Wikibooks itwikibooks https://it.wikibooks.org/wiki/Pagina_principale MediaWiki 1.47.0-wmf.9 first-letter Media Speciale Discussione Utente Discussioni utente Wikibooks Discussioni Wikibooks File Discussioni file MediaWiki Discussioni MediaWiki Template Discussioni template Aiuto Discussioni aiuto Categoria Discussioni categoria Progetto Discussioni progetto Ripiano Discussioni ripiano TimedText TimedText talk Modulo Discussioni modulo Evento Discussioni evento Disposizioni foniche di organi a canne/Italia/Puglia/Provincia di Foggia/Deliceto/Deliceto - Chiesa di Sant'Antonio 0 48219 499728 492133 2026-07-05T12:55:45Z VoceUmana7 51633 499728 wikitext text/x-wiki {{Disposizioni foniche di organi a canne}} [[File:Deliceto - S. Antonio organo D.A.Rossi.jpg|300px|centro]] * '''Costruttore:''' Domenico Antonio Rossi * '''Anno:''' 1775 * '''Restauri/modifiche:''' ? * '''Registri:''' 7 * '''Canne:''' ? * '''Trasmissione:''' meccanica * '''Consolle:''' a finestra, al centro dell'organo * '''Tastiere:''' 1 di 45 note scavezza (''Do<sup>1</sup>''-''Do<sup>5</sup>'') * '''Pedaliera:''' di 9 tasti a leggìo scavezza (''Do<sup>1</sup>''-''Do<sup>2</sup>'') * '''Collocazione:''' in corpo unico * '''Accessori:''' ''Tiraripieno'' {| border="0" cellspacing="0" cellpadding="20" style="border-collapse:collapse;" | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Colonna di sinistra ''' ---- |- |Voce Umana<ref>dal ''Do<sup>3</sup>''</ref> |- |Flauto in XII<ref>dal ''Fa#<sup>2</sup>''</ref> |- |} | style="vertical-align:top" | {| border="0" | colspan=2 | '''Colonna di destra''' ---- |- |Principale || 8' |- |Ottava |- |Decimaquinta |- |Decimanona |- |Vigesimaseconda |- |Tiraripieno |- |} |} == Note == <references/> == Collegamenti esterni == * {{cita web|url=https://www.catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/1600130242|titolo=Catalogo Generale dei Beni Culturali|accesso=5 luglio 2026}} {{Avanzamento|100%|5 luglio 2026}} [[Categoria:Disposizioni foniche di organi a canne]] srrcyyaagynh4as5slisa9ingjvimxc 499729 499728 2026-07-05T12:56:24Z VoceUmana7 51633 499729 wikitext text/x-wiki {{Disposizioni foniche di organi a canne}} [[File:Deliceto - S. 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Pluralità dei femminismi''' 3.1 Formazione (1965–1973) 3.2 Espansione e confronto pubblico (1974–1976) 3.3 Ridefinizioni (1977–1980) '''4. Spazi, infrastrutture, saperi''' 4.1 Consultori autogestiti e self-help 4.2 Le 150 ore delle donne 4.3 Case delle donne 4.4 Editoria femminista 4.5 Arte e cinema '''5. Trasformazioni tra anni Settanta e Ottanta''' 5.1 Nuove configurazioni 5.2 Femminismo e politiche delle donne '''6. Interpretazioni storiografiche''' 6.1 Questioni di metodo. Memoria e storia 6.2 Periodizzazioni 6.3 Questione territoriale 6.4 "Doppia militanza" e rapporti con la sinistra extraparlamentare 6.5 Dimensione transnazionale 6.6 Questioni aperte, prospettive di ricerca '''Appendici''' Cronologia essenziale Glossario Documenti fondamentali (estratti) Bibliografia Sitografia e archivi digitali == Cap. 3 - Pluralità dei femminismi: formazione, conflitti, trasformazioni == Parlare di "femminismi" al plurale significa riconoscere che il campo femminista italiano non ha mai avuto un centro, una linea ufficiale, né portavoce riconosciute. una struttura reticolare, composta da collettivi autonomi, gruppi di autocoscienza e reti informali di scambio, senza un’organizzazione centrale né piattaforme politiche unitarie. (Rossi-Doria 2005; Lussana 2012; Stelliferi 2015). Fin dalle origini, quindi, il movimento assume una struttura reticolare, composta da collettivi autonomi, gruppi di autocoscienza e reti informali di scambio, senza un’organizzazione centrale né piattaforme politiche unitarie. Il femminismo italiano degli anni Settanta si presenta alla ricerca storica come un oggetto per sua natura plurale. La storiografia ha progressivamente adottato la categoria di “femminismi” per descrivere la compresenza di pratiche e orientamenti politici differenziati, riconoscendo nella molteplicità di gruppi, pratiche e orientamenti teorici una caratteristica costitutiva del movimento. (Guerra, 2005; Bellè, 2021; Stelliferi e Voli, 2023). Parlare di "femminismi" al plurale significa riconoscere che il campo femminista italiano non ha mai avuto un centro, una linea ufficiale, né portavoce riconosciute. Tale pluralità riguarda sia le impostazioni teoriche - ad esempio il rapporto tra emancipazione e differenza sessuale, tra sesso e classe, tra autonomia e mediazione politica - sia le forme organizzative e gli ambiti di intervento privilegiati dai diversi gruppi. La differenziazione interna del movimento si manifesta lungo vari assi: le culture politiche di provenienza, la collocazione territoriale, le generazioni coinvolte, le modalità di relazione con i movimenti sociali e con le istituzioni. Ne emerge un panorama composito, nel quale coesistono orientamenti separatisti e pratiche di doppia militanza, esperienze concentrate sull’elaborazione teorica e percorsi maggiormente orientati all’intervento sociale e sindacale. > le vicende entrano come esempi trasversali a queste linee, non come scansione cronologica. Quattro linee di differenza "interne": i # Autocoscienza/pratica dell'inconscio (elaborazione interna) vs. pratica/intervento nel sociale # Autonomia radicale vs. interlocuzione istituzionale (Milano vs. Roma — come asse che incrocia le prime due - Lussana) # doppia militanza e rapporto con la sinistra # Femministe storiche vs. nuove, conflitto generazionale e allargamento del movimento Problema: quale contesto politico è davvero rilevante per capire l'evoluzione del femminismo? Non tutto il contesto politico italiano, ma solo quello che incide direttamente sul movimento: le leggi che lo riguardano, i movimenti con cui interagisce, il clima che restringe o allarga gli spazi di azione. == 3.1 Formazione del campo femminista (1965-1973) == Tra la seconda metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta in diverse città italiane si formano i primi gruppi femministi autonomi. Tali esperienze non derivano da un unico centro organizzativo né da un’elaborazione teorica condivisa: emergono in contesti differenti e a partire da percorsi politici e sociali eterogenei. Esperienze sviluppate in particolari ambienti intellettuali e culturali, collettivi universitari, gruppi nati all’interno della nuova sinistra contribuiscono alla costruzione di una rete di relazioni informali, caratterizzata da forte autonomia locale e da modalità di coordinamento intermittenti. (Rossi-Doria 2005; Lussana 2012; Stelliferi 2015). Le pratiche che caratterizzano la fase fondativa del neofemminismo - autocoscienza, separatismo, politicizzazione dell’esperienza e centralità del corpo - costituiscono un terreno condiviso tra i gruppi e collettivi sorti nei primi anni Settanta. All’interno di tale quadro comune emergono tuttavia, fin dall’inizio, elaborazioni teoriche e orientamenti politici differenziati, che danno luogo a una pluralità di esperienze, linguaggi e forme di organizzazione. La storiografia ha progressivamente adottato la categoria di “femminismi” per descrivere questa configurazione originaria del movimento - una struttura reticolare che presenta pratiche e orientamenti politici differenziati - riconoscendo nella molteplicità di gruppi, pratiche e orientamenti teorici una caratteristica costitutiva del movimento. (Guerra, 2005; Bellè, 2021; Stelliferi e Voli, 2023). === 3.1.1 Prime esperienze e contesti di formazione === La formazione del neofemminismo italiano si colloca nella seconda metà degli anni Sessanta e si sviluppa attraverso percorsi che precedono, accompagnano e successivamente attraversano l'esperienza del Sessantotto.. Le sue prime elaborazioni emergono in ambienti intellettuali e politico-culturali segnati dal confronto con il marxismo critico, l’antiumanismo teorico, l’analisi dell’autoritarismo e la ricezione della Scuola di Francoforte. In questo contesto si sviluppa una riflessione che mette in discussione la neutralità della politica e individua nella differenza sessuale un dispositivo strutturale di subordinazione. L'esperienza più precoce e significativa di questa fase iniziale è rappresentata dal gruppo DEMAU (Demistificazione Autoritarismo), fondato a Milano nel 1965-1966. DEMAU sviluppa una riflessione critica sui rapporti di autorità nella società e nella famiglia e sui paradigmi emancipazionisti dell’UDI e della sinistra storica, individuando nella sessualità uno dei luoghi centrali della subordinazione femminile. Pur rimanendo un’esperienza numericamente limitata - il gruppo si ridimensiona nel 1968, quando parte delle aderenti confluisce nella nuova sinistra, nella convinzione che la trasformazione complessiva dei rapporti sociali avrebbe comportato anche una ridefinizione dei ruoli di genere - DEMAU elabora temi che diventeranno centrali nel neofemminismo degli anni successivi. Sul finire degli anni sessanta, in contesto universitario, si sviluppa il collettivo femminista Cerchio spezzato di Trento. Nato nell’ambiente del movimento studentesco, il gruppo rappresenta uno dei primi tentativi di affrontare la condizione femminile all’interno delle trasformazioni politiche e culturali del Sessantotto, mostrando come la nascita del femminismo italiano non sia circoscritta ai grandi centri urbani. Il passaggio attraverso le organizzazioni della nuova sinistra costituisce un ulteriore momento formativo. Molte donne provenienti da esperienze come Lotta Continua, Potere Operaio o Avanguardia Operaia sperimentano una partecipazione intensa ma marginalizzata nei ruoli decisionali. La difficoltà di tematizzare sessualità, maternità e divisione sessuale del lavoro all'interno di tali organizzazioni produce una frattura tra appartenenza politica e riconoscimento della specificità dell'oppressione femminile, favorendo la successiva costituzione di spazi autonomi di elaborazione (Calabrò e Grasso, 1985). La rottura non avviene in forma immediata né univoca: la doppia militanza, nei gruppi extraparlamentari e nei collettivi femministi, rimane per alcuni anni una pratica diffusa. === 3.1.2 Nascita dei primi gruppi (1970-1973) === Tra il 1970 e il 1971 emergono quasi simultaneamente diverse esperienze destinate ad avere maggiore visibilità nel panorama del movimento. A Roma viene diffuso il Manifesto di Rivolta Femminile, testo fondativo del gruppo animato da Carla Lonzi, che afferma la rottura con la politica tradizionale e con l'emancipazionismo, ponendo le donne come soggetto autonomo di trasformazione e rifiutando ogni interlocuzione istituzionale. Nello stesso anno nasce a Milano Anabasi, uno dei primi gruppi di autocoscienza italiani, che nel 1972 cura la pubblicazione dell'antologia ''Donne è bello'', contribuendo a introdurre in Italia testi e documenti del femminismo internazionale. Sempre nel 1970 nasce il Movimento di Liberazione della Donna (MLD), federato al Partito Radicale, che individua nel terreno dei diritti civili e delle riforme legislative uno spazio privilegiato di azione: informazione contraccettiva, legalizzazione dell'aborto e accesso ai servizi sanitari configurano un orientamento volto a incidere sul quadro normativo attraverso mobilitazione e pressione politica. Tra il 1970 e il 1973 si moltiplicano collettivi territoriali con configurazioni diverse. A Milano il Collettivo di via Cherubini assume un ruolo centrale, praticando l'autocoscienza come forma primaria di elaborazione politica. A Padova nasce Lotta Femminista, animata da Mariarosa Dalla Costa, che elabora la teoria del salario al lavoro domestico e si estende a Milano, Bologna e altre città. A Roma si sviluppano collettivi di quartiere maggiormente orientati all'intervento sociale. A Napoli nasce nel 1970 il collettivo Le Nemesiache: a differenza di gruppi sorti nel movimento studentesco o nella sinistra extraparlamentare, l'esperienza napoletana lega la pratica femminista separatista alla sperimentazione artistica - teatro, cinema, rielaborazione del mito e delle culture mediterranee - rivendicando una specificità meridionale del movimento rispetto ai collettivi presenti nel settentrione. Queste esperienze non costituiscono una sequenza evolutiva, ma definiscono fin dall'origine un campo femminista plurale, attraversato da una pluralità di elaborazioni: materialista, separatista, psicoanalitica, riformatrice. === 3.1.3 Collegamenti nazionali === Tra il 1970 e il 1973 si moltiplicano collettivi territoriali con caratteristiche eterogenee. L’autocoscienza si diffonde come pratica primaria di elaborazione politica, mentre le appartenenze restano mobili e i confini tra gruppi permeabili. Il movimento assume una configurazione reticolare, priva di un centro direttivo nazionale. La crescita dei collettivi femministi si accompagna alla nascita di una prima produzione editoriale militante. Bollettini ciclostilati e riviste autoprodotte mettono in circolo esperienze e riflessioni; alcuni testi, come l'antologia ''Donne è bello'' curata dal gruppo milanese Anabasi, favoriscono la diffusione di testi e documenti del femminismo internazionale, in gran parte statunitense, affiancandoli a materiali del neofemminismo italiano delle origini. Nel 1973 la pubblicazione di ''Sottosopra. Esperienze dei gruppi femministi in Italia'' segnala l’esigenza di costruire strumenti di circolazione e confronto tra collettivi autonomi. L’invito a gruppi non legati a organizzazioni politiche maschili testimonia la centralità dell’autonomia come criterio di appartenenza. Il tentativo di superare la dimensione dei piccoli gruppi non si traduce in una struttura unitaria, ma rafforza la consapevolezza di un campo in espansione e differenziato. La circolazione delle pubblicazioni militanti rende inoltre visibili alcuni orientamenti destinati ad assumere un ruolo centrale nel dibattito femminista: elaborazioni della differenza sessuale, interpretazioni marxiste della divisione sessuale del lavoro, pratiche orientate all'intervento sociale e alle campagne per i diritti civili. Tali orientamenti non coincidono con organizzazioni stabili né con appartenenze esclusive, ma contribuiscono alla formazione di un campo caratterizzato da confini mobili e da reti di relazione intermittenti. === 3.1.4 Aperture transnazionali e differenziazione teorica === Nel 1972 l'incontro con il femminismo francese nei convegni di La Tranche-sur-Mer e Vieux-Villez introduce ulteriori elementi di differenziazione. L'attenzione alla pratica psicoanalitica e al lesbismo come scelta necessaria, proposti dal gruppo parigino Psych et Po, influenza alcuni gruppi italiani (Lussana, 2012). Un primo momento di verifica autonoma di questo confronto si svolge nel 1973 a Varigotti, dove gruppi milanesi e torinesi si incontrano con alcune femministe francesi: dal confronto emergono due impostazioni distinte, il separatismo radicale e la centralità del rapporto con la figura materna proposti dalle francesi da un lato, la scelta italiana di mantenere il piccolo gruppo come luogo privilegiato di elaborazione della soggettività dall'altro. Da questo confronto si formano a Milano i gruppi Analisi e, successivamente, Pratica dell'inconscio, animati da Lea Melandri, che tematizzano l'inconscio e il rapporto con la madre come luoghi di produzione del rapporto tra i sessi. In alcuni settori del movimento il lesbismo viene assunto come pratica politica e come rottura della dipendenza affettiva e simbolica dagli uomini; pur non divenendo posizione maggioritaria, contribuisce a ridefinire il significato del separatismo. === 3.1.5 Il processo Pierobon === Il dibattito sull'aborto, già acceso dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 1971 sulla contraccezione, assume una nuova centralità politica con il processo a Gigliola Pierobon, del collettivo Lotta Femminista, imputata nel giugno 1973 per un aborto commesso da minorenne. Il caso diventa occasione di autodenunce pubbliche e di una prima grande mobilitazione femminista che amplia la visibilità nazionale del movimento. Il tribunale dichiara il reato estinto per perdono giudiziale, in considerazione della minore età dell'imputata al momento dei fatti. Il processo segna un passaggio rilevante: la questione dell’autodeterminazione femminile entra nel conflitto pubblico e nel confronto diretto con l’ordinamento giuridico. Tra il 1965 e il 1973 si consolida così un campo femminista caratterizzato da pluralità costitutiva, configurazione reticolare e differenziazione strategica. L'assenza di una direzione unitaria non costituisce un limite organizzativo, ma la forma specifica attraverso cui il neofemminismo italiano prende consistenza pubblica. == 3.2 Espansione e confronto pubblico (1974-1976) == Il biennio 1974-1976 coincide con una fase di ampliamento territoriale e di maggiore visibilità pubblica del femminismo italiano. I collettivi si moltiplicano in numerose città, si intensificano i contatti tra gruppi e il movimento si confronta in modo più diretto con il sistema politico e con l’ordinamento giuridico. L’espansione non comporta omogeneità. La crescita quantitativa si accompagna alla coesistenza di orientamenti differenti sulle forme dell’azione politica, sul rapporto con i partiti e con le organizzazioni della sinistra, sulle priorità tematiche e sulle modalità di intervento nello spazio pubblico. La maggiore visibilità di alcune città, in particolare Milano, Roma e l’area veneta, non va interpretata come l’indicazione di una struttura gerarchica del movimento. Essa riflette la distribuzione delle fonti disponibili e l’attenzione che la storiografia ha dedicato ad alcuni ambienti militanti. Studi più recenti hanno mostrato come esperienze femministe fossero presenti anche in contesti urbani e territoriali meno documentati, mettendo in discussione una rappresentazione del movimento organizzata rigidamente intorno a pochi centri principali. La ricostruzione della geografia dei collettivi resta quindi un campo di ricerca ancora in evoluzione. === 3.2.1 Convegni, reti e crescita del movimento === La crescita del movimento in questi anni non è solo quantitativa. Nascono nuovi gruppi, si moltiplicano i collettivi di quartiere e nei luoghi di lavoro, si aprono i primi consultori autogestiti. È in questo contesto che si svolgono i primi grandi convegni nazionali del movimento. Il primo si realizza nel novembre 1974 a Pinarella di Cervia, promosso dal collettivo milanese di via Cherubini: vi partecipano circa settecento donne provenienti da numerose città italiane, appartenenti a collettivi con orientamenti e pratiche diverse. Il convegno è dedicato alla discussione della pratica dell'autocoscienza e delle forme di organizzazione del movimento, e rende visibile la distanza tra gruppi impegnati prevalentemente nell'elaborazione teorica e collettivi più orientati all'intervento politico e sociale, alla cosiddetta "pratica del fare". Un secondo convegno a Pinarella nel 1975 riprende il confronto tra i gruppi e rende più esplicite alcune divergenze emerse nel movimento, senza risolverle. In particolare si confrontano posizioni che attribuiscono centralità alla pratica dell’inconscio e altre più direttamente orientate all’azione politica e sociale, in continuità con le mobilitazioni sull’aborto e con le campagne per i consultori. Il confronto non conduce alla definizione di una piattaforma comune, ma rende più esplicite le differenze tra pratiche e linguaggi politici presenti nel movimento.(Lussana, 2012) I convegni di Pinarella rappresentano così uno dei primi momenti in cui queste divergenze vengono discusse su scala nazionale, nel contesto di un movimento che, proprio negli stessi anni, sta ampliando la propria presenza nello spazio pubblico attraverso le campagne sull’aborto e la crescita dei collettivi femministi nelle principali città italiane.(Lussana, 2012). === 3.2.2 Il terreno dell’aborto e la prima mobilitazione nazionale === Dopo il caso Pierobon la questione dell’aborto assume una centralità crescente e attraverso le sue mobilitazioni il movimento entra progressivamente nello spazio pubblico e politico. L’interruzione volontaria di gravidanza non viene tematizzata soltanto come rivendicazione giuridica, ma come nodo teorico che investe la sessualità, la maternità e il controllo del corpo femminile. Nel corso del 1974 e del 1975 il dibattito si intensifica e costringe tutti i gruppi a prendere posizione, evidenziando i diversi punti di vista. Per il Movimento di Liberazione della Donna (MLD) la legalizzazione dell’aborto costituisce una tappa necessaria nell’estensione dei diritti civili e dell’autodeterminazione individuale. Il CRAC (Comitato Romano per l'Aborto e la Contraccezione), fondato nel 1975 come organismo di coordinamento femminista che riunisce il Movimento Femminista Romano di via Pompeo Magno, collettivi di quartiere, il Nucleo Femminista Medicina e militanti provenienti da Lotta Continua e Avanguardia Operaia, pone l’obiettivo dell’aborto libero, gratuito e assistito, legato ad politica di prevenzione fondata su consultori controllati dalle donne, da ottenere attraverso mobilitazione collettiva e pressione sulle istituzioni. Per Rivolta Femminile e per gli altri gruppi che fanno dell’autocoscienza e dell’autoriflessione la propria pratica principale, come era accaduto per il divorzio, la legalizzazione dell’aborto non esaurisce il problema politico che esso porta con sé: l'aborto è una tragedia prodotta da una sessualità femminile colonizzata dall'uomo, e regolamentarlo giuridicamente rischia di perpetuare quella colonizzazione sotto forma di legalità. A Milano il Collettivo di Via Cherubini approfondisce la pratica dell'inconscio e si avvia verso la fondazione della Libreria delle donne, scegliendo la costruzione di luoghi e strumenti autonomi come forma di intervento politico alternativa alle manifestazioni di massa. Nel convegno milanese su ''Sessualità, procreazione, maternità, aborto'', tenuto al Circolo De Amicis nel febbraio 1975 si insiste sulla necessità di non isolare l’aborto dalla condizione complessiva delle donne e di non ridurlo a un singolo obiettivo di riforma. (Sottosopra rosso, 1975). In un clima di mobilitazione crescente il 6 dicembre 1975 si svolge a Roma la prima grande manifestazione nazionale di sole donne, alla quale prendono parte collettivi autonomi, gruppi legati al salario al lavoro domestico, donne della sinistra extraparlamentare, il MLD e anche l’UDI. Ventimila donne scendono in piazza per chiedere l'aborto libero, gratuito e assistito. La giornata è segnata anche da tensioni con militanti del servizio d’ordine di Lotta Continua, che tentano di inserirsi nel corteo con la forza, nonostante la richiesta di restare ai margini. Gli incidenti che seguono rendono visibile l'incomunicabilità tra pratiche femministe e modelli di militanza maschile (Lussana 2012), ma segnalano anche una divisione interna: per una parte del movimento scendere in piazza è un atto politico necessario; per un'altra il femminismo delle piazze rischia di schiacciare le differenze femminili dietro uno slogan, senza incidere sull'oppressione originaria. (Lussana, 2012). Le mobilitazioni sull'aborto rendono particolarmente visibili differenze che attraversano il movimento fin dalle sue origini e che nel corso del 1976 si definiscono con maggiore chiarezza anche nelle forme dell'intervento pubblico. === 3.2.3 PCI, UDI e il problema dell’autonomia === La mobilitazione sull’aborto riapre il confronto tra il neofemminismo e le organizzazioni storiche del movimento delle donne, in particolare l’UDI. Storicamente legata al PCI e collocata nell’area della sinistra istituzionale, l’UDI attraversa in questi anni una fase di ridefinizione interna. La pressione esercitata dal nuovo femminismo, soprattutto sui temi della sessualità, dell’autodeterminazione e del rapporto tra diritti e differenza, costringe l’organizzazione a confrontarsi con un lessico e con pratiche che non appartengono alla sua tradizione emancipazionista. Il referendum sul divorzio del 1974 e la mobilitazione sull’aborto accentuano questa tensione. Da un lato l’UDI condivide con i collettivi la battaglia per l’estensione dei diritti; dall’altro mantiene una concezione della politica fondata sulla mediazione partitica e sull’intervento legislativo, in sintonia con la strategia del PCI nella fase del compromesso storico. Per una parte delle femministe autonome l’UDI rappresenta ancora una forma di subordinazione organizzativa alla cultura politica maschile; per altre costituisce invece uno spazio attraversabile, capace di incidere concretamente sui processi legislativi e sulle politiche sociali. La presenza dell’UDI nella manifestazione del 6 dicembre 1975 e nei successivi passaggi parlamentari sull’aborto rende visibile questa ambivalenza: convergenza sui contenuti, divergenza sulle forme dell’agire politico. In questo intreccio prende forma uno dei nodi destinati a segnare l’intero decennio: il rapporto tra movimento e rappresentanza, tra pratica dell’autonomia e traduzione istituzionale delle rivendicazioni. === 3.2.4 Il 1976: espansione e differenziazione delle pratiche === Nel corso del 1976 alcune dinamiche emerse negli anni precedenti assumono una configurazione più definita. In diversi contesti urbani si consolidano modalità differenti di presenza pubblica del femminismo: a Roma prosegue l'impegno nelle campagne per i diritti civili e nelle mobilitazioni collettive, come la manifestazione del 3 aprile per la legalizzazione dell'aborto che vede la partecipazione di 50.000 donne. In questo stesso contesto si rafforzano pratiche di radicamento urbano del movimento, attraverso l’occupazione di spazi e la costruzione di luoghi stabili di attività, come nel caso di Palazzo Nardini, che diventa sede di pratiche di self-help e di consultori autogestiti. In diverse città si osserva una rielaborazione delle pratiche sviluppate nei primi anni Settanta. Il progressivo esaurimento della pratica dell'autocoscienza si accompagna ad altre forme di elaborazione e intervento, tra cui pratiche analitiche, sperimentazioni culturali e iniziative di costruzione di spazi autonomi. Nel caso milanese, accanto alle esperienze legate alla Libreria delle donne, viene inaugurata in giugno la sede di viale Col di Lana, concepita come uno "spostamento" simbolico per permettere il confronto quotidiano tra esperienze diverse in uno spazio ampio e visibile. Il femminismo si estende anche oltre i collettivi attraverso esperienze come i corsi delle 150 ore, che introducono la riflessione sulla condizione femminile in contesti formativi e sindacali, coinvolgendo lavoratrici e casalinghe in percorsi di alfabetizzazione e formazione. Il panorama delle mobilitazioni è segnato in luglio dal disastro dell'Icmesa a Seveso: la fuoriuscita di diossina imprime un'accelerazione ai temi della salute e dell'ecologia, intrecciandosi alla rivendicazione dell'aborto terapeutico per le donne dell'area contaminata. Il contesto politico generale contribuisce a ridefinire il quadro entro cui queste dinamiche si collocano. Le elezioni del 20 giugno 1976 segnano un rafforzamento del PCI e un ridimensionamento delle forze della sinistra extraparlamentare, all’interno di una fase di progressiva istituzionalizzazione del conflitto politico. In questo scenario si colloca anche il rapporto con la nuova sinistra: in alcuni contesti permane un’interlocuzione conflittuale, che culmina nel Congresso di Rimini di Lotta Continua: la dura contestazione delle militanti contro la cultura virilista e i modelli gerarchici dei "compagni" contribuisce all'autoscioglimento dell'organizzazione. Il convegno di Paestum del dicembre 1976, ultimo incontro nazionale di questa fase, restituisce un quadro articolato: da un lato la vitalità di molte esperienze locali, dall’altro l’emergere di differenze non risolte sulle forme dell’azione politica e sul rapporto con le istituzioni. L'immagine del Convegno è quella di un movimento ampiamente diffuso ma attraversato da orientamenti e pratiche differenti, destinati a svilupparsi ulteriormente negli anni successivi. Nel complesso, il 1976 mostra la compresenza di dinamiche differenti: la persistenza delle mobilitazioni pubbliche, la rielaborazione delle pratiche interne, l’estensione verso nuovi ambiti di intervento e la ridefinizione del contesto politico. Tali processi si sviluppano con modalità e intensità diverse nei vari contesti locali, senza tradursi in una configurazione unitaria del movimento. == 3.3 Ridefinizioni (1977-1981) == Descrivere questi 3 passaggi: * fine dei grandi momenti unitari (ma sono mai esistiti?) * frammentazione dei collettivi * spostamento verso pratiche diffuse === 3.3 Trasformazioni del movimento (1977–1981) - Verso il femminismo diffuso (1977-1981) === * 3.3.1 Il 1977 e la ridefinizione del campo politico (contesto, crisi paradigma movimentista) * 3.3.2 Appartenenze, doppia militanza, generazioni (dinamiche interne) * 3.3.3 Il confronto con le istituzioni (qui SOLO Stato e diritto: 194, parità, violenza sessuale) * 3.3.4 Dal movimento ai luoghi sociali (qui sindacato, FLM, 150 ore come transizione) === 3.3 1977–1980: mutamenti di contesto e ridefinizioni === Il periodo compreso tra il 1977 e l'inizio degli anni Ottanta si colloca in un quadro politico e sociale profondamente mutato rispetto alla prima metà del decennio. La radicalizzazione del conflitto politico, la crisi delle organizzazioni della nuova sinistra e il progressivo irrigidimento del sistema politico modificano il contesto nel quale il femminismo italiano si era sviluppato negli anni precedenti. Anche il movimento delle donne attraversa una fase di ridefinizione. Le forme della militanza, il rapporto con gli altri movimenti e con le istituzioni, le modalità dell'intervento pubblico e gli stessi luoghi dell'azione politica conoscono trasformazioni significative, che si manifestano con tempi e modalità differenti nei diversi contesti locali. In questa fase non si assiste alla scomparsa delle pratiche femministe, ma a una loro riorganizzazione e diversificazione. Accanto alla permanenza dei collettivi e delle mobilitazioni, si sviluppano nuove forme di intervento nei servizi, nel sindacato, nelle professioni, nei luoghi della produzione culturale e nel rapporto con le istituzioni, contribuendo a ridefinire le modalità della presenza pubblica del femminismo alla fine del decennio. === 3.3.1 Il 1977 e la ridefinizione del campo dei movimenti === Il 1977 segna una profonda trasformazione del quadro dei movimenti in Italia. La crisi delle organizzazioni extraparlamentari, la radicalizzazione dello scontro politico e l'emergere di nuove soggettività giovanili modificano il contesto nel quale il femminismo si era sviluppato negli anni precedenti.(Lussana 2012; Stelliferi 2018b). Il movimento del ’77 si presenta come realtà composita, attraversata da esperienze differenti: pratiche controculturali, nuove forme di militanza giovanile, conflittualità crescente nello spazio pubblico. Il rapporto tra femminismo e movimento del '77 non assume una configurazione univoca. In alcuni contesti emergono elementi di continuità, soprattutto nella centralità attribuita alla soggettività, nella critica della rappresentanza e nella ridefinizione del rapporto tra esperienza personale e politica; in altri prevalgono invece elementi di distanza, legati alle forme della mobilitazione e ai linguaggi del conflitto.(Crainz 2005; Stelliferi 2018b). Le posizioni variano significativamente da città a città e da collettivo a collettivo. In alcuni casi il femminismo mantiene rapporti di interlocuzione con i nuovi movimenti; in altri contesti si rafforza la scelta di autonomia politica già emersa negli anni precedenti. Questa pluralità di posizioni riflette la struttura stessa del femminismo italiano, caratterizzato fin dalle origini da una forte dimensione locale e da una molteplicità di esperienze organizzative, e contribuisce ad accelerare un processo di ridefinizione delle forme della militanza e dell'intervento pubblico che caratterizzerà la fine del decennio. === 3.3.2 Doppia militanza e conflitti generazionali === In questa fase diventa più esplicito anche il conflitto generazionale interno al femminismo. L’ingresso di donne più giovani, spesso provenienti da percorsi extraparlamentari o studenteschi, produce un confronto con le militanti attive fin dagli inizi del decennio. Le differenze riguardano non soltanto età e biografie politiche, ma concezioni diverse della pratica femminista: da un lato una maggiore insistenza sul lavoro teorico, sulla pratica separatista e sull’autonomia; dall’altro una spinta verso l’intervento nei conflitti più ampi e nelle mobilitazioni pubbliche (Guerra 2005; Stelliferi 2015). In questo contesto riemerge con forza il nodo della doppia militanza. Se nei primi anni Settanta essa aveva funzionato come spazio di attraversamento tra femminismo e nuova sinistra, nel ’77 diventa oggetto di discussione più conflittuale. Le femministe “storiche” tendono talvolta a leggere la doppia militanza come una persistenza della cultura emancipazionista, come limite all'autonomia e rischio di una ricollocazione subalterna; per molte delle nuove militanti la permanenza nei movimenti misti rappresenta invece una scelta politica coerente con l'azione condotta su più piani e l’idea di una trasformazione complessiva della società (Petricola 2005). La tensione non si risolve in una linea condivisa e contribuisce a differenziare ulteriormente i percorsi dei collettivi. Le differenze generazionali si intrecciano con divergenze strategiche e teoriche. L’ingresso di nuove donne, spesso meno legate all’esperienza dell’autocoscienza originaria, modifica il lessico e le priorità dell’azione, mentre la trasmissione del patrimonio teorico dei primi anni Settanta si fa più discontinua. Il clima segnato dalla radicalizzazione dello scontro politico incide sulle modalità di presenza pubblica del movimento. Senza assumere una posizione univoca rispetto alle dinamiche del conflitto generale, i collettivi si trovano a ridefinire tempi, spazi e forme della mobilitazione. Parte della storiografia ha letto questa fase come crisi della forma-movimento costruita nei primi anni Settanta; altre interpretazioni ne hanno sottolineato il carattere di transizione verso modalità diverse di presenza femminista, meno centrate sulla mobilitazione di massa e più radicate in ambiti culturali e sociali (Rossi-Doria 2005; Stelliferi 2018b). In questa prospettiva, il ’77 non appare come cesura netta, ma come momento di accelerazione di processi già visibili: ridefinizione delle appartenenze, discussione dell’autonomia, mutamento delle forme organizzative === 3.3.3 Riforme, diritto e istituzionalizzazione (Dalla soggettività alla norma: diritto e riforme) === Sul piano istituzionale, la fine del decennio è segnata da passaggi legislativi rilevanti. Dopo la riforma del diritto di famiglia del 1975 e l’istituzione dei consultori pubblici, il Parlamento approva nel 1977 la legge di parità tra uomini e donne nel lavoro e, nel 1978, la legge n. 194 che disciplina l’interruzione volontaria di gravidanza; inizia anche in questo periodo il dibattito sulla riforma dei reati di violenza sessuale. Questi processi rivestono costituiscono dei passaggi importanti perché costringono il femminismo a misurarsi con la questione della traducibilità della propria elaborazione nella forma giuridica. Per una parte del movimento l’intervento normativo rappresenta uno strumento necessario per garantire diritti e tutele alle donne; per altre componenti la centralità attribuita alla legge rischia di ridurre la portata trasformativa delle pratiche femministe, riportando le questioni poste dal movimento entro il linguaggio delle istituzioni. La legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza, approvata nel maggio 1978, produce reazioni divergenti. Le femministe che si erano opposte a qualsiasi regolamentazione giuridica ribadiscono l'impossibilità di tradurre in un dispositivo normativo fondato sull’astrazione la complessità dell'esperienza femminile. Quelle che avevano sostenuto la battaglia per la legalizzazione esprimono insoddisfazione per i limiti del testo, in particolare per la clausola sull'obiezione di coscienza. La legge non chiude il dibattito: i collettivi continuano a mobilitarsi per la sua piena applicazione, a presidiare gli ospedali, a sostenere le donne nei percorsi di interruzione di gravidanza. Una tensione analoga attraversa il dibattito sulla legge di parità nel lavoro (1977) e sulla riforma della normativa sulla violenza sessuale. La richiesta di spostare lo stupro dai reati contro la morale ai reati contro la persona implica una trasformazione del codice penale, ma pone anche la questione di come il diritto possa riconoscere la violenza come offesa alla soggettività femminile, e non come turbamento dell’ordine pubblico. In questa fase, il problema non si riduce a un’alternativa tra riformismo e radicalità. La questione riguarda il rapporto tra politica delle donne e istituzioni: se e come l’elaborazione femminista possa essere tradotta in norme senza perdere la propria specificità. Il referendum del 1981 rende visibile questa ambivalenza. Il rifiuto tanto dell’abrogazione promossa dal Movimento per la vita quanto della liberalizzazione proposta dal Partito Radicale segnala una collocazione autonoma rispetto ai partiti. La difesa della legge non coincide con un’identificazione piena con la sua forma definitiva, ma con la rivendicazione di uno spazio critico nei confronti delle istituzioni, con una vigilanza sulla sua interpretazione e applicazione. === 3.3.4 Femminismo e lavoro: l’emergere del femminismo sindacale === Nel processo di trasformazione che attraversa il movimento nella seconda metà degli anni Settanta, il rapporto con il sindacato costituisce uno snodo specifico e distinto tanto dal confronto con il diritto quanto dalle dinamiche del ’77. Non si tratta di un semplice “ingresso nelle istituzioni”, ma di un intervento dentro un’organizzazione di rappresentanza di massa, storicamente costruita attorno a un modello universalistico centrato sul lavoro salariato maschile. A partire dal 1976 si costituiscono coordinamenti donne all’interno delle strutture sindacali in diverse aree industriali del paese: Torino e il Piemonte metalmeccanico, Milano e l’hinterland lombardo, Genova, Bologna, il Veneto industriale. Il Coordinamento nazionale donne Federazione lavoratori metalmeccanici (FLM), attivo tra il 1976 e il 1979 rappresenta una delle esperienze più significative. Il Coordinamento nasce dall’esigenza, maturata all’interno delle strutture sindacali, di dare visibilità alla condizione specifica delle lavoratrici in un’organizzazione ancora fortemente centrata sulla figura dell’operaio-massa maschile. In questi spazi le militanti femministe, spesso provenienti da esperienze di collettivo o di doppia militanza, introducono categorie e pratiche elaborate nel movimento, ridefinendo il linguaggio sindacale su temi quali salute, maternità, organizzazione del lavoro, qualifiche, discriminazioni.. Il concetto di “doppio lavoro” diventa una chiave di lettura operativa: la subordinazione femminile non è interpretata soltanto come disuguaglianza salariale, ma come intreccio tra lavoro produttivo e lavoro domestico non retribuito. Questa elaborazione modifica l’orizzonte tradizionale della contrattazione, portando dentro il sindacato questioni fino ad allora considerate esterne alla sfera del conflitto industriale. L’esperienza del Coordinamento si intreccia con quella delle 150 ore, che in molte realtà diventano spazi di formazione e di elaborazione collettiva sulla condizione femminile. In questi contesti il femminismo entra in relazione con donne non direttamente coinvolte nei collettivi, ampliando la propria base sociale e sperimentando forme di intervento meno separatistiche. Il rapporto con il sindacato non è privo di tensioni. La traduzione delle pratiche femministe in piattaforme rivendicative comporta negoziazioni e compromessi, e non sempre incide stabilmente sugli assetti organizzativi e su strutture segnate da gerarchie consolidate e da una cultura politica fortemente improntata all’universalismo operaio. In alcuni contesti si affermano pratiche innovative; in altri, l’integrazione delle istanze femministe rimane parziale. Dal punto di vista del movimento, il femminismo sindacale rappresenta una forma di intervento che non coincide né con la mobilitazione separatista né con l’azione legislativa. Esso opera in uno spazio intermedio: traduce alcune elaborazioni femministe in rivendicazioni contrattuali e in trasformazioni organizzative, ma al tempo stesso sottopone tali elaborazioni a processi di mediazione e adattamento. === 3.3.5 Trasformazioni delle pratiche e nuovi ambiti di intervento === Nella seconda metà degli anni Settanta le pratiche femministe si articolano in ambiti sempre più differenziati. Accanto ai collettivi che continuano a privilegiare l'elaborazione teorica, si sviluppano nuove forme di intervento legate a specifici ambiti della vita sociale, spesso legati alla salute delle donne, alla sessualità e alla maternità. In diverse città nascono consultori autogestiti, gruppi di self-help che affrontano temi come la contraccezione, la maternità e la conoscenza del corpo femminile. Tra le esperienze più note vi sono i consultori promossi da gruppi femministi a Milano, Roma e Bologna, spesso in relazione con le mobilitazioni per la depenalizzazione dell’aborto Accanto a questi si sviluppano spazi di produzione culturale e attività editoriali promossi da gruppi di donne. Queste iniziative contribuiscono alla diffusione delle elaborazioni femministe oltre i confini dei collettivi militanti e favoriscono la circolazione di testi, pratiche e linguaggi che avevano preso forma nella fase precedente del movimento. Questo processo non segue un andamento uniforme: alcune esperienze mantengono una forte dimensione politica collettiva, mentre altre assumono forme più circoscritte e specializzate. Il referendum del 1981 - doppio: uno promosso dal Movimento per la vita per abrogare la 194, l'altro dal Partito Radicale per liberalizzarla ulteriormente - rappresenta l'ultima grande occasione di mobilitazione collettiva. La vittoria del no su entrambi i fronti mostra ancora una capacità di azione, ma anche la persistente frammentazione interna: molte femministe scelgono il doppio no, segnalando una posizione autonoma rispetto alle forze politiche tradizionali. La difesa della legge non coincide con l’identificazione con la sua forma; la sua esistenza non chiude il conflitto, ma lo sposta sul terreno dell’interpretazione e dell’applicazione. === 3.3.6 Fine degli anni Settanta === Alla fine del decennio il femminismo non si presenta più come un movimento di massa reticolare capace di convocare mobilitazioni nazionali, ma come un insieme di pratiche, reti e luoghi che operano su scale diverse: nei collettivi, nei consultori, nei sindacati, nelle sedi legislative, nei circuiti culturali. La trasformazione riguarda soprattutto la forma dell’azione collettiva, non la scomparsa del conflitto. In questo passaggio si definisce una delle specificità del caso italiano: la compresenza di radicalità teorica e intervento istituzionale, di separatismo e attraversamento delle organizzazioni esistenti. Il femminismo degli anni Settanta non lascia un’eredità univoca, ma un campo di tensioni e categorie che continueranno a strutturare il dibattito nei decenni successivi. Il triennio 1977-1980 segna una fase di trasformazione del femminismo italiano. Non si tratta di una brusca interruzione, ma di uno spostamento progressivo degli equilibri interni al movimento, sotto la pressione congiunta di mutamenti politici generali, tensioni tra gruppi e ridefinizione delle priorità dell’azione collettiva. Se nei primi anni Settanta il femminismo aveva assunto la forma di una rete ampia e relativamente coesa, capace di produrre mobilitazioni nazionali e momenti di confronto collettivo, alla fine del decennio questa configurazione si modifica: le appartenenze si fanno più fluide, i collettivi si moltiplicano e si dissolvono con maggiore rapidità, e l’azione si distribuisce in ambiti differenziati. Alla fine del decennio il femminismo italiano appare caratterizzato da una configurazione diversa rispetto alla fase iniziale del movimento. Il doppio referendum del 1981 — promosso rispettivamente dal Movimento per la vita per abrogare la 194 e dal Partito Radicale per liberalizzarla ulteriormente — rappresenta l’ultima grande occasione di mobilitazione collettiva del decennio. La vittoria del “no” su entrambi i quesiti conferma un orientamento maggioritario contrario sia all’abrogazione sia a una modifica unilaterale della legge. Il referendum segna al tempo stesso una chiusura simbolica e un passaggio. Se il femminismo non scompare, cambia però forma: diminuiscono i grandi momenti unitari, mentre crescono luoghi di elaborazione teorica, reti associative, esperienze culturali e professionali che danno continuità alle pratiche del decennio precedente. La storiografia più recente ha messo in discussione l'interpretazione che vede nella fine degli anni Settanta la fine tout court del femminismo. Alcune esperienze mostrano una continuità e una capacità di reinvenzione che non si esaurisce con il lungo Sessantotto. Questa trasformazione è stata interpretata da alcune studiose come il passaggio dal movimento femminista degli anni Settanta a un “femminismo diffuso”, caratterizzato da una presenza meno visibile ma più capillare nella società. In questa prospettiva le pratiche e le elaborazioni nate nei collettivi femministi continuano a rappresentare un patrimonio culturale e politico che circola in ambiti e forme diverse: centri di documentazione, riviste teoriche, cooperative, iniziative culturali. Non più movimento organizzato, ma insieme di pratiche e riferimenti condivisi che attraversano ambiti diversi della vita sociale e professionale. Al tempo stesso la ricostruzione storica di questa fase rimane complessa, sia per la molteplicità delle esperienze locali sia per la difficoltà di ricondurre percorsi differenti a una narrazione unitaria. Come ha osservato Elda Guerra, la storia del femminismo italiano richiede ancora una ricostruzione capace di cogliere la varietà dei contesti e delle pratiche che hanno caratterizzato questa stagione CONCLUSIONE Tra la metà degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta, il femminismo italiano attraversa una trasformazione che non può essere letta né come sviluppo lineare né come semplice parabola ascendente e discendente. La pluralità che ne caratterizza la formazione non viene meno con l’espansione di metà decennio, ma si ridefinisce nel confronto con il mutamento del contesto politico, con l’emergere di nuove generazioni e con l’apertura di spazi istituzionali. Se nella prima fase la pratica dell’autocoscienza e il separatismo avevano costituito il centro dell’elaborazione politica, nella seconda metà degli anni Settanta il movimento si misura con terreni diversi: il diritto, la rappresentanza sindacale, i servizi, le politiche sociali. Questa estensione non produce una sintesi unitaria, ma moltiplica le modalità di presenza pubblica del femminismo. La soggettività femminile, affermata come principio politico, entra in tensione con forme organizzative e normative fondate sull’universalismo, generando esiti differenziati. Alla fine del decennio il femminismo non si presenta più come un movimento di massa reticolare capace di convocare mobilitazioni nazionali, ma come un insieme di pratiche, reti e luoghi che operano su scale diverse: nei collettivi, nei consultori, nei sindacati, nelle sedi legislative, nei circuiti culturali. La trasformazione riguarda soprattutto la forma dell’azione collettiva, non la scomparsa del conflitto. In questo passaggio si definisce una delle specificità del caso italiano: la compresenza di radicalità teorica e intervento istituzionale, di separatismo e attraversamento delle organizzazioni esistenti. Il femminismo degli anni Settanta non lascia un’eredità univoca, ma un campo di tensioni e categorie che continueranno a strutturare il dibattito nei decenni successivi. <nowiki>------</nowiki> Il cap. 4 dovrebbe connettere gli spazi alle scelte politiche senza dirlo esplicitamente. In pratica dovrebbe fare due cose: spiegare perché il femminismo italiano produce questi spazi specifici (consultori, case delle donne, librerie, editoria) in questo momento storico, e suggerire che la forma che prendono — autogestita, separatista, autonoma dalle istituzioni — non è neutra ma riflette orientamenti politici precisi. == Cap. 4 - Spazi, infrastrutture, saperi == Nel corso degli anni Settanta il femminismo italiano non si limita a elaborare teorie e pratiche politiche. Accanto ai collettivi di autocoscienza e alle manifestazioni di piazza, il movimento produce infrastrutture materiali e simboliche - spazi fisici, istituzioni culturali, strumenti di comunicazione - che contribuiscono a estendere l'elaborazione femminista oltre i confini dei collettivi militanti, favorendo la costruzione di reti sociali e culturali autonome e dando corpo all'idea che il cambiamento non possa attendere le trasformazioni delle strutture esistenti, ma debba cominciare dal presente, dall'invenzione di forme di vita alternative. Questo capitolo ricostruisce alcune delle realizzazioni più significative di questo processo: i consultori autogestiti, in cui la salute del corpo femminile diventa terreno di sapere collettivo e di conflitto con la medicina istituzionale; i corsi monografici delle 150 ore, in cui il femminismo incontra il mondo del lavoro e si diffonde capillarmente nella società; gli spazi fisici, case delle donne e librerie, in cui il separatismo si fa luogo abitabile; e infine l'editoria femminista, che produce i linguaggi e i testi attraverso cui il movimento pensa se stesso e comunica con il mondo esterno.<ref>{{Cita|Lussana|p. 19}}</ref> ==4.1 Consultori autogestiti e self-help== ===4.1.1 Nascita e diffusione=== I consultori autogestiti rappresentarono uno dei principali luoghi attraverso cui le elaborazioni teoriche del neofemminismo si tradussero in pratiche collettive e in forme di intervento sociale. Essi sorsero in modo spontaneo e frammentato, senza rispondere a un piano comune preordinato, per iniziativa di singoli collettivi operanti in autonomia. Nati dall'incontro tra la rivendicazione dell'autodeterminazione sul corpo e la necessità di rispondere a bisogni materiali immediati, costituirono spazi nei quali la riflessione politica, la pratica sanitaria e la produzione di saperi alternativi si intrecciarono strettamente. Il contesto in cui tali esperienze si svilupparono fu caratterizzato dall'emergere di un nuovo dibattito pubblico sui temi della [[w:Contraccezione|contraccezione]] e dell'[[w:Aborto|aborto]], favorito anche da alcuni rilevanti interventi legislativi e giurisprudenziali. Nel 1971 la [[w:Corte_costituzionale_(Italia)|Corte costituzionale]] dichiarò l'illegittimità dell'articolo 553 del [[w:Codice_penale_(Italia)|codice penale]] nella parte relativa al divieto di propaganda anticoncezionale, rimuovendo un ostacolo giuridico alla diffusione di informazioni sulla [[w:Contraccezione|contraccezione]].<ref>{{Cita|Barone|p. 124}}</ref><ref>{{Cita pubblicazione|autore=Maud Anne Bracke|anno=2022|titolo=Family planning, the pill, and reproductive agency in Italy, 1945–1971: From ‘conscious procreation’ to ‘a new fundamental right’?|rivista=European Review of History: Revue européenne d'histoire|volume=29|numero=1|lingua=en}}</ref> Nello stesso anno il Movimento di Liberazione della Donna, di orientamento libertario e federato al [[w:Partito_Radicale_(Italia)|Partito Radicale]], annunciò la presentazione di una proposta di legge di iniziativa popolare per la depenalizzazione dell'aborto, contribuendo a collocare la questione al centro del dibattito politico del decennio.<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Anastasia|cognome=Barone|titolo=«Facevamo un consultorio, ma era un progetto politico»|p=125}}</ref> Nel giugno 1973 il processo celebratosi a Padova contro [[w:Gigliola_Pierobon|Gigliola Pierobon]] rappresentò il primo grande evento giudiziario e mediatico in Italia che contribuì a rompere il silenzio sull'aborto clandestino, trasformando un reato penale privato in un caso politico di rilevanza nazionale, grazie a una mobilitazione di massa da parte del movimento femminista.<ref>{{Cita libro|autore=Anna Rita Calabrò, Laura Grasso|titolo=Dal movimento femminista al femminismo diffuso. Storie e percorsi a Milano dagli anni '60 agli anni '80|anno=1985|editore=Franco Angeli|città=Milano|ISBN=978-88-204-4530-0}}</ref> È in questo quadro che, tra la fine del 1973 e l'inizio del 1974, si costituirono a Roma le prime esperienze di autogestione nell'ambito della salute femminile: il consultorio di San Lorenzo, sorto da un gruppo dedicato ad aborto e contraccezione interno al Movimento femminista romano di via Pompeo Magno animato da Simonetta Tosi, e il Gruppo Femminista per la Salute della Donna, orientato invece prevalentemente alla pratica del self-help e alla ricerca.<ref>{{Cita|Barone|pp. 126-129}}</ref><ref>{{Cita|Tozzi 1984}}</ref><ref>{{Cita web|url=https://roma.repubblica.it/cronaca/2025/06/18/news/san_lorenzo_consultorio_via_dei_frentani_simonetta_tosi-424678188/|titolo=San Lorenzo, il consultorio di via dei Frentani dedicato a Simonetta Tosi|accesso=30 giugno 2026|data=18 giugno 2025}}</ref> Nel corso del 1974 e del 1975 esperienze analoghe sorsero in numerose città, tra cui Torino, Padova, Milano e Trento, e in seguito anche a Bergamo e Pinerolo.<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|anno=1987|titolo=Corpo a corpo|rivista=Memoria|numero=19-20|p=195}}</ref> La rapida diffusione dei consultori autogestiti fu favorita sia dalla carenza di servizi dedicati alla salute e alla sessualità femminile, sia dalla volontà di sperimentare pratiche alternative rispetto ai modelli medici e assistenziali tradizionali, in una fase in cui l'aborto era ancora illegale, e vietata, fino al 1976, la vendita di contraccettivi nelle farmacie, nonostante l'avvenuta abrogazione da parte della Corte Costituzionale dell'art. 553.<ref>{{Cita web|url=https://www.aied.it/la-storia/|titolo=La nostra storia|accesso=30 giugno 1976}}</ref> I consultori si trovarono così a negoziare costantemente la propria natura: pur rifiutando l'idea di ridursi ad ambulatori alternativi, oscillarono spesso tra l'erogazione di un "servizio" volto a colmare le carenze dell'assistenza sanitaria e la ricerca di relazioni politiche radicalmente nuove.<ref>{{Cita|Barone|pp. 120-121}}</ref><ref>{{Cita|Tosi 1987A|p. 156}}</ref> ===4.1.2 Internazionalizzazione, self-help e aborto autogestito=== I consultori autogestiti e i gruppi per la salute della donna sorsero in un contesto di intensi scambi internazionali, in particolare con i movimenti femministi francesi e statunitensi, da cui derivò gran parte delle pratiche concrete adottate in Italia. Già nel 1971 il neonato Movimento di Liberazione della Donna aveva organizzato una conferenza dedicata alle cliniche autogestite dalle donne negli Stati Uniti.<ref>{{Cita|Barone|p. 123}}</ref> Un momento particolarmente significativo avvenne nel 1973, quando Carol Downer e Debra Law, esponenti del Los Angeles Women's Health Center, in un incontro pubblico a Roma presso il [[w:Teatro_Eliseo|Teatro Eliseo]], mostrarono alla platea la tecnica dell'autovisita: l'utilizzo combinato di uno ''speculum'' di plastica, uno specchio e una pila permetteva di osservare autonomamente le pareti vaginali e il collo dell'utero, suscitando forte impressione e venendo percepita da molte partecipanti come un'esperienza di riappropriazione del proprio corpo.<ref name=":0">{{Cita|Tozzi 1987A|p. 158}}</ref> La diffusione di questa cultura fu accelerata nel 1974 dalla pubblicazione della traduzione italiana del testo collettivo statunitense ''Noi e il nostro corpo'' (''Our Bodies, Ourselves''), che divenne uno dei principali strumenti di diffusione delle conoscenze sulla salute femminile all'interno del movimento.<ref name=":0" /><ref>Stefania Voli, Storia di una traduzione, in Zapruder. Rivista di storia della conflittualità sociale, n. 13, Odradek Edizioni, maggio-agosto 2007.</ref> L'autovisita, la discussione sul ciclo mestruale, sulla contraccezione, sulla sessualità e sul piacere femminile permisero di scardinare la tradizionale gerarchia tra l'esperto e l'utente. Secondo la critica femminista, le donne non dovevano essere considerate pazienti passive, ma partecipanti attive di un processo di apprendimento e di produzione condivisa del sapere. La cooperazione transnazionale si rivelò decisiva anche sul piano operativo dell'aborto autogestito, introdotto per rispondere alla piaga degli aborti clandestini. Grazie ai rapporti con le attiviste francesi del MLAC (''Mouvement pour la liberté de l'avortement et de la contraception''), i collettivi italiani appresero e diffusero il metodo Karman.<ref>{{Cita|Tozzi 1987A|p. 161}}</ref> Questa tecnica di aspirazione risultava molto meno invasiva del tradizionale raschiamento e, richiedendo una strumentazione semplice, era praticabile anche da personale non medico, rappresentando una fondamentale innovazione politica e pratica per i gruppi che gestivano le interruzioni di gravidanza.<ref>{{Cita|Barone|p. 124}}</ref> ===4.1.3 Critica del sapere medico e delle istituzioni=== Nei consultori autogestiti la salute femminile veniva reinterpretata come questione politica e non esclusivamente medica. Le pratiche di ''self-help'' si fondavano sull'idea di una riappropriazione dal basso della gestione della salute e dei saperi sul corpo, tradizionalmente monopolizzati e privatizzati dalla medicina specialistica patriarcale. L'esperienza dei consultori si accompagnò a una critica radicale dell'autorità medica e della pretesa neutralità dei saperi scientifici. In particolare, la ginecologia e la psichiatria vennero interpretate come ambiti nei quali si erano storicamente esercitate forme di controllo sociale e sessuo-politico sui corpi femminili.<ref name=":0" /> Tale critica si inserisce in un più ampio clima di contestazione delle istituzioni sanitarie e assistenziali che caratterizzò l'Italia degli anni Settanta: in quegli stessi anni si svilupparono le lotte per la salute nei luoghi di lavoro legate all'esperienza di Medicina Democratica e di [[w:Giulio Maccacaro|Giulio Maccacaro]], e il movimento di deistituzionalizzazione psichiatrica, ispirato all'opera di [[w:Franco Basaglia|Franco Basaglia]], rimise in discussione l'autorità medica come dispositivo di controllo sociale.<ref>{{Cita|Barone|p. 123}}</ref> Le esperienze femministe condivisero con questi movimenti la rivendicazione di una riappropriazione dal basso della gestione della salute e la ridefinizione del concetto stesso di salute in chiave sociale, e non meramente clinica. La medicalizzazione della gravidanza, del parto e della sessualità femminile veniva così riletta come una forma di espropriazione del sapere e dell'autonomia delle donne. ===4.1.4 Istituzionalizzazione, conflitti e trasformazioni=== I consultori autogestiti furono spesso luoghi di incontro tra donne provenienti da esperienze politiche differenti: collettivi femministi, gruppi della sinistra extraparlamentare, ambienti radicali e associazioni impegnate sui temi della contraccezione e della salute sessuale. Questa pluralità di provenienze favorì la costruzione di reti di collaborazione, ma produsse anche tensioni riguardo al rapporto con le istituzioni.<ref>{{Cita|Barone|p. 121}}</ref><ref>{{Cita|Lussana 1997|pp. 562-563}}</ref><ref>{{Cita|Tozzi 1987A|pp. 155-156}}</ref> Rispetto alle pratiche sviluppate nei piccoli gruppi di autocoscienza, i consultori implicavano un rapporto più diretto con il territorio, con donne esterne al movimento e, progressivamente, con le istituzioni, rendendo particolarmente visibile il problema del rapporto tra autonomia femminista e intervento sociale.<ref>{{Cita|Percovich|p. 15}}</ref> L'approvazione della legge n. 405 del 1975, che istituì i consultori familiari pubblici, pose concretamente il problema dell'istituzionalizzazione delle pratiche femministe.<ref>{{Cita|Barone|pp. 121-122}}</ref> Se alcune militanti scelsero di operare all'interno delle nuove strutture pubbliche per influenzarne l'organizzazione, altre considerarono l'autonomia dei consultori autogestiti una condizione irrinunciabile della pratica politica femminista.<ref>{{Cita|Lussana 1997|pp. 563-564}}</ref> Il dibattito sui consultori pubblici investì il movimento di una tensione interna mai del tutto risolta, riassumibile nella contrapposizione tra «lavorare con le donne» e «lavorare per le donne»<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|titolo=Corpo a corpo|p=195}}</ref>: da un lato i gruppi che, come a Torino e a Padova, scelsero di assumere una funzione di servizio sociale e richiesero il riconoscimento e il finanziamento pubblico; dall'altro le esperienze, come il Gruppo Femminista per la Salute della Donna di Roma o il Centro per una Medicina delle Donne di Milano, che si ritrassero da tale prospettiva, temendo che farsi carico della gestione di un servizio comportasse la rinuncia alla ricerca e all'autonomia politica originarie. La proposta del CRAC (Coordinamento romano aborto e contraccezione) di richiedere il finanziamento pubblico ai consultori autogestiti, motivata dal principio secondo cui «autogestione non significa autofinanziamento», fu duramente contestata da un gruppo di femministe milanesi, che vi scorsero il rischio di una collaborazione con le stesse istituzioni mediche da cui ci si voleva emancipare.<ref>{{Cita|Barone|p. 132}}</ref> Il consultorio della Bovisa, a Milano, scelse infine di chiudere proprio in seguito all'istituzione dei consultori pubblici, ritenendo che la propria esperienza, nata come laboratorio di ricerca e non come servizio continuativo, non potesse né autogestirsi indefinitamente né istituzionalizzarsi senza tradire la propria natura<ref>{{Cita pubblicazione|nome=Luciana|cognome=Percovich|titolo=Corpo a corpo|pp=198-199}}</ref>. Un conflitto analogo, ma con esiti diversi, riguardò il rapporto tra i collettivi femministi e l'Unione Donne Italiane (UDI), che a Roma sostenne invece una concezione di «gestione sociale» del servizio, fondata sulla delega allo Stato della responsabilità collettiva sulla salute delle donne, contrapposta all'autogestione rivendicata dai gruppi femministi.<ref>{{Cita|Barone|p. 132}}</ref> Negli anni successivi, mentre molte esperienze autogestite si esaurivano, nuove forme di organizzazione e di produzione culturale - case delle donne, librerie, centri di documentazione - avrebbero raccolto parte della loro eredità.<ref>{{Cita|Lussana|p. 19}}</ref> == 4.2 Le 150 ore delle donne == I corsi monografici delle 150 ore rappresentano uno degli spazi in cui il femminismo degli anni Settanta incontra più direttamente il mondo del lavoro organizzato. Nati nel quadro del contratto nazionale dei metalmeccanici del 1973, che prevedeva 150 ore di permessi retribuiti triennali finalizzati all'elevazione culturale e professionale dei lavoratori, i corsi si diffusero rapidamente in tutto il paese, soprattutto nell'Italia del Nord, dove esistevano numerosi Coordinamenti FLM e collettivi femministi radicati nelle fabbriche. === Dal diritto allo studio ai corsi per donne === L'idea di dedicare corsi monografici alla sola condizione femminile, riservati a sole donne, nasce a Torino alla fine del 1974 tra sindacaliste e femministe che di lì a pochi anni avrebbero fondato l'Intercategoriale donne CGIL-CISL-UIL (Lona, 2015). Confrontare con: L'iniziativa nacque dall'incontro tra il femminismo sindacale, in particolare i Coordinamenti donne FLM (Federazione Lavoratori Metalmeccanici), e i gruppi del femminismo militante. Tra i promotori figurarono collettivi sindacali femminili e collettivi di quartiere come il gruppo di via Gabbro a Milano e il Collettivo Aurelio-Cavalleggeri a Roma. Con l'apertura progressiva ad altre categorie, tra il 1974 e il 1975 furono istituiti corsi specificamente indirizzati alle donne (lavoratrici, casalinghe, disoccupate), tenuti da femministe e docenti universitarie. I contenuti riguardavano salute femminile, sessualità, lavoro domestico, condizione delle donne. L'esperienza si radicò nelle aree a forte industrializzazione: Torino con corsi sulla salute e medicina, Milano come fulcro della riflessione teorica, Reggio Emilia e Bologna con forte partecipazione delle lavoratrici, le province venete di Venezia, Padova e Treviso tra il 1975 e il 1976, Roma come centro per la nascita di istituzioni educative autonome. La partecipazione fu significativa, con molte donne che trovavano nei corsi occasioni di formazione altrimenti inaccessibili e spazi di socializzazione (Lussana, 2012; Bellè, 2021). Le partecipanti sono lavoratrici di ogni categoria — operaie, impiegate, casalinghe, studentesse, disoccupate — e i temi affrontati vanno ben oltre i contenuti previsti dal progetto sindacale originario: la salute, la sessualità, il corpo, la maternità, l'aborto, il lavoro domestico, i rapporti familiari. Alcune esperienze particolarmente significative si svolgono a Bergamo (1974-75), Genova (dal 1975), Torino (dal 1975, con la nascita dell'Intercategoriale che proseguirà le sue attività fino al 1981), Milano (dal 1976), Roma, Alessandria — dove i risultati del corso del 1978 vengono raccolti nel volume collettivo ''La salute della donna'' (Edizioni dell'Orso, 1979) — e nel Veneto, con i corsi di Verona e Padova avviati nel 1979 dopo una lunga negoziazione con i rispettivi atenei, che richiesero persino il parere favorevole di apposite commissioni del Senato accademico prima di approvare corsi riservati esclusivamente a donne e tenuti da sole docenti donne (Lona, 2015). La dinamica interna ai corsi è spesso quella dell'autocoscienza allargata: le partecipanti si dividono in gruppi, discutono a partire dalla propria esperienza, e producono materiali scritti collettivamente — ciclostilati, opuscoli, a volte veri e propri libri. È in questo contesto che molte donne scrivono per la prima volta. L'esperienza più documentata è quella del corso di Affori, periferia nord di Milano, dove Lea Melandri viene assegnata nel dicembre 1976 a una classe composta quasi interamente da casalinghe over quaranta. Melandri descrive quel corso come "un laboratorio unico e originale nel tentativo di mettere a confronto intellettuali e donne comuni", in cui "le teorie elaborate dai gruppi femministi erano costrette ad esporsi agli interrogativi che venivano ancora una volta dalle vite concrete" (Melandri, archiviodilea.wordpress.com). Tra i testi prodotti dalle corsiste, il più noto è ''I pensieri vagabondi di Amalia'', di Amalia Molinelli, che ricostruisce una biografia femminile attraverso il fascismo, la Resistenza, l'emigrazione a Milano e il lavoro domestico, confrontando la propria esperienza con i testi letti durante il corso. Il nodo del rapporto tra docenti femministe e corsiste è uno dei più ricchi e problematici dell'intera esperienza. Le femministe che insegnano portano nei corsi le teorie elaborate nei collettivi; le casalinghe e le operaie portano le loro biografie. L'incontro è trasformativo per entrambe, ma non privo di tensioni: le aspettative sono diverse, il rapporto con la scrittura è asimmetrico, e il sindacato guarda spesso con diffidenza a classi formate da sole casalinghe, faticando a riconoscerne la legittimità nell'ambito di uno strumento pensato per i lavoratori (Lussana, 2012). Il rapporto con il sindacato è infatti tutt'altro che lineare. Come emerge dall'incontro nazionale di Firenze del febbraio 1978, i corsi delle donne devono continuamente negoziare tra la pratica femminista del partire da sé e le logiche di un'organizzazione che stenta a riconoscere la specificità femminile come terreno politico autonomo. Secondo Lussana, tuttavia, proprio questa tensione è produttiva: i corsi 150 ore delle donne costituiscono "il momento di incontro per eccellenza del pensiero femminista con la cultura e l'organizzazione dei lavoratori" e il veicolo attraverso cui il femminismo raggiunge donne che non avrebbero mai incrociato i collettivi separatisti, diventando per la prima volta pratica di massa (Lussana, 2012). Un'acquisizione che Chiara Saraceno — che insegnò essa stessa in corsi di 150 ore a Trento — individua non tanto nei contenuti affrontati, quanto nella dimensione più elementare e più radicale: quella di legittimare le donne a prendere tempo per sé, sottraendosi alla casa e alla famiglia (cit. in Raimo, 2023). === Metodo e women studies popolari === I corsi integrarono elaborazione teorica e raccolta di storie individuali, sviluppando un metodo che partiva dai vissuti delle partecipanti. Si realizzò un incontro tra ricercatrici, accademiche e donne con diversi livelli di scolarizzazione, definito "women studies popolari". Questo approccio mise in luce una questione diversa rispetto ai corsi per operai. Nei corsi maschili si affrontava la divisione tra lavoro manuale e intellettuale all'interno della classe. Nei corsi femminili emergeva che i saperi disciplinari erano costruiti su prospettive e linguaggi maschili, ponendo alle donne il problema dell'accesso a saperi pensati a partire da un soggetto diverso da loro. === Eredità istituzionale === Le 150 ore rappresentarono un punto di incontro tra femministe e donne che non avevano partecipato al movimento, portando il femminismo a operaie, casalinghe, impiegate (Lussana, 2012; Bracke, 2019). Dall'esperienza dei corsi nacquero istituzioni autonome. Nel 1979 venne fondata a Roma l'Università delle donne "Virginia Woolf", a Milano la Libera Università delle Donne. Queste istituzioni proposero una ricerca che considerasse la dimensione di genere nelle discipline e nella relazione pedagogica (Lussana, 2012; Stelliferi, 2022). La fase di massima espansione dei corsi per sole donne basati sull'autocoscienza si collocò tra il 1975 e i primi anni Ottanta. Questa forma specifica si trasformò o esaurì entro la metà degli anni Ottanta, mentre le istituzioni generate dall'esperienza continuarono la loro attività. == 4.3 Case e librerie delle donne == La conquista di uno spazio fisico autonomo è, negli anni Settanta, una delle forme più concrete attraverso cui il separatismo femminista si traduce in realtà materiale. A partire dalla seconda metà degli anni Settanta comparvero le prime Case delle donne, destinate a diventare uno dei simboli più duraturi del femminismo italiano. Questi spazi rispondono a molteplici esigenze: sedi di attività politica in cui convivono collettivi diversi, si organizzano assemblee e campagne, si producono e circolano materiali, si elabora teoria, ma anche attività culturali, luoghi in cui vengono offerti servizi concreti per donne in difficoltà, spazi di accoglienza. La loro costituzione avviene secondo modalità differenti — l'occupazione diretta, la negoziazione con le amministrazioni locali, la fondazione cooperativa — e in ciascun caso il processo di conquista dello spazio è esso stesso un atto politico. Il caso apripista per le case delle donne è Roma. Il 2 ottobre 1976 i movimenti femministi romani - il Movimento femminista di via Pompeo Magno, il collettivo di via Pomponazzi e alcune donne del Partito radicale - occupano Palazzo Nardini, un edificio quattrocentesco abbandonato da oltre un decennio in via del Governo Vecchio, dietro piazza Navona (Camilli, 2018). L'occupazione è non violenta e immediatamente simbolica: il palazzo era stato sede della Pretura, luogo istituzionale per eccellenza, ora sottratto e restituito alle donne. Nei sette anni di occupazione vi trovano sede decine di realtà diverse - il consultorio self-help dell'MLD, un asilo nido aperto al quartiere, il collettivo contro la violenza alle donne, la redazione di ''Quotidiano Donna'', Radio Lilith, gruppi teatrali, di ricerca, lesbici. È alla Casa del Governo Vecchio che MLD, UDI e gruppi femministi elaborano il testo della legge di iniziativa popolare contro la violenza sessuale, e da lì parte nel novembre 1976 la fiaccolata ''Riprendiamoci la notte''. (Stelliferi, 2013). A Milano il dibattito sullo spazio delle donne si intreccia con una questione teorica esplicita. Quando il collettivo di via Mancinelli discute della propria sede, emerge una distinzione netta tra "luogo delle donne" e "sede": quest'ultima viene considerata espressione di un modo di fare politica ancora maschile, legato all'istituzione più che alla relazione. Il luogo delle donne deve implicare l'affettività, lo stare insieme, la vita quotidiana oltre che la militanza (Calabrò-Grasso). Dopo lo scioglimento di via Mancinelli nel 1978, molte delle donne confluiscono in Col di Lana, che assumerà progressivamente le caratteristiche di casa delle donne in senso pieno. [da integrare con materiale su Col di Lana] A Torino la Casa delle donne nasce nel marzo 1979 con l'occupazione dell'ex manicomio femminile di via Giulio, scelta deliberatamente simbolica, che trasforma un luogo storico di segregazione in spazio di liberazione. Dopo una trattativa con il Comune, le donne ottengono locali nel Palazzo dell'Antico Macello di Po in via Vanchiglia, dove la Casa ha sede ancora oggi. A Mestre il percorso mostra come la conquista dello spazio passi talvolta attraverso la mediazione con le amministrazioni di sinistra. Nel novembre 1977 il Coordinamento femminista occupa villa Franchin nel parco di Carpenedo; lo sgombero arriva il 28 dicembre, ma il Comune, che aveva già istituito il primo referato alla Condizione femminile in Italia, avvia una trattativa che porterà all'apertura di un Centro donna in piazza Ferretto. L'esperienza veneziana mostra anche i rischi della dipendenza istituzionale: nel 1985 il cambio di giunta mette a rischio il carattere autonomo del Centro, aprendolo a gruppi non femministi e scatenando una reazione decisa delle donne che lo avevano costruito . Le librerie delle donne appartengono allo stesso ecosistema di spazi politici, ma con una fisionomia propria. Non nascono per occupazione ma per fondazione cooperativa, e la loro funzione non è solo la circolazione dei testi ma la produzione di sapere e la costruzione di relazioni. La prima e più importante è la Libreria delle donne di Milano, fondata nel 1975 in via Dogana da un collettivo che include Luisa Muraro e Lia Cigarini, quest'ultima già attiva nel DEMAU, uno dei primi gruppi femministi italiani. Si ispira alla Librairie des Femmes di Parigi, ma a differenza di essa sceglie inizialmente di proporre solo opere di donne, per enfatizzare il sapere femminile. Fin dalla sua fondazione è luogo di elaborazione teorica oltre che spazio commerciale: organizza riunioni, discussioni politiche, proiezioni, e possiede un fondo di testi esauriti e introvabili. Negli anni '80, quando il movimento si frammenta, la Libreria diventa, secondo Calabrò, l'unico soggetto milanese ad "assumere il significato simbolico della continuità tra passato e presente", punto di riferimento riconosciuto collettivamente in un panorama altrimenti privo di leadership (Calabrò-Grasso]). È in questo spazio che si consolida il femminismo della differenza italiano, con la pubblicazione di ''Sottosopra'' (dal 1983) e ''Via Dogana'', e con l'elaborazione collettiva che confluirà in ''Non credere di avere dei diritti'' (1987). Questi spazi — case occupate, centri negoziati, librerie cooperative — costituiscono nel loro insieme un'infrastruttura politica e culturale che il movimento costruisce autonomamente, al di fuori delle istituzioni e spesso in tensione con esse. Ciò che li accomuna è l'idea che lo spazio fisico non sia neutro: abitarlo, conquistarlo, dargli forma è già fare politica. == 4.4 Editoria femminista == Negli anni Settanta l'editoria femminista italiana si afferma come dimensione costitutiva dell'azione politica. Produrre testi, riviste, opuscoli e libri non è un'attività separata dalla militanza: la scrittura e la circolazione dei materiali sono il modo in cui il movimento elabora pratiche, costruisce linguaggi comuni e rende visibile ciò che era rimasto confinato nella sfera privata - sessualità, maternità, lavoro domestico, violenza. Questa produzione si caratterizza fin dall'inizio per il rifiuto dei circuiti editoriali tradizionali, percepiti come parte delle stesse strutture di potere che il movimento contesta. Le prime esperienze sono autogestite e sperimentali, fondate sul lavoro volontario: manifesti, ciclostilati, opuscoli prodotti dai collettivi e diffusi attraverso reti informali. La prima casa editrice femminista in senso proprio, Scritti di Rivolta Femminile, nasce a Roma nel 1970, fondata da Carla Accardi e Carla Lonzi, tra le fondatrici del collettivo Rivolta Femminile. La collana dei "Libretti verdi" si distingue per la sobrietà grafica e la radicalità teorica: Lonzi rifiuta consapevolmente recensioni, promozione e mediazioni commerciali, ritenendo che snaturino le istanze femministe. Il suo ''Sputiamo su Hegel'' (1974) diventerà uno dei testi fondativi del femminismo della differenza, con circolazione internazionale. Nel 1972 nascono A Roma Edizioni delle donne, affini all'esperienza francese di Éditions des femmes, con un catalogo che include testi teorici e traduzioni di autrici allora poco note in Italia come Kristeva, Wittig e Duras. Nello stesso anno a Milano il gruppo Anabasi pubblica la prima antologia del femminismo internazionale, ''Donne è bello.'' Nel 1975 nasce a Milano La Tartaruga, fondata da Laura Lepetit, destinata a diventare una delle realtà più durature dell'editoria femminista italiana. Sul versante periodico, la proliferazione è straordinaria e riflette la pluralità interna al movimento. Tra le esperienze di maggiore rilievo e durata: ''Effe'' (1973-1982), primo mensile femminista di attualità e cultura a diffusione nazionale, nato a Roma con la collaborazione di giornaliste, studiose e scrittrici; ''Sottosopra'' (Milano, 1973), rivista di movimento che diventerà uno dei luoghi teorici centrali del femminismo della differenza; ''DWF – Donna Woman Femme'' (Roma, 1975), trimestrale attento alla ricerca storica e alla traduzione di testi internazionali. Accanto a queste, decine di testate di breve durata legate ai collettivi locali documentano orientamenti differenti, dal marxismo femminista al lesbismo, dalla riflessione sulla differenza sessuale alle lotte per il salario al lavoro domestico. L'insieme di queste esperienze - case editrici, riviste - costituisce un'infrastruttura culturale autonoma che il movimento costruisce parallelamente alle strutture istituzionali e spesso in opposizione ad esse. È in questo spazio che si elabora non solo la teoria femminista, ma anche la sua forma: una forma che rifiuta la neutralità del sapere accademico e rivendica la soggettività come punto di partenza epistemologico. All’inizio degli anni Settanta la crescita dei collettivi femministi è accompagnata da una rapida espansione della stampa militante. Accanto ai bollettini e alle riviste prodotti dai gruppi del movimento, continua tuttavia a esistere una stampa femminile legata alle organizzazioni politiche della sinistra o alle culture marxiste rivoluzionarie. I diversi circuiti editoriali riflettono la pluralità dei contesti politici nei quali si sviluppa il femminismo italiano. == 4.5 Arte e cinema == La produzione culturale femminista non si limitò alla scrittura, ma investì anche i linguaggi artistici e audiovisivi. Teatro, arti visive e cinema divennero strumenti di sperimentazione politica e di critica della rappresentazione tradizionale del corpo e dell’identità femminile. Attraverso questi linguaggi il femminismo mise in discussione non solo i contenuti della cultura dominante, ma anche le forme stesse della rappresentazione, esplorando nuove modalità espressive capaci di rendere visibile un punto di vista femminile fino ad allora marginalizzato. == Note == <references/> == Bibliografia == * {{Cita libro|autore=Anastasia Barone|titolo=«Facevamo un consultorio, ma era un progetto politico». I consultori a Roma prima e dopo la legge 405/1975|anno=2023|editore=Viella|città=Roma|pp=119-148|ISBN=9791254692349|opera=Anni di rivolta. Nuovi sguardi sui femminismi degli anni Settanta e Ottanta|curatore=Paola Stelliferi, Stefania Voli|cid=Barone}} * {{Cita pubblicazione|autore=Alfero Boschiero, Nadia Olivieri|anno=2022|titolo=Il corpo mi corrisponde|rivista=Venetica|numero=1}} * {{Cita pubblicazione|autore=Vicky Franzinetti|anno=1987|titolo=In senso dell'autogestione|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=181-187|cid=Franzinetti}} * {{Cita libro|autore=Fiamma Lussana|titolo=Le donne e la modernizzazione: il neofemminismo degli anni settanta|anno=1997|editore=Einaudi|città=Torino|pp=471-565|ISBN=88-06-13571-6|opera=Storia dell'Italia repubblicana, vol.III, t.2|cid=Lussana 1997}} * {{Cita libro|autore=Luciana Percovich|titolo=La coscienza nel corpo. Donne, salute e medicina negli anni Settanta|anno=2005|editore=Franco Angeli|città=Milano|cid=Percovich}} * {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1984|titolo=Il movimento delle donne, la salute, la scienza. L'esperienza di Simonetta Tosi|rivista=Memoria|numero=11-12|cid=Tozzi 1984}} * {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1987|titolo=Molecolare, creativa, materiale: la vicenda dei gruppi per la salute|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=153-180|cid=Tozzi 1987A}} * {{Cita pubblicazione|autore=Silvia Tozzi|anno=1987|titolo=Alla radice del "self-help". Gruppo femminista per la salute della donna (G.F.S.D.)|rivista=Memoria|numero=19-20|pp=202-205|cid=Tozzi 2}}<br /> = Introduzione dell'introduzione = = Introduzione al percorso = Studiare il femminismo italiano degli anni Settanta significa confrontarsi con un oggetto storico che non è né univoco né pacificato sul piano interpretativo. Il termine “femminismo” designa esperienze, pratiche e teorie che sono state definite in modi diversi a seconda degli approcci disciplinari e delle prospettive adottate. Nella ricerca internazionale, il femminismo è stato interpretato come movimento sociale, come teoria politica della differenza o dell’uguaglianza, come pratica di trasformazione culturale, come discorso critico sulla modernità. Anche la sua periodizzazione è oggetto di dibattito: il modello delle “ondate”, largamente diffuso in ambito anglosassone, non si applica automaticamente ai diversi contesti nazionali. Analogamente, la geografia del fenomeno non è neutra: le narrazioni centrate sull’esperienza statunitense o britannica non esauriscono la pluralità delle traiettorie europee e transnazionali. Il caso italiano si colloca all’interno di questo quadro problematico. Nel dibattito storiografico nazionale, la distinzione tra “emancipazionismo” e “femminismo” ha mostrato come le categorie interpretative influenzino la lettura dei processi storici. La stessa definizione di “neofemminismo” per gli anni Settanta è una scelta descrittiva che implica una certa periodizzazione e una certa idea di cesura rispetto al passato. Il presente volume non assume il femminismo come un fenomeno unitario, ma come un campo articolato di pratiche, soggetti e conflitti. L’analisi si sviluppa attraverso genealogie, pratiche, pluralità interne, spazi di produzione culturale, trasformazioni di fine decennio e interpretazioni storiografiche. = Il percorso del volume = Questo volume è dedicato al femminismo italiano degli anni Settanta e primi anni Ottanta. Non intende proporre una cronaca lineare degli eventi né una narrazione unitaria del movimento, ma una ricostruzione articolata che tenga insieme dimensione storica, pratiche, pluralità interna e riflessione storiografica. Il percorso si sviluppa lungo sei assi principali. 1. Genealogie. La prima sezione colloca il neofemminismo nel contesto storico in cui prende forma. Verranno affrontati: * il rapporto con il miracolo economico e le trasformazioni sociali degli anni Sessanta; * il confronto con il movimento del ’68; * l’eredità del femminismo storico e dell’associazionismo femminile del secondo dopoguerra; * le connessioni transnazionali. Obiettivo di questa parte non è individuare un’origine unica, ma mostrare la pluralità delle premesse culturali e politiche. 2. Pratiche. La seconda sezione analizza le pratiche fondative che caratterizzano il femminismo degli anni Settanta: * separatismo; * autocoscienza; * politicizzazione dell’esperienza (“il personale è politico”); * centralità del corpo, della sessualità e dell’autodeterminazione. Questa parte assume le pratiche non come semplici modalità organizzative, ma come luoghi di produzione teorica e di ridefinizione del politico. 3. Pluralità dei femminismi. La terza sezione affronta la differenziazione interna del movimento: * gruppi e correnti (DEMAU, Rivolta Femminile, MLD, Lotta femminista, femminismo romano, Nemesiache); * orientamenti teorici differenti; * rapporto con partiti, sindacati e sinistra extraparlamentare; * tensione tra autonomia e doppia militanza. Il nodo centrale è la pluralità strutturale del femminismo, non la sua presunta unità. 4. Spazi, infrastrutture, saperi. La quarta sezione analizza i luoghi materiali e simbolici attraverso cui il femminismo si organizza e produce sapere: * consultori autogestiti e self-help; * 150 ore delle donne; * case delle donne; * editoria femminista; * pratiche artistiche e cinematografiche. Qui il focus si sposta dalle organizzazioni alle infrastrutture e alle forme di produzione culturale. 5. Eredità. La quinta sezione affronta la trasformazione di fine decennio: * la crisi della forma-movimento; * il passaggio a nuove modalità di presenza pubblica; * il rapporto con le politiche delle donne e le istituzioni. Non si assume una narrazione declinista, ma si analizzano le trasformazioni. 6. Interpretazioni storiografiche. L’ultima sezione è dedicata alla riflessione sulle letture del neofemminismo: * questioni di metodo; * problemi di periodizzazione; * differenze territoriali; * rapporti con la sinistra; * dimensione transnazionale; * prospettive di ricerca. In questa parte il movimento non è solo oggetto storico, ma oggetto di interpretazione. = I nodi trasversali = Lungo tutto il volume attraversano l’analisi alcuni problemi ricorrenti: * pluralità vs unità; * autonomia vs rappresentanza; * soggettività vs istituzionalizzazione; * locale vs nazionale; * memoria vs storia. = In sintesi = Il volume non propone: * una storia celebrativa, * né una cronologia lineare, * né una teoria unificante. Propone una ricostruzione che intreccia: * pratiche, * conflitti, * luoghi, * linguaggi, * interpretazioni. == Testi di riferimento == La bibliografia proposta agli studenti riflette la pluralità degli approcci con cui il femminismo degli anni Settanta è stato studiato. * Il volume curato da Teresa Bertilotti e Anna Scattigno colloca il femminismo dentro una prospettiva di storia culturale e storiografia delle donne, con attenzione alla memoria, alle generazioni e alla pluralità delle esperienze. * Elisa Bellè, in ''L’altra rivoluzione'', adotta una prospettiva relazionale e multi-scalare, mostrando come il movimento si costruisca attraverso pratiche situate e reti tra locale e nazionale. * Maud Anne Bracke, in ''La nuova politica delle donne'', interpreta il femminismo come parte della trasformazione complessiva della politica italiana, analizzando il rapporto tra movimento, istituzioni e ridefinizione del politico. * Fiamma Lussana propone una ricostruzione storico-politica attenta alle genealogie, ai conflitti interni e alla pluralità delle correnti. * Il lavoro di Calabrò e Grasso si colloca nell’ambito della sociologia dei movimenti sociali, privilegiando l’analisi delle forme organizzative e delle trasformazioni del movimento. La compresenza di questi testi evidenzia la varietà delle lenti interpretative attraverso cui lo stesso fenomeno può essere osservato. == Introduzione == Il femminismo degli anni Settanta costituisce uno dei passaggi più incisivi della storia politica e culturale dell’Italia contemporanea. Tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta, una fitta rete di collettivi e gruppi diffusi sull’intero territorio nazionale mise in discussione i ruoli di genere, le relazioni tra i sessi e le stesse categorie attraverso cui venivano definiti la politica, i linguaggi, le forme del sapere e le soggettività. La novità del neofemminismo non risiede unicamente nelle rivendicazioni avanzate, ma nelle pratiche attraverso cui esse furono elaborate: l’autocoscienza, la politicizzazione dell’esperienza personale, la centralità del corpo e della sessualità come luoghi di produzione di sapere e di conflitto. L’esperienza femminile non venne più subordinata a cornici interpretative esterne - di partito, di classe o di tradizione ideologica - ma assunta come punto di partenza per una rielaborazione teorica autonoma, capace di ridefinire il confine tra privato e pubblico, vita e politica, e di interrogare i nessi tra potere, sapere e corporeità. Il femminismo di questo periodo si presenta come un insieme articolato di esperienze differenziate, radicate in contesti territoriali, culturali e politici diversi, con orientamenti teorici e strategie non omogenei. Tale pluralità - visibile nel diverso rapporto con la sinistra, i movimenti e le istituzioni, nell’alternativa tra separatismo e doppia militanza, nelle letture della subordinazione femminile in termini di classe o di differenza sessuale, nelle modalità di intervento pubblico - costituisce un tratto strutturale del movimento. La storiografia ha posto questo nodo al centro della riflessione, interrogandosi sull’uso dei termini “femminismo” e “femminismi”: se il singolare consente di cogliere la forza storica di un processo collettivo accomunato dalla critica alle gerarchie di genere, il plurale rende conto della molteplicità delle culture politiche e dei linguaggi che lo attraversarono (Guerra 2005). La trasformazione che si produce alla fine del decennio non coincide con una cesura netta. Piuttosto, la crisi della forma-movimento apre una fase di riorganizzazione e ridefinizione: negli anni ottanta molte pratiche e molte elaborazioni proseguono in forme differenti, attraverso luoghi culturali, reti associative e iniziative di produzione che consolidano un femminismo meno centrato sulla mobilitazione di massa, ma capace di incidere in modo duraturo nel tessuto sociale (Guerra 2005). La categoria di “eredità” permette di leggere questo passaggio senza ridurlo a una narrazione di declino. Questo volume adotta una prospettiva che intreccia ricostruzione storica e riflessione storiografica, assumendo come oggetto non soltanto gli eventi e le organizzazioni, ma le pratiche, i linguaggi e i luoghi di produzione del sapere femminista. Dopo una sezione dedicata alle genealogie - il rapporto con il ’68, con la tradizione emancipazionista e con le reti transnazionali - il percorso analizza le pratiche fondative, la pluralità delle esperienze, i rapporti con movimenti, partiti e istituzioni, nonché gli spazi materiali e simbolici attraverso cui il femminismo costruì nuove forme di socialità e di cultura. Una parte conclusiva è dedicata alle trasformazioni degli anni ottanta e alle principali interpretazioni storiografiche del neofemminismo, affrontando le questioni di periodizzazione, di metodo e di memoria che ancora attraversano il dibattito. Il volume assume le pratiche, i luoghi e i linguaggi come chiavi di lettura attraverso cui osservare l’intreccio tra dimensione politica, sociale e culturale del femminismo italiano degli anni Settanta, un'intersezione nella quale maggiormente si coglie la portata trasformativa del movimento. Introduzione Parte II Il femminismo degli anni Settanta si caratterizza per la centralità attribuita alle pratiche - come il separatismo e l’autocoscienza – che non rappresentano semplicemente forme organizzative, ma luoghi di elaborazione politica e di produzione di sapere. La condivisione delle esperienze individuali consente di mettere in discussione l’apparente naturalità dei ruoli di genere e di individuare i meccanismi sociali e culturali che regolano i rapporti tra uomini e donne. In questo senso, le pratiche non si limitano a descrivere la realtà, ma contribuiscono a ridefinirla; la politica non è intesa soltanto come intervento nello spazio pubblico, ma come processo che prende avvio dall’esperienza vissuta e dalle relazioni tra donne. All’interno di questo processo si afferma il principio secondo cui “il personale è politico”, che consente di collegare le esperienze quotidiane alle strutture sociali più ampie. Attraverso questa prospettiva, ambiti tradizionalmente considerati privati – come la sessualità, la maternità e la vita familiare – diventano oggetto di analisi e intervento politico. È in questo quadro che il corpo emerge come un nodo centrale della riflessione femminista. Non si tratta di un ambito già definito, ma di un terreno che prende forma progressivamente attraverso le pratiche del movimento. Le esperienze legate alla sessualità, alla riproduzione e alla salute vengono condivise, confrontate e reinterpretate, dando luogo a una nuova consapevolezza che mette in discussione i modelli culturali dominanti; elaborazione teorica e sperimentazione pratica non costituiscono ambiti separati, ma dimensioni intrecciate di un medesimo percorso di politicizzazione. Le pratiche del movimento non furono adottate in modo uniforme né assunsero significati univoci, ma costituirono un repertorio condiviso, rielaborato in forme differenti nei diversi contesti. Tale pluralità rinvia alla coesistenza di differenti modi di intendere la liberazione delle donne e al rifiuto di modelli organizzativi gerarchici e di una definizione univoca delle priorità. Tuttavia, essa condivise alcuni elementi fondamentali: la messa in discussione della distinzione tra sfera privata e sfera pubblica, la conseguente ridefinizione del politico e delle forme della soggettività femminile. Le sezioni che seguono analizzano, da diverse prospettive, le principali pratiche e i nodi concettuali attraverso cui il femminismo degli anni Settanta ha ridefinito il rapporto tra esperienza, conoscenza e azione politica. PARTE 3 "le radici del femminismo radicale italiano affondino al di fuori del contesto universitario, dei partiti e dei movimenti sociali, e si congiungano con l’azione di donne non più giovanissime alla fine degli anni Sessanta e senza pregresse, strutturate esperienze politiche." (tesi stelliferi) 32 Il primo collettivo neofemminista italiano, Demau (Demistificazione Autoritarismo; Demistificazione [dell] autoritarismo), precede in realtà (1966) la rivolta studentesca e operaia della fine degli anni '60. - Strazzeri, p. 6 == Cronologia principale == === 1965-1982 === {| class="wikitable sortable" ! Anno ! Gruppi che nascono ! Gruppi che si sciolgono ! Eventi ! Convegni / Incontri ! Manifestazioni ! Produzione culturale |- | 1965/66 | Demau | | | | | |- | 1967 | | | | | | |- | 1968 | | | Contestazione studentesca | | | |- | 1969 | Cerchio spezzato (Trento); MLD legato al Partito Radicale | | Autunno caldo | | | |- | 1970 | Rivolta femminile Anabasi Le Nemesiache | |Approvazione della legge sul Divorzio (L. 898/1970) | | | |- | 1971 | Lotta Femminista (PD) | |La Corte Costituzionale depenalizza la diffusione e l'uso degli anticoncezionali. Approvazione della legge a tutela delle lavoratrici madri (L. 1204/1971 - diritto di astenersi dal lavoro 2 mesi prima, 3 dopo il parto) e della L.1044/1971 che introduce il piano quinquennale per l'istituzione di asili nido comunali con il concorso dello Stato | Milano – Convegno presso l’Umanitaria | | Esce ''Quarto mondo'', pubblicata a Roma dal Fronte Italiano di Liberazione Femminile (FILF) |- | 1972 | Cherubini; Lotta Femminista (MI) | | | Bologna – Convegno di varie città; Rouen – Convegno organizzato da Psychoanalyse et Politique; Vandea – Convegno europeo organizzato dal MLF | | Nascono a Roma Edizioni delle donne; Anabasi pubblica l'antologia ''Donne è bello'' ; esce ''Compagna'', rivista di orientamento marxista. Nasce a Roma il Collettivo Femminista Comunista di Via Pomponazzi |- | 1973 | Collettivo San Gottardo; Gruppo Analisi; Gruppo Femminista per una medicina delle donne; Rivolta 3 | Demau | Si forma il CISA; Processo a Gigliola Pierobon (Padova) | Varigotti – incontro tra Cherubini, alcune donne del Veneto e le francesi di Psychanalyse et Politique | | Esce a Roma ''Effe'' , primo mensile femminista di attualità e cultura autogestito a diffusione nazionale; a Bologna ''La voce delle donne comuniste'' e ''Donna proletaria;'' a Milano ''MezzoCielo'' |- | 1974 | Collettivo di via Albenga; Gruppo di Pratica dell’Inconscio; Mondadori; Ticinese | Lotta Femminista | Referendum abrogativo della legge sul divorzio | 1° Convegno Nazionale a Pinarella di Cervia | | Esce ''Sputiamo su Hegel'' di Carla Lonzi; nasce l'editrice romana Dalla parte delle bambine; esce ''Sottosopra'' |- | 1975 | Libreria delle donne di Milano | | Vengono istituiti i consultori familiari (L. 405/1975) Blocco in Senato della proposta di legge sull’aborto | | | Laura Lepetit fonda la casa editrice La Tartaruga; esce ''DWF – Donna Woman Femme'' |- | 1975 | Corsi monografici 150 ore; | Anabasi; Cherubini (trasferimento in Col di Lana); San Gottardo | Elezioni amministrative | Carloforte – Vacanze femministe; Milano – Convegno “Sessualità, maternità, procreazione, aborto”; Milano – Umanitaria “Donne e politica”; San Vincenzo (LI) – Pratica dell’inconscio; 2° Convegno nazionale a Pinarella di Cervia | Roma – Manifestazione nazionale del 6 dicembre | |- | 1976 | Corso 150 ore Affori; Gruppo Donne e Immagine; Gruppo Donne via dell’Orso; Gruppo donne Palazzo di Giustizia; Gruppo n.4 Col di Lana | Gruppo Analisi; Gruppo di Pratica dell’Inconscio; Gruppo Femminista per una medicina delle donne; Rivolta 3 | Elezioni politiche; Formazione della Consulta femminista; Legge nazionale sui consultori | Milano – Convegno “Donne e lavoro”; Paestum – 3° e ultimo convegno nazionale | Milano – Entrata “dimostrativa” nel Duomo (gennaio) | Nasce a Roma la rivista ''Limenetimena;'' esce ''Differenze'', rivista dei Collettivi femministi romani |- | 1977 | Collettivo della Borletti; Gruppo donne via Lanzone; Gruppo Scrittura | | Approvazione legge sulla Parità di Lavoro (L. 903/1977) Movimento del 1977 | Milano – Convegno sulla violenza (Sala Provincia) | | Nasce la Libreria delle donne di Bologna Librellula |- | 1978 | Gruppo Madri del Leoncavallo; Gruppo Scrittura 1; Gruppo Scrittura 2; Gruppo Scrittura 3 | | Approvazione legge sull'aborto (194/1978) Rapimento Moro | | | Esce ''Quotidiano donna,'' settimanale di politica, attualità e cultura ; apre a Cagliari la Libreria gestita dalla coperativa La tarantola |- | 1979 | 150 ore sul Cinema; Redazione di Grattacielo; Redazione milanese di Quotidiano Donne | Collettivo Mondadori; Coordinamento via dell’Orso; Gruppo Donne e Immagine; Mancinelli | “Caso 7 aprile” | Milano – Umanitaria, proposta di legge contro la violenza sessuale | | Apre a Firenze la Libreria delle donne |- | 1980 | Centro Donne Ticinese; Collettivo studentesse liceo Berchet; Collettivo studentesse Università Statale; Cooperativa Gervasia Broxson; Gruppo di psicologia e attività creative; Gruppo Eos; Ristorante Cicip-Ciciap; Ticinese (nuovo) | Col di Lana; Collettivo Borletti | | | Milano – Manifestazione contro abrogazione legge aborto | |- | 1981 | Gruppo Phoenix | Grattacielo; Gruppo donne Palazzo di Giustizia | Referendum abrogativo legge aborto | Firenze – 2° Convegno contro il referendum; Milano – 1° Convegno contro il referendum 194; Roma – Convegno nazionale donne lesbiche; Torino – Convegno internazionale donne lesbiche | | |- | 1982 | | Gruppo n.4; Redazione milanese di Quotidiano Donna | | | | |} qjdudylhc7xvgal86c9uu1tbynjqkl0 Utente:R5b43/Sandbox/5 2 60575 499732 499702 2026-07-05T21:35:38Z R5b43 22664 /* Splenomegalia */ 499732 wikitext text/x-wiki ==Linfomi di non-Hodgkin== {| class=wikitable |+ The table's caption ! Column header 1 ! Età ! Decorso !Morfologia !Prognosi !Mutazioni genetiche |- ! Row header 1 | Cell 2 || Cell 3 | | | |- ! | | | | | |- ! Row header A | Cell B | Cell C | | | |- ! | | | | | |- ! | | | | | |- ! | | | | | |- ! | | | | | |- ! | | | | | |- ! | | | | | |} ==Splenomegalia== La '''splenomegalia''' è l'aumento delle dimensioni della milza. Una milza ha le seguenti dimensioni normalmente: 14 cm massimo di lunghezza, 7 cm di larghezza e 3-4 di spessore, con una massa di 200 g. L'ipersplenismo è invece l'aumentata attività emocateretica della milza, con conseguente, oltre che splenomegalia, anche pancitopenia con midollo normo o ipercellulare. Le cause di splenomgalia sono: * infezioni: aspecifica (come a seguito di emboli da endocardite infettiva), mononucleosi infettiva, TBC, febbre tifoide, CMV, brucellosi, sifilide, malaria, istoplasmosi, toxoplasmosi, leishmaniosi, tripanosomiasi, echinococcosi * ipertensione portale * malattie ematologiche: linfomi, mieloma multilpo, tumori mieloproliferativi, anemia emolitica * condizioni immuni e infiammatorie: lupus, artrite reumatoide * malattie d'accumulo: malattia di Gaucher, di Niemam-Pick e mucopolisaccaridosi * altre: tumori primari e secondari, amiloidosi Possiamo individuare almeno due forme di splenomegalia. ===Splenite infettiva aspecifica=== La milza è ingrossata lievemente, non supera i 500 g e conserva la sua consistenza molle. La patogenesi è data sia dal danno diretto dal patogeno sia dalla risposta immunitaria. Microscopicamente la polpa bianca è necrotica e la polpa rossa è altamente congesta. In tutta la polpa bianca e rossa sono presenti infiltrati di neutrofili e plasmacellule ===Splenomegalia congestiva=== Le cause di splenomegalia congestiva sono: *'''congestione venosa centrale''': secondaria a difeti valvolari della tricuspide o polmonare o scompenso cardiaco), nella quale la milza non supera i 500 g *''' ostruzione intraepatica''': da cirrosi alcolica o pigmentata e schistosomiasi) *''' ostruzione extraepatica''': da trombosi della vena porta, secondaria a malattie ostruttive intraepatiche o a infezioni peritoneali, o da trombosi della vena splenica, secondaria a processi neoplastici di stomaco o pancreas. Queste cause portano a ipertensione portale e splenica. La milza assume una consistenza dura e può arrivare a pesare da 1000 g a 5000 g. Nella fase precoce la polpa rossa appare intensamente congesta, più tardivamente diviene più cellulare e fibrotica. I sinusoidi appaiono dilatati e con pareti rigide per via dell'accumulo di fibrina nelle pareti. La congestione venosa aumenta l'esposizione delle cellule del sangue ai macrofagi, portando a un aumentato iperemocaterismo (ipersplenismo). ===Infarto splenico=== In assenza di congestione a monte, l'infarto è dovuto da emboli settici (come nell'endocardite infettiva) o asettici che ostruiscono l'arteria splenica. In caso milza congesta, è l'apporto diminuito di sangue a essere l'evento patogenetico. Le aree infartuate appaiono pallide e sono a disposizione sottocasulare; il colore può variare nei casi settici per via della necrosi suppurativa. Le lesioni guarite lasciano cicatrici depresse sulla superficie dell'organo. 1tvgob4pgajzzihdfevgkypc54h31y9 Utente:R5b43/Sandbox/14 2 60688 499730 499726 2026-07-05T15:34:51Z R5b43 22664 /* Carcinoma invasivo (infiltrante) */ 499730 wikitext text/x-wiki Il cancro della mammella è il tumore più comune e più letale nel sesso femminile. 1 paziente su 3 con carcinoma mammario muore a causa della malattia. L'incidenza è più alta nei paesi ad alto reddito, ma sta aumentando anche nei paesi in via sviluppo, a causa del cambiamento di stile di vita, come minor numero di figli, gravidanze ritardate e diminuito allattamento al seno. Ne eistono tre sottotipi principali: * tumore '''luminale''': più comune nelle donne più anziane, esprime ER ed è negativo a HER2 * tumore '''HER2+''': positivo a HER2, positivo o negativo a ER * '''triplo negtivo (TNBC)''': negativo aia a ER che a HER2, e anche a PR (questo controllato da ER) Gli ultimi due tipi raggiungono invece il picco di incidenza alla mezza età. Il carcinoma mammario ha una maggiore incidenza tra le donne di ascendenza europea rispetto agli altri gruppi. Fra le donne ispaniche e afroamericane, i tumori TNBC e HER2 sono più frequenti. Tra i fattori di protezione dal cancro alla mammella vi sono: *gravidanze precoci (spec. sotto i 20 anni) *allattamento al seno prolungato * mammectomia prfilattica bilaterale, nelle donne ad alto rischio Tra i fattori di richio *sesso femminile (il 99% dei pazienti sono donne) * età (raro sotto i 25 anni) * genetica * esposizione ambientale a estrogeni, inclusa la terapia sostitutiva * si ipotizza anche l'esposizione a organocloruri contenuti ad esempio nei pesticidi abbiano effetti estrogenici dannosi ==Patogenesi del carcinoma mammario sporadico== Paradosso: le mutazioni driver sono già presenti quando il carcinoma è ancora in situ. Si ritiene che a innescare l'invasione sia l'ambiente stromale e le caratteristiche delle cellule mioepiteliali, ridotte e con menrane più sottili. Le cellule tumorali una volta invasa la membrana basale sviluppano meccanismi per eludere il sistema immunitario per progredire. ===Tumore luminale=== La causa è l'esposizione a estrogeni. Le cellule sono ER+ e HER2-. Ne esitono due sottotipi: *luminale A: basso grado di malignità *luminale B: maggiore malignità, con mutazioni di TP53 e BRCA2 La terapia richiede inibitori dei recettori estrogenici. Le mteastasi, osse, possono essere controllate per decenni. Può sviluppare resistenza esprimendo geni differenti da ER, come ESR1. ===Tumore HER2+=== Amplificazione del gene HER2, una tirosin chinasi. Si tratta con anticrpi monoclonali anti HER2+ (es. trastuzumab). È il tipo più comune nella sindrome di Li-Fraumeni. ===TNBC=== È negativo sia a ER che a HER2. Le mutazioni sono cauate dal fallimento della ricombinazione omologa di riparo del DNA. Presente anche mutazioni di TP53. Il trattamnto indicato è la chemioterapia citotossica, con recidive a 8 anni con metastasi 1 cervello e visceri. Dopo 10 in assenza di recidiva la paziente è considerata guarita. ==Carcinoma in situ== Il carcinoma mammario può essere '''in situ''', quando non ha capacità di metastatizzare non avendo oltrepassato la membrana basale, e '''invasivo''', quando ha oltrepassato la membrana basale e ha quindi accesso ai vasi sanguigni e linfatici. Le espressioni ''carcinoma duttale'' e ''carcinoma lobulare'' non si riferiscono al sito di origine, bensì alle caratteristiche biolgiche del tumore, intendendo con carcinoma duttale un carcinoma generico e con lobulare i tumori con affinità biologica al carcinoma lobulare in situ. Esitono due tipologie del carcinoma in situ: il carcinoma duttale e il lobulare. Il '''carcinoma duttale in situ''' è rilevato generalmeente tramite mammografia di screening sottoforma calcificazioni. Meno comunemente si presenta come malattia di Paget, ovvero con manifestazioni simil-eczematose nella regione dell'aureola, dovute alla migrazione lungo il dotto delle cellule tumorali e loro invasione dell'epidermide. La concomitante preseza di una massa palpabile indica presenza di carcinoma invasivo. Il carcinoma duttale in situ è bilaterale nel 10-20% dei casi. I tipi morfologici sono i seguenti: * comedo: le cellule necrotiche si depositano nel lume del dotto, formando una struttura simile al comedone, mentre le pareti del dotto mostrano cellule con nuclei pleomorfici ad alto grado. * micropapillare: forma pseudopapille senza asse fibrovascolare * papillare: forma papille vere dotate di asse fibrovascolare * cribroso: sono visibili cavità riempite di materiale calcifico Se non trattato ha una progressione dell'1% annuo di trasformazione invasivo. Si tratta con mastectomia o con chirutgia conservativa + radioterapia/tamoxifene. Il '''carcinoma lobulare in situ''' è formato da cellule discoese, per via di mutazioni dei geni della E-caderina e delle catenine. È silente sia clinicamente che alla mammogrfia, è infatti diagnosticato incidentalmente in campioni bioptici prelevati per indagare altre patologie della mammella. Assenti necrosi e calcificazioni. È bilaterale nel 20-40% dei casi. Le cellule hanno una forma ad "'''anello con catone'''" per la presenza della gocciola di mucina che sposta il nucleo in posizione eccentrica. Le cellule tumorali si sviluppano tra la bembrana basale e le cellule duttali. Sono tumori di tipo '''luminale'''. Ha la probabilità dell'1% annuo di trasformazione invasivo. Si tratta con la mastectomia profilattica bilaterale, tamoxifene e follow-up clinico/mammografico. ==Carcinoma invasivo (infiltrante)== Il carcinoma invasivo più comune è di '''tipo non speciale''', dalla morfologia eterogenea; i carcinomi invasivi di tipo sepciale hanno invece pattern morfologici specifici che riconoscibili alla microscopia ottica. Il carcinoma invasivo non speciale quando non è rilevato dallo screening si presenta come una '''massa palpabile''' di 2-3 cm. È una massa dura, gessosa, produce un "rumore di grattamento" al taglio, a causa della forte '''reazione stromale desmoplastica''' che induce. Può invadere il muscolo pettorale o la cute causando fenomeni di retrazione cutanei. Più raramente si manifesta metastasi nei linfonodi ascellari senza massa palpabile, rilevabile solo tramite ecografia o RM. La gradazione istologica si effettua tramite lo '''score di Nottingham'''. nc52o21m4j8gg5v7uyqhxrjksx5ari3 499731 499730 2026-07-05T15:38:50Z R5b43 22664 /* Carcinoma invasivo (infiltrante) */ 499731 wikitext text/x-wiki Il cancro della mammella è il tumore più comune e più letale nel sesso femminile. 1 paziente su 3 con carcinoma mammario muore a causa della malattia. L'incidenza è più alta nei paesi ad alto reddito, ma sta aumentando anche nei paesi in via sviluppo, a causa del cambiamento di stile di vita, come minor numero di figli, gravidanze ritardate e diminuito allattamento al seno. Ne eistono tre sottotipi principali: * tumore '''luminale''': più comune nelle donne più anziane, esprime ER ed è negativo a HER2 * tumore '''HER2+''': positivo a HER2, positivo o negativo a ER * '''triplo negtivo (TNBC)''': negativo aia a ER che a HER2, e anche a PR (questo controllato da ER) Gli ultimi due tipi raggiungono invece il picco di incidenza alla mezza età. Il carcinoma mammario ha una maggiore incidenza tra le donne di ascendenza europea rispetto agli altri gruppi. Fra le donne ispaniche e afroamericane, i tumori TNBC e HER2 sono più frequenti. Tra i fattori di protezione dal cancro alla mammella vi sono: *gravidanze precoci (spec. sotto i 20 anni) *allattamento al seno prolungato * mammectomia prfilattica bilaterale, nelle donne ad alto rischio Tra i fattori di richio *sesso femminile (il 99% dei pazienti sono donne) * età (raro sotto i 25 anni) * genetica * esposizione ambientale a estrogeni, inclusa la terapia sostitutiva * si ipotizza anche l'esposizione a organocloruri contenuti ad esempio nei pesticidi abbiano effetti estrogenici dannosi ==Patogenesi del carcinoma mammario sporadico== Paradosso: le mutazioni driver sono già presenti quando il carcinoma è ancora in situ. Si ritiene che a innescare l'invasione sia l'ambiente stromale e le caratteristiche delle cellule mioepiteliali, ridotte e con menrane più sottili. Le cellule tumorali una volta invasa la membrana basale sviluppano meccanismi per eludere il sistema immunitario per progredire. ===Tumore luminale=== La causa è l'esposizione a estrogeni. Le cellule sono ER+ e HER2-. Ne esitono due sottotipi: *luminale A: basso grado di malignità *luminale B: maggiore malignità, con mutazioni di TP53 e BRCA2 La terapia richiede inibitori dei recettori estrogenici. Le mteastasi, osse, possono essere controllate per decenni. Può sviluppare resistenza esprimendo geni differenti da ER, come ESR1. ===Tumore HER2+=== Amplificazione del gene HER2, una tirosin chinasi. Si tratta con anticrpi monoclonali anti HER2+ (es. trastuzumab). È il tipo più comune nella sindrome di Li-Fraumeni. ===TNBC=== È negativo sia a ER che a HER2. Le mutazioni sono cauate dal fallimento della ricombinazione omologa di riparo del DNA. Presente anche mutazioni di TP53. Il trattamnto indicato è la chemioterapia citotossica, con recidive a 8 anni con metastasi 1 cervello e visceri. Dopo 10 in assenza di recidiva la paziente è considerata guarita. ==Carcinoma in situ== Il carcinoma mammario può essere '''in situ''', quando non ha capacità di metastatizzare non avendo oltrepassato la membrana basale, e '''invasivo''', quando ha oltrepassato la membrana basale e ha quindi accesso ai vasi sanguigni e linfatici. Le espressioni ''carcinoma duttale'' e ''carcinoma lobulare'' non si riferiscono al sito di origine, bensì alle caratteristiche biolgiche del tumore, intendendo con carcinoma duttale un carcinoma generico e con lobulare i tumori con affinità biologica al carcinoma lobulare in situ. Esitono due tipologie del carcinoma in situ: il carcinoma duttale e il lobulare. Il '''carcinoma duttale in situ''' è rilevato generalmeente tramite mammografia di screening sottoforma calcificazioni. Meno comunemente si presenta come malattia di Paget, ovvero con manifestazioni simil-eczematose nella regione dell'aureola, dovute alla migrazione lungo il dotto delle cellule tumorali e loro invasione dell'epidermide. La concomitante preseza di una massa palpabile indica presenza di carcinoma invasivo. Il carcinoma duttale in situ è bilaterale nel 10-20% dei casi. I tipi morfologici sono i seguenti: * comedo: le cellule necrotiche si depositano nel lume del dotto, formando una struttura simile al comedone, mentre le pareti del dotto mostrano cellule con nuclei pleomorfici ad alto grado. * micropapillare: forma pseudopapille senza asse fibrovascolare * papillare: forma papille vere dotate di asse fibrovascolare * cribroso: sono visibili cavità riempite di materiale calcifico Se non trattato ha una progressione dell'1% annuo di trasformazione invasivo. Si tratta con mastectomia o con chirutgia conservativa + radioterapia/tamoxifene. Il '''carcinoma lobulare in situ''' è formato da cellule discoese, per via di mutazioni dei geni della E-caderina e delle catenine. È silente sia clinicamente che alla mammogrfia, è infatti diagnosticato incidentalmente in campioni bioptici prelevati per indagare altre patologie della mammella. Assenti necrosi e calcificazioni. È bilaterale nel 20-40% dei casi. Le cellule hanno una forma ad "'''anello con catone'''" per la presenza della gocciola di mucina che sposta il nucleo in posizione eccentrica. Le cellule tumorali si sviluppano tra la bembrana basale e le cellule duttali. Sono tumori di tipo '''luminale'''. Ha la probabilità dell'1% annuo di trasformazione invasivo. Si tratta con la mastectomia profilattica bilaterale, tamoxifene e follow-up clinico/mammografico. ==Carcinoma invasivo (infiltrante)== Il carcinoma invasivo più comune è di '''tipo non speciale''', dalla morfologia eterogenea; i carcinomi invasivi di '''tipo speciale''' hanno invece pattern morfologici specifici che riconoscibili alla microscopia ottica. Il carcinoma invasivo non speciale quando non è rilevato dallo screening si presenta come una '''massa palpabile''' di 2-3 cm. È una massa dura, gessosa, produce un "rumore di grattamento" al taglio, a causa della forte '''reazione stromale desmoplastica''' che induce. Può invadere il muscolo pettorale o la cute causando fenomeni di retrazione cutanei. Più raramente si manifesta metastasi nei linfonodi ascellari senza massa palpabile, rilevabile solo tramite ecografia o RM. La gradazione istologica si effettua tramite lo '''score di Nottingham'''. 8l3ke8dx86mv4op9jll4eofxe2wic9t Utente:R5b43/Sandbox/15 2 60691 499733 2026-07-06T10:19:42Z R5b43 22664 Nuova pagina: ==Cervice== Il principale fattore di richio del tumore della cervice è l'HPV, un gruppo di virus a DNA della famiglia ''Papillomaviridae''. Solo gli HPV ad alto rischio sono in grado di indurre la trasformazione neoplastica delle cellule; essi sono 15, e i principali sono l''''HPV 16''' e l''''HPV 18'''. I tipi a basso rischio sono invece responsabili della formazione dei condilomi. Altre regioni colpite dall'infezione dai tipi ad alto rischio sono la vagina, la vulva, l'oro... 499733 wikitext text/x-wiki ==Cervice== Il principale fattore di richio del tumore della cervice è l'HPV, un gruppo di virus a DNA della famiglia ''Papillomaviridae''. Solo gli HPV ad alto rischio sono in grado di indurre la trasformazione neoplastica delle cellule; essi sono 15, e i principali sono l''''HPV 16''' e l''''HPV 18'''. I tipi a basso rischio sono invece responsabili della formazione dei condilomi. Altre regioni colpite dall'infezione dai tipi ad alto rischio sono la vagina, la vulva, l'orofaringe, l'ano, il pene, le tonsille. Le zone più vulnerabili all'interessamento neoplastico sono la giunzione squamocolonnare e zone di traumi o abrasione nella cerivice, le cripte tonsillari e la giunzione squamocolonnare anale. La sola infezione da HPV non è sufficiente a causare il tumore, concorrono altri fattori, come il sistema immunitario dell'ospite e l'esposizione ad altri fattori cancerogeni. La maggior parte delle infezioni sono '''transitorie''', cioè si risolvono spontaneamente (il 50% in 8 mesi, il 90% in due anni). Le infezioni che non si risolvono, cioè le '''infezioni permanenti''' sono quelle a maggior rischio di formazione di lesioni precancerose e carcinoma. È necessario che il virus entri nelle cellule basali e integri il proprio DNA in quello della cellula ospite affinché ci sia la trasformazione neoplasica. La trasformazione in senso neoplasico delle cellule è indotta da due proteine dell'HPV: *'''E6''': lega il RB e ne induce la degradazione nel proteasoma *'''E7''': lega p53 e ne indiuce la protolisi nel proteasoma Questi eventi portano alla replicazine delle cellule e delle proteine virali. I tipi a basso rischio legano solo debolmente RB e P53. 2lpwoqzj7kdliez3kgj3bib6r7a8s4e 499734 499733 2026-07-06T10:31:07Z R5b43 22664 /* Cervice */ 499734 wikitext text/x-wiki ==Cervice== Il principale fattore di richio del tumore della cervice è l'HPV, un gruppo di virus a DNA della famiglia ''Papillomaviridae''. Solo gli HPV ad alto rischio sono in grado di indurre la trasformazione neoplastica delle cellule; essi sono 15, e i principali sono l''''HPV 16''' e l''''HPV 18'''. I tipi a basso rischio sono invece responsabili della formazione dei condilomi. Altre regioni colpite dall'infezione dai tipi ad alto rischio sono la vagina, la vulva, l'orofaringe, l'ano, il pene, le tonsille. Le zone più vulnerabili all'interessamento neoplastico sono la giunzione squamocolonnare e zone di traumi o abrasione nella cerivice, le cripte tonsillari e la giunzione squamocolonnare anale. La sola infezione da HPV non è sufficiente a causare il tumore, concorrono altri fattori, come il sistema immunitario dell'ospite e l'esposizione ad altri fattori cancerogeni. La maggior parte delle infezioni sono '''transitorie''', cioè si risolvono spontaneamente (il 50% in 8 mesi, il 90% in due anni). Le infezioni che non si risolvono, cioè le '''infezioni permanenti''' sono quelle a maggior rischio di formazione di lesioni precancerose e carcinoma. È necessario che il virus entri nelle cellule basali e integri il proprio DNA in quello della cellula ospite affinché ci sia la trasformazione neoplasica. La trasformazione in senso neoplasico delle cellule è indotta da due proteine dell'HPV: *'''E6''': lega il RB e ne induce la degradazione nel proteasoma *'''E7''': lega p53 e ne indiuce la protolisi nel proteasoma Questi eventi portano alla replicazine delle cellule e delle proteine virali. I tipi a basso rischio legano solo debolmente RB e P53 e non integrano il proprio materiale genetico nel DNA delle cellule ospiti. ===Lesioni squamose intraepiteliali (SIL)=== aoifjd65cha7je2b8x31ty6n5viczuh 499735 499734 2026-07-06T11:05:37Z R5b43 22664 499735 wikitext text/x-wiki ==Cervice== Il principale fattore di richio del tumore della cervice è l'HPV, un gruppo di virus a DNA della famiglia ''Papillomaviridae''. Solo gli HPV ad alto rischio sono in grado di indurre la trasformazione neoplastica delle cellule; essi sono 15, e i principali sono l''''HPV 16''' e l''''HPV 18'''. I tipi a basso rischio sono invece responsabili della formazione dei condilomi. Altre regioni colpite dall'infezione dai tipi ad alto rischio sono la vagina, la vulva, l'orofaringe, l'ano, il pene, le tonsille. Le zone più vulnerabili all'interessamento neoplastico sono la giunzione squamocolonnare e zone di traumi o abrasione nella cerivice, le cripte tonsillari e la giunzione squamocolonnare anale. La sola infezione da HPV non è sufficiente a causare il tumore, concorrono altri fattori, come il sistema immunitario dell'ospite e l'esposizione ad altri fattori cancerogeni. La maggior parte delle infezioni sono '''transitorie''', cioè si risolvono spontaneamente (il 50% in 8 mesi, il 90% in due anni). Le infezioni che non si risolvono, cioè le '''infezioni permanenti''' sono quelle a maggior rischio di formazione di lesioni precancerose e carcinoma. È necessario che il virus entri nelle cellule basali e integri il proprio DNA in quello della cellula ospite affinché ci sia la trasformazione neoplasica. La trasformazione in senso neoplasico delle cellule è indotta da due proteine dell'HPV: *'''E6''': lega il RB e ne induce la degradazione nel proteasoma *'''E7''': lega p53 e ne indiuce la protolisi nel proteasoma Questi eventi portano alla replicazine delle cellule e delle proteine virali. I tipi a basso rischio legano solo debolmente RB e P53 e non integrano il proprio materiale genetico nel DNA delle cellule ospiti. ===Lesioni squamose intraepiteliali (SIL)=== Sono lesioni precancerose che possono, in una pecentuale di casi e nell'arco di decenni, trasformarsi in carcinoma. Sono di due tipi: * LSIL (a basso grado): corrisponde CNI I della vecchia classificazione: solo una percentuale molto piccola progredisce in carcinoma, non si trattano e si preferisce l'osservazione * HSIL (ad alto grado): comprende i CNI II e III della vecchia classificazione, possono sorgere ex novo (20% dei casi), o derivare da una LSIL (80%). Se non trattate hanno una probabilità del 30-50% di trasformazione maligna. Ciò che distingue la SIL da un tessuto normale sono i '''nuclei più grande e più scuri''' (''ipercromasici''), granuli di cromatina, presenza di vacuoli perinucleari causti da E5, che risiede nel reticolo endoplasmatico. L'atipia cellulare nel LSIL riguarda solo il terzo inferiore dell'epitelio, nell'HSIL è esteso anche ai due terzi superiori. Nei casi dubbi si possono impiegare i marcatori KI-67 e p16, che è iperespresso nelle cellule in crescita. pon9v44drkcfvveg7w6p5xvaxnqfcfx