una forte dimensione politica collettiva, mentre altre assumono forme più circoscritte e specializzate. === 3.3.4 Femminismo e lavoro: l’emergere del femminismo sindacale === Un ambito particolarmente significativo di questa fase è rappresentato dal rapporto tra femminismo e lavoro salariato. A partire dalla metà degli anni Settanta si sviluppano infatti esperienze di femminismo sindacale che portano all’interno delle organizzazioni dei lavoratori alcune delle questioni emerse nel movimento delle donne. Tra il 1976 e il 1979 gruppi di delegate e militanti sindacali promuovono iniziative volte a mettere in discussione la marginalità delle questioni femminili nelle politiche sindacali. Temi come la parità salariale, la tutela della maternità, l’organizzazione del lavoro e la divisione sessuale delle mansioni entrano progressivamente nel dibattito sindacale. Queste iniziative si collocano spesso in una posizione intermedia tra movimento femminista e organizzazioni del lavoro. Da un lato esse portano nel sindacato alcune delle elaborazioni sviluppate nei collettivi femministi; dall’altro cercano di intervenire sulle condizioni materiali di lavoro delle donne, in particolare nei settori industriali e nei servizi. Il femminismo sindacale rappresenta così uno dei tentativi di tradurre alcune rivendicazioni del movimento delle donne all’interno delle istituzioni del lavoro organizzato, contribuendo al tempo stesso a ridefinire le politiche sindacali in materia di lavoro femminile. === 3.3.5 Riforme, diritto e istituzionalizzazione === Sul piano istituzionale, la fine del decennio è segnata da passaggi legislativi rilevanti: la legge di parità nel lavoro (1977), la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza (1978), il dibattito sulla riforma dei reati di violenza sessuale. Questi processi accentuano una tensione già emersa negli anni precedenti: la traducibilità dell’esperienza femminile nella forma giuridica. Per una parte del femminismo l’intervento normativo rappresenta uno strumento necessario per garantire diritti e tutele alle donne; per altre componenti la centralità attribuita alla legge rischia di ridurre la portata trasformativa delle pratiche femministe, riportando le questioni poste dal movimento entro il linguaggio delle istituzioni. La legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza, approvata nel maggio 1978, produce reazioni divergenti. Le femministe che si erano opposte a qualsiasi regolamentazione giuridica ribadiscono l'impossibilità di tradurre in legge la complessità dell'esperienza femminile. Quelle che avevano sostenuto la battaglia per la legalizzazione esprimono insoddisfazione per i limiti del testo, in particolare per la clausola sull'obiezione di coscienza. La legge non chiude il dibattito: i collettivi continuano a mobilitarsi per la sua piena applicazione, a presidiare gli ospedali, a sostenere le donne nei percorsi di interruzione di gravidanza. Il dibattito sulla legge di parità tra i sessi nel mondo del lavoro (1977) e sulla proposta di legge contro la violenza sessuale riproduce le stesse linee di divisione: una parte del movimento lavora per ottenere tutele concrete, spostare la violenza sessuale dai reati contro la morale pubblica ai reati contro la persona, vietare le discriminazioni nel lavoro, mentre un'altra ritiene che qualsiasi regolamentazione giuridica ignori la differenza sessuale o non possa rappresentare adeguatamente la sofferenza delle donne. La legge sulla violenza sessuale verrà approvata solo nel 1996. In questo stesso periodo, alcune componenti del movimento intensificano il proprio impegno nel sociale: nei consultori, nei sindacati, nelle aule dei tribunali, nei centri antiviolenza. Questo spostamento verso l'esterno produce una trasformazione interna: i tempi dell'elaborazione teorica e quelli dell'azione nel sociale si sfalsano, e per alcune femministe il movimento tende a diventare una politica di servizio, perdendo la sua forza propulsiva originaria. Il referendum del 1981 - doppio: uno promosso dal Movimento per la vita per abrogare la 194, l'altro dal Partito Radicale per liberalizzarla ulteriormente - rappresenta l'ultima grande occasione di mobilitazione collettiva. La vittoria del no su entrambi i fronti mostra ancora una capacità di azione, ma anche la persistente frammentazione interna: di fronte al referendum radicale, molte femministe scelgono il rifiuto tanto dell’abrogazione promossa dal Movimento per la vita quanto della liberalizzazione proposta dal Partito Radicale segnala una posizione autonoma rispetto alle forze politiche tradizionali. La difesa della legge non coincide con l’identificazione con la sua forma; la sua esistenza non chiude il conflitto, ma lo sposta sul terreno dell’interpretazione e dell’applicazione === 3.3.6 Verso il femminismo diffuso (1977-1981) === Alla fine del decennio il femminismo italiano appare caratterizzato da una configurazione diversa rispetto alla fase iniziale del movimento. I grandi momenti di incontro nazionale diventano più rari, mentre le esperienze locali assumono un peso crescente. La storiografia più recente ha messo in discussione l'interpretazione che vede nella fine degli anni Settanta la fine tout court del femminismo. Alcune esperienze mostrano una continuità e una capacità di reinvenzione che non si esaurisce con il lungo Sessantotto. Questa trasformazione è stata interpretata da alcune studiose come il passaggio dal movimento femminista degli anni Settanta a un “femminismo diffuso”, caratterizzato da una presenza meno visibile ma più capillare nella società. In questa prospettiva le pratiche e le elaborazioni nate nei collettivi femministi continuano a rappresentare un patrimonio culturale e politico che circola in ambiti e forme diverse: centri di documentazione, riviste teoriche, cooperative, iniziative culturali. Non più movimento organizzato, ma insieme di pratiche e riferimenti condivisi che attraversano ambiti diversi della vita sociale e professionale. Al tempo stesso la ricostruzione storica di questa fase rimane complessa, sia per la molteplicità delle esperienze locali sia per la difficoltà di ricondurre percorsi differenti a una narrazione unitaria. Come ha osservato Elda Guerra, la storia del femminismo italiano richiede ancora una ricostruzione capace di cogliere la varietà dei contesti e delle pratiche che hanno caratterizzato questa stagione '''Relazioni, conflitti e fratture tra le anime del femminismo''' La pluralità del femminismo italiano non è solo varietà di gruppi e pratiche: è attraversata da tensioni che, con particolare evidenza dalla metà degli anni Settanta, si manifestano come conflitti espliciti. Queste tensioni riflettono differenze teoriche e politiche costitutive, che percorrono il movimento fin dalle origini e si ridefiniscono nel tempo. Una prima linea di differenza riguarda il rapporto tra elaborazione interna e intervento esterno. Per una parte del movimento la trasformazione politica passa attraverso un lavoro su di sé - l'autocoscienza, poi la pratica dell'inconscio - che non può essere subordinato a obiettivi di mobilitazione collettiva. Per un'altra parte, questo lavoro deve tradursi in azione nel sociale, in confronto con le istituzioni, in capacità di aggregare. Da questa tensione deriva una seconda frattura, più radicale: quella tra chi considera l'interlocuzione con le istituzioni un terreno legittimo di lotta e chi vi vede una forma di incorporazione che svuota le istanze femministe del loro contenuto. Si tratta, come sottolinea Calabrò (1985), di una posizione minoritaria ma teoricamente coerente, che rifiuta non tatticamente, ma per principio, qualsiasi mediazione: con le leggi, con i partiti, con le manifestazioni di massa. Il dibattito sull'aborto e, più tardi, quello sulla legislazione sul lavoro e sulla violenza sessuale sono i momenti in cui questa frattura diventa più visibile: mentre una parte del movimento partecipa alla contrattazione parlamentare, un'altra denuncia come qualsiasi regolamentazione giuridica lasci intatta la radice del problema. Alcune letture storiografiche hanno applicato questa polarità all'asse geografico Roma-Milano, individuando nelle due città due diverse concezioni di come la differenza femminile possa agire nel mondo (Lussana, 2012). Una terza linea di differenza riguarda il rapporto con la sinistra e la doppia militanza: la questione di come conciliare l'appartenenza al movimento femminista con la militanza nelle organizzazioni della sinistra extraparlamentare produce tensioni che attraversano il decennio A queste fratture teoriche se ne aggiunge una di natura diversa, che emerge intorno al 1976: il conflitto generazionale tra le femministe storiche e le donne che accedono al movimento in questa fase. Calabrò e Grasso (1985) descrivono questo processo come un rimescolamento delle carte: nascono molti nuovi gruppi, fluidi e di breve durata, che mescolano elementi delle diverse tendenze senza approfondirne nessuna. È in questo momento che il movimento femminista si allarga fino a diventare, almeno in parte, un più vasto movimento delle donne, che condivide alcune parole d'ordine femministe senza farne propria la radicalità teorica, un allargamento che è insieme un segno di forza e l'inizio di una crisi di identità che il movimento non riuscirà a risolvere. Il cap. 4 dovrebbe connettere gli spazi alle scelte politiche senza dirlo esplicitamente. In pratica dovrebbe fare due cose: spiegare perché il femminismo italiano produce questi spazi specifici (consultori, case delle donne, librerie, editoria) in questo momento storico, e suggerire che la forma che prendono — autogestita, separatista, autonoma dalle istituzioni — non è neutra ma riflette orientamenti politici precisi. == Cap. 4 - Spazi, infrastrutture, saperi == Nel corso degli anni Settanta il femminismo italiano non si limita a elaborare teorie e pratiche politiche. Accanto ai collettivi di autocoscienza e alle manifestazioni di piazza, il movimento produce infrastrutture materiali e simboliche - spazi fisici, istituzioni culturali, strumenti di comunicazione - che contribuiscono a estendere l'elaborazione femminista oltre i confini dei collettivi militanti, favorendo la costruzione di reti sociali e culturali autonome e dando corpo all'idea che il cambiamento non possa attendere le trasformazioni delle strutture esistenti, ma debba cominciare dal presente, dall'invenzione di forme di vita alternative. Questo capitolo ricostruisce alcune delle realizzazioni più significative di questo processo: i consultori autogestiti, in cui la salute del corpo femminile diventa terreno di sapere collettivo e di conflitto con la medicina istituzionale; i corsi monografici delle 150 ore, in cui il femminismo incontra il mondo del lavoro e si diffonde capillarmente nella società; gli spazi fisici, case delle donne e librerie, in cui il separatismo si fa luogo abitabile; e infine l'editoria femminista, che produce i linguaggi e i testi attraverso cui il movimento pensa se stesso e comunica con il mondo esterno.<ref>{{Cita|Lussana|p. 19}}</ref> ==4.1 Consultori autogestiti e self-help== ===4.1.1 Nascita e diffusione=== I consultori autogestiti rappresentarono uno dei principali luoghi attraverso cui le elaborazioni teoriche del neofemminismo si tradussero in pratiche collettive e in forme di intervento sociale. Essi sorsero in modo spontaneo e frammentato, senza rispondere a un piano comune preordinato, per iniziativa di singoli collettivi operanti in autonomia. Nati dall'incontro tra la rivendicazione dell'autodeterminazione sul corpo e la necessità di rispondere a bisogni materiali immediati, costituirono spazi nei quali la riflessione politica, la pratica sanitaria e la produzione di saperi alternativi si intrecciarono strettamente. Il contesto in cui tali esperienze si svilupparono fu caratterizzato dall'emergere di un nuovo dibattito pubblico sui temi della [[w:Contraccezione|contraccezione]] e dell'[[w:Aborto|aborto]], favorito anche da alcuni rilevanti interventi legislativi e giurisprudenziali. Nel 1971 la [[w:Corte_costituzionale_(Italia)|Corte costituzionale]] dichiarò l'illegittimità dell'articolo 553 del [[w:Codice_penale_(Italia)|codice penale]] nella parte relativa al divieto di propaganda anticoncezionale, rimuovendo un ostacolo giuridico alla diffusione di informazioni sulla [[w:Contraccezione|contraccezione]].<ref>{{Cita|Barone|p. 124}}</ref><ref>{{Cita pubblicazione|autore=Maud Anne Bracke|anno=2022|titolo=Family planning, the pill, and reproductive agency in Italy, 1945–1971: From ‘conscious procreation’ to ‘a new fundamental right’?|rivista=European Review of History: Revue européenne d'histoire|volume=29|numero=1|lingua=en}}</ref> Nello stesso anno il Movimento di Liberazione della Donna, di orientamento libertario e federato al [[w:Partito_Radicale_(Italia)|Partito Radicale]], annunciò la presentazione di una proposta di legge di iniziativa popolare per la depenalizzazione dell'aborto, contribuendo a collocare la questione al centro del dibattito politico del decennio.<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Anastasia|cognome=Barone|titolo=«Facevamo un consultorio, ma era un progetto politico»|p=125}}</ref> Nel giugno 1973 il processo celebratosi a Padova contro [[w:Gigliola_Pierobon|Gigliola Pierobon]] rappresentò il primo grande evento giudiziario e mediatico in Italia che contribuì a rompere il silenzio sull'aborto clandestino, trasformando un reato penale privato in un caso politico di rilevanza nazionale, grazie a una mobilitazione di massa da parte del movimento femminista.<ref>{{Cita libro|autore=Anna Rita Calabrò, Laura Grasso|titolo=Dal movimento femminista al femminismo diffuso. Storie e percorsi a Milano dagli anni '60 agli anni '80|anno=1985|editore=Franco Angeli|città=Milano|ISBN=978-88-204-4530-0}}</ref> È in questo quadro che, tra la fine del 1973 e l'inizio del 1974, si costituirono a Roma le prime esperienze di autogestione nell'ambito della salute femminile: il consultorio di San Lorenzo, sorto da un gruppo dedicato ad aborto e contraccezione interno al Movimento femminista romano di via Pompeo Magno animato da Simonetta Tosi, e il Gruppo Femminista per la Salute della Donna, orientato invece prevalentemente alla pratica del self-help e alla ricerca.<ref>{{Cita|Barone|pp. 126-129}}</ref><ref>{{Cita|Tozzi 1984}}</ref><ref>{{Cita web|url=https://roma.repubblica.it/cronaca/2025/06/18/news/san_lorenzo_consultorio_via_dei_frentani_simonetta_tosi-424678188/|titolo=San Lorenzo, il consultorio di via dei Frentani dedicato a Simonetta Tosi|accesso=30 giugno 2026|data=18 giugno 2025}}</ref> Nel corso del 1974 e del 1975 esperienze analoghe sorsero in numerose città, tra cui Torino, Padova, Milano e Trento, e in seguito anche a Bergamo e Pinerolo.<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|anno=1987|titolo=Corpo a corpo|rivista=Memoria|numero=19-20|p=195}}</ref> La rapida diffusione dei consultori autogestiti fu favorita sia dalla carenza di servizi dedicati alla salute e alla sessualità femminile, sia dalla volontà di sperimentare pratiche alternative rispetto ai modelli medici e assistenziali tradizionali, in una fase in cui l'aborto era ancora illegale, e vietata, fino al 1976, la vendita di contraccettivi nelle farmacie, nonostante l'avvenuta abrogazione da parte della Corte Costituzionale dell'art. 553.<ref>{{Cita web|url=https://www.aied.it/la-storia/|titolo=La nostra storia|accesso=30 giugno 1976}}</ref> I consultori si trovarono così a negoziare costantemente la propria natura: pur rifiutando l'idea di ridursi ad ambulatori alternativi, oscillarono spesso tra l'erogazione di un "servizio" volto a colmare le carenze dell'assistenza sanitaria e la ricerca di relazioni politiche radicalmente nuove.<ref>{{Cita|Barone|pp. 120-121}}</ref><ref>{{Cita|Tosi 1987A|p. 156}}</ref> ===4.1.2 Internazionalizzazione, self-help e aborto autogestito=== I consultori autogestiti e i gruppi per la salute della donna sorsero in un contesto di intensi scambi internazionali, in particolare con i movimenti femministi francesi e statunitensi, da cui derivò gran parte delle pratiche concrete adottate in Italia. Già nel 1971 il neonato Movimento di Liberazione della Donna aveva organizzato una conferenza dedicata alle cliniche autogestite dalle donne negli Stati Uniti.<ref>{{Cita|Barone|p. 123}}</ref> Un momento particolarmente significativo avvenne nel 1973, quando Carol Downer e Debra Law, esponenti del Los Angeles Women's Health Center, in un incontro pubblico a Roma presso il [[w:Teatro_Eliseo|Teatro Eliseo]], mostrarono alla platea la tecnica dell'autovisita: l'utilizzo combinato di uno ''speculum'' di plastica, uno specchio e una pila permetteva di osservare autonomamente le pareti vaginali e il collo dell'utero, suscitando forte impressione e venendo percepita da molte partecipanti come un'esperienza di riappropriazione del proprio corpo.<ref name=":0">{{Cita|Tozzi 1987A|p. 158}}</ref> La diffusione di questa cultura fu accelerata nel 1974 dalla pubblicazione della traduzione italiana del testo collettivo statunitense ''Noi e il nostro corpo'' (''Our Bodies, Ourselves''), che divenne uno dei principali strumenti di diffusione delle conoscenze sulla salute femminile all'interno del movimento.<ref name=":0" /><ref>Stefania Voli, Storia di una traduzione, in Zapruder. Rivista di storia della conflittualità sociale, n. 13, Odradek Edizioni, maggio-agosto 2007.</ref> L'autovisita, la discussione sul ciclo mestruale, sulla contraccezione, sulla sessualità e sul piacere femminile permisero di scardinare la tradizionale gerarchia tra l'esperto e l'utente. Secondo la critica femminista, le donne non dovevano essere considerate pazienti passive, ma partecipanti attive di un processo di apprendimento e di produzione condivisa del sapere. La cooperazione transnazionale si rivelò decisiva anche sul piano operativo dell'aborto autogestito, introdotto per rispondere alla piaga degli aborti clandestini. Grazie ai rapporti con le attiviste francesi del MLAC (''Mouvement pour la liberté de l'avortement et de la contraception''), i collettivi italiani appresero e diffusero il metodo Karman.<ref>{{Cita|Tozzi 1987A|p. 161}}</ref> Questa tecnica di aspirazione risultava molto meno invasiva del tradizionale raschiamento e, richiedendo una strumentazione semplice, era praticabile anche da personale non medico, rappresentando una fondamentale innovazione politica e pratica per i gruppi che gestivano le interruzioni di gravidanza.<ref>{{Cita|Barone|p. 124}}</ref> ===4.1.3 Critica del sapere medico e delle istituzioni=== Nei consultori autogestiti la salute femminile veniva reinterpretata come questione politica e non esclusivamente medica. Le pratiche di ''self-help'' si fondavano sull'idea di una riappropriazione dal basso della gestione della salute e dei saperi sul corpo, tradizionalmente monopolizzati e privatizzati dalla medicina specialistica patriarcale. L'esperienza dei consultori si accompagnò a una critica radicale dell'autorità medica e della pretesa neutralità dei saperi scientifici. In particolare, la ginecologia e la psichiatria vennero interpretate come ambiti nei quali si erano storicamente esercitate forme di controllo sociale e sessuo-politico sui corpi femminili.<ref name=":0" /> Tale critica si inserisce in un più ampio clima di contestazione delle istituzioni sanitarie e assistenziali che caratterizzò l'Italia degli anni Settanta: in quegli stessi anni si svilupparono le lotte per la salute nei luoghi di lavoro legate all'esperienza di Medicina Democratica e di [[w:Giulio Maccacaro|Giulio Maccacaro]], e il movimento di deistituzionalizzazione psichiatrica, ispirato all'opera di [[w:Franco Basaglia|Franco Basaglia]], rimise in discussione l'autorità medica come dispositivo di controllo sociale.<ref>{{Cita|Barone|p. 123}}</ref> Le esperienze femministe condivisero con questi movimenti la rivendicazione di una riappropriazione dal basso della gestione della salute e la ridefinizione del concetto stesso di salute in chiave sociale, e non meramente clinica. La medicalizzazione della gravidanza, del parto e della sessualità femminile veniva così riletta come una forma di espropriazione del sapere e dell'autonomia delle donne. ===4.1.4 Istituzionalizzazione, conflitti e trasformazioni=== I consultori autogestiti furono spesso luoghi di incontro tra donne provenienti da esperienze politiche differenti: collettivi femministi, gruppi della sinistra extraparlamentare, ambienti radicali e associazioni impegnate sui temi della contraccezione e della salute sessuale. Questa pluralità di provenienze favorì la costruzione di reti di collaborazione, ma produsse anche tensioni riguardo al rapporto con le istituzioni.<ref>{{Cita|Barone|p. 121}}</ref><ref>{{Cita|Lussana 1997|pp. 562-563}}</ref><ref>{{Cita|Tozzi 1987A|pp. 155-156}}</ref> Rispetto alle pratiche sviluppate nei piccoli gruppi di autocoscienza, i consultori implicavano un rapporto più diretto con il territorio, con donne esterne al movimento e, progressivamente, con le istituzioni, rendendo particolarmente visibile il problema del rapporto tra autonomia femminista e intervento sociale.<ref>{{Cita|Percovich|p. 15}}</ref> L'approvazione della legge n. 405 del 1975, che istituì i consultori familiari pubblici, pose concretamente il problema dell'istituzionalizzazione delle pratiche femministe.<ref>{{Cita|Barone|pp. 121-122}}</ref> Se alcune militanti scelsero di operare all'interno delle nuove strutture pubbliche per influenzarne l'organizzazione, altre considerarono l'autonomia dei consultori autogestiti una condizione irrinunciabile della pratica politica femminista.<ref>{{Cita|Lussana 1997|pp. 563-564}}</ref> Il dibattito sui consultori pubblici investì il movimento di una tensione interna mai del tutto risolta, riassumibile nella contrapposizione tra «lavorare con le donne» e «lavorare per le donne»<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|titolo=Corpo a corpo|p=195}}</ref>: da un lato i gruppi che, come a Torino e a Padova, scelsero di assumere una funzione di servizio sociale e richiesero il riconoscimento e il finanziamento pubblico; dall'altro le esperienze, come il Gruppo Femminista per la Salute della Donna di Roma o il Centro per una Medicina delle Donne di Milano, che si ritrassero da tale prospettiva, temendo che farsi carico della gestione di un servizio comportasse la rinuncia alla ricerca e all'autonomia politica originarie. La proposta del CRAC (Coordinamento romano aborto e contraccezione) di richiedere il finanziamento pubblico ai consultori autogestiti, motivata dal principio secondo cui «autogestione non significa autofinanziamento», fu duramente contestata da un gruppo di femministe milanesi, che vi scorsero il rischio di una collaborazione con le stesse istituzioni mediche da cui ci si voleva emancipare.<ref>{{Cita|Barone|p. 132}}</ref> Il consultorio della Bovisa, a Milano, scelse infine di chiudere proprio in seguito all'istituzione dei consultori pubblici, ritenendo che la propria esperienza, nata come laboratorio di ricerca e non come servizio continuativo, non potesse né autogestirsi indefinitamente né istituzionalizzarsi senza tradire la propria natura<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|titolo=Corpo a corpo|pp=198-199}}</ref>. Un conflitto analogo, ma con esiti diversi, riguardò il rapporto tra i collettivi femministi e l'Unione Donne Italiane (UDI), che a Roma sostenne invece una concezione di «gestione sociale» del servizio, fondata sulla delega allo Stato della responsabilità collettiva sulla salute delle donne, contrapposta all'autogestione rivendicata dai gruppi femministi.<ref>{{Cita|Barone|p. 132}}</ref> Negli anni successivi, mentre molte esperienze autogestite si esaurivano, nuove forme di organizzazione e di produzione culturale - case delle donne, librerie, centri di documentazione - avrebbero raccolto parte della loro eredità.<ref>{{Cita|Lussana|p. 19}}</ref> == 4.2 Le 150 ore delle donne == I corsi monografici delle 150 ore rappresentano uno degli spazi in cui il femminismo degli anni Settanta incontra più direttamente il mondo del lavoro organizzato. Nati nel quadro del contratto nazionale dei metalmeccanici del 1973, che prevedeva 150 ore di permessi retribuiti triennali finalizzati all'elevazione culturale e professionale dei lavoratori, i corsi si diffusero rapidamente in tutto il paese, soprattutto nell'Italia del Nord, dove esistevano numerosi Coordinamenti FLM e collettivi femministi radicati nelle fabbriche. === Dal diritto allo studio ai corsi per donne === L'idea di dedicare corsi monografici alla sola condizione femminile, riservati a sole donne, nasce a Torino alla fine del 1974 tra sindacaliste e femministe che di lì a pochi anni avrebbero fondato l'Intercategoriale donne CGIL-CISL-UIL (Lona, 2015). Confrontare con: L'iniziativa nacque dall'incontro tra il femminismo sindacale, in particolare i Coordinamenti donne FLM (Federazione Lavoratori Metalmeccanici), e i gruppi del femminismo militante. Tra i promotori figurarono collettivi sindacali femminili e collettivi di quartiere come il gruppo di via Gabbro a Milano e il Collettivo Aurelio-Cavalleggeri a Roma. Con l'apertura progressiva ad altre categorie, tra il 1974 e il 1975 furono istituiti corsi specificamente indirizzati alle donne (lavoratrici, casalinghe, disoccupate), tenuti da femministe e docenti universitarie. I contenuti riguardavano salute femminile, sessualità, lavoro domestico, condizione delle donne. L'esperienza si radicò nelle aree a forte industrializzazione: Torino con corsi sulla salute e medicina, Milano come fulcro della riflessione teorica, Reggio Emilia e Bologna con forte partecipazione delle lavoratrici, le province venete di Venezia, Padova e Treviso tra il 1975 e il 1976, Roma come centro per la nascita di istituzioni educative autonome. La partecipazione fu significativa, con molte donne che trovavano nei corsi occasioni di formazione altrimenti inaccessibili e spazi di socializzazione (Lussana, 2012; Bellè, 2021). Le partecipanti sono lavoratrici di ogni categoria — operaie, impiegate, casalinghe, studentesse, disoccupate — e i temi affrontati vanno ben oltre i contenuti previsti dal progetto sindacale originario: la salute, la sessualità, il corpo, la maternità, l'aborto, il lavoro domestico, i rapporti familiari. Alcune esperienze particolarmente significative si svolgono a Bergamo (1974-75), Genova (dal 1975), Torino (dal 1975, con la nascita dell'Intercategoriale che proseguirà le sue attività fino al 1981), Milano (dal 1976), Roma, Alessandria — dove i risultati del corso del 1978 vengono raccolti nel volume collettivo ''La salute della donna'' (Edizioni dell'Orso, 1979) — e nel Veneto, con i corsi di Verona e Padova avviati nel 1979 dopo una lunga negoziazione con i rispettivi atenei, che richiesero persino il parere favorevole di apposite commissioni del Senato accademico prima di approvare corsi riservati esclusivamente a donne e tenuti da sole docenti donne (Lona, 2015). La dinamica interna ai corsi è spesso quella dell'autocoscienza allargata: le partecipanti si dividono in gruppi, discutono a partire dalla propria esperienza, e producono materiali scritti collettivamente — ciclostilati, opuscoli, a volte veri e propri libri. È in questo contesto che molte donne scrivono per la prima volta. L'esperienza più documentata è quella del corso di Affori, periferia nord di Milano, dove Lea Melandri viene assegnata nel dicembre 1976 a una classe composta quasi interamente da casalinghe over quaranta. Melandri descrive quel corso come "un laboratorio unico e originale nel tentativo di mettere a confronto intellettuali e donne comuni", in cui "le teorie elaborate dai gruppi femministi erano costrette ad esporsi agli interrogativi che venivano ancora una volta dalle vite concrete" (Melandri, archiviodilea.wordpress.com). Tra i testi prodotti dalle corsiste, il più noto è ''I pensieri vagabondi di Amalia'', di Amalia Molinelli, che ricostruisce una biografia femminile attraverso il fascismo, la Resistenza, l'emigrazione a Milano e il lavoro domestico, confrontando la propria esperienza con i testi letti durante il corso. Il nodo del rapporto tra docenti femministe e corsiste è uno dei più ricchi e problematici dell'intera esperienza. Le femministe che insegnano portano nei corsi le teorie elaborate nei collettivi; le casalinghe e le operaie portano le loro biografie. L'incontro è trasformativo per entrambe, ma non privo di tensioni: le aspettative sono diverse, il rapporto con la scrittura è asimmetrico, e il sindacato guarda spesso con diffidenza a classi formate da sole casalinghe, faticando a riconoscerne la legittimità nell'ambito di uno strumento pensato per i lavoratori (Lussana, 2012). Il rapporto con il sindacato è infatti tutt'altro che lineare. Come emerge dall'incontro nazionale di Firenze del febbraio 1978, i corsi delle donne devono continuamente negoziare tra la pratica femminista del partire da sé e le logiche di un'organizzazione che stenta a riconoscere la specificità femminile come terreno politico autonomo. Secondo Lussana, tuttavia, proprio questa tensione è produttiva: i corsi 150 ore delle donne costituiscono "il momento di incontro per eccellenza del pensiero femminista con la cultura e l'organizzazione dei lavoratori" e il veicolo attraverso cui il femminismo raggiunge donne che non avrebbero mai incrociato i collettivi separatisti, diventando per la prima volta pratica di massa (Lussana, 2012). Un'acquisizione che Chiara Saraceno — che insegnò essa stessa in corsi di 150 ore a Trento — individua non tanto nei contenuti affrontati, quanto nella dimensione più elementare e più radicale: quella di legittimare le donne a prendere tempo per sé, sottraendosi alla casa e alla famiglia (cit. in Raimo, 2023). === Metodo e women studies popolari === I corsi integrarono elaborazione teorica e raccolta di storie individuali, sviluppando un metodo che partiva dai vissuti delle partecipanti. Si realizzò un incontro tra ricercatrici, accademiche e donne con diversi livelli di scolarizzazione, definito "women studies popolari". Questo approccio mise in luce una questione diversa rispetto ai corsi per operai. Nei corsi maschili si affrontava la divisione tra lavoro manuale e intellettuale all'interno della classe. Nei corsi femminili emergeva che i saperi disciplinari erano costruiti su prospettive e linguaggi maschili, ponendo alle donne il problema dell'accesso a saperi pensati a partire da un soggetto diverso da loro. === Eredità istituzionale === Le 150 ore rappresentarono un punto di incontro tra femministe e donne che non avevano partecipato al movimento, portando il femminismo a operaie, casalinghe, impiegate (Lussana, 2012; Bracke, 2019). Dall'esperienza dei corsi nacquero istituzioni autonome. Nel 1979 venne fondata a Roma l'Università delle donne "Virginia Woolf", a Milano la Libera Università delle Donne. Queste istituzioni proposero una ricerca che considerasse la dimensione di genere nelle discipline e nella relazione pedagogica (Lussana, 2012; Stelliferi, 2022). La fase di massima espansione dei corsi per sole donne basati sull'autocoscienza si collocò tra il 1975 e i primi anni Ottanta. Questa forma specifica si trasformò o esaurì entro la metà degli anni Ottanta, mentre le istituzioni generate dall'esperienza continuarono la loro attività. == 4.3 Case e librerie delle donne == La conquista di uno spazio fisico autonomo è, negli anni Settanta, una delle forme più concrete attraverso cui il separatismo femminista si traduce in realtà materiale. A partire dalla seconda metà degli anni Settanta comparvero le prime Case delle donne, destinate a diventare uno dei simboli più duraturi del femminismo italiano. Questi spazi rispondono a molteplici esigenze: sedi di attività politica in cui convivono collettivi diversi, si organizzano assemblee e campagne, si producono e circolano materiali, si elabora teoria, ma anche attività culturali, luoghi in cui vengono offerti servizi concreti per donne in difficoltà, spazi di accoglienza. La loro costituzione avviene secondo modalità differenti — l'occupazione diretta, la negoziazione con le amministrazioni locali, la fondazione cooperativa — e in ciascun caso il processo di conquista dello spazio è esso stesso un atto politico. Il caso apripista per le case delle donne è Roma. Il 2 ottobre 1976 i movimenti femministi romani - il Movimento femminista di via Pompeo Magno, il collettivo di via Pomponazzi e alcune donne del Partito radicale - occupano Palazzo Nardini, un edificio quattrocentesco abbandonato da oltre un decennio in via del Governo Vecchio, dietro piazza Navona (Camilli, 2018). L'occupazione è non violenta e immediatamente simbolica: il palazzo era stato sede della Pretura, luogo istituzionale per eccellenza, ora sottratto e restituito alle donne. Nei sette anni di occupazione vi trovano sede decine di realtà diverse - il consultorio self-help dell'MLD, un asilo nido aperto al quartiere, il collettivo contro la violenza alle donne, la redazione di ''Quotidiano Donna'', Radio Lilith, gruppi teatrali, di ricerca, lesbici. È alla Casa del Governo Vecchio che MLD, UDI e gruppi femministi elaborano il testo della legge di iniziativa popolare contro la violenza sessuale, e da lì parte nel novembre 1976 la fiaccolata ''Riprendiamoci la notte''. (Stelliferi, 2013). A Milano il dibattito sullo spazio delle donne si intreccia con una questione teorica esplicita. Quando il collettivo di via Mancinelli discute della propria sede, emerge una distinzione netta tra "luogo delle donne" e "sede": quest'ultima viene considerata espressione di un modo di fare politica ancora maschile, legato all'istituzione più che alla relazione. Il luogo delle donne deve implicare l'affettività, lo stare insieme, la vita quotidiana oltre che la militanza (Calabrò-Grasso). Dopo lo scioglimento di via Mancinelli nel 1978, molte delle donne confluiscono in Col di Lana, che assumerà progressivamente le caratteristiche di casa delle donne in senso pieno. [da integrare con materiale su Col di Lana] A Torino la Casa delle donne nasce nel marzo 1979 con l'occupazione dell'ex manicomio femminile di via Giulio, scelta deliberatamente simbolica, che trasforma un luogo storico di segregazione in spazio di liberazione. Dopo una trattativa con il Comune, le donne ottengono locali nel Palazzo dell'Antico Macello di Po in via Vanchiglia, dove la Casa ha sede ancora oggi. A Mestre il percorso mostra come la conquista dello spazio passi talvolta attraverso la mediazione con le amministrazioni di sinistra. Nel novembre 1977 il Coordinamento femminista occupa villa Franchin nel parco di Carpenedo; lo sgombero arriva il 28 dicembre, ma il Comune, che aveva già istituito il primo referato alla Condizione femminile in Italia, avvia una trattativa che porterà all'apertura di un Centro donna in piazza Ferretto. L'esperienza veneziana mostra anche i rischi della dipendenza istituzionale: nel 1985 il cambio di giunta mette a rischio il carattere autonomo del Centro, aprendolo a gruppi non femministi e scatenando una reazione decisa delle donne che lo avevano costruito . Le librerie delle donne appartengono allo stesso ecosistema di spazi politici, ma con una fisionomia propria. Non nascono per occupazione ma per fondazione cooperativa, e la loro funzione non è solo la circolazione dei testi ma la produzione di sapere e la costruzione di relazioni. La prima e più importante è la Libreria delle donne di Milano, fondata nel 1975 in via Dogana da un collettivo che include Luisa Muraro e Lia Cigarini, quest'ultima già attiva nel DEMAU, uno dei primi gruppi femministi italiani. Si ispira alla Librairie des Femmes di Parigi, ma a differenza di essa sceglie inizialmente di proporre solo opere di donne, per enfatizzare il sapere femminile. Fin dalla sua fondazione è luogo di elaborazione teorica oltre che spazio commerciale: organizza riunioni, discussioni politiche, proiezioni, e possiede un fondo di testi esauriti e introvabili. Negli anni '80, quando il movimento si frammenta, la Libreria diventa, secondo Calabrò, l'unico soggetto milanese ad "assumere il significato simbolico della continuità tra passato e presente", punto di riferimento riconosciuto collettivamente in un panorama altrimenti privo di leadership (Calabrò-Grasso]). È in questo spazio che si consolida il femminismo della differenza italiano, con la pubblicazione di ''Sottosopra'' (dal 1983) e ''Via Dogana'', e con l'elaborazione collettiva che confluirà in ''Non credere di avere dei diritti'' (1987). Questi spazi — case occupate, centri negoziati, librerie cooperative — costituiscono nel loro insieme un'infrastruttura politica e culturale che il movimento costruisce autonomamente, al di fuori delle istituzioni e spesso in tensione con esse. Ciò che li accomuna è l'idea che lo spazio fisico non sia neutro: abitarlo, conquistarlo, dargli forma è già fare politica. == 4.4 Editoria femminista == Negli anni Settanta l'editoria femminista italiana si afferma come dimensione costitutiva dell'azione politica. Produrre testi, riviste, opuscoli e libri non è un'attività separata dalla militanza: la scrittura e la circolazione dei materiali sono il modo in cui il movimento elabora pratiche, costruisce linguaggi comuni e rende visibile ciò che era rimasto confinato nella sfera privata - sessualità, maternità, lavoro domestico, violenza. Questa produzione si caratterizza fin dall'inizio per il rifiuto dei circuiti editoriali tradizionali, percepiti come parte delle stesse strutture di potere che il movimento contesta. Le prime esperienze sono autogestite e sperimentali, fondate sul lavoro volontario: manifesti, ciclostilati, opuscoli prodotti dai collettivi e diffusi attraverso reti informali. La prima casa editrice femminista in senso proprio, Scritti di Rivolta Femminile, nasce a Roma nel 1970, fondata da Carla Accardi e Carla Lonzi, tra le fondatrici del collettivo Rivolta Femminile. La collana dei "Libretti verdi" si distingue per la sobrietà grafica e la radicalità teorica: Lonzi rifiuta consapevolmente recensioni, promozione e mediazioni commerciali, ritenendo che snaturino le istanze femministe. Il suo ''Sputiamo su Hegel'' (1974) diventerà uno dei testi fondativi del femminismo della differenza, con circolazione internazionale. Nel 1972 nascono A Roma Edizioni delle donne, affini all'esperienza francese di Éditions des femmes, con un catalogo che include testi teorici e traduzioni di autrici allora poco note in Italia come Kristeva, Wittig e Duras. Nello stesso anno a Milano il gruppo Anabasi pubblica la prima antologia del femminismo internazionale, ''Donne è bello.'' Nel 1975 nasce a Milano La Tartaruga, fondata da Laura Lepetit, destinata a diventare una delle realtà più durature dell'editoria femminista italiana. Sul versante periodico, la proliferazione è straordinaria e riflette la pluralità interna al movimento. Tra le esperienze di maggiore rilievo e durata: ''Effe'' (1973-1982), primo mensile femminista di attualità e cultura a diffusione nazionale, nato a Roma con la collaborazione di giornaliste, studiose e scrittrici; ''Sottosopra'' (Milano, 1973), rivista di movimento che diventerà uno dei luoghi teorici centrali del femminismo della differenza; ''DWF – Donna Woman Femme'' (Roma, 1975), trimestrale attento alla ricerca storica e alla traduzione di testi internazionali. Accanto a queste, decine di testate di breve durata legate ai collettivi locali documentano orientamenti differenti, dal marxismo femminista al lesbismo, dalla riflessione sulla differenza sessuale alle lotte per il salario al lavoro domestico. L'insieme di queste esperienze - case editrici, riviste - costituisce un'infrastruttura culturale autonoma che il movimento costruisce parallelamente alle strutture istituzionali e spesso in opposizione ad esse. È in questo spazio che si elabora non solo la teoria femminista, ma anche la sua forma: una forma che rifiuta la neutralità del sapere accademico e rivendica la soggettività come punto di partenza epistemologico. All’inizio degli anni Settanta la crescita dei collettivi femministi è accompagnata da una rapida espansione della stampa militante. Accanto ai bollettini e alle riviste prodotti dai gruppi del movimento, continua tuttavia a esistere una stampa femminile legata alle organizzazioni politiche della sinistra o alle culture marxiste rivoluzionarie. I diversi circuiti editoriali riflettono la pluralità dei contesti politici nei quali si sviluppa il femminismo italiano. == 4.5 Arte e cinema == == Note == <references/> == Bibliografia == * {{Cita libro|autore=Anastasia Barone|titolo=«Facevamo un consultorio, ma era un progetto politico». I consultori a Roma prima e dopo la legge 405/1975|anno=2023|editore=Viella|città=Roma|pp=119-148|ISBN=9791254692349|opera=Anni di rivolta. Nuovi sguardi sui femminismi degli anni Settanta e Ottanta|curatore=Paola Stelliferi, Stefania Voli|cid=Barone}} * {{Cita pubblicazione|autore=Alfero Boschiero, Nadia Olivieri|anno=2022|titolo=Il corpo mi corrisponde|rivista=Venetica|numero=1}} * {{Cita pubblicazione|autore=Vicky Franzinetti|anno=1987|titolo=In senso dell'autogestione|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=181-187|cid=Franzinetti}} * {{Cita libro|autore=Fiamma Lussana|titolo=Le donne e la modernizzazione: il neofemminismo degli anni settanta|anno=1997|editore=Einaudi|città=Torino|pp=471-565|ISBN=88-06-13571-6|opera=Storia dell'Italia repubblicana, vol.III, t.2|cid=Lussana 1997}} * {{Cita libro|autore=Luciana Percovich|titolo=La coscienza nel corpo. Donne, salute e medicina negli anni Settanta|anno=2005|editore=Franco Angeli|città=Milano|cid=Percovich}} * {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1984|titolo=Il movimento delle donne, la salute, la scienza. L'esperienza di Simonetta Tosi|rivista=Memoria|numero=11-12|cid=Tozzi 1984}} * {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1987|titolo=Molecolare, creativa, materiale: la vicenda dei gruppi per la salute|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=153-180|cid=Tozzi 1987A}} * {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1987|titolo=Alla radice del "self-help". Gruppo femminista per la salute della donna (G.F.S.D.)|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=202-205|cid=Tozzi 2}}<br /> == Introduzione == Il femminismo degli anni Settanta costituisce uno dei passaggi più incisivi della storia politica e culturale dell’Italia contemporanea. Tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta, una fitta rete di collettivi e gruppi diffusi sull’intero territorio nazionale mise in discussione i ruoli di genere, le relazioni tra i sessi e le stesse categorie attraverso cui venivano definiti la politica, i linguaggi, le forme del sapere e le soggettività. La novità del neofemminismo non risiede unicamente nelle rivendicazioni avanzate, ma nelle pratiche attraverso cui esse furono elaborate: l’autocoscienza, la politicizzazione dell’esperienza personale, la centralità del corpo e della sessualità come luoghi di produzione di sapere e di conflitto. L’esperienza femminile non venne più subordinata a cornici interpretative esterne - di partito, di classe o di tradizione ideologica - ma assunta come punto di partenza per una rielaborazione teorica autonoma, capace di ridefinire il confine tra privato e pubblico, vita e politica, e di interrogare i nessi tra potere, sapere e corporeità. Il femminismo di questo periodo si presenta come un insieme articolato di esperienze differenziate, radicate in contesti territoriali, culturali e politici diversi, con orientamenti teorici e strategie non omogenei. Tale pluralità - visibile nel diverso rapporto con la sinistra, i movimenti e le istituzioni, nell’alternativa tra separatismo e doppia militanza, nelle letture della subordinazione femminile in termini di classe o di differenza sessuale, nelle modalità di intervento pubblico - costituisce un tratto strutturale del movimento. La storiografia ha posto questo nodo al centro della riflessione, interrogandosi sull’uso dei termini “femminismo” e “femminismi”: se il singolare consente di cogliere la forza storica di un processo collettivo accomunato dalla critica alle gerarchie di genere, il plurale rende conto della molteplicità delle culture politiche e dei linguaggi che lo attraversarono (Guerra 2005). La trasformazione che si produce alla fine del decennio non coincide con una cesura netta. Piuttosto, la crisi della forma-movimento apre una fase di riorganizzazione e ridefinizione: negli anni ottanta molte pratiche e molte elaborazioni proseguono in forme differenti, attraverso luoghi culturali, reti associative e iniziative di produzione che consolidano un femminismo meno centrato sulla mobilitazione di massa, ma capace di incidere in modo duraturo nel tessuto sociale (Guerra 2005). La categoria di “eredità” permette di leggere questo passaggio senza ridurlo a una narrazione di declino. Questo volume adotta una prospettiva che intreccia ricostruzione storica e riflessione storiografica, assumendo come oggetto non soltanto gli eventi e le organizzazioni, ma le pratiche, i linguaggi e i luoghi di produzione del sapere femminista. Dopo una sezione dedicata alle genealogie - il rapporto con il ’68, con la tradizione emancipazionista e con le reti transnazionali - il percorso analizza le pratiche fondative, la pluralità delle esperienze, i rapporti con movimenti, partiti e istituzioni, nonché gli spazi materiali e simbolici attraverso cui il femminismo costruì nuove forme di socialità e di cultura. Una parte conclusiva è dedicata alle trasformazioni degli anni ottanta e alle principali interpretazioni storiografiche del neofemminismo, affrontando le questioni di periodizzazione, di metodo e di memoria che ancora attraversano il dibattito. Il volume assume le pratiche, i luoghi e i linguaggi come chiavi di lettura attraverso cui osservare l’intreccio tra dimensione politica, sociale e culturale del femminismo italiano degli anni Settanta, un'intersezione nella quale maggiormente si coglie la portata trasformativa del movimento. Introduzione Parte II Il femminismo degli anni Settanta si caratterizza per la centralità attribuita alle pratiche - come il separatismo e l’autocoscienza – che non rappresentano semplicemente forme organizzative, ma luoghi di elaborazione politica e di produzione di sapere. La condivisione delle esperienze individuali consente di mettere in discussione l’apparente naturalità dei ruoli di genere e di individuare i meccanismi sociali e culturali che regolano i rapporti tra uomini e donne. In questo senso, le pratiche non si limitano a descrivere la realtà, ma contribuiscono a ridefinirla; la politica non è intesa soltanto come intervento nello spazio pubblico, ma come processo che prende avvio dall’esperienza vissuta e dalle relazioni tra donne. All’interno di questo processo si afferma il principio secondo cui “il personale è politico”, che consente di collegare le esperienze quotidiane alle strutture sociali più ampie. Attraverso questa prospettiva, ambiti tradizionalmente considerati privati – come la sessualità, la maternità e la vita familiare – diventano oggetto di analisi e intervento politico. È in questo quadro che il corpo emerge come un nodo centrale della riflessione femminista. Non si tratta di un ambito già definito, ma di un terreno che prende forma progressivamente attraverso le pratiche del movimento. Le esperienze legate alla sessualità, alla riproduzione e alla salute vengono condivise, confrontate e reinterpretate, dando luogo a una nuova consapevolezza che mette in discussione i modelli culturali dominanti; elaborazione teorica e sperimentazione pratica non costituiscono ambiti separati, ma dimensioni intrecciate di un medesimo percorso di politicizzazione. Le pratiche del movimento non furono adottate in modo uniforme né assunsero significati univoci, ma costituirono un repertorio condiviso, rielaborato in forme differenti nei diversi contesti. Tale pluralità rinvia alla coesistenza di differenti modi di intendere la liberazione delle donne e al rifiuto di modelli organizzativi gerarchici e di una definizione univoca delle priorità. Tuttavia, essa condivise alcuni elementi fondamentali: la messa in discussione della distinzione tra sfera privata e sfera pubblica, la conseguente ridefinizione del politico e delle forme della soggettività femminile. Le sezioni che seguono analizzano, da diverse prospettive, le principali pratiche e i nodi concettuali attraverso cui il femminismo degli anni Settanta ha ridefinito il rapporto tra esperienza, conoscenza e azione politica. PARTE 3 "le radici del femminismo radicale italiano affondino al di fuori del contesto universitario, dei partiti e dei movimenti sociali, e si congiungano con l’azione di donne non più giovanissime alla fine degli anni Sessanta e senza pregresse, strutturate esperienze politiche." (tesi stelliferi) 32 Il primo collettivo neofemminista italiano, Demau (Demistificazione Autoritarismo; Demistificazione [dell] autoritarismo), precede in realtà (1966) la rivolta studentesca e operaia della fine degli anni '60. - Strazzeri, p. 6 == Cronologia principale == === 1965-1982 === {| class="wikitable sortable" ! Anno ! Gruppi che nascono ! Gruppi che si sciolgono ! Eventi ! Convegni / Incontri ! Manifestazioni ! Produzione culturale |- | 1965/66 | Demau | | | | | |- | 1967 | | | | | | |- | 1968 | | | Contestazione studentesca | | | |- | 1969 | Cerchio spezzato (Trento); MLD legato al Partito Radicale | | Autunno caldo | | | |- | 1970 | Rivolta femminile Anabasi Le Nemesiache | |Approvazione della legge sul Divorzio (L. 898/1970) | | | |- | 1971 | Lotta Femminista (PD) | |La Corte Costituzionale depenalizza la diffusione e l'uso degli anticoncezionali. Approvazione della legge a tutela delle lavoratrici madri (L. 1204/1971 - diritto di astenersi dal lavoro 2 mesi prima, 3 dopo il parto) e della L.1044/1971 che introduce il piano quinquennale per l'istituzione di asili nido comunali con il concorso dello Stato | Milano – Convegno presso l’Umanitaria | | Esce ''Quarto mondo'', pubblicata a Roma dal Fronte Italiano di Liberazione Femminile (FILF) |- | 1972 | Cherubini; Lotta Femminista (MI) | | | Bologna – Convegno di varie città; Rouen – Convegno organizzato da Psychoanalyse et Politique; Vandea – Convegno europeo organizzato dal MLF | | Nascono a Roma Edizioni delle donne; Anabasi pubblica l'antologia ''Donne è bello'' ; esce ''Compagna'', rivista di orientamento marxista. Nasce a Roma il Collettivo Femminista Comunista di Via Pomponazzi |- | 1973 | Collettivo San Gottardo; Gruppo Analisi; Gruppo Femminista per una medicina delle donne; Rivolta 3 | Demau | Si forma il CISA; Processo a Gigliola Pierobon (Padova) | Varigotti – incontro tra Cherubini, alcune donne del Veneto e le francesi di Psychanalyse et Politique | | Esce a Roma ''Effe'' , primo mensile femminista di attualità e cultura autogestito a diffusione nazionale; a Bologna ''La voce delle donne comuniste'' e ''Donna proletaria;'' a Milano ''MezzoCielo'' |- | 1974 | Collettivo di via Albenga; Gruppo di Pratica dell’Inconscio; Mondadori; Ticinese | Lotta Femminista | Referendum abrogativo della legge sul divorzio | 1° Convegno Nazionale a Pinarella di Cervia | | Esce ''Sputiamo su Hegel'' di Carla Lonzi; nasce l'editrice romana Dalla parte delle bambine; esce ''Sottosopra'' |- | 1975 | Libreria delle donne di Milano | | Vengono istituiti i consultori familiari (L. 405/1975) Blocco in Senato della proposta di legge sull’aborto | | | Laura Lepetit fonda la casa editrice La Tartaruga; esce ''DWF – Donna Woman Femme'' |- | 1975 | Corsi monografici 150 ore; | Anabasi; Cherubini (trasferimento in Col di Lana); San Gottardo | Elezioni amministrative | Carloforte – Vacanze femministe; Milano – Convegno “Sessualità, maternità, procreazione, aborto”; Milano – Umanitaria “Donne e politica”; San Vincenzo (LI) – Pratica dell’inconscio; 2° Convegno nazionale a Pinarella di Cervia | Roma – Manifestazione nazionale del 6 dicembre | |- | 1976 | Corso 150 ore Affori; Gruppo Donne e Immagine; Gruppo Donne via dell’Orso; Gruppo donne Palazzo di Giustizia; Gruppo n.4 Col di Lana | Gruppo Analisi; Gruppo di Pratica dell’Inconscio; Gruppo Femminista per una medicina delle donne; Rivolta 3 | Elezioni politiche; Formazione della Consulta femminista; Legge nazionale sui consultori | Milano – Convegno “Donne e lavoro”; Paestum – 3° e ultimo convegno nazionale | Milano – Entrata “dimostrativa” nel Duomo (gennaio) | Nasce a Roma la rivista ''Limenetimena;'' esce ''Differenze'', rivista dei Collettivi femministi romani |- | 1977 | Collettivo della Borletti; Gruppo donne via Lanzone; Gruppo Scrittura | | Approvazione legge sulla Parità di Lavoro (L. 903/1977) Movimento del 1977 | Milano – Convegno sulla violenza (Sala Provincia) | | Nasce la Libreria delle donne di Bologna Librellula |- | 1978 | Gruppo Madri del Leoncavallo; Gruppo Scrittura 1; Gruppo Scrittura 2; Gruppo Scrittura 3 | | Approvazione legge sull'aborto (194/1978) Rapimento Moro | | | Esce ''Quotidiano donna,'' settimanale di politica, attualità e cultura ; apre a Cagliari la Libreria gestita dalla coperativa La tarantola |- | 1979 | 150 ore sul Cinema; Redazione di Grattacielo; Redazione milanese di Quotidiano Donne | Collettivo Mondadori; Coordinamento via dell’Orso; Gruppo Donne e Immagine; Mancinelli | “Caso 7 aprile” | Milano – Umanitaria, proposta di legge contro la violenza sessuale | | Apre a Firenze la Libreria delle donne |- | 1980 | Centro Donne Ticinese; Collettivo studentesse liceo Berchet; Collettivo studentesse Università Statale; Cooperativa Gervasia Broxson; Gruppo di psicologia e attività creative; Gruppo Eos; Ristorante Cicip-Ciciap; Ticinese (nuovo) | Col di Lana; Collettivo Borletti | | | Milano – Manifestazione contro abrogazione legge aborto | |- | 1981 | Gruppo Phoenix | Grattacielo; Gruppo donne Palazzo di Giustizia | Referendum abrogativo legge aborto | Firenze – 2° Convegno contro il referendum; Milano – 1° Convegno contro il referendum 194; Roma – Convegno nazionale donne lesbiche; Torino – Convegno internazionale donne lesbiche | | |- | 1982 | | Gruppo n.4; Redazione milanese di Quotidiano Donna | | | | |} cq6918ybllw2hqb25wuq9clyitwt59h 499690 499683 2026-07-03T11:07:39Z LorManLor 24993 499690 wikitext text/x-wiki '''3. Pluralità dei femminismi''' 3.1 Formazione (1965–1973) 3.2 Espansione e confronto pubblico (1974–1976) 3.3 Ridefinizioni (1977–1980) '''4. Spazi, infrastrutture, saperi''' 4.1 Consultori autogestiti e self-help 4.2 Le 150 ore delle donne 4.3 Case delle donne 4.4 Editoria femminista 4.5 Arte e cinema '''5. Trasformazioni tra anni Settanta e Ottanta''' 5.1 Nuove configurazioni 5.2 Femminismo e politiche delle donne '''6. Interpretazioni storiografiche''' 6.1 Questioni di metodo. Memoria e storia 6.2 Periodizzazioni 6.3 Questione territoriale 6.4 "Doppia militanza" e rapporti con la sinistra extraparlamentare 6.5 Dimensione transnazionale 6.6 Questioni aperte, prospettive di ricerca '''Appendici''' Cronologia essenziale Glossario Documenti fondamentali (estratti) Bibliografia Sitografia e archivi digitali == Cap. 3 - Pluralità dei femminismi == Il cap. 3 dovrebbe parlare di come il femminismo si rapporta al suo interno e ''in relazione ad altri soggetti politici'' ''(sin ex)'' Il cap. 5 (riforme, processi per stupro) di come il femminismo interagisce con le ''istituzioni'' — leggi, parlamento, tribunali. Ma il femminismo italiano si definisce ''sempre'' in relazione a qualcosa di esterno — la sinistra, le istituzioni, il diritto, i movimenti. Non esiste un "interno puro" del movimento separabile da questi rapporti. Quindi qualsiasi architettura che provi a separare "i gruppi" da "i rapporti esterni" produrrà sempre sovrapposizioni. Soluzione: logica diacronica + attenzione alle dinamiche Le pratiche che caratterizzano la fase fondativa del neofemminismo - autocoscienza, separatismo, politicizzazione dell’esperienza e centralità del corpo - costituiscono un terreno condiviso tra i gruppi sorti nei primi anni Settanta. All’interno di tale quadro comune emergono tuttavia, fin dall’inizio, differenze teoriche e orientamenti politici non sovrapponibili. Il femminismo italiano degli anni Settanta si presenta alla ricerca storica come un oggetto per sua natura plurale. La storiografia ha progressivamente adottato la categoria di “femminismi” per descrivere questa compresenza di pratiche e interpretazioni divergenti, riconoscendo nella molteplicità di gruppi, pratiche e orientamenti teorici una caratteristica costitutiva del movimento. (Guerra, 2005; Bellè, 2021; Stelliferi e Voli, 2023). Parlare di "femminismi" al plurale significa riconoscere che il campo femminista italiano non ha mai avuto un centro, una linea ufficiale, né portavoce riconosciute. Le linee di differenziazione attraversano le culture politiche di provenienza, le collocazioni territoriali, le generazioni coinvolte e le modalità di relazione con movimenti e istituzioni. Il quadro che ne deriva è composito: accanto ai gruppi che fanno dell’autocoscienza il centro della pratica politica, si sviluppano collettivi influenzati dall’operaismo e dalla critica del lavoro domestico, esperienze che introducono strumenti psicoanalitici nell’analisi della soggettività femminile e organizzazioni impegnate nelle campagne per la riforma della legislazione su contraccezione e aborto. Queste diverse modalità di intervento non costituiscono correnti separate, ma configurazioni parziali che spesso si sovrappongono e si ridefiniscono nel corso delle mobilitazioni degli anni successivi. coesistono orientamenti separatisti e pratiche di doppia militanza, gruppi centrati sull’elaborazione teorica ed esperienze maggiormente orientate all’intervento sociale e sindacale, . Già nella prima metà degli anni Settanta il movimento femminista italiano appare attraversato da orientamenti differenti. Questa pluralità si riflette nella struttura organizzativa del movimento: reticolare, priva di gerarchie formalizzate, composta da soggetti collettivi con gradi molto diversi di strutturazione e continuità nel tempo. Accanto a gruppi ben identificabili, esistono aggregazioni nate intorno a singoli temi o momenti di mobilitazione. È una forma che garantisce radicamento diffuso, ma che non produce — né per tutte necessariamente deve produrre — posizioni comuni: per una parte del movimento il rifiuto della risposta collettiva, delle manifestazioni di massa e di qualsiasi forma di contrattazione con le istituzioni è esso stesso una scelta teorica e politica. Il contesto politico e sociale rappresenta una variabile che ne plasma le trasformazioni. Il referendum sul divorzio del 1974, le elezioni del 1976, la stagione legislativa su aborto e consultori, gli anni di piombo ridefiniscono i termini del confronto interno al movimento, spostano le linee di frattura, accelerano o frenano la capacità di mobilitazione collettiva. Quando le istituzioni cominciano ad assorbire alcune istanze femministe traducendole in leggi, la struttura reticolare mostra i suoi limiti: la rete fatica a reggere la pressione dell'istituzionalizzazione, e la pluralità che aveva garantito vitalità diventa difficile da tenere insieme. È in questo intreccio tra dinamiche interne ed esterne che si leggono i conflitti del femminismo italiano: le divisioni sull'aborto, sul rapporto con le istituzioni, sulle manifestazioni di piazza non sono fratture accidentali, ma rispecchiano differenze teoriche e politiche profonde sul senso stesso dell'agire femminista. > le vicende entrano come esempi trasversali a queste linee, non come scansione cronologica. Quattro linee di differenza "interne": i # Autocoscienza/pratica dell'inconscio (elaborazione interna) vs. pratica/intervento nel sociale # Autonomia radicale vs. interlocuzione istituzionale (Milano vs. Roma — come asse che incrocia le prime due - Lussana) # doppia militanza e rapporto con la sinistra # Femministe storiche vs. nuove, conflitto generazionale e allargamento del movimento Problema: quale contesto politico è davvero rilevante per capire l'evoluzione del femminismo? Non tutto il contesto politico italiano, ma solo quello che incide direttamente sul movimento: le leggi che lo riguardano, i movimenti con cui interagisce, il clima che restringe o allarga gli spazi di azione. == 3.1 Formazione dei collettivi (1965–1973) == Tra la seconda metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta in diverse città italiane iniziano a formarsi i primi gruppi femministi autonomi. Tali esperienze non derivano da un unico centro organizzativo né da un’elaborazione teorica condivisa: emergono in contesti differenti e a partire da percorsi politici e sociali eterogenei. Collettivi universitari, gruppi nati all’interno della nuova sinistra ed esperienze sviluppate in ambienti intellettuali e culturali contribuiscono alla costruzione di una rete di relazioni informali, caratterizzata da forte autonomia locale e da modalità di coordinamento intermittenti. La storiografia ha progressivamente adottato la categoria di “femminismi” per descrivere questa configurazione originaria del movimento, già attraversata da differenze significative nei linguaggi politici, nelle pratiche e nelle forme di organizzazione (Rossi-Doria 2005; Lussana 2012; Stelliferi 2015). Fin dalle origini, quindi, il movimento assume una struttura reticolare, composta da collettivi autonomi, gruppi di autocoscienza e reti informali di scambio, senza un’organizzazione centrale né piattaforme politiche unitarie. Tali differenze si articolano lungo diversi piani: un primo ambito riguarda le modalità attraverso cui viene elaborata la soggettività femminile come terreno di esperienza politica. In alcuni gruppi l’autocoscienza costituisce lo strumento principale di analisi delle relazioni tra donne e della costruzione di un sapere politico fondato sull’esperienza condivisa; in altri contesti la riflessione si sviluppa attraverso pratiche espressive e simboliche che rielaborano in forme diverse il rapporto tra identità femminile, corpo e linguaggio. Un altro piano riguarda il rapporto tra elaborazione teorica e intervento sociale. Alcuni collettivi privilegiano la riflessione sui linguaggi e sulle relazioni tra i sessi; altri sviluppano iniziative orientate all’intervento pubblico. A questi elementi si aggiungono le diverse modalità di relazione con i movimenti politici e con le istituzioni. Le provenienze dalla nuova sinistra, dal radicalismo dei diritti civili o da esperienze associative precedenti producono configurazioni differenti del rapporto con partiti, sindacati e organizzazioni politiche, anticipando alcune delle tensioni che emergeranno con maggiore evidenza nella seconda metà del decennio. La crescita dei collettivi si accompagna alla nascita di una prima produzione editoriale militante. Tra il 1972 e il 1973 compaiono bollettini ciclostilati e riviste autoprodotte che mettono in circolazione documenti, traduzioni e riflessioni teoriche dei gruppi femministi, favorendo il confronto tra collettivi e la diffusione di testi del femminismo internazionale. Accanto a queste iniziative si sviluppano periodici legati a organizzazioni politiche della sinistra o dell’area marxista, nei quali la questione femminile viene affrontata all’interno di culture politiche preesistenti. L’espansione della stampa militante segnala l’emergere di una rete di relazioni tra gruppi ancora priva di strutture organizzative stabili. In questo quadro, i primi collettivi femministi non costituiscono varianti di un modello comune, ma risposte diverse a questioni condivise: la politicizzazione dell’esperienza femminile, la ridefinizione dei rapporti tra i sessi e la ricerca di forme autonome di organizzazione e di parola pubblica. ==== 3.1.1 Prime esperienze e contesti di formazione ==== Le premesse del neofemminismo italiano si collocano nella seconda metà degli anni Sessanta. Una delle esperienze più precoci e significative di questa fase iniziale è rappresentata dal gruppo DEMAU (Demistificazione Autoritarismo), fondato a Milano nel 1965-1966. In un ambiente intellettuale e culturale segnato dalle trasformazioni del decennio, DEMAU sviluppa una riflessione critica sui rapporti di autorità nella società e nella famiglia e sui paradigmi emancipazionisti dell’UDI e della sinistra storica, individuando nella sessualità uno dei luoghi centrali della subordinazione femminile. Pur rimanendo un’esperienza numericamente limitata - il gruppo si ridimensiona nel 1968, quando parte delle aderenti confluisce nella nuova sinistra, nella convinzione che la trasformazione complessiva dei rapporti sociali avrebbe comportato anche una ridefinizione dei ruoli di genere - DEMAU anticipa temi che diventeranno centrali nel neofemminismo degli anni successivi. Sul finire degli anni sessanta, in contesto universitario, si sviluppano collettivi femministi come il Cerchio spezzato di Trento, attivo alla fine degli anni Sessanta. Nato nell’ambiente del movimento studentesco, il gruppo rappresenta uno dei primi tentativi di affrontare la condizione femminile all’interno delle trasformazioni politiche e culturali del Sessantotto, mostrando come la nascita del femminismo italiano non sia circoscritta ai grandi centri urbani. L’esperienza nei gruppi extraparlamentari costituisce uno snodo decisivo. Le donne sperimentano marginalizzazione organizzativa, assegnazione a ruoli esecutivi, rimozione dei temi legati a sessualità e maternità. La formula degli “angeli del ciclostile” sintetizza una condizione diffusa: intensa partecipazione politica senza riconoscimento soggettivo. Quando, intorno al 1970, circolano in Italia i testi del neofemminismo statunitense e la pratica dell’autocoscienza (Calabrò e Grasso 1985), tali esperienze trovano un terreno già predisposto. ==== 3.1.2 Nascita dei primi gruppi (1970-1973) ==== Nel 1970 emergono quasi simultaneamente diverse esperienze, destinate ad avere maggiore visibilità nel panorama del movimento. A Roma viene diffuso a Roma il Manifesto di Rivolta femminile, testo fondativo del gruppo animato da Carla Lonzi, che afferma la rottura con la politica tradizionale e con l’emancipazionismo, ponendo le donne come soggetto autonomo di trasformazione e rifiutando ogni interlocuzione istituzionale. Nello stesso anno si costituisce il Movimento di Liberazione della Donna (MLD), federato al Partito Radicale, con un orientamento maggiormente centrato sull’iniziativa pubblica e sulla riforma legislativa (contraccezione, aborto, servizi sanitari). Tra il 1970 e il 1973 si moltiplicano collettivi territoriali con configurazioni diverse. A Milano il Collettivo di via Cherubini assume un ruolo centrale, praticando l’autocoscienza come forma primaria di elaborazione politica. A Padova nasce Lotta Femminista, animata da Mariarosa Dalla Costa, che elabora la teoria del salario al lavoro domestico e si estende a Milano, Bologna e altre città. A Roma si sviluppano collettivi di quartiere maggiormente orientati all’intervento sociale. + Nemesiache. ==== 3.1.3 Collegamenti nazionali e confronti transnazionali ==== La crescita dei collettivi femministi si accompagna alla nascita di una prima produzione editoriale militante. Bollettini ciclostilati e riviste autoprodotte mettono in circolo esperienze e riflessioni; alcuni testi, come l'antologia ''Donne è bello'' curata dal gruppo milanese Anabasi, favoriscono la diffusione di testi e documenti del femminismo internazionale. Un ruolo importante in questo processo è svolto dal primo numero della rivista ''Sottosopra'', promosso nel 1973 da gruppi milanesi con l’obbiettivo di raccogliere documenti, mettere in comunicazione collettivi autonomi e favorire la discussione su scala nazionale. La stampa militante evidenzia tuttavia la presenza di traiettorie plurimi: gruppi orientati all’elaborazione teorica e simbolica della differenza sessuale; collettivi che sviluppano una critica marxista della divisione sessuale del lavoro; realtà maggiormente orientate all’intervento pubblico e alle campagne per i diritti civili. Esse rappresentano alcuni dei poli iniziali attorno ai quali si sviluppa una rete di collettivi autonomi, caratterizzata da confini mobili, appartenenze multiple e forme di coordinamento intermittenti. A partire dal 1972 l’incontro con il femminismo francese nei convegni di La Tranche-sur-Mer e Vieux-Villez introduce ulteriori elementi di differenziazione. L’attenzione alla pratica psicoanalitica, al rapporto con la figura materna e al lesbismo come pratica politica influenza alcuni gruppi milanesi. Da questo confronto derivano esperienze come Analisi (fine 1973) e, successivamente, Pratica dell’inconscio, animata da Lea Melandri (Lussana, pp. 73-79). Tali gruppi assumono la dimensione dell’inconscio come ambito privilegiato di elaborazione, pur senza adottare integralmente il modello separatista radicale e il lesbismo come scelta necessaria proposti dal gruppo parigino Psych et Po Psych et Po.(Lussana, 2012). ==== Il processo Pierobon ==== Il primo grande banco di prova è il dibattito sull'aborto, che esplode con particolare intensità dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 1971 sulla contraccezione e si fa drammaticamente concreto con il processo a Gigliola Pierobon, del collettivo Lotta Femminista, nel giugno del 1973: imputata per un aborto commesso da minorenne, il caso diventa occasione di autodenunce pubbliche e di una prima grande mobilitazione femminista che amplia la visibilità nazionale del movimento. Il caso segna un passaggio rilevante: la questione dell’autodeterminazione femminile entra nel conflitto pubblico e nel confronto diretto con l’ordinamento giuridico. == 3.2 Espansione e confronto pubblico (1974-1976) == Il biennio 1974-1976 segna una fase di espansione e di crescente visibilità pubblica del femminismo italiano. I collettivi si moltiplicano in numerose città, si intensificano i contatti tra gruppi e alcune questioni, in particolare aborto, sessualità e salute delle donne, entrano stabilmente nel dibattito politico e giuridico. L’espansione non comporta omogeneità. La crescita quantitativa si accompagna alla coesistenza di orientamenti differenti sulle forme dell’azione politica, sul rapporto con le istituzioni e sulle priorità tematiche. L’ampliamento della mobilitazione rende maggiormente visibili le differenze tra i collettivi riguardo alle forme dell’azione politica, al rapporto con i partiti e con le organizzazioni della sinistra e alle modalità di intervento nello spazio pubblico. La maggiore visibilità di alcune città, in particolare Milano, Roma e l’area veneta, non va interpretata come l’indicazione di una struttura gerarchica del movimento. Essa riflette la distribuzione delle fonti disponibili e l’attenzione che la storiografia ha dedicato ad alcuni ambienti militanti. Studi più recenti hanno mostrato come esperienze femministe fossero presenti anche in contesti urbani e territoriali meno documentati, mettendo in discussione una rappresentazione del movimento organizzata rigidamente intorno a pochi centri principali. La ricostruzione della geografia dei collettivi resta quindi un campo di ricerca ancora in evoluzione. === 3.2.1 Crescita del movimento e confronto tra pratiche politiche === La crescita del movimento in questi anni non è solo quantitativa. Nascono nuovi gruppi, si moltiplicano i collettivi di quartiere e nei luoghi di lavoro, si aprono i primi consultori autogestiti. A Roma il Comitato per l'Aborto e la Contraccezione (CRAC) riunisce collettivi femministi, gruppi della nuova sinistra e donne dell'MLD in un organismo comune, che però mostra subito le tensioni tra linguaggi politici differenti. A Milano il Collettivo di Via Cherubini approfondisce la pratica dell'inconscio e si avvia verso la fondazione della Libreria delle donne, scegliendo la costruzione di luoghi e strumenti autonomi come forma di intervento politico alternativa alle manifestazioni di massa. È anche il momento dei primi grandi convegni nazionali. Il primo momento di confronto su scala nazionale si realizza nel novembre 1974 con il convegno femminista a Pinarella di Cervia, promosso dal collettivo milanese di via Cherubini. All’incontro partecipano circa settecento donne provenienti da numerose città italiane, appartenenti a collettivi con orientamenti politici e pratiche diverse. Il convegno è dedicato alla discussione della pratica dell’autocoscienza e delle forme di organizzazione del movimento. Il confronto mette in luce la varietà delle esperienze presenti nel femminismo italiano e rende visibili differenze di orientamento tra gruppi impegnati prevalentemente nell’elaborazione teorica e collettivi più orientati all’intervento politico e sociale, alla cosiddetta “pratica del fare” . Un secondo convegno a Pinarella nel 1975 riprende il confronto tra i gruppi e rende più esplicite alcune divergenze emerse nel movimento, senza risolverle. In particolare si confrontano posizioni che attribuiscono centralità alla pratica dell’inconscio e altre più direttamente orientate all’azione politica e sociale, in continuità con le mobilitazioni sull’aborto e con le campagne per i consultori. Il confronto non conduce alla definizione di una piattaforma comune, ma rende esplicite le differenze tra pratiche e linguaggi politici presenti nel movimento. I convegni di Pinarella rappresentano così uno dei primi momenti in cui queste divergenze vengono discusse su scala nazionale, nel contesto di un movimento che, proprio negli stessi anni, sta ampliando la propria presenza nello spazio pubblico attraverso le campagne sull’aborto e la crescita dei collettivi femministi nelle principali città italiane.(Lussana, 2012). === 3.2.2 Il terreno dell’aborto e la prima mobilitazione nazionale === Dopo il caso Pierobon, che aveva trasformando l'esperienza diffusa ma invisibile degli aborti clandestini in una questione politica nazionale, il dibattito si sposta sempre più direttamente sul rapporto tra mobilitazione femminista, riforma legislativa e intervento delle istituzioni. Attraverso le mobilitazioni per l'aborto il femminismo italiano entra progressivamente nello spazio pubblico e politico. Nel corso del 1974 e del 1975 il dibattito si intensifica e costringe tutti i gruppi a prendere posizione, evidenziando i diversi punti di vista. Per una parte del movimento, l'MLD, il Comitato romano per l’aborto e la contraccezione (CRAC) che riunisce il Movimento Femminista Romano di Via Pompeo Magno, collettivi di quartiere, il Nucleo Femminista Medicina e le donne di Lotta Continua, Avanguardia Operaia e PDUP-Manifesto, l'obiettivo è l'aborto libero, gratuito e assistito, legato ad politica di prevenzione fondata su consultori controllati dalle donne, da ottenere attraverso la mobilitazione collettiva e il confronto con le istituzioni. Per Rivolta Femminile e per gli altri gruppi che fanno dell’autocoscienza e dell’autoriflessione la propria pratica principale, come era accaduto per il divorzio, la legalizzazione dell’aborto non esaurisce il problema politico che esso porta con sé: l'aborto è una tragedia prodotta da una sessualità femminile colonizzata dall'uomo, e regolamentarlo giuridicamente rischia di perpetuare quella colonizzazione sotto forma di legalità. Questa posizione viene espressa con chiarezza anche nel convegno milanese su Sessualità, procreazione, maternità, aborto, tenuto al Circolo De Amicis nel febbraio 1975, dove si insiste sulla necessità di non isolare l’aborto dal complesso della condizione femminile e di non ridurlo a un singolo obiettivo di riforma. (Sottosopra rosso, 1975). In un clima di mobilitazione crescente, il 6 dicembre 1975 si svolge a Roma la prima grande manifestazione nazionale di sole donne, alla quale prendono parte collettivi autonomi, gruppi legati al salario al lavoro domestico, donne della sinistra extraparlamentare, il MLD e anche l’UDI. Ventimila donne scendono in piazza per chiedere l'aborto libero, gratuito e assistito. È un momento di forza, ma anche l'occasione per uno scontro che rivela fratture profonde. I militanti del servizio d'ordine di Lotta Continua tentano di entrare nel corteo con la forza, rifiutando di restare ai margini come richiesto dalle femministe. Gli incidenti che seguono mettono a nudo l'incomunicabilità tra il movimento femminista e i modi della politica maschile, ma segnalano anche una divisione interna: per una parte del movimento scendere in piazza è un atto politico necessario; per un'altra il femminismo delle piazze schiaccia le differenze femminili dietro uno slogan e non scalfisce l'oppressione originaria (Lussana, 2012). In questo senso il terreno dell’aborto non produce una unificazione del femminismo italiano, ma diventa il luogo in cui si confrontano strategie differenti: iniziativa pubblica e pressione legislativa, autoriflessione critica sulla sessualità, rapporto conflittuale o selettivo con le organizzazioni della sinistra. === 3.2.3 PCI, UDI e il problema dell’autonomia === La mobilitazione sull’aborto rende più visibile il rapporto problematico tra il neofemminismo e le organizzazioni storiche del movimento delle donne, in particolare l’UDI. Storicamente legata al PCI e collocata nell’area della sinistra istituzionale, l’UDI attraversa in questi anni una fase di ridefinizione interna. La pressione esercitata dal nuovo femminismo, soprattutto sui temi della sessualità, dell’autodeterminazione e del rapporto tra diritti e differenza, costringe l’organizzazione a confrontarsi con un lessico e con pratiche che non appartenevano alla sua tradizione emancipazionista. Il referendum sul divorzio del 1974 e la mobilitazione sull’aborto accentuano questa tensione. Da un lato, l’UDI condivide con i collettivi la battaglia per l’estensione dei diritti; dall’altro, mantiene una concezione della politica fondata sulla mediazione partitica e sull’intervento legislativo, in sintonia con la strategia del PCI nella fase del compromesso storico. La questione dell’autonomia si pone allora in termini nuovi: non più soltanto autonomia delle donne rispetto agli uomini nei movimenti, ma autonomia dell’elaborazione femminile rispetto alle strutture di partito. Per una parte delle femministe autonome, l’UDI rappresenta ancora una forma di subordinazione organizzativa alla cultura politica maschile; per altre, costituisce invece uno spazio attraversabile, capace di incidere concretamente sui processi legislativi e sulle politiche sociali. La presenza dell’UDI nella manifestazione del 6 dicembre 1975 e nei successivi passaggi parlamentari sull’aborto rende visibile questa ambivalenza: convergenza sui contenuti, divergenza sulle forme dell’agire politico. In questo intreccio prende forma uno dei nodi destinati a segnare l’intero decennio: il rapporto tra movimento e rappresentanza, tra pratica dell’autonomia e traduzione istituzionale delle rivendicazioni. === 3.2.4 Autonomia femminista e rapporto con le istituzioni === Alla metà degli anni Settanta le esperienze femministe presenti nelle diverse città italiane si confrontano sempre più direttamente con il problema delle forme dell’azione politica e del rapporto con lo spazio pubblico e istituzionale. Dopo momenti di confronto nazionale tra collettivi e le mobilitazioni sull’aborto, il dibattito riguarda soprattutto le modalità attraverso cui le pratiche femministe possano intervenire nella società. In alcuni contesti urbani i collettivi sviluppano forme di azione rivolte esplicitamente verso lo spazio pubblico. Le campagne per la depenalizzazione dell’aborto rappresentano uno dei principali terreni di questo confronto. Nel corso del 1976 in alcuni contesti urbani si delineano con maggiore chiarezza alcune modalità differenti di intervento verso l’esterno. A Roma, gruppi legati al movimento femminista romano e alle campagne radicali sui diritti civili partecipano a iniziative pubbliche sull’aborto e sulla contraccezione e intervengono nel dibattito politico e giuridico che accompagna la discussione sulla riforma della legislazione e con le politiche pubbliche relative alla salute e alla maternità. In questo contesto l’azione femminista assume spesso la forma di mobilitazioni pubbliche, assemblee e campagne rivolte all’opinione pubblica e alle istituzioni In altri ambienti del movimento emergono invece posizioni più caute o critiche nei confronti di questo tipo di intervento. Nell’area milanese che si raccoglie attorno al collettivo di via Cherubini la riflessione femminista si concentra soprattutto sull’elaborazione teorica e sull’analisi delle relazioni tra donne. In questo contesto alcune militanti sottolineano il rischio che l’impegno nelle campagne politiche o nei processi istituzionali possa trasformare o ridurre la portata critica del movimento. Posizioni differenti emergono anche in altri contesti del movimento, tra cui l’area torinese, dove l’eredità dei movimenti della nuova sinistra continua a influenzare il modo di concepire il rapporto tra femminismo e mobilitazione sociale. Nel corso del 1976 queste diverse modalità di intendere l'azione politica femminista - intervento pubblico, elaborazione teorica e trasformazione delle relazioni tra donne - già emerse nel confronto tra gruppi negli anni precedenti, continuano a convivere all’interno del panorama dei collettivi, riflettendo la pluralità di esperienze e di orientamenti che caratterizza il femminismo italiano nella metà del decennio. Togliere quest'ultima parte: Calabrò e Grasso (1985) individuano in questo processo la chiave interpretativa della crisi del movimento femminista: quando il conflitto si sposta da obiettivi non negoziabili — la definizione dell'identità sessuale femminile — a obiettivi negoziabili — l'acquisizione di diritti regolamentati per legge — il movimento cambia avversario, ne accetta le regole del gioco e perde progressivamente la capacità di mobilitazione. Gran parte del femminismo non si riconosce nella nuova posta in gioco e non si mobilita. All'interno del movimento, il 1976 è anche l'anno in cui le carte si rimescolano: nascono molti nuovi gruppi, fluidi e di breve durata, che mescolano elementi delle diverse tendenze senza approfondirne nessuna, mentre l'autocoscienza nei gruppi storici è ormai in esaurimento. L'ingresso di donne giovani produce tensioni generazionali tra nuove e femministe storiche che indeboliscono la trasmissione del patrimonio teorico. Il convegno di Paestum nel dicembre 1976, l'ultimo a carattere nazionale, registra queste fratture senza comporle. Parallelamente emergono i primi segnali di una trasformazione: i corsi delle 150 ore, che mettono in contatto femministe e donne di condizione diversa, anticipano le forme che il femminismo assumerà nel decennio successivo. == 3.3 Trasformazioni del movimento (1977-1981) == Descrivere questi 3 passaggi: * fine dei grandi momenti unitari (ma sono mai esistiti?) * frammentazione dei collettivi * spostamento verso pratiche diffuse === 3.3 Trasformazioni del movimento (1977–1981) === '''3.3.1 Il 1977 e la ridefinizione del campo dei movimenti''' * rapporto con Autonomia * differenze città * crisi organizzazioni extraparlamentari '''3.3.2 Differenziazione dei collettivi e nuove aree di intervento''' * consultori * salute * centri donne * cultura * editoria ('''questo prepara il capitolo 4''') '''3.3.3 Leggi, referendum e rapporti con le istituzioni''' * legge parità 1977 * legge 194 1978 * referendum 1981 * pratiche contro obiezione Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta il movimento femminista italiano attraversa una fase di trasformazione delle proprie forme organizzative e delle modalità di intervento pubblico. Dopo la forte espansione dei collettivi registrata tra il 1974 e il 1976, molte esperienze locali conoscono mutamenti significativi: alcuni gruppi si sciolgono, altri ridefiniscono le proprie attività, mentre emergono nuove iniziative legate a ambiti specifici come la salute delle donne, il lavoro e i servizi sociali. In diverse città le iniziative femministe si concentrano sulla creazione di consultori, centri di documentazione e spazi di incontro tra donne, spesso in relazione con le mobilitazioni per l’aborto e con le politiche sanitarie introdotte nella seconda metà del decennio. Parallelamente si sviluppano esperienze di femminismo sindacale che portano all’interno delle organizzazioni del lavoro alcune delle questioni emerse nel movimento delle donne. Questa fase di trasformazione è stata interpretata dalla storiografia in modi differenti. Uno schema interpretativo influente è quello proposto da Annarita Calabrò e Laura Grasso, che hanno individuato nella seconda metà del decennio il passaggio dal movimento femminista degli anni Settanta a una fase di «femminismo diffuso», caratterizzata da una presenza meno visibile ma più capillare nella società. Alcune ricostruzioni hanno individuato nella seconda metà del decennio una cesura rispetto alla fase di maggiore visibilità del movimento, collocata tra il 1974 e il 1976. Altre hanno sottolineato la continuità di pratiche e iniziative femministe oltre quella stagione, evidenziando la necessità la necessità di leggere questo periodo non come una semplice fase di declino, ma come una trasformazione delle forme della mobilitazione e delle pratiche politiche delle donne. Diversi fattori avrebbero contribuito a questo mutamento: la crisi delle organizzazioni della nuova sinistra, la radicalizzazione dello scontro politico che culmina nella stagione del terrorismo, l’ingresso di nuove generazioni di donne e l’emergere di ambiti di intervento più specifici. In questo contesto il femminismo si ridefinisce, dando luogo a una pluralità di percorsi che si sviluppano con ritmi differenti nelle diverse città e nei diversi contesti sociali. === 3.3.1 Il 1977 e il mutamento del contesto dei movimenti === Il 1977 rappresenta uno snodo importante nella storia dei movimenti italiani. La crisi delle organizzazioni extraparlamentari e la radicalizzazione dello scontro politico modificano profondamente il contesto nel quale il femminismo si era sviluppato negli anni precedenti. Il rapporto con il movimento del ’77 non assume una forma unitaria. In alcuni contesti vi sono punti di contatto, soprattutto per quanto riguarda la critica della delega politica, l’attenzione al vissuto e la sperimentazione di nuovi linguaggi politici. In altri casi, invece, le pratiche e le forme dello scontro politico presenti nel movimento del '77 accentuano le distanze rispetto alle pratiche femministe. Le posizioni variano significativamente da città a città e da collettivo a collettivo. In alcuni casi il femminismo mantiene rapporti di interlocuzione con il movimento antagonista e con le organizzazioni della nuova sinistra; in altri contesti si rafforza la scelta di autonomia politica già emersa negli anni precedenti. Questa pluralità di situazioni riflette la struttura stessa del femminismo italiano, caratterizzato fin dalle origini da una forte dimensione locale e da una molteplicità di esperienze organizzative. === 3.3.2 Doppia militanza e conflitti generazionali === Il nodo della doppia militanza, presente fin dall’inizio del decennio, si accentua nella seconda metà degli anni Settanta. Il rapporto tra femminismo e sinistra extraparlamentare, già segnato da tensioni profonde, di cui il congresso di Rimini di Lotta Continua nel 1976 rappresenta un momento emblematico, non si risolve in un abbandono generalizzato. Se una parte delle femministe aveva scelto la separazione come condizione necessaria per l’elaborazione politica, molte donne, in particolare tra le più giovani, continuano a mantenere legami con organizzazioni della sinistra extraparlamentare o con i partiti della sinistra storica. Questa pluralità di appartenenze produce tensioni nei collettivi. Le femministe “storiche” tendono talvolta a leggere la doppia militanza come una persistenza della cultura emancipazionista o come un limite all’autonomia; le nuove militanti vi vedono invece una possibilità di intervento su più piani. In diversi contesti tali divergenze contribuiscono alla crisi o allo scioglimento di gruppi consolidati. Le differenze generazionali si intrecciano con divergenze strategiche e teoriche. L’ingresso di nuove donne, spesso meno legate all’esperienza dell’autocoscienza originaria, modifica il lessico e le priorità dell’azione, mentre la trasmissione del patrimonio teorico dei primi anni Settanta si fa più discontinua. === 3.3.3 Trasformazioni delle pratiche e nuovi ambiti di intervento === Nella seconda metà degli anni Settanta le pratiche femministe si articolano in ambiti sempre più differenziati. Accanto ai collettivi che continuano a privilegiare l'elaborazione teorica, si sviluppano nuove forme di intervento legate a specifici ambiti della vita sociale, spessp legati alla salute delle donne, alla sessualità e alla maternità. In diverse città nascono consultori autogestiti, gruppi di self-help che affrontano temi come la contraccezione, la maternità e la conoscenza del corpo femminile. Tra le esperienze più note vi sono i consultori promossi da gruppi femministi a Milano, Roma e Bologna, spesso in relazione con le mobilitazioni per la depenalizzazione dell’aborto Accanto a questi si sviluppano spazi di produzione culturale e attività editoriali promossi da gruppi di donne. Queste iniziative contribuiscono alla diffusione delle elaborazioni femministe oltre i confini dei collettivi militanti e favoriscono la circolazione di testi, pratiche e linguaggi che avevano preso forma nella fase precedente del movimento. Questo processo non segue un andamento uniforme: alcune esperienze mantengono una forte dimensione politica collettiva, mentre altre assumono forme più circoscritte e specializzate. === 3.3.4 Femminismo e lavoro: l’emergere del femminismo sindacale === Un ambito particolarmente significativo di questa fase è rappresentato dal rapporto tra femminismo e lavoro salariato. A partire dalla metà degli anni Settanta si sviluppano infatti esperienze di femminismo sindacale che portano all’interno delle organizzazioni dei lavoratori alcune delle questioni emerse nel movimento delle donne. Tra il 1976 e il 1979 gruppi di delegate e militanti sindacali promuovono iniziative volte a mettere in discussione la marginalità delle questioni femminili nelle politiche sindacali. Temi come la parità salariale, la tutela della maternità, l’organizzazione del lavoro e la divisione sessuale delle mansioni entrano progressivamente nel dibattito sindacale. Queste iniziative si collocano spesso in una posizione intermedia tra movimento femminista e organizzazioni del lavoro. Da un lato esse portano nel sindacato alcune delle elaborazioni sviluppate nei collettivi femministi; dall’altro cercano di intervenire sulle condizioni materiali di lavoro delle donne, in particolare nei settori industriali e nei servizi. Il femminismo sindacale rappresenta così uno dei tentativi di tradurre alcune rivendicazioni del movimento delle donne all’interno delle istituzioni del lavoro organizzato, contribuendo al tempo stesso a ridefinire le politiche sindacali in materia di lavoro femminile. === 3.3.5 Riforme, diritto e istituzionalizzazione === La seconda metà degli anni Settanta è segnata da importanti passaggi legislativi che incidono direttamente sulle condizioni giuridiche delle donne. Dopo la riforma del diritto di famiglia del 1975 e l’istituzione dei consultori pubblici, il Parlamento approva nel 1977 la legge di parità tra uomini e donne nel lavoro e, nel 1978, la legge n. 194 che disciplina l’interruzione volontaria di gravidanza; inizia anche in questo periodo il dibattito sulla riforma dei reati di violenza sessuale. Questi processi accentuano una tensione già emersa negli anni precedenti: la traducibilità dell’esperienza femminile nella forma giuridica. Per una parte del femminismo l’intervento normativo rappresenta uno strumento necessario per garantire diritti e tutele alle donne; per altre componenti la centralità attribuita alla legge rischia di ridurre la portata trasformativa delle pratiche femministe, riportando le questioni poste dal movimento entro il linguaggio delle istituzioni. La legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza, approvata nel maggio 1978, produce reazioni divergenti. Le femministe che si erano opposte a qualsiasi regolamentazione giuridica ribadiscono l'impossibilità di tradurre in legge la complessità dell'esperienza femminile. Quelle che avevano sostenuto la battaglia per la legalizzazione esprimono insoddisfazione per i limiti del testo, in particolare per la clausola sull'obiezione di coscienza. La legge non chiude il dibattito: i collettivi continuano a mobilitarsi per la sua piena applicazione, a presidiare gli ospedali, a sostenere le donne nei percorsi di interruzione di gravidanza. Il dibattito sulla legge di parità tra i sessi nel mondo del lavoro (1977) e sulla proposta di legge contro la violenza sessuale riproduce le stesse linee di divisione: una parte del movimento lavora per ottenere tutele concrete, spostare la violenza sessuale dai reati contro la morale pubblica ai reati contro la persona, vietare le discriminazioni nel lavoro, mentre un'altra ritiene che qualsiasi regolamentazione giuridica ignori la differenza sessuale o non possa rappresentare adeguatamente la sofferenza delle donne. La legge sulla violenza sessuale verrà approvata solo nel 1996. In questo stesso periodo, alcune componenti del movimento intensificano il proprio impegno nel sociale: nei consultori, nei sindacati, nelle aule dei tribunali, nei centri antiviolenza. Questo spostamento verso l'esterno produce una trasformazione interna: i tempi dell'elaborazione teorica e quelli dell'azione nel sociale si sfalsano, e per alcune femministe il movimento tende a diventare una politica di servizio, perdendo la sua forza propulsiva originaria. Il referendum del 1981 - doppio: uno promosso dal Movimento per la vita per abrogare la 194, l'altro dal Partito Radicale per liberalizzarla ulteriormente - rappresenta l'ultima grande occasione di mobilitazione collettiva. La vittoria del no su entrambi i fronti mostra ancora una capacità di azione, ma anche la persistente frammentazione interna: di fronte al referendum radicale, molte femministe scelgono il rifiuto tanto dell’abrogazione promossa dal Movimento per la vita quanto della liberalizzazione proposta dal Partito Radicale segnala una posizione autonoma rispetto alle forze politiche tradizionali. La difesa della legge non coincide con l’identificazione con la sua forma; la sua esistenza non chiude il conflitto, ma lo sposta sul terreno dell’interpretazione e dell’applicazione === 3.3.6 Verso il femminismo diffuso (1977-1981) === Alla fine del decennio il femminismo italiano appare caratterizzato da una configurazione diversa rispetto alla fase iniziale del movimento. I grandi momenti di incontro nazionale diventano più rari, mentre le esperienze locali assumono un peso crescente. La storiografia più recente ha messo in discussione l'interpretazione che vede nella fine degli anni Settanta la fine tout court del femminismo. Alcune esperienze mostrano una continuità e una capacità di reinvenzione che non si esaurisce con il lungo Sessantotto. Questa trasformazione è stata interpretata da alcune studiose come il passaggio dal movimento femminista degli anni Settanta a un “femminismo diffuso”, caratterizzato da una presenza meno visibile ma più capillare nella società. In questa prospettiva le pratiche e le elaborazioni nate nei collettivi femministi continuano a rappresentare un patrimonio culturale e politico che circola in ambiti e forme diverse: centri di documentazione, riviste teoriche, cooperative, iniziative culturali. Non più movimento organizzato, ma insieme di pratiche e riferimenti condivisi che attraversano ambiti diversi della vita sociale e professionale. Al tempo stesso la ricostruzione storica di questa fase rimane complessa, sia per la molteplicità delle esperienze locali sia per la difficoltà di ricondurre percorsi differenti a una narrazione unitaria. Come ha osservato Elda Guerra, la storia del femminismo italiano richiede ancora una ricostruzione capace di cogliere la varietà dei contesti e delle pratiche che hanno caratterizzato questa stagione '''Relazioni, conflitti e fratture tra le anime del femminismo''' La pluralità del femminismo italiano non è solo varietà di gruppi e pratiche: è attraversata da tensioni che, con particolare evidenza dalla metà degli anni Settanta, si manifestano come conflitti espliciti. Queste tensioni riflettono differenze teoriche e politiche costitutive, che percorrono il movimento fin dalle origini e si ridefiniscono nel tempo. Una prima linea di differenza riguarda il rapporto tra elaborazione interna e intervento esterno. Per una parte del movimento la trasformazione politica passa attraverso un lavoro su di sé - l'autocoscienza, poi la pratica dell'inconscio - che non può essere subordinato a obiettivi di mobilitazione collettiva. Per un'altra parte, questo lavoro deve tradursi in azione nel sociale, in confronto con le istituzioni, in capacità di aggregare. Da questa tensione deriva una seconda frattura, più radicale: quella tra chi considera l'interlocuzione con le istituzioni un terreno legittimo di lotta e chi vi vede una forma di incorporazione che svuota le istanze femministe del loro contenuto. Si tratta, come sottolinea Calabrò (1985), di una posizione minoritaria ma teoricamente coerente, che rifiuta non tatticamente, ma per principio, qualsiasi mediazione: con le leggi, con i partiti, con le manifestazioni di massa. Il dibattito sull'aborto e, più tardi, quello sulla legislazione sul lavoro e sulla violenza sessuale sono i momenti in cui questa frattura diventa più visibile: mentre una parte del movimento partecipa alla contrattazione parlamentare, un'altra denuncia come qualsiasi regolamentazione giuridica lasci intatta la radice del problema. Alcune letture storiografiche hanno applicato questa polarità all'asse geografico Roma-Milano, individuando nelle due città due diverse concezioni di come la differenza femminile possa agire nel mondo (Lussana, 2012). Una terza linea di differenza riguarda il rapporto con la sinistra e la doppia militanza: la questione di come conciliare l'appartenenza al movimento femminista con la militanza nelle organizzazioni della sinistra extraparlamentare produce tensioni che attraversano il decennio A queste fratture teoriche se ne aggiunge una di natura diversa, che emerge intorno al 1976: il conflitto generazionale tra le femministe storiche e le donne che accedono al movimento in questa fase. Calabrò e Grasso (1985) descrivono questo processo come un rimescolamento delle carte: nascono molti nuovi gruppi, fluidi e di breve durata, che mescolano elementi delle diverse tendenze senza approfondirne nessuna. È in questo momento che il movimento femminista si allarga fino a diventare, almeno in parte, un più vasto movimento delle donne, che condivide alcune parole d'ordine femministe senza farne propria la radicalità teorica, un allargamento che è insieme un segno di forza e l'inizio di una crisi di identità che il movimento non riuscirà a risolvere. Il cap. 4 dovrebbe connettere gli spazi alle scelte politiche senza dirlo esplicitamente. In pratica dovrebbe fare due cose: spiegare perché il femminismo italiano produce questi spazi specifici (consultori, case delle donne, librerie, editoria) in questo momento storico, e suggerire che la forma che prendono — autogestita, separatista, autonoma dalle istituzioni — non è neutra ma riflette orientamenti politici precisi. == Cap. 4 - Spazi, infrastrutture, saperi == Nel corso degli anni Settanta il femminismo italiano non si limita a elaborare teorie e pratiche politiche. Accanto ai collettivi di autocoscienza e alle manifestazioni di piazza, il movimento produce infrastrutture materiali e simboliche - spazi fisici, istituzioni culturali, strumenti di comunicazione - che contribuiscono a estendere l'elaborazione femminista oltre i confini dei collettivi militanti, favorendo la costruzione di reti sociali e culturali autonome e dando corpo all'idea che il cambiamento non possa attendere le trasformazioni delle strutture esistenti, ma debba cominciare dal presente, dall'invenzione di forme di vita alternative. Questo capitolo ricostruisce alcune delle realizzazioni più significative di questo processo: i consultori autogestiti, in cui la salute del corpo femminile diventa terreno di sapere collettivo e di conflitto con la medicina istituzionale; i corsi monografici delle 150 ore, in cui il femminismo incontra il mondo del lavoro e si diffonde capillarmente nella società; gli spazi fisici, case delle donne e librerie, in cui il separatismo si fa luogo abitabile; e infine l'editoria femminista, che produce i linguaggi e i testi attraverso cui il movimento pensa se stesso e comunica con il mondo esterno.<ref>{{Cita|Lussana|p. 19}}</ref> ==4.1 Consultori autogestiti e self-help== ===4.1.1 Nascita e diffusione=== I consultori autogestiti rappresentarono uno dei principali luoghi attraverso cui le elaborazioni teoriche del neofemminismo si tradussero in pratiche collettive e in forme di intervento sociale. Essi sorsero in modo spontaneo e frammentato, senza rispondere a un piano comune preordinato, per iniziativa di singoli collettivi operanti in autonomia. Nati dall'incontro tra la rivendicazione dell'autodeterminazione sul corpo e la necessità di rispondere a bisogni materiali immediati, costituirono spazi nei quali la riflessione politica, la pratica sanitaria e la produzione di saperi alternativi si intrecciarono strettamente. Il contesto in cui tali esperienze si svilupparono fu caratterizzato dall'emergere di un nuovo dibattito pubblico sui temi della [[w:Contraccezione|contraccezione]] e dell'[[w:Aborto|aborto]], favorito anche da alcuni rilevanti interventi legislativi e giurisprudenziali. Nel 1971 la [[w:Corte_costituzionale_(Italia)|Corte costituzionale]] dichiarò l'illegittimità dell'articolo 553 del [[w:Codice_penale_(Italia)|codice penale]] nella parte relativa al divieto di propaganda anticoncezionale, rimuovendo un ostacolo giuridico alla diffusione di informazioni sulla [[w:Contraccezione|contraccezione]].<ref>{{Cita|Barone|p. 124}}</ref><ref>{{Cita pubblicazione|autore=Maud Anne Bracke|anno=2022|titolo=Family planning, the pill, and reproductive agency in Italy, 1945–1971: From ‘conscious procreation’ to ‘a new fundamental right’?|rivista=European Review of History: Revue européenne d'histoire|volume=29|numero=1|lingua=en}}</ref> Nello stesso anno il Movimento di Liberazione della Donna, di orientamento libertario e federato al [[w:Partito_Radicale_(Italia)|Partito Radicale]], annunciò la presentazione di una proposta di legge di iniziativa popolare per la depenalizzazione dell'aborto, contribuendo a collocare la questione al centro del dibattito politico del decennio.<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Anastasia|cognome=Barone|titolo=«Facevamo un consultorio, ma era un progetto politico»|p=125}}</ref> Nel giugno 1973 il processo celebratosi a Padova contro [[w:Gigliola_Pierobon|Gigliola Pierobon]] rappresentò il primo grande evento giudiziario e mediatico in Italia che contribuì a rompere il silenzio sull'aborto clandestino, trasformando un reato penale privato in un caso politico di rilevanza nazionale, grazie a una mobilitazione di massa da parte del movimento femminista.<ref>{{Cita libro|autore=Anna Rita Calabrò, Laura Grasso|titolo=Dal movimento femminista al femminismo diffuso. Storie e percorsi a Milano dagli anni '60 agli anni '80|anno=1985|editore=Franco Angeli|città=Milano|ISBN=978-88-204-4530-0}}</ref> È in questo quadro che, tra la fine del 1973 e l'inizio del 1974, si costituirono a Roma le prime esperienze di autogestione nell'ambito della salute femminile: il consultorio di San Lorenzo, sorto da un gruppo dedicato ad aborto e contraccezione interno al Movimento femminista romano di via Pompeo Magno animato da Simonetta Tosi, e il Gruppo Femminista per la Salute della Donna, orientato invece prevalentemente alla pratica del self-help e alla ricerca.<ref>{{Cita|Barone|pp. 126-129}}</ref><ref>{{Cita|Tozzi 1984}}</ref><ref>{{Cita web|url=https://roma.repubblica.it/cronaca/2025/06/18/news/san_lorenzo_consultorio_via_dei_frentani_simonetta_tosi-424678188/|titolo=San Lorenzo, il consultorio di via dei Frentani dedicato a Simonetta Tosi|accesso=30 giugno 2026|data=18 giugno 2025}}</ref> Nel corso del 1974 e del 1975 esperienze analoghe sorsero in numerose città, tra cui Torino, Padova, Milano e Trento, e in seguito anche a Bergamo e Pinerolo.<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|anno=1987|titolo=Corpo a corpo|rivista=Memoria|numero=19-20|p=195}}</ref> La rapida diffusione dei consultori autogestiti fu favorita sia dalla carenza di servizi dedicati alla salute e alla sessualità femminile, sia dalla volontà di sperimentare pratiche alternative rispetto ai modelli medici e assistenziali tradizionali, in una fase in cui l'aborto era ancora illegale, e vietata, fino al 1976, la vendita di contraccettivi nelle farmacie, nonostante l'avvenuta abrogazione da parte della Corte Costituzionale dell'art. 553.<ref>{{Cita web|url=https://www.aied.it/la-storia/|titolo=La nostra storia|accesso=30 giugno 1976}}</ref> I consultori si trovarono così a negoziare costantemente la propria natura: pur rifiutando l'idea di ridursi ad ambulatori alternativi, oscillarono spesso tra l'erogazione di un "servizio" volto a colmare le carenze dell'assistenza sanitaria e la ricerca di relazioni politiche radicalmente nuove.<ref>{{Cita|Barone|pp. 120-121}}</ref><ref>{{Cita|Tosi 1987A|p. 156}}</ref> ===4.1.2 Internazionalizzazione, self-help e aborto autogestito=== I consultori autogestiti e i gruppi per la salute della donna sorsero in un contesto di intensi scambi internazionali, in particolare con i movimenti femministi francesi e statunitensi, da cui derivò gran parte delle pratiche concrete adottate in Italia. Già nel 1971 il neonato Movimento di Liberazione della Donna aveva organizzato una conferenza dedicata alle cliniche autogestite dalle donne negli Stati Uniti.<ref>{{Cita|Barone|p. 123}}</ref> Un momento particolarmente significativo avvenne nel 1973, quando Carol Downer e Debra Law, esponenti del Los Angeles Women's Health Center, in un incontro pubblico a Roma presso il [[w:Teatro_Eliseo|Teatro Eliseo]], mostrarono alla platea la tecnica dell'autovisita: l'utilizzo combinato di uno ''speculum'' di plastica, uno specchio e una pila permetteva di osservare autonomamente le pareti vaginali e il collo dell'utero, suscitando forte impressione e venendo percepita da molte partecipanti come un'esperienza di riappropriazione del proprio corpo.<ref name=":0">{{Cita|Tozzi 1987A|p. 158}}</ref> La diffusione di questa cultura fu accelerata nel 1974 dalla pubblicazione della traduzione italiana del testo collettivo statunitense ''Noi e il nostro corpo'' (''Our Bodies, Ourselves''), che divenne uno dei principali strumenti di diffusione delle conoscenze sulla salute femminile all'interno del movimento.<ref name=":0" /><ref>Stefania Voli, Storia di una traduzione, in Zapruder. Rivista di storia della conflittualità sociale, n. 13, Odradek Edizioni, maggio-agosto 2007.</ref> L'autovisita, la discussione sul ciclo mestruale, sulla contraccezione, sulla sessualità e sul piacere femminile permisero di scardinare la tradizionale gerarchia tra l'esperto e l'utente. Secondo la critica femminista, le donne non dovevano essere considerate pazienti passive, ma partecipanti attive di un processo di apprendimento e di produzione condivisa del sapere. La cooperazione transnazionale si rivelò decisiva anche sul piano operativo dell'aborto autogestito, introdotto per rispondere alla piaga degli aborti clandestini. Grazie ai rapporti con le attiviste francesi del MLAC (''Mouvement pour la liberté de l'avortement et de la contraception''), i collettivi italiani appresero e diffusero il metodo Karman.<ref>{{Cita|Tozzi 1987A|p. 161}}</ref> Questa tecnica di aspirazione risultava molto meno invasiva del tradizionale raschiamento e, richiedendo una strumentazione semplice, era praticabile anche da personale non medico, rappresentando una fondamentale innovazione politica e pratica per i gruppi che gestivano le interruzioni di gravidanza.<ref>{{Cita|Barone|p. 124}}</ref> ===4.1.3 Critica del sapere medico e delle istituzioni=== Nei consultori autogestiti la salute femminile veniva reinterpretata come questione politica e non esclusivamente medica. Le pratiche di ''self-help'' si fondavano sull'idea di una riappropriazione dal basso della gestione della salute e dei saperi sul corpo, tradizionalmente monopolizzati e privatizzati dalla medicina specialistica patriarcale. L'esperienza dei consultori si accompagnò a una critica radicale dell'autorità medica e della pretesa neutralità dei saperi scientifici. In particolare, la ginecologia e la psichiatria vennero interpretate come ambiti nei quali si erano storicamente esercitate forme di controllo sociale e sessuo-politico sui corpi femminili.<ref name=":0" /> Tale critica si inserisce in un più ampio clima di contestazione delle istituzioni sanitarie e assistenziali che caratterizzò l'Italia degli anni Settanta: in quegli stessi anni si svilupparono le lotte per la salute nei luoghi di lavoro legate all'esperienza di Medicina Democratica e di [[w:Giulio Maccacaro|Giulio Maccacaro]], e il movimento di deistituzionalizzazione psichiatrica, ispirato all'opera di [[w:Franco Basaglia|Franco Basaglia]], rimise in discussione l'autorità medica come dispositivo di controllo sociale.<ref>{{Cita|Barone|p. 123}}</ref> Le esperienze femministe condivisero con questi movimenti la rivendicazione di una riappropriazione dal basso della gestione della salute e la ridefinizione del concetto stesso di salute in chiave sociale, e non meramente clinica. La medicalizzazione della gravidanza, del parto e della sessualità femminile veniva così riletta come una forma di espropriazione del sapere e dell'autonomia delle donne. ===4.1.4 Istituzionalizzazione, conflitti e trasformazioni=== I consultori autogestiti furono spesso luoghi di incontro tra donne provenienti da esperienze politiche differenti: collettivi femministi, gruppi della sinistra extraparlamentare, ambienti radicali e associazioni impegnate sui temi della contraccezione e della salute sessuale. Questa pluralità di provenienze favorì la costruzione di reti di collaborazione, ma produsse anche tensioni riguardo al rapporto con le istituzioni.<ref>{{Cita|Barone|p. 121}}</ref><ref>{{Cita|Lussana 1997|pp. 562-563}}</ref><ref>{{Cita|Tozzi 1987A|pp. 155-156}}</ref> Rispetto alle pratiche sviluppate nei piccoli gruppi di autocoscienza, i consultori implicavano un rapporto più diretto con il territorio, con donne esterne al movimento e, progressivamente, con le istituzioni, rendendo particolarmente visibile il problema del rapporto tra autonomia femminista e intervento sociale.<ref>{{Cita|Percovich|p. 15}}</ref> L'approvazione della legge n. 405 del 1975, che istituì i consultori familiari pubblici, pose concretamente il problema dell'istituzionalizzazione delle pratiche femministe.<ref>{{Cita|Barone|pp. 121-122}}</ref> Se alcune militanti scelsero di operare all'interno delle nuove strutture pubbliche per influenzarne l'organizzazione, altre considerarono l'autonomia dei consultori autogestiti una condizione irrinunciabile della pratica politica femminista.<ref>{{Cita|Lussana 1997|pp. 563-564}}</ref> Il dibattito sui consultori pubblici investì il movimento di una tensione interna mai del tutto risolta, riassumibile nella contrapposizione tra «lavorare con le donne» e «lavorare per le donne»<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|titolo=Corpo a corpo|p=195}}</ref>: da un lato i gruppi che, come a Torino e a Padova, scelsero di assumere una funzione di servizio sociale e richiesero il riconoscimento e il finanziamento pubblico; dall'altro le esperienze, come il Gruppo Femminista per la Salute della Donna di Roma o il Centro per una Medicina delle Donne di Milano, che si ritrassero da tale prospettiva, temendo che farsi carico della gestione di un servizio comportasse la rinuncia alla ricerca e all'autonomia politica originarie. La proposta del CRAC (Coordinamento romano aborto e contraccezione) di richiedere il finanziamento pubblico ai consultori autogestiti, motivata dal principio secondo cui «autogestione non significa autofinanziamento», fu duramente contestata da un gruppo di femministe milanesi, che vi scorsero il rischio di una collaborazione con le stesse istituzioni mediche da cui ci si voleva emancipare.<ref>{{Cita|Barone|p. 132}}</ref> Il consultorio della Bovisa, a Milano, scelse infine di chiudere proprio in seguito all'istituzione dei consultori pubblici, ritenendo che la propria esperienza, nata come laboratorio di ricerca e non come servizio continuativo, non potesse né autogestirsi indefinitamente né istituzionalizzarsi senza tradire la propria natura<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|titolo=Corpo a corpo|pp=198-199}}</ref>. Un conflitto analogo, ma con esiti diversi, riguardò il rapporto tra i collettivi femministi e l'Unione Donne Italiane (UDI), che a Roma sostenne invece una concezione di «gestione sociale» del servizio, fondata sulla delega allo Stato della responsabilità collettiva sulla salute delle donne, contrapposta all'autogestione rivendicata dai gruppi femministi.<ref>{{Cita|Barone|p. 132}}</ref> Negli anni successivi, mentre molte esperienze autogestite si esaurivano, nuove forme di organizzazione e di produzione culturale - case delle donne, librerie, centri di documentazione - avrebbero raccolto parte della loro eredità.<ref>{{Cita|Lussana|p. 19}}</ref> == 4.2 Le 150 ore delle donne == I corsi monografici delle 150 ore rappresentano uno degli spazi in cui il femminismo degli anni Settanta incontra più direttamente il mondo del lavoro organizzato. Nati nel quadro del contratto nazionale dei metalmeccanici del 1973, che prevedeva 150 ore di permessi retribuiti triennali finalizzati all'elevazione culturale e professionale dei lavoratori, i corsi si diffusero rapidamente in tutto il paese, soprattutto nell'Italia del Nord, dove esistevano numerosi Coordinamenti FLM e collettivi femministi radicati nelle fabbriche. === Dal diritto allo studio ai corsi per donne === L'idea di dedicare corsi monografici alla sola condizione femminile, riservati a sole donne, nasce a Torino alla fine del 1974 tra sindacaliste e femministe che di lì a pochi anni avrebbero fondato l'Intercategoriale donne CGIL-CISL-UIL (Lona, 2015). Confrontare con: L'iniziativa nacque dall'incontro tra il femminismo sindacale, in particolare i Coordinamenti donne FLM (Federazione Lavoratori Metalmeccanici), e i gruppi del femminismo militante. Tra i promotori figurarono collettivi sindacali femminili e collettivi di quartiere come il gruppo di via Gabbro a Milano e il Collettivo Aurelio-Cavalleggeri a Roma. Con l'apertura progressiva ad altre categorie, tra il 1974 e il 1975 furono istituiti corsi specificamente indirizzati alle donne (lavoratrici, casalinghe, disoccupate), tenuti da femministe e docenti universitarie. I contenuti riguardavano salute femminile, sessualità, lavoro domestico, condizione delle donne. L'esperienza si radicò nelle aree a forte industrializzazione: Torino con corsi sulla salute e medicina, Milano come fulcro della riflessione teorica, Reggio Emilia e Bologna con forte partecipazione delle lavoratrici, le province venete di Venezia, Padova e Treviso tra il 1975 e il 1976, Roma come centro per la nascita di istituzioni educative autonome. La partecipazione fu significativa, con molte donne che trovavano nei corsi occasioni di formazione altrimenti inaccessibili e spazi di socializzazione (Lussana, 2012; Bellè, 2021). Le partecipanti sono lavoratrici di ogni categoria — operaie, impiegate, casalinghe, studentesse, disoccupate — e i temi affrontati vanno ben oltre i contenuti previsti dal progetto sindacale originario: la salute, la sessualità, il corpo, la maternità, l'aborto, il lavoro domestico, i rapporti familiari. Alcune esperienze particolarmente significative si svolgono a Bergamo (1974-75), Genova (dal 1975), Torino (dal 1975, con la nascita dell'Intercategoriale che proseguirà le sue attività fino al 1981), Milano (dal 1976), Roma, Alessandria — dove i risultati del corso del 1978 vengono raccolti nel volume collettivo ''La salute della donna'' (Edizioni dell'Orso, 1979) — e nel Veneto, con i corsi di Verona e Padova avviati nel 1979 dopo una lunga negoziazione con i rispettivi atenei, che richiesero persino il parere favorevole di apposite commissioni del Senato accademico prima di approvare corsi riservati esclusivamente a donne e tenuti da sole docenti donne (Lona, 2015). La dinamica interna ai corsi è spesso quella dell'autocoscienza allargata: le partecipanti si dividono in gruppi, discutono a partire dalla propria esperienza, e producono materiali scritti collettivamente — ciclostilati, opuscoli, a volte veri e propri libri. È in questo contesto che molte donne scrivono per la prima volta. L'esperienza più documentata è quella del corso di Affori, periferia nord di Milano, dove Lea Melandri viene assegnata nel dicembre 1976 a una classe composta quasi interamente da casalinghe over quaranta. Melandri descrive quel corso come "un laboratorio unico e originale nel tentativo di mettere a confronto intellettuali e donne comuni", in cui "le teorie elaborate dai gruppi femministi erano costrette ad esporsi agli interrogativi che venivano ancora una volta dalle vite concrete" (Melandri, archiviodilea.wordpress.com). Tra i testi prodotti dalle corsiste, il più noto è ''I pensieri vagabondi di Amalia'', di Amalia Molinelli, che ricostruisce una biografia femminile attraverso il fascismo, la Resistenza, l'emigrazione a Milano e il lavoro domestico, confrontando la propria esperienza con i testi letti durante il corso. Il nodo del rapporto tra docenti femministe e corsiste è uno dei più ricchi e problematici dell'intera esperienza. Le femministe che insegnano portano nei corsi le teorie elaborate nei collettivi; le casalinghe e le operaie portano le loro biografie. L'incontro è trasformativo per entrambe, ma non privo di tensioni: le aspettative sono diverse, il rapporto con la scrittura è asimmetrico, e il sindacato guarda spesso con diffidenza a classi formate da sole casalinghe, faticando a riconoscerne la legittimità nell'ambito di uno strumento pensato per i lavoratori (Lussana, 2012). Il rapporto con il sindacato è infatti tutt'altro che lineare. Come emerge dall'incontro nazionale di Firenze del febbraio 1978, i corsi delle donne devono continuamente negoziare tra la pratica femminista del partire da sé e le logiche di un'organizzazione che stenta a riconoscere la specificità femminile come terreno politico autonomo. Secondo Lussana, tuttavia, proprio questa tensione è produttiva: i corsi 150 ore delle donne costituiscono "il momento di incontro per eccellenza del pensiero femminista con la cultura e l'organizzazione dei lavoratori" e il veicolo attraverso cui il femminismo raggiunge donne che non avrebbero mai incrociato i collettivi separatisti, diventando per la prima volta pratica di massa (Lussana, 2012). Un'acquisizione che Chiara Saraceno — che insegnò essa stessa in corsi di 150 ore a Trento — individua non tanto nei contenuti affrontati, quanto nella dimensione più elementare e più radicale: quella di legittimare le donne a prendere tempo per sé, sottraendosi alla casa e alla famiglia (cit. in Raimo, 2023). === Metodo e women studies popolari === I corsi integrarono elaborazione teorica e raccolta di storie individuali, sviluppando un metodo che partiva dai vissuti delle partecipanti. Si realizzò un incontro tra ricercatrici, accademiche e donne con diversi livelli di scolarizzazione, definito "women studies popolari". Questo approccio mise in luce una questione diversa rispetto ai corsi per operai. Nei corsi maschili si affrontava la divisione tra lavoro manuale e intellettuale all'interno della classe. Nei corsi femminili emergeva che i saperi disciplinari erano costruiti su prospettive e linguaggi maschili, ponendo alle donne il problema dell'accesso a saperi pensati a partire da un soggetto diverso da loro. === Eredità istituzionale === Le 150 ore rappresentarono un punto di incontro tra femministe e donne che non avevano partecipato al movimento, portando il femminismo a operaie, casalinghe, impiegate (Lussana, 2012; Bracke, 2019). Dall'esperienza dei corsi nacquero istituzioni autonome. Nel 1979 venne fondata a Roma l'Università delle donne "Virginia Woolf", a Milano la Libera Università delle Donne. Queste istituzioni proposero una ricerca che considerasse la dimensione di genere nelle discipline e nella relazione pedagogica (Lussana, 2012; Stelliferi, 2022). La fase di massima espansione dei corsi per sole donne basati sull'autocoscienza si collocò tra il 1975 e i primi anni Ottanta. Questa forma specifica si trasformò o esaurì entro la metà degli anni Ottanta, mentre le istituzioni generate dall'esperienza continuarono la loro attività. == 4.3 Case e librerie delle donne == La conquista di uno spazio fisico autonomo è, negli anni Settanta, una delle forme più concrete attraverso cui il separatismo femminista si traduce in realtà materiale. A partire dalla seconda metà degli anni Settanta comparvero le prime Case delle donne, destinate a diventare uno dei simboli più duraturi del femminismo italiano. Questi spazi rispondono a molteplici esigenze: sedi di attività politica in cui convivono collettivi diversi, si organizzano assemblee e campagne, si producono e circolano materiali, si elabora teoria, ma anche attività culturali, luoghi in cui vengono offerti servizi concreti per donne in difficoltà, spazi di accoglienza. La loro costituzione avviene secondo modalità differenti — l'occupazione diretta, la negoziazione con le amministrazioni locali, la fondazione cooperativa — e in ciascun caso il processo di conquista dello spazio è esso stesso un atto politico. Il caso apripista per le case delle donne è Roma. Il 2 ottobre 1976 i movimenti femministi romani - il Movimento femminista di via Pompeo Magno, il collettivo di via Pomponazzi e alcune donne del Partito radicale - occupano Palazzo Nardini, un edificio quattrocentesco abbandonato da oltre un decennio in via del Governo Vecchio, dietro piazza Navona (Camilli, 2018). L'occupazione è non violenta e immediatamente simbolica: il palazzo era stato sede della Pretura, luogo istituzionale per eccellenza, ora sottratto e restituito alle donne. Nei sette anni di occupazione vi trovano sede decine di realtà diverse - il consultorio self-help dell'MLD, un asilo nido aperto al quartiere, il collettivo contro la violenza alle donne, la redazione di ''Quotidiano Donna'', Radio Lilith, gruppi teatrali, di ricerca, lesbici. È alla Casa del Governo Vecchio che MLD, UDI e gruppi femministi elaborano il testo della legge di iniziativa popolare contro la violenza sessuale, e da lì parte nel novembre 1976 la fiaccolata ''Riprendiamoci la notte''. (Stelliferi, 2013). A Milano il dibattito sullo spazio delle donne si intreccia con una questione teorica esplicita. Quando il collettivo di via Mancinelli discute della propria sede, emerge una distinzione netta tra "luogo delle donne" e "sede": quest'ultima viene considerata espressione di un modo di fare politica ancora maschile, legato all'istituzione più che alla relazione. Il luogo delle donne deve implicare l'affettività, lo stare insieme, la vita quotidiana oltre che la militanza (Calabrò-Grasso). Dopo lo scioglimento di via Mancinelli nel 1978, molte delle donne confluiscono in Col di Lana, che assumerà progressivamente le caratteristiche di casa delle donne in senso pieno. [da integrare con materiale su Col di Lana] A Torino la Casa delle donne nasce nel marzo 1979 con l'occupazione dell'ex manicomio femminile di via Giulio, scelta deliberatamente simbolica, che trasforma un luogo storico di segregazione in spazio di liberazione. Dopo una trattativa con il Comune, le donne ottengono locali nel Palazzo dell'Antico Macello di Po in via Vanchiglia, dove la Casa ha sede ancora oggi. A Mestre il percorso mostra come la conquista dello spazio passi talvolta attraverso la mediazione con le amministrazioni di sinistra. Nel novembre 1977 il Coordinamento femminista occupa villa Franchin nel parco di Carpenedo; lo sgombero arriva il 28 dicembre, ma il Comune, che aveva già istituito il primo referato alla Condizione femminile in Italia, avvia una trattativa che porterà all'apertura di un Centro donna in piazza Ferretto. L'esperienza veneziana mostra anche i rischi della dipendenza istituzionale: nel 1985 il cambio di giunta mette a rischio il carattere autonomo del Centro, aprendolo a gruppi non femministi e scatenando una reazione decisa delle donne che lo avevano costruito . Le librerie delle donne appartengono allo stesso ecosistema di spazi politici, ma con una fisionomia propria. Non nascono per occupazione ma per fondazione cooperativa, e la loro funzione non è solo la circolazione dei testi ma la produzione di sapere e la costruzione di relazioni. La prima e più importante è la Libreria delle donne di Milano, fondata nel 1975 in via Dogana da un collettivo che include Luisa Muraro e Lia Cigarini, quest'ultima già attiva nel DEMAU, uno dei primi gruppi femministi italiani. Si ispira alla Librairie des Femmes di Parigi, ma a differenza di essa sceglie inizialmente di proporre solo opere di donne, per enfatizzare il sapere femminile. Fin dalla sua fondazione è luogo di elaborazione teorica oltre che spazio commerciale: organizza riunioni, discussioni politiche, proiezioni, e possiede un fondo di testi esauriti e introvabili. Negli anni '80, quando il movimento si frammenta, la Libreria diventa, secondo Calabrò, l'unico soggetto milanese ad "assumere il significato simbolico della continuità tra passato e presente", punto di riferimento riconosciuto collettivamente in un panorama altrimenti privo di leadership (Calabrò-Grasso]). È in questo spazio che si consolida il femminismo della differenza italiano, con la pubblicazione di ''Sottosopra'' (dal 1983) e ''Via Dogana'', e con l'elaborazione collettiva che confluirà in ''Non credere di avere dei diritti'' (1987). Questi spazi — case occupate, centri negoziati, librerie cooperative — costituiscono nel loro insieme un'infrastruttura politica e culturale che il movimento costruisce autonomamente, al di fuori delle istituzioni e spesso in tensione con esse. Ciò che li accomuna è l'idea che lo spazio fisico non sia neutro: abitarlo, conquistarlo, dargli forma è già fare politica. == 4.4 Editoria femminista == Negli anni Settanta l'editoria femminista italiana si afferma come dimensione costitutiva dell'azione politica. Produrre testi, riviste, opuscoli e libri non è un'attività separata dalla militanza: la scrittura e la circolazione dei materiali sono il modo in cui il movimento elabora pratiche, costruisce linguaggi comuni e rende visibile ciò che era rimasto confinato nella sfera privata - sessualità, maternità, lavoro domestico, violenza. Questa produzione si caratterizza fin dall'inizio per il rifiuto dei circuiti editoriali tradizionali, percepiti come parte delle stesse strutture di potere che il movimento contesta. Le prime esperienze sono autogestite e sperimentali, fondate sul lavoro volontario: manifesti, ciclostilati, opuscoli prodotti dai collettivi e diffusi attraverso reti informali. La prima casa editrice femminista in senso proprio, Scritti di Rivolta Femminile, nasce a Roma nel 1970, fondata da Carla Accardi e Carla Lonzi, tra le fondatrici del collettivo Rivolta Femminile. La collana dei "Libretti verdi" si distingue per la sobrietà grafica e la radicalità teorica: Lonzi rifiuta consapevolmente recensioni, promozione e mediazioni commerciali, ritenendo che snaturino le istanze femministe. Il suo ''Sputiamo su Hegel'' (1974) diventerà uno dei testi fondativi del femminismo della differenza, con circolazione internazionale. Nel 1972 nascono A Roma Edizioni delle donne, affini all'esperienza francese di Éditions des femmes, con un catalogo che include testi teorici e traduzioni di autrici allora poco note in Italia come Kristeva, Wittig e Duras. Nello stesso anno a Milano il gruppo Anabasi pubblica la prima antologia del femminismo internazionale, ''Donne è bello.'' Nel 1975 nasce a Milano La Tartaruga, fondata da Laura Lepetit, destinata a diventare una delle realtà più durature dell'editoria femminista italiana. Sul versante periodico, la proliferazione è straordinaria e riflette la pluralità interna al movimento. Tra le esperienze di maggiore rilievo e durata: ''Effe'' (1973-1982), primo mensile femminista di attualità e cultura a diffusione nazionale, nato a Roma con la collaborazione di giornaliste, studiose e scrittrici; ''Sottosopra'' (Milano, 1973), rivista di movimento che diventerà uno dei luoghi teorici centrali del femminismo della differenza; ''DWF – Donna Woman Femme'' (Roma, 1975), trimestrale attento alla ricerca storica e alla traduzione di testi internazionali. Accanto a queste, decine di testate di breve durata legate ai collettivi locali documentano orientamenti differenti, dal marxismo femminista al lesbismo, dalla riflessione sulla differenza sessuale alle lotte per il salario al lavoro domestico. L'insieme di queste esperienze - case editrici, riviste - costituisce un'infrastruttura culturale autonoma che il movimento costruisce parallelamente alle strutture istituzionali e spesso in opposizione ad esse. È in questo spazio che si elabora non solo la teoria femminista, ma anche la sua forma: una forma che rifiuta la neutralità del sapere accademico e rivendica la soggettività come punto di partenza epistemologico. All’inizio degli anni Settanta la crescita dei collettivi femministi è accompagnata da una rapida espansione della stampa militante. Accanto ai bollettini e alle riviste prodotti dai gruppi del movimento, continua tuttavia a esistere una stampa femminile legata alle organizzazioni politiche della sinistra o alle culture marxiste rivoluzionarie. I diversi circuiti editoriali riflettono la pluralità dei contesti politici nei quali si sviluppa il femminismo italiano. == 4.5 Arte e cinema == == Note == <references/> == Bibliografia == * {{Cita libro|autore=Anastasia Barone|titolo=«Facevamo un consultorio, ma era un progetto politico». I consultori a Roma prima e dopo la legge 405/1975|anno=2023|editore=Viella|città=Roma|pp=119-148|ISBN=9791254692349|opera=Anni di rivolta. Nuovi sguardi sui femminismi degli anni Settanta e Ottanta|curatore=Paola Stelliferi, Stefania Voli|cid=Barone}} * {{Cita pubblicazione|autore=Alfero Boschiero, Nadia Olivieri|anno=2022|titolo=Il corpo mi corrisponde|rivista=Venetica|numero=1}} * {{Cita pubblicazione|autore=Vicky Franzinetti|anno=1987|titolo=In senso dell'autogestione|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=181-187|cid=Franzinetti}} * {{Cita libro|autore=Fiamma Lussana|titolo=Le donne e la modernizzazione: il neofemminismo degli anni settanta|anno=1997|editore=Einaudi|città=Torino|pp=471-565|ISBN=88-06-13571-6|opera=Storia dell'Italia repubblicana, vol.III, t.2|cid=Lussana 1997}} * {{Cita libro|autore=Luciana Percovich|titolo=La coscienza nel corpo. Donne, salute e medicina negli anni Settanta|anno=2005|editore=Franco Angeli|città=Milano|cid=Percovich}} * {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1984|titolo=Il movimento delle donne, la salute, la scienza. L'esperienza di Simonetta Tosi|rivista=Memoria|numero=11-12|cid=Tozzi 1984}} * {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1987|titolo=Molecolare, creativa, materiale: la vicenda dei gruppi per la salute|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=153-180|cid=Tozzi 1987A}} * {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1987|titolo=Alla radice del "self-help". Gruppo femminista per la salute della donna (G.F.S.D.)|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=202-205|cid=Tozzi 2}}<br /> == Introduzione == Il femminismo degli anni Settanta costituisce uno dei passaggi più incisivi della storia politica e culturale dell’Italia contemporanea. Tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta, una fitta rete di collettivi e gruppi diffusi sull’intero territorio nazionale mise in discussione i ruoli di genere, le relazioni tra i sessi e le stesse categorie attraverso cui venivano definiti la politica, i linguaggi, le forme del sapere e le soggettività. La novità del neofemminismo non risiede unicamente nelle rivendicazioni avanzate, ma nelle pratiche attraverso cui esse furono elaborate: l’autocoscienza, la politicizzazione dell’esperienza personale, la centralità del corpo e della sessualità come luoghi di produzione di sapere e di conflitto. L’esperienza femminile non venne più subordinata a cornici interpretative esterne - di partito, di classe o di tradizione ideologica - ma assunta come punto di partenza per una rielaborazione teorica autonoma, capace di ridefinire il confine tra privato e pubblico, vita e politica, e di interrogare i nessi tra potere, sapere e corporeità. Il femminismo di questo periodo si presenta come un insieme articolato di esperienze differenziate, radicate in contesti territoriali, culturali e politici diversi, con orientamenti teorici e strategie non omogenei. Tale pluralità - visibile nel diverso rapporto con la sinistra, i movimenti e le istituzioni, nell’alternativa tra separatismo e doppia militanza, nelle letture della subordinazione femminile in termini di classe o di differenza sessuale, nelle modalità di intervento pubblico - costituisce un tratto strutturale del movimento. La storiografia ha posto questo nodo al centro della riflessione, interrogandosi sull’uso dei termini “femminismo” e “femminismi”: se il singolare consente di cogliere la forza storica di un processo collettivo accomunato dalla critica alle gerarchie di genere, il plurale rende conto della molteplicità delle culture politiche e dei linguaggi che lo attraversarono (Guerra 2005). La trasformazione che si produce alla fine del decennio non coincide con una cesura netta. Piuttosto, la crisi della forma-movimento apre una fase di riorganizzazione e ridefinizione: negli anni ottanta molte pratiche e molte elaborazioni proseguono in forme differenti, attraverso luoghi culturali, reti associative e iniziative di produzione che consolidano un femminismo meno centrato sulla mobilitazione di massa, ma capace di incidere in modo duraturo nel tessuto sociale (Guerra 2005). La categoria di “eredità” permette di leggere questo passaggio senza ridurlo a una narrazione di declino. Questo volume adotta una prospettiva che intreccia ricostruzione storica e riflessione storiografica, assumendo come oggetto non soltanto gli eventi e le organizzazioni, ma le pratiche, i linguaggi e i luoghi di produzione del sapere femminista. Dopo una sezione dedicata alle genealogie - il rapporto con il ’68, con la tradizione emancipazionista e con le reti transnazionali - il percorso analizza le pratiche fondative, la pluralità delle esperienze, i rapporti con movimenti, partiti e istituzioni, nonché gli spazi materiali e simbolici attraverso cui il femminismo costruì nuove forme di socialità e di cultura. Una parte conclusiva è dedicata alle trasformazioni degli anni ottanta e alle principali interpretazioni storiografiche del neofemminismo, affrontando le questioni di periodizzazione, di metodo e di memoria che ancora attraversano il dibattito. Il volume assume le pratiche, i luoghi e i linguaggi come chiavi di lettura attraverso cui osservare l’intreccio tra dimensione politica, sociale e culturale del femminismo italiano degli anni Settanta, un'intersezione nella quale maggiormente si coglie la portata trasformativa del movimento. Introduzione Parte II Il femminismo degli anni Settanta si caratterizza per la centralità attribuita alle pratiche - come il separatismo e l’autocoscienza – che non rappresentano semplicemente forme organizzative, ma luoghi di elaborazione politica e di produzione di sapere. La condivisione delle esperienze individuali consente di mettere in discussione l’apparente naturalità dei ruoli di genere e di individuare i meccanismi sociali e culturali che regolano i rapporti tra uomini e donne. In questo senso, le pratiche non si limitano a descrivere la realtà, ma contribuiscono a ridefinirla; la politica non è intesa soltanto come intervento nello spazio pubblico, ma come processo che prende avvio dall’esperienza vissuta e dalle relazioni tra donne. All’interno di questo processo si afferma il principio secondo cui “il personale è politico”, che consente di collegare le esperienze quotidiane alle strutture sociali più ampie. Attraverso questa prospettiva, ambiti tradizionalmente considerati privati – come la sessualità, la maternità e la vita familiare – diventano oggetto di analisi e intervento politico. È in questo quadro che il corpo emerge come un nodo centrale della riflessione femminista. Non si tratta di un ambito già definito, ma di un terreno che prende forma progressivamente attraverso le pratiche del movimento. Le esperienze legate alla sessualità, alla riproduzione e alla salute vengono condivise, confrontate e reinterpretate, dando luogo a una nuova consapevolezza che mette in discussione i modelli culturali dominanti; elaborazione teorica e sperimentazione pratica non costituiscono ambiti separati, ma dimensioni intrecciate di un medesimo percorso di politicizzazione. Le pratiche del movimento non furono adottate in modo uniforme né assunsero significati univoci, ma costituirono un repertorio condiviso, rielaborato in forme differenti nei diversi contesti. Tale pluralità rinvia alla coesistenza di differenti modi di intendere la liberazione delle donne e al rifiuto di modelli organizzativi gerarchici e di una definizione univoca delle priorità. Tuttavia, essa condivise alcuni elementi fondamentali: la messa in discussione della distinzione tra sfera privata e sfera pubblica, la conseguente ridefinizione del politico e delle forme della soggettività femminile. Le sezioni che seguono analizzano, da diverse prospettive, le principali pratiche e i nodi concettuali attraverso cui il femminismo degli anni Settanta ha ridefinito il rapporto tra esperienza, conoscenza e azione politica. PARTE 3 "le radici del femminismo radicale italiano affondino al di fuori del contesto universitario, dei partiti e dei movimenti sociali, e si congiungano con l’azione di donne non più giovanissime alla fine degli anni Sessanta e senza pregresse, strutturate esperienze politiche." (tesi stelliferi) 32 Il primo collettivo neofemminista italiano, Demau (Demistificazione Autoritarismo; Demistificazione [dell] autoritarismo), precede in realtà (1966) la rivolta studentesca e operaia della fine degli anni '60. - Strazzeri, p. 6 == Cronologia principale == === 1965-1982 === {| class="wikitable sortable" ! Anno ! Gruppi che nascono ! Gruppi che si sciolgono ! Eventi ! Convegni / Incontri ! Manifestazioni ! Produzione culturale |- | 1965/66 | Demau | | | | | |- | 1967 | | | | | | |- | 1968 | | | Contestazione studentesca | | | |- | 1969 | Cerchio spezzato (Trento); MLD legato al Partito Radicale | | Autunno caldo | | | |- | 1970 | Rivolta femminile Anabasi Le Nemesiache | |Approvazione della legge sul Divorzio (L. 898/1970) | | | |- | 1971 | Lotta Femminista (PD) | |La Corte Costituzionale depenalizza la diffusione e l'uso degli anticoncezionali. Approvazione della legge a tutela delle lavoratrici madri (L. 1204/1971 - diritto di astenersi dal lavoro 2 mesi prima, 3 dopo il parto) e della L.1044/1971 che introduce il piano quinquennale per l'istituzione di asili nido comunali con il concorso dello Stato | Milano – Convegno presso l’Umanitaria | | Esce ''Quarto mondo'', pubblicata a Roma dal Fronte Italiano di Liberazione Femminile (FILF) |- | 1972 | Cherubini; Lotta Femminista (MI) | | | Bologna – Convegno di varie città; Rouen – Convegno organizzato da Psychoanalyse et Politique; Vandea – Convegno europeo organizzato dal MLF | | Nascono a Roma Edizioni delle donne; Anabasi pubblica l'antologia ''Donne è bello'' ; esce ''Compagna'', rivista di orientamento marxista. Nasce a Roma il Collettivo Femminista Comunista di Via Pomponazzi |- | 1973 | Collettivo San Gottardo; Gruppo Analisi; Gruppo Femminista per una medicina delle donne; Rivolta 3 | Demau | Si forma il CISA; Processo a Gigliola Pierobon (Padova) | Varigotti – incontro tra Cherubini, alcune donne del Veneto e le francesi di Psychanalyse et Politique | | Esce a Roma ''Effe'' , primo mensile femminista di attualità e cultura autogestito a diffusione nazionale; a Bologna ''La voce delle donne comuniste'' e ''Donna proletaria;'' a Milano ''MezzoCielo'' |- | 1974 | Collettivo di via Albenga; Gruppo di Pratica dell’Inconscio; Mondadori; Ticinese | Lotta Femminista | Referendum abrogativo della legge sul divorzio | 1° Convegno Nazionale a Pinarella di Cervia | | Esce ''Sputiamo su Hegel'' di Carla Lonzi; nasce l'editrice romana Dalla parte delle bambine; esce ''Sottosopra'' |- | 1975 | Libreria delle donne di Milano | | Vengono istituiti i consultori familiari (L. 405/1975) Blocco in Senato della proposta di legge sull’aborto | | | Laura Lepetit fonda la casa editrice La Tartaruga; esce ''DWF – Donna Woman Femme'' |- | 1975 | Corsi monografici 150 ore; | Anabasi; Cherubini (trasferimento in Col di Lana); San Gottardo | Elezioni amministrative | Carloforte – Vacanze femministe; Milano – Convegno “Sessualità, maternità, procreazione, aborto”; Milano – Umanitaria “Donne e politica”; San Vincenzo (LI) – Pratica dell’inconscio; 2° Convegno nazionale a Pinarella di Cervia | Roma – Manifestazione nazionale del 6 dicembre | |- | 1976 | Corso 150 ore Affori; Gruppo Donne e Immagine; Gruppo Donne via dell’Orso; Gruppo donne Palazzo di Giustizia; Gruppo n.4 Col di Lana | Gruppo Analisi; Gruppo di Pratica dell’Inconscio; Gruppo Femminista per una medicina delle donne; Rivolta 3 | Elezioni politiche; Formazione della Consulta femminista; Legge nazionale sui consultori | Milano – Convegno “Donne e lavoro”; Paestum – 3° e ultimo convegno nazionale | Milano – Entrata “dimostrativa” nel Duomo (gennaio) | Nasce a Roma la rivista ''Limenetimena;'' esce ''Differenze'', rivista dei Collettivi femministi romani |- | 1977 | Collettivo della Borletti; Gruppo donne via Lanzone; Gruppo Scrittura | | Approvazione legge sulla Parità di Lavoro (L. 903/1977) Movimento del 1977 | Milano – Convegno sulla violenza (Sala Provincia) | | Nasce la Libreria delle donne di Bologna Librellula |- | 1978 | Gruppo Madri del Leoncavallo; Gruppo Scrittura 1; Gruppo Scrittura 2; Gruppo Scrittura 3 | | Approvazione legge sull'aborto (194/1978) Rapimento Moro | | | Esce ''Quotidiano donna,'' settimanale di politica, attualità e cultura ; apre a Cagliari la Libreria gestita dalla coperativa La tarantola |- | 1979 | 150 ore sul Cinema; Redazione di Grattacielo; Redazione milanese di Quotidiano Donne | Collettivo Mondadori; Coordinamento via dell’Orso; Gruppo Donne e Immagine; Mancinelli | “Caso 7 aprile” | Milano – Umanitaria, proposta di legge contro la violenza sessuale | | Apre a Firenze la Libreria delle donne |- | 1980 | Centro Donne Ticinese; Collettivo studentesse liceo Berchet; Collettivo studentesse Università Statale; Cooperativa Gervasia Broxson; Gruppo di psicologia e attività creative; Gruppo Eos; Ristorante Cicip-Ciciap; Ticinese (nuovo) | Col di Lana; Collettivo Borletti | | | Milano – Manifestazione contro abrogazione legge aborto | |- | 1981 | Gruppo Phoenix | Grattacielo; Gruppo donne Palazzo di Giustizia | Referendum abrogativo legge aborto | Firenze – 2° Convegno contro il referendum; Milano – 1° Convegno contro il referendum 194; Roma – Convegno nazionale donne lesbiche; Torino – Convegno internazionale donne lesbiche | | |- | 1982 | | Gruppo n.4; Redazione milanese di Quotidiano Donna | | | | |} 48xl90k2onz0rojwghm6jabm0u53j8y Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Chiusaforte/Chiusaforte - Chiesa di San Bartolomeo Apostolo 0 59800 499670 492016 2026-07-02T20:54:13Z VoceUmana7 51633 499670 wikitext text/x-wiki {{Disposizioni foniche di organi a canne}} [[File:Chiusaforte, Chiesa di S. Bartolomeo Apostolo, Organo Beniamino Zanin.jpg|300px]], [[File:Chiusaforte, Chiesa di S. Bartolomeo Apostolo, Organo Beniamino Zanin, consolle.jpg|300px]] * '''Costruttore:''' Beniamino Zanin * '''Anno:''' 1955 * '''Restauri/modifiche:''' Giuseppe II Zanin (restauro, 1961), Gustavo Zanin (restauro, 1971) * '''Registri:''' 16 * '''Canne:''' ? * '''Trasmissione:''' elettrica * '''Consolle:''' mobile indipendente, nel presbiterio * '''Tastiere:''' 2 di 61 note (''Do<sup>1</sup>''-''Do<sup>6</sup>'') * '''Pedaliera:''' concava-radiale di 32 note (''Do<sup>1</sup>''-''Sol<sup>3</sup>'') * '''Collocazione:''' in corpo unico, dietro l'altare maggiore {| border="0" cellspacing="0" cellpadding="20" style="border-collapse:collapse;" | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''I - ''Grand'Organo''''' ---- |- |Principale ||8' |- |Bordone|| 8' |- |Dulciana|| 8' |- |Ottava|| 4' |- |Flauto in XII|| 2.2/3‘ |- |Decima Quinta|| 2’ |- |Ripieno Grave|| 4 file |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''II - ''Espressivo''''' ---- |- |Bordone ||8' |- |Viola|| 8' |- |Concerto viole|| 8’ |- |Flauto|| 4’ |- |Nazardo|| 2.2/3‘ |- |Silvestre|| 2’ |- |Oboe|| 8’ |- |Tremolo |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Pedale''' ---- |- |Contabbasso || 16' |- |Ottava || 8' |- |} |} == Altri progetti == {{interprogetto|w=Chiesa di San Bartolomeo Apostolo (Chiusaforte)|preposizione=sulla|etichetta=Chiesa di San Bartolomeo Apostolo a Chiusaforte}} {{Avanzamento|100%|22 marzo 2026}} [[Categoria:Disposizioni foniche di organi a canne]] ht6efmmi2ke3xru5wi8vltqd8w6zxuj Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Sardegna/Provincia di Sassari/Castelsardo/Castelsardo - Concattedrale di Sant'Antonio Abate 0 60676 499655 2026-07-02T12:15:41Z VoceUmana7 51633 Nuova pagina: {{Disposizioni foniche di organi a canne}} [[File:Castelsardo - Concattedrale di Sant'Antonio Abate (49).JPG|400px|centro]] * '''Costruttore:''' Leonardo Spensatello (attr.) * '''Anno:''' ca. 1727 * '''Restauri/modifiche:''' Paoli (restauro, 1894), Ponziano Bevilacqua (restauro, 1990), Davide Murgia (restauro, 2025) * '''Registri:''' 12 * '''Canne:''' 540 * '''Trasmissione:''' meccanica * '''Consolle:''' a finestra * '''Tastiere:''' 1 di 45 note con prima ottava scavezza (''D... 499655 wikitext text/x-wiki {{Disposizioni foniche di organi a canne}} [[File:Castelsardo - Concattedrale di Sant'Antonio Abate (49).JPG|400px|centro]] * '''Costruttore:''' Leonardo Spensatello (attr.) * '''Anno:''' ca. 1727 * '''Restauri/modifiche:''' Paoli (restauro, 1894), Ponziano Bevilacqua (restauro, 1990), Davide Murgia (restauro, 2025) * '''Registri:''' 12 * '''Canne:''' 540 * '''Trasmissione:''' meccanica * '''Consolle:''' a finestra * '''Tastiere:''' 1 di 45 note con prima ottava scavezza (''Do<sup>1</sup>''-''Do<sup>5</sup>'') * '''Pedaliera:''' scavezza a leggio di 9 note (''Do<sup>1</sup>''-''Do<sup>2</sup>'') più un tasto accessorio * '''Accessori:''' Terzamano<ref>azionata tramite l'ultimo tasto del pedale</ref>, Rullante, Zampogna<ref>a due canne Do & Fa</ref>, Usignolo * '''Collocazione:''' sulla cantoria in controfacciata {| border="0" cellspacing="0" cellpadding="20" style="border-collapse:collapse;" | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Colonna unica''' ---- |- |Principale || 8' |- |Voce umana<ref>dal ''Do<sup>3</sup>''</ref> |- |Ottava |- |Flauto in XV |- |Flauto in XIX |- |Flauto in XXII |- |XV |- |Cornetto |- |XIX |- |XXII |- |XXVI |- |XXIX |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Pedale''' ---- |- |Basso ||8' |- |} |} == Note == <references/> == Altri progetti == {{interprogetto|w=Concattedrale di Sant'Antonio Abate|preposizione=sulla|etichetta=Concattedrale di Sant'Antonio Abate a Castelsardo}} == Collegamenti esterni == * {{cita web|url=https://www.catalogo.beniculturali.it/detail/MusicHeritage/2000253021|titolo=Catalogo Generale dei Beni Culturali|accesso=2 luglio 2026}} {{Avanzamento|100%|2 luglio 2026}} [[Categoria:Disposizioni foniche di organi a canne]] 3ujry6z1dg1ymkjsk6b8m2718xqpzsm 499656 499655 2026-07-02T12:16:03Z VoceUmana7 51633 499656 wikitext text/x-wiki {{Disposizioni foniche di organi a canne}} [[File:Castelsardo - Concattedrale di Sant'Antonio Abate (49).JPG|400px|centro]] * '''Costruttore:''' Leonardo Spensatello (attr.) * '''Anno:''' ca. 1727 * '''Restauri/modifiche:''' Paoli (restauro, 1894), Ponziano Bevilacqua (restauro, 1990), Davide Murgia (restauro, 2025) * '''Registri:''' 13 * '''Canne:''' 540 * '''Trasmissione:''' meccanica * '''Consolle:''' a finestra * '''Tastiere:''' 1 di 45 note con prima ottava scavezza (''Do<sup>1</sup>''-''Do<sup>5</sup>'') * '''Pedaliera:''' scavezza a leggio di 9 note (''Do<sup>1</sup>''-''Do<sup>2</sup>'') più un tasto accessorio * '''Accessori:''' Terzamano<ref>azionata tramite l'ultimo tasto del pedale</ref>, Rullante, Zampogna<ref>a due canne Do & Fa</ref>, Usignolo * '''Collocazione:''' sulla cantoria in controfacciata {| border="0" cellspacing="0" cellpadding="20" style="border-collapse:collapse;" | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Colonna unica''' ---- |- |Principale || 8' |- |Voce umana<ref>dal ''Do<sup>3</sup>''</ref> |- |Ottava |- |Flauto in XV |- |Flauto in XIX |- |Flauto in XXII |- |XV |- |Cornetto |- |XIX |- |XXII |- |XXVI |- |XXIX |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Pedale''' ---- |- |Basso ||8' |- |} |} == Note == <references/> == Altri progetti == {{interprogetto|w=Concattedrale di Sant'Antonio Abate|preposizione=sulla|etichetta=Concattedrale di Sant'Antonio Abate a Castelsardo}} == Collegamenti esterni == * {{cita web|url=https://www.catalogo.beniculturali.it/detail/MusicHeritage/2000253021|titolo=Catalogo Generale dei Beni Culturali|accesso=2 luglio 2026}} {{Avanzamento|100%|2 luglio 2026}} [[Categoria:Disposizioni foniche di organi a canne]] re6wwg9wotmtau4k3wamhb73o3fsnxm 499658 499656 2026-07-02T12:19:49Z VoceUmana7 51633 499658 wikitext text/x-wiki {{Disposizioni foniche di organi a canne}} [[File:Castelsardo - Concattedrale di Sant'Antonio Abate (49).JPG|400px|centro]] * '''Costruttore:''' Leonardo Spensatello (attr.) * '''Anno:''' ca. 1727 * '''Restauri/modifiche:''' Paoli (restauro, 1894), Ponziano Bevilacqua (restauro, 1990), Davide Murgia (restauro, 2025) * '''Registri:''' 13 * '''Canne:''' 487 * '''Trasmissione:''' meccanica * '''Consolle:''' a finestra * '''Tastiere:''' 1 di 45 note con prima ottava scavezza (''Do<sup>1</sup>''-''Do<sup>5</sup>'') * '''Pedaliera:''' scavezza a leggio di 9 note (''Do<sup>1</sup>''-''Do<sup>2</sup>'') più un tasto accessorio * '''Accessori:''' Terzamano<ref>azionata tramite l'ultimo tasto del pedale</ref>, Rullante, Zampogna<ref>a due canne Do & Fa</ref>, Usignolo * '''Collocazione:''' sulla cantoria in controfacciata {| border="0" cellspacing="0" cellpadding="20" style="border-collapse:collapse;" | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Colonna unica''' ---- |- |Principale || 8' |- |Voce umana<ref>dal ''Do<sup>3</sup>''</ref> |- |Ottava |- |Flauto in XV |- |Flauto in XIX |- |Flauto in XXII |- |XV |- |Cornetto |- |XIX |- |XXII |- |XXVI |- |XXIX |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Pedale''' ---- |- |Basso ||8' |- |} |} == Note == <references/> == Altri progetti == {{interprogetto|w=Concattedrale di Sant'Antonio Abate|preposizione=sulla|etichetta=Concattedrale di Sant'Antonio Abate a Castelsardo}} == Collegamenti esterni == * {{cita web|url=https://www.catalogo.beniculturali.it/detail/MusicHeritage/2000253021|titolo=Catalogo Generale dei Beni Culturali|accesso=2 luglio 2026}} {{Avanzamento|100%|2 luglio 2026}} [[Categoria:Disposizioni foniche di organi a canne]] t3abgbf326zgl8nlbc6yszv2vbdwmrx 499659 499658 2026-07-02T12:20:42Z VoceUmana7 51633 499659 wikitext text/x-wiki {{Disposizioni foniche di organi a canne}} [[File:Castelsardo - Concattedrale di Sant'Antonio Abate (49).JPG|400px|centro]] * '''Costruttore:''' Leonardo Spensatello (attr.) * '''Anno:''' ca. 1727 * '''Restauri/modifiche:''' Paoli (restauro, 1894), Ponziano Bevilacqua (restauro, 1990), Roberto Palmas & Davide Murgia (restauro, 2025) * '''Registri:''' 13 * '''Canne:''' 487 * '''Trasmissione:''' meccanica * '''Consolle:''' a finestra * '''Tastiere:''' 1 di 45 note con prima ottava scavezza (''Do<sup>1</sup>''-''Do<sup>5</sup>'') * '''Pedaliera:''' scavezza a leggio di 9 note (''Do<sup>1</sup>''-''Do<sup>2</sup>'') più un tasto accessorio * '''Accessori:''' Terzamano<ref>azionata tramite l'ultimo tasto del pedale</ref>, Rullante, Zampogna<ref>a due canne Do & Fa</ref>, Usignolo * '''Collocazione:''' sulla cantoria in controfacciata {| border="0" cellspacing="0" cellpadding="20" style="border-collapse:collapse;" | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Colonna unica''' ---- |- |Principale || 8' |- |Voce umana<ref>dal ''Do<sup>3</sup>''</ref> |- |Ottava |- |Flauto in XV |- |Flauto in XIX |- |Flauto in XXII |- |XV |- |Cornetto |- |XIX |- |XXII |- |XXVI |- |XXIX |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Pedale''' ---- |- |Basso ||8' |- |} |} == Note == <references/> == Altri progetti == {{interprogetto|w=Concattedrale di Sant'Antonio Abate|preposizione=sulla|etichetta=Concattedrale di Sant'Antonio Abate a Castelsardo}} == Collegamenti esterni == * {{cita web|url=https://www.catalogo.beniculturali.it/detail/MusicHeritage/2000253021|titolo=Catalogo Generale dei Beni Culturali|accesso=2 luglio 2026}} {{Avanzamento|100%|2 luglio 2026}} [[Categoria:Disposizioni foniche di organi a canne]] m2epe8eovk146cqt3eqi2js5z28pbjo 499661 499659 2026-07-02T14:39:00Z VoceUmana7 51633 /* */ 499661 wikitext text/x-wiki {{Disposizioni foniche di organi a canne}} [[File:Castelsardo - Concattedrale di Sant'Antonio Abate (49).JPG|400px|centro]] * '''Costruttore:''' Leonardo Spensatello (attr.) * '''Anno:''' ca. 1727 * '''Restauri/modifiche:''' Paoli (restauro, 1894), Augusto Bevilacqua & figli (restauro, 1987), Roberto Palmas & Davide Murgia (restauro, 2025) * '''Registri:''' 13 * '''Canne:''' 487 * '''Trasmissione:''' meccanica * '''Consolle:''' a finestra * '''Tastiere:''' 1 di 45 note con prima ottava scavezza (''Do<sup>1</sup>''-''Do<sup>5</sup>'') * '''Pedaliera:''' scavezza a leggio di 9 note (''Do<sup>1</sup>''-''Do<sup>2</sup>'') più un tasto accessorio * '''Accessori:''' Terzamano<ref>azionata tramite l'ultimo tasto del pedale</ref>, Rullante, Zampogna<ref>a due canne Do & Fa</ref>, Usignolo * '''Collocazione:''' sulla cantoria in controfacciata {| border="0" cellspacing="0" cellpadding="20" style="border-collapse:collapse;" | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Colonna unica''' ---- |- |Principale || 8' |- |Voce umana<ref>dal ''Do<sup>3</sup>''</ref> |- |Ottava |- |Flauto in XV |- |Flauto in XIX |- |Flauto in XXII |- |XV |- |Cornetto |- |XIX |- |XXII |- |XXVI |- |XXIX |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Pedale''' ---- |- |Basso ||8' |- |} |} == Note == <references/> == Altri progetti == {{interprogetto|w=Concattedrale di Sant'Antonio Abate|preposizione=sulla|etichetta=Concattedrale di Sant'Antonio Abate a Castelsardo}} == Collegamenti esterni == * {{cita web|url=https://www.catalogo.beniculturali.it/detail/MusicHeritage/2000253021|titolo=Catalogo Generale dei Beni Culturali|accesso=2 luglio 2026}} {{Avanzamento|100%|2 luglio 2026}} [[Categoria:Disposizioni foniche di organi a canne]] d1e4w1ewf5yw7b93vwyd3m65e09bvet Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Varmo 0 60677 499666 2026-07-02T20:32:43Z VoceUmana7 51633 Nuova pagina: {{Disposizioni foniche di organi a canne}} == Capoluogo == * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Varmo/Varmo - Chiesa di San Lorenzo Martire|Chiesa di San Lorenzo Martire]] {{Avanzamento|100%|2 luglio 2026}} [[Categoria:Disposizioni foniche di organi a canne]] 499666 wikitext text/x-wiki {{Disposizioni foniche di organi a canne}} == Capoluogo == * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Varmo/Varmo - Chiesa di San Lorenzo Martire|Chiesa di San Lorenzo Martire]] {{Avanzamento|100%|2 luglio 2026}} [[Categoria:Disposizioni foniche di organi a canne]] ak45xsg4v5mwccodad4hgv7q9fgh6xm Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Udine/Varmo/Varmo - Chiesa di San Lorenzo Martire 0 60678 499667 2026-07-02T20:48:17Z VoceUmana7 51633 Nuova pagina: {{Disposizioni foniche di organi a canne}} * '''Costruttore:''' Beniamino Zanin * '''Anno:''' 1912 * '''Restauri/modifiche:''' Ditta Zanin (restauro, 2022) * '''Registri:''' 17 * '''Canne:''' ? * '''Trasmissione:''' meccanica sospesa * '''Consolle:''' a finestra * '''Tastiere:''' 2 di 58 note (''Do<sup>1</sup>''-''La<sup>5</sup>'') * '''Pedaliera:''' concava di 30 note (''Do<sup>1</sup>''-''Fa<sup>3</sup>'') * '''Collocazione:''' in corpo unico, sulla cantoria in controfaccia... 499667 wikitext text/x-wiki {{Disposizioni foniche di organi a canne}} * '''Costruttore:''' Beniamino Zanin * '''Anno:''' 1912 * '''Restauri/modifiche:''' Ditta Zanin (restauro, 2022) * '''Registri:''' 17 * '''Canne:''' ? * '''Trasmissione:''' meccanica sospesa * '''Consolle:''' a finestra * '''Tastiere:''' 2 di 58 note (''Do<sup>1</sup>''-''La<sup>5</sup>'') * '''Pedaliera:''' concava di 30 note (''Do<sup>1</sup>''-''Fa<sup>3</sup>'') * '''Collocazione:''' in corpo unico, sulla cantoria in controfacciata {| border="0" cellspacing="0" cellpadding="20" style="border-collapse:collapse;" | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''I - ''Grand'Organo''''' ---- |- |Principale ||8' |- |Flauto|| 8' |- |Ottava|| 4' |- |Quinta deima|| 2’ |- |Ripieno|| 4 file |- |XXIX nel Ripieno |- |Voce umana ||8' |- |Tromba ||8' |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''II - ''Espressivo''''' ---- |- |Principale ||8' |- |Ottava|| 4’ |- |Flauto in XII |- |Flautino|| 2’ |- |Ripieno acuto ||3 file |- |Oboe|| 8’ |- |Tremolo |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Pedale''' ---- |- |Contabbasso || 16' |- |Subbasso ||16' |- |Ottava || 8' |- |} |} == Altri progetti == {{interprogetto|w=Chiesa di San Lorenzo Martire (Varmo)|preposizione=sulla|etichetta=Chiesa di San Lorenzo Martire a Varmo}} == Collegamenti esterni == * {{cita web|url=https://www.catalogo.beniculturali.it/detail/MusicHeritage/0600181517|titolo=Catalogo Generale dei Beni Culturali|accesso=2 luglio 2026}} {{Avanzamento|100%|2 luglio 2026}} [[Categoria:Disposizioni foniche di organi a canne]] sl8cofyqz7tgegz2njtdcx8n7gt6osl 499668 499667 2026-07-02T20:50:56Z VoceUmana7 51633 499668 wikitext text/x-wiki {{Disposizioni foniche di organi a canne}} * '''Costruttore:''' Beniamino Zanin * '''Anno:''' 1912 * '''Restauri/modifiche:''' Ditta Zanin (restauro, 2022) * '''Registri:''' 17 * '''Canne:''' ? * '''Trasmissione:''' meccanica sospesa * '''Consolle:''' a finestra * '''Tastiere:''' 2 di 58 note (''Do<sup>1</sup>''-''La<sup>5</sup>'') * '''Pedaliera:''' concava di 30 note (''Do<sup>1</sup>''-''Fa<sup>3</sup>'') * '''Collocazione:''' in corpo unico, sulla cantoria in controfacciata {| border="0" cellspacing="0" cellpadding="20" style="border-collapse:collapse;" | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''I - ''Grand'Organo''''' ---- |- |Principale ||8' |- |Flauto|| 8' |- |Ottava|| 4' |- |Quinta deima|| 2’ |- |Ripieno|| 4 file |- |XXIX nel Ripieno |- |Voce umana ||8' |- |Tromba ||8'<ref>registro aggiunto nel 2022</ref> |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''II - ''Espressivo''''' ---- |- |Principale ||8' |- |Ottava|| 4’ |- |Flauto in XII |- |Flautino|| 2’ |- |Ripieno acuto ||3 file |- |Oboe|| 8’<ref>registro aggiunto nel 1944</ref> |- |Tremolo |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Pedale''' ---- |- |Contabbasso || 16' |- |Subbasso ||16' |- |Ottava || 8' |- |} |} == Note == <references/> == Altri progetti == {{interprogetto|w=Chiesa di San Lorenzo Martire (Varmo)|preposizione=sulla|etichetta=Chiesa di San Lorenzo Martire a Varmo}} == Collegamenti esterni == * {{cita web|url=https://www.catalogo.beniculturali.it/detail/MusicHeritage/0600181517|titolo=Catalogo Generale dei Beni Culturali|accesso=2 luglio 2026}} {{Avanzamento|100%|2 luglio 2026}} [[Categoria:Disposizioni foniche di organi a canne]] tri52sq23j9m32fg201ehfpircsro00 Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Pordenone/Pasiano Di Pordenone 0 60679 499672 2026-07-02T20:58:36Z VoceUmana7 51633 Nuova pagina: {{Disposizioni foniche di organi a canne}} Disposizioni foniche del comune di [[w:Pasiano Di Pordenone|Pasiano Di Pordenone]] raggruppate per edificio. == Capoluogo == == Frazioni == * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Pordenone/Pasiano Di Pordenone/Rivarotta - Chiesa di San Benedetto Abate|Rivarotta - Chiesa di San Benedetto Abate]] {{Avanzamento|100%|2 luglio 2026}} Categoria:Disposizioni foniche... 499672 wikitext text/x-wiki {{Disposizioni foniche di organi a canne}} Disposizioni foniche del comune di [[w:Pasiano Di Pordenone|Pasiano Di Pordenone]] raggruppate per edificio. == Capoluogo == == Frazioni == * [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Pordenone/Pasiano Di Pordenone/Rivarotta - Chiesa di San Benedetto Abate|Rivarotta - Chiesa di San Benedetto Abate]] {{Avanzamento|100%|2 luglio 2026}} [[Categoria:Disposizioni foniche di organi a canne]] 4dg97fofq5ks5wragi1nu453ptpx01h Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Friuli-Venezia Giulia/Ente di decentramento regionale di Pordenone/Pasiano Di Pordenone/Rivarotta - Chiesa di San Benedetto Abate 0 60680 499673 2026-07-02T21:09:52Z VoceUmana7 51633 Nuova pagina: {{Disposizioni foniche di organi a canne}} * '''Costruttore:''' Fritz Mertel * '''Anno:''' 1938 * '''Restauri/modifiche:''' Inzoli-Bonizzi (restauro, 2024) * '''Registri:''' 11 * '''Canne:''' 640 circa * '''Trasmissione:''' pneumatica * '''Consolle:''' indipendente * '''Tastiere:''' 2 di 58 note (''Do<sup>1</sup>''-''La<sup>5</sup>'') * '''Pedaliera:''' leggermente concava di 30 note (''Do<sup>1</sup>''-''Fa<sup>3</sup>'') * '''Collocazione:''' in corpo unico, a pavimento die... 499673 wikitext text/x-wiki {{Disposizioni foniche di organi a canne}} * '''Costruttore:''' Fritz Mertel * '''Anno:''' 1938 * '''Restauri/modifiche:''' Inzoli-Bonizzi (restauro, 2024) * '''Registri:''' 11 * '''Canne:''' 640 circa * '''Trasmissione:''' pneumatica * '''Consolle:''' indipendente * '''Tastiere:''' 2 di 58 note (''Do<sup>1</sup>''-''La<sup>5</sup>'') * '''Pedaliera:''' leggermente concava di 30 note (''Do<sup>1</sup>''-''Fa<sup>3</sup>'') * '''Collocazione:''' in corpo unico, a pavimento dietro l'altare maggiore {| border="0" cellspacing="10" cellpadding="10" style="border-collapse:collapse;" | style="vertical-align:top" | {| border="0" |colspan="3"| '''I - ''Grand'Organo''''' ---- |- |Prinzipal || 8' |- |Gedeckt || 8' |- |Gemshorn || 4' |- |Mixtur 3 file || 2' |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" |colspan="3"| '''II - ''Positivo''''' ---- |- |Salicional || 8' |- |Philomela || 8' |- |Quintflöte || 2.2/3' |- |Blockflöte || 2' |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" |colspan="3"| '''Pedale''' ---- |- |Subbass || 16' |- |Cello || 8' |- |Choralbass || 8'<ref>derivato dal Prinzipal 8'</ref> |- |} |} == Note == <references/> == Collegamenti esterni == * {{cita web|url=https://www.catalogo.beniculturali.it/detail/MusicHeritage/0600190550|titolo=Catalogo Generale dei Beni Culturali|accesso=2 luglio 2026}} {{Avanzamento|100%|2 luglio 2026}} [[Categoria:Disposizioni foniche di organi a canne]] a8y7oqvgery23bsyu2eb9acobv5zjiz Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Liguria/Provincia di Imperia/Bordighera/Bordighera - Chiesa di Santa Maria Maddalena 0 60681 499679 2026-07-03T09:08:12Z ~2026-37813-08 54541 Nuova pagina: {{Disposizioni foniche di organi a canne}} * '''Costruttore:''' Lorenzo Paoli e Figli<ref>riutilizzando parte del materiale fonico del precedente organo settecentesco.</ref> * '''Anno:''' 1872 * '''Restauri/modifiche:''' Italo Marzi e Figli (restauro, 1997-1998) * '''Registri:''' 28 * '''Canne:''' ? * '''Trasmissione:''' meccanica * '''Consolle:''' a finestra al centro della cassa * '''Tastiere:''' 1 di 58 note in osso ed ebano originale Paoli con prima ottava cromatica (''Do... 499679 wikitext text/x-wiki {{Disposizioni foniche di organi a canne}} * '''Costruttore:''' Lorenzo Paoli e Figli<ref>riutilizzando parte del materiale fonico del precedente organo settecentesco.</ref> * '''Anno:''' 1872 * '''Restauri/modifiche:''' Italo Marzi e Figli (restauro, 1997-1998) * '''Registri:''' 28 * '''Canne:''' ? * '''Trasmissione:''' meccanica * '''Consolle:''' a finestra al centro della cassa * '''Tastiere:''' 1 di 58 note in osso ed ebano originale Paoli con prima ottava cromatica (''Do<sup>1</sup>''-''La<sup>5</sup>'', divisione Bassi/Soprani ''Mi<sup>3</sup>''/''Fa<sup>3</sup>'') * '''Pedaliera:''' a leggio di 22 pedali (''Do<sup>1</sup>''-''La<sup>2</sup>'') con prima ottava cromatica * '''Collocazione:''' in corpo unico in cantoria dietro l'altare maggiore, in un vano ricavato nella parete absidale * '''Accessori:''' due pedaloni per ''Combinazione Libera alla Lombarda'' e ''Tiratutti'' e sei pedaletti ad incastro per "Tasto al Pedale", "Tromba bassa", "Bombarda soprana", "Corno inglese", "Ottavino soprano", "Terzamano", "Rollante" * '''Temperamento:''' Tartini-Vallotti {| border="0" cellspacing="0" cellpadding="20" style="border-collapse:collapse;" | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Colonna di sinistra''' ---- |- |Campanelli<ref>dal Fa3.</ref> |- |Trombe basse || 8' |- |Bombarda soprani || 16' |- |Corno inglese || 16' S. |- |Clarone bassi || 4' |- |Corni dolci || 16' S. |- |Cornetto reale || 2 file S. |- |Flauto traverso || S. |- |Flauto in ottava || B. e S. |- |Quintino soprani || 5.1/3' |- |Viola bassa || 4' |- |Ottavino soprano || 2' |- |Ottavino basso || 1' |- |Nazardo soprano || 2.2/3' |- |Voce umana || S. |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Colonna di destra''' ---- |- |Principale basso da 16'<ref>dal Do2.</ref> |- |Principale soprano da 16' |- |Principale basso da 8' |- |Principale soprano da 8' |- |Ottava bassa |- |Ottava soprana |- |Decima Vª |- |Decima IXª |- |Vigesima IIª |- |Vigesima VIª - IXª |- |Trigesima IIIª - VIª |- |Contrabbassi |- |Ottava ai contrabbassi |- |Terzamano |- |} |} == Note == <references/> == Altri progetti == {{interprogetto|w=Chiesa di Santa Maria Maddalena (Bordighera)|preposizione=sulla|etichetta=Chiesa di Santa Maria Maddalena (Bordighera)}} {{Avanzamento|100%|3 luglio 2026}} [[Categoria:Disposizioni foniche di organi a canne]] 9hml75zzjoi0h9adyjrtqx2bes7552l 499680 499679 2026-07-03T09:09:52Z ~2026-37813-08 54541 499680 wikitext text/x-wiki {{Disposizioni foniche di organi a canne}} * '''Costruttore:''' Lorenzo Paoli e Figli<ref>riutilizzando parte del materiale fonico del precedente organo settecentesco.</ref> * '''Anno:''' 1872 * '''Restauri/modifiche:''' Italo Marzi e Figli (restauro, 1997-1998) * '''Registri:''' 28 * '''Canne:''' ? * '''Trasmissione:''' meccanica * '''Consolle:''' a finestra al centro della cassa * '''Tastiere:''' 1 di 58 note in osso ed ebano originale Paoli con prima ottava cromatica (''Do<sup>1</sup>''-''La<sup>5</sup>'', divisione Bassi/Soprani ''Mi<sup>3</sup>''/''Fa<sup>3</sup>'') * '''Pedaliera:''' a leggio di 22 pedali (''Do<sup>1</sup>''-''La<sup>2</sup>'') con prima ottava cromatica * '''Collocazione:''' in corpo unico in cantoria dietro l'altare maggiore, in un vano ricavato nella parete absidale * '''Accessori:''' due pedaloni per ''Combinazione Libera alla Lombarda'' e ''Tiratutti'' e sei pedaletti ad incastro per ''Tasto al Pedale'', ''Tromba bassa'', ''Bombarda soprana'', ''Corno inglese'', ''Ottavino soprano'', ''Terzamano'', ''Rollante'' * '''Temperamento:''' Tartini-Vallotti {| border="0" cellspacing="0" cellpadding="20" style="border-collapse:collapse;" | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Colonna di sinistra''' ---- |- |Campanelli<ref>dal Fa3.</ref> |- |Trombe basse || 8' |- |Bombarda soprani || 16' |- |Corno inglese || 16' S. |- |Clarone bassi || 4' |- |Corni dolci || 16' S. |- |Cornetto reale || 2 file S. |- |Flauto traverso || S. |- |Flauto in ottava || B. e S. |- |Quintino soprani || 5.1/3' |- |Viola bassa || 4' |- |Ottavino soprano || 2' |- |Ottavino basso || 1' |- |Nazardo soprano || 2.2/3' |- |Voce umana || S. |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Colonna di destra''' ---- |- |Principale basso da 16'<ref>dal Do2.</ref> |- |Principale soprano da 16' |- |Principale basso da 8' |- |Principale soprano da 8' |- |Ottava bassa |- |Ottava soprana |- |Decima Vª |- |Decima IXª |- |Vigesima IIª |- |Vigesima VIª - IXª |- |Trigesima IIIª - VIª |- |Contrabbassi |- |Ottava ai contrabbassi |- |Terzamano |- |} |} == Note == <references/> == Altri progetti == {{interprogetto|w=Chiesa di Santa Maria Maddalena (Bordighera)|preposizione=sulla|etichetta=Chiesa di Santa Maria Maddalena (Bordighera)}} {{Avanzamento|100%|3 luglio 2026}} [[Categoria:Disposizioni foniche di organi a canne]] qlae5t84i8zn6nypeofn99dqe5m9w3e Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Liguria/Provincia di Imperia/Sanremo/Sanremo - Chiesa di Santo Stefano 0 60682 499682 2026-07-03T09:20:44Z ~2026-37813-08 54541 Nuova pagina: {{Disposizioni foniche di organi a canne}} * '''Costruttore:''' Parodi & Marin * '''Anno:''' anni '30 del XX secolo? * '''Restauri/modifiche:''' ? * '''Registri:''' 15 * '''Canne:''' ? * '''Trasmissione:''' pneumatico-tubolare * '''Consolle:''' a mobile indipendente, al centro della cantoria in controfacciata * '''Tastiere:''' 2 di 61 note (''Do<sup>1</sup>''-''Do<sup>6</sup>'') * '''Pedaliera:''' concavo-radiale di 32 note (''Do<sup>1</sup>''-''Sol<sup>3</sup>'') * '''Colloc... 499682 wikitext text/x-wiki {{Disposizioni foniche di organi a canne}} * '''Costruttore:''' Parodi & Marin * '''Anno:''' anni '30 del XX secolo? * '''Restauri/modifiche:''' ? * '''Registri:''' 15 * '''Canne:''' ? * '''Trasmissione:''' pneumatico-tubolare * '''Consolle:''' a mobile indipendente, al centro della cantoria in controfacciata * '''Tastiere:''' 2 di 61 note (''Do<sup>1</sup>''-''Do<sup>6</sup>'') * '''Pedaliera:''' concavo-radiale di 32 note (''Do<sup>1</sup>''-''Sol<sup>3</sup>'') * '''Collocazione:''' in corpo unico, sulla cantoria in controfacciata {| border="0" cellspacing="24" cellpadding="18" style="border-collapse:collapse;" | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=4 | '''I - ''Grand'Organo''''' ---- |- |Principale || 8' |- |Ottava || 4' |- |Decimaquinta|| 2' |- |Ripieno |- |Dulciana || 8' |- |Flauto || 8' |- |Unda maris || 8' |- |Tromba || 8' |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=4 | '''II - ''Espressivo''''' ---- |- |Viola gamba || 8' |- |Celeste || 8' |- |Bordone || 8' |- |Flauto acustico || 4' |- |Quintina || 2.2/3' |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=4 | '''Pedale''' ---- |- |Subbasso || 16' |- |Bordone || 8' |- |} |} {{Avanzamento|100%|3 luglio 2026}} [[Categoria:Disposizioni foniche di organi a canne|Sanremo]] s8blfo8w3xozusw6ptxvgtzwsevm24z Utente:R5b43/Sandbox/12 2 60683 499684 2026-07-03T09:58:47Z R5b43 22664 Nuova pagina: ==Cardiomiopatia restrittiva== È una cardiomiopatia nella quale le pareti muscolari cardiache risultano rigide a causa di accumulo di fibre nell'interstizio. Ciò causa una diminuzione della compliace ventricolare. Le cause possono essere: * amiloidosi * sarcoidosi * fibrosi indotta da radiazioni * tumori metastatici * accumulo di metaboliti da errori congeniti del metabolismo * idiopatica All'esame morfologico macroscopico gli atri (non i ventricoli) sono dilatati a cau... 499684 wikitext text/x-wiki ==Cardiomiopatia restrittiva== È una cardiomiopatia nella quale le pareti muscolari cardiache risultano rigide a causa di accumulo di fibre nell'interstizio. Ciò causa una diminuzione della compliace ventricolare. Le cause possono essere: * amiloidosi * sarcoidosi * fibrosi indotta da radiazioni * tumori metastatici * accumulo di metaboliti da errori congeniti del metabolismo * idiopatica All'esame morfologico macroscopico gli atri (non i ventricoli) sono dilatati a causa dell'aumento pressorio e del riempimento ventricolare limitato. All'esame microscopico è visible fibrosi interstiziale. La diagnosi si effettua tramite ecocardiografia e si richiede una biopsia per inividuare l'eziologia. Disturbi specifici che causano cardiomiopatia restrittiva: * endomiocardite di Loeffler: vi è un accumulo di fibre nell'endocardio e nel miocardio, accompagnato a eosinofilia locale e sistemica. Sono presenti trombi murali. Spesso è associata disturbi mieloproliferativi da riarrangiamenti cromosomici che portano a geni di fusione, che codificano per una PDGFR tirosin chinasi costituzionalmente attiva * fibrosi endomiocardica: diffusa nei paesi tropicali, è la cardiomiopatia più diffusa nel mondo. La fibrosi si diffonde a aprtiree dall'apice. È dovuta a carenze nutrizionali e/o infestazioni parassitarie. È associata a trombi murali * fibroelastosi endocardica: si tratta di un isessimento fibroelastico del ventricolo sinistro. È poco comune, colpisce i bambini soto i due anni di età, e può decorrere verso una insufficienza cardica fatale. In un terzo dei casi è associata ad alterazioni congenite del cuore, tra cui l'ostruzione della valvola aortica. Si ipotizza che la patogenesi sia dovuta a una infezione virale o mutazioni del gene della tafazzina. ===Amiloidosi cardiaca=== Nelle pareti si accumulano beta-amiloidi interstiziali. La consistenza può essere da normale a gommosa, le pareti ispessite le camere normalmente non sono dilatate, se non lievemente. Gocce simili a cera sono visibile sulla parete nedocardica degkli atri L'accumulo di fibre può essere locale, limitato al cuore, oppure sistemico. La prima forma, meno grave, colpisce soggetti anziani con più di 70 anni, la seconda ha una prgnosi più sfavorevole, colpisce pazienti giovani, ed è secondaria a mieloma o infiammazione cronica. Nella forma senile gli accumuli sono costituiti da '''transtiretina'''. dxjux20gsg35gldp5srmw2ew00o4uyl 499685 499684 2026-07-03T09:59:14Z R5b43 22664 /* Cardiomiopatia restrittiva */ 499685 wikitext text/x-wiki ==Cardiomiopatia restrittiva== È una cardiomiopatia nella quale le pareti muscolari cardiache risultano rigide a causa di accumulo di fibre nell'interstizio. Ciò causa una diminuzione della compliace ventricolare. Le cause possono essere: * amiloidosi * sarcoidosi * fibrosi indotta da radiazioni * tumori metastatici * accumulo di metaboliti da errori congeniti del metabolismo * idiopatica All'esame morfologico macroscopico gli atri (non i ventricoli) sono dilatati a causa dell'aumento pressorio e del riempimento ventricolare limitato. All'esame microscopico è visible fibrosi interstiziale. La diagnosi si effettua tramite ecocardiografia e si richiede una biopsia per inividuare l'eziologia. Disturbi specifici che causano cardiomiopatia restrittiva: * '''endomiocardite di Loeffler''': vi è un accumulo di fibre nell'endocardio e nel miocardio, accompagnato a eosinofilia locale e sistemica. Sono presenti trombi murali. Spesso è associata disturbi mieloproliferativi da riarrangiamenti cromosomici che portano a geni di fusione, che codificano per una PDGFR tirosin chinasi costituzionalmente attiva * '''fibrosi endomiocardica''': diffusa nei paesi tropicali, è la cardiomiopatia più diffusa nel mondo. La fibrosi si diffonde a aprtiree dall'apice. È dovuta a carenze nutrizionali e/o infestazioni parassitarie. È associata a trombi murali * '''fibroelastosi endocardica''': si tratta di un isessimento fibroelastico del ventricolo sinistro. È poco comune, colpisce i bambini soto i due anni di età, e può decorrere verso una insufficienza cardica fatale. In un terzo dei casi è associata ad alterazioni congenite del cuore, tra cui l'ostruzione della valvola aortica. Si ipotizza che la patogenesi sia dovuta a una infezione virale o mutazioni del gene della tafazzina. ===Amiloidosi cardiaca=== Nelle pareti si accumulano beta-amiloidi interstiziali. La consistenza può essere da normale a gommosa, le pareti ispessite le camere normalmente non sono dilatate, se non lievemente. Gocce simili a cera sono visibile sulla parete nedocardica degkli atri L'accumulo di fibre può essere locale, limitato al cuore, oppure sistemico. La prima forma, meno grave, colpisce soggetti anziani con più di 70 anni, la seconda ha una prgnosi più sfavorevole, colpisce pazienti giovani, ed è secondaria a mieloma o infiammazione cronica. Nella forma senile gli accumuli sono costituiti da '''transtiretina'''. k9q41u45tg5o6i1bwz9o3vwvb6a0lwp 499686 499685 2026-07-03T10:31:28Z R5b43 22664 /* Cardiomiopatia restrittiva */ 499686 wikitext text/x-wiki ==Cardiomiopatia restrittiva== È una cardiomiopatia nella quale le pareti muscolari cardiache risultano rigide a causa di accumulo di fibre nell'interstizio. Ciò causa una diminuzione della compliace ventricolare. Le cause possono essere: * amiloidosi * sarcoidosi * fibrosi indotta da radiazioni * tumori metastatici * accumulo di metaboliti da errori congeniti del metabolismo * idiopatica All'esame morfologico macroscopico gli atri (non i ventricoli) sono dilatati a causa dell'aumento pressorio e del riempimento ventricolare limitato. All'esame microscopico è visible fibrosi interstiziale. La diagnosi si effettua tramite ecocardiografia e si richiede una biopsia per inividuare l'eziologia. Disturbi specifici che causano cardiomiopatia restrittiva: * '''endomiocardite di Loeffler''': vi è un accumulo di fibre nell'endocardio e nel miocardio, accompagnato a eosinofilia locale e sistemica. Sono presenti trombi murali a causa dell'aumentata trombogenicità dell'endocardio per via dei danni cellulari causato dai prodotti degli eosinofili. Spesso è associata disturbi mieloproliferativi da riarrangiamenti cromosomici che portano a geni di fusione, che codificano per una PDGFR tirosin chinasi costituzionalmente attiva * '''fibrosi endomiocardica''': diffusa nei paesi tropicali, è la cardiomiopatia più diffusa nel mondo. La fibrosi si diffonde a aprtiree dall'apice. È dovuta a carenze nutrizionali e/o infestazioni parassitarie. È associata a trombi murali * '''fibroelastosi endocardica''': si tratta di un isessimento fibroelastico del ventricolo sinistro. È poco comune, colpisce i bambini soto i due anni di età, e può decorrere verso una insufficienza cardica fatale. In un terzo dei casi è associata ad alterazioni congenite del cuore, tra cui l'ostruzione della valvola aortica. Si ipotizza che la patogenesi sia dovuta a una infezione virale o mutazioni del gene della tafazzina. ===Amiloidosi cardiaca=== Nelle pareti si accumulano beta-amiloidi interstiziali. La consistenza può essere da normale a gommosa, le pareti ispessite le camere normalmente non sono dilatate, se non lievemente. Gocce simili a cera sono visibile sulla parete nedocardica degkli atri L'accumulo di fibre può essere locale, limitato al cuore, oppure sistemico. La prima forma, meno grave, colpisce soggetti anziani con più di 70 anni, la seconda ha una prgnosi più sfavorevole, colpisce pazienti giovani, ed è secondaria a mieloma o infiammazione cronica. Nella forma senile gli accumuli sono costituiti da '''transtiretina'''. ==Miocardite== La miocardite è un gruppo eterogeneo di malattie caratterizzate dall'infiammazione del miocardio e danno ad esso associato. La sua presentazione clinica può essere simile all'infarto miocardico. Nelle forme fulminanti insorgono insufficienza cardiaca o aritmie fatali. I pazienti possono sviluppare cardiomiopatia dilatativa nel lungo termine. Le cause sono: * '''virali''': da Coxsackievirus A e B e altri enterovirus (causa più comune), CMV, HIV. Nell'HIV il danno è da patogeni opportunistio direttamente dal virus *'''batteriche''': ''Borrrelia burgdorferi'' (malattia di Lyme), in cui colpisce il 5% dei pazienti, difterite *'''parassitarie''': trichinella, toxoplasma, tripanosomiasi americana (malattia di Chagas), nella quale la miocardite è presente nel 10% degli infettati, può decorrere verso rosoluzione o il paziente sviuppa una miocardite cronica immuno-mediata che porta a insufficienza cardaica in 10-20 anni *'''da ipersensibilità''' *'''a celule giganti''' *da '''farmaci''' ===Morfologia=== Macroscopicamente, il cuore può apparire normale o lievemente dilatato. Nelle fasi avanzate le pareti risultano flaccide con focolai infiammatori a chiazze (non continui). All'esame microscopico si vedono inflitrati linfocitari con miociti in necrosi. Una biopsia può essere negativa per via del fatto che l'infiammazione si presenta a chiazze non continue. Nella tripanosomiasi, è presente invasione dei parassiti. Nella miocardite da ipersensibilità è presente eosinofilia. 6qv7k2plgmr0erznzqhkphqsstbegn8 499687 499686 2026-07-03T10:31:45Z R5b43 22664 /* Miocardite */ 499687 wikitext text/x-wiki ==Cardiomiopatia restrittiva== È una cardiomiopatia nella quale le pareti muscolari cardiache risultano rigide a causa di accumulo di fibre nell'interstizio. Ciò causa una diminuzione della compliace ventricolare. Le cause possono essere: * amiloidosi * sarcoidosi * fibrosi indotta da radiazioni * tumori metastatici * accumulo di metaboliti da errori congeniti del metabolismo * idiopatica All'esame morfologico macroscopico gli atri (non i ventricoli) sono dilatati a causa dell'aumento pressorio e del riempimento ventricolare limitato. All'esame microscopico è visible fibrosi interstiziale. La diagnosi si effettua tramite ecocardiografia e si richiede una biopsia per inividuare l'eziologia. Disturbi specifici che causano cardiomiopatia restrittiva: * '''endomiocardite di Loeffler''': vi è un accumulo di fibre nell'endocardio e nel miocardio, accompagnato a eosinofilia locale e sistemica. Sono presenti trombi murali a causa dell'aumentata trombogenicità dell'endocardio per via dei danni cellulari causato dai prodotti degli eosinofili. Spesso è associata disturbi mieloproliferativi da riarrangiamenti cromosomici che portano a geni di fusione, che codificano per una PDGFR tirosin chinasi costituzionalmente attiva * '''fibrosi endomiocardica''': diffusa nei paesi tropicali, è la cardiomiopatia più diffusa nel mondo. La fibrosi si diffonde a aprtiree dall'apice. È dovuta a carenze nutrizionali e/o infestazioni parassitarie. È associata a trombi murali * '''fibroelastosi endocardica''': si tratta di un isessimento fibroelastico del ventricolo sinistro. È poco comune, colpisce i bambini soto i due anni di età, e può decorrere verso una insufficienza cardica fatale. In un terzo dei casi è associata ad alterazioni congenite del cuore, tra cui l'ostruzione della valvola aortica. Si ipotizza che la patogenesi sia dovuta a una infezione virale o mutazioni del gene della tafazzina. ===Amiloidosi cardiaca=== Nelle pareti si accumulano beta-amiloidi interstiziali. La consistenza può essere da normale a gommosa, le pareti ispessite le camere normalmente non sono dilatate, se non lievemente. Gocce simili a cera sono visibile sulla parete nedocardica degkli atri L'accumulo di fibre può essere locale, limitato al cuore, oppure sistemico. La prima forma, meno grave, colpisce soggetti anziani con più di 70 anni, la seconda ha una prgnosi più sfavorevole, colpisce pazienti giovani, ed è secondaria a mieloma o infiammazione cronica. Nella forma senile gli accumuli sono costituiti da '''transtiretina'''. ==Miocardite== La miocardite è un gruppo eterogeneo di malattie caratterizzate dall'infiammazione del miocardio e danno ad esso associato. La sua presentazione clinica può essere simile all'infarto miocardico. Nelle forme fulminanti insorgono insufficienza cardiaca o aritmie fatali. I pazienti possono sviluppare cardiomiopatia dilatativa nel lungo termine. Le cause sono: * '''virali''': da Coxsackievirus A e B e altri enterovirus (causa più comune), CMV, HIV. Nell'HIV il danno è da patogeni opportunistio direttamente dal virus *'''batteriche''': ''Borrelia burgdorferi'' (malattia di Lyme), in cui colpisce il 5% dei pazienti, difterite *'''parassitarie''': trichinella, toxoplasma, tripanosomiasi americana (malattia di Chagas), nella quale la miocardite è presente nel 10% degli infettati, può decorrere verso rosoluzione o il paziente sviuppa una miocardite cronica immuno-mediata che porta a insufficienza cardaica in 10-20 anni *'''da ipersensibilità''' *'''a celule giganti''' *da '''farmaci''' ===Morfologia=== Macroscopicamente, il cuore può apparire normale o lievemente dilatato. Nelle fasi avanzate le pareti risultano flaccide con focolai infiammatori a chiazze (non continui). All'esame microscopico si vedono inflitrati linfocitari con miociti in necrosi. Una biopsia può essere negativa per via del fatto che l'infiammazione si presenta a chiazze non continue. Nella tripanosomiasi, è presente invasione dei parassiti. Nella miocardite da ipersensibilità è presente eosinofilia. n1jj0cavsgmnofiyuhrqi9g7cvxiakr 499688 499687 2026-07-03T10:34:00Z R5b43 22664 /* Morfologia */ 499688 wikitext text/x-wiki ==Cardiomiopatia restrittiva== È una cardiomiopatia nella quale le pareti muscolari cardiache risultano rigide a causa di accumulo di fibre nell'interstizio. Ciò causa una diminuzione della compliace ventricolare. Le cause possono essere: * amiloidosi * sarcoidosi * fibrosi indotta da radiazioni * tumori metastatici * accumulo di metaboliti da errori congeniti del metabolismo * idiopatica All'esame morfologico macroscopico gli atri (non i ventricoli) sono dilatati a causa dell'aumento pressorio e del riempimento ventricolare limitato. All'esame microscopico è visible fibrosi interstiziale. La diagnosi si effettua tramite ecocardiografia e si richiede una biopsia per inividuare l'eziologia. Disturbi specifici che causano cardiomiopatia restrittiva: * '''endomiocardite di Loeffler''': vi è un accumulo di fibre nell'endocardio e nel miocardio, accompagnato a eosinofilia locale e sistemica. Sono presenti trombi murali a causa dell'aumentata trombogenicità dell'endocardio per via dei danni cellulari causato dai prodotti degli eosinofili. Spesso è associata disturbi mieloproliferativi da riarrangiamenti cromosomici che portano a geni di fusione, che codificano per una PDGFR tirosin chinasi costituzionalmente attiva * '''fibrosi endomiocardica''': diffusa nei paesi tropicali, è la cardiomiopatia più diffusa nel mondo. La fibrosi si diffonde a aprtiree dall'apice. È dovuta a carenze nutrizionali e/o infestazioni parassitarie. È associata a trombi murali * '''fibroelastosi endocardica''': si tratta di un isessimento fibroelastico del ventricolo sinistro. È poco comune, colpisce i bambini soto i due anni di età, e può decorrere verso una insufficienza cardica fatale. In un terzo dei casi è associata ad alterazioni congenite del cuore, tra cui l'ostruzione della valvola aortica. Si ipotizza che la patogenesi sia dovuta a una infezione virale o mutazioni del gene della tafazzina. ===Amiloidosi cardiaca=== Nelle pareti si accumulano beta-amiloidi interstiziali. La consistenza può essere da normale a gommosa, le pareti ispessite le camere normalmente non sono dilatate, se non lievemente. Gocce simili a cera sono visibile sulla parete nedocardica degkli atri L'accumulo di fibre può essere locale, limitato al cuore, oppure sistemico. La prima forma, meno grave, colpisce soggetti anziani con più di 70 anni, la seconda ha una prgnosi più sfavorevole, colpisce pazienti giovani, ed è secondaria a mieloma o infiammazione cronica. Nella forma senile gli accumuli sono costituiti da '''transtiretina'''. ==Miocardite== La miocardite è un gruppo eterogeneo di malattie caratterizzate dall'infiammazione del miocardio e danno ad esso associato. La sua presentazione clinica può essere simile all'infarto miocardico. Nelle forme fulminanti insorgono insufficienza cardiaca o aritmie fatali. I pazienti possono sviluppare cardiomiopatia dilatativa nel lungo termine. Le cause sono: * '''virali''': da Coxsackievirus A e B e altri enterovirus (causa più comune), CMV, HIV. Nell'HIV il danno è da patogeni opportunistio direttamente dal virus *'''batteriche''': ''Borrelia burgdorferi'' (malattia di Lyme), in cui colpisce il 5% dei pazienti, difterite *'''parassitarie''': trichinella, toxoplasma, tripanosomiasi americana (malattia di Chagas), nella quale la miocardite è presente nel 10% degli infettati, può decorrere verso rosoluzione o il paziente sviuppa una miocardite cronica immuno-mediata che porta a insufficienza cardaica in 10-20 anni *'''da ipersensibilità''' *'''a celule giganti''' *da '''farmaci''' ===Morfologia=== Macroscopicamente, il cuore può apparire normale o lievemente dilatato. Nelle fasi avanzate le pareti risultano flaccide con focolai infiammatori a chiazze (non continui). All'esame microscopico si vedono inflitrati linfocitari con miociti in necrosi. Una biopsia può essere negativa per via del fatto che l'infiammazione si presenta a chiazze non continue. Nella tripanosomiasi, è presente invasione dei parassiti. Nella miocardite da ipersensibilità è presente eosinofilia. La miocardite da cellule gigante prende il suo nome da cellule formate dalla fusione di macrofagi drgxwcwdb510lf1m6pg95g6rlfqxgav 499689 499688 2026-07-03T10:34:22Z R5b43 22664 /* Miocardite */ 499689 wikitext text/x-wiki ==Cardiomiopatia restrittiva== È una cardiomiopatia nella quale le pareti muscolari cardiache risultano rigide a causa di accumulo di fibre nell'interstizio. Ciò causa una diminuzione della compliace ventricolare. Le cause possono essere: * amiloidosi * sarcoidosi * fibrosi indotta da radiazioni * tumori metastatici * accumulo di metaboliti da errori congeniti del metabolismo * idiopatica All'esame morfologico macroscopico gli atri (non i ventricoli) sono dilatati a causa dell'aumento pressorio e del riempimento ventricolare limitato. All'esame microscopico è visible fibrosi interstiziale. La diagnosi si effettua tramite ecocardiografia e si richiede una biopsia per inividuare l'eziologia. Disturbi specifici che causano cardiomiopatia restrittiva: * '''endomiocardite di Loeffler''': vi è un accumulo di fibre nell'endocardio e nel miocardio, accompagnato a eosinofilia locale e sistemica. Sono presenti trombi murali a causa dell'aumentata trombogenicità dell'endocardio per via dei danni cellulari causato dai prodotti degli eosinofili. Spesso è associata disturbi mieloproliferativi da riarrangiamenti cromosomici che portano a geni di fusione, che codificano per una PDGFR tirosin chinasi costituzionalmente attiva * '''fibrosi endomiocardica''': diffusa nei paesi tropicali, è la cardiomiopatia più diffusa nel mondo. La fibrosi si diffonde a aprtiree dall'apice. È dovuta a carenze nutrizionali e/o infestazioni parassitarie. È associata a trombi murali * '''fibroelastosi endocardica''': si tratta di un isessimento fibroelastico del ventricolo sinistro. È poco comune, colpisce i bambini soto i due anni di età, e può decorrere verso una insufficienza cardica fatale. In un terzo dei casi è associata ad alterazioni congenite del cuore, tra cui l'ostruzione della valvola aortica. Si ipotizza che la patogenesi sia dovuta a una infezione virale o mutazioni del gene della tafazzina. ===Amiloidosi cardiaca=== Nelle pareti si accumulano beta-amiloidi interstiziali. La consistenza può essere da normale a gommosa, le pareti ispessite le camere normalmente non sono dilatate, se non lievemente. Gocce simili a cera sono visibile sulla parete nedocardica degkli atri L'accumulo di fibre può essere locale, limitato al cuore, oppure sistemico. La prima forma, meno grave, colpisce soggetti anziani con più di 70 anni, la seconda ha una prgnosi più sfavorevole, colpisce pazienti giovani, ed è secondaria a mieloma o infiammazione cronica. Nella forma senile gli accumuli sono costituiti da '''transtiretina'''. ==Miocardite== La miocardite è un gruppo eterogeneo di malattie caratterizzate dall'infiammazione del miocardio e danno ad esso associato. La sua presentazione clinica può essere simile all'infarto miocardico. Nelle forme fulminanti insorgono insufficienza cardiaca o aritmie fatali. I pazienti possono sviluppare cardiomiopatia dilatativa nel lungo termine. Le cause sono: * '''virali''': da Coxsackievirus A e B e altri enterovirus (causa più comune), CMV, HIV. Nell'HIV il danno è da patogeni opportunistio direttamente dal virus *'''batteriche''': ''Borrelia burgdorferi'' (malattia di Lyme), in cui colpisce il 5% dei pazienti, difterite *'''parassitarie''': trichinella, toxoplasma, tripanosomiasi americana (malattia di Chagas), nella quale la miocardite è presente nel 10% degli infettati, può decorrere verso rosoluzione o il paziente sviuppa una miocardite cronica immuno-mediata che porta a insufficienza cardaica in 10-20 anni *'''da ipersensibilità''' *'''a celule giganti''': fulminante *da '''farmaci''' ===Morfologia=== Macroscopicamente, il cuore può apparire normale o lievemente dilatato. Nelle fasi avanzate le pareti risultano flaccide con focolai infiammatori a chiazze (non continui). All'esame microscopico si vedono inflitrati linfocitari con miociti in necrosi. Una biopsia può essere negativa per via del fatto che l'infiammazione si presenta a chiazze non continue. Nella tripanosomiasi, è presente invasione dei parassiti. Nella miocardite da ipersensibilità è presente eosinofilia. La miocardite da cellule gigante prende il suo nome da cellule formate dalla fusione di macrofagi nz8tnvrqr1hi0jqrhyije0j2bqy3m7m