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<noinclude><pagequality level="4" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||{{Sc|Lettera Terza}}|13}}</noinclude>un’anima fredda, e insensibile sapran screditare l’{{TestoCitato|Iliade|Illiade}}, l’{{TestoCitato|Eneide|Eneide}}, e tutto il Parnasso, che scrive per dilettare, e farsi intendere. Lasciate poi fare a’ {{AutoreCitato|Marco Pacuvio|Pacuviani}}, ed agli {{AutoreCitato|Quinto Ennio|Enniani}} che ben sapranno moltiplicar l’edizioni a migliaja. Se ottengo solo otto o dieci seguaci fanatici e zelanti adoratori, questo mi basta. Dietro lor correrà tutto il mondo poetico, e que’ pochi meschini che ardiron nascere con buon orecchio, e con anima armonica, che gustano la chiarezza, la nobiltà, le immagini, e i voli della poesia, saran trattati da sciocchi, da ribelli, da empj bestemmiatori della sacra antichità, sicché dovranno tacersi per lo migliore. Udite, adunque, udite il divino {{AutoreCitato|Marco Pacuvio|Pacuvio}}, il divinissimo {{AutoreCitato|Gaio Lucilio|Lucilio}}:
<poem>
''Vivite lurcones, comedones vivite ventres'';
''Ricini auratae cicae, et ocraria mitra'';
''Quinque hastae aureolo cinctu rorarius velox...''
</poem>
Ma tu hai ben torto, diss’io, rompendogli a mezzo que’ suoi magici carmi, perché nel vero, {{AutoreCitato|Marco Pacuvio|Pacuvio}}, {{AutoreCitato|Quinto Ennio|Ennio}}, {{AutoreCitato|Gaio Lucilio|Lucilio}} e gli altri nostri barbuti Poeti non hanno bellezze da paragonarsi a quelle dell’italiano. Essi infine altro pregio non hanno fuor che l’aver cominciato a far uso di alcune robuste espressioni, e naturali con qualche maniera di metro rinforzandole. Ciò stesso è un pregio comune a quanti uscendo dalla barbarie tentano qualche cosa. Dante non dee mirarsi nè come Epico, nè come Comico Poeta. Non fece altro che descrivere un suo viaggio, e il capriccio non meno che le passioni furono, più che non io, sue vere guide, e compagne in tal via. Quello non da regole, che ignote erano al tempo suo, non da presenti esempli illustrato, in tante allusioni, in tanti simboli, ch’ei solo intendea, e in così svariati luoghi, ed obbietti<noinclude>
<references/></noinclude>
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Supplemento alla Storia d'Italia/LXXXVII
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Supplemento alla Storia d'Italia/LXXXVIII
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__NOTOC__
<div class="usermessage">Se hai intenzione di modificare i contenuti della pagina principale assicurati di aver prima letto e compreso [[Aiuto:Pagina principale|questa pagina di istruzioni]].</div>
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*[[Pagina principale/Sezioni#Biblioteca|Biblioteca]]
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*[[Pagina principale/Sezioni#Testo in evidenza|Testo in evidenza]]
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*[[Pagina principale/Sezioni#Citazioni|Citazioni]]
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*[[Pagina principale/Sezioni#Proposte|Proposte]]
</div></div>
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| valign=top width=39% | <!-- SECONDA COLONNA -->
<div style="border: 1px solid #{{Colore portale sfondo barre 4}}; padding: .3em;">Sezioni "comunità"
<div style="border: 1px solid #{{Colore portale sfondo barre 4}}; background-color: #{{Colore portale sfondo barre 1}}; padding: .2em; spacing: .2em">
*[[Pagina principale/Sezioni#WikiGuida|WikiGuida]]
</div>
<div style="border: 1px solid #{{Colore portale sfondo barre 4}}; background-color: #{{Colore portale sfondo barre 1}}; padding: .2em; spacing: .2em">
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<div style="border: 1px solid #{{Colore portale sfondo barre 4}}; padding: .5em;">Sezioni "portale"
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*[[Pagina principale/Sezioni#Ricorrenze|Ricorrenze]]
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*[[Pagina principale/Sezioni#Ultimi arrivi|Ultimi arrivi]]
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<div style="border: 1px solid #{{Colore portale sfondo barre 4}}; padding: .5em;;">Sezioni "comunità"
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*[[Pagina principale/Sezioni#Oltre Wikisource|Oltre Wikisource]]
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=== Titolo ===
<section begin=Titolo />
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== Prima colonna ==
=== Biblioteca ===
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[[File:HILLBLU indici.png|30px]] '''[[Portale:Autori|Indici per autori]]'''</span>
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[[Wikisource:Indice alfabetico degli autori|Alfabetico]] · [[Wikisource:Indice cronologico degli autori|Cronologico]] · [[Wikisource:Indice degli autori per argomento|Tematico]]
</div>
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[[Wikisource:Indice alfabetico dei testi|Alfabetico]] · [[Wikisource:Indice cronologico dei testi|Cronologico]] · [[Wikisource:Testi in ordine alfabetico per argomento|Tematico]] · [[Wikisource:Indice dei testi per Stato di Avanzamento dei Lavori|Per SAL]] <small>([[Aiuto:SAL|?]])</small>
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=== Biblioteca NUOVA (2015) ===
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[[File:HILLBLU tavolozza.png|30px]] '''[[:Categoria:Arti|Arte]]'''</span>
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[[File:HILLBLU pigreco.png|30px]] '''[[:Categoria:Scienze matematiche, fisiche e naturali|Scienze matematiche, fisiche e naturali]]'''</span>
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[[File:HILLBLU puzzle.png|30px]] '''[[:Categoria:Società|Società]]'''</span>
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[[:Categoria:Biografie|Biografie]] · [[:Categoria:Politica|Politica]] · [[:Categoria:Religione|Religione]]
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[[File:HILLBLU meccanismo.png|30px]] '''[[:Categoria:Tecnologia e scienze applicate|Tecnologia e scienze applicate]]'''</span>
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[[:Categoria:Agricoltura|Agricoltura]] · [[:Categoria:Informatica|Informatica]] · [[:Categoria:Medicina|Medicina]] · [[:Categoria:Ingegneria|Ingegneria]] · [[:Categoria:Trasporti|Trasporti]] ([[:Categoria:Ferrovie|Ferrovie]])
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=== Testo in evidenza ===
<section begin="Testo in evidenza" />{{#section:Pagina principale/Testo in evidenza|{{NumeroCasuale|24}}}}<section end="Testo in evidenza" />
=== Citazioni ===
<section begin="Citazioni" />
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=== Proposte ===
<section begin="Proposte" />
<div style="text-align:center; text-align: -webkit-center;">{{#section:Pagina principale/Proposte}}</div><section end="Proposte" />
==Seconda colonna==
=== Laboratorio ===
<section begin="Laboratorio" /><div style="margin-bottom:10px;">
{{Centrato}}'''[[Wikisource:Aiuta Wikisource|Aiuta Wikisource!]]'''<br/>
'''È sufficiente saper leggere'''
[[File:Deledda - L'argine, Milano, Treves, 1934.djvu|170px|page=9|border|link=Indice:Deledda - L'argine, Milano, Treves, 1934.djvu]]<br/>La [[Wikisource:Rilettura del mese|collaborazione del mese]] propone la rilettura di
[[Indice:Deledda - L'argine, Milano, Treves, 1934.djvu|'''''L'argine''''']] di [[Autore:Grazia Deledda|Grazia Deledda]]
In alternativa scegli pure un testo a piacimento tra quelli [[:Categoria:Pagine indice SAL 75%|da rileggere]], o se ti senti più esperto anche tra quelli [[:Categoria:Pagine indice SAL 25%|da ''trascrivere'']]! Qui c'è [[Speciale:IndexPages|l'elenco completo]].
[[Aiuto:Rilettura - 1 - primissimi passi|({{smaller|Serve un ''aiutino''?}})]]</div></div><section end="Laboratorio" />
{{Centrato|'''N.B. La rilettura del mese va rinnovata [[w:Template:Pagina principale/Wikisource|anche su Wikipedia]]'''}}
=== Ricorrenze ===
<section begin=Ricorrenze /><div style="margin-bottom:10px;">{{Wikisource:Ricorrenze/{{CURRENTDAY}} {{CURRENTMONTHNAME}}}}<div style="clear:both"></div></div><section end=Ricorrenze />
=== Ultimi arrivi ===
<section begin=Ultimi arrivi /><div style="margin-bottom:10px;">
<b>Ultimi testi riletti</b>
<!-----------------------------------
MODIFICARE QUA SOTTO
Inserire i nuovi testi SAL 100% in CIMA
Numero massimo 5 testi
-------------------------------------->
* {{testo|Il Ruwenzori}}
* {{testo|L'educazione della donna ai tempi nostri}}
* {{testo|Il Governo Pontificio o la Quistione Romana}}
* {{Testo|Romanzo d'una signorina per bene}}
* {{testo|Documenti umani}}
<!--------------------------------------
MODIFICARE QUA SOPRA
--------------------------------------->
<div style="margin-top: 0;"></div>
<b>Ultimi testi trascritti</b>
<!-----------------------------------
MODIFICARE QUA SOTTO
Inserire i nuovi testi SAL 75% in CIMA
Numero massimo: 5 testi
NON TOGLIERE I TESTI SE DIVENTANO RILETTI!
------------------------------------->
* {{Testo|Il Roseto}}
*{{Testo|Il Libro dei Re - Volume IV}}
* {{Testo|I Cosacchi}}
* {{testo|Il sessismo nella lingua italiana}}
* {{testo|L'illustratore fiorentino 1908}}
* {{testo|Le Danaidi}}
</div><section end=Ultimi arrivi />
=== Oltre Wikisource ===
<section begin="Oltre Wikisource" />
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</div><section end="Oltre Wikisource" />
<noinclude>[[Categoria:Pagina principale]]</noinclude>
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{{Qualità|avz=75%|data=21 agosto 2018|arg=Da definire}}<div class="noprint indice_gestione_portale_intestazione">
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*[[Pagina principale/Sezioni#Biblioteca|Biblioteca]]
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*[[Pagina principale/Sezioni#Testo in evidenza|Testo in evidenza]]
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*[[Pagina principale/Sezioni#Proposte|Proposte]]
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=== Titolo ===
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=== Testo in evidenza ===
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=== Citazioni ===
<section begin="Citazioni" />
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=== Proposte ===
<section begin="Proposte" />
<div style="text-align:center; text-align: -webkit-center;">{{#section:Pagina principale/Proposte}}</div><section end="Proposte" />
==Seconda colonna==
=== Laboratorio ===
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'''È sufficiente saper leggere'''
[[File:Deledda - L'argine, Milano, Treves, 1934.djvu|170px|page=9|border|link=Indice:Deledda - L'argine, Milano, Treves, 1934.djvu]]<br/>La [[Wikisource:Rilettura del mese|collaborazione del mese]] propone la rilettura di
[[Indice:Deledda - L'argine, Milano, Treves, 1934.djvu|'''''L'argine''''']] di [[Autore:Grazia Deledda|Grazia Deledda]]
In alternativa scegli pure un testo a piacimento tra quelli [[:Categoria:Pagine indice SAL 75%|da rileggere]], o se ti senti più esperto anche tra quelli [[:Categoria:Pagine indice SAL 25%|da ''trascrivere'']]! Qui c'è [[Speciale:IndexPages|l'elenco completo]].
[[Aiuto:Rilettura - 1 - primissimi passi|({{smaller|Serve un ''aiutino''?}})]]</div></div><section end="Laboratorio" />
{{Centrato|'''N.B. La rilettura del mese va rinnovata [[w:Template:Pagina principale/Wikisource|anche su Wikipedia]]'''}}
=== Ricorrenze ===
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=== Ultimi arrivi ===
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<b>Ultimi testi riletti</b>
<!-----------------------------------
MODIFICARE QUA SOTTO
Inserire i nuovi testi SAL 100% in CIMA
Numero massimo 5 testi
-------------------------------------->
* {{testo|La novella del buon vecchio e della bella fanciulla ed altri scritti}}
* {{testo|Il Ruwenzori}}
* {{testo|L'educazione della donna ai tempi nostri}}
* {{testo|Il Governo Pontificio o la Quistione Romana}}
* {{Testo|Romanzo d'una signorina per bene}}
<!--------------------------------------
MODIFICARE QUA SOPRA
--------------------------------------->
<div style="margin-top: 0;"></div>
<b>Ultimi testi trascritti</b>
<!-----------------------------------
MODIFICARE QUA SOTTO
Inserire i nuovi testi SAL 75% in CIMA
Numero massimo: 5 testi
NON TOGLIERE I TESTI SE DIVENTANO RILETTI!
------------------------------------->
* {{Testo|Il Roseto}}
*{{Testo|Il Libro dei Re - Volume IV}}
* {{Testo|I Cosacchi}}
* {{testo|Il sessismo nella lingua italiana}}
* {{testo|L'illustratore fiorentino 1908}}
* {{testo|Le Danaidi}}
</div><section end=Ultimi arrivi />
=== Oltre Wikisource ===
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<noinclude>[[Categoria:Pagina principale]]</noinclude>
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Pagina:Discorsi sopra la Prima Deca di Tito Livio (1824).djvu/192
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<noinclude><pagequality level="3" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|172|{{Sc|discorsi}}|}}</noinclude>avevano con la Plebe, e per conseguente quella autorità. E veramente non si può in una Repubblica, e massime in quelle che sono corrotte, con miglior modo, meno scandaloso e più facile, opporsi all’ambizione di alcuno cittadino, che preoccupandogli quelle vie, per le quali si vede che esso cammina per arrivare al grado che disegna. Il quale modo se fusse stato usato contro a Cosimo de’ Medici, sarebbe stato miglior partito assai per gli suoi avversarj, che cacciarlo da Firenze; perchè se quelli cittadini che gareggiavano seco avessero preso lo stile suo di favorire il Popolo, gli venivano senza tumulto e senza violenza a trarre di mano quelle armi, di che egli si valeva più. Piero Soderini si aveva fatto riputazione nella Città di Firenze con questo solo di favorir l’universale; il che nell'universale gli dava riputazione, come amatore della libertà della Città. E veramente, a quegli cittadini che portavano invidia alla grandezza sua, era molto più facile, ed era cosa molto più onesta, meno pericolosa, e meno dannosa per la Repubblica, preoccupargli quelle vie, con le quali si faceva grande, che volere contrapporsegli, acciocchè con la rovina sua rovinasse tutto il resto della Repubblica; perchè se gli avessero levato di mano quelle armi, con le quali si faceva gagliardo, il che potevano far facilmente, arebbero potuto in tutt'i Consigli, e in tutte le deliberazioni pubbliche opporsegli senza sospetto e senza rispetto alcuno. E se alcuno replicasse,<noinclude>
<references/></noinclude>
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Pagina:Discorsi sopra la Prima Deca di Tito Livio (1824).djvu/193
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<noinclude><pagequality level="3" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||{{Sc|libro primo}}|173}}</noinclude>che se i cittadini che odiavano Piero fecero errore a non gli preoccupare le vie, con le quali ei si guadagnava riputazione nel Popolo; Piero ancora venne a fare errore a non preoccupare quelle vie, per le quali quelli suoi avversarj lo facevano temere; di che Piero merita scusa, sì perchè gli era difficile il farlo, sì perché le non erano oneste a lui; imperocchè le vie con le quali era offeso, erano il favorire i Medici, con li quali favori essi lo battevano, ed alla fine lo rovinarono. Non poteva, pertanto Piero onestamente pigliare questa parte, per non poter distruggere con buona fama quella libertà, alla quale egli era stato preposto a guardia; dipoi, non potendo questi favori farsi segreti e ad un tratto, erano per Piero pericolosissimi; perchè comunque ei si fusse scoperto amico de' Medici, sarebbe diventato sospetto ed odioso al Popolo; donde a' nimici suoi nasceva molto più comodità di opprimerlo, che non avevano prima.
Debbono pertanto gli uomini in ogni partito considerare i difetti ed i pericoli di quello, e non gli prendere, quando vi sia più del pericoloso che dell’utile, nonostantechè ne fusse stata data sentenza conforme alla deliberazione loro. Perchè facendo altrimenti, in questo caso interverrebbe a quelli come intervenne a Tullio, il quale volendo torre i favori a Marc’Antonio, gliene accrebbe; perchè, sendo Marc’Antonio stato giudicato inimico del Senato, ed avendo quello grande esercito insieme adunato di buona parte dei {{Pt|sol-|}}<noinclude>
<references/></noinclude>
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Pagina:Serra - Scritti, Le Monnier, 1938, I.djvu/386
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||{{Sc|le lettere}}|339}}</noinclude>fra il comune e il delicato e il melodioso, che non somiglia ad altri e che piace. È questa piacevolezza che manca, per ora, a {{Wl|Q599687|Baldini}}; i cui bozzetti hanno pure finezza di analisi e gioco sottile di sensazioni, non molto saporite, ma pulite e senza enfasi; se non che son cosa fredda, che non muove da una vera necessità interna di confessare o di raccontare.
Lontano, e da un’altra parte, si trova {{AutoreCitato|Piero Jahier|Jahier}}; che è rimasto quasi nascosto al grosso del pubblico in certi tentativi radi e alquanto oscuri, frammentari, che non hanno bastato a metterlo in vista e neanche a dargli coscienza netta dei suoi mezzi e del suo ingegno. Scriveva sulla ''Voce'', degli stelloncini, un poco all’uso del primo {{AutoreCitato|Ardengo Soffici|Soffici}}, per il tritume delle minuzie e della toscanità più linguaiola che espressiva: questo non gli diminuiva la serietà e un tale fremito d’ansia nel render impressioni di cose vedute e frugate. Poi fece, a intervalli, bozzetti di intimità casalinga e paesaggi valdesi; cose belle. Contorte, nervose, affaticate da sospiri profondi di intimità e passione e tristezza umana, che si confondevano con un bisogno intenso di realizzare le sensazioni nella loro gioia piena e i moti dell’anima nella loro musica insofferente: spezzate dalla molteplicità delle intenzioni non tutte artistiche, rotte dalla cura dei particolari; ma belle a ogni modo, anche della felicità che non aggiungevano, con quegli effetti grigi così vivi e mordenti come le ombre di un mattino d’inverno sullo squallore delle pareti domestiche, con quel non so che di melodico e sensitivo e odoroso che si sprigionava dalle impuntature dello stile, come sotto le scarpe che pestano il sentiero e l’erba della montagna vera. Pare che si sia fermato lì. Ha scritto ancora: ma<noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|90||}}</noinclude>{{Centrato|{{Type|f=1.5em|l=1px|'''A MADONNA ANDREA ACCIAIUOLI'''}}}}
{{Centrato|{{Type|f=0.8em|l=2px|CONTESSA D’ALTAVILLA<ref>Quest’Epistola fu tradotta dal latino da Giuseppe Betussi, e sta in fronte al libro Delle Donne illustri di G. Boccaccio, Venezia 1547.</ref>}}}}
{{rule|6em}}
{{xxx-larger|N}}e’ giorni passati, illustre donna, dilungatomi alquanto dal rozzo vulgo, e quasi libero dagli altri pensieri, scrissi un libro in lode delle donne, e piuttosto a piacer degli amici che a maggior utile della repubblica. Così considerando a chi prima dovessi mandarlo, acciocchè appresso di me non si consumasse nell’ozio, e perchè anco aiutato dal favore altrui più sicuro n’andasse in pubblico; veggendo che non era da indirizzare ad alcun principe, ma piuttosto a qualche donna famosa, parlando, come fa, di donne, innanzi tutte l’altre mi venne in mente la più degna ed il più chiaro splendor d’Italia, non solamente gloria delle donne ma dei re, Giovanna illustrissima regina di Gerusalemme e di Sicilia. Della quale considerata la eccellenza e la nobiltà di così generoso ceppo onde sono usciti tanti uomini valorosi, e le lodi poi degl’istessi meriti suoi, mi venne pensiero indirizzarlo umilmente a’ piedi dell’altezza di quella. Nondimeno, perchè lo {{Pt|splen-|}}<noinclude>
<references/></noinclude>
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|a madonna andrea acciaiuoli}}|91}}</noinclude>{{Pt|dor|splendor}} suo reale è così lucente e chiaro, e questa mia operetta quasi favilla mezza estinta, temendo non il maggior lume oscurasse il minore, subito mi cangiai d’opinione. Onde con nuovo pensiero trascorrendo molte altre, alla fine da quella nobilissima regina rivolsi in te, non immeritamente, il mio desio. Imperocchè meco stesso esaminando i tuoi piacevoli e benigni costumi, la grande onestà, grandissimo onor delle donne, il parlare accorto e saggio: e appresso questo veggendo la generosità dell’animo tuo, le forze dell’ingegno, colle quali trapassi di gran lunga le doti comuni delle donne: oltre di ciò considerando, che in quello che la natura al femminil sesso ha mancato, Iddio per sua liberalità, in quanto s’è potuto, ha supplito, e quel più locato nel tuo petto, onde ha voluto designarti col nome c’hai, uguale agli effetti e operazioni che da te escono (perciocchè ''Andros'' in lingua greca non è altro in latino che ''uomo'') m’ho anch’io immaginato che se’ degna d’essere agguagliata a tutti i degni e antichissimi uomini. E però veggendoti a’ tempi nostri, per molti splendidi e onorati fatti chiaro esempio d’antichità, come a tuo splendor benemerito, ho voluto aggiungervi il dono del titolo di questa operetta, giudicando con queste poche lettere non minor ornamento appresso i successori averti accresciuto, di quello che già abbia fatto la contea di Monte Odorisio, ed ora quella d’Altavilla, per le quali la fortuna l’ha fatto illustre. A te dunque mando, ed al tuo nome consacro quanto finora ho scritto delle donne famose; pregandoti, onorata donna, per il santo<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|92|{{Sc|a madonna andrea acciaiuoli}}|}}</noinclude>nome di pudicizia, del quale molto risplendi tra’ mortali, che con grato animo accetti il picciolo dono dell’uomo studioso: e se mi sei per credere alcuna cosa, ti conforto ch’alle volte lo legga; perchè col suo mezzo al tuo ozio supplirai, e t’allegrerai non poco delle virtù delle donne e della dilettazione dell’istorie. Nè indarno stimo che sarà questa lezione, se tu concorrente de’ generosi fatti delle passate, dirizzerai la tua fantasia a miglior opra per avanzar quelle. E comechè tu vi sia per ritrovare qualche lascivia congiunta coll’opre virtuose (che ciò m’è convenuto fare per l’ordine dell’istorie) non restar però di leggere, nè aver temenza, anzi continuando, fa’ pensiero d’essere entrata in un giardino, dove stendendo le delicate mani per coglier fiori, ti sia bisogno levare i pungenti spini; così poste da canto le cose disoneste e biasimevoli, attienti alle oneste e lodevoli. Ed ogni volta che t’avverrà leggere d’una donna gentile, cose che s’appartengono ad una che faccia professione di cristiana, se non senti che tal bene sia in te, svegliati col rossor della mente riprendendo te stessa, che segnata del battesimo cristiano, d’onestà di pudicizia o di virtù t’abbi lasciato vincere da una straniera: e alzando le forze dell’ingegno, di che molto puoi, non patir solamente di restare inferiore, ma sforzati d’avanzare ciascuna di virtù famosa. E siccome sei giovane, bella e ben formata, così anco fa’ che tu sii più eccellente, non solamente delle tue pari del nostro tempo, ma delle antiche maggiori e più pregiate: ricordandoti non essere con belletti e lisci, come il più delle {{Pt|don-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|a madonna andrea acciaiuoli}}|93}}</noinclude><section begin="1" />{{Pt|ne|donne}} fanno, da accrescere la bellezza, ma convenir essere ornata d’onestà di santità e d’opere pie, acciocchè facendo cosa grata a chi t’ha concesso tal grazia, non solamente tra noi mortali tu sii chiara ed illustre, ma dal dator del tutto, oprando onestamente e santamente, tu sii raccolta in eterno splendore. Oltre di ciò, a te piacendo, chiarissimo specchio dell’onestissime donne, darai ardire ed aiuto a questo picciolo libretto d’andar per tutto. Andrà, come stimo, sotto il tuo nome sicuro dalle male lingue, e porterà quello con gli altri delle illustri donne per le bocche degli uomini degni: e dando cognizione di te e de’ meriti tuoi, non potendo tu esser presente in tutti i luoghi, ti farà a questa età palese, e all’avvenire eterna.
<section end="1" /><section begin="2" />
{{Centrato|{{Type|f=2.0em|l=6px|'''EPISTOLA'''}}}}
{{Centrato|{{Type|f=1.5em|l=8px|'''A FRANCESCO'''}}}}
{{Centrato|{{Type|f=1.5em|l=1px|'''DI MESSER ALESSANDRO DE’ BARDI'''}}}}
{{Centrato|{{Type|f=0.8em|l=2px|MERCATANTE FIORENTINO, DIMORANTE A GAETA}}}}
{{rule|6em}}
{{xxx-larger|C}}onciossiacosachè le forze degli uomini, se aiutate non sono talvolta d’alcuno riposo, resistere non possono nè perseverare nelle fatiche continue, alle quali noi medesimi spesse volte più che non ci bisogna miseri sottentriamo, è conceduto per li savii<section end="2" /><noinclude><references/></noinclude>
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|94|{{Sc|epistola a francesco de’ bardi}}|}}</noinclude>uomini, anzi consigliato, che, interponendo a quelle talvolta alcuno onesto diletto, siccome stanche e vinte le riconfortiamo. E per questo non estimò {{AutoreCitato|Socrate|Socrate}}, solennissimo e singolare investigatore ne’ giorni suoi delle divine cose e delle umane, essere sconvenevole a lui, la mente cessare dalle considerazioni de’ profondissimi secreti della natura, e con gli suoi piccoli figliuoli cavalcare sopra il cavallo della canna, come essi facevano, per la casa; perocchè quantunque fosse lo esercizio puerile, più singularmente porgeva allo affaticamento lieto riposo. E similmente Cornelio Scipione e Lelio, due singulari lumi del romano splendore, e a’ quali era, all’uno in tutto, ed all’altro in parte, la gloria d’avere con senno e con forza abbattuta la superbia de’ Cartaginesi riserbata, non si vergognarono d’essere su per lo lito di Gaeta veduti ricogliere le piccole pietre e le conche, in terra sospinte dall’onde del mare, e fanciullescamente insieme diportarsi con quelle: essendo essi magnanimi poco avanti levati dalle molte e ponderose occupazioni, intorno all’ordine delle cose opportune al felice stato della repubblica. E così ancora tu, molto giovinetto essendo, siccome sentito abbiamo da molte varie e noiose faccende or quinci e or quindi percosso, ti doverrai ritrarre, se savio sarai, ad alcuno laudevole trastullo, il quale abbia forza di recreare alquanto gli spiriti affaticati. E perocchè forse di questi così lieti riposi, cioè che te allegrino, e non offendano, non se’ costà fornito come ti bisognerebbe, uno picciolo, e nondimeno leggieri, ma pure per una volta atto a potere dare luogo agli<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|epistola a francesco de’ bardi}}|95}}</noinclude><section begin="1" />amari pensieri, per la presente lettera te ne mandiamo: il quale ne’ termini più atti e convenevoli ti preghiamo con quello animo legghi, che noi per diporto di noi medesimi ti scriviamo.
<section end="1" /><section begin="2" />
{{Centrato|{{Type|f=1.5em|l=1px|'''EPISTOLA IN LINGUA NAPOLETANA'''}}}}
{{rule|6em}}
{{xxx-larger|F}}accimote adunqua, caro fratiello, a saperi, che lo primo juorno de sto mese de Deciembro Machinti filliao, e appe uno biello figlio masculo, cha Dio nce lo garde, e li dea bita a tiempo, e a biegli anni. E per chillo cha ’nde dice la mammana cha lo levao, nell’ancuccia tutto s’assomiglia allu pate. E par Dio credamolillo; cha ’nde dice lu patino, cha la canosce cha d’è bona perzona. O biro Dio, cha ’nde apisse aputo uno madama la reina nuostra! Acco festa, cha ’nde faceramo tutti per l’amore suojo! Ah macari Dio stato ’nci fussi intanto, ch’apissovo aputo chillo chiacere in chietta, com’av’io mediemmo! E sacci, cha qualle appe filliato Machinti, a cuorpo li compari lie mandaro lo chiu bello puorpo cha bidissovo ingimai: e mandicaosillo tutto; cha ’ncelle puozza, si buoi tu, benire scaja, cha schitto tantillo non ce de mandao. E dappoi arquanti juorni lo facimo batiggiare, e portavolo la mammana incombogliato in dello ciprese di Machinti, in chillo dello ’mbelloso inferrato di varo: non sacco, se te {{Pt|s’arrecor-|}}<section end="2" /><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|96|{{Sc|epistola a francesco de’ bardi}}|}}</noinclude>{{Pt|da|s’arrecorda}}, qual isso buoglio dicere eo. E Ja. Squarcione portao la tuorcia allumata, chiena chiena de carline: e forononci compari Jannello Borsaro, Cola Scongiario, Turcillo Parcetano, Franzillo Schioccaprete, Serillo Sconzajoco, et Martuccello Orcano perzì: e non saccio quanta delle mellio mellio de Napole. E ghironci in chietta con ipsi Marella Cacciapulce, Catella Saccoti, Zita Cubitosa, et Rudetola de Puorta nuova, et tutte chille zittelle della chiazza nuostra. E puosoronli nome Antoniello, ad enore de santo Antuono, cha ’nce lo garde. E s’apissovi beduto quanta bella de Nido et de Capovana perzì, e delle chiazze bennono a besetare la feta, pe cierto ti apperi maravilliato. Bien mi tene, quant’a mene, chiù de ciento creo, cha fossero colle zeppe ertavellate, e colle manecangiane chiene di perne e d’auro mediemno, cha ’nde sia laudato chillo Deo, cha le creao. Acco stavano bielle! uno paraviso pruoprio parze chillo juorno la chiazza nuostra. Quant’a Machinti, bona sta, e allerasi molto dello figlio: non pe quanto anco jace allo lietto, come feta cad’è. Apimmote ancora a dicere arcuna cuosa, se chiace a tene. Lloco sta abbate Ja. Boccaccio, como sai tu: e nin juorno, ni notte perzì fa schitto cha scribere. Agiolille ditto chiù fiate, et sonmode boluto incagnare co isso buono uomo. Chillo se la ride, e diceme: figlio meo, ba spicciate, ba juoccate alla scuola co li zitelli; cha eo faccio chesso, pe volere adiscere. E chillo me dice Judice Barillo, cha isso sape, quanta lu demone, e chiù cha non sappe Scaccinopole da Surriento. Non faccio pecchene se lo fa chesso; ma, pe la<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|epistola a francesco de’ bardi}}|97}}</noinclude>donna, da pede rotto pesamende. Non puozzo chiù; ma, male me ’nde sape. Benmi le perzone potterà dicere, tune cha ’ncia cheffare a chesso? Dicotillo: sai, cha l’amo quant’a patre: non bolserie in de l’abenisse arcuna cuosa, cha schiacesse ad isto, ned a mene mediemmo. Se chiace a tene, scribelillo: e raccomandace, se te chiace, a nuostro compatre Pietro da Lucanajano, cha llu puozziamo bedere alla buoglia suoja. Bolimmonci scusare, cha ti non potiemo chiù tosto scribere, ch’appimo a fare una picca de chillo fatto, cha sai tune. Bien se te chiace, cobille scrivincello, e beamoti insorato alla chiazza nuostra. Lloco sta Zita Bernacchia, cha sta trista pe tene. E aguardate. In Napole, lo juorno de sant’Aniello.
{{blocco a destra|{{centrato|Delli toi}}
Jannetta di Parisse dalla Ruoccia.}}
{{no rientro}}Ad Francisco delli Barde.
{{Nop}}<noinclude>
<references/>{{PieDiPagina|{{Sc|let. volg.}}||7}}</noinclude>
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{{Qualità|avz=100%|data=7 luglio 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=A Madonna Andrea Acciaiuoli|prec=../Lettera IV|succ=../Lettera VI}}
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Lettere volgari/Lettera VI
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{{Qualità|avz=100%|data=7 luglio 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=A Francesco di Messer Alessandro de’ Bardi|prec=../Lettera V|succ=../Lettera VII}}
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Lettere volgari/Lettera VII
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{{Qualità|avz=100%|data=7 luglio 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Epistola in lingua Napoletana|prec=../Lettera VI|succ=../Avvertimento}}
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||169|}}</noinclude>{{a destra|Milano, 21 germile anno 5 (10 aprile 1797)}}
{{ct|t=1.5|v=1|lh=1.4|LXXXVII. ''Al Generale in capo''.}}
Le turbolenze continuan sempre tra Brescia, e Verona. I Veneziani, a forza di danaro, son riusciti a far prender le armi a molte migliaja di contadini, i quali di concerto con le truppe venete, sotto pretesto di ristabilir l’ordine in Brescia, insultano, arrestano, ed assassinano anche tutti i Francesi che incontrano. Un Francese non ardisce farsi vedere nelle strade di Verona. Il Gen. Balland ne ha fatto delle rimostranze severe al Potestà, e ne ha ricevuto risposte evasive; sembra che il General Balland non abbia forze sufficienti per farsi rispettare. Io vi ho già reso conto di avere spedito circa 3,000 uomini per dissipare, e disarmare tutti gli attruppamenti, che impedivano le comunicazioni dell’armata. Credo che sia estremamente importante di non lasciar prendere consistenza a simili attruppamenti, e di limitare ai Veneziani il numero delle truppe che loro sarebbe permesso d’avere in Terra-ferma. So che il General di divisione Victor ha l’ordine di portarsi a Treviso; egli potrebbe agevolmente arrestare, e disarmare gli Schiavoni, che i Veneziani fan passare in gran numero a Padova. Voi conoscete la perfìdia del Governo dì Venezia, e ne avete una prova ne’ numerosi assassinj, che sono stati commessi su le truppe francesi nel tempo della nostra prima ritirata d’innanzi a Mantova. Non è stato mai fatto alcun passo per arrestare, e punire questi assassini quantunque fossero conosciuti. Posso assicurarvi che gli assassinj, i quali si son cominciati di già contro i Francesi, si propagheranno in modo spaventevole, se non si prendono le misure più vigorose per disarmare tutti i Veneziani: una parte della divisione del Generale Victor potrebbe facilmente eseguirle; bisognerebbe sopratutto occupar Verona, e disarmarla. Leggerete nel giornale che vi accludo un articolo relativo a Serrurier redatto da Porro. Io non ho mai saputo ciò che aveva fatto il General Serrurier, e mi sembra singolare che Porro ne sia stato informato, ed io no. Il General Clarke<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||170|}}</noinclude><section begin="s1" />mi scrive da Turino una lunghissima lettera, che qui vi annetto: ho preso tutte le precauzioni possibili per ottenere ciò ch’egli ha in mente. Ho qualche ragione di credere, che un tal Flavigni ajutante-generale (il quale era stato impiegato col General Rey) abbia qualche parte all’intrigo di suscitar la rivoluzione in Novara. Io lo fo sorvegliare, e vi domando che debba farne; è un uomo sempre austriaco, e non lo credo capace di grandi cose buone. Non ho alcun ordine che lo riguardi.
Qui vi sono due depositi di Cacciatori arrivati dall’interno: non li ho spediti a Bossalo perchè vi morirebbero di fame, e dall’altra parte essi mi sono utili, pel servizio della piazza, perchè tutti gli uomini disponibili che aveva, sono stati spediti, sotto gli ordini dall’ajutante-generale Conthaud, per dissipare gli attruppamenti. Vi piaccia, Generale, ricordarvi del congedo, che vi ho domandato. Vi assicuro di nuovo, che da questo congedo dipende la possibilità che io non sia ridotto a mendicare.
{{A_destra|{{Sc|Kilmaine}}.}}
<section end="s1" />
{{Rule|4em}}
<section begin="s2" />
{{a destra|Venezia, 27 germile anno 5 (16 aprile 1797)}}
{{ct|t=1.5|v=1|lh=1.4|LXXXVIII. ''Al Generale in Capo''.}}
Non ho potuto giungere in Venezia prima di jeri l’altro alle tre del mattino. Mi son portato sollecitamente in casa del cittadino Lallement, al quale ho consegnata la lettera, di cui mi avevate incaricato. Lo stesso giorno alle nove del mattino, ho veduto il S. Pesaro, il quale secondo il suo solito mi ha protestato, che la Repubblica di Venezia era amica della Francia, e che il Governo era pronto a provarlo con tutte le soddisfazioni, che voi potreste domandare: egli si è occupato a convocare straordinariamente il Collegio, dopo di avermi esposta la forma. Venni introdotto jeri alle dieci del mattino nel Collegio; e mi fu assegnato il posto alla dritta del Doge. Dopo aver detto loro in quattro parole l’oggetto della mia missione; ho letto la vostra lettera; il Doge mi ha risposto presso a poco lo stesso che dice nella sua {{Pt|lette-|}}<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||171|}}</noinclude>{{Pt|ra|lettera}}, che qui vi acchiudo, e che ho aperta conformemente al permesso che me ne avevate accordato. Il Senato si è riunito jeri dopo il mezzodì, ed ha deciso ciò che vedrete nella sua lettera.
Ho creduto che voi non sareste rimasto pago di questa sola dichiarazione; in conseguenza mi son portato a casa del Sen. Pesaro, al quale ho detto che voi non mi avevate permesso di restare in Venezia più di ventiquattr’ore, e che in questo frattempo la prima operazione da voi desiderata per gli oltraggi fatti ai Francesi, era quella di mettere in libertà gli arrestati per causa d’opinione; che io domandava in conseguenza di rendervi all’istante questa soddisfazione, o ch’io sarei partito per darvi conto del loro rifiuto. Il S. Pesaro ha molto insistito perchè io attendessi che a voi fossero giunti i due deputati speditivi dal Senato; ma vedendo che io era determinato a far eseguire i vostri ordini, ch’egli non conosceva, mi ha promesso che dimani avrebbe riunito il Senato, ed avrebbe fatto mettere in libertà 1. I Polacchi arrestati a Salò. 2. Alcuni Veneziani arrestati per opinione, tra’ quali ho precisato M. Gambara, che voi avete veduto sempre attaccato sinceramente ai Francesi. Dimani riceverò la risposta del Senato, e dimani a sera partirò per raggiungervi. Credo non dover dir nulla al General Kilmaine, se tutto sarà combinato come voi lo desiderate. In quanto alla libertà degli altri individui arrestati, sarete padrone di ordinarla quanto avrete parlato ai Deputati. La più grande inquietudine del Senato è pel disarmo, prima che Bergamo e Brescia sieno ritornate al dovere; e frattanto non vi può esser sicurezza per noi che quando essi avranno consegnate le loro armi fra le mani de’ nostri generali. Tutto il popolo Veneziano ha inalberata la coccarda blu, e gialla; e quel che più sorprende, il residente Inglese a Venezia l’ha inalberata anch’egli con una piccola piastra che rappresenta il Leone di S. Marco. Dal momento che io mi son presentato al Senato le coccarde sono un poco scomparse, ma lo spirito non è cambiato. Del resto voi potete ordinare, ed il Senato ed il Governo veneziano si metteranno in ginocchio. Questo Governo tanto vile quanto simulato non a-<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||172|}}</noinclude><section begin=s1/>{{pt|veva|aveva}} preveduto che voi vi sareste accorto di una condotta, ch’esso aveva tenuta maliziosamente, ed or vorrebbe farci credere non essere stata dal canto suo che una precauzione per conservare la tranquillità del suo paese{{ec|,|.}}
Haller ha dovuto far passare jeri de’ fondi all’armata.
{{A_destra|{{Sc|Junot}}.}}
<section end="s1" />
{{Rule|4em}}
<section begin="s2" />
{{a destra|Verona, 6 fiorile anno 5 (27 aprile 1797)}}
{{ct|t=1.5|v=1|lh=1.4|LXXXIX. ''Al Generale in Capo.''}}
Finalmente, Generale, ci siamo impadroniti di Verona, e tutti i briganti son fuggiaschi, o disarmati. Sarebbe difficile formarsi un’idea degli orrori che si son commessi in questa città: più di 300 Francesi vi sono stati assassinati. Dato il segno con de’ fischi, all’istante gli assassini si sono sparsi per tutta la città uccidendo tutti i Francesi che incontravano: fortunatamente il General Balland e molti altri hanno avuto il tempo di rifugiarsi ne’ forti. Il vecchio castello è servito d’asilo a molti: essendo allo stesso livello con la Città, più facilmente è loro riuscito di entrarvi: un gran numero si è rifugiato al palazzo, ove i Provveditori con molto stento hanno ad essi accordato un ricovero. Il General Balland vedendo, dalla cittadella, il gran numero di Francesi che eran gettati nell’Adige, ha fatto tirar su la Città, e ha posto fuoco a molti luoghi: ciò ha fatto cessare la strage. L’arrivo della colonna mobile comandata dal General Chabran, e la notizia della pace con l’Imperatore, han fatto cambiar tuono a’ Provveditori, i quali dopo aver trattato il General Balland, e il capo di brigata Beaupoil con insolenza, son divenuti improvvisamente supplichevoli. Al mio arrivo, essi mi hanno spedito de’ Deputati; io ho esatto per condizioni preliminari:
1. Che farebbero uscire tutti i Francesi, i quali non avendo potuto fuggir dalla Città si erano chiusi nel palazzo.
<section end=s2/><noinclude></noinclude>
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Pagina:Costituzione della Repubblica Romana 1° luglio 1849.pdf/1
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" /></noinclude>{{Ct|f=3.0em|L=1px|t=1|v=0|COSTITUZIONE}}
{{Ct|f=2.2em|L=0px|t=0|v=2|DELLA REPUBBLICA ROMANA}}
{{Centrato|'''PRINCIPII FONDAMENTALI'''}}
{{Centrato|'''I.'''}}
La sovranità è per diritto eterno nel Popolo. Il Popolo dello Stato Romano è costituito in Repubblica democratica.
{{Centrato|'''II.'''}}
Il Regime democratico ha per regola l’eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà, nè privilegi di nascita o casta.
{{Centrato|'''III.'''}}
La Repubblica colle leggi e colle istituzioni promuove il miglioramento delle condizioni morali e materiali di tutti i cittadini.
{{Centrato|'''IV.'''}}
La Repubblica riguarda tutti i Popoli come fratelli: rispetta ogni nazionalità: propugna l’Italiana.
{{Centrato|'''V.'''}}
I Municipii hanno tutti eguali diritti: la loro indipendenza non è limitata che dalle leggi di utilità generale dello Stato.
{{Centrato|'''VI.'''}}
La più equa distribuzione possibile degl’interessi locali in armonia coll’interesse politico dello Stato è la norma del riparto territoriale della Repubblica.
{{Centrato|'''VII.'''}}
Dalla credenza religiosa non dipende l’esercizio dei diritti civili e politici.
{{Centrato|'''VIII.'''}}
Il Capo della Chiesa Cattolica avrà dalla Repubblica tutte le guarentigie necessarie per l’esercizio indipendente del potere spirituale.
{{Centrato|'''TITOLO I.'''}}
{{Centrato|{{smaller|'''DEI DIRITTI E DEI DOVERI DE’ CITTADINI.'''}}}}
1. Sono cittadini della Repubblica:
:: Gli originari della Repubblica.
:: Coloro che hanno acquistata la cittadinanza per effetto delle leggi precedenti.
:: Gli altri Italiani col domicilio di sei mesi.
:: Gli stranieri col domicilio di dieci anni.
:: I naturalizzati con decreto del potere legislativo.
2. Si perde la cittadinanza:
:: Per naturalizzazione, o per dimora in paese straniero con animo di non più tornare.
:: Per l’abbandono della patria in caso di guerra, o quando è dichiarata in pericolo.
:: Per accettazione di titoli conferiti dallo straniero.
:: Per accettazione di gradi e cariche, e per servizio militare presso lo straniero, senza autorizzazione del governo della Repubblica. L’autorizzazione è sempre presunta quando si combatte per la libertà d’un Popolo.
:: Per condanna giudiziale.
3. Le persone e le proprietà sono inviolabili.
4. Nessuno può essere arrestato che in flagrante delitto, o per mandato di Giudice, nè essere distolto da’ suoi Giudici naturali.
:: Nessuna Corte o Commissione eccezionale può istituirsi sotto qualsiasi titolo o nome.
:: Nessuno può essere carcerato per debiti.
5. Le pene di morte e di confisca sono proscritte.
6. Il domicilio è sacro: non è permesso penetrarvi che nei casi e modi determinati dalla legge.
7. La manifestazione del pensiero, è libera: la legge ne punisce l’abuso senza alcuna censura preventiva.
8. L’insegnamento è libero.
:: Le condizioni di moralità e capacità, per chi intende professarlo, sono determinate dalla legge.
9. Il segreto delle lettere è inviolabile.
10. Il diritto di petizione può esercitarsi individualmente e collettivamente.
11. L’associazione senz’armi e senza scopo di delitto è libera.
12. Tutti i cittadini appartengono alla Guardia Nazionale nei modi e colle eccezioni fissate dalla legge.
13. Nessuno può essere astretto a perdere la proprietà delle cose, se non in causa pubblica, e previa giusta indennità.
14. La legge determina le spese della Repubblica, e il modo di contribuirvi.
:: Nessuna tassa può essere imposta se non per legge, nè percetta per tempo maggiore di quello dalla legge determinato.
{{Centrato|'''TITOLO II.'''}}
{{Centrato|{{Sc|'''dell’ordinamento politico.'''}}}}
15. Ogni potere viene dal Popolo. Si esercita dall’Assemblea, dal Consolato, dall’Ordine giudiziario.
{{Centrato|'''TITOLO III.'''}}
{{Centrato|{{Sc|'''dell’assemblea.'''}}}}
16. L’Assemblea è costituita da’ Rappresentanti del Popolo.
17. Ogni cittadino che gode i diritti civili e politici a 21 anni è elettore, a 25 eleggibile.
18. Non può essere Rappresentante del Popolo un pubblico funzionario nominato da’ Consoli o da Ministri.
19. Il numero de’ Rappresentanti è determinato in proporzione di uno ogni ventimila abitanti.
20. I comizi generali si radunano ogni tre anni nel 21 aprile.
:: Il Popolo vi elegge i suoi Rappresentanti con voto universale, diretto e pubblico.
21. L’Assemblea si riunisce il 15 maggio successivamente all’elezione.
:: Si rinnova ogni tre anni.
22. L’Assemblea si riunisce in Roma, ove non determini altrimenti, e dispone della forza armata di cui crederà aver bisogno.
23. L’Assemblea è indissolubile e permanente, salvo il diritto di aggiornarsi per quel tempo che crederà.
:: Nell’intervallo può essere convocata ad urgenza sull’invito del Presidente co’ Segretari, di trenta membri, o del Consolato.
24. Non è legale se non riunisce la metà, più uno, de’ suoi Rappresentanti.
:: Il numero qualunque de’ presenti decreta i provvedimenti per richiamare gli assenti.
25. Le Sedute dell’Assemblea sono pubbliche.
:: Può costituirsi in comitato segreto.
26. I Rappresentanti del Popolo sono inviolabili per le opinioni emesse nell’Assemblea, restando interdetta qualunque inquisizione.
27. Ogni arresto o inquisizione contro un Rappresentante è vietato, senza permesso dell’Assemblea, salvo il caso di delitto flagrante.
:: Nel caso di arresto in flagranza di delitto, l’Assemblea, che ne sarà immediatamente informata, determina la continuazione o cessazione del processo.
:: Questa disposizione si applica al caso in cui un cittadino carcerato fosse eletto Rappresentante.
28. Ciascun Rappresentante del Popolo riceve un indennizzo, cui non può rinunziare.
29. L’Assemblea ha il potere legislativo: decide della pace, della guerra e dei trattati.
30. La proposta delle leggi appartiene ai Rappresentanti e al Consolato.
31. Nessuna proposta ha forza di legge, se non dopo adottata con due deliberazioni prese all’intervallo non minore di otto giorni, salvo all’Assemblea abbreviarlo in caso d’urgenza.
32. Le leggi adottate dall’Assemblea vengono senza ritardo promulgate dal Consolato in nome di Dio e del Popolo. Se il Consolato indugia, il presidente dell’Assemblea fa la promulgazione.
{{Centrato|'''TITOLO IV.'''}}
{{Centrato|{{Sc|'''del consolato e del ministero'''}}}}
33. Tre sono i Consoli. Vengono nominati dall’Assemblea a maggioranza di due terzi di suffragi.
:: Debbono essere cittadini della Repubblica, e dell’età di 30 anni compiti.
34. L’ufficio de’ Consoli dura tre anni. Ogni anno uno de’ Consoli esce d’ufficio. Le due prime volte decide la sorte fra i tre primi eletti.
:: Niun Console può essere rieletto se non dopo trascorsi tre anni dacchè uscì di carica.
35. Vi sono sette Ministri di nomina del Consolato:
:: 1. Degli affari interni.
:: 2. Degli affari esteri.
:: 3. Di guerra e marina.
:: 4. Di finanza.
:: 5. Di grazia e giustizia.
:: 6. Di agricoltura, commercio, industria e lavori pubblici.
:: 7. Del culto, istruzione pubblica, belle arti e beneficenza.
36. Ai Consoli sono commesse l’esecuzione delle leggi e le relazioni internazionali.
37. Ai Consoli spetta la nomina e revocazione di quegl’impieghi che la legge non riserva ad altra autorità; ma ogni nomina e revocazione deve esser fatta in consiglio de’ Ministri.
38. Gli atti dei Consoli, finchè non sieno contrassegnati dal Ministro incaricato dell’esecuzione, restano senza effetto. Basta la sola firma de’ Consoli per la nomina e revocazione de’ Ministri.
39. Ogni anno, ed a qualunque richiesta dell’Assemblea, i Consoli espongono lo stato degli affari della Repubblica.
40. I Ministri hanno il diritto di parlare all’Assemblea sugli affari che li risguardano.
41. I Consoli risiedono nel luogo ove si convoca l’Assemblea, nè possono escire dal territorio della Repubblica senza una risoluzione dell’Assemblea, sotto pena di decadenza.
42. Sono alloggiati a spese della Repubblica; e ciascuno riceve un appuntamento di scudi tremila seicento all’anno.
43. I Consoli e i Ministri sono responsabili.
44. I Consoli e i Ministri possono essere posti in stato d’accusa dall’Assemblea sulla proposta di dieci Rappresentanti. La dimanda deve essere discussa come una legge.
45. Ammessa l’accusa, il Console è sospeso dalle sue funzioni. Se assoluto, ritorna all’esercizio della sua carica, se condannato, l’Assemblea passa a nuova elezione.
{{Centrato|'''TITOLO V.'''}}
{{Centrato|{{Sc|'''del consiglio di stato'''}}}}
46. Vi è un Consiglio di Stato, composto di quindici Consiglieri nominati dall’Assemblea.
47. Esso deve essere consultato da’ Consoli e da’ Ministri sulle leggi da proporsi, sui regolamenti e sulle ordinanze esecutive: può esserlo sulle relazioni politiche.
48. Esso emana quei regolamenti pei quali l’Assemblea gli ha dato una speciale delegazione. Le altre funzioni sono determinate da una legge particolare.
{{Centrato|'''TITOLO VI.'''}}
{{Centrato|{{Sc|'''del potere giudiziario'''}}}}
49. I Giudici nell’esercizio delle loro funzioni non dipendono da altro potere dello Stato.
50. Nominati dai Consoli ed in consiglio de’ Ministri sono inammovibili; non possono essere promossi, nè traslocati che con proprio consenso; nè sospesi, degradati, o destituiti se non dopo regolare procedura e sentenza.
51. Per le contese civili vi è una Magistratura di pace.
52. La giustizia è amministrata in nome del Popolo pubblicamente; ma il Tribunale, a causa di moralità, può ordinare che la discussione sia fatta a porte chiuse.
53. Nelle cause criminali al Popolo appartiene il giudizio del fatto, ai Tribunali l’applicazione della legge. La istituzione dei Giudici del Fatto è determinata da legge relativa.
54. Vi è un pubblico Ministero presso i Tribunali della Repubblica.
55. Un Tribunale supremo di giustizia giudica, senza che siavi luogo a gravame, i Consoli ed i Ministri messi in istato di accusa. Il Tribunale supremo si compone del Presidente, di quattro Giudici più anziani della Cassazione e di Giudici del Fatto, tratti a sorte dalle liste annuali, tre per ciascuna provincia.
:: L’Assemblea designa il Magistrato che deve esercitare le funzioni di pubblico Ministero presso il Tribunale supremo.
:: È d’uopo della maggioranza di due terzi di suffragi per la condanna.
{{Centrato|'''TITOLO VII.'''}}
{{Centrato|{{Sc|'''della forza pubblica'''}}}}
56. L’ammontare della forza stipendiata di terra e di mare è determinato da una legge, e solo per una legge può essere aumentato o diminuito.
57. L’esercito si forma per arruolamento volontario, o nel modo che la legge determina.
58. Nessuna truppa straniera può essere assoldata, nè introdotta nel territorio della Repubblica, senza decreto dell’Assemblea.
59. I Generali sono nominati dall’Assemblea sulla proposta del Consolato.
60. La distribuzione de’ corpi di linea e la forza dell’interne guarnigioni sono determinate dall’Assemblea, nè possono subire variazioni, o traslocamento anche momentaneo, senza di lei consenso.
61. Nella Guardia Nazionale ogni grado è conferito per elezione.
62. Alla Guardia Nazionale è affidato principalmente il mantenimento dell’ordine interno e della Costituzione.
{{Centrato|'''TITOLO VIII.'''}}
{{Centrato|{{Sc|'''della revisione della costituzione'''}}}}
63. Qualunque riforma di Costituzione può essere solo domandata nell’ultimo anno della Legislatura da un terzo almeno de’ Rappresentanti.
64. L’Assemblea delibera per due volte sulla domanda, all’intervallo di due mesi. Opinando l’Assemblea per la riforma alla maggioranza di due terzi, vengono convocati i Comizi generali onde eleggere i Rappresentanti per la Costituente, in ragione di uno ogni quindici mila abitanti.
65. L’Assemblea di revisione è ancora Assemblea Legislativa per tutto il tempo in cui siede, da non eccedere tre mesi.
{{Centrato|'''DISPOSIZIONI TRANSITORIE'''}}
66. Le operazioni della Costituente attuale saranno specialmente dirette alla formazione della legge elettorale, e delle altre leggi organiche necessarie all’attuazione della Costituzione.
67. Coll’apertura dell’Assemblea Legislativa cessa il mandato della Costituente.
68. Le leggi e i regolamenti esistenti restano in vigore, in quanto non si oppongono alla Costituzione, e finchè non sieno abrogati.
69. Tutti gli attuali impiegati hanno bisogno di conferma.
:: Votata ad unanimità. —— Dal Campidoglio il 1. Luglio 1849.
{{Centrato|''Il Presidente''}}
{{Centrato|'''{{AutoreCitato|Giuseppe Galletti (politico)|G. GALLETTI}}'''}}
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{{Centrato|'''{{AutoreCitato|Aurelio Saliceti|A. SALICETI}} — {{Wl|Q99324731|E. ALLOCATELLI}}'''}}
{{Centrato|''I Segretari''}}
{{Centrato|'''{{AutoreCitato|Giovanni Pennacchi|G. PENNACCHI}} — {{AutoreCitato|Giuseppe Cocchi|G. COCCHI}} — {{AutoreCitato|Ariodante Fabretti|A. FABRETTI}} — {{AutoreCitato|Antonio Zambianchi|A. ZAMBIANCHI}}'''}}<noinclude></noinclude>
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{{Ct|f=2.2em|L=0px|t=0|v=2|DELLA REPUBBLICA ROMANA}}
{{Centrato|'''PRINCIPII FONDAMENTALI'''}}
{{Centrato|'''I.'''}}
La sovranità è per diritto eterno nel Popolo. Il Popolo dello Stato Romano è costituito in Repubblica democratica.
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Il Regime democratico ha per regola l’eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà, nè privilegi di nascita o casta.
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La Repubblica colle leggi e colle istituzioni promuove il miglioramento delle condizioni morali e materiali di tutti i cittadini.
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La Repubblica riguarda tutti i Popoli come fratelli: rispetta ogni nazionalità: propugna l’Italiana.
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I Municipii hanno tutti eguali diritti: la loro indipendenza non è limitata che dalle leggi di utilità generale dello Stato.
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La più equa distribuzione possibile degl’interessi locali in armonia coll’interesse politico dello Stato è la norma del riparto territoriale della Repubblica.
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Dalla credenza religiosa non dipende l’esercizio dei diritti civili e politici.
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Il Capo della Chiesa Cattolica avrà dalla Repubblica tutte le guarentigie necessarie per l’esercizio indipendente del potere spirituale.
{{Centrato|'''TITOLO I.'''}}
{{Centrato|{{Sc|'''dei diritti e dei doveri de’ cittadini.'''}}}}
1. Sono cittadini della Repubblica:
:: Gli originari della Repubblica.
:: Coloro che hanno acquistata la cittadinanza per effetto delle leggi precedenti.
:: Gli altri Italiani col domicilio di sei mesi.
:: Gli stranieri col domicilio di dieci anni.
:: I naturalizzati con decreto del potere legislativo.
2. Si perde la cittadinanza:
:: Per naturalizzazione, o per dimora in paese straniero con animo di non più tornare.
:: Per l’abbandono della patria in caso di guerra, o quando è dichiarata in pericolo.
:: Per accettazione di titoli conferiti dallo straniero.
:: Per accettazione di gradi e cariche, e per servizio militare presso lo straniero, senza autorizzazione del governo della Repubblica. L’autorizzazione è sempre presunta quando si combatte per la libertà d’un Popolo.
:: Per condanna giudiziale.
3. Le persone e le proprietà sono inviolabili.
4. Nessuno può essere arrestato che in flagrante delitto, o per mandato di Giudice, nè essere distolto da’ suoi Giudici naturali.
:: Nessuna Corte o Commissione eccezionale può istituirsi sotto qualsiasi titolo o nome.
:: Nessuno può essere carcerato per debiti.
5. Le pene di morte e di confisca sono proscritte.
6. Il domicilio è sacro: non è permesso penetrarvi che nei casi e modi determinati dalla legge.
7. La manifestazione del pensiero, è libera: la legge ne punisce l’abuso senza alcuna censura preventiva.
8. L’insegnamento è libero.
:: Le condizioni di moralità e capacità, per chi intende professarlo, sono determinate dalla legge.
9. Il segreto delle lettere è inviolabile.
10. Il diritto di petizione può esercitarsi individualmente e collettivamente.
11. L’associazione senz’armi e senza scopo di delitto è libera.
12. Tutti i cittadini appartengono alla Guardia Nazionale nei modi e colle eccezioni fissate dalla legge.
13. Nessuno può essere astretto a perdere la proprietà delle cose, se non in causa pubblica, e previa giusta indennità.
14. La legge determina le spese della Repubblica, e il modo di contribuirvi.
:: Nessuna tassa può essere imposta se non per legge, nè percetta per tempo maggiore di quello dalla legge determinato.
{{Centrato|'''TITOLO II.'''}}
{{Centrato|{{Sc|'''dell’ordinamento politico.'''}}}}
15. Ogni potere viene dal Popolo. Si esercita dall’Assemblea, dal Consolato, dall’Ordine giudiziario.
{{Centrato|'''TITOLO III.'''}}
{{Centrato|{{Sc|'''dell’assemblea.'''}}}}
16. L’Assemblea è costituita da’ Rappresentanti del Popolo.
17. Ogni cittadino che gode i diritti civili e politici a 21 anni è elettore, a 25 eleggibile.
18. Non può essere Rappresentante del Popolo un pubblico funzionario nominato da’ Consoli o da Ministri.
19. Il numero de’ Rappresentanti è determinato in proporzione di uno ogni ventimila abitanti.
20. I comizi generali si radunano ogni tre anni nel 21 aprile.
:: Il Popolo vi elegge i suoi Rappresentanti con voto universale, diretto e pubblico.
21. L’Assemblea si riunisce il 15 maggio successivamente all’elezione.
:: Si rinnova ogni tre anni.
22. L’Assemblea si riunisce in Roma, ove non determini altrimenti, e dispone della forza armata di cui crederà aver bisogno.
23. L’Assemblea è indissolubile e permanente, salvo il diritto di aggiornarsi per quel tempo che crederà.
:: Nell’intervallo può essere convocata ad urgenza sull’invito del Presidente co’ Segretari, di trenta membri, o del Consolato.
24. Non è legale se non riunisce la metà, più uno, de’ suoi Rappresentanti.
:: Il numero qualunque de’ presenti decreta i provvedimenti per richiamare gli assenti.
25. Le Sedute dell’Assemblea sono pubbliche.
:: Può costituirsi in comitato segreto.
26. I Rappresentanti del Popolo sono inviolabili per le opinioni emesse nell’Assemblea, restando interdetta qualunque inquisizione.
27. Ogni arresto o inquisizione contro un Rappresentante è vietato, senza permesso dell’Assemblea, salvo il caso di delitto flagrante.
:: Nel caso di arresto in flagranza di delitto, l’Assemblea, che ne sarà immediatamente informata, determina la continuazione o cessazione del processo.
:: Questa disposizione si applica al caso in cui un cittadino carcerato fosse eletto Rappresentante.
28. Ciascun Rappresentante del Popolo riceve un indennizzo, cui non può rinunziare.
29. L’Assemblea ha il potere legislativo: decide della pace, della guerra e dei trattati.
30. La proposta delle leggi appartiene ai Rappresentanti e al Consolato.
31. Nessuna proposta ha forza di legge, se non dopo adottata con due deliberazioni prese all’intervallo non minore di otto giorni, salvo all’Assemblea abbreviarlo in caso d’urgenza.
32. Le leggi adottate dall’Assemblea vengono senza ritardo promulgate dal Consolato in nome di Dio e del Popolo. Se il Consolato indugia, il presidente dell’Assemblea fa la promulgazione.
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33. Tre sono i Consoli. Vengono nominati dall’Assemblea a maggioranza di due terzi di suffragi.
:: Debbono essere cittadini della Repubblica, e dell’età di 30 anni compiti.
34. L’ufficio de’ Consoli dura tre anni. Ogni anno uno de’ Consoli esce d’ufficio. Le due prime volte decide la sorte fra i tre primi eletti.
:: Niun Console può essere rieletto se non dopo trascorsi tre anni dacchè uscì di carica.
35. Vi sono sette Ministri di nomina del Consolato:
:: 1. Degli affari interni.
:: 2. Degli affari esteri.
:: 3. Di guerra e marina.
:: 4. Di finanza.
:: 5. Di grazia e giustizia.
:: 6. Di agricoltura, commercio, industria e lavori pubblici.
:: 7. Del culto, istruzione pubblica, belle arti e beneficenza.
36. Ai Consoli sono commesse l’esecuzione delle leggi e le relazioni internazionali.
37. Ai Consoli spetta la nomina e revocazione di quegl’impieghi che la legge non riserva ad altra autorità; ma ogni nomina e revocazione deve esser fatta in consiglio de’ Ministri.
38. Gli atti dei Consoli, finchè non sieno contrassegnati dal Ministro incaricato dell’esecuzione, restano senza effetto. Basta la sola firma de’ Consoli per la nomina e revocazione de’ Ministri.
39. Ogni anno, ed a qualunque richiesta dell’Assemblea, i Consoli espongono lo stato degli affari della Repubblica.
40. I Ministri hanno il diritto di parlare all’Assemblea sugli affari che li risguardano.
41. I Consoli risiedono nel luogo ove si convoca l’Assemblea, nè possono escire dal territorio della Repubblica senza una risoluzione dell’Assemblea, sotto pena di decadenza.
42. Sono alloggiati a spese della Repubblica; e ciascuno riceve un appuntamento di scudi tremila seicento all’anno.
43. I Consoli e i Ministri sono responsabili.
44. I Consoli e i Ministri possono essere posti in stato d’accusa dall’Assemblea sulla proposta di dieci Rappresentanti. La dimanda deve essere discussa come una legge.
45. Ammessa l’accusa, il Console è sospeso dalle sue funzioni. Se assoluto, ritorna all’esercizio della sua carica, se condannato, l’Assemblea passa a nuova elezione.
{{Centrato|'''TITOLO V.'''}}
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46. Vi è un Consiglio di Stato, composto di quindici Consiglieri nominati dall’Assemblea.
47. Esso deve essere consultato da’ Consoli e da’ Ministri sulle leggi da proporsi, sui regolamenti e sulle ordinanze esecutive: può esserlo sulle relazioni politiche.
48. Esso emana quei regolamenti pei quali l’Assemblea gli ha dato una speciale delegazione. Le altre funzioni sono determinate da una legge particolare.
{{Centrato|'''TITOLO VI.'''}}
{{Centrato|{{Sc|'''del potere giudiziario'''}}}}
49. I Giudici nell’esercizio delle loro funzioni non dipendono da altro potere dello Stato.
50. Nominati dai Consoli ed in consiglio de’ Ministri sono inammovibili; non possono essere promossi, nè traslocati che con proprio consenso; nè sospesi, degradati, o destituiti se non dopo regolare procedura e sentenza.
51. Per le contese civili vi è una Magistratura di pace.
52. La giustizia è amministrata in nome del Popolo pubblicamente; ma il Tribunale, a causa di moralità, può ordinare che la discussione sia fatta a porte chiuse.
53. Nelle cause criminali al Popolo appartiene il giudizio del fatto, ai Tribunali l’applicazione della legge. La istituzione dei Giudici del Fatto è determinata da legge relativa.
54. Vi è un pubblico Ministero presso i Tribunali della Repubblica.
55. Un Tribunale supremo di giustizia giudica, senza che siavi luogo a gravame, i Consoli ed i Ministri messi in istato di accusa. Il Tribunale supremo si compone del Presidente, di quattro Giudici più anziani della Cassazione e di Giudici del Fatto, tratti a sorte dalle liste annuali, tre per ciascuna provincia.
:: L’Assemblea designa il Magistrato che deve esercitare le funzioni di pubblico Ministero presso il Tribunale supremo.
:: È d’uopo della maggioranza di due terzi di suffragi per la condanna.
{{Centrato|'''TITOLO VII.'''}}
{{Centrato|{{Sc|'''della forza pubblica'''}}}}
56. L’ammontare della forza stipendiata di terra e di mare è determinato da una legge, e solo per una legge può essere aumentato o diminuito.
57. L’esercito si forma per arruolamento volontario, o nel modo che la legge determina.
58. Nessuna truppa straniera può essere assoldata, nè introdotta nel territorio della Repubblica, senza decreto dell’Assemblea.
59. I Generali sono nominati dall’Assemblea sulla proposta del Consolato.
60. La distribuzione de’ corpi di linea e la forza dell’interne guarnigioni sono determinate dall’Assemblea, nè possono subire variazioni, o traslocamento anche momentaneo, senza di lei consenso.
61. Nella Guardia Nazionale ogni grado è conferito per elezione.
62. Alla Guardia Nazionale è affidato principalmente il mantenimento dell’ordine interno e della Costituzione.
{{Centrato|'''TITOLO VIII.'''}}
{{Centrato|{{Sc|'''della revisione della costituzione'''}}}}
63. Qualunque riforma di Costituzione può essere solo domandata nell’ultimo anno della Legislatura da un terzo almeno de’ Rappresentanti.
64. L’Assemblea delibera per due volte sulla domanda, all’intervallo di due mesi. Opinando l’Assemblea per la riforma alla maggioranza di due terzi, vengono convocati i Comizi generali onde eleggere i Rappresentanti per la Costituente, in ragione di uno ogni quindici mila abitanti.
65. L’Assemblea di revisione è ancora Assemblea Legislativa per tutto il tempo in cui siede, da non eccedere tre mesi.
{{Centrato|'''DISPOSIZIONI TRANSITORIE'''}}
66. Le operazioni della Costituente attuale saranno specialmente dirette alla formazione della legge elettorale, e delle altre leggi organiche necessarie all’attuazione della Costituzione.
67. Coll’apertura dell’Assemblea Legislativa cessa il mandato della Costituente.
68. Le leggi e i regolamenti esistenti restano in vigore, in quanto non si oppongono alla Costituzione, e finchè non sieno abrogati.
69. Tutti gli attuali impiegati hanno bisogno di conferma.
:: Votata ad unanimità. —— Dal Campidoglio il 1. Luglio 1849.
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Dr Zimbu
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{{ct|f=100%|v=1|t=1|LETTERA VIII}}
{{a destra|4 ottobre.}}
Per questa volta te la do vinta: ti ho descritto con {{spaziato|amplificazione}} l’unico difetto di quell’ottimo giovane, e della sua virtú non ti ho fatto che un misero cenno. Umana razza!
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{ct|f=100%|v=1|t=2|LETTERA IX}}
{{a destra|9 ottobre.}}
Oh, quella ragazzetta è pur cara! Bionda e ricciuta, occhi azzurri, guance pari alle rose; fresca, candida, paffutella... pare una Grazia di quattr’anni. Se tu la vedessi corrermi incontro, aggrapparmisi alle ginocchia, fuggirmi perch’io la siegua, negarmi un bacio, e poi improvvisamente attaccarmi que’ suoi labbruzzi alla bocca! Oggi io mi stava su la cima d’una ficaia a cogliere le frutta pel pranzo: quell’innocente tendeva le braccia e, balbettando, pregavami che «per caritá non cascassi».
Che bell’autunno! Addio {{AutoreCitato|Plutarco|Plutarco}}!... sta sempre chiuso sotto il mio braccio.
Sono tre giorni ch’io passo la mattina a colmare un canestro d’uva e di persiche, ch’io copro d’umide foglie, avviandomi in séguito lungo il fiumicello; e, giunto alla villa, desto tutta la famiglia di Teresa canticchiando le canzonette della vendemmia.
<section end="s2" /><section begin="s3" />{{ct|f=100%|v=1|t=2|LETTERA X}}
{{a destra|23 ottobre.}}
Piú volte incominciai questa lettera; ma la faccenda andava assai per le lunghe: e la bella giornata..., la promessa di trovarmi da Teresa per tempo..., e la solitudine (ridi?), la solitudine mi distraeva. Ier l’altro e ieri mi sveglio proponendomi di<section end="s3" /><noinclude></noinclude>
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Dr Zimbu
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scriverti; ed eccomi invece, senz’awedermi, alla villa. Non è per questo ch’io mi sia dimenticato di te. Mia madre può a sua posta ripetere che «la felicitá è l’oppio dell’amicizia»; antico proverbio, ch’ella ha imparato quando mio zio prevosto me ne fece apprendere un centinaio: qui, con sua pace, non è a proposito.
Piove, grandina, fulmina. Penso di rassegnarmi alla necessitá e di profittare di questa giornata d’inferno, scrivendoti.
Sei o sette giorni addietro, usciva poco prima del mezzodí dalla casa di Teresa, ov’io me n’era andato a mangiare la zuppa di latte con Odoardo e con la ragazza. Mentr’io scendeva le scale, Teresa mi pregò di fermarmi a pranzo, ed io ne la ringraziai, perch’era mia intenzione di tornarmene a casa, sperando di trovarvi tue lettere. M’avea giá allontanato dalla villa un buon mezzo miglio, quando m’avvidi che il tempo minacciava, e alcuni nuvoloni, che, passeggiando per l’orizzonte, s’ammassavano sopra il mio capo, mi consigliarono ad accettare l’invito e a tornare alla villa. Che il diavolo mi porti! (direbbe Michele) s’io non proseguiva il cammino, affrontando il vento, il freddo e la pioggia imminente, se avessi saputo... Perché, entrando francamente nella saletta, m’apparve Teresa seduta sopra un soffá, che s’asciugava le guance, e Odoardo che, cingendole con un braccio il fianco, stava con la fronte appoggiata sopra la di lei mano sinistra, che giacea presso un ginocchio. Tu vedi bene che egli non poteva vedermi, e ch’io..., a dirti il vero, io... Certo, non so cosa avresti fatto nel mio caso, o Lorenzo. Per me, mi stetti ritto su la porta tra il sí e il no di fermarmi o di andarmene, poiché Teresa, che se ne avvide, non osava guardarmi, ed io alzava appena gli occhi sopra di lei, e li abbassava arrossendo. Cercai per tutta la sala se per accidente ci fosse la Giovannina, per appigliarmi cosí al pretesto di prenderla in braccio e di lasciarli senza affettazione; ma la Giovannina era fuori coll’ortolano a comperare le ova fresche da una buona vecchierella che sta presso alla chiesa. Girai l’occhio verso la finestra per affacciarmivi, fingendo di non averli osservati; ma le invetriate stavano chiuse,<noinclude></noinclude>
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/* Riletta */
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|88|{{Sc|ii - ultime lettere di iacopo ortis}}|}}</noinclude>
e l’aprirle faceva rumore... Insomma, tutto perplesso, stava per scendere...; senonché Teresa mi chiama a nome, mirandomi con un sorriso cosí patetico e con tanta semplicitá, ch’io non posso ancor ripensarvi senza sentirmene innamorato. A quella voce Odoardo si scosse e mi guardò senza proferire parola. Io mi avvicinava, pentito quasi di averli turbati, quando quell’angelica donna, asciugandosi ingenuamente col fazzoletto la mano che Odoardo le aveva inondata di lagrime, mi disse: — A momenti lo perderemo. — Io non sapeva che mi rispondere. — A momenti!... — replicò Teresa. Tutti e due fissaronsi sopra di me; ed io, quantunque, sorpreso e agitato, mi sentissi dentro di me quella commozione che ci fa piangere con certa voluttuosa tristezza al pianto di una amabile addolorata, soffocava il mio sentimento per non parere indiscreto, quasi esigendo che per riconoscenza mi dovessero confidare il secreto del loro dolore. Ma Odoardo, stringendomi la mano: — Conviene ch’io vi lasci! — ei mi disse; — conviene ch’io per affrettare la mia felicitá abbandoni Teresa... — Ammutolí, come se un profondo pensiero gli vietasse di proseguire, e mi strinse piú fortemente la mano. O mio Lorenzo! mi sarei gettato fra le sue braccia, quasi quasi per dirgli che Teresa sarebbe stata sempre al mio fianco, e che noi avremmo ingannate le lunghe e noiose giornate parlando sempre del nostro amico e affrettando con le nostre preghiere il suo fausto ritorno.
La Margherita gridò: — A tavola, a tavola. — Pranzammo taciturni: sennonché, prima d’alzarci, la Giovannina, spicciolato un melograno, ne offrí parte sopra un piattellino a Odoardo, chiedendogli in premio due baci. Ei la guardò sospirando, e, baciatala affettuosamente, s’alzò d’improvviso, e, schiudendo le finestre che guardano i colli, vi si affacciò per qualche tratto, come se volesse nascondere o rattenere le lagrime.
Teresa c’invitò al giardino, e vi s’avviò conducendo a mano la figlia. Io le teneva dietro: Odoardo tardò alcun poco, cercando nel suo gabinetto di un libro; poi mi raggiunse in fondo alle scale. Il mal tempo s’era giá dissipato e faceva il piú bel dopopranzo del mondo.<noinclude></noinclude>
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/* Riletta */
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|lettera x}}|89}}</noinclude>
Ne sono stanco, o Lorenzo: il resto della mia relazione a domani. Il vento imperversa: tuttavolta vo’ tentare il cammino. Saluterò Teresa in tuo nome.
Ah Dio! e’ m’è forza di proseguire la lettera. Sull’uscio della casa v’ha un lago di acqua che mi contrasta il passo: poteva varcarlo di un salto... E poi? La pioggia non cessa: mezzogiorno è passato, e mancano quattr’ore alla notte, che minaccia la distruzione della natura. Per oggi giorno perduto, o Teresa!
Bada, dunque, o Lorenzo, di non perdere il filo del mio racconto, perch’io sono uno storico che non si concilia l’attenzione per la via dell’ordine.
Eccoci in giardino. Teresa seduta a un sedile di bossi, Iacopo passeggia, la ragazza tutta intenta a raccogliere ranuncoli e a legarli in un mazzetto, e Odoardo appoggiato a un pomaio, con gli occhi al suolo, pizzicando con le dita sinistre il suo labbro inferiore. Dopo un lungo silenzio, egli mi s’approssimò, e sorridendo mi disse: — Lunedí non sarò a passeggiare con voi per questo giardino, ch’io ho adornato di fiori — fissando gli occhi sul mazzetto della Giovannina — e che ho coltivato, sperando di preservarli con maggior cura dalla intemperie del verno imminente. — In séguito trasse dall’abbottonatura della sua giubba il libro ch’egli aveva cercato. Nell’aprirlo gli cadde una lettera, che vi stava per entro: la raccolse e la lesse altamente. Un suo amico lo consigliava a recarsi subito a Roma per chiedere conto de’ suoi beni a’ figli del suo tutore, morto da pochi giorni: questi giovanotti cominciavano ad isprecare il proprio e l’altrui, perché l’avarizia del padre aveva cooperato a renderli ignoranti e viziosi.
Odoardo mi narrò i suoi primi amori con Teresa, il divieto del suo tutore di chiederla dal di lei padre in isposa, i raggiri di una sua zia perch’ei non la potesse piú rivedere, il matrimonio improvviso di Teresa... A questo passo ella lo interuppe. — Voi sapete — gli disse — ch’io vi ho amato sino dalla mia prima gioventú. Le tante mie lettere, che voi conservate, vi serviranno sempre di testimonio dell’amor mio. Né avrebbe dispiaciuto a mio<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|90|{{Sc|ii - ultime lettere di iacopo ortis}}|}}</noinclude>
padre ch’io vi divenissi moglie: ebbe egli però la onoratezza di allontanarvi da me per non incorrere nella taccia di voler sedurre un giovinetto ancor sotto tutela, tanto piú che l’amministratore delle vostre sostanze era espressamente contrario a tal matrimonio per la povertá della mia dote. Io, benché priva della speranza di essere vostra, ho continuato ad amarvi; ho continuato a scrivervi, quando il tutore vi mandò co’ suoi figli a Firenze sotto pretesto di perfezionarvi nella pittura. Le nostre lettere erano intercette, e, dopo due anni dell’amore il piú ardente, noi ci vedemmo disgiunti per sempre. Frattanto mio padre ammalò — in questo Teresa indirizzò a me il suo discorso: la fanciulletta stava con la bocca socchiusa e gli occhi intenti sul viso animato della sua mamma: — egli mi aveva molto prima proposto il partito di un galantuomo di Padova, il quale, ad onta della sua etá, poich’era di venti anni maggiore di me, aveva tutte le doti di un ottimo marito. Ne ho rifiutato l’offerta, sperando di compensarvi in qualche maniera, negando a tutti ciò che non poteva conservare a voi solo. L’infermitá di mio padre aggravava: la cura, che si prese di lui quell’uomo dabbene che mi aveva chiesta in isposa, quantunque conscio del mio rifiuto e senza pretensione o speranza, andava di giorno in giorno ispirandomi riconoscenza e rispetto. Finalmente mio padre s’avvide che poco ancor gli avanzava di vita, e, vòltosi a me, che stava dí e notte appoggiata al suo capezzale — o Lorenzo! ella in ciò dire divenne smorta; la di lei voce andava poco a poco languendo, — tentò di stringermi la mano, e poi mi disse sommessamente: — Domani, e forse anche prima, mia cara figlia, rimarrai orfana senza sostanze e senza amorosa tutela. Tu non hai né padre né madre né marito... La morte non mi addolora...: mi duole soltanto di te... Avvicinati... — egli mi baciò su la guancia. — Almeno ch’io muoia nella consolazione che tu non ti sei mostrata sconoscente con la providenza, che ti presenta uno sposo... Che il cielo ti benedica... — Non l’avresti ubbidito, Odoardo? — Egli si stava muto ed immobile: Teresa mi guardò, quasi rimettendosi al mio giudizio: chinai la testa. Allora Odoardo si avvicinò e le baciò con riverente tenerezza la mano...<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|lettera x}}|91}}</noinclude>
Perdona, Lorenzo, s’io rompo la narrazione ad un passo cosí interessante. Davvero, ti scrivo svogliatamente, perché questo tempo...; e poi Michele mi chiama a pranzo.
Il sole, o Lorenzo, squarcia finalmente le nubi, e consola la mesta natura, diffondendo sulla di lei faccia un suo raggio. Io ti scrivo rimpetto al balcone, donde miro l’eterna luce che si va poco a poco perdendo dall’estremo orizzonte dipinto a mille colori. L’aria torna serena, e la campagna, benché allagata e coronata soltanto di alberi sfrondati e cospersa di piante appassite o atterrate dalla pioggia e dai venti, brilla piú allegra di quel che lo fosse prima della tempesta. Cosí, o Lorenzo, lo sfortunato si scuote dalle funeste sue cure al solo raggio della speranza, e inganna la sua trista ventura con que’ piaceri ai quali era affatto insensibile in grembo alla cieca prosperitá.
Frattanto il dí mi abbandona; odi la campana della sera: eccomi dunque al compimento della mia narrazione.
Noi seguitammo Teresa, che tornò alla saletta: si pose a cucire, e mandò la ragazza a farsi addormentare dalle novelle della Margherita. Odoardo giuocò meco a’ scacchi sino alle nove, allorché li lasciai per tornarmene a casa.
Era di giá dieci passi lontano, quando sentii la voce di Odoardo che mi chiamava dalla finestra. Salii di bel nuovo, e Teresa mi si fe’ incontro alla metá della scala, dicendomi che si avevano sin da ieri proposto di visitare, prima della partenza di Odoardo, la casa del Petrarca in Arquá, e mi pregavano di esser loro compagno. Accolsi di buon grado l’invito, ed Odoardo divisò ch’io sarei stato ad attenderli a casa mia, poiché per arrivare ad Arquá dovevano necessariamente passare per questi dintorni.
La mattina, sentendomi scosso da non so chi, mi destai, e, strofinandomi gli occhi, vidi la Giovannina che mi carezzava le guance e mi andava bisbigliando all’orecchio: — Iacopo, Iacopo; è qui la mamma. —
Appena vestito, corsi incontro a Teresa, che stava in una loggetta scoperta a cogliere dai vasi favoriti di mia madre la<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|120|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>{{Ct|class=capitoletto|TABELLA II.}}
{{Ct|''Febbrajo''.}}
{| class=tab15
| colspan="5" |
|-
!
! colspan="2" | 1746
! colspan="2" | 1782
|-
!
! Term. !! Cielo
! Term. !! Cielo
|- class="pdati2"
| 1
| - - 1,5 || Soletto ghiac.
| - - 1,2 || Neb. Var.
|-
| 2
| - - 1,0 || Detto
| + 1,2 || Var.
|-
| 3
| - - 0,3 || {{Sc|Nu.}} Ghiac
| - - 1,0 || Var.
|-
| 4
| 0,0 || Ghiac. brina
| - - 2,0 || Neb. Var.
|-
| 5
| 0,0 || Var. ghiac.
| - - 2,0 || Br. Neve
|-
| 6
| + 0,2 || Nuv brina
| + 1,5 || P. V.
|-
| 7
| + 0,3 || Var.
| + 2,5 || Nuv.
|-
| 8
| + 1,6 || Nuv. Piog.
| + 3,0 || Torbido
|-
| 9
| + 1,6 || Neb. v. lamp.
| + 1,4 || Pioggia
|-
| 10
| + 1,8 || Nuv. Ghiac.
| + 1,0 || Var.
|-
| 11
| + 0,2 || S. Ghiac.
| - - 1,0 || S. Var. Vent.
|-
| 12
| - - 0,2 || Detto
| - - 2,4 || Ghiac.
|-
| 13
| - - 0,7 || Nu. Ghiac. V.
| - - 4,4 || Sol rotto Ghiac.
|-
| 14
| - - 1,8 || Nu. Ghiac.
| - - 6,7 || Simile
|-
| 15
| - - 1,4 || S. Ghiac.
| - - 6,5 || Simile, V.
|-
| 16
| - - 1,1 || Nuv.
| - - 6,5 || Nuv. V.
|-
| 17
| - - 0,2 || Neve, Piog.
| + 0,8 || Nuv. Var. V.
|-
| 18
| 0,0 || Nuv. Piog.
| + 0,0 || Sol, Ghiaccio grande
|-
| 19
| + 2,2 || Piog.
| - - 7,8 || Simile. Stelle Cadenti
|-
| 20
| + 3,6 || Piog.
| - - 4,6 || S. Neb.
|-
| 21
| + 4,5 || Neb. Var.
| - - 1,0 || Var. Neb.
|-
| 22
| + 5,0 || Pioggia
| - - 2,8 || Var. Ghiac.
|-
| 23
| + 5,7 || Pioggia
| + 0,2 || Piog. Nev. Ven.
|-
| 24
| + 4,2 || Pioggia
| + 1,0 || P. Scirocco
|-
| 25
| + 2,0 || Neve
| + 3,4 || Nuv.
|-
| 26
| + 1,1 || S. Ghiac.
| + 0,7 || Neb. S. var.
|-
| 27
| - - 0,8 || Simile
| 0,0 || Neb. densa, Sol
|-
| 28
| - - 1,1 || Simile
| + 0,8 || Detto
|-
|
|| ||
| colspan="2" | Qual accordo più grande si
|-
|
|| ||
| colspan="2" | può ragionevolmente esigere?
|}<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||215}}</noinclude>[[File:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 1 - 1802 (page 12_1 crop).png|center|450px]]
{{Ct|class=capitoletto|Nel {{Sc|Giornale}} dell’Anno 1787.}}
{{ct|class=anno|Breve Descrizione dell’Anno 1785.}}
{{CapoletteraVar|G}}li uomini sono obbliviosi; per lo più non parlano, che delle Acque, del gran Freddo, del gran Caldo, che corre in quei giorni, e non si ricordano l’intemperie corsa un anno addietro. Facciamo un poco di forza a noi stessi, richiamando alla memoria, s’è possibile, le Stagioni corse nel 1785: lo che possiamo fare, perchè le abbiamo notate; il tutto però colla maggior brevità.
Era stato il precedente Decembre 1784 feroce per il freddo; ma il Gennajo riuscì assai discreto, e porgeva una lusinga d’una placida Stagione; quante volte s’ingannano gli uomini nelle loro lusinghe! Venne il Febbrajo piovoso, nevoso, ventoso, crudo, gelido, pessimo; e peggiore ancora riuscì il Marzo. Otto volte nevicò in Marzo, e durò la Neve col ghiaccio in terra per 18 giorni ultimi del Mese. L’Aprile istesso vide non solo Brine, ma anche Neve. Altezze {{Pt|prodi-|}}<noinclude>{{Ct|class=destra|O 4}}</noinclude>
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Dr Zimbu
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/* Riletta */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|216|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>{{Pt|giose|prodigiose}} di 15 a 20 piedi di Neve si ebbero nelle Alpi; e nel Trentino nevicò sette giorni, e sette notti continue. Un Marzo tanto rigido non si trova nei nostri Registri.
Fu dunque una conseguenza la fredda impressione, che durò nei tre Mesi seguenti di Primavera: nel Mese istesso di Giugno cadde due dita di Neve nelle Colline basse del Trevigiano; e si disse, che nella Domenica 19 del Mese siasene veduto qualche fiocco sino in Venezia.
Vi concorse un’insigne siccità; dal Mese di Febbrajo sino ai 22 di Maggio non vi fu una buona pioggia di fondo; alla metà d’Aprile appena si scorgeva verde nei Prati; d’onde una necessaria carestia di Foraggi. Fuori d’Italia questo asciutto ridusse le Provincie all’estreme condizioni, come portarono le Gazzette; vi concorse un ostinato vento di Levante, che regnò tutta la Primavera; che disseccava tutto.
Non è da stupire, se anche la State riuscì poco calda; poichè eccettuati i 5 o 6 giorni primi d’Agosto, gli altri Mesi furono due buoni gradi al di sotto del mezzano.
Quindi restò pregiudicata la Campagna in<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|217}}</noinclude>due sensi opposti; prima per la mancanza di caldo, onde ne venne tardità, e crudezza nei prodotti della Terra; e per un senso opposto il colpo di caldo ai primi d’Agosto, accompagnato da Caligine brugiante, produsse una specie di Ruggine in molti luoghi, specialmente nei Paludi di Polesine, ove il Formentone montato in bellissimi gambi restò strozzato, e spoglio di pannocchie.
Per altro vi fu una specie di compenso di tutti i mali nel seguente asciutto, sereno, temperato, anzi tiepido Autunno, che lasciò raccogliere tutti i frutti bene, o male maturi, che fossero secondo l’indole della Stagione, e permise la più felice seminazione.
Seguì la rotta del Tempo ai 19 Novembre, con un orribile salto: dopo un contrasto grande tra il Tramontano, e lo Scirocco, questo trionfò a segno di portar, per così dire, il Mare sull’Alpi. Le Nuvole nei giorni 20, e 21 volando ai Monti, sembravano tanti Otri, o veloni ripieni d’acqua. Andarono a scaricarsi dentro le prime Valli dell’Alpi con tanto impeto, che parevano propriamente aperte le Cataratte del Cielo. La pioggia<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|218|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>non era in goccie, o in fili, ma come nappe o cascate di Fiumi. Durò quattro giorni tanto continua, e fissa, che le persone non potevano uscire di casa senza timore di rimanere affogate. La misura presa ne diede 16 Pollici di altezza in quattro soli giorni, quantità, ch’eccede quella d’un anno in molti paesi.
Conseguenza naturale di tante Pioggie fu un’escrescenza di Fiumi provenienti dall’Alpi Giulie, Taurisane, e Noriche, che non ha memoria, con quelle devastazioni, delle quali i Paesi si ricorderanno lungo tempo.
Non è qui il luogo di dare il dettaglio di tutti i fenomeni, e degli accidenti occorsi in quell’anno: le osservazioni si troveranno per disteso nei volumi dell’Accademia di Padova.
{{Ct|''Dell’Anno 1786''.}}
Profittiamo d’una Pagina per dire una parola della cadente invero stravagante Annata 1786.
Cominciò il Gennajo con una nevata enorme, la quale portò il freddo nella mattina dell’Epifania al notabile segno di gradi 12.<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|219}}</noinclude>ed erano per rinnovarsi le tragedie dell’anno 1709 se la Provvidenza non mandava un forte scirocco, il quale strusse, sebbene a stento, e con molti giorni l’immensa neve caduta; e non ostante sopravvenuto quel primo gelo ad un grandissimo umido, che avea gonfiato la Terra, e le Piante, molte di queste ne perirono, e quasi tutte patirono assai. Le Viti particolarmente, combinandosi certi Venti urenti di Greco alla fine di Febbrajo, nelle pianure aperte, o perirono, o restarono ferme, a tal segno, che la vendemmia in alcuni luoghi mancò affatto, riuscì scarsissima dappertutto, ed in pieno non si può valutare la decima parte dell’ordinario.
Il Frumento fu scarso, pieno di zizania, e generalmente infetto della volpe, o del carbone. Il Formentone, o Gran Turco, non fece la metà, e non si maturò; e tutto questo a cagione, che continuò sempre la Stagione umida, e fresca, essendo quasi che mancata la State; quindi anche infelicissimi i secondi Raccolti. Le Acque dell’Autunno si veggono ancora, e tutto questo conforme agli anni precedenti del Ciclo delle 223 Lune.<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|220||}}</noinclude>[[File:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 1 - 1802 (page 12_1 crop).png|center|450px]]
{{Ct|class=capitoletto|Nel {{Sc|Giornale}} dell’Anno 1788.}}
{{CapoletteraVar|Q}}uesto superbo ''Quadro delle Pioggie'', sia detto a lode degli Osservatori, rappresenta la costituzione dell’Anno 1786, dall’Istria di là dal Golfo, sino in Savoja di là dall’Alpi, in parte ancora di qua, e di là dell’Appennino.
Scorgesi ad un tempo l’uniformità, e la discrepanza tanto rapporto ai mesi, quanto ai luoghi: il che fa conoscere da una parte dei tratti d’influenza universale, dall’altra le differenze che induce la località dei paesi.
[[File:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 2 - 1802 (page 123 crop).png|class=fine_capitolo|center|120px]]<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|306|{{Sc|appendice seconda}}|}}</noinclude><section begin="s1" />{{Ct|f=100%|v=1|t=2|VI}}
{{Ct|f=90%|v=1|lh=1.3|Al Sonno perché dia un po’ di requie al suo cuore addolorato. }}
{{ms|7}}<poem>
O Sonno, or che la notte umida, ombrosa
ripiega l’aureo velo e ’l gelo scote,
Vener guida i suoi balli, e ’n dolci rote
all’Euro inchina ’n ciel l’Orsa amorosa;
l’ali tue sovra me dispiega e posa,
rendi ’l bel viso e le suavi note
al cor, che, privo, piú soffrir non puote,
del suo bel Sol, vita cosí dogliosa.
Ben ristorar potrá d’aspra partita
un lieve e dolce sogno i gravi danni,
e ’n sembianza di morte a me dar vita.
Ché se, presente, i miei non degni affanni
sdegna crudel, pur ne promette aita
qualor apre ver’ me pietosa i vanni.
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|f=100%|v=1|t=2|VII}}
{{Ct|f=90%|v=1|lh=1.3|Invano cerca il suo Sole! }}
{{ms|7}}<poem>
Qui, dove Arno ’l mio pianto amaro accoglie,
e con l’acque sue dolci il volge al mare,
quando s’asconde l’altro, e quando appare,
cerco ’l mio Sol, ch’a questo il pregio toglie.
Ma, lasso, in vano con ardenti voglie
bramo chi le mie notti apra e rischiare;
che ’l vivo Sol, ch’al mondo non ha pare,
altrove i raggi suoi spiega e raccoglie.
O Clizia, tu quanto lodar ti puoi
del gran pianeta, a cui sempre ti giri,
se ciò che involò notte, il dí ti rende!
Ma io quantunque o giorni od ombre miri,
mio Sol non vedo; e ’l bel foco m’accende
che mi lassâr partendo i raggi suoi.
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|liriche apocrife}}|307}}</noinclude>{{Ct|f=100%|v=1|t=2|VIII}}
{{Ct|f=100%|v=1|L=0px|{{Sc|[Gan. Porrino]}}}}
{{Ct|f=90%|v=1|lh=1.3|Ben degna di essere onorata è la mia donna, se.... }}
{{ms|7}}<poem>
Chi di cose celesti al mondo cura
renda onor ai begli occhi di costei,
perché la gloria e ’l regno de li dèi
sol mostra aperto in quei l’alma natura.
Io vidi dianzi, e fu ben mia ventura,
Onestá con Amor intorno a lei,
e ’l sol con lor di palme e di trofei
ornarla a prova con mirabil cura.
O sette donne tósche, onde giá quelli
lá sovra l’Arno in fresco ombroso chiostro
vari casi s’udîr tanti e sí belli,
questa c’ha il viso e ’l sen di perle e d’ostro,
c’ha d’avorio le man, d’oro i capelli,
il nome tien del bel numero vostro.
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|liriche apocrife}}|309|nascondi=si}}</noinclude><section begin="s1" />{{Ct|f=100%|v=1|t=3|L=0px|III}}
{{Ct|f=130%|v=2|L=0px|STANZE}}
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|f=100%|v=1|L=0px|I}}
{{Smaller block|class=is}}
Loda le chiome, la fronte, le ciglia, gli occhi, il naso, le guance, la bocca, le labbra, i denti, il mento, le orecchie, il collo della sua donna.
</div>
{{ms|7}}<poem>
{{o|1. Chiome|o3}}
Chi dirá mai di quel bell’oro ardente
le degne lodi, e l’annodar felice,
che stringe l’alme ognor piú dolcemente,
chiome d’ogn’altro onor prima radice:
l’aurato vel non men fu in voi lucente,
né la coma fu tal di Berenice;
da sí bel crin non esca acceso spirto,
negletto ad arte o inanelato o dirto.
{{o|2. Fronte|o3}}
L’alma fronte di voi sembra l’aurora,
che le notturne ombre ogn’ora sfaccia;
non men col su’ apparir imperla e indora
le piagge intorno, e l’altra notte scaccia,
ond’ogn’alma gentil si sveglia allora
e sí visibilmente arde e si allaccia,
che all’apparir de la divina fronte
uscisse il sol nel bel nostro orizonte.
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|310|{{Sc|appendice seconda}}|}}</noinclude>{{ms|7}}<poem>
{{o|3. Ciglia|o3}}
Intorno a i lumi bei dolci tremanti
sorgon due trionfali archi le ciglia,
com’ai raggi del sol sorgon avanti
duo celesti archi, e l’un l’altro somiglia;
non men ritorna a que’ begli occhi santi
il ciel sereno, e l’alta meraviglia
de gli archi bei ch’Amor vuol per trofei
e per trionfi ognor di uomini, dèi.
{{o|4. Occhi|o3}}
Alle vaghe pupille e i dolci lumi
de’ begli occhi, che al sol invidia fanno,
{{loop|14|. }}
come s’accende un’alma, ed è ’l suo danno,
e come a i casti angelici costumi
i piú bei spirti invescar si vanno,
questa, vergine perla, a un cenno a un riso
mostra a chi legger può nel suo bel viso.
{{o|5. Naso|o3}}
Chi pingerá tra le piú degne parti
de l’angelico volto il naso ancora,
che dov’è Amor sí dottamente parti
intra le guance il bel che c’inamora?
De’ pittori i penei tremano e le arti;
ogni vivo color par che si mora,
mostra il bel naso a mille segni alteri
il tuo bel saggio, Amor, l’arme e gl’imperi.
{{o|6. Guance|o3}}
Chi vòl veder da man vergine colti
i ligustri e le rose, o in vezzo ardente
robini e le perle insieme accolti,
o pria che spunti il sol in oriente
de la notte gli onori entorno tolti,
giá rosseggiar l’aurora alma e lucente,
miri le belle guance; vedrá intorno
di porpora una luce, e nato il giorno.
</poem><noinclude></noinclude>
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Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Sonetti
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== Indice ==
* {{testo|/I. - G.Muzzarelli. Le saette di che...}}
* {{testo|/II. - G.Muzzarelli. Alla mano}}
* {{testo|/III. - Bembo. Apparizione della sua...}}
* {{testo|/IV. - Amanio. Riso di bella donna}}
* {{testo|/V. - Bembo. Sono questi gli occhi...}}
* {{testo|/VI. - Al Sonno perché dia un po' di...}}
* {{testo|/VII. - Invano cerca il suo Sole!}}
* {{testo|/VIII. - Gan. Porrino. Ben degna di...}}
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Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Sonetti/VI. - Al Sonno perché dia un po' di...
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Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Sonetti/VII. - Invano cerca il suo Sole!
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Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Sonetti/VIII. - Gan. Porrino. Ben degna di...
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Vera storia di due amanti infelici ovvero Ultime lettere di Iacopo Ortis (1912)/Lettera VIII
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Vera storia di due amanti infelici ovvero Ultime lettere di Iacopo Ortis (1912)/Lettera IX
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Vera storia di due amanti infelici ovvero Ultime lettere di Iacopo Ortis (1912)/Lettera X
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I funghi mangerecci e velenosi dell'Europa media
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{{Qualità|avz=75%|data=30 giugno 2021|arg=Da definire}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore = Giacomo Bresadola
| Nome e cognome del curatore =
| Titolo =I funghi mangerecci e velenosi dell'Europa media, con speciale riguardo a quelli che crescono nel Trentino
| Anno di pubblicazione = 1906
| Lingua originale del testo =
| Nome e cognome del traduttore =
| Anno di traduzione =
| Progetto =
| Argomento = Micologia
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Giacomo Bresadola - I funghi mangerecci e velenosi dell'Europa media, con speciale riguardo a quelli che crescono nel Trentino, 1906.djvu
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<pages index="Giacomo Bresadola - I funghi mangerecci e velenosi dell'Europa media, con speciale riguardo a quelli che crescono nel Trentino, 1906.djvu" from="7" to="7" />
==Indice==
* {{testo|/Prefazione}}
* {{testo|/Indice delle materie}}
* {{testo|/Prospetto sistematico}}
* {{testo|/Prefazione alla prima edizione}}
* {{testo|/Parte generale}}
* {{testo|/Parte speciale}}
** {{testo|/Parte speciale/Descrizione delle specie}}
*** {{testo|/Parte speciale/Descrizione delle specie/Agaricacee}}
**** {{testo|/Parte speciale/Descrizione delle specie/Agaricacee/Amanita}}
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***** {{testo|/Parte speciale/Descrizione delle specie/Agaricacee/Russula/Russula virescens}}
***** {{testo|/Parte speciale/Descrizione delle specie/Agaricacee/Russula/Russula lepida}}
***** {{testo|/Parte speciale/Descrizione delle specie/Agaricacee/Russula/Russula cyanoxantha}}
***** {{testo|/Parte speciale/Descrizione delle specie/Agaricacee/Russula/Russula vesca}}
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**** {{testo|/Parte speciale/Descrizione delle specie/Agaricacee/Cantharellus}}
***** {{testo|/Parte speciale/Descrizione delle specie/Agaricacee/Cantharellus/Cantharellus cibarius}}
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consta, non fu ancora fatta, e perciò non posso asserire se contiene elementi velenosi o meno: però visto che da molti si mangia impunemente e che dagli autori fu finora considerato esculento senza menomamente indicarlo sospetto o pericoloso in qualche circostanza, ritengo che i casi di avvelenamento indicati più sopra debbano attribuirsi a formazioni tomainiche prodotte dal principio di decomposizione del fungo, il quale incomincia a dissolversi in un lattice nero ancora prima del completo sviluppo. Deve essere quindi facile riscontrare nello stesso traccio dei veleni delle sostanze putrefatte, che appartengono appunto alla tomaina, dalla quale dipendono certamente i sintomi di avvelenamento riscontrati nelle persone che se ne cibarono senza dubbio quando era già subentrato un inizio di putrefazione.
Tutto considerato però, è da sconsigliarsi affatto l’uso di questo fungo per la difficoltà di conservarlo anche per breve tempo senza che entri in dissoluzione.
<includeonly>{{FI|file = Giacomo Bresadola - I funghi mangerecci e velenosi dell'Europa media, con speciale riguardo a quelli che crescono nel Trentino, 1906.djvu{{!}}page=273| width = 100%| float = center}}</includeonly>
{{spaziato|Spiegazione delle figure:}} ''a'' Gruppo di due individui in vario grado di sviluppo, ''b'' Individuo sezionato a cui fu tagliata la parte inferiore del gambo, ''c'' Basidii. ''d'' Spore.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|f=100%|v=1|t=1|L=0px|'''Genere Gomphidius.'''}}
Funghi carnosi con cappello e gambo, senza anello e volva; gambo munito alla sommità d’un velo fioccoso-viscoso da sembrare un anello; tessuto del gambo contiguo a quello del cappello; lamelle mucilaginose, di colore fuligginoso, scorrenti sul gambo; spore a mandorla, molto allungate, liscie, di ''color ombrino''.
<section end="s2" /><section begin="s3" />{{Ct|f=100%|v=1|t=1|L=0px|{{Sc|{{Wl|Q14946259|Gomphidius viscidus}}}} Linn. — Tav. LVIII.}}
{{spaziato|Ital.}} Chiodello. {{Spaziato|Volg.}} Ciodo, ciodeto, ciodeti. {{spaziato|Franc.}} Gros-clou-rouge.
{{spaziato|Ted.}} Klebiger Blätterschwamm.
Ha cappello da ovato conico-convesso, indi piano-umbonato, coi margini nel fungo giovane involti verso le lamelle e coperti da un velo filamentoso che li unisce al gambo, leggermente viscoso a tempo umido, glabiro, liscio, di colore quadrello scuro, con tinta sovente rosso-vinata e poi macchiato di nero, in età tutto color terra d’ombra; lamelle assai distanti, scorrenti sul gambo,<section end="s3" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 211 —|}}</noinclude>la gioia di Mario doveva essere anche la sua. Intera, quantunque, quando Mario parlò della loro futura ricchezza, egli non ne vide l’importanza. Più caldo di così il suo letto non sarebbe stato, e sarebbero aumentate le tentazioni dei cibi più ricchi che minacciavano la sua salute.
Per lui già la prima serata fu molto meno gradevole delle solite. Ecco che rifattosi vivo, il romanzo provocava la critica inquietante di Mario. Ad ogni tratto il lettore s’interrompeva per domandare: — Non sarebbe meglio dire altrimenti? — E proponeva nuove parole, esigendo che il povero Giulio l’aiutasse a decidere. Niente di violento ma abbastanza per togliere alla lettura il suo carattere di ''ninna nanna''. Per rispondere alle domande di Mario, Giulio due o tre volte spalancò gli occhioni spaventati quasi volesse dimostrare di ascoltar le parole che gli erano rivolte. Poi ebbe una trovata che per quella sera protesse il suo sonno: — A me sembra, — mormorò — che non si debba mutare nulla a una cosa che come sta raggiunse il successo. Se la muti, forse il Westermann non {{ec|lo|la}} vorrà più.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Luigi62" />{{RigaIntestazione||— 293 —|}}</noinclude>{{nop}}
{{Ct|f=110%|IL VECCHIONE}}
{{smaller block|''(Sono le prime pagine del romanzo che '' ITALO SVEVO ''s’era accinto a scrivere nell’estate 1928).''
''Italo Svevo'' morì il 13 Settembre 1928 a Motta di Livenza in seguito alle conseguenze d’un accidente automobilistico.}}<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 295 —|}}</noinclude>{{nop}}
La cosa avvenne quest’anno, nell’aprile che ci apportava uno dopo l’altro dei giorni foschi, piovosi, con brevi interruzioni sorprendenti di sprazzi di luce e anche di calore.
{{ec|Rincavaso|Rincasavo}} di sera in automobile con Augusta dopo una breve gita a Capodistria. Avevo gli occhi stanchi di sole ed ero incline al riposo. Non al sonno ma all’inerzia. Mi trovavo lontano dalle cose che mi circondavano e che tuttavia lasciavo arrivare a me perchè nulla le sostituiva: andavano via prive di senso. S’erano fatte anche molto sbiadite dopo il tramonto, tanto più che ormai i verdi campi erano stati sostituiti dalle grigie case e le squallide vie, tanto conosciute che arrivavano previste, e guardarle era poco meno che dormire.
In piazza Goldoni fummo fermati dal vigile e mi destai. Vidi allora avanzarsi verso di noi<noinclude><references/></noinclude>
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 296 —|}}</noinclude>e, per evitare altri veicoli, accostarsi al nostro fino a rasentarlo, una fanciulla giovanissima vestita di bianco con nastrini verdi al collo e striscie verdi anche sulla leggera mantellina aperta, che in parte copriva il suo vestito pur esso di un bianco candido interrotto come sulla mantellina da lievi tratti di quel verde luminoso. Tutta la figurina era una vigorosa affermazione della stagione. La bella fanciulla! L’evidente pericolo in cui si trovava la faceva sorridere mentre i suoi grandi occhi neri spalancati guardavano e misuravano. Il sorriso faceva trapelare il biancore dei denti in quella faccia tutta rosea. Alte teneva le mani, al petto, nello sforzo di farsi più piccola, e in una di esse c’erano i guanti morbidi. Io vidi esattamente quelle mani, la loro bianchezza e la loro forma, le lunghe dita e la piccola palma che si risolveva nella rotondità del polso.
E allora, io non so perchè sentii che sarebbe stato crudele che l’attimo fosse fuggito senza creare alcuna relazione fra me e quella giovinetta. Troppo crudele. Ma bisognava far presto e la fretta creò la confusione. Ricordai! C’era già tale relazione fra me e lei. Io la conoscevo.<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 297 —|}}</noinclude>La salutai piegandomi verso la lastra per esser visto, e accompagnai il mio saluto di un \sorriso che doveva significare la mia ammirazione per il suo coraggio e la sua giovinezza. Subito poi cessai il sorriso ricordando che scoprivo il tanto oro che c’era nella mia bocca e restai a guardarla serio e intento. La giovinetta ebbe il tempo di guardarmi con curiosità, e rispose al saluto con un cenno esitante che rese molto compunta la sua faccina da cui era sparito il sorriso e che così cambiò di luce come se fra lei e i miei occhi si fosse frapposto un prisma.
Augusta aveva portato l’occhialino agli occhi subito quando aveva temuto di veder finire la giovanetta sotto ad un’automobile. Salutò anche lei per associarsi a me, e domandò: — Chi è quella giovinetta?
Io proprio non ne ricordavo il nome. Ficcai gli occhi nel passato col vivo desiderio di ritrovarcelo e passai presto di anno in anno, lontano, lontano. La scoprii accanto ad un amico di mio padre. — La figlia del vecchio Dondi — mormorai malsicuro. Ora che avevo fatto quel nome mi parve di ricordare meglio. Il ricordo della giovinetta portava con sè quello di un<noinclude><references/></noinclude>
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 298 —|}}</noinclude>giardino piccolo e verde attorno ad una piccola villa. E vi si accompagnò anche il ricordo di parole con le quali la giovinetta aveva fatto ridere tutti i molti presenti: — Perchè da un tetto non cade mai un gatto solo, ma sempre due? — Così essa allora aveva gettato in faccia a tutti la sua sfacciata innocenza come ora in piazza Goldoni, ed allora era stato tanto innocente anch’io da ridere con tutti gli altri invece che prenderla fra le mie braccia tanto bella e tanto desiderabile. Voglio dire che tale ricordo mi ringiovanì per un istante, e ricordai di essere stato capace di afferrare, di tenere, di lottare.
Augusta fece cessare tale sogno sconvolto con uno scoppio di risa: — La figlia del vecchio Dondi a quest’ora ha la tua età. Chi dunque salutasti tu? La Dondi era di sei anni più vecchia di me. Ah! Ah! Ah! Se fosse capitata qui, invece di sorridere del pericolo, come faceva quella giovinetta, traballando e zoppicando sarebbe finita sotto le nostre ruote.
Anche ora la luce di questo mondo si alterava come se mi fosse improvvisamente pervenuta attraverso ad un prisma. Non subito m’associai<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 299 —|}}</noinclude>al riso di Augusta. Ma bisognava! Altrimenti avrei rivelato l’importanza della mia avventura e sarebbe stata la prima volta ch’io ad Augusta mi sarei confessato. — Già, già, non ci pensavo. Tutto si sposta ogni giorno un pochino, ciò che in un anno fa molto e in settanta moltissimo. — Poi ebbi una parola sincera. Fregandomi gli occhi come chi ha dormito aggiunsi: — Dimenticavo di essere vecchio io stesso e che perciò tutti i miei contemporanei son vecchi. Anche quelli ch’io non vidi invecchiare e anche quelli che restarono celati e non fecero mai parlare di sè, non sorvegliati da alcuno, ogni giorno pur invecchiarono. — Stavo diventando infantile nello sforzo di celare quel lampo di gioventù che m’era stato concesso. Bisognava cambiare di intonazione, e con l’aspetto più indifferente domandai: — Dove vive ora la figlia del vecchio Dondi? — Augusta non lo sapeva. Non era mai ritornata a Trieste dopo di essersi sposata con uno straniero.
Ed io perciò rividi la povera Dondi, nelle sue gonne tuttavia lunghe, moversi in qualche cantuccio della terra, sconosciuta, cioè fra gente che mai l’aveva vista giovine. Me ne commossi<noinclude><references/></noinclude>
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 300 —|}}</noinclude>perchè era il mio stesso destino benchè io mai mi fossi allontanato da qui. La sola Augusta dice di ricordarsi di me esattamente con tutte le mie grandi virtù giovanili e con qualche difetto, primo dei quali la paura di invecchiare che essa ancora non mi perdona per quanto a quest’ora potrebbe accorgersi quanto fondata essa sia stata. Ma io non le credo. Di lei io non ricordo molto all’infuori di quello che vedo. Eppoi essa conobbe la mia giovinezza solo in parte, voglio dire molto superficialmente. Io stesso ricordo meglio le avventure della mia giovinezza che l’aspetto e il sentimento suo. In certi istanti impensati mi pare essa ritorni, e debbo correre allo specchio per mettermi a posto nel tempo. Guardo allora quei tratti deformati sotto al mio mento da una pelle troppo abbondante per ritornare al posto ch’è il mio. Una volta raccontai a mio nipote Carlo, ch’è medico e giovine e perciò si intende di vecchiaia, di queste illusioni di gioventù che talora mi colgono. Sorridendo maliziosamente Carlo mi disse ch’erano sicuramente un sintomo di vecchiaia perchè avevo del tutto dimenticato come ci si senta da giovine e dovevo guardare alla pelle<noinclude><references/></noinclude>
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 301 —|}}</noinclude>del collo per ravvisarmi. Ridendo poi clamorosamente aggiunse: — È come il tuo vicino, il vecchio Cralli che crede sul serio d’essere il padre del bambino che la sua giovine moglie sta per mettere al mondo.
Questo poi no! Sono ancora abbastanza giovine per non commettere degli errori simili. Io non so muovermi abbastanza sicuramente nel tempo. E non dovrebbe essere tutto per colpa mia. Ne sono convinto ad onta che non oserei dirlo a Carlo che non comprenderebbe e mi deriderebbe. Il tempo fa le sue devastazioni con ordine sicuro e crudele, poi s’allontana in una processione sempre ordinata di giorni, di mesi, di anni, ma quando è lontano tanto da sottrarsi alla nostra vista, scompone i suoi ranghi. Ogni ora cerca il suo posto in qualche altro giorno ed ogni giorno in qualche altro anno. È così che nel ricordo qualche anno sembra tutto soleggiato come una sola estate, e qualche altro è tutto pervaso dal brivido del freddo. E freddo e privo di ogni luce è proprio l’anno in cui non si ricorda proprio niente al suo vero posto: trecento e sessantacinque giorni da ventiquattro<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 302 —|}}</noinclude>ore ciascuno morti e spariti. Una vera ecatombe.
Talvolta in quegli anni morti si accende improvvisa una luce che illumina qualche episodio nel quale allora appena si scopre un fiore raro della propria vita, dal profumo intenso. Così mai la signorina Dondi mi fu tanto vicina come quel giorno in piazza Goldoni. Prima, in quel giardinetto (quanti anni addietro?) io quasi non l’avevo vista, e, giovine, le ero passato accanto senza scorgerne la grazia e l’innocenza. Ora appena la raggiunsi, e gli altri vedendoci insieme si misero a ridere. Perchè non la vidi, non l’intesi prima? Forse nel presente ogni avvenimento è oscurato dalle nostre preoccupazioni, dal periodo che su noi incombe? E non lo vediamo, non lo sentiamo che quando ne siamo lontani, in salvo?
Ma io qui nella mia stanzetta posso subito essere in salvo e raccogliermi su queste carte per guardare e analizzare il presente nella sua luce incomparabile e raggiungere anche quella parte del passato che ancora non svanì.
Descriverò dunque il presente e quella parte del passato che ancora non svanì, non per ser-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 303 —|}}</noinclude>barne memoria ma per raccogliermi. Se l’avessi fatto sempre sarei stato meno stupito e sconvolto da quell’incontro in piazza Goldoni. A quella fanciulla non avrei semplicemente guardato come può colui cui il Signore Iddio conservò la vista. Da capo a piedi.
Io non mi sento vecchio ma ho il sentimento di essere arrugginito. Devo pensare e scrivere per sentirmi vivo perchè la vita che faccio fra tanta virtù che ho e che mi viene attribuita e tanti affetti e doveri che mi legano e paralizzano, mi priva di ogni libertà. Io vivo con la stessa inerzia con cui si muore. E voglio scuotermi, destarmi. Forse mi farò anche più virtuoso e affettuoso. Appassionatamente virtuoso magari ma sarà virtù veramente mia e non esattamente quella predicata dagli altri che quando l’ho indossata m’opprime invece di vestirmi. O smetterò cotesto vestito o lo saprò foggiare per il mio dosso.
Perciò lo scrivere sarà per me una misura di igiene cui attenderò ogni sera poco prima di prendere il purgante. E spero che le mie carte conterranno anche le parole che usualmente<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 304 —|}}</noinclude>non dico, perchè solo allora la cura sarà riuscita.
Un’altra volta io scrissi con lo stesso proposito di essere sincero che anche allora si trattava di una pratica di igiene perchè quell’esercizio doveva prepararmi ad una cura psicanalitica. La cura non riuscì, ma le carte restarono. Come sono preziose! Mi pare di non esser vissuto altro che quella parte di vita che descrissi. Ieri le rilessi. Purtroppo non vi trovai la vecchia Dondi (Emma, sì, Emma), ma tante altre cose vi scopersi. Anche un avvenimento importante che non vi è raccontato ma che viene ricordato da uno spazio rimasto vuoto in cui naturalmente s’inserisce. Lo registrerei subito se ora non lo avessi dimenticato. Ma non va perduto perchè rileggendo quelle carte certamente lo ritroverò. Ed esse sono là, sempre a mia disposizione, sottratte ad ogni disordine. Il tempo vi è cristallizzato e lo si ritrova se si sa aprire la pagina che occorre. Come in un orario ferroviario.
È certo ch’io feci tutto quello che vi è raccontato, ma leggendone, mi sembra più importante della mia vita che io credo sia stata lunga<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 305 —|}}</noinclude>e vuota. Si capisce che quando si scrive della vita la si rappresenti più seria di quanto non sia. La vita stessa è diluita e perciò offuscata da troppe cose che nella sua descrizione non vengono menzionate. Non vi si parla del respiro finchè non diventa affanno e neppure di tante vacanze, i pasti e il sonno, finchè per una causa tragica non vengano a mancare. E invece nella realtà ricorrono insieme a tante altre tali attività, con la regolarità del pendolo e occupano imperiose tanta parte della nostra giornata che non vi resta posto per piangere e ridere eccessivamente. Già per questa ragione la descrizione della vita, una grande parte della quale, quella di cui tutti sanno e non parlano, è eliminata, si fa tanto più intensa della vita stessa.
Insomma, raccontandola, la vita si idealizza ed io m’accingo ad affrontare tale compito una seconda volta, tremando come se accostassi una cosa sacra. Chissà come nel presente guardato attentamente ritroverò qualche tratto della mia giovinezza che le mie gambe stanche non mi permettono di inseguire e che cerco di evocare perchè venga a me. Già nelle poche righe che stesi la intravvidi, mi invase in modo da arri-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 306 —|}}</noinclude>vare a diminuire nelle mie vene la stanchezza della mia età.
C’è però una grande differenza fra lo stato d’animo in cui l’altra volta raccontai la mia vita e quello attuale. La mia posizione s’è cioè semplificata. Continuo a dibattermi fra il presente e il passato, ma almeno fra i due non viene a cacciarsi la speranza, l’ansiosa speranza del futuro. Continuo dunque a vivere in un tempo misto com’è il destino dell’uomo, la cui grammatica ha invece i tempi puri che sembrano fatti per le bestie le quali, quando non sono spaventate, vivono lietamente in un cristallino presente. Ma per il vegliardo (già, io sono un vegliardo: è la prima volta che lo dico ed è la prima conquista che devo al mio nuovo raccoglimento) la mutilazione per cui la vita perdette quello che non ebbe mai, il futuro, rende la vita più semplice, ma anche tanto priva di senso che si sarebbe tentati di usare del breve presente per strapparsi i pochi capelli che restarono sulla testa deformata.
Ed io, invece, m’ostino a fare qualche cosa d’altro in tale presente e se c’è, come spero, lo spazio per svolgervi un’attività, avrò dato la<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 307 —|}}</noinclude>prova ch’è più lungo di quanto sembri. Misurarlo è difficile e il matematico che volesse farlo sbaglierebbe di grosso e darebbe la prova che non è cosa per lui. Io penso di sapere almeno come alla misurazione si dovrebbe procedere. Quando la nostra memoria ha saputo levare dagli avvenimenti tutto quello che in essi poteva produrre sorpresa, spavento e disordine, si può dire che essi si sono trasferiti nel passato.
Ho pensato tanto a lungo a questo problema che persino la mia vita inerte mi diede l’occasione ad un’esperienza che potrebbe chiarirla se altri volesse ripeterla con istrumenti più precisi cioè mettendo al posto mio un uomo meglio di me educato a registrazioni esatte.
Un giorno della passata primavera Augusta ed io fummo tanto coraggiosi da varcare con la nostra macchina Udine e fare colazione in una celebre locanda ove ancora si conservò l’arte lenta ed infallibile dello spiedo. Poi procedemmo ancora un po’ verso la Carnia per vedere più vicine le grandi montagne. Presto fummo presi dalla stanchezza dei vecchi, quella che proviene loro dall’inerzia in posizione troppo comode. Abbandonammo la macchina e sentim-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 308 —|}}</noinclude>mo tanto forte il bisogno di sgranchirci le gambe che ci arrampicammo su una breve collina boscosa che sorgeva accanto alla strada maestra. Lassù ebbimo una sorpresa che fu un premio. Non vedemmo più la strada e neppure i campi ai piedi della cima cui eravamo arrivati ma soltanto innumerevoli, dolci, verdi colline che ci impedivano di vedere altro che le vicine enormi montagne dalle cime di roccia azzurra che ci guatavano molto serie. A piedi eravamo riusciti a mutare di contorno più presto che con la macchina ed io trassi un profondo sospiro di sollievo: una gioia che non dimenticai più. Era dovuta quella gioia alla sorpresa, o all’aria balsamica priva della polvere della strada, o alla nostra solitudine che pareva completa? La gioia mi rese intraprendente e su quella cima arrivai ad accostare l’altra parte, opposta a quella della strada donde eravamo venuti. Una via facile, un sentiero segnato nell’erba alta. Da quella parte scorsi una casetta ai piedi della collina e dinanzi ad essa un uomo che con colpi vigorosi di maglio piegava su un’incudine un pezzo di ferro. E come un bambino ammirai che il suono metallico di quell’incudine arrivava al mio<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 309 —|}}</noinclude>orecchio quando il maglio da lungo tempo s’era risollevato per prepararsi a ripetere il colpo. Vero bambino io ma anche molto infantile madre natura che inventa di tali contrasti fra la luce e il suono.
Quella gioia di quei colori e di quella solitudine fu ricordata da me lungamente e perciò il dissidio fra il mio orecchio e il mio occhio anche. Poi intervenne la serietà del ricordo, la logica della mia mente a correggere il disordine della natura, e quando ora ripenso a quel maglio, immediatamente come esso raggiunge l’incudine, sento echeggiare il suono ch’esso provoca. Certo nello stesso tempo, qualche cosa dello spettacolo si falsò. Al disordine del presente si sostituì il disordine del passato. Quella famiglia di colline si fece anche più numerosa e furono tutte più ricche di boschi. Anche le roccie delle montagne divennero più fosche ancora e più serie, forse anche più vicine, ma tutto era regolato e intonato. Il male si è che non annotai di quanti giorni quel presente avesse abbisognato per tramutarsi così. E se lo avessi notato non avrei potuto dire che questo: Nella mente del settantenne Zeno Cosini le cose si maturano in<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 310 —|}}</noinclude>tante ore e tanti minuti. Quante altre esperienze si sarebbero dovuto imprendere sui più varii individui e nelle più varie loro età per arrivare a scoprire la legge generale che fissa la frontiera fra il presente e il passato.
E così terminerò la mia vita con un libretto in mano come il mio defunto padre. Come avevo riso io di quel libretto! È vero che ne sorrido anche ora ricordando ch’egli lo destinava proprio al futuro. Vi annotava i suoi compiti, la data per visite periodiche e così via. Io posseggo tuttavia un suo libretto. Molte annotazioni cominciano con una raccomandazione: Non dimenticare di fare il giorno tale quella tale e tale cosa. Egli credeva nell’efficacia delle raccomandazioni che seppelliva in quel libretto. Io ho la prova che la sua fiducia era messa male. Ne trovai uno che dice: Assolutamente (e questa parola è {{Ec|sottolineta|sottolineata}}) non devo dimenticare di dire all’Olivi quando se ne presenti l’occasione che mio figlio alla mia morte dovrà apparire verso tutti quale il vero padrone benchè tale non sarà mai.
Bisogna supporre che l’occasione di parlare con l’Olivi non si sia presentata più. Ma già<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 311 —|}}</noinclude>ogni sforzo per trasferirsi da un tempo nell’altro è vano e ci voleva un ingenuo come mio раdre per credere di saper dirigere il proprio futuro. Può essere che il tempo non esista come assicurano i filosofi, ma esistono certamente i recipienti che lo contengono e sono quasi perfettamente chiusi. Spandono solo poche goccie dall’uno nell’altro.
Io vorrei ancora guardarmi d’intorno per chiudere questa giornata memoranda tramandando a domani quest’ora in corsa durante la quale scrivo. Del mio studio comodo e bello rinnovato da Augusta parecchie volte nel corso degli anni con grave mio disturbo ma senza portarci delle grandi novità, poco ho da dire. È circa quale era subito dopo il nostro matrimonio ed io già una volta lo descrissi. Da poco c’è una novità per me veramente penosa. È scomparso da pochi giorni dal suo posto il mio violino ed anche il leggio. È vero che così fu conquistato al grammofono il posto che gli occorreva per espandere più vigorosa la sua voce. Acquistai il grammofono un anno fa e costò parecchio come costano molto anche i dischi che continuamente acquisto. Io non rimpiango la<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 312 —|}}</noinclude>spesa ma avrei {{Ec|volto|voluto}} lasciare il suo posto al violino. Non lo toccavo da quasi due anni. S’era fatto nelle mie mani oltre che aritmico anche malsicuro e la mia cavata pareva diminuisse. Ma amavo vederlo lì al suo posto in attesa di tempi migliori mentre Augusta non comprendeva perchè dovesse ingombrare la mia stanza. Essa certe cose non intende nè io so spiegargliele. Finì che essa un giorno spinta dalla sua mania di fare ordine lo allontanò assicurandomi che se lo avessi domandato essa in pochi istanti me l’avrebbe fatto riavere. Ma è sicuro ch’io non lo domanderò giammai mentre non è altrettanto sicuro che se fosse rimasto al suo posto io un bel giorno non l’avrei ripreso in mano. È di tutt’altra natura la decisione che ora occorre. Devo cominciare dal pregare Augusta di riportarlo prendendo l’impegno di suonarlo non appena lo abbia riavuto. Ma io di tali impegni a lunga scadenza non so prenderne. E perciò eccomi staccato definitivamente da un’altra parte della mia giovinezza. Augusta non ha ancora compreso quanti riguardi bisogna avere con un vecchio.
Ed altre novità in questa stanza non ci sa-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 313 —|}}</noinclude>rebbero se giusto ora non fosse inondata da suoni che non hanno nulla da fare con quelli del grammofono. Due volte per settimana (non alla domenica ma al lunedì e al sabato) sul viottolo erto che costeggia la mia villa passa un ubbriaco melomane. Dapprima mi seccò, poi ne risi e infine lo amai. Spesso lo spiai dalla mia finestra dopo di aver spento ogni luce nella stanza e lo scorsi sul viottolo sbiancato dai raggi lunari, piccolo, esile, ma eretto, la bocca levata verso il cielo. Procede lento, non per la difficoltà della via ma per poter dedicare il suo fiato intero alle note che allunga con fervore. E anche s’arresta talvolta quando arriva a qualche nota ch’esita di emettere perchè gli sembra specialmente difficile. Io sento l’assoluta innocenza di quel cantore anche nel fatto che la sua canzone è sempre la stessa. Lungi da lui l’intenzione di inventare. Son sue certe appoggiature dalle quali striscia al suono giusto ma non saprebbe farne a meno: gli facilitano la nota. Forse egli non sa di avere alterato la musica e a quest’ora la ama come è costretto di farla. È privo di ambizione e perciò di malizia. Per questo se m’imbattessi in lui di notte su quel viot-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 314 —|}}</noinclude>tolo, sapendo l’alta sua disinteressata umanità, non avrei paura, ma m’accosterei a lui e gli domanderei il permesso di cantare con lui. Canta sempre il ''Ballo in maschera''. Sarebbe una grande sorpresa per lui se un vigile gli ingiungesse di tacere. Quando canta: ''Alzati! La tua figlia a te concedo rivedere. Nell’ombra e nel silenzio là...'' parla proprio ad Amelia.
Certo sotto quella musica c’è molto vino ma mai il vino ebbe un ufficio più nobile. Il mio cantore vive in quell’antichissima storia. Rinasce quella storia per lui due volte alla settimana e gli dà tutta la sorpresa e la commozione della cosa nuova. Come fa ad astenersi tutte le altre sere da quel vino che gli procura tanto gaudio? Quale esempio di moderazione!
Il mio chauffeur Fortunato lo conosce. Dice ch’è un falegname che abita lassù in una casetta modesta. È ammogliato. Non ha ancora raggiunto i 40 anni ma ha già un figliolo di 20. Perciò si crede vecchio e pensa al passato anche più lontano di quello che io ricerco. Quanta moralità in quell’uomo! Ci vollero i 70 anni suonati a me per staccarmi dal presente. E an-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 315 —|}}</noinclude>cora non sono contento e cerco di raggiungerlo anche adesso su queste carte.
Io non tenterò mai di fare la sua conoscenza. La sua voce fioca, pare provenga da tempi lontani. Me ne apporta l’emozione: essa stessa essendo un rimpianto, c’è il disordine che dà una avventura intera. Quella voce solitaria ed io qui al mio tavolo che ne analizzo le esitazioni ed il fervore. Un ordine perfetto! Le ore venienti non potranno alterare per me quella voce. Rivedrò queste annotazioni la prossima volta che la sento per vedere se il nuovo presente potrà correggere il ricordo e provarmi ch’io mi sbaglio.
Sono stanco di scrivere per questa sera. Augusta che poco fa mi chiamò oltre il corridoio a quest’ora si sarà addormentata nel suo letto ordinato, la testa legata in quella rete allacciata sotto al mento, ch’essa sopporta per domare i suoi capelli bianchi tagliati corti. Una stretta, un peso che a me impedirebbero di chiuder occhio.
Il suo sonno è tuttavia leggero ma più rumoroso che nel passato. Specialmente alle prime respirazioni, nel primo abbandono. Sembra ad-<noinclude><references/></noinclude>
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 316 —|}}</noinclude>dirittura che tutto ad un tratto altri organi che non erano pronti sieno stati chiamati a dirigere la respirazione e, tolti improvvisamente al riposo, rumoreggino. Orrenda macchina questa nostra quando è vecchia! Se ho assistito allo sforzo di Augusta, pavento quello che incombe a me e non raggiungo il sonno se non mi concedo una doppia dose di sonnifero. Perciò faccio bene di non coricarmi che quando Augusta già dorme. È vero che la desto, ma allora essa riprende il sonno più silenziosamente.
E qui mi faccio una raccomandazione ad imitazione di quelle di mio padre: Ricordati di non lagnarti troppo della vecchiaia in queste annotazioni. Aggraveresti la tua posizione.
Ma sarà difficile non parlarne. Meno ingenuo di mio padre so subito che questa è una raccomandazione vana. Essere vecchio il giorno intero, senza un momento di sosta! E invecchiare ad ogni istante! M’abituo con fatica ad essere come sono oggi, e domani ho da sottopormi alla stessa fatica per rimettermi nel sedile che s’è fatto più incomodo ancora. Chi può togliermi il diritto di parlare, gridare, protestare? Tanto più che la protesta è la via più breve alla rassegnazione.<noinclude><references/></noinclude>
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La novella del buon vecchio e della bella fanciulla ed altri scritti/Il vecchione
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Dr Zimbu
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[[Categoria:Testi incompiuti]]
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<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||l’amica delle mogli|123}}{{block|recita}}</noinclude>
{{Sc|Venzi}} (''con tremenda esasperazione''). Perché guai a me, guai a tutti, se lei ora qua, Dio non voglia, venisse a mancare!
{{Sc|Elena}}. Lei mi stordisce, avvocato! Che cos’è?
{{Sc|Venzi}}. Ma come non capisce? come non vede?
{{Sc|Elena}} (''balzando, concitatissima''). Io capisco — sa che cosa? e lo vedo da otto giorni, dacché sono uscita dalla clinica — una cosa che mi fa ribrezzo, orrore —
{{Sc|Venzi}}. — ah, dunque se n’è accorta? —
{{Sc|Elena}}. — sí — e lei se ne dovrebbe, non solo vergognare, ma fare un rimorso —
{{Sc|Venzi}}. — io? —
{{Sc|Elena}}. — sí — un grande, grande rimorso — nello stato in cui mi trovo — tanto piú ch’è un’infamia —
{{Sc|Venzi}}. — ah, un’infamia? —
{{Sc|Elena}}. — che lei voglia farmi sospettare di mio marito e di Marta; sí!
{{Sc|Venzi}}. Non sospettare! no! Accorgersi! Accorgersi!
{{Sc|Elena}}. Di che dovrei accorgermi?
{{Sc|Venzi}}. No: forse di nulla, ancora! Ma riconoscere —
{{Sc|Elena}} (subito). — che la casa qua è pronta — appena io non ci sarò piú — per loro due? —
{{Sc|Venzi}}. ecco, — già, questo: pronta —
{{Sc|Elena}}. — come Marta se l’è messa su, di suo gusto, non è vero, senza sapere nulla di me? —
{{Sc|Venzi}}. — e come lui gliela lasciò mettere su, non volendo dir nulla, contento d’avere una casa come lei gliel’avrebbe fatta trovare. — Non è cosí? non è cosí?
{{Sc|Elena}}. Ma me la fa pensare lei, lei, questa cosa infame, da otto giorni!
{{Sc|Venzi}}. Perché la riconosce giusta!
{{Sc|Elena}}. No! infame! infame!
{{Sc|Venzi}}. Ma che infame!
{{Sc|Elena}}. Infame per Fausto e per Marta!
{{Sc|Venzi}}. Giusta per tutt’e due!
{{Sc|Elena}}. Non è vero! L’ha pensata lei; loro no!
{{Sc|Venzi}}. Ne può essere piú che sicura!
{{Sc|Elena}}. No, lei! lei! e l’ha fatta pensare anche a me!
{{Sc|Venzi}}. L’uno e l’altra!
{{Sc|Elena}}. No! Sono stata attenta, ho osservato, spiato, pesato ogni loro parola; sono alieni, alieni —<noinclude></noinclude>
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Utoutouto
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<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|124|maschere nude|}}{{block|recita}}</noinclude>
{{Sc|Venzi}}. — alieni sí —
{{Sc|Elena}}. — sí, dal pensare e finanche dal supporre che altri possa pensare di loro una tal cosa! —
{{Sc|Venzi}}. — ma lei la pensa! —
{{Sc|Elena}}. — perché me l’ha messo lei nella testa! —
{{Sc|Venzi}}. — no, no: perché la vede possibile, perché la vede possibile! Io la vedo certa!
{{Sc|Elena}}. E questa è la crudeltà sua —
{{Sc|Venzi}}. — mia? —
{{Sc|Elena}}. — sí, sí, sua — vera crudeltà, feroce, verso di me — far vedere anche a me, come possibile, che una tal cosa avvenga —
{{Sc|Venzi}}. — perché quasi è — è —
{{Sc|Elena}} (''gridando''). — ma senza che loro ne sappiano nulla! —
{{Sc|Venzi}}. — come vuole che non lo sappiano? —
{{Sc|Elena}}. — nulla! nulla! — non c’è da far loro colpa di nulla! —
{{Sc|Venzi}}. — ah no? —
{{Sc|Elena}}. — nulla, di cui possano, poi, avere rimorso! —
{{Sc|Venzi}}. — innocenti? —
{{Sc|Elena}}. — lo deve aver lei, lei invece, il rimorso per me! —
{{block|is|Staccando:}}Non porta armi? —
{{Sc|Venzi}}. — io, armi? —
{{Sc|Elena}}. — se m’avesse tirato con un’arma... Ma sa che io ora, condannata come mi sento, non resisto piú a pensare questa cosa? e posso da un momento all’altro... — Fausto ha là, nel cassetto della scrivania, una rivoltella —
{{Sc|Venzi}}. — ah, la levo subito! —
{{block|is|Eseguisce.}}
{{Sc|Elena}}. La levi, sí, la levi! — Grazie. — Ne ho avuto la tentazione, jeri.
{{Sc|Venzi}}. Non lo dica nemmeno per ischerzo!
{{Sc|Elena}}. Oh, c’è mancato poco!
{{Sc|Venzi}}. Ma è pazza? Se lo levi dalla testa! Vuol darla vinta a loro? Non cercano di meglio!
{{Sc|Elena}}. Ma è per me! Perché — io — non posso piú vivere, ora, con questo pensiero che mi dilania! Non è per loro, che — ne sono sicura — non ne hanno il minimo sospetto! — Sarà possibile — per lei, certo — ma se domani avviene —<noinclude></noinclude>
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Utente:Myron Aub
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Myron Aub
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/* */ Tolto Zola, ora su IA
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text/x-wiki
Nella mia pagina su IA [https://archive.org/details/@myron_aub/uploads qui] ci sono i miei caricamenti mentre nella mia collezione dei "favorites" [https://archive.org/details/fav-myron_aub qua] sono inclusi testi non caricati da me già presenti su IA che trovo interessanti perché traduzioni abbastanza recenti soprattutto di classici filosofici e di alcuni classici letterari.
Nella seguente pagina [https://it.wikisource.org/wiki/Utente:Myron_Aub/Refusi_con_hunspell qua] espongo come cercare refusi con Hunspell.
In questa pagina elenco testi di pubblico dominio che sono principalmente traduzioni di testi (soprattutto filosofici e in minor parte letterari) greci, latini e stranieri. Privilegio le traduzioni in italiano più moderno, dal XIX secolo ai giorni nostri.
'''Informazioni su dati anagrafici difficilmente rintracciabili di autori.'''
[https://it.wikisource.org/wiki/Utente:Myron_Aub/Autori_con_date qui] c'è una sottopagina di un elenco di autori (per ora non tutti di pubblico dominio) con date di nascita e morte difficilmente disponibili in rete e un altro elenco di autori con data di morte incerta.
'''Vari testi di pubblico dominio finora non trovati come scansioni in rete:'''
Elenco qui alcuni testi di pubblico dominio che mi interesserebbe vedere in formato scansione e che spero che un giorno appaiano in rete:
'''1) testi di filosofia:'''
Comte, Auguste (1798-1857)
Catechismo positivista 2a edizione... Tradotto da Walter Congreve. [Avvertimento di P. Laffitte.]
San Remo, Stab. Tipo. litogr. G. B. Biancheri, 1882. In-8°, 386 p., tabl.
(ripubblicato nel 2024, nella sua 3a edizione, dalla Società Positivista Italiana: Catechismo Positivista Augusto Comte, trad. Gualtiero Congreve, pp. 323, Società Editrice Positivista Italiana, Padova, CCXXXII; ISBN: 9791281601178).
d'Alembert, Jean Baptiste Le Rond
Discorso preliminare all'enciclopedia...; tradotto da Agatino Longo.
Catania : Stamperia dè Regj Studi, 1812
XII, 226 p. : 1 tav. ; 21 cm.
d'Alembert, Jean Baptiste Le Rond
Discorso preliminare della Enciclopedia
[dopo il 1866?]. 192 p. ; 8°. Traduzione italiana dell'edizione francese del 1866: Discours preliminaire de l'Encyclopedie, par d' Alembert. Paris, 1866
Mill, John Stuart
Augusto Comte e il positivismo / John Stuart Mill ; traduzione dall'inglese di Amedeo Dardanelli
Roma : Tip. Forzani e C., 1903
230 p. ; 23 cm.
'''2) Testi di religione, spiritualità e occulto'''
Kerbaker, Michele. Scritti inediti / Michele Kerbaker ; con prefazione di Carlo Formichi e a cura di Vittore Pisani
Roma : Reale accademia d'Italia 1932-1939.
6 volumi contenenti un'antologia del Mahabharata (volumi 2 e 3 già presenti su Internet Archive).
Lodge, Oliver
Pitoni, Rinaldo <n. 1864>
Oltre la vita : studio di facoltà umane ancora ignote / Oliver Lodge ; traduzione dall'undecima edizione inglese, con note di Rinaldo Pitoni
Bari : Laterza, 1933
Marcus, Ernst (1856-1928)
Rensi, Giuseppe <1871-1941>
Teoria di una magia naturale fondata sulla dottrina di Kant / Ernesto Marcus ; traduzione e prefazione di Giuseppe Rensi
Bari : G. Laterza & figli, 1938
Trezza, Gaetano (1828-1892) Le religioni e la religione. Verona ; Padova : Drucker & Tedeschi, 1884
'''3) Testi di scienza''':
Darwin, Charles
Autobiografia / Darwin
Milano : Istituto editoriale italiano, \1919!
182 p. ; 10 cm.
Baldwin, James Mark (1861-1934)
L'intelligenza / J. Mark Baldwin ; traduzione dall'inglese del professore Guida Villa (1867-1949)
Torino : Fratelli Bocca, 1904
XXVIII, 290 p. : ill. ; 21 cm.
Hampson, William (1854–1926)
Paradossi della natura e della scienza, cioè fatti che sembrano contraddire generali esperienze o principi scientifici / di W. Hampson
Alessandria : Boffi, 1910
Lewes, George Henry (1817-1878)
Lo studio della psicologia : suo obbietto, scopo e metodo / George Henry Lewes ; prima edizione italiana con prefazione e note del prof. Giambattista Grassi Bertazzi (1867-1951)
Milano ; Roma : Società editrice Dante Alighieri, 1907
XXX, 185 p. ; 20 cm.
'''4) Testi di letteratura'''
Antologia dell'amore turco / a cura di Edmond Fazy e Abdul-Alim Memdouh ; versione italiana di Decio Cinti
Milano : Corbaccio, 1923
Capuana, Luigi
Il braccialetto / Luigi Capuana
Milano : Brigola di G. Marco, 1898
Della Sala Spada, Agostino
Nel 2073! : sogni d'uno stravagante / messi in carta per l'avvocato Agostino Della Sala Spada
Testo
Casale : Tipografia del giornale Il Monferrato, 1874
Goethe, Johann Wolfgang : von
Fiaba del serpente verde e della bella Gigliola / J. W. v. Goethe ; commento di G. Blason
Trieste : Trani, stampa 1944
Gogol’, Nikolaj Vasil’evic.
Mirgorod / Nikola Gogol ; traduzione di Federigo Verdinois
Lanciano : Carabba, 1923
Gogol’, Nikolaj Vasil’evic.
Le veglie alla fattoria di Dicanca / Nicola Gogol ; versione di F. Verdinois
Napoli : G. Giannini, 1920
Novelle russe / a cura di Corrado Alvaro: vol. I-II (Pusckin, Lermontov, Gogol, Gonciarov, Turghenev, Scedrin, Dostojewski, Tolstoi, Garscin, Cecov, Gorki, Andreiev, Ciricov, Artzibascev, Kuprin, Sologub, Lomakin, Uspenski, Timkovski, Skitalitz)
Milano : Soc. Ed. R. Quintieri, 1920 (Saita e Bertola)
Turgenev, Ivan Sergeevic. Le poesie in prosa / di Ivan Turgheniev ; tradotte da Enrico Damiani
Pubblicazione Lanciano : Carabba, [1923]
Villiers de l'Isle-Adam, Auguste <comte de>
Eva futura : Romanzo. Unica traduzione di D. C. (probabilmente Decio Cinti).
Milano : Casa Edit. Bietti Edit. Tip., 1930
Wells, H. G.
Sodini, A. M.
La Guerra dei mondi : Romanzo / H. G. Wells ; traduzione di Angelo Maria Sodini (1875-1939)
Milano : F. Vallardi, 1901
Morandi, Luigi <1844-1922>; Ciampoli, Domenico <1852-1929>
Poeti stranieri lirici, epici, drammatici : scelti nelle versioni italiane (2 volumi) / Morandi L. e Ciampoli D.
Milano [etc.] : Società editrice Dante Alighieri di Albrighi, Segati 1904
'''5) altri testi:'''
Pestalozzi, Johann Heinrich
Leonardo e Geltrude : libro per il popolo / Enrico Pestalozzi ; traduzione, prefazione e note di Giovanni Sanna (1877-1950). (in 4 volumi).
Venezia [poi] Firenze : La nuova Italia, 1928 (e altre ristampe successive).
Squillace, Fausto
Titolo
La moda / Fausto Squillace
Pubblicazione
Milano [etc.] : Sandron, 1912
159 p. ; 19 cm.
'''In pubblico dominio dal 2027:'''
Barié, Giovanni Emanuele (1894-1956). La spiritualità dell'essere e Leibniz. Padova : CEDAM, 1933
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=EHYLAQAAIAAJ qui]
Capone Braga, Gaetano
La vecchia e la nuova logica / Gaetano Capone Braga (1889-1956)
Padova : Cedam, 1948
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=LzUAAAAAMAAJ qui]
Cassirer, Ernst. Storia della filosofia moderna (4 volumi). Traduzione di Angelo Pasquinelli (1926-1956) Torino : G. Einaudi, 1958 e ristampe seguenti.
Primo volume sbloccabile su Google Libri qui: https://books.google.it/books?id=64AcH4mrab0C
Jevons, William Stanley
Lezioni di logica elementare / W.S. Jevons ; a cura di Gaetano Capone Braga (1889-1956)
Padova : Cedam, 1948
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=WztCAQAAIAAJ qui]
Pastore, Annibale
Scritti di varia filosofia / Annibale Pastore
Milano : Fratelli Bocca, 1940
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=8HA_AAAAIAAJ qui]
Pastore, Annibale
La volontà dell'assurdo : storia e crisi dell'esistenzialismo / Annibale Pastore
Milano : Giovanni Bolla, 1948
Sbloccabile su Google Libri
[https://books.google.it/books?id=S5Lad41dxasC qui]
Stefanini, Luigi <1891-1956>
Imaginismo come problema filosofico : vol. primo
Padova : CEDAM, 1936
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=5BHBNszP5LUC qui]
'''In pubblico dominio dal 2028:'''
Della magia / Apuleio di Madaura ; testo latino, traduzione e note di Concetto Marchesi
Bologna : Zanichelli, 1955
Descrizione fisica: XXX, 226 p. ; 20 cm
Bonaventura : da Bagnorea <santo>
Breviloquio (2 vv.) / S. Bonaventura da Bagnoregio ; a cura del p. Giuliano Piccioli (1878-1957)
Siena : Ezio Cantagalli, 1931
Burckhardt, Jacob
Considerazione sulla storia del mondo / Jacob Burckhardt; traduzione di Antonio Banfi
Milano : Bompiani, 1954
Kierkegaard, Søren
Il concetto dell'angoscia / Soren Kierkegaard ; tradotto dal danese da Meta Corssen (1894-1957)
Firenze : Sansoni, 1942
Kierkegaard, Søren
La malattia mortale : (svolgimento psicologico cristiano di Anti-Climacus) / Sören Kierkegaard ; a cura di Meta Corssen (1894-1957) ; prefazione di Paolo Brezzi
Milano : Edizioni di Comunità, 1947
Kierkegaard, Søren
L'ora : atti d'accusa al cristianesimo del Regno di Danimarca, anno 1855 / Soren Kierkegaard ; traduzione di Antonio Banfi
Milano ; Roma : Doxa, stampa 1931
Palacio Valdes, Armando
Santa Rogelia
Traduzione di Mario Puccini
Torino : UTET, 1961
Sarmiento, Domingo Faustino
Facundo o Civiltà e barbarie / Domingo F. Sarmiento ; a cura di Mario Puccini
Torino : Unione tipografico-editrice torinese, stampa 1953
Simmel, Georg
Banfi, Antonio <1886-1957>
I problemi fondamentali della filosofia / G. Simmel ; traduzione e introduzione di A. Banfi
Firenze : Vallecchi, [dopo il 1921]
Stoermer, Carlo (1874-1957). Dalle stelle agli atomi; prefazione di Giovanni Giorgi ; appendici di G.B. Angioletti ... [et al.]
Milano : Hoepli, 1934
Subhadra <bhikschu> (1852-1917)
De Lorenzo, Giuseppe <1871-1957>
Catechismo buddhistico per avviamento nella dottrina di Gotamo Buddho / di Subhadra Bhikshu ; tradotto in italiano da Giuseppe De Lorenzo
Napoli : Ricciardi, 1922
Whitehead, Alfred North
Banfi, Antonio <1886-1957>
La scienza e il mondo moderno / A. N. Whitehead ; con una introduzione di Antonio Banfi
Milano : Bompiani, 1945
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" /></noinclude>{{Ct|f=220%|Organizzazione della produzione<ref>''Pubblichiamo questo ampio saggio illustrativo sulla funzione dei diversi elementi che concorrono alla lavorazione del film. Altro ne seguirà in cui verrà illustrata da un punto di vista più tecnico l’organizzazione della produzione. {{Wl|Q19861536|Questa rivista}} infatti ha una funzione didattica oltre che scientifica.''</ref>}}
{{Rule|4em}}
Di tutta l’industria cinematografica la parte più interessante e più complessa è forse quella che riguarda l’organizzazione della produzione, giacchè essa comprende, sotto l’una o l’altra forma, ogni ramo che concorre in definitiva alla realizzazione del film. È più arida che la regia, cioè la pratica realizzazione artistica del film, ma non meno appassionante di questa.
L’organizzazione della produzione è un’opera complessa precisa ed armonica. In essa si incontrano continuamente ogni giorno, direi quasi ogni ora, nuovi problemi che danno a chi la segue la sensazione che mai si possa conoscerla e possederla a fondo, e che mettono a dura prova anche i più esperti, che a questi sempre nuovi problemi debbono trovare sempre nuove soluzioni.
Se si può affermare che regista si nasce — infatti la sensibilità artistica non è cosa che si possa apprendere — direttore di produzione non ci si improvvisa, non ci si crea dal nulla, dall’oggi al domani. Non basta che sulla tela alla presentazione del film sia scritto: Direttore di produzione Tizio, Caio o Sempronio; per chiamarsi tale: per avere il diritto di chiamarsi direttore di produzione, bisogna avere una lunga serie di anni di pratica, decine di film al proprio attivo; film nei quali si siano rivestite le più diverse funzioni a cominciare dalle più umili e semplici perchè soltanto con la pratica che si raccoglie con l’andar degli anni, il direttore di produzione acquisterà quei requisiti artistici e tecnici che lo metteranno in grado di collaborare ''con cognizione di causa'' col regista, con<noinclude>{{ruleLeft|4em}}</noinclude>
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Pagina:Cesare - La guerra gallica, traduzione di Eugenio Giovannetti, Firenze, Le Monnier, 1939.pdf/34
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|28|{{Sc|c. giulio cesare}}|}}</noinclude>{{Nop}}
«Quelli poi che adducevano come scusa del loro panico le difficoltà dell’approvvigionamento del grano e l’angustia del cammino, erano presuntuosi che si arrogavano cure riguardanti soltanto il duce e s’affannavano e consigliavano senza che alcuno ne li richiedesse. Quella era faccenda sua: il frumento sarebbe stato somministrato dai Séquani, dai Leuci<ref>Nelle contrade di Toul.</ref>, dai Lingoni<ref>Nel territorio di Langres.</ref> e già era maturo nei campi. Quanto al cammino, essi ne avrebbero potuto giudicare tra poco, e quanto poi a non obbedire all’ordine della partenza egli non se ne curava gran che. Egli sapeva che a tutti coloro cui l’esercito aveva disobbedito, si poteva imputare o il venir meno della fortuna per aver male condotto un’impresa, o una provata accusa di disonestà per qualche mala azione commessa.
«Per quel che riguardava lui, la sua integrità era attestata da tutta una vita e la sua fortuna dall’esito della guerra contro gli Elvezi. Adunque, egli oramai aveva detto loro tutto quello che avrebbe fatto in avvenire, e la prossima notte — alla quarta vigilia — avrebbe tolto il campo per sapere al più presto se per loro valesse più la vergogna, o il dovere, o la paura. E se nessuno l’avesse seguìto, sarebbe partito egualmente con la sola decima legione, su cui non aveva alcun dubbio e quella gli avrebbe servito da coorte pretoriana»<ref>Cioè la coorte di guardia alla persona del generale in capo.</ref>. Cesare aveva sempre prediletto quella legione ed aveva nel suo valore una fiducia illimitata.
{{Centrato|{{Sc|Gli effetti della parola di Cesare.}}}}
{{§|41}}XLI. - Dopo questo discorso si vide uno straordinario mutamento e tutti parvero ansiosi di cominciare la guerra. Prima d’ogni altra, la decima legione inviò ringraziamenti a Cesare per mezzo dei tribuni militari, perchè aveva dato su di lei un così lusinghiero giudizio e confermò d’essere prontissima a combattere.
Allora, anche le altre legioni trattarono con i tribuni militari e con i centurioni delle loro prime coorti per dare soddisfazione a Cesare, dichiarando che esse non avevano mai nè dubitato nè temuto, e che non spettava ad esse ma solo al duce di giudicare delle operazioni. Accettate le loro scuse ed informatosi del cammino per mezzo di {{Wl|Q265757|Diviziaco}}, in cui aveva più fiducia che in<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Ciani - Storia del popolo cadorino, vol. I, 1856.djvu/7
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{{Centrato|{{xxx-larger|STORIA}}
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" /></noinclude><poem>
{{X-larger|Inverno.}}
{{X-larger|S}}cende col suo nevischio il Dicembre gelato
Sulla nuda campagna dove son morti i fior
Ed il bigio crepuscolo il manto affumicato
Svolge del triste cielo sullo scialbo chiaror.
Curvi dal vento gli alberi dai rami senza fronde
Stillano qualche goccia sulla neve lucente
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Con le penne perdute d’un passero morente.
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Wikisource:Domande tecniche
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<div class="noprint" style="float: center; width: automatic; border: solid #{{Colore portale sfondo barre 2}} 1px; margin: automatic; margin-left: automatic; font-size: 90%; background: #{{Colore portale sfondo barre 3}}; padding-top: 0.4em; padding-right: 0.4em; margin-bottom: 0em">{{Nascondi titolo}}
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|
<div style="text-indent:0em; font-size:x-large;padding-left: 1em; padding-top:0.5em">Domande tecniche</div>
<div style="text-indent:0em; font-size:small;padding-left: 3.4em; padding-top: 0.2em;padding-bottom: 1em;">il punto d'incontro e discussione tra geek e niubbi!</div>
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{{Archivio|Anno|2007}}
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<span class="noprint indice_etichetta" style="float: right;">[[Image:Nuvola filesystems folder open.png|16px]] Categoria: '''[[:Categoria:Domande tecniche|Domande tecniche]]'''</span>
<span class="noprint indice_etichetta">[[Wikisource:Bar|Bar]] [[Immagine:Nuvola apps noatun.png|8px]] [[Wikisource:Domande tecniche|Domande tecniche]] </span>
{{A fine pagina|centrato|sfondo=none|bordo=none|indice=no}}
Pagina dedicata a domande sul software, sulla struttura organizzativa del progetto, sulla visualizzazione e i bug dei browser.
Le comunicazioni Tech News verranno ricevute su [[Wikisource:Domande tecniche/Tech News]].
<noinclude>[[Categoria:Wikisource Bar]][[Categoria:Domande tecniche| ]]</noinclude>
<div class="plainlinks" style="text-align:center;">
[{{fullurl:Wikisource:Domande tecniche|action=edit§ion=new}} <span class="mw-ui-button mw-ui-progressive">Premi qui per inserire la tua domanda o la tua osservazione</span>]
</div>
{{Ricerca|tutto l'archivio}}
== Google OCR ==
@[[Utente:Candalua|Candalua]] Sotto eis, il vecchio gadget OCR Google è fantastico, ti chiedo di riattivarlo. In alternativa, ma non so se è possibile, si potrebbe modificare il gadget generale Trascrivi il testo, in modo che interpreti l'immagine corrente e non l'immagine della pagina iniziale, visualizzata al primo ingresso in eis. La prima soluzione è sicuramente più facile. Io mi arrangio, ma almeno altri 2 utenti ne sentono la mancanza. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 16:29, 16 feb 2026 (CET)
:@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: va bene, l'ho rimesso nella lista. Dovete però attivarlo individualmente. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 16:57, 16 feb 2026 (CET)
::@[[Utente:Candalua|Candalua]] Grazie!!!! Speriamo che Giaccai e Carlomorino lo possano attivare. Intanto verifico con la mia utenza dummy. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 18:13, 16 feb 2026 (CET)
:::@[[Utente:Candalua|Candalua]] A posto, adesso vedo il pulsante anche in modifica normale; sotto eis ne vedo due, ma sistemerò dopo qualche ulteriore verifica :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 18:17, 16 feb 2026 (CET)
::::@[[Utente:Candalua|Candalua]] Sistemato eis, è stato facile. Mi permetti di tentare di sistemare il problema di RigaIntestazione? Dovrebbe essere altrettanto semplice, ma per farlo devo mettere le manacce su tuoi script. C'è anche un piccolo problema su Trova e Sostituisci, nella gestione della sostituzione di apostrofi, ma temo che quello sia più complesso. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 06:46, 21 feb 2026 (CET)
:::::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: va bene. Sugli apostrofi cosa ti servirebbe cambiare? [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 11:04, 21 feb 2026 (CET)
::::::@[[Utente:Candalua|Candalua]] Ti documento meglio il problema; chissà che non sia già risolto. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 11:15, 21 feb 2026 (CET)
:::::::@[[Utente:Candalua|Candalua]] Infatti non riesco più a riprodurlo. :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 11:21, 21 feb 2026 (CET)
{{rientro}}{{ping|Candalua}} Ho cominciato al leggere il codice dello script. Noto una differenza sostanziale (il parametro step) e vedo che la pagina step viene riletta dal server. Ci penso un po'. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 11:47, 21 feb 2026 (CET)
:@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: lo step serve per andare a leggere 2 pagine prima ed eventualmente anche 4 pagine prima, in modo da recuperare il Ri precedente a qualche pagina di illustrazione o inizio capitolo che interrompe la sequenza. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 12:11, 21 feb 2026 (CET)
::@[[Utente:Candalua|Candalua]] Devo capire come il parametro step viene "passato" allo script. Comunque: se eis è attivato, allora esistono tre oggetti eis.p_0, eis.p_1, eis.p_2 che nontengono tutti il testo delle tre pagine che interessano per autoRi e per pt. La mia idea è quindi di far "sentire" allo script se siamo in eis, e se sì, di far usare per autoRi questi dati. Non ho fretta. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 20:09, 21 feb 2026 (CET)
:::Per cominciare, vedo che in modifica normale eis.p_0==undefined è true, mentre sotto eis è false. Un inizio... :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:46, 22 feb 2026 (CET)
::::Niente da fare: non capisco il codice js, quindi rinuncio. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 14:25, 22 feb 2026 (CET)
== Il vecchio autoRi.. ==
@[[Utente:Candalua|Candalua]] In [[Indice:Grossi - Opere poetiche, 1877.djvu]] ho incontrato un caso inconsueto: bisogna compilare sia RigaIntestazione (per il titolo dell'opera/del lla sezione) in header che PieDiPagina in footer (per il numero pagina). Ebbene, la vecchia funzione newRi() fa in automatico entrambe le cose (perlomeno sotto eis). Finchè dura, mi piace. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 13:43, 11 mar 2026 (CET)
== Pentimento:Templatestyle ==
@[[Utente:Candalua|Candalua]] Troppo entusiasta per l'introduzione di templatestyle, l'ho usato subito per alcuni template ricorrenti (Ct, SmallerBlock, o) mentre, a seguito della brillante introduzione della pagina style.css di nsIndice, ho visto che quest'ultima soluzione presentava vari vantaggi.
Mi domando: è opportuna una grande "pulizia" per trasportare il css di templatestyle nelle pagine style.css? O è meglio lasciare le cose come stanno? [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 23:24, 17 mar 2026 (CET)
== Problemi in modifica ==
Ciao a tutti, è da un paio di giorni che in modifica vedo mal formattate alcune anteprime, probabilmente dove usa il css. Ad esempio vedo male la barra del SAL, e alcuni template come {{tl|VoceIndice}} dove vedo barre | tra alcuni campi e campi disallineati. Ho solo io questo problema? [[User:Cruccone|Cruccone]] ([[User talk:Cruccone|disc.]]) 12:00, 5 giu 2026 (CEST)
:Anche io. --[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 14:10, 5 giu 2026 (CEST)
::La barra del SAL la vedevo male anch'io fino a pochi minuti fa, ora mi sembra normale. Sul {{tl|VoceIndice}} ho preso qualche esempio a caso e non ho notato malfunzionamenti--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 16:26, 5 giu 2026 (CEST)
:::Vedo male anche {{tl|Capolettera}} che mi appare in anteprima con un a capo. [[User:Cruccone|Cruccone]] ([[User talk:Cruccone|disc.]]) 20:17, 7 giu 2026 (CEST)
::::Trattasi del bug [[phab:T428215]]. C'è stata una modifica che ha rotto il caricamento dei fogli di stile. Il problema è stato individuato e dovrebbe essere risolto questa settimana. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 12:09, 8 giu 2026 (CEST)
== pdf fantasma ==
Ciao a tutti, ho notato [[Indice:Cesare - La guerra gallica, traduzione di Eugenio Giovannetti, Firenze, Le Monnier, 1939.pdf]] dove il pdf si vede a 0 pixel. [[User:Cruccone|Cruccone]] ([[User talk:Cruccone|disc.]]) 13:33, 30 giu 2026 (CEST)
::Risolto con un po' di purge
:[[User:Cruccone|Cruccone]] ([[User talk:Cruccone|disc.]]) 19:52, 6 lug 2026 (CEST)
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<poem>
:All’opre di Behmen volgerò intanto
La mia fatica ed i trascorsi casi
A te racconterò. — Come si assise
Dell’avo suo sul trono, ecco! fermossi
Behmen a’ fianchi la guerresca cinta
E ad operar la man disciolse. Diede
All’esercito suo dramme lucenti
E diè danari e molte cose elette
Dispensar volle e potestà di prenci
Su terre e campi; e come ratto scorse
Tempo non lungo in ciò, la sua vendetta
Già meditava l’inclito signore.
Di magnati e di saggi e di possenti
Sperti d’assai fe’ un’assemblea, poi disse:
:D’Isfendïàr l’acerbo fato e il bene
E il male ancor del tramutar di questa
Infida sorte, ricordate voi,
</poem>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/453
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Alex brollo
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<poem>
Giovani e vecchi, ognun di voi che spirto
Ha sereno e veggente. Anche v’è noto
Ciò che nel tempo di sua lunga vita
Rùstem fece con l’armi, e ciò che fece
L’antico Zal incantator. Ma intanto
Quaggiù, nel mondo, Feramùrz nessuna
Cosa cerca o desìa fuor che da noi
Aspra vendetta, manifestamente
E per secreta via. Pieno frattanto
È di dolor questo mio cor, di cruccio
La mente è ingombra, e nulla entro al cerèbro
Io serbo ed ho fuor che di mia vendetta
Una voglia implacata. Io ben rammento
Ch’ebber la morte in dolorosa guisa
Nush-azèr e Mihr-nùsh, due valorosi.
Incliti in guerra, che di simil foggia
Là, nel Zabùl, fu trucidato il forte
Isfendïàr, di cui non fu l’eguale,
O nascosto, o palese, in terra mai.
Perdeano il senno per dolor di lui
Le domestiche fiere e le selvagge,
E parve che piangessero le vive
Immagini degli avi entro a’ castelli
D’Isfendïàr l’acerbo fato. Intanto,
Pel sangue di que’ nostri glorïosi,
Cavalieri belligeri de’ nostri
E giovinetti, ognun di noi che intatto
Va dell’onor, di magnanima stirpe
Virtù non celerà, ma verrà come
Fredùn sovrano, e fia beato e grande,
Se tal si mostrerà. Che veramente
Prence Fredùn potè scemar dal novero
De’ gagliardi quaggiù Dahàk maligno,
Pel sangue di Gemshid. Schiera infinita
Trasse d’Amòl re Minocihr, la pena
Recando a Tur e Salm feroce, e scese
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Alex brollo
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Giovani e vecchi, ognun di voi che spirto
Ha sereno e veggente. Anche v’è noto
Ciò che nel tempo di sua lunga vita
Rùstem fece con l’armi, e ciò che fece
L’antico Zal incantator. Ma intanto
Quaggiù, nel mondo, Feramùrz nessuna
Cosa cerca o desìa fuor che da noi
Aspra vendetta, manifestamente
E per secreta via. Pieno frattanto
È di dolor questo mio cor, di cruccio
La mente è ingombra, e nulla entro al cerèbro
Io serbo ed ho fuor che di mia vendetta
Una voglia implacata. Io ben rammento
Ch’ebber la morte in dolorosa guisa
Nush-azèr e Mihr-nùsh, due valorosi.
Incliti in guerra, che di simil foggia
Là, nel Zabùl, fu trucidato il forte
Isfendïàr, di cui non fu l’eguale,
O nascosto, o palese, in terra mai.
Perdeano il senno per dolor di lui
Le domestiche fiere e le selvagge,
E parve che piangessero le vive
Immagini degli avi entro a’ castelli
D’Isfendïàr l’acerbo fato. Intanto,
Pel sangue di que’ nostri glorïosi,
Cavalieri belligeri de’ nostri
E giovinetti, ognun di noi che intatto
Va dell’onor, di magnanima stirpe
Virtù non celerà, ma verrà come
Fredùn sovrano, e fia beato e grande,
Se tal si mostrerà. Che veramente
Prence Fredùn potè scemar dal novero
De’ gagliardi quaggiù Dahàk maligno,
Pel sangue di Gemshid. Schiera infinita
Trasse d’Amòl re Minocihr, la pena
Recando a Tur e Salm feroce, e scese
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Alex brollo
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<poem>
In Cina ancora e si pigliò vendetta
Del tradito avo suo, pei molti uccisi
Pareggiando la terra a le montagne.
Anche sen venne re Khusrèv in armi
Pel regnante Afrasyàb, sì che pel sangue
Quale un ondoso mar tutta la terra
Fecesi attorno; e venne il padre mio
E di Lohràspe vendicò la morte
In chiuso campo. Ed or, toccami, o prenci,
Dirittamente esto medesmo incarco,
Poi che già Feramùrz levò la fronte
A questo sol che splende in ciel, del padre
Vendicando la morte. Egli ne andava
Là, nel Kabùl, e domandò vendetta
Di Rùstem battaglier, la terra avversa
E devastando e disertando. Allora,
Pel molto sangue, non potea que’ lochi
La gente ravvisar, correan disciolti
I palafreni su gli uccisi. Or io
Tale mi son che più d’ogn’altro degno
Son di tal guerra, chè ben so fra l’armi
Sospingere il destrier contro leoni
Ed elefanti. Che se alcun gl’illustri
Va numerando per la terra, un prode
Cavalier non vedrà che sia compagno
D’Isfendïàr. Ma voi, deh! che pensate,
Deh! che vedete in ciò? qual mi rendete
Risposta certa? Perchè buon consiglio
Per voi si dia, ponete studio e cura.
:L’esercito guerrier come gli accenti
Di Behmèn ascoltò, quanti eran quivi
All’inclito signor devoti e cari,
Ad alta voce gli gridar: Siam noi
Tuoi servi, o prence, e il nostro cor d’amore
Tutto è pieno per te. Ben più di noi
Tu sai le cose intravvenute e d’ogni
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/455
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Alex brollo
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<poem>
Valoroso guerrier sei tu di molto
Il più possente. Or fa quaggiù le cose
Venute in tuo desìo, per che ti vengano
E gloria e maestà da queste tue
Parole oneste. Dal comando tuo
Non un di noi rivolgerà la fronte
A dietro mai. Deh! chi oserà quel tuo
Antico patto trasgredir? — Quand’ebbe
Cotal risposta da’ guerrieri suoi
L’inclito re, davver! che la sua mente
Più si fe’ calda nel pensier di quella
Vendetta fiera! Di Sistàn ben tosto
Il viaggio apprestâr; convenner tutti
In quel consiglio e si levaron poi.
:Al primo albor, levossi di timballi
Uno strepito orrendo, e s’oscurava
Quale d’ebano scheggia, all’atra polve
Dell’esercito, il ciel. Di quella schiera
Inclita e forte centomila uscirono
Prodi a cavallo, a vibrar spade avvezzi.
:Giunto all’Hirmènd, un messaggier preclaro
Scelse Behmèn e l’inviò dal figlio
Di Sam, Destàn, porgendogli parole
Molte e diverse in quel messaggio. Disse:
:Amaro il tempo mio si fe’ nel mondo
Per ciò che avvenne a Isfendïàr; mi cruccia,
Per Nush-azèr e per Nush-zàd, pensiero
D’aspra vendetta. Due regnanti egli erano
Prestanti e forti e d’inclito lignaggio.
Or io questo mio cor sciorrò da tanta
Vendetta che mi tarda, allor che piena
Farò di sangue nel Zabùl attorno
Ogni riviera. — E il messaggiero andava
E a Zal dicea coteste cose. Ratto
Del vecchio prence si congiunse il core
Ad affanno e dolor, sì ch’egli rese
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/456
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Alex brollo
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<poem>
Cotal risposta al messaggier: Se pensa
Il prence e mio signor l’acerbo caso
D’Isfendïàr, saprà chiaro ed aperto
Ch’esser dovea ciò che gli accadde, e ch’io
Ebbimi il cor pel tristissimo evento
Pieno d’affanno. Ed eri in forse allora
Tra il male e il ben per la tua età fanciulla,
Tu, novello signor, quando gran frutto
Da me vedesti e non vedesti danno.
Rùstem, tu il sai, non torse mai la fronte
D’Isfendïàr dal cenno, e tu vedesti
Che avvinto si tenea quel suo gran core
Al suo patto fedel. Ma tristo fato
Incolse il padre tuo, quel re possente
E valoroso, perchè ardito e fiero
Soverchio ei si mostrò. Pur, ne le selve,
Da l’artiglio del fato anche i leoni,
Anche i mostri, non trovano di scampo
Alcuna via. Ma tu veracemente
Udisti e sai quanto operò col forte
Vigor del braccio a’ tempi suoi felici
Sam cavalier. Così, fino a che giunse
Rùstem guerriero a’ suoi perfetti giorni,
Da Destàn, ciò che udìa, ciò ch’ei vedea.
Tu ascolta, e vedi quanto ei fe’ dinanzi
Agli avi tuoi, per sua virtù preclara,
In dì di gloria o d’ignominia. Ancora
Fra i balii tuoi fu Rùstem battagliero
Il più dispetto e umìl, fu nell’esercito
Un de’ tuoi prenci valorosi. E intanto
Ei sì parti miseramente e l’ampia
Regïon di Zabùl tutta fu piena
Di tumulto e di duol. Ma se tu vedi
Che cercar più non dèi nosco la guerra,
E pensi a ciò che femmo noi, se vieni
E via scacci dal cor di tua vendetta
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/457
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Alex brollo
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<poem>
Il rio pensier, se con l’amor distruggi,
Qual con incanto, l’odio tuo tenace,
Tutti a te recherò, quando tu venga,
I tesori di Sam, le sue monete,
I drappi suoi, le sue vagine d’oro
E gli aurei cinti, che sei tu regnante,
Son tua greggia gli eroi d’alta cervice.
:Denari al messaggier con un destriero
Ei dava allor, di molte cose e varie
Inclito dono. Ma quell’uom preclaro
Come giunse a Behmèn là nel cospetto.
Di Destàn ciò che udì, ciò che pur vide,
Gli raccontò. Poi che così l’udìa
Behmèn regnante d’inclita fortuna,
Già non accolse le sue scuse e forte
Nell’alma si crucciò. Nella munita
Città discese pien d’affanno il core,
Piena la mente d’un pensier di guerra,
Piene le labbra di sospiri. Incontro
Corsegli ratto e venne umil quel figlio
Di Sam illustre cavalier, con due
Prodi a cavallo, e come giunse accanto
A Behmèn regnator, discese a piedi
E omaggio gli prestò. Sire, gli disse.
D’alto consiglio e d’alto senno, gli occhi
Apri ver noi di tua prudenza, a quella
Antica servitù che noi ti femmo,
Ben ripensando, allor che ti nutrimmo
In tua tenera età! Misericordia
Abbi, sire, di noi, non ricordando
Gl’intravvenuti casi, e cerca e chiedi
L’antico senno e per gli uccisi eroi
Non dimandar la tua vendetta. — Forte
S’adirava Behmèn per quegli accenti,
E prostrata cadea di Zal antico
L’opera accorta. Comandò che ratto
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/458
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 455 —|}}</noinclude><section begin="s1" />
<poem>
Al canuto guerrier fossero i piedi
Carchi di ceppi, nè ascoltò consiglio
Di consiglier, di tesoriero. Un carco
Fu tolto allor, qual di cammelli assai,
Da quello di Destàn famoso albergo,
Figlio a Sam cavalier; carco fu quello
Di monete e di gemme intatte ancora.
Di quanti eran pur là seggi dorati,
Anche tappeti, e di vaselli in oro
E d’aurei serti e di nappi d’argento
E d’orecchini e di cinture. E v’erano
Arabi palafreni aureo-bardati,
Indiche spade con vagine d’oro,
Giovani paggi e di monete fulgide
Colme sportene e canfora con muschio
E cose molte e varie assai, che un tempo.
Con lungo faticar, nel suo castello
Rùstem guerrier raccolte avea, tesori
Da re toccando e da principi illustri
D’alta cervice. Ma Behmèn cruccioso
Alla rapina abbandonò la terra
Integra di Zabùl, donò corone,
Donò sportelle di monete ai prenci.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|II. Battaglia e supplizio di Ferâmurz.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1245-1247).}}
<poem>
:Ma di Bust ne la terra ebbe cordoglio
Principe Feramùrz e fe’ le mani
Libere, l’avo a vendicar. Drappelli
Raccolse ratto e venne al sire, assai
Del valoroso genitor le pugne
Rammemorando. Come giunse intanto
A Behmèn regnator novella certa,
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/459
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Alex brollo
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text/x-wiki
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<poem>
Sul trono imperïal fiero disdegno
{{Ec|Eï|Ei|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/708}} concepì. Le provvigioni sue
Tutte raccolse e l’esercito suo
Tutto ordinò, si mosse e fe’ dimora
Sette giorni in Guràbeh. AUor gli venne
Rapido incontro Feramùrz con l’ampio
Stuol de’ gagliardi e si fe’ il mondo oscuro
De’ cavalieri per la polve. In ordine
I suoi traea dalla parte di contro
Behmèn regnante, e questo sol lucente
Più non vedea la terra tenebrosa
Per la polve sconvolta. Ecco! parea
Che de’ crotali d’India e de le trombe
Allo strepito orrendo, anche de’ monti
Fosser turbate le profonde viscere,
Scrollate e scosse, e questo ciel coprìa
D’un color negro, qual di sciolta pece.
De le cose l’aspetto e da quel negro
Tu-i^bo di polve, qual gelata grandine,
Piovean dardi pennuti. Anche dell’ascie
Il fragor cupo e lo stridir degli archi
Fean la terra tremar, sconvolta e smossa
Del ciel rotante più d’assai. Tre giorni
E tre notti così sul tristo campo.
Nel giorno chiaro e ne la notte oscura,
Discesero le clave e i brandi acuti
In acciaio foggiati, e questo cielo
Nuvole fosche agglomerò, nell’alto,
Di polve che salìa da tanta schiera.
:Al quarto dì, levossi repentina
Una bufera; che la notte al giorno
S’era mischiata, detto avresti allora,
Tanto il ciel si oscurò. Ma la tempesta
Tutta si volse a Feramùrz di contro
E del soffiar del turbinoso vento
L’iranio prence s’allegrò. Gittossi
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/460
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 457 —|}}</noinclude>
<poem>
Rapidamente con l’acuta spada
Dietro quel nembo e scompigliò l’esercito
Del suo nemico, e là, sul contrastato
Campo dell’armi, un solo cavaliere
Di Zabìùl non restò, di Bust non uno,
Non un de’ forti che brandir le spade
Soleano in terra di Kabùl. Di tanti
Principi illustri da l’eretta fronte
Inclito un solo non restò; ma tutti
Da un capo all’altro volsero le terga
E Feramùrz abbandonâr sul campo
Con ignominia. E già quel campo attorno
Sparso di mucchi si vedea d’uccisi,
Gittati là d’ambe le genti; eppure
Feramùrz battaglier, di valorosi
Con breve stuol, gittossi fieramente
Per militar virtù di contro gli altri.
Quel corpo suo tutto è da’ colpi omai
De’ ferri oppresso, che figliuol bennato
È costui di leoni ed egli stesso
È leon fero. Per la man d’un prode,
N’era il nome Ardeshìr, l’uom glorïoso
E di gran cor cadde prigione alfine,
E il vincitor dal contrastato campo
Il trasse a re Behmèn. Fiso guardollo,
Per alcun tempo, della sua vendetta
L’uom disïoso, nè gli fe’, nel volto
Poi che alquanto il mirò, grazia per quella
Sua vita grama. Di piantar nel suolo
Un tristo legno fe’ comando il sire
E vivo appese Feramùrz al tristo
Legno di morte, a capo in giù voltandone
La gagliarda persona, ed egli stesso,
Ei, Behmèn Ardeshìr, famoso in quella
Stirpe de’ Kay, l’uccise poi, di dardi
Con una pioggia, per la sua vendetta.
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 458 —|}}</noinclude>
<poem>
Beshutèn generoso, ei, che del prence
Era fidato consiglier, nel core
Ebbe rancura per le tante morti
Grave e crucciosa. In piè levossi innanzi
A quel signor dell’ampia terra, e disse:
Sire, dispensator di tua giustizia,
Se veramente nel cor tuo posava
Di vendetta un pensier, bada che forse
Dal dimandarla manifesta viene
Iattura a te. Le morti e le rapine
Lascia di comandar, lascia i tumulti
E gl’impeti guerrieri. Oh! tu non dèi
Queste cose gradir nè porvi tanta
Industria e cura! Temi Iddio! Vergogna
Abbi di noi, di nostra sorte infida
Mira al frequente tramutar, chè questo
Alle nuvole eccelse ella sospinge.
Quello sen va per lei mesto e dolente
E sconsolato. E il padre tuo, del mondo
Inclito vincitor, luce de’ forti,
Forse non venne per sua trista bara
Ai campi di Nimrùz? Forse che al loco
Della sua caccia nel Kabùl non scese
Rùstem guerrier, perchè nel tetro pozzo
Precipitando ivi morisse? E tu,
Prence e signor di nobil nascimento,
Fin che vivo se’ qui, non far dolore
A chi discese di gran sangue. Allora
Che di Sam il figliuol che discendea
Da Nirèm cavalier, di tue catene
Si lagnerà dinanzi a Dio signore,
Fiera un’angoscia tu ne avrai, quantunque
Abbi amiche le stelle, in quel momento
Ch’ei recherà dinanzi a Dio con teco
La lite sua. Ma de’ regnanti un giorno
Poi che già custodìa l’antico trono
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/462
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 459 —|}}</noinclude>
<poem>
Rùstem eroe, cinto de’ fianchi sempre
A faticar, da lui, qual tuo retaggio,
Avestù la corona. Oh! dal regnante
Gushtàspe non l’avesti e non da l’inclito
Isfendïàr! Così dal tempo antico
Di re Kobàd a noi discendi e vieni
Fino a prence Khusrèv da’ bei consigli,
E vedrai che lor grado ebber dal ferro
Di Rùstem tutti i re, che i prenci tutti
Gli fean soggetti. Che se fior di senno
Hai veramente, leva a Zal que’ tuoi
Ceppi dolenti e dalla via del male
Ritraggi a dietro il generoso core.
:Da Beshutèn come que’ detti udìa
Behmèn regnante, si pentì di sue
Trascorse colpe, e ratto un alto grido
Si levò allor da la regal sua chiostra.
Prenci ed eroi, gridavasi, d’eletto
Consiglio ricchi e di giusto pensiero,
V’apprestate a tornar; deh! mai non sia
Che facciansi da voi stragi e rapine!
:Comandò che a Destàn altri sciogliesse
I piè da’ ceppi e molti ammonimenti
Gli porgesse anco. Ma sul loco istesso
La sepoltura al corpo dell’ucciso
Feramùrz fu costrutta, e fu cotesto
Nobil precetto di quel giusto ed inclito
Consigiier di Behmèn. Tornava intanto
Al suo castel dal tenebroso carcere
Principe Zal, e pianse amaramente
La nobile sua donna in rivederlo.
:Ahi! sventurato e misero, dicea,
Rùstem guerrier di fermo cor, nipote
Dell’inclito Nirèm, prode e gagliardo!
Fin che vivo eri tu, chi seppe mai
Che regnava nel mondo un re Gushtàspe?
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/463
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 460 —|}}</noinclude>
<poem>
Ed or, dispersi li tesori tuoi
Andaron tutti e fu Destàn captivo
E il figlio tuo di dardi acuminati
Sotto a una pioggia fu trafitto, in guisa
Orrenda e fella! Questa età malvagia
Occhio mortal non vegga mai! La terra
Vedova resti di quel tristo seme
D’Isfendïàr! — Ne giunse la novella
A Belimèn regnator, giunse a quel saggio
Beshutèn pure. E fu costui d’affanno
Pieno e di doglia per Rudàbeh e smorto
A que’ lamenti de la donna antica
Fu nelle gote, sì che disse al prence:
:Behmèn, novello re, come nel mezzo
Di questo ciel risplenderà la nuova
Candida luna, al primo albor tu traggi
Lo stuol de’ tuoi da questi ermi confini,
Che difficile e grave omai si rende
Il nostro stato. Ma da tua corona
Lungi rimanga l’occhio de’ maligni,
E tutta la tua età scorra beata
Come di festa è il dì. Che qui s’arresti
Alla casa di Zal, progenie illustre
Di Sam gagliardo, il re dei re, non bello
È veramente. — Come al nuovo sole
Di resina color presero i monti.
Di timpani fragor sorse improvviso
Dalla chiostra real. Trasse le schiere
D’Irania alle città subitamente
Behmèn sovrano, di Zabùl le trasse
De’ suoi gagliardi al natio loco. Quivi
Ei riposò, sul trono imperïale
Beato assise e governò la terra
Con giustizia ed onor. Monete ei porse
Alla misera gente, e alcun per lui
Lieto ne andava, e alcun misero e tristo.
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/464
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<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 461 —|}}</noinclude>
{{Ct|c=t1|III. Nozze di Behmen Ardeshìr con sua figlia Humày.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1247-1248).}}
<poem>
Aveasi un figlio, domator possente
Di leoni, Ardeshìr, ch’egli appellava
Sasàn gagliardo; anche una figlia avea
(Humày quel nome suo) saggia, avveduta
E sapiente; ma taluno ancora
Chiamavala Gihrzàd. Beato il prence
Era quaggiù per suo giocondo aspetto,
E, ben che padre, l’impalmò per sue
Virtù leggiadre, seguitando legge
Di quella fè che pehlevica appelli.
Humày, luce del cor, candida luna
In ciel sereno, concepì dal prence
Sì come avvenne, e quando furon sei
Le lune scorse in ciel, piena d’angoscia
Fu la donna leggiadra e cadde infermo
Prence Behmèn che sì la vide afflitta.
Ma poichè nel suo duol precipitava
A morte il sire, fe’ precetto allora
Che Humày venisse a lui. Tutti raccolse
Li suoi magnati e i principi che lieta
Avean la sorte, e la sua figlia pose
De’ monarchi sul trono e così disse:
Costei, di corpo sì leggiadra e pura,
Gihrzàd pudica, non godette assai
Di questa terra; ed io sì le accomando
L’eccelso trono mio con la corona.
Gol drappel degli eroi, col mio tesoro,
Gon la fortuna mia grande e sublime.
Ella quaggiù succeda a me, succeda
Qual nascerà da lei leggiadra prole
</poem><noinclude></noinclude>
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{{Ct|c=t1|III. Nozze di Behmen Ardeshîr con sua figlia Humây.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1247-1248).}}
<poem>
Aveasi un figlio, domator possente
Di leoni, Ardeshìr, ch’egli appellava
Sasàn gagliardo; anche una figlia avea
(Humày quel nome suo) saggia, avveduta
E sapïente; ma taluno ancora
Chiamavala Cihrzàd. Beato il prence
Era quaggiù per suo giocondo aspetto,
E, ben che padre, l’impalmò per sue
Virtù leggiadre, seguitando legge
Di quella fè che pehlevica appelli.
:Humày, luce del cor, candida luna
In ciel sereno, concepì dal prence
Sì come avvenne, e quando furon sei
Le lune scorse in ciel, piena d’angoscia
Fu la donna leggiadra e cadde infermo
Prence Behmèn che sì la vide afflitta.
Ma poichè nel suo duol precipitava
A morte il sire, fe’ precetto allora
Che Humày venisse a lui. Tutti raccolse
Li suoi magnati e i principi che lieta
Avean la sorte, e la sua figlia pose
De’ monarchi sul trono e così disse:
:Costei, di corpo sì leggiadra e pura,
Gihrzàd pudica, non godette assai
Di questa terra; ed io sì le accomando
L’eccelso trono mio con la corona,
Col drappel degli eroi, col mio tesoro,
Con la fortuna mia grande e sublime.
Ella quaggiù succeda a me, succeda
Qual nascerà da lei leggiadra prole
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<poem>
In sue stanze riposte. E nasca un figlio
Od una figlia, la corona e il trono
E la cintura imperïal saranno
Di chi da lei verrà. — Queste parole
Sasàn bene ascoltò, sì che rimase
Stordito e vergognoso. Ecco! quel core
Tristo e oscuro si fea per le parole
Di Behmèn regnator. Qual leopardo
Ratto correndo per tre giorni e due
Oscure notti, per vergogna ed onta
Venne da Irania ad un altro confine,
E discese in sua corsa alla munita
Città di Nishapùr. Poi che sentìa
Pieno d’affanno il cor, lungi dal padre
Così ne andava. Ma chiedeasi poi
Di que’ prenci del seme una donzella
E se stesso tenea prono ed umìle
Sul tristo suol, che la regal sua stirpe
Ei si celava nè dicea parola
Di sua natura ad uomo in terra. E poi.
Quella sua donna sì leggiadra e pura
Ingenuo infante partorì, di nobile
Semenza un pargoletto, inclite l’orme
Nato a stampar quaggiù. Ma il padre ancora
Sasàn chiamollo al tempo stesso, e ratto
Vennegli poi della sua vita il fine.
Ma quando giunse da l’età fanciulla
A viril stato quell’infante, nulla
Egli vedea nella dimora sua
Fuor che la trista povertà. Dal prence
Di Nishapùr si prese egli una mandra
Da custodir, quale per monti e piani
Quel re dispersa avea. Per alcun tempo
Ei fu pastor del nobile sovrano.
Monti e deserti la dimora sua.
</poem>
{{Rule|8em|t=1|v=1}}<noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/466
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Alex brollo
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{{Ct|c=t01|2. La regina Humây.}}
{{Rule|2em|t=1|v=3}}<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|I. Nascita di Dârâb.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1248-1250).}}
<poem>
:Or io ritorno a ciò che fe’ regnando
Humày leggiadra che l’eccelso loco,
Morto Behmèn, si prese. — Ecco! morìa
Ardeshìr prence per iniquo morbo,
E inerte rimanea con la corona
Il seggio imperïal; ma venne e in capo
Humày si pose la corona fulgida
E cominciò nuovo costume e norme
Diverse e leggi. Al suo cospetto accolse
L’ampio stuol degli eroi, le porte schiuse
De’ suoi tesori e diè monete assai.
Vinse in giustizia e in nobile consiglio
L’antico genitor, sì che più bella
Questa terra si fea per sua giustizia
Inclita e grande. E come tosto in capo
Ella si pose la regal corona,
Lieta novella diede al mondo intero
Di sua giustizia e di sua grazia e disse:
:Sia fortunato questo seggio e questa
Corona imperïal, divelto il core
Sia de’ nemici! Ma leggiadre e oneste
Sian l’opre nostre e non veggasi mai
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<poem>
Nato mortal per noi doglia o rancura,
Chè farem noi chi è misero e bisogno
Ha di lavoro corporal, la grama
Sua vita a sostener, beato e ricco
Di regi doni, e a qual de’ prenci è in terra
Che abbia tesori, non vogl’io che tocchi
Fatica mai per opra nostra. — E allora
Che tempo venne al partorir felice,
Dalla città, da l’esercito accolto,
Ella ascosa si tenne. Il regal trono
Soverchio le piacea, pareale frutto
Grato e giocondo governar la terra,
Ed ella partorìa quel figlio suo
Nascostamente, nè faceane motto
A vivente persona. Ella celava
Il suo bene così! Ma poi fe’ addursi
Una nutrice, di persona ingenua,
Accorta e saggia e di valor, di molta
Reverenza per Dio; sì le affidava
Nascostamente il figlio suo leggiadro,
Quel cotal ramo che recar dovea
Giocondi frutti, e a chi del figlio un giorno
Le fe’ ricordo. Si morìa, rispose,
Quel pargoletto di gentil lignaggio.
:Indi sul capo la real corona
Ancor si pose e su l’eccelso trono
Lieta e vincente assise ancor. Mandava
In ogni parte ove nemico fosse
Un regnator, stuolo d’eroi; di quante
Cose avvengon quaggiù, di mal, di bene,
Niuna secreta era per lei, che in terra
Ella cercò la sua giustizia sola
Beneficando e governò la terra
Da confine a confln. Vive la gente
In sicurtà per la giustizia sua,
E di lei sola si favella al mondo.
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/468
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<poem>
Così rimase fin che in ciel mutaronsi
Otto lune, e crescea quel pargoletto
E somigliava al morto re. Ma intanto
Humày regina comandò che ratto
Di mente eletta un legnaiuol cercasse
Per opera leggiadra una gran tavola
Di ben compatto legno. E quei dal legno
Asciutto e duro un’arca fuor traea
Leggiadra molto. La spalmâr di pece
E di muschio olezzante, anche ne resero
Molle l’interno con drappi di Grecia
E ne spalmar tutta di vischio attorno
E di cera l’esterno. Humày vi pose
Atto a dormirvi un guancialetto e dentro
Tutto il colmò di rilucenti perle
D’una bell’acqua. Fulgid’or gittaronvi
Dentro in gran copia, e corniole e smeraldi
Vi mescolar. Nel braccio al pargoletto
Ancor lattante posero una gemma
Degna d’un sire, e com’ei fu qual ebbro
Pel grave sonno, sospirando venne
La sua nutrice di man pronta e forte,
E molle molle dentro all’arca il pose.
D’una seta di Cina il ricoprìa
Ben caldo ancora. Di quell’arca angusta
Il coperchio spalmar di vischio e pece
E di cera e di muschio acconciamente.
A mezzanotte, nè sciogliea le labbra
Questo con quello a favellar, quell’arca
Seco recaron poi, fuori la trassero
D’Humày da la presenza e la gittarono
Dell’Eufrate nell’acque. Andaron dietro
Due de’ sergenti camminando ratti
Per veder che facesse a quel lattante
L’onda fugace. Ma per l’acque scese
Qual navicello il ben composto legno,
E a chi ’l guardava ansia del cor venia.
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{{Ct|c=t1|II. Avventura del lavandaio.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1250-1254).}}
<poem>
:Ma come l’alba si mostrò sul vertice
Della montagna, l’arca piccioletta
Ancor fu vista giù nel fiume. Intanto
A un lavatoio, ove la bocca al fiume
Avea ristretta (e v’era una gran pietra)
Un lavandaio, l’arca piccioletta
Vide ratto costui, sì che si mosse,
Dal lavatoio a sè la trasse. Allora
Che l’aperse e levò gli apposti veli,
Meravigliò dell’inusato evento.
L’arca d’un panno ricoprì, sen venne
Tornando a corsa, pien di speme al core,
Lieto e beato e d’anima serena.
:Corse veloce una vedetta allora
De l’infante a la madre, e di quell’arca,
Del lavandaio ciò che vide, a lei
Partitamente raccontò. Rispose
Alla vedetta la regina accorta:
Ciò che tu hai visto, di celar t’è d’uopo.
:Ma poi che ritornava ad inusata
Ora dal fiume il lavandaio, dissegli
La sua consorte: Ecco guadagno e frutto!
Che se’ tornato con bagnate e molli
Le tue vesti a metà! Da chi t’avrai
Per cotesta opra tua la tua moneta?
:Del lavandaio era consunto il core
D’acerbo duol, che gli era morto un figlio
D’accorto ingegno e piccioletto, e quella
Consorte sua gemea pietosamente
Pel dolor di quel figlio, ambe le gote
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/470
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<poem>
Si percotea, l’anima oscura e trista
Aveasi in petto. Ohi donna mia, le disse
Il lavandaio, la tua mente allegra
Omai riprendi, che, davver! quel pianto
D’oggi in poi non è bello! Or, se il mio detto
Eternamente rimarrà secreto.
All’inclita mogliera ogni avventura
IO ridirò. Presso la pietra adunque
Ov’io batto miei panni e li distendo
Come nell’acqua diventaron mondi,
Un’arca vidi giù nel fiume. Un picciolo
Infante v’è nascosto. Or, s’io dischiudo
IL coverchio che il serra, alto desìo
In te verrà di contemplar del pargolo
Il vago aspetto. Che se un picciol figlio
Avevam noi, nè lunga fu sua vita
Ed ei morì, non ricercato figlio
Ecco! trovasti, che ornamenti reca
Di gemme intatte e di monete fulgide.
:Come depose que’ suoi panni al suolo,
Tolse il coperchio all’arca piccioletta,
E attonita restò del lavandaio,
Ratto che vide, la mogliera. Iddio
Invocò su l’infante, e quelle gote
Splendenti fra la seta ella frattanto
Stavasi a contemplar, con quell’aspetto
D’Ardeshìr prence. Il capezzal di lui
Tutto era pieno di lucenti perle
D’una bell’acqua e il loco ove posavano
I piedi suoi, di vividi smeraldi
Era fregiato e di corniole. A manca
Eran monete in fulgid’or, gran copia
Di rubini da destra. Oh! gli porgea
Ratto le poppe turgide di latte
La donna con amor, lieta e felice
Del fanciulletto che giugnea si grato
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
Al trafitto suo cor. Sì, si, quel core
Si sciolse da dolor, di quell’infante
Per la beltà, per le dovizie, allora
Che sì le disse il lavandaio: Noi
Per sempre adotterem per l’alma nostra
Questo picciolo infante. E glorïoso
Un dì sarà questo piccino, o in terra
Principe un dì sarà! — Qual suo congiunto,
Qual se pur fosse il figlio suo verace,
La donna accorta lo nutrì. Nel giorno
Che venne terzo, lo chiamar di nome
Daràb concordi, chè la picciol’arca
Rinvenuta ne avean fra le correnti.
:E avvenne un dì che quella donna accorta
Molte e diverse fe’ parole e disse
Al suo signor: Deh! che ti fai di queste
Tue gemme intanto? Ben dovrian guidarti
Senno e prudenza in ciò! — Dolce consorte,
Disse alla donna il lavandaio, eguale
Hanno valor per me gemme ed arena.
Ove nascoste sian. Meglio è per noi
Che usciam da la città, che discendiamo
In campi aperti da le angustie, i luoghi
Difficili lasciando. E sarem noi
Lieti di cor, possenti de la mano,
Abitando in città dove nessuno
Ci riconosca. — Al primo albor, le some
Apprestò il lavandaio. Andava ratto
Nè di sua terra fea ricordo. Seco
Portarono Daràb accolto in grembo,
Nè peso carreggiar che oro non fosse
E ricche gemme. Valicò sessanta
Parasanghe così da quel confine
Il lavandaio e la sua stanza pose
In diversa città. Si, la sua casa
In estrania città si fea colui
</poem><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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<poem>
Qual è d’uom ricco assai. Mandò una gemma
A chi prence sedea nobile e grande
Fra quelle mura, e vesti n’ebbe in dono
E argento ed or. Così più volte ei fece
Fin che gran copia di lucenti gemme
Appo lui non restò. Nella sua casa
Nulla rimase poi di mal, di bene,
Di quell’arca real, fuor che quel fulgido
Rubino al braccio di Daràb. La donna
Che al lavandaio era consiglio e guida,
Al suo consorte così disse un giorno:
D’uopo non abbiam noi che tu lavori.
Che tu se’ ricco. Non curarti adunque
Dell’arte tua d’un dì. — Saggia consorte
Che mi se’ guida, il marito rispose,
Arti son tutte che tu chiami, e cosa
Qual è miglior dell’arte? A noi pur sempre
Arte fia d’uopo in ciò che far dobbiamo.
Or tu guardami accorto e buono e saggio
Daràb fanciullo, e vedi poi qual cosa
A te la sorte recherà per lui.
:Sì caro elli tenean quel garzoncello.
Che mai non l’offendea vento importuno
Co’ gravi impeti suoi. Ma poi che il cielo
Per anni vari sopra lui si volse,
D’alta cervice e maestà divenne
Un bel fanciullo. Nella via scendea
Coi compagni a lottar, nè alcun si avea
La sua persona e la sua forza. Tutti
Venìano allora in ben compatta schiera
I garzoncelli, ma d’un tratto a dietro
Si tornavan da lui oppressi e vinti.
Ne fea lamenti il lavandaio, e fosca
Si fe’ la luce d’ogni opera sua
Subitamente. Un dì gli disse: Batti
Sovra la pietra questi panni. Biasmo
</poem><noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 470 —|}}</noinclude>
<poem>
Non avrai tu da ricercar lavoro.
:Ma poi che da quell’arte si fuggìa
Daràb cruccioso, lagrime sanguigne
Versava giù dagli occhi il lavandaio,
E in ricercarlo di tre parti due
Scorrean del giorno, che chiedeane indizio
Per la città, per la campagna, e al fine
In loco lo vedea deserto ed aspro
Con un arco alla man, disciolto il petto,
Qual è costume, e col pollice infisso
Dentro a l’anello di quell’arco. L’arco
Di man gli tolse e burbero gli disse:
:Oh! temerario, come agreste lupo
Disïoso d’assalti, a che ti serbi
Clava ed arco e saette? Ancor fanciullo
A che mai ti se’ fatto e ardito e fiero?
:Deh! padre mio, rispose allor, tu intorbidi
L’onda mia chiara! Tu m’affida in pria
A gente dotta, e poi che avrommi appreso
Il Zendavesta in ogni parte sua,
L’arte m’imponi e cercami lavoro;
Ma quest’ufficio a questo tempo mio
Non dimandarmi. — Gli parlò d’assai
Il lavandaio e l’affidava poi
A gente dotta, e quei ratto apprendea
Lettere umane. Pieno d’alto ingegno
Mostrossi ancor, sì ch’evitò rabbuffi
E ammonimenti. A chi ’l nutrìa, dicea
Daràb un giorno: O padre mio, quest’arte
Di lavandaio mai non fia che rechi
Frutto da me. Disgombra il loco eletto
Dell’amor tuo da ogni pensier più tristo,
E fa che l’arte mia quaggiù nel mondo
Di cavalier sia l’arte. — E il lavandaio
Perfetto cavalier cercava intanto.
Di briglie reggitor, di palafreni
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 471 —|}}</noinclude>
<poem>
Agitator, d’inclito nome. A lui
Lunga stagion quel garzoncello eroe
Egli affidava, ed apprendea le cose
Che gli eran d’uopo, il giovinetto. L’asta
E le redini apprese e l’ampio scudo
A reggere col braccio e i palafreni
A governar ne’ contrastati campi.
Anche apprese degli archi e de le frecce,
Delle clave il colpir, l’arte di togliere
Il suol di sotto all’avversaro. Intanto,
Per questa via, tanto acquistò ne’ pregi,
Che gli artigli nel campo incontro a lui
Dispiegar non ardìan le agresti belve.
:Un giorno ei disse al lavandaio: In core
Serbo un secreto fra cotesta gente,
E questo è ciò che l’amor mio nel petto
Non si muove per te. Questo mio volto
Non rassomiglia al tuo, sì che stupore
Levasi in me quando figliuol mi chiami
E nel fondaco tuo, presso al tuo fianco,
Seder mi fai. — Rispose il lavandaio:
:Ecco parola che tu avventi! Oh! nostre
Cure passate ora perdute! Intanto
Se voglie hai tu più della mia superbe,
Cercati il padre tuo. Presso alla madre
Tuo segreto si sta. — Ma venne giorno
Che il lavandaio uscì, correndo ei scese
Dalla sua casa alla corrente. Allora
Fermamente serrò della sua casa
Daràb la porta e venne e la man porse
Ad una spada. Non cercar menzogne,
Alla donna gridò, non frodi o inganni.
Ma ciò che chieggo a te, veracemente
Tu mi disvela. Chi son io per voi,
E di qual gente? E presso a un lavandaio
Per qual ragion mi sto? — Grazia gli chiese
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 472 —|}}</noinclude>
<poem>
Del lavandaio per timor la donna,
Dio reggente e signor per la sua aita
Alto invocando. Il sangue del mio capo,
Gridò, non dimandar, che dirò tutte
Le cose che tu di’ ch’io ti disveli.
:Così gli raccontò le cose tutte
Partitamente, ne celò qualcuno
De’ casi suoi, nè ricercò menzogna,
Dell’arca sua gli favellando assai,
Di quel lattante pargolo e di quelle
Monete ancor, de le sue gemme, degne
Di re sovrano, e disse: Ecco! noi due
Artefici eravam, non di semenza
Di gente illustre. Ciò che abbiam, da quelle
Cose tue ci venìa, sì che possente
L’umil schiavo si fe’. Siam noi tuoi servi
E il comandar gli è tuo. Vedi che cerchi,
Poi che l’anima nostra e la persona
A te si dènno. — Attonito rimase
Daràb che l’ascoltò, sì che in profondi
Pensieri immerse l’anima sua grande,
E disse poi: Di mie dovizie alcuna
Cosa forse restava, o tutte forse
Il lavandaio le sperdea? V’è ancora
Il prezzo d’un destrier per questi giorni
D’umile stato e di povera vita?
Disse la donna: V’è. Trovasi ancora
Di questo più d’assai. Vi son monete
E giardini con frutti e pingui campi.
:Tutte gli diè le restanti monete
E gli mostrò quella sua gemma intatta
Di grave peso. Un palafren, conforme
Al nuovo suo piacer, con le monete
S’acquistava Daràb ed una clava,
Attorto un laccio ed una sella misera,
Di poco prezzo. Un uom di molto senno
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
E di consiglio a guardia era preposto
Della frontiera per que’ lochi, prence,
Di bel costume, inclita guida agii altri.
Daràb ne andava da costui, ma piena
Era l’anima sua fosca e sollecita
Di gran pensieri. Tennelo frattanto
Con molto onor della frontiera il prence,
Sì che non venne al giovinetto allora
Alcun danno dal mondo. E accadde un tempo
Che di Grecia irrompea forte un esercito,
Belligero uno stuol per quel confine
Di colta e pingue regïon. Trafitto
In battaglia cadea l’inclito sire
De la frontiera, e umilïata al suolo
Per ciò ne andava la superba fronte
Dell’esercito suo. Come ne giunse
La novella ad Humày, quand’ella seppe
Che avea toccato quel confin col piede
Un greco stuol (poi ch’ella aveasi un forte,
Rishnavàd n’era il nome, e di gagliardi
Era prence costui, di duci in guerra
Inclita prole), comandò che ratto
Ei discendesse contro Grecia in armi
E quella terra disertasse intorno
Con la vindice spada. Ecco! le schiere
Adunò Rishnavàd, al radunarsi
Indisse loco e diè stipendi ancora.
:Poi che si accolse da ogni parte intorno
Ampio uno stuol, poi che venìan guerrieri
Da tutte vie, Daràb che annunzio n’ebbe,
In suo cor giubilò. Venne a quel prence
E scrisse il nome suo. Scese frattanto
Da l’inclita dimora Humày regina,
Ella discese co’ suoi prenci tutti
D’alto consiglio, per che innanzi a lei
L’esercito passasse in ampie file
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/477
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<poem>
Ed ella i nomi su registri suoi
Ne annoverasse e le persone. Tanto
Ella restò nella vasta pianura,
Che la falange de’ suoi prodi tutta
Innanzi le passò, grande, infinita.
Ma quand’ella scoprì l’alta statura
E il fiero incesso di Daràb e quella
Clava d’acciaio ch’ei reggeasi in collo
(Detto avresti! che tutto egli invadea
L’immenso campo e che sparìa la terra
Sotto al veloce corridor), mirando
Quel dolce viso che toccava il core,
Dal materno suo sen tepido il latte
Discendere sentì. Ma chiese e disse:
:Donde cotesto cavalier con quella
Statura sua, con tal grandezza e tale
Persona eretta? Ch’egli è un uom famoso
Ei mostra aperto, ed egli è saggio e prode
E forte cavalier. Superba ei reca
La fronte ed è belligero e di fermo
E imperterrito cor. Ma l’armi sue
Non gli si addicon veramente. — Ratto
Ch’ella passò d’accanto a quell’illustre.
Tutta le piacque de’ suoi prodi in armi
Da confine a confin la bella schiera.
Indi, qual era d’uopo, al duce suo,
Col favor de le stelle, un giorno fausto
E propizio scegliea; come poi vennero
In un concordi volontà e consiglio
De’ capitani, la falange accolta
Dal cospetto ei traean della regina
Subitamente. Ella inviò dovunque
Accorti esploratori onde nessuna
Cosa occulta le fosse, ed ella intanto
E del bene e del mal de’ suoi gagliardi
Avesse annunzio, raccorciando tutta
Aspettazion di prossima sventura.
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/478
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<poem>
Da questa a quella stazïon frattanto
L’esercito passava e per la polve
Di tanto stuol s’intenebrava il cielo.
</poem>
{{Ct|c=t1|III. Riconoscimento di Dârâb da parte di Rishnavâd.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1254-1256).}}
<poem>
:Avvenne poi che vento impetüoso
Levossi un dì. Ne fu dolente e mesto
Principe Rishnavàd, che un tuono egli era
E pioggia e turbinar dell’etra in moto,
E folgori cadean. Piena la terra
D’acque torbe e da sùbiti rimbombi
Invaso il cielo. Da ogni parte allora
Per la pioggia correan le genti a torme
E formavan lor tende alla campagna
Subitamente. Per l’avverso caso
Anche Daràb turbossi in cor; cercavasi
Per la pioggia cadente aperto un varco
Alla sua fuga, allor che gli occhi in alto
Sollevò ratto e vide un ermo loco
E desolato, vide in mezzo eretta
Arcüata una volta. Ardua ed antica
Era e guasta dal tempo, e la consunse
Vento con pioggia. Pur v’entrò, di sotto
A dormir si gittò, che tende acconcie
Ei non avea, non schermo avea di mura.
:All’esercito suo girava attorno
Il capitano, e là, da la cadente
Volta passava ancor, quando una voce
Da quel loco deserto e abbandonato
Giunse agli orecchi suoi, sì che dall’alma
Grido gli uscì per improvvisa tema.
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
Da questa a quella stazïon frattanto
L’esercito passava e per la polve
Di tanto stuol s’intenebrava il cielo.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|III. Riconoscimento di Dârâb da parte di Rishnavâd.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1254-1256).}}
<poem>
:Avvenne poi che vento impetüoso
Levossi un dì. Ne fu dolente e mesto
Principe Rishnavàd, che un tuono egli era
E pioggia e turbinar dell’etra in moto,
E folgori cadean. Piena la terra
D’acque torbe e da sùbiti rimbombi
Invaso il cielo. Da ogni parte allora
Per la pioggia correan le genti a torme
E formavan lor tende alla campagna
Subitamente. Per l’avverso caso
Anche Daràb turbossi in cor; cercavasi
Per la pioggia cadente aperto un varco
Alla sua fuga, allor che gli occhi in alto
Sollevò ratto e vide un ermo loco
E desolato, vide in mezzo eretta
Arcüata una volta. Ardua ed antica
Era e guasta dal tempo, e la consunse
Vento con pioggia. Pur v’entrò, di sotto
A dormir si gittò, che tende acconcie
Ei non avea, non schermo avea di mura.
:All’esercito suo girava attorno
Il capitano, e là, da la cadente
Volta passava ancor, quando una voce
Da quel loco deserto e abbandonato
Giunse agli orecchi suoi, sì che dall’alma
Grido gli uscì per improvvisa tema.
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<poem>
Accorta sii, dicea la voce, o antica
Volta cadente, e sii custode a questo
Iranio sire. Non avea con seco
Tende o compagni o fida sposa, e venne
A te di sotto e s’addormì. — Dicea
Rishnavàd in suo cor: Davver! che questo
È fremito di tuono o veramente
Bufera impetüosa! — Anche una volta
Da quel loco deserto uscì una voce
Che sì dicea: Della prudenza tua
L’occhio non ti velar, cadente volta,
Che di prence Ardeshìr il figlio alberga
A te di sotto. Non temer la piova,
Custodisci il mio dir. — La terza volta
All’orecchio del duce anche tornava
La stessa voce, e quel suo cor nel petto
Gli si stringea per meraviglia a quello
Gridar si nuovo, ond’egli a un saggio disse:
:Cotesto oh! che sarà? Che vada alcuno
A quella volta, ora fa d’uopo! Veggasi
Chi là dentro è nel sonno e chi è colui
Che tanto duolsi per la sua persona.
:Andaron quelli e videro a quel loco
Un giovinetto nobile e avveduto,
E con volto da eroe. Molli e consunte
Avea le vesti in un col palafreno,
Di negro fango composto il giaciglio
Del suo dormir. Chi entrò, ciò che pur vide
Al suo duce narrò, sì che del prode
A quell’accento balzò il core in petto.
Ed ei fe’ cenno e disse: Or lo chiamate
Senza indugiar. Tal gli mandate grido
Che udir lo possa. — Andaron quelli e dissero:
:Deh! tu che dormi, dèstati dal sonno
Sul duro suol! — Come balzò in arcioni
Daràb al suo destrier, cadde la volta
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
Subitamente, e il regal duce, allora
Che tal prodigio rimirò, guardando
Prence Daràb da capo a piè, con lui
Rapido venne al suo recinto e quivi
Fe’ questi detti: Unico Iddio, del mondo
Primo fattor, deh! che sì gran prodigio
Alcuno in terra non vedea giammai
Nè da prenci l’udì che sono esperti
Di molte cose! — E fea precetto allora
Che vesti si cercassero al garzone
E s’apprestasse entro la tenda un loco
A lui soltanto; accese poi, qual monte,
Una gran vampa ed aloè con muschio
V’arse in gran copia ed ambra intatta e pura.
:Ma quando il sol di sopra a la montagna
Levò la fronte, la faccenda sua
Apprestò il duce alla partenza, e intanto
Sì comandò che tosto un sacerdote,
Suo consiglier, di vesti una gran muta
Dal capo al piè con arabo destriero
Da l’auree briglie e una corazza e un ferro
Dalla guaina in fulgid’or, recasse
A Daràb giovinetto. E il dimandava
E si dicea: Deh! chi sei tu, gagliardo
Che hai di leone il cor, di pugne amante,
E dov’è la tua terra e il loco eletto
Del nascer tuo? Ben si convien che tutte
Le cose vere a me tu dica. — Ratto
Che Daràb l’ascoltò, le cose tutte
Sì gli ridisse ed i passati eventi
Dal secreto disciolse. In quella guisa
Che gli narrò l’antica donna, tutte
Le sue parole a Rishnavàd gagliardo
Ei ripetè, dell’arca favellando
E del rubino ch’era al braccio inserto,
Delle monete e de’ broccati suoi
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/481
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<poem>
Degni d’un forte. Ei favellò col duce
Dell’esercito suo del suo riposo
E del suo sonno e di quel loco ascoso
Del suo rifugio. Tosto allor mandava
Rishnavàd prence un messaggiero suo
E gli dicea: Sì come nembo rapido.
Il lavandaio e la sua donna e quella
Gemma apportami qui. Qui tu m’adduci
Venere e Marte, coppia illustre e vaga.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|IV. Battaglie di Dârâb coi Greci.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1256-1258).}}
<poem>
:Disse cotesto e si tolse dal loco
E l’esercito suo trasse ver Grecia
Da que’ confini. L’avanguardia ei cesse
A Daràb generoso, e l’avanguardia
Avea le punte de le lancie sue
Intrise di velen. Scese veloce
Là di Grecia al confin, ma in questa parte
Eran custodi dell’irania terra
Ovunque e intorno. S’incontrâr repente
Le due schiere nemiche; alta la polve
Levossi allor dal contrastato campo,
E si mischiâr ferocemente e questo
E quel drappello. Oh sì, come di fiume
Una corrente, fu versato il sangue
Pel tristo loco; ma Daràb che vide
Lo stuol pugnace degli avversi eroi,
Come bufera s’avanzò nel mezzo
Rapidamente e tal del greco stuolo
Strage orrenda menò, che la sua spada
Sterminatrice aver brandita in pugno
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/482
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 479 —|}}</noinclude>
<poem>
Detto avresti il Destin. Corse e rincorse
In quella guisa qual di leon fero
È pur costume, e stretto il ferro avea
Nella sua destra, sotto il palafreno,
Simile a drago. Ei sì, de’ Greci corse
Là fino al vallo, di leone in guisa
Ardimentoso. Per gli uccisi intanto
Del greco stuol qual è di sangue un mare
Si fa la terra, che la spada acuta
È dritta guida a quell’eroe, di gloria
Sempre voglioso, ed ei ritorna lieto
Di sua vittoria da lo stuol de’ Greci
E al duce suo ch’eretta ha la cervice,
S’appresenta così. Laudi d’assai
Egli ebbe allor da Rishnavàd. Non sia,
Deh! mai non sia, gridò, che di te priva
Resti la schiera del mio re! Ma quando
Noi tornerem da questi ermi confini
E tornerà l’esercito guerriero
All’iranico suol, dalla regina
Avrai carezze ed accoglienza e assai
Più avrai di serti e di tesori ancora.
:Tutta la notte in ordinar l’esercito
Stettero intenti ed apprestaron l’armi
De’ cavalieri; e come ratto il sole
La fronte sollevò sovra l’ombrosa
Cima de’ monti, e fu la terra intorno
Veracemente come lampa fulgida,
S’incontrâr le due schiere inclite in guerra
A mezzo il campo e questo sol lucente
S’intenebrò per l’atra polve. E allora
Che s’avanzò prence Daràb recando
Fiero un assalto, al rapido corsiero
Libere lasciò andar le attorte redini.
Ma nessun rimanea de’ Greci avversi
A lor file dinanzi, e pochi stavano
</poem><noinclude></noinclude>
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2026-07-07T04:25:22Z
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 480 —|}}</noinclude>
<poem>
De’ greci prodi che vibrar la spada
Usano in campo, sì che dentro a quella
Schiera di mezzo s’avventò qual lupo
L’iranio prence e l’ampio stuol disperse
{{Ec|È|E}} sgominò. Gittavasi da quella
Parte al corno di destra e ne recava
Armi, guerrieri e preda in copia e tutto
L’esercito de’ Greci ei scompigliava
Ferocemente, sì che niun de’ prodi
Sè sè riconoscea. Come leoni
Su l’orme sue con animo ed ardire
S’avventarono allor d’Irania i forti
E tanti trucidar prodi guerrieri
Del greco stuol, che per il molto sangue
Si fe’ poltiglia di quel campo d’armi
Il suol profondo. Oh sì! Daràb gagliardo
Quaranta trucidò vescovi eletti
Di que’ possenti e ne tornò stringendo
Nella sua destra una divelta croce.
:Tanta grandezza come scorse e vide
Principe Rishnavàd, sentìasi in petto
Il cuore palpitar, cuore da eroe,
Per l’allegrezza. Benedisse il prence
E gli fe’ lodi e al benedir pur anco
Prove aggiunse d’amor. Venne la notte
E fu la terra d’un color di pece
Tutta coperta e ritornaron tutte
Dalla battaglia le nemiche squadre.
Ma il duce iranio riposò la notte
In quel campo de’ Greci e la corazza
Sciolse da’ fianchi allor. Molte ricchezze
In quella notte ei dispensò, ne andava
Tutta adorna così la sua falange,
Ed ei tale mandò che si dicesse
A Daràb animoso: O forte, cuore
Che hai di leone e la preghiera accogli
</poem><noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 481 —|}}</noinclude>
<poem>
Di chi aita domanda, or vedi e cerca
Qual cosa è cara a te, quale ti giova
D’esta dovizia qui raccolta. Tieni
Qual è pur cosa onde ti vien desìo,
E ciò che il core a dispensar ti mena,
Dispensa ad altri. Ma qual cosa è quivi
Non gradita al tuo cor, liberamente
Tu dona a chi più vuoi, che tu del prode
Che Rakhsh un dì reggea, sei più famoso.
:Prence Daràb che ciò vedea, nel core
Ben s’allietò, ma per la gloria sua
Sola un’asta si tolse e l’altre cose
A Rishnavàd mandò. Lieto e vincente
Sii tu sempre, gli disse, o generoso!
:Ma come a questo sol ne l’occidente
Il volto si oscurò, quando la plaga
Di questo ciel si ricoprì d’un velo
Di color fosco e de la notte oscura
Una vigilia trapassò, disperse
Erano intanto per il campo intorno
Le vedette d’Irania, ecco! dintorno,
Qual è un mesto ulular, grido levossi
De’ vigili torrieri, e quella voce
Voce parea di leoni disciolti
Alla campagna. Quando poi nel cielo
Il suo disco levò quest’almo sole
Di fulgid’or, de’ belligeri prenci
La testa assorse dal profondo sonno.
Cinser d’Irania i nobili guerrieri
A’ fianchi l’armi e corsero su l’orme
De’ Greci in- fuga. Oh sì! col ferro acuto
Di guerra suscitar vasto un incendio
Ed arser tutte le città. Ne andava
In iscompiglio Grecia tutta allora
Coi greci eroi, si che ricordo alcuno
Mai non fece il mortal di quella terra
</poem><noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 482 —|}}</noinclude>
<poem>
Ne’ giorni che seguîr; levossi poi
Di pianto un suon dolente e angoscioso
Dal greco suol, che quella terra antica
Lasciavano gli eroi sì dolce al core,
E il greco Imperator s’ebbe rancura
Al viver suo da tanta guerra e smorta
Si fe’ la gota de’ suoi prenci illustri.
:A Rishnavàd sen venne un messaggiero
Che si gli favellò: Se da giustizia
Non ritorce la fronte Iddio ch’è giusto,
Ben fu che sazio de l’orrenda guerra
Ogni prode si fe’! Di Grecia omai
In basso cade l’inclita fortuna.
Che se tributo chiedi a noi, noi certo
Obbediremo al tuo comando e un patto
Novellamente fermerem con teco.
:Il greco Imperator mandava allora
Ben molte cose, con sportelle colme
Giovani paggi assai. Ciò che pur v’era,
Il duce iranio ricevea da lui.
Monete e gemme intatte ancor. Redìano
Lieti e beati allor da que’ confini
Daràb e Rishnavàd. Giunse costui
Ad una stazïon, là ’ve sorgea
L’antica volta abbandonata, al loco
Ov’ei nel sonno ritrovò giacente
Daràb illustre, e là giugneano intanto
Del lavandaio la mogliera e quello
Suo sposo ancor con le lor gemme. Tristi
Erano e mesti per timor di pena
E di castigo, e allor che il capitano
Sì gli chiamò dal loco ov’egli s’era,
Vennero innanzi e poser lor fiducia
In Dio soltanto. Rishnavàd che scorse
La donna e l’uom di lei, d’ogni lor caso
Li dimandò. Le cose intravvenute
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/486
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 483 —|}}</noinclude><section begin="s1" />
<poem>
Narravan quelli e dissero con lui
Quante eran cose a raccontar dell’arca
E delle gemme intatte ancor, del lungo
Travaglio che durâr, del come un giorno
Il pargolo allevâr lattante ancora,
Narrar le cure e i mutamenti arcani
Di questa sorte. Rishnavàd allora
Così disse a la donna e all’uom di lei:
Siate vincenti in vostra sorte e lieti
In sempiterno, che quaggiù non vide
Nato mortal sì gran portento e mai
Non l’intese narrar da sacerdoti.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|V. Riconoscimento di Dâràb̂.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1258-1261).}}
<poem>
:Ratto e in quell’ora l’uom di mente saggia
Scrisse un foglio ad Humày. Del giovinetto
Le favellò, dell’improvvisa pioggia,
Del loco ov’ei posò, della sua pugna
In quel campo di guerra. Anche narrava
Che ratto ch’ei salìa sul palafreno,
Cadea la volta dal suo prisco loco
In quell’istante e ricordava il grido
Che all’orecchio gli venne, e lo sgomento
Ch’ebbesi Rishnavàd per quella voce;
E dicea quali udi parole acconce
Dal lavandaio e l’arca rammentava
E il piccioletto infante e l’altre cose
Partitamente su quel foglio. Allora
Veloce un messaggier di nembo in guisa
Fuori ei sospinse, gli affidò la rossa
Gemma e gli disse: Or si, t’è d’uopo, amico,
Andar congiunto a rapida bufera.
E il messaggier qual rapida bufera
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<poem>
Narravan quelli e dissero con lui
Quante eran cose a raccontar dell’arca
E delle gemme intatte ancor, del lungo
Travaglio che durâr, del come un giorno
Il pargolo allevâr lattante ancora,
Narrar le cure e i mutamenti arcani
Di questa sorte. Rishnavàd allora
Così disse a la donna e all’uom di lei:
Siate vincenti in vostra sorte e lieti
In sempiterno, che quaggiù non vide
Nato mortal sì gran portento e mai
Non l’intese narrar da sacerdoti.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|V. Riconoscimento di Dârâb.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1258-1261).}}
<poem>
:Ratto e in quell’ora l’uom di mente saggia
Scrisse un foglio ad Humày. Del giovinetto
Le favellò, dell’improvvisa pioggia,
Del loco ov’ei posò, della sua pugna
In quel campo di guerra. Anche narrava
Che ratto ch’ei salìa sul palafreno,
Cadea la volta dal suo prisco loco
In quell’istante e ricordava il grido
Che all’orecchio gli venne, e lo sgomento
Ch’ebbesi Rishnavàd per quella voce;
E dicea quali udi parole acconce
Dal lavandaio e l’arca rammentava
E il piccioletto infante e l’altre cose
Partitamente su quel foglio. Allora
Veloce un messaggier di nembo in guisa
Fuori ei sospinse, gli affidò la rossa
Gemma e gli disse: Or si, t’è d’uopo, amico,
Andar congiunto a rapida bufera.
E il messaggier qual rapida bufera
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/487
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Alex brollo
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<poem>
Dal loco si partì, recò ad Humày
Il fulgido rubin. Porse a quell’inclita
Donna, reina della terra, il foglio
E quanto udìa dal labbro dell’antico
Rishnavàd, ripetè. Quand’ella il foglio
Lesse, e la gemma riconobbe e vide,
Stille di pianto da le ciglia sue
Per le gote versò. Ratto s’accorse
Che in quel dì ch’ella scese alla pianura
E l’esercito suo tutto raccolto
Innanzi le passò, quand’ella vide
Quel garzoncel di maestà fregiato,
Qual primavera ne le gote ed alto
In sua statura, altri che il figlio suo
Ingenuo là non era, il suo rampollo
Di gran valor, nato a recar giocondi
Frutti alla terra. Lagrimando allora
Ella si volse al messaggiero e disse:
:Venne alla terra un nuovo re. Ma sciolta
Non fu mai da pensier questa mia mente,
Ch’io sempre a questa ripensando vissi
Di re dei regi dignità. Di tema
Era pieno il mio cor per quell’eterno
Signor del mondo, ch’io dinanzi a lui
Irriverente mi mostrai. Donavami
Iddio signore un figlio eletto, ed io
Nol riconobbi, ma il gittai nell’acque
Dell’Eufrate profondo e questa gemma
Gli avvinsi al braccio, che dispetto è un figlio
Allor che muore il padre suo. Ma intanto
Iddio mei rese pel vincente nome
Di Rishnavàd e l’orme sue preclare.
:Riversarono allor colmo un tesoro
D’auree monete e mescolar lucenti
Gemme con muschio e vin. Donava intanto
Humày regina a qual si avea bisogno,
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/488
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<poem>
Indi, al toccar de l’altra settimana,
Schiuse i tesori de le dramme, e dove
Ben conoscea che un tempio era del Fuoco
il Zendavesta o di Sadèh gioconda
Il dì festivo, fulgido tesoro
Anche donò per questa via, mandando
Inclite cose in ogni terra. All’alba
Del dì che venne decimo, alla prima
Luce del giorno, venne il capitano
Alla regina, ed erano con lui
Daràb illustre e i prenci suoi, ma verbo
Non dissero ad alcuno in più od in meno.
:Sul regio limitar calò suoi veli
Humày regina e sette giorni ancora
Non fu dato l’accesso. Ella frattanto
Ch’era signora de la terra, un trono
Fe’ tutto d’oro e due sedili in fulgidi
Turchesi e lapislazzuli ed un serto
Pieno di gemme imperïali e due
Collane ancora ed un monil, fregiato
Di gemme prezïose. Anche una vesta
Ella apprestò di regal foggia e in oro,
E v’eran sopra variopinte gemme
Inteste e infitte. Astrologi sedeano
A lei dinanzi e per un giorno intero
Stavano a contemplar le stelle in alto.
Ma poi, nel di che Shahrivàr si appella,
Nel mese di Behmèn, al primo albore,
A Daràb la regina inclita schiuse
L’accesso alfine e fece colmo intanto
Di fulgidi rubini un fondo nappo
E un altro ne riempi d’oro lucente.
E allor che venne il giovinetto eroe
Alla reggia d’accanto, ecco venirne
Humày regina e fargli ancor da lungi
Dovuto omaggio. Sparse le regali
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/489
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<poem>
Gemme al suo piè, versò dagli occhi suoi
Lagrime ardenti sovra il petto e il figlio
Fortemente si strinse al colmo seno
E gli diè baci e gli palpò la gota
Con la man dolcemente. Ella con seco
Il trasse e il fe’ seder su l’aureo trono,
Mentre dinanzi a lui, nel suo cospetto,
Vergognosi restâr quegli occhi suoi.
:Ma tosto che sedea su l’aureo trono
Prence Daràb, con l’aureo serto in pugno
Humày regina s’avanzò. Baciava
L’inclito serto e lo ponea sul capo
Del figlio suo, recando al mondo intero
Lieta novella per la sua corona
Di nuovo re. Ma poi che da quel serto
Avea Daràb gloria e splendor, sue scuse
Fe’ la regina e disse al figlio: Quante
Son cose che accadean, pensa, o mio figlio,
Che passar come un’aura. Anche passava
La giovinezza e andavano i tesori
Dispersi intorno e di donna il consiglio
Mancavami così. Moriva il padre
E senza consiglier qui si restava
Questa regina. Che se male in terra
Ella operò, non sollevar quel male,
Figlio diletto a me. Deh! non ti accolga
Altro sedil fuor che il regal tuo seggio!
:Il giovane signor questa risposta
Rese alla madre: Seme di gagliardi
Veramente sei tu, nè meraviglia
È se il tuo cor ti freme in petto. Oh! come,
Oh! come mai per una colpa sola
Sì lungo lagrimar? Possa l’Eterno
Compiacersi di te, possa nel core
De’ tuoi nemici penetrar caligine
Oscura e densa! Ma, frattanto, questa
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<poem>
Faccenda mia di me fia monumento
In sempiterno, cliè vetusta mai
Ella non si farà su per le carte.
:L’inclita Humày il benedisse: Resta,
Resta al tuo loco, fin che resti ancora
La corona dei re! — Fe’ cenno poi
Perchè dintorno da ogni terra 1 saggi
Convocasse il maggior de’ sacerdoti,
E comandò che qual ne le sue schiere
Fosse in armi famoso, e quanti fossero
Prodi gagliardi da l’eretto capo.
Usi il ferro a vibrar, fesser lor voti,
Sire acclamando quell’illustre omai
Per l’ampia terra; e come fûr gridati
Al nuovo serto imperïal que’ voti,
Gemme quelli spargean sul dïadema,
E Humày narrava allor ciò ch’ella fece
In suo secreto e quale e quanto ell’ebbe
Fiero dolor dall’opre sue. Deh! voi,
Ella dicea, che da Behmèn regnante
Solo erede è costui, certo sappiate
Dal labbro mio. Qui vuolsi al cenno suo
Andar conforme, ch’egli è qual pastore
E son gli eroi la greggia sua. Gli tocca
Grandezza omai con regal serto e regio
Potere e dignità, sì che per lui
Dritta s’aderga la bella persona
D’ogni vivente. — Per intensa gioia
Grido levossi dal reale ostello,
Or che vedean fiorir quel ramo augusto
E fortunato. I prenci ivi raccolti
Tante gittâr lucenti gemme attorno,
Che in quel nembo sparìa dagli occhi altrui
Il re sovrano. Fu la terra allora
Piena di gioia e di giustizia e niuno
Si rammentò del suo dolor, di sue
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<poem>
Cure passate; ma dicea frattanto
Humày regina ai sacerdoti: O illustri
Che natura di saggi avete in core,
Ciò che pur feci travagliando in trenta
Anni e due qui fra voi, tutto abbandono,
E con esso abbandono il regal seggio
E i tesori dei re. Voi siate lieti,
E obbedendo al signor che vi governa,
Senza il consiglio suo non respirate.
:Come Daràb fu lieto di quel serto
Di sua grandezza, la corona in fronte
Con molta pace si posò. Correndo
Vennero allora il lavandaio e quella
Sua donna e gli gridar: Sire del mondo.
Il trono imperïal per te s’allieti
E il cor si schianti d’ogni tuo nemico!
:E Daràb comandò che cinque e cinque
Sportelle colme d’or fossero addotte
Con una tazza di valor, ricolma
Di vaghe gemme. Volle ancor che cinque
Elette mute d’ogni veste a lui
Fosser recate e le donò a cotesti
Che tanto avean per lui duolo sofferto
E tanta angoscia. O lavandaio, disse.
Che attendi all’opra tua, volgi pensosa
L’anima all’arte che tu fai, che forse
Un’altra rinverrai ne le correnti
Arca rinchiusa e dentro un bel fanciullo
Qual è Daràb! — Ne andarono da lui
Essi con labbra che da Dio signore
Grazia chiedean per l’inclito monarca
D’Irania bella. Ma del lavandaio
Ratto la sorte declinò. Si rese
All’officina e per i campi attorno
Cercò l’erbe a lavar suoi panni ancora.
:Or noi la grazia invocherem di Dio
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<poem>
Sovra quel re di nostra terra. Detto
Abu-’l-Kasìm egli è, sire che volto
Ha di sol veramente, ei, che la terra
Tutta adornò con l’opre di suo amore
E di giustizia. Re Mahmùd, vincente
Che ha la fortuna ed ha corona e seggio,
Nulla quaggiù fuor che giustizia e fede
Cercasi e dentro alla giustizia sua
Fraude non porta. Giovane egli sia
Fin che sorride gioventù, rimanga
Vivo fra noi fin che sia vita in terra,
E pel suo serto splenda il mondo e tutti
Sian beati e felici i giorni suoi!
</poem>
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{{Ct|c=t01|3. Il re Dârâb.}}
{{Rule|2em|t=1|v=3}}<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|I. Fondazione di Dârâb-ghird.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1261-1263).}}
<poem>
:L’uom de la villa, antico e di leggende
Facondo narrator, che mai dicea
Dell’inclito Ardeshìr, di re Gushtàspe,
Di que’ famosi diè consigli eletti
Aveano in core, e di Daràb illustre
E d’Humày del costume e del pensiero?
:Quando sul trono imperïal si assise
Prence Daràb, si strinse la cintura
A’ fianchi intorno e disciolse la mano
Ad opre illustri. Disse allor, volgendosi
A sacerdoti, a saggi, a valorosi,
A sapïenti vigili del core:
:Potere in terra non cercai per molta
Rancura e per giustizia, e Iddio regnante
Posemi in capo la corona. Oh! certo
Che nel mondo quaggiù non vide alcuno,
in secreto o in palese, alto portento
Maggior del caso mio! Ma per cotesto
Nessun premio vegg’io fuor di giustizia,
Sì che di noi dopo di noi ricordo
Faccia il morta con qualche lode. Ancora
D’uopo non è che per la mia fatica
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Alex brollo
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{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1261-1263).}}
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:L’uom de la villa, antico e di leggende
Facondo narrator, che mai dicea
Dell’inclito Ardeshìr, di re Gushtàspe,
Di que’ famosi diè consigli eletti
Aveano in core, e di Daràb illustre
E d’Humày del costume e del pensiero?
:Quando sul trono imperïal si assise
Prence Daràb, si strinse la cintura
A’ fianchi intorno e disciolse la mano
Ad opre illustri. Disse allor, volgendosi
A sacerdoti, a saggi, a valorosi,
A sapïenti vigili del core:
:Potere in terra non cercai per molta
Rancura e per giustizia, e Iddio regnante
Posemi in capo la corona. Oh! certo
Che nel mondo quaggiù non vide alcuno,
in secreto o in palese, alto portento
Maggior del caso mio! Ma per cotesto
Nessun premio vegg’io fuor di giustizia,
Sì che di noi dopo di noi ricordo
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<poem>
:L’uom de la villa, antico e di leggende
Facondo narrator, che mai dicea
Dell’inclito Ardeshìr, di re Gushtàspe,
Di que’ famosi diè consigli eletti
Aveano in core, e di Daràb illustre
E d’Humày del costume e del pensiero?
:Quando sul trono imperïal si assise
Prence Daràb, si strinse la cintura
A’ fianchi intorno e disciolse la mano
Ad opre illustri. Disse allor, volgendosi
A sacerdoti, a saggi, a valorosi,
A sapïenti vigili del core:
:Potere in terra non cercai per molta
Rancura e per giustizia, e Iddio regnante
Posemi in capo la corona. Oh! certo
Che nel mondo quaggiù non vide alcuno,
in secreto o in palese, alto portento
Maggior del caso mio! Ma per cotesto
Nessun premio vegg’io fuor di giustizia,
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Faccia il mortal con qualche lode. Ancora
D’uopo non è che per la mia fatica
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 491 —|}}</noinclude>
<poem>
Altri si crucci in questo dì, che colmi
Farà i tesori miei. Lieta frattanto
Scorra stagion per la giustizia mia
E de’ soggetti miei s’allegri il core!
:D’India e di Grecia allor, da ogni confine
Di colti campi doviziosi e pingui,
Genti vennero a lui con doni e cose
Da profondergli al piè, del gran monarca
Compiacimento ricercando. E avvenne,
Avvenne allor che un dì, mentr’egli uscìa
Alle sue mandre a rimirar puledri
Disciolti al pasco, da quel basso loco
Giunse ad un monte e vide un ampio lago,
Senza fine e profondo. Ei comandava
Che d’India e Grecia all’ermo loco addotti
Saggi fossero esperti, ond’elli aprissero
A quell’acque del lago acconcio un varco
E una corrente in ogni terra attorno
Mandassero cosi. Quando i serrami
Dischiusero a quell’acque i sapïenti,
Gioconda e ricca una città fe’ cenno
Il sire d’elevar; come poi tutto
Fu chiuso il giro de l’erette mura,
Darab-ghi̓rd l’appellarono di nome
E una gran vampa l’inclito sovrano
Del monte accese in su la vetta. Accorsero
A torme allor del rilucente fuoco
Gli adoratori, e poi che fûr richiesti
Artefici d’ogni arte, adorna e bella
Fecer per essi la città. Mandava
In ogni parte esercito infinito
Daràb regnante e difendea la terra
Dal nemico invasor, sì che da tema
Per gente avversa ei liberò d’un tratto
L’ampio suo regno, de’ malvagi e rei
Di fonda piaga trapassando il core.
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/495
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 492 —|}}</noinclude>
<poem>
Avvenne allor che d’Arabi guerrieri
(Fùr centomila cavalier pugnaci.
Usi l’aste a vibrar) stuolo si mosse,
E Shoàyb n’era il duce, un uom fomoso
Di Kotèyb della stirpe. E sì voleano
D’Irania antica sollevar la polve
Negra a le stelle e conquistarne il trono
E la corona col valor. Drappello
Menava allor d’Irania il prence, quale,
Dicean le genti, non poteasi in niuna
Guisa contar. Le due nemiche schiere
Incontraronsi alfin, sì che la terra
Parve deserta e abbandonata e trista
Per tanti eroi pugnaci. Ecco! già il suolo
Più non sostien quell’infinita schiera
E per quel campo non rinvien passaggio
Chi vi cammina! Al piover de le freccie,
Al tempestar de’ giavellotti, il suolo
Si fa pel sangue qual profondo lago
D’acque raccolte, e sorge in ogni terra
Alterno un grido e vedono gli eroi
In ogni parte di trafitti un cumulo.
:Per tre notti così, per tre giornate,
Di tal maniera fu l’assalto e il mondo
Angusto si mostrò per tanti prodi
Ivi pugnanti. Al quarto dì, la fronte
Volser gli Arabi oppressi e in quella notte
Abbandonâr de la battaglia il loco.
Giacque Shoàyb ucciso in campo, e allora
Degl’Arabi cadea la lieta sorte
Tutta d’un tratto. De’ caduti eroi
Molti restâr sul desolato loco
Palafreni d’Arabia (avean le selle
Di ben compatto legno) ed aste molte
Ed elmi e arnesi da far guerra, e al figlio
D’Humày, sovrano, ciò restò de’ morti,
</poem><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 493 —|}}</noinclude><section begin="s1" />
<poem>
Sì ch’ei donò quante eran cose accolte
All’esercito suo, lancie e destrieri
E spade e caschi. Da lo stuol de’ suoi,
Un prence ei scelse allor, quale degli Arabi
Il sermon conoscesse, ed inviollo
1 tributi a raccôr da que’ deserti
Per quell’anno così e per gli anni scorsi.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|II. Guerra con Feylakùs di Grecia.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1263-1265).}}
<poem>
:Discese in Grecia dai deserti campi
Degli astati guerrier Daràb illustre
E cercò assalti per que’ pingui colti
Rapidamente. Era signor di Grecia
Principe Feylakùs, d’un sol consiglio
Col re dei Russi e d’una mente sola.
Scrissero un foglio i suoi: Dalla sua terra
Mena il figlio d’Humày stuolo infinito
Di combattenti. — Come udì tal verbo
Di Grecia il sire, della guerra antica
Il di si ricordò. Raccolse un pugno
Di suoi guerrieri in Ammurìa, famosi
Tutti in giorno d’assalti. Allor che giunse
Daràb al loco, sgomberâr la terra
E suoi confini i nobili di Grecia,
Ma Feylakùs co’ duci suoi, co’ prenci,
Co’ suoi guerrieri da Ammurìa balzava
All’improvviso. Due battaglie orrende
Si fecero in tre dì. Ma quando in cielo
Splendette questo sol, luce del mondo.
Al quarto dì, fuggiron sgominati
Feylakùs e lo stuol de’ suoi guerrieri.
Davver! che non restò celata o casco
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/497
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 494 —|}}</noinclude>
<poem>
Ad un di lor, foggiato in Grecia! Intanto
Donne e fanciulli si menâr captivi
Gl’Irani e trucidâr co’ lor volanti
Nembi di strali molti assai. Dinanzi
A Daràb vincitor come fuggirono
Alla città le avverse genti, due
Tornaron salve di tre parti in quello
Esercito sconfitto, e l’altra al campo
Ferita giacque o trucidata; aveano
Confitte al tergo le nemiche lancie.
Ma gli altri, in Ammurìa, dentro a un castello
Si riparâr; già molti in quella schiera
Grazia chiedean pei rimanenti giorni.
:Giunse di Feylakùs un messaggiero
Vigile e saggio, con umil sembiante
E con carezze, con sportello e paggi
E belle cose da gittarsi al piede,
E due cofani ancor, pieni di gemme
Imperïali, e questo era il messaggio:
:Or dall’unico Iddio chieggo ed imploro
Ch’egli guida mi sia perchè da noi
Rechisi a gioia di banchetto il fine
Di questa pugna. Deh! non sia che il core
Per noi s’inclini a le battaglie! Voglionsi
E giustizia e virtù, che vien iattura
Dai tradimenti e dalle frodi. Intanto
Se tu discendi in Ammurìa, diletto
Soggiorno a me, se prenderla tu vuoi,
Sappi che questo cor per l’onor mio
Avvamperà, ch’io verrò tosto in armi
Anche nell’ora del convito. Or quale
Cosa è degna dei re, tu fa, signore,
Che il padre tuo fu re, governa e regna
Il figlio suo. — Raccolse, allor che intese
Cotal messaggio, i nobili guerrieri
Prence Daràb e le parole udite
In lor presenza ripetè, poi disse:
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<poem>
:In ciò che dite voi? Cerca soltanto
Feylakùs l’onor suo. — Tutti que’ prenci
Benedissero a lui così dicendo:
:O re di vigil cor, d’intatta fede,
Prence sui prenci suoi gli è sempre in terra
Il re dei re, fra l’opere egli elegge
Qual più bella è per lui. Ma quell’illustre
Signor di Grecia vantasi una figlia
Che di cipresso ha la statura, vaga
Qual primavera ne le guance sue.
Donzella in Cina, come lei, davvero!
Non contempla il mortal, tra le fanciulle
Pari a fulgida gemma. Il re dei regi
Quando la vegga, ben n’avrà diletto,
E quell’alto cipresso entro al suo vago
Giardin si pianterà. — Fe’ invito al messo
Di Grecia il sire e ciò che udìa da quelli
Amici suoi, ridisse. Or va, soggiunse,
Alla presenza del signor di Grecia
E gli favella: «Se l’onor soltanto
Vuoi tu cercar, ben so che dietro ai veli
Delle tue stanze è una tua figlia, quale
D’ogni donna regal su l’erta fronte
È vago serto. È candida fanciulla
Che tu appelli Nahid, che tu sul trono
Di fulgid’auro fai seder. L’invia,
L’invia tu a me col tributo di Grecia,
Se pur senza dolor, senza rancura,
Nella tua terra soggiornar tu brami.»
:Ascoltò il messaggier, poi venne ratto
Come nembo improvviso. Ei sì que’ detti
Di Grecia al sire tutti ricordava,
E Feylakùs e l’esercito suo
Ne andavano gioiosi, or che tal prence
Sposo venia della sua figlia. Corsero
Parole assai di quel tributo e varie
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<poem>
E de’ balzelli e di quanto potea
Di Grecia il sire sostener; ma poi
Ambo in ciò convenìan che si torrebbe
L’iranio prence dal signor di Grecia,
Ogn’ anno sempre e di Mihr ne la luna,
Centomila in bell’or fusi e massicci
Ovi lucenti ed una regal gemma
Per ciascun di quegli ovi. Ogni ovo ancora
Pesar doveva oncie quaranta e tanto
Le gemme ancora prezïose e belle.
Ai principi di Grecia e a chi venia
Da pingui campi e coltivati, eletti
Doni spartiva Fejlakùs; ma poi
A’ filosofi tutti entro al castello,
A chi per que’ confini avea possessi,
Alto fé’ cenno di schiudere un’ampia
Novella via, sgombrando il cor da tutte
L’altre lor cure. E si partir frattanto
Principi eletti, ognun con regi doni
Da profondere al pie, con quella figlia
Di gran monarca, ed apprestar per lei
Di fulgid’oro un palanchin, cercarono
Ancelle e schiave e d’auro una corona.
Dieci cammelli di greci broccati
Aveaii carche le some, e que’ broccati
D’oro il fondo s’avean, formati in gemme
I lor rabeschi; e v’erano trecento
Some di drappi e d’ogni cosa eletta
Quale ai re suolsi offrir. Ma la fanciulla,
La bella greca, d’ogni cor conforto,
Stavasi dentro al palanchin. Sua guida
Era un vescovo antico e un sacerdote,
E venìan dietro a lei sessanta ancelle
E si tenea ciascuna entro la mano
Un aureo nappo; entro quel nappo fulgide
Eran gemme reali, ed incedea
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Olesia, o la Polonia
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| Nome e cognome dell'autore = Rose Mame
| Nome e cognome del curatore =
| Titolo = Olesia, o la Polonia
| Anno di pubblicazione = 1827
| Lingua originale del testo = francese
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| Anno di traduzione = 1843
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* {{testo|/Capitolo VIII}}
* {{testo|/Capitolo IX}}
* {{testo|/Capitolo X}}
* {{testo|/Capitolo XI}}
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Dalle determinazioni di tempo a Bujongolo del 10, 11, 12 luglio (data astronomica), i cui risultati sono già esposti a pag. 291, ricaviamo la correzione assoluta del cronometro N.° 1. Si ha, riportando tutti i valori alla data dell'ultimo e passando dalla correzione assoluta del cronometro alla correzione assoluta su Greenwich:
13 Luglio (civile) − (Ore am.); ''t<sub>c</sub>'' = 2<sup>h</sup> 51<sup>m</sup> 6<sup>s</sup>..... K<sub>1</sub> = +3<sup>h</sup> 15<sup>m</sup> 28<sup>s</sup>.4
per cui nell'intervallo fra il 13 ed il 21 luglio la correzione diurna del cronometro risulta:
''k''<sub>1</sub> = − 1<sup>s</sup>.521.
Come già fu detto a pag. 293, i cronometri a Fort Portal nel viaggio di ritorno variarono notevolmente per mancanza di carica, cosicchè, prima di lasciare questa località fu proceduto alla determinazione della loro correzione, mediante sei serie di altezze. I risultati furono:
<poem>
27 Luglio − Oss. N.° 82 − ''t<sub>c</sub>'' = 10<sup>h</sup> 20<sup>m</sup> 11<sup>s</sup> ..... K<sub>1</sub> =+3<sup>h</sup> 32<sup>m</sup> 57<sup>s</sup>.6
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</poem>
La sconcordanza del risultato della seconda serie ci consiglia ad abbandonarla, essendo evidente l'influenza di qualche errore di osservazione. Riportando i valori giornalieri della correzione assoluta all'epoca media dei valori dell'ultima coppia, si ha:
31 Luglio (civile) − (Ore pom.); ''t<sub>c</sub>'' = 10<sup>h</sup> 26<sup>m</sup> 48<sup>s</sup>.... K<sub>1</sub> = +3<sup>h</sup> 33<sup>m</sup> 5<sup>s</sup>.0
che rappresenta la correzione assoluta del cronometro su Greenwich prima d'intraprendere il viaggio di ritorno tra Fort Portal ed Entebbe.
All'arrivo in quest'ultima località non fu possibile avere un nuovo confronto telegrafico con Mombasa, come all'andata, perciò fu proceduto alla determinazione della correzione assoluta del cronometro, usando per Entebbe la longitudine 2<sup>h</sup> 9<sup>m</sup> 47<sup>s</sup> Est Greenwich, fornita dalla locale autorità competente. Risultò:
<poem>
16 Agosto − Oss. N.° 110 − ''t<sub>c</sub>'' = 10<sup>h</sup> 29<sup>m</sup> 7<sup>s</sup> ..... K<sub>1</sub> = 3<sup>h</sup> 33<sup>m</sup> 29<sup>s</sup>.9
{{spazi|9}}»{{spazi|18}}»{{spazi|6}}111{{spazi|8}}» = 10{{spazi|2}}31{{spazi|3}}13{{spazi|10}}»{{spazi|2}}={{spazi|15}}28 .5
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|296|APPENDICE ''B''|}}</noinclude>
Si vede a priori che in questo intervallo di poco più che 16 ore l'andamento del cronometro accenna ad una forte variazione, la cui entità non è stata mai raggiunta in tutto il viaggio. Anzichè tenere la media di questi valori, si reputa conveniente usare i soli risultati delle due serie del 16 agosto osservate immediatamente dopo l'arrivo ad Entebbe. Da quelle si deduce:
16 Agosto (civile) − (Ore pom.); ''t<sub>c</sub>'' = 10<sup>h</sup> 30<sup>m</sup> 10<sup>s</sup>.... K<sub>1</sub> = + 3<sup>h</sup> 33<sup>m</sup> 29<sup>s</sup>.2
Cosicchè la correzione diurna del cronometro da usarsi nell'intervallo 31 luglio-16 agosto risulta:
k<sub>1</sub> = 1<sup>s</sup>.510.
Si tratta ora di vedere quale grado di attendibilità possono avere le correzioni diurne fin qui dedotte. Per il fatto che di alcuni punti venne determinata la longitudine, sia nel viaggio d'andata come in quello del ritorno, si offre a noi un mezzo di controllo, il quale, quando fosse unico, non sarebbe assolutamente sicuro, poichè non si può escludere l'eventualità che gli errori di cui possono essere affette le correzioni diurne adottate siano tali, in grandezza e segno, da condurre a risultati di longitudine concordanti, quantunque notevolmente inesatti. Però, trattandosi di più punti determinati in tali condizioni, e quindi potendo in più casi constatare il grado di concordanza dei risultati di longitudine, si potrà da questo dedurre l'attendibilità delle correzioni diurne adottate e quindi quale affidamento si può riporre sulle posizioni fornite dalle osservazioni astronomiche.
Di Ibanda, punto situato fra Bujongolo e Fort Portal, fu determinata la posizione all'andata ed al ritorno; da quattro altezze medie del sole (Osservazioni N.° 27, 65, 66 e 67) si ebbe per questo punto la latitudine φ = 0° 19' 59" Nord, usando la quale si ebbero i seguenti valori di longitudine:
nel viaggio di andata:
<poem>
Ibanda; Osservaz. N.° 28 . . . . λ = 2<sup>h</sup> 0<sup>m</sup> 44<sup>s</sup>.0 E. G.
{{spazi|27}}»{{spazi|11}}29{{spazi|10}}» ={{spazi|13}}43 .1{{spazi|4}}»
{{spazi|63}}───────{{spazi|4}}»
{{spazi|44}}Media » = 2<sup>h</sup> 0<sup>m</sup> 43<sup>s</sup>.5{{spazi|3}}»
</poem>
nel viaggio di ritorno:
<poem>
Ibanda; Osservaz. N.° 62 . . . . λ = 2<sup>h</sup> 0<sup>m</sup> 43<sup>s</sup>.9 E. G.
{{spazi|27}}»{{spazi|11}}63{{spazi|10}}» ={{spazi|13}}41 .5{{spazi|4}}»
{{spazi|27}}»{{spazi|11}}64{{spazi|10}}» ={{spazi|13}}42 .5{{spazi|4}}»
{{spazi|27}}»{{spazi|11}}68{{spazi|10}}» ={{spazi|13}}42 .7{{spazi|4}}»
{{spazi|27}}»{{spazi|11}}69{{spazi|10}}» ={{spazi|13}}43 .5{{spazi|4}}»
{{spazi|63}}───────{{spazi|4}}»
{{spazi|44}}Media » = 2<sup>h</sup> 0<sup>m</sup> 42<sup>s</sup>.8{{spazi|3}}»
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Riletta */
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il ruwenzori}}|297}}</noinclude>
L'accordo fra questi due risultati è tale da dispensarci anche da qualsiasi considerazione sui pesi da adottare per i valori ottenuti, sia in riguardo al numero delle osservazioni che vi hanno concorso, sia in base alla lunghezza del periodo durante il quale si dovette trasportare il tempo di Greenwich; in questo caso furono interposti 22 giorni per la determinazione di longitudine all'andata (ossia il tempo di Greenwich fu trasportato per 22 giorni), di fronte ad una media di circa 5 giorni di trasporto di tempo per la determinazione del ritorno.
Dato altresì il grado di precisione che si può esigere, in rapporto ai mezzi ed al tempo ristretto di cui la Spedizione disponeva, si ritiene il caso di adottare come valore della longitudine di Ibanda la media dei due risultati, ossia:
Ibanda.... λ = 2<sup>h</sup> 0<sup>m</sup> 43 .2 E. G.
Nel tratto fra Entebbe e Fort Portal si hanno altri due punti che offrono le stesse condizioni e che concorrono quindi a fornire dei mezzi di controllo: di Kichiomi, che è uno di questi punti, si ha, mediante l'osservazione di un'altezza meridiana all'andata e un'altra al ritorno (Osservazioni N.° 10 e 99):
Kichiomi . . . . φ = 0° 31' 20" N.
Adottando valore per il calcolo della longitudine siquesto ricava:
all'andata:
Kichiomi; Osserv. N.° 11 . . . λ = 2<sup>h</sup> 4<sup>m</sup> 27<sup>s</sup>.3 E. G.
al ritorno:
<poem>
Kichiomi; Osserv. N.° 100 . . . . λ = 2<sup>h</sup> 4<sup>m</sup> 26<sup>s</sup>.0{{spazi|2}}E. G.
{{spazi|27}}»{{spazi|12}}101 . . . . » ={{spazi|13}}25 .9{{spazi|4}}»
{{spazi|63}}───────
{{spazi|45}}Media λ = 2<sup>h</sup> 4<sup>m</sup> 26<sup>s</sup>.0{{spazi|4}}»
</poem>
L'accordo fra i due risultati è anche qui soddisfacente, e per le considerazioni precedentemente esposte si ritiene, come valore definitivo, la media dei due risultati, ossia:
Kichiomi . . . . λ = 2<sup>h</sup> 4<sup>m</sup> 26<sup>s</sup>.7.
Si segue analogo procedimento per Mujongo. Quivi la latitudine φ = 0° 30' 41' N fu ottenuta da due circummeridiane (Osservazioni N.° 12 e 13) osservate all'andata; introducendo tal valore nel calcolo per la longitudine, per la quale si hanno due serie d'altezze per l'andata e due serie pel ritorno, si ottiene:
all'andata:
<poem>
Mujongo; Osserv. N.° 14 . . . . λ = 2<sup>h</sup> 3<sup>m</sup> 56<sup>s</sup>.5{{spazi|2}}E. G.
{{spazi|23}}»{{spazi|8}}»{{spazi|4}}15 . . . . » ={{spazi|13}}55 .8{{spazi|4}}»
{{spazi|63}}───────
{{spazi|43}}Media λ = 2<sup>h</sup> 3<sup>m</sup> 56<sup>s</sup>.2 E. G.
</poem><noinclude>{{RigaIntestazione|||{{x-smaller|38}}}}</noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|298|APPENDICE ''B''|}}</noinclude>
al ritorno:
<poem>
Mujongo; Osserv. N.° 97 . . . . λ = 2<sup>h</sup> 3<sup>m</sup> 55<sup>s</sup>.4{{spazi|2}}E. G.
{{spazi|27}}»{{spazi|11}}98 . . . . » ={{spazi|13}}54 .6{{spazi|4}}»
{{spazi|63}}───────
{{spazi|44}}Media λ = 2<sup>h</sup> 3<sup>m</sup> 55<sup>s</sup>.0{{spazi|3}}»
</poem>
ossia facendo la media semplice:
Mujongo . . . . λ = 2<sup>h</sup> 3<sup>m</sup> 55<sup>s</sup>.6 E. S.
Otteniamo così una terza prova sull'attendibilità delle adottate correzioni diurne del cronometro.
E poichè ripetutamente i risultati di longitudine furono concordanti in modo superiore all'attesa, si può procedere al calcolo degli elementi di posizione di tutti gli altri punti determinati durante il viaggio, convinti di non incorrere in errori rilevanti.
''Bujongolo'' (presso il lago Isolde). — La latitudine fu ottenuta con un'altezza meridiana<ref>Le altezze osservate furono sempre altezze di sole.</ref> osservata all'andata (Osservazione N.° 1) e la longitudine con due serie di altezze, pure all'andata (Osservazioni N.° 2 e 3):
<poem>
19 Maggio φ = 0° 25' 44" N;{{spazi|8}}λ = 2<sup>h</sup> 7<sup>m</sup> 53<sup>s</sup>.4 E.G.
{{spazi|9}}»{{spazi|48}}» = 2{{spazi|3}}7{{spazi|3}}54 .5{{spazi|3}}»
{{spazi|27}}───────{{spazi|19}}───────
Bujongolo φ = 0° 25' 44" N;{{spazi|8}}λ = 2<sup>h</sup> 7<sup>m</sup> 53<sup>s</sup>.9{{spazi|3}}»
(Lago Isolde){{spazi|35}}» = 31° 58' 28"{{spazi|2}}E. G
</poem>
''Bimbye''. — Determinata la latitudine con due altezze meridiane (andata, ritorno, Osservazioni N.° 4 e 107). — La longitudine con due serie di altezze (ritorno, Osservazioni N.° 108, 109):
<poem>
20 Maggio φ = 0° 31' 56" N;
10 Agosto{{spazi|3}}» = 0{{spazi|3}}31{{spazi|2}}57{{spazi|3}}»;
11{{spazi|6}}»{{spazi|48}}λ = 2<sup>h</sup> 7<sup>m</sup> 26<sup>s</sup>.1 E. G.
11{{spazi|6}}»{{spazi|48}}» = 2{{spazi|3}}7{{spazi|4}}26<sup>s</sup>.4{{spazi|3}}»
{{spazi|27}}───────{{spazi|19}}───────
{{spazi|6}}Bimbye φ = 0° 31' 56" N;{{spazi|9}}λ = 2<sup>h</sup> 7<sup>m</sup> 26<sup>s</sup>.3{{spazi|3}}»
{{spazi|61}}» = 31° 51' 54" E. G.
</poem>
''Kijemula''. — Determinata la latitudine con un'altezza meridiana (ritorno, Osservazione N.° 106) stimando la longitudine = 2<sup>h</sup> 6<sup>m</sup> E. G.
Kijemula, 9 Agosto{{spazi|8}}φ = 0° 35' 55" N.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|298|APPENDICE ''B''|}}</noinclude>
al ritorno:
<poem>
Mujongo; Osserv. N.° 97 . . . . λ = 2<sup>h</sup> 3<sup>m</sup> 55<sup>s</sup>.4{{spazi|2}}E. G.
{{spazi|27}}»{{spazi|11}}98 . . . . » ={{spazi|13}}54 .6{{spazi|4}}»
{{spazi|63}}───────
{{spazi|44}}Media λ = 2<sup>h</sup> 3<sup>m</sup> 55<sup>s</sup>.0{{spazi|3}}»
</poem>
ossia facendo la media semplice:
Mujongo . . . . λ = 2<sup>h</sup> 3<sup>m</sup> 55<sup>s</sup>.6 E. S.
Otteniamo così una terza prova sull'attendibilità delle adottate correzioni diurne del cronometro.
E poichè ripetutamente i risultati di longitudine furono concordanti in modo superiore all'attesa, si può procedere al calcolo degli elementi di posizione di tutti gli altri punti determinati durante il viaggio, convinti di non incorrere in errori rilevanti.
''Bujongolo'' (presso il lago Isolde). — La latitudine fu ottenuta con un'altezza meridiana<ref>Le altezze osservate furono sempre altezze di sole.</ref> osservata all'andata (Osservazione N.° 1) e la longitudine con due serie di altezze, pure all'andata (Osservazioni N.° 2 e 3):
<poem>
19 Maggio φ = 0° 25' 44" N;{{spazi|8}}λ = 2<sup>h</sup> 7<sup>m</sup> 53<sup>s</sup>.4 E.G.
{{spazi|9}}»{{spazi|48}}» = 2{{spazi|3}}7{{spazi|3}}54 .5{{spazi|3}}»
{{spazi|27}}───────{{spazi|19}}───────
Bujongolo φ = 0° 25' 44" N;{{spazi|8}}λ = 2<sup>h</sup> 7<sup>m</sup> 53<sup>s</sup>.9{{spazi|3}}»
(Lago Isolde){{spazi|35}}» = 31° 58' 28"{{spazi|2}}E. G
</poem>
''Bimbye''. — Determinata la latitudine con due altezze meridiane (andata, ritorno, Osservazioni N.° 4 e 107). — La longitudine con due serie di altezze (ritorno, Osservazioni N.° 108, 109):
<poem>
20 Maggio φ = 0° 31' 56" N;
10 Agosto{{spazi|3}}» = 0{{spazi|3}}31{{spazi|2}}57{{spazi|3}}»;
11{{spazi|6}}»{{spazi|48}}λ = 2<sup>h</sup> 7<sup>m</sup> 26<sup>s</sup>.1 E. G.
11{{spazi|6}}»{{spazi|48}}» = 2{{spazi|3}}7{{spazi|4}}26<sup>s</sup>.4{{spazi|3}}»
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{{spazi|6}}Bimbye φ = 0° 31' 56" N;{{spazi|9}}λ = 2<sup>h</sup> 7<sup>m</sup> 26<sup>s</sup>.3{{spazi|3}}»
{{spazi|61}}» = 31° 51' 54" E. G.
</poem>
''Kijemula''. — Determinata la latitudine con un'altezza meridiana (ritorno, Osservazione N.° 106) stimando la longitudine = 2<sup>h</sup> 6<sup>m</sup> E. G.
Kijemula, 9 Agosto{{spazi|8}}φ = 0° 35' 55" N.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il ruwenzori}}|299}}</noinclude>
''Muduma''. — Avuta la latitudine con un'altezza meridiana (andata, Osservazione N.° 5) e la longitudine con due serie di altezze (andata, Osservazioni N.° 6 e 7):
<poem>
23 Maggio φ = 0° 36' 19" N;{{spazi|8}}λ = 2<sup>h</sup> 5<sup>m</sup> 40<sup>s</sup>. 3 E. G.
{{spazi|9}}»{{spazi|48}}» = 2{{spazi|3}}5{{spazi|3}}40 .9{{spazi|4}}»
{{spazi|27}}───────{{spazi|19}}───────
{{spazi|3}}Muduma φ = 0° 36' 19" N;{{spazi|9}}λ = 2<sup>h</sup> 5<sup>m</sup> 40<sup>s</sup>.6{{spazi|3}}»
{{spazi|61}}» = 31° 25' 9"{{spazi|4}}E. G.
</poem>
''Kasiba''. — Determinata la posizione al ritorno: la latitudine, con un'altezza meridiana (Osservazione N.° 103); la longitudine, con due serie di altezze (Osservazioni N.° 104 e 105):
<poem>
8 Agosto φ = 0° 40' 34" N;{{spazi|8}}λ = 2<sup>h</sup> 5<sup>m</sup> 53<sup>s</sup>.2 E. G.
{{spazi|9}}»{{spazi|46}}» = 2{{spazi|3}}5{{spazi|3}}50 .8{{spazi|4}}»
{{spazi|25}}───────{{spazi|21}}───────
{{spazi|4}}Kasiba φ = 0° 40' 34" N;{{spazi|9}}λ = 2<sup>h</sup> 5<sup>m</sup> 52<sup>s</sup>.0{{spazi|3}}»
{{spazi|58}}» = 31° 28' 0"{{spazi|3}}E. G.
</poem>
''Lwatumukuza''. — Ottenuta la latitudine con due altezze meridiane, una all'andata e l'altra al ritorno (Osservazioni N.° 8 e 102); la longitudine con una serie d'altezze all'andata (Osservazione N.° 9):
<poem>
24 Maggio{{spazi|6}}φ = 0° 31' 4" N;{{spazi|8}}λ = 2<sup>h</sup> 5<sup>m</sup> 16<sup>s</sup>.5 E. G.
{{spazi|2}}7 Agosto{{spazi|9}}» = 0{{spazi|2}}30{{spazi|2}}27{{spazi|2}}»
{{spazi|31}}───────{{spazi|16}}───────
Lwatumukuza φ = 0° 30' 45" N;{{spazi|5}}λ = 2<sup>h</sup> 5<sup>m</sup> 16<sup>s</sup>.5{{spazi|3}}»
{{spazi|64}}» = 31° 19' 7"{{spazi|3}}E. G.
</poem>
''Kaibo''. — Determinata la latitudine con un'altezza circummeridiana all'andata e quattro al ritorno (Osservazioni N.° 16, 91, 92, 93 e 94); la longitudine risulta da due serie di altezze al ritorno (Osservazioni N.° 95 e 96):
<poem>
27 Maggio φ = 0° 29' 56" N;
{{spazi|2}}2 Agosto{{spazi|3}}» = 0{{spazi|3}}30{{spazi|2}}36{{spazi|2}}»;{{spazi|3}}λ = 2<sup>h</sup> 3<sup>m</sup> 7<sup>s</sup>.8 E. G.
{{spazi|6}}»{{spazi|13}}» = 0{{spazi|3}}30{{spazi|2}}09{{spazi|2}}»;{{spazi|3}}» = 2{{spazi|3}}3{{spazi|3}}7 .9{{spazi|4}}»
{{spazi|6}}»{{spazi|13}}» = 0{{spazi|3}}29{{spazi|2}}26{{spazi|2}}»;
{{spazi|6}}»{{spazi|13}}» = 0{{spazi|3}}30{{spazi|2}}14{{spazi|2}}»;
{{spazi|26}}───────{{spazi|14}}───────
Kaibo{{spazi|12}}φ = 0° 30' 4" N;{{spazi|2}}λ = 2<sup>h</sup> 3<sup>m</sup> 7<sup>s</sup>.9 {{spazi|3}}»
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</poem><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il ruwenzori}}|299}}</noinclude>
''Muduma''. — Avuta la latitudine con un'altezza meridiana (andata, Osservazione N.° 5) e la longitudine con due serie di altezze (andata, Osservazioni N.° 6 e 7):
<poem>
23 Maggio φ = 0° 36' 19" N;{{spazi|8}}λ = 2<sup>h</sup> 5<sup>m</sup> 40<sup>s</sup>. 3 E. G.
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{{spazi|3}}Muduma φ = 0° 36' 19" N;{{spazi|9}}λ = 2<sup>h</sup> 5<sup>m</sup> 40<sup>s</sup>.6{{spazi|3}}»
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''Kasiba''. — Determinata la posizione al ritorno: la latitudine, con un'altezza meridiana (Osservazione N.° 103); la longitudine, con due serie di altezze (Osservazioni N.° 104 e 105):
<poem>
8 Agosto φ = 0° 40' 34" N;{{spazi|8}}λ = 2<sup>h</sup> 5<sup>m</sup> 53<sup>s</sup>.2 E. G.
{{spazi|9}}»{{spazi|46}}» = 2{{spazi|3}}5{{spazi|3}}50 .8{{spazi|4}}»
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{{spazi|4}}Kasiba φ = 0° 40' 34" N;{{spazi|9}}λ = 2<sup>h</sup> 5<sup>m</sup> 52<sup>s</sup>.0{{spazi|3}}»
{{spazi|58}}» = 31° 28' 0"{{spazi|3}}E. G.
</poem>
''Lwatumukuza''. — Ottenuta la latitudine con due altezze meridiane, una all'andata e l'altra al ritorno (Osservazioni N.° 8 e 102); la longitudine con una serie d'altezze all'andata (Osservazione N.° 9):
<poem>
24 Maggio{{spazi|6}}φ = 0° 31' 4" N;{{spazi|8}}λ = 2<sup>h</sup> 5<sup>m</sup> 16<sup>s</sup>.5 E. G.
{{spazi|2}}7 Agosto{{spazi|9}}» = 0{{spazi|2}}30{{spazi|2}}27{{spazi|2}}»
{{spazi|31}}───────{{spazi|16}}───────
Lwatumukuza φ = 0° 30' 45" N;{{spazi|5}}λ = 2<sup>h</sup> 5<sup>m</sup> 16<sup>s</sup>.5{{spazi|3}}»
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</poem>
''Kaibo''. — Determinata la latitudine con un'altezza circummeridiana all'andata e quattro al ritorno (Osservazioni N.° 16, 91, 92, 93 e 94); la longitudine risulta da due serie di altezze al ritorno (Osservazioni N.° 95 e 96):
<poem>
27 Maggio φ = 0° 29' 56" N;
{{spazi|2}}2 Agosto{{spazi|3}}» = 0{{spazi|3}}30{{spazi|2}}36{{spazi|2}}»;{{spazi|3}}λ = 2<sup>h</sup> 3<sup>m</sup> 7<sup>s</sup>.8 E. G.
{{spazi|6}}»{{spazi|13}}» = 0{{spazi|3}}30{{spazi|2}}09{{spazi|2}}»;{{spazi|3}}» = 2{{spazi|3}}3{{spazi|3}}7 .9{{spazi|4}}»
{{spazi|6}}»{{spazi|13}}» = 0{{spazi|3}}29{{spazi|2}}26{{spazi|2}}»;
{{spazi|6}}»{{spazi|13}}» = 0{{spazi|3}}30{{spazi|2}}14{{spazi|2}}»;
{{spazi|26}}───────{{spazi|14}}───────
Kaibo{{spazi|12}}φ = 0° 30' 4" N;{{spazi|2}}λ = 2<sup>h</sup> 3<sup>m</sup> 7<sup>s</sup>.9 {{spazi|3}}»
{{spazi|54}}» = 30° 46' 58" E. G.
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Marcella Medici (BEIC)
22982
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|268|APPENDICE ''B''|}}</noinclude>
''Butiti''. — Usando la latitudine stimata φ = 0° 39' 30", si deduce la longitudine con due serie di altezze osservate al ritorno (Osservazioni N.° 89 e 90):
<poem>
1 Agosto . . . . . . λ = 2<sup>h</sup> 2<sup>m</sup> 34<sup>s</sup>.3 E. G.
{{spazi|8}}»{{spazi|5}}. . . . . . » = 2{{spazi|3}}2{{spazi|4}}34 .8{{spazi|4}}»
{{spazi|35}}────────
{{spazi|3}}Butiti{{spazi|4}}. . . . . . λ = 2<sup>h</sup> 2<sup>m</sup> 34<sup>s</sup>.5{{spazi|4}}»
{{spazi|30}}» = 30° 38' 37"{{spazi|2}}E. G.
</poem>
''Duwona''. — Col valore approssimato λ = 2<sup>h</sup> 1<sup>m</sup> 17<sup>s</sup>. E. G. si è calcolata la latitudine con un'altezza meridiana osservata all'andata (Osservazione N.° 24):
1 Giugno — Duwona . . . . φ = 0° 33' 25" N.
''Butanuka''. — Determinata nel ritorno la latitudine con un'altezza meridiana (Osservazione N.° 70) e la longitudine con due serie di altezze (Osservazioni N.° 71 e 72):
<poem>
20 Luglio φ = 0° 26' 33" N.{{spazi|4}}λ = 2<sup>h</sup> 1<sup>m</sup> 4<sup>s</sup>.1 E. G.
{{spazi|6}}»{{spazi|45}}» = 2{{spazi|3}}1{{spazi|4}}4 .6{{spazi|4}}»
{{spazi|23}}───────{{spazi|15}}───────
Butanuka φ = 0° 26' 33" »{{spazi|7}}λ = 2<sup>h</sup> 1<sup>m</sup> 4<sup>s</sup>.4{{spazi|3}}»
{{spazi|55}}» = 30° 16' 6" E. G.
</poem>
''Kasongo''. — Con la latitudine approssimata φ = 0° 21' 30" N dedotta dalle carte si calcolò la longitudine usando due serie d'altezze osservate all'andata (Osservazioni N. 25 e 26):
<poem>
2 Giugno . . . . . . λ = 2<sup>h</sup> 1<sup>m</sup> 0<sup>s</sup>.8 E. G.
{{spazi|8}}»{{spazi|6}}. . . . . . » = 2{{spazi|3}}1{{spazi|4}}0 .4{{spazi|4}}»
{{spazi|35}}────────
Kasongo{{spazi|2}}. . . . . . λ = 2<sup>h</sup> 1<sup>m</sup> 0<sup>s</sup>.6{{spazi|4}}»
{{spazi|30}}» = 30° 15' 9"{{spazi|3}}E. G.
</poem>
''Bihunga''. — Avuta la longitudine da due serie d'altezze all'andata, usando φ = 0° 20' 20" N., dedotta dalle carte (Osservazioni N.° 30 e 31):
<poem>
4 Giugno . . . . . . λ = 2<sup>h</sup> 0<sup>m</sup> 27<sup>s</sup>.0 E. G.
{{spazi|8}}»{{spazi|6}}. . . . . . » = 2{{spazi|3}}0{{spazi|4}}27 .2{{spazi|3}}»
{{spazi|35}}────────
Bihunga{{spazi|4}}. . . . . . λ = 2<sup>h</sup> 0<sup>m</sup> 27<sup>s</sup>.1{{spazi|2}}»
{{spazi|32}}» = 30° 6' 46"{{spazi|2}}E. G.
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Discussioni indice:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu
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Alex brollo
1615
Gadget [[Aiuto:Gadget Trova e Sostituisci|Trova e Sostituisci]]: salvataggio MemoRegex
3857854
wikitext
text/x-wiki
== memoRegex ==
<nowiki>{"^t1 (.+)\\n(.+)":["(regex)","{{Ct|c=t1|$1}}\n{{Ct|c=t2|$2}}","gm"],
"Ed\\.\\ Cale\\.":["","Ed. Calc.","g"],
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MediaWiki message delivery
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/* Tech News: 2026-28 */ nuova sezione
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wikitext
text/x-wiki
{{Bar}}
== A volte ritornano (tabella da "smarginare") ==
Salve a tutti,
sono riemerso dalla nebbia per rileggere
Indice:IlSessismoNellaLinguaItaliana.pdf
un testo che fra l'altro era avantissimo - considerato che è stato redatto nella sua forma finale nel 1987.
Dato che mi sono dimenticato quasi tutto l'editing wiki, vi chiederei un favore:
se potete modificare questa tabella (poi lo applicherò a tutte le altre tabelle del testo)
https://it.wikisource.org/wiki/Pagina:IlSessismoNellaLinguaItaliana.pdf/45
In pratica non riesco a inserire spazi di margine tra il testo e il limite celle e quindi i testi delle tabelle (che sono anche giustificati) vengono a appiccicarsi creando non solo un brutto effetto estetico ma anche errori di lettura.
Ho provato un po' a maneggiare con gap e vari ma non riesco a ottenere che risultati parziali.
Vi ringrazio come sempre per la vostra infinita pazienza. [[User:Accolturato|Accolturato]] ([[User talk:Accolturato|disc.]]) 17:07, 2 lug 2026 (CEST)
== Sui testi anonimi ==
In una discussione recente si è ricordato la seguente regola [[Wikisource:Cosa non mettere su Wikisource#Niente testi anonimi|Niente testi anonimi]] che dice "I testi anonimi di accreditata rilevanza storica sono benvenuti in Wikisource. Comunque testi anonimi moderni non dovrebbero essere aggiunti in Wikisource, a meno di non avere un riconosciuto valore storico. Testi anonimi dal valore non riconosciuto o controverso possono essere cancellati direttamente da un amministratore o sottoposti al giudizio della comunità che può decidere di farli cancellare." Non riesco a capire la ratio di questa regola. I testi anonimi di epoca moderna (e anche oggi) sono diffusissimi ad esempio dentro le pubblicazioni periodiche (riviste, giornali...) dove vari articoli non sono firmati perché la pubblicazione vuole evidenziare non il punto di vista dell'autore ma il fatto che il contenuto sia condiviso dalla linea editoriale. Inoltre testi anonimi sono spesso stati usati quando l'autore non voleva essere "perseguitato" da autorità politiche o religiose, ad esempio il seguente testo [https://archive.org/details/QuarantaProposizioni Le Quaranta Proposizioni condannate di Antonio Rosmini] dove l'autore anonimo (poi identificato con Fabrizio Montebugnoli) dissentiva dalla condanna da parte del Sant'Uffizio di varie affermazioni del filosofo e sacerdote Antonio Rosmini e non voleva però essere a sua volta condannato dalle autorità cattoliche. Discorso analogo si può fare per il seguente testo [https://archive.org/details/irredentismo-italiano-in-dalmazia L'irredentismo italiano in Dalmazia] dove l'autore anonimo sostenitore degli italiani di Dalmazia non vuole essere identificato dalle autorità politiche straniere in quella terra e così via. Poi ci sono casi dove più banalmente le informazioni sono generiche e oggettive e il nome dell'autore ha importanza minore, ad esempio guide geografiche come [[Bergamo e sue valli, Brescia e sue valli, Lago d'Iseo, Valcamonica]]. Dunque non è chiaro quali "testi anonimi dal valore non riconosciuto" debbano essere tolti da Wikisource. Poi ci sarebbero i casi di testi anonimi che sono stati "rivendicati" ovvero poi si è scoperto il nome dell'autore ma in tal caso dunque i testi non sono più anonimi. [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 12:58, 3 lug 2026 (CEST)
== Testi compilatori ==
Sempre nella sezione "Cosa non mettere su Wikisource" ci sarebbe la seguente regola [[Wikisource:Cosa non mettere su Wikisource#Niente materiale compilatorio|Niente materiale compilatorio]] "Wikisource non incoraggia l'inserimento di materiale puramente numerico o compilatorio come
Costanti matematiche (come i decimali di pi greco)
Tabelle di dati matematici o scientifici (tabelle logaritmiche o risultati di votazioni)
Materiale crittografico
Codice sorgente di programmi o altro materiale informatico"
In effetti questa esclusione è sensata in quanto questi documenti non sono "testi" in senso stretto, può essere però che a volte contengano anche materiale testuale interessante. Non so se si è discusso se inserire o no il seguente testo compilatorio [[Statistica delle elezioni generali politiche 1904]] e come mai si è deciso di tenerlo. [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 13:20, 3 lug 2026 (CEST)
== Libri senza immagini ==
[[Indice:Woolf - Gita al faro, Garzanti, 1954.pdf]] e [[Indice:Testamento di Fortunato Pio Castellani.pdf]]. Qualcuno potrebbe gentilmente correggere? Grazie! [[User:Gatto bianco|Gatto bianco]] ([[User talk:Gatto bianco|disc.]]) 18:09, 3 lug 2026 (CEST)
:@[[Utente:Gatto bianco|Gatto bianco]] Problema ricorrente... adesso su Commons la visualizzazione è ok, ma su wikisource no. Getto la spugna :-( [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:27, 4 lug 2026 (CEST)
== <span lang="en" dir="ltr">Tech News: 2026-28</span> ==
<div lang="en" dir="ltr">
<section begin="technews-2026-W28"/><div class="plainlinks">
Latest '''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|tech news]]''' from the Wikimedia technical community. Please tell other users about these changes. Not all changes will affect you. [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/28|Translations]] are available.
'''Updates for editors'''
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] View all {{formatnum:34}} community-submitted {{PLURAL:34|task|tasks}} that were [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Recently resolved community tasks|resolved last week]]. For example, an issue where the search bar results on Wikidata, showed English results instead of using the correct language fallback for users of language variants, has now been fixed. Search suggestions will now follow the expected language fallback chain. [https://phabricator.wikimedia.org/T429769]
'''Updates for technical contributors'''
* In preparation for [[m:Special:MyLanguage/Event:Celebrate Women|Celebrate Women campaign]] planned for March 2027, the Wikimedia Foundation’s [[m:Special:MyLanguage/Wikimedia Foundation/Advancement/Community Growth/Content Enablement|Content Enablement team]] has launched a 22-question survey to better understand technical contributions by women+ (anyone who identifies as a woman) across Wikimedia projects. The survey takes approximately 15–20 minutes to complete and will remain open until 20 July 2026. The [[m:Special:MyLanguage/Celebrate Women/Technical contributions survey|questions]] are also available on-wiki for review in advance.
* The [[mw:Special:MyLanguage/Extension:Score|Score extension]] now supports rendering music scores as SVG images in addition to PNG, addressing a long-standing [[:phab:T49578|feature request]] and resolving historical image quality issues. Both formats are now provided to clients, with PNG in the <bdi lang="zxx" dir="ltr"><code><nowiki>src</nowiki></code></bdi> attribute and SVG in the <bdi lang="zxx" dir="ltr"><code><nowiki>srcset</nowiki></code></bdi> attribute.
* The new [[wikitech:Parsoid|Parsoid]] parser [[mw:Special:MyLanguage/Parsoid/Parser_Unification/Updates|continues to be deployed to additional wikis]], making it easier to introduce new reading and editing features. It was enabled on French Wikipedia, bringing total progress to covering 78.9% of Wikipedia page views. Rollout to English Wikipedia desktop will progress through this week.
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] Detailed code updates later this week: [[mw:MediaWiki 1.47/wmf.10|MediaWiki]]
'''In depth'''
* The Wikimedia Hackathon 2026 [[diffblog:2026/06/29/wikimedia-hackathon-2026-building-collaborating-and-shaping-the-future-together/|recap blog post]] is now live. It highlights the projects, sessions, and social activities from this year’s event, and shares initial plans for the 2027 Wikimedia Hackathon.
'''''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|Tech news]]''' prepared by [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Writers|Tech News writers]] and posted by [[m:Special:MyLanguage/User:MediaWiki message delivery|bot]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News#contribute|Contribute]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/28|Translate]] • [[m:Tech|Get help]] • [[m:Talk:Tech/News|Give feedback]] • [[m:Global message delivery/Targets/Tech ambassadors|Subscribe or unsubscribe]].''
</div><section end="technews-2026-W28"/>
</div>
<bdi lang="en" dir="ltr">[[User:MediaWiki message delivery|MediaWiki message delivery]]</bdi> 15:57, 6 lug 2026 (CEST)
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Pagina:L'Anima musicale d'Italia.djvu/243
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Pic57
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{{Centrato|'''20. In mezzo al mare ghe xe una fontana'''}}
<score sound=1>
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\time 6/8
\tempo 4=90
\omit Score.MetronomeMark
\key c \major
%rigo 1.1
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e4 e8 e4 e8|
d4 d8 c4 b8|d8 c4 r e8|
e4 e8 d4 c8|
\break
%rigo 1.2
e4 d8 c4 a8|
a8 g4 r d'8|
d4 d8 d4 d8|
e4 d8 c4 b8|
\break
%rigo 1.3
a8 g4 r4 g8|
g8.[ a16] b8 c[ d] e|
f4 d8 e4 c8|
b4. c4. \bar "|."
}
\addlyrics{
In mez -- zo_al ma -- re ghe xe una fon -- ta -- na Chi be -- ve de quel'-
ac -- qua se ina -- mo -- ra In mez -- zo_al ma -- re ghe xe una fon-
ta -- na Chi be -- ve de quel' ac -- qua se ina -- mo -- ra
}
\layout {
ragged-last = ##f
}
\midi {}
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<section end="s20" />
<section begin="s21" />
{{Centrato|'''21. Villotta'''}}
<score sound=1>
\relative c' {
\time 4/4
\tempo 4=90
\omit Score.MetronomeMark
\key d \major
%rigo 1.1
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fis4 fis2 a4|
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e4 e2 e4|
\break
%rigo 1.2
a4. g8 a4. b8|
e4 e2 b4|
a4 a \override TupletBracket.tuplet-slur = ##t \tupletUp \tuplet 3/2{b4 a b}
fis2^\fermata r2 \bar "|."
}
\layout {
ragged-last = ##f
}
\midi {}
</score>
<section end="s21" />
<section begin="s22" />
{{Centrato|'''22. Amememi o dona Lombarda'''}}
<score sound=1>
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\time 3/4
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\omit Score.MetronomeMark
\key c \major
%rigo 1.1
\autoBeamOff r4 r4 g'|
g4 c d|
e dis e|
f e dis|
e c g|
g c d|
\break
%rigo 1.2
e4 dis e|
f e dis|
e c e|
d a b|
c4 r e|
d a b|
c s2 \bar "|."
}
\addlyrics{
A -- me -- me -- _ mi _ o do -- na Lom -- bar -- da A -- me -- _ me-
mi _ do -- na Lom -- bar -- da A -- me -- _ me -- _ mi A -- me -- _ me -- mi
}
\layout {
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}
\midi {}
</score>
<section end="s22" />
<section begin="s23" />
{{Centrato|'''23. Pelegrin che vien da Roma'''}}
<score sound=1>
<< % Apre Canto e Piano
\new PianoStaff
<<
\new Staff="up" {
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\tempo 4=110
\relative c' {
%rigo up 1.1
\omit Score.MetronomeMark
\autoBeamOff r4 <c' e>8. <d f>16
<e g,>4.. <c e>16|
\stemDown <d d,>4. <b d,>8|
<c f,>8.[ <d f,>16] <e g,>4|
r4 <c e,>8. <d f,>16|
<e g,>4.. <c f,>16|
<d f,>4.. <b d,>16|
<c e,>8.[ <d f,>16] <e g>8 r8|
} %Chiude relative Up
\addlyrics{
Pe -- le grin che vien da Roma _ Pre -- ga -- ras -- tu el Ciel per mi!
}
}%Chiude New Staff Up
\new Staff = "down" {
\clef bass
\key c \major
\time 2/4
\relative c{
%rigo down 1.1
\autoBeamOff r4 c8. c16|
c4.. c16|
g4. g8|
c4 c|
r4 c8. c16|
c4.. c16|
g4.. g16|
c4 c8 r|
} %Chiude relative low
}%Chiude Staff low
>>%Fine Base Piano
>> %Chiude Canto e Piano
\layout {
ragged-last = ##f
}
\midi {}
</score>
<section end="s23" />
<section begin="s24" />
{{Centrato|'''24. O benedett l'amor dei giovin'''}}
<score sound=1>
\relative c' {
\time 6/8
\tempo 4=120
\omit Score.MetronomeMark
\key a \major
%rigo 1.1
<<{\stemUp e'4. fis8[ gis] a|
<e cis>4. <e cis>|
<e cis>4. <fis d >8[ <gis e>] <a fis>|
<fis d>4. <fis d>|
\stemUp gis8 gis4^(b4) a8|
\break
%rigo 1.2
gis4. gis|
cis8 b cis d cis b
a4. a \bar "|."
}
\addlyrics{
O be -- _ ne -- dett l'a -- mor _ _ dei gio -- vin che al fa
star il cor _ _ al -- le -- gro
}
\\
{r4 r8 r4 r8|
\stemDown a,4. a|
a4. a4 a8|
d,4. d|
<d' e,>8<d e,>4~<d e,> <d e,>8|
\break
%rigo 1.2
<d e,>4. <d e,>|
<d e,>4. <d e,>4~ <d e,>8|
<cis gis>4. <cis gis>
}
>>
}
\layout {
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}
\midi {}
</score>
<section end="s24" /><noinclude><references/></noinclude>
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Il Libro dei Re/Il re Behmen Ardeshîr, la regina Humây, il re Dârâb, il re Dârâ/2
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2026-07-07T05:18:18Z
Alex brollo
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Porto il SAL a SAL 75%
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wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=75%|data=7 luglio 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|Il re Behmen Ardeshîr, la regina Humây, il re Dârâb, il re Dârâ]] - 2. - La regina Humây|prec=../1/III|succ=/I}}
<pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu" from="466" to="466" tosection="s1" />
=== Indice ===
* {{testo|/I|I. - Nascita di Dârâb}}
* {{testo|/II|II. - Avventura del lavandaio}}
* {{testo|/III|III. - Riconoscimento di Dârâb}}
* {{testo|/IV|IV. - Battaglie di Dârâb coi Greci}}
* {{testo|/V|V. - Riconoscimento di Dârâb da parte della regina Humây}}
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Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/10
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Marcella Medici (BEIC)
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{{Ct|f=100%|CATANIA.}}
{{x-larger|L}}'origine di Catania si ha da cercare nella più antica storia greca. Essa fu fondata otto anni dopo di Siracusa, circa 720 anni prima della nascita di Gesù Cristo, da una colonia di Calcidesi stabilita nelle coste orientali della Sicilia, ove molte città fabbricò nell'antica storia rinomate{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/142|1|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/143|1}}. Vissero costoro tranquilli per lo spazio di tre secoli, finchè 476 anni prima di G. C., {{wl|Q313675|Jerone}}, re de' Siracusani, ne li discacciò, popolò la città con una colonia dei suoi e cambiò il nome di Catania con quello di Etna{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/143|2}}. Verificossi una guerra tra questi e {{wl|Q1264648|Ducezio}}, potente re dei Siculi, il quale, per pretesto della sua aggressione, si servì di un pezzo di terra che quelli volevano togliere a' suoi sudditi. Quantunque i Siracusani ajutato<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Trascritta */
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text/x-wiki
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{{x-larger|L}}'origine di Catania si ha da cercare nella più antica storia greca. Essa fu fondata otto anni dopo di Siracusa, circa 720 anni prima della nascita di Gesù Cristo, da una colonia di Calcidesi stabilita nelle coste orientali della Sicilia, ove molte città fabbricò nell'antica storia rinomate{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/142|1|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/143|1}}. Vissero costoro tranquilli per lo spazio di tre secoli, finchè 476 anni prima di G. C., {{wl|Q313675|Jerone}}, re de' Siracusani, ne li discacciò, popolò la città con una colonia dei suoi e cambiò il nome di Catania con quello di Etna{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/143|2}}. Verificossi una guerra tra questi e {{wl|Q1264648|Ducezio}}, potente re dei Siculi, il quale, per pretesto della sua aggressione, si servì di un pezzo di terra che quelli volevano togliere a' suoi sudditi. Quantunque i Siracusani ajutato<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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proofread-page
text/x-wiki
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{{x-larger|L}}'origine di Catania si ha da cercare nella più antica storia greca. Essa fu fondata otto anni dopo di Siracusa, circa 720 anni prima della nascita di Gesù Cristo, da una colonia di Calcidesi stabilita nelle coste orientali della Sicilia, ove molte città fabbricò nell'antica storia rinomate{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/142|1|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/143|1}}. Vissero costoro tranquilli per lo spazio di tre secoli, finchè 476 anni prima di G. C., {{wl|Q335634|Jerone}}, re de' Siracusani, ne li discacciò, popolò la città con una colonia dei suoi e cambiò il nome di Catania con quello di Etna{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/143|2}}. Verificossi una guerra tra questi e {{wl|Q1264648|Ducezio}}, potente re dei Siculi, il quale, per pretesto della sua aggressione, si servì di un pezzo di terra che quelli volevano togliere a' suoi sudditi. Quantunque i Siracusani ajutato<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/11
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Marcella Medici (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>avessero i loro compaesani, dovettero non per- tanto cedere alla prepotenza, e perciò gli an- tichi abitanti di Catania, che Jerone cacciato avea verso Leonzio, ed i quali forse erano stati causa di tutta la guerra, ebbero occasione di prender di bel nuovo possesso della loro città. Dopo tale successo quella colonia siracusana dovette ritirarsi nella città d' Inessa sul monte Etna, alla quale la detta colonia diede il no- me che Catania aveva avuto da Jerone. Ciò fu nel 4 anno della 79 olimpiade (3). Dionisio I conquistò tanto Catania che le altre città lungo questa costa dell'isola (4). In seguito la storia della città divenne assai oscura; ma che la me- desima giungesse ad un grado di grande opu- lenza, e che le arti ancora vi fiorissero come in Siracusa, possiamo conoscerlo dalla gran quantità di monete d'argento che vi si co- niavano. Dell'antico suo splendore però pochi avanzi sono rimasti superstiti, attesa la vici- nanza del vulcano, per cui terribili devasta- zioni ha dovuto essa soffrire a motivo de' co- stanti tremuoti e delle infuocate lave, le quali, avendo spesso diretto il loro corso sulle mura, ne hanno gettato a terra grandi porzioni, e più d'una volta le case della medesima hanno atterrato, come il Vesuvio inondò e cuoprì una volta Ercolano. 1 i S<noinclude><references/></noinclude>
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2026-07-06T12:51:31Z
Marcella Medici (BEIC)
22982
/* Trascritta */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|6|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>avessero i loro compaesani, dovettero non pertanto cedere alla prepotenza, e perciò gli antichi abitanti di Catania, che Jerone cacciato avea verso Leonzio, ed i quali forse erano stati causa di tutta la guerra, ebbero occasione di prender di bel nuovo possesso della loro città. Dopo tale successo quella colonia siracusana dovette ritirarsi nella città d'Inessa sul monte Etna, alla quale la detta colonia diede il nome che Catania aveva avuto da Jerone. Ciò fu nel 4 anno della 79 olimpiade{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/143|3|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/144|3}}. {{wl|Q332750|Dionisio I}} conquistò tanto Catania che le altre città lungo questa costa dell'isola{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/144|4}}. In seguito la storia della città divenne assai oscura; ma che la medesima giungesse ad un grado di grande opulenza, e che le arti ancora vi fiorissero come in Siracusa, possiamo conoscerlo dalla gran quantità di monete d'argento che vi si coniavano. Dell'antico suo splendore però pochi avanzi sono rimasti superstiti, attesa la vicinanza del vulcano, per cui terribili devastazioni ha dovuto essa soffrire a motivo de' costanti tremuoti e delle infuocate lave, le quali, avendo spesso diretto il loro corso sulle mura, ne hanno gettato a terra grandi porzioni, e più d'una volta le case della medesima hanno atterrato, come il Vesuvio inondò e cuoprì una volta Ercolano.<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|7}}</noinclude>
Alle conquiste de' Romani in Sicilia, Catania fu una delle prime città che caddero nelle loro mani; ma restò non di meno uno de' più interessanti posti. Sesto Pompejo, il quale se ne fuggì in Sicilia con il resto del suo partito, conquistò quella città e la maltratò per essere rimasta fedele a Cesare. {{wl|Q1405|Augusto}} vi mandò in seguito una nuova colonia, perlochè divenne nuovamente florida e restò quasi come Siracusa la più considerevole città della Sicilia sino ai tempi di {{wl|Q46696|Teodosio}}{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume I – BEIC IE4742922.djvu/144|5}}. Cadde poscia in potere de' Saraceni, a cui fu tolta da' Normanni con il restante dell'isola, ed ebbe quindi il destino stesso con tutte le altre città siciliane: aggiungendo che Catania ha dovuto d'altronde soffrire più che le altre, a causa delle eruzioni dell'Etna e de' gagliardi tremuoti, dai quali più d'una volta è stata distrutta. Il più recente periodo di questo paese comincia dall'anno 1693, dove uno spaventevole tremuoto la stese al suolo; essa fu riedificata sulle proprie sue rovine; ed è dopo quell'epoca divenuta una delle più belle città d'Europa<ref>''La storia di Catania che ho descritto in poche righe, si trova estesamente in'' Amico, Catania illustrata, ''Cat''. 1740, ''quattro parti'', in 4.</ref>.
Giace questo paese a' piedi dell'Etna imme-<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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Alle conquiste de' Romani in Sicilia, Catania fu una delle prime città che caddero nelle loro mani; ma restò non di meno uno de' più interessanti posti. Sesto Pompejo, il quale se ne fuggì in Sicilia con il resto del suo partito, conquistò quella città e la maltratò per essere rimasta fedele a Cesare. {{wl|Q1405|Augusto}} vi mandò in seguito una nuova colonia, perlochè divenne nuovamente florida e restò quasi come Siracusa la più considerevole città della Sicilia sino ai tempi di {{wl|Q46696|Teodosio}}{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume I – BEIC IE4742922.djvu/144|5}}. Cadde poscia in potere de' Saraceni, a cui fu tolta da' Normanni con il restante dell'isola, ed ebbe quindi il destino stesso con tutte le altre città siciliane: aggiungendo che Catania ha dovuto d'altronde soffrire più che le altre, a causa delle eruzioni dell'Etna e de' gagliardi tremuoti, dai quali più d'una volta è stata distrutta. Il più recente periodo di questo paese comincia dall'anno 1693, dove uno spaventevole tremuoto la stese al suolo; essa fu riedificata sulle proprie sue rovine; ed è dopo quell'epoca divenuta una delle più belle città d'Europa<ref>''La storia di Catania che ho descritto in poche righe, si trova estesamente in'' Amico, Catania illustrata, ''Cat''. 1740, ''quattro parti, in'' 4.</ref>.
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Marcella Medici (BEIC)
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Alle conquiste de' Romani in Sicilia, Catania fu una delle prime città che caddero nelle loro mani; ma restò non di meno uno de' più interessanti posti. Sesto Pompejo, il quale se ne fuggì in Sicilia con il resto del suo partito, conquistò quella città e la maltratò per essere rimasta fedele a Cesare. {{wl|Q1405|Augusto}} vi mandò in seguito una nuova colonia, perlochè divenne nuovamente florida e restò quasi come Siracusa la più considerevole città della Sicilia sino ai tempi di {{wl|Q46696|Teodosio}}{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/144|5}}. Cadde poscia in potere de' Saraceni, a cui fu tolta da' Normanni con il restante dell'isola, ed ebbe quindi il destino stesso con tutte le altre città siciliane: aggiungendo che Catania ha dovuto d'altronde soffrire più che le altre, a causa delle eruzioni dell'Etna e de' gagliardi tremuoti, dai quali più d'una volta è stata distrutta. Il più recente periodo di questo paese comincia dall'anno 1693, dove uno spaventevole tremuoto la stese al suolo; essa fu riedificata sulle proprie sue rovine; ed è dopo quell'epoca divenuta una delle più belle città d'Europa<ref>''La storia di Catania che ho descritto in poche righe, si trova estesamente in'' Amico, Catania illustrata, ''Cat''. 1740, ''quattro parti, in'' 4.</ref>.
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|8|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>diatamente al lido del mare, in un seno che forma un porto, il quale era molto buono sin al 1693, ma fu da una lava guastato. Esso ha delle strade larghe e regolari, a' lati delle quali edifizj di uguale disegno elevati si sono. Oltre di queste vi sono due grandi e belle piazze, una delle quali quadrata e da un portico circondata, resta chiusa da diverse pubbliche fabbriche, tra le quali la più ragguardevole è l'università. La seconda non è così regolare, ma è più larga e più pomposa a cagione d'una grande e bella cattedrale da' Normanni fondata, e d'un obelisco che sta nel centro di essa su d'elefante di lava. Significante è il numero delle chiese, e molte sono costruite con vera magnificenza. Incredibilmente maestosi sono la chiesa ed il convento de' Benedettini. Questi monaci, che viver dovrebbero in un piccolo ospizio nell'estremo luogo abitabile dell'Etna, hanno trovato più comodo il dimorare in una popolata città, ed hanno in conseguenza edificato un chiostro che rivalizza in estensione e lusso con i palagi dei Re. La chiesa è molto grande e sontuosa; sebbene conoscitori di architettura notino una mancanza di gusto ne' suoi ornamenti. A prima vista somiglia a quella di S. Pietro in Roma, quantunque costruita in una assai più piccola proporzione.<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|9}}</noinclude>Essa con tutti i difetti suoi, che io non so conoscere, è una delle più belle e maestose che abbia vedute in Sicilia. Presso al convento in mezzo alle lave hanno i Benedettini fatto un giardino, ed hanno sforzata la natura a produrre vita e vegetazione dalle bruciate scorie del vulcano che hanno mescolato con terra buona e fruttifera. Il fondo di questo giardino è una lava, ed è in conseguenza sì alto che giunge quasi sino al terzo appartamento dell'edifizio. Le vie sono tutte tagliate nella lava e selciate con colorite pietre, che rassembrano al mosaico. Vi si osserva arte soltanto, ma inutile e monachile. Assai più profittevoli sono l'esperienze fatte dal {{AutoreCitato|Ignazio Paternò Castello|Principe di Biscari}} che fece ugualmente una villa sopra la lava del 1669, e vi pianto aloe ed altre piante, mischiandola con terra fresca. Volle egli provare quanto tempo si esigeva, prima che diligenti travagli utili avessero reso i campi dalla lava inondati. Si sapeva di già che questa dopo una fila di secoli fertile terra somministrasse; ma il Principe sperava che l'umana industria potesse accorciare il tempo che si richiedeva per isciogliere e totalmente decomporre quell'arsiccia materia. La sua speranza è stata appieno appagata, perchè molte piante in questa lava con arte coltivate possono benissimo crescere e prosperare{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume I – BEIC IE4742922.djvu/144|6}}.<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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Marcella Medici (BEIC)
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Marcella Medici (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|10|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>
Le case della città sono in gran parte edificate con semplice e nobile stile. Esse sono tutte ad un sol piano, eccetto i palazzi ed i pubblici edifizj, costruite espressamente in quella guisa, perchè funesti e replicati esempi han fatto conoscere che queste, quanto più alte sono, tanto meno resistono a' tremuoti che sogliono tanto spesso visitare queste contrade. Uno de' più importanti palazzi è quello del {{AutoreCitato|Ignazio Paternò Castello|Principe di Biscari}}. L'esterno di esso sontuosità alcuna non lascia osservare, ma il suo circuito soltanto dimostra. Nell'interno però è formato con magnificenza sovrana, con molta nobiltà di stile e con una semplicità che solo nelle opere degli antichi suole ammirarsi. La città si fa giornalmente più bella, come gli edifizj vanno a terminarsi. In essa si contano 30 mila anime; gode d'una mediocre prosperità, perché una parte della ricca nobiltà vi si mantiene; oltrechè l'università e le buone manifatture di seta somministrano da vivere a molte persone. Questo paese, per più ragioni interessante ad ogni intelligente viaggiatore, offre molte occasioni di ricerche tanto riguardo alla storia naturale che all'antichità. L'unica università di Sicilia che qui ha la sua sede, è cagione di rendere questa città assai necessaria a' letterati onde dimorarvi. Il corso degli studj<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|10|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>
Le case della città sono in gran parte edificate con semplice e nobile stile. Esse sono tutte ad un sol piano, eccetto i palazzi ed i pubblici edifizj, costruite espressamente in quella guisa, perchè funesti e replicati esempi han fatto conoscere che queste, quanto più alte sono, tanto meno resistono a' tremuoti che sogliono tanto spesso visitare queste contrade. Uno de' più importanti palazzi è quello del {{AutoreCitato|Ignazio Paternò Castello|Principe di Biscari}}. L'esterno di esso sontuosità alcuna non lascia osservare, ma il suo circuito soltanto dimostra. Nell'interno però è formato con magnificenza sovrana, con molta nobiltà di stile e con una semplicità che solo nelle opere degli antichi suole ammirarsi. La città si fa giornalmente più bella, come gli edifizj vanno a terminarsi. In essa si contano 30 mila anime; gode d'una mediocre prosperità, perché una parte della ricca nobiltà vi si mantiene; oltrechè l'università e le buone manifatture di seta somministrano da vivere a molte persone. Questo paese, per più ragioni interessante ad ogni intelligente viaggiatore, offre molte occasioni di ricerche tanto riguardo alla storia naturale che all'antichità. L'unica università di Sicilia che qui ha la sua sede, è cagione di rendere questa città assai necessaria a' letterati onde dimorarvi. Il corso degli studj<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|11}}</noinclude>è di tre anni, come in tutte le altri università d'Italia, in cui gli studenti fa mestieri che attendano alle lezioni dal Governo prescritte. Nell'anno 1785 sino al 1786 si davano le seguenti istruzioni.
In teologia: dommatica, morale, la storia della Chiesa e de' Concilj.
Nella giurisprudenza: codice, novelle, istituzioni, il diritto feudale siculo e canonico.
Nella medicina: la medicina teorica e pratica, anatomia, chirurgia, ostetricia, chimica e farmacia.
Nella filosofia: logica, metafisica, dritto naturale e delle genti, matematica, analisi, astronomia, nautica, geografia, geometria pratica, architettura civile, fisica sperimentale, istoria naturale, botanica, economia, commercio, agricoltura, storia, antichità, diplomazia, lingua greca ed ebraica.
Detta università è sotto l'ispezione del vescovo di Catania e di due Gentiluomini catanesi, uno patrizio e l'altro senatore della città. Essa era in grandissima floridità a' giorni del passato vescovo monsignor Ventimiglia, degno e molto illuminato prelato, il quale con ogni zelo richiedeva il progredimento delle scienze; e non ordinava mai alcun giovane che studiato non avesse con diligenza nell'università, e<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|11}}</noinclude>è di tre anni, come in tutte le altri università d'Italia, in cui gli studenti fa mestieri che attendano alle lezioni dal Governo prescritte. Nell'anno 1785 sino al 1786 si davano le seguenti istruzioni.
In teologia: dommatica, morale, la storia della Chiesa e de' Concilj.
Nella giurisprudenza: codice, novelle, istituzioni, il diritto feudale siculo e canonico.
Nella medicina: la medicina teorica e pratica, anatomia, chirurgia, ostetricia, chimica e farmacia.
Nella filosofia: logica, metafisica, dritto naturale e delle genti, matematica, analisi, astronomia, nautica, geografia, geometria pratica, architettura civile, fisica sperimentale, istoria naturale, botanica, economia, commercio, agricoltura, storia, antichità, diplomazia, lingua greca ed ebraica.
Detta università è sotto l'ispezione del vescovo di Catania e di due Gentiluomini catanesi, uno patrizio e l'altro senatore della città. Essa era in grandissima floridità a' giorni del passato vescovo monsignor Ventimiglia, degno e molto illuminato prelato, il quale con ogni zelo richiedeva il progredimento delle scienze; e non ordinava mai alcun giovane che studiato non avesse con diligenza nell'università, e<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|12|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>di sufficienti cognizioni non fosse provveduto, Ugualmente così attento era costui nell'accordare prebende. Catania perdè questo bravo prelato assai presto per esser egli stato nominato grande inquisitore, ed in conseguenza recar si dovette in Palermo. Egli mentre era vescovo, la sua ben ricercata e vasta libreria lasciò in legato al paese, perchè non volle profittarsi affatto di ciò che gli aveva fatto acquistare la rendita del vescovato. Un uomo il quale lume e conoscenza poteva somministrargli, era D. Leonardo Gambino, professore di giurisprudenza, il primo che azzardò d'insegnare la filosofia leibniziana e di distruggere l'antica scolastica maniera. Quest'uomo eccellente ha pubblicato una bell'opera sul dritto naturale. Io l'ho sentito leggere per molte ore sopra la collisione de' doveri con grande chiarezza e giustezza, e son sicuro che costui onore recherebbe ad ogni accademia d'Europa. Allorquando lasciai Catania, doveva egli recarsi alla capitale per essere stato eletto giudice della G. C., ove dovea quella carica per lo spazio di due anni esercitare; finiti i quali si sarebbe il medesimo ritirato alla sua università, quando non avesse ottenuta la toga perpetua. Per quanto degno di lode mi sembri questo sistema per il sostegno della giustizia, cosi tanto dispiace-<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|12|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>di sufficienti cognizioni non fosse provveduto. Ugualmente così attento era costui nell'accordare prebende. Catania perdè questo bravo prelato assai presto per esser egli stato nominato grande inquisitore, ed in conseguenza recar si dovette in Palermo. Egli mentre era vescovo, la sua ben ricercata e vasta libreria lasciò in legato al paese, perchè non volle profittarsi affatto di ciò che gli aveva fatto acquistare la rendita del vescovato. Un uomo il quale lume e conoscenza poteva somministrargli, era D. Leonardo Gambino, professore di giurisprudenza, il primo che azzardò d'insegnare la filosofia leibniziana e di distruggere l'antica scolastica maniera. Quest'uomo eccellente ha pubblicato una bell'opera sul dritto naturale. Io l'ho sentito leggere per molte ore sopra la collisione de' doveri con grande chiarezza e giustezza, e son sicuro che costui onore recherebbe ad ogni accademia d'Europa. Allorquando lasciai Catania, doveva egli recarsi alla capitale per essere stato eletto giudice della G. C., ove dovea quella carica per lo spazio di due anni esercitare; finiti i quali si sarebbe il medesimo ritirato alla sua università, quando non avesse ottenuta la toga perpetua. Per quanto degno di lode mi sembri questo sistema per il sostegno della giustizia, cosi tanto dispiace-<noinclude><references/></noinclude>
c4kgp802smx7lt6pgg6uzbvjyiahb1h
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<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude>pidamente presentano quasi tutte le pitture mo-
derne.
Guasti caratteristici per chi ha pratica anche
dei quadri antichi, iniziatisi colla decadenza e
sempre più determinatisi in una forma unica più
che si viene verso la nostra epoca, onde poten-
dosi facilmente verificare da un semplice esame
del dipinto il comune procedere tecnico e dei pit-
tori moderni e degli artefici più a noi vicini, e
giuocoforza riconoscere gli stessi effetti dalla stessa
causa.
Questo guasto caratteristico è la spaccatura
completa dello strato dei colori in varia estensione
e direzione, talvolta concentrica o come irradiata
da vari fuochi, ma in ciò sta il notevole, sempre
attraversante uno o più oggetti del dipinto. Così la
spaccatura da un volto passa sul fondo e si pro-
lunga su altro volto vicino come se il dipinto
fosse di pietra o di altra materia suscettibile di
spaccarsi da un estremo all’altro.
Questo guasto specifico è impossibile riscon-
trarlo tanto sulle tempere del quattrocento che
sui dipinti ad olio del cinquecento, salvo che sia
prodotto dalle spaccature delle tavole. Anche il
guasto dei dipinti del seicento e tutt’affatto di-
verso: sollevamenti e piccole scrostature fatte a<noinclude><references/></noinclude>
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AdrianaB64
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude>tegolo: ma non ancora questo carattere di fendi-
tura vitrea aprentesi in modo disgustoso e inva-
dente due o tre parti del dipinto, come se fossero
state, piuttosto che dipinte separatamente, fuse
in una stessa lastra. di colore.
Nel quadro di figura tale forma di spaccatura
del colore è più disgustosa perchè dà l’idea di
una continuità fra la figura ed il fondo che è con-
traria ad ogni illusione di vero, ma è nello stesso
tempo rivelatrice della causa da cui dipende.
Perchè infatti se il pittore, modellando la sua
figura dalle parti più tonde e di maggiore rilievo,
andasse degradando coi suoi colori assottigliandoli
man mano che anche il rilievo sfugge verso i con-
torni è indubitato che tutta la superficie del suo
quadro verrebbe formando come un bassorilievo
di colori, solidi e compatti nei grandi rilievi e
quasi nulli nelle separazioni da un corpo all’altro.
Avvenendo una spaccatura dove il colore è più
grosso è evidente che non potrebbe estendersi
oltre lo strato della stessa grossezza; e perchè
sono gli strati della stessa grossezza che subiscono
la stessa forma di contrazioni molecolari che de-
cidono dello spacco, se noi concediamo che sul
rotondeggiare, ad esempio, di un braccio una mo-
dellatura razionale non può portare che il colorito<noinclude><references/></noinclude>
aqua61yyen7ex64fgylylqylpr66tqx
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude>più grosso nel colmo del rotondo è pure evidente
che spaccandosi questo punto più rilevante di
colore il guasto non oltrepasserebbe la lunghezza
della pennellata che ha fissato questo punto di mas-
simo rilievo.
Era questo il procedimento tecnico dei tempi
migliori dell’arte: basta leggere la descrizione del
Cennini sul modo di colorire per sincerarsene ed
intravedervi tutto il sistema della condotta del-
l’opera. Fissato accuratamente il disegno della
composizione si incominciava colle tinte chiare,
le più solide, sui lumi e si degradava non sol-
tanto per colore, ma per grossezza di colori. Nelle
tempere antiche ed anche nei dipinti ad olio si
trovano delle grossezze sui contorni, ma sono de-
limitate al solo contorno come se passando col
pennello intinto di colore e facendo pressione il
colore si fosse portato sul margine esteriore del
pennello e vi avesse lasciato un filo di rilievo:
ma non mai si potrà rintracciare l’assurda con-
tinuità di spessore che fa dei volti, delle braccia
e dei corpi tutt’una grossezza col piano dei fondi,
come è diventata abitudine sempre più accentuata
della pittura e dalla quale illogica tecnica sca-
turisce l’inconveniente inevitabile che andiamo
esaminando.<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude>Ammesso quest’ordine di lavoro si pensi cosa
puòavvenire se dopo l’abbozzo il pittore non con-
tento della posa di un braccio, in una figura
nuda, continuasse a spostarlo ora a destra ora a
sinistra sempre ingrossando gli strati di colore
senza un pensiero al mondo delle azioni succes-
sive del tempo, oppure modificasse il suo parere
sulla distribuzione del chiaroscuro trasportando le
ombre dove erano i lumi od al contrario. Ma si
arriva ben anche più oltre; come, ad esempio,
iniziare un ritratto di persona vestita di nero e
poi capovolgere il telaio e ricominciare la testa
dove era il vestito, cosicchè per quanto si tenti di
togliere il nero sottostante, non però lo si può
così che questo fondo improprio non finisca per
influenzare malamente, in un avvenire immanca-
bile, la tinta del volto. Sovrapposizioni di questo
genere sono le più nocive al dipinto che si pos-
sano mettere ad effetto. Perchè le dilatabilità e
le contrazioni differentissime fra i colori scuri ed
i chiari dovranno quando che sia manifestarsi e
manifestarsi sempre in forma di spaccature; il che
vuol poi dire prossimo o lontano crollo dal di-
pinto di qualche porzione di colore.
Era necessario, volendo dire dello strato del
colore che è l’inizio del dipinto, accennare alla<noinclude><references/></noinclude>
ausqjv07or4e38mo36wekt7zlw2uzo5
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude>importanza del processo da seguirsi, per le pos-
sibili conseguenze, quantunque l’argomento tecnico
nel rapporto coll’arte non vi abbia relazione al-
cuna. Ma nella tecnica della pittura, abbenchè in
genere possa ben distinguersi nella mansione della
solidità ed in quella dell`effetto pittorico, non
sempre se ne può mantenere separato il discorso
involgendo i due risultati uno stesso atto del
pennello, come è appunto il caso attuale e qualche
altro che incontreremo.
Tecnicamente, nei rapporti coll’arte, a formare
la compagine del dipinto, gli elementi sui quali
si deve fissare in modo assoluto il concetto del-
l’artista sono quelli riguardanti i meccanismi del
pennello, dai quali risultano l’impasto, la velatura
e la giustapposizione dei colori o divisionismo
come è invalsa la parola per denotare tale mec-
canismo tecnico.
La differenza intrinseca che risulta da questo
diverso adattamento dei colori non si sarà mai
abbastanza dilucidata sia per la complessità delle
cause che concorrono a determinarne i singoli
effetti, sia perchè non si potrà mai dire esaurito
il partito che il talento pittorico potrà ricavare
dall’abbandonarsi con perfetta convinzione all’im-
piego dei propri mezzi, nulla nuocendo di più nel-<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: utti azio res- del- NOTE DEL TRADUTTORE ile, Dar- glia, SO- mio sono assal nel ente qui- par- de' urar vere as ezzo e mi ati. Note all'articolo Catania. dit dan La (1) colonia fu tirata da quei Calcidesi stessi che, venuti con Teocle in Sicilia, fondato aveano Nasso. Strabone, lib. 6, riferisce che Catana autem Naxiorum est colonia. Falconer, nello stesso libro di tale scrittore, asserisce quinque annis peractis (intende...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>utti
azio
res-
del-
NOTE DEL TRADUTTORE
ile,
Dar-
glia,
SO-
mio
sono
assal
nel
ente
qui-
par-
de'
urar
vere
as
ezzo
e mi
ati.
Note all'articolo Catania.
dit dan
La
(1)
colonia fu tirata da quei Calcidesi stessi
che, venuti con Teocle in Sicilia, fondato aveano
Nasso. Strabone, lib. 6, riferisce che Catana autem
Naxiorum est colonia. Falconer, nello stesso libro
di tale scrittore, asserisce quinque annis peractis
(intende dopo la fondazione di Siracusa) Theucles
Leontium, et Catanam condidit. Tucidide ancora
nel 6 libro ci fa noto che Theucles autem, et Chal
eidenses Naxo profecti anno quinto post Syracusas
conditas Leontinos ejectis bello siculis condiderunt,
et post ipsos Catanam. Non si comprende quindi
come Münter asserir possa di essersi questo paese
dopo anni otto di Siracusa edificato. Sembra ch'egli
sia stato indotto a questa credenza da ciò che nel-
la Catania illustrata di d' Amico si attesta, il qua-
le, sulla falsa interpetrazione delle parole di Tuci-
dide fatta da Cluverio, stabilisce quell' epoca. La
traduzione rapportata da Lorenzo Valla getta anco-
ra il d' Amico nell' errore. Mi fa meraviglia che
labate de Blasi, lib. 2, par. I , cap. 1., inciampi
nell' istesso sbaglio, da cui il conte Rezzonico 1. c.
non si è ugualmente preservato. Nel testo di Tuci-
dide chiaramente si trova scritto έτει πεντῳ μετά
Zvgxovras, cioè anni cinque dopo Siracusa. Il P.
Pancrazio, cap. 2, nel fare le sue riflessioni sulle
tre diverse epoche della fondazione di Siracusa de-<noinclude><references/></noinclude>
sxfj0l1ioc8j1sjy127thidud3lm8dg
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 138 NOTE scritte da Dodwel, si appoggia all' autorità di Tu- cidide. Dalle parole stesse di questo storico sembra che Catania avesse già esistito prima che vi andassero i Nassioti, perchè seguita egli a dire: Et post ipsos Catanam. Ipsi vero Catanei Evarchum coloniae de- ducendae ducem creaverunt. Furono i Catanesi che scelsero Evarco per loro capo, dunque Catania al- lora esisteva; ma era picciola, ed infatti Bouchart,...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>138
NOTE
scritte da Dodwel, si appoggia all' autorità di Tu-
cidide.
Dalle parole stesse di questo storico sembra che
Catania avesse già esistito prima che vi andassero
i Nassioti, perchè seguita egli a dire: Et post ipsos
Catanam. Ipsi vero Catanei Evarchum coloniae de-
ducendae ducem creaverunt. Furono i Catanesi che
scelsero Evarco per loro capo, dunque Catania al-
lora esisteva; ma era picciola, ed infatti Bouchart,
nel lib. i, cap. 8, dice che Catana parvam sonat,
e da questa voce deriva l'etimologia di questo pae
se. Carrera, citato dal d' Amico, cap. 4, attribui
sce tal nome alla parola composta Kat-aetnam, os
sia sotto l'Etna, perchè xara in greco significa
sotto. a
In quanto all'epoca di 720 anni prima dell' era
volgare, non può essere che un errore di stampa,
giacchè cadrebbe il Münter in aperta contraddizio
ne con se stesso, dopo aver fissato lo stabilimento
di Siracusa 709 anni prima dell' epoca nominata.
Questo erudito viaggiatore non seguirebbe allora il
d'Amico, che si appoggia al calcolo di Cluverio,
il quale, nel lib..t, cap. 2, scrive cosi: Octavo
igitur anno post adventum in Siciliam Theuclis idest
olimpiadis 13, anno primo ante natum Jesum 728
Catana fuerit condita; locchè, secondo il vero testo
di Tucidide, sarebbe 730 anni avanti quella data.
(2) Si legga Strabone, lib. 6, il quale riferisce:
Pristinos autem incolas Catana amisit deductis eo
alis ab Hierone Syracusanorum tyranno, et nomen
Catanae in Etna mutantis
Ecco le parole
Cos
ро
sia
di Diodoro, lib. 11: Athenis summum magistratum
gerente Phaedone olimpias 76. Tum Hiero Naxis,
et Catanensibus e patria ejectis... Catanamque
mutato nomine dixit Etnam. Ciò corrisponde a 476
anni prima di G. C.
cos
pos
(3) Diodoro, lib. 11: Athenis summum gerente
magistratum Euippo Ducetius Siculorum dux incolis
Catanae obereptum Siculis agrum infensus arma in
ure
bes
Ca
ali
set
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gu
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TO<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude>l’atto del dipingere che il dubbio sulla modalità
tecnica. da impiegarsi.
L’impasto, del quale è così importante preci-
sare le proprietà tecniche, è quel miscuglio che
risulta allorcheè per ottenere una data tinta oc-
corre modificare qualche colore puro della tavo-
lozza coll’introduzione di altro o più colori, for-
mandone col pennello un corpo unico che sarà la
tinta desiderata.
Supponendo che questa tinta sia un colore roseo
presumibilmente raggiungibile dal miscuglio del
bianco col cinabro rosso, i mezzi offerti al pittore
per ottenere il colore roseo desiderato possono
essere tre:
L’impasto, ossia l’unione fatta col pennello dei
due colori mescolati insieme finchè ne risulta una
pasta omogenea del roseo voluto.
La velatura, ossia la disposizione sulla tela di
uno strato di bianco, sul quale, allorchè essiccato,
si sovrappone una soluzione conveniente di cinabro
rosso finchè per trasparenza risulta il colore roseo
desiderato.
Il divisionismo, ossia la disposizione di tratti al-
ternati bianchi e rosso cinabro finchè, dal punto di
veduta del dipinto, nell’occhio riguardante i tratti
si fondono insieme ed apparisce il roseo ricercato.
G. PREVIATI, Della Pittura.<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude>Ora chi avesse a disposizione per questo pic-
colo esperimento soltanto una limitata quantità
di bianco e di cinabro rosso e credesse di poterla
egualmente distribuire su tre spazi di dimensione
precisa scompartendo i detti colori in parti eguali
sia in peso che in volume, sbaglierebbe assai,
perchè ognuna di queste modalita d’impiego dei
colori ha un suo modo proprio di manifestarsi
che non può essere subordinato mai ad una ra-
gione di peso o di volume, e ciò senza pregiu-
dizio alcuno per il fatto più importante del risul-
tato e cioè che ciascheduno di questi mezzi tecnici
darà sempre alla tinta risultante una differenza
intrinseca d’effetto che nessun artificio pittorico
nè abilità di pittore riescirebbe a togliere.
Ammettendo che il pittore con uno sforzo straor-
dinario riuscisse a dare al roseo dei tre saggi
una assomiglianza perfetta, quando però allineasse
i tre campioni uno accosto all’altro vedrebbe su-
bito che nel grado di luce risulterebbe una dif-
ferenza notevole, la velatura apparirebbe più scura
dell’impasto ed il più luminoso dei tre saggi ap-
parirebbe quello trattato col divisionismo. Quanto
dire cioè che questi tre meccanismi tecnici non
si equivalgono nè si possono sostituire reciproca-
mente in alcun modo, il che vuol anche dire che<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: U- he ero SOS de- che al- rt, at, ae- ui- 08 fica era pa, zio nto ata. a il io, avo dest 728 esto ta. ce: eo men role tum üs, 476 que ente colis zin DEL TRADUTTORE. 139 eos movet.... Nell'anno 4 dell' olimpiade 79 Euip- po esercitava in Atene la suprema magistratura, os- sia 457 anni avanti quell' epoca. (4) Nel lib. 14 del citato autore si trova scritto cosi: Dionisius vero Syracusanorum tyrannus ubi post factam cum Car...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>U-
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728
esto
ta.
ce:
eo
men
role
tum
üs,
476
que
ente
colis
zin
DEL TRADUTTORE.
139
eos movet.... Nell'anno 4 dell' olimpiade 79 Euip-
po esercitava in Atene la suprema magistratura, os-
sia 457 anni avanti quell' epoca.
(4) Nel lib. 14 del citato autore si trova scritto
cosi: Dionisius vero Syracusanorum tyrannus ubi
post factam cum Carthaginensibus pacem seditionis
urbane tumultus pacaverat vicinas Chalcidentium ur-
bes ditioni suae adiicere properavit; Naxum scilicet,
Catanam et Leontinos.
(5) Strabone, lib. 6: Nostra aetate quum inter
alias urbes Pompejus Syracusas quoque male tractas-
Set, Augustus Caesar missa colonia magnam veteris
Structurae partem instauravit.
(6) Si legga la nota num.
guente.
11 dell' articolo se-
(7) Tutti siffatti elogi non possono leggersi che
con vera compiacenza, e gratitudine insieme.
(8) Non si comprende come le tante belle colle-
zioni di antichità e di storia naturale, dalle quali
questo paese sommo decoro e lustro ritrae, man-
chino in Palermo.
ωδη
(9) L'Odeo, parola che proviene dalla voce greca
che vale canto, era un luogo destinato per
suonarvi, cantarvi e rappresentarvi i poeti. Si vuo-
le che Pericle sia stato il primo che avesse fatto
innalzare in Atene un tale edifizio. In Roma se ne
costruirono quattro, de' quali vestigio alcuno più
non rimane. Servivano questi ancora come teatri di
Prova, dove gli attori e gli strumentisti, prima di
comparire nelle teatrali scene, si esercitavano. Enc.
Ant.
lieno
inciperet,
non
(10) Ciò che Münter riferisce di Alcibiade de-
Scritto si trova nel lib. 1 degli Stratagemmi di Po-
et simul accidit, ut Alcibiades concionari
et Athenienses Catanam tenerent. Egli però
parla del luogo, dove quel greco capitano fece
perorazione; si legge in Frontino, che ciò
Successe nel teatro di Agrigento. Questo è un er-
rore, na ecco quanto questo scrittore brevemente
la
sua<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude>in una superfice di certa estensione eseguita ad
impasto non si potrebbe riparare il guasto occa-
sionale accadutovi in qualche porzione se non con
un rappezzo eseguito pure ad impasto, perchè al-
trimenti colla velatura o col divisionismo non si
avrebbe altro che una macchia ora più chiara ora
più scura, mai l’eguaglianza dell’effetto, e così
reciprocamente sulla velatura e sul divisionismo.
Noi qui usciremmo affatto dal nostro argo-
mento e dal nostro scopo esplicando le ragioni
intime del comportarsi così differente di queste
modalità tecniche. Ragioni semplici d’altronde per
l’impasto e la velatura che dipendono da una
condizione materiale nel modo di essere dei co-
lori presi ad esempio, essendo subito comprensi-
bile come la luce che percuote sopra due superfici
di colore costituite in maniera tanto diversa non
possa dare gli stessi risultati. La ripercussione
della luce sull’impasto è immediata e perciò mag-
giore di quella che può essere rimandata dal bianco
sottostante alla velatura che per quanto tenue è
evidentemente un ostacolo interposto.
Ma per l’effetto del processo divisionistico, oltre
la ripercussione diretta della luce sui singoli tratti
di colori, interviene un elemento particolare di
impressione dovuto esclusivamente a questo modo
G. PREVIATI, Della Pittura.<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude>di vicinanza di colori differenti ed alle speciali
sensazioni che destano nell’occhio, ciò che appunto
vuole essere spiegato in più opportuna sede ed
in più completa maniera (1).
Nelle dette tre modalità tecniche si abbraccia
tutta la pittura perchè hanno applicazione pos-
sibile sia nel processo ad olio che nell’affresco
nella tempera e nell’acquerello. Solo il pastello
esclude la velatura che non vi è possibile se non
alterando intrinsecamente il processo stesso, esclu-
sione non assoluta perchè con un polverizzatore
si può velare anche un colore a pastello. Ma sul-
l’uso promiscuo di questi varii meccanismi del
pennello si possono fare delle osservazioni non
prive affatto d’interesse.
A prima vista infatti sembra che la diversità
degli effetti propri dell’impasto, della velatura e
della divisione dei colori potesse essere n1 van-
taggio non trascurabile nella varietà che per al-
cuni si stima dovere intervenire anche nella tec-
nica delle opere. Ma la ragione e l’esperienza con-
sigliano di procedere con riguardo per ricavarne
tutto il partito possibile.
(1) G. PREVIATI, I principii scientifici del Divisionismo,
Fratelli Bocca, Torino, 1906.<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude>L’impasto e la velatura si usarono in tutta la
pittura ad olio antica, ed i suoi capolavori porgono
tali esempi di concordanza felice che queste tec-
niche, si può dire, furono la forza istessa dell’arte.
Applicazione che tenne calcolo anche delle rispet-
tive luminosità dei due mezzi tecnici, usandosi
sempre gl’impasti nelle parti più chiare dei di-
pinti e le velature nelle ombre ed ove occorreva
rendere più intenso il colore.
Col divisionismo però la velatura non potrebbe
essere usata con analogia di successo. Il trapasso
dall’una all’altra tecnica nè fa piacere all’occhio
nè conviene per la durabilità dell’effetto, in causa
del rapido annerimento della velatura, che fini-
rebbe col lasciare una linea marcata di separa-
zione dove si congiunge ai colori divisi: sicchè
volendo sullo stesso dipinto usare l’impasto, la ve-
latura ed il divisionismo bisognerebbe altresì ri-
spettarne le singole luminosità adoperando il di-
visionismo nei massimi chiari, l’impasto nelle
mezze tinte e la velatura nelle ombre: opportu-
nità e convenienza delle quali resta naturalmente
arbitro e responsabile l’artista che ritiene di buon
effetto l’uso cumulativo di tali disparati mecca-
nismi del pennello.
L’impiego esclusivo dell’impasto o della divi-<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: IN SICILIA. 13 vole è per i letterati che dedicarsi solamente non possono a' loro prediletti studj. Ciò è for- se la ragione principale, oltre la innata poltro- neria de' Siciliani dal clima favorita, per cui in questa isola tanto di raro compariscono uo- mini grandi nelle scienze, molto più che non mancano a' Siciliani per ogni verso de' talenti. Quindi tosto che qualche passeggera cognizione d'una scienza hanno acquist...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>IN SICILIA.
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vole è per i letterati che dedicarsi solamente
non possono a' loro prediletti studj. Ciò è for-
se la ragione principale, oltre la innata poltro-
neria de' Siciliani dal clima favorita, per cui
in questa isola tanto di raro compariscono uo-
mini grandi nelle scienze, molto più che non
mancano a' Siciliani per ogni verso de' talenti.
Quindi tosto che qualche passeggera cognizione
d'una scienza hanno acquistato, credono di
esser già divenuti dotti soggetti e pretendono
imporre sopra i loro meno istruiti compagni.
Ho conosciuto un sufficiente numero di lette
rati siciliani, per poter io sostenere questo prin-
cipio. Il rapportarne degli esempi sarebbe il
sorpassare i doveri della gratitudine dovuta al-
la straordinaria officiosità e marcata gentilezza
che mi si sono da costoro dimostrate. Ma co-
me tutte le altre regole, questa non è priva
delle sue eccezioni. Io mi sono incontrato con
uomini veramente dotti nel mio giro per que-
sta isola. Tra costoro vi è D. Leonardo Gam-
bino, di cui il barone Riedesel parla con tan-
ta lode. Appresi dal medesimo ad aver cono-
scenza de' diversi professori di questa univer-
sità, tra' quali di esser nominato è certamente
degno D. Agostino de Gosmis, professore di
teologia, uno de' più intimi amici del passato
vescovo, eccellente ecclesiastico, oratore ed uo-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|13}}</noinclude>vole è per i letterati che dedicarsi solamente non possono a' loro prediletti studj. Ciò è forse la ragione principale, oltre la innata poltroneria de' Siciliani dal clima favorita, per cui in questa isola tanto di raro compariscono uomini grandi nelle scienze, molto più che non mancano a' Siciliani per ogni verso de' talenti. Quindi tosto che qualche passeggera cognizione d'una scienza hanno acquistato, credono di esser già divenuti dotti soggetti e pretendono imporre sopra i loro meno istruiti compagni. Ho conosciuto un sufficiente numero di letterati siciliani, per poter io sostenere questo principio. Il rapportarne degli esempi sarebbe il sorpassare i doveri della gratitudine dovuta alla straordinaria officiosità e marcata gentilezza che mi si sono da costoro dimostrate. Ma come tutte le altre regole, questa non è priva delle sue eccezioni. Io mi sono incontrato con uomini veramente dotti nel mio giro per questa isola. Tra costoro vi è D. Leonardo Gambino, di cui il barone {{AutoreCitato|Johann Hermann von Riedesel|Riedesel}} parla con tanta lode. Appresi dal medesimo ad aver conoscenza de' diversi professori di questa università, tra' quali di esser nominato è certamente degno {{wl|Q1116381|D. Agostino de Cosmis}}, professore di teologia, uno de' più intimi amici del passato vescovo, eccellente ecclesiastico, oratore ed uo-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|13}}</noinclude>vole è per i letterati che dedicarsi solamente non possono a' loro prediletti studj. Ciò è forse la ragione principale, oltre la innata poltroneria de' Siciliani dal clima favorita, per cui in questa isola tanto di raro compariscono uomini grandi nelle scienze, molto più che non mancano a' Siciliani per ogni verso de' talenti. Quindi tosto che qualche passeggera cognizione d'una scienza hanno acquistato, credono di esser già divenuti dotti soggetti e pretendono imporre sopra i loro meno istruiti compagni. Ho conosciuto un sufficiente numero di letterati siciliani, per poter io sostenere questo principio. Il rapportarne degli esempi sarebbe il sorpassare i doveri della gratitudine dovuta alla straordinaria officiosità e marcata gentilezza che mi si sono da costoro dimostrate. Ma come tutte le altre regole, questa non è priva delle sue eccezioni. Io mi sono incontrato con uomini veramente dotti nel mio giro per questa isola. Tra costoro vi è D. Leonardo Gambino, di cui il barone {{AutoreCitato|Johann Hermann von Riedesel|Riedesel}} parla con tanta lode. Appresi dal medesimo ad aver conoscenza de' diversi professori di questa università, tra' quali di esser nominato è certamente degno {{wl|Q1116381|D. Agostino de Cosmis}}, professore di teologia, uno de' più intimi amici del passato vescovo, eccellente ecclesiastico, oratore ed uo-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude>sione dei colori basta per compiere qualsiasi quadro,
ma la velatura adoperata da sola porta nell’opera.
un senso di inverosimiglianza che la lunga con-
templazione rende sempre più sfavorevole; am-
menochè l’artista non si sia limitato a scegliere
oggetti trasparenti ed illuminati soltanto da tergo
per comporre tutto il suo quadro. In questo caso
l’analogia della velatura col modo di ricevere
luce degli oggetti scelti potrà dare degli effetti
sorprendenti sino al rasentare la contraffazione,
ma è evidente troppo che i corpi che hanno per
principale carattere l’opacità non potrebbero essere
interpretati con velature che da un malfondato
criterio di utilizzazione dei mezzi tecnici della
pittura, una pretesa di stravincere alquanto si-
mile a quella che potesse avere uno scultore di
dare illusione di rilievo scavando anzichè rialzando
le forme che copia.
Come chiusa di queste annotazioni sulle diver-
sità intrinseche dell’impasto, della velatura e del
divisionismo si deve accennare ad una modalità
tecnica di qualche sussidio nella pratica del di-
pingere, detta sfregatura. La quale consiste nel
passare con rapidità, col pennello intinto di colore,
su qualche punto del dipinto, in modo che non
resti una pemiellata di colore massiccio tutto se-<noinclude><references/></noinclude>
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AdrianaB64
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<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude>guente, ma che il colore si attacchi soltanto sui
punti più sporgenti della superficie sottostante.
È un divisionismo a scartamento ridotto la cui
utilità non ha base razionale di sorta ed il cui ef-
fetto è tutto appoggiato sull’azzardo anche quando
ha apparenza di essere voluto. Vale a dire che
una sfregatura arrischiata su di una parte di di-
pinto modellata senza il preconcetto di risolverla
con tale ultima risorsa, può anche trovare il
piano sottostante troppo levigato, nel quale caso
si risolve in una pennellata comune che il pittore
si trova costretto a togliere peggiorando così lo
spazio per ripetere il tentativo; giacchè il togliere
un colore leviga di più la tinta sulla quale si è
dovuto agire o con un istrumento tagliente od un
liquido solvente; sicchè il pittore vi rinunzia con-
siderandolo come un’eventualità mancata. Oppure
l’artista volendo premeditatamente giungere alla
sfregatura avrà preparato convenientemente ru-
vido il piano sottostante perchè abbia luogo l`a-
desione sui punti più prominenti di quel poco
colore che colla rapidità della pennellata vi potrà
restare fisso.
In questo caso affatto diverso dal primo, la
sfregatura ha luogo, ma la quantità di colore ab-
bandonata dal pennello sui punti più salienti della<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 14 VIAGGIO mo assai illuminato. Egli è edotto dei nostri ottimi protestanti teologi, ed alle sue dottrine unisce ancora quelle della letteratura, nella quale facoltà ha studiato particolarmente Er- nesto. Fui vago di ascoltare un lettore della storia ecclesiastica, di cui mi sono scordato di notare il nome, il quale spiegava con intelli- genza e chiarezza somma un' interessante pun- to dell' antica storia della Chiesa, s...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>14
VIAGGIO
mo assai illuminato. Egli è edotto dei nostri
ottimi protestanti teologi, ed alle sue dottrine
unisce ancora quelle della letteratura, nella
quale facoltà ha studiato particolarmente Er-
nesto. Fui vago di ascoltare un lettore della
storia ecclesiastica, di cui mi sono scordato di
notare il nome, il quale spiegava con intelli-
genza e chiarezza somma un' interessante pun-
to dell' antica storia della Chiesa, spesso ci
tando con rispetto Moscheim. E per me un
grato piacere l'osservare che le opere de' no-
stri dotti si estendano sino alle più lontane
contrade dell' Europa cattolica.
L'attuale Vescovo è apprezzabile per il suo
carattere, ma lo è di gran lunga inferiore a
monsignor Ventimiglia. L'università ha sentito
con dolore la perdita di quest'ultimo che tras-
se seco quello zelo e fervore ch' egli sapeva
ispirare per gli studj. Intanto i tempi hanno
molto acquistato in cognizioni. Il giogo dell' in-
quisizione è spezzato in guisa che non vi è da
temere che distrutti esser possano i buoni prin-
cipj sparsi da monsignor Ventimiglia, e che si
riconduca nelle alte scuole di Catania l'antica
barbarie. Io qui non rapporto le osservazioni
che ho raccolto sopra tutte le università d' I-
talia, perchè penso di darne al pubblico un
particolare trattato. Pur non di meno non pos-<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|14|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>mo assai illuminato. Egli è edotto dei nostri ottimi protestanti teologi, ed alle sue dottrine unisce ancora quelle della letteratura, nella quale facoltà ha studiato particolarmente Ernesto. Fui vago di ascoltare un lettore della storia ecclesiastica, di cui mi sono scordato di notare il nome, il quale spiegava con intelligenza e chiarezza somma un'interessante punto dell'antica storia della Chiesa, spesso citando con rispetto Moscheim. È per me un grato piacere l'osservare che le opere de' nostri dotti si estendano sino alle più lontane contrade dell'Europa cattolica.
L'attuale Vescovo è apprezzabile per il suo carattere, ma lo è di gran lunga inferiore a monsignor Ventimiglia. L'università ha sentito con dolore la perdita di quest'ultimo che trasse seco quello zelo e fervore ch'egli sapeva ispirare per gli studj. Intanto i tempi hanno molto acquistato in cognizioni. Il giogo dell'inquisizione è spezzato in guisa che non vi è da temere che distrutti esser possano i buoni principj sparsi da monsignor Ventimiglia, e che si riconduca nelle alte scuole di Catania l'antica barbarie. Io qui non rapporto le osservazioni che ho raccolto sopra tutte le università d'Italia, perchè penso di darne al pubblico un particolare trattato. Pur non di meno non pos-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|14|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>mo assai illuminato. Egli è edotto dei nostri ottimi protestanti teologi, ed alle sue dottrine unisce ancora quelle della letteratura, nella quale facoltà ha studiato particolarmente Ernesto. Fui vago di ascoltare un lettore della storia ecclesiastica, di cui mi sono scordato di notare il nome, il quale spiegava con intelligenza e chiarezza somma un'interessante punto dell'antica storia della Chiesa, spesso citando con rispetto {{wl|Q65260|Moscheim}}. È per me un grato piacere l'osservare che le opere de' nostri dotti si estendano sino alle più lontane contrade dell'Europa cattolica.
L'attuale Vescovo è apprezzabile per il suo carattere, ma lo è di gran lunga inferiore a monsignor {{wl|Q3946249|Ventimiglia}}. L'università ha sentito con dolore la perdita di quest'ultimo che trasse seco quello zelo e fervore ch'egli sapeva ispirare per gli studj. Intanto i tempi hanno molto acquistato in cognizioni. Il giogo dell'inquisizione è spezzato in guisa che non vi è da temere che distrutti esser possano i buoni principj sparsi da monsignor Ventimiglia, e che si riconduca nelle alte scuole di Catania l'antica barbarie. Io qui non rapporto le osservazioni che ho raccolto sopra tutte le università d'Italia, perchè penso di darne al pubblico un particolare trattato. Pur non di meno non pos-<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: IN SICILIA. 15 so trascurare una notizia che dà Bartel nella seconda parte del suo Viaggio, cioè che il Go- verno è molto seriamente occupato del bene dell' università, ed ha di già rimpiazzato molte cattedre che da gran tempo trovavansi vacanti. Si è aggiunta inoltre quella della propria ma- drelingua, ed è singolare che non se ne sia eretta una sulla storia politica e patria (7) La somma totale, alla quale giunge l'an-...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>IN SICILIA.
15
so trascurare una notizia che dà Bartel nella
seconda parte del suo Viaggio, cioè che il Go-
verno è molto seriamente occupato del bene
dell' università, ed ha di già rimpiazzato molte
cattedre che da gran tempo trovavansi vacanti.
Si è aggiunta inoltre quella della propria ma-
drelingua, ed è singolare che non se ne sia
eretta una sulla storia politica e patria (7)
La somma totale, alla quale giunge l'an-
nuale spesa per la detta università e per i pro-
fessori, è di 6500 scudi. Nel pubblico edifizio
delle medesime è la libreria, la quale contie-
ne una mediocremente grande collezione di li-
bri. Pure è molto inferiore a quella che lasciò
il prelodato Vescovo alla detta università, la
quale è situata in un luogo separato dall'altra.
Questa raccolta non è molto estesa, ma è con
intendimento e conoscenza ordinata, ed offre
utilità somma per gli studj di teologia e di an-
tichità. Io vi trovai le più interessanti opere,
ed ancora di protestanti autori. Oltre a ciò
monsignor Ventimiglia ha lasciato all' univer-
sità una collezione di monete che si fa monta-
re sino a 5000 pezzi. Io non posso darne giu-
dizio, per essere allora questa in gran disor-
dine. Mi si disse che la più importante parte
di essa consistesse in monete siciliane e con-
solari.
jus ab<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|15}}</noinclude>so trascurare una notizia che dà Bartel nella seconda parte del suo Viaggio, cioè che il Governo è molto seriamente occupato del bene dell'università, ed ha di già rimpiazzato molte cattedre che da gran tempo trovavansi vacanti. Si è aggiunta inoltre quella della propria madrelingua, ed è singolare che non se ne sia eretta una sulla storia politica e patria{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/144|7}}.
La somma totale, alla quale giunge l'an- nuale spesa per la detta università e per i pro- fessori, è di 6500 scudi. Nel pubblico edifizio delle medesime è la libreria, la quale contie- ne una mediocremente grande collezione di li- bri. Pure è molto inferiore a quella che lasciò il prelodato Vescovo alla detta università, la quale è situata in un luogo separato dall'altra. Questa raccolta non è molto estesa, ma è con intendimento e conoscenza ordinata, ed offre utilità somma per gli studj di teologia e di an- tichità. Io vi trovai le più interessanti opere, ed ancora di protestanti autori. Oltre a ciò monsignor Ventimiglia ha lasciato all' univer- sità una collezione di monete che si fa monta- re sino a 5000 pezzi. Io non posso darne giu- dizio, per essere allora questa in gran disor- dine. Mi si disse che la più importante parte di essa consistesse in monete siciliane e con- solari. jus ab<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|15}}</noinclude>so trascurare una notizia che dà Bartel nella seconda parte del suo Viaggio, cioè che il Governo è molto seriamente occupato del bene dell'università, ed ha di già rimpiazzato molte cattedre che da gran tempo trovavansi vacanti. Si è aggiunta inoltre quella della propria madrelingua, ed è singolare che non se ne sia eretta una sulla storia politica e patria{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/144|7}}.
La somma totale, alla quale giunge l'annuale spesa per la detta università e per i professori, è di 6500 scudi. Nel pubblico edifizio delle medesime è la libreria, la quale contiene una mediocremente grande collezione di libri. Pure è molto inferiore a quella che lasciò il prelodato Vescovo alla detta università, la quale è situata in un luogo separato dall'altra. Questa raccolta non è molto estesa, ma è con intendimento e conoscenza ordinata, ed offre utilità somma per gli studj di teologia e di antichità. Io vi trovai le più interessanti opere, ed ancora di protestanti autori. Oltre a ciò monsignor Ventimiglia ha lasciato all'università una collezione di monete che si fa montare sino a 5000 pezzi. Io non posso darne giudizio, per essere allora questa in gran disordine. Mi si disse che la più importante parte di essa consistesse in monete siciliane e consolari.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|15}}</noinclude>so trascurare una notizia che dà {{wl|Q1694345|Bartel}} nella seconda parte del suo Viaggio, cioè che il Governo è molto seriamente occupato del bene dell'università, ed ha di già rimpiazzato molte cattedre che da gran tempo trovavansi vacanti. Si è aggiunta inoltre quella della propria madrelingua, ed è singolare che non se ne sia eretta una sulla storia politica e patria{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/144|7}}.
La somma totale, alla quale giunge l'annuale spesa per la detta università e per i professori, è di 6500 scudi. Nel pubblico edifizio delle medesime è la libreria, la quale contiene una mediocremente grande collezione di libri. Pure è molto inferiore a quella che lasciò il prelodato Vescovo alla detta università, la quale è situata in un luogo separato dall'altra. Questa raccolta non è molto estesa, ma è con intendimento e conoscenza ordinata, ed offre utilità somma per gli studj di teologia e di antichità. Io vi trovai le più interessanti opere, ed ancora di protestanti autori. Oltre a ciò monsignor {{wl|Q3946249|Ventimiglia}} ha lasciato all'università una collezione di monete che si fa montare sino a 5000 pezzi. Io non posso darne giudizio, per essere allora questa in gran disordine. Mi si disse che la più importante parte di essa consistesse in monete siciliane e consolari.<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/21
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 16 VIAGGIO Adesso vengo agli avanzi di antichità che in Catania si ammirano, parlando prima delle antiche fabbriche e loro resti, e poscia dei due celebri musei che sono i principali orna- menti della medesima (8), y abado aliottes La fama che a' nostri giorni ha Catania di pna molto devota città di chiese e cappelle doviziosamente adorna, l'aveva di già sin dai tempi i più remoti, in cui fu domicilio de' Greci. Molti de...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>16
VIAGGIO
Adesso vengo agli avanzi di antichità che
in Catania si ammirano, parlando prima delle
antiche fabbriche e loro resti, e poscia dei
due celebri musei che sono i principali orna-
menti della medesima (8), y abado aliottes
La fama che a' nostri giorni ha Catania di
pna molto devota città di chiese e cappelle
doviziosamente adorna, l'aveva di già sin dai
tempi i più remoti, in cui fu domicilio de'
Greci. Molti degli antichi suoi sagri edifizj da
scrittori nominati non offrono più menoma trac-
cia di loro superba esistenza, malgrado tutta
la pena che vecchi Catanesi si son data di
scoprirne gli avanzi, o di fissarne almeno la
posizione. Ciò che adesso havvi di antico ri-
ducesi ad un teatro, un anfiteatro, un residuo
del foro, bagni, acquidotti e sepolture: tutti
vetusti monumenti che la sontuosità del paese
dimostrano. Alcuni giacciono sotto terra, e chi
sa se molti tempi non siano ugualmente sepolti
sotto profonde lave; e che spetti ad un altro
insigne personaggio, di zelo e generosità come
Biscari dotato, lo scuoprire di nuovo alla luce
ciò ch'è stato per una serie di secoli all' oc-
chio degli uomini involato. Per via di conti
nuate ricerche certamente avverrà che molti
belli e meravigliosi avanzi si troveranno, della
di cui condizione tanto poco al presente si sa<noinclude><references/></noinclude>
9sq2m2pyoxg28hlkrakuqbqi4662y29
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Marcella Medici (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|16|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>
Adesso vengo agli avanzi di antichità che in Catania si ammirano, parlando prima delle antiche fabbriche e loro resti, e poscia dei due celebri musei che sono i principali ornamenti della medesima{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/144|8}}.
La fama che a' nostri giorni ha Catania di una molto devota città di chiese e cappelle doviziosamente adorna, l'aveva di già sin dai tempi i più remoti, in cui fu domicilio de' Greci. Molti degli antichi suoi sagri edifizj da scrittori nominati non offrono più menoma traccia di loro superba esistenza, malgrado tutta la pena che vecchi Catanesi si son data di scoprirne gli avanzi, o di fissarne almeno la posizione. Ciò che adesso havvi di antico riducesi ad un teatro, un anfiteatro, un residuo del foro, bagni, acquidotti e sepolture: tutti vetusti monumenti che la sontuosità del paese dimostrano. Alcuni giacciono sotto terra, e chi sa se molti tempj non siano ugualmente sepolti sotto profonde lave; e che spetti ad un altro insigne personaggio, di zelo e generosità come {{AutoreCitato|Ignazio Paternò Castello|Biscari}} dotato, lo scuoprire di nuovo alla luce ciò ch'è stato per una serie di secoli all'occhio degli uomini involato. Per via di continuate ricerche certamente avverrà che molti belli e meravigliosi avanzi si troveranno, della di cui condizione tanto poco al presente si sa<noinclude><references/></noinclude>
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Adesso vengo agli avanzi di antichità che in Catania si ammirano, parlando prima delle antiche fabbriche e loro resti, e poscia dei due celebri musei che sono i principali ornamenti della medesima{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/144|8}}.
La fama che a' nostri giorni ha Catania di una molto devota città di chiese e cappelle doviziosamente adorna, l'aveva di già sin dai tempi i più remoti, in cui fu domicilio de' Greci. Molti degli antichi suoi sagri edifizj da scrittori nominati non offrono più menoma traccia di loro superba esistenza, malgrado tutta la pena che vecchi Catanesi si son data di scoprirne gli avanzi, o di fissarne almeno la posizione. Ciò che adesso havvi di antico riducesi ad un teatro, un anfiteatro, un residuo del foro, bagni, acquidotti e sepolture: tutti vetusti monumenti che la sontuosità del paese dimostrano. Alcuni giacciono sotto terra, e chi sa se molti tempj non siano ugualmente sepolti sotto profonde lave; e che spetti ad un altro insigne personaggio, di zelo e generosità come {{AutoreCitato|Ignazio Paternò Castello|Biscari}} dotato, lo scuoprire di nuovo alla luce ciò ch'è stato per una serie di secoli all'occhio degli uomini involato. Per via di continuate ricerche certamente avverrà che molti belli e meravigliosi avanzi si troveranno, della di cui condizione tanto poco al presente si sa<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: IN SICILIA. 17 di quanto, cinquant'anni sono, se ne sapea quelli che il Principe suddetto con inusitata e non comune diligenza dal seno della terra ha scavato. I più interessanti antichi edifizj sono i seguenti: lobiaioba iture 1. Un teatro. Questo non è sotto la lava, ma pur non di meno non è tanto discernibile, perchè è stato convertito in uso diverso, le di cui volte vennero ridotte per case di private fa- miglie. Sca...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>IN SICILIA.
17
di
quanto, cinquant'anni sono, se ne sapea
quelli che il Principe suddetto con inusitata e
non comune diligenza dal seno della terra ha
scavato. I più interessanti antichi edifizj sono
i seguenti: lobiaioba iture
1. Un teatro. Questo non è sotto la lava,
ma pur non di meno non è tanto discernibile,
perchè è stato convertito in uso diverso, le di
cui volte vennero ridotte per case di private fa-
miglie. Scavar si dovrebbe verso l'entrata per
andare nel più basso corridore che tutto in-
torno il teatro girava, dal quale per via di
scale in pietra si andava agli altri due che
sono con volta ed in buono stato. Io vi andai
all'intorno. Questa opera ha dovuto essere mol-
to grande, e secondo Riedesel lo era più di
quella di Marcello in Roma; esso aveva 400
palmi di diametro. Esistono tuttavia i gradini
che conducevano alle arcate, e quelli ove gli
spettatori sedevano, ed i vomitorj. Tutto è co-
struito con pietre quadrate cavate dalle lave,
e senza calce commesse. Era il medesimo eret-
to in un luogo, dove il pendio del terreno
stesso era assai adatto per formarvi i sedili per
gli spettatori. La scena, che tanto di rado si
vede negli antichi teatri, si è qui trovata ed
esaminata. Io ne vidi le mura, ma non poteva
questa più raffigurarsi, perchè molte case vi si<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|17}}</noinclude>di quanto, cinquant'anni sono, se ne sapea quelli che il Principe suddetto con inusitata e non comune diligenza dal seno della terra ha scavato. I più interessanti antichi edifizj sono i seguenti:
{{Sc|i}}. Un teatro. Questo non è sotto la lava, ma pur non di meno non è tanto discernibile, perchè è stato convertito in uso diverso, le di cui volte vennero ridotte per case di private famiglie. Scavar si dovrebbe verso l'entrata per andare nel più basso corridore che tutto intorno il teatro girava, dal quale per via di scale in pietra si andava agli altri due che sono con volta ed in buono stato. Io vi andai all'intorno. Questa opera ha dovuto essere molto grande, e secondo {{AutoreCitato|Johann Hermann von Riedesel|Riedesel}} lo era più di quella di Marcello in Roma; esso aveva 400 palmi di diametro. Esistono tuttavia i gradini che conducevano alle arcate, e quelli ove gli spettatori sedevano, ed i vomitorj. Tutto è costruito con pietre quadrate cavate dalle lave, e senza calce commesse. Era il medesimo eretto in un luogo, dove il pendìo del terreno stesso era assai adatto per formarvi i sedili per gli spettatori. La scena, che tanto di rado si vede negli antichi teatri, si è qui trovata ed esaminata. Io ne vidi le mura, ma non poteva questa più raffigurarsi, perchè molte case vi si<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|17}}</noinclude>di quanto, cinquant'anni sono, se ne sapea quelli che il Principe suddetto con inusitata e non comune diligenza dal seno della terra ha scavato. I più interessanti antichi edifizj sono i seguenti:
{{Sc|i}}. Un teatro. Questo non è sotto la lava, ma pur non di meno non è tanto discernibile, perchè è stato convertito in uso diverso, le di cui volte vennero ridotte per case di private famiglie. Scavar si dovrebbe verso l'entrata per andare nel più basso corridore che tutto intorno il teatro girava, dal quale per via di scale in pietra si andava agli altri due che sono con volta ed in buono stato. Io vi andai all'intorno. Questa opera ha dovuto essere molto grande, e secondo {{AutoreCitato|Johann Hermann von Riedesel|Riedesel}} lo era più di quella di Marcello in Roma; esso aveva 400 palmi di diametro. Esistono tuttavia i gradini che conducevano alle arcate, e quelli ove gli spettatori sedevano, ed i vomitorj. Tutto è costruito con pietre quadrate cavate dalle lave, e senza calce commesse. Era il medesimo eretto in un luogo, dove il pendìo del terreno stesso era assai adatto per formarvi i sedili per gli spettatori. La scena, che tanto di rado si vede negli antichi teatri, si è qui trovata ed esaminata. Io ne vidi le mura, ma non poteva questa più raffigurarsi, perchè molte case vi si<noinclude><references/></noinclude>
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{{Centrato|{{x-larger|CAPITOLO XV.}}}}
{{x-larger|G}}iunto il principe Witold al castello di M***, ove dimorava sua madre, vi trovò alcuni vecchi amici, le cui terre eran men bene situate delle sue, e che non avevano non solo più patria, ma neppure più asilo. Il loro abboccamento ebbe un non so che di solenne; tutti que’ giovani soldati traditi dalla vittoria, e coperti di ferite, portavano sulle lor pallide fronti l’indizio della disperazione.
Witold in mezzo ad essi impose silenzio al suo segreto dolore.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|418||}}</noinclude>
Occupati incessantemente di quella spaventevol catastrofe che in un sol giorno avea rovesciato un regno intero, essi ridestarono in fondo alla anima loro gli antichi dolori. Il più delle volte il cuor dell’uomo non si riposa che cangiando di pene. La stabilità è una cosa sì contraria alla nostra natura, che passare da un dolore ad un altro è sovente una specie di sollievo.
Witold recossi a Vienna senza aver pronunziato nella sua famiglia il nome d’Olesia: temeva che nelle magnifiche sale di sua madre, sotto que’ palchi dorati, questo nome sì dolce al suo orecchio uno fosse oltraggiato da un insultante dispregio.
Si vide costretto a trattenersi alcuni mesi a Vienna. Nominato principe dell’impero, una luminosa carriera si apriva ancora davanti a lui, ma la vedeva senza entusiasmo; ogni onore di più era un nuovo ostacolo che lo separava da Olesia.
Nel lasciar Vienna Witold non ritornò da sua madre, ma prese la strada di Cracovia; non osando {{Pt|spe-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||419}}</noinclude>{{Pt|rare|sperare}} di trovarvi Olesia ei pensava che una lettera almeno dovesse attenderlo. Il suo cuore palpitava nello avvicinarsi a quell’antica città, nello scorgere i suoi campanili e le sue torri, che danno all’aspetto di lei, un’aria d’importanza che non ha in sè stesso. — Quelle mura! ei diceva, rinchiuderanno da qui in avanti tutta la mia felicità. Più agitato che mai ma men positivo ancora ne’ suoi progetti, e’ trovava delitto nel lasciar crescere alla libera i suoi pensieri. Vedere Olesia ad ogni momento, inebriarsi delle sue attrattive, dei suoi talenti, udirsi ripetere d’essere amato, tutto ciò gli sembrava bastante per la sua felicità; ei non diceva: — Ella sarà la mia sposa —, ma diceva: — Ella sarà la mia sorella, la mia amica; questi due titoli sacri rassicureranno la sua tenerezza e inganneranno dolcemente il mio amore.
Giunto a Cracovia Witold si sentì, suo malgrado, sorpreso da tristezza. Vecchi edifizii disabitati, case cadenti in rovina, strade tortuose ed oscure potevano infatti provocare la<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|420||}}</noinclude>melanconia; ma in un’anima inquieta tutto sembra un presentimento.
L’ora era tarda; Witold temendo che i suoi domestici non potessero avere accorso alla posta vi si portò da sè stesso, e gli fu consegnato un enorme involto, ch’egli apri rientrando nel suo albergo. Ei percorse avidamente tutti gl’indirizzi; in nessuno si trovava il bollo di Varsavia. Alcune lettere di sua madre e degli amici che aveva lasciati con lei, e molti giornali componevan tutto l’involto.
Il giorno dopo nel far colazione egli aprì con dispetto le gazzette che erano sulla sua tavola, e vide fra queste uno di quei giornali tedeschi, raccolte minuziose d’aneddoti e fatti insignificanti e talvolta ancora scandalosi; lo gettò in disparte, sorpreso che sua madre, che conosceva tanto bene il suo gusto, avesse potuto inserire un simil foglio in un plico diretto a lui; ma un nome, ch’egli non avea mai letto senza che il suo cuore palpitasse con violenza, lo colpì tutt’ad un tratto; egli aprì tremando il giornale,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||421}}</noinclude>e lesse all’articolo ''Varsavia'' ciò che segue:
„Gli odii nazionali non resistono all’amore; il matrimonio che ha avuto luogo fra un gran signore russo e una giovine Polacca, e che successe di poco all’assalto di Praga, è una prova di ciò che affermiamo.
„Il 10 luglio 1795, il generale Igor, conte di Scz..., ha condotta all’altare la figlia adottiva della defunta Palatina di S***. Questa giovine, celebre pel suo spirito, pei suoi talenti elevati e per la sua rara bellezza, è conosciuta da qualche anno in Polonia sotto il nome di Olesia Levi.
„La ceremonia è stata celebrata con tutta la magnificenza che un grande di Moscovia può sfoggiare in una simile circostanza. Vi assisteva il general Suwarow, seguito da tutto il suo stato maggiore. Ciascuno contemplava con ammirazione la deità del giorno: i Tartari dell’armata credevan vedere una houri; i cosacchi, una ninfa del Tanai o del Ponto Eussino; ma i Polacchi dicevano con rammarico geloso, in quello stile<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|422||}}</noinclude>orientale ch’è loro proprio; — Sion è già caduta, e noi perdiamo ancora la più bella figlia d’Israello.
„Per ottenere la gran confusione meditata da Caterina di due popoli rivali che non hanno la minima affinità, noi ammiriamo gli argomenti energici di Suwarow, la prudenza e la destrezza di Fersen, ma siam costretti ad aggiudicare la palma ai
mezzi adottati dal generale Igor“.
Witold lesse più volte quest’articolo senza comprenderlo; il suo pensiero s’era fermate alle parole. — “Il conte Igor ha con dotta all’altare la figlia adottiva della defunta Palatina di S***.” Le rileggeva senza crederle, e ciascuna di esse era accompagnata da un orribil battito di cuore. Ben tosto nella sua rabbia le ripetè a voce alta, e fremette in udirle risuonare intorno a sè; quindi imponendo silenzio a sè stesso. — Tacete, diceva, e non proferite una bestemmia. Un orribil delirio erasi impossessato de’ suoi sensi. Rispingendo con furore il barlume di ragione che penetrava ancora attraverso alla sua {{Pt|dispera-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||425}}</noinclude>{{Pt|zione|disperazione}} si gettò in una sedia di posta, accompagnato da un solo cameriere, e a forza d’oro versato per affrettar il cammino, il giorno dopo era in Varsavia.
La celerità quasi magica del suo viaggio e la stanchezza avevano aumentata l’esaltazione del suo spirito. Il fuoco circolava nelle sue vene, e i suoi sospiri eran convulsi. Appena arrivato, mandò il suo cameriere ad informarsi della dimora del conte di Scz...
Non era questi ch’egli bramava vedere, ma gli sarebbe stato impossibile di cercare un altro nome. Che voleva egli fare? Domandare all’infelice alienato di mente quali sono i suoi progetti; egli non vi saprà rispondere.
Il cameriere tornò, e partecipò al principe che la contessa di Scz... passava la giornata in casa d’una sua amica e doveva recarsi con lei ad un ballo con maschere, che dava una principessa russa. Fino da questo momento Witold ebbe un’idea fissa; si procurò con facilità un biglietto, e la sera, nascosto sotto un domino nero,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|424||}}</noinclude>era uno dei primi nella sala del ballo A poco a poco le sale s’empiono; molte donne non erano mascherate; fra queste Witold riconobbe alcune Polacche appartenenti a famiglie devote in ogni tempo al partito russo. Egli osservò, malgrado la sua preoccupazione, quanto è difficile affettare disinvoltura quand’uno si sente in cattiva posizione; ma bentosto tutta la sua attenzione si riconcentrò sovra un sol punto; la contessa di Scz... era comparsa. Witold fremette di rabbia nel vedere accanto a lei il conte Igor. Gli occhii suoi si fissarono quindi sulla sola Olesia; nel rivedere que’ bei lineamenti più melanconici allora che mai, ei si credè per un istante nella casa di Ester. Ella era sempre quella pensosa Noemi, il cui pallore avea un non so che di sì commovente, ma gli occhi della giovine erano allora animati da un raggio di speranza, mentre il cupo sguardo della contessa di Scz... n’era privato per sempre.
Un orribile angoscia lacerò il cuore di Witold, allorchè la sua vista si<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||425}}</noinclude>posò sul generale Igor. Qual espressione di felicità egli trovò sul suo volto! le parole che il conte dirigeva ad Olesia, la sua cortesia, le sue maniere rispettose, nelle quali si travedeva tuttavia una dolce intrinsichezza, quel lungo sguardo pieno di sollecitudine e di tenerezza che la seguiva dappertutto allorquando s’allontanava, spandevano nell’anima di Witold il veleno della più violenta disperazione. Egli era seduto non lungi da quell’uomo aborrito, che aveva rovesciato il suo destino. Per una contrazione nervosa, le sue mani s’eran attaccate alla sedia e lo ritenevano, suo malgrado, immobile: egli avrebbe voluto scagliarsi contro l’oggetto dell’odio suo, ma le agghiacciate sue membra, il cui peso eguagliava quello del piombo, restavano tese ed inutili.
Le idee più disordinate, traversavano la sua testa, e dal lor urto sembravano risultare orribili spasimi; i suoi occhi smisuratamente aperti si impregnavano di lacrime di fuoco, e s’asciugavano sulle palpebre.<noinclude><references/></noinclude>
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Tutt’ad un tratto fu sorpreso da un tremito universale; Olesia era passata sì accosto a lui, che le pieghe della sua veste lo avevan toccato, e, se non fosse stato il tumulto che li circondava, ella avrebbe sentito l’orribile battito del suo cuore. Il sangue gli bollì nelle nelle vene, e, circolò tosto con tale rapidità, che egli ricuperò la facoltà d’agire. Alcandosi spontaneamente mentre Olesia tornava al suo posto, ed avanzandosi verso di lei, stese la mano come per impedirle il passaggio. Olesia preoccupata non comprese quel movimento, e credendo che una persona di sua conoscenza le offrisse la mano per ricondurla, porse la sua; Witold s’impossessò di quella mano che gli era offerta senza diffidenza, e trasse Olesia nel vano d’una finestra.
— Non mi riconoscete? diss’egli con un furore concentrato.
Olesia rabbrividi, e con voce bassa e tremante rispose: — Disgraziato! che fate voi qui? Se vi si scopre, siete perduto.
— Ebbene! soggiunse egli con {{Pt|im-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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Il Libro dei Re/Il re Behmen Ardeshîr, la regina Humây, il re Dârâb, il re Dârâ/2/I
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||427}}</noinclude>{{Pt|peto,|impeto,}} io voglio esservi debitore anco di questa disgrazia; io mi aspetto tutto, e non credo di aver comprato a troppo caro prezzo il piacere che provo nel dirvi ch’io vi disprezzo.
Intanto gli occhi del conte Igor non si partivano dalla sua sposa; spaventato dal pallore di cui le gote di Olesia eransi improvvisamente coperte, ei s’accostò; i suoi sospetti furono non men pronti che giusti. — Ei non può esser che il principe di L***, egli pensò; ed avanzandosi verso Witold: — Bella maschera, gli disse d’un tuono sdegnoso che mal cela la sua collera, voi in Russia! Io aveva delle forti ragioni per pensare che voi non azzardereste di tornarvi sì presto: e che vi fate, vi prego?
— In Russia! sclamò il principe Witold: veramente, soggiunse d’un tuono più tranquillo, voi avete diritto d’insuperbire. Godete pure dei vostri trionfi sulla sventurata mia patria, ma siate persuaso che fossimo un giorno padroni della vostra, arrossiremmo di chiamarla Polonia.
Se il mio odio non vi avesse {{Pt|sco-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|428||}}</noinclude>{{Pt|perto,|scoperto,}} o, rispose fuori di sè il conte Igor, io vi riconoscerei al vostro audace linguaggio; ma non è questo il luogo di spiegazione; usciamo volete voi accompagnarmi?
— Ah! volentieri, rispose Witold, a cui quest’ultime parole avevano alleggerita l’oppressione del cuore.
Giunti in una sala appartata, il conte Igor si fermò, e prese di nuovo la parola: — Noi ci aborriamo, diss’egli; io son felice, e voi siete amato; io ho annullata la vostra felicità, e voi v’opponete alla mia: non v’è che un mezzo onorevole<ref>La stolta, irreligiosa e barbara non meno che in significante vendetta dei duelli è già condannata dal disprezzo de’ saggi, in modo che riesce inutile a questo luogo il notare quanto la parola onorevole sia degna di un barbaro oppressore, e come l’odio impotente del vinto acciecasse e spingesse a una fine doppiamente deplorabile l’infelice Witold.</ref> di liberarci l’uno dall’altro; qual luogo m’indicate voi?
— Il bosco di Bielany.
— Quali son le vostr’armi?<noinclude><references/></noinclude>
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Piaz1606
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||429}}</noinclude>Witold riflettè un momento e rispose: — La pistola.
— Bene; domattina alle sei. Rientrato nel suo albergo, il principe Witold scrisse a Ladislao, e senza informarlo d’altro, gl’indicò l’ora dell’appuntamento; poi cominciò una lunga lettera per sua madre. Allorquando l’ebbe terminata, la posò sul suo tavolino, e disse: — O io la brucierò domani, o altri che me la faran pervenire. Dopo tali disposizioni, si assise presso ad un fuoco quasi spento, guardò l’orologio, e vide ch’eran le due. — Gli è inutile coricarsi, pensò. V’era allora nelle sue idee tanta calma, quanta incoerenza v’era stata poche ore avanti; egli interrogò se stesso, esaminò la sua condotta, e ne riconobbe tutta la follia. Ravvolgeva soprattutto nel pensiero la scena della sera, e si rammentava le ultime parole che Olesia avea pronunziate. Separatone dalla folla al momento in cui s’accostò il generale Igor, egli udilla esclamare. Witold è perduto, ed io ho fatto invano il sacrifizio più doloroso.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|430||}}</noinclude>
E’ si richiamava incessantemente alla memoria queste parole, poichè giustificavano Olesia del solo torto ch’ella avesse avuto a’ suoi occhi. Provava una specie di soddisfazione nel ripetere la parola sacrifizio, ed esclamava con orgoglio: — Quella che io amava non poteva esser colpevole.
— Sì, ripeteva, ella s’è sacrificata, ma a qual fine? La memoria del suo soggiorno a Varsavia venne ben tosto a schiarirgli la mente; egli scoperse in parte la verità. — Io ho passati, disse, quattro mesi in mezzo ai miei nemici, senza provare quelle inquietudini, quei terrori che tormentanto l’esistenza di un proscritto; scommetto, Olesia, che tu hai comprata la mia salvezza, e che la tua mano è il prezzo che desti per conservarmi la vita. A queste parole, raccapricciai per orrore: — Ed io, soggiunse, che ho fatto per voi? ho pagato con tutta la durezza, con tutto l’egoismo dell’orgoglio, l’affetto il più tenero e disinteressato. Ah! voi sola sapevete amare.
Prima delle sei, il principe {{Pt|Wi-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||431}}</noinclude>{{Pt|told|Witold}} e Ladislao erano nel bosco di Bielany. Alcuni minuti dopo comparve il generale Igor seguito da un ufficiale russo. Witold, che passegiava in quel momento, si fermò e guardò intorno a sè. Ei riconosceva il luogo ove cinque anni prima, seduto al fianco d’Olesia sulle rive della Vistola, e contemplando la scena magnifica da cui era circondato, non avea potuto reprimere il desiderio di palesare il suo amore.
— Non andiamo più oltre, diss’egli avvicinandosi al generale Igor; questo luogo mi pare adattato.
Fermatevi, disse il generale a Ladislao che voleva parlare, questa non è una querela ordinaria, e noi non vogliamo conciliatori. Un di noi due non dee più tornare a Varsavia, e il principe di L*** sarebbe un vile se pensasse diversamente.
Witold non si degnò di rispondere, e prendendo la pistola che gli veniva presentata, venne a situarsi, a dieci passi di distanza dal generale Igor, al quale il caso avea dato il diritto di tirare il primo.<noinclude><references/></noinclude>
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Piaz1606
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|432||}}</noinclude>
Il generale fece fuoco. La palla rasentò leggermente i biondi capelli di Witold; ma il principe rimase immobile, e la più gran calma regnava sul suo volto. Ei guardò fisso il conte di Scz...., e con la mano che teneva la pistola fece un legger movimento; poi parve esitare.
— Ebbene! gridò il generale con rabbia, io v’attendo; pretendete voi forse di farmi provare l’umiliazione della vostra pietà? Rassicuratevi, io sono scevro dell’unico timore che avrebbe potuto avvelenare i miei ultimi momenti; la contessa di Scz... non sposerà giammai il mio uccisore.
— Io non bramo nè la vostra morte, nè la mano della vostra sposa, rispose Witold con sangue freddo, e sviando la mira, vibrò il colpo ad un albero vicino.
A tal vista il generale Igor strappò dalle mani d’uno dei testimoni una seconda pistola carica, e presentandola a Witold, col viso infiammato, e cogli occhi scintillanti di collera gli disse: — Tirate sopra di me, o<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||433}}</noinclude>io non son più responsabile del mio furore.
— No, riprese Witold, quest’affare è terminato; che s’esige in un duello? del valore? ambedue abbiamo provato che non eravamo attaccati alla vita; ciò basta.
E che! disse il generale che non potè più contenersi, io esser soggetto all’orribil caso d’incontrarvi nel mondo?
— Ma voi potete farmi arrestare.
— Voi aggiungete offesa ad offesa.
— La maggiore è quella d’essere amato.
A tali parole il conte di Scz... fremette, si tinse in volto d’un rossore spaventevole, e precipitandosi sopra Witold gli scaricò la sua pistola nel petto: il principe di L*** cadde, e nuotò ben tosto nel proprio sangue.
Ladislao sdegnato volea vendicare il suo amico: ma Witold lo trattenne con mano moribonda, mentre il generale Igor col viso bagnato di lacrime faceva di tutto per arrestare il sangue che sgorgava dalla ferita di lui.
— Ah! principe Witold, gridò<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|434||}}</noinclude>quell’infelice giovine, al furore del quale era successa un’orribile disperazione, quanto cruda fu la vostra calma; voi m’avete disonorato!
— Generale, disse Witold porgendo la mano al conte Scz..., la vostra azione non fu punto premeditata, voi eravate accecato dalla collera; io vi compiango, vi perdono, e non vi disprezzo. Ma serbate un eterno silenzio su questa mattina, pel vostro bene e per... il suo. Addio; tornato a Varsavia; io sento che non mi rimangono che pochi momenti di vita, e voglio, soggiunse prendendo la mano di Ladislao, voglio che gli ultimi miei sguardi non si fissino che sopra un Polacco.
I due giovani principi s’eran recati a cavallo nel bosco di Bielany essi; non avevan domestici. Ladislao, inginocchiato presso all’amico, suo, lo sosteneva nelle sue braccia, attendendo con orribile anzietà il chirurgo e il sacerdote che il conte Igor doveva spedire. Per qualche minuto, Witold conservò tutte le sue facoltà. — Io non mi dolgo della mia sorte, {{Pt|diss’e|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||435}}</noinclude>{{Pt|gli|diss’egli}} a Ladislao, io ho sopravvissuto a tutte le illusioni che potevano farmi amare la vita... Eppure io non ho che ventisett’anni!
Ma ben tosto il delirio venne a sconvolgere i suoi pensieri. Chi è, sclamò, quella donna che viene verso di noi scorrendo rapidamente sull’onde?... Ah! non me la nominate, io la riconosco... Chi le ha dato quell’angelico volto?... Ove son io? qual pompa magnifica è questa che mi circonda?... Io riconosco la pianura di Wola. In questo campo che produce dei re, gentiluomini, ambasciatori, palatini polacchi, venite voi a portarmi la corona?... Sì, lungo tempo io l’ho sospirata, e credo d’esserne degno. Ponetela sulla mia testa; ch’io la senta toccar la mia fronte, e me la toglierò per restituirvela. Io non ambisco il titol di re, ma solo la gloria d’essere stato prescelto. Kosciusko, la tua parte vale ancor più di quella del più grande de’ nostri monarchi, ed io preferirei la tua prigione al palazzo di Stanislao.
Queste parole resero a Witold {{Pt|tut-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|436||}}</noinclude>{{Pt|ta|tutta}} la sua ragione, egli smarriti suoi sguardi non spiraron più che tristezza.
— Quando Roma fu distrutta, diss’egli stringendo la mano di Ladislao, non esistevano più Romani, e noi, più sventurati! noi portiamo tutto il nostro orgoglio, tutto il nostro patriotissimo nei ferri... Quanto vi compiango perchè vivete, e quanto mi sarebbe stato dolce di morir vittorioso sovra un campo di battaglia, di lasciare il mio nome cinto di gloria, e il mio paese trionfante!
Nel proferire queste parole, Witold sentì il brivido della morte agghiacciare a poco a poco le sue membra, ma prima di rendere l’ultimo sospiro, egli ebbe ancor forza di riconciliarsi col Cielo. Finita la sua confessione dirigendo gli sguardi dalla parte di Varsavia, esclamò con languida voce: — O Polonia; Polonia! — E in questa parola finì.<noinclude><references/></noinclude>
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Olesia, o la Polonia/Capitolo XV
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione||||riga=si}}</noinclude>
Io viaggiava con una signora polacca l’estate del 1821, e percorrevamo la strada maestra di Lituania con tutta la rapidità delle poste russe, quando si staccò una delle ruote della nostra carrozza, e fummo costretti a fermarci in un villaggio poco distante. Vi si trasportò con molta pena il nostro equipaggio, e cercammo di stabilirvici.
Il nostro arrivo non produsse la minima sensazione; il contadino {{Pt|li-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|440||}}</noinclude>{{Pt|tuano|lituano}} si commove difficilmente, e la nostra carrozza senz’arme, il nostro domestico senza livrea, non solo non eccitarono la sua curiosità, ma non destarono neppure la sua attenzione.
La mia compagna rideva della nostra cattiva fortuna; io l’imitava e provava tuttavia non so qual pena nel vedere l’indifferenza di quelli che ci stavano attorno. Io avrei desiderati quasi que’ medicanti di certi villaggi di Francia e la loro strepitosa importunità; uno ha più coraggio di domandare un servigio quando egli stesso ha l’occasione di fare un piccolo bene; ed io mi sentiva agghiacciare nel vedere que’ visi appassiti per la miseria, ma su quali era impossibile leggere una passione o un desiderio.
Giunti all’albergo, noi v’entrammo; l’ostessa non si mosse dal banco sul quale era assisa; ella ci guardò per un momento, e poi continuò il suo lavoro che consisteva nel disporre delle strisce di scorza d’albero per fare degli stivali a suo marito. Noi la interrogammo su ciò che potremmo<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||441}}</noinclude>{{Pt|trovare|ritrovare}} nel villaggio; ma a tutte le nostre domande ella rispose con quel ''Niema'' sì laconico e che impazientava tanto i nostri soldati francesi.
Il domestico s’era diretto al contadino che gli era sembrato meno stupido, e con un’aria d’alterigia e di impazienza gli diceva: — Se voi conosceste la persona che vi fa l’onore di fermarsi in casa vostra, vi dareste per lei maggior premura. Ella è la moglie d’un senatore, la figlia d’un Palatino, la sorella del maresciallo del vostro distretto; ella ha nella sua anticamera più staffieri, che non ha abitanti questa vostra miserabil bicocca. A tutte queste frasi il contadino rispondeva: Sarà vero, se il Signore Iddio nostro lo ha permesso; ma noi non vi conosciamo.
Il domestico soggiungeva: — Pressata da un affare importante, ella ha preso la posta per recarsi nella terra di suo padre, che è distante di qui quindici leghe, senza farsi seguire da alcuna delle sue donne, senza darci il tempo di preparare gli oggetti d’assoluta necessità per un viaggio così<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|442||}}</noinclude>lungo. Le poche provvisioni ch’io aveva raccolte in fretta sono esaurite; essa non contava di fermarsi nè giorno nè notte, è per la prima volta in sua vita ella viaggia senza letto! — Mio Dio! soggiunse quel brav’uomo facendosi un segno di croce e mandando un profondo sospiro, una delle più grandi signore della Polonia esser costretta a passar la notte sul banco d’un albergo! — Signore, rispose il Lituano con la medesima flemma, vi si può dormire.
La mia compagna mi disse ridendo e guardando il suo domestico; — Ecco il più eloquente fra noi tre; lasciamolo in libertà, la nostra presenza lo incomoda; per procurarci le cose più comuni, come latte, uova, ec. egli sarà costretto ad indispettirsi, e fors’anche ad andare in collera, non l’oserebbe alla nostra presenza, venite. Ella mi prese per un braccio e mi tirò fuori dell’albergo; e giacchè la sera era deliziosa, andammo ad assiderci in un bosco di betulle e d’abeti, poco distante dal villaggio.
Dopo alcuni momenti di silenzio<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||443}}</noinclude>la mia compagna mi disse: — In Lituania, come in molt’altre provincie di Polonia, i luoghi ombrosi sono dei luoghi di eterno riposo. Sovente in mezzo ad un bosco, una croce la cui sommità penetra appena attraverso le foglie indica l’ultimo asilo d’un intero borgo; uno s’arresta commosso fra quelle tombe senza nome, e gli pare che quelli che dormono all’ombra di quelle cupole di verdura, cerchino anche al di là della vita la protezione e l’oscurità. Ciò detto, ella mi strinse la mano; io lessi nello sguardo di lei il suo pensiero, rivolsi gli occhi all’intorno, e vidi che eravamo circondate di tombe. La mia compagna riprese:
— Havvi qualcosa di melanconico nel carattere e nell’abitudini di questo popolo. Udite voi quelle giovinette che tornano dal lavoro? I loro canti rassomiglian da lungi a dolorosi lamenti; quando saranno più vicine, voi riconoscerete certe arie da chiesa, alle quali esse hanno adattate delle triste parole.
Questo popolo non è felice, egli è<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|444||}}</noinclude>impossibile che non senta la sua miseria; ma è attaccato ad essa, come a’ suoi pregiudizi. Molti signori lituani, spinti da quella filantropia che domina il rimanente dell’Europa, hanno tentato di migliorare la sua sorte, ma vi bisogna una gran perseveranza per giungervi. Voi non mi credereste s’io vi dicessi che, nelle mie terre, un intero villaggio s’è rivoltato, perchè io desiderava che si piantassero davanti alle capanne degli alberi fruttiferi; quest’innovazione parve un delitto; e tutti d’accordo gli abitanti svellevano di notte tempo e gettavan lontano quegli alberi stranieri che dovevano spandere la maledizione sulle loro dimore.
Non siamo per anche arrivati a convincerli dell’utilità dei cammini; essi demoliscono quelli che facciam costruire, e menan la loro vita in mezzo a nubi di fumo; la maggior parte muoion prestissimo, ma le generazioni si succedono senza ricavare da questa disgrazia una vantaggiosa esperienza, senz’annettervi {{Pt|al-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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Piaz1606
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||445}}</noinclude>{{Pt|tro|altro}} pensiero che quello della sommissione ai voleri di Dio.
Nel finire queste parola la mia compagna proruppe in un’esclamazione. Guardate, mi disse, a traverso quel gruppo d’alberi, non distinguete voi una casa di bella apparenza? E senz’attendere la mia risposta, gridò: — Eccoci salvate! noi siamo per ritrovare la ''civilizzazione''.
Noi uscimmo dal bosco; ed essendosi ben tosto presentata a’ nostri sguardi una capanna, risolvemmo di entrarvi per domandare la strada della casa che avevamo scoperta. — Osservate quel mazzo di rami verdi sospeso a questa capanna, mi disse la signora di ***, esso indica l’asilo di una giovane nobile; v’ha della naturalezza, soggiunse ridendo, nel proclamare così un desiderio, che la più parte delle giovani tengono scrupolosamente celato in fondo al lor cuore. Ciò detto, ella bussò: una donna, di circa cinquanta anni, venne ad aprirci; ella era magra e abbronzata, il travaglio ed il tempo avean solcato il suo volto, ma portava ancora {{Pt|l’ab-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|446||}}</noinclude>{{Pt|bigliamento|l’abbigliamento}} delle vergini, i suoi capelli eran divisi sulla fronte, e una treccia nella quale il colore argentino prevaleva al biondo scendeva sulla sue spalle. Avete voi sorelle? le dimandò la signora di ***.
— No, rispose, io non ho nè sorelle nè fratelli, e son orfana. Questa parola mi colpì; io mi rammentai che più volte in Varsavia, donne la cui età avrebbe loro potuto procurare il bene promesso al giusto, quello cioè di vedere i figli de’ loro nipoti, mi avevan chiesta l’elemosina dicendomi: abbiate pietà d’una povera orfana. Io rifletteva alla singolarità di quest’espressione, quando la mia compagna mi disse: — Sono molte primavere che si rinnova il mazzo di rami verdi.
Il castello che avevamo scorto apparteneva alla contessa di Scz***, ed eravamo entrate sulle sue terre.
Io conosceva confusamente la stosia d’Olesia Levi, e provai, lo confesso, una viva soddisfazione nel pensare ch’era per vedere una persona che m’aveva sì spesso occupata. V’ha<noinclude><references/></noinclude>
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Piaz1606
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||447}}</noinclude>nella sventura una seduzione irresistibile; io era commossa, intenerita, e mi sentiva disposta ad amare colei che avea tanto sofferto. Da lungo tempo ella avea lasciato Varsavia; si era dimenticata la sua persona, ma ognuno si sovveniva delle sue avventure; esse appartenevano alla società ov’eran nate, le madri le raccontavano alle figlie, e le giovani straniere che venivano a stabilirsi in Varsavia non tardavano ad esserne informate.
Finalmente io la vidi; ella ci accolse con l’ospitalità che si trova generalmente in Polonia, e con una grazia sua propria. Io la guardai con curiosità, e la mia immaginazione conobbe di non avere errato nell’idea che se n’era formata. La contessa di Scz*** avendo passati i quarant’anni, avea perduta la freschezza; ma nel mirarla pareva che il dolore, non il tempo, l’avesse appassita.
Il generale Igor, seguendo per lungo tempo la carriera dell’armi, era stato ucciso nell’ultime guerre contro la Francia; la buona Ester più<noinclude><references/></noinclude>
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Piaz1606
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|448||}}</noinclude>non viveva; il conte Enrico era morto in Italia; e il conte Ladislao G*** conservando nell’età matura il brio, la franchezza e quasi la leggerezza della gioventù, cedeva appena a’ suoi figli la parte brillante che aveva rappresentato. Così l’assenza o la morte avevan spezzati tutti i legami che rallegrarono la giovinezza d’Olesia; il solo Neftali era rimasto con lei.
Ella ignorò alcun tempo l’orribile avvenimento che terminò la vita del principe di L***; quando lo seppe, tutti i suoi sacrifizii eran fatti, e la sua anima era rassegnata.
Essa pianse in lui il guerrier valoroso, l’uomo utile al proprio paese; ma il suo cuore era troppo stanco della vita per veder nella morte altro che un bene. Egli m’ha preceduta, pensava, ma sulla via ch’egli ha percorsa più presto, nessun cammino smarrisce, ed io son sicura di giungere al medesimo fine. A quell’epoca ella uscì di Varsavia per non tornarvi mai più; lo strepito del mondo erale divenuto insopportabile. In mezzo alle foreste della {{Pt|Litua-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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Piaz1606
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||449}}</noinclude>{{Pt|nia|Lituania}} ella nascose la sua bellezza, la sua gioventù e il dolore che avvelenava la sua vita; far del bene era l’unico vincolo che la riteneva ancor sulla terra.
Il caso volle ch’io passassi alcuni mesi nel suo castello, io la vidi, e la amai; noi ci cercavamo scambievolmente; forse nella sua bontà ella si figurava che aveva anch’io bisogno di consolazione, essendo sì lontana dalla Francia! Accanto a lei l’ore passavano rapide e con diletto. Sovente nelle nostre passeggiate, allorquando la notte copriva del suo velo la campagna, io sentiva il bisogno di parlare degli avvenimenti che avevan sconvolta la sua esistenza; io li conosceva in parte, ma m’eran stati narrati da persone indifferenti, e sapeva quanto la verità si sfigura nel passare per l’immaginazione degli uomini.
Una sera io osai interrogarla francamente; sentiva in me stessa quale cosa che mi rassicurava, era il mio cuore che aveva bisogno d’istruirsi... L’ora, il luogo, tutto sembrava {{Pt|por-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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Piaz1606
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|450||}}</noinclude>{{Pt|tare|portare}} alla confidenza; io la ottenni intera, e la mia memoria ricevè da quel racconto un’impressione sì viva, che io ho potuto fedelmente ripeterlo in queste carte.
{{Centrato|{{Sc|fine del volume decimo}}.}}<noinclude><references/></noinclude>
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Olesia, o la Polonia/Conclusione
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Piaz1606
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{{Qualità|avz=75%|data=6 luglio 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Conclusione|prec=../Capitolo XV|succ=}}
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude>superficie ruvida sara sempre causale come l’ef-
fetto ottenuto. Se il colpo di pennello fosse per
combinazione troppo forte, riempie tutto il ruvido
e torna l’eventualità di dovere raspare per ritor-
nare da capo; sebbene chi ha pratica di questo
meccanismo del pennello non si lasci facilmente
prendere due volte in queste panie, cosicchè pru-
dentemente starà leggero, preferendo ripetere la
sfregatura due o tre volte finchè alla meglio rag-
giunga l’effetto che se ne aspettava.
L’incertezza di tale meccanismo tecnico è dunque
evidente e si mostrerebbe sempre più tale se il
pittore, impazientito, scendesse a ritoccare uno
per uno i suoi piccoli punti di tinta ottenuti al-
l’azzardo, per spingerli al preciso effetto voluto:
perchè allora questo risultato non sarebbe più
una sfregatura ma un vero divisionismo cui era
più spiccio decidersi senza bisogno di una pre-
parazione speciale di piano, perchè col pennello
il colore attacca sia ruvida o no la superficie
sulla quale si adagia.
Risulta abbastanza chiaro da quanto si è detto
che i meccanismi propri della pittura sono quelli
che escono dalla volontà precisa del`’artista e non
dal rischio di un atto che non può essere sempre
padroneggiato; nè la sfregatura si può quindi con-<noinclude><references/></noinclude>
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AdrianaB64
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude>siderare se non come un mezzo tecnico di circo-
stanza, nel cui abuso alcuno potrà colla pratica
ricavare qualche costrutto, ma che rivelerà sempre
ad un intendente di tecnica e d’arte, l’assenza di
quella determinazione di effetti che non possano
scaturire se non a patto che tutti gli elementi
tecnici del dipinto siano il risultato di una volontà
scientemente operante.<noinclude><references/></noinclude>
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AdrianaB64
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text/x-wiki
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AdrianaB64
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude>CAPITOLO II.
Importanza dell’esame tecnico del dipinto. — Deduzioni ge-
nerali che si possono derivare dal semplice spessore degli
strati colorati.
Un’arte come la pittura subordinata all’impiego
di materiali numerosissimi, complicati dall’unione
forzata a sostanze che ne modificano l’ubbidienza
alla mano quanto l’aspetto esteriore, deve neces-
sariamente sottostare a molte imposizioni dipen-
denti dalle qualità proprie dei mezzi tecnici. Infatti
il processo ad olio, l’affresco, la tempera, il pa-
stello, l`acquareIlo, per quanto maneggiati da uno
stesso artista portano per sè un influsso al dipinto
che impedisce assolutamente di raggiungere l’ugua-
glianza dell`impressione visiva.
Se a queste differenze, che bastano già da sole
a rivelare e la sensibilità dell’occhio e l’impor-
tanza che per l’occhio ha tutto che è diverso, si
aggiunga il contributo dei meccanismi vari usati<noinclude><references/></noinclude>
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AdrianaB64
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude>dal pittore nel maneggio dei colori, processo per
processo, colore per colore, possiamo in modo ap-
prossimativo formarci l’idea della estensione o in-
fluenza che la tecnica ha nella pittura e come a
ragione si possa asserire che dessa è l’efficente
principale del linguaggio pittorico, ben raramente
accadendo che per ciascunaa significazione di parte
qualsivoglia di oggetto dipinto, non corrispondano
modalità tecniche che le individualizzino. Talchè
riesce evidente come nel dipinto ogni sua parte
possa essere fatta oggetto di un’investigazione spe-
ciale, intesa a penetrare nella convenienza o meno
della tecnica impiegata dall’artista riguardo al
fine propostosi ed in considerazione anche di quelle
norme pratiche che si esigono per la durabilità del-
l’opera ma sempre in maniera soggetta al fine
artistico.
Per l’esan1e della tecnica si rifà nel riguardante
il lavoro di ricostituzione del processo seguito
dall’artista dalla prima e più sommaria prepara-
zione delle tinte sino al termine del lavoro: scan-
dagliando fra il groviglio delle sovrapposizioni:
scernendo, misurando quasi ogni grossezza dico-
lore: non lasciandosi sfuggire nessuna modalità
che interessi la forma: leggendo fra il complesso
artificio delle giustapposizioni il loro riferimento<noinclude><references/></noinclude>
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AdrianaB64
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude>più o meno indovinato alle proprietà fisiologiche
dell’occhio. Disamina che ha il grande valore di
venire eseguita coll’istesso procedimento che seguì
la formazione dell’opera istessa — cioè più per ela-
borazione pensata che esprimibile colla parola,
come è privilegio del pittore, che spesso non è
più in grado di ripetere i ragionamenti dai quali
è risultata l’opera sua: ragionamenti però che non
hanno meno avuto luogo ma che in tal modo
rifacendosi nel critico per una comunione intima
di pensiero che altrimenti non si desterebbe
pongono questi nella miglior condizione per illu-
strare l’opera della quale intende occuparsi.
ll riguardante del dipinto inizia quasi sempre
il suo esame da quell’occhiata generale colla quale
sembra volersi mettere al sicuro del buon impiego
del proprio tempo. Uno sguardo al soggetto ed
alla distribuzione delle masse; uno sguardo più
davvicino alla esecuzione tecnica se l’impressione
del soggetto non fu tale spingerlo addirittura
altrove.
Per tanti quadri si vorrebbe poter essere ancora
più spicci, quantunque non sia raro il caso di es-
sersi dovuti ricredere su queste troppo rapide
occhiate buttate frettolosamente correndo attra-
verso le sale delle esposizioni; nelle quali di so-
G. PREVIATI, Della Pittura.<noinclude><references/></noinclude>
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AdrianaB64
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude>lito non tutte le opere usufruiscono della miglior
luce ed anzi certi angoli sembrano aver servito
espressamente a voler sottrarre all’attenzione dei
visitatori i quadri che vi sono appesi.
In condizioni di luce normali però, quelle per
le quali tutta la superficie del dipinto può essere
abbracciata da uno sguardo solo ed anche i più
minuti particolari della esecuzione risultano bene
distinti, la prima impressione ha un valore note-
vole inquantochè colpendo l’occhio nella pienezza
del suo potere visivo quanto la mente nella quiete
di ogni altro influsso spirituale, i due maggiori
focolari dell’indagine critica si trovano nelle con-
dizioni migliori, o almeno si deve supporre che
siano tali, perchè l`esame sia ritenuto coscienzioso.
Nel rapporto tecnico, l’attenzione sarà tanto più
attivata che l’elaborazione dei colori avrà forza
di sorprenderci, sia per delle qualità che sono in
rapporto colla pratica delle dificoltà intrinseche
del maneggio del materiale pittorico, sia per l’im-
mediato nesso della esecuzione colla efficacia del-
l’oggetto rappresentato.
Tecnicamente dunque anche la prima impres-
sione ha il suo valore particolare confermato dal-
l’esperienza ed è questo: che la poca elaborazione
del colore, la eccessiva esiliàa dello strato colo-<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: che con assai meno teatrale apparecchio, ma con assai più di sincerità, alla forosetta del suo cuore raccontava in tono musicale le sofferte pene d'amore. La ''villotta'' nella forma di serenata è un'invenzione, anche poeticamente, ben più antica del settecento, e figuriamoci poi musicalmente. Se non è certo fra le manifestazioni più antiche, perchè non è la canzone d'amore vera e propria ma di questa un tardo succedaneo...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 97 —|}}</noinclude>che con assai meno teatrale apparecchio, ma con assai più di sincerità, alla forosetta del suo cuore raccontava in tono musicale le sofferte pene d'amore. La ''villotta'' nella forma di serenata è un'invenzione, anche poeticamente, ben più antica del
settecento, e figuriamoci poi musicalmente. Se non è certo fra le manifestazioni più antiche, perchè non è la canzone d'amore vera e propria ma di questa un tardo succedaneo, è però sempre una manifestazione che risale oltre la storia e sgorga dal
popolo. Ed è un altro errore il credere che la ''villotta'' abbia dal centro della città esulato fino a raggiungere la periferia lambita dal mare. La ''villotta'' è nata nei campi come nel mare di cui taluna porta le indelebili impronte nella melodia come nel verso, e solo in seguito s'è introdotta in città e vi è stata accolta dal servile paggetto, dalla sdegnosetta damina, dal cavaliere fatuo, per quella specie di civetteria del signore che talvolta ama mascherarsi da contadino.
Un esempio, magnificamente melanconico, con caratteri dolcissimi quasi meridionali, che ci portano indietro ne' tempi ed in luoghi tanto diversi da quelli abitualmente spasseggiati da brighella, ne riporto a tav. n. 21, delizia delle menti che amano vagare nel regno dei sogni suscitati dai suoni.
Lo riporto come il trascrittore lo ha dato per la prima volta, senza le parole; quanto a me<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 97 —|}}</noinclude>che con assai meno teatrale apparecchio, ma con assai più di sincerità, alla forosetta del suo cuore raccontava in tono musicale le sofferte pene d'amore. La ''villotta'' nella forma di serenata è un'invenzione, anche poeticamente, ben più antica del
settecento, e figuriamoci poi musicalmente. Se non è certo fra le manifestazioni più antiche, perchè non è la canzone d'amore vera e propria ma di questa un tardo succedaneo, è però sempre una manifestazione che risale oltre la storia e sgorga dal
popolo. Ed è un altro errore il credere che la ''villotta'' abbia dal centro della città esulato fino a raggiungere la periferia lambita dal mare. La ''villotta'' è nata nei campi come nel mare di cui taluna porta le indelebili impronte nella melodia come nel verso, e solo in seguito s'è introdotta in città e vi è stata accolta dal servile paggetto, dalla sdegnosetta damina, dal cavaliere fatuo, per quella specie di civetteria del signore che talvolta ama mascherarsi da contadino.
Un esempio, magnificamente melanconico, con caratteri dolcissimi quasi meridionali, che ci portano indietro ne' tempi ed in luoghi tanto diversi da quelli abitualmente spasseggiati da brighella, ne riporto a [[L'Anima_musicale_d'Italia/Venezia/Canto del gondoliere|tav. n. 21]], delizia delle menti che amano vagare nel regno dei sogni suscitati dai suoni.
Lo riporto come il trascrittore lo ha dato per la prima volta, senza le parole; quanto a me<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 98 —|}}</noinclude>è stato cantato con de' versi mesti ed espressivi di vera poesia. Alla terza, quinta e settima misura il lettore avrà già osservato la solita conclusione delle parti del periodo su i tempi deboli prolungati, e, sulla fine la molleggiante terzina che vuol essere come una pennellata di colore ambientale.
{{Centrato|⁂}}
Anche nel Veneto, dicevo altrove, si canta la ''Donna Lombarda''. La melodia, pur con delle modificazioni che a prima vista possono farla passare per una nuova confezione conserva l'aria di famiglia della sua capo stipite piemontese, ma alleggerita del ''sei ottavi'' che importa un peso di tre crome per movimento, che qui diventa invece un semplice ''tre quarti''. Per cambio, si arricchisce di suono puro per modo da trascinare spesso una sillaba su due note, dando così l'impressione del primo tragitto fatto sull'acque che le imprimono quel nuovo elemento del dondolio. Le corone ho aggiunto io per fermare l'at- tenzione del lettore sulla fermata conclusiva della frase sul movimento debole ([[L'Anima_musicale_d'Italia/Venezia/Amememi_o_dona_Lombarda|Tav. n. 22]]).
Forse la mancanza di materiale e forse ancor più la mancanza mia di avvedutezza nel far le ricerche non mi hanno permesso di riallacciare la lezione veneta a quella piemontese con l'anello<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 99 —|}}</noinclude>di congiunzione di quella lombarda. E sarebbe stato interessantissimo seguire la stessa melodia passo passo nelle varie modificazioni prese in tutte le regioni d'Italia ove si canta. Il lettore voglia perdonarmi del salto da attribuire magari a mal destro nelle ricerche, non a mancanza di volontà di contentarlo o di mio bisogno da musicologo.
{{Centrato|⁂}}
A [[L'Anima_musicale_d'Italia/Venezia/Pelegrin_che_vien_da_Roma|tav. n. 23]] è riportato il tema del motivo che nel Veneto, ma forse più strettamente nel padovano, il popolano pose alle parole ''Pelegrin che vien da Roma''.
Lo dò unicamente perchè il lettore lo confronti con l'altro, ben più elaborato, che cantasi in Piemonte colle stesse parole, e ne tragga le considerazioni che meglio crederà. Per me entrambi le melodie, niente belle perchè non manifestano alcun sentimento umano prodotto di etnos. In questo caso il verso passato da una in altra regione vi ha preso a prestito un vestito musicale qualsiasi già tagliato e cucito per altra poesia. Così è che in nessuna delle due versioni la melodia corrisponde alle parole.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 100 —|}}</noinclude>Ed ecco a [[L'Anima musicale d'Italia/Venezia/O benedett l'amor dei giovin|tav. n. 24]] poche battute di un tema a più voci.
È per uomini nonostante l'arditézza della parte acuta. Ma questa viene eseguita con voce di falsetto mentre la più grave canta nel miglior centro della voce di tenore o di baritono.
Chi avrà insegnato a questi contadini del Friuli a cantare a più parti armonizzando e rica- mando e disponendo le diverse voci in così fatto modo da ricavarne il più ricco effetto di sono- rità? Mah! lo direi semplicemente: la natura li ha suggeriti; ma ci sarà senza dubbio qualche grosso storico di cui i nostri cervelli come molle cera si sono abituati a fonografare tutti i solen- ni... giudizi, che dirà l'uomo non saper cantare a più parti per natura, essere l'armonia, il contrappunto e gli artifizi tutti del canto a più parti, frutto storico dei grandi tecnici e il canto popolare polivoco dovuto al canto liturgico. E i più giureranno su tale vangelo.
{{Centrato|⁂}}
Ma prima d'abbandonare questa regione piena d'incanti sento il dovere di dare a [[L'Anima_musicale_d'Italia/Venezia/Fame_la_nana|tav. n. 25]] e [[L'Anima musicale d'Italia/Venezia/Nanà nanà nanà|26]] due saggi di nanna dolcissima.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 101 —|}}</noinclude>Il primo, antichissimo, è certo più di un secolo che non ha cullato bambino. Semplice e più che semplice primitiva la melodia che muove a stentati passi nel ristretto ambito di cinque gradi e par quasi dover prender lena prima di inalzarsi fino alla terza e poi alla quinta del tono. Le uniche modeste grazie naturali, il tempo di ''sei ottavi'' che camminando ''andantino'' gli toglie del grave e gli presta eleganza di mosse; il modo
minore che alla naturale mestizia, non facendo sentire l'alterazione ascendente del sesto e settimo grado, aggiunge l'impressione del modo ipofrigio de' greci. Nella ripetizione finale all'ottava bassa dell'ultima frase è un effetto di eco, col
rilasciamento di tutti i muscoli diaframmatici ed intercostali, che riscontrasi talvolta in certa musica etnica ma è più spesso artificio di compositore consumato.
Il secondo, molto più marcato nel ritmo dalle sfuggenti semicrome che fanno accentare di più le crome puntate, ripercussione delle prime sforzate spinte date alla signorile culla nell'andamento ritmico, che oltrepassa facilmente, per successivi slanci, di una terza, l'ottava alta, è in tono maggiore ed è palesemente più moderno e mi pare
abbia anche perduto qualche cosa dell'impronta originale del luogo e starei per dire del popolano, senza raggiungere quell'alta espressione raggiunta da altre canzoni della culla di altre regioni<noinclude><references/></noinclude>
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L'Anima musicale d'Italia/Venezia
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Ct|f=150%|PIEMONTE}} <section begin="s1" /> '''1. Povero mi''' <section end="s1" /> <section begin="s2" /> '''2. Ameime mi Dona Lombarda''' <section end="s2" /> <section begin="s3" /> '''3. Crave crave miele''' <section end="s3" /> <section begin="s4" /> '''4. Novara Novara la bella sità''' <section end="s4" /> <section begin="s5" /> '''5. Pelegrin che vien da Ruma''' <section end="s5" />
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Il Libro dei Re/Il re Behmen Ardeshîr, la regina Humây, il re Dârâb, il re Dârâ/2/V
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Il Libro dei Re/Il re Behmen Ardeshîr, la regina Humây, il re Dârâb, il re Dârâ/3/II
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 18 VIACCIO sono piantate. Mi sono contentato di prender- me tutte le dimensioni, e di toglier le belle colonne e gli ornamenti di architettura. Molte statue, colonne ed iscrizioni ivi trovate, com- pongono i più eleganti adorni delle raccolte di Biscari con altre colonne di granito che sta- vano avanti la scena, si è ornata la facciata della cattedrale. In tutta la città si vedono por zioni d'altre colonne di granito che...
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VIACCIO
sono piantate. Mi sono contentato di prender-
me tutte le dimensioni, e di toglier le belle
colonne e gli ornamenti di architettura. Molte
statue, colonne ed iscrizioni ivi trovate, com-
pongono i più eleganti adorni delle raccolte di
Biscari con altre colonne di granito che sta-
vano avanti la scena, si è ornata la facciata
della cattedrale. In tutta la città si vedono por
zioni d'altre colonne di granito che da quelle
reliquie sono state scavate. Traccie d' antichi
acquidotti nelle arcate si osservano, per mezzo
de' quali si procurava di somministrare un' in
dispensabile refrigerazione agli spettatori che
intere giornate vi passavano in un clima tanto
caldo. A questo gran teatro ve n'è unito un
secondo più piccolo, la cui muraglia esterna
è quasi totalmente illesa, come lo sono le vol-
te già convertite in picciole case e botteghe,
Questo aveva 112 palmi di diametro; sta si-
tuato più alto del primo, di modo che la sua
base corre a livello stesso del secondo piano
dell' altro; essendo per via d' una volta en-
trambi tra loro uniti. E incerto ciò che riguar
da questa fabbrica. Gli antiquarj lo chiamano
Odeo. Un consimile se ne ammira in Pompeja,
del quale non se ne ha veruna dettagliata no-
tizia, per esser tuttavia nella maggior parte
coverto di cenere. Probabilmente se ne faceva<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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Spinoziano (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|18|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>sono piantate. Mi sono contentato di prenderne tutte le dimensioni, e di toglier le belle colonne e gli ornamenti di architettura. Molte statue, colonne ed iscrizioni ivi trovate, compongono i più eleganti adorni delle raccolte di {{AutoreCitato|Ignazio Paternò Castello|Biscari}}; con altre colonne di granito che stavano avanti la scena, si è ornata la facciata della cattedrale. In tutta la città si vedono porzioni d'altre colonne di granito che da quelle reliquie sono state cavate. Traccie d'antichi acquidotti nelle arcate si osservano, per mezzo de' quali si procurava di somministrare un'indispensabile refrigerazione agli spettatori che intere giornate vi passavano in un clima tanto caldo. A questo gran teatro ve n'è unito un secondo più piccolo, la cui muraglia esterna è quasi totalmente illesa, come lo sono le volte già convertite in picciole case e botteghe. Questo aveva 112 palmi di diametro; sta situato più alto del primo, di modo che la sua base corre a livello stesso del secondo piano dell'altro; essendo per via d'una volta entrambi tra loro uniti. È incerto ciò che riguarda questa fabbrica. Gli antiquarj lo chiamano ''Odeo''. Un consimile se ne ammira in Pompeja, del quale non se ne ha veruna dettagliata notizia, per esser tuttavia nella maggior parte coverto di cenere. Probabilmente se ne faceva<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/24
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: IN SICILIA. 19 uso per prove, per declamazioni e forse anco- ra per rappresentazioni sotto il tetto, quando il cattivo tempo non permetteva di eseguirle a cielo scoverto nel teatro più grande (9). oboar Si è trovata ben anco una lunga ed angu sta gita con volta che dal teatro conduceva al mare, la qual era unita con gli acquidotti, e servir dovea per iscaricare la sovrabbondanza dell'acqua. lo non l'ho veduta e non posso...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>IN SICILIA.
19
uso per prove, per declamazioni e forse anco-
ra per rappresentazioni sotto il tetto, quando
il cattivo tempo non permetteva di eseguirle a
cielo scoverto nel teatro più grande (9). oboar
Si è trovata ben anco una lunga ed angu
sta gita con volta che dal teatro conduceva al
mare, la qual era unita con gli acquidotti, e
servir dovea per iscaricare la sovrabbondanza
dell'acqua. lo non l'ho veduta e non posso
in conseguenza conoscere quanto sia giusta la
congettura del sig. Bartels, che questa fosse
stata una segreta uscita, di cui in nessun altro
teatro l'uguale si osserva. Questo è celebre per
un avvenimento ch' ebbe luogo nella guerra
del Peloponneso, in cui gli Ateniesi fecero in
Sicilia una tanto infelice campagna. Alcuni Ca
tanesi erano amici de' Siracusani, e perciò non
intendevano aprire le porte al generale greco.
Ma Alcibiade, che con Nicia comandava l' ar-
mata degli Ateniesi, si servi d'uno stratagem-
ma da Polibio riferito. I Catanesi avevan ne-
gato di ricevere l'armata di costoro, ma dato
aveano a' generali il permesso di entrare nella
città, per ivi un abboccamento tenersi. Cosi
Alcibiade andò nel teatro, il quale in tutte le
parti della Grecia era il luogo dove le assem-
blee del popolo teneansi; e mentre parlava
costui al medesimo, che non suspicava punto<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|19}}</noinclude>uso per prove, per declamazioni e forse ancora per rappresentazioni sotto il tetto, quando il cattivo tempo non permetteva di eseguirle a cielo scoverto nel teatro più grande{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/144|9}}.
Si è trovata ben anco una lunga ed angusta gita con volta che dal teatro conduceva al mare, la qual era unita con gli acquidotti, e servir dovea per iscaricare la sovrabbondanza dell'acqua. Io non l'ho veduta e non posso in conseguenza conoscere quanto sia giusta la congettura del sig. Bartels, che questa fosse stata una segreta uscita, di cui in nessun altro teatro l'uguale si osserva. Questo è celebre per un avvenimento ch'ebbe luogo nella guerra del Peloponneso, in cui gli Ateniesi fecero in Sicilia una tanto infelice campagna. Alcuni Catanesi erano amici de' Siracusani, e perciò non intendevano aprire le porte al generale greco. Ma {{wl|Q187982|Alcibiade}}, che con {{wl|Q315822|Nicia}} comandava l'armata degli Ateniesi, si servì d'uno stratagemma da {{AutoreCitato|Polibio|Polibio}} riferito. I Catanesi avevan negato di ricevere l'armata di costoro, ma dato aveano a' generali il permesso di entrare nella città, per ivi un abboccamento tenersi. Così Alcibiade andò nel teatro, il quale in tutte le parti della Grecia era il luogo dove le assemblee del popolo teneansi; e mentre parlava costui al medesimo, che non suspicava punto<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|19}}</noinclude>uso per prove, per declamazioni e forse ancora per rappresentazioni sotto il tetto, quando il cattivo tempo non permetteva di eseguirle a cielo scoverto nel teatro più grande{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/144|9}}.
Si è trovata ben anco una lunga ed angusta gita con volta che dal teatro conduceva al mare, la qual era unita con gli acquidotti, e servir dovea per iscaricare la sovrabbondanza dell'acqua. Io non l'ho veduta e non posso in conseguenza conoscere quanto sia giusta la congettura del sig. {{wl|Q1694345|Bartels}}, che questa fosse stata una segreta uscita, di cui in nessun altro teatro l'uguale si osserva. Questo è celebre per un avvenimento ch'ebbe luogo nella guerra del Peloponneso, in cui gli Ateniesi fecero in Sicilia una tanto infelice campagna. Alcuni Catanesi erano amici de' Siracusani, e perciò non intendevano aprire le porte al generale greco. Ma {{wl|Q187982|Alcibiade}}, che con {{wl|Q315822|Nicia}} comandava l'armata degli Ateniesi, si servì d'uno stratagemma da {{AutoreCitato|Polibio|Polibio}} riferito. I Catanesi avevan negato di ricevere l'armata di costoro, ma dato aveano a' generali il permesso di entrare nella città, per ivi un abboccamento tenersi. Così Alcibiade andò nel teatro, il quale in tutte le parti della Grecia era il luogo dove le assemblee del popolo teneansi; e mentre parlava costui al medesimo, che non suspicava punto<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 20 VIAGGIO di quel generale che con belle parole il trat- teneva, penetrò una parte della sua armata per via d'una picciola porta, ed in questo modo in possesso della città si pose. Tutti gli amici di Siracusa presero tosto la fuga, ed il resto de' Catanesi un'alleanza cogli Ateniesi conchiuse, perchè l'accresciuto potere e l' o- pulenza straordinaria di Siracusa mosso aveva- no contro di essa il disgusto e l'odio di qua...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>20
VIAGGIO
di quel generale che con belle parole il trat-
teneva, penetrò una parte della sua armata
per via d'una picciola porta, ed in questo
modo in possesso della città si pose. Tutti gli
amici di Siracusa presero tosto la fuga, ed il
resto de' Catanesi un'alleanza cogli Ateniesi
conchiuse, perchè l'accresciuto potere e l' o-
pulenza straordinaria di Siracusa mosso aveva-
no contro di essa il disgusto e l'odio di quasi
tutte le città dell'isola (10) sougenani
9282. L' anfiteatro. Questo fu costruito a' tempi
de' Romani; ma cadde dopo che il cristiane-
simo, dominando di già in Sicilia, reso aveva
più dolci i costumi, perlochè le sanguinose
lotte non vi erano più rappresentate. Fin dai
tempi di Teodorico trovavasi già così mal ri-
dotto, che si chiese permesso a quel Re dei
Goti di prendere da quello edifizio le pietre
per edificare le muraglie della città. Gli ap
partamenti supériori dunque più non esistono,
e solo l'inferiore ne rimase, il quale fu in se-
guito per via d'un tremuoto covertó di terra
e di frantumi di fabbriche. Così spari questa
opera superba, della quale appena se ne sa-
peva la situazione. Ma il Principe di Biscari,
a cui era noto che una sotterranea volta, chia-
mata la carcere di Sant'Agata, era una con-
serva degli animali selvaggi, trovò di nuovo il
fa
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|20|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>di quel generale che con belle parole il tratteneva, penetrò una parte della sua armata per via d'una picciola porta, ed in questo modo in possesso della città si pose. Tutti gli amici di Siracusa presero tosto la fuga, ed il resto de' Catanesi un'alleanza cogli Ateniesi conchiuse, perchè l'accresciuto potere e l'opulenza straordinaria di Siracusa mosso avevano contro di essa il disgusto e l'odio di quasi tutte le città dell'isola{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/144|10|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/145|10}}.
2. L' anfiteatro. Questo fu costruito a' tempi de' Romani; ma cadde dopo che il cristianesimo, dominando di già in Sicilia, reso aveva più dolci i costumi, perlochè le sanguinose lotte non vi erano più rappresentate. Fin dai tempi di {{wl|Q105105|Teodorico}} trovavasi già così mal ridotto, che si chiese permesso a quel Re dei Goti di prendere da quello edifizio le pietre per edificare le muraglie della città. Gli appartamenti superiori dunque più non esistono, e solo l'inferiore ne rimase, il quale fu in seguito per via d'un tremuoto coverto di terra e di frantumi di fabbriche. Così sparì questa opera superba, della quale appena se ne sapeva la situazione. Ma il {{AutoreCitato|Ignazio Paternò Castello|Principe di Biscari}}, a cui era noto che una sotterranea volta, chiamata la carcere di Sant'Agata, era una conserva degli animali selvaggi, trovò di nuovo il<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|20|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>di quel generale che con belle parole il tratteneva, penetrò una parte della sua armata per via d'una picciola porta, ed in questo modo in possesso della città si pose. Tutti gli amici di Siracusa presero tosto la fuga, ed il resto de' Catanesi un'alleanza cogli Ateniesi conchiuse, perchè l'accresciuto potere e l'opulenza straordinaria di Siracusa mosso avevano contro di essa il disgusto e l'odio di quasi tutte le città dell'isola{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/144|10|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/145|10}}.
2. L' anfiteatro. Questo fu costruito a' tempi de' Romani; ma cadde dopo che il cristianesimo, dominando di già in Sicilia, reso aveva più dolci i costumi, perlochè le sanguinose lotte non vi erano più rappresentate. Fin dai tempi di {{wl|Q105105|Teodorico}} trovavasi già così mal ridotto, che si chiese permesso a quel Re dei Goti di prendere da quello edifizio le pietre per edificare le muraglie della città. Gli appartamenti superiori dunque più non esistono, e solo l'inferiore ne rimase, il quale fu in seguito per via d'un tremuoto coverto di terra e di frantumi di fabbriche. Così sparì questa opera superba, della quale appena se ne sapeva la situazione. Ma il {{AutoreCitato|Ignazio Paternò Castello|Principe di Biscari}}, a cui era noto che una sotterranea volta, chiamata la carcere di Sant'Agata, era una conserva degli animali selvaggi, trovò di nuovo il<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|20|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>di quel generale che con belle parole il tratteneva, penetrò una parte della sua armata per via d'una picciola porta, ed in questo modo in possesso della città si pose. Tutti gli amici di Siracusa presero tosto la fuga, ed il resto de' Catanesi un'alleanza cogli Ateniesi conchiuse, perchè l'accresciuto potere e l'opulenza straordinaria di Siracusa mosso avevano contro di essa il disgusto e l'odio di quasi tutte le città dell'isola{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/144|10|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/145|10}}.
2. L'anfiteatro. Questo fu costruito a' tempi de' Romani; ma cadde dopo che il cristianesimo, dominando di già in Sicilia, reso aveva più dolci i costumi, perlochè le sanguinose lotte non vi erano più rappresentate. Fin dai tempi di {{wl|Q105105|Teodorico}} trovavasi già così mal ridotto, che si chiese permesso a quel Re dei Goti di prendere da quello edifizio le pietre per edificare le muraglie della città. Gli appartamenti superiori dunque più non esistono, e solo l'inferiore ne rimase, il quale fu in seguito per via d'un tremuoto coverto di terra e di frantumi di fabbriche. Così sparì questa opera superba, della quale appena se ne sapeva la situazione. Ma il {{AutoreCitato|Ignazio Paternò Castello|Principe di Biscari}}, a cui era noto che una sotterranea volta, chiamata la carcere di Sant'Agata, era una conserva degli animali selvaggi, trovò di nuovo il<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 140 NOTE ne racconta: Alcibiades dux Atheniensium, quum civitatem Agrigentinorum egregie munitam obsideret, petit ab eis (da' Catanesi) concilio diu tanquam de rebus ad commune pertinentibus, disseruit in thea- tro, ubi ex more graecorum locus consultationis prae bebatur, dumque concilii specie tenet multitudinem, Athenienses quos ad id praeparaverat, incustoditam urbem ceperunt. (11) Le parole di Fazello, Deca 1, lib. 3...
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NOTE
ne racconta: Alcibiades dux Atheniensium, quum
civitatem Agrigentinorum egregie munitam obsideret,
petit ab eis (da' Catanesi) concilio diu tanquam de
rebus ad commune pertinentibus, disseruit in thea-
tro, ubi ex more graecorum locus consultationis prae
bebatur, dumque concilii specie tenet multitudinem,
Athenienses quos ad id praeparaverat, incustoditam
urbem ceperunt.
(11) Le parole di Fazello, Deca 1, lib. 3, cap.
1, sono le seguenti: Tria praeterea theatra memo
ratu digna erant in ea, quorum ruinae adhuc vi
suntur. Da qui si vede ch' egli non intende far
menzione d' un anfiteatro.
(12) La traduzione delle parole greche è la se
guente: da' Catanesi consagrato a Cerere.
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che
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uno
che
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ed
un
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(13) Si legga la nota i dalla quale si rileva
che Fazello non ha specificato di aver veduto un
circo. Questo sarà forse compreso tra i suoi tre tea-
tri; ma è più naturale di credere che uno di que
sti tre edifizj sia l'anfiteatro, del quale ne anco fa
menoma ricordanza. Anche Biscari nel suo viaggio
asserisce che di quella fabbrica se ne osservano
ancora gli avanzi. Comunque si sia il circo era un
grandissimo sontuoso edifizio assai più lungo che
Targo, uno de' quali estremi era terminato in linea
circolare, ed il tutto formava una figura a guisa
di ferro di cavallo molto allungato. Là dentro si
davano diversi spettacoli, e molti giuochi vi si ese
guivano, come corse di cavalli, di carri, combat-
timenti navali, di gladiatori e di bestie feroci, e
gli esercizi del maneggio della caccia e della lotta.
Nella parte opposta alla circolare, che soleva per
lo più essere in linea retta, vi eran costruiti do
dici portici chiamati carceri, ove disponevansi i
cavalli, i carri e le bestie feroci. I Greci chiamano
il circo, o cerchio izzodomos dalle due parole
inwos e duonos, che s' intendono cavallo e corsa.
Se gli era dato ben anco il nome di rrádios, che
dall
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dica
La
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: unt et de ea- ae em, Cam cap. то- vi- far se- eva un Tea- que o fa ggio ano - un che inea Cuisa O si ese- bat- i, e otta. per do- si i mano role orsa. che DEL TRADUTTORE. 141 significava la misura destinata per la corsa. Meno, che avanti le carceri tutto all' intorno diversi ordi- ni di sedili per gli spettatori giravano, come sulla parte superiore correvano per tutto l'edifizio por- tici simili a quelli del teatro ed an...
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et
de
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cap.
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Tea-
que
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Cuisa
O si
ese-
bat-
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otta.
per
do-
si i
mano
role
orsa.
che
DEL TRADUTTORE.
141
significava la misura destinata per la corsa. Meno,
che avanti le carceri tutto all' intorno diversi ordi-
ni di sedili per gli spettatori giravano, come sulla
parte superiore correvano per tutto l'edifizio por-
tici simili a quelli del teatro ed anfiteatro.
Fin da' tempi di Romolo, a cui l' invenzione dei
giuochi pubblici si attribuisce, si esercitavano que-
sti in aperta campagna, o in gran recinti chiusi da
legname, quando a Tarquinio il Vecchio venne
l'idea di farne costruire uno di fabbrica nella val-
le Murcia. Panvini, lib. 1, cap. 5, de ludis cir-
censibus, in questo modo ce ne rende contezza:
Tarquinius Priscus rex reipublicae commoditatis ergo
circo, qui postea maximus vocatus est, primus lo-
cum in valle Murcia inter Aventinum et Palatinum
colles designavit. Questo circo, secondo Dionisio di
Alicarnasso, Plinio e Vittore, poteva contenere
150,000, 260,000 e 380,000 uomini. V. Enc. Antiq.
Esso aveva una lunghezza di 3 stadj e mezzo ed
no di larghezza; e fu chiamato massimo a ragione
che tra i quindici in tutta Roma edificati era il più
grande e magnifico.
Nel mezzo dell' arena vi era innalzato un isolato
muro di mattoni della larghezza di dodici piedi,
ed alto quattro, chiamato la spina. Milizia le dà
un altezza di sei piedi, che mi sembra più regola-
re, su della quale vi eran poggiati altari, piramidi,
statue, torri ed obelischi, i più eccelsi e sorpren-
denti de' quali furon quelli che Augusto fece venire
dall' Egitto. Uno di questi, consegrato al Sole, aveva
l'altezza di 132 piedi, mentre il secondo, che de-
dicar si volle alla Luna, non sorpassava gli ottanta.
La detta spina non dividea esattamente tutto l'edi-
fizio, ma si accostava di 38 piedi verso la parte
nè questa differenza era l'effetto del ca-
o dell' inavvertenza, ma a bella posta pra
sinistra ;
priccio,
ticavasi per dare nel principio della corsa, che si
cominciava dalle carceri e verso la dritta, più spa-
Münter, Viaggio, T. II.
7<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: I e IN SICILIA, 21 sito di quell' anfiteatro e scuopri, dopo scavi fatti, l'ingresso del più basso corridore che girava intorno a tutta la fabbrica. Gli smisu- rati suoi pilastri sono costruiti con grosse pie- tre di lava; le volte però sono leggiere. La to- tale sua forma è ovale, come in tutti gli altri anfiteatri; da un lato poggia su d' un' altura del terreno, e dall' altro è di fabbrica piena- mente costruito. Oltre...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>I
e
IN SICILIA,
21
sito di quell' anfiteatro e scuopri, dopo scavi
fatti, l'ingresso del più basso corridore che
girava intorno a tutta la fabbrica. Gli smisu-
rati suoi pilastri sono costruiti con grosse pie-
tre di lava; le volte però sono leggiere. La to-
tale sua forma è ovale, come in tutti gli altri
anfiteatri; da un lato poggia su d' un' altura
del terreno, e dall' altro è di fabbrica piena-
mente costruito. Oltre di questo corridore sco-
verte si sono alcune camere con volta che so-
no le conserve per gli animali feroci (11).
3. Bagni. Ve ne sono molti in Catania. I più
grandi sono sotterranei. Si sono questi trovati,
avendosi voluto sgombrare la terra ch'era vi-
cino l'entrata della cattedrale. Una gran sala
con grossi pilastri ed alcune picciole camere
sono in buonissimo stato. Le mura si vedon
coverte di stucco, ove graziose figure grato or-
namento presentano. Un canale portava l'acqua
ne' bagni, che ne sono adesso da un sotterraneo
ruscello in abbondanza provveduti, del qua-
le non si sa l'origine. Diversi resti d'altri
più piccioli bagni si osservano che a case pri-
vate è probabile che siano un tempo apparte-
nuti. Mostrano alcuni di essi tracce notabili di
magnificenza, le di cui pareti ornate sono con
istucco ed il pavimento lo è con mosaico. La
Münter, Viaggio. T. II.
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|21}}</noinclude>sito di quell'anfiteatro e scuoprì, dopo scavi fatti, l'ingresso del più basso corridore che girava intorno a tutta la fabbrica. Gli smisurati suoi pilastri sono costruiti con grosse pie- tre di lava; le volte però sono leggiere. La totale sua forma è ovale, come in tutti gli altri anfiteatri; da un lato poggia su d'un'altura del terreno, e dall'altro è di fabbrica pienamente costruito. Oltre di questo corridore scoverte si sono alcune camere con volta che sono le conserve per gli animali feroci (11).
3. Bagni. Ve ne sono molti in Catania. I più grandi sono sotterranei. Si sono questi trovati, avendosi voluto sgombrare la terra ch'era vi- cino l'entrata della cattedrale. Una gran sala con grossi pilastri ed alcune picciole camere sono in buonissimo stato. Le mura si vedon coverte di stucco, ove graziose figure grato or- namento presentano. Un canale portava l'acqua ne' bagni, che ne sono adesso da un sotterraneo ruscello in abbondanza provveduti, del qua- le non si sa l'origine. Diversi resti d'altri più piccioli bagni si osservano che a case pri- vate è probabile che siano un tempo apparte- nuti. Mostrano alcuni di essi tracce notabili di magnificenza, le di cui pareti ornate sono con istucco ed il pavimento lo è con mosaico. La Münter, Viaggio. T. II. 2<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|21}}</noinclude>sito di quell'anfiteatro e scuoprì, dopo scavi fatti, l'ingresso del più basso corridore che girava intorno a tutta la fabbrica. Gli smisurati suoi pilastri sono costruiti con grosse pie- tre di lava; le volte però sono leggiere. La totale sua forma è ovale, come in tutti gli altri anfiteatri; da un lato poggia su d'un'altura del terreno, e dall'altro è di fabbrica pienamente costruito. Oltre di questo corridore scoverte si sono alcune camere con volta che sono le conserve per gli animali feroci (11).
3. Bagni. Ve ne sono molti in Catania. I più grandi sono sotterranei. Si sono questi trovati, avendosi voluto sgombrare la terra ch'era vicino l'entrata della cattedrale. Una gran sala con grossi pilastri ed alcune picciole camere sono in buonissimo stato. Le mura si vedon coverte di stucco, ove graziose figure grato ornamento presentano. Un canale portava l'acqua ne' bagni, che ne sono adesso da un sotterraneo ruscello in abbondanza provveduti, del quale non si sa l'origine. Diversi resti d'altri più piccioli bagni si osservano che a case private è probabile che siano un tempo appartenuti. Mostrano alcuni di essi tracce notabili di magnificenza, le di cui pareti ornate sono con istucco ed il pavimento lo è con mosaico. La<noinclude>{{RigaIntestazione|{{smaller|''Münter, Viaggio. T. II.''}}||{{smaller|2}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|21}}</noinclude>sito di quell'anfiteatro e scuoprì, dopo scavi fatti, l'ingresso del più basso corridore che girava intorno a tutta la fabbrica. Gli smisurati suoi pilastri sono costruiti con grosse pie- tre di lava; le volte però sono leggiere. La totale sua forma è ovale, come in tutti gli altri anfiteatri; da un lato poggia su d'un'altura del terreno, e dall'altro è di fabbrica pienamente costruito. Oltre di questo corridore scoverte si sono alcune camere con volta che sono le conserve per gli animali feroci {{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/145|11}}.
3. Bagni. Ve ne sono molti in Catania. I più grandi sono sotterranei. Si sono questi trovati, avendosi voluto sgombrare la terra ch'era vicino l'entrata della cattedrale. Una gran sala con grossi pilastri ed alcune picciole camere sono in buonissimo stato. Le mura si vedon coverte di stucco, ove graziose figure grato ornamento presentano. Un canale portava l'acqua ne' bagni, che ne sono adesso da un sotterraneo ruscello in abbondanza provveduti, del quale non si sa l'origine. Diversi resti d'altri più piccioli bagni si osservano che a case private è probabile che siano un tempo appartenuti. Mostrano alcuni di essi tracce notabili di magnificenza, le di cui pareti ornate sono con istucco ed il pavimento lo è con mosaico. La<noinclude>{{RigaIntestazione|{{smaller|''Münter, Viaggio. T. II.''}}||{{smaller|2}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|21}}</noinclude>sito di quell'anfiteatro e scuoprì, dopo scavi fatti, l'ingresso del più basso corridore che girava intorno a tutta la fabbrica. Gli smisurati suoi pilastri sono costruiti con grosse pietre di lava; le volte però sono leggiere. La totale sua forma è ovale, come in tutti gli altri anfiteatri; da un lato poggia su d'un'altura del terreno, e dall'altro è di fabbrica pienamente costruito. Oltre di questo corridore scoverte si sono alcune camere con volta che sono le conserve per gli animali feroci {{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/145|11}}.
3. Bagni. Ve ne sono molti in Catania. I più grandi sono sotterranei. Si sono questi trovati, avendosi voluto sgombrare la terra ch'era vicino l'entrata della cattedrale. Una gran sala con grossi pilastri ed alcune picciole camere sono in buonissimo stato. Le mura si vedon coverte di stucco, ove graziose figure grato ornamento presentano. Un canale portava l'acqua ne' bagni, che ne sono adesso da un sotterraneo ruscello in abbondanza provveduti, del quale non si sa l'origine. Diversi resti d'altri più piccioli bagni si osservano che a case private è probabile che siano un tempo appartenuti. Mostrano alcuni di essi tracce notabili di magnificenza, le di cui pareti ornate sono con istucco ed il pavimento lo è con mosaico. La<noinclude>{{RigaIntestazione|{{smaller|''Münter, Viaggio. T. II.''}}||{{smaller|2}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|21}}</noinclude>sito di quell'anfiteatro e scuoprì, dopo scavi fatti, l'ingresso del più basso corridore che girava intorno a tutta la fabbrica. Gli smisurati suoi pilastri sono costruiti con grosse pietre di lava; le volte però sono leggiere. La totale sua forma è ovale, come in tutti gli altri anfiteatri; da un lato poggia su d'un'altura del terreno, e dall'altro è di fabbrica pienamente costruito. Oltre di questo corridore scoverte si sono alcune camere con volta che sono le conserve per gli animali feroci {{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/145|11}}.
3. Bagni. Ve ne sono molti in Catania. I più grandi sono sotterranei. Si sono questi trovati, avendosi voluto sgombrare la terra ch'era vicino l'entrata della cattedrale. Una gran sala con grossi pilastri ed alcune picciole camere sono in buonissimo stato. Le mura si vedon coverte di stucco, ove graziose figure grato ornamento presentano. Un canale portava l'acqua ne' bagni, che ne sono adesso da un sotterraneo ruscello in abbondanza provveduti, del quale non si sa l'origine. Diversi resti d'altri più piccioli bagni si osservano che a case private è probabile che siano un tempo appartenuti. Mostrano alcuni di essi tracce notabili di magnificenza, le di cui pareti ornate sono con istucco ed il pavimento lo è con mosaico. La<noinclude>{{RigaIntestazione|{{smaller|''Münter, Viaggio. T. II.''}}||{{smaller|2}}}}</noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 22 VIAGGIO maggior parte sono sotto terra, ed è da cre- dere che ve ne siano assai di più che rinvenir si potrebbero in seguito di accurate ricerche, perchè tutte le facoltose persone nelle proprie case non mancavano di averne. Non voglio la- sciar di menzionare un edifizio ottagono con cupola, il quale dovea certamente essere parte d'antico bagno, e che ora si è in una chiesa di S. Maria Rotonda convertito. Probabilment...
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VIAGGIO
maggior parte sono sotto terra, ed è da cre-
dere che ve ne siano assai di più che rinvenir
si potrebbero in seguito di accurate ricerche,
perchè tutte le facoltose persone nelle proprie
case non mancavano di averne. Non voglio la-
sciar di menzionare un edifizio ottagono con
cupola, il quale dovea certamente essere parte
d'antico bagno, e che ora si è in una chiesa
di S. Maria Rotonda convertito. Probabilmente
apparteneva esso a grandi pubbliche terme.
Non passo altresì sotto silenzio un' altra pic-
ciola camera a volta con suo acquidotto, che
i Francescani in una cappella hanno cambiato.
4. La piazza dell' antico mercato. Ivi molte
arcate si osservano, che appartener doveano
alle fabbriche che la circondavano.
5. Le sepolture. Erano questi fuori Catania;
e se ne trovano in quantità non picciola, parte
sopra terra e parte come sotterranee camere
con nicchie per urne. Quelle che ora si cono-
scono, sono da si lungo tempo (scoverte, che
non può sapersi notizia veruna di ciò che vi
si è rinvenuto. Una di queste sta sopra terra,
e se ne fa uso al presente per una domestica
cappella di un palazzo. Aveva questa la parti-
colare costruttura in diversi piani a volta l'un
sopra l'altro che a separate sepolture per isolati
cadaveri appartenevano. In tempi più superiori
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|22|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>maggior parte sono sotto terra, ed è da credere che ve ne siano assai di più che rinvenir si potrebbero in seguito di accurate ricerche, perchè tutte le facoltose persone nelle proprie case non mancavano di averne. Non voglio lasciar di menzionare un edifizio ottagono con cupola, il quale dovea certamente essere parte d'antico bagno, e che ora si è in una chiesa di S. Maria Rotonda convertito. Probabilmente apparteneva esso a grandi pubbliche terme. Non passo altresì sotto silenzio un'altra picciola camera a volta con suo acquidotto, che i Francescani in una cappella hanno cambiato.
4. La piazza dell'antico mercato. Ivi molte arcate si osservano, che appartener doveano alle fabbriche che la circondavano.
5. Le sepolture. Erano questi fuori Catania; e se ne trovano in quantità non picciola, parte sopra terra e parte come sotterranee camere con nicchie per urne. Quelle che ora si conoscono, sono da sì lungo tempo scoverte, che non può sapersi notizia veruna di ciò che vi si è rinvenuto. Una di queste sta sopra terra, e se ne fa uso al presente per una domestica cappella di un palazzo. Aveva questa la particolare costruttura in diversi piani a volta l'un sopra l'altro che a separate sepolture per isolati cadaveri appartenevano. In tempi più superiori<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|22|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>maggior parte sono sotto terra, ed è da credere che ve ne siano assai di più che rinvenir si potrebbero in seguito di accurate ricerche, perchè tutte le facoltose persone nelle proprie case non mancavano di averne. Non voglio lasciar di menzionare un edifizio ottagono con cupola, il quale dovea certamente essere parte d'antico bagno, e che ora si è in una chiesa di S. Maria Rotonda convertito. Probabilmente apparteneva esso a grandi pubbliche terme. Non passo altresì sotto silenzio un'altra picciola camera a volta con suo acquidotto, che i Francescani in una cappella hanno cambiato.
4. La piazza dell'antico mercato. Ivi molte arcate si osservano, che appartener doveano alle fabbriche che la circondavano.
5. Le sepolture. Erano questi fuori Catania; e se ne trovano in quantità non picciola, parte sopra terra e parte come sotterranee camere con nicchie per urne. Quelle che ora si conoscono, sono da sì lungo tempo scoverte, che non può sapersi notizia veruna di ciò che vi si è rinvenuto. Una di queste sta sopra terra, e se ne fa uso al presente per una domestica cappella di un palazzo. Aveva questa la particolare costruttura in diversi piani a volta l'un sopra l'altro che a separate sepolture per isolati cadaveri appartenevano. In tempi più superiori<noinclude><references/></noinclude>
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IN SICILIA.
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si mostrava un pezzo di muro che doveva es-
ser la tomba del poeta Stesicoro, che mori in
Catania, dove fu sepolto. Quei paesani chia-
mavano portam Stesicoram una porta della cit-
tà, da cui si è conchiuso che la sua tomba sia
stata in vicinanza di quella. Solamente un ita-
liano antiquario può decidere che un pezzo di
che non ha in se stesso marca veruna 9
muro,
debb' essere il sepolcro d'un poeta. Non è sta-
to possibile di rinvenirvi quello di Archimede
in Siracusa, malgrado che questo, secondo l'av-
viso di Cicerone, portasse sopra di esso incise
alcune figure matematiche.
6. Di grandi acquidotti e di cisterne se ne
trovano mediocri avanzi. Un pajo d'archi d'un
grande acquidotto si solleva in mezzo alla cam-
pagna, che fu inondata dalla lava uscita nel
1669 fuori del vulcano, alla violenza della qua-
le poterono quegli archi resistere. Altri e più
grandi stan fuori della città vicini alla strada
che guida sopra il monte: questi, tre miglia e
mezzo lontani da Licodia, portavano l'acqua
in Catania. Essa vi scorreva parte sotto e parte
sopra terra, ed in questa posizione era condot-
ta su di alte volte, delle quali grossi pezzi
avanti le porte della città se ne trovano esi-
stenti, che sono un meraviglioso ornamento della
magnificenza e ricchezza della medesima. La<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|23}}</noinclude>si mostrava un pezzo di muro che doveva esser la tomba del poeta {{AutoreCitato|Stesicoro|Stesicoro}}, che mori in Catania, dove fu sepolto. Quei paesani chiamavano ''portam Stesicoram'' una porta della città, da cui si è conchiuso che la sua tomba sia stata in vicinanza di quella. Solamente un italiano antiquario può decidere che un pezzo di muro, che non ha in se stesso marca veruna, debb'essere il sepolcro d'un poeta. Non è stato possibile di rinvenirvi quello di {{AutoreCitato|Archimede|Archimede}} in Siracusa, malgrado che questo, secondo l'avviso di {{AutoreCitato|Marco Tullio Cicerone|Cicerone}}, portasse sopra di esso incise alcune figure matematiche.
6. Di grandi acquidotti e di cisterne se ne trovano mediocri avanzi. Un pajo d'archi d'un grande acquidotto si solleva in mezzo alla campagna, che fu inondata dalla lava uscita nel 1669 fuori del vulcano, alla violenza della quale poterono quegli archi resistere. Altri e più grandi stan fuori della città vicini alla strada che guida sopra il monte: questi, tre miglia e mezzo lontani da Licodia, portavano l'acqua in Catania. Essa vi scorreva parte sotto e parte sopra terra, ed in questa posizione era condotta su di alte volte, delle quali grossi pezzi avanti le porte della città se ne trovano esistenti, che sono un meraviglioso ornamento della magnificenza e ricchezza della medesima. La<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|23}}</noinclude>si mostrava un pezzo di muro che doveva esser la tomba del poeta {{AutoreCitato|Stesicoro|Stesicoro}}, che mori in Catania, dove fu sepolto. Quei paesani chiamavano ''portam Stesicoram'' una porta della città, da cui si è conchiuso che la sua tomba sia stata in vicinanza di quella. Solamente un italiano antiquario può decidere che un pezzo di muro, che non ha in se stesso marca veruna, debb'essere il sepolcro d'un poeta. Non è stato possibile di rinvenirvi quello di {{AutoreCitato|Archimede|Archimede}} in Siracusa, malgrado che questo, secondo l'avviso di {{AutoreCitato|Marco Tullio Cicerone|Cicerone}}, portasse sopra di esso incise alcune figure matematiche.
6. Di grandi acquidotti e di cisterne se ne trovano mediocri avanzi. Un pajo d'archi d'un grande acquidotto si solleva in mezzo alla campagna, che fu inondata dalla lava uscita nel 1669 fuori del vulcano, alla violenza della quale poterono quegli archi resistere. Altri e più grandi stan fuori della città vicini alla strada che guida sopra il monte: questi, tre miglia e mezzo lontani da Licodia, portavano l'acqua in Catania. Essa vi scorreva parte sotto e parte sopra terra, ed in questa posizione era condotta su di alte volte, delle quali grossi pezzi avanti le porte della città se ne trovano esistenti, che sono un meraviglioso ornamento della magnificenza e ricchezza della medesima. La<noinclude><references/></noinclude>
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Autore:Johann Heinrich Bartels
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Categoria:Pagine in cui è citato Johann Heinrich Bartels
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Spinoziano (BEIC)
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{{Vedi anche autore|Johann Heinrich Bartels}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Bartels, Johann Heinrich]]
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Categoria:Testi in cui è citato Johann Heinrich Bartels
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Spinoziano (BEIC)
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Johann Heinrich Bartels}} [[Categoria:Testi per autore citato|Bartels, Johann Heinrich]]
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{{Vedi anche autore|Johann Heinrich Bartels}}
[[Categoria:Testi per autore citato|Bartels, Johann Heinrich]]
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Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/29
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|24|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>nominata lava li distrusse; e tutto ciò che da quella corrente di fuoco fu risparmiato, venne in seguito in maggior parte alla costruzione delle muraglie impiegato.
7. Tra i tempj fu in Catania frequentemente visitato quell'antichissimo di Cerere fuori la città, il quale era di nera lava edificato, e, secondo {{AutoreCitato|Marco Tullio Cicerone|Cicerone}}, nella quarta sua orazione contro Verre, in tanta stima, quanta ne godea l'istessa Dea in Roma. Nell'adito di questo tempio, a cui non era permesso ad uomo alcuno avvicinarsi, vi era un'assai vetusta statua, la di cui esistenza si conosceva soltanto dalle donne<ref>''Cic. ad. Verrem, 4. In eo sacrario intimo fuit signum. Cereris peratiquum, quod viri non modo cujusmodi esset, et ne esse quidem sciebant; aditus enim in id sacrarium non est viris; sacra per mulieres et virgines confici solent''.</ref>, che uniche celebrar doveano i sagrifizj. Questo è così rovinato che appena se ne possono le vestigia osservare. Il {{AutoreCitato|Ignazio Paternò Castello|Principe di Biscari}} fece scavare sotto i pochi rimasugli d'antica fabbrica, dove quel sagro edifizio credeasi innalzato, ed osservò il resto d'una grande scala, la quale alla base del detto tempio conduceva, come ben anco l'avanzo d'un isolato pilastro che forse era una porzione del portico. Ciò che rende<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|24|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>nominata lava li distrusse; e tutto ciò che da quella corrente di fuoco fu risparmiato, venne in seguito in maggior parte alla costruzione delle muraglie impiegato.
7. Tra i tempj fu in Catania frequentemente visitato quell'antichissimo di Cerere fuori la città, il quale era di nera lava edificato, e, secondo {{AutoreCitato|Marco Tullio Cicerone|Cicerone}}, nella quarta sua orazione contro {{wl|Q368219|Verre}}, in tanta stima, quanta ne godea l'istessa Dea in Roma. Nell'adito di questo tempio, a cui non era permesso ad uomo alcuno avvicinarsi, vi era un'assai vetusta statua, la di cui esistenza si conosceva soltanto dalle donne<ref>''Cic. ad. Verrem'', 4. ''In eo sacrario intimo fuit signum. Cereris peratiquum, quod viri non modo cujusmodi esset, et ne esse quidem sciebant; aditus enim in id sacrarium non est viris; sacra per mulieres et virgines confici solent''.</ref>, che uniche celebrar doveano i sagrifizj. Questo è così rovinato che appena se ne possono le vestigia osservare. Il {{AutoreCitato|Ignazio Paternò Castello|Principe di Biscari}} fece scavare sotto i pochi rimasugli d'antica fabbrica, dove quel sagro edifizio credeasi innalzato, ed osservò il resto d'una grande scala, la quale alla base del detto tempio conduceva, come ben anco l'avanzo d'un isolato pilastro che forse era una porzione del portico. Ciò che rende<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: e a a 0 di ), i- re ve T- la en se de ti- iri em i- at. IN SICILIA. 25 verisimile che tali reliquie ad un tempio di Cerere appartenessero, è una iscrizione trovata in quel luogo ΔΗΜΗΤΗΡΗ IEP (κατανειων Δημήτηρ ἱερόν), oppure Ιερόν ανέθηκε. Si con- gettura che un'altra iscrizione a questo tempio ugualmente appartenga. CASPONIA P. F. MA- XIMA SACERDOS POPULI ROMANI SI- CULA (12). Questa antichissi...
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verisimile che tali reliquie ad un tempio di
Cerere appartenessero, è una iscrizione trovata
in quel luogo ΔΗΜΗΤΗΡΗ IEP (κατανειων
Δημήτηρ ἱερόν), oppure Ιερόν ανέθηκε. Si con-
gettura che un'altra iscrizione a questo tempio
ugualmente appartenga. CASPONIA P. F. MA-
XIMA SACERDOS POPULI ROMANI SI-
CULA (12). Questa antichissima e rinomata fab-
brica fu distrutta dal fervore de' primi cristiani
catanesi. Un vescovo di questo paese, chiamato
Leone il Grande, fu irritato che i Pagani des-
sero scandalo con la solennizzazione della fe-
sta della Dea, per cui la popolazione istigò a
demolire quel tempio. Racconta la leggenda che
costui lo abbia fatto in quattro parti crepare
mediante una sua preghiera.
Un luogo chiamato Cifali si ha per il sito
d'un celebrato tempio di Cibele; e molte ro-
vine che ancora vi si ritrovano rendono veri-
simile questa congettura. Si presume inoltre che
un antico ben elevato edifizio, chiamato Licatea,
impiegato per cappella da' Benedettini, a cui
il fondo appartiene, sia stato un tempio alla
ninfa Leucatea, oppure Ino, consagrato. I nomi
hanno somiglianza con quelli di Cifali e Lica-
tea; e finchè non si ha da opporre ragione
contro queste ipotesi, si può sopra il merito o
demerito delle medesime riposare.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|25}}</noinclude>verisimile che tali reliquie ad un tempio di Cerere appartenessero, è una iscrizione trovata in quel luogo ΔΗΜΗΤΗΡΗ IEP (κατανειων Δημήτηρι ἱερόν), oppure Ἰερόν ανέθηκε. Si congettura che un'altra iscrizione a questo tempio ugualmente appartenga. CASPONIA P. F. MAXIMA SACERDOS POPULI ROMANI SICULA{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/145|12}}. Questa antichissima e rinomata fabbrica fu distrutta dal fervore de' primi cristiani catanesi. Un vescovo di questo paese, chiamato Leone il Grande, fu irritato che i Pagani dessero scandalo con la solennizzazione della festa della Dea, per cui la popolazione istigò a demolire quel tempio. Racconta la leggenda che costui lo abbia fatto in quattro parti crepare mediante una sua preghiera.
Un luogo chiamato Cifali si ha per il sito d'un celebrato tempio di Cibele; e molte rovine che ancora vi si ritrovano rendono verisimile questa congettura. Si presume inoltre che un antico ben elevato edifizio, chiamato Licatea, impiegato per cappella da' Benedettini, a cui il fondo appartiene, sia stato un tempio alla ninfa Leucatea, oppure Ino, consagrato. I nomi hanno somiglianza con quelli di Cifali e Licatea; e finchè non si ha da opporre ragione contro queste ipotesi, si può sopra il merito o demerito delle medesime riposare.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|25}}</noinclude>verisimile che tali reliquie ad un tempio di Cerere appartenessero, è una iscrizione trovata in quel luogo ΔΗΜΗΤΗΡΗ IEP (κατανειων Δημήτηρι ἱερόν), oppure Ἰερόν ανέθηκε. Si congettura che un'altra iscrizione a questo tempio ugualmente appartenga. CASPONIA P. F. MAXIMA SACERDOS POPULI ROMANI SICULA{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/145|12}}. Questa antichissima e rinomata fabbrica fu distrutta dal fervore de' primi cristiani catanesi. Un vescovo di questo paese, chiamato {{wl|Q2535424|Leone il Grande}}, fu irritato che i Pagani dessero scandalo con la solennizzazione della festa della Dea, per cui la popolazione istigò a demolire quel tempio. Racconta la leggenda che costui lo abbia fatto in quattro parti crepare mediante una sua preghiera.
Un luogo chiamato Cifali si ha per il sito d'un celebrato tempio di Cibele; e molte rovine che ancora vi si ritrovano rendono verisimile questa congettura. Si presume inoltre che un antico ben elevato edifizio, chiamato Licatea, impiegato per cappella da' Benedettini, a cui il fondo appartiene, sia stato un tempio alla ninfa Leucatea, oppure Ino, consagrato. I nomi hanno somiglianza con quelli di Cifali e Licatea; e finchè non si ha da opporre ragione contro queste ipotesi, si può sopra il merito o demerito delle medesime riposare.<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/31
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 26 VIAGGIO Catania aveva un famoso circo, un ginnasio fatto elevare da Marcello, ed una naumachia. Tutto ha sepolto la lava del 1669. A' tempi di Fazello se ne vedevano gli avanzi (13). Oltre molti tempi e sepolture ivi rimasti vittima di quella devastazione, trovar si devono le statue de' due devoti fratelli Anfinomo ed Anapia. Por- tavan costoro i loro vecchi genitori sulle loro spalle, quando un'inondazione infuocata...
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VIAGGIO
Catania aveva un famoso circo, un ginnasio
fatto elevare da Marcello, ed una naumachia.
Tutto ha sepolto la lava del 1669. A' tempi di
Fazello se ne vedevano gli avanzi (13). Oltre
molti tempi e sepolture ivi rimasti vittima di
quella devastazione, trovar si devono le statue
de' due devoti fratelli Anfinomo ed Anapia. Por-
tavan costoro i loro vecchi genitori sulle loro
spalle, quando un'inondazione infuocata del-
l'Etna la città minacciava di voler incendiare. La
favola ci rapporta che quella lava siasi divisa in
due, onde far passare illesi costoro con il loro
amato e caro peso. Furono essi considerati e pre-
gati come eroi in tutta la Sicilia. Le monete di
Catania rappresentano spesso il loro amore filiale.
Parlar devo finalmente d' un singolare mo-
numento, che, a riserva di Roma, non ho ve-
duto in Italia tutta; cioè d'un obelisco egizio
di porfido innalzato sul dorso d'un elefante scol-
pito nella lava, oggi situato nella piazza della
cattedrale. Questo obelisco è ottagono, ed i suoi
geroglifici sono gli stessi ne' due lati opposti.
È alto palmi 14 ed ha due palmi di grossezza.
Quando e per quale occasione fu questo por-
tato in Catania, non se ne ha cognizione, ma
che sia egiziano lo dimostra il lavoro stesso
ed il crederlo opera de' Catanesi è conseguenza
di un patriotico capriccio di letterati siciliani;
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Catania aveva un famoso circo, un ginnasio fatto elevare da {{wl|Q315492|Marcello}}, ed una naumachia. Tutto ha sepolto la lava del 1669. A' tempi di {{AutoreCitato|Tommaso Fazello|Fazello}} se ne vedevano gli avanzi{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/145|13|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/146|13|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/147|13}}. Oltre molti tempj e sepolture ivi rimasti vittima di quella devastazione, trovar si devono le statue de' due devoti fratelli Anfinomo ed Anapia. Portavan costoro i loro vecchi genitori sulle loro spalle, quando un'inondazione infuocata dell'Etna la città minacciava di voler incendiare. La favola ci rapporta che quella lava siasi divisa in due, onde far passare illesi costoro con il loro amato e caro peso. Furono essi considerati e pregati come eroi in tutta la Sicilia. Le monete di Catania rappresentano spesso il loro amore filiale.
Parlar devo finalmente d'un singolare monumento, che, a riserva di Roma, non ho veduto in Italia tutta; cioè d'un obelisco egizio di porfido innalzato sul dorso d'un elefante scolpito nella lava, oggi situato nella piazza della cattedrale. Questo obelisco è ottagono, ed i suoi geroglifici sono gli stessi ne' due lati opposti. È alto palmi 14 ed ha due palmi di grossezza. Quando e per quale occasione fu questo portato in Catania, non se ne ha cognizione, ma che sia egiziano lo dimostra il lavoro stesso, ed il crederlo opera de' Catanesi è conseguenza di un patriotico capriccio di letterati siciliani;<noinclude><references/></noinclude>
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Catania aveva un famoso circo, un ginnasio fatto elevare da {{wl|Q312306|Marcello}}, ed una naumachia. Tutto ha sepolto la lava del 1669. A' tempi di {{AutoreCitato|Tommaso Fazello|Fazello}} se ne vedevano gli avanzi{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/145|13|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/146|13|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/147|13}}. Oltre molti tempj e sepolture ivi rimasti vittima di quella devastazione, trovar si devono le statue de' due devoti fratelli {{wl|Q474899|Anfinomo ed Anapia}}. Portavan costoro i loro vecchi genitori sulle loro spalle, quando un'inondazione infuocata dell'Etna la città minacciava di voler incendiare. La favola ci rapporta che quella lava siasi divisa in due, onde far passare illesi costoro con il loro amato e caro peso. Furono essi considerati e pregati come eroi in tutta la Sicilia. Le monete di Catania rappresentano spesso il loro amore filiale.
Parlar devo finalmente d'un singolare monumento, che, a riserva di Roma, non ho veduto in Italia tutta; cioè d'un obelisco egizio di porfido innalzato sul dorso d'un elefante scolpito nella lava, oggi situato nella piazza della cattedrale. Questo obelisco è ottagono, ed i suoi geroglifici sono gli stessi ne' due lati opposti. È alto palmi 14 ed ha due palmi di grossezza. Quando e per quale occasione fu questo portato in Catania, non se ne ha cognizione, ma che sia egiziano lo dimostra il lavoro stesso, ed il crederlo opera de' Catanesi è conseguenza di un patriotico capriccio di letterati siciliani;<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: e a о li a i. 3. a IN SICILIA. 27 giacchè è cosa assai incerta se fuori di Egitto siansi mai tagliati degli obelischi (14). Forse quello Ludovidico in Roma è l'unico che con ragione presumer si possa di non essere stato lavorato in quel paese. Quello di cui si parla contiene poche figure che D' Orville ha dise- gnato, tra le quali si vede un uomo inginoc chiato che sembra recare al bue apis un sa- grifizio; due uccelli e...
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i.
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IN SICILIA.
27
giacchè è cosa assai incerta se fuori di Egitto
siansi mai tagliati degli obelischi (14). Forse
quello Ludovidico in Roma è l'unico che con
ragione presumer si possa di non essere stato
lavorato in quel paese. Quello di cui si parla
contiene poche figure che D' Orville ha dise-
gnato, tra le quali si vede un uomo inginoc
chiato che sembra recare al bue apis un sa-
grifizio; due uccelli egiziani, di cui uno pare
che sia un ibis; una sfinge ed un lupo sedu-
to; e finalmente nella parte superiore alcuni
uomini all' inpiedi e quasi ignudi. A' giorni
D' Orville quest' opera era gettata in terra, e
fu nel 1736 dall' or defunto Re di Spagna fatta
in seguito innalzare su d' un elefante, il quale
probabilmente sotto le rovine del circo insieme
con l'obelisco giaceva, sulla spina del quale
era stato situato. Solea questa costruirsi nel
mezzo di quello edifizio intorno la quale i carri
ed i cavalli le loro corse intraprendeano. For-
se quell'edifizio n'era una delle due mete, che
a' due estremi della spina erano formate, che
i miei lettori rileveranno dalle parole d'Orazio
metaque fervidis evitata rotis. Nel cerchio di
Caracalla vi si vede ancora la spina. L'obeli-
sco di Catania uguagliava pienamente quello
che sta nella piazza Minerva in Roma, ma cre-
do che il primo sia qualche cosa più grande
che il romano (15).<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 28 VIAGGIO Descritte da me le più importanti rovine de- gli antichi edifizj di Catania, è giusto che io ragioni delle collezioni diverse d'antichità che in questa città si ammirano. D' Orville non ne ha potuto dire gran cosa, perchè fu egli in Si- cilia in un' epoca in cui la medesima era im- mersa nella più gran barbarie, ed ove alcuni pochi credeano che tali particolarità meritasse- ro di conservarsi e di essere accura...
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VIAGGIO
Descritte da me le più importanti rovine de-
gli antichi edifizj di Catania, è giusto che io
ragioni delle collezioni diverse d'antichità che
in questa città si ammirano. D' Orville non ne
ha potuto dire gran cosa, perchè fu egli in Si-
cilia in un' epoca in cui la medesima era im-
mersa nella più gran barbarie, ed ove alcuni
pochi credeano che tali particolarità meritasse-
ro di conservarsi e di essere accuratamente mo-
strate a' viaggiatori.
La più antica raccolta è quella fatta nel con-
vento di S. Nicola dell'Arena dall'abate d'Ami-
co, autore del libro Catania illustrata, che
da' suoi successori è stata ampiamente accre-
sciuta. Distribuita in armadj di cristallo, diverse
gran sale riempie, e pezzi di antichità e pro-
dotti della natura contiene. E però in tale sta-
to di confusione che idea distinta della sua per-
fezione non può farsene. La più importante e sin-
golare parte è la collezione di più di 300 vasi si-
ciliani di creta cotta, che tutti sono d'una elegan-
tissima forma e da bellissimi disegni egregiamen-
te ornati. Alcuni stipi riempiti sono di piccioli
idoli di bronzo e di terra cotta, tra i quali cosa
degna di osservazione non trovai; anzi a prima
vista mi accorsi che molti di essi son falsi ed
in tempi moderni foggiati. Una quantità di an-
tichi sagrifizj ed altri mobili di casa non è in
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Descritte da me le più importanti rovine degli antichi edifizj di Catania, è giusto che io ragioni delle collezioni diverse d'antichità che in questa città si ammirano. {{AutoreCitato|Jacques Philippe D'Orville|D'Orville}} non ne ha potuto dire gran cosa, perchè fu egli in Sicilia in un'epoca in cui la medesima era immersa nella più gran barbarie, ed ove alcuni pochi credeano che tali particolarità meritassero di conservarsi e di essere accuratamente mostrate a' viaggiatori.
La più antica raccolta è quella fatta nel convento di S. Nicola dell'Arena dall'abate {{AutoreCitato|Vito Maria Amico|d'Amico}}, autore del libro ''Catania illustrata'', che da' suoi successori è stata ampiamente accresciuta. Distribuita in armadj di cristallo, diverse gran sale riempie, e pezzi di antichità e prodotti della natura contiene. È però in tale stato di confusione che idea distinta della sua perfezione non può farsene. La più importante e singolare parte è la collezione di più di 300 vasi siciliani di creta cotta, che tutti sono d'una elegantissima forma e da bellissimi disegni egregiamente ornati. Alcuni stipi riempiti sono di piccioli idoli di bronzo e di terra cotta, tra i quali cosa degna di osservazione non trovai; anzi a prima vista mi accorsi che molti di essi son falsi ed in tempi moderni foggiati. Una quantità di antichi sagrifizj ed altri mobili di casa non è in-<noinclude><references/></noinclude>
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Descritte da me le più importanti rovine degli antichi edifizj di Catania, è giusto che io ragioni delle collezioni diverse d'antichità che in questa città si ammirano. {{AutoreCitato|Jacques Philippe D'Orville|D'Orville}} non ne ha potuto dire gran cosa, perchè fu egli in Sicilia in un'epoca in cui la medesima era immersa nella più gran barbarie, ed ove alcuni pochi credeano che tali particolarità meritassero di conservarsi e di essere accuratamente mostrate a' viaggiatori.
La più antica raccolta è quella fatta nel convento di S. Nicola dell'Arena dall'abate {{AutoreCitato|Vito Maria Amico|d'Amico}}, autore del libro ''Catania illustrata'', che da' suoi successori è stata ampiamente accresciuta. Distribuita in armadj di cristallo, diverse gran sale riempie, e pezzi di antichità e prodotti della natura contiene. È però in tale stato di confusione che idea distinta della sua perfezione non può farsene. La più importante e singolare parte è la collezione di più di 300 vasi siciliani di creta cotta, che tutti sono d'una elegantissima forma e da bellissimi disegni egregiamente ornati. Alcuni stipi riempiti sono di piccioli idoli di bronzo e di terra cotta, tra i quali cosa degna di osservazione non trovai; anzi a prima vista mi accorsi che molti di essi son falsi ed in tempi moderni foggiati. Una quantità di antichi sagrifizj ed altri mobili di casa non è in-<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: e e コー i- e e- se - ヨー T- - i- コー n- li sa na ed 0- n do IN SICILIA. 29 differente; ma niente offre di nuovo a chi ha esaminato quelli di Portici, ove si trova il tutto in una più grande varietà, in numero maggio- re e di molto più bel lavorio. Ristretto è il nu- mero delle statue, due delle quali, rappresen tanti due figure sedute, mi sembrarono di qual- che merito. Al contrario pieno d'iscrizioni è quel museo, le quali...
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sa
na
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n
do
IN SICILIA.
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differente; ma niente offre di nuovo a chi ha
esaminato quelli di Portici, ove si trova il tutto
in una più grande varietà, in numero maggio-
re e di molto più bel lavorio. Ristretto è il nu-
mero delle statue, due delle quali, rappresen
tanti due figure sedute, mi sembrarono di qual-
che merito. Al contrario pieno d'iscrizioni è
quel museo,
le quali, secondo il non lodevole
costume d'Italia, incastrate si vedono nelle
mura. Nulla ne dico, non consistendo che in
poco interessanti lapidi sepolcrali che descritte
si leggono nell'opera del Principe di Torre-
muzza, Inscriptiones Siciliae. Più pregiabili so-
no i bassirilievi. Queste opere, per coloro che
studiano i monumenti dell'antichità, sono forse
più importanti assai che le sole statue. Queste
non presentano ordinariamente che di raro due,
e mai personaggi diversi, eccettuati i gruppi
di Laocoonte e del Toro Dirceo. In bassorilievo
però si rappresentano quante si siano persone
a seconda dell'azione e della circostanza. I se-
guenti, che si ammirano nel museo de' Bene-
dettini, attirarono a segno la mia attenzione,
che desiderato avrei portarmene i disegni, quan-
do in Catania trovato si fosse alcuno che il
lavoro avesse potuto intraprendere; ma era
appunto assente il solo giovane artista che il
Principe di Biscari teneva presso di se, per<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|29}}</noinclude>differente; ma niente offre di nuovo a chi ha esaminato quelli di Portici, ove si trova il tutto in una più grande varietà, in numero maggiore e di molto più bel lavorio. Ristretto è il numero delle statue, due delle quali, rappresentanti due figure sedute, mi sembrarono di qualche merito. Al contrario pieno d'iscrizioni è quel museo, le quali, secondo il non lodevole costume d'Italia, incastrate si vedono nelle mura. Nulla ne dico, non consistendo che in poco interessanti lapidi sepolcrali che descritte si leggono nell'opera del {{AutoreCitato|Gabriele Lancillotto Castello|Principe di Torremuzza}}, ''Inscriptiones Siciliae''. Più pregiabili sono i bassirilievi. Queste opere, per coloro che studiano i monumenti dell'antichità, sono forse più importanti assai che le sole statue. Queste non presentano ordinariamente che di raro due, e mai personaggi diversi, eccettuati i gruppi di Laocoonte e del Toro Dirceo. In bassorilievo però si rappresentano quante si siano persone a seconda dell'azione e della circostanza. I seguenti, che si ammirano nel museo de' Benedettini, attirarono a segno la mia attenzione, che desiderato avrei portarmene i disegni, quando in Catania trovato si fosse alcuno che il lavoro avesse potuto intraprendere; ma era appunto assente il solo giovane artista che il {{AutoreCitato|Ignazio Paternò Castello|Principe di Biscari}} teneva presso di se, per<noinclude>{{RigaIntestazione||2*|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|29}}</noinclude>differente; ma niente offre di nuovo a chi ha esaminato quelli di Portici, ove si trova il tutto in una più grande varietà, in numero maggiore e di molto più bel lavorio. Ristretto è il numero delle statue, due delle quali, rappresentanti due figure sedute, mi sembrarono di qualche merito. Al contrario pieno d'iscrizioni è quel museo, le quali, secondo il non lodevole costume d'Italia, incastrate si vedono nelle mura. Nulla ne dico, non consistendo che in poco interessanti lapidi sepolcrali che descritte si leggono nell'opera del {{AutoreCitato|Gabriele Lancillotto Castello|Principe di Torremuzza}}, ''Inscriptiones Siciliae''. Più pregiabili sono i bassirilievi. Queste opere, per coloro che studiano i monumenti dell'antichità, sono forse più importanti assai che le sole statue. Queste non presentano ordinariamente che di raro due, e mai personaggi diversi, eccettuati i gruppi di Laocoonte e del Toro Dirceo. In bassorilievo però si rappresentano quante si siano persone a seconda dell'azione e della circostanza. I seguenti, che si ammirano nel museo de' Benedettini, attirarono a segno la mia attenzione, che desiderato avrei portarmene i disegni, quando in Catania trovato si fosse alcuno che il lavoro avesse potuto intraprendere; ma era appunto assente il solo giovane artista che il {{AutoreCitato|Ignazio Paternò Castello|Principe di Biscari}} teneva presso di se, per<noinclude>{{RigaIntestazione||2*|}}</noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 30 VIAGGIO fargli disegnare le più interessanti di lui rarità. 1. Ercole sul monte Oeta. Giace questi in una dolente posizione con la pelle di leone al collo e steso sulla roccia. A lui intorno stanno quattro altre figure, fra le quali se ne distin- gue una, mediante la sua barba e la berretta, frigia, che afflitta mette la sua man sinistra sulla roccia stessa. Vicino alla sua testa evvi un giovane vestito, e due altri n...
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VIAGGIO
fargli disegnare le più interessanti di lui rarità.
1. Ercole sul monte Oeta. Giace questi in
una dolente posizione con la pelle di leone al
collo e steso sulla roccia. A lui intorno stanno
quattro altre figure, fra le quali se ne distin-
gue una, mediante la sua barba e la berretta,
frigia, che afflitta mette la sua man sinistra
sulla roccia stessa. Vicino alla sua testa evvi un
giovane vestito, e due altri nudi son posti ai
piedi suoi, uno de' quali porta qualche cosa
simile ad una clava. Forse l'artefice ha voluto
esprimere le disposizioni di Ercole alla sua mor-
te, dove solamente Filottete suo scudiero, e
forse qualche altro de' servidori erano presenti..
11 travaglio sembrommi assai ben formato, seb-
bene non sia di quella perfezione del fonte bat-
tesimale in Girgenti.
2. Una processione di quattro figure, che
portano una ragazza, probabilmente per cele-
brare le orgie di Bacco.
3 e 4. Anfione nuotando sul delfino ed Euro-
pa sul toro; due belli pezzi marini di rosso
diaspro, oppure del così chiamato rosso antico.
Questi sono meravigliosi per la materia sulla
quale sono scolpiti, perchè assai di raro veg-
gonsi bassirilievi di una così dura pietra, come
lo è il diaspro.
Oltre i vasi, idoli, bassirilievi, utensili di<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|30|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>fargli disegnare le più interessanti di lui rarità.
{{Sc|i}}. Ercole sul monte Oeta. Giace questi in una dolente posizione con la pelle di leone al collo e steso sulla roccia. A lui intorno stanno quattro altre figure, fra le quali se ne distingue una, mediante la sua barba e la berretta frigia, che afflitta mette la sua man sinistra sulla roccia stessa. Vicino alla sua testa evvi un giovane vestito, e due altri nudi son posti ai piedi suoi, uno de' quali porta qualche cosa simile ad una clava. Forse l'artefice ha voluto esprimere le disposizioni di Ercole alla sua morte, dove solamente Filottete suo scudiero, e forse qualche altro de' servidori erano presenti. Il travaglio sembrommi assai ben formato, sebbene non sia di quella perfezione del fonte battesimale in Girgenti.
2. Una processione di quattro figure, che portano una ragazza, probabilmente per celebrare le orgie di Bacco.
3 e 4. Anfione nuotando sul delfino ed Europa sul toro; due belli pezzi marini di rosso diaspro, oppure del così chiamato rosso antico. Questi sono meravigliosi per la materia sulla quale sono scolpiti, perchè assai di raro veggonsi bassirilievi di una così dura pietra, come lo è il diaspro.
Oltre i vasi, idoli, bassirilievi, utensili di<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|30|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>fargli disegnare le più interessanti di lui rarità.
{{Sc|i}}. Ercole sul monte Oeta. Giace questi in una dolente posizione con la pelle di leone al collo e steso sulla roccia. A lui intorno stanno quattro altre figure, fra le quali se ne distingue una, mediante la sua barba e la berretta frigia, che afflitta mette la sua man sinistra sulla roccia stessa. Vicino alla sua testa evvi un giovane vestito, e due altri nudi son posti ai piedi suoi, uno de' quali porta qualche cosa simile ad una clava. Forse l'artefice ha voluto esprimere le disposizioni di Ercole alla sua morte, dove solamente Filottete suo scudiero, e forse qualche altro de' servidori erano presenti. Il travaglio sembrommi assai ben formato, sebbene non sia di quella perfezione del fonte battesimale in Girgenti.
2. Una processione di quattro figure, che portano una ragazza, probabilmente per celebrare le orgie di Bacco.
3 e 4. Anfione nuotando sul delfino ed Europa sul toro; due belli pezzi marini di rosso diaspro, oppure del così chiamato rosso antico. Questi sono meravigliosi per la materia sulla quale sono scolpiti, perchè assai di raro veggonsi bassirilievi di una così dura pietra, come lo è il diaspro.
Oltre i vasi, idoli, bassirilievi, utensili di<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: e 0 a e IN SICILIA. 31 casa e descrizioni, si conserva in quel luogo una mediocremente grande collezione di monete. Io vidi il seguito e le serie delle monete d'argen- to romane, e diverse assai meritevoli n'esami- nai particolarmente d'imperatrici e dame che alle imperiali famiglie spettavano. La raccolta delle siciliane in argento ed in rame, a sufficienza im- portante, è molto poco ordinata per decidere del- la sua pe...
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a
e
IN SICILIA.
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casa e descrizioni, si conserva in quel luogo una
mediocremente grande collezione di monete. Io
vidi il seguito e le serie delle monete d'argen-
to romane, e diverse assai meritevoli n'esami-
nai particolarmente d'imperatrici e dame che alle
imperiali famiglie spettavano. La raccolta delle
siciliane in argento ed in rame, a sufficienza im-
portante, è molto poco ordinata per decidere del-
la sua perfezione. Al contrario non vi sono
molte monete che fuori Sicilia come Gallia, Ita-
lia, Grecia, Asia ed Africa siano state coniate.
Un assario appartiene alla divisata collezio-
ne. Consiste questo in assi e pesi romani ed
italiani di rame fuso. E noto che questi furono
le più antiche monete delle nazioni d'Italia.
Noi conosciamo esattamente la storia degli assi
romani, e sappiamo l'epoca in cui il loro peso
e valore fu a poco a poco diminuito, come la
ricchezza e la moltitudine delle monete d'ar-
gento in Roma si andarono accrescendo; ma
alla nostra esatta notizia non è sinora giunto
il resto de' pesi fusi fuori quel paese. Questa
collezione è in qualche maniera numerosa e
bella; ma non così ricca come quella ordinata
dal degno cardinale Borgia nel suo gabinetto
in Velletri, la quale contiene tutte le vere si-
nora conosciute impronte di romani ed italiani
assi; anzi uno ve ne primeggia, che sino al<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|31}}</noinclude>casa e descrizioni, si conserva in quel luogo una mediocremente grande collezione di monete. Io vidi il seguito e le serie delle monete d'argento romane, e diverse assai meritevoli n'esaminai particolarmente d'imperatrici e dame che alle imperiali famiglie spettavano. La raccolta delle siciliane in argento ed in rame, a sufficienza importante, è molto poco ordinata per decidere della sua perfezione. Al contrario non vi sono molte monete che fuori Sicilia come Gallia, Italia, Grecia, Asia ed Africa siano state coniate.
Un assario appartiene alla divisata collezione. Consiste questo in assi e pesi romani ed italiani di rame fuso. È noto che questi furono le più antiche monete delle nazioni d'Italia. Noi conosciamo esattamente la storia degli assi romani, e sappiamo l'epoca in cui il loro peso e valore fu a poco a poco diminuito, come la ricchezza e la moltitudine delle monete d'argento in Roma si andarono accrescendo; ma alla nostra esatta notizia non è sinora giunto il resto de' pesi fusi fuori quel paese. Questa collezione è in qualche maniera numerosa e bella; ma non così ricca come quella ordinata dal degno cardinale Borgia nel suo gabinetto in Velletri, la quale contiene tutte le vere sinora conosciute impronte di romani ed italiani assi; anzi uno ve ne primeggia, che sino al<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 52 VIAGGIO presente è apprezzato come unico in questo ge- mere. Questo è quadrangolare, marcato con un bue, dalla cui bocca esce la parola pecunia, il quale si congettura essere stato fuso ne' più remoti tempi di Roma, cioè sotto i Re., Di gran lunga più ammirabile e prezioso che quello de' Benedettini è il museo che ha for- mato e lasciato l'or defunto Principe di Bi- scari. Questo venerabile vecchio fu uno di que- gli...
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VIAGGIO
presente è apprezzato come unico in questo ge-
mere. Questo è quadrangolare, marcato con un
bue, dalla cui bocca esce la parola pecunia,
il quale si congettura essere stato fuso ne' più
remoti tempi di Roma, cioè sotto i Re.,
Di gran lunga più ammirabile e prezioso che
quello de' Benedettini è il museo che ha for-
mato e lasciato l'or defunto Principe di Bi-
scari. Questo venerabile vecchio fu uno di que-
gli uomini singolari, i quali, per via di tutte.
l'esterne circostanze, posti sono nello stato di
fare tutto il bene ch'essi desiderano. Nato da
una ragguardevole e facoltosa famiglia, e meglio
educato di quanto i nobili siciliani praticar so-
levano alla metà di questo secolo, ritrovò di
buon' ora contento nelle scienze. La felice con-
dizione di sua casa tutta la sua vita alle me-
desime gli concesse di dedicare, senza correre
quella strada a cui per propria scelta o per le
circostanze era forzata la nobiltà siciliana. Menò
costui tutto il suo tempo in Catania sua patria
e nelle sue terre in Sicilia, eccetto quando egli
un viaggio per l'Italia intraprese. Il di lui pa-
dre lo fece erede di una raccolta di monete,
che divenne la base del museo da lui appresso
tanto luminosamente stabilito, la di cui gran-
dezza ed opulenza di molto sorpassavano le im-
maginazioni che far si possono toccanti le forze<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|32|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>presente è apprezzato come unico in questo genere. Questo è quadrangolare, marcato con un bue, dalla cui bocca esce la parola ''pecunia'', il quale si congettura essere stato fuso ne' più remoti tempi di Roma, cioè sotto i Re.
Di gran lunga più ammirabile e prezioso che quello de' Benedettini è il museo che ha formato e lasciato l'or defunto {{AutoreCitato|Ignazio Paternò Castello|Principe di Biscari}}. Questo venerabile vecchio fu uno di quegli uomini singolari, i quali, per via di tutte l'esterne circostanze, posti sono nello stato di fare tutto il bene ch'essi desiderano. Nato da una ragguardevole e facoltosa famiglia, e meglio educato di quanto i nobili siciliani praticar solevano alla metà di questo secolo, ritrovò di buon'ora contento nelle scienze. La felice condizione di sua casa tutta la sua vita alle medesime gli concesse di dedicare, senza correre quella strada a cui per propria scelta o per le circostanze era forzata la nobiltà siciliana. Menò costui tutto il suo tempo in Catania sua patria e nelle sue terre in Sicilia, eccetto quando egli un viaggio per l'Italia intraprese. Il di lui padre lo fece erede di una raccolta di monete, che divenne la base del museo da lui appresso tanto luminosamente stabilito, la di cui grandezza ed opulenza di molto sorpassavano le immaginazioni che far si possono toccanti le forze<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 2 IN SICILIA. 33 delle persone private. Egli possedeva partico- lari vedute antiquarie, ed esattamente conosce- va le antiche posizioni del suo paese. Quindi avendo egli zelanti ricerche tentato, fu il pri- mo a scavar fuori dalla terra gli avanzi della prisca Catania, e che mosse il Re a stabilire un' annua somma di Soo once pel manteni- mento delle antichità siciliane. E poichè la metà di questo denaro, ch' egli era in...
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IN SICILIA.
33
delle persone private. Egli possedeva partico-
lari vedute antiquarie, ed esattamente conosce-
va le antiche posizioni del suo paese. Quindi
avendo egli zelanti ricerche tentato, fu il pri-
mo a scavar fuori dalla terra gli avanzi della
prisca Catania, e che mosse il Re a stabilire
un' annua somma di Soo once pel manteni-
mento delle antichità siciliane. E poichè la metà
di questo denaro, ch' egli era in facoltà di
spendere, mentre il Principe di Torremuzza
impiegava l'altra metà per l'oggetto stesso in
Palermo, mal suppliva alle molte ricerche da
lui credute regolari ed utili, così il di più delle
spese dal suo denaro veniva erogato. In que-
sto modo incoraggi costui la diligenza e l' in-
dustria degli abitanti di Catania; era il padre
e l'amico de' poveri, il mecenate delle scienze
e di tutto ciò che stava in suo potere onde
ridurre quel paese nella più florida condizione.
Non risparmiava egli considerevoli somme, to-
stochè qualche cosa di buono e di vantaggio
ricavarne potea. Questa città gli è riconoscente
per la felice riuscita che han fatto due benefi-
ci stabilimenti, cioè a dire una casa di educa-
zione per le donzelle, eretta da uno de' suoi
antenati e da lui migliorata ed arricchita; ed
una casa di nascita fondata da pochi anni, ed
ugualmente dal medesimo con isplendidezza so-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|33}}</noinclude>delle persone private. Egli possedeva particolari vedute antiquarie, ed esattamente conosceva le antiche posizioni del suo paese. Quindi avendo egli zelanti ricerche tentato, fu il primo a scavar fuori dalla terra gli avanzi della prisca Catania, e che mosse il Re a stabilire un' annua somma di 800 once pel mantenimento delle antichità siciliane. E poichè la metà di questo denaro, ch'egli era in facoltà di spendere, mentre il {{AutoreCitato|Gabriele Lancillotto Castello|Principe di Torremuzza}} impiegava l'altra metà per l'oggetto stesso in Palermo, mal suppliva alle molte ricerche da lui credute regolari ed utili, così il di più delle spese dal suo denaro veniva erogato. In questo modo incoraggì costui la diligenza e l'industria degli abitanti di Catania; era il padre e l'amico de' poveri, il mecenate delle scienze e di tutto ciò che stava in suo potere onde ridurre quel paese nella più florida condizione. Non risparmiava egli considerevoli somme, tostochè qualche cosa di buono e di vantaggio ricavarne potea. Questa città gli è riconoscente per la felice riuscita che han fatto due benefici stabilimenti, cioè a dire una casa di educazione per le donzelle, eretta da uno de' suoi antenati e da lui migliorata ed arricchita; ed una ''casa di nascita'' fondata da pochi anni, ed ugualmente dal medesimo con isplendidezza so-<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina:
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stenuta (16). In una sua terra, di nome Rago-
na, fece costruire un ponte con 31 archi sopra
il fiume Simeto, e portò per via di acquidotti
in quel ponte architettati l'acqua d'un altro
fiume ad una sua risiera; e con questo mezzo
tolse via una quantità d'acqua che le strade
assai difficili e l'aria insalubre in questa con-
trada rendeva. Tale opera sembrava dover du-
rare più di un secolo, quando una forte inon-
dazione accompagnata da un oragano la gettò
tutta al suolo; ma il Principe riedificar la fe-
ce, non curando gli 80 mila scudi che la pri-
ma costato gli aveva. Essendo stata Messina
dal tremuoto distrutta, comprò l' uomo bene-
fico grande provvisione di grano che mandò
egli in dono a' più bisognosi uomini di quella
disgraziata città. Per questa sua nobile e gene-
rosa maniera di trattare godè questo eccellente
personaggio la più lusinghiera felicità, a cui
un mortale può aspirare. Era egli adorato da
tutta la sua nazione, e come un padre amato;
tutt'i Siciliani eran superbi di avere siffatto
concittadino. Per quanto grande benefattore si
mostrò nella sua vita pubblica, altrettanto ama-
bile fu il medesimo nel piccolo recinto di co-
loro che avevano in di lui casa libero accesso.
Felicissimo in mezzo all' amata sua famiglia,
non cessò mai di esser ilare e sensibile a tutte<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|34|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>stenuta{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/149|16}}. In una sua terra, di nome Ragona, fece costruire un ponte con 31 archi sopra il fiume Simeto, e portò per via di acquidotti in quel ponte architettati l'acqua d'un altro fiume ad una sua risiera; e con questo mezzo tolse via una quantità d'acqua che le strade assai difficili e l'aria insalubre in questa contrada rendeva. Tale opera sembrava dover durare più di un secolo, quando una forte inondazione accompagnata da un oragano la gettò tutta al suolo; ma il Principe riedificar la fece, non curando gli 80 mila scudi che la prima costato gli aveva. Essendo stata Messina dal tremuoto distrutta, comprò l'uomo benefico grande provvisione di grano che mandò egli in dono a' più bisognosi uomini di quella disgraziata città. Per questa sua nobile e generosa maniera di trattare godè questo eccellente personaggio la più lusinghiera felicità, a cui un mortale può aspirare. Era egli adorato da tutta la sua nazione, e come un padre amato; tutt'i Siciliani eran superbi di avere siffatto concittadino. Per quanto grande benefattore si mostrò nella sua vita pubblica, altrettanto amabile fu il medesimo nel piccolo recinto di coloro che avevano in di lui casa libero accesso. Felicissimo in mezzo all'amata sua famiglia, non cessò mai di esser ilare e sensibile a tutte<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|34|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>stenuta{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/149|16}}. In una sua terra, di nome Ragona, fece costruire un ponte con 31 archi sopra il fiume Simeto, e portò per via di acquidotti in quel ponte architettati l'acqua d'un altro fiume ad una sua risiera; e con questo mezzo tolse via una quantità d'acqua che le strade assai difficili e l'aria insalubre in questa contrada rendeva. Tale opera sembrava dover durare più di un secolo, quando una forte inondazione accompagnata da un oragano la gettò tutta al suolo; ma il Principe riedificar la fece, non curando gli 80 mila scudi che la prima costato gli aveva. Essendo stata Messina dal tremuoto distrutta, comprò l'uomo benefico grande provvisione di grano che mandò egli in dono a' più bisognosi uomini di quella disgraziata città. Per questa sua nobile e generosa maniera di trattare godè questo eccellente personaggio la più lusinghiera felicità, a cui un mortale può aspirare. Era egli adorato da tutta la sua nazione, e come un padre amato; tutt'i Siciliani eran superbi di avere siffatto concittadino. Per quanto grande benefattore si mostrò nella sua vita pubblica, altrettanto amabile fu il medesimo nel piccolo recinto di coloro che avevano in di lui casa libero accesso. Felicissimo in mezzo all'amata sua famiglia, non cessò mai di esser ilare e sensibile a tutte<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|34|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>stenuta{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/149|16}}. In una sua terra, di nome Ragona, fece costruire un ponte con 31 archi sopra il fiume Simeto, e portò per via di acquidotti in quel ponte architettati l'acqua d'un altro fiume ad una sua risiera; e con questo mezzo tolse via una quantità d'acqua che le strade assai difficili e l'aria insalubre in questa contrada rendeva. Tale opera sembrava dover durare più di un secolo, quando una forte inondazione accompagnata da un oragano la gettò tutta al suolo; ma il Principe riedificar la fece, non curando gli 80 mila scudi che la prima costato gli aveva. Essendo stata Messina dal tremuoto distrutta, comprò l'uomo benefico grande provvisione di grano che mandò egli in dono a' più bisognosi uomini di quella disgraziata città. Per questa sua nobile e generosa maniera di trattare godè questo eccellente personaggio la più lusinghiera felicità, a cui un mortale può aspirare. Era egli adorato da tutta la sua nazione, e come un padre amato; tutt'i Siciliani eran superbi di avere siffatto concittadino. Per quanto grande benefattore si mostrò nella sua vita pubblica, altrettanto amabile fu il medesimo nel piccolo recinto di coloro che avevano in di lui casa libero accesso. Felicissimo in mezzo all'amata sua famiglia, non cessò mai di esser ilare e sensibile a tutte<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 142 NOTE 0 zio ai cavalli ed a' carri, onde potersi sorpassare Finalmente agli estremi della medesima disgiunti ed alquanto più larghi, eran posti due altri pezzi piramidi, di fabbrica terminati in tre colonne, cipressi che mete si addimandavano, attorno le qua li da un estremo all' altro per sette non interrotti giri si era obbligato di correre. L'arte del coc chiere, onorata da' personaggi distinti, e qualche volta da'...
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NOTE
0
zio ai cavalli ed a' carri, onde potersi sorpassare
Finalmente agli estremi della medesima disgiunti
ed alquanto più larghi, eran posti due altri pezzi
piramidi,
di fabbrica terminati in tre colonne,
cipressi che mete si addimandavano, attorno le qua
li da un estremo all' altro per sette non interrotti
giri si era obbligato di correre. L'arte del coc
chiere, onorata da' personaggi distinti, e
qualche
volta da' consoli e dagl' imperatori stessi, consistea
nel passar assai presso le mete e la spina senza
punto toccarle, onde non produrvi danno in tutto
ciò che di considerevole ed interessante serviva per
adornarle. Questa destrezza produceva d' altronde
a' corsieri il vantaggio di accorciare il perimetro
del corso.
opere,
che
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no.
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Di tutte queste splendidissime costose
sembravano di voler disprezzare le ingiurie ed i
danni del tempo, non esiste all' inpiedi ed in buo
no stato che quello di Costantinopoli fatto innal
zare da Costantino, e che adesso porta il nome
Almeydam. Di quindici, che se ne ammirarono
Roma e nelle vicinanze sue, non resta che solo
pos
quello di Caracalla, ove distinguer tuttavia si
sono le mete e la spina. L' or nominato Panvin
nell' esteso suo Trattato ne ha inserito la pianta,
profilo e la veduta delle sue rovine. In questa pianta
si osserva il difetto, che la spina è delineata nella
lunghezza centrale dell' arena. Da tali disegni rile
var si possono i diversi ripartimenti e le altre
subalterne annesse fabbriche, come il podium,
meniana, i portici e le botteghe esterne per
venditori.
la
di
Scul
fetti
abb
gra
Egiz
com
em
(14) Il conte Rezzonico non è letterato siciliano
eppure dottamente egli si occupa a sostenere che
questa produzione dell' arte non sia punto egiziana
ma catanese. In verità i Catanesi non avrebbero
che gloriarsi nella loro usurpazione, non trovan
dosi in quel pezzo nè gusto, nè magnificenza. Co
stui, lungi di creder che abbia servito per abbelli
dell
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: re ati zzi ua- otti COC- che tea nza tto per ade etro che ed i Duo- anal- e di o in solo 0 пит DEL TRADUTTORE. per- 143 re una delle mete del circo, si è accinto di dimo- strare che questo obelisco fu destinato per orna- mento della tomba di Stesicoro. Appoggiato sulle parole di Geraldo, che nel 9 dialogo della sua sto- ria poetica asserisce che illud (sepolcro) quidem Catanae positum fuisse ante urbis portam quae ex Te...
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che
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etro
che
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Duo-
anal-
e di
o in
solo
0
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DEL TRADUTTORE.
per-
143
re una delle mete del circo, si è accinto di dimo-
strare che questo obelisco fu destinato per orna-
mento della tomba di Stesicoro. Appoggiato sulle
parole di Geraldo, che nel 9 dialogo della sua sto-
ria poetica asserisce che illud (sepolcro) quidem
Catanae positum fuisse ante urbis portam quae ex
Te Stesicoria dicta est octangulum, hoc est octogo-
perhibent, ne conchiude che quell' ottangolare
obelisco
ne sia stato il misterioso e venerabile ador-
no. Egli, che con tanta dottrina fa brillare tutte
le
sue letterarie cognizioni sulle orientali ed egizia-
ne religioni, accusando l' inesattezza delle forme
degli esaminati geroglifici, argomento certo ne trae,
che solo da un' estera e profana mano, e non dagli
ortodossi Egiziani esser poteano incisi con si poco
rigore e di scrupolo. Io non so idearmi che gli
Scultori di quella popolazione fossero stati tutti
fetti, onde non fare cattive sculture, come i nostri
abbozzano deformi statue di Santi e Madonne, mal-
grado tutta la loro religiosità. Aggiungo, che gli
Egiziani ne' loro più remoti tempi non incideano,
come era di ragione, che assai rozzamente i loro
emblemi, e quindi havvi motivo di congetturare
della sua antichità piuttostochè dell' irreligione, in
che quella scultura volle azzardarsi. Continuando
autore i suoi raziocinj, attacca la figura ottango-
lare del pezzo
come una manifesta infrazione di
Sagra legge tra quella nazione. Il P. Kircker, nel-
Edipo egiziano, tom. 2, classe 7, cap. 3, fa men-
zione della prescritta quadrangolare forma degli obe-
lischi, dimostrando che in quei monumenti tutto
dovesse rappresentare un importante oggetto, adeo
ut in naturae penetralibus nihil adeo absconditum
sit, quod hic non praefiguratum videatur. Ma que-
sta legge de' Geromanti, o questo domma di loro
teologia, esser noto dovea ai Catanesi, onde più
facilmente imitar questa figura, piuttosto che ser-
virsi del mostruoso espediente di mascherarla, con
iscolpire quel misterioso linguaggio sopra due faccie
pos
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 144 NOTE zion tate salu miri. di quell' ottagono, come se fossero state queste in una sola superficie appianate e projette. Io nulla ne so comprendere; ma siccome son persuaso che gli antichi facessero più spropositi ed avessero più capricci de' moderni, dico che quell' obelisco fu fatto senza quella sapienza che in ogni modo pescar si crede in tutte le opere dell' antichità, e che in conseguenza quel lavoro non fu che l...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>144
NOTE
zion
tate
salu
miri.
di quell' ottagono, come se fossero state queste in
una sola superficie appianate e projette. Io nulla
ne so comprendere; ma siccome son persuaso che
gli antichi facessero più spropositi ed avessero più
capricci de' moderni, dico che quell' obelisco fu
fatto senza quella sapienza che in ogni modo pescar
si crede in tutte le opere dell' antichità, e che in
conseguenza quel lavoro non fu che l'effetto della
fantasia e del semplice ghiribizzo. Avrei desiderato
che con la sua penetrazione avesse il conte Rezzo
nico fatto conoscere in un certo modo quale rap
porto quegl' incisi animali e gli uomini quasi nudi
aver poteano con Stesicoro; giacchè è da presu
mersi che destinato l'obelisco per decorazione della
sua tomba, ivi degli oggetti alle virtù, al merito
ed alle circostanze di esso poeta allusivi era
ne di rappresentarsi.
ragio-
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(15) E d'avvertirsi che il sito degli obelischi nei
circhi non era esclusivamente quello delle mete
come Münter fa comprendere ma quei singolari
costosi lavori a signoreggiar si destinavano tra i più
belli adorni delle spine, come lo furono i due no
minati obelischi di Augusto. Nelle mete all' oppo
sto, secondo Panvini, 1. c., cap. 14, tres erant
summitates ovorum similitudine factae, et trianguli
specie pari utrinque intervallo collocatae. Veramente
un obelisco di 14 piedi di altezza non potea gran
cosa figurare in un si grandioso e vasto edifizio.
(16) E questo un ritiro, ove donne gravide che
al pubblico od in famiglia manifestar non possono
l'effetto della seduzione e del disonore, si recano
a partorire, dove tutta la cristiana caritatevole as
sistenza in bene delle infelici viene osservata.
(17) Decentemente al suolo cadendo nè al pudore
reca onta il corpo.
dell.
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di
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Gra
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pro
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di cui
(18) A Dedalo, come di tante altre cose,
non se ne sa con certezza l' inventore, si attribui
sce l'origine de' burattini, i quali furono nell' an
tichità recati ad un grado assai notabile di perfe-
ne
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— 27 —
rato è di per sè indizio di superficialità di ricerca
in quanto riguarda effetto di luci e di colori.
Nè infatti nella pittura che è l’arte della luce
e dei colori tale dipinto che si presenta eviden-
temente privo di nerbo dove si concreta il suo
fine e dovrebbe cospirare il massimo sforzo del-
l’artista non può che difettare, non potendosi am-
mettere il paradossale concetto che dove l’artista
ha dato il meno possibile risulti l’effetto più ab-
bondante, tenuto calcolo che il colorito non è un
semplice effetto d’arte ma un sostanziale ed accer-
tabile contributo di materiale colorante; il quale
non raggiunge mai la sua massima intensità se
non quando anche materialmente abbia raggiunto
certa sostanzialità di composizione.
Di primo tratto l’istinto nostro tende a ribel-
larsi e non concedere questa specie di imposizione
all’arte, al talento, al genio pittorico e ci sembra
che anche limitando ai minimi termini possibili
il materiale pittorico al talento ed al genio esso
debba pur sempre manifestarsi secondo l’idea nostra
di un risultato perfetto e sotto ogni punto di vista
ineccepibile. Ma tuttavia l’istinto in questo caso
soggiace ad un errore fondamentale, quello cioè
che il concetto che abbiamo della perfezione rag-
giunta dai più grandi pittori ci si è venuto for-
G. PREVIATI, Della Pittura.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude> — 28 —
mando non per questa riduzione dei mezzi che
essi adoperarono ad un minimo possibile, ma perchè
essi al contrario, furono i più larghi e generosi
dispensatori del colore preso anche nel senso ma-
teriale sulle loro tele.
Tiziano, Velasquez, Paolo Veronese, Tintoretto,
Rubens sono semplicemente sinonimi di ampiezza
e ricchezza e generosità di tinte.
La parola smalto che in arte vuol dire tutto
che si può immaginare di più vivido e luminoso
ed intenso fu creata per significare questa perfe-
zione accessibile al colorito per via dell’abbondanza
delle sovrapposizioni e dei misteriosi involgimenti
del colore e non mai per quella miseria di tin-
terelle deliquescenti che nella pittura ad olio sta
ai colori dei grandi maestri comme la bava di una
lumaca è in rapporto di una lamina di vero ar-
gento.
La troppo semplice costituzione dello strato co-
lorato riconduce il colore al carattere dominante
del colore industriale, al colore del tubetto che
il negoziante vende all’artista e che l’occhio del-
l’intelllgente d’arte riconosce. Onde trovandolo così
destituito di lavoro d’arte sul dipinto che osserva
ne prova disgusto, riflettendo insieme che se esso
figura così semplice sulla tela non può essere per<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: IN SICILIA. 35 le gioje dell'amicizia. I forestieri, che a folla venivano in Catania, trovavano nella di lui casa la possibile ospitalità che poteva deside- rarsi, il pregio della quale non appieno si ap- prezza se non da coloro i quali nelle occor- renze i bisogni ne conoscono. Annovero ad uno de' miei più fortunati avvenimenti di aver contratta quell' amicizia. I giorni quattordici di mia dimora in Catania furon da me...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>IN SICILIA.
35
le gioje dell'amicizia. I forestieri, che a folla
venivano in Catania, trovavano nella di lui
casa la possibile ospitalità che poteva deside-
rarsi, il pregio della quale non appieno si ap-
prezza se non da coloro i quali nelle occor-
renze i bisogni ne conoscono. Annovero ad
uno de' miei più fortunati avvenimenti di aver
contratta quell' amicizia. I giorni quattordici di
mia dimora in Catania furon da me passati in
gran parte in di lui compagnia ed in quella di
suo figlio monsignor Paternò Castelli, che il
favore accordommi di farmi esaminare tutto ciò
che meritava di esser veduto in quel paese..
Con questo mezzo ebbi occasione di attenta-
mente osservare i tesori tutti d'antichità rac-
colti dal menzionato Principe; ed oso asserire
che io vissi nella sua famiglia, come se fossi
stato uno della medesima.
La gratitudine mi fa un dovere di parlare
con calore di questo uomo illustre; ma la voce
del cuore è quella della verità; e spero di cer-
to che i miei lettori mi presteranno credenza,
tanto più che il mio elogio non ripete che
quello di tutti i viaggiatori che sensibilità per
il buono ed il nobile conservano. lo fui, per
quanto so, l'ultimo straniero a cui si concesse
la fortuna di ammirarlo, perchè la morte, il
di cui avvicinamento si faceva annunziare con<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|35}}</noinclude>le gioje dell'amicizia. I forestieri, che a folla venivano in Catania, trovavano nella di lui casa la possibile ospitalità che poteva desiderarsi, il pregio della quale non appieno si apprezza se non da coloro i quali nelle occorrenze i bisogni ne conoscono. Annovero ad uno de' miei più fortunati avvenimenti di aver contratta quell'amicizia. I giorni quattordici di mia dimora in Catania furon da me passati in gran parte in di lui compagnia ed in quella di suo figlio monsignor Paternò Castelli, che il favore accordommi di farmi esaminare tutto ciò che meritava di esser veduto in quel paese. Con questo mezzo ebbi occasione di attentamente osservare i tesori tutti d'antichità raccolti dal menzionato Principe; ed oso asserire che io vissi nella sua famiglia, come se fossi stato uno della medesima.
La gratitudine mi fa un dovere di parlare con calore di questo uomo illustre; ma la voce del cuore è quella della verità; e spero di certo che i miei lettori mi presteranno credenza, tanto più che il mio elogio non ripete che quello di tutti i viaggiatori che sensibilità per il buono ed il nobile conservano. Io fui, per quanto so, l'ultimo straniero a cui si concesse la fortuna di ammirarlo, perchè la morte, il di cui avvicinamento si faceva annunziare con<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|35}}</noinclude>le gioje dell'amicizia. I forestieri, che a folla venivano in Catania, trovavano nella di lui casa la possibile ospitalità che poteva desiderarsi, il pregio della quale non appieno si apprezza se non da coloro i quali nelle occorrenze i bisogni ne conoscono. Annovero ad uno de' miei più fortunati avvenimenti di aver contratta quell'amicizia. I giorni quattordici di mia dimora in Catania furon da me passati in gran parte in di lui compagnia ed in quella di suo figlio monsignor Paternò Castelli, che il favore accordommi di farmi esaminare tutto ciò che meritava di esser veduto in quel paese. Con questo mezzo ebbi occasione di attentamente osservare i tesori tutti d'antichità raccolti dal menzionato Principe; ed oso asserire che io vissi nella sua famiglia, come se fossi stato uno della medesima.
La gratitudine mi fa un dovere di parlare con calore di questo uomo illustre; ma la voce del cuore è quella della verità; e spero di certo che i miei lettori mi presteranno credenza, tanto più che il mio elogio non ripete che quello di tutti i viaggiatori che sensibilità per il buono ed il nobile conservano. Io fui, per quanto so, l'ultimo straniero a cui si concesse la fortuna di ammirarlo, perchè la morte, il di cui avvicinamento si faceva annunziare con<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/41
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 36. VIAGGIO la perdita di sua salute, lo tolse di vita pochi mesi dopo il mio viaggio da Catania, il I set- tembre 1786. Mi credo finalmente tanto più nel dovere di contribuire alla fama del suo nome, affinchè questi, tanto caro ed apprez- zato in tutte le parti meridionali dell' Europa, diventi ancora noto e celebre nelle nostre set- tentrionali, con quella venerazione ch'è dovuta da tutta l'Europa ad un uomo che fu il...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>36.
VIAGGIO
la perdita di sua salute, lo tolse di vita pochi
mesi dopo il mio viaggio da Catania, il I set-
tembre 1786. Mi credo finalmente tanto più
nel dovere di contribuire alla fama del suo
nome, affinchè questi, tanto caro ed apprez-
zato in tutte le parti meridionali dell' Europa,
diventi ancora noto e celebre nelle nostre set-
tentrionali, con quella venerazione ch'è dovuta
da tutta l'Europa ad un uomo che fu il be-
fattore del suo paese.
Il museo ch'è visitato da tutti coloro che
hanno conoscenza dell'antichità e gusto per le
arti, sta in una propria casa del Principe. Con-
siste questo in gallerie e camere, le quali cor-
rono intorno tre interni cortili tra loro insieme
legati. In essi molte antiche colonne, capitelli
ed altri pezzi d'architettura si conservano,
quali erano assai grossi per potersi collocare
in una camera. Servono ancora quei cortili per
luoghi di riunione d'un'accademia fondata dal-
l'istesso Principe e migliorata poscia da suo
figlio il prelato di Paternò, la quale porta il
nome di Accademia degli Etnei, ed in cui i
rispettivi membri leggono sonetti e poesie so-
pra oggetti di storia naturale e d'antichità. In
questa adunanza leggeva il canonico Recupero,
di cui qui appresso terrò discorso, le interes-
santi sue osservazioni sopra quel vulcano, men-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|36|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>la perdita di sua salute, lo tolse di vita pochi mesi dopo il mio viaggio da Catania, il {{Sc|i}} settembre 1786. Mi credo finalmente tanto più nel dovere di contribuire alla fama del suo nome, affinchè questi, tanto caro ed apprezzato in tutte le parti meridionali dell'Europa, diventi ancora noto e celebre nelle nostre settentrionali, con quella venerazione ch'è dovuta da tutta l'Europa ad un uomo che fu il befattore del suo paese.
Il museo ch'è visitato da tutti coloro che hanno conoscenza dell'antichità e gusto per le arti, sta in una propria casa del Principe. Consiste questo in gallerie e camere, le quali corrono intorno tre interni cortili tra loro insieme legati. In essi molte antiche colonne, capitelli ed altri pezzi d'architettura si conservano, quali erano assai grossi per potersi collocare in una camera. Servono ancora quei cortili per luoghi di riunione d'un'accademia fondata dall'istesso Principe e migliorata poscia da suo figlio il prelato di Paternò, la quale porta il nome di ''Accademia degli Etnei'', ed in cui i rispettivi membri leggono sonetti e poesie sopra oggetti di storia naturale e d'antichità. In questa adunanza leggeva il canonico Recupero, di cui qui appresso terrò discorso, le interessanti sue osservazioni sopra quel vulcano, men-<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|36|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>la perdita di sua salute, lo tolse di vita pochi mesi dopo il mio viaggio da Catania, il {{Sc|i}} settembre 1786. Mi credo finalmente tanto più nel dovere di contribuire alla fama del suo nome, affinchè questi, tanto caro ed apprezzato in tutte le parti meridionali dell'Europa, diventi ancora noto e celebre nelle nostre settentrionali, con quella venerazione ch'è dovuta da tutta l'Europa ad un uomo che fu il befattore del suo paese.
Il museo ch'è visitato da tutti coloro che hanno conoscenza dell'antichità e gusto per le arti, sta in una propria casa del Principe. Consiste questo in gallerie e camere, le quali corrono intorno tre interni cortili tra loro insieme legati. In essi molte antiche colonne, capitelli ed altri pezzi d'architettura si conservano, quali erano assai grossi per potersi collocare in una camera. Servono ancora quei cortili per luoghi di riunione d'un'accademia fondata dall'istesso Principe e migliorata poscia da suo figlio il prelato di Paternò, la quale porta il nome di ''Accademia degli Etnei'', ed in cui i rispettivi membri leggono sonetti e poesie sopra oggetti di storia naturale e d'antichità. In questa adunanza leggeva il canonico Recupero, di cui qui appresso terrò discorso, le interessanti sue osservazioni sopra quel vulcano, men-<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/42
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: tre quel mecenate di alcune antiche IN SICILIA. 37 dava degli schiarimenti su mirabili statue ed iscrizioni del suo gabinetto. La galleria è adornata da alcune belle colonne prese dal teatro di Cata- nia, e particolarmente da due, le quali, por- tando un architrave degno di ammirazione, ser- vono al tempo stesso di sostegno alla volta. Le statue, i busti, gli altari, i sarcofaghi, le basi e simili, situati si vedono pres...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>tre quel mecenate
di alcune antiche
IN SICILIA.
37
dava degli schiarimenti su
mirabili statue ed iscrizioni
del suo gabinetto. La galleria è adornata da
alcune belle colonne prese dal teatro di Cata-
nia, e particolarmente da due, le quali, por-
tando un architrave degno di ammirazione, ser-
vono al tempo stesso di sostegno alla volta. Le
statue, i busti, gli altari, i sarcofaghi, le basi
e simili, situati si vedono presso le pareti della
galleria, ed in esse incastrate le iscrizioni tut-
te. Le picciole opere son riposte in camere
adjacenti alla medesima. L'abate Sestini, co-
nosciuto come storico naturale, ha stampato in
Livorno nel 1787 l'intera sua raccolta sotto il
titolo: Descrizione del museo d' antiquaria e
del gabinetto di storia naturale del Principe
di Biscari. Ma per quanto buone siano le ve-
dute di Sestini relative alla storia naturale,
tanto poco si conoscono da costui le antichità
e le arti; e la più buona cosa che può ap-
prendersi nella descrizione di esso museo, è il
numero de' pezzi differenti che in questi ge-
neri dal Principe si posseggono. Secondo l' 0-
pera di costui contengonsi in questa vasta col-
lezione 50 statue di marmo, 70 busti, 40 te-
ste di uomini celebri, 300 iscrizioni, tra le
quali quaranta sono greche e risguardano Ca-
tania, 840 vasi etruschi e siciliani, altri pic-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|37}}</noinclude>tre quel mecenate di alcune antiche dava degli schiarimenti su mirabili statue ed iscrizioni del suo gabinetto. La galleria è adornata da alcune belle colonne prese dal teatro di Catania, e particolarmente da due, le quali, portando un architrave degno di ammirazione, servono al tempo stesso di sostegno alla volta. Le statue, i busti, gli altari, i sarcofaghi, le basi e simili, situati si vedono presso le pareti della galleria, ed in esse incastrate le iscrizioni tutte. Le picciole opere son riposte in camere adjacenti alla medesima. L'abate {{AutoreCitato|Domenico Sestini|Sestini}}, conosciuto come storico naturale, ha stampato in Livorno nel 1787 l'intera sua raccolta sotto il titolo: ''Descrizione del museo d'antiquaria e del gabinetto di storia naturale del Principe di Biscari''. Ma per quanto buone siano le vedute di Sestini relative alla storia naturale, tanto poco si conoscono da costui le antichità e le arti; e la più buona cosa che può apprendersi nella descrizione di esso museo, è il numero de' pezzi differenti che in questi generi dal Principe si posseggono. Secondo l'opera di costui contengonsi in questa vasta collezione 50 statue di marmo, 70 busti, 40 teste di uomini celebri, 300 iscrizioni, tra le quali quaranta sono greche e risguardano Catania, 840 vasi etruschi e siciliani, altri pic-<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 38 VIAGGIO cioli lavori in creta d' una quantità indescrivi- bile, 1500 monete siciliane, 6000 greche e romane, ed un indeterminato numero di gem- me e cammei. È cosa da non comprendersi, come un privato in trenta o quarant'anni ha potuto radunare una collezione siffatta, perchè si sa quanto preziose sono le grandi antichi- tà, come le statue ed i busti. Ora quantunque simili tesori, per quanto abbiano una grande reputaz...
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VIAGGIO
cioli lavori in creta d' una quantità indescrivi-
bile, 1500 monete siciliane, 6000 greche e
romane, ed un indeterminato numero di gem-
me e cammei. È cosa da non comprendersi,
come un privato in trenta o quarant'anni ha
potuto radunare una collezione siffatta, perchè
si sa quanto preziose sono le grandi antichi-
tà, come le statue ed i busti. Ora quantunque
simili tesori, per quanto abbiano una grande
reputazione, pur nondimeno non sono a tutti co-
nosciuti, credo perciò che gl'intendenti legge-
ranno con piacere un breve catalogo de' pezzi
che ritengo preferibilmente per i più degni di
osservazione.
S
t
C
S
1
S
I
Statue.
1. Una donna totalmente in abito romano.
La man dritta è distesa, tiene l' altra una co-
rona d'alloro. Secondo ogni probabilità è que-
sto un ritratto, e, per quanto ne so giudicare,
d' un lavoro romano.
2. Pantasilea in atto di morire. La sua fa-
vola è descritta nel primo libro di Quinto Ca-
labro, dove il poeta racconta che Achille ab-
hia ucciso questa regina delle Amazzoni. È un'
opera eccellente in marmo bianco, e circa un
mezzo braccio alta. Pantasilea cade da cavallo
ferita, il quale, come quello scrittore asseri<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|38|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>cioli lavori in creta d'una quantità indescrivibile, 1500 monete siciliane, 6000 greche e romane, ed un indeterminato numero di gemme e cammei. È cosa da non comprendersi, come un privato in trenta o quarant'anni ha potuto radunare una collezione siffatta, perchè si sa quanto preziose sono le grandi antichità, come le statue ed i busti. Ora quantunque simili tesori, per quanto abbiano una grande reputazione, pur nondimeno non sono a tutti conosciuti, credo perciò che gl'intendenti leggeranno con piacere un breve catalogo de' pezzi che ritengo preferibilmente per i più degni di osservazione.
{{Ct|''Statue''.}}
{{Sc|i.}} Una donna totalmente in abito romano. La man dritta è distesa, tiene l'altra una corona d'alloro. Secondo ogni probabilità è questo un ritratto, e, per quanto ne so giudicare, d'un lavoro romano.
2. Pantasilea in atto di morire. La sua fa- vola è descritta nel primo libro di {{AutoreCitato|Quinto Smirneo|Quinto Calabro}}, dove il poeta racconta che Achille abbia ucciso questa regina delle Amazzoni. È un'opera eccellente in marmo bianco, e circa un mezzo braccio alta. Pantasilea cade da cavallo ferita, il quale, come quello scrittore asseri-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|38|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>cioli lavori in creta d'una quantità indescrivibile, 1500 monete siciliane, 6000 greche e romane, ed un indeterminato numero di gemme e cammei. È cosa da non comprendersi, come un privato in trenta o quarant'anni ha potuto radunare una collezione siffatta, perchè si sa quanto preziose sono le grandi antichità, come le statue ed i busti. Ora quantunque simili tesori, per quanto abbiano una grande reputazione, pur nondimeno non sono a tutti conosciuti, credo perciò che gl'intendenti leggeranno con piacere un breve catalogo de' pezzi che ritengo preferibilmente per i più degni di osservazione.
{{Ct|''Statue''.|t=2}}
{{Sc|i.}} Una donna totalmente in abito romano. La man dritta è distesa, tiene l'altra una corona d'alloro. Secondo ogni probabilità è questo un ritratto, e, per quanto ne so giudicare, d'un lavoro romano.
2. Pantasilea in atto di morire. La sua favola è descritta nel primo libro di {{AutoreCitato|Quinto Smirneo|Quinto Calabro}}, dove il poeta racconta che Achille abbia ucciso questa regina delle Amazzoni. È un'opera eccellente in marmo bianco, e circa un mezzo braccio alta. Pantasilea cade da cavallo ferita, il quale, come quello scrittore asseri-<noinclude><references/></noinclude>
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sce (1, 617), sembra esser ben anco ferito,
perchè poggia questo sopra le gambe di die-
tro, e raschia con i piedi davanti, sforzan-
dosi di alzarsi. La Regina ha perduto l'asta
sua, comune armatura delle Amazzoni; sta con
la testa ed un braccio in terra, e con la sua
sinistra un leggero scudo in sua difesa innalza.
I di lei piedi sono ancora sul dorso del ca-
vallo. L'intero gruppo è pieno di espressione,
e l'artefice si è particolarmente occupato di
far cadere Pantasilea con decenza, locchè man-
tener sembra una caratteristica somiglianza tra
I' opera sua e quello che dice Quinto Calabro
nelle parole seguenti:
Ευστλέως επίνουσα κατ ουδέος ουδε οι αιδώς
Ησχυνεν δέμας (τη).
Pure si allontana il racconto del poeta in
altre picciole circostanze dalla rappresentazione
dello scultore, lo che può facilmente spiegarsi,
perchè questi effigiar non potea che l'azione
d'un momento, mentre al contrario lo scrit-
tore una serie intera di accidenti descrive.
3. Un femminino centauro, in galoppo, di
bianco marmo e della grandezza stessa dell' or
descritta statua. Per quanto ne so questa è l'u-
nica statua di tale specie. Centauri femminili
si vedono unicamente incisi in monete ed in
bassi rilievi.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|59}}</noinclude>sce ({{Sc|i}}, 617), sembra esser ben anco ferito, perchè poggia questo sopra le gambe di dietro, e raschia con i piedi davanti, sforzandosi di alzarsi. La Regina ha perduto l'asta sua, comune armatura delle Amazzoni; sta con la testa ed un braccio in terra, e con la sua sinistra un leggero scudo in sua difesa innalza. I di lei piedi sono ancora sul dorso del cavallo. L'intero gruppo è pieno di espressione, e l'artefice si è particolarmente occupato di far cadere Pantasilea con decenza, locchè mantener sembra una caratteristica somiglianza tra l'opera sua e quello che dice Quinto Calabro nelle parole seguenti:
Ἐυστλέως ἐπινουσα κατ’ οὒδεος οὐδε οἱ αἰδώς Ησχυνεν δέμας{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/49|17}}.
Pure si allontana il racconto del poeta in altre picciole circostanze dalla rappresentazione dello scultore, lo che può facilmente spiegarsi, perchè questi effigiar non potea che l'azione d'un momento, mentre al contrario lo scrittore una serie intera di accidenti descrive.
3. Un femminino centauro, in galoppo, di bianco marmo e della grandezza stessa dell'or descritta statua. Per quanto ne so questa è l'unica statua di tale specie. Centauri femminili si vedono unicamente incisi in monete ed in bassi rilievi.<noinclude><references/></noinclude>
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Ἐυστλέως ἐπινουσα κατ’ οὒδεος οὐδε οἱ αἰδώς Ησχυνεν δέμας{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/149|17}}.
Pure si allontana il racconto del poeta in altre picciole circostanze dalla rappresentazione dello scultore, lo che può facilmente spiegarsi, perchè questi effigiar non potea che l'azione d'un momento, mentre al contrario lo scrittore una serie intera di accidenti descrive.
3. Un femminino centauro, in galoppo, di bianco marmo e della grandezza stessa dell'or descritta statua. Per quanto ne so questa è l'unica statua di tale specie. Centauri femminili si vedono unicamente incisi in monete ed in bassi rilievi.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|39}}</noinclude>sce ({{Sc|i}}, 617), sembra esser ben anco ferito, perchè poggia questo sopra le gambe di dietro, e raschia con i piedi davanti, sforzandosi di alzarsi. La Regina ha perduto l'asta sua, comune armatura delle Amazzoni; sta con la testa ed un braccio in terra, e con la sua sinistra un leggero scudo in sua difesa innalza. I di lei piedi sono ancora sul dorso del cavallo. L'intero gruppo è pieno di espressione, e l'artefice si è particolarmente occupato di far cadere Pantasilea con decenza, locchè mantener sembra una caratteristica somiglianza tra l'opera sua e quello che dice Quinto Calabro nelle parole seguenti:
Ἐυστλέως ἐπινουσα κατ’ οὒδεος οὐδε οἱ αἰδώς Ησχυνεν δέμας{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/149|17}}.
Pure si allontana il racconto del poeta in altre picciole circostanze dalla rappresentazione dello scultore, lo che può facilmente spiegarsi, perchè questi effigiar non potea che l'azione d'un momento, mentre al contrario lo scrittore una serie intera di accidenti descrive.
3. Un femminino centauro, in galoppo, di bianco marmo e della grandezza stessa dell'or descritta statua. Per quanto ne so questa è l'unica statua di tale specie. Centauri femminili si vedono unicamente incisi in monete ed in bassi rilievi.<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 40 VIAGGIO 4. Una Venere Medicea di colossale grandez- za, ma di gran lunga men bella della fiorentina. 5. Un torso, che prima si conservava nella casa della città e che apparteneva con ogni probabilità alle statue del teatro, è al di là della metà più grande della naturale grandez- za. Mancano al corpo la testa, le braccia e le cosce, ed è vestito dall'anca in giù con un bel drappo. Dalle uniformi opinioni di tutti i co...
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VIAGGIO
4. Una Venere Medicea di colossale grandez-
za, ma di gran lunga men bella della fiorentina.
5. Un torso, che prima si conservava nella
casa della città e che apparteneva con ogni
probabilità alle statue del teatro, è al di là
della metà più grande della naturale grandez-
za. Mancano al corpo la testa, le braccia e le
cosce, ed è vestito dall'anca in giù con un
bel drappo. Dalle uniformi opinioni di tutti i
conoscitori è questo così bello, quanto il torso
di Belvedere. Perfetta è questa scultura, d'un
bellissimo stile greco in un molto più fino mar-
mo dell'or nominato. Quale divinità abbia rap-
presentato la statua, di cui questo torso n'è
un frammento, non han potuto gl' intendenti
ancora discernere. Riedesel crede che sia un
Bacco a cagione della morbidezza con la quale
è lavorato. Opinano alcuni altri che sia un
Giove; ma vi si può opporre, che non essen-
dovi sul petto traccia veruna di barba, non è
da supporre che fosse quel Dio, la di cui testa
era sempre ideata con barba. Quale di questi
due sentimenti sia il più giusto, non saprei
decidere, perchè io non so tanto. occuparmi
di minute particolarità. Sembra intanto doversi
dare la preferenza a Riedesel, che si uniforma,
ben anco con il nostro professore Abilgard, a
cui quest' opera da molti disegni fatti in situa-
zioni diverse è stata presentata.
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4. Una Venere Medicea di colossale grandezza, ma di gran lunga men bella della fiorentina.
5. Un torso, che prima si conservava nella casa della città e che apparteneva con ogni probabilità alle statue del teatro, è al di là della metà più grande della naturale grandezza. Mancano al corpo la testa, le braccia e le cosce, ed è vestito dall'anca in giù con un bel drappo. Dalle uniformi opinioni di tutti i conoscitori è questo così bello, quanto il torso di Belvedere. Perfetta è questa scultura, d'un bellissimo stile greco in un molto più fino marmo dell'or nominato. Quale divinità abbia rappresentato la statua, di cui questo torso n'è un frammento, non han potuto gl'intendenti ancora discernere. {{AutoreCitato|Johann Hermann von Riedesel|Riedesel}} crede che sia un Bacco a cagione della morbidezza con la quale è lavorato. Opinano alcuni altri che sia un Giove; ma vi si può opporre, che non essendovi sul petto traccia veruna di barba, non è da supporre che fosse quel Dio, la di cui testa era sempre ideata con barba. Quale di questi due sentimenti sia il più giusto, non saprei decidere, perchè io non so tanto occuparmi di minute particolarità. Sembra intanto doversi dare la preferenza a Riedesel, che si uniforma, ben anco con il nostro professore Abilgard, a cui quest'opera da molti disegni fatti in situazioni diverse è stata presentata.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|40|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>
4. Una Venere Medicea di colossale grandezza, ma di gran lunga men bella della fiorentina.
5. Un torso, che prima si conservava nella casa della città e che apparteneva con ogni probabilità alle statue del teatro, è al di là della metà più grande della naturale grandezza. Mancano al corpo la testa, le braccia e le cosce, ed è vestito dall'anca in giù con un bel drappo. Dalle uniformi opinioni di tutti i conoscitori è questo così bello, quanto il torso di Belvedere. Perfetta è questa scultura, d'un bellissimo stile greco in un molto più fino marmo dell'or nominato. Quale divinità abbia rappresentato la statua, di cui questo torso n'è un frammento, non han potuto gl'intendenti ancora discernere. {{AutoreCitato|Johann Hermann von Riedesel|Riedesel}} crede che sia un Bacco a cagione della morbidezza con la quale è lavorato. Opinano alcuni altri che sia un Giove; ma vi si può opporre, che non essendovi sul petto traccia veruna di barba, non è da supporre che fosse quel Dio, la di cui testa era sempre ideata con barba. Quale di questi due sentimenti sia il più giusto, non saprei decidere, perchè io non so tanto occuparmi di minute particolarità. Sembra intanto doversi dare la preferenza a Riedesel, che si uniforma, ben anco con il nostro professore Abilgard, a cui quest'opera da molti disegni fatti in situazioni diverse è stata presentata.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|40|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>
4. Una Venere Medicea di colossale grandezza, ma di gran lunga men bella della fiorentina.
5. Un torso, che prima si conservava nella casa della città e che apparteneva con ogni probabilità alle statue del teatro, è al di là della metà più grande della naturale grandezza. Mancano al corpo la testa, le braccia e le cosce, ed è vestito dall'anca in giù con un bel drappo. Dalle uniformi opinioni di tutti i conoscitori è questo così bello, quanto il torso di Belvedere. Perfetta è questa scultura, d'un bellissimo stile greco in un molto più fino marmo dell'or nominato. Quale divinità abbia rappresentato la statua, di cui questo torso n'è un frammento, non han potuto gl'intendenti ancora discernere. {{AutoreCitato|Johann Hermann von Riedesel|Riedesel}} crede che sia un Bacco a cagione della morbidezza con la quale è lavorato. Opinano alcuni altri che sia un Giove; ma vi si può opporre, che non essendovi sul petto traccia veruna di barba, non è da supporre che fosse quel Dio, la di cui testa era sempre ideata con barba. Quale di questi due sentimenti sia il più giusto, non saprei decidere, perchè io non so tanto occuparmi di minute particolarità. Sembra intanto doversi dare la preferenza a Riedesel, che si uniforma, ben anco con il nostro professore {{wl|Q319854|Abilgard}}, a cui quest'opera da molti disegni fatti in situazioni diverse è stata presentata.<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|40|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>
4. Una Venere Medicea di colossale grandezza, ma di gran lunga men bella della fiorentina.
5. Un torso, che prima si conservava nella casa della città e che apparteneva con ogni probabilità alle statue del teatro, è al di là della metà più grande della naturale grandezza. Mancano al corpo la testa, le braccia e le cosce, ed è vestito dall'anca in giù con un bel drappo. Dalle uniformi opinioni di tutti i conoscitori è questo così bello, quanto il torso di Belvedere. Perfetta è questa scultura, d'un bellissimo stile greco in un molto più fino marmo dell'or nominato. Quale divinità abbia rappresentato la statua, di cui questo torso n'è un frammento, non han potuto gl'intendenti ancora discernere. {{AutoreCitato|Johann Hermann von Riedesel|Riedesel}} crede che sia un Bacco a cagione della morbidezza con la quale è lavorato. Opinano alcuni altri che sia un Giove; ma vi si può opporre, che non essendovi sul petto traccia veruna di barba, non è da supporre che fosse quel Dio, la di cui testa era sempre ideata con barba. Quale di questi due sentimenti sia il più giusto, non saprei decidere, perchè io non so tanto occuparmi di minute particolarità. Sembra intanto doversi dare la preferenza a Riedesel, che si uniforma, ben anco con il nostro professore {{wl|Q319854|Abilgard}}, a cui quest'opera da molti disegni fatti in situazioni diverse è stata presentata.<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: IN SICILIA. 4* 6. Una bella musa vestita con drappi greci, la quale, come la più gran parte delle statue di questa collezione, è stata trovata sotto le rovine del teatro. 7. Una Venere Anadiomene di marmo bian- co e d'una sovrannaturale grandezza. 8. Un piccolo Amore che dorme su d'un ra- mo d'albero: pezzo estremamente bello e quasi illeso, di due palmi in lunghezza. 9. Un Ercole con la pelle di leone intorno al collo,...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>IN SICILIA.
4*
6. Una bella musa vestita con drappi greci,
la quale, come la più gran parte delle statue
di questa collezione, è stata trovata sotto le
rovine del teatro.
7. Una Venere Anadiomene di marmo bian-
co e d'una sovrannaturale grandezza.
8. Un piccolo Amore che dorme su d'un ra-
mo d'albero: pezzo estremamente bello e quasi
illeso, di due palmi in lunghezza.
9. Un Ercole con la pelle di leone intorno
al collo, in marmo bianco e di naturale statu-
ra. Questo fu trovato sotto le rovine d'un tem-
pio, ed era verisimilmente l'idolo che vi si
adorava.
Busti e teste.
1. Una Venere in mezzo busto, l' ornamen-
to della di cui testa è molto uguale a quello
della Venere Medicea.
2. Un bel Mercurio con il suo elmetto alato.
3. Un ritratto con gli attributi di Venere
interamente nuda. Sembra che questo busto si
sia ricavato da una statua, forse per esser la
medesima assai maltrattata. Una prova di ciò
si è, che vi sono ancora le braccia, che non
vi era il costume di unire ai busti. Alle me-
desime erano legati braccialetti di marmo a
colori.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|41}}</noinclude>
6. Una bella musa vestita con drappi greci, la quale, come la più gran parte delle statue di questa collezione, è stata trovata sotto le rovine del teatro.
7. Una Venere Anadiomene di marmo bianco e d'una sovrannaturale grandezza.
8. Un piccolo Amore che dorme su d'un ramo d'albero: pezzo estremamente bello e quasi illeso, di due palmi in lunghezza.
9. Un Ercole con la pelle di leone intorno al collo, in marmo bianco e di naturale statura. Questo fu trovato sotto le rovine d'un tempio, ed era verisimilmente l'idolo che vi si adorava.
{{Ct|''Busti e teste''.}}
{{Sc|i.}} Una Venere in mezzo busto, l'ornamento della di cui testa è molto uguale a quello della Venere Medicea.
2. Un bel Mercurio con il suo elmetto alato.
3. Un ritratto con gli attributi di Venere interamente nuda. Sembra che questo busto si sia ricavato da una statua, forse per esser la medesima assai maltrattata. Una prova di ciò si è, che vi sono ancora le braccia, che non vi era il costume di unire ai busti. Alle medesime erano legati braccialetti di marmo a colori.<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 4. Una Cerere di colossale proporzione con una corona di spighe in testa. Il petto è co- verto e molto rigonfio come simbolo della ric- chezza della natura. 5. Genius urbis Catinae fu trovato con il suo piedistallo nel teatro con la seguente iscri- zione: VIRNANTIBVS SAICVLIS. D. D. D. N. N. N. GENIO SPLENDIAE VR- BIS CATINAE FACVNCVS PORFVRIVS MVNATIDIVS V. C. CONS EIVSDEM. La statua è di cattivo lavoro, ed è stata fors...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>4. Una Cerere di colossale proporzione con
una corona di spighe in testa. Il petto è co-
verto e molto rigonfio come simbolo della ric-
chezza della natura.
5. Genius urbis Catinae fu trovato con il
suo piedistallo nel teatro con la seguente iscri-
zione:
VIRNANTIBVS
SAICVLIS. D. D. D. N. N. N.
GENIO SPLENDIAE VR-
BIS CATINAE
FACVNCVS PORFVRIVS
MVNATIDIVS V. C.
CONS EIVSDEM.
La statua è di cattivo lavoro, ed è stata forse
fatta, o almeno dedicata sotto i tre figli di Co-
stantino, come lo fan vedere le tre D. N.
6. Una testa di Giove. Questa è più piccola
che le teste ordinariamente rappresentanti que-.
sto Dio.
7. Una testa colossale di Pallade con elmo.
8. Una testa di Apollo eseguita con arte me-
ravigliosa. L'intero aspetto esprime nobile pas-
sione, nè corporale dolore fa travedere. Nes-
sun muscolo di essa vi è delineato con asprez-
za; tutto dimostra tristezza e malinconia. Se io
volessi commentare questa scultura, direi che
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: IN SICILIA. 43 l'artista ha voluto indicare il primo cordoglio d'Apollo dopo aver ucciso per isbaglio il suo amato Narciso. Io tengo questo busto per uno de' più belli in tutta la raccolta. 9. Giove Ammone. Maraviglioso perchè lo scultore cercò di unire l'umana e bruta na- tura; e per quanto fu possibile volle dare a questo aspetto la somiglianza di una fisonomia di becco. Questa condotta annunzia cattivo gu- sto nell' a...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>IN SICILIA.
43
l'artista ha voluto indicare il primo cordoglio
d'Apollo dopo aver ucciso per isbaglio il suo
amato Narciso. Io tengo questo busto per uno
de' più belli in tutta la raccolta.
9. Giove Ammone. Maraviglioso perchè lo
scultore cercò di unire l'umana e bruta na-
tura; e per quanto fu possibile volle dare a
questo aspetto la somiglianza di una fisonomia
di becco. Questa condotta annunzia cattivo gu-
sto nell' arte, la quale deve sempre nobilitare
la forma umana, e mai farla discendere ed av-
vilire. I Fauni ed i Satiri degli antichi hanno
in verità qualche cosa d'animalesco ne' linea-
menti delle loro facce, ma giammai giunti so-
no ad una effigie bruta e deforme.
10. Una bella raccolta di busti d'imperatori,
tra i quali distinguonsi Domiziano, Faustina
sua madre, Elio Foro, Marco Aurelio nella
sua vecchiaja, o Forse Dido Giuliano, perchè
queste teste compariscono alle volte assai so-
miglianti tra loro, Caracalla, così bello e ca-
ratteristico che il tanto famoso nel Campidoglio.
11. Un busto d'Antinoo di meravigliosa bel-
lezza,
di bronzo e d'una statura qualche po-
co più bassa della naturale, ed anco si bello
che qualunque altro in Roma o Firenze.
12. Una considerevole collezione di teste di
uomini illustri, tra le quali le più degne di<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 44 VIAGGIO ammirazione sono: una testa colossale di Pir- ro, di Scipione Africano con la cicatrice alla tempia in certo modo somigliante al busto, che fu scoverto in Ercolano, di Eliodo con un gran diadema, di Carneade ed Epicuro. 13. Una quantità di teste da ritratti proba- bilmente di rinomati Siciliani ed abitanti di Catania, tanto d'uomini che di donne. In que- ste sculture se ne trovano molte d'un bellissi- mo lavor...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>44
VIAGGIO
ammirazione sono: una testa colossale di Pir-
ro, di Scipione Africano con la cicatrice alla
tempia in certo modo somigliante al busto, che
fu scoverto in Ercolano, di Eliodo con un gran
diadema, di Carneade ed Epicuro.
13. Una quantità di teste da ritratti proba-
bilmente di rinomati Siciliani ed abitanti di
Catania, tanto d'uomini che di donne. In que-
ste sculture se ne trovano molte d'un bellissi-
mo lavoro, e piene di espressione; esse in-
teressano perciò gli artisti, i quali studiano la
bellezza delle opere.
14. Due Giani bifronti, i quali usati forse
erano come Dei termini.
15. Un eccellente bassorilievo preso da una
tomba, ed un giovane guerriero nudo con un
mantello sulle spalle, ed a lui vicino una testa
di cavallo.
16. La punta d'un obelisco di porfido rosso
egiziano, di cui ne parla D' Orville. A suo tem-
po giaceva questo con gli altri pezzi che al
presente son situati nel mercato. Ancora que-
sto appartenne senza dubbio ad una delle mete
del circo. Vedonsi in esso molti geroglifici in-
cisi in uno assai rozzo stile, come nelle più ve-
tuste opere egiziane pratieavasi. I più grandi di
essi rappresentano quattro teste d'Iside.
Queste statue e questi busti, secondo la mia
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: a e a n a SO 0- al. 8- te コー e- di ia le IN SICILIA. 45 opinione, sono i più mirabili che trovansi nel la galleria. Vicino a questa vi sono delle ca- mere, le quali sono parimente di più piccole antichità di metallo e creta ripiene. La colle- zione di piccioli idoli è assai ampia, tra la qua- pezzi si trovano d'una meravigliosa bellez- za. È particolarmente considerevole la parte che riguarda i lavori di creta cotta, che...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>a
e
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al.
8-
te
コー
e-
di
ia
le
IN SICILIA.
45
opinione, sono i più mirabili che trovansi nel
la galleria. Vicino a questa vi sono delle ca-
mere, le quali sono parimente di più piccole
antichità di metallo e creta ripiene. La colle-
zione di piccioli idoli è assai ampia, tra la qua-
pezzi si trovano d'una meravigliosa bellez-
za. È particolarmente considerevole la parte
che riguarda i lavori di creta cotta, che la più
grande e la più bella è tra l'Italia tutta. Il
Principe n'ebbe la più fortunata occasione
perchè la terra di Biscari è vicinissima al luo-
go, ove una volta l'antica Camarina esistea.
Impiegò costui i Cappuccini, che ivi aveano
un convento, a scavare delle antichità, a'quali
diede larghe elemosine; e così una incompren-
sibile quantità di vasi, urne, lampade ed ogni
sorta di utensili di casa d' una molto fina ar-
gilla cotta raccolse. Io non mi trattengo a par-
lare delle lampade, de' vasi lagrimali ed altro si-
mile, di cui n' esiste ivi quantità incredibile.
Tra questi lavori di creta significante abbon-
danza di giuocarelli per ragazzi si osserva, da
lui descritti in una picciola dissertazione, citan-
do passi di Plauto, Quintiliano ed altri scrit-
tori ("). In mezzo a questi trastulli trovasi una
(") Ragionamento sopra gli antichi ornamenti
e trastulli de' bambini. Firenze 1781, 4.
Münter, Viaggio. T. M.
3<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 46 VIAGGIO pupa con braccia e gambe movibili, che per via di fili s' alza ed abbassa. Da qui si vede che gli antichi i loro ragazzi divertivano, come da noi oggi si usa; e che trastulli simili sono gli stessi che in ogni tempo e paese praticati si sono. Niebuhr trovò che ne' contorni di Bay- dad i fanciulli giuocavano l' häufchen (in da- nese Skorsteen) come noi osserviamo usarsi nelle nostre campagne. Un altro pezzo da...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>46
VIAGGIO
pupa con braccia e gambe movibili, che per
via di fili s' alza ed abbassa. Da qui si vede
che gli antichi i loro ragazzi divertivano, come
da noi oggi si usa; e che trastulli simili sono
gli stessi che in ogni tempo e paese praticati
si sono. Niebuhr trovò che ne' contorni di Bay-
dad i fanciulli giuocavano l' häufchen (in da-
nese Skorsteen) come noi osserviamo usarsi
nelle nostre campagne. Un altro pezzo da am-
mirarsi è una lampada della figura d'un camello
che porta due brocche d'acqua, come appun
to gli asini portano adesso l'acqua nelle città
di Sicilia. Il Principe l'ha fatto incidere in
rame (18)
I vasi pittati scoverti sotto le rovine di Ca-
marina hanno le più belle forme, sono straor
dinariamente leggeri, ed hanno spesso disegni
con oggetti del più grande interesse. Molti ne
vidi che alludevano chiaramente agli antichi
eleusini misteri ed al segreto servizio di Cere-
re. Non deve recar meraviglia che falte si sia-
no simili pitture in Sicilia, dove questa Dea più
che altrove era venerata. Molti di questi vasi sono
assai piccioli, ma grandi e piccioli, pittati o no,
vantano una tale nettezza ed eleganza che non
si possono con parole descrivere, ed assai difficile
con disegni eseguirli. Il Principe aveva in gran-
dissima particolare stima un vaso murrhinum, la
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: er de me no ati ay- da- rsi m- llo 10- ittà in Ca- mor- gni ne chi ere- sia- più ono no, non cile can- , la IN SICILIA. 47 di cui materia era straordinariamente costosa presso gli antichi, ed il più pomposo orna- imento delle tavole de' più distinti Romani for- mava. Si crede che detto nome venga da Mugov perchè i Romani in simili tazze i loro preziosi vini beveano, che con altre forti ed odorose spezierie mischiavansi....
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cile
can-
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IN SICILIA.
47
di cui materia era straordinariamente costosa
presso gli antichi, ed il più pomposo orna-
imento delle tavole de' più distinti Romani for-
mava. Si crede che detto nome venga da Mugov
perchè i Romani in simili tazze i loro preziosi
vini beveano, che con altre forti ed odorose
spezierie mischiavansi. Quindi molti hanno pen-
sato che non tutti i vasi murrini siano stati
dell' istessa materia, ma che spesso intagliati
venivano su di pietre preziose. Il vaso che tro-
vasi in questo museo è una picciola tazza d'una
massa bruna. Io credo che sia d'una finissima
terra; e mi è venuto in pensiero che abbia la
medesima una somiglianza con quella con la
quale i Turchi fanno le loro pipe di schiuma
di mare, che altra cosa non è che una molle
ed estremamente fina terra che diventa dura
dopo essere stata esposta all'aria. Forse questa
sostanza era assai costosa, e si nobilitava assai
di più come succhiava essa la più sottile ed
esile parte dell'olio balsamico che ne'vasi dalla
stessa composti si conservava, cambiando così
totalmente il suo colore, per cui più o meno
preziosa diveniva.
Questa congettura, che non so essere stata
da altri immaginata, mi sembra potersi conci-
liare con le parole di Plinio nella nota seguen<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 48 VIAGGIO te (*). Il Principe ne ha fatto una descrizione intitolandola Ragionamento sui vasi murrini, dove ha egli dimostrato molta conoscenza sul- l'oggetto, e che ci ha reso assai interessante, per darci più esatta notizia del lusso de' Ro- mani. Questa ed altre picciole dissertazioni for- mano il principio d'una descrizione dell'intera collezione, in cui ha travagliato molti anni, e della quale trovansi di già incis...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>48
VIAGGIO
te (*). Il Principe ne ha fatto una descrizione
intitolandola Ragionamento sui vasi murrini,
dove ha egli dimostrato molta conoscenza sul-
l'oggetto, e che ci ha reso assai interessante,
per darci più esatta notizia del lusso de' Ro-
mani. Questa ed altre picciole dissertazioni for-
mano il principio d'una descrizione dell'intera
collezione, in cui ha travagliato molti anni, e
della quale trovansi di già incisi in rame le
statue, i busti ed i vasi. Suo figlio, monsignor
Paternò Castelli, che ha ereditato l'amore del
padre per le scienze e per il gusto dell' anti-
chità, sta continuando l'opera di cui ben pre-
sto ne attendiamo la pubblicazione.
9
La maggior parte delle iscrizioni che sono
incastrate nelle pareti del museo sono stam-
pate nell'opera del Principe di Torremuzza.
Alcune però se ne sono aggiunte dopo essersi
data alla luce quell' opera, tra le quali trova-
sene una, di cui mi piace far parola. Un pie-
destallo, su del quale poggiava una statua od
un' urna con l'iscrizione AIOA POC APOA-
(*) Plin., Hist. nat., 1. 37, c. 2. Oriens mur-
rhina mittit; inveniuntur enim ibi pluribus
locis maxime parthici regni, praecipue tamen
in Carmania. Humorem putant sub terra ca-
lore densari. Amplitudine V.....
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: ne zi, al- e, 0- or- era e le mor del ati- re- Ono m- za. ersi va- bie- od DA- ur- bus men ca- IN SICILIA. 49 AONIOT, fu trovato in una sepoltura sotto le reliquie dell'antica Argira, oggi S. Filippo di Argirò: circostanza meravigliosa, perchè in que- sta città appunto nacque Diodoro Siculo. Po- trebbe venire in mente che questo piedestallo abbia avuto qualche rapporto con questo cele- bre scrittore, e che la combinazion...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>ne
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bie-
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DA-
ur-
bus
men
ca-
IN SICILIA.
49
AONIOT, fu trovato in una sepoltura sotto le
reliquie dell'antica Argira, oggi S. Filippo di
Argirò: circostanza meravigliosa, perchè in que-
sta città appunto nacque Diodoro Siculo. Po-
trebbe venire in mente che questo piedestallo
abbia avuto qualche rapporto con questo cele-
bre scrittore, e che la combinazione di essersi
quel lavoro trovato in camera da sepoltura,
dove non si era solito situare delle statue, ren-
de la congettura non inverisimile, che l' urna
di Diodoro vi abbia avuto il suo seggio; poi-
chè, quantunque questo scrittore non sia morto
paese suo, ma in Roma, o Siracusa, non
strano pur non di meno il credere che i suoi
paesani avessero voluto possedere le ceneri di
questo famoso autore, per cui fecero venire
l'urna sua dal luogo ov' era morto.
nel
è
Ho di già parlato della collezione delle mo-
nete di quel gabinetto. Essa è molto eccellente
ed in ordine perfetto. La parte che concerne la
Sicilia è interamente esatta, ma io sono incer-
to se debba darsi a questa o a quella del Ba-
rone Astuto la preferenza. Oltre di tutto que-
sto vi sono diverse camere ripiene di produ-
zioni della natura la maggior parte siciliane, il
di cui studio per un istorico naturale sarebbe
interessante ed esteso. Io non ardisco prende-
re la cura
di descrivere questa parte di museo,<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 50 VIAGGIO chè l'affido a qualche altro nostro paesano che dopo me sarà per recarsi in Catania e che avrà ivi l'occasione di ammirare tutt'i tesori di que- sta superba collezione. Pria che io finisca l'articolo sopra questa città bisogna che faccia menzione ancora d'un uomo degno di tutta la stima, D. Giuseppe Gioeni, cav. di Malta e professore di storia na- turale in questa università. Egli è il primo tra i Siciliani ch...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>50
VIAGGIO
chè l'affido a qualche altro nostro paesano che
dopo me sarà per recarsi in Catania e che avrà
ivi l'occasione di ammirare tutt'i tesori di que-
sta superba collezione.
Pria che io finisca l'articolo sopra questa
città bisogna che faccia menzione ancora d'un
uomo degno di tutta la stima, D. Giuseppe
Gioeni, cav. di Malta e professore di storia na-
turale in questa università. Egli è il primo tra
i Siciliani che ha dedicato tutto il tempo a
questa scienza, avendone la più bella facilita-
zione, per essere il famoso Dolomieu suo in-
timo amico e maestro. Si dà egli tutta la dili-
genza possibile per conoscere in particolar mo
do le siciliane produzioni su i tre regni della
natura; e può con ragione asserirsi che in fatto
non vi sia Siciliano alcuno che tanto esatta-
mente conosca l'Etna, quanto costui che spesse
volte con Dolomieu l'han visitato ed esamina-
to. Egli potrà divenire un uomo assai impor
tante nella storia naturale della Sicilia con la
continuazione d' uno studio diligente di alcuni
anni sopra tale scienza.
In verità il molto rinomato canonico Recu-
pero può dirsi il primo tra tutta la Sicilia, il
quale si sia tanto occupato a travagliare sulla
storia naturale del suo paese, e precisamente
appieno conosceva. A lui
dell' Etna, ch' egli
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: e ra e- ta è IN SICILIA. 5% però successe ciò che a tutti gli αυτοδί δακτοις avvenuto, cioè gli mancarono i primi fonda- menti, e perciò non potè vincere tutte le dif- ficoltà che s' incontrano nel serio studio d'una scienza, particolarmente ove questa verbali istru- zioni richiede (20). n be a- ra a a- li- 10 lla to a- se am la ni U- il lla te ui Io g VIAGGIO AL MONTE ETNA. giunsi in Catania a' 23 dicembre 1786, temp...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>e
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IN SICILIA.
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però successe ciò che a tutti gli αυτοδί δακτοις
avvenuto, cioè gli mancarono i primi fonda-
menti, e perciò non potè vincere tutte le dif-
ficoltà che s' incontrano nel serio studio d'una
scienza, particolarmente ove questa verbali istru-
zioni richiede (20).
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VIAGGIO AL MONTE ETNA.
giunsi in Catania a' 23 dicembre 1786,
tempo assai rigido in questa contrada. L'aria
era annebbiata e piena di nuvole, per cui nei
primi giorni scorger non potei il monte Etna.
Finalmente si la nebbia che le nuvole dissipa-
ronsi, e tosto vidi la più alta parte del mae-
stoso monte interamente coverta di neve. Per
quanto il mio amico sconsigliato mi avesse di
recarmi a quella sommità, lo che possibile si
esperimenta nella più calda stagione, pur non
di meno non ho voluto lasciarmi sfuggire l'oc-
casione di almen tentare, quanto alto giunger
avessi potuto; molto più che uno del Nord spa-
ventarsi non dovea di ciò che sarebbe stata
difficoltà insormontabile per un Siciliano av-
vezzo soltanto sull'Etna a mirar ghiaccio e neve.
Il mio viaggio mancato non avrebbe di esser<noinclude><references/></noinclude>
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AdrianaB64
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/* Problematica */
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<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude>— 29 —
altra ragione che quella di una falsa o superficiale
osservazione del vero, per troppo breve elabora-
zione mentale e del pennello, o come diretta conseguenza
dello improvvisare.
Ed infatti con i colori ad olio, per costituire
una tinta complessa, non basta combinare assieme
due o più colori, ma è necessario sovrapporre di-
versi strati.
In tal modo le sovrapposizioni non effettuan-
dosi in modo perfetto fra particelle e particelle
di colore dello strato inferiore con quello superiore,
avvengono piccole prominenze e piccole cavità com-
plicate origini di punti minuti più brillanti quanto di
ombre minuscole che accrescono varietà alla tinta.
Inoltre il solvente oleoso comunicando traspa-
renza agli strati, dà luogo a trasformazioni par-
ziali di colore sia dove si sovrappongono delle tra-
sparenze sia dove si raddoppiano delle opacità.
In fine lo strato risultante da più sovrapposizioni
perde la primitiva povertà d’aspetto, per raggiun-
gere quella misteriosa apparenza che lo approssima
alla costituzione dei colori del vero, trasformandosi
cioè in un prodotto d’interesse pel riguardante.
Nel caso affatto diverso che la tecnica d’un dipinto
fosse consistita nell’effetto del contrasto fra tante
piccole porzioni di colore sottilissimo, fra loro<noinclude><references/></noinclude>
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