Wikibooks
itwikibooks
https://it.wikibooks.org/wiki/Pagina_principale
MediaWiki 1.47.0-wmf.9
first-letter
Media
Speciale
Discussione
Utente
Discussioni utente
Wikibooks
Discussioni Wikibooks
File
Discussioni file
MediaWiki
Discussioni MediaWiki
Template
Discussioni template
Aiuto
Discussioni aiuto
Categoria
Discussioni categoria
Progetto
Discussioni progetto
Ripiano
Discussioni ripiano
TimedText
TimedText talk
Modulo
Discussioni modulo
Evento
Discussioni evento
Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova
0
34708
499694
499640
2026-07-03T15:10:27Z
Tom il padernellese
46110
aggiunta Piombino Dese
499694
wikitext
text/x-wiki
{{Disposizioni foniche di organi a canne}}
Disposizioni foniche della provincia di Padova raggruppate per comune:
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Padova|Padova]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Abano Terme|Abano Terme]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Albignasego|Albignasego]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Anguillara Veneta|Anguillara Veneta]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Arquà Petrarca|Arquà Petrarca]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Arre|Arre]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Arzergrande|Arzergrande]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Bagnoli di Sopra|Bagnoli di Sopra]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Baone|Baone]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Barbona|Barbona]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Bovolenta|Bovolenta]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Brugine|Brugine]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Campodarsego|Campodarsego]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Camposampiero|Camposampiero]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Campodoro|Campodoro]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Candiana|Candiana]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Carceri|Carceri]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Cartura|Cartura]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Casale di Scodosia|Casale di Scodosia]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Casalserugo|Casalserugo]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Cervarese S Croce|Cervarese S. Croce]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Codevigo|Codevigo]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Conselve|Conselve]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Este|Este]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Galzignano Terme|Galzignano Terme]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Gazzo Padovano|Gazzo Padovano]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Granze|Granze]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Legnaro|Legnaro]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Loreggia|Loreggia]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Monselice|Monselice]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Montagnana|Montagnana]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Ospedaletto Euganeo|Ospedaletto Euganeo]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Pernumia|Pernumia]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Piombino Dese |Piombino Dese]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Piove di Sacco|Piove di Sacco]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Ponso|Ponso]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Pontelongo|Pontelongo]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Ponte San Nicolò|Ponte San Nicolò]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Pozzonovo|Pozzonovo]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Rubano|Rubano]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/San Giorgio delle Pertiche|San Giorgio delle Pertiche]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/San Martino di Lupari|San Martino di Lupari]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/San Pietro Viminario|San Pietro Viminario]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Sant'Angelo di Piove di Sacco|Sant'Angelo di Piove di Sacco]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Sant'Elena|Sant'Elena]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Saonara|Saonara]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Solesino|Solesino]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Teolo|Teolo]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Terrassa Padovana|Terrassa Padovana]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Torreglia|Torreglia]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Trebaseleghe|Trebaseleghe]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Tribano|Tribano]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Vescovana|Vescovana]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Vighizzolo d'Este|Vighizzolo d'Este]]
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Vigonza|Vigonza]]
{{Avanzamento|25%|18 gennaio 2015}}
[[Categoria:Disposizioni foniche di organi a canne]]
qktvajn1mcf95rmb2pxnqd4h761ncgb
Utente:LorManLor/Sandbox
2
59598
499691
499690
2026-07-03T12:11:30Z
LorManLor
24993
499691
wikitext
text/x-wiki
'''3. Pluralità dei femminismi'''
3.1 Formazione (1965–1973)
3.2 Espansione e confronto pubblico (1974–1976)
3.3 Ridefinizioni (1977–1980)
'''4. Spazi, infrastrutture, saperi'''
4.1 Consultori autogestiti e self-help
4.2 Le 150 ore delle donne
4.3 Case delle donne
4.4 Editoria femminista
4.5 Arte e cinema
'''5. Trasformazioni tra anni Settanta e Ottanta'''
5.1 Nuove configurazioni
5.2 Femminismo e politiche delle donne
'''6. Interpretazioni storiografiche'''
6.1 Questioni di metodo. Memoria e storia
6.2 Periodizzazioni
6.3 Questione territoriale
6.4 "Doppia militanza" e rapporti con la sinistra
extraparlamentare
6.5 Dimensione transnazionale
6.6 Questioni aperte, prospettive di ricerca
'''Appendici'''
Cronologia essenziale
Glossario
Documenti fondamentali (estratti)
Bibliografia
Sitografia e archivi digitali
== Cap. 3 - Pluralità dei femminismi ==
Il cap. 3 dovrebbe parlare di come il femminismo si rapporta al suo interno e ''in relazione ad altri soggetti politici'' ''(sin ex)''
Il cap. 5 (riforme, processi per stupro) di come il femminismo interagisce con le ''istituzioni'' — leggi, parlamento, tribunali.
Ma il femminismo italiano si definisce ''sempre'' in relazione a qualcosa di esterno — la sinistra, le istituzioni, il diritto, i movimenti. Non esiste un "interno puro" del movimento separabile da questi rapporti. Quindi qualsiasi architettura che provi a separare "i gruppi" da "i rapporti esterni" produrrà sempre sovrapposizioni.
Soluzione: logica diacronica + attenzione alle dinamiche
Le pratiche che caratterizzano la fase fondativa del neofemminismo - autocoscienza, separatismo, politicizzazione dell’esperienza e centralità del corpo - costituiscono un terreno condiviso tra i gruppi e collettivi sorti nei primi anni Settanta. All’interno di tale quadro comune emergono tuttavia, fin dall’inizio, elaborazioni teoriche e orientamenti politici differenziati, che danno luogo a una pluralità di esperienze e di linguaggi
Il femminismo italiano degli anni Settanta si presenta alla ricerca storica come un oggetto per sua natura plurale. La storiografia ha progressivamente adottato la categoria di “femminismi” per descrivere la compresenza di pratiche e orientamenti politici differenziati, riconoscendo nella molteplicità di gruppi, pratiche e orientamenti teorici una caratteristica costitutiva del movimento. (Guerra, 2005; Bellè, 2021; Stelliferi e Voli, 2023). Parlare di "femminismi" al plurale significa riconoscere che il campo femminista italiano non ha mai avuto un centro, una linea ufficiale, né portavoce riconosciute.
Le linee di differenziazione attraversano le culture politiche di provenienza, le collocazioni territoriali, le generazioni coinvolte e le modalità di relazione con movimenti e istituzioni. Il quadro che ne deriva è composito: accanto ai gruppi che fanno dell’autocoscienza il centro della pratica politica, si sviluppano collettivi influenzati dall’operaismo e dalla critica del lavoro domestico, esperienze che introducono strumenti psicoanalitici nell’analisi della soggettività femminile e organizzazioni impegnate nelle campagne per la riforma della legislazione su contraccezione e aborto. Queste diverse modalità di intervento non costituiscono correnti separate, ma configurazioni parziali che spesso si sovrappongono e si ridefiniscono nel corso delle mobilitazioni degli anni successivi.
Tale pluralità riguarda sia le impostazioni teoriche — ad esempio il rapporto tra emancipazione e differenza sessuale, tra sesso e classe, tra autonomia e mediazione politica — sia le forme organizzative e gli ambiti di intervento privilegiati dai diversi gruppi. La differenziazione interna del movimento si manifesta lungo vari assi: le culture politiche di provenienza, la collocazione territoriale, le generazioni coinvolte, le modalità di relazione con i movimenti sociali e con le istituzioni. Ne emerge un panorama composito, nel quale coesistono orientamenti separatisti e pratiche di doppia militanza, esperienze concentrate sull’elaborazione teorica e percorsi maggiormente orientati all’intervento sociale e sindacale.
coesistono orientamenti separatisti e pratiche di doppia militanza, gruppi centrati sull’elaborazione teorica ed esperienze maggiormente orientate all’intervento sociale e sindacale, .
Già nella prima metà degli anni Settanta il movimento femminista italiano appare attraversato da orientamenti differenti.
Questa pluralità si riflette nella struttura organizzativa del movimento: reticolare, priva di gerarchie formalizzate, composta da soggetti collettivi con gradi molto diversi di strutturazione e continuità nel tempo. Accanto a gruppi ben identificabili, esistono aggregazioni nate intorno a singoli temi o momenti di mobilitazione. È una forma che garantisce radicamento diffuso, ma che non produce — né per tutte necessariamente deve produrre — posizioni comuni: per una parte del movimento il rifiuto della risposta collettiva, delle manifestazioni di massa e di qualsiasi forma di contrattazione con le istituzioni è esso stesso una scelta teorica e politica.
Il contesto politico e sociale rappresenta una variabile che ne plasma le trasformazioni. Il referendum sul divorzio del 1974, le elezioni del 1976, la stagione legislativa su aborto e consultori, gli anni di piombo ridefiniscono i termini del confronto interno al movimento, spostano le linee di frattura, accelerano o frenano la capacità di mobilitazione collettiva. Quando le istituzioni cominciano ad assorbire alcune istanze femministe traducendole in leggi, la struttura reticolare mostra i suoi limiti: la rete fatica a reggere la pressione dell'istituzionalizzazione, e la pluralità che aveva garantito vitalità diventa difficile da tenere insieme.
È in questo intreccio tra dinamiche interne ed esterne che si leggono i conflitti del femminismo italiano: le divisioni sull'aborto, sul rapporto con le istituzioni, sulle manifestazioni di piazza non sono fratture accidentali, ma rispecchiano differenze teoriche e politiche profonde sul senso stesso dell'agire femminista.
> le vicende entrano come esempi trasversali a queste linee, non come scansione cronologica.
Quattro linee di differenza "interne": i
# Autocoscienza/pratica dell'inconscio (elaborazione interna) vs. pratica/intervento nel sociale
# Autonomia radicale vs. interlocuzione istituzionale (Milano vs. Roma — come asse che incrocia le prime due - Lussana)
# doppia militanza e rapporto con la sinistra
# Femministe storiche vs. nuove, conflitto generazionale e allargamento del movimento
Problema: quale contesto politico è davvero rilevante per capire l'evoluzione del femminismo? Non tutto il contesto politico italiano, ma solo quello che incide direttamente sul movimento: le leggi che lo riguardano, i movimenti con cui interagisce, il clima che restringe o allarga gli spazi di azione.
== 3.1 Formazione dei collettivi (1965–1973) ==
Tra la seconda metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta in diverse città italiane iniziano a formarsi i primi gruppi femministi autonomi. Tali esperienze non derivano da un unico centro organizzativo né da un’elaborazione teorica condivisa: emergono in contesti differenti e a partire da percorsi politici e sociali eterogenei. Collettivi universitari, gruppi nati all’interno della nuova sinistra ed esperienze sviluppate in ambienti intellettuali e culturali contribuiscono alla costruzione di una rete di relazioni informali, caratterizzata da forte autonomia locale e da modalità di coordinamento intermittenti.
La storiografia ha progressivamente adottato la categoria di “femminismi” per descrivere questa configurazione originaria del movimento, già attraversata da differenze significative nei linguaggi politici, nelle pratiche e nelle forme di organizzazione (Rossi-Doria 2005; Lussana 2012; Stelliferi 2015). Fin dalle origini, quindi, il movimento assume una struttura reticolare, composta da collettivi autonomi, gruppi di autocoscienza e reti informali di scambio, senza un’organizzazione centrale né piattaforme politiche unitarie.
Tali differenze si articolano lungo diversi piani: un primo ambito riguarda le modalità attraverso cui viene elaborata la soggettività femminile come terreno di esperienza politica. In alcuni gruppi l’autocoscienza costituisce lo strumento principale di analisi delle relazioni tra donne e della costruzione di un sapere politico fondato sull’esperienza condivisa; in altri contesti la riflessione si sviluppa attraverso pratiche espressive e simboliche che rielaborano in forme diverse il rapporto tra identità femminile, corpo e linguaggio.
Un altro piano riguarda il rapporto tra elaborazione teorica e intervento sociale. Alcuni collettivi privilegiano la riflessione sui linguaggi e sulle relazioni tra i sessi; altri sviluppano iniziative orientate all’intervento pubblico. A questi elementi si aggiungono le diverse modalità di relazione con i movimenti politici e con le istituzioni. Le provenienze dalla nuova sinistra, dal radicalismo dei diritti civili o da esperienze associative precedenti producono configurazioni differenti del rapporto con partiti, sindacati e organizzazioni politiche, anticipando alcune delle tensioni che emergeranno con maggiore evidenza nella seconda metà del decennio.
La crescita dei collettivi si accompagna alla nascita di una prima produzione editoriale militante. Tra il 1972 e il 1973 compaiono bollettini ciclostilati e riviste autoprodotte che mettono in circolazione documenti, traduzioni e riflessioni teoriche dei gruppi femministi, favorendo il confronto tra collettivi e la diffusione di testi del femminismo internazionale. Accanto a queste iniziative si sviluppano periodici legati a organizzazioni politiche della sinistra o dell’area marxista, nei quali la questione femminile viene affrontata all’interno di culture politiche preesistenti. L’espansione della stampa militante segnala l’emergere di una rete di relazioni tra gruppi ancora priva di strutture organizzative stabili.
In questo quadro, i primi collettivi femministi non costituiscono varianti di un modello comune, ma risposte diverse a questioni condivise: la politicizzazione dell’esperienza femminile, la ridefinizione dei rapporti tra i sessi e la ricerca di forme autonome di organizzazione e di parola pubblica.
==== 3.1.1 Prime esperienze e contesti di formazione ====
Le premesse del neofemminismo italiano si collocano nella seconda metà degli anni Sessanta.
Una delle esperienze più precoci e significative di questa fase iniziale è rappresentata dal gruppo DEMAU (Demistificazione Autoritarismo), fondato a Milano nel 1965-1966. In un ambiente intellettuale e culturale segnato dalle trasformazioni del decennio, DEMAU sviluppa una riflessione critica sui rapporti di autorità nella società e nella famiglia e sui paradigmi emancipazionisti dell’UDI e della sinistra storica, individuando nella sessualità uno dei luoghi centrali della subordinazione femminile. Pur rimanendo un’esperienza numericamente limitata - il gruppo si ridimensiona nel 1968, quando parte delle aderenti confluisce nella nuova sinistra, nella convinzione che la trasformazione complessiva dei rapporti sociali avrebbe comportato anche una ridefinizione dei ruoli di genere - DEMAU anticipa temi che diventeranno centrali nel neofemminismo degli anni successivi.
Sul finire degli anni sessanta, in contesto universitario, si sviluppano collettivi femministi come il Cerchio spezzato di Trento, attivo alla fine degli anni Sessanta. Nato nell’ambiente del movimento studentesco, il gruppo rappresenta uno dei primi tentativi di affrontare la condizione femminile all’interno delle trasformazioni politiche e culturali del Sessantotto, mostrando come la nascita del femminismo italiano non sia circoscritta ai grandi centri urbani.
L’esperienza nei gruppi extraparlamentari costituisce uno snodo decisivo. Le donne sperimentano marginalizzazione organizzativa, assegnazione a ruoli esecutivi, rimozione dei temi legati a sessualità e maternità. La formula degli “angeli del ciclostile” sintetizza una condizione diffusa: intensa partecipazione politica senza riconoscimento soggettivo. Quando, intorno al 1970, circolano in Italia i testi del neofemminismo statunitense e la pratica dell’autocoscienza (Calabrò e Grasso 1985), tali esperienze trovano un terreno già predisposto.
==== 3.1.2 Nascita dei primi gruppi (1970-1973) ====
Nel 1970 emergono quasi simultaneamente diverse esperienze, destinate ad avere maggiore visibilità nel panorama del movimento. A Roma viene diffuso a Roma il Manifesto di Rivolta femminile, testo fondativo del gruppo animato da Carla Lonzi, che afferma la rottura con la politica tradizionale e con l’emancipazionismo, ponendo le donne come soggetto autonomo di trasformazione e rifiutando ogni interlocuzione istituzionale. Nello stesso anno si costituisce il Movimento di Liberazione della Donna (MLD), federato al Partito Radicale, con un orientamento maggiormente centrato sull’iniziativa pubblica e sulla riforma legislativa (contraccezione, aborto, servizi sanitari).
Tra il 1970 e il 1973 si moltiplicano collettivi territoriali con configurazioni diverse. A Milano il Collettivo di via Cherubini assume un ruolo centrale, praticando l’autocoscienza come forma primaria di elaborazione politica. A Padova nasce Lotta Femminista, animata da Mariarosa Dalla Costa, che elabora la teoria del salario al lavoro domestico e si estende a Milano, Bologna e altre città. A Roma si sviluppano collettivi di quartiere maggiormente orientati all’intervento sociale.
+ Nemesiache.
==== 3.1.3 Collegamenti nazionali e confronti transnazionali ====
La crescita dei collettivi femministi si accompagna alla nascita di una prima produzione editoriale militante. Bollettini ciclostilati e riviste autoprodotte mettono in circolo esperienze e riflessioni; alcuni testi, come l'antologia ''Donne è bello'' curata dal gruppo milanese Anabasi, favoriscono la diffusione di testi e documenti del femminismo internazionale.
Un ruolo importante in questo processo è svolto dal primo numero della rivista ''Sottosopra'', promosso nel 1973 da gruppi milanesi con l’obbiettivo di raccogliere documenti, mettere in comunicazione collettivi autonomi e favorire la discussione su scala nazionale.
La stampa militante evidenzia tuttavia la presenza di traiettorie plurimi: gruppi orientati all’elaborazione teorica e simbolica della differenza sessuale; collettivi che sviluppano una critica marxista della divisione sessuale del lavoro; realtà maggiormente orientate all’intervento pubblico e alle campagne per i diritti civili. Esse rappresentano alcuni dei poli iniziali attorno ai quali si sviluppa una rete di collettivi autonomi, caratterizzata da confini mobili, appartenenze multiple e forme di coordinamento intermittenti.
A partire dal 1972 l’incontro con il femminismo francese nei convegni di La Tranche-sur-Mer e Vieux-Villez introduce ulteriori elementi di differenziazione. L’attenzione alla pratica psicoanalitica, al rapporto con la figura materna e al lesbismo come pratica politica influenza alcuni gruppi milanesi. Da questo confronto derivano esperienze come Analisi (fine 1973) e, successivamente, Pratica dell’inconscio, animata da Lea Melandri (Lussana, pp. 73-79). Tali gruppi assumono la dimensione dell’inconscio come ambito privilegiato di elaborazione, pur senza adottare integralmente il modello separatista radicale e il lesbismo come scelta necessaria proposti dal gruppo parigino Psych et Po Psych et Po.(Lussana, 2012).
==== Il processo Pierobon ====
Il primo grande banco di prova è il dibattito sull'aborto, che esplode con particolare intensità dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 1971 sulla contraccezione e si fa drammaticamente concreto con il processo a Gigliola Pierobon, del collettivo Lotta Femminista, nel giugno del 1973: imputata per un aborto commesso da minorenne, il caso diventa occasione di autodenunce pubbliche e di una prima grande mobilitazione femminista che amplia la visibilità nazionale del movimento.
Il caso segna un passaggio rilevante: la questione dell’autodeterminazione femminile entra nel conflitto pubblico e nel confronto diretto con l’ordinamento giuridico.
== 3.2 Espansione e confronto pubblico (1974-1976) ==
Il biennio 1974-1976 coincide con una fase di ampliamento territoriale e di maggiore visibilità pubblica del femminismo italiano. I collettivi si moltiplicano in numerose città, si intensificano i contatti tra gruppi e il movimento si confronta in modo più diretto con il sistema politico e con l’ordinamento giuridico.
L’espansione non comporta omogeneità. La crescita quantitativa si accompagna alla coesistenza di orientamenti differenti sulle forme dell’azione politica, sul rapporto con i partiti e con le organizzazioni della sinistra, sulle priorità tematiche e sulle modalità di intervento nello spazio pubblico.
La maggiore visibilità di alcune città, in particolare Milano, Roma e l’area veneta, non va interpretata come l’indicazione di una struttura gerarchica del movimento. Essa riflette la distribuzione delle fonti disponibili e l’attenzione che la storiografia ha dedicato ad alcuni ambienti militanti. Studi più recenti hanno mostrato come esperienze femministe fossero presenti anche in contesti urbani e territoriali meno documentati, mettendo in discussione una rappresentazione del movimento organizzata rigidamente intorno a pochi centri principali. La ricostruzione della geografia dei collettivi resta quindi un campo di ricerca ancora in evoluzione.
=== 3.2.1 Crescita del movimento e confronto tra pratiche politiche ===
La crescita del movimento in questi anni non è solo quantitativa. Nascono nuovi gruppi, si moltiplicano i collettivi di quartiere e nei luoghi di lavoro, si aprono i primi consultori autogestiti.
A Roma il Comitato per l'Aborto e la Contraccezione (CRAC) riunisce collettivi femministi, gruppi della nuova sinistra e donne dell'MLD in un organismo comune, che però mostra subito le tensioni tra linguaggi politici differenti. A Milano il Collettivo di Via Cherubini approfondisce la pratica dell'inconscio e si avvia verso la fondazione della Libreria delle donne, scegliendo la costruzione di luoghi e strumenti autonomi come forma di intervento politico alternativa alle manifestazioni di massa.
È anche il momento dei primi grandi convegni nazionali. Il primo momento di confronto su scala nazionale si realizza nel novembre 1974 con il convegno femminista a Pinarella di Cervia, promosso dal collettivo milanese di via Cherubini. All’incontro partecipano circa settecento donne provenienti da numerose città italiane, appartenenti a collettivi con orientamenti politici e pratiche diverse. Il convegno è dedicato alla discussione della pratica dell’autocoscienza e delle forme di organizzazione del movimento. Il confronto mette in luce la varietà delle esperienze presenti nel femminismo italiano e rende visibili differenze di orientamento tra gruppi impegnati prevalentemente nell’elaborazione teorica e collettivi più orientati all’intervento politico e sociale, alla cosiddetta “pratica del fare” .
Un secondo convegno a Pinarella nel 1975 riprende il confronto tra i gruppi e rende più esplicite alcune divergenze emerse nel movimento, senza risolverle. In particolare si confrontano posizioni che attribuiscono centralità alla pratica dell’inconscio e altre più direttamente orientate all’azione politica e sociale, in continuità con le mobilitazioni sull’aborto e con le campagne per i consultori. Il confronto non conduce alla definizione di una piattaforma comune, ma rende esplicite le differenze tra pratiche e linguaggi politici presenti nel movimento.
I convegni di Pinarella rappresentano così uno dei primi momenti in cui queste divergenze vengono discusse su scala nazionale, nel contesto di un movimento che, proprio negli stessi anni, sta ampliando la propria presenza nello spazio pubblico attraverso le campagne sull’aborto e la crescita dei collettivi femministi nelle principali città italiane.(Lussana, 2012).
=== 3.2.2 Il terreno dell’aborto e la prima mobilitazione nazionale ===
Dopo il caso Pierobon la questione dell’aborto assume una centralità crescente e attraverso le sue mobilitazioni il movimento femminista entra progressivamente nello spazio pubblico e politico. L’interruzione volontaria di gravidanza non viene tematizzata soltanto come rivendicazione giuridica, ma come nodo teorico che investe la sessualità, la maternità e il controllo del corpo femminile.
Nel corso del 1974 e del 1975 il dibattito si intensifica e costringe tutti i gruppi a prendere posizione, evidenziando i diversi punti di vista.
Per il Movimento di Liberazione della Donna (MLD) la legalizzazione dell’aborto costituisce una tappa necessaria nell’estensione dei diritti civili e dell’autodeterminazione individuale.
Il CRAC (Coordinamento Romano Aborto e Contraccezione), che riunisce il Movimento Femminista Romano di via Pompeo Magno, collettivi di quartiere, il Nucleo Femminista Medicina e militanti provenienti da Lotta Continua e Avanguardia Operaia, pone l’obiettivo dell’aborto libero, gratuito e assistito, legato ad politica di prevenzione fondata su consultori controllati dalle donne, da ottenere attraverso mobilitazione collettiva e pressione sulle istituzioni.
Per Rivolta Femminile e per gli altri gruppi che fanno dell’autocoscienza e dell’autoriflessione la propria pratica principale, come era accaduto per il divorzio, la legalizzazione dell’aborto non esaurisce il problema politico che esso porta con sé: l'aborto è una tragedia prodotta da una sessualità femminile colonizzata dall'uomo, e regolamentarlo giuridicamente rischia di perpetuare quella colonizzazione sotto forma di legalità.
Questa posizione viene espressa con chiarezza anche nel convegno milanese su Sessualità, procreazione, maternità, aborto, tenuto al Circolo De Amicis nel febbraio 1975, dove si insiste sulla necessità di non isolare l’aborto dalla condizione complessiva delle donne e di non ridurlo a un singolo obiettivo di riforma. (Sottosopra rosso, 1975).
In un clima di mobilitazione crescente il 6 dicembre 1975 si svolge a Roma la prima grande manifestazione nazionale di sole donne, alla quale prendono parte collettivi autonomi, gruppi legati al salario al lavoro domestico, donne della sinistra extraparlamentare, il MLD e anche l’UDI. Ventimila donne scendono in piazza per chiedere l'aborto libero, gratuito e assistito.
La giornata è segnata anche da tensioni con militanti del servizio d’ordine di Lotta Continua, che tentano di inserirsi nel corteo con la forza, nonostante la richiesta di restare ai margini. Gli incidenti che seguono mettono a nudo l'incomunicabilità tra pratiche femministe e modelli di militanza maschile (Lussana 2012), ma segnalano anche una divisione interna: per una parte del movimento scendere in piazza è un atto politico necessario; per un'altra il femminismo delle piazze schiaccia le differenze femminili dietro uno slogan e non scalfisce l'oppressione originaria (Lussana, 2012).
=== 3.2.3 PCI, UDI e il problema dell’autonomia ===
La mobilitazione sull’aborto riapre il confronto tra il neofemminismo e le organizzazioni storiche del movimento delle donne, in particolare l’UDI.
Storicamente legata al PCI e collocata nell’area della sinistra istituzionale, l’UDI attraversa in questi anni una fase di ridefinizione interna. La pressione esercitata dal nuovo femminismo, soprattutto sui temi della sessualità, dell’autodeterminazione e del rapporto tra diritti e differenza, costringe l’organizzazione a confrontarsi con un lessico e con pratiche che non appartengono alla sua tradizione emancipazionista. Il referendum sul divorzio del 1974 e la mobilitazione sull’aborto accentuano questa tensione.
Da un lato, l’UDI condivide con i collettivi la battaglia per l’estensione dei diritti; dall’altro, mantiene una concezione della politica fondata sulla mediazione partitica e sull’intervento legislativo, in sintonia con la strategia del PCI nella fase del compromesso storico.
Per una parte delle femministe autonome, l’UDI rappresenta ancora una forma di subordinazione organizzativa alla cultura politica maschile; per altre, costituisce invece uno spazio attraversabile, capace di incidere concretamente sui processi legislativi e sulle politiche sociali. La presenza dell’UDI nella manifestazione del 6 dicembre 1975 e nei successivi passaggi parlamentari sull’aborto rende visibile questa ambivalenza: convergenza sui contenuti, divergenza sulle forme dell’agire politico.
In questo intreccio prende forma uno dei nodi destinati a segnare l’intero decennio: il rapporto tra movimento e rappresentanza, tra pratica dell’autonomia e traduzione istituzionale delle rivendicazioni.
=== 3.2.4 Autonomia femminista e rapporto con le istituzioni ===
Alla metà degli anni Settanta le esperienze femministe presenti nelle diverse città italiane si confrontano sempre più direttamente con il problema delle forme dell’azione politica e del rapporto con lo spazio pubblico e istituzionale. Dopo momenti di confronto nazionale tra collettivi e le mobilitazioni sull’aborto, il dibattito riguarda soprattutto le modalità attraverso cui le pratiche femministe possano intervenire nella società.
In alcuni contesti urbani i collettivi sviluppano forme di azione rivolte esplicitamente verso lo spazio pubblico.
Le campagne per la depenalizzazione dell’aborto rappresentano uno dei principali terreni di questo confronto. Nel corso del 1976 in alcuni contesti urbani si delineano con maggiore chiarezza alcune modalità differenti di intervento verso l’esterno.
A Roma, gruppi legati al movimento femminista romano e alle campagne radicali sui diritti civili partecipano a iniziative pubbliche sull’aborto e sulla contraccezione e intervengono nel dibattito politico e giuridico che accompagna la discussione sulla riforma della legislazione e con le politiche pubbliche relative alla salute e alla maternità. In questo contesto l’azione femminista assume spesso la forma di mobilitazioni pubbliche, assemblee e campagne rivolte all’opinione pubblica e alle istituzioni
In altri ambienti del movimento emergono invece posizioni più caute o critiche nei confronti di questo tipo di intervento. Nell’area milanese che si raccoglie attorno al collettivo di via Cherubini la riflessione femminista si concentra soprattutto sull’elaborazione teorica e sull’analisi delle relazioni tra donne. In questo contesto alcune militanti sottolineano il rischio che l’impegno nelle campagne politiche o nei processi istituzionali possa trasformare o ridurre la portata critica del movimento.
Posizioni differenti emergono anche in altri contesti del movimento, tra cui l’area torinese, dove l’eredità dei movimenti della nuova sinistra continua a influenzare il modo di concepire il rapporto tra femminismo e mobilitazione sociale.
Nel corso del 1976 queste diverse modalità di intendere l'azione politica femminista - intervento pubblico, elaborazione teorica e trasformazione delle relazioni tra donne - già emerse nel confronto tra gruppi negli anni precedenti, continuano a convivere all’interno del panorama dei collettivi, riflettendo la pluralità di esperienze e di orientamenti che caratterizza il femminismo italiano nella metà del decennio.
Togliere quest'ultima parte:
Calabrò e Grasso (1985) individuano in questo processo la chiave interpretativa della crisi del movimento femminista: quando il conflitto si sposta da obiettivi non negoziabili — la definizione dell'identità sessuale femminile — a obiettivi negoziabili — l'acquisizione di diritti regolamentati per legge — il movimento cambia avversario, ne accetta le regole del gioco e perde progressivamente la capacità di mobilitazione. Gran parte del femminismo non si riconosce nella nuova posta in gioco e non si mobilita.
All'interno del movimento, il 1976 è anche l'anno in cui le carte si rimescolano: nascono molti nuovi gruppi, fluidi e di breve durata, che mescolano elementi delle diverse tendenze senza approfondirne nessuna, mentre l'autocoscienza nei gruppi storici è ormai in esaurimento. L'ingresso di donne giovani produce tensioni generazionali tra nuove e femministe storiche che indeboliscono la trasmissione del patrimonio teorico. Il convegno di Paestum nel dicembre 1976, l'ultimo a carattere nazionale, registra queste fratture senza comporle. Parallelamente emergono i primi segnali di una trasformazione: i corsi delle 150 ore, che mettono in contatto femministe e donne di condizione diversa, anticipano le forme che il femminismo assumerà nel decennio successivo.
== 3.3 Trasformazioni del movimento (1977-1981) ==
Descrivere questi 3 passaggi:
* fine dei grandi momenti unitari (ma sono mai esistiti?)
* frammentazione dei collettivi
* spostamento verso pratiche diffuse
=== 3.3 Trasformazioni del movimento (1977–1981) ===
'''3.3.1 Il 1977 e la ridefinizione del campo dei movimenti'''
* rapporto con Autonomia
* differenze città
* crisi organizzazioni extraparlamentari
'''3.3.2 Differenziazione dei collettivi e nuove aree di intervento'''
* consultori
* salute
* centri donne
* cultura
* editoria
('''questo prepara il capitolo 4''')
'''3.3.3 Leggi, referendum e rapporti con le istituzioni'''
* legge parità 1977
* legge 194 1978
* referendum 1981
* pratiche contro obiezione
Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta il movimento femminista italiano attraversa una fase di trasformazione delle proprie forme organizzative e delle modalità di intervento pubblico. Dopo la forte espansione dei collettivi registrata tra il 1974 e il 1976, molte esperienze locali conoscono mutamenti significativi: alcuni gruppi si sciolgono, altri ridefiniscono le proprie attività, mentre emergono nuove iniziative legate a ambiti specifici come la salute delle donne, il lavoro e i servizi sociali.
In diverse città le iniziative femministe si concentrano sulla creazione di consultori e spazi di incontro tra donne, spesso in relazione con le mobilitazioni per l’aborto e con le politiche sanitarie. Accanto a queste si sviluppano esperienze di femminismo sindacale che portano all’interno delle organizzazioni del lavoro alcune delle questioni emerse nel movimento delle donne.
Questa fase di trasformazione è stata interpretata dalla storiografia in modi differenti. Uno schema interpretativo influente è quello proposto da Annarita Calabrò e Laura Grasso, che hanno individuato nella seconda metà del decennio il passaggio dal movimento femminista degli anni Settanta a una fase di «femminismo diffuso», caratterizzata da una presenza meno visibile ma più capillare nella società.
Alcune ricostruzioni hanno individuato nella seconda metà del decennio una cesura rispetto alla fase di maggiore visibilità del movimento, collocata tra il 1974 e il 1976. Altre hanno sottolineato la continuità di pratiche e iniziative femministe oltre quella stagione, evidenziando la necessità la necessità di leggere questo periodo non come una semplice fase di declino, ma come una trasformazione delle forme della mobilitazione e delle pratiche politiche delle donne.
Diversi fattori avrebbero contribuito a questo mutamento: la crisi delle organizzazioni della nuova sinistra, la radicalizzazione dello scontro politico che culmina nella stagione del terrorismo, l’ingresso di nuove generazioni di donne e l’emergere di ambiti di intervento più specifici. In questo contesto il femminismo si ridefinisce, dando luogo a una pluralità di percorsi che si sviluppano con ritmi differenti nelle diverse città e nei diversi contesti sociali.
=== 3.3.1 Il 1977 e il mutamento del contesto dei movimenti ===
Il 1977 rappresenta uno snodo importante nella storia dei movimenti italiani. La crisi delle organizzazioni extraparlamentari e la radicalizzazione dello scontro politico modificano profondamente il contesto nel quale il femminismo si era sviluppato negli anni precedenti.
Il rapporto con il movimento del ’77 non assume una forma unitaria. In alcuni contesti vi sono punti di contatto, soprattutto per quanto riguarda la critica della delega politica, l’attenzione al vissuto e la sperimentazione di nuovi linguaggi politici. In altri casi, invece, le pratiche e le forme dello scontro politico presenti nel movimento del '77 accentuano le distanze rispetto alle pratiche femministe.
Le posizioni variano significativamente da città a città e da collettivo a collettivo. In alcuni casi il femminismo mantiene rapporti di interlocuzione con il movimento antagonista e con le organizzazioni della nuova sinistra; in altri contesti si rafforza la scelta di autonomia politica già emersa negli anni precedenti. Questa pluralità di situazioni riflette la struttura stessa del femminismo italiano, caratterizzato fin dalle origini da una forte dimensione locale e da una molteplicità di esperienze organizzative.
=== 3.3.2 Doppia militanza e conflitti generazionali ===
Il nodo della doppia militanza, presente fin dall’inizio del decennio, si accentua nella seconda metà degli anni Settanta. Il rapporto tra femminismo e sinistra extraparlamentare, già segnato da tensioni profonde, di cui il congresso di Rimini di Lotta Continua nel 1976 rappresenta un momento emblematico, non si risolve in un abbandono generalizzato.
Se una parte delle femministe aveva scelto la separazione come condizione necessaria per l’elaborazione politica, molte donne, in particolare tra le più giovani, continuano a mantenere legami con organizzazioni della sinistra extraparlamentare o con i partiti della sinistra storica. Questa pluralità di appartenenze produce tensioni nei collettivi. Le femministe “storiche” tendono talvolta a leggere la doppia militanza come una persistenza della cultura emancipazionista o come un limite all’autonomia; le nuove militanti vi vedono invece una possibilità di intervento su più piani.
In diversi contesti tali divergenze contribuiscono alla crisi o allo scioglimento di gruppi consolidati. Le differenze generazionali si intrecciano con divergenze strategiche e teoriche. L’ingresso di nuove donne, spesso meno legate all’esperienza dell’autocoscienza originaria, modifica il lessico e le priorità dell’azione, mentre la trasmissione del patrimonio teorico dei primi anni Settanta si fa più discontinua.
=== 3.3.3 Trasformazioni delle pratiche e nuovi ambiti di intervento ===
Nella seconda metà degli anni Settanta le pratiche femministe si articolano in ambiti sempre più differenziati. Accanto ai collettivi che continuano a privilegiare l'elaborazione teorica, si sviluppano nuove forme di intervento legate a specifici ambiti della vita sociale, spessp legati alla salute delle donne, alla sessualità e alla maternità.
In diverse città nascono consultori autogestiti, gruppi di self-help che affrontano temi come la contraccezione, la maternità e la conoscenza del corpo femminile. Tra le esperienze più note vi sono i consultori promossi da gruppi femministi a Milano, Roma e Bologna, spesso in relazione con le mobilitazioni per la depenalizzazione dell’aborto
Accanto a questi si sviluppano spazi di produzione culturale e attività editoriali promossi da gruppi di donne. Queste iniziative contribuiscono alla diffusione delle elaborazioni femministe oltre i confini dei collettivi militanti e favoriscono la circolazione di testi, pratiche e linguaggi che avevano preso forma nella fase precedente del movimento.
Questo processo non segue un andamento uniforme: alcune esperienze mantengono una forte dimensione politica collettiva, mentre altre assumono forme più circoscritte e specializzate.
=== 3.3.4 Femminismo e lavoro: l’emergere del femminismo sindacale ===
Un ambito particolarmente significativo di questa fase è rappresentato dal rapporto tra femminismo e lavoro salariato. A partire dalla metà degli anni Settanta si sviluppano infatti esperienze di femminismo sindacale che portano all’interno delle organizzazioni dei lavoratori alcune delle questioni emerse nel movimento delle donne.
Tra il 1976 e il 1979 gruppi di delegate e militanti sindacali promuovono iniziative volte a mettere in discussione la marginalità delle questioni femminili nelle politiche sindacali. Temi come la parità salariale, la tutela della maternità, l’organizzazione del lavoro e la divisione sessuale delle mansioni entrano progressivamente nel dibattito sindacale.
Queste iniziative si collocano spesso in una posizione intermedia tra movimento femminista e organizzazioni del lavoro. Da un lato esse portano nel sindacato alcune delle elaborazioni sviluppate nei collettivi femministi; dall’altro cercano di intervenire sulle condizioni materiali di lavoro delle donne, in particolare nei settori industriali e nei servizi.
Il femminismo sindacale rappresenta così uno dei tentativi di tradurre alcune rivendicazioni del movimento delle donne all’interno delle istituzioni del lavoro organizzato, contribuendo al tempo stesso a ridefinire le politiche sindacali in materia di lavoro femminile.
=== 3.3.5 Riforme, diritto e istituzionalizzazione ===
La seconda metà degli anni Settanta è segnata da importanti passaggi legislativi che incidono direttamente sulle condizioni giuridiche delle donne. Dopo la riforma del diritto di famiglia del 1975 e l’istituzione dei consultori pubblici, il Parlamento approva nel 1977 la legge di parità tra uomini e donne nel lavoro e, nel 1978, la legge n. 194 che disciplina l’interruzione volontaria di gravidanza; inizia anche in questo periodo il dibattito sulla riforma dei reati di violenza sessuale.
Questi processi accentuano una tensione già emersa negli anni precedenti: la traducibilità dell’esperienza femminile nella forma giuridica. Per una parte del femminismo l’intervento normativo rappresenta uno strumento necessario per garantire diritti e tutele alle donne; per altre componenti la centralità attribuita alla legge rischia di ridurre la portata trasformativa delle pratiche femministe, riportando le questioni poste dal movimento entro il linguaggio delle istituzioni.
La legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza, approvata nel maggio 1978, produce reazioni divergenti. Le femministe che si erano opposte a qualsiasi regolamentazione giuridica ribadiscono l'impossibilità di tradurre in legge la complessità dell'esperienza femminile. Quelle che avevano sostenuto la battaglia per la legalizzazione esprimono insoddisfazione per i limiti del testo, in particolare per la clausola sull'obiezione di coscienza. La legge non chiude il dibattito: i collettivi continuano a mobilitarsi per la sua piena applicazione, a presidiare gli ospedali, a sostenere le donne nei percorsi di interruzione di gravidanza.
Il dibattito sulla legge di parità tra i sessi nel mondo del lavoro (1977) e sulla proposta di legge contro la violenza sessuale riproduce le stesse linee di divisione: una parte del movimento lavora per ottenere tutele concrete, spostare la violenza sessuale dai reati contro la morale pubblica ai reati contro la persona, vietare le discriminazioni nel lavoro, mentre un'altra ritiene che qualsiasi regolamentazione giuridica ignori la differenza sessuale o non possa rappresentare adeguatamente la sofferenza delle donne. La legge sulla violenza sessuale verrà approvata solo nel 1996.
In questo stesso periodo, alcune componenti del movimento intensificano il proprio impegno nel sociale: nei consultori, nei sindacati, nelle aule dei tribunali, nei centri antiviolenza. Questo spostamento verso l'esterno produce una trasformazione interna: i tempi dell'elaborazione teorica e quelli dell'azione nel sociale si sfalsano, e per alcune femministe il movimento tende a diventare una politica di servizio, perdendo la sua forza propulsiva originaria.
Il referendum del 1981 - doppio: uno promosso dal Movimento per la vita per abrogare la 194, l'altro dal Partito Radicale per liberalizzarla ulteriormente - rappresenta l'ultima grande occasione di mobilitazione collettiva. La vittoria del no su entrambi i fronti mostra ancora una capacità di azione, ma anche la persistente frammentazione interna: di fronte al referendum radicale, molte femministe scelgono il rifiuto tanto dell’abrogazione promossa dal Movimento per la vita quanto della liberalizzazione proposta dal Partito Radicale segnala una posizione autonoma rispetto alle forze politiche tradizionali. La difesa della legge non coincide con l’identificazione con la sua forma; la sua esistenza non chiude il conflitto, ma lo sposta sul terreno dell’interpretazione e dell’applicazione
=== 3.3.6 Verso il femminismo diffuso (1977-1981) ===
Alla fine del decennio il femminismo italiano appare caratterizzato da una configurazione diversa rispetto alla fase iniziale del movimento. I grandi momenti di incontro nazionale diventano più rari, mentre le esperienze locali assumono un peso crescente.
La storiografia più recente ha messo in discussione l'interpretazione che vede nella fine degli anni Settanta la fine tout court del femminismo. Alcune esperienze mostrano una continuità e una capacità di reinvenzione che non si esaurisce con il lungo Sessantotto.
Questa trasformazione è stata interpretata da alcune studiose come il passaggio dal movimento femminista degli anni Settanta a un “femminismo diffuso”, caratterizzato da una presenza meno visibile ma più capillare nella società. In questa prospettiva le pratiche e le elaborazioni nate nei collettivi femministi continuano a rappresentare un patrimonio culturale e politico che circola in ambiti e forme diverse: centri di documentazione, riviste teoriche, cooperative, iniziative culturali. Non più movimento organizzato, ma insieme di pratiche e riferimenti condivisi che attraversano ambiti diversi della vita sociale e professionale.
Al tempo stesso la ricostruzione storica di questa fase rimane complessa, sia per la molteplicità delle esperienze locali sia per la difficoltà di ricondurre percorsi differenti a una narrazione unitaria. Come ha osservato Elda Guerra, la storia del femminismo italiano richiede ancora una ricostruzione capace di cogliere la varietà dei contesti e delle pratiche che hanno caratterizzato questa stagione
'''Relazioni, conflitti e fratture tra le anime del femminismo'''
La pluralità del femminismo italiano non è solo varietà di gruppi e pratiche: è attraversata da tensioni che, con particolare evidenza dalla metà degli anni Settanta, si manifestano come conflitti espliciti. Queste tensioni riflettono differenze teoriche e politiche costitutive, che percorrono il movimento fin dalle origini e si ridefiniscono nel tempo.
Una prima linea di differenza riguarda il rapporto tra elaborazione interna e intervento esterno. Per una parte del movimento la trasformazione politica passa attraverso un lavoro su di sé - l'autocoscienza, poi la pratica dell'inconscio - che non può essere subordinato a obiettivi di mobilitazione collettiva. Per un'altra parte, questo lavoro deve tradursi in azione nel sociale, in confronto con le istituzioni, in capacità di aggregare.
Da questa tensione deriva una seconda frattura, più radicale: quella tra chi considera l'interlocuzione con le istituzioni un terreno legittimo di lotta e chi vi vede una forma di incorporazione che svuota le istanze femministe del loro contenuto. Si tratta, come sottolinea Calabrò (1985), di una posizione minoritaria ma teoricamente coerente, che rifiuta non tatticamente, ma per principio, qualsiasi mediazione: con le leggi, con i partiti, con le manifestazioni di massa.
Il dibattito sull'aborto e, più tardi, quello sulla legislazione sul lavoro e sulla violenza sessuale sono i momenti in cui questa frattura diventa più visibile: mentre una parte del movimento partecipa alla contrattazione parlamentare, un'altra denuncia come qualsiasi regolamentazione giuridica lasci intatta la radice del problema. Alcune letture storiografiche hanno applicato questa polarità all'asse geografico Roma-Milano, individuando nelle due città due diverse concezioni di come la differenza femminile possa agire nel mondo (Lussana, 2012).
Una terza linea di differenza riguarda il rapporto con la sinistra e la doppia militanza: la questione di come conciliare l'appartenenza al movimento femminista con la militanza nelle organizzazioni della sinistra extraparlamentare produce tensioni che attraversano il decennio
A queste fratture teoriche se ne aggiunge una di natura diversa, che emerge intorno al 1976: il conflitto generazionale tra le femministe storiche e le donne che accedono al movimento in questa fase. Calabrò e Grasso (1985) descrivono questo processo come un rimescolamento delle carte: nascono molti nuovi gruppi, fluidi e di breve durata, che mescolano elementi delle diverse tendenze senza approfondirne nessuna. È in questo momento che il movimento femminista si allarga fino a diventare, almeno in parte, un più vasto movimento delle donne, che condivide alcune parole d'ordine femministe senza farne propria la radicalità teorica, un allargamento che è insieme un segno di forza e l'inizio di una crisi di identità che il movimento non riuscirà a risolvere.
Il cap. 4 dovrebbe connettere gli spazi alle scelte politiche senza dirlo esplicitamente. In pratica dovrebbe fare due cose: spiegare perché il femminismo italiano produce questi spazi specifici (consultori, case delle donne, librerie, editoria) in questo momento storico, e suggerire che la forma che prendono — autogestita, separatista, autonoma dalle istituzioni — non è neutra ma riflette orientamenti politici precisi.
== Cap. 4 - Spazi, infrastrutture, saperi ==
Nel corso degli anni Settanta il femminismo italiano non si limita a elaborare teorie e pratiche politiche. Accanto ai collettivi di autocoscienza e alle manifestazioni di piazza, il movimento produce infrastrutture materiali e simboliche - spazi fisici, istituzioni culturali, strumenti di comunicazione - che contribuiscono a estendere l'elaborazione femminista oltre i confini dei collettivi militanti, favorendo la costruzione di reti sociali e culturali autonome e dando corpo all'idea che il cambiamento non possa attendere le trasformazioni delle strutture esistenti, ma debba cominciare dal presente, dall'invenzione di forme di vita alternative.
Questo capitolo ricostruisce alcune delle realizzazioni più significative di questo processo: i consultori autogestiti, in cui la salute del corpo femminile diventa terreno di sapere collettivo e di conflitto con la medicina istituzionale; i corsi monografici delle 150 ore, in cui il femminismo incontra il mondo del lavoro e si diffonde capillarmente nella società; gli spazi fisici, case delle donne e librerie, in cui il separatismo si fa luogo abitabile; e infine l'editoria femminista, che produce i linguaggi e i testi attraverso cui il movimento pensa se stesso e comunica con il mondo esterno.<ref>{{Cita|Lussana|p. 19}}</ref>
==4.1 Consultori autogestiti e self-help==
===4.1.1 Nascita e diffusione===
I consultori autogestiti rappresentarono uno dei principali luoghi attraverso cui le elaborazioni teoriche del neofemminismo si tradussero in pratiche collettive e in forme di intervento sociale. Essi sorsero in modo spontaneo e frammentato, senza rispondere a un piano comune preordinato, per iniziativa di singoli collettivi operanti in autonomia.
Nati dall'incontro tra la rivendicazione dell'autodeterminazione sul corpo e la necessità di rispondere a bisogni materiali immediati, costituirono spazi nei quali la riflessione politica, la pratica sanitaria e la produzione di saperi alternativi si intrecciarono strettamente.
Il contesto in cui tali esperienze si svilupparono fu caratterizzato dall'emergere di un nuovo dibattito pubblico sui temi della [[w:Contraccezione|contraccezione]] e dell'[[w:Aborto|aborto]], favorito anche da alcuni rilevanti interventi legislativi e giurisprudenziali. Nel 1971 la [[w:Corte_costituzionale_(Italia)|Corte costituzionale]] dichiarò l'illegittimità dell'articolo 553 del [[w:Codice_penale_(Italia)|codice penale]] nella parte relativa al divieto di propaganda anticoncezionale, rimuovendo un ostacolo giuridico alla diffusione di informazioni sulla [[w:Contraccezione|contraccezione]].<ref>{{Cita|Barone|p. 124}}</ref><ref>{{Cita pubblicazione|autore=Maud Anne Bracke|anno=2022|titolo=Family planning, the pill, and reproductive agency in Italy, 1945–1971: From ‘conscious procreation’ to ‘a new fundamental right’?|rivista=European Review of History: Revue européenne d'histoire|volume=29|numero=1|lingua=en}}</ref> Nello stesso anno il Movimento di Liberazione della Donna, di orientamento libertario e federato al [[w:Partito_Radicale_(Italia)|Partito Radicale]], annunciò la presentazione di una proposta di legge di iniziativa popolare per la depenalizzazione dell'aborto, contribuendo a collocare la questione al centro del dibattito politico del decennio.<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Anastasia|cognome=Barone|titolo=«Facevamo un consultorio, ma era un progetto politico»|p=125}}</ref>
Nel giugno 1973 il processo celebratosi a Padova contro [[w:Gigliola_Pierobon|Gigliola Pierobon]] rappresentò il primo grande evento giudiziario e mediatico in Italia che contribuì a rompere il silenzio sull'aborto clandestino, trasformando un reato penale privato in un caso politico di rilevanza nazionale, grazie a una mobilitazione di massa da parte del movimento femminista.<ref>{{Cita libro|autore=Anna Rita Calabrò, Laura Grasso|titolo=Dal movimento femminista al femminismo diffuso. Storie e percorsi a Milano dagli anni '60 agli anni '80|anno=1985|editore=Franco Angeli|città=Milano|ISBN=978-88-204-4530-0}}</ref>
È in questo quadro che, tra la fine del 1973 e l'inizio del 1974, si costituirono a Roma le prime esperienze di autogestione nell'ambito della salute femminile: il consultorio di San Lorenzo, sorto da un gruppo dedicato ad aborto e contraccezione interno al Movimento femminista romano di via Pompeo Magno animato da Simonetta Tosi, e il Gruppo Femminista per la Salute della Donna, orientato invece prevalentemente alla pratica del self-help e alla ricerca.<ref>{{Cita|Barone|pp. 126-129}}</ref><ref>{{Cita|Tozzi 1984}}</ref><ref>{{Cita web|url=https://roma.repubblica.it/cronaca/2025/06/18/news/san_lorenzo_consultorio_via_dei_frentani_simonetta_tosi-424678188/|titolo=San Lorenzo, il consultorio di via dei Frentani dedicato a Simonetta Tosi|accesso=30 giugno 2026|data=18 giugno 2025}}</ref> Nel corso del 1974 e del 1975 esperienze analoghe sorsero in numerose città, tra cui Torino, Padova, Milano e Trento, e in seguito anche a Bergamo e Pinerolo.<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|anno=1987|titolo=Corpo a corpo|rivista=Memoria|numero=19-20|p=195}}</ref>
La rapida diffusione dei consultori autogestiti fu favorita sia dalla carenza di servizi dedicati alla salute e alla sessualità femminile, sia dalla volontà di sperimentare pratiche alternative rispetto ai modelli medici e assistenziali tradizionali, in una fase in cui l'aborto era ancora illegale, e vietata, fino al 1976, la vendita di contraccettivi nelle farmacie, nonostante l'avvenuta abrogazione da parte della Corte Costituzionale dell'art. 553.<ref>{{Cita web|url=https://www.aied.it/la-storia/|titolo=La nostra storia|accesso=30 giugno 1976}}</ref>
I consultori si trovarono così a negoziare costantemente la propria natura: pur rifiutando l'idea di ridursi ad ambulatori alternativi, oscillarono spesso tra l'erogazione di un "servizio" volto a colmare le carenze dell'assistenza sanitaria e la ricerca di relazioni politiche radicalmente nuove.<ref>{{Cita|Barone|pp. 120-121}}</ref><ref>{{Cita|Tosi 1987A|p. 156}}</ref>
===4.1.2 Internazionalizzazione, self-help e aborto autogestito===
I consultori autogestiti e i gruppi per la salute della donna sorsero in un contesto di intensi scambi internazionali, in particolare con i movimenti femministi francesi e statunitensi, da cui derivò gran parte delle pratiche concrete adottate in Italia. Già nel 1971 il neonato Movimento di Liberazione della Donna aveva organizzato una conferenza dedicata alle cliniche autogestite dalle donne negli Stati Uniti.<ref>{{Cita|Barone|p. 123}}</ref>
Un momento particolarmente significativo avvenne nel 1973, quando Carol Downer e Debra Law, esponenti del Los Angeles Women's Health Center, in un incontro pubblico a Roma presso il [[w:Teatro_Eliseo|Teatro Eliseo]], mostrarono alla platea la tecnica dell'autovisita: l'utilizzo combinato di uno ''speculum'' di plastica, uno specchio e una pila permetteva di osservare autonomamente le pareti vaginali e il collo dell'utero, suscitando forte impressione e venendo percepita da molte partecipanti come un'esperienza di riappropriazione del proprio corpo.<ref name=":0">{{Cita|Tozzi 1987A|p. 158}}</ref>
La diffusione di questa cultura fu accelerata nel 1974 dalla pubblicazione della traduzione italiana del testo collettivo statunitense ''Noi e il nostro corpo'' (''Our Bodies, Ourselves''), che divenne uno dei principali strumenti di diffusione delle conoscenze sulla salute femminile all'interno del movimento.<ref name=":0" /><ref>Stefania Voli, Storia di una traduzione, in Zapruder. Rivista di storia della conflittualità sociale, n. 13, Odradek Edizioni, maggio-agosto 2007.</ref>
L'autovisita, la discussione sul ciclo mestruale, sulla contraccezione, sulla sessualità e sul piacere femminile permisero di scardinare la tradizionale gerarchia tra l'esperto e l'utente. Secondo la critica femminista, le donne non dovevano essere considerate pazienti passive, ma partecipanti attive di un processo di apprendimento e di produzione condivisa del sapere.
La cooperazione transnazionale si rivelò decisiva anche sul piano operativo dell'aborto autogestito, introdotto per rispondere alla piaga degli aborti clandestini. Grazie ai rapporti con le attiviste francesi del MLAC (''Mouvement pour la liberté de l'avortement et de la contraception''), i collettivi italiani appresero e diffusero il metodo Karman.<ref>{{Cita|Tozzi 1987A|p. 161}}</ref> Questa tecnica di aspirazione risultava molto meno invasiva del tradizionale raschiamento e, richiedendo una strumentazione semplice, era praticabile anche da personale non medico, rappresentando una fondamentale innovazione politica e pratica per i gruppi che gestivano le interruzioni di gravidanza.<ref>{{Cita|Barone|p. 124}}</ref>
===4.1.3 Critica del sapere medico e delle istituzioni===
Nei consultori autogestiti la salute femminile veniva reinterpretata come questione politica e non esclusivamente medica. Le pratiche di ''self-help'' si fondavano sull'idea di una riappropriazione dal basso della gestione della salute e dei saperi sul corpo, tradizionalmente monopolizzati e privatizzati dalla medicina specialistica patriarcale.
L'esperienza dei consultori si accompagnò a una critica radicale dell'autorità medica e della pretesa neutralità dei saperi scientifici. In particolare, la ginecologia e la psichiatria vennero interpretate come ambiti nei quali si erano storicamente esercitate forme di controllo sociale e sessuo-politico sui corpi femminili.<ref name=":0" />
Tale critica si inserisce in un più ampio clima di contestazione delle istituzioni sanitarie e assistenziali che caratterizzò l'Italia degli anni Settanta: in quegli stessi anni si svilupparono le lotte per la salute nei luoghi di lavoro legate all'esperienza di Medicina Democratica e di [[w:Giulio Maccacaro|Giulio Maccacaro]], e il movimento di deistituzionalizzazione psichiatrica, ispirato all'opera di [[w:Franco Basaglia|Franco Basaglia]], rimise in discussione l'autorità medica come dispositivo di controllo sociale.<ref>{{Cita|Barone|p. 123}}</ref> Le esperienze femministe condivisero con questi movimenti la rivendicazione di una riappropriazione dal basso della gestione della salute e la ridefinizione del concetto stesso di salute in chiave sociale, e non meramente clinica.
La medicalizzazione della gravidanza, del parto e della sessualità femminile veniva così riletta come una forma di espropriazione del sapere e dell'autonomia delle donne.
===4.1.4 Istituzionalizzazione, conflitti e trasformazioni===
I consultori autogestiti furono spesso luoghi di incontro tra donne provenienti da esperienze politiche differenti: collettivi femministi, gruppi della sinistra extraparlamentare, ambienti radicali e associazioni impegnate sui temi della contraccezione e della salute sessuale. Questa pluralità di provenienze favorì la costruzione di reti di collaborazione, ma produsse anche tensioni riguardo al rapporto con le istituzioni.<ref>{{Cita|Barone|p. 121}}</ref><ref>{{Cita|Lussana 1997|pp. 562-563}}</ref><ref>{{Cita|Tozzi 1987A|pp. 155-156}}</ref>
Rispetto alle pratiche sviluppate nei piccoli gruppi di autocoscienza, i consultori implicavano un rapporto più diretto con il territorio, con donne esterne al movimento e, progressivamente, con le istituzioni, rendendo particolarmente visibile il problema del rapporto tra autonomia femminista e intervento sociale.<ref>{{Cita|Percovich|p. 15}}</ref>
L'approvazione della legge n. 405 del 1975, che istituì i consultori familiari pubblici, pose concretamente il problema dell'istituzionalizzazione delle pratiche femministe.<ref>{{Cita|Barone|pp. 121-122}}</ref> Se alcune militanti scelsero di operare all'interno delle nuove strutture pubbliche per influenzarne l'organizzazione, altre considerarono l'autonomia dei consultori autogestiti una condizione irrinunciabile della pratica politica femminista.<ref>{{Cita|Lussana 1997|pp. 563-564}}</ref>
Il dibattito sui consultori pubblici investì il movimento di una tensione interna mai del tutto risolta, riassumibile nella contrapposizione tra «lavorare con le donne» e «lavorare per le donne»<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|titolo=Corpo a corpo|p=195}}</ref>: da un lato i gruppi che, come a Torino e a Padova, scelsero di assumere una funzione di servizio sociale e richiesero il riconoscimento e il finanziamento pubblico; dall'altro le esperienze, come il Gruppo Femminista per la Salute della Donna di Roma o il Centro per una Medicina delle Donne di Milano, che si ritrassero da tale prospettiva, temendo che farsi carico della gestione di un servizio comportasse la rinuncia alla ricerca e all'autonomia politica originarie. La proposta del CRAC (Coordinamento romano aborto e contraccezione) di richiedere il finanziamento pubblico ai consultori autogestiti, motivata dal principio secondo cui «autogestione non significa autofinanziamento», fu duramente contestata da un gruppo di femministe milanesi, che vi scorsero il rischio di una collaborazione con le stesse istituzioni mediche da cui ci si voleva emancipare.<ref>{{Cita|Barone|p. 132}}</ref>
Il consultorio della Bovisa, a Milano, scelse infine di chiudere proprio in seguito all'istituzione dei consultori pubblici, ritenendo che la propria esperienza, nata come laboratorio di ricerca e non come servizio continuativo, non potesse né autogestirsi indefinitamente né istituzionalizzarsi senza tradire la propria natura<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|titolo=Corpo a corpo|pp=198-199}}</ref>.
Un conflitto analogo, ma con esiti diversi, riguardò il rapporto tra i collettivi femministi e l'Unione Donne Italiane (UDI), che a Roma sostenne invece una concezione di «gestione sociale» del servizio, fondata sulla delega allo Stato della responsabilità collettiva sulla salute delle donne, contrapposta all'autogestione rivendicata dai gruppi femministi.<ref>{{Cita|Barone|p. 132}}</ref>
Negli anni successivi, mentre molte esperienze autogestite si esaurivano, nuove forme di organizzazione e di produzione culturale - case delle donne, librerie, centri di documentazione - avrebbero raccolto parte della loro eredità.<ref>{{Cita|Lussana|p. 19}}</ref>
== 4.2 Le 150 ore delle donne ==
I corsi monografici delle 150 ore rappresentano uno degli spazi in cui il femminismo degli anni Settanta incontra più direttamente il mondo del lavoro organizzato. Nati nel quadro del contratto nazionale dei metalmeccanici del 1973, che prevedeva 150 ore di permessi retribuiti triennali finalizzati all'elevazione culturale e professionale dei lavoratori, i corsi si diffusero rapidamente in tutto il paese, soprattutto nell'Italia del Nord, dove esistevano numerosi Coordinamenti FLM e collettivi femministi radicati nelle fabbriche.
=== Dal diritto allo studio ai corsi per donne ===
L'idea di dedicare corsi monografici alla sola condizione femminile, riservati a sole donne, nasce a Torino alla fine del 1974 tra sindacaliste e femministe che di lì a pochi anni avrebbero fondato l'Intercategoriale donne CGIL-CISL-UIL (Lona, 2015).
Confrontare con: L'iniziativa nacque dall'incontro tra il femminismo sindacale, in particolare i Coordinamenti donne FLM (Federazione Lavoratori Metalmeccanici), e i gruppi del femminismo militante. Tra i promotori figurarono collettivi sindacali femminili e collettivi di quartiere come il gruppo di via Gabbro a Milano e il Collettivo Aurelio-Cavalleggeri a Roma.
Con l'apertura progressiva ad altre categorie, tra il 1974 e il 1975 furono istituiti corsi specificamente indirizzati alle donne (lavoratrici, casalinghe, disoccupate), tenuti da femministe e docenti universitarie. I contenuti riguardavano salute femminile, sessualità, lavoro domestico, condizione delle donne.
L'esperienza si radicò nelle aree a forte industrializzazione: Torino con corsi sulla salute e medicina, Milano come fulcro della riflessione teorica, Reggio Emilia e Bologna con forte partecipazione delle lavoratrici, le province venete di Venezia, Padova e Treviso tra il 1975 e il 1976, Roma come centro per la nascita di istituzioni educative autonome. La partecipazione fu significativa, con molte donne che trovavano nei corsi occasioni di formazione altrimenti inaccessibili e spazi di socializzazione (Lussana, 2012; Bellè, 2021).
Le partecipanti sono lavoratrici di ogni categoria — operaie, impiegate, casalinghe, studentesse, disoccupate — e i temi affrontati vanno ben oltre i contenuti previsti dal progetto sindacale originario: la salute, la sessualità, il corpo, la maternità, l'aborto, il lavoro domestico, i rapporti familiari. Alcune esperienze particolarmente significative si svolgono a Bergamo (1974-75), Genova (dal 1975), Torino (dal 1975, con la nascita dell'Intercategoriale che proseguirà le sue attività fino al 1981), Milano (dal 1976), Roma, Alessandria — dove i risultati del corso del 1978 vengono raccolti nel volume collettivo ''La salute della donna'' (Edizioni dell'Orso, 1979) — e nel Veneto, con i corsi di Verona e Padova avviati nel 1979 dopo una lunga negoziazione con i rispettivi atenei, che richiesero persino il parere favorevole di apposite commissioni del Senato accademico prima di approvare corsi riservati esclusivamente a donne e tenuti da sole docenti donne (Lona, 2015).
La dinamica interna ai corsi è spesso quella dell'autocoscienza allargata: le partecipanti si dividono in gruppi, discutono a partire dalla propria esperienza, e producono materiali scritti collettivamente — ciclostilati, opuscoli, a volte veri e propri libri. È in questo contesto che molte donne scrivono per la prima volta. L'esperienza più documentata è quella del corso di Affori, periferia nord di Milano, dove Lea Melandri viene assegnata nel dicembre 1976 a una classe composta quasi interamente da casalinghe over quaranta. Melandri descrive quel corso come "un laboratorio unico e originale nel tentativo di mettere a confronto intellettuali e donne comuni", in cui "le teorie elaborate dai gruppi femministi erano costrette ad esporsi agli interrogativi che venivano ancora una volta dalle vite concrete" (Melandri, archiviodilea.wordpress.com). Tra i testi prodotti dalle corsiste, il più noto è ''I pensieri vagabondi di Amalia'', di Amalia Molinelli, che ricostruisce una biografia femminile attraverso il fascismo, la Resistenza, l'emigrazione a Milano e il lavoro domestico, confrontando la propria esperienza con i testi letti durante il corso.
Il nodo del rapporto tra docenti femministe e corsiste è uno dei più ricchi e problematici dell'intera esperienza. Le femministe che insegnano portano nei corsi le teorie elaborate nei collettivi; le casalinghe e le operaie portano le loro biografie. L'incontro è trasformativo per entrambe, ma non privo di tensioni: le aspettative sono diverse, il rapporto con la scrittura è asimmetrico, e il sindacato guarda spesso con diffidenza a classi formate da sole casalinghe, faticando a riconoscerne la legittimità nell'ambito di uno strumento pensato per i lavoratori (Lussana, 2012).
Il rapporto con il sindacato è infatti tutt'altro che lineare. Come emerge dall'incontro nazionale di Firenze del febbraio 1978, i corsi delle donne devono continuamente negoziare tra la pratica femminista del partire da sé e le logiche di un'organizzazione che stenta a riconoscere la specificità femminile come terreno politico autonomo. Secondo Lussana, tuttavia, proprio questa tensione è produttiva: i corsi 150 ore delle donne costituiscono "il momento di incontro per eccellenza del pensiero femminista con la cultura e l'organizzazione dei lavoratori" e il veicolo attraverso cui il femminismo raggiunge donne che non avrebbero mai incrociato i collettivi separatisti, diventando per la prima volta pratica di massa (Lussana, 2012).
Un'acquisizione che Chiara Saraceno — che insegnò essa stessa in corsi di 150 ore a Trento — individua non tanto nei contenuti affrontati, quanto nella dimensione più elementare e più radicale: quella di legittimare le donne a prendere tempo per sé, sottraendosi alla casa e alla famiglia (cit. in Raimo, 2023).
=== Metodo e women studies popolari ===
I corsi integrarono elaborazione teorica e raccolta di storie individuali, sviluppando un metodo che partiva dai vissuti delle partecipanti. Si realizzò un incontro tra ricercatrici, accademiche e donne con diversi livelli di scolarizzazione, definito "women studies popolari".
Questo approccio mise in luce una questione diversa rispetto ai corsi per operai. Nei corsi maschili si affrontava la divisione tra lavoro manuale e intellettuale all'interno della classe. Nei corsi femminili emergeva che i saperi disciplinari erano costruiti su prospettive e linguaggi maschili, ponendo alle donne il problema dell'accesso a saperi pensati a partire da un soggetto diverso da loro.
=== Eredità istituzionale ===
Le 150 ore rappresentarono un punto di incontro tra femministe e donne che non avevano partecipato al movimento, portando il femminismo a operaie, casalinghe, impiegate (Lussana, 2012; Bracke, 2019).
Dall'esperienza dei corsi nacquero istituzioni autonome. Nel 1979 venne fondata a Roma l'Università delle donne "Virginia Woolf", a Milano la Libera Università delle Donne. Queste istituzioni proposero una ricerca che considerasse la dimensione di genere nelle discipline e nella relazione pedagogica (Lussana, 2012; Stelliferi, 2022).
La fase di massima espansione dei corsi per sole donne basati sull'autocoscienza si collocò tra il 1975 e i primi anni Ottanta. Questa forma specifica si trasformò o esaurì entro la metà degli anni Ottanta, mentre le istituzioni generate dall'esperienza continuarono la loro attività.
== 4.3 Case e librerie delle donne ==
La conquista di uno spazio fisico autonomo è, negli anni Settanta, una delle forme più concrete attraverso cui il separatismo femminista si traduce in realtà materiale.
A partire dalla seconda metà degli anni Settanta comparvero le prime Case delle donne, destinate a diventare uno dei simboli più duraturi del femminismo italiano. Questi spazi rispondono a molteplici esigenze: sedi di attività politica in cui convivono collettivi diversi, si organizzano assemblee e campagne, si producono e circolano materiali, si elabora teoria, ma anche attività culturali, luoghi in cui vengono offerti servizi concreti per donne in difficoltà, spazi di accoglienza.
La loro costituzione avviene secondo modalità differenti — l'occupazione diretta, la negoziazione con le amministrazioni locali, la fondazione cooperativa — e in ciascun caso il processo di conquista dello spazio è esso stesso un atto politico.
Il caso apripista per le case delle donne è Roma. Il 2 ottobre 1976 i movimenti femministi romani - il Movimento femminista di via Pompeo Magno, il collettivo di via Pomponazzi e alcune donne del Partito radicale - occupano Palazzo Nardini, un edificio quattrocentesco abbandonato da oltre un decennio in via del Governo Vecchio, dietro piazza Navona (Camilli, 2018). L'occupazione è non violenta e immediatamente simbolica: il palazzo era stato sede della Pretura, luogo istituzionale per eccellenza, ora sottratto e restituito alle donne.
Nei sette anni di occupazione vi trovano sede decine di realtà diverse - il consultorio self-help dell'MLD, un asilo nido aperto al quartiere, il collettivo contro la violenza alle donne, la redazione di ''Quotidiano Donna'', Radio Lilith, gruppi teatrali, di ricerca, lesbici. È alla Casa del Governo Vecchio che MLD, UDI e gruppi femministi elaborano il testo della legge di iniziativa popolare contro la violenza sessuale, e da lì parte nel novembre 1976 la fiaccolata ''Riprendiamoci la notte''. (Stelliferi, 2013).
A Milano il dibattito sullo spazio delle donne si intreccia con una questione teorica esplicita. Quando il collettivo di via Mancinelli discute della propria sede, emerge una distinzione netta tra "luogo delle donne" e "sede": quest'ultima viene considerata espressione di un modo di fare politica ancora maschile, legato all'istituzione più che alla relazione. Il luogo delle donne deve implicare l'affettività, lo stare insieme, la vita quotidiana oltre che la militanza (Calabrò-Grasso). Dopo lo scioglimento di via Mancinelli nel 1978, molte delle donne confluiscono in Col di Lana, che assumerà progressivamente le caratteristiche di casa delle donne in senso pieno. [da integrare con materiale su Col di Lana]
A Torino la Casa delle donne nasce nel marzo 1979 con l'occupazione dell'ex manicomio femminile di via Giulio, scelta deliberatamente simbolica, che trasforma un luogo storico di segregazione in spazio di liberazione. Dopo una trattativa con il Comune, le donne ottengono locali nel Palazzo dell'Antico Macello di Po in via Vanchiglia, dove la Casa ha sede ancora oggi.
A Mestre il percorso mostra come la conquista dello spazio passi talvolta attraverso la mediazione con le amministrazioni di sinistra. Nel novembre 1977 il Coordinamento femminista occupa villa Franchin nel parco di Carpenedo; lo sgombero arriva il 28 dicembre, ma il Comune, che aveva già istituito il primo referato alla Condizione femminile in Italia, avvia una trattativa che porterà all'apertura di un Centro donna in piazza Ferretto. L'esperienza veneziana mostra anche i rischi della dipendenza istituzionale: nel 1985 il cambio di giunta mette a rischio il carattere autonomo del Centro, aprendolo a gruppi non femministi e scatenando una reazione decisa delle donne che lo avevano costruito .
Le librerie delle donne appartengono allo stesso ecosistema di spazi politici, ma con una fisionomia propria. Non nascono per occupazione ma per fondazione cooperativa, e la loro funzione non è solo la circolazione dei testi ma la produzione di sapere e la costruzione di relazioni. La prima e più importante è la Libreria delle donne di Milano, fondata nel 1975 in via Dogana da un collettivo che include Luisa Muraro e Lia Cigarini, quest'ultima già attiva nel DEMAU, uno dei primi gruppi femministi italiani. Si ispira alla Librairie des Femmes di Parigi, ma a differenza di essa sceglie inizialmente di proporre solo opere di donne, per enfatizzare il sapere femminile. Fin dalla sua fondazione è luogo di elaborazione teorica oltre che spazio commerciale: organizza riunioni, discussioni politiche, proiezioni, e possiede un fondo di testi esauriti e introvabili. Negli anni '80, quando il movimento si frammenta, la Libreria diventa, secondo Calabrò, l'unico soggetto milanese ad "assumere il significato simbolico della continuità tra passato e presente", punto di riferimento riconosciuto collettivamente in un panorama altrimenti privo di leadership (Calabrò-Grasso]). È in questo spazio che si consolida il femminismo della differenza italiano, con la pubblicazione di ''Sottosopra'' (dal 1983) e ''Via Dogana'', e con l'elaborazione collettiva che confluirà in ''Non credere di avere dei diritti'' (1987).
Questi spazi — case occupate, centri negoziati, librerie cooperative — costituiscono nel loro insieme un'infrastruttura politica e culturale che il movimento costruisce autonomamente, al di fuori delle istituzioni e spesso in tensione con esse. Ciò che li accomuna è l'idea che lo spazio fisico non sia neutro: abitarlo, conquistarlo, dargli forma è già fare politica.
== 4.4 Editoria femminista ==
Negli anni Settanta l'editoria femminista italiana si afferma come dimensione costitutiva dell'azione politica. Produrre testi, riviste, opuscoli e libri non è un'attività separata dalla militanza: la scrittura e la circolazione dei materiali sono il modo in cui il movimento elabora pratiche, costruisce linguaggi comuni e rende visibile ciò che era rimasto confinato nella sfera privata - sessualità, maternità, lavoro domestico, violenza. Questa produzione si caratterizza fin dall'inizio per il rifiuto dei circuiti editoriali tradizionali, percepiti come parte delle stesse strutture di potere che il movimento contesta.
Le prime esperienze sono autogestite e sperimentali, fondate sul lavoro volontario: manifesti, ciclostilati, opuscoli prodotti dai collettivi e diffusi attraverso reti informali. La prima casa editrice femminista in senso proprio, Scritti di Rivolta Femminile, nasce a Roma nel 1970, fondata da Carla Accardi e Carla Lonzi, tra le fondatrici del collettivo Rivolta Femminile. La collana dei "Libretti verdi" si distingue per la sobrietà grafica e la radicalità teorica: Lonzi rifiuta consapevolmente recensioni, promozione e mediazioni commerciali, ritenendo che snaturino le istanze femministe. Il suo ''Sputiamo su Hegel'' (1974) diventerà uno dei testi fondativi del femminismo della differenza, con circolazione internazionale.
Nel 1972 nascono A Roma Edizioni delle donne, affini all'esperienza francese di Éditions des femmes, con un catalogo che include testi teorici e traduzioni di autrici allora poco note in Italia come Kristeva, Wittig e Duras. Nello stesso anno a Milano il gruppo Anabasi pubblica la prima antologia del femminismo internazionale, ''Donne è bello.''
Nel 1975 nasce a Milano La Tartaruga, fondata da Laura Lepetit, destinata a diventare una delle realtà più durature dell'editoria femminista italiana.
Sul versante periodico, la proliferazione è straordinaria e riflette la pluralità interna al movimento. Tra le esperienze di maggiore rilievo e durata: ''Effe'' (1973-1982), primo mensile femminista di attualità e cultura a diffusione nazionale, nato a Roma con la collaborazione di giornaliste, studiose e scrittrici; ''Sottosopra'' (Milano, 1973), rivista di movimento che diventerà uno dei luoghi teorici centrali del femminismo della differenza; ''DWF – Donna Woman Femme'' (Roma, 1975), trimestrale attento alla ricerca storica e alla traduzione di testi internazionali. Accanto a queste, decine di testate di breve durata legate ai collettivi locali documentano orientamenti differenti, dal marxismo femminista al lesbismo, dalla riflessione sulla differenza sessuale alle lotte per il salario al lavoro domestico.
L'insieme di queste esperienze - case editrici, riviste - costituisce un'infrastruttura culturale autonoma che il movimento costruisce parallelamente alle strutture istituzionali e spesso in opposizione ad esse. È in questo spazio che si elabora non solo la teoria femminista, ma anche la sua forma: una forma che rifiuta la neutralità del sapere accademico e rivendica la soggettività come punto di partenza epistemologico.
All’inizio degli anni Settanta la crescita dei collettivi femministi è accompagnata da una rapida espansione della stampa militante. Accanto ai bollettini e alle riviste prodotti dai gruppi del movimento, continua tuttavia a esistere una stampa femminile legata alle organizzazioni politiche della sinistra o alle culture marxiste rivoluzionarie. I diversi circuiti editoriali riflettono la pluralità dei contesti politici nei quali si sviluppa il femminismo italiano.
== 4.5 Arte e cinema ==
== Note ==
<references/>
== Bibliografia ==
* {{Cita libro|autore=Anastasia Barone|titolo=«Facevamo un consultorio, ma era un progetto politico».
I consultori a Roma prima e dopo la legge 405/1975|anno=2023|editore=Viella|città=Roma|pp=119-148|ISBN=9791254692349|opera=Anni di rivolta. Nuovi sguardi sui femminismi degli anni Settanta e Ottanta|curatore=Paola Stelliferi, Stefania Voli|cid=Barone}}
* {{Cita pubblicazione|autore=Alfero Boschiero, Nadia Olivieri|anno=2022|titolo=Il corpo mi corrisponde|rivista=Venetica|numero=1}}
* {{Cita pubblicazione|autore=Vicky Franzinetti|anno=1987|titolo=In senso dell'autogestione|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=181-187|cid=Franzinetti}}
* {{Cita libro|autore=Fiamma Lussana|titolo=Le donne e la modernizzazione: il neofemminismo degli anni settanta|anno=1997|editore=Einaudi|città=Torino|pp=471-565|ISBN=88-06-13571-6|opera=Storia dell'Italia repubblicana, vol.III, t.2|cid=Lussana 1997}}
* {{Cita libro|autore=Luciana Percovich|titolo=La coscienza nel corpo. Donne, salute e medicina negli anni Settanta|anno=2005|editore=Franco Angeli|città=Milano|cid=Percovich}}
* {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1984|titolo=Il movimento delle donne, la salute, la scienza. L'esperienza di Simonetta Tosi|rivista=Memoria|numero=11-12|cid=Tozzi 1984}}
* {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1987|titolo=Molecolare, creativa, materiale:
la vicenda dei gruppi per la salute|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=153-180|cid=Tozzi 1987A}}
* {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1987|titolo=Alla radice del "self-help". Gruppo femminista per la salute della donna
(G.F.S.D.)|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=202-205|cid=Tozzi 2}}<br />
== Introduzione ==
Il femminismo degli anni Settanta costituisce uno dei passaggi più incisivi della storia politica e culturale dell’Italia contemporanea. Tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta, una fitta rete di collettivi e gruppi diffusi sull’intero territorio nazionale mise in discussione i ruoli di genere, le relazioni tra i sessi e le stesse categorie attraverso cui venivano definiti la politica, i linguaggi, le forme del sapere e le soggettività.
La novità del neofemminismo non risiede unicamente nelle rivendicazioni avanzate, ma nelle pratiche attraverso cui esse furono elaborate: l’autocoscienza, la politicizzazione dell’esperienza personale, la centralità del corpo e della sessualità come luoghi di produzione di sapere e di conflitto. L’esperienza femminile non venne più subordinata a cornici interpretative esterne - di partito, di classe o di tradizione ideologica - ma assunta come punto di partenza per una rielaborazione teorica autonoma, capace di ridefinire il confine tra privato e pubblico, vita e politica, e di interrogare i nessi tra potere, sapere e corporeità.
Il femminismo di questo periodo si presenta come un insieme articolato di esperienze differenziate, radicate in contesti territoriali, culturali e politici diversi, con orientamenti teorici e strategie non omogenei. Tale pluralità - visibile nel diverso rapporto con la sinistra, i movimenti e le istituzioni, nell’alternativa tra separatismo e doppia militanza, nelle letture della subordinazione femminile in termini di classe o di differenza sessuale, nelle modalità di intervento pubblico - costituisce un tratto strutturale del movimento. La storiografia ha posto questo nodo al centro della riflessione, interrogandosi sull’uso dei termini “femminismo” e “femminismi”: se il singolare consente di cogliere la forza storica di un processo collettivo accomunato dalla critica alle gerarchie di genere, il plurale rende conto della molteplicità delle culture politiche e dei linguaggi che lo attraversarono (Guerra 2005).
La trasformazione che si produce alla fine del decennio non coincide con una cesura netta. Piuttosto, la crisi della forma-movimento apre una fase di riorganizzazione e ridefinizione: negli anni ottanta molte pratiche e molte elaborazioni proseguono in forme differenti, attraverso luoghi culturali, reti associative e iniziative di produzione che consolidano un femminismo meno centrato sulla mobilitazione di massa, ma capace di incidere in modo duraturo nel tessuto sociale (Guerra 2005). La categoria di “eredità” permette di leggere questo passaggio senza ridurlo a una narrazione di declino.
Questo volume adotta una prospettiva che intreccia ricostruzione storica e riflessione storiografica, assumendo come oggetto non soltanto gli eventi e le organizzazioni, ma le pratiche, i linguaggi e i luoghi di produzione del sapere femminista.
Dopo una sezione dedicata alle genealogie - il rapporto con il ’68, con la tradizione emancipazionista e con le reti transnazionali - il percorso analizza le pratiche fondative, la pluralità delle esperienze, i rapporti con movimenti, partiti e istituzioni, nonché gli spazi materiali e simbolici attraverso cui il femminismo costruì nuove forme di socialità e di cultura. Una parte conclusiva è dedicata alle trasformazioni degli anni ottanta e alle principali interpretazioni storiografiche del neofemminismo, affrontando le questioni di periodizzazione, di metodo e di memoria che ancora attraversano il dibattito.
Il volume assume le pratiche, i luoghi e i linguaggi come chiavi di lettura attraverso cui osservare l’intreccio tra dimensione politica, sociale e culturale del femminismo italiano degli anni Settanta, un'intersezione nella quale maggiormente si coglie la portata trasformativa del movimento.
Introduzione Parte II
Il femminismo degli anni Settanta si caratterizza per la centralità attribuita alle pratiche - come il separatismo e l’autocoscienza – che non rappresentano semplicemente forme organizzative, ma luoghi di elaborazione politica e di produzione di sapere.
La condivisione delle esperienze individuali consente di mettere in discussione l’apparente naturalità dei ruoli di genere e di individuare i meccanismi sociali e culturali che regolano i rapporti tra uomini e donne. In questo senso, le pratiche non si limitano a descrivere la realtà, ma contribuiscono a ridefinirla; la politica non è intesa soltanto come intervento nello spazio pubblico, ma come processo che prende avvio dall’esperienza vissuta e dalle relazioni tra donne.
All’interno di questo processo si afferma il principio secondo cui “il personale è politico”, che consente di collegare le esperienze quotidiane alle strutture sociali più ampie. Attraverso questa prospettiva, ambiti tradizionalmente considerati privati – come la sessualità, la maternità e la vita familiare – diventano oggetto di analisi e intervento politico.
È in questo quadro che il corpo emerge come un nodo centrale della riflessione femminista. Non si tratta di un ambito già definito, ma di un terreno che prende forma progressivamente attraverso le pratiche del movimento. Le esperienze legate alla sessualità, alla riproduzione e alla salute vengono condivise, confrontate e reinterpretate, dando luogo a una nuova consapevolezza che mette in discussione i modelli culturali dominanti; elaborazione teorica e sperimentazione pratica non costituiscono ambiti separati, ma dimensioni intrecciate di un medesimo percorso di politicizzazione.
Le pratiche del movimento non furono adottate in modo uniforme né assunsero significati univoci, ma costituirono un repertorio condiviso, rielaborato in forme differenti nei diversi contesti. Tale pluralità rinvia alla coesistenza di differenti modi di intendere la liberazione delle donne e al rifiuto di modelli organizzativi gerarchici e di una definizione univoca delle priorità. Tuttavia, essa condivise alcuni elementi fondamentali: la messa in discussione della distinzione tra sfera privata e sfera pubblica, la conseguente ridefinizione del politico e delle forme della soggettività femminile.
Le sezioni che seguono analizzano, da diverse prospettive, le principali pratiche e i nodi concettuali attraverso cui il femminismo degli anni Settanta ha ridefinito il rapporto tra esperienza, conoscenza e azione politica.
PARTE 3
"le radici del femminismo radicale italiano affondino al di fuori del contesto universitario, dei partiti e dei movimenti sociali, e si congiungano con l’azione di donne non più giovanissime alla fine degli anni Sessanta e senza pregresse, strutturate esperienze politiche." (tesi stelliferi)
32 Il primo collettivo neofemminista italiano, Demau (Demistificazione Autoritarismo; Demistificazione
[dell] autoritarismo), precede in realtà (1966) la rivolta studentesca e operaia della fine degli anni '60. - Strazzeri, p. 6
== Cronologia principale ==
=== 1965-1982 ===
{| class="wikitable sortable"
! Anno
! Gruppi che nascono
! Gruppi che si sciolgono
! Eventi
! Convegni / Incontri
! Manifestazioni
! Produzione culturale
|-
| 1965/66
| Demau
|
|
|
|
|
|-
| 1967
|
|
|
|
|
|
|-
| 1968
|
|
| Contestazione studentesca
|
|
|
|-
| 1969
| Cerchio spezzato (Trento);
MLD legato al Partito Radicale
|
| Autunno caldo
|
|
|
|-
| 1970
| Rivolta femminile
Anabasi
Le Nemesiache
|
|Approvazione della legge sul Divorzio (L. 898/1970)
|
|
|
|-
| 1971
| Lotta Femminista (PD)
|
|La Corte Costituzionale depenalizza la diffusione e l'uso degli anticoncezionali.
Approvazione della legge a tutela delle lavoratrici madri (L. 1204/1971 - diritto di astenersi dal lavoro 2 mesi prima, 3 dopo il parto) e della L.1044/1971 che introduce il piano quinquennale per l'istituzione di asili nido comunali con il concorso dello Stato
| Milano – Convegno presso l’Umanitaria
|
| Esce ''Quarto mondo'', pubblicata a Roma dal Fronte Italiano di Liberazione Femminile (FILF)
|-
| 1972
| Cherubini;
Lotta Femminista (MI)
|
|
| Bologna – Convegno di varie città;
Rouen – Convegno organizzato da Psychoanalyse et Politique;
Vandea – Convegno europeo organizzato dal MLF
|
| Nascono a Roma Edizioni delle donne; Anabasi pubblica l'antologia ''Donne è bello'' ; esce ''Compagna'', rivista di orientamento marxista. Nasce a Roma il Collettivo Femminista Comunista di Via Pomponazzi
|-
| 1973
| Collettivo San Gottardo; Gruppo Analisi; Gruppo Femminista per una medicina delle donne; Rivolta 3
| Demau
| Si forma il CISA; Processo a Gigliola Pierobon (Padova)
| Varigotti – incontro tra Cherubini, alcune donne del Veneto e le francesi di Psychanalyse et Politique
|
| Esce a Roma ''Effe'' , primo mensile femminista di attualità e cultura autogestito a diffusione nazionale; a Bologna ''La voce delle donne comuniste'' e ''Donna proletaria;'' a Milano ''MezzoCielo''
|-
| 1974
| Collettivo di via Albenga; Gruppo di Pratica dell’Inconscio; Mondadori; Ticinese
| Lotta Femminista
| Referendum abrogativo della legge sul divorzio
| 1° Convegno Nazionale a Pinarella di Cervia
|
| Esce ''Sputiamo su Hegel'' di Carla Lonzi; nasce l'editrice romana Dalla parte delle bambine; esce ''Sottosopra''
|-
| 1975
| Libreria delle donne di Milano
|
| Vengono istituiti i consultori familiari (L. 405/1975)
Blocco in Senato della proposta di legge sull’aborto
|
|
| Laura Lepetit fonda la casa editrice La Tartaruga; esce ''DWF – Donna Woman Femme''
|-
| 1975
| Corsi monografici 150 ore;
| Anabasi; Cherubini (trasferimento in Col di Lana); San Gottardo
| Elezioni amministrative
| Carloforte – Vacanze femministe; Milano – Convegno “Sessualità, maternità, procreazione, aborto”; Milano – Umanitaria “Donne e politica”; San Vincenzo (LI) – Pratica dell’inconscio; 2° Convegno nazionale a Pinarella di Cervia
| Roma – Manifestazione nazionale del 6 dicembre
|
|-
| 1976
| Corso 150 ore Affori; Gruppo Donne e Immagine; Gruppo Donne via dell’Orso; Gruppo donne Palazzo di Giustizia; Gruppo n.4 Col di Lana
| Gruppo Analisi; Gruppo di Pratica dell’Inconscio; Gruppo Femminista per una medicina delle donne; Rivolta 3
| Elezioni politiche; Formazione della Consulta femminista; Legge nazionale sui consultori
| Milano – Convegno “Donne e lavoro”; Paestum – 3° e ultimo convegno nazionale
| Milano – Entrata “dimostrativa” nel Duomo (gennaio)
| Nasce a Roma la rivista ''Limenetimena;'' esce ''Differenze'', rivista dei Collettivi femministi romani
|-
| 1977
| Collettivo della Borletti; Gruppo donne via Lanzone; Gruppo Scrittura
|
| Approvazione legge sulla Parità di Lavoro (L. 903/1977)
Movimento del 1977
| Milano – Convegno sulla violenza (Sala Provincia)
|
| Nasce la Libreria delle donne di Bologna Librellula
|-
| 1978
| Gruppo Madri del Leoncavallo; Gruppo Scrittura 1; Gruppo Scrittura 2; Gruppo Scrittura 3
|
| Approvazione legge sull'aborto (194/1978)
Rapimento Moro
|
|
| Esce ''Quotidiano donna,'' settimanale di politica, attualità e cultura ; apre a Cagliari la Libreria gestita dalla coperativa La tarantola
|-
| 1979
| 150 ore sul Cinema; Redazione di Grattacielo; Redazione milanese di Quotidiano Donne
| Collettivo Mondadori; Coordinamento via dell’Orso; Gruppo Donne e Immagine; Mancinelli
| “Caso 7 aprile”
| Milano – Umanitaria, proposta di legge contro la violenza sessuale
|
| Apre a Firenze la Libreria delle donne
|-
| 1980
| Centro Donne Ticinese; Collettivo studentesse liceo Berchet; Collettivo studentesse Università Statale; Cooperativa Gervasia Broxson; Gruppo di psicologia e attività creative; Gruppo Eos; Ristorante Cicip-Ciciap; Ticinese (nuovo)
| Col di Lana; Collettivo Borletti
|
|
| Milano – Manifestazione contro abrogazione legge aborto
|
|-
| 1981
| Gruppo Phoenix
| Grattacielo; Gruppo donne Palazzo di Giustizia
| Referendum abrogativo legge aborto
| Firenze – 2° Convegno contro il referendum; Milano – 1° Convegno contro il referendum 194; Roma – Convegno nazionale donne lesbiche; Torino – Convegno internazionale donne lesbiche
|
|
|-
| 1982
|
| Gruppo n.4; Redazione milanese di Quotidiano Donna
|
|
|
|
|}
4wb33jlrn2z9fm0vmn7r56zojbi0xmz
499692
499691
2026-07-03T13:03:53Z
LorManLor
24993
499692
wikitext
text/x-wiki
'''3. Pluralità dei femminismi'''
3.1 Formazione (1965–1973)
3.2 Espansione e confronto pubblico (1974–1976)
3.3 Ridefinizioni (1977–1980)
'''4. Spazi, infrastrutture, saperi'''
4.1 Consultori autogestiti e self-help
4.2 Le 150 ore delle donne
4.3 Case delle donne
4.4 Editoria femminista
4.5 Arte e cinema
'''5. Trasformazioni tra anni Settanta e Ottanta'''
5.1 Nuove configurazioni
5.2 Femminismo e politiche delle donne
'''6. Interpretazioni storiografiche'''
6.1 Questioni di metodo. Memoria e storia
6.2 Periodizzazioni
6.3 Questione territoriale
6.4 "Doppia militanza" e rapporti con la sinistra
extraparlamentare
6.5 Dimensione transnazionale
6.6 Questioni aperte, prospettive di ricerca
'''Appendici'''
Cronologia essenziale
Glossario
Documenti fondamentali (estratti)
Bibliografia
Sitografia e archivi digitali
== Cap. 3 - Pluralità dei femminismi ==
Il cap. 3 dovrebbe parlare di come il femminismo si rapporta al suo interno e ''in relazione ad altri soggetti politici'' ''(sin ex)''
Il cap. 5 (riforme, processi per stupro) di come il femminismo interagisce con le ''istituzioni'' — leggi, parlamento, tribunali.
Ma il femminismo italiano si definisce ''sempre'' in relazione a qualcosa di esterno — la sinistra, le istituzioni, il diritto, i movimenti. Non esiste un "interno puro" del movimento separabile da questi rapporti. Quindi qualsiasi architettura che provi a separare "i gruppi" da "i rapporti esterni" produrrà sempre sovrapposizioni.
Soluzione: logica diacronica + attenzione alle dinamiche
Tra la seconda metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta in diverse città italiane iniziano a formarsi i primi gruppi femministi autonomi. Tali esperienze non derivano da un unico centro organizzativo né da un’elaborazione teorica condivisa: emergono in contesti differenti e a partire da percorsi politici e sociali eterogenei. Collettivi universitari, gruppi nati all’interno della nuova sinistra ed esperienze sviluppate in ambienti intellettuali e culturali contribuiscono alla costruzione di una rete di relazioni informali, caratterizzata da forte autonomia locale e da modalità di coordinamento intermittenti.
La storiografia ha progressivamente adottato la categoria di “femminismi” per descrivere questa configurazione originaria del movimento, già attraversata da differenze significative nei linguaggi politici, nelle pratiche e nelle forme di organizzazione (Rossi-Doria 2005; Lussana 2012; Stelliferi 2015). Fin dalle origini, quindi, il movimento assume una struttura reticolare, composta da collettivi autonomi, gruppi di autocoscienza e reti informali di scambio, senza un’organizzazione centrale né piattaforme politiche unitarie.
Tali differenze si articolano lungo diversi piani: un primo ambito riguarda le modalità attraverso cui viene elaborata la soggettività femminile come terreno di esperienza politica. In alcuni gruppi l’autocoscienza costituisce lo strumento principale di analisi delle relazioni tra donne e della costruzione di un sapere politico fondato sull’esperienza condivisa; in altri contesti la riflessione si sviluppa attraverso pratiche espressive e simboliche che rielaborano in forme diverse il rapporto tra identità femminile, corpo e linguaggio.
Un altro piano riguarda il rapporto tra elaborazione teorica e intervento sociale. Alcuni collettivi privilegiano la riflessione sui linguaggi e sulle relazioni tra i sessi; altri sviluppano iniziative orientate all’intervento pubblico. A questi elementi si aggiungono le diverse modalità di relazione con i movimenti politici e con le istituzioni. Le provenienze dalla nuova sinistra, dal radicalismo dei diritti civili o da esperienze associative precedenti producono configurazioni differenti del rapporto con partiti, sindacati e organizzazioni politiche, anticipando alcune delle tensioni che emergeranno con maggiore evidenza nella seconda metà del decennio.
INTRO
Le pratiche che caratterizzano la fase fondativa del neofemminismo - autocoscienza, separatismo, politicizzazione dell’esperienza e centralità del corpo - costituiscono un terreno condiviso tra i gruppi e collettivi sorti nei primi anni Settanta. All’interno di tale quadro comune emergono tuttavia, fin dall’inizio, elaborazioni teoriche e orientamenti politici differenziati, che danno luogo a una pluralità di esperienze e di linguaggi
Il femminismo italiano degli anni Settanta si presenta alla ricerca storica come un oggetto per sua natura plurale. La storiografia ha progressivamente adottato la categoria di “femminismi” per descrivere la compresenza di pratiche e orientamenti politici differenziati, riconoscendo nella molteplicità di gruppi, pratiche e orientamenti teorici una caratteristica costitutiva del movimento. (Guerra, 2005; Bellè, 2021; Stelliferi e Voli, 2023). Parlare di "femminismi" al plurale significa riconoscere che il campo femminista italiano non ha mai avuto un centro, una linea ufficiale, né portavoce riconosciute.
Tale pluralità riguarda sia le impostazioni teoriche - ad esempio il rapporto tra emancipazione e differenza sessuale, tra sesso e classe, tra autonomia e mediazione politica - sia le forme organizzative e gli ambiti di intervento privilegiati dai diversi gruppi. La differenziazione interna del movimento si manifesta lungo vari assi: le culture politiche di provenienza, la collocazione territoriale, le generazioni coinvolte, le modalità di relazione con i movimenti sociali e con le istituzioni. Ne emerge un panorama composito, nel quale coesistono orientamenti separatisti e pratiche di doppia militanza, esperienze concentrate sull’elaborazione teorica e percorsi maggiormente orientati all’intervento sociale e sindacale.
> le vicende entrano come esempi trasversali a queste linee, non come scansione cronologica.
Quattro linee di differenza "interne": i
# Autocoscienza/pratica dell'inconscio (elaborazione interna) vs. pratica/intervento nel sociale
# Autonomia radicale vs. interlocuzione istituzionale (Milano vs. Roma — come asse che incrocia le prime due - Lussana)
# doppia militanza e rapporto con la sinistra
# Femministe storiche vs. nuove, conflitto generazionale e allargamento del movimento
Problema: quale contesto politico è davvero rilevante per capire l'evoluzione del femminismo? Non tutto il contesto politico italiano, ma solo quello che incide direttamente sul movimento: le leggi che lo riguardano, i movimenti con cui interagisce, il clima che restringe o allarga gli spazi di azione.
=== 3.1.1 Prime esperienze e contesti di formazione ===
==== Genealogie teoriche e politiche ====
La formazione del neofemminismo italiano si colloca nella seconda metà degli anni Sessanta e precede l’esplosione del movimento del 1968. Le sue prime elaborazioni emergono in ambienti intellettuali e politico-culturali segnati dal confronto con il marxismo critico, l’antiumanismo teorico, l’analisi dell’autoritarismo e la ricezione della Scuola di Francoforte. In questo contesto si sviluppa una riflessione che mette in discussione la neutralità della politica e individua nella differenza sessuale un dispositivo strutturale di subordinazione.
L'esperienza più precoce e significative di questa fase iniziale è rappresentata dal gruppo DEMAU (Demistificazione Autoritarismo), fondato a Milano nel 1965-1966. DEMAU sviluppa una riflessione critica sui rapporti di autorità nella società e nella famiglia e sui paradigmi emancipazionisti dell’UDI e della sinistra storica, individuando nella sessualità uno dei luoghi centrali della subordinazione femminile. Pur rimanendo un’esperienza numericamente limitata - il gruppo si ridimensiona nel 1968, quando parte delle aderenti confluisce nella nuova sinistra, nella convinzione che la trasformazione complessiva dei rapporti sociali avrebbe comportato anche una ridefinizione dei ruoli di genere - DEMAU anticipa temi che diventeranno centrali nel neofemminismo degli anni successivi.
Sul finire degli anni sessanta, in contesto universitario, si sviluppa il collettivo femminista Cerchio spezzato di Trento. Nato nell’ambiente del movimento studentesco, il gruppo rappresenta uno dei primi tentativi di affrontare la condizione femminile all’interno delle trasformazioni politiche e culturali del Sessantotto, mostrando come la nascita del femminismo italiano non sia circoscritta ai grandi centri urbani.
==== La nuova sinistra e la doppia militanza ====
Il passaggio attraverso le organizzazioni della nuova sinistra costituisce un ulteriore momento formativo. Molte donne provenienti da esperienze come Lotta Continua, Potere Operaio o Avanguardia Operaia sperimentano una partecipazione intensa ma marginalizzata nei ruoli decisionali. La difficoltà di tematizzare sessualità, maternità e divisione sessuale del lavoro all’interno di tali organizzazioni produce una frattura tra appartenenza politica e riconoscimento della specificità dell’oppressione femminile, favorendo la successiva costituzione di spazi autonomi di elaborazione (Calabrò e Grasso, 1985)
La rottura non avviene in forma immediata né univoca. La doppia militanza - nei gruppi extraparlamentari e nei collettivi femministi - rimane per alcuni anni una pratica diffusa.
=== 3.1.2 Nascita dei primi gruppi (1970-1973) ===
Tra il 1970 e il 1971 emergono quasi simultaneamente diverse esperienze, destinate ad avere maggiore visibilità nel panorama del movimento.
A Roma viene diffuso a Roma il Manifesto di Rivolta femminile, testo fondativo del gruppo animato da Carla Lonzi, che afferma la rottura con la politica tradizionale e con l’emancipazionismo, ponendo le donne come soggetto autonomo di trasformazione e rifiutando ogni interlocuzione istituzionale.
Nello stesso anno nasce il Movimento di Liberazione della Donna (MLD), federato al Partito Radicale, che individua nel terreno dei diritti civili e delle riforme legislative uno spazio privilegiato di azione. Informazione contraccettiva, legalizzazione dell’aborto e accesso ai servizi sanitari configurano un orientamento volto a incidere sul quadro normativo attraverso mobilitazione e pressione politica.
Tra il 1970 e il 1973 si moltiplicano collettivi territoriali con configurazioni diverse. A Milano il Collettivo di via Cherubini assume un ruolo centrale, praticando l’autocoscienza come forma primaria di elaborazione politica. A Padova nasce Lotta Femminista, animata da Mariarosa Dalla Costa, che elabora la teoria del salario al lavoro domestico e si estende a Milano, Bologna e altre città. A Roma si sviluppano collettivi di quartiere maggiormente orientati all’intervento sociale.
+ Nemesiache.
Queste esperienze non costituiscono una sequenza evolutiva, ma definiscono fin dall’origine un campo plurale, attraversato da opzioni strategiche divergenti: separatismo radicale, intervento riformatore, analisi materialista del lavoro riproduttivo.
=== 3.1.3 Collegamenti nazionali ===
Tra il 1970 e il 1973 si moltiplicano collettivi territoriali con caratteristiche eterogenee. L’autocoscienza si diffonde come pratica primaria di elaborazione politica, mentre le appartenenze restano mobili e i confini tra gruppi permeabili. Il movimento assume una configurazione reticolare, priva di un centro direttivo nazionale.
La crescita dei collettivi femministi si accompagna alla nascita di una prima produzione editoriale militante. Bollettini ciclostilati e riviste autoprodotte mettono in circolo esperienze e riflessioni; alcuni testi, come l'antologia ''Donne è bello'' curata dal gruppo milanese Anabasi, favoriscono la diffusione di testi e documenti del femminismo internazionale.
Nel 1973 la pubblicazione di ''Sottosopra. Esperienze dei gruppi femministi in Italia'' segnala l’esigenza di costruire strumenti di circolazione e confronto tra collettivi autonomi. L’invito a gruppi non legati a organizzazioni politiche maschili testimonia la centralità dell’autonomia come criterio di appartenenza. Il tentativo di superare la dimensione dei piccoli gruppi non si traduce in una struttura unitaria, ma rafforza la consapevolezza di un campo in espansione e differenziato.
La stampa militante evidenzia tuttavia la presenza di traiettorie plurimi: gruppi orientati all’elaborazione teorica e simbolica della differenza sessuale; collettivi che sviluppano una critica marxista della divisione sessuale del lavoro; realtà maggiormente orientate all’intervento pubblico e alle campagne per i diritti civili. Esse rappresentano alcuni dei poli iniziali attorno ai quali si sviluppa una rete di collettivi autonomi, caratterizzata da confini mobili, appartenenze multiple e forme di coordinamento intermittenti.
=== 3.1.4 Aperture transnazionali e differenziazione teorica ===
Nel 1972 l’incontro con il femminismo francese nei convegni di La Tranche-sur-Mer e Vieux-Villez introduce ulteriori elementi di differenziazione. L’attenzione alla pratica psicoanalitica, al rapporto con la figura materna e al lesbismo come pratica politica influenza alcuni gruppi milanesi. Da questo confronto derivano esperienze come Analisi (fine 1973) e, successivamente, Pratica dell’inconscio, animata da Lea Melandri (Lussana, pp. 73-79). Tali gruppi assumono la dimensione dell’inconscio come ambito privilegiato di elaborazione, pur senza adottare integralmente il modello separatista radicale e il lesbismo come scelta necessaria proposti dal gruppo parigino Psych et Po.(Lussana, 2012).
=== 3.1.5 Il processo Pierobon ===
Il primo grande banco di prova è il dibattito sull'aborto, che esplode con particolare intensità dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 1971 sulla contraccezione e si fa concreto con il processo a Gigliola Pierobon, del collettivo Lotta Femminista, nel giugno del 1973: imputata per un aborto commesso da minorenne, il caso diventa occasione di autodenunce pubbliche e di una prima grande mobilitazione femminista che amplia la visibilità nazionale del movimento.
Il caso segna un passaggio rilevante: la questione dell’autodeterminazione femminile entra nel conflitto pubblico e nel confronto diretto con l’ordinamento giuridico.
Tra il 1965 e il 1973 si consolida così un campo femminista caratterizzato da pluralità costitutiva, configurazione reticolare e differenziazione strategica. L’assenza di una direzione unitaria non costituisce un limite organizzativo, ma la forma specifica attraverso cui il neofemminismo italiano prende consistenza pubblica.
== 3.2 Espansione e confronto pubblico (1974-1976) ==
Il biennio 1974-1976 coincide con una fase di ampliamento territoriale e di maggiore visibilità pubblica del femminismo italiano. I collettivi si moltiplicano in numerose città, si intensificano i contatti tra gruppi e il movimento si confronta in modo più diretto con il sistema politico e con l’ordinamento giuridico.
L’espansione non comporta omogeneità. La crescita quantitativa si accompagna alla coesistenza di orientamenti differenti sulle forme dell’azione politica, sul rapporto con i partiti e con le organizzazioni della sinistra, sulle priorità tematiche e sulle modalità di intervento nello spazio pubblico.
La maggiore visibilità di alcune città, in particolare Milano, Roma e l’area veneta, non va interpretata come l’indicazione di una struttura gerarchica del movimento. Essa riflette la distribuzione delle fonti disponibili e l’attenzione che la storiografia ha dedicato ad alcuni ambienti militanti. Studi più recenti hanno mostrato come esperienze femministe fossero presenti anche in contesti urbani e territoriali meno documentati, mettendo in discussione una rappresentazione del movimento organizzata rigidamente intorno a pochi centri principali. La ricostruzione della geografia dei collettivi resta quindi un campo di ricerca ancora in evoluzione.
=== 3.2.1 Crescita del movimento e confronto tra pratiche politiche ===
La crescita del movimento in questi anni non è solo quantitativa. Nascono nuovi gruppi, si moltiplicano i collettivi di quartiere e nei luoghi di lavoro, si aprono i primi consultori autogestiti.
A Roma il Comitato per l'Aborto e la Contraccezione (CRAC) riunisce collettivi femministi, gruppi della nuova sinistra e donne dell'MLD in un organismo comune, che però mostra subito le tensioni tra linguaggi politici differenti. A Milano il Collettivo di Via Cherubini approfondisce la pratica dell'inconscio e si avvia verso la fondazione della Libreria delle donne, scegliendo la costruzione di luoghi e strumenti autonomi come forma di intervento politico alternativa alle manifestazioni di massa.
È anche il momento dei primi grandi convegni nazionali. Il primo momento di confronto su scala nazionale si realizza nel novembre 1974 con il convegno femminista a Pinarella di Cervia, promosso dal collettivo milanese di via Cherubini. All’incontro partecipano circa settecento donne provenienti da numerose città italiane, appartenenti a collettivi con orientamenti politici e pratiche diverse. Il convegno è dedicato alla discussione della pratica dell’autocoscienza e delle forme di organizzazione del movimento. Il confronto mette in luce la varietà delle esperienze presenti nel femminismo italiano e rende visibili differenze di orientamento tra gruppi impegnati prevalentemente nell’elaborazione teorica e collettivi più orientati all’intervento politico e sociale, alla cosiddetta “pratica del fare” .
Un secondo convegno a Pinarella nel 1975 riprende il confronto tra i gruppi e rende più esplicite alcune divergenze emerse nel movimento, senza risolverle. In particolare si confrontano posizioni che attribuiscono centralità alla pratica dell’inconscio e altre più direttamente orientate all’azione politica e sociale, in continuità con le mobilitazioni sull’aborto e con le campagne per i consultori. Il confronto non conduce alla definizione di una piattaforma comune, ma rende esplicite le differenze tra pratiche e linguaggi politici presenti nel movimento.
I convegni di Pinarella rappresentano così uno dei primi momenti in cui queste divergenze vengono discusse su scala nazionale, nel contesto di un movimento che, proprio negli stessi anni, sta ampliando la propria presenza nello spazio pubblico attraverso le campagne sull’aborto e la crescita dei collettivi femministi nelle principali città italiane.(Lussana, 2012).
=== 3.2.2 Il terreno dell’aborto e la prima mobilitazione nazionale ===
Dopo il caso Pierobon la questione dell’aborto assume una centralità crescente e attraverso le sue mobilitazioni il movimento femminista entra progressivamente nello spazio pubblico e politico. L’interruzione volontaria di gravidanza non viene tematizzata soltanto come rivendicazione giuridica, ma come nodo teorico che investe la sessualità, la maternità e il controllo del corpo femminile.
Nel corso del 1974 e del 1975 il dibattito si intensifica e costringe tutti i gruppi a prendere posizione, evidenziando i diversi punti di vista.
Per il Movimento di Liberazione della Donna (MLD) la legalizzazione dell’aborto costituisce una tappa necessaria nell’estensione dei diritti civili e dell’autodeterminazione individuale.
Il CRAC (Coordinamento Romano Aborto e Contraccezione), che riunisce il Movimento Femminista Romano di via Pompeo Magno, collettivi di quartiere, il Nucleo Femminista Medicina e militanti provenienti da Lotta Continua e Avanguardia Operaia, pone l’obiettivo dell’aborto libero, gratuito e assistito, legato ad politica di prevenzione fondata su consultori controllati dalle donne, da ottenere attraverso mobilitazione collettiva e pressione sulle istituzioni.
Per Rivolta Femminile e per gli altri gruppi che fanno dell’autocoscienza e dell’autoriflessione la propria pratica principale, come era accaduto per il divorzio, la legalizzazione dell’aborto non esaurisce il problema politico che esso porta con sé: l'aborto è una tragedia prodotta da una sessualità femminile colonizzata dall'uomo, e regolamentarlo giuridicamente rischia di perpetuare quella colonizzazione sotto forma di legalità.
Questa posizione viene espressa con chiarezza anche nel convegno milanese su ''Sessualità, procreazione, maternità, aborto'', tenuto al Circolo De Amicis nel febbraio 1975, dove si insiste sulla necessità di non isolare l’aborto dalla condizione complessiva delle donne e di non ridurlo a un singolo obiettivo di riforma. (Sottosopra rosso, 1975).
In un clima di mobilitazione crescente il 6 dicembre 1975 si svolge a Roma la prima grande manifestazione nazionale di sole donne, alla quale prendono parte collettivi autonomi, gruppi legati al salario al lavoro domestico, donne della sinistra extraparlamentare, il MLD e anche l’UDI. Ventimila donne scendono in piazza per chiedere l'aborto libero, gratuito e assistito.
La giornata è segnata anche da tensioni con militanti del servizio d’ordine di Lotta Continua, che tentano di inserirsi nel corteo con la forza, nonostante la richiesta di restare ai margini. Gli incidenti che seguono mettono a nudo l'incomunicabilità tra pratiche femministe e modelli di militanza maschile (Lussana 2012), ma segnalano anche una divisione interna: per una parte del movimento scendere in piazza è un atto politico necessario; per un'altra il femminismo delle piazze schiaccia le differenze femminili dietro uno slogan e non scalfisce l'oppressione originaria (Lussana, 2012).
=== 3.2.3 PCI, UDI e il problema dell’autonomia ===
La mobilitazione sull’aborto riapre il confronto tra il neofemminismo e le organizzazioni storiche del movimento delle donne, in particolare l’UDI.
Storicamente legata al PCI e collocata nell’area della sinistra istituzionale, l’UDI attraversa in questi anni una fase di ridefinizione interna. La pressione esercitata dal nuovo femminismo, soprattutto sui temi della sessualità, dell’autodeterminazione e del rapporto tra diritti e differenza, costringe l’organizzazione a confrontarsi con un lessico e con pratiche che non appartengono alla sua tradizione emancipazionista. Il referendum sul divorzio del 1974 e la mobilitazione sull’aborto accentuano questa tensione.
Da un lato, l’UDI condivide con i collettivi la battaglia per l’estensione dei diritti; dall’altro, mantiene una concezione della politica fondata sulla mediazione partitica e sull’intervento legislativo, in sintonia con la strategia del PCI nella fase del compromesso storico.
Per una parte delle femministe autonome, l’UDI rappresenta ancora una forma di subordinazione organizzativa alla cultura politica maschile; per altre, costituisce invece uno spazio attraversabile, capace di incidere concretamente sui processi legislativi e sulle politiche sociali. La presenza dell’UDI nella manifestazione del 6 dicembre 1975 e nei successivi passaggi parlamentari sull’aborto rende visibile questa ambivalenza: convergenza sui contenuti, divergenza sulle forme dell’agire politico.
In questo intreccio prende forma uno dei nodi destinati a segnare l’intero decennio: il rapporto tra movimento e rappresentanza, tra pratica dell’autonomia e traduzione istituzionale delle rivendicazioni.
=== 3.2.4 Autonomia femminista e rapporto con le istituzioni ===
Alla metà degli anni Settanta le esperienze femministe presenti nelle diverse città italiane si confrontano sempre più direttamente con il problema delle forme dell’azione politica e del rapporto con lo spazio pubblico e istituzionale. Dopo momenti di confronto nazionale tra collettivi e le mobilitazioni sull’aborto, il dibattito riguarda soprattutto le modalità attraverso cui le pratiche femministe possano intervenire nella società.
In alcuni contesti urbani i collettivi sviluppano forme di azione rivolte esplicitamente verso lo spazio pubblico.
Le campagne per la depenalizzazione dell’aborto rappresentano uno dei principali terreni di questo confronto. Nel corso del 1976 in alcuni contesti urbani si delineano con maggiore chiarezza alcune modalità differenti di intervento verso l’esterno.
A Roma, gruppi legati al movimento femminista romano e alle campagne radicali sui diritti civili partecipano a iniziative pubbliche sull’aborto e sulla contraccezione e intervengono nel dibattito politico e giuridico che accompagna la discussione sulla riforma della legislazione e con le politiche pubbliche relative alla salute e alla maternità. In questo contesto l’azione femminista assume spesso la forma di mobilitazioni pubbliche, assemblee e campagne rivolte all’opinione pubblica e alle istituzioni
In altri ambienti del movimento emergono invece posizioni più caute o critiche nei confronti di questo tipo di intervento. Nell’area milanese che si raccoglie attorno al collettivo di via Cherubini la riflessione femminista si concentra soprattutto sull’elaborazione teorica e sull’analisi delle relazioni tra donne. In questo contesto alcune militanti sottolineano il rischio che l’impegno nelle campagne politiche o nei processi istituzionali possa trasformare o ridurre la portata critica del movimento.
Posizioni differenti emergono anche in altri contesti del movimento, tra cui l’area torinese, dove l’eredità dei movimenti della nuova sinistra continua a influenzare il modo di concepire il rapporto tra femminismo e mobilitazione sociale.
Nel corso del 1976 queste diverse modalità di intendere l'azione politica femminista - intervento pubblico, elaborazione teorica e trasformazione delle relazioni tra donne - già emerse nel confronto tra gruppi negli anni precedenti, continuano a convivere all’interno del panorama dei collettivi, riflettendo la pluralità di esperienze e di orientamenti che caratterizza il femminismo italiano nella metà del decennio.
Togliere quest'ultima parte:
Calabrò e Grasso (1985) individuano in questo processo la chiave interpretativa della crisi del movimento femminista: quando il conflitto si sposta da obiettivi non negoziabili — la definizione dell'identità sessuale femminile — a obiettivi negoziabili — l'acquisizione di diritti regolamentati per legge — il movimento cambia avversario, ne accetta le regole del gioco e perde progressivamente la capacità di mobilitazione. Gran parte del femminismo non si riconosce nella nuova posta in gioco e non si mobilita.
All'interno del movimento, il 1976 è anche l'anno in cui le carte si rimescolano: nascono molti nuovi gruppi, fluidi e di breve durata, che mescolano elementi delle diverse tendenze senza approfondirne nessuna, mentre l'autocoscienza nei gruppi storici è ormai in esaurimento. L'ingresso di donne giovani produce tensioni generazionali tra nuove e femministe storiche che indeboliscono la trasmissione del patrimonio teorico. Il convegno di Paestum nel dicembre 1976, l'ultimo a carattere nazionale, registra queste fratture senza comporle. Parallelamente emergono i primi segnali di una trasformazione: i corsi delle 150 ore, che mettono in contatto femministe e donne di condizione diversa, anticipano le forme che il femminismo assumerà nel decennio successivo.
1976
Nel 1976 il movimento raggiunge la massima estensione territoriale. L’aumento dei collettivi e la diffusione di coordinamenti locali non producono tuttavia una maggiore omogeneità, ma accentuano la differenziazione interna, sia sul piano generazionale sia su quello teorico.
== 3.3 Trasformazioni del movimento (1977-1981) ==
Descrivere questi 3 passaggi:
* fine dei grandi momenti unitari (ma sono mai esistiti?)
* frammentazione dei collettivi
* spostamento verso pratiche diffuse
=== 3.3 Trasformazioni del movimento (1977–1981) ===
'''3.3.1 Il 1977 e la ridefinizione del campo dei movimenti'''
* rapporto con Autonomia
* differenze città
* crisi organizzazioni extraparlamentari
'''3.3.2 Differenziazione dei collettivi e nuove aree di intervento'''
* consultori
* salute
* centri donne
* cultura
* editoria
('''questo prepara il capitolo 4''')
'''3.3.3 Leggi, referendum e rapporti con le istituzioni'''
* legge parità 1977
* legge 194 1978
* referendum 1981
* pratiche contro obiezione
Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta il movimento femminista italiano attraversa una fase di trasformazione delle proprie forme organizzative e delle modalità di intervento pubblico. Dopo la forte espansione dei collettivi registrata tra il 1974 e il 1976, molte esperienze locali conoscono mutamenti significativi: alcuni gruppi si sciolgono, altri ridefiniscono le proprie attività, mentre emergono nuove iniziative legate a ambiti specifici come la salute delle donne, il lavoro e i servizi sociali.
In diverse città le iniziative femministe si concentrano sulla creazione di consultori e spazi di incontro tra donne, spesso in relazione con le mobilitazioni per l’aborto e con le politiche sanitarie. Accanto a queste si sviluppano esperienze di femminismo sindacale che portano all’interno delle organizzazioni del lavoro alcune delle questioni emerse nel movimento delle donne.
Questa fase di trasformazione è stata interpretata dalla storiografia in modi differenti. Uno schema interpretativo influente è quello proposto da Annarita Calabrò e Laura Grasso, che hanno individuato nella seconda metà del decennio il passaggio dal movimento femminista degli anni Settanta a una fase di «femminismo diffuso», caratterizzata da una presenza meno visibile ma più capillare nella società.
Alcune ricostruzioni hanno individuato nella seconda metà del decennio una cesura rispetto alla fase di maggiore visibilità del movimento, collocata tra il 1974 e il 1976. Altre hanno sottolineato la continuità di pratiche e iniziative femministe oltre quella stagione, evidenziando la necessità la necessità di leggere questo periodo non come una semplice fase di declino, ma come una trasformazione delle forme della mobilitazione e delle pratiche politiche delle donne.
Diversi fattori avrebbero contribuito a questo mutamento: la crisi delle organizzazioni della nuova sinistra, la radicalizzazione dello scontro politico che culmina nella stagione del terrorismo, l’ingresso di nuove generazioni di donne e l’emergere di ambiti di intervento più specifici. In questo contesto il femminismo si ridefinisce, dando luogo a una pluralità di percorsi che si sviluppano con ritmi differenti nelle diverse città e nei diversi contesti sociali.
=== 3.3.1 Il 1977 e il mutamento del contesto dei movimenti ===
Il 1977 rappresenta uno snodo importante nella storia dei movimenti italiani. La crisi delle organizzazioni extraparlamentari e la radicalizzazione dello scontro politico modificano profondamente il contesto nel quale il femminismo si era sviluppato negli anni precedenti.
Il rapporto con il movimento del ’77 non assume una forma unitaria. In alcuni contesti vi sono punti di contatto, soprattutto per quanto riguarda la critica della delega politica, l’attenzione al vissuto e la sperimentazione di nuovi linguaggi politici. In altri casi, invece, le pratiche e le forme dello scontro politico presenti nel movimento del '77 accentuano le distanze rispetto alle pratiche femministe.
Le posizioni variano significativamente da città a città e da collettivo a collettivo. In alcuni casi il femminismo mantiene rapporti di interlocuzione con il movimento antagonista e con le organizzazioni della nuova sinistra; in altri contesti si rafforza la scelta di autonomia politica già emersa negli anni precedenti. Questa pluralità di situazioni riflette la struttura stessa del femminismo italiano, caratterizzato fin dalle origini da una forte dimensione locale e da una molteplicità di esperienze organizzative.
=== 3.3.2 Doppia militanza e conflitti generazionali ===
Il nodo della doppia militanza, presente fin dall’inizio del decennio, si accentua nella seconda metà degli anni Settanta. Il rapporto tra femminismo e sinistra extraparlamentare, già segnato da tensioni profonde, di cui il congresso di Rimini di Lotta Continua nel 1976 rappresenta un momento emblematico, non si risolve in un abbandono generalizzato.
Se una parte delle femministe aveva scelto la separazione come condizione necessaria per l’elaborazione politica, molte donne, in particolare tra le più giovani, continuano a mantenere legami con organizzazioni della sinistra extraparlamentare o con i partiti della sinistra storica. Questa pluralità di appartenenze produce tensioni nei collettivi. Le femministe “storiche” tendono talvolta a leggere la doppia militanza come una persistenza della cultura emancipazionista o come un limite all’autonomia; le nuove militanti vi vedono invece una possibilità di intervento su più piani.
In diversi contesti tali divergenze contribuiscono alla crisi o allo scioglimento di gruppi consolidati. Le differenze generazionali si intrecciano con divergenze strategiche e teoriche. L’ingresso di nuove donne, spesso meno legate all’esperienza dell’autocoscienza originaria, modifica il lessico e le priorità dell’azione, mentre la trasmissione del patrimonio teorico dei primi anni Settanta si fa più discontinua.
=== 3.3.3 Trasformazioni delle pratiche e nuovi ambiti di intervento ===
Nella seconda metà degli anni Settanta le pratiche femministe si articolano in ambiti sempre più differenziati. Accanto ai collettivi che continuano a privilegiare l'elaborazione teorica, si sviluppano nuove forme di intervento legate a specifici ambiti della vita sociale, spessp legati alla salute delle donne, alla sessualità e alla maternità.
In diverse città nascono consultori autogestiti, gruppi di self-help che affrontano temi come la contraccezione, la maternità e la conoscenza del corpo femminile. Tra le esperienze più note vi sono i consultori promossi da gruppi femministi a Milano, Roma e Bologna, spesso in relazione con le mobilitazioni per la depenalizzazione dell’aborto
Accanto a questi si sviluppano spazi di produzione culturale e attività editoriali promossi da gruppi di donne. Queste iniziative contribuiscono alla diffusione delle elaborazioni femministe oltre i confini dei collettivi militanti e favoriscono la circolazione di testi, pratiche e linguaggi che avevano preso forma nella fase precedente del movimento.
Questo processo non segue un andamento uniforme: alcune esperienze mantengono una forte dimensione politica collettiva, mentre altre assumono forme più circoscritte e specializzate.
=== 3.3.4 Femminismo e lavoro: l’emergere del femminismo sindacale ===
Un ambito particolarmente significativo di questa fase è rappresentato dal rapporto tra femminismo e lavoro salariato. A partire dalla metà degli anni Settanta si sviluppano infatti esperienze di femminismo sindacale che portano all’interno delle organizzazioni dei lavoratori alcune delle questioni emerse nel movimento delle donne.
Tra il 1976 e il 1979 gruppi di delegate e militanti sindacali promuovono iniziative volte a mettere in discussione la marginalità delle questioni femminili nelle politiche sindacali. Temi come la parità salariale, la tutela della maternità, l’organizzazione del lavoro e la divisione sessuale delle mansioni entrano progressivamente nel dibattito sindacale.
Queste iniziative si collocano spesso in una posizione intermedia tra movimento femminista e organizzazioni del lavoro. Da un lato esse portano nel sindacato alcune delle elaborazioni sviluppate nei collettivi femministi; dall’altro cercano di intervenire sulle condizioni materiali di lavoro delle donne, in particolare nei settori industriali e nei servizi.
Il femminismo sindacale rappresenta così uno dei tentativi di tradurre alcune rivendicazioni del movimento delle donne all’interno delle istituzioni del lavoro organizzato, contribuendo al tempo stesso a ridefinire le politiche sindacali in materia di lavoro femminile.
=== 3.3.5 Riforme, diritto e istituzionalizzazione ===
La seconda metà degli anni Settanta è segnata da importanti passaggi legislativi che incidono direttamente sulle condizioni giuridiche delle donne. Dopo la riforma del diritto di famiglia del 1975 e l’istituzione dei consultori pubblici, il Parlamento approva nel 1977 la legge di parità tra uomini e donne nel lavoro e, nel 1978, la legge n. 194 che disciplina l’interruzione volontaria di gravidanza; inizia anche in questo periodo il dibattito sulla riforma dei reati di violenza sessuale.
Questi processi accentuano una tensione già emersa negli anni precedenti: la traducibilità dell’esperienza femminile nella forma giuridica. Per una parte del femminismo l’intervento normativo rappresenta uno strumento necessario per garantire diritti e tutele alle donne; per altre componenti la centralità attribuita alla legge rischia di ridurre la portata trasformativa delle pratiche femministe, riportando le questioni poste dal movimento entro il linguaggio delle istituzioni.
La legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza, approvata nel maggio 1978, produce reazioni divergenti. Le femministe che si erano opposte a qualsiasi regolamentazione giuridica ribadiscono l'impossibilità di tradurre in legge la complessità dell'esperienza femminile. Quelle che avevano sostenuto la battaglia per la legalizzazione esprimono insoddisfazione per i limiti del testo, in particolare per la clausola sull'obiezione di coscienza. La legge non chiude il dibattito: i collettivi continuano a mobilitarsi per la sua piena applicazione, a presidiare gli ospedali, a sostenere le donne nei percorsi di interruzione di gravidanza.
Il dibattito sulla legge di parità tra i sessi nel mondo del lavoro (1977) e sulla proposta di legge contro la violenza sessuale riproduce le stesse linee di divisione: una parte del movimento lavora per ottenere tutele concrete, spostare la violenza sessuale dai reati contro la morale pubblica ai reati contro la persona, vietare le discriminazioni nel lavoro, mentre un'altra ritiene che qualsiasi regolamentazione giuridica ignori la differenza sessuale o non possa rappresentare adeguatamente la sofferenza delle donne. La legge sulla violenza sessuale verrà approvata solo nel 1996.
In questo stesso periodo, alcune componenti del movimento intensificano il proprio impegno nel sociale: nei consultori, nei sindacati, nelle aule dei tribunali, nei centri antiviolenza. Questo spostamento verso l'esterno produce una trasformazione interna: i tempi dell'elaborazione teorica e quelli dell'azione nel sociale si sfalsano, e per alcune femministe il movimento tende a diventare una politica di servizio, perdendo la sua forza propulsiva originaria.
Il referendum del 1981 - doppio: uno promosso dal Movimento per la vita per abrogare la 194, l'altro dal Partito Radicale per liberalizzarla ulteriormente - rappresenta l'ultima grande occasione di mobilitazione collettiva. La vittoria del no su entrambi i fronti mostra ancora una capacità di azione, ma anche la persistente frammentazione interna: di fronte al referendum radicale, molte femministe scelgono il rifiuto tanto dell’abrogazione promossa dal Movimento per la vita quanto della liberalizzazione proposta dal Partito Radicale segnala una posizione autonoma rispetto alle forze politiche tradizionali. La difesa della legge non coincide con l’identificazione con la sua forma; la sua esistenza non chiude il conflitto, ma lo sposta sul terreno dell’interpretazione e dell’applicazione
=== 3.3.6 Verso il femminismo diffuso (1977-1981) ===
Alla fine del decennio il femminismo italiano appare caratterizzato da una configurazione diversa rispetto alla fase iniziale del movimento. I grandi momenti di incontro nazionale diventano più rari, mentre le esperienze locali assumono un peso crescente.
La storiografia più recente ha messo in discussione l'interpretazione che vede nella fine degli anni Settanta la fine tout court del femminismo. Alcune esperienze mostrano una continuità e una capacità di reinvenzione che non si esaurisce con il lungo Sessantotto.
Questa trasformazione è stata interpretata da alcune studiose come il passaggio dal movimento femminista degli anni Settanta a un “femminismo diffuso”, caratterizzato da una presenza meno visibile ma più capillare nella società. In questa prospettiva le pratiche e le elaborazioni nate nei collettivi femministi continuano a rappresentare un patrimonio culturale e politico che circola in ambiti e forme diverse: centri di documentazione, riviste teoriche, cooperative, iniziative culturali. Non più movimento organizzato, ma insieme di pratiche e riferimenti condivisi che attraversano ambiti diversi della vita sociale e professionale.
Al tempo stesso la ricostruzione storica di questa fase rimane complessa, sia per la molteplicità delle esperienze locali sia per la difficoltà di ricondurre percorsi differenti a una narrazione unitaria. Come ha osservato Elda Guerra, la storia del femminismo italiano richiede ancora una ricostruzione capace di cogliere la varietà dei contesti e delle pratiche che hanno caratterizzato questa stagione
'''Relazioni, conflitti e fratture tra le anime del femminismo'''
La pluralità del femminismo italiano non è solo varietà di gruppi e pratiche: è attraversata da tensioni che, con particolare evidenza dalla metà degli anni Settanta, si manifestano come conflitti espliciti. Queste tensioni riflettono differenze teoriche e politiche costitutive, che percorrono il movimento fin dalle origini e si ridefiniscono nel tempo.
Una prima linea di differenza riguarda il rapporto tra elaborazione interna e intervento esterno. Per una parte del movimento la trasformazione politica passa attraverso un lavoro su di sé - l'autocoscienza, poi la pratica dell'inconscio - che non può essere subordinato a obiettivi di mobilitazione collettiva. Per un'altra parte, questo lavoro deve tradursi in azione nel sociale, in confronto con le istituzioni, in capacità di aggregare.
Da questa tensione deriva una seconda frattura, più radicale: quella tra chi considera l'interlocuzione con le istituzioni un terreno legittimo di lotta e chi vi vede una forma di incorporazione che svuota le istanze femministe del loro contenuto. Si tratta, come sottolinea Calabrò (1985), di una posizione minoritaria ma teoricamente coerente, che rifiuta non tatticamente, ma per principio, qualsiasi mediazione: con le leggi, con i partiti, con le manifestazioni di massa.
Il dibattito sull'aborto e, più tardi, quello sulla legislazione sul lavoro e sulla violenza sessuale sono i momenti in cui questa frattura diventa più visibile: mentre una parte del movimento partecipa alla contrattazione parlamentare, un'altra denuncia come qualsiasi regolamentazione giuridica lasci intatta la radice del problema. Alcune letture storiografiche hanno applicato questa polarità all'asse geografico Roma-Milano, individuando nelle due città due diverse concezioni di come la differenza femminile possa agire nel mondo (Lussana, 2012).
Una terza linea di differenza riguarda il rapporto con la sinistra e la doppia militanza: la questione di come conciliare l'appartenenza al movimento femminista con la militanza nelle organizzazioni della sinistra extraparlamentare produce tensioni che attraversano il decennio
A queste fratture teoriche se ne aggiunge una di natura diversa, che emerge intorno al 1976: il conflitto generazionale tra le femministe storiche e le donne che accedono al movimento in questa fase. Calabrò e Grasso (1985) descrivono questo processo come un rimescolamento delle carte: nascono molti nuovi gruppi, fluidi e di breve durata, che mescolano elementi delle diverse tendenze senza approfondirne nessuna. È in questo momento che il movimento femminista si allarga fino a diventare, almeno in parte, un più vasto movimento delle donne, che condivide alcune parole d'ordine femministe senza farne propria la radicalità teorica, un allargamento che è insieme un segno di forza e l'inizio di una crisi di identità che il movimento non riuscirà a risolvere.
Il cap. 4 dovrebbe connettere gli spazi alle scelte politiche senza dirlo esplicitamente. In pratica dovrebbe fare due cose: spiegare perché il femminismo italiano produce questi spazi specifici (consultori, case delle donne, librerie, editoria) in questo momento storico, e suggerire che la forma che prendono — autogestita, separatista, autonoma dalle istituzioni — non è neutra ma riflette orientamenti politici precisi.
== Cap. 4 - Spazi, infrastrutture, saperi ==
Nel corso degli anni Settanta il femminismo italiano non si limita a elaborare teorie e pratiche politiche. Accanto ai collettivi di autocoscienza e alle manifestazioni di piazza, il movimento produce infrastrutture materiali e simboliche - spazi fisici, istituzioni culturali, strumenti di comunicazione - che contribuiscono a estendere l'elaborazione femminista oltre i confini dei collettivi militanti, favorendo la costruzione di reti sociali e culturali autonome e dando corpo all'idea che il cambiamento non possa attendere le trasformazioni delle strutture esistenti, ma debba cominciare dal presente, dall'invenzione di forme di vita alternative.
Questo capitolo ricostruisce alcune delle realizzazioni più significative di questo processo: i consultori autogestiti, in cui la salute del corpo femminile diventa terreno di sapere collettivo e di conflitto con la medicina istituzionale; i corsi monografici delle 150 ore, in cui il femminismo incontra il mondo del lavoro e si diffonde capillarmente nella società; gli spazi fisici, case delle donne e librerie, in cui il separatismo si fa luogo abitabile; e infine l'editoria femminista, che produce i linguaggi e i testi attraverso cui il movimento pensa se stesso e comunica con il mondo esterno.<ref>{{Cita|Lussana|p. 19}}</ref>
==4.1 Consultori autogestiti e self-help==
===4.1.1 Nascita e diffusione===
I consultori autogestiti rappresentarono uno dei principali luoghi attraverso cui le elaborazioni teoriche del neofemminismo si tradussero in pratiche collettive e in forme di intervento sociale. Essi sorsero in modo spontaneo e frammentato, senza rispondere a un piano comune preordinato, per iniziativa di singoli collettivi operanti in autonomia.
Nati dall'incontro tra la rivendicazione dell'autodeterminazione sul corpo e la necessità di rispondere a bisogni materiali immediati, costituirono spazi nei quali la riflessione politica, la pratica sanitaria e la produzione di saperi alternativi si intrecciarono strettamente.
Il contesto in cui tali esperienze si svilupparono fu caratterizzato dall'emergere di un nuovo dibattito pubblico sui temi della [[w:Contraccezione|contraccezione]] e dell'[[w:Aborto|aborto]], favorito anche da alcuni rilevanti interventi legislativi e giurisprudenziali. Nel 1971 la [[w:Corte_costituzionale_(Italia)|Corte costituzionale]] dichiarò l'illegittimità dell'articolo 553 del [[w:Codice_penale_(Italia)|codice penale]] nella parte relativa al divieto di propaganda anticoncezionale, rimuovendo un ostacolo giuridico alla diffusione di informazioni sulla [[w:Contraccezione|contraccezione]].<ref>{{Cita|Barone|p. 124}}</ref><ref>{{Cita pubblicazione|autore=Maud Anne Bracke|anno=2022|titolo=Family planning, the pill, and reproductive agency in Italy, 1945–1971: From ‘conscious procreation’ to ‘a new fundamental right’?|rivista=European Review of History: Revue européenne d'histoire|volume=29|numero=1|lingua=en}}</ref> Nello stesso anno il Movimento di Liberazione della Donna, di orientamento libertario e federato al [[w:Partito_Radicale_(Italia)|Partito Radicale]], annunciò la presentazione di una proposta di legge di iniziativa popolare per la depenalizzazione dell'aborto, contribuendo a collocare la questione al centro del dibattito politico del decennio.<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Anastasia|cognome=Barone|titolo=«Facevamo un consultorio, ma era un progetto politico»|p=125}}</ref>
Nel giugno 1973 il processo celebratosi a Padova contro [[w:Gigliola_Pierobon|Gigliola Pierobon]] rappresentò il primo grande evento giudiziario e mediatico in Italia che contribuì a rompere il silenzio sull'aborto clandestino, trasformando un reato penale privato in un caso politico di rilevanza nazionale, grazie a una mobilitazione di massa da parte del movimento femminista.<ref>{{Cita libro|autore=Anna Rita Calabrò, Laura Grasso|titolo=Dal movimento femminista al femminismo diffuso. Storie e percorsi a Milano dagli anni '60 agli anni '80|anno=1985|editore=Franco Angeli|città=Milano|ISBN=978-88-204-4530-0}}</ref>
È in questo quadro che, tra la fine del 1973 e l'inizio del 1974, si costituirono a Roma le prime esperienze di autogestione nell'ambito della salute femminile: il consultorio di San Lorenzo, sorto da un gruppo dedicato ad aborto e contraccezione interno al Movimento femminista romano di via Pompeo Magno animato da Simonetta Tosi, e il Gruppo Femminista per la Salute della Donna, orientato invece prevalentemente alla pratica del self-help e alla ricerca.<ref>{{Cita|Barone|pp. 126-129}}</ref><ref>{{Cita|Tozzi 1984}}</ref><ref>{{Cita web|url=https://roma.repubblica.it/cronaca/2025/06/18/news/san_lorenzo_consultorio_via_dei_frentani_simonetta_tosi-424678188/|titolo=San Lorenzo, il consultorio di via dei Frentani dedicato a Simonetta Tosi|accesso=30 giugno 2026|data=18 giugno 2025}}</ref> Nel corso del 1974 e del 1975 esperienze analoghe sorsero in numerose città, tra cui Torino, Padova, Milano e Trento, e in seguito anche a Bergamo e Pinerolo.<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|anno=1987|titolo=Corpo a corpo|rivista=Memoria|numero=19-20|p=195}}</ref>
La rapida diffusione dei consultori autogestiti fu favorita sia dalla carenza di servizi dedicati alla salute e alla sessualità femminile, sia dalla volontà di sperimentare pratiche alternative rispetto ai modelli medici e assistenziali tradizionali, in una fase in cui l'aborto era ancora illegale, e vietata, fino al 1976, la vendita di contraccettivi nelle farmacie, nonostante l'avvenuta abrogazione da parte della Corte Costituzionale dell'art. 553.<ref>{{Cita web|url=https://www.aied.it/la-storia/|titolo=La nostra storia|accesso=30 giugno 1976}}</ref>
I consultori si trovarono così a negoziare costantemente la propria natura: pur rifiutando l'idea di ridursi ad ambulatori alternativi, oscillarono spesso tra l'erogazione di un "servizio" volto a colmare le carenze dell'assistenza sanitaria e la ricerca di relazioni politiche radicalmente nuove.<ref>{{Cita|Barone|pp. 120-121}}</ref><ref>{{Cita|Tosi 1987A|p. 156}}</ref>
===4.1.2 Internazionalizzazione, self-help e aborto autogestito===
I consultori autogestiti e i gruppi per la salute della donna sorsero in un contesto di intensi scambi internazionali, in particolare con i movimenti femministi francesi e statunitensi, da cui derivò gran parte delle pratiche concrete adottate in Italia. Già nel 1971 il neonato Movimento di Liberazione della Donna aveva organizzato una conferenza dedicata alle cliniche autogestite dalle donne negli Stati Uniti.<ref>{{Cita|Barone|p. 123}}</ref>
Un momento particolarmente significativo avvenne nel 1973, quando Carol Downer e Debra Law, esponenti del Los Angeles Women's Health Center, in un incontro pubblico a Roma presso il [[w:Teatro_Eliseo|Teatro Eliseo]], mostrarono alla platea la tecnica dell'autovisita: l'utilizzo combinato di uno ''speculum'' di plastica, uno specchio e una pila permetteva di osservare autonomamente le pareti vaginali e il collo dell'utero, suscitando forte impressione e venendo percepita da molte partecipanti come un'esperienza di riappropriazione del proprio corpo.<ref name=":0">{{Cita|Tozzi 1987A|p. 158}}</ref>
La diffusione di questa cultura fu accelerata nel 1974 dalla pubblicazione della traduzione italiana del testo collettivo statunitense ''Noi e il nostro corpo'' (''Our Bodies, Ourselves''), che divenne uno dei principali strumenti di diffusione delle conoscenze sulla salute femminile all'interno del movimento.<ref name=":0" /><ref>Stefania Voli, Storia di una traduzione, in Zapruder. Rivista di storia della conflittualità sociale, n. 13, Odradek Edizioni, maggio-agosto 2007.</ref>
L'autovisita, la discussione sul ciclo mestruale, sulla contraccezione, sulla sessualità e sul piacere femminile permisero di scardinare la tradizionale gerarchia tra l'esperto e l'utente. Secondo la critica femminista, le donne non dovevano essere considerate pazienti passive, ma partecipanti attive di un processo di apprendimento e di produzione condivisa del sapere.
La cooperazione transnazionale si rivelò decisiva anche sul piano operativo dell'aborto autogestito, introdotto per rispondere alla piaga degli aborti clandestini. Grazie ai rapporti con le attiviste francesi del MLAC (''Mouvement pour la liberté de l'avortement et de la contraception''), i collettivi italiani appresero e diffusero il metodo Karman.<ref>{{Cita|Tozzi 1987A|p. 161}}</ref> Questa tecnica di aspirazione risultava molto meno invasiva del tradizionale raschiamento e, richiedendo una strumentazione semplice, era praticabile anche da personale non medico, rappresentando una fondamentale innovazione politica e pratica per i gruppi che gestivano le interruzioni di gravidanza.<ref>{{Cita|Barone|p. 124}}</ref>
===4.1.3 Critica del sapere medico e delle istituzioni===
Nei consultori autogestiti la salute femminile veniva reinterpretata come questione politica e non esclusivamente medica. Le pratiche di ''self-help'' si fondavano sull'idea di una riappropriazione dal basso della gestione della salute e dei saperi sul corpo, tradizionalmente monopolizzati e privatizzati dalla medicina specialistica patriarcale.
L'esperienza dei consultori si accompagnò a una critica radicale dell'autorità medica e della pretesa neutralità dei saperi scientifici. In particolare, la ginecologia e la psichiatria vennero interpretate come ambiti nei quali si erano storicamente esercitate forme di controllo sociale e sessuo-politico sui corpi femminili.<ref name=":0" />
Tale critica si inserisce in un più ampio clima di contestazione delle istituzioni sanitarie e assistenziali che caratterizzò l'Italia degli anni Settanta: in quegli stessi anni si svilupparono le lotte per la salute nei luoghi di lavoro legate all'esperienza di Medicina Democratica e di [[w:Giulio Maccacaro|Giulio Maccacaro]], e il movimento di deistituzionalizzazione psichiatrica, ispirato all'opera di [[w:Franco Basaglia|Franco Basaglia]], rimise in discussione l'autorità medica come dispositivo di controllo sociale.<ref>{{Cita|Barone|p. 123}}</ref> Le esperienze femministe condivisero con questi movimenti la rivendicazione di una riappropriazione dal basso della gestione della salute e la ridefinizione del concetto stesso di salute in chiave sociale, e non meramente clinica.
La medicalizzazione della gravidanza, del parto e della sessualità femminile veniva così riletta come una forma di espropriazione del sapere e dell'autonomia delle donne.
===4.1.4 Istituzionalizzazione, conflitti e trasformazioni===
I consultori autogestiti furono spesso luoghi di incontro tra donne provenienti da esperienze politiche differenti: collettivi femministi, gruppi della sinistra extraparlamentare, ambienti radicali e associazioni impegnate sui temi della contraccezione e della salute sessuale. Questa pluralità di provenienze favorì la costruzione di reti di collaborazione, ma produsse anche tensioni riguardo al rapporto con le istituzioni.<ref>{{Cita|Barone|p. 121}}</ref><ref>{{Cita|Lussana 1997|pp. 562-563}}</ref><ref>{{Cita|Tozzi 1987A|pp. 155-156}}</ref>
Rispetto alle pratiche sviluppate nei piccoli gruppi di autocoscienza, i consultori implicavano un rapporto più diretto con il territorio, con donne esterne al movimento e, progressivamente, con le istituzioni, rendendo particolarmente visibile il problema del rapporto tra autonomia femminista e intervento sociale.<ref>{{Cita|Percovich|p. 15}}</ref>
L'approvazione della legge n. 405 del 1975, che istituì i consultori familiari pubblici, pose concretamente il problema dell'istituzionalizzazione delle pratiche femministe.<ref>{{Cita|Barone|pp. 121-122}}</ref> Se alcune militanti scelsero di operare all'interno delle nuove strutture pubbliche per influenzarne l'organizzazione, altre considerarono l'autonomia dei consultori autogestiti una condizione irrinunciabile della pratica politica femminista.<ref>{{Cita|Lussana 1997|pp. 563-564}}</ref>
Il dibattito sui consultori pubblici investì il movimento di una tensione interna mai del tutto risolta, riassumibile nella contrapposizione tra «lavorare con le donne» e «lavorare per le donne»<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|titolo=Corpo a corpo|p=195}}</ref>: da un lato i gruppi che, come a Torino e a Padova, scelsero di assumere una funzione di servizio sociale e richiesero il riconoscimento e il finanziamento pubblico; dall'altro le esperienze, come il Gruppo Femminista per la Salute della Donna di Roma o il Centro per una Medicina delle Donne di Milano, che si ritrassero da tale prospettiva, temendo che farsi carico della gestione di un servizio comportasse la rinuncia alla ricerca e all'autonomia politica originarie. La proposta del CRAC (Coordinamento romano aborto e contraccezione) di richiedere il finanziamento pubblico ai consultori autogestiti, motivata dal principio secondo cui «autogestione non significa autofinanziamento», fu duramente contestata da un gruppo di femministe milanesi, che vi scorsero il rischio di una collaborazione con le stesse istituzioni mediche da cui ci si voleva emancipare.<ref>{{Cita|Barone|p. 132}}</ref>
Il consultorio della Bovisa, a Milano, scelse infine di chiudere proprio in seguito all'istituzione dei consultori pubblici, ritenendo che la propria esperienza, nata come laboratorio di ricerca e non come servizio continuativo, non potesse né autogestirsi indefinitamente né istituzionalizzarsi senza tradire la propria natura<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|titolo=Corpo a corpo|pp=198-199}}</ref>.
Un conflitto analogo, ma con esiti diversi, riguardò il rapporto tra i collettivi femministi e l'Unione Donne Italiane (UDI), che a Roma sostenne invece una concezione di «gestione sociale» del servizio, fondata sulla delega allo Stato della responsabilità collettiva sulla salute delle donne, contrapposta all'autogestione rivendicata dai gruppi femministi.<ref>{{Cita|Barone|p. 132}}</ref>
Negli anni successivi, mentre molte esperienze autogestite si esaurivano, nuove forme di organizzazione e di produzione culturale - case delle donne, librerie, centri di documentazione - avrebbero raccolto parte della loro eredità.<ref>{{Cita|Lussana|p. 19}}</ref>
== 4.2 Le 150 ore delle donne ==
I corsi monografici delle 150 ore rappresentano uno degli spazi in cui il femminismo degli anni Settanta incontra più direttamente il mondo del lavoro organizzato. Nati nel quadro del contratto nazionale dei metalmeccanici del 1973, che prevedeva 150 ore di permessi retribuiti triennali finalizzati all'elevazione culturale e professionale dei lavoratori, i corsi si diffusero rapidamente in tutto il paese, soprattutto nell'Italia del Nord, dove esistevano numerosi Coordinamenti FLM e collettivi femministi radicati nelle fabbriche.
=== Dal diritto allo studio ai corsi per donne ===
L'idea di dedicare corsi monografici alla sola condizione femminile, riservati a sole donne, nasce a Torino alla fine del 1974 tra sindacaliste e femministe che di lì a pochi anni avrebbero fondato l'Intercategoriale donne CGIL-CISL-UIL (Lona, 2015).
Confrontare con: L'iniziativa nacque dall'incontro tra il femminismo sindacale, in particolare i Coordinamenti donne FLM (Federazione Lavoratori Metalmeccanici), e i gruppi del femminismo militante. Tra i promotori figurarono collettivi sindacali femminili e collettivi di quartiere come il gruppo di via Gabbro a Milano e il Collettivo Aurelio-Cavalleggeri a Roma.
Con l'apertura progressiva ad altre categorie, tra il 1974 e il 1975 furono istituiti corsi specificamente indirizzati alle donne (lavoratrici, casalinghe, disoccupate), tenuti da femministe e docenti universitarie. I contenuti riguardavano salute femminile, sessualità, lavoro domestico, condizione delle donne.
L'esperienza si radicò nelle aree a forte industrializzazione: Torino con corsi sulla salute e medicina, Milano come fulcro della riflessione teorica, Reggio Emilia e Bologna con forte partecipazione delle lavoratrici, le province venete di Venezia, Padova e Treviso tra il 1975 e il 1976, Roma come centro per la nascita di istituzioni educative autonome. La partecipazione fu significativa, con molte donne che trovavano nei corsi occasioni di formazione altrimenti inaccessibili e spazi di socializzazione (Lussana, 2012; Bellè, 2021).
Le partecipanti sono lavoratrici di ogni categoria — operaie, impiegate, casalinghe, studentesse, disoccupate — e i temi affrontati vanno ben oltre i contenuti previsti dal progetto sindacale originario: la salute, la sessualità, il corpo, la maternità, l'aborto, il lavoro domestico, i rapporti familiari. Alcune esperienze particolarmente significative si svolgono a Bergamo (1974-75), Genova (dal 1975), Torino (dal 1975, con la nascita dell'Intercategoriale che proseguirà le sue attività fino al 1981), Milano (dal 1976), Roma, Alessandria — dove i risultati del corso del 1978 vengono raccolti nel volume collettivo ''La salute della donna'' (Edizioni dell'Orso, 1979) — e nel Veneto, con i corsi di Verona e Padova avviati nel 1979 dopo una lunga negoziazione con i rispettivi atenei, che richiesero persino il parere favorevole di apposite commissioni del Senato accademico prima di approvare corsi riservati esclusivamente a donne e tenuti da sole docenti donne (Lona, 2015).
La dinamica interna ai corsi è spesso quella dell'autocoscienza allargata: le partecipanti si dividono in gruppi, discutono a partire dalla propria esperienza, e producono materiali scritti collettivamente — ciclostilati, opuscoli, a volte veri e propri libri. È in questo contesto che molte donne scrivono per la prima volta. L'esperienza più documentata è quella del corso di Affori, periferia nord di Milano, dove Lea Melandri viene assegnata nel dicembre 1976 a una classe composta quasi interamente da casalinghe over quaranta. Melandri descrive quel corso come "un laboratorio unico e originale nel tentativo di mettere a confronto intellettuali e donne comuni", in cui "le teorie elaborate dai gruppi femministi erano costrette ad esporsi agli interrogativi che venivano ancora una volta dalle vite concrete" (Melandri, archiviodilea.wordpress.com). Tra i testi prodotti dalle corsiste, il più noto è ''I pensieri vagabondi di Amalia'', di Amalia Molinelli, che ricostruisce una biografia femminile attraverso il fascismo, la Resistenza, l'emigrazione a Milano e il lavoro domestico, confrontando la propria esperienza con i testi letti durante il corso.
Il nodo del rapporto tra docenti femministe e corsiste è uno dei più ricchi e problematici dell'intera esperienza. Le femministe che insegnano portano nei corsi le teorie elaborate nei collettivi; le casalinghe e le operaie portano le loro biografie. L'incontro è trasformativo per entrambe, ma non privo di tensioni: le aspettative sono diverse, il rapporto con la scrittura è asimmetrico, e il sindacato guarda spesso con diffidenza a classi formate da sole casalinghe, faticando a riconoscerne la legittimità nell'ambito di uno strumento pensato per i lavoratori (Lussana, 2012).
Il rapporto con il sindacato è infatti tutt'altro che lineare. Come emerge dall'incontro nazionale di Firenze del febbraio 1978, i corsi delle donne devono continuamente negoziare tra la pratica femminista del partire da sé e le logiche di un'organizzazione che stenta a riconoscere la specificità femminile come terreno politico autonomo. Secondo Lussana, tuttavia, proprio questa tensione è produttiva: i corsi 150 ore delle donne costituiscono "il momento di incontro per eccellenza del pensiero femminista con la cultura e l'organizzazione dei lavoratori" e il veicolo attraverso cui il femminismo raggiunge donne che non avrebbero mai incrociato i collettivi separatisti, diventando per la prima volta pratica di massa (Lussana, 2012).
Un'acquisizione che Chiara Saraceno — che insegnò essa stessa in corsi di 150 ore a Trento — individua non tanto nei contenuti affrontati, quanto nella dimensione più elementare e più radicale: quella di legittimare le donne a prendere tempo per sé, sottraendosi alla casa e alla famiglia (cit. in Raimo, 2023).
=== Metodo e women studies popolari ===
I corsi integrarono elaborazione teorica e raccolta di storie individuali, sviluppando un metodo che partiva dai vissuti delle partecipanti. Si realizzò un incontro tra ricercatrici, accademiche e donne con diversi livelli di scolarizzazione, definito "women studies popolari".
Questo approccio mise in luce una questione diversa rispetto ai corsi per operai. Nei corsi maschili si affrontava la divisione tra lavoro manuale e intellettuale all'interno della classe. Nei corsi femminili emergeva che i saperi disciplinari erano costruiti su prospettive e linguaggi maschili, ponendo alle donne il problema dell'accesso a saperi pensati a partire da un soggetto diverso da loro.
=== Eredità istituzionale ===
Le 150 ore rappresentarono un punto di incontro tra femministe e donne che non avevano partecipato al movimento, portando il femminismo a operaie, casalinghe, impiegate (Lussana, 2012; Bracke, 2019).
Dall'esperienza dei corsi nacquero istituzioni autonome. Nel 1979 venne fondata a Roma l'Università delle donne "Virginia Woolf", a Milano la Libera Università delle Donne. Queste istituzioni proposero una ricerca che considerasse la dimensione di genere nelle discipline e nella relazione pedagogica (Lussana, 2012; Stelliferi, 2022).
La fase di massima espansione dei corsi per sole donne basati sull'autocoscienza si collocò tra il 1975 e i primi anni Ottanta. Questa forma specifica si trasformò o esaurì entro la metà degli anni Ottanta, mentre le istituzioni generate dall'esperienza continuarono la loro attività.
== 4.3 Case e librerie delle donne ==
La conquista di uno spazio fisico autonomo è, negli anni Settanta, una delle forme più concrete attraverso cui il separatismo femminista si traduce in realtà materiale.
A partire dalla seconda metà degli anni Settanta comparvero le prime Case delle donne, destinate a diventare uno dei simboli più duraturi del femminismo italiano. Questi spazi rispondono a molteplici esigenze: sedi di attività politica in cui convivono collettivi diversi, si organizzano assemblee e campagne, si producono e circolano materiali, si elabora teoria, ma anche attività culturali, luoghi in cui vengono offerti servizi concreti per donne in difficoltà, spazi di accoglienza.
La loro costituzione avviene secondo modalità differenti — l'occupazione diretta, la negoziazione con le amministrazioni locali, la fondazione cooperativa — e in ciascun caso il processo di conquista dello spazio è esso stesso un atto politico.
Il caso apripista per le case delle donne è Roma. Il 2 ottobre 1976 i movimenti femministi romani - il Movimento femminista di via Pompeo Magno, il collettivo di via Pomponazzi e alcune donne del Partito radicale - occupano Palazzo Nardini, un edificio quattrocentesco abbandonato da oltre un decennio in via del Governo Vecchio, dietro piazza Navona (Camilli, 2018). L'occupazione è non violenta e immediatamente simbolica: il palazzo era stato sede della Pretura, luogo istituzionale per eccellenza, ora sottratto e restituito alle donne.
Nei sette anni di occupazione vi trovano sede decine di realtà diverse - il consultorio self-help dell'MLD, un asilo nido aperto al quartiere, il collettivo contro la violenza alle donne, la redazione di ''Quotidiano Donna'', Radio Lilith, gruppi teatrali, di ricerca, lesbici. È alla Casa del Governo Vecchio che MLD, UDI e gruppi femministi elaborano il testo della legge di iniziativa popolare contro la violenza sessuale, e da lì parte nel novembre 1976 la fiaccolata ''Riprendiamoci la notte''. (Stelliferi, 2013).
A Milano il dibattito sullo spazio delle donne si intreccia con una questione teorica esplicita. Quando il collettivo di via Mancinelli discute della propria sede, emerge una distinzione netta tra "luogo delle donne" e "sede": quest'ultima viene considerata espressione di un modo di fare politica ancora maschile, legato all'istituzione più che alla relazione. Il luogo delle donne deve implicare l'affettività, lo stare insieme, la vita quotidiana oltre che la militanza (Calabrò-Grasso). Dopo lo scioglimento di via Mancinelli nel 1978, molte delle donne confluiscono in Col di Lana, che assumerà progressivamente le caratteristiche di casa delle donne in senso pieno. [da integrare con materiale su Col di Lana]
A Torino la Casa delle donne nasce nel marzo 1979 con l'occupazione dell'ex manicomio femminile di via Giulio, scelta deliberatamente simbolica, che trasforma un luogo storico di segregazione in spazio di liberazione. Dopo una trattativa con il Comune, le donne ottengono locali nel Palazzo dell'Antico Macello di Po in via Vanchiglia, dove la Casa ha sede ancora oggi.
A Mestre il percorso mostra come la conquista dello spazio passi talvolta attraverso la mediazione con le amministrazioni di sinistra. Nel novembre 1977 il Coordinamento femminista occupa villa Franchin nel parco di Carpenedo; lo sgombero arriva il 28 dicembre, ma il Comune, che aveva già istituito il primo referato alla Condizione femminile in Italia, avvia una trattativa che porterà all'apertura di un Centro donna in piazza Ferretto. L'esperienza veneziana mostra anche i rischi della dipendenza istituzionale: nel 1985 il cambio di giunta mette a rischio il carattere autonomo del Centro, aprendolo a gruppi non femministi e scatenando una reazione decisa delle donne che lo avevano costruito .
Le librerie delle donne appartengono allo stesso ecosistema di spazi politici, ma con una fisionomia propria. Non nascono per occupazione ma per fondazione cooperativa, e la loro funzione non è solo la circolazione dei testi ma la produzione di sapere e la costruzione di relazioni. La prima e più importante è la Libreria delle donne di Milano, fondata nel 1975 in via Dogana da un collettivo che include Luisa Muraro e Lia Cigarini, quest'ultima già attiva nel DEMAU, uno dei primi gruppi femministi italiani. Si ispira alla Librairie des Femmes di Parigi, ma a differenza di essa sceglie inizialmente di proporre solo opere di donne, per enfatizzare il sapere femminile. Fin dalla sua fondazione è luogo di elaborazione teorica oltre che spazio commerciale: organizza riunioni, discussioni politiche, proiezioni, e possiede un fondo di testi esauriti e introvabili. Negli anni '80, quando il movimento si frammenta, la Libreria diventa, secondo Calabrò, l'unico soggetto milanese ad "assumere il significato simbolico della continuità tra passato e presente", punto di riferimento riconosciuto collettivamente in un panorama altrimenti privo di leadership (Calabrò-Grasso]). È in questo spazio che si consolida il femminismo della differenza italiano, con la pubblicazione di ''Sottosopra'' (dal 1983) e ''Via Dogana'', e con l'elaborazione collettiva che confluirà in ''Non credere di avere dei diritti'' (1987).
Questi spazi — case occupate, centri negoziati, librerie cooperative — costituiscono nel loro insieme un'infrastruttura politica e culturale che il movimento costruisce autonomamente, al di fuori delle istituzioni e spesso in tensione con esse. Ciò che li accomuna è l'idea che lo spazio fisico non sia neutro: abitarlo, conquistarlo, dargli forma è già fare politica.
== 4.4 Editoria femminista ==
Negli anni Settanta l'editoria femminista italiana si afferma come dimensione costitutiva dell'azione politica. Produrre testi, riviste, opuscoli e libri non è un'attività separata dalla militanza: la scrittura e la circolazione dei materiali sono il modo in cui il movimento elabora pratiche, costruisce linguaggi comuni e rende visibile ciò che era rimasto confinato nella sfera privata - sessualità, maternità, lavoro domestico, violenza. Questa produzione si caratterizza fin dall'inizio per il rifiuto dei circuiti editoriali tradizionali, percepiti come parte delle stesse strutture di potere che il movimento contesta.
Le prime esperienze sono autogestite e sperimentali, fondate sul lavoro volontario: manifesti, ciclostilati, opuscoli prodotti dai collettivi e diffusi attraverso reti informali. La prima casa editrice femminista in senso proprio, Scritti di Rivolta Femminile, nasce a Roma nel 1970, fondata da Carla Accardi e Carla Lonzi, tra le fondatrici del collettivo Rivolta Femminile. La collana dei "Libretti verdi" si distingue per la sobrietà grafica e la radicalità teorica: Lonzi rifiuta consapevolmente recensioni, promozione e mediazioni commerciali, ritenendo che snaturino le istanze femministe. Il suo ''Sputiamo su Hegel'' (1974) diventerà uno dei testi fondativi del femminismo della differenza, con circolazione internazionale.
Nel 1972 nascono A Roma Edizioni delle donne, affini all'esperienza francese di Éditions des femmes, con un catalogo che include testi teorici e traduzioni di autrici allora poco note in Italia come Kristeva, Wittig e Duras. Nello stesso anno a Milano il gruppo Anabasi pubblica la prima antologia del femminismo internazionale, ''Donne è bello.''
Nel 1975 nasce a Milano La Tartaruga, fondata da Laura Lepetit, destinata a diventare una delle realtà più durature dell'editoria femminista italiana.
Sul versante periodico, la proliferazione è straordinaria e riflette la pluralità interna al movimento. Tra le esperienze di maggiore rilievo e durata: ''Effe'' (1973-1982), primo mensile femminista di attualità e cultura a diffusione nazionale, nato a Roma con la collaborazione di giornaliste, studiose e scrittrici; ''Sottosopra'' (Milano, 1973), rivista di movimento che diventerà uno dei luoghi teorici centrali del femminismo della differenza; ''DWF – Donna Woman Femme'' (Roma, 1975), trimestrale attento alla ricerca storica e alla traduzione di testi internazionali. Accanto a queste, decine di testate di breve durata legate ai collettivi locali documentano orientamenti differenti, dal marxismo femminista al lesbismo, dalla riflessione sulla differenza sessuale alle lotte per il salario al lavoro domestico.
L'insieme di queste esperienze - case editrici, riviste - costituisce un'infrastruttura culturale autonoma che il movimento costruisce parallelamente alle strutture istituzionali e spesso in opposizione ad esse. È in questo spazio che si elabora non solo la teoria femminista, ma anche la sua forma: una forma che rifiuta la neutralità del sapere accademico e rivendica la soggettività come punto di partenza epistemologico.
All’inizio degli anni Settanta la crescita dei collettivi femministi è accompagnata da una rapida espansione della stampa militante. Accanto ai bollettini e alle riviste prodotti dai gruppi del movimento, continua tuttavia a esistere una stampa femminile legata alle organizzazioni politiche della sinistra o alle culture marxiste rivoluzionarie. I diversi circuiti editoriali riflettono la pluralità dei contesti politici nei quali si sviluppa il femminismo italiano.
== 4.5 Arte e cinema ==
== Note ==
<references/>
== Bibliografia ==
* {{Cita libro|autore=Anastasia Barone|titolo=«Facevamo un consultorio, ma era un progetto politico».
I consultori a Roma prima e dopo la legge 405/1975|anno=2023|editore=Viella|città=Roma|pp=119-148|ISBN=9791254692349|opera=Anni di rivolta. Nuovi sguardi sui femminismi degli anni Settanta e Ottanta|curatore=Paola Stelliferi, Stefania Voli|cid=Barone}}
* {{Cita pubblicazione|autore=Alfero Boschiero, Nadia Olivieri|anno=2022|titolo=Il corpo mi corrisponde|rivista=Venetica|numero=1}}
* {{Cita pubblicazione|autore=Vicky Franzinetti|anno=1987|titolo=In senso dell'autogestione|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=181-187|cid=Franzinetti}}
* {{Cita libro|autore=Fiamma Lussana|titolo=Le donne e la modernizzazione: il neofemminismo degli anni settanta|anno=1997|editore=Einaudi|città=Torino|pp=471-565|ISBN=88-06-13571-6|opera=Storia dell'Italia repubblicana, vol.III, t.2|cid=Lussana 1997}}
* {{Cita libro|autore=Luciana Percovich|titolo=La coscienza nel corpo. Donne, salute e medicina negli anni Settanta|anno=2005|editore=Franco Angeli|città=Milano|cid=Percovich}}
* {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1984|titolo=Il movimento delle donne, la salute, la scienza. L'esperienza di Simonetta Tosi|rivista=Memoria|numero=11-12|cid=Tozzi 1984}}
* {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1987|titolo=Molecolare, creativa, materiale:
la vicenda dei gruppi per la salute|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=153-180|cid=Tozzi 1987A}}
* {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1987|titolo=Alla radice del "self-help". Gruppo femminista per la salute della donna
(G.F.S.D.)|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=202-205|cid=Tozzi 2}}<br />
== Introduzione ==
Il femminismo degli anni Settanta costituisce uno dei passaggi più incisivi della storia politica e culturale dell’Italia contemporanea. Tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta, una fitta rete di collettivi e gruppi diffusi sull’intero territorio nazionale mise in discussione i ruoli di genere, le relazioni tra i sessi e le stesse categorie attraverso cui venivano definiti la politica, i linguaggi, le forme del sapere e le soggettività.
La novità del neofemminismo non risiede unicamente nelle rivendicazioni avanzate, ma nelle pratiche attraverso cui esse furono elaborate: l’autocoscienza, la politicizzazione dell’esperienza personale, la centralità del corpo e della sessualità come luoghi di produzione di sapere e di conflitto. L’esperienza femminile non venne più subordinata a cornici interpretative esterne - di partito, di classe o di tradizione ideologica - ma assunta come punto di partenza per una rielaborazione teorica autonoma, capace di ridefinire il confine tra privato e pubblico, vita e politica, e di interrogare i nessi tra potere, sapere e corporeità.
Il femminismo di questo periodo si presenta come un insieme articolato di esperienze differenziate, radicate in contesti territoriali, culturali e politici diversi, con orientamenti teorici e strategie non omogenei. Tale pluralità - visibile nel diverso rapporto con la sinistra, i movimenti e le istituzioni, nell’alternativa tra separatismo e doppia militanza, nelle letture della subordinazione femminile in termini di classe o di differenza sessuale, nelle modalità di intervento pubblico - costituisce un tratto strutturale del movimento. La storiografia ha posto questo nodo al centro della riflessione, interrogandosi sull’uso dei termini “femminismo” e “femminismi”: se il singolare consente di cogliere la forza storica di un processo collettivo accomunato dalla critica alle gerarchie di genere, il plurale rende conto della molteplicità delle culture politiche e dei linguaggi che lo attraversarono (Guerra 2005).
La trasformazione che si produce alla fine del decennio non coincide con una cesura netta. Piuttosto, la crisi della forma-movimento apre una fase di riorganizzazione e ridefinizione: negli anni ottanta molte pratiche e molte elaborazioni proseguono in forme differenti, attraverso luoghi culturali, reti associative e iniziative di produzione che consolidano un femminismo meno centrato sulla mobilitazione di massa, ma capace di incidere in modo duraturo nel tessuto sociale (Guerra 2005). La categoria di “eredità” permette di leggere questo passaggio senza ridurlo a una narrazione di declino.
Questo volume adotta una prospettiva che intreccia ricostruzione storica e riflessione storiografica, assumendo come oggetto non soltanto gli eventi e le organizzazioni, ma le pratiche, i linguaggi e i luoghi di produzione del sapere femminista.
Dopo una sezione dedicata alle genealogie - il rapporto con il ’68, con la tradizione emancipazionista e con le reti transnazionali - il percorso analizza le pratiche fondative, la pluralità delle esperienze, i rapporti con movimenti, partiti e istituzioni, nonché gli spazi materiali e simbolici attraverso cui il femminismo costruì nuove forme di socialità e di cultura. Una parte conclusiva è dedicata alle trasformazioni degli anni ottanta e alle principali interpretazioni storiografiche del neofemminismo, affrontando le questioni di periodizzazione, di metodo e di memoria che ancora attraversano il dibattito.
Il volume assume le pratiche, i luoghi e i linguaggi come chiavi di lettura attraverso cui osservare l’intreccio tra dimensione politica, sociale e culturale del femminismo italiano degli anni Settanta, un'intersezione nella quale maggiormente si coglie la portata trasformativa del movimento.
Introduzione Parte II
Il femminismo degli anni Settanta si caratterizza per la centralità attribuita alle pratiche - come il separatismo e l’autocoscienza – che non rappresentano semplicemente forme organizzative, ma luoghi di elaborazione politica e di produzione di sapere.
La condivisione delle esperienze individuali consente di mettere in discussione l’apparente naturalità dei ruoli di genere e di individuare i meccanismi sociali e culturali che regolano i rapporti tra uomini e donne. In questo senso, le pratiche non si limitano a descrivere la realtà, ma contribuiscono a ridefinirla; la politica non è intesa soltanto come intervento nello spazio pubblico, ma come processo che prende avvio dall’esperienza vissuta e dalle relazioni tra donne.
All’interno di questo processo si afferma il principio secondo cui “il personale è politico”, che consente di collegare le esperienze quotidiane alle strutture sociali più ampie. Attraverso questa prospettiva, ambiti tradizionalmente considerati privati – come la sessualità, la maternità e la vita familiare – diventano oggetto di analisi e intervento politico.
È in questo quadro che il corpo emerge come un nodo centrale della riflessione femminista. Non si tratta di un ambito già definito, ma di un terreno che prende forma progressivamente attraverso le pratiche del movimento. Le esperienze legate alla sessualità, alla riproduzione e alla salute vengono condivise, confrontate e reinterpretate, dando luogo a una nuova consapevolezza che mette in discussione i modelli culturali dominanti; elaborazione teorica e sperimentazione pratica non costituiscono ambiti separati, ma dimensioni intrecciate di un medesimo percorso di politicizzazione.
Le pratiche del movimento non furono adottate in modo uniforme né assunsero significati univoci, ma costituirono un repertorio condiviso, rielaborato in forme differenti nei diversi contesti. Tale pluralità rinvia alla coesistenza di differenti modi di intendere la liberazione delle donne e al rifiuto di modelli organizzativi gerarchici e di una definizione univoca delle priorità. Tuttavia, essa condivise alcuni elementi fondamentali: la messa in discussione della distinzione tra sfera privata e sfera pubblica, la conseguente ridefinizione del politico e delle forme della soggettività femminile.
Le sezioni che seguono analizzano, da diverse prospettive, le principali pratiche e i nodi concettuali attraverso cui il femminismo degli anni Settanta ha ridefinito il rapporto tra esperienza, conoscenza e azione politica.
PARTE 3
"le radici del femminismo radicale italiano affondino al di fuori del contesto universitario, dei partiti e dei movimenti sociali, e si congiungano con l’azione di donne non più giovanissime alla fine degli anni Sessanta e senza pregresse, strutturate esperienze politiche." (tesi stelliferi)
32 Il primo collettivo neofemminista italiano, Demau (Demistificazione Autoritarismo; Demistificazione
[dell] autoritarismo), precede in realtà (1966) la rivolta studentesca e operaia della fine degli anni '60. - Strazzeri, p. 6
== Cronologia principale ==
=== 1965-1982 ===
{| class="wikitable sortable"
! Anno
! Gruppi che nascono
! Gruppi che si sciolgono
! Eventi
! Convegni / Incontri
! Manifestazioni
! Produzione culturale
|-
| 1965/66
| Demau
|
|
|
|
|
|-
| 1967
|
|
|
|
|
|
|-
| 1968
|
|
| Contestazione studentesca
|
|
|
|-
| 1969
| Cerchio spezzato (Trento);
MLD legato al Partito Radicale
|
| Autunno caldo
|
|
|
|-
| 1970
| Rivolta femminile
Anabasi
Le Nemesiache
|
|Approvazione della legge sul Divorzio (L. 898/1970)
|
|
|
|-
| 1971
| Lotta Femminista (PD)
|
|La Corte Costituzionale depenalizza la diffusione e l'uso degli anticoncezionali.
Approvazione della legge a tutela delle lavoratrici madri (L. 1204/1971 - diritto di astenersi dal lavoro 2 mesi prima, 3 dopo il parto) e della L.1044/1971 che introduce il piano quinquennale per l'istituzione di asili nido comunali con il concorso dello Stato
| Milano – Convegno presso l’Umanitaria
|
| Esce ''Quarto mondo'', pubblicata a Roma dal Fronte Italiano di Liberazione Femminile (FILF)
|-
| 1972
| Cherubini;
Lotta Femminista (MI)
|
|
| Bologna – Convegno di varie città;
Rouen – Convegno organizzato da Psychoanalyse et Politique;
Vandea – Convegno europeo organizzato dal MLF
|
| Nascono a Roma Edizioni delle donne; Anabasi pubblica l'antologia ''Donne è bello'' ; esce ''Compagna'', rivista di orientamento marxista. Nasce a Roma il Collettivo Femminista Comunista di Via Pomponazzi
|-
| 1973
| Collettivo San Gottardo; Gruppo Analisi; Gruppo Femminista per una medicina delle donne; Rivolta 3
| Demau
| Si forma il CISA; Processo a Gigliola Pierobon (Padova)
| Varigotti – incontro tra Cherubini, alcune donne del Veneto e le francesi di Psychanalyse et Politique
|
| Esce a Roma ''Effe'' , primo mensile femminista di attualità e cultura autogestito a diffusione nazionale; a Bologna ''La voce delle donne comuniste'' e ''Donna proletaria;'' a Milano ''MezzoCielo''
|-
| 1974
| Collettivo di via Albenga; Gruppo di Pratica dell’Inconscio; Mondadori; Ticinese
| Lotta Femminista
| Referendum abrogativo della legge sul divorzio
| 1° Convegno Nazionale a Pinarella di Cervia
|
| Esce ''Sputiamo su Hegel'' di Carla Lonzi; nasce l'editrice romana Dalla parte delle bambine; esce ''Sottosopra''
|-
| 1975
| Libreria delle donne di Milano
|
| Vengono istituiti i consultori familiari (L. 405/1975)
Blocco in Senato della proposta di legge sull’aborto
|
|
| Laura Lepetit fonda la casa editrice La Tartaruga; esce ''DWF – Donna Woman Femme''
|-
| 1975
| Corsi monografici 150 ore;
| Anabasi; Cherubini (trasferimento in Col di Lana); San Gottardo
| Elezioni amministrative
| Carloforte – Vacanze femministe; Milano – Convegno “Sessualità, maternità, procreazione, aborto”; Milano – Umanitaria “Donne e politica”; San Vincenzo (LI) – Pratica dell’inconscio; 2° Convegno nazionale a Pinarella di Cervia
| Roma – Manifestazione nazionale del 6 dicembre
|
|-
| 1976
| Corso 150 ore Affori; Gruppo Donne e Immagine; Gruppo Donne via dell’Orso; Gruppo donne Palazzo di Giustizia; Gruppo n.4 Col di Lana
| Gruppo Analisi; Gruppo di Pratica dell’Inconscio; Gruppo Femminista per una medicina delle donne; Rivolta 3
| Elezioni politiche; Formazione della Consulta femminista; Legge nazionale sui consultori
| Milano – Convegno “Donne e lavoro”; Paestum – 3° e ultimo convegno nazionale
| Milano – Entrata “dimostrativa” nel Duomo (gennaio)
| Nasce a Roma la rivista ''Limenetimena;'' esce ''Differenze'', rivista dei Collettivi femministi romani
|-
| 1977
| Collettivo della Borletti; Gruppo donne via Lanzone; Gruppo Scrittura
|
| Approvazione legge sulla Parità di Lavoro (L. 903/1977)
Movimento del 1977
| Milano – Convegno sulla violenza (Sala Provincia)
|
| Nasce la Libreria delle donne di Bologna Librellula
|-
| 1978
| Gruppo Madri del Leoncavallo; Gruppo Scrittura 1; Gruppo Scrittura 2; Gruppo Scrittura 3
|
| Approvazione legge sull'aborto (194/1978)
Rapimento Moro
|
|
| Esce ''Quotidiano donna,'' settimanale di politica, attualità e cultura ; apre a Cagliari la Libreria gestita dalla coperativa La tarantola
|-
| 1979
| 150 ore sul Cinema; Redazione di Grattacielo; Redazione milanese di Quotidiano Donne
| Collettivo Mondadori; Coordinamento via dell’Orso; Gruppo Donne e Immagine; Mancinelli
| “Caso 7 aprile”
| Milano – Umanitaria, proposta di legge contro la violenza sessuale
|
| Apre a Firenze la Libreria delle donne
|-
| 1980
| Centro Donne Ticinese; Collettivo studentesse liceo Berchet; Collettivo studentesse Università Statale; Cooperativa Gervasia Broxson; Gruppo di psicologia e attività creative; Gruppo Eos; Ristorante Cicip-Ciciap; Ticinese (nuovo)
| Col di Lana; Collettivo Borletti
|
|
| Milano – Manifestazione contro abrogazione legge aborto
|
|-
| 1981
| Gruppo Phoenix
| Grattacielo; Gruppo donne Palazzo di Giustizia
| Referendum abrogativo legge aborto
| Firenze – 2° Convegno contro il referendum; Milano – 1° Convegno contro il referendum 194; Roma – Convegno nazionale donne lesbiche; Torino – Convegno internazionale donne lesbiche
|
|
|-
| 1982
|
| Gruppo n.4; Redazione milanese di Quotidiano Donna
|
|
|
|
|}
80gii8ptd9q7j5mgdaq1n8tpuffqm6v
499693
499692
2026-07-03T13:33:03Z
LorManLor
24993
499693
wikitext
text/x-wiki
'''3. Pluralità dei femminismi'''
3.1 Formazione (1965–1973)
3.2 Espansione e confronto pubblico (1974–1976)
3.3 Ridefinizioni (1977–1980)
'''4. Spazi, infrastrutture, saperi'''
4.1 Consultori autogestiti e self-help
4.2 Le 150 ore delle donne
4.3 Case delle donne
4.4 Editoria femminista
4.5 Arte e cinema
'''5. Trasformazioni tra anni Settanta e Ottanta'''
5.1 Nuove configurazioni
5.2 Femminismo e politiche delle donne
'''6. Interpretazioni storiografiche'''
6.1 Questioni di metodo. Memoria e storia
6.2 Periodizzazioni
6.3 Questione territoriale
6.4 "Doppia militanza" e rapporti con la sinistra
extraparlamentare
6.5 Dimensione transnazionale
6.6 Questioni aperte, prospettive di ricerca
'''Appendici'''
Cronologia essenziale
Glossario
Documenti fondamentali (estratti)
Bibliografia
Sitografia e archivi digitali
== Cap. 3 - Pluralità dei femminismi ==
Il cap. 3 dovrebbe parlare di come il femminismo si rapporta al suo interno e ''in relazione ad altri soggetti politici'' ''(sin ex)''
Il cap. 5 (riforme, processi per stupro) di come il femminismo interagisce con le ''istituzioni'' — leggi, parlamento, tribunali.
Ma il femminismo italiano si definisce ''sempre'' in relazione a qualcosa di esterno — la sinistra, le istituzioni, il diritto, i movimenti. Non esiste un "interno puro" del movimento separabile da questi rapporti. Quindi qualsiasi architettura che provi a separare "i gruppi" da "i rapporti esterni" produrrà sempre sovrapposizioni.
Soluzione: logica diacronica + attenzione alle dinamiche
Tra la seconda metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta in diverse città italiane iniziano a formarsi i primi gruppi femministi autonomi. Tali esperienze non derivano da un unico centro organizzativo né da un’elaborazione teorica condivisa: emergono in contesti differenti e a partire da percorsi politici e sociali eterogenei. Collettivi universitari, gruppi nati all’interno della nuova sinistra ed esperienze sviluppate in ambienti intellettuali e culturali contribuiscono alla costruzione di una rete di relazioni informali, caratterizzata da forte autonomia locale e da modalità di coordinamento intermittenti.
La storiografia ha progressivamente adottato la categoria di “femminismi” per descrivere questa configurazione originaria del movimento, già attraversata da differenze significative nei linguaggi politici, nelle pratiche e nelle forme di organizzazione (Rossi-Doria 2005; Lussana 2012; Stelliferi 2015). Fin dalle origini, quindi, il movimento assume una struttura reticolare, composta da collettivi autonomi, gruppi di autocoscienza e reti informali di scambio, senza un’organizzazione centrale né piattaforme politiche unitarie.
Tali differenze si articolano lungo diversi piani: un primo ambito riguarda le modalità attraverso cui viene elaborata la soggettività femminile come terreno di esperienza politica. In alcuni gruppi l’autocoscienza costituisce lo strumento principale di analisi delle relazioni tra donne e della costruzione di un sapere politico fondato sull’esperienza condivisa; in altri contesti la riflessione si sviluppa attraverso pratiche espressive e simboliche che rielaborano in forme diverse il rapporto tra identità femminile, corpo e linguaggio.
Un altro piano riguarda il rapporto tra elaborazione teorica e intervento sociale. Alcuni collettivi privilegiano la riflessione sui linguaggi e sulle relazioni tra i sessi; altri sviluppano iniziative orientate all’intervento pubblico. A questi elementi si aggiungono le diverse modalità di relazione con i movimenti politici e con le istituzioni. Le provenienze dalla nuova sinistra, dal radicalismo dei diritti civili o da esperienze associative precedenti producono configurazioni differenti del rapporto con partiti, sindacati e organizzazioni politiche, anticipando alcune delle tensioni che emergeranno con maggiore evidenza nella seconda metà del decennio.
INTRO
Le pratiche che caratterizzano la fase fondativa del neofemminismo - autocoscienza, separatismo, politicizzazione dell’esperienza e centralità del corpo - costituiscono un terreno condiviso tra i gruppi e collettivi sorti nei primi anni Settanta. All’interno di tale quadro comune emergono tuttavia, fin dall’inizio, elaborazioni teoriche e orientamenti politici differenziati, che danno luogo a una pluralità di esperienze e di linguaggi
Il femminismo italiano degli anni Settanta si presenta alla ricerca storica come un oggetto per sua natura plurale. La storiografia ha progressivamente adottato la categoria di “femminismi” per descrivere la compresenza di pratiche e orientamenti politici differenziati, riconoscendo nella molteplicità di gruppi, pratiche e orientamenti teorici una caratteristica costitutiva del movimento. (Guerra, 2005; Bellè, 2021; Stelliferi e Voli, 2023). Parlare di "femminismi" al plurale significa riconoscere che il campo femminista italiano non ha mai avuto un centro, una linea ufficiale, né portavoce riconosciute.
Tale pluralità riguarda sia le impostazioni teoriche - ad esempio il rapporto tra emancipazione e differenza sessuale, tra sesso e classe, tra autonomia e mediazione politica - sia le forme organizzative e gli ambiti di intervento privilegiati dai diversi gruppi. La differenziazione interna del movimento si manifesta lungo vari assi: le culture politiche di provenienza, la collocazione territoriale, le generazioni coinvolte, le modalità di relazione con i movimenti sociali e con le istituzioni. Ne emerge un panorama composito, nel quale coesistono orientamenti separatisti e pratiche di doppia militanza, esperienze concentrate sull’elaborazione teorica e percorsi maggiormente orientati all’intervento sociale e sindacale.
> le vicende entrano come esempi trasversali a queste linee, non come scansione cronologica.
Quattro linee di differenza "interne": i
# Autocoscienza/pratica dell'inconscio (elaborazione interna) vs. pratica/intervento nel sociale
# Autonomia radicale vs. interlocuzione istituzionale (Milano vs. Roma — come asse che incrocia le prime due - Lussana)
# doppia militanza e rapporto con la sinistra
# Femministe storiche vs. nuove, conflitto generazionale e allargamento del movimento
Problema: quale contesto politico è davvero rilevante per capire l'evoluzione del femminismo? Non tutto il contesto politico italiano, ma solo quello che incide direttamente sul movimento: le leggi che lo riguardano, i movimenti con cui interagisce, il clima che restringe o allarga gli spazi di azione.
=== 3.1.1 Prime esperienze e contesti di formazione ===
==== Genealogie teoriche e politiche ====
La formazione del neofemminismo italiano si colloca nella seconda metà degli anni Sessanta e precede l’esplosione del movimento del 1968. Le sue prime elaborazioni emergono in ambienti intellettuali e politico-culturali segnati dal confronto con il marxismo critico, l’antiumanismo teorico, l’analisi dell’autoritarismo e la ricezione della Scuola di Francoforte. In questo contesto si sviluppa una riflessione che mette in discussione la neutralità della politica e individua nella differenza sessuale un dispositivo strutturale di subordinazione.
L'esperienza più precoce e significative di questa fase iniziale è rappresentata dal gruppo DEMAU (Demistificazione Autoritarismo), fondato a Milano nel 1965-1966. DEMAU sviluppa una riflessione critica sui rapporti di autorità nella società e nella famiglia e sui paradigmi emancipazionisti dell’UDI e della sinistra storica, individuando nella sessualità uno dei luoghi centrali della subordinazione femminile. Pur rimanendo un’esperienza numericamente limitata - il gruppo si ridimensiona nel 1968, quando parte delle aderenti confluisce nella nuova sinistra, nella convinzione che la trasformazione complessiva dei rapporti sociali avrebbe comportato anche una ridefinizione dei ruoli di genere - DEMAU anticipa temi che diventeranno centrali nel neofemminismo degli anni successivi.
Sul finire degli anni sessanta, in contesto universitario, si sviluppa il collettivo femminista Cerchio spezzato di Trento. Nato nell’ambiente del movimento studentesco, il gruppo rappresenta uno dei primi tentativi di affrontare la condizione femminile all’interno delle trasformazioni politiche e culturali del Sessantotto, mostrando come la nascita del femminismo italiano non sia circoscritta ai grandi centri urbani.
==== La nuova sinistra e la doppia militanza ====
Il passaggio attraverso le organizzazioni della nuova sinistra costituisce un ulteriore momento formativo. Molte donne provenienti da esperienze come Lotta Continua, Potere Operaio o Avanguardia Operaia sperimentano una partecipazione intensa ma marginalizzata nei ruoli decisionali. La difficoltà di tematizzare sessualità, maternità e divisione sessuale del lavoro all’interno di tali organizzazioni produce una frattura tra appartenenza politica e riconoscimento della specificità dell’oppressione femminile, favorendo la successiva costituzione di spazi autonomi di elaborazione (Calabrò e Grasso, 1985)
La rottura non avviene in forma immediata né univoca. La doppia militanza - nei gruppi extraparlamentari e nei collettivi femministi - rimane per alcuni anni una pratica diffusa.
=== 3.1.2 Nascita dei primi gruppi (1970-1973) ===
Tra il 1970 e il 1971 emergono quasi simultaneamente diverse esperienze, destinate ad avere maggiore visibilità nel panorama del movimento.
A Roma viene diffuso a Roma il Manifesto di Rivolta femminile, testo fondativo del gruppo animato da Carla Lonzi, che afferma la rottura con la politica tradizionale e con l’emancipazionismo, ponendo le donne come soggetto autonomo di trasformazione e rifiutando ogni interlocuzione istituzionale.
Nello stesso anno nasce il Movimento di Liberazione della Donna (MLD), federato al Partito Radicale, che individua nel terreno dei diritti civili e delle riforme legislative uno spazio privilegiato di azione. Informazione contraccettiva, legalizzazione dell’aborto e accesso ai servizi sanitari configurano un orientamento volto a incidere sul quadro normativo attraverso mobilitazione e pressione politica.
Tra il 1970 e il 1973 si moltiplicano collettivi territoriali con configurazioni diverse. A Milano il Collettivo di via Cherubini assume un ruolo centrale, praticando l’autocoscienza come forma primaria di elaborazione politica. A Padova nasce Lotta Femminista, animata da Mariarosa Dalla Costa, che elabora la teoria del salario al lavoro domestico e si estende a Milano, Bologna e altre città. A Roma si sviluppano collettivi di quartiere maggiormente orientati all’intervento sociale.
+ Nemesiache.
Queste esperienze non costituiscono una sequenza evolutiva, ma definiscono fin dall’origine un campo plurale, attraversato da una pluralità di elaborazioni: materialista, separatista, psicoanalitica, riformatrice.
=== 3.1.3 Collegamenti nazionali ===
Tra il 1970 e il 1973 si moltiplicano collettivi territoriali con caratteristiche eterogenee. L’autocoscienza si diffonde come pratica primaria di elaborazione politica, mentre le appartenenze restano mobili e i confini tra gruppi permeabili. Il movimento assume una configurazione reticolare, priva di un centro direttivo nazionale.
La crescita dei collettivi femministi si accompagna alla nascita di una prima produzione editoriale militante. Bollettini ciclostilati e riviste autoprodotte mettono in circolo esperienze e riflessioni; alcuni testi, come l'antologia ''Donne è bello'' curata dal gruppo milanese Anabasi, favoriscono la diffusione di testi e documenti del femminismo internazionale.
Nel 1973 la pubblicazione di ''Sottosopra. Esperienze dei gruppi femministi in Italia'' segnala l’esigenza di costruire strumenti di circolazione e confronto tra collettivi autonomi. L’invito a gruppi non legati a organizzazioni politiche maschili testimonia la centralità dell’autonomia come criterio di appartenenza. Il tentativo di superare la dimensione dei piccoli gruppi non si traduce in una struttura unitaria, ma rafforza la consapevolezza di un campo in espansione e differenziato.
La stampa militante evidenzia tuttavia la presenza di traiettorie plurimi: gruppi orientati all’elaborazione teorica e simbolica della differenza sessuale; collettivi che sviluppano una critica marxista della divisione sessuale del lavoro; realtà maggiormente orientate all’intervento pubblico e alle campagne per i diritti civili. Esse rappresentano alcuni dei poli iniziali attorno ai quali si sviluppa una rete di collettivi autonomi, caratterizzata da confini mobili, appartenenze multiple e forme di coordinamento intermittenti.
=== 3.1.4 Aperture transnazionali e differenziazione teorica ===
Nel 1972 l’incontro con il femminismo francese nei convegni di La Tranche-sur-Mer e Vieux-Villez introduce ulteriori elementi di differenziazione. L’attenzione alla pratica psicoanalitica e al lesbismo come scelta necessaria proposti dal gruppo parigino Psych et Po.(Lussana, 2012) influenza alcuni gruppi italiani. Da questo confronto si formano a Milano i gruppi Analisi e, successivamente, Pratica dell’inconscio, animati da Lea Melandri, che tematizzano l’inconscio e il rapporto con la madre come luoghi di produzione del rapporto tra i sessi. In alcuni settori del movimento il lesbismo viene assunto come pratica politica e come rottura della dipendenza affettiva e simbolica dagli uomini; pur non divenendo posizione maggioritaria, contribuisce a ridefinire il significato del separatismo.
=== 3.1.5 Il processo Pierobon ===
Il dibattito sull'aborto esplode con particolare intensità dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 1971 sulla contraccezione e si fa concreto con il processo a Gigliola Pierobon, del collettivo Lotta Femminista, imputata nel giugno 1973 per un aborto commesso da minorenne: il caso diventa occasione di autodenunce pubbliche e di una prima grande mobilitazione femminista che amplia la visibilità nazionale del movimento.
Il processo segna un passaggio rilevante: la questione dell’autodeterminazione femminile entra nel conflitto pubblico e nel confronto diretto con l’ordinamento giuridico.
Tra il 1965 e il 1973 si consolida così un campo femminista caratterizzato da pluralità costitutiva, configurazione reticolare e differenziazione strategica. L’assenza di una direzione unitaria non costituisce un limite organizzativo, ma la forma specifica attraverso cui il neofemminismo italiano prende consistenza pubblica.
== 3.2 Espansione e confronto pubblico (1974-1976) ==
Il biennio 1974-1976 coincide con una fase di ampliamento territoriale e di maggiore visibilità pubblica del femminismo italiano. I collettivi si moltiplicano in numerose città, si intensificano i contatti tra gruppi e il movimento si confronta in modo più diretto con il sistema politico e con l’ordinamento giuridico.
L’espansione non comporta omogeneità. La crescita quantitativa si accompagna alla coesistenza di orientamenti differenti sulle forme dell’azione politica, sul rapporto con i partiti e con le organizzazioni della sinistra, sulle priorità tematiche e sulle modalità di intervento nello spazio pubblico.
La maggiore visibilità di alcune città, in particolare Milano, Roma e l’area veneta, non va interpretata come l’indicazione di una struttura gerarchica del movimento. Essa riflette la distribuzione delle fonti disponibili e l’attenzione che la storiografia ha dedicato ad alcuni ambienti militanti. Studi più recenti hanno mostrato come esperienze femministe fossero presenti anche in contesti urbani e territoriali meno documentati, mettendo in discussione una rappresentazione del movimento organizzata rigidamente intorno a pochi centri principali. La ricostruzione della geografia dei collettivi resta quindi un campo di ricerca ancora in evoluzione.
=== 3.2.1 Crescita del movimento e confronto tra pratiche politiche ===
La crescita del movimento in questi anni non è solo quantitativa. Nascono nuovi gruppi, si moltiplicano i collettivi di quartiere e nei luoghi di lavoro, si aprono i primi consultori autogestiti.
A Roma il Comitato per l'Aborto e la Contraccezione (CRAC) riunisce collettivi femministi, gruppi della nuova sinistra e donne dell'MLD in un organismo comune, che però mostra subito le tensioni tra linguaggi politici differenti. A Milano il Collettivo di Via Cherubini approfondisce la pratica dell'inconscio e si avvia verso la fondazione della Libreria delle donne, scegliendo la costruzione di luoghi e strumenti autonomi come forma di intervento politico alternativa alle manifestazioni di massa.
È anche il momento dei primi grandi convegni nazionali. Il primo momento di confronto su scala nazionale si realizza nel novembre 1974 con il convegno femminista a Pinarella di Cervia, promosso dal collettivo milanese di via Cherubini. All’incontro partecipano circa settecento donne provenienti da numerose città italiane, appartenenti a collettivi con orientamenti politici e pratiche diverse. Il convegno è dedicato alla discussione della pratica dell’autocoscienza e delle forme di organizzazione del movimento. Il confronto mette in luce la varietà delle esperienze presenti nel femminismo italiano e rende visibili differenze di orientamento tra gruppi impegnati prevalentemente nell’elaborazione teorica e collettivi più orientati all’intervento politico e sociale, alla cosiddetta “pratica del fare” .
Un secondo convegno a Pinarella nel 1975 riprende il confronto tra i gruppi e rende più esplicite alcune divergenze emerse nel movimento, senza risolverle. In particolare si confrontano posizioni che attribuiscono centralità alla pratica dell’inconscio e altre più direttamente orientate all’azione politica e sociale, in continuità con le mobilitazioni sull’aborto e con le campagne per i consultori. Il confronto non conduce alla definizione di una piattaforma comune, ma rende esplicite le differenze tra pratiche e linguaggi politici presenti nel movimento.
I convegni di Pinarella rappresentano così uno dei primi momenti in cui queste divergenze vengono discusse su scala nazionale, nel contesto di un movimento che, proprio negli stessi anni, sta ampliando la propria presenza nello spazio pubblico attraverso le campagne sull’aborto e la crescita dei collettivi femministi nelle principali città italiane.(Lussana, 2012).
=== 3.2.2 Il terreno dell’aborto e la prima mobilitazione nazionale ===
Dopo il caso Pierobon la questione dell’aborto assume una centralità crescente e attraverso le sue mobilitazioni il movimento femminista entra progressivamente nello spazio pubblico e politico. L’interruzione volontaria di gravidanza non viene tematizzata soltanto come rivendicazione giuridica, ma come nodo teorico che investe la sessualità, la maternità e il controllo del corpo femminile.
Nel corso del 1974 e del 1975 il dibattito si intensifica e costringe tutti i gruppi a prendere posizione, evidenziando i diversi punti di vista.
Per il Movimento di Liberazione della Donna (MLD) la legalizzazione dell’aborto costituisce una tappa necessaria nell’estensione dei diritti civili e dell’autodeterminazione individuale.
Il CRAC (Coordinamento Romano Aborto e Contraccezione), che riunisce il Movimento Femminista Romano di via Pompeo Magno, collettivi di quartiere, il Nucleo Femminista Medicina e militanti provenienti da Lotta Continua e Avanguardia Operaia, pone l’obiettivo dell’aborto libero, gratuito e assistito, legato ad politica di prevenzione fondata su consultori controllati dalle donne, da ottenere attraverso mobilitazione collettiva e pressione sulle istituzioni.
Per Rivolta Femminile e per gli altri gruppi che fanno dell’autocoscienza e dell’autoriflessione la propria pratica principale, come era accaduto per il divorzio, la legalizzazione dell’aborto non esaurisce il problema politico che esso porta con sé: l'aborto è una tragedia prodotta da una sessualità femminile colonizzata dall'uomo, e regolamentarlo giuridicamente rischia di perpetuare quella colonizzazione sotto forma di legalità.
Questa posizione viene espressa con chiarezza anche nel convegno milanese su ''Sessualità, procreazione, maternità, aborto'', tenuto al Circolo De Amicis nel febbraio 1975, dove si insiste sulla necessità di non isolare l’aborto dalla condizione complessiva delle donne e di non ridurlo a un singolo obiettivo di riforma. (Sottosopra rosso, 1975).
In un clima di mobilitazione crescente il 6 dicembre 1975 si svolge a Roma la prima grande manifestazione nazionale di sole donne, alla quale prendono parte collettivi autonomi, gruppi legati al salario al lavoro domestico, donne della sinistra extraparlamentare, il MLD e anche l’UDI. Ventimila donne scendono in piazza per chiedere l'aborto libero, gratuito e assistito.
La giornata è segnata anche da tensioni con militanti del servizio d’ordine di Lotta Continua, che tentano di inserirsi nel corteo con la forza, nonostante la richiesta di restare ai margini. Gli incidenti che seguono mettono a nudo l'incomunicabilità tra pratiche femministe e modelli di militanza maschile (Lussana 2012), ma segnalano anche una divisione interna: per una parte del movimento scendere in piazza è un atto politico necessario; per un'altra il femminismo delle piazze schiaccia le differenze femminili dietro uno slogan e non scalfisce l'oppressione originaria (Lussana, 2012).
=== 3.2.3 PCI, UDI e il problema dell’autonomia ===
La mobilitazione sull’aborto riapre il confronto tra il neofemminismo e le organizzazioni storiche del movimento delle donne, in particolare l’UDI.
Storicamente legata al PCI e collocata nell’area della sinistra istituzionale, l’UDI attraversa in questi anni una fase di ridefinizione interna. La pressione esercitata dal nuovo femminismo, soprattutto sui temi della sessualità, dell’autodeterminazione e del rapporto tra diritti e differenza, costringe l’organizzazione a confrontarsi con un lessico e con pratiche che non appartengono alla sua tradizione emancipazionista. Il referendum sul divorzio del 1974 e la mobilitazione sull’aborto accentuano questa tensione.
Da un lato, l’UDI condivide con i collettivi la battaglia per l’estensione dei diritti; dall’altro, mantiene una concezione della politica fondata sulla mediazione partitica e sull’intervento legislativo, in sintonia con la strategia del PCI nella fase del compromesso storico.
Per una parte delle femministe autonome, l’UDI rappresenta ancora una forma di subordinazione organizzativa alla cultura politica maschile; per altre, costituisce invece uno spazio attraversabile, capace di incidere concretamente sui processi legislativi e sulle politiche sociali. La presenza dell’UDI nella manifestazione del 6 dicembre 1975 e nei successivi passaggi parlamentari sull’aborto rende visibile questa ambivalenza: convergenza sui contenuti, divergenza sulle forme dell’agire politico.
In questo intreccio prende forma uno dei nodi destinati a segnare l’intero decennio: il rapporto tra movimento e rappresentanza, tra pratica dell’autonomia e traduzione istituzionale delle rivendicazioni.
=== 3.2.4 Autonomia femminista e rapporto con le istituzioni ===
Alla metà degli anni Settanta le esperienze femministe presenti nelle diverse città italiane si confrontano sempre più direttamente con il problema delle forme dell’azione politica e del rapporto con lo spazio pubblico e istituzionale. Dopo momenti di confronto nazionale tra collettivi e le mobilitazioni sull’aborto, il dibattito riguarda soprattutto le modalità attraverso cui le pratiche femministe possano intervenire nella società.
In alcuni contesti urbani i collettivi sviluppano forme di azione rivolte esplicitamente verso lo spazio pubblico.
Le campagne per la depenalizzazione dell’aborto rappresentano uno dei principali terreni di questo confronto. Nel corso del 1976 in alcuni contesti urbani si delineano con maggiore chiarezza alcune modalità differenti di intervento verso l’esterno.
A Roma, gruppi legati al movimento femminista romano e alle campagne radicali sui diritti civili partecipano a iniziative pubbliche sull’aborto e sulla contraccezione e intervengono nel dibattito politico e giuridico che accompagna la discussione sulla riforma della legislazione e con le politiche pubbliche relative alla salute e alla maternità. In questo contesto l’azione femminista assume spesso la forma di mobilitazioni pubbliche, assemblee e campagne rivolte all’opinione pubblica e alle istituzioni
In altri ambienti del movimento emergono invece posizioni più caute o critiche nei confronti di questo tipo di intervento. Nell’area milanese che si raccoglie attorno al collettivo di via Cherubini la riflessione femminista si concentra soprattutto sull’elaborazione teorica e sull’analisi delle relazioni tra donne. In questo contesto alcune militanti sottolineano il rischio che l’impegno nelle campagne politiche o nei processi istituzionali possa trasformare o ridurre la portata critica del movimento.
Posizioni differenti emergono anche in altri contesti del movimento, tra cui l’area torinese, dove l’eredità dei movimenti della nuova sinistra continua a influenzare il modo di concepire il rapporto tra femminismo e mobilitazione sociale.
Nel corso del 1976 queste diverse modalità di intendere l'azione politica femminista - intervento pubblico, elaborazione teorica e trasformazione delle relazioni tra donne - già emerse nel confronto tra gruppi negli anni precedenti, continuano a convivere all’interno del panorama dei collettivi, riflettendo la pluralità di esperienze e di orientamenti che caratterizza il femminismo italiano nella metà del decennio.
Togliere quest'ultima parte:
Calabrò e Grasso (1985) individuano in questo processo la chiave interpretativa della crisi del movimento femminista: quando il conflitto si sposta da obiettivi non negoziabili — la definizione dell'identità sessuale femminile — a obiettivi negoziabili — l'acquisizione di diritti regolamentati per legge — il movimento cambia avversario, ne accetta le regole del gioco e perde progressivamente la capacità di mobilitazione. Gran parte del femminismo non si riconosce nella nuova posta in gioco e non si mobilita.
All'interno del movimento, il 1976 è anche l'anno in cui le carte si rimescolano: nascono molti nuovi gruppi, fluidi e di breve durata, che mescolano elementi delle diverse tendenze senza approfondirne nessuna, mentre l'autocoscienza nei gruppi storici è ormai in esaurimento. L'ingresso di donne giovani produce tensioni generazionali tra nuove e femministe storiche che indeboliscono la trasmissione del patrimonio teorico. Il convegno di Paestum nel dicembre 1976, l'ultimo a carattere nazionale, registra queste fratture senza comporle. Parallelamente emergono i primi segnali di una trasformazione: i corsi delle 150 ore, che mettono in contatto femministe e donne di condizione diversa, anticipano le forme che il femminismo assumerà nel decennio successivo.
1976
Nel 1976 il movimento raggiunge la massima estensione territoriale. L’aumento dei collettivi e la diffusione di coordinamenti locali non producono tuttavia una maggiore omogeneità, ma accentuano la differenziazione interna, sia sul piano generazionale sia su quello teorico.
== 3.3 Trasformazioni del movimento (1977-1981) ==
Descrivere questi 3 passaggi:
* fine dei grandi momenti unitari (ma sono mai esistiti?)
* frammentazione dei collettivi
* spostamento verso pratiche diffuse
=== 3.3 Trasformazioni del movimento (1977–1981) ===
'''3.3.1 Il 1977 e la ridefinizione del campo dei movimenti'''
* rapporto con Autonomia
* differenze città
* crisi organizzazioni extraparlamentari
'''3.3.2 Differenziazione dei collettivi e nuove aree di intervento'''
* consultori
* salute
* centri donne
* cultura
* editoria
('''questo prepara il capitolo 4''')
'''3.3.3 Leggi, referendum e rapporti con le istituzioni'''
* legge parità 1977
* legge 194 1978
* referendum 1981
* pratiche contro obiezione
Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta il movimento femminista italiano attraversa una fase di trasformazione delle proprie forme organizzative e delle modalità di intervento pubblico. Dopo la forte espansione dei collettivi registrata tra il 1974 e il 1976, molte esperienze locali conoscono mutamenti significativi: alcuni gruppi si sciolgono, altri ridefiniscono le proprie attività, mentre emergono nuove iniziative legate a ambiti specifici come la salute delle donne, il lavoro e i servizi sociali.
In diverse città le iniziative femministe si concentrano sulla creazione di consultori e spazi di incontro tra donne, spesso in relazione con le mobilitazioni per l’aborto e con le politiche sanitarie. Accanto a queste si sviluppano esperienze di femminismo sindacale che portano all’interno delle organizzazioni del lavoro alcune delle questioni emerse nel movimento delle donne.
Questa fase di trasformazione è stata interpretata dalla storiografia in modi differenti. Uno schema interpretativo influente è quello proposto da Annarita Calabrò e Laura Grasso, che hanno individuato nella seconda metà del decennio il passaggio dal movimento femminista degli anni Settanta a una fase di «femminismo diffuso», caratterizzata da una presenza meno visibile ma più capillare nella società.
Alcune ricostruzioni hanno individuato nella seconda metà del decennio una cesura rispetto alla fase di maggiore visibilità del movimento, collocata tra il 1974 e il 1976. Altre hanno sottolineato la continuità di pratiche e iniziative femministe oltre quella stagione, evidenziando la necessità la necessità di leggere questo periodo non come una semplice fase di declino, ma come una trasformazione delle forme della mobilitazione e delle pratiche politiche delle donne.
Diversi fattori avrebbero contribuito a questo mutamento: la crisi delle organizzazioni della nuova sinistra, la radicalizzazione dello scontro politico che culmina nella stagione del terrorismo, l’ingresso di nuove generazioni di donne e l’emergere di ambiti di intervento più specifici. In questo contesto il femminismo si ridefinisce, dando luogo a una pluralità di percorsi che si sviluppano con ritmi differenti nelle diverse città e nei diversi contesti sociali.
=== 3.3.1 Il 1977 e il mutamento del contesto dei movimenti ===
Il 1977 rappresenta uno snodo importante nella storia dei movimenti italiani. La crisi delle organizzazioni extraparlamentari e la radicalizzazione dello scontro politico modificano profondamente il contesto nel quale il femminismo si era sviluppato negli anni precedenti.
Il rapporto con il movimento del ’77 non assume una forma unitaria. In alcuni contesti vi sono punti di contatto, soprattutto per quanto riguarda la critica della delega politica, l’attenzione al vissuto e la sperimentazione di nuovi linguaggi politici. In altri casi, invece, le pratiche e le forme dello scontro politico presenti nel movimento del '77 accentuano le distanze rispetto alle pratiche femministe.
Le posizioni variano significativamente da città a città e da collettivo a collettivo. In alcuni casi il femminismo mantiene rapporti di interlocuzione con il movimento antagonista e con le organizzazioni della nuova sinistra; in altri contesti si rafforza la scelta di autonomia politica già emersa negli anni precedenti. Questa pluralità di situazioni riflette la struttura stessa del femminismo italiano, caratterizzato fin dalle origini da una forte dimensione locale e da una molteplicità di esperienze organizzative.
=== 3.3.2 Doppia militanza e conflitti generazionali ===
Il nodo della doppia militanza, presente fin dall’inizio del decennio, si accentua nella seconda metà degli anni Settanta. Il rapporto tra femminismo e sinistra extraparlamentare, già segnato da tensioni profonde, di cui il congresso di Rimini di Lotta Continua nel 1976 rappresenta un momento emblematico, non si risolve in un abbandono generalizzato.
Se una parte delle femministe aveva scelto la separazione come condizione necessaria per l’elaborazione politica, molte donne, in particolare tra le più giovani, continuano a mantenere legami con organizzazioni della sinistra extraparlamentare o con i partiti della sinistra storica. Questa pluralità di appartenenze produce tensioni nei collettivi. Le femministe “storiche” tendono talvolta a leggere la doppia militanza come una persistenza della cultura emancipazionista o come un limite all’autonomia; le nuove militanti vi vedono invece una possibilità di intervento su più piani.
In diversi contesti tali divergenze contribuiscono alla crisi o allo scioglimento di gruppi consolidati. Le differenze generazionali si intrecciano con divergenze strategiche e teoriche. L’ingresso di nuove donne, spesso meno legate all’esperienza dell’autocoscienza originaria, modifica il lessico e le priorità dell’azione, mentre la trasmissione del patrimonio teorico dei primi anni Settanta si fa più discontinua.
=== 3.3.3 Trasformazioni delle pratiche e nuovi ambiti di intervento ===
Nella seconda metà degli anni Settanta le pratiche femministe si articolano in ambiti sempre più differenziati. Accanto ai collettivi che continuano a privilegiare l'elaborazione teorica, si sviluppano nuove forme di intervento legate a specifici ambiti della vita sociale, spessp legati alla salute delle donne, alla sessualità e alla maternità.
In diverse città nascono consultori autogestiti, gruppi di self-help che affrontano temi come la contraccezione, la maternità e la conoscenza del corpo femminile. Tra le esperienze più note vi sono i consultori promossi da gruppi femministi a Milano, Roma e Bologna, spesso in relazione con le mobilitazioni per la depenalizzazione dell’aborto
Accanto a questi si sviluppano spazi di produzione culturale e attività editoriali promossi da gruppi di donne. Queste iniziative contribuiscono alla diffusione delle elaborazioni femministe oltre i confini dei collettivi militanti e favoriscono la circolazione di testi, pratiche e linguaggi che avevano preso forma nella fase precedente del movimento.
Questo processo non segue un andamento uniforme: alcune esperienze mantengono una forte dimensione politica collettiva, mentre altre assumono forme più circoscritte e specializzate.
=== 3.3.4 Femminismo e lavoro: l’emergere del femminismo sindacale ===
Un ambito particolarmente significativo di questa fase è rappresentato dal rapporto tra femminismo e lavoro salariato. A partire dalla metà degli anni Settanta si sviluppano infatti esperienze di femminismo sindacale che portano all’interno delle organizzazioni dei lavoratori alcune delle questioni emerse nel movimento delle donne.
Tra il 1976 e il 1979 gruppi di delegate e militanti sindacali promuovono iniziative volte a mettere in discussione la marginalità delle questioni femminili nelle politiche sindacali. Temi come la parità salariale, la tutela della maternità, l’organizzazione del lavoro e la divisione sessuale delle mansioni entrano progressivamente nel dibattito sindacale.
Queste iniziative si collocano spesso in una posizione intermedia tra movimento femminista e organizzazioni del lavoro. Da un lato esse portano nel sindacato alcune delle elaborazioni sviluppate nei collettivi femministi; dall’altro cercano di intervenire sulle condizioni materiali di lavoro delle donne, in particolare nei settori industriali e nei servizi.
Il femminismo sindacale rappresenta così uno dei tentativi di tradurre alcune rivendicazioni del movimento delle donne all’interno delle istituzioni del lavoro organizzato, contribuendo al tempo stesso a ridefinire le politiche sindacali in materia di lavoro femminile.
=== 3.3.5 Riforme, diritto e istituzionalizzazione ===
La seconda metà degli anni Settanta è segnata da importanti passaggi legislativi che incidono direttamente sulle condizioni giuridiche delle donne. Dopo la riforma del diritto di famiglia del 1975 e l’istituzione dei consultori pubblici, il Parlamento approva nel 1977 la legge di parità tra uomini e donne nel lavoro e, nel 1978, la legge n. 194 che disciplina l’interruzione volontaria di gravidanza; inizia anche in questo periodo il dibattito sulla riforma dei reati di violenza sessuale.
Questi processi accentuano una tensione già emersa negli anni precedenti: la traducibilità dell’esperienza femminile nella forma giuridica. Per una parte del femminismo l’intervento normativo rappresenta uno strumento necessario per garantire diritti e tutele alle donne; per altre componenti la centralità attribuita alla legge rischia di ridurre la portata trasformativa delle pratiche femministe, riportando le questioni poste dal movimento entro il linguaggio delle istituzioni.
La legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza, approvata nel maggio 1978, produce reazioni divergenti. Le femministe che si erano opposte a qualsiasi regolamentazione giuridica ribadiscono l'impossibilità di tradurre in legge la complessità dell'esperienza femminile. Quelle che avevano sostenuto la battaglia per la legalizzazione esprimono insoddisfazione per i limiti del testo, in particolare per la clausola sull'obiezione di coscienza. La legge non chiude il dibattito: i collettivi continuano a mobilitarsi per la sua piena applicazione, a presidiare gli ospedali, a sostenere le donne nei percorsi di interruzione di gravidanza.
Il dibattito sulla legge di parità tra i sessi nel mondo del lavoro (1977) e sulla proposta di legge contro la violenza sessuale riproduce le stesse linee di divisione: una parte del movimento lavora per ottenere tutele concrete, spostare la violenza sessuale dai reati contro la morale pubblica ai reati contro la persona, vietare le discriminazioni nel lavoro, mentre un'altra ritiene che qualsiasi regolamentazione giuridica ignori la differenza sessuale o non possa rappresentare adeguatamente la sofferenza delle donne. La legge sulla violenza sessuale verrà approvata solo nel 1996.
In questo stesso periodo, alcune componenti del movimento intensificano il proprio impegno nel sociale: nei consultori, nei sindacati, nelle aule dei tribunali, nei centri antiviolenza. Questo spostamento verso l'esterno produce una trasformazione interna: i tempi dell'elaborazione teorica e quelli dell'azione nel sociale si sfalsano, e per alcune femministe il movimento tende a diventare una politica di servizio, perdendo la sua forza propulsiva originaria.
Il referendum del 1981 - doppio: uno promosso dal Movimento per la vita per abrogare la 194, l'altro dal Partito Radicale per liberalizzarla ulteriormente - rappresenta l'ultima grande occasione di mobilitazione collettiva. La vittoria del no su entrambi i fronti mostra ancora una capacità di azione, ma anche la persistente frammentazione interna: di fronte al referendum radicale, molte femministe scelgono il rifiuto tanto dell’abrogazione promossa dal Movimento per la vita quanto della liberalizzazione proposta dal Partito Radicale segnala una posizione autonoma rispetto alle forze politiche tradizionali. La difesa della legge non coincide con l’identificazione con la sua forma; la sua esistenza non chiude il conflitto, ma lo sposta sul terreno dell’interpretazione e dell’applicazione
=== 3.3.6 Verso il femminismo diffuso (1977-1981) ===
Alla fine del decennio il femminismo italiano appare caratterizzato da una configurazione diversa rispetto alla fase iniziale del movimento. I grandi momenti di incontro nazionale diventano più rari, mentre le esperienze locali assumono un peso crescente.
La storiografia più recente ha messo in discussione l'interpretazione che vede nella fine degli anni Settanta la fine tout court del femminismo. Alcune esperienze mostrano una continuità e una capacità di reinvenzione che non si esaurisce con il lungo Sessantotto.
Questa trasformazione è stata interpretata da alcune studiose come il passaggio dal movimento femminista degli anni Settanta a un “femminismo diffuso”, caratterizzato da una presenza meno visibile ma più capillare nella società. In questa prospettiva le pratiche e le elaborazioni nate nei collettivi femministi continuano a rappresentare un patrimonio culturale e politico che circola in ambiti e forme diverse: centri di documentazione, riviste teoriche, cooperative, iniziative culturali. Non più movimento organizzato, ma insieme di pratiche e riferimenti condivisi che attraversano ambiti diversi della vita sociale e professionale.
Al tempo stesso la ricostruzione storica di questa fase rimane complessa, sia per la molteplicità delle esperienze locali sia per la difficoltà di ricondurre percorsi differenti a una narrazione unitaria. Come ha osservato Elda Guerra, la storia del femminismo italiano richiede ancora una ricostruzione capace di cogliere la varietà dei contesti e delle pratiche che hanno caratterizzato questa stagione
'''Relazioni, conflitti e fratture tra le anime del femminismo'''
La pluralità del femminismo italiano non è solo varietà di gruppi e pratiche: è attraversata da tensioni che, con particolare evidenza dalla metà degli anni Settanta, si manifestano come conflitti espliciti. Queste tensioni riflettono differenze teoriche e politiche costitutive, che percorrono il movimento fin dalle origini e si ridefiniscono nel tempo.
Una prima linea di differenza riguarda il rapporto tra elaborazione interna e intervento esterno. Per una parte del movimento la trasformazione politica passa attraverso un lavoro su di sé - l'autocoscienza, poi la pratica dell'inconscio - che non può essere subordinato a obiettivi di mobilitazione collettiva. Per un'altra parte, questo lavoro deve tradursi in azione nel sociale, in confronto con le istituzioni, in capacità di aggregare.
Da questa tensione deriva una seconda frattura, più radicale: quella tra chi considera l'interlocuzione con le istituzioni un terreno legittimo di lotta e chi vi vede una forma di incorporazione che svuota le istanze femministe del loro contenuto. Si tratta, come sottolinea Calabrò (1985), di una posizione minoritaria ma teoricamente coerente, che rifiuta non tatticamente, ma per principio, qualsiasi mediazione: con le leggi, con i partiti, con le manifestazioni di massa.
Il dibattito sull'aborto e, più tardi, quello sulla legislazione sul lavoro e sulla violenza sessuale sono i momenti in cui questa frattura diventa più visibile: mentre una parte del movimento partecipa alla contrattazione parlamentare, un'altra denuncia come qualsiasi regolamentazione giuridica lasci intatta la radice del problema. Alcune letture storiografiche hanno applicato questa polarità all'asse geografico Roma-Milano, individuando nelle due città due diverse concezioni di come la differenza femminile possa agire nel mondo (Lussana, 2012).
Una terza linea di differenza riguarda il rapporto con la sinistra e la doppia militanza: la questione di come conciliare l'appartenenza al movimento femminista con la militanza nelle organizzazioni della sinistra extraparlamentare produce tensioni che attraversano il decennio
A queste fratture teoriche se ne aggiunge una di natura diversa, che emerge intorno al 1976: il conflitto generazionale tra le femministe storiche e le donne che accedono al movimento in questa fase. Calabrò e Grasso (1985) descrivono questo processo come un rimescolamento delle carte: nascono molti nuovi gruppi, fluidi e di breve durata, che mescolano elementi delle diverse tendenze senza approfondirne nessuna. È in questo momento che il movimento femminista si allarga fino a diventare, almeno in parte, un più vasto movimento delle donne, che condivide alcune parole d'ordine femministe senza farne propria la radicalità teorica, un allargamento che è insieme un segno di forza e l'inizio di una crisi di identità che il movimento non riuscirà a risolvere.
Il cap. 4 dovrebbe connettere gli spazi alle scelte politiche senza dirlo esplicitamente. In pratica dovrebbe fare due cose: spiegare perché il femminismo italiano produce questi spazi specifici (consultori, case delle donne, librerie, editoria) in questo momento storico, e suggerire che la forma che prendono — autogestita, separatista, autonoma dalle istituzioni — non è neutra ma riflette orientamenti politici precisi.
== Cap. 4 - Spazi, infrastrutture, saperi ==
Nel corso degli anni Settanta il femminismo italiano non si limita a elaborare teorie e pratiche politiche. Accanto ai collettivi di autocoscienza e alle manifestazioni di piazza, il movimento produce infrastrutture materiali e simboliche - spazi fisici, istituzioni culturali, strumenti di comunicazione - che contribuiscono a estendere l'elaborazione femminista oltre i confini dei collettivi militanti, favorendo la costruzione di reti sociali e culturali autonome e dando corpo all'idea che il cambiamento non possa attendere le trasformazioni delle strutture esistenti, ma debba cominciare dal presente, dall'invenzione di forme di vita alternative.
Questo capitolo ricostruisce alcune delle realizzazioni più significative di questo processo: i consultori autogestiti, in cui la salute del corpo femminile diventa terreno di sapere collettivo e di conflitto con la medicina istituzionale; i corsi monografici delle 150 ore, in cui il femminismo incontra il mondo del lavoro e si diffonde capillarmente nella società; gli spazi fisici, case delle donne e librerie, in cui il separatismo si fa luogo abitabile; e infine l'editoria femminista, che produce i linguaggi e i testi attraverso cui il movimento pensa se stesso e comunica con il mondo esterno.<ref>{{Cita|Lussana|p. 19}}</ref>
==4.1 Consultori autogestiti e self-help==
===4.1.1 Nascita e diffusione===
I consultori autogestiti rappresentarono uno dei principali luoghi attraverso cui le elaborazioni teoriche del neofemminismo si tradussero in pratiche collettive e in forme di intervento sociale. Essi sorsero in modo spontaneo e frammentato, senza rispondere a un piano comune preordinato, per iniziativa di singoli collettivi operanti in autonomia.
Nati dall'incontro tra la rivendicazione dell'autodeterminazione sul corpo e la necessità di rispondere a bisogni materiali immediati, costituirono spazi nei quali la riflessione politica, la pratica sanitaria e la produzione di saperi alternativi si intrecciarono strettamente.
Il contesto in cui tali esperienze si svilupparono fu caratterizzato dall'emergere di un nuovo dibattito pubblico sui temi della [[w:Contraccezione|contraccezione]] e dell'[[w:Aborto|aborto]], favorito anche da alcuni rilevanti interventi legislativi e giurisprudenziali. Nel 1971 la [[w:Corte_costituzionale_(Italia)|Corte costituzionale]] dichiarò l'illegittimità dell'articolo 553 del [[w:Codice_penale_(Italia)|codice penale]] nella parte relativa al divieto di propaganda anticoncezionale, rimuovendo un ostacolo giuridico alla diffusione di informazioni sulla [[w:Contraccezione|contraccezione]].<ref>{{Cita|Barone|p. 124}}</ref><ref>{{Cita pubblicazione|autore=Maud Anne Bracke|anno=2022|titolo=Family planning, the pill, and reproductive agency in Italy, 1945–1971: From ‘conscious procreation’ to ‘a new fundamental right’?|rivista=European Review of History: Revue européenne d'histoire|volume=29|numero=1|lingua=en}}</ref> Nello stesso anno il Movimento di Liberazione della Donna, di orientamento libertario e federato al [[w:Partito_Radicale_(Italia)|Partito Radicale]], annunciò la presentazione di una proposta di legge di iniziativa popolare per la depenalizzazione dell'aborto, contribuendo a collocare la questione al centro del dibattito politico del decennio.<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Anastasia|cognome=Barone|titolo=«Facevamo un consultorio, ma era un progetto politico»|p=125}}</ref>
Nel giugno 1973 il processo celebratosi a Padova contro [[w:Gigliola_Pierobon|Gigliola Pierobon]] rappresentò il primo grande evento giudiziario e mediatico in Italia che contribuì a rompere il silenzio sull'aborto clandestino, trasformando un reato penale privato in un caso politico di rilevanza nazionale, grazie a una mobilitazione di massa da parte del movimento femminista.<ref>{{Cita libro|autore=Anna Rita Calabrò, Laura Grasso|titolo=Dal movimento femminista al femminismo diffuso. Storie e percorsi a Milano dagli anni '60 agli anni '80|anno=1985|editore=Franco Angeli|città=Milano|ISBN=978-88-204-4530-0}}</ref>
È in questo quadro che, tra la fine del 1973 e l'inizio del 1974, si costituirono a Roma le prime esperienze di autogestione nell'ambito della salute femminile: il consultorio di San Lorenzo, sorto da un gruppo dedicato ad aborto e contraccezione interno al Movimento femminista romano di via Pompeo Magno animato da Simonetta Tosi, e il Gruppo Femminista per la Salute della Donna, orientato invece prevalentemente alla pratica del self-help e alla ricerca.<ref>{{Cita|Barone|pp. 126-129}}</ref><ref>{{Cita|Tozzi 1984}}</ref><ref>{{Cita web|url=https://roma.repubblica.it/cronaca/2025/06/18/news/san_lorenzo_consultorio_via_dei_frentani_simonetta_tosi-424678188/|titolo=San Lorenzo, il consultorio di via dei Frentani dedicato a Simonetta Tosi|accesso=30 giugno 2026|data=18 giugno 2025}}</ref> Nel corso del 1974 e del 1975 esperienze analoghe sorsero in numerose città, tra cui Torino, Padova, Milano e Trento, e in seguito anche a Bergamo e Pinerolo.<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|anno=1987|titolo=Corpo a corpo|rivista=Memoria|numero=19-20|p=195}}</ref>
La rapida diffusione dei consultori autogestiti fu favorita sia dalla carenza di servizi dedicati alla salute e alla sessualità femminile, sia dalla volontà di sperimentare pratiche alternative rispetto ai modelli medici e assistenziali tradizionali, in una fase in cui l'aborto era ancora illegale, e vietata, fino al 1976, la vendita di contraccettivi nelle farmacie, nonostante l'avvenuta abrogazione da parte della Corte Costituzionale dell'art. 553.<ref>{{Cita web|url=https://www.aied.it/la-storia/|titolo=La nostra storia|accesso=30 giugno 1976}}</ref>
I consultori si trovarono così a negoziare costantemente la propria natura: pur rifiutando l'idea di ridursi ad ambulatori alternativi, oscillarono spesso tra l'erogazione di un "servizio" volto a colmare le carenze dell'assistenza sanitaria e la ricerca di relazioni politiche radicalmente nuove.<ref>{{Cita|Barone|pp. 120-121}}</ref><ref>{{Cita|Tosi 1987A|p. 156}}</ref>
===4.1.2 Internazionalizzazione, self-help e aborto autogestito===
I consultori autogestiti e i gruppi per la salute della donna sorsero in un contesto di intensi scambi internazionali, in particolare con i movimenti femministi francesi e statunitensi, da cui derivò gran parte delle pratiche concrete adottate in Italia. Già nel 1971 il neonato Movimento di Liberazione della Donna aveva organizzato una conferenza dedicata alle cliniche autogestite dalle donne negli Stati Uniti.<ref>{{Cita|Barone|p. 123}}</ref>
Un momento particolarmente significativo avvenne nel 1973, quando Carol Downer e Debra Law, esponenti del Los Angeles Women's Health Center, in un incontro pubblico a Roma presso il [[w:Teatro_Eliseo|Teatro Eliseo]], mostrarono alla platea la tecnica dell'autovisita: l'utilizzo combinato di uno ''speculum'' di plastica, uno specchio e una pila permetteva di osservare autonomamente le pareti vaginali e il collo dell'utero, suscitando forte impressione e venendo percepita da molte partecipanti come un'esperienza di riappropriazione del proprio corpo.<ref name=":0">{{Cita|Tozzi 1987A|p. 158}}</ref>
La diffusione di questa cultura fu accelerata nel 1974 dalla pubblicazione della traduzione italiana del testo collettivo statunitense ''Noi e il nostro corpo'' (''Our Bodies, Ourselves''), che divenne uno dei principali strumenti di diffusione delle conoscenze sulla salute femminile all'interno del movimento.<ref name=":0" /><ref>Stefania Voli, Storia di una traduzione, in Zapruder. Rivista di storia della conflittualità sociale, n. 13, Odradek Edizioni, maggio-agosto 2007.</ref>
L'autovisita, la discussione sul ciclo mestruale, sulla contraccezione, sulla sessualità e sul piacere femminile permisero di scardinare la tradizionale gerarchia tra l'esperto e l'utente. Secondo la critica femminista, le donne non dovevano essere considerate pazienti passive, ma partecipanti attive di un processo di apprendimento e di produzione condivisa del sapere.
La cooperazione transnazionale si rivelò decisiva anche sul piano operativo dell'aborto autogestito, introdotto per rispondere alla piaga degli aborti clandestini. Grazie ai rapporti con le attiviste francesi del MLAC (''Mouvement pour la liberté de l'avortement et de la contraception''), i collettivi italiani appresero e diffusero il metodo Karman.<ref>{{Cita|Tozzi 1987A|p. 161}}</ref> Questa tecnica di aspirazione risultava molto meno invasiva del tradizionale raschiamento e, richiedendo una strumentazione semplice, era praticabile anche da personale non medico, rappresentando una fondamentale innovazione politica e pratica per i gruppi che gestivano le interruzioni di gravidanza.<ref>{{Cita|Barone|p. 124}}</ref>
===4.1.3 Critica del sapere medico e delle istituzioni===
Nei consultori autogestiti la salute femminile veniva reinterpretata come questione politica e non esclusivamente medica. Le pratiche di ''self-help'' si fondavano sull'idea di una riappropriazione dal basso della gestione della salute e dei saperi sul corpo, tradizionalmente monopolizzati e privatizzati dalla medicina specialistica patriarcale.
L'esperienza dei consultori si accompagnò a una critica radicale dell'autorità medica e della pretesa neutralità dei saperi scientifici. In particolare, la ginecologia e la psichiatria vennero interpretate come ambiti nei quali si erano storicamente esercitate forme di controllo sociale e sessuo-politico sui corpi femminili.<ref name=":0" />
Tale critica si inserisce in un più ampio clima di contestazione delle istituzioni sanitarie e assistenziali che caratterizzò l'Italia degli anni Settanta: in quegli stessi anni si svilupparono le lotte per la salute nei luoghi di lavoro legate all'esperienza di Medicina Democratica e di [[w:Giulio Maccacaro|Giulio Maccacaro]], e il movimento di deistituzionalizzazione psichiatrica, ispirato all'opera di [[w:Franco Basaglia|Franco Basaglia]], rimise in discussione l'autorità medica come dispositivo di controllo sociale.<ref>{{Cita|Barone|p. 123}}</ref> Le esperienze femministe condivisero con questi movimenti la rivendicazione di una riappropriazione dal basso della gestione della salute e la ridefinizione del concetto stesso di salute in chiave sociale, e non meramente clinica.
La medicalizzazione della gravidanza, del parto e della sessualità femminile veniva così riletta come una forma di espropriazione del sapere e dell'autonomia delle donne.
===4.1.4 Istituzionalizzazione, conflitti e trasformazioni===
I consultori autogestiti furono spesso luoghi di incontro tra donne provenienti da esperienze politiche differenti: collettivi femministi, gruppi della sinistra extraparlamentare, ambienti radicali e associazioni impegnate sui temi della contraccezione e della salute sessuale. Questa pluralità di provenienze favorì la costruzione di reti di collaborazione, ma produsse anche tensioni riguardo al rapporto con le istituzioni.<ref>{{Cita|Barone|p. 121}}</ref><ref>{{Cita|Lussana 1997|pp. 562-563}}</ref><ref>{{Cita|Tozzi 1987A|pp. 155-156}}</ref>
Rispetto alle pratiche sviluppate nei piccoli gruppi di autocoscienza, i consultori implicavano un rapporto più diretto con il territorio, con donne esterne al movimento e, progressivamente, con le istituzioni, rendendo particolarmente visibile il problema del rapporto tra autonomia femminista e intervento sociale.<ref>{{Cita|Percovich|p. 15}}</ref>
L'approvazione della legge n. 405 del 1975, che istituì i consultori familiari pubblici, pose concretamente il problema dell'istituzionalizzazione delle pratiche femministe.<ref>{{Cita|Barone|pp. 121-122}}</ref> Se alcune militanti scelsero di operare all'interno delle nuove strutture pubbliche per influenzarne l'organizzazione, altre considerarono l'autonomia dei consultori autogestiti una condizione irrinunciabile della pratica politica femminista.<ref>{{Cita|Lussana 1997|pp. 563-564}}</ref>
Il dibattito sui consultori pubblici investì il movimento di una tensione interna mai del tutto risolta, riassumibile nella contrapposizione tra «lavorare con le donne» e «lavorare per le donne»<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|titolo=Corpo a corpo|p=195}}</ref>: da un lato i gruppi che, come a Torino e a Padova, scelsero di assumere una funzione di servizio sociale e richiesero il riconoscimento e il finanziamento pubblico; dall'altro le esperienze, come il Gruppo Femminista per la Salute della Donna di Roma o il Centro per una Medicina delle Donne di Milano, che si ritrassero da tale prospettiva, temendo che farsi carico della gestione di un servizio comportasse la rinuncia alla ricerca e all'autonomia politica originarie. La proposta del CRAC (Coordinamento romano aborto e contraccezione) di richiedere il finanziamento pubblico ai consultori autogestiti, motivata dal principio secondo cui «autogestione non significa autofinanziamento», fu duramente contestata da un gruppo di femministe milanesi, che vi scorsero il rischio di una collaborazione con le stesse istituzioni mediche da cui ci si voleva emancipare.<ref>{{Cita|Barone|p. 132}}</ref>
Il consultorio della Bovisa, a Milano, scelse infine di chiudere proprio in seguito all'istituzione dei consultori pubblici, ritenendo che la propria esperienza, nata come laboratorio di ricerca e non come servizio continuativo, non potesse né autogestirsi indefinitamente né istituzionalizzarsi senza tradire la propria natura<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|titolo=Corpo a corpo|pp=198-199}}</ref>.
Un conflitto analogo, ma con esiti diversi, riguardò il rapporto tra i collettivi femministi e l'Unione Donne Italiane (UDI), che a Roma sostenne invece una concezione di «gestione sociale» del servizio, fondata sulla delega allo Stato della responsabilità collettiva sulla salute delle donne, contrapposta all'autogestione rivendicata dai gruppi femministi.<ref>{{Cita|Barone|p. 132}}</ref>
Negli anni successivi, mentre molte esperienze autogestite si esaurivano, nuove forme di organizzazione e di produzione culturale - case delle donne, librerie, centri di documentazione - avrebbero raccolto parte della loro eredità.<ref>{{Cita|Lussana|p. 19}}</ref>
== 4.2 Le 150 ore delle donne ==
I corsi monografici delle 150 ore rappresentano uno degli spazi in cui il femminismo degli anni Settanta incontra più direttamente il mondo del lavoro organizzato. Nati nel quadro del contratto nazionale dei metalmeccanici del 1973, che prevedeva 150 ore di permessi retribuiti triennali finalizzati all'elevazione culturale e professionale dei lavoratori, i corsi si diffusero rapidamente in tutto il paese, soprattutto nell'Italia del Nord, dove esistevano numerosi Coordinamenti FLM e collettivi femministi radicati nelle fabbriche.
=== Dal diritto allo studio ai corsi per donne ===
L'idea di dedicare corsi monografici alla sola condizione femminile, riservati a sole donne, nasce a Torino alla fine del 1974 tra sindacaliste e femministe che di lì a pochi anni avrebbero fondato l'Intercategoriale donne CGIL-CISL-UIL (Lona, 2015).
Confrontare con: L'iniziativa nacque dall'incontro tra il femminismo sindacale, in particolare i Coordinamenti donne FLM (Federazione Lavoratori Metalmeccanici), e i gruppi del femminismo militante. Tra i promotori figurarono collettivi sindacali femminili e collettivi di quartiere come il gruppo di via Gabbro a Milano e il Collettivo Aurelio-Cavalleggeri a Roma.
Con l'apertura progressiva ad altre categorie, tra il 1974 e il 1975 furono istituiti corsi specificamente indirizzati alle donne (lavoratrici, casalinghe, disoccupate), tenuti da femministe e docenti universitarie. I contenuti riguardavano salute femminile, sessualità, lavoro domestico, condizione delle donne.
L'esperienza si radicò nelle aree a forte industrializzazione: Torino con corsi sulla salute e medicina, Milano come fulcro della riflessione teorica, Reggio Emilia e Bologna con forte partecipazione delle lavoratrici, le province venete di Venezia, Padova e Treviso tra il 1975 e il 1976, Roma come centro per la nascita di istituzioni educative autonome. La partecipazione fu significativa, con molte donne che trovavano nei corsi occasioni di formazione altrimenti inaccessibili e spazi di socializzazione (Lussana, 2012; Bellè, 2021).
Le partecipanti sono lavoratrici di ogni categoria — operaie, impiegate, casalinghe, studentesse, disoccupate — e i temi affrontati vanno ben oltre i contenuti previsti dal progetto sindacale originario: la salute, la sessualità, il corpo, la maternità, l'aborto, il lavoro domestico, i rapporti familiari. Alcune esperienze particolarmente significative si svolgono a Bergamo (1974-75), Genova (dal 1975), Torino (dal 1975, con la nascita dell'Intercategoriale che proseguirà le sue attività fino al 1981), Milano (dal 1976), Roma, Alessandria — dove i risultati del corso del 1978 vengono raccolti nel volume collettivo ''La salute della donna'' (Edizioni dell'Orso, 1979) — e nel Veneto, con i corsi di Verona e Padova avviati nel 1979 dopo una lunga negoziazione con i rispettivi atenei, che richiesero persino il parere favorevole di apposite commissioni del Senato accademico prima di approvare corsi riservati esclusivamente a donne e tenuti da sole docenti donne (Lona, 2015).
La dinamica interna ai corsi è spesso quella dell'autocoscienza allargata: le partecipanti si dividono in gruppi, discutono a partire dalla propria esperienza, e producono materiali scritti collettivamente — ciclostilati, opuscoli, a volte veri e propri libri. È in questo contesto che molte donne scrivono per la prima volta. L'esperienza più documentata è quella del corso di Affori, periferia nord di Milano, dove Lea Melandri viene assegnata nel dicembre 1976 a una classe composta quasi interamente da casalinghe over quaranta. Melandri descrive quel corso come "un laboratorio unico e originale nel tentativo di mettere a confronto intellettuali e donne comuni", in cui "le teorie elaborate dai gruppi femministi erano costrette ad esporsi agli interrogativi che venivano ancora una volta dalle vite concrete" (Melandri, archiviodilea.wordpress.com). Tra i testi prodotti dalle corsiste, il più noto è ''I pensieri vagabondi di Amalia'', di Amalia Molinelli, che ricostruisce una biografia femminile attraverso il fascismo, la Resistenza, l'emigrazione a Milano e il lavoro domestico, confrontando la propria esperienza con i testi letti durante il corso.
Il nodo del rapporto tra docenti femministe e corsiste è uno dei più ricchi e problematici dell'intera esperienza. Le femministe che insegnano portano nei corsi le teorie elaborate nei collettivi; le casalinghe e le operaie portano le loro biografie. L'incontro è trasformativo per entrambe, ma non privo di tensioni: le aspettative sono diverse, il rapporto con la scrittura è asimmetrico, e il sindacato guarda spesso con diffidenza a classi formate da sole casalinghe, faticando a riconoscerne la legittimità nell'ambito di uno strumento pensato per i lavoratori (Lussana, 2012).
Il rapporto con il sindacato è infatti tutt'altro che lineare. Come emerge dall'incontro nazionale di Firenze del febbraio 1978, i corsi delle donne devono continuamente negoziare tra la pratica femminista del partire da sé e le logiche di un'organizzazione che stenta a riconoscere la specificità femminile come terreno politico autonomo. Secondo Lussana, tuttavia, proprio questa tensione è produttiva: i corsi 150 ore delle donne costituiscono "il momento di incontro per eccellenza del pensiero femminista con la cultura e l'organizzazione dei lavoratori" e il veicolo attraverso cui il femminismo raggiunge donne che non avrebbero mai incrociato i collettivi separatisti, diventando per la prima volta pratica di massa (Lussana, 2012).
Un'acquisizione che Chiara Saraceno — che insegnò essa stessa in corsi di 150 ore a Trento — individua non tanto nei contenuti affrontati, quanto nella dimensione più elementare e più radicale: quella di legittimare le donne a prendere tempo per sé, sottraendosi alla casa e alla famiglia (cit. in Raimo, 2023).
=== Metodo e women studies popolari ===
I corsi integrarono elaborazione teorica e raccolta di storie individuali, sviluppando un metodo che partiva dai vissuti delle partecipanti. Si realizzò un incontro tra ricercatrici, accademiche e donne con diversi livelli di scolarizzazione, definito "women studies popolari".
Questo approccio mise in luce una questione diversa rispetto ai corsi per operai. Nei corsi maschili si affrontava la divisione tra lavoro manuale e intellettuale all'interno della classe. Nei corsi femminili emergeva che i saperi disciplinari erano costruiti su prospettive e linguaggi maschili, ponendo alle donne il problema dell'accesso a saperi pensati a partire da un soggetto diverso da loro.
=== Eredità istituzionale ===
Le 150 ore rappresentarono un punto di incontro tra femministe e donne che non avevano partecipato al movimento, portando il femminismo a operaie, casalinghe, impiegate (Lussana, 2012; Bracke, 2019).
Dall'esperienza dei corsi nacquero istituzioni autonome. Nel 1979 venne fondata a Roma l'Università delle donne "Virginia Woolf", a Milano la Libera Università delle Donne. Queste istituzioni proposero una ricerca che considerasse la dimensione di genere nelle discipline e nella relazione pedagogica (Lussana, 2012; Stelliferi, 2022).
La fase di massima espansione dei corsi per sole donne basati sull'autocoscienza si collocò tra il 1975 e i primi anni Ottanta. Questa forma specifica si trasformò o esaurì entro la metà degli anni Ottanta, mentre le istituzioni generate dall'esperienza continuarono la loro attività.
== 4.3 Case e librerie delle donne ==
La conquista di uno spazio fisico autonomo è, negli anni Settanta, una delle forme più concrete attraverso cui il separatismo femminista si traduce in realtà materiale.
A partire dalla seconda metà degli anni Settanta comparvero le prime Case delle donne, destinate a diventare uno dei simboli più duraturi del femminismo italiano. Questi spazi rispondono a molteplici esigenze: sedi di attività politica in cui convivono collettivi diversi, si organizzano assemblee e campagne, si producono e circolano materiali, si elabora teoria, ma anche attività culturali, luoghi in cui vengono offerti servizi concreti per donne in difficoltà, spazi di accoglienza.
La loro costituzione avviene secondo modalità differenti — l'occupazione diretta, la negoziazione con le amministrazioni locali, la fondazione cooperativa — e in ciascun caso il processo di conquista dello spazio è esso stesso un atto politico.
Il caso apripista per le case delle donne è Roma. Il 2 ottobre 1976 i movimenti femministi romani - il Movimento femminista di via Pompeo Magno, il collettivo di via Pomponazzi e alcune donne del Partito radicale - occupano Palazzo Nardini, un edificio quattrocentesco abbandonato da oltre un decennio in via del Governo Vecchio, dietro piazza Navona (Camilli, 2018). L'occupazione è non violenta e immediatamente simbolica: il palazzo era stato sede della Pretura, luogo istituzionale per eccellenza, ora sottratto e restituito alle donne.
Nei sette anni di occupazione vi trovano sede decine di realtà diverse - il consultorio self-help dell'MLD, un asilo nido aperto al quartiere, il collettivo contro la violenza alle donne, la redazione di ''Quotidiano Donna'', Radio Lilith, gruppi teatrali, di ricerca, lesbici. È alla Casa del Governo Vecchio che MLD, UDI e gruppi femministi elaborano il testo della legge di iniziativa popolare contro la violenza sessuale, e da lì parte nel novembre 1976 la fiaccolata ''Riprendiamoci la notte''. (Stelliferi, 2013).
A Milano il dibattito sullo spazio delle donne si intreccia con una questione teorica esplicita. Quando il collettivo di via Mancinelli discute della propria sede, emerge una distinzione netta tra "luogo delle donne" e "sede": quest'ultima viene considerata espressione di un modo di fare politica ancora maschile, legato all'istituzione più che alla relazione. Il luogo delle donne deve implicare l'affettività, lo stare insieme, la vita quotidiana oltre che la militanza (Calabrò-Grasso). Dopo lo scioglimento di via Mancinelli nel 1978, molte delle donne confluiscono in Col di Lana, che assumerà progressivamente le caratteristiche di casa delle donne in senso pieno. [da integrare con materiale su Col di Lana]
A Torino la Casa delle donne nasce nel marzo 1979 con l'occupazione dell'ex manicomio femminile di via Giulio, scelta deliberatamente simbolica, che trasforma un luogo storico di segregazione in spazio di liberazione. Dopo una trattativa con il Comune, le donne ottengono locali nel Palazzo dell'Antico Macello di Po in via Vanchiglia, dove la Casa ha sede ancora oggi.
A Mestre il percorso mostra come la conquista dello spazio passi talvolta attraverso la mediazione con le amministrazioni di sinistra. Nel novembre 1977 il Coordinamento femminista occupa villa Franchin nel parco di Carpenedo; lo sgombero arriva il 28 dicembre, ma il Comune, che aveva già istituito il primo referato alla Condizione femminile in Italia, avvia una trattativa che porterà all'apertura di un Centro donna in piazza Ferretto. L'esperienza veneziana mostra anche i rischi della dipendenza istituzionale: nel 1985 il cambio di giunta mette a rischio il carattere autonomo del Centro, aprendolo a gruppi non femministi e scatenando una reazione decisa delle donne che lo avevano costruito .
Le librerie delle donne appartengono allo stesso ecosistema di spazi politici, ma con una fisionomia propria. Non nascono per occupazione ma per fondazione cooperativa, e la loro funzione non è solo la circolazione dei testi ma la produzione di sapere e la costruzione di relazioni. La prima e più importante è la Libreria delle donne di Milano, fondata nel 1975 in via Dogana da un collettivo che include Luisa Muraro e Lia Cigarini, quest'ultima già attiva nel DEMAU, uno dei primi gruppi femministi italiani. Si ispira alla Librairie des Femmes di Parigi, ma a differenza di essa sceglie inizialmente di proporre solo opere di donne, per enfatizzare il sapere femminile. Fin dalla sua fondazione è luogo di elaborazione teorica oltre che spazio commerciale: organizza riunioni, discussioni politiche, proiezioni, e possiede un fondo di testi esauriti e introvabili. Negli anni '80, quando il movimento si frammenta, la Libreria diventa, secondo Calabrò, l'unico soggetto milanese ad "assumere il significato simbolico della continuità tra passato e presente", punto di riferimento riconosciuto collettivamente in un panorama altrimenti privo di leadership (Calabrò-Grasso]). È in questo spazio che si consolida il femminismo della differenza italiano, con la pubblicazione di ''Sottosopra'' (dal 1983) e ''Via Dogana'', e con l'elaborazione collettiva che confluirà in ''Non credere di avere dei diritti'' (1987).
Questi spazi — case occupate, centri negoziati, librerie cooperative — costituiscono nel loro insieme un'infrastruttura politica e culturale che il movimento costruisce autonomamente, al di fuori delle istituzioni e spesso in tensione con esse. Ciò che li accomuna è l'idea che lo spazio fisico non sia neutro: abitarlo, conquistarlo, dargli forma è già fare politica.
== 4.4 Editoria femminista ==
Negli anni Settanta l'editoria femminista italiana si afferma come dimensione costitutiva dell'azione politica. Produrre testi, riviste, opuscoli e libri non è un'attività separata dalla militanza: la scrittura e la circolazione dei materiali sono il modo in cui il movimento elabora pratiche, costruisce linguaggi comuni e rende visibile ciò che era rimasto confinato nella sfera privata - sessualità, maternità, lavoro domestico, violenza. Questa produzione si caratterizza fin dall'inizio per il rifiuto dei circuiti editoriali tradizionali, percepiti come parte delle stesse strutture di potere che il movimento contesta.
Le prime esperienze sono autogestite e sperimentali, fondate sul lavoro volontario: manifesti, ciclostilati, opuscoli prodotti dai collettivi e diffusi attraverso reti informali. La prima casa editrice femminista in senso proprio, Scritti di Rivolta Femminile, nasce a Roma nel 1970, fondata da Carla Accardi e Carla Lonzi, tra le fondatrici del collettivo Rivolta Femminile. La collana dei "Libretti verdi" si distingue per la sobrietà grafica e la radicalità teorica: Lonzi rifiuta consapevolmente recensioni, promozione e mediazioni commerciali, ritenendo che snaturino le istanze femministe. Il suo ''Sputiamo su Hegel'' (1974) diventerà uno dei testi fondativi del femminismo della differenza, con circolazione internazionale.
Nel 1972 nascono A Roma Edizioni delle donne, affini all'esperienza francese di Éditions des femmes, con un catalogo che include testi teorici e traduzioni di autrici allora poco note in Italia come Kristeva, Wittig e Duras. Nello stesso anno a Milano il gruppo Anabasi pubblica la prima antologia del femminismo internazionale, ''Donne è bello.''
Nel 1975 nasce a Milano La Tartaruga, fondata da Laura Lepetit, destinata a diventare una delle realtà più durature dell'editoria femminista italiana.
Sul versante periodico, la proliferazione è straordinaria e riflette la pluralità interna al movimento. Tra le esperienze di maggiore rilievo e durata: ''Effe'' (1973-1982), primo mensile femminista di attualità e cultura a diffusione nazionale, nato a Roma con la collaborazione di giornaliste, studiose e scrittrici; ''Sottosopra'' (Milano, 1973), rivista di movimento che diventerà uno dei luoghi teorici centrali del femminismo della differenza; ''DWF – Donna Woman Femme'' (Roma, 1975), trimestrale attento alla ricerca storica e alla traduzione di testi internazionali. Accanto a queste, decine di testate di breve durata legate ai collettivi locali documentano orientamenti differenti, dal marxismo femminista al lesbismo, dalla riflessione sulla differenza sessuale alle lotte per il salario al lavoro domestico.
L'insieme di queste esperienze - case editrici, riviste - costituisce un'infrastruttura culturale autonoma che il movimento costruisce parallelamente alle strutture istituzionali e spesso in opposizione ad esse. È in questo spazio che si elabora non solo la teoria femminista, ma anche la sua forma: una forma che rifiuta la neutralità del sapere accademico e rivendica la soggettività come punto di partenza epistemologico.
All’inizio degli anni Settanta la crescita dei collettivi femministi è accompagnata da una rapida espansione della stampa militante. Accanto ai bollettini e alle riviste prodotti dai gruppi del movimento, continua tuttavia a esistere una stampa femminile legata alle organizzazioni politiche della sinistra o alle culture marxiste rivoluzionarie. I diversi circuiti editoriali riflettono la pluralità dei contesti politici nei quali si sviluppa il femminismo italiano.
== 4.5 Arte e cinema ==
== Note ==
<references/>
== Bibliografia ==
* {{Cita libro|autore=Anastasia Barone|titolo=«Facevamo un consultorio, ma era un progetto politico».
I consultori a Roma prima e dopo la legge 405/1975|anno=2023|editore=Viella|città=Roma|pp=119-148|ISBN=9791254692349|opera=Anni di rivolta. Nuovi sguardi sui femminismi degli anni Settanta e Ottanta|curatore=Paola Stelliferi, Stefania Voli|cid=Barone}}
* {{Cita pubblicazione|autore=Alfero Boschiero, Nadia Olivieri|anno=2022|titolo=Il corpo mi corrisponde|rivista=Venetica|numero=1}}
* {{Cita pubblicazione|autore=Vicky Franzinetti|anno=1987|titolo=In senso dell'autogestione|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=181-187|cid=Franzinetti}}
* {{Cita libro|autore=Fiamma Lussana|titolo=Le donne e la modernizzazione: il neofemminismo degli anni settanta|anno=1997|editore=Einaudi|città=Torino|pp=471-565|ISBN=88-06-13571-6|opera=Storia dell'Italia repubblicana, vol.III, t.2|cid=Lussana 1997}}
* {{Cita libro|autore=Luciana Percovich|titolo=La coscienza nel corpo. Donne, salute e medicina negli anni Settanta|anno=2005|editore=Franco Angeli|città=Milano|cid=Percovich}}
* {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1984|titolo=Il movimento delle donne, la salute, la scienza. L'esperienza di Simonetta Tosi|rivista=Memoria|numero=11-12|cid=Tozzi 1984}}
* {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1987|titolo=Molecolare, creativa, materiale:
la vicenda dei gruppi per la salute|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=153-180|cid=Tozzi 1987A}}
* {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1987|titolo=Alla radice del "self-help". Gruppo femminista per la salute della donna
(G.F.S.D.)|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=202-205|cid=Tozzi 2}}<br />
= Introduzione dell'introduzione =
= Introduzione al percorso =
Studiare il femminismo italiano degli anni Settanta significa confrontarsi con un oggetto storico che non è né univoco né pacificato sul piano interpretativo. Il termine “femminismo” designa esperienze, pratiche e teorie che sono state definite in modi diversi a seconda degli approcci disciplinari e delle prospettive adottate.
Nella ricerca internazionale, il femminismo è stato interpretato come movimento sociale, come teoria politica della differenza o dell’uguaglianza, come pratica di trasformazione culturale, come discorso critico sulla modernità. Anche la sua periodizzazione è oggetto di dibattito: il modello delle “ondate”, largamente diffuso in ambito anglosassone, non si applica automaticamente ai diversi contesti nazionali. Analogamente, la geografia del fenomeno non è neutra: le narrazioni centrate sull’esperienza statunitense o britannica non esauriscono la pluralità delle traiettorie europee e transnazionali.
Il caso italiano si colloca all’interno di questo quadro problematico. Nel dibattito storiografico nazionale, la distinzione tra “emancipazionismo” e “femminismo” ha mostrato come le categorie interpretative influenzino la lettura dei processi storici. La stessa definizione di “neofemminismo” per gli anni Settanta è una scelta descrittiva che implica una certa periodizzazione e una certa idea di cesura rispetto al passato.
Il presente volume non assume il femminismo come un fenomeno unitario, ma come un campo articolato di pratiche, soggetti e conflitti. L’analisi si sviluppa attraverso genealogie, pratiche, pluralità interne, spazi di produzione culturale, trasformazioni di fine decennio e interpretazioni storiografiche.
= Il percorso del volume =
Questo volume è dedicato al femminismo italiano degli anni Settanta e primi anni Ottanta. Non intende proporre una cronaca lineare degli eventi né una narrazione unitaria del movimento, ma una ricostruzione articolata che tenga insieme dimensione storica, pratiche, pluralità interna e riflessione storiografica.
Il percorso si sviluppa lungo sei assi principali.
1. Genealogie. La prima sezione colloca il neofemminismo nel contesto storico in cui prende forma. Verranno affrontati:
* il rapporto con il miracolo economico e le trasformazioni sociali degli anni Sessanta;
* il confronto con il movimento del ’68;
* l’eredità del femminismo storico e dell’associazionismo femminile del secondo dopoguerra;
* le connessioni transnazionali.
Obiettivo di questa parte non è individuare un’origine unica, ma mostrare la pluralità delle premesse culturali e politiche.
2. Pratiche. La seconda sezione analizza le pratiche fondative che caratterizzano il femminismo degli anni Settanta:
* separatismo;
* autocoscienza;
* politicizzazione dell’esperienza (“il personale è politico”);
* centralità del corpo, della sessualità e dell’autodeterminazione.
Questa parte assume le pratiche non come semplici modalità organizzative, ma come luoghi di produzione teorica e di ridefinizione del politico.
3. Pluralità dei femminismi. La terza sezione affronta la differenziazione interna del movimento:
* gruppi e correnti (DEMAU, Rivolta Femminile, MLD, Lotta femminista, femminismo romano, Nemesiache);
* orientamenti teorici differenti;
* rapporto con partiti, sindacati e sinistra extraparlamentare;
* tensione tra autonomia e doppia militanza.
Il nodo centrale è la pluralità strutturale del femminismo, non la sua presunta unità.
4. Spazi, infrastrutture, saperi. La quarta sezione analizza i luoghi materiali e simbolici attraverso cui il femminismo si organizza e produce sapere:
* consultori autogestiti e self-help;
* 150 ore delle donne;
* case delle donne;
* editoria femminista;
* pratiche artistiche e cinematografiche.
Qui il focus si sposta dalle organizzazioni alle infrastrutture e alle forme di produzione culturale.
5. Eredità. La quinta sezione affronta la trasformazione di fine decennio:
* la crisi della forma-movimento;
* il passaggio a nuove modalità di presenza pubblica;
* il rapporto con le politiche delle donne e le istituzioni.
Non si assume una narrazione declinista, ma si analizzano le trasformazioni.
6. Interpretazioni storiografiche. L’ultima sezione è dedicata alla riflessione sulle letture del neofemminismo:
* questioni di metodo;
* problemi di periodizzazione;
* differenze territoriali;
* rapporti con la sinistra;
* dimensione transnazionale;
* prospettive di ricerca.
In questa parte il movimento non è solo oggetto storico, ma oggetto di interpretazione.
= I nodi trasversali =
Lungo tutto il volume attraversano l’analisi alcuni problemi ricorrenti:
* pluralità vs unità;
* autonomia vs rappresentanza;
* soggettività vs istituzionalizzazione;
* locale vs nazionale;
* memoria vs storia.
= In sintesi =
Il volume non propone:
* una storia celebrativa,
* né una cronologia lineare,
* né una teoria unificante.
Propone una ricostruzione che intreccia:
* pratiche,
* conflitti,
* luoghi,
* linguaggi,
* interpretazioni.
== Testi di riferimento ==
La bibliografia proposta agli studenti riflette la pluralità degli approcci con cui il femminismo degli anni Settanta è stato studiato.
* Il volume curato da Teresa Bertilotti e Anna Scattigno colloca il femminismo dentro una prospettiva di storia culturale e storiografia delle donne, con attenzione alla memoria, alle generazioni e alla pluralità delle esperienze.
* Elisa Bellè, in ''L’altra rivoluzione'', adotta una prospettiva relazionale e multi-scalare, mostrando come il movimento si costruisca attraverso pratiche situate e reti tra locale e nazionale.
* Maud Anne Bracke, in ''La nuova politica delle donne'', interpreta il femminismo come parte della trasformazione complessiva della politica italiana, analizzando il rapporto tra movimento, istituzioni e ridefinizione del politico.
* Fiamma Lussana propone una ricostruzione storico-politica attenta alle genealogie, ai conflitti interni e alla pluralità delle correnti.
* Il lavoro di Calabrò e Grasso si colloca nell’ambito della sociologia dei movimenti sociali, privilegiando l’analisi delle forme organizzative e delle trasformazioni del movimento.
La compresenza di questi testi evidenzia la varietà delle lenti interpretative attraverso cui lo stesso fenomeno può essere osservato.
== Introduzione ==
Il femminismo degli anni Settanta costituisce uno dei passaggi più incisivi della storia politica e culturale dell’Italia contemporanea. Tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta, una fitta rete di collettivi e gruppi diffusi sull’intero territorio nazionale mise in discussione i ruoli di genere, le relazioni tra i sessi e le stesse categorie attraverso cui venivano definiti la politica, i linguaggi, le forme del sapere e le soggettività.
La novità del neofemminismo non risiede unicamente nelle rivendicazioni avanzate, ma nelle pratiche attraverso cui esse furono elaborate: l’autocoscienza, la politicizzazione dell’esperienza personale, la centralità del corpo e della sessualità come luoghi di produzione di sapere e di conflitto. L’esperienza femminile non venne più subordinata a cornici interpretative esterne - di partito, di classe o di tradizione ideologica - ma assunta come punto di partenza per una rielaborazione teorica autonoma, capace di ridefinire il confine tra privato e pubblico, vita e politica, e di interrogare i nessi tra potere, sapere e corporeità.
Il femminismo di questo periodo si presenta come un insieme articolato di esperienze differenziate, radicate in contesti territoriali, culturali e politici diversi, con orientamenti teorici e strategie non omogenei. Tale pluralità - visibile nel diverso rapporto con la sinistra, i movimenti e le istituzioni, nell’alternativa tra separatismo e doppia militanza, nelle letture della subordinazione femminile in termini di classe o di differenza sessuale, nelle modalità di intervento pubblico - costituisce un tratto strutturale del movimento. La storiografia ha posto questo nodo al centro della riflessione, interrogandosi sull’uso dei termini “femminismo” e “femminismi”: se il singolare consente di cogliere la forza storica di un processo collettivo accomunato dalla critica alle gerarchie di genere, il plurale rende conto della molteplicità delle culture politiche e dei linguaggi che lo attraversarono (Guerra 2005).
La trasformazione che si produce alla fine del decennio non coincide con una cesura netta. Piuttosto, la crisi della forma-movimento apre una fase di riorganizzazione e ridefinizione: negli anni ottanta molte pratiche e molte elaborazioni proseguono in forme differenti, attraverso luoghi culturali, reti associative e iniziative di produzione che consolidano un femminismo meno centrato sulla mobilitazione di massa, ma capace di incidere in modo duraturo nel tessuto sociale (Guerra 2005). La categoria di “eredità” permette di leggere questo passaggio senza ridurlo a una narrazione di declino.
Questo volume adotta una prospettiva che intreccia ricostruzione storica e riflessione storiografica, assumendo come oggetto non soltanto gli eventi e le organizzazioni, ma le pratiche, i linguaggi e i luoghi di produzione del sapere femminista.
Dopo una sezione dedicata alle genealogie - il rapporto con il ’68, con la tradizione emancipazionista e con le reti transnazionali - il percorso analizza le pratiche fondative, la pluralità delle esperienze, i rapporti con movimenti, partiti e istituzioni, nonché gli spazi materiali e simbolici attraverso cui il femminismo costruì nuove forme di socialità e di cultura. Una parte conclusiva è dedicata alle trasformazioni degli anni ottanta e alle principali interpretazioni storiografiche del neofemminismo, affrontando le questioni di periodizzazione, di metodo e di memoria che ancora attraversano il dibattito.
Il volume assume le pratiche, i luoghi e i linguaggi come chiavi di lettura attraverso cui osservare l’intreccio tra dimensione politica, sociale e culturale del femminismo italiano degli anni Settanta, un'intersezione nella quale maggiormente si coglie la portata trasformativa del movimento.
Introduzione Parte II
Il femminismo degli anni Settanta si caratterizza per la centralità attribuita alle pratiche - come il separatismo e l’autocoscienza – che non rappresentano semplicemente forme organizzative, ma luoghi di elaborazione politica e di produzione di sapere.
La condivisione delle esperienze individuali consente di mettere in discussione l’apparente naturalità dei ruoli di genere e di individuare i meccanismi sociali e culturali che regolano i rapporti tra uomini e donne. In questo senso, le pratiche non si limitano a descrivere la realtà, ma contribuiscono a ridefinirla; la politica non è intesa soltanto come intervento nello spazio pubblico, ma come processo che prende avvio dall’esperienza vissuta e dalle relazioni tra donne.
All’interno di questo processo si afferma il principio secondo cui “il personale è politico”, che consente di collegare le esperienze quotidiane alle strutture sociali più ampie. Attraverso questa prospettiva, ambiti tradizionalmente considerati privati – come la sessualità, la maternità e la vita familiare – diventano oggetto di analisi e intervento politico.
È in questo quadro che il corpo emerge come un nodo centrale della riflessione femminista. Non si tratta di un ambito già definito, ma di un terreno che prende forma progressivamente attraverso le pratiche del movimento. Le esperienze legate alla sessualità, alla riproduzione e alla salute vengono condivise, confrontate e reinterpretate, dando luogo a una nuova consapevolezza che mette in discussione i modelli culturali dominanti; elaborazione teorica e sperimentazione pratica non costituiscono ambiti separati, ma dimensioni intrecciate di un medesimo percorso di politicizzazione.
Le pratiche del movimento non furono adottate in modo uniforme né assunsero significati univoci, ma costituirono un repertorio condiviso, rielaborato in forme differenti nei diversi contesti. Tale pluralità rinvia alla coesistenza di differenti modi di intendere la liberazione delle donne e al rifiuto di modelli organizzativi gerarchici e di una definizione univoca delle priorità. Tuttavia, essa condivise alcuni elementi fondamentali: la messa in discussione della distinzione tra sfera privata e sfera pubblica, la conseguente ridefinizione del politico e delle forme della soggettività femminile.
Le sezioni che seguono analizzano, da diverse prospettive, le principali pratiche e i nodi concettuali attraverso cui il femminismo degli anni Settanta ha ridefinito il rapporto tra esperienza, conoscenza e azione politica.
PARTE 3
"le radici del femminismo radicale italiano affondino al di fuori del contesto universitario, dei partiti e dei movimenti sociali, e si congiungano con l’azione di donne non più giovanissime alla fine degli anni Sessanta e senza pregresse, strutturate esperienze politiche." (tesi stelliferi)
32 Il primo collettivo neofemminista italiano, Demau (Demistificazione Autoritarismo; Demistificazione
[dell] autoritarismo), precede in realtà (1966) la rivolta studentesca e operaia della fine degli anni '60. - Strazzeri, p. 6
== Cronologia principale ==
=== 1965-1982 ===
{| class="wikitable sortable"
! Anno
! Gruppi che nascono
! Gruppi che si sciolgono
! Eventi
! Convegni / Incontri
! Manifestazioni
! Produzione culturale
|-
| 1965/66
| Demau
|
|
|
|
|
|-
| 1967
|
|
|
|
|
|
|-
| 1968
|
|
| Contestazione studentesca
|
|
|
|-
| 1969
| Cerchio spezzato (Trento);
MLD legato al Partito Radicale
|
| Autunno caldo
|
|
|
|-
| 1970
| Rivolta femminile
Anabasi
Le Nemesiache
|
|Approvazione della legge sul Divorzio (L. 898/1970)
|
|
|
|-
| 1971
| Lotta Femminista (PD)
|
|La Corte Costituzionale depenalizza la diffusione e l'uso degli anticoncezionali.
Approvazione della legge a tutela delle lavoratrici madri (L. 1204/1971 - diritto di astenersi dal lavoro 2 mesi prima, 3 dopo il parto) e della L.1044/1971 che introduce il piano quinquennale per l'istituzione di asili nido comunali con il concorso dello Stato
| Milano – Convegno presso l’Umanitaria
|
| Esce ''Quarto mondo'', pubblicata a Roma dal Fronte Italiano di Liberazione Femminile (FILF)
|-
| 1972
| Cherubini;
Lotta Femminista (MI)
|
|
| Bologna – Convegno di varie città;
Rouen – Convegno organizzato da Psychoanalyse et Politique;
Vandea – Convegno europeo organizzato dal MLF
|
| Nascono a Roma Edizioni delle donne; Anabasi pubblica l'antologia ''Donne è bello'' ; esce ''Compagna'', rivista di orientamento marxista. Nasce a Roma il Collettivo Femminista Comunista di Via Pomponazzi
|-
| 1973
| Collettivo San Gottardo; Gruppo Analisi; Gruppo Femminista per una medicina delle donne; Rivolta 3
| Demau
| Si forma il CISA; Processo a Gigliola Pierobon (Padova)
| Varigotti – incontro tra Cherubini, alcune donne del Veneto e le francesi di Psychanalyse et Politique
|
| Esce a Roma ''Effe'' , primo mensile femminista di attualità e cultura autogestito a diffusione nazionale; a Bologna ''La voce delle donne comuniste'' e ''Donna proletaria;'' a Milano ''MezzoCielo''
|-
| 1974
| Collettivo di via Albenga; Gruppo di Pratica dell’Inconscio; Mondadori; Ticinese
| Lotta Femminista
| Referendum abrogativo della legge sul divorzio
| 1° Convegno Nazionale a Pinarella di Cervia
|
| Esce ''Sputiamo su Hegel'' di Carla Lonzi; nasce l'editrice romana Dalla parte delle bambine; esce ''Sottosopra''
|-
| 1975
| Libreria delle donne di Milano
|
| Vengono istituiti i consultori familiari (L. 405/1975)
Blocco in Senato della proposta di legge sull’aborto
|
|
| Laura Lepetit fonda la casa editrice La Tartaruga; esce ''DWF – Donna Woman Femme''
|-
| 1975
| Corsi monografici 150 ore;
| Anabasi; Cherubini (trasferimento in Col di Lana); San Gottardo
| Elezioni amministrative
| Carloforte – Vacanze femministe; Milano – Convegno “Sessualità, maternità, procreazione, aborto”; Milano – Umanitaria “Donne e politica”; San Vincenzo (LI) – Pratica dell’inconscio; 2° Convegno nazionale a Pinarella di Cervia
| Roma – Manifestazione nazionale del 6 dicembre
|
|-
| 1976
| Corso 150 ore Affori; Gruppo Donne e Immagine; Gruppo Donne via dell’Orso; Gruppo donne Palazzo di Giustizia; Gruppo n.4 Col di Lana
| Gruppo Analisi; Gruppo di Pratica dell’Inconscio; Gruppo Femminista per una medicina delle donne; Rivolta 3
| Elezioni politiche; Formazione della Consulta femminista; Legge nazionale sui consultori
| Milano – Convegno “Donne e lavoro”; Paestum – 3° e ultimo convegno nazionale
| Milano – Entrata “dimostrativa” nel Duomo (gennaio)
| Nasce a Roma la rivista ''Limenetimena;'' esce ''Differenze'', rivista dei Collettivi femministi romani
|-
| 1977
| Collettivo della Borletti; Gruppo donne via Lanzone; Gruppo Scrittura
|
| Approvazione legge sulla Parità di Lavoro (L. 903/1977)
Movimento del 1977
| Milano – Convegno sulla violenza (Sala Provincia)
|
| Nasce la Libreria delle donne di Bologna Librellula
|-
| 1978
| Gruppo Madri del Leoncavallo; Gruppo Scrittura 1; Gruppo Scrittura 2; Gruppo Scrittura 3
|
| Approvazione legge sull'aborto (194/1978)
Rapimento Moro
|
|
| Esce ''Quotidiano donna,'' settimanale di politica, attualità e cultura ; apre a Cagliari la Libreria gestita dalla coperativa La tarantola
|-
| 1979
| 150 ore sul Cinema; Redazione di Grattacielo; Redazione milanese di Quotidiano Donne
| Collettivo Mondadori; Coordinamento via dell’Orso; Gruppo Donne e Immagine; Mancinelli
| “Caso 7 aprile”
| Milano – Umanitaria, proposta di legge contro la violenza sessuale
|
| Apre a Firenze la Libreria delle donne
|-
| 1980
| Centro Donne Ticinese; Collettivo studentesse liceo Berchet; Collettivo studentesse Università Statale; Cooperativa Gervasia Broxson; Gruppo di psicologia e attività creative; Gruppo Eos; Ristorante Cicip-Ciciap; Ticinese (nuovo)
| Col di Lana; Collettivo Borletti
|
|
| Milano – Manifestazione contro abrogazione legge aborto
|
|-
| 1981
| Gruppo Phoenix
| Grattacielo; Gruppo donne Palazzo di Giustizia
| Referendum abrogativo legge aborto
| Firenze – 2° Convegno contro il referendum; Milano – 1° Convegno contro il referendum 194; Roma – Convegno nazionale donne lesbiche; Torino – Convegno internazionale donne lesbiche
|
|
|-
| 1982
|
| Gruppo n.4; Redazione milanese di Quotidiano Donna
|
|
|
|
|}
gkzri4vc56io4crlf6dmf43r6lgjq6u
499703
499693
2026-07-04T08:09:28Z
LorManLor
24993
499703
wikitext
text/x-wiki
'''3. Pluralità dei femminismi'''
3.1 Formazione (1965–1973)
3.2 Espansione e confronto pubblico (1974–1976)
3.3 Ridefinizioni (1977–1980)
'''4. Spazi, infrastrutture, saperi'''
4.1 Consultori autogestiti e self-help
4.2 Le 150 ore delle donne
4.3 Case delle donne
4.4 Editoria femminista
4.5 Arte e cinema
'''5. Trasformazioni tra anni Settanta e Ottanta'''
5.1 Nuove configurazioni
5.2 Femminismo e politiche delle donne
'''6. Interpretazioni storiografiche'''
6.1 Questioni di metodo. Memoria e storia
6.2 Periodizzazioni
6.3 Questione territoriale
6.4 "Doppia militanza" e rapporti con la sinistra
extraparlamentare
6.5 Dimensione transnazionale
6.6 Questioni aperte, prospettive di ricerca
'''Appendici'''
Cronologia essenziale
Glossario
Documenti fondamentali (estratti)
Bibliografia
Sitografia e archivi digitali
== Cap. 3 - Pluralità dei femminismi ==
Il cap. 3 dovrebbe parlare di come il femminismo si rapporta al suo interno e ''in relazione ad altri soggetti politici'' ''(sin ex)''
Il cap. 5 (riforme, processi per stupro) di come il femminismo interagisce con le ''istituzioni'' — leggi, parlamento, tribunali.
Ma il femminismo italiano si definisce ''sempre'' in relazione a qualcosa di esterno — la sinistra, le istituzioni, il diritto, i movimenti. Non esiste un "interno puro" del movimento separabile da questi rapporti. Quindi qualsiasi architettura che provi a separare "i gruppi" da "i rapporti esterni" produrrà sempre sovrapposizioni.
Soluzione: logica diacronica + attenzione alle dinamiche
Tra la seconda metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta in diverse città italiane iniziano a formarsi i primi gruppi femministi autonomi. Tali esperienze non derivano da un unico centro organizzativo né da un’elaborazione teorica condivisa: emergono in contesti differenti e a partire da percorsi politici e sociali eterogenei. Collettivi universitari, gruppi nati all’interno della nuova sinistra ed esperienze sviluppate in ambienti intellettuali e culturali contribuiscono alla costruzione di una rete di relazioni informali, caratterizzata da forte autonomia locale e da modalità di coordinamento intermittenti.
La storiografia ha progressivamente adottato la categoria di “femminismi” per descrivere questa configurazione originaria del movimento, già attraversata da differenze significative nei linguaggi politici, nelle pratiche e nelle forme di organizzazione (Rossi-Doria 2005; Lussana 2012; Stelliferi 2015). Fin dalle origini, quindi, il movimento assume una struttura reticolare, composta da collettivi autonomi, gruppi di autocoscienza e reti informali di scambio, senza un’organizzazione centrale né piattaforme politiche unitarie.
Tali differenze si articolano lungo diversi piani: un primo ambito riguarda le modalità attraverso cui viene elaborata la soggettività femminile come terreno di esperienza politica. In alcuni gruppi l’autocoscienza costituisce lo strumento principale di analisi delle relazioni tra donne e della costruzione di un sapere politico fondato sull’esperienza condivisa; in altri contesti la riflessione si sviluppa attraverso pratiche espressive e simboliche che rielaborano in forme diverse il rapporto tra identità femminile, corpo e linguaggio.
Un altro piano riguarda il rapporto tra elaborazione teorica e intervento sociale. Alcuni collettivi privilegiano la riflessione sui linguaggi e sulle relazioni tra i sessi; altri sviluppano iniziative orientate all’intervento pubblico. A questi elementi si aggiungono le diverse modalità di relazione con i movimenti politici e con le istituzioni. Le provenienze dalla nuova sinistra, dal radicalismo dei diritti civili o da esperienze associative precedenti producono configurazioni differenti del rapporto con partiti, sindacati e organizzazioni politiche, anticipando alcune delle tensioni che emergeranno con maggiore evidenza nella seconda metà del decennio.
INTRO
Le pratiche che caratterizzano la fase fondativa del neofemminismo - autocoscienza, separatismo, politicizzazione dell’esperienza e centralità del corpo - costituiscono un terreno condiviso tra i gruppi e collettivi sorti nei primi anni Settanta. All’interno di tale quadro comune emergono tuttavia, fin dall’inizio, elaborazioni teoriche e orientamenti politici differenziati, che danno luogo a una pluralità di esperienze e di linguaggi
Il femminismo italiano degli anni Settanta si presenta alla ricerca storica come un oggetto per sua natura plurale. La storiografia ha progressivamente adottato la categoria di “femminismi” per descrivere la compresenza di pratiche e orientamenti politici differenziati, riconoscendo nella molteplicità di gruppi, pratiche e orientamenti teorici una caratteristica costitutiva del movimento. (Guerra, 2005; Bellè, 2021; Stelliferi e Voli, 2023). Parlare di "femminismi" al plurale significa riconoscere che il campo femminista italiano non ha mai avuto un centro, una linea ufficiale, né portavoce riconosciute.
Tale pluralità riguarda sia le impostazioni teoriche - ad esempio il rapporto tra emancipazione e differenza sessuale, tra sesso e classe, tra autonomia e mediazione politica - sia le forme organizzative e gli ambiti di intervento privilegiati dai diversi gruppi. La differenziazione interna del movimento si manifesta lungo vari assi: le culture politiche di provenienza, la collocazione territoriale, le generazioni coinvolte, le modalità di relazione con i movimenti sociali e con le istituzioni. Ne emerge un panorama composito, nel quale coesistono orientamenti separatisti e pratiche di doppia militanza, esperienze concentrate sull’elaborazione teorica e percorsi maggiormente orientati all’intervento sociale e sindacale.
> le vicende entrano come esempi trasversali a queste linee, non come scansione cronologica.
Quattro linee di differenza "interne": i
# Autocoscienza/pratica dell'inconscio (elaborazione interna) vs. pratica/intervento nel sociale
# Autonomia radicale vs. interlocuzione istituzionale (Milano vs. Roma — come asse che incrocia le prime due - Lussana)
# doppia militanza e rapporto con la sinistra
# Femministe storiche vs. nuove, conflitto generazionale e allargamento del movimento
Problema: quale contesto politico è davvero rilevante per capire l'evoluzione del femminismo? Non tutto il contesto politico italiano, ma solo quello che incide direttamente sul movimento: le leggi che lo riguardano, i movimenti con cui interagisce, il clima che restringe o allarga gli spazi di azione.
=== 3.1.1 Prime esperienze e contesti di formazione ===
==== Genealogie teoriche e politiche ====
La formazione del neofemminismo italiano si colloca nella seconda metà degli anni Sessanta e precede l’esplosione del movimento del 1968. Le sue prime elaborazioni emergono in ambienti intellettuali e politico-culturali segnati dal confronto con il marxismo critico, l’antiumanismo teorico, l’analisi dell’autoritarismo e la ricezione della Scuola di Francoforte. In questo contesto si sviluppa una riflessione che mette in discussione la neutralità della politica e individua nella differenza sessuale un dispositivo strutturale di subordinazione.
L'esperienza più precoce e significative di questa fase iniziale è rappresentata dal gruppo DEMAU (Demistificazione Autoritarismo), fondato a Milano nel 1965-1966. DEMAU sviluppa una riflessione critica sui rapporti di autorità nella società e nella famiglia e sui paradigmi emancipazionisti dell’UDI e della sinistra storica, individuando nella sessualità uno dei luoghi centrali della subordinazione femminile. Pur rimanendo un’esperienza numericamente limitata - il gruppo si ridimensiona nel 1968, quando parte delle aderenti confluisce nella nuova sinistra, nella convinzione che la trasformazione complessiva dei rapporti sociali avrebbe comportato anche una ridefinizione dei ruoli di genere - DEMAU anticipa temi che diventeranno centrali nel neofemminismo degli anni successivi.
Sul finire degli anni sessanta, in contesto universitario, si sviluppa il collettivo femminista Cerchio spezzato di Trento. Nato nell’ambiente del movimento studentesco, il gruppo rappresenta uno dei primi tentativi di affrontare la condizione femminile all’interno delle trasformazioni politiche e culturali del Sessantotto, mostrando come la nascita del femminismo italiano non sia circoscritta ai grandi centri urbani.
==== La nuova sinistra e la doppia militanza ====
Il passaggio attraverso le organizzazioni della nuova sinistra costituisce un ulteriore momento formativo. Molte donne provenienti da esperienze come Lotta Continua, Potere Operaio o Avanguardia Operaia sperimentano una partecipazione intensa ma marginalizzata nei ruoli decisionali. La difficoltà di tematizzare sessualità, maternità e divisione sessuale del lavoro all’interno di tali organizzazioni produce una frattura tra appartenenza politica e riconoscimento della specificità dell’oppressione femminile, favorendo la successiva costituzione di spazi autonomi di elaborazione (Calabrò e Grasso, 1985)
La rottura non avviene in forma immediata né univoca. La doppia militanza - nei gruppi extraparlamentari e nei collettivi femministi - rimane per alcuni anni una pratica diffusa.
=== 3.1.2 Nascita dei primi gruppi (1970-1973) ===
Tra il 1970 e il 1971 emergono quasi simultaneamente diverse esperienze, destinate ad avere maggiore visibilità nel panorama del movimento.
A Roma viene diffuso a Roma il Manifesto di Rivolta femminile, testo fondativo del gruppo animato da Carla Lonzi, che afferma la rottura con la politica tradizionale e con l’emancipazionismo, ponendo le donne come soggetto autonomo di trasformazione e rifiutando ogni interlocuzione istituzionale.
Nello stesso anno nasce il Movimento di Liberazione della Donna (MLD), federato al Partito Radicale, che individua nel terreno dei diritti civili e delle riforme legislative uno spazio privilegiato di azione. Informazione contraccettiva, legalizzazione dell’aborto e accesso ai servizi sanitari configurano un orientamento volto a incidere sul quadro normativo attraverso mobilitazione e pressione politica.
Tra il 1970 e il 1973 si moltiplicano collettivi territoriali con configurazioni diverse. A Milano il Collettivo di via Cherubini assume un ruolo centrale, praticando l’autocoscienza come forma primaria di elaborazione politica. A Padova nasce Lotta Femminista, animata da Mariarosa Dalla Costa, che elabora la teoria del salario al lavoro domestico e si estende a Milano, Bologna e altre città. A Roma si sviluppano collettivi di quartiere maggiormente orientati all’intervento sociale.
+ Nemesiache.
Queste esperienze non costituiscono una sequenza evolutiva, ma definiscono fin dall’origine un campo plurale, attraversato da una pluralità di elaborazioni: materialista, separatista, psicoanalitica, riformatrice.
=== 3.1.3 Collegamenti nazionali ===
Tra il 1970 e il 1973 si moltiplicano collettivi territoriali con caratteristiche eterogenee. L’autocoscienza si diffonde come pratica primaria di elaborazione politica, mentre le appartenenze restano mobili e i confini tra gruppi permeabili. Il movimento assume una configurazione reticolare, priva di un centro direttivo nazionale.
La crescita dei collettivi femministi si accompagna alla nascita di una prima produzione editoriale militante. Bollettini ciclostilati e riviste autoprodotte mettono in circolo esperienze e riflessioni; alcuni testi, come l'antologia ''Donne è bello'' curata dal gruppo milanese Anabasi, favoriscono la diffusione di testi e documenti del femminismo internazionale.
Nel 1973 la pubblicazione di ''Sottosopra. Esperienze dei gruppi femministi in Italia'' segnala l’esigenza di costruire strumenti di circolazione e confronto tra collettivi autonomi. L’invito a gruppi non legati a organizzazioni politiche maschili testimonia la centralità dell’autonomia come criterio di appartenenza. Il tentativo di superare la dimensione dei piccoli gruppi non si traduce in una struttura unitaria, ma rafforza la consapevolezza di un campo in espansione e differenziato.
La stampa militante evidenzia tuttavia la presenza di traiettorie plurimi: gruppi orientati all’elaborazione teorica e simbolica della differenza sessuale; collettivi che sviluppano una critica marxista della divisione sessuale del lavoro; realtà maggiormente orientate all’intervento pubblico e alle campagne per i diritti civili. Esse rappresentano alcuni dei poli iniziali attorno ai quali si sviluppa una rete di collettivi autonomi, caratterizzata da confini mobili, appartenenze multiple e forme di coordinamento intermittenti.
=== 3.1.4 Aperture transnazionali e differenziazione teorica ===
Nel 1972 l’incontro con il femminismo francese nei convegni di La Tranche-sur-Mer e Vieux-Villez introduce ulteriori elementi di differenziazione. L’attenzione alla pratica psicoanalitica e al lesbismo come scelta necessaria proposti dal gruppo parigino Psych et Po.(Lussana, 2012) influenza alcuni gruppi italiani. Da questo confronto si formano a Milano i gruppi Analisi e, successivamente, Pratica dell’inconscio, animati da Lea Melandri, che tematizzano l’inconscio e il rapporto con la madre come luoghi di produzione del rapporto tra i sessi. In alcuni settori del movimento il lesbismo viene assunto come pratica politica e come rottura della dipendenza affettiva e simbolica dagli uomini; pur non divenendo posizione maggioritaria, contribuisce a ridefinire il significato del separatismo.
=== 3.1.5 Il processo Pierobon ===
Il dibattito sull'aborto esplode con particolare intensità dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 1971 sulla contraccezione e si fa concreto con il processo a Gigliola Pierobon, del collettivo Lotta Femminista, imputata nel giugno 1973 per un aborto commesso da minorenne: il caso diventa occasione di autodenunce pubbliche e di una prima grande mobilitazione femminista che amplia la visibilità nazionale del movimento.
Il processo segna un passaggio rilevante: la questione dell’autodeterminazione femminile entra nel conflitto pubblico e nel confronto diretto con l’ordinamento giuridico.
Tra il 1965 e il 1973 si consolida così un campo femminista caratterizzato da pluralità costitutiva, configurazione reticolare e differenziazione strategica. L’assenza di una direzione unitaria non costituisce un limite organizzativo, ma la forma specifica attraverso cui il neofemminismo italiano prende consistenza pubblica.
== 3.2 Espansione e confronto pubblico (1974-1976) ==
Il biennio 1974-1976 coincide con una fase di ampliamento territoriale e di maggiore visibilità pubblica del femminismo italiano. I collettivi si moltiplicano in numerose città, si intensificano i contatti tra gruppi e il movimento si confronta in modo più diretto con il sistema politico e con l’ordinamento giuridico.
L’espansione non comporta omogeneità. La crescita quantitativa si accompagna alla coesistenza di orientamenti differenti sulle forme dell’azione politica, sul rapporto con i partiti e con le organizzazioni della sinistra, sulle priorità tematiche e sulle modalità di intervento nello spazio pubblico.
La maggiore visibilità di alcune città, in particolare Milano, Roma e l’area veneta, non va interpretata come l’indicazione di una struttura gerarchica del movimento. Essa riflette la distribuzione delle fonti disponibili e l’attenzione che la storiografia ha dedicato ad alcuni ambienti militanti. Studi più recenti hanno mostrato come esperienze femministe fossero presenti anche in contesti urbani e territoriali meno documentati, mettendo in discussione una rappresentazione del movimento organizzata rigidamente intorno a pochi centri principali. La ricostruzione della geografia dei collettivi resta quindi un campo di ricerca ancora in evoluzione.
=== 3.2.1 Crescita del movimento e confronto tra pratiche politiche ===
La crescita del movimento in questi anni non è solo quantitativa. Nascono nuovi gruppi, si moltiplicano i collettivi di quartiere e nei luoghi di lavoro, si aprono i primi consultori autogestiti.
A Roma il Comitato per l'Aborto e la Contraccezione (CRAC) riunisce collettivi femministi, gruppi della nuova sinistra e donne dell'MLD in un organismo comune, che però mostra subito le tensioni tra linguaggi politici differenti. A Milano il Collettivo di Via Cherubini approfondisce la pratica dell'inconscio e si avvia verso la fondazione della Libreria delle donne, scegliendo la costruzione di luoghi e strumenti autonomi come forma di intervento politico alternativa alle manifestazioni di massa.
È anche il momento dei primi grandi convegni nazionali. Il primo momento di confronto su scala nazionale si realizza nel novembre 1974 con il convegno femminista a Pinarella di Cervia, promosso dal collettivo milanese di via Cherubini. All’incontro partecipano circa settecento donne provenienti da numerose città italiane, appartenenti a collettivi con orientamenti politici e pratiche diverse. Il convegno è dedicato alla discussione della pratica dell’autocoscienza e delle forme di organizzazione del movimento. Il confronto mette in luce la varietà delle esperienze presenti nel femminismo italiano e rende visibili differenze di orientamento tra gruppi impegnati prevalentemente nell’elaborazione teorica e collettivi più orientati all’intervento politico e sociale, alla cosiddetta “pratica del fare” .
Un secondo convegno a Pinarella nel 1975 riprende il confronto tra i gruppi e rende più esplicite alcune divergenze emerse nel movimento, senza risolverle. In particolare si confrontano posizioni che attribuiscono centralità alla pratica dell’inconscio e altre più direttamente orientate all’azione politica e sociale, in continuità con le mobilitazioni sull’aborto e con le campagne per i consultori. Il confronto non conduce alla definizione di una piattaforma comune, ma rende esplicite le differenze tra pratiche e linguaggi politici presenti nel movimento.
I convegni di Pinarella rappresentano così uno dei primi momenti in cui queste divergenze vengono discusse su scala nazionale, nel contesto di un movimento che, proprio negli stessi anni, sta ampliando la propria presenza nello spazio pubblico attraverso le campagne sull’aborto e la crescita dei collettivi femministi nelle principali città italiane.(Lussana, 2012).
=== 3.2.2 Il terreno dell’aborto e la prima mobilitazione nazionale ===
Dopo il caso Pierobon la questione dell’aborto assume una centralità crescente e attraverso le sue mobilitazioni il movimento femminista entra progressivamente nello spazio pubblico e politico. L’interruzione volontaria di gravidanza non viene tematizzata soltanto come rivendicazione giuridica, ma come nodo teorico che investe la sessualità, la maternità e il controllo del corpo femminile.
Nel corso del 1974 e del 1975 il dibattito si intensifica e costringe tutti i gruppi a prendere posizione, evidenziando i diversi punti di vista.
Per il Movimento di Liberazione della Donna (MLD) la legalizzazione dell’aborto costituisce una tappa necessaria nell’estensione dei diritti civili e dell’autodeterminazione individuale.
Il CRAC (Coordinamento Romano Aborto e Contraccezione), che riunisce il Movimento Femminista Romano di via Pompeo Magno, collettivi di quartiere, il Nucleo Femminista Medicina e militanti provenienti da Lotta Continua e Avanguardia Operaia, pone l’obiettivo dell’aborto libero, gratuito e assistito, legato ad politica di prevenzione fondata su consultori controllati dalle donne, da ottenere attraverso mobilitazione collettiva e pressione sulle istituzioni.
Per Rivolta Femminile e per gli altri gruppi che fanno dell’autocoscienza e dell’autoriflessione la propria pratica principale, come era accaduto per il divorzio, la legalizzazione dell’aborto non esaurisce il problema politico che esso porta con sé: l'aborto è una tragedia prodotta da una sessualità femminile colonizzata dall'uomo, e regolamentarlo giuridicamente rischia di perpetuare quella colonizzazione sotto forma di legalità.
Questa posizione viene espressa con chiarezza anche nel convegno milanese su ''Sessualità, procreazione, maternità, aborto'', tenuto al Circolo De Amicis nel febbraio 1975, dove si insiste sulla necessità di non isolare l’aborto dalla condizione complessiva delle donne e di non ridurlo a un singolo obiettivo di riforma. (Sottosopra rosso, 1975).
In un clima di mobilitazione crescente il 6 dicembre 1975 si svolge a Roma la prima grande manifestazione nazionale di sole donne, alla quale prendono parte collettivi autonomi, gruppi legati al salario al lavoro domestico, donne della sinistra extraparlamentare, il MLD e anche l’UDI. Ventimila donne scendono in piazza per chiedere l'aborto libero, gratuito e assistito.
La giornata è segnata anche da tensioni con militanti del servizio d’ordine di Lotta Continua, che tentano di inserirsi nel corteo con la forza, nonostante la richiesta di restare ai margini. Gli incidenti che seguono mettono a nudo l'incomunicabilità tra pratiche femministe e modelli di militanza maschile (Lussana 2012), ma segnalano anche una divisione interna: per una parte del movimento scendere in piazza è un atto politico necessario; per un'altra il femminismo delle piazze schiaccia le differenze femminili dietro uno slogan e non scalfisce l'oppressione originaria (Lussana, 2012).
=== 3.2.3 PCI, UDI e il problema dell’autonomia ===
La mobilitazione sull’aborto riapre il confronto tra il neofemminismo e le organizzazioni storiche del movimento delle donne, in particolare l’UDI.
Storicamente legata al PCI e collocata nell’area della sinistra istituzionale, l’UDI attraversa in questi anni una fase di ridefinizione interna. La pressione esercitata dal nuovo femminismo, soprattutto sui temi della sessualità, dell’autodeterminazione e del rapporto tra diritti e differenza, costringe l’organizzazione a confrontarsi con un lessico e con pratiche che non appartengono alla sua tradizione emancipazionista. Il referendum sul divorzio del 1974 e la mobilitazione sull’aborto accentuano questa tensione.
Da un lato, l’UDI condivide con i collettivi la battaglia per l’estensione dei diritti; dall’altro, mantiene una concezione della politica fondata sulla mediazione partitica e sull’intervento legislativo, in sintonia con la strategia del PCI nella fase del compromesso storico.
Per una parte delle femministe autonome, l’UDI rappresenta ancora una forma di subordinazione organizzativa alla cultura politica maschile; per altre, costituisce invece uno spazio attraversabile, capace di incidere concretamente sui processi legislativi e sulle politiche sociali. La presenza dell’UDI nella manifestazione del 6 dicembre 1975 e nei successivi passaggi parlamentari sull’aborto rende visibile questa ambivalenza: convergenza sui contenuti, divergenza sulle forme dell’agire politico.
In questo intreccio prende forma uno dei nodi destinati a segnare l’intero decennio: il rapporto tra movimento e rappresentanza, tra pratica dell’autonomia e traduzione istituzionale delle rivendicazioni.
=== 3.2.4 Autonomia femminista e rapporto con le istituzioni ===
Alla metà degli anni Settanta le esperienze femministe presenti nelle diverse città italiane si confrontano sempre più direttamente con il problema delle forme dell’azione politica e del rapporto con lo spazio pubblico e istituzionale. Dopo momenti di confronto nazionale tra collettivi e le mobilitazioni sull’aborto, il dibattito riguarda soprattutto le modalità attraverso cui le pratiche femministe possano intervenire nella società.
In alcuni contesti urbani i collettivi sviluppano forme di azione rivolte esplicitamente verso lo spazio pubblico.
Le campagne per la depenalizzazione dell’aborto rappresentano uno dei principali terreni di questo confronto. Nel corso del 1976 in alcuni contesti urbani si delineano con maggiore chiarezza alcune modalità differenti di intervento verso l’esterno.
A Roma, gruppi legati al movimento femminista romano e alle campagne radicali sui diritti civili partecipano a iniziative pubbliche sull’aborto e sulla contraccezione e intervengono nel dibattito politico e giuridico che accompagna la discussione sulla riforma della legislazione e con le politiche pubbliche relative alla salute e alla maternità. In questo contesto l’azione femminista assume spesso la forma di mobilitazioni pubbliche, assemblee e campagne rivolte all’opinione pubblica e alle istituzioni
In altri ambienti del movimento emergono invece posizioni più caute o critiche nei confronti di questo tipo di intervento. Nell’area milanese che si raccoglie attorno al collettivo di via Cherubini la riflessione femminista si concentra soprattutto sull’elaborazione teorica e sull’analisi delle relazioni tra donne. In questo contesto alcune militanti sottolineano il rischio che l’impegno nelle campagne politiche o nei processi istituzionali possa trasformare o ridurre la portata critica del movimento.
Posizioni differenti emergono anche in altri contesti del movimento, tra cui l’area torinese, dove l’eredità dei movimenti della nuova sinistra continua a influenzare il modo di concepire il rapporto tra femminismo e mobilitazione sociale.
Nel corso del 1976 queste diverse modalità di intendere l'azione politica femminista - intervento pubblico, elaborazione teorica e trasformazione delle relazioni tra donne - già emerse nel confronto tra gruppi negli anni precedenti, continuano a convivere all’interno del panorama dei collettivi, riflettendo la pluralità di esperienze e di orientamenti che caratterizza il femminismo italiano nella metà del decennio.
Togliere quest'ultima parte:
Calabrò e Grasso (1985) individuano in questo processo la chiave interpretativa della crisi del movimento femminista: quando il conflitto si sposta da obiettivi non negoziabili — la definizione dell'identità sessuale femminile — a obiettivi negoziabili — l'acquisizione di diritti regolamentati per legge — il movimento cambia avversario, ne accetta le regole del gioco e perde progressivamente la capacità di mobilitazione. Gran parte del femminismo non si riconosce nella nuova posta in gioco e non si mobilita.
All'interno del movimento, il 1976 è anche l'anno in cui le carte si rimescolano: nascono molti nuovi gruppi, fluidi e di breve durata, che mescolano elementi delle diverse tendenze senza approfondirne nessuna, mentre l'autocoscienza nei gruppi storici è ormai in esaurimento. L'ingresso di donne giovani produce tensioni generazionali tra nuove e femministe storiche che indeboliscono la trasmissione del patrimonio teorico. Il convegno di Paestum nel dicembre 1976, l'ultimo a carattere nazionale, registra queste fratture senza comporle. Parallelamente emergono i primi segnali di una trasformazione: i corsi delle 150 ore, che mettono in contatto femministe e donne di condizione diversa, anticipano le forme che il femminismo assumerà nel decennio successivo.
1976
Nel 1976 il movimento raggiunge la massima estensione territoriale. L’aumento dei collettivi e la diffusione di coordinamenti locali non producono tuttavia una maggiore omogeneità, ma accentuano la differenziazione interna, sia sul piano generazionale sia su quello teorico.
== 3.3 Trasformazioni del movimento (1977-1981) ==
Descrivere questi 3 passaggi:
* fine dei grandi momenti unitari (ma sono mai esistiti?)
* frammentazione dei collettivi
* spostamento verso pratiche diffuse
=== 3.3 Trasformazioni del movimento (1977–1981) ===
'''3.3.1 Il 1977 e la ridefinizione del campo dei movimenti'''
* rapporto con Autonomia
* differenze città
* crisi organizzazioni extraparlamentari
'''3.3.2 Differenziazione dei collettivi e nuove aree di intervento'''
* consultori
* salute
* centri donne
* cultura
* editoria
('''questo prepara il capitolo 4''')
'''3.3.3 Leggi, referendum e rapporti con le istituzioni'''
* legge parità 1977
* legge 194 1978
* referendum 1981
* pratiche contro obiezione
Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta il movimento femminista italiano attraversa una fase di trasformazione delle proprie forme organizzative e delle modalità di intervento pubblico. Dopo la forte espansione dei collettivi registrata tra il 1974 e il 1976, molte esperienze locali conoscono mutamenti significativi: alcuni gruppi si sciolgono, altri ridefiniscono le proprie attività, mentre emergono nuove iniziative legate a ambiti specifici come la salute delle donne, il lavoro e i servizi sociali.
In diverse città le iniziative femministe si concentrano sulla creazione di consultori e spazi di incontro tra donne, spesso in relazione con le mobilitazioni per l’aborto e con le politiche sanitarie. Accanto a queste si sviluppano esperienze di femminismo sindacale che portano all’interno delle organizzazioni del lavoro alcune delle questioni emerse nel movimento delle donne.
Questa fase di trasformazione è stata interpretata dalla storiografia in modi differenti. Uno schema interpretativo influente è quello proposto da Annarita Calabrò e Laura Grasso, che hanno individuato nella seconda metà del decennio il passaggio dal movimento femminista degli anni Settanta a una fase di «femminismo diffuso», caratterizzata da una presenza meno visibile ma più capillare nella società.
Alcune ricostruzioni hanno individuato nella seconda metà del decennio una cesura rispetto alla fase di maggiore visibilità del movimento, collocata tra il 1974 e il 1976. Altre hanno sottolineato la continuità di pratiche e iniziative femministe oltre quella stagione, evidenziando la necessità la necessità di leggere questo periodo non come una semplice fase di declino, ma come una trasformazione delle forme della mobilitazione e delle pratiche politiche delle donne.
Diversi fattori avrebbero contribuito a questo mutamento: la crisi delle organizzazioni della nuova sinistra, la radicalizzazione dello scontro politico che culmina nella stagione del terrorismo, l’ingresso di nuove generazioni di donne e l’emergere di ambiti di intervento più specifici. In questo contesto il femminismo si ridefinisce, dando luogo a una pluralità di percorsi che si sviluppano con ritmi differenti nelle diverse città e nei diversi contesti sociali.
=== 3.3.1 Il 1977 e il mutamento del contesto dei movimenti ===
Il 1977 rappresenta uno snodo importante nella storia dei movimenti italiani. La crisi delle organizzazioni extraparlamentari e la radicalizzazione dello scontro politico modificano profondamente il contesto nel quale il femminismo si era sviluppato negli anni precedenti.
Il rapporto con il movimento del ’77 non assume una forma unitaria. In alcuni contesti vi sono punti di contatto, soprattutto per quanto riguarda la critica della delega politica, l’attenzione al vissuto e la sperimentazione di nuovi linguaggi politici. In altri casi, invece, le pratiche e le forme dello scontro politico presenti nel movimento del '77 accentuano le distanze rispetto alle pratiche femministe.
Le posizioni variano significativamente da città a città e da collettivo a collettivo. In alcuni casi il femminismo mantiene rapporti di interlocuzione con il movimento antagonista e con le organizzazioni della nuova sinistra; in altri contesti si rafforza la scelta di autonomia politica già emersa negli anni precedenti. Questa pluralità di situazioni riflette la struttura stessa del femminismo italiano, caratterizzato fin dalle origini da una forte dimensione locale e da una molteplicità di esperienze organizzative.
=== 3.3.2 Doppia militanza e conflitti generazionali ===
Il nodo della doppia militanza, presente fin dall’inizio del decennio, si accentua nella seconda metà degli anni Settanta. Il rapporto tra femminismo e sinistra extraparlamentare, già segnato da tensioni profonde, di cui il congresso di Rimini di Lotta Continua nel 1976 rappresenta un momento emblematico, non si risolve in un abbandono generalizzato.
Se una parte delle femministe aveva scelto la separazione come condizione necessaria per l’elaborazione politica, molte donne, in particolare tra le più giovani, continuano a mantenere legami con organizzazioni della sinistra extraparlamentare o con i partiti della sinistra storica. Questa pluralità di appartenenze produce tensioni nei collettivi. Le femministe “storiche” tendono talvolta a leggere la doppia militanza come una persistenza della cultura emancipazionista o come un limite all’autonomia; le nuove militanti vi vedono invece una possibilità di intervento su più piani.
In diversi contesti tali divergenze contribuiscono alla crisi o allo scioglimento di gruppi consolidati. Le differenze generazionali si intrecciano con divergenze strategiche e teoriche. L’ingresso di nuove donne, spesso meno legate all’esperienza dell’autocoscienza originaria, modifica il lessico e le priorità dell’azione, mentre la trasmissione del patrimonio teorico dei primi anni Settanta si fa più discontinua.
=== 3.3.3 Trasformazioni delle pratiche e nuovi ambiti di intervento ===
Nella seconda metà degli anni Settanta le pratiche femministe si articolano in ambiti sempre più differenziati. Accanto ai collettivi che continuano a privilegiare l'elaborazione teorica, si sviluppano nuove forme di intervento legate a specifici ambiti della vita sociale, spessp legati alla salute delle donne, alla sessualità e alla maternità.
In diverse città nascono consultori autogestiti, gruppi di self-help che affrontano temi come la contraccezione, la maternità e la conoscenza del corpo femminile. Tra le esperienze più note vi sono i consultori promossi da gruppi femministi a Milano, Roma e Bologna, spesso in relazione con le mobilitazioni per la depenalizzazione dell’aborto
Accanto a questi si sviluppano spazi di produzione culturale e attività editoriali promossi da gruppi di donne. Queste iniziative contribuiscono alla diffusione delle elaborazioni femministe oltre i confini dei collettivi militanti e favoriscono la circolazione di testi, pratiche e linguaggi che avevano preso forma nella fase precedente del movimento.
Questo processo non segue un andamento uniforme: alcune esperienze mantengono una forte dimensione politica collettiva, mentre altre assumono forme più circoscritte e specializzate.
=== 3.3.4 Femminismo e lavoro: l’emergere del femminismo sindacale ===
Un ambito particolarmente significativo di questa fase è rappresentato dal rapporto tra femminismo e lavoro salariato. A partire dalla metà degli anni Settanta si sviluppano infatti esperienze di femminismo sindacale che portano all’interno delle organizzazioni dei lavoratori alcune delle questioni emerse nel movimento delle donne.
Tra il 1976 e il 1979 gruppi di delegate e militanti sindacali promuovono iniziative volte a mettere in discussione la marginalità delle questioni femminili nelle politiche sindacali. Temi come la parità salariale, la tutela della maternità, l’organizzazione del lavoro e la divisione sessuale delle mansioni entrano progressivamente nel dibattito sindacale.
Queste iniziative si collocano spesso in una posizione intermedia tra movimento femminista e organizzazioni del lavoro. Da un lato esse portano nel sindacato alcune delle elaborazioni sviluppate nei collettivi femministi; dall’altro cercano di intervenire sulle condizioni materiali di lavoro delle donne, in particolare nei settori industriali e nei servizi.
Il femminismo sindacale rappresenta così uno dei tentativi di tradurre alcune rivendicazioni del movimento delle donne all’interno delle istituzioni del lavoro organizzato, contribuendo al tempo stesso a ridefinire le politiche sindacali in materia di lavoro femminile.
=== 3.3.5 Riforme, diritto e istituzionalizzazione ===
La seconda metà degli anni Settanta è segnata da importanti passaggi legislativi che incidono direttamente sulle condizioni giuridiche delle donne. Dopo la riforma del diritto di famiglia del 1975 e l’istituzione dei consultori pubblici, il Parlamento approva nel 1977 la legge di parità tra uomini e donne nel lavoro e, nel 1978, la legge n. 194 che disciplina l’interruzione volontaria di gravidanza; inizia anche in questo periodo il dibattito sulla riforma dei reati di violenza sessuale.
Questi processi accentuano una tensione già emersa negli anni precedenti: la traducibilità dell’esperienza femminile nella forma giuridica. Per una parte del femminismo l’intervento normativo rappresenta uno strumento necessario per garantire diritti e tutele alle donne; per altre componenti la centralità attribuita alla legge rischia di ridurre la portata trasformativa delle pratiche femministe, riportando le questioni poste dal movimento entro il linguaggio delle istituzioni.
La legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza, approvata nel maggio 1978, produce reazioni divergenti. Le femministe che si erano opposte a qualsiasi regolamentazione giuridica ribadiscono l'impossibilità di tradurre in legge la complessità dell'esperienza femminile. Quelle che avevano sostenuto la battaglia per la legalizzazione esprimono insoddisfazione per i limiti del testo, in particolare per la clausola sull'obiezione di coscienza. La legge non chiude il dibattito: i collettivi continuano a mobilitarsi per la sua piena applicazione, a presidiare gli ospedali, a sostenere le donne nei percorsi di interruzione di gravidanza.
Il dibattito sulla legge di parità tra i sessi nel mondo del lavoro (1977) e sulla proposta di legge contro la violenza sessuale riproduce le stesse linee di divisione: una parte del movimento lavora per ottenere tutele concrete, spostare la violenza sessuale dai reati contro la morale pubblica ai reati contro la persona, vietare le discriminazioni nel lavoro, mentre un'altra ritiene che qualsiasi regolamentazione giuridica ignori la differenza sessuale o non possa rappresentare adeguatamente la sofferenza delle donne. La legge sulla violenza sessuale verrà approvata solo nel 1996.
In questo stesso periodo, alcune componenti del movimento intensificano il proprio impegno nel sociale: nei consultori, nei sindacati, nelle aule dei tribunali, nei centri antiviolenza. Questo spostamento verso l'esterno produce una trasformazione interna: i tempi dell'elaborazione teorica e quelli dell'azione nel sociale si sfalsano, e per alcune femministe il movimento tende a diventare una politica di servizio, perdendo la sua forza propulsiva originaria.
Il referendum del 1981 - doppio: uno promosso dal Movimento per la vita per abrogare la 194, l'altro dal Partito Radicale per liberalizzarla ulteriormente - rappresenta l'ultima grande occasione di mobilitazione collettiva. La vittoria del no su entrambi i fronti mostra ancora una capacità di azione, ma anche la persistente frammentazione interna: di fronte al referendum radicale, molte femministe scelgono il rifiuto tanto dell’abrogazione promossa dal Movimento per la vita quanto della liberalizzazione proposta dal Partito Radicale segnala una posizione autonoma rispetto alle forze politiche tradizionali. La difesa della legge non coincide con l’identificazione con la sua forma; la sua esistenza non chiude il conflitto, ma lo sposta sul terreno dell’interpretazione e dell’applicazione.
Altra soluzione:
==== 3.3.5 Autonomia vs istituzionalizzazione ====
L’interazione con lo Stato e con il diritto mise progressivamente in evidenza una tensione strutturale del neofemminismo italiano: quella tra autonomia politica del movimento e riconoscimento istituzionale delle sue istanze. Le conquiste legislative e l’apertura di nuovi spazi di interlocuzione produssero una legittimazione pubblica del femminismo, ma sollevarono anche interrogativi sulla trasformazione delle pratiche originarie (Bracke 2019; Stelliferi 2015).
Da un lato, il confronto con le istituzioni rese possibile l’accesso a diritti e servizi concreti, segnando un avanzamento storico difficilmente contestabile; dall’altro, molte attiviste percepirono una progressiva perdita di radicalità, legata alla necessità di mediare linguaggi, obiettivi e forme di azione con gli apparati statali. La politicità del partire da sé rischiava di essere ricondotta entro categorie amministrative o legislative che ne attenuavano la portata critica.
=== 3.3.6 Verso il femminismo diffuso (1977-1981) ===
Alla fine del decennio il femminismo italiano appare caratterizzato da una configurazione diversa rispetto alla fase iniziale del movimento. I grandi momenti di incontro nazionale diventano più rari, mentre le esperienze locali assumono un peso crescente.
La storiografia più recente ha messo in discussione l'interpretazione che vede nella fine degli anni Settanta la fine tout court del femminismo. Alcune esperienze mostrano una continuità e una capacità di reinvenzione che non si esaurisce con il lungo Sessantotto.
Questa trasformazione è stata interpretata da alcune studiose come il passaggio dal movimento femminista degli anni Settanta a un “femminismo diffuso”, caratterizzato da una presenza meno visibile ma più capillare nella società. In questa prospettiva le pratiche e le elaborazioni nate nei collettivi femministi continuano a rappresentare un patrimonio culturale e politico che circola in ambiti e forme diverse: centri di documentazione, riviste teoriche, cooperative, iniziative culturali. Non più movimento organizzato, ma insieme di pratiche e riferimenti condivisi che attraversano ambiti diversi della vita sociale e professionale.
Al tempo stesso la ricostruzione storica di questa fase rimane complessa, sia per la molteplicità delle esperienze locali sia per la difficoltà di ricondurre percorsi differenti a una narrazione unitaria. Come ha osservato Elda Guerra, la storia del femminismo italiano richiede ancora una ricostruzione capace di cogliere la varietà dei contesti e delle pratiche che hanno caratterizzato questa stagione
'''Relazioni, conflitti e fratture tra le anime del femminismo'''
La pluralità del femminismo italiano non è solo varietà di gruppi e pratiche: è attraversata da tensioni che, con particolare evidenza dalla metà degli anni Settanta, si manifestano come conflitti espliciti. Queste tensioni riflettono differenze teoriche e politiche costitutive, che percorrono il movimento fin dalle origini e si ridefiniscono nel tempo.
Una prima linea di differenza riguarda il rapporto tra elaborazione interna e intervento esterno. Per una parte del movimento la trasformazione politica passa attraverso un lavoro su di sé - l'autocoscienza, poi la pratica dell'inconscio - che non può essere subordinato a obiettivi di mobilitazione collettiva. Per un'altra parte, questo lavoro deve tradursi in azione nel sociale, in confronto con le istituzioni, in capacità di aggregare.
Da questa tensione deriva una seconda frattura, più radicale: quella tra chi considera l'interlocuzione con le istituzioni un terreno legittimo di lotta e chi vi vede una forma di incorporazione che svuota le istanze femministe del loro contenuto. Si tratta, come sottolinea Calabrò (1985), di una posizione minoritaria ma teoricamente coerente, che rifiuta non tatticamente, ma per principio, qualsiasi mediazione: con le leggi, con i partiti, con le manifestazioni di massa.
Il dibattito sull'aborto e, più tardi, quello sulla legislazione sul lavoro e sulla violenza sessuale sono i momenti in cui questa frattura diventa più visibile: mentre una parte del movimento partecipa alla contrattazione parlamentare, un'altra denuncia come qualsiasi regolamentazione giuridica lasci intatta la radice del problema. Alcune letture storiografiche hanno applicato questa polarità all'asse geografico Roma-Milano, individuando nelle due città due diverse concezioni di come la differenza femminile possa agire nel mondo (Lussana, 2012).
Una terza linea di differenza riguarda il rapporto con la sinistra e la doppia militanza: la questione di come conciliare l'appartenenza al movimento femminista con la militanza nelle organizzazioni della sinistra extraparlamentare produce tensioni che attraversano il decennio
A queste fratture teoriche se ne aggiunge una di natura diversa, che emerge intorno al 1976: il conflitto generazionale tra le femministe storiche e le donne che accedono al movimento in questa fase. Calabrò e Grasso (1985) descrivono questo processo come un rimescolamento delle carte: nascono molti nuovi gruppi, fluidi e di breve durata, che mescolano elementi delle diverse tendenze senza approfondirne nessuna. È in questo momento che il movimento femminista si allarga fino a diventare, almeno in parte, un più vasto movimento delle donne, che condivide alcune parole d'ordine femministe senza farne propria la radicalità teorica, un allargamento che è insieme un segno di forza e l'inizio di una crisi di identità che il movimento non riuscirà a risolvere.
=== Il ’77: convergenze, fratture e ridefinizioni ===
Il 1977 rappresenta uno snodo cruciale nella storia dei movimenti collettivi italiani e costituisce, per il neofemminismo, un momento di forte ridefinizione interna e relazionale. Più che un semplice episodio cronologico, esso segnala una trasformazione profonda del contesto politico e culturale in cui il femminismo aveva operato nella prima metà del decennio. La storiografia ha spesso individuato nel ’77 un passaggio liminale: non tanto la fine del movimento, quanto il momento in cui ne emergono con maggiore evidenza tensioni, differenziazioni e mutamenti già in corso (Stelliferi 2018b; Lussana 2012).
Il movimento del ’77 si configurava come realtà composita, priva di un centro organizzativo unitario e caratterizzata dalla coesistenza di pratiche molto differenti: esperienze creative e controculturali, nuove forme di militanza giovanile, radicalizzazione politica, conflittualità crescente nello spazio pubblico. In questo quadro, il femminismo non si collocò in posizione esterna, ma partecipò a pieno titolo al clima di sperimentazione politica, pur mantenendo tratti autonomi e specifici (Crainz 2005; Stelliferi 2018b).
Dal punto di vista analitico, il rapporto tra femminismo e ’77 può essere letto in due direzioni. Da un lato, molte pratiche e lessici sviluppati dal movimento delle donne — centralità della soggettività, critica alla rappresentanza, attenzione alla dimensione esistenziale del politico — influenzarono altre aree del movimento, contribuendo a ridefinire l’immaginario politico della fase. In questo senso, il femminismo non fu solo attraversato dal ’77, ma agì anche come elemento trasformativo, capace di contaminare linguaggi e modalità di azione collettiva (Stelliferi 2018b).
Dall’altro lato, il nuovo scenario politico rese più visibili le fratture interne al movimento femminista stesso. L’ingresso di generazioni più giovani — spesso provenienti da esperienze di militanza extraparlamentare o studentesca — produsse un confronto talvolta conflittuale con le militanti attive sin dagli inizi del decennio. Le differenze riguardavano non solo età e percorsi politici, ma anche concezioni diverse della pratica femminista: da una parte una maggiore attenzione al lavoro teorico e alla dimensione separatista; dall’altra una spinta verso la partecipazione alle mobilitazioni pubbliche e ai conflitti di piazza (Guerra 2005; Stelliferi 2015).
In tale contesto, riemerse con forza il nodo della doppia militanza. Se nella fase precedente essa aveva rappresentato un terreno di mediazione tra femminismo e nuova sinistra, nel ’77 divenne spesso motivo di tensione. Parte delle femministe vedeva con crescente diffidenza il coinvolgimento in pratiche politiche percepite come nuovamente dominate da logiche maschili, da forme di leadership informale e da un uso crescente della violenza come linguaggio politico. Altre, invece, consideravano necessario mantenere una presenza attiva all’interno dei movimenti più ampi, ritenendo che il femminismo dovesse confrontarsi con la trasformazione complessiva del contesto politico (Petricola 2005).
La radicalizzazione dello scontro politico contribuì ulteriormente alla complessità della fase. L’aumento della violenza di piazza e il clima segnato dal terrorismo produssero effetti diretti sui collettivi femministi, che in molti casi rallentarono o sospesero attività pubbliche. La necessità di prendere posizione rispetto alla violenza politica — sostenerla, rifiutarla, distanziarsene — rappresentò una linea di frattura interna che accelerò processi di disgregazione già presenti (Bracke 2019).
Dal punto di vista storiografico, il ’77 non è interpretabile esclusivamente come momento di crisi. Diverse analisi hanno sottolineato come esso costituisca anche una fase di transizione verso nuove forme di presenza femminista: una progressiva ridefinizione delle pratiche, uno spostamento verso ambiti culturali e sociali, una maggiore attenzione alla produzione simbolica e ai luoghi autonomi di elaborazione (Stelliferi 2018b; Rossi-Doria 2005). La crisi, dunque, riguarda soprattutto la forma-movimento costruita nei primi anni Settanta, più che l’esperienza femminista nel suo complesso.
In questo senso, il ’77 appare come un punto di biforcazione: da un lato segna il venir meno di alcune modalità collettive di azione politica; dall’altro apre la strada a processi di trasformazione che diverranno pienamente visibili nel passaggio agli anni Ottanta. La ridefinizione del rapporto con altri movimenti, la crescente attenzione agli spazi autonomi e la rielaborazione teorica della differenza sessuale costituiscono sviluppi che trovano proprio in questa fase il loro terreno di incubazione.
<nowiki>------</nowiki>
Il cap. 4 dovrebbe connettere gli spazi alle scelte politiche senza dirlo esplicitamente. In pratica dovrebbe fare due cose: spiegare perché il femminismo italiano produce questi spazi specifici (consultori, case delle donne, librerie, editoria) in questo momento storico, e suggerire che la forma che prendono — autogestita, separatista, autonoma dalle istituzioni — non è neutra ma riflette orientamenti politici precisi.
== Cap. 4 - Spazi, infrastrutture, saperi ==
Nel corso degli anni Settanta il femminismo italiano non si limita a elaborare teorie e pratiche politiche. Accanto ai collettivi di autocoscienza e alle manifestazioni di piazza, il movimento produce infrastrutture materiali e simboliche - spazi fisici, istituzioni culturali, strumenti di comunicazione - che contribuiscono a estendere l'elaborazione femminista oltre i confini dei collettivi militanti, favorendo la costruzione di reti sociali e culturali autonome e dando corpo all'idea che il cambiamento non possa attendere le trasformazioni delle strutture esistenti, ma debba cominciare dal presente, dall'invenzione di forme di vita alternative.
Questo capitolo ricostruisce alcune delle realizzazioni più significative di questo processo: i consultori autogestiti, in cui la salute del corpo femminile diventa terreno di sapere collettivo e di conflitto con la medicina istituzionale; i corsi monografici delle 150 ore, in cui il femminismo incontra il mondo del lavoro e si diffonde capillarmente nella società; gli spazi fisici, case delle donne e librerie, in cui il separatismo si fa luogo abitabile; e infine l'editoria femminista, che produce i linguaggi e i testi attraverso cui il movimento pensa se stesso e comunica con il mondo esterno.<ref>{{Cita|Lussana|p. 19}}</ref>
==4.1 Consultori autogestiti e self-help==
===4.1.1 Nascita e diffusione===
I consultori autogestiti rappresentarono uno dei principali luoghi attraverso cui le elaborazioni teoriche del neofemminismo si tradussero in pratiche collettive e in forme di intervento sociale. Essi sorsero in modo spontaneo e frammentato, senza rispondere a un piano comune preordinato, per iniziativa di singoli collettivi operanti in autonomia.
Nati dall'incontro tra la rivendicazione dell'autodeterminazione sul corpo e la necessità di rispondere a bisogni materiali immediati, costituirono spazi nei quali la riflessione politica, la pratica sanitaria e la produzione di saperi alternativi si intrecciarono strettamente.
Il contesto in cui tali esperienze si svilupparono fu caratterizzato dall'emergere di un nuovo dibattito pubblico sui temi della [[w:Contraccezione|contraccezione]] e dell'[[w:Aborto|aborto]], favorito anche da alcuni rilevanti interventi legislativi e giurisprudenziali. Nel 1971 la [[w:Corte_costituzionale_(Italia)|Corte costituzionale]] dichiarò l'illegittimità dell'articolo 553 del [[w:Codice_penale_(Italia)|codice penale]] nella parte relativa al divieto di propaganda anticoncezionale, rimuovendo un ostacolo giuridico alla diffusione di informazioni sulla [[w:Contraccezione|contraccezione]].<ref>{{Cita|Barone|p. 124}}</ref><ref>{{Cita pubblicazione|autore=Maud Anne Bracke|anno=2022|titolo=Family planning, the pill, and reproductive agency in Italy, 1945–1971: From ‘conscious procreation’ to ‘a new fundamental right’?|rivista=European Review of History: Revue européenne d'histoire|volume=29|numero=1|lingua=en}}</ref> Nello stesso anno il Movimento di Liberazione della Donna, di orientamento libertario e federato al [[w:Partito_Radicale_(Italia)|Partito Radicale]], annunciò la presentazione di una proposta di legge di iniziativa popolare per la depenalizzazione dell'aborto, contribuendo a collocare la questione al centro del dibattito politico del decennio.<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Anastasia|cognome=Barone|titolo=«Facevamo un consultorio, ma era un progetto politico»|p=125}}</ref>
Nel giugno 1973 il processo celebratosi a Padova contro [[w:Gigliola_Pierobon|Gigliola Pierobon]] rappresentò il primo grande evento giudiziario e mediatico in Italia che contribuì a rompere il silenzio sull'aborto clandestino, trasformando un reato penale privato in un caso politico di rilevanza nazionale, grazie a una mobilitazione di massa da parte del movimento femminista.<ref>{{Cita libro|autore=Anna Rita Calabrò, Laura Grasso|titolo=Dal movimento femminista al femminismo diffuso. Storie e percorsi a Milano dagli anni '60 agli anni '80|anno=1985|editore=Franco Angeli|città=Milano|ISBN=978-88-204-4530-0}}</ref>
È in questo quadro che, tra la fine del 1973 e l'inizio del 1974, si costituirono a Roma le prime esperienze di autogestione nell'ambito della salute femminile: il consultorio di San Lorenzo, sorto da un gruppo dedicato ad aborto e contraccezione interno al Movimento femminista romano di via Pompeo Magno animato da Simonetta Tosi, e il Gruppo Femminista per la Salute della Donna, orientato invece prevalentemente alla pratica del self-help e alla ricerca.<ref>{{Cita|Barone|pp. 126-129}}</ref><ref>{{Cita|Tozzi 1984}}</ref><ref>{{Cita web|url=https://roma.repubblica.it/cronaca/2025/06/18/news/san_lorenzo_consultorio_via_dei_frentani_simonetta_tosi-424678188/|titolo=San Lorenzo, il consultorio di via dei Frentani dedicato a Simonetta Tosi|accesso=30 giugno 2026|data=18 giugno 2025}}</ref> Nel corso del 1974 e del 1975 esperienze analoghe sorsero in numerose città, tra cui Torino, Padova, Milano e Trento, e in seguito anche a Bergamo e Pinerolo.<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|anno=1987|titolo=Corpo a corpo|rivista=Memoria|numero=19-20|p=195}}</ref>
La rapida diffusione dei consultori autogestiti fu favorita sia dalla carenza di servizi dedicati alla salute e alla sessualità femminile, sia dalla volontà di sperimentare pratiche alternative rispetto ai modelli medici e assistenziali tradizionali, in una fase in cui l'aborto era ancora illegale, e vietata, fino al 1976, la vendita di contraccettivi nelle farmacie, nonostante l'avvenuta abrogazione da parte della Corte Costituzionale dell'art. 553.<ref>{{Cita web|url=https://www.aied.it/la-storia/|titolo=La nostra storia|accesso=30 giugno 1976}}</ref>
I consultori si trovarono così a negoziare costantemente la propria natura: pur rifiutando l'idea di ridursi ad ambulatori alternativi, oscillarono spesso tra l'erogazione di un "servizio" volto a colmare le carenze dell'assistenza sanitaria e la ricerca di relazioni politiche radicalmente nuove.<ref>{{Cita|Barone|pp. 120-121}}</ref><ref>{{Cita|Tosi 1987A|p. 156}}</ref>
===4.1.2 Internazionalizzazione, self-help e aborto autogestito===
I consultori autogestiti e i gruppi per la salute della donna sorsero in un contesto di intensi scambi internazionali, in particolare con i movimenti femministi francesi e statunitensi, da cui derivò gran parte delle pratiche concrete adottate in Italia. Già nel 1971 il neonato Movimento di Liberazione della Donna aveva organizzato una conferenza dedicata alle cliniche autogestite dalle donne negli Stati Uniti.<ref>{{Cita|Barone|p. 123}}</ref>
Un momento particolarmente significativo avvenne nel 1973, quando Carol Downer e Debra Law, esponenti del Los Angeles Women's Health Center, in un incontro pubblico a Roma presso il [[w:Teatro_Eliseo|Teatro Eliseo]], mostrarono alla platea la tecnica dell'autovisita: l'utilizzo combinato di uno ''speculum'' di plastica, uno specchio e una pila permetteva di osservare autonomamente le pareti vaginali e il collo dell'utero, suscitando forte impressione e venendo percepita da molte partecipanti come un'esperienza di riappropriazione del proprio corpo.<ref name=":0">{{Cita|Tozzi 1987A|p. 158}}</ref>
La diffusione di questa cultura fu accelerata nel 1974 dalla pubblicazione della traduzione italiana del testo collettivo statunitense ''Noi e il nostro corpo'' (''Our Bodies, Ourselves''), che divenne uno dei principali strumenti di diffusione delle conoscenze sulla salute femminile all'interno del movimento.<ref name=":0" /><ref>Stefania Voli, Storia di una traduzione, in Zapruder. Rivista di storia della conflittualità sociale, n. 13, Odradek Edizioni, maggio-agosto 2007.</ref>
L'autovisita, la discussione sul ciclo mestruale, sulla contraccezione, sulla sessualità e sul piacere femminile permisero di scardinare la tradizionale gerarchia tra l'esperto e l'utente. Secondo la critica femminista, le donne non dovevano essere considerate pazienti passive, ma partecipanti attive di un processo di apprendimento e di produzione condivisa del sapere.
La cooperazione transnazionale si rivelò decisiva anche sul piano operativo dell'aborto autogestito, introdotto per rispondere alla piaga degli aborti clandestini. Grazie ai rapporti con le attiviste francesi del MLAC (''Mouvement pour la liberté de l'avortement et de la contraception''), i collettivi italiani appresero e diffusero il metodo Karman.<ref>{{Cita|Tozzi 1987A|p. 161}}</ref> Questa tecnica di aspirazione risultava molto meno invasiva del tradizionale raschiamento e, richiedendo una strumentazione semplice, era praticabile anche da personale non medico, rappresentando una fondamentale innovazione politica e pratica per i gruppi che gestivano le interruzioni di gravidanza.<ref>{{Cita|Barone|p. 124}}</ref>
===4.1.3 Critica del sapere medico e delle istituzioni===
Nei consultori autogestiti la salute femminile veniva reinterpretata come questione politica e non esclusivamente medica. Le pratiche di ''self-help'' si fondavano sull'idea di una riappropriazione dal basso della gestione della salute e dei saperi sul corpo, tradizionalmente monopolizzati e privatizzati dalla medicina specialistica patriarcale.
L'esperienza dei consultori si accompagnò a una critica radicale dell'autorità medica e della pretesa neutralità dei saperi scientifici. In particolare, la ginecologia e la psichiatria vennero interpretate come ambiti nei quali si erano storicamente esercitate forme di controllo sociale e sessuo-politico sui corpi femminili.<ref name=":0" />
Tale critica si inserisce in un più ampio clima di contestazione delle istituzioni sanitarie e assistenziali che caratterizzò l'Italia degli anni Settanta: in quegli stessi anni si svilupparono le lotte per la salute nei luoghi di lavoro legate all'esperienza di Medicina Democratica e di [[w:Giulio Maccacaro|Giulio Maccacaro]], e il movimento di deistituzionalizzazione psichiatrica, ispirato all'opera di [[w:Franco Basaglia|Franco Basaglia]], rimise in discussione l'autorità medica come dispositivo di controllo sociale.<ref>{{Cita|Barone|p. 123}}</ref> Le esperienze femministe condivisero con questi movimenti la rivendicazione di una riappropriazione dal basso della gestione della salute e la ridefinizione del concetto stesso di salute in chiave sociale, e non meramente clinica.
La medicalizzazione della gravidanza, del parto e della sessualità femminile veniva così riletta come una forma di espropriazione del sapere e dell'autonomia delle donne.
===4.1.4 Istituzionalizzazione, conflitti e trasformazioni===
I consultori autogestiti furono spesso luoghi di incontro tra donne provenienti da esperienze politiche differenti: collettivi femministi, gruppi della sinistra extraparlamentare, ambienti radicali e associazioni impegnate sui temi della contraccezione e della salute sessuale. Questa pluralità di provenienze favorì la costruzione di reti di collaborazione, ma produsse anche tensioni riguardo al rapporto con le istituzioni.<ref>{{Cita|Barone|p. 121}}</ref><ref>{{Cita|Lussana 1997|pp. 562-563}}</ref><ref>{{Cita|Tozzi 1987A|pp. 155-156}}</ref>
Rispetto alle pratiche sviluppate nei piccoli gruppi di autocoscienza, i consultori implicavano un rapporto più diretto con il territorio, con donne esterne al movimento e, progressivamente, con le istituzioni, rendendo particolarmente visibile il problema del rapporto tra autonomia femminista e intervento sociale.<ref>{{Cita|Percovich|p. 15}}</ref>
L'approvazione della legge n. 405 del 1975, che istituì i consultori familiari pubblici, pose concretamente il problema dell'istituzionalizzazione delle pratiche femministe.<ref>{{Cita|Barone|pp. 121-122}}</ref> Se alcune militanti scelsero di operare all'interno delle nuove strutture pubbliche per influenzarne l'organizzazione, altre considerarono l'autonomia dei consultori autogestiti una condizione irrinunciabile della pratica politica femminista.<ref>{{Cita|Lussana 1997|pp. 563-564}}</ref>
Il dibattito sui consultori pubblici investì il movimento di una tensione interna mai del tutto risolta, riassumibile nella contrapposizione tra «lavorare con le donne» e «lavorare per le donne»<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|titolo=Corpo a corpo|p=195}}</ref>: da un lato i gruppi che, come a Torino e a Padova, scelsero di assumere una funzione di servizio sociale e richiesero il riconoscimento e il finanziamento pubblico; dall'altro le esperienze, come il Gruppo Femminista per la Salute della Donna di Roma o il Centro per una Medicina delle Donne di Milano, che si ritrassero da tale prospettiva, temendo che farsi carico della gestione di un servizio comportasse la rinuncia alla ricerca e all'autonomia politica originarie. La proposta del CRAC (Coordinamento romano aborto e contraccezione) di richiedere il finanziamento pubblico ai consultori autogestiti, motivata dal principio secondo cui «autogestione non significa autofinanziamento», fu duramente contestata da un gruppo di femministe milanesi, che vi scorsero il rischio di una collaborazione con le stesse istituzioni mediche da cui ci si voleva emancipare.<ref>{{Cita|Barone|p. 132}}</ref>
Il consultorio della Bovisa, a Milano, scelse infine di chiudere proprio in seguito all'istituzione dei consultori pubblici, ritenendo che la propria esperienza, nata come laboratorio di ricerca e non come servizio continuativo, non potesse né autogestirsi indefinitamente né istituzionalizzarsi senza tradire la propria natura<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|titolo=Corpo a corpo|pp=198-199}}</ref>.
Un conflitto analogo, ma con esiti diversi, riguardò il rapporto tra i collettivi femministi e l'Unione Donne Italiane (UDI), che a Roma sostenne invece una concezione di «gestione sociale» del servizio, fondata sulla delega allo Stato della responsabilità collettiva sulla salute delle donne, contrapposta all'autogestione rivendicata dai gruppi femministi.<ref>{{Cita|Barone|p. 132}}</ref>
Negli anni successivi, mentre molte esperienze autogestite si esaurivano, nuove forme di organizzazione e di produzione culturale - case delle donne, librerie, centri di documentazione - avrebbero raccolto parte della loro eredità.<ref>{{Cita|Lussana|p. 19}}</ref>
== 4.2 Le 150 ore delle donne ==
I corsi monografici delle 150 ore rappresentano uno degli spazi in cui il femminismo degli anni Settanta incontra più direttamente il mondo del lavoro organizzato. Nati nel quadro del contratto nazionale dei metalmeccanici del 1973, che prevedeva 150 ore di permessi retribuiti triennali finalizzati all'elevazione culturale e professionale dei lavoratori, i corsi si diffusero rapidamente in tutto il paese, soprattutto nell'Italia del Nord, dove esistevano numerosi Coordinamenti FLM e collettivi femministi radicati nelle fabbriche.
=== Dal diritto allo studio ai corsi per donne ===
L'idea di dedicare corsi monografici alla sola condizione femminile, riservati a sole donne, nasce a Torino alla fine del 1974 tra sindacaliste e femministe che di lì a pochi anni avrebbero fondato l'Intercategoriale donne CGIL-CISL-UIL (Lona, 2015).
Confrontare con: L'iniziativa nacque dall'incontro tra il femminismo sindacale, in particolare i Coordinamenti donne FLM (Federazione Lavoratori Metalmeccanici), e i gruppi del femminismo militante. Tra i promotori figurarono collettivi sindacali femminili e collettivi di quartiere come il gruppo di via Gabbro a Milano e il Collettivo Aurelio-Cavalleggeri a Roma.
Con l'apertura progressiva ad altre categorie, tra il 1974 e il 1975 furono istituiti corsi specificamente indirizzati alle donne (lavoratrici, casalinghe, disoccupate), tenuti da femministe e docenti universitarie. I contenuti riguardavano salute femminile, sessualità, lavoro domestico, condizione delle donne.
L'esperienza si radicò nelle aree a forte industrializzazione: Torino con corsi sulla salute e medicina, Milano come fulcro della riflessione teorica, Reggio Emilia e Bologna con forte partecipazione delle lavoratrici, le province venete di Venezia, Padova e Treviso tra il 1975 e il 1976, Roma come centro per la nascita di istituzioni educative autonome. La partecipazione fu significativa, con molte donne che trovavano nei corsi occasioni di formazione altrimenti inaccessibili e spazi di socializzazione (Lussana, 2012; Bellè, 2021).
Le partecipanti sono lavoratrici di ogni categoria — operaie, impiegate, casalinghe, studentesse, disoccupate — e i temi affrontati vanno ben oltre i contenuti previsti dal progetto sindacale originario: la salute, la sessualità, il corpo, la maternità, l'aborto, il lavoro domestico, i rapporti familiari. Alcune esperienze particolarmente significative si svolgono a Bergamo (1974-75), Genova (dal 1975), Torino (dal 1975, con la nascita dell'Intercategoriale che proseguirà le sue attività fino al 1981), Milano (dal 1976), Roma, Alessandria — dove i risultati del corso del 1978 vengono raccolti nel volume collettivo ''La salute della donna'' (Edizioni dell'Orso, 1979) — e nel Veneto, con i corsi di Verona e Padova avviati nel 1979 dopo una lunga negoziazione con i rispettivi atenei, che richiesero persino il parere favorevole di apposite commissioni del Senato accademico prima di approvare corsi riservati esclusivamente a donne e tenuti da sole docenti donne (Lona, 2015).
La dinamica interna ai corsi è spesso quella dell'autocoscienza allargata: le partecipanti si dividono in gruppi, discutono a partire dalla propria esperienza, e producono materiali scritti collettivamente — ciclostilati, opuscoli, a volte veri e propri libri. È in questo contesto che molte donne scrivono per la prima volta. L'esperienza più documentata è quella del corso di Affori, periferia nord di Milano, dove Lea Melandri viene assegnata nel dicembre 1976 a una classe composta quasi interamente da casalinghe over quaranta. Melandri descrive quel corso come "un laboratorio unico e originale nel tentativo di mettere a confronto intellettuali e donne comuni", in cui "le teorie elaborate dai gruppi femministi erano costrette ad esporsi agli interrogativi che venivano ancora una volta dalle vite concrete" (Melandri, archiviodilea.wordpress.com). Tra i testi prodotti dalle corsiste, il più noto è ''I pensieri vagabondi di Amalia'', di Amalia Molinelli, che ricostruisce una biografia femminile attraverso il fascismo, la Resistenza, l'emigrazione a Milano e il lavoro domestico, confrontando la propria esperienza con i testi letti durante il corso.
Il nodo del rapporto tra docenti femministe e corsiste è uno dei più ricchi e problematici dell'intera esperienza. Le femministe che insegnano portano nei corsi le teorie elaborate nei collettivi; le casalinghe e le operaie portano le loro biografie. L'incontro è trasformativo per entrambe, ma non privo di tensioni: le aspettative sono diverse, il rapporto con la scrittura è asimmetrico, e il sindacato guarda spesso con diffidenza a classi formate da sole casalinghe, faticando a riconoscerne la legittimità nell'ambito di uno strumento pensato per i lavoratori (Lussana, 2012).
Il rapporto con il sindacato è infatti tutt'altro che lineare. Come emerge dall'incontro nazionale di Firenze del febbraio 1978, i corsi delle donne devono continuamente negoziare tra la pratica femminista del partire da sé e le logiche di un'organizzazione che stenta a riconoscere la specificità femminile come terreno politico autonomo. Secondo Lussana, tuttavia, proprio questa tensione è produttiva: i corsi 150 ore delle donne costituiscono "il momento di incontro per eccellenza del pensiero femminista con la cultura e l'organizzazione dei lavoratori" e il veicolo attraverso cui il femminismo raggiunge donne che non avrebbero mai incrociato i collettivi separatisti, diventando per la prima volta pratica di massa (Lussana, 2012).
Un'acquisizione che Chiara Saraceno — che insegnò essa stessa in corsi di 150 ore a Trento — individua non tanto nei contenuti affrontati, quanto nella dimensione più elementare e più radicale: quella di legittimare le donne a prendere tempo per sé, sottraendosi alla casa e alla famiglia (cit. in Raimo, 2023).
=== Metodo e women studies popolari ===
I corsi integrarono elaborazione teorica e raccolta di storie individuali, sviluppando un metodo che partiva dai vissuti delle partecipanti. Si realizzò un incontro tra ricercatrici, accademiche e donne con diversi livelli di scolarizzazione, definito "women studies popolari".
Questo approccio mise in luce una questione diversa rispetto ai corsi per operai. Nei corsi maschili si affrontava la divisione tra lavoro manuale e intellettuale all'interno della classe. Nei corsi femminili emergeva che i saperi disciplinari erano costruiti su prospettive e linguaggi maschili, ponendo alle donne il problema dell'accesso a saperi pensati a partire da un soggetto diverso da loro.
=== Eredità istituzionale ===
Le 150 ore rappresentarono un punto di incontro tra femministe e donne che non avevano partecipato al movimento, portando il femminismo a operaie, casalinghe, impiegate (Lussana, 2012; Bracke, 2019).
Dall'esperienza dei corsi nacquero istituzioni autonome. Nel 1979 venne fondata a Roma l'Università delle donne "Virginia Woolf", a Milano la Libera Università delle Donne. Queste istituzioni proposero una ricerca che considerasse la dimensione di genere nelle discipline e nella relazione pedagogica (Lussana, 2012; Stelliferi, 2022).
La fase di massima espansione dei corsi per sole donne basati sull'autocoscienza si collocò tra il 1975 e i primi anni Ottanta. Questa forma specifica si trasformò o esaurì entro la metà degli anni Ottanta, mentre le istituzioni generate dall'esperienza continuarono la loro attività.
== 4.3 Case e librerie delle donne ==
La conquista di uno spazio fisico autonomo è, negli anni Settanta, una delle forme più concrete attraverso cui il separatismo femminista si traduce in realtà materiale.
A partire dalla seconda metà degli anni Settanta comparvero le prime Case delle donne, destinate a diventare uno dei simboli più duraturi del femminismo italiano. Questi spazi rispondono a molteplici esigenze: sedi di attività politica in cui convivono collettivi diversi, si organizzano assemblee e campagne, si producono e circolano materiali, si elabora teoria, ma anche attività culturali, luoghi in cui vengono offerti servizi concreti per donne in difficoltà, spazi di accoglienza.
La loro costituzione avviene secondo modalità differenti — l'occupazione diretta, la negoziazione con le amministrazioni locali, la fondazione cooperativa — e in ciascun caso il processo di conquista dello spazio è esso stesso un atto politico.
Il caso apripista per le case delle donne è Roma. Il 2 ottobre 1976 i movimenti femministi romani - il Movimento femminista di via Pompeo Magno, il collettivo di via Pomponazzi e alcune donne del Partito radicale - occupano Palazzo Nardini, un edificio quattrocentesco abbandonato da oltre un decennio in via del Governo Vecchio, dietro piazza Navona (Camilli, 2018). L'occupazione è non violenta e immediatamente simbolica: il palazzo era stato sede della Pretura, luogo istituzionale per eccellenza, ora sottratto e restituito alle donne.
Nei sette anni di occupazione vi trovano sede decine di realtà diverse - il consultorio self-help dell'MLD, un asilo nido aperto al quartiere, il collettivo contro la violenza alle donne, la redazione di ''Quotidiano Donna'', Radio Lilith, gruppi teatrali, di ricerca, lesbici. È alla Casa del Governo Vecchio che MLD, UDI e gruppi femministi elaborano il testo della legge di iniziativa popolare contro la violenza sessuale, e da lì parte nel novembre 1976 la fiaccolata ''Riprendiamoci la notte''. (Stelliferi, 2013).
A Milano il dibattito sullo spazio delle donne si intreccia con una questione teorica esplicita. Quando il collettivo di via Mancinelli discute della propria sede, emerge una distinzione netta tra "luogo delle donne" e "sede": quest'ultima viene considerata espressione di un modo di fare politica ancora maschile, legato all'istituzione più che alla relazione. Il luogo delle donne deve implicare l'affettività, lo stare insieme, la vita quotidiana oltre che la militanza (Calabrò-Grasso). Dopo lo scioglimento di via Mancinelli nel 1978, molte delle donne confluiscono in Col di Lana, che assumerà progressivamente le caratteristiche di casa delle donne in senso pieno. [da integrare con materiale su Col di Lana]
A Torino la Casa delle donne nasce nel marzo 1979 con l'occupazione dell'ex manicomio femminile di via Giulio, scelta deliberatamente simbolica, che trasforma un luogo storico di segregazione in spazio di liberazione. Dopo una trattativa con il Comune, le donne ottengono locali nel Palazzo dell'Antico Macello di Po in via Vanchiglia, dove la Casa ha sede ancora oggi.
A Mestre il percorso mostra come la conquista dello spazio passi talvolta attraverso la mediazione con le amministrazioni di sinistra. Nel novembre 1977 il Coordinamento femminista occupa villa Franchin nel parco di Carpenedo; lo sgombero arriva il 28 dicembre, ma il Comune, che aveva già istituito il primo referato alla Condizione femminile in Italia, avvia una trattativa che porterà all'apertura di un Centro donna in piazza Ferretto. L'esperienza veneziana mostra anche i rischi della dipendenza istituzionale: nel 1985 il cambio di giunta mette a rischio il carattere autonomo del Centro, aprendolo a gruppi non femministi e scatenando una reazione decisa delle donne che lo avevano costruito .
Le librerie delle donne appartengono allo stesso ecosistema di spazi politici, ma con una fisionomia propria. Non nascono per occupazione ma per fondazione cooperativa, e la loro funzione non è solo la circolazione dei testi ma la produzione di sapere e la costruzione di relazioni. La prima e più importante è la Libreria delle donne di Milano, fondata nel 1975 in via Dogana da un collettivo che include Luisa Muraro e Lia Cigarini, quest'ultima già attiva nel DEMAU, uno dei primi gruppi femministi italiani. Si ispira alla Librairie des Femmes di Parigi, ma a differenza di essa sceglie inizialmente di proporre solo opere di donne, per enfatizzare il sapere femminile. Fin dalla sua fondazione è luogo di elaborazione teorica oltre che spazio commerciale: organizza riunioni, discussioni politiche, proiezioni, e possiede un fondo di testi esauriti e introvabili. Negli anni '80, quando il movimento si frammenta, la Libreria diventa, secondo Calabrò, l'unico soggetto milanese ad "assumere il significato simbolico della continuità tra passato e presente", punto di riferimento riconosciuto collettivamente in un panorama altrimenti privo di leadership (Calabrò-Grasso]). È in questo spazio che si consolida il femminismo della differenza italiano, con la pubblicazione di ''Sottosopra'' (dal 1983) e ''Via Dogana'', e con l'elaborazione collettiva che confluirà in ''Non credere di avere dei diritti'' (1987).
Questi spazi — case occupate, centri negoziati, librerie cooperative — costituiscono nel loro insieme un'infrastruttura politica e culturale che il movimento costruisce autonomamente, al di fuori delle istituzioni e spesso in tensione con esse. Ciò che li accomuna è l'idea che lo spazio fisico non sia neutro: abitarlo, conquistarlo, dargli forma è già fare politica.
== 4.4 Editoria femminista ==
Negli anni Settanta l'editoria femminista italiana si afferma come dimensione costitutiva dell'azione politica. Produrre testi, riviste, opuscoli e libri non è un'attività separata dalla militanza: la scrittura e la circolazione dei materiali sono il modo in cui il movimento elabora pratiche, costruisce linguaggi comuni e rende visibile ciò che era rimasto confinato nella sfera privata - sessualità, maternità, lavoro domestico, violenza. Questa produzione si caratterizza fin dall'inizio per il rifiuto dei circuiti editoriali tradizionali, percepiti come parte delle stesse strutture di potere che il movimento contesta.
Le prime esperienze sono autogestite e sperimentali, fondate sul lavoro volontario: manifesti, ciclostilati, opuscoli prodotti dai collettivi e diffusi attraverso reti informali. La prima casa editrice femminista in senso proprio, Scritti di Rivolta Femminile, nasce a Roma nel 1970, fondata da Carla Accardi e Carla Lonzi, tra le fondatrici del collettivo Rivolta Femminile. La collana dei "Libretti verdi" si distingue per la sobrietà grafica e la radicalità teorica: Lonzi rifiuta consapevolmente recensioni, promozione e mediazioni commerciali, ritenendo che snaturino le istanze femministe. Il suo ''Sputiamo su Hegel'' (1974) diventerà uno dei testi fondativi del femminismo della differenza, con circolazione internazionale.
Nel 1972 nascono A Roma Edizioni delle donne, affini all'esperienza francese di Éditions des femmes, con un catalogo che include testi teorici e traduzioni di autrici allora poco note in Italia come Kristeva, Wittig e Duras. Nello stesso anno a Milano il gruppo Anabasi pubblica la prima antologia del femminismo internazionale, ''Donne è bello.''
Nel 1975 nasce a Milano La Tartaruga, fondata da Laura Lepetit, destinata a diventare una delle realtà più durature dell'editoria femminista italiana.
Sul versante periodico, la proliferazione è straordinaria e riflette la pluralità interna al movimento. Tra le esperienze di maggiore rilievo e durata: ''Effe'' (1973-1982), primo mensile femminista di attualità e cultura a diffusione nazionale, nato a Roma con la collaborazione di giornaliste, studiose e scrittrici; ''Sottosopra'' (Milano, 1973), rivista di movimento che diventerà uno dei luoghi teorici centrali del femminismo della differenza; ''DWF – Donna Woman Femme'' (Roma, 1975), trimestrale attento alla ricerca storica e alla traduzione di testi internazionali. Accanto a queste, decine di testate di breve durata legate ai collettivi locali documentano orientamenti differenti, dal marxismo femminista al lesbismo, dalla riflessione sulla differenza sessuale alle lotte per il salario al lavoro domestico.
L'insieme di queste esperienze - case editrici, riviste - costituisce un'infrastruttura culturale autonoma che il movimento costruisce parallelamente alle strutture istituzionali e spesso in opposizione ad esse. È in questo spazio che si elabora non solo la teoria femminista, ma anche la sua forma: una forma che rifiuta la neutralità del sapere accademico e rivendica la soggettività come punto di partenza epistemologico.
All’inizio degli anni Settanta la crescita dei collettivi femministi è accompagnata da una rapida espansione della stampa militante. Accanto ai bollettini e alle riviste prodotti dai gruppi del movimento, continua tuttavia a esistere una stampa femminile legata alle organizzazioni politiche della sinistra o alle culture marxiste rivoluzionarie. I diversi circuiti editoriali riflettono la pluralità dei contesti politici nei quali si sviluppa il femminismo italiano.
== 4.5 Arte e cinema ==
La produzione culturale femminista non si limitò alla scrittura, ma investì anche i linguaggi artistici e audiovisivi. Teatro, arti visive e cinema divennero strumenti di sperimentazione politica e di critica della rappresentazione tradizionale del corpo e dell’identità femminile.
Attraverso questi linguaggi il femminismo mise in discussione non solo i contenuti della cultura dominante, ma anche le forme stesse della rappresentazione, esplorando nuove modalità espressive capaci di rendere visibile un punto di vista femminile fino ad allora marginalizzato.
== Note ==
<references/>
== Bibliografia ==
* {{Cita libro|autore=Anastasia Barone|titolo=«Facevamo un consultorio, ma era un progetto politico».
I consultori a Roma prima e dopo la legge 405/1975|anno=2023|editore=Viella|città=Roma|pp=119-148|ISBN=9791254692349|opera=Anni di rivolta. Nuovi sguardi sui femminismi degli anni Settanta e Ottanta|curatore=Paola Stelliferi, Stefania Voli|cid=Barone}}
* {{Cita pubblicazione|autore=Alfero Boschiero, Nadia Olivieri|anno=2022|titolo=Il corpo mi corrisponde|rivista=Venetica|numero=1}}
* {{Cita pubblicazione|autore=Vicky Franzinetti|anno=1987|titolo=In senso dell'autogestione|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=181-187|cid=Franzinetti}}
* {{Cita libro|autore=Fiamma Lussana|titolo=Le donne e la modernizzazione: il neofemminismo degli anni settanta|anno=1997|editore=Einaudi|città=Torino|pp=471-565|ISBN=88-06-13571-6|opera=Storia dell'Italia repubblicana, vol.III, t.2|cid=Lussana 1997}}
* {{Cita libro|autore=Luciana Percovich|titolo=La coscienza nel corpo. Donne, salute e medicina negli anni Settanta|anno=2005|editore=Franco Angeli|città=Milano|cid=Percovich}}
* {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1984|titolo=Il movimento delle donne, la salute, la scienza. L'esperienza di Simonetta Tosi|rivista=Memoria|numero=11-12|cid=Tozzi 1984}}
* {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1987|titolo=Molecolare, creativa, materiale:
la vicenda dei gruppi per la salute|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=153-180|cid=Tozzi 1987A}}
* {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1987|titolo=Alla radice del "self-help". Gruppo femminista per la salute della donna
(G.F.S.D.)|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=202-205|cid=Tozzi 2}}<br />
= Introduzione dell'introduzione =
= Introduzione al percorso =
Studiare il femminismo italiano degli anni Settanta significa confrontarsi con un oggetto storico che non è né univoco né pacificato sul piano interpretativo. Il termine “femminismo” designa esperienze, pratiche e teorie che sono state definite in modi diversi a seconda degli approcci disciplinari e delle prospettive adottate.
Nella ricerca internazionale, il femminismo è stato interpretato come movimento sociale, come teoria politica della differenza o dell’uguaglianza, come pratica di trasformazione culturale, come discorso critico sulla modernità. Anche la sua periodizzazione è oggetto di dibattito: il modello delle “ondate”, largamente diffuso in ambito anglosassone, non si applica automaticamente ai diversi contesti nazionali. Analogamente, la geografia del fenomeno non è neutra: le narrazioni centrate sull’esperienza statunitense o britannica non esauriscono la pluralità delle traiettorie europee e transnazionali.
Il caso italiano si colloca all’interno di questo quadro problematico. Nel dibattito storiografico nazionale, la distinzione tra “emancipazionismo” e “femminismo” ha mostrato come le categorie interpretative influenzino la lettura dei processi storici. La stessa definizione di “neofemminismo” per gli anni Settanta è una scelta descrittiva che implica una certa periodizzazione e una certa idea di cesura rispetto al passato.
Il presente volume non assume il femminismo come un fenomeno unitario, ma come un campo articolato di pratiche, soggetti e conflitti. L’analisi si sviluppa attraverso genealogie, pratiche, pluralità interne, spazi di produzione culturale, trasformazioni di fine decennio e interpretazioni storiografiche.
= Il percorso del volume =
Questo volume è dedicato al femminismo italiano degli anni Settanta e primi anni Ottanta. Non intende proporre una cronaca lineare degli eventi né una narrazione unitaria del movimento, ma una ricostruzione articolata che tenga insieme dimensione storica, pratiche, pluralità interna e riflessione storiografica.
Il percorso si sviluppa lungo sei assi principali.
1. Genealogie. La prima sezione colloca il neofemminismo nel contesto storico in cui prende forma. Verranno affrontati:
* il rapporto con il miracolo economico e le trasformazioni sociali degli anni Sessanta;
* il confronto con il movimento del ’68;
* l’eredità del femminismo storico e dell’associazionismo femminile del secondo dopoguerra;
* le connessioni transnazionali.
Obiettivo di questa parte non è individuare un’origine unica, ma mostrare la pluralità delle premesse culturali e politiche.
2. Pratiche. La seconda sezione analizza le pratiche fondative che caratterizzano il femminismo degli anni Settanta:
* separatismo;
* autocoscienza;
* politicizzazione dell’esperienza (“il personale è politico”);
* centralità del corpo, della sessualità e dell’autodeterminazione.
Questa parte assume le pratiche non come semplici modalità organizzative, ma come luoghi di produzione teorica e di ridefinizione del politico.
3. Pluralità dei femminismi. La terza sezione affronta la differenziazione interna del movimento:
* gruppi e correnti (DEMAU, Rivolta Femminile, MLD, Lotta femminista, femminismo romano, Nemesiache);
* orientamenti teorici differenti;
* rapporto con partiti, sindacati e sinistra extraparlamentare;
* tensione tra autonomia e doppia militanza.
Il nodo centrale è la pluralità strutturale del femminismo, non la sua presunta unità.
4. Spazi, infrastrutture, saperi. La quarta sezione analizza i luoghi materiali e simbolici attraverso cui il femminismo si organizza e produce sapere:
* consultori autogestiti e self-help;
* 150 ore delle donne;
* case delle donne;
* editoria femminista;
* pratiche artistiche e cinematografiche.
Qui il focus si sposta dalle organizzazioni alle infrastrutture e alle forme di produzione culturale.
5. Eredità. La quinta sezione affronta la trasformazione di fine decennio:
* la crisi della forma-movimento;
* il passaggio a nuove modalità di presenza pubblica;
* il rapporto con le politiche delle donne e le istituzioni.
Non si assume una narrazione declinista, ma si analizzano le trasformazioni.
6. Interpretazioni storiografiche. L’ultima sezione è dedicata alla riflessione sulle letture del neofemminismo:
* questioni di metodo;
* problemi di periodizzazione;
* differenze territoriali;
* rapporti con la sinistra;
* dimensione transnazionale;
* prospettive di ricerca.
In questa parte il movimento non è solo oggetto storico, ma oggetto di interpretazione.
= I nodi trasversali =
Lungo tutto il volume attraversano l’analisi alcuni problemi ricorrenti:
* pluralità vs unità;
* autonomia vs rappresentanza;
* soggettività vs istituzionalizzazione;
* locale vs nazionale;
* memoria vs storia.
= In sintesi =
Il volume non propone:
* una storia celebrativa,
* né una cronologia lineare,
* né una teoria unificante.
Propone una ricostruzione che intreccia:
* pratiche,
* conflitti,
* luoghi,
* linguaggi,
* interpretazioni.
== Testi di riferimento ==
La bibliografia proposta agli studenti riflette la pluralità degli approcci con cui il femminismo degli anni Settanta è stato studiato.
* Il volume curato da Teresa Bertilotti e Anna Scattigno colloca il femminismo dentro una prospettiva di storia culturale e storiografia delle donne, con attenzione alla memoria, alle generazioni e alla pluralità delle esperienze.
* Elisa Bellè, in ''L’altra rivoluzione'', adotta una prospettiva relazionale e multi-scalare, mostrando come il movimento si costruisca attraverso pratiche situate e reti tra locale e nazionale.
* Maud Anne Bracke, in ''La nuova politica delle donne'', interpreta il femminismo come parte della trasformazione complessiva della politica italiana, analizzando il rapporto tra movimento, istituzioni e ridefinizione del politico.
* Fiamma Lussana propone una ricostruzione storico-politica attenta alle genealogie, ai conflitti interni e alla pluralità delle correnti.
* Il lavoro di Calabrò e Grasso si colloca nell’ambito della sociologia dei movimenti sociali, privilegiando l’analisi delle forme organizzative e delle trasformazioni del movimento.
La compresenza di questi testi evidenzia la varietà delle lenti interpretative attraverso cui lo stesso fenomeno può essere osservato.
== Introduzione ==
Il femminismo degli anni Settanta costituisce uno dei passaggi più incisivi della storia politica e culturale dell’Italia contemporanea. Tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta, una fitta rete di collettivi e gruppi diffusi sull’intero territorio nazionale mise in discussione i ruoli di genere, le relazioni tra i sessi e le stesse categorie attraverso cui venivano definiti la politica, i linguaggi, le forme del sapere e le soggettività.
La novità del neofemminismo non risiede unicamente nelle rivendicazioni avanzate, ma nelle pratiche attraverso cui esse furono elaborate: l’autocoscienza, la politicizzazione dell’esperienza personale, la centralità del corpo e della sessualità come luoghi di produzione di sapere e di conflitto. L’esperienza femminile non venne più subordinata a cornici interpretative esterne - di partito, di classe o di tradizione ideologica - ma assunta come punto di partenza per una rielaborazione teorica autonoma, capace di ridefinire il confine tra privato e pubblico, vita e politica, e di interrogare i nessi tra potere, sapere e corporeità.
Il femminismo di questo periodo si presenta come un insieme articolato di esperienze differenziate, radicate in contesti territoriali, culturali e politici diversi, con orientamenti teorici e strategie non omogenei. Tale pluralità - visibile nel diverso rapporto con la sinistra, i movimenti e le istituzioni, nell’alternativa tra separatismo e doppia militanza, nelle letture della subordinazione femminile in termini di classe o di differenza sessuale, nelle modalità di intervento pubblico - costituisce un tratto strutturale del movimento. La storiografia ha posto questo nodo al centro della riflessione, interrogandosi sull’uso dei termini “femminismo” e “femminismi”: se il singolare consente di cogliere la forza storica di un processo collettivo accomunato dalla critica alle gerarchie di genere, il plurale rende conto della molteplicità delle culture politiche e dei linguaggi che lo attraversarono (Guerra 2005).
La trasformazione che si produce alla fine del decennio non coincide con una cesura netta. Piuttosto, la crisi della forma-movimento apre una fase di riorganizzazione e ridefinizione: negli anni ottanta molte pratiche e molte elaborazioni proseguono in forme differenti, attraverso luoghi culturali, reti associative e iniziative di produzione che consolidano un femminismo meno centrato sulla mobilitazione di massa, ma capace di incidere in modo duraturo nel tessuto sociale (Guerra 2005). La categoria di “eredità” permette di leggere questo passaggio senza ridurlo a una narrazione di declino.
Questo volume adotta una prospettiva che intreccia ricostruzione storica e riflessione storiografica, assumendo come oggetto non soltanto gli eventi e le organizzazioni, ma le pratiche, i linguaggi e i luoghi di produzione del sapere femminista.
Dopo una sezione dedicata alle genealogie - il rapporto con il ’68, con la tradizione emancipazionista e con le reti transnazionali - il percorso analizza le pratiche fondative, la pluralità delle esperienze, i rapporti con movimenti, partiti e istituzioni, nonché gli spazi materiali e simbolici attraverso cui il femminismo costruì nuove forme di socialità e di cultura. Una parte conclusiva è dedicata alle trasformazioni degli anni ottanta e alle principali interpretazioni storiografiche del neofemminismo, affrontando le questioni di periodizzazione, di metodo e di memoria che ancora attraversano il dibattito.
Il volume assume le pratiche, i luoghi e i linguaggi come chiavi di lettura attraverso cui osservare l’intreccio tra dimensione politica, sociale e culturale del femminismo italiano degli anni Settanta, un'intersezione nella quale maggiormente si coglie la portata trasformativa del movimento.
Introduzione Parte II
Il femminismo degli anni Settanta si caratterizza per la centralità attribuita alle pratiche - come il separatismo e l’autocoscienza – che non rappresentano semplicemente forme organizzative, ma luoghi di elaborazione politica e di produzione di sapere.
La condivisione delle esperienze individuali consente di mettere in discussione l’apparente naturalità dei ruoli di genere e di individuare i meccanismi sociali e culturali che regolano i rapporti tra uomini e donne. In questo senso, le pratiche non si limitano a descrivere la realtà, ma contribuiscono a ridefinirla; la politica non è intesa soltanto come intervento nello spazio pubblico, ma come processo che prende avvio dall’esperienza vissuta e dalle relazioni tra donne.
All’interno di questo processo si afferma il principio secondo cui “il personale è politico”, che consente di collegare le esperienze quotidiane alle strutture sociali più ampie. Attraverso questa prospettiva, ambiti tradizionalmente considerati privati – come la sessualità, la maternità e la vita familiare – diventano oggetto di analisi e intervento politico.
È in questo quadro che il corpo emerge come un nodo centrale della riflessione femminista. Non si tratta di un ambito già definito, ma di un terreno che prende forma progressivamente attraverso le pratiche del movimento. Le esperienze legate alla sessualità, alla riproduzione e alla salute vengono condivise, confrontate e reinterpretate, dando luogo a una nuova consapevolezza che mette in discussione i modelli culturali dominanti; elaborazione teorica e sperimentazione pratica non costituiscono ambiti separati, ma dimensioni intrecciate di un medesimo percorso di politicizzazione.
Le pratiche del movimento non furono adottate in modo uniforme né assunsero significati univoci, ma costituirono un repertorio condiviso, rielaborato in forme differenti nei diversi contesti. Tale pluralità rinvia alla coesistenza di differenti modi di intendere la liberazione delle donne e al rifiuto di modelli organizzativi gerarchici e di una definizione univoca delle priorità. Tuttavia, essa condivise alcuni elementi fondamentali: la messa in discussione della distinzione tra sfera privata e sfera pubblica, la conseguente ridefinizione del politico e delle forme della soggettività femminile.
Le sezioni che seguono analizzano, da diverse prospettive, le principali pratiche e i nodi concettuali attraverso cui il femminismo degli anni Settanta ha ridefinito il rapporto tra esperienza, conoscenza e azione politica.
PARTE 3
"le radici del femminismo radicale italiano affondino al di fuori del contesto universitario, dei partiti e dei movimenti sociali, e si congiungano con l’azione di donne non più giovanissime alla fine degli anni Sessanta e senza pregresse, strutturate esperienze politiche." (tesi stelliferi)
32 Il primo collettivo neofemminista italiano, Demau (Demistificazione Autoritarismo; Demistificazione
[dell] autoritarismo), precede in realtà (1966) la rivolta studentesca e operaia della fine degli anni '60. - Strazzeri, p. 6
== Cronologia principale ==
=== 1965-1982 ===
{| class="wikitable sortable"
! Anno
! Gruppi che nascono
! Gruppi che si sciolgono
! Eventi
! Convegni / Incontri
! Manifestazioni
! Produzione culturale
|-
| 1965/66
| Demau
|
|
|
|
|
|-
| 1967
|
|
|
|
|
|
|-
| 1968
|
|
| Contestazione studentesca
|
|
|
|-
| 1969
| Cerchio spezzato (Trento);
MLD legato al Partito Radicale
|
| Autunno caldo
|
|
|
|-
| 1970
| Rivolta femminile
Anabasi
Le Nemesiache
|
|Approvazione della legge sul Divorzio (L. 898/1970)
|
|
|
|-
| 1971
| Lotta Femminista (PD)
|
|La Corte Costituzionale depenalizza la diffusione e l'uso degli anticoncezionali.
Approvazione della legge a tutela delle lavoratrici madri (L. 1204/1971 - diritto di astenersi dal lavoro 2 mesi prima, 3 dopo il parto) e della L.1044/1971 che introduce il piano quinquennale per l'istituzione di asili nido comunali con il concorso dello Stato
| Milano – Convegno presso l’Umanitaria
|
| Esce ''Quarto mondo'', pubblicata a Roma dal Fronte Italiano di Liberazione Femminile (FILF)
|-
| 1972
| Cherubini;
Lotta Femminista (MI)
|
|
| Bologna – Convegno di varie città;
Rouen – Convegno organizzato da Psychoanalyse et Politique;
Vandea – Convegno europeo organizzato dal MLF
|
| Nascono a Roma Edizioni delle donne; Anabasi pubblica l'antologia ''Donne è bello'' ; esce ''Compagna'', rivista di orientamento marxista. Nasce a Roma il Collettivo Femminista Comunista di Via Pomponazzi
|-
| 1973
| Collettivo San Gottardo; Gruppo Analisi; Gruppo Femminista per una medicina delle donne; Rivolta 3
| Demau
| Si forma il CISA; Processo a Gigliola Pierobon (Padova)
| Varigotti – incontro tra Cherubini, alcune donne del Veneto e le francesi di Psychanalyse et Politique
|
| Esce a Roma ''Effe'' , primo mensile femminista di attualità e cultura autogestito a diffusione nazionale; a Bologna ''La voce delle donne comuniste'' e ''Donna proletaria;'' a Milano ''MezzoCielo''
|-
| 1974
| Collettivo di via Albenga; Gruppo di Pratica dell’Inconscio; Mondadori; Ticinese
| Lotta Femminista
| Referendum abrogativo della legge sul divorzio
| 1° Convegno Nazionale a Pinarella di Cervia
|
| Esce ''Sputiamo su Hegel'' di Carla Lonzi; nasce l'editrice romana Dalla parte delle bambine; esce ''Sottosopra''
|-
| 1975
| Libreria delle donne di Milano
|
| Vengono istituiti i consultori familiari (L. 405/1975)
Blocco in Senato della proposta di legge sull’aborto
|
|
| Laura Lepetit fonda la casa editrice La Tartaruga; esce ''DWF – Donna Woman Femme''
|-
| 1975
| Corsi monografici 150 ore;
| Anabasi; Cherubini (trasferimento in Col di Lana); San Gottardo
| Elezioni amministrative
| Carloforte – Vacanze femministe; Milano – Convegno “Sessualità, maternità, procreazione, aborto”; Milano – Umanitaria “Donne e politica”; San Vincenzo (LI) – Pratica dell’inconscio; 2° Convegno nazionale a Pinarella di Cervia
| Roma – Manifestazione nazionale del 6 dicembre
|
|-
| 1976
| Corso 150 ore Affori; Gruppo Donne e Immagine; Gruppo Donne via dell’Orso; Gruppo donne Palazzo di Giustizia; Gruppo n.4 Col di Lana
| Gruppo Analisi; Gruppo di Pratica dell’Inconscio; Gruppo Femminista per una medicina delle donne; Rivolta 3
| Elezioni politiche; Formazione della Consulta femminista; Legge nazionale sui consultori
| Milano – Convegno “Donne e lavoro”; Paestum – 3° e ultimo convegno nazionale
| Milano – Entrata “dimostrativa” nel Duomo (gennaio)
| Nasce a Roma la rivista ''Limenetimena;'' esce ''Differenze'', rivista dei Collettivi femministi romani
|-
| 1977
| Collettivo della Borletti; Gruppo donne via Lanzone; Gruppo Scrittura
|
| Approvazione legge sulla Parità di Lavoro (L. 903/1977)
Movimento del 1977
| Milano – Convegno sulla violenza (Sala Provincia)
|
| Nasce la Libreria delle donne di Bologna Librellula
|-
| 1978
| Gruppo Madri del Leoncavallo; Gruppo Scrittura 1; Gruppo Scrittura 2; Gruppo Scrittura 3
|
| Approvazione legge sull'aborto (194/1978)
Rapimento Moro
|
|
| Esce ''Quotidiano donna,'' settimanale di politica, attualità e cultura ; apre a Cagliari la Libreria gestita dalla coperativa La tarantola
|-
| 1979
| 150 ore sul Cinema; Redazione di Grattacielo; Redazione milanese di Quotidiano Donne
| Collettivo Mondadori; Coordinamento via dell’Orso; Gruppo Donne e Immagine; Mancinelli
| “Caso 7 aprile”
| Milano – Umanitaria, proposta di legge contro la violenza sessuale
|
| Apre a Firenze la Libreria delle donne
|-
| 1980
| Centro Donne Ticinese; Collettivo studentesse liceo Berchet; Collettivo studentesse Università Statale; Cooperativa Gervasia Broxson; Gruppo di psicologia e attività creative; Gruppo Eos; Ristorante Cicip-Ciciap; Ticinese (nuovo)
| Col di Lana; Collettivo Borletti
|
|
| Milano – Manifestazione contro abrogazione legge aborto
|
|-
| 1981
| Gruppo Phoenix
| Grattacielo; Gruppo donne Palazzo di Giustizia
| Referendum abrogativo legge aborto
| Firenze – 2° Convegno contro il referendum; Milano – 1° Convegno contro il referendum 194; Roma – Convegno nazionale donne lesbiche; Torino – Convegno internazionale donne lesbiche
|
|
|-
| 1982
|
| Gruppo n.4; Redazione milanese di Quotidiano Donna
|
|
|
|
|}
37q6616ukb3eukmmb0pbwj4agvelxk2
499704
499703
2026-07-04T08:59:03Z
LorManLor
24993
499704
wikitext
text/x-wiki
'''3. Pluralità dei femminismi'''
3.1 Formazione (1965–1973)
3.2 Espansione e confronto pubblico (1974–1976)
3.3 Ridefinizioni (1977–1980)
'''4. Spazi, infrastrutture, saperi'''
4.1 Consultori autogestiti e self-help
4.2 Le 150 ore delle donne
4.3 Case delle donne
4.4 Editoria femminista
4.5 Arte e cinema
'''5. Trasformazioni tra anni Settanta e Ottanta'''
5.1 Nuove configurazioni
5.2 Femminismo e politiche delle donne
'''6. Interpretazioni storiografiche'''
6.1 Questioni di metodo. Memoria e storia
6.2 Periodizzazioni
6.3 Questione territoriale
6.4 "Doppia militanza" e rapporti con la sinistra
extraparlamentare
6.5 Dimensione transnazionale
6.6 Questioni aperte, prospettive di ricerca
'''Appendici'''
Cronologia essenziale
Glossario
Documenti fondamentali (estratti)
Bibliografia
Sitografia e archivi digitali
== Cap. 3 - Pluralità dei femminismi ==
Il cap. 3 dovrebbe parlare di come il femminismo si rapporta al suo interno e ''in relazione ad altri soggetti politici'' ''(sin ex)''
Il cap. 5 (riforme, processi per stupro) di come il femminismo interagisce con le ''istituzioni'' — leggi, parlamento, tribunali.
Ma il femminismo italiano si definisce ''sempre'' in relazione a qualcosa di esterno — la sinistra, le istituzioni, il diritto, i movimenti. Non esiste un "interno puro" del movimento separabile da questi rapporti. Quindi qualsiasi architettura che provi a separare "i gruppi" da "i rapporti esterni" produrrà sempre sovrapposizioni.
Soluzione: logica diacronica + attenzione alle dinamiche
Tra la seconda metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta in diverse città italiane iniziano a formarsi i primi gruppi femministi autonomi. Tali esperienze non derivano da un unico centro organizzativo né da un’elaborazione teorica condivisa: emergono in contesti differenti e a partire da percorsi politici e sociali eterogenei. Collettivi universitari, gruppi nati all’interno della nuova sinistra ed esperienze sviluppate in ambienti intellettuali e culturali contribuiscono alla costruzione di una rete di relazioni informali, caratterizzata da forte autonomia locale e da modalità di coordinamento intermittenti.
La storiografia ha progressivamente adottato la categoria di “femminismi” per descrivere questa configurazione originaria del movimento, già attraversata da differenze significative nei linguaggi politici, nelle pratiche e nelle forme di organizzazione (Rossi-Doria 2005; Lussana 2012; Stelliferi 2015). Fin dalle origini, quindi, il movimento assume una struttura reticolare, composta da collettivi autonomi, gruppi di autocoscienza e reti informali di scambio, senza un’organizzazione centrale né piattaforme politiche unitarie.
Tali differenze si articolano lungo diversi piani: un primo ambito riguarda le modalità attraverso cui viene elaborata la soggettività femminile come terreno di esperienza politica. In alcuni gruppi l’autocoscienza costituisce lo strumento principale di analisi delle relazioni tra donne e della costruzione di un sapere politico fondato sull’esperienza condivisa; in altri contesti la riflessione si sviluppa attraverso pratiche espressive e simboliche che rielaborano in forme diverse il rapporto tra identità femminile, corpo e linguaggio.
Un altro piano riguarda il rapporto tra elaborazione teorica e intervento sociale. Alcuni collettivi privilegiano la riflessione sui linguaggi e sulle relazioni tra i sessi; altri sviluppano iniziative orientate all’intervento pubblico. A questi elementi si aggiungono le diverse modalità di relazione con i movimenti politici e con le istituzioni. Le provenienze dalla nuova sinistra, dal radicalismo dei diritti civili o da esperienze associative precedenti producono configurazioni differenti del rapporto con partiti, sindacati e organizzazioni politiche, anticipando alcune delle tensioni che emergeranno con maggiore evidenza nella seconda metà del decennio.
INTRO
Le pratiche che caratterizzano la fase fondativa del neofemminismo - autocoscienza, separatismo, politicizzazione dell’esperienza e centralità del corpo - costituiscono un terreno condiviso tra i gruppi e collettivi sorti nei primi anni Settanta. All’interno di tale quadro comune emergono tuttavia, fin dall’inizio, elaborazioni teoriche e orientamenti politici differenziati, che danno luogo a una pluralità di esperienze e di linguaggi
Il femminismo italiano degli anni Settanta si presenta alla ricerca storica come un oggetto per sua natura plurale. La storiografia ha progressivamente adottato la categoria di “femminismi” per descrivere la compresenza di pratiche e orientamenti politici differenziati, riconoscendo nella molteplicità di gruppi, pratiche e orientamenti teorici una caratteristica costitutiva del movimento. (Guerra, 2005; Bellè, 2021; Stelliferi e Voli, 2023). Parlare di "femminismi" al plurale significa riconoscere che il campo femminista italiano non ha mai avuto un centro, una linea ufficiale, né portavoce riconosciute.
Tale pluralità riguarda sia le impostazioni teoriche - ad esempio il rapporto tra emancipazione e differenza sessuale, tra sesso e classe, tra autonomia e mediazione politica - sia le forme organizzative e gli ambiti di intervento privilegiati dai diversi gruppi. La differenziazione interna del movimento si manifesta lungo vari assi: le culture politiche di provenienza, la collocazione territoriale, le generazioni coinvolte, le modalità di relazione con i movimenti sociali e con le istituzioni. Ne emerge un panorama composito, nel quale coesistono orientamenti separatisti e pratiche di doppia militanza, esperienze concentrate sull’elaborazione teorica e percorsi maggiormente orientati all’intervento sociale e sindacale.
> le vicende entrano come esempi trasversali a queste linee, non come scansione cronologica.
Quattro linee di differenza "interne": i
# Autocoscienza/pratica dell'inconscio (elaborazione interna) vs. pratica/intervento nel sociale
# Autonomia radicale vs. interlocuzione istituzionale (Milano vs. Roma — come asse che incrocia le prime due - Lussana)
# doppia militanza e rapporto con la sinistra
# Femministe storiche vs. nuove, conflitto generazionale e allargamento del movimento
Problema: quale contesto politico è davvero rilevante per capire l'evoluzione del femminismo? Non tutto il contesto politico italiano, ma solo quello che incide direttamente sul movimento: le leggi che lo riguardano, i movimenti con cui interagisce, il clima che restringe o allarga gli spazi di azione.
=== 3.1.1 Prime esperienze e contesti di formazione ===
==== Genealogie teoriche e politiche ====
La formazione del neofemminismo italiano si colloca nella seconda metà degli anni Sessanta e precede l’esplosione del movimento del 1968. Le sue prime elaborazioni emergono in ambienti intellettuali e politico-culturali segnati dal confronto con il marxismo critico, l’antiumanismo teorico, l’analisi dell’autoritarismo e la ricezione della Scuola di Francoforte. In questo contesto si sviluppa una riflessione che mette in discussione la neutralità della politica e individua nella differenza sessuale un dispositivo strutturale di subordinazione.
L'esperienza più precoce e significative di questa fase iniziale è rappresentata dal gruppo DEMAU (Demistificazione Autoritarismo), fondato a Milano nel 1965-1966. DEMAU sviluppa una riflessione critica sui rapporti di autorità nella società e nella famiglia e sui paradigmi emancipazionisti dell’UDI e della sinistra storica, individuando nella sessualità uno dei luoghi centrali della subordinazione femminile. Pur rimanendo un’esperienza numericamente limitata - il gruppo si ridimensiona nel 1968, quando parte delle aderenti confluisce nella nuova sinistra, nella convinzione che la trasformazione complessiva dei rapporti sociali avrebbe comportato anche una ridefinizione dei ruoli di genere - DEMAU anticipa temi che diventeranno centrali nel neofemminismo degli anni successivi.
Sul finire degli anni sessanta, in contesto universitario, si sviluppa il collettivo femminista Cerchio spezzato di Trento. Nato nell’ambiente del movimento studentesco, il gruppo rappresenta uno dei primi tentativi di affrontare la condizione femminile all’interno delle trasformazioni politiche e culturali del Sessantotto, mostrando come la nascita del femminismo italiano non sia circoscritta ai grandi centri urbani.
==== La nuova sinistra e la doppia militanza ====
Il passaggio attraverso le organizzazioni della nuova sinistra costituisce un ulteriore momento formativo. Molte donne provenienti da esperienze come Lotta Continua, Potere Operaio o Avanguardia Operaia sperimentano una partecipazione intensa ma marginalizzata nei ruoli decisionali. La difficoltà di tematizzare sessualità, maternità e divisione sessuale del lavoro all’interno di tali organizzazioni produce una frattura tra appartenenza politica e riconoscimento della specificità dell’oppressione femminile, favorendo la successiva costituzione di spazi autonomi di elaborazione (Calabrò e Grasso, 1985)
La rottura non avviene in forma immediata né univoca. La doppia militanza - nei gruppi extraparlamentari e nei collettivi femministi - rimane per alcuni anni una pratica diffusa.
=== 3.1.2 Nascita dei primi gruppi (1970-1973) ===
Tra il 1970 e il 1971 emergono quasi simultaneamente diverse esperienze, destinate ad avere maggiore visibilità nel panorama del movimento.
A Roma viene diffuso a Roma il Manifesto di Rivolta femminile, testo fondativo del gruppo animato da Carla Lonzi, che afferma la rottura con la politica tradizionale e con l’emancipazionismo, ponendo le donne come soggetto autonomo di trasformazione e rifiutando ogni interlocuzione istituzionale.
Nello stesso anno nasce il Movimento di Liberazione della Donna (MLD), federato al Partito Radicale, che individua nel terreno dei diritti civili e delle riforme legislative uno spazio privilegiato di azione. Informazione contraccettiva, legalizzazione dell’aborto e accesso ai servizi sanitari configurano un orientamento volto a incidere sul quadro normativo attraverso mobilitazione e pressione politica.
Tra il 1970 e il 1973 si moltiplicano collettivi territoriali con configurazioni diverse. A Milano il Collettivo di via Cherubini assume un ruolo centrale, praticando l’autocoscienza come forma primaria di elaborazione politica. A Padova nasce Lotta Femminista, animata da Mariarosa Dalla Costa, che elabora la teoria del salario al lavoro domestico e si estende a Milano, Bologna e altre città. A Roma si sviluppano collettivi di quartiere maggiormente orientati all’intervento sociale.
+ Nemesiache.
Queste esperienze non costituiscono una sequenza evolutiva, ma definiscono fin dall’origine un campo plurale, attraversato da una pluralità di elaborazioni: materialista, separatista, psicoanalitica, riformatrice.
=== 3.1.3 Collegamenti nazionali ===
Tra il 1970 e il 1973 si moltiplicano collettivi territoriali con caratteristiche eterogenee. L’autocoscienza si diffonde come pratica primaria di elaborazione politica, mentre le appartenenze restano mobili e i confini tra gruppi permeabili. Il movimento assume una configurazione reticolare, priva di un centro direttivo nazionale.
La crescita dei collettivi femministi si accompagna alla nascita di una prima produzione editoriale militante. Bollettini ciclostilati e riviste autoprodotte mettono in circolo esperienze e riflessioni; alcuni testi, come l'antologia ''Donne è bello'' curata dal gruppo milanese Anabasi, favoriscono la diffusione di testi e documenti del femminismo internazionale.
Nel 1973 la pubblicazione di ''Sottosopra. Esperienze dei gruppi femministi in Italia'' segnala l’esigenza di costruire strumenti di circolazione e confronto tra collettivi autonomi. L’invito a gruppi non legati a organizzazioni politiche maschili testimonia la centralità dell’autonomia come criterio di appartenenza. Il tentativo di superare la dimensione dei piccoli gruppi non si traduce in una struttura unitaria, ma rafforza la consapevolezza di un campo in espansione e differenziato.
La stampa militante evidenzia tuttavia la presenza di traiettorie plurimi: gruppi orientati all’elaborazione teorica e simbolica della differenza sessuale; collettivi che sviluppano una critica marxista della divisione sessuale del lavoro; realtà maggiormente orientate all’intervento pubblico e alle campagne per i diritti civili. Esse rappresentano alcuni dei poli iniziali attorno ai quali si sviluppa una rete di collettivi autonomi, caratterizzata da confini mobili, appartenenze multiple e forme di coordinamento intermittenti.
=== 3.1.4 Aperture transnazionali e differenziazione teorica ===
Nel 1972 l’incontro con il femminismo francese nei convegni di La Tranche-sur-Mer e Vieux-Villez introduce ulteriori elementi di differenziazione. L’attenzione alla pratica psicoanalitica e al lesbismo come scelta necessaria proposti dal gruppo parigino Psych et Po.(Lussana, 2012) influenza alcuni gruppi italiani. Da questo confronto si formano a Milano i gruppi Analisi e, successivamente, Pratica dell’inconscio, animati da Lea Melandri, che tematizzano l’inconscio e il rapporto con la madre come luoghi di produzione del rapporto tra i sessi. In alcuni settori del movimento il lesbismo viene assunto come pratica politica e come rottura della dipendenza affettiva e simbolica dagli uomini; pur non divenendo posizione maggioritaria, contribuisce a ridefinire il significato del separatismo.
=== 3.1.5 Il processo Pierobon ===
Il dibattito sull'aborto esplode con particolare intensità dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 1971 sulla contraccezione e si fa concreto con il processo a Gigliola Pierobon, del collettivo Lotta Femminista, imputata nel giugno 1973 per un aborto commesso da minorenne: il caso diventa occasione di autodenunce pubbliche e di una prima grande mobilitazione femminista che amplia la visibilità nazionale del movimento.
Il processo segna un passaggio rilevante: la questione dell’autodeterminazione femminile entra nel conflitto pubblico e nel confronto diretto con l’ordinamento giuridico.
Tra il 1965 e il 1973 si consolida così un campo femminista caratterizzato da pluralità costitutiva, configurazione reticolare e differenziazione strategica. L’assenza di una direzione unitaria non costituisce un limite organizzativo, ma la forma specifica attraverso cui il neofemminismo italiano prende consistenza pubblica.
== 3.2 Espansione e confronto pubblico (1974-1976) ==
Il biennio 1974-1976 coincide con una fase di ampliamento territoriale e di maggiore visibilità pubblica del femminismo italiano. I collettivi si moltiplicano in numerose città, si intensificano i contatti tra gruppi e il movimento si confronta in modo più diretto con il sistema politico e con l’ordinamento giuridico.
L’espansione non comporta omogeneità. La crescita quantitativa si accompagna alla coesistenza di orientamenti differenti sulle forme dell’azione politica, sul rapporto con i partiti e con le organizzazioni della sinistra, sulle priorità tematiche e sulle modalità di intervento nello spazio pubblico.
La maggiore visibilità di alcune città, in particolare Milano, Roma e l’area veneta, non va interpretata come l’indicazione di una struttura gerarchica del movimento. Essa riflette la distribuzione delle fonti disponibili e l’attenzione che la storiografia ha dedicato ad alcuni ambienti militanti. Studi più recenti hanno mostrato come esperienze femministe fossero presenti anche in contesti urbani e territoriali meno documentati, mettendo in discussione una rappresentazione del movimento organizzata rigidamente intorno a pochi centri principali. La ricostruzione della geografia dei collettivi resta quindi un campo di ricerca ancora in evoluzione.
=== 3.2.1 Crescita del movimento e confronto tra pratiche politiche ===
La crescita del movimento in questi anni non è solo quantitativa. Nascono nuovi gruppi, si moltiplicano i collettivi di quartiere e nei luoghi di lavoro, si aprono i primi consultori autogestiti.
A Roma il Comitato per l'Aborto e la Contraccezione (CRAC) riunisce collettivi femministi, gruppi della nuova sinistra e donne dell'MLD in un organismo comune, che però mostra subito le tensioni tra linguaggi politici differenti. A Milano il Collettivo di Via Cherubini approfondisce la pratica dell'inconscio e si avvia verso la fondazione della Libreria delle donne, scegliendo la costruzione di luoghi e strumenti autonomi come forma di intervento politico alternativa alle manifestazioni di massa.
È anche il momento dei primi grandi convegni nazionali. Il primo momento di confronto su scala nazionale si realizza nel novembre 1974 con il convegno femminista a Pinarella di Cervia, promosso dal collettivo milanese di via Cherubini. All’incontro partecipano circa settecento donne provenienti da numerose città italiane, appartenenti a collettivi con orientamenti politici e pratiche diverse. Il convegno è dedicato alla discussione della pratica dell’autocoscienza e delle forme di organizzazione del movimento. Il confronto mette in luce la varietà delle esperienze presenti nel femminismo italiano e rende visibili differenze di orientamento tra gruppi impegnati prevalentemente nell’elaborazione teorica e collettivi più orientati all’intervento politico e sociale, alla cosiddetta “pratica del fare” .
Un secondo convegno a Pinarella nel 1975 riprende il confronto tra i gruppi e rende più esplicite alcune divergenze emerse nel movimento, senza risolverle. In particolare si confrontano posizioni che attribuiscono centralità alla pratica dell’inconscio e altre più direttamente orientate all’azione politica e sociale, in continuità con le mobilitazioni sull’aborto e con le campagne per i consultori. Il confronto non conduce alla definizione di una piattaforma comune, ma rende esplicite le differenze tra pratiche e linguaggi politici presenti nel movimento.
I convegni di Pinarella rappresentano così uno dei primi momenti in cui queste divergenze vengono discusse su scala nazionale, nel contesto di un movimento che, proprio negli stessi anni, sta ampliando la propria presenza nello spazio pubblico attraverso le campagne sull’aborto e la crescita dei collettivi femministi nelle principali città italiane.(Lussana, 2012).
=== 3.2.2 Il terreno dell’aborto e la prima mobilitazione nazionale ===
Dopo il caso Pierobon la questione dell’aborto assume una centralità crescente e attraverso le sue mobilitazioni il movimento femminista entra progressivamente nello spazio pubblico e politico. L’interruzione volontaria di gravidanza non viene tematizzata soltanto come rivendicazione giuridica, ma come nodo teorico che investe la sessualità, la maternità e il controllo del corpo femminile.
Nel corso del 1974 e del 1975 il dibattito si intensifica e costringe tutti i gruppi a prendere posizione, evidenziando i diversi punti di vista.
Per il Movimento di Liberazione della Donna (MLD) la legalizzazione dell’aborto costituisce una tappa necessaria nell’estensione dei diritti civili e dell’autodeterminazione individuale.
Il CRAC (Coordinamento Romano Aborto e Contraccezione), che riunisce il Movimento Femminista Romano di via Pompeo Magno, collettivi di quartiere, il Nucleo Femminista Medicina e militanti provenienti da Lotta Continua e Avanguardia Operaia, pone l’obiettivo dell’aborto libero, gratuito e assistito, legato ad politica di prevenzione fondata su consultori controllati dalle donne, da ottenere attraverso mobilitazione collettiva e pressione sulle istituzioni.
Per Rivolta Femminile e per gli altri gruppi che fanno dell’autocoscienza e dell’autoriflessione la propria pratica principale, come era accaduto per il divorzio, la legalizzazione dell’aborto non esaurisce il problema politico che esso porta con sé: l'aborto è una tragedia prodotta da una sessualità femminile colonizzata dall'uomo, e regolamentarlo giuridicamente rischia di perpetuare quella colonizzazione sotto forma di legalità.
Questa posizione viene espressa con chiarezza anche nel convegno milanese su ''Sessualità, procreazione, maternità, aborto'', tenuto al Circolo De Amicis nel febbraio 1975, dove si insiste sulla necessità di non isolare l’aborto dalla condizione complessiva delle donne e di non ridurlo a un singolo obiettivo di riforma. (Sottosopra rosso, 1975).
In un clima di mobilitazione crescente il 6 dicembre 1975 si svolge a Roma la prima grande manifestazione nazionale di sole donne, alla quale prendono parte collettivi autonomi, gruppi legati al salario al lavoro domestico, donne della sinistra extraparlamentare, il MLD e anche l’UDI. Ventimila donne scendono in piazza per chiedere l'aborto libero, gratuito e assistito.
La giornata è segnata anche da tensioni con militanti del servizio d’ordine di Lotta Continua, che tentano di inserirsi nel corteo con la forza, nonostante la richiesta di restare ai margini. Gli incidenti che seguono mettono a nudo l'incomunicabilità tra pratiche femministe e modelli di militanza maschile (Lussana 2012), ma segnalano anche una divisione interna: per una parte del movimento scendere in piazza è un atto politico necessario; per un'altra il femminismo delle piazze schiaccia le differenze femminili dietro uno slogan e non scalfisce l'oppressione originaria (Lussana, 2012).
=== 3.2.3 PCI, UDI e il problema dell’autonomia ===
La mobilitazione sull’aborto riapre il confronto tra il neofemminismo e le organizzazioni storiche del movimento delle donne, in particolare l’UDI.
Storicamente legata al PCI e collocata nell’area della sinistra istituzionale, l’UDI attraversa in questi anni una fase di ridefinizione interna. La pressione esercitata dal nuovo femminismo, soprattutto sui temi della sessualità, dell’autodeterminazione e del rapporto tra diritti e differenza, costringe l’organizzazione a confrontarsi con un lessico e con pratiche che non appartengono alla sua tradizione emancipazionista. Il referendum sul divorzio del 1974 e la mobilitazione sull’aborto accentuano questa tensione.
Da un lato, l’UDI condivide con i collettivi la battaglia per l’estensione dei diritti; dall’altro, mantiene una concezione della politica fondata sulla mediazione partitica e sull’intervento legislativo, in sintonia con la strategia del PCI nella fase del compromesso storico.
Per una parte delle femministe autonome, l’UDI rappresenta ancora una forma di subordinazione organizzativa alla cultura politica maschile; per altre, costituisce invece uno spazio attraversabile, capace di incidere concretamente sui processi legislativi e sulle politiche sociali. La presenza dell’UDI nella manifestazione del 6 dicembre 1975 e nei successivi passaggi parlamentari sull’aborto rende visibile questa ambivalenza: convergenza sui contenuti, divergenza sulle forme dell’agire politico.
In questo intreccio prende forma uno dei nodi destinati a segnare l’intero decennio: il rapporto tra movimento e rappresentanza, tra pratica dell’autonomia e traduzione istituzionale delle rivendicazioni.
=== 3.2.4 Autonomia femminista e rapporto con le istituzioni ===
Alla metà degli anni Settanta le esperienze femministe presenti nelle diverse città italiane si confrontano sempre più direttamente con il problema delle forme dell’azione politica e del rapporto con lo spazio pubblico e istituzionale. Dopo momenti di confronto nazionale tra collettivi e le mobilitazioni sull’aborto, il dibattito riguarda soprattutto le modalità attraverso cui le pratiche femministe possano intervenire nella società.
In alcuni contesti urbani i collettivi sviluppano forme di azione rivolte esplicitamente verso lo spazio pubblico.
Le campagne per la depenalizzazione dell’aborto rappresentano uno dei principali terreni di questo confronto. Nel corso del 1976 in alcuni contesti urbani si delineano con maggiore chiarezza alcune modalità differenti di intervento verso l’esterno.
A Roma, gruppi legati al movimento femminista romano e alle campagne radicali sui diritti civili partecipano a iniziative pubbliche sull’aborto e sulla contraccezione e intervengono nel dibattito politico e giuridico che accompagna la discussione sulla riforma della legislazione e con le politiche pubbliche relative alla salute e alla maternità. In questo contesto l’azione femminista assume spesso la forma di mobilitazioni pubbliche, assemblee e campagne rivolte all’opinione pubblica e alle istituzioni
In altri ambienti del movimento emergono invece posizioni più caute o critiche nei confronti di questo tipo di intervento. Nell’area milanese che si raccoglie attorno al collettivo di via Cherubini la riflessione femminista si concentra soprattutto sull’elaborazione teorica e sull’analisi delle relazioni tra donne. In questo contesto alcune militanti sottolineano il rischio che l’impegno nelle campagne politiche o nei processi istituzionali possa trasformare o ridurre la portata critica del movimento.
Posizioni differenti emergono anche in altri contesti del movimento, tra cui l’area torinese, dove l’eredità dei movimenti della nuova sinistra continua a influenzare il modo di concepire il rapporto tra femminismo e mobilitazione sociale.
Nel corso del 1976 queste diverse modalità di intendere l'azione politica femminista - intervento pubblico, elaborazione teorica e trasformazione delle relazioni tra donne - già emerse nel confronto tra gruppi negli anni precedenti, continuano a convivere all’interno del panorama dei collettivi, riflettendo la pluralità di esperienze e di orientamenti che caratterizza il femminismo italiano nella metà del decennio.
Togliere quest'ultima parte:
Calabrò e Grasso (1985) individuano in questo processo la chiave interpretativa della crisi del movimento femminista: quando il conflitto si sposta da obiettivi non negoziabili — la definizione dell'identità sessuale femminile — a obiettivi negoziabili — l'acquisizione di diritti regolamentati per legge — il movimento cambia avversario, ne accetta le regole del gioco e perde progressivamente la capacità di mobilitazione. Gran parte del femminismo non si riconosce nella nuova posta in gioco e non si mobilita.
All'interno del movimento, il 1976 è anche l'anno in cui le carte si rimescolano: nascono molti nuovi gruppi, fluidi e di breve durata, che mescolano elementi delle diverse tendenze senza approfondirne nessuna, mentre l'autocoscienza nei gruppi storici è ormai in esaurimento. L'ingresso di donne giovani produce tensioni generazionali tra nuove e femministe storiche che indeboliscono la trasmissione del patrimonio teorico. Il convegno di Paestum nel dicembre 1976, l'ultimo a carattere nazionale, registra queste fratture senza comporle. Parallelamente emergono i primi segnali di una trasformazione: i corsi delle 150 ore, che mettono in contatto femministe e donne di condizione diversa, anticipano le forme che il femminismo assumerà nel decennio successivo.
1976
Nel 1976 il movimento raggiunge la massima estensione territoriale. L’aumento dei collettivi e la diffusione di coordinamenti locali non producono tuttavia una maggiore omogeneità, ma accentuano la differenziazione interna, sia sul piano generazionale sia su quello teorico.
== 3.3 Trasformazioni del movimento (1977-1981) ==
Descrivere questi 3 passaggi:
* fine dei grandi momenti unitari (ma sono mai esistiti?)
* frammentazione dei collettivi
* spostamento verso pratiche diffuse
=== 3.3 Trasformazioni del movimento (1977–1981) ===
'''3.3.1 Il 1977 e la ridefinizione del campo dei movimenti'''
* rapporto con Autonomia
* differenze città
* crisi organizzazioni extraparlamentari
'''3.3.2 Differenziazione dei collettivi e nuove aree di intervento'''
* consultori
* salute
* centri donne
* cultura
* editoria
('''questo prepara il capitolo 4''')
'''3.3.3 Leggi, referendum e rapporti con le istituzioni'''
* legge parità 1977
* legge 194 1978
* referendum 1981
* pratiche contro obiezione
Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta il movimento femminista italiano attraversa una fase di trasformazione delle proprie forme organizzative e delle modalità di intervento pubblico. Dopo la forte espansione dei collettivi registrata tra il 1974 e il 1976, molte esperienze locali conoscono mutamenti significativi: alcuni gruppi si sciolgono, altri ridefiniscono le proprie attività, mentre emergono nuove iniziative legate a ambiti specifici come la salute delle donne, il lavoro e i servizi sociali.
In diverse città le iniziative femministe si concentrano sulla creazione di consultori e spazi di incontro tra donne, spesso in relazione con le mobilitazioni per l’aborto e con le politiche sanitarie. Accanto a queste si sviluppano esperienze di femminismo sindacale che portano all’interno delle organizzazioni del lavoro alcune delle questioni emerse nel movimento delle donne.
Questa fase di trasformazione è stata interpretata dalla storiografia in modi differenti. Uno schema interpretativo influente è quello proposto da Annarita Calabrò e Laura Grasso, che hanno individuato nella seconda metà del decennio il passaggio dal movimento femminista degli anni Settanta a una fase di «femminismo diffuso», caratterizzata da una presenza meno visibile ma più capillare nella società.
Alcune ricostruzioni hanno individuato nella seconda metà del decennio una cesura rispetto alla fase di maggiore visibilità del movimento, collocata tra il 1974 e il 1976. Altre hanno sottolineato la continuità di pratiche e iniziative femministe oltre quella stagione, evidenziando la necessità la necessità di leggere questo periodo non come una semplice fase di declino, ma come una trasformazione delle forme della mobilitazione e delle pratiche politiche delle donne.
Diversi fattori avrebbero contribuito a questo mutamento: la crisi delle organizzazioni della nuova sinistra, la radicalizzazione dello scontro politico che culmina nella stagione del terrorismo, l’ingresso di nuove generazioni di donne e l’emergere di ambiti di intervento più specifici. In questo contesto il femminismo si ridefinisce, dando luogo a una pluralità di percorsi che si sviluppano con ritmi differenti nelle diverse città e nei diversi contesti sociali.
=== 3.3.1 Il 1977 e la ridefinizione del campo dei movimenti ===
Il 1977 rappresenta uno snodo importante nella storia dei movimenti italiani. La crisi delle organizzazioni extraparlamentari, la radicalizzazione dello scontro politico e l’emergere di nuove soggettività giovanili modificano il contesto nel quale il femminismo si era sviluppato negli anni precedenti.
Il rapporto con il movimento del ’77 è oggetto di valutazioni differenti all’interno del femminismo. In alcuni contesti vi sono punti di contatto, soprattutto per quanto riguarda la critica della delega politica, la centralità della soggettività e la sperimentazione di nuovi linguaggi politici. In altri casi, invece, le pratiche e le forme dello scontro politico presenti nel movimento del '77 accentuano le distanze rispetto all'elaborazione femminista.(Crainz 2005; Stelliferi 2018b).
Le posizioni variano significativamente da città a città e da collettivo a collettivo. In alcuni casi il femminismo mantiene rapporti di interlocuzione con il movimento antagonista e con le organizzazioni della nuova sinistra; in altri contesti si rafforza la scelta di autonomia politica già emersa negli anni precedenti. Questa pluralità di situazioni riflette la struttura stessa del femminismo italiano, caratterizzato fin dalle origini da una forte dimensione locale e da una molteplicità di esperienze organizzative.
=== 3.3.2 Doppia militanza e conflitti generazionali ===
Il nodo della doppia militanza, presente fin dall’inizio del decennio, si accentua nella seconda metà degli anni Settanta. Il rapporto tra femminismo e sinistra extraparlamentare, già segnato da tensioni profonde, di cui il congresso di Rimini di Lotta Continua nel 1976 rappresenta un momento emblematico, non si risolve in un abbandono generalizzato.
Il nodo della doppia militanza, presente fin dall’inizio del decennio, si accentua nella seconda metà degli anni Settanta. Se una parte delle femministe aveva scelto la separazione come condizione necessaria per l’elaborazione politica, molte donne, in particolare tra le più giovani, continuano a mantenere legami con organizzazioni della sinistra extraparlamentare o con i partiti della sinistra storica. Questa pluralità di appartenenze produce tensioni nei collettivi. Le femministe “storiche” tendono talvolta a leggere la doppia militanza come una persistenza della cultura emancipazionista o come un limite all’autonomia; le nuove militanti vi vedono invece una possibilità di intervento su più piani. In diversi contesti tali divergenze contribuiscono alla crisi o allo scioglimento di gruppi consolidati.
Le differenze generazionali si intrecciano con divergenze strategiche e teoriche. L’ingresso di nuove donne, spesso meno legate all’esperienza dell’autocoscienza originaria, modifica il lessico e le priorità dell’azione, mentre la trasmissione del patrimonio teorico dei primi anni Settanta si fa più discontinua.
=== 3.3.3 Trasformazioni delle pratiche e nuovi ambiti di intervento ===
Nella seconda metà degli anni Settanta le pratiche femministe si articolano in ambiti sempre più differenziati. Accanto ai collettivi che continuano a privilegiare l'elaborazione teorica, si sviluppano nuove forme di intervento legate a specifici ambiti della vita sociale, spesso legati alla salute delle donne, alla sessualità e alla maternità.
In diverse città nascono consultori autogestiti, gruppi di self-help che affrontano temi come la contraccezione, la maternità e la conoscenza del corpo femminile. Tra le esperienze più note vi sono i consultori promossi da gruppi femministi a Milano, Roma e Bologna, spesso in relazione con le mobilitazioni per la depenalizzazione dell’aborto
Accanto a questi si sviluppano spazi di produzione culturale e attività editoriali promossi da gruppi di donne. Queste iniziative contribuiscono alla diffusione delle elaborazioni femministe oltre i confini dei collettivi militanti e favoriscono la circolazione di testi, pratiche e linguaggi che avevano preso forma nella fase precedente del movimento.
Questo processo non segue un andamento uniforme: alcune esperienze mantengono una forte dimensione politica collettiva, mentre altre assumono forme più circoscritte e specializzate.
=== 3.3.4 Femminismo e lavoro: l’emergere del femminismo sindacale ===
Un ambito particolarmente significativo di questa fase è rappresentato dal rapporto tra femminismo e lavoro salariato. A partire dalla metà degli anni Settanta si sviluppano infatti esperienze di femminismo sindacale che portano all’interno delle organizzazioni dei lavoratori alcune delle questioni emerse nel movimento delle donne.
Tra il 1976 e il 1979 gruppi di delegate e militanti sindacali promuovono iniziative volte a mettere in discussione la marginalità delle questioni femminili nelle politiche sindacali. Temi come la parità salariale, la tutela della maternità, l’organizzazione del lavoro e la divisione sessuale delle mansioni entrano progressivamente nel dibattito sindacale.
Queste iniziative si collocano spesso in una posizione intermedia tra movimento femminista e organizzazioni del lavoro. Da un lato esse portano nel sindacato alcune delle elaborazioni sviluppate nei collettivi femministi; dall’altro cercano di intervenire sulle condizioni materiali di lavoro delle donne, in particolare nei settori industriali e nei servizi.
Il femminismo sindacale rappresenta così uno dei tentativi di tradurre alcune rivendicazioni del movimento delle donne all’interno delle istituzioni del lavoro organizzato, contribuendo al tempo stesso a ridefinire le politiche sindacali in materia di lavoro femminile.
=== 3.3.5 Riforme, diritto e istituzionalizzazione ===
Sul piano istituzionale, la fine del decennio è segnata da passaggi legislativi rilevanti. Dopo la riforma del diritto di famiglia del 1975 e l’istituzione dei consultori pubblici, il Parlamento approva nel 1977 la legge di parità tra uomini e donne nel lavoro e, nel 1978, la legge n. 194 che disciplina l’interruzione volontaria di gravidanza; inizia anche in questo periodo il dibattito sulla riforma dei reati di violenza sessuale.
Questi processi accentuano una tensione già emersa negli anni precedenti: la traducibilità dell’esperienza femminile nella forma giuridica. Per una parte del femminismo l’intervento normativo rappresenta uno strumento necessario per garantire diritti e tutele alle donne; per altre componenti la centralità attribuita alla legge rischia di ridurre la portata trasformativa delle pratiche femministe, riportando le questioni poste dal movimento entro il linguaggio delle istituzioni.
La legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza, approvata nel maggio 1978, produce reazioni divergenti. Le femministe che si erano opposte a qualsiasi regolamentazione giuridica ribadiscono l'impossibilità di tradurre in legge la complessità dell'esperienza femminile. Quelle che avevano sostenuto la battaglia per la legalizzazione esprimono insoddisfazione per i limiti del testo, in particolare per la clausola sull'obiezione di coscienza. La legge non chiude il dibattito: i collettivi continuano a mobilitarsi per la sua piena applicazione, a presidiare gli ospedali, a sostenere le donne nei percorsi di interruzione di gravidanza.
Il dibattito sulla legge di parità tra i sessi nel mondo del lavoro (1977) e sulla proposta di legge contro la violenza sessuale riproduce le stesse linee di divisione: una parte del movimento lavora per ottenere tutele concrete, vietare le discriminazioni nel lavoro, spostare la violenza sessuale dai reati contro la morale pubblica ai reati contro la persona, mentre un'altra ritiene che qualsiasi regolamentazione giuridica, definita in termini generali e impersonali, inscriva la differenza sessuale entro categorie neutre costruite su un soggetto maschile implicito. La legge sulla violenza sessuale verrà approvata solo nel 1996.
Il referendum del 1981 - doppio: uno promosso dal Movimento per la vita per abrogare la 194, l'altro dal Partito Radicale per liberalizzarla ulteriormente - rappresenta l'ultima grande occasione di mobilitazione collettiva. La vittoria del no su entrambi i fronti mostra ancora una capacità di azione, ma anche la persistente frammentazione interna: di fronte al referendum radicale, molte femministe scelgono il rifiuto tanto dell’abrogazione promossa dal Movimento per la vita quanto della liberalizzazione proposta dal Partito Radicale, segnalando una posizione autonoma rispetto alle forze politiche tradizionali. La difesa della legge non coincide con l’identificazione con la sua forma; la sua esistenza non chiude il conflitto, ma lo sposta sul terreno dell’interpretazione e dell’applicazione.
Altra soluzione:
==== 3.3.5 Autonomia vs istituzionalizzazione ====
L’interazione con lo Stato e con il diritto mise progressivamente in evidenza una tensione strutturale del neofemminismo italiano: quella tra autonomia politica del movimento e riconoscimento istituzionale delle sue istanze. Le conquiste legislative e l’apertura di nuovi spazi di interlocuzione produssero una legittimazione pubblica del femminismo, ma sollevarono anche interrogativi sulla trasformazione delle pratiche originarie (Bracke 2019; Stelliferi 2015).
Da un lato, il confronto con le istituzioni rese possibile l’accesso a diritti e servizi concreti, segnando un avanzamento storico difficilmente contestabile; dall’altro, molte attiviste percepirono una progressiva perdita di radicalità, legata alla necessità di mediare linguaggi, obiettivi e forme di azione con gli apparati statali. La politicità del partire da sé rischiava di essere ricondotta entro categorie amministrative o legislative che ne attenuavano la portata critica.
=== 3.3.6 Verso il femminismo diffuso (1977-1981) ===
Il triennio 1977-1980 segna una fase di trasformazione del femminismo italiano. Non si tratta di una brusca interruzione, ma di uno spostamento progressivo degli equilibri interni al movimento, sotto la pressione congiunta di mutamenti politici generali, tensioni tra gruppi e ridefinizione delle priorità dell’azione collettiva.
Se nei primi anni Settanta il femminismo aveva assunto la forma di una rete ampia e relativamente coesa, capace di produrre mobilitazioni nazionali e momenti di confronto collettivo, alla fine del decennio questa configurazione si modifica: le appartenenze si fanno più fluide, i collettivi si moltiplicano e si dissolvono con maggiore rapidità, e l’azione si distribuisce in ambiti differenziati.
Alla fine del decennio il femminismo italiano appare caratterizzato da una configurazione diversa rispetto alla fase iniziale del movimento. I grandi momenti di incontro nazionale diventano più rari, mentre le esperienze locali assumono un peso crescente.
La storiografia più recente ha messo in discussione l'interpretazione che vede nella fine degli anni Settanta la fine tout court del femminismo. Alcune esperienze mostrano una continuità e una capacità di reinvenzione che non si esaurisce con il lungo Sessantotto.
Questa trasformazione è stata interpretata da alcune studiose come il passaggio dal movimento femminista degli anni Settanta a un “femminismo diffuso”, caratterizzato da una presenza meno visibile ma più capillare nella società. In questa prospettiva le pratiche e le elaborazioni nate nei collettivi femministi continuano a rappresentare un patrimonio culturale e politico che circola in ambiti e forme diverse: centri di documentazione, riviste teoriche, cooperative, iniziative culturali. Non più movimento organizzato, ma insieme di pratiche e riferimenti condivisi che attraversano ambiti diversi della vita sociale e professionale.
Al tempo stesso la ricostruzione storica di questa fase rimane complessa, sia per la molteplicità delle esperienze locali sia per la difficoltà di ricondurre percorsi differenti a una narrazione unitaria. Come ha osservato Elda Guerra, la storia del femminismo italiano richiede ancora una ricostruzione capace di cogliere la varietà dei contesti e delle pratiche che hanno caratterizzato questa stagione
'''Relazioni, conflitti e fratture tra le anime del femminismo'''
La pluralità del femminismo italiano non è solo varietà di gruppi e pratiche: è attraversata da tensioni che, con particolare evidenza dalla metà degli anni Settanta, si manifestano come conflitti espliciti. Queste tensioni riflettono differenze teoriche e politiche costitutive, che percorrono il movimento fin dalle origini e si ridefiniscono nel tempo.
Una prima linea di differenza riguarda il rapporto tra elaborazione interna e intervento esterno. Per una parte del movimento la trasformazione politica passa attraverso un lavoro su di sé - l'autocoscienza, poi la pratica dell'inconscio - che non può essere subordinato a obiettivi di mobilitazione collettiva. Per un'altra parte, questo lavoro deve tradursi in azione nel sociale, in confronto con le istituzioni, in capacità di aggregare.
Da questa tensione deriva una seconda frattura, più radicale: quella tra chi considera l'interlocuzione con le istituzioni un terreno legittimo di lotta e chi vi vede una forma di incorporazione che svuota le istanze femministe del loro contenuto. Si tratta, come sottolinea Calabrò (1985), di una posizione minoritaria ma teoricamente coerente, che rifiuta non tatticamente, ma per principio, qualsiasi mediazione: con le leggi, con i partiti, con le manifestazioni di massa.
Il dibattito sull'aborto e, più tardi, quello sulla legislazione sul lavoro e sulla violenza sessuale sono i momenti in cui questa frattura diventa più visibile: mentre una parte del movimento partecipa alla contrattazione parlamentare, un'altra denuncia come qualsiasi regolamentazione giuridica lasci intatta la radice del problema. Alcune letture storiografiche hanno applicato questa polarità all'asse geografico Roma-Milano, individuando nelle due città due diverse concezioni di come la differenza femminile possa agire nel mondo (Lussana, 2012).
Una terza linea di differenza riguarda il rapporto con la sinistra e la doppia militanza: la questione di come conciliare l'appartenenza al movimento femminista con la militanza nelle organizzazioni della sinistra extraparlamentare produce tensioni che attraversano il decennio
A queste fratture teoriche se ne aggiunge una di natura diversa, che emerge intorno al 1976: il conflitto generazionale tra le femministe storiche e le donne che accedono al movimento in questa fase. Calabrò e Grasso (1985) descrivono questo processo come un rimescolamento delle carte: nascono molti nuovi gruppi, fluidi e di breve durata, che mescolano elementi delle diverse tendenze senza approfondirne nessuna. È in questo momento che il movimento femminista si allarga fino a diventare, almeno in parte, un più vasto movimento delle donne, che condivide alcune parole d'ordine femministe senza farne propria la radicalità teorica, un allargamento che è insieme un segno di forza e l'inizio di una crisi di identità che il movimento non riuscirà a risolvere.
<nowiki>------</nowiki>
Il cap. 4 dovrebbe connettere gli spazi alle scelte politiche senza dirlo esplicitamente. In pratica dovrebbe fare due cose: spiegare perché il femminismo italiano produce questi spazi specifici (consultori, case delle donne, librerie, editoria) in questo momento storico, e suggerire che la forma che prendono — autogestita, separatista, autonoma dalle istituzioni — non è neutra ma riflette orientamenti politici precisi.
== Cap. 4 - Spazi, infrastrutture, saperi ==
Nel corso degli anni Settanta il femminismo italiano non si limita a elaborare teorie e pratiche politiche. Accanto ai collettivi di autocoscienza e alle manifestazioni di piazza, il movimento produce infrastrutture materiali e simboliche - spazi fisici, istituzioni culturali, strumenti di comunicazione - che contribuiscono a estendere l'elaborazione femminista oltre i confini dei collettivi militanti, favorendo la costruzione di reti sociali e culturali autonome e dando corpo all'idea che il cambiamento non possa attendere le trasformazioni delle strutture esistenti, ma debba cominciare dal presente, dall'invenzione di forme di vita alternative.
Questo capitolo ricostruisce alcune delle realizzazioni più significative di questo processo: i consultori autogestiti, in cui la salute del corpo femminile diventa terreno di sapere collettivo e di conflitto con la medicina istituzionale; i corsi monografici delle 150 ore, in cui il femminismo incontra il mondo del lavoro e si diffonde capillarmente nella società; gli spazi fisici, case delle donne e librerie, in cui il separatismo si fa luogo abitabile; e infine l'editoria femminista, che produce i linguaggi e i testi attraverso cui il movimento pensa se stesso e comunica con il mondo esterno.<ref>{{Cita|Lussana|p. 19}}</ref>
==4.1 Consultori autogestiti e self-help==
===4.1.1 Nascita e diffusione===
I consultori autogestiti rappresentarono uno dei principali luoghi attraverso cui le elaborazioni teoriche del neofemminismo si tradussero in pratiche collettive e in forme di intervento sociale. Essi sorsero in modo spontaneo e frammentato, senza rispondere a un piano comune preordinato, per iniziativa di singoli collettivi operanti in autonomia.
Nati dall'incontro tra la rivendicazione dell'autodeterminazione sul corpo e la necessità di rispondere a bisogni materiali immediati, costituirono spazi nei quali la riflessione politica, la pratica sanitaria e la produzione di saperi alternativi si intrecciarono strettamente.
Il contesto in cui tali esperienze si svilupparono fu caratterizzato dall'emergere di un nuovo dibattito pubblico sui temi della [[w:Contraccezione|contraccezione]] e dell'[[w:Aborto|aborto]], favorito anche da alcuni rilevanti interventi legislativi e giurisprudenziali. Nel 1971 la [[w:Corte_costituzionale_(Italia)|Corte costituzionale]] dichiarò l'illegittimità dell'articolo 553 del [[w:Codice_penale_(Italia)|codice penale]] nella parte relativa al divieto di propaganda anticoncezionale, rimuovendo un ostacolo giuridico alla diffusione di informazioni sulla [[w:Contraccezione|contraccezione]].<ref>{{Cita|Barone|p. 124}}</ref><ref>{{Cita pubblicazione|autore=Maud Anne Bracke|anno=2022|titolo=Family planning, the pill, and reproductive agency in Italy, 1945–1971: From ‘conscious procreation’ to ‘a new fundamental right’?|rivista=European Review of History: Revue européenne d'histoire|volume=29|numero=1|lingua=en}}</ref> Nello stesso anno il Movimento di Liberazione della Donna, di orientamento libertario e federato al [[w:Partito_Radicale_(Italia)|Partito Radicale]], annunciò la presentazione di una proposta di legge di iniziativa popolare per la depenalizzazione dell'aborto, contribuendo a collocare la questione al centro del dibattito politico del decennio.<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Anastasia|cognome=Barone|titolo=«Facevamo un consultorio, ma era un progetto politico»|p=125}}</ref>
Nel giugno 1973 il processo celebratosi a Padova contro [[w:Gigliola_Pierobon|Gigliola Pierobon]] rappresentò il primo grande evento giudiziario e mediatico in Italia che contribuì a rompere il silenzio sull'aborto clandestino, trasformando un reato penale privato in un caso politico di rilevanza nazionale, grazie a una mobilitazione di massa da parte del movimento femminista.<ref>{{Cita libro|autore=Anna Rita Calabrò, Laura Grasso|titolo=Dal movimento femminista al femminismo diffuso. Storie e percorsi a Milano dagli anni '60 agli anni '80|anno=1985|editore=Franco Angeli|città=Milano|ISBN=978-88-204-4530-0}}</ref>
È in questo quadro che, tra la fine del 1973 e l'inizio del 1974, si costituirono a Roma le prime esperienze di autogestione nell'ambito della salute femminile: il consultorio di San Lorenzo, sorto da un gruppo dedicato ad aborto e contraccezione interno al Movimento femminista romano di via Pompeo Magno animato da Simonetta Tosi, e il Gruppo Femminista per la Salute della Donna, orientato invece prevalentemente alla pratica del self-help e alla ricerca.<ref>{{Cita|Barone|pp. 126-129}}</ref><ref>{{Cita|Tozzi 1984}}</ref><ref>{{Cita web|url=https://roma.repubblica.it/cronaca/2025/06/18/news/san_lorenzo_consultorio_via_dei_frentani_simonetta_tosi-424678188/|titolo=San Lorenzo, il consultorio di via dei Frentani dedicato a Simonetta Tosi|accesso=30 giugno 2026|data=18 giugno 2025}}</ref> Nel corso del 1974 e del 1975 esperienze analoghe sorsero in numerose città, tra cui Torino, Padova, Milano e Trento, e in seguito anche a Bergamo e Pinerolo.<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|anno=1987|titolo=Corpo a corpo|rivista=Memoria|numero=19-20|p=195}}</ref>
La rapida diffusione dei consultori autogestiti fu favorita sia dalla carenza di servizi dedicati alla salute e alla sessualità femminile, sia dalla volontà di sperimentare pratiche alternative rispetto ai modelli medici e assistenziali tradizionali, in una fase in cui l'aborto era ancora illegale, e vietata, fino al 1976, la vendita di contraccettivi nelle farmacie, nonostante l'avvenuta abrogazione da parte della Corte Costituzionale dell'art. 553.<ref>{{Cita web|url=https://www.aied.it/la-storia/|titolo=La nostra storia|accesso=30 giugno 1976}}</ref>
I consultori si trovarono così a negoziare costantemente la propria natura: pur rifiutando l'idea di ridursi ad ambulatori alternativi, oscillarono spesso tra l'erogazione di un "servizio" volto a colmare le carenze dell'assistenza sanitaria e la ricerca di relazioni politiche radicalmente nuove.<ref>{{Cita|Barone|pp. 120-121}}</ref><ref>{{Cita|Tosi 1987A|p. 156}}</ref>
===4.1.2 Internazionalizzazione, self-help e aborto autogestito===
I consultori autogestiti e i gruppi per la salute della donna sorsero in un contesto di intensi scambi internazionali, in particolare con i movimenti femministi francesi e statunitensi, da cui derivò gran parte delle pratiche concrete adottate in Italia. Già nel 1971 il neonato Movimento di Liberazione della Donna aveva organizzato una conferenza dedicata alle cliniche autogestite dalle donne negli Stati Uniti.<ref>{{Cita|Barone|p. 123}}</ref>
Un momento particolarmente significativo avvenne nel 1973, quando Carol Downer e Debra Law, esponenti del Los Angeles Women's Health Center, in un incontro pubblico a Roma presso il [[w:Teatro_Eliseo|Teatro Eliseo]], mostrarono alla platea la tecnica dell'autovisita: l'utilizzo combinato di uno ''speculum'' di plastica, uno specchio e una pila permetteva di osservare autonomamente le pareti vaginali e il collo dell'utero, suscitando forte impressione e venendo percepita da molte partecipanti come un'esperienza di riappropriazione del proprio corpo.<ref name=":0">{{Cita|Tozzi 1987A|p. 158}}</ref>
La diffusione di questa cultura fu accelerata nel 1974 dalla pubblicazione della traduzione italiana del testo collettivo statunitense ''Noi e il nostro corpo'' (''Our Bodies, Ourselves''), che divenne uno dei principali strumenti di diffusione delle conoscenze sulla salute femminile all'interno del movimento.<ref name=":0" /><ref>Stefania Voli, Storia di una traduzione, in Zapruder. Rivista di storia della conflittualità sociale, n. 13, Odradek Edizioni, maggio-agosto 2007.</ref>
L'autovisita, la discussione sul ciclo mestruale, sulla contraccezione, sulla sessualità e sul piacere femminile permisero di scardinare la tradizionale gerarchia tra l'esperto e l'utente. Secondo la critica femminista, le donne non dovevano essere considerate pazienti passive, ma partecipanti attive di un processo di apprendimento e di produzione condivisa del sapere.
La cooperazione transnazionale si rivelò decisiva anche sul piano operativo dell'aborto autogestito, introdotto per rispondere alla piaga degli aborti clandestini. Grazie ai rapporti con le attiviste francesi del MLAC (''Mouvement pour la liberté de l'avortement et de la contraception''), i collettivi italiani appresero e diffusero il metodo Karman.<ref>{{Cita|Tozzi 1987A|p. 161}}</ref> Questa tecnica di aspirazione risultava molto meno invasiva del tradizionale raschiamento e, richiedendo una strumentazione semplice, era praticabile anche da personale non medico, rappresentando una fondamentale innovazione politica e pratica per i gruppi che gestivano le interruzioni di gravidanza.<ref>{{Cita|Barone|p. 124}}</ref>
===4.1.3 Critica del sapere medico e delle istituzioni===
Nei consultori autogestiti la salute femminile veniva reinterpretata come questione politica e non esclusivamente medica. Le pratiche di ''self-help'' si fondavano sull'idea di una riappropriazione dal basso della gestione della salute e dei saperi sul corpo, tradizionalmente monopolizzati e privatizzati dalla medicina specialistica patriarcale.
L'esperienza dei consultori si accompagnò a una critica radicale dell'autorità medica e della pretesa neutralità dei saperi scientifici. In particolare, la ginecologia e la psichiatria vennero interpretate come ambiti nei quali si erano storicamente esercitate forme di controllo sociale e sessuo-politico sui corpi femminili.<ref name=":0" />
Tale critica si inserisce in un più ampio clima di contestazione delle istituzioni sanitarie e assistenziali che caratterizzò l'Italia degli anni Settanta: in quegli stessi anni si svilupparono le lotte per la salute nei luoghi di lavoro legate all'esperienza di Medicina Democratica e di [[w:Giulio Maccacaro|Giulio Maccacaro]], e il movimento di deistituzionalizzazione psichiatrica, ispirato all'opera di [[w:Franco Basaglia|Franco Basaglia]], rimise in discussione l'autorità medica come dispositivo di controllo sociale.<ref>{{Cita|Barone|p. 123}}</ref> Le esperienze femministe condivisero con questi movimenti la rivendicazione di una riappropriazione dal basso della gestione della salute e la ridefinizione del concetto stesso di salute in chiave sociale, e non meramente clinica.
La medicalizzazione della gravidanza, del parto e della sessualità femminile veniva così riletta come una forma di espropriazione del sapere e dell'autonomia delle donne.
===4.1.4 Istituzionalizzazione, conflitti e trasformazioni===
I consultori autogestiti furono spesso luoghi di incontro tra donne provenienti da esperienze politiche differenti: collettivi femministi, gruppi della sinistra extraparlamentare, ambienti radicali e associazioni impegnate sui temi della contraccezione e della salute sessuale. Questa pluralità di provenienze favorì la costruzione di reti di collaborazione, ma produsse anche tensioni riguardo al rapporto con le istituzioni.<ref>{{Cita|Barone|p. 121}}</ref><ref>{{Cita|Lussana 1997|pp. 562-563}}</ref><ref>{{Cita|Tozzi 1987A|pp. 155-156}}</ref>
Rispetto alle pratiche sviluppate nei piccoli gruppi di autocoscienza, i consultori implicavano un rapporto più diretto con il territorio, con donne esterne al movimento e, progressivamente, con le istituzioni, rendendo particolarmente visibile il problema del rapporto tra autonomia femminista e intervento sociale.<ref>{{Cita|Percovich|p. 15}}</ref>
L'approvazione della legge n. 405 del 1975, che istituì i consultori familiari pubblici, pose concretamente il problema dell'istituzionalizzazione delle pratiche femministe.<ref>{{Cita|Barone|pp. 121-122}}</ref> Se alcune militanti scelsero di operare all'interno delle nuove strutture pubbliche per influenzarne l'organizzazione, altre considerarono l'autonomia dei consultori autogestiti una condizione irrinunciabile della pratica politica femminista.<ref>{{Cita|Lussana 1997|pp. 563-564}}</ref>
Il dibattito sui consultori pubblici investì il movimento di una tensione interna mai del tutto risolta, riassumibile nella contrapposizione tra «lavorare con le donne» e «lavorare per le donne»<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|titolo=Corpo a corpo|p=195}}</ref>: da un lato i gruppi che, come a Torino e a Padova, scelsero di assumere una funzione di servizio sociale e richiesero il riconoscimento e il finanziamento pubblico; dall'altro le esperienze, come il Gruppo Femminista per la Salute della Donna di Roma o il Centro per una Medicina delle Donne di Milano, che si ritrassero da tale prospettiva, temendo che farsi carico della gestione di un servizio comportasse la rinuncia alla ricerca e all'autonomia politica originarie. La proposta del CRAC (Coordinamento romano aborto e contraccezione) di richiedere il finanziamento pubblico ai consultori autogestiti, motivata dal principio secondo cui «autogestione non significa autofinanziamento», fu duramente contestata da un gruppo di femministe milanesi, che vi scorsero il rischio di una collaborazione con le stesse istituzioni mediche da cui ci si voleva emancipare.<ref>{{Cita|Barone|p. 132}}</ref>
Il consultorio della Bovisa, a Milano, scelse infine di chiudere proprio in seguito all'istituzione dei consultori pubblici, ritenendo che la propria esperienza, nata come laboratorio di ricerca e non come servizio continuativo, non potesse né autogestirsi indefinitamente né istituzionalizzarsi senza tradire la propria natura<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|titolo=Corpo a corpo|pp=198-199}}</ref>.
Un conflitto analogo, ma con esiti diversi, riguardò il rapporto tra i collettivi femministi e l'Unione Donne Italiane (UDI), che a Roma sostenne invece una concezione di «gestione sociale» del servizio, fondata sulla delega allo Stato della responsabilità collettiva sulla salute delle donne, contrapposta all'autogestione rivendicata dai gruppi femministi.<ref>{{Cita|Barone|p. 132}}</ref>
Negli anni successivi, mentre molte esperienze autogestite si esaurivano, nuove forme di organizzazione e di produzione culturale - case delle donne, librerie, centri di documentazione - avrebbero raccolto parte della loro eredità.<ref>{{Cita|Lussana|p. 19}}</ref>
== 4.2 Le 150 ore delle donne ==
I corsi monografici delle 150 ore rappresentano uno degli spazi in cui il femminismo degli anni Settanta incontra più direttamente il mondo del lavoro organizzato. Nati nel quadro del contratto nazionale dei metalmeccanici del 1973, che prevedeva 150 ore di permessi retribuiti triennali finalizzati all'elevazione culturale e professionale dei lavoratori, i corsi si diffusero rapidamente in tutto il paese, soprattutto nell'Italia del Nord, dove esistevano numerosi Coordinamenti FLM e collettivi femministi radicati nelle fabbriche.
=== Dal diritto allo studio ai corsi per donne ===
L'idea di dedicare corsi monografici alla sola condizione femminile, riservati a sole donne, nasce a Torino alla fine del 1974 tra sindacaliste e femministe che di lì a pochi anni avrebbero fondato l'Intercategoriale donne CGIL-CISL-UIL (Lona, 2015).
Confrontare con: L'iniziativa nacque dall'incontro tra il femminismo sindacale, in particolare i Coordinamenti donne FLM (Federazione Lavoratori Metalmeccanici), e i gruppi del femminismo militante. Tra i promotori figurarono collettivi sindacali femminili e collettivi di quartiere come il gruppo di via Gabbro a Milano e il Collettivo Aurelio-Cavalleggeri a Roma.
Con l'apertura progressiva ad altre categorie, tra il 1974 e il 1975 furono istituiti corsi specificamente indirizzati alle donne (lavoratrici, casalinghe, disoccupate), tenuti da femministe e docenti universitarie. I contenuti riguardavano salute femminile, sessualità, lavoro domestico, condizione delle donne.
L'esperienza si radicò nelle aree a forte industrializzazione: Torino con corsi sulla salute e medicina, Milano come fulcro della riflessione teorica, Reggio Emilia e Bologna con forte partecipazione delle lavoratrici, le province venete di Venezia, Padova e Treviso tra il 1975 e il 1976, Roma come centro per la nascita di istituzioni educative autonome. La partecipazione fu significativa, con molte donne che trovavano nei corsi occasioni di formazione altrimenti inaccessibili e spazi di socializzazione (Lussana, 2012; Bellè, 2021).
Le partecipanti sono lavoratrici di ogni categoria — operaie, impiegate, casalinghe, studentesse, disoccupate — e i temi affrontati vanno ben oltre i contenuti previsti dal progetto sindacale originario: la salute, la sessualità, il corpo, la maternità, l'aborto, il lavoro domestico, i rapporti familiari. Alcune esperienze particolarmente significative si svolgono a Bergamo (1974-75), Genova (dal 1975), Torino (dal 1975, con la nascita dell'Intercategoriale che proseguirà le sue attività fino al 1981), Milano (dal 1976), Roma, Alessandria — dove i risultati del corso del 1978 vengono raccolti nel volume collettivo ''La salute della donna'' (Edizioni dell'Orso, 1979) — e nel Veneto, con i corsi di Verona e Padova avviati nel 1979 dopo una lunga negoziazione con i rispettivi atenei, che richiesero persino il parere favorevole di apposite commissioni del Senato accademico prima di approvare corsi riservati esclusivamente a donne e tenuti da sole docenti donne (Lona, 2015).
La dinamica interna ai corsi è spesso quella dell'autocoscienza allargata: le partecipanti si dividono in gruppi, discutono a partire dalla propria esperienza, e producono materiali scritti collettivamente — ciclostilati, opuscoli, a volte veri e propri libri. È in questo contesto che molte donne scrivono per la prima volta. L'esperienza più documentata è quella del corso di Affori, periferia nord di Milano, dove Lea Melandri viene assegnata nel dicembre 1976 a una classe composta quasi interamente da casalinghe over quaranta. Melandri descrive quel corso come "un laboratorio unico e originale nel tentativo di mettere a confronto intellettuali e donne comuni", in cui "le teorie elaborate dai gruppi femministi erano costrette ad esporsi agli interrogativi che venivano ancora una volta dalle vite concrete" (Melandri, archiviodilea.wordpress.com). Tra i testi prodotti dalle corsiste, il più noto è ''I pensieri vagabondi di Amalia'', di Amalia Molinelli, che ricostruisce una biografia femminile attraverso il fascismo, la Resistenza, l'emigrazione a Milano e il lavoro domestico, confrontando la propria esperienza con i testi letti durante il corso.
Il nodo del rapporto tra docenti femministe e corsiste è uno dei più ricchi e problematici dell'intera esperienza. Le femministe che insegnano portano nei corsi le teorie elaborate nei collettivi; le casalinghe e le operaie portano le loro biografie. L'incontro è trasformativo per entrambe, ma non privo di tensioni: le aspettative sono diverse, il rapporto con la scrittura è asimmetrico, e il sindacato guarda spesso con diffidenza a classi formate da sole casalinghe, faticando a riconoscerne la legittimità nell'ambito di uno strumento pensato per i lavoratori (Lussana, 2012).
Il rapporto con il sindacato è infatti tutt'altro che lineare. Come emerge dall'incontro nazionale di Firenze del febbraio 1978, i corsi delle donne devono continuamente negoziare tra la pratica femminista del partire da sé e le logiche di un'organizzazione che stenta a riconoscere la specificità femminile come terreno politico autonomo. Secondo Lussana, tuttavia, proprio questa tensione è produttiva: i corsi 150 ore delle donne costituiscono "il momento di incontro per eccellenza del pensiero femminista con la cultura e l'organizzazione dei lavoratori" e il veicolo attraverso cui il femminismo raggiunge donne che non avrebbero mai incrociato i collettivi separatisti, diventando per la prima volta pratica di massa (Lussana, 2012).
Un'acquisizione che Chiara Saraceno — che insegnò essa stessa in corsi di 150 ore a Trento — individua non tanto nei contenuti affrontati, quanto nella dimensione più elementare e più radicale: quella di legittimare le donne a prendere tempo per sé, sottraendosi alla casa e alla famiglia (cit. in Raimo, 2023).
=== Metodo e women studies popolari ===
I corsi integrarono elaborazione teorica e raccolta di storie individuali, sviluppando un metodo che partiva dai vissuti delle partecipanti. Si realizzò un incontro tra ricercatrici, accademiche e donne con diversi livelli di scolarizzazione, definito "women studies popolari".
Questo approccio mise in luce una questione diversa rispetto ai corsi per operai. Nei corsi maschili si affrontava la divisione tra lavoro manuale e intellettuale all'interno della classe. Nei corsi femminili emergeva che i saperi disciplinari erano costruiti su prospettive e linguaggi maschili, ponendo alle donne il problema dell'accesso a saperi pensati a partire da un soggetto diverso da loro.
=== Eredità istituzionale ===
Le 150 ore rappresentarono un punto di incontro tra femministe e donne che non avevano partecipato al movimento, portando il femminismo a operaie, casalinghe, impiegate (Lussana, 2012; Bracke, 2019).
Dall'esperienza dei corsi nacquero istituzioni autonome. Nel 1979 venne fondata a Roma l'Università delle donne "Virginia Woolf", a Milano la Libera Università delle Donne. Queste istituzioni proposero una ricerca che considerasse la dimensione di genere nelle discipline e nella relazione pedagogica (Lussana, 2012; Stelliferi, 2022).
La fase di massima espansione dei corsi per sole donne basati sull'autocoscienza si collocò tra il 1975 e i primi anni Ottanta. Questa forma specifica si trasformò o esaurì entro la metà degli anni Ottanta, mentre le istituzioni generate dall'esperienza continuarono la loro attività.
== 4.3 Case e librerie delle donne ==
La conquista di uno spazio fisico autonomo è, negli anni Settanta, una delle forme più concrete attraverso cui il separatismo femminista si traduce in realtà materiale.
A partire dalla seconda metà degli anni Settanta comparvero le prime Case delle donne, destinate a diventare uno dei simboli più duraturi del femminismo italiano. Questi spazi rispondono a molteplici esigenze: sedi di attività politica in cui convivono collettivi diversi, si organizzano assemblee e campagne, si producono e circolano materiali, si elabora teoria, ma anche attività culturali, luoghi in cui vengono offerti servizi concreti per donne in difficoltà, spazi di accoglienza.
La loro costituzione avviene secondo modalità differenti — l'occupazione diretta, la negoziazione con le amministrazioni locali, la fondazione cooperativa — e in ciascun caso il processo di conquista dello spazio è esso stesso un atto politico.
Il caso apripista per le case delle donne è Roma. Il 2 ottobre 1976 i movimenti femministi romani - il Movimento femminista di via Pompeo Magno, il collettivo di via Pomponazzi e alcune donne del Partito radicale - occupano Palazzo Nardini, un edificio quattrocentesco abbandonato da oltre un decennio in via del Governo Vecchio, dietro piazza Navona (Camilli, 2018). L'occupazione è non violenta e immediatamente simbolica: il palazzo era stato sede della Pretura, luogo istituzionale per eccellenza, ora sottratto e restituito alle donne.
Nei sette anni di occupazione vi trovano sede decine di realtà diverse - il consultorio self-help dell'MLD, un asilo nido aperto al quartiere, il collettivo contro la violenza alle donne, la redazione di ''Quotidiano Donna'', Radio Lilith, gruppi teatrali, di ricerca, lesbici. È alla Casa del Governo Vecchio che MLD, UDI e gruppi femministi elaborano il testo della legge di iniziativa popolare contro la violenza sessuale, e da lì parte nel novembre 1976 la fiaccolata ''Riprendiamoci la notte''. (Stelliferi, 2013).
A Milano il dibattito sullo spazio delle donne si intreccia con una questione teorica esplicita. Quando il collettivo di via Mancinelli discute della propria sede, emerge una distinzione netta tra "luogo delle donne" e "sede": quest'ultima viene considerata espressione di un modo di fare politica ancora maschile, legato all'istituzione più che alla relazione. Il luogo delle donne deve implicare l'affettività, lo stare insieme, la vita quotidiana oltre che la militanza (Calabrò-Grasso). Dopo lo scioglimento di via Mancinelli nel 1978, molte delle donne confluiscono in Col di Lana, che assumerà progressivamente le caratteristiche di casa delle donne in senso pieno. [da integrare con materiale su Col di Lana]
A Torino la Casa delle donne nasce nel marzo 1979 con l'occupazione dell'ex manicomio femminile di via Giulio, scelta deliberatamente simbolica, che trasforma un luogo storico di segregazione in spazio di liberazione. Dopo una trattativa con il Comune, le donne ottengono locali nel Palazzo dell'Antico Macello di Po in via Vanchiglia, dove la Casa ha sede ancora oggi.
A Mestre il percorso mostra come la conquista dello spazio passi talvolta attraverso la mediazione con le amministrazioni di sinistra. Nel novembre 1977 il Coordinamento femminista occupa villa Franchin nel parco di Carpenedo; lo sgombero arriva il 28 dicembre, ma il Comune, che aveva già istituito il primo referato alla Condizione femminile in Italia, avvia una trattativa che porterà all'apertura di un Centro donna in piazza Ferretto. L'esperienza veneziana mostra anche i rischi della dipendenza istituzionale: nel 1985 il cambio di giunta mette a rischio il carattere autonomo del Centro, aprendolo a gruppi non femministi e scatenando una reazione decisa delle donne che lo avevano costruito .
Le librerie delle donne appartengono allo stesso ecosistema di spazi politici, ma con una fisionomia propria. Non nascono per occupazione ma per fondazione cooperativa, e la loro funzione non è solo la circolazione dei testi ma la produzione di sapere e la costruzione di relazioni. La prima e più importante è la Libreria delle donne di Milano, fondata nel 1975 in via Dogana da un collettivo che include Luisa Muraro e Lia Cigarini, quest'ultima già attiva nel DEMAU, uno dei primi gruppi femministi italiani. Si ispira alla Librairie des Femmes di Parigi, ma a differenza di essa sceglie inizialmente di proporre solo opere di donne, per enfatizzare il sapere femminile. Fin dalla sua fondazione è luogo di elaborazione teorica oltre che spazio commerciale: organizza riunioni, discussioni politiche, proiezioni, e possiede un fondo di testi esauriti e introvabili. Negli anni '80, quando il movimento si frammenta, la Libreria diventa, secondo Calabrò, l'unico soggetto milanese ad "assumere il significato simbolico della continuità tra passato e presente", punto di riferimento riconosciuto collettivamente in un panorama altrimenti privo di leadership (Calabrò-Grasso]). È in questo spazio che si consolida il femminismo della differenza italiano, con la pubblicazione di ''Sottosopra'' (dal 1983) e ''Via Dogana'', e con l'elaborazione collettiva che confluirà in ''Non credere di avere dei diritti'' (1987).
Questi spazi — case occupate, centri negoziati, librerie cooperative — costituiscono nel loro insieme un'infrastruttura politica e culturale che il movimento costruisce autonomamente, al di fuori delle istituzioni e spesso in tensione con esse. Ciò che li accomuna è l'idea che lo spazio fisico non sia neutro: abitarlo, conquistarlo, dargli forma è già fare politica.
== 4.4 Editoria femminista ==
Negli anni Settanta l'editoria femminista italiana si afferma come dimensione costitutiva dell'azione politica. Produrre testi, riviste, opuscoli e libri non è un'attività separata dalla militanza: la scrittura e la circolazione dei materiali sono il modo in cui il movimento elabora pratiche, costruisce linguaggi comuni e rende visibile ciò che era rimasto confinato nella sfera privata - sessualità, maternità, lavoro domestico, violenza. Questa produzione si caratterizza fin dall'inizio per il rifiuto dei circuiti editoriali tradizionali, percepiti come parte delle stesse strutture di potere che il movimento contesta.
Le prime esperienze sono autogestite e sperimentali, fondate sul lavoro volontario: manifesti, ciclostilati, opuscoli prodotti dai collettivi e diffusi attraverso reti informali. La prima casa editrice femminista in senso proprio, Scritti di Rivolta Femminile, nasce a Roma nel 1970, fondata da Carla Accardi e Carla Lonzi, tra le fondatrici del collettivo Rivolta Femminile. La collana dei "Libretti verdi" si distingue per la sobrietà grafica e la radicalità teorica: Lonzi rifiuta consapevolmente recensioni, promozione e mediazioni commerciali, ritenendo che snaturino le istanze femministe. Il suo ''Sputiamo su Hegel'' (1974) diventerà uno dei testi fondativi del femminismo della differenza, con circolazione internazionale.
Nel 1972 nascono A Roma Edizioni delle donne, affini all'esperienza francese di Éditions des femmes, con un catalogo che include testi teorici e traduzioni di autrici allora poco note in Italia come Kristeva, Wittig e Duras. Nello stesso anno a Milano il gruppo Anabasi pubblica la prima antologia del femminismo internazionale, ''Donne è bello.''
Nel 1975 nasce a Milano La Tartaruga, fondata da Laura Lepetit, destinata a diventare una delle realtà più durature dell'editoria femminista italiana.
Sul versante periodico, la proliferazione è straordinaria e riflette la pluralità interna al movimento. Tra le esperienze di maggiore rilievo e durata: ''Effe'' (1973-1982), primo mensile femminista di attualità e cultura a diffusione nazionale, nato a Roma con la collaborazione di giornaliste, studiose e scrittrici; ''Sottosopra'' (Milano, 1973), rivista di movimento che diventerà uno dei luoghi teorici centrali del femminismo della differenza; ''DWF – Donna Woman Femme'' (Roma, 1975), trimestrale attento alla ricerca storica e alla traduzione di testi internazionali. Accanto a queste, decine di testate di breve durata legate ai collettivi locali documentano orientamenti differenti, dal marxismo femminista al lesbismo, dalla riflessione sulla differenza sessuale alle lotte per il salario al lavoro domestico.
L'insieme di queste esperienze - case editrici, riviste - costituisce un'infrastruttura culturale autonoma che il movimento costruisce parallelamente alle strutture istituzionali e spesso in opposizione ad esse. È in questo spazio che si elabora non solo la teoria femminista, ma anche la sua forma: una forma che rifiuta la neutralità del sapere accademico e rivendica la soggettività come punto di partenza epistemologico.
All’inizio degli anni Settanta la crescita dei collettivi femministi è accompagnata da una rapida espansione della stampa militante. Accanto ai bollettini e alle riviste prodotti dai gruppi del movimento, continua tuttavia a esistere una stampa femminile legata alle organizzazioni politiche della sinistra o alle culture marxiste rivoluzionarie. I diversi circuiti editoriali riflettono la pluralità dei contesti politici nei quali si sviluppa il femminismo italiano.
== 4.5 Arte e cinema ==
La produzione culturale femminista non si limitò alla scrittura, ma investì anche i linguaggi artistici e audiovisivi. Teatro, arti visive e cinema divennero strumenti di sperimentazione politica e di critica della rappresentazione tradizionale del corpo e dell’identità femminile.
Attraverso questi linguaggi il femminismo mise in discussione non solo i contenuti della cultura dominante, ma anche le forme stesse della rappresentazione, esplorando nuove modalità espressive capaci di rendere visibile un punto di vista femminile fino ad allora marginalizzato.
== Note ==
<references/>
== Bibliografia ==
* {{Cita libro|autore=Anastasia Barone|titolo=«Facevamo un consultorio, ma era un progetto politico».
I consultori a Roma prima e dopo la legge 405/1975|anno=2023|editore=Viella|città=Roma|pp=119-148|ISBN=9791254692349|opera=Anni di rivolta. Nuovi sguardi sui femminismi degli anni Settanta e Ottanta|curatore=Paola Stelliferi, Stefania Voli|cid=Barone}}
* {{Cita pubblicazione|autore=Alfero Boschiero, Nadia Olivieri|anno=2022|titolo=Il corpo mi corrisponde|rivista=Venetica|numero=1}}
* {{Cita pubblicazione|autore=Vicky Franzinetti|anno=1987|titolo=In senso dell'autogestione|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=181-187|cid=Franzinetti}}
* {{Cita libro|autore=Fiamma Lussana|titolo=Le donne e la modernizzazione: il neofemminismo degli anni settanta|anno=1997|editore=Einaudi|città=Torino|pp=471-565|ISBN=88-06-13571-6|opera=Storia dell'Italia repubblicana, vol.III, t.2|cid=Lussana 1997}}
* {{Cita libro|autore=Luciana Percovich|titolo=La coscienza nel corpo. Donne, salute e medicina negli anni Settanta|anno=2005|editore=Franco Angeli|città=Milano|cid=Percovich}}
* {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1984|titolo=Il movimento delle donne, la salute, la scienza. L'esperienza di Simonetta Tosi|rivista=Memoria|numero=11-12|cid=Tozzi 1984}}
* {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1987|titolo=Molecolare, creativa, materiale:
la vicenda dei gruppi per la salute|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=153-180|cid=Tozzi 1987A}}
* {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1987|titolo=Alla radice del "self-help". Gruppo femminista per la salute della donna
(G.F.S.D.)|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=202-205|cid=Tozzi 2}}<br />
= Introduzione dell'introduzione =
= Introduzione al percorso =
Studiare il femminismo italiano degli anni Settanta significa confrontarsi con un oggetto storico che non è né univoco né pacificato sul piano interpretativo. Il termine “femminismo” designa esperienze, pratiche e teorie che sono state definite in modi diversi a seconda degli approcci disciplinari e delle prospettive adottate.
Nella ricerca internazionale, il femminismo è stato interpretato come movimento sociale, come teoria politica della differenza o dell’uguaglianza, come pratica di trasformazione culturale, come discorso critico sulla modernità. Anche la sua periodizzazione è oggetto di dibattito: il modello delle “ondate”, largamente diffuso in ambito anglosassone, non si applica automaticamente ai diversi contesti nazionali. Analogamente, la geografia del fenomeno non è neutra: le narrazioni centrate sull’esperienza statunitense o britannica non esauriscono la pluralità delle traiettorie europee e transnazionali.
Il caso italiano si colloca all’interno di questo quadro problematico. Nel dibattito storiografico nazionale, la distinzione tra “emancipazionismo” e “femminismo” ha mostrato come le categorie interpretative influenzino la lettura dei processi storici. La stessa definizione di “neofemminismo” per gli anni Settanta è una scelta descrittiva che implica una certa periodizzazione e una certa idea di cesura rispetto al passato.
Il presente volume non assume il femminismo come un fenomeno unitario, ma come un campo articolato di pratiche, soggetti e conflitti. L’analisi si sviluppa attraverso genealogie, pratiche, pluralità interne, spazi di produzione culturale, trasformazioni di fine decennio e interpretazioni storiografiche.
= Il percorso del volume =
Questo volume è dedicato al femminismo italiano degli anni Settanta e primi anni Ottanta. Non intende proporre una cronaca lineare degli eventi né una narrazione unitaria del movimento, ma una ricostruzione articolata che tenga insieme dimensione storica, pratiche, pluralità interna e riflessione storiografica.
Il percorso si sviluppa lungo sei assi principali.
1. Genealogie. La prima sezione colloca il neofemminismo nel contesto storico in cui prende forma. Verranno affrontati:
* il rapporto con il miracolo economico e le trasformazioni sociali degli anni Sessanta;
* il confronto con il movimento del ’68;
* l’eredità del femminismo storico e dell’associazionismo femminile del secondo dopoguerra;
* le connessioni transnazionali.
Obiettivo di questa parte non è individuare un’origine unica, ma mostrare la pluralità delle premesse culturali e politiche.
2. Pratiche. La seconda sezione analizza le pratiche fondative che caratterizzano il femminismo degli anni Settanta:
* separatismo;
* autocoscienza;
* politicizzazione dell’esperienza (“il personale è politico”);
* centralità del corpo, della sessualità e dell’autodeterminazione.
Questa parte assume le pratiche non come semplici modalità organizzative, ma come luoghi di produzione teorica e di ridefinizione del politico.
3. Pluralità dei femminismi. La terza sezione affronta la differenziazione interna del movimento:
* gruppi e correnti (DEMAU, Rivolta Femminile, MLD, Lotta femminista, femminismo romano, Nemesiache);
* orientamenti teorici differenti;
* rapporto con partiti, sindacati e sinistra extraparlamentare;
* tensione tra autonomia e doppia militanza.
Il nodo centrale è la pluralità strutturale del femminismo, non la sua presunta unità.
4. Spazi, infrastrutture, saperi. La quarta sezione analizza i luoghi materiali e simbolici attraverso cui il femminismo si organizza e produce sapere:
* consultori autogestiti e self-help;
* 150 ore delle donne;
* case delle donne;
* editoria femminista;
* pratiche artistiche e cinematografiche.
Qui il focus si sposta dalle organizzazioni alle infrastrutture e alle forme di produzione culturale.
5. Eredità. La quinta sezione affronta la trasformazione di fine decennio:
* la crisi della forma-movimento;
* il passaggio a nuove modalità di presenza pubblica;
* il rapporto con le politiche delle donne e le istituzioni.
Non si assume una narrazione declinista, ma si analizzano le trasformazioni.
6. Interpretazioni storiografiche. L’ultima sezione è dedicata alla riflessione sulle letture del neofemminismo:
* questioni di metodo;
* problemi di periodizzazione;
* differenze territoriali;
* rapporti con la sinistra;
* dimensione transnazionale;
* prospettive di ricerca.
In questa parte il movimento non è solo oggetto storico, ma oggetto di interpretazione.
= I nodi trasversali =
Lungo tutto il volume attraversano l’analisi alcuni problemi ricorrenti:
* pluralità vs unità;
* autonomia vs rappresentanza;
* soggettività vs istituzionalizzazione;
* locale vs nazionale;
* memoria vs storia.
= In sintesi =
Il volume non propone:
* una storia celebrativa,
* né una cronologia lineare,
* né una teoria unificante.
Propone una ricostruzione che intreccia:
* pratiche,
* conflitti,
* luoghi,
* linguaggi,
* interpretazioni.
== Testi di riferimento ==
La bibliografia proposta agli studenti riflette la pluralità degli approcci con cui il femminismo degli anni Settanta è stato studiato.
* Il volume curato da Teresa Bertilotti e Anna Scattigno colloca il femminismo dentro una prospettiva di storia culturale e storiografia delle donne, con attenzione alla memoria, alle generazioni e alla pluralità delle esperienze.
* Elisa Bellè, in ''L’altra rivoluzione'', adotta una prospettiva relazionale e multi-scalare, mostrando come il movimento si costruisca attraverso pratiche situate e reti tra locale e nazionale.
* Maud Anne Bracke, in ''La nuova politica delle donne'', interpreta il femminismo come parte della trasformazione complessiva della politica italiana, analizzando il rapporto tra movimento, istituzioni e ridefinizione del politico.
* Fiamma Lussana propone una ricostruzione storico-politica attenta alle genealogie, ai conflitti interni e alla pluralità delle correnti.
* Il lavoro di Calabrò e Grasso si colloca nell’ambito della sociologia dei movimenti sociali, privilegiando l’analisi delle forme organizzative e delle trasformazioni del movimento.
La compresenza di questi testi evidenzia la varietà delle lenti interpretative attraverso cui lo stesso fenomeno può essere osservato.
== Introduzione ==
Il femminismo degli anni Settanta costituisce uno dei passaggi più incisivi della storia politica e culturale dell’Italia contemporanea. Tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta, una fitta rete di collettivi e gruppi diffusi sull’intero territorio nazionale mise in discussione i ruoli di genere, le relazioni tra i sessi e le stesse categorie attraverso cui venivano definiti la politica, i linguaggi, le forme del sapere e le soggettività.
La novità del neofemminismo non risiede unicamente nelle rivendicazioni avanzate, ma nelle pratiche attraverso cui esse furono elaborate: l’autocoscienza, la politicizzazione dell’esperienza personale, la centralità del corpo e della sessualità come luoghi di produzione di sapere e di conflitto. L’esperienza femminile non venne più subordinata a cornici interpretative esterne - di partito, di classe o di tradizione ideologica - ma assunta come punto di partenza per una rielaborazione teorica autonoma, capace di ridefinire il confine tra privato e pubblico, vita e politica, e di interrogare i nessi tra potere, sapere e corporeità.
Il femminismo di questo periodo si presenta come un insieme articolato di esperienze differenziate, radicate in contesti territoriali, culturali e politici diversi, con orientamenti teorici e strategie non omogenei. Tale pluralità - visibile nel diverso rapporto con la sinistra, i movimenti e le istituzioni, nell’alternativa tra separatismo e doppia militanza, nelle letture della subordinazione femminile in termini di classe o di differenza sessuale, nelle modalità di intervento pubblico - costituisce un tratto strutturale del movimento. La storiografia ha posto questo nodo al centro della riflessione, interrogandosi sull’uso dei termini “femminismo” e “femminismi”: se il singolare consente di cogliere la forza storica di un processo collettivo accomunato dalla critica alle gerarchie di genere, il plurale rende conto della molteplicità delle culture politiche e dei linguaggi che lo attraversarono (Guerra 2005).
La trasformazione che si produce alla fine del decennio non coincide con una cesura netta. Piuttosto, la crisi della forma-movimento apre una fase di riorganizzazione e ridefinizione: negli anni ottanta molte pratiche e molte elaborazioni proseguono in forme differenti, attraverso luoghi culturali, reti associative e iniziative di produzione che consolidano un femminismo meno centrato sulla mobilitazione di massa, ma capace di incidere in modo duraturo nel tessuto sociale (Guerra 2005). La categoria di “eredità” permette di leggere questo passaggio senza ridurlo a una narrazione di declino.
Questo volume adotta una prospettiva che intreccia ricostruzione storica e riflessione storiografica, assumendo come oggetto non soltanto gli eventi e le organizzazioni, ma le pratiche, i linguaggi e i luoghi di produzione del sapere femminista.
Dopo una sezione dedicata alle genealogie - il rapporto con il ’68, con la tradizione emancipazionista e con le reti transnazionali - il percorso analizza le pratiche fondative, la pluralità delle esperienze, i rapporti con movimenti, partiti e istituzioni, nonché gli spazi materiali e simbolici attraverso cui il femminismo costruì nuove forme di socialità e di cultura. Una parte conclusiva è dedicata alle trasformazioni degli anni ottanta e alle principali interpretazioni storiografiche del neofemminismo, affrontando le questioni di periodizzazione, di metodo e di memoria che ancora attraversano il dibattito.
Il volume assume le pratiche, i luoghi e i linguaggi come chiavi di lettura attraverso cui osservare l’intreccio tra dimensione politica, sociale e culturale del femminismo italiano degli anni Settanta, un'intersezione nella quale maggiormente si coglie la portata trasformativa del movimento.
Introduzione Parte II
Il femminismo degli anni Settanta si caratterizza per la centralità attribuita alle pratiche - come il separatismo e l’autocoscienza – che non rappresentano semplicemente forme organizzative, ma luoghi di elaborazione politica e di produzione di sapere.
La condivisione delle esperienze individuali consente di mettere in discussione l’apparente naturalità dei ruoli di genere e di individuare i meccanismi sociali e culturali che regolano i rapporti tra uomini e donne. In questo senso, le pratiche non si limitano a descrivere la realtà, ma contribuiscono a ridefinirla; la politica non è intesa soltanto come intervento nello spazio pubblico, ma come processo che prende avvio dall’esperienza vissuta e dalle relazioni tra donne.
All’interno di questo processo si afferma il principio secondo cui “il personale è politico”, che consente di collegare le esperienze quotidiane alle strutture sociali più ampie. Attraverso questa prospettiva, ambiti tradizionalmente considerati privati – come la sessualità, la maternità e la vita familiare – diventano oggetto di analisi e intervento politico.
È in questo quadro che il corpo emerge come un nodo centrale della riflessione femminista. Non si tratta di un ambito già definito, ma di un terreno che prende forma progressivamente attraverso le pratiche del movimento. Le esperienze legate alla sessualità, alla riproduzione e alla salute vengono condivise, confrontate e reinterpretate, dando luogo a una nuova consapevolezza che mette in discussione i modelli culturali dominanti; elaborazione teorica e sperimentazione pratica non costituiscono ambiti separati, ma dimensioni intrecciate di un medesimo percorso di politicizzazione.
Le pratiche del movimento non furono adottate in modo uniforme né assunsero significati univoci, ma costituirono un repertorio condiviso, rielaborato in forme differenti nei diversi contesti. Tale pluralità rinvia alla coesistenza di differenti modi di intendere la liberazione delle donne e al rifiuto di modelli organizzativi gerarchici e di una definizione univoca delle priorità. Tuttavia, essa condivise alcuni elementi fondamentali: la messa in discussione della distinzione tra sfera privata e sfera pubblica, la conseguente ridefinizione del politico e delle forme della soggettività femminile.
Le sezioni che seguono analizzano, da diverse prospettive, le principali pratiche e i nodi concettuali attraverso cui il femminismo degli anni Settanta ha ridefinito il rapporto tra esperienza, conoscenza e azione politica.
PARTE 3
"le radici del femminismo radicale italiano affondino al di fuori del contesto universitario, dei partiti e dei movimenti sociali, e si congiungano con l’azione di donne non più giovanissime alla fine degli anni Sessanta e senza pregresse, strutturate esperienze politiche." (tesi stelliferi)
32 Il primo collettivo neofemminista italiano, Demau (Demistificazione Autoritarismo; Demistificazione
[dell] autoritarismo), precede in realtà (1966) la rivolta studentesca e operaia della fine degli anni '60. - Strazzeri, p. 6
== Cronologia principale ==
=== 1965-1982 ===
{| class="wikitable sortable"
! Anno
! Gruppi che nascono
! Gruppi che si sciolgono
! Eventi
! Convegni / Incontri
! Manifestazioni
! Produzione culturale
|-
| 1965/66
| Demau
|
|
|
|
|
|-
| 1967
|
|
|
|
|
|
|-
| 1968
|
|
| Contestazione studentesca
|
|
|
|-
| 1969
| Cerchio spezzato (Trento);
MLD legato al Partito Radicale
|
| Autunno caldo
|
|
|
|-
| 1970
| Rivolta femminile
Anabasi
Le Nemesiache
|
|Approvazione della legge sul Divorzio (L. 898/1970)
|
|
|
|-
| 1971
| Lotta Femminista (PD)
|
|La Corte Costituzionale depenalizza la diffusione e l'uso degli anticoncezionali.
Approvazione della legge a tutela delle lavoratrici madri (L. 1204/1971 - diritto di astenersi dal lavoro 2 mesi prima, 3 dopo il parto) e della L.1044/1971 che introduce il piano quinquennale per l'istituzione di asili nido comunali con il concorso dello Stato
| Milano – Convegno presso l’Umanitaria
|
| Esce ''Quarto mondo'', pubblicata a Roma dal Fronte Italiano di Liberazione Femminile (FILF)
|-
| 1972
| Cherubini;
Lotta Femminista (MI)
|
|
| Bologna – Convegno di varie città;
Rouen – Convegno organizzato da Psychoanalyse et Politique;
Vandea – Convegno europeo organizzato dal MLF
|
| Nascono a Roma Edizioni delle donne; Anabasi pubblica l'antologia ''Donne è bello'' ; esce ''Compagna'', rivista di orientamento marxista. Nasce a Roma il Collettivo Femminista Comunista di Via Pomponazzi
|-
| 1973
| Collettivo San Gottardo; Gruppo Analisi; Gruppo Femminista per una medicina delle donne; Rivolta 3
| Demau
| Si forma il CISA; Processo a Gigliola Pierobon (Padova)
| Varigotti – incontro tra Cherubini, alcune donne del Veneto e le francesi di Psychanalyse et Politique
|
| Esce a Roma ''Effe'' , primo mensile femminista di attualità e cultura autogestito a diffusione nazionale; a Bologna ''La voce delle donne comuniste'' e ''Donna proletaria;'' a Milano ''MezzoCielo''
|-
| 1974
| Collettivo di via Albenga; Gruppo di Pratica dell’Inconscio; Mondadori; Ticinese
| Lotta Femminista
| Referendum abrogativo della legge sul divorzio
| 1° Convegno Nazionale a Pinarella di Cervia
|
| Esce ''Sputiamo su Hegel'' di Carla Lonzi; nasce l'editrice romana Dalla parte delle bambine; esce ''Sottosopra''
|-
| 1975
| Libreria delle donne di Milano
|
| Vengono istituiti i consultori familiari (L. 405/1975)
Blocco in Senato della proposta di legge sull’aborto
|
|
| Laura Lepetit fonda la casa editrice La Tartaruga; esce ''DWF – Donna Woman Femme''
|-
| 1975
| Corsi monografici 150 ore;
| Anabasi; Cherubini (trasferimento in Col di Lana); San Gottardo
| Elezioni amministrative
| Carloforte – Vacanze femministe; Milano – Convegno “Sessualità, maternità, procreazione, aborto”; Milano – Umanitaria “Donne e politica”; San Vincenzo (LI) – Pratica dell’inconscio; 2° Convegno nazionale a Pinarella di Cervia
| Roma – Manifestazione nazionale del 6 dicembre
|
|-
| 1976
| Corso 150 ore Affori; Gruppo Donne e Immagine; Gruppo Donne via dell’Orso; Gruppo donne Palazzo di Giustizia; Gruppo n.4 Col di Lana
| Gruppo Analisi; Gruppo di Pratica dell’Inconscio; Gruppo Femminista per una medicina delle donne; Rivolta 3
| Elezioni politiche; Formazione della Consulta femminista; Legge nazionale sui consultori
| Milano – Convegno “Donne e lavoro”; Paestum – 3° e ultimo convegno nazionale
| Milano – Entrata “dimostrativa” nel Duomo (gennaio)
| Nasce a Roma la rivista ''Limenetimena;'' esce ''Differenze'', rivista dei Collettivi femministi romani
|-
| 1977
| Collettivo della Borletti; Gruppo donne via Lanzone; Gruppo Scrittura
|
| Approvazione legge sulla Parità di Lavoro (L. 903/1977)
Movimento del 1977
| Milano – Convegno sulla violenza (Sala Provincia)
|
| Nasce la Libreria delle donne di Bologna Librellula
|-
| 1978
| Gruppo Madri del Leoncavallo; Gruppo Scrittura 1; Gruppo Scrittura 2; Gruppo Scrittura 3
|
| Approvazione legge sull'aborto (194/1978)
Rapimento Moro
|
|
| Esce ''Quotidiano donna,'' settimanale di politica, attualità e cultura ; apre a Cagliari la Libreria gestita dalla coperativa La tarantola
|-
| 1979
| 150 ore sul Cinema; Redazione di Grattacielo; Redazione milanese di Quotidiano Donne
| Collettivo Mondadori; Coordinamento via dell’Orso; Gruppo Donne e Immagine; Mancinelli
| “Caso 7 aprile”
| Milano – Umanitaria, proposta di legge contro la violenza sessuale
|
| Apre a Firenze la Libreria delle donne
|-
| 1980
| Centro Donne Ticinese; Collettivo studentesse liceo Berchet; Collettivo studentesse Università Statale; Cooperativa Gervasia Broxson; Gruppo di psicologia e attività creative; Gruppo Eos; Ristorante Cicip-Ciciap; Ticinese (nuovo)
| Col di Lana; Collettivo Borletti
|
|
| Milano – Manifestazione contro abrogazione legge aborto
|
|-
| 1981
| Gruppo Phoenix
| Grattacielo; Gruppo donne Palazzo di Giustizia
| Referendum abrogativo legge aborto
| Firenze – 2° Convegno contro il referendum; Milano – 1° Convegno contro il referendum 194; Roma – Convegno nazionale donne lesbiche; Torino – Convegno internazionale donne lesbiche
|
|
|-
| 1982
|
| Gruppo n.4; Redazione milanese di Quotidiano Donna
|
|
|
|
|}
8f5ehcqlvkeu0pd37wkxy6fzheldec8
Utente:R5b43/Sandbox/5
2
60575
499700
499143
2026-07-04T01:49:57Z
R5b43
22664
499700
wikitext
text/x-wiki
==Linfomi di non-Hodgkin==
{| class=wikitable
|+ The table's caption
! Column header 1
! Età
! Decorso
!Morfologia
!Prognosi
!Mutazioni genetiche
|-
! Row header 1
| Cell 2 || Cell 3
|
|
|
|-
!
|
|
|
|
|
|-
! Row header A
| Cell B
| Cell C
|
|
|
|-
!
|
|
|
|
|
|-
!
|
|
|
|
|
|-
!
|
|
|
|
|
|-
!
|
|
|
|
|
|-
!
|
|
|
|
|
|-
!
|
|
|
|
|
|}
==Splenomegalia==
La '''splenomegalia''' è l'aumento delle dimensioni della milza. Una milza ha le seguenti dimensioni normalmente: 14 cm massimo di lunghezza, 7 cm di larghezza e 3-4 di spessore, con una massa di 200 g. L'ipersplenismo è invece l'aumentata attività emocateretica della milza, con conseguente, oltre che splenomegalia, anche pancitopenia con midollo normo o ipercellulare. Possiamo individuare almeno due forme di splenomegalia.
===Splenite infettiva aspecifica===
La milza è ingrossata lievemente, non supera i 500 g e conserva la sua consistenza molle. La patogenesi è data sia dal danno diretto dal patogeno sia dalla risposta immunitaria. Microscopicamente la polpa bianca è necrotica e la polpa rossa è altamente congesta. In tutta la ppolpa bianca e rossa sono presenti ifiltrati di neutrofili e plasmacellule
===Splenomegalia congestiva===
Le cause di splenomegalia congestiva sono: congstione venosa centrale (secondaria a difeti valvolari della tricuspide o polmonare o scompenso cardiaco), nella quale la milza non supera i 500 g, ostruzione intraepatica (da cirrosi alcolica o pigmentata e schistosomiasi) e ostruzione extraepatica (da trombosi della vena porta, secondaria a malattie ostruttive intraepatiche o a infezioni peritoneali, o da trrombosi della vena splenica, secondaria a processi neoplastici di stomaco o pancreas). La milza assume una consistenza dura e può arrivare a pesare da 1000 g a 5000 g. Nella fase precoce la polpa rossa appare intensamente congesta, più tardivamente diviene più cellulare e fibrotica. I sinusoidi appaiono dilatati e con pareti rigide per via dell'accumulo di fibrina nelle pareti. La congestione venosa aumenta l'esposizione delle cellule del sangue ai macrofagi, portando a un aumentato iperemocaterismo (ipersplenismo).
===Infarto splenico===
In assenza di congestione a monte, l'infarto è dovuto da emboli settici (come nell'endocardite infettiva) o asettici che ostruiscono l'arteria splenica. In caso milza congesta, è è l'apporto diminuito di sangue a essere alla base della patogenesi. Le aree infartuate appaiono pallide e sono a disposizione sottocasulare; il colore può variare nei casi settici per via della necrosi suppurativa. Le lesioni guarite lasciano cicatrici depresse sulla superficie dell'organo.
t9c9n7kqth8w0bvtmwmonogmhb4vwqz
499701
499700
2026-07-04T02:07:47Z
R5b43
22664
/* Splenomegalia */
499701
wikitext
text/x-wiki
==Linfomi di non-Hodgkin==
{| class=wikitable
|+ The table's caption
! Column header 1
! Età
! Decorso
!Morfologia
!Prognosi
!Mutazioni genetiche
|-
! Row header 1
| Cell 2 || Cell 3
|
|
|
|-
!
|
|
|
|
|
|-
! Row header A
| Cell B
| Cell C
|
|
|
|-
!
|
|
|
|
|
|-
!
|
|
|
|
|
|-
!
|
|
|
|
|
|-
!
|
|
|
|
|
|-
!
|
|
|
|
|
|-
!
|
|
|
|
|
|}
==Splenomegalia==
La '''splenomegalia''' è l'aumento delle dimensioni della milza. Una milza ha le seguenti dimensioni normalmente: 14 cm massimo di lunghezza, 7 cm di larghezza e 3-4 di spessore, con una massa di 200 g. L'ipersplenismo è invece l'aumentata attività emocateretica della milza, con conseguente, oltre che splenomegalia, anche pancitopenia con midollo normo o ipercellulare. Le cause di splenomgalia sono:
* infezioni: aspecifica (come a seguito di emboli da endocardite infettiva), mononucleosi infettiva, TBC, febbre tifoide, CMV, brucellosi, sifilide, malaria, istoplasmosi, toxoplasmosileishmaniosi, tripanosomiasi, echinococcosi
* ipertensione portale
* malattie ematologiche: linfomi, mieloma multilpo, tumori mieloproliferativi, anemia emolitica
* condizioni immuni e infiammatorie: lupus, artrite reumatoide
* malattie d'accumulo: malattia di Gaucher, di Niemam-Pick e mucopolisaccaridosi
* altre: tumori primari e secondari, amiloidosi
Possiamo individuare almeno due forme di splenomegalia.
===Splenite infettiva aspecifica===
La milza è ingrossata lievemente, non supera i 500 g e conserva la sua consistenza molle. La patogenesi è data sia dal danno diretto dal patogeno sia dalla risposta immunitaria. Microscopicamente la polpa bianca è necrotica e la polpa rossa è altamente congesta. In tutta la polpa bianca e rossa sono presenti ifiltrati di neutrofili e plasmacellule
===Splenomegalia congestiva===
Le cause di splenomegalia congestiva sono: congstione venosa centrale (secondaria a difeti valvolari della tricuspide o polmonare o scompenso cardiaco), nella quale la milza non supera i 500 g, ostruzione intraepatica (da cirrosi alcolica o pigmentata e schistosomiasi) e ostruzione extraepatica (da trombosi della vena porta, secondaria a malattie ostruttive intraepatiche o a infezioni peritoneali, o da trombosi della vena splenica, secondaria a processi neoplastici di stomaco o pancreas). Queste cause portano a ipertensione portale e splenica. La milza assume una consistenza dura e può arrivare a pesare da 1000 g a 5000 g. Nella fase precoce la polpa rossa appare intensamente congesta, più tardivamente diviene più cellulare e fibrotica. I sinusoidi appaiono dilatati e con pareti rigide per via dell'accumulo di fibrina nelle pareti. La congestione venosa aumenta l'esposizione delle cellule del sangue ai macrofagi, portando a un aumentato iperemocaterismo (ipersplenismo).
===Infarto splenico===
In assenza di congestione a monte, l'infarto è dovuto da emboli settici (come nell'endocardite infettiva) o asettici che ostruiscono l'arteria splenica. In caso milza congesta, è è l'apporto diminuito di sangue a essere alla base della patogenesi. Le aree infartuate appaiono pallide e sono a disposizione sottocasulare; il colore può variare nei casi settici per via della necrosi suppurativa. Le lesioni guarite lasciano cicatrici depresse sulla superficie dell'organo.
lnrpzjowpdk4r7z2zdz0pbyflrq5bc6
499702
499701
2026-07-04T02:08:11Z
R5b43
22664
/* Splenomegalia */
499702
wikitext
text/x-wiki
==Linfomi di non-Hodgkin==
{| class=wikitable
|+ The table's caption
! Column header 1
! Età
! Decorso
!Morfologia
!Prognosi
!Mutazioni genetiche
|-
! Row header 1
| Cell 2 || Cell 3
|
|
|
|-
!
|
|
|
|
|
|-
! Row header A
| Cell B
| Cell C
|
|
|
|-
!
|
|
|
|
|
|-
!
|
|
|
|
|
|-
!
|
|
|
|
|
|-
!
|
|
|
|
|
|-
!
|
|
|
|
|
|-
!
|
|
|
|
|
|}
==Splenomegalia==
La '''splenomegalia''' è l'aumento delle dimensioni della milza. Una milza ha le seguenti dimensioni normalmente: 14 cm massimo di lunghezza, 7 cm di larghezza e 3-4 di spessore, con una massa di 200 g. L'ipersplenismo è invece l'aumentata attività emocateretica della milza, con conseguente, oltre che splenomegalia, anche pancitopenia con midollo normo o ipercellulare. Le cause di splenomgalia sono:
* infezioni: aspecifica (come a seguito di emboli da endocardite infettiva), mononucleosi infettiva, TBC, febbre tifoide, CMV, brucellosi, sifilide, malaria, istoplasmosi, toxoplasmosi, leishmaniosi, tripanosomiasi, echinococcosi
* ipertensione portale
* malattie ematologiche: linfomi, mieloma multilpo, tumori mieloproliferativi, anemia emolitica
* condizioni immuni e infiammatorie: lupus, artrite reumatoide
* malattie d'accumulo: malattia di Gaucher, di Niemam-Pick e mucopolisaccaridosi
* altre: tumori primari e secondari, amiloidosi
Possiamo individuare almeno due forme di splenomegalia.
===Splenite infettiva aspecifica===
La milza è ingrossata lievemente, non supera i 500 g e conserva la sua consistenza molle. La patogenesi è data sia dal danno diretto dal patogeno sia dalla risposta immunitaria. Microscopicamente la polpa bianca è necrotica e la polpa rossa è altamente congesta. In tutta la polpa bianca e rossa sono presenti ifiltrati di neutrofili e plasmacellule
===Splenomegalia congestiva===
Le cause di splenomegalia congestiva sono: congstione venosa centrale (secondaria a difeti valvolari della tricuspide o polmonare o scompenso cardiaco), nella quale la milza non supera i 500 g, ostruzione intraepatica (da cirrosi alcolica o pigmentata e schistosomiasi) e ostruzione extraepatica (da trombosi della vena porta, secondaria a malattie ostruttive intraepatiche o a infezioni peritoneali, o da trombosi della vena splenica, secondaria a processi neoplastici di stomaco o pancreas). Queste cause portano a ipertensione portale e splenica. La milza assume una consistenza dura e può arrivare a pesare da 1000 g a 5000 g. Nella fase precoce la polpa rossa appare intensamente congesta, più tardivamente diviene più cellulare e fibrotica. I sinusoidi appaiono dilatati e con pareti rigide per via dell'accumulo di fibrina nelle pareti. La congestione venosa aumenta l'esposizione delle cellule del sangue ai macrofagi, portando a un aumentato iperemocaterismo (ipersplenismo).
===Infarto splenico===
In assenza di congestione a monte, l'infarto è dovuto da emboli settici (come nell'endocardite infettiva) o asettici che ostruiscono l'arteria splenica. In caso milza congesta, è è l'apporto diminuito di sangue a essere alla base della patogenesi. Le aree infartuate appaiono pallide e sono a disposizione sottocasulare; il colore può variare nei casi settici per via della necrosi suppurativa. Le lesioni guarite lasciano cicatrici depresse sulla superficie dell'organo.
6qjmrmryb9ebbf9muoraq0fyb2p84qy
Utente:R5b43/Sandbox/12
2
60683
499698
499689
2026-07-03T16:11:11Z
R5b43
22664
499698
wikitext
text/x-wiki
==Cardiomiopatia restrittiva==
È una cardiomiopatia nella quale le pareti muscolari cardiache risultano rigide a causa di accumulo di fibre nell'interstizio. Ciò causa una diminuzione della compliace ventricolare. Le cause possono essere:
* amiloidosi
* sarcoidosi
* fibrosi indotta da radiazioni
* tumori metastatici
* accumulo di metaboliti da errori congeniti del metabolismo
* idiopatica
All'esame morfologico macroscopico gli atri (non i ventricoli) sono dilatati a causa dell'aumento pressorio e del riempimento ventricolare limitato. All'esame microscopico è visible fibrosi interstiziale. La diagnosi si effettua tramite ecocardiografia e si richiede una biopsia per inividuare l'eziologia.
Disturbi specifici che causano cardiomiopatia restrittiva:
* '''endomiocardite di Loeffler''': vi è un accumulo di fibre nell'endocardio e nel miocardio, accompagnato a eosinofilia locale e sistemica. Sono presenti trombi murali a causa dell'aumentata trombogenicità dell'endocardio per via dei danni cellulari causato dai prodotti degli eosinofili. Spesso è associata disturbi mieloproliferativi da riarrangiamenti cromosomici che portano a geni di fusione, che codificano per una PDGFR tirosin chinasi costituzionalmente attiva
* '''fibrosi endomiocardica''': diffusa nei paesi tropicali, è la cardiomiopatia più diffusa nel mondo. La fibrosi si diffonde a aprtiree dall'apice. È dovuta a carenze nutrizionali e/o infestazioni parassitarie. È associata a trombi murali
* '''fibroelastosi endocardica''': si tratta di un isessimento fibroelastico del ventricolo sinistro. È poco comune, colpisce i bambini soto i due anni di età, e può decorrere verso una insufficienza cardica fatale. In un terzo dei casi è associata ad alterazioni congenite del cuore, tra cui l'ostruzione della valvola aortica. Si ipotizza che la patogenesi sia dovuta a una infezione virale o mutazioni del gene della tafazzina.
===Amiloidosi cardiaca===
Nelle pareti si accumulano beta-amiloidi interstiziali. La consistenza può essere da normale a gommosa, le pareti ispessite le camere normalmente non sono dilatate, se non lievemente. Gocce simili a cera sono visibile sulla parete nedocardica degli atri
L'accumulo di fibre può essere locale, limitato al cuore, oppure sistemico. La prima forma, meno grave, colpisce soggetti anziani con più di 70 anni, la seconda ha una prgnosi più sfavorevole, colpisce pazienti giovani, ed è secondaria a mieloma o infiammazione cronica. Nella forma senile gli accumuli sono costituiti da '''transtiretina'''.
==Miocardite==
La miocardite è un gruppo eterogeneo di malattie caratterizzate dall'infiammazione del miocardio e danno ad esso associato. La sua presentazione clinica può essere simile all'infarto miocardico. Nelle forme fulminanti insorgono insufficienza cardiaca o aritmie fatali. I pazienti possono sviluppare cardiomiopatia dilatativa nel lungo termine. Le cause sono:
* '''virali''': da Coxsackievirus A e B e altri enterovirus (causa più comune), CMV, HIV. Nell'HIV il danno è da patogeni opportunistio direttamente dal virus
*'''batteriche''': ''Borrelia burgdorferi'' (malattia di Lyme), in cui colpisce il 5% dei pazienti, difterite
*'''parassitarie''': trichinella, toxoplasma, tripanosomiasi americana (malattia di Chagas), nella quale la miocardite è presente nel 10% degli infettati, può decorrere verso rosoluzione o il paziente sviuppa una miocardite cronica immuno-mediata che porta a insufficienza cardaica in 10-20 anni
*'''da ipersensibilità'''
*'''a cellule giganti''': fulminante
*da '''farmaci'''
===Morfologia===
Macroscopicamente, il cuore può apparire normale o lievemente dilatato. Nelle fasi avanzate le pareti risultano flaccide con focolai infiammatori a chiazze (non continui). All'esame microscopico si vedono inflitrati linfocitari con miociti in necrosi. Una biopsia può essere negativa per via del fatto che l'infiammazione si presenta a chiazze non continue. Nella tripanosomiasi, è presente invasione dei parassiti. Nella miocardite da ipersensibilità è presente eosinofilia. La miocardite da cellule gigante prende il suo nome da cellule formate dalla fusione di macrofagi.
==Cardiopatia ipertensiva==
La cardiomiopatia ipertensiva è una ipertrofia patologica del cuore in risposta all'ipertensione. Può colpire il cuore sinistro, in rispota all''''ipertensione sistemica''', o il cuore destro all'ipertensione polmonare.
===Cardiopatia ipertensiva sinistra===
Inizialmente è asintomatico, e si può evidenziare la cardiopatia solo all'ecografo. Successivamente si sviluppa ipertrofia come risposta alle maggiori pressioni da vincere, e infine dilatazione delle camere, specialmente dell'atrio sinistro. L'esordio clincico si manifesta con fibrillazione atriale o con scompenso cardiaco. La malattia decorre con conseguenze quali la cardiopatia ischemica, a causa della eccessiva pressione e dell'aumentata richiesta d'ossigeno del muscolo cardiaco che dve "spingere" contro pressioni maggiori, insufficienza cardiaca progressiva, morte improvvisa. All'esame micfroscopico si rinvengono fibrosi interstiziale e aumento del diamentro trasversale dei miociti.
===Cardiopatia ipertensiva destra===
È secondaria ad aumento delle pressioni del circolo polmonare. La causa più comune di ipertensione polmonare derivano da disfunzioni del cuore sinistro, l'espressione "cuore polmonare" è riferita al cuore con sola insufficienza cardiaca destra. Nel cuore polmnare cronico (causato da malattie polmonari o da disturbi primari dei vasi che portano a ipertensione polmonare primaria), le pareti ventricolari risultano ispessite, inclusi il cono arterioso e il fascio moderatore. L'ipertrofia ventricolare può causare rigurgito e ispessimento della valvola tricuspide. Nel cuore polmonare acuto (da embolia polmonare ad es.) il ventricolo è notevolmente dilatato senza ispessimento delle pareti (non c'è tempo di sviluppare l'ipertrofia).
2i9jdd0u7dsva97ifzd56tqvrdt81cj
Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Piombino Dese
0
60684
499695
2026-07-03T15:13:57Z
Tom il padernellese
46110
creazione pagina
499695
wikitext
text/x-wiki
{{Disposizioni foniche di organi a canne}}
Disposizioni foniche del comune di [[w:Piombino Dese|Piombino Dese]] raggruppate per edificio.
== Capoluogo ==
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Piombino Dese/Piombino Dese - Chiesa di San Biagio Vescovo|Chiesa di San Biagio Vescovo]]
== Frazioni ==
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Piombino Dese/Torreselle - Chiesa dei Santi Giuda e Taddeo Apostoli|Torreselle - Chiesa dei Santi Giuda e Taddeo Apostoli]]
{{Avanzamento|50%|21 febbraio 2015}}
[[Categoria:Disposizioni foniche di organi a canne]]
g1uhvbj2pnudb81r25g9ezunr4o7shd
499697
499695
2026-07-03T15:19:58Z
Tom il padernellese
46110
499697
wikitext
text/x-wiki
{{Disposizioni foniche di organi a canne}}
Disposizioni foniche del comune di [[w:Piombino Dese|Piombino Dese]] raggruppate per edificio.
== Capoluogo ==
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Piombino Dese/Piombino Dese - Chiesa di San Biagio Vescovo|Chiesa di San Biagio Vescovo]]
== Frazioni ==
* [[Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Piombino Dese/Torreselle - Chiesa dei Santi Giuda e Taddeo Apostoli|Torreselle - Chiesa dei Santi Giuda e Taddeo Apostoli]]
{{Avanzamento|50%|3 luglio 2026}}
[[Categoria:Disposizioni foniche di organi a canne]]
imu4b2o7o1t7ttjm0xi232dxlf7fmrq
Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Veneto/Provincia di Padova/Piombino Dese/Piombino Dese - Chiesa di San Biagio Vescovo
0
60685
499696
2026-07-03T15:19:19Z
Tom il padernellese
46110
creazione scheda
499696
wikitext
text/x-wiki
{{Disposizioni foniche di organi a canne}}
* '''Costruttore:''' Domenico Malvestio e figli
* '''Anno:'''1938 (?)
* '''Restauri/modifiche:''' ?
* '''Registri:''' 10
* '''Canne:''' ?
* '''Trasmissione:''' pneumatica tubolare
* '''Consolle:''' fissa
* '''Tastiere:''' 2 di 61 note (''Do<sup>1</sup>''-''Do<sup>6</sup>'')
* '''Pedaliera:''' concavo-radiale di 30 note (''Do<sup>1</sup>''-''Fa<sup>3</sup>'')
* '''Collocazione:''' in corpo unico, in abside dietro l'altar maggiore
{| border="0" cellspacing="0" cellpadding="20" style="border-collapse:collapse;"
| style="vertical-align:top" |
{| border="0"
| colspan=2 | '''I - ''Grand'Organo'''''
----
|-
|Principale || 8'
|-
|Dolce || 8'
|-
|Ottava || 4'
|-
|Ripieno ||
|-
|}
| style="vertical-align:top" |
{| border="0"
| colspan=2 | '''II - ''Espressivo'''''
----
|-
|Gamba || 8'
|-
|Bordone || 8'
|-
|Coro Viole || 8'
|-
|Flauto || 4'
|-
|Nazard || 2.2/3'
|-
|Tremolo ||
|-
|}
| style="vertical-align:top" |
{| border="0"
| colspan=2 | '''Pedale'''
----
|-
|Subbasso || 16'
|-
|}
|}
{{Avanzamento|100%|3 luglio 2026}}
[[Categoria:Disposizioni foniche di organi a canne]]
s2vjlnet7yjhym0mvf7p0bhys3dyc8i
Utente:R5b43/Sandbox/13
2
60686
499699
2026-07-03T18:25:20Z
R5b43
22664
Nuova pagina: Le '''pneumoconiosi''' sono malatttie interstiziali del polmone causate dall'inalazione din polveri. È necessaria una lunga esposizione (nell'ordine dei 10 anni) affinchè si manfesti la malattia. Hanno un pattern generalmente restrittivo. ==Silicosi== È causata dall'inalazione di polveri di ossido di silice. Clinicamente si presenta con tosse secca e dipnea ingravescente. ===Patogenesi=== Le fibre, con uno spessore inferioire a 3 micron, vengon o inalate e finscono negli...
499699
wikitext
text/x-wiki
Le '''pneumoconiosi''' sono malatttie interstiziali del polmone causate dall'inalazione din polveri. È necessaria una lunga esposizione (nell'ordine dei 10 anni) affinchè si manfesti la malattia. Hanno un pattern generalmente restrittivo.
==Silicosi==
È causata dall'inalazione di polveri di ossido di silice. Clinicamente si presenta con tosse secca e dipnea ingravescente.
===Patogenesi===
Le fibre, con uno spessore inferioire a 3 micron, vengon o inalate e finscono negli alveoli. Lì i macrofagi fagocitano le fibre, ma poi le espellono. I macrofagi necrotici inducono la formazione di collagene e il perpetuamento dell'infiammazione. Le conseguenze patologiche sono: la distruzione del microcircolo, che comporta ipertensione polmonare e cuore polmonare cronico, il blocco del drenaggio linfatico, fenomeni simil-enfisematosi per trazione dei bronchioli e danno pleurico. Complicanze sono la silico-tubercolosi e la sindrome di Caplan, i cui noduli appaiono con un centro necrotico circondato da fibroblasti a palizzata.
===Macroscopico===
All'esame macroscopico si distinguono due forme:
*silicosi nodulare disseminata (più comune): si osservano noduli nerastri a livello apicale e nella regione ilare;
*fibrosi massiva diffusa (più grave): il polmone ha una sclerosi diffusa. Si possono formare caverne di necrosi caseosa.
===Microscopico===
La caratteristica è il nodulo silicotico, che si forma inizialmente dalla raccolta di macrofagi, seguita da accumulo di collagene. Il nodulo finale è costituito da un centro con necrosi fibrnoide, circondato da collagene, e macrofagi più esternamente.
pm24deh3b1lvnydcg9e7woet9o75jsb