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Divina Commedia/Inferno/Canto I
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text/x-wiki
{{Qualità|avz=75%|data=11 luglio 2013|arg=Poemi}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[Divina Commedia/Inferno|Inferno]]<br />Canto primo|prec=../|succ=../Canto II}}
''Incomincia la Comedia di Dante Alleghieri di Fiorenza, ne la quale tratta de le pene e punimenti de’ vizi e de’ meriti e premi de le virtù. Comincia il canto primo de la prima parte nel qual l’auttore fa proemio a tutta l’opera.''
<poem>
{{§|vv._1-6}}{{§|cammin}}Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita. {{R|3}}
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura! {{R|6}}</span>
Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ ho scorte. {{R|9}}
{{§|ridir}}Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai. {{R|12}}
Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto, {{R|15}}
guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle. {{R|18}}
{{§|paura}}Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta. {{R|21}}
E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata, {{R|24}}
così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva. {{R|27}}
{{§|corpo}}Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso. {{R|30}}
{{§|Ed ecco|Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta; {{R|33}}
e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.}} {{R|36}}
{{§|principio}}Temp’era dal principio del mattino,
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino {{R|39}}
mosse di prima quelle cose belle;
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle {{R|42}}
l’ora del tempo e la dolce stagione;
{{§|ma non sì che paura non mi desse|ma non sì che paura non mi desse
la vista che m’apparve d’un leone. {{R|45}}
{{§|contra me}}Questi parea che contra me venisse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse. {{R|48}}
Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame, {{R|51}}
questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza.}} {{R|54}}
{{§|volentieri}}E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne ’l tempo che perder lo face,
che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista; {{R|57}}
tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace. {{R|60}}
Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco. {{R|63}}
{{§|gran diserto}}Quando vidi costui nel gran diserto,
"Miserere di me", gridai a lui,
"qual che tu sii, od ombra od omo certo!". {{R|66}}
Rispuosemi: "Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patrïa ambedui. {{R|69}}
Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi. {{R|72}}
{{§|Poeta fui}}Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise che venne di Troia,
poi che ’l superbo Ilïón fu combusto. {{R|75}}
Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il dilettoso monte
ch’è principio e cagion di tutta gioia?". {{R|78}}
"Or se’ tu quel {{AutoreCitato|Publio Virgilio Marone|Virgilio}} e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?",
rispuos’io lui con vergognosa fronte. {{R|81}}
{{§|altri poeti}}"O de li altri poeti onore e lume,
vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore
che m’ ha fatto cercar lo tuo volume. {{R|84}}
Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ ha fatto onore. {{R|87}}
Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi". {{R|90}}
{{§|altro viaggio}}"A te convien tenere altro vïaggio",
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
"se vuo’ campar d’esto loco selvaggio; {{R|93}}
ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide; {{R|96}}
e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ’l pasto ha più fame che pria. {{R|99}}
{{§|animali}}Molti son li animali a cui s’ammoglia,
e più saranno ancora, infin che ’l veltro
verrà, che la farà morir con doglia. {{R|102}}
Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro. {{R|105}}
Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute. {{R|108}}
{{§|ogne villa}}Questi la caccerà per ogne villa,
fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,
là onde ’nvidia prima dipartilla. {{R|111}}
Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno; {{R|114}}
ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch’a la seconda morte ciascun grida; {{R|117}}
{{§|son contenti}}e vederai color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti. {{R|120}}
A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire; {{R|123}}
ché quello imperador che là sù regna,
perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,
non vuol che ’n sua città per me si vegna. {{R|126}}
{{§|quivi regge}}In tutte parti impera e quivi regge;
quivi è la sua città e l’alto seggio:
oh felice colui cu’ ivi elegge!". {{R|129}}
E io a lui: "Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
acciò ch’io fugga questo male e peggio, {{R|132}}
che tu mi meni là dov’or dicesti,
sì ch’io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti". {{R|135}}
Allor si mosse, e io li tenni dietro.
</poem>
===== Altri progetti =====
{{Interprogetto|b|w=Inferno_-_Canto_primo|etichetta=Inferno - Canto Primo}}
[[ca:La Divina Comèdia (1858) - Infern - Cant I]]
[[cs:Božská komedie/Peklo/Zpěv první]]
[[en:Divine Comedy (Longfellow 1867)/Volume 1/Canto 1]]
[[es:La Divina Comedia: El Infierno: Canto I]]
[[fi:Ensimmäinen laulu »Jumalaisesta näytelmästä»]]
[[fr:La Divine Comédie (trad. Lamennais)/L’Enfer/Chant I]]
[[la:Divina Comoedia/Inferna/Cantus I]]
[[pl:Boska Komedia (Porębowicz)/Piekło - Pieśń I]]
[[pt:A Divina Comédia/Inferno/I]]
[[ro:Divina Comedie/Infernul/Cântul I (George Pruteanu)]]
[[ru:Божественная комедия (Данте/Мин)/Ад/Песнь I/ДО]]
[[sl:Božanska komedija/Pekel/Spev I]]
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{{Qualità|avz=75%|data=11 luglio 2013|arg=Poemi}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[Divina Commedia/Inferno|Inferno]]<br />Canto primo|prec=../|succ=../Canto II}}
''Incomincia la Comedia di Dante Alleghieri di Fiorenza, ne la quale tratta de le pene e punimenti de’ vizi e de’ meriti e premi de le virtù. Comincia il canto primo de la prima parte nel qual l’auttore fa proemio a tutta l’opera.''
<poem>
{{§|vv._1-6}}{{§|cammin}}Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita. {{R|3}}
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura! {{R|6}}</span>
Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ ho scorte. {{R|9}}
{{§|ridir}}Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai. {{R|12}}
Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto, {{R|15}}
guardai in alto e vidi le sue spalle
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che mena dritto altrui per ogne calle. {{R|18}}
{{§|paura}}Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta. {{R|21}}
E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata, {{R|24}}
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si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva. {{R|27}}
{{§|corpo}}Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
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{{§|Ed ecco|Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta; {{R|33}}
e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.}} {{R|36}}
{{§|principio}}Temp’era dal principio del mattino,
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
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di quella fiera a la gaetta pelle {{R|42}}
l’ora del tempo e la dolce stagione;
{{§|ma non sì che paura non mi desse|ma non sì che paura non mi desse
la vista che m’apparve d’un leone. {{R|45}}
{{§|contra me}}Questi parea che contra me venisse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse. {{R|48}}
Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame, {{R|51}}
questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza.}} {{R|54}}
{{§|volentieri}}E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne ’l tempo che perder lo face,
che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista; {{R|57}}
tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace. {{R|60}}
Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
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{{§|gran diserto}}Quando vidi costui nel gran diserto,
"Miserere di me", gridai a lui,
"qual che tu sii, od ombra od omo certo!". {{R|66}}
Rispuosemi: "Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
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Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi. {{R|72}}
{{§|Poeta fui}}Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise che venne di Troia,
poi che ’l superbo Ilïón fu combusto. {{R|75}}
Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il dilettoso monte
ch’è principio e cagion di tutta gioia?". {{R|78}}
"Or se’ tu quel {{AutoreCitato|Publio Virgilio Marone|Virgilio}} e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?",
rispuos’io lui con vergognosa fronte. {{R|81}}
{{§|altri poeti}}"O de li altri poeti onore e lume,
vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore
che m’ ha fatto cercar lo tuo volume. {{R|84}}
Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ ha fatto onore. {{R|87}}
Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi". {{R|90}}
{{§|altro viaggio}}"A te convien tenere altro vïaggio",
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
"se vuo’ campar d’esto loco selvaggio; {{R|93}}
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non lascia altrui passar per la sua via,
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{{§|animali}}Molti son li animali a cui s’ammoglia,
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Eurialo e Turno e Niso di ferute. {{R|108}}
{{§|ogne villa}}Questi la caccerà per ogne villa,
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{{§|quivi regge}}In tutte parti impera e quivi regge;
quivi è la sua città e l’alto seggio:
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E io a lui: "Poeta, io ti richeggio
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Allor si mosse, e io li tenni dietro.
</poem>
===== Altri progetti =====
{{Interprogetto|b|w=Inferno_-_Canto_primo|etichetta=Inferno - Canto Primo}}
[[sw:Commedia ya Kimungu/Jahannamu/Surah I]]
[[ca:La Divina Comèdia (1858) - Infern - Cant I]]
[[cs:Božská komedie/Peklo/Zpěv první]]
[[en:Divine Comedy (Longfellow 1867)/Volume 1/Canto 1]]
[[es:La Divina Comedia: El Infierno: Canto I]]
[[fi:Ensimmäinen laulu »Jumalaisesta näytelmästä»]]
[[fr:La Divine Comédie (trad. Lamennais)/L’Enfer/Chant I]]
[[la:Divina Comoedia/Inferna/Cantus I]]
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[[pt:A Divina Comédia/Inferno/I]]
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<noinclude><pagequality level="4" user="Xavier121" />{{RigaIntestazione|riga=si|{{sc|viii}}||}}</noinclude>(9 aprile), » rinunziava allo Stato e al Ministero della pubblica istruzione ogni suo diritto su i manoscritti leopardiani depositati presso il Pio Monte della Misericordia in Napoli, autorizzando il Ministero a prenderne possesso; e il Ministro della pubblica istruzione
prof. {{Wl|Q3724702|Emanuele Gianturco}} in nome e per conto dello Stato accettava. Ora, la legge del 19 settembre 1882 su la proprietà letteraria, disponendo (art. 20) che i diritti d’autore possono acquistarsi dallo Stato dalle provincie e dai comuni in via di espropriazione per causa di pubblica utilità, la cui dichiarazione deve esser fatta su la proposta del Ministero di pubblica istruzione sentito il consiglio di Stato, in conseguenza, un decreto reale i
del 23 agosto 1897, considerato che per l’imminenza del centenario esso Ministero ha urgente bisogno di far pubblicare i manoscritti leopardiani esistenti tra gli altri legati dal senatore Ranieri alla Biblioteca di Napoli, dichiarava di pubblica utilità quella pubblicazione e autorizzava l'espropriazione dei diritti eventualmente spettanti ai terzi su i manoscritti medesimi. Cosí i manoscritti leopardiani, occulti da sessant’anni per balia d’Antonio Ranieri, divennero proprietà della Nazione, e saranno conservati ai pubblici studi nella maggior {{Pt|bi-|biblioteca}}<noinclude>
<references/></noinclude>
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Pic57
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/* Canti popolari */
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<!--[[File:Wikimediaitaliatessera2017.jpg|thumb|Tessera socio wikimedia Italia 2017|right]]--><small><small>Registrato da {{Utente:IPork/da|year=2012|month=6|day=2}} (2 giugno 2012)<!--Che ore sono? Sono le {{LOCALTIME}} di {{LOCALDAYNAME}} {{LOCALDAY}} {{LOCALMONTHNAME}} {{LOCALYEAR}}--> Oggi {{LOCALDAYNAME}} {{LOCALDAY}} {{LOCALMONTHNAME}} {{LOCALYEAR}}, alle ore {{LOCALTIME}} wikisource italia ha '''{{NUMBEROFARTICLES}}''' pagine di contenuti...</small></small>
<!--== Wikimedia italia ==
Socio [http://www.wikimedia.it/mission/ Wikimedia Italia]-->
== Contributi ==
{{#Babel:it|en-2|la-3|grc-3|}}
{{Qualità|avz=25%|data=9 giugno 2012|arg=Da definire}}
=== Partiture trascritte ===
==== Arie da Opere ====
{{smaller|· {{Testo|Al mio pregar t'arrendi}} · {{Testo|Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N._7/Amore_o_grillo|Amore o grillo}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907 vol. II/N. 9/Aria|Aria}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 5/Aria di Colette|Aria di Colette}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 5/La figlia di Iorio. Atto I. Solo di Candia: Carne mia viva, ti tocco la fronte.|Carne mia viva, ti tocco la fronte.}} · {{Testo|E l'uccellino...}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 6/La nuit tombait. 4. Crépuscule|La nuit tombait. 4. Crépuscule}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 6/La nuit tombait. 6. Il pleut|La nuit tombait. 6. Il pleut}} · {{Testo|L'Opera_in_film/La_serva_padrona_di_G._B._Pergolesi._Intermezzo_primo._Partitura_con_note_per_sequenza_cinematografica|La serva padrona di G. B. Pergolesi. Intermezzo primo}} · {{Testo|Nel cor più non mi sento}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 5/La figlia di Iorio. Atto III. Solo di Aligi: Rinverdisca per noi|Rinverdisca per noi}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 3/Giovanni Gallurese. Atto I. Solo di Giovanni. Riduzione per flauto|Giovanni Gallurese. Atto I. Solo di Giovanni. Riduzione per flauto}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 3/Giovanni Gallurese. Atto I. Solo di Giovanni. Riduzione per flauto|Giovanni Gallurese. Atto I. Solo di Giovanni. Riduzione per piano}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 3/Giovanni Gallurese. Atto I. Solo di Giovanni. Riduzione per flauto|Giovanni Gallurese. Atto I. Solo di Giovanni. Riduzione per violino}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 1/Risurrezione}}
}}
==== Barcarole ====
{{smaller| · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 4/Barcarola|Barcarola}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 6/Barcarolle|Barcarolle}}
}}
==== Canti patriottici ====
{{smaller|· {{Testo|Canzone del Grappa (Spartito)}} · {{Testo|Daghela avanti un passo}} · {{Testo|La campana di San Giusto (brano musicale)|La campana di San Giusto}}
}}
==== Canti popolari ====
{{smaller|
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}}
==== Canzoni ====
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· {{Testo|Ars et Labor, 1908 vol. I/N. 3/Bacio vivo}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 4/In sogno!|In sogno}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 3/Io la baciavo...|Io la baciavo...}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 1/Perché dolce, caro bene}} · {{Testo|'Till The End O' The World With You}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 4/Torna Amore}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 2/Tra il sì e il no}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 3/La ritrosa|La ritrosa}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 2/Notti di maggio!}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 5/On dit!|On dit!}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 1/Prima Neve}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907 vol. II/N. 10/Rayon de Lune!..}} · {{Testo|Il poveretto}} · {Testo|Lontana}}
}}
==== Gavotte ====
{{smaller|· {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 2/Charmante coquette}} · {{Testo|Ars et Labor, 1908 vol. I/N. 3/Coquetterie}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 3/Dansez marquise}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 6/Paroline dolci}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 2/Talon Rouge}}
}}
==== Marce ====
{{smaller|· {{Testo|La marcia dei soldatini di piombo}} · {{Testo| Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N._7/Sandringham_-_Marcia}}
}}
==== Mazurche ====
{{smaller| · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 5/Bambini in festa|Bambini in festa}} · {{Testo|Mazurka in do maggiore. Opera postuma|Mazurka in do maggiore. Opera postuma}}
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==== Minuetti ====
{{smaller| · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 4/Minuetto lento|Minuetto lento}}
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==== Musica sacra ====
{{smaller| · {{Testo|Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N. 9/Ave Maria|Ave Maria}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907 vol. II/N. 12/Al Presepio|Al presepio}}
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==== Ninna nanne ====
{{smaller|· {{Testo|Ars et Labor, 1907 vol. II/N. 9/Ninna-nanna|Ninna-nanna}}
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==== Polke ====
{{smaller|· {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 1/A bocca dolce|A bocca dolce}}
}}
==== Romanze ====
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· {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 5/Momento primaverile|Momento primaverile}} · {{Testo|Musica d'oggi, 1920/N. 7/Bluette}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907 vol. II/N. 11/Canzone marinaresca}}
}}
==== Valzer ====
{{smaller|· {{Testo|Musica e Musicisti, 1904 vol.II/N. 9/Intermezzo-Valse}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 1/Valse Enlaçante}}
}}
=== Articoli e saggi brevi ===
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{{Testo|Alcune note sul cinema nord americano 1939-46}} · {{Testo|Armi e scene della guerra dell'avvenire}} · {{Testo|Cani attori}} · {{Testo|Charlot (Curio Mortari)}} · {{Testo|Cinecittà}} · {{Testo|Cinema sperimentale}} · {{Testo|Come riorganizzo la cinematografia tedesca}} · {{Testo|Dalla sceneggiatura alla produzione}} · {{Testo|Date della cinematografia italiana delle origini (1895-1935)}} · {{Testo|Dramma e sonoro}} · {{Testo|Due manifesti sul sonoro 1928-1934}} · {{Testo|Eisenstein o della coerenza stilistica}} · {{Testo|Eisenstein o della coerenza stilistica}} · {{Testo|Evoluzione del truccaggio}} · {{Testo|Fabbrica del volto|La fabbrica del volto}} · {{Testo|Film storici}} · {{Testo|Film storici}} ·
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=== Libri ===
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=== Riviste ===
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{{Testo|Ars_et_Labor,_1906/N._1|Ars et Labor, 1906 n. 1}} · {{Testo|Ars_et_Labor,_1906/N._2|Ars et Labor, 1906 n. 2}} · {{Testo|Ars_et_Labor,_1906/N._3|Ars et Labor, 1906 n. 3}} · {{Testo|Ars_et_Labor,_1906/N._4|Ars et Labor, 1906 n. 4}} · {{Testo|Ars_et_Labor,_1906/N._5|Ars et Labor, 1906 n. 5}} · {{Testo|Ars_et_Labor,_1906/N._6|Ars et Labor, 1906 n. 6}}
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<poem>{{x-smaller|'''[*]''' Contribuito significativamente}}
{{x-smaller|'''[**]''' Pubblicazione a puntate}}
{{x-smaller|'''[***]''' Rilettura}}</poem>
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{{smaller|al magnifico cugino carissimo}}
{{smaller|messer}}
{{Sc|GIACOMO FRANCESCO BANDELLO}}}}
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Sí come chiaramente è noto, la terra nostra di Castelnuovo è posta non molto lontano da le radici de l’Apennino, a la foce ove Schirmia scarca le sue per l’ordinario limpidissime acque in Po. Quivi è l’aria tanto temperata quanto in altro luogo di Lombardia. Del che fanno fede amplissima i molti uomini vecchi che vi si truovono e la sanitá che di continuo vi persevera, perciò che molto di rado suol avvenire che straordinarie infermitá vi regnino. E, tra l’altre, non ci è memoria che in nessuno di quella patria mai si ritrovasse gotta, se forse altrove non sono andati ad abitare. Io mi ricordo, quando era fanciullo, che per miracolo vedeva messer Pietro Grasso, il qual, essendo nato di madre milanese a Milano ed in Milano nodrito, ne la sua vecchiezza venne a fare il rimanente de la sua vita a Castelnuovo cosí mal concio de la gotta, che non poteva andare né aiutarsi de le mani, ma se ne stava sempre a sedere, e conveniva che dai servidori in qua ed in lá fosse portato, perciò che aveva i piedi gonfi, stravolti e da le gomme nodose resi assiderati ed attratti, e le mani in modo guaste ed i nodi de le dita di sorte aggroppati e fatti gonfi, che parevano carchi di nespole. Da l’altra parte poi, tra i molti vecchi che ci erano, i quali o arrivavano ai cento anni o gli passavano, io vedeva ogni giorno Giacomo de la famiglia dei Secondi, che, per quello che egli ed altri affermavano, passava cento quindici anni e nondimeno era la sua vecchiezza sí forte e prospera, che per tutto caminava assai dritto de la persona e con la sua vista ancora chiara ed acuta. Ora, io, che mi dilettava di fuggir il disagio piú<noinclude>
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Candalua
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Druso chiese: — «Hai tu mai veduto un tale Quinto Arrio?» —
— «Il duumviro?» —
— «No, suo figlio.» —
— «Non sapeva che avesse un figlio.» —
— «Bene, non importa,» — soggiunse Druso; — «soltanto sappi che questo Arrio ti assomiglia come Castore a Polluce.» —
L’osservazione scatenò una tempesta di conferme.
— «E’ vero, è vero! I suoi occhi e il suo viso.» — gridarono.
— «Che?» {{Ec|insinuò|— insinuò}} uno con disprezzo. — «Messala è Romano; Arrio è un Ebreo.» —
— «Hai ragione» — esclamò un terzo. — «Egli è Ebreo.» —
Messala interruppe la disputa cha stava per sorgere.
— «Il vero non è ancor giunto, mio Druso; e come vedi, tengo la Fortuna pei capelli. Quanto ad Arrio, accetterò il tuo parere, purchè tu mi dia qualche altro particolare su di lui.» —
— «Ebreo o Romano — pel grande dio Pane, senza mancarti di rispetto, o Messala! — questo Arrio è bello, coraggioso e sagace. L’imperatore gli offrì il suo favore, ed egli lo rifiutò. Un’aria di mistero lo circonda ed egli si tiene lontano dagli altri come se si stimasse superiore o nemmeno di essi. Nelle palestre non aveva rivali; scherzava coi giganti del Reno e coi tori della Sarmazia come fossero balocchi. Il duumviro lo lasciò erede di una sostanza colossale. La sua passione è quella delle armi, e non pensa che alla guerra.
Massenzio lo accolse nella sua famiglia e doveva arrivare insieme a noi, ma lo perdemmo di vista a Ravenna. Ciò non ostante è arrivato. Ne udimmo parlare stamattina. ''Per Pol!'' Invece di venire al palazzo o presentarsi alla cittadella, ha lasciato i suoi bagagli ad un Khan ed è sparito nuovamente.» —
Messala aveva ascoltato il principio di questo racconto con indifferenza cortese; ma la sua attenzione crebbe a poco a poco, e alla conclusione tolse la mano dal bossolo e gridò:
— «Caio! mi ascolti?» —
Un giovane al suo fianco, — il suo Mirtilo, o compagno di cocchio della mattina, rispose:
— «T’ascolto, Messala, poichè ti son vicino ed amico.» —<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|244||}}</noinclude>{{nop}}
— «Puoi leggerli, figlio d’Israele?» —
— «No, spiegami il loro significato.» —
— «Sappi dunque che ogni tavola ricorda il nome di un cavallo puro sangue, nato nei secoli passati sotto le tende dei miei padri, insieme al nome dello stallone e della madre. Osserva la loro età.» —
Alcune delle tabelle erano quasi consumate, e la scrittura invisibile. Tutte erano gialle per gli anni.
— «In quella cassa io ho tutta la storia documentata di quella razza di cui questi cavalli sono i discendenti; e come questi cerca ora la tua attenzione e le tue carezze, così i suoi padri, secoli e secoli addietro vennero nelle tende dei padri miei a ricevere dalle loro mani la misura d’avena, e i baci dalle loro labbra. Ed ora, o figlio d’Israele, mi crederai, quando dichiarò, che, come io sono il Re del deserto, questi sono i miei ministri! Toglimi quelli, ed io sono come l’ammalato che la carovana lascia dietro di sè a morire nel deserto. Per la spada di Salomone, io potrei narrarti meraviglie compiute da questi cavalli sulla patria arena; — ma ora, attaccati al cocchio, — aggiogati per la prima volta — non so perchè, ma ho paura; il successo mi sembra così difficile, che io ti giuro che il giorno nel quale tu ti presentassi a me, se vincerai, sarà il più felice della tua vita. Ed ora parliamo di te.» —
— «Io comprendo ora» — disse Ben Hur — «perchè l’Arabo ama i suoi cavalli come i suoi figli; e so pure perchè i cavalli arabi sono i primi del mondo; ma, buon sceicco, io vorrei che tu mi giudicassi non dalle parole soltanto, ma dai fatti. Le promesse sono talora fallaci; lascia ch’io provi i tuoi cavalli sopra una pianura vicina.» —
Il viso di Ilderim raggiò di gioia, e aprì la bocca per parlare.
— «Attendi, buon sceicco, attendi!» — disse Ben Hur. — «lascia ch’io continui. Dai maestri di Roma io appresi molte cose, non pensando che verrebbe un tempo in cui io ne approfitterei contro di essi. Io ti dico che questi figli del deserto, quand’anche abbiano ciascuno da sè la velocità di aquile e la resistenza del leone, non faranno nulla se non sono abituati a correre insieme sotto il giogo. Perchè rifletti, o sceicco, che dei quattro, uno è il più rapido, uno il più tardo, e mentre la velocità della corsa è determinata da questo, i maggiori imbrogli sono dati dal primo. Così avvenne oggi; l’auriga non potè farli procedere in armonia. Il mio tentativo potrà avere lo stesso<noinclude><references/></noinclude>
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— «Puoi leggerli, figlio d’Israele?» —
— «No, spiegami il loro significato.» —
— «Sappi dunque che ogni tavola ricorda il nome di un cavallo puro sangue, nato nei secoli passati sotto le tende dei miei padri, insieme al nome dello stallone e della madre. Osserva la loro età.» —
Alcune delle tabelle erano quasi consumate, e la scrittura invisibile. Tutte erano gialle per gli anni.
— «In quella cassa io ho tutta la storia documentata di quella razza di cui questi cavalli sono i discendenti; e come questi cerca ora la tua attenzione e le tue carezze, così i suoi padri, secoli e secoli addietro vennero nelle tende dei padri miei a ricevere dalle loro mani la misura d’avena, e i baci dalle loro labbra. Ed ora, o figlio d’Israele, mi crederai, quando dichiarò, che, come io sono il Re del deserto, questi sono i miei ministri! Toglimi quelli, ed io sono come l’ammalato che la carovana lascia dietro di sè a morire nel deserto. Per la spada di Salomone, io potrei narrarti meraviglie compiute da questi cavalli sulla patria arena; — ma ora, attaccati al cocchio, — aggiogati per la prima volta — non so perchè, ma ho paura; il successo mi sembra così difficile, che io ti giuro che il giorno nel quale tu ti presentassi a me, se vincerai, sarà il più felice della tua vita. Ed ora parliamo di te.» —
— «Io comprendo ora» — disse Ben Hur — «perchè l’Arabo ama i suoi cavalli come i suoi figli; e so pure perchè i cavalli arabi sono i primi del mondo; ma, buon sceicco, io vorrei che tu mi giudicassi non dalle parole soltanto, ma dai fatti. Le promesse sono talora fallaci; lascia ch’io provi i tuoi cavalli sopra una pianura vicina.» —
Il viso di Ilderim raggiò di gioia, e aprì la bocca per parlare.
— «Attendi, buon sceicco, attendi!» — disse Ben Hur. — «lascia ch’io continui. Dai maestri di Roma io appresi molte cose, non pensando che verrebbe un tempo in cui io ne approfitterei contro di essi. Io ti dico che questi figli del deserto, quand’anche abbiano ciascuno da sè la velocità di aquile e la resistenza del leone, non faranno nulla se non sono abituati a correre insieme sotto il giogo. Perchè rifletti, o sceicco, che dei quattro, uno è il più rapido, uno il più tardo, e mentre la velocità della corsa è determinata da questo, i maggiori imbrogli sono dati dal primo. Così avvenne oggi; l’auriga non potè farli procedere in armonia. Il mio tentativo potrà avere lo stesso<noinclude><references/></noinclude>
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*{{testo|/Capitolo I}}
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*{{testo|/Capitolo V}}
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|400||}}</noinclude>abbattuti, alcuni contorcendosi e gemendo, altri chiedendo aiuto, altri muti come morti, destava continuamente la loro ira. Ma non tutti i caduti erano Ebrei, Questa era una consolazione.
— «Cani d’Israele, fermatevi!» — gridò dietro loro il centurione mentre si ritiravano.
Ben Hur gli rise in faccia e rispose nella sua lingua: — «Se noi siamo cani d’Israele, voi siete sciacalli di Roma. Resta qui: torneremo un’altra volta.
I Galilei, schiamazzando e ridendo, proseguirono la loro via.
Fuori della porta si agitava una moltitudine di cui Ben Hur non aveva mai veduta l’uguale, neppure nel circo di Antiochia. Le cime delle case, le strade, tutto il versante della collina, erano gremiti di gente che si lamentava e piangeva. L’aria risuonava delle loro grida ed imprecazioni. La compagnia venne lasciata passare senza ostacolo dalla guardia. Ma non appena fu uscita, il centurione, prima di guardia sotto il porticato, si presentò alla porta, e voltosi a Ben Hur:
— «Olà, insolente! Sei un Romano od un Ebreo?» —
Ben Hur rispose: — «Sono un figlio di Giuda, nativo di qui. Che vuoi da me?» —
— «Rimani e combatti!» —
— «Uno per volta?» —
— «Come vuoi!» —
Ben Hur rise.
— «O valoroso Quirite! Degno figlio del bastardo Giove Romano! Io non ho armi.» —
— «Avrai le mie,» — rispose il centurione. — «Io me le farò prestare qui dalla guardia.» —
La gente, intorno udendo il colloquio, divenne silenziosa; e da essa il silenzio si propagò alle file più lontane.
Ultimamente Ben Hur aveva battuto un Romano sotto gli sguardi di Antiochia e del lontano Oriente. Se ora egli avesse potuto umiliarne un altro sotto gli occhi di Gerusalemme, l’onore che gliene sarebbe venuto poteva essere di grande utilità alla causa del Nuovo Re. Egli non esitò. Andando direttamente dal centurione, disse: — «Sono pronto. Prestami la tua spada e lo scudo.» —
— «E l’elmo e la corazza?» — domandò il Romano.
— «Tienili. Non potrebbero calzarmi bene.» —
Le armi furono consegnate, ed il centurione si mise in posizione.
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|400||}}</noinclude>abbattuti, alcuni contorcendosi e gemendo, altri chiedendo aiuto, altri muti come morti, destava continuamente la loro ira. Ma non tutti i caduti erano Ebrei, Questa era una consolazione.
— «Cani d’Israele, fermatevi!» — gridò dietro loro il centurione mentre si ritiravano.
Ben Hur gli rise in faccia e rispose nella sua lingua: — «Se noi siamo cani d’Israele, voi siete sciacalli di Roma. Resta qui: torneremo un’altra volta.
I Galilei, schiamazzando e ridendo, proseguirono la loro via.
Fuori della porta si agitava una moltitudine di cui Ben Hur non aveva mai veduta l’uguale, neppure nel circo di Antiochia. Le cime delle case, le strade, tutto il versante della collina, erano gremiti di gente che si lamentava e piangeva. L’aria risuonava delle loro grida ed imprecazioni. La compagnia venne lasciata passare senza ostacolo dalla guardia. Ma non appena fu uscita, il centurione, prima di guardia sotto il porticato, si presentò alla porta, e voltosi a Ben Hur:
— «Olà, insolente! Sei un Romano od un Ebreo?» —
Ben Hur rispose: — «Sono un figlio di Giuda, nativo di qui. Che vuoi da me?» —
— «Rimani e combatti!» —
— «Uno per volta?» —
— «Come vuoi!» —
Ben Hur rise.
— «O valoroso Quirite! Degno figlio del bastardo Giove Romano! Io non ho armi.» —
— «Avrai le mie,» — rispose il centurione. — «Io me le farò prestare qui dalla guardia.» —
La gente, intorno udendo il colloquio, divenne silenziosa; e da essa il silenzio si propagò alle file più lontane.
Ultimamente Ben Hur aveva battuto un Romano sotto gli sguardi di Antiochia e del lontano Oriente. Se ora egli avesse potuto umiliarne un altro sotto gli occhi di Gerusalemme, l’onore che gliene sarebbe venuto poteva essere di grande utilità alla causa del Nuovo Re. Egli non esitò. Andando direttamente dal centurione, disse: — «Sono pronto. Prestami la tua spada e lo scudo.» —
— «E l’elmo e la corazza?» — domandò il Romano.
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||401}}</noinclude>{{nop}}
I soldati, schierati sotto alla porta, rimasero immobili, come semplici spettatori. Dall’altra parte stava la folla, inquieta, e con mille bocche si ripeteva la domanda:
— «Chi è? Come si chiama?» —
Nessuno lo sapeva.
La supremazia delle armi romane consisteva in tre cose — sottomissione alla disciplina, l’ordinamento delle legioni in battaglia, e una singolare abilità nel maneggio della spada. Nella lotta essi non colpivano mai col filo della spada ma giuocavano di punta, sia avanzando che ritirandosi, e generalmente miravano al volto del nemico. Tutto ciò era noto a Ben Hur. Mentre stavano per attaccare egli disse:
— «Sono un figlio di Giuda ma non ti ho detto che son stato a scuola da un ''lanista'' di Roma. Difenditi!» — All’ultima parola Ben Hur fece un passo verso l’avversario.
Per un istante si fissarono reciprocamente, ognuno guardando l’altro di sopra all’orlo del proprio scudo. Poi il Romano avanzò la spada e fece una finta al petto. L’Ebreo gli rise in faccia. L’altro gli tirò una stoccata al viso. Ben Hur fece un passo a sinistra, rapido come il lampo, e si spinse addosso all’avversario sollevando col proprio scudo il braccio del nemico. Fece un passo di fronte e un altro a sinistra lasciando il lato destro del Romano completamente scoperto. Il centurione, colpito dall’arma di Ben Hur, cadde pesantemente in avanti, facendo risuonare di un suono cupo il lastricato. L’Ebreo aveva vinto. Col piede sulle spalle del nemico egli alzò lo scudo sopra il proprio capo, secondo l’uso dei gladiatori, e salutò i soldati fermi presso la porta.
Quando il popolo comprese che la vittoria era di Ben Hur divenne quasi pazzo dalla gioia. Di bocca in bocca fino al lontano Xysto, rapido come la folgore si sparse la novella, e dappertutto era un agitare di scialli, e di fazzoletti, un ridere e un vociare; se Ben Hur avesse consentito, i Galilei lo avrebbero portato in trionfo sulle loro spalle.
Ad un ufficiale subalterno che s’avanzava dalla Porta, egli disse:
— «Il tuo camerata morì da soldato. Mi tengo solo la sua spada ed il suo scudo» —
Poi si confuse fra la folla. E allorchè fu un po’ più lontano parlò ai Galilei:
— «Fratelli, vi siete portati assai bene. Ora separiamoci per non essere inseguiti. Venite da me questa sera<noinclude><references/>
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I soldati, schierati sotto alla porta, rimasero immobili, come semplici spettatori. Dall’altra parte stava la folla, inquieta, e con mille bocche si ripeteva la domanda:
— «Chi è? Come si chiama?» —
Nessuno lo sapeva.
La supremazia delle armi romane consisteva in tre cose — sottomissione alla disciplina, l’ordinamento delle legioni in battaglia, e una singolare abilità nel maneggio della spada. Nella lotta essi non colpivano mai col filo della spada ma giuocavano di punta, sia avanzando che ritirandosi, e generalmente miravano al volto del nemico. Tutto ciò era noto a Ben Hur. Mentre stavano per attaccare egli disse:
— «Sono un figlio di Giuda ma non ti ho detto che son stato a scuola da un ''lanista'' di Roma. Difenditi!» — All’ultima parola Ben Hur fece un passo verso l’avversario.
Per un istante si fissarono reciprocamente, ognuno guardando l’altro di sopra all’orlo del proprio scudo. Poi il Romano avanzò la spada e fece una finta al petto. L’Ebreo gli rise in faccia. L’altro gli tirò una stoccata al viso. Ben Hur fece un passo a sinistra, rapido come il lampo, e si spinse addosso all’avversario sollevando col proprio scudo il braccio del nemico. Fece un passo di fronte e un altro a sinistra lasciando il lato destro del Romano completamente scoperto. Il centurione, colpito dall’arma di Ben Hur, cadde pesantemente in avanti, facendo risuonare di un suono cupo il lastricato. L’Ebreo aveva vinto. Col piede sulle spalle del nemico egli alzò lo scudo sopra il proprio capo, secondo l’uso dei gladiatori, e salutò i soldati fermi presso la porta.
Quando il popolo comprese che la vittoria era di Ben Hur divenne quasi pazzo dalla gioia. Di bocca in bocca fino al lontano Xysto, rapido come la folgore si sparse la novella, e dappertutto era un agitare di scialli, e di fazzoletti, un ridere e un vociare; se Ben Hur avesse consentito, i Galilei lo avrebbero portato in trionfo sulle loro spalle.
Ad un ufficiale subalterno che s’avanzava dalla Porta, egli disse:
— «Il tuo camerata morì da soldato. Mi tengo solo la sua spada ed il suo scudo» —
Poi si confuse fra la folla. E allorchè fu un po’ più lontano parlò ai Galilei:
— «Fratelli, vi siete portati assai bene. Ora separiamoci per non essere inseguiti. Venite da me questa sera<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|402||}}</noinclude>al Khan di Bethania. Ho qualche cosa di grande {{Ec|importonza|importanza}} per Israele da proporvi.» —
— «Chi sei?» — gli domandarono.
— «Un figlio di Giuda,» — egli rispose, semplicemente. La folla, smaniosa di vederlo, attorniò la compagnia.
— «Verrete a Bethania?» — egli domandò.
— «Sì, verremo.» —
— «Allora portate con voi questa spada e questo scudo, chè io possa riconoscervi.» —
E spingendosi fra la folla che aumentava d’ogni lato, sparve.
Col permesso di Pilato, la gente entrò nel cortile a portar via i morti ed i feriti, ma il loro dolore per quella vista fu rallegrato assai dalla vittoria del campione sconosciuto, che fu cercato dappertutto, e da tutti esaltato. Lo spirito avvilito della nazione si sentì sollevare dal fatto valoroso, tanto che nelle strade e perfino nel Tempio, in mezzo alle solennità della cerimonia, si ripeterono le vecchie istorie dei Maccabei, e le persone più saggie scuotevano il capo, bisbigliando sommessamente:
— «Un poco di pazienza, ancora un poco di pazienza, o fratelli, e la gloria d’Israele rifiorirà. Abbiamo fiducia in Dio.» —
In tale modo, Ben Hur, stabilì la sua supremazia fra i Galilei, e si preparò la via fra di essi a più grandi servigi nella causa del Re.
Con quale risultato, noi vedremo in seguito.
{{Centrato|{{Sc|Fine del libro sesto.}}}}<noinclude><references/></noinclude>
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— «Un figlio di Giuda,» — egli rispose, semplicemente. La folla, smaniosa di vederlo, attorniò la compagnia.
— «Verrete a Bethania?» — egli domandò.
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Col permesso di Pilato, la gente entrò nel cortile a portar via i morti ed i feriti, ma il loro dolore per quella vista fu rallegrato assai dalla vittoria del campione sconosciuto, che fu cercato dappertutto, e da tutti esaltato. Lo spirito avvilito della nazione si sentì sollevare dal fatto valoroso, tanto che nelle strade e perfino nel Tempio, in mezzo alle solennità della cerimonia, si ripeterono le vecchie istorie dei Maccabei, e le persone più saggie scuotevano il capo, bisbigliando sommessamente:
— «Un poco di pazienza, ancora un poco di pazienza, o fratelli, e la gloria d’Israele rifiorirà. Abbiamo fiducia in Dio.» —
In tale modo, Ben Hur, stabilì la sua supremazia fra i Galilei, e si preparò la via fra di essi a più grandi servigi nella causa del Re.
Con quale risultato, noi vedremo in seguito.
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Ben Hur/Libro Sesto/Capitolo VI
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||485}}</noinclude>Il popolo lo attorniava iracondo e gli urlava nelle orecchie:
— «Chi sei tu? Che cosa vuoi?» —
— «O Maestro» — proseguì Ben Hur, con voce piena di angoscia. — «Io sono un tuo amico e seguace. Dimmi, ti supplico: se io ti porto aiuto, lo accetterai?» —
Il Nazareno non alzò il capo, nè diede alcun segno di avere inteso. Ma una voce sussurrava a Ben Hur giustificando questo silenzio: — «Lascialo stare» — essa sembrava dirgli. — «I suoi amici lo hanno abbandonato; il mondo lo ha rinnegato; nell’amarezza del suo cuore egli ha detto addio agli uomini; egli va verso un destino ignoto, e non gli importa di conoscerlo. Lascialo stare.» —
Ben Hur dovette desistere. Una ventina di pugni erano tesi contro di lui da ogni parte. La plebaglia urlava: — «Egli è uno dei suoi amici! Ammazzatelo! — a morte, a morte!» —
L’ira accrebbe forza a Ben Hur, il quale liberandosi con violenza dalle mani che lo afferravano, giuocò vigorosamente di mulinello col pugno e riuscì a farsi strada attraverso la turba che lo stringeva da ogni banda. Con la tunica a brandelli, quasi nudo, e grondante di sudore dalla fatica riuscì finalmente a fuggire nel burrone, che nascondendolo con le sue ombre amiche gli offrì temporaneo asilo e salvezza.
Quando il pericolo fu sparito, Ben Hur riprese la veste che aveva lasciata sul muro dell’orto e rientrò in città, al suo Khan, donde, fattosi sellare il cavallo, partì alla volta delle tende presso la tomba dei Re.
Cavalcando, egli si promise di rivedere il Nazareno all’indomani. Lo promise, non sapendo che il povero derelitto era stato condotto immediatamente in casa di Hannas, per essere giudicato quella stessa notte.
Il cuore del giovane era pesante, e quando egli si distese sopra il suo giaciglio, non potè per lungo tempo prender sonno; perchè ora veramente questo rinnovellato regno Giudeo si risolveva nella sua vera essenza, ed appariva un sogno. È terribile vedere gli edifici che la nostra speranza innalza, precipitare l’uno dopo l’altro, senza dar tempo all’anima di riaversi, all’orecchio di dimenticare il frastuono della prima ruina; ma quando tutti quanti precipitano insieme — come navi che affondano, — come case che crollano in un terremoto — lo spirito che sa sopportare il disastro con calma, è dotato di una tempra superiore alla<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|486||}}</noinclude><section begin="s1" />comune — e Ben Hur non era di quelli. Fissando gli sguardi nell’avvenire egli cominciò a intravvedere i brani di una vita serenamente bella, con un tranquillo focolare invece di un palazzo reale, e con Ester sua sposa. Più volte nel lento volgere delle ore notturne, egli pensò alla villa di Miseno, immaginando la figura della sua bella compagna aggirantesi in quei superbi atri Romani, per quei sentieri fioriti, per la spiaggia di quel mare così azzurro, sotto alla volta del bel cielo Napoletano.
In altre parole una nuova crisi sconvolgeva Ben Hur, crisi che solo l’incontro col Nazareno all’indomani, poteva risolvere.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Centrato|'''CAPITOLO IX.'''}}
La mattina appresso, circa all’ora seconda, due uomini giunsero di galoppo alla tenda di Ben Hur, e, smontando, chiesero di parlargli. Egli non era ancora alzato, ma ordinò che fossero subito ammessi.
— «Pace a voi, fratelli» — egli disse, poichè erano dei suoi Galilei, ufficiali fidati. — «Sedete» —
— «No» — disse il più anziano bruscamente, — «sedersi e fare il proprio comodo significa lasciar morire il Nazareno. Alzati, figlio di Giuda, e vieni con noi. Il giudizio è stato pronunciato. L’albero della croce è già pronto sul Golgota.» —
Ben Hur sbarrò gli occhi.
— «La croce!» — era tutto quanto potè dire al momento.
— «Lo presero ieri notte e lo processarono» — continuò l’uomo. — «All’alba lo condussero davanti a Pilato. Due volte il Romano negò la sua colpa; due volte si rifiutò di condannarlo. Finalmente se ne lavò le mani, e disse: — «La responsabilità sia vostra» — Ed essi risposero...»
— «Chi rispose?» —
— «Essi — i sacerdoti ed il popolo — «Il suo sangue cada su di noi e sopra i nostri figli.» —
— «Santo padre Abramo!» — esclamò Ben Hur. — «Un Romano più benigno con un Israelita che i suoi compaesani? E se — ah, se egli fosse veramente il figlio di Dio, chi laverà mai da quel sangue i loro figliuoli? Non deve essere — è tempo di combattere!» — <section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Vittorio Adami, Varenna e Monte di Varenna (1927).djvu/522
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{sc|indice onomastico e toponomastico}}|513}}</noinclude>{{colonne}}
Vismara Maria, p. {{pg|348}}.
Vitali, p. {{pg|18}}, {{pg|41}}, {{pg|417}}.
— Antonio, p. {{pg|356}}.
— Elisabetta, p. {{pg|18}}, {{pg|41}}, {{pg|417}}.
— Francesco, p. {{pg|466}}.
— Frascesco Antonio, p. {{pg|239}}.
— Giov. Antonio, p. {{pg|318}}.
— Giacomo, p. {{pg|180}}.
— Giov. Battista, p. {{pg|266}}.
— Giuseppe, p. {{pg|237}}, {{pg|266}}.
— Giuseppe Antonio, p. {{pg|421}}.
— Luigi, p. {{pg|175}}.
— Vittorio, p. {{pg|334}}.
— (De) Pedrina, p. {{pg|123}}.
— (De) Ambrogio, p. {{pg|124}}.
— (De) Giorgio, p. {{pg|124}}.
Vitani, p. {{pg|55}}.
Vittore (San) al Teatro, p. {{pg|164}}.
Vittori Giov. Battista, p. {{pg|322}}, {{pg|323}}.
Vittoria (Regina), p. {{pg|339}}, {{pg|341}}.
Vittorio Emanuele II, p. {{pg|412}}.
Vivien de Saint Martin, p. {{pg|6}}.
Volpirano, p. {{pg|5}}.
Vizzani, p. {{pg|125}}.
Volontè Iacomo, p. {{pg|198}}.
{{Ct|f=100%|v=1|L=0px|'''W'''}}
Wagner Riccardo, p. {{pg|347}}, {{pg|348}}.
Wurtemberg (Re del), p. {{pg|341}}.
{{AltraColonna}}
Wabrond, p. {{pg|341}}.
Warrigton, p. {{pg|341}}.
Wortiei, p. {{pg|341}}.
{{Ct|f=100%|v=1|L=0px|'''Y'''}}
Yarrow Bishop, p. {{pg|343}}.
{{Ct|f=100%|v=1|L=0px|'''Z'''}}
Zanelli, p. {{pg|328}}.
Zanoni Corrado, p. {{pg|445}}.
— di Pietra Santa, p, {{pg|54}}.
Zenus de Scota, p. {{pg|25}}.
Zanotta Antonio, p. {{pg|303}}, {{pg|304}}.
Zebio (de) Giovanni, p. {{pg|447}}.
Zeno de Scota, p. {{pg|399}}.
Zenone (San), p. {{pg|162}}.
Zerboni Bernardo, p. {{pg|356}}.
Zobio (De), p. {{pg|41}}.
— (de) Giovanni, p. {{pg|477}}.
Zuccarolli Marco Antonio, p. {{pg|268}}.
Zucaroli Pietro, p. {{pg|120}}.
— Marta, p. {{pg|203}}.
Zuccaroli, p. {{pg|478}}.
Zucchi Bartolomeo, p. {{pg|162}}.
Zuffardi, p. {{pg|351}}.
Zulino Giov. Maria, p. {{pg|444}}.
{{FineColonna}}
{{rule|{{pg|4}}em}}<noinclude>{{PieDiPagina|||33}}</noinclude>
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Prima Poscritta alle Osservazioni intorno alla Relazione sulla sincerità dei manoscritti d'Arborea
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{{Qualità|avz=100%|data=6 luglio 2026|arg=Da definire}}
{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore = Carlo Baudi di Vesme
| Titolo = Prima Poscritta alle Osservazioni intorno alla Relazione sulla sincerità dei manoscritti d'Arborea
| Anno di pubblicazione = 1871
| Lingua originale del testo =
| Nome e cognome del traduttore =
| Anno di traduzione =
| Argomento = Storia/Archivio storico italiano 1871/Sardegna
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871).djvu
}}
{{Raccolta|Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871)|tipo=rivista}}
<pages index="Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871).djvu" from=146 to=158 />
{{Sezione note}}
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Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871).djvu/149
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|sui manoscritti d'arborea}}|145}}</noinclude>
5. Dicevamo poco sopra, che un dotto Italiano si propone di illustrare fra breve con documenti inediti tratti da archivi italiani la questione paleogratica mossa dal Jaffé; colla medesima occasione e coi medesimi nuovi documenti, comproverà viepiù l’inesattezza dell’asserzione del {{AutoreCitato|Adolf Tobler|Tobler}}, che lo Statuto di Sassari del 1316 sia il più antico documento che, fuori delle Carte d’Arborea, ci rimanga in lingua sarda (''Relazione'', § 52). È notabile, come quasi tutti i fatti asseriti in quella Relazione dai dotti di Berlino, anche quelli che, quando pur fossero veri, non sarebbero di verun peso ad infirmare l’autorità delle Carte d’Arborea, vengono ad uno ad uno da ogni parte smentiti: a riprova dell’incredibile leggerezza, colla quale la preconcetta opinione della falsità di quelle carte fe’ loro trattare la questione.
6. Il Liverani soggiunge poscia: «La perizia paleografica per i codici, quando sia data da giudici competenti, non v’è pericolo che si trovi in contradizione coi caratteri intrinseci del monumento. Un occhio esperto non giudicherà del X secolo un codice che descrive la pila di {{AutoreCitato|Alessandro Volta|Volta}} o telegrammi transatlantici». (pag. 6). Ma qui, come in tutto questo suo scritto, il nostro critico oscilla incerto e si contradice; ed avendo nel citato passo asserita la sicurezza del giudizio paleografico, altrove (pag. 14, 15) la combatte coll’esempio di coloro che furono illusi da falsificazioni di autografi del {{AutoreCitato|Torquato Tasso|Tasso}}, e di altre carte ed oggetti a esso relativi. Di questi pretesi autografi del Tasso vidi un solo, che è nella Biblioteca del Re in Torino; nè certo lo direi sincero. Vi ha manoscritti, dei quali la falsità appare evidente, ossia che non appartengano all’età o alla persona cui si vogliono attribuire; ve n’ha, intorno ai quali un prudente giudice non ardisce proferire sentenza; ve n’ha infine, la sincerità dei quali si dimostra certa, evidente. Eccettuati i dotti di Berlino, i quali furono fuorviati dall’autorità del Jaffé, e de’ suoi falsi canoni paleografici: quanti videro le carte di Arborea o le dissero indubitatamente sincere, od almeno, che nessun argomento estrinseco li portava a dichiararle spurie. Ancora di recente due principali fra gli oppositori di quelle Carte, i Signori {{AutoreCitato|Domenico Comparetti|Comparetti}} e {{AutoreCitato|Alessandro D'Ancona|D’Ancona}} professori in Pisa, di parecchie avendo sott’occhio gli originali, ed inoltre il facsimile fotografico dei due manoscritti esaminati dal Jaffé: pur dichiarandosi giudici incompetenti in materia di paleografia, mi confermavano, che questi due manoscritti, contro quanto il Jaffé asserisce (''Relazione'', § 16), apparivano di mano assai diversa: e che nelle carte originali che avevano dinanzi nulla trovavano, che li portasse a dichiararle spurie; ch’essi le rigettavano a motivo del loro contenuto, che reputavano nonchè falso, impossibile. E tale è il {{Pt|ragionamen-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|146|{{Sc|prima poscritta alle osservazioni}}|}}</noinclude>{{Pt|to,|ragionamento,}} che ad ogni tratto odo da quanti negano la sincerità dello Carte di Arborea.
7. È evidente, che non può essere sincero un codice od un documento qualsiasi, che contenga una cosa ''impossibile''; ed ''impossibile'', sotto questo aspetto, è qualsiasi fatto (nel più ampio senso della parola), che sia posteriore al tempo, al quale il manoscritto od il documento si dica appartenere. Ogni altro genere di errore, o anche di assurdità, riguarda la fede che sia da attribuirsi allo scritto, non la sincerità paleografica del codice. Quando adunque a nome di ragioni intrinseche si voglia condannare quale spurio un manoscritto od un documento, conviene dimostrare, che alcuna delle cose in esso contenute sia difatti, e certamente, posteriore al tempo, al quale si attribuisce il manoscritto od il documento. Fatti, nomi, datati posteriori all’età alla quale da chi le crede sincere vengono attribuite le Carte di Arborea, nessuno potò trovarne in quelle Carte, sì ricche di fatti, di nomi, di notizie; e pur molti con minuto ed ostinato studio vi si affaticarono. Ma l’uomo dotto facilmente si forma sistemi, si crea anacronismi a sua posta; e di questi nelle Carte d’Arborea si trovò a dovizia. Chi ravvisò un anacronismo nell’uso della lingua sarda negli scritti prima che ciò avvenisse di altre lingue neolatine; chi in tale o tal altro pensiero o modo di dire, latino, sardo od italiano, che dichiararono o recente, od impossibile. — Ognuno comprende di leggero, quanto tal genere di argomentazione sia fallace, e di niun peso a distruggere la fede di un documento. Qual è l’autore, od antico o moderno, l’opera del quale potrebbe reggere, se ad abbatterla bastassero le pretese impossibilità, che altri vi andasse imaginando e raccogliendo? Non v’ha forse uomo o scritto più impossibile di Dante e della {{TestoCitato|Divina Commedia|Divina Comedia}}; tanto e l’uno e l’altra non solo sovrasta ma anche differisce da quanto ci diedero i due secoli, fra i quali è racchiuso quel portento
{{Ct|t=1|v=1|{{TestoCitato|Divina Commedia/Paradiso/Canto XXV|Al quale ha posto mano e Cielo e Terra}}.}}
{{no rientro}}Delle numerose opposizioni di tal genere fatte a queste Carte, le più già si dimostrarono indubiamente false; di nessuna fu provata la verità, ossia che il modo di dire od il pensiero in questione fosse difatti più recente del documento ove si contiene.
8. Più grave questione è quella degli antichi scritti in lingna italiana. È bensì vero, che non solo non è maraviglia che vi sia stata scuola di lingua e di poesia (che nel fatto nostro è tutt’uno) in Firenze nel secolo XII; che anzi dobbiamo necessariamente dire che così fu, poichè la lingua italiana senza dubio è figlia {{Pt|dell’idio-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|148|{{Sc|prima poscritta alle osservazioni}}|}}</noinclude>ignoriamo pienamente, ciò che sapessero fare i nostri antichi, dell’età e dei luoghi ai quali appartengono le Carte di Arborea. Conosciamo all’incontro ciò che si fa e ciò che si può fare ai nostri giorni; e sappiamo fuor d’ogni dubio, che nè alcuno di questi documenti, nè a più forte ragione tutta la ingente loro mole, non può essere opera di alcuna persona dei nostri tempi, e molto meno di un Sardo, per le speciali condizioni politiche, economiche e letterarie di quell’Isola. Che diremo adunque, se a questa impossibile falsificazione si pretenda aggiunta quella, non meno assurda ed impossibile, di quei numerosi manoscritti?
10. Passando ora alle obiezioni che contro queste Carte muove il Liverani: la più grave, se fosse vera, si è, che in esse si contengano ''date anteriori alla cronologia''. — Il datale più antico che nelle Carte d’Arborea si trovi in documento contemporaneo, è appunto quello del 740 citato dal Liverani. È noto che, cessata, dopo Giustiniano, la nomina dei consoli, i datali si segnarono invece cogli anni degli imperatori; e così senza fallo si praticò in Sardegna, finche vi durò la dominazione Bizantina. Invece nei diplomi, anche i più antichi, dei Giudici sardi, mai non troviamo, come communemente altrove si praticava, notato l’anno del regno, ma quello dell’era volgare. Da ciò scorgiamo, che quest’uso fu introdotto in Sardegna quando, al cadere della dominazione dei Greci, ''Pro detestatione eorum Renovantur omnia, Pubblica acta, signa, lingua, In eorum odium''. L’introduzione adunque della nuova cronologia in Sardegna ebbe luogo in sul finire del secolo VII; che è appunto a un di presso il tempo, in che di siffatta numerazione si trovano le prime tracce anche sul Continente.
11. Pretende poi il Liverani di trovare un cumulo di assurdità nel Memoriale di Comita di Orrù; documento importantissimo, e per sè medesimo, e per alcuni frammenti che ci conserva in antico idioma italico. Ma queste obiezioni sono fondate sulla perpetua confusione che il nostro critico fa di tre diverse persone: {{Sc|Giorgio di Lacono}}, nato l’anno 1177, e morto l’anno 1269, autore di parecchie opere, tra le quali una ''Storia della lingua Sarda''; {{Sc|Comita di Orrù}}, autore del presente Memoriale, scritto l’anno 1271; ed infine {{Sc|Pietro di Lacono}}, nipote di Giorgio, e dal quale Comita di Orrù ebbe in prestito la ''Storia della lingua Sarda'' dell’avolo Giorgio, morto due anni prima. — Quanto poi il Liverani asserisce (pag. 9-10), che nel vernacolo di Comita di Orrù sia penetrato l’elemento spagnuolo, è si manifesto errore, che non franca la pena di soffermarvisi.
12. Il Liverani tocca anche delle questioni filologiche, alle quali diedero occasione le Carte di Arborea; ma delle molte cose che<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|sui manoscritti d'arborea}}|149}}</noinclude>con grande franchezza asserisce, non ne prova alcuna, e perciò non occorre ribattere le sue asserzioni. Dice, per esempio, che fra i volgari italici ''il fiorentino è più italiano perchè più si accosta al latino'' (pag. 11); proposizione, che non so chi gli vorrà passare per buona: certo non Dante, il quale rigetta il volgare Sardo appunto a motivo della grande sua somiglianza col latino. «Sardos etiam, qui non Latini sunt, sed Latinis adsociandi videntur, ejiciamus; quoniam soli sine proprio vulgari esse videntur, gramaticam, tamquam simiae homines, imitantes; nam ''domus mea'' et ''dominus meus'' loquuntur». E {{AutoreIgnoto|Bruno de Thoro}} nella sua canzone ad Aldobrando chiama il linguaggio sardo
{{Ct|t=1|v=1|Dilettoso sermon, quasi latino.}}
13. Per simile modo il Liverani dà il nome di ''massiccio errore'' al mio «giudicare fiorentino il superlativo ''tragrande, traricco'', ec. quand’egli è anzi provenzale e francese; col ''grandissimo'', ''ricchissimo'', ec. ereditati dal latino illustre (''ter-dives-ditissimus'')» (pag. 12). Per me sta la testimonianza del {{AutoreCitato|Leonardo Salviati|Salviati}}, autorità competentissima in tale materia, che ''quei dell’età del Boccaccio usavano il'' {{Sc|tra}}; il che non potendosi intendere degli scrittori, presso i quali il ''tra'' già era caduto in disuso, deve necessariamente intendersi del volgar fiorentino: per me sta l’uso odierno di quel popolo, che tuttora usa piuttosto una formola di superlativo simile a quella di cui parliamo, che non quella che gli scrittori introdussero togliendola dal latino; per me sta l’autorità di parecchi dotti Fiorentini, che giudicarono o vera o assai probabile la mia congettura; per me sta l’analoga forma ''sorgrande, sorbello'', ec., similmente usata dagli antichi; per me finalmente il trovarsi più d’un esempio della forma non tronca dalla quale deriva il ''tra''; per esempio nel Cento Novelle Antiche: ''di gran bontade'' e {{Sc|oltra}}''maravigliosa prodezza''. Anzi anche nel francese teniamo per fermo, che questa forma di superlativo non deriva da ''ter''.
14. Non so trattenermi dal notare ancora un’altra contradizione del Liverani, dove dice (pag. 12), che «giudiziosissima sarebbe la comparazione fatta dal Vesme tra Aldobrando e fra Guittone, se il primo non fosse uno spettro, o qualche cosa di peggio». La proposizione del Liverani pecca dapprima in quanto si serve come di prova di ciò, che forma appunto l’oggetto della controversia, ossia la negata sincerità di queste Carte e dei loro autori. Ma inoltre, se la comparazione da me fatta è giudiziosissima, ossia se ho dimostrato all’evidenza, che {{AutoreCitato|Guittone d'Arezzo|Guittone}} imitò Aldobrando, e non all’incontro l’autore della canzone controversa imitò Guittone: viene<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|150|{{Sc|prima poscritta alle osservazioni}}|}}</noinclude>dimostrato pel simil modo, che Aldobrado non è uno spettro, ma un poeta vero e reale, ed anteriore a Guittone, poichè questi potè imitarlo, e anche frantenderlo.
15. Dicevamo più sopra, che si può dimostrare la falsità di un manoscritto, provando ch’esso contiene cose posteriori alla pretesa sua antichità. Ma per contrario si può anche in modo positivo, e non solo per semplici induzioni, dimostrare la sincerità di un antico documento. Molte antiche notizie prima ignorate ci vengono di tratto in tratto rivelate da documenti novellamente scoperti. Supponiamo adunque, che, come difatti avviene, le Carte d’Arborea contengano nomi o fatti d’altronde ignorati, la verità dei quali sia confermata da documenti posteriormente tratti alla luce; la sincerità di quelle carte ne verrà dimostrata in modo incontrastabile. E da prima noteremo, che nomi e fatti rivelatici per mezzo dei frammenti palimsesti dell’orazione di {{AutoreCitato|Marco Tullio Cicerone|Cicerone}} ''pro Scauro'', e di iscrizioni scoperte nel corso di questo secolo, si trovano parimente nelle Carte d’Arborea; il che non solo esclude necessariamente ch’esse siano una falsificazione del secolo XV, come pretende il {{AutoreCitato|Pasquale Tola|Tola}}; ma gli stessi dotti di Berlino, volendolo assolutamente spurie, dovettero dichiarare che la falsificazione era posteriore al 1840, e per alcune al 1856. Ma essi in parte ignorarono, in parte non posero mente, che parecchie di tali scoperte sono ''posteriori alla publicazione'' di dette Carte: onde rimane escluso non solo il sospetto, ma perrino la possibilità, che siano una recente impostura. Esempii notabilissimi ne abbiamo nelle notizie intorno al regno di parecchi giudici forniteci dalle Carte di Arborea, e nominatamente dalle pergamene 5.<sup>a</sup> e 4.<sup>a</sup>, publicate fino dagli anni 1846 e 1849; notizie che si trovano confermate dalle publicazioni posteriori, del ''Liber Jurium Reipublicae Genuensis'' e del ''Codice diplomatico di Sardegna'' del Tola: come altrove dimostreremo, dando la serie di quei Giudici emendata colla scorta concorde delle Carte di Arborea e dei diplomi, fra cui molti inediti, tra i quali parecchi di Pisa, e quelli di Montecassino, promessimi dalla cortesia del celebre Padre {{AutoreCitato|Luigi Tosti|Luigi Tosti}}. Altri esempii di notizie delle Carte di Arborea confermate da scoperte posteriori abbiamo recato nelle precedenti ''Osservazioni'' (§ 101-106); alcuni qui ne aggiungeremo assai notevoli.
16. In una Cronaca arborese, stata publicata fino dall’anno 1860 dal Decastro, e ristampata nella Raccolta del Martini, si legge (Martini, pag. 250, not. E), che, poichè dai Vandali fu rotto l’antico acquedotto romano, i Cagliaritani «utebantur de antiquioribus cisternis in montibus circumstantibus positis e coeli aquis ibi collectis, et maxime e mana cisterna ante anphiteatrum posita, et ex aliis in sequentibus montibus positis, usque ad iter quod<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|sui manoscritti d'arborea}}|151}}</noinclude>{{Pt|«|}}vadit ad Conam Viperae; quae aquae per canales in unum supradictum congregatae etc.». Non può dirsi che uno scrittore {{ec|momoderno|moderno}} abbia tratto tale notizia da tradizioni popolari, poichè di queste cisterne e di questi canali era perita ogni memoria, in tanto, che non valsero a risuscitarla neppure le molte e diligenti ricerche fattesi nel corso di parecchi anni sul modo di fornire Cagliari d’acqua. Nell’aprile dell’anno 1866 per cura del municipio, e sotto la direzione del celebre archeologo commendatore {{AutoreCitato|Giovanni Spano|Giovanni Spano}}, si pose mano a sgombrare le rovine dell’antico anfiteatro, che da secoli erano sepolte sotto molti metri di terra e di macerie; l’opera fu compita l’anno seguente. Questo lavoro mise allo scoperto le cisterne menzionate dal cronista arborese, e, ciò che è più notevole, il canale, ossia una grande e bella ''galleria'', o, come con vocabolo più italiano dicono i Senesi, un ''bottino'', che a traverso il monte conduce l’acqua alle cisterne inferiori, appunto nella direzione della Grotta della Vipera<ref>Vedi ''Rivista Europea'', Anno II, Vol. I, pag. 174; e {{Sc|Spano}}, ''Storia e descrizione dell’anfiteatro di Cagliari'' (Cagliari. 1868), pag. 4, 14 e 29.</ref>.
17. Di una notizia dataci dapprima, l’anno 1849, dal Ritmo, e poscia confermata da altre Carte d’Arborea, fu dimostrata la verità da una scoperta recentissima. Quei documenti ci avevano fatto cononoscere, che nella penisola ora deserta detta della Frasca rimpetto a Tharros era sia il tempio di Sardopatre; ma indarno, dietro tale indicazione, vi era stato cercato dal La Marmora e da altri: e della notizia si erano fatto beffe coloro, ai quali il dileggio tien luogo di argomenti e di ragione. Ora il giovane geometra Luigi Crespi scoprì le rovine di quell’antico tempio, alle falde dell’altipiano della Frasca, nel sito detto San Giorgio, in faccia a Tharros e a Neapoli; e dai ruderi dell’edifizio rimasti ne ritrasse anche la pianta<ref>{{Sc|Spano}}, ''Memoria sopra l’antica Cattedrale di Ottana, e scoperte archeologiche fattesi nell’isola in tutto l’anno'' 1870. Cagliari, 1871, pag. 35.</ref>.
18. Pur un solo di tali esempii di notizie dimostrate vere da documenti posteriormente scoperti basta non solamente a rimuovere ogni sospetto sulla falsità di un antico manoscritto, ma anche a fare certa fede dell’antichità di un documento che si abbia soltanto in copia recente. È anzi tale e tanta la forza di simile dimostrazione, che se alcuno asserisse avere imaginato del suo alcun racconto e i fatti ivi esposti, una di tali scoperte posteriori basterebbe a convincerlo invece trascrittore o compilatore da memorie antiche e sincere. Così con argomento certo, incontrastabile, si dimostra quello che abbiamo altrove asserito: che la falsità delle carte d’Arborea {{Sc|è impossibile: dunque non è}}; al che invano monsignor Liverani {{Pt|ri-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|152|{{Sc|prima poscritta alle osservazioni}}|}}</noinclude>{{Pt|sponde|risponde}} invertendo la proposizione, e portando come prova ciò che appunto gli neghiamo: {{Sc|è, dunque è possibile}} (pag. 14). E di tale impossibilità, e della sincerità delle Carte di Arborea, novello prove vengono alla luce ad ogni nuova publicazione che si fa di documenti relativi all’antica storia della Sardegna.
19. Il Liverani chiude il suo esame della controversia sulle Carte di Arborea dichiarando, come sopra notavamo, che le obiezioni mosse dai dotti Alemanni valgono al più a rendere sospetti quei documenti; ma dicendo di portare a sua volta un argomento, col quale (citiamo le sue parole) «rompendo ogni riserbo e indossando la giornea, dichiaro che le Carte d’Arborea sono non pure sospette, come sinora fu detto dietro la scorta degli arbitri alemanni, ma una solenne impostura, palese, evidentissima, che non ammette dubbio o replica alcuna; e sfido tutto il mondo a dare alle mie parole una smentita. Ed è la frode tanto vergognosa , che i magistrati, guardiani e custodi dell’onore nazionale, dovriano farsi padroni della causa e provvedere secondo le leggi alla fede pubblica, e alla dignità del nome romano e italiano» (pag. 16). In una proscritta all’articolo il Liverani cerca mutare il senso delle sue parole nel seguente modo: «Non occorre dichiarare, che questo scritto non ha alcuna mira di mettere in dubbio la onoratezza delle persone, ma solo la sincerità dei documenti; nè i magistrati quivi invocati sono i tribunali, ma sì le accademie, a ciò espressamente deputate da chi ha in mano la direzione delle lettere italiane, cioè il Ministero della pubblica istruzione» (pag. 17). Teniamo come non aggiunta questa poscritta, che è in aperta contradizione col tratto precedente, e coll’azione dei tribunali già invocata anche altra volta nella ''Rivista Europea'' (fascicolo maggio 1870), nel seguente modo: «Dopo ciò, per quanto sembra a noi, tali carte non possono interessare altri fra noi che il Ministero della giustizia, perchè vengano rintracciati i mistificatori».
20. Ma nè alcun Ministero nè alcuna Academia può sciogliere con una sua decisione una questione scientifica, come ben notava nella sua Relazione la Commissione berlinese. In questioni letterarie non ha luogo tribunale nè sentenza. Quindi anche è meno esatto il dire col Liverani (pag. 3) ed altri, che io abbia «sommesso le Carte d’Arborea all’arbitrio della Reale Academia di Berlino». Nè ho ciò fatto, nè poteva farlo; nè a sua volta l’Academia di Berlino pretese di farsi giudice, ma soltanto «di far conoscere il risultato, qualunque fosse per essere, dell’esame, onde contribuire così a rischiarare tale questione di non lieve importanza» (''Relazione'', § 1). Spetta all’incontro ai tribunali il giudicare di una questione di truffa. E poichè questa fu già per ben due volte messa<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|sui manoscritti d'arborea}}|153}}</noinclude>inanzi: reputo mio dovere, lasciando quel riserbo che ogni persona che non senta troppo altamente di sè deve tenere in una discussione meramente letteraria; ora che la questione venne portata sopra altro campo, farmi inanzi e contro il Liverani e contro tutti, e dire aperta ed intera la verità, difendendo altamente ed a viso alzato, e con quanto sia in me di voce e d’autorità, l’onoratezza di persone, che pienamente e da lunghi anni conosco. No, le Carte d’Arborea non sono un’impostura; e le persone che in varii scritti vennero più o meno apertamente indicati come autori di questa frode, alcuno dei quali mi onoro di avere ad amico, publicarono carte antiche e sincere, provenienti da Oristano. Quanto qui asserisco in faccia al publico, sono pronto a confermarlo dinanzi ai tribunali; e con me lo confermeranno con unanime consenso quanti conoscono i fatti e le persone in questione.
21. Ma quale è dunque cotesto sì potente, sì certo argomento, che mosse monsignor Liverani a lanciare la gravissima accusa contro persone onorate, ch’ei non conosce, e a pronunziare con tanta sicurezza su fatti a lui appieno ignoti? Sono le seguenti parole della biografia di Marcobo, che è una di quelle contenute nel codice Garneriano: «Sardi itaque, tantae patientiae laxi, jam {{Sc|insurrectionem}} minabantur». Ma anzi tutto debbo notare, che il Liverani cade nel medesimo errore, del quale già è stato fatto avvertito il {{AutoreCitato|Theodor Mommsen|Mommsen}} (''Osservazioni'', § 91): che quelle biografie non sono di Sertonio nè del IV secolo, ma che, sui materiali da lui raccolti, furono compilate negli ultimi anni del VII secolo o nei primi dell’VIII da Deletone e da Narciso. L’argomento poi, che da quelle parole il Liverani pretese trarre contro la sincerità delle Carte di Arborea, consiste, nell’essere, secondo lui, «impossibile, ripugnante, assurdo, che uno scrittore del IV» (correggi «del VI o dell’VIII») «secolo usi la parola ''insurrectio'' nel significato di ''sedizione'' e ''rivolgimento'', che è parto dell’89, e gitta odore di giacobini e di girondini.... Non poteva mai uno scrittore sardo del IV secolo» (correggi come sopra) «fare uso di vocaboli che sono nuovi per noi nel XIX, e nel significato speciale, che ricorda uno degli episodi più spiccati dell’istoria moderna». E forse per meglio confermare che la voce ''insurrectio'' è recentissima e gitta odore di giacobini e girondini, adduce l’autorità d’una patente di re Enrico d’Inghilterra degli 8 febraio 1400: ''De proclamatione super insurrectionibus et excessibus compescendis''. E notisi, che qui non si tratta di qualche termine scientifico, ma di voce che dalla natura stessa di quel documento appare che era da tutti usata e compresa; nè è questione di mitragliatrici o di telegrammi transatlantici ({{Sc|Liverani}}, pag. 6), ma di cosa che fu e sarà sempre e dovunque<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|154|{{Sc|prima poscritta alle osservazioni}}|}}</noinclude>mala signoria accori i popoli soggetti. Al modo stesso che tal voce nacque e recentemente in Francia, ed or fa cinque secoli e forse prima in Inghilterra, così è ragionevole che nascesse parimente in Sardegna. Sorgente principalissima di parole latine nel medio evo è la traduzione volgata de’ sacri libri. Ora in questa ἐπανιστάμενοι, ἐπανέστησαν è costantemente tradotto ''insurgentes'', ''insurrexerunt''. Per simile ragione se in alcun luogo del testo greco dei libri si fosse trovata la voce ἐπανάστασις, sarebbe naturalmente stata tradotta ''insurrectio''. Così difatti avendo Deletone nelle Memorie raccolte da Sertonio trovato ἐπανάστασιν, tradusse naturalmente ''insurrectionem''; come tal voce e volgarizzata nel Tesoro di {{AutoreCitato|Henri Estienne|Enrico Stefano}}, che certo non trasse questo vocabolo dai girondini. Ma in conferma dell’antico uso della voce ''insurrectio'' abbiamo ancora un’autorità ben più grave al caso nostro, quella cioè di un Glossario greco-latino anteriore agli stessi Deletone e Narciso; essendo di tale antichità, ch’Enrico Stefano, che primo lo diede alla luce<ref>''Glossaria duo e situ vetustatis eruta''. Parisiis, 1573. Excudebat {{Sc|{{AutoreCitato|Henri Estienne|Enricus Stephanus}}}}.</ref>, vuole che con quella testimonianza si arricchiscano i lessici della lingua latina. Ora in questo glossario leggiamo: ἐπανίστημι, ''insurgo'', ''exsurgo''; ἐπανάστασις, ''insurrectio''.
22. E qui pongo fine ad ogni discussione, col fermo proposito di non riprenderla se non quando verranno da me publicate le numerose poesie edite ed inedite, che si contengono in queste Carte. Ed anche allora, cessando da ogni lotta, e lasciando d’ora in poi di combattere direttamente gli scritti degli oppositori, cercherò soltanto di recare quanta maggior luce per me si potrà nell’importante quastione, sia adducendo le ragioni che parranno più adatte a dimostrare, come cercando di sciogliere le objezioni state mosse finora o che si moveranno per combattere, la sincerità delle Carte di Arborea.
{{A destra|{{Sc|Carlo Vesme}}.{{spazi|10}}}}<noinclude>[[Categoria:Pagine con testo greco]]</noinclude>
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Sedetevi intorno a me, figliuoli miei, e state ad ascoltare la veridica storia di Ciuffettino: quel ragazzo così celebre che nessuno di voi, ci scommetto, l’avrà mai sentito neanche a nominare.
E perciò, mi par già di udire la domanda: - Ciuffettino! toh! o chi era, Ciuffettino?
Oh! bella! Ciuffettino era Ciuffettino. Un bambinetto alto quanto... eh no, il solito soldo di cacio non lo dico, neanche se mi bastonano. Mettiamo tanto per cambiare, alto come una pianta di basilico. La faccia sarebbe stata passabile, anzi, piuttosto carina, se<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|22|{{Sc|del fantastico in letteratura}}|}}</noinclude>classico non è ohe l’espressione parziale, momentanea, indifferente; e che non era niente strano che il legame, puerile delle sciocche unità della retorica si sciogliesse, quando l’immensa unità del mondo sociale si rompeva da tutte le parti.
Tra gli uomini eletti che un istinto profondo del genio ha gettato in questi ultimi tempi alla testa delle letterature, non ve ne ha uno che non abbia inteso l’avvertimento di questa musa d’una società cadente, e non abbia obbedito alle sue inspirazioni, come alla voce imponente d’un moribondo la cui fossa è già aperta. La scuola romanzesca di {{AutoreCitato|Thomas Lewis|Lewis}}, la scuola romantica dei lackisti, e, precipuamente al disopra di tutti quei gran maestri della parola, {{AutoreCitato|George Gordon Byron|Byron}}, {{AutoreCitato|Walter Scott|Walter Scott}} e {{AutoreCitato|Alphonse de Lamartine|Lamartine}}, e {{AutoreCitato|Victor Hugo|Hugo}}, vi si sono precipitati alla ricerca dell’ideale, come se un organo speciale di divinazione ohe la natura ha dato al poeta loro avesse fatto presentire che il soffio della vita positiva era presso ad estinguersi nel caduco organismo dei popoli. Tra questi non ho nominato {{AutoreCitato|François-René de Chateaubriand|Chateaubriand}} che è restato per coscienza e per elezione al termine del mondo antico come la piramide nelle sabbie d’Egitto, come l’arca del diluvio sulla cima dell’Ararat, come le colonne d’Ercole sulle rive dei mari sconosciuti. Walter Scott incatenato anche da ricordanze, da studi, da affetti, ha posto un po’ più lontano, ma con maggior solidità e potenza le basi della sua fama avvenire tra le due società. È un faro che getta indistintamente qualche luce sul porto, qualche luce sull’abisso. L’abisso! Byron vi si è perduto a vela spiegata e nessuno sguardo umano potè seguirvelo.
Il fantastico della Germania è più popolare e questo si spiega, lo ripeto, per una lunga fedeltà alle costumanze delle tradizioni, ad istituzioni uscite dal paese e spesso difese e salvate a prezzo del sangue cittadino: a un sistema di studi più generale, meglio inteso, meglio appropriato ai bisogni del tempo. Ciò si spiega sopratutto per una spiccata ripugnanza per le innovazioni puramente materiali in cui il principio intelligente e morale delle nazioni non ba nulla da guadagnare. Questo popolo che è giunto ai confini di tutte le scienze, che ha prodotto quasi tutte le invenzioni essenziali il cui impulso ha completato la civiltà In Europa, e che s’occupa deliziosamente nel dolce possesso di una libertà senza fasto, nelle contemplazioni sedentarie dell’astronomia, nell’arricchimento delle nomenclature naturali, meritava di conservare a lungo il gusto innocente e sensato dei racconti infantili. Sien rese grazie a {{Wl|Q213974|Musœus}}, a {{AutoreCitato|Ludwig Tieck|Tieck}}, a {{AutoreCitato|E. T. A. Hoffmann|Hoffmann}} i cui fortunati capricci tratto tratto mistici o famigliari, patetici o buffoneschi, semplici fino alla trivialità, esaltati fino<noinclude></noinclude>
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La doppia vita!
Questo fenomeno bizzarro e spaventoso, ma pur vero, da molti negato e da qualcuno ammesso, sibbene in ima forma più blanda di quello che sia veramente, viene descritto dal Claretie, dal grande Maestro francese con ima verità impressionante.
Un uomo ricco e distinto, artista squisito, soffre di un male strano che lo fa ''sdoppiare'', che lo fa diventare in certe ore un altro individuo, con idee, con una coscienza, con sentimenti diversi dai suoi, pur lasciandogli il suo aspetto normale. Gessato il fenomeno, costui è responsabile degli atti commessi dall’''Altro'', dall’essere misterioso che egli non può afferrare, perchè scompare appunto quando egli giunge ad accorgersi della sua presenza.
Questo, il fenomeno tragico e tremendo descritto, con le sue conseguenze, nel romanzo profondo, sconvolgente, e tuttavia commisto a pagine soavi, dell’illustre accademico francese.
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{{Ct|f=95%|lh=1.5|Si trova da tatti i Librai d’Italia,<br>e dall’Editore Adriano Salani, Viale dei Mille, Firenze.}}</noinclude><noinclude></noinclude>
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Varenna e Monte di Varenna/Indice onomastico e toponomastico
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— Rachele, p. {{pg|445}}.
— (del) Ettore, p. {{pg|475}}.
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Torresella Martino, p. {{pg|99}}.
Torretta A., p. {{pg|309}}.
— Baldassare, p. {{pg|310}}.
— Battista, p. {{pg|412}}, {{pg|431}}.
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Torriani, p. {{pg|8}}, {{pg|32}}, {{pg|441}}.
— Paride, p. {{pg|379}}, {{pg|478}}.
Torriceli Gualdrisio, p. {{pg|101}}.
Tortona, p. {{pg|26}}.
Tovar (de) Don Martini, p. {{pg|170}}.
Tragedia, p. {{pg|236}}.
Traverso Giovanni, p. {{pg|99}}.
Tregambe Ottone, p. {{pg|29}}.
Trentenico, p, {{pg|266}}, {{pg|482}}.
Tremezzina, p. {{pg|319}}.
Tremezzo, p. {{pg|23}}, {{pg|31}}, {{pg|111}}, {{pg|113}}, {{pg|305}}.
Trentino, p. {{pg|7}}.
Tre Pievi, p. {{pg|10}}.
Treviglio, p. {{pg|115}}, {{pg|221}}.
Treviso, p. {{pg|25}}.
Trezzo, p. {{pg|46}}, {{pg|282}}.
Trincavello Pietro, p. {{pg|48}}.
Trigoli, p. {{pg|105}}.
Triggs, p. {{pg|343}}.
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— Alessandro, p. {{pg|200}}.
— (Archivio), p. {{pg|99}}, {{pg|226}}.
— Catelano, p. {{pg|113}}.
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— Maresciallo, p. {{pg|75}}, {{pg|112}}.
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Troubetzkoi, Alessio, p. {{pg|354}}.
Turri Felice, p. {{pg|328}}.
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Ubicini cesellatore, p. {{pg|308}}.
Ugerio di Bonardo, p. {{pg|24}}.
Uggiono, p. {{pg|46}}.
Ugha, p. {{pg|73}}.
Ugerio di Bonardo, p. {{pg|465}}.
Ughelli, p. {{pg|22}}.
Ulisse Itaca, p. {{pg|380}}.
Ultramonti Cesare, p. {{pg|205}}.
Umberto Principe di Savoia, p. {{pg|350}}.
— (Re), p. {{pg|348}}.
Umbria, p. {{pg|5}}.
Urbano II Papa, p. {{pg|10}}.
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Vacca, p. {{pg|52}}.
— Abbondio, p. {{pg|52}}.
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Vaccani Abbondio, p. {{pg|52}}.
— Giov. Battista, p. {{pg|168}}.
Vachera (Val), p. {{pg|146}}.
Vailate, p. {{pg|221}}.
Valcamonica Angelo, p. {{pg|444}}.
Valcasargo, p. {{pg|51}}.
Valassina, p. {{pg|67}}, {{pg|105}}.
Valbrona, p. {{pg|46}}.
Valdimagna, p. {{pg|46}}.
Valdivielso Giuseppe, p. {{pg|220}}.
Valle Alessio, p. {{pg|4}}.
Vallebretta, p. {{pg|46}}.
Valle di re dei Piombi, p. {{pg|96}}.
Valsassina, p. {{pg|8}}, {{pg|9}}, {{pg|32}}, {{pg|55}}, {{pg|56}}, {{pg|57}}, {{pg|58}}, {{pg|60}}, {{pg|64}}, {{pg|71}}, {{pg|79}}, {{pg|96}}, {{pg|99}}, {{pg|100}}, {{pg|106}}, {{pg|144}}, {{pg|169}}, {{pg|171}}, {{pg|185}}, {{pg|186}}, {{pg|193}}, {{pg|205}}, {{pg|209}}, {{pg|221}}, {{pg|222}}, {{pg|225}}, {{pg|230}}, {{pg|240}}, {{pg|267}}, {{pg|289}}, {{pg|292}}, {{pg|311}}, {{pg|339}}.
Valsecchi Abramo, p. {{pg|314}}.
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Valtellina, p. {{pg|1}}, {{pg|9}}, {{pg|27}}, {{pg|30}}, {{pg|55}}, {{pg|57}}, {{pg|74}}, {{pg|77}}, {{pg|112}}, {{pg|167}}, {{pg|178}}, {{pg|282}}, {{pg|285}}, {{pg|334}}.
Vandelli, p. {{pg|383}}, {{pg|419}}.
Varena (Madonna), p. {{pg|5}}.
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Vareno, p. {{pg|4}}.
Varenna (Giacomo Antonio da), p. {{pg|293}}.
Varese, p. {{pg|52}}, {{pg|98}}.
— Horatio, p. {{pg|448}}, {{pg|479}}.
Varisco, p. {{pg|23}}.
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Vassena, p. {{pg|229}}.
Vaticana Biblioteca, p. {{pg|209}}.
Vedrignano, p. {{pg|206}}.
Veglio, p. {{pg|18}}.
Vegno, p. {{pg|51}}.
Vela (scultore), p. {{pg|349}}.
Velate, p. {{pg|39}}.
De Venenis Giov. Angelo, p. {{pg|149}}.
Vendrogno, p. {{pg|314}}.
Venezia, p. {{pg|55}}, {{pg|57}}, {{pg|58}}, {{pg|95}}, {{pg|156}}, {{pg|158}}, {{pg|170}}, {{pg|273}}.
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Venini, p. {{pg|440}}.
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{{pt|Venini|—}} Bastiano, p. {{pg|117}}.
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Venosta Felice, p. {{pg|319}}, {{pg|323}}.
Venturi, p. {{pg|394}}.
— Daniele, p. {{pg|56}}.
Ver (letterato), p. {{pg|292}}.
Vercelli, p. {{pg|334}}.
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Verdi Giuseppe, p. {{pg|348}}.
Vergante, p. {{pg|32}}, {{pg|162}}.
Vergottini Agostino, p. {{pg|356}}.
— Antonio, p. {{pg|295}}.
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Verme (Dal) Lucchino, p. {{pg|76}}.
— (Dal) Pietro, p. {{pg|67}}, {{pg|70}}, {{pg|184}}.
Verona, p. {{pg|164}}.
Verri, p. {{pg|43}}.
Vestexia (domina), p. {{pg|29}}.
Vicedomini, p. {{pg|39}}, {{pg|442}}.
— Menapace, p. {{pg|175}}.<!-- ec-->
Vicedomino Odorico, p. {{pg|122}}.
Vicenza, p. {{pg|25}}, {{pg|98}}, {{pg|163}}, {{pg|344}}.
Vicemercato Giovanni, p. {{pg|76}}, {{pg|446}}.
Vidario Pietro, p. {{pg|452}}, {{pg|467}}.
Vienna, p. {{pg|344}}, {{pg|395}}.
Viganò, p. {{pg|348}}.
Vigevano, p. {{pg|77}}, {{pg|111}}, {{pg|311}}.
Viggiù, p. {{pg|416}}.
Vigevano Antonio, p. {{pg|105}}.
Vignarca Pomponio, p. {{pg|67}}.
Villa, p. {{pg|13}}, {{pg|18}}.
Villa (De) Monaco, p. {{pg|445}}.
Vigotto, p. {{pg|337}}.
Vimogno, p. {{pg|51}}.
Vinarca Ponponio, p. {{pg|145}}.
Virgilio, p. {{pg|380}}.
Visconti, p. {{pg|317}}.
— d’Aragona, p. {{pg|343}}.
— Azzo, p. {{pg|39}}.
— Bernabò, p. {{pg|49}}, {{pg|53}}, {{pg|55}}.
— Cardinale Arcivescovo, p. {{pg|174}}.
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— Filippo Maria, p. {{pg|57}}, {{pg|77}}, {{pg|78}}.
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— Galeazzo, p. {{pg|46}}, {{pg|53}}, {{pg|168}}.
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— Matteo, p. {{pg|38}}, {{pg|39}}.
— Ottone, p. {{pg|38}}, {{pg|44}}.
— Rodolfo, p. {{pg|48}}.
— Venasta, p. {{pg|345}}, {{pg|350}}.
— Venosta G, p. {{pg|343}}.
Visdomini Menapace, p. {{pg|161}}.
Visetti Umberto, p. {{pg|351}}, {{pg|387}}.
Vistarino Ludovico, p. {{pg|108}}, {{pg|143}}.
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Opere matematiche di Luigi Cremona/Sulle tangenti sfero-coniugate
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Opere matematiche di Luigi Cremona/Intorno ad un teorema di Abel
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|92|{{Sc|ii - ultime lettere di iacopo ortis}}|}}</noinclude>
melissa e i fiori di arancio, che biancheggiavano qua e lá sopra una giovine pianticella.
Arquá è discosto, come tu sai, quattro miglia dalla mia casa; e noi, per accorciare il cammino, prendemmo la via dell’erta. Io me ne andava dinnanzi, Teresa veniva appresso con Odoardo, e la ragazza ci tenea dietro in braccio all’ortolano.
{{blocco centrato|style=font-size:90%|<poem>
Era l’ora che il sol (poiché la notte
fugge, e lei seguon le fredde ombre e gli astri)
delle nugole straccia il fosco velo
e piú bella nel ciel mostra la fronte,
che tutto allegra del suo riso il mondo.
Lieti allora i fioretti alzano il capo
dalla brina chinato, e cristalline
fan contro il sole tremolar le perle,
di che tutti van carchi e rugiadosi:
rasciugano coll’ale i zefiretti
l’umor soverchio all’erbe e agli arboscelli;
e tra il rumor, che dolce in un confuso
fan le selve, gli augei, gli armenti, i rivi,
dalle valli e dai monti invia la terra
al raggio, che l’avviva, il suo profumo,
e tutta esulta di piacer natura.
</poem>}}
E’ convien pur ch’io ti creda: io stimava, a dir vero, un po’ esagerate le lodi che mi facevi tempo fa di Teresa, e te ne credeva innamorato piuttosto, quantunque tu non mi sembrassi capace di un’infedeltá verso la tua Marianna, che pur è la buona e vezzosa fanciulla. Or di’: hai tu osservato quand’ella parla? e non ti pare che la semplicitá e l’interesse de’ suoi discorsi costringano a prestarle fede? Perché, se ti vuol disvelare un secreto, lo dipinge con quegli stessi colori e nello stesso atteggiamento appunto come le sta nel cuore, depositandolo in chi l’ascolta con quella ingenua confidenza con cui lo confesserebbe a se stessa.
Eravamo giá presso ad Arquá, e, scendendo per l’erboso pendio, ci andavano sfumando e perdendosi all’occhio i paeselli che si vedeano dispersi per le valli soggette. Ci siam finalmente<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|lettera x}}|93}}</noinclude>
trovati a un viale cinto da un lato di pioppi, che, tremolando, lasciavano cadere sul nostro capo le piú giallicce lor foglie, e adombrato dall’altra parte di altissime querce, l’opacitá delle quali facea maestoso contrapposto all’ameno verde de’ pioppi. Tratto tratto le due spalliere d’alberi opposti erano unite da vari rami di vite selvatica, i quali, incurvandosi, formavano sopra il viale altrettanti festoni mollemente agitati dal vento. Teresa allor, soffermandosi e guardando d’intorno: — Oh, quante volte — proruppe — mi sono adagiata su quelle zolle — e le additò, — difese da ombre freschissime e vestite di molle verzura! Stavami al fianco il mio buon marito e sospirava meco talvolta su le rimembranze del mio genitore; e parlavami talvolta ancora del mio primo ed unico amore, lagnandosi della fortuna e degli uomini, che deviano sempre dalle sacre inclinazioni della natura. E, bench’io non l’amassi come si conveniva a giovane sposa, ed ei lo sapesse senza lagnarsene, non mai scemò la sua confidenza verso di me: d’altra parte, l’amor suo sincero e tranquillo, i suoi costumi umani e discreti, la sua vita pacifica, la sua stessa riposata ragione, la quale compensava l’ardente sensibilitá che la natura e gli anni gli negavano, me lo resero affettuoso e caro come amico leale e come tenero padre. Dopo tre anni ei morí, e mi affidò almeno una qualche immagine di se medesimo. — Ella si abbassò a baciare teneramente la figlia, che stava riposando sopra un mucchio di aride foglie ch’io aveva accumulato, e rinfrescandosi con un grappolo d’uva che l’ortolano aveva a caso trovato in una vite poco lontana. — Egli mi lasciò erede di tutte le sue sostanze, ma piú di tutto dell’esempio della sua virtú e del perpetuo dolore della sua morte. Ed io aveva giá abbandonato ogni pensiero, come sovente lo dissi a te stesso, Odoardo, di piú rivederti. Ché, se tu non avessi per altrui mezzo saputo ch’io mi era rimasta vedova, avrei consecrato tutto il restante della mia vita all’educazione di questa fanciulla, per ubbidire al mio cuore, che vorrebbe pagare almeno di riconoscenza colui che non seppe pagare di amore. — Ma, Lorenzo, Lorenzo..., e’ conviene che di qui innanzi io mi taccia tutto ciò che dice Teresa; ché, se potessi dipingerti la sua pronunzia, i suoi<noinclude></noinclude>
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Dr Zimbu
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/* Riletta */ Gadget AutoreCitato
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|94|{{Sc|ii - ultime lettere di iacopo ortis}}|}}</noinclude>
gesti, la melodia della sua voce, la sua celeste fisonomia, o trascrivere almeno tutte le sue parole senza cangiarne o traslocarne sillaba, certo che tu mi sapresti grado: diversamente, incresco perfino a me stesso. Che giova copiare imperfettamente un inimitabile quadro, la di cui fama soltanto fa piú impressione che la tua misera copia? E’ non ti par ch’io somigli i traduttori del divin {{AutoreCitato|Omero|Omero}}? Giacché, come tu vedi, io non mi affatico che per inacquare il sentimento che m’infiamma e stemprarlo in un languido fraseggiamento.
Noi proseguimmo il nostro breve pellegrinaggio, fino a che ci apparve biancheggiante da lungi la casetta che un tempo accolse
{{blocco centrato|style=font-size:90%|<poem>
{{TestoCitato|Opera:O cameretta, che già in te chiudesti (Alfieri)|quel grande, alla cui fama è angusto il mondo,}}
per cui Laura ebbe in terra onor celesti.
</poem>}}
Ci siam appressati, simili a’ discendenti degli antichi repubblicani, quando libavano sopra i mausolei de’ loro maggiori morti per la patria, o a’ que’ sacerdoti che, taciti e riverenti, s’aggiravano per li boschi abitati da qualche divinitá. Nel tempo che Teresa e sua figlia si riposavano, salutando quelle contadinelle che l’avevano altre volte veduta e che la colmavano di benedizioni e di lodi, io recitai sommessamente, con l’anima tutta amore e armonia, la canzone «{{TestoCitato|Opera:Chiare, fresche et dolci acque|Chiare, fresche, dolci acque}}», e l’altra «{{TestoCitato|Opera:Di pensier in pensier, di monte in monte|Di pensier in pensier, di monte in monte}}», e il sonetto «{{TestoCitato|Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta)/Stiamo, Amor, a veder la gloria nostra|Stiamo Amore, a veder la gloria nostra}}», e quant’altri di que’ sovrumani versi la mia memoria agitata seppe suggerire al mio cuore. Odoardo disegnò il ritratto di Laura, che sta affumicato su quelle screpolate muraglie, meravigliando dell’irreligione de’ proprietari, che lasciavano inonorato l’albergo di quel sommo italiano. Teresa allora recitò col soave entusiasmo suo proprio le terzine del sonetto, che {{AutoreCitato|Vittorio Alfieri|Vittorio Alfieri}} dedicava nello stesso luogo al Petrarca:
{{blocco centrato|style=font-size:90%|<poem>
Prezioso diaspro, agata ed oro
fôran debito fregio e appena degno
di rivestir sí nobile tesoro.
Ma no. Tomba fregiar d’uom ch’ebbe regno
vuolsi, e por gemme ove disdice alloro:
qui basta il nome di quel divo ingegno.
</poem>}}<noinclude></noinclude>
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|lettera x}}|95}}</noinclude>
Frattanto quella buona famiglia d’agricoltori ci aveva allestito un pranzo frugale; dopo di che, ci avviammo al ritorno. Teresa, passando un braccio nel braccio destro di Odoardo e l’altro nel mio braccio sinistro: — Io spero — ci disse — che fra pochi mesi torneremo noi tutti a rivisitare questa felice solitudine. — Si guardarono amendue sospirando, e l’aria del loro volto...: che posso dirti? Pareva che, abbandonando le soglie di quel dolce e profondo filosofo di amore, giurassero alla sacra ombra di serbarsi fedeltá fino al di lá del sepolcro; ed io, giá giá tutto estatico, stava per dire a quell’angelica donna: — Sono forse, o Teresa, le tue bellezze e la tua gioventú che fanno risplendere la puritá del tuo cuore, o l’anima tua divina diffonde invece su le tue forme piú di grazia, di freschezza e d’amore? — Ma
{{blocco centrato|style=font-size:90%|<poem>
...giá stanche in occidente
piegava il sol le rote, e, raccogliendo
dalle cose i colori, all’inimica
notte del mondo concedea la cura.
Ed ella, del regal suo velo eterno
spiegando il lembo, raccendea negli astri
la morta luce, e la spegnea ne’ fiori.
</poem>}}
{{no rientro}}Ed eccoci alfine, dopo due ore e mezzo di cammino, nuovamente alla villa.
Buona notte, Lorenzo. Sérbati questa lettera: quando Odoardo si porterá seco la felicitá, ed io non vedrò piú Teresa, né piú scherzerá su queste ginocchia la sua semplice figliuolina; in que’ giorni di noia, ne’ quali ci è caro perfino il dolore, rileggeremo queste memorie, sdraiati su l’erta che guarda la solitudine di Arquá, nell’ora che il dí va mancando. La certezza che Teresa è felice rasciugherá il nostro pianto. Facciamo tesoro di sentimenti cari e soavi, che ci ridestino, per tutti gli anni che ancora forse tristi e perseguitati ci avanzano, la rimembranza che non siamo sempre vissuti nel dolore.<noinclude></noinclude>
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Paperoastro
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Testo citato
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|27}}</noinclude>{{Pt|zione|descrizione}} dell’Inverno 1770 ({{TestoCitato|Saggio meteorologico|Saggio Meteorol.}} part. 2. art. 9) dove ho discusso questa, ed altre rimote cagioni, che possono venir in mente in tal materia.
32. Passiamo dunque alla Terza Parte, e veggiamo se si possa indicare qualche cagione più vicina, e sicura, tanto dell’asciutto, che del freddo passato. Questa cagione sembrami, senza altro fantasticare, trovarsi nei venti Maestrali, che hanno regnato, da qualunque fonte poi provenissero. Per tutto il mese di Gennajo, Febbrajo, Marzo, il vento generalmente fu da Maestro Tramontana; ai 13 Decembre nel principio del sereno, sotto del Novilunio fu il vento gagliardo da quella plaga; replicò violento nel Plenilunio Perigeo all’entrar di Gennajo, e produsse quella gran procella nella Manica che fece perire tanti bastimenti: Fu questo il vento della Luna Solstiziale, il quale come quello dell’Equinoziale ho provato altrove dietro il Sig. {{Wl|Q563553|le Monnier}} coll’esperienza, che facendo una specie di rivulsione nell’Atmosfera, decide della stagione seguente per tre mesi, talora per sei, se il vento del Novilunio si conferma col Plenilunio come in quest’anno<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|32|{{Sc|osservazioni}},}}</noinclude>{{Nop}}
39. Quanto al periodo di questi Inverni strani, come di tutte le annate stravaganti, io mi rapporto a quanto ne ho detto altrove, particolarmente nel Discorso sopra il freddo<ref follow="p31">pensò l’Allejo fosse l’antico Polo della Terra, porta e passaggio delle più sottili materie terrene); non si potrebbe imaginare, che fosse il tutto provenuto da un’abbondante uscita a quella parte del fuoco centrale, e terreno (qualunque sia, che certo vi è), che ivi producesse il tepor dell’Inverno (e poi il caldo soffocante in Islanda) il fuoco delle Aurore Boreali, e di tanti altri fenomeni igniti, ma insieme, e principalmente, il Vento da quella plaga (non potendosi negare ad Aristotele, che molti venti provengono da esplosione o effusione di spiriti, e di vapori, come allo sciogliersi della neve, d’una nuvola, d’una caligine), il qual vento cacciasse gli spiriti del freddo, ed i vapori nell’Atmosfera Meridionale? Non sarei il primo ad indurre di coteste eruzioni locali; l’Allejo lo pensò degli Effluvj Magnetici; il fu, dotto e modesto P. Alclepi, Lettor di Matematica nel Collegio Romano, lo voleva di certe arie particolari per ispiegare certe variazioni del Barometro. Un’Estate assai calda nel 1778 avrebbe potuto squagliare i ghiacci del Nord (come nel 1540 si sciolsero le ghiacciaje della Svizzera) aprire i meati della Terra, e quindi preparare l’accennata uscita d’un nuovo calor terreno a quella parte.<br/>
I seguaci del Sig. di Mairan sull’origine dell’Aurore Boreali, come provenienti dal mescolamento dell’Atmosfera Solare colla Terrestre, avrebbero invero da fortificarsi in quest’anno coll’ampiezza del lume Zodiacale scortosi molto avanti del solito in Gennajo, e con tante macchie</ref><noinclude>{{A destra|del|margine=2em}}
{{Rule}}
<references /></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|33}}</noinclude>del 1776 (nel Giornale 1777). Il periodo otto-novennale colle sue suddivisioni, e moltipliche, si troverà verificato anche nella Cronaca presente degli asciutti. Per esempio dalli 3 anni di siccità al tempo di Elia, 907 avanti G. C. sino al presente anno 1779 sono anni 2686, il qual numero diviso per 53 (somma di 6 rivoluzioni quasi esatte degli Absidi Lunari) si trovano 50 di questi periodi, coll’avanzo di 36 anni, che sono altre quattro rivoluzioni Anomalistiche. Dal 1540 a questo, sono anni 239, i quali divisi per<ref follow="p31">Solari, come abbiam detto, le quali potrebbero indicare incendj e bollimenti estraordinarj nel Sole, per esservi forse caduta qualche Cometa, o per essersi aperti nuovi vulcani, d’onde provenissero quelle schiume, e nuvole di fumi costituenti le macchie, ed insieme una maggior condensazione e dilatazione dell’Atmosfera. Ma questa congettura è come quella sulla coda, ed Atmosfera della Cometa, e per ripeterlo, sembra cagione troppo rimota. Volendo congetturare, mi terrei piuttosto all’accennata eruzione del fuoco terrestre, comunque poi possa essere questa stata eccitata dall’impressione del Sole, o dall’azione della Luna, la quale in quest’anno passando Perigea verso la Zona Polare, potè far impressione maggiore sui fluidi anche profondi della Terra, commuovere la tessitura de’ solidi, con ciò aprire i pori, ed i meati, e facilitare l’uscita di quegli spiriti igniti, che formarono il Vento Maestro Tramontana, e l’Aurore Boreali, e gli altri fenomeni fuocosi, e l’asciutto, ec.</ref><noinclude>{{Rule}}
<references /></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|34|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>il medesimo numero 53 lasciano 27, tre rivoluzioni complete di 9. Dal 1694 restano anni 85, e levato il 53, restano 32, cioè tre rivoluzioni e mezza (la mezza in questo caso, come ho provato, equivalendo all’intiera{{ec||)}}; e se vogliamo prendere l’Epoca del 1691 restano quattro rivoluzioni intiere. Dal 1718 sono anni 61; da cui levando il 53, restano 8, o sia una rivoluzione semplice; dal 1734 sono anni 45, o sia 5 volte 9. E si noti, che in tutti questi anni si trovarono degli Absidi nei punti cardinali del Zodiaco, sito, conforme alla teoria nostra, tendente sempre alla stravaganza. Anche si troverà molta somiglianza d’anni procedendo col Ciclo Decenovennale, o sia Numero d’Oro, di 19 anni, Così fu asciutto l’Inverno 1760, e 61, quello, se vogliamo, corrispondente ai 19 anni, questo ai 18, o sia due volte 9. Non altro di questo.
40. Una parola sola per giustificare li nostri Punti Lunari da un’accusa che sarà loro facilmente stata fatta, cosa hanno fatto i vostri Punti Lunari in così lungo, ed ostinato asciutto?
41. Benchè abbia nel mio Libro prevenuta questa obbiezione, perchè sempre ritorna<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|35}}</noinclude>in campo, rispondo prima, che l’asciutto ha cominciato e finito nell’apice de’ Punti Lunari; in secondo luogo, che nel frattempo essi hanno fatto sempre del moto, ed alterato il Cielo sino spesso a dare stille di pioggia, o almeno con minaccie, ed apparato di nubi, o con caligini, o più spesso con vento, o almeno nel Barometro (altrove anche con effetto: vedete l’esame di mese in mese che ne fa il P. Coste ne’ Giornali). Ed aggiugnerò quì, che questi moti, e queste alterazioni, benchè senza grande effetto consecutivo, provano egualmente, e forse più manifestamente la forza dei Punti Lunari.
42. Siccome se un febbricitante abituato, e recidivo, prende la China, e per qualche giorno resta libero dalla febbre, con ragione si dice che la China ha sospesa la febbre, e ciò quante volte nella recidiva replica la China, e la febbre; e siccome se un uomo robusto ogni volta che va in un paese si ammala, s’incolpa quell’aria come cagion del male: oppure se ogni volta che mangia qualche cibo, per esempio, rape, cavoli, si sente male, con ragione s’incolpa quel cibo, come cagione di quell’incomodo; così io dico del tempo abituato all’umido, o al {{Pt|sec-|}}<noinclude>{{Ct|class=destra|C 2}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|36|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>{{Pt|co:|secco:}} nell’ostinate pioggie si dà pur qualche giornata, o pausa di sereno: negli ostinati asciutti talor pioggia cade, o minaccia, o almeno s’altera il Cielo; ma l’uno, e l’altro succede coi Punti Lunari, come prova l’osservazione. I Punti Lunari dunque sono visibilmente la cagione di quelle alterazioni, e provano la loro forza egualmente che se il tempo cambiasse di carattere, al quale cangiamento ordinariamente si richiede il concorso del Sole, o sia una delle gran conversioni della stagione.
43. Non è poi tanto da cercare, e questa è una considerazione che inculco sopra tutto, se ogni Punto Lunare cambi il tempo, (che come ho provato, o cambia, o altera) quanto se il cambiamento nato tenga vicino un Punto Lunare; e questo esame se si farà seriamente, vi accerto, che i Punti Lunari usciranno trionfanti; e si troverà più favorevole all’influenza della Luna, che quell’altro che solo ho praticato quando proposi la mia teoria; ma di ciò altrove, e per ora basti di tutto.<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|121}}</noinclude>{| class=tab16
|- class="header1"
! colspan="5" | TABELLA II. !! !! colspan="5" | TABELLA II.
|- class="header2"
! colspan="5" | Luglio. !! !! colspan="5" | Agosto.
|-
! !! colspan="2" | 1746 !! colspan="2" | 1782
!
! !! colspan="2" | 1746 !! colspan="2" | 1782
|-
! !! Term. !! Cielo !! Term. !! Cielo
!
! !! Term. !! Cielo !! Term. !! Cielo
|- class="pdati2"
| 1 || 22,4 || Sole || 23,5 || Var.
|
| 1 || 25,0 || Piog. || 21,5 || S.
|-
| 2 || 23,4 || S. || 23,3 || Piog.
|
| 2 || 25,1 || S. || 22,0 || Piog.
|-
| 3 || 23,5 || S. || 23,5 || Piog.
|
| 3 || 25,1 || S. || 22,0 || Nuv.
|-
| 4 || 23,8 || S. || 20,4 || S. Var
|
| 4 || 25,0 || Var. || 23,0 || S. Var.
|-
| 5 || 24,0 || S. || 16,8 || Piog.
|
| 5 || 25,1 || Piog. || 23,4 || Var.
|-
| 6 || 25,1 || S. || 21,0 || S.
|
| 6 || 24,9 || Var. || 21,8 || Var.
|-
| 7 || 25,0 || S. || 20,0 || Piog.
|
| 7 || 24,8 || Var. || 22,4 || Piog.
|-
| 8 || 25,3 || S. || 20,5 || Piog.
|
| 8 || 24,9 || S. || 22,0 || S. Neb.
|-
| 9 || 25,4 || S. || 21,0 || Var.
|
| 9 || 25,0 || S. || 21,0 || S. Neb.
|-
| 10 || 25,5 || S. || 22,0 || S.
|
| 10 || 25,6 || S. || 19,1 || Piog.
|-
| 11 || 25,4 || Var. || 23,0 || S.
|
| 11 || 25,2 || S. || 18,4 || Piog.
|-
| 12 || 25,5 || S. || 22,0 || S.
|
| 12 || 25,1 || Piog. || 19,0 || Piog.
|-
| 13 || 25,7 || S. || 23,2 || Var.
|
| 13 || 25,0 || Piog. || 22,0 || Fosco
|-
| 14 || 25,5 || S. || 26,0 || S. ne.
|
| 14 || 24,7 || S. || 20,4 || Piog.
|-
| 15 || 28,8 || S. || 26,5 || S.
|
| 15 || 24,0 || S. || 22,2 || S.
|-
| 16
|| 25,9 || S. || 26,4 || S.
|
| 16 || 24,1 || S. || 23,0 || Cal. S.
|-
| 17 || 26,8 || S. || 27,4 || Fosco
|
| 17 || 24,1 || Piog. || 23,2 || S.
|-
| 18 || 27,8 || Var. || 25,5 || Gran.
|
| 18 || 24,0 || Piog. || 24,2 || S.
|-
| 19 || 26,1 || S. || 19,0 || S. Var.
|
| 19 || 23,8 || S. || 23,2 || Piog.
|-
| 20 || 26,0 || S. || 20,6 || S.
|
| 20 || 23,8 || S. || 22,0 || S. Var.
|-
| 21 || 26,0 || S. || 21,7 || S.
|
| 21 || 23,9 || S. || 23,7 || S.
|-
| 22 || 26,5 || Piog || 22,5 || S.
|
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|-
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|
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|-
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|
| 24 || 24,6 || S. || 25,5 || Sol. Neb.
|-
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|
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|-
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|
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|-
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|
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|
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|-
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|
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|-
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|
| 31 || 24,0 || S. || 22,9 || C. S.
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{{Ct|f=90%|v=1|lh=1.3|Le «saette di che Amor m’ha morto» sono... }}
{{ms|7}}<poem>
I dolci basci e replicati spesso,
mille tronchi, amorosi e brevi detti,
tenersi i volti e corpi insieme stretti,
suggersi de le labbra il core espresso;
un languir dolce, un mormorar somesso,
un star dubioso in qual de’ nostri petti
sian l’alme proprie e ’n gli ultimi diletti
non saper de noi dui chi sia se stesso,
gli occhi ebbri del piacer, a voi mirando,
strugersi a fatto, e al fin pien di lassezza
travagliando con voi giongere in porto;
vanegiar ambedui, nel fin tremando
d’una pari inefabile dolcezza,
son le saette di che Amor m’ha morto.
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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{{Ct|f=100%|v=1|L=0px|Alla mano.}}
{{ms|7}}<poem>
O bella man, che ’l fren del carro tieni,
quando Amor col trionfo a Cipro torna,
man bianca, man leggiadra, mano adorna,
che l’aureo scettro suo reggi e mantieni;
man, che, ignuda del guanto, rassereni
mia mente afflitta, ove sempre soggiorna
l’imagin sua, ch’ogni altra mano scorna,
e muove invidia a quei begli occhi ameni;
man cara, man soave, mano eguale
a neve e avorio, man, con che disserra
Amor suo arco e suo dorato strale;
man, che l’acerbe piaghe che ’l cor serra
mitighi e addolci, e sei di forza tale
che sola mi puoi dar e pace e guerra.
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|f=100%|v=1|t=2|III}}
{{Ct|f=100%|v=1|L=0px|{{Sc|[Bembo]}}}}
{{Ct|f=90%|v=1|lh=1.3|Apparizione della sua donna.}}
{{ms|7}}<poem>
Tosto ch’in questa breve e fragil vita
il mio bel sol d’ogni virtute adorno
apparve, tutti i dèi li fûro intorno,
ed ogni grazia parimente unita.
— Questa, dicea ciascun, bella e gradita
pianta di me vien prima, e quest’è il giorno
ch’io l’ho produtta e ch’a vederla io torno. —
Cosí lite fra lor nacque infinita.
Vener in tanto un dolce bacio prese
da la angelica boca e poi rispose:
— Questo chiare fará nostre contese. —
Quinci fioriron le vermiglie rose
d’ostro celeste sí pulite e accese
ch’Amor per starvi sempre vi s’ascose.
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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{{Ct|f=100%|v=1|L=0px|{{Sc|[Amanio]}}}}
{{Ct|f=90%|v=1|lh=1.3|Riso di bella donna. }}
{{ms|7}}<poem>
Un bell’aurato velo all’aurea testa
Madonna in sí bei nodi ravolgea
ch’Amor lá dentro ascoso si vedea
far di molte alme assai trionfo e festa.
O in che dolci acoglienze altera e onesta,
volgendo gli ochi onde ogni cosa ardea,
Amore, il mondo e se stessa vincea
mostrandosi ver’ me pietosa e mesta!
Ed ecco un suspir mio spirando fòra
sciolse il vel dal crin d’oro e dal bel viso
come ne scovre il ciel la bella aurora;
ella co’ capei sparsi aperse un riso,
beltá del ciel, ché chi la vidde allora
può dir che vidde aprirsi il Paradiso.
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|f=100%|v=1|t=2|V}}
{{Ct|f=100%|v=1|L=0px|{{Sc|[Bembo]}}}}
{{Ct|f=90%|v=1|lh=1.3|Sono questi gli occhi che.....}}
{{ms|7}}<poem>
Son questi que’ begli occhi in cui mirando
senza difesa far perdei me stesso?
È questo quel bel ciglio, a cui sí spesso
in van del mio languir mercé dimando?
Son queste quelle chiome, che legando
vanno il mio cor sí ch’ei ne more espresso?
O volto, che mi stai ne l’alma impresso,
perch’io viva da me mai sempre in bando;
parmi veder ne la tua fronte Amore
tener suo maggior seggio, e d’una parte
volar speme e piacer, tèma e dolore.
Da l’altra, quasi stelle in ciel consparte,
quinci e quindi apparir senno e valore,
bellezza e leggiadria, natura ed arte.
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{{smaller block|{{Indentatura}}In cui Ciuffettino giuoca un bel tiro al lupo e alla sua degna consorte</div>}}
Giunsero alla capanna.
Non appena il lupo mannaro ebbe ficcata la chiave nella toppa, si udì una voce brontolare:
— A quest’ora! a quest’ora si ritorna, vagabondo e bighellone!... Adesso ti accomodo io...
Il lupo mannaro tremava come una foglia, perchè per l’appunto - le debolezze sono così varie negli uomini... figuratevi nei lupi mannari! - della moglie aveva una paura indicibile. Aprì pian piano l’uscio, ed entrò, a testa bassa, trascinando le zampe, come un lupo condannato a morte.
— O che hai fatto, eh, brutto muso? - strillò la megèra, mettendosi i grandi pugni pelosi su i fianchi - che hai fatto, da ieri a sera? Sempre a gironzare di<noinclude><references/></noinclude>
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— A te deve bastare, per adesso, che io ti spezzi il pane della scienza... - riprese a dire il professore Sotutto.
E Ciuffettino, da quell’asino che era:
— Il pane della scienza... è bianco o nero? perchè, dico la verità, preferisco il bianco...
Il professore levò le mani al cielo.
— Che abisso di ignoranza! Vediamo: comincieremo
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con le scienze esatte. T’insegnerò l’aritmetica. Conosci la tavola pitagorica?
E Ciuffettino:
— Conosco soltanto la tavola... dove si mangia.
Il sapiente emise un gemito.
— Oh! supremo idiotismo! E dimmi, animaletto, sapresti tu estrarre da un numero qualunque la radice quadrata?
— Io le radici non le so estrarre, ma le so mangiare con il lesso...
— Lo udite? lo udite? - sbraitò il povero professor Sotutto, furibondo, ai colleghi mezzo svenuti per l’orrore. - Che ne dobbiamo fare di questo scellerato?...
— Pietà - supplicava Ciuffettino, impaurito - fatemi tornare dalla mamma!.. Insegnatemi la strada<noinclude><references/></noinclude>
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— Non bisogna far mai nulla senza riflettere. Che cosa siamo venuti a fare, qui?
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— A mangiare, toh!
— Allora riflettiamo se dobbiamo mangiare per davvero. Il sapiente non imprende alcuna cosa senza prima pensarci due volte.
— Auf!
— Calma, figliolo: pensa che non sono più un ragazzo, io..
— Sfido! avete duecent’anni sul groppone, e ve li siete spesi proprio benino!
Quattro ore dopo passarono nella sala da pranzo.
— Finalmente! - disse Ciuffettino, sedendosi a tavola, mentre il vecchio apriva un picciolo armadio incastrato nella parete, e ne estraeva due grossi bicchieri e un paio di bottiglie di forma bizzarra. Il professor Sotutto versò nei bicchieri il liquido delle bottiglie, mescolandolo: poi ordinò a Ciuffettino:
— Mangia!<noinclude><references/></noinclude>
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{{Ct|f=120%|t=2|v=2|XVI.}}
{{smaller block|{{Indentatura}}Nel quale Melampo paga un debito di riconoscenza verso Ciuffettino.</div>}}
Allorchè Ciuffettino riprese i sensi, si trovò in un angolo tenebroso del palcoscenico, legato strettamente ad una piccola trave, fra due ombre lunghe lunghe, secche secche, che gli parvero due burattini. E lo erano, infatti.
— Oh! che è stato? - brontolò il ragazzo, stupefatto - chi m’ha legato così?...
— Mastro Spellacane - rispose subito una voce funebre, uno dei burattini - il quale ci ha ordinato<noinclude><references/></noinclude>
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{{Ct|f=120%|t=2|v=2|XIX.}}
{{smaller block|{{Indentatura}}Dove Ciuffettino dimostra il proprio carattere generoso, e si fa buttare in mare piuttosto che commettere una cattiva azione.</div>}}
Bisogna sapere che mastro Mangiavento aveva posto una grande affezione a Ciuffettino, e per quanto gli si dimostrasse, nei modi, piuttosto rude, e non gli risparmiasse nessuna fatica, pure, nell’interno, gli serbava una grande tenerezza. Ciuffettino gli ricordava il su’ povero figliuolo, morto molti anni prima, mentre lui si trovava lontano, nell’Oceano, a rischiare la vita per guadagnare il pane alla famiglia. Proprio glielo ricordava in tutto: nella faccia, nella piccolezza della persona, nelle mosse...
O allora, perchè faceva il burbero? direte voi altri.
Lo faceva, perchè aveva capito il male della bestia... ossia, di Ciuffettino: e si era fitto in capo di trasformare l’indole di quel ragazzo. Padron Mangiavento era cocciuto nelle proprie idee: e quando si era giurato di fare una cosa, non c’erano santi, bisognava che mantenesse il giuramento.
— Voglio farne un omino per bene! - ripeteva sempre,<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione||— 174 —|}}</noinclude>di baloccarmi senza noie di sorta... senza nessuno che mi cacciasse sotto il naso dei libri, o delle penne per scrivere, o delle secchie per lavare l’intavolato dei bastimenti...
Mastro Mangiavento diede un gran sospiro, e alzò gli occhi al cielo, come per dire: - Signore..! non l’ascoltate!..
— Vorrei fare l’imperatore, ecco! - finì Ciuffettino strappando un ultimo pezzo di ciccia dall’osso, e alzandosi in piedi, in atto tragico.
Il marinaio, benchè ne avesse poca voglia, dovette ridere.
— Ma che credi, che anche gli imperatori non facciano nulla?..
— Già, lo credo, lo credo, sì!.. Bella cosa!.. Alzarsi la mattina, e ordinare: - Ehi, portatemi il caffè e latte con i crostini e le scarpe nuove! E poi... portatemi il più bel teatrino di burattini che si possa trovare nel mondo... e anche una scatola di soldatini di piombo... e una ferrovia con la macchina vera, che manda il fumo e fischia, e va avanti e indietro... E poi: - Datemi da colazione: panna montata e confetti... e poi: - Datemi da pranzo: salame e fichi, susine acerbe, e crema alla vainiglia.. e poi: - Preparatemi il velocipede... Che bella cosa! che bella cosa! che bella cosa!
— E pure, vedi, grullo, vorrei che tu provassi per un poco la gioia di essere imperatore... magari delle rane! E poi, son certo che te ne stancheresti subito!..
— Neanche per sogno!.. Magari fossi imperatore delle rane... dei grilli... delle lucertole!..
— Invocheresti subito la tua pace, la tua libertà... e chiederesti di lavorare...
— No, no... è inutile; ho provato con lei: il {{Pt|la-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione||— 187 —|}}</noinclude>{{Nop}}
— Ma come faccio ad andar via!...
— E allora resta, e sei fritto!
— Ma perchè non ci mettete dei cartelli, davanti
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}}
alla spiaggia della vostra isola!
— Meno discorsi: il tuo nome!
— Ciuffettino.
I due pappagalli gettarono un grido inarticolato, e lasciarono l’albero per venirsi a
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posare presso i piedi del ragazzo.
— Come hai detto? - bisbigliò uno degli uccelli, commosso - Ciu...
— Ciuffettino!...
— Ciuffettino??!...
— Sì, Ciuffettino, Ciuffettino. Che c’è di straordinario?
— Lo senti? - disse il pappagallo che aveva parlato dianzi, rivolto all’altro - È lui...
E il secondo pappagallo, ripetè:<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />----
----</noinclude>{{ct|t=3|v=1|f=120%|ANNALI D’ANNA.}}
{{Rule|t=1|2em}}
{{Ct|t=3|I.}}
Luca Minella, nato nel 1789 a Ortona in una delle case di Porta-Caldara, fu marinaio. Nella prima giovinezza navigò per qualche tempo su ’l trabaccolo ''Santa Liberata'', dalla rada di Ortona ai porti della Dalmazia, caricando legnami, frumento e frutta secche. Poi, per vaghezza di cambiar padrone, si mise al servizio di Don Rocco Panzavacante, e su una tanecca nuova fece molti viaggi in commercio d’agrumi al promontorio di Roto, che è una grande e dilettosa altura su la costa italica, tutta coperta da una selva di aranci e di limoni.
Su i ventisette anni egli si accese d’amore per Francesca Nobile; e dopo alcuni mesi strinse le nozze.
Luca, uomo di statura bassa e fortissimo,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|annali d’anna.}}|23}}</noinclude>cia, quando la tanecca doveva tornare carica da Roto; e Luca sbarcando aveva la camicia tutta odorosa dei frutti meridionali. Risalendo insieme verso le case alte, si fermavano allora un momento alla chiesa e s’inginocchiavano. Nelle cappelle già ardevano le lampade votive; e in fondo, a traverso i sette cancelli di bronzo, il busto dell’Apostolo luccicava come un tesoro. Le preghiere invocavano la benedizione celeste su ’l capo della figliuola. Nell’uscire, quando la madre bagnava la fronte di Anna con l’acqua della pila, li strilli infantili echeggiavano a lungo per quelle navate sonanti come grandi conche di metallo puro.
L’infanzia di Anna passava pianamente, senza alcuno avvenimento notevole. Nel maggio del 1823 ella fu vestita da cherubino, con una corona di rose e un velo bianco; e confusa in mezzo allo stuolo angelico, seguì la processione tenendo in mano un cero sottile. La madre nella chiesa volle sollevarla su le braccia per farle baciare il santo protettore. Ma, come le altre madri sorreggenti li altri cherubini spingevano in folla, uno dei ceri appiccò il fuoco al velo di Anna e d’improvviso la fiamma avvolse il corpo tenerello. Un moto di paura si propagò allora nella moltitudine, e ciascuno tentava essere primo ad uscire. Francesca,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|22|{{Sc|annali d’anna.}}|}}</noinclude>aveva una dolce barba bionda intorno al viso colorito; e, come le femmine, alli orecchi portava due cerchietti d’oro. Amava il vino e il tabacco; professava una devozione ardente per il santo apostolo Tommaso; e, poichè era di natura superstizioso e inchinevole allo stupore, raccontava singolari avventure e meraviglie dei paesi d’oltremare e novellava delle genti dálmate e delle isole adriatiche come di tribù e di terre prossime al polo.
Francesca, donna di gioventù già schiusa, aveva della razza ortonese la floridissima carne e i lineamenti molli. Ella amava la chiesa, le funzioni religiose, le pompe sacre, le musiche dei tridui; viveva in gran semplicità di costumi; e, poichè la sua intelligenza era fievole, credeva le più incredibili cose e lodava in ogni suo atto il Signore.
Dal congiungimento nacque Anna; e fu nel mese di giugno del 1817. Siccome il parto veniva difficile e si temeva di qualche sventura, il sacramento del battesimo fu amministrato su ’l ventre della madre, prima che uscisse alla luce l’infante. Dopo molto travaglio il parto si compì. La creatura bevve il latte dalle mammelle materne e crebbe in salute e in letizia. Francesca scendeva verso sera alla marina, con la poppante su le brac-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|24|{{Sc|annali d’anna.}}|}}</noinclude>se bene aveva le mani quasi impedite dal terrore, riuscì a strappare la veste ardente; si strinse contro il petto la figliuola nuda e tramortita, e gittandosi dietro ai fuggenti invocava Gesù con alte grida.
Per le ustioni Anna stette inferma lungo tempo in pericolo. Ella giaceva nel letto, con l’esile faccia esangue, senza parlare, come fosse diventata muta; e aveva nelli occhi aperti e fissi un’espressione di stupore immemore più tosto che di dolore. Dopo quel tempo, ogni commovimento troppo vivo le produceva nei nervi una convulsione.
Quando la temperie era dolce, la famiglia scendeva nella barca pe ’l pasto della sera. Sotto la tenda, Francesca accendeva il fuoco e su ’l fuoco metteva i pesci: l’odor cordiale delli alimenti si spandeva lungo il Molo mescendosi al profumo derivante dai verzieri della Villa Onofrii. Il mare dinanzi era così tranquillo che si udiva a pena tra li scogli il risucchio, e l’aria così limpida che la punta di San Vito si vedeva in lontananza emergere con tutto il cumulo delle case. Luca si metteva a cantare, insieme con li altri uomini; Anna faceva atto di aiutare la madre. Dopo il pasto, come la luna saliva il cielo, i marinai appresta-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione||— 236 —|}}</noinclude>{{Nop}}
— Hai proprio l’aria di una scimmietta ammaestrata!..
— E dàgli!.. - disse piano il ragazzo.
— Orsù - concluse il monarca, {{Ec|acccendendo|accendendo}} una
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bellissima pipa turca, e sdraiandosi su di un divano - comincia a fare il buffone!
Ciuffettino guardò il re con aria attonita, e non si mosse.
— Dunque? - insistè subito re Pipino - io mi annoio. Divertimi! Fammi ridere a crepapelle!
Il nostro eroe ebbe la forza di dire:
— Ma io... non saprei... il buffone per me gli è un mestiere novo... se vuole che le faccia il pizzicorino sul naso per farla ridere...<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione||— 237 —|}}</noinclude>{{Nop}}
— Come! - disse il re dei Fannulloni un po’ offeso - il pizzicorino! che confidenze sono queste, messer Ciuffettino!.. Ricordatevi che se non avete giudizio, vi metterò la catenella ai piedi, come alle scimmiette cattive...
— Deve essere una fissazione - sospirò il ragazzo - Oh! Fata dei bambini!.. proteggimi tu!..
— Sentiamo... sai ingoiare i coltelli? - chiese il re in tono più raddolcito - sai bere lo spirito acceso?
— Maestà, sono cose troppo indigeste - rispose Ciuffettino, che cercava di farsi coraggio.
— Almeno... sai dirmi che cosa penso adesso? Vediamo, questo deve essere facile per te. Indovina.
— Vostra Maestà non pensa... nulla! - disse il ragazzo con accento ispirato.
— Bravo! vedo che l’ingegno non ti manca. Adesso insegnami dei giuochi di carte.
— Non ne conosco punti!
— Allora fa’ qualche esperimento di prestidigitazione...
— Non so neanche chi sia...
— Chi?
— La signora prestidigitazione!
— Ci vuole una bella dose di pazienza con te, Ciuffettino!.. Via, ti perdono: fammi dei salti mortali, e non se ne parli più...
— Se si contenta di una mezza dozzina di capriòle... - propose Ciuffettino.
— Bah! contentiamoci!
Il ragazzo si diede a fare una serie di belle capriòle in mezzo alla stanza: e re Pipino rideva... rideva...
— Sì, non c’è male - disse poscia, asciugandosi gli occhi che avevano pianto per il convulso delle risa<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione||— 242 —|}}</noinclude>{{Pt|suaso|persuaso}} adesso che, per essere felici, e per essere utili ai propri genitori ed al prossimo, per divenire buoni cittadini e per onorare la patria, sono necessari la fermezza di carattere, il rispetto verso i superiori, l’amore allo studio ed al lavoro, il disprezzo d’ogni vanità e di ogni leggerezza? Vedi col fatto che cosa sia questo regno dei Fannulloni, per esempio!..
— Eh! l’ho visto... l’ho visto purtroppo!
— Ti piacerebbe di vivere sempre in un paese come questo?
— Ne morrei, Fatina mia!
— E se tutti i ragazzi la pensassero al modo come la pensavi tu... qualche tempo fa... tra non molto tutta la terra sarebbe trasformata in un grande regno di Fannulloni!..
— Non ci mancherebbe altro!
— Lo leggo benissimo nell’anima tua, Ciuffettino! Tu sei guarito... e io voglio che tu sia anche contento della tua guarigione.
— Come... bella Fatina?...
— Zitto, e... vedrai: intanto, eccoti questo sassolino. Quando sarai fuggito dal palazzo, troverai, probabilmente, qualche difficoltà a passar le porte della città. Getta il sassolino contro le porte, e si apriranno. Abbi cura di raccoglierlo: perchè, se tu fossi inseguito, questo sassolino ti sarebbe prezioso...
Il fanciullo sentì qualche cosa che gli scivolava nella mano destra. Era proprio un sassolino lucido e rotondo.
— Grazie, bella, buona, cara Fatina!.. E, per riconoscenza della tua generosità, ti prometto di pensare ogni giorno a te, come penso alla mia mamma!
Nella notte, mentre tutti dormivano alla reggia, Ciuffettino fuggì. Giunse alle porte di Sbadigliopolis<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{rigaIntestazione|{{smaller|2}}|{{smaller|II. Fatti ed ipotesi}}|}}</noinclude><section begin="1" />{{pt|mento|argomento}} in favore della teoria. Ma abbiamo molti altri fatti che l’avvalorano.
Accennerò qui soltanto ai principali.<section end="1" /><section begin="2" />
6. — '''Fondamenti sperimentali della teoria atomica.''' — I fenomeni che conosciamo sulla {{Spaziato|divisibilità della materia}} ci dimostrano che le proprietà di una sostanza si riscontrano anche in quantità estremamente piccole.
La colorazione dell’acqua con la {{Spaziato|fucsina}} è ancora visibile in una goccia d’acqua, che può avere un volume di <sup>1</sup>/<sub>35</sub> di cmc., quando la sostanza disciolta è soltanto <math>7\, \times\, 10^{-6}</math> gr. per cmc.
La {{Spaziato|fluoresceina}} si manifesta nell’acqua secondo il {{Wl|Q1084886|{{sc|Goppelsroeder}}}} anche se questa ne contiene solo <math>10^{-15}</math> gr. per cmc.
Secondo il {{Wl|Q18425|{{sc|Berthelot}}}} una quantità di <math>10^{-14}</math> gr. di musco si può ancora riconoscere all’odore.
Il minimo di queste sostanze, ossia la loro {{Spaziato|molecola}} non può dunque superare quei valori ma può ben essere più piccola.
Le più piccole dimensioni che conosciamo si riscontrano nelle lamine liquide. Una goccia d’olio che si espanda alla superficie dell’acqua raggiunge rapidamente uno spessore di 0,0001 mm. A questo spessore si può anche aggiungere con lamine di oro e di platino. Ma se l’olio si lascia per molto tempo nell’acqua l’estensione in superficie diviene sempre più grande, finchè lo spessore raggiunge un minimo e la lamina finisce col rompersi. Lo spessore che si calcola per quel minimo, secondo le esperienze di lord {{Wl|Q83297|{{sc|Rayleigh}}}} e del {{sc|{{Wl|Q32940416|Devaux}}}}, è di 0.0000005 mm. ossia <math>5\, \times\, 10^{-8}</math> cm. Questa grandezza è dell’ordine di quella che si ricava per le molecole della teoria cinetica dei gas.
Anche lo spessore della lamina liquida nelle bolle di sapone quando sono al massimo di tenuità, nei punti in cui<section end="2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{rigaIntestazione|{{smaller|94}}|{{smaller|IV. I fondamenti sperimentali della teoria cinetica}}|}}</noinclude><section begin="1" />dunque è la densità relativa delle particelle rispetto al fluido, tanto più piccole devono essere le dimensioni loro perchè se ne renda apprezzabile l’agitazione.
Questo concetto sulla natura dei moti browniani fu svolto e perfezionato de {{sc|{{Wl|Q115817259|Delsaux}}}} e {{Sc|{{Wl|Q3148161|Carbonelle}}}} (1877) poi dal {{Wl|Q563225|{{sc|Gouy}}}} (1898) e più recentemente {{Wl|Q937|{{sc|Einstein}}}}<ref>{{sc|Einstein}}, Drude’s Ann. 17, p. 549 — 19, p. 289, 371 (1906).</ref> e {{Wl|Q541895|{{sc|Smoluchowrki}}}} <ref>M. v. {{Sc|Smoluchowski}}, Drude’s Ann. 21, p. 759 (1906).</ref> ne hanno dato la teoria.
Il {{Wl|Q134085|{{Sc|Perrin}}}}<ref>{{sc|Perrin, C. R.}} 146, p. 967 — 147, p. 530, 594 e altrove.</ref> infine ha sottoposto il concetto e la teoria al {{spaziato|controllo sperimentale}}.<section end="1" /><section begin="2" />
8. — '''Leggi dei moti browniani.''' — Gli studi sperimentali del {{sc|Perrin}} confermarono la ipotesi della {{Spaziato|natura cinetica dei moti browniani}}.
{{sc|Einstein}} aveva svolto la teoria di tali moti considerandoli appunto come analoghi ai fenomeni della teoria cinetica dei gas. Secondo tale concetto i moti browniani devono presentare la caratteristica di moti che non seguono nessuna legge, e per ciò stesso cadono sotto le {{spaziato|leggi del calcolo delle probabilità}}.
L’{{sc|Einstein}} ha portato le sue ricerche teoriche in un campo che solo era verificabile. Non è possibile studiare il moto dei granuli di {{Sc|Brown}} in modo da poterne determinare una velocità media, perchè i movimenti sono sì ripidi che, per quanto si rendano piccoli gli intervalli di tempo nei quali si osserva la posizione dei granuli, non è possibile calcolare il cammino fatto dal granulo in quel tempo. Ciò che è possibile calcolare è lo ''spostamento'' totale che subisce un granulo in un intervallo di tempo determinato, chiamando così {{Spaziato|la distanza tra la posizione iniziale del granulo e la posizione finale}}, o più esattamente, {{Pt|poi-}}<section end="2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /></noinclude>{{nop}}
{{Ct|f=110%|LA MADRE}}
{{nop}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 283 —|}}</noinclude>{{nop}}
In una valle chiusa da colline boschive, sorridente nei colori della primavera, s’ergevano una accanto all’altra due grandi case disadorne, pietra e calce. Parevano fatte dalla stessa mano, e anche i giardini chiusi da siepi, posti dinanzi a ciascuna di esse, erano della stessa dimensione e forma. Chi vi abitava non aveva però lo stesso destino.
In uno dei giardini, mentre il cane dormiva alla catena e il contadino si dava da fare intorno al frutteto, in un cantuccio, appartati, alcuni pulcini parlavano di loro grandi esperienze. Ce n’erano altri di più anziani nel giardino, ma i piccini il cui corpo conservava tuttavia la forma dell’uovo da cui erano usciti, amavano di esaminare fra di loro la vita in cui erano piombati, perchè non vi erano ancora tanto<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 284 —|}}</noinclude>abituati da non vederla. Avevano già sofferto e goduto perchè la vita di pochi giorni è più lunga di quanto possa sembrare a chi la subì per anni, e sapevano molto, visto che una parte della grande esperienza l’avevano portata con sè dall’uovo. Infatti appena arrivati alla luce, avevano saputo che le cose bisognava esaminarle bene prima con un occhio eppoi con l’altro per vedere se si dovevano mangiare o guardarsene.
E parlarono del mondo e della sua vastità, con quegli alberi e quelle siepi che lo chiudevano, e quella casa tanto vasta ed alta. Tutte cose che si vedevano già, ma si vedevano meglio parlandone.
Però uno di loro, dalla lanuggine gialla, satollo — perciò disoccupato — non s’accontentò di parlare delle cose che si vedevano, ma trasse dal tepore del sole un ricordo che subito disse: — Certamente noi stiamo bene perchè c’è il sole, ma ho saputo che a questo mondo si può stare anche meglio, ciò che molto mi dispiace, e ve lo dico perchè dispaccia anche a voi. La figliuola del contadino disse che noi siamo tapini perchè ci manca la madre. Lo disse con<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 285 —|}}</noinclude>un accento di sì forte compassione ch’io dovetti piangere.
Un altro più bianco e di qualche ora più giovine del primo, per cui ricordava ancora con gratitudine l’atmosfera dolce da cui era nato, protestò: — Noi una madre l’abbiamo avuta. È quell’armadietto sempre caldo, anche quando fa il freddo più intenso, da cui escono i pulcini belli e fatti.
Il giallo che da tempo portava incise nell’animo le parole della contadina, e aveva perciò avuto il tempo di gonfiarle sognando di quella madre fino a figurarsela grande come tutto il giardino e buona come il becchime, esclamò, con un disprezzo destinato tanto al suo interlocutore quanto alla madre di cui costui parlava: — Se si trattasse di una madre morta, tutti l’avrebbero. Ma la madre è viva e corre molto più veloce di noi. Forse ha le ruote come il carro del contadino. Perciò ti può venire appresso senza che tu abbia il bisogno di chiamarla, per scaldarti quando sei in procinto di essere abbattuto dal freddo di questo mondo. Come dev’essere bello di avere accanto, di notte, una madre simile.<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 286 —|}}</noinclude>{{nop}}
Interloquì un terzo pulcino, fratello degli altri perchè uscito dalla stessa macchina che però l’aveva foggiato un po’ altrimenti, il becco più largo e le gambucce più brevi. Lo dicevano il pulcino maleducato perchè quando mangiava si sentiva battere il suo beccuccio, mentre in realtà era un anitroccolo che al suo paese sarebbe passato per compitissimo. Anche in sua presenza la contadina aveva parlato della madre. Ciò era avvenuto quella volta ch’era morto un pulcino crollato esausto dal freddo nell’erba, circondato dagli altri pulcini che non l’avevano soccorso perchè essi non sentono il freddo che tocca agli altri. E l’anitroccolo con l’aria ingenua che aveva la sua faccina invasa dalla base larga del beccuccio, asserì addirittura che quando c’era la madre i pulcini non potevano morire.
Il desiderio della madre presto infettò tutto il pollaio e si fece più vivo, più inquetante nella mente dei pulcini più anziani. Tante volte le malattie infantili attaccano gli adulti e si fanno per loro più pericolose, e le idee anche, talvolta. L’immagine della madre quale s’era formata in quelle testine scaldate dalla prima-<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 287 —|}}</noinclude>vera, si sviluppò smisuratamente, e tutto il bene si chiamò madre, il bel tempo e l’abbondanza, e quando soffrivano pulcini, anitroccoli e tacchinucci divenivano veri fratelli perchè sospiravano la stessa madre.
Uno dei più anziani un giorno giurò ch’egli la madre l’avrebbe trovata non volendo più restarne privo. Era il solo che nel pollaio fosse battezzato e si chiamava Curra perchè quando la contadina col becchime nel grembiale chiamava ''curra, curra'', egli era il primo ad accorrere. Era già vigoroso, un galletto nel cui animo generoso albeggiava la combattività. Sottile e lungo come una lama, esigeva la madre prima di tutto perchè lo ammirasse: La madre di cui si diceva che sapesse procurare ogni dolcezza e perciò anche la soddisfazione dell’ambizione e della vanità.
Un giorno, risoluto, Curra con un balzo sgusciò fuori della siepe che, fitta, contornava il giardino natìo. All’aperto subito sostò intontito. Dove trovare la madre nell’immensità di quella valle su cui un cielo azzurro sovrastava ancora più esteso? A lui, tanto piccolo, non era possibile di frugare in quell’immensità.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 288 —|}}</noinclude>Perciò non s’allontanò di troppo dal giardino natìo, il mondo che conosceva, e, pensieroso, ne fece il giro. Così capitò dinanzi alla siepe dell’altro giardino.
— Se la madre fosse qui dentro — pensò — la troverei subito. — Sottrattosi all’imbarazzo dell’infinito spazio, non ebbe altre esitazioni. Con un balzo attraversò anche quella siepe, e si trovò in un giardino molto simile a quello donde veniva.
Anche qui v’era uno sciame di pulcini giovanissimi che si dibattevano nell’erba folta. Ma qui v’era anche un animale che nell’altro giardino mancava. Un pulcino enorme, forse dieci volte più grosso di Curra, troneggiava in mezzo agli animalucci coperti di sola peluria, i quali — lo si vedeva subito — consideravano il grosso, poderoso animale quale loro capo e protettore. Ed esso badava a tutti. Mandava un ammonimento a chi di troppo s’allontanava, con dei suoni molto simili a quelli con cui la contadina nell’altro giardino usava coi proprii pulcini. Però faceva anche dell’altro. Ad ogni tratto si piegava sui più deboli coprendoli con<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 289 —|}}</noinclude>tutto il suo corpo, certo per comunicar loro il proprio calore.
— Questa è la madre, — pensò Curra con gioia. — L’ho trovata ed ora non la lascio più. Come m’amerà! Io sono più forte e più bello di tutti costoro. Eppoi mi sarà facile di essere obbediente perchè già l’amo. Come è bella e maestosa! L’aiuterò anche a proteggere tutti cotesti insensati.
Senza guardarlo la madre chiamò. Curra s’avvicinò credendo di essere chiamato proprio lui. La vide occupata a smovere la terra con dei colpi rapidi degli artigli poderosi, e sostò curioso di quell’opera cui egli assisteva per la prima volta. Quand’essa si fermò, un piccolo vermicello si torceva dinanzi a lei sul terreno denudato dall’erba. Ora essa chiocciava mentre i piccini a lei d’intorno non comprendevano e la guardavano estatici.
— Sciocchi! — pensò Curra. — Non intendono neppure che essa vuole che mangino quel vermicello. — E, sempre spinto dal suo entusiasmo d’obbedienza, rapido si precipitò sulla preda e l’ingoiò.
E allora — povero Curra — la madre si<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 290 —|}}</noinclude>lanciò su lui furibonda. Non subito egli comprese, perchè ebbe anche il dubbio ch’essa, che l’aveva appena trovato, volesse accarezzarlo con grande furia. Egli avrebbe accettato riconoscente tutte le carezze di cui egli non sapeva nulla, e che perciò ammetteva potessero far male. Ma i colpi del duro becco, che piovvero su lui, certo non erano baci e gli tolsero ogni dubbio. Volle fuggire, ma il grosso uccello lo urtò e, ribaltatolo, gli saltò addosso immergendogli gli artigli nel ventre.
Con uno sforzo immane, Curra si rizzò e corse alla siepe. Nella sua pazza corsa ribaltò dei pulcini che stettero lì con le gambucce all’aria pigolando disperatamente. Perciò egli potè salvarsi perchè la sua nemica sostò per un istante presso i caduti. Arrivato alla siepe, Curra, con un balzo, ad onta di tanti rami e sterpi, portò il suo piccolo ed agile corpo all’aperto.
La madre, invece, fu arrestata da un intreccio fitto di fronde. E là essa rimase maestosa guardando come da una finestra l’intruso che, esausto, s’era fermato anche lui. Lo guardava coi terribili occhi rotondi, rossi d’ira. — Chi<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 291 —|}}</noinclude>sei tu che ti appropriasti il cibo ch’io con tanta fatica avevo scavato dal suolo?
— Io sono Curra — disse umilmente il pulcino. — Ma tu chi sei e perchè mi facesti tanto male?
Alle due domande essa non diede che una sola risposta. — Io sono la madre, — e sdegnosamente gli volse il dorso.
Qualche tempo appresso, Curra, oramai un magnifico gallo di razza, si trovava in tutt’altro pollaio. E un giorno sentì parlare da tutti i suoi nuovi compagni con affetto e rimpianto della madre loro.
Ammirando il proprio, atroce destino, egli disse con tristezza: — La madre mia, invece, fu una bestiaccia orrenda, e sarebbe stato meglio per me ch’io non l’avessi mai conosciuta.<noinclude><references/></noinclude>
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La novella del buon vecchio e della bella fanciulla ed altri scritti/La madre
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 156 —|}}</noinclude>avessi a ritornare a quella grotta, io subito salterei nella cassa di vetro, se ci sarà, per non scondinzolare e per non tradire.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 135 —|}}</noinclude>l’istante essa sorrise dolcemente all’uomo che le stava accanto fiducioso. Ed io pensai: — Essa ancora non sa ed è convinta di sapere.
Ricordo ancora che Giovanni disse: — Ma lasciatelo bere. Il vino è il latte dei vecchi. — Lo guardai raggrinzando la mia faccia per simulare un sorriso ma non seppi volergli bene. Sapeva che a lui non premeva altro che il buon umore e voleva accontentarmi, come un bimbo imbizzito che turba un’adunata d’adulti.
Poi bevetti poco e soltanto se mi guardavano, e più non fiatai. Tutto intorno a me vociava giocondamente e mi dava fastidio. Non ascoltavo ma era difficile di non sentire. Era scoppiata una discussione fra Alberi e Giovanni, e tutti si divertivano a vedere alle prese l’uomo grasso con l’uomo magro. Su che cosa vertesse la discussione non so, ma sentii dall’uno e dall’altro parole abbastanza aggressive. Vidi in piedi l’Alberi che, proteso verso Giovanni, portava i suoi occhiali fin quasi al centro della tavola, vicinissimo al suo avversario, che aveva adagiato comodamente su una poltrona a sdraio, offertagli per ischerzo alla fine della cena, i suoi centoventi chilogrammi, e lo guardava in-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 136 —|}}</noinclude>tento, da quel buon schermitore che era, come se studiasse dove assestare la propria stoccata. Ma anche l’Alberi era bello, tanto asciutto, ma tuttavia sano, mobile e sereno.
E ricordo anche gli augurii e i saluti interminabili al momento della separazione. La sposa mi baciò con un sorriso che mi parve ancora materno. Accettai quel bacio, distratto. Speculavo quando mi sarebbe stato permesso di spiegarle qualche cosa di questa vita.
{{Centrato|<nowiki/>* * *}}
In quella, da qualcuno, fu fatto un nome, quello di un’amica di mia moglie e antica mia: Anna. Non so da chi nè a che proposito, ma so che fu l’ultimo nome ch’io udii prima di essere lasciato in pace dai convitati. Da anni io usavo vederla spesso accanto a mia moglie e salutarla con l’amicizia e l’indifferenza di gente che non ha nessuna ragione per protestare d’essere nati nella stessa città e nella stessa epoca. Ecco che ora invece ricordai ch’essa era stata tanti anni prima il mio solo delitto d’amore. L’avevo corteggiata quasi fino al momento di<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 137 —|}}</noinclude>sposare mia moglie. Ma poi del mio tradimento ch’era stato brusco, tanto che non avevo tentato di attenuarlo neppure con una parola sola, nessuno aveva mai parlato, perchè essa poco dopo s’era sposata anche lei ed era stata felicissima. Non era intervenuta alla nostra cena per una lieve influenza che l’aveva costretta a letto. Niente di grave. Strano e grave era invece che io ora ricordassi il mio delitto d’amore, che veniva ad appesantire la mia coscienza già tanto turbata. Ebbi proprio la sensazione che in quel momento il mio antico delitto venisse punito. Dal suo letto, che era probabilmente di convalescente, udivo protestare la mia vittima: — Non sarebbe giusto che tu fossi felice. — Io m’avviai alla mia stanza da letto molto abbattuto. Ero un po’ confuso, perchè una cosa che intanto non mi pareva giusta era che mia moglie fosse incaricata di vendicare chi essa stessa aveva soppiantato.
Emma venne a darmi la buona notte. Era sorridente, rosea, fresca. Il suo breve groppo di lacrime s’era sciolto in una reazione di gioia, come avviene in tutti gli organismi sani e giovini. Io, da poco, intendevo bene l’anima altrui,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 138 —|}}</noinclude>e la mia figliuola, poi, era acqua trasparente. La mia sfuriata era servita a conferirle importanza al cospetto di tutti, ed essa ne godeva con piena ingenuità. Io le diedi un bacio e sono sicuro di aver pensato ch’era una fortuna per me ch’essa fosse tanto lieta e contenta. Certo, per educarla, sarebbe stato mio dovere di ammonirla che non s’era comportata con me abbastanza rispettosamente. Non trovai però le parole, e tacqui. Essa se ne andò, e del mio tentativo di trovare quelle parole, non restò che una preoccupazione, una confusione, uno sforzo che m’accompagnò per qualche tempo. Per quetarmi pensai: — Le parlerò domani. Le dirò le mie ragioni. — Ma non servì. L’avevo offesa io, ed essa aveva offeso me. Ma era una nuova offesa ch’essa non ci pensasse più mentre io ci pensavo sempre.
Anche Ottavio venne a salutarmi. Strano ragazzo. Salutò me e la sua mamma quasi senza vederci. Era già uscito quand’io lo raggiunsi col mio grido: — Contento di andare al cinematografo? — Si fermò, si sforzò di ricordare, e prima di riprendere la sua corsa disse seccamente: — Sì. — Era molto assonnato.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 139 —|}}</noinclude>{{nop}}
Mia moglie mi porse la scatola delle pillole. — Son queste? — domandai io con una maschera di gelo sulla faccia.
— Sì, certo, — disse ella gentilmente. Mi guardò indagando e, non sapendo altrimenti indovinarmi, mi chiese esitante: — Stai bene?
— Benissimo — asserii deciso, levandomi uno stivale. E precisamente in quell’istante lo stomaco prese a bruciarmi spaventosamente. — Era questo ch’essa voleva, pensai con una logica di cui solo ora dubito.
{{Centrato|<nowiki/>* * *}}
Inghiottii la pillola con un sorso d’acqua e ne ebbi un lieve refrigerio. Baciai mia moglie sulla guancia macchinalmente. Era un bacio quale poteva accompagnare le pillole. Non me lo sarei potuto risparmiare se volevo evitare discussioni e spiegazioni. Ma non seppi avviarmi al riposo senz’avere precisato la mia posizione nella lotta che per me non era ancora cessata, e dissi nel momento di assestarmi nel letto: — Credo che le pillole sarebbero state più efficaci se prese col vino.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 140 —|}}</noinclude>{{nop}}
Spense la luce e ben presto la regolarità del suo respiro m’annunziò ch’essa aveva la coscienza tranquilla, cioè, pensai subito, l’indifferenza più assoluta per tutto quanto mi riguardava. Io aveva atteso ansiosamente quell’istante, e subito mi dissi ch’ero finalmente libero di respirare rumorosamente, come mi pareva esigesse lo stato del mio organismo, o magari di singhiozzare, come nel mio abbattimento avrei voluto. Ma l’affanno, appena fu libero, divenne un affanno più vero ancora. Eppoi non era una libertà cotesta. Come sfogare l’ira che imperversava in me? Non potevo fare altro che rimuginare quello che avrei detto a mia moglie e a mia figlia il giorno dopo. — Avete tanta cura della mia salute, quando si tratta di seccarmi alla presenza di tutti? — Era tanto vero. Ecco che io ora m’arrovellavo solitario nel mio letto e loro dormivano serenamente. Quale bruciore! Aveva invaso nel mio organismo tutto un vasto tratto che sfociava nella gola. Sul tavolino accanto al letto doveva esserci la bottiglia dell’acqua ed io allungai la mano per raggiungerla. Ma urtai il bicchiere vuoto e bastò il lieve tintinnio per destare mia moglie.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 141 —|}}</noinclude>Già quella lì dorme sempre con un occhio aperto.
— Stai male? — domandò a bassa voce. Dubitava di aver sentito bene e non voleva destarmi. Indovinai un tanto, ma le attribuii la bizzarra intenzione di gioire di quel male, che non era altro che la prova ch’ella aveva avuto ragione. Rinunziai all’acqua e mi riadagiai quatto, quatto. Subito essa ritrovò il suo sonno lieve che le permetteva di sorvegliarmi.
Insomma, se non volevo soggiacere nella lotta con mia moglie, io dovevo dormire. Chiusi gli occhi e mi rattrappii su di un fianco. Subito dovetti cambiare di posizione. Mi ostinai però e non apersi gli occhi. Ma ogni posizione sacrificava una parte del mio corpo. Pensai: — Col corpo fatto così non si può dormire. — Ero tutto movimento, tutto veglia. Non può pensare il sonno chi sta correndo. Della corsa avevo l’affanno e anche, nell’orecchio, il calpestìo dei miei passi: di scarponi pesanti. Pensai che forse, nel letto, mi movevo troppo dolcemente per poter azzeccare di colpo e con tutte le membra la posizione giusta. Non bisognava cercarla. Bisognava lasciare che ogni co-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 142 —|}}</noinclude>sa trovasse il posto confacente alla sua forma. Mi ribaltai con piena violenza. Subito mia moglie mormorò: — Stai male? — Se avesse usato altre parole io avrei risposto domandando soccorso. Ma non volli rispondere a quelle parole che offensivamente alludevano alla nostra discussione.
Stare fermi doveva pur essere tanto facile. Che difficoltà può essere a giacere, giacere veramente nel letto? Rividi tutte le grandi difficoltà in cui ci imbattiamo a questo mondo, e trovai che veramente, in confronto a qualunque di esse, giacere inerte era una cosa di nulla. Ogni carogna sa stare ferma. La mia determinazione inventò una posizione complicata ma incredibilmente tenace. Ficcai i denti nella parte superiore del guanciale, e mi torsi in modo che anche il petto poggiava sul guanciale mentre la gamba destra usciva dal letto e arrivava quasi a toccare il suolo, e la sinistra s’irrigidiva sul letto inchiodandomivi. Sì. Avevo scoperto un sistema nuovo. Non io afferravo il letto, era il letto che afferrava me. E questa convinzione della mia inerzia fece sì che anche quando l’oppressione aumentò, io<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 143 —|}}</noinclude>ancora non mollai. Quando poi dovetti cedere, mi consolai con l’idea che una parte di quella orrenda notte era trascorsa, ed ebbi anche il premio che, liberatomi dal letto, mi sentii sollevato come un lottatore che si sia liberato da una stretta dell’avversario.
{{Centrato|<nowiki/>* * *}}
Io non so per quanto tempo stessi poi fermo. Ero stanco. Sorpreso m’avvidi di uno strano bagliore nei miei occhi chiusi d’un turbinio di fiamme che supposi prodotte dall’incendio che sentivo in me. Non erano vere fiamme ma colori che le simulavano. E s’andarono poi mitigando e componendo in forme tondeggianti, anzi in goccie di un liquido vischioso, che presto si fecero tutte azzurre, miti, ma cerchiate da una striscia luminosa rossa. Cadevano di un punto in alto, si allungavano e, staccatesi, scomparivano in basso. Fui io che dapprima pensai che quelle goccie potevano vedermi. Subito, per vedermi meglio, esse si convertirono in tanti occhiolini. Mentre si allungavano cadendo, si formava nel loro centro un cer-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 144 —|}}</noinclude>chietto che privandosi del velo azzurro scopriva un vero occhio, malizioso e malevolo. Ero addirittura inseguito da una folla che mi voleva male. Mi ribellai nel letto gemendo ed invocando: — Mio Dio!
— Stai male? — domandò subito mia moglie.
Dev’esser trascorso qualche tempo prima della mia risposta. Ma poi avvenne che m’accorsi ch’io non giacevo più nel mio letto, ma mi ci tenevo aggrappato, chè s’era convertito in un’erta da cui stavo scivolando. Gridai: — Sto male, molto male.
Mia moglie aveva acceso una candela e mi stava accanto nella sua rosea camicia da notte. La luce mi rassicurò ed anzi ebbi chiaro il sentimento di aver dormito e di essermi destato soltanto allora. Il letto s’era raddrizzato ed io vi giacevo senza sforzo. Guardai mia moglie sorpreso, perchè ormai, visto che m’ero accorto di aver dormito, non ero più sicuro di aver invocato il suo aiuto. — Che vuoi? — le domandai.
Essa mi guardò assonnata, stanca. La mia invocazione era bastata a farla balzare dal let-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 145 —|}}</noinclude>to, non a toglierle il desiderio del riposo, di fronte al quale non le importava più neppure di aver ragione. Per fare presto domandò: — Vuoi di quelle goccie che il dottore prescrisse per il sonno?
Esitai per quanto il desiderio di star meglio fosse fortissimo. — Se lo vuoi, — dissi tentando di apparire solo rassegnato. Prendere le goccie non equivale mica alla confessione di star male.
Poi ci fu un istante in cui godetti di una grande pace. Durò finchè mia moglie, nella sua camicia rosea, alla luce lieve di quella candela, mi stette accanto a contare le goccie. Il letto era un vero letto orizzontale, e le palpebre, se le chiudevo, bastavano a sopprimere qualsiasi luce nell’occhio. Ma io le aprivo di tempo in tempo, e quella luce e il roseo di quella camicia mi davano altrettanto refrigerio che l’oscurità totale. Ma essa non volle prolungare di un solo minuto la sua assistenza e fui ripiombato nella notte a lottare da solo e per la pace.
Ricordai che da giovine, per affrettare il sonno, mi costringevo a pensare ad una vecchia bruttissima che mi faceva dimenticare le belle<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 146 —|}}</noinclude>visioni che m’ossessionavano. Ecco che ora mi era invece concesso d’invocare senza pericolo la bellezza, che certo m’avrebbe aiutato. Era il vantaggio — l’unico — della vecchiaia. E pensai, chiamandole per nome, varie belle donne desiderii della mia giovinezza, d’un’epoca nella quale le belle donne avevano abbondato in modo incredibile. Ma non vennero. Neppur allora si concedettero. Ed evocai, evocai, finchè dalla notte sorse una sola figura bella: Anna, proprio lei, com’era tanti anni prima, ma la faccia, la bella rosea faccia, atteggiata a dolore e rimprovero. Perchè voleva apportarmi non la pace ma il rimorso. Questo era chiaro. E giacchè era presente, discussi con lei. Io l’aveva abbandonata, ma essa subito aveva sposato un altro, ciò ch’era nient’altro che giusto. Ma poi aveva messo al mondo una fanciulla ch’era ormai quindicenne e che somigliava a lei nel colore mite, d’oro nella testa e azzurro negli occhi, ma aveva la faccia sconvolta dall’intervento del padre che le era stato scelto: le ondulazioni dolci dei capelli mutate in tanti ricci crespi, le guancie grandi, la bocca larga e le labbra eccessivamente tumide. Ma i colori<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 147 —|}}</noinclude>della madre nelle linee del padre finivano coll’essere un bacio spudorato, in pubblico. Che cosa voleva ora da me dopo che mi si era mostrata tanto spesso avvinta al marito?
E fu la prima volta, quella sera, che potei credere di aver vinto. Anna si fece più mite, quasi ricredendosi. E allora la sua compagnia non mi dispiacque più. Poteva restare. E m’addormentai ammirandola bella e buona, persuasa. Presto mi addormentai.
{{Centrato|<nowiki/>* * *}}
Un sogno atroce: Mi trovai in una costruzione complicata, ma che subito intesi come se io ne fossi stato parte. Una grotta vastissima, rozza, priva di quegli addobbi che nelle grotte la natura si diverte a creare, e perciò sicuramente dovuta all’opera dell’uomo; oscura, nella quale io sedevo su un treppiedi di legno accanto ad una cassa di vetro, debolmente illuminata di una luce che io ritenni fosse una sua qualità, l’unica luce che ci fosse nel vasto ambiente, e che arrivava ad illuminare me, una parete composta di pietroni grezzi e di sotto un<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 148 —|}}</noinclude>muro cementato. Come sono espressive le costruzioni del sogno! Si dirà che lo sono perchè chi le ha architettate può intenderle facilmente, ed è giusto. Ma il sorprendente si è che l’architetto non sa di averle fatte, e non lo ricorda neppure quand’è desto, e rivolgendo il pensiero al mondo da cui è uscito e dove le costruzioni sorgono con tanta facilità può sorprendersi che là tutto s’intenda senza bisogno di alcuna parola.
Io seppi subito che quella grotta era stata costruita da alcuni uomini che l’usavano per una cura inventata da loro, una cura che doveva essere letale per uno dei rinchiusi (molti dovevano esserci laggiù nell’ombra) ma benefica per tutti gli altri. Proprio così! Una specie di religione, che abbisognava di un olocausto, e di ciò naturalmente non fui sorpreso.
Era più facile assai indovinare che, visto che m’avevano posto tanto vicino alla cassa di vetro nella quale la vittima doveva essere asfissiata, ero prescelto io a morire, a vantaggio di tutti gli altri. Ed io già anticipavo in me i dolori della brutta morte che m’aspettava. Respiravo con difficoltà, e la testa mi doleva e pe-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 149 —|}}</noinclude>sava, per cui la sostenevo con le mani, i gomiti poggiati sulle ginocchia.
Improvvisamente tutto quello che già sapevo fu detto da una quantità di gente celata nell’oscurità. Mia moglie parò per prima: — Affrettati, il dottore ha detto che sei tu che devi entrare in quella cassa. — A me pareva doloroso, ma molto logico. Perciò non protestai, ma finsi di non sentire. E pensai: — L’amore di mia moglie m’è sembrato sempre sciocco. — Molte altre voci urlarono imperiosamente: — Vi risolverete ad obbedire? — Fra queste voci distinsi chiarissima quella del dottor Paoli. Io non potevo protestare, ma pensai: — Lui lo fa per essere pagato.
Alzai la testa per esaminare ancora una volta la cassa di vetro che m’attendeva. Allora scopersi, seduta sul coperchio della stessa, la sposa. Anche a quel posto ella conservava la sua perenne aria di tranquilla sicurezza. Sinceramente io disprezzavo quella sciocca, ma fui subito avvertito ch’essa era molto importante per me. Questo l’avrei scoperto anche nella vita reale, vedendola seduta su quell’ordigno che doveva servire ad uccidermi. E allora io la<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 150 —|}}</noinclude>guardai, scodinzolando. Mi sentii come uno di quei minuscoli cagnotti che si conquistano la vita agitando la propria coda. Un’abbiezione!
Ma la sposa parlò. Senz’alcuna violenza, come la cosa più naturale di questo mondo, essa disse: Zio, la cassa è per voi.
Io dovevo battermi da solo per la mia vita. Questo anche indovinai. Ebbi il sentimento di saper esercitare uno sforzo enorme senza che nessuno se ne potesse avvedere. Proprio come prima aveva sentito in me un organo che mi permetteva di conquistare il favore del mio giudice senza parlare, così scopersi in me un altro organo, che non so che cosa fosse, per battermi senza movermi e così assaltare i miei avversari non messi in guardia. E lo sforzo raggiunse subito il suo effetto. Ecco che Giovanni, il grosso Giovanni, sedeva nella cassa di vetro luminosa, su una sedia di legno simile alla mia e nella stessa mia posizione. Era piegato in avanti, essendo la cassa troppo bassa, e teneva gli occhiali in mano, affinchè non gli cadessero dal naso. Ma così egli aveva un po’ l’aspetto di trattare un affare, e di essersi liberato dagli occhiali, per pensare meglio senza vedere nulla.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 151 —|}}</noinclude>Ed infatti, benchè sudato e già molto affannato, invece che pensare alla morte vicina era pieno di malizia, come si vedeva dai suoi occhi, nei quali scorsi il proposito dello stesso sforzo che poco prima aveva esercitato io. Perciò io non sapevo aver compassione di lui, perchè di lui temevo.
Anche a Giovanni lo sforzo riuscì. Poco dopo al suo posto nella sacca c’era l’Alberi, il lungo, magro e sano Alberi, nella stessa posizione che aveva avuto Giovanni ma peggiorata dalle dimensioni del suo corpo. Era addirittura piegato in due e avrebbe destato veramente la mia compassione se anche in lui oltre che affanno non ci fosse stata una grande malizia. Mi guardavo di sotto in su, con un sorriso malvagio, sapendo che non dipendeva che da lui di non morire in quella cassa.
Dall’alto della cassa di nuovo la sposa parlò: — Ora, certamente, toccherà a voi, zio. — Sillabava le parole con grande pedanteria. E le sue parole furono accompagnate da un altro suono, molto lontano, molto in alto. Da quel suono prolungatissimo emesso da una persona che rapidamente si moveva per allontanarsi,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 152 —|}}</noinclude>appresi che la grotta finiva in un corridoio erto, che conduceva alla superficie della terra. Era un solo sibilo, ma un sibilo di consenso, e proveniva da Anna che mi manifestava ancora una volta il suo odio. Non aveva il coraggio di rivestirlo di parole, perchè io veramente l’aveva convinta ch’essa era stata più colpevole verso di me che io verso di lei. Ma la convinzione non fa nulla, quando si tratta di odio.
Ero condannato da tutti. Lontano da me, in qualche parte della grotta, nell’attesa, mia moglie e il dottore camminavano su e giù e intuii che mia moglie aveva un aspetto risentito. Agitava vivacemente le mani declamando i miei torti. Il vino, il cibo e i miei modi bruschi con lei e con la mia figliuola.
Io mi sentivo attratto verso la cassa dallo sguardo di Alberi, rivolto a me trionfalmente. M’avvicinavo ad essa lentamente con la sedia, a pochi millimetri alla volta, ma sapevo che quando fossi giunto ad un metro da essa (così era la legge) con un solo salto mi sarei trovato preso, e boccheggiante.
Ma c’era ancora una speranza di salvezza.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 153 —|}}</noinclude>Giovanni, perfettamente rimessosi dalla fatica della sua dura lotta, era apparso accanto alla cassa, ch’egli più non poteva temere, essendoci già stato (anche questo era legge laggiù). Si teneva eretto in piena luce, guardando ora l’Alberi che boccheggiava e minacciava, ed ora me, che alla cassa lentamente m’avvicinavo.
Urlai: — Giovanni! Aiutami a tenerlo dentro. Ti darò del denaro. — Tutta la grotta rimbombò del mio urlo, e parve una risata di scherno. Io intesi. Era vano supplicare. Nella cassa non doveva morire nè il primo che v’era stato ficcato, nè il secondo, ma il terzo. Anche questa era una legge della grotta, che come tutte le altre, mi rovinava. Era poi duro che dovessi riconoscere che non era stata fatta in quel momento per danneggiare proprio me. Anch’essa risultava da quell’oscurità e da quella luce. Giovanni neppure rispose, e si strinse nelle spalle per significarmi il suo dolore di non poter salvarmi e di non poter vendermi la salvezza.
E allora io urlai ancora: — Se non si può altrimenti, prendete mia figlia. Dorme qui accanto. Sarà facile. — Anche questi gridi fu-<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 154 —|}}</noinclude>rono rimandati da un’eco enorme. Ne ero frastornato, ma urlai ancora per chiamare mia figlia: — Emma, Emma, Emma! —
Ed infatti dal fondo della grotta mi pervenne la risposta di Emma, il suono della sua voce tanto infantile ancora: — Eccomi, babbo, eccomi.
Mi parve non avesse risposto subito. Ci fu allora un violento sconvolgimento che credetti dovuto al mio salto nella cassa. Pensai ancora: — Sempre lenta quella figliuola quando si tratta di obbedire. — Questa volta la sua lentezza mi rovinava ed ero pieno di rancore.
{{Centrato|<nowiki/>* * *}}
Mi destai. Questo era lo sconvolgimento. Il salto da un mondo nell’altro. Ero con la testa e il busto fuori del letto e sarei caduto se mia moglie non fosse accorsa a trattenermi. Mi domandò: — Hai sognato? — E poi, commossa: —
Invocavi tua figlia. Vedi come l’ami?
Fui dapprima abbacinato da quella realtà in cui mi parve che tutto fosse svisato e falsato. E dissi a mia moglie che pur doveva saper tut-<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 155 —|}}</noinclude>to anche lei: — Come potremo ottenere dai nostri figliuoli il perdono di aver dato loro questa vita?
Ma lei, sempliciona, disse: — I nostri figliuoli sono beati di vivere.
La vita, ch’io allora sentivo quale la vera, la vita del sogno, tuttavia m’avviluppava e volli proclamarla: — Perchè loro non sanno niente ancora.
Ma poi tacqui e mi raccolsi in silenzio. La finestra accanto al mio letto andava illuminandosi e a quella luce io subito sentii che non dovevo raccontare quel sogno perchè bisognava celarne l’onta. Ma presto come la luce del sole continuò così azzurrigna e mite ma imperiosa ad invadere la stanza, io quell’onta neppure più sentii. Non era la mia la vita del sogno e non ero io colui che scodinzolava e che per salvare se stesso era pronto d’immolare la propria figliuola.
Però bisognava evitare il ritorno a quell’orrenda grotta. Ed è così ch’io mi feci docile, e volenteroso m’adattai alla dieta del dottore. Qualora senza mia colpa, dunque non per libazioni eccessive ma per l’ultima febbre io<noinclude><references/></noinclude>
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La novella del buon vecchio e della bella fanciulla ed altri scritti/Vino generoso
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" /></noinclude>{{ct|f=150%|t=4|v=2|INDICE DEGLI AUTORI}}
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<noinclude><pagequality level="1" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|84||}}</noinclude>{{Ct|L=.5em|AGOSTO 1755.}}
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|-
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| || ||1. || 2 || 1. || 10
| Pioggia, poi Sole.|| NE<sup>4</sup>N ||--: || 6
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| || || ||
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| || ||1. ||9 || . ||
| || || ||
|-
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| || ||1. ||9 || . ||
| || || ||
|-
| 7 ||N. L ||27. ||9
| || ||1. ||6 || . ||
| || || ||
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| || ||1. ||3 || . ||
| || || ||
|-
| 9 || ||27. ||10
| || ||2. || — || . ||
| || || ||
|-
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| || ||1. || 2 || . ||
| || || ||
|-
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| || || ||
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| || || ||
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| || ||1. || 1 || . ||
| || || ||
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| 14 ||P. Q. ||27. ||11
| || ||1. || 3 || . ||
| || || ||
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| || || ||
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| || || ||
|-
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| || || ||
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| || ||1. || 6 || . ||
| || || ||
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| || ||1. || 7 || . ||
| || || ||
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| || || ||
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| || || ||
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In costruzione
Consueto '''aggiornamento lilypondiano''' di metà mese:
* Al '''15 luglio 2026''', abbiamo trascritto (131) ''[[:Categoria:Partiture|partiture]]'' (ad oggi '''{{PAGESINCATEGORY:Partiture}}''').
* '''Q{{Sc|uesto mese}}''':
:Canti popolari
:<small> · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Romagna ed Emilia/Ameime mi}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Romagna ed Emilia/Fior di bambare}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Istria/Mi cioro}}· {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Istria/E su la reîva}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Istria/Amememeî}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Istria/Fiuri de reîso}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Lombardia/Dove si stâ jersira}}· {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Lombardia/De tan piscinin che l'era}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Lombardia/E gira che ti gira}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Lombardia/Me pader fa 'l moletta}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Lombardia/Mi gh'hoo la mia sorella}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Venezia/Canto del gondoliere}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Venezia/Amememi o dona Lombarda}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Venezia/Pelegrin che vien da Roma}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Venezia/Fame la nana}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Venezia/O benedett l'amor dei giovin}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Venezia/O giovanoti ô o}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Venezia/Canto l'armi pietose}}
</small>
:Musica colta
:<small>xxxxxx</small>
* '''{{Sc|Didattica}}''' — Come accennavamo a giugno, i ''frammenti'' (snippets) sono '''pezzi di codice precompilato riutilizzabile in contesti musicali analoghi'''. L'editor Frescobaldi consente di crearne di nuovi e salvarli nel programma, ma esiste in pubblico dominio un'opera davvero meritoria curata dall'Università Statale di Milano e integrata nei Manuali Lilypond. Si tratta della più vasta '''antologia di frammenti (snippets)''' disponibile on line: è un'enciclopedia vera e propria, utile per il neofita come per l'esperto. Offre una vasta gamma di modelli, di trucchi ecc... Non è completa (come potrebbe esserlo? Così al volo potrei suggerire almeno due argomenti che mancano) e si presenta un po' in Italiano e un po' in Inglese, ma è assolutamente affidabile ed aggiornata alla ver. 2.24.4, quasi l'ultima versione di Lilypond.
:Eccola: https://lilypond.org/doc/v2.24/Documentation/snippets/index
* '''{{Sc|Edizioni critiche}}''' — Pur avendo in archivio un numero relativamente piccolo di partiture, tuttavia si cominciano a intravvedere alcuni percorsi di rilevanza musicologica tra più versioni dello stesso brano musicale. Ad esempio abbiamo 3 diverse versioni di ''Donna Lombarda'', un canto popolare antichissimo.
** Versione dalmata: {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Dona lombarda}}
** Versione romagnola: {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Romagna ed Emilia/Ameime mi}}
** Versione veneta: {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Venezia/Amememi o dona Lombarda}}
** Versione istriana: {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Istria/Amememeî}}
* '''{{Sc|Integrazione con Wikipedia}}''' — Per rimanere nell'esempio, possiamo migliorare la relativa voce ''Donna Lombarda'' presente su wikipedia, ad es. integrandone la Bibliografia: https://it.wikipedia.org/wiki/Donna_lombarda#Bibliografia
==[[https://it.wikisource.org/wiki/Wikisource:Bar/Archivio/2026.06#Musica_nel_wikiverso_2026.6 Musica nel wikiverso 2026.6]] ==
==[[https://it.wikisource.org/wiki/Wikisource:Bar/Archivio/2026.06#Musica_nel_wikiverso_2026.5 Musica nel wikiverso 2026.5]] ==
== 8.5.2026 ==
Ho trascritto per wikisource una «'''bluette'''» di Pietro Floridia, pubblicata sulla rivista della Ricordi "Musica d'oggi" a luglio del 1920. La «bluette» è una breve e raffinata composizione pianistica di carattere elegiaco. Qui in effetti lo spunto è offerto al musicista da una poesia di Théophile Gautier. La composizione è ancora più suggestiva perché il termine "bluette" - in francese - è utilizzato principalmente per indicare un colore azzurro intenso, (bleu turquoise o bleu vif). E - sempre in francese - l'assonante "bleuet" è il fiordaliso, uno dei pochi fiori davvero blu, così che per affinità «bluette» ha finito per significare "scintilla".
Buon ascolto 🎹
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==[[Wikisource:Bar/Archivio/2026.04#Musica_nel_wikiverso|Musica nel wikiverso 2026.4]]==
==[[Wikisource:Bar/Archivio/2026.03#.eps_files|Musica nel wikiverso 2026.3]]==
== 17.3.2026 ==
'''[[Ars_et_Labor,_1908_vol._I/N._2/Automobile|Automobile]]''' è una divertente composizione per pianoforte di Giulio Ricordi (sì, oltre che editore è stato compositore). Frutto del clima culturale che anticipa il futurismo (1908), celebra con ironia l'avvento dell'automobile, quando delle macchine si poteva ancora scherzare e prima che il futurismo stesso venisse fagocitato dalla propaganda bellica.
Esilarante il modo in cui viene reso il sobbalzo dei passeggeri a causa di una cunetta, nonché l'occasionale investimento di un povero cane vittima (collaterale) della macchina che tutto travolge: nulla la arresta! L'accidentale scoppio di una gomma (altra ironia) viene prontamente riparato e il motore - arrancando - porta finalmente i passeggeri a destinazione. Ah, la ''Belle Époque!''
==[[Wikisource:Bar/Archivio/2026.02#Babel_Lilypond|Musica nel wikiverso 2026.2]]==
== 22.2.2026==
<poem>[[File:Sandringham House from the air (cropped).jpg|miniatura|sinistra]]'''Coincidenze!'''
Stavo giusto trascrivendo la [[Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N._7/Sandringham_-_Marcia |''Sandringham March'']] di Natalie Townsend quando giunge la notizia dell'arresto dell'ex-principe Andrea, indovinate dove? Ma a '''Sandringham House''', ovviamente, la residenza di campagna dei Windsor, nel Norfolk! Qui si era ritirato dopo lo sfratto dalla Royal Lodge di Londra in seguito alle indagini sugli Epstein Files!
Ebbene, nel luglio 1904 la compositrice statunitense - nonché moglie di un ambasciatore USA - fu ospitata nella Sandringham House per una breve vacanza e lasciò come dono alla Regina Alexandra - che l'aveva invitata per la stima che aveva nei suoi confronti - questa elegante e briosa marcia.
https://it.wikisource.org/wiki/Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N._7/Sandringham_-_Marcia Non era raro che i brani della Townsend venissero eseguiti dalle bande militari britanniche durante i cambi della guardia o in occasione di eventi ufficiali a cui partecipava la Regina.
Altri tempi!</poem>
==[[Wikisource:Bar/Archivio/2026.01#Ars_et_Labor_1906,_vol._I_con_SAL_75%|Musica nel wikiverso 2026.1]]==
== 27.1.2026==
:La musica attraversa il tempo e lo spazio perché è un linguaggio universale: più facile suonare con un giapponese, che parlargli.
:E questo vale anche per la musica del passato, per la quale wikisource offre mille possibilità.
:Accade così che [https://it.wikisource.org/wiki/Ars_et_Labor,_1907_vol._II/N._9/Aria questa "Aria barocca"] di Antonio Francesco Tenaglia, un clavicembalista della metà del XVII sec., venga scoperta e trascritta per violino e pianoforte 250 anni dopo, nel 1906, da [https://it.wikipedia.org/wiki/Enrico%20Polo Enrico Polo], un violinista cultore di Paganini.
:E venga poi pubblicata su Ars et Labor, una bella rivista dell'Archivio Ricordi in corso di trascrizione su Wikisource.
:Così oggi, esattamente 120 anni dopo, accade che io possa codificarla per digitalizzarla in MIDI.
:E possa poi anche sostituire la voce del violino con quella della mia armonica accompagnata dal pianoforte e... [https://www.spreaker.com/episode/aria-barocca--69423778 suonare un pezzo barocco per poi pubblicarlo sul mio podcast].
:Non è sempre stato così: devo dire grazie a Wikisource. E ovviamente grazie all'autore, al musicista che l'ha scovato e trascritto, al decodificatore, all'interprete e grazie anche a [https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_d%27Arezzo Guido d'Arezzo], di cui a dicembre si è celebrato il millenario della notazione musicale da lui inventata.
{{A destra|(pubblicato sulla pagina Facebook di Wikisource)}}
== 21.1.2026 ==
All'Archivio Ricordi (info@)
Gent.ma Redazione,
... ho curato la trascrizione su Wikisource dei primi 6 numeri di Ars Et Labor con le relative partiture in MIDI.
Nell'accingermi a proseguire il lavoro con il secondo volume del 1906 della rivista, ho notato che le partiture elencate non sono però incluse nella versione digitale di Ars et Labor. E' possibile recuperarle?
Ecco l'elenco, così come ricostruito dalle stesse pagine della rivista:
# Sous les pommiers di Vittorio Monti per mandolino e piano (n. 7, 1906, p. 647 cartacea, 37 digitale)
# A lei di G. Calamani, romanza. (n. 7, 1906, p. 644 cartacea, 37 digitale )
# [https://musescore.com/user/97106398/scores/19541758 Quelle labbra non son rose... di Stefano Donaudy] (n. 8, 1906, p. 751 cartacea, 88 digitale)
# Au son des harpes di Alfred Cottin (n. 8, 1906, p. 751 cartacea, 88 digitale)
# Dejanice di Alfredo Catalani (n. 9,1906, p. 839 cartacea, 137 digitale)
# Campane di Napoleone Cesi (n. 10/1906, p. 927 cartacea, 181 digitale)
# Se vuoi ch'io muoia, amor, morrò... di Stefano Donaudy (n. 11, p. 1036 cartacea, 236 digitale)
# Éloignement di Henry Soro (n. 11, p. 1036 cartacea, 236 digitale)
# Allegretto per organo di Roberto Remondi (n. 11, p. 1036 cartacea, 236 digitale)
# Il presepio di J. Burgmein (n. 12, p. 1133 cartacea, 284 digitale)
# Musette (da: Heures deliceuses) di Enrico De Leva (n. 12, p. 1133 cartacea, 284 digitale)
Grazie per l'attenzione e un cordiale saluto
== 15.1.2026 ==
Elenco (67 autori) ottenuta da [https://query.wikidata.org/querybuilder/?uselang=it&query=%7B%22conditions%22%3A%5B%7B%22propertyId%22%3A%22P570%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22time%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%7B%22value%22%3A%22%2B1955-00-00T00%3A00%3A00Z%22%2C%22precision%22%3A9%7D%2C%22subclasses%22%3Afalse%2C%22conditionRelation%22%3Anull%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P570%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22time%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%7B%22value%22%3A%22%2B1955-00-00T00%3A00%3A00Z%22%2C%22precision%22%3A9%7D%2C%22subclasses%22%3Afalse%2C%22conditionRelation%22%3A%22and%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P27%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q38%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22and%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q36180%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22and%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q201788%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22or%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q1930187%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22or%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q49757%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22or%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q28389%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22or%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%5D%2C%22limit%22%3A500%2C%22useLimit%22%3Atrue%2C%22omitLabels%22%3Afalse%7D questa query] a wikidata fatta con il comodo Query Builder chiedendo scrittori, poeti, storici, giornalisti e sceneggiatori italiani scomparsi nel 1955
{| class="wikitable sortable"
! item wikidata !! Nome !! Cognome
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| http://www.wikidata.org/entity/Q799111 || Ermanno || Amicucci
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| http://www.wikidata.org/entity/Q98164064 || Giuseppe || Ammendola
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| http://www.wikidata.org/entity/Q1005945 || Silvio || D'Amico
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| http://www.wikidata.org/entity/Q59533184 || Elio || Zorzi
|}
== 14.4.2025 ==
In questi giorni ho finito di trascrivere "Francesco e il suo tempo" di Francesco Prudenzano, un patriota meridionale che scrisse questo libro nel 1857, poco prima dell'Unità. L'avevo trovato citato in un articolo sul film "Frate Sole" (1918), emerso dallo scaffale del Cinema di Wikisource. Tra un anno si celebra l'ottavo centenario della morte di Francesco d'Assisi: piccolo contributo il mio nella speranza che il mite messaggio del poverello di Assisi non finisca soffocato dalle urla dei nazionalismi. L'11 gennaio di quest'anno 2025 ricorreva l'ottocentesimo anniversario del ''Cantico delle creature'', esordio poetico della letteratura italiana: non se n'è parlato molto, ma si può sempre rimediare...
Comunque il libro (il cui titolo completo sarebbe "Francesco d’Assisi e il suo secolo, considerato in relazione con la politica, cogli svolgimenti del pensiero e colla civiltà. Studii") bene ci mostra - con tutte le forzature nazional-patriottiche che si possono immaginare - come Francesco d'Assisi fosse destinato a diventare patrono d'Italia prima ancora che ci fosse uno Stato "Italia". Il buon Prudenzano si impegna a descriverci Francesco d'Assisi come "il santo italiano per eccellenza" e lo colloca all'inizio di una nuova "gloriosa" visione della cultura del nascente Stato.
Anche il cinema - sin dai suoi esordi muti - ha fatto la sua parte: ho contato 11 film italiani su Francesco d'Assisi dal 1911 al 2007... una media cioè di 1 film ogni 10 anni (e sicuramente ne avrò dimenticato qualcuno).
Nel gran calderone dei temi - talora polemici - sollevati dal libro, colpisce la storica rivalità tra francescani e domenicani, risalente al fatto che entrambi si trovarono nel XIII sec. a combattere le eresie, ma con due strumenti agli antipodi: la povertà di Francesco e la dottrina di Domenico. Dante nella Commedia risolve brillantemente la questione in Paradiso, facendo elogiare Francesco dal domenicano San Tommaso e Domenico dal francescano san Bonaventura. Perfetto! Ma la storia non finisce lì e si trascina fino al Risorgimento. E anche dopo: scopro infatti che se - come tutti sanno - Francesco è Patrono d'Italia, Caterina da Siena - terziaria domenicana a 16 anni, la cui reliquia della testa è custodita appunto nella Basilica di San Domenico a Siena - lo è anche lei! E così per non scontentare nessuno l'Italia si trova due patroni. La Francia ha Giovanna d'Arco, l'Inghilterra San Giorgio, l'Irlanda San Patrizio, la Spagna San Giacomo, noi invece due e pare che la Germania ne abbia addirittura tre. All'Europa ne basta uno: Benedetto da Norcia. Sit aliquis nobis auxilio!
== 21.2.2025 ==
Che bella sorpresa! Su wikisource possiamo anche trascrivere la musica e ascoltarla! Chi già legge la musica può con poco sforzo (e grande soddisfazione) usare Lilypond, un potente programma di incisione musicale per la produzione di spartiti di qualità eseguibili in MIDI. Ecco qui un piccolo esempio:
[[Al_mio_pregar_t'arrendi|Al mio pregar t'arrendi]], dalla Semiramide di Gioachino Rossini. E altri sono in arrivo :-) [[User:Pic57|Pic57]] ([[User talk:Pic57|disc.]]) 13:51, 21 feb 2025 (CET)
== 21.1.2025 ==
C'è qualcosa di profetico nel breve racconto - umoristico - "Per la storia..." (1942) di Vitaliano Brancati. Egli immagina che il suo amico e regista Mario Camerini (quello delle commedie sentimentali piccolo-borghesi degli anni Trenta), riceva un sonoro '''"no!"''' da una ragazza (milanese) che rifiuta (incredibile!) di diventare famosa attrice in uno dei suoi film. Non vi voglio spoilerare il finale - assurdo e sarcastico -, ma credo che se le donne - e gli uomini - rifiutassero davvero "con uno sguardo sfavillante di rabbia" di sottrarsi - almeno un po' - alle lusinghe e ai facili successi dell'industria dello spettacolo, il mondo sarebbe meno cinico nei loro confronti e il cinema ne guadagnerebbe in termini di qualità artistica. Ma non è facile in un'epoca che sembra aver trasformato tutto in spettacolo. Sembra impossibile: tuttavia il raccontino dice che si può. Si legge in due minuti e sta [[Per_la_storia...|qui, su wikisource, solo su wikisource!]]
== 12.1.2025 ==
In [[Note sul neo-realismo|Note sul realismo]] del 1952 di Agostino degli Espinosa, che l'autore sviluppa magistralmente a partire da una breve conversazione con Cesare Zavattini, leggo:<br>
''Un brano di musica o un discorso trasmesso dalla radio, raccoglie gli ascoltatori in un’unica commozione, rendendo illusoria la loro consapevolezza di essere ognuno in una dimora privata.''
Non esiste realtà individuale che non sia sempre inevitabilmente anche collettiva. Questa è la «fame di realtà» da cui nasce il neorealismo.
''Ognuno di noi per un’abitudine che solamente uno sforzo di pensiero può vincere, si crede ricinto di solitudine, libero da ogni rapporto con gli altri e lo spazio sociale in cui si libra gli appare come un oscuro «al di là» che trascenda il suo mondo. E’, affondando lo sguardo in questo «al di là», che Cesare Zavattini ha cercato «gli altri».''
Come il neo-realismo ci ha dimostrato, il cinema può essere quello "sforzo di pensiero" che solleva il velo delle solitudini.
== 10.1.2025 ==
Ho recentemente riletto per WS ''La figlia di Iorio'' di Gabriele D'Annunzio portando il SAL al 100% e l'ho trovato di un'attualità sorprendente in merito a quanto si sta dicendo sul patriarcato e sui femminicidi. Quest'opera (1904) - di carattere mitologico e non veristico, come si vorrebbe far credere (lo dimostrano i nomi i dei personaggi "Lazaro di Roio • Candia della Leonessa • Aligi • Splendore • Mila di Codra ecc..."), mi sembra la tomba del patriarcato. E infatti c'è un parricidio. Aligi uccide il padre Lazaro, più o meno intenzionalmente: per legittima difesa o per difendere Mila. O perché davvero si ribella. Ma - dilaniato com'è tra Mila e Vienda - non ha più la forza di sostituire Lazaro perché non è come lui. La figura che giganteggia alla fine è Ornella che - sottraendo Mila, la figlia di Iorio, al suo destino - ha di fatto ucciso il patriarcato che la reclamava attraverso l'ululante ''coro dei mietitori''. Alla fine l'eroina si immolerà per salvare Aligi (non più eroe, ma una vittima, un po' vigliacca anche). Chi ha capito tutto è invece Ornella, che da lì continuerà la sua emancipazione.
<poem>''A chi lo lasci l’aratro,
oh Lazaro, a chi lo lasci?
Chi ti vanga il campo tuo,
la tua mandra chi la pasce?''</poem>
Nessuno risponde. Perché il patriarcato è indissolubilmente legato all'agricoltura e alla pastorizia. E così la sua religione, ridotta qui a superstizione.
== 9.1.2025 ==
''[[La musica e il film]]'' è un saggio di ''S. A. Luciani'' scovato dentro il n. 6 della rivista B&N del 30 giugno 1937. Tra le tante cose interessanti che vi si scoprono, questa mi sembra una vera perla: <br>
''La musica nel film non ha solo la funzione di integrare obbiettivamente la visione silenziosa, ma di commentarla dal punto di vista dello spettatore, funzione analoga questa (non stupisca il richiamo storico) a quella del coro nella tragedia greca.''<br>
Proprio così: il coro agiva come intermediario tra la narrazione e il pubblico, offriva commenti, riflessioni, e spiegazioni sugli eventi che si svolgevano sulla scena. Insomma guidava la comprensione e l'interpretazione dei temi principali enfatizzando i momenti di tensione, dramma o pathos. E la colonna sonora non fa questo all'interno del film? Guida le nostre emozioni spesso anticipandole: quante volte siamo stati messi sull'avviso da una musica improvvisamente cupa che annuncia un evento catastrofico. O che lo sottolinea. O che al contrario libera da uno scampato pericolo un personaggio... e così via...
== 4.1.2025 ==
Qualche giorno fa stavo sfogliando su Internet Archive alcuni numeri della rivista "Cinema" del 1939 alla ricerca di qualche bel pezzo da portare su Wikisource: tra pagine intere di pubblicità (belle immagini però!) e propaganda di regime (uff!), sfoglia, sfoglia... ecco che all'improvviso leggo:
"Dramma e sonoro". Un articolo di Luigi Pirandello.... <br>
Faccio un salto sulla sedia! <br>
E da dove salta fuori quest'articolo del Maestro sul rapporto tra cinema e teatro? Nel '39 Pirandello era già passato a miglior vita da 3 anni. Possibile che ci abbia scritto qualcosa dall'aldilà e noi non ce ne siamo accorti? Sembrerebbe la trama di una delle sue novelle! <br>
Strabuzzo gli occhi e vado a leggere meglio. Si tratta di un articolo del 1929 (aaaah.... ecco!) scritto per "La Nacion" di Buenos Aires, in cui si è imbattuto - per caso anche lui - il buon Renato Giani che lo ha ri-tradotto in Italiano dallo Spagnolo e pubblicato poi sulla rivista "Cinema" dieci anni dopo la sua pubblicazione in Argentina. Un gioiellino! Vado subito a trascriverlo.
Eccolo, lo potete leggere qui anche voi: https://it.wikisource.org/wiki/Dramma_e_sonoro
Ma tu vedi cosa ti può capitare di leggere su wikisource... solo su wikisource!😀
== 28.12.2024 ==
E' in corso su wikisource la rilettura di Piccoli eroi, un romanzo per ragazzi scritto nel 1892 da Virginia Tedeschi-Treves - sotto lo pseudonimo di Cordelia - e pubblicato (ovviamente) dall'Editore Giuseppe Treves di Milano, di cui Virginia era consorte. Anzi sarà proprio grazie alla sua dote, proveniente da una facoltosa famiglia veronese, che la casa editrice potrà ingrandirsi e acquistare a Milano, in via Palermo, adiacente alla via Solferino, già sede della casa editrice, il terreno in cui insediare la tipografia che darà alle stampe nel 1864 ''Il Corriere di Milano'', giornale liberale di ispirazione cavouriana, che dieci anni dopo diventerà ''Il Corriere della Sera''.
''Piccoli eroi'' è un romanzo piuttosto importante nella nostra letteratura: non tragga in inganno il fatto che sia destinato ai ragazzi. Sarebbe anzi ora di finirla di considerare la letteratura per ragazzi come una letteratura di serie B. Questo romanzo ebbe ben 62 ristampe! A p.63/64 si legge: .''..le guerre di conquista non sono più conformi alla nostra civiltà, e l’Italia libera e indipendente non ha più gran bisogno che i suoi figli le consacrino il loro coraggio e il loro sangue, bensì le occorrono ingegni educati a forti studii, che la facciano ricca e potente.'' Un bel messaggio per i ragazzi dell'epoca. Le cose sarebbero però andate diversamente: ci sarebbe stata non solo una prima guerra mondiale, ma pure una seconda. Però fa piacere sapere che nel 1892 c'era chi la pensasse così!
== 22.12.2024 ==
E' in corso su wikisource la rilettura dei Canti orfici di Dino Campana nell'edizione originale, quella pubblicata a Marradi (la sua città d'origine, sull'Appennino tosco-romagnolo) nel 1914. Già questo è emozionante perché dietro quell'edizione c'è una bella storia che vi vorrei raccontare.
La raccolta dei Canti Orfici era già pronta per la pubblicazione nel 1913, ma la redazione della rivista Lacerba - quella di Papini e Soffici - a cui Campana aveva affidato l'unica copia del manoscritto - ebbe la dabbenaggine di smarrirla. Che fare?
Io penso che li avrei torturati.
Il poeta invece non si perse d'animo e riscrisse tutte le poesie a memoria: un'impresa titanica! Finito il manoscritto però, non lo riconsegnò a Lacerba (e come dargli torto?). Lo affidò a una tipografia del suo paese, la Tipografia F. Ravagli, appunto, come leggiamo sulla copertina. Ora, questa tipografia ha una storia particolare: era stata fondata da un marradese, Federico Ravagli, professore di Lettere nel Ginnasio di Cortona. La tipografia era il suo sogno e pubblicò varie riviste e opere del territorio, finendo per lavorare addirittura con il giornale di Firenze, La Nazione. Alla sua morte (1910) i macchinari furono trasferiti a Marradi, dove Bruno insieme a Baldo e Teresa, continuò l'attività del fratello Francesco. Fu dunque Bruno a pubblicare i Canti orfici, facendo un ottimo lavoro come possiamo vedere. La sua edizione è quella che stiamo trascrivendo digitalmente: proprio quella! Ecco perché anche solo sfogliarla per rileggerla è già emozionante.
Se la storia vi è piaciuta e volete fare un giro per provare anche voi l'emozione di trascrivere qualche pagina dei Canti orfici, cliccate qui: ( https://it.wikisource.org/wiki/Indice:Dino_Campana_-_Canti_Orfici,_Ravagli,_Marradi_1914.djvu )
Scegliete una pagina con l'iconcina rossa e buon lavoro. Però affrettatevi, perché le pagine da formattare stanno per finire e dovrete aspettare la prossima rilettura.
Ma tu vedi dove può portare un canto orfico di wikisource...😀
== 20.12.2024 ==
Rileggendo, per formattarlo in wikisource, il cap. IX del Trattato Primo del Convivio di Dante mi imbatto con meraviglia in un proverbio popolare, e cioè: "una rondine non fa primavera", cosa apparentemente inappropriata in un'opera filosofica di alto livello come il Convivio.
E invece scopro che Dante lo mutua da Aristotele: "come dice il mio maestro Aristotile nel primo de l’Etica". Vado immediatamente a verificare.
Aristotele ne parla a proposito della felicità: «come una rondine non fa primavera, né la fa un solo giorno di sole, così un solo giorno o un breve spazio di tempo non fanno felice nessuno»
Aristofane non si lascia scappare l'occasione per fare una battuta delle sue: «C'è bisogno di molte rondini» e Dante invece ne parla a per motivare la sua scelta (ancora una volta "popolare" ) di usare il volgare in un'opera filosofica: «pronta liberalitade mi mosse al volgare anzi che a lo latino»
Ma tu vedi dove può portare una rondine di wikisource😀
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|+ {{Ct|f=200%|t=0.5|v=0.5|{{Sc|le date della cinematografia italiana}}}}
|-
! Anno !!
|-
| {{Centrato|'''1895'''}} ||— (21 dicembre) Brevetto italiano per macchina cinematografica di ripresa e proiezione: [[w:Filoteo Alberini|Filoteo Alberini]].
|-
| {{Centrato|'''1897'''}} ||— Primo brevetto in tutto il mondo di macchina da ripresa a formato ridotto, con caricamento in piena luce: [[w:Filoteo Alberini|Filoteo Alberini]].
|-
| {{Centrato|'''1905'''}} ||— Costruzione del primo stabilimento cinematografico di produzione, a Roma: «[[w:Alberini & Santoni|Alberini e Santoni]]».<br>— Produzione del primo film spettacolare italiano, con ricostruzioni su fondali dipinti: «La presa di Roma».
|-
| {{Centrato|'''1907'''}} ||— Fondazione della Società di produzione cinematografica «[[w:Cines|Cines]]», che rileva gli stabilimenti «[[w:Alberini & Santoni|Alberini e Santoni]]». Nascita della «[[w:Ambrosio Film|Ambrosio]]», a Torino.<br>— Produzione del primo film italiano a carattere teatrale: «[[w:L'Histoire d'un Pierrot|La storia di un Pierrot]]»
|-
| {{Centrato|'''1909'''}} ||— Fondazione delle principali case cinematografiche italiane: «Coelio» e «Caesar», a Roma; «Comerio» e «Milano», a Milano; «Lombardo», a Napoli; «Pasquali» e «Itala», a Torino.
|-
| {{Centrato|'''1912'''}} ||— Produzione di «[[w:Ma l'amor mio non muore|Ma l’amor mio non muore]]», film che lancia e rende famosa l’attrice [[w:Lyda Borelli|Lyda Borelli]]
|-
| {{Centrato|'''1913'''}} ||— Produzione della «Teresa Raquin», film di ambiente borghese, con [[w:Giacinta Pezzana|Giacinta Pezzana]], [[w:Norina Matchabelli|Maria Carmi]] e [[w:Dillo Lombardi|Dillo Lombardi]].<br>— Produzione del film «[[w:Sperduti nel buio (film 1914)|Sperduti nel buio]]», primo film a carattere sociale, interpretato da [[w:Giovanni Grasso|Giovanni Grasso]].<br>— Produzione del primo film a spettacolo intero della cinematografia Internazionale: «Quo vadis?», tratto dal romanzo di Sienkievic, regista [[w:Enrico Guazzoni|Enrico Guazzoni]]: metraggio superiore ai 1000 m., costo 42.000 lire.
|-
| {{Centrato|'''1914'''}} || Produzione del film italiano che ha dato origine a «Intollerance» ed alla maggior parte dei film storici esteri: «[[w:Cabiria|Cabiria]]». Soggetto di [[w:Gabriele D'Annunzio|Gabriele d’Annunzio]], regia di [[w:Giovanni Pastrone|Giovanni Pastrone]], interprete principale [[w:Bartolomeo Pagano|Bartolomeo Pagano]] (Maciste), musiche di [[w:Ildebrando Pizzetti|Ildebrando Pizzetti]]. Lunghezza superiore ai 2000 m. <br>— Primo brevetto mondiale di macchina da ripresa per pellicola panoramica, 70 mm., (grandeur): brevetto Alberini, ceduto a una ditta americana nel 1926 (wide film).
|-
| {{Centrato|da '''1915''' <br>a '''1918'''}} ||— Produzione della Hesperia, di Ghione («I topi grigi» è del 1916), Amleto Novelli, Alberto Capozzi, Diana Karenne, Maria Jacobini, Alberto Collo, Pina Menichelli; inizi di [[w:Francesca Bertini|Francesca Bertini]].
|-
| {{Centrato|'''1919'''}} ||— Inizio della pletora di produzione: a Roma si fondano successivamente quaranta case cinematografiche, a Torino altre dieci. Epoca della grande produzione di [[w:Francesca Bertini|Francesca Bertini]].
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| {{Centrato|'''1920'''}} ||— Produzione del film «I Borgia», diretto da [[w:Luigi Sapelli|Caramba]]: ultima grande produzione storica della cinematografia ante crisi.
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| {{Centrato|'''1921'''}} ||— Creazione del grande trust cinematografico «[[w:Unione cinematografica italiana|Unione Cinematografica]]», che inizia il sistema di vendita della produzione a gruppi, collocando con un capogruppo buono altri nove scarti di produzione al prezzo globale per zona di 100.000 lire. Decadenza della produzione che si industrializza al massimo e arriva al lavoro in serie.
|-
| {{Centrato|'''1922'''<br>(gennaio)}} ||— Caduta della «[[w:Banca Italiana di Sconto|Banca Italiana di sconto]]» che scontava il portafogli cinematografico: chiusura del credito all’industria. Si iniziano subito i fallimenti delle case minori.
|-
| {{Centrato|'''1923'''}} ||— Periodo di ristagno assoluto nella produzione italiana.
|-
| {{Centrato|'''1924'''}} ||— Tentativo di ripresa da parte della [[w:Società Anonima Stefano Pittaluga|Anonima Pittaluga]] che rileva gli stabilimenti [[w:Fert (studio cinematografico)|FERT]] a Torino e realizza dei film con Maciste, di genere avventuroso, tipo romanzo d’appendice. La produzione ottiene un mediocre successo e gli stabilimenti sono rapidamente richiusi.
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| {{Centrato|'''1929'''}} ||— Per iniziativa di un gruppo di giovani è costituita la «Augustus», che realizza «[[w:Sole (film 1929)|Sole]]», regista [[w:Alessandro Blasetti|Alessandro Blasetti]]. Il film ottiene artisticamente un grande successo.
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| {{Centrato|'''1930'''}} ||— La [[w:Società Anonima Stefano Pittaluga|Pittaluga]] rileva gli stabilimenti della «[[w:Cines|Cines]]» ed inizia la produzione parlata in italiano con «[[w:La canzone dell'amore|La canzone dell’amore]]», regista [[w:Gennaro Righelli|Righelli]], interpreti Elio Steiner e Dria Paola; soggetto tratto da una novella di [[w:Luigi Pirandello|Pirandello]].
|-
| {{Centrato|'''1933'''}} ||— La produzione dei gruppi indipendenti, iniziata nell’anno precedente comincia ad affermarsi con film di carattere commerciale, interpreti principali [[w:Elsa Merlini|Elsa Merlini]] e [[w:Nino Besozzi|Nino Besozzi]].
|-
| {{Centrato|'''1934'''<br>(28 settembre)}} ||— Creazione della Direzione Generale per la Cinematografia presso il Sottosegretariato di Stato per la Stampa e la Propaganda.
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| {{Centrato|'''1935'''}} ||— A gennaio si inizia la lavorazione del film «[[w:Casta Diva (film 1935)|Casta Diva]]», realizzato con il controllo della Direzione Generale. A marzo e maggio provvedimenti a favore della cinematografia nazionale. Ad aprile e giugno inizi di lavorazione dei film della nuova produzione.
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|310|“{{Sc|scientia}}„|}}</noinclude>überdauern, so habe man es sehr selten mit Formen zu tun, die einander in den verschiedenen Stufen wirklich gleich sind. In vielen Fällen wäre es möglich, in den aufeinander folgenden Formen desselben Typus jene Änderungen festzustellen, welche es uns ermöglichen, das genaue Niveau zu erkennen, aus welchem die betreffenden Varietäten oder, wie man heute nach Waagen sagen würde, diese stratigraphischen Mutationen stammen. Andererseits brauche man, wenn d’Orbigny zwei Formen derselben Gattung, die zwei einander folgenden Stufen angehören, unter verschiedenen Namen trennt, nicht zu glauben, dass es sich um beträchtliche Verschiedenheiten handle, die den Gedanken an einen verschiedenen Ursprung nahe legen würden.
In Frankreich konnten bei dem Ansehen Cuviers Einwendungen, wie sie z.B. {{AutoreCitato|Antoine François Prévost|Prevost}} gegen die Katastropheulehre vorbrachte, keine Wirkung erzielen. Auch {{AutoreCitato|Jean-Baptiste de Lamarck|Lamarcks}} ''Philosophie zoologique'', in welcher zum erstenmale der Versuch gemacht wurde, die Umbildung der Arten durch Aufstellung von Stammbäumen zu erweisen, hatte dem durch Cuvier festgehaltenen {{AutoreCitato|Linneo|Linné}}’schen Artbegriff gegenüber keinen Erfolg. Die von Lamarck und seinem Kollegen am Jardin des Plantes {{AutoreCitato|Étienne Geoffroy Saint-Hilaire|Geoffroy St. Hilaire}} über die Umbildung der Arten geäusserten Gedanken, die sich später als so fruchtbringend erweisen sollten, blieben zunächst unverwertet, da nur wenige ihrer Zeitgenossen sie zu würdigen verstanden. Bekannt ist die Aufmerksamkeit, die Goethe dem Streite zwischen Cuvier und Geoffroy St. Hilaire zuwendete; weniger bekannt aber die Würdigung, welche er der durch {{Wl|Q73432|K. E. A. von Hoff}} vor Lyell begründeten aktualistischen Geologie zu Teil werden liess. {{AutoreCitato|Johann Wolfgang von Goethe|Goethe}}, der die Katastrophenlehre als die vermaledeite Polterkammer der Weltschöpfung verfluchte, urteilte über von Hoffs ''Geschichte der durch Überlieferung nachgewiesenen natürlichen Veränderungen der Erdoberfläche'' mit folgenden bezeichnenden Worten: «Wenn man das Studium dieses trefflichen Werkes antritt, so scheint es uns gleich, man setze sich zu Rat, und ein umsichtiger, seinem Gegenstande mit Liebe zugetaner Referent trüge den fraglichen Fall umständlich und zugleich gewissenhaft vor, dergestalt, dass er zwar wünscht, seine Kollegen von seiner Meinung zu überzeugen, aber nicht den mindesten Versuch macht, sie zu überreden». Auch von Hoffs Werk hatte, gleich jenen Lamarcks und Geoffroy St. {{Pt|Hilai-|}}<noinclude></noinclude>
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Il sessismo nella lingua italiana/Presentazione
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|22|{{Sc|in campagna}}|}}</noinclude><poem>
Ti dirò che sei bella come il raggio
Della luna tranquilla in una mite
Notte serena nel morir del maggio
Satura di soavi aure fiorite.
Ti dirò che sei bella come il mare
Cerulo della nostra Adria ridente
Dove i soffi d’Italia a salutare
Vengon le brezze d’Istria dolcemente.
Ti dirò che sei bella come il riso
Della Madonna al biondo {{AutoreCitato|Raffaello Sanzio|Raffaello}}
Discesa in sogno giú dal paradiso
Per farsi più gentil nel suo pennello.
Ti dirò che sei bella — e te l’ho detto
Mille volte, perchè d’una dolcezza
Immensa io sento palpitarmi il petto
Quando ragiono della tua bellezza.
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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In campagna (Pitteri)/Un pensiero a te
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Pagina:Monografia della citta di Roma e della Campagna Romana - presentata all'Esposizione Universale di Parigi del 1878 (IA monografiadellac02ital 0).pdf/5
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<noinclude><pagequality level="3" user="Gatto bianco" /></noinclude>{{Centrato|{{Sc|''Ministero dell’Interno — Direzione Generale di Statistica''}}}}
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<noinclude>Questa pagina contiene le '''segnalazioni di errori''' presenti nei testi di Wikisource con le rispettive '''proposte di correzione''', inserite dagli utenti mediante il [[Speciale:Accessori|gadget]] "Segnala un errore".
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Nella pagina: [[Pagina:Loti_-_Pescatori_d'Islanda.djvu/55]] il testo: <i>Avendone</i> dovrebbe essere corretto in <i>Avendo</i>. --[[Speciale:Contributi/~2026-32012-6|~2026-32012-6]] ([[Discussioni utente:~2026-32012-6|discussione]]) 20:20, 15 gen 2026 (CET)
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Nella pagina: [[Pagina:Rusconi_-_Teatro_completo_di_Shakspeare,_1859,_V-VI.djvu/317]] il testo: <i>prindpe</i> dovrebbe essere corretto in <i>prindpe</i>.
Commento: principe --[[Speciale:Contributi/~2026-79520-5|~2026-79520-5]] ([[Discussioni utente:~2026-79520-5|discussione]]) 23:59, 4 feb 2026 (CET)
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<poem>
E insanguinati artigli, ed era il suolo
Da monte a monte sol di sangue asperso.
Detto avrestù che tutta la campagna
Sotto a le penne scomparìa del fero
Augel caduto. Insanguinato il petto
Vedean del sire i valorosi, quale
Conturbati ne avrìa la fronte e il viso
Questa candida luna. Il benedissero
Tutti d’un tratto prenci e cavalieri,
Incliti in guerra, ed ogni suo campione:
:Il vassallo del regno eterno viva
Saggio ed accorto e d’anima serena!
:Queste parole in quel momento udìa
Gurgsàr captivo, e come intese ratto
Che l’inclito signor vincente uscìa,
Si fe’ tremante per le membra sue
E fe’ smorte le guancie e là sen venne
Lagrimoso e dolente e colmo al core
D’un’aspra doglia. Le sue chiostre intanto
Figgea l’inclito re, figgeanle intorno
I suoi campioni d’anima serena,
E di serici drappi il suolo erboso
Coprìano intanto. Ivi sedeano a mensa
E chiedean vino rubicondo. Allora
Fe’ cenno il sire che dinanzi a lui
Gurgsàr venisse, innanzi a lui, signore
D’inclita fama. D’un gagliardo vino
Gli die’ tre coppe, e quelle gote sue
Si colorâr com’è di fieno greco
Il fior vivace. Disse il re: Tu mira,
O brutal ceffo, o d’alma trista e rea,
Mira a quest’opre degli eroi del mondo!
Il Simùrgh non è più, non son que’ lupi,
Que’ leoni non son, non quell’immane,
Che aguzzi artigli avea, drago maligno.
:Alta la voce, così disse ratto
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<poem>
Degna adunque non far questa mia colpa,
Tu, supremo Fattor degli astri belli
E de la bianca luna. — Allor che il vide
Tanto indugiar ne la faccenda grave,
Poi che lento gli parve a la battaglia
Rùstem guerrier, così gli disse il prence:
:Rùstem fra l’armi celebrato, stanca
È quest’anima tua de le battaglie.
Ma tu ratto vedrai quali son frecce
Di re Gushtàspe, leonino core,
E punte acute di Lohràsp guerriero.
:Una freccia avventò su l’elmo fulgido
Di Rùstem battaglier, quale da l’arco
Suole balzar d’un prode alto in arcioni.
Ma Rùstem valoroso, ecco! su l’arco
De’ tamarici la mortal saetta
Dispose tale, quale aveagli appreso
Ne la notte il Simùrgh. Dritta la spinse
D’Isfendiar negli occhi, e in ombre fosche
Per l’inclito guerrier s’avvolse il mondo.
Con due punte di strali ei trapassava
Gli occhi del sire, e tosto si spegnea
Della vendetta la vivace fiamma
Appena ell’avvampò. L’alta persona,
Qual agile cipresso, in giù piegava,
E la mente ne uscìa, ne uscìan potere
E sentimento. A capo in giù dall’alto
Il re, fedele a Dio, precipitava.
Dalla man gli cadea quell’arco invitto
Che Ciaci gl’invïò. Ma la criniera
Del suo bruno leardo e il collo eretto
Egli afferrava in sua caduta e rossa
Si fea pel sangue suo del tristo campo
La fonda arena. Gli gridava intanto
Rùstem feroce: La semenza rea
Così menasti a recar frutti! Quello
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<poem>
Veramente sei tu che iva gridando:
«Ho ferree membra, e questo ciel superno
Rovescierò su questa terra». Intanto
Cento e sessanta in ben compatto legno
Tuoi strali io ricevei, nè per la gloria
O pel biasimo mio levai la voce
A far lamenti. Una saetta mia
T’allontanò da la battaglia, e tu
Su l’alto del destrier famoso in guerra
T’addormenti così! Lignea toccasti
Una saetta mia, forte ed eletta,
E la tua fronte reclinando vai
Sul culmo dell’arcion. Ma già si cala
Il capo tuo sotterra, e geme il core
Della tua madre affettüosa. — Intanto
Dell’inclito signor grave cadea
La testa al suol, dall’alto del suo bruno
E nobile destrier precipitando.
:Immobile restò, fin che rinvenne
1 perduti suoi sensi. Allor, sul nudo
Terren si assise e ad ascoltar si pose,
Indi afferrò dall’un de’ capi il dardo
E il trasse fuor; la punta ei ne traeva
Tinta di sangue con le penne sue.
:Ma in quell’ora a Behmèn giugnea l’annunzio,
In tenebre cader quella de’ regi
Inclita maestà. Corse il fanciullo
E disse a Beshutèn: La nostra pugna
A doglia acerba se ne andò congiunta,
Che del guerrier come elefante in giostra,
Cadde al suol la persona, onde la terra
Per tanto duol si fa qual sepoltura
A noi smarriti. — Andarono que’ due
Correndo e a piè, dinanzi da l’esercito,
Fino a l’eroe languente. Oh! pien di sangue
Vedean quel petto di gagliardo e tinta
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<poem>
Di sangue pur nella sua man diritta
Una punta mortal! Tutte si fece
Le vesti a brani Beshutèn piangendo
E polve al capo si gittò; ma al suolo
Gittavasi Behmèn, ponea le gote
Sovra quel sangue tepido e fumante,
E Beshutèn incominciava i lai.
Oh! piangendo ei dicea, qual de’ famosi
E qual de’ prenci di quaggiù conosce
I secreti del mondo? E li conosce
Iddio soltanto, di quest’alme nostre
E del cielo Fattor, sovrano sire
Di questo sol, de l’astro della sera
E di Saturno corruscante! Or vedi,
Vedi che Isfendïàr, qual per la fede
La vindice sua spada inclito e forte
Un dì brandìa, che da idolatre genti
Purificò quest’ampia terra, e mai
Ad opre ingiuste la sua man non stese,
Qui cade e muor ne’ sorridenti giorni
Di giovinezza! Quella fronte sua
Incoronata reclinava al suolo!
Ma vedi ancor che ove dolor la gente
Incolga per un reo, quand’è per lui
Piena d’affanno l’anima d’un prode.
Molti sul capo reo volgonsi tempi,
Che in alcun giorno mai di sua sconfitta
Egli non vede il male! — I giovinetti
Prendeansi in grembo del ferito eroe
La testa e ne tergean compunti e mesti
Il caldo sangue. Beshutèn su lui
Facea gran pianto, e di lagrime avea
Piene le gote e gonfio il cor d’ambascia
E piangendo dicea: Prence sovrano,
Isfendïàr, guerrier, d’inclito seme
Di monarchi quaggiù, chi mai potea
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<poem>
Cotesto monte, baluardo in guerra,
Dalla sua base discrollar? chi mai
Atterrava il leon sì generoso,
E chi divelse le robuste zanne
A l’elefante battaglier? chi tutte
Sconvolse e fe’ levar le maestose
Acque di Nilo, e chi traea nell’ombra
Questo fulgido sol? chi fea dispregio
Al gran signor da l’eretta cervice,
E chi gittò la face ardente, tutta
Onde avvampa la casa? Oh! da maligno
Occhio di rei quale toccò sventura
Alla semenza nostra! Eppur non cade,
Dubbio non cade che dovrìa sventura
Solo a’ tristi toccar! Dov’è quel core
E la tua mente ed il consiglio tuo.
La tua possanza e la fortuna bella,
E tua religïon? Dov’è quel tuo
Far di gagliardo nella pugna e dove
Il tuo dolce cantar ne’ tuoi conviti?
Deh! poi che il mondo da’ nemici tuoi
Purificasti, nè ti venne mai
Timor di Devi e di leoni, intanto
Che già toccavi di tue molte imprese
Il dolce frutto, al sen di questa terra
Ti veggo ritornar qual d’un’antica
Nutrice al grembo! Maledetto sia
Il trono imperïal con la corona!
D’essi d’uopo non è far ricordanza
In alcun tempo mai, che un cavaliero
Quale sei tu, principe eroe, prostrato
Poi ch’egli hanno alla terra in turpe guisa,
Così dovrà l’eredità del trono
Restarsi a re Gushtàsp con la corona!
L’infido re Gushtàsp ne l’opre sue!
:Dissegli Isfendïàr con molto senno:
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<poem>
Uom sapiente e d’inclita fortuna,
Te stesso innanzi a me così non perderti,
Che questa sorte venne a me dal cielo
E dalla luna. È giaciglio la terra
Ad esanime spoglia, e tu di questo
Mio fato acerbo non dolerti, o caro,
In questa guisa. Ov’è Fredùn illustre?
Dove Hoshèng e Gemshid? Venìan da lieve
D’aria spirar, ne andarono compunti
In un breve alitar. Quegli avi miei
D’intatta stirpe, nobili ed eletti.
Dall’alto capo, ci lasciâr partendo
Deserto il loco e niun di lor restava
A questa vita peregrina. Assai
Mi volsi attorno per la terra, aperta‐
mente e in segreto, per attuar la via
Di Dio quaggiù, guida e maestra in questo
Ponendo alta grandezza. E poi che luce
Già si prendea cotesto verbo e tolta
Era da male oprar la man grifagna
D’Ahrimàn fraudolento, a me distese
L’artiglio suo, qual di leone in caccia,
Nemico il fato e m’atterrò di sotto
Come timido onàgro. Oh! la speranza
È ancora in me che questo core e l’alma
Raccoglieran del seme in paradiso
Quale in terra spargean! Ma non m’uccise
Il figlio di Destàn col valor suo!
De’ tamarici guarda a la saetta
Ch’io serro in pugno. Giunse il tempo mio
Per questo legno al termine segnato
Con l’opra del Simùrgh, di quell’accorto
Rùstem con l’opra. La magìa secreta
E l’incanto fe’ Zal, ch’ei solo in terra
Questi filtri conosce e questi inganni.
:Pronunciate che avea queste parole
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/403
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Alex brollo
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<poem>
Isfendïàr, crucciossi e a lagrimare
Per fiero duol Rùstem si diè. Si trasse
Accanto a Isfendïàr, d’alto cordoglio
Trafitto e mesto e doloroso, e poi
A prence Beshutèn disse in sua doglia:
:Ben si vuol ricordar d’uomini in guerra
Leal virtù. Ciò ch’egli disse, vero
Qui tutto disse, nè principio ei pose
A codardo mentir, per nobil core
E lealtà. Davver! che per un tristo
Devo e maligno vennemi dal fato
In sorte aspro dolor, ch’io da quel tempo
Che l’armi cinsi a guerreggiar cercando
De’ valorosi le battaglie, mai
Non vidi cavalier qual era in giostra
Isfendïàr, cinto dell’armi sue
Atte agli assalti. Ma poichè possanza
Io non m’avea nel contrastar con lui,
Come vidi quell’arco e l’ampio petto
E il fero artiglio, volsimi per manco
Di possa all’arti, ch’io non volli mai
Cedergli innanzi una sol volta. Posi
La vita sua su l’arco mio possente,
E poi che venne il dì fatal per lui,
La saetta scagliai. Che se fortuna
Eragli amica, la mortal saetta
De’ tamarici come mai potea
Essermi all’uopo? Uscir tutti dobbiamo
Da questa terra tenebrosa, e un solo
Dar di più non possiam breve respiro
Per curar che si faccia. Oh! ma di questa
Opra sì trista il segno è in me! Per questa
De’ tamarici esizïal saetta
Argomento sarò di mesta istoria.
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/404
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Alex brollo
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{{Ct|c=t1|XVIII. Parole estreme e morte d’Isfendyâr.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1219-1222).}}
<poem>
:A Rùstem così disse in quell’istante
Isfendïàr: Del tempo mio già viene
Il fine estremo, e tu non evitarmi.
Levati e vieni a me, che altro in me sorse
Consiglio omai. Tu bene ascolta questi
Ammonimenti miei, le mie parole;
Abbile in pregio per il figlio mio.
Studio tu vi porrai, còmpile ancora,
E al figlio mio nella grandezza sua
Sii tu la guida. — Diede ascolto il prode
A que’ detti, e venia correndo a piedi
E lagrimando. Oh si! per la vergogna.
Lagrime ardenti giù dagli occhi suoi
Egli versava e si dolea parlando
Con voce spenta. Ma Destàn l’annunzio
Aveasi allor dal campo dell’assalto,
E come nembo per la via scendea
Dal suo castello. Vennero con lui
Zevàreh e Feramùrz quai forsennati
Fino al loco ove traccia era de’ prodi,
Mentre dal campo si levava grido
Che sì dicea: Della luna e del sole
Il volto s’oscurò! — Ma Zal si volse
E disse al figlio suo, Rùstem guerriero:
:Deh! figlio mio, dinanzi a te per fiera
Doglia piango del cor, ch’io bene udii
Da sacerdoti già, da sapïenti
E da astrologi ancor, che quale il sangue
Sparge d’Isfendïàr, acerbo fato
Il va cacciando, ed egli ha duolo in terra
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Alex brollo
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<poem>
E rancura d’assai, misero e gramo
Dopo il transito suo. Ma tale è il fato,
E avvenne ciò che avvenne, ed i secreti
Di questa volta dell’azzurro cielo
Nato mortal non sa. — Dicea frattanto
Isfendïàr al prode cavaliero:
:Non da te, non da te vid’io la mala
Fortuna mia. Non Rùstem battagliero.
Non il Simùrgh, non l’arco e la saetta
Nel fiero assalto, l’alma mia si portano
Da queste membra. Ma ben fea Gushtàspe
Il tristo giuoco a me. L’anima mia
Benedir più nol può! Dissemi: «Vanne,
Vanne al Sistàn e destavi un incendio,
Ch’io più non vo’ che d’oggi in poi rimanga
Salva la terra del Nimrùz». Cotesta
Cura ei ponea perchè sue genti e il serto
Gli rimanessero e i tesori, ed io
Qui mi restassi al faticar. Ma intanto
Questo già illustre figlio mio, prudente,
E già mio consiglier vigile e accorto,
Behmèn diletto, con amor del core
Tu ricevi da me, prence gagliardo,
E ricordati poi di che favello
In tal momento. Nel Zabùl tu lieto
Allevalo con te, per lui rammenta
De’ tristi e rei le ignobili parole,
E gli apprendi a ordinar ne le battaglie
De’ guerrieri le file, il portamento
In fiero assalto, in genïal convito
E in vasta caccia. Del ber vino ancora
E de’ canti e de’ suoni ogni dottrina
Tu gii disvela e de’ globi rotanti
E de le clave gli assestati colpi
E il far grande e cortese ed ogni foggia
Di ben parlar. Giamàsp, di cui si perda
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<poem>
Il tristo nome ed ei quaggiù nel mondo
Mai non vegga compiuto un suo desìo,
Dissemi un dì che erede mio doveva
Esser Behmèn, più degno assai di quella
Imperïale potestà, chè quale
Dal seme di Behmèn verrebbe un giorno,
Degno sarìa di regal seggio e illustre.
:Come l’udìa, balzava ratto in piedi
Rùstem e al petto si ponea la destra
Al comando del sire. Oh! se tu muori,
Disse, da questi ammonimenti tuoi
Non andrò lungi. Ben farò le cose
Che vai dicendo, e su l’eburneo trono,
Illustre e grande, il figlio tuo diletto
Farò seder, quella corona fulgida,
Luce del cor, gli porrò in fronte, e poi,
Sì come schiavo, cingerommi a’ fianchi
Dinanzi a lui per dirlo e proclamarlo
Signor d’Irania e principe sovrano.
:Di Rùstem come udì quelle parole
Che tanto gli dicean, così rispose
Isfendïàr: Antico eroe, deh! sappi
Che in testimonio alle parole mie
È l’Eterno dal ciel, qual mi fu guida
Alla mia santa fè, che dopo tante
Opre leggiadre che compiesti, il capo
Sollevando così per molte prove
Di valor fra le genti, ora il tuo nome
A male si voltò, sì grande un giorno,
Mentre di voci dolorose e meste
S’empie il mondo per me. Piegasi omai
Prostrata l’alma tua. Ma fu cotesto
Consiglio e volontà di Dio signore.
:Poi disse a Beshutèn: Da questa terra,
Fuor de le bende funerali, nulla,
Nulla chiegg’io. Come uscirò da questa
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<poem>
Vita sì breve, tu componi ed ordina
Le nostre schiere e fa ritorno; e allora
Che sarai giunto nell’irania terra,
Al padre mio dirai: «Poi che vedesti
D’ogni tua brama il fin, tue scuse ancora
Mendicar non dèi tu. Al tuo desire
Sempre e dovunque s’accordava il fato,
E col tuo nome segnano i suggelli
Imperïali. Ma non era questa
A te da presso del mio cor la speme,
Degna però che uscisse da la fosca
Anima tua! Tutta ordinai la terra
Di mia giustizia con la spada e ratto
Purificossi questo mondo intorno
Da l’opre triste de’ malnati. Intanto,
Poi che vigor prendea la fè novella
In iranico suol, poi che dovuta
Erami quella imperïal grandezza
E dignità, de’ prenci nel cospetto
Ammonimenti mi donasti e a morte
Qui m’invïasti in tuo secreto. Or tutto
Del tuo core il desìo toccasti omai,
E però qui t’adorna e sali al trono
Con la pace del cor. Poi che qui avesti
La sicurezza tua, da te la morte
Allontana in eterno ed un convito
Nella tua casa imperïal t’appresta.
A te il trono, gli stenti e la rancura
A me tapino; a te l’inclito serto,
A me la bara funeral che cingami
De’ fianchi suoi. L’uom de la villa, antico,
Esperto, oh! che mai disse? «Una fatale
Punta di dardo non andò lontana
Mai dalla morte!» ei disse. E tu, signore.
Non dirti ancora de’ tesori tuoi
Franco e sicuro, non del regal seggio.
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<poem>
Non del tuo serto. Là, su quella via
Che mena al ciel, t’attenderà quest’alma
Con occhi intenti; e come giunto sii,
Ambo andrem noi dinanzi al Giudicante
E direm gli argomenti e il suo giudizio
Ascolterem». Dal padre mio tornando,
Vanne alla madre mia. Sì le dirai:
«O dolce madre mia, venne la morte!
Guerresco usbergo contro al dardo suo
Tanto valea quanto spirar d’un’aura.
Che la punta feral d’acciaio un monte
Trapasserebbe. Dopo me, tu vieni,
Deh! vieni, o madre mia piena d’amore,
Nè t’indugiar! Per me non corrucciarti,
Non corrucciar l’anima tua. La fronte
Non mi scoprir dinanzi da la gente,
Non contemplar tra le funeree bende
Questo mio volto, che la vista amara
Dolor ti crescerà, nè alcun de’ saggi
Avrà lodi per te». Dirai tu ancora
Alla mia sposa, a le sorelle mie
Che in lor secreto fean di me ricerca
Con tanto amore, a lor sì dolci e sagge
E adorne di virtù: «Per sempre addio!
Addio, dilette a questo cor! Mi venne
Del padre mio per la corona un’alta
Sventura al capo, e la mia dolce vita
Fu chiave a disserrar de’ suoi tesori
Le porte a lui. La chiave, ecco! gl’invio,
E l’afferri quell’anima sì fosca
Nella vergogna sua!». — Disse e diè un alto
Sospiro e aggiunse ancor: Da re Gushtàspe
Vïolenza toccavami, — e all’istante
Da quelle membra sì leggiadre uscìa
L’anima pura. Cadde resupina
Sul bruno suol l’esanime sua spoglia
Cui trapassava la mortal saetta.
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<poem>
Come più presso a Beshùten si pose
Behmèn dolente, lacerossi attorno
Tutte le vesti alla persona, e a brani
Rùstem si fe’ le vesti sue, col capo
Pieno di fango, con ambe le gote
Sparse di polve. E si dicea piangendo:
:Deh! valoroso cavalier, di cui
Re bellicoso era il grand’avo e sire
È il genitor, la gloria mia si fea
Bella pel mondo; ma tristo è il mio fine
Per opra di Gushtàsp. — Molto qui pianse
E si volse all’ucciso e così disse:
:Nobil signor che non avêi compagno
O egual nel mondo, l’alma tua già sale
Al paradiso in ciel; ma il tuo nemico
Miete del seme che gittò. — Zevàreh
Dissegli allora: illustre, a te la grazia
Non è bello accettar. Dal sapïente
Questa sentenza non udisti forse,
Quale ei dicea dietro proverbi antichi?
«Se tu nutri, ei dicea, di leon fero
Il picciol nato, zanne aguzze tosto
Avrassi e ardito e truculento ei fia.
E quand’ei leverà la testa altera
Subitamente e cercherà la caccia,
Assalirà nell’impeto primiero
Chi l’allevò». Riposano le due
Nostre frontiere da maligno influsso
D’occhio maligno; ma sventura e male
Prima l’Irania toccherà da questo
Caso crudel, poi che trafitto cadde
Un re qual era Isfendïàr. Tu poi
Male vedrai dalla tua sorte, e tosto
Da Behmèn coglierà grave sciagura
La terra di Zabùl, tutti avran doglia
Di Kabùl i vegliardi. E vedi e pensa
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<poem>
Che ratto ch’ei fia re, del padre suo
Isfeudïàr si piglierà vendetta,
Dopo la morte tua quest’ampia terra
Farà congiunta con l’iranio suolo
Questo vindice eroe. — Non han possanza,
Rùstem gli disse, contro a questo cielo
Chi giusto pensa e chi mal pensa. Quello
Che occhio di senno vede chiaro e il mio
Mi renderà nome caduto, scelsi
Liberamente. Che se male un giorno
Behmèn adoprerà, si dorrà poi
Del suo destin. Ma tu, col tuo sospetto,
L’occhio non vellicar della sventura.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|XIX. La bara d’Isfendyâr recata al re Gushtâsp.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1222-1226).}}
<poem>
:E fe’ comporre nitida una bara
Tutta di ferro e stese un drappo fulgido
Che di Cina venìa. Spalmò di pece
Tutta del ferro la parete interna,
E su la pece sparse muschio eletto
Ed agalloco misto. Ampio lenzuolo
Fece all’estinto d’un cinese drappo
Intesto d’oro, e piangea costernata
L’inclita compagnia tutta a l’intorno.
Ma poi, com’ebbe ricoperto e avvolto
Il bianco petto, Rùstem gli cingea
Di bei turchesi una corona in fronte,
E fermamente rinchiudeano a sommo
Gli altri la bara. — Così uscia dal mondo
L’arbor felice di real semenza.
Nato a portar giocondi frutti! — Allora
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 408 —|}}</noinclude>
<poem>
Quaranta si scegliea forti cammelli
Rùstem guerriero e pender fea cinesi
Drappi lucenti dagli eretti dorsi.
Un de’ cammelli sotto stava all’arca
Del morto sire e da manca e da destra
Venian cammelli e dietro li seguìa
L’esercito dolente. Ecco! ne andava
Dinanzi ai prodi Beshutèn; reciso
Recava il crine de l’eretta coda
E de le giubbe il nero palafreno
Del morto Isfendïàr. Volti percossi
Erano e crin divelti, ed ogni lingua
Parlava del suo re, cercava ogn’alma
Il suo signor; ma riversata al dorso
Recavasi il destrier la sella aurata,
Da cui quella pendea clava tremenda
Delle battaglie, e v’eran sopra l’elmo
Inclito, la corazza e la faretra
E la tiara di lui che amò gli assalti.
:L’esercito ne andò, ma si rimase
Behmèn in terra del Zabùl versando
Giù da le ciglia lagrime sanguigne
Che dal cor si partìan. Seco l’addusse
Rùstem gagliardo al suo castello, e quivi
Come l’anima sua dolce allevollo.
:Da quella via, giunse novella intanto
A re Gusbtàspe. L’inclito signore
Caddesi a capo in giù; tutte si svelse
Le vesti sue dal colmo petto, e quella
Inclita fronte e la regal corona
Giù toccarono il suol. Ma un suon di pianti
Miseramente per le iranie ville
Alto saliva, e l’ampia terra tutta
D’Isfendïàr del celebrato nome
Fu piena intorno, e per l’Irania, ovunque
La novella giugnesse, i re sovrani
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
Gittavan le corone, inclito segno
Di lor grandezza, e re Gushtàsp dicea:
:Eroe d’intatta fè, la terra e il fato
Mai non vedranno chi t’uguagli! Oh certo!
Di Minocìhr dai tempi un valoroso
Non venne mai con l’eretta cervice
Che pari fosse a te! Nel sangue reo
Tinse il ferro costui, purificando
La fede nostra in Dio, ripose il mondo
Novellamente alle sue forti basi.
:Ma d’Irania i possenti una grand’ira
Prendeano allor. Di re Gushtàsp cacciando
La reverenza via dagli occhi, dissero
Ad alta voce: Oh disgraziato! Allora
Che pel seggio regal quel valoroso
Isfendïàr nel Zabùl inviasti,
Il davi a morte! Ma tu cingi intanto
Il dïadema su la fronte e sei
In vita ancor. Ti sia sovra la fronte
La corona dei re segno d’obbrobrio
E s’affretti a sparir da questo cielo
La stella tua! — Così ne andâr compunti
Da l’albergo real, le regie insegne
D’atra polve cosparse ivi si giacquero.
Anche a la madre la novella giunse,
E giunse a le sirocchie. Elle piangendo
Uscîr con le figliuole in lunga schiera
Dal palagio real, co’ piè nell’atra
Polve e nel fango e senza veli in fronte.
Squarciata al petto ogni lor veste. Intanto,
Giugnea piangendo Beshutèn per calle
Lungo e dirotto, ed erangli da sezzo
La bara e il negro palafren. Le donne
A Beshutèn s’avvinghiar tutte e lagrime
Da le ciglia versâr come cadenti
Stille di sangue e si dicean: Di questa
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<poem>
^ 410 —
Angusta bara levaci il coperchio.
Mostraci ancora dell ucciso prence
La fredda spoglia! — Beshutèn, in mezzo
De le dolenti all’ampio stuol, piangente
E sospiroso e con percosse al viso,
A’ fabbri comandò: Lime apprestate
Aguzze e forti, che l’estremo venne
Turbamento al mio cor! — Schiudea di quella
Angusta bara il mobile coperchio
E nuovamente fea principio a un suo
Lamento fiero. Ma poichè la madre.
Con le sorelle costernate, il volto
Del prence rimirò d’un olezzante
Muschio coverto e la sua negra barba,
Smarrissi il cor de le leggiadre, e ratto
D’un’alta angoscia fu trafitto il core
Di lor, che il crine avean ricciuto in fronte.
E poi che ripigliar, dopo quel fiero
Smarrir de’ sensi, la ragione, volsero
A Seròsh ch’è di Dio l’angiol beato,
E venian poi dal feretro del sire
Con lagrime di duol fino a quel bruno
Suo palafreno. Gli palpar con molto
Amore il capo e la cervice eretta,
E Ketayùna il petto ne spargea
Di negra polve, che per tal destriero
Precipitò la nobile fortuna
Del re gagliardo e nell’orrenda lotta
Sovra quel dorso ei fu trafitto. Disse
La genitrice dolorosa: Oh! dunque
Sedendo sovra te, che l’orme infauste
In terra segni, trucidato il sire
Fu de’ Kay valorosi! Oh! d’ora in poi
Chi fra gli assalti recherai, qual preda
All’artigho darai novellamente
Di fero alligator? — Del palafreno
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 411 —|}}</noinclude>
<poem>
Al collo s’avvinghiar le dolorose
E ne sparser di polvere la testa,
Mentre salîr della dolente schiera
Al ciel le grida e rasentâr le nubi.
:Ma ne l’aula del re diritto entrava
Principe Beshutèn. Come vicino
Ei venne al trono imperiail, quel trono
Ei non baciò nè rese omaggio al prence,
Ma così disse ad alta voce: Sire
Di valorosi da l’eretto capo,
Segno ne venne che ogni cosa tua
Precipitando va! Male a te stesso
Facesti in ciò, de’ principi regnanti
Distruggesti la casa. È lungi, o sire,
Lungi è da te la maestà do’ prenci,
È lunge il senno, e castigo di Dio
Toccherai tu! Davver! che rotta piegasi,
nobil sire, la persona tua,
Sì che dopo cotesto in chiuso pugno
Vento sol stringerai! Mandasti a morte
Pel seggio imperïal quel figlio tuo;
Deh! non veggan mai più questi occhi tuoi
Il tuo seggio e la sorte! E già di rei
E di nemici è pieno il mondo, e il serto
Eternamente su cotesta fronte
Non poserà, ma biasimo t’avrai
Quaggiù nel mondo e terribile inchiesta
Del giudizio di Dio nel di fatale.
:Disse, e verso a Giamàsp le gote volse
E incominciò: Di perfidi consigli,
D’impura fede, oh! disgraziato, in terra
Detti non fai che menzogneri e gloria
T’acquisti ovunque per gl’inganni tuoi,
Per l’opre triste! E fra regnanti ancora
La discordia tu spargi e questo aizzi
Incontro a quello e quello a questo. E nulla
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<poem>
Nulla sai tu fuor che nell’arti ree
Ammaestrar, dall’opre disertando
Leggiadre e giuste e meditando il male.
Seminasti quaggiù cotal semenza,
Che mal ne mieterai nel tuo secreto
E di tutti alla vista. Un re sovrano
Ucciso fu per le tue stolte ciance,
Sì che de’ prenci la fortuna lieta
Precipitando va. Del mal la via
Tu apprendesti al mio re, vecchio sleale
E infausto a noi, che tu dicesti un giorno
Che nella man di Rùstem glorïoso
Di prence Isfendïàr stava la morte!
:Disse, e sciogliendo a lamentar la lingua,
Tutti del morto eroe gli ammonimenti
Ed i consigli ricordò. Svelava
Principe Beshutèn quale in secreto
Avea pensier, dinanzi al re del mondo,
Con alte voci; anche ridisse come
Affidasse Behmèn l’estinto sire
A Rùstem battaglier, tutto sciogliendo
Dall’intimo del core ogni pensiero
Che secreto vi stava. Oh! come udìa
Prence Gushtàsp quelle parole, s’ebbe
D’Isfendïàr un pentimento in core!
Ma poi che d’ogni prence e d’ogni illustre
Fu libero l’ostel, venìan piangendo
Bih-aferìd e Humày. Veniano al padre
Percotendosi il volto e per la doglia
Dell’estinto fratel tutte svellendosi
Le chiome al capo. Principe sovrano,
Diceano a re Grushtàsp, tu della morte
D’Isfendïàr non hai pensier! Ma primo
Ei corse a vendicar Zerìr trafitto,
E liberò dal poderoso artiglio
Di leon fero un ònagro, e vendetta
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/416
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<poem>
De’ Turani pigliò. Per lui reggeasi
La dignità del grado tuo. Ma poi
Carco il facesti di catene, vinto
D’un maligno al parlar, fra gravi ceppi
E fra colonne e ferrei lacci. Allora
Ch’ei fu in catene, l’avo suo cadea
Ucciso e di tue schiere la giornata
Precipitava. Scese Argiàsp guerriero
Da Khallùkh fino a Balkh, e la tua vita
Amara ti si fe’ nella distretta;
E quand’ei ci condusse prigioniere
Dal regio albergo nella via, noi, sempre
Velate agli occhi, allor discinte, e quando
Di Nush-azèr la venerata fiamma
Che Zerdùsht accendea, spense su l’are,
E in pugno si recò d’Irania tutta
L’ampio dominio, tu vedesti quali
Diè prove di valor quel figlio tuo,
Come sconfisse e sgominò le schiera
De’ tuoi nemici. E ricondusse noi
Dalla Rocca di bronzo al grembo tuo
E fu custode alla tua terra e a tutta
La falange de’ forti. Anche il mandasti
Di qui al Zabùl, molti consigli e molti
Ammonimenti gli donando, a fine
Ch’ei sì perisse per la tua corona
E piangesse per lui dogliosamente
La gente accolta. Nè il Simùrgh l’uccise,
Non Zal, non Rùstem; tu l’hai tratto a morte.
Non piangerlo però, da che l’hai tratto!
Abbi vergogna de la barba tua
Candida omai, che ti uccidesti il figlio
Per vana speme! Pria di te ben molti
Furon prenci quaggiù, degni d’assai
Sul seggio imperïal, ma i dolci figli
Mai non diedero a morte e non alcuno
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/417
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<poem>
Di lor famiglia, non de’ lor cognati
de’ congiunti. Che se il figlio tuo
Chiedeati ’l serto imperïal, tu pure,
E pria di lui, da re Lohràspe un giorno
Chiedesti il trono. Andasti in Grecia allora
Con anima stizzosa e conturbata,
Qual si gitta alla via della sua fuga
Un reo del sangue altrui; ma, fin che il trono
Ei t’affidò con la real corona,
Scorser nebbiosi i giorni tuoi, e gramo
Era tuo stato. Non però ti uccise
Il padre tuo, non ti gittò a le fiamme,
Ma ti lasciò di sua grandezza il seggio
E il dïadema. Fosti tu quel solo
Che per misera cosa al figlio tuo
Colma bramasti la vital misura.
:Disse Gushtàspe a Beshutèn: Ti leva!
Sul fiero vampo di coteste donne
Tu versa un’onda! — Beshutèn lasciava
L’aula del sire e tutte da quel loco
Menò le donne. A la sua madre ei disse:
:Sul capo suo perchè fai sì gran pianto?
Lieto ei riposa e l’anima è serena,
Che stanco ei si partì di questa terra
E di chi la governa. Oh! perchè mai
Per lui soffermi ne l’angoscia il core?
In paradiso egli è! — Del figlio suo
Accolse il prego l’alma genitrice,
E la giustizia dell’Eterno al core
Tornolle accetta. Ma per tutto un anno
D’allora in poi furon lamenti e pianti
In ogni villa per l’irania terra;
Tutti piangean, del giorno al primo albore
E al tardo vespro, per la punta alata
De’ tamarici e per gl’incanti e l’arti
Che il figliuolo di Sam così adoprava.
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/418
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<poem>
Stavasi intanto nel Zabùl, ne’ vasti
Campi a cacciar, ne’ giardini di rose
Vino a gustar, Behmèn illustre; e quello
Rùstem guerrier del cavalcar, del bere,
Dell’aule regie, l’arti addimostrava
A lui che già si ordìa la sua vendetta
Caro ei l’avea più che se figlio ei fosse,
E sorridendo a lui, la notte e il giorno
Tenealo in grembo, nòè sapea dell’opre
Del fato arcane e qual dovea da lui
Uscir sventura per la terra. — Nulla
Vien da’ nemici fuor che di nemici
Opera degna al fin, s’anche con elli,
Beneficando, fai leggiadre prove.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|XX. Lettere di Rustem e di re Gushtâsp.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1226-1228).}}
<poem>
:Come compiute fûr quest’opre e i detti,
Poi che serrata a re Gushtàsp la porta
Della vendetta si tenea, con molta
Doglia del core scrisse un foglio eletto
Rùstem guerriero e di quel figlio illustre
Del gran signor fece ricordo. Lode
Fe’ a sommo il foglio, la dovuta lode
A Chi lavar per scuse e per preghiere
Sa la vendetta, e disse poi: M’è Iddio
In testimonio e Beshutèn m’è norma
E guida in ciò, che molte cose io dissi
A prence Isfendïàr perch’ei stornasse
Dalla battaglia il suo pensier. Gli offersi
La terra mia co’ miei tesori, ed ei
Il suo travaglio in ogni via trascelse.
Tale il suo fato, qual svelò la fronte
Al fin de l’opra, ben che pien d’affanno
E d’affetto ver lui fosse il cor mio
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<poem>
Veracemente. Ma del ciel fu questo
Il moto arcano, e niun di noi resistere
Può fermamente al suo destin! Frattanto
È presso a me questo real fanciullo,
Voglioso di poter, d’Ormùzd più assai,
Ch’è la mia stella, caro a me. De’ regi
Tutte gli appresi le virtù, d’assai
Faticando in la mente. Oh! se promessa
Mi fa il mio re che già la mia raccolse
Umile scusa, che più in là nessuno
Pensiero ei si darà dell’opra infausta
Di questo vecchio, l’anima ed il core
E la persona mia gli siano in pegno
Co’ miei tesori e la corona e questa
Mia mente eletta e queste membra aduste!
:Come giunse quel foglio al re del mondo
(In mezzo a’ prenci suoi sta vasi afflitto
E conturbato), Beshutèn sorvenne
E fe’ testimonianza. Ei ricordava
Tutte di Rùstem le parole acconce
E il suo pianto e il consiglio e la preghiera
E la proposta de’ tesori suoi
E de l’ampio suo regno. Ecco! quel sire
Si compiacea del nobile guerriero,
E il venir pronto e l’offerirsi a lui
Con tanta pietà recâr frutto. Il core
Dell’inclito signor pace raccolse
Dietro a Rùstem guerrier, ned ei la vampa
Della sua angoscia ridestossi in petto.
:Ratto e a l’istante di risposta il foglio
Scrivere ei volle, un albero fiorente
Di sua grandezza nel giardin piantando,
E disse: Dal rotar de la superna
Volta del ciel deh! quanti a l’uomo in terra
Scendon perigli, anche se alcun con molta
Cura si guardi, anche se molta adopri
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<poem>
Sapïenza a tal fin! Ciò che volevi,
Dissemi Beshutèn; così menasti
A più giusto pensier questo mio core.
Oh! chi si ardisce del rotante cielo
La volta superar? Ma non si volge
In suo pensier, chi è savio, a le trascorse
Cose e agli eventi. E tu sei pur quel desso
D’un dì, più grande ancor, prence sovrano
In Kannògia ed in India. Eppur, se cosa
Maggior tu vuoi da me, chiedi fidando,
Sian troni o caschi o rilucenti spade
O suggello real. — Recava il messo
Rapidamente la risposta, quale
Prence Gushtàsp gli comandò. Ne avea
Gioia sovrana l’inclito guerriero
E libero quel cor da ogni rancura
Si sciolse ratto. Anche avvenìan ben molte
Cose d’allora in poi, mentre crescea
Behmèn, figlio di re, nella statura
Ed era savio; senno e gagliardìa
Avea pur anco, dignità sovrana
E maestà, che gli venlan da prenci.
:E per bene e per mal vide Giamàspe
Che scendere dovea l’antico regno
A Behmèn fortunato. O re, dicea
Favellando a Gushtàsp, dolce signore.
Or sì t’è d’uopo volgere gli sguardi
A Behmèn giovinetto! E qual volea
L’estinto padre nobile saggezza,
In lui mostrossi, ed alti sentimenti
Svelansi in lui. Ma troppo egli in paese
D’estrani alberga e niun gli lesse mai
Una epistola tua. Scriver t’è d’uopo
Un tuo foglio a Behmèn quale una pianta
Di paradiso nel giardin, che in terra
Altro erede non hai, consolatore
Della tua angoscia per l’estinto figlio.
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<poem>
:A principe Gushtàsp quella parola
Giunse gradita. Al nobile Giamàspe
Fe’ cenno e disse: Un foglio al giovinetto
Scrivi tu adunque, un altro a quel possente
Che ama sua gloria, e vi dirai: Gli è questa
Grazia di Dio, o vassallo del regno,
Che lieti qui siam noi, d’alma serena
Qui siam per te. Ma l’inclito nepote
Ch’è a me più caro di quest’alma e assai
Per sapienza supera Giamàspe
In gloria e fama, or che imparò saggezza
E senno ebbe da te dietro tua sorte,
Ben farai se tu mandi alle sue case.
:Anche in quel tempo un’altra fu inviata
Epistola a Behmèn: Letto che avrai
Questo mio foglio, nel Zabùl più a lungo
Non t’arrestar, chè di tuo dolce aspetto
In noi sorgea necessità. T’appresta,
Non porre indugi! — Come lesse il foglio
Lo scriba a Rùstem, l’uom di sapïenza
N’ebbe conforto, e de le cose elette
Ch’eran serbate ne’ tesori suoi,
Usberghi e spade rilucenti ed archi
E freccie alate, fulgide gualdrappe,
Ascie e d’India trafleri e muschio intatto,
Canfora ed ambra ed aloè che fresco
Era e odoroso, e gemme e argento ed oro,
Drappi e vesti non tocche, e giovinette
E garzoncelli impuberi e cinture
Fregiate d’or, briglie d’argento e due
Dorati nappi colmi di rubini,
Palafreni d’Arabia a selle in cuoio
Di leopardi, a gemme incastonate
Sovra le selle e su le briglie, un serto
Che risplendea di gemme imperïali,
Una collana d’or tutta di verdi
:</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
Smeraldi ornata, di coleste cose
Inclita copia al giovinetto sire
Ei consegnò. Chi addusse i ricchi doni,
Del prence al tesorier li abbandonava.
:Ma per due stazïon scese con lui
Il valoroso in quella via. Mandollo
Poscia al suo re. Del suo nipote illustre
Come vide Gushtàspe il nobil volto,
Le gote sue velaronsi di lagrime
Che giù dagli occhi gli scendean. Tu sei,
Dissegli allora, Isfendïàr novello,
Che a niuno in terra, fuor che a lui, nel volto
Tu rassomigli! — E d’Ardeshi̓r col nome
D’allora in poi lo designò, che forte
Di cotal guisa lo vedea. Davvero!
Ch’egli era un prode con vigor d’eroe,
Con mani atte a ghermir, prudente e saggio
Adorator di Dio! Ma quando in piedi
Egli si stava, sotto a le ginocchia
Giugnea la punta de le dita sue
Sopravanzando con la palma. Ancora
A prova il mise re Gushtàspe e intanto
Sì ne osservava la persona eretta.
Che veramente a la palestra, all’ora
De’ suoi conviti e in romorosa caccia,
Simile a Isfendïàr quel giovinetto
S’addimostrava. Nò Gushtàsp tranquillo
Mai si restò per lui; dell’alma il sire.
In contemplarlo, si struggeva. Ancora
Ei si dicea: Mel die l’Eterno! Afflitto
Io mi vivea, ma per l’angoscia mia
Dio mel donava. Deh! mi resti in vita
Behmèn per sempre, or che perdeasi quello
Diletto figlio mio, dal capo altero,
Isfendïàr, che membra avea di ferro!
</poem>
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{{Ct|c=t01|4. Leggenda della morte di Rustem.}}
{{Rule|2em|t=1|v=3}}<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|I. Principio del racconto.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1228-1230).}}
<poem>
:D’Isfendïàr qui giunse la battaglia
Al termine segnato. — Oh! sempiterna
Del nostro re la fronte alta si levi,
Sempre il suo cor da doglia e da rancura
Libero sia, sommesso a’ cenni suoi
Pieghisi il fato! Oh sì! quel cor s’allieti,
Alta si levi la corona, e un laccio
Tocchi di chi gli è avverso, alla cervice!
:Or noi da libri antichi in nostra lingua
Innanzi recherem di qual maniera
Ucciso Rùstem fu. Era già un vecchio
(Azad-sèrv il suo nome) e si vivea
Con Ahmèd, figlio a Sahl, in Merv, e quivi
Avea ’l Libro dei Re. Persona avea
Ed aspetto d’eroe. Quel suo gran core
Di saggezza era pieno e la memoria
Di racconti d’eroi, piena la lingua
Di passate leggende. Anche traea
Fino a Sam, di Nirèm nobile figlio,
Il nascimento suo, molte battaglie
A mente avea di Rùstem cavaliero.
Ed io tutte dirò quante da lui
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 421 —|}}</noinclude>
<poem>
Leggende udii, mettendo le parole
L’una con l’altra. Che se tanto in questa
Vita caduca m’è restar concesso
E guida mi sarà l’anima mia
Con la ragion, d’antichi saggi tutto
L’inclito libro compirò, lasciando
Di me alla terra nobile ricordo.
:Comincio in nome di Mahmùd regnante,
Signor del mondo, Abu-’l-Kasìm, d’Irania
Prence sovrano e di Turania e d’India,
Almo splendor di trono e di corona,
Per la cui gloria luce il mondo intero
Qual di greco pugnal fulgida lama.
In sua grandezza liberal, tesori
Ei dona attorno, ma i tesori suoi
Con sapïenza e gloria ei nuovamente
Colmando va. Grande si mostra, e quando
Saran trascorsi gli anni suoi, di lui
Chi ha senno in core parlerà, di sue
Fiere battaglie, de’ suoi doni eletti,
Delle sue cacce e de’ conviti. Pieno
D’assai ricordi della sua giustizia
È questo mondo. Intanto, è fortunato
Chi può veder la sua corona e quella
Sua reggia e l’ampio stuol de’ suoi campioni!
:Ma debili si fan gli orecchi miei,
Si fa debile il piè! forza mi toglie
La povertà con gli anni lunghi! Avvinto
M’ha in questa guisa la fortuna avversa,
Ed io mi lagno de la sorte rea,
Degli anni grami ancor. La notte e il giorno.
Canto una lode a questo re del mondo,
Giusto e leal; s’accorda meco intanto
La fiorente città, ben che protervi
E maligni sian dentro. Ei, da quel giorno
Che in regal trono si sedè, la porta
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 422 —|}}</noinclude><section begin="s1" />
<poem>
Chiuse degli odi e raccorciò la mano
Dall’opre triste; chi si leva altero,
Egli sgomenta, anche se innanzi alcuno
Rechi l’alto suo grado. E dona intanto
A chi ha fior di prudenza e la misura
Non oltrepassa al giorno suo segnata.
:Or io memoria lascierò di lui
Quaggiù nel mondo, qual non fia che scemi
Fin che l’uomo sarà, con questo Libro
D’antichi re, di cavalieri antichi,
Di belligeri prenci. E vi son molte
Pugne descritte e cene imperïali,
E consigli e parole, e vi si narrano
Opre antiche trascorse, e v’è saggezza,
Fede, senno e prudenza, e vi si mostra
Schiusa la via del ciel. Che se d’alcuna
Cosa di queste ei si compiace e frutto
Viengli da ciò per tutti i giorni suoi,
Monumento egli avrà di que’ possenti
Associato al tempo suo. Ma intanto
Sollevo a lui le mie pupille, alcuna
Moneta ad ottener dal mio signore,
Perchè rimanga pel tesoro illustre
Di questo re, prence d’eroi, in terra,
Dopo la morte mia, di me alcun segno.
:Or io di Serv mi rendo a le parole.
Quale in Merv risplendea, nel lieto albergo
Di Sahl antico, di Mahàn progenie.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
II. Nascita e inganni di Sheghâd.
(Ed. Calc. p. 1230-1233).
<poem>
:L’antico saggio in favellar maestro.
Memore e accorto, così narra. — Avea
Zal fortunato, dietro a’ veli ascosa
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<poem>
Chiuse degli odi e raccorciò la mano
Dall’opre triste; chi si leva altero,
Egli sgomenta, anche se innanzi alcuno
Rechi l’alto suo grado. E dona intanto
A chi ha fior di prudenza e la misura
Non oltrepassa al giorno suo segnata.
:Or io memoria lascierò di lui
Quaggiù nel mondo, qual non fia che scemi
Fin che l’uomo sarà, con questo Libro
D’antichi re, di cavalieri antichi,
Di belligeri prenci. E vi son molte
Pugne descritte e cene imperïali,
E consigli e parole, e vi si narrano
Opre antiche trascorse, e v’è saggezza,
Fede, senno e prudenza, e vi si mostra
Schiusa la via del ciel. Che se d’alcuna
Cosa di queste ei si compiace e frutto
Viengli da ciò per tutti i giorni suoi,
Monumento egli avrà di que’ possenti
Associato al tempo suo. Ma intanto
Sollevo a lui le mie pupille, alcuna
Moneta ad ottener dal mio signore,
Perchè rimanga pel tesoro illustre
Di questo re, prence d’eroi, in terra,
Dopo la morte mia, di me alcun segno.
:Or io di Serv mi rendo a le parole.
Quale in Merv risplendea, nel lieto albergo
Di Sahl antico, di Mahàn progenie.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|II. Nascita e inganni di Sheghâd.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1230-1233).}}
<poem>
:L’antico saggio in favellar maestro.
Memore e accorto, così narra. — Avea
Zal fortunato, dietro a’ veli ascosa
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<poem>
Del gineceo, vaga un’ancella, esperta
Di canti e suoni, e dal parlar gentile.
La giovinetta partorì da lui
Vago un infante, e poco ei differìa,
Tanto era bello, dalla luna. Avea
Statura e aspetto quali dell’antico
Sam cavalier, sì che gioìa per lui
Quella gran casa celebrata. Allora
Astrologi ed eroi, principi eletti
Di Kashmir, di Kabùl, adoratori
Del vivo fuoco, e gente a Dio devota,
Scesero tutti, con tavole greche
D’astronomia. Del ciel computo fece
Ognun d’essi, a veder per quel fanciullo
Se amor nutriva il ciel; ma poi che volse
Gli sguardi suoi l’astrologo a la stella
Del fanciulletto, vide che impendea
Rovina a quella stella. Il caso strano
Ratto che i maghi discoprìan, volgea
Questo a quello gli sguardi e quello a questo,
E a Zal dicean, rampollo de l’antico
Sam cavalier: Di prenci fortunati
Inclito erede, computo noi femmo,
E gli arcani del ciel tutti scoperti
Furon per noi. Per questo piccioletto
Amore il ciel non ha. Che se cotesto
Leggiadro infante a’ suoi perfetti giorni
Arriverà, di sua viril grandezza
Toccando il tempo e di sua forza e ardire,
Tutta disperderà di Sam antico
Che da Nirèm scendea, l’inclita casa,
E al sovrano poter grave iattura
In essa recherà. Tutta di pianti
Si farà loco del Sistàn la terra
E l’iranie città n’andran per lui
Tutte a tumulto. Ma ciascun per lui
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
Avrassi amari i giorni suoi, ned egli
Molto sarà superstite a la terra.
:Di ciò ben si crucciava il generoso
Figlio di Sam, Destàn. Quel sacro nome
Invocando di Dio, così si volse
A Dio signor, pregando: Oh! de’ mortali
Eterna guida, ben tu se’ colui
Che il ciel rotante governando reggi,
In ogni opera mia tu se’ conforto
E valevol {{Ec|riparo|difesa|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/708}}, e tu m’additi
Il mio sentier, tu il mio consiglio guidi!
Il ciel creasti con le stelle, e in core
Vennemi ratto d’un viver felice
Opinïon. Deh! vengaci soltanto
Pace e quiete e pura gioia e integro
Di nostre voglie compimento! — Il sire
Sheghàd volle chiamar quel piccioletto,
E sì lo tenne fin che il dolce latte
Vennegli a sazietà, fin che la gioia
Fu d’ogni cor, formò parole e memore
Fu di cose d’assai. Oh! ma in quel tempo
Che il piccioletto sollevò superba
La fronte sua, Zal l’inviò del sire
Del Kabùl ne la terra; e allor ch’egli ebbe
D’alto cipresso la statura e core
D’inclito cavalier, trattando il laccio
E la clava nodosa, in lui tenea
Fermi gli sguardi del Kabùl il sire,
Ch’egli era degno di corona, degno
Di regal trono. Oh sì! per la sua vista
Giubilava quaggiù quel sire accorto.
Anche gli diè, pel nascimento suo,
Una sua figlia, e poi, quante eran cose
Degne di lui nel suo tesoro, a quella
Nobile figlia sua tutte egli volle
In quel giorno donar. Teneasi accanto
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
Il giovinetto quale un dolce pomo
Colte di fresco, perchè mal dagli astri
Nol potesse toccar. Ma i prenci intanto
D’Irania e d’India fean parole assai
Di Rùstem battaglier. Costume egli era
Che Rùstem, qual balzello e qual tributo,
Di giovenca ad ogn’anno si chiedea
Un cuoio dal Kabùl. Ma ne la mente
Del signor del Kabùl cadde pensiero,
Che Rùstem del Zabùl più non dovesse
Tributi ricordar, poi che del sire
Genero si dicea Sheghàd illustre.
:Al sire del Kabùl secretamente
Sheghàd così parlò: Stanco son io
D’ogni cosa quaggiù. Per un fratello
Che per me non ha in cor di reverenza
Traccia nessuna, e non è via ch’io possa
Prendere a lui per dar consigli, nulla
A me più cal s’egli è maggior fratello
O a me straniero, s’egli e saggio e accorto
mentecatto. Deh! facciam di prenderlo
Entro ad un laccio e d’acquistarci gloria
Quaggiù nel mondo per cotanta impresa!
:Dissero e s’accordâr subitamente
I due maligni. Più del ciel de la luna
Alteri s’elevar. — Tu vedi intanto
L’uom saggio che dicea. «Chi male adopra
Il castigo n’ha poi», disse quel saggio. —
:Tutta una notte, fin che apparve il sole
Alto sul monte, non chinossi ai dolci
Sonni la fronte di que’ due. Davvero!
Dicean, davver! che perdere dal mondo
Farem quel nome suo, pieni di lagrime
Farem gli occhi di Zal, e pieno il core!
:Al sire del Kabùl così parlava
Sheghàd maligno: Se vogliam giustizia
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<poem>
Rendere in ciò, tu celebra una festa
E prenci invita, musici concenti
E cantori t’accogli e vin gagliardo,
Indi, beendo di quel vin, tu parlami
Freddo e superbo, dimmi vile e abietto
Nelle parole tue. Con onta allora
Al Zabùl scenderò, molto lagnandomi
Del sire di Kabùl nella presenza
Del padre mio, nella presenza ancora
Del fratello, e dirò che tu se’ indegno
E di vil razza. Avvamperà la mente,
Per me, di quell’altero; ei verrà tosto
A mia nobil città. Ma tu, alla via.
Loco disponi a farvi caccia e pozzi
Vi scava intorno per quel loco ameno;
Falli di Rùstem e di Rakhsh eguali
Nella misura, ma lung’aste e acute
Giù nel fondo conficca. Ogni asta ed ogni
Manico suo lucente sia, ma in alto
S’erga la punta e in giù confitta resti
Ogni elsa dentro. Che se dieci attorno
Pozzi profondi scaverai, fia meglio
Assai di cinque, se pur vuoi dal tuo
Lungo travaglio riposar. Ti reca
Là su quel loco cento maghi e i pozzi
Scava nel suol, ma il tuo secreto all’aure
Non confidar. Come li avrai coperti
A sommo tutti acconciamente, sgombra
Ogni parola da le labbra tue.
:Il re n’andò. Scacciava da la mente
Ogni onesto consiglio, ed una festa,
Vinto del forsennato a le parole,
Poneasi a celebrar. Principi e servi
Ei chiamò di Kabùl, tutti li pose
A genïal convito, e allor che il pane
Fu gustato da lor, ratto del vino
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<poem>
Apprestar l’assemblea, vino e concenti
E musici chiamando. Allor che piena
De’ caldi fumi del real licore
Fu di tutti la mente, ecco! adirarsi
Per voglia rea Sheghàd maligno e volgersi
Al prence di Kabùl così parlando:
:La fronte mia sovra ogni gente in alto
Io levo a dritto, che Destàn m’è padre,
Rùstem fratello; e chi vantar potrìa
Più nobil stirpe? — S’adirò con lui
Il sire di Kabùl. Per quante istorie.
Disse, mi tengo in cor, ben so che sceso
Già non sei tu da la semenza eletta
Di Sara figlio a Nirèm, non se’ fratello
Di Rùstem nè cognato. E non fe’ mai
Di te un motto Destàn, di Sam progenie,
E il fratel tuo come potrìa chiamarti
Così per nome? Su le porte sue,
Per tua nascita vil, tu se’ un dappoco,
Nè di Rùstem fratel la madre sua
Mai ti chiamò. — Sentì serrarsi il core
Prence Sheghàd a le parole acerbe
E corrucciossi e del Zabùl si volse
Ratto al sentiero. Con alquanti eroi
Del Kabùl ei ne andò, pieno d’un odio
L’anima fosca, pieno di sospiri
Il labbro, e scese del suo padre illustre
Alla dimora. Di malvagi inganni
Era pieno quel cor, piena la mente
D’un pensier di vendetta. Oh! ma nell’ora
Che Zal del figlio suo scoperse il volto
E ne mirò la nobile statura
E la forza e il vigor, l’alta cervice
E il portamento, assai l’inchiese e molte
Gli fe’ carezze e al fortissimo eroe
Sì l’inviò. Di suo giocondo aspetto
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<poem>
L’eroe fu lieto, e come saggio il vide
E sereno dell’alma, Oh! veramente,
Sclamò, di Sam ch’era leon fra l’armi,
Non vengon che gagliardi e valorosi
Dal seme eletto. Or di’! Come ti stai
Col prence di Kabùl? che va dicendo
Del signor di Zabùl, Rùstem guerriero?
:Sheghàd così rispose: Oh! non parlarmi
Del prence di Kabùl! Grazie e favori
Ebbi un giorno da lui. Vedeami appena
E benedetto mi gridava! Ed ora,
S’ei bee del vin, con me fa lite e in alto
Leva su gli altri la superba fronte.
Or or mi fe’ dispregio innanzi a tutti
I convitati suoi, tutta svelando
La natura sua rea. «Deh! fino a quando,
Gridava, darem noi tributi e doni?
Che davver non abbiam forza e potere
Con quelli del Sistàn! D’ora in avanti
Io non vo’ dir che Rùstem sia colui,
Che il mio valor, la stirpe mia preclara,
Meno di lui già non mi fanno! E tu
(Disse a me volto) non se’ punto il figlio
Di Zal antico; e se pur sei, colui
Non ha valor!». Per que’ principi accolti
Si fe’ pieno di duol questo mio core.
Ed io qui scesi dal Kabùl con pallide
Ambe le gote. — Come udì, s’accese
Rùstem d’un’ira grave. Oh! mai non sia,
Disse, che ciò si celi e si dimentichi!
Di lui, della sua terra, alcun pensiero
Non darti, o fratel mio. Perdasi tutta
La terra sua con la corona! Esanime
Io sì ’l farò per que’ suoi detti, e gli occhi
Gli farò lagrimosi e tristo il core;
Te poi beato sovra il trono suo
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
Porrò a seder, ma in pria del mentecatto
Rovescierò con la fortuna il capo.
Alquanti giorni al fianco suo lo tenne
Molto onorato e gli assegnò pur anco
Eletto loco ad abitar; ma poi
D’ogni maniera preparò faccenda
Là nel Kabùl per menar guerra. Elesse
Dell’esereito suo tutti gli eroi
Ch’erano all’uopo, chi fra l’armi avea
Inclito nome, e comandò che ratto,
Tutti apprestando del partir gli arnesi,
Dal Zabùl trasferissero soggiorno
Nel confin di Kabùl. Come apprestate
Furon le cose di sua forte schiera
E il core dell’eroe libero e sciolto
Da tal cura ne andò, venne sollecito
A quell’uom di battaglie e fe’ tai detti
Prence Sheghàd: Non meditar col sire
Del Kabùl un assalto! Ov’io soltanto
Provi a notar su l’acqua il nome tuo,
Sonno o riposo nel Kabùl nessuno
Avrà più mai. Chi ha tanto ardir che scenda
Con teco a tenzonar? Che se ti muovi,
Chi fermo resterà? Davver! ch’io penso
Che il sire del Kabùl già si pentìa
Di ciò ch’ei fece, e volgesi difesa
A investigar per questa mia venuta!
Uomini intanto a dimandar perdono
Invïerà, parecchi eroi, che fiore
Son del Kabùl. — Questa è la via diritta!
Rùstem gridò. D’esercito guerriero
Io non ho d’uopo nel Kabùl. Zevàreh
Bastami assai con cento cavalieri
Incliti, ancor con fanti cento illustri.
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{{Ct|c=t1|III. Morte di Rustem.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1233-1237).}}
<poem>
:Ratto che si partìa lo sciagurato
Da le castella di Kabùl, discese
Rapidamente de la caccia al loco
Il re malvagio. Molti di fossati
Escavatori fra i gagliardi suoi
Menò con se, quali si avean gran nome
In quel popol di forti, e quei con arte
Sotto la via, da questo a quel confine
Del vasto loco de la caccia, fondi
Pozzi scavar subitamente. Lame
V’eran confitte e l’elsa nel terreno
Entrava sotto, e v’eran spade acute
E giavellotti e fulgidi pugnali,
Strumenti d’odio. Ma quel re sagace
Con molta cura di que’ pozzi in alto
L’apertura acciecò, sì che vederli
Un uom non li potea, non vista acuta
Di palafreno o di giumento. Allora
Che Rùstem a partir già s’apprestava
Rapido in camminar, Sheghàd maligno
Veloce un cavalier fuori sospinse,
Al sire del Kabùl con tal messaggio:
:Senza sua scorta, il fortissimo eroe
Sen viene, o re. Tu muovi incontro a lui
E per l’opera tua grazia gli chiedi.
:Il sire di Kabùl rapido mosse
Dal suo castello, d’umili domande
Piena la lingua ad impetrar perdono,
Ma piena l’alma di veleno; e allora
Che giunser gli occhi suoi del gran guerriero
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
Il volto a ravvisar, tosto che il vide,
A piè balzò dal palafren. Si tolse
L’indica tiara dalla fronte e venne
Scoperto il capo e con le man raccolte
Del capo a sommo. Anche togliea le scarpe
Da’ piedi e con lamenti e con omei
Giù per le ciglia lagrime sanguigne
Traea dal cor. Le gote ei su la negra
Polve fregava de l’adusto campo
E dell’opera sua, dell’alta offesa
Contro a Sheghàd, perdon chiedea. Se un giorno,
Dicea piangendo, ne la sua stoltizia
Ebbro divenne il servo tuo, se altero
Ei si mostrava ne la sua stoltizia,
Bello sarà se la sua trista colpa
Tu, signor, gli perdoni e la sua via
Tutta rinnovi e il suo felice stato!
:E intanto, de l’eroe nella presenza,
Nudo i piè si traea, sparso di polve
A sommo il capo, ma di reo consiglio
Gravido il cor. Gli perdonò sue colpe
Rùstem allora e più d’assai gli diede
Nobile grado e comandò che ratto
La fronte e i piedi si coprisse ed alto
Si tornasse in arcion, lungi dal loco
Dov’era, per andar. Ma là, vicino
A le castella di Kabùl, un prato
Si distendeva. Esilarava il core
La verzura del suolo, e v’eran acque
Ed alberi fiorenti. Ivi deposero
Lor carchi i prodi con letizia, e il sire
Molti cibi recò, gioiosamente
Apprestando un banchetto. Un vin gagliardo
Anche apportò, musici chiese, e i prenci
Tutti accolse a posar su troni eccelsi.
:A Rùstem poi così parlò: Se voglia
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
Tu avessi di cacciar per verdi boschi,
È un loco presso a me là ’ve s’affollano,
In ogni parte, per campagne e monti
Fiere selvagge. Son gazzelle ovunque
Per la pianura ed ònagri fuggenti
E capre agresti; e chi destrier veloce
Mena con sè, gazzelle e onàgri al piano
Prendesi tosto. Oh no! l’ameno loco
Evitar non è bello, o generoso!
:Tutto ne andava in giubilìo quel prode
A que’ detti del re, per la pianura
Lieta di fonti e per gli onàgri e l’altre
Belve raccolte. — Quando giunge il fato
Per cosa alcuna all’uom, sempre quel core
Per ciò si perde, e tortüoso cade
Il suo pensier. Ma nostra sorte in terra
Tale ha costume, nè svelar si cura
Ogni secreto a noi. Là, negli abissi
Dell’onda, i mostri suoi, per la campagna
I pardi agresti ed i leoni, aguzzi
Che hanno gli artigli e menano l’assalto,
E gli elefanti e de’ piccioli bruchi
L’ampia famiglia, tutti son di morte
In potestà; nè qui restarci a lungo
È cagion di conforto a buono stato.
:Fe’ cenno che ponessero la sella
Rùstem al suo destrier, che di sparvieri
E di falchi sagaci intorno intorno
Ingombrassero il campo. Ei si cacciava
Dentro al turcasso il laccio suo di prence,
Mentre Sheghàd al fianco gli venia.
Venne col prode anche Zevàreh e alquanti
Venner con lui di quella nobil schiera
Subitamente, e lo stuol degli eroi
Pel loco de la caccia si disperse
Ad una parte, da le fosse andando
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
Lungi d’assai; ma Rùstem e il fratello.
Pel fato che ne’ pozzi gli attendea,
Andaron dritti per la via. D’un tratto
Di quella terra nuovamente smossa
Rakhsh l’odore afferrò, sì che piegossi
Ratto del corpo e s’attrappì, rotante
Sì come globo. S’impennò, temendo
De la terra l’odor, con l’ugna forte
Raspò il terren, che il passo egli volea
Spingere innanzi rapido e veloce
E passar fra cotesta e quella fossa.
Ma di Rùstem il cor pieno d’un’ira
Fu pel suo Rakhsh, che la fortuna avversa
L’occhio vela del senno. Ei con la sferza
Diè un lieve colpo al generoso e tutta
Nel core del destrier già vinto e oppresso
L’antica foga ridestò. Nel mezzo
Come fu Rakhsh ai due profondi pozzi,
Ben cercò di sfuggir del suo destino
Il fero artiglio, ma i due piè di dietro
In un de’ pozzi s’affondâr. Non loco
Era quel di battaglie o di resistere
Nella fatal caduta. Era del pozzo
Pieno di lame il tenebroso fondo.
Pieno di ferri cuspidati, e scampo
Là non era a fuggir, loco non era
A militar virtù. Squarciato il fianco
N’ebbe Rakhsh generoso, e il collo e il petto
L’eroe gagliardo; eppur, con viril forza
Ei rilevossi, ed animoso e fiero
Dal fondo oscuro fino all’orlo trasse
Del tristo pozzo la persona, e quando
Aperse gli occhi suoi, ben che ferito,
E vide di Sheghàd maligno e reo
Sinistro il volto, che da lui venia
Quel tradimento e quella frode, intese,
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<poem>
Rapido intese che nemico suo
Era Sheghàd ingannator. Oh! tristo,
Oh! disgraziato, gli gridò, deserta
Si fa per l’opra tua quest’ampia terra
Fiorente e amena! Pentimento un giorno
Te ne verrà, te ne dorrai pur anco,
Vecchio non diverrai dopo la colpa!
:Sheghàd abietto così diè risposta:
Il ciel rotante la giustizia tua
Qui qui t’amministrò. Perchè la mano
Tanto distendi a sparger sangue e desti
Tumulti ovunque e fai rapine? Tempo
Venne per te che la tua vita ancora
Finir dovesse e de’ nemici tuoi
Dentro ad un laccio tu morissi alfine!
:Il prence del Kabùl dal suo sentiero
Giugnea frattanto al dilettoso loco
Della caccia, e vedea l’eroe fortissimo
Piagato al sen, vedea quelle ferite
Non fasciate pur anco. Oh! celebrato
Eroe fra tanti eroi, disse compunto.
Deh! che t’avvenne al dilettoso loco
Della tua caccia? Andrò ben io d’alquanti
Medici in traccia e lagrime sanguigne
Io per te verserò. Forse che queste
Ferite tue si chiuderanno e allora
Non avrò d’uopo di lavar le gote
Con l’acerbo mio pianto! — Oh! tu malnato
E ingannator! gli rispondea quel grande,
Stagion per me passò ch’io d’uopo avessi
Di medic’arti! Non versar di pianto
Quell’atre stille! Che, se a lungo resti
Alla vita quaggiù, tocca al suo termine
Il tempo nostro, e vivo un uom la volta
Mai del ciel non varcò. Non io mi vanto
Gloria maggiore di Gemshid; gli aperse
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<poem>
Il bianco petto con stridente sega
Il suo nemico; nè son io più illustre
Di Fredùn, di Kobàd, non de’ regnanti
D’inclita stirpe e glorïosi. Ancora
Prence Khusrèv trafisse del malvagio
Afrasyàb la persona, e allor che venne
Il tempo suo, Gurvi-zirìh squarciava
Con crudo ferro a Siyavìsh la gola.
Erano tutti principi d’Irania,
Erano tutti a le battaglie in mezzo
Come leoni, e si partir! Ma noi
Troppo a lungo restammo, ad un crocicchio
D’alpestre via come leoni indomiti
Noi ci tenemmo. Feramùrz, quel mio
Figlio, diletto a me come degli occhi
La viva luce, qui verrà per compiere
La mia vendetta su di te! — Ma poi
Così disse a Sheghàd maligno e reo:
Poi che m’incolse tanto mal, tu recami
Dalla sua teca l’arco mio possente,
Recami all’uopo di ogni voglia mia
L’interprete fedel! Ratto ne tendi
La corda e ponlo innanzi a me con due
Alate punte. Deh! non sia che giunga
A questo campo un leon fero e venga
Alla sua caccia, ed io, ferito al corpo,
Ancor qui resti, perch’ei vegga e tosto
Men tocchi danno. Che se l’arco mio
È accanto a me, darammi aita e niuno
Squarcerà il corpo mio de’ leon feri,
Sì che a la terra, al giunger del mio tempo.
Reclinerò la mia persona. — Andava
Sheghàd allora e fuor traea quell’arco,
La corda ne tendea, fea prova alquanto
Di ripiegarlo. Sorridendo, innanzi
Al gran guerriero lo depose, e gioia
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<poem>
Aveasi in cor per la vicina morte
Del suo fratello. Ma l’eroe quell’arco
Avidamente si ghermì, per quelle
Sue fonde piaghe dolorando assai,
E allora, oh sì! delle sue frecce alate
Forte il fratello ebbe timor! Ne andava,
E d’una pianta schermo alla persona
Costernato si fea. Sorgea da presso
Un albero di platano frondoso;
Molte stagioni su l’antica pianta
S’erano volte, il tronco suo vetusto
Era incavato e le sue verdi foglie
Sui rami intatte si vedean. Lo stolto
Ben s’appiattò de l’albero da sezzo.
Ma Rùstem che il vedea, la man distese
E il pollice levò dal dardo apposto,
Ben che ferito. Trapassò la pianta
E con essa il fratel. Così, nell’ora
Di suo eterno partir, si esilarava
Quel cor trafitto. Ma Sheghàd, al fiero
Colpo del dardo, ah! ah! gridò; ma breve
Rùstem gli fe’ col poderoso colpo
Il suo estremo dolor. Disse l’eroe:
:Grazia è questa di Dio, che in ogni tempo
Dio riconobbi, che al fatal momento
Che l’anima giugnea fino a le labbra
Per rivolarne a Lui, non venne a sera
Il dì fatal della vendetta mia!
Forza donasti a me. Signor possente.
Per ch’io prendessi, de la morte innanzi,
Su l’infedel la mia vendetta! Intanto
Perdona a me le colpe mie, tu accogli
La mia preghiera, che tu se’ di grazia
Dator sovrano e aiutator. La fede
Del tuo profeta e la sacrata legge,
Le tue norme, o Signor, la tua dottrina
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<poem>
Accolgo in cor. Che se cotesta legge
Spiritüal, se la santa dottrina
Guardomi in cor gelosamente, allora
Che partirà l’anima mia, qual tema,
Quale sgomento avrò? L’eterna luce
Dona all’anima mia nel paradiso,
Che a te. Signor, l’arcano mio pensiero
È manifesto e aperto. — Ei così disse,
E da quel corpo l’anima preclara
Via si partì. Piangean dogliosamente
Là intorno tutti, e si morìa frattanto
Zevàreh illustre in altra fossa, e in vita
Non un sol cavalier si rimanea
Di principi e di servi in tanta schiera.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|IV. Funerali di Rustem.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1237-1239).}}
<poem>
:Un cavalier tra que’ famosi in guerra
Cacciossi per la via. Talvolta a piedi,
Tal’altra in sella camminando, scese
Fino al Zabùl e disse: Oh! si congiunse
Alla terra l’eroe, quale elefante
Animoso fra l’armi, e andò sotterra
Zevàreh ancor con l’esercito suo,
E da’ colpi de’ rei scampo non ebbe
Un solo cavalier! — Alta levossi
Dal Zabùl una voce, e a’ rei malvagi
E al sire del Kabùl la voce andava,
E Zal sul capo e la cervice e il collo
Polvere si spargea, la fronte e il petto
Battendosi co’ pugni, indi piangendo
Fea queste voci: O fortissimo eroe.
Nulla vogl’io che le membra mi copra
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<poem>
Fuor de la veste funerale! E ardito
Drago e guerrier dal capo eretto ed inclito
Era Zevàreh negli assalti, forte
Come leon! Ma dalla sua radice
Quell’albero real schiantava il tristo
Di trista sorte, maledetto e reo,
Sheghàd perverso! Oh! chi sapea che in quella
Terra lontana la vendetta sua
Ordita avria contro il leon gagliardo
L’infausta volpe? e chi a memoria tenne
Tempo sì tristo? e apprendere chi mai
Da’ maestri potea che in quella terra
Sì tenebrosa, per le ree parole
Di questa volpe, a morte se n’andava
Prode leon qual Rùstem battagliero?
Deh! perchè mai, pria di lor tutti, morto
Nel mio duol non son io? perchè restai,
Antico erede, su la terra? O prode,
O cuore di leon, Rùstem possente,
Almo splendor de la semenza eletta
Di Nirèm cavalieri Deh! che mi vale
Questa mia vita e il nome mio, se tutta
Fu rovesciata la famiglia eletta
Di Destàn ch’è di Sam? Prode e gagliardo,
Vincitor di leoni in fiero assalto
E principe guerrier, di fermo core,
Conquistator del mondo e de’ nemici
Sgominator, la vita mia tapina
Tu distruggesti! E l’opera nefanda
Chi teco osò compir? Che se frattanto
Io potessi mutar l’alte montagne
In piani aperti ed inquinar di sangue
1 gorghi del Gihùn, la tua vendetta
Da chi cercar potrei? Per quant’io vegga,
Non val la gente a dar per te il suo sangue!
Ma tu la terra custodivi un giorno
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<poem>
Fin ch’eri vivo; ed or che te n’andasti,
A chi n’hai data la custodia? Aperta
Poi che di piaga fu la tua persona,
Che val la terra agli occhi miei, che vale
Di polve un pugno? — Allor, con un drappello
Feramùrz ei mandò perchè chiedesse
Col prence di Kabùl fiero un assalto
E dell’ucciso la persona bella
Rilevasse dal suol, di pianto al mondo
A suscitar desìo possente. Allora
Che prence Feramùrz giunse vicino
Alle frontiere di Kabùl, non vide
Nelle altere città famoso in armi
Un sol guerrier. Fuggiano i cittadini
Costernati e piangenti, e per la doglia
Di quel gagliardo, vincitor del mondo,
Affocati nell’alme. Alla pianura
Della caccia fatal ratto ei discese,
Discese al loco ove le fosse intorno
Eran scavate, e comandò che steso
Fosse un giaciglio e sul giaciglio il prode
Adagiato così, come una bella
Pianta. Gli sciolse di guerriero il balteo
Da’ fianchi, e gli levò quel suo reale
Paludamento; e in pria con tiepid’acqua
I suoi sergenti ne lavar l’eretta
Cervice e il seno dolcemente e poi
La bianca barba. D’olezzante muschio
E d’ambra ancora gli arsero d’accanto
Una gran copia e le profonde piaghe
Acconciamente gli cucir. Sul capo
Acqua di rose Feramùrz intanto
Con dolce cura gli spargea, di canfora
Intatta e pura ne coprìa le membra.
Mentre in un drappo funeral la bella
Persona ne avvolgean gli altri dintorno,
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<poem>
Indi rose clhiedean con rosso vino
E puro muschio. Ma chi attorno al corpo
Gli ricuci̓a la funeral sua vesta,
Pianse lagrime ardenti allor che imprese
Col pettine a ravviar la bianca barba.
:Di due giacigli non bastò lo spazio
A quell’alta persona. Era là forse
Un’alta spoglia o un {{Ec|altero|albero|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/708}} che lungi
Stendeva l’ombre sue? Fecero intanto
In duro legno un’arca funerale
Artificiosa, e v’erano figure
D’avorio attorno e chiovi d’or; con pece
Le commessure acconciamente ei chiusero
E d’agalloco e muschio una mistura
Su la pece spalmâr. Dalla sua fossa
Dell’estinto guerrier trasse il fratello
Principe Feramùrz e con affetto
Le piaghe ne cuci là ’ve ferito
Il corpo ne vedea. Poi che lavato
L’ebbero i prodi suoi, d’un ricco drappo
Gli fe’ una vesta funeral quel forte,
E quelli a rintracciâr per alcun loco
Un fusto andar di melagrano. Vennero
I legnaioli vigili ed esperti
E da quel fusto via segar per quello
Tavole gravi. Di due dì stagione
In tal faccenda si passò; ma poi
Di Rakhsh estinto sopra a un elefante
La spoglia collocar. Tutta la terra,
Là dal Kabùl fino in Zabùl, di pianti
Continui è loco. Stavan su la via
Uomini in piè con donne, ed a vivente
Spazio alcun non restava. Ecco! ei passavano
Le due bare da questa a quella mano,
E in tanta folla che reggeale, lievi
Le avean siccome un’aura. In una notte
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
E in due giorni così que’ due ferètri
Toccâr la terra di Zabùl, nè alcuno
Li vide mai sul duro suol deposti.
Ma, per grave dolor, piena d’alterne
Voci dolenti fu la terra, e detto,
Detto avrestù che la campagna intorno
Tremava tutta. In un giardin fu posta
La sepoltura e a rasentar le nubi
Ne fu addotta la cima; ivi due troni
Di fulgid’or, Tuno dell’altro a fronte,
Fûr collocati, e l’inclito guerriero
Che lieta sorte ebbe quaggiù, discese
D’eterno sonno in quell’ostel. Fu posto
Su l’un de’ seggi, e sovra l’altro, e accanto,
Zevàreh, presso a quei che amò sua gloria.
:Ma qual de’ servi era nell’ampio ostello.
De’ liberi qual era e qual de’ fidi
Sergenti suoi di puro cor, mischiava
Rose con muschio e al piè di quel fortissimo
La mistura spargea, così dicendo:
:Inclito eroe, perchè, perchè chiedesti
Muschio ed ambra da noi quale un’offerta
Da gittarsi al tuo piè? Che non riprendi
Il grado tuo di re, che non ritorni
A’ tuoi conviti e non ripigli il tuo
Vampo sì fiero al dì dell’armi? E a noi.
Sì come un dì, larghezza di tesori,
Di monete non fai? Davver! che poca
Cosa è cotesta agli occhi tuoi! Ma intanto
Deh! sii tu lieto in paradiso! Iddio
Di giustizia e valor ti conformava!
:Del monumento chiusero la porta
E a dietro si tornâr. — Così sparìa
Da questa terra l’inclito guerriero,
Leon d’eretto capo! — Un monumento
Fecero ancor, qual è d’un palafreno
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
Immoto e in piò, per Rakhsh, là, de l’avello
Di Rùstem battaglier presso la porta.
:Da questa vita ch’è sì breve, oh! quale,
Qual frutto cerchi? Son tesori forse
Al principiar, ma toccano travagli
Al fin de l’opra. Un dì, s’anche di ferro
Fosser le membra tue, del suol profondo
Nel grembo giacerai disfatto e guasto.
Sia che devoto al ciel, sia che seguace
D’Ahrimàn tu sii detto. E fin che vivi
Opre leggiadre t’abbi in mente; forse,
In altra vita dopo questa, il fine
D’ogni dolce desìo conseguirai.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|V. Punizione del re del Kabùl.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1239-1241).}}
<poem>
:Poi ch’ebbe pianto il padre suo tradito
Principe Feramùrz, alla pianura
Tutti egli trasse i prodi suoi. La porta
Ratto dischiuse de l’antico ostello
Del fortissimo eroe, fornì sue genti
Di tesori e di fulgide monete.
:Levossi al primo albor di trombe un suono
E di crotali d’India alto uno strepito
E di timpani in bronzo. Ecco! scendea
Di Zabùl in Kabùl la gran caterva
De’ combattenti e questo sol sparìa
Di sopra al mondo! Ratto che l’annunzio
Aveasi il prence di Kabùl de’ prodi
Che venian di Zabùl, famosi in armi,
Tutte raccolse le falangi sue
Intorno sparse e tenebroso il cielo
Fecesi allor, parve la terra intorno
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<poem>
Tutta di ferro rivestita. Incontro
Con la sua gente Feramùrz gli andava,
E ratto su nel ciel luce morìa
E di luna e di sol. Come incontrarsi
Ambe le schiere fronte a fronte, piena
Fu questa terra de le voci altere
De’ chiedenti la pugna, e per la turba
De’ palafreni e la volante polve
De l’esercito accolto entro la selva
I leoni smarrian de’ lor covili
L’usato calle. E sorse una procella
E negro turbo si levò; la terra
Da questo ciel discernere mortale
Occhio più non potea. Balzava allora
Dell’esercito suo dinanzi agli ordini
Principe Feramùrz e si gittava
Al medio loco de l’avversa schiera.
Intenebrò per la volante polve
De’ cavalieri tutto il mondo, e intanto
Il sire di Kabùl cadde prigione.
:Tutta dispersa per quel campo intorno
Ne andò l’ampia caterva. I più prestanti
Di Zabùl e animosi, ecco! quai lupi,
Qua e là dispersi in ogni parte attorno,
Si posero a le insidie, e le restanti
Schiere dietro avventâr. Tanti trafissero
Principi d’India e tanti valorosi
D’altero cor, del Sind nati a’ castelli,
Che poltiglia si fe’ pel molto sangue
Il suol del campo. Andarono disperse
Del Sind le schiere e d’India ancor; levarono
Da’ loro alberghi e da la terra il core
I fuggitivi, abbandonâr fanciulli
Infanti e donne. Feramùrz allora
Quella persona insanguinata e pesta
Del sire di Kabùl dentro ad un’arca
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 444 —|}}</noinclude>
<poem>
Gittò, d’un elefanie in su la schiena,
E l’esercito suo menò sul loco
De la caccia fatal, là ’ve que’ pozzi
Erano aperti. Quel maligno e reo
Là pure ei trasse con le mani avvinte
E quaranta con lui de’ consanguinei
Menovvi ancora, agl’idoli devoti,
In turpe foggia. Da l’incurvo dorso
Del lor duce e signor trasse battendo
Con la soga le cuoia, onde poi tutte
L’ossa gli si scoprir, poscia il sospese
A capo in giù d’un tenebroso pozzo
Sol vano aperto, pien di fango il corpo
E di sangue la bocca. Entro a le fiamme
Gittati poi que’ suoi congiunti, e venti
Erano e venti ancor, di là si mosse
Verso l’empio Sheghàd. Quale un gran monte
Vasto incendio ei destò, Sheghàd e il platano,
Col suolo attorno, vi bruciando, e poi.
Come trasse in Zabùl le sue falangi.
Tutta la terra di Kabùl condusse
Di Destàn in poter. Ma poi che al tristo
Accorciata egli avea sì fieramente
La giornata vital, regnante ei pose
Un della terra di Zabùl sul trono
Di Kabùl conquistato. In quella terra
Non alcun si restò de la famiglia
Del re, che letto non avesse editto
Qual dettò Feramùrz col brando suo.
:Egli allor di Kabùl pieno di duolo
E pien d’affanno si tornò. Davvero!
Che tenebroso il chiaro dì per lui
Erasi fatto! Ma piangean dolenti
Di Zabùl e di Bust gli abitatori,
Nè intatte alcuno su le membra sue
Avea le vesti. Accorsero in gran folla
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 445 —|}}</noinclude>
<poem>
Dinanzi a Feramùrz, venner con molto
Struggimento del cor, forte battendosi
Il colmo petto, e per un anno ancora
Lutto fu nel Sistàn. De’ cittadini
Eran tutte le vesti e azzurre e nere.
Ma un dì Rudàbeh così disse al suo
Vecchio consorte: Piangi, piangi adunque
Del prode figlio mio per la rancura
E l’acerbo dolor! Dal dì che in alto
Fu questo sole a rischiarar la terra,
Giorno più oscuro niun vedea di questo!
:Donna di poco senno, a lei rispose
L’antico Zal, la doglia del digiuno
Ciò vincerebbe. — N’ebbe doglia e sdegno
Rudàbeh e fece sacramento e disse:
:Mai non torrà questa persona mia
O cibo o sonno! Forse che quest’alma
L’alma di quello, fortissimo eroe.
Un dì vedrà ne la falange eletta
De’ beati nel ciel. — Così per sette
Giorni si tenne dal cibarsi, e parve
In secreto parlar con quella dolce
Alma di Rùstem suo. Ma intenebravano
Gli occhi suoi belli per il manco cibo,
S’estenüava la persona eretta
Qual d’eroina, e d’ogni parte e intorno
Venìano alquante de le ancelle sue
Là ’ve n’andava, per timor che danno
Ella n’avesse. Ma de’ sette giorni
Al terminar, lungi da lei l’antico
Senno volò, che il suo dolor voltossi
In gioia aperta per la sua stoltizia.
Rapida scese a le cucine, in tempo
Che altri dormiva, e dentro all’acqua un morto
Serpe trovò. Stese la man rapace
E quel serpe afferrò subitamente
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<poem>
Pel capo intorto; e già di farsen cibo
Era sul punto, allor che costernate
Di mano gliel togliean le ancelle accorte
E lei stringeano al sen. La trasser poi
Dal tristo loco, infetta ambe le mani,
E la recâr con molto stento a quelle
Sue stanze elette, al loco ov’era il suo
Soggiorno usato. L’adagiar compunte
Al seggio consüeto e le apprestarono
La mensa e le recâr copia di cibi.
:D’ogni cosa gustò, fin che di cibo
Ella fu sazia, e le donzelle un drappo
Le distesero allor molle di sotto
Acconciamente. Sonno ella prendea
Riposandosi alfin da tanta angoscia,
Da tanto duol, da quella per l’acerbo
Fato di Rùstem dolorosa cura,
Dal pensier de’ tesori. E chiese cibo,
Ratto che si levò dal dolce sonno.
Con nuova brama, e d’ogni cibo assai
Gli recâr copia le fanciulle; e quando
Il senno in lei tornò, La tua parola,
A Zal essa dicea, iva congiunta
A senno antico. Qual non prende sonno
E non si ciba, de la morte il duolo
E d’una festa il tripudiar confonde
E stima eguahli. Andò quel grande, e noi
Ben tosto il seguirem, nella giustizia
Di Dio fidando creator del mondo.
:Alla misera gente ogni riposta
Sua ricchezza donò, dinanzi a Dio
Così disse pregando: Almo Signore,
Che mortal gloria superi ed avanzi
Ogni onor di quaggiù, dalle sue colpe
Lava del prode figlio mio lo spirto,
Nella vita eternail loco gli dona
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 446 —|}}</noinclude>
<poem>
Pel capo intorto; e già di farsen cibo
Era sul punto, allor che costernate
Di mano gliel togliean le ancelle accorte
E lei stringeano al sen. La trasser poi
Dal tristo loco, infetta ambe le mani,
E la recâr con molto stento a quelle
Sue stanze elette, al loco ov’era il suo
Soggiorno usato. L’adagiar compunte
Al seggio consüeto e le apprestarono
La mensa e le recâr copia di cibi.
:D’ogni cosa gustò, fin che di cibo
Ella fu sazia, e le donzelle un drappo
Le distesero allor molle di sotto
Acconciamente. Sonno ella prendea
Riposandosi alfin da tanta angoscia,
Da tanto duol, da quella per l’acerbo
Fato di Rùstem dolorosa cura,
Dal pensier de’ tesori. E chiese cibo,
Ratto che si levò dal dolce sonno.
Con nuova brama, e d’ogni cibo assai
Gli recâr copia le fanciulle; e quando
Il senno in lei tornò, La tua parola,
A Zal essa dicea, iva congiunta
A senno antico. Qual non prende sonno
E non si ciba, de la morte il duolo
E d’una festa il tripudiar confonde
E stima eguahli. Andò quel grande, e noi
Ben tosto il seguirem, nella giustizia
Di Dio fidando creator del mondo.
:Alla misera gente ogni riposta
Sua ricchezza donò, dinanzi a Dio
Così disse pregando: Almo Signore,
Che mortal gloria superi ed avanzi
Ogni onor di quaggiù, dalle sue colpe
Lava del prode figlio mio lo spirto,
Nella vita eternal loco gli dona{{Ec||.}}
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<poem>
Pel capo intorto; e già di farsen cibo
Era sul punto, allor che costernate
Di mano gliel togliean le ancelle accorte
E lei stringeano al sen. La trasser poi
Dal tristo loco, infetta ambe le mani,
E la recâr con molto stento a quelle
Sue stanze elette, al loco ov’era il suo
Soggiorno usato. L’adagiar compunte
Al seggio consüeto e le apprestarono
La mensa e le recâr copia di cibi.
:D’ogni cosa gustò, fin che di cibo
Ella fu sazia, e le donzelle un drappo
Le distesero allor molle di sotto
Acconciamente. Sonno ella prendea
Riposandosi alfin da tanta angoscia,
Da tanto duol, da quella per l’acerbo
Fato di Rùstem dolorosa cura,
Dal pensier de’ tesori. E chiese cibo,
Ratto che si levò dal dolce sonno.
Con nuova brama, e d’ogni cibo assai
Gli recâr copia le fanciulle; e quando
Il senno in lei tornò, La tua parola,
A Zal essa dicea, iva congiunta
A senno antico. Qual non prende sonno
E non si ciba, de la morte il duolo
E d’una festa il tripudiar confonde
E stima eguahli. Andò quel grande, e noi
Ben tosto il seguirem, nella giustizia
Di Dio fidando creator del mondo.
:Alla misera gente ogni riposta
Sua ricchezza donò, dinanzi a Dio
Così disse pregando: Almo Signore,
Che mortal gloria superi ed avanzi
Ogni onor di quaggiù, dalle sue colpe
Lava del prode figlio mio lo spirto,
Nella vita eternal loco gli dona
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<poem>
Di paradiso, gli concedi il frutto
Del seme che gittò su questa terra.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|VI. Morte di re Gushtàsp.}}
{{Ct|c=t2|(Ed, Cale. p. 1241-1242).}}
<poem>
Da che finia dell’inclito guerriero
L’età felice, recherò novella
Storia qui innanzi. — Poi che de la sorte
S’intenebrava per Gushtàspe il volto,
Giamàspe ei volle innanzi al trono e disse:
D’Isfendïàr per l’opra dolorosa
Tale impronta di duol m’ebbi nell’alma.
Colpa del reo destin, che di mia vita
Più giocondo non è limpido il giorno,
Ed io mi cruccio per cotesta sorte
Vendicatrice. Dopo me, regnante
Behmèn sarà, ma del secreto suo
Pia Beshutèn conoscitor. La fronte
Deh! non volgete voi dal suo comando
In altra parte, dal suo fermo patto
Non dilungate, ma la via diritta
Ciascun gli mostri. Egli è di regal seggio
E di corona imperiai ben degno.
Porse a Behmèn de’ suoi tesori antichi
Le chiavi tutte, dal profondo petto
Un sospiro traendo. Ecco! dicea.
Giunge al .suo fine ogni opra mia. Già supera
L’onda il mio capo. Qui sedei per cento
Anni e venti qual re, per l’ampia terra
Chi ugual mi fosse, mai non vidi. Or tu.
Figlio diletto, poni in ciò tuo studio
Ed a giustizia sii fedel! Se in opra
Tu giustizia porrai, da ogni rancura
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<poem>
Di paradiso, gli concedi il frutto
Del seme che gittò su questa terra.
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{{Ct|c=t1|VI. Morte di re Gushtàsp.}}
{{Ct|c=t2|(Ed, Cale. p. 1241-1242).}}
<poem>
:Da che finia dell’inclito guerriero
L’età felice, recherò novella
Storia qui innanzi. — Poi che de la sorte
S’intenebrava per Gushtàspe il volto,
Giamàspe ei volle innanzi al trono e disse:
D’Isfendïàr per l’opra dolorosa
Tale impronta di duol m’ebbi nell’alma,
Colpa del reo destin, che di mia vita
Più giocondo non è limpido il giorno,
Ed io mi cruccio per cotesta sorte
Vendicatrice. Dopo me, regnante
Behmèn sarà, ma del secreto suo
Fia Beshutèn conoscitor. La fronte
Deh! non volgete voi dal suo comando
In altra parte, dal suo fermo patto
Non dilungate, ma la via diritta
Ciascun gli mostri. Egli è di regal seggio
E di corona imperïal ben degno.
:Porse a Behmèn de’ suoi tesori antichi
Le chiavi tutte, dal profondo petto
Un sospiro traendo. Ecco! dicea,
Giunge al suo fine ogni opra mia. Già supera
L’onda il mio capo. Qui sedei per cento
Anni e venti qual re, per l’ampia terra
Chi ugual mi fosse, mai non vidi. Or tu,
Figlio diletto, poni in ciò tuo studio
Ed a giustizia sii fedel! Se in opra
Tu giustizia porrai, da ogni rancura
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/451
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Alex brollo
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<poem>
Andrai libero e sciolto. Abbi al tuo fianco
Beato e lieto chi è più saggio, e il mondo
Al tuo nemico d’ombre avvolgi. Sii
E verace e leal, che mai non tocca
Iattura a l’uom per lealtà. Ma intanto
Io t’abbandono il trono mio, la benda
Imperïal co’ miei tesori, poi
Che lungamente faticai pel mondo
Con affanno e dolor. — Disse, e toccava
Al segnato confin la dolce vita
Subitamente, nè giocondo frutto
L’età passata gli recò. Gli fecero
La sepoltura e d’ebano e d’avorio
E sul trono real che dentro v’era,
Sospeser la corona. Egli ebbe in terra
Parte nel duolo e ne’ tesori suoi,
Gustò velen dopo un balsamo eletto,
Gustò velen dopo un licor soave.
Deh! se pur questo è il viver nostro, quale
È frutto del piacer? Pari ad un sire
È ne la morte chi sua vita a frusto
Mendicando si va. Tu godi intanto
Del ben che tieni, ed a mal far non porre
Industria mai, porgendo all’uom ch’è savio
Gli orecchi intenti. Già passaron oltre
I compagni di via; noi qui restammo,
E qui leggemmo di passati eventi
Ben molte cose. A stazïon frattanto
Del suo riposo chi ne andò, giugneva,
E bel frutto cogliea chi lo cercava
Con cura intenta. Deh! non tocchi mai
La mano tua fuor che giocondo frutto,
Se pur del saggio la parola ascolti!
</poem>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/452
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Alex brollo
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{{Ct|f=120%|v=1|t=3|lh=1.5|IL RE BEHMEN ARDESHIR,<br>LA REGINA HUMAY, IL RE DARAB,<br>IL RE DARA.}}
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<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t01|I. Il re Behmen Ardeshìr.}}
{{Rule|2em|v=1|t=1}}
{{Ct|c=t1|I. Spedizione di Behmen contro il Sìstàn,}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1242-1245).}}
<poem>
All’opre di Behmen volgerò intanto
La mia fatica ed i trascorsi casi
A te racconterò. — Come si assise
Dell’avo suo sul trono, ecco! fermossi
Behmen a’ fianchi la guerresca cinta
E ad operar la man disciolse. Diede
All’esercito suo dramme lucenti
E die danari e molte cose elette
Dispensar volle e potestà di prenci
Su terre e campi; e come ratto scorse
Tempo non lungo in ciò, la sua vendetta
Già meditava l’inclito signore.
Di magnati e di saggi e di possenti
Sperti d’assai fe’ un’assemblea, poi disse:
D’Isfendìàr l’acerbo fato e il bene
E il male ancor del tramutar di questa
Infida sorte, ricordate voi,
FiRDUSi, V. 29
</poem>
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<poem>
All’opre di Behmen volgerò intanto
La mia fatica ed i trascorsi casi
A te racconterò. — Come si assise
Dell’avo suo sul trono, ecco! fermossi
Behmen a’ fianchi la guerresca cinta
E ad operar la man disciolse. Diede
All’esercito suo dramme lucenti
E die danari e molte cose elette
Dispensar volle e potestà di prenci
Su terre e campi; e come ratto scorse
Tempo non lungo in ciò, la sua vendetta
Già meditava l’inclito signore.
Di magnati e di saggi e di possenti
Sperti d’assai fe’ un’assemblea, poi disse:
D’Isfendìàr l’acerbo fato e il bene
E il male ancor del tramutar di questa
Infida sorte, ricordate voi,
FiRDUSi, V. 29
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Alex brollo
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{{Ct|c=t1|I. Spedizione di Behmen contro il Sîstán.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1242-1245).}}
<poem>
All’opre di Behmen volgerò intanto
La mia fatica ed i trascorsi casi
A te racconterò. — Come si assise
Dell’avo suo sul trono, ecco! fermossi
Behmen a’ fianchi la guerresca cinta
E ad operar la man disciolse. Diede
All’esercito suo dramme lucenti
E die danari e molte cose elette
Dispensar volle e potestà di prenci
Su terre e campi; e come ratto scorse
Tempo non lungo in ciò, la sua vendetta
Già meditava l’inclito signore.
Di magnati e di saggi e di possenti
Sperti d’assai fe’ un’assemblea, poi disse:
D’Isfendìàr l’acerbo fato e il bene
E il male ancor del tramutar di questa
Infida sorte, ricordate voi,
FiRDUSi, V. 29
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 463 —|}}</noinclude><section begin="s1" />
{{Ct|c=t01|2. La regina Humày.}}
{{Rule|2em|t=1|v=3}}<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|I. Nascita di Dàràb.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1248-1250).}}
<poem>
Or io ritorno a ciò che fe’ regnando
Humày leggiadra che l’eccelso loco,
Morto Behmèn, si prese. — Ecco! morìa
Ardeshìr prence per iniquo morbo,
E inerte rimanea con la corona
Il seggio imperiai; ma venne e in capo
Humày si pose la corona fulgida
E cominciò nuovo costume e norme
Diverse e leggi. Al suo cospetto accolse
L’ampio stuol degli eroi, le porte schiuse
De’ suoi tesori e die monete assai.
Vinse in giustizia e in nobile consiglio
L’antico genitor, si che più bella
Questa terra si fea per sua giustizia
Inclita e grande. E come tosto in capo
Ella si pose la regal corona,
Lieta novella diede al mondo intero
Di sua giustizia e di sua grazia e disse:
Sia fortunato questo seggio e questa
Corona imperiai, divelto il core
Sia de’ nemici! Ma leggiadre e oneste
Sian l’opre nostre e non veggasi mai
</poem>
<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/493
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2026-07-05T20:12:07Z
Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 490 —|}}</noinclude><section begin="s1" />
{{Ct|c=t01|3. Il re Dàràb.}}
{{Rule|2em|t=1|v=3}}<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|I. Fondazione di Dàràb-ghird.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1261-1263).}}
<poem>
L’uom de la villa, antico e di leggende
Facondo narrator, che mai dicea
Dell’inclito Ardeshir, di re Gushtàspe,
Di que’ famosi die consigli eletti
Aveano in core, e di Daràb illustre
E d’Humày del costume e del pensiero?
Quando sul trono imperiai si assise
Prence Daràb, si strinse la cintura
A’ fianchi intorno e disciolse la mano
Ad opre illustri. Disse allor, volgendosi
A sacerdoti, a saggi, a valorosi,
A sapienti vigili del core:
Potere in terra non cercai per molta
Rancura e per giustizia, e Iddio regnante
Posemi in capo la corona. Oh! certo
Che nel mondo quaggiù non vide alcuno,
in secreto o in palese, alto portento
Maggior del caso mio! Ma per cotesto
Nessun premio vegg’io fuor di giustizia,
Sì che di noi dopo di noi ricordo
Faccia il mortai con qualche lode. Ancora
D’uopo non è che per la mia fatica
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/503
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 500 —|}}</noinclude><section begin="s1" />
{{Ct|c=t01|4. Il re Dârâ.}}
{{Rule|2em|t=1|v=3}}<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|I. Principio del regno di Dârâ e di Sikender.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1266-1269).}}
<poem>
Nel tempo che tornossi al genitore
Nahid, sen venne e si pigliò novella
Sposa prence Daràb. Nacquegli allora,
Con maestà, con nobile statura.
Un pargoletto, agli anni suoi minore
Del figlio di Nahìd. Nel giorno istesso
Diègli nome di Darà, onde più assai
Pel padre suo nelle sue dolci brame
Foss’ei felice. Come dieci poi
Anni passar con altri due, iattura
Venne all’età, venne a la sorte lieta
Del vecchio sire. Declinava il figlio
Aitante d’Humày, che già il chiamavano
Ad altra vita, si che tosto intorno
I orandi ei si chiamò co’ sapienti
E fe’ parole di quel trono assai
Di sua grandezza. A voi, disse quel sire,
Darà ch’è figlio di Daràb, nel bene
Sarà maestro e guida. Orecchi porga
Ciascun di voi, ciascun di voi suo cenno
Obbedisca fedel, per suo comando
Gioia apprestando all’alme vostre ancora,
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Pagina:Cicerone - Degli uffici, 1840.djvu/261
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OrbiliusMagister
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/* Pagine SAL 75% */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||241}}</noinclude><section begin="s1" />s’appartenga all’uso suo, non è cosa iniqua; ma torre a altri, non è ragione.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO X.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Della conservazione degli uffici intorno agli amici.''}}
Ma gli uffici spezialmente si maculano nelle amicizie: alle quali non dare quello che rettamente tu puoi, e dare quello che non sia giusto, è contro all’ufficio. Ma di tutte queste simili cose, n’è un brieve precetto, e non difficile. Imperocchè tutte quelle cose le quali paiono utili, come sono gli onori, le ricchezze, i piaceri, e tutte le altre simili cose, non debbono mai essere preposte all’amicizia. E il buon uomo per cagione dell’amicizia, non farà contro alla repubblica, nè contro al giuramento, nè contro alla fede; e benchè esso ancora avesse a giudicare l’amico. Imperocchè egli pon giù la persona dell’amico, quando ei si veste di quella del giudice. Solamente aiuterà l’amico in questo, che esso vorrebbe che solamente la causa dell’amico<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Pagina:Cicerone - Degli uffici, 1840.djvu/262
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OrbiliusMagister
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/* Pagine SAL 75% */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|242||}}</noinclude>fosse vera; e quanto e’ gli sarà lecito, secondo le leggi, egli a colui accomoderà il tempo del dire le ragioni sue. Ma quando la sentenza sarà da dovere essere detta col giuramento, ricordisi ch’esso dà Iddio per testimonio; ciò è la mente sua: della quale esso Iddio nessuna cosa ha dato più divina all’uomo. E così noi dagli antichi nostri abbiamo ricevuto uno egregio costume, del pregare il giudice; ciò è se a noi egli è tale, il quale possa fare questo, salva la fede.
Questa domanda si appartiene a quelle cose, le quali poco innanzi da me furono dette: ciò è che onestamente dal giudice poteva essere conceduto all 1 amico. Imperocchè se tutte le cose dovessino essere fatte, le quali vogliono gli amici, tali non debbono essere stimate amicizie, ma congiurazioni. Io parlo delle comuni amicizie: imperocchè ne’ savi e perfetti uomini, non può accadere alcuna tal cosa. E si dice che Dam’one e Pitia pittagorici, tra loro furono di tale animo, che conciosiacosa che Dionisio tiranno, avesse destinato il dì della morte a uno di loro, e colui ch’era {{Pt|de-|}}<noinclude></noinclude>
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Pagina:Cicerone - Degli uffici, 1840.djvu/263
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2026-07-06T04:59:07Z
OrbiliusMagister
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/* Pagine SAL 75% */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||243}}</noinclude><section begin="s1" />{{Pt|stinato|destinato}} alla morte avesse domandato alcuni dì, per cagione di raccomandare agli amici i suoi, quell’altro entrò mallevadore, di fare comparire costui al dì deliberato; e se ei non ritornasse, esso voleva essere morto per lui. Il quale poi quando e’ fu tornato, come aveva detto, il tiranno maravigliatosi della fede di costoro, addomandò da loro, ch’eglino l’aggiungessino terzo a quell’amicizia.
Adunque quando quello che pare utile nell’amicizia, viene in comparazione coll’onesto, giacciasi l’apparenza dell’utilità, e vada innanzi l’onestà. Ma quando nell’amicizia saranno addomandate quelle cose che non sono oneste, la religione e la fede sieno preposte all’amicizia; e così noi avremo quella scelta dell’ufficio, la quale noi cerchiamo.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO XI.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Della conservazione dell’onesto nella repubblica.''}}
Ma nella repubblica spessissime volle si pecca, per l’apparenza della utilità: come feciono i nostri nella distruzione di<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|244||}}</noinclude>Corinto; e gli Ateniesi ancora feciono piu crudelmente; i quali incrudelirono, che agli Egineli fussino tagliali i diti grossi delle mani, perchè eglino erano potenti in nave. Questo parve utile: imperocchè Egine soprastava troppo al Pireo per la vicinanza. Ma niente è utile che è crudele. Imperocchè la crudeltà è massimamente inimica alla natura degli uomini, la quale noi dobbiamo seguitare.
Male ancora fanno coloro, i quali vietano che i forestieri usino le città, e quegli da lungi scacciano: come fece Penno al tempo de’ padri nostri; e nuovamente Papio. Imperocchè essere in luogo di cittadino, è retta cosa a noi concedere; la quale legge feciono i savissimi consoli Crasso e Scevola: ma vietare i forestieri dell’uso della città, è cosa disumana. Ma quelle cose sono eccellenti, nelle quali la apparenza dell’utilità pubblica, a comparazione dell’onestà, è spregiata. La repubblica nostra è piena di esempi, si spesse volte, sì ancora spezialmente nella seconda guerra africana: la quale, ricevuto il danno di Canne, ebbe maggiori animi, che essa<noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||245}}</noinclude>non ebbe mai nella prosperità: allora non si vide alcuna dimostrazione di paura, non vi fu alcuno ricordo di pace. Tanta è la forza dell’onesto, ch’essa oscura l’apparenza dell’utilità.
Quando gli Ateniesi in nessuno modo potevano sostenere l’impeto de’Persi, e ordinarono, che abbandonata la città, e le mogli e i figliuoli allogati nel castello di Trezcne, essi montassino in nave, e col navilio difendessino la libertà della Grecia; co’ sassi uccisono Cirrilo, il quale gli confortava ch’essi stessono nella città, e ricevessino Xerse. E colui pareva che seguisse 1 utilità: la quale non era, perchè vi ripugnava l’onestà.
E Temistocle dopo la vittoria di quella guerra, la quale eglino ebbono co’ Persi, disse in presenza del popolo, ch’egli aveva un consiglio salutifero alla repubblica, ma che e’ bisognava, ch’e’ non si sapesse; e addomandò che il popolo gli desse uno, col quale egli lo comunicasse. E gli fu dato Aristide. Costui disse allora ad Aristide, che le navi de’ Lacedemoni potevano di nascoso essere arse, le quali erano allora sotto il<noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|246||}}</noinclude>Giteo: la qual cosa quando fosse fatta, mostrava, che le forze de’ Lacedemoni di necessità erano rotte. La qual cosa quando fu udita da Aristide, esso andò nel consiglio con grande aspettazione; e quivi ragunato il popolo, disse, che il consiglio che arrecava Temistocle era utile, ma ei non era onesto. E così gli Ateniesi non stimarono, che quello che non fusse onesto fusse utile; e rifiutarono tutto quello fatto, ch’essi non avevano udito, essente autore Aristide. Ma meglio feciono costoro che noi: i quali abbiamo i corsali liberi, e i collegati tributari.
Rimanga adunque, che quello ch’è brutto non sia mai utile; e non ancora l’acquistare quello, che tu stimi essere utile; imperocchè stimare essere utile quello che sia brutto, è dannoso.<noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||247}}</noinclude>
{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO XII.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Disputa di Diogene e Antipatro, nella quale pare che sia utile ripugnare all’onesto.''}}
Ma come io dissi di sopra, spesse volte accadono cagioni, quando e’ pare che l’utilità ripugni all’onestà; in modo che e’ si debba considerare, se essa ripugna apertamente, o se essa può essere congiunta coll’onestà.
Di queste tali cose queste sono le quistioni: se, per cagione di esempio, un buon uomo di Alessandria avrà arrecato a Rodi grande copia di frumento, quando quegli di Rodi erano in grandissima carestia e necessità di vettovaglia; se costui medesimo, saprà che da Alessandria si sieno partiti molti mercatanti, e avrà veduto le navi di coloro cariche di frumento, e dirizzantisi inverso Rodi; or, debbe costui dire questo a quegli di Rodi, o debbe più tosto tenerlo segreto, e vendere il frumento suo più caro che possa? Noi fingiamo il savio e buon uomo: e cerchiamo della {{Pt|de-|}}<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Il Libro dei Re/Il re Gushtâsp
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Alex brollo
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wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=75%|data=5 luglio 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Il re Gushtâsp|prec=../Il re Lohrâsp|succ=/1}}
<pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu" from="82" to="82" tosection="s1" />
== Indice ==
* {{testo|/1|1. - Leggenda di Zerdusht e guerra con Argiâsp}}
* {{testo|/2|2. - Leggenda delle sette avventure d'Isfendyâr}}
* {{testo|/3|3. - Leggende di Rustem e d'Isfendyâr}}
* {{testo|/4|4. - Leggenda della morte di Rustem}}
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Pagina:Il Ruwenzori, 1908 - BEIC IE7203615.djvu/394
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Spinoziano (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|268|APPENDICE ''B''|}}</noinclude>
''Butiti''. — Usando la latitudine stimata φ = 0° 39' 30", si deduce la longitudine con due serie di altezze osservate al ritorno (Osservazioni N.° 89 e 90):
<poem>
1 Agosto . . . . . . λ = 2<sup>h</sup> 2<sup>m</sup> 34<sup>s</sup>.3 E. G.
{{spazi|8}}»{{spazi|5}}. . . . . . » = 2{{spazi|3}}2{{spazi|4}}34 .8{{spazi|4}}»
{{spazi|35}}────────
{{spazi|3}}Butiti{{spazi|4}}. . . . . . λ = 2<sup>h</sup> 2<sup>m</sup> 34<sup>s</sup>.5{{spazi|4}}»
{{spazi|30}}» = 30° 38' 37"{{spazi|2}}E. G.
</poem>
''Duwona''. — Col valore approssimato λ = 2<sup>h</sup> 1<sup>m</sup> 17<sup>s</sup>. E. G. si è calcolata la latitudine con un'altezza meridiana osservata all'andata (Osservazione N.° 24):
1 Giugno — Duwona . . . . φ = 0° 33' 25" N.
''Butanuka''. — Determinata nel ritorno la latitudine con un'altezza meridiana (Osservazione N.° 70) e la longitudine con due serie di altezze (Osservazioni N.° 71 e 72):
<poem>
20 Luglio φ = 0° 26' 33" N.{{spazi|4}}λ = 2<sup>h</sup> 1<sup>m</sup> 4<sup>s</sup>.1 E. G.
{{spazi|6}}»{{spazi|45}}» = 2{{spazi|3}}1{{spazi|4}}4 .6{{spazi|4}}»
{{spazi|23}}───────{{spazi|15}}───────
Butanuka φ = 0° 26' 33" »{{spazi|7}}λ = 2<sup>h</sup> 1<sup>m</sup> 4<sup>s</sup>.4{{spazi|3}}»
{{spazi|55}}» = 30° 16' 6" E. G.
</poem>
''Kasongo''. — Con la latitudine approssimata φ = 0° 21' 30" N dedotta dalle carte si calcolò la longitudine usando due serie d'altezze osservate all'andata (Osservazioni N. 25 e 26):
2 Giugno . . . . . . λ = 2sup>h</sup> 1<sup>m</sup> 0<sup>s</sup>.8 E. G.
» . . . . . . » = 2 1 0.4 »
Kasongo . . . . . . λ = 2sup>h</sup> 1<sup>m</sup> 0<sup>s</sup>.6 »
» = 30° 15' 9 '' E. G.
''Bihunga''. — Avuta la longitudine da due serie d'altezze all'andata, usando φ = 0° 20' 20" N., dedotta dalle carte (Osservazioni N.° 30 e 31):
4 Giugno . . . . . . λ = 2sup>h</sup> 1<sup>m</sup> 27<sup>s</sup>.0 E. G.
» . . . . . . » = 2 0 27.2 »
Bihunga . . . . . . λ = 2sup>h</sup> 0<sup>m</sup> 27<sup>s</sup>.1
» = 30° 6' 46" E. G.<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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/* Trascritta */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|268|APPENDICE ''B''|}}</noinclude>
''Butiti''. — Usando la latitudine stimata φ = 0° 39' 30", si deduce la longitudine con due serie di altezze osservate al ritorno (Osservazioni N.° 89 e 90):
<poem>
1 Agosto . . . . . . λ = 2<sup>h</sup> 2<sup>m</sup> 34<sup>s</sup>.3 E. G.
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''Duwona''. — Col valore approssimato λ = 2<sup>h</sup> 1<sup>m</sup> 17<sup>s</sup>. E. G. si è calcolata la latitudine con un'altezza meridiana osservata all'andata (Osservazione N.° 24):
1 Giugno — Duwona . . . . φ = 0° 33' 25" N.
''Butanuka''. — Determinata nel ritorno la latitudine con un'altezza meridiana (Osservazione N.° 70) e la longitudine con due serie di altezze (Osservazioni N.° 71 e 72):
<poem>
20 Luglio φ = 0° 26' 33" N.{{spazi|4}}λ = 2<sup>h</sup> 1<sup>m</sup> 4<sup>s</sup>.1 E. G.
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''Kasongo''. — Con la latitudine approssimata φ = 0° 21' 30" N dedotta dalle carte si calcolò la longitudine usando due serie d'altezze osservate all'andata (Osservazioni N. 25 e 26):
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''Bihunga''. — Avuta la longitudine da due serie d'altezze all'andata, usando φ = 0° 20' 20" N., dedotta dalle carte (Osservazioni N.° 30 e 31):
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Pic57
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Me pa -- der fa 'l mo -- let -- ta_E mi fo_'l mo -- let -- tin quand
sa -- rà mort me pa -- der, fa -- rò el mo -- let -- ta_mi E zon, e zon, e zon, e zon; E
zon e zon e zi; Quand sa -- rà mort me pa -- der, fa -- rò_'l mo -- let -- ta mi
}
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Mi gh'hoo la mi -- a so -- rel -- la Che de nomm se ciam -- ma Ra-
chel -- la: Ai vun -- des or -- de -- si -- _ ra_La me -- ni al -- l'o -- spi -- ta -- le
}
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O gio -- va -- no -- ti ô -- o! O gio -- va -- no -- ti ê!
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g1~|
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Can -- to l'ar -- mi pie -- to -- se_e_il Ca -- pi -- ta -- _ _ _ _ _
no Che_'l gran Se -- pol -- _ _ cro li -- be -- rò di Cri -- _
sto Mol -- to egli o_prò col son -- no e con la ma_no Mol -- to sof-
frì _ nel glo -- ri -- oso a -- cqui -- _ _ _ sto
}
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Pic57
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}
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Can -- to l'ar -- mi pie -- to -- se_e_il Ca -- pi -- ta -- _ _ _ _ _
no Che_'l gran Se -- pol -- _ _ cro li -- be -- rò di Cri -- _
sto Mol -- to egli o_prò col son -- no e con la ma_no Mol -- to sof-
frì _ nel glo -- ri -- oso a -- cqui -- _ _ _ sto
}
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Me pa -- der fa 'l mo -- let -- ta_E mi fo_'l mo -- let -- tin quand
sa -- rà mort me pa -- der, fa -- rò el mo -- let -- ta_mi E zon, e zon, e zon, e zon; E
zon e zon e zi; Quand sa -- rà mort me pa -- der, fa -- rò_'l mo -- let -- ta mi
}
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bes4 aes8|
f4.|
aes8 aes aes|
bes4 aes8|
g4.|
ees4 r8|
}
\addlyrics{
Mi gh'hoo la mi -- a so -- rel -- la Che de nomm se ciam -- ma Ra-
chel -- la: Ai vun -- des or -- de -- si -- _ ra_La me -- ni al -- l'o -- spi -- ta -- le
}
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O gio -- va -- no -- ti ô -- o! O gio -- va -- no -- ti ê!
}
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Il Libro dei Re/Il re Gushtâsp/3
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2026-07-05T14:10:55Z
Alex brollo
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Porto il SAL a SAL 75%
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wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=75%|data=5 luglio 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|Il re Gushtâsp]] - 3. - Leggende di Rustem e d'Isfendyâr|prec=../2/XIII|succ=../3/I}}
<pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu" from="280" to="280" tosection="s1" />
=== Indice ===
* {{testo|/I|I. - Principio del racconto}}
* {{testo|/II|II. - Richieste d'Isfendyâr}}
* {{testo|/III|III. - Consigli di Ketayûna}}
* {{testo|/IV|IV. - Partenza d'Isfendyâr}}
* {{testo|/V|V. - Messaggio d'Isfendyâr a Rustem}}
* {{testo|/VI|VI. - Risposta di Rustem}}
* {{testo|/VII|VII. - Incontro di Rustem e d'Isfendyâr sull'Hîrmend}}
* {{testo|/VIII|VIII. - Il diniego dell'invito}}
* {{testo|/IX|IX. - Vilipendio e difesa della famiglia di Rustem}}
* {{testo|/X|X. - Lodi del valore degli eroi}}
* {{testo|/XI|XI. - Banchetto di Rustem e d'Isfendyâr}}
* {{testo|/XII|XII. - Ritorno di Rustem al castello}}
* {{testo|/XIII|XIII. - Combattimento di Rustem e d'Isfendyâr}}
* {{testo|/XIV|XIV. - Morte di Nûsh-âzer e di Mihr-nûsh}}
* {{testo|/XV|XV. - Ritirata di Rustem sul monte}}
* {{testo|/XVI|XVI. - Richiesta d'aiuto al Sîmurgh}}
* {{testo|/XVII|XVII. - Altro combattimento di Rustem con Isfendyâr}}
* {{testo|/XVIII|XVIII. - Parole estreme e morte d'Isfendyâr}}
* {{testo|/XIX|XIX. - La bara d'Isfendyâr recata al re Gushtâsp}}
* {{testo|/XX|XX. - Lettere di Rustem e di re Gushtâsp}}
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Il Libro dei Re/Il re Gushtâsp/4
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<pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu" from="423" to="423" tosection="s1" />
=== Indice ===
* {{testo|/I|I. - Principio del racconto}}
* {{testo|/II|II. - Nascita e inganni di Sheghâd}}
* {{testo|/III|III. - Morte di Rustem}}
* {{testo|/IV|IV. - Funerali di Rustem}}
* {{testo|/V|V. - Punizione del re di Kâbul}}
* {{testo|/VI|VI. - Morte di re Gushtâsp}}
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Panz Panz
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/* Trascritta */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|lxxix}}|riga=sì}}</noinclude>compieva il suo corso la civiltà di tre antichissime e potenti nazioni. Quetzacoatl, Manco-Capac e Bochica sono tuttavia nelle popolari tradizioni i nomi sacri dei tre grandi pontefici e legislatori delle vaste pianure di Anahuac, di Cuzco<ref>Le tradizioni popolari raccolte dagli ultimi viaggiatori si accordano ad attribuire ad un popolo sconosciuto i giganteschi edifizii eretti nella circostanze di Cuzco e in quelle del lago di Titicaca molto tempo innanzi Manco-Capac; e ciò che è
ancor più curioso sì è che i cranii di cotesta sconosciuta nazione trovati da {{AutoreCitato|Joseph Barclay Pentland|Pentland}} nelle tombe, e dei quali molti sono stati studiati da {{AutoreCitato|Georges Cuvier|Cuvier}}, si distinguono da quelli di tutte le razze conosciute per la loro somma stiacciatura e per la prominenza straordinaria delle loro mascelle.</ref> e di Condinamarca. Codesti tre uomini straordinari hanno già importata in questo periodo la civiltà tra i Messicani, i Peruviani, i Muyscas. I ''teocalli'' o piramidi dei primi e degli altri popoli aztechi, la loro carta di ''magney'' e i loro dipinti geroglifici, tempio del Sole, le quattro grandi feste dei Peruviani, i pellegrinaggi annni da Iraca e nei suoi dintorni resi celebri dai supposti miracoli di Bochica, l’inviolabilità dei pellegrinaggi tanto sacra sullo
spianato di Bogota, quanto nei deserti dell’Arabia e sulle rive del Gange, le maestose ruine di Milla, le grandi strade segnate attraverso alle Cordigliere e gli arditissimi ponti gettati sui più larghi e impetuosi torrenti sono pure evidenti prove della civiltà dei Messicani, dei Peruviani e dei Muyscas, anteriore alle conquiste degli Europei. L’anfiteatro di Copan colle sue piramidi, coi suoi bassorilievi e colle sue colonne; il tempio della grotta di Zibulea; il vasto palazzo reale o alcazar di Utatlan; le piazze forti di Tecpanguatimala e di Messico; i ruderi maestosi delle vasti capitali di Utatlan, di Patinamit e di Atitlan, non che delle fortezze di Parraquin, di Socoleo, di Uspantlan attestano pure la civiltà dei Quiahi, dei Kachiqueli, dei Zatagili e di più altre nazioni del Guatimala. Nè punto inferiore al progresso di Maya, degli Itzaez, dei Zapotechi, degli abitanti del regno di Mechoacan e delle repubbliche di Tlascala, di Cholula e di Huetxocingo. A questo medesimo centro di incivilimento collimano il Cibola ed il Quivir, regioni non meno celebri per le favolose ricchezze che vengono loro attribuite, quanto per lo stato inoltrato di civiltà nel quale furono trovati i loro popoli visitati da Fra Marco di Nizza e da Francisco de Coronado, non che i Mogui la cui metropoli, posta sulle sponde del Yaquesila, offriva sino al XVI secolo numerosa popolazione, magnifiche piazze e case a vari piani. Tali erano pure i popoli di quelle nazioni della costa del nord-ovest presso le quali trovaronsi abitazioni a due piani, adorne di sculture e di statue in legno, tempii, monumenti mortuarii, grandi quadri dipinti sul legno, zampogne ad undici canne e piroghe molto ingegnosamente costrutte. Quei numerosi tumuli, quei fortini quadrati, quegli immensi trinceamenti che scoprironsi sul territorio della Unione, dal lago Ontario sino al golfo del Messico e fra gli Alleghany e la catena Missuri colombiana, il vase o idolo a tre leste somigliante alla trimurti indiana, il busto molto somigliante ai Burkani dei Burieti, trovato da pochi anni presso l’Ohio, le mummie estratte dalla caverna del Mammouth, non che le sculture
scolpitevi sulle roccie, sono pure monumenti della inoltrata e vetusta civiltà degli Alleghany cui vengono comunemente attribuiti. Le figure simboliche di che sono coperte le roccie granitiche lunghesso il basso Orenoco, sulle rive del Cassiquiar, e fra le sorgenti dell’Essequebo e del Rio-Bianco luoghi da lunghissimo tempo fatti solitudini percorse da sole orde di selvaggi, accennano pure alla civiltà d’un popolo da tempo immemorabile scomparso. I Natchez e più altre nazioni al nord dell’equatore, e gli Araucani posti al sud del medesimo, offrono generi di una civiltà che sembra sia stata affatto indipendente da quella dei popoli ora accennati. Questi ultimi specialmente, tanto da tutti gli altri popoli distinti, ricordano le virtù e i costumi dei tempi eroici di Grecia. E gli innumerevoli monumenti sparsi sulla immensa superficie americana, a vasti intervalli di distanza gli uni dagli altri, ed in regioni poco innanzi deserte o attualmente occupate da tribù affatto selvaggie, accennano pure altrettanti centri di civiltà di assai differente natura.
Ma fra tutte queste reliquie di una immemorabile civiltà sorgono magnifiche quelle che presentano le ruine delle grandi città di Culhacan e di Talha, scoperte nelle solitudini della provincia di Chiapa. Le loro sculture maravigliose tanto pel soggetto che rappresentano, quanto per la singolare costruzione che offre la testa delle loro figure, i tempii, le tombe, gli acquedotti, le piramidi, i bassorilievi adorni di geroglifici, le colossali moli le cui costruzioni accennano ad una razza di uomini ora affatto scomparsa ed a una civiltà che si smarrisce nel buio dei secoli<ref>{{AutoreCitato|Alexander von Humboldt|Humboldt}}, {{AutoreIgnoto|Warden}}, {{AutoreIgnoto|Mac Culloc}}, {{AutoreIgnoto|Say}}, {{AutoreCitato|Edward King|lord Kingsborough}}, {{AutoreIgnoto|Constancio}}, e più modernamente {{AutoreCitato|Guillermo Dupaix|Dupaix}}, {{AutoreIgnoto|Xuarros}}, {{AutoreIgnoto|Cabrera}}, {{AutoreIgnoto|Beullock}}, {{AutoreIgnoto|Latour-Allard}}, {{AutoreCitato|Henri Baradère|Baradère}}, {{AutoreIgnoto|Franck}} e più altri cooperarono o con viaggi, o con l’erudizione, o colla sagacia della critica, o con molte splendide ed accurate edizioni alla illustrazione di tutto ciò che riguarda le antichità
americane.</ref>.<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/82
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2026-07-05T16:12:28Z
Panz Panz
3665
/* Trascritta */
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proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|lxxviii}}|INTRODUZIONE||riga=sì}}</noinclude>di Enea all’imperatore Severo in 80 libri, de’ quali ci lasciò il tempo nemmeno un terzo, in cui si ammira un’esattezza cronologica assai rara presso gli antichi, ed uno studio coscienzioso dei vecchi annali romani, una profonda cognizione della romana costituzione nelle diverse sue epoche, e l’uomo di stato che con filosofico sguardo assai perspicace divisa le instituzioni, le leggi, gli usi, la vita civile<ref>{{AutoreCitato|Angelo Mai|Mai}}, ''Scrip. vet. nova collect.'', Roma 1827, tom. II, e l’edizione dello {{AutoreCitato|Friedrich Stolz|Sturz}} a Lipsia 1825.</ref>; {{AutoreCitato|Erodiano|Erodiano}}, avvegnachè poco curante di cronologia e geografia, porge negli otto
libri della {{TestoCitato|Istoria dell'Imperio dopo Marco (De Romanis)|sua storia}} una narrativa semplice e spontanea degli avvenimenti di cui fu testimonio oculare (dal 180 al 258)<ref>Vedi l’edizione del {{AutoreCitato|August Immanuel Bekker|Bekker}}, Berlino 1826, e la trad. del {{AutoreCitato|Pietro Manzi|Manzi}}, Roma 1821.</ref>; la Varia storia di
{{AutoreCitato|Claudio Eliano|Eliano}}, colla varietà dei suoi soggetti, le opere dei Filostrati, e specialmente la storia di Nerone del seniore, le {{TestoCitato|Vite dei filosofi|vite}} di {{AutoreCitato|Diogene Laerzio|Diogene Laerzio}} coi preziosi documenti e frammenti di opere perdute, in esse conservati, aiutano più o meno i progressi storici di questo periodo<ref>Vedi {{AutoreCitato|Franz Ficker|Ficker}}, ''Manuale ecc.'', §. 124, 125, 126.</ref>; e finquì degli scrittori in greco. Venendo a quelli che illustrarono la letteratura storica latina, sorpassando a {{AutoreCitato|Marco Porcio Catone|Fabio Catone}}, {{AutoreCitato|Lucio Calpurnio Pisone Frugi |Pisone}}, {{AutoreIgnoto|Fannio}} e {{AutoreIgnoto|Verennio}} storici primissimi, ma ancora affatto digiani di critica, a {{AutoreCitato|Celio Antipatro|Celio Antipatro}}, {{AutoreCitato|Aulo Gellio|Gellio}}, {{AutoreIgnoto|Clodio}}, {{AutoreCitato|Sempronio Asellione|Asellione}}, {{AutoreCitato|Gaio Licinio Macro|Macro}}, {{AutoreCitato|Lucio Cornelio Sisenna|Sisenna}}, di cui parla {{AutoreCitato|Marco Tullio Cicerone|Cicerone}}<ref>''De leg.'', lib. II.</ref>, e dei quali conosciamo assai scarsi frammenti comunemente raccolti in alcune edizioni di {{AutoreCitato|Gaio Sallustio Crispo|Sallustio}}, o riportati da Aulo Gellio<ref>Lib. III, cap. VII; lib. VII, cap. III.</ref>; Giulio Cesare offre alla romana letteratura il primo e più perfetto modello di composizione puramente storica ne’ suoi Commentarii, capolavoro tuttavia insuperato nel suo genere, e del quale giudicò con tanta ammirazione lo stesso Cicerone<ref>''De clar. orat.'', LXXV. Vedi le illustrazioni di {{AutoreIgnoto|Möbius}} nell’edizione di Annover, 1826-1830.</ref>; Sallustio penetrando colla profondità di {{AutoreCitato|Tucidide|Tucidide}} fino al fondo degli avvenimenti che narra e indagando continuo nella condizione e carattere del tempo eui appartengono una spiegazione delle cause dei loro risultamenti, scrive la sua storia del popolo romano ed altre più opere storiche, delle quali non ci rimangono più che
quella della {{TestoCitato|Della congiura di Catilina|congiura di Catilina}} e della {{TestoCitato|Il Giugurtino|guerra di Giugurta}} con pochi frammenti d’altre<ref>{{AutoreCitato|Charles de Brosses|De Brosses}} tentò ridarci reintegrata la storia del popolo romano, raccozzando i frammenti che ne restano e riempiendone egli stesso le lacune con molto ingegno e sapere storico.</ref>; {{AutoreCitato|Cornelio Nepote|Cornelio Nipote}} scrive parecchie grandi opere storiche, e fra queste un compendio di storia universale di cui non ci restano che scarsi frammenti e le biografie degli uomini illustri, delle quali giunsero a
noi solo quelle dei capitani forse guaste da {{AutoreCitato|Emilio Probo|Emilio Probo}}<ref>{{AutoreIgnoto|Vichers}}, ''Disquisitio critica de fontibus et auctoritatibus et Cornelii Nepotis'', Groninga 1828.</ref>; {{AutoreCitato|Pompeo Trogo|Trogo Pompeo}} traccia nella sua storia del regno macedone una storia universale in 44 libri, dei quali giunge a noi il solo compendio che ne fece {{AutoreCitato|Marco Giuniano Giustino|Giustino}}<ref>{{AutoreCitato|Arnold Heeren|Heeren}}, ''De Trogi Pompei ejusque epitomatoris fontibus et auctoritate''; ''in Comment. Soc. Gott.'', vol. XV.</ref>; {{AutoreCitato|Tito Livio|Tito Livio}} concepisce ed eseguisce pel primo il disegno di una compiuta storia romana in 142 libri<ref>Di essi possediamo il 1° fino al 10, ed il 21° fino 45°, non che un frammento del 91°.</ref>, in cui con un’ammirabile
esposizione, con un’eloquenza politica splendida e copiosa, mostra come e per quali vie Roma, tra le molteplici lotte ch’ebbe a durare al di fuori, e malgrado le gravi tempeste che la commosse internamente, si fosse levata a quell’altezza di potenza cui toccò ai tempi di {{AutoreCitato|Augusto|Augusto}}<ref>{{AutoreCitato|Johann Ernst Immanuel Walch|Walch}}, ''Emendat. Liviana etc.'', Berlino 1815. Vedi anche le illustrazioni di {{AutoreCitato|Franz Göller|Göller}}, Francof. 1822.</ref>. A Livio succedono {{AutoreCitato|Floro|Floro}}, {{AutoreCitato|Velleio Patercolo|Velleio}}, {{AutoreCitato|Gaio Svetonio Tranquillo|Svetonio}} e {{AutoreCitato|Quinto Curzio Rufo|Q. Curzio}}, che mal continuano la sapienza storica di Roma, la quale è però da {{AutoreCitato|Publio Cornelio Tacito|Tacito}} sospinta tuttavia ad un’altezza bensì nei moderni tempi emulata ma sopravanzata giammai. La storia augusta di {{AutoreCitato|Elio Sparziano|Elio Sparziano}}, {{AutoreCitato|Giulio Capitolino|Giulio Capitolino}}, {{AutoreCitato|Trebellio Pollione|Trebellio Pollione}}, {{AutoreCitato|Flavio Vopisco|Flavio Vospisco}}, {{AutoreCitato|Elio Lampridio|Lampridio}} e {{AutoreCitato|Volcacio Gallicano|Gallicano}} segna il primo decadimento della storia romana.
{{AutoreIgnoto|Mattio}}, {{AutoreCitato|Publio Terenzio Varrone|Varrone d’Ataco}}, {{AutoreCitato|Publio Virgilio Marone|Virgilio}}, {{AutoreCitato|Marco Anneo Lucano|Lucano}}, {{AutoreCitato|Silio Italico|Silio Italico}}, {{AutoreCitato|Gaio Valerio Flacco|Valerio Flacco}}, {{AutoreCitato|Publio Papinio Stazio|Stazio}}, {{AutoreCitato|Saleio Basso|Saleio Basso}}, {{AutoreCitato|Claudio Claudiano|Claudiano}} rappresentano la storia della epopea romana, come {{AutoreCitato|Gaio Valerio Catullo|Catullo}}, {{AutoreCitato|Publio Ovidio Nasone|Ovidio}} quella del poema narrativo; {{AutoreCitato|Terenziano Mauro|Terenziano}}, {{AutoreCitato|Quinto Sereno Sammonico|M. Sereno Samonico}}, {{AutoreCitato|Marco Aurelio Olimpio Nemesiano|Nemesiano}}, {{AutoreCitato|Rufio Festo Avieno|Avieno}}, {{AutoreCitato|Prisciano|Prisciano}}, {{AutoreCitato|Claudio Rutilio Namaziano|Rutilio Namaziano}}, {{AutoreCitato|Dionisio Catone|Dionisio Catone}} quella del poema didattico: {{AutoreCitato|Marco Terenzio Varrone|Terenzio Varrone}}, {{AutoreCitato|Publio Valerio Catone|Valerio Catone}}, Ovidio, {{AutoreCitato|Quinto Orazio Flacco|Orazio}}, {{AutoreCitato|Aulo Persio Flacco|Persio}}, {{AutoreCitato|Decimo Giunio Giovenale|Giovenale}}, {{AutoreCitato|Turno|Turno}}, {{AutoreCitato|Sulpicia|Sulpizia}}, {{AutoreCitato|Petronio Arbitro|Petronio}}, flagellano colla satira i pregiudizii, i costumi delle varie loro età; si solleva la lirica con {{AutoreCitato|Gaio Licinio Calvo|Licinio Calvo}}, Catullo, Orazio; decade con {{AutoreCitato|Publio Papinio Stazio|Stazio}}, {{AutoreCitato|Decimo Magno Ausonio|Ausonio}}, {{AutoreCitato|Claudio Claudiano|Claudiano}}, {{AutoreCitato|Prudenzio|Prudenzio}}, {{AutoreCitato|Sedulio|Sedulio}}. L’eloquenza ha
Cicerone, {{AutoreCitato|Lucio Anneo Seneca|Seneca}}, {{AutoreCitato|Marco Fabio Quintiliano|Quintiliano}} e {{AutoreCitato|Gaio Plinio Secondo|Plinio}}, la grammatica un {{AutoreCitato|Marco Porcio Catone|Catone}}, un Varrone, un {{AutoreCitato|Verrio Flacco|Verrio Flacco}}; la commedia {{AutoreCitato|Tito Maccio Plauto|Plauto}} e {{AutoreCitato|Publio Terenzio Afro|Terenzio}}.
Le arti belle intanto assumono il carattere di tutta la romana grandezza. Sorgono in Roma e nelle mille città dell’impero numerosi ed immensi i tempii, i teatri, gli anfiteatri, gli acquedotti, gli archi ecc. (''vedi tutte queste voci nella Enciclopedia'', più {{Sc|Romana architettura, Scultura}} ecc.).
Intanto nel mondo che noi chiamiamo ''nuovo''<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|lxxx}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>
Ma mentre i progressi dello spirito umano si estendevano a tanta latitudine sopra l’Europa, l’Asia, l’Africa e le Americhe; mentre la civiltà romana portava su tante parti del così detto mondo antico le sue leggi, i suoi costumi, la sua lingua, i suoi vizii, le sue virtà e i primi germogli di quella forza stessa sotto cui doveva poi soccombere, quali erano le fasi politiche che le varie nazioni avevano subite e che operarono quella centralizzazione romana, il quale forma il carattere speciale di questo vasto periodo? Gettiamo uno sguardo su gli annali di Roma, e noi vedremo innanzi tutto la guerra tarentina, in cui torreggiano le figure di Pirro, Cinea, Fabrizio e Curio Dentato, la quale principia colla sconfitta toccata dai Romani ad Eraclea, e si compie colla vittoria ottenuta dai medesimi a Benevento, incamminar Roma al dominio generale dell’Italia. -D’altra parte la battaglia d’Ipso una delle più celebri della storia antica aveva già determinata la sorte della maggior parte dell’Asia, dell’Egitto e della Grecia.
Tolomeo Sotero, Cassandro, Lisimaco, Seleuco, eransi ripartito in quattro regni l’impero d’Alessandro. Successivamente nella Grecia si stringe la lega achea, ed Arato, Agide, Cleomene, Filopemene, danno le ultime scintille dell’antico valore ellenico. La prima guerra punica, in eui risplendono i romani Appio Claudio, Duillio, Regolo, Lutazio, il cartaginese Amilcare Barca padre del grande Annibale, e lo spartano Xantippo,
acquista a Roma le isole che stanno fra l’Italia e l’Africa. La seconda fa Annibale vincitore dei Romani al Ticino, alla Trebbia, al Trasimeno, a Canne; ma prevale contro di lui la fortuna di Scipione sui campi di Zama, e Cartagine soccombe spogliata d’ogni dominio, senza armi e marina. Flaminino, Acilio, Scipione l’asiatico, Paolo Emilio, Licinio, fanno la guerra contro Filippo,
gli Etoli, Perseo, Antioco, e le vittorie di Cinocefalo, delle Termopile, di Magnesia, di Pidna acquistano a Roma il dominio della Macedonia e dell’Asia Minore. Una terza lotta si rappicca fra Roma e Cartagine: questa dopo tre anni di disperata difesa finisce sepolta sotto le sue ruine. Alla distruzione di Cartagine tien presso quella
di Corinto, e la Grecia in un colla Macedonia insorta e risoggiogata da Metello, sono divenute province romane. Il lasitano Viriate insorge nelle Spagne contro la prepotenza di Roma, ma dopo 14 anni di lotta cade vittima del tradimento; Numanzia continua la invitta resistenza di Viriate; domata dalla fame, antepone alla perdita della libertà, la distruzione e la morte con volontario incendio: ma la Spagna è pur fatta alla fine essa pure provincia romana. I Teutoni ed i Cimbri, gli
Ambroni, i Tigurini dopo aver devastate le rive del Danubio ed i Galli, minacciano momentaneamente la futura regina dell’universo; i consoli Carbone, Silano, Scauro, toccano vergognose sconfitte; una ancor più vergognosa ne tocca Cassio presso il lago Lemano, nè miglior ventura incontrano le legioni di Cepione e Manlio; Teutoboch e Botorige sono il terrore dell’Italia. Se non che il vincitore di Giugurta, passa dalla Nemidia in Italia; alla comparsa di Mario, Teutoni e Cimbri sono interamente annientati. Mitridate, re del Ponto, disegna di riunire in una Lega tutti i popoli che abitavano dal Tanai sino alle Alpi, dirigere il loro coraggio colla sagace sua tattica, e piombare con essi su l’Italia. Comincia la guerra coll’assassinio di ben 80,000 Romani sparsi nelle varie città dell’Asia Minore. L’insurrezione scoppia dovunque nel medesimo giorno. La Grecia congiunge al re del Ponto, e Roma sostiene per ben 25 anni una lotta sanguinosa per la conquista del mondo. Silla gloriosamente comincia, Lucullo prosegue, e Pompeo compie le vittorie della guerra mitridatica che acquista a Roma la Siria, la Cilicia, la Fenicia e la Giudea. Le rivolte dei gladiatori che minacciano la tranquillità Stato, sono domate da Crasso. {{AutoreCitato|Marco Tullio Cicerone|Cicerone}} sventa
congiura di Catilina, e {{AutoreCitato|Gaio Giulio Cesare|Cesare}}, mentre acquista a Roma il dominio della Gallia, suscita contro di sè terribili e numerosi rivali capitanati da Pompeo che egli vince sui campi di Farsaglia; e correndo di vittoria in vittoria doma l’Egitto, il re del Ponto, la Mauritania, la Spagna insorti a favore dei Pompeiani. La morte di Cesare assassinato in pien senato produce il triumvirato di Lepido, Antonio ed Ottavio cagione di sanguinose battaglie civili, finchè quest’ultimo raccoglie alla battaglia di Azio i frutti della vittoria di Cesare sui campi di Farsaglia, e la repubblica romana con tutto l’immenso suo dominio, è divenuta patrimonio dell’imperatore Ottavio, che cambia il suo troppo abborrito nome in quello di {{AutoreCitato|Augusto|Augusto}}. Da Augusto (30) ad Augustolo (476) la storia di Roma è ancor maggiormente quella del mondo: in tutto questo periodo l’umanità è ravvolta in tre specie di guerre generali; in quelle dell’Europa, nelle quali la lotta è contro le nazioni germaniche, sul Reno e sul Danubio; in quelle dell’Asia contro i Parti e i Persi sull’Eufrate e sul Tigri: e nelle guerre civili suscitate da particolari ambizioni e
dalla licenza dei soldati. Le conseguenze di esso furono l’alternativo ampliamento o smembramento dell’impero romano, la strada aperta alle devastazioni dei barbariche compiono quest’epoca<noinclude><references/></noinclude>
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Il Libro dei Re/Il re Gushtâsp/3/VIII
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 89 —|}}</noinclude>{{Pt|re|dirugginire}} dei denti di can mastino, costretta a lungamente tacere o parlare in falsetto, scossa e sbattuta ma non sradicata, come l'olmo al quetare del vento si raddrizza, riprese il suo carattere primiero rifacendosi paesana, casalinga, mesta o
festevole, ma sempre nobile bella e pura come le aurore e i tramonti che colorano il paesaggio della terra in cui nacque. E come lo schiavo riesce talvolta per le sue doti di mente a imporsi al padrone più dispotico, così il canto del popolo veneto riuscì ad imporsi al canto dei popoli invasori e s'infiltrò senza spintoni, urti, gomitate, ma al contrario con sorrisetti con «compermessi» pieni di certa dolce irresistibile grazietta
che la portò fino in terra austriaca. I nostri gazzettanti imparino a strillar meno contro lo scandalo della esecuzione fra noi di certa musichetta danzante «viennese» perchè questa è invece nuova materia di orgoglio a noi che ne siamo gl'ispiratori come altra volta lo fummo del così detto buon umore Hajdniano.
La canzone del popolo, forse più di tutte le altre manifestazioni d'arte veneta, incosciente e co- sciente, ignorante e dotta, si rivela e si rileva per caratteri suoi particolari etnici anche quando, ed è spesso e forse oramai sempre, non risale molto
oltre nei tempi.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 90 —|}}</noinclude>{{Centrato|⁂}}
Il primo tema che riportiamo (vedi [[L'Anima_musicale_d'Italia/Venezia/O_giovanoti_ô_o|tav. n. 18]]) è di una canzone del lavoro che usano i battipali veneziani per coordinare i movimenti e gli sforzi comuni occorrenti per sollevare e far ricadere a tempo, ritmicamente, il pesantissimo maglio sospeso ad una corda che scorre in una carrucola; maglio che serve a figgere nell'umido sottosuolo i lunghi e duri pali che sono l'ordinaria base alle fondamenta in muratura delle costruzioni venete.
Veramente questo tema non avrei dovuto riportare in un libro che si propone di parlare
unicamente della «canzone» perchè sotto certi aspetti rientra nel campo della etnofonia involuta nella quale il germe musicale propriamente detto non si palesa ancora apertamente; ma m'è piaciuto riportarlo perchè oltre alla sua brevità, al procedere per gradi congiunti, all'appartenere al modo dorico de' Greci (ora disusato ed estraneo al moderno concetto tonale se non nel canto gregoriano e in certi tentativi modernissimi di far del nuovo... con del vecchio) che dimostrano la sua altissima antichità, esso è inoltre una evidentissima figurazione sonora di un lavoro manuale proprio del veneto e contiene in sè,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 94 —|}}</noinclude>{{Pt|nal|Canal}} Orfano maravigliosamente rispondono allo stato d'animo della misera Gioconda.
A [[L'Anima_musicale_d'Italia/Venezia/Canto_l'armi_pietose|tav. n. 19]] si riporta il canto dei gondolieri del tempo in cui «Non erano in Arno tanti pesciolini quanti in Venezia gondole e cammini».
Non solo questa canzone, che già oltre un secolo fa non risonava più che assai raramente
in Canal Grande, è mestissima per la melodia cui s'aggiungono l'impiego del tono minore della linea discendente che procede sempre per grado congiunto, e per quelle stesse terzine che non vi fungono che da scivolamenti vocali, ma è pure oltre modo mesta per la qualità de' versi, che son quelli del {{AutoreCitato|Torquato Tasso|Tasso}}, così poco atti a dare movimento ed allegria ad una melodia.
L’''Otello'' di {{AutoreCitato|Gioachino Rossini|Rossini}}, così incolore ed in qualche punto perfino urtante il nostro senso estetico, specie dopo l'''Otello'' di {{AutoreCitato|Giuseppe Verdi|Verdi}}, ha però nell'ultimo atto alcune battute di melodia così ispirata che ancora oggi lo illuminano tutto e sono fulgido bagliore di genio possente. Intendo quelle della melodia con cui il {{AutoreCitato|Gioachino Rossini|Rossini}} osò gareggiare in espressione con {{AutoreCitato|Dante Alighieri|Dante}} musicandone le celebri parole: ''Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria''. Poste dal librettista in bocca ad un gondoliere, il grande Pesarese le rivestì, certo senza saperlo, di una musica che potrebbe davvero essere cantata da'<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 95 —|}}</noinclude>gondolieri tanto assona per molti caratteri con quella di cui abbiamo sopra dato l'esempio.
{{Centrato|⁂}}
Vicino gli mettiamo un esempio di (Vedi [[L'Anima_musicale_d'Italia/Venezia/In_mezzo_al_mare_ghe_xe_una_fontana|tav. n. 20]]) canto marinaresco di Chioggia.
Questa ''villotta'' o ''vilotta'' come i veneti pronunciano, mi pare proprio etnica (a quante e quante canzoni popolari non ha poi prestato lo spunto melodico ?). Alla quarta battuta io ho corretto etnofonicamente precipitando la conclusione sulla seconda croma, debole, parendomi ciò giustificato dal procedimento identico che è nella ottava battuta. L'esperto se lo ricanti parecchie volte ne' due toni e giudichi.
{{Centrato|⁂}}
La ''villotta'' veneta corrisponde, in certo tal modo, allo stornello toscano e romano, al ''muttettu'' sardo e, sempre musicalmente parlando ad altri temi fatti per cantarsi con una filza di versi senza svolgimento melodico e poetico, senza scopo di serenata, di nanna od altro, ma a solo fine di divertimento sonoro e forse di satira poetica.
Qualche musicologo non s'è peritato di asserire pacificamente, in base a concetti storici {{Pt|or-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude>Questa pagina è una prova di integrazione per la Dicothèque; vedere [[Wikisource:Bar/Archivio/2026.06#Inserire_un_vocabolario_sulla_Dicothèque]].</noinclude><pages index="Marinetti - Primo dizionario aereo italiano, 1929.djvu" from=76 to=76 fromsection="MAGNETINO DI AVVIAMENTO" tosection="MAGNETINO DI AVVIAMENTO" header=1 prev="[[../Magnete/]]" next="[[../Mancamento/]]" />
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{{larger|669.}} — Ciò non ostante, egli ci apparirà sempre assai poco probabile e quasi incredibile che delle infinite serie di specie intermedie accadute fra uno ed altro anello della catena degli enti organati neppure una sia giunta alle nostre mani intera o pressochè intera; e che, mentre ciascuna minima varietà intermedia dovette ripetere sè medesima in forse miriadi d’individui, neppure un solo esemplare ci sia capitato a dar prova e segno della varietà alla quale appartenne. Chè se tutti anche di moltissime serie sono periti o rimasti sepolti, è improbabile troppo che tutti di tutte le serie sieno periti o nascosti.
{{larger|670.}} — Del rimanente, usando de’ tuoi principj medesimi ei non si dura fatica improba a dimostrarti che la più parte dei trapassi i quali tu stimi essere succeduti o dover succedere sono invece affatto impossibili. Per fermo, tu vuoi che delle varietà incessanti e individuali che natura produce, quelle sole si riproducano e quindi perseverino, le quali vantaggiano la sussistenza dell’essere in che si effettuano. Ora, si dee senza punto di esitazione asserire che niun ente organato è più debole e più disadatto all’ambiente suo, quanto quello che incomincia a smarrire certe forme ed assumerne certe altre e che rimane infrattanto in una tal quale complessione e disposizione anfibia e mostruosa con le incomodità cumulate di entrambe le specie, di quella, cioè a dire, che va disfacendosi e dell’altra che ancor non è fatta.
{{larger|671.}} — Ben disse un dotto zoologo<ref>{{Sc|Pictet}}, ''Archives des Sciences, Supplement à la Bibliotèque universelle de Genève'', 1860.</ref> che il savride a cui principiarono gli arti d’innauzi a mutarsi per divenire ali e penne era l’animale il più impacciato ed inetto del mondo. Nè tu citando l’esempio di non<noinclude>{{rule|2=000000|h=1px|33em}}<references/></noinclude>
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AdrianaB64
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CAPITOLO I.
Legame intrinseco della tecnica co1l’effetto del dipinto. — La
tavolozza. — Norme per l’abbozzo. — Meccanismi fonda-
mentali per formare le tinte.
Nella pittura la dipendenza degli effetti dai mezzi
tecnici impiegati dal pittore oltrepassa sempre il
legame che in genere si ritiene possa intercorrere
fra tecnica ed arte.
Vale a dire che per quanto semplice ed intel-
ligibile possa apparire il vero che l’artista si propone
di raggiungere, avviene sempre che il risul-
tato ottenuto si risenta di un carattere che non
appartiene all’oggetto riprodotto, ma deriva dal-
l’influsso della interpretazione tecnica della quale
si è valso l’esecutore.
Ma oltre la parte direttamente significativa, il
dipinto e costituito da una compagine di mate-
riale che sembra intervenire soltanto come aggre-
gato di sostanza colorante necessaria perchè l`im
G. PREVIATI, Della Pittura.
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AdrianaB64
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Legame intrinseco della tecnica co1l’effetto del dipinto. — La
tavolozza. — Norme per l’abbozzo. — Meccanismi fonda-
mentali per formare le tinte.
Nella pittura la dipendenza degli effetti dai mezzi
tecnici impiegati dal pittore oltrepassa sempre il
legame che in genere si ritiene possa intercorrere
fra tecnica ed arte.
Vale a dire che per quanto semplice ed intel-
ligibile possa apparire il vero che l’artista si propone
di raggiungere, avviene sempre che il risul-
tato ottenuto si risenta di un carattere che non
appartiene all’oggetto riprodotto, ma deriva dal-
l’influsso della interpretazione tecnica della quale
si è valso l’esecutore.
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dipinto e costituito da una compagine di mate-
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G. PREVIATI, Della Pittura.
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AdrianaB64
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Legame intrinseco della tecnica co1l’effetto del dipinto. — La
tavolozza. — Norme per l’abbozzo. — Meccanismi fonda-
mentali per formare le tinte.
Nella pittura la dipendenza degli effetti dai mezzi
tecnici impiegati dal pittore oltrepassa sempre il
legame che in genere si ritiene possa intercorrere
fra tecnica ed arte.
Vale a dire che per quanto semplice ed intel-
ligibile possa apparire il vero che l’artista si propone
di raggiungere, avviene sempre che il risul-
tato ottenuto si risenta di un carattere che non
appartiene all’oggetto riprodotto, ma deriva dal-
l’influsso della interpretazione tecnica della quale
si è valso l’esecutore.
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dipinto e costituito da una compagine di mate-
riale che sembra intervenire soltanto come aggre-
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G. PREVIATI, Della Pittura.
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AdrianaB64
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<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude>CAPITOLO I.
Legame intrinseco della tecnica coll’effetto del dipinto. — La
tavolozza. — Norme per l’abbozzo. — Meccanismi fonda-
mentali per formare le tinte.
Nella pittura la dipendenza degli effetti dai mezzi
tecnici impiegati dal pittore oltrepassa sempre il
legame che in genere si ritiene possa intercorrere
fra tecnica ed arte.
Vale a dire che per quanto semplice ed intel-
ligibile possa apparire il vero che l’artista si propone
di raggiungere, avviene sempre che il risul-
tato ottenuto si risenta di un carattere che non
appartiene all’oggetto riprodotto, ma deriva dal-
l’influsso della interpretazione tecnica della quale
si è valso l’esecutore.
Ma oltre la parte direttamente significativa, il
dipinto e costituito da una compagine di mate-
riale che sembra intervenire soltanto come aggre-
gato di sostanza colorante necessaria perchè l`im-
G. PREVIATI, Della Pittura.
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Il Libro dei Re/Il re Gushtâsp/3/XVIII
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Alex brollo
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Alex brollo
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Il Libro dei Re/Il re Gushtâsp/3/XIX
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Alex brollo
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Paperoastro
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione||atto terzo|39}}</noinclude>{{IndentInverso}}
{{Sc|Tartufo}}. Ah no, lasciatelo dire, che ha ragione, e voi dovete credere al suo detto: perchè volete tenere la mis parte e difendermi da quest’accusa? Sapete voi, in ultimo, di che possa essere capace? vorrete voi, fratel mio. fidarvi di me e credermi quello che di fuori vi sebro? oime, che, ad onta di tutto quel che si vede, io sono un miserabile peccatore! ah, non vi lasciate inEspare dall’apparenza! Dica pure il mondo tutto ch’io sono un uomo dabbene, ma voi badate a me, che vi Confesso d’essere un’anima perduta. (''volgendosi a Damidel'') Parlate pure, figliuol caro, proseguite: datemi dell’infame, del disleale, dell’empio, ditemi ladro, assassino, omicida, opprimetemi con nomi ancora più orribili, e non aspettate ch’io mi giustifichi. poichè li ho meritati; voglio anzi sottomettermi in ginocchio a questa vergogna, in castigo di tutti i peccati della mia vita.
{{Sc|Orgone}} (''a Tartufo''). Ah basta, fratel mio, basta. (''a suo figlio'') E puoi resistere ancora, cuore di sasso?
{{Sc|Damide}}. Dunque le ciarle di colui potranno sedurla a tal punto?...
{{Sc|Orgone}}. Taci, briccone. (''a Tartufo'') Ah, fratel mio, per carita, alzatevi. (''al figlio'') Infame!
{{Sc|Damide}}. Ma dunque io?...
{{Sc|Orgone}}. Taci.
{{Sc|Damide}}. Oh che bile! come! dunque sarà creduto?...
{{Sc|Orgone}}. Se dici ancora una parola ti rompo le braccia.
{{Sc|Tartufo}}, Deh, fratello, per amor di Dio! non andate in collera; vorrei piuttosto sottometter me stesso al più duro travaglio, che veder torcere a lui un solo capello.
{{Sc|Orgone}} (''a suo figlio''). Ingrato!
{{Sc|Tartufo}}. Lasciatelo stare. Deh! perdonategli; ve ne prego in ginocchio.
{{Sc|Orgone}} (''mettendosi anch’egli in ginocchio ed abbracciando Tartufo''). Ah. che fate mai? (ììa suo figlio'') Briccone, mira che bontà è la sua!
{{Sc|Damide}}. Dunque...
{{Sc|Orgone}}. Zitto!
{{Sc|Damide}}. Ed io dovrò toller.....
{{Sc|Orgone}}. Zitto, dico! so ben io perchè lo perseguiti. Voi altri lo odiate tutti quanti: moglie, figli, servidori, tutta la casa mia si è scatenata contro di lui, e si mette in opera sfacciatamente ogni mezzo per privarmi di questa buona persona: ma sentitemi: quanto più voi altri vi sforzerete di farlo uscire da questa casa, tanto più strettamente io me lo terrò vicino; e per confondere l’orgoglio vostro, intendo che diventi mio genero quanto prima.
{{Sc|Damide}}. Come? si vorrà obbligare mia sorella a dare la mano a colui!
</div><noinclude></noinclude>
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Pagina:Molière - Il Tartufo (1903).djvu/40
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Paperoastro
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{IndentInverso}} {{Sc|Orgone}}. Sì, traditore, e prima di sera, perchè possiato crepar di rabbia. Oh! mi rido di voi altri tutti; io vi farò ben vedere se sono il padrone e se dovete ubbidirmi. Olà, presto! ritratta quel che hai detto, briccone; inginocchiati e domandagli perdono. {{Sc|Damide}}. Chi? io! a quella birba che con una filza d’inposture... {{Sc|Orgone}}. Non vuoi dunque, miserabile? e torni ad offenderlo!...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|40|tartufo|}}</noinclude>{{IndentInverso}}
{{Sc|Orgone}}. Sì, traditore, e prima di sera, perchè possiato crepar di rabbia. Oh! mi rido di voi altri tutti; io vi farò ben vedere se sono il padrone e se dovete ubbidirmi. Olà, presto! ritratta quel che hai detto, briccone; inginocchiati e domandagli perdono.
{{Sc|Damide}}. Chi? io! a quella birba che con una filza d’inposture...
{{Sc|Orgone}}. Non vuoi dunque, miserabile? e torni ad offenderlo! Olá, a me, un bastone! un bastone! (''a Tartufo'') non mi trattenete. (''a suo figlio'') Animo! fuori di questa casa subito, e guai se vi porrai il piede mal più.
{{Sc|Damide}}. Si, uscirò; ma...
{{Sc|Orgone}}. Su, levati dagli occhi miel; io voglio diseredarti, scellerato, e di più fi maledico. (''Damide parte dal fondo a sinistra'')
</div>
{{Ct|c=t2|SCENA VII.}}
{{Ct|c=t3|'''Orgone ''e'' Tartufo.'''}}
{{IndentInverso}}
{{Sc|Orgone}}. Aver cuore di offendere in quel modo un santo uomo!
{{Sc|Tartufo}}. O cielo, perdonagli tu, come io gli perdono! (''ad Orgone'') Oh! se poteste immaginare che calice amaro è per me il vedere che si vorrebbe farmi comparire colpevole verso di voi!
{{Sc|Orgone}}. Mio Dio!
{{Sc|Tartufo}}. La sola idea d’una ingratitudine cosi nera mi da una tale angoscia... ne provo un orror tale... Oh che stringicuore che affanno mi manca quasi il respiro. Ah, questa è una pena da morirne!
{{Sc|Orgone}} (''correndo tutto grondante di lagrime alla porta onde è uscito il figlio''). Briccone! mi pento adesso di non averti rotto le ossa qui. (''a Tartufo'') Quietatevi, fratel mio, non disturbatevi.
{{Sc|Tartufo}}. Tronchiamo, tronchiamo tutti questi rumori dispiacevoli. Io vedo che la mia persona ha turbato la pace di questa casa, e credo che sia necessario che ma ne vada, fratel mio.
{{Sc|Orgone}}. Che ve ne andiate? voi mi burlate adesso.
{{Sc|Tartufo}}. Ogunno qui mi odia; e si cerca di farvi sospettare della mia fedeltà.
{{Sc|Orgone}}. Che serve ciò? vi par forse ch’io dia loro ascolto?
{{Sc|Tartufo}}. Ma si tornerà da capo ad accusarmi; e quel che non credete oggi, lo crederete forse un altro dì.
{{Sc|Orgone}}. No, fratel mio, non crederò mai nulla.
{{Sc|Tartufo}}. Ah, fratel mio, è troppo facile ad una moglie l’ingannare il marito.
{{Sc|Orgone}}. No, no.
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Paperoastro
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/* Trascritta */
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{{Sc|Orgone}}. Sì, traditore, e prima di sera, perchè possiato crepar di rabbia. Oh! mi rido di voi altri tutti; io vi farò ben vedere se sono il padrone e se dovete ubbidirmi. Olà, presto! ritratta quel che hai detto, briccone; inginocchiati e domandagli perdono.
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{{Sc|Orgone}}. Non vuoi dunque, miserabile? e torni ad offenderlo! Olá, a me, un bastone! un bastone! (''a Tartufo'') non mi trattenete. (''a suo figlio'') Animo! fuori di questa casa subito, e guai se vi porrai il piede mal più.
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{{Sc|Orgone}}. Su, levati dagli occhi miel; io voglio diseredarti, scellerato, e di più fi maledico. (''Damide parte dal fondo a sinistra'')
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{{IndentInverso}}
{{Sc|Orgone}}. Aver cuore di offendere in quel modo un santo uomo!
{{Sc|Tartufo}}. O cielo, perdonagli tu, come io gli perdono! (''ad Orgone'') Oh! se poteste immaginare che calice amaro è per me il vedere che si vorrebbe farmi comparire colpevole verso di voi!
{{Sc|Orgone}}. Mio Dio!
{{Sc|Tartufo}}. La sola idea d’una ingratitudine cosi nera mi da una tale angoscia... ne provo un orror tale... Oh che stringicuore che affanno mi manca quasi il respiro. Ah, questa è una pena da morirne!
{{Sc|Orgone}} (''correndo tutto grondante di lagrime alla porta onde è uscito il figlio''). Briccone! mi pento adesso di non averti rotto le ossa qui. (''a Tartufo'') Quietatevi, fratel mio, non disturbatevi.
{{Sc|Tartufo}}. Tronchiamo, tronchiamo tutti questi rumori dispiacevoli. Io vedo che la mia persona ha turbato la pace di questa casa, e credo che sia necessario che ma ne vada, fratel mio.
{{Sc|Orgone}}. Che ve ne andiate? voi mi burlate adesso.
{{Sc|Tartufo}}. Ogunno qui mi odia; e si cerca di farvi sospettare della mia fedeltà.
{{Sc|Orgone}}. Che serve ciò? vi par forse ch’io dia loro ascolto?
{{Sc|Tartufo}}. Ma si tornerà da capo ad accusarmi; e quel che non credete oggi, lo crederete forse un altro dì.
{{Sc|Orgone}}. No, fratel mio, non crederò mai nulla.
{{Sc|Tartufo}}. Ah, fratel mio, è troppo facile ad una moglie l’ingannare il marito.
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Pagina:Molière - Il Tartufo (1903).djvu/41
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2026-07-05T13:37:54Z
Paperoastro
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/* Trascritta */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione||atto terzo|41}}</noinclude>{{IndentInverso}}
{{Sc|Tartufo}}. Se concedete ch’io m’allontani subito, verrà loco tolto ogni pretesto di calunniarmi.
{{Sc|Orgone}}. No, voi dovete restare; la vita mia vi garantisce.
{{Sc|Tartufo}} Or bene! bisogna chinare il capo; ma se concedeste...
{{Sc|Orgone}}. Non più!
{{Sc|Tartufo}}. Basta così: non se ne parli altro. Ma so come dovrò contenermi di qui innanzi. L’onore è una cosa dillenta asesi, e l’amicizia che ho per voi mi obbliga a dissipare perfin l’ombra del sospetto. Io mi terrò dunque lontano sempre dalla sposa vostra, e voi non mi vedrete mai....
{{Sc|Orgone}}. Olbo! voglio anzi che trattiate con lei famigliarmente per far dispetto a tutti quanti. Crepino di rabbia, è la mia più grande consolazione. Jo intendo che stiate con lei, e che in ogni ora del giorno vi vedano con lei. Ma non basta: voglio che sappiano che non m’importa un fico di nessuno di loro; l’erede mio sarete voi. Venite meco, andiamo a far rogare un buon istromento di donazione della sostanza mia intera. Io faccio più capitale d’un caro e leale amico, d’un degno genero, che del figlio, della moglie e di tutti i parenti insieme. Ditemi, accetterete voi questa mia offerta?
{{Sc|Tartufo}}. Sia fatta la volontà di Dio in ogni cosa!
{{Sc|Orgone}}. Cara persona! sn andiamo a fare stendere quest’atto, e crepi di dispetto l’invidia. (''partono dal fondo a sinistra'')
</div>
{{Ct|t=6|v=6|{{Sc|fine dell’atto terzo}}.}}<noinclude></noinclude>
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Il Libro dei Re/Il re Gushtâsp/3/XX
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Alex brollo
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text/x-wiki
{{Qualità|avz=25%|data=5 luglio 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|3]] - XX. - Lettere di Rustem e di re Gushtâsp|prec=../XIX|succ=../../Il re Gushtâsp/4}}
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Alex brollo
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text/x-wiki
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Alex brollo
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text/x-wiki
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Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/702
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Tuvok1968
33641
/* Trascritta */
3857554
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|694}}|{{Sc|libro quarto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}so quale pinguino del Sud, rompi e dilegui per nulla l’istanza. Conciossiachè quel pinguino ancora che non si serva dell’ali, pure le à contornate in deciso modo e vestite di penne, e la conformazione intera del corpo suo e dei piedi palmati lo abilitano a camminare sovra essi diritto ed equilibrato nè fu mai tempo che fluttuò (giusta l’ipotesi tua) tra l’uccello ed il cocodrillo. E il simigliante conviene affermare di tutte le specie al tuo dire trasmutate. Perocchè, non volendo mai la natura, come cento volte da te si assevera, commettere salti, dovettero quelle specie per varchi insensibili transitare da una forma in un’altra e perciò trapassarono per certe cotali varietà nelle quali non possedevano definita ed usabile nessuna delle parti ed attribuzioni delle dette specie.
{{larger|672.}} — Ti rifugi tu nel supposto di alcuni prototipi antibj e di natura talmente incerta da poter deviando e mutando assumere indifferentemente questa natura o cotesta? Bisogna per ciò che tu neghi la massima tua della trasmutazione passata e futura di tutte le specie. Attesochè, per le esistenti al di d’oggi e così definite e in ogni cosa al tutto particolareggiate siccome sono, ritorna la istanza di sopra significata.
{{larger|673.}} — Oltrechè, quei prototipi indifferenti a qualunque forma potettero una volta sola apparire e sussistere; inquantochè le specie da loro discese vestendo forme ed organi appieno determinati non poterono valicare da una ad altra natura senza trascorrere per gl’intermedj sopranotati con le loro incomodezze tremende ed anzi vere impossibilità.
{{larger|674.}} — Nè vuol tacersi che la natura genera certe forme dubiose, inarticolate e gelatinose solo negl’inferiorissimi stadj dell’organismo. Nei superiori affermi tu stesso il principio loro vivente determinare e {{Pt|con-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/703
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2026-07-05T17:03:53Z
Tuvok1968
33641
/* Trascritta */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|della vita e del fine nell’universo.}}|{{Sc|695}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|con}}tornare ogni membro ed a ciascuno attribuire preeiso una distinta funzione. In fatto, quando la natura proponesi di adempiere alcune sue metamorfosi, come allora che cambia i vermi in farfalle, usa il metodo delle crisalidi, e cioè a dire che lascia cadere essi vermi in torpidezza e passività e la vita loro non opera quasi alcuna delle funzioni attive ordinarie.
{{Ct|f=115%|t=2|IV.}}
{{larger|675.}} — Del resto, io consento assai volentieri a te e a’ tuoi colleghi zoologi di non v’impacciare di metafisica. Ma slegarvi della logica credo nol vi sarà consentito da alcuno. Io dunque mi risolvo a dire quel che accennavo nel cominciare, e cioè che non v’à principio messo innanzi da te nel tuo libro, il quale non incappi da sè medesimo nella propria contraddizione.
{{larger|676.}} — Tu sembri avere per massima che in genere le specie non cambiano e che la variabilità loro è piuttosto un avvenimento eccettuativo che ordinario e comune. Ma d’altro canto, considerandosi lo spazio ed il tempo nella intera lunghezza loro, tutte o quasi tutte le specie mutarono sostanzialmente e muteranno nell’avvenire.
{{larger|677.}} — Consegue da ciò che se il non mutare è la norma consueta; e se l’effetto ultimo e generale è per lo contrario una generale e sostanzialissima mutazione, la vita racchiude due esseuze contradittorie nel medesimo essere.
{{larger|678.}} — Del pari, tu mantieni che le varietà individuali ed accidentali sieno seme e cagione d’ogni mutamento nelle specie. Ma intanto simile accidentalità opera con efficacia maggiore che qualunque sostanza, perchè muta il fondo di tutte le {{Pt|organizza-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|696}}|{{Sc|libro quarto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|organizza}}zioni e contro di lei non v’è altra essenza sfornita del carattere accidentale; considerato che nei viventi ogni cosa muta profondamente e nulla non resta immune d’innovazione; e del mutare e dell’innovarsi la cagione e il principio è sempre lo stesso. Qui, pertanto, le nozioni di accidente e sostanza si contraddicono. In fine, tu vuoi che nel generale l’organismo abbia progredito e siesi di mano in mano perfezionato. Ma neghi che questo succeda per legge essenziale. Così l’accidente usurpa di nuovo una potenza ed efficienza che gli è ripugnante.
{{larger|679.}} — Infine, se ciò che muta dal principio dei tempi e va proseguendo è una anima universale che assume tutte le forme, ò più volte notato e scritto che il sistema tuo gira sopra una vuota astrazione, perchè non v’è nulla d’identico, nulla di permanente in questo mare tutto e sempre mutevole. Se poi ciascun vegetabile e ciascun animale sta di per sè, allora donde proviene la causa del suo mutamento, e perchè mutano da capo le sue discendenze? Forza è di concludere, come ò significato ad altra occasione, che tali mutamenti sono da ultimo effetti senza cagione.
{{Pt|{{rule|t=6|v=12|4em}}|}}<noinclude><references/></noinclude>
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{{rule|2=000000|h=2px|33em}}</noinclude>{{Ct|f=115%|t=6|v=2|'''CAPO PRIMO.'''}}
{{Ct|f=85%|t=2|v=2|'''ANCORA UN POCO DI CONFESSIONE E DI EPILOGO.'''}}
{{Ct|v=4|{{rule|2em}}}}
{{Ct|f=115%|t=2|I.}}
{{larger|1.}} — Lungo tempo ò fra me pensato se la presente cosmologia penetrata per ogni verso da qualche raggio della suprema moralità e disegnata tutta quanta col riscontro e il lume degli adagi del senso comune può venire accolta con plauso nelle scuole moderne; e se mista com’ella è di sperimento e speculazione e troppo ancora desiderosa di vigore e rigor geometrico esprime con ischiettezza la condizione vera attuale degli studi metafisici, o solamente la mia impotenza e la mia ignoranza.
{{larger|2.}} — E qui confesso al lettore che tuttochè io non mi senta sfornito (e più volte l’ò detto) dell’orgoglio abituale agli uomini speculativi ed entrati nel pecoreccio di costruire dai fondamenti una Scienza prima, non pertanto mi fallisce il coraggio di credere che a me non manchi quella dote preziosa dei forti e rari. intelletti di ordire e connettere le sparse fila d’una
sintesi vasta e feconda.<noinclude><references/></noinclude>
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Confessioni di un metafisico/Volume Secondo/Libro Quinto/Capo Primo
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L'Anima musicale d'Italia/Venezia/Canto l'armi pietose
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 96 —|}}</noinclude>mai sorpassati e sulla via di tramontare per sempre, le ''villotte'' venire, nel secolo XVIII, dagli amanti sospirosi cantanti sotto le finestre delle loro belle a guisa di serenate facendo ad esse ''villotte'' assumere della serenata carattere ed andamento. Che solo più tardi le ''villotte'' mutando ambiente, s'indugiarono sulle labbra delle popolane, che, sedute sulla porta di casa o durando nelle domestiche faccende fingevano
di cantarle per distrazione propria ma in realtà ad un dato passante indirizzavano, onde poterci discorrere senza parere. E che più tardi ancora le ''villotte'' si rifugiarono ne cortili e ne i ''campieli'' dove numerose brigate si riunivano in allegria e ove venivano dalla più anziana cantate a voce spiegata accompagnate dal ritmico battito
di un tamburello basco mentre le altre si ondeggiavano a movenze di danza.
Ma la storia interrogata secondo i moderni criteri suggeriscono, ci dice ben altro, anzi precisamente il contrario di quanto i poetici narratori di altri tempi gli avevan fatto raccontare.
L'amante sospiroso in giubbetto di seta che noi vediamo riprodotto nei quadretti di genere su una gondola atteggiato a tenore di quarto ordine che al chiaro di luna, intona la dolce canzone d'amore alla dama gentile incorniciata dalle colonnette di un balcone dalle policrome vetrate, è venuto dopo, ma molto dopo del paesano<noinclude><references/></noinclude>
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Il Libro dei Re/Il re Gushtâsp/4/III
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* {{testo|/I|I. - Spedizione di Behmen contro il Sîstân}}
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=== Indice ===
* {{testo|/I|I. - Spedizione di Behmen contro il Sîstân}}
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Il Libro dei Re/Il re Behmen Ardeshîr, la regina Humây, il re Dârâb, il re Dârâ/2
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=== Indice ===
* {{testo|/I|I. - Nascita di Dârâb}}
* {{testo|/II|II. - Avventura del lavandaio}}
* {{testo|/III|III. - Riconoscimento di Dârâb}}
* {{testo|/IV|IV. - Battaglie di Dârâb coi Greci}}
* {{testo|/V|V. - Riconoscimento di Dârâb da parte della regina Humây}}
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Il Libro dei Re/Il re Behmen Ardeshîr, la regina Humây, il re Dârâb, il re Dârâ/3
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=== Indice ===
* {{testo|/I|I. - Fondazione di Dârâb-ghird}}
* {{testo|/II|II. - Guerra con Feylakûs di Grecia}}
* {{testo|/III|III. - Nascita di Sikender}}
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Il Libro dei Re/Il re Behmen Ardeshîr, la regina Humây, il re Dârâb, il re Dârâ/4
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=== Indice ===
* {{testo|/I|I. - Principio del regno di Dârâ e di Sikender}}
* {{testo|/II|II. - Spedizione di Sikender contro l'Iran}}
* {{testo|/III|III. - Battaglia fra Dârâ e Sikender}}
* {{testo|/IV|IV. - Lettere di Dârâ e di Sikender}}
* {{testo|/V|V. - Morte di Dârâ}}
* {{testo|/VI|VI. - Punizione dei consiglieri di Dârâ}}
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=== Indice ===
* {{testo|/I|I. - Principio del regno di Dârâ e di Sikender}}
* {{testo|/II|II. - Spedizione di Sikender contro l'Iran}}
* {{testo|/III|III. - Battaglia fra Dârâ e Sikender}}
* {{testo|/IV|IV. - Lettere di Dârâ e di Sikender}}
* {{testo|/V|V. - Morte di Dârâ}}
* {{testo|/VI|VI. - Punizione dei consiglieri di Dârâ}}
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Discussioni pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/231
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Alex brollo
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== Grazie, ma... attenzione! ==
@[[Utente:Mipiaccionoigatti|Mipiaccionoigatti]] Grazie di aver riletto la pagina. L'ho riletta di nuovo, e ho trovato qualche errorino di trascrizione. Fatto da me... purtroppo io vado via un po' veloce, non fidarti! Se vuoi guarda la cronologia della pagina per vederli. E non giurerei di averli trovati tutti... :-( [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 22:29, 5 lug 2026 (CEST)
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== Benvenuto ==
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Paperoastro
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Ciao! Ho visto che hai fatto [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Divina_Commedia/Inferno/Canto_I&curid=1352&diff=3855376&oldid=3686228 questa] modifica nella pagina della Divina Commedia. Ti ringrazio per il tuo contributo, tuttavia non è questa la maniera per collegare le voci fra i vari progetti. Ormai il template {{Tl|Interprogetto}} è obsoleto: se vuoi collegare voci fra vari progetti, devi usare Wikidata. Se non sai come fare, chiedi pure! --[[User:Paperoastro|Paperoastro]] ([[User talk:Paperoastro|disc.]]) 23:26, 5 lug 2026 (CEST)
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Porta pazienza: hai fatto bene ad inserire l'ulteriore collegamento, visto che ne erano altri. Appena verifico gli altri collegamenti, sposterò tutto su Wikidata, compreso il collegamento che hai aggiunto. Grazie del tuo contributo! --[[User:Paperoastro|Paperoastro]] ([[User talk:Paperoastro|disc.]]) 23:29, 5 lug 2026 (CEST)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||401}}</noinclude>{{Pt|be|riconobbe}} la saviezza, nè fece alcuna obiezione; ma il velo che aveva coperti i suoi occhi cadde tutt’ad un tratto, e le fece vedere l’orrore della sua situazione.
Quattro mesi eran già scorsi dal momento fatale che l’aveva legata al conte di Scz... Questo giovin signore, l’appassionato amore del quale contava tutte le ore, complesso sorprendente di difetti e di virtù, s’era imposto, durante i sei mesi convenuti, il dovere di non comparire giammai alla presenza d’Olesia. Egli errava come un’ombra intorno alla di lei abitazione. Ogni giorno facea pervenire con dei mezzi segreti nella casa di Ester mille cose che le sarebbe stato impossibile di procurarsi, specialmente nella malattia di Witold e d’Olesia, e che erano quasi necessarie a persone avvezze a vivere fin allora nella maggiore opulenza. Insomma non potendo dissimulare a {{Ec|sè|}} sè stesso la poca generosità del fine che s’era proposto, voleva almeno ornare con le apparenze della delicatezza una condotta, la cui intenzione<noinclude><references/></noinclude>
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Piaz1606
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|402||}}</noinclude>meglio conosciuta avrebbe recata una vera offesa.
Witold pieno di riconoscenza per le attenzioni di Neftali e la bontà di Ester, esigè da queste due persone la promessa di venire a stabilirsi a Cracovia. — La vicinanza di questa città e delle sue terre potrebbe, egli disse, permettergli di vegliare in persona sul loro avvenire. Egli aveva intenzione di assegnar loro una pensione assai considerabile.
Olesia, la cui speranza diminuiva di giorno in giorno, ascoltava con calma apparente i progetti di Witold, e il suo cuore straziato non osava dolersi. Malgrado il suo silenzio e i suoi sforzi per celare le lacrime, il principe indovinava in parte il suo dolore; e le sue consolazioni, tutte fondate sull’avvenire e su vaghe speranze, eran per essa un nuovo supplizio. Olesia, persuasa che la rivelazione del mistero ch’essa teneva celato con tanta diligenza darebbe luogo necessariamente ad una risoluzione decisiva, la riteneva appena sulle sue labbra. — Sì, diceva fra sè, se l’anima di<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||403}}</noinclude>Witold fosse meno elevata, io parlerei, poichè preferirei la sua orgogliosa inflessibilità alla pena orribile che io provo. Ma conosco il suo cuore, egli non esiterebbe un momento: pieno d’amore e di vergogna, mi condurrebbe all’altare. Gran Dio, che vi guadagnerei? L’infelicità di colui che amo più di me stessa. E dall’altro canto, nel darmi in braccio ad un altro, che non degg’io temere dalla disperazione di Witold!
In quest’orribile incertezza, Olesia dominando ancora la perturbazione del suo spirito, ponderava i resultati probabili delle risoluzioni alle quali alternativamente fermavasi, e da ogni parte non vedeva che pene.
Un giorno, seduta con Witold presso ad una finestra che riusciva sulla campagna, eglino seguitavan con gli occhi le modeste esequie d’una giovanetta; alla bianchezza del panno mortuario, alla corona di rose posta sul feretro, Olesia le riconobbe. Poche persone l’accompagnavano all’ultima sua dimora, e si vedeva nel loro contegno piuttosto quella {{Pt|pen-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|404||}}</noinclude>{{Pt|sierosa|pensierosa}} tristezza che riflette sull’incertezza della vita, che la traccia di un violento dolore.
Giunta al cimitero la comitiva fermossi presso alla tomba. Un venerabil pastore, incurvato dagli anni, pronunzio l’estreme parole sulla spoglia mortale di colei che simile a un fiore, era stata mietuta nella sua primavera; a poca distanza, alcuni giovani cantori tenendo con non curanza dei ceri che la tranquillità dell’aria non aveva ancora estinti, guardavano sbadatamente una scena che l’abitudine aveva resa indifferente per essi, e ridevano l’un con l’altro pensando ai lor giochi della sera.
Ben tosto tutto disparve. Due soi mercenarii restaron presso alla fossa, gli assistenti si dispersero per la campagna, e non s’udì più intorno al corpo della giovine sconosciuta, che lo strepito della terra che ricadeva sulla sua cassa.
Gli occhi d’Olesia si consolarono con un torrente di pianto; essa guardò con invidia il legger monticello che distinguevasi pel suo colore {{Pt|ne-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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Piaz1606
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||405}}</noinclude>{{Pt|riccio|nericcio}} dalle altre tombe ricoperte di verdura. — O mio Dio! ella penso, perchè tutta quella terra non è ella ricaduta sopra il mio cuore?
Witold commosso prese nelle sue la mano d’Olesia; egli attribuiva il suo dolore ad un eccesso di sensibilità, e volle distogliere il suo pensiero da quella trista scena. Essa lo guardò sorridendo amaramente; tanto è penoso il non essere intesi!
Ma Witold soffriva anch’esso, e dissimulava la sua pena, Il suo amore s’irritava della nuova separazione ch’egli avea progettata. Al momento d’abbandonare Olesia e’ dubitava di non poter vivere senza di lei, e sentiva il bisogno irresistibile di affezionarsela per sempre. Il suo cuore palpitava con violenza allorquando mirava il rispettabile sacerdote tornare alla sua dimora; gli occhi suoi penetravano nell’interno della chiesa, la porta maggiore della quale era rimasta mezz’aperta: — E là, pensava, ch’io potrei acquistare il diritto di esser felice.
Per la prima volta l’idea d’un {{Pt|ma-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|406||}}</noinclude>{{Pt|trimonio|matrimonio}} segreto attraverso il suo pensiero. Olesia esultò quando si accorse dell’immagine a cui sorrideva; un rossore improvviso colori le sue guance, e il suo cuore palpitò come quello di Witold; ma questo corto pensiero di felicità fu simile a que’ fuochi di estate che brillan talvolta nelle tenebre, e sembrano non essersi mostrati che per render più orrida l’oscurità che li segue. Ella vide a colpo d’occhio tutto il pericolo d’una risoluzione precipitata, e quantunque certa che le riflessioni del principe, e le sue distruggerebbero questa nuova speranza, resistè alle sollecitazioni del suo cuore sedotto.
Giunse il giorno della partenza. Tutti i preparativi eran fatti. Il principe di L***, sotto il nome d’un mercante viennese, seguito dal solo Neftali, doveva passare i confini nella briczka d’un ebreo. Era metà d’aprile; Witold non contava di partir che la sera; una sola giornata restava ad Olesia, e questa doveva decidere della sorte dell’intera sua vita. Da qualche tempo ella temeva la sua {{Pt|de-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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Piaz1606
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||407}}</noinclude>{{Pt|bolezza|debolezza}} e procurava di fortificare l’anima sua; tanto era contagiosa l’aria che respirava vicino a Witold!
Più tenero, più appassionato che mai, il principe al momento di quella partenza fatale s’abbandonava interamente all’impeto d’un amore tanto tempo contrariato. Olesia stupiva dell’incoerenza delle sue idee. Talvolta e’ formava il progetto di mutar nome, di lasciare l’Europa e d’andare in un clima lontano a nascondere l’amor suo, la sua felicità ed il peso dell’alta sua nascita. Ella divineva sovente il suo delirio; tanto amore le sembrava bastante ad abbellire il rimanente della lor vita. Privata della presenza di Witold, la ragione riprendeva il suo impero, e il nobil suo orgoglio sdegnavasi di non avere alcun sacrifizio da fare, e di accettarne dei così grandi.
Pochè ore avanti la sua partenza, Witold prese per mano Olesia, e la condusse in un piccol giardino dove avean sovente ragionato insieme. Dopo essersi assisi sopra un luogo elevato dal quale scoprivasi Praga e la Vistola:<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: -1000 OTDDALY VIAGGIO IN SICILIA rio tol allsh soils holob allsop Dim he sent bio alisa our of yo esti stovu - li beib idolo stab al slag fleid CATANIA. Dom to the oleh siste met Slips L'origine di Catania si ha da cercare nella più antica storia greca. Essa fu fondata otto anni dopo di Siracusa, circa 720 anni prima della nascita di Gesù Cristo, da una colonia di Calcidesi stabilita nelle coste orientali della Sicilia,...
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OTDDALY
VIAGGIO
IN SICILIA
rio tol allsh
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Dim he sent bio alisa
our of yo
esti stovu
- li beib idolo stab al slag fleid
CATANIA.
Dom
to the oleh siste met Slips
L'origine di Catania si ha da cercare nella
più antica storia greca. Essa fu fondata otto
anni dopo di Siracusa, circa 720 anni prima
della nascita di Gesù Cristo, da una colonia
di Calcidesi stabilita nelle coste orientali della
Sicilia, ove molte città fabbricò nell'antica
storia rinomate (1) Vissero costoro tranquilli
per lo spazio di tre secoli, finchè 476 anni,
prima di G. C., Jerone, re de' Siracusani, ne
li discacciò, popolò la città con una colonia
dei suoi e cambiò il nome di Catania con quel-
lo di Etna (2). Verificossi una guerra tra que-
sti e Ducezio, potente re dei Siculi, il quale,
per pretesto della sua aggressione, si servi di
un pezzo di terra che quelli volevano togliere
a' suoi sudditi. Quantunque i Siracusani ajutato<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 6 VIAGGIO avessero i loro compaesani, dovettero non per- tanto cedere alla prepotenza, e perciò gli an- tichi abitanti di Catania, che Jerone cacciato avea verso Leonzio, ed i quali forse erano stati causa di tutta la guerra, ebbero occasione di prender di bel nuovo possesso della loro città. Dopo tale successo quella colonia siracusana dovette ritirarsi nella città d' Inessa sul monte Etna, alla quale la detta colonia d...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>6
VIAGGIO
avessero i loro compaesani, dovettero non per-
tanto cedere alla prepotenza, e perciò gli an-
tichi abitanti di Catania, che Jerone cacciato
avea verso Leonzio, ed i quali forse erano stati
causa di tutta la guerra, ebbero occasione di
prender di bel nuovo possesso della loro città.
Dopo tale successo quella colonia siracusana
dovette ritirarsi nella città d' Inessa sul monte
Etna, alla quale la detta colonia diede il no-
me che Catania aveva avuto da Jerone. Ciò fu
nel 4 anno della 79 olimpiade (3). Dionisio I
conquistò tanto Catania che le altre città lungo
questa costa dell'isola (4). In seguito la storia
della città divenne assai oscura; ma che la me-
desima giungesse ad un grado di grande opu-
lenza, e che le arti ancora vi fiorissero come
in Siracusa, possiamo conoscerlo dalla gran
quantità di monete d'argento che vi si co-
niavano. Dell'antico suo splendore però pochi
avanzi sono rimasti superstiti, attesa la vici-
nanza del vulcano, per cui terribili devasta-
zioni ha dovuto essa soffrire a motivo de' co-
stanti tremuoti e delle infuocate lave, le quali,
avendo spesso diretto il loro corso sulle mura,
ne hanno gettato a terra grandi porzioni, e
più d'una volta le case della medesima hanno
atterrato, come il Vesuvio inondò e cuoprì una
volta Ercolano.
1
i
S<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: e O a IN SICILIA. Alle conquiste de' Romani in Sicilia, Cata- nia fu una delle prime città che caddero nelle loro mani; ma restò non di meno uno de' più interessanti posti. Sesto Pompejo, il quale se ne fuggì in Sicilia con il resto del suo partito, conquistò quella città e la maltrato per essere rimasta fedele a Cesare. Augusto vi mandò in seguito una nuova colonia, perlochè divenne nuovamente florida e restò quasi come...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>e
O
a
IN SICILIA.
Alle conquiste de' Romani in Sicilia, Cata-
nia fu una delle prime città che caddero nelle
loro mani; ma restò non di meno uno de' più
interessanti posti. Sesto Pompejo, il quale se
ne fuggì in Sicilia con il resto del suo partito,
conquistò quella città e la maltrato per essere
rimasta fedele a Cesare. Augusto vi mandò in
seguito una nuova colonia, perlochè divenne
nuovamente florida e restò quasi come Siracusa
la più considerevole città della Sicilia sino ai
tempi di Teodosio (5). Cadde poscia in potere,
de' Saraceni, a cui fu tolta da' Normanni con
il restante dell'isola, ed ebbe quindi il destino
stesso con tutte le altre città siciliane: aggiun-
gendo che Catania ha dovuto d' altronde sof-
frire più che le altre, a causa delle eruzioni
dell' Etna e de' gagliardi tremuoti, dai quali
più d'una volta è stata distrutta. Il più recente
periodo di questo paese comincia dall' anno
1693, dove uno spaventevole tremuoto la stese
al suolo; essa fu riedificata sulle proprie sue
rovine; ed è dopo quell' epoca divenuta una
delle più belle città d' Europa (").
Giace questo paese a' piedi dell'Etna imme-
(*) La storia di Catania che ho descritto in
poche righe, si trova estesamente in Amico,
Catania illustrata, Cat. 1740, quattro parti, in 4.<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 8 VIAGGIO diatamente al lido del mare, in un seno che forma un porto, il quale era molto buono sin al 1693, ma fu da una lava guastato. Esso ha delle strade larghe e regolari, a' lati delle quali edifizj di uguale disegno elevati si sono. Oltre di queste vi sono due grandi e belle piazze, una delle quali quadrata e da un portico cir- condata, resta chiusa da diverse pubbliche fab- briche, tra le quali la più ragguardevol...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>8
VIAGGIO
diatamente al lido del mare, in un seno che
forma un porto, il quale era molto buono sin
al 1693, ma fu da una lava guastato. Esso ha
delle strade larghe e regolari, a' lati delle quali
edifizj di uguale disegno elevati si sono. Oltre
di queste vi sono due grandi e belle piazze,
una delle quali quadrata e da un portico cir-
condata, resta chiusa da diverse pubbliche fab-
briche, tra le quali la più ragguardevole è
l'università. La seconda non è così regolare,
ma è più larga e più pomposa a cagione d'u-
na grande e bella cattedrale da' Normanni fon-
data, e d'un obelisco che sta nel centro di
essa su d'elefante di lava. Significante è il
numero delle chiese, e molte sono costruite con
vera magnificenza. Incredibilmente maestosi so-
no la chiesa ed il convento de' Benedettini..
Questi monaci, che viver dovrebbero in un
piccolo ospizio nell'estremo luogo abitabile del-
l'Etna, hanno trovato più comodo il dimorare
in una popolata città, ed hanno in conseguen-
za edificato un chiostro che rivalizza in esten-
sione e lusso con i palagi dei Re. La chiesa è
molto grande e sontuosa; sebbene conoscitori
di architettura notino una mancanza di gu-
sto ne' suoi ornamenti. A prima vista somiglia
a quella di S. Pietro in Roma, quantunque
costruita in una assai più piccola proporzione.<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/14
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 373 IN SICILIA. Essa con tutti i difetti suoi, che io non so conoscere, è una delle più belle e maestose che abbia vedute in Sicilia. Presso al convento in mezzo alle lave hanno i Benedettini fatto un giardino, ed hanno sforzata la patura a produrre vita e vegetazione dalle bruciate sco- rie del, vulcano che hanno mescolato con terra buona e fruttifera. Il fondo di questo giardino è una lava, ed è in conseguenza si alto...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>373
IN SICILIA.
Essa con tutti i difetti suoi, che io non so
conoscere, è una delle più belle e maestose
che abbia vedute in Sicilia. Presso al convento
in mezzo alle lave hanno i Benedettini fatto
un giardino, ed hanno sforzata la patura a
produrre vita e vegetazione dalle bruciate sco-
rie del, vulcano che hanno mescolato con terra
buona e fruttifera. Il fondo di questo giardino
è una lava, ed è in conseguenza si alto che
giunge quasi sino al terzo appartamento del-
l'edifizio. Le, vie sono tu
tutte tagliate nella lava
e selciate con colorite pietre, che rassembrano
al mosaico. Visi osserva arte soltanto, ma
inutile e monachile. Assai più profittevoli sono
l'esperienze fatte dal Principe di Biscari che
fece ugualmente una villa sopra la lava del
1669, e vi pianto aloe, ed altre piante, mi-
schiandola con terra fresca. Volle egli provare
quanto tempo si esigeya, prima che diligenti
travagli utili ayessero reso i campi, dalla lava
inondati. Si sapeva di già che questa dopo una
fila di secoli fertile terra somministrasse; ma
il Principe sperava che l' umana industria po-
tesse accorciare il tempo che si richiedeva per
isciogliere e totalmente decomporre quell'iarsic-
cia materia. La sua speranza è stata appieno
appagata, perchè molte piante in questa laya
con arte coltivate possono benissimo crescere
e prosperare (6).<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 10 VIAGGIO Le case della città sono in gran parte edi- ficate con semplice e nobile stile. Esse sono tutte ad un sol piano, eccetto i palazzi ed i pubblici edifizj, costruite espressamente in quel- la guisa, perchè funestive replicati esempi han fatto conoscere che queste, quanto più alte sono, tanto meno resistono a' tremuoti che so- gliono tanto spesso visitare queste contrade. Uno de' più importanti palazzi è quello d...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>10
VIAGGIO
Le case della città sono in gran parte edi-
ficate con semplice e nobile stile. Esse sono
tutte ad un sol piano, eccetto i palazzi ed i
pubblici edifizj, costruite espressamente in quel-
la guisa, perchè funestive replicati esempi han
fatto conoscere che queste, quanto più alte
sono, tanto meno resistono a' tremuoti che so-
gliono tanto spesso visitare queste contrade.
Uno de' più importanti palazzi è quello del
Principe di Biscari. L'esterno di esso sontuo-
sità alcuna non lascia osservare, ma il suo cir-
cuito soltanto dimostra. Nell' interno però è
formato con magnificenza sovrana, con molta
nobiltà di stile e con una semplicità che solo
nelle opere degli antichi suole ammirarsi. La
città si fa giornalmente più bella, come gli
edifizj vanno a terminarsi. In essa si contano
30 mila anime gode d'una mediocre p
prospe-
rità, perché una parte della ricca nobiltà vi si
mantiene; oltrechè l'università e le buone ma-
nifatture di seta somministrano da vivere a
molte persone. Questo paese, per più ragioni
interessante ad ogni intelligente viaggiatore,
offre molte occasioni di ricerche tanto riguardo
alla storia naturale che all'antichità. L'unica
università di Sicilia che qui ha la sua sede, è
cagione di rendere questa città assai necessaria
a letterati onde dimorarvi. Il corso degli studj
(3)
41<noinclude><references/></noinclude>
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Viaggio in Sicilia (Münter)/Catania
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— Cara amica, disse Witold, noi siamo per separarci; io sono un proscritto, costretto a fuggir la mia patria, e forse non vi potrò tornare più mai; ma voi, angelo di bontà, voi siete libera, nessun vincolo vi ritiene a Varsavia; il vostro cuore non v’indicherà egli la strada del mio esilio?
— Witold, rispose la dolente Olesia, prima che ci lasciamo, io ho diritto di leggere nell’anima vostra e d’esiger da voi una piena sincerità. So che siete incapace di ingannarmi; solo vi domando di non ingannarvi voi stesso.
Noi ci conosciamo fin dall’infanzia, e non mi rammento d’aver cominciato ad amarvi. Io credo il vostro affetto vivo egualmente che il mio, ed antico del pari. Se le nostre opinioni non si sono sempre combinate, io non ve ne fo alcun rimprovero; per aver degli oggetti un’idea eguale, bisogna considerarli sotto il medesimo punto di vista, e noi non siam posti ad una eguale altezza.
Sarebbe per voi troppo doloroso, o Witold, lo svelarmi tutte le {{Pt|contradi-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||409}}</noinclude>{{Pt|zioni|contradizioni}} che sono nell’anima vostra. Tocca a me ad adempire a un tale assunto in questo momento solenne: ascoltate dunque, e rammentatevi che io non vi permetto d’interrompermi, che quando i miei sospetti s’estenderanno tropp’oltre.
Sono circa tre anni che voi m’offriste i vostri voti, e fino d’allora, agli occhi vostri io non era vostra eguale; o almeno, imbevuto dei principii di una famiglia orgogliosa, voi pensavate al pari di essa che il venire infino a me era un discendere, non già un innalzarsi. Vinto da un amore violento, cadeste: ma conservaste tutte le vostre forze in quel primo combattimento. Sopraggiunse una disgrazia irreparabile; io perdei la mia benefattrice e il mio nome, e voi, tutto l’incanto del vostro amore; esso divenne simile al fiore appassito che non ha più nè fraganza nè colore; nel mondo voi lo nascondevate con vergogna, e non era più che nella solitudine ch’esso v’offriva ancora qualche dolcezza....
Witold non osando insorgere {{Pt|con-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|410||}}</noinclude>{{Pt|tro|contro}} la verità di queste parole, nascose il suo volto e non rispose. Olesia soggiunse: — Io abbandonai la città che abitavate; il vostro cuore se ne afflisse, ma il vostro amor proprio si trovò più tranquillo: in pubblico voi avreste arrossito della mia presenza nella vostra memoria cercavate l’illusione che vi dipingeva la mia immagine. Noi ci siam riveduti, e la vostra tenerezza s’è aumentata in forza delle attenzioni che il cielo m’ha permesso d’usarvi. Il diletto che proviamo nell’essere insieme, l’abitudine sì dolce d’avere continuamente presso di sè un cuore tenero e interamente vostro, hanno elusa la severità dei vostri principii, e voi m’avete lasciato travedere che un matrimonio segreto concilierebbe ciò ch’esigon da voi l’orgoglio e l’amore. Se non si riguarda che la distanza delle nostre condizioni, voi m’onorate, o Witold; ma fra noi che prova quest’omaggio clandestino che voi mi fate de’ vostri pregiudizii? Gli è un sacrifizio che fate a voi stesso e non a me, e v’ingannate nel credere di trovarvi una {{Pt|sor-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||411}}</noinclude>{{Pt|gente|sorgente}} di felicità. Oh no, agli occhi nostri un’unione segreta non s’abbelirebbe per opera del mistero. Noi tremeremmo al momento che questo ci si rendesse accessorio. La confidenza, questa prima delizia dell’affetto, svanirebbe ben presto fra noi due. Noi dissimuleremmo le nostre pene dapprima per amore, poscia per delicatezza. Io crederei leggere ad ogni momento nel vostro cuore il pentimento, il desiderio doloroso di un destino di cui voi non avreste potuto compiere tutti i suoi doveri, e forse avrei da rimproverarmi di pensare presso di voi alla felicità di quelle spose palesi, che s’insurperbiscono di tutto ciò ch’io sarei costretta a nascondere.
— Olesia, sclamò il principe Witold, voi mi straziate l’anima!
Olesia prese la mano di Witold e la strinse; quest’era un domandarli perdono; ella si pentiva di già di ciò che avea detto; il suo cuore ferito era stato per un momento inasprito dal dolore. — O mio Dio! ella pensò, in quell’istante terribile voi solo sapete<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|412||}}</noinclude>quali son le mie pene; datemi la forza di nascondere la mia disperazione; ch’io possa morirne.
Witold riprese con tenerezza:
— Confidiamo nell’avvenire: ahimè! non ho io diritto di pensare che abbiamo esaurito tutto ciò ch’esso ci serbava di pena?
— L’avvenire! rispose Olesia tremando; Witold; ah! non contate giammai sopra di esso.
Io posso almeno contare su me medesimo; mirate, Olesia, i luoghi che mi circondan; come potrebbero a meno di parlare potentemente al mio cuore? tutto mi rammenta che voi m’avete salvata la vita. Io farei orrore a me stesso se fossi capace di perderne la memoria.
— Piacesse al cielo, pel vostro bene e pel mio, che voi poteste un giorno dimenticarmi?
— Ah! che dite voi?
Witold, un amore senza speranza è la più orribile delle pene.
— Senza speranza! È vero ch’io non posso fissare l’epoca precisa che deve coronare tutti i miei voti, ma io<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||413}}</noinclude>la veggo nell’avvenire, e l’affretterò con tutti i miei sforzi.
— No, disse Olesia d’un tuono mesto e parlando a sè stessa; gli è inutile d’ingannarsi più a lungo; ciò che non può fare il momento presente e la forza di memorie si recenti, l’avvenire lo potrà ancor meno. Non prolunghiamo d’avvantaggio un colloquio che mi uccide.
Witold fu distratto da queste parole da Neflali, che venne ad avvertirlo che tutto era pronto per la partenza.
Olesia s’alzò pallida e tremente, e guardò fisso Witold. Il principe non men commosso di lei le prese la mano e la strinse in silenzio; ambedue s’incamminarono verso una porticella del giardino che metteva sulla campagna. Neftali l’aprì, ed essi videro a pochi passi la briczka da viaggio. Olesia rabbrividì nel mirarla; Witold stesso ne rivolse lo sguardo; ei voleva invano mostrare superiorità d’animo; i suoi occhi pregni di lacrime lo tradivano suo malgrado, e pure egli credeva questa separazione di poca durata.<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|414||}}</noinclude>
Facendo uno sforzo soprà sè stesso, e rivolgendosi a Olesia, — Тосса voi, le disse, a stabilire il momento in cui noi ci dobbiam ritrovare.
— Fissate voi stesso un l’epoca, riprese Olesia ritenendo con pena i singhiozzi.
Witold riflettè un istante e rispose: — Dopo aver consacrato qualche tempo alla mia famiglia, mi recherò alla corte di Vienna; e vi sono costretto, ma fra tre mesi sarò libero.
— Tre mesi: ripetè Olesia sospirando e rivolgendo al cielo il tristo suo sguardo.
— E voi, soggiunse con tenerezza Witold, cangierete d’asilo? Che farete voi in questo tempo che sembrerammi sì lungo?
A questa domanda, Olesia non potè proferire una parola; gli occhi suoi si fissarono un momento in quelli di Witold con un’espressione commovente, ma ben tosto le si oscurò la vista, e versò un torrente di lacrime.
Il principe, commosso da quello sguardo senza comprendere tutto ciò<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||415}}</noinclude>che conteneva di doloroso, volle por fine a scena sì penosa; strinse la mano d’Olesia, fece alcuni passi verso la carrozza, e arrestandosi di nuovo: — Addio, mia diletta, diss’egli; che il vostro cuore si rassicuri e conti finalmente
sul mio. Reprimete i vostri singhiozzi, calmate cotesto dolore che mi riduce alla disperazione.
— Witold, interruppe Olesia, m’è testimone il cielo che solo per voi si versano le mie lacrime.
— Ah! s’io fossi libero, gridò il principe ad alta voce, se catene di ferro che scuoto con rabbia non legassero il mio destino a quello d’una famiglia ch’io non posso ridurre alla disperazione
— Ebbene! Witold!
— Ah! con v’immaginate voi qual felicità sarebbe la mia?
— Ma perchè illudervi fin da ultimo? Ahimè! non è la vostra famiglia che noi dobbiamo temere, voi solo che è impossibile di vincere.
Ciò detto, Olesia si sentii venir meno. Volendo risparmiare a Witold un ultimo dispiacere, ella accennò la<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|416||}}</noinclude>vettura e gli fe’ cenno di partire. Egli prese le sue mani, le appresso alle
labbra e al suo cuore stringendole con un moto passionato, e le obbedì in silenzio.
La carrozza si scosse, partì; Olesia la guardò fissa qualche minuto, e cadde svenuta.<noinclude><references/></noinclude>
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Olesia, o la Polonia/Capitolo XIV
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude>magine abbia consistenza corporea, mentre anche
la varia grossezza della superfice colorata ed ogni
adattamento meccanico dei colori per raggiungere
il grado di tinta voluto, porta un contingente di
impressione sull’effetto complessivo dell’opera che
non sempre è in facolta dell’artista di convergere
secondo la propria volontà.
ll numero ingente dei materiali usati dal pittore
e gli effetti variatissimi che la più leggera dif-
ferenza nel modo d’impiego trascina seco, aggiunge
complicazioni infinite all’atto del dipingere, talchè
l’importanza enorme che la tecnica presenta nella
pittura riverberandosi infine sull’arte che ne è lo
scopo finale impone che nulla sia trascurato o ri-
tenuto men degno d’attenzione che appartenga al-
l’argomento tecnico, e tutto quanto ha attinenza
colla tecnica debba procedere da un criterio ra-
zionale fondato sulla nozione positiva del mate-
riale pittorico.
Così nella tavolozza che è l’istrumento princi-
pale per dipingere noi troveremo subito occasione
di riscontrare la convenienza di un coordinamento
previdente le difficoltà principali all’impiego dei
colori. Essendo veramente strano che mai si sia
pensato all’imbarazzo che la tavolozza arreca a
chiunque si accinge per le prime volte a dipingere<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Previati - Della pittura.djvu/10
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AdrianaB64
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude>e come all’essere pensante e colto che si ritiene
debba essere un pittore abbia da repugnare l’inol-
trarsi nell’uso di un istrumento e di materiali
così complessi senza il sussidio di un ragionamento
qualsiasi.
Eppure non vi è sicurezza maggiore di quella
di mettere in serio imbarazzo anche dei vecchi
pittori colla sola richiesta di sapervi dire quali
siano i colori necessari per dipingere, mentre se
chiedete anche a dei bambini quali siano le note
principali della musica quasi tutti vi sapranno ri-
petere senza esitazione la scala naturale dei suoni.
E non solo fra i pittori troverete degli impac-
ciati a rispondervi per lo sforzo di ricordare cosi
all’improvviso i nomi dei colori come sono bat-
tezzati dall’industria, ma tra i fabbricanti ed i
venditori stessi di colori la risposta sarà lunga e
stentata. Il nero magari sarà il primo nominato,
poi il verde inglese, la lacca garance, il giallo
cadmio, e via di questo passo.
Che se poi l’interrogato è appena appena in-
tinto di cognizioni sulla pittura antica vi sciori-
nerà una lista di nomi di colori ancora più sin-
golari, come il caput mortum, il verde vescica, la
lacca verzino, il lapis-lazzuli, il giallo Santo, il
bianco San Giovani...
G. PREVIATI, Della Pittura.<noinclude><references/></noinclude>
8tq6vbyhgzxi99scobo6h41xeow4kwi
Pagina:Previati - Della pittura.djvu/11
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AdrianaB64
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/* Problematica */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude>Eppure in natura non esistono che i colori della
scomposizione della luce: il rosso, l’aranciato,
il giallo, il verde, l`azzurro ed il violetto! Gli
unici colori sui quali si modulano tutte le infi-
nite gradazioni di tinte che vediamo sul vero e
che non è possibile imitare senza che pur sulla
tavolozza sia del rosso, dell’aranciato, del giallo,
del verde, dell’azzurro e del violetto. Sostanze
assai differenti dai raggi luminosi, ma tuttavia che
debbono tale colore sempre alle stesse cause pro-
duttrici, uniche produttrici d’ogni parvenza colo-
rata possibile, cioè, sempre, i già detti raggi co-
lorati della luce: il rosso, l’aranciato, il giallo, il
verde, l’azzurro ed il violetto.
L’aggiunta del nome della sostanza dalla quale
l’industria dei colori ricava i propri prodotti sta
nel rapporto dei colori come il legno, l’ottone, le
corde di budella o metalliche che si volesse ag-
giungere alle note musicali nell’enumerarle.
Come mai nella pittura tutto ciò, che è così
semplice e facile, non è penetrato nelle consuetu-
dini e sia pure non nelle consuetudini del pubblico,
ma nemmeno nelle scuole di pittura nè fra i pro-
fessanti l’arte dei colori?
Sulla tavolozza, perchè coi colori materiali più
intensi non si potrebbero fare gradazioni più chiare
o più scure senza il sussidio del bianco e del nero,<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/16
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: IN SICILIA. 11 è di tre anni, come in tutte le altri univers tà d'Italia, in cui gli studenti fa mestieri che attendano alle lezioni dal Governo prescritte. Nell' anno 1785 sino al 1786 si davano le se- guenti istruzioni. In teologia: dommatica, morale, la storia della Chiesa e de' Concilj. AUR Nella giurisprudenza: codice, novelle, isti- tuzioni, il diritto feudale siculo e canonico. Nella medicina: la medicina teorica...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>IN SICILIA.
11
è di tre anni, come in tutte le altri univers
tà d'Italia, in cui gli studenti fa mestieri che
attendano alle lezioni dal Governo prescritte.
Nell' anno 1785 sino al 1786 si davano le se-
guenti istruzioni.
In teologia: dommatica, morale, la storia
della Chiesa e de' Concilj.
AUR
Nella giurisprudenza: codice, novelle, isti-
tuzioni, il diritto feudale siculo e canonico.
Nella medicina: la medicina teorica e pra-
tica, anatomia, chirurgia, ostetricia, chimica
e farmacia.
Nella filosofia: logica, metafisica, dritto na-
turale e delle genti, matematica, analisi, astro-
nomia, nautica, geografia, geometria pratica,
architettura civile, fisica sperimentale, istoria
naturale, botanica, economia, commercio, agri-
coltura, storia, antichità, diplomazia, lingua
greca ed ebraica.
6511
Detta università è sotto l'ispezione del ve-
scovo di Catania e di due Gentiluomini cata-
nesi, uno patrizio e l'altro senatore della città.
Essa era in grandissima, floridità a' giorni del
passato vescovo monsignor Ventimiglia, degno
e molto illuminato prelato, il quale con ogni
zelo richiedeva il progredimento delle scienze;
e non ordinava mai alcun giovane che studia-
to non avesse con diligenza nell' università, e<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/17
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 12 VIAGGIO accor di sufficienti cognizioni non fosse provveduto, Ugualmente cosi attento era costui nell' dare prebende. Catania perdè questo bravo prelato assai presto per esser egli stato no- minato grande inquisitore, ed in conseguenza recar si dovette in Palermo. Egli mentre era ricercata e vasta libreria lasciò in legato al paese, perchè non volle pro- fittarsi affatto di ciò che gli aveva fatto acqui stare la rendi...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>12
VIAGGIO
accor
di sufficienti cognizioni non fosse provveduto,
Ugualmente cosi attento era costui nell'
dare prebende. Catania perdè questo bravo
prelato assai presto per esser egli stato no-
minato grande inquisitore, ed in conseguenza
recar si dovette in Palermo. Egli mentre era
ricercata e vasta libreria
lasciò in legato al paese, perchè non volle pro-
fittarsi affatto di ciò che gli aveva fatto acqui
stare la rendita del vescovato. Un uomo
vescovo,
la
sua ben
BE 81195
il
Eniolbotn qua-
le lume e conoscenza poteva somministrargli
era D. Leonardo Gambino, professore di giuri-
sprudenza,
e azzardò d'insegnare
il primo che
la filosofia leibniziana e di distruggere l'antica,
scolastica maniera. Quest'uomo eccellente ha
pubblicato una bell' opera sul dritto naturale
Io l'ho s
collisione de'
o sentito l
e
reche-
inolte ore sopra la
leggere
ere per molte or
con grande chiarezza
17012
giustezza, e son sicuro che costui onore re
rebbe ad ogni accademia d'Europa, Allorquan-
do lasciai Catania, doveva egli recarsi alla
STION
pitale per essere stato eletto giudice della G. C.,
ove dovea quella carica per lo spazio di due
100
anni esercitare; finiti i quali si sarebbe il me
desimo ritirato alla sua università, quando non
ottenuta la toga perpetua. Per quanto
sistema per
avesse
degno di lode mi sembri questo sisten
il sostegno della giustizia cosi tanto dispiace<noinclude><references/></noinclude>
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AdrianaB64
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/* Problematica */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude>oltre i sei colori fondamentali della luce è ne-
cessario tale aggiunta. E se venisse fatto di do-
versi chiedere quale sarebbe la migliore disposi-
zione da dare ai colori sulla tavolozza, non vi è da
rimanere in forse che la preferibile non sia man-
tenere la disposizione presentata dai colori stessi
nello spettro solare.
Mancherebbero argomenti ragionevoli perchè
assumendo dall’esempio stesso della natura i propri
colori l’artista pensasse di alterarne sulla tavolozza
l’ordine di successione che Leonardo da Vinci in-
dicava già come la più armonica possibile.
Il bianco ed il nero di aggiunta possono tro-
vare posto utile alle due estremità della gradua-
azione o, per il maneggio più pronto del bianco,
che è il colore continuamente necessario nel di-
pingere, utilmente si può far posto al bianco fra
il giallo ed il verde che sono i colori in minor
contrasto fra tutti e segnano anche la divisione
fra i colori detti caldi, cioè il rosso, l’aranciato,
ed il giallo, e quelli detti freddi, cioè il verde,
l’azzurro ed il violetto.
Importando principalmente che dalla tavolozza
si possa ricavare tutte le possibili gradazioni di
tinte non sarà inutile sapere come lo Chevreul,
nella sua Carta cromatica abbia mostrato pra-<noinclude><references/></noinclude>
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AdrianaB64
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/* Problematica */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude>ticamente che col rosso, l’aranciato, il giallo, il
verde ed il violetto in unione al bianco ed al nero
si ottengano sino a quattordicimila gradazioni di
colori le quali possono soddisfare senza dubbio il pit-
tore più esigente, senza impedimento alcuno, se
la sensibilità di questi non fosse ancora soddisfatta,
di farsene altre e quante ritenesse necessarie per
la propria arte.
Alcuni pittori, partendo da un equivoco prin-
cipio teorico dei tre colori fondamentali, sempli-
ficano ancora di più la tavolozza non usando oltre
il bianco ed il nero che l’azzurro, il giallo ed il
rosso, ma l’inutile fatica di moltiplicare i miscugli
per arrivare a quegli stessi colori che già fornisce
l’industria, come l’aranciato, il verde ed il violetto,
senza dire degli inconvenienti dal lato della du-
rabilità delle tinte così ottenute che necessitano
una quantità enorme di lacche alterabilissime,
oltre forse l’impossibilità di raggiungere il bril-
lante necessario del verde, non trova alcuna giu-
stificazione dal lato pratico.
Dato un assetto ragionevole alla tavolozza, l’in-
teresse tecnico viene subito a trasportarsi sulla
costituzione dello strato dei colori che si verrà
formando sotto il lavoro del pennello. Ciò che
richiede delle idee già stabilite particolarmente in<noinclude><references/></noinclude>
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AdrianaB64
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude>riguardo alla durabilità di questa compagine di
colori, sulla quale non è più possibile ritornare
perchè le prime applicazioni delle tinte riman-
gono nascoste dagli strati successivi e quasi sempre
irrimediabilmente sottratte ad ogni modificazione
radicale.
Coll’esperienza, e purtroppo una lunghissima
esperienza fatta quasi sempre a proprie spese,
l’artista riesce a formarsi un criterio preciso del
procedimento da preferirsi nel_lavoro meccanico,
se così si può mai dire, della sovrapposizione dei
colori, che ebbe la sua osservanza perfetta sol-
tanto nel periodo aureo della pittura, quando cioè
il tirocinio lunghissimo degli allievi presso i maestri
e la meticolosità scrupolosa di ogni pratica di-
ventava come una seconda natura dell’artefice.
ll pittore moderno, nè per quello che gli si
insegna nella scuola, nè per quanto può essergli
insegnato dalla propria pratica difficilmente e quasi
sempre troppo tardi arriva a tale criterio e quello
che più monta arriva al dominio di sé stesso così
da rinunziare all’abitudine presa di un lavoro af-
frettato e di continua modificazione del disegno
e della distribuzione delle masse del chiaroscuro
nel proprio dipinto, nel quale disordine è la
ragione unica dei guasti d’ogni sorta che ra-<noinclude><references/></noinclude>
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