Wikiquote itwikiquote https://it.wikiquote.org/wiki/Pagina_principale MediaWiki 1.47.0-wmf.11 first-letter Media Speciale Discussione Utente Discussioni utente Wikiquote Discussioni Wikiquote File Discussioni file MediaWiki Discussioni MediaWiki Template Discussioni template Aiuto Discussioni aiuto Categoria Discussioni categoria Portale Discussioni portale TimedText TimedText talk Modulo Discussioni modulo Evento Discussioni evento Odissea 0 793 1420622 1305338 2026-07-16T13:36:18Z Skekzilla 17056 /* Citazioni sull'Odissea */ 1420622 wikitext text/x-wiki {{torna a|Omero}} L''''''Odissea''''' (in greco {{polytonic|Οδύσσεια}}), poema epico attribuito al poeta greco [[Omero]]. [[Immagine:Adventures of Ulysses 02.jpg|550px|thumb|right|''Le avventure di Ulisse'' (Apollonio di Giovanni di Tomaso e Marco del Buono Giamberti, 1460 ca.)]] ==[[Incipit]]== [[Immagine:Beginning Odyssey.svg|thumb|L'''íncipit'' del poema in lingua originale, vv. 1-9.]] ===Originale=== <poem>Ἄνδρα μοι ἔννεπε, Μοῦσα, πολύτροπον, ὃς μάλα πολλὰ πλάγχθη, ἐπεὶ Τροίης ἱερὸν πτολίεθρον ἔπερσε· πολλῶν δ' ἀνθρώπων ἴδεν ἄστεα καὶ νόον ἔγνω, πολλὰ δ' ὅ γ' ἐν πόντῳ πάθεν ἄλγεα ὃν κατὰ θυμόν, ἀρνύμενος ἥν τε ψυχὴν καὶ νόστον ἑταίρων. ἀλλ' οὐδ' ὧς ἑτάρους ἐρρύσατο, ἱέμενός περ· αὐτῶν γὰρ σφετέρῃσιν ἀτασθαλίῃσιν ὄλοντο, νήπιοι, οἳ κατὰ βοῦς Ὑπερίονος Ἠελίοιο ἤσθιον· αὐτὰρ ὁ τοῖσιν ἀφείλετο νόστιμον ἦμαρ. τῶν ἁμόθεν γε, θεά, θύγατερ Διός, εἰπὲ καὶ ἡμῖν.</poem> ===Rosa Calzecchi Onesti=== <poem>L'uomo ricco di astuzie raccontami, o Musa, che a lungo errò dopo ch'ebbe distrutto la rocca sacra di Troia; di molti uomini le città vide e conobbe la mente, molti dolori patì in cuore sul mare, lottando per la sua vita e pel ritorno dei suoi. Ma non li salvò, benché tanto volesse, per loro propria follìa si perdettero, pazzi!, che mangiarono i bovi del Sole Iperione, e il Sole distrusse il giorno del loro ritorno. Anche a noi di' qualcosa di queste avventure, o dea, figlia di Zeus.</poem> ===Ettore Capuano=== <poem>L'uomo ricordami o Musa, astuto, che molti mali sofferse poi ch'ebbe distrutto la sacra rocca di Troia; di molti uomini vide città e conobbe il pensiero, molti dolori soffrì nel cuore andando sul mare lottando per la sua anima e per il ritorno dei suoi; ma non riuscì a salvarli sebbene lo volesse: chè per la loro infamia si perdettero folli cibandosi coi buoi d'Iperione Elios che portò via il giorno del ritorno loro: di questi fatti, o Dea, figlia di Dio ora narraci.</poem> ===Maria Grazia Ciani=== L'[[Ulisse|uomo]], cantami, [[Atena|dea]], l'eroe dal lungo viaggio, colui che errò per tanto tempo dopo che distrusse la città sacra di Ilio. Vide molti paesi, conobbe molti uomini, soffrì molti dolori, nell'animo, sul mare, lottando per salvare la vita a sé, il ritorno ai suoi compagni. Desiderava salvarli, e non riuscì; per la loro follia morirono, gli stolti, che divorarono i buoi sacri del Sole: e Iperione li privò del ritorno.<br />Di questi eventi narraci qualcosa, dea, figlia di [[Zeus]]. ===Niccolò Delvinotti=== <poem>Dimmi l'accorto eroe, Musa, che tanto Errò, poiché le sacre a terra sparse Ilìache mura, che di molte genti Visitò le città, l'indol conobbe; Che sul pelago ancor patì nell'alma Immensi affanni, onde raddurre in salvo, Sé medesmo esponendo, i suoi compagni. Ma i compagni bramò raddurre invano, Ché di lor nequitose opre perîro. Stolti! che i sacri al Sol Iperione Buoi divorâro, ed ei del redir loro Il dì rapiva. O Dea, prole di Giove, Parte a noi pure di siffatti eventi, Donde ti è in grado più, ridir ti piaccia.</poem> ===Giacomo Leopardi=== <poem>L'uom dal saggio avvisar cantami, o Diva, Che con diverso error, poi che la sacra Ilio distrusse, le città di molti Popoli vide ed i costumi apprese. In suo core egli pur di molti affanni Nel pelago soffrì, mentre cercava A sè la vita, ed ai compagni suoi Comperare il ritorno. E pur nessuno, Ben ch'il bramasse, ne salvò! Periro Tutti per lor follia, stolti! che i buoi Mangiàr del sole eccelso: ei del ritorno Lor tolse il dì. Figlia di Giove, alquanto Dinne di questi casi ancora a noi.</poem> {{NDR|[[Giacomo Leopardi]], ''[http://www.bibliotecaitaliana.it/testo/bibit000878 Saggio di traduzione dell'Odissea]'', in ''Tutte le opere'', a cura di Lucio Felici, Lexis Progetti Editoriali, Roma, 1998. ISBN 88-87083-04-5}} ===Ippolito Pindemonte=== <poem>Musa, quell'uom di multiforme ingegno dimmi, che molto errò, poich'ebbe a terra gittate d'Ilïòn le sacre torri; che città vide molte, e delle genti l'[[indole|indol]] conobbe; che sovr'esso il mare molti dentro del cor sofferse affanni, mentre a guardar la cara vita intende, e i suoi compagni a ricondur: ma indarno ricondur desïava i suoi compagni, ché delle colpe lor tutti perîro. Stolti! che osâro vïolare i sacri al Sole Iperïon candidi [[bue|buoi]] con empio dente, ed irritâro il nume, che del ritorno il dì lor non addusse. Deh, parte almen di sí ammirande cose narra anco a noi, di Giove figlia e diva.</poem> ===Giuseppe Aurelio Privitera=== <poem>Narrami, o Musa, dell'eroe multiforme, che tanto vagò, dopo che distrusse la rocca sacra di Troia: di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri, molti dolori patì sul mare nell'animo suo, per acquistare a sé la vita e il ritorno ai compagni. Ma i compagni neanche così li salvò, pur volendo: con la loro empietà si perdettero, stolti, che mangiarono i buoi del Sole Iperione: ad essi egli tolse il dì del ritorno. Racconta qualcosa anche a noi, o dea figlia di Zeus.</poem> ===Giuseppe Tonna=== Parlami, o Musa, dell'uomo versatile e scaltro che andò vagando tanto a lungo, dopo che ebbe distrutto la sacra roccaforte di Troia. Egli vide le città di molti uomini e ne conobbe i costumi: soffrì molte traversie in mare cercando di salvar la sua vita e il ritorno dei compagni. Ma neppure così i compagni li salvò, sebbene lo desiderasse e volesse. Morirono per le loro colpe e follie, quegli insensati: ché mangiavano i buoi del Sole Iperione. E il dio gli tolse il ritorno. Tali vicende dille anche a noi, o dea figlia di Zeus, partendo da un punto qualunque della narrazione. ===Libro I=== *Ahimè, sempre gli uomini accusano gli [[dèi|dei]]: dicono che da noi provengono le sventure, mentre è per i loro errori che patiscono e soffrono oltre misura. ([[Zeus]] agli altri dèi: 2000, p. 4) *''Quale parola, o figlia, t'uscí dalla chiostra dei denti?'' (Giove ad Atena: 1926, vol. I, [[s:Pagina:Omero - L%27Odissea (Romagnoli) I.djvu/68|p. 5]]) *''Ma [[Poseidone|Nettun]] freme d'implacabil ira | contra l'eroe, che l'occhio unico estinse | al divo [[Polifemo]], il più gagliardo | d'infra i Ciclopi tutti. Al Dio la Ninfa | Toósa il partorì, figlia di Forco, | re dello steril mar, ché lei Nettuno | comprimea ne' segreti antri marini. | Da indi in qua, non ei percosse a morte | il divo Ulisse, ma dal patrio lido | errar lungi lo sforza. Or via, noi tutti | consultiamo del modo ond'ei ritorni. | L'ira Nettuno deporrà, ché a fronte | star non potrà di tutti i Numi ei solo.'' (Zeus ad Atena: 2004, vv. 89-101) *''E tu, caro, giacché ti vedo assai grande e bello, | sii valoroso: così anche tra i posteri ci sarà chi ti lodi.''<ref>{{Cfr}} III, vv. 199-200.</ref> (Atena a Telemaco: 2013, vv. 301-302) *Torna ora nelle tue stanze, bada alle tue cose, al fuso e al telaio, e ordina alle ancelle di pensare al lavoro. Agli uomini sono riservati i discorsi, a tutti, ma a me soprattutto che in questa casa regno e comando. ([[Telemaco]] a Penelope: 2000, p. 13) *''Gli rispose, quindi, la dea Glaucopide Atena: | ora non trattenerm: troppo mi urge d'andare, | il dono che mi offri, spinto da cuore amico, | lo prenderò al ritorno per portarlo a casa. | Sceglilo molto bello ché tu ne avrai uno pari.'' (Atena a Telemaco: 2014, p. 11) ===Libro II=== *''Come la figlia del mattin, la bella | dalle dita di rose Aurora surse, | surse di letto anche il figliuol d'Ulisse, | i suoi panni vestì, sospese il brando | per lo pendaglio all'omero, i leggiadri | calzari strinse sotto i molli piedi | e della stanza uscì rapidamente, | simile ad un degli Immortali in volto.'' (1961, vv. 1-8) *Tra voi, principi insolenti, io non posso mangiare tranquillo ed essere sereno. Non vi basta, Proci, aver già divorato tante e preziose ricchezze mie, quando ero ancora ragazzo? Ora poiché sono adulto e comprendo quanto dicono gli altri, poiché il coraggio cresce nel mio cuore, cercherò di scagliare su di voi un destino amaro, sia che vada a Pilo sia che qui rimanga. ([[Telemaco]] ai Proci: 2000, p. 26) *''Così parlo Telemaco; due aquile Zeus tonante | mandò a volo dall'alto di una vetta montana. | Esse volarono sempre con il soffio del vento | l'una accanto all'altra con le ali aperte | ma quando giunsero sopra l'assemblea vociante | voltandosi agitarono velocemente le ali | planando sulle teste di tutti con sguardo di morte; | poi lacerati con furia d'artigli collo e capo | scomparvero a destra volando per la città sulle case.'' (Il presagio di Zeus: 2014, p. 21) *''Pochi dei [[Genitore e figlio|figli]], invero, riescono simili ai [[padri]]: | i più sono più tristi, ben pochi migliori dei padri.'' (Atena a Telemaco: 1926, vol. I, [[s:Pagina:Omero - L%27Odissea (Romagnoli) I.djvu/93|p. 30]]) ===Libro III=== *''Uscito delle salse acque vermiglie, | montava il sole per l'eterea volta | di bronzo tutta, e in cielo ai dèi recava | ed agli uomini il dì su l'alma terra: | quando alla forte Pilo, alla cittade | fondata da Nelèo, giunse la nave.'' (1961, vv. 1-6) *Per [[Telemaco]] intanto preparava un bagno Policasta la bella, figlia minore di Nestore figlio di Peleo. E quando lo ebbe lavato e unto di olio abbondante, gli fece indossare una tunica, gli avvolse intorno un mantello bellissimo; dal bagno egli uscì bello come un dio immortale e andò a sedersi accanto a Nestore, signore di popoli. (2000, p. 44). ===Libro IV=== [[Immagine:Jean-Jacques Lagrenée - Helen Recognising Telemachus, Son of Odysseus - WGA12378.jpg|thumb|''Telemaco incontra Menelao ed Elena a Sparta'', dipinto di Jean-Jacques Lagrenée, 1795]] *''Giunsero all'ampia, che tra i monti giace, | Nobile Sparta, e le regali case | Del glorïoso [[Menelao]] trovaro. | Questi del figlio, e della figlia insieme | Festeggiava quel dì le doppie nozze, | E molti amici banchettava.'' (1961, vv. 1-6) **''Giunsero nella concava Lacedèmone in piano | guidando il carro al palazzo dell'illustre Menelao. | Giunsero mentre offriva pranzo di nozze agli amici, | molti, nella sua casa per il figlio e la nobile figlia; | questa inviata al figlio di Achille il distruttore. | Infatti in Troia promise, convinto d'avviarla | per concederla in nozze e gli dèi assentirono.'' (2014 v. 1- 7) *''Ed io non rimbrotto | che alcuno pianga un uomo domato dal fato di [[morte]]: | ché questo solo onore si rende ai mortali defunti, | recidere le chiome, bagnare di pianto le gote''. (Pisistrato a Menelao: 1926, vol. I, [[s:Pagina:Omero - L%27Odissea (Romagnoli) I.djvu/120|p. 65]]) *''Sappiam noi, Menelao di Giove alunno, | chi sieno i due, che ai nostri tetti entraro? | Parlar m'è forza, il vero, o il falso io dica: | però ch'io mai non vidi, e grande tiemmi | nel veder maraviglia, uomo, né donna | così altrui somigliar, come d'Ulisse | somigliar dee questo garzone al figlio, | ch'era bambino ancor, quando per colpa | ahi! di me svergognata, o Greci, a Troja | giste, accendendo una sì orrenda guerra.'' ([[Elena (mitologia)|Elena]] a Menelao: 1961, vv. 180-189) *[...] ''cosí a lungo non piangere tanto dirotto, | ché verun esito darci non posson le [[Lacrima|lagrime]]''. (1926, vol. I, [[s:Pagina:Omero - L%27Odissea (Romagnoli) I.djvu/140|p. 77]]) *Lo vidi in un'isola {{NDR|Odisseo}} – versava lacrime fitte – nella dimora della ninfa Calipso che a forza lo costringe a restare. Non può ritornare alla terra dei padri, perché non ha più navi dai lunghi remi né compagni che lo conducano sulla vasta distesa del mare. (Proteo a Menelao, nel racconto di Menelao a Telemaco: 2000, p. 63). ===Libro V=== *''Già l'Aurora, levandosi a Titone | d'allato, abbandonava il croceo letto, | e ai dèi portava ed ai mortali il giorno; | e già tutti a concilio i dèi beati | sedean con Giove altitonante in mezzo, | cui di possanza cede ogni altro nume.'' (1961, vv. 1-6) *[[Hermes]] – tu che sei il messaggero – alla ninfa dai bei capelli va ad annunciare la decisione immutabile, che l'intrepido Odisseo deve tornare. Tornerà senza avere compagni né dei né uomini: sopra una zattera di tronchi legati, dopo molto patire giungerà, nel ventesimo giorno, alla fertile Scheria, terra dei Feaci di stirpe divina, che come un dio lo onoreranno nel cuore e con una nave lo manderanno all'amata terra dei padri. ([[Zeus]] a Hermes: 2000, p. 74) *Spietati siete, dèi, e più di ogni altro gelosi, voi che invidiate le dee quando sposano un uomo che amano e apertamente dormono accanto a un mortale. ([[Calipso]] a Hermes: 2000, p. 76) *''Se ancora qualcuno dei numi vorrà tormentarmi sul livido mare, | sopporterò, perché in petto ho un cuore avvezzo alle pene. | Molto ho sofferto, ho corso molti pericoli | fra l'onde e in guerra: e dopo quelli venga anche questo!'' ([[Ulisse]] a Calipso: 1989, vv. 221-24) *[...] l'[[Orsa Maggiore|Orsa]], a cui danno anche il nome di Carro, che sempre lì {{NDR|al polo}} si volge, e guata Orione, e sola non partecipa dei lavacri dell'Oceano [...]. (vv. 271-274; 1937, p. 103) ===Libro VI=== *''Mentre sepolto in un profondo sonno | colà posava il travagliato Ulisse, | Minerva al popol de' Feaci, e all'alta | lor città s'avviò.'' (1961: vv. 1-5) *[...] ''niente è più bello, più prezioso di questo, | quando con un'anima sola dirigono la casa | l'uomo e la donna'' [...]. ([[Ulisse]] a Nausicaa: 1989, vv. 82-84) *[[Straniero|Stranieri]] e mendicanti vengono tutti da [[Zeus]], ciò che ricevono, anche se poco, è gradito. Allo straniero offrite, ancelle, da mangiare e da bere, fatelo lavare nelle acque del fiume, al riparo dal vento. ([[Nausicaa]] alle ancelle: 2000, p. 93; vv. 207-8) ===Libro VII=== [[Immagine:Francesco Hayez 028.jpg|thumb|''Odisseo alla corte di Alcinoo'', olio su tela di Francesco Hayez, 1814-1815]] *[...] l'uomo [[Ardore|ardito]] ha sempre il vantaggio in ogni cosa che faccia [...]. (Atena a Ulisse: 51; 1937, p. 127) *''Nulla io so di più molesto | che il [[digiuno|digiun ventre]], di cui l'uom mal puote | dimenticarsi per gravezze o doglie''. ([[Alcinoo]]: 1961, vv. 279-281) *È difficile, mia regina, narrare dal principio alla fine le mie sventure,<ref>Qui prende inizio la narrazione di Odisseo presso la corte dei Feaci, che proseguirà descritta nei libri dal IX al XII.</ref> perché gli dei del cielo me ne inflissero molte. Ma ti dirò quello che mi chiedi e domandi. Lontano di qui, in mezzo al mare, c'è un'isola, Ogigia, dove vive la figlia di Atlante, la scaltra Calipso dai bei capelli, dea potentissima. Alla sua casa nessuno va, né uomo né dio. Un demone condusse me, solo, infelice, dopo che Zeus con la sua vivida folgore colpì la mia nave veloce e la spezzò, in mezzo al mare color del vino. ([[Ulisse|Odisseo]] a Arete: 2000, p. 104) *''Ospite, non è davvero tale il mio cuore nel petto | da sdegnarsi senza ragione; la [[misura]] è la cosa migliore.'' (Alcinoo a Ulisse: 2013, vv. 309-10) ===Libro VIII=== *''Quando giunsero al mare ed alla nave in riva | tirarono la nave scura sul Mare profondo, | poi trinsero i remi negli stroppi di cuoio | e, ordinando ogni cosa, stesero le vele bianche: | posto l'albero a vela nella nave scura; | alla fine, ormeggiata la nave alla fonda, | andarono al grande palazzo del sovrano Alcínoo.'' (2014, v. 50-56) *''Non c'è gloria più grande per un uomo, fintanto che viva, | di ciò che riesca a fare con i piedi o con le sue mani.'' (Il figlio di Alcinoo a Ulisse: 2013, vv. 147-48) :Vieni anche tu, ospite, a misurarti nelle [[Competizione sportiva|gare]], se ne conosci qualcuna – e certo tu ne conosci. Non c'è per l'uomo maggior gloria di quella che si procura coi suoi piedi, con le sue mani. Prova, dunque, scaccia i tormenti dal cuore. Il tuo cammino non è più così lungo, la nave è già in mare e sono pronti i compagni. (2000, p. 113) *''Certo non agli uomini tutti fanno bei [[dono|doni]] | i numi, bellezza, senno, parola eloquente.'' (Ulisse ad Alcinoo: 1989, vv. 167-68) *Il lento raggiunge lo svelto! {{NDR|frase proverbiale pronunciata da un dio innominato dopo che Hefaisto, zoppo, ha incatenato con un tranello Are, il più veloce tra gli dèi}} (1937, 329) *[...] ''misera [[garanzia]] garantir per i vili.'' (Efesto a Poseidone: 1989, v. 351) *''Il nome dimmi, | con che il padre solea, solea la madre, | e i cittadin chiamarti, ed i vicini: | ché senza [[nome]] uom non ci vive in terra; | sia buono, o reo, ma, come aperse gli occhi, | da' genitori suoi l'acquista in fronte. | Dimmi il tuo suol, le genti, e la cittade, | sì che la nave d'intelletto piena | prenda la mira, e vi ti porti.'' ([[Alcinoo]] a Odisseo: 1961, vv. 717-725) *E dimmi perché piangi e ti lamenti entro il tuo cuore nell'udire la sorte degli Argivi Danai e di Ilio. Furono gli dei che la vollero ed essi assegnarono agli uomini la sciagura, acciocché anche i posteri avessero materia di canto. (Alcinoo a Ulisse: vv. 577-80; 1937, p. 157) *''Certo che meno d'un fratello non è | chi t'è [[Amicizia|compagno]] e conosce sapienza.'' (Alcinoo a Ulisse: 1989, vv. 585-86) ===Libro IX=== [[Immagine:Athanodoros, agesandros e polydoros, gruppo del polifemo di sperlonga, ricostruzione 01.jpg|thumb|Gruppo marmoreo ''Polyphemus'', Grecia, II sec. aev, Museo Archeologico Nazionale di Sperlonga]] *''[[Ulisse]], il figlio di Laerte, io sono, | Per tutti accorgimenti al Mondo in pregio, | E già noto per fama in sino agli astri. | Abito la serena Itaca, dove | Lo scuotifronde Nerito si leva | Superbo in vista, ed a cui giaccion molte | Non lontane tra loro isole intorno, | Dulichio, Same, e la di selve bruna | Zacinto. All'orto, e al mezzogiorno queste, | Itaca al polo si rivolge, e meno | Dal continente fugge: aspra di scogli, | Ma di gagliarda gioventù nutrice.'' ([[Ulisse|Odisseo]] a Alcinoo: 1961, vv. 22-33) *[...] ''della propria [[casa]] non v'è cosa al mondo più dolce.'' (Ulisse ad Alcinoo: 1926, vol. I, [[s:Pagina:Omero - L%27Odissea (Romagnoli) I.djvu/225|p. 162]], v. 28) *Da Ilio il vento mi spinse vicino ai Ciconi, a Ismaro. Qui devastai la città, uccisi gli uomini. Dalla città portammo via le donne e molte ricchezze che dividemmo perché nessuno partisse privo della sua parte. (Odisseo a Alcinoo: 2000, p. 128) *Di lì navigammo ancora, col cuore dolente. E arrivammo alla terra dei [[Ciclopi]] superbi e senza legge, i quali, fidando negli dei immortali, non piantano, non arano mai: nasce tutto senza semina e senza aratura, il grano, l'orzo e le viti che fioriscono di grappoli sotto la pioggia di Zeus. (Odisseo a Alcinoo: 2000, p. 130) *''Quivi abitava un mostro feroce, {{NDR|[[Polifemo]]}} che i greggi pasceva, | solo, in disparte da tutti, perché non andava con gli altri, | ma se ne stava da solo, né avea pure idea di giustizia. | Era, a vederlo, un portento tremendo: ché già non sembrava | uomo che cibi pane, ma picco tutto irto di selve, | che sopra tutti gli altri si levi in un giogo di monti.'' (1926, vol. I, [[s:Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/230|p. 167]], vv. 185-190) *{{NDR|Odisseo rivolto a [[Polifemo]]}} "Tu chiedi il mio nome glorioso, Ciclope; io te lo dirò, ma tu dammi il dono che mi hai promesso. Nessuno è il mio nome, Nessuno mi chiamano padre e madre e tutti gli altri compagni".<br />Così dissi e mi rispose quell'uomo dal cuore crudele:<br />"Per ultimo io mangerò Nessuno, dopo i compagni, li altri li mangerò prima. Questo è il mio dono ospitale". (Odisseo a Alcinoo, nel racconto di Odisseo alla corte dei Feaci: 2000, p. 137) *[...] ''il [[sonno]] che tutto doma'' [...]. (2013, v. 373) *''Vennero come le foglie che nascono in primavera | con le nebbie di Eos e cadde la sventura di Dio su noi sfortunati che soffrimmo ancora molti mali. | Schierati in battaglia lottammo presso le agili navi | e gli uni gli altri colpivano con le aste di bronzo; | finché c'era Eos e cresceva il sacro | Giorno | resistemmo a difenderci contro forze abbondanti; | ma quando Elios andava all'ora che slegano i buoi | i Ciconi respinsero gli Achei sopraffatti.'' (Odisseo e Polifemo, 2014) ===Libro X=== [[Immagine:Odysseus Circe Met 41.83.jpg|thumb|''Odisseo minaccia Circe con la spada'', terracotta del 440 aev]] *Così dicevano, e il cattivo consiglio dei compagni prevalse. Aprirono l'otre, tutti i venti ne uscirono, e il turbine li afferrò all'improvviso e li riportò al largo, piangenti, lontani dalla patria terra. Mi risvegliai, incerto nel cuore se gettarmi giù dalla nave e morire nel mare o sopportare in silenzio e restare ancora fra i vivi. Sopportai e rimasi: avvolto nel mantello, giacqui sulla mia nave. ([[Ulisse|Odisseo]] alla corte dei Feaci: 2000, p. 146) *E giungemmo all'isola Eea. [[Circe]] dai bei capelli viveva qui, la dea tremenda che parla con voce umana, sorella del crudele Eeta: figli entrambi del Sole che illumina gli uomini, e di Perse, che fu generata da Oceano. (Odisseo alla corte dei Feaci: 2000, p. 149) *''Mi diede un otre scuoiando un bue di nove anni | e dentro pose le vie degli uragani urlanti; | perché il Cronide lo fece come signore dei venti, | potendo fermare o slanciare tutto quello che vuole. | Legò l'otre nella concava nave con catena d'argento, | lucida; perché non soffiassero per nulla al di fuori; | mi mandò solo di dietro a soffiare Zèffiro | per portare noi e le navi; ma non doveva | condurci al fine e perimmo per la nostra follia.'' (Odisseo e Circe: 2014, v. 20-28) *[...] ''interrogar lo spirto | del Teban vate, che, degli occhi cieco, | puro conserva della mente il lume; | di [[Tiresia]], cui sol diè Proserpina | tutto portar tra i morti il senno antico. | Gli altri non son, che vani spettri, ed Ombre.'' (Circe: 1961, vv. 613-618) *''Chi potrìa de' [[dèi|numi]] | Scorgere alcun che qua o là si mova | Quando dall'occhio uman voglion celarsi?'' (Odisseo alla corte dei Feaci: 1961, vv. 711-713) ===Libro XI=== [[Immagine:Johann Heinrich Füssli 063.jpg|thumb|''Tiresia appare a Odisseo durante il sacrificio'', acquerello di Johann Heinrich Füssli, 1780 ca.]] *''Giunti al divino mare, il negro legno | prima varammo, albero ergemmo, e vele, | e prendemmo le vittime, e nel cavo | legno le introducemmo: indi con molto | terrore, e pianto, v'entravam noi stessi.'' ([[Ulisse|Odisseo]] alla corte dei Feaci: 1961, vv. 1-5) *Ma quando, nella tua casa, avrai ucciso i pretendenti, con l'inganno o affrontandoli con le armi taglienti, prendi allora il remo e rimettiti in viaggio fino a che giungerai presso genti che non conoscono il mare, da uomini che non mangiano cibi conditi col sale, che non conoscono navi dalle prore dipinte di rosso, né gli agili remi che sono ali alle navi. Ti indicherò un chiaro segno, che non potrà sfuggirti: quando un altro viandante, incontrandoti, ti dirà che sulla spalla porti un ventilabro, pianta allora in terra il tuo agile remo, offri al dio Poseidone sacrifici perfetti – un montone, un toro, un verro che monta le scrofe – e fa ritorno a casa: qui offri sacre ecatombi agli dei immortali che possiedono il cielo infinito, a tutti, senza escludere alcuno. La [[morte]] verrà per te lontano dal mare, ti coglierà nella vecchiaia ricca di beni, e sarà dolce. Avrai, intorno a te, un popolo felice. Questa è la verità che ti dico. ([[Tiresia]] a Odisseo, nel racconto di Odisseo alla corte dei Feaci: 2000, pp. 166-167) *''Perciò troppo benigno non sii neppur tu con tua [[moglie]], | né confidarle tutto, qualunque discorso tu sappia; | bensì dille una cosa, ma lasciane un'altra nascosta.'' ([[Alcinoo]] a Ulisse: 1926, vol. I, [[s:Pagina:Omero - L%27Odissea (Romagnoli) I.djvu/281|p. 218]]) *''E poi Alcmèna vidi, d'Anfitríone la sposa, | ch'[[Eracle]] furia audace, cuor di leone | tra le braccia del grande Zeus concepiva.'' (L'evocazione dei morti: 1989, vv. 266-269) *''Non lodarmi la [[morte]], splendido Odisseo. | Vorrei esser bifolco, servire un padrone, | un diseredato, che non avesse ricchezza, | piuttosto che dominare su tutte l'ombre consunte.'' ([[Achille]] a Ulisse: 1989, vv. 488-91) **''O divino Odisseo, non abbellirmi la [[morte]]. Sappi che piuttosto che il re dei morti preferirei essere l'ultimo servo dei vivi''.<ref>Citato in [[Luciano De Crescenzo]], ''I pensieri di Bellavista'', Mondadori, 2005, [http://books.google.it/books?id=A_p0lGvEhH0C&pg=PA191#v=onepage&q&f=false p. 191]. ISBN 88-04-53961-5. Nella traduzione di Pindemonte la corrispondenza è coi versi 613-617.</ref> *''Costei ''{{NDR|Clitennestra}}'', che tutta del peccar sa l'arte | Sé ricoprì d'infamia, e quante al mondo | Verranno, e le più oneste anco, ne asperse.'' ([[Agamennone]] a Odisseo, nel racconto di Odisseo alla corte dei Feaci: 1961, vv. 549-551) *Ed anche [[Sisifo]] vidi, che dure pene soffriva: un masso enorme reggeva con entrambe le braccia e, puntando i piedi e le mani, lo spingeva in alto, verso la cima di un colle. Ma quando stava per superare la vetta, allora una forza violenta lo precipitava all'indietro: rotolava di nuovo a terra quel masso dannato. Ancora una volta spingeva, con il corpo teso, dalle membra scorreva il sudore, dal capo saliva la polvere. (Odisseo: 2000, p. 180) *''E poi conobbi la grande forza d'[[Eracle]], | ma la parvenza sola: lui tra i numi immortali | gode il banchetto, possiede Ebe caviglia bella, | figlia del gran Zeus e d'Era sandali d'oro.'' (L'evocazione dei morti: 1989, vv. 601-604) *''Fuori dall'Erebo si affollano le anime travolte da morte: | giovani donne e ragazzi con vecchi che | molto soffrirono; anche fanciulle tenere con fresco dolore nell'anima; | molti feriti dalle aste con la punta di bronzo; | guerrieri uccisi in lotta con armi intrise di sangue. | Molti, spingendosi tra loro, intorno alla buca | gridavano orribilmente ghiacciandomi di orrore. | Quindi spinsi subito i compagni ed ordinai di scannare le bestie con il bronzo spietato | scuoiandole per arderle supplicando gli dèi: l'invincibile Ade e la terribile Persefone. | Intanto io sfoderavo la spada affilata dall'anca | e sedendo non lasciavo avvicinare al sangue, | prima d'interrogare Tiresia, i teschi esangui dei morti.'' (Odisseo agli inferi: 2014) ===Libro XII=== [[Immagine:JOHN WILLIAM WATERHOUSE - Ulises y las Sirenas (National Gallery of Victoria, Melbourne, 1891. Óleo sobre lienzo, 100.6 x 202 cm).jpg|thumb|''Odisseo e le Sirene'', olio su tela di John William Waterhouse, 1891]] *''Allora incontro ti verran le belle | spiagge della [[Sicilia|Trinacria]] isola, dove | pasce il gregge del [[Sole|Sol]], pasce l'armento.'' ([[Circe]] a Odisseo, nel racconto di Odisseo alla corte dei Feaci: 1961, vv. 164-166) *Avvicinati dunque, glorioso Odisseo, grande vanto dei Danai, ferma la nave, ascolta la nostra voce. Nessuno è mai passato di qui con la sua nave senza ascoltare il nostro canto dolcissimo: ed è poi ritornato più lieto e più saggio. (Le [[sirena|sirene]] a Odisseo, nel racconto di Odisseo alla corte dei Feaci: 2000, p. 188) *''Fremevano le pelli, muggivano sugli spiedi le [[carne|carni]] | cotte e crude: s'udiva una voce come di [[bue|vacche]].''<ref>Citato in [[Plutarco]], ''I dispiaceri della carne. Perì sarcophagìas'', a cura di Alessandra Borgia, Stampa alternativa, Roma, 1995, p. 11. ISBN 88-7226-269-0. Nella traduzione di Pindemonte la corrispondenza è coi versi 509-512.</ref> *''Miei cari, noi non siamo ignari di mali, e questo | che incombe non è più grande di quando il Ciclope | con la sua forza violenta ci serrò nell'antro profondo. | Di là grazie al mio valore e intendimento e pensiero | sfuggimmo. E anche delle cose di ora, credo, ci ricorderemo.'' (Ulisse ai compagni, avvicinandosi a Scilla: 2013, vv. 208-212) *Non permise il padre degli dei e degli uomini che mi vedesse [[Scilla]]: non avrei potuto sfuggire all'abisso di morte. Per nove giorni vagai, la decima notte gli dei mi gettarono sull'isola Ogigia, dove vive Calipso dai bei capelli, la dea che parla con voce umana. Lei mi accolse ed ebbe cura di me.<br />Ma perché sto a raccontare? Già l'ho narrato ieri, in questa sala, a te e alla tua nobile sposa, non amo ripetere cose già dette. (Odisseo a Alcinoo: 2000, p. 196) ===Libro XIII=== *Pontonoo, nella coppa grande mescola l'acqua col vino e, nella sala, versalo a tutti affinché, dopo aver invocato il padre Zeus, lasciamo che l'ospite torni nella terra dei padri. ([[Alcinoo]] all'araldo: 2000, p. 198) *Scaltro sarebbe davvero chi ti superasse nelle tue astuzie, anche se fossi un dio. O uomo tenace, mai sazio di inganni, neppure adesso che sei nella tua terra vuoi rinunciare alla bugie, alle invenzioni che ti sono care. Ma ora finiamola, entrambi sappiamo essere astuti, tu fra tutti gli uomini sei il migliore per la parola e i pensieri, e io fra tuti gli dei sono famosa per intelligenza e saggezza. ([[Atena]] a Ulisse: 2000, p. 205) ===Libro XIV=== *[...] ''odioso quell'uomo | che, da miseria astretto, s'induce a spacciare [[bugia|menzogne]]''. ([[Ulisse]] a [[Eumeo]]: 1926, vol. II, [[s:Pagina:Omero - L%27Odissea (Romagnoli) II.djvu/29|p. 26]]) *[...] ''varj dell'uom sono i [[desiderio|desiri]].'' (Ulisse a Eumeo: 1961, v. 265) **''Chi trova piacere in una attività chi in un'altra.'' (2013, v. 229) *''Io millantarmi alquanto | voglio qual mi comanda il folle [[vino]], | che talvolta i più saggi a cantar mosse | più in là d'ogni misura, a mollemente | rider, spiccar salti improvvisi, ed anche | quello a parlar, ch'era tacere il meglio.'' (Ulisse a Euméo: 1961, vv. 550-553) ===Libro XV=== *''Mal si comporta, così chi l'[[ospite]] contro sua voglia | spinge a partire, come chi vuol trattenerlo se ha fretta''. ([[Menelao]] a Telemaco: 1926, vol. II, [[s:Pagina:Omero - L%27Odissea (Romagnoli) II.djvu/46|p. 43]], vv. 72-4) *''Non c'è per i mortali cosa peggiore dell'andare errabondo; | ma per colpa del ventre maledetto soffrono miseri patimenti | gli uomini, a cui tocchi vita raminga e pena e dolore''. (Ulisse a Eumeo: 2013, vv. 343-45) *[...] ''l'uomo s'allegra sinanche al ricordo dei mali'' [...]. ([[Eumeo]] a Ulisse: 1926, vol. II, [[s:Pagina:Omero - L%27Odissea (Romagnoli) II.djvu/57|p. 54]]) ===Libro XVI=== *''Se in man nostra tutto | fosse, il ritorno a procurar del padre | non si rivolgerebbe ogni mia cura?'' ([[Telemaco]]: Libro XVI: 1961, vv. 167-169) *''Ma sta sulle ginocchia dei Numi l'evento [[futuro]].'' (Telemaco a Ulisse: 1926, vol. II, [[s:Pagina:Omero - L%27Odissea (Romagnoli) II.djvu/70|p. 67]]) *[...] ''si presero il dono del sonno.'' (2013, v. 481) ===Libro XVII=== *[...] ''il dio sempre il simile al suo simile appaia''. (Melanzio a Eumeo e Ulisse; 2013, v. 218) *''I [[servitù|servi]], quando non ci sono più i padroni a comandare, | non hanno più voglia di fare il lavoro dovuto.'' ([[Eumeo]] a Ulisse; 2013, vv. 320-21) *[...] ''rotto cade ogni ritegno, dove | regna la copia, e dell'altrui si [[Dono|dona]]''. (Antinoo a Ulisse: 1961, vv. 548-49) ===Libro XVIII=== *''Sai tu di quanto | spira e passeggia su la terra o serpe, | ciò che al Mondo havvi di più infermo? È l'[[uomo]]. | Finchè [[felicità e infelicità|stato felice]] i déi gli dànno, | e il suo ginocchio di vigor fiorisce, | non crede che venir debbagli sopra | l'infortunio giammai. Sopra gli viene? | Con repugnante alma indegnata il soffre.'' (Ulisse ad Anfinomo: 1961, vv. 162-69) **''Nessun essere nutre la terra più miserevole dell'uomo | fra tutti quanti sopra la terra respirano e camminano. | Egli pensa che mai dovrà soffrire qualche male in futuro, | finché gli dèi gli concedono forza e le ginocchia sono agili; | ma quando gli dèi beati gli danno anche cose funeste, | anche questo sopporta, pur renitente, con cuore paziente''. (2013, vv. 130-35) *[...] la mente degli uomini terreni si muta, come varia il giorno che manda<ref>prop.; «è tale quale (è) il giorno (che) adduce» ecc. La sentenza si trova ripetuta quasi con le stesse parole da Archiloco; e fu proverbiale; e anche rivolta a scusa di opportunismo.</ref> su di loro il padre degli uomini e degli dèi. (Ulisse ad Anfinomo: 1937, 135-37) *[...] ''nessuno mai per nessuna ragione sia iniquo, | ma si tenga in silenzio i doni degli dèi, qualunque cosa gli | diano''. (Ulisse ad Anfinomo: 2013, vv. 140-42) ===Libro XIX=== *[...] ''il [[Arma|ferro]] da solo trascina la gente.'' (Ulisse a Telemaco: 1926, vol. II, [[s:Pagina:Omero - L%27Odissea (Romagnoli) II.djvu/126|p. 125]]) *[...] ''presto, | se la [[sciagura]] li opprime, divengono vecchi i mortali''. (Ulisse a Penelope: 1926, vol. II, [[s:Pagina:Omero - L%27Odissea (Romagnoli) II.djvu/138|p. 137]]) *''Tal [[cicatrice]] l'amorosa vecchia ''{{NDR|Euriclèa}}'' | conobbe, brancicandola, ed il piede | lasciò andar giù: la gamba nella conca | cadde, ne rimbombò il concavo rame, | e piegò tutto da una banda; e in terra | l'acqua si sparse.'' (Libro XIX: 1961, vv. 574-579) *''Ospite, per i [[sogno|sogni]] siamo senza risorse, il loro linguaggio | è confuso, e non tutto dei sogni si compie per gli uomini. | Due sono le porte dei sogni, immagini senza vigore: | una è fatta di corno, l'altra di avorio. | Quelli che vengono attraverso l'avorio intagliato, | sono ingannevoli e portano parole ineffettuali; | quelli che vengono attraverso il corno ben levigato, | realizzano il vero, quando qualcuno dei mortali li veda.'' ([[Penelope]] a Ulisse: 2013, vv. 560-67) *''Ma non è possibile per gli uomini restare sempre | senza [[sonno]]: per ogni cosa gli immortali hanno assegnato ai | mortali | ciò che tocca ad ognuno sulla terra dispensatrice di biade.'' (Penelope a Ulisse: 2013, vv. 591-94) ===Libro XX=== *''Ma questo è un male sostenibile, quando uno | durante il giorno piange fittamente afflitto nel cuore, | ma la notte è soggiogato dal [[sonno]], che induce l'oblio | del male e del bene, quando gli occhi avvolga e ricopra.'' ([[Penelope]] ad Artemide: 2013, vv. 83-86) ===Libro XXI=== *''Ma Palla''<ref>Appellativo di Atena.</ref>'', occhio azzurrino, alla prudente | figlia d'Icario entro lo spirto mise | di propor l'arco ai proci e i ferrei anelli, | nella casa d'Ulisse: acerbo gioco, | e di strage principio e di vendetta.'' (libro XXI: 1961, vv. 1-5) ===Libro XXII=== *[...] non è lecito menar vanto sui cadaveri degli uccisi. ([[Ulisse]] a Euriclea; libro XXII; 1937, 411) ===Libro XXIII=== *''La buona vecchia ''{{NDR|Euriclèa}}'' gongolando ascese | nelle stanze superne, alla padrona | per nunzïar, ch'era il marito in casa''. (libro XXIII: 1961, vv. 1-3) *''Come bramata la terra ai naufraghi appare, | a cui Poseidone la ben fatta nave nel mare | ha spezzato, travolta dal vento e dalle grandi onde; | pochi si salvano dal bianco mare sopra la spiaggia | nuotando, grossa salsedine incrosta la pelle; | bramosi risalgono a terra, fuggendo la morte; | così bramato era per lei lo sposo a guardarlo, | dal collo non gli staccava le candide braccia.'' (Penelope si ricongiunge con Ulisse; libro XXIII: 1989, vv. 233-40) ==[[Explicit]]== ===Originale=== <poem>ὣς φάτ' Ἀθηναίη, ὁ δ' ἐπείθετο, χαῖρε δὲ θυμῷ. ὅρκια δ' αὖ κατόπισθε μετ' ἀμφοτέροισιν ἔθηκε Παλλὰς Ἀθηναίη, κούρη Διὸς αἰγιόχοιο, Μέντορι εἰδομένη ἠμὲν δέμας ἠδὲ καὶ αὐδήν.</poem> ===Di Benedetto e Fabrini=== <poem>Così disse Atena, e lui obbedì e gioiva nel cuore. Tra le due parti poi il patto giurato per il futuro stabilì Pallade Atena, la giovane figlia di Zeus egìoco, a Mentore somigliante per l'aspetto e anche per la voce.</poem> ===Ippolito Pindemonte=== <poem>Obbedì Ulisse e s'allegrò nell'alma. Ma eterno poi tra le due parti accordo La figlia strinse dell'Egìoco Giove Che a Mentore nel corpo e nella voce Rassomigliava, la gran dea d'Atene.</poem> ==Citazioni sull'''Odissea''== *Come fare allora per capire l'Odissea? Dobbiamo capirla perché comprenderla significa comprendere l'Occidente, la Grecia, noi stessi, l'arte moderna, il nostro futuro. ([[Pietro Citati]]) *Della nostra storia Ulisse è il deuteragonista: la protagonista è Itaca, la meta del viaggio.<br />Itaca con i suoi abitanti, le sue istituzioni, la sua storia. ([[Eva Cantarella]]) *L'[[Iliade]] e l'Odissea sono rimasti esemplari per tutta l'epopea occidentale, sino ai tempi più recenti, sino al [[Johann Wolfgang von Goethe|Goethe]] e al [[Giovanni Pascoli|Pascoli]]. ([[Giorgio Pasquali]]) *L<nowiki>'</nowiki>''Odissea'' ha minore forza ma più fascino, più discrezione, più mezze tinte, una psicologia più sfumata. A volte nell<nowiki>'</nowiki>''Odissea'' si ha come il rifiuto della dimensione eroica, come un rinnegamento dell'epica in favore di una dimensione più lirica, più sentimentale. ([[Jacqueline Worms de Romilly]]) *La fedeltà è il tema centrale della ''Telemachiade''; la costanza non già verso Odisseo, che è un personaggio del mito, ma verso il mito stesso, la sua forma che deve essere custodita e trasmessa intatta, perché tutto abbia senso. Penelope, Telemaco, Euriclea nei primissimi canti sono i segnacoli di questa costanza, i celebranti di un mistero che va protetto con arguzia e ostinazione; e anche quel misterioso Mentore, che sospettiamo alle soglie del terrestre, quasi un mutevole volto di Atena. ([[Giorgio Manganelli]]) *La [[nostalgia]] è il sentimento originario che muove l'arte, il pensiero, la grande letteratura e si condensa in [[mito]]: l<nowiki>'</nowiki>''Odissea'' è il poema della nostalgia. L'uomo è un animale nostalgico, non sa vivere solo del presente ed è indotto a mitizzare per dare un significato alla vita. Nella sua vita nutre la nostalgia delle origini. ([[Marcello Veneziani]]) *Nell'Odissea nasce la religione della casa, che ha dominato l'Occidente imbevendo di sé il romanzo dell' Ottocento, fino e oltre Guerra e pace e Anna Karenina. ([[Pietro Citati]]) *Noi abbiamo un'idea riduttiva dell'epos di Omero, come mero ricettacolo di racconti leggendari. Ma la storicità della vicenda, dall'assedio di Troia alla figura di Agamennone, la spedizione dei principi greci e i loro tormentatissimi ritorni, non sono discutibili. L'archeologia cerca qualcosa che forse c'è stato, pur tra colpi di fortuna ed equivoci. Non è come cercare la Sindone. E Omero non è un poeta. Lui ci offre un racconto storico scritto in esametri, perché quella era l'unica forma di comunicazione. ([[Luciano Canfora]]) *Non puoi immaginare che felicità sia leggere l'''Odissea'' nell'originale. Si ha l'impressione che basti sollevarsi sulla punta dei piedi e allungare la mano per toccare le stelle. ([[William Somerset Maugham]]) *Omero compose l'Odissea; dato un tempo infinito, con infinite circostanze e mutamenti, è impossibile non comporre, almeno una volta, l'Odissea. ([[Jorge Luis Borges]]) ===[[Christopher Nolan]]=== *La famiglia è assolutamente il cuore della storia. Credo che siano proprio questi elementi primordiali e universali ad aver mantenuto il poema al centro della cultura per migliaia di anni. Perché è una storia profondamente riconoscibile. L’emozione che contiene è potentissima. *Quello che amo di più dell<nowiki>'</nowiki>''Odissea'' è il ritorno a casa. È una storia di perdita, amore, ritorno, vendetta, elementi potenti e primordiali che ritroviamo in tanti grandi film. *Tornare al poema e leggerlo per intero, leggerlo così come fu originariamente scritto, è stato sorprendente. C’è moltissimo che si ricorda, ma anche moltissimo che è diverso da come lo si ricorda. Dei ventiquattro libri del poema, credo che soltanto quattro riguardino davvero il viaggio di Odisseo. Gran parte dell’opera parla invece di Itaca e di ciò che accade lì mentre Odisseo è lontano, dopo i vent’anni della sua assenza. È stato davvero entusiasmante tornare al poema e rendersi conto che molto di ciò che ricordavo era effettivamente presente, ma in forme diverse da quelle che conservavo nella memoria, e per ragioni diverse da quelle che immaginavo. È stato molto emozionante ritornarci. *Una delle prime cose che colpiscono, quando si guarda al poema, è quanto poco, in fondo, sia cambiato. Attraverso il poema ci si sente profondamente connessi al mondo di migliaia di anni fa. Per questo ho sentito un forte desiderio di raccontare la storia in modo molto accessibile per il pubblico contemporaneo, in modo che potesse dialogare con il nostro mondo. ==Note== <references /> ==Bibliografia== *Omero, ''[[s:Odissea (Romagnoli)|Odissea]]'', 2 voll., traduzione di [[Ettore Romagnoli]], illustrazioni di Adolfo De Carolis, Zanichelli, Bologna, 1926. *Omero, ''[https://books.google.it/books?id=R7hcvgEACAAJ Odissea]'', traduzione di Nicola Festa, Sandron, Palermo-Milano, 1937. *Omero, ''[http://www.liberliber.it/mediateca/libri/h/homerus/odissea/html/index.htm Odissea]'', traduzione di [[Ippolito Pindemonte]], Rizzoli, 1961. *Omero, ''Odissea'', traduzione di Giuseppe Tonna, Garzanti, 1974. *Omero, ''Odissea'', traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, prefazione di Fausto Codino, Einaudi, Torino, 1989. ISBN 88-06-11604-5 *Omero, ''Odissea'', traduzione di G. A. Privitera, Mondadori, 1991. *Omero, ''Odissea'', a cura e traduzione di Maria Grazia Ciani, Marsilio, 2000. ISBN 8831763490 *Omero, ''[http://www.liberliber.it/mediateca/libri/h/homerus/odissea_traduzione_delvinotti/pdf/odisse_p.pdf Odissea]'', a cura di Vittorio Volpi, traduzione di Niccolò Delvinotti, In Fonte, Iseo, 2004. ISBN 8887997187 *Omero, ''Odissea'', introduzione, commento e cura di Vincenzo Di Benedetto, traduzione di Vincenzo Di Benedetto e Pierangelo Fabrini, Rizzoli, Milano, 2013 (edizione elettronica). ISBN 978-88-58-64904-6 *Omero, ''Odissea'', traduzione originale in esametri epici di Ettore Capuano, a cura di Carlo G. Alvano, ABA Napoli, 2014. ==Voci correlate== *''[[Iliade]]'' *[[Ulisse]] *''[[Ulisse (film)|Ulisse]]'' – film 1954 ==Altri progetti== {{interprogetto|etichetta=''Odissea''|preposizione=sull'|v|v_oggetto=una lezione|testo=Odissea|testo_lingua=italiana|testo_preposizione=dell'|testo2=el:Ὀδύσσεια|testo2_lingua=greca antica|testo2_preposizione=dell'}} [[Categoria:Odissea| ]] [[Categoria:Poemi epici]] nmlghwxh2ddbvrokbx1azpa7729ze29 Zdeněk Zeman 0 1765 1420698 1419463 2026-07-17T08:06:33Z ~2026-40219-25 107804 /* Citazioni di Zdeněk Zeman */ 1420698 wikitext text/x-wiki [[File:Zdenek Zeman.JPG|thumb|upright=1.2|Zdeněk Zeman nel 2006]] '''Zdeněk Zeman''' (1947 – vivente), allenatore di calcio ceco naturalizzato italiano. ==Citazioni di Zdeněk Zeman== {{cronologico}} *Sempre detto: se la gente non si diverte, crolla tutto in un mare di tristezza. E io [...] sono per lo spettacolo, anche se a certi livelli riducono tutto al risultato. {{NDR|«Beh, non è quello che conta?»}} Sì, ma a volte basta un palo o un piede storto per perdere una partita. E allora è lo spettacolo che rimane, l'immagine che una squadra sa dare di sé.<ref group="fonte" name="Dalla Vite">Dall'intervista di Matteo Dalla Vite, ''Siamo i più forti'', ''Guerin Sportivo'' n. 31 (1157), 31 luglio – 6 agosto 1997, pp. 22-23.</ref> *{{NDR|«Dia un giudizio sulle due facce del tifo di Roma»}} È numeroso e passionale. Ma passionale, a volte, può anche non essere un vantaggio.<ref group="fonte" name="Dalla Vite" /> *Le esplosioni muscolari di alcuni calciatori? È uno sbalordimento che comincia con [[Gianluca Vialli]] e arriva fino ad [[Alessandro Del Piero]]. Io che ho praticato diversi sport pensavo che certi risultati si potessero ottenere soltanto con il culturismo, dopo anni e anni di lavoro specifico. Sono convinto che il calcio sia tutto un altro tipo di attività, almeno il mio, che in una sola parola definirei positivo.<ref group="fonte">Citato in ''[//www.repubblica.it/online/sport/zeman/doping/doping.html Zeman: "Il calcio è in mano ai farmacisti"]'', ''repubblica.it'', 6 agosto 1998.</ref> *{{NDR|A proposito del suo licenziamento dalla Roma}} Io non ho divorziato da [[Franco Sensi|Sensi]], è lui che ha divorziato da me.<ref group="fonte">Da un'intervista, ''[//www.zeman.org/zeman-pag.php?PagID=8 Zeman.org]'', 28 marzo 2000.</ref> *Io alleno, ma non posso scendere in campo e giocare.<ref group="fonte" name="D'Antonio">Citato in Daniela D'Antonio, ''[//ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2000/10/24/wwwzemanorg-il-verbo-433.html Www.zeman.org 'Il verbo è 433']'', ''la Repubblica'', 24 ottobre 2000.</ref> *Talvolta i perdenti hanno insegnato più dei vincenti. Penso di aver dato qualcosa di più e di diverso alla gente.<ref group="fonte" name="D'Antonio"/> *{{NDR|Nel 2004}} Nel '98 Vialli mi diede del terrorista, ora ammette che le mie parole sono servite a qualcosa. Purtroppo non cambia niente, vedo che oggi al processo sul doping i giocatori della Juventus non sono sinceri.<ref group="fonte">Citato in Corrado Zunino, ''[//www.repubblica.it/2004/a/sezioni/sport/calcio/doping1/doping1/doping1.html Dopo Galeone parla Agroppi "Negli anni '60, calcio e pasticche"]'', ''repubblica.it'', 11 gennaio 2004.</ref> *Raramente mi capita di dire una [[bugia]]. Per questo mi sento solo. È un [[mondo]], il nostro, in cui se ne dicono tante.<ref group="fonte">Citato in [[Roberto Perrone]], ''[https://web.archive.org/web/20160101000000/http://archiviostorico.corriere.it/2004/novembre/14/ancora_ostacolo_Zeman_sulla_strada_co_9_041114124.shtml C'è ancora l'ostacolo Zeman sulla strada della Juve in fuga]'', ''Corriere della Sera'', 14 novembre 2004.</ref> *{{NDR|Alla domanda, qual è l'allenatore moderno?}} Si deve cercare di mantenere la passione dei tifosi e dare, cercare di giocare per i tifosi. Dare spettacolo. Io penso che non basta [[vittoria|vincere]] 1 a 0 per essere felici e contenti se non si è dato niente alla gente. Penso che la gente debba tornare a casa contenta... Che ha visto qualche cosa, e si è divertita.<ref group="fonte">Dall'intervista a ''V-ictory'', LA7, 7 aprile 2008.</ref> *Non è giusto che, a pagare per l'eliminazione azzurra in Austria e Svizzera, sia [[Roberto Donadoni|Donadoni]], ma evidentemente è questa la politica federale. La causa di questo insuccesso è da ricondurre al fatto che molti giocatori non si sono presentati in forma.<ref group="fonte">Citato in Aldo Cangemi, ''[http://www.gazzetta.it/Calcio/Primo_Piano/2008/06_Giugno/25/zeman.shtml Zeman: "Donadoni? Sbagliato esonerarlo"]'', ''gazzetta.it'', 25 giugno 2008.</ref> *{{NDR|Su Lecce-Parma 3-3, ultima giornata della Serie A 2004-2005}} Ma queste partite io penso che, specialmente quell'annata dove erano invischiate nella retrocessione 8-9 squadre, penso che tutte le partite si sono giocate in questo modo. Nel senso per non farsi male.<ref group="fonte">Dalla deposizione di Zeman davanti al Tribunale di Napoli nel corso del processo Calciopoli, 20 novembre 2009; citato in Giovanni Capuano, ''[//sport.panorama.it/calcioscommesse/Quando-Zeman-disse-A-fine-stagione-non-ci-si-fa-male-E-volto-le-spalle-a-Lecce-Parma Quando Zeman disse: "A fine stagione non ci si fa male". E voltò le spalle a Lecce-Parma]'', ''panorama.it'', 14 agosto 2012.</ref> *[[Calciopoli]] era una cosa, un sistema dominante guidato dagli attuali imputati di Napoli. Gli altri hanno cercato solo di difendersi, ma lo hanno fatto in modo sbagliato.<ref group="fonte">Citato in ''[//www.lastampa.it/sport/cmsSezioni/calcio/201004articoli/26334girata.asp Calciopoli, Zeman torna all'attacco: sistema gestito da imputati di Napoli]'', ''lastampa.it'', 14 aprile 2010.</ref> *{{NDR|Rispondendo a "Chi sono i 5 migliori giocatori italiani?"}} Totti, Totti, Totti, Totti e Totti.<ref group="fonte" name="Totti">Citato in ''[//www.asromalive.com/intervista-zeman/38706/ Zeman: "Totti è ancora il numero 1. Ranieri? È nato difensore… Mourinho? Qualche interista si è vergognato…"]'', ''asromalive.com'', 25 luglio 2010.</ref> *{{NDR|Su [[José Mourinho]]}} Un fenomeno mediatico. Dopo tanti anni ha dato la Champions all'Inter, ma il modo in cui ha vinto non è piaciuto a tutti. Ci sono molti interisti che si vergognano. Non si tratta degli arbitri, ma dell'atteggiamento della squadra: un allenatore dovrebbe dare un gioco...<ref group="fonte" name="Totti"/> *Il risultato è casuale, la prestazione no.<ref group="fonte">Da un'intervista a ''La mia passione'', Rai 3, 2017 [//www.raiplay.it/video/2017/11/La-mia-passione-8f213cb5-82a2-4c20-9202-0566be83a025.html] disponibile su ''raiplay.it'', minuto 21:05.</ref> *{{NDR|Sugli effetti della creatina}} Se un portiere di 28 anni dovette cambiare misura dei guanti perché gli erano cresciute le mani, vuol dire che c'era qualcosa che non era normale.<ref group="fonte">Citato in Tancredi Palmeri, ''[//www.gazzetta.it/Calcio/22-11-2010/-blob-settimana-711900197322.shtml Il blob della settimana: Balotelli, i razzisti e Cassano]'', ''gazzetta.it'', 22 novembre 2010.</ref> *Alcuni giocatori si lamentano che faccio correre troppo? A Pescara vivo sul lungomare, e ogni mattina vedo un sacco di persone che corrono. E non li paga nessuno loro.<ref group="fonte">Dall'intervista di [[Fabio Fazio]] a ''Che tempo che fa'', Rai 3, 23 ottobre 2011; [http://www.youtube.com/watch?v=axUOM-oLLhY video] disponibile su ''youtube.com''.</ref> *Siete voi giornalisti che le chiamate grandi e fate delle distinzioni che io invece non faccio. Rispetto al passato oggi a certe squadre non danno 20 rigori a stagione.<ref group="fonte">Citato in ''[//www.corrieredellosport.it/calcio/serie_b/pescara/2012/02/17-221990/Zeman%3A+%C2%ABRigori+alla+Juve%3F+C'era+solo+su+Giovinco%C2%BB Zeman: «Rigori alla Juve? C'era solo su Giovinco»]'', ''corrieredellosport.it'', 17 febbraio 2012.</ref> *[[modulo (calcio)|Modulo]] e sistemi di allenamento non li cambierò mai. Per coprire il campo non esiste un modulo migliore del 4-3-3.<ref group="fonte">Citato in ''[//www.repubblica.it/2006/06/sezioni/sport/calcio/serie_b/zeman-torna/zeman-torna/zeman-torna.html Zeman ritorna a Lecce, in B Già in festa i tifosi giallorossi]'', ''repubblica.it'', 21 giugno 2006.</ref> *Moggi è un nemico del calcio, è nemico di tutti quelli che non l'hanno seguito e non la pensano come lui. Me compreso quindi.<ref group="fonte">Citato in ''[//www.goal.com/it/news/240/calciopoli/2012/02/22/2921684/zeman-vs-moggi-la-sfida-infinita-il-boemo-tira-lennesima Zeman vs Moggi: la sfida infinita! Il boemo tira l'ennesima frecciata allo juventino: "Lui è un nemico del calcio"]'', ''goal.com'', 22 febbraio 2012.</ref> *{{NDR|Dopo le dichiarazioni di [[Gianluigi Buffon]] sul gol fantasma di Muntari, in Milan-Juventus 1-1 del 25 febbraio 2012}} Di solito durante una partita nessuno direbbe se il pallone è entrato in porta o no, dopo la gara però si deve ammetterlo. E chi lo fa è solo onesto. Buffon è anche capitano e portiere della Nazionale: credo che debba dare l'esempio e dimostrare onestà.<ref group="fonte">Citato in ''[//www.corriere.it/sport/12_febbraio_27/buffon-nicchi-thiago_e8040652-6130-11e1-8325-a685c67602ce.shtml Nicchi-Buffon, lite sul gol non visto «Brutto esempio» «Retorica stucchevole»]'', ''corriere.it'', 27 febbraio 2012.</ref> *{{NDR|Sull'inclusione degli scudetti 2004-05 e 2005-06 nel palmarès della Juventus}} Se gli juventini si sentono così, io di scudetti ne scriverei magari ventidue, ventitré. Ognuno si può mettere quello che vuole.<ref group="fonte">Citato in ''[//www.corriere.it/sport/12_maggio_11/zeman-scudetti-juve_b354bad2-9b82-11e1-81bc-34fceaba092f.shtml «Gli scudetti della Juve? Al massimo sono 23»]'', ''corriere.it'', 11 maggio 2012.</ref> *Capisco che il calcio possa anche essere fonte di stress. In alcune piazze ci sono pressioni. Io però non sono stressato. Il calcio sotto questo aspetto non mi ha mai dato problemi. Io alleno anche perché mi diverto. Se fosse per me continuerei ad allenare fino ad 80 anni, ma lo so che non sarebbe possibile e non me lo permetterebbero.<ref group="fonte">Citato in ''[//www.gazzetta.it/Calcio/14-05-2012/zeman-ma-quale-stress-allenerei-fino-80-anni--911224819696.shtml Zeman, ma quale stress "Allenerei fino a 80 anni"]'', ''gazzetta.it'', 14 maggio 2012.</ref> *{{NDR|Dopo i complimenti di Moggi sulla sua stagione a Pescara}} Mi chiedete dei complimenti di Moggi? Io non mi voglio rovinare la giornata.<ref group="fonte">Citato in ''[//it.eurosport.yahoo.com/notizie/zeman-vs-moggi-sono-ancora-201734770.html Zeman vs Moggi, sono ancora scintille]'', ''eurosport.yahoo.com'', 23 maggio 2012.</ref> *{{NDR|Rispondendo a chi chiedeva se il suo atteggiamento difensivo fosse cambiato, alla luce dei pochi gol subiti dal Pescara}} Mi sa che mi conviene dire che sono cambiato. Per me è uguale. È chiaro rischiare qualcosa, ma se fai 90 gol non ti preoccupi di quanti ne prendi. La fase difensiva si faceva sempre, penso che anche per i giocatori è più soddisfacente costruire piuttosto che distruggere. E per distruggere devi usare le maniere forti: e io sono un uomo di pace. In generale vorrei che la mia squadra riuscisse ad avvicinare la gente e dare delle emozioni. Queste ultime possono essere di due tipi, ma si tratta sempre di emozioni.<ref group="fonte">Citato in ''[//www.gazzetta.it/Calcio/Squadre/Roma/05-06-2012/zeman-voglio-emozionare-avevo-promesso-tornare-911443864324.shtml Zeman: "Voglio emozionare. Avevo promesso di tornare"]'', ''gazzetta.it'', 5 giugno 2012.</ref> *{{NDR|Su [[Ciro Immobile]]}} Penso che quell'anno a Pescara gli sia servito molto perché arrivava da esperienze non positive anche in B dove non giocava. Gli abbiamo dato l'opportunità di far vedere le sue doti e ha dimostrato di averne. Ha fatto bene ad andare in Germania perché è giovane e ha ancora tanto da imparare.<ref group="fonte" name=tuttosport/> *Per me [[Daniele De Rossi|Daniele]] non è un regista alla [[Andrea Pirlo|Pirlo]], ma è un centro mediano che può dare equilibrio alla squadra. Poi che possa giocare in tutti i tre ruoli del centrocampo è un altro discorso, dipende sicuramente da quello che serve alla squadra.<ref group="fonte">Citato in ''[//www.gazzetta.it/Calcio/Squadre/Roma/notizie/08-06-2012/zeman-totti-piu-forte-911476624988.shtml Zeman: "Totti il più forte"]'', ''gazzetta.it'', 8 giugno 2012.</ref> *{{NDR|Sullo scandalo del calcioscommesse del 2011}} Questo discorso nasce da un problema di fondo nel senso che il calcio per molti è diventato solo un grande business. Di queste cose se ne è parlato a lungo, mi auguro che per una volta si decida di intervenire per fare un calcio diverso. Mi sorprende un po' che calciatori di primo piano si ritrovino in mezzo, perché capisco che il giocatore di Serie C, che non riceve da mesi lo stipendio, possa avere delle tentazioni... Sia chiaro non lo giustifico, anzi lo condanno, ma almeno lo capisco. Chi proprio non riesco a capire sono i giocatori famosi e ben pagati. Io ai ragazzi dico sempre "''continuate a fare calcio per passione, anche ad alto livello, non mettendo sempre il guadagno in primo piano''". È il mio modesto contributo per provare a cambiare la mentalità.<ref group="fonte" name="critica">Da un'intervista a ''France Football''; citato in ''[//www.gazzetta.it/Calcio/Squadre/Roma/notizie/19-06-2012/zeman-critica-matteo-mourinho-non-mi-piace-chi-distrugge-gioco-911578641821.shtml Zeman critica Di Matteo e Mourinho "Non mi piace chi distrugge gioco"]'', ''gazzetta.it'', 19 giugno 2012.</ref> *{{NDR|Su [[Francesco Totti]]}} Un esempio di giocatore che ha sempre vissuto il calcio allo stesso modo: quando era un giovane sconosciuto ed oggi che è il fuoriclasse che conosciamo.<ref group="fonte" name="critica"/> *Sull'idea di mettere la terza stella sulla maglia della Juventus ho gia' dato la mia opinione: per me gli scudetti sono tanti quanti sono stati assegnati. Certo, se mi leggo qualche dichiarazione e qualche libro, penso che gia' 28 siano troppi...<ref group="fonte">Citato in ''[//www.corrieredellosport.it/calcio/2012/07/07-250645/Zeman,+scudetti+Juve%3F+Troppi+gia'+28... Zeman, scudetti Juve? Troppi già 28...]'', ''corrieredellosport.it'', 7 luglio 2012.</ref> *{{NDR|Riguardo alla sua preparazione}} Voi dite che stiamo facendo lavoro duro, ma per me sono sciocchezze. Per me sono solo lunghe passeggiate nei boschi. Ma per me la preparazione è essenziale: è la base su cui costruire la stagione. Siamo qua in ritiro per lavorare, per prepararci per la stagione, è normale che si fatica. Se fossimo andati in un villaggio Valtur sarebbe stato diverso.<ref group="fonte">Citato in ''[//www.gazzetta.it/Calcio/Squadre/Roma/07-07-2012/zeman-competere-il-massimo-lavoro-duro-solo-sciocchezze--911762874676.shtml Zeman, ma quale stress Zeman: "Competere per il massimo Scudetti Juve? Troppi anche 28"]'', ''gazzetta.it'', 7 luglio 2012.</ref> *{{NDR|Rispondendo a Moggi, che lo aveva definito «un buon allenatore che purtroppo si distrae sempre e perde l'essenza del calcio»}} Se l'essenza del calcio è il [[doping]] o il comprare gli arbitri allora io sono molto lontano da questo.<ref group="fonte">Citato in ''[//www.ilmessaggero.it/sport/asroma/moggi_vs_zeman_il_boemo_risponde_il_suo_calcio_era_doping_e_comprare_arbitri/notizie/208184.shtml Moggi vs Zeman, il boemo risponde: il suo calcio era doping e comprare arbitri]'', ''ilmessaggero.it'', 13 luglio 2012.</ref> *{{NDR|Sulle squalifiche degli allenatori per lo scandalo del calcioscommesse del 2011}} Anche un giocatore squalificato si può allenare, però penso che se c'è una squalifica lunga un allenatore non possa allenare. Quanto lunga? Sopra i tre mesi.<ref group="fonte">Citato in ''[//www.repubblica.it/sport/calcio/serie-a/roma/2012/08/12/news/zeman_scommesse_conte-40827438/ Zeman: Conte squalificato? Non dovrebbe allenare]'', ''repubblica.it'', 12 agosto 2012.</ref> *{{NDR|Sulle quotazioni delle società di calcio in Borsa}} Non dovrebbero essere quotate in Borsa. I risultati mi danno ragione. Il calcio deve stare fuori dalla finanza e dalla politica.<ref group="fonte">Citato in ''[//www.tuttosport.com/calcio/serie_a/roma/2012/09/12-212180/Zeman+attacca+Abete%3A+%C2%ABE%27+nemico+del+calcio%C2%BB Zeman attacca Abete: «È nemico del calcio»]'', ''tuttosport.com'', 12 settembre 2012.</ref> *{{NDR|Alla domanda su un'eventuale cena con un nemico; magari il presidente della FIGC, [[Giancarlo Abete]]}} Perché no? Abete non è mio nemico ma nemico del calcio.<ref group="fonte">Citato in ''[//www.sportmediaset.mediaset.it/calcio/roma/articoli/89328/zeman-abete-e-nemico-del-calcio.shtml Zeman: "Abete è nemico del calcio"]'', ''sportmediaset.mediaset.it'', 12 settembre 2012.</ref> *Vialli mi dà del paraculo perché combatto le battaglie che mi convengono? Sbaglia, pensavo avesse smesso con i farmaci. Io per le mie convinzioni sono rimasto fuori dal grande giro per più di dieci anni.<ref group="fonte">Citato in ''[//www3.lastampa.it/sport/sezioni/calcio/lstp/468751/ Zeman: "Vialli? Pensavo avesse smesso di prendere farmaci..."]'', ''lastampa.it'', 16 settembre 2012.</ref> *{{NDR|Su [[Marco Verratti]]}} Quando sono arrivato a Pescara doveva giocare mezzapunta, ma io l'ho trasformato in regista e mi ha dato grosse soddisfazioni. Il ragazzo è del '92 ha 20 anni con poca esperienza, può crescere tanto e diventare uno dei più grandi registi in Europa.<ref group="fonte">Citato in "[http://www.tuttosport.com/calcio/serie_a/roma/2012/09/22-214097/Zeman%3A+%C2%ABVerratti%3F+Tra+i+migliori+registi+in+Europa%C2%BB «Zeman: Verratti? Tra i migliori registi in Europa»]", ''tuttosport.com'', 22 settembre 2012.</ref> *Stringere la mano a [[Ciro Ferrara|Ferrara]]? Io la stringo a tutti. Non devo chiudere nessuna polemica con lui, sono i tribunali che per 10 anni si sono occupati di quei problemi. Non sono fatti miei.<ref group="fonte">Citato in ''[//www.gazzetta.it/Calcio/Squadre/Roma/25-09-2012/zeman-ferrara-stringo-mano-tutti-certe-cose-si-occupano-tribunali-912716949030.shtml Zeman: "Ferrara? Stringo la mano a tutti. Di certe cose si occupano i tribunali"]'', ''gazzetta.it'', 25 settembre 2012.</ref> *{{NDR|Su [[Antonio Conte]]}} [...] mi piaceva già da giocatore, tanto che lo volevo comprare ai tempi del Foggia, e mi piace adesso da allenatore, perché dove è andato è sempre riuscito a trasmettere una forte mentalità abbinata a una precisa cultura del gioco.<ref group="fonte">Citato in ''[//www.lastampa.it/2012/09/29/sport/zdenek-un-assist-a-conte-mi-piaceva-gia-da-giocatore-UuRXFSQ5BgzYQjpsS6icGI/index.html Zeman, un assist a Conte "Mi piaceva già da giocatore"]'', ''lastampa.it'', 29 settembre 2012.</ref> *{{NDR|Dopo la conferenza stampa previa all'incontro Juventus-Roma del 29 settembre 2012}} Un pronostico per la partita? Non so, chiedetelo a [[Gianluigi Buffon|Buffon]]: io vado solo in tabaccheria, è lui quello che passa in ricevitoria.<ref group="fonte">Citato in Manuela Mangione, ''[//www.retestadio.it/?action=read&idnotizia=8885 Juve - Roma: ecco l'anticipo della 6^ giornata di campionato]'', ''retestadio.it'', 29 settembre 2012</ref><ref>Non si fa attendere la risposta dell'ex presidente della [[Juventus Football Club|Juventus]], [[Giovanni Cobolli Gigli]]: «Sono dell'idea che le persone quando arrivano a una certa età diventano vecchie, e i vecchi devono uscire dalla scena, ritirarsi, chiacchierando con gli amici del bar dello sport, fumandosi una sigaretta o un sigaro come faccio io. Evitando di fare un mestiere, l'allenatore, che non è per vecchi».</ref> *{{NDR|Sulle dichiarazioni di Andrea Agnelli, che aveva auspicato una riforma strutturale del calcio italiano}} Penso che abbia ragione, ci vogliono riforme e si deve migliorare. Lo dicono tutti, non solo lui. Però hanno avuto il calcio in mano per vent'anni, c'era tutto il tempo per fare le migliorie...<ref group="fonte">Citato in ''[http://www.gazzetta.it/Calcio/Squadre/Roma/27-10-2012/zeman--913032413798.shtml Zeman stuzzica Agnelli Recupera Totti e chiama Dodò]'', ''gazzetta.it'', 27 ottobre 2012.</ref> *{{NDR|Su [[Mario Balotelli]]}} Il suo caso è strano, non se la prendono sempre con lui perché di colore diverso, è che con i suoi atteggiamenti attira qualcosa. [...] Il problema non è il razzismo, ma il comportamento, se uno si comporta bene non succede niente. [...] Purtroppo oggi si gioca sul colore della pelle, ma il problema sono i comportamenti dei giocatori.<ref group="fonte">Citato in ''[http://www.sportmediaset.mediaset.it/calcio/calcio/articoli/105397/balotelli-zeman-il-problema-non-e-il-razzismo-la-colpa-e-sua-.shtml Balotelli, Zeman: "Il problema non è il razzismo, la colpa è sua"]'', ''sportmediaset.mediaset.it'', 16 maggio 2013.</ref> *Io non sono cieco, io non ce l'avrò mai con la Juventus visto che dormivo con la maglia della Juventus, visto che mio zio ha vinto due Scudetti.<ref group="fonte">Citato in ''[http://www.tuttojuve.com/altre-notizie/zeman-alla-ds-dormivo-con-la-maglia-bianconera-juve-un-esempio-nel-mondo-ma-bisogna-essere-ciechi-per-negare-i-farmaci-e-calciopoli-206449 Zeman alla DS: "Dormivo con la maglia bianconera. Juve un esempio nel mondo, ma bisogna essere ciechi per negare i farmaci e calciopoli"]'', ''tuttojuve.com'', 29 settembre 2014.</ref> *A me non piace il [[tiki-taka]] perché ho un'altra visione sul calcio però non è detto che non renda. [[Josep Guardiola|Guardiola]], che reputo oggi il miglior allenatore al mondo, ha vinto tanto giocando in questo modo. Il problema è piuttosto chi lo vuole scimmiottare non avendo i giocatori che c'erano in quel Barcellona.<ref group="fonte" name=tuttosport>Da un'intervista a ''Tuttosport''; citato in ''[http://www.goal.com/it/news/2/serie-a/2014/11/01/5682471/zeman-ne-ha-per-tutti-garcia-mi-annoia-thohir-allinter-per-soldi-?ICID=HP_BN_11 Zeman ne ha per tutti: "Garcia mi annoia, Thohir all'Inter per soldi. E che errore la Juventus con Immobile... "]'', ''goal.com'', 1º novembre 2014.</ref> *Ho vinto poco in carriera? La vittoria non è la cosa più importante, un tecnico deve migliorare i calciatori a propria disposizione. Mi interessa molto la loro salute, credo che ancora oggi nel calcio si faccia uso di sostanze dopanti e ci sono calciatori che sono morti per vincere solamente una partita in più. Chi è responsabile di questo non ha certo aiutato il calcio a crescere.<ref group="fonte">Citato in ''[http://www.tuttojuve.com/altre-notizie/zeman-il-barcellona-mi-cerco-il-doping-esiste-ancora-210807 Zeman: "Il Barcellona mi cercò. Il doping? Esiste ancora"]'', ''tuttojuve.com'', 5 novembre 2014.</ref> *Se c'è un cambio di panchina di solito c'è una reazione positiva o negativa, io spero nella prima.<ref group="fonte">Catato in ''[http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-02-17/pescara-riecco-zeman-salvezza-difficile-ma-non-voglio-fare-figuracce-204134.shtml?uuid=AEitu8X Pescara, riecco Zeman: "Salvezza difficile, ma non voglio fare figuracce"]'', ''ilsole24ore.com'', 17 febbraio 2017.</ref> *{{NDR|Sul divario tra calcio maschile e [[Calcio femminile|femminile]]}} Se è una questione di cultura? Anche, di solito in Italia le donne sono in cucina. Se è una cosa gravissima? Non lo so, certo anche gli uomini devono mangiare.<ref group="fonte">Da un'intervista a margine della cerimonia di premiazione della Panchina d'oro; citato in ''[https://www.goal.com/it/notizie/zeman-calcio-femminile-di-solito-in-italia-donne-stanno-in/xoymrmauiwf1urv1nm34cdmz Zeman sul calcio femminile: "Di solito in Italia le donne stanno in cucina"]'', ''goal.com'', 3 febbraio 2020.</ref> {{Int|''[https://web.archive.org/web/20160101000000/http://archiviostorico.corriere.it/2001/aprile/25/Questo_scandalo_doping_mia_sconfitta_co_0_010425324.shtml «Questo scandalo doping è la mia sconfitta»]''|Intervista di Stefano Petrucci, ''Corriere della Sera'', 25 aprile 2001, p. 38.}} *Il [[Calcio (sport)|calcio]] deve uscire dalle farmacie, nel nostro ambiente girano troppi farmaci. *Io senza calcio non sto bene. Fosse per me arriverei a morire in tuta, a novant'anni, all'aria aperta, a insegnare pallone a qualche ragazzo che avesse ancora voglia di starmi a sentire. *Quello che dovevo dire sul doping l'ho detto nel '98. E, tornassi indietro, lo rifarei. Non mi interessano rivincite, non mi fa né caldo né freddo sentirmi ripetere intorno "avevi ragione". Mi avvilisce, piuttosto, accorgermi di come tanti non abbiano capito, oggi come allora, che quello era un allarme lanciato per il bene di chi fa sport, per la salute di tanti giovani. {{Int|''[//archiviostorico.gazzetta.it/2004/novembre/13/Fahrenheit_11_sw_0_0411131260.shtml Fahrenheit 14/11]''|''SportWeek'', La Gazzetta dello Sport, 13 novembre 2004.}} *Il calcio, oggi, è sempre più un'industria e sempre meno un gioco. *La grande popolarità che ha il calcio nel mondo non è dovuta alle farmacie o agli uffici finanziari, bensì al fatto che in ogni piazza, in ogni angolo del mondo, c'è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi. *Non c'è nulla di disonorevole nell'essere ultimi. Meglio ultimi che senza dignità. *Non è vero che non mi piace vincere: mi piace vincere rispettando le regole. *Non importa quanto corri, ma dove corri e perché corri. {{Int|''[http://www.gazzetta.it/Calcio/Altro_Calcio/Primo_Piano/2008/12/03/zeman.shtml Zeman, anima da Mourinho: "Diciamo ciò che pensiamo"]''|Citato in ''gazzetta.it'', 3 dicembre 2008.}} *[[José Mourinho|Mourinho]] come me? Lui è uno dei pochi che dice quello che pensa e io ho sempre cercato di dire quello che pensavo. Forse poi lui se lo può permettere, e io no: ma questo è un discorso diverso. *A parte il fatto che a voi dell'Inter io piaccio perché contro di voi ho sempre fatto pochissimi risultati, credo che Mourinho sia uno dei pochi che dice quello che pensa. Sul piano tattico non credo che abbia portato grosse novità, sicuramente ha a disposizione una rosa di calciatori molto importante, e quindi ha grande scelta. Poi, per quanto riguarda la gestione del gruppo, credo che la sappia fare con grande personalità. Certo, usa il bastone per quelli che segnano e la carota per quelli che non fanno gol e, a volte, si potrebbe anche fare il contrario. *{{NDR|Su [[Francesco Totti]]}} Su di lui non si può fare un discorso di discesa e salita di rendimento. Totti è uno dei più grandi talenti del calcio, ma è normale che si possano avere dei periodi negativi. Nel suo caso però dipendono solo dagli infortuni. Un giocatore come lui non si può mettere in discussione. *{{NDR|Su [[Alessandro Del Piero]]}} Sono tanti 250 gol con la maglia della Juventus, anche se sono tanti anni che gioca a Torino. Sicuramente anche lui è un grande talento del calcio italiano. *{{NDR|Su [[Cristiano Ronaldo]]}} Per quanto fatto nella passata stagione credo che sia stato giusto dare il Pallone d'oro a lui. Ha fatto un gradissimo campionato col Manchester e ha fatto bene anche con la nazionale. E poi, visto che è giovane, penso ne vincerà anche altri. {{Int|''[https://web.archive.org/web/20160101000000/http://archiviostorico.corriere.it/2010/agosto/08/Zeman_Anche_gli_altri_non_co_9_100808039.shtml Zeman: «Anche gli altri non hanno vinto nulla, io lancio i giovani»]''|Citato in Franco Fiocchini, ''Corriere della Sera'', 8 agosto 2010, pp. 44-45.}} *Dicono di me: parla, parla, ma non ha mai vinto niente. Me l'ha ripetuto pure uno degli avvocati della difesa al processo di Napoli. Bene: cosa hanno vinto, a parte Benitez, quelli che allenano in A in questa stagione? Ho valorizzato e mandato in nazionale più di 20 giocatori: quanti allenatori possono dire la stessa cosa? *Da noi conta solo vincere, non importa come. Gli allenatori sono schiavi dei presidenti: io non l'ho mai fatto, e non lo farò mai. *{{NDR|Parlando dei presidenti}} Li vedo stressati, ricattati dagli ultrà: non hanno progetti né idee. Quasi tutti hanno in mente solo il business che, però, ha altre regole rispetto allo sport. Ora vogliono stadi nuovi e di proprietà dei club per riempirli di centri commerciali e ristoranti, che non hanno niente a che fare col calcio. I tifosi rinunciano ad andare allo stadio perché manca lo spettacolo e non si divertono più. Gli ultrà si accontentano del risultato, gli sportivi si divertono solo se vedono giocar bene le squadre. Sbaglia chi è convinto che la gente non vada più alle partite perché i nostri stadi sono obsoleti. *{{NDR|Su José Mourinho}} Solo uno da prima pagina. Dicono sia stato bravo a convincere Eto'o a fare il terzino, ma è normale che un allenatore faccia fare ai giocatori in campo quello che vuole lui. Anche se ha vinto tutto non mi piace il suo modo di affrontare le partite: a Barcellona ha fatto catenaccio peggio di [[Nereo Rocco]]. La mentalità a una squadra la dà sempre l'allenatore: non se la scelgono i giocatori. *{{NDR|Rispondendo a "Quanto ha pagato per quella sua denuncia del 1998?"}} Niente... Mi hanno sempre pagato per fare calcio. Certo la mia carriera sarebbe stata diversa. Allenavo la Roma e nel febbraio del '99 mi cercarono prima il Real Madrid, poi il Barcellona. Ne parlai subito con Franco Sensi che mi disse: poche storie, tu da qui non ti muovi. A maggio intimarono al presidente: o cacci Zeman o non vincerai mai lo scudetto. E lui fu costretto a esonerarmi. {{Int|''[//www.gazzetta.it/Calcio/12-07-2011/zeman-scudetto-2006-801995265669.shtml Zeman: "Scudetto 2006? Giusto toglierlo all'Inter"]''|Citato in ''gazzetta.it'', 12 luglio 2011.}} *{{NDR|Riferendosi al titolo di campione d'Italia 2005-06 assegnato all'[[Football Club Internazionale Milano|Internazionale]]}} Credo che sia giusto revocarlo. Sono i fatti a dirlo. Io non conosco le ultime intercettazioni, ma credo che questo passo andrebbe fatto, anche perché secondo me diverse società avrebbero titolo a rivendicarlo. *Che ci sia un rapporto fra i dirigenti e i designatori non sarebbe un problema di per sé. Bisognerebbe però capire e vedere che tipo di rapporto c'è stato e c'è ancora. Sapere cosa si dicono i designatori e i dirigenti. *{{NDR|Su [[Giacinto Facchetti]]}} È stata una grande figura del calcio italiano. Ci sono però alcune intercettazioni che ho letto sui giornali che dicono che probabilmente qualcosa c'è stato. Non sono io a dover giudicare, ma probabilmente sarebbe giusto per il bene del calcio e dei diretti protagonisti fare chiarezza una volta per tutte. *Io oggi passo per nemico dei bianconeri, ma 30 anni fa ero tifoso della [[Juventus]]. Per me quella bianconera è una formazione storica del campionato italiano. Il problema è che qualche volta con la Juve hanno lavorato dirigenti che hanno fatto fare brutte figure alla società. *{{NDR|Su [[Luciano Moggi]]}} Io oggi ufficialmente sono un allenatore di calcio. Lui invece ufficialmente è fuori dal calcio. Il suo nome lo leggo solo sui giornali e qualche volta lo vedo solo nelle trasmissioni televisive, non sui campi di calcio. {{Int|''[//www.gazzetta.it/Calcio/Squadre/Roma/28-09-2012/zeman-mai-danneggiato-juve-se-prendano-qualcun-altro-912745064751.shtml Zeman: "Mai danneggiato la Juve. Se la prendano con qualcun altro"]''|Citato in ''gazzetta.it'', 28 settembre 2012.}} *Qualche Juventus-Roma l'ho già fatto. Sono due squadre che fanno sempre incontri importanti che richiamano sempre tanta attenzione. È una gara stimolante per entrambe: loro stanno rendendo bene, noi vogliamo dimostrare di poterli mettere in difficoltà. È come il derby, ci sono tre punti e voglio giocare per quelli. *Calcio e politica attirano disaffezione, ma c'è crisi su tutti i campi e si riflette anche nel calci. *{{NDR|Su [[Alessandro Del Piero]] dopo la scadenza del suo contratto con la Juventus}} Non so è la prima sfida Juve-Roma senza di lui, forse qualche volta era infortunato. Se manca, manca alla Juve, non a me. *L'ultima volta a casa della Juve l'accoglienza non era stata molto carina, l'ho segnalato anche, perché dopo 90' di offese non è successo niente, ma se uno fa 'buuu' è razzismo. I danni alla Juve non li ho fatti io, i tifosi se la dovrebbero prendere con qualcun altro. *[[Massimo Carrera|Carrera]] ha declinato la conferenza pre Juve e ci ha mandato l'allenatore dei portieri, [[Claudio Filippi|Filippi]]? Questione di stile: credo che la gente voglia sempre sentire qualcuno direttamente interessato. E sarebbe stato meglio anche per voi giornalisti. {{Int|''[http://www.gazzetta.it/Calcio/Squadre/Roma/26-10-2012/zeman-voglio-ragazzi-motivare-anche-un-esclusione-913029673212.shtml Zeman: "Voglio ragazzi da motivare. Anche con un'esclusione..."]''|Dal convegno "Oltre l'Ego - L'etica della moltitudine: dalla squadra all'orchestra"; citato in ''gazzetta.it'', 26 ottobre 2012.}} *Cosa porterei dal mondo del calcio a quello della [[politica]]? Comincerei col portare le regole, noi in campo le abbiamo e le dobbiamo rispettare. E poi bisognerebbe trovare persone che non dicono "vorrei ma non posso'" ma che invece dicono "io voglio e lo faccio". *Come [[allenatore]] ho la responsabilità per quello che si fa in campo ma anche fuori, per questo cerco di conquistarmi il ruolo di leader, per farmi seguire. Si dice che io incuta timore, ma per imporsi non ci sono spartiti precisi, bisogna cercare di farsi seguire, col buon esempio, attraverso il comportamento personale. *Si vorrebbero sempre ragazzi bravi, belli, forti, ma non sempre ci si riesce. Ma a me piace lavorare più con quelli con cui c'è da fare, da discutere. Con questi si comincia con le buone, poi si finisce con le cattive, magari con qualche esclusione dalla squadra ma a me piace la gente che bisogna motivare, cui bisogna insegnare qualcosa. *Il [[talento]] conta tantissimo, è più facile, si è avvantaggiati, ma anche senza si riesce ad andare avanti. Chi tratta meglio il pallone si chiama artista, ma non è detto che 11 artisti battano 11 artigiani. Bisogna formare una miscela tra queste due categorie. E poi chi ha talento non deve accontentarsi, adagiarsi su quello che gli ha dato madre natura, ma lavorare ogni giorno per migliorarsi. {{Int|''[https://www.corriere.it/cronache/22_novembre_13/zdenek-zeman-intervista2-abd8c900-62c9-11ed-b76c-5099773a656c.shtml Zdenek Zeman si confessa: «Ho odiato i comunisti, tifo Juve da sempre»]''|Intervista di [[Aldo Cazzullo]], ''corriere.it'', 13 novembre 2022.}} *{{NDR|Su [[Roma]]}} È una splendida città antica, e una metropoli moderna piena di problemi che nessuno affronta. {{NDR|Perchè?}} Perché gli italiani rimandano sempre tutto a domani. *{{NDR|La [[Juventus]]}} Era la squadra di mio zio Cestmir Vycpálek: il più grande talento del calcio cecoslovacco prima di [[Pavel Nedved]], che portai in Italia. La differenza è che Nedved, lavoratore maniacale, voleva allenarsi pure il giorno di Natale; mio zio invece amava le gioie della vita. Era stato a [[Dachau]], e il [[lager]] l'aveva segnato. Ma mi dicono fosse birichino anche prima. *Pesavo i giocatori ogni mattina. Più si allenavano, più la partita diventava un divertimento. A fine stagione le altre squadre erano stanche; le mie correvano più di prima. *{{NDR|«[[Pasquale Casillo|Casillo]] poi finì in carcere»}} E io andai all'uscita ad aspettarlo. Sapevo che era innocente. L'hanno riconosciuto dopo tredici anni. *{{NDR|Al Foggia}} Avevamo un terzino sinistro velocissimo, [[Maurizio Codispoti|Codispoti]], che al momento del cross combinava di tutto, con i piedi che aveva. Allora [[Pasquale Casillo|Casillo]] gli mise centomila lire nella scarpa: se non sbagliava poteva tenersele. *{{NDR|«Come fu l'esordio in serie A?»}} Pareggiammo 1 a 1 a [[Stadio Giuseppe Meazza|San Siro]] con l'Inter. Dissi a [[Salvatore Matrecano|Matrecano]], che avevo preso dalla [[Turris]], C2, per 25 milioni di lire: "Tu marchi [[Jürgen Klinsmann|Klinsmann]]". Klinsmann non toccò palla. Quando tornammo a San Siro con il Milan, dissi a Matrecano: "Tu marchi [[Marco van Basten|Van Basten]]". Van Basten fece tre gol. *La Lazio mi aveva esonerato. Suona il telefono: “Sono il presidente [[Franco Sensi|Sensi]]”. Buttai giù: “E io sono [[Napoleone]]”. Era Sensi per davvero. *Scoppiò lo scandalo del [[nandrolone]]. Giocatori trovati positivi inventarono scuse puerili. [[Fernando Couto|Couto]] del Parma, che era un capellone, diede la colpa a uno shampoo. Un altro, che era stempiato, a una lozione contro la caduta. [[Cristian Bucchi|Bucchi]] e [[Salvatore Monaco|Monaco]] del Perugia alla carne di cinghiale. Ci finirono dentro pure [[Edgar Davids|Davids]] e [[Josep Guardiola|Guardiola]]. E io pagai un prezzo altissimo {{NDR|per aver denunciato}}. *Il [[Serie A 1998-1999|campionato 1998-1999]] fu un calvario di torti arbitrali, che costarono alla mia Roma almeno 21 punti. A Udine ci inventarono un rigore contro. Avevamo un attaccante, [[Fábio Júnior|Fabio Junior]], immeritatamente detto l'Uragano blu, che non segnava mai; quando finalmente fece un gol, glielo annullarono, non si è mai capito perché. Episodi assurdi. I calciatori videro che i loro sforzi erano inutili, e qualcuno mollò. La quartultima giornata perdemmo 4 a 5 con l'Inter all'Olimpico. Si disse che l'Inter avesse contattato tre dei miei in vista dell'anno successivo. Ebbi l'impressione che alcuni fossero distratti, c'erano difensori che facevano i centravanti... Così con Sensi decidemmo di fare nuovi acquisti. *[[Ciro Immobile|Immobile]] aveva fame. [[Lorenzo Insigne|Insigne]] aveva talento. [[Marco Verratti|Verratti]] aveva bisogno di trovare la posizione giusta. Faceva il trequartista o la mezzala; lo impostai da regista davanti alla difesa. Dove gioca ancora adesso, nel [[Paris Saint-Germain Football Club|Psg]] e in [[Nazionale di calcio dell'Italia|Nazionale]] *{{NDR|«[...] il giocatore più forte che ha mai avuto?»}} [[Francesco Totti|Totti]]. Pareva avesse quattro occhi, due davanti e due dietro. Gli ho visto fare cose che sorprendevano tutti, anche me dalla panchina. Un'intelligenza calcistica prodigiosa. L'ho allenato due volte, quando aveva ventun anni e quando ne aveva trentasei, al mio ritorno alla Roma. Mi ha sempre seguito. E non abbiamo mai litigato *Sono amico di [[Alessandro Di Battista]]. Mi ha anche proposto un seggio al Senato; ma la politica non fa per me, e forse neanche per lui. *L'[[Giochi olimpici|Olimpiade]] è nella migliore delle ipotesi uno spreco, nella peggiore un'occasione per rubare. Come lo fu [[Campionato mondiale di calcio 1990|Italia '90]]. Come temo saranno i [[XXV Giochi olimpici invernali|Giochi invernali di Milano e Cortina]]. ===Citazioni non datate=== *Gli altri lavorano in base ai soldi, noi in base alle [[idea|idee]].<ref group="fonte">Citato in Marco Sappino (a cura di), ''Dizionario biografico enciclopedico di un secolo del calcio italiano'', Dalai editore, 2000, [http://books.google.it/books?id=J5OpwwKggrsC&pg=PA2112 p. 2112]. ISBN 8880898620</ref> *Non conto mai le [[sigaretta|sigarette]] che fumo ogni giorno, altrimenti mi innervosirei e [[tabagismo|fumerei]] di più.<ref group="fonte">Da un'intervista; citato in Aiello Stefano, ''Zdenek Zeman: un allenatore senza frontiere'' e nel suo [http://www.zeman.org/zeman-pag.php?PagID=4 sito ufficiale].</ref> *[[Franco Sensi|Sensi]]? Bravissimo ma non ho capito perché mi ha rinnovato il contratto.<ref group="fonte">Citato in Marco Sappino (a cura di), ''Dizionario biografico enciclopedico di un secolo del calcio italiano'', Dalai editore, 2000, [http://books.google.it/books? id=J5OpwwKggrsC&pg=PA2116 p. 2116]. ISBN 8880898620</ref> ==Citazioni su Zdeněk Zeman== *Chiacchierato, odiato o amato senza via di mezzo: questo è Zdenek Zeman, l'allenatore che ha fatto discutere molto per alcune [[Presunto abuso di farmaci della Juventus F.C.|esternazioni extracalcistiche]]. Zeman non sfugge alla regola: o lo accetti, in tutto e per tutto, oppure lo detesti senza pensarci su un attimo. ([[Alfredo Pedullà]]) *Ci sono solo due cose che non tollera: che qualcuno passi la palla indietro o che vada verso la bandierina del calcio d'angolo. Guarda che la porta è dall'altra parte, ti segnala calmo. ([[Giuseppe Signori]]) *Come il comunismo, Zeman vuole il riscatto dei perdenti e dei (presunti) derelitti, sempre demagogicamente considerati la parte buona da contrapporre a quella, ignobile, dei vincenti. Come il comunismo, Zeman ha il suo nemico giurato, la Juventus (identificata con il grande capitale e le sue losche manovre), che è anche un poderoso alibi per giustificare le sconfitte, il comodo bersaglio grosso da colpire ogni volta che gli eventi prendono una brutta piega. ([[Giuseppe Pollicelli]]) *Da Zeman non sono mai stato allenato anche se a Roma mi scelse, le sue idee possono essere discutibili, ma spesso si rivelano anche efficaci. ([[Vincenzo Montella]]) *Dopo le panchine di Salerno, [[Società Sportiva Calcio Napoli|Napoli]] e Avellino ti rimane solo quella del lungomare.<ref>Striscione dei tifosi salernitani esposto in un Salernitana-Avellino della stagione 2003-04. Lo striscione è rivolto a Zeman, a quel tempo allenatore avellinese ma già tecnico del Napoli e della Salernitana in passato.</ref> ([[striscioni del calcio|striscione]]) *{{NDR|nel 1998}} [Zeman] è il nipote di Vycpalek. Vycpalek noi l'abbiamo salvato dalla Cecoslovacchia comunista e l'abbiamo riportato in Italia. Quindi anche il nipote ci dovrebbe avere la gratitudine. Zeman? No [lo prenderebbe come allenatore], perché non mi piace il suo modo di allenare la squadra. ([[Gianni Agnelli]]) *È l'uomo del calcio pulito, del calcio in cui vince chi gioca meglio e non chi usa altri mezzi. Suscita tanto interesse proprio per questo. [[Adriano Celentano|Celentano]] con le sue uscite fa tanto clamore un po' come Zeman. Non so chi dei due abbia preso dall'altro! Comunque sì, sono due personaggi che si possono accostare, due persone fuori dal coro, difficili da imitare e da eguagliare. Mi fa piacere il ritorno di Zeman in Serie A, fa un bel calcio: pensare che qualche anno fa lo volevano anche per la panchina del Bologna, poi però non se ne fece nulla. ([[Gianni Morandi]]) *È semplicemente il miglior allenatore che abbia avuto nella mia carriera. Con lui feci 3 anni importantissimi, tirò fuori il meglio di me, insegnandomi tanto sia a livello calcistico che tattico. ([[Pierluigi Casiraghi]]) *È senz'altro un grande allenatore, ma posso avere una buona considerazione di lui come tecnico, non certo come persona visto che è un piccolo uomo. Mi danno fastidio i suoi attacchi alla Juve per partito preso e non dimentico nemmeno che nel 1994, prima che arrivassi a Torino con Moggi, non mi volle alla Lazio. ([[Ciro Ferrara]]) *È un allenatore straordinario e credo che ogni giocatore debba sperare di essere allenato da lui perché ti migliora; lui insegna il calcio e credo che sia il più bravo in questo. ([[Alessandro Nesta]]) *È una persona che vuole dimostrare di essere diverso. ([[Claudio Lotito]]) *Fra Zeman e [[Sven-Göran Eriksson|Eriksson]], scelgo quest'ultimo: umanamente vince dieci a zero. [...] Il mister giallorosso non mi piace, ha infangato giocatori di grande valore come [[Ciro Ferrara|Ferrara]] e [[Gianluca Vialli|Vialli]] senza averne le prove. E poi, scusatemi, lui non vive di calcio? E allora perché sputare nel piatto dove mangi? ([[Diego Armando Maradona]]) *Grande allenatore ma anche un impagabile cabarettista quando si tratta di lanciare veleno anti-Juve. ([[Giampiero Mughini]]) *Guardando la faccia più tedesca che slava di Zeman avrei dovuto rendermi conto del suo efferato sadismo di ginnasiarca. ([[Gianni Brera]]) *Il suo modo di vedere il calcio mi ha molto aiutato. Con Zeman, nonostante le grandi fatiche del ritiro, mi sono divertito soprattutto per la mentalità offensiva. Poi ho cercato di integrare ai suoi insegnamenti anche l'importanza della fase difensiva. Resta comunque l'allenatore che mi ha ispirato più di tutti. ([[Eusebio Di Francesco]]) *{{NDR|Riferendosi alle polemiche di Zeman}} Io non ho mai vinto una partita chiacchierando, e penso che Zeman non abbia più niente da dire. Non so se ha un debito con la Juve, ma ormai è maggiorenne e potrebbe smetterla. Le polemiche caricano di più la Juventus, perché ultimamente gliene stanno facendo talmente tante... diciamo che più rompono le palle e più la Juventus diventa forte. ([[Stefano Tacconi]]) *In questo calcio avvolto da continui misteri c'è ancora bisogno di uomini veri! Forza Zeman.<ref>Striscione esposto dalla tifoseria della Cavese nel corso della gara di Serie D contro il Trastevere del 25 febbraio 2024 e dedicato al tecnico boemo, che aveva da poco lasciato la guida tecnica del Pescara per motivi di salute.</ref> ([[Striscioni del calcio|striscione]]) *Io non ho nulla contro Zeman, anzi, se devo essere sincero, lo stimo. Fa un gioco offensivo ideale per gli attaccanti. Un giorno mi piacerebbe essere allenato da lui. Nella vita mai dire mai. ([[Fabio Quagliarella]]) *Io ricordo anche un episodio avvenuto nel maggio 2005 durante un Lecce-Parma 3-3, quando Zeman abbandonò la panchina della sua squadra a 10' dalla fine e non si è mai capito il perché. Magari dovrebbe darci spiegazioni di questo e non su cose che non lo riguardano. ([[Giuseppe Marotta]]) *La cosa interessante è che [Massimo] Carrera in una partita ha vinto più di Zeman in tutta la sua carriera. ([[John Elkann]]) *{{ndr|Nel 1999}} Le dichiarazioni di Zeman sul [[doping]]? Coglionate di un [[terrorista]]. ([[Gianluca Vialli]]) *Lui è un grande. Simpaticissimo: durante gli allenamenti cantava sempre. Anche inventandosi le parole. L'ho risentito recentemente. È un maestro. ([[Ciro Immobile]]) *Non è Zeman che fa le battaglie. È Zeman a essere cercato perché possa dire qualcosa che somigli a un grido di battaglia. ([[Franco Baldini]]) *{{NDR|Riferendosi agli abusi di farmaci nel calcio degli anni novanta del XX secolo}} Non voglio attribuire a Zeman più meriti di quanti possa avere, ma certo è stato lui a stimolare questa inchiesta. ([[Ugo Longo]]) *Per me è stato un po' maestro e un po' papà. Mi ha dato fiducia e consapevolezza dei miei mezzi, mi ha dato il ritmo e i tempi del gioco. Poi è uno che ti fa lavorare in maniera pazzesca: durante il primo ritiro non riuscivo neanche a salire le scale, alla sera. Ci faceva mangiare per tre o quattro giorni le patate, per depurarci, e in allenamento dovevi fare dieci chilometri, con l'ultimo che lui chiamava quello del carattere. Ma tutto questo lavoro aveva uno scopo e tu, da giocatore, lo capivi: molti teorizzano la sofferenza, per far crescere, ma con Zeman tutto questo aveva anche un obiettivo. Soffrivi e soffrivi, ma poi quando finalmente la squadra riusciva a giocare come lui insegnava, beh, allora, era un piacere. E ti divertivi. Il suo calcio è uno sballo, se fai la punta. ([[Giuseppe Signori]]) *Rigido negli schemi, ma faceva anche tante battute, persino troppe, al punto che a volte mi giravano le scatole. Il primo anno io ero un po' spaesato e trovo due insegnanti fantastici per conoscere Roma: Aron Winter e Roberto Di Matteo. Che serate, ragazzi. Solo che al mattino Zeman ci sottoponeva al rito del peso, e per me erano guai. Winter e Di Matteo salivano prima sulla bilancia, raccontavano al mister le nostre avventure della sera prima e insomma, per così dire, mi sputtanavano... così arrivavo io, la lancetta segnava qualche etto di troppo e Zeman, subito: "Che ti sei mangiato insieme a tuoi amici, pietre?". Io ribattevo che non poteva sgridare solo me, ma anche loro, e lui: "Loro possono, perché giocano nazionale... tu non giochi nazionale e non puoi mangiare così". ([[Guerino Gottardi]]) *– Sa, da giovane a Palermo ero presidente di una piccola squadra di calcio, la Bacigalupo: e serviva un allenatore. Presi questo boemo sconosciuto, che scappava dai comunisti.<br />– Zeman.<br />– Zeman: e guardi adesso il suo Foggia dei miracoli. Il suo 4-3-3 è un'idea rivoluzionaria (''[[1992 (serie televisiva)|1992]]'') *Sarei un mediocre? Rispetto le opinioni di tutti, anche quelle di Zeman. Scusi, ma dove gioca questo Zeman? Ah, è un allenatore; della Roma. Non lo sapevo... Ora che sono in vacanza ho un sacco di tempo libero, mi informerò su Google cosa ha fatto e cosa ha vinto... ([[José Mourinho]]) *Se avete problemi a prendere sonno vi consiglio la conferenza stampa di Zeman in versione integrale. ([[Valentino Rossi]]) *Se penso alla persona, ironia e senso dell'umorismo. Se penso all'allenatore, ho ricordi molto positivi. Nella concezione del suo calcio, gli attaccanti trovano spessissimo la via del gol. E poi i tagli che chiedeva, a me riuscivano bene. Grazie a lui, chiusi per due anni in doppia cifra e mi affermai in Nazionale. ([[Pierluigi Casiraghi]]) *Segnai, presi una traversa e creai qualche altra occasione. I giornali elogiarono la mia prestazione. Tutti parlarono bene di me, tranne uno... {{NDR|«Chi?»}} Zeman, il mio allenatore. Mi prese da parte e mi disse che non era contento della prova, nonostante avessi fatto gol. Mi invitò a partecipare di più al gioco di squadra e ad entrare maggiormente nei suoi schemi offensivi. Io ero un attaccante di movimento, dribblavo, non davo punti di riferimento. Il sistema, invece, prevedeva meno tocchi e più profondità. Avessi trovato maggior sintonia con lui... ([[Gustavo Bartelt]]) *''Sono quattro anni che ti amo | e non ti ho mai | parlato di Zeman | così ti sei scordata che giochiamo | con la palla | e non con la catena.'' ([[Lo Stato Sociale]]) *Sono un partigiano di Zeman. La sua è una figura che divide, di forte personalità, uno che ama il bel calcio. ([[Massimo D'Alema]]) *{{NDR|Sul venire allenato da Zeman}} Ti divertivi come un matto, per lui esisteva solo la fase offensiva. Tu preoccupati solo di attaccare, mi diceva. [...] [Mi consigliava] di giocare come se fossi in strada e di divertirmi. Tattica con lui, zero... Ci preoccupavamo solo di attaccare. ([[Lorenzo Insigne]]) *Tu sei unico ed inimitabile, semplicemente tu sei il calcio. ([[Francesco Totti]]) *Un allenatore appassionante anche se un po' estremo. ([[Alviero Chiorri]]) *Un allenatore molto simpatico e di compagnia, sembrava burbero ma è tutt'altro. Ricordo Di Biagio che ci scherzava, era il suo figlioccio. Lui stava allo scherzo, era molto divertente. Sul lavoro era molto esigente, faceva provare e riprovare gli schemi, poi c'era quella dose di lavoro atletico che ti levava la voglia di fare altro. ([[Marco Delvecchio]]) *Una Ferrari minore, costruita all'Est con materiale deperibile. Dura un tempo: poi si ferma e imbarca gol. [...] passa per un genio ma non vince da una vita. ([[Massimo Gramellini]]) *Zdenek Zeman, quando si poteva ancora, vestiva di [[Tabagismo|fumo]] in panchina. Nuvole come fumetti di un grande pensatore che ha ridisegnato le linee di gioco in campo, con [[Attaccante|attaccanti]] che correvano come nei cartoni animati, ma fumo anche come [[metafora]] dell'inconsistenza delle sue difese che troppo spesso si squagliavano nell'aria. ([[Luigi Garlando]]) *Zeman? Dice cose che tutti pensano, ma pochi hanno il coraggio di dire. ([[Gianni Petrucci]]) *Zeman è un allenatore di calcio quindi dovrebbe occuparsi di campo più che di altre cose. Il boemo è comunque un paraculo che si è parato poco, per cui credo vada stimato. Sicuramente ha pagato per le battaglie che ha fatto. ([[Urbano Cairo]]) *Zeman è un allenatore speciale, uno che crea entusiasmo. Ha un gioco aperto, veloce e vuole del buon calcio. ([[Marco Tronchetti Provera]]) *Zeman è una fede. Ma gli atei, calcisticamente parlando, sono in aumento. ([[Filippo Grassia]]) *Zeman è una persona molto intelligente ma è anche un grandissimo paraculo, combatte le battaglie che gli convengono e le altre se le dimentica. Io, tra l'altro, non l'ho mai perdonato quando ha gettato un'ombra sulla carriera mia e di Del Piero e non mi ha ancora chiesto scusa. ([[Gianluca Vialli]]) *Zeman è Zeman. È un precursore di un modo di fare calcio. Lo ammiro tantissimo. Lui, comunque, non si può imitare. Perché è lui. Propone un suo calcio, è "integralista" ed è convinto del suo gioco e del suo credo. ([[Andrea Stramaccioni]]) *Zeman mi sembra che sia un po' deconcentrato, inseguendo sempre le polemiche. Non lo fischierei come ha detto [[Mirko Vučinić|Vucinic]], ma per partito preso non fischio nessuno. Rispetto l'allenatore Zeman ma non ho nessuna simpatia per lui. ([[Giovanni Cobolli Gigli]]) *Zeman sarebbe perfetto come preparatore atletico [...]. Bravissimo nella preparazione fisica, ottimo intenditore di calcio, non riesce mai a trasformare la sua teoria in pratica. I calciatori, sempre più esasperati dai suoi metodi, non lo seguono e per i presidenti è diventata una scommessa troppo pericolosa. Le società sono aziende e affidarle a Zeman significa rischiare il fallimento. ([[Michele Criscitiello]]) *Zeman se si avventura su campi diversi rischia di andare in fuorigioco. ([[Maurizio Paniz]]) ===[[Roberto Beccantini]]=== *Ci ha stregati e spappolati, ignorando che non si può vivere di una rivoluzione al giorno, ma che la gente, una volta "liberata" dal giogo del calcio all'italiana, ammesso che fosse un giogo, e non un gioco, aveva, e ha, bisogno di supporti tradizionali come la luce, l'acqua, un buon frigorifero: fuor di metafora, non è umano, e neppure consigliabile, prendere gli avversari sempre di petto, qualche volta è sufficiente, e più fruttifero, attenderli al varco. Non si vive di solo caviale. Ogni tanto, si ha voglia di pane e salame. Dicono: non sarebbe stato Zeman. Dico: sarebbe stato uno Zeman ancora più completo e brillante. [...] Zeman è questo, mai si piegherà al compromesso, termine vago e infido. Lo facesse, tradirebbe coloro che si cibano di luoghi comuni spacciati per verità supreme, inscindibili. Sin dall'epopea del Licata, ha precorso i tempi, salvo venirne imprigionato. Lascia un'impronta, lascia una coda di duellanti in suo onore; Cervantes ne avrebbe tratto un Don Chisciotte ancora più romanzesco dell'originale: e i mulini a vento? *Ha vinto, Zeman, per l'insistenza con la quale, in assenza di successi plausibili, parliamo di lui, per quell'aureola di santità che lo scorta. [...] La sua forza era (è) il suo limite, i suoi limiti erano (sono) la sua forza. Ha perso, Zeman, per la cocciutaggine che lo ha bloccato e impantanato a metà del guado, impedendogli di correggere la rotta; un atteggiamento, questo, troppo ordinario per trovare cittadinanza nella testa, e nell'anima, di un assemblatore che ha confuso la flessibilità e l'eclettismo con il più perverso dei vizi: l'incoerenza. E così, le sue squadre sono sempre andate incontro allo stesso destino: memorabili impennate, madornali sbandate. [...] dubito che sia stato il Palazzo a impedirgli di ascendere al trono di un club grande come Juventus, Inter o Milan. Lo ha frenato quel suo modo, smaccatamente manicheo, di vivere il calcio. Per non vendersi, si è venduto sin troppo bene, sempre, però, al prezzo, esagerato, di schemi goderecci ma scolpiti nel marmo e, di conseguenza, ossessivi e ossessionanti. *Non è stato scomodo. Al contrario, comodissimo: sai che coraggio, in un Paese come il nostro, gettare fango contro la Juventus. Lo fanno tutti, un rigore sì e un rigore no. *Sono pochi i vinti che riescono a tenere alta l'audience. Zeman è uno di questi. Ma per carità, non evochiamo sinistri complotti e stupide congiure. Così ha voluto, così ha deciso, e non certo per un tozzo di pane. ha sempre calcolato tutto, entrate ed uscite. Ha preferito la tana (il 4-3-3, comunque e contro chiunque) all'avventura. [...] Avanti tutta, sia che in campo scendano i titolari sia che ci vadano le riserve. [...] Non ha mai lottato per lo scudetto, non si è mai nascosto, non si è mai aggiornato. Attacchi scoppiettanti, difese inguardabili, ecco il suo marchio. *Zeman, il mio Zeman, è un paradosso, un ossimoro: banale trasgressione, trasgressiva banalità. Da presidente, non gli affiderei la mai la mia squadra. Da spettatore, correrei sempre a vedere le sue. Mi manca la sua "follia", censurabile ma ribalda, ripetitiva ma effervescente. Viceversa, non mi manca quel suo voler indossare sempre lo stesso saio tattico, che non è coerenza ma stravaganza. Capace di scalare l'Everest e di scivolare da un gradino. Piromane e pompiere. Papa e anti-Cristo. Fedele, nei secoli, a un progetto che, strada facendo, è diventato moda, routine, gabbia. Ha vinto partite che sembravano perse. Ha perso partite che sembravano vinte. Si piace così, Zeman. Nel timore di peggiorarsi, non è mai migliorato. Si è chiuso in se stesso, ha cavalcato l'ippogrifo dell'utopia, ha costruito, nel bene e nel male, un demagogico termine di paragone. *"Zemaniano" è entrato nel lessico del Nuovo testamento, si dice di una partita gonfia di gol e di scarabocchi, quasi fosse il rimorchio di un Tir senza freni. Divertente, per usare un aggettivo di largo consumo. Senonché divertire non basta, a volte, per far quadrare i bilanci e realizzare i sogni. ===[[Italo Cucci]]=== *Agli occhi di un romanista una virtù ce l'ha, il Boemo: quand'era alla guida della Lazio le ha impedito di volare. *È bello essere Zeman. Tutti vorrebbero essere Zeman. Anch'io, se torno a nascere, voglio essere Zeman. Perché Zeman, ch'io sappia, è l'unico uomo cui sia concesso di sbagliare. Sempre. Ma non basta. Più sbaglia e più diventa ''poppolare'', più amato dalla ''ggente''. *Errare è umano, perseverare è boemo. *Mi auguro di vedere Zeman nei panni del vincitore: perché è sicuramente un allenatore capace, un tecnico impegnato, uno studioso di calcio, un appassionato del campo, e la sua fatica – vera – meriterebbe di essere premiata. Tuttavia, certe manie tattiche – fra l'altro superate – lo rendono perdente: i suoi metodi di lavoro, accettati con spirito professionale dai calciatori, sono da questi sopportabili quando sfociano in risultati positivi; nelle sconfitte, creano malumori e spaccature violente nella squadra, soprattutto fra "italiani" e "brasiliani". [...] difesa alta e fuorigioco al novantunesimo, gol in contropiede, roba da esami di riparazione. *Molto presente nella Cronaca, assente dalla Storia. *Probabilmente l'allenatore boemo non si è accorto che alcuni giornalisti lo aiutano a diventare la nuova "suocera del regime" che tutto commenta, tutto sa, tutto critica. Non era un gran simpaticone prima, sta diventando decisamente antipatico. [...] quando non serve, taccia. E goda, se può. ===[[Josep Guardiola]]=== *Da quando ha iniziato fino ad oggi ha sempre visto il calcio alla stessa maniera, lui è uno che va avanti, trovare gente così è una cosa che fa molto bene al calcio. *Lui ha già allenato grandi squadre come la Roma, mi sembra un allenatore preparatissimo, non lo conosco personalmente ma magari in futuro avrò la fortuna di scambiare qualche opinione con lui. Tutti i giocatori che l'hanno avuto parlano in maniera eccezionale di Zeman e questa è una cosa importantissima. *Stiamo parlando di una persona che ha grande coraggio, uno che ha denunciato le cose che non andavano bene nel calcio italiano. Ha ancora grande entusiasmo, le sue squadre sono belle da vedere, attaccano contro tutti, senza pensare a chi è l'avversario, corrono come matti, sono un suo grande ammiratore. ==Note== <references /> ===Fonti=== <references group="fonte" /> ==Voci correlate== *[[Čestmír Vycpálek]] – zio ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{DEFAULTSORT:Zeman, Zdenek}} [[Categoria:Allenatori di calcio italiani]] [[Categoria:Cechi]] 65d9lw52x81aaycizxkgmah8gmmtqc5 Marchese de Sade 0 3613 1420675 1277877 2026-07-17T00:27:23Z ~2026-40104-26 107802 /* Incipit */ Typo 1420675 wikitext text/x-wiki [[Immagine:Marquis de sade.jpg|thumb|Marchese de Sade, ritratto di Charles Amédée Philippe van Loo]] '''Donatien-Alphonse-François de Sade''', meglio conosciuto come '''Marchese de Sade''' o '''Divin marchese''' (1740 – 1814), scrittore, filosofo e aristocratico francese. ==Citazioni di Donatien-Alphonse-François de Sade== *Il tumulto e l'andirivieni quotidiano rendono [[Napoli]] una città popolata e piena di vita come [[Parigi]].<ref>Citato in Vincenzo Russo, ''[http://napule.org/napoli-e-parigi-le-vere-capitali/2011/ Napoli e Parigi, le vere capitali]'', ''napule.org'', 29 dicembre 2011; traduzione dall'articolo di Marco Cesario, ''[http://groups.yahoo.com/group/pamle/message/1045 NAPLES, PARIS, THE TRUE CAPITALS]'', ANSAMed, 2007.</ref> *Non abbiate specialmente alcun rispetto per la cerimonia, civile o religiosa, che vi lega ad un uomo che o non amate o non amate più, o che non vi basta. Una messa, una benedizione, un contratto, tutte queste insulsaggini sono forse abbastanza forti… abbastanza sacre per determinarvi a strisciare in catene? La fede data, giurata e promessa, non è che una formalità che dà ad un uomo il diritto di andare a letto con una donna ma che non impegna né l'uno né l'altra: e ancora meno quella che, tra i due, ha meno possibilità di liberarsene. Voi che siete destinata a vivere nel mondo [...] disprezzate, cara Juliette, calpestate tali assurdità come meritano; sono convenzioni umane a cui siete costretta ad aderire, senza volerlo davvero: un impostore mascherato che fa alcuni giochi di prestigio presso un tavolo, di fronte a un librone, e uno scemo che vi fa firmare in un altro, tutto questo non è fatto né per costringere né per ispirare soggezione. Usate i diritti dativi dalla natura; essa non vi dirà altro che disprezzare tali usi e prostituirvi come meglio desiderate. È il vostro corpo il tempio in cui essa vuole essere adorata e non l'altare su cui un prete imbecille ha appena berciato la sua messa.<ref name=Juliette>Da ''Juliette ovvero le prosperità del vizio'', ne ''I romanzi maledetti''</ref> *Non c'è altro inferno per l'uomo se non la sciocchezza e la cattiveria dei suoi simili e quando ha finito di vivere, tutto è stato detto: il suo annientamento è eterno, niente gli sopravvive.<ref name=Juliette /> *Non è stato il mio modo di pensare a causare la mia infelicità, bensì il modo di pensare degli altri.<ref>Dalla lettera ''Alla signora di Sade'', primi di novembre 1983, traduzione di Luigi Bàccolo, in ''Opere'', p. 779.</ref> *Se si ama il proprio dolore, esso diviene voluttà.<ref>Da ''Aline et Valcour''.</ref> *Sì, sono un libertino, lo riconosco: ho concepito tutto ciò che si può concepire in questo ambito, ma non ho certamente fatto tutto ciò che ho concepito e non lo farò certamente mai. Sono un libertino, ma non sono un criminale né un assassino.<ref>Da una lettera alla moglie, 20 febbraio 1791.</ref> *Si paragonino i secoli di anarchia con quelli in cui le leggi sono state maggiormente in vigore, sotto qualsiasi governo: ci si convincerà facilmente che proprio in quei periodi di silenzio legislativo sono esplose le migliori imprese.<ref name=Juliette /> *Sii uomo, sii umano, senza paura e senza speranza. Abbandona il tuo dio e la tua religione. Tutto ciò non vale che a porre il ferro nella mano degli uomini e il solo nome di tutti codesti orrori ha fatto spargere più sangue sulla terra di tutte le guerre e i flagelli messi insieme. Rinuncia all'idea di un altro mondo, poiché non ve n'è alcuno. Ma non rinunciare al piacere di essere felice e di far felici gli altri in questo mondo.<ref>Da ''Dialogo fra un prete e un moribondo'', in ''Opere'', p. 21-22.</ref> *Tutta la morale umana è racchiusa in questa sola parola: rendere gli altri tanto felici quanto si desidera esserlo noi e non recar maggior male di quanto ne vorremmo ricevere.<ref>Da ''Dialogo fra un prete e un moribondo'', in ''Opere'', p. 21.</ref> *Unico risultato dei costumi e dell'educazione è ciò che si chiama un'abitudine.<ref>Da ''Juliette ou le prospèritès du vice''.</ref> ==''Justine''== ===[[Incipit]] di ''Le sventure della virtù''=== Per la filosofia sarebbe un autentico trionfo far luce sulle oscure vie seguite dalla provvidenza per attuare i suoi progetti sull'uomo, e tracciare di conseguenza un piano di condotta capace di indicare a questo infelice bipede, eternamente sballottato dai capricci di quell'essere che, a quanto pare, tanto dispoticamente lo controlla, come debba interpretare i decreti della provvidenza nei suoi confronti e quale strada è bene che egli segua per prevenire i bizzarri capricci di quel destino al quale si danno venti nomi diversi, senza essere riusciti ancora a definirlo {{NDR|Donatien Alphonse François de Sade, ''Le sventure della virtù'' (''Les infortunes de la vertu''), traduzione di Claudio Rendina, in ''I romanzi maledetti'', Newton Compton, 2011}} ====Citazioni su ''Le sventure della virtù''==== *Autobiografia, certo. Justine infatti nasce sulla scia dell'affaire Trillet, che ha causato a Sade la prigionia a Vincennes, con il successivo trasferimento alla Bastiglia. E indiscutibile che quel giugno del 1787 Sade evochi per ''Les Infortunes de la Vertu'' la figura della bella Catherine Trillet, cameriera in servizio al castello di La Coste, dove veniva chiamata con il soprannome di Justine e che, vittima consenziente dei desideri morbosi del marchese, aveva rifiutato di tornare dal padre che ne reclamava il ritorno a casa sua. ([[Claudio Rendina]]) ===''Justine ovvero le disgrazie della virtù''=== ====[[Incipit]]==== Sarebbe il capolavoro della filosofia dispiegare i mezzi di cui la Provvidenza si serve per raggiungere gli scopi che si propone verso l'uomo, e ricavarne alcuni piani di condotta che possano rivelare a questo sventurato bipede in che modo deve procedere nello spinoso cammino della vita, al fine di prevenire i bizzarri capricci di quella fatalità cui dà venti nomi diversi, senza essere ancora riuscito a conoscerla o a definirla. {{NDR|Donatien Alphonse François de Sade, ''Justine ovvero le disgrazie della virtù'' (''Justine ou les Malheurs de la vertu''), traduzione di Maurizio Grasso, in ''I romanzi maledetti'', Newton Compton, 2011}} ====Citazioni==== *L'[[egoismo]] è la prima legge della natura. *La [[Vizio e virtù|virtù]] non conduce ad altro che all'inazione più stupida e più monotona, il [[Vizio e virtù|vizio]] a tutto ciò che l'uomo può sperare di più delizioso sulla terra. *Quando il più forte vuole opprimere il più debole lo convince che Dio santifica le sue catene, ed il debole, abbrutito, gli crede. *Anche l'uomo deforme trova specchi che lo rendono bello. *Anche se il servizio fosse stato reso da eguale a eguale, mai l'orgoglio di un'anima nobile si abbasserebbe sino a provare riconoscenza; non è forse umiliato chi riceve? E l'umiliazione che prova non compensa sufficientemente il [[benefattore]] che solo per questo si trova posto al di sopra dell'altro? Non è un godimento l'innalzarsi sopra il proprio simile? Che altro è dovuto, a chi presto servigio? Se la pietà, che umilia chi ne è affetto, si trasforma in un fardello, con quale diritto si vieta a chi lo porta di sbarazzarsene? Perché devo accettare di sentirmi umiliato ogni volta che incontro lo sguardo di chi mi ha reso un favore? L'[[ingratitudine]] non è un vizio, è anzi la virtù delle anime fiere. La generosità è invece la virtù delle anime deboli; mi si renda servigio finché si vuole se ci si prova piacere, ma non si pretenda niente da me. *No; non c'è nessun Dio, la [[natura]] basta a se stessa; non ha alcun bisogno di un autore. *L'emozione della voluttà altro non è, nella nostra anima, che una specie di vibrazione prodotta grazie alle scosse che l'immaginazione accesa dal ricordo di un oggetto lubrico fa provare ai nostri sensi, per la presenza di quell'oggetto, o meglio ancora per l'irritazione avvertita da quell'oggetto e che appartiene al genere che ci colpisce più intensamente; così la nostra voluttà, questo inesprimibile titillamento che ci smarrisce, che ci trasporta al culmine della felicità che un uomo possa provare, si accenderà soltanto per due motivi, o perché nell’oggetto che ci serve abbiamo scorto realmente o fittiziamente il genere di bellezza che ci attira maggiormente, o perché vediamo quell’oggetto provare la più forte sensazione immaginabile; ora, nessuna sensazione è così intensa come quella del dolore; le sue impressioni sono sicure, non si ingannano come quelle del piacere che le donne recitano perennemente e non provano quasi mai; del resto, quanto amor proprio, quanta gioventù, quanta forza, quanta salute servono per esser certi di produrre in una donna questa dubbia e poco soddisfacente sensazione di piacere. Quella del dolore, al contrario, non ha alcuna esigenza: più difetti ha un uomo, più è vecchio, meno è amabile, più gli sarà facile provocarla. ===''La nuova Justine''=== ====[[Incipit]]==== =====Giancarlo Pontiggia===== Sarebbe il capolavoro della [[filosofia]] rendere evidenti i mezzi che la fortuna adopera per arrivare ai propri fini sull'uomo, e così trarne piani di condotta che indichino a questo sventurato individuo bipede come procedere nello spinoso cammino della vita, e prevenire i bizzarri capricci di quella fortuna che è stata volta a volta chiamata Destino Dio Provvidenza Fatalità Caso, denominazioni tutte tanto viziose quanto prive di buon senso, perché non apportano allo spirito che idee vaghe e puramente soggettive. {{NDR|D.A.F. de Sade, ''La nuova Justine'' (''La nouvelle Justine ou les Malheurs de la vertu''), traduzione di Giancarlo Pontiggia, Garzanti, 2007}} =====Flaviarosa Nicoletti Rossini===== Capolavoro filosofico sarebbe svolgere in quale maniera e di quali mezzi la fortuna si è servita per raggiungere i fini che si è proposta nei confronti dell'uomo, e tracciare perciò delle linee di condotta che possano far conoscere a questo sventurato individuo bipede come deve camminare lungo il cammino coperto di spine della vita e prevenire i bizzarri capricci di questa fortuna che fu detta di volta in volta Destino, Dio, Provvidenza, Fatalità, Caso, definizioni tutte imperfette e prive di buon senso, le une quanto le altre, e che nulla apportano alla mente, se non idee vaghe e puramente soggettive. {{NDR|D.A.F. de Sade, ''La nuova Justine ovvero le sciagure della virtù'' (''La nouvelle Justine ou les Malheurs de la vertu''), traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossini, in ''I romanzi maledetti'', Newton Compton, 2011}} ====Citazioni==== *Lo spirito dell'[[uomo]], ancora troppo bambino per trovare nel seno della natura le leggi del movimento, unica molla di tutto quel meccanismo che lo stupiva, credette più semplice supporre un motore separato dalla natura piuttosto che crederla motrice di se stessa. (p. 65, 2007) *– Bisogna [[Rapporto sessuale|chiavarla]], fratello, disse la Dubois, e chiavarla bene; non vedo altro mezzo per convertirla. (p. 69, 2007) *Obbediente alla volontà di un [[prete]], cioè di un furfante coperto di menzogne e di crimini, questo gran [[Dio]], creatore di tutto ciò che vediamo, si abbasserà fino a scendere ogni mattina, dieci o dodici milioni di volte, in un pezzo di pane che, digerito dai fedeli, si trasformerà ben presto, in fondo alle viscere, nei più vili escrementi. (p. 103, 2007) *L'[[universo]] è una causa, non un effetto. (p. 105, 2007) *Per il povero la [[virtù]] è una necessità. (p. 108, 2007) ===Citazioni su ''La nuova Justine''=== *{{NDR|I tre testi su Justine}} si differenziano invece su un piano tecnico in tre fasi di scrittura, più simili nelle prime due, tanto da potersi definire ''Les infortunes de la vertu'' come un abbozzo di ''Les Malheurs'', mentre ''La nouvelle Justine'' propone un cambiamento sostanziale nella tecnica narrativa. ([[Claudio Rendina]]) ==''La filosofia nel boudoir''== ===[[Incipit]]=== Voluttuosi di ogni età e sesso, dedico quest'opera a voi soli: nutritevi dei suoi principi, favoriranno le vostre passioni! E le passioni, verso le quali certi freddi e piatti moralisti v'incutono terrore, sono in realtà gli unici mezzi che la natura mette a disposizione dell'uomo per raggiungere quanto essa si attende da lui. Obbedite soltanto a queste deliziose passioni! Vi condurrano senza dubbio alla felicità.<br /> {{NDR|D.A.F. de Sade, ''La filosofia nel boudoir'', traduzione di Claudio Rendina, Sonzogno, 1986}} ===Citazioni=== *SAINT-ANGE: Questo scettro di Venere che vedi sotto i tuoi occhi, Eugénie, è l'elemento fondamentale dei piaceri in amore: lo si chiama ''[[pene|membro]]'' per eccellenza, e non c'è parte del corpo umano nel quale lui non vada a ficcarsi. (p. 46, 1986) *[sulle [[prostituzione|prostitute]]] SAINT-ANGE: Bellezza mia, si chiamano così le vittime pubbliche del vizio degli uomini, sempre pronte a darsi per passione o per interesse; buone e rispettabili creature, che la società disprezza e la voluttà esalta; assai più necessarie alla società delle puritane [...]. (p. 52, 1986) *Nessuna azione, per quanto singolare possiate supporla, è veramente criminale; e nessuna può realmente chiamarsi virtuosa. Tutto è in rapporto ai nostri costumi e all'ambiente in cui abitiamo. (p. 61, 1986) *La posizione più in uso per la donna, in questo piacere, è di mettersi carponi sul bordo del letto, con le [[natiche]] ben aperte e la testa più reclinata possibile. L'uomo che la [[sesso anale|monta]], dopo essersi divertito un po' vedendo davanti quel bel culo, dopo averlo palpeggiato e tastato, a volte anche frustato, pizzicato e morso, bagna di saliva il buchetto che dovrà perforare e prepara l'introduzione con la punta della [[lingua]] [...]. (p. 71, 1986) *Dunque la [[distruzione]] è una delle leggi della natura come la [[creazione]]. (p. 111, 1986) *Ma le [[legge|leggi]], buone per la società, sono deleterie per l'individuo che ne fa parte. (p. 122, 1986) *Sì, cittadini, la [[religione]] è incompatibile col sistema della libertà; l'avete sentito. L'uomo libero non s'inchinerà mai davanti agli dei del cristianesimo; mai i suoi dogmi, i suoi riti, i suoi misteri o la sua morale converranno ad un repubblicano. Ancora uno sforzo! Dal momento che vi date da fare per distruggere tutti i pregiudizi, non lasciatene in vita nessuno, perché anche uno solo è sufficiente a farli ritornare tutti. E state pure certi che ritorneranno, se lasciate vivere proprio quello che è la culla di tutti gli altri! Piantiamola di credere che la religione possa essere utile all'uomo; abbiamo buone leggi, sapremo fare a meno della religione. Ma c'è sempre chi dice che ne occorre una per il popolo, una che lo distragga e lo tenga a freno. Be', se proprio serve, dateci quella che si addice agli uomini liberi! restituiteci gli dei del [[paganesimo]]! Adoreremo volentieri Giove, Ercole o Pallade, ma non vogliamo più saperne di quel fantomatico artefice dell'universo che invece si muove da solo, non vogliamo più saperne di un [[dio]] senza estensione ma che pure riempie tutto della sua immensità, di un dio che è onnipotente ma non realizza mai quello che desidera, di un essere immensamente buono ma che scontenta tutti, di un essere amico dell'ordine ma nel cui governo tutto è disordine. No, non vogliamo più saperne di un dio che sconvolge la natura, è padre di confusione, è motore dell'uomo che si abbandona agli orrori; ma un dio simile ci fa fremere d'indignazione ed è giusto che lo releghiamo per sempre nell'oblio da cui quell'infame di [[Maximilien de Robespierre|Robespierre]] ha voluto trarlo! (p. 132, 1986) *Ogni qual volta non darete all'uomo il mezzo per buttar fuori quella dose di dispotismo che la natura mette nel fondo del suo cuore, egli per esercitarlo si sfogherà su quanto lo circonda e disturberà il governo. (p. 147, 1986) *Non c'è dubbio che le religioni siano la culla del dispotismo. (1974, p. 217) *Le passioni dell'uomo sono soltanto i mezzi di cui la natura si serve per conseguire i suoi scopi. *Possedere in esclusiva una donna è tanto ingiusto quanto possedere degli schiavi. ==''Le 120 giornate di Sodoma''== ===[[Incipit]]=== INTRODUZIONE Le grandi guerre che Luigi XIV ebbe a sostenere durante il corso del suo regno, nel mentre sfinirono le finanze dello Stato e le risorse del popolo diedero segreta occasione di arricchire una enorme quantità di quelle sanguisughe sempre a caccia delle calamità pubbliche che provocano invece di attenuare, e ciò per trarne maggiori vantaggi. PARTE PRIMA Le centocinquanta passioni semplici, o di prima classe, che compongono le trenta giornate di novembre occupate dalla narrazione della Duclos, alle quali sono inframezzati gli avvenimenti scandalosi del castello, in forma di diario, durante quel mese. PRIMA GIORNATA Tutti si alzarono il primo di novembre alle dieci del mattino, com'era prescritto dai regolamenti, dai quali si erano mutualmente giurati di non allontanarsi in nulla. I quattro fottitori che non avevano condiviso il letto degli amici portarono, appena alzati, Zéphire dal duca, Adonis da Curval, Narcisse da Durcet, e Zélamir dal vescovo.<br /> {{NDR|Donatien Alphonse François de Sade, ''Le 120 giornate di Sodoma'', edizione integrale a cura di Gianni Nicoletti, Sonzogno, 1986}} ===Citazioni=== *Ogni giorno ci si alzerà alle dieci del mattino. In quel momento, i quattro fottitori che non sono stati di servizio durante la notte verranno a far visita agli amici e ognuno accompagnerà un ragazzino; passeranno successivamente da una camera all'altra. (p. 61, 1986) *Il duca di Blangis, cinquant'anni, fatto come un satiro, dotato di un [[pene|membro]] mostruoso e di una forza prodigiosa. Si può considerarlo ricettacolo di ogni crimine […]. Il Vescovo di… è suo fratello; più esile e delicato del duca, brutta bocca. È un birbante, astuto, fedele della seguace della sodomia attiva e passiva […]. Il presidente de Curval, sessant'anni. È un uomo grande, secco, esile, gli occhi affossati e spenti, bocca malsana, l'immagine ambulante della dissolutezza e del libertinaggio […]. Durcet, finanziere, cinquantatré anni, grande amico e compagno di scuola del duca. È piccolo, basso, e tarchiato. […]. È sagomato come una donna e ne ha tutti i gusti […]. (p. 71, 1986) *Duclos, interruppe il presidente, non siete stata avvertita che nei vostri racconti sono indispensabili i particolari più ampi e più estesi? che possiamo giudicare quanto la passione descritta ha relativamente ai costumi e al carattere dell'uomo solo se non ne mascherate alcuna circostanza? (p. 85, 1986) *Il sette di novembre, risoluzione della prima settimana, dal mattino si procederà al matrimonio di Michette e Giton, e i due sposi, ai quali l'età non permette di congiungersi, come agli altri seguenti tre imenei, saranno separati dalla sera stesa. (p. 110, 1986) *L'indomani, siccome gli esempi del giorno prima incutevano timore, non si riuscì a trovare nessuno in colpa. Le lezioni continuarono sui fottitori, e siccome non capitò nulla di nuovo fino al caffè, parleremo della giornata solo a partire da quel momento. (p. 149, 1986) *Più procediamo, più possiamo chiarire al nostro lettore certi fatti che in principio siamo stati obbligati a tener velati. Ora per esempio, possiamo dirgli qual era lo scopo delle visite al mattino nelle camere dei fanciulli […]. (p. 163, 1986) *Quel giorno fu dato modo di accorgersi che il tempo veniva a favorire ulteriormente i progetti infami dei libertini e a sottrarli ancor più delle loro stesse precauzioni agli occhi dell'intero universo. (p. 191, 1986) *Il più forte trova sempre giustissimo ciò che il più debole trova ingiusto, cambiando l'uno e l'altro di posto, ambedue cambiavano parimenti modo di pensare. *La [[devozione]] è una vera malattia dell'anima; si ha un bel fare, è impossibile correggerla. Più facilmente s'impregna nell'anima degl'infelici, perché li consola, offre chimere per consolarli dei loro mali, per cui è più difficile estirparla in costoro che negli altri. (p. 251, 1986) *Non s'immagina neppure quanto colui che ha stabilito che l'assassinio è un crimine abbia limitato ogni sua voluttà; si è privato di ceno piaceri, uno più delizioso dell'altro, osando adottare l'odiosa chimera di un pregiudizio (Curval) *(Taluni) sicurissimi di pentirsi dei piaceri che assaporano, se li concedono fremendo, in modo da diventare contemporaneamente virtuosi nel crimine e criminali nella virtù. *Tutti i principi morali universali sono oziose fantasie. (da ''Le 120 giornate di Sodoma'') *Un uomo, per essere veramente felice in questo mondo, non solo deve darsi a tutti i vizi ma mai permettersi alcuna virtù, e non solo è necessario fare sempre il male, ma anche non fare mai il bene. *Vi era di realmente giusto soltanto quel che faceva piacere e di ingiusto quel che dava dolore. ==''Viaggio in Italia''== *In generale non è a [[Napoli]] che bisogna venire a cercare le arti. Si lasciano a [[Roma]]. Qui non bisogna ricercare che la natura e oso credere che essa sia superiore a ciò che le arti stesse sono a Roma. [[Publio Virgilio Marone|Virgilio]] è il viaggiatore da tener presente percorrendo questa felice campagna dove egli fa peregrinare il suo eroe, e si trova che, malgrado le rivoluzioni che hanno desolato questo bel paese, esso non è tuttavia ancora abbastanza mutato per non riconoscerlo dalle descrizioni che egli ci fa. (da ''Napoli'', p. 225) *Risalendo all'origine della mescolanza dei diversi popoli che hanno sostituito i Greci in questa bella contrada, e che non vi hanno apportato che quella crudeltà che li ha condotti a distruggere i più bei monumenti, si troverebbe forse una causa<ref>Della rozzezza del popolo, che l'abate [[w:Jérôme Richard|Jérôme Richard]] attribuiva alle vicende tumultuose che hanno caratterizzato la storia di Napoli. {{cfr}} De Sade, ''Viaggio in Italia'', p. 262.</ref>più giusta: lo scarso progresso che le arti e le scienze vi hanno fatto in seguito, da cui è venuta questa imperdonabile negligenza nell'educazione, ha continuato a nutrire l'ignoranza e conseguentemente l'abbrutimento. La mollezza, vizio ordinario dei popoli che abitano in un bel clima, si è venuta ad aggiungere. La depravazione, che ne è una conseguenza, ha finito di corrompere, e io credo che ci vorrebbe oggi una rivoluzione completa per riportare questo popolo a quella amabilità che regna nella massima parte del resto dell'[[Europa]]. (da ''Napoli'', p. 262) *Fra il popolo, non si vedono che marchi spaventosi del veleno di questa peste<ref>La [[sifilide]].</ref>che sfigura ogni cosa in quasi tutte le parti del corpo. Se il veleno è tenuto più nascosto dai ricchi e dai nobili, non è per questo meno pericoloso, e io credo che ciò che uno straniero può fare di meglio è di evitare ogni contatto con questo popolo corrotto.<br>Come fare tuttavia, in un paese in cui il clima, gli alimenti e la corruzione generale invitano così eternamente alla depravazione? È fisicamente impossibile immaginarsi sino a qual punto essa è spinta a Napoli.<br>Le strade, di sera, sono piene di sventurate vittime offerte alla brutalità del primo venuto, e che vi provocano, per il prezzo più vile, a tutti i tipi di libertinaggio che l'immaginazione può concepire, e persino a quelli per i quali sembra che il loro sesso dovrebbe avere orrore. [...]<br>Con il danaro si può avere a Napoli la prima duchessa della città. E io mi domando cosa diventeranno la virtù, la popolazione, la salute in uno Stato in cui la degradazione dei costumi è arrivata<ref>Arivata, refuso, nel testo.</ref>sino a questo punto, e in cui la più lieve lusinga per il guadagno conduce al delitto, capovolgendo ogni sentimento di probità, di onore e di virtù!<br>L'onesta e piacevole galanteria, il sano commercio dei due sessi, che riscalda tutte le passioni nobili e che serve spesso da focolare a tutte le virtù, è poco conosciuto in una città in cui la brutalità dei costumi non vuole che il godimento. (da ''Napoli'', pp. 273-274) *Il popolo indubbiamente è rozzo, grossolano, superstizioso e brutale, ma ha una certa franchezza, e non è privo, talvolta, persino di amenità. La miglior prova è che questa plebe sterminata si mantiene nell'ordine senza polizia. La borghesia è civile, sollecita. La preferirei alla nobiltà, che l'alterigia e l'orgoglio sminuiscono proporzionalmente al suo desiderio di elevarsi. In generale è una nazione da formarsi; ma non è un'opera di un giorno, né di un regno. (da ''Napoli'', p. 275) ==Citazioni su Donatien-Alphonse-François de Sade== *Dello scrittore – non diciamo poi dello scrittore di genio – mancano a Sade le qualità più elementari [...] tutto il suo merito sta nell'aver lasciato dei documenti che rappresentano la fase mitologica, infantile della psicopatologia. ([[Mario Praz]]) *È un genio della letteratura, che è stato proibito per parecchie ragioni che conosciamo, ma come scrittore è grandissimo. Prima di tutto, prima di parlare del sadismo, di quello che ha fatto, lui ha prima di tutto scritto, ed è meraviglioso. ([[Jesús Franco]]) *L'essenza delle sue opere è la distruzione: non solamente la distruzione degli oggetti, delle vittime messe in scena [...] ma anche dell'autore e della sua stessa opera. ([[Georges Bataille]]) *È vero che i suoi libri differiscono da ciò che abitualmente è considerato letteratura come una distesa di rocce deserte, priva di sorprese, incolore, differisce dagli ameni paesaggi, dai ruscelli, dai laghi e dai campi di cui ci dilettiamo. Ma quando potremo dire di essere riusciti a misurare tutta la grandezza di quella distesa rocciosa? [...] La mostruosità dell'opera di Sade annoia, ma questa noia stessa ne è il senso. ([[Georges Bataille]]) *Sade considerava se stesso l'apostolo della rivoluzione veramente rivoluzionaria, al di là della mera politica e della mera economia: la rivoluzione nei singoli uomini, nelle donne e nei bambini, i cui corpi dovevano d'ora in avanti diventare proprietà sessuale comune a tutti, e dalle cui menti bisognava eliminare ogni decoro naturale, ogni inibizione faticosamente acquisita della civiltà tradizionale. Tra il sadismo e la rivoluzione davvero rivoluzionaria non c'è, naturalmente, alcun legame necessario o inevitabile. Sade era un squilibrato, e gli obiettivi più o meno consapevoli della sua rivoluzione erano il caos e la distruzione universali. ([[Aldous Huxley]]) ==Note== <references /> ==Bibliografia== *Donatien Alphonse François de Sade, ''Dialogo fra un prete e un moribondo'', traduzione di [[Elémire Zolla]] in ''Opere'', a cura di Paolo Caruso, Mondadori, Milano, 1976. *Donatien Alphonse François de Sade, ''Le 120 giornate di Sodoma'', edizione integrale a cura di Gianni Nicoletti, Sonzogno, 1986. *Donatien Alphonse François de Sade, ''La filosofia nel boudoir'', traduzione di [[Claudio Rendina]], Newton Compton, Roma, 1974. *Donatien Alphonse François de Sade, ''La filosofia nel boudoir'', traduzione di Claudio Rendina, Sonzogno, 1986. *Donatien Alphonse François de Sade, ''La nuova Justine'' (''La nouvelle Justine ou les Malheurs de la vertu''), traduzione di [[Giancarlo Pontiggia]], Garzanti, 2007. *Donatien Alphonse François de Sade, ''I romanzi maledetti'', traduzione di Claudio Rendina, Maurizio Grasso, Flaviarosa Nicoletti Rossini, Paolo Guzzi, Gianni Nicoletti, Newton Compton, Roma, 2011. *Donatien-Alphonse-François de Sade, ''Viaggio in Italia'', in ''Viaggio in Italia'', a cura di Bruno Cagli — ''Viaggio in Olanda'', traduzione di Pietro Bartalini Bigi, saggio introduttivo di Gianni Nicoletti, Newton, Grandi Tascabili Economici, Roma, 1993. ISBN 88-7983-329-4 ==Filmografia== *''[[Justine, ovvero le disavventure della virtù]]'' (1969) ==Altri progetti== {{interprogetto|s=fr:Auteur:Donatien Alphonse François de Sade|s_lingua=francese}} {{DEFAULTSORT:Sade, Marchese de}} [[Categoria:Filosofi francesi]] [[Categoria:Scrittori francesi]] [[Categoria:Personalità dell'ateismo]] 398ad1lwv2xx9el8aprk62hnrxp05oe 1420676 1420675 2026-07-17T00:29:29Z ~2026-40104-26 107802 /* Citazioni */ Typo 1420676 wikitext text/x-wiki [[Immagine:Marquis de sade.jpg|thumb|Marchese de Sade, ritratto di Charles Amédée Philippe van Loo]] '''Donatien-Alphonse-François de Sade''', meglio conosciuto come '''Marchese de Sade''' o '''Divin marchese''' (1740 – 1814), scrittore, filosofo e aristocratico francese. ==Citazioni di Donatien-Alphonse-François de Sade== *Il tumulto e l'andirivieni quotidiano rendono [[Napoli]] una città popolata e piena di vita come [[Parigi]].<ref>Citato in Vincenzo Russo, ''[http://napule.org/napoli-e-parigi-le-vere-capitali/2011/ Napoli e Parigi, le vere capitali]'', ''napule.org'', 29 dicembre 2011; traduzione dall'articolo di Marco Cesario, ''[http://groups.yahoo.com/group/pamle/message/1045 NAPLES, PARIS, THE TRUE CAPITALS]'', ANSAMed, 2007.</ref> *Non abbiate specialmente alcun rispetto per la cerimonia, civile o religiosa, che vi lega ad un uomo che o non amate o non amate più, o che non vi basta. Una messa, una benedizione, un contratto, tutte queste insulsaggini sono forse abbastanza forti… abbastanza sacre per determinarvi a strisciare in catene? La fede data, giurata e promessa, non è che una formalità che dà ad un uomo il diritto di andare a letto con una donna ma che non impegna né l'uno né l'altra: e ancora meno quella che, tra i due, ha meno possibilità di liberarsene. Voi che siete destinata a vivere nel mondo [...] disprezzate, cara Juliette, calpestate tali assurdità come meritano; sono convenzioni umane a cui siete costretta ad aderire, senza volerlo davvero: un impostore mascherato che fa alcuni giochi di prestigio presso un tavolo, di fronte a un librone, e uno scemo che vi fa firmare in un altro, tutto questo non è fatto né per costringere né per ispirare soggezione. Usate i diritti dativi dalla natura; essa non vi dirà altro che disprezzare tali usi e prostituirvi come meglio desiderate. È il vostro corpo il tempio in cui essa vuole essere adorata e non l'altare su cui un prete imbecille ha appena berciato la sua messa.<ref name=Juliette>Da ''Juliette ovvero le prosperità del vizio'', ne ''I romanzi maledetti''</ref> *Non c'è altro inferno per l'uomo se non la sciocchezza e la cattiveria dei suoi simili e quando ha finito di vivere, tutto è stato detto: il suo annientamento è eterno, niente gli sopravvive.<ref name=Juliette /> *Non è stato il mio modo di pensare a causare la mia infelicità, bensì il modo di pensare degli altri.<ref>Dalla lettera ''Alla signora di Sade'', primi di novembre 1983, traduzione di Luigi Bàccolo, in ''Opere'', p. 779.</ref> *Se si ama il proprio dolore, esso diviene voluttà.<ref>Da ''Aline et Valcour''.</ref> *Sì, sono un libertino, lo riconosco: ho concepito tutto ciò che si può concepire in questo ambito, ma non ho certamente fatto tutto ciò che ho concepito e non lo farò certamente mai. Sono un libertino, ma non sono un criminale né un assassino.<ref>Da una lettera alla moglie, 20 febbraio 1791.</ref> *Si paragonino i secoli di anarchia con quelli in cui le leggi sono state maggiormente in vigore, sotto qualsiasi governo: ci si convincerà facilmente che proprio in quei periodi di silenzio legislativo sono esplose le migliori imprese.<ref name=Juliette /> *Sii uomo, sii umano, senza paura e senza speranza. Abbandona il tuo dio e la tua religione. Tutto ciò non vale che a porre il ferro nella mano degli uomini e il solo nome di tutti codesti orrori ha fatto spargere più sangue sulla terra di tutte le guerre e i flagelli messi insieme. Rinuncia all'idea di un altro mondo, poiché non ve n'è alcuno. Ma non rinunciare al piacere di essere felice e di far felici gli altri in questo mondo.<ref>Da ''Dialogo fra un prete e un moribondo'', in ''Opere'', p. 21-22.</ref> *Tutta la morale umana è racchiusa in questa sola parola: rendere gli altri tanto felici quanto si desidera esserlo noi e non recar maggior male di quanto ne vorremmo ricevere.<ref>Da ''Dialogo fra un prete e un moribondo'', in ''Opere'', p. 21.</ref> *Unico risultato dei costumi e dell'educazione è ciò che si chiama un'abitudine.<ref>Da ''Juliette ou le prospèritès du vice''.</ref> ==''Justine''== ===[[Incipit]] di ''Le sventure della virtù''=== Per la filosofia sarebbe un autentico trionfo far luce sulle oscure vie seguite dalla provvidenza per attuare i suoi progetti sull'uomo, e tracciare di conseguenza un piano di condotta capace di indicare a questo infelice bipede, eternamente sballottato dai capricci di quell'essere che, a quanto pare, tanto dispoticamente lo controlla, come debba interpretare i decreti della provvidenza nei suoi confronti e quale strada è bene che egli segua per prevenire i bizzarri capricci di quel destino al quale si danno venti nomi diversi, senza essere riusciti ancora a definirlo {{NDR|Donatien Alphonse François de Sade, ''Le sventure della virtù'' (''Les infortunes de la vertu''), traduzione di Claudio Rendina, in ''I romanzi maledetti'', Newton Compton, 2011}} ====Citazioni su ''Le sventure della virtù''==== *Autobiografia, certo. Justine infatti nasce sulla scia dell'affaire Trillet, che ha causato a Sade la prigionia a Vincennes, con il successivo trasferimento alla Bastiglia. E indiscutibile che quel giugno del 1787 Sade evochi per ''Les Infortunes de la Vertu'' la figura della bella Catherine Trillet, cameriera in servizio al castello di La Coste, dove veniva chiamata con il soprannome di Justine e che, vittima consenziente dei desideri morbosi del marchese, aveva rifiutato di tornare dal padre che ne reclamava il ritorno a casa sua. ([[Claudio Rendina]]) ===''Justine ovvero le disgrazie della virtù''=== ====[[Incipit]]==== Sarebbe il capolavoro della filosofia dispiegare i mezzi di cui la Provvidenza si serve per raggiungere gli scopi che si propone verso l'uomo, e ricavarne alcuni piani di condotta che possano rivelare a questo sventurato bipede in che modo deve procedere nello spinoso cammino della vita, al fine di prevenire i bizzarri capricci di quella fatalità cui dà venti nomi diversi, senza essere ancora riuscito a conoscerla o a definirla. {{NDR|Donatien Alphonse François de Sade, ''Justine ovvero le disgrazie della virtù'' (''Justine ou les Malheurs de la vertu''), traduzione di Maurizio Grasso, in ''I romanzi maledetti'', Newton Compton, 2011}} ====Citazioni==== *L'[[egoismo]] è la prima legge della natura. *La [[Vizio e virtù|virtù]] non conduce ad altro che all'inazione più stupida e più monotona, il [[Vizio e virtù|vizio]] a tutto ciò che l'uomo può sperare di più delizioso sulla terra. *Quando il più forte vuole opprimere il più debole lo convince che Dio santifica le sue catene, ed il debole, abbrutito, gli crede. *Anche l'uomo deforme trova specchi che lo rendono bello. *Anche se il servizio fosse stato reso da eguale a eguale, mai l'orgoglio di un'anima nobile si abbasserebbe sino a provare riconoscenza; non è forse umiliato chi riceve? E l'umiliazione che prova non compensa sufficientemente il [[benefattore]] che solo per questo si trova posto al di sopra dell'altro? Non è un godimento l'innalzarsi sopra il proprio simile? Che altro è dovuto, a chi presto servigio? Se la pietà, che umilia chi ne è affetto, si trasforma in un fardello, con quale diritto si vieta a chi lo porta di sbarazzarsene? Perché devo accettare di sentirmi umiliato ogni volta che incontro lo sguardo di chi mi ha reso un favore? L'[[ingratitudine]] non è un vizio, è anzi la virtù delle anime fiere. La generosità è invece la virtù delle anime deboli; mi si renda servigio finché si vuole se ci si prova piacere, ma non si pretenda niente da me. *No; non c'è nessun Dio, la [[natura]] basta a se stessa; non ha alcun bisogno di un autore. *L'emozione della voluttà altro non è, nella nostra anima, che una specie di vibrazione prodotta grazie alle scosse che l'immaginazione accesa dal ricordo di un oggetto lubrico fa provare ai nostri sensi, per la presenza di quell'oggetto, o meglio ancora per l'irritazione avvertita da quell'oggetto e che appartiene al genere che ci colpisce più intensamente; così la nostra voluttà, questo inesprimibile titillamento che ci smarrisce, che ci trasporta al culmine della felicità che un uomo possa provare, si accenderà soltanto per due motivi, o perché nell’oggetto che ci serve abbiamo scorto realmente o fittiziamente il genere di bellezza che ci attira maggiormente, o perché vediamo quell’oggetto provare la più forte sensazione immaginabile; ora, nessuna sensazione è così intensa come quella del dolore; le sue impressioni sono sicure, non si ingannano come quelle del piacere che le donne recitano perennemente e non provano quasi mai; del resto, quanto amor proprio, quanta gioventù, quanta forza, quanta salute servono per esser certi di produrre in una donna questa dubbia e poco soddisfacente sensazione di piacere. Quella del dolore, al contrario, non ha alcuna esigenza: più difetti ha un uomo, più è vecchio, meno è amabile, più gli sarà facile provocarla. ===''La nuova Justine''=== ====[[Incipit]]==== =====Giancarlo Pontiggia===== Sarebbe il capolavoro della [[filosofia]] rendere evidenti i mezzi che la fortuna adopera per arrivare ai propri fini sull'uomo, e così trarne piani di condotta che indichino a questo sventurato individuo bipede come procedere nello spinoso cammino della vita, e prevenire i bizzarri capricci di quella fortuna che è stata volta a volta chiamata Destino Dio Provvidenza Fatalità Caso, denominazioni tutte tanto viziose quanto prive di buon senso, perché non apportano allo spirito che idee vaghe e puramente soggettive. {{NDR|D.A.F. de Sade, ''La nuova Justine'' (''La nouvelle Justine ou les Malheurs de la vertu''), traduzione di Giancarlo Pontiggia, Garzanti, 2007}} =====Flaviarosa Nicoletti Rossini===== Capolavoro filosofico sarebbe svolgere in quale maniera e di quali mezzi la fortuna si è servita per raggiungere i fini che si è proposta nei confronti dell'uomo, e tracciare perciò delle linee di condotta che possano far conoscere a questo sventurato individuo bipede come deve camminare lungo il cammino coperto di spine della vita e prevenire i bizzarri capricci di questa fortuna che fu detta di volta in volta Destino, Dio, Provvidenza, Fatalità, Caso, definizioni tutte imperfette e prive di buon senso, le une quanto le altre, e che nulla apportano alla mente, se non idee vaghe e puramente soggettive. {{NDR|D.A.F. de Sade, ''La nuova Justine ovvero le sciagure della virtù'' (''La nouvelle Justine ou les Malheurs de la vertu''), traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossini, in ''I romanzi maledetti'', Newton Compton, 2011}} ====Citazioni==== *Lo spirito dell'[[uomo]], ancora troppo bambino per trovare nel seno della natura le leggi del movimento, unica molla di tutto quel meccanismo che lo stupiva, credette più semplice supporre un motore separato dalla natura piuttosto che crederla motrice di se stessa. (p. 65, 2007) *– Bisogna [[Rapporto sessuale|chiavarla]], fratello, disse la Dubois, e chiavarla bene; non vedo altro mezzo per convertirla. (p. 69, 2007) *Obbediente alla volontà di un [[prete]], cioè di un furfante coperto di menzogne e di crimini, questo gran [[Dio]], creatore di tutto ciò che vediamo, si abbasserà fino a scendere ogni mattina, dieci o dodici milioni di volte, in un pezzo di pane che, digerito dai fedeli, si trasformerà ben presto, in fondo alle viscere, nei più vili escrementi. (p. 103, 2007) *L'[[universo]] è una causa, non un effetto. (p. 105, 2007) *Per il povero la [[virtù]] è una necessità. (p. 108, 2007) ===Citazioni su ''La nuova Justine''=== *{{NDR|I tre testi su Justine}} si differenziano invece su un piano tecnico in tre fasi di scrittura, più simili nelle prime due, tanto da potersi definire ''Les infortunes de la vertu'' come un abbozzo di ''Les Malheurs'', mentre ''La nouvelle Justine'' propone un cambiamento sostanziale nella tecnica narrativa. ([[Claudio Rendina]]) ==''La filosofia nel boudoir''== ===[[Incipit]]=== Voluttuosi di ogni età e sesso, dedico quest'opera a voi soli: nutritevi dei suoi principi, favoriranno le vostre passioni! E le passioni, verso le quali certi freddi e piatti moralisti v'incutono terrore, sono in realtà gli unici mezzi che la natura mette a disposizione dell'uomo per raggiungere quanto essa si attende da lui. Obbedite soltanto a queste deliziose passioni! Vi condurrano senza dubbio alla felicità.<br /> {{NDR|D.A.F. de Sade, ''La filosofia nel boudoir'', traduzione di Claudio Rendina, Sonzogno, 1986}} ===Citazioni=== *SAINT-ANGE: Questo scettro di Venere che vedi sotto i tuoi occhi, Eugénie, è l'elemento fondamentale dei piaceri in amore: lo si chiama ''[[pene|membro]]'' per eccellenza, e non c'è parte del corpo umano nel quale lui non vada a ficcarsi. (p. 46, 1986) *[sulle [[prostituzione|prostitute]]] SAINT-ANGE: Bellezza mia, si chiamano così le vittime pubbliche del vizio degli uomini, sempre pronte a darsi per passione o per interesse; buone e rispettabili creature, che la società disprezza e la voluttà esalta; assai più necessarie alla società delle puritane [...]. (p. 52, 1986) *Nessuna azione, per quanto singolare possiate supporla, è veramente criminale; e nessuna può realmente chiamarsi virtuosa. Tutto è in rapporto ai nostri costumi e all'ambiente in cui abitiamo. (p. 61, 1986) *La posizione più in uso per la donna, in questo piacere, è di mettersi carponi sul bordo del letto, con le [[natiche]] ben aperte e la testa più reclinata possibile. L'uomo che la [[sesso anale|monta]], dopo essersi divertito un po' vedendo davanti quel bel culo, dopo averlo palpeggiato e tastato, a volte anche frustato, pizzicato e morso, bagna di saliva il buchetto che dovrà perforare e prepara l'introduzione con la punta della [[lingua]] [...]. (p. 71, 1986) *Dunque la [[distruzione]] è una delle leggi della natura come la [[creazione]]. (p. 111, 1986) *Ma le [[legge|leggi]], buone per la società, sono deleterie per l'individuo che ne fa parte. (p. 122, 1986) *Sì, cittadini, la [[religione]] è incompatibile col sistema della libertà; l'avete sentito. L'uomo libero non s'inchinerà mai davanti agli dei del cristianesimo; mai i suoi dogmi, i suoi riti, i suoi misteri o la sua morale converranno ad un repubblicano. Ancora uno sforzo! Dal momento che vi date da fare per distruggere tutti i pregiudizi, non lasciatene in vita nessuno, perché anche uno solo è sufficiente a farli ritornare tutti. E state pure certi che ritorneranno, se lasciate vivere proprio quello che è la culla di tutti gli altri! Piantiamola di credere che la religione possa essere utile all'uomo; abbiamo buone leggi, sapremo fare a meno della religione. Ma c'è sempre chi dice che ne occorre una per il popolo, una che lo distragga e lo tenga a freno. Be', se proprio serve, dateci quella che si addice agli uomini liberi! restituiteci gli dei del [[paganesimo]]! Adoreremo volentieri Giove, Ercole o Pallade, ma non vogliamo più saperne di quel fantomatico artefice dell'universo che invece si muove da solo, non vogliamo più saperne di un [[dio]] senza estensione ma che pure riempie tutto della sua immensità, di un dio che è onnipotente ma non realizza mai quello che desidera, di un essere immensamente buono ma che scontenta tutti, di un essere amico dell'ordine ma nel cui governo tutto è disordine. No, non vogliamo più saperne di un dio che sconvolge la natura, è padre di confusione, è motore dell'uomo che si abbandona agli orrori; ma un dio simile ci fa fremere d'indignazione ed è giusto che lo releghiamo per sempre nell'oblio da cui quell'infame di [[Maximilien de Robespierre|Robespierre]] ha voluto trarlo! (p. 132, 1986) *Ogni qual volta non darete all'uomo il mezzo per buttar fuori quella dose di dispotismo che la natura mette nel fondo del suo cuore, egli per esercitarlo si sfogherà su quanto lo circonda e disturberà il governo. (p. 147, 1986) *Non c'è dubbio che le religioni siano la culla del dispotismo. (1974, p. 217) *Le passioni dell'uomo sono soltanto i mezzi di cui la natura si serve per conseguire i suoi scopi. *Possedere in esclusiva una donna è tanto ingiusto quanto possedere degli schiavi. ==''Le 120 giornate di Sodoma''== ===[[Incipit]]=== INTRODUZIONE Le grandi guerre che Luigi XIV ebbe a sostenere durante il corso del suo regno, nel mentre sfinirono le finanze dello Stato e le risorse del popolo diedero segreta occasione di arricchire una enorme quantità di quelle sanguisughe sempre a caccia delle calamità pubbliche che provocano invece di attenuare, e ciò per trarne maggiori vantaggi. PARTE PRIMA Le centocinquanta passioni semplici, o di prima classe, che compongono le trenta giornate di novembre occupate dalla narrazione della Duclos, alle quali sono inframezzati gli avvenimenti scandalosi del castello, in forma di diario, durante quel mese. PRIMA GIORNATA Tutti si alzarono il primo di novembre alle dieci del mattino, com'era prescritto dai regolamenti, dai quali si erano mutualmente giurati di non allontanarsi in nulla. I quattro fottitori che non avevano condiviso il letto degli amici portarono, appena alzati, Zéphire dal duca, Adonis da Curval, Narcisse da Durcet, e Zélamir dal vescovo.<br /> {{NDR|Donatien Alphonse François de Sade, ''Le 120 giornate di Sodoma'', edizione integrale a cura di Gianni Nicoletti, Sonzogno, 1986}} ===Citazioni=== *Ogni giorno ci si alzerà alle dieci del mattino. In quel momento, i quattro fottitori che non sono stati di servizio durante la notte verranno a far visita agli amici e ognuno accompagnerà un ragazzino; passeranno successivamente da una camera all'altra. (p. 61, 1986) *Il duca di Blangis, cinquant'anni, fatto come un satiro, dotato di un [[pene|membro]] mostruoso e di una forza prodigiosa. Si può considerarlo ricettacolo di ogni crimine […]. Il Vescovo di… è suo fratello; più esile e delicato del duca, brutta bocca. È un birbante, astuto, fedele della seguace della sodomia attiva e passiva […]. Il presidente de Curval, sessant'anni. È un uomo grande, secco, esile, gli occhi affossati e spenti, bocca malsana, l'immagine ambulante della dissolutezza e del libertinaggio […]. Durcet, finanziere, cinquantatré anni, grande amico e compagno di scuola del duca. È piccolo, basso, e tarchiato. […]. È sagomato come una donna e ne ha tutti i gusti […]. (p. 71, 1986) *Duclos, interruppe il presidente, non siete stata avvertita che nei vostri racconti sono indispensabili i particolari più ampi e più estesi? che possiamo giudicare quanto la passione descritta ha relativamente ai costumi e al carattere dell'uomo solo se non ne mascherate alcuna circostanza? (p. 85, 1986) *Il sette di novembre, risoluzione della prima settimana, dal mattino si procederà al matrimonio di Michette e Giton, e i due sposi, ai quali l'età non permette di congiungersi, come agli altri seguenti tre imenei, saranno separati dalla sera stesa. (p. 110, 1986) *L'indomani, siccome gli esempi del giorno prima incutevano timore, non si riuscì a trovare nessuno in colpa. Le lezioni continuarono sui fottitori, e siccome non capitò nulla di nuovo fino al caffè, parleremo della giornata solo a partire da quel momento. (p. 149, 1986) *Più procediamo, più possiamo chiarire al nostro lettore certi fatti che in principio siamo stati obbligati a tener velati. Ora per esempio, possiamo dirgli qual era lo scopo delle visite al mattino nelle camere dei fanciulli […]. (p. 163, 1986) *Quel giorno fu dato modo di accorgersi che il tempo veniva a favorire ulteriormente i progetti infami dei libertini e a sottrarli ancor più delle loro stesse precauzioni agli occhi dell'intero universo. (p. 191, 1986) *Il più forte trova sempre giustissimo ciò che il più debole trova ingiusto, cambiando l'uno e l'altro di posto, ambedue cambiavano parimenti modo di pensare. *La [[devozione]] è una vera malattia dell'anima; si ha un bel fare, è impossibile correggerla. Più facilmente s'impregna nell'anima degl'infelici, perché li consola, offre chimere per consolarli dei loro mali, per cui è più difficile estirparla in costoro che negli altri. (p. 251, 1986) *Non s'immagina neppure quanto colui che ha stabilito che l'assassinio è un crimine abbia limitato ogni sua voluttà; si è privato di cento piaceri, uno più delizioso dell'altro, osando adottare l'odiosa chimera di un pregiudizio (Curval) *(Taluni) sicurissimi di pentirsi dei piaceri che assaporano, se li concedono fremendo, in modo da diventare contemporaneamente virtuosi nel crimine e criminali nella virtù. *Tutti i principi morali universali sono oziose fantasie. (da ''Le 120 giornate di Sodoma'') *Un uomo, per essere veramente felice in questo mondo, non solo deve darsi a tutti i vizi ma mai permettersi alcuna virtù, e non solo è necessario fare sempre il male, ma anche non fare mai il bene. *Vi era di realmente giusto soltanto quel che faceva piacere e di ingiusto quel che dava dolore. ==''Viaggio in Italia''== *In generale non è a [[Napoli]] che bisogna venire a cercare le arti. Si lasciano a [[Roma]]. Qui non bisogna ricercare che la natura e oso credere che essa sia superiore a ciò che le arti stesse sono a Roma. [[Publio Virgilio Marone|Virgilio]] è il viaggiatore da tener presente percorrendo questa felice campagna dove egli fa peregrinare il suo eroe, e si trova che, malgrado le rivoluzioni che hanno desolato questo bel paese, esso non è tuttavia ancora abbastanza mutato per non riconoscerlo dalle descrizioni che egli ci fa. (da ''Napoli'', p. 225) *Risalendo all'origine della mescolanza dei diversi popoli che hanno sostituito i Greci in questa bella contrada, e che non vi hanno apportato che quella crudeltà che li ha condotti a distruggere i più bei monumenti, si troverebbe forse una causa<ref>Della rozzezza del popolo, che l'abate [[w:Jérôme Richard|Jérôme Richard]] attribuiva alle vicende tumultuose che hanno caratterizzato la storia di Napoli. {{cfr}} De Sade, ''Viaggio in Italia'', p. 262.</ref>più giusta: lo scarso progresso che le arti e le scienze vi hanno fatto in seguito, da cui è venuta questa imperdonabile negligenza nell'educazione, ha continuato a nutrire l'ignoranza e conseguentemente l'abbrutimento. La mollezza, vizio ordinario dei popoli che abitano in un bel clima, si è venuta ad aggiungere. La depravazione, che ne è una conseguenza, ha finito di corrompere, e io credo che ci vorrebbe oggi una rivoluzione completa per riportare questo popolo a quella amabilità che regna nella massima parte del resto dell'[[Europa]]. (da ''Napoli'', p. 262) *Fra il popolo, non si vedono che marchi spaventosi del veleno di questa peste<ref>La [[sifilide]].</ref>che sfigura ogni cosa in quasi tutte le parti del corpo. Se il veleno è tenuto più nascosto dai ricchi e dai nobili, non è per questo meno pericoloso, e io credo che ciò che uno straniero può fare di meglio è di evitare ogni contatto con questo popolo corrotto.<br>Come fare tuttavia, in un paese in cui il clima, gli alimenti e la corruzione generale invitano così eternamente alla depravazione? È fisicamente impossibile immaginarsi sino a qual punto essa è spinta a Napoli.<br>Le strade, di sera, sono piene di sventurate vittime offerte alla brutalità del primo venuto, e che vi provocano, per il prezzo più vile, a tutti i tipi di libertinaggio che l'immaginazione può concepire, e persino a quelli per i quali sembra che il loro sesso dovrebbe avere orrore. [...]<br>Con il danaro si può avere a Napoli la prima duchessa della città. E io mi domando cosa diventeranno la virtù, la popolazione, la salute in uno Stato in cui la degradazione dei costumi è arrivata<ref>Arivata, refuso, nel testo.</ref>sino a questo punto, e in cui la più lieve lusinga per il guadagno conduce al delitto, capovolgendo ogni sentimento di probità, di onore e di virtù!<br>L'onesta e piacevole galanteria, il sano commercio dei due sessi, che riscalda tutte le passioni nobili e che serve spesso da focolare a tutte le virtù, è poco conosciuto in una città in cui la brutalità dei costumi non vuole che il godimento. (da ''Napoli'', pp. 273-274) *Il popolo indubbiamente è rozzo, grossolano, superstizioso e brutale, ma ha una certa franchezza, e non è privo, talvolta, persino di amenità. La miglior prova è che questa plebe sterminata si mantiene nell'ordine senza polizia. La borghesia è civile, sollecita. La preferirei alla nobiltà, che l'alterigia e l'orgoglio sminuiscono proporzionalmente al suo desiderio di elevarsi. In generale è una nazione da formarsi; ma non è un'opera di un giorno, né di un regno. (da ''Napoli'', p. 275) ==Citazioni su Donatien-Alphonse-François de Sade== *Dello scrittore – non diciamo poi dello scrittore di genio – mancano a Sade le qualità più elementari [...] tutto il suo merito sta nell'aver lasciato dei documenti che rappresentano la fase mitologica, infantile della psicopatologia. ([[Mario Praz]]) *È un genio della letteratura, che è stato proibito per parecchie ragioni che conosciamo, ma come scrittore è grandissimo. Prima di tutto, prima di parlare del sadismo, di quello che ha fatto, lui ha prima di tutto scritto, ed è meraviglioso. ([[Jesús Franco]]) *L'essenza delle sue opere è la distruzione: non solamente la distruzione degli oggetti, delle vittime messe in scena [...] ma anche dell'autore e della sua stessa opera. ([[Georges Bataille]]) *È vero che i suoi libri differiscono da ciò che abitualmente è considerato letteratura come una distesa di rocce deserte, priva di sorprese, incolore, differisce dagli ameni paesaggi, dai ruscelli, dai laghi e dai campi di cui ci dilettiamo. Ma quando potremo dire di essere riusciti a misurare tutta la grandezza di quella distesa rocciosa? [...] La mostruosità dell'opera di Sade annoia, ma questa noia stessa ne è il senso. ([[Georges Bataille]]) *Sade considerava se stesso l'apostolo della rivoluzione veramente rivoluzionaria, al di là della mera politica e della mera economia: la rivoluzione nei singoli uomini, nelle donne e nei bambini, i cui corpi dovevano d'ora in avanti diventare proprietà sessuale comune a tutti, e dalle cui menti bisognava eliminare ogni decoro naturale, ogni inibizione faticosamente acquisita della civiltà tradizionale. Tra il sadismo e la rivoluzione davvero rivoluzionaria non c'è, naturalmente, alcun legame necessario o inevitabile. Sade era un squilibrato, e gli obiettivi più o meno consapevoli della sua rivoluzione erano il caos e la distruzione universali. ([[Aldous Huxley]]) ==Note== <references /> ==Bibliografia== *Donatien Alphonse François de Sade, ''Dialogo fra un prete e un moribondo'', traduzione di [[Elémire Zolla]] in ''Opere'', a cura di Paolo Caruso, Mondadori, Milano, 1976. *Donatien Alphonse François de Sade, ''Le 120 giornate di Sodoma'', edizione integrale a cura di Gianni Nicoletti, Sonzogno, 1986. *Donatien Alphonse François de Sade, ''La filosofia nel boudoir'', traduzione di [[Claudio Rendina]], Newton Compton, Roma, 1974. *Donatien Alphonse François de Sade, ''La filosofia nel boudoir'', traduzione di Claudio Rendina, Sonzogno, 1986. *Donatien Alphonse François de Sade, ''La nuova Justine'' (''La nouvelle Justine ou les Malheurs de la vertu''), traduzione di [[Giancarlo Pontiggia]], Garzanti, 2007. *Donatien Alphonse François de Sade, ''I romanzi maledetti'', traduzione di Claudio Rendina, Maurizio Grasso, Flaviarosa Nicoletti Rossini, Paolo Guzzi, Gianni Nicoletti, Newton Compton, Roma, 2011. *Donatien-Alphonse-François de Sade, ''Viaggio in Italia'', in ''Viaggio in Italia'', a cura di Bruno Cagli — ''Viaggio in Olanda'', traduzione di Pietro Bartalini Bigi, saggio introduttivo di Gianni Nicoletti, Newton, Grandi Tascabili Economici, Roma, 1993. ISBN 88-7983-329-4 ==Filmografia== *''[[Justine, ovvero le disavventure della virtù]]'' (1969) ==Altri progetti== {{interprogetto|s=fr:Auteur:Donatien Alphonse François de Sade|s_lingua=francese}} {{DEFAULTSORT:Sade, Marchese de}} [[Categoria:Filosofi francesi]] [[Categoria:Scrittori francesi]] [[Categoria:Personalità dell'ateismo]] hrl9gzlf1bbr4m1hpc63cgvnudyti2b Giosuè Carducci 0 3735 1420626 1419634 2026-07-16T13:55:58Z Gaux 18878 /* Citazioni di Giosuè Carducci */ Maria Teresa Luisa di Savoia-Carignano (Signora di Lamballe) 1420626 wikitext text/x-wiki {{PDA}} [[Immagine:Giosuè Carducci2.jpg|thumb|Giosuè Carducci]] {{Premio|Nobel|la letteratura '''(1906)'''}} '''Giosuè Alessandro Giuseppe Carducci''' (1835 – 1907), poeta italiano. Usò lo pseudonimo '''Enotrio Romano''' nelle sue opere giovanili. ==Citazioni di Giosuè Carducci== *{{NDR|Su [[Gabriele Rossetti]], ''Il veggente in solitudine'', novena seconda, II, IV-VI}} A me non avvien mai di rileggere questi versi, che un brivido non mi prenda e non mi si inumidiscano gli occhi. Sento che è cotesto il solo stipendio che gli uomini possano dare al poeta; che è cotesta la sola consolazione alle fatiche ineffabili, ai patimenti non creduti di chi l'arte ama di amore. Beato quello fra voi, o giovani italiani, che potrà raggiungere cotesto premio; del quale a non pochi nobili ingegni negò la natura fin la speranza, fino il pensiero, fino la degna estimazione.<ref group="fonte">Da ''Le poesie di Gabriele Rossetti'', Barbera, Firenze, 1861, prefazione, [https://archive.org/stream/poesie00cardgoog#page/n67/mode/2up pp. LXV-LXVI]; citato in [[Vittorio Turri]], ''Dizionario storico manuale della letteratura italiana (1000-1900)'', [http://books.google.it/books?id=BOcOAAAAIAAJ&pg=PA320 p. 320].</ref> *{{NDR|Sul [[passo del Bernina]]}} Agosto 19. Ore 9 a.m. Ospizio Bernina. Belvedere, Tre Laghi. Coro delle nubi che salgono dai ghiacciai e avvolgono le vette degli Spitz a lato del Bernina. Noi saliamo e trasmutiamo, voi scendete e dileguate, ma ci ritroviamo e ci rimescoliamo eternamente: noi vi infondiamo atomi del presente, voi li tramandate all'avvenire.<ref group="fonte">Da ''Ricordi autobiografici. Saggi e frammenti'', 1896; citato in ''[https://www4.ti.ch/fileadmin/DECS/DCSU/UAPCD/documenti/20230317_mappa_premi_nobel.pdf Premi Nobel per la letteratura. Guida letteraria della Svizzera italiana]'', 17 marzo 2023, ''ti.ch''.</ref> *{{NDR|Riferendosi alla giovane poetessa [[Annie Vivanti]]}} Annie, la tua pochezza mi riposa.<ref group="fonte">Citato in [[Enzo Biagi]], ''Diciamoci tutto'', Edizione CDE su licenza di Arnoldo Mondatori Editore, Milano, 1984, p. 107.</ref> *Colui che potendo [[parlare|dire]] una cosa in dieci [[parola|parole]] ne impiega dodici, io lo ritengo capace delle peggiori azioni.<ref group="fonte">Citato in [[Dino Segre]], ''Sette delitti'', Sonzogno.</ref> *{{NDR|Sullo ''[[Giacomo Leopardi#Zibaldone|Zibaldone]]''}} È una mole di 4526 facce lunghe e larghe mezzanamente, tutte vergate di man dell'autore, d'una scrittura spesso fitta, sempre compatta, eguale, accurata, corretta. Contengono un numero grandissimo di pensieri, appunti, ricordi, osservazioni, note, conversazioni e discussioni, per così dire, del giovine illustre con sé stesso su l'animo suo, la sua vita, le circostanze; a proposito delle sue letture e cognizioni; di filosofia, di letteratura, di politica; su l'uomo, su le nazioni, su l'universo; materia di considerazioni più ampia e variata che non sia la solenne tristezza delle operette morali; considerazioni poi liberissime e senza preoccupazioni, come di tale che scriveva giorno per giorno per sé stesso e non per gli altri, intento, se non a perfezionarsi, ad ammaestrarsi, a compiangersi, a istoriarsi. Per sé stesso notava e ricordava il [[Giacomo Leopardi|Leopardi]], non per il pubblico: ciò non per tanto gran conto ei doveva fare di questo suo ponderoso manoscritto, se vi lavorò attorno un indice amplissimo e minutissimo, anzi più indici, a somiglianza di quelli che i commentatori olandesi e tedeschi solevano apporre alle edizioni dei classici. Quasi ogni articolo di quella organica enciclopedia è segnato dell'anno del mese e del giorno in cui fu scritto, e tutta insieme va dal luglio del 1817 al 4 dicembre del 1832; ma il più è tra il '17 e il '27, cioè dei dieci anni della gioventù più feconda e operosa, se anche trista e dolente.<ref group="fonte">Dall'[[s:Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura/Introduzione|introduzione]] ai ''Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura''.</ref> *{{NDR|Inno di [[Goffredo Mameli]]}} Fu composto l'otto settembre del quarantasette, all'occasione di un primo moto di Genova per le riforme e la guardia civica; e fu ben presto l'inno d'Italia, l'inno dell'unione e dell'indipendenza, che risonò per tutte le terre e in tutti i campi di battaglia della penisola nel 1848 e 49.<ref group="fonte">Da ''Bozzetti critici e discorsi letterari'', coi tipi di Franc. Vigo, Livorno, 1876, [https://books.google.it/books?id=N48HAAAAQAAJ&pg=PA252 p. 252].</ref> *''Io sono e resto quale fui | e attendo la grande ora.''<ref group="fonte">Citato in [[Leo Longanesi]], ''In piedi e seduti'', Longanesi, 1968.</ref> *''Gemono i rivi e mormorano i venti | freschi a la savoiarda alpe natia. | Qui suon di ferro, e di furore accenti |[[Maria Teresa Luisa di Savoia-Carignano|Signora di Lamballe]], a l'Abbadia. || E giacque, tra i capelli aurei fluenti, | ignudo corpo in mezzo de la via; | e un parrucchier le membra anco repenti | con sanguinose mani allarga e spia. || Come tenera e bianca e come fina! | un giglio il collo e tra mughetti pare | garofano la bocca piccolina. || Su, co' begli occhi del color del mare, | su, ricciutella, al Tempio! A la regina | il buon dì de la morte andiamo a dare''. (''Ça ira'', Casa editrice Sommaruga, Roma, 1883, VIII, p. 39.) *L'[[Accademia dell'Arcadia|Arcadia]] conservò certe buone tradizioni di stile; vi fu anche una tale Arcadia e bisogna parlarne con un po' di creanza.<ref>Prefazione alle ''Rime'' del Petrarca; citato in [[Emanuele Portal]], ''L'Arcadia'', Remo Sandron Editore, 1922, [https://archive.org/details/larcadia00portuoft/page/82/mode/1up p. 82].</ref> *l'arte e la letteratura sono l'emanazione morale della civiltà, la spirituale irradiazione dei popoli.<ref group="fonte">Da ''Bozzetti critici e discorsi letterari'', coi tipi di Franc. Vigo, Livorno, 1876, [https://books.google.it/books?id=N48HAAAAQAAJ&pg=PA457 p. 457].</ref> *Nel 1454 {{NDR|[[Janus Pannonius]]}} si tramutava a Padova a studiare diritto canonico quattro anni, e ne riportò i gradi accademici. Nel soggiorno veneto {{sic|dee}} aver composto il panegirico a [[Giacomo Antonio Marcello]], patrizio e provveditore nella guerra sostenuta dalla Repubblica con [[Filippo Maria Visconti]] (esam. 2870, distici 20): ne' quali versi è notevole la facilità del descrivere i particolari minuti e sottili delle {{sic|marcie}} e i grandi e nuovi delle flotte trasportate su per i monti da un lago all'altro.<ref group="fonte">Da ''La gioventù di [[Ludovico Ariosto]] e la poesia latina in Ferrara''; in ''La {{sic|coltura}} estense e la gioventù dell'Ariosto'', Edizione Nazionale delle opere di Giosuè Carducci, volume tredicesimo, Nicola Zanichelli Editore, pp. 175-176; citato (parzialmente) in Janus Pannonius, ''Epigrammi lascivi'', traduzione di Gianni Toti, Fahrenheit 451, 1997, p. 16. ISBN 88-86095-03-1</ref> *Nella sua poesia [...] c'è molta facilità, ma vi si desidera tutto quello che fa la poesia vera. È un fatto per me oramai fermo: codesti meridionali, dal più al meno, recano nella poesia quella volubilità delle loro chiacchiere, che si devolve per lunghi meandri di versi sciolti o per cadenzati intrecciamenti di strofe senza una cura al mondo del pensiero. Il poeta [[Napoli|napoletano]] tipo è il [[Giovan Battista Marino|Marino]]. È inutile: i meridionali non sono poeti né artisti, non ostante tutte le apparenze: sono musici e filosofi. La poesia (anche questo parrà un paradosso) è delle genti più prosaiche e fredde della Toscana e del Settentrione.<ref group="fonte">Dalla lettera ad un amico che gli aveva inviato un volume di poesie di un giovane napoletano; citato in [[Benedetto Croce]], ''La letteratura della nuova Italia, Saggi critici'', vol. IV, Giuseppe Laterza & Figli, Bari, 1922<sup>2</sup> riveduta, pp. 311-312.</ref> *Sai che il ''[[Walt Whitman#Foglie d'erba|Fogliame]]'' americano io l'ho tradotto a lettera tre volte con il mio maestro d'inglese, un italiano che scappò in America di 17 anni e ci è stato ventitré, e ha fatto il capitano al servizio della Repubblica nella guerra di secessione contro gli Stati del Sud? È una bestia, sempre ubriaco; ma sente e respira l'America; e non sa quasi nulla d'Italiano; me lo commentava facendo gesti e urli feroci. E mi venne subito la voglia di tradurlo in esametri omerici. Tutti quei nomi a catalogo! Quelle enumerazioni, successioni, quella serie di sentimenti straordinarie e vere! Io ne rimasi e ne sono rapito! Dopo i grandissimi poeti colossali, [[Omero]], [[William Shakespeare|Shakespeare]], [[Dante Alighieri|Dante]], ecc. ci sarà del più pensato, del più profondo, del più perfetto, ma nulla così immediato e originale.<ref group="fonte">Da una lettera all'amico Enrico Nencioni; citato nella prefazione di [[Antonio Spadaro]], p. 29 in Walt Whitman, ''Canto una vita immensa'', a cura di Antonio Spadaro, Ancora, Milano, 2009. ISBN 88-514-0632-4</ref> *Non rampare di aquile e leoni, non sormontare di belve rapaci, nel santo vessillo; ma i colori della nostra primavera e del nostro paese, dal Cenisio all'Etna; le nevi delle Alpi, l'aprile delle valli, le fiamme dei vulcani.<ref group="fonte">Durante i solenni festeggiamenti per il primo Centenario del [[Bandiera d'Italia|Tricolore]], Reggio Emilia, 7 gennaio 1897; citato in Carlo Azeglio Ciampi e Alberto Orioli, ''Non è il paese che sognavo: taccuino laico per i 150 anni dell'unità d'Italia'', Il Saggiatore, 2010, [https://books.google.it/books?id=ffXnyZPMyR8C&pg=PA90 p. 90]. ISBN 8842816469</ref> *Non sa ella, signora Contessa, che Domineddio fece apposta il [[Lambrusco]] per annaffiare la carne dell'[[maiale|animale]] fausto ad [[Enea]] e caro ad [[Antonio abate|Antonio abbate]]? E io, per glorificare Dio e benedire la sua provvidenza, mi fermai a Modena a lungo a meditare la Sapienza.<ref group="fonte">Da una lettera alla contessa Ersilia Lovatelli, Bologna, seconda decade di gennaio 1884; in ''Lettere'', vol. 14, Zanichelli, 1952, p. 240.</ref> *[[Francesco Pastonchi|Pastonchi]]? mai letto tanti brutti versi.<ref group="fonte">Citato in [[Bonaventura Caloro]], ''È lo stato che crea la nazione'', ''La Fiera Letteraria'', aprile 1973.</ref> *Qui il paese è veramente bello, tale che fa intendere la Scuola [[Umbria|umbra]]: che linee d'orizzonte, che digradante vaporoso di monti in lontananza! Fui ad [[Assisi]]: è una gran bella cosa, paese, città e santuario, per chi intende la natura e l'arte nei loro accordi con la storia, con la fantasia con gli affetti degli uomini. Sono tentato di far due o tre poesie su Assisi e [[Francesco d'Assisi|San Francesco]].<ref group="fonte">Da una lettera a [[Giuseppe Chiarini]], Perugia, 26 luglio 1877; citato in ''La dolce stagione'', [[Luigi Russo]], Editrice Giuseppe Principato, Milano, 1940, p. 454.</ref> *''Se già sotto l'ale | del nero cappello | nel [[vino|vin]] Cromüello | cercava il signor,<ref>Qui il poeta fa riferimento ad un episodio narrato dal [[René de Chateaubriand|Chateaubriand]] in ''Quatre Stuarts''. Secondo lo scrittore francese, [[Oliver Cromwell|Cromwell]], sorpreso a bere, avrebbe detto agli amici: «Credono che cerchiamo il Signore, ma noi cerchiamo solo un cavatappi» (Il cavatappi era caduto).</ref> || ne' colmi bicchieri | ricerco pur io | men fiero un iddio, | ricerco l'amor.''<ref group="fonte">Da ''[[s:Levia Gravia/Libro II/Brindisi|Brindisi]]'' in ''Levia gravia'', XXV, vv. 1-8.</ref> *Sette anni fu alla scuola e al convitto del [[Guarino Veronese|Guarino]]; e vi formò lo stile e il costume, quello caldo e abbondante, questo cordiale e sciolto. Ne fan testimonianza gli epigrammi (410, in due libri), per grandissima parte di argomento e sentimento italiani, scritti i più nella gioventù prima; la cui licenza, se bene sia da riferire al genere e al modello [...] e sia da credere che Giano ostenti in gara con lui sporcizia e villania, pure ci appar di soverchio candida la fede e l'attestazione di [[Vespasiano da Bisticci|Vespasiano]], per quanto s'intendeva de' suoi costumi, esser fama che Giovanni fosse vergine.<ref group="fonte">Da ''La gioventù di [[Ludovico Ariosto]] e la poesia latina in Ferrara''; in ''La {{sic|coltura}} estense e la gioventù dell'Ariosto'', Edizione Nazionale delle opere di Giosuè Carducci, volume tredicesimo, Nicola Zanichelli Editore, pp. 174-175.</ref> *Stamane ho cacciato a sassate un [[organo a rullo|organetto]] che mi sonava sotto la finestra.<ref group="fonte">Da ''Lettere'', volume 14°, Nicola Zanichelli Editore, Bologna, 1944 e segg., p. 204; citato in Salvatore Battaglia, ''Grande Dizionario della Lingua Italiana'', Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, 1984, p. 78.</ref> ==''A Satana''== ===[[Incipit]]=== <poem>A te, dell'essere principio immenso, materia e spirito, ragione e senso; mentre ne' calici il vin scintilla sì come l'anima nella pupilla.</poem> ===Citazioni=== *''Via l'aspersorio, | prete, e 'l tuo metro! | no, prete, [[Satana]] | non torna in dietro!'' (vv. 21-24) *''Nella [[materia]] | che mai non dorme, | re dei fenomeni, | e delle forme, | sol vive Satana.'' (vv. 37-41) *''E già già tremano | mitre e corone: | dal chiostro brontola | la ribellione, | e pugna e prèdica | sotto la stola | di fra' [[Girolamo Savonarola|Girolamo | Savonarola]]''. (vv. 153-160) *''Gitta i tuoi vincoli, | uman pensiero, | e splendi e folgora | di fiamme cinto; | materia, inalzati: | Satana ha vinto.'' (vv. 163-168) ===[[Explicit]]=== <poem>Salute, o Satana, o ribellione, o forza vindice della ragione! Sacri a te salgano gl'incensi e i voti! Hai vinto il Geova de' sacerdoti.</poem> ==''Bozzetti e scherme''== *[...] il [[Giuseppe Regaldi|Regaldi]] considera con roseo ottimismo tutte le cose e gli uomini tutti. Egli, come ogni poeta da natura e nello stato di natura, è buono. Ammira facilmente, facilissimamente loda; per lui non vi sono né scuole, né partiti, né sette: cita Giuseppe Mazzini e il commendatore Minghetti; ama il Cibrario e il Brofferio; il Prati, Norberto Rosa ed il Révere. È un uomo egregio, che vi apre le braccia e vi sorride di primo acchito; che si esalta della sua stessa parola, e prorompe nella lirica. La sua critica in fatti non è altro che lirica. (p. 9) *[[Vignola]] è bella terra che giace un po' come Firenze (''si licet'' con quel che segue), se non che ha più apertura e più sfondo, a piè dell'Appennino, tra bei colli e bei fiumi. Benedetta di ubertà e d'ingegno, produsse il [[Jacopo Barozzi da Vignola|Barozzi]] il [[Ludovico Antonio Muratori|Muratori]] e il [[Agostino Paradisi|Paradisi]]; e produce cavoli stupendi, a cui non ho veduto gli eguali nelle mostre agrarie d'Italia. Rammento i cavoli, e frutte vistosissime, e prosciutti molto promettenti; perché alla commemorazione delle glorie passate vollesi unire la dimostrazione del lavoro presente in una esposizione d'agricoltura e d'industria. E fu ottimo consiglio. L'Italia è stata troppo inebriata finora d'idealismo: per me un bel [[cavolo]] e ben coltivato è cosa molto più estetica di cinquecento canti della poesia odierna e di mille cento articoli della stampa anche di opposizione. (p. 104) *[...] le <span style="letter-spacing:1px">[[Operette morali]]</span> e i <span style="letter-spacing:1px">Pensieri</span> sono di quelle scritture che "гоdono a scorza a scorza", come Dante direbbe, il cuore e il cervello dal quale escono. (p. 162) *{{NDR|[[Émile Littré]]}} Uomo di tre anime lo avrebber chiamato gli antichi: noi nel totale meraviglioso del suo lavoro dobbiamo anche singolarmente ammirare la ramificazione logica delle ricerche, il progressivo abbarbicare degli studi, il sapiente indentamento delle molte ruote della sua operosità intellettuale in tanti congegni e tutti di effettiva utilità, e più ancora la perseveranza, la coerenza, la virtù, con le quali quel nobilissimo ingegno vide, segui, raggiunse l'unità finale. (pp. 301-302) *Il [[Auguste Barbier|Barbier]] – discorriamo un po' di politica, se pure la politica quando passi per l'arte ha da chiamarsi ancora così –, non ostante i suoi entusiasmi per ''la grande populace'', non era mica un [[Georges Jacques Danton|dantoniano]], e, tanto meno, un [[Jacques-René Hébert|hebertista]]. Saltando su la restaurazione {{sic|constituzionale}} e l'impero conquistatore, egli fermavasi, è vero, alla repubblica vittoriosa, giusta, costumata, illuminata, che fu l'ideale dei migliori di Francia per più anni dopo il '93. Ma egli, come tutti quasi i cresciuti dopo il '15, era inzuppato di quell'idealismo che avendo per {{sic|gaz}} alimentatore il cristianesimo civile coronava il suo quieto e quasi lunare irraggiamento co 'l mistico alone del romanticismo liberale. (pp. 331-332) *Egli {{NDR|Auguste Barbier}} il poeta, traeva nella pubblica luce il quarto Stato e le sue piaghe, non per {{sic|conscienza}} politica o previsione ch'egli avesse del prossimo avvenire; ma per un sentimento di benigna equità, direi quasi di carità, direi quasi di sdegno evangelico contro i godenti e i trionfanti del secolo; si spingeva fino al socialismo, ma all' ombra della croce. Simile in ciò a molti di quella nobile ma debole generazione romantica. (pp. 332-333) *La {{sic|imagine}} della contessa [[Maria Teresa Gozzadini|Gozzadini]] a me piace ricercarla nell'amena solitudine di Ronzano più ancora che nel salottino pompeiano del suo palazzo di via Santo Stefano, ove pure lo spirito di lei scattava cosi luminoso dall'attrito della varia conversazione. Io amo ricollocarla lassù, tra quelle grandi querce, tra quei cipressi nella loro vecchiezza immobili quasi {{sic|mète}} di secoli. Ella, che in gioventù dipinse il paesaggio, che era cresciuta in mezzo a' poeti, aveva della natura un sentimento e una percezione profonda, e sapeva farsene una rappresentazione affettuosa e prossima più che i paesisti e poeti italiani, troppo vagando sui colori e la superficie, non usino avere e rendere. (pp. 373-374) *Quando conobbi da prima la contessa Gozzadini, mi parve di ravvisare specialmente nelle linee degli angoli frontali i tratti del viso di [[Dante Alighieri|Dante]]. Non lo dissi allora; ma un artista di poi mi notò con più franca asseveranza quello che a me era parso vedere: e ora leggo fatta la stessa osservazione da uno scienziato americano, e so che lo zio Serego offeriva una strana somiglianza co 'l ritratto dell'Alighieri. (p. 374) *La contessa Gozzadini avendo, oltre il nobil sentire, un singolar temperamento di facoltà vive fini ed argute, di ciò che sentiva e osservava s'era avvezza a rendersi ragione, facendosene un concetto suo ed esprimendolo con verità ferma e immediata. Non enfasi mai, ch'è indizio di anima debole e falsa: non sentimentalità, ch'è accusa d'anima debole e dura: un gran disprezzo della volgarità, vizio ormai comune in basso ed in alto: un ragionar fitto, serrato, giusto, con un guardarvi fiso e chiaro negli occhi, con lampi d'amori e di sdegni, e di quando in quando uno scatto o una scrollata di spalle, poetica, ghibellina. (p. 382) *{{NDR|Maria Teresa Gozzadini}} Leggeva Dante, e se ne recava seco il volume anche nelle ascensioni alpine; ma non lo teneva in mostra, né mai ne le udii far citazioni e sol una ne ho veduta nelle lettere. Grande amica dell'[[Aleardo Aleardi|Aleardi]], e pure non baciava mai le amiche, e non diceva ''angelo'' né anche alle bambine. Così forte uscì dalla fantastica morbidezza della società veronese, cosi schietta passò tra la compassata e liscia gravità bolognese: senza sforzi e atteggiamenti da originale, temperando la franchezza con una gran gentilezza signorile. (p. 382) *Se la [[poesia]] è e ha da essere arte, ciò che dicesi forma è e ha da essere della poesia almeno tre quarti. Un [[poeta]] che trascuri la forma non è un poeta: è uno che ha in grandissima stima sé stesso e in assai basso concetto il prossimo suo, co 'l quale in somma egli tratta cosi: – Vedi, tu devi leggere questa roba, non perché sia poesia, ma perché è la {{sic|ebullizione}} del mio cervello e la secrezione del mio cuore: il qual cuore e il qual cervello sono gli organi privilegiati di quel grande idealista, di quel gran realista, di quel grande umorista, di quel bellissimo [[Endimione]] della natura che sono io –. (p. 420) *Egli {{NDR|[[Guido Mazzoni (letterato)|Guido Mazzoni]]}} tradusse [[Meleagro di Gadara|Meleagro]] e traduce [[Gaio Valerio Catullo|Catullo]] con rara agevolezza e felicità, e ha insieme un debole per la letteratura moderna, specialmente francese. Così tra per la facilità dell'ingegno suo fiorentino e per lo snodamento, acquistato con la coltura e l'esercizio, delle facoltà e tendenze estetiche, egli sgomitola i versi e i metri più difficili che non par fatto suo, e le forme scabre e malagevoli ad altri gli sguisciano levigate e lucide dalla mano, e certe stranezze cercate paiono nel suo stile naturali. Ma a questa sua elegante facilità il Mazzoni, diciamolo sùbito, si lascia andare un po' troppo; e qualche volta dà per rappresentazione fantastica la fosforescenza della frase solleticata dal metro, e all'atteggiamento esterno non ha rispondente sempre un movimento interno dello spirito o un guizzo dell'idea. (pp. 420-421) ==''Ceneri e faville''== *Ai giudizi dei [[Nemico|nemici]] vuolsi avere sempre la debita osservanza. (serie prima, p. ii) *''Fratelli, | per diverse terre le vostre ossa | per l'Italia tutta il nome, | ma la religione di voi è qui | e passa | di generazione in generazione | ammonendo | che scienza è libertà''. (serie prima, p. 76) *{{NDR|Parlando della regione [[Marche]]}} Così benedetta da [[Dio]] di bellezza di varietà di ubertà, tra questo digradare di monti che difendono, tra questo distendersi di mari che abbracciano, tra questo sorgere di colli che salutano, tra questa apertura di valli che arridono. (dal discorso tenuto a Recanati il 29 giugno 1898 in occasione del 1° centenario della nascita di [[Giacomo Leopardi]], serie terza e ultima; p. 26) *[...] verrà il giorno che il Severo e Clemente, liberatore della città, amatore del mondo, tribuno augusto [[Francesco Coccapieller]], sfromboli giù per il Corso a furia di sferzinate il Parlamento italiano a correre il palio, ignudo. (serie terza e ultima; p. 261) ==''Confessioni e battaglie''== ===Serie prima=== *È pure un vil facchinaggio quello di dovere o volere andar d'accordo co' molti! (p. 122) *[...] la letteratura che da due secoli ha dato e dà forme più logiche, più spigliate, più facili al pensiero moderno è senza dubbio la [[Letteratura francese|francese]], e per la letteratura di Francia son passate e sonosi mescolate le diverse correnti del genio moderno [...]. (p. 167) *I giovini non possono generalmente esser [[critico|critici]]; e, per due o tre che riescano, cento lasciano ai rovi della via i brandelli del loro ingegno o ne vengon fuori tutti inzaccherati di pedanteria e tutti irti le vesti di pugnitopi: la critica è per gli anni maturi. (p. 170) *[...] la [[repubblica]], per me, è l'esplicazione storica e necessaria e l'assettamento morale della democrazia ne' suoi termini razionali: la repubblica, per me è il portato logico dell'umanesimo che pervade ormai tutte le istituzioni sociali. (p. 270) ===Serie seconda=== *L'[[arte]], come la concepisco e come non arrivo a farla io, è cosa altamente e perfettamente [...] aristocratica. (p. 53) *{{NDR|Su [[Francesco Giuseppe I d'Austria]]}} Riprendemmo Roma al papa, riprenderemo Trieste all'imperatore. A questo imperatore degl'impiccati. (p. 209) *''[[Guglielmo Oberdan]] | morto santamente per l'Italia | terrore ammonimento rimprovero | ai tiranni di fuori | ai vigliacchi di dentro.'' {{NDR|[[Epigrammi|epigramma]]}} (p. 223) *[...] l'Inghilterra [...] vanta la più originale e la più libera e la più vera delle [[Letteratura inglese|letterature]] moderne [...]. (<!--da ''Mosche cocchiere'', -->p. 453) *E la nuova generazione ha il diritto di farsi avanti e che non gli s'impedisca il terreno alle prove, tanto più che parecchi di quei gagliardi hanno valore e destrezza al maneggio più che non vogliasi o non s'infinga credere dai mal disposti. Ahi triste cosa l'invidia alla gioventù! e brutto segno di piccolo e pigro animo nelle persone e di vecchiezza degenerante ne' popoli l'[[Misoneismo|odio a ciò che è o vuole o pare esser nuovo]]! Ma le mosche, per altro, le mosche cocchiere sono pur le male bestie e noiose! Si fermano alla prima osteria e van ronzando negli orecchi alla gente – Vedete là quella carrozzaccia tutta stinta e sdrucita e sgangherata, co' sedili che paiono schiene d'asini pelati, con una rota sola e mezzo timone? Quella è la carrozza del nostro paese. Ma ora veniamo in questo paese a rifarla, e ci abbiamo attaccato un Pegaso Pacolet, e sono io che guido. Zu, zu, zu. – A un viaggiatore scappa la pazienza e tira una cenciata – Va via, brutta bestia. (<!--da ''Mosche cocchiere'', -->pp. 469-470) ==''Della «Canzone di Legnano»''== ===[[Incipit]]=== {{centrato|IL PARLAMENTO<br />I.}}<br /> <poem>Sta Federico imperatore in Como. Ed ecco un messaggero entra in Milano da Porta Nova a briglie abbandonate. «Popolo di Milano,» ei passa e chiede, «fatemi scorta al console Gherardo.» Il consolo era in mezzo de la piazza, e il messagger piegato in su l'arcione parlò brevi parole e spronò via. Allor fe' cenno il console Gherardo, e squillaron le trombe a parlamento.</poem> ===Citazioni=== *''Ed allora per tutto il parlamento | trascorse quasi un fremito di belve.'' (vv. 115-116) *''Venne il dì nostro | (o milanesi), e vincere bisogna.'' (v. 122-123<ref group="fonte">Citato in [[Giuseppe Fumagalli]], ''[[s:Chi l'ha detto?|Chi l'ha detto?]]'', Hoepli, 1921, p. [[s:Pagina:Chi l'ha detto.djvu/661#c1839|629]].</ref>) ==''Giambi ed epodi''== ===[[Incipit]]=== <poem>No, non son morto. Dietro me cadavere Lasciai la prima vita. Sopra i vólti Che m'arrideano impallidîr le rose, Moriro i sogni de la prima età.</poem> ===Citazione=== *''Coraggio, amici. Se di vive fonti | córse, tócco dal santo, il balzo alpin''<ref>Si accenna alla fonte che secondo la leggenda [[Francesco d'Assisi|San Francesco]] fece scaturire presso il santuario della Verna. {{NDR|Nota del curatore}}</ref>'' | a voi saggi ed industri i patrii monti | iscaturiscan di fumoso [[vino|vin]]; || del vin ch'edúca il forte suolo amico | di ferro e zolfo con natia virtú: | co 'l quale io libo al padre Tebro antico, | al Tebro tolto al fin di [[servitù]]''. (''[[s:Giambi ed epodi/Libro I/Agli amici della valle Tiberina|Agli amici della valle Tiberina]]'', I, vv. 29-36) *''Oh non per questo dal fatal di [[Scoglio di Quarto|Quarto]] | lido il naviglio de i mille salpò, | né Rosolino Pilo aveva sparto | suo gentil sangue che vantava Angiò''. (''[[s:Giambi ed epodi/Libro I/La Consulta araldica|La Consulta araldica]]'', XI, vv. 25-28<ref group="fonte">Citato in [[Giuseppe Fumagalli]], ''[[s:Indice:Chi l'ha detto.djvu|Chi l'ha detto?]]'', U. Hoepli, Milano, 1921, p. 381.</ref>) *''Maledetta | sii tu, mia patria antica, | su cui l'onta de l'oggi e la vendetta | de i secoli s'abbica!'' (''[[s:Giambi ed epodi/Libro I/In morte di Giovanni Cairoli|In morte di Giovanni Cairoli]]'', XIII, vv. 117-120) *''La nostra patria è vile.'' (''[[s:Giambi ed epodi/Libro I/In morte di Giovanni Cairoli|In morte di Giovanni Cairoli]]'', XIII, v. 132) *''Impronta Italia domandava Roma, | [[Bisanzio]] essi le han dato.'' (''[[s:Giambi ed epodi/Libro II/Per Vincenzo Caldesi|Per Vincenzo Caldesi]]'', XVIII, vv. 27-28) *{{NDR|[[Giuseppe Mazzini]]}} ''E un popol morto dietro a lui si mise. || Esule antico, al ciel mite e severo | leva ora il volto che giammai non rise, | — tu sol — pensando — o idëal, sei vero.'' (''[[s:Giambi ed epodi/Libro II/Giuseppe Mazzini|Giuseppe Mazzini]]'', XXIII, vv. 11-14) *''Ma voi siete cristiane, o Maddalene! | Foste da' preti a scuola. | Siete moderne! avete ne le vene | l'Aretino e il Loiola''. (''[[s:Giambi ed epodi/Libro II/A proposito del processo Fadda|A proposito del processo Fadda]]''<ref group="fonte">Citato in [[Giuseppe Fumagalli]], ''[[s:Indice:Chi l'ha detto.djvu|Chi l'ha detto?]]'', Hoepli, 1921, p. 536.</ref>, XXIX, vv. 45-48) *{{NDR|Da [[Perugia]]}} ''E il sol nel radiante azzurro immenso | fin de gli [[Abruzzo|Abruzzi]] al biancheggiar lontano | folgora, e con desio d'amor più intenso | ride a' monti de l'[[Umbria]] e al verde piano''. (''[[s:Giambi ed epodi/Libro II/Il canto dell'Amore|Il canto dell'amore]]'', XXX, vv. 37-40) *''Da le vie, da le piazze gloriose, {{NDR|dell'[[Umbria]]}} | ove, come dal maggio ilare a i dì | boschi di querce e cespiti di rose, | la libera de' padri arte fiorì''; [...]. (''[[s:Giambi ed epodi/Libro II/Il canto dell'Amore|Il canto dell'amore]]'', XXX, vv. 81-84) ==''Juvenilia''== ===[[Incipit]]=== <poem>Ah per te<ref>Al libro [1866].</ref> Orazio prèdica al vento! Del patrio carcere non sei contento, la chiave abomini grata a i pudichi, agogni a l'aere de' luoghi aprichi. E dove, o misero, dove n'andrai. Dove un ricovero trovar potrai, o de' miei giovini lustri diletto, o mio carissimo tenue libretto?</poem> ===Citazioni=== *{{NDR|[[Vittorio Alfieri]]}} ''O de l'italo agon supremo atleta | misurator, di questa setta imbelle, | che stranïata il sacro allòr ti svelle | che vuol la santa bile irrequïeta? || E a qual miri sai tu splendida meta | ed a che fin drizzato abbian le stelle | questa età che di ciance e di novelle | per quanto ingozzi e più e più si asseta''? (''[[s:Juvenilia/Libro III/Vittorio Alfieri|Vittorio Alfieri]]'', XLIII, vv. 1-8) *{{NDR|[[Dante Alighieri]]}} ''Forti sembianze di novella vita | circondar la tua cuna, | o re del canto che più alto mira. | Gentil virago ardita, | quale non vider mai le argive sponde | né le latine, e d'amor balda e d'ira, | te venìa la bella | toscana libertade; e il pargoletto | già magnanimo petto | ti confortava de la sua mammella. | Tutta accesa ne' raggi di sua sfera, | mite insieme ed austera, | venne la fede; e per un popoloso | di visioni e d'ombre oscuro lito | la porta ti mostrò dell'infinito''. (''[[s:Juvenilia/Libro IV/Dante|Dante]]'', LX, vv. 1-15) *''Dimmi, triangoluzzo mio squadrato, | che al mondo se' degli animali rari, | furono prima i ciuchi o i somari? | e quel tuo capo è un circolo o un quadrato? || Anco: il cervel, se fior te n'è restato, | è isoscelo o scaleno o ha lati pari? | Se' tu l'ambasciador de' calendari, | o un parallelogrammo battezzato?'' (''[[s:Juvenilia/Libro V/A un geometra|A un geometra]]'', LXX, vv. 1-8) *''Or chi pria leverà d'[[Italia]] il grido | spezzando il vario, infame, antico freno? | Di martiri e d'eroi famoso nido, | voi [[Modena]] e [[Bologna]]. Oh al dì sereno || di libertà cresciute, anime altere | tra i ceppi sanguinanti e gli egri esigli | e gli orrendi martòri in prigion nere, || voi ne' tedeschi e ne' papali artigli | chi più mai renderà, poi che un volere | raccoglie alfin de la gran madre i figli?'' (''[[s:Juvenilia/Libro VI/Modena e Bologna|Modena e Bologna]]'', XC, vv. 5-14) ==''Odi barbare''== ===[[Incipit]]=== <poem>Odio l'usata [[poesia]]: concede comoda al vulgo i flosci fianchi e senza palpiti sotto i consueti amplessi stendesi e dorme. A me la strofe vigile, balzante co 'l plauso e 'l piede ritmico ne' cori: per l'ala a volo io còlgola, si volge ella e repugna.</poem> ===Citazioni=== *''Lieta del fato [[Brescia]] raccoltemi, | Brescia la forte, Brescia la ferrea, | Brescia leonessa d'Italia | beverata nel sangue nemico.'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Alla Vittoria - Tra le rovine del tempio di Vespasiano in Brescia|Alla Vittoria, tra le rovine del tempio di Vespasiano in Brescia]]'', libro I, vv. 37-40) *''Salve, [[Umbria]] verde, e tu del puro fonte | nume Clitumno!'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Alle fonti del Clitumno|Alle fonti del Clitumno]]'', libro I, vv. 25-26) *''[[Roma]], ne l'aer tuo lancio l'anima altera volante: | accogli, o Roma, e avvolgi l'anima mia di luce''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Roma|Roma]]'', libro I, vv. 1-2) *''Anch'ei, tra 'l dubbio giorno d'un gotico | tempio avvolgendosi, l'[[Dante Alighieri|Alighier]] trepido | cercò l'immagine di Dio nel gemmeo | pallore d'una femina''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/In una chiesa gotica|In una chiesa gotica]]'', libro I, vv. 21-24) *''Surge nel chiaro inverno la fosca turrita [[Bologna]], | e il colle di sopra bianco di neve ride''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Nella piazza di San Petronio|Nella piazza di San Petronio]]'', libro I, vv. 1-2) *[...] ''quando [[Odoacre]] dinanzi a l'impeto | di [[Teodorico il Grande|Teodorico]] cesse, e tra l'èrulo | eccidio passavan sui carri | dritte e bionde le donne amàle || entro la bella [[Verona]], odinici | carmi intonando: raccolta al vescovo | intorno, l'italica plebe | sporgea la croce supplice a' Goti''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Davanti il Castel Vecchio di Verona|Davanti il Castel Vecchio di Verona]]'', libro I, vv. 5-12) *{{NDR|Sul [[Lago di Garda]]}} [...] ''una gran tazza argentea, || cui placido olivo per gli orli nitidi corre | misto a l'eterno lauro.'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Sirmione|Sirmione]]'', libro I, v. 4) *''Breve ne l'onda placida avanzasi | [[Scoglio di Quarto|striscia di sassi]]. Boschi di lauro | frondeggiano dietro spirando | effluvi e murmuri ne la sera. |'' [...] ''| Par che da questo nido pacifico | in picciol legno l'uom debba movere | secreto a colloqui d'amore | leni su zefiri, la sua donna | fisa guatando l'astro di [[Venere (astronomia)|Venere]].'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Scoglio di Quarto|Scoglio di Quarto]]'', libro I, vv. 1-4, 9-13) *''Superba ardeva di lumi e cantici | nel mar morenti lontano [[Genova]] | al vespro lunare dal suo | arco marmoreo di palagi.'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Scoglio di Quarto|Scoglio di Quarto]]'', libro I, vv. 29-32) *''Fulgida e bionda ne l'adamantina | luce del serto tu passi''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Alla regina d'Italia - XX Nov. MDCCCLXXVIII|Alla Regina d'Italia]]'', libro I, vv. 29-30) *''Già il mostro {{NDR|la [[locomotiva a vapore]]}}, conscio di sua metallica | anima, sbuffa, crolla, ansa, i fiammei | occhi sbarra; immane pe 'l buio | gitta il fischio che sfida lo spazio.'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Alla stazione in una mattina d'autunno|Alla stazione in una mattina d'autunno]]'', libro II, vv. 29-32) *''Oh qual caduta di foglie, gelida, | continua, muta, greve, su l'anima! | io credo che solo, che eterno, | che per tutto nel mondo è [[novembre]].'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Alla stazione in una mattina d'autunno|Alla stazione in una mattina d'autunno]]'', libro II, vv. 53-56) *{{NDR|[[Marzo]]}} ''Quale una incinta, su cui scende languida | languida l'ombra del sopore e l'occupa, | disciolta giace e palpita su 'l talamo, | sospiri al labbro e rotti accenti vengono | e súbiti rossor la faccia corrono ||'' [...] ''Chinatevi al lavoro, o validi omeri; | schiudetevi agli amori, o cuori giovani; | impennatevi a sogni, ali dell'anime; | irrompete alla guerra, o desii torbidi: | ciò che fu torna e tornerà nei secoli''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Canto di Marzo|Canto di marzo]]'', libro II, vv. 1-5, 26-30) *[...] ''[[Nuvola|vacche del cielo]]'' [...]. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Canto di Marzo|Canto di marzo]]'', libro II, v. 11) *''L'[[ora]] presente è in vano, non fa che percuotere e fugge, | sol nel [[passato]] è il bello, sol ne la [[morte]] è il vero.'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Presso l'urna di Percy Bysshe Shelley|Presso l'urna di Percy Bysshe Shelley]]'', libro II, vv. 3-4) *''Ah, ma non ivi alcuno de' novi poeti mai surse, | se non tu forse, [[Percy Bysshe Shelley|Shelley]], spirito di titano, | entro virginee forme''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Presso l'urna di Percy Bysshe Shelley|Presso l'urna di Percy Bysshe Shelley]]'', libro II, vv. 41-42) ===Citazioni sulle ''Odi barbare''=== *Le ''Barbare'' sono serti di fiori posti su delle tombe; o corone di cipresso appese ad abbandonate are votive. Il Carducci è apparso come un superstite di altri tempi, venuto a narrare a noi delle saghe antiche, che il secolo desueto non intendeva oramai più. E della sua solitudine ebbe anch'egli coscienza. Onde quella tristezza elegiaca di parecchie, delle più belle e più sincere forse, delle ''Odi barbare'', quella quasi nostalgica adorazione di rovine: quel sentirsi sfiorare dolcemente la fronte dall'ala trista dei secoli: quel desiderio di essere tratto dai fiumi eterni verso l'eterno nulla [...]. ([[Eugenio Donadoni]]) ==''Rime e ritmi''== ===[[Incipit]]=== '''Alla signorina Maria A.''' <poem>O Piccola Maria, di versi a te che importa? Esce la poesia, o piccola Maria, quando malinconia batte del cor la porta. O piccola Maria, di versi a te che importa?</poem> ===Citazioni=== *''Contessa, che è mai la [[vita]]? | È l'ombra d'un sogno fuggente. | La favola breve è finita, | il vero immortale è l'[[amore|amor]].'' (''[[s:Rime e ritmi/Jaufré Rudel|Jaufré Rudel]]'', vv. 73-76) *''Salve, [[Piemonte]]! A te con melodia | mesta, da lungi risonante, come | gli epici canti del tuo popol bravo, | scendono i fiumi. || Scendono pieni, rapidi, gagliardi, | come i tuoi cento battaglioni, e a valle | cercan le deste a ragionar di gloria | ville e cittadi''. (''[[s:Rime e ritmi/Piemonte|Piemonte]]'', 9-16) *[...] ''e da Superga nel festante coro | de le grandi Alpi la regal [[Torino]] | incoronata di [[vittoria]], ed [[Asti]] | repubblicana''. (''[[s:Rime e ritmi/Piemonte|Piemonte]]'', vv. 33-36) *{{NDR|A [[Carlo Alberto di Savoia]]}} [...] ''oggi ti canto, o re de' miei verd'anni, | re per tant'anni bestemmiato e pianto, | che via passasti con la spada in pugno | ed il cilicio | al cristian petto, italo Amleto''. (''[[s:Rime e ritmi/Piemonte|Piemonte]]'', vv. 65-69) *''[[Italia]] | assunta novella tra le genti''. (''[[s:Rime e ritmi/Cadore|Cadore]]'', vv. 163-164) *{{NDR|[[Carlo Goldoni]]}} ''A te, porgente su l'argenteo Sile | le braccia a l'avo da l'opima cuna, | ne la festante ilarità senile | parve la vita accorrere con una || marïonetta in mano. Al sol d'aprile | te fuggente la logica importuna | presago accolse il comico navile | veleggiando la tacita laguna''. (''[[s:Rime e ritmi/Carlo Goldoni|Carlo Goldoni]]'', I, vv. 1-8) *''Quando, novello Procida, | e più vero e migliore''<ref>Per il refuso su ''più vero e maggiore'', {{cfr}} [[Giuseppe Fumagalli]], ''[[s:Chi l'ha detto?|Chi l'ha detto?]]'', Hoepli, 1921, p. [[s:Pagina:Chi l'ha detto.djvu/764#c2046|732]].</ref>'', innanzi e indietro, | arava ei l'onda sicula;'' [...]. (''[[s:Rime e ritmi/Alla figlia di Francesco Crispi|Alla figlia di Francesco Crispi]]'', vv. 17-19) *''Seco venga a' lidi tuoi | fe' d'opre alte e leggiadre, | o isola del sole, o tu d'eroi | [[Sicilia]] antica madre.'' (''[[s:Rime e ritmi/Alla figlia di Francesco Crispi|Alla figlia di Francesco Crispi]]'', vv. 29-32) *[...] ''come, o [[Ferrara]], bello ne la splendida ora d'Aprile | ama il memore sole la tua pace!'' (''[[s:Rime e ritmi/Alla città di Ferrara|Alla città di Ferrara]]'', vv. 5-6) *''Salve, Ferrara, co'l tuo fato in pugno | ultima nata, creatura nova | de l'Appennin, del Po, del faticoso | dolore umano!'' (''[[s:Rime e ritmi/Alla città di Ferrara|Alla città di Ferrara]]'', vv. 93-96) *''Ombra d'un fiore è la beltà, su cui | bianca farfalla poesia volteggia: | eco di tromba che si perde a valle | è la potenza.'' (''[[s:Rime e ritmi/La chiesa di Polenta|La chiesa di Polenta]]'', vv. 13-16) *''Fuga di tempi e barbari silenzi | vince e dal flutto de le cose emerge | sola, di luce a' secoli affluenti | faro, l'[[idea]].'' (''[[s:Rime e ritmi/La chiesa di Polenta|La chiesa di Polenta]]'', vv. 17-20) ==''Rime nuove''== ===[[Incipit]]=== <poem>Ave, o [[rima]]! Con bell'arte su le carte te persegue il trovadore; ma tu brilli, tu scintilli, tu zampilli su del popolo dal cuore. O scoccata tra due baci ne i rapaci volgimenti de la danza, come accordi ne' due giri due sospiri, di memoria e di speranza!</poem> ===Citazioni=== *''[[Sonetto|Breve e amplissimo carme]]'' [...]. (''[[s:Rime nuove/Libro II/Al sonetto|Al sonetto]]'', III, v. 1) *''Pur ne l'ombra de' tuoi lati velami | gli umani tedi, o notte, ed i miei bassi | crucci ravvolgi e sperdi: a te mi chiami, | e con te sola il mio cuor solo stassi. || Di quai d'ozio promesse adempi e sbrami | gl'irrequïeti miei spiriti lassi? | E qual doni potenza a i pensier grami | onde a l'eterno o al nulla errando vassi? || O diva [[notte]], io non so già che sia | questo pensoso e presago diletto | ove l'ire e i dolor l'anima oblia: || ma posa io trovo in te, qual pargoletto | che singhiozza e s'addorme de la pia | ava abbrunata su l'antico petto.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/Di notte|Di notte]]'', VII) *''Te che solinghe balze e mèsti piani | ombri, o [[quercia]] pensosa, io più non amo, | poi che cedesti al capo de gl'insani | eversor di cittadi il mite ramo.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/Colloqui con gli alberi|Colloqui con gli alberi]]'', VIII, vv. 1-4) *''Né te, [[alloro|lauro]] infecondo, ammiro o bramo, | che mènti e insulti, o che i tuoi verdi e strani | orgogli accampi in mezzo al verno gramo | o in fronte a calvi imperador romani.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/Colloqui con gli alberi|Colloqui con gli alberi]]'', VIII, vv. 5-8) *''Amo te, [[vigna|vite]], che tra bruni sassi | pampinea ridi, ed a me pia maturi | il sapïente de la vita oblio.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/Colloqui con gli alberi|Colloqui con gli alberi]]'', VIII, vv. 9-11) *''Ma più onoro l'[[abete]]: ei fra quattr'assi, | nitida [[bara]], chiuda al fin li oscuri | del mio pensier tumulti e il van desio.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/Colloqui con gli alberi|Colloqui con gli alberi]]'', VIII, vv. 12-14) *''T'amo, o pio [[bue|bove]]; e mite un sentimento | di vigore e di pace al cor m'infondi. | O che solenne come un monumento | tu guardi i campi liberi e fecondi, | o che al giogo inchinandoti contento | l'agil opra de l'uom grave secondi:'' [...]. (''[[s:Rime nuove/Libro II/Il bove|Il bove]]'', IX, vv. 1-6) *''Il divino del [[pianura|pian]] silenzio verde''. (''[[s:Rime nuove/Libro II/Il bove|Il bove]]'', IX, v. 14) *''Siede novembre su le vie festanti | ove il maggio s'aprì de' miei pensieri, | e spettral ne la nebbia alza i giganti | templi la tua città, [[Dante Alighieri]]. || Meglio cosí; ch'io non mi vegga avanti | gli academici Lapi e i Bindi artieri: | Io vo' vedere il cavalier de' santi, | il santo io vo' veder de' cavalieri. || Forza di gioventù lieta da' marmi | fiorente, ch'ogni loda a dietro lassi | d'achei scalpelli e di toscani carmi, || degno, [[San Giorgio]] (oh con quest'occhi lassi | il vedess'io), che innanzi a te ne l'armi | un popolo d'eroi vincente passi.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/San Giorgio di Donatello|San Giorgio di Donatello]]'', XIV) *''[[Dante Alighieri|Dante]], onde avvien che i vóti e la favella | levo adorando al tuo fier simulacro, | e me sul verso che ti fè già macro | lascia il sol, trova ancor l'alba novella? |'' [...] ''| son chiesa e impero una ruina mesta | cui sorvola il tuo canto e al ciel risona: | muor Giove, e l'inno del poeta resta''. (''[[s:Rime nuove/Libro II/Dante|Dante]]'', XVI, vv. 1-4 e 12-14) *''L'albero a cui tendevi | la pargoletta mano, | il verde [[melograno]] | da' bei vermigli fior, || nel muto orto solingo | rinverdì tutto or ora | e giugno lo ristora | di luce e di calor. || Tu fior de la mia pianta | percossa e inaridita, | tu de l'inutil vita | estremo unico fior, || sei ne la terra fredda, | sei ne la terra negra; | né il sol più ti rallegra | né ti risveglia amor.'' {{NDR|[[Elegie funebri dalle poesie|elegia funebre]]}} (''[[s:Rime nuove/Libro III/Pianto antico|Pianto antico]]'', XLII) *''[[Maggio]] risveglia i nidi, | maggio risveglia i cuori; | porta le ortiche e i fiori, | i serpi e l'usignol.'' (''[[s:Rime nuove/Libro III/Maggiolata|Maggiolata]]'', L, vv. 1-4) *''La [[nebbia]] agl'irti colli | [[Pioggia|piovigginando]] sale, | e sotto il maestrale | urla e biancheggia il [[mare|mar]]; || ma per le vie del borgo | dal ribollir de' [[Tino (vinificazione)|tini]] | va l'aspro odor de i [[vino|vini]] | l'anime a rallegrar. || Gira sui ceppi accesi | lo spiedo scoppiettando: | sta il cacciator fischiando | su l'uscio a rimirar | tra le rossastre nubi | stormi d'uccelli neri | com'esuli pensieri | nel vespero migrar''. (''[[s:Rime nuove/Libro III/San Martino|San Martino]]'', LVIII, vv. 1-16) *{{NDR|Sulla [[Sicilia]]}} ''Sai tu l'isola bella, a le cui rive | manda il Ionio i fragranti ultimi baci | nel cui sereno mar Galatea vive | e su' monti Aci?'' (''[[s:Rime nuove/Libro IV/Primavere elleniche II|Primavere elleniche II]]'', LXIII, vv- 1-4) *''De l'ombroso pelasgo [[Monte Erice|Èrice]] in vetta | eterna ride ivi Afrodite e impera, | e freme tutt' amor la benedetta | da lei costiera''. (''[[s:Rime nuove/Libro IV/Primavere elleniche II|Primavere elleniche II]]'', LXIII, vv. 5-8) *''Meglio operando oblïar, senza indagarlo; | questo enorme mister de l'[[universo]]!'' (''[[s:Rime nuove/Libro V/Idillio maremmano|Idillio maremmano]]'', LXVII, vv. 38-39) *''Odio la faccia tua stupida e tonda, | l'inamidata cotta, | monacella lasciva ed infeconda, | [[Luna|celeste paölotta]]'' (''[[s:Rime nuove/Libro V/Classicismo e romanticismo|Classicismo e Romanticismo]]'', LXIX, vv. 37-40) *''Si volse il prete a dire: Ite. Potente | ruppe il sole a le nubi sormontando, | e incoronò d'un'iride scendente | la bella donna che sorgea pregando. | Corse tra le figure bizantine | vermiglio un riso come di pudor; | ma la [[Maria|Madonna]] le pupille chine | tenea su 'l figlio, e mormorava – Amor''. (''[[s:Rime nuove/Libro V/Da la qual par ch'una stella si mova|Da la qual par ch'una stella si mova]]'', LXXI, 33-40) *''I [[cipresso|cipressi]] che a Bólgheri alti e schietti | van da San Guido in duplice filar, | quasi in corsa giganti giovinetti | mi balzarono incontro e mi guardâr.'' (''[[s:Rime nuove/Libro V/Davanti san Guido|Davanti san Guido]]'', LXXII, vv. 1-4) *''Su 'l castello di [[Verona]] | batte il [[sole]] a mezzogiorno | da la Chiusa al pian rintrona | solitario un suon di [[Corno (strumento musicale)|corno]],'' [...]. (''[[s:Rime nuove/Libro VI/La leggenda di Teodorico|La leggenda di Teodorico]]'', LXXVI, vv. 1-4) *''Sanguinosa, in un sorriso | di martirio e di splendor: | di [[Severino Boezio|Boezio]] è il santo viso, | del romano senator.'' (''[[s:Rime nuove/Libro VI/La leggenda di Teodorico|La leggenda di Teodorico]]'', LXXVI, vv. 101-104) *[...] ''o noci della [[Carnia]] addio! | Erra tra i vostri rami il pensier mio | sognando l'ombre d'un tempo che fu!'' (''[[s:Rime nuove/Libro VI/Il comune rustico|Il comune rustico]]'', LXXVII, vv. 7-9) *''Cittadini di palagio, | mercanti e buon artieri; | e voi conti di maremma, | dai selvatici manieri; || voi di Corsica visconti, | voi marchesi de' confini; | voi che re siete in Sardegna | ed in [[Pisa]] cittadini; || voi che in volta del levante | mainaste or or la vela: | pria che arrossi la Verruca | e si spenga la candela, || fuori porta del parlascio, | su correte arditamente! | Su, su, popolo di Pisa, | cavalieri e buona gente!'' (''[[s:Rime nuove/Libro VI/Faida di comune|Faida di comune]]'', LXXIX, vv. 109-124) *''Hallali''<ref>''Hallalí'' è grido di caccia nella lingua francese, oggi accolto, credo, anche nelle nobili cacce italiane; e può accogliersi, parmi, perché in fine non è altro che un composto d'interiezioni e di avverbi comuni alle due lingue. {{NDR|Nota del curatore}}</ref>'', hallali, gente d'Habsburgo! | Ad una caccia eterna io con te surgo;'' [...]. (''[[s:Rime nuove/Libro VI/Ninna nanna di Carlo V|Ninna-nanna di Carlo V]]'', LXXX, vv. 33-34) *''Poeta, su 'l tuo capo sospeso ho il tricolore | che da le spiagge d'Istria da l'acque di Salvore | la fedele di Roma, [[Trieste]], mi mandò''. (''[[s:Rime nuove/Libro VI/A Vittore Hugo|A Victor Hugo]]'', LXXXI, vv. 49-51) ==[[Incipit]] di ''Conversazioni critiche''== Lodiamo di buon animo i buoni pensieri ne' due scritti del dott. C., intitolati I beni della letteratura e I mali della lingua latina, intorno agli offici delle lettere e dei letterati, intorno alle pessime condizioni dell'educazione letteraria qual fu e qual è in parte ancora fra noi e alla necessità di una educazione piú veramente civile. ==Citazioni su Giosuè Carducci== *A Giosuè Carducci, un dì tanto combattuto pe' suoi eccessi verbali, furono alla fine tributati onori singolari. Non solo egli fu chiamato "il poeta della terza Italia", ch'è appena cominciata, ma il Parlamento nazionale gli decretò un monumento a Roma; dove non l'hanno Virgilio, Dante, Michelangelo, Colombo, Vittorio Alfieri, primo poeta e profeta del Risorgimento, e neppure Alessandro Volta, la cui scoperta torna oggi sì possente alla civiltà del mondo. Ma a Roma era rivolta l'anima del poeta maremmano; il verso di Dante sul "gran veglio" simbolico,<br><div style="text-align:center;">E Roma guarda sì come suo speglio,</div>si adatta a lui, avvivatore delle tradizioni italiche. ([[Raffaello Barbiera]]) *Antiromantico, antimanzoniano ed anticristiano si dichiarò apertamente Giosuè Carducci, quando poco più che ventenne incominciò a farsi conoscere nella sua Toscana. Armato di cultura pagana e classica parve dapprima scendere in campo come un restauratore del classicismo, quasi un continuatore del Foscolo e dell'Alfieri; ma non tardò ad affermare la sua personalità gettando in quella forma classica pensieri modernissimi, come nell'''Inno a Satana'' che è un entusiastico saluto al progresso ed alla libertà. ([[Pietro Orsi]]) *[[Bologna]] era bella, amabile, degna di essere goduta con l'anima e la carne. Dietro le luminose vetrine della libreria Zanichelli aleggiava ancora lo spirito eternamente corrucciato del Carducci. ([[Rino Alessi]]) *Carducci è l'ultima tempra d'uomo che abbia avuto la nostra poesia, l'ultimo poeta che nel mondo non abbia veduto soltanto se stesso, ma anche il prossimo. È un uomo quadrato, più ricco di fantasia che Pascoli e D'Annunzio e più complesso di entrambi nel suo svolgimento poetico. ([[Attilio Momigliano]]) *Egli sembra, anche nell'aspetto, una di quelle foreste sul lido del suo mare, le quali anche nella più quieta serenità pare che si contorcano alle raffiche del libeccio. ([[Giovanni Pascoli]]) *Gli italiani nuovi sono stati tutti più o meno scolari del Carducci; hanno imparato alla sua scuola qualche cosa.<br>Egli insegnava non soltanto dalla cattedra e coi libri, ma con la persona e quasi con l'aspetto soltanto, maschio e severo, con tutto l'esempio di una vita spesa nel lavoro assiduo e glorioso, con tutta la forza di verità e di schiettezza che si comunicava dalla sua presenza muta. ([[Renato Serra]]) *Fra i postillatori di libri delle pubbliche biblioteche dobbiamo comprendere anche {{sic|Giosue}} Carducci<ref>La variante ''Giosue'' non è del tutto inconsueta: è utilizzata anche dalla ''[https://www.treccani.it/enciclopedia/giosue-carducci/ Enciclopedia on line Treccani]''.</ref>: però il Carducci giovinetto, che quando egli fu più maturo nessuno lo superò nell'amore e nel rispetto dei libri, dei libri suoi, nonché dei libri altrui. Il Carducci dal 1849 al 1852, mentre era scolaro nei corsi di Umanità e di Retorica alle Scuole Pie di Firenze, frequentò la [[Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze|Biblioteca Nazionale]], allora Magliabechiana, e [[Salomone Morpurgo]] ha voluto ricercare nei registri di quel tempo i ricordi delle letture di lui. Egli compare la prima volta nel registro il 4 dicembre 1849, e poi molte altre volte dopo, firmando talora col solo cognome, altre volte premettendovi le iniziali G. A. che richiamano anche il suo secondo nome di battesimo, Alessandro, e assai spesso anche collo pseudonimo di ''GAC de la Valle''. In un esemplare dell'''Acerba'' di [[Cecco d'Ascoli]], in fine del libro V, sotto i versi della famosa invettiva contro Dante, così il Carducci scrisse di suo pugno: ''Questo poeta, dopo che tanto e tanto ciarlato ha, Niuno l'ha inteso e niun lo intenderà. G. Carducci, E. Nencioni: 20 giugno 1850''. ([[Giuseppe Fumagalli]]) *Giosuè Carducci in mezzo al culto amoroso della poesia non ha abbandonato gli studi severi della critica. Nel Carducci conviene distinguere due persone, il poeta ed il critico; il primo non rassomiglia punto al secondo. Enotrio poeta è impetuoso, irrequieto, impaziente d'ogni difficoltà, e sempre pronto a rompere, come il Duca di Borgogna, l'orologio se suoni un'ora che lo chiami a ciò ch'egli non vuole. Il critico invece medita lungamente e scrive avvisato ed arguto, sapendo unire agli splendori dell'immaginazione la forma {{sic|culta}} ed elegante, l'erudizione profonda. Il Carducci sa tenersi lontano dalla nebulosità del De Sanctis, dalla elegante leggerezza del Settembrini, dalla troppo minuziosa analisi del Camerini e si manifesta co' suoi ''Studi letterarî'' uno dei più dotti ed arguti critici d'Italia, accoppiando alla serietà alemanna, la vivacità ed il calore degli ingegni del mezzogiorno. ([[Pompeo Gherardo Molmenti]]) *Il Carducci è l'ultimo dei poeti dell'Italia antica, più che il primo dei poeti dell'Italia nuova. ([[Eugenio Donadoni]]) *L'ispirazione carducciana è figlia dell'erudizione, e il Carducci è così strano poeta che, dopo d'avere incominciato tardi a produrre i suoi {{sic|capilavori}}, lascia trascorrere anni ed anni tra l'uno e l'altro e ne produce pochissimi. ([[Paolo Orano]]) *La storia nell'anima di Carducci, con buona pace del suo metodo storico, è quasi sempre una proiezione di presente negli sfondi lontani, per dargli autorità e obiettività. La storia in Carducci è polemica. Poeta della storia potrebbe al più significare poeta drammatico, e Carducci non creò una persona artistica fuori della sua personalità lirica. ([[Scipio Slataper]]) *Ma non si può né si deve dire che Giosuè Carducci sia il poeta di un'epoca, l'uomo rappresentativo di qualche cosa come una civiltà. No. Nell'opera sua manca ogni creazione di idee. Carducci deriva, non crea; e deriva non soltanto il pensiero che, del resto, in lui è sempre allo stato frammentario, dai Greci, dai Latini, dai Tedeschi e dai Francesi; ma anche l'immagine. È forse difficile sostenere che nell'opera poetica e prosastica del Carducci esista una immagine tutta carducciana. ([[Paolo Orano]]) *Per il Carducci la fede non fu la ''grande affaire''. Se oggi impreca al semitico nume, se domani esalta l'umil saluto dell'ave, egli non obbedisce a credenze profonde ma a due motivi, uno di serenità uno di malinconia, sorgenti, a distanza di anni, nella sua anima. Raccontano che in una placida notte, contemplando il cielo stellato, esclamasse: credo in Dio. L'aneddoto è verosimile (anche a proposito del [[Voltaire]] se ne riporta uno di tal genere), e sta a dimostrare il carattere lirico di codeste sue affermazioni. Credeva in Dio quella notte perché, secondo lo stile biblico, le meraviglie del creato gli parlavano di lui; ma il giorno dopo, nel lavoro consueto, spenta la luce stellare, il Dio notturno scompare nel [[panteismo]] dell'universo. ([[Giovanni Rabizzani]]) *Quando il Carducci morì, parve per un momento che la sua statura morale dovesse oscurare a lungo quelle della generazione a lui contemporanea e di altre successive che avrebbero dovuto attingere alla poesia gli ideali e alla personalità morale di lui norme di vita. In verità scompariva e scendeva con lui nella tomba una Italia che i panegiristi, i chroniqueurs, i falsi scolari, i critici maggiori e minori credevano d'intendere, gridando a gran voce con lagrime di dolore le lodi di un uomo che, vivo, si sarebbe violentemente e rudemente liberato di quel coro profano: che non sarebbe stato né posa né gesto platonico, come non erano state ciò le ribellioni del Carducci alla esaltazione cieca della sua personalità poetica e {{sic|prattica}}. ([[Francesco Piccolo (filologo)|Francesco Piccolo]]) *Quando pensiamo al Carducci uomo non sappiamo separare questo dagli altri elementi del suo carattere morale, sicché noi lo vediamo ancora un po' come il maestro e il consigliere di tutte le generazioni. Per altro egli rimane ancora vivo nella coscienza di tutti, anche se ad uso d'una certa coscienza giovanile in formazione è stato ridotto a pezzi d'antologia i quali non danno la misura né del carattere morale né del carattere poetico di lui. Rimane nella scuola, perché la scuola è la più conservatrice di tutte le istituzioni. ([[Francesco Piccolo (filologo)|Francesco Piccolo]]) *Questa concezione formalistica della poesia come un mestiere artistico infinitamente difficile, e come tale da prendere molto sul serio, ha per il Carducci una grande seduzione anche perché a lui di rado è concesso di mettere in armonici versi un puro avvenimento personale, i propri dolori e le proprie gioje. Non che egli mancasse di calore e di sincerità di sentimento. La morte della madre, e specialmente la perdita dell'unico {{sic|figlietto}}, gli toccarono profondamente il cuore. Ma egli era troppo virile ed anche troppo schivo per abbandonarsi a lamenti poetici, all'incirca come il piagnucoloso [[Giovanni Pascoli|Pascoli]]. La poesiola ''Pianto antico'', sulla morte del figlio, ci tocca così profondamente appunto perché è quasi l'unica lacrima nell'occhio di un uomo forte, che non è solito piangere. ([[Karl Vossler]]) *Sul Giosuè Carducci, scrissi due libri per dire alle genti: L'uomo di cui avete fatto l'apoteosi fu un volgare tornacontista, ed eccone qua le prove:<br />– Egli cantò la bianca croce di Savoia: ma a Versailles aveva già – con l'ajuto di [[Immanuel Kant|Emanuele Kant]] – decapitato un re.<br />– Egli, nell'Adige, celebrò il re Umberto: ma nell' Anniversario della Repubblica aveva già detto corna della monarchia.<br />– Egli chiamò il [[Giuseppe Mazzini]]: «Ezechiele in Campidoglio»; ma aveva già chiamato il Mazzini: «il sultano della libertà che mandava sicari ad ammazzare i galantuomini.»<br />– Aveva cantato il diavolo in un inno che fece andare in visibilio tutti i marinatori delle scuole d'Italia, onde era salito, di primo acchito, alla gloria di poeta di [[Satana]]; ma poscia quell'inno egli chiamò chitarronata, e ragazzacci sgrammaticanti chiamò coloro che, a causa di quell'inno, avevano strombazzato il suo nome alle quattro plaghe del mondo.<br />– Aveva schiaffeggiato il Galileo di rosse chiome e decapitato Dio con l'ajuto del [[Robespierre]]; ma poscia inneggiò alla chiesa di Polenta, alla dolce figlia di Jesse, a Dio ottimo massimo. ([[Andrea Lo Forte Randi]]) *Torna alla mente con gran tristezza di desiderio il tempo che io {{sic|studiava}} a Bologna; e la rivedo ancora quella severa e lunga aula dell'università con i finestroni dai vetri verdognoli che prendono luce dal pian terreno del cortile interno: la rivedo tutta gremita di uditori; tutti col viso rivolto e teso ad un punto, in silenzio: seduti sui banchi, fitti in piedi e addossati agli angoli, presso la porta d'ingresso. E quelle teste, le più giovanilmente vive, altre {{sic|grige}} o canute, altre di donne diffondenti in quella austerità non so quale femminile lietezza, mi pare ancora di udire la sua voce che si spandeva ora vibrata, staccata, nervosa; ora lenta, commossa e saliente come nembo d'incenso. Su l'alta cattedra, in fondo, appariva quel capo poderoso, curvo fra i cubiti, con la fronte ferma, come diga a reggere l'onda irrompente del pensiero; la breve mano bianca agitata a ricercare il libro o l'appunto, pur non ristando la voce.<br>Qualche volta, sopravvenendo le tenebre, accennava gli recassero una candela e se la poneva da presso; e allora quella fiammella rossa che or s'allungava in sottile piramide e stava immota, ora ballava come un folletto, faceva in quella penombra strani effetti su quel volto animato dall'idea creatrice.<br>Era l'autunno o era l'inverno nevoso: eppure per quella tetra sala in alto passava la primavera al suono della sua voce, l'eterna primavera del pensiero che Egli ogni volta evocava, viva, luminosa, presente fuori dai secoli che furono. ([[Alfredo Panzini]]) *Un altro poeta, forte e geniale, dimostra nell'opera sua l'indole scultorea spiccatissima: poeta contemporaneo, latinamente italiano fin nelle midolla: Giosuè Carducci.<br>Abbiamo veduto che [[Dante Alighieri|Dante]], come poeta scultore, è l'anima di Michelangelo che parla in voce di poesia, vedremo ora che il Carducci rispecchia invece nell'opera sua ora la classica plasticità di Houdon, ora la forza atletica di Puget, ora l'impetuosità del moto di Francesco Rude.<br>Egli è insomma un ingegno moderno, figlio del nostro secolo, perché rivela nella sua poesia certi fremiti di vita, certe singolari movenze leonine che gli antichi, né in scultura, né in pittura, né in poesia non conobbero mai. ([[Adolfo Padovan]]) *Vorrei mandarle un mazzo di rose grande più di me, vorrei creare una parola nuova che racchiudesse tutto ciò che ha di soave la gratitudine e di sublime la gioia, per dirle quello che sento Amo tutto ciò ch'Ella ha corretto nei miei versi. (Benedetti versi che mi hanno ispirato l'ardire di venire da Lei!). ([[Annie Vivanti]]) ===[[Albano Sorbelli]]=== *Il Carducci fu sempre un [[Irredentismo italiano|irredentista]], se al vocabolo diamo il significato di chi voleva la unità completa della patria, e la patria degna del suo destino. E accenni frequenti trovansi nei ''Levia gravia'' e specie nei ''Giambi ed Epodi''. Ma ci fu un fatto che molto contribuì a richiamare la mente del Carducci sui popoli dell'[[Istria]] e del [[Trentino]] che aspettavano, che sospiravano la rivendicazione: la sua visita a [[Trieste]] nel 1878. Come ridire le accoglienze festose, affettuose, commoventi, di fratello al maggior fratello che egli vi ebbe? Come ripetere la impressione profonda che in lui destarono le fiorenti terre e i bianchi casolari e le soleggiate città che si stendono lungo la costa dei golfi di Trieste e del [[Quarnaro]]? *Il Carducci ribelle irriducibile degli anni che corsero dal 1867 al 1878, il bestemmiatore, come lo dissero i suoi avversari, dell'Italia, che chiamava ''vile'' per viemeglio spingerla all'azione, si andava lentamente cambiando, o meglio intonandosi ai tempi che pure essi cambiavansi per condizioni e fatti nuovi. Il repubblicano violento veniva smorzando lentamente le fiamme della ribellione e l'astio contro la monarchia; sebbene in ogni tempo rifulgesse in lui quell'amore all'Italia, quel santo affetto di patria, che lo aveva mosso a scrivere e a operare sino dagli anni più lontani. E continuava a ripetere a tutti, e in tutti i toni, che l'Italia era fiacca, che si appagava ormai solo di parole vane, di alti gridi; e occorreva invece por mano alle opere; e {{sic|sopratutto}} occorreva una nuova educazione sapientemente democratica; un senso della realtà, un solido piano di ricostruzione del paese, un coordinamento al nobilissimo fine di ''fare'' l'Italia, ora che gli Italiani erano tutti uniti in [[Roma]]. *L'[[Triplice alleanza (1882)|alleanza italo-austriaca]] irritò il Carducci, che aveva sempre dinanzi le mal vietate Alpi retiche e giulie; l'assassinio di Oberdan gli andò diritto come una lama aguzza al cuore.<br>E ferito entro l'anima, còlto come da una crisi divina e furibonda, cantò; cantò in prosa, con una veemenza, con una forza, con un ardore che solo in pochi momenti della ispirazione carducciana può riscontrarsi. Tutto egli sentì il problema dell'irredentismo, tutta egli vide la vergogna di un'alleanza con l'Austria che ci spegneva i figli, tutto il rancore intese ridestarsi dentro contro la secolare tormentatrice del popolo e del sangue italiano. ==Note== <references/> ===Fonti=== <references group="fonte"/> ==Bibliografia== *Giosuè Carducci, ''[[s:A Satana|A Satana]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 377-386. *Giosuè Carducci, ''[https://archive.org/details/bozzettiescherme00carduoft/page/n8/mode/1up Bozzetti e scherme]'', Zanichelli, Bologna, 1920. *Giosuè Carducci, ''[https://books.google.it/books?id=jasTAAAAQAAJ Ceneri e faville: serie prima, 1859-1870]'', Zanichelli, Bologna, 1891. *Giosuè Carducci, ''[https://archive.org/details/operecard11carduoft?q=Francesco+Coccapieller Ceneri e faville: serie terza e ultima, 1877-1901]'', Zanichelli, Bologna, 1902. *Giosuè Carducci, ''[https://books.google.it/books?hl=it&id=4O8IAQAAMAAJ Confessioni e battaglie: serie prima]'', a cura di Mario Saccenti, Mucchi, 2001. *Giosuè Carducci, ''[https://books.google.it/books?hl=it&id=BB6J7Geq_aoC Confessioni e battaglie: serie seconda]'', Zanichelli, Bologna, 1913. *Giosuè Carducci, ''[https://www.gutenberg.org/files/46843/46843-h/46843-h.htm Conversazioni critiche]'', Sommaruga, 1884. *Giosuè Carducci, ''[[s:Canzone di Legnano|Della «Canzone di Legnano»]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 1037-1048. *Giosuè Carducci, ''[[s:Giambi ed epodi|Giambi ed epodi]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 387-512. *Giosuè Carducci, ''[[s:Levia Gravia|Levia Gravia]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 267-376. *Giosuè Carducci, ''[[s:Odi barbare|Odi barbare]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 777-940. *Giosuè Carducci, ''[[s:Rime e ritmi|Rime e ritmi]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 941-1036. *Giosuè Carducci, ''[[s:Rime nuove|Rime nuove]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 535-776. ==Altri progetti== {{Interprogetto|s=Autore:Giosuè Carducci}} ===Opere=== {{Pedia|A Satana||(1863)}} {{Pedia|Odi barbare||(1877)}} {{Pedia|Giambi ed Epodi|''Giambi ed epodi''|(1882)}} {{Pedia|Rime nuove||(1887)}} {{DEFAULTSORT:Carducci, Giosuè}} [[Categoria:Poeti italiani]] [[Categoria:Scrittori italiani]] pzfubcvdca25y1cs4m1m0qp7er92bw4 1420627 1420626 2026-07-16T13:58:43Z Gaux 18878 /* Citazioni di Giosuè Carducci */ formattazione riferimento bibliografico 1420627 wikitext text/x-wiki {{PDA}} [[Immagine:Giosuè Carducci2.jpg|thumb|Giosuè Carducci]] {{Premio|Nobel|la letteratura '''(1906)'''}} '''Giosuè Alessandro Giuseppe Carducci''' (1835 – 1907), poeta italiano. Usò lo pseudonimo '''Enotrio Romano''' nelle sue opere giovanili. ==Citazioni di Giosuè Carducci== *{{NDR|Su [[Gabriele Rossetti]], ''Il veggente in solitudine'', novena seconda, II, IV-VI}} A me non avvien mai di rileggere questi versi, che un brivido non mi prenda e non mi si inumidiscano gli occhi. Sento che è cotesto il solo stipendio che gli uomini possano dare al poeta; che è cotesta la sola consolazione alle fatiche ineffabili, ai patimenti non creduti di chi l'arte ama di amore. Beato quello fra voi, o giovani italiani, che potrà raggiungere cotesto premio; del quale a non pochi nobili ingegni negò la natura fin la speranza, fino il pensiero, fino la degna estimazione.<ref group="fonte">Da ''Le poesie di Gabriele Rossetti'', Barbera, Firenze, 1861, prefazione, [https://archive.org/stream/poesie00cardgoog#page/n67/mode/2up pp. LXV-LXVI]; citato in [[Vittorio Turri]], ''Dizionario storico manuale della letteratura italiana (1000-1900)'', [http://books.google.it/books?id=BOcOAAAAIAAJ&pg=PA320 p. 320].</ref> *{{NDR|Sul [[passo del Bernina]]}} Agosto 19. Ore 9 a.m. Ospizio Bernina. Belvedere, Tre Laghi. Coro delle nubi che salgono dai ghiacciai e avvolgono le vette degli Spitz a lato del Bernina. Noi saliamo e trasmutiamo, voi scendete e dileguate, ma ci ritroviamo e ci rimescoliamo eternamente: noi vi infondiamo atomi del presente, voi li tramandate all'avvenire.<ref group="fonte">Da ''Ricordi autobiografici. Saggi e frammenti'', 1896; citato in ''[https://www4.ti.ch/fileadmin/DECS/DCSU/UAPCD/documenti/20230317_mappa_premi_nobel.pdf Premi Nobel per la letteratura. Guida letteraria della Svizzera italiana]'', 17 marzo 2023, ''ti.ch''.</ref> *{{NDR|Riferendosi alla giovane poetessa [[Annie Vivanti]]}} Annie, la tua pochezza mi riposa.<ref group="fonte">Citato in [[Enzo Biagi]], ''Diciamoci tutto'', Edizione CDE su licenza di Arnoldo Mondatori Editore, Milano, 1984, p. 107.</ref> *Colui che potendo [[parlare|dire]] una cosa in dieci [[parola|parole]] ne impiega dodici, io lo ritengo capace delle peggiori azioni.<ref group="fonte">Citato in [[Dino Segre]], ''Sette delitti'', Sonzogno.</ref> *{{NDR|Sullo ''[[Giacomo Leopardi#Zibaldone|Zibaldone]]''}} È una mole di 4526 facce lunghe e larghe mezzanamente, tutte vergate di man dell'autore, d'una scrittura spesso fitta, sempre compatta, eguale, accurata, corretta. Contengono un numero grandissimo di pensieri, appunti, ricordi, osservazioni, note, conversazioni e discussioni, per così dire, del giovine illustre con sé stesso su l'animo suo, la sua vita, le circostanze; a proposito delle sue letture e cognizioni; di filosofia, di letteratura, di politica; su l'uomo, su le nazioni, su l'universo; materia di considerazioni più ampia e variata che non sia la solenne tristezza delle operette morali; considerazioni poi liberissime e senza preoccupazioni, come di tale che scriveva giorno per giorno per sé stesso e non per gli altri, intento, se non a perfezionarsi, ad ammaestrarsi, a compiangersi, a istoriarsi. Per sé stesso notava e ricordava il [[Giacomo Leopardi|Leopardi]], non per il pubblico: ciò non per tanto gran conto ei doveva fare di questo suo ponderoso manoscritto, se vi lavorò attorno un indice amplissimo e minutissimo, anzi più indici, a somiglianza di quelli che i commentatori olandesi e tedeschi solevano apporre alle edizioni dei classici. Quasi ogni articolo di quella organica enciclopedia è segnato dell'anno del mese e del giorno in cui fu scritto, e tutta insieme va dal luglio del 1817 al 4 dicembre del 1832; ma il più è tra il '17 e il '27, cioè dei dieci anni della gioventù più feconda e operosa, se anche trista e dolente.<ref group="fonte">Dall'[[s:Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura/Introduzione|introduzione]] ai ''Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura''.</ref> *{{NDR|Inno di [[Goffredo Mameli]]}} Fu composto l'otto settembre del quarantasette, all'occasione di un primo moto di Genova per le riforme e la guardia civica; e fu ben presto l'inno d'Italia, l'inno dell'unione e dell'indipendenza, che risonò per tutte le terre e in tutti i campi di battaglia della penisola nel 1848 e 49.<ref group="fonte">Da ''Bozzetti critici e discorsi letterari'', coi tipi di Franc. Vigo, Livorno, 1876, [https://books.google.it/books?id=N48HAAAAQAAJ&pg=PA252 p. 252].</ref> *''Io sono e resto quale fui | e attendo la grande ora.''<ref group="fonte">Citato in [[Leo Longanesi]], ''In piedi e seduti'', Longanesi, 1968.</ref> *''Gemono i rivi e mormorano i venti | freschi a la savoiarda alpe natia. | Qui suon di ferro, e di furore accenti |[[Maria Teresa Luisa di Savoia-Carignano|Signora di Lamballe]], a l'Abbadia. || E giacque, tra i capelli aurei fluenti, | ignudo corpo in mezzo de la via; | e un parrucchier le membra anco repenti | con sanguinose mani allarga e spia. || Come tenera e bianca e come fina! | un giglio il collo e tra mughetti pare | garofano la bocca piccolina. || Su, co' begli occhi del color del mare, | su, ricciutella, al Tempio! A la regina | il buon dì de la morte andiamo a dare''.<ref group="fonte">Da ''Ça ira'', Casa editrice Sommaruga, Roma, 1883, VIII, p. 39.</ref> *L'[[Accademia dell'Arcadia|Arcadia]] conservò certe buone tradizioni di stile; vi fu anche una tale Arcadia e bisogna parlarne con un po' di creanza.<ref>Prefazione alle ''Rime'' del Petrarca; citato in [[Emanuele Portal]], ''L'Arcadia'', Remo Sandron Editore, 1922, [https://archive.org/details/larcadia00portuoft/page/82/mode/1up p. 82].</ref> *l'arte e la letteratura sono l'emanazione morale della civiltà, la spirituale irradiazione dei popoli.<ref group="fonte">Da ''Bozzetti critici e discorsi letterari'', coi tipi di Franc. Vigo, Livorno, 1876, [https://books.google.it/books?id=N48HAAAAQAAJ&pg=PA457 p. 457].</ref> *Nel 1454 {{NDR|[[Janus Pannonius]]}} si tramutava a Padova a studiare diritto canonico quattro anni, e ne riportò i gradi accademici. Nel soggiorno veneto {{sic|dee}} aver composto il panegirico a [[Giacomo Antonio Marcello]], patrizio e provveditore nella guerra sostenuta dalla Repubblica con [[Filippo Maria Visconti]] (esam. 2870, distici 20): ne' quali versi è notevole la facilità del descrivere i particolari minuti e sottili delle {{sic|marcie}} e i grandi e nuovi delle flotte trasportate su per i monti da un lago all'altro.<ref group="fonte">Da ''La gioventù di [[Ludovico Ariosto]] e la poesia latina in Ferrara''; in ''La {{sic|coltura}} estense e la gioventù dell'Ariosto'', Edizione Nazionale delle opere di Giosuè Carducci, volume tredicesimo, Nicola Zanichelli Editore, pp. 175-176; citato (parzialmente) in Janus Pannonius, ''Epigrammi lascivi'', traduzione di Gianni Toti, Fahrenheit 451, 1997, p. 16. ISBN 88-86095-03-1</ref> *Nella sua poesia [...] c'è molta facilità, ma vi si desidera tutto quello che fa la poesia vera. È un fatto per me oramai fermo: codesti meridionali, dal più al meno, recano nella poesia quella volubilità delle loro chiacchiere, che si devolve per lunghi meandri di versi sciolti o per cadenzati intrecciamenti di strofe senza una cura al mondo del pensiero. Il poeta [[Napoli|napoletano]] tipo è il [[Giovan Battista Marino|Marino]]. È inutile: i meridionali non sono poeti né artisti, non ostante tutte le apparenze: sono musici e filosofi. La poesia (anche questo parrà un paradosso) è delle genti più prosaiche e fredde della Toscana e del Settentrione.<ref group="fonte">Dalla lettera ad un amico che gli aveva inviato un volume di poesie di un giovane napoletano; citato in [[Benedetto Croce]], ''La letteratura della nuova Italia, Saggi critici'', vol. IV, Giuseppe Laterza & Figli, Bari, 1922<sup>2</sup> riveduta, pp. 311-312.</ref> *Sai che il ''[[Walt Whitman#Foglie d'erba|Fogliame]]'' americano io l'ho tradotto a lettera tre volte con il mio maestro d'inglese, un italiano che scappò in America di 17 anni e ci è stato ventitré, e ha fatto il capitano al servizio della Repubblica nella guerra di secessione contro gli Stati del Sud? È una bestia, sempre ubriaco; ma sente e respira l'America; e non sa quasi nulla d'Italiano; me lo commentava facendo gesti e urli feroci. E mi venne subito la voglia di tradurlo in esametri omerici. Tutti quei nomi a catalogo! Quelle enumerazioni, successioni, quella serie di sentimenti straordinarie e vere! Io ne rimasi e ne sono rapito! Dopo i grandissimi poeti colossali, [[Omero]], [[William Shakespeare|Shakespeare]], [[Dante Alighieri|Dante]], ecc. ci sarà del più pensato, del più profondo, del più perfetto, ma nulla così immediato e originale.<ref group="fonte">Da una lettera all'amico Enrico Nencioni; citato nella prefazione di [[Antonio Spadaro]], p. 29 in Walt Whitman, ''Canto una vita immensa'', a cura di Antonio Spadaro, Ancora, Milano, 2009. ISBN 88-514-0632-4</ref> *Non rampare di aquile e leoni, non sormontare di belve rapaci, nel santo vessillo; ma i colori della nostra primavera e del nostro paese, dal Cenisio all'Etna; le nevi delle Alpi, l'aprile delle valli, le fiamme dei vulcani.<ref group="fonte">Durante i solenni festeggiamenti per il primo Centenario del [[Bandiera d'Italia|Tricolore]], Reggio Emilia, 7 gennaio 1897; citato in Carlo Azeglio Ciampi e Alberto Orioli, ''Non è il paese che sognavo: taccuino laico per i 150 anni dell'unità d'Italia'', Il Saggiatore, 2010, [https://books.google.it/books?id=ffXnyZPMyR8C&pg=PA90 p. 90]. ISBN 8842816469</ref> *Non sa ella, signora Contessa, che Domineddio fece apposta il [[Lambrusco]] per annaffiare la carne dell'[[maiale|animale]] fausto ad [[Enea]] e caro ad [[Antonio abate|Antonio abbate]]? E io, per glorificare Dio e benedire la sua provvidenza, mi fermai a Modena a lungo a meditare la Sapienza.<ref group="fonte">Da una lettera alla contessa Ersilia Lovatelli, Bologna, seconda decade di gennaio 1884; in ''Lettere'', vol. 14, Zanichelli, 1952, p. 240.</ref> *[[Francesco Pastonchi|Pastonchi]]? mai letto tanti brutti versi.<ref group="fonte">Citato in [[Bonaventura Caloro]], ''È lo stato che crea la nazione'', ''La Fiera Letteraria'', aprile 1973.</ref> *Qui il paese è veramente bello, tale che fa intendere la Scuola [[Umbria|umbra]]: che linee d'orizzonte, che digradante vaporoso di monti in lontananza! Fui ad [[Assisi]]: è una gran bella cosa, paese, città e santuario, per chi intende la natura e l'arte nei loro accordi con la storia, con la fantasia con gli affetti degli uomini. Sono tentato di far due o tre poesie su Assisi e [[Francesco d'Assisi|San Francesco]].<ref group="fonte">Da una lettera a [[Giuseppe Chiarini]], Perugia, 26 luglio 1877; citato in ''La dolce stagione'', [[Luigi Russo]], Editrice Giuseppe Principato, Milano, 1940, p. 454.</ref> *''Se già sotto l'ale | del nero cappello | nel [[vino|vin]] Cromüello | cercava il signor,<ref>Qui il poeta fa riferimento ad un episodio narrato dal [[René de Chateaubriand|Chateaubriand]] in ''Quatre Stuarts''. Secondo lo scrittore francese, [[Oliver Cromwell|Cromwell]], sorpreso a bere, avrebbe detto agli amici: «Credono che cerchiamo il Signore, ma noi cerchiamo solo un cavatappi» (Il cavatappi era caduto).</ref> || ne' colmi bicchieri | ricerco pur io | men fiero un iddio, | ricerco l'amor.''<ref group="fonte">Da ''[[s:Levia Gravia/Libro II/Brindisi|Brindisi]]'' in ''Levia gravia'', XXV, vv. 1-8.</ref> *Sette anni fu alla scuola e al convitto del [[Guarino Veronese|Guarino]]; e vi formò lo stile e il costume, quello caldo e abbondante, questo cordiale e sciolto. Ne fan testimonianza gli epigrammi (410, in due libri), per grandissima parte di argomento e sentimento italiani, scritti i più nella gioventù prima; la cui licenza, se bene sia da riferire al genere e al modello [...] e sia da credere che Giano ostenti in gara con lui sporcizia e villania, pure ci appar di soverchio candida la fede e l'attestazione di [[Vespasiano da Bisticci|Vespasiano]], per quanto s'intendeva de' suoi costumi, esser fama che Giovanni fosse vergine.<ref group="fonte">Da ''La gioventù di [[Ludovico Ariosto]] e la poesia latina in Ferrara''; in ''La {{sic|coltura}} estense e la gioventù dell'Ariosto'', Edizione Nazionale delle opere di Giosuè Carducci, volume tredicesimo, Nicola Zanichelli Editore, pp. 174-175.</ref> *Stamane ho cacciato a sassate un [[organo a rullo|organetto]] che mi sonava sotto la finestra.<ref group="fonte">Da ''Lettere'', volume 14°, Nicola Zanichelli Editore, Bologna, 1944 e segg., p. 204; citato in Salvatore Battaglia, ''Grande Dizionario della Lingua Italiana'', Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, 1984, p. 78.</ref> ==''A Satana''== ===[[Incipit]]=== <poem>A te, dell'essere principio immenso, materia e spirito, ragione e senso; mentre ne' calici il vin scintilla sì come l'anima nella pupilla.</poem> ===Citazioni=== *''Via l'aspersorio, | prete, e 'l tuo metro! | no, prete, [[Satana]] | non torna in dietro!'' (vv. 21-24) *''Nella [[materia]] | che mai non dorme, | re dei fenomeni, | e delle forme, | sol vive Satana.'' (vv. 37-41) *''E già già tremano | mitre e corone: | dal chiostro brontola | la ribellione, | e pugna e prèdica | sotto la stola | di fra' [[Girolamo Savonarola|Girolamo | Savonarola]]''. (vv. 153-160) *''Gitta i tuoi vincoli, | uman pensiero, | e splendi e folgora | di fiamme cinto; | materia, inalzati: | Satana ha vinto.'' (vv. 163-168) ===[[Explicit]]=== <poem>Salute, o Satana, o ribellione, o forza vindice della ragione! Sacri a te salgano gl'incensi e i voti! Hai vinto il Geova de' sacerdoti.</poem> ==''Bozzetti e scherme''== *[...] il [[Giuseppe Regaldi|Regaldi]] considera con roseo ottimismo tutte le cose e gli uomini tutti. Egli, come ogni poeta da natura e nello stato di natura, è buono. Ammira facilmente, facilissimamente loda; per lui non vi sono né scuole, né partiti, né sette: cita Giuseppe Mazzini e il commendatore Minghetti; ama il Cibrario e il Brofferio; il Prati, Norberto Rosa ed il Révere. È un uomo egregio, che vi apre le braccia e vi sorride di primo acchito; che si esalta della sua stessa parola, e prorompe nella lirica. La sua critica in fatti non è altro che lirica. (p. 9) *[[Vignola]] è bella terra che giace un po' come Firenze (''si licet'' con quel che segue), se non che ha più apertura e più sfondo, a piè dell'Appennino, tra bei colli e bei fiumi. Benedetta di ubertà e d'ingegno, produsse il [[Jacopo Barozzi da Vignola|Barozzi]] il [[Ludovico Antonio Muratori|Muratori]] e il [[Agostino Paradisi|Paradisi]]; e produce cavoli stupendi, a cui non ho veduto gli eguali nelle mostre agrarie d'Italia. Rammento i cavoli, e frutte vistosissime, e prosciutti molto promettenti; perché alla commemorazione delle glorie passate vollesi unire la dimostrazione del lavoro presente in una esposizione d'agricoltura e d'industria. E fu ottimo consiglio. L'Italia è stata troppo inebriata finora d'idealismo: per me un bel [[cavolo]] e ben coltivato è cosa molto più estetica di cinquecento canti della poesia odierna e di mille cento articoli della stampa anche di opposizione. (p. 104) *[...] le <span style="letter-spacing:1px">[[Operette morali]]</span> e i <span style="letter-spacing:1px">Pensieri</span> sono di quelle scritture che "гоdono a scorza a scorza", come Dante direbbe, il cuore e il cervello dal quale escono. (p. 162) *{{NDR|[[Émile Littré]]}} Uomo di tre anime lo avrebber chiamato gli antichi: noi nel totale meraviglioso del suo lavoro dobbiamo anche singolarmente ammirare la ramificazione logica delle ricerche, il progressivo abbarbicare degli studi, il sapiente indentamento delle molte ruote della sua operosità intellettuale in tanti congegni e tutti di effettiva utilità, e più ancora la perseveranza, la coerenza, la virtù, con le quali quel nobilissimo ingegno vide, segui, raggiunse l'unità finale. (pp. 301-302) *Il [[Auguste Barbier|Barbier]] – discorriamo un po' di politica, se pure la politica quando passi per l'arte ha da chiamarsi ancora così –, non ostante i suoi entusiasmi per ''la grande populace'', non era mica un [[Georges Jacques Danton|dantoniano]], e, tanto meno, un [[Jacques-René Hébert|hebertista]]. Saltando su la restaurazione {{sic|constituzionale}} e l'impero conquistatore, egli fermavasi, è vero, alla repubblica vittoriosa, giusta, costumata, illuminata, che fu l'ideale dei migliori di Francia per più anni dopo il '93. Ma egli, come tutti quasi i cresciuti dopo il '15, era inzuppato di quell'idealismo che avendo per {{sic|gaz}} alimentatore il cristianesimo civile coronava il suo quieto e quasi lunare irraggiamento co 'l mistico alone del romanticismo liberale. (pp. 331-332) *Egli {{NDR|Auguste Barbier}} il poeta, traeva nella pubblica luce il quarto Stato e le sue piaghe, non per {{sic|conscienza}} politica o previsione ch'egli avesse del prossimo avvenire; ma per un sentimento di benigna equità, direi quasi di carità, direi quasi di sdegno evangelico contro i godenti e i trionfanti del secolo; si spingeva fino al socialismo, ma all' ombra della croce. Simile in ciò a molti di quella nobile ma debole generazione romantica. (pp. 332-333) *La {{sic|imagine}} della contessa [[Maria Teresa Gozzadini|Gozzadini]] a me piace ricercarla nell'amena solitudine di Ronzano più ancora che nel salottino pompeiano del suo palazzo di via Santo Stefano, ove pure lo spirito di lei scattava cosi luminoso dall'attrito della varia conversazione. Io amo ricollocarla lassù, tra quelle grandi querce, tra quei cipressi nella loro vecchiezza immobili quasi {{sic|mète}} di secoli. Ella, che in gioventù dipinse il paesaggio, che era cresciuta in mezzo a' poeti, aveva della natura un sentimento e una percezione profonda, e sapeva farsene una rappresentazione affettuosa e prossima più che i paesisti e poeti italiani, troppo vagando sui colori e la superficie, non usino avere e rendere. (pp. 373-374) *Quando conobbi da prima la contessa Gozzadini, mi parve di ravvisare specialmente nelle linee degli angoli frontali i tratti del viso di [[Dante Alighieri|Dante]]. Non lo dissi allora; ma un artista di poi mi notò con più franca asseveranza quello che a me era parso vedere: e ora leggo fatta la stessa osservazione da uno scienziato americano, e so che lo zio Serego offeriva una strana somiglianza co 'l ritratto dell'Alighieri. (p. 374) *La contessa Gozzadini avendo, oltre il nobil sentire, un singolar temperamento di facoltà vive fini ed argute, di ciò che sentiva e osservava s'era avvezza a rendersi ragione, facendosene un concetto suo ed esprimendolo con verità ferma e immediata. Non enfasi mai, ch'è indizio di anima debole e falsa: non sentimentalità, ch'è accusa d'anima debole e dura: un gran disprezzo della volgarità, vizio ormai comune in basso ed in alto: un ragionar fitto, serrato, giusto, con un guardarvi fiso e chiaro negli occhi, con lampi d'amori e di sdegni, e di quando in quando uno scatto o una scrollata di spalle, poetica, ghibellina. (p. 382) *{{NDR|Maria Teresa Gozzadini}} Leggeva Dante, e se ne recava seco il volume anche nelle ascensioni alpine; ma non lo teneva in mostra, né mai ne le udii far citazioni e sol una ne ho veduta nelle lettere. Grande amica dell'[[Aleardo Aleardi|Aleardi]], e pure non baciava mai le amiche, e non diceva ''angelo'' né anche alle bambine. Così forte uscì dalla fantastica morbidezza della società veronese, cosi schietta passò tra la compassata e liscia gravità bolognese: senza sforzi e atteggiamenti da originale, temperando la franchezza con una gran gentilezza signorile. (p. 382) *Se la [[poesia]] è e ha da essere arte, ciò che dicesi forma è e ha da essere della poesia almeno tre quarti. Un [[poeta]] che trascuri la forma non è un poeta: è uno che ha in grandissima stima sé stesso e in assai basso concetto il prossimo suo, co 'l quale in somma egli tratta cosi: – Vedi, tu devi leggere questa roba, non perché sia poesia, ma perché è la {{sic|ebullizione}} del mio cervello e la secrezione del mio cuore: il qual cuore e il qual cervello sono gli organi privilegiati di quel grande idealista, di quel gran realista, di quel grande umorista, di quel bellissimo [[Endimione]] della natura che sono io –. (p. 420) *Egli {{NDR|[[Guido Mazzoni (letterato)|Guido Mazzoni]]}} tradusse [[Meleagro di Gadara|Meleagro]] e traduce [[Gaio Valerio Catullo|Catullo]] con rara agevolezza e felicità, e ha insieme un debole per la letteratura moderna, specialmente francese. Così tra per la facilità dell'ingegno suo fiorentino e per lo snodamento, acquistato con la coltura e l'esercizio, delle facoltà e tendenze estetiche, egli sgomitola i versi e i metri più difficili che non par fatto suo, e le forme scabre e malagevoli ad altri gli sguisciano levigate e lucide dalla mano, e certe stranezze cercate paiono nel suo stile naturali. Ma a questa sua elegante facilità il Mazzoni, diciamolo sùbito, si lascia andare un po' troppo; e qualche volta dà per rappresentazione fantastica la fosforescenza della frase solleticata dal metro, e all'atteggiamento esterno non ha rispondente sempre un movimento interno dello spirito o un guizzo dell'idea. (pp. 420-421) ==''Ceneri e faville''== *Ai giudizi dei [[Nemico|nemici]] vuolsi avere sempre la debita osservanza. (serie prima, p. ii) *''Fratelli, | per diverse terre le vostre ossa | per l'Italia tutta il nome, | ma la religione di voi è qui | e passa | di generazione in generazione | ammonendo | che scienza è libertà''. (serie prima, p. 76) *{{NDR|Parlando della regione [[Marche]]}} Così benedetta da [[Dio]] di bellezza di varietà di ubertà, tra questo digradare di monti che difendono, tra questo distendersi di mari che abbracciano, tra questo sorgere di colli che salutano, tra questa apertura di valli che arridono. (dal discorso tenuto a Recanati il 29 giugno 1898 in occasione del 1° centenario della nascita di [[Giacomo Leopardi]], serie terza e ultima; p. 26) *[...] verrà il giorno che il Severo e Clemente, liberatore della città, amatore del mondo, tribuno augusto [[Francesco Coccapieller]], sfromboli giù per il Corso a furia di sferzinate il Parlamento italiano a correre il palio, ignudo. (serie terza e ultima; p. 261) ==''Confessioni e battaglie''== ===Serie prima=== *È pure un vil facchinaggio quello di dovere o volere andar d'accordo co' molti! (p. 122) *[...] la letteratura che da due secoli ha dato e dà forme più logiche, più spigliate, più facili al pensiero moderno è senza dubbio la [[Letteratura francese|francese]], e per la letteratura di Francia son passate e sonosi mescolate le diverse correnti del genio moderno [...]. (p. 167) *I giovini non possono generalmente esser [[critico|critici]]; e, per due o tre che riescano, cento lasciano ai rovi della via i brandelli del loro ingegno o ne vengon fuori tutti inzaccherati di pedanteria e tutti irti le vesti di pugnitopi: la critica è per gli anni maturi. (p. 170) *[...] la [[repubblica]], per me, è l'esplicazione storica e necessaria e l'assettamento morale della democrazia ne' suoi termini razionali: la repubblica, per me è il portato logico dell'umanesimo che pervade ormai tutte le istituzioni sociali. (p. 270) ===Serie seconda=== *L'[[arte]], come la concepisco e come non arrivo a farla io, è cosa altamente e perfettamente [...] aristocratica. (p. 53) *{{NDR|Su [[Francesco Giuseppe I d'Austria]]}} Riprendemmo Roma al papa, riprenderemo Trieste all'imperatore. A questo imperatore degl'impiccati. (p. 209) *''[[Guglielmo Oberdan]] | morto santamente per l'Italia | terrore ammonimento rimprovero | ai tiranni di fuori | ai vigliacchi di dentro.'' {{NDR|[[Epigrammi|epigramma]]}} (p. 223) *[...] l'Inghilterra [...] vanta la più originale e la più libera e la più vera delle [[Letteratura inglese|letterature]] moderne [...]. (<!--da ''Mosche cocchiere'', -->p. 453) *E la nuova generazione ha il diritto di farsi avanti e che non gli s'impedisca il terreno alle prove, tanto più che parecchi di quei gagliardi hanno valore e destrezza al maneggio più che non vogliasi o non s'infinga credere dai mal disposti. Ahi triste cosa l'invidia alla gioventù! e brutto segno di piccolo e pigro animo nelle persone e di vecchiezza degenerante ne' popoli l'[[Misoneismo|odio a ciò che è o vuole o pare esser nuovo]]! Ma le mosche, per altro, le mosche cocchiere sono pur le male bestie e noiose! Si fermano alla prima osteria e van ronzando negli orecchi alla gente – Vedete là quella carrozzaccia tutta stinta e sdrucita e sgangherata, co' sedili che paiono schiene d'asini pelati, con una rota sola e mezzo timone? Quella è la carrozza del nostro paese. Ma ora veniamo in questo paese a rifarla, e ci abbiamo attaccato un Pegaso Pacolet, e sono io che guido. Zu, zu, zu. – A un viaggiatore scappa la pazienza e tira una cenciata – Va via, brutta bestia. (<!--da ''Mosche cocchiere'', -->pp. 469-470) ==''Della «Canzone di Legnano»''== ===[[Incipit]]=== {{centrato|IL PARLAMENTO<br />I.}}<br /> <poem>Sta Federico imperatore in Como. Ed ecco un messaggero entra in Milano da Porta Nova a briglie abbandonate. «Popolo di Milano,» ei passa e chiede, «fatemi scorta al console Gherardo.» Il consolo era in mezzo de la piazza, e il messagger piegato in su l'arcione parlò brevi parole e spronò via. Allor fe' cenno il console Gherardo, e squillaron le trombe a parlamento.</poem> ===Citazioni=== *''Ed allora per tutto il parlamento | trascorse quasi un fremito di belve.'' (vv. 115-116) *''Venne il dì nostro | (o milanesi), e vincere bisogna.'' (v. 122-123<ref group="fonte">Citato in [[Giuseppe Fumagalli]], ''[[s:Chi l'ha detto?|Chi l'ha detto?]]'', Hoepli, 1921, p. [[s:Pagina:Chi l'ha detto.djvu/661#c1839|629]].</ref>) ==''Giambi ed epodi''== ===[[Incipit]]=== <poem>No, non son morto. Dietro me cadavere Lasciai la prima vita. Sopra i vólti Che m'arrideano impallidîr le rose, Moriro i sogni de la prima età.</poem> ===Citazione=== *''Coraggio, amici. Se di vive fonti | córse, tócco dal santo, il balzo alpin''<ref>Si accenna alla fonte che secondo la leggenda [[Francesco d'Assisi|San Francesco]] fece scaturire presso il santuario della Verna. {{NDR|Nota del curatore}}</ref>'' | a voi saggi ed industri i patrii monti | iscaturiscan di fumoso [[vino|vin]]; || del vin ch'edúca il forte suolo amico | di ferro e zolfo con natia virtú: | co 'l quale io libo al padre Tebro antico, | al Tebro tolto al fin di [[servitù]]''. (''[[s:Giambi ed epodi/Libro I/Agli amici della valle Tiberina|Agli amici della valle Tiberina]]'', I, vv. 29-36) *''Oh non per questo dal fatal di [[Scoglio di Quarto|Quarto]] | lido il naviglio de i mille salpò, | né Rosolino Pilo aveva sparto | suo gentil sangue che vantava Angiò''. (''[[s:Giambi ed epodi/Libro I/La Consulta araldica|La Consulta araldica]]'', XI, vv. 25-28<ref group="fonte">Citato in [[Giuseppe Fumagalli]], ''[[s:Indice:Chi l'ha detto.djvu|Chi l'ha detto?]]'', U. Hoepli, Milano, 1921, p. 381.</ref>) *''Maledetta | sii tu, mia patria antica, | su cui l'onta de l'oggi e la vendetta | de i secoli s'abbica!'' (''[[s:Giambi ed epodi/Libro I/In morte di Giovanni Cairoli|In morte di Giovanni Cairoli]]'', XIII, vv. 117-120) *''La nostra patria è vile.'' (''[[s:Giambi ed epodi/Libro I/In morte di Giovanni Cairoli|In morte di Giovanni Cairoli]]'', XIII, v. 132) *''Impronta Italia domandava Roma, | [[Bisanzio]] essi le han dato.'' (''[[s:Giambi ed epodi/Libro II/Per Vincenzo Caldesi|Per Vincenzo Caldesi]]'', XVIII, vv. 27-28) *{{NDR|[[Giuseppe Mazzini]]}} ''E un popol morto dietro a lui si mise. || Esule antico, al ciel mite e severo | leva ora il volto che giammai non rise, | — tu sol — pensando — o idëal, sei vero.'' (''[[s:Giambi ed epodi/Libro II/Giuseppe Mazzini|Giuseppe Mazzini]]'', XXIII, vv. 11-14) *''Ma voi siete cristiane, o Maddalene! | Foste da' preti a scuola. | Siete moderne! avete ne le vene | l'Aretino e il Loiola''. (''[[s:Giambi ed epodi/Libro II/A proposito del processo Fadda|A proposito del processo Fadda]]''<ref group="fonte">Citato in [[Giuseppe Fumagalli]], ''[[s:Indice:Chi l'ha detto.djvu|Chi l'ha detto?]]'', Hoepli, 1921, p. 536.</ref>, XXIX, vv. 45-48) *{{NDR|Da [[Perugia]]}} ''E il sol nel radiante azzurro immenso | fin de gli [[Abruzzo|Abruzzi]] al biancheggiar lontano | folgora, e con desio d'amor più intenso | ride a' monti de l'[[Umbria]] e al verde piano''. (''[[s:Giambi ed epodi/Libro II/Il canto dell'Amore|Il canto dell'amore]]'', XXX, vv. 37-40) *''Da le vie, da le piazze gloriose, {{NDR|dell'[[Umbria]]}} | ove, come dal maggio ilare a i dì | boschi di querce e cespiti di rose, | la libera de' padri arte fiorì''; [...]. (''[[s:Giambi ed epodi/Libro II/Il canto dell'Amore|Il canto dell'amore]]'', XXX, vv. 81-84) ==''Juvenilia''== ===[[Incipit]]=== <poem>Ah per te<ref>Al libro [1866].</ref> Orazio prèdica al vento! Del patrio carcere non sei contento, la chiave abomini grata a i pudichi, agogni a l'aere de' luoghi aprichi. E dove, o misero, dove n'andrai. Dove un ricovero trovar potrai, o de' miei giovini lustri diletto, o mio carissimo tenue libretto?</poem> ===Citazioni=== *{{NDR|[[Vittorio Alfieri]]}} ''O de l'italo agon supremo atleta | misurator, di questa setta imbelle, | che stranïata il sacro allòr ti svelle | che vuol la santa bile irrequïeta? || E a qual miri sai tu splendida meta | ed a che fin drizzato abbian le stelle | questa età che di ciance e di novelle | per quanto ingozzi e più e più si asseta''? (''[[s:Juvenilia/Libro III/Vittorio Alfieri|Vittorio Alfieri]]'', XLIII, vv. 1-8) *{{NDR|[[Dante Alighieri]]}} ''Forti sembianze di novella vita | circondar la tua cuna, | o re del canto che più alto mira. | Gentil virago ardita, | quale non vider mai le argive sponde | né le latine, e d'amor balda e d'ira, | te venìa la bella | toscana libertade; e il pargoletto | già magnanimo petto | ti confortava de la sua mammella. | Tutta accesa ne' raggi di sua sfera, | mite insieme ed austera, | venne la fede; e per un popoloso | di visioni e d'ombre oscuro lito | la porta ti mostrò dell'infinito''. (''[[s:Juvenilia/Libro IV/Dante|Dante]]'', LX, vv. 1-15) *''Dimmi, triangoluzzo mio squadrato, | che al mondo se' degli animali rari, | furono prima i ciuchi o i somari? | e quel tuo capo è un circolo o un quadrato? || Anco: il cervel, se fior te n'è restato, | è isoscelo o scaleno o ha lati pari? | Se' tu l'ambasciador de' calendari, | o un parallelogrammo battezzato?'' (''[[s:Juvenilia/Libro V/A un geometra|A un geometra]]'', LXX, vv. 1-8) *''Or chi pria leverà d'[[Italia]] il grido | spezzando il vario, infame, antico freno? | Di martiri e d'eroi famoso nido, | voi [[Modena]] e [[Bologna]]. Oh al dì sereno || di libertà cresciute, anime altere | tra i ceppi sanguinanti e gli egri esigli | e gli orrendi martòri in prigion nere, || voi ne' tedeschi e ne' papali artigli | chi più mai renderà, poi che un volere | raccoglie alfin de la gran madre i figli?'' (''[[s:Juvenilia/Libro VI/Modena e Bologna|Modena e Bologna]]'', XC, vv. 5-14) ==''Odi barbare''== ===[[Incipit]]=== <poem>Odio l'usata [[poesia]]: concede comoda al vulgo i flosci fianchi e senza palpiti sotto i consueti amplessi stendesi e dorme. A me la strofe vigile, balzante co 'l plauso e 'l piede ritmico ne' cori: per l'ala a volo io còlgola, si volge ella e repugna.</poem> ===Citazioni=== *''Lieta del fato [[Brescia]] raccoltemi, | Brescia la forte, Brescia la ferrea, | Brescia leonessa d'Italia | beverata nel sangue nemico.'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Alla Vittoria - Tra le rovine del tempio di Vespasiano in Brescia|Alla Vittoria, tra le rovine del tempio di Vespasiano in Brescia]]'', libro I, vv. 37-40) *''Salve, [[Umbria]] verde, e tu del puro fonte | nume Clitumno!'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Alle fonti del Clitumno|Alle fonti del Clitumno]]'', libro I, vv. 25-26) *''[[Roma]], ne l'aer tuo lancio l'anima altera volante: | accogli, o Roma, e avvolgi l'anima mia di luce''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Roma|Roma]]'', libro I, vv. 1-2) *''Anch'ei, tra 'l dubbio giorno d'un gotico | tempio avvolgendosi, l'[[Dante Alighieri|Alighier]] trepido | cercò l'immagine di Dio nel gemmeo | pallore d'una femina''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/In una chiesa gotica|In una chiesa gotica]]'', libro I, vv. 21-24) *''Surge nel chiaro inverno la fosca turrita [[Bologna]], | e il colle di sopra bianco di neve ride''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Nella piazza di San Petronio|Nella piazza di San Petronio]]'', libro I, vv. 1-2) *[...] ''quando [[Odoacre]] dinanzi a l'impeto | di [[Teodorico il Grande|Teodorico]] cesse, e tra l'èrulo | eccidio passavan sui carri | dritte e bionde le donne amàle || entro la bella [[Verona]], odinici | carmi intonando: raccolta al vescovo | intorno, l'italica plebe | sporgea la croce supplice a' Goti''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Davanti il Castel Vecchio di Verona|Davanti il Castel Vecchio di Verona]]'', libro I, vv. 5-12) *{{NDR|Sul [[Lago di Garda]]}} [...] ''una gran tazza argentea, || cui placido olivo per gli orli nitidi corre | misto a l'eterno lauro.'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Sirmione|Sirmione]]'', libro I, v. 4) *''Breve ne l'onda placida avanzasi | [[Scoglio di Quarto|striscia di sassi]]. Boschi di lauro | frondeggiano dietro spirando | effluvi e murmuri ne la sera. |'' [...] ''| Par che da questo nido pacifico | in picciol legno l'uom debba movere | secreto a colloqui d'amore | leni su zefiri, la sua donna | fisa guatando l'astro di [[Venere (astronomia)|Venere]].'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Scoglio di Quarto|Scoglio di Quarto]]'', libro I, vv. 1-4, 9-13) *''Superba ardeva di lumi e cantici | nel mar morenti lontano [[Genova]] | al vespro lunare dal suo | arco marmoreo di palagi.'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Scoglio di Quarto|Scoglio di Quarto]]'', libro I, vv. 29-32) *''Fulgida e bionda ne l'adamantina | luce del serto tu passi''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Alla regina d'Italia - XX Nov. MDCCCLXXVIII|Alla Regina d'Italia]]'', libro I, vv. 29-30) *''Già il mostro {{NDR|la [[locomotiva a vapore]]}}, conscio di sua metallica | anima, sbuffa, crolla, ansa, i fiammei | occhi sbarra; immane pe 'l buio | gitta il fischio che sfida lo spazio.'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Alla stazione in una mattina d'autunno|Alla stazione in una mattina d'autunno]]'', libro II, vv. 29-32) *''Oh qual caduta di foglie, gelida, | continua, muta, greve, su l'anima! | io credo che solo, che eterno, | che per tutto nel mondo è [[novembre]].'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Alla stazione in una mattina d'autunno|Alla stazione in una mattina d'autunno]]'', libro II, vv. 53-56) *{{NDR|[[Marzo]]}} ''Quale una incinta, su cui scende languida | languida l'ombra del sopore e l'occupa, | disciolta giace e palpita su 'l talamo, | sospiri al labbro e rotti accenti vengono | e súbiti rossor la faccia corrono ||'' [...] ''Chinatevi al lavoro, o validi omeri; | schiudetevi agli amori, o cuori giovani; | impennatevi a sogni, ali dell'anime; | irrompete alla guerra, o desii torbidi: | ciò che fu torna e tornerà nei secoli''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Canto di Marzo|Canto di marzo]]'', libro II, vv. 1-5, 26-30) *[...] ''[[Nuvola|vacche del cielo]]'' [...]. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Canto di Marzo|Canto di marzo]]'', libro II, v. 11) *''L'[[ora]] presente è in vano, non fa che percuotere e fugge, | sol nel [[passato]] è il bello, sol ne la [[morte]] è il vero.'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Presso l'urna di Percy Bysshe Shelley|Presso l'urna di Percy Bysshe Shelley]]'', libro II, vv. 3-4) *''Ah, ma non ivi alcuno de' novi poeti mai surse, | se non tu forse, [[Percy Bysshe Shelley|Shelley]], spirito di titano, | entro virginee forme''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Presso l'urna di Percy Bysshe Shelley|Presso l'urna di Percy Bysshe Shelley]]'', libro II, vv. 41-42) ===Citazioni sulle ''Odi barbare''=== *Le ''Barbare'' sono serti di fiori posti su delle tombe; o corone di cipresso appese ad abbandonate are votive. Il Carducci è apparso come un superstite di altri tempi, venuto a narrare a noi delle saghe antiche, che il secolo desueto non intendeva oramai più. E della sua solitudine ebbe anch'egli coscienza. Onde quella tristezza elegiaca di parecchie, delle più belle e più sincere forse, delle ''Odi barbare'', quella quasi nostalgica adorazione di rovine: quel sentirsi sfiorare dolcemente la fronte dall'ala trista dei secoli: quel desiderio di essere tratto dai fiumi eterni verso l'eterno nulla [...]. ([[Eugenio Donadoni]]) ==''Rime e ritmi''== ===[[Incipit]]=== '''Alla signorina Maria A.''' <poem>O Piccola Maria, di versi a te che importa? Esce la poesia, o piccola Maria, quando malinconia batte del cor la porta. O piccola Maria, di versi a te che importa?</poem> ===Citazioni=== *''Contessa, che è mai la [[vita]]? | È l'ombra d'un sogno fuggente. | La favola breve è finita, | il vero immortale è l'[[amore|amor]].'' (''[[s:Rime e ritmi/Jaufré Rudel|Jaufré Rudel]]'', vv. 73-76) *''Salve, [[Piemonte]]! A te con melodia | mesta, da lungi risonante, come | gli epici canti del tuo popol bravo, | scendono i fiumi. || Scendono pieni, rapidi, gagliardi, | come i tuoi cento battaglioni, e a valle | cercan le deste a ragionar di gloria | ville e cittadi''. (''[[s:Rime e ritmi/Piemonte|Piemonte]]'', 9-16) *[...] ''e da Superga nel festante coro | de le grandi Alpi la regal [[Torino]] | incoronata di [[vittoria]], ed [[Asti]] | repubblicana''. (''[[s:Rime e ritmi/Piemonte|Piemonte]]'', vv. 33-36) *{{NDR|A [[Carlo Alberto di Savoia]]}} [...] ''oggi ti canto, o re de' miei verd'anni, | re per tant'anni bestemmiato e pianto, | che via passasti con la spada in pugno | ed il cilicio | al cristian petto, italo Amleto''. (''[[s:Rime e ritmi/Piemonte|Piemonte]]'', vv. 65-69) *''[[Italia]] | assunta novella tra le genti''. (''[[s:Rime e ritmi/Cadore|Cadore]]'', vv. 163-164) *{{NDR|[[Carlo Goldoni]]}} ''A te, porgente su l'argenteo Sile | le braccia a l'avo da l'opima cuna, | ne la festante ilarità senile | parve la vita accorrere con una || marïonetta in mano. Al sol d'aprile | te fuggente la logica importuna | presago accolse il comico navile | veleggiando la tacita laguna''. (''[[s:Rime e ritmi/Carlo Goldoni|Carlo Goldoni]]'', I, vv. 1-8) *''Quando, novello Procida, | e più vero e migliore''<ref>Per il refuso su ''più vero e maggiore'', {{cfr}} [[Giuseppe Fumagalli]], ''[[s:Chi l'ha detto?|Chi l'ha detto?]]'', Hoepli, 1921, p. [[s:Pagina:Chi l'ha detto.djvu/764#c2046|732]].</ref>'', innanzi e indietro, | arava ei l'onda sicula;'' [...]. (''[[s:Rime e ritmi/Alla figlia di Francesco Crispi|Alla figlia di Francesco Crispi]]'', vv. 17-19) *''Seco venga a' lidi tuoi | fe' d'opre alte e leggiadre, | o isola del sole, o tu d'eroi | [[Sicilia]] antica madre.'' (''[[s:Rime e ritmi/Alla figlia di Francesco Crispi|Alla figlia di Francesco Crispi]]'', vv. 29-32) *[...] ''come, o [[Ferrara]], bello ne la splendida ora d'Aprile | ama il memore sole la tua pace!'' (''[[s:Rime e ritmi/Alla città di Ferrara|Alla città di Ferrara]]'', vv. 5-6) *''Salve, Ferrara, co'l tuo fato in pugno | ultima nata, creatura nova | de l'Appennin, del Po, del faticoso | dolore umano!'' (''[[s:Rime e ritmi/Alla città di Ferrara|Alla città di Ferrara]]'', vv. 93-96) *''Ombra d'un fiore è la beltà, su cui | bianca farfalla poesia volteggia: | eco di tromba che si perde a valle | è la potenza.'' (''[[s:Rime e ritmi/La chiesa di Polenta|La chiesa di Polenta]]'', vv. 13-16) *''Fuga di tempi e barbari silenzi | vince e dal flutto de le cose emerge | sola, di luce a' secoli affluenti | faro, l'[[idea]].'' (''[[s:Rime e ritmi/La chiesa di Polenta|La chiesa di Polenta]]'', vv. 17-20) ==''Rime nuove''== ===[[Incipit]]=== <poem>Ave, o [[rima]]! Con bell'arte su le carte te persegue il trovadore; ma tu brilli, tu scintilli, tu zampilli su del popolo dal cuore. O scoccata tra due baci ne i rapaci volgimenti de la danza, come accordi ne' due giri due sospiri, di memoria e di speranza!</poem> ===Citazioni=== *''[[Sonetto|Breve e amplissimo carme]]'' [...]. (''[[s:Rime nuove/Libro II/Al sonetto|Al sonetto]]'', III, v. 1) *''Pur ne l'ombra de' tuoi lati velami | gli umani tedi, o notte, ed i miei bassi | crucci ravvolgi e sperdi: a te mi chiami, | e con te sola il mio cuor solo stassi. || Di quai d'ozio promesse adempi e sbrami | gl'irrequïeti miei spiriti lassi? | E qual doni potenza a i pensier grami | onde a l'eterno o al nulla errando vassi? || O diva [[notte]], io non so già che sia | questo pensoso e presago diletto | ove l'ire e i dolor l'anima oblia: || ma posa io trovo in te, qual pargoletto | che singhiozza e s'addorme de la pia | ava abbrunata su l'antico petto.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/Di notte|Di notte]]'', VII) *''Te che solinghe balze e mèsti piani | ombri, o [[quercia]] pensosa, io più non amo, | poi che cedesti al capo de gl'insani | eversor di cittadi il mite ramo.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/Colloqui con gli alberi|Colloqui con gli alberi]]'', VIII, vv. 1-4) *''Né te, [[alloro|lauro]] infecondo, ammiro o bramo, | che mènti e insulti, o che i tuoi verdi e strani | orgogli accampi in mezzo al verno gramo | o in fronte a calvi imperador romani.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/Colloqui con gli alberi|Colloqui con gli alberi]]'', VIII, vv. 5-8) *''Amo te, [[vigna|vite]], che tra bruni sassi | pampinea ridi, ed a me pia maturi | il sapïente de la vita oblio.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/Colloqui con gli alberi|Colloqui con gli alberi]]'', VIII, vv. 9-11) *''Ma più onoro l'[[abete]]: ei fra quattr'assi, | nitida [[bara]], chiuda al fin li oscuri | del mio pensier tumulti e il van desio.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/Colloqui con gli alberi|Colloqui con gli alberi]]'', VIII, vv. 12-14) *''T'amo, o pio [[bue|bove]]; e mite un sentimento | di vigore e di pace al cor m'infondi. | O che solenne come un monumento | tu guardi i campi liberi e fecondi, | o che al giogo inchinandoti contento | l'agil opra de l'uom grave secondi:'' [...]. (''[[s:Rime nuove/Libro II/Il bove|Il bove]]'', IX, vv. 1-6) *''Il divino del [[pianura|pian]] silenzio verde''. (''[[s:Rime nuove/Libro II/Il bove|Il bove]]'', IX, v. 14) *''Siede novembre su le vie festanti | ove il maggio s'aprì de' miei pensieri, | e spettral ne la nebbia alza i giganti | templi la tua città, [[Dante Alighieri]]. || Meglio cosí; ch'io non mi vegga avanti | gli academici Lapi e i Bindi artieri: | Io vo' vedere il cavalier de' santi, | il santo io vo' veder de' cavalieri. || Forza di gioventù lieta da' marmi | fiorente, ch'ogni loda a dietro lassi | d'achei scalpelli e di toscani carmi, || degno, [[San Giorgio]] (oh con quest'occhi lassi | il vedess'io), che innanzi a te ne l'armi | un popolo d'eroi vincente passi.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/San Giorgio di Donatello|San Giorgio di Donatello]]'', XIV) *''[[Dante Alighieri|Dante]], onde avvien che i vóti e la favella | levo adorando al tuo fier simulacro, | e me sul verso che ti fè già macro | lascia il sol, trova ancor l'alba novella? |'' [...] ''| son chiesa e impero una ruina mesta | cui sorvola il tuo canto e al ciel risona: | muor Giove, e l'inno del poeta resta''. (''[[s:Rime nuove/Libro II/Dante|Dante]]'', XVI, vv. 1-4 e 12-14) *''L'albero a cui tendevi | la pargoletta mano, | il verde [[melograno]] | da' bei vermigli fior, || nel muto orto solingo | rinverdì tutto or ora | e giugno lo ristora | di luce e di calor. || Tu fior de la mia pianta | percossa e inaridita, | tu de l'inutil vita | estremo unico fior, || sei ne la terra fredda, | sei ne la terra negra; | né il sol più ti rallegra | né ti risveglia amor.'' {{NDR|[[Elegie funebri dalle poesie|elegia funebre]]}} (''[[s:Rime nuove/Libro III/Pianto antico|Pianto antico]]'', XLII) *''[[Maggio]] risveglia i nidi, | maggio risveglia i cuori; | porta le ortiche e i fiori, | i serpi e l'usignol.'' (''[[s:Rime nuove/Libro III/Maggiolata|Maggiolata]]'', L, vv. 1-4) *''La [[nebbia]] agl'irti colli | [[Pioggia|piovigginando]] sale, | e sotto il maestrale | urla e biancheggia il [[mare|mar]]; || ma per le vie del borgo | dal ribollir de' [[Tino (vinificazione)|tini]] | va l'aspro odor de i [[vino|vini]] | l'anime a rallegrar. || Gira sui ceppi accesi | lo spiedo scoppiettando: | sta il cacciator fischiando | su l'uscio a rimirar | tra le rossastre nubi | stormi d'uccelli neri | com'esuli pensieri | nel vespero migrar''. (''[[s:Rime nuove/Libro III/San Martino|San Martino]]'', LVIII, vv. 1-16) *{{NDR|Sulla [[Sicilia]]}} ''Sai tu l'isola bella, a le cui rive | manda il Ionio i fragranti ultimi baci | nel cui sereno mar Galatea vive | e su' monti Aci?'' (''[[s:Rime nuove/Libro IV/Primavere elleniche II|Primavere elleniche II]]'', LXIII, vv- 1-4) *''De l'ombroso pelasgo [[Monte Erice|Èrice]] in vetta | eterna ride ivi Afrodite e impera, | e freme tutt' amor la benedetta | da lei costiera''. (''[[s:Rime nuove/Libro IV/Primavere elleniche II|Primavere elleniche II]]'', LXIII, vv. 5-8) *''Meglio operando oblïar, senza indagarlo; | questo enorme mister de l'[[universo]]!'' (''[[s:Rime nuove/Libro V/Idillio maremmano|Idillio maremmano]]'', LXVII, vv. 38-39) *''Odio la faccia tua stupida e tonda, | l'inamidata cotta, | monacella lasciva ed infeconda, | [[Luna|celeste paölotta]]'' (''[[s:Rime nuove/Libro V/Classicismo e romanticismo|Classicismo e Romanticismo]]'', LXIX, vv. 37-40) *''Si volse il prete a dire: Ite. Potente | ruppe il sole a le nubi sormontando, | e incoronò d'un'iride scendente | la bella donna che sorgea pregando. | Corse tra le figure bizantine | vermiglio un riso come di pudor; | ma la [[Maria|Madonna]] le pupille chine | tenea su 'l figlio, e mormorava – Amor''. (''[[s:Rime nuove/Libro V/Da la qual par ch'una stella si mova|Da la qual par ch'una stella si mova]]'', LXXI, 33-40) *''I [[cipresso|cipressi]] che a Bólgheri alti e schietti | van da San Guido in duplice filar, | quasi in corsa giganti giovinetti | mi balzarono incontro e mi guardâr.'' (''[[s:Rime nuove/Libro V/Davanti san Guido|Davanti san Guido]]'', LXXII, vv. 1-4) *''Su 'l castello di [[Verona]] | batte il [[sole]] a mezzogiorno | da la Chiusa al pian rintrona | solitario un suon di [[Corno (strumento musicale)|corno]],'' [...]. (''[[s:Rime nuove/Libro VI/La leggenda di Teodorico|La leggenda di Teodorico]]'', LXXVI, vv. 1-4) *''Sanguinosa, in un sorriso | di martirio e di splendor: | di [[Severino Boezio|Boezio]] è il santo viso, | del romano senator.'' (''[[s:Rime nuove/Libro VI/La leggenda di Teodorico|La leggenda di Teodorico]]'', LXXVI, vv. 101-104) *[...] ''o noci della [[Carnia]] addio! | Erra tra i vostri rami il pensier mio | sognando l'ombre d'un tempo che fu!'' (''[[s:Rime nuove/Libro VI/Il comune rustico|Il comune rustico]]'', LXXVII, vv. 7-9) *''Cittadini di palagio, | mercanti e buon artieri; | e voi conti di maremma, | dai selvatici manieri; || voi di Corsica visconti, | voi marchesi de' confini; | voi che re siete in Sardegna | ed in [[Pisa]] cittadini; || voi che in volta del levante | mainaste or or la vela: | pria che arrossi la Verruca | e si spenga la candela, || fuori porta del parlascio, | su correte arditamente! | Su, su, popolo di Pisa, | cavalieri e buona gente!'' (''[[s:Rime nuove/Libro VI/Faida di comune|Faida di comune]]'', LXXIX, vv. 109-124) *''Hallali''<ref>''Hallalí'' è grido di caccia nella lingua francese, oggi accolto, credo, anche nelle nobili cacce italiane; e può accogliersi, parmi, perché in fine non è altro che un composto d'interiezioni e di avverbi comuni alle due lingue. {{NDR|Nota del curatore}}</ref>'', hallali, gente d'Habsburgo! | Ad una caccia eterna io con te surgo;'' [...]. (''[[s:Rime nuove/Libro VI/Ninna nanna di Carlo V|Ninna-nanna di Carlo V]]'', LXXX, vv. 33-34) *''Poeta, su 'l tuo capo sospeso ho il tricolore | che da le spiagge d'Istria da l'acque di Salvore | la fedele di Roma, [[Trieste]], mi mandò''. (''[[s:Rime nuove/Libro VI/A Vittore Hugo|A Victor Hugo]]'', LXXXI, vv. 49-51) ==[[Incipit]] di ''Conversazioni critiche''== Lodiamo di buon animo i buoni pensieri ne' due scritti del dott. C., intitolati I beni della letteratura e I mali della lingua latina, intorno agli offici delle lettere e dei letterati, intorno alle pessime condizioni dell'educazione letteraria qual fu e qual è in parte ancora fra noi e alla necessità di una educazione piú veramente civile. ==Citazioni su Giosuè Carducci== *A Giosuè Carducci, un dì tanto combattuto pe' suoi eccessi verbali, furono alla fine tributati onori singolari. Non solo egli fu chiamato "il poeta della terza Italia", ch'è appena cominciata, ma il Parlamento nazionale gli decretò un monumento a Roma; dove non l'hanno Virgilio, Dante, Michelangelo, Colombo, Vittorio Alfieri, primo poeta e profeta del Risorgimento, e neppure Alessandro Volta, la cui scoperta torna oggi sì possente alla civiltà del mondo. Ma a Roma era rivolta l'anima del poeta maremmano; il verso di Dante sul "gran veglio" simbolico,<br><div style="text-align:center;">E Roma guarda sì come suo speglio,</div>si adatta a lui, avvivatore delle tradizioni italiche. ([[Raffaello Barbiera]]) *Antiromantico, antimanzoniano ed anticristiano si dichiarò apertamente Giosuè Carducci, quando poco più che ventenne incominciò a farsi conoscere nella sua Toscana. Armato di cultura pagana e classica parve dapprima scendere in campo come un restauratore del classicismo, quasi un continuatore del Foscolo e dell'Alfieri; ma non tardò ad affermare la sua personalità gettando in quella forma classica pensieri modernissimi, come nell'''Inno a Satana'' che è un entusiastico saluto al progresso ed alla libertà. ([[Pietro Orsi]]) *[[Bologna]] era bella, amabile, degna di essere goduta con l'anima e la carne. Dietro le luminose vetrine della libreria Zanichelli aleggiava ancora lo spirito eternamente corrucciato del Carducci. ([[Rino Alessi]]) *Carducci è l'ultima tempra d'uomo che abbia avuto la nostra poesia, l'ultimo poeta che nel mondo non abbia veduto soltanto se stesso, ma anche il prossimo. È un uomo quadrato, più ricco di fantasia che Pascoli e D'Annunzio e più complesso di entrambi nel suo svolgimento poetico. ([[Attilio Momigliano]]) *Egli sembra, anche nell'aspetto, una di quelle foreste sul lido del suo mare, le quali anche nella più quieta serenità pare che si contorcano alle raffiche del libeccio. ([[Giovanni Pascoli]]) *Gli italiani nuovi sono stati tutti più o meno scolari del Carducci; hanno imparato alla sua scuola qualche cosa.<br>Egli insegnava non soltanto dalla cattedra e coi libri, ma con la persona e quasi con l'aspetto soltanto, maschio e severo, con tutto l'esempio di una vita spesa nel lavoro assiduo e glorioso, con tutta la forza di verità e di schiettezza che si comunicava dalla sua presenza muta. ([[Renato Serra]]) *Fra i postillatori di libri delle pubbliche biblioteche dobbiamo comprendere anche {{sic|Giosue}} Carducci<ref>La variante ''Giosue'' non è del tutto inconsueta: è utilizzata anche dalla ''[https://www.treccani.it/enciclopedia/giosue-carducci/ Enciclopedia on line Treccani]''.</ref>: però il Carducci giovinetto, che quando egli fu più maturo nessuno lo superò nell'amore e nel rispetto dei libri, dei libri suoi, nonché dei libri altrui. Il Carducci dal 1849 al 1852, mentre era scolaro nei corsi di Umanità e di Retorica alle Scuole Pie di Firenze, frequentò la [[Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze|Biblioteca Nazionale]], allora Magliabechiana, e [[Salomone Morpurgo]] ha voluto ricercare nei registri di quel tempo i ricordi delle letture di lui. Egli compare la prima volta nel registro il 4 dicembre 1849, e poi molte altre volte dopo, firmando talora col solo cognome, altre volte premettendovi le iniziali G. A. che richiamano anche il suo secondo nome di battesimo, Alessandro, e assai spesso anche collo pseudonimo di ''GAC de la Valle''. In un esemplare dell'''Acerba'' di [[Cecco d'Ascoli]], in fine del libro V, sotto i versi della famosa invettiva contro Dante, così il Carducci scrisse di suo pugno: ''Questo poeta, dopo che tanto e tanto ciarlato ha, Niuno l'ha inteso e niun lo intenderà. G. Carducci, E. Nencioni: 20 giugno 1850''. ([[Giuseppe Fumagalli]]) *Giosuè Carducci in mezzo al culto amoroso della poesia non ha abbandonato gli studi severi della critica. Nel Carducci conviene distinguere due persone, il poeta ed il critico; il primo non rassomiglia punto al secondo. Enotrio poeta è impetuoso, irrequieto, impaziente d'ogni difficoltà, e sempre pronto a rompere, come il Duca di Borgogna, l'orologio se suoni un'ora che lo chiami a ciò ch'egli non vuole. Il critico invece medita lungamente e scrive avvisato ed arguto, sapendo unire agli splendori dell'immaginazione la forma {{sic|culta}} ed elegante, l'erudizione profonda. Il Carducci sa tenersi lontano dalla nebulosità del De Sanctis, dalla elegante leggerezza del Settembrini, dalla troppo minuziosa analisi del Camerini e si manifesta co' suoi ''Studi letterarî'' uno dei più dotti ed arguti critici d'Italia, accoppiando alla serietà alemanna, la vivacità ed il calore degli ingegni del mezzogiorno. ([[Pompeo Gherardo Molmenti]]) *Il Carducci è l'ultimo dei poeti dell'Italia antica, più che il primo dei poeti dell'Italia nuova. ([[Eugenio Donadoni]]) *L'ispirazione carducciana è figlia dell'erudizione, e il Carducci è così strano poeta che, dopo d'avere incominciato tardi a produrre i suoi {{sic|capilavori}}, lascia trascorrere anni ed anni tra l'uno e l'altro e ne produce pochissimi. ([[Paolo Orano]]) *La storia nell'anima di Carducci, con buona pace del suo metodo storico, è quasi sempre una proiezione di presente negli sfondi lontani, per dargli autorità e obiettività. La storia in Carducci è polemica. Poeta della storia potrebbe al più significare poeta drammatico, e Carducci non creò una persona artistica fuori della sua personalità lirica. ([[Scipio Slataper]]) *Ma non si può né si deve dire che Giosuè Carducci sia il poeta di un'epoca, l'uomo rappresentativo di qualche cosa come una civiltà. No. Nell'opera sua manca ogni creazione di idee. Carducci deriva, non crea; e deriva non soltanto il pensiero che, del resto, in lui è sempre allo stato frammentario, dai Greci, dai Latini, dai Tedeschi e dai Francesi; ma anche l'immagine. È forse difficile sostenere che nell'opera poetica e prosastica del Carducci esista una immagine tutta carducciana. ([[Paolo Orano]]) *Per il Carducci la fede non fu la ''grande affaire''. Se oggi impreca al semitico nume, se domani esalta l'umil saluto dell'ave, egli non obbedisce a credenze profonde ma a due motivi, uno di serenità uno di malinconia, sorgenti, a distanza di anni, nella sua anima. Raccontano che in una placida notte, contemplando il cielo stellato, esclamasse: credo in Dio. L'aneddoto è verosimile (anche a proposito del [[Voltaire]] se ne riporta uno di tal genere), e sta a dimostrare il carattere lirico di codeste sue affermazioni. Credeva in Dio quella notte perché, secondo lo stile biblico, le meraviglie del creato gli parlavano di lui; ma il giorno dopo, nel lavoro consueto, spenta la luce stellare, il Dio notturno scompare nel [[panteismo]] dell'universo. ([[Giovanni Rabizzani]]) *Quando il Carducci morì, parve per un momento che la sua statura morale dovesse oscurare a lungo quelle della generazione a lui contemporanea e di altre successive che avrebbero dovuto attingere alla poesia gli ideali e alla personalità morale di lui norme di vita. In verità scompariva e scendeva con lui nella tomba una Italia che i panegiristi, i chroniqueurs, i falsi scolari, i critici maggiori e minori credevano d'intendere, gridando a gran voce con lagrime di dolore le lodi di un uomo che, vivo, si sarebbe violentemente e rudemente liberato di quel coro profano: che non sarebbe stato né posa né gesto platonico, come non erano state ciò le ribellioni del Carducci alla esaltazione cieca della sua personalità poetica e {{sic|prattica}}. ([[Francesco Piccolo (filologo)|Francesco Piccolo]]) *Quando pensiamo al Carducci uomo non sappiamo separare questo dagli altri elementi del suo carattere morale, sicché noi lo vediamo ancora un po' come il maestro e il consigliere di tutte le generazioni. Per altro egli rimane ancora vivo nella coscienza di tutti, anche se ad uso d'una certa coscienza giovanile in formazione è stato ridotto a pezzi d'antologia i quali non danno la misura né del carattere morale né del carattere poetico di lui. Rimane nella scuola, perché la scuola è la più conservatrice di tutte le istituzioni. ([[Francesco Piccolo (filologo)|Francesco Piccolo]]) *Questa concezione formalistica della poesia come un mestiere artistico infinitamente difficile, e come tale da prendere molto sul serio, ha per il Carducci una grande seduzione anche perché a lui di rado è concesso di mettere in armonici versi un puro avvenimento personale, i propri dolori e le proprie gioje. Non che egli mancasse di calore e di sincerità di sentimento. La morte della madre, e specialmente la perdita dell'unico {{sic|figlietto}}, gli toccarono profondamente il cuore. Ma egli era troppo virile ed anche troppo schivo per abbandonarsi a lamenti poetici, all'incirca come il piagnucoloso [[Giovanni Pascoli|Pascoli]]. La poesiola ''Pianto antico'', sulla morte del figlio, ci tocca così profondamente appunto perché è quasi l'unica lacrima nell'occhio di un uomo forte, che non è solito piangere. ([[Karl Vossler]]) *Sul Giosuè Carducci, scrissi due libri per dire alle genti: L'uomo di cui avete fatto l'apoteosi fu un volgare tornacontista, ed eccone qua le prove:<br />– Egli cantò la bianca croce di Savoia: ma a Versailles aveva già – con l'ajuto di [[Immanuel Kant|Emanuele Kant]] – decapitato un re.<br />– Egli, nell'Adige, celebrò il re Umberto: ma nell' Anniversario della Repubblica aveva già detto corna della monarchia.<br />– Egli chiamò il [[Giuseppe Mazzini]]: «Ezechiele in Campidoglio»; ma aveva già chiamato il Mazzini: «il sultano della libertà che mandava sicari ad ammazzare i galantuomini.»<br />– Aveva cantato il diavolo in un inno che fece andare in visibilio tutti i marinatori delle scuole d'Italia, onde era salito, di primo acchito, alla gloria di poeta di [[Satana]]; ma poscia quell'inno egli chiamò chitarronata, e ragazzacci sgrammaticanti chiamò coloro che, a causa di quell'inno, avevano strombazzato il suo nome alle quattro plaghe del mondo.<br />– Aveva schiaffeggiato il Galileo di rosse chiome e decapitato Dio con l'ajuto del [[Robespierre]]; ma poscia inneggiò alla chiesa di Polenta, alla dolce figlia di Jesse, a Dio ottimo massimo. ([[Andrea Lo Forte Randi]]) *Torna alla mente con gran tristezza di desiderio il tempo che io {{sic|studiava}} a Bologna; e la rivedo ancora quella severa e lunga aula dell'università con i finestroni dai vetri verdognoli che prendono luce dal pian terreno del cortile interno: la rivedo tutta gremita di uditori; tutti col viso rivolto e teso ad un punto, in silenzio: seduti sui banchi, fitti in piedi e addossati agli angoli, presso la porta d'ingresso. E quelle teste, le più giovanilmente vive, altre {{sic|grige}} o canute, altre di donne diffondenti in quella austerità non so quale femminile lietezza, mi pare ancora di udire la sua voce che si spandeva ora vibrata, staccata, nervosa; ora lenta, commossa e saliente come nembo d'incenso. Su l'alta cattedra, in fondo, appariva quel capo poderoso, curvo fra i cubiti, con la fronte ferma, come diga a reggere l'onda irrompente del pensiero; la breve mano bianca agitata a ricercare il libro o l'appunto, pur non ristando la voce.<br>Qualche volta, sopravvenendo le tenebre, accennava gli recassero una candela e se la poneva da presso; e allora quella fiammella rossa che or s'allungava in sottile piramide e stava immota, ora ballava come un folletto, faceva in quella penombra strani effetti su quel volto animato dall'idea creatrice.<br>Era l'autunno o era l'inverno nevoso: eppure per quella tetra sala in alto passava la primavera al suono della sua voce, l'eterna primavera del pensiero che Egli ogni volta evocava, viva, luminosa, presente fuori dai secoli che furono. ([[Alfredo Panzini]]) *Un altro poeta, forte e geniale, dimostra nell'opera sua l'indole scultorea spiccatissima: poeta contemporaneo, latinamente italiano fin nelle midolla: Giosuè Carducci.<br>Abbiamo veduto che [[Dante Alighieri|Dante]], come poeta scultore, è l'anima di Michelangelo che parla in voce di poesia, vedremo ora che il Carducci rispecchia invece nell'opera sua ora la classica plasticità di Houdon, ora la forza atletica di Puget, ora l'impetuosità del moto di Francesco Rude.<br>Egli è insomma un ingegno moderno, figlio del nostro secolo, perché rivela nella sua poesia certi fremiti di vita, certe singolari movenze leonine che gli antichi, né in scultura, né in pittura, né in poesia non conobbero mai. ([[Adolfo Padovan]]) *Vorrei mandarle un mazzo di rose grande più di me, vorrei creare una parola nuova che racchiudesse tutto ciò che ha di soave la gratitudine e di sublime la gioia, per dirle quello che sento Amo tutto ciò ch'Ella ha corretto nei miei versi. (Benedetti versi che mi hanno ispirato l'ardire di venire da Lei!). ([[Annie Vivanti]]) ===[[Albano Sorbelli]]=== *Il Carducci fu sempre un [[Irredentismo italiano|irredentista]], se al vocabolo diamo il significato di chi voleva la unità completa della patria, e la patria degna del suo destino. E accenni frequenti trovansi nei ''Levia gravia'' e specie nei ''Giambi ed Epodi''. Ma ci fu un fatto che molto contribuì a richiamare la mente del Carducci sui popoli dell'[[Istria]] e del [[Trentino]] che aspettavano, che sospiravano la rivendicazione: la sua visita a [[Trieste]] nel 1878. Come ridire le accoglienze festose, affettuose, commoventi, di fratello al maggior fratello che egli vi ebbe? Come ripetere la impressione profonda che in lui destarono le fiorenti terre e i bianchi casolari e le soleggiate città che si stendono lungo la costa dei golfi di Trieste e del [[Quarnaro]]? *Il Carducci ribelle irriducibile degli anni che corsero dal 1867 al 1878, il bestemmiatore, come lo dissero i suoi avversari, dell'Italia, che chiamava ''vile'' per viemeglio spingerla all'azione, si andava lentamente cambiando, o meglio intonandosi ai tempi che pure essi cambiavansi per condizioni e fatti nuovi. Il repubblicano violento veniva smorzando lentamente le fiamme della ribellione e l'astio contro la monarchia; sebbene in ogni tempo rifulgesse in lui quell'amore all'Italia, quel santo affetto di patria, che lo aveva mosso a scrivere e a operare sino dagli anni più lontani. E continuava a ripetere a tutti, e in tutti i toni, che l'Italia era fiacca, che si appagava ormai solo di parole vane, di alti gridi; e occorreva invece por mano alle opere; e {{sic|sopratutto}} occorreva una nuova educazione sapientemente democratica; un senso della realtà, un solido piano di ricostruzione del paese, un coordinamento al nobilissimo fine di ''fare'' l'Italia, ora che gli Italiani erano tutti uniti in [[Roma]]. *L'[[Triplice alleanza (1882)|alleanza italo-austriaca]] irritò il Carducci, che aveva sempre dinanzi le mal vietate Alpi retiche e giulie; l'assassinio di Oberdan gli andò diritto come una lama aguzza al cuore.<br>E ferito entro l'anima, còlto come da una crisi divina e furibonda, cantò; cantò in prosa, con una veemenza, con una forza, con un ardore che solo in pochi momenti della ispirazione carducciana può riscontrarsi. Tutto egli sentì il problema dell'irredentismo, tutta egli vide la vergogna di un'alleanza con l'Austria che ci spegneva i figli, tutto il rancore intese ridestarsi dentro contro la secolare tormentatrice del popolo e del sangue italiano. ==Note== <references/> ===Fonti=== <references group="fonte"/> ==Bibliografia== *Giosuè Carducci, ''[[s:A Satana|A Satana]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 377-386. *Giosuè Carducci, ''[https://archive.org/details/bozzettiescherme00carduoft/page/n8/mode/1up Bozzetti e scherme]'', Zanichelli, Bologna, 1920. *Giosuè Carducci, ''[https://books.google.it/books?id=jasTAAAAQAAJ Ceneri e faville: serie prima, 1859-1870]'', Zanichelli, Bologna, 1891. *Giosuè Carducci, ''[https://archive.org/details/operecard11carduoft?q=Francesco+Coccapieller Ceneri e faville: serie terza e ultima, 1877-1901]'', Zanichelli, Bologna, 1902. *Giosuè Carducci, ''[https://books.google.it/books?hl=it&id=4O8IAQAAMAAJ Confessioni e battaglie: serie prima]'', a cura di Mario Saccenti, Mucchi, 2001. *Giosuè Carducci, ''[https://books.google.it/books?hl=it&id=BB6J7Geq_aoC Confessioni e battaglie: serie seconda]'', Zanichelli, Bologna, 1913. *Giosuè Carducci, ''[https://www.gutenberg.org/files/46843/46843-h/46843-h.htm Conversazioni critiche]'', Sommaruga, 1884. *Giosuè Carducci, ''[[s:Canzone di Legnano|Della «Canzone di Legnano»]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 1037-1048. *Giosuè Carducci, ''[[s:Giambi ed epodi|Giambi ed epodi]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 387-512. *Giosuè Carducci, ''[[s:Levia Gravia|Levia Gravia]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 267-376. *Giosuè Carducci, ''[[s:Odi barbare|Odi barbare]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 777-940. *Giosuè Carducci, ''[[s:Rime e ritmi|Rime e ritmi]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 941-1036. *Giosuè Carducci, ''[[s:Rime nuove|Rime nuove]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 535-776. ==Altri progetti== {{Interprogetto|s=Autore:Giosuè Carducci}} ===Opere=== {{Pedia|A Satana||(1863)}} {{Pedia|Odi barbare||(1877)}} {{Pedia|Giambi ed Epodi|''Giambi ed epodi''|(1882)}} {{Pedia|Rime nuove||(1887)}} {{DEFAULTSORT:Carducci, Giosuè}} [[Categoria:Poeti italiani]] [[Categoria:Scrittori italiani]] evl9405pk15ifdq1mnolplyiytpl9qd 1420628 1420627 2026-07-16T14:01:33Z Gaux 18878 /* Citazioni di Giosuè Carducci */ link ad Internet Archive 1420628 wikitext text/x-wiki {{PDA}} [[Immagine:Giosuè Carducci2.jpg|thumb|Giosuè Carducci]] {{Premio|Nobel|la letteratura '''(1906)'''}} '''Giosuè Alessandro Giuseppe Carducci''' (1835 – 1907), poeta italiano. Usò lo pseudonimo '''Enotrio Romano''' nelle sue opere giovanili. ==Citazioni di Giosuè Carducci== *{{NDR|Su [[Gabriele Rossetti]], ''Il veggente in solitudine'', novena seconda, II, IV-VI}} A me non avvien mai di rileggere questi versi, che un brivido non mi prenda e non mi si inumidiscano gli occhi. Sento che è cotesto il solo stipendio che gli uomini possano dare al poeta; che è cotesta la sola consolazione alle fatiche ineffabili, ai patimenti non creduti di chi l'arte ama di amore. Beato quello fra voi, o giovani italiani, che potrà raggiungere cotesto premio; del quale a non pochi nobili ingegni negò la natura fin la speranza, fino il pensiero, fino la degna estimazione.<ref group="fonte">Da ''Le poesie di Gabriele Rossetti'', Barbera, Firenze, 1861, prefazione, [https://archive.org/stream/poesie00cardgoog#page/n67/mode/2up pp. LXV-LXVI]; citato in [[Vittorio Turri]], ''Dizionario storico manuale della letteratura italiana (1000-1900)'', [http://books.google.it/books?id=BOcOAAAAIAAJ&pg=PA320 p. 320].</ref> *{{NDR|Sul [[passo del Bernina]]}} Agosto 19. Ore 9 a.m. Ospizio Bernina. Belvedere, Tre Laghi. Coro delle nubi che salgono dai ghiacciai e avvolgono le vette degli Spitz a lato del Bernina. Noi saliamo e trasmutiamo, voi scendete e dileguate, ma ci ritroviamo e ci rimescoliamo eternamente: noi vi infondiamo atomi del presente, voi li tramandate all'avvenire.<ref group="fonte">Da ''Ricordi autobiografici. Saggi e frammenti'', 1896; citato in ''[https://www4.ti.ch/fileadmin/DECS/DCSU/UAPCD/documenti/20230317_mappa_premi_nobel.pdf Premi Nobel per la letteratura. Guida letteraria della Svizzera italiana]'', 17 marzo 2023, ''ti.ch''.</ref> *{{NDR|Riferendosi alla giovane poetessa [[Annie Vivanti]]}} Annie, la tua pochezza mi riposa.<ref group="fonte">Citato in [[Enzo Biagi]], ''Diciamoci tutto'', Edizione CDE su licenza di Arnoldo Mondatori Editore, Milano, 1984, p. 107.</ref> *Colui che potendo [[parlare|dire]] una cosa in dieci [[parola|parole]] ne impiega dodici, io lo ritengo capace delle peggiori azioni.<ref group="fonte">Citato in [[Dino Segre]], ''Sette delitti'', Sonzogno.</ref> *{{NDR|Sullo ''[[Giacomo Leopardi#Zibaldone|Zibaldone]]''}} È una mole di 4526 facce lunghe e larghe mezzanamente, tutte vergate di man dell'autore, d'una scrittura spesso fitta, sempre compatta, eguale, accurata, corretta. Contengono un numero grandissimo di pensieri, appunti, ricordi, osservazioni, note, conversazioni e discussioni, per così dire, del giovine illustre con sé stesso su l'animo suo, la sua vita, le circostanze; a proposito delle sue letture e cognizioni; di filosofia, di letteratura, di politica; su l'uomo, su le nazioni, su l'universo; materia di considerazioni più ampia e variata che non sia la solenne tristezza delle operette morali; considerazioni poi liberissime e senza preoccupazioni, come di tale che scriveva giorno per giorno per sé stesso e non per gli altri, intento, se non a perfezionarsi, ad ammaestrarsi, a compiangersi, a istoriarsi. Per sé stesso notava e ricordava il [[Giacomo Leopardi|Leopardi]], non per il pubblico: ciò non per tanto gran conto ei doveva fare di questo suo ponderoso manoscritto, se vi lavorò attorno un indice amplissimo e minutissimo, anzi più indici, a somiglianza di quelli che i commentatori olandesi e tedeschi solevano apporre alle edizioni dei classici. Quasi ogni articolo di quella organica enciclopedia è segnato dell'anno del mese e del giorno in cui fu scritto, e tutta insieme va dal luglio del 1817 al 4 dicembre del 1832; ma il più è tra il '17 e il '27, cioè dei dieci anni della gioventù più feconda e operosa, se anche trista e dolente.<ref group="fonte">Dall'[[s:Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura/Introduzione|introduzione]] ai ''Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura''.</ref> *{{NDR|Inno di [[Goffredo Mameli]]}} Fu composto l'otto settembre del quarantasette, all'occasione di un primo moto di Genova per le riforme e la guardia civica; e fu ben presto l'inno d'Italia, l'inno dell'unione e dell'indipendenza, che risonò per tutte le terre e in tutti i campi di battaglia della penisola nel 1848 e 49.<ref group="fonte">Da ''Bozzetti critici e discorsi letterari'', coi tipi di Franc. Vigo, Livorno, 1876, [https://books.google.it/books?id=N48HAAAAQAAJ&pg=PA252 p. 252].</ref> *''Io sono e resto quale fui | e attendo la grande ora.''<ref group="fonte">Citato in [[Leo Longanesi]], ''In piedi e seduti'', Longanesi, 1968.</ref> *''Gemono i rivi e mormorano i venti | freschi a la savoiarda alpe natia. | Qui suon di ferro, e di furore accenti |[[Maria Teresa Luisa di Savoia-Carignano|Signora di Lamballe]], a l'Abbadia. || E giacque, tra i capelli aurei fluenti, | ignudo corpo in mezzo de la via; | e un parrucchier le membra anco repenti | con sanguinose mani allarga e spia. || Come tenera e bianca e come fina! | un giglio il collo e tra mughetti pare | garofano la bocca piccolina. || Su, co' begli occhi del color del mare, | su, ricciutella, al Tempio! A la regina | il buon dì de la morte andiamo a dare''.<ref group="fonte">Da ''Ça ira'', Casa editrice Sommaruga, Roma, 1883, [https://archive.org/details/airasettembremd00cardgoog/page/n48/mode/1up VIII, p. 39].</ref> *L'[[Accademia dell'Arcadia|Arcadia]] conservò certe buone tradizioni di stile; vi fu anche una tale Arcadia e bisogna parlarne con un po' di creanza.<ref>Prefazione alle ''Rime'' del Petrarca; citato in [[Emanuele Portal]], ''L'Arcadia'', Remo Sandron Editore, 1922, [https://archive.org/details/larcadia00portuoft/page/82/mode/1up p. 82].</ref> *l'arte e la letteratura sono l'emanazione morale della civiltà, la spirituale irradiazione dei popoli.<ref group="fonte">Da ''Bozzetti critici e discorsi letterari'', coi tipi di Franc. Vigo, Livorno, 1876, [https://books.google.it/books?id=N48HAAAAQAAJ&pg=PA457 p. 457].</ref> *Nel 1454 {{NDR|[[Janus Pannonius]]}} si tramutava a Padova a studiare diritto canonico quattro anni, e ne riportò i gradi accademici. Nel soggiorno veneto {{sic|dee}} aver composto il panegirico a [[Giacomo Antonio Marcello]], patrizio e provveditore nella guerra sostenuta dalla Repubblica con [[Filippo Maria Visconti]] (esam. 2870, distici 20): ne' quali versi è notevole la facilità del descrivere i particolari minuti e sottili delle {{sic|marcie}} e i grandi e nuovi delle flotte trasportate su per i monti da un lago all'altro.<ref group="fonte">Da ''La gioventù di [[Ludovico Ariosto]] e la poesia latina in Ferrara''; in ''La {{sic|coltura}} estense e la gioventù dell'Ariosto'', Edizione Nazionale delle opere di Giosuè Carducci, volume tredicesimo, Nicola Zanichelli Editore, pp. 175-176; citato (parzialmente) in Janus Pannonius, ''Epigrammi lascivi'', traduzione di Gianni Toti, Fahrenheit 451, 1997, p. 16. ISBN 88-86095-03-1</ref> *Nella sua poesia [...] c'è molta facilità, ma vi si desidera tutto quello che fa la poesia vera. È un fatto per me oramai fermo: codesti meridionali, dal più al meno, recano nella poesia quella volubilità delle loro chiacchiere, che si devolve per lunghi meandri di versi sciolti o per cadenzati intrecciamenti di strofe senza una cura al mondo del pensiero. Il poeta [[Napoli|napoletano]] tipo è il [[Giovan Battista Marino|Marino]]. È inutile: i meridionali non sono poeti né artisti, non ostante tutte le apparenze: sono musici e filosofi. La poesia (anche questo parrà un paradosso) è delle genti più prosaiche e fredde della Toscana e del Settentrione.<ref group="fonte">Dalla lettera ad un amico che gli aveva inviato un volume di poesie di un giovane napoletano; citato in [[Benedetto Croce]], ''La letteratura della nuova Italia, Saggi critici'', vol. IV, Giuseppe Laterza & Figli, Bari, 1922<sup>2</sup> riveduta, pp. 311-312.</ref> *Sai che il ''[[Walt Whitman#Foglie d'erba|Fogliame]]'' americano io l'ho tradotto a lettera tre volte con il mio maestro d'inglese, un italiano che scappò in America di 17 anni e ci è stato ventitré, e ha fatto il capitano al servizio della Repubblica nella guerra di secessione contro gli Stati del Sud? È una bestia, sempre ubriaco; ma sente e respira l'America; e non sa quasi nulla d'Italiano; me lo commentava facendo gesti e urli feroci. E mi venne subito la voglia di tradurlo in esametri omerici. Tutti quei nomi a catalogo! Quelle enumerazioni, successioni, quella serie di sentimenti straordinarie e vere! Io ne rimasi e ne sono rapito! Dopo i grandissimi poeti colossali, [[Omero]], [[William Shakespeare|Shakespeare]], [[Dante Alighieri|Dante]], ecc. ci sarà del più pensato, del più profondo, del più perfetto, ma nulla così immediato e originale.<ref group="fonte">Da una lettera all'amico Enrico Nencioni; citato nella prefazione di [[Antonio Spadaro]], p. 29 in Walt Whitman, ''Canto una vita immensa'', a cura di Antonio Spadaro, Ancora, Milano, 2009. ISBN 88-514-0632-4</ref> *Non rampare di aquile e leoni, non sormontare di belve rapaci, nel santo vessillo; ma i colori della nostra primavera e del nostro paese, dal Cenisio all'Etna; le nevi delle Alpi, l'aprile delle valli, le fiamme dei vulcani.<ref group="fonte">Durante i solenni festeggiamenti per il primo Centenario del [[Bandiera d'Italia|Tricolore]], Reggio Emilia, 7 gennaio 1897; citato in Carlo Azeglio Ciampi e Alberto Orioli, ''Non è il paese che sognavo: taccuino laico per i 150 anni dell'unità d'Italia'', Il Saggiatore, 2010, [https://books.google.it/books?id=ffXnyZPMyR8C&pg=PA90 p. 90]. ISBN 8842816469</ref> *Non sa ella, signora Contessa, che Domineddio fece apposta il [[Lambrusco]] per annaffiare la carne dell'[[maiale|animale]] fausto ad [[Enea]] e caro ad [[Antonio abate|Antonio abbate]]? E io, per glorificare Dio e benedire la sua provvidenza, mi fermai a Modena a lungo a meditare la Sapienza.<ref group="fonte">Da una lettera alla contessa Ersilia Lovatelli, Bologna, seconda decade di gennaio 1884; in ''Lettere'', vol. 14, Zanichelli, 1952, p. 240.</ref> *[[Francesco Pastonchi|Pastonchi]]? mai letto tanti brutti versi.<ref group="fonte">Citato in [[Bonaventura Caloro]], ''È lo stato che crea la nazione'', ''La Fiera Letteraria'', aprile 1973.</ref> *Qui il paese è veramente bello, tale che fa intendere la Scuola [[Umbria|umbra]]: che linee d'orizzonte, che digradante vaporoso di monti in lontananza! Fui ad [[Assisi]]: è una gran bella cosa, paese, città e santuario, per chi intende la natura e l'arte nei loro accordi con la storia, con la fantasia con gli affetti degli uomini. Sono tentato di far due o tre poesie su Assisi e [[Francesco d'Assisi|San Francesco]].<ref group="fonte">Da una lettera a [[Giuseppe Chiarini]], Perugia, 26 luglio 1877; citato in ''La dolce stagione'', [[Luigi Russo]], Editrice Giuseppe Principato, Milano, 1940, p. 454.</ref> *''Se già sotto l'ale | del nero cappello | nel [[vino|vin]] Cromüello | cercava il signor,<ref>Qui il poeta fa riferimento ad un episodio narrato dal [[René de Chateaubriand|Chateaubriand]] in ''Quatre Stuarts''. Secondo lo scrittore francese, [[Oliver Cromwell|Cromwell]], sorpreso a bere, avrebbe detto agli amici: «Credono che cerchiamo il Signore, ma noi cerchiamo solo un cavatappi» (Il cavatappi era caduto).</ref> || ne' colmi bicchieri | ricerco pur io | men fiero un iddio, | ricerco l'amor.''<ref group="fonte">Da ''[[s:Levia Gravia/Libro II/Brindisi|Brindisi]]'' in ''Levia gravia'', XXV, vv. 1-8.</ref> *Sette anni fu alla scuola e al convitto del [[Guarino Veronese|Guarino]]; e vi formò lo stile e il costume, quello caldo e abbondante, questo cordiale e sciolto. Ne fan testimonianza gli epigrammi (410, in due libri), per grandissima parte di argomento e sentimento italiani, scritti i più nella gioventù prima; la cui licenza, se bene sia da riferire al genere e al modello [...] e sia da credere che Giano ostenti in gara con lui sporcizia e villania, pure ci appar di soverchio candida la fede e l'attestazione di [[Vespasiano da Bisticci|Vespasiano]], per quanto s'intendeva de' suoi costumi, esser fama che Giovanni fosse vergine.<ref group="fonte">Da ''La gioventù di [[Ludovico Ariosto]] e la poesia latina in Ferrara''; in ''La {{sic|coltura}} estense e la gioventù dell'Ariosto'', Edizione Nazionale delle opere di Giosuè Carducci, volume tredicesimo, Nicola Zanichelli Editore, pp. 174-175.</ref> *Stamane ho cacciato a sassate un [[organo a rullo|organetto]] che mi sonava sotto la finestra.<ref group="fonte">Da ''Lettere'', volume 14°, Nicola Zanichelli Editore, Bologna, 1944 e segg., p. 204; citato in Salvatore Battaglia, ''Grande Dizionario della Lingua Italiana'', Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, 1984, p. 78.</ref> ==''A Satana''== ===[[Incipit]]=== <poem>A te, dell'essere principio immenso, materia e spirito, ragione e senso; mentre ne' calici il vin scintilla sì come l'anima nella pupilla.</poem> ===Citazioni=== *''Via l'aspersorio, | prete, e 'l tuo metro! | no, prete, [[Satana]] | non torna in dietro!'' (vv. 21-24) *''Nella [[materia]] | che mai non dorme, | re dei fenomeni, | e delle forme, | sol vive Satana.'' (vv. 37-41) *''E già già tremano | mitre e corone: | dal chiostro brontola | la ribellione, | e pugna e prèdica | sotto la stola | di fra' [[Girolamo Savonarola|Girolamo | Savonarola]]''. (vv. 153-160) *''Gitta i tuoi vincoli, | uman pensiero, | e splendi e folgora | di fiamme cinto; | materia, inalzati: | Satana ha vinto.'' (vv. 163-168) ===[[Explicit]]=== <poem>Salute, o Satana, o ribellione, o forza vindice della ragione! Sacri a te salgano gl'incensi e i voti! Hai vinto il Geova de' sacerdoti.</poem> ==''Bozzetti e scherme''== *[...] il [[Giuseppe Regaldi|Regaldi]] considera con roseo ottimismo tutte le cose e gli uomini tutti. Egli, come ogni poeta da natura e nello stato di natura, è buono. Ammira facilmente, facilissimamente loda; per lui non vi sono né scuole, né partiti, né sette: cita Giuseppe Mazzini e il commendatore Minghetti; ama il Cibrario e il Brofferio; il Prati, Norberto Rosa ed il Révere. È un uomo egregio, che vi apre le braccia e vi sorride di primo acchito; che si esalta della sua stessa parola, e prorompe nella lirica. La sua critica in fatti non è altro che lirica. (p. 9) *[[Vignola]] è bella terra che giace un po' come Firenze (''si licet'' con quel che segue), se non che ha più apertura e più sfondo, a piè dell'Appennino, tra bei colli e bei fiumi. Benedetta di ubertà e d'ingegno, produsse il [[Jacopo Barozzi da Vignola|Barozzi]] il [[Ludovico Antonio Muratori|Muratori]] e il [[Agostino Paradisi|Paradisi]]; e produce cavoli stupendi, a cui non ho veduto gli eguali nelle mostre agrarie d'Italia. Rammento i cavoli, e frutte vistosissime, e prosciutti molto promettenti; perché alla commemorazione delle glorie passate vollesi unire la dimostrazione del lavoro presente in una esposizione d'agricoltura e d'industria. E fu ottimo consiglio. L'Italia è stata troppo inebriata finora d'idealismo: per me un bel [[cavolo]] e ben coltivato è cosa molto più estetica di cinquecento canti della poesia odierna e di mille cento articoli della stampa anche di opposizione. (p. 104) *[...] le <span style="letter-spacing:1px">[[Operette morali]]</span> e i <span style="letter-spacing:1px">Pensieri</span> sono di quelle scritture che "гоdono a scorza a scorza", come Dante direbbe, il cuore e il cervello dal quale escono. (p. 162) *{{NDR|[[Émile Littré]]}} Uomo di tre anime lo avrebber chiamato gli antichi: noi nel totale meraviglioso del suo lavoro dobbiamo anche singolarmente ammirare la ramificazione logica delle ricerche, il progressivo abbarbicare degli studi, il sapiente indentamento delle molte ruote della sua operosità intellettuale in tanti congegni e tutti di effettiva utilità, e più ancora la perseveranza, la coerenza, la virtù, con le quali quel nobilissimo ingegno vide, segui, raggiunse l'unità finale. (pp. 301-302) *Il [[Auguste Barbier|Barbier]] – discorriamo un po' di politica, se pure la politica quando passi per l'arte ha da chiamarsi ancora così –, non ostante i suoi entusiasmi per ''la grande populace'', non era mica un [[Georges Jacques Danton|dantoniano]], e, tanto meno, un [[Jacques-René Hébert|hebertista]]. Saltando su la restaurazione {{sic|constituzionale}} e l'impero conquistatore, egli fermavasi, è vero, alla repubblica vittoriosa, giusta, costumata, illuminata, che fu l'ideale dei migliori di Francia per più anni dopo il '93. Ma egli, come tutti quasi i cresciuti dopo il '15, era inzuppato di quell'idealismo che avendo per {{sic|gaz}} alimentatore il cristianesimo civile coronava il suo quieto e quasi lunare irraggiamento co 'l mistico alone del romanticismo liberale. (pp. 331-332) *Egli {{NDR|Auguste Barbier}} il poeta, traeva nella pubblica luce il quarto Stato e le sue piaghe, non per {{sic|conscienza}} politica o previsione ch'egli avesse del prossimo avvenire; ma per un sentimento di benigna equità, direi quasi di carità, direi quasi di sdegno evangelico contro i godenti e i trionfanti del secolo; si spingeva fino al socialismo, ma all' ombra della croce. Simile in ciò a molti di quella nobile ma debole generazione romantica. (pp. 332-333) *La {{sic|imagine}} della contessa [[Maria Teresa Gozzadini|Gozzadini]] a me piace ricercarla nell'amena solitudine di Ronzano più ancora che nel salottino pompeiano del suo palazzo di via Santo Stefano, ove pure lo spirito di lei scattava cosi luminoso dall'attrito della varia conversazione. Io amo ricollocarla lassù, tra quelle grandi querce, tra quei cipressi nella loro vecchiezza immobili quasi {{sic|mète}} di secoli. Ella, che in gioventù dipinse il paesaggio, che era cresciuta in mezzo a' poeti, aveva della natura un sentimento e una percezione profonda, e sapeva farsene una rappresentazione affettuosa e prossima più che i paesisti e poeti italiani, troppo vagando sui colori e la superficie, non usino avere e rendere. (pp. 373-374) *Quando conobbi da prima la contessa Gozzadini, mi parve di ravvisare specialmente nelle linee degli angoli frontali i tratti del viso di [[Dante Alighieri|Dante]]. Non lo dissi allora; ma un artista di poi mi notò con più franca asseveranza quello che a me era parso vedere: e ora leggo fatta la stessa osservazione da uno scienziato americano, e so che lo zio Serego offeriva una strana somiglianza co 'l ritratto dell'Alighieri. (p. 374) *La contessa Gozzadini avendo, oltre il nobil sentire, un singolar temperamento di facoltà vive fini ed argute, di ciò che sentiva e osservava s'era avvezza a rendersi ragione, facendosene un concetto suo ed esprimendolo con verità ferma e immediata. Non enfasi mai, ch'è indizio di anima debole e falsa: non sentimentalità, ch'è accusa d'anima debole e dura: un gran disprezzo della volgarità, vizio ormai comune in basso ed in alto: un ragionar fitto, serrato, giusto, con un guardarvi fiso e chiaro negli occhi, con lampi d'amori e di sdegni, e di quando in quando uno scatto o una scrollata di spalle, poetica, ghibellina. (p. 382) *{{NDR|Maria Teresa Gozzadini}} Leggeva Dante, e se ne recava seco il volume anche nelle ascensioni alpine; ma non lo teneva in mostra, né mai ne le udii far citazioni e sol una ne ho veduta nelle lettere. Grande amica dell'[[Aleardo Aleardi|Aleardi]], e pure non baciava mai le amiche, e non diceva ''angelo'' né anche alle bambine. Così forte uscì dalla fantastica morbidezza della società veronese, cosi schietta passò tra la compassata e liscia gravità bolognese: senza sforzi e atteggiamenti da originale, temperando la franchezza con una gran gentilezza signorile. (p. 382) *Se la [[poesia]] è e ha da essere arte, ciò che dicesi forma è e ha da essere della poesia almeno tre quarti. Un [[poeta]] che trascuri la forma non è un poeta: è uno che ha in grandissima stima sé stesso e in assai basso concetto il prossimo suo, co 'l quale in somma egli tratta cosi: – Vedi, tu devi leggere questa roba, non perché sia poesia, ma perché è la {{sic|ebullizione}} del mio cervello e la secrezione del mio cuore: il qual cuore e il qual cervello sono gli organi privilegiati di quel grande idealista, di quel gran realista, di quel grande umorista, di quel bellissimo [[Endimione]] della natura che sono io –. (p. 420) *Egli {{NDR|[[Guido Mazzoni (letterato)|Guido Mazzoni]]}} tradusse [[Meleagro di Gadara|Meleagro]] e traduce [[Gaio Valerio Catullo|Catullo]] con rara agevolezza e felicità, e ha insieme un debole per la letteratura moderna, specialmente francese. Così tra per la facilità dell'ingegno suo fiorentino e per lo snodamento, acquistato con la coltura e l'esercizio, delle facoltà e tendenze estetiche, egli sgomitola i versi e i metri più difficili che non par fatto suo, e le forme scabre e malagevoli ad altri gli sguisciano levigate e lucide dalla mano, e certe stranezze cercate paiono nel suo stile naturali. Ma a questa sua elegante facilità il Mazzoni, diciamolo sùbito, si lascia andare un po' troppo; e qualche volta dà per rappresentazione fantastica la fosforescenza della frase solleticata dal metro, e all'atteggiamento esterno non ha rispondente sempre un movimento interno dello spirito o un guizzo dell'idea. (pp. 420-421) ==''Ceneri e faville''== *Ai giudizi dei [[Nemico|nemici]] vuolsi avere sempre la debita osservanza. (serie prima, p. ii) *''Fratelli, | per diverse terre le vostre ossa | per l'Italia tutta il nome, | ma la religione di voi è qui | e passa | di generazione in generazione | ammonendo | che scienza è libertà''. (serie prima, p. 76) *{{NDR|Parlando della regione [[Marche]]}} Così benedetta da [[Dio]] di bellezza di varietà di ubertà, tra questo digradare di monti che difendono, tra questo distendersi di mari che abbracciano, tra questo sorgere di colli che salutano, tra questa apertura di valli che arridono. (dal discorso tenuto a Recanati il 29 giugno 1898 in occasione del 1° centenario della nascita di [[Giacomo Leopardi]], serie terza e ultima; p. 26) *[...] verrà il giorno che il Severo e Clemente, liberatore della città, amatore del mondo, tribuno augusto [[Francesco Coccapieller]], sfromboli giù per il Corso a furia di sferzinate il Parlamento italiano a correre il palio, ignudo. (serie terza e ultima; p. 261) ==''Confessioni e battaglie''== ===Serie prima=== *È pure un vil facchinaggio quello di dovere o volere andar d'accordo co' molti! (p. 122) *[...] la letteratura che da due secoli ha dato e dà forme più logiche, più spigliate, più facili al pensiero moderno è senza dubbio la [[Letteratura francese|francese]], e per la letteratura di Francia son passate e sonosi mescolate le diverse correnti del genio moderno [...]. (p. 167) *I giovini non possono generalmente esser [[critico|critici]]; e, per due o tre che riescano, cento lasciano ai rovi della via i brandelli del loro ingegno o ne vengon fuori tutti inzaccherati di pedanteria e tutti irti le vesti di pugnitopi: la critica è per gli anni maturi. (p. 170) *[...] la [[repubblica]], per me, è l'esplicazione storica e necessaria e l'assettamento morale della democrazia ne' suoi termini razionali: la repubblica, per me è il portato logico dell'umanesimo che pervade ormai tutte le istituzioni sociali. (p. 270) ===Serie seconda=== *L'[[arte]], come la concepisco e come non arrivo a farla io, è cosa altamente e perfettamente [...] aristocratica. (p. 53) *{{NDR|Su [[Francesco Giuseppe I d'Austria]]}} Riprendemmo Roma al papa, riprenderemo Trieste all'imperatore. A questo imperatore degl'impiccati. (p. 209) *''[[Guglielmo Oberdan]] | morto santamente per l'Italia | terrore ammonimento rimprovero | ai tiranni di fuori | ai vigliacchi di dentro.'' {{NDR|[[Epigrammi|epigramma]]}} (p. 223) *[...] l'Inghilterra [...] vanta la più originale e la più libera e la più vera delle [[Letteratura inglese|letterature]] moderne [...]. (<!--da ''Mosche cocchiere'', -->p. 453) *E la nuova generazione ha il diritto di farsi avanti e che non gli s'impedisca il terreno alle prove, tanto più che parecchi di quei gagliardi hanno valore e destrezza al maneggio più che non vogliasi o non s'infinga credere dai mal disposti. Ahi triste cosa l'invidia alla gioventù! e brutto segno di piccolo e pigro animo nelle persone e di vecchiezza degenerante ne' popoli l'[[Misoneismo|odio a ciò che è o vuole o pare esser nuovo]]! Ma le mosche, per altro, le mosche cocchiere sono pur le male bestie e noiose! Si fermano alla prima osteria e van ronzando negli orecchi alla gente – Vedete là quella carrozzaccia tutta stinta e sdrucita e sgangherata, co' sedili che paiono schiene d'asini pelati, con una rota sola e mezzo timone? Quella è la carrozza del nostro paese. Ma ora veniamo in questo paese a rifarla, e ci abbiamo attaccato un Pegaso Pacolet, e sono io che guido. Zu, zu, zu. – A un viaggiatore scappa la pazienza e tira una cenciata – Va via, brutta bestia. (<!--da ''Mosche cocchiere'', -->pp. 469-470) ==''Della «Canzone di Legnano»''== ===[[Incipit]]=== {{centrato|IL PARLAMENTO<br />I.}}<br /> <poem>Sta Federico imperatore in Como. Ed ecco un messaggero entra in Milano da Porta Nova a briglie abbandonate. «Popolo di Milano,» ei passa e chiede, «fatemi scorta al console Gherardo.» Il consolo era in mezzo de la piazza, e il messagger piegato in su l'arcione parlò brevi parole e spronò via. Allor fe' cenno il console Gherardo, e squillaron le trombe a parlamento.</poem> ===Citazioni=== *''Ed allora per tutto il parlamento | trascorse quasi un fremito di belve.'' (vv. 115-116) *''Venne il dì nostro | (o milanesi), e vincere bisogna.'' (v. 122-123<ref group="fonte">Citato in [[Giuseppe Fumagalli]], ''[[s:Chi l'ha detto?|Chi l'ha detto?]]'', Hoepli, 1921, p. [[s:Pagina:Chi l'ha detto.djvu/661#c1839|629]].</ref>) ==''Giambi ed epodi''== ===[[Incipit]]=== <poem>No, non son morto. Dietro me cadavere Lasciai la prima vita. Sopra i vólti Che m'arrideano impallidîr le rose, Moriro i sogni de la prima età.</poem> ===Citazione=== *''Coraggio, amici. Se di vive fonti | córse, tócco dal santo, il balzo alpin''<ref>Si accenna alla fonte che secondo la leggenda [[Francesco d'Assisi|San Francesco]] fece scaturire presso il santuario della Verna. {{NDR|Nota del curatore}}</ref>'' | a voi saggi ed industri i patrii monti | iscaturiscan di fumoso [[vino|vin]]; || del vin ch'edúca il forte suolo amico | di ferro e zolfo con natia virtú: | co 'l quale io libo al padre Tebro antico, | al Tebro tolto al fin di [[servitù]]''. (''[[s:Giambi ed epodi/Libro I/Agli amici della valle Tiberina|Agli amici della valle Tiberina]]'', I, vv. 29-36) *''Oh non per questo dal fatal di [[Scoglio di Quarto|Quarto]] | lido il naviglio de i mille salpò, | né Rosolino Pilo aveva sparto | suo gentil sangue che vantava Angiò''. (''[[s:Giambi ed epodi/Libro I/La Consulta araldica|La Consulta araldica]]'', XI, vv. 25-28<ref group="fonte">Citato in [[Giuseppe Fumagalli]], ''[[s:Indice:Chi l'ha detto.djvu|Chi l'ha detto?]]'', U. Hoepli, Milano, 1921, p. 381.</ref>) *''Maledetta | sii tu, mia patria antica, | su cui l'onta de l'oggi e la vendetta | de i secoli s'abbica!'' (''[[s:Giambi ed epodi/Libro I/In morte di Giovanni Cairoli|In morte di Giovanni Cairoli]]'', XIII, vv. 117-120) *''La nostra patria è vile.'' (''[[s:Giambi ed epodi/Libro I/In morte di Giovanni Cairoli|In morte di Giovanni Cairoli]]'', XIII, v. 132) *''Impronta Italia domandava Roma, | [[Bisanzio]] essi le han dato.'' (''[[s:Giambi ed epodi/Libro II/Per Vincenzo Caldesi|Per Vincenzo Caldesi]]'', XVIII, vv. 27-28) *{{NDR|[[Giuseppe Mazzini]]}} ''E un popol morto dietro a lui si mise. || Esule antico, al ciel mite e severo | leva ora il volto che giammai non rise, | — tu sol — pensando — o idëal, sei vero.'' (''[[s:Giambi ed epodi/Libro II/Giuseppe Mazzini|Giuseppe Mazzini]]'', XXIII, vv. 11-14) *''Ma voi siete cristiane, o Maddalene! | Foste da' preti a scuola. | Siete moderne! avete ne le vene | l'Aretino e il Loiola''. (''[[s:Giambi ed epodi/Libro II/A proposito del processo Fadda|A proposito del processo Fadda]]''<ref group="fonte">Citato in [[Giuseppe Fumagalli]], ''[[s:Indice:Chi l'ha detto.djvu|Chi l'ha detto?]]'', Hoepli, 1921, p. 536.</ref>, XXIX, vv. 45-48) *{{NDR|Da [[Perugia]]}} ''E il sol nel radiante azzurro immenso | fin de gli [[Abruzzo|Abruzzi]] al biancheggiar lontano | folgora, e con desio d'amor più intenso | ride a' monti de l'[[Umbria]] e al verde piano''. (''[[s:Giambi ed epodi/Libro II/Il canto dell'Amore|Il canto dell'amore]]'', XXX, vv. 37-40) *''Da le vie, da le piazze gloriose, {{NDR|dell'[[Umbria]]}} | ove, come dal maggio ilare a i dì | boschi di querce e cespiti di rose, | la libera de' padri arte fiorì''; [...]. (''[[s:Giambi ed epodi/Libro II/Il canto dell'Amore|Il canto dell'amore]]'', XXX, vv. 81-84) ==''Juvenilia''== ===[[Incipit]]=== <poem>Ah per te<ref>Al libro [1866].</ref> Orazio prèdica al vento! Del patrio carcere non sei contento, la chiave abomini grata a i pudichi, agogni a l'aere de' luoghi aprichi. E dove, o misero, dove n'andrai. Dove un ricovero trovar potrai, o de' miei giovini lustri diletto, o mio carissimo tenue libretto?</poem> ===Citazioni=== *{{NDR|[[Vittorio Alfieri]]}} ''O de l'italo agon supremo atleta | misurator, di questa setta imbelle, | che stranïata il sacro allòr ti svelle | che vuol la santa bile irrequïeta? || E a qual miri sai tu splendida meta | ed a che fin drizzato abbian le stelle | questa età che di ciance e di novelle | per quanto ingozzi e più e più si asseta''? (''[[s:Juvenilia/Libro III/Vittorio Alfieri|Vittorio Alfieri]]'', XLIII, vv. 1-8) *{{NDR|[[Dante Alighieri]]}} ''Forti sembianze di novella vita | circondar la tua cuna, | o re del canto che più alto mira. | Gentil virago ardita, | quale non vider mai le argive sponde | né le latine, e d'amor balda e d'ira, | te venìa la bella | toscana libertade; e il pargoletto | già magnanimo petto | ti confortava de la sua mammella. | Tutta accesa ne' raggi di sua sfera, | mite insieme ed austera, | venne la fede; e per un popoloso | di visioni e d'ombre oscuro lito | la porta ti mostrò dell'infinito''. (''[[s:Juvenilia/Libro IV/Dante|Dante]]'', LX, vv. 1-15) *''Dimmi, triangoluzzo mio squadrato, | che al mondo se' degli animali rari, | furono prima i ciuchi o i somari? | e quel tuo capo è un circolo o un quadrato? || Anco: il cervel, se fior te n'è restato, | è isoscelo o scaleno o ha lati pari? | Se' tu l'ambasciador de' calendari, | o un parallelogrammo battezzato?'' (''[[s:Juvenilia/Libro V/A un geometra|A un geometra]]'', LXX, vv. 1-8) *''Or chi pria leverà d'[[Italia]] il grido | spezzando il vario, infame, antico freno? | Di martiri e d'eroi famoso nido, | voi [[Modena]] e [[Bologna]]. Oh al dì sereno || di libertà cresciute, anime altere | tra i ceppi sanguinanti e gli egri esigli | e gli orrendi martòri in prigion nere, || voi ne' tedeschi e ne' papali artigli | chi più mai renderà, poi che un volere | raccoglie alfin de la gran madre i figli?'' (''[[s:Juvenilia/Libro VI/Modena e Bologna|Modena e Bologna]]'', XC, vv. 5-14) ==''Odi barbare''== ===[[Incipit]]=== <poem>Odio l'usata [[poesia]]: concede comoda al vulgo i flosci fianchi e senza palpiti sotto i consueti amplessi stendesi e dorme. A me la strofe vigile, balzante co 'l plauso e 'l piede ritmico ne' cori: per l'ala a volo io còlgola, si volge ella e repugna.</poem> ===Citazioni=== *''Lieta del fato [[Brescia]] raccoltemi, | Brescia la forte, Brescia la ferrea, | Brescia leonessa d'Italia | beverata nel sangue nemico.'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Alla Vittoria - Tra le rovine del tempio di Vespasiano in Brescia|Alla Vittoria, tra le rovine del tempio di Vespasiano in Brescia]]'', libro I, vv. 37-40) *''Salve, [[Umbria]] verde, e tu del puro fonte | nume Clitumno!'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Alle fonti del Clitumno|Alle fonti del Clitumno]]'', libro I, vv. 25-26) *''[[Roma]], ne l'aer tuo lancio l'anima altera volante: | accogli, o Roma, e avvolgi l'anima mia di luce''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Roma|Roma]]'', libro I, vv. 1-2) *''Anch'ei, tra 'l dubbio giorno d'un gotico | tempio avvolgendosi, l'[[Dante Alighieri|Alighier]] trepido | cercò l'immagine di Dio nel gemmeo | pallore d'una femina''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/In una chiesa gotica|In una chiesa gotica]]'', libro I, vv. 21-24) *''Surge nel chiaro inverno la fosca turrita [[Bologna]], | e il colle di sopra bianco di neve ride''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Nella piazza di San Petronio|Nella piazza di San Petronio]]'', libro I, vv. 1-2) *[...] ''quando [[Odoacre]] dinanzi a l'impeto | di [[Teodorico il Grande|Teodorico]] cesse, e tra l'èrulo | eccidio passavan sui carri | dritte e bionde le donne amàle || entro la bella [[Verona]], odinici | carmi intonando: raccolta al vescovo | intorno, l'italica plebe | sporgea la croce supplice a' Goti''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Davanti il Castel Vecchio di Verona|Davanti il Castel Vecchio di Verona]]'', libro I, vv. 5-12) *{{NDR|Sul [[Lago di Garda]]}} [...] ''una gran tazza argentea, || cui placido olivo per gli orli nitidi corre | misto a l'eterno lauro.'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Sirmione|Sirmione]]'', libro I, v. 4) *''Breve ne l'onda placida avanzasi | [[Scoglio di Quarto|striscia di sassi]]. Boschi di lauro | frondeggiano dietro spirando | effluvi e murmuri ne la sera. |'' [...] ''| Par che da questo nido pacifico | in picciol legno l'uom debba movere | secreto a colloqui d'amore | leni su zefiri, la sua donna | fisa guatando l'astro di [[Venere (astronomia)|Venere]].'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Scoglio di Quarto|Scoglio di Quarto]]'', libro I, vv. 1-4, 9-13) *''Superba ardeva di lumi e cantici | nel mar morenti lontano [[Genova]] | al vespro lunare dal suo | arco marmoreo di palagi.'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Scoglio di Quarto|Scoglio di Quarto]]'', libro I, vv. 29-32) *''Fulgida e bionda ne l'adamantina | luce del serto tu passi''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Alla regina d'Italia - XX Nov. MDCCCLXXVIII|Alla Regina d'Italia]]'', libro I, vv. 29-30) *''Già il mostro {{NDR|la [[locomotiva a vapore]]}}, conscio di sua metallica | anima, sbuffa, crolla, ansa, i fiammei | occhi sbarra; immane pe 'l buio | gitta il fischio che sfida lo spazio.'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Alla stazione in una mattina d'autunno|Alla stazione in una mattina d'autunno]]'', libro II, vv. 29-32) *''Oh qual caduta di foglie, gelida, | continua, muta, greve, su l'anima! | io credo che solo, che eterno, | che per tutto nel mondo è [[novembre]].'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Alla stazione in una mattina d'autunno|Alla stazione in una mattina d'autunno]]'', libro II, vv. 53-56) *{{NDR|[[Marzo]]}} ''Quale una incinta, su cui scende languida | languida l'ombra del sopore e l'occupa, | disciolta giace e palpita su 'l talamo, | sospiri al labbro e rotti accenti vengono | e súbiti rossor la faccia corrono ||'' [...] ''Chinatevi al lavoro, o validi omeri; | schiudetevi agli amori, o cuori giovani; | impennatevi a sogni, ali dell'anime; | irrompete alla guerra, o desii torbidi: | ciò che fu torna e tornerà nei secoli''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Canto di Marzo|Canto di marzo]]'', libro II, vv. 1-5, 26-30) *[...] ''[[Nuvola|vacche del cielo]]'' [...]. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Canto di Marzo|Canto di marzo]]'', libro II, v. 11) *''L'[[ora]] presente è in vano, non fa che percuotere e fugge, | sol nel [[passato]] è il bello, sol ne la [[morte]] è il vero.'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Presso l'urna di Percy Bysshe Shelley|Presso l'urna di Percy Bysshe Shelley]]'', libro II, vv. 3-4) *''Ah, ma non ivi alcuno de' novi poeti mai surse, | se non tu forse, [[Percy Bysshe Shelley|Shelley]], spirito di titano, | entro virginee forme''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Presso l'urna di Percy Bysshe Shelley|Presso l'urna di Percy Bysshe Shelley]]'', libro II, vv. 41-42) ===Citazioni sulle ''Odi barbare''=== *Le ''Barbare'' sono serti di fiori posti su delle tombe; o corone di cipresso appese ad abbandonate are votive. Il Carducci è apparso come un superstite di altri tempi, venuto a narrare a noi delle saghe antiche, che il secolo desueto non intendeva oramai più. E della sua solitudine ebbe anch'egli coscienza. Onde quella tristezza elegiaca di parecchie, delle più belle e più sincere forse, delle ''Odi barbare'', quella quasi nostalgica adorazione di rovine: quel sentirsi sfiorare dolcemente la fronte dall'ala trista dei secoli: quel desiderio di essere tratto dai fiumi eterni verso l'eterno nulla [...]. ([[Eugenio Donadoni]]) ==''Rime e ritmi''== ===[[Incipit]]=== '''Alla signorina Maria A.''' <poem>O Piccola Maria, di versi a te che importa? Esce la poesia, o piccola Maria, quando malinconia batte del cor la porta. O piccola Maria, di versi a te che importa?</poem> ===Citazioni=== *''Contessa, che è mai la [[vita]]? | È l'ombra d'un sogno fuggente. | La favola breve è finita, | il vero immortale è l'[[amore|amor]].'' (''[[s:Rime e ritmi/Jaufré Rudel|Jaufré Rudel]]'', vv. 73-76) *''Salve, [[Piemonte]]! A te con melodia | mesta, da lungi risonante, come | gli epici canti del tuo popol bravo, | scendono i fiumi. || Scendono pieni, rapidi, gagliardi, | come i tuoi cento battaglioni, e a valle | cercan le deste a ragionar di gloria | ville e cittadi''. (''[[s:Rime e ritmi/Piemonte|Piemonte]]'', 9-16) *[...] ''e da Superga nel festante coro | de le grandi Alpi la regal [[Torino]] | incoronata di [[vittoria]], ed [[Asti]] | repubblicana''. (''[[s:Rime e ritmi/Piemonte|Piemonte]]'', vv. 33-36) *{{NDR|A [[Carlo Alberto di Savoia]]}} [...] ''oggi ti canto, o re de' miei verd'anni, | re per tant'anni bestemmiato e pianto, | che via passasti con la spada in pugno | ed il cilicio | al cristian petto, italo Amleto''. (''[[s:Rime e ritmi/Piemonte|Piemonte]]'', vv. 65-69) *''[[Italia]] | assunta novella tra le genti''. (''[[s:Rime e ritmi/Cadore|Cadore]]'', vv. 163-164) *{{NDR|[[Carlo Goldoni]]}} ''A te, porgente su l'argenteo Sile | le braccia a l'avo da l'opima cuna, | ne la festante ilarità senile | parve la vita accorrere con una || marïonetta in mano. Al sol d'aprile | te fuggente la logica importuna | presago accolse il comico navile | veleggiando la tacita laguna''. (''[[s:Rime e ritmi/Carlo Goldoni|Carlo Goldoni]]'', I, vv. 1-8) *''Quando, novello Procida, | e più vero e migliore''<ref>Per il refuso su ''più vero e maggiore'', {{cfr}} [[Giuseppe Fumagalli]], ''[[s:Chi l'ha detto?|Chi l'ha detto?]]'', Hoepli, 1921, p. [[s:Pagina:Chi l'ha detto.djvu/764#c2046|732]].</ref>'', innanzi e indietro, | arava ei l'onda sicula;'' [...]. (''[[s:Rime e ritmi/Alla figlia di Francesco Crispi|Alla figlia di Francesco Crispi]]'', vv. 17-19) *''Seco venga a' lidi tuoi | fe' d'opre alte e leggiadre, | o isola del sole, o tu d'eroi | [[Sicilia]] antica madre.'' (''[[s:Rime e ritmi/Alla figlia di Francesco Crispi|Alla figlia di Francesco Crispi]]'', vv. 29-32) *[...] ''come, o [[Ferrara]], bello ne la splendida ora d'Aprile | ama il memore sole la tua pace!'' (''[[s:Rime e ritmi/Alla città di Ferrara|Alla città di Ferrara]]'', vv. 5-6) *''Salve, Ferrara, co'l tuo fato in pugno | ultima nata, creatura nova | de l'Appennin, del Po, del faticoso | dolore umano!'' (''[[s:Rime e ritmi/Alla città di Ferrara|Alla città di Ferrara]]'', vv. 93-96) *''Ombra d'un fiore è la beltà, su cui | bianca farfalla poesia volteggia: | eco di tromba che si perde a valle | è la potenza.'' (''[[s:Rime e ritmi/La chiesa di Polenta|La chiesa di Polenta]]'', vv. 13-16) *''Fuga di tempi e barbari silenzi | vince e dal flutto de le cose emerge | sola, di luce a' secoli affluenti | faro, l'[[idea]].'' (''[[s:Rime e ritmi/La chiesa di Polenta|La chiesa di Polenta]]'', vv. 17-20) ==''Rime nuove''== ===[[Incipit]]=== <poem>Ave, o [[rima]]! Con bell'arte su le carte te persegue il trovadore; ma tu brilli, tu scintilli, tu zampilli su del popolo dal cuore. O scoccata tra due baci ne i rapaci volgimenti de la danza, come accordi ne' due giri due sospiri, di memoria e di speranza!</poem> ===Citazioni=== *''[[Sonetto|Breve e amplissimo carme]]'' [...]. (''[[s:Rime nuove/Libro II/Al sonetto|Al sonetto]]'', III, v. 1) *''Pur ne l'ombra de' tuoi lati velami | gli umani tedi, o notte, ed i miei bassi | crucci ravvolgi e sperdi: a te mi chiami, | e con te sola il mio cuor solo stassi. || Di quai d'ozio promesse adempi e sbrami | gl'irrequïeti miei spiriti lassi? | E qual doni potenza a i pensier grami | onde a l'eterno o al nulla errando vassi? || O diva [[notte]], io non so già che sia | questo pensoso e presago diletto | ove l'ire e i dolor l'anima oblia: || ma posa io trovo in te, qual pargoletto | che singhiozza e s'addorme de la pia | ava abbrunata su l'antico petto.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/Di notte|Di notte]]'', VII) *''Te che solinghe balze e mèsti piani | ombri, o [[quercia]] pensosa, io più non amo, | poi che cedesti al capo de gl'insani | eversor di cittadi il mite ramo.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/Colloqui con gli alberi|Colloqui con gli alberi]]'', VIII, vv. 1-4) *''Né te, [[alloro|lauro]] infecondo, ammiro o bramo, | che mènti e insulti, o che i tuoi verdi e strani | orgogli accampi in mezzo al verno gramo | o in fronte a calvi imperador romani.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/Colloqui con gli alberi|Colloqui con gli alberi]]'', VIII, vv. 5-8) *''Amo te, [[vigna|vite]], che tra bruni sassi | pampinea ridi, ed a me pia maturi | il sapïente de la vita oblio.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/Colloqui con gli alberi|Colloqui con gli alberi]]'', VIII, vv. 9-11) *''Ma più onoro l'[[abete]]: ei fra quattr'assi, | nitida [[bara]], chiuda al fin li oscuri | del mio pensier tumulti e il van desio.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/Colloqui con gli alberi|Colloqui con gli alberi]]'', VIII, vv. 12-14) *''T'amo, o pio [[bue|bove]]; e mite un sentimento | di vigore e di pace al cor m'infondi. | O che solenne come un monumento | tu guardi i campi liberi e fecondi, | o che al giogo inchinandoti contento | l'agil opra de l'uom grave secondi:'' [...]. (''[[s:Rime nuove/Libro II/Il bove|Il bove]]'', IX, vv. 1-6) *''Il divino del [[pianura|pian]] silenzio verde''. (''[[s:Rime nuove/Libro II/Il bove|Il bove]]'', IX, v. 14) *''Siede novembre su le vie festanti | ove il maggio s'aprì de' miei pensieri, | e spettral ne la nebbia alza i giganti | templi la tua città, [[Dante Alighieri]]. || Meglio cosí; ch'io non mi vegga avanti | gli academici Lapi e i Bindi artieri: | Io vo' vedere il cavalier de' santi, | il santo io vo' veder de' cavalieri. || Forza di gioventù lieta da' marmi | fiorente, ch'ogni loda a dietro lassi | d'achei scalpelli e di toscani carmi, || degno, [[San Giorgio]] (oh con quest'occhi lassi | il vedess'io), che innanzi a te ne l'armi | un popolo d'eroi vincente passi.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/San Giorgio di Donatello|San Giorgio di Donatello]]'', XIV) *''[[Dante Alighieri|Dante]], onde avvien che i vóti e la favella | levo adorando al tuo fier simulacro, | e me sul verso che ti fè già macro | lascia il sol, trova ancor l'alba novella? |'' [...] ''| son chiesa e impero una ruina mesta | cui sorvola il tuo canto e al ciel risona: | muor Giove, e l'inno del poeta resta''. (''[[s:Rime nuove/Libro II/Dante|Dante]]'', XVI, vv. 1-4 e 12-14) *''L'albero a cui tendevi | la pargoletta mano, | il verde [[melograno]] | da' bei vermigli fior, || nel muto orto solingo | rinverdì tutto or ora | e giugno lo ristora | di luce e di calor. || Tu fior de la mia pianta | percossa e inaridita, | tu de l'inutil vita | estremo unico fior, || sei ne la terra fredda, | sei ne la terra negra; | né il sol più ti rallegra | né ti risveglia amor.'' {{NDR|[[Elegie funebri dalle poesie|elegia funebre]]}} (''[[s:Rime nuove/Libro III/Pianto antico|Pianto antico]]'', XLII) *''[[Maggio]] risveglia i nidi, | maggio risveglia i cuori; | porta le ortiche e i fiori, | i serpi e l'usignol.'' (''[[s:Rime nuove/Libro III/Maggiolata|Maggiolata]]'', L, vv. 1-4) *''La [[nebbia]] agl'irti colli | [[Pioggia|piovigginando]] sale, | e sotto il maestrale | urla e biancheggia il [[mare|mar]]; || ma per le vie del borgo | dal ribollir de' [[Tino (vinificazione)|tini]] | va l'aspro odor de i [[vino|vini]] | l'anime a rallegrar. || Gira sui ceppi accesi | lo spiedo scoppiettando: | sta il cacciator fischiando | su l'uscio a rimirar | tra le rossastre nubi | stormi d'uccelli neri | com'esuli pensieri | nel vespero migrar''. (''[[s:Rime nuove/Libro III/San Martino|San Martino]]'', LVIII, vv. 1-16) *{{NDR|Sulla [[Sicilia]]}} ''Sai tu l'isola bella, a le cui rive | manda il Ionio i fragranti ultimi baci | nel cui sereno mar Galatea vive | e su' monti Aci?'' (''[[s:Rime nuove/Libro IV/Primavere elleniche II|Primavere elleniche II]]'', LXIII, vv- 1-4) *''De l'ombroso pelasgo [[Monte Erice|Èrice]] in vetta | eterna ride ivi Afrodite e impera, | e freme tutt' amor la benedetta | da lei costiera''. (''[[s:Rime nuove/Libro IV/Primavere elleniche II|Primavere elleniche II]]'', LXIII, vv. 5-8) *''Meglio operando oblïar, senza indagarlo; | questo enorme mister de l'[[universo]]!'' (''[[s:Rime nuove/Libro V/Idillio maremmano|Idillio maremmano]]'', LXVII, vv. 38-39) *''Odio la faccia tua stupida e tonda, | l'inamidata cotta, | monacella lasciva ed infeconda, | [[Luna|celeste paölotta]]'' (''[[s:Rime nuove/Libro V/Classicismo e romanticismo|Classicismo e Romanticismo]]'', LXIX, vv. 37-40) *''Si volse il prete a dire: Ite. Potente | ruppe il sole a le nubi sormontando, | e incoronò d'un'iride scendente | la bella donna che sorgea pregando. | Corse tra le figure bizantine | vermiglio un riso come di pudor; | ma la [[Maria|Madonna]] le pupille chine | tenea su 'l figlio, e mormorava – Amor''. (''[[s:Rime nuove/Libro V/Da la qual par ch'una stella si mova|Da la qual par ch'una stella si mova]]'', LXXI, 33-40) *''I [[cipresso|cipressi]] che a Bólgheri alti e schietti | van da San Guido in duplice filar, | quasi in corsa giganti giovinetti | mi balzarono incontro e mi guardâr.'' (''[[s:Rime nuove/Libro V/Davanti san Guido|Davanti san Guido]]'', LXXII, vv. 1-4) *''Su 'l castello di [[Verona]] | batte il [[sole]] a mezzogiorno | da la Chiusa al pian rintrona | solitario un suon di [[Corno (strumento musicale)|corno]],'' [...]. (''[[s:Rime nuove/Libro VI/La leggenda di Teodorico|La leggenda di Teodorico]]'', LXXVI, vv. 1-4) *''Sanguinosa, in un sorriso | di martirio e di splendor: | di [[Severino Boezio|Boezio]] è il santo viso, | del romano senator.'' (''[[s:Rime nuove/Libro VI/La leggenda di Teodorico|La leggenda di Teodorico]]'', LXXVI, vv. 101-104) *[...] ''o noci della [[Carnia]] addio! | Erra tra i vostri rami il pensier mio | sognando l'ombre d'un tempo che fu!'' (''[[s:Rime nuove/Libro VI/Il comune rustico|Il comune rustico]]'', LXXVII, vv. 7-9) *''Cittadini di palagio, | mercanti e buon artieri; | e voi conti di maremma, | dai selvatici manieri; || voi di Corsica visconti, | voi marchesi de' confini; | voi che re siete in Sardegna | ed in [[Pisa]] cittadini; || voi che in volta del levante | mainaste or or la vela: | pria che arrossi la Verruca | e si spenga la candela, || fuori porta del parlascio, | su correte arditamente! | Su, su, popolo di Pisa, | cavalieri e buona gente!'' (''[[s:Rime nuove/Libro VI/Faida di comune|Faida di comune]]'', LXXIX, vv. 109-124) *''Hallali''<ref>''Hallalí'' è grido di caccia nella lingua francese, oggi accolto, credo, anche nelle nobili cacce italiane; e può accogliersi, parmi, perché in fine non è altro che un composto d'interiezioni e di avverbi comuni alle due lingue. {{NDR|Nota del curatore}}</ref>'', hallali, gente d'Habsburgo! | Ad una caccia eterna io con te surgo;'' [...]. (''[[s:Rime nuove/Libro VI/Ninna nanna di Carlo V|Ninna-nanna di Carlo V]]'', LXXX, vv. 33-34) *''Poeta, su 'l tuo capo sospeso ho il tricolore | che da le spiagge d'Istria da l'acque di Salvore | la fedele di Roma, [[Trieste]], mi mandò''. (''[[s:Rime nuove/Libro VI/A Vittore Hugo|A Victor Hugo]]'', LXXXI, vv. 49-51) ==[[Incipit]] di ''Conversazioni critiche''== Lodiamo di buon animo i buoni pensieri ne' due scritti del dott. C., intitolati I beni della letteratura e I mali della lingua latina, intorno agli offici delle lettere e dei letterati, intorno alle pessime condizioni dell'educazione letteraria qual fu e qual è in parte ancora fra noi e alla necessità di una educazione piú veramente civile. ==Citazioni su Giosuè Carducci== *A Giosuè Carducci, un dì tanto combattuto pe' suoi eccessi verbali, furono alla fine tributati onori singolari. Non solo egli fu chiamato "il poeta della terza Italia", ch'è appena cominciata, ma il Parlamento nazionale gli decretò un monumento a Roma; dove non l'hanno Virgilio, Dante, Michelangelo, Colombo, Vittorio Alfieri, primo poeta e profeta del Risorgimento, e neppure Alessandro Volta, la cui scoperta torna oggi sì possente alla civiltà del mondo. Ma a Roma era rivolta l'anima del poeta maremmano; il verso di Dante sul "gran veglio" simbolico,<br><div style="text-align:center;">E Roma guarda sì come suo speglio,</div>si adatta a lui, avvivatore delle tradizioni italiche. ([[Raffaello Barbiera]]) *Antiromantico, antimanzoniano ed anticristiano si dichiarò apertamente Giosuè Carducci, quando poco più che ventenne incominciò a farsi conoscere nella sua Toscana. Armato di cultura pagana e classica parve dapprima scendere in campo come un restauratore del classicismo, quasi un continuatore del Foscolo e dell'Alfieri; ma non tardò ad affermare la sua personalità gettando in quella forma classica pensieri modernissimi, come nell'''Inno a Satana'' che è un entusiastico saluto al progresso ed alla libertà. ([[Pietro Orsi]]) *[[Bologna]] era bella, amabile, degna di essere goduta con l'anima e la carne. Dietro le luminose vetrine della libreria Zanichelli aleggiava ancora lo spirito eternamente corrucciato del Carducci. ([[Rino Alessi]]) *Carducci è l'ultima tempra d'uomo che abbia avuto la nostra poesia, l'ultimo poeta che nel mondo non abbia veduto soltanto se stesso, ma anche il prossimo. È un uomo quadrato, più ricco di fantasia che Pascoli e D'Annunzio e più complesso di entrambi nel suo svolgimento poetico. ([[Attilio Momigliano]]) *Egli sembra, anche nell'aspetto, una di quelle foreste sul lido del suo mare, le quali anche nella più quieta serenità pare che si contorcano alle raffiche del libeccio. ([[Giovanni Pascoli]]) *Gli italiani nuovi sono stati tutti più o meno scolari del Carducci; hanno imparato alla sua scuola qualche cosa.<br>Egli insegnava non soltanto dalla cattedra e coi libri, ma con la persona e quasi con l'aspetto soltanto, maschio e severo, con tutto l'esempio di una vita spesa nel lavoro assiduo e glorioso, con tutta la forza di verità e di schiettezza che si comunicava dalla sua presenza muta. ([[Renato Serra]]) *Fra i postillatori di libri delle pubbliche biblioteche dobbiamo comprendere anche {{sic|Giosue}} Carducci<ref>La variante ''Giosue'' non è del tutto inconsueta: è utilizzata anche dalla ''[https://www.treccani.it/enciclopedia/giosue-carducci/ Enciclopedia on line Treccani]''.</ref>: però il Carducci giovinetto, che quando egli fu più maturo nessuno lo superò nell'amore e nel rispetto dei libri, dei libri suoi, nonché dei libri altrui. Il Carducci dal 1849 al 1852, mentre era scolaro nei corsi di Umanità e di Retorica alle Scuole Pie di Firenze, frequentò la [[Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze|Biblioteca Nazionale]], allora Magliabechiana, e [[Salomone Morpurgo]] ha voluto ricercare nei registri di quel tempo i ricordi delle letture di lui. Egli compare la prima volta nel registro il 4 dicembre 1849, e poi molte altre volte dopo, firmando talora col solo cognome, altre volte premettendovi le iniziali G. A. che richiamano anche il suo secondo nome di battesimo, Alessandro, e assai spesso anche collo pseudonimo di ''GAC de la Valle''. In un esemplare dell'''Acerba'' di [[Cecco d'Ascoli]], in fine del libro V, sotto i versi della famosa invettiva contro Dante, così il Carducci scrisse di suo pugno: ''Questo poeta, dopo che tanto e tanto ciarlato ha, Niuno l'ha inteso e niun lo intenderà. G. Carducci, E. Nencioni: 20 giugno 1850''. ([[Giuseppe Fumagalli]]) *Giosuè Carducci in mezzo al culto amoroso della poesia non ha abbandonato gli studi severi della critica. Nel Carducci conviene distinguere due persone, il poeta ed il critico; il primo non rassomiglia punto al secondo. Enotrio poeta è impetuoso, irrequieto, impaziente d'ogni difficoltà, e sempre pronto a rompere, come il Duca di Borgogna, l'orologio se suoni un'ora che lo chiami a ciò ch'egli non vuole. Il critico invece medita lungamente e scrive avvisato ed arguto, sapendo unire agli splendori dell'immaginazione la forma {{sic|culta}} ed elegante, l'erudizione profonda. Il Carducci sa tenersi lontano dalla nebulosità del De Sanctis, dalla elegante leggerezza del Settembrini, dalla troppo minuziosa analisi del Camerini e si manifesta co' suoi ''Studi letterarî'' uno dei più dotti ed arguti critici d'Italia, accoppiando alla serietà alemanna, la vivacità ed il calore degli ingegni del mezzogiorno. ([[Pompeo Gherardo Molmenti]]) *Il Carducci è l'ultimo dei poeti dell'Italia antica, più che il primo dei poeti dell'Italia nuova. ([[Eugenio Donadoni]]) *L'ispirazione carducciana è figlia dell'erudizione, e il Carducci è così strano poeta che, dopo d'avere incominciato tardi a produrre i suoi {{sic|capilavori}}, lascia trascorrere anni ed anni tra l'uno e l'altro e ne produce pochissimi. ([[Paolo Orano]]) *La storia nell'anima di Carducci, con buona pace del suo metodo storico, è quasi sempre una proiezione di presente negli sfondi lontani, per dargli autorità e obiettività. La storia in Carducci è polemica. Poeta della storia potrebbe al più significare poeta drammatico, e Carducci non creò una persona artistica fuori della sua personalità lirica. ([[Scipio Slataper]]) *Ma non si può né si deve dire che Giosuè Carducci sia il poeta di un'epoca, l'uomo rappresentativo di qualche cosa come una civiltà. No. Nell'opera sua manca ogni creazione di idee. Carducci deriva, non crea; e deriva non soltanto il pensiero che, del resto, in lui è sempre allo stato frammentario, dai Greci, dai Latini, dai Tedeschi e dai Francesi; ma anche l'immagine. È forse difficile sostenere che nell'opera poetica e prosastica del Carducci esista una immagine tutta carducciana. ([[Paolo Orano]]) *Per il Carducci la fede non fu la ''grande affaire''. Se oggi impreca al semitico nume, se domani esalta l'umil saluto dell'ave, egli non obbedisce a credenze profonde ma a due motivi, uno di serenità uno di malinconia, sorgenti, a distanza di anni, nella sua anima. Raccontano che in una placida notte, contemplando il cielo stellato, esclamasse: credo in Dio. L'aneddoto è verosimile (anche a proposito del [[Voltaire]] se ne riporta uno di tal genere), e sta a dimostrare il carattere lirico di codeste sue affermazioni. Credeva in Dio quella notte perché, secondo lo stile biblico, le meraviglie del creato gli parlavano di lui; ma il giorno dopo, nel lavoro consueto, spenta la luce stellare, il Dio notturno scompare nel [[panteismo]] dell'universo. ([[Giovanni Rabizzani]]) *Quando il Carducci morì, parve per un momento che la sua statura morale dovesse oscurare a lungo quelle della generazione a lui contemporanea e di altre successive che avrebbero dovuto attingere alla poesia gli ideali e alla personalità morale di lui norme di vita. In verità scompariva e scendeva con lui nella tomba una Italia che i panegiristi, i chroniqueurs, i falsi scolari, i critici maggiori e minori credevano d'intendere, gridando a gran voce con lagrime di dolore le lodi di un uomo che, vivo, si sarebbe violentemente e rudemente liberato di quel coro profano: che non sarebbe stato né posa né gesto platonico, come non erano state ciò le ribellioni del Carducci alla esaltazione cieca della sua personalità poetica e {{sic|prattica}}. ([[Francesco Piccolo (filologo)|Francesco Piccolo]]) *Quando pensiamo al Carducci uomo non sappiamo separare questo dagli altri elementi del suo carattere morale, sicché noi lo vediamo ancora un po' come il maestro e il consigliere di tutte le generazioni. Per altro egli rimane ancora vivo nella coscienza di tutti, anche se ad uso d'una certa coscienza giovanile in formazione è stato ridotto a pezzi d'antologia i quali non danno la misura né del carattere morale né del carattere poetico di lui. Rimane nella scuola, perché la scuola è la più conservatrice di tutte le istituzioni. ([[Francesco Piccolo (filologo)|Francesco Piccolo]]) *Questa concezione formalistica della poesia come un mestiere artistico infinitamente difficile, e come tale da prendere molto sul serio, ha per il Carducci una grande seduzione anche perché a lui di rado è concesso di mettere in armonici versi un puro avvenimento personale, i propri dolori e le proprie gioje. Non che egli mancasse di calore e di sincerità di sentimento. La morte della madre, e specialmente la perdita dell'unico {{sic|figlietto}}, gli toccarono profondamente il cuore. Ma egli era troppo virile ed anche troppo schivo per abbandonarsi a lamenti poetici, all'incirca come il piagnucoloso [[Giovanni Pascoli|Pascoli]]. La poesiola ''Pianto antico'', sulla morte del figlio, ci tocca così profondamente appunto perché è quasi l'unica lacrima nell'occhio di un uomo forte, che non è solito piangere. ([[Karl Vossler]]) *Sul Giosuè Carducci, scrissi due libri per dire alle genti: L'uomo di cui avete fatto l'apoteosi fu un volgare tornacontista, ed eccone qua le prove:<br />– Egli cantò la bianca croce di Savoia: ma a Versailles aveva già – con l'ajuto di [[Immanuel Kant|Emanuele Kant]] – decapitato un re.<br />– Egli, nell'Adige, celebrò il re Umberto: ma nell' Anniversario della Repubblica aveva già detto corna della monarchia.<br />– Egli chiamò il [[Giuseppe Mazzini]]: «Ezechiele in Campidoglio»; ma aveva già chiamato il Mazzini: «il sultano della libertà che mandava sicari ad ammazzare i galantuomini.»<br />– Aveva cantato il diavolo in un inno che fece andare in visibilio tutti i marinatori delle scuole d'Italia, onde era salito, di primo acchito, alla gloria di poeta di [[Satana]]; ma poscia quell'inno egli chiamò chitarronata, e ragazzacci sgrammaticanti chiamò coloro che, a causa di quell'inno, avevano strombazzato il suo nome alle quattro plaghe del mondo.<br />– Aveva schiaffeggiato il Galileo di rosse chiome e decapitato Dio con l'ajuto del [[Robespierre]]; ma poscia inneggiò alla chiesa di Polenta, alla dolce figlia di Jesse, a Dio ottimo massimo. ([[Andrea Lo Forte Randi]]) *Torna alla mente con gran tristezza di desiderio il tempo che io {{sic|studiava}} a Bologna; e la rivedo ancora quella severa e lunga aula dell'università con i finestroni dai vetri verdognoli che prendono luce dal pian terreno del cortile interno: la rivedo tutta gremita di uditori; tutti col viso rivolto e teso ad un punto, in silenzio: seduti sui banchi, fitti in piedi e addossati agli angoli, presso la porta d'ingresso. E quelle teste, le più giovanilmente vive, altre {{sic|grige}} o canute, altre di donne diffondenti in quella austerità non so quale femminile lietezza, mi pare ancora di udire la sua voce che si spandeva ora vibrata, staccata, nervosa; ora lenta, commossa e saliente come nembo d'incenso. Su l'alta cattedra, in fondo, appariva quel capo poderoso, curvo fra i cubiti, con la fronte ferma, come diga a reggere l'onda irrompente del pensiero; la breve mano bianca agitata a ricercare il libro o l'appunto, pur non ristando la voce.<br>Qualche volta, sopravvenendo le tenebre, accennava gli recassero una candela e se la poneva da presso; e allora quella fiammella rossa che or s'allungava in sottile piramide e stava immota, ora ballava come un folletto, faceva in quella penombra strani effetti su quel volto animato dall'idea creatrice.<br>Era l'autunno o era l'inverno nevoso: eppure per quella tetra sala in alto passava la primavera al suono della sua voce, l'eterna primavera del pensiero che Egli ogni volta evocava, viva, luminosa, presente fuori dai secoli che furono. ([[Alfredo Panzini]]) *Un altro poeta, forte e geniale, dimostra nell'opera sua l'indole scultorea spiccatissima: poeta contemporaneo, latinamente italiano fin nelle midolla: Giosuè Carducci.<br>Abbiamo veduto che [[Dante Alighieri|Dante]], come poeta scultore, è l'anima di Michelangelo che parla in voce di poesia, vedremo ora che il Carducci rispecchia invece nell'opera sua ora la classica plasticità di Houdon, ora la forza atletica di Puget, ora l'impetuosità del moto di Francesco Rude.<br>Egli è insomma un ingegno moderno, figlio del nostro secolo, perché rivela nella sua poesia certi fremiti di vita, certe singolari movenze leonine che gli antichi, né in scultura, né in pittura, né in poesia non conobbero mai. ([[Adolfo Padovan]]) *Vorrei mandarle un mazzo di rose grande più di me, vorrei creare una parola nuova che racchiudesse tutto ciò che ha di soave la gratitudine e di sublime la gioia, per dirle quello che sento Amo tutto ciò ch'Ella ha corretto nei miei versi. (Benedetti versi che mi hanno ispirato l'ardire di venire da Lei!). ([[Annie Vivanti]]) ===[[Albano Sorbelli]]=== *Il Carducci fu sempre un [[Irredentismo italiano|irredentista]], se al vocabolo diamo il significato di chi voleva la unità completa della patria, e la patria degna del suo destino. E accenni frequenti trovansi nei ''Levia gravia'' e specie nei ''Giambi ed Epodi''. Ma ci fu un fatto che molto contribuì a richiamare la mente del Carducci sui popoli dell'[[Istria]] e del [[Trentino]] che aspettavano, che sospiravano la rivendicazione: la sua visita a [[Trieste]] nel 1878. Come ridire le accoglienze festose, affettuose, commoventi, di fratello al maggior fratello che egli vi ebbe? Come ripetere la impressione profonda che in lui destarono le fiorenti terre e i bianchi casolari e le soleggiate città che si stendono lungo la costa dei golfi di Trieste e del [[Quarnaro]]? *Il Carducci ribelle irriducibile degli anni che corsero dal 1867 al 1878, il bestemmiatore, come lo dissero i suoi avversari, dell'Italia, che chiamava ''vile'' per viemeglio spingerla all'azione, si andava lentamente cambiando, o meglio intonandosi ai tempi che pure essi cambiavansi per condizioni e fatti nuovi. Il repubblicano violento veniva smorzando lentamente le fiamme della ribellione e l'astio contro la monarchia; sebbene in ogni tempo rifulgesse in lui quell'amore all'Italia, quel santo affetto di patria, che lo aveva mosso a scrivere e a operare sino dagli anni più lontani. E continuava a ripetere a tutti, e in tutti i toni, che l'Italia era fiacca, che si appagava ormai solo di parole vane, di alti gridi; e occorreva invece por mano alle opere; e {{sic|sopratutto}} occorreva una nuova educazione sapientemente democratica; un senso della realtà, un solido piano di ricostruzione del paese, un coordinamento al nobilissimo fine di ''fare'' l'Italia, ora che gli Italiani erano tutti uniti in [[Roma]]. *L'[[Triplice alleanza (1882)|alleanza italo-austriaca]] irritò il Carducci, che aveva sempre dinanzi le mal vietate Alpi retiche e giulie; l'assassinio di Oberdan gli andò diritto come una lama aguzza al cuore.<br>E ferito entro l'anima, còlto come da una crisi divina e furibonda, cantò; cantò in prosa, con una veemenza, con una forza, con un ardore che solo in pochi momenti della ispirazione carducciana può riscontrarsi. Tutto egli sentì il problema dell'irredentismo, tutta egli vide la vergogna di un'alleanza con l'Austria che ci spegneva i figli, tutto il rancore intese ridestarsi dentro contro la secolare tormentatrice del popolo e del sangue italiano. ==Note== <references/> ===Fonti=== <references group="fonte"/> ==Bibliografia== *Giosuè Carducci, ''[[s:A Satana|A Satana]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 377-386. *Giosuè Carducci, ''[https://archive.org/details/bozzettiescherme00carduoft/page/n8/mode/1up Bozzetti e scherme]'', Zanichelli, Bologna, 1920. *Giosuè Carducci, ''[https://books.google.it/books?id=jasTAAAAQAAJ Ceneri e faville: serie prima, 1859-1870]'', Zanichelli, Bologna, 1891. *Giosuè Carducci, ''[https://archive.org/details/operecard11carduoft?q=Francesco+Coccapieller Ceneri e faville: serie terza e ultima, 1877-1901]'', Zanichelli, Bologna, 1902. *Giosuè Carducci, ''[https://books.google.it/books?hl=it&id=4O8IAQAAMAAJ Confessioni e battaglie: serie prima]'', a cura di Mario Saccenti, Mucchi, 2001. *Giosuè Carducci, ''[https://books.google.it/books?hl=it&id=BB6J7Geq_aoC Confessioni e battaglie: serie seconda]'', Zanichelli, Bologna, 1913. *Giosuè Carducci, ''[https://www.gutenberg.org/files/46843/46843-h/46843-h.htm Conversazioni critiche]'', Sommaruga, 1884. *Giosuè Carducci, ''[[s:Canzone di Legnano|Della «Canzone di Legnano»]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 1037-1048. *Giosuè Carducci, ''[[s:Giambi ed epodi|Giambi ed epodi]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 387-512. *Giosuè Carducci, ''[[s:Levia Gravia|Levia Gravia]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 267-376. *Giosuè Carducci, ''[[s:Odi barbare|Odi barbare]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 777-940. *Giosuè Carducci, ''[[s:Rime e ritmi|Rime e ritmi]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 941-1036. *Giosuè Carducci, ''[[s:Rime nuove|Rime nuove]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 535-776. ==Altri progetti== {{Interprogetto|s=Autore:Giosuè Carducci}} ===Opere=== {{Pedia|A Satana||(1863)}} {{Pedia|Odi barbare||(1877)}} {{Pedia|Giambi ed Epodi|''Giambi ed epodi''|(1882)}} {{Pedia|Rime nuove||(1887)}} {{DEFAULTSORT:Carducci, Giosuè}} [[Categoria:Poeti italiani]] [[Categoria:Scrittori italiani]] 9ejdcw7nggyw87ypx02xry5vxgutpvg 1420629 1420628 2026-07-16T14:03:19Z Gaux 18878 /* Citazioni di Giosuè Carducci */ ordine delle citazioni 1420629 wikitext text/x-wiki {{PDA}} [[Immagine:Giosuè Carducci2.jpg|thumb|Giosuè Carducci]] {{Premio|Nobel|la letteratura '''(1906)'''}} '''Giosuè Alessandro Giuseppe Carducci''' (1835 – 1907), poeta italiano. Usò lo pseudonimo '''Enotrio Romano''' nelle sue opere giovanili. ==Citazioni di Giosuè Carducci== *{{NDR|Su [[Gabriele Rossetti]], ''Il veggente in solitudine'', novena seconda, II, IV-VI}} A me non avvien mai di rileggere questi versi, che un brivido non mi prenda e non mi si inumidiscano gli occhi. Sento che è cotesto il solo stipendio che gli uomini possano dare al poeta; che è cotesta la sola consolazione alle fatiche ineffabili, ai patimenti non creduti di chi l'arte ama di amore. Beato quello fra voi, o giovani italiani, che potrà raggiungere cotesto premio; del quale a non pochi nobili ingegni negò la natura fin la speranza, fino il pensiero, fino la degna estimazione.<ref group="fonte">Da ''Le poesie di Gabriele Rossetti'', Barbera, Firenze, 1861, prefazione, [https://archive.org/stream/poesie00cardgoog#page/n67/mode/2up pp. LXV-LXVI]; citato in [[Vittorio Turri]], ''Dizionario storico manuale della letteratura italiana (1000-1900)'', [http://books.google.it/books?id=BOcOAAAAIAAJ&pg=PA320 p. 320].</ref> *{{NDR|Sul [[passo del Bernina]]}} Agosto 19. Ore 9 a.m. Ospizio Bernina. Belvedere, Tre Laghi. Coro delle nubi che salgono dai ghiacciai e avvolgono le vette degli Spitz a lato del Bernina. Noi saliamo e trasmutiamo, voi scendete e dileguate, ma ci ritroviamo e ci rimescoliamo eternamente: noi vi infondiamo atomi del presente, voi li tramandate all'avvenire.<ref group="fonte">Da ''Ricordi autobiografici. Saggi e frammenti'', 1896; citato in ''[https://www4.ti.ch/fileadmin/DECS/DCSU/UAPCD/documenti/20230317_mappa_premi_nobel.pdf Premi Nobel per la letteratura. Guida letteraria della Svizzera italiana]'', 17 marzo 2023, ''ti.ch''.</ref> *{{NDR|Riferendosi alla giovane poetessa [[Annie Vivanti]]}} Annie, la tua pochezza mi riposa.<ref group="fonte">Citato in [[Enzo Biagi]], ''Diciamoci tutto'', Edizione CDE su licenza di Arnoldo Mondatori Editore, Milano, 1984, p. 107.</ref> *Colui che potendo [[parlare|dire]] una cosa in dieci [[parola|parole]] ne impiega dodici, io lo ritengo capace delle peggiori azioni.<ref group="fonte">Citato in [[Dino Segre]], ''Sette delitti'', Sonzogno.</ref> *{{NDR|Sullo ''[[Giacomo Leopardi#Zibaldone|Zibaldone]]''}} È una mole di 4526 facce lunghe e larghe mezzanamente, tutte vergate di man dell'autore, d'una scrittura spesso fitta, sempre compatta, eguale, accurata, corretta. Contengono un numero grandissimo di pensieri, appunti, ricordi, osservazioni, note, conversazioni e discussioni, per così dire, del giovine illustre con sé stesso su l'animo suo, la sua vita, le circostanze; a proposito delle sue letture e cognizioni; di filosofia, di letteratura, di politica; su l'uomo, su le nazioni, su l'universo; materia di considerazioni più ampia e variata che non sia la solenne tristezza delle operette morali; considerazioni poi liberissime e senza preoccupazioni, come di tale che scriveva giorno per giorno per sé stesso e non per gli altri, intento, se non a perfezionarsi, ad ammaestrarsi, a compiangersi, a istoriarsi. Per sé stesso notava e ricordava il [[Giacomo Leopardi|Leopardi]], non per il pubblico: ciò non per tanto gran conto ei doveva fare di questo suo ponderoso manoscritto, se vi lavorò attorno un indice amplissimo e minutissimo, anzi più indici, a somiglianza di quelli che i commentatori olandesi e tedeschi solevano apporre alle edizioni dei classici. Quasi ogni articolo di quella organica enciclopedia è segnato dell'anno del mese e del giorno in cui fu scritto, e tutta insieme va dal luglio del 1817 al 4 dicembre del 1832; ma il più è tra il '17 e il '27, cioè dei dieci anni della gioventù più feconda e operosa, se anche trista e dolente.<ref group="fonte">Dall'[[s:Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura/Introduzione|introduzione]] ai ''Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura''.</ref> *{{NDR|Inno di [[Goffredo Mameli]]}} Fu composto l'otto settembre del quarantasette, all'occasione di un primo moto di Genova per le riforme e la guardia civica; e fu ben presto l'inno d'Italia, l'inno dell'unione e dell'indipendenza, che risonò per tutte le terre e in tutti i campi di battaglia della penisola nel 1848 e 49.<ref group="fonte">Da ''Bozzetti critici e discorsi letterari'', coi tipi di Franc. Vigo, Livorno, 1876, [https://books.google.it/books?id=N48HAAAAQAAJ&pg=PA252 p. 252].</ref> *''Gemono i rivi e mormorano i venti | freschi a la savoiarda alpe natia. | Qui suon di ferro, e di furore accenti |[[Maria Teresa Luisa di Savoia-Carignano|Signora di Lamballe]], a l'Abbadia. || E giacque, tra i capelli aurei fluenti, | ignudo corpo in mezzo de la via; | e un parrucchier le membra anco repenti | con sanguinose mani allarga e spia. || Come tenera e bianca e come fina! | un giglio il collo e tra mughetti pare | garofano la bocca piccolina. || Su, co' begli occhi del color del mare, | su, ricciutella, al Tempio! A la regina | il buon dì de la morte andiamo a dare''.<ref group="fonte">Da ''Ça ira'', Casa editrice Sommaruga, Roma, 1883, [https://archive.org/details/airasettembremd00cardgoog/page/n48/mode/1up VIII, p. 39].</ref> *''Io sono e resto quale fui | e attendo la grande ora.''<ref group="fonte">Citato in [[Leo Longanesi]], ''In piedi e seduti'', Longanesi, 1968.</ref> *L'[[Accademia dell'Arcadia|Arcadia]] conservò certe buone tradizioni di stile; vi fu anche una tale Arcadia e bisogna parlarne con un po' di creanza.<ref>Prefazione alle ''Rime'' del Petrarca; citato in [[Emanuele Portal]], ''L'Arcadia'', Remo Sandron Editore, 1922, [https://archive.org/details/larcadia00portuoft/page/82/mode/1up p. 82].</ref> *l'arte e la letteratura sono l'emanazione morale della civiltà, la spirituale irradiazione dei popoli.<ref group="fonte">Da ''Bozzetti critici e discorsi letterari'', coi tipi di Franc. Vigo, Livorno, 1876, [https://books.google.it/books?id=N48HAAAAQAAJ&pg=PA457 p. 457].</ref> *Nel 1454 {{NDR|[[Janus Pannonius]]}} si tramutava a Padova a studiare diritto canonico quattro anni, e ne riportò i gradi accademici. Nel soggiorno veneto {{sic|dee}} aver composto il panegirico a [[Giacomo Antonio Marcello]], patrizio e provveditore nella guerra sostenuta dalla Repubblica con [[Filippo Maria Visconti]] (esam. 2870, distici 20): ne' quali versi è notevole la facilità del descrivere i particolari minuti e sottili delle {{sic|marcie}} e i grandi e nuovi delle flotte trasportate su per i monti da un lago all'altro.<ref group="fonte">Da ''La gioventù di [[Ludovico Ariosto]] e la poesia latina in Ferrara''; in ''La {{sic|coltura}} estense e la gioventù dell'Ariosto'', Edizione Nazionale delle opere di Giosuè Carducci, volume tredicesimo, Nicola Zanichelli Editore, pp. 175-176; citato (parzialmente) in Janus Pannonius, ''Epigrammi lascivi'', traduzione di Gianni Toti, Fahrenheit 451, 1997, p. 16. ISBN 88-86095-03-1</ref> *Nella sua poesia [...] c'è molta facilità, ma vi si desidera tutto quello che fa la poesia vera. È un fatto per me oramai fermo: codesti meridionali, dal più al meno, recano nella poesia quella volubilità delle loro chiacchiere, che si devolve per lunghi meandri di versi sciolti o per cadenzati intrecciamenti di strofe senza una cura al mondo del pensiero. Il poeta [[Napoli|napoletano]] tipo è il [[Giovan Battista Marino|Marino]]. È inutile: i meridionali non sono poeti né artisti, non ostante tutte le apparenze: sono musici e filosofi. La poesia (anche questo parrà un paradosso) è delle genti più prosaiche e fredde della Toscana e del Settentrione.<ref group="fonte">Dalla lettera ad un amico che gli aveva inviato un volume di poesie di un giovane napoletano; citato in [[Benedetto Croce]], ''La letteratura della nuova Italia, Saggi critici'', vol. IV, Giuseppe Laterza & Figli, Bari, 1922<sup>2</sup> riveduta, pp. 311-312.</ref> *Sai che il ''[[Walt Whitman#Foglie d'erba|Fogliame]]'' americano io l'ho tradotto a lettera tre volte con il mio maestro d'inglese, un italiano che scappò in America di 17 anni e ci è stato ventitré, e ha fatto il capitano al servizio della Repubblica nella guerra di secessione contro gli Stati del Sud? È una bestia, sempre ubriaco; ma sente e respira l'America; e non sa quasi nulla d'Italiano; me lo commentava facendo gesti e urli feroci. E mi venne subito la voglia di tradurlo in esametri omerici. Tutti quei nomi a catalogo! Quelle enumerazioni, successioni, quella serie di sentimenti straordinarie e vere! Io ne rimasi e ne sono rapito! Dopo i grandissimi poeti colossali, [[Omero]], [[William Shakespeare|Shakespeare]], [[Dante Alighieri|Dante]], ecc. ci sarà del più pensato, del più profondo, del più perfetto, ma nulla così immediato e originale.<ref group="fonte">Da una lettera all'amico Enrico Nencioni; citato nella prefazione di [[Antonio Spadaro]], p. 29 in Walt Whitman, ''Canto una vita immensa'', a cura di Antonio Spadaro, Ancora, Milano, 2009. ISBN 88-514-0632-4</ref> *Non rampare di aquile e leoni, non sormontare di belve rapaci, nel santo vessillo; ma i colori della nostra primavera e del nostro paese, dal Cenisio all'Etna; le nevi delle Alpi, l'aprile delle valli, le fiamme dei vulcani.<ref group="fonte">Durante i solenni festeggiamenti per il primo Centenario del [[Bandiera d'Italia|Tricolore]], Reggio Emilia, 7 gennaio 1897; citato in Carlo Azeglio Ciampi e Alberto Orioli, ''Non è il paese che sognavo: taccuino laico per i 150 anni dell'unità d'Italia'', Il Saggiatore, 2010, [https://books.google.it/books?id=ffXnyZPMyR8C&pg=PA90 p. 90]. ISBN 8842816469</ref> *Non sa ella, signora Contessa, che Domineddio fece apposta il [[Lambrusco]] per annaffiare la carne dell'[[maiale|animale]] fausto ad [[Enea]] e caro ad [[Antonio abate|Antonio abbate]]? E io, per glorificare Dio e benedire la sua provvidenza, mi fermai a Modena a lungo a meditare la Sapienza.<ref group="fonte">Da una lettera alla contessa Ersilia Lovatelli, Bologna, seconda decade di gennaio 1884; in ''Lettere'', vol. 14, Zanichelli, 1952, p. 240.</ref> *[[Francesco Pastonchi|Pastonchi]]? mai letto tanti brutti versi.<ref group="fonte">Citato in [[Bonaventura Caloro]], ''È lo stato che crea la nazione'', ''La Fiera Letteraria'', aprile 1973.</ref> *Qui il paese è veramente bello, tale che fa intendere la Scuola [[Umbria|umbra]]: che linee d'orizzonte, che digradante vaporoso di monti in lontananza! Fui ad [[Assisi]]: è una gran bella cosa, paese, città e santuario, per chi intende la natura e l'arte nei loro accordi con la storia, con la fantasia con gli affetti degli uomini. Sono tentato di far due o tre poesie su Assisi e [[Francesco d'Assisi|San Francesco]].<ref group="fonte">Da una lettera a [[Giuseppe Chiarini]], Perugia, 26 luglio 1877; citato in ''La dolce stagione'', [[Luigi Russo]], Editrice Giuseppe Principato, Milano, 1940, p. 454.</ref> *''Se già sotto l'ale | del nero cappello | nel [[vino|vin]] Cromüello | cercava il signor,<ref>Qui il poeta fa riferimento ad un episodio narrato dal [[René de Chateaubriand|Chateaubriand]] in ''Quatre Stuarts''. Secondo lo scrittore francese, [[Oliver Cromwell|Cromwell]], sorpreso a bere, avrebbe detto agli amici: «Credono che cerchiamo il Signore, ma noi cerchiamo solo un cavatappi» (Il cavatappi era caduto).</ref> || ne' colmi bicchieri | ricerco pur io | men fiero un iddio, | ricerco l'amor.''<ref group="fonte">Da ''[[s:Levia Gravia/Libro II/Brindisi|Brindisi]]'' in ''Levia gravia'', XXV, vv. 1-8.</ref> *Sette anni fu alla scuola e al convitto del [[Guarino Veronese|Guarino]]; e vi formò lo stile e il costume, quello caldo e abbondante, questo cordiale e sciolto. Ne fan testimonianza gli epigrammi (410, in due libri), per grandissima parte di argomento e sentimento italiani, scritti i più nella gioventù prima; la cui licenza, se bene sia da riferire al genere e al modello [...] e sia da credere che Giano ostenti in gara con lui sporcizia e villania, pure ci appar di soverchio candida la fede e l'attestazione di [[Vespasiano da Bisticci|Vespasiano]], per quanto s'intendeva de' suoi costumi, esser fama che Giovanni fosse vergine.<ref group="fonte">Da ''La gioventù di [[Ludovico Ariosto]] e la poesia latina in Ferrara''; in ''La {{sic|coltura}} estense e la gioventù dell'Ariosto'', Edizione Nazionale delle opere di Giosuè Carducci, volume tredicesimo, Nicola Zanichelli Editore, pp. 174-175.</ref> *Stamane ho cacciato a sassate un [[organo a rullo|organetto]] che mi sonava sotto la finestra.<ref group="fonte">Da ''Lettere'', volume 14°, Nicola Zanichelli Editore, Bologna, 1944 e segg., p. 204; citato in Salvatore Battaglia, ''Grande Dizionario della Lingua Italiana'', Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, 1984, p. 78.</ref> ==''A Satana''== ===[[Incipit]]=== <poem>A te, dell'essere principio immenso, materia e spirito, ragione e senso; mentre ne' calici il vin scintilla sì come l'anima nella pupilla.</poem> ===Citazioni=== *''Via l'aspersorio, | prete, e 'l tuo metro! | no, prete, [[Satana]] | non torna in dietro!'' (vv. 21-24) *''Nella [[materia]] | che mai non dorme, | re dei fenomeni, | e delle forme, | sol vive Satana.'' (vv. 37-41) *''E già già tremano | mitre e corone: | dal chiostro brontola | la ribellione, | e pugna e prèdica | sotto la stola | di fra' [[Girolamo Savonarola|Girolamo | Savonarola]]''. (vv. 153-160) *''Gitta i tuoi vincoli, | uman pensiero, | e splendi e folgora | di fiamme cinto; | materia, inalzati: | Satana ha vinto.'' (vv. 163-168) ===[[Explicit]]=== <poem>Salute, o Satana, o ribellione, o forza vindice della ragione! Sacri a te salgano gl'incensi e i voti! Hai vinto il Geova de' sacerdoti.</poem> ==''Bozzetti e scherme''== *[...] il [[Giuseppe Regaldi|Regaldi]] considera con roseo ottimismo tutte le cose e gli uomini tutti. Egli, come ogni poeta da natura e nello stato di natura, è buono. Ammira facilmente, facilissimamente loda; per lui non vi sono né scuole, né partiti, né sette: cita Giuseppe Mazzini e il commendatore Minghetti; ama il Cibrario e il Brofferio; il Prati, Norberto Rosa ed il Révere. È un uomo egregio, che vi apre le braccia e vi sorride di primo acchito; che si esalta della sua stessa parola, e prorompe nella lirica. La sua critica in fatti non è altro che lirica. (p. 9) *[[Vignola]] è bella terra che giace un po' come Firenze (''si licet'' con quel che segue), se non che ha più apertura e più sfondo, a piè dell'Appennino, tra bei colli e bei fiumi. Benedetta di ubertà e d'ingegno, produsse il [[Jacopo Barozzi da Vignola|Barozzi]] il [[Ludovico Antonio Muratori|Muratori]] e il [[Agostino Paradisi|Paradisi]]; e produce cavoli stupendi, a cui non ho veduto gli eguali nelle mostre agrarie d'Italia. Rammento i cavoli, e frutte vistosissime, e prosciutti molto promettenti; perché alla commemorazione delle glorie passate vollesi unire la dimostrazione del lavoro presente in una esposizione d'agricoltura e d'industria. E fu ottimo consiglio. L'Italia è stata troppo inebriata finora d'idealismo: per me un bel [[cavolo]] e ben coltivato è cosa molto più estetica di cinquecento canti della poesia odierna e di mille cento articoli della stampa anche di opposizione. (p. 104) *[...] le <span style="letter-spacing:1px">[[Operette morali]]</span> e i <span style="letter-spacing:1px">Pensieri</span> sono di quelle scritture che "гоdono a scorza a scorza", come Dante direbbe, il cuore e il cervello dal quale escono. (p. 162) *{{NDR|[[Émile Littré]]}} Uomo di tre anime lo avrebber chiamato gli antichi: noi nel totale meraviglioso del suo lavoro dobbiamo anche singolarmente ammirare la ramificazione logica delle ricerche, il progressivo abbarbicare degli studi, il sapiente indentamento delle molte ruote della sua operosità intellettuale in tanti congegni e tutti di effettiva utilità, e più ancora la perseveranza, la coerenza, la virtù, con le quali quel nobilissimo ingegno vide, segui, raggiunse l'unità finale. (pp. 301-302) *Il [[Auguste Barbier|Barbier]] – discorriamo un po' di politica, se pure la politica quando passi per l'arte ha da chiamarsi ancora così –, non ostante i suoi entusiasmi per ''la grande populace'', non era mica un [[Georges Jacques Danton|dantoniano]], e, tanto meno, un [[Jacques-René Hébert|hebertista]]. Saltando su la restaurazione {{sic|constituzionale}} e l'impero conquistatore, egli fermavasi, è vero, alla repubblica vittoriosa, giusta, costumata, illuminata, che fu l'ideale dei migliori di Francia per più anni dopo il '93. Ma egli, come tutti quasi i cresciuti dopo il '15, era inzuppato di quell'idealismo che avendo per {{sic|gaz}} alimentatore il cristianesimo civile coronava il suo quieto e quasi lunare irraggiamento co 'l mistico alone del romanticismo liberale. (pp. 331-332) *Egli {{NDR|Auguste Barbier}} il poeta, traeva nella pubblica luce il quarto Stato e le sue piaghe, non per {{sic|conscienza}} politica o previsione ch'egli avesse del prossimo avvenire; ma per un sentimento di benigna equità, direi quasi di carità, direi quasi di sdegno evangelico contro i godenti e i trionfanti del secolo; si spingeva fino al socialismo, ma all' ombra della croce. Simile in ciò a molti di quella nobile ma debole generazione romantica. (pp. 332-333) *La {{sic|imagine}} della contessa [[Maria Teresa Gozzadini|Gozzadini]] a me piace ricercarla nell'amena solitudine di Ronzano più ancora che nel salottino pompeiano del suo palazzo di via Santo Stefano, ove pure lo spirito di lei scattava cosi luminoso dall'attrito della varia conversazione. Io amo ricollocarla lassù, tra quelle grandi querce, tra quei cipressi nella loro vecchiezza immobili quasi {{sic|mète}} di secoli. Ella, che in gioventù dipinse il paesaggio, che era cresciuta in mezzo a' poeti, aveva della natura un sentimento e una percezione profonda, e sapeva farsene una rappresentazione affettuosa e prossima più che i paesisti e poeti italiani, troppo vagando sui colori e la superficie, non usino avere e rendere. (pp. 373-374) *Quando conobbi da prima la contessa Gozzadini, mi parve di ravvisare specialmente nelle linee degli angoli frontali i tratti del viso di [[Dante Alighieri|Dante]]. Non lo dissi allora; ma un artista di poi mi notò con più franca asseveranza quello che a me era parso vedere: e ora leggo fatta la stessa osservazione da uno scienziato americano, e so che lo zio Serego offeriva una strana somiglianza co 'l ritratto dell'Alighieri. (p. 374) *La contessa Gozzadini avendo, oltre il nobil sentire, un singolar temperamento di facoltà vive fini ed argute, di ciò che sentiva e osservava s'era avvezza a rendersi ragione, facendosene un concetto suo ed esprimendolo con verità ferma e immediata. Non enfasi mai, ch'è indizio di anima debole e falsa: non sentimentalità, ch'è accusa d'anima debole e dura: un gran disprezzo della volgarità, vizio ormai comune in basso ed in alto: un ragionar fitto, serrato, giusto, con un guardarvi fiso e chiaro negli occhi, con lampi d'amori e di sdegni, e di quando in quando uno scatto o una scrollata di spalle, poetica, ghibellina. (p. 382) *{{NDR|Maria Teresa Gozzadini}} Leggeva Dante, e se ne recava seco il volume anche nelle ascensioni alpine; ma non lo teneva in mostra, né mai ne le udii far citazioni e sol una ne ho veduta nelle lettere. Grande amica dell'[[Aleardo Aleardi|Aleardi]], e pure non baciava mai le amiche, e non diceva ''angelo'' né anche alle bambine. Così forte uscì dalla fantastica morbidezza della società veronese, cosi schietta passò tra la compassata e liscia gravità bolognese: senza sforzi e atteggiamenti da originale, temperando la franchezza con una gran gentilezza signorile. (p. 382) *Se la [[poesia]] è e ha da essere arte, ciò che dicesi forma è e ha da essere della poesia almeno tre quarti. Un [[poeta]] che trascuri la forma non è un poeta: è uno che ha in grandissima stima sé stesso e in assai basso concetto il prossimo suo, co 'l quale in somma egli tratta cosi: – Vedi, tu devi leggere questa roba, non perché sia poesia, ma perché è la {{sic|ebullizione}} del mio cervello e la secrezione del mio cuore: il qual cuore e il qual cervello sono gli organi privilegiati di quel grande idealista, di quel gran realista, di quel grande umorista, di quel bellissimo [[Endimione]] della natura che sono io –. (p. 420) *Egli {{NDR|[[Guido Mazzoni (letterato)|Guido Mazzoni]]}} tradusse [[Meleagro di Gadara|Meleagro]] e traduce [[Gaio Valerio Catullo|Catullo]] con rara agevolezza e felicità, e ha insieme un debole per la letteratura moderna, specialmente francese. Così tra per la facilità dell'ingegno suo fiorentino e per lo snodamento, acquistato con la coltura e l'esercizio, delle facoltà e tendenze estetiche, egli sgomitola i versi e i metri più difficili che non par fatto suo, e le forme scabre e malagevoli ad altri gli sguisciano levigate e lucide dalla mano, e certe stranezze cercate paiono nel suo stile naturali. Ma a questa sua elegante facilità il Mazzoni, diciamolo sùbito, si lascia andare un po' troppo; e qualche volta dà per rappresentazione fantastica la fosforescenza della frase solleticata dal metro, e all'atteggiamento esterno non ha rispondente sempre un movimento interno dello spirito o un guizzo dell'idea. (pp. 420-421) ==''Ceneri e faville''== *Ai giudizi dei [[Nemico|nemici]] vuolsi avere sempre la debita osservanza. (serie prima, p. ii) *''Fratelli, | per diverse terre le vostre ossa | per l'Italia tutta il nome, | ma la religione di voi è qui | e passa | di generazione in generazione | ammonendo | che scienza è libertà''. (serie prima, p. 76) *{{NDR|Parlando della regione [[Marche]]}} Così benedetta da [[Dio]] di bellezza di varietà di ubertà, tra questo digradare di monti che difendono, tra questo distendersi di mari che abbracciano, tra questo sorgere di colli che salutano, tra questa apertura di valli che arridono. (dal discorso tenuto a Recanati il 29 giugno 1898 in occasione del 1° centenario della nascita di [[Giacomo Leopardi]], serie terza e ultima; p. 26) *[...] verrà il giorno che il Severo e Clemente, liberatore della città, amatore del mondo, tribuno augusto [[Francesco Coccapieller]], sfromboli giù per il Corso a furia di sferzinate il Parlamento italiano a correre il palio, ignudo. (serie terza e ultima; p. 261) ==''Confessioni e battaglie''== ===Serie prima=== *È pure un vil facchinaggio quello di dovere o volere andar d'accordo co' molti! (p. 122) *[...] la letteratura che da due secoli ha dato e dà forme più logiche, più spigliate, più facili al pensiero moderno è senza dubbio la [[Letteratura francese|francese]], e per la letteratura di Francia son passate e sonosi mescolate le diverse correnti del genio moderno [...]. (p. 167) *I giovini non possono generalmente esser [[critico|critici]]; e, per due o tre che riescano, cento lasciano ai rovi della via i brandelli del loro ingegno o ne vengon fuori tutti inzaccherati di pedanteria e tutti irti le vesti di pugnitopi: la critica è per gli anni maturi. (p. 170) *[...] la [[repubblica]], per me, è l'esplicazione storica e necessaria e l'assettamento morale della democrazia ne' suoi termini razionali: la repubblica, per me è il portato logico dell'umanesimo che pervade ormai tutte le istituzioni sociali. (p. 270) ===Serie seconda=== *L'[[arte]], come la concepisco e come non arrivo a farla io, è cosa altamente e perfettamente [...] aristocratica. (p. 53) *{{NDR|Su [[Francesco Giuseppe I d'Austria]]}} Riprendemmo Roma al papa, riprenderemo Trieste all'imperatore. A questo imperatore degl'impiccati. (p. 209) *''[[Guglielmo Oberdan]] | morto santamente per l'Italia | terrore ammonimento rimprovero | ai tiranni di fuori | ai vigliacchi di dentro.'' {{NDR|[[Epigrammi|epigramma]]}} (p. 223) *[...] l'Inghilterra [...] vanta la più originale e la più libera e la più vera delle [[Letteratura inglese|letterature]] moderne [...]. (<!--da ''Mosche cocchiere'', -->p. 453) *E la nuova generazione ha il diritto di farsi avanti e che non gli s'impedisca il terreno alle prove, tanto più che parecchi di quei gagliardi hanno valore e destrezza al maneggio più che non vogliasi o non s'infinga credere dai mal disposti. Ahi triste cosa l'invidia alla gioventù! e brutto segno di piccolo e pigro animo nelle persone e di vecchiezza degenerante ne' popoli l'[[Misoneismo|odio a ciò che è o vuole o pare esser nuovo]]! Ma le mosche, per altro, le mosche cocchiere sono pur le male bestie e noiose! Si fermano alla prima osteria e van ronzando negli orecchi alla gente – Vedete là quella carrozzaccia tutta stinta e sdrucita e sgangherata, co' sedili che paiono schiene d'asini pelati, con una rota sola e mezzo timone? Quella è la carrozza del nostro paese. Ma ora veniamo in questo paese a rifarla, e ci abbiamo attaccato un Pegaso Pacolet, e sono io che guido. Zu, zu, zu. – A un viaggiatore scappa la pazienza e tira una cenciata – Va via, brutta bestia. (<!--da ''Mosche cocchiere'', -->pp. 469-470) ==''Della «Canzone di Legnano»''== ===[[Incipit]]=== {{centrato|IL PARLAMENTO<br />I.}}<br /> <poem>Sta Federico imperatore in Como. Ed ecco un messaggero entra in Milano da Porta Nova a briglie abbandonate. «Popolo di Milano,» ei passa e chiede, «fatemi scorta al console Gherardo.» Il consolo era in mezzo de la piazza, e il messagger piegato in su l'arcione parlò brevi parole e spronò via. Allor fe' cenno il console Gherardo, e squillaron le trombe a parlamento.</poem> ===Citazioni=== *''Ed allora per tutto il parlamento | trascorse quasi un fremito di belve.'' (vv. 115-116) *''Venne il dì nostro | (o milanesi), e vincere bisogna.'' (v. 122-123<ref group="fonte">Citato in [[Giuseppe Fumagalli]], ''[[s:Chi l'ha detto?|Chi l'ha detto?]]'', Hoepli, 1921, p. [[s:Pagina:Chi l'ha detto.djvu/661#c1839|629]].</ref>) ==''Giambi ed epodi''== ===[[Incipit]]=== <poem>No, non son morto. Dietro me cadavere Lasciai la prima vita. Sopra i vólti Che m'arrideano impallidîr le rose, Moriro i sogni de la prima età.</poem> ===Citazione=== *''Coraggio, amici. Se di vive fonti | córse, tócco dal santo, il balzo alpin''<ref>Si accenna alla fonte che secondo la leggenda [[Francesco d'Assisi|San Francesco]] fece scaturire presso il santuario della Verna. {{NDR|Nota del curatore}}</ref>'' | a voi saggi ed industri i patrii monti | iscaturiscan di fumoso [[vino|vin]]; || del vin ch'edúca il forte suolo amico | di ferro e zolfo con natia virtú: | co 'l quale io libo al padre Tebro antico, | al Tebro tolto al fin di [[servitù]]''. (''[[s:Giambi ed epodi/Libro I/Agli amici della valle Tiberina|Agli amici della valle Tiberina]]'', I, vv. 29-36) *''Oh non per questo dal fatal di [[Scoglio di Quarto|Quarto]] | lido il naviglio de i mille salpò, | né Rosolino Pilo aveva sparto | suo gentil sangue che vantava Angiò''. (''[[s:Giambi ed epodi/Libro I/La Consulta araldica|La Consulta araldica]]'', XI, vv. 25-28<ref group="fonte">Citato in [[Giuseppe Fumagalli]], ''[[s:Indice:Chi l'ha detto.djvu|Chi l'ha detto?]]'', U. Hoepli, Milano, 1921, p. 381.</ref>) *''Maledetta | sii tu, mia patria antica, | su cui l'onta de l'oggi e la vendetta | de i secoli s'abbica!'' (''[[s:Giambi ed epodi/Libro I/In morte di Giovanni Cairoli|In morte di Giovanni Cairoli]]'', XIII, vv. 117-120) *''La nostra patria è vile.'' (''[[s:Giambi ed epodi/Libro I/In morte di Giovanni Cairoli|In morte di Giovanni Cairoli]]'', XIII, v. 132) *''Impronta Italia domandava Roma, | [[Bisanzio]] essi le han dato.'' (''[[s:Giambi ed epodi/Libro II/Per Vincenzo Caldesi|Per Vincenzo Caldesi]]'', XVIII, vv. 27-28) *{{NDR|[[Giuseppe Mazzini]]}} ''E un popol morto dietro a lui si mise. || Esule antico, al ciel mite e severo | leva ora il volto che giammai non rise, | — tu sol — pensando — o idëal, sei vero.'' (''[[s:Giambi ed epodi/Libro II/Giuseppe Mazzini|Giuseppe Mazzini]]'', XXIII, vv. 11-14) *''Ma voi siete cristiane, o Maddalene! | Foste da' preti a scuola. | Siete moderne! avete ne le vene | l'Aretino e il Loiola''. (''[[s:Giambi ed epodi/Libro II/A proposito del processo Fadda|A proposito del processo Fadda]]''<ref group="fonte">Citato in [[Giuseppe Fumagalli]], ''[[s:Indice:Chi l'ha detto.djvu|Chi l'ha detto?]]'', Hoepli, 1921, p. 536.</ref>, XXIX, vv. 45-48) *{{NDR|Da [[Perugia]]}} ''E il sol nel radiante azzurro immenso | fin de gli [[Abruzzo|Abruzzi]] al biancheggiar lontano | folgora, e con desio d'amor più intenso | ride a' monti de l'[[Umbria]] e al verde piano''. (''[[s:Giambi ed epodi/Libro II/Il canto dell'Amore|Il canto dell'amore]]'', XXX, vv. 37-40) *''Da le vie, da le piazze gloriose, {{NDR|dell'[[Umbria]]}} | ove, come dal maggio ilare a i dì | boschi di querce e cespiti di rose, | la libera de' padri arte fiorì''; [...]. (''[[s:Giambi ed epodi/Libro II/Il canto dell'Amore|Il canto dell'amore]]'', XXX, vv. 81-84) ==''Juvenilia''== ===[[Incipit]]=== <poem>Ah per te<ref>Al libro [1866].</ref> Orazio prèdica al vento! Del patrio carcere non sei contento, la chiave abomini grata a i pudichi, agogni a l'aere de' luoghi aprichi. E dove, o misero, dove n'andrai. Dove un ricovero trovar potrai, o de' miei giovini lustri diletto, o mio carissimo tenue libretto?</poem> ===Citazioni=== *{{NDR|[[Vittorio Alfieri]]}} ''O de l'italo agon supremo atleta | misurator, di questa setta imbelle, | che stranïata il sacro allòr ti svelle | che vuol la santa bile irrequïeta? || E a qual miri sai tu splendida meta | ed a che fin drizzato abbian le stelle | questa età che di ciance e di novelle | per quanto ingozzi e più e più si asseta''? (''[[s:Juvenilia/Libro III/Vittorio Alfieri|Vittorio Alfieri]]'', XLIII, vv. 1-8) *{{NDR|[[Dante Alighieri]]}} ''Forti sembianze di novella vita | circondar la tua cuna, | o re del canto che più alto mira. | Gentil virago ardita, | quale non vider mai le argive sponde | né le latine, e d'amor balda e d'ira, | te venìa la bella | toscana libertade; e il pargoletto | già magnanimo petto | ti confortava de la sua mammella. | Tutta accesa ne' raggi di sua sfera, | mite insieme ed austera, | venne la fede; e per un popoloso | di visioni e d'ombre oscuro lito | la porta ti mostrò dell'infinito''. (''[[s:Juvenilia/Libro IV/Dante|Dante]]'', LX, vv. 1-15) *''Dimmi, triangoluzzo mio squadrato, | che al mondo se' degli animali rari, | furono prima i ciuchi o i somari? | e quel tuo capo è un circolo o un quadrato? || Anco: il cervel, se fior te n'è restato, | è isoscelo o scaleno o ha lati pari? | Se' tu l'ambasciador de' calendari, | o un parallelogrammo battezzato?'' (''[[s:Juvenilia/Libro V/A un geometra|A un geometra]]'', LXX, vv. 1-8) *''Or chi pria leverà d'[[Italia]] il grido | spezzando il vario, infame, antico freno? | Di martiri e d'eroi famoso nido, | voi [[Modena]] e [[Bologna]]. Oh al dì sereno || di libertà cresciute, anime altere | tra i ceppi sanguinanti e gli egri esigli | e gli orrendi martòri in prigion nere, || voi ne' tedeschi e ne' papali artigli | chi più mai renderà, poi che un volere | raccoglie alfin de la gran madre i figli?'' (''[[s:Juvenilia/Libro VI/Modena e Bologna|Modena e Bologna]]'', XC, vv. 5-14) ==''Odi barbare''== ===[[Incipit]]=== <poem>Odio l'usata [[poesia]]: concede comoda al vulgo i flosci fianchi e senza palpiti sotto i consueti amplessi stendesi e dorme. A me la strofe vigile, balzante co 'l plauso e 'l piede ritmico ne' cori: per l'ala a volo io còlgola, si volge ella e repugna.</poem> ===Citazioni=== *''Lieta del fato [[Brescia]] raccoltemi, | Brescia la forte, Brescia la ferrea, | Brescia leonessa d'Italia | beverata nel sangue nemico.'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Alla Vittoria - Tra le rovine del tempio di Vespasiano in Brescia|Alla Vittoria, tra le rovine del tempio di Vespasiano in Brescia]]'', libro I, vv. 37-40) *''Salve, [[Umbria]] verde, e tu del puro fonte | nume Clitumno!'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Alle fonti del Clitumno|Alle fonti del Clitumno]]'', libro I, vv. 25-26) *''[[Roma]], ne l'aer tuo lancio l'anima altera volante: | accogli, o Roma, e avvolgi l'anima mia di luce''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Roma|Roma]]'', libro I, vv. 1-2) *''Anch'ei, tra 'l dubbio giorno d'un gotico | tempio avvolgendosi, l'[[Dante Alighieri|Alighier]] trepido | cercò l'immagine di Dio nel gemmeo | pallore d'una femina''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/In una chiesa gotica|In una chiesa gotica]]'', libro I, vv. 21-24) *''Surge nel chiaro inverno la fosca turrita [[Bologna]], | e il colle di sopra bianco di neve ride''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Nella piazza di San Petronio|Nella piazza di San Petronio]]'', libro I, vv. 1-2) *[...] ''quando [[Odoacre]] dinanzi a l'impeto | di [[Teodorico il Grande|Teodorico]] cesse, e tra l'èrulo | eccidio passavan sui carri | dritte e bionde le donne amàle || entro la bella [[Verona]], odinici | carmi intonando: raccolta al vescovo | intorno, l'italica plebe | sporgea la croce supplice a' Goti''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Davanti il Castel Vecchio di Verona|Davanti il Castel Vecchio di Verona]]'', libro I, vv. 5-12) *{{NDR|Sul [[Lago di Garda]]}} [...] ''una gran tazza argentea, || cui placido olivo per gli orli nitidi corre | misto a l'eterno lauro.'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Sirmione|Sirmione]]'', libro I, v. 4) *''Breve ne l'onda placida avanzasi | [[Scoglio di Quarto|striscia di sassi]]. Boschi di lauro | frondeggiano dietro spirando | effluvi e murmuri ne la sera. |'' [...] ''| Par che da questo nido pacifico | in picciol legno l'uom debba movere | secreto a colloqui d'amore | leni su zefiri, la sua donna | fisa guatando l'astro di [[Venere (astronomia)|Venere]].'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Scoglio di Quarto|Scoglio di Quarto]]'', libro I, vv. 1-4, 9-13) *''Superba ardeva di lumi e cantici | nel mar morenti lontano [[Genova]] | al vespro lunare dal suo | arco marmoreo di palagi.'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Scoglio di Quarto|Scoglio di Quarto]]'', libro I, vv. 29-32) *''Fulgida e bionda ne l'adamantina | luce del serto tu passi''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Alla regina d'Italia - XX Nov. MDCCCLXXVIII|Alla Regina d'Italia]]'', libro I, vv. 29-30) *''Già il mostro {{NDR|la [[locomotiva a vapore]]}}, conscio di sua metallica | anima, sbuffa, crolla, ansa, i fiammei | occhi sbarra; immane pe 'l buio | gitta il fischio che sfida lo spazio.'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Alla stazione in una mattina d'autunno|Alla stazione in una mattina d'autunno]]'', libro II, vv. 29-32) *''Oh qual caduta di foglie, gelida, | continua, muta, greve, su l'anima! | io credo che solo, che eterno, | che per tutto nel mondo è [[novembre]].'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Alla stazione in una mattina d'autunno|Alla stazione in una mattina d'autunno]]'', libro II, vv. 53-56) *{{NDR|[[Marzo]]}} ''Quale una incinta, su cui scende languida | languida l'ombra del sopore e l'occupa, | disciolta giace e palpita su 'l talamo, | sospiri al labbro e rotti accenti vengono | e súbiti rossor la faccia corrono ||'' [...] ''Chinatevi al lavoro, o validi omeri; | schiudetevi agli amori, o cuori giovani; | impennatevi a sogni, ali dell'anime; | irrompete alla guerra, o desii torbidi: | ciò che fu torna e tornerà nei secoli''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Canto di Marzo|Canto di marzo]]'', libro II, vv. 1-5, 26-30) *[...] ''[[Nuvola|vacche del cielo]]'' [...]. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Canto di Marzo|Canto di marzo]]'', libro II, v. 11) *''L'[[ora]] presente è in vano, non fa che percuotere e fugge, | sol nel [[passato]] è il bello, sol ne la [[morte]] è il vero.'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Presso l'urna di Percy Bysshe Shelley|Presso l'urna di Percy Bysshe Shelley]]'', libro II, vv. 3-4) *''Ah, ma non ivi alcuno de' novi poeti mai surse, | se non tu forse, [[Percy Bysshe Shelley|Shelley]], spirito di titano, | entro virginee forme''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Presso l'urna di Percy Bysshe Shelley|Presso l'urna di Percy Bysshe Shelley]]'', libro II, vv. 41-42) ===Citazioni sulle ''Odi barbare''=== *Le ''Barbare'' sono serti di fiori posti su delle tombe; o corone di cipresso appese ad abbandonate are votive. Il Carducci è apparso come un superstite di altri tempi, venuto a narrare a noi delle saghe antiche, che il secolo desueto non intendeva oramai più. E della sua solitudine ebbe anch'egli coscienza. Onde quella tristezza elegiaca di parecchie, delle più belle e più sincere forse, delle ''Odi barbare'', quella quasi nostalgica adorazione di rovine: quel sentirsi sfiorare dolcemente la fronte dall'ala trista dei secoli: quel desiderio di essere tratto dai fiumi eterni verso l'eterno nulla [...]. ([[Eugenio Donadoni]]) ==''Rime e ritmi''== ===[[Incipit]]=== '''Alla signorina Maria A.''' <poem>O Piccola Maria, di versi a te che importa? Esce la poesia, o piccola Maria, quando malinconia batte del cor la porta. O piccola Maria, di versi a te che importa?</poem> ===Citazioni=== *''Contessa, che è mai la [[vita]]? | È l'ombra d'un sogno fuggente. | La favola breve è finita, | il vero immortale è l'[[amore|amor]].'' (''[[s:Rime e ritmi/Jaufré Rudel|Jaufré Rudel]]'', vv. 73-76) *''Salve, [[Piemonte]]! A te con melodia | mesta, da lungi risonante, come | gli epici canti del tuo popol bravo, | scendono i fiumi. || Scendono pieni, rapidi, gagliardi, | come i tuoi cento battaglioni, e a valle | cercan le deste a ragionar di gloria | ville e cittadi''. (''[[s:Rime e ritmi/Piemonte|Piemonte]]'', 9-16) *[...] ''e da Superga nel festante coro | de le grandi Alpi la regal [[Torino]] | incoronata di [[vittoria]], ed [[Asti]] | repubblicana''. (''[[s:Rime e ritmi/Piemonte|Piemonte]]'', vv. 33-36) *{{NDR|A [[Carlo Alberto di Savoia]]}} [...] ''oggi ti canto, o re de' miei verd'anni, | re per tant'anni bestemmiato e pianto, | che via passasti con la spada in pugno | ed il cilicio | al cristian petto, italo Amleto''. (''[[s:Rime e ritmi/Piemonte|Piemonte]]'', vv. 65-69) *''[[Italia]] | assunta novella tra le genti''. (''[[s:Rime e ritmi/Cadore|Cadore]]'', vv. 163-164) *{{NDR|[[Carlo Goldoni]]}} ''A te, porgente su l'argenteo Sile | le braccia a l'avo da l'opima cuna, | ne la festante ilarità senile | parve la vita accorrere con una || marïonetta in mano. Al sol d'aprile | te fuggente la logica importuna | presago accolse il comico navile | veleggiando la tacita laguna''. (''[[s:Rime e ritmi/Carlo Goldoni|Carlo Goldoni]]'', I, vv. 1-8) *''Quando, novello Procida, | e più vero e migliore''<ref>Per il refuso su ''più vero e maggiore'', {{cfr}} [[Giuseppe Fumagalli]], ''[[s:Chi l'ha detto?|Chi l'ha detto?]]'', Hoepli, 1921, p. [[s:Pagina:Chi l'ha detto.djvu/764#c2046|732]].</ref>'', innanzi e indietro, | arava ei l'onda sicula;'' [...]. (''[[s:Rime e ritmi/Alla figlia di Francesco Crispi|Alla figlia di Francesco Crispi]]'', vv. 17-19) *''Seco venga a' lidi tuoi | fe' d'opre alte e leggiadre, | o isola del sole, o tu d'eroi | [[Sicilia]] antica madre.'' (''[[s:Rime e ritmi/Alla figlia di Francesco Crispi|Alla figlia di Francesco Crispi]]'', vv. 29-32) *[...] ''come, o [[Ferrara]], bello ne la splendida ora d'Aprile | ama il memore sole la tua pace!'' (''[[s:Rime e ritmi/Alla città di Ferrara|Alla città di Ferrara]]'', vv. 5-6) *''Salve, Ferrara, co'l tuo fato in pugno | ultima nata, creatura nova | de l'Appennin, del Po, del faticoso | dolore umano!'' (''[[s:Rime e ritmi/Alla città di Ferrara|Alla città di Ferrara]]'', vv. 93-96) *''Ombra d'un fiore è la beltà, su cui | bianca farfalla poesia volteggia: | eco di tromba che si perde a valle | è la potenza.'' (''[[s:Rime e ritmi/La chiesa di Polenta|La chiesa di Polenta]]'', vv. 13-16) *''Fuga di tempi e barbari silenzi | vince e dal flutto de le cose emerge | sola, di luce a' secoli affluenti | faro, l'[[idea]].'' (''[[s:Rime e ritmi/La chiesa di Polenta|La chiesa di Polenta]]'', vv. 17-20) ==''Rime nuove''== ===[[Incipit]]=== <poem>Ave, o [[rima]]! Con bell'arte su le carte te persegue il trovadore; ma tu brilli, tu scintilli, tu zampilli su del popolo dal cuore. O scoccata tra due baci ne i rapaci volgimenti de la danza, come accordi ne' due giri due sospiri, di memoria e di speranza!</poem> ===Citazioni=== *''[[Sonetto|Breve e amplissimo carme]]'' [...]. (''[[s:Rime nuove/Libro II/Al sonetto|Al sonetto]]'', III, v. 1) *''Pur ne l'ombra de' tuoi lati velami | gli umani tedi, o notte, ed i miei bassi | crucci ravvolgi e sperdi: a te mi chiami, | e con te sola il mio cuor solo stassi. || Di quai d'ozio promesse adempi e sbrami | gl'irrequïeti miei spiriti lassi? | E qual doni potenza a i pensier grami | onde a l'eterno o al nulla errando vassi? || O diva [[notte]], io non so già che sia | questo pensoso e presago diletto | ove l'ire e i dolor l'anima oblia: || ma posa io trovo in te, qual pargoletto | che singhiozza e s'addorme de la pia | ava abbrunata su l'antico petto.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/Di notte|Di notte]]'', VII) *''Te che solinghe balze e mèsti piani | ombri, o [[quercia]] pensosa, io più non amo, | poi che cedesti al capo de gl'insani | eversor di cittadi il mite ramo.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/Colloqui con gli alberi|Colloqui con gli alberi]]'', VIII, vv. 1-4) *''Né te, [[alloro|lauro]] infecondo, ammiro o bramo, | che mènti e insulti, o che i tuoi verdi e strani | orgogli accampi in mezzo al verno gramo | o in fronte a calvi imperador romani.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/Colloqui con gli alberi|Colloqui con gli alberi]]'', VIII, vv. 5-8) *''Amo te, [[vigna|vite]], che tra bruni sassi | pampinea ridi, ed a me pia maturi | il sapïente de la vita oblio.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/Colloqui con gli alberi|Colloqui con gli alberi]]'', VIII, vv. 9-11) *''Ma più onoro l'[[abete]]: ei fra quattr'assi, | nitida [[bara]], chiuda al fin li oscuri | del mio pensier tumulti e il van desio.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/Colloqui con gli alberi|Colloqui con gli alberi]]'', VIII, vv. 12-14) *''T'amo, o pio [[bue|bove]]; e mite un sentimento | di vigore e di pace al cor m'infondi. | O che solenne come un monumento | tu guardi i campi liberi e fecondi, | o che al giogo inchinandoti contento | l'agil opra de l'uom grave secondi:'' [...]. (''[[s:Rime nuove/Libro II/Il bove|Il bove]]'', IX, vv. 1-6) *''Il divino del [[pianura|pian]] silenzio verde''. (''[[s:Rime nuove/Libro II/Il bove|Il bove]]'', IX, v. 14) *''Siede novembre su le vie festanti | ove il maggio s'aprì de' miei pensieri, | e spettral ne la nebbia alza i giganti | templi la tua città, [[Dante Alighieri]]. || Meglio cosí; ch'io non mi vegga avanti | gli academici Lapi e i Bindi artieri: | Io vo' vedere il cavalier de' santi, | il santo io vo' veder de' cavalieri. || Forza di gioventù lieta da' marmi | fiorente, ch'ogni loda a dietro lassi | d'achei scalpelli e di toscani carmi, || degno, [[San Giorgio]] (oh con quest'occhi lassi | il vedess'io), che innanzi a te ne l'armi | un popolo d'eroi vincente passi.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/San Giorgio di Donatello|San Giorgio di Donatello]]'', XIV) *''[[Dante Alighieri|Dante]], onde avvien che i vóti e la favella | levo adorando al tuo fier simulacro, | e me sul verso che ti fè già macro | lascia il sol, trova ancor l'alba novella? |'' [...] ''| son chiesa e impero una ruina mesta | cui sorvola il tuo canto e al ciel risona: | muor Giove, e l'inno del poeta resta''. (''[[s:Rime nuove/Libro II/Dante|Dante]]'', XVI, vv. 1-4 e 12-14) *''L'albero a cui tendevi | la pargoletta mano, | il verde [[melograno]] | da' bei vermigli fior, || nel muto orto solingo | rinverdì tutto or ora | e giugno lo ristora | di luce e di calor. || Tu fior de la mia pianta | percossa e inaridita, | tu de l'inutil vita | estremo unico fior, || sei ne la terra fredda, | sei ne la terra negra; | né il sol più ti rallegra | né ti risveglia amor.'' {{NDR|[[Elegie funebri dalle poesie|elegia funebre]]}} (''[[s:Rime nuove/Libro III/Pianto antico|Pianto antico]]'', XLII) *''[[Maggio]] risveglia i nidi, | maggio risveglia i cuori; | porta le ortiche e i fiori, | i serpi e l'usignol.'' (''[[s:Rime nuove/Libro III/Maggiolata|Maggiolata]]'', L, vv. 1-4) *''La [[nebbia]] agl'irti colli | [[Pioggia|piovigginando]] sale, | e sotto il maestrale | urla e biancheggia il [[mare|mar]]; || ma per le vie del borgo | dal ribollir de' [[Tino (vinificazione)|tini]] | va l'aspro odor de i [[vino|vini]] | l'anime a rallegrar. || Gira sui ceppi accesi | lo spiedo scoppiettando: | sta il cacciator fischiando | su l'uscio a rimirar | tra le rossastre nubi | stormi d'uccelli neri | com'esuli pensieri | nel vespero migrar''. (''[[s:Rime nuove/Libro III/San Martino|San Martino]]'', LVIII, vv. 1-16) *{{NDR|Sulla [[Sicilia]]}} ''Sai tu l'isola bella, a le cui rive | manda il Ionio i fragranti ultimi baci | nel cui sereno mar Galatea vive | e su' monti Aci?'' (''[[s:Rime nuove/Libro IV/Primavere elleniche II|Primavere elleniche II]]'', LXIII, vv- 1-4) *''De l'ombroso pelasgo [[Monte Erice|Èrice]] in vetta | eterna ride ivi Afrodite e impera, | e freme tutt' amor la benedetta | da lei costiera''. (''[[s:Rime nuove/Libro IV/Primavere elleniche II|Primavere elleniche II]]'', LXIII, vv. 5-8) *''Meglio operando oblïar, senza indagarlo; | questo enorme mister de l'[[universo]]!'' (''[[s:Rime nuove/Libro V/Idillio maremmano|Idillio maremmano]]'', LXVII, vv. 38-39) *''Odio la faccia tua stupida e tonda, | l'inamidata cotta, | monacella lasciva ed infeconda, | [[Luna|celeste paölotta]]'' (''[[s:Rime nuove/Libro V/Classicismo e romanticismo|Classicismo e Romanticismo]]'', LXIX, vv. 37-40) *''Si volse il prete a dire: Ite. Potente | ruppe il sole a le nubi sormontando, | e incoronò d'un'iride scendente | la bella donna che sorgea pregando. | Corse tra le figure bizantine | vermiglio un riso come di pudor; | ma la [[Maria|Madonna]] le pupille chine | tenea su 'l figlio, e mormorava – Amor''. (''[[s:Rime nuove/Libro V/Da la qual par ch'una stella si mova|Da la qual par ch'una stella si mova]]'', LXXI, 33-40) *''I [[cipresso|cipressi]] che a Bólgheri alti e schietti | van da San Guido in duplice filar, | quasi in corsa giganti giovinetti | mi balzarono incontro e mi guardâr.'' (''[[s:Rime nuove/Libro V/Davanti san Guido|Davanti san Guido]]'', LXXII, vv. 1-4) *''Su 'l castello di [[Verona]] | batte il [[sole]] a mezzogiorno | da la Chiusa al pian rintrona | solitario un suon di [[Corno (strumento musicale)|corno]],'' [...]. (''[[s:Rime nuove/Libro VI/La leggenda di Teodorico|La leggenda di Teodorico]]'', LXXVI, vv. 1-4) *''Sanguinosa, in un sorriso | di martirio e di splendor: | di [[Severino Boezio|Boezio]] è il santo viso, | del romano senator.'' (''[[s:Rime nuove/Libro VI/La leggenda di Teodorico|La leggenda di Teodorico]]'', LXXVI, vv. 101-104) *[...] ''o noci della [[Carnia]] addio! | Erra tra i vostri rami il pensier mio | sognando l'ombre d'un tempo che fu!'' (''[[s:Rime nuove/Libro VI/Il comune rustico|Il comune rustico]]'', LXXVII, vv. 7-9) *''Cittadini di palagio, | mercanti e buon artieri; | e voi conti di maremma, | dai selvatici manieri; || voi di Corsica visconti, | voi marchesi de' confini; | voi che re siete in Sardegna | ed in [[Pisa]] cittadini; || voi che in volta del levante | mainaste or or la vela: | pria che arrossi la Verruca | e si spenga la candela, || fuori porta del parlascio, | su correte arditamente! | Su, su, popolo di Pisa, | cavalieri e buona gente!'' (''[[s:Rime nuove/Libro VI/Faida di comune|Faida di comune]]'', LXXIX, vv. 109-124) *''Hallali''<ref>''Hallalí'' è grido di caccia nella lingua francese, oggi accolto, credo, anche nelle nobili cacce italiane; e può accogliersi, parmi, perché in fine non è altro che un composto d'interiezioni e di avverbi comuni alle due lingue. {{NDR|Nota del curatore}}</ref>'', hallali, gente d'Habsburgo! | Ad una caccia eterna io con te surgo;'' [...]. (''[[s:Rime nuove/Libro VI/Ninna nanna di Carlo V|Ninna-nanna di Carlo V]]'', LXXX, vv. 33-34) *''Poeta, su 'l tuo capo sospeso ho il tricolore | che da le spiagge d'Istria da l'acque di Salvore | la fedele di Roma, [[Trieste]], mi mandò''. (''[[s:Rime nuove/Libro VI/A Vittore Hugo|A Victor Hugo]]'', LXXXI, vv. 49-51) ==[[Incipit]] di ''Conversazioni critiche''== Lodiamo di buon animo i buoni pensieri ne' due scritti del dott. C., intitolati I beni della letteratura e I mali della lingua latina, intorno agli offici delle lettere e dei letterati, intorno alle pessime condizioni dell'educazione letteraria qual fu e qual è in parte ancora fra noi e alla necessità di una educazione piú veramente civile. ==Citazioni su Giosuè Carducci== *A Giosuè Carducci, un dì tanto combattuto pe' suoi eccessi verbali, furono alla fine tributati onori singolari. Non solo egli fu chiamato "il poeta della terza Italia", ch'è appena cominciata, ma il Parlamento nazionale gli decretò un monumento a Roma; dove non l'hanno Virgilio, Dante, Michelangelo, Colombo, Vittorio Alfieri, primo poeta e profeta del Risorgimento, e neppure Alessandro Volta, la cui scoperta torna oggi sì possente alla civiltà del mondo. Ma a Roma era rivolta l'anima del poeta maremmano; il verso di Dante sul "gran veglio" simbolico,<br><div style="text-align:center;">E Roma guarda sì come suo speglio,</div>si adatta a lui, avvivatore delle tradizioni italiche. ([[Raffaello Barbiera]]) *Antiromantico, antimanzoniano ed anticristiano si dichiarò apertamente Giosuè Carducci, quando poco più che ventenne incominciò a farsi conoscere nella sua Toscana. Armato di cultura pagana e classica parve dapprima scendere in campo come un restauratore del classicismo, quasi un continuatore del Foscolo e dell'Alfieri; ma non tardò ad affermare la sua personalità gettando in quella forma classica pensieri modernissimi, come nell'''Inno a Satana'' che è un entusiastico saluto al progresso ed alla libertà. ([[Pietro Orsi]]) *[[Bologna]] era bella, amabile, degna di essere goduta con l'anima e la carne. Dietro le luminose vetrine della libreria Zanichelli aleggiava ancora lo spirito eternamente corrucciato del Carducci. ([[Rino Alessi]]) *Carducci è l'ultima tempra d'uomo che abbia avuto la nostra poesia, l'ultimo poeta che nel mondo non abbia veduto soltanto se stesso, ma anche il prossimo. È un uomo quadrato, più ricco di fantasia che Pascoli e D'Annunzio e più complesso di entrambi nel suo svolgimento poetico. ([[Attilio Momigliano]]) *Egli sembra, anche nell'aspetto, una di quelle foreste sul lido del suo mare, le quali anche nella più quieta serenità pare che si contorcano alle raffiche del libeccio. ([[Giovanni Pascoli]]) *Gli italiani nuovi sono stati tutti più o meno scolari del Carducci; hanno imparato alla sua scuola qualche cosa.<br>Egli insegnava non soltanto dalla cattedra e coi libri, ma con la persona e quasi con l'aspetto soltanto, maschio e severo, con tutto l'esempio di una vita spesa nel lavoro assiduo e glorioso, con tutta la forza di verità e di schiettezza che si comunicava dalla sua presenza muta. ([[Renato Serra]]) *Fra i postillatori di libri delle pubbliche biblioteche dobbiamo comprendere anche {{sic|Giosue}} Carducci<ref>La variante ''Giosue'' non è del tutto inconsueta: è utilizzata anche dalla ''[https://www.treccani.it/enciclopedia/giosue-carducci/ Enciclopedia on line Treccani]''.</ref>: però il Carducci giovinetto, che quando egli fu più maturo nessuno lo superò nell'amore e nel rispetto dei libri, dei libri suoi, nonché dei libri altrui. Il Carducci dal 1849 al 1852, mentre era scolaro nei corsi di Umanità e di Retorica alle Scuole Pie di Firenze, frequentò la [[Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze|Biblioteca Nazionale]], allora Magliabechiana, e [[Salomone Morpurgo]] ha voluto ricercare nei registri di quel tempo i ricordi delle letture di lui. Egli compare la prima volta nel registro il 4 dicembre 1849, e poi molte altre volte dopo, firmando talora col solo cognome, altre volte premettendovi le iniziali G. A. che richiamano anche il suo secondo nome di battesimo, Alessandro, e assai spesso anche collo pseudonimo di ''GAC de la Valle''. In un esemplare dell'''Acerba'' di [[Cecco d'Ascoli]], in fine del libro V, sotto i versi della famosa invettiva contro Dante, così il Carducci scrisse di suo pugno: ''Questo poeta, dopo che tanto e tanto ciarlato ha, Niuno l'ha inteso e niun lo intenderà. G. Carducci, E. Nencioni: 20 giugno 1850''. ([[Giuseppe Fumagalli]]) *Giosuè Carducci in mezzo al culto amoroso della poesia non ha abbandonato gli studi severi della critica. Nel Carducci conviene distinguere due persone, il poeta ed il critico; il primo non rassomiglia punto al secondo. Enotrio poeta è impetuoso, irrequieto, impaziente d'ogni difficoltà, e sempre pronto a rompere, come il Duca di Borgogna, l'orologio se suoni un'ora che lo chiami a ciò ch'egli non vuole. Il critico invece medita lungamente e scrive avvisato ed arguto, sapendo unire agli splendori dell'immaginazione la forma {{sic|culta}} ed elegante, l'erudizione profonda. Il Carducci sa tenersi lontano dalla nebulosità del De Sanctis, dalla elegante leggerezza del Settembrini, dalla troppo minuziosa analisi del Camerini e si manifesta co' suoi ''Studi letterarî'' uno dei più dotti ed arguti critici d'Italia, accoppiando alla serietà alemanna, la vivacità ed il calore degli ingegni del mezzogiorno. ([[Pompeo Gherardo Molmenti]]) *Il Carducci è l'ultimo dei poeti dell'Italia antica, più che il primo dei poeti dell'Italia nuova. ([[Eugenio Donadoni]]) *L'ispirazione carducciana è figlia dell'erudizione, e il Carducci è così strano poeta che, dopo d'avere incominciato tardi a produrre i suoi {{sic|capilavori}}, lascia trascorrere anni ed anni tra l'uno e l'altro e ne produce pochissimi. ([[Paolo Orano]]) *La storia nell'anima di Carducci, con buona pace del suo metodo storico, è quasi sempre una proiezione di presente negli sfondi lontani, per dargli autorità e obiettività. La storia in Carducci è polemica. Poeta della storia potrebbe al più significare poeta drammatico, e Carducci non creò una persona artistica fuori della sua personalità lirica. ([[Scipio Slataper]]) *Ma non si può né si deve dire che Giosuè Carducci sia il poeta di un'epoca, l'uomo rappresentativo di qualche cosa come una civiltà. No. Nell'opera sua manca ogni creazione di idee. Carducci deriva, non crea; e deriva non soltanto il pensiero che, del resto, in lui è sempre allo stato frammentario, dai Greci, dai Latini, dai Tedeschi e dai Francesi; ma anche l'immagine. È forse difficile sostenere che nell'opera poetica e prosastica del Carducci esista una immagine tutta carducciana. ([[Paolo Orano]]) *Per il Carducci la fede non fu la ''grande affaire''. Se oggi impreca al semitico nume, se domani esalta l'umil saluto dell'ave, egli non obbedisce a credenze profonde ma a due motivi, uno di serenità uno di malinconia, sorgenti, a distanza di anni, nella sua anima. Raccontano che in una placida notte, contemplando il cielo stellato, esclamasse: credo in Dio. L'aneddoto è verosimile (anche a proposito del [[Voltaire]] se ne riporta uno di tal genere), e sta a dimostrare il carattere lirico di codeste sue affermazioni. Credeva in Dio quella notte perché, secondo lo stile biblico, le meraviglie del creato gli parlavano di lui; ma il giorno dopo, nel lavoro consueto, spenta la luce stellare, il Dio notturno scompare nel [[panteismo]] dell'universo. ([[Giovanni Rabizzani]]) *Quando il Carducci morì, parve per un momento che la sua statura morale dovesse oscurare a lungo quelle della generazione a lui contemporanea e di altre successive che avrebbero dovuto attingere alla poesia gli ideali e alla personalità morale di lui norme di vita. In verità scompariva e scendeva con lui nella tomba una Italia che i panegiristi, i chroniqueurs, i falsi scolari, i critici maggiori e minori credevano d'intendere, gridando a gran voce con lagrime di dolore le lodi di un uomo che, vivo, si sarebbe violentemente e rudemente liberato di quel coro profano: che non sarebbe stato né posa né gesto platonico, come non erano state ciò le ribellioni del Carducci alla esaltazione cieca della sua personalità poetica e {{sic|prattica}}. ([[Francesco Piccolo (filologo)|Francesco Piccolo]]) *Quando pensiamo al Carducci uomo non sappiamo separare questo dagli altri elementi del suo carattere morale, sicché noi lo vediamo ancora un po' come il maestro e il consigliere di tutte le generazioni. Per altro egli rimane ancora vivo nella coscienza di tutti, anche se ad uso d'una certa coscienza giovanile in formazione è stato ridotto a pezzi d'antologia i quali non danno la misura né del carattere morale né del carattere poetico di lui. Rimane nella scuola, perché la scuola è la più conservatrice di tutte le istituzioni. ([[Francesco Piccolo (filologo)|Francesco Piccolo]]) *Questa concezione formalistica della poesia come un mestiere artistico infinitamente difficile, e come tale da prendere molto sul serio, ha per il Carducci una grande seduzione anche perché a lui di rado è concesso di mettere in armonici versi un puro avvenimento personale, i propri dolori e le proprie gioje. Non che egli mancasse di calore e di sincerità di sentimento. La morte della madre, e specialmente la perdita dell'unico {{sic|figlietto}}, gli toccarono profondamente il cuore. Ma egli era troppo virile ed anche troppo schivo per abbandonarsi a lamenti poetici, all'incirca come il piagnucoloso [[Giovanni Pascoli|Pascoli]]. La poesiola ''Pianto antico'', sulla morte del figlio, ci tocca così profondamente appunto perché è quasi l'unica lacrima nell'occhio di un uomo forte, che non è solito piangere. ([[Karl Vossler]]) *Sul Giosuè Carducci, scrissi due libri per dire alle genti: L'uomo di cui avete fatto l'apoteosi fu un volgare tornacontista, ed eccone qua le prove:<br />– Egli cantò la bianca croce di Savoia: ma a Versailles aveva già – con l'ajuto di [[Immanuel Kant|Emanuele Kant]] – decapitato un re.<br />– Egli, nell'Adige, celebrò il re Umberto: ma nell' Anniversario della Repubblica aveva già detto corna della monarchia.<br />– Egli chiamò il [[Giuseppe Mazzini]]: «Ezechiele in Campidoglio»; ma aveva già chiamato il Mazzini: «il sultano della libertà che mandava sicari ad ammazzare i galantuomini.»<br />– Aveva cantato il diavolo in un inno che fece andare in visibilio tutti i marinatori delle scuole d'Italia, onde era salito, di primo acchito, alla gloria di poeta di [[Satana]]; ma poscia quell'inno egli chiamò chitarronata, e ragazzacci sgrammaticanti chiamò coloro che, a causa di quell'inno, avevano strombazzato il suo nome alle quattro plaghe del mondo.<br />– Aveva schiaffeggiato il Galileo di rosse chiome e decapitato Dio con l'ajuto del [[Robespierre]]; ma poscia inneggiò alla chiesa di Polenta, alla dolce figlia di Jesse, a Dio ottimo massimo. ([[Andrea Lo Forte Randi]]) *Torna alla mente con gran tristezza di desiderio il tempo che io {{sic|studiava}} a Bologna; e la rivedo ancora quella severa e lunga aula dell'università con i finestroni dai vetri verdognoli che prendono luce dal pian terreno del cortile interno: la rivedo tutta gremita di uditori; tutti col viso rivolto e teso ad un punto, in silenzio: seduti sui banchi, fitti in piedi e addossati agli angoli, presso la porta d'ingresso. E quelle teste, le più giovanilmente vive, altre {{sic|grige}} o canute, altre di donne diffondenti in quella austerità non so quale femminile lietezza, mi pare ancora di udire la sua voce che si spandeva ora vibrata, staccata, nervosa; ora lenta, commossa e saliente come nembo d'incenso. Su l'alta cattedra, in fondo, appariva quel capo poderoso, curvo fra i cubiti, con la fronte ferma, come diga a reggere l'onda irrompente del pensiero; la breve mano bianca agitata a ricercare il libro o l'appunto, pur non ristando la voce.<br>Qualche volta, sopravvenendo le tenebre, accennava gli recassero una candela e se la poneva da presso; e allora quella fiammella rossa che or s'allungava in sottile piramide e stava immota, ora ballava come un folletto, faceva in quella penombra strani effetti su quel volto animato dall'idea creatrice.<br>Era l'autunno o era l'inverno nevoso: eppure per quella tetra sala in alto passava la primavera al suono della sua voce, l'eterna primavera del pensiero che Egli ogni volta evocava, viva, luminosa, presente fuori dai secoli che furono. ([[Alfredo Panzini]]) *Un altro poeta, forte e geniale, dimostra nell'opera sua l'indole scultorea spiccatissima: poeta contemporaneo, latinamente italiano fin nelle midolla: Giosuè Carducci.<br>Abbiamo veduto che [[Dante Alighieri|Dante]], come poeta scultore, è l'anima di Michelangelo che parla in voce di poesia, vedremo ora che il Carducci rispecchia invece nell'opera sua ora la classica plasticità di Houdon, ora la forza atletica di Puget, ora l'impetuosità del moto di Francesco Rude.<br>Egli è insomma un ingegno moderno, figlio del nostro secolo, perché rivela nella sua poesia certi fremiti di vita, certe singolari movenze leonine che gli antichi, né in scultura, né in pittura, né in poesia non conobbero mai. ([[Adolfo Padovan]]) *Vorrei mandarle un mazzo di rose grande più di me, vorrei creare una parola nuova che racchiudesse tutto ciò che ha di soave la gratitudine e di sublime la gioia, per dirle quello che sento Amo tutto ciò ch'Ella ha corretto nei miei versi. (Benedetti versi che mi hanno ispirato l'ardire di venire da Lei!). ([[Annie Vivanti]]) ===[[Albano Sorbelli]]=== *Il Carducci fu sempre un [[Irredentismo italiano|irredentista]], se al vocabolo diamo il significato di chi voleva la unità completa della patria, e la patria degna del suo destino. E accenni frequenti trovansi nei ''Levia gravia'' e specie nei ''Giambi ed Epodi''. Ma ci fu un fatto che molto contribuì a richiamare la mente del Carducci sui popoli dell'[[Istria]] e del [[Trentino]] che aspettavano, che sospiravano la rivendicazione: la sua visita a [[Trieste]] nel 1878. Come ridire le accoglienze festose, affettuose, commoventi, di fratello al maggior fratello che egli vi ebbe? Come ripetere la impressione profonda che in lui destarono le fiorenti terre e i bianchi casolari e le soleggiate città che si stendono lungo la costa dei golfi di Trieste e del [[Quarnaro]]? *Il Carducci ribelle irriducibile degli anni che corsero dal 1867 al 1878, il bestemmiatore, come lo dissero i suoi avversari, dell'Italia, che chiamava ''vile'' per viemeglio spingerla all'azione, si andava lentamente cambiando, o meglio intonandosi ai tempi che pure essi cambiavansi per condizioni e fatti nuovi. Il repubblicano violento veniva smorzando lentamente le fiamme della ribellione e l'astio contro la monarchia; sebbene in ogni tempo rifulgesse in lui quell'amore all'Italia, quel santo affetto di patria, che lo aveva mosso a scrivere e a operare sino dagli anni più lontani. E continuava a ripetere a tutti, e in tutti i toni, che l'Italia era fiacca, che si appagava ormai solo di parole vane, di alti gridi; e occorreva invece por mano alle opere; e {{sic|sopratutto}} occorreva una nuova educazione sapientemente democratica; un senso della realtà, un solido piano di ricostruzione del paese, un coordinamento al nobilissimo fine di ''fare'' l'Italia, ora che gli Italiani erano tutti uniti in [[Roma]]. *L'[[Triplice alleanza (1882)|alleanza italo-austriaca]] irritò il Carducci, che aveva sempre dinanzi le mal vietate Alpi retiche e giulie; l'assassinio di Oberdan gli andò diritto come una lama aguzza al cuore.<br>E ferito entro l'anima, còlto come da una crisi divina e furibonda, cantò; cantò in prosa, con una veemenza, con una forza, con un ardore che solo in pochi momenti della ispirazione carducciana può riscontrarsi. Tutto egli sentì il problema dell'irredentismo, tutta egli vide la vergogna di un'alleanza con l'Austria che ci spegneva i figli, tutto il rancore intese ridestarsi dentro contro la secolare tormentatrice del popolo e del sangue italiano. ==Note== <references/> ===Fonti=== <references group="fonte"/> ==Bibliografia== *Giosuè Carducci, ''[[s:A Satana|A Satana]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 377-386. *Giosuè Carducci, ''[https://archive.org/details/bozzettiescherme00carduoft/page/n8/mode/1up Bozzetti e scherme]'', Zanichelli, Bologna, 1920. *Giosuè Carducci, ''[https://books.google.it/books?id=jasTAAAAQAAJ Ceneri e faville: serie prima, 1859-1870]'', Zanichelli, Bologna, 1891. *Giosuè Carducci, ''[https://archive.org/details/operecard11carduoft?q=Francesco+Coccapieller Ceneri e faville: serie terza e ultima, 1877-1901]'', Zanichelli, Bologna, 1902. *Giosuè Carducci, ''[https://books.google.it/books?hl=it&id=4O8IAQAAMAAJ Confessioni e battaglie: serie prima]'', a cura di Mario Saccenti, Mucchi, 2001. *Giosuè Carducci, ''[https://books.google.it/books?hl=it&id=BB6J7Geq_aoC Confessioni e battaglie: serie seconda]'', Zanichelli, Bologna, 1913. *Giosuè Carducci, ''[https://www.gutenberg.org/files/46843/46843-h/46843-h.htm Conversazioni critiche]'', Sommaruga, 1884. *Giosuè Carducci, ''[[s:Canzone di Legnano|Della «Canzone di Legnano»]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 1037-1048. *Giosuè Carducci, ''[[s:Giambi ed epodi|Giambi ed epodi]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 387-512. *Giosuè Carducci, ''[[s:Levia Gravia|Levia Gravia]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 267-376. *Giosuè Carducci, ''[[s:Odi barbare|Odi barbare]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 777-940. *Giosuè Carducci, ''[[s:Rime e ritmi|Rime e ritmi]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 941-1036. *Giosuè Carducci, ''[[s:Rime nuove|Rime nuove]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 535-776. ==Altri progetti== {{Interprogetto|s=Autore:Giosuè Carducci}} ===Opere=== {{Pedia|A Satana||(1863)}} {{Pedia|Odi barbare||(1877)}} {{Pedia|Giambi ed Epodi|''Giambi ed epodi''|(1882)}} {{Pedia|Rime nuove||(1887)}} {{DEFAULTSORT:Carducci, Giosuè}} [[Categoria:Poeti italiani]] [[Categoria:Scrittori italiani]] hej51pkgcebwwbjf7jblixds82at6um 1420634 1420629 2026-07-16T14:13:52Z Gaux 18878 /* Citazioni di Giosuè Carducci */ typo 1420634 wikitext text/x-wiki {{PDA}} [[Immagine:Giosuè Carducci2.jpg|thumb|Giosuè Carducci]] {{Premio|Nobel|la letteratura '''(1906)'''}} '''Giosuè Alessandro Giuseppe Carducci''' (1835 – 1907), poeta italiano. Usò lo pseudonimo '''Enotrio Romano''' nelle sue opere giovanili. ==Citazioni di Giosuè Carducci== *{{NDR|Su [[Gabriele Rossetti]], ''Il veggente in solitudine'', novena seconda, II, IV-VI}} A me non avvien mai di rileggere questi versi, che un brivido non mi prenda e non mi si inumidiscano gli occhi. Sento che è cotesto il solo stipendio che gli uomini possano dare al poeta; che è cotesta la sola consolazione alle fatiche ineffabili, ai patimenti non creduti di chi l'arte ama di amore. Beato quello fra voi, o giovani italiani, che potrà raggiungere cotesto premio; del quale a non pochi nobili ingegni negò la natura fin la speranza, fino il pensiero, fino la degna estimazione.<ref group="fonte">Da ''Le poesie di Gabriele Rossetti'', Barbera, Firenze, 1861, prefazione, [https://archive.org/stream/poesie00cardgoog#page/n67/mode/2up pp. LXV-LXVI]; citato in [[Vittorio Turri]], ''Dizionario storico manuale della letteratura italiana (1000-1900)'', [http://books.google.it/books?id=BOcOAAAAIAAJ&pg=PA320 p. 320].</ref> *{{NDR|Sul [[passo del Bernina]]}} Agosto 19. Ore 9 a.m. Ospizio Bernina. Belvedere, Tre Laghi. Coro delle nubi che salgono dai ghiacciai e avvolgono le vette degli Spitz a lato del Bernina. Noi saliamo e trasmutiamo, voi scendete e dileguate, ma ci ritroviamo e ci rimescoliamo eternamente: noi vi infondiamo atomi del presente, voi li tramandate all'avvenire.<ref group="fonte">Da ''Ricordi autobiografici. Saggi e frammenti'', 1896; citato in ''[https://www4.ti.ch/fileadmin/DECS/DCSU/UAPCD/documenti/20230317_mappa_premi_nobel.pdf Premi Nobel per la letteratura. Guida letteraria della Svizzera italiana]'', 17 marzo 2023, ''ti.ch''.</ref> *{{NDR|Riferendosi alla giovane poetessa [[Annie Vivanti]]}} Annie, la tua pochezza mi riposa.<ref group="fonte">Citato in [[Enzo Biagi]], ''Diciamoci tutto'', Edizione CDE su licenza di Arnoldo Mondatori Editore, Milano, 1984, p. 107.</ref> *Colui che potendo [[parlare|dire]] una cosa in dieci [[parola|parole]] ne impiega dodici, io lo ritengo capace delle peggiori azioni.<ref group="fonte">Citato in [[Dino Segre]], ''Sette delitti'', Sonzogno.</ref> *{{NDR|Sullo ''[[Giacomo Leopardi#Zibaldone|Zibaldone]]''}} È una mole di 4526 facce lunghe e larghe mezzanamente, tutte vergate di man dell'autore, d'una scrittura spesso fitta, sempre compatta, eguale, accurata, corretta. Contengono un numero grandissimo di pensieri, appunti, ricordi, osservazioni, note, conversazioni e discussioni, per così dire, del giovine illustre con sé stesso su l'animo suo, la sua vita, le circostanze; a proposito delle sue letture e cognizioni; di filosofia, di letteratura, di politica; su l'uomo, su le nazioni, su l'universo; materia di considerazioni più ampia e variata che non sia la solenne tristezza delle operette morali; considerazioni poi liberissime e senza preoccupazioni, come di tale che scriveva giorno per giorno per sé stesso e non per gli altri, intento, se non a perfezionarsi, ad ammaestrarsi, a compiangersi, a istoriarsi. Per sé stesso notava e ricordava il [[Giacomo Leopardi|Leopardi]], non per il pubblico: ciò non per tanto gran conto ei doveva fare di questo suo ponderoso manoscritto, se vi lavorò attorno un indice amplissimo e minutissimo, anzi più indici, a somiglianza di quelli che i commentatori olandesi e tedeschi solevano apporre alle edizioni dei classici. Quasi ogni articolo di quella organica enciclopedia è segnato dell'anno del mese e del giorno in cui fu scritto, e tutta insieme va dal luglio del 1817 al 4 dicembre del 1832; ma il più è tra il '17 e il '27, cioè dei dieci anni della gioventù più feconda e operosa, se anche trista e dolente.<ref group="fonte">Dall'[[s:Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura/Introduzione|introduzione]] ai ''Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura''.</ref> *{{NDR|Inno di [[Goffredo Mameli]]}} Fu composto l'otto settembre del quarantasette, all'occasione di un primo moto di Genova per le riforme e la guardia civica; e fu ben presto l'inno d'Italia, l'inno dell'unione e dell'indipendenza, che risonò per tutte le terre e in tutti i campi di battaglia della penisola nel 1848 e 49.<ref group="fonte">Da ''Bozzetti critici e discorsi letterari'', coi tipi di Franc. Vigo, Livorno, 1876, [https://books.google.it/books?id=N48HAAAAQAAJ&pg=PA252 p. 252].</ref> *''Gemono i rivi e mormorano i venti | freschi a la savoiarda alpe natia. | Qui suon di ferro, e di furore accenti: | [[Maria Teresa Luisa di Savoia-Carignano|Signora di Lamballe]], a l'Abbadia. || E giacque, tra i capelli aurei fluenti, | ignudo corpo in mezzo de la via; | e un parrucchier le membra anco repenti | con sanguinose mani allarga e spia. || Come tenera e bianca e come fina! | un giglio il collo e tra mughetti pare | garofano la bocca piccolina. || Su, co' begli occhi del color del mare, | su, ricciutella, al Tempio! A la regina | il buon dì de la morte andiamo a dare''.<ref group="fonte">Da ''Ça ira'', Casa editrice Sommaruga, Roma, 1883, [https://archive.org/details/airasettembremd00cardgoog/page/n48/mode/1up VIII, p. 39].</ref> *''Io sono e resto quale fui | e attendo la grande ora.''<ref group="fonte">Citato in [[Leo Longanesi]], ''In piedi e seduti'', Longanesi, 1968.</ref> *L'[[Accademia dell'Arcadia|Arcadia]] conservò certe buone tradizioni di stile; vi fu anche una tale Arcadia e bisogna parlarne con un po' di creanza.<ref>Prefazione alle ''Rime'' del Petrarca; citato in [[Emanuele Portal]], ''L'Arcadia'', Remo Sandron Editore, 1922, [https://archive.org/details/larcadia00portuoft/page/82/mode/1up p. 82].</ref> *l'arte e la letteratura sono l'emanazione morale della civiltà, la spirituale irradiazione dei popoli.<ref group="fonte">Da ''Bozzetti critici e discorsi letterari'', coi tipi di Franc. Vigo, Livorno, 1876, [https://books.google.it/books?id=N48HAAAAQAAJ&pg=PA457 p. 457].</ref> *Nel 1454 {{NDR|[[Janus Pannonius]]}} si tramutava a Padova a studiare diritto canonico quattro anni, e ne riportò i gradi accademici. Nel soggiorno veneto {{sic|dee}} aver composto il panegirico a [[Giacomo Antonio Marcello]], patrizio e provveditore nella guerra sostenuta dalla Repubblica con [[Filippo Maria Visconti]] (esam. 2870, distici 20): ne' quali versi è notevole la facilità del descrivere i particolari minuti e sottili delle {{sic|marcie}} e i grandi e nuovi delle flotte trasportate su per i monti da un lago all'altro.<ref group="fonte">Da ''La gioventù di [[Ludovico Ariosto]] e la poesia latina in Ferrara''; in ''La {{sic|coltura}} estense e la gioventù dell'Ariosto'', Edizione Nazionale delle opere di Giosuè Carducci, volume tredicesimo, Nicola Zanichelli Editore, pp. 175-176; citato (parzialmente) in Janus Pannonius, ''Epigrammi lascivi'', traduzione di Gianni Toti, Fahrenheit 451, 1997, p. 16. ISBN 88-86095-03-1</ref> *Nella sua poesia [...] c'è molta facilità, ma vi si desidera tutto quello che fa la poesia vera. È un fatto per me oramai fermo: codesti meridionali, dal più al meno, recano nella poesia quella volubilità delle loro chiacchiere, che si devolve per lunghi meandri di versi sciolti o per cadenzati intrecciamenti di strofe senza una cura al mondo del pensiero. Il poeta [[Napoli|napoletano]] tipo è il [[Giovan Battista Marino|Marino]]. È inutile: i meridionali non sono poeti né artisti, non ostante tutte le apparenze: sono musici e filosofi. La poesia (anche questo parrà un paradosso) è delle genti più prosaiche e fredde della Toscana e del Settentrione.<ref group="fonte">Dalla lettera ad un amico che gli aveva inviato un volume di poesie di un giovane napoletano; citato in [[Benedetto Croce]], ''La letteratura della nuova Italia, Saggi critici'', vol. IV, Giuseppe Laterza & Figli, Bari, 1922<sup>2</sup> riveduta, pp. 311-312.</ref> *Sai che il ''[[Walt Whitman#Foglie d'erba|Fogliame]]'' americano io l'ho tradotto a lettera tre volte con il mio maestro d'inglese, un italiano che scappò in America di 17 anni e ci è stato ventitré, e ha fatto il capitano al servizio della Repubblica nella guerra di secessione contro gli Stati del Sud? È una bestia, sempre ubriaco; ma sente e respira l'America; e non sa quasi nulla d'Italiano; me lo commentava facendo gesti e urli feroci. E mi venne subito la voglia di tradurlo in esametri omerici. Tutti quei nomi a catalogo! Quelle enumerazioni, successioni, quella serie di sentimenti straordinarie e vere! Io ne rimasi e ne sono rapito! Dopo i grandissimi poeti colossali, [[Omero]], [[William Shakespeare|Shakespeare]], [[Dante Alighieri|Dante]], ecc. ci sarà del più pensato, del più profondo, del più perfetto, ma nulla così immediato e originale.<ref group="fonte">Da una lettera all'amico Enrico Nencioni; citato nella prefazione di [[Antonio Spadaro]], p. 29 in Walt Whitman, ''Canto una vita immensa'', a cura di Antonio Spadaro, Ancora, Milano, 2009. ISBN 88-514-0632-4</ref> *Non rampare di aquile e leoni, non sormontare di belve rapaci, nel santo vessillo; ma i colori della nostra primavera e del nostro paese, dal Cenisio all'Etna; le nevi delle Alpi, l'aprile delle valli, le fiamme dei vulcani.<ref group="fonte">Durante i solenni festeggiamenti per il primo Centenario del [[Bandiera d'Italia|Tricolore]], Reggio Emilia, 7 gennaio 1897; citato in Carlo Azeglio Ciampi e Alberto Orioli, ''Non è il paese che sognavo: taccuino laico per i 150 anni dell'unità d'Italia'', Il Saggiatore, 2010, [https://books.google.it/books?id=ffXnyZPMyR8C&pg=PA90 p. 90]. ISBN 8842816469</ref> *Non sa ella, signora Contessa, che Domineddio fece apposta il [[Lambrusco]] per annaffiare la carne dell'[[maiale|animale]] fausto ad [[Enea]] e caro ad [[Antonio abate|Antonio abbate]]? E io, per glorificare Dio e benedire la sua provvidenza, mi fermai a Modena a lungo a meditare la Sapienza.<ref group="fonte">Da una lettera alla contessa Ersilia Lovatelli, Bologna, seconda decade di gennaio 1884; in ''Lettere'', vol. 14, Zanichelli, 1952, p. 240.</ref> *[[Francesco Pastonchi|Pastonchi]]? mai letto tanti brutti versi.<ref group="fonte">Citato in [[Bonaventura Caloro]], ''È lo stato che crea la nazione'', ''La Fiera Letteraria'', aprile 1973.</ref> *Qui il paese è veramente bello, tale che fa intendere la Scuola [[Umbria|umbra]]: che linee d'orizzonte, che digradante vaporoso di monti in lontananza! Fui ad [[Assisi]]: è una gran bella cosa, paese, città e santuario, per chi intende la natura e l'arte nei loro accordi con la storia, con la fantasia con gli affetti degli uomini. Sono tentato di far due o tre poesie su Assisi e [[Francesco d'Assisi|San Francesco]].<ref group="fonte">Da una lettera a [[Giuseppe Chiarini]], Perugia, 26 luglio 1877; citato in ''La dolce stagione'', [[Luigi Russo]], Editrice Giuseppe Principato, Milano, 1940, p. 454.</ref> *''Se già sotto l'ale | del nero cappello | nel [[vino|vin]] Cromüello | cercava il signor,<ref>Qui il poeta fa riferimento ad un episodio narrato dal [[René de Chateaubriand|Chateaubriand]] in ''Quatre Stuarts''. Secondo lo scrittore francese, [[Oliver Cromwell|Cromwell]], sorpreso a bere, avrebbe detto agli amici: «Credono che cerchiamo il Signore, ma noi cerchiamo solo un cavatappi» (Il cavatappi era caduto).</ref> || ne' colmi bicchieri | ricerco pur io | men fiero un iddio, | ricerco l'amor.''<ref group="fonte">Da ''[[s:Levia Gravia/Libro II/Brindisi|Brindisi]]'' in ''Levia gravia'', XXV, vv. 1-8.</ref> *Sette anni fu alla scuola e al convitto del [[Guarino Veronese|Guarino]]; e vi formò lo stile e il costume, quello caldo e abbondante, questo cordiale e sciolto. Ne fan testimonianza gli epigrammi (410, in due libri), per grandissima parte di argomento e sentimento italiani, scritti i più nella gioventù prima; la cui licenza, se bene sia da riferire al genere e al modello [...] e sia da credere che Giano ostenti in gara con lui sporcizia e villania, pure ci appar di soverchio candida la fede e l'attestazione di [[Vespasiano da Bisticci|Vespasiano]], per quanto s'intendeva de' suoi costumi, esser fama che Giovanni fosse vergine.<ref group="fonte">Da ''La gioventù di [[Ludovico Ariosto]] e la poesia latina in Ferrara''; in ''La {{sic|coltura}} estense e la gioventù dell'Ariosto'', Edizione Nazionale delle opere di Giosuè Carducci, volume tredicesimo, Nicola Zanichelli Editore, pp. 174-175.</ref> *Stamane ho cacciato a sassate un [[organo a rullo|organetto]] che mi sonava sotto la finestra.<ref group="fonte">Da ''Lettere'', volume 14°, Nicola Zanichelli Editore, Bologna, 1944 e segg., p. 204; citato in Salvatore Battaglia, ''Grande Dizionario della Lingua Italiana'', Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, 1984, p. 78.</ref> ==''A Satana''== ===[[Incipit]]=== <poem>A te, dell'essere principio immenso, materia e spirito, ragione e senso; mentre ne' calici il vin scintilla sì come l'anima nella pupilla.</poem> ===Citazioni=== *''Via l'aspersorio, | prete, e 'l tuo metro! | no, prete, [[Satana]] | non torna in dietro!'' (vv. 21-24) *''Nella [[materia]] | che mai non dorme, | re dei fenomeni, | e delle forme, | sol vive Satana.'' (vv. 37-41) *''E già già tremano | mitre e corone: | dal chiostro brontola | la ribellione, | e pugna e prèdica | sotto la stola | di fra' [[Girolamo Savonarola|Girolamo | Savonarola]]''. (vv. 153-160) *''Gitta i tuoi vincoli, | uman pensiero, | e splendi e folgora | di fiamme cinto; | materia, inalzati: | Satana ha vinto.'' (vv. 163-168) ===[[Explicit]]=== <poem>Salute, o Satana, o ribellione, o forza vindice della ragione! Sacri a te salgano gl'incensi e i voti! Hai vinto il Geova de' sacerdoti.</poem> ==''Bozzetti e scherme''== *[...] il [[Giuseppe Regaldi|Regaldi]] considera con roseo ottimismo tutte le cose e gli uomini tutti. Egli, come ogni poeta da natura e nello stato di natura, è buono. Ammira facilmente, facilissimamente loda; per lui non vi sono né scuole, né partiti, né sette: cita Giuseppe Mazzini e il commendatore Minghetti; ama il Cibrario e il Brofferio; il Prati, Norberto Rosa ed il Révere. È un uomo egregio, che vi apre le braccia e vi sorride di primo acchito; che si esalta della sua stessa parola, e prorompe nella lirica. La sua critica in fatti non è altro che lirica. (p. 9) *[[Vignola]] è bella terra che giace un po' come Firenze (''si licet'' con quel che segue), se non che ha più apertura e più sfondo, a piè dell'Appennino, tra bei colli e bei fiumi. Benedetta di ubertà e d'ingegno, produsse il [[Jacopo Barozzi da Vignola|Barozzi]] il [[Ludovico Antonio Muratori|Muratori]] e il [[Agostino Paradisi|Paradisi]]; e produce cavoli stupendi, a cui non ho veduto gli eguali nelle mostre agrarie d'Italia. Rammento i cavoli, e frutte vistosissime, e prosciutti molto promettenti; perché alla commemorazione delle glorie passate vollesi unire la dimostrazione del lavoro presente in una esposizione d'agricoltura e d'industria. E fu ottimo consiglio. L'Italia è stata troppo inebriata finora d'idealismo: per me un bel [[cavolo]] e ben coltivato è cosa molto più estetica di cinquecento canti della poesia odierna e di mille cento articoli della stampa anche di opposizione. (p. 104) *[...] le <span style="letter-spacing:1px">[[Operette morali]]</span> e i <span style="letter-spacing:1px">Pensieri</span> sono di quelle scritture che "гоdono a scorza a scorza", come Dante direbbe, il cuore e il cervello dal quale escono. (p. 162) *{{NDR|[[Émile Littré]]}} Uomo di tre anime lo avrebber chiamato gli antichi: noi nel totale meraviglioso del suo lavoro dobbiamo anche singolarmente ammirare la ramificazione logica delle ricerche, il progressivo abbarbicare degli studi, il sapiente indentamento delle molte ruote della sua operosità intellettuale in tanti congegni e tutti di effettiva utilità, e più ancora la perseveranza, la coerenza, la virtù, con le quali quel nobilissimo ingegno vide, segui, raggiunse l'unità finale. (pp. 301-302) *Il [[Auguste Barbier|Barbier]] – discorriamo un po' di politica, se pure la politica quando passi per l'arte ha da chiamarsi ancora così –, non ostante i suoi entusiasmi per ''la grande populace'', non era mica un [[Georges Jacques Danton|dantoniano]], e, tanto meno, un [[Jacques-René Hébert|hebertista]]. Saltando su la restaurazione {{sic|constituzionale}} e l'impero conquistatore, egli fermavasi, è vero, alla repubblica vittoriosa, giusta, costumata, illuminata, che fu l'ideale dei migliori di Francia per più anni dopo il '93. Ma egli, come tutti quasi i cresciuti dopo il '15, era inzuppato di quell'idealismo che avendo per {{sic|gaz}} alimentatore il cristianesimo civile coronava il suo quieto e quasi lunare irraggiamento co 'l mistico alone del romanticismo liberale. (pp. 331-332) *Egli {{NDR|Auguste Barbier}} il poeta, traeva nella pubblica luce il quarto Stato e le sue piaghe, non per {{sic|conscienza}} politica o previsione ch'egli avesse del prossimo avvenire; ma per un sentimento di benigna equità, direi quasi di carità, direi quasi di sdegno evangelico contro i godenti e i trionfanti del secolo; si spingeva fino al socialismo, ma all' ombra della croce. Simile in ciò a molti di quella nobile ma debole generazione romantica. (pp. 332-333) *La {{sic|imagine}} della contessa [[Maria Teresa Gozzadini|Gozzadini]] a me piace ricercarla nell'amena solitudine di Ronzano più ancora che nel salottino pompeiano del suo palazzo di via Santo Stefano, ove pure lo spirito di lei scattava cosi luminoso dall'attrito della varia conversazione. Io amo ricollocarla lassù, tra quelle grandi querce, tra quei cipressi nella loro vecchiezza immobili quasi {{sic|mète}} di secoli. Ella, che in gioventù dipinse il paesaggio, che era cresciuta in mezzo a' poeti, aveva della natura un sentimento e una percezione profonda, e sapeva farsene una rappresentazione affettuosa e prossima più che i paesisti e poeti italiani, troppo vagando sui colori e la superficie, non usino avere e rendere. (pp. 373-374) *Quando conobbi da prima la contessa Gozzadini, mi parve di ravvisare specialmente nelle linee degli angoli frontali i tratti del viso di [[Dante Alighieri|Dante]]. Non lo dissi allora; ma un artista di poi mi notò con più franca asseveranza quello che a me era parso vedere: e ora leggo fatta la stessa osservazione da uno scienziato americano, e so che lo zio Serego offeriva una strana somiglianza co 'l ritratto dell'Alighieri. (p. 374) *La contessa Gozzadini avendo, oltre il nobil sentire, un singolar temperamento di facoltà vive fini ed argute, di ciò che sentiva e osservava s'era avvezza a rendersi ragione, facendosene un concetto suo ed esprimendolo con verità ferma e immediata. Non enfasi mai, ch'è indizio di anima debole e falsa: non sentimentalità, ch'è accusa d'anima debole e dura: un gran disprezzo della volgarità, vizio ormai comune in basso ed in alto: un ragionar fitto, serrato, giusto, con un guardarvi fiso e chiaro negli occhi, con lampi d'amori e di sdegni, e di quando in quando uno scatto o una scrollata di spalle, poetica, ghibellina. (p. 382) *{{NDR|Maria Teresa Gozzadini}} Leggeva Dante, e se ne recava seco il volume anche nelle ascensioni alpine; ma non lo teneva in mostra, né mai ne le udii far citazioni e sol una ne ho veduta nelle lettere. Grande amica dell'[[Aleardo Aleardi|Aleardi]], e pure non baciava mai le amiche, e non diceva ''angelo'' né anche alle bambine. Così forte uscì dalla fantastica morbidezza della società veronese, cosi schietta passò tra la compassata e liscia gravità bolognese: senza sforzi e atteggiamenti da originale, temperando la franchezza con una gran gentilezza signorile. (p. 382) *Se la [[poesia]] è e ha da essere arte, ciò che dicesi forma è e ha da essere della poesia almeno tre quarti. Un [[poeta]] che trascuri la forma non è un poeta: è uno che ha in grandissima stima sé stesso e in assai basso concetto il prossimo suo, co 'l quale in somma egli tratta cosi: – Vedi, tu devi leggere questa roba, non perché sia poesia, ma perché è la {{sic|ebullizione}} del mio cervello e la secrezione del mio cuore: il qual cuore e il qual cervello sono gli organi privilegiati di quel grande idealista, di quel gran realista, di quel grande umorista, di quel bellissimo [[Endimione]] della natura che sono io –. (p. 420) *Egli {{NDR|[[Guido Mazzoni (letterato)|Guido Mazzoni]]}} tradusse [[Meleagro di Gadara|Meleagro]] e traduce [[Gaio Valerio Catullo|Catullo]] con rara agevolezza e felicità, e ha insieme un debole per la letteratura moderna, specialmente francese. Così tra per la facilità dell'ingegno suo fiorentino e per lo snodamento, acquistato con la coltura e l'esercizio, delle facoltà e tendenze estetiche, egli sgomitola i versi e i metri più difficili che non par fatto suo, e le forme scabre e malagevoli ad altri gli sguisciano levigate e lucide dalla mano, e certe stranezze cercate paiono nel suo stile naturali. Ma a questa sua elegante facilità il Mazzoni, diciamolo sùbito, si lascia andare un po' troppo; e qualche volta dà per rappresentazione fantastica la fosforescenza della frase solleticata dal metro, e all'atteggiamento esterno non ha rispondente sempre un movimento interno dello spirito o un guizzo dell'idea. (pp. 420-421) ==''Ceneri e faville''== *Ai giudizi dei [[Nemico|nemici]] vuolsi avere sempre la debita osservanza. (serie prima, p. ii) *''Fratelli, | per diverse terre le vostre ossa | per l'Italia tutta il nome, | ma la religione di voi è qui | e passa | di generazione in generazione | ammonendo | che scienza è libertà''. (serie prima, p. 76) *{{NDR|Parlando della regione [[Marche]]}} Così benedetta da [[Dio]] di bellezza di varietà di ubertà, tra questo digradare di monti che difendono, tra questo distendersi di mari che abbracciano, tra questo sorgere di colli che salutano, tra questa apertura di valli che arridono. (dal discorso tenuto a Recanati il 29 giugno 1898 in occasione del 1° centenario della nascita di [[Giacomo Leopardi]], serie terza e ultima; p. 26) *[...] verrà il giorno che il Severo e Clemente, liberatore della città, amatore del mondo, tribuno augusto [[Francesco Coccapieller]], sfromboli giù per il Corso a furia di sferzinate il Parlamento italiano a correre il palio, ignudo. (serie terza e ultima; p. 261) ==''Confessioni e battaglie''== ===Serie prima=== *È pure un vil facchinaggio quello di dovere o volere andar d'accordo co' molti! (p. 122) *[...] la letteratura che da due secoli ha dato e dà forme più logiche, più spigliate, più facili al pensiero moderno è senza dubbio la [[Letteratura francese|francese]], e per la letteratura di Francia son passate e sonosi mescolate le diverse correnti del genio moderno [...]. (p. 167) *I giovini non possono generalmente esser [[critico|critici]]; e, per due o tre che riescano, cento lasciano ai rovi della via i brandelli del loro ingegno o ne vengon fuori tutti inzaccherati di pedanteria e tutti irti le vesti di pugnitopi: la critica è per gli anni maturi. (p. 170) *[...] la [[repubblica]], per me, è l'esplicazione storica e necessaria e l'assettamento morale della democrazia ne' suoi termini razionali: la repubblica, per me è il portato logico dell'umanesimo che pervade ormai tutte le istituzioni sociali. (p. 270) ===Serie seconda=== *L'[[arte]], come la concepisco e come non arrivo a farla io, è cosa altamente e perfettamente [...] aristocratica. (p. 53) *{{NDR|Su [[Francesco Giuseppe I d'Austria]]}} Riprendemmo Roma al papa, riprenderemo Trieste all'imperatore. A questo imperatore degl'impiccati. (p. 209) *''[[Guglielmo Oberdan]] | morto santamente per l'Italia | terrore ammonimento rimprovero | ai tiranni di fuori | ai vigliacchi di dentro.'' {{NDR|[[Epigrammi|epigramma]]}} (p. 223) *[...] l'Inghilterra [...] vanta la più originale e la più libera e la più vera delle [[Letteratura inglese|letterature]] moderne [...]. (<!--da ''Mosche cocchiere'', -->p. 453) *E la nuova generazione ha il diritto di farsi avanti e che non gli s'impedisca il terreno alle prove, tanto più che parecchi di quei gagliardi hanno valore e destrezza al maneggio più che non vogliasi o non s'infinga credere dai mal disposti. Ahi triste cosa l'invidia alla gioventù! e brutto segno di piccolo e pigro animo nelle persone e di vecchiezza degenerante ne' popoli l'[[Misoneismo|odio a ciò che è o vuole o pare esser nuovo]]! Ma le mosche, per altro, le mosche cocchiere sono pur le male bestie e noiose! Si fermano alla prima osteria e van ronzando negli orecchi alla gente – Vedete là quella carrozzaccia tutta stinta e sdrucita e sgangherata, co' sedili che paiono schiene d'asini pelati, con una rota sola e mezzo timone? Quella è la carrozza del nostro paese. Ma ora veniamo in questo paese a rifarla, e ci abbiamo attaccato un Pegaso Pacolet, e sono io che guido. Zu, zu, zu. – A un viaggiatore scappa la pazienza e tira una cenciata – Va via, brutta bestia. (<!--da ''Mosche cocchiere'', -->pp. 469-470) ==''Della «Canzone di Legnano»''== ===[[Incipit]]=== {{centrato|IL PARLAMENTO<br />I.}}<br /> <poem>Sta Federico imperatore in Como. Ed ecco un messaggero entra in Milano da Porta Nova a briglie abbandonate. «Popolo di Milano,» ei passa e chiede, «fatemi scorta al console Gherardo.» Il consolo era in mezzo de la piazza, e il messagger piegato in su l'arcione parlò brevi parole e spronò via. Allor fe' cenno il console Gherardo, e squillaron le trombe a parlamento.</poem> ===Citazioni=== *''Ed allora per tutto il parlamento | trascorse quasi un fremito di belve.'' (vv. 115-116) *''Venne il dì nostro | (o milanesi), e vincere bisogna.'' (v. 122-123<ref group="fonte">Citato in [[Giuseppe Fumagalli]], ''[[s:Chi l'ha detto?|Chi l'ha detto?]]'', Hoepli, 1921, p. [[s:Pagina:Chi l'ha detto.djvu/661#c1839|629]].</ref>) ==''Giambi ed epodi''== ===[[Incipit]]=== <poem>No, non son morto. Dietro me cadavere Lasciai la prima vita. Sopra i vólti Che m'arrideano impallidîr le rose, Moriro i sogni de la prima età.</poem> ===Citazione=== *''Coraggio, amici. Se di vive fonti | córse, tócco dal santo, il balzo alpin''<ref>Si accenna alla fonte che secondo la leggenda [[Francesco d'Assisi|San Francesco]] fece scaturire presso il santuario della Verna. {{NDR|Nota del curatore}}</ref>'' | a voi saggi ed industri i patrii monti | iscaturiscan di fumoso [[vino|vin]]; || del vin ch'edúca il forte suolo amico | di ferro e zolfo con natia virtú: | co 'l quale io libo al padre Tebro antico, | al Tebro tolto al fin di [[servitù]]''. (''[[s:Giambi ed epodi/Libro I/Agli amici della valle Tiberina|Agli amici della valle Tiberina]]'', I, vv. 29-36) *''Oh non per questo dal fatal di [[Scoglio di Quarto|Quarto]] | lido il naviglio de i mille salpò, | né Rosolino Pilo aveva sparto | suo gentil sangue che vantava Angiò''. (''[[s:Giambi ed epodi/Libro I/La Consulta araldica|La Consulta araldica]]'', XI, vv. 25-28<ref group="fonte">Citato in [[Giuseppe Fumagalli]], ''[[s:Indice:Chi l'ha detto.djvu|Chi l'ha detto?]]'', U. Hoepli, Milano, 1921, p. 381.</ref>) *''Maledetta | sii tu, mia patria antica, | su cui l'onta de l'oggi e la vendetta | de i secoli s'abbica!'' (''[[s:Giambi ed epodi/Libro I/In morte di Giovanni Cairoli|In morte di Giovanni Cairoli]]'', XIII, vv. 117-120) *''La nostra patria è vile.'' (''[[s:Giambi ed epodi/Libro I/In morte di Giovanni Cairoli|In morte di Giovanni Cairoli]]'', XIII, v. 132) *''Impronta Italia domandava Roma, | [[Bisanzio]] essi le han dato.'' (''[[s:Giambi ed epodi/Libro II/Per Vincenzo Caldesi|Per Vincenzo Caldesi]]'', XVIII, vv. 27-28) *{{NDR|[[Giuseppe Mazzini]]}} ''E un popol morto dietro a lui si mise. || Esule antico, al ciel mite e severo | leva ora il volto che giammai non rise, | — tu sol — pensando — o idëal, sei vero.'' (''[[s:Giambi ed epodi/Libro II/Giuseppe Mazzini|Giuseppe Mazzini]]'', XXIII, vv. 11-14) *''Ma voi siete cristiane, o Maddalene! | Foste da' preti a scuola. | Siete moderne! avete ne le vene | l'Aretino e il Loiola''. (''[[s:Giambi ed epodi/Libro II/A proposito del processo Fadda|A proposito del processo Fadda]]''<ref group="fonte">Citato in [[Giuseppe Fumagalli]], ''[[s:Indice:Chi l'ha detto.djvu|Chi l'ha detto?]]'', Hoepli, 1921, p. 536.</ref>, XXIX, vv. 45-48) *{{NDR|Da [[Perugia]]}} ''E il sol nel radiante azzurro immenso | fin de gli [[Abruzzo|Abruzzi]] al biancheggiar lontano | folgora, e con desio d'amor più intenso | ride a' monti de l'[[Umbria]] e al verde piano''. (''[[s:Giambi ed epodi/Libro II/Il canto dell'Amore|Il canto dell'amore]]'', XXX, vv. 37-40) *''Da le vie, da le piazze gloriose, {{NDR|dell'[[Umbria]]}} | ove, come dal maggio ilare a i dì | boschi di querce e cespiti di rose, | la libera de' padri arte fiorì''; [...]. (''[[s:Giambi ed epodi/Libro II/Il canto dell'Amore|Il canto dell'amore]]'', XXX, vv. 81-84) ==''Juvenilia''== ===[[Incipit]]=== <poem>Ah per te<ref>Al libro [1866].</ref> Orazio prèdica al vento! Del patrio carcere non sei contento, la chiave abomini grata a i pudichi, agogni a l'aere de' luoghi aprichi. E dove, o misero, dove n'andrai. Dove un ricovero trovar potrai, o de' miei giovini lustri diletto, o mio carissimo tenue libretto?</poem> ===Citazioni=== *{{NDR|[[Vittorio Alfieri]]}} ''O de l'italo agon supremo atleta | misurator, di questa setta imbelle, | che stranïata il sacro allòr ti svelle | che vuol la santa bile irrequïeta? || E a qual miri sai tu splendida meta | ed a che fin drizzato abbian le stelle | questa età che di ciance e di novelle | per quanto ingozzi e più e più si asseta''? (''[[s:Juvenilia/Libro III/Vittorio Alfieri|Vittorio Alfieri]]'', XLIII, vv. 1-8) *{{NDR|[[Dante Alighieri]]}} ''Forti sembianze di novella vita | circondar la tua cuna, | o re del canto che più alto mira. | Gentil virago ardita, | quale non vider mai le argive sponde | né le latine, e d'amor balda e d'ira, | te venìa la bella | toscana libertade; e il pargoletto | già magnanimo petto | ti confortava de la sua mammella. | Tutta accesa ne' raggi di sua sfera, | mite insieme ed austera, | venne la fede; e per un popoloso | di visioni e d'ombre oscuro lito | la porta ti mostrò dell'infinito''. (''[[s:Juvenilia/Libro IV/Dante|Dante]]'', LX, vv. 1-15) *''Dimmi, triangoluzzo mio squadrato, | che al mondo se' degli animali rari, | furono prima i ciuchi o i somari? | e quel tuo capo è un circolo o un quadrato? || Anco: il cervel, se fior te n'è restato, | è isoscelo o scaleno o ha lati pari? | Se' tu l'ambasciador de' calendari, | o un parallelogrammo battezzato?'' (''[[s:Juvenilia/Libro V/A un geometra|A un geometra]]'', LXX, vv. 1-8) *''Or chi pria leverà d'[[Italia]] il grido | spezzando il vario, infame, antico freno? | Di martiri e d'eroi famoso nido, | voi [[Modena]] e [[Bologna]]. Oh al dì sereno || di libertà cresciute, anime altere | tra i ceppi sanguinanti e gli egri esigli | e gli orrendi martòri in prigion nere, || voi ne' tedeschi e ne' papali artigli | chi più mai renderà, poi che un volere | raccoglie alfin de la gran madre i figli?'' (''[[s:Juvenilia/Libro VI/Modena e Bologna|Modena e Bologna]]'', XC, vv. 5-14) ==''Odi barbare''== ===[[Incipit]]=== <poem>Odio l'usata [[poesia]]: concede comoda al vulgo i flosci fianchi e senza palpiti sotto i consueti amplessi stendesi e dorme. A me la strofe vigile, balzante co 'l plauso e 'l piede ritmico ne' cori: per l'ala a volo io còlgola, si volge ella e repugna.</poem> ===Citazioni=== *''Lieta del fato [[Brescia]] raccoltemi, | Brescia la forte, Brescia la ferrea, | Brescia leonessa d'Italia | beverata nel sangue nemico.'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Alla Vittoria - Tra le rovine del tempio di Vespasiano in Brescia|Alla Vittoria, tra le rovine del tempio di Vespasiano in Brescia]]'', libro I, vv. 37-40) *''Salve, [[Umbria]] verde, e tu del puro fonte | nume Clitumno!'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Alle fonti del Clitumno|Alle fonti del Clitumno]]'', libro I, vv. 25-26) *''[[Roma]], ne l'aer tuo lancio l'anima altera volante: | accogli, o Roma, e avvolgi l'anima mia di luce''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Roma|Roma]]'', libro I, vv. 1-2) *''Anch'ei, tra 'l dubbio giorno d'un gotico | tempio avvolgendosi, l'[[Dante Alighieri|Alighier]] trepido | cercò l'immagine di Dio nel gemmeo | pallore d'una femina''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/In una chiesa gotica|In una chiesa gotica]]'', libro I, vv. 21-24) *''Surge nel chiaro inverno la fosca turrita [[Bologna]], | e il colle di sopra bianco di neve ride''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Nella piazza di San Petronio|Nella piazza di San Petronio]]'', libro I, vv. 1-2) *[...] ''quando [[Odoacre]] dinanzi a l'impeto | di [[Teodorico il Grande|Teodorico]] cesse, e tra l'èrulo | eccidio passavan sui carri | dritte e bionde le donne amàle || entro la bella [[Verona]], odinici | carmi intonando: raccolta al vescovo | intorno, l'italica plebe | sporgea la croce supplice a' Goti''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Davanti il Castel Vecchio di Verona|Davanti il Castel Vecchio di Verona]]'', libro I, vv. 5-12) *{{NDR|Sul [[Lago di Garda]]}} [...] ''una gran tazza argentea, || cui placido olivo per gli orli nitidi corre | misto a l'eterno lauro.'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Sirmione|Sirmione]]'', libro I, v. 4) *''Breve ne l'onda placida avanzasi | [[Scoglio di Quarto|striscia di sassi]]. Boschi di lauro | frondeggiano dietro spirando | effluvi e murmuri ne la sera. |'' [...] ''| Par che da questo nido pacifico | in picciol legno l'uom debba movere | secreto a colloqui d'amore | leni su zefiri, la sua donna | fisa guatando l'astro di [[Venere (astronomia)|Venere]].'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Scoglio di Quarto|Scoglio di Quarto]]'', libro I, vv. 1-4, 9-13) *''Superba ardeva di lumi e cantici | nel mar morenti lontano [[Genova]] | al vespro lunare dal suo | arco marmoreo di palagi.'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Scoglio di Quarto|Scoglio di Quarto]]'', libro I, vv. 29-32) *''Fulgida e bionda ne l'adamantina | luce del serto tu passi''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro I/Alla regina d'Italia - XX Nov. MDCCCLXXVIII|Alla Regina d'Italia]]'', libro I, vv. 29-30) *''Già il mostro {{NDR|la [[locomotiva a vapore]]}}, conscio di sua metallica | anima, sbuffa, crolla, ansa, i fiammei | occhi sbarra; immane pe 'l buio | gitta il fischio che sfida lo spazio.'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Alla stazione in una mattina d'autunno|Alla stazione in una mattina d'autunno]]'', libro II, vv. 29-32) *''Oh qual caduta di foglie, gelida, | continua, muta, greve, su l'anima! | io credo che solo, che eterno, | che per tutto nel mondo è [[novembre]].'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Alla stazione in una mattina d'autunno|Alla stazione in una mattina d'autunno]]'', libro II, vv. 53-56) *{{NDR|[[Marzo]]}} ''Quale una incinta, su cui scende languida | languida l'ombra del sopore e l'occupa, | disciolta giace e palpita su 'l talamo, | sospiri al labbro e rotti accenti vengono | e súbiti rossor la faccia corrono ||'' [...] ''Chinatevi al lavoro, o validi omeri; | schiudetevi agli amori, o cuori giovani; | impennatevi a sogni, ali dell'anime; | irrompete alla guerra, o desii torbidi: | ciò che fu torna e tornerà nei secoli''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Canto di Marzo|Canto di marzo]]'', libro II, vv. 1-5, 26-30) *[...] ''[[Nuvola|vacche del cielo]]'' [...]. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Canto di Marzo|Canto di marzo]]'', libro II, v. 11) *''L'[[ora]] presente è in vano, non fa che percuotere e fugge, | sol nel [[passato]] è il bello, sol ne la [[morte]] è il vero.'' (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Presso l'urna di Percy Bysshe Shelley|Presso l'urna di Percy Bysshe Shelley]]'', libro II, vv. 3-4) *''Ah, ma non ivi alcuno de' novi poeti mai surse, | se non tu forse, [[Percy Bysshe Shelley|Shelley]], spirito di titano, | entro virginee forme''. (''[[s:Odi barbare/Delle Odi Barbare Libro II/Presso l'urna di Percy Bysshe Shelley|Presso l'urna di Percy Bysshe Shelley]]'', libro II, vv. 41-42) ===Citazioni sulle ''Odi barbare''=== *Le ''Barbare'' sono serti di fiori posti su delle tombe; o corone di cipresso appese ad abbandonate are votive. Il Carducci è apparso come un superstite di altri tempi, venuto a narrare a noi delle saghe antiche, che il secolo desueto non intendeva oramai più. E della sua solitudine ebbe anch'egli coscienza. Onde quella tristezza elegiaca di parecchie, delle più belle e più sincere forse, delle ''Odi barbare'', quella quasi nostalgica adorazione di rovine: quel sentirsi sfiorare dolcemente la fronte dall'ala trista dei secoli: quel desiderio di essere tratto dai fiumi eterni verso l'eterno nulla [...]. ([[Eugenio Donadoni]]) ==''Rime e ritmi''== ===[[Incipit]]=== '''Alla signorina Maria A.''' <poem>O Piccola Maria, di versi a te che importa? Esce la poesia, o piccola Maria, quando malinconia batte del cor la porta. O piccola Maria, di versi a te che importa?</poem> ===Citazioni=== *''Contessa, che è mai la [[vita]]? | È l'ombra d'un sogno fuggente. | La favola breve è finita, | il vero immortale è l'[[amore|amor]].'' (''[[s:Rime e ritmi/Jaufré Rudel|Jaufré Rudel]]'', vv. 73-76) *''Salve, [[Piemonte]]! A te con melodia | mesta, da lungi risonante, come | gli epici canti del tuo popol bravo, | scendono i fiumi. || Scendono pieni, rapidi, gagliardi, | come i tuoi cento battaglioni, e a valle | cercan le deste a ragionar di gloria | ville e cittadi''. (''[[s:Rime e ritmi/Piemonte|Piemonte]]'', 9-16) *[...] ''e da Superga nel festante coro | de le grandi Alpi la regal [[Torino]] | incoronata di [[vittoria]], ed [[Asti]] | repubblicana''. (''[[s:Rime e ritmi/Piemonte|Piemonte]]'', vv. 33-36) *{{NDR|A [[Carlo Alberto di Savoia]]}} [...] ''oggi ti canto, o re de' miei verd'anni, | re per tant'anni bestemmiato e pianto, | che via passasti con la spada in pugno | ed il cilicio | al cristian petto, italo Amleto''. (''[[s:Rime e ritmi/Piemonte|Piemonte]]'', vv. 65-69) *''[[Italia]] | assunta novella tra le genti''. (''[[s:Rime e ritmi/Cadore|Cadore]]'', vv. 163-164) *{{NDR|[[Carlo Goldoni]]}} ''A te, porgente su l'argenteo Sile | le braccia a l'avo da l'opima cuna, | ne la festante ilarità senile | parve la vita accorrere con una || marïonetta in mano. Al sol d'aprile | te fuggente la logica importuna | presago accolse il comico navile | veleggiando la tacita laguna''. (''[[s:Rime e ritmi/Carlo Goldoni|Carlo Goldoni]]'', I, vv. 1-8) *''Quando, novello Procida, | e più vero e migliore''<ref>Per il refuso su ''più vero e maggiore'', {{cfr}} [[Giuseppe Fumagalli]], ''[[s:Chi l'ha detto?|Chi l'ha detto?]]'', Hoepli, 1921, p. [[s:Pagina:Chi l'ha detto.djvu/764#c2046|732]].</ref>'', innanzi e indietro, | arava ei l'onda sicula;'' [...]. (''[[s:Rime e ritmi/Alla figlia di Francesco Crispi|Alla figlia di Francesco Crispi]]'', vv. 17-19) *''Seco venga a' lidi tuoi | fe' d'opre alte e leggiadre, | o isola del sole, o tu d'eroi | [[Sicilia]] antica madre.'' (''[[s:Rime e ritmi/Alla figlia di Francesco Crispi|Alla figlia di Francesco Crispi]]'', vv. 29-32) *[...] ''come, o [[Ferrara]], bello ne la splendida ora d'Aprile | ama il memore sole la tua pace!'' (''[[s:Rime e ritmi/Alla città di Ferrara|Alla città di Ferrara]]'', vv. 5-6) *''Salve, Ferrara, co'l tuo fato in pugno | ultima nata, creatura nova | de l'Appennin, del Po, del faticoso | dolore umano!'' (''[[s:Rime e ritmi/Alla città di Ferrara|Alla città di Ferrara]]'', vv. 93-96) *''Ombra d'un fiore è la beltà, su cui | bianca farfalla poesia volteggia: | eco di tromba che si perde a valle | è la potenza.'' (''[[s:Rime e ritmi/La chiesa di Polenta|La chiesa di Polenta]]'', vv. 13-16) *''Fuga di tempi e barbari silenzi | vince e dal flutto de le cose emerge | sola, di luce a' secoli affluenti | faro, l'[[idea]].'' (''[[s:Rime e ritmi/La chiesa di Polenta|La chiesa di Polenta]]'', vv. 17-20) ==''Rime nuove''== ===[[Incipit]]=== <poem>Ave, o [[rima]]! Con bell'arte su le carte te persegue il trovadore; ma tu brilli, tu scintilli, tu zampilli su del popolo dal cuore. O scoccata tra due baci ne i rapaci volgimenti de la danza, come accordi ne' due giri due sospiri, di memoria e di speranza!</poem> ===Citazioni=== *''[[Sonetto|Breve e amplissimo carme]]'' [...]. (''[[s:Rime nuove/Libro II/Al sonetto|Al sonetto]]'', III, v. 1) *''Pur ne l'ombra de' tuoi lati velami | gli umani tedi, o notte, ed i miei bassi | crucci ravvolgi e sperdi: a te mi chiami, | e con te sola il mio cuor solo stassi. || Di quai d'ozio promesse adempi e sbrami | gl'irrequïeti miei spiriti lassi? | E qual doni potenza a i pensier grami | onde a l'eterno o al nulla errando vassi? || O diva [[notte]], io non so già che sia | questo pensoso e presago diletto | ove l'ire e i dolor l'anima oblia: || ma posa io trovo in te, qual pargoletto | che singhiozza e s'addorme de la pia | ava abbrunata su l'antico petto.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/Di notte|Di notte]]'', VII) *''Te che solinghe balze e mèsti piani | ombri, o [[quercia]] pensosa, io più non amo, | poi che cedesti al capo de gl'insani | eversor di cittadi il mite ramo.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/Colloqui con gli alberi|Colloqui con gli alberi]]'', VIII, vv. 1-4) *''Né te, [[alloro|lauro]] infecondo, ammiro o bramo, | che mènti e insulti, o che i tuoi verdi e strani | orgogli accampi in mezzo al verno gramo | o in fronte a calvi imperador romani.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/Colloqui con gli alberi|Colloqui con gli alberi]]'', VIII, vv. 5-8) *''Amo te, [[vigna|vite]], che tra bruni sassi | pampinea ridi, ed a me pia maturi | il sapïente de la vita oblio.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/Colloqui con gli alberi|Colloqui con gli alberi]]'', VIII, vv. 9-11) *''Ma più onoro l'[[abete]]: ei fra quattr'assi, | nitida [[bara]], chiuda al fin li oscuri | del mio pensier tumulti e il van desio.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/Colloqui con gli alberi|Colloqui con gli alberi]]'', VIII, vv. 12-14) *''T'amo, o pio [[bue|bove]]; e mite un sentimento | di vigore e di pace al cor m'infondi. | O che solenne come un monumento | tu guardi i campi liberi e fecondi, | o che al giogo inchinandoti contento | l'agil opra de l'uom grave secondi:'' [...]. (''[[s:Rime nuove/Libro II/Il bove|Il bove]]'', IX, vv. 1-6) *''Il divino del [[pianura|pian]] silenzio verde''. (''[[s:Rime nuove/Libro II/Il bove|Il bove]]'', IX, v. 14) *''Siede novembre su le vie festanti | ove il maggio s'aprì de' miei pensieri, | e spettral ne la nebbia alza i giganti | templi la tua città, [[Dante Alighieri]]. || Meglio cosí; ch'io non mi vegga avanti | gli academici Lapi e i Bindi artieri: | Io vo' vedere il cavalier de' santi, | il santo io vo' veder de' cavalieri. || Forza di gioventù lieta da' marmi | fiorente, ch'ogni loda a dietro lassi | d'achei scalpelli e di toscani carmi, || degno, [[San Giorgio]] (oh con quest'occhi lassi | il vedess'io), che innanzi a te ne l'armi | un popolo d'eroi vincente passi.'' (''[[s:Rime nuove/Libro II/San Giorgio di Donatello|San Giorgio di Donatello]]'', XIV) *''[[Dante Alighieri|Dante]], onde avvien che i vóti e la favella | levo adorando al tuo fier simulacro, | e me sul verso che ti fè già macro | lascia il sol, trova ancor l'alba novella? |'' [...] ''| son chiesa e impero una ruina mesta | cui sorvola il tuo canto e al ciel risona: | muor Giove, e l'inno del poeta resta''. (''[[s:Rime nuove/Libro II/Dante|Dante]]'', XVI, vv. 1-4 e 12-14) *''L'albero a cui tendevi | la pargoletta mano, | il verde [[melograno]] | da' bei vermigli fior, || nel muto orto solingo | rinverdì tutto or ora | e giugno lo ristora | di luce e di calor. || Tu fior de la mia pianta | percossa e inaridita, | tu de l'inutil vita | estremo unico fior, || sei ne la terra fredda, | sei ne la terra negra; | né il sol più ti rallegra | né ti risveglia amor.'' {{NDR|[[Elegie funebri dalle poesie|elegia funebre]]}} (''[[s:Rime nuove/Libro III/Pianto antico|Pianto antico]]'', XLII) *''[[Maggio]] risveglia i nidi, | maggio risveglia i cuori; | porta le ortiche e i fiori, | i serpi e l'usignol.'' (''[[s:Rime nuove/Libro III/Maggiolata|Maggiolata]]'', L, vv. 1-4) *''La [[nebbia]] agl'irti colli | [[Pioggia|piovigginando]] sale, | e sotto il maestrale | urla e biancheggia il [[mare|mar]]; || ma per le vie del borgo | dal ribollir de' [[Tino (vinificazione)|tini]] | va l'aspro odor de i [[vino|vini]] | l'anime a rallegrar. || Gira sui ceppi accesi | lo spiedo scoppiettando: | sta il cacciator fischiando | su l'uscio a rimirar | tra le rossastre nubi | stormi d'uccelli neri | com'esuli pensieri | nel vespero migrar''. (''[[s:Rime nuove/Libro III/San Martino|San Martino]]'', LVIII, vv. 1-16) *{{NDR|Sulla [[Sicilia]]}} ''Sai tu l'isola bella, a le cui rive | manda il Ionio i fragranti ultimi baci | nel cui sereno mar Galatea vive | e su' monti Aci?'' (''[[s:Rime nuove/Libro IV/Primavere elleniche II|Primavere elleniche II]]'', LXIII, vv- 1-4) *''De l'ombroso pelasgo [[Monte Erice|Èrice]] in vetta | eterna ride ivi Afrodite e impera, | e freme tutt' amor la benedetta | da lei costiera''. (''[[s:Rime nuove/Libro IV/Primavere elleniche II|Primavere elleniche II]]'', LXIII, vv. 5-8) *''Meglio operando oblïar, senza indagarlo; | questo enorme mister de l'[[universo]]!'' (''[[s:Rime nuove/Libro V/Idillio maremmano|Idillio maremmano]]'', LXVII, vv. 38-39) *''Odio la faccia tua stupida e tonda, | l'inamidata cotta, | monacella lasciva ed infeconda, | [[Luna|celeste paölotta]]'' (''[[s:Rime nuove/Libro V/Classicismo e romanticismo|Classicismo e Romanticismo]]'', LXIX, vv. 37-40) *''Si volse il prete a dire: Ite. Potente | ruppe il sole a le nubi sormontando, | e incoronò d'un'iride scendente | la bella donna che sorgea pregando. | Corse tra le figure bizantine | vermiglio un riso come di pudor; | ma la [[Maria|Madonna]] le pupille chine | tenea su 'l figlio, e mormorava – Amor''. (''[[s:Rime nuove/Libro V/Da la qual par ch'una stella si mova|Da la qual par ch'una stella si mova]]'', LXXI, 33-40) *''I [[cipresso|cipressi]] che a Bólgheri alti e schietti | van da San Guido in duplice filar, | quasi in corsa giganti giovinetti | mi balzarono incontro e mi guardâr.'' (''[[s:Rime nuove/Libro V/Davanti san Guido|Davanti san Guido]]'', LXXII, vv. 1-4) *''Su 'l castello di [[Verona]] | batte il [[sole]] a mezzogiorno | da la Chiusa al pian rintrona | solitario un suon di [[Corno (strumento musicale)|corno]],'' [...]. (''[[s:Rime nuove/Libro VI/La leggenda di Teodorico|La leggenda di Teodorico]]'', LXXVI, vv. 1-4) *''Sanguinosa, in un sorriso | di martirio e di splendor: | di [[Severino Boezio|Boezio]] è il santo viso, | del romano senator.'' (''[[s:Rime nuove/Libro VI/La leggenda di Teodorico|La leggenda di Teodorico]]'', LXXVI, vv. 101-104) *[...] ''o noci della [[Carnia]] addio! | Erra tra i vostri rami il pensier mio | sognando l'ombre d'un tempo che fu!'' (''[[s:Rime nuove/Libro VI/Il comune rustico|Il comune rustico]]'', LXXVII, vv. 7-9) *''Cittadini di palagio, | mercanti e buon artieri; | e voi conti di maremma, | dai selvatici manieri; || voi di Corsica visconti, | voi marchesi de' confini; | voi che re siete in Sardegna | ed in [[Pisa]] cittadini; || voi che in volta del levante | mainaste or or la vela: | pria che arrossi la Verruca | e si spenga la candela, || fuori porta del parlascio, | su correte arditamente! | Su, su, popolo di Pisa, | cavalieri e buona gente!'' (''[[s:Rime nuove/Libro VI/Faida di comune|Faida di comune]]'', LXXIX, vv. 109-124) *''Hallali''<ref>''Hallalí'' è grido di caccia nella lingua francese, oggi accolto, credo, anche nelle nobili cacce italiane; e può accogliersi, parmi, perché in fine non è altro che un composto d'interiezioni e di avverbi comuni alle due lingue. {{NDR|Nota del curatore}}</ref>'', hallali, gente d'Habsburgo! | Ad una caccia eterna io con te surgo;'' [...]. (''[[s:Rime nuove/Libro VI/Ninna nanna di Carlo V|Ninna-nanna di Carlo V]]'', LXXX, vv. 33-34) *''Poeta, su 'l tuo capo sospeso ho il tricolore | che da le spiagge d'Istria da l'acque di Salvore | la fedele di Roma, [[Trieste]], mi mandò''. (''[[s:Rime nuove/Libro VI/A Vittore Hugo|A Victor Hugo]]'', LXXXI, vv. 49-51) ==[[Incipit]] di ''Conversazioni critiche''== Lodiamo di buon animo i buoni pensieri ne' due scritti del dott. C., intitolati I beni della letteratura e I mali della lingua latina, intorno agli offici delle lettere e dei letterati, intorno alle pessime condizioni dell'educazione letteraria qual fu e qual è in parte ancora fra noi e alla necessità di una educazione piú veramente civile. ==Citazioni su Giosuè Carducci== *A Giosuè Carducci, un dì tanto combattuto pe' suoi eccessi verbali, furono alla fine tributati onori singolari. Non solo egli fu chiamato "il poeta della terza Italia", ch'è appena cominciata, ma il Parlamento nazionale gli decretò un monumento a Roma; dove non l'hanno Virgilio, Dante, Michelangelo, Colombo, Vittorio Alfieri, primo poeta e profeta del Risorgimento, e neppure Alessandro Volta, la cui scoperta torna oggi sì possente alla civiltà del mondo. Ma a Roma era rivolta l'anima del poeta maremmano; il verso di Dante sul "gran veglio" simbolico,<br><div style="text-align:center;">E Roma guarda sì come suo speglio,</div>si adatta a lui, avvivatore delle tradizioni italiche. ([[Raffaello Barbiera]]) *Antiromantico, antimanzoniano ed anticristiano si dichiarò apertamente Giosuè Carducci, quando poco più che ventenne incominciò a farsi conoscere nella sua Toscana. Armato di cultura pagana e classica parve dapprima scendere in campo come un restauratore del classicismo, quasi un continuatore del Foscolo e dell'Alfieri; ma non tardò ad affermare la sua personalità gettando in quella forma classica pensieri modernissimi, come nell'''Inno a Satana'' che è un entusiastico saluto al progresso ed alla libertà. ([[Pietro Orsi]]) *[[Bologna]] era bella, amabile, degna di essere goduta con l'anima e la carne. Dietro le luminose vetrine della libreria Zanichelli aleggiava ancora lo spirito eternamente corrucciato del Carducci. ([[Rino Alessi]]) *Carducci è l'ultima tempra d'uomo che abbia avuto la nostra poesia, l'ultimo poeta che nel mondo non abbia veduto soltanto se stesso, ma anche il prossimo. È un uomo quadrato, più ricco di fantasia che Pascoli e D'Annunzio e più complesso di entrambi nel suo svolgimento poetico. ([[Attilio Momigliano]]) *Egli sembra, anche nell'aspetto, una di quelle foreste sul lido del suo mare, le quali anche nella più quieta serenità pare che si contorcano alle raffiche del libeccio. ([[Giovanni Pascoli]]) *Gli italiani nuovi sono stati tutti più o meno scolari del Carducci; hanno imparato alla sua scuola qualche cosa.<br>Egli insegnava non soltanto dalla cattedra e coi libri, ma con la persona e quasi con l'aspetto soltanto, maschio e severo, con tutto l'esempio di una vita spesa nel lavoro assiduo e glorioso, con tutta la forza di verità e di schiettezza che si comunicava dalla sua presenza muta. ([[Renato Serra]]) *Fra i postillatori di libri delle pubbliche biblioteche dobbiamo comprendere anche {{sic|Giosue}} Carducci<ref>La variante ''Giosue'' non è del tutto inconsueta: è utilizzata anche dalla ''[https://www.treccani.it/enciclopedia/giosue-carducci/ Enciclopedia on line Treccani]''.</ref>: però il Carducci giovinetto, che quando egli fu più maturo nessuno lo superò nell'amore e nel rispetto dei libri, dei libri suoi, nonché dei libri altrui. Il Carducci dal 1849 al 1852, mentre era scolaro nei corsi di Umanità e di Retorica alle Scuole Pie di Firenze, frequentò la [[Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze|Biblioteca Nazionale]], allora Magliabechiana, e [[Salomone Morpurgo]] ha voluto ricercare nei registri di quel tempo i ricordi delle letture di lui. Egli compare la prima volta nel registro il 4 dicembre 1849, e poi molte altre volte dopo, firmando talora col solo cognome, altre volte premettendovi le iniziali G. A. che richiamano anche il suo secondo nome di battesimo, Alessandro, e assai spesso anche collo pseudonimo di ''GAC de la Valle''. In un esemplare dell'''Acerba'' di [[Cecco d'Ascoli]], in fine del libro V, sotto i versi della famosa invettiva contro Dante, così il Carducci scrisse di suo pugno: ''Questo poeta, dopo che tanto e tanto ciarlato ha, Niuno l'ha inteso e niun lo intenderà. G. Carducci, E. Nencioni: 20 giugno 1850''. ([[Giuseppe Fumagalli]]) *Giosuè Carducci in mezzo al culto amoroso della poesia non ha abbandonato gli studi severi della critica. Nel Carducci conviene distinguere due persone, il poeta ed il critico; il primo non rassomiglia punto al secondo. Enotrio poeta è impetuoso, irrequieto, impaziente d'ogni difficoltà, e sempre pronto a rompere, come il Duca di Borgogna, l'orologio se suoni un'ora che lo chiami a ciò ch'egli non vuole. Il critico invece medita lungamente e scrive avvisato ed arguto, sapendo unire agli splendori dell'immaginazione la forma {{sic|culta}} ed elegante, l'erudizione profonda. Il Carducci sa tenersi lontano dalla nebulosità del De Sanctis, dalla elegante leggerezza del Settembrini, dalla troppo minuziosa analisi del Camerini e si manifesta co' suoi ''Studi letterarî'' uno dei più dotti ed arguti critici d'Italia, accoppiando alla serietà alemanna, la vivacità ed il calore degli ingegni del mezzogiorno. ([[Pompeo Gherardo Molmenti]]) *Il Carducci è l'ultimo dei poeti dell'Italia antica, più che il primo dei poeti dell'Italia nuova. ([[Eugenio Donadoni]]) *L'ispirazione carducciana è figlia dell'erudizione, e il Carducci è così strano poeta che, dopo d'avere incominciato tardi a produrre i suoi {{sic|capilavori}}, lascia trascorrere anni ed anni tra l'uno e l'altro e ne produce pochissimi. ([[Paolo Orano]]) *La storia nell'anima di Carducci, con buona pace del suo metodo storico, è quasi sempre una proiezione di presente negli sfondi lontani, per dargli autorità e obiettività. La storia in Carducci è polemica. Poeta della storia potrebbe al più significare poeta drammatico, e Carducci non creò una persona artistica fuori della sua personalità lirica. ([[Scipio Slataper]]) *Ma non si può né si deve dire che Giosuè Carducci sia il poeta di un'epoca, l'uomo rappresentativo di qualche cosa come una civiltà. No. Nell'opera sua manca ogni creazione di idee. Carducci deriva, non crea; e deriva non soltanto il pensiero che, del resto, in lui è sempre allo stato frammentario, dai Greci, dai Latini, dai Tedeschi e dai Francesi; ma anche l'immagine. È forse difficile sostenere che nell'opera poetica e prosastica del Carducci esista una immagine tutta carducciana. ([[Paolo Orano]]) *Per il Carducci la fede non fu la ''grande affaire''. Se oggi impreca al semitico nume, se domani esalta l'umil saluto dell'ave, egli non obbedisce a credenze profonde ma a due motivi, uno di serenità uno di malinconia, sorgenti, a distanza di anni, nella sua anima. Raccontano che in una placida notte, contemplando il cielo stellato, esclamasse: credo in Dio. L'aneddoto è verosimile (anche a proposito del [[Voltaire]] se ne riporta uno di tal genere), e sta a dimostrare il carattere lirico di codeste sue affermazioni. Credeva in Dio quella notte perché, secondo lo stile biblico, le meraviglie del creato gli parlavano di lui; ma il giorno dopo, nel lavoro consueto, spenta la luce stellare, il Dio notturno scompare nel [[panteismo]] dell'universo. ([[Giovanni Rabizzani]]) *Quando il Carducci morì, parve per un momento che la sua statura morale dovesse oscurare a lungo quelle della generazione a lui contemporanea e di altre successive che avrebbero dovuto attingere alla poesia gli ideali e alla personalità morale di lui norme di vita. In verità scompariva e scendeva con lui nella tomba una Italia che i panegiristi, i chroniqueurs, i falsi scolari, i critici maggiori e minori credevano d'intendere, gridando a gran voce con lagrime di dolore le lodi di un uomo che, vivo, si sarebbe violentemente e rudemente liberato di quel coro profano: che non sarebbe stato né posa né gesto platonico, come non erano state ciò le ribellioni del Carducci alla esaltazione cieca della sua personalità poetica e {{sic|prattica}}. ([[Francesco Piccolo (filologo)|Francesco Piccolo]]) *Quando pensiamo al Carducci uomo non sappiamo separare questo dagli altri elementi del suo carattere morale, sicché noi lo vediamo ancora un po' come il maestro e il consigliere di tutte le generazioni. Per altro egli rimane ancora vivo nella coscienza di tutti, anche se ad uso d'una certa coscienza giovanile in formazione è stato ridotto a pezzi d'antologia i quali non danno la misura né del carattere morale né del carattere poetico di lui. Rimane nella scuola, perché la scuola è la più conservatrice di tutte le istituzioni. ([[Francesco Piccolo (filologo)|Francesco Piccolo]]) *Questa concezione formalistica della poesia come un mestiere artistico infinitamente difficile, e come tale da prendere molto sul serio, ha per il Carducci una grande seduzione anche perché a lui di rado è concesso di mettere in armonici versi un puro avvenimento personale, i propri dolori e le proprie gioje. Non che egli mancasse di calore e di sincerità di sentimento. La morte della madre, e specialmente la perdita dell'unico {{sic|figlietto}}, gli toccarono profondamente il cuore. Ma egli era troppo virile ed anche troppo schivo per abbandonarsi a lamenti poetici, all'incirca come il piagnucoloso [[Giovanni Pascoli|Pascoli]]. La poesiola ''Pianto antico'', sulla morte del figlio, ci tocca così profondamente appunto perché è quasi l'unica lacrima nell'occhio di un uomo forte, che non è solito piangere. ([[Karl Vossler]]) *Sul Giosuè Carducci, scrissi due libri per dire alle genti: L'uomo di cui avete fatto l'apoteosi fu un volgare tornacontista, ed eccone qua le prove:<br />– Egli cantò la bianca croce di Savoia: ma a Versailles aveva già – con l'ajuto di [[Immanuel Kant|Emanuele Kant]] – decapitato un re.<br />– Egli, nell'Adige, celebrò il re Umberto: ma nell' Anniversario della Repubblica aveva già detto corna della monarchia.<br />– Egli chiamò il [[Giuseppe Mazzini]]: «Ezechiele in Campidoglio»; ma aveva già chiamato il Mazzini: «il sultano della libertà che mandava sicari ad ammazzare i galantuomini.»<br />– Aveva cantato il diavolo in un inno che fece andare in visibilio tutti i marinatori delle scuole d'Italia, onde era salito, di primo acchito, alla gloria di poeta di [[Satana]]; ma poscia quell'inno egli chiamò chitarronata, e ragazzacci sgrammaticanti chiamò coloro che, a causa di quell'inno, avevano strombazzato il suo nome alle quattro plaghe del mondo.<br />– Aveva schiaffeggiato il Galileo di rosse chiome e decapitato Dio con l'ajuto del [[Robespierre]]; ma poscia inneggiò alla chiesa di Polenta, alla dolce figlia di Jesse, a Dio ottimo massimo. ([[Andrea Lo Forte Randi]]) *Torna alla mente con gran tristezza di desiderio il tempo che io {{sic|studiava}} a Bologna; e la rivedo ancora quella severa e lunga aula dell'università con i finestroni dai vetri verdognoli che prendono luce dal pian terreno del cortile interno: la rivedo tutta gremita di uditori; tutti col viso rivolto e teso ad un punto, in silenzio: seduti sui banchi, fitti in piedi e addossati agli angoli, presso la porta d'ingresso. E quelle teste, le più giovanilmente vive, altre {{sic|grige}} o canute, altre di donne diffondenti in quella austerità non so quale femminile lietezza, mi pare ancora di udire la sua voce che si spandeva ora vibrata, staccata, nervosa; ora lenta, commossa e saliente come nembo d'incenso. Su l'alta cattedra, in fondo, appariva quel capo poderoso, curvo fra i cubiti, con la fronte ferma, come diga a reggere l'onda irrompente del pensiero; la breve mano bianca agitata a ricercare il libro o l'appunto, pur non ristando la voce.<br>Qualche volta, sopravvenendo le tenebre, accennava gli recassero una candela e se la poneva da presso; e allora quella fiammella rossa che or s'allungava in sottile piramide e stava immota, ora ballava come un folletto, faceva in quella penombra strani effetti su quel volto animato dall'idea creatrice.<br>Era l'autunno o era l'inverno nevoso: eppure per quella tetra sala in alto passava la primavera al suono della sua voce, l'eterna primavera del pensiero che Egli ogni volta evocava, viva, luminosa, presente fuori dai secoli che furono. ([[Alfredo Panzini]]) *Un altro poeta, forte e geniale, dimostra nell'opera sua l'indole scultorea spiccatissima: poeta contemporaneo, latinamente italiano fin nelle midolla: Giosuè Carducci.<br>Abbiamo veduto che [[Dante Alighieri|Dante]], come poeta scultore, è l'anima di Michelangelo che parla in voce di poesia, vedremo ora che il Carducci rispecchia invece nell'opera sua ora la classica plasticità di Houdon, ora la forza atletica di Puget, ora l'impetuosità del moto di Francesco Rude.<br>Egli è insomma un ingegno moderno, figlio del nostro secolo, perché rivela nella sua poesia certi fremiti di vita, certe singolari movenze leonine che gli antichi, né in scultura, né in pittura, né in poesia non conobbero mai. ([[Adolfo Padovan]]) *Vorrei mandarle un mazzo di rose grande più di me, vorrei creare una parola nuova che racchiudesse tutto ciò che ha di soave la gratitudine e di sublime la gioia, per dirle quello che sento Amo tutto ciò ch'Ella ha corretto nei miei versi. (Benedetti versi che mi hanno ispirato l'ardire di venire da Lei!). ([[Annie Vivanti]]) ===[[Albano Sorbelli]]=== *Il Carducci fu sempre un [[Irredentismo italiano|irredentista]], se al vocabolo diamo il significato di chi voleva la unità completa della patria, e la patria degna del suo destino. E accenni frequenti trovansi nei ''Levia gravia'' e specie nei ''Giambi ed Epodi''. Ma ci fu un fatto che molto contribuì a richiamare la mente del Carducci sui popoli dell'[[Istria]] e del [[Trentino]] che aspettavano, che sospiravano la rivendicazione: la sua visita a [[Trieste]] nel 1878. Come ridire le accoglienze festose, affettuose, commoventi, di fratello al maggior fratello che egli vi ebbe? Come ripetere la impressione profonda che in lui destarono le fiorenti terre e i bianchi casolari e le soleggiate città che si stendono lungo la costa dei golfi di Trieste e del [[Quarnaro]]? *Il Carducci ribelle irriducibile degli anni che corsero dal 1867 al 1878, il bestemmiatore, come lo dissero i suoi avversari, dell'Italia, che chiamava ''vile'' per viemeglio spingerla all'azione, si andava lentamente cambiando, o meglio intonandosi ai tempi che pure essi cambiavansi per condizioni e fatti nuovi. Il repubblicano violento veniva smorzando lentamente le fiamme della ribellione e l'astio contro la monarchia; sebbene in ogni tempo rifulgesse in lui quell'amore all'Italia, quel santo affetto di patria, che lo aveva mosso a scrivere e a operare sino dagli anni più lontani. E continuava a ripetere a tutti, e in tutti i toni, che l'Italia era fiacca, che si appagava ormai solo di parole vane, di alti gridi; e occorreva invece por mano alle opere; e {{sic|sopratutto}} occorreva una nuova educazione sapientemente democratica; un senso della realtà, un solido piano di ricostruzione del paese, un coordinamento al nobilissimo fine di ''fare'' l'Italia, ora che gli Italiani erano tutti uniti in [[Roma]]. *L'[[Triplice alleanza (1882)|alleanza italo-austriaca]] irritò il Carducci, che aveva sempre dinanzi le mal vietate Alpi retiche e giulie; l'assassinio di Oberdan gli andò diritto come una lama aguzza al cuore.<br>E ferito entro l'anima, còlto come da una crisi divina e furibonda, cantò; cantò in prosa, con una veemenza, con una forza, con un ardore che solo in pochi momenti della ispirazione carducciana può riscontrarsi. Tutto egli sentì il problema dell'irredentismo, tutta egli vide la vergogna di un'alleanza con l'Austria che ci spegneva i figli, tutto il rancore intese ridestarsi dentro contro la secolare tormentatrice del popolo e del sangue italiano. ==Note== <references/> ===Fonti=== <references group="fonte"/> ==Bibliografia== *Giosuè Carducci, ''[[s:A Satana|A Satana]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 377-386. *Giosuè Carducci, ''[https://archive.org/details/bozzettiescherme00carduoft/page/n8/mode/1up Bozzetti e scherme]'', Zanichelli, Bologna, 1920. *Giosuè Carducci, ''[https://books.google.it/books?id=jasTAAAAQAAJ Ceneri e faville: serie prima, 1859-1870]'', Zanichelli, Bologna, 1891. *Giosuè Carducci, ''[https://archive.org/details/operecard11carduoft?q=Francesco+Coccapieller Ceneri e faville: serie terza e ultima, 1877-1901]'', Zanichelli, Bologna, 1902. *Giosuè Carducci, ''[https://books.google.it/books?hl=it&id=4O8IAQAAMAAJ Confessioni e battaglie: serie prima]'', a cura di Mario Saccenti, Mucchi, 2001. *Giosuè Carducci, ''[https://books.google.it/books?hl=it&id=BB6J7Geq_aoC Confessioni e battaglie: serie seconda]'', Zanichelli, Bologna, 1913. *Giosuè Carducci, ''[https://www.gutenberg.org/files/46843/46843-h/46843-h.htm Conversazioni critiche]'', Sommaruga, 1884. *Giosuè Carducci, ''[[s:Canzone di Legnano|Della «Canzone di Legnano»]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 1037-1048. *Giosuè Carducci, ''[[s:Giambi ed epodi|Giambi ed epodi]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 387-512. *Giosuè Carducci, ''[[s:Levia Gravia|Levia Gravia]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 267-376. *Giosuè Carducci, ''[[s:Odi barbare|Odi barbare]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 777-940. *Giosuè Carducci, ''[[s:Rime e ritmi|Rime e ritmi]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 941-1036. *Giosuè Carducci, ''[[s:Rime nuove|Rime nuove]]'', in ''Poesie di Giosuè Carducci'', Zanichelli, Bologna, 1906, p. 535-776. ==Altri progetti== {{Interprogetto|s=Autore:Giosuè Carducci}} ===Opere=== {{Pedia|A Satana||(1863)}} {{Pedia|Odi barbare||(1877)}} {{Pedia|Giambi ed Epodi|''Giambi ed epodi''|(1882)}} {{Pedia|Rime nuove||(1887)}} {{DEFAULTSORT:Carducci, Giosuè}} [[Categoria:Poeti italiani]] [[Categoria:Scrittori italiani]] q6arqkwnahfsp4urbn4bzel4ytobat3 Template:SelezioneNuove 10 4465 1420672 1420608 2026-07-17T00:05:15Z Danyele 19198 +2 1420672 wikitext text/x-wiki <noinclude>{{Protetta}}</noinclude> <div style="text-align:justify; margin-right:10px;"><!-- AGGIUNGI UNA NUOVA VOCE IN CIMA ALLA LISTA, CANCELLANDONE UNA DAL FONDO. 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Il vecchio Ercole era metà uomo e metà Dio, questo in pratica è metà uomo e metà macchina spaziale, ma è lo stesso, ogni volta ha una grande impresa da affrontare, l'affronta e la supera. Cosa c'è di moralmente degenere rispetto ai miti di Ercole? (da ''Dalla parte di Goldrake'', ''Rinascita'', n. 41, 1980) *''Con te la luna è buona, | mia savia bambina: | se cammini, cammina | e se ti fermi tu | si ferma anche la luna | ubbidiente lassù. || È un piccolo cane bianco | che tu tieni al guinzaglio, | è un docile palloncino | che tieni per il filo: | andando a dormire lo leghi al cuscino, | la luna tutta notte | sta appesa sul tuo lettino.'' (da ''La luna al guinzaglio'', in ''Filastrocche in cielo e in terra'', 1972. Citato in Lucinda Spera, ''[https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/bambini/Spera.html Gianni Rodari: un classico del Novecento]'', ''treccani.it'', 14 maggio 2014) *''È difficile fare | le cose difficili: | parlare al sordo | mostrare la rosa al cieco. | Bambini, imparate | a fare le cose difficili: | dare la mano al cieco, | cantare per il sordo, | liberare gli schiavi | che si credono liberi.'' (da ''Parole per giocare'') *Io credo che le fiabe, quelle vecchie e quelle nuove, possano contribuire a educare la mente. La [[fiaba]] è il luogo di tutte le ipotesi: essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo. (da ''La freccia azzurra'') *Le fiabe sono alleate dell'utopia, non della conservazione. E perciò [...] noi le difendiamo: perché crediamo nel valore educativo dell'utopia, passaggio obbligato dall'accettazione passiva del mondo, alla capacità di criticarlo, all'impegno per trasformarlo.<ref>Citato in ''La fiaba nel Terzo Millennio. {{small|Metafore, intrecci, dinamiche}}'', a cura di Angela Articoni e Antonella Cagnolati, FarenHouse, Cabrerizos, (Salamanca, Spagna), 2019, [https://books.google.it/books?id=Vx3NDwAAQBAJ&lpg=PA1&hl=&pg=PA143#v=onepage&q&f=false p. 143]. ISBN 9788412031751</ref> *Nel paese della [[verità e bugia|bugia]], la verità è una malattia. (da ''Le storie'') *«Quanto pesa una [[lacrima]]?» «Secondo: la lacrima di un bambino capriccioso pesa meno del vento, quella di un bambino affamato pesa più di tutta la terra.» (da ''Favole al telefono'') *''Sulla Luna, per piacere, | non mandate un generale: | ne farebbe una caserma | con la tromba e il caporale. | Non mandateci un banchiere | sul satellite d’argento, | o lo mette in cassaforte | per mostrarlo a pagamento. | Non mandateci un ministro | col suo seguito di uscieri: | empirebbe di scartoffie | i lunatici crateri. || Ha da essere un poeta | sulla Luna ad allunare: | con la testa nella Luna | lui da un pezzo ci sa stare... | A sognar i più bei sogni | è da un pezzo abituato: | sa sperare l'impossibile | anche quando è disperato. | Or che i sogni e le speranze | si fan veri come fiori, | sulla Luna e sulla Terra | fate largo ai sognatori!'' (''Sulla Luna''<ref>Citato in Ersilia Vaudo Scarpetta, ''[https://eticaeconomia.it/la-luna-i-banchieri-e-i-sognatori/ La luna, i banchieri e i sognatori]'', ''eticaeconomia.it'', 17 aprile 2017.</ref>) *''Sulla neve bianca bianca | c'è una macchia color vermiglio: | è il sangue, il sangue di mio figlio | morto per la libertà. | Quando il sole la neve scioglie | un fiore rosso vedi spuntare: | o tu che passi, non lo strappare, | è il fiore della libertà. | Quando scesero i [[Partigiano|partigiani]] | a liberare le nostre case, | sui monti azzurri mio figlio rimase | a far la guardia alla libertà.''<ref>La madre del partigiano. Citato in ''Gianni Rodari: una biografia'', a cura di Marcello Argilli, 1990, [https://www.google.it/books/edition/Gianni_Rodari/tL8eAQAAIAAJ?hl=it&gbpv=1&bsq=gianni+rodari+%22Quando+il+sole+la+neve+scioglie%22&dq=gianni+rodari+%22Quando+il+sole+la+neve+scioglie%22&printsec=frontcover p. 86]. ISBN 9788806117016</ref> *Vale la pena che un bambino impari piangendo quello che può imparare ridendo? Se si mettessero insieme le lagrime versate nei cinque continenti per colpa dell'[[ortografia]], si otterrebbe una cascata da sfruttare per la produzione dell'energia elettrica. Ma io trovo che sarebbe un'energia troppo costosa.<br/>Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio la [[Torre pendente di Pisa|torre di Pisa]]. (da ''Il libro degli errori'') *Via Dante è una delle quarantun strade di [[Aliminusa]], un paese di 1.500 abitanti a 65 chilometri da [[Palermo]]. [...] Da soglia a soglia si annodano rapporti, nascono amicizie, scoppiano litigi, anzi "sciarre", che sono vere e proprie guerre di strada, di lunga durata. Una mappa delle "sciarre" di via Dante è stata disegnata da [[Lillo Gullo e Tano Gullo|Lillo e Tano Gullo]] in un loro libro<ref>[[Lillo Gullo e Tano Gullo]], ''Aliminusa. <small>Strada, donna, religiosità. Prospettive socio-antropologiche della cultura contadina</small>'', Savelli Editore, Roma, 1977.</ref> nel quale l'analisi di questo angolo di mondo siciliano è condotta con gli strumenti della sociologia (i fratelli Gullo, oggi giornalisti, si sono laureati a Trento), ma anche con il gusto del narratore. [...] La riappacificazione – la "mpaciatina" -, sollecitata da altre donne che godono di particolare prestigio nella strada o nel paese – avviene solo in occasione di eventi straordinari: malattie gravi, morti, partenze per l'emigrazione definitiva, nascite e matrimoni, ritorni da lontano. Poi le donne che la "sciarra" ha diviso, tornano a vivere gli intensi rapporti che ogni donna della strada mantiene con tutte le altre, a prestarsi verdure e pentole, a collaborare nella fattura del pane, a riunirsi in crocchi per ricamare, chiacchierare, oggi anche per commentare le notizie e gli spettacoli della televisione. I fratelli Gullo propongono di chiamarle, anziché "casalinghe" "stradalinghe". Non si può sapere se il neologismo avrà fortuna, ma per essere efficace lo è.<ref>Da ''Vita di "stradalinghe"'', ''Paese Sera'', 11 novembre 1977.</ref> ==''Filastrocche in cielo e in terra''== *''C'era una volta un [[Punto e virgola|punto]] | e c'era anche una [[Punto e virgola|virgola]]: | erano tanto amici, | si sposarono e furono felici. | Di notte e di giorno | andavano intorno | sempre a braccetto. «Che coppia modello – | la gente diceva – | che vera meraviglia | la famiglia Punto-e-virgola». Al loro passaggio | in segno di omaggio | perfino le maiuscole | diventavano minuscole: | e se qualcuna, poi, | a inchinarsi non è lesta | la matita del maestro | le taglia la testa.''<ref>Da ''La famiglia Punto-e-virgola''; citato in Anna Ranon, ''Poeti sui banchi di scuola'', Franco Angeli, 2012, p. [https://books.google.it/books?id=-3j9CQAAQBAJ&pg=PA100 100], nota 5.</ref> *''Che belle parole | se si potesse scrivere | con un raggio di sole. || Che parole d'argento | se si potesse scrivere | con un filo di vento. || Ma in fondo al [[calamaio]] | c'è un tesoro nascosto | e chi lo pesca scriverà parole | d'oro | col più nero inchiostro.''<ref>Citato in ''I grandi libri: {{small|antologia italiana per la scuola media con letture epiche}}'', Zanichelli, Bologna, stampa 1971, vol. I, p. 289.</ref> *''Chiedo scusa alla favola antica | se non mi piace l'avara formica | io sto dalla parte della cicala | che il più bel canto non vende... regala!''<ref>Citato in Francesca Radaelli, ''[http://www.ildialogodimonza.it/gianni-rodari-la-fantasia-nelle-parole-dei-bambini/ Gianni Rodari e la fantasia nelle parole dei bambini]'', ''ildialogodimonza.it''.</ref> *''Chissà se la [[luna]] | di [[Kiev]] | è bella | come la luna di Roma, | chissà se è la stessa | o soltanto sua sorella... || Ma son sempre quella! | – la luna protesta – | non sono mica | un berretto da notte | sulla tua testa! || Viaggiando quassù | faccio lume a tutti quanti, | dall'India al Perù, | dal Tevere al Mar Morto, | e i miei raggi viaggiano | senza passaporto.'' (''La luna di Kiev''<ref>Citato in ''[https://tg24.sky.it/lifestyle/2022/02/25/la-luna-di-kiev-gianni-rodari-guerra La luna di Kiev, testo e significato della poesia di Gianni Rodari contro la guerra]'', ''sky.it'', 25 febbraio 2022.</ref>) *''Filastrocca del [[gregario]] | corridore proletario, | che ai campioni di mestiere | deve far da cameriere, | e sul piatto, senza gloria, | serve loro la vittoria.''<ref>Citato in ''[http://www.culturitalia.info/ARCHIVIO/italia/nanda/Poesia/Info/Ictus2.htm I versi parisillabi]'', ''culturaitalia.info''.</ref> ==''Grammatica della fantasia''== *{{NDR|Sui bambini}} Qualsiasi parola potrà aiutarli a ricordare «quella volta che...», a scoprirsi nel tempo che passa, a misurare la distanza tra oggi e ieri, sebbene i loro «ieri» siano, per fortuna, ancora poco numerosi e poco affollati. *Non si può essere mai sicuri di quello che un bambino impara guardando la [[televisione]]. E non si deve mai sottovalutare la sua capacità di reagire creativamente al visibile. *Non c'è vita dove non c'è lotta. *Nelle nostre scuole, generalmente parlando, si ride troppo poco. L'idea che l'educazione della mente debba essere una cosa tetra è tra le più difficili da combattere. *Il mondo si può guardare a altezza d'uomo, ma anche dall'alto di una nuvola (con gli aeroplani è più facile). Nella realtà si può entrare dalla porta principale o infilarvisi – è più divertente – da un finestrino. *Se un bambino scrive nel suo quaderno «l'ago di Garda», ho la scelta tra correggere l'errore con un segnaccio rosso o blu, o seguirne l'ardito suggerimento e scrivere la storia e la geografia di questo «ago» importantissimo, segnato anche nella carta d'Italia. La Luna si specchierà sulla punta o nella cruna? Si pungerà il naso? *Un «libbro» con due ''b'' sarà soltanto un libro più pesante degli altri, o un libro sbagliato, o un libro specialissimo? *Sbagliando s'impara, è un vecchio [[Proverbi dai libri|proverbio]]. Il nuovo potrebbe essere che sbagliando s'inventa. *Burattinaio, il più bel mestiere del mondo. *Tra il mondo dei giocattoli e il mondo adulto c'è un rapporto meno chiaro di quanto possa sembrare a prima vista: da un lato, i giocattoli vi approdato «per caduta», dall'altro per conquista. *Certe cose che nel mondo adulto hanno avuto un tempo grande importanza, accettano la riduzione a giocattoli, pur di non sparire, quando quel tempo viene a finire. *Inventare storie con i giocattoli è quasi naturale, è una cosa che viene da sola se si gioca con i bambini: la storia non è che un prolungamento, uno sviluppo, un'esplosione festosa del giocattolo. *L'incontro decisivo tra i ragazzi e i libri avviene sui banchi di scuola. Se avviene in una situazione creativa, dove conta la vita e non l'esercizio, ne potrà sorgere quel gusto della lettura col quale non si nasce perché non è un istinto. Se avviene in una situazione burocratica, se il libro sarà mortificato a strumento di esercitazioni (copiature, riassunti, analisi grammaticale eccetera), soffocato dal meccanismo tradizionale: «interrogazione-giudizio», ne potrà nascere la tecnica nella lettura, ma non il gusto. I ragazzi sapranno leggere, ma leggeranno solo se obbligati. *L'immaginazione del bambino, stimolata a inventare parole, applicherà ai suoi strumenti su tutti i tratti dell'esperienza che sfideranno il suo intervento creativo. Le fiabe servono alla matematica come la matematica serve alle fiabe. Servono alla poesia, alla musica, all'utopia, all'impegno politico: insomma, all'uomo intero, e non solo al fantasticatore. *La [[mente]] è una sola. La sua creatività va coltivata in tutte le direzioni. *Con un po' di esercizio è possibile prendere lezioni di ottimismo anche da [[Giacomo Leopardi]]. * Prima di tutto la fiaba è per il bambino uno strumento ideale per trattenere con sé l'adulto. (da ''Grammatica della Fantasia: introduzione all'arte di inventare storie'', p. 150) ==''Il ragioniere-pesce del Cusio''== *La scorsa estate, trovandomi a Pettenasco per prendere parte ad una festa popolare e dovendo far passare qualche ora, mi spinsi fino al piccolo molo o imbarcadero dove, secondo le mie intenzioni, avrei potuto raccogliere qualche impressione o notizia utile per dare una connotazione realistica a uno o più particolari di una storia che stavo allora immaginando, e che ho poi effettivamente scritta e mandata all'editore. (p. 13) *Le montagne sulla sponda opposta stanno uscendo una dopo l'altra da una nebbia azzurrina, disponendosi nello spazio loro assegnato dalla regia e dallo scenografo. Dietro tutte le montagne, invisibile, a tirare i fili, immagino che ci sia il Monte Rosa, ma da questo punto non posso vederlo. [...] Ma non voglio divagare. Anche perché dall'acqua calma del lago {{NDR|[[Lago d'Orta|d'Orta]]}} sta emergendo, sotto le vecchie tavole dell'imbarcadero, un nuotatore grondante, inghirlandato di alghe, con il vuoto di un pacchetto di sigarette sulla spalla destra. (p. 16) *«Non parlo – precisa il ragioniere – della patria grande, ma della mia piccola patria cusiana. Piccola, ma a me molto cara».<br>«A me pure, se è per questo».<br>«Ebbene, signore, non ha mai sentito dire che il Cusio è – per effetto dell'inquinamento, della moria di pesci, dell'estinzione di ogni attività biologica – "un lago morto"? Ma io non accetto sifatta espressione, caro signore. E quando io sarò diventato un pesce, nessuno più, né in Italia né all'estero, né in italiano, né in borgognone potrà ripetere che "il Cusio è un lago morto" senza mentire per la gola. Sì – egli ripete con forza appassionata dopo una pausa – io amo il Cusio. E voglio che esso viva. Per questo intendo dargli la mia vita, dopo averla convenientemente adattata al cambiamento». (p. 28) *[...] non mi fosse capitato di scoprire un banco di pesci che nuotavano sotto e intorno all'imbarcadero, apparentemente ignari del loro dovere di essere morti e assenti da un pezzo.<br>«Ragioniere! – esclamai additandogli l'inatteso spettacolo – Guardi!»<br>Egli guardò il mio dito perplesso.<br>«In acqua! Guardi in acqua! Ci sono dei pesci!».<br>«Non è possibile! Lei è vittima di un'allucinazione».<br>«Si fa presto a controllare il mio stato di salute mentale. Guardi lei stesso. Quattro occhi vedono meglio di due».<br>Guardò. Vide. Impallidì... (p. 28) *E senza rivolgermi un saluto, senza più osare di guardarmi, il ragionier Polaroli si lasciò cadere nel lago e nuotò rapidamente verso il largo, dove lo attendeva oscillando una barchetta su cui egli si arrampicò. Dopo qualche colpo di tosse il motore si mise in moto. Vidi la barchetta allontanarsi in direzione di Bagnella... Qualche mese dopo un amico, al quale avevo chiesto notizie, m'informò che Polaroli aveva lasciato Omegna per trasferirsi in Finlandia. Paese, come si sa, ricco di laghi. (p. 29) ==[[Incipit]] di alcune opere== ===''C'era due volte il barone Lamberto ovvero I misteri dell'isola di San Giulio''=== In mezzo alle montagne c'è il lago d'Orta. In mezzo al lago d'Orta, ma non proprio a metà, c'è l'isola di San Giulio. Sull'isola di San Giulio c'è la villa del barone Lamberto, un signore molto vecchio (ha novantatré anni), assai ricco (possiede ventiquattro banche in Italia, Svizzera, Hong Kong, Singapore, eccetera), sempre malato. Le sue malattie sono ventiquattro. Solo il maggiordomo Anselmo se le ricorda tutte. Le tiene elencate in ordine alfabetico in un piccolo taccuino: asma, arteriosclerosi, artrite, artrosi, bronchite cronica, e così avanti fino alla zeta di zoppìa. Accanto a ogni malattia Anselmo ha annotato le medicine da prendere, a che ora del giorno e della notte, i cibi permessi e quelli vietati, le raccomandazioni dei dottori: «Stare attenti al sale, che fa aumentare la pressione», «Limitare lo zucchero, che non va d'accordo con il diabete», «Evitare le emozioni, le scale, le correnti d'aria, la pioggia, il sole e la luna». {{NDR|Gianni Rodari, ''C'era due volte il barone Lamberto'', Einaudi}} ===''Il libro degli errori''=== <poem>Per colpa di un accento un tale di Santhià credeva d'essere alla meta ed era appena a metà.</poem> {{NDR|Gianni Rodari, ''Il libro degli errori'', Einaudi, 1993}} ===''I nani di Mantova''=== Nel [[Palazzo Ducale (Mantova)|Palazzo Ducale]] di [[Mantova]], reggia di Gonzaga, c'è un curioso appartamento che sembra stato ideato e costruito per ospitare un popolo di bambole.<br /> Stanzine, salottini, corridoietti, tutto in miniatura, tutto come in un giocattolo.<br /> Capricci di signori del tempo andato, capricci di architetti; ma non è una casa per le bambole, è l'appartamento dei nani di corte. {{NDR|Gianni Rodari, ''I nani di Mantova'', Giunti Editore, 1980}} ===''La Freccia Azzurra''=== La [[Befana]] era una vecchia signora molto distinta e nobile: era quasi baronessa.<br> - La gente – borbotta qualche volta fra sé – mi chiama semplicemente «la Befana», e io non protesto, perché bisogna pure compatire gli ignoranti. Ma sono quasi baronessa: le persone per bene lo sanno.<br> - Sì, signora baronessa – approvava Teresa, la serva, per farle piacere. {{NDR|Gianni Rodari, ''La Freccia Azzurra'', Editori Riuniti, 1964}} ===''La macchina per fare i compiti e altre storie di Gianni Rodari''=== ;La pianta Paolino Il contadino Pietro rimase molto meravigliato quando gli nacque un bambino con i [[capelli verdi]]. Pietro aveva visto gente con i capelli neri, biondi e rossi; aveva anche sentito parlare di una certa fata dai capelli turchini, ma capelli verdi proprio non ne aveva mai visti. Le donne che venivano a vedere il bambino dicevano: — Sembra che abbia in testa l'insalata. — Così il bambino fu battezzato: Paolino lo chiamò il padre, Paolino Insalata lo chiamarono le donne. Furono fatti venire dei dottori a vedere quei capelli: dissero che non era niente, scrissero una ricetta, se ne andarono e i capelli rimasero verdi come prima. Quando il bambino ebbe due anni andò nei prati assieme al nonno a pascolare una capretta. Ed ecco che, ad un tratto, la capretta gli si avvicinò, e sotto gli occhi del nonno gli brucò via in quattro e quattr'otto tutti i capelli, lasciandogli la testa rasata come un prato appena falciato. {{NDR|Gianni Rodari, ''La macchina per fare i compiti e altre storie di Gianni Rodari'', Editori Riuniti, 2003}} ===''Le avventure di Cipollino''=== Cipollino era figlio di Cipollone e aveva sette fratelli: Cipolletto, Cipollotto, Cipolluccio e così di seguito, tutti nomi adatti ad una famiglia di [[cipolla|cipolle]]. Gente per bene, bisogna dirlo subito, però piuttosto sfortunata.<br> Cosa volete, quando si nasce cipolle, le lacrime sono di casa.<br> Cipollone ed i suoi figli abitavano in una baracca di legno, poco più grande di una cassetta di quelle che si vedono dall'ortolano. I ricchi che capitavano da quelle parti torcevano il naso disgustati.<ref>Questo è lo stesso incipit del volume ''Il gatto viaggiatore ed altre storie, antologia di racconti favole filastrocche'', Editori Riuniti, il cui primo racconto è "Schiaccia un piede Cipollone al gran Principe Limone".</ref> {{NDR|Gianni Rodari, ''Le avventure di Cipollino'', Editori Riuniti, 2003}} ===''Tante storie per giocare''=== C'era una volta un tamburino che tornava dalla guerra. Era povero, aveva soltanto il suo tamburo, ma era contento lo stesso perché tornava a casa dopo tanti anni. Lo si sentiva suonare di lontano: '''barabàn, barabàn, barabàn...'''<br> Cammina e cammina, incontra una vecchietta.<br> - Bel soldatino, me lo dai un soldo?<br> - Te ne darei anche due, nonnetta, anche una dozzina, se ne avessi. Ma proprio non ne ho. {{NDR|Gianni Rodari, ''Tante storie per giocare'', Editori Riuniti, 1984}} ==Citazioni su Gianni Rodari== *''La natura di Gianni Rodari è interessante: | barbe-capanne e orsi pescatori, | pantofole che crescono su piante | nuvole pazze e neve a colori, | monti in cammino e isole che vanno, | stelle di gatti e fulmini scagliati, | corse di tartarughe lunghe un anno, | cammelli saggi e nasi scambiati. | E mentre leggi, la tua mente ride, | danza e corre e vola qua e là, | immagina, partecipa, decide, | e inventa il gioco della libertà.'' ([[Roberto Piumini]]) ===[[Lillo Gullo]]=== *Gianni Rodari, vincitore del Premio Andersen nel 1970, autore di numerosi libri di favole e di filastrocche tradotti in tutto il mondo, è convinto che il processo dell'invenzione fantastica sia insito nella natura umana; con questa ''Grammatica'' – intaccando il culto e il mistero creatogli dal [[Romanticismo]] cerca di spiegare i meccanismi del processo creativo che nel bambino «anticipa quelli del pensiero logico e li rafforzano». *Secondo Rodari, la scintilla di una storia è data dall'accostamento insolito di due parole (ad esempio: cane, armadio), che «liberate dalle catene verbali di cui fanno parte quotidianamente», estraniate, danno luogo a un ''binomio fantastico'': «Il cane dell'armadio»; e così via, con tutti i possibili e immaginabili accostamenti. Poi viene l'''ipotesi fantastica'', con la tecnica del «che cosa succederebbe se la Sicilia perdesse i bottoni, se la città di Reggio Emilia (a cui è dedicato il libro, ''ndr'') si mettesse a volare, se un coccodrillo di presentasse a ''Rischiatutto''?», eccetera. Un'altra operazione proficua è l'utilizzo del ''prefisso arbitrario'', con cui si trasformano le parole: ad esempio, un attaccapanni può diventare uno «staccapanni», che, «in un paese di vetrine senza vetri, negozi senza cassa e guardaroba senza scontrino, serve per staccare gli abiti quando se ne ha bisogno». Si avranno così: lo «scannone» per disfare la guerra, la «bispipa» per fumatori accaniti, la «bispenna» per scolari gemelli, il «trinocolo», la «trimucca», eccetera. *Le favole, per Rodari possono anche essere messe al servizio della matematica. Ad esempio, la storia del ''Brutto anatroccolo'' di [[Hans Christian Andersen|Andersen]] – cioè del cigno capitato per errore in un branco di anatre – ha una struttura insiemistica, e può diventare «l'avventura di un elemento A capitato per errore nell'insieme degli elementi B, che non trova pace fino a quando non rientra nel suo insieme naturale, quello degli elementi A...» ==Note== <references /> ==Bibliografia== *Gianni Rodari, ''La freccia azzurra'', Editori Riuniti, Roma, 1964. *Gianni Rodari, ''Il libro degli errori'', Einaudi. *Gianni Rodari, ''Il ragioniere-pesce del Cusio'', Interlinea edizioni, Novara, 2001 [1978]. ISBN 88-8212-281-6 *Gianni Rodari, ''La macchina per fare i compiti e altre storie di Gianni Rodari'', Editori Riuniti, 2003. *Gianni Rodari, ''C'era due volte il barone Lamberto ovvero I misteri dell'isola di San Giulio'', Einaudi, Milano, 1983. *Gianni Rodari, ''Filastrocche in cielo e in terra'', Einaudi Ragazzi. *Gianni Rodari, ''Le storie'', a cura di Carmine De Luca, Editori Riuniti, 1992. *Gianni Rodari, ''Grammatica della fantasia'', Einaudi Ragazzi, 2010, ISBN 978-88-7926-833-2 ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{DEFAULTSORT:Rodari, Gianni}} [[Categoria:Comunisti in Italia]] [[Categoria:Favolisti italiani]] [[Categoria:Giornalisti italiani]] [[Categoria:Scrittori italiani]] [[Categoria:Partigiani italiani]] [[Categoria:Pedagogisti italiani]] ikglzvgh2k9benaoyr8sb7on8a1d0kq 1420699 1420681 2026-07-17T08:39:42Z Spinoziano 2297 revisione e ampliamento di ''C'era due volte il barone Lamberto''; ordine alfab. opere 1420699 wikitext text/x-wiki [[File:Gianni Rodari anni cinquanta.jpg|miniatura|Gianni Rodari]] '''Gianni Rodari''' (1920 – 1980), scrittore e pedagogista italiano. ==Citazioni di Gianni Rodari== *Bisognerebbe vedere oggettivamente, liberandoci dai nostri pregiudizi personali, che cos'è per un bambino l'esperienza di [[UFO Robot Goldrake|Goldrake]] [...] Bisognerebbe chiedersi il perché del loro successo, studiare un sistema di domande da rivolgere ai bambini per sapere le loro opinioni vere, non per suggerire loro delle opinioni, dato che noi spesso facciamo delle inchieste per suggerire ai bambini le nostre risposte [...] Invece di polemizzare con Goldrake, cerchiamo di far parlare i bambini di Goldrake, questa specie di Ercole moderno. Il vecchio Ercole era metà uomo e metà Dio, questo in pratica è metà uomo e metà macchina spaziale, ma è lo stesso, ogni volta ha una grande impresa da affrontare, l'affronta e la supera. Cosa c'è di moralmente degenere rispetto ai miti di Ercole? (da ''Dalla parte di Goldrake'', ''Rinascita'', n. 41, 1980) *''Con te la luna è buona, | mia savia bambina: | se cammini, cammina | e se ti fermi tu | si ferma anche la luna | ubbidiente lassù. || È un piccolo cane bianco | che tu tieni al guinzaglio, | è un docile palloncino | che tieni per il filo: | andando a dormire lo leghi al cuscino, | la luna tutta notte | sta appesa sul tuo lettino.'' (da ''La luna al guinzaglio'', in ''Filastrocche in cielo e in terra'', 1972. Citato in Lucinda Spera, ''[https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/bambini/Spera.html Gianni Rodari: un classico del Novecento]'', ''treccani.it'', 14 maggio 2014) *''È difficile fare | le cose difficili: | parlare al sordo | mostrare la rosa al cieco. | Bambini, imparate | a fare le cose difficili: | dare la mano al cieco, | cantare per il sordo, | liberare gli schiavi | che si credono liberi.'' (da ''Parole per giocare'') *Io credo che le fiabe, quelle vecchie e quelle nuove, possano contribuire a educare la mente. La [[fiaba]] è il luogo di tutte le ipotesi: essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo. (da ''La freccia azzurra'') *Le fiabe sono alleate dell'utopia, non della conservazione. E perciò [...] noi le difendiamo: perché crediamo nel valore educativo dell'utopia, passaggio obbligato dall'accettazione passiva del mondo, alla capacità di criticarlo, all'impegno per trasformarlo.<ref>Citato in ''La fiaba nel Terzo Millennio. {{small|Metafore, intrecci, dinamiche}}'', a cura di Angela Articoni e Antonella Cagnolati, FarenHouse, Cabrerizos, (Salamanca, Spagna), 2019, [https://books.google.it/books?id=Vx3NDwAAQBAJ&lpg=PA1&hl=&pg=PA143#v=onepage&q&f=false p. 143]. ISBN 9788412031751</ref> *Nel paese della [[verità e bugia|bugia]], la verità è una malattia. (da ''Le storie'') *«Quanto pesa una [[lacrima]]?» «Secondo: la lacrima di un bambino capriccioso pesa meno del vento, quella di un bambino affamato pesa più di tutta la terra.» (da ''Favole al telefono'') *''Sulla Luna, per piacere, | non mandate un generale: | ne farebbe una caserma | con la tromba e il caporale. | Non mandateci un banchiere | sul satellite d’argento, | o lo mette in cassaforte | per mostrarlo a pagamento. | Non mandateci un ministro | col suo seguito di uscieri: | empirebbe di scartoffie | i lunatici crateri. || Ha da essere un poeta | sulla Luna ad allunare: | con la testa nella Luna | lui da un pezzo ci sa stare... | A sognar i più bei sogni | è da un pezzo abituato: | sa sperare l'impossibile | anche quando è disperato. | Or che i sogni e le speranze | si fan veri come fiori, | sulla Luna e sulla Terra | fate largo ai sognatori!'' (''Sulla Luna''<ref>Citato in Ersilia Vaudo Scarpetta, ''[https://eticaeconomia.it/la-luna-i-banchieri-e-i-sognatori/ La luna, i banchieri e i sognatori]'', ''eticaeconomia.it'', 17 aprile 2017.</ref>) *''Sulla neve bianca bianca | c'è una macchia color vermiglio: | è il sangue, il sangue di mio figlio | morto per la libertà. | Quando il sole la neve scioglie | un fiore rosso vedi spuntare: | o tu che passi, non lo strappare, | è il fiore della libertà. | Quando scesero i [[Partigiano|partigiani]] | a liberare le nostre case, | sui monti azzurri mio figlio rimase | a far la guardia alla libertà.''<ref>La madre del partigiano. Citato in ''Gianni Rodari: una biografia'', a cura di Marcello Argilli, 1990, [https://www.google.it/books/edition/Gianni_Rodari/tL8eAQAAIAAJ?hl=it&gbpv=1&bsq=gianni+rodari+%22Quando+il+sole+la+neve+scioglie%22&dq=gianni+rodari+%22Quando+il+sole+la+neve+scioglie%22&printsec=frontcover p. 86]. ISBN 9788806117016</ref> *Vale la pena che un bambino impari piangendo quello che può imparare ridendo? Se si mettessero insieme le lagrime versate nei cinque continenti per colpa dell'[[ortografia]], si otterrebbe una cascata da sfruttare per la produzione dell'energia elettrica. Ma io trovo che sarebbe un'energia troppo costosa.<br/>Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio la [[Torre pendente di Pisa|torre di Pisa]]. (da ''Il libro degli errori'') *Via Dante è una delle quarantun strade di [[Aliminusa]], un paese di 1.500 abitanti a 65 chilometri da [[Palermo]]. [...] Da soglia a soglia si annodano rapporti, nascono amicizie, scoppiano litigi, anzi "sciarre", che sono vere e proprie guerre di strada, di lunga durata. Una mappa delle "sciarre" di via Dante è stata disegnata da [[Lillo Gullo e Tano Gullo|Lillo e Tano Gullo]] in un loro libro<ref>[[Lillo Gullo e Tano Gullo]], ''Aliminusa. <small>Strada, donna, religiosità. Prospettive socio-antropologiche della cultura contadina</small>'', Savelli Editore, Roma, 1977.</ref> nel quale l'analisi di questo angolo di mondo siciliano è condotta con gli strumenti della sociologia (i fratelli Gullo, oggi giornalisti, si sono laureati a Trento), ma anche con il gusto del narratore. [...] La riappacificazione – la "mpaciatina" -, sollecitata da altre donne che godono di particolare prestigio nella strada o nel paese – avviene solo in occasione di eventi straordinari: malattie gravi, morti, partenze per l'emigrazione definitiva, nascite e matrimoni, ritorni da lontano. Poi le donne che la "sciarra" ha diviso, tornano a vivere gli intensi rapporti che ogni donna della strada mantiene con tutte le altre, a prestarsi verdure e pentole, a collaborare nella fattura del pane, a riunirsi in crocchi per ricamare, chiacchierare, oggi anche per commentare le notizie e gli spettacoli della televisione. I fratelli Gullo propongono di chiamarle, anziché "casalinghe" "stradalinghe". Non si può sapere se il neologismo avrà fortuna, ma per essere efficace lo è.<ref>Da ''Vita di "stradalinghe"'', ''Paese Sera'', 11 novembre 1977.</ref> ==''C'era due volte il barone Lamberto''== ===[[Incipit]]=== In mezzo alle montagne c'è il lago d'Orta. In mezzo al lago d'Orta, ma non proprio a metà, c'è l'[[isola di San Giulio]]. Sull'isola di San Giulio c'è la villa del barone Lamberto, un signore molto vecchio (ha novantatré anni), assai ricco (possiede ventiquattro banche in Italia, Svizzera, Hong Kong, Singapore, eccetera), sempre malato. Le sue malattie sono ventiquattro. Solo il maggiordomo Anselmo se le ricorda tutte. Le tiene elencate in ordine alfabetico in un piccolo taccuino: asma, arteriosclerosi, artrite, artrosi, bronchite cronica, e così avanti fino alla zeta di zoppìa. Accanto a ogni malattia Anselmo ha annotato le medicine da prendere, a che ora del giorno e della notte, i cibi permessi e quelli vietati, le raccomandazioni dei dottori: «Stare attenti al sale, che fa aumentare la pressione», «Limitare lo zucchero, che non va d'accordo con il diabete», «Evitare le emozioni, le scale, le correnti d'aria, la pioggia, il sole e la luna». {{NDR|Gianni Rodari, ''C'era due volte il barone Lamberto ovvero I misteri dell'isola di San Giulio'', Einaudi, Torino, 1983.}} ===Citazioni=== *L'isola di San Giulio sembra fatta tutta a mano, come un gioco di costruzioni. Metro per metro, secolo dopo secolo, dandosi il cambio, uomini e altri uomini le hanno dato forma con il loro lavoro. Se si vede del verde, la natura non c'entra: sono i giardini delle ville. Non si vedono rocce, ma pietre, mattoni, vetrate, colonne, tetti. L'insieme è compatto come i pezzi di un rompicapo. (1981, p. 29) *Di sera le differenze dei colori scompaiono, i profili si fondono, l'isola sembra un monumento in un sol blocco di pietra nera a guardia dell'acqua cupa.<br>Da qualche finestra invisibile parte un raggio di luce, come un cordone gettato per tenere legata l'isola alla terraferma.<br>Sul lungolago di Orta la gente conta le luci.<br>– Sono quelle della villa del barone Lamberto.<br>– Per forza, c'è rimasto solo lui. (1981, p. 29) *La notizia che l'isola è stata occupata dai banditi ha richiamato migliaia di persone sulla riva. Ci sono gli abitanti di [[Orta San Giulio|Orta]], usciti dalle antiche stradine, dai nobili palazzotti e dalle ville fiorite, o scesi dai fianchi della montagna. Ci sono i turisti, che lasciano raffredare la cena sui tavoli degli alberghi. Non ci sono i profughi, che si sono ficcati a letto per rimettersi dallo spavento. (1981, p. 29) *È come se l'isola avesse troncato i contatti con la terraferma, per prepararsi ad un lungo assedio.<br>Così deve averla vista, prima dell'anno Mille, l'imperatore Ottone quando vi si rinchiuse il re d'Italia [[Berengario II d'Ivrea|Berengario]], e ci vollero delle settimane per costringerlo alla resa. Sconfitto Berengario, si rifugiò a San Giulio sua moglie, la regina Willa, con tutti i tesori del regno. (1981, p. 35) *– San Giulio, però, non aveva bisogno del motoscafo per attraversare il lago. Distendeva sull'acqua il suo mantello, ci montava sopra e via, senza vela né motore.<br>– Noi non siamo tanto santi, – hanno detto i due falsi frati, – e poi, come vedi, non portiamo mantello perché non è la stagione.<br>Sull'isola si sono riuniti nell'[[Basilica di San Giulio|antica basilica]], come un gruppo di pellegrini. (1981, p. 37) ==''Filastrocche in cielo e in terra''== *''C'era una volta un [[Punto e virgola|punto]] | e c'era anche una [[Punto e virgola|virgola]]: | erano tanto amici, | si sposarono e furono felici. | Di notte e di giorno | andavano intorno | sempre a braccetto. «Che coppia modello – | la gente diceva – | che vera meraviglia | la famiglia Punto-e-virgola». Al loro passaggio | in segno di omaggio | perfino le maiuscole | diventavano minuscole: | e se qualcuna, poi, | a inchinarsi non è lesta | la matita del maestro | le taglia la testa.''<ref>Da ''La famiglia Punto-e-virgola''; citato in Anna Ranon, ''Poeti sui banchi di scuola'', Franco Angeli, 2012, p. [https://books.google.it/books?id=-3j9CQAAQBAJ&pg=PA100 100], nota 5.</ref> *''Che belle parole | se si potesse scrivere | con un raggio di sole. || Che parole d'argento | se si potesse scrivere | con un filo di vento. || Ma in fondo al [[calamaio]] | c'è un tesoro nascosto | e chi lo pesca scriverà parole | d'oro | col più nero inchiostro.''<ref>Citato in ''I grandi libri: {{small|antologia italiana per la scuola media con letture epiche}}'', Zanichelli, Bologna, stampa 1971, vol. I, p. 289.</ref> *''Chiedo scusa alla favola antica | se non mi piace l'avara formica | io sto dalla parte della cicala | che il più bel canto non vende... regala!''<ref>Citato in Francesca Radaelli, ''[http://www.ildialogodimonza.it/gianni-rodari-la-fantasia-nelle-parole-dei-bambini/ Gianni Rodari e la fantasia nelle parole dei bambini]'', ''ildialogodimonza.it''.</ref> *''Chissà se la [[luna]] | di [[Kiev]] | è bella | come la luna di Roma, | chissà se è la stessa | o soltanto sua sorella... || Ma son sempre quella! | – la luna protesta – | non sono mica | un berretto da notte | sulla tua testa! || Viaggiando quassù | faccio lume a tutti quanti, | dall'India al Perù, | dal Tevere al Mar Morto, | e i miei raggi viaggiano | senza passaporto.'' (''La luna di Kiev''<ref>Citato in ''[https://tg24.sky.it/lifestyle/2022/02/25/la-luna-di-kiev-gianni-rodari-guerra La luna di Kiev, testo e significato della poesia di Gianni Rodari contro la guerra]'', ''sky.it'', 25 febbraio 2022.</ref>) *''Filastrocca del [[gregario]] | corridore proletario, | che ai campioni di mestiere | deve far da cameriere, | e sul piatto, senza gloria, | serve loro la vittoria.''<ref>Citato in ''[http://www.culturitalia.info/ARCHIVIO/italia/nanda/Poesia/Info/Ictus2.htm I versi parisillabi]'', ''culturaitalia.info''.</ref> ==''Grammatica della fantasia''== *{{NDR|Sui bambini}} Qualsiasi parola potrà aiutarli a ricordare «quella volta che...», a scoprirsi nel tempo che passa, a misurare la distanza tra oggi e ieri, sebbene i loro «ieri» siano, per fortuna, ancora poco numerosi e poco affollati. *Non si può essere mai sicuri di quello che un bambino impara guardando la [[televisione]]. E non si deve mai sottovalutare la sua capacità di reagire creativamente al visibile. *Non c'è vita dove non c'è lotta. *Nelle nostre scuole, generalmente parlando, si ride troppo poco. L'idea che l'educazione della mente debba essere una cosa tetra è tra le più difficili da combattere. *Il mondo si può guardare a altezza d'uomo, ma anche dall'alto di una nuvola (con gli aeroplani è più facile). Nella realtà si può entrare dalla porta principale o infilarvisi – è più divertente – da un finestrino. *Se un bambino scrive nel suo quaderno «l'ago di Garda», ho la scelta tra correggere l'errore con un segnaccio rosso o blu, o seguirne l'ardito suggerimento e scrivere la storia e la geografia di questo «ago» importantissimo, segnato anche nella carta d'Italia. La Luna si specchierà sulla punta o nella cruna? Si pungerà il naso? *Un «libbro» con due ''b'' sarà soltanto un libro più pesante degli altri, o un libro sbagliato, o un libro specialissimo? *Sbagliando s'impara, è un vecchio [[Proverbi dai libri|proverbio]]. Il nuovo potrebbe essere che sbagliando s'inventa. *Burattinaio, il più bel mestiere del mondo. *Tra il mondo dei giocattoli e il mondo adulto c'è un rapporto meno chiaro di quanto possa sembrare a prima vista: da un lato, i giocattoli vi approdato «per caduta», dall'altro per conquista. *Certe cose che nel mondo adulto hanno avuto un tempo grande importanza, accettano la riduzione a giocattoli, pur di non sparire, quando quel tempo viene a finire. *Inventare storie con i giocattoli è quasi naturale, è una cosa che viene da sola se si gioca con i bambini: la storia non è che un prolungamento, uno sviluppo, un'esplosione festosa del giocattolo. *L'incontro decisivo tra i ragazzi e i libri avviene sui banchi di scuola. Se avviene in una situazione creativa, dove conta la vita e non l'esercizio, ne potrà sorgere quel gusto della lettura col quale non si nasce perché non è un istinto. Se avviene in una situazione burocratica, se il libro sarà mortificato a strumento di esercitazioni (copiature, riassunti, analisi grammaticale eccetera), soffocato dal meccanismo tradizionale: «interrogazione-giudizio», ne potrà nascere la tecnica nella lettura, ma non il gusto. I ragazzi sapranno leggere, ma leggeranno solo se obbligati. *L'immaginazione del bambino, stimolata a inventare parole, applicherà ai suoi strumenti su tutti i tratti dell'esperienza che sfideranno il suo intervento creativo. Le fiabe servono alla matematica come la matematica serve alle fiabe. Servono alla poesia, alla musica, all'utopia, all'impegno politico: insomma, all'uomo intero, e non solo al fantasticatore. *La [[mente]] è una sola. La sua creatività va coltivata in tutte le direzioni. *Con un po' di esercizio è possibile prendere lezioni di ottimismo anche da [[Giacomo Leopardi]]. * Prima di tutto la fiaba è per il bambino uno strumento ideale per trattenere con sé l'adulto. (da ''Grammatica della Fantasia: introduzione all'arte di inventare storie'', p. 150) ==''Il ragioniere-pesce del Cusio''== *La scorsa estate, trovandomi a Pettenasco per prendere parte ad una festa popolare e dovendo far passare qualche ora, mi spinsi fino al piccolo molo o imbarcadero dove, secondo le mie intenzioni, avrei potuto raccogliere qualche impressione o notizia utile per dare una connotazione realistica a uno o più particolari di una storia che stavo allora immaginando, e che ho poi effettivamente scritta e mandata all'editore. (p. 13) *Le montagne sulla sponda opposta stanno uscendo una dopo l'altra da una nebbia azzurrina, disponendosi nello spazio loro assegnato dalla regia e dallo scenografo. Dietro tutte le montagne, invisibile, a tirare i fili, immagino che ci sia il Monte Rosa, ma da questo punto non posso vederlo. [...] Ma non voglio divagare. Anche perché dall'acqua calma del lago {{NDR|[[Lago d'Orta|d'Orta]]}} sta emergendo, sotto le vecchie tavole dell'imbarcadero, un nuotatore grondante, inghirlandato di alghe, con il vuoto di un pacchetto di sigarette sulla spalla destra. (p. 16) *«Non parlo – precisa il ragioniere – della patria grande, ma della mia piccola patria cusiana. Piccola, ma a me molto cara».<br>«A me pure, se è per questo».<br>«Ebbene, signore, non ha mai sentito dire che il Cusio è – per effetto dell'inquinamento, della moria di pesci, dell'estinzione di ogni attività biologica – "un lago morto"? Ma io non accetto sifatta espressione, caro signore. E quando io sarò diventato un pesce, nessuno più, né in Italia né all'estero, né in italiano, né in borgognone potrà ripetere che "il Cusio è un lago morto" senza mentire per la gola. Sì – egli ripete con forza appassionata dopo una pausa – io amo il Cusio. E voglio che esso viva. Per questo intendo dargli la mia vita, dopo averla convenientemente adattata al cambiamento». (p. 28) *[...] non mi fosse capitato di scoprire un banco di pesci che nuotavano sotto e intorno all'imbarcadero, apparentemente ignari del loro dovere di essere morti e assenti da un pezzo.<br>«Ragioniere! – esclamai additandogli l'inatteso spettacolo – Guardi!»<br>Egli guardò il mio dito perplesso.<br>«In acqua! Guardi in acqua! Ci sono dei pesci!».<br>«Non è possibile! Lei è vittima di un'allucinazione».<br>«Si fa presto a controllare il mio stato di salute mentale. Guardi lei stesso. Quattro occhi vedono meglio di due».<br>Guardò. Vide. Impallidì... (p. 28) *E senza rivolgermi un saluto, senza più osare di guardarmi, il ragionier Polaroli si lasciò cadere nel lago e nuotò rapidamente verso il largo, dove lo attendeva oscillando una barchetta su cui egli si arrampicò. Dopo qualche colpo di tosse il motore si mise in moto. Vidi la barchetta allontanarsi in direzione di Bagnella... Qualche mese dopo un amico, al quale avevo chiesto notizie, m'informò che Polaroli aveva lasciato Omegna per trasferirsi in Finlandia. Paese, come si sa, ricco di laghi. (p. 29) ==[[Incipit]] di alcune opere== ===''I nani di Mantova''=== Nel [[Palazzo Ducale (Mantova)|Palazzo Ducale]] di [[Mantova]], reggia di Gonzaga, c'è un curioso appartamento che sembra stato ideato e costruito per ospitare un popolo di bambole.<br /> Stanzine, salottini, corridoietti, tutto in miniatura, tutto come in un giocattolo.<br /> Capricci di signori del tempo andato, capricci di architetti; ma non è una casa per le bambole, è l'appartamento dei nani di corte. {{NDR|Gianni Rodari, ''I nani di Mantova'', Giunti Editore, 1980}} ===''Il libro degli errori''=== <poem>Per colpa di un accento un tale di Santhià credeva d'essere alla meta ed era appena a metà.</poem> {{NDR|Gianni Rodari, ''Il libro degli errori'', Einaudi, 1993}} ===''La freccia azzurra''=== La [[Befana]] era una vecchia signora molto distinta e nobile: era quasi baronessa.<br> - La gente – borbotta qualche volta fra sé – mi chiama semplicemente «la Befana», e io non protesto, perché bisogna pure compatire gli ignoranti. Ma sono quasi baronessa: le persone per bene lo sanno.<br> - Sì, signora baronessa – approvava Teresa, la serva, per farle piacere. {{NDR|Gianni Rodari, ''La freccia azzurra'', Editori Riuniti, 1964}} ===''La macchina per fare i compiti e altre storie di Gianni Rodari''=== ;La pianta Paolino Il contadino Pietro rimase molto meravigliato quando gli nacque un bambino con i [[capelli verdi]]. Pietro aveva visto gente con i capelli neri, biondi e rossi; aveva anche sentito parlare di una certa fata dai capelli turchini, ma capelli verdi proprio non ne aveva mai visti. Le donne che venivano a vedere il bambino dicevano: — Sembra che abbia in testa l'insalata. — Così il bambino fu battezzato: Paolino lo chiamò il padre, Paolino Insalata lo chiamarono le donne. Furono fatti venire dei dottori a vedere quei capelli: dissero che non era niente, scrissero una ricetta, se ne andarono e i capelli rimasero verdi come prima. Quando il bambino ebbe due anni andò nei prati assieme al nonno a pascolare una capretta. Ed ecco che, ad un tratto, la capretta gli si avvicinò, e sotto gli occhi del nonno gli brucò via in quattro e quattr'otto tutti i capelli, lasciandogli la testa rasata come un prato appena falciato. {{NDR|Gianni Rodari, ''La macchina per fare i compiti e altre storie di Gianni Rodari'', Editori Riuniti, 2003}} ===''Le avventure di Cipollino''=== Cipollino era figlio di Cipollone e aveva sette fratelli: Cipolletto, Cipollotto, Cipolluccio e così di seguito, tutti nomi adatti ad una famiglia di [[cipolla|cipolle]]. Gente per bene, bisogna dirlo subito, però piuttosto sfortunata.<br> Cosa volete, quando si nasce cipolle, le lacrime sono di casa.<br> Cipollone ed i suoi figli abitavano in una baracca di legno, poco più grande di una cassetta di quelle che si vedono dall'ortolano. I ricchi che capitavano da quelle parti torcevano il naso disgustati.<ref>Questo è lo stesso incipit del volume ''Il gatto viaggiatore ed altre storie, antologia di racconti favole filastrocche'', Editori Riuniti, il cui primo racconto è "Schiaccia un piede Cipollone al gran Principe Limone".</ref> {{NDR|Gianni Rodari, ''Le avventure di Cipollino'', Editori Riuniti, 2003}} ===''Tante storie per giocare''=== C'era una volta un tamburino che tornava dalla guerra. Era povero, aveva soltanto il suo tamburo, ma era contento lo stesso perché tornava a casa dopo tanti anni. Lo si sentiva suonare di lontano: '''barabàn, barabàn, barabàn...'''<br> Cammina e cammina, incontra una vecchietta.<br> - Bel soldatino, me lo dai un soldo?<br> - Te ne darei anche due, nonnetta, anche una dozzina, se ne avessi. Ma proprio non ne ho. {{NDR|Gianni Rodari, ''Tante storie per giocare'', Editori Riuniti, 1984}} ==Citazioni su Gianni Rodari== *''La natura di Gianni Rodari è interessante: | barbe-capanne e orsi pescatori, | pantofole che crescono su piante | nuvole pazze e neve a colori, | monti in cammino e isole che vanno, | stelle di gatti e fulmini scagliati, | corse di tartarughe lunghe un anno, | cammelli saggi e nasi scambiati. | E mentre leggi, la tua mente ride, | danza e corre e vola qua e là, | immagina, partecipa, decide, | e inventa il gioco della libertà.'' ([[Roberto Piumini]]) ===[[Lillo Gullo]]=== *Gianni Rodari, vincitore del Premio Andersen nel 1970, autore di numerosi libri di favole e di filastrocche tradotti in tutto il mondo, è convinto che il processo dell'invenzione fantastica sia insito nella natura umana; con questa ''Grammatica'' – intaccando il culto e il mistero creatogli dal [[Romanticismo]] cerca di spiegare i meccanismi del processo creativo che nel bambino «anticipa quelli del pensiero logico e li rafforzano». *Secondo Rodari, la scintilla di una storia è data dall'accostamento insolito di due parole (ad esempio: cane, armadio), che «liberate dalle catene verbali di cui fanno parte quotidianamente», estraniate, danno luogo a un ''binomio fantastico'': «Il cane dell'armadio»; e così via, con tutti i possibili e immaginabili accostamenti. Poi viene l'''ipotesi fantastica'', con la tecnica del «che cosa succederebbe se la Sicilia perdesse i bottoni, se la città di Reggio Emilia (a cui è dedicato il libro, ''ndr'') si mettesse a volare, se un coccodrillo di presentasse a ''Rischiatutto''?», eccetera. Un'altra operazione proficua è l'utilizzo del ''prefisso arbitrario'', con cui si trasformano le parole: ad esempio, un attaccapanni può diventare uno «staccapanni», che, «in un paese di vetrine senza vetri, negozi senza cassa e guardaroba senza scontrino, serve per staccare gli abiti quando se ne ha bisogno». Si avranno così: lo «scannone» per disfare la guerra, la «bispipa» per fumatori accaniti, la «bispenna» per scolari gemelli, il «trinocolo», la «trimucca», eccetera. *Le favole, per Rodari possono anche essere messe al servizio della matematica. Ad esempio, la storia del ''Brutto anatroccolo'' di [[Hans Christian Andersen|Andersen]] – cioè del cigno capitato per errore in un branco di anatre – ha una struttura insiemistica, e può diventare «l'avventura di un elemento A capitato per errore nell'insieme degli elementi B, che non trova pace fino a quando non rientra nel suo insieme naturale, quello degli elementi A...» ==Note== <references /> ==Bibliografia== *Gianni Rodari, ''C'era due volte il barone Lamberto ovvero I misteri dell'isola di San Giulio'', Einaudi, Torino, 1981 [1978]. *Gianni Rodari, ''C'era due volte il barone Lamberto ovvero I misteri dell'isola di San Giulio'', Einaudi, Torino, 1983 [1978]. *Gianni Rodari, ''Filastrocche in cielo e in terra'', Einaudi Ragazzi. *Gianni Rodari, ''Grammatica della fantasia'', Einaudi Ragazzi, 2010. ISBN 978-88-7926-833-2 *Gianni Rodari, ''Il libro degli errori'', Einaudi. *Gianni Rodari, ''Il ragioniere-pesce del Cusio'', Interlinea edizioni, Novara, 2001 [1978]. ISBN 88-8212-281-6 *Gianni Rodari, ''La freccia azzurra'', Editori Riuniti, Roma, 1964. *Gianni Rodari, ''La macchina per fare i compiti e altre storie di Gianni Rodari'', Editori Riuniti, 2003. *Gianni Rodari, ''Le storie'', a cura di Carmine De Luca, Editori Riuniti, 1992. ==Altri progetti== {{interprogetto}} ===Opere=== {{Pedia|C'era due volte il barone Lamberto||(1978)}} {{DEFAULTSORT:Rodari, Gianni}} [[Categoria:Comunisti in Italia]] [[Categoria:Favolisti italiani]] [[Categoria:Giornalisti italiani]] [[Categoria:Scrittori italiani]] [[Categoria:Partigiani italiani]] [[Categoria:Pedagogisti italiani]] fk6iybzt74kkso4yhvydhfb8kx9n63k 1420702 1420699 2026-07-17T10:01:52Z Spinoziano 2297 amplio 1420702 wikitext text/x-wiki [[File:Gianni Rodari anni cinquanta.jpg|miniatura|Gianni Rodari]] '''Gianni Rodari''' (1920 – 1980), scrittore e pedagogista italiano. ==Citazioni di Gianni Rodari== *Bisognerebbe vedere oggettivamente, liberandoci dai nostri pregiudizi personali, che cos'è per un bambino l'esperienza di [[UFO Robot Goldrake|Goldrake]] [...] Bisognerebbe chiedersi il perché del loro successo, studiare un sistema di domande da rivolgere ai bambini per sapere le loro opinioni vere, non per suggerire loro delle opinioni, dato che noi spesso facciamo delle inchieste per suggerire ai bambini le nostre risposte [...] Invece di polemizzare con Goldrake, cerchiamo di far parlare i bambini di Goldrake, questa specie di Ercole moderno. Il vecchio Ercole era metà uomo e metà Dio, questo in pratica è metà uomo e metà macchina spaziale, ma è lo stesso, ogni volta ha una grande impresa da affrontare, l'affronta e la supera. Cosa c'è di moralmente degenere rispetto ai miti di Ercole? (da ''Dalla parte di Goldrake'', ''Rinascita'', n. 41, 1980) *''Con te la luna è buona, | mia savia bambina: | se cammini, cammina | e se ti fermi tu | si ferma anche la luna | ubbidiente lassù. || È un piccolo cane bianco | che tu tieni al guinzaglio, | è un docile palloncino | che tieni per il filo: | andando a dormire lo leghi al cuscino, | la luna tutta notte | sta appesa sul tuo lettino.'' (da ''La luna al guinzaglio'', in ''Filastrocche in cielo e in terra'', 1972. Citato in Lucinda Spera, ''[https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/bambini/Spera.html Gianni Rodari: un classico del Novecento]'', ''treccani.it'', 14 maggio 2014) *''È difficile fare | le cose difficili: | parlare al sordo | mostrare la rosa al cieco. | Bambini, imparate | a fare le cose difficili: | dare la mano al cieco, | cantare per il sordo, | liberare gli schiavi | che si credono liberi.'' (da ''Parole per giocare'') *Io credo che le fiabe, quelle vecchie e quelle nuove, possano contribuire a educare la mente. La [[fiaba]] è il luogo di tutte le ipotesi: essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo. (da ''La freccia azzurra'') *Le fiabe sono alleate dell'utopia, non della conservazione. E perciò [...] noi le difendiamo: perché crediamo nel valore educativo dell'utopia, passaggio obbligato dall'accettazione passiva del mondo, alla capacità di criticarlo, all'impegno per trasformarlo.<ref>Citato in ''La fiaba nel Terzo Millennio. {{small|Metafore, intrecci, dinamiche}}'', a cura di Angela Articoni e Antonella Cagnolati, FarenHouse, Cabrerizos, (Salamanca, Spagna), 2019, [https://books.google.it/books?id=Vx3NDwAAQBAJ&lpg=PA1&hl=&pg=PA143#v=onepage&q&f=false p. 143]. ISBN 9788412031751</ref> *Nel paese della [[verità e bugia|bugia]], la verità è una malattia. (da ''Le storie'') *«Quanto pesa una [[lacrima]]?» «Secondo: la lacrima di un bambino capriccioso pesa meno del vento, quella di un bambino affamato pesa più di tutta la terra.» (da ''Favole al telefono'') *''Sulla Luna, per piacere, | non mandate un generale: | ne farebbe una caserma | con la tromba e il caporale. | Non mandateci un banchiere | sul satellite d’argento, | o lo mette in cassaforte | per mostrarlo a pagamento. | Non mandateci un ministro | col suo seguito di uscieri: | empirebbe di scartoffie | i lunatici crateri. || Ha da essere un poeta | sulla Luna ad allunare: | con la testa nella Luna | lui da un pezzo ci sa stare... | A sognar i più bei sogni | è da un pezzo abituato: | sa sperare l'impossibile | anche quando è disperato. | Or che i sogni e le speranze | si fan veri come fiori, | sulla Luna e sulla Terra | fate largo ai sognatori!'' (''Sulla Luna''<ref>Citato in Ersilia Vaudo Scarpetta, ''[https://eticaeconomia.it/la-luna-i-banchieri-e-i-sognatori/ La luna, i banchieri e i sognatori]'', ''eticaeconomia.it'', 17 aprile 2017.</ref>) *''Sulla neve bianca bianca | c'è una macchia color vermiglio: | è il sangue, il sangue di mio figlio | morto per la libertà. | Quando il sole la neve scioglie | un fiore rosso vedi spuntare: | o tu che passi, non lo strappare, | è il fiore della libertà. | Quando scesero i [[Partigiano|partigiani]] | a liberare le nostre case, | sui monti azzurri mio figlio rimase | a far la guardia alla libertà.''<ref>La madre del partigiano. Citato in ''Gianni Rodari: una biografia'', a cura di Marcello Argilli, 1990, [https://www.google.it/books/edition/Gianni_Rodari/tL8eAQAAIAAJ?hl=it&gbpv=1&bsq=gianni+rodari+%22Quando+il+sole+la+neve+scioglie%22&dq=gianni+rodari+%22Quando+il+sole+la+neve+scioglie%22&printsec=frontcover p. 86]. ISBN 9788806117016</ref> *Vale la pena che un bambino impari piangendo quello che può imparare ridendo? Se si mettessero insieme le lagrime versate nei cinque continenti per colpa dell'[[ortografia]], si otterrebbe una cascata da sfruttare per la produzione dell'energia elettrica. Ma io trovo che sarebbe un'energia troppo costosa.<br/>Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio la [[Torre pendente di Pisa|torre di Pisa]]. (da ''Il libro degli errori'') *Via Dante è una delle quarantun strade di [[Aliminusa]], un paese di 1.500 abitanti a 65 chilometri da [[Palermo]]. [...] Da soglia a soglia si annodano rapporti, nascono amicizie, scoppiano litigi, anzi "sciarre", che sono vere e proprie guerre di strada, di lunga durata. Una mappa delle "sciarre" di via Dante è stata disegnata da [[Lillo Gullo e Tano Gullo|Lillo e Tano Gullo]] in un loro libro<ref>[[Lillo Gullo e Tano Gullo]], ''Aliminusa. <small>Strada, donna, religiosità. Prospettive socio-antropologiche della cultura contadina</small>'', Savelli Editore, Roma, 1977.</ref> nel quale l'analisi di questo angolo di mondo siciliano è condotta con gli strumenti della sociologia (i fratelli Gullo, oggi giornalisti, si sono laureati a Trento), ma anche con il gusto del narratore. [...] La riappacificazione – la "mpaciatina" -, sollecitata da altre donne che godono di particolare prestigio nella strada o nel paese – avviene solo in occasione di eventi straordinari: malattie gravi, morti, partenze per l'emigrazione definitiva, nascite e matrimoni, ritorni da lontano. Poi le donne che la "sciarra" ha diviso, tornano a vivere gli intensi rapporti che ogni donna della strada mantiene con tutte le altre, a prestarsi verdure e pentole, a collaborare nella fattura del pane, a riunirsi in crocchi per ricamare, chiacchierare, oggi anche per commentare le notizie e gli spettacoli della televisione. I fratelli Gullo propongono di chiamarle, anziché "casalinghe" "stradalinghe". Non si può sapere se il neologismo avrà fortuna, ma per essere efficace lo è.<ref>Da ''Vita di "stradalinghe"'', ''Paese Sera'', 11 novembre 1977.</ref> ==''C'era due volte il barone Lamberto''== ===[[Incipit]]=== In mezzo alle montagne c'è il [[lago d'Orta]]. In mezzo al lago d'Orta, ma non proprio a metà, c'è l'[[isola di San Giulio]]. Sull'isola di San Giulio c'è la villa del barone Lamberto, un signore molto vecchio (ha novantatré anni), assai ricco (possiede ventiquattro banche in Italia, Svizzera, Hong Kong, Singapore, eccetera), sempre malato. Le sue malattie sono ventiquattro. Solo il maggiordomo Anselmo se le ricorda tutte. Le tiene elencate in ordine alfabetico in un piccolo taccuino: asma, arteriosclerosi, artrite, artrosi, bronchite cronica, e così avanti fino alla zeta di zoppìa. Accanto a ogni malattia Anselmo ha annotato le medicine da prendere, a che ora del giorno e della notte, i cibi permessi e quelli vietati, le raccomandazioni dei dottori: «Stare attenti al sale, che fa aumentare la pressione», «Limitare lo zucchero, che non va d'accordo con il diabete», «Evitare le emozioni, le scale, le correnti d'aria, la pioggia, il sole e la luna». {{NDR|Gianni Rodari, ''C'era due volte il barone Lamberto ovvero I misteri dell'isola di San Giulio'', Einaudi, Torino, 1983.}} ===Citazioni=== *L'isola di San Giulio sembra fatta tutta a mano, come un gioco di costruzioni. Metro per metro, secolo dopo secolo, dandosi il cambio, uomini e altri uomini le hanno dato forma con il loro lavoro. Se si vede del verde, la natura non c'entra: sono i giardini delle ville. Non si vedono rocce, ma pietre, mattoni, vetrate, colonne, tetti. L'insieme è compatto come i pezzi di un rompicapo. (1981, p. 29) *Di sera le differenze dei colori scompaiono, i profili si fondono, l'isola sembra un monumento in un sol blocco di pietra nera a guardia dell'acqua cupa. Da qualche finestra invisibile parte un raggio di luce, come un cordone gettato per tenere legata l'isola alla terraferma.<br>Sul lungolago di Orta la gente conta le luci.<br>– Sono quelle della villa del barone Lamberto.<br>– Per forza, c'è rimasto solo lui. (1981, p. 29) *La notizia che l'isola è stata occupata dai banditi ha richiamato migliaia di persone sulla riva. Ci sono gli abitanti di [[Orta San Giulio|Orta]], usciti dalle antiche stradine, dai nobili palazzotti e dalle ville fiorite, o scesi dai fianchi della montagna. Ci sono i turisti, che lasciano raffredare la cena sui tavoli degli alberghi. Non ci sono i profughi, che si sono ficcati a letto per rimettersi dallo spavento. (1981, p. 29) *È come se l'isola avesse troncato i contatti con la terraferma, per prepararsi ad un lungo assedio.<br>Così deve averla vista, prima dell'anno Mille, l'imperatore Ottone quando vi si rinchiuse il re d'Italia [[Berengario II d'Ivrea|Berengario]], e ci vollero delle settimane per costringerlo alla resa. Sconfitto Berengario, si rifugiò a San Giulio sua moglie, la regina Willa, con tutti i tesori del regno. (1981, p. 35) *– [[Giulio di Orta|San Giulio]], però, non aveva bisogno del motoscafo per attraversare il lago. Distendeva sull'acqua il suo mantello, ci montava sopra e via, senza vela né motore.<br>– Noi non siamo tanto santi, – hanno detto i due falsi frati, – e poi, come vedi, non portiamo mantello perché non è la stagione.<br>Sull'isola si sono riuniti nell'[[Basilica di San Giulio|antica basilica]], come un gruppo di pellegrini. (1981, p. 37) *Altri osservatori ambitissimi dalla stampa, sono:<br>– il Belvedere di Quarna, dove la birra è sempre fresca;<br>– il [[Santuario della Madonna del Sasso (Madonna del Sasso)|santuario della Madonna del Sasso]], a strapiombo sul lago; [...]<br>– e, naturalmente, proprio alle spalle di Orta, nel punto più elevato del promontorio, il piazzale del [[Sacro Monte di Orta|Sacro Monte]], di dove, se scoppia un temporale, si fa presto a rifugiarsi nelle cappelle in cui le statue di terracotta colorata, coperte di polvere e tarlate dalla vecchiaia raccontano silenziosamente la storia di San Francesco. (1981, p. 43) *Ne passeranno degli anni e dei secoli prima che le acque azzurre del [[Lago d'Orta|Cusio]] rivedano un funerale come quello del barone Lamberto, più bello di un film a colori. Anche la giornata ce l'ha messa tutta per essere ricordata. C'è una luce che sembra argento fuso. Le montagne hanno innalzato tutt'intorno i loro sipari verdi e azzurri e dietro le cime svetta il [[Monte Rosa]], come un gigante che guardi di sopra le spalle delle persone comuni. (1981, p. 80) *Il lago d'Orta, nel quale sorge l'isola di San Giulio e del barone Lamberto, è diverso dagli altri laghi piemontesi e lombardi. È un lago che fa di testa sua. Un originale che, invece di mandare le sue acque a sud, come fanno disciplinatamente il Lago Maggiore, il lago di Como e il lago di Garda, le manda a nord, come se le volesse regalare al Monte Rosa, anziché al mare Adriatico. (1981, p. 102) *Se vi mettete a [[Omegna]], in piazza del Municipio, vedrete uscire dal Cusio un fiume che punta diritto verso le Alpi. Non è un gran fiume, ma nemmeno un ruscelletto. Si chiama [[Nigoglia]] e vuole l'articolo al femminile: la Nigoglia.<br>Gli abitanti di Omegna sono molto orgogliosi di questo fiume ribelle e vi hanno pescato un motto che dice, in dialetto:<br>''La Nigoja la va in su<br>e la legg la fouma nu.'' (1981, p. 102) *Si capisce che poi, alla fin dei conti, il mare riceve le sue spettanze: difatti le acque della Nigoglia, dopo una breve corsa a nord, si gettano nello Strona, lo Strona le porta al Toce che le versa nel Lago Maggiore e di qui, via Ticino e Po, esse finiscono nell'Adriatico. L'ordine è ristabilito. Ma il lago d'Orta è contento lo stesso di quello che ha fatto. (1981, p. 103) ==''Filastrocche in cielo e in terra''== *''C'era una volta un [[Punto e virgola|punto]] | e c'era anche una [[Punto e virgola|virgola]]: | erano tanto amici, | si sposarono e furono felici. | Di notte e di giorno | andavano intorno | sempre a braccetto. «Che coppia modello – | la gente diceva – | che vera meraviglia | la famiglia Punto-e-virgola». Al loro passaggio | in segno di omaggio | perfino le maiuscole | diventavano minuscole: | e se qualcuna, poi, | a inchinarsi non è lesta | la matita del maestro | le taglia la testa.''<ref>Da ''La famiglia Punto-e-virgola''; citato in Anna Ranon, ''Poeti sui banchi di scuola'', Franco Angeli, 2012, p. [https://books.google.it/books?id=-3j9CQAAQBAJ&pg=PA100 100], nota 5.</ref> *''Che belle parole | se si potesse scrivere | con un raggio di sole. || Che parole d'argento | se si potesse scrivere | con un filo di vento. || Ma in fondo al [[calamaio]] | c'è un tesoro nascosto | e chi lo pesca scriverà parole | d'oro | col più nero inchiostro.''<ref>Citato in ''I grandi libri: {{small|antologia italiana per la scuola media con letture epiche}}'', Zanichelli, Bologna, stampa 1971, vol. I, p. 289.</ref> *''Chiedo scusa alla favola antica | se non mi piace l'avara formica | io sto dalla parte della cicala | che il più bel canto non vende... regala!''<ref>Citato in Francesca Radaelli, ''[http://www.ildialogodimonza.it/gianni-rodari-la-fantasia-nelle-parole-dei-bambini/ Gianni Rodari e la fantasia nelle parole dei bambini]'', ''ildialogodimonza.it''.</ref> *''Chissà se la [[luna]] | di [[Kiev]] | è bella | come la luna di Roma, | chissà se è la stessa | o soltanto sua sorella... || Ma son sempre quella! | – la luna protesta – | non sono mica | un berretto da notte | sulla tua testa! || Viaggiando quassù | faccio lume a tutti quanti, | dall'India al Perù, | dal Tevere al Mar Morto, | e i miei raggi viaggiano | senza passaporto.'' (''La luna di Kiev''<ref>Citato in ''[https://tg24.sky.it/lifestyle/2022/02/25/la-luna-di-kiev-gianni-rodari-guerra La luna di Kiev, testo e significato della poesia di Gianni Rodari contro la guerra]'', ''sky.it'', 25 febbraio 2022.</ref>) *''Filastrocca del [[gregario]] | corridore proletario, | che ai campioni di mestiere | deve far da cameriere, | e sul piatto, senza gloria, | serve loro la vittoria.''<ref>Citato in ''[http://www.culturitalia.info/ARCHIVIO/italia/nanda/Poesia/Info/Ictus2.htm I versi parisillabi]'', ''culturaitalia.info''.</ref> ==''Grammatica della fantasia''== *{{NDR|Sui bambini}} Qualsiasi parola potrà aiutarli a ricordare «quella volta che...», a scoprirsi nel tempo che passa, a misurare la distanza tra oggi e ieri, sebbene i loro «ieri» siano, per fortuna, ancora poco numerosi e poco affollati. *Non si può essere mai sicuri di quello che un bambino impara guardando la [[televisione]]. E non si deve mai sottovalutare la sua capacità di reagire creativamente al visibile. *Non c'è vita dove non c'è lotta. *Nelle nostre scuole, generalmente parlando, si ride troppo poco. L'idea che l'educazione della mente debba essere una cosa tetra è tra le più difficili da combattere. *Il mondo si può guardare a altezza d'uomo, ma anche dall'alto di una nuvola (con gli aeroplani è più facile). Nella realtà si può entrare dalla porta principale o infilarvisi – è più divertente – da un finestrino. *Se un bambino scrive nel suo quaderno «l'ago di Garda», ho la scelta tra correggere l'errore con un segnaccio rosso o blu, o seguirne l'ardito suggerimento e scrivere la storia e la geografia di questo «ago» importantissimo, segnato anche nella carta d'Italia. La Luna si specchierà sulla punta o nella cruna? Si pungerà il naso? *Un «libbro» con due ''b'' sarà soltanto un libro più pesante degli altri, o un libro sbagliato, o un libro specialissimo? *Sbagliando s'impara, è un vecchio [[Proverbi dai libri|proverbio]]. Il nuovo potrebbe essere che sbagliando s'inventa. *Burattinaio, il più bel mestiere del mondo. *Tra il mondo dei giocattoli e il mondo adulto c'è un rapporto meno chiaro di quanto possa sembrare a prima vista: da un lato, i giocattoli vi approdato «per caduta», dall'altro per conquista. *Certe cose che nel mondo adulto hanno avuto un tempo grande importanza, accettano la riduzione a giocattoli, pur di non sparire, quando quel tempo viene a finire. *Inventare storie con i giocattoli è quasi naturale, è una cosa che viene da sola se si gioca con i bambini: la storia non è che un prolungamento, uno sviluppo, un'esplosione festosa del giocattolo. *L'incontro decisivo tra i ragazzi e i libri avviene sui banchi di scuola. Se avviene in una situazione creativa, dove conta la vita e non l'esercizio, ne potrà sorgere quel gusto della lettura col quale non si nasce perché non è un istinto. Se avviene in una situazione burocratica, se il libro sarà mortificato a strumento di esercitazioni (copiature, riassunti, analisi grammaticale eccetera), soffocato dal meccanismo tradizionale: «interrogazione-giudizio», ne potrà nascere la tecnica nella lettura, ma non il gusto. I ragazzi sapranno leggere, ma leggeranno solo se obbligati. *L'immaginazione del bambino, stimolata a inventare parole, applicherà ai suoi strumenti su tutti i tratti dell'esperienza che sfideranno il suo intervento creativo. Le fiabe servono alla matematica come la matematica serve alle fiabe. Servono alla poesia, alla musica, all'utopia, all'impegno politico: insomma, all'uomo intero, e non solo al fantasticatore. *La [[mente]] è una sola. La sua creatività va coltivata in tutte le direzioni. *Con un po' di esercizio è possibile prendere lezioni di ottimismo anche da [[Giacomo Leopardi]]. * Prima di tutto la fiaba è per il bambino uno strumento ideale per trattenere con sé l'adulto. (da ''Grammatica della Fantasia: introduzione all'arte di inventare storie'', p. 150) ==''Il ragioniere-pesce del Cusio''== *La scorsa estate, trovandomi a Pettenasco per prendere parte ad una festa popolare e dovendo far passare qualche ora, mi spinsi fino al piccolo molo o imbarcadero dove, secondo le mie intenzioni, avrei potuto raccogliere qualche impressione o notizia utile per dare una connotazione realistica a uno o più particolari di una storia che stavo allora immaginando, e che ho poi effettivamente scritta e mandata all'editore. (p. 13) *Le montagne sulla sponda opposta stanno uscendo una dopo l'altra da una nebbia azzurrina, disponendosi nello spazio loro assegnato dalla regia e dallo scenografo. Dietro tutte le montagne, invisibile, a tirare i fili, immagino che ci sia il Monte Rosa, ma da questo punto non posso vederlo. [...] Ma non voglio divagare. Anche perché dall'acqua calma del lago {{NDR|[[Lago d'Orta|d'Orta]]}} sta emergendo, sotto le vecchie tavole dell'imbarcadero, un nuotatore grondante, inghirlandato di alghe, con il vuoto di un pacchetto di sigarette sulla spalla destra. (p. 16) *«Non parlo – precisa il ragioniere – della patria grande, ma della mia piccola patria cusiana. Piccola, ma a me molto cara».<br>«A me pure, se è per questo».<br>«Ebbene, signore, non ha mai sentito dire che il Cusio è – per effetto dell'inquinamento, della moria di pesci, dell'estinzione di ogni attività biologica – "un lago morto"? Ma io non accetto sifatta espressione, caro signore. E quando io sarò diventato un pesce, nessuno più, né in Italia né all'estero, né in italiano, né in borgognone potrà ripetere che "il Cusio è un lago morto" senza mentire per la gola. Sì – egli ripete con forza appassionata dopo una pausa – io amo il Cusio. E voglio che esso viva. Per questo intendo dargli la mia vita, dopo averla convenientemente adattata al cambiamento». (p. 28) *[...] non mi fosse capitato di scoprire un banco di pesci che nuotavano sotto e intorno all'imbarcadero, apparentemente ignari del loro dovere di essere morti e assenti da un pezzo.<br>«Ragioniere! – esclamai additandogli l'inatteso spettacolo – Guardi!»<br>Egli guardò il mio dito perplesso.<br>«In acqua! Guardi in acqua! Ci sono dei pesci!».<br>«Non è possibile! Lei è vittima di un'allucinazione».<br>«Si fa presto a controllare il mio stato di salute mentale. Guardi lei stesso. Quattro occhi vedono meglio di due».<br>Guardò. Vide. Impallidì... (p. 28) *E senza rivolgermi un saluto, senza più osare di guardarmi, il ragionier Polaroli si lasciò cadere nel lago e nuotò rapidamente verso il largo, dove lo attendeva oscillando una barchetta su cui egli si arrampicò. Dopo qualche colpo di tosse il motore si mise in moto. Vidi la barchetta allontanarsi in direzione di Bagnella... Qualche mese dopo un amico, al quale avevo chiesto notizie, m'informò che Polaroli aveva lasciato Omegna per trasferirsi in Finlandia. Paese, come si sa, ricco di laghi. (p. 29) ==[[Incipit]] di alcune opere== ===''I nani di Mantova''=== Nel [[Palazzo Ducale (Mantova)|Palazzo Ducale]] di [[Mantova]], reggia di Gonzaga, c'è un curioso appartamento che sembra stato ideato e costruito per ospitare un popolo di bambole.<br /> Stanzine, salottini, corridoietti, tutto in miniatura, tutto come in un giocattolo.<br /> Capricci di signori del tempo andato, capricci di architetti; ma non è una casa per le bambole, è l'appartamento dei nani di corte. {{NDR|Gianni Rodari, ''I nani di Mantova'', Giunti Editore, 1980}} ===''Il libro degli errori''=== <poem>Per colpa di un accento un tale di Santhià credeva d'essere alla meta ed era appena a metà.</poem> {{NDR|Gianni Rodari, ''Il libro degli errori'', Einaudi, 1993}} ===''La freccia azzurra''=== La [[Befana]] era una vecchia signora molto distinta e nobile: era quasi baronessa.<br> - La gente – borbotta qualche volta fra sé – mi chiama semplicemente «la Befana», e io non protesto, perché bisogna pure compatire gli ignoranti. Ma sono quasi baronessa: le persone per bene lo sanno.<br> - Sì, signora baronessa – approvava Teresa, la serva, per farle piacere. {{NDR|Gianni Rodari, ''La freccia azzurra'', Editori Riuniti, 1964}} ===''La macchina per fare i compiti e altre storie di Gianni Rodari''=== ;La pianta Paolino Il contadino Pietro rimase molto meravigliato quando gli nacque un bambino con i [[capelli verdi]]. Pietro aveva visto gente con i capelli neri, biondi e rossi; aveva anche sentito parlare di una certa fata dai capelli turchini, ma capelli verdi proprio non ne aveva mai visti. Le donne che venivano a vedere il bambino dicevano: — Sembra che abbia in testa l'insalata. — Così il bambino fu battezzato: Paolino lo chiamò il padre, Paolino Insalata lo chiamarono le donne. Furono fatti venire dei dottori a vedere quei capelli: dissero che non era niente, scrissero una ricetta, se ne andarono e i capelli rimasero verdi come prima. Quando il bambino ebbe due anni andò nei prati assieme al nonno a pascolare una capretta. Ed ecco che, ad un tratto, la capretta gli si avvicinò, e sotto gli occhi del nonno gli brucò via in quattro e quattr'otto tutti i capelli, lasciandogli la testa rasata come un prato appena falciato. {{NDR|Gianni Rodari, ''La macchina per fare i compiti e altre storie di Gianni Rodari'', Editori Riuniti, 2003}} ===''Le avventure di Cipollino''=== Cipollino era figlio di Cipollone e aveva sette fratelli: Cipolletto, Cipollotto, Cipolluccio e così di seguito, tutti nomi adatti ad una famiglia di [[cipolla|cipolle]]. Gente per bene, bisogna dirlo subito, però piuttosto sfortunata.<br> Cosa volete, quando si nasce cipolle, le lacrime sono di casa.<br> Cipollone ed i suoi figli abitavano in una baracca di legno, poco più grande di una cassetta di quelle che si vedono dall'ortolano. I ricchi che capitavano da quelle parti torcevano il naso disgustati.<ref>Questo è lo stesso incipit del volume ''Il gatto viaggiatore ed altre storie, antologia di racconti favole filastrocche'', Editori Riuniti, il cui primo racconto è "Schiaccia un piede Cipollone al gran Principe Limone".</ref> {{NDR|Gianni Rodari, ''Le avventure di Cipollino'', Editori Riuniti, 2003}} ===''Tante storie per giocare''=== C'era una volta un tamburino che tornava dalla guerra. Era povero, aveva soltanto il suo tamburo, ma era contento lo stesso perché tornava a casa dopo tanti anni. Lo si sentiva suonare di lontano: '''barabàn, barabàn, barabàn...'''<br> Cammina e cammina, incontra una vecchietta.<br> - Bel soldatino, me lo dai un soldo?<br> - Te ne darei anche due, nonnetta, anche una dozzina, se ne avessi. Ma proprio non ne ho. {{NDR|Gianni Rodari, ''Tante storie per giocare'', Editori Riuniti, 1984}} ==Citazioni su Gianni Rodari== *''La natura di Gianni Rodari è interessante: | barbe-capanne e orsi pescatori, | pantofole che crescono su piante | nuvole pazze e neve a colori, | monti in cammino e isole che vanno, | stelle di gatti e fulmini scagliati, | corse di tartarughe lunghe un anno, | cammelli saggi e nasi scambiati. | E mentre leggi, la tua mente ride, | danza e corre e vola qua e là, | immagina, partecipa, decide, | e inventa il gioco della libertà.'' ([[Roberto Piumini]]) ===[[Lillo Gullo]]=== *Gianni Rodari, vincitore del Premio Andersen nel 1970, autore di numerosi libri di favole e di filastrocche tradotti in tutto il mondo, è convinto che il processo dell'invenzione fantastica sia insito nella natura umana; con questa ''Grammatica'' – intaccando il culto e il mistero creatogli dal [[Romanticismo]] cerca di spiegare i meccanismi del processo creativo che nel bambino «anticipa quelli del pensiero logico e li rafforzano». *Secondo Rodari, la scintilla di una storia è data dall'accostamento insolito di due parole (ad esempio: cane, armadio), che «liberate dalle catene verbali di cui fanno parte quotidianamente», estraniate, danno luogo a un ''binomio fantastico'': «Il cane dell'armadio»; e così via, con tutti i possibili e immaginabili accostamenti. Poi viene l'''ipotesi fantastica'', con la tecnica del «che cosa succederebbe se la Sicilia perdesse i bottoni, se la città di Reggio Emilia (a cui è dedicato il libro, ''ndr'') si mettesse a volare, se un coccodrillo di presentasse a ''Rischiatutto''?», eccetera. Un'altra operazione proficua è l'utilizzo del ''prefisso arbitrario'', con cui si trasformano le parole: ad esempio, un attaccapanni può diventare uno «staccapanni», che, «in un paese di vetrine senza vetri, negozi senza cassa e guardaroba senza scontrino, serve per staccare gli abiti quando se ne ha bisogno». Si avranno così: lo «scannone» per disfare la guerra, la «bispipa» per fumatori accaniti, la «bispenna» per scolari gemelli, il «trinocolo», la «trimucca», eccetera. *Le favole, per Rodari possono anche essere messe al servizio della matematica. Ad esempio, la storia del ''Brutto anatroccolo'' di [[Hans Christian Andersen|Andersen]] – cioè del cigno capitato per errore in un branco di anatre – ha una struttura insiemistica, e può diventare «l'avventura di un elemento A capitato per errore nell'insieme degli elementi B, che non trova pace fino a quando non rientra nel suo insieme naturale, quello degli elementi A...» ==Note== <references /> ==Bibliografia== *Gianni Rodari, ''C'era due volte il barone Lamberto ovvero I misteri dell'isola di San Giulio'', Einaudi, Torino, 1981 [1978]. *Gianni Rodari, ''C'era due volte il barone Lamberto ovvero I misteri dell'isola di San Giulio'', Einaudi, Torino, 1983 [1978]. *Gianni Rodari, ''Filastrocche in cielo e in terra'', Einaudi Ragazzi. *Gianni Rodari, ''Grammatica della fantasia'', Einaudi Ragazzi, 2010. ISBN 978-88-7926-833-2 *Gianni Rodari, ''Il libro degli errori'', Einaudi. *Gianni Rodari, ''Il ragioniere-pesce del Cusio'', Interlinea edizioni, Novara, 2001 [1978]. ISBN 88-8212-281-6 *Gianni Rodari, ''La freccia azzurra'', Editori Riuniti, Roma, 1964. *Gianni Rodari, ''La macchina per fare i compiti e altre storie di Gianni Rodari'', Editori Riuniti, 2003. *Gianni Rodari, ''Le storie'', a cura di Carmine De Luca, Editori Riuniti, 1992. ==Altri progetti== {{interprogetto}} ===Opere=== {{Pedia|C'era due volte il barone Lamberto||(1978)}} {{DEFAULTSORT:Rodari, Gianni}} [[Categoria:Comunisti in Italia]] [[Categoria:Favolisti italiani]] [[Categoria:Giornalisti italiani]] [[Categoria:Scrittori italiani]] [[Categoria:Partigiani italiani]] [[Categoria:Pedagogisti italiani]] sju88um19dosw82kivt1kjrzhbf8xrd Bobo Craxi 0 21577 1420638 1197359 2026-07-16T15:49:50Z IvanScrooge98 45087 /* */ 1420638 wikitext text/x-wiki [[Immagine:BOBOCRAXI02082025 067A (cropped).jpg|thumb|Bobo Craxi]] '''Vittorio Michele Craxi''' detto '''Bobo''' (1964 − vivente), politico italiano. ==Citazioni di Bobo Craxi== *{{NDR|Nel periodo di [[Mani pulite]]}} [[Mario Chiesa]] è un mascalzone. Idiota, poi, a farsi prendere con le mani nel sacco. (17 febbraio 1992<ref>Citato in [[Gianni Barbacetto]], [[Peter Gomez]] e [[Marco Travaglio]], ''Mani pulite. La vera storia, 20 anni dopo'', Chiarelettere, Milano, 2012.</ref>) *{{NDR|I giudici di [[Mani pulite]]}} Non si credano che tutti i mesi possono far scoppiare un caso Chiesa. (19 aprile 1992<ref name=Craxi>Citato in [[Peter Gomez]] e [[Marco Travaglio]], ''Se li conosci li eviti'', Chiarelettere, Milano, 2008.</ref>) *La democrazia ha i suoi costi e i partiti non vivono d'aria. (28 aprile 1992<ref name=Craxi/>) *Non rinnego quanto ha fatto mio padre, ma non mi sono mai considerato craxiano. Nessuno è indispensabile. (10 settembre 1992<ref name=Craxi/>) *La magistratura deve andare fino in fondo in tutta Italia. Si capirà così che [[Milano]] è la città più pulita d'Italia.<ref>Citato in [[Nello Ajello]], ''[http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1993/10/24/cosi-parlo-tangentopoli.html Così parlò Tangentopoli]'', ''la Repubblica'', 24 ottobre 1993.</ref> *Dopo le elezioni del 5 aprile, ci sarà un repulisti, molte teste cadranno al ''Giornale'' [...]. Prima di parlare col vostro padrone, vi ripeto che dovete smetterla di rompere i coglioni. Siete il solito giornale veterofascista, leghista, filodemocristiano.<ref>Citato in [[Federico Orlando]], ''Il sabato andavamo ad Arcore'', Larus, 1995.</ref> *Da questo anniversario non mi attendo nulla, fuorché le parole di [[Giorgio Napolitano|Napolitano]]. Ho parlato spesso con lui, nei due anni che sono stato nel governo [[Romano Prodi|Prodi]]. Credo che il capo dello Stato dirà cose destinate a lasciare il segno. (dal ''Corriere della Sera'', 14 gennaio 2010) *La guerra del Cavaliere non è la nostra. La nostra guerra è finita con la morte di papà. Il paragone è improponibile: [[Silvio Berlusconi|Berlusconi]] è il padrone d'Italia, non ha nulla da temere; [[Bettino Craxi|Craxi]] era solo contro i giudici. Io ho cercato di tenerne viva l'eredità salvando un piccolo partito socialista. Non ci sono riuscito. (dal ''Corriere della Sera'', 14 gennaio 2010) *[[Vladimir Putin|Putin]] era ed è l’erede dell’Impero russo comunista. Era, evidentemente, un’illusione pensare che il crollo delle Repubbliche Sovietiche avesse rimosso l’elemento permanente della visione imperiale, un tempo ideologica, ora solo imperiale.<ref name=imperatore>Da ''[https://www.globalist.it/politics/2022/03/02/bobo-craxi-putin-salvini/ Bobo Craxi: "Putin è l’imperatore dei sovranisti. Per questo piaceva tanto a Salvini"]'', intervista di Antonello Sette, ''Globalist.it'', 2 marzo 2022</ref> *Putin è stato nell’ultimo decennio il punto di riferimento dei sovranisti e dei nazionalisti europei. Non bastasse, il regime russo ha inquinato molte elezioni democratiche in Europa e ha sostenuto con i propri finanziamenti più di un partito democratico. Ha anche appoggiato alcuni movimenti secessionistici, a partire da quello catalano, che peraltro, va precisato, si sono fatti sostenere in totale buona fede. Vladimir Putin è stato il sovranista per eccellenza ed è impossibile disconoscerlo.<ref name=imperatore/> {{Int|Da ''L'espresso'', 3 novembre 2005}} *Bisogna evitare che il morto acchiappi il vivo. *Chi rimane a galla, vince. *La grandezza di [[Bettino Craxi]] è scolpita nei [[libri]] di [[storia]]. Punto. *[...] in politica il seme della [[verità]] prima o poi dà frutti. *Mia sorella [[Stefania Craxi|Stefania]] faceva bene la sua professione di produttrice televisiva. Ma non conosce l'abc della politica. Ha cominciato troppo tardi, e solo per reazione emotiva al trattamento subito da nostro padre. *La [[politica]] può finire, come è già finita una volta, ed io sento il rammarico di non avere una professione, una specializzazione. Noi Craxi, checché se ne pensi, non siamo ricchi. *{{NDR|A proposito di se stesso}} Discreto come marito, affettuoso e un po' molle come padre. Sono decisamente troppo tollerante. ==Citazioni su Bobo Craxi== *Basta parlare di miei dissidi con Bobo. Siamo sempre stati d'accordo sulle cose che contano: la famiglia, mio padre... Il resto sono cose che non contano. Odiarlo? Non scherziamo. È mio fratello. ([[Stefania Craxi]]) *Bobo deve a me la sua elezione in consiglio comunale, almeno al cinquanta per cento. ([[Mario Chiesa]]) *Pur ricordandovi che la nostra regola è quella di non tener conto delle intemperanze altrui, specie dei politici, e di dire sempre la verità, tutta la verità, senza partito preso né animosità verso nessuno, vi autorizzo a comunicare al suddetto signore {{NDR|Bobo Craxi}}, se ve ne capita l'occasione, che l'unica «testa» in pericolo di cadere dopo il 5 aprile non è la vostra ma, casomai, la sua. E potete aggiungere, da parte mia, che non la considererei una gran perdita. ([[Indro Montanelli]]) ==Note== <references/> ==Voci correlate== *[[Bettino Craxi]] *[[Stefania Craxi]] ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{DEFAULTSORT:Craxi, Bobo}} [[Categoria:Politici italiani]] 7zmg1x3dl3r23uyx2r7uzsdymkme7ix Ban Ki-moon 0 31029 1420642 1262213 2026-07-16T16:09:41Z Darkcloud2222 10646 1420642 wikitext text/x-wiki [[Immagine:Bankimoon07052007.jpg|thumb|Ban Ki-moon nel 2007]] '''Ban Ki-moon''' (1944 – vivente), politico e diplomatico sudcoreano, ex segretario generale delle Nazioni Unite. ==Citazioni di Ban Ki-moon== {{cronologico}} *La [[Dichiarazione universale dei diritti umani|Dichiarazione universale]], che fu scritta all'indomani della Seconda guerra mondiale, in un clima di distruzione totale e di massima povertà, riflette le aspirazioni dell'umanità verso il futuro di prosperità, di dignità e di coesistenza pacifica.<ref name="uomo">Dal discorso per il 60° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, New York, dicembre 2008.</ref> *I [[diritti umani]] e soprattutto la loro violazione, devono stringere il mondo intero nella solidarietà.<ref name="uomo"/> *Possiamo onorare la Dichiarazione universale solo quando i principi che essa ci ispira sono completamente applicati a tutti e in ogni dove.<ref name="uomo"/> *{{NDR|Riguardo le alluvioni in Pakistan}} Non dimenticherò mai la distruzione e la sofferenza che ho visto oggi. Ho già visto disastri naturali in giro per il mondo, ma mai niente di simile a questo. La scala del disastro è enorme. Così tante persone, in così tanti luoghi, con così tanto bisogno d’aiuto.<ref name="ilpost15Aug2010">Citato in ''[https://www.ilpost.it/2010/08/15/il-segretario-dellonu-in-pakistan-mai-visto-niente-di-simile/ Il segretario dell’ONU in Pakistan: “Mai visto niente di simile”]'', ''ilpost.it'', 15 agosto 2010.</ref> *Le [[Olimpiadi]] dimostrano il potere dello sport di riunire gli individui senza distinzione di [[età]], [[razza]], classe, [[religione]], capacità, [[sesso]], [[orientamento sessuale]] o [[identità di genere]].<ref>Citato in ''[http://www.lapresse.it/mondo/europa/sochi-2014-ban-ki-moon-dobbiamo-alzare-la-voce-contro-attacchi-a-gay-1.4554110Sochi 2014, Ban Ki-moon: Dobbiamo alzare la voce contro attacchi a gay]'', ''LaPresse.it'', 6 febbraio 2014.</ref> *Tutti noi dobbiamo alzare la voce contro gli attacchi alle [[lesibica|lesbiche]], ai [[gay]], ai [[bisessualità|bisessuali]], ai [[transgender]] o agli [[intersessualità|intersessuali]]. Dobbiamo opporci agli arresti, alle incarcerazioni e alle restrizioni discriminatorie che subiscono.<ref>Citato in ''[http://it.euronews.com/2014/02/06/ban-ki-moon-occorre-alzare-la-voce-contro-attacchi-a-omosessuali/ Ban Ki Moon: occorre alzare la voce contro attacchi a omosessuali]'', ''Euronews.com'', 6 febbraio 2014.</ref> *{{NDR|Su [[Conchita Wurst]]}} È una cantante ed artista incredibile. Ma ciò che ha reso la sua vittoria così significativa è stato il modo in cui ha trasformato la sua vittoria al Song Contest in un momento elettrizzante per l'educazione ai diritti umani. Conchita sta promuovendo il rispetto per la diversità. Questo è un valore fondamentale della Carta delle [[Nazioni Unite]], insieme con il nostro impegno per la tolleranza. Lei confonde le idee preconcette della gente sul genere e sulla sessualità – e si appella a loro perché la accettino così com'è. Questo è un messaggio forte. Sono lieto che lei stia usando il suo talento e la piattaforma dell'[[Eurovision Song Contest|Eurovision]] per veicolare questo messaggio a un pubblico globale. :''She is an incredible singer and entertainer. But what made her win so meaningful was the way she turned her victory in the Song Contest into an electrifying moment of human rights education. Conchita is promoting respect for diversity. This is a core value of the United Nations Charter, along with our commitment to tolerance. She confounds people's preconceived ideas of gender and sexuality – and she appeals to them to accept her as she is. That is a powerful message. I am delighted she is using her talent and the Eurovision platform to take this message to a global audience.''<ref>{{en}} Da ''[http://www.unis.unvienna.org/unis/en/pressrels/2014/unissgsm573.html United Nations Secretary-General Ban Ki-moon: Remarks at Meeting with Conchita Wurst]'', ''UnisVienna.org'', 3 novembre 2014.</ref> *Esattamente 23 anni fa venivano firmati i primi [[accordi di Oslo]] tra [[Israele]] e l'[[Organizzazione per la Liberazione della Palestina|Organizzazione per la liberazione della Palestina]]. Purtroppo ci siamo sempre più allontanati dai loro obiettivi. La soluzione a due stati rischia di essere sostituita da una realtà composta di uno stato solo, fatta di continua violenza e di occupazione.<ref>Dichiarazione del 15 settembre 2016. Citato in Piotr Smolar, ''[http://www.internazionale.it/notizie/piotr-smolar/2017/01/14/fine-soluzione-a-due-stati La creazione dello stato di Palestina è sempre più lontana.]'', Le Monde, Francia; tradotto in ''Internazionale.it'', 17 gennaio 2016.</ref> ==Note== <references /> ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Diplomatici sudcoreani]] [[Categoria:Politici sudcoreani]] [[Categoria:Segretari generali delle Nazioni Unite]] pft0smap570gfyonveny8cl1mw93jit Emilio Butragueño 0 34644 1420644 1111107 2026-07-16T16:44:29Z Danyele 19198 recupero citazione originale 1420644 wikitext text/x-wiki [[File:Emilio Butragueño 2015 (cropped).jpg|thumb|Emilio Butragueño nel 2015]] '''Emilio Butragueño''' (1963 – vivente), dirigente sportivo ed ex calciatore spagnolo. ==Citazioni di Emilio Butragueño== *La [[Juventus Football Club|Juve]] è sempre la Juve, ci sono squadre che hanno la vittoria nel DNA e la Juventus è tra queste. :''La Juve siempre es la Juve. Siempre. Hay una serie de instituciones que tienen impregnado ese espíritu ganador, y la Juve es uno de ellos.''<ref>Citato in {{es}} ''[https://web.archive.org/web/20090802062725/http://www.goal.com/es/news/2226/peace-cup-2009/2009/06/27/1349573/real-madrid-butrague%C3%B1o-analiza-para-goalcom-la-peace-cup Real Madrid: Butragueño analiza para Goal.com la Peace Cup 2009]'', ''goal.com'', 27 giugno 2009.</ref> ==Citazioni su Emilio Butragueño== *''El Buitre'', l'Avvoltoio, un soprannome che rappresenta Butragueño molto male dal punto di vista visivo – è un ragazzo del coro –, ma molto bene dal punto di vista tecnico. È semplicemente sensazionale a farsi dare la palla in area, a puntare il difensore a dire "guarda che se mi fai fallo è rigore!" e a metterla in porta. (''[[Federico Buffa racconta Storie Mondiali]]'') ==Note== <references /> ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{s}} {{DEFAULTSORT:Butragueno, Emilio}} [[Categoria:Calciatori spagnoli]] [[Categoria:Dirigenti sportivi spagnoli]] jcstgeb9ba2zplt1xihpb4lbn9c2tq1 1420645 1420644 2026-07-16T16:45:33Z Danyele 19198 /* Citazioni di Emilio Butragueño */ fix nota 1420645 wikitext text/x-wiki [[File:Emilio Butragueño 2015 (cropped).jpg|thumb|Emilio Butragueño nel 2015]] '''Emilio Butragueño''' (1963 – vivente), dirigente sportivo ed ex calciatore spagnolo. ==Citazioni di Emilio Butragueño== *La [[Juventus Football Club|Juve]] è sempre la Juve, ci sono squadre che hanno la vittoria nel DNA e la Juventus è tra queste. :''La Juve siempre es la Juve. Siempre. Hay una serie de instituciones que tienen impregnado ese espíritu ganador, y la Juve es uno de ellos.''<ref>{{es}} Dall'intervista di Juan Lirman, ''[https://web.archive.org/web/20090802062725/http://www.goal.com/es/news/2226/peace-cup-2009/2009/06/27/1349573/real-madrid-butrague%C3%B1o-analiza-para-goalcom-la-peace-cup Real Madrid: Butragueño analiza para Goal.com la Peace Cup 2009]'', ''goal.com'', 27 giugno 2009.</ref> ==Citazioni su Emilio Butragueño== *''El Buitre'', l'Avvoltoio, un soprannome che rappresenta Butragueño molto male dal punto di vista visivo – è un ragazzo del coro –, ma molto bene dal punto di vista tecnico. È semplicemente sensazionale a farsi dare la palla in area, a puntare il difensore a dire "guarda che se mi fai fallo è rigore!" e a metterla in porta. (''[[Federico Buffa racconta Storie Mondiali]]'') ==Note== <references /> ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{s}} {{DEFAULTSORT:Butragueno, Emilio}} [[Categoria:Calciatori spagnoli]] [[Categoria:Dirigenti sportivi spagnoli]] 9nir2t0owr4td65r234rjb280wkhwfg Christopher Nolan 0 47830 1420621 1322353 2026-07-16T13:32:34Z Skekzilla 17056 /* Citazioni di Christopher Nolan */ 1420621 wikitext text/x-wiki [[Immagine:Christopher Nolan Cannes 2018.jpg|thumb|right|Christopher Nolan nel 2018]] {{Premio|Oscar|'''''[[Oppenheimer (film)|Oppenheimer]]''''' *Miglior film (2024) *Miglior regia (2024) }} '''Christopher Jonathan James Nolan''' (1970 – vivente), regista, sceneggiatore e produttore cinematografico britannico. ==Citazioni di Christopher Nolan== *{{NDR|Su [[Batman]]}} È un vigilante che opera al di là della legge per realizzare qualcosa di positivo, ma spinto da desideri negativi infrange la legge e rischia di distruggere la società. Penso che sia una figura di supereroe complessa e molto problematica ed è per questo che è così interessante trattarlo.<ref name=cav>Da ''[http://www.comingsoon.it/News_Articoli/Interviste/Page/?Key=300 Parla Christopher Nolan - intervista al regista del Cavaliere Oscuro]'', ''Coming Soon.it'', 23 luglio 2008.</ref> *{{NDR|Sulla scelta di [[Leonardo DiCaprio]] per il ruolo in ''[[Inception]]''}} Leo ha dato un contributo enorme al film. Credo che sia uno degli attori più bravi in circolazione e la sua performance in questo film è veramente straordinaria. (da ''[http://wwws.warnerbros.it/inception/mainsite/pdf/INCEPTION_PK_Notes__Bios_6-18.pdf Inception - La produzione]'', ''Warner Bros.it'') *Penso che il [[Joker]] ami esaminare o costringere le persone ad esaminare l'insieme di regole morali ed etiche con cui pensano di condurre le loro vite. Lui adora rivoltare questo contro di loro e far sì che debbano confrontarsi con l'ipocrisia con cui conducono le loro vite. In questo senso, è decisamente il catalizzatore della storia, una forza che confronta le persone e le costringe ad affrontare quello che sono realmente.<ref name=cav/> *Quando pensi allo stile visivo, quando pensi al linguaggio visivo di un film, tende ad esserci una naturale separazione tra lo stile visivo e gli elementi narrativi, ma con i grandi, sia che sia Stanley Kubrick, Terrence Malick o Hitchcock quello che vedi è inseparabile, una relazione vitale tra le immagini e la storia che sta raccontando. (da ''[http://www.movieweb.com/movie/the-tree-of-life-2011/christopher-nolan-and-david-fincher-featurette Chistopher Nolan and David Fincher featurette]'', Movieweb) *{{NDR|Sulla scelta per il ruolo in ''[[Batman Begins]]''}} Quello che ho visto in [[Christian Bale|Christian]] è l'espressione massima di Bruce Wayne. Egli infatti possiede l'esatto equilibrio delle tenebre e della luce che stavamo cercando. (da ''[http://www.superherohype.com/features/articles/83215-official-christian-bale-is-batman Official: Christian Bale is Batman]'', ''Superherohype.com'') *Sono rimasto davvero elettrizzato da quello che era riuscito a fare {{NDR|[[Tom Hardy]]}} in ''[[Il cavaliere oscuro - Il ritorno]]'' con due occhi, un paio di sopracciglia e pochi centimetri di fronte, che ho pensato di provare a vedere cosa era in grado di fare senza fronte, senza sopracciglia e magari con un solo occhio. E siccome Tom è Tom, quello che riesce a fare con un solo occhio supera di gran lunga quello che tanti altri attori possono fare recitando con il corpo intero. È un uomo dal talento straordinario.<ref>Da un'intervista rilasciata alla stampa estera; citato in ''[http://www.bestmovie.it/news/nolan-spiega-perche-tom-hardy-nei-suoi-film-ha-sempre-il-viso-coperto/605604/ Nolan spiega perché Tom Hardy nei suoi film ha sempre il viso coperto]'', ''Bestmovie.it'', 27 luglio 2017.</ref> {{Int|''[https://www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2026/07/16/news/christopher_nolan_intervista_film_odissea_racconto_il_ritorno_e_gli_effetti_delle_guerre-425472783/ Christopher Nolan e la sua “Odissea”: “Racconto il ritorno e gli effetti delle guerre”]''|Intervista di Arianna Finos, ''repubblica.it'', 16 luglio 2026.|h=2}} {{NDR|Sull<nowiki>'</nowiki>''[[Odissea (film)|Odissea]]''}} *Sul piano tecnico, un film tutto in Imax era il mio sogno da quando avevo 16 anni. Ma la vera sfida, quando fai un film tratto da qualcosa che muove sentimenti forti nel pubblico, e che rappresenta un riferimento culturale, è non pensare a tutto questo e trasformare quella materia in una tua creazione. Scegliere gli attori seguendo l’istinto, pensando a chi saprà restituire sfumature, complessità e grandezza della letteratura. Sembra diverso, ma mi è successo lo stesso con ''[[Batman Begins|Batman]]''. *Per me l<nowiki>'</nowiki>''[[Odissea]]'' è diventata il racconto delle conseguenze della guerra e del viaggio dei guerrieri attraverso un paesaggio più mitico, fantastico. *Quello che amo di più dell<nowiki>'</nowiki>''Odissea'' è il ritorno a casa. È una storia di perdita, amore, ritorno, vendetta, elementi potenti e primordiali che ritroviamo in tanti grandi film. *{{NDR|«Perché Matt Damon Ulisse?»}} È un attore accessibile per il pubblico. Sa comunicare le stratificazioni di un personaggio e il modo in cui esiste all’interno della narrazione. Al cinema, è stato l’uomo qualunque, il padre di famiglia, il vicino di casa. *Volevo riportare il pubblico nel mondo antico e non nella Hollywood degli anni 50, dove tutti parlano con accento inglese impeccabile e usano un linguaggio formale per dire al pubblico che siamo nell’antichità. Volevo qualcosa di terreno, immediato. Che il pubblico avesse la sensazione di vivere dentro la storia e conoscere davvero le persone. *Tornare al poema e leggerlo per intero, leggerlo così come fu originariamente scritto, è stato sorprendente. C’è moltissimo che si ricorda, ma anche moltissimo che è diverso da come lo si ricorda. Dei ventiquattro libri del poema, credo che soltanto quattro riguardino davvero il viaggio di Odisseo. Gran parte dell’opera parla invece di Itaca e di ciò che accade lì mentre Odisseo è lontano, dopo i vent’anni della sua assenza. È stato davvero entusiasmante tornare al poema e rendersi conto che molto di ciò che ricordavo era effettivamente presente, ma in forme diverse da quelle che conservavo nella memoria, e per ragioni diverse da quelle che immaginavo. È stato molto emozionante ritornarci. *Una delle prime cose che colpiscono, quando si guarda al poema, è quanto poco, in fondo, sia cambiato. Attraverso il poema ci si sente profondamente connessi al mondo di migliaia di anni fa. Per questo ho sentito un forte desiderio di raccontare la storia in modo molto accessibile per il pubblico contemporaneo, in modo che potesse dialogare con il nostro mondo. *In un mondo senza denaro, senza carte di credito, senza telefoni, quando si intraprendeva un viaggio, persino breve, ci si affidava completamente alla misericordia degli sconosciuti. Per questo esisteva la legge di Zeus: l’idea che gli altri debbano essere trattati con rispetto. Questa regola era sostenuta da una base teologica: quella persona, per quanto umile o povera possa apparire, potrebbe essere un dio travestito che cammina tra noi. E dunque va trattata con rispetto. È un’idea straordinariamente potente che continua a essere al centro del funzionamento della società ancora oggi. *La famiglia è assolutamente il cuore della storia. Credo che siano proprio questi elementi primordiali e universali ad aver mantenuto il poema al centro della cultura per migliaia di anni. Perché è una storia profondamente riconoscibile. L’emozione che contiene è potentissima. *Quando realizzi un film tratto da un’opera verso la quale le persone provano sentimenti forti e associazioni culturali profonde, penso che tu debba, nel bene e nel male, mettere tutto questo da parte e appropriarti del materiale in prima persona. Devi seguire il tuo istinto più autentico. Devi scegliere gli attori in base a chi riesce a incarnare veramente il personaggio, chi è in grado di esprimere tutte le sfumature, tutte le complessità, tutta la grandezza della letteratura che ne costituisce il fondamento. ==Note== <references /> ==Filmografia== *''[[Memento]]'' (2000) – regista e sceneggiatore *''[[Insomnia]]'' (2002) – regista *''[[Batman Begins]]'' (2005) – regista e sceneggiatore *''[[The Prestige]]'' (2006) – regista, sceneggiatore e produttore *''[[Il cavaliere oscuro]]'' (2008) – regista, sceneggiatore e produttore *''[[Inception]]'' (2010) – regista, sceneggiatore e produttore *''[[Il cavaliere oscuro - Il ritorno]]'' (2012) – regista, sceneggiatore e produttore *''[[L'uomo d'acciaio]]'' (2013) – soggettista e produttore *''[[Interstellar]]'' (2014) – regista, sceneggiatore e produttore *''[[Tenet]]'' (2020) – regista, sceneggiatore e produttore *''[[Oppenheimer (film)|Oppenheimer]]'' (2023) – regista, sceneggiatore e produttore ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{DEFAULTSORT:Nolan, Christopher}} [[Categoria:Produttori cinematografici britannici]] [[Categoria:Registi britannici]] [[Categoria:Sceneggiatori britannici]] ek69lbwzr7tk3uf7ccexrfscn0y6mx5 Francesco Piccolo 0 49195 1420651 1371114 2026-07-16T17:59:11Z Skekzilla 17056 /* Citazioni di Francesco Piccolo */ 1420651 wikitext text/x-wiki [[File:Francesco Piccolo.jpg|miniatura|Francesco Piccolo]] '''Francesco Piccolo''' (1964 – vivente), scrittore e sceneggiatore italiano. ==Citazioni di Francesco Piccolo== {{Cronologico}} *{{NDR|[[Enrico Maria Salerno]]}} Ha presentato Sanremo e il Cantagiro, ha recitato in teatro tutti i grandi autori, è stato attore di film come ''Io la conoscevo bene'', ''L'armata Brancaleone'', ''Nell'anno del Signore'' e decine d'altri. Un artista assolutamente anticipatore di quella capacità di usare tutto, alto e basso, autorialità e conduzione, con divertimento e sapienza. Una cosa che ancora oggi molti attori temono, pensano sia sacrilego fare. E invece, nel tempo, le cose belle prendono il sopravvento sulla gerarchia dei generi, e costruiscono con dolcezza il ritratto di una persona. Così come l'abbiamo noi oggi di lui.<ref> Da ''Una parentela ancora viva'', ACCATTONE cronache romane - 06/2004.</ref> *Insomma, la domanda che tutti si fanno è: [[Silvio Berlusconi|Berlusconi]] sarà capace di perdere e di uscire dalla politica per sempre? La domanda che nessuno si vuole fare è: si può considerare finito un politico che se si andasse oggi a votare avrebbe grandissime probabilità di rivincere le elezioni, con un pezzo di coalizione in meno?<ref name="Unita3Dic2010">Citato in ''[https://archivio.unita.news/assets/main/2010/12/06/page_003.pdf Quella sfiducia quasi certa]'', ''l'Unità'', 3 dicembre 2010.</ref> *Siamo schiavi degli assoluti, la Grande Felicità o Infelicità che capitano chissà se due, tre volte nella vita. Mentre in una giornata ci sono tantissimi attimi che ci fanno male in modo relativo. Un relativo che accumulandosi ha grande valore per noi. Io volevo riscattarlo: è grave occuparsene così poco. È grave per esempio inseguire il grande amore e non curarsi di quelli piccoli. Hai vissuto sei o dieci anni con una persona e quello non è vero amore? <ref name=IoDonna>Dall'intervista di Raffaela Carretta, ''Riscatto tutti quegli attimi che ci fanno male. Preliminari compresi'', ''Io Donna'', 21 marzo 2015.</ref> *Per le donne il grande [[amore]] sta sempre davanti, nel futuro. Per gli uomini è nel passato: la prima ragazzina, il primo bacio. C'è un'epocale immaturità nell'idea che l'amore abbia a che fare con la giovinezza, e forse con il nulla di fatto, tipico degli inizi. È la scia di un'eterna adolescenza.<ref name=IoDonna/> *Se uno fa il mio lavoro non può mai pensare a chi si offende, o prova dolore. Non è bello da dire, ma è così. E soprattutto: nulla della propria vita è rintracciabile in modo meccanico nei libri. Prendi pezzi veri e li mischi col falso, rubi qualcosa agli altri e te lo attribuisci. È la libertà da cui nasce l'egocentrismo e la spietatezza: è il tentativo di essere follemente sinceri, ma soprattutto è [[letteratura]].<ref name=IoDonna/> *[...] col tempo ho capito che, in quanto intellettuale, è meglio non andare alle manifestazioni. Uno dei difetti enormi degli intellettuali della [[sinistra in Italia|sinistra italiana]] è stato quello di farsi portabandiera delle idee. Mentre invece se fossero gli osservatori dei portabandiera delle idee, capirebbero un po' di più.<ref name="Landini">Dall'intervista di Nicola Mirenzi, ''[http://www.huffingtonpost.it/2015/03/28/piccolo-intervista-landini_n_6960544.html?utm_hp_ref=italy Francesco Piccolo su Maurizio Landini: "Le sue idee sono il male della sinistra"]'', ''Huffington Post.it'', 28 marzo 2015.</ref> *Per me le idee di [[Maurizio Landini|Landini]] sono un ritorno all'indietro, un atto reazionario e in definitiva il male della sinistra.<ref name="Landini"/> *{{NDR|[[Philip Roth]]}} Aveva già scritto alcuni libri ed era in un periodo di crisi quando cominciò a buttare giù pagine e pagine del ''[[Lamento di Portnoy]]''. Bastarono un paio di capitoli anticipati da riviste a far capire che stava per succedere qualcosa: nella letteratura americana e di tutto il mondo, nella famiglia di Roth, nella sua vita e nella sua carriera.<ref>Da ''Amori, famiglie e altri guai Faccia a faccia tra Philip Roth e Foster Wallace'', ''La Lettura'', suppl. del ''Corriere della Sera'', 14 maggio 2017, pp. 2-3.</ref> *«Perché non tento mai un altro genere?» si chiedeva [[Cesare Pavese]] nel 1935. Era poeta, ma la tentazione della prosa cominciava a incalzare i suoi pensieri. Scriveva queste parole in una specie di diario che sarebbe diventato ''Il mestiere di vivere''; ma quello che è più rilevante è che questa domanda se la faceva nella sua stanza di [[Brancaleone Calabro]], paese dove era stato spedito al confino per l’accusa di [[antifascismo]]. Ed evidentemente era proprio quella esperienza che premeva per trovare forma di racconto, visto che in seguito ''[[Il carcere]]'', una trasfigurazione di questo periodo, sarà il primo testo in prosa compiuto che Pavese realizzerà. Nel 1938.<ref>Da introduzione di ''Prima che il gallo canti'', Cesare Pavese, Giulio Einaudi editore, 2021. </ref> {{Int|Da ''[https://www.repubblica.it/cultura/2025/03/25/news/adolescence_serie_netflix_genitori_figli_francesco_piccolo-424085860/ "Adolescence", quella serie senza filtri che mette noi adulti di fronte ai nostri limiti]''|''repubblica.it'', 25 marzo 2025.}} *È molto interessante che negli ultimi tempi alcune serie molto belle sbuchino fuori dal passaparola, da una intenzione produttiva non per forza ambiziosa [...] e per ''[[Adolescence (miniserie televisiva)|Adolescence]]'' tutto questo vale anche di più. È una miniserie strepitosa, che racconta di un omicidio e lo fa in due modi speciali: il primo è fare quattro episodi completamente separati, come fossero film unici. [...] La seconda caratteristica è un virtuosismo tecnico estremizzato a tal punto da sparire come virtuosismo: tutti e quattro gli episodi sono girati in piano sequenza: vale a dire che la macchina da presa segue i fatti e i personaggi come se fossimo in diretta, e non c'è mai uno stacco; non c'è montaggio. È tutto in continuità. *Il racconto, la qualità dei dialoghi, gli attori straordinari e la storia coinvolgente sono la sostanza a cui applicare queste forme che la valorizzano. E infine, la questione principale: si parla di adolescenti. Si parla dei nostri figli, si cerca di raccontare questioni che sono diffuse tra loro e che noi dobbiamo andare a cercare su Google, e diciamo: ah, ma non lo sapevo! (per esempio che esistono gli ''incel''). Si parla dei nostri figli, ma il grande errore è cercare delle risposte per la propria vita. Certo, se uno la guarda si commuove e si preoccupa, si chiede se conosce davvero i propri figli e cosa può fare. Però c'è molto sugli adulti, più di quanto vorremmo, e c'è molto sulla differenza tra uomini e donne, come al solito; sono i ragazzini che ammazzano le ragazzine, e a nessuno importa niente della ragazza che è stata ammazzata e tutti pensano al ragazzino, al perché l'ha fatto, e intanto lei non c'è più e questo è un dato di verità [...]. *''Adolescence'' racconta però anche una cosa agghiacciante e vera, ineludibile: il padre vede il video di quello che è successo, e semplicemente non crede a quello che vede. Ecco un racconto sintetico di cosa può essere un genitore. Ma come tutte le grandi opere, la serie si rifiuta di dare le risposte che cerchiamo. Come tutte le grandi opere, scarta di lato, e ti mette di fronte non a delle risposte, ma a delle domande nuove. Non ti risolve nulla, ti fa vedere però aspetti nuovi. E tu cercherai le tue risposte in tutti quei derivati che seguiranno. *Quello che resta da capire è se questa serie meravigliosa parla ai genitori e ai figli, o soltanto ai genitori. Io non posso saperlo, perché ho imparato poche cose come padre, ma una l'ho imparata: mai dire al proprio figlio adolescente devi vedere una serie, ti piacerà. Peggio ancora dire: è sugli adolescenti. Perché sarà il motivo numero uno per cui non la vedrà. {{Int|Da ''[https://www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2026/07/15/news/odissea_christopher_nolan_omero_recensione-425472731/ “L’Odissea” arriva al cinema: Nolan sfida Omero, ma alla fine è costretto ad arrendersi]''|''repubblica.it'', 15 luglio 2026.}} {{NDR|Sull<nowiki>'</nowiki>''[[Odissea (film)|Odissea]]''}} *[...] se vogliamo rilanciare il paradosso, quasi tutti gli strumenti di narrazione contemporanea che usa il cinema oggi, derivano da quelli che usò Omero per il suo poema. Fermarsi, tornare indietro, annunciare quello che succederà dopo, sono cose che ha inventato Omero. *Alla fine, insomma, se uno dovesse dire cos'è questo film, com'è, è l'esatta combinazione delle due possibilità che ha una narrazione del genere: è molto bello ed è anche, non esiste una parola più precisa per dirlo, una cazzata. Queste due strade non si biforcano, come dovrebbe succedere, ma avanzano parallele e stanno insieme. In qualche modo si fanno compagnia, e passi dal pensare che sia bello, a pensare che sia una cazzata. Continuamente. *Dobbiamo decidere noi se è bello o se è una cazzata. Così come abbiamo deciso noi che quel rottame anche poco credibile e manovrato con un joystick era uno squalo da cui eravamo terrorizzati; così come abbiamo deciso noi che quel mostriciattolo costruito da Rambaldi, e fotografato spesso insieme a Rambaldi, fosse un vero extraterrestre e non un giocattolo che poi si regalava anche a Natale. Abbiamo deciso noi che il cinema può essere molto bello anche quando è possibile che sia una cazzata. Tanti grandi film hanno fatto decidere allo spettatore qual era il bivio. Ma qui c’è qualcosa in più, ed è molto seducente: non lo decidiamo soltanto noi spettatori, ma lo facciamo insieme al regista. *[...] se tu ti abbandoni - e io mi sono abbandonato perché quando vado al cinema credo fermamente a tutto e sospendo ogni forma di intelligenza scettica, che invece è l'unico modo sbagliato di fare lo spettatore - se ti abbandoni allora entri dentro l<nowiki>'</nowiki>''Odissea'' e succede il miracolo che pure se conosci la storia da quando eri alle scuole medie, tre ore passano senza che te ne accorga e intanto soffri. Soffri perché continuano a passare gli anni e Odisseo non torna, e vuoi che torni, perché i pretendenti vogliono prendersi Penelope e il tempo non c'è, Telemaco è troppo debole e non ce la fa; e tu patisci; e quando Odisseo finalmente torna e arriva a palazzo travestito da mendicante, mentre lui combatte come Bruce Lee, come Bud Spencer e Terence Hill, solo contro tutti, beh, a quel punto ti abbandoni felice, ci credi, e pensi che cazzata, ma anche che film bellissimo. == ''La bella confusione'' == * ''[[8½|Otto e mezzo]]'' è ciò che si spinge piú in là in assoluto rispetto a una sceneggiatura originale, fino a diventare un'autoanalisi con meno trama possibile, con piú libertà possibile; una sceneggiatura che sembra farsi mentre il film viene girato, e che ha come oggetto del racconto lo scrivere e girare un film. ''Otto e mezzo'' si fonda su un'idea che mette in discussione la creatività: dice non so come andare avanti, non so che film fare.E quindi è un film che racconta che non si hanno piú idee per un film. È su questo che bisogna scrivere una sceneggiatura. * Piano piano, durante il cammino del film {{NDR|''[[Il Gattopardo]]''}}, cala l'interesse per tutto il resto; mentre acquista interesse il decadimento dell'aristocrazia, la malinconia del mondo che cambia e la personalità di don Fabrizio che era un prozio reale di [[Giuseppe Tomasi di Lampedusa|Tomasi]], nel quale Tomasi si identificava completamente. Anzi, è per questo che Tomasi di Lampedusa ha scritto un romanzo storico, per nascondersi dietro don Fabrizio e dietro un suo antenato: per raccontare sé stesso; e [[Luchino Visconti|Visconti]] finisce per fare la stessa cosa, racconta quel don Fabrizio raccontando Tomasi, ma racconta sé stesso e porta tutto il film verso di sé. * Ecco cosa sembra dire [[Luchino Visconti|Visconti]]: prendo un film che teoricamente parte da un romanzo totalmente lontano da me, o credo lo sia per questioni ideologiche; lo avvicino a me, ma sempre per questioni ideologiche - come una specie di licenza ideologica; lavoro su quella licenza per cercare di esplicitarla; ma poi piano piano, da sotto, dal sommerso arriva quello che mi appartiene di più e mi somiglia di più del ''[[Il Gattopardo|Gattopardo]]'': un aristocratico confuso e decadente che si guarda intorno e vede che il mondo cambia e quindi deve cambiare per forza anche lui. * «Come sempre la considerazione della propria morte lo rasserenava tanto quanto lo aveva turbato quella della morte degli altri; forse perché, stringi stringi, la sua morte era in primo luogo quella di tutto il mondo?»Questo è ciò che [[Giuseppe Tomasi di Lampedusa|Tomasi]] fa pensare a don Fabrizio; e probabilmente è qui che [[Luchino Visconti|Visconti]] ha letto quello che poi ha condiviso con gli sceneggiatori: don Fabrizio comincia a morire qui, durante la festa da ballo. ==''Momenti di trascurabile infelicità''== *A [[Roma]], in qualsiasi posto tu vada per farti riparare qualsiasi cosa, scuotono la testa e dicono che non si può riparare.<br />Quindi, a Roma, tutto ciò che si rompe, resterà rotto per sempre. *I cani vivono meno degli uomini. Questo lo sappiamo tutti, e le persone lo ripetono di continuo. E però continuano a prendere in casa i cani. *I titoli di testa un sacco di tempo dopo che il film è cominciato.<br />E pensi: ma allora, quello che ho visto finora, cos'era? *Quando mi dicono: ti potevi vestire meglio. E io mi ero già vestito meglio. *Quando mi viene un'idea che mi sembra buonissima, talmente buona che mi fido, non me la posso dimenticare. Poi dopo un po', svanisce, non me la ricordo più. L'unica cosa che mi ricordo è che era una buona idea, ma non so piú nemmeno a proposito di cosa. *Quando non capisci di cosa parla una pubblicità, allora vuol dire che è la pubblicità di una macchina. *Quando qualcuno ti dice che devi sapere che ti vuole molto bene, quasi sempre sta per dirti qualcosa di terribile. *Quest'anno è volato.<br />Si dice tutti gli anni, alla fine dell'anno.<br />Mi chiedo come sono gli anni lenti, che non passano mai. Perché non li ho mai vissuti. *Una mia amica mi ha detto che fa yoga all’aperto. E prima di cominciare si cosparge di autan, a causa delle zanzare.<br />Ma l'autan e lo yoga possono coesistere? Non sono in contraddizione? ==[[Incipit]] di alcune opere== ===''Il desiderio di essere come tutti''=== Sono nato in un giorno di inizio estate del 1973, a nove anni.<ref>Citato in Giacomo Papi, Federica Presutto, Riccardo Renzi, Antonio Stella, ''Incipit'', Skira, 2018. ISBN 9788857238937</ref> === ''La bella confusione'' === In una domenica di metà luglio del 1962, una barca salpa da Villa Igiea a Palermo con un po’ di gente a bordo. Ci sono Claudia Cardinale e la sua segretaria americana Carolyn Pfeiffer, il produttore Franco Cristaldi che è lí con Claudia; c’è Suso Cecchi d’Amico, Paolo Stoppa, Gioacchino Lanza Tomasi, lontano cugino di Tomasi di Lampedusa che prima di morire lo ha adottato; e qualche altra persona della troupe. È giorno di riposo dalle riprese del ''Gattopardo'', e alcuni hanno deciso di passarlo cosí: giro in barca, pranzo approdando direttamente in un ristorante di pesce, e ritorno con calma, godendosi il mare e il sole che scende verso sera. ===''L'Italia spensierata''=== Molti anni fa, nell'inverno del 1969, avevo cinque anni e mia sorella tre. Il sabato sera mia madre ci faceva il bagno, ci asciugava i capelli per un tempo infinito, ci riempiva di borotalco, ci infilava il pigiama. Mio padre veniva a prenderci in bagno e in braccio ci portava in soggiorno, su un divano enorme. Poi andavano di là, mentre noi vedevamo ''[[Carosello]]'', e preparavano dei grossi panini con la frittata che erano morbidissimi, grazie all'olio e al calore. Ci sedevamo tutti e quattro sul divano e mangiavamo, aspettando. L'annunciatrice diceva che stava per cominciare. Infatti apparivano le gemelle Kessler, seguite in ogni movimento da un microfono gigantesco che cadeva dall'alto (si chiamava «la giraffa»): ballavano con sincronia perfetta, con l'intento, credo, di apparire una lo specchio dell'altra, e ci dicevano che se cantavamo insieme a loro, quella sera, eravamo belli come loro, e se non cantavamo, eravamo brutti. Noi cantavamo. Ed eravamo più che sicuri di far parte di una comunità molto grande quella sera, una comunità di gente come noi che aveva la casa occupata dall'odore di borotalco e di frittata. E che cantava come noi. ===''Momenti di trascurabile felicità''=== Nelle pagine romane del quotidiano, il mercoledì o a volte anche prima, vedo l'annuncio di un film che aspettavo. C'è scritto: «da venerdì». Chiudo il giornale sapendo che da venerdì comincerà un segmento di tempo dentro cui una sera, presto, andrò a vederlo. Non so ancora dove, quando. Ma ci andrò.<br> Poi arriva il venerdì, e passa. Il primo fine settimana non se ne parla. Altrimenti anche il sapore dell'attesa durerebbe poco; e poi il primo fine settimana ci vanno tutti.<br> Aspetto. ==Note== <references /> ==Bibliografia== *Francesco Piccolo, ''L'Italia spensierata'', Laterza, 2007. *Francesco Piccolo, ''Momenti di trascurabile felicità'', Einaudi, 2010. ISBN 9788806205515 *Francesco Piccolo, ''Momenti di trascurabile infelicità'', Einaudi, 2015. *Francesco Piccolo, ''La bella confusione'', Einaudi, 2023. ==Filmografia== *''[[Paz!]]'' (2002) *''[[Il caimano]]'' (2006) *''[[Caos calmo]]'' (2008) *''[[Habemus Papam]]'' (2011) *''[[Mia madre]]'' (2015) ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{DEFAULTSORT:Piccolo, Francesco}} [[Categoria:Sceneggiatori italiani]] [[Categoria:Scrittori italiani]] 6pfbjy696bv2vnc1jz6t59qaxnx2pxg Massimo Polidoro 0 56608 1420673 1416641 2026-07-17T00:09:38Z Danyele 19198 /* Citazioni tratte da articoli */ +wikilink 1420673 wikitext text/x-wiki [[File:Massimo Polidoro.JPG|thumb|Massimo Polidoro nel 2014]] '''Massimo Polidoro''' (1969 – vivente), giornalista, scrittore, divulgatore scientifico e blogger italiano. ==Citazioni di Massimo Polidoro== ===Citazioni tratte da articoli=== {{cronologico}} *[...] qualche tempo fa fece parlare di sé il torinese [[Gustavo Adolfo Rol|Gustavo Rol]]: i suoi giochi con le carte, ammirati da Fellini e dall'avvocato Agnelli, non riuscirono tuttavia a convincere nessuno al di fuori della sua cerchia di ammiratori. Il rifiuto di Rol di lasciarsi filmare e di esibirsi di fronte ad esperti di trucchi non fa che confermare il suo timore di essere scoperto.<ref>Da ''[https://www.massimopolidoro.com/magia-e-illusione/quando-lo-scienziato-si-fa-ingannare.html Quando lo scienziato si fa ingannare]'', ''massimopolidoro.com'', 21 maggio 2010.</ref> *Quella di Gustavo Rol, il sensitivo torinese attorno al quale negli anni è cresciuto quasi un piccolo culto locale, è una storia che periodicamente riserva sorprese. Una delle ultime riguarda Piero Angela, che ebbe modo di osservare Rol da vicino, non ne fu per nulla impressionato e descrisse criticamente le sue esibizioni nel suo libro ''Viaggio nel mondo del paranormale''. Su certi siti favorevoli a Rol, invece, si racconta che Angela sarebbe rimasto sconvolto da ciò che aveva visto a casa del sensitivo e avrebbe alterato il racconto per partito preso. La verità è ben diversa. Dopo la clamorosa ''exposé'' di Angela, che per la prima volta spiegava in un libro come i prodigi di Rol potevano in realtà essere realizzati grazie a semplici giochi di prestigio, il sensitivo decise probabilmente di correre ai ripari. Prima raccontò a un amico giornalista, Nevio Boni, una serie di fantasie secondo cui Angela sarebbe rimasto allibito dalle dimostrazioni in casa sua. In particolare dal fatto che Rol sarebbe riuscito a leggere un libro scelto a caso, via telefono, da un amico di Angela che viveva a Boston, e poi perché quando se ne andò Angela si ritrovò con tutti gli assegni nel libretto firmati "Gustavo Rol". Boni, raccontando l'episodio, sosteneva che doveva essere vero poiché Angela non l'aveva mai smentito. [...] Piero Angela, che poi lo ha confermato anche a me, ha risposto semplicemente: «Sono tutte balle. Quello che è successo davvero l'ho raccontato nel mio libro. Gli episodi del libro con l'amico di Boston e degli assegni firmati sono pure invenzioni da parte di chi era stato colto in flagrante».<ref name="Rol">Da ''[https://www.massimopolidoro.com/misteri/piero-angela-e-rol-quante-fantasie-per-difendere-una-favola.html Piero Angela e Rol: quante fantasie per difendere una favola]'', ''massimopolidoro.com'', 3 giugno 2017.</ref> *Oggi Rol, una figura rimasta nel cuore dei suoi ammiratori, continua occasionalmente a stimolare ricordi e memoriali affettuosi da parte dei suoi fan, ma il suo nome è inesistente negli annali della [[parapsicologia]] che faticosamente tenta da quasi un secolo di darsi una rispettabilità scientifica. Al più [...], Rol può essere visto come una sorta di sciamano profondamente occidentale che compiva meraviglie fine a se stesse, atte unicamente ad aumentare il suo prestigio sociale.<ref name="Rol"/> *[...] la [[Incidente del sommergibile Titan|tragedia del Titan]], il sommergibile imploso nel corso di un'immersione a quasi 4000 metri di profondità, dove era sceso per osservare da vicino il relitto del Titanic, e che è costato la vita ai suoi cinque occupanti, ha riempito [...] le pagine dei giornali, la TV e il web. Gran parte del mondo ha seguito con il fiato sospeso i tentativi di ritrovare in tempo il sommergibile [...]. E si è sollevato il problema di quanta attenzione e impegno, anche economico, sia stato rivolto verso "i ricconi del Titan", al contrario di quanto accaduto (per esempio) con la strage di circa 600 migranti, naufragati dieci giorni fa al largo della Grecia. [...] poi, c'è già chi si immagina assurdi complotti, chi ancora tira fuori la bufala della "maledizione del Titanic" e, naturalmente, c'è chi è sicuro si sia trattato di un disastro voluto dal presidente Biden per distrarre l'America da altri problemi. [...] Quello che invece dovrebbe farci riflettere, mi sembra, è il fatto che proprio non vogliamo imparare la vera lezione del Titanic. Nel 1912 a provocare la morte di oltre 1500 persone non fu un complotto, una maledizione e nemmeno una tragica fatalità. Fu colpa dell'arroganza e della cecità di chi si lancia a tutta velocità verso il disastro, incurante dei pericoli, mettendo a repentaglio la vita di persone ignare di quello che rischiano. [...] ora non si tratta di fare un processo a chi non c'è più, ma chi ha scelto di salire sul Titan sapeva che cosa rischiava? Sapeva che quel sommergibile non aveva nessuna certificazione di sicurezza, semplicemente perché era stato costruito al risparmio e non avrebbe mai superato un test di questo tipo? Sapeva che un ingegnere che vi lavorava era stato licenziato proprio perché aveva sollevato il problema della sicurezza? Non lo sapeva nessuno. E chi vendeva a caro prezzo la possibilità di dare un'occhiata da vicino al Titanic è probabile che non si sia mai fermato a riflettere sulle cause di quella tragedia.<ref>Dalla newsletter ''[https://mailchi.mp/massimopolidoro/titanic La lezione dimenticata del "Titanic"]'', ''mailchi.mp'', 25 giugno 2023.</ref> *Se ci facciamo caso, ci rendiamo conto che nei discorsi dei fantarcheologi, chiamiamoli così, è in realtà presente una forma di etnocentrismo europeo. Se fate un po' un elenco degli oggetti che sarebbero "troppo complessi" per poter essere opera delle civiltà locali, vedrete che si trovano quasi sempre al di fuori dall'Europa. I [[dogū]] sono in Asia, i jet precolombiani e le [[linee di Nazca]] in Centro America, le piramidi e la sfinge in Africa. Questa gente non si chiede mai chi aiutò i micenei a costruire il grande tempio di Cnosso, i greci antichi a costruire il [[Partenone]] o i romani a costruire il [[Colosseo]], monumenti altrettanto grandiosi di quelli che colpiscono tanto la loro immaginazione. E come mai non se lo chiedono? Ma è semplice: perché nessuno mette in dubbio che i greci e i romani fossero in gamba e sapessero fare queste cose da soli. Invece l'Egitto e il Centro America odierni, visto che spesso sono aree povere e instabili, portano alcuni a chiedersi come potevano gli antenati di questi popoli essere così progrediti da costruire monumenti che richiedevano buone conoscenze matematiche e scientifiche senza alcun aiuto esterno. A volte questo etnocentrismo sconfina decisamente nel razzismo più o meno esposto. Nel libro ''Impronte degli dei'', per esempio, [[Graham Hancock]] sottolinea più volte con argomenti dubbi che il dio inca Wiraqocha doveva per forza essere di aspetto caucasico con gli occhi azzurri e la pelle chiara. Von Däniken, nel libro ''Signs of the Gods'', scrive: "Forse la razza nera fu un fallimento e gli extraterrestri ne cambiarono il DNA con l'ingegneria genetica per poi programmare una razza bianca o gialla?".<ref name=ufobibbia/> {{Int|Dall'introduzione a ''[https://www.cicap.org/new/files/11-9_cospirazione_impossibile.pdf 11/9 la cospirazione impossibile]''|Massimo Polidoro (a cura di), CICAP, 2014.|h=4}} *L'11 settembre 2001 quattro aeroplani dirottati da 19 terroristi arabi si schiantarono contro le Torri Gemelle a New York, contro il Pentagono a Washington e solo per poco non riuscirono a distruggere anche la Casa Bianca o il Campidoglio. Fu il più grande attacco subìto dagli Stati Uniti d'America sul proprio suolo dopo quello di Pearl Harbor, nel 1941, una devastazione che provocò la morte di quasi 3.000 persone e mise in ginocchio la più grande potenza mondiale. Fu anche la tragedia meglio documentata della storia.<br>Ciò nonostante, a sei anni di distanza da quegli eventi, un sondaggio della Scripps News Service e dell'Università dell'Ohio rivelava che un americano su tre era convinto che dietro gli attentati ci fosse, in un modo o nell'altro, il Governo statunitense. Negli anni seguenti, la percentuale è scesa, attestandosi però pur sempre tra il 6 e il 15% nel 2010. *Che Bush e i suoi abbiano letteralmente approfittato degli attentati per i loro più o meno nascosti interessi di parte sono in pochi a dubitarlo. Saddam Hussein non nascondeva armi chimiche e non aveva collaborato in alcun modo agli attentati, eppure Bush riuscì a fare approvare una nuova guerra contro l'Iraq approfittando del dolore e dell'indignazione di una nazione ferita e presentando prove che si sono poi rivelate false.<br>Ma che il presidente americano e i suoi sodali abbiano mentito su tante cose, soprattutto sulle vere ragioni della guerra, non prova in alcun modo che gli attacchi dell'11 settembre siano stati provocati dallo stesso governo. *C'è chi ritiene responsabili Bush e i suoi cortigiani e chi invece lo vede come un complotto israeliano. Chi lo interpreta come una cospirazione ordita dai baroni del petrolio e dai fabbricanti di armi e chi invece dà la colpa alla CIA e ai servizi deviati. C'è chi pensa che gli attentatori sarebbero stati partner volontari, chi li considera involontari complici manipolati dall'alto e chi addirittura afferma che non sarebbero mai esistiti. Così come non sarebbero nemmeno mai esistite le 265 persone imbarcatesi sui quattro voli schiantatisi quella mattina. O, se sono esistite, ora sarebbero state uccise dall'esercito o traslocate in qualche base segreta e isolata dal resto del mondo. *Probabilmente, l'idea che l'11 settembre sia stato un complotto governativo, piuttosto che un attacco terroristico arabo, va ricercata nella idealizzazione che molti hanno degli Stati Uniti e dei loro mezzi militari. Se i caccia non si sono alzati in volo immediatamente per abbattere gli aerei dirottati significa che qualcuno aveva ordinato loro di non farlo. Il fatto che il sistema di difesa aerea americano fosse progettato per difendersi da attacchi esterni e non interni; il fatto che i terroristi disattivarono il transponder quasi subito dopo il dirottamento, impedendo così di localizzare i loro aerei; il fatto che i protocolli burocratici e le catene decisionali allungassero in maniera spropositata i tempi di reazione; il fatto che nessuno avesse previsto un attacco di quel tipo e non fosse in alcun modo preparato a reagire di conseguenza; il fatto insomma che abbiamo a che fare con persone, capaci di sbagliare come tutti quanti, e non con supereroi infallibili non viene preso minimamente in considerazione da chi sostiene le ipotesi di complotto. {{Int|Da ''[https://www.massimopolidoro.com/libri/alle-origini-del-complottismo-la-tragica-storia-dei-protocolli-dei-savi-anziani-di-sion.html Alle origini del complottismo: la tragica storia dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion]''|''massimopolidoro.org'', 8 settembre 2014.|h=4}} {{NDR|Sui ''[[Protocolli dei Savi di Sion]]''}} *Fu soprattutto un ex gesuita e abate francese, [[Augustin de Barruel]], considerato oggi per i suoi libri il più grande teorico del complotto della storia, ad alimentare le accuse paranoiche contro gli ebrei. Fu lui, per esempio, a ipotizzare che dietro le tre grandi società degli Illuminati, dei Massoni e dei Templari ci fossero gli onnipresenti ebrei, veri padroni di un impero invisibile. Non è dunque un’esagerazione affermare che le sue idee, oltre a rappresentare la fonte primaria per i ''Protocolli'', stabilirono alcune delle fondamenta intellettuali delle visioni del mondo che culminarono nei regimi sovietico e nazista. *Il testo fu redatto nel 1903, forse da un agente della polizia segreta russa, all’epoca dell’[[Affare Dreyfus]], quando un ufficiale dell’esercito francese di famiglia ebraica fu accusato ingiustamente di spionaggio a favore della Prussia. Fu l’antisemitismo di chi voleva a tutti i costi vedere condannato Alfred Dreyfus, e quindi dimostrata la pericolosità degli ebrei, a favorire la costruzione dei ''Protocolli''. *Questo libercolo sarebbe finito nel dimenticatoio se Henry Ford, il magnate dell’automobile, non l’avesse preso per vero facendolo ristampare negli Stati Uniti. [...] In Germania, i nazisti ne presero atto e Hitler fece dei ''Protocolli'' uno dei cardini della sua campagna antisemita, citandoli spesso a dimostrazione che «l’intera esistenza di questo popolo si basa su una continua menzogna». {{Int|Da ''[https://mailchi.mp/massimopolidoro.com/vergogna Se la vergogna è troppo grande...]''|''mailchi.mp'', 7 marzo 2021.|h=4}} {{NDR|Sull'[[assalto al Campidoglio degli Stati Uniti del 2021]]}} *Gli arresti di circa 300 persone che sono seguiti alle identificazioni, rese possibili anche dal fatto che gli stessi insorti si riprendevano con il cellulare per poi vantarsi online della loro impresa – qualcosa che la dice lunga sull'intelligenza di queste persone -, hanno portato a identificare componenti di organizzazioni di estrema destra come gli Oath Keepers, i Proud Boys e tanti altri sostenitori di Donald Trump. Difficile davvero definirli "infiltrati di sinistra". *Secondo un sondaggio della Suffolk University, commissionato da ''USA Today'', il 58% degli elettori di Trump si dice convinto che la rivolta sia stata un attacco ispirato dagli antifa. Solo il 28% dice che è stata una manifestazione di sostenitori di Trump. Inoltre, il 90% di tali elettori esonera Trump da qualunque responsabilità: certo, ha detto che era arrivato il momento di marciare sul Campidoglio per far capire con la forza ai legislatori chi aveva realmente vinto le elezioni, certo ha detto che sarebbe stato alla loro testa in quella marcia, ma poi se l'è filata alla Casa Bianca per godersi lo spettacolo in TV. Quindi, è il ragionamento di questi elettori, se lui non era fisicamente alla testa del movimento non può essere ritenuto responsabile. *Ormai è evidente che il Partito Repubblicano americano può fare ben poco per non perdere la stragrande maggioranza degli elettori, persone che sarebbero disposte a seguire Trump qualunque cosa chieda loro di fare. Sarà interessante vedere che cosa succederà nei prossimi mesi e anni, se Trump si candiderà di nuovo, come sembra intenzionato a fare, se nascerà un altro partito conservatore che prenda le distanze dall'estremismo e dal suprematismo bianco... {{Int|Da ''[https://www.ilpost.it/2021/09/29/complotti-polidoro/ Che fare con lo zio complottista?]''|''ilpost.it'', 29 settembre 2021.|h=4}} *La differenza tra chi crede alle più estreme teorie cospirative e chi non ci crede non va [...] interpretata nei termini di una contrapposizione tra malati e sani, paranoici e razionali, ma piuttosto come una competizione tra diverse versioni e fonti, finalizzata a comprendere la realtà sociale. Lo zio complottista non ha perso la testa, insomma, cerca solamente di spiegarsi il mondo e lo fa come può, attribuendo cioè valore a ipotesi che sembrano dare significato a un mondo frammentato e caratterizzato dall'incertezza, riducendo in questo modo l'ansia che prova. Studi recenti sembrano infatti confermare che uno stato di ansia, come quello sperimentato durante la pandemia da Covid-19, può in effetti spingere le persone a pensare in un modo che si avvicina di più al complottismo. *Semplificare la realtà, a volte fino all'estremo, in modo da riportare una parvenza di ordine in quello che spesso è un mondo complesso e caotico, è proprio un'altra delle funzioni svolte dalle teorie del complotto. *Sovrastimando il poco che si sa veramente circa un dato problema, cioè, ci si illude di avere "visto la luce", di avere capito tutto e di avere scoperchiato qualche enorme segreto gelosamente custodito dai potenti. Ci si sente come eroi, novelli Robin Hood che combattono contro il malvagio sceriffo di Nottingham, senza accorgersi che, come Don Chisciotte, probabilmente si sta solo agitando la spada contro banalissimi mulini a vento. *Smontare ogni teoria del complotto portando fatti, dati e numeri può servire in qualche caso e ha un effetto preventivo su chi non conosce una data teoria e può così sfuggire al suo fascino. Ma quando la teoria ha già preso forma nella mente di qualcuno, insistere per smontarla ha come unico effetto quello di fare irrigidire ancora di più chi ha abbracciato le ipotesi cospiratorie. Il fatto stesso che non ci siano prove a sostegno di una certa teoria, per chi ci crede è una prova che quella teoria deve essere giusta: "Vedi? Sono talmente potenti che hanno fatto sparire ogni traccia!" *Perché sono nate così tante teorie cospirazioniste sugli attacchi dell'11 settembre o, prima ancora, sull'assassinio del presidente Kennedy? E perché l'idea di una pandemia che mette in crisi l'intero pianeta viene da tanti rifiutata? Perché sono eventi imprevedibili e, in quanto tali, terrificanti. Se nemmeno la potenza più forte del mondo, gli Stati Uniti, o il suo presidente, e nemmeno l'intero pianeta possono considerarsi al sicuro, allora significa che nessuno di noi può mai esserlo veramente. Ed è questo a spaventare. *Contro gli ebrei, Soros, Bill Gates o persino i "rettiliani" lo zio complottista può immaginare di poter combattere: contro il caso e l'imprevedibile no. È come se entrassero in gioco meccanismi di protezione della propria autostima, che permettono di imputare la responsabilità della condizione di svantaggio propria o dei propri valori a specifici soggetti o al sistema in generale. *In molti casi c'è tanta solitudine, ci sono persone che si sentono lasciate indietro, emarginate o escluse dalla società. Ed è proprio nell'isolamento che nasce il risentimento, la rabbia e il desiderio di rivalsa. Sminuire le preoccupazioni dello zio complottista, quindi, è il modo più sicuro per lasciarlo in balia dei teorici del complotto. Cerchiamo allora di aiutarlo a sentirsi parte della comunità, della famiglia, anche se ci costa molto e dopo l'ennesima idiozia che ci sentiamo ripetere vorremmo soltanto mandarlo a quel paese. I demagoghi o chiunque miri a speculare sulla sofferenza e sulla paura legittima di tanti per i propri sporchi fini, siano questi un bieco ritorno economico o una radicalizzazione ideologica finalizzata a un vantaggio elettorale o, peggio, ad alimentare il caos, non aspettano altro. *Sono indubbiamente tempi "interessanti" quelli che stiamo vivendo. Però abbiamo una scelta: possiamo limitarci a essere spettatori, lasciando che le cose vadano a rotoli e lo zio finisca per perdere del tutto il senno, oppure possiamo contribuire, per quanto in nostro potere, a migliorare un poco la vita di tutti, la nostra e quella di chi ci sta accanto. {{Int|Da ''[https://www.focus.it/scienza/scienze/la-vita-bene-usata-di-piero-angela-un-ricordo-di-massimo-polidoro La vita "bene usata" di Piero Angela]''|''focus.it'', 20 agosto 2022.|h=4}} {{NDR|Su [[Piero Angela]]}} *Piero guardava alla morte così come guardava alla vita, in modo razionale e scientifico. Dopotutto è un fenomeno naturale, come ha scritto lui stesso nel suo ultimo messaggio al pubblico: «la natura ha i suoi ritmi». Naturalmente, gli sarebbe piaciuto molto fermarsi ancora e, scherzando, diceva che avrebbe chiesto a Margherita, sua moglie, di scrivere sulla sua lapide: "Con tutto quello che avevo da fare!". *L'umiltà e la modestia erano un suo tratto caratteristico, che forse gli derivavano dalle sue origini piemontesi, o forse dal fatto che aveva assorbito fino in fondo la lezione della scienza. Chi fa scienza deve essere umile, presenta le sue ricerche alla comunità scientifica, chiedendo che si trovino eventuali errori o mancanze, perché quasi sempre ci sono, e quando si trovano non si offende ma ne è felice, perché significa che può correggere gli errori commessi e rendere la propria ipotesi ancora più precisa e ancora più capace di spiegare al meglio la realtà. *Posso dire di avere avuto la fortuna di conoscerlo per tutta la mia vita adulta, visto che gli scrissi una lettera, non ancora diciottenne, ed ebbi la meravigliosa sorpresa di ricevere una risposta piena di interesse e incoraggiamento. Sin da bambino ero appassionato di misteri e fenomeni paranormali, ma tutto quello che leggevo mi lasciava sempre molto perplesso. Finché non mi capitò di leggere il suo ''Viaggio nel mondo del paranormale'': quel libro mi aprì la mente, mi fece capire come ragionare di fronte a fenomeni insoliti e, soprattutto, mi fece capire l'importanza del più straordinario strumento mai inventato dagli esseri umani per risolvere misteri, il metodo scientifico. Ci conoscemmo e, forse colpito dal mio precoce interesse per la scienza e la razionalità, decise di investire su di me: mi diede una borsa di studio e mi mandò negli Stati Uniti a studiare con il grande James Randi, il più importante indagatore di misteri al mondo. "Non pensare che sia un regalo" mi disse. "Sai, Massimo, io ho la fortuna di guadagnare bene, ma più che investire in banca, preferisco farlo su progetti e persone che credo se lo meritino e possano raggiungere buoni risultati. Tu mi sembri una di queste persone". *Quando capitava di trascorrere qualche mattinata a parlare o anche a scrivere, seduti al tavolo del suo soggiorno, lo ascoltavo e mi faceva davvero pensare a [[Leonardo da Vinci|Leonardo]]. Proprio come è successo al genio rinascimentale, che in tarda età, pur malandato, non smetteva mai di interrogare la natura, anche la mente di Piero è rimasta sempre giovane, sempre piena di domande e di curiosità. Proprio come il suo umore, che era sempre allegro e divertito. Aveva la capacità di non prendersi troppo sul serio e di non prendere sul serio neanche i momenti più difficili. "Sai", mi diceva quando gli acciacchi si facevano sentire di più, "la vita è un po' come un'avanzata verso le pallottole e le mitragliatrici: quando sei lontano le senti fischiare, poi, man mano che ti avvicini, diventa sempre più difficile cavarsela, prima o poi ti beccano. Dobbiamo rassegnarci, ma anche vivere al meglio, perché non saremo mai più giovani come in questo momento". Ma quando il discorso si faceva troppo serio, subito sdrammatizzava: "In fondo sono pur sempre un novantenne con un piede nella fossa e l'altro su una saponetta!". {{Int|Da ''[https://www.ilpost.it/2023/10/14/polidoro-le-forme-del-complotto/ Le forme del complotto]''|''ilpost.it'', 14 ottobre 2023.|h=4}} *Di fronte a tragedie come quella a cui stiamo assistendo oggi nel [[Guerra Israele-Hamas|conflitto tra Israele e Hamas]] è solo questione di tempo prima che inizino a dilagare le teorie del complotto. Teorie con cui si cercherà di ingrandire le colpe dell’uno a scapito di quelle dell’altro o, anche più probabilmente, a ipotizzare interventi di terze o quarte potenze che agiscono nell’ombra, quando non addirittura di misteriosi burattinai che manipolerebbero dall’alto qualunque evento storico. *Un elemento tipico di una cospirazione fasulla è la logica “a cascata”, per esempio, secondo la quale i teorici della cospirazione, incapaci di trovare prove per ciò che affermano, non possono fare altro che allargare sempre di più il numero dei cospiratori, sostenendo che se qualcuno critica la teoria della cospirazione o non ci crede è perché anch’egli fa parte del complotto. *Il fatto è che, paradossalmente, le teorie del complotto offrono un conforto perché dividono il mondo in bianco e nero, banalizzano all’estremo realtà complesse, forniscono comodi capri espiatori e fanno sembrare il mondo più semplice e controllabile. Molti finiscono così per credere che se non ci fossero i “cattivi”, allora andrebbe tutto bene. Invece chi non crede nelle teorie del complotto deve ammettere semplicemente che le cose brutte avvengono, a volte per caso e a volte perché non è facile come sembra districare realtà complicate. *Per gestire con efficacia il numero impressionante di informazioni che la mente riceve simultaneamente, [...] il cervello deve semplificare la realtà. E la ricerca costante di schemi ricorrenti, di puntini da collegare, di connessioni da trovare ci induce a trovarne anche quando questi schemi e queste connessioni non ci sono veramente, creando così delle illusioni [...] *Un cervello che cerca un senso ovunque è uno dei nostri maggiori pregi, ma c’è un prezzo da pagare per questa abilità straordinaria, il fatto cioè che a volte i puntini che colleghiamo non appartengono allo stesso disegno. E, oggi, questa capacità straordinaria del nostro cervello a trovare schemi, collegamenti e significati nel caos più assoluto raggiunge il suo culmine nel proliferare delle teorie del complotto. *{{NDR|Sull'[[incendio della cattedrale di Notre-Dame]]}} Una volta domato l’incendio e messo in sicurezza l’edificio, le prime indagini sembrano escludere il dolo, ipotizzando un incidente. Tuttavia, prima ancora che le fiamme si fossero spente, sui siti web dove la mentalità cospirazionista non solo è ammessa ma incoraggiata dilagano le teorie di ogni tipo. È un attentato di matrice islamica, dichiarano sicurissimi alcuni esponenti e commentatori di estrema destra. No, è colpa degli ebrei, strillano altri estremisti. Ma no, è stato lo stesso governo francese ad appiccare l’incendio da solo. I paragoni con gli attacchi terroristici dell’11 settembre si sprecano e, ben presto, arrivano ipotesi sempre più assurde, come quella secondo cui l’incendio sarebbe legato ad altre devastazioni verificatesi in alcune chiese francesi negli anni precedenti. Il motivo? Chi ha bruciato Notre-Dame aveva bisogno di un pretesto per allontanare i fedeli e condurre scavi non autorizzati, al fine di scoprire (o nascondere) tesori lì sepolti nientemeno che… dai cavalieri templari! *Per molte persone credere a cospirazioni immaginarie rappresenta una chiamata all’avventura, un’esperienza irresistibile, perché fa sentire chi si convince di averle scoperte come l’eroe di un gioco di ruolo calato nella realtà. E ci sono diverse ragioni psicologiche per cui questo tipo di idee e storie possono sembrarci molto credibili, dalla dissonanza cognitiva all’illusione di riportare ordine nel caos, fino al bisogno di difendere la propria identità. *Se gli esseri umani ancestrali ritenevano che un altro gruppo stesse cospirando per far loro del male, potevano, per esempio, migrare in un ambiente più sicuro; potevano sviluppare un solido sistema di difesa; potevano persino sferrare essi stessi un attacco a sorpresa (un “attacco preventivo”) per scacciare o uccidere il sospetto cospiratore. In ogni caso, le persone potrebbero proteggere se stesse e i loro parenti dalla violenza letale, riconoscendo precocemente le intenzioni ostili di altri gruppi. Sviluppare un’inclinazione al sospetto, dunque, potrebbe essere stata una delle chiavi per la sopravvivenza della nostra specie. *A volte, quell’ombra che si muove tra le frasche è solo il vento, e fuggire può sembrare una reazione esagerata. Ma non tutti gli errori hanno lo stesso prezzo. A volte l’ombra si rivela essere davvero un predatore, una belva pronta a ghermirci e a trasformarci nella sua colazione, e non fuggire per tempo può rivelarsi fatale. Per questo, le nostre reazioni istintive e impulsive hanno spesso la meglio su quelle più ponderate e razionali: perché quando il costo di un falso positivo (vedere, per errore, un predatore che non c’è) è molto diverso da quello di un falso negativo (non vedere, per errore, un predatore), la selezione naturale favorirà la tendenza a commettere il tipo di errore meno costoso e, dunque, a eccedere nei falsi positivi. *Scoprire che le teorie del complotto si sono evolute per una buona ragione nel passato non significa che sia desiderabile credere alle teorie del complotto nel presente. Molte teorie cospirative dei nostri giorni, infatti, portano a scelte sbagliate, se non letali, come il rifiuto dei vaccini, il negazionismo climatico, l’ostilità, la xenofobia, il radicalismo e, in casi estremi, la violenza. *L’evoluzione biologica è lenta, insomma, mentre l’evoluzione culturale è molto veloce e la prima non ha potuto restare al passo con la straordinaria rapidità della seconda. Per dirla in altro modo, abbiamo un cervello adatto per l’età della pietra, ma ci ritroviamo a impiegarlo in una società profondamente tecnologica. {{Int|Da ''[https://lucysuimondi.com/elon-musk-non-e-uno-scienziato/ Elon Musk non è uno scienziato]''|''lucysuimondi.com'', 8 giugno 2025.|h=4}} *[[Elon Musk]] è stato a lungo descritto come l’incarnazione del genio innovatore: l’uomo che vuole salvare il mondo. Auto elettriche, razzi riutilizzabili, interfacce cervello-macchina, tunnel futuristici. Ma c’è una differenza sostanziale tra il [[Metodo scientifico|pensiero scientifico]] e il marketing tecnologico. [...] La differenza non è banale. Il pensiero scientifico si fonda su dubbi, verifiche, errori condivisi, trasparenza. Il marketing punta a convincere, stupire, vendere. Quando si confondono i due piani, il rischio è che l’opinione pubblica non distingua più tra fatti e affermazioni suggestive. *In molti casi, il linguaggio usato da Musk ha i tratti distintivi delle pseudoscienze: affermazioni non falsificabili, come “Neuralink ci salverà dall’IA”; emergenze apocalittiche vaghe, come la distruzione della Terra; soluzioni semplicistiche a problemi complessi, come “andiamo su Marte”; e soprattutto, l’invito a credere più che a comprendere.<br>Questo è ciò che distingue un approccio scientifico da uno pseudoscientifico: nel primo, ogni affermazione è temporanea e soggetta a revisione. Nel secondo, si chiede fiducia cieca. *[...] Elon Musk ''non è uno scienziato''. È un imprenditore con una cultura tecnica notevole, certo, ma il metodo scientifico non è solo saper costruire razzi. È una disciplina mentale fatta di lentezze, errori, rigore, collaborazione, pazienza. Tutto ciò che mal si adatta ai tweet da 280 caratteri o alle sparate da palcoscenico con una motosega in mano, come accaduto quando Musk ha annunciato di voler “tagliare” la burocrazia federale americana. *[...] la scienza non si comanda. Non si dirige come un’azienda. Non si impone con il carisma o con la visibilità. Si costruisce, giorno dopo giorno, con il lavoro paziente e invisibile di migliaia di persone che collaborano, discutono, sbagliano, correggono. Un processo che ha poco di spettacolare, ma molto di reale. E che oggi, più che mai, ha bisogno di essere difeso – anche da chi, forse in buona fede, lo riduce a strumento retorico. *In assenza di un’educazione scientifica diffusa, diventa facile per chiunque – se ha abbastanza carisma, soldi o follower – usare la scienza come cornice narrativa. Lo vediamo con Elon Musk, ma anche con personaggi meno noti e spesso più pericolosi, che vendono cure miracolose, diete fasulle o teorie del complotto. Ma mentre il ciarlatano tradizionale promette l’elisir di lunga vita in una bottiglietta, Musk lo fa con un razzo, un chip o un tweet virale. Cambia la confezione, non la sostanza: in entrambi i casi, si fa leva su una promessa seducente, spesso non dimostrata, e su un pubblico che fatica a distinguere il possibile dal plausibile, e il plausibile dal vero. *Pensare come scienziati non significa essere freddi, cinici o privi di immaginazione. Significa coltivare il dubbio, cercare prove, cambiare idea. Significa anche dire “non lo so” quando i dati non bastano, anziché vendere certezze illusorie. È un’attitudine mentale da valorizzare in ogni ambito della vita pubblica. ===Citazioni tratte da video=== {{cronologico}} *{{NDR|Sul [[mostro di Loch Ness]]}} Accantoniamo per un momento tutte le considerazioni relative al fatto che un essere di grandi dimensioni probabilmente non sopravviverebbe nelle acque gelide del lago. Supponiamo dunque che un dinosauro di questo tipo sia rimasto intrappolato a Loch Ness quando, dopo l'ultima glaciazione, il livello delle terre cominciò a salire, separando le acque del lago dal mare. Potrebbe essere uno scenario realistico? D'altra parte, non moltissimi anni fa furono rinvenuti al largo delle coste del Madagascar dei [[Celacanto|celacanti]], cioè dei pesci che si supponeva fossero estinti proprio da 70 milioni di anni. È evidente che un plesiosauro, per poter essere giunto fino a noi vivo e vegeto, non potrebbe aver compiuto il suo viaggio da solo. Devono come minimo essercene stati due all'inizio, poi i figli di questi devono poi essersi riprodotti fino ad arrivare all'attuale mostro o mostri, se ce ne sono di più, a Loch Ness. Però, sorge un altro problema: se questa teoria fosse vera, il fondo del lago dovrebbe essere ricoperto da centinaia di scheletri di dinosauri, mentre tutti gli esami condotti hanno mostrato che il fondo del lago è piatto e che non ci sono caverne in cui i plesiosauri avrebbero potuto nascondersi o creare un cimitero.<ref name=lochness>Da ''[https://www.youtube.com/watch?v=61zAEB0gBw8 Il mostro di Loch Ness esiste?]'', ''youtube.com'', 15 giugno 2018.</ref> *Il breve tempo trascorso tra l'osservazione di un celacanto e la successiva cattura di più esemplari è in forte contrasto con la lunga saga del mostro di Loch Ness, in cui un'ipotetica specie di animale gigante ha eluso anche una cattura di tipo fotografico in un'area relativamente piccola d'acqua.<ref name=lochness/> *{{NDR|Sulle [[pietre di Ica]]}} Se almeno queste fossero autentiche, costituirebbero una prova straordinaria che ci porterebbe a riscrivere interamente la storia dell'umanità e, magari, fornirebbe carburante per le teorie degli antichi astronauti. Iniziamo allora dalla prima possibilità: una civiltà umana esistita anche durante l'epoca dei dinosauri. Questa è la teoria più cara a Cabrera, convinto che le incisioni siano state realizzate tra 65-230 milioni di anni fa da una civiltà umana super evoluta che poi però sarebbe tornata alla barbarie, lasciando le pietre incise quale unica testimonianza del suo straordinario sapere. Ovviamente, questo non spiega come mai una civiltà tanto evoluta da costruire telescopi e da praticare la microchirurgia abbia lasciato come unica traccia del suo passaggio solo dei rozzi disegni sulla pietra. Non spiega nemmeno perché, con tanta tecnologia a disposizione, questa antica civiltà evoluta dava la caccia ai dinosauri con lance e bastoni. E, soprattutto, non spiega perché non esistano al mondo altre prove che una simile civiltà sia mai esistita, i resti di qualche telescopio preistorico per esempio. Sarebbero una scoperta fenomenale, ma, a dirla tutta, basterebbe qualche ossicino di questi antichissimi antenati degli uomini. Invece non è mai stato trovato nulla.<ref>Da ''[https://www.youtube.com/watch?v=TX4390MZMXM Le misteriose PIETRE DI ICA]'', ''youtube.com'', 31 gennaio 2020.</ref> *{{NDR|Sull'[[assalto al Campidoglio degli Stati Uniti del 2021]]}} Ragazzi, guardate, se tutta quella gente lì era tutta pagata e tutta d'accordo, allora diciamo che anche Trump era un attore che ha interpretato la parte di quello che fomentava la rivolta di quella gente. Giusto?! Ecco, cerchiamo di ragionare, cerchiamo di stare con i piedi per terra. Quello che è accaduto è esattamente la conseguenza matematica di quello che Trump ha seminato costantemente. Quindi non c'è stato nessun complotto, c'è stata l'idiozia di un uomo che non solo è riuscito a perdere la Casa Bianca con tutta questa costante diffusione di menzogne, di bugie, di odio, ma è riuscito anche a perdere il controllo del Senato.<ref>Da ''[https://www.youtube.com/watch?v=Qz36qqngCms Assalto al Congresso USA: il giorno più nero dell'America]'', ''youtube.com'', 7 gennaio 2021.</ref> *Sarà esistito per davvero? Nei decenni a venire, il mito di [[mokele mbembe]] avrebbe comunque continuato a riaffriorare, nonostante la totale assenza di prove della presenza di una simile creatura. Oggi è ancora più difficile credere che esista una popolazione sconosciuta di [[sauropodi]] (perché non può essercene solo uno sopravvissuto per milioni di anni), oltre per l'assoluta mancanza di scheletri di tali animali, anche per via delle numerose spedizioni zoologiche nel Congo e delle frequenti perlustrazioni aerei e satellitari capaci di documentare la presenza di animali anche in zone molto piccole. Il mito, come dicevamo, nasceva in coincidenza con la riscoperta dei fossili di dinosauro e le leggende su mokele mbembe ricalcavano credenze allora ritenute vere, ma che ora sappiamo essere false, come il fatto che i sauropodi, per esempio, non erano animali che vivevano nelle paludi e non passavano il tempo immersi nei laghi o nei fiumi.<ref>Da ''[https://www.youtube.com/watch?v=DF9UGUQSo-Q Mokele Mbembe: l'ultimo dinosauro?]'', ''youtube.com'', 23 febbraio 2021.</ref> *[...] l'attacco giapponese a Pearl Harbor è stato uno dei punti di svolta della seconda guerra mondiale, il momento decisivo che ha portato gli Stati Uniti all'interno del conflitto, con tutto quello che ne è seguito. Fin dall'inizio alcune persone [[Teoria del complotto sull'attacco di Pearl Harbor|ipotizzarono]] che l'America sapesse tutto, che gli ufficiali dell'esercito avessero intercettato le comunicazioni giapponesi e che fossero al corrente dell'attacco pianificato per il 7 dicembre; non avrebbero però detto nulla né avvisato i militari di stanza alle Hawaii – lasciando così morire centinaia di uomini – perché [...] serviva un ''casus belli'', cioè un motivo per entrare in guerra, e l'attacco giapponese ne avrebbe fornito all'America uno grandissimo. Nel 1944 [...] venne pubblicato un opuscolo intitolato ''The Truth About Pearl Harbor'' [...] in cui si sosteneva proprio questa tesi: a firmarlo era John Flynn, cofondatore dell'America First Committee [...], un'associazione isolazionista che si batteva contro l'intervento degli Stati Uniti nella guerra. Negli anni questa accusa è stata rilanciata da giornalisti, autori di libri, teorici della cospirazione... c'è stato [...] chi si è spinto a dire che l'intero attacco di Pearl Harbor sarebbe stato un ''inside job'', una simulazione con attori, o un vero episodio di guerra messo però in atto da agenti segreti statunitensi: dietro al complotto ci sarebbero di volta in volta la lobby delle armi, o un ipotetico governo ombra, che cercavano un pretesto per [...] rendere il conflitto accettabile agli occhi dei cittadini. Inutile dire che questa teoria non tiene conto delle [...] prove storiche, dei documenti, delle testimonianze di chi si trovò coinvolto nell'attacco ed ebbe la fortuna di poterlo raccontare una volta tornato a casa.<ref>Da ''[https://www.youtube.com/watch?v=L0eZuj2CBWs DEADLY DOUBLE: la "profezia" di Pearl Harbor]'', ''youtube.com'', 24 gennaio 2022.</ref> *{{NDR|Sulla [[macchina del fango]]}} Il meccanismo è semplice. Per mettere in cattiva luce qualcuno – per esempio un collega; magari, invece, un amore non corrisposto o un giornalista o un giudice che indagano su qualcosa di scomodo – si mettono in giro delle voci, false, che non sono mirate apertamente a screditare qualcuno, a dire "quello è un ladro, quello è un assassino", ma a fare intendere che forse c'è qualcosa di losco sotto.<ref>Dall'[https://www.raiplay.it/video/2022/08/La-macchina-del-fango---Superquark-03082022-eb5d2880-ee8a-47df-b164-fe604afbb0c3.html intervento] per la rubrica ''Psicologia delle bufale'' all'interno del programma televisivo ''Superquark'', Rai 1, 3 agosto 2022.</ref> *{{NDR|Sulla [[teoria degli antichi astronauti]]}} Un aspetto che emerge costantemente dalla lettura o dalla visione di video che si occupano di questi argomenti è la convinzione che gli antichi fossero troppo stupidi, ignoranti, ingenui e generalmente incapaci per avere pensato e costruito le opere artistiche e architettoniche che sono sopravvissute fino ai nostri giorni. Si meraviglia costantemente che miti e leggende parlino di armi divine capaci di ridurre in cenere antiche città, bombe atomiche per esempio, o che emanano dei lampi o dei raggi accecanti, i laser si immagina. E sostiene che simili descrizioni non potevano sorgere nell'immaginazione degli antichi. "Gli antichi narratori dovevano possedere un tale accumulo di cose già viste, conosciute e sperimentate per innescare la loro fantasia, perché certe cose non si possono inventare", dichiarano sicuri costoro. Questa è una frase presa proprio da un libro di von Däniken. Certo, con buona pace di gente come Leonardo da Vinci che ha immaginato macchine per volare o per andare sott'acqua, o di scrittori come Jules Vernes che ha descritto un viaggio spaziale verso la luna, un sommergibile elettrico, e immaginarono tutte queste cose molto tempo prima, decenni, secoli prima che fosse anche solo possibile e realistico immaginare il loro concretizzarsi. Ma la verità è che i nostri progenitori non erano geneticamente tanto diversi da noi. Il loro cervello era praticamente identico al nostro. Avevano sogni, speranze, aspirazioni, abilità tecniche e artistiche non dissimili dalle nostre.<ref name=ufobibbia>Da ''[https://www.youtube.com/watch?v=D5WCrE4_KI0 UFO e alieni nella BIBBIA?]'', ''youtube.com'', 22 dicembre 2023.</ref> {{Int|Da ''[https://www.youtube.com/watch?v&#615CQs6QiQYC0&t ANUNNAKI, BIGLINO e il culto degli antichi astronauti]''|''youtube.com'', 5 febbraio 2021. {{collegamento interrotto}}|h=4}} *In Italia riscuotono ancora molto successo le teorie di [[Mauro Biglino]]. Si tratta di un ex consulente finanziario che, in seguito a una serie di guai legali [...], si è messo a studiare in proprio e si è "reinventato" traduttore dell'ebraico biblico [...]. Egli rilegge e interpreta la Bibbia come se fosse il resoconto d'incontri tra gli uomini e gli extraterrestri. O meglio, questo lui non lo dice apertamente, ma è quello che lascia intendere ai suoi tantissimi seguaci che leggono i suoi libri e partecipano alle sue conferenze, che sono poi riprese, registrate e ritrasmesse su YouTube, dove raggiungono un pubblico molto ampio. *Il problema di questo tipo di teorie è che tentano di rileggere testi come la Bibbia o l{{'}}''[[Epopea di Gilgameš]]'' come se si trattasse di libri di storia. Il fatto è che non lo sono. Parliamo di testi che sono stati composti da più autori sconosciuti che raccolgono storie e leggende tramandate a voce fino a quel punto, magari inizialmente ispirate anche da qualche accadimento reale ma poi completamente stravolte nel passaparole e dunque senza alcuna pretesa di storicità. [...] Il rischio di voler leggere i testi antichi, o a volte anche certe raffigurazioni antiche, alla lettera e, dunque, senza avere alcuna competenza o conoscenza sulle tradizioni, le abitudini e le credenze dei popoli che li hanno realizzati, è semplicemente quello di rendersi ridicoli. *L'unica cosa che renderebbe le storie sugli [[Teoria degli antichi astronauti|antichi astronauti]] interessanti, trasformandole immediatamente in materia di vastissimo studio scientifico, sarebbe trovare anche una sola prova che dimostri il passaggio di antiche civiltà sul nostro pianeta, qualcosa come il monolite di ''[[2001: Odissea nello spazio]]'', un oggetto che nel film di Kubrick compare nella preistoria e che poi viene ritrovato anche sulla luna, dimostrando così la sua natura inequivocabilmente extraterrestre. ===Interviste=== {{cronologico}} {{Int|''[https://www.laregione.ch/culture/societa/1255676/la-lunga-marcia-delle-bufale-fra-facebook-co La lunga marcia delle bufale, fra Facebook & Co]''|Intervista di Ivo Silvestro, ''laregione.ch'', 27 aprile 2018.|h=4}} *Ovviamente le bufale, le fandonie e le menzogne sono sempre esistite, partendo dall'Impero romano e, ci fosse una documentazione, probabilmente da ancora prima. E sempre esisteranno. La differenza oggi è data dallo strumento del web che permette di diffonderle e di amplificarle in maniera rapidissima. *La questione è che i media tradizionali si ritrovano a competere in un mondo che ha un ritmo molto più veloce. In questa corsa è inevitabile che a rimetterci sia la verifica delle notizie. *Bisogna imparare a diventare non dico dei fact checker, ma abituarsi a mettere a confronto fonti diverse, sapere come farsi un'idea dell'affidabilità di una fonte. Non fidarsi dei titoli strillati e delle frasi a effetto come "nessuno ne parla", "quello che gli altri non dicono". Nel lungo termine, la cosa più utile e interessante è investire nello sviluppo del senso critico. E questo lo devi fare con i giovani, perché sono loro che si ritroveranno ad affrontare i problemi più grossi. Ma se a scuola non si insegna come destreggiarsi tra le notizie, a valutare le informazioni e le fonti, è molto difficile sperare che le cose migliorino. {{Int|''[https://www.open.online/2019/05/11/leonardo-nemico-di-maghi-e-chiromanti-lintervista-a-massimo-polidoro/ Leonardo nemico di maghi e chiromanti – L'intervista a Massimo Polidoro]''|Juanne Pili, ''open.online'', 11 maggio 2019.|h=4}} {{NDR|Su [[Leonardo da Vinci]]}} *Leonardo era un grande studioso, passava tantissimo tempo a studiare gli antichi e le macchine che disegnava erano riproduzioni di altre, disegnate magari da autori come Mariano di Jacopo, detto il Taccola, ingegnere e scrittore vissuto prima di lui. Nel riprodurre queste macchine cercava anche di migliorarle, trovando delle soluzioni alternative. Leonardo non ha mai preteso di essere l'inventore di queste macchine, siamo noi che lo abbiamo pensato quando abbiamo trovato i suoi disegni, poi quando abbiamo scoperto che c'erano autori precedenti dello stesso genere di macchine c'è stato chi ha affermato: "allora Leonardo le ha rubate", no, semplicemente lui le aveva studiate, riprodotte e migliorate. *{{NDR|«[...] occhi e sorriso della Gioconda ci nascondono qualcosa?»}} La pareidolia in queste vicende è sempre la regina. Ognuno può vedere quello che vuole in qualunque macchia e ombra, si tratta di un gioco che fa il nostro cervello nel trovare un significato in tutte le cose che sono confuse e ambigue. Lo stesso Leonardo si accorge della pareidolia e la descrive in uno scritto. Ne parla come uno strumento per stimolare la fantasia. Lui dice di guardare un muro pieno di macchie e sostiene che dopo un po' cominceremo a vederci delle facce. Quindi la usa proprio come strumento creativo. *{{NDR|«Cosa ha ancora da dirci Leonardo dopo 500 anni?»}} La cosa più importante che ci trasmette oggi è la sua curiosità. Il suo voler sapere tutto di qualunque cosa e questo spirito curioso è qualcosa che dovremmo imitare tutti noi, perché è l'unica molla che ci permette di crescere e di capire il mondo che ci circonda. Tanti purtroppo la curiosità non la adoperano e la spengono, la soffocano pensando che certe domande siano stupide. Leonardo non si poneva questi problemi, su qualunque cosa gli passasse davanti voleva saperne di più. *{{NDR|«Che lavoro farebbe oggi Leonardo da Vinci?»}} Il regista è sicuramente la professione che più si addice a Leonardo. Unisce tante delle sue passioni, dall'arte alla scienza, alla tecnica. Oggi non potrebbe esistere un Leonardo come nel '500, proprio perché sarebbe impossibile per lui approfondire qualunque campo di studi, perché si sa talmente tanto su qualunque cosa che anche solamente per sfiorare una branca del sapere ci vorrebbe tutta una vita, toccarne così tante come ha fatto lui era possibile solo quando si sapeva veramente poco della natura e del mondo che ci circonda. {{Int|''[https://web.archive.org/web/20201124160444/https://it.sputniknews.com/intervista/202010259692633-polidoro-cicaop-i-no-mask--complottisti-senza-strategia-manipolati-dallestrema-destra---video/ Polidoro (CICAP): "I No Mask – complottisti senza strategia manipolati dall'estrema destra"]''|Intervista di Niva Mirakyan, ''sputniknews.com'', 25 ottobre 2020.|h=4}} *Ci sono da un lato delle persone poco informate, persone che magari sono giustamente spaventate e confuse perché non hanno gli strumenti critici per capire la situazione che stiamo attraversando. Infatti non è facile per nessuno capire le dimensioni e la portata della pandemia. La stessa scienza ha bisogno di tempo per mettere a fuoco il problema e cercare di trovare una via d'uscita. Quindi, è normale che ci sia incertezza e anche confusione. Poi ci sono persone che vivono molto male questa incertezza e si lasciano suggestionare da quello che trovano sul web, dove si parla di improbabili complotti, di idee e di teorie che non hanno nessuna credibilità. Si lasciano manipolare da esponenti politici, spesso di estrema destra, che cercano invece di canalare questa frustrazione e rabbia nel tentativo di raccogliere consensi. *Spesso a questo tipo di manifestazioni partecipano in effetti anche quelli che sono contro il 5G, quelli che sono contro i vaccini (no vax) e anche quei personaggi che vedono complotti e cospirazioni ovunque. Sono persone che non si fidano di nessuno, tranne di quello che trovano sul web, dove è pieno di informazioni valide ma anche di colossali fesserie. Spesso essere diffidenti è un bene, ma quando non si è in grado di distinguere tra fonti credibili e fonti che non lo sono, si finisce per abboccare a qualunque falsità solo perché conferma i nostri pregiudizi. *Nei mesi di lockdown le bufale erano veramente quotidiane, tutti giorni ne usciva una. È stato molto faticoso verificare e ribattere a tutte le scemenze che venivano fuori, anche perché a volte a diffonderle erano persone che avrebbero dovuto comportarsi in maniera più seria, come è stato il caso di qualche medico. Una volta è stato addirittura un Premio Nobel, [[Luc Montagnier]], a fare affermazioni del tutto sconclusionate senza portare nessuna prova di ciò che affermava. Segno che nemmeno un premio Nobel mette al sicuro dalla superficialità. {{Int|''[https://www.open.online/2020/10/27/massimo-polidoro-racconta-james-randi-intervista/ Massimo Polidoro racconta James Randi e la scienza dell'inganno, per indagare sui misteri e le bufale]''|Intervista di Juanne Pili, ''open.online'', 27 ottobre 2020.|h=4}} *[[Harry Houdini|Houdini]] negli ultimi anni della sua vita, a partire dagli anni '20, dopo essere diventato amico di Arthur Conan Doyle si era avvicinato, in maniera anche aperta, al mondo dello spiritismo, poi ogni volta che andava ad assistere a qualche seduta spiritica, si rendeva conto che venivano messi in scena dei trucchi, anche molto grossolani, ma le persone che ci andavano erano talmente soggiogate o comunque desiderose di avere un contatto con chi non c'era più, che non si accorgevano di niente. Così dopo un po' si è stufato e ha cominciato a smascherarle. {{NDR|«Qual è [...] la principale differenza tra Houdini e [[James Randi|Randi]] nella lotta contro le pseudoscienze?»}} Randi ha portato qualcosa in più. Non è solo lo smascheramento. Randi porta l'approccio scientifico in questo campo, cosa che invece Houdini non faceva, perché di Scienza ne capiva poco, però aveva un approccio più aggressivo, che andava bene per parlarne sui giornali. Randi invece è stato considerato da moltissimi scienziati uno scienziato lui stesso. [...] In ambito scientifico è stato visto come una risorsa fondamentale. [...] Quindi Randi porta questo elemento in più: l'approccio scientifico che però non si limita all'esperimento, ma si avvantaggia delle competenze che ha un ingannatore di professione, perché come ripeteva spesso, il chimico e il fisico hanno a che fare con provette e protoni, che non imbrogliano, mentre se hai a che fare con un medium o un sensitivo, l'inganno è sempre dietro l'angolo. Chi non conosce queste tecniche potrebbe farsi abbindolare, anche se è un premio Nobel. *{{NDR|«Quale fu [...] la molla che fece scattare la passione di Randi?»}} C'è una bella storia che lui raccontava sempre. Da bambino Randi aveva un QI superiore alla norma, quindi succedeva che in classe si annoiava subito, e gli diedero il permesso di andare a scuola solo per sostenere direttamente gli esami. Così passava il tempo andando in biblioteca a studiare per conto suo, ma anche a fare esperienze di vari tipi. Allora una volta è andato in una sorta di chiesa spiritista, ad assistere alle manifestazioni di un tizio che sosteneva di parlare con gli spiriti. Osservandolo vedeva che i partecipanti, tutti fedeli, scrivevano su dei bigliettini delle domande da fare agli spiriti, e il medium prendeva un biglietto alla volta, lo metteva sulla fronte, invocava lo spirito e rispondeva alla domanda, in apparenza senza averlo letto. Randi [...] quel trucco lo conosceva benissimo, avendolo imparato dalla sua passione per i giochi di prestigio [...]. Il medium in realtà aveva un complice che scriveva la prima domanda sulla quale si erano messi d'accordo. Estraeva un bigliettino a caso e dopo aver risposto a quella prima domanda lo apriva, scoprendo in realtà la domanda successiva; e così via con gli altri. Alla fine il medium doveva inserire di nascosto il bigliettino con la prima domanda. [...] Il piccolo Randi lo aveva capito al volo. Allora cosa fa? Si alza in piedi e protesta (avrà avuto dieci anni), svelando il trucco. Così è finita che l'hanno portato alla centrale di polizia. Quella è stata l'occasione in cui si è detto "va bene, questa è la cosa peggiore che potevate farmi, d'ora in poi mi dedicherò a smascherare questi bugiardi". Suo padre dovette andarlo a prendere in Centrale, dove gli spiegarono che il figlio aveva creato disordine durante una riunione religiosa. Questa storia può sembrare una leggenda, ma è avvenuta realmente. *Non c'è un trucco particolare che ti permette di smascherare gli inganni. Quello che conta è rendersi conto che tutti possiamo essere ingannati se ci troviamo nelle condizioni giuste. Un prestigiatore sa usare abilmente certi meccanismi psicologici; il modo in cui funziona l'attenzione; la percezione. I prestigiatori tutte queste cose le fanno anche senza conoscerne il background psicologico e fisiologico. Pian piano nel corso dei secoli questa arte si è affinata, al punto da creare giochi e trucchi che diventano invisibili per chi li guarda, perché sfruttano diversi trabocchetti della mente. Già essere consapevoli di questo aiuta molto. Il prestigiatore quando osserva un finto sensitivo, guarda delle cose che lo scienziato invece non vede, perché non sa dove guardare né cosa aspettarsi, e magari applica dei controlli che non hanno nessuna utilità. Se qualcuno sostiene di poter piegare i cucchiaini con la forza del pensiero, cercano di capire quali onde escono dalla sua mente, oppure se le sue dita sprigionano un calore particolare, quindi gli misurano la temperatura e gli fanno l'elettroencefalogramma; tutta roba inutile ovviamente, perché il trucco vero e proprio è una manipolazione fatta quando nessuno guarda. Quindi l’abilità dell'ingannatore è proprio quella di manipolare l'attenzione, portarla su qualcosa facendo credere che lì sta per succedere il fenomeno paranormale, quando in realtà con l'altra mano sta mettendo in atto il trucco e nessuno lo vede. Il prestigiatore ha quindi la capacità di capire cosa è importante osservare e cosa non lo è. *Qualunque prestigiatore ti dirà che i bambini sono il pubblico più arduo. Tu gli puoi far vedere un cappello a cilindro, lo capovolgi e l'adulto fa due più due nella sua mente, e sa benissimo che se ci fosse qualcosa dentro cadrebbe; il bambino non ha ancora questi punti di riferimento per conoscenze acquisite, vede che giri il cappello ma non si fida, vuole metterci sotto la mano e rovina il trucco, perché lì chiaramente c'è un doppio fondo. Poi questa capacità naturale di osservare viene a perdersi, ed è un peccato. *[...] a scuola si insegnano le scienze, ma non il [[Metodo scientifico|Metodo]]; magari gli si dedica mezzora il primo giorno, poi basta. Invece è proprio il Metodo che i ragazzi devono acquisire, e sarà una cosa che poi si porteranno a presso per tutta la vita. Le nozioni si dimenticano o se ti interessano vai a rileggerle, ma il metodo scientifico è proprio un modo di ragionare. Quando ho letto i libri di Angela e Randi, lì ho capito l'importanza del Metodo, ed è quella la cosa che mi ha aperto davvero la mente: imparare a farsi le domande giuste; non lasciarsi incantare dalle fantasie che ci sono, e che per quanto bellissime non ci portano da nessuna parte. Invece fare le domande giuste: chiedere quali sono le prove; quanto è credibile la persona che espone una tesi; sono quelle che ti avvicinano ad avere risposte concrete. *C'è stata una perdita di terreno della religione, che ti dà una sorta di speranza nell'aldilà (se ci credi [...]), per molti oggi quella speranza lontana non basta più. Tutti vogliono la soluzione adesso dei loro problemi: il mago che promette di far tornare la persona amata; oppure promette di farti parlare con lo spirito del marito o della moglie; quello che ti guarisce dalla malattia solamente imponendo le mani; sono tutte risposte semplici, ovviamente del tutto inutili, che peggiorano la situazione anziché migliorarla, ma che molti trovano confortanti. {{Int|''[http://www.metamagazine.it/giancarlo-montoni-intervista-massimo-polidoro/ Giancarlo Montoni intervista Massimo Polidoro]''|''metamagazine.it'', 31 dicembre 2020.|h=4}} *Molte persone si convincono di avere facoltà straordinarie, ma se ne convincono perché fraintendono qualcosa che non si sanno spiegare, perché non sanno fare un esperimento e in questo non c'è nulla di condannabile, poiché non è il loro mestiere. *Non si tratta di mettere nessuno in imbarazzo o di dare a nessuno dello sciocco o dell'incompetente, ma semplicemente di capire che tutti possiamo sbagliarci e cadere in errore, anche premi Nobel. *Chi ha già intrapreso un percorso e crede in certe cose difficilmente [[cambio di opinione|cambia idea]], anche di fronte a evidenze che gli dimostrano che ciò in cui crede è sbagliato. I ragazzi, invece, hanno ancora tutto da imparare. Possono iniziare da subito a farsi le domande giuste, a capire che bisogna chiedere evidenze a chi fa delle affermazioni, senza farsi intimidire dai titoli accademici o dalla celebrità di qualcuno. Una volta appreso questo metodo, cresceranno con uno spirito più critico e si faranno prendere in giro sicuramente di meno. *Quando si va dietro al loro tipo di ragionamento: "Io ho ragione, dimostrami che ho torto", ma nella scienza non funziona così. Chi fa l'affermazione deve portare le prove di ciò che afferma, se vuole essere creduto, sennò si arrangia. *[[James Randi|Randi]] è stato fondamentale nel far capire che tutti possono essere ingannati e lo ha fatto portando la sua arte, l'illusionismo, nel mondo scientifico, dimostrando, da un lato come sia facile anche per uno scienziato farsi prendere per il naso se non conosce i meccanismi dell'inganno, dall'altro mettere in guardia, proprio smascherando quelli che erano trucchi ritenuti fenomeni paranormali. Ha fatto si che tutti capissero che il prestigiatore poteva essere al servizio della scienza per aiutarla e per aiutare i ricercatori a distinguere ciò che può essere credibile da ciò che non lo è per i motivi più diversi. {{Int|''Un ricordo di James Randi: intervista a Massimo Polidoro''|''Query'' n. 44, inverno 2020.|h=4}} [[File:Massimo Polidoro and James Randi at ECSO cruise.jpg|thumb|Da sinistra: Polidoro e [[James Randi]] nel 2017]] *{{NDR|Su [[James Randi]]}} Lui non sopportava le ingiustizie, non sopportava i prepotenti e chi si approfittava dei più deboli. Aveva una grande compassione per chi credeva, a causa della disperazione, nelle affermazioni dei ciarlatani, come chi si convinceva che i guaritori filippini o quelli carismatici potessero davvero curare le malattie... Perché si rendeva conto che si trattava di persone disperate, che erano state illuse. Dunque, era furibondo nei confronti dei personaggi che alimentavano false credenze. Ed era questo un po' il motore che lo faceva insistere, andare avanti e impegnarsi tantissimo per ridurre – se non togliere di mezzo – le attività di questi ciarlatani. *Con il complottismo non è in gioco qualcuno che dice di avere delle facoltà paranormali; ci si trova davanti a persone che dicono: «le cose stanno così, le prove ci sono, ma non sono facili da trovare»... È sufficiente quello, a volte, a convincere il pubblico, no? *Trasformandole in uno spettacolo, Randi rendeva evidente che certi personaggi erano dei ciarlatani e che facevano affermazioni assurde. E queste sembravano vere solo perché la gente non conosceva i trucchi: ma quando si trovavano davanti degli esperti, finivano smentiti. {{Int|''[https://www.open.online/2023/06/28/massimo-polidoro-meccanismi-mentali-gruppi-cospirazionisti-intervista-fc/ Massimo Polidoro: «Ecco i meccanismi mentali dei gruppi cospirazionisti» – L'intervista]''|Juanne Pili, ''open.online'', 28 giugno 2023.|h=4}} *Alla fine pensare che “noi” siamo più furbi e più svegli e non ci caschiamo è un po’ consolatorio. Magari abbiamo avuto l’occasione di vedere più a fondo le cose, sviluppando una mentalità più critica e altri non l’hanno avuta. *Noi sappiamo benissimo che le piante non ci stanno segnalando qualcosa; che la stella cadente non vuol dirci niente; ma in automatico ci viene da pensarlo. Quindi alcune persone poi vanno avanti su quella spinta automatica: “ecco vedi, allora è tutto connesso; io sono parte di… allora sta parlando con me”. *Per queste persone è talmente assodato che questi complotti siano reali, che quando sentono una persona metterli in discussione per loro è inconcepibile. C’è da dire che comunque io non do mai spazio, non sto mai a rispondere agli insulti; a meno che non si faccia una critica nel merito dell’argomento trattato, magari indicando delle fonti. *Le emozioni sono importanti, ma se ti lasci trascinare da esse perdi la possibilità di capire realmente le cose. *[[Trofim Denisovič Lysenko|Lysenko]] è un esempio di cosa succede quando veramente degli scienziati sono “pagati dai poteri forti”, con conseguenze che poi si rivelano catastrofiche. Quando vuoi piegare la realtà dei fatti alla tua rappresentazione ideologica, magari può funzionare per un po’ di tempo, perché hai il potere di nascondere gli insuccessi, ma alla lunga viene fuori. {{Int|''[https://www.starbene.it/benessere/psicologia/perche-crediamo-impossibile/ Massimo Polidoro, perché crediamo nell'impossibile]''|Intervista di Antonella Paglicci, ''starbene.it'', 2023.|h=4}} *Pensare che il mondo sia improvvisamente impazzito, per colpa del web, è un errore. I [[Social media|social]], che in un secondo raggiungono miliardi di individui senza alcun filtro, hanno reso solo più affollato e caotico il catalogo delle assurdità. Ma la tecnologia non fa altro che amplificare qualcosa che è cristallizzato dentro di noi: il bisogno di dare un senso a ciò che ci circonda. Gli uomini sono portati a credere a ciò che li fa stare bene, li rassicura, sostiene le loro scelte, e a rifiutare ciò che non capiscono o rischia di metterli in crisi. Questo è il gioco (innato) a favore delle [[fake news]]: anche quando arrivano le smentite, i danni sono già stati fatti poiché hanno trovato terreno facile su cui crescere. *C'è chi crea dicerie, leggende, falsità per specularci (basta pensare ai meme virali delle fake news), per motivi ideologici (propagandare una notizia di qualsiasi tipo, screditare un nemico ecc.), per inquinare le acque del dibattito pubblico. Ma le [[Teoria del complotto|teorie irreali]] possono nascere anche in maniera spontanea di fronte a eventi sconvolgenti, guerre, pandemie, calamità naturali dove non sia possibile darsi – almeno al momento – una spiegazione documentata e verosimile. Ecco che viene fuori di tutto, e anche spiegazioni paradossali passano per ipotesi scientifiche. È un meccanismo reattivo, del tutto umano: non riusciamo a vivere nell'incertezza e, quindi, ci serviamo di spiegazioni anche fasulle ma utili a tappare quel buco che, altrimenti, ci resta in testa e che crea ansia, panico. *Nonostante i progressi della civiltà, la nostra natura più profonda è ancora quella degli antenati del paleolitico, in bilico perenne tra la vita e la morte. Tendiamo a reagire d'impulso e immediatamente a credere in qualcosa che ci metta al riparo da possibili pericoli. Il cervello è un sistema straordinario per assicurare la sopravvivenza della specie umana, quindi è spinto a credere anche a cose palesemente false. Quest'ultime sono tane psicologiche in cui si rifugia. *Le credenze sovrannaturali, magiche, anche religiose sono insite nella biologia umana: un tempo servivano per sopravvivere, adesso si sono trasformate in altro ma trovano sempre nicchie psicologiche e sociali dove sistemarsi. Le facciamo nostre per conformismo, cioè per seguire il gruppo (famiglia, lavoro, amici) di cui facciamo parte, a cui ci sentiamo vicini. E arriviamo a ignorare i fatti che smentiscono queste falsità. Dal punto di vista evolutivo, da sempre abbiamo bisogno di protezione, cooperazione e conferme da parte della tribù d'appartenenza. Facciamo nostre le credenze perché altrimenti vanno in frantumi le nostre convinzioni profonde e si crea una dissonanza cognitiva, ossia l'impossibilità di far convivere quello che dovremmo con ciò che ci piacerebbe fare. [...] Facciamo nostre le credenze quando c'è il bisogno di trovare un conforto: [...] aiutano a non arrendersi di fronte a un fatto difficile da accettare. Permettono di avere figure di riferimento e di cercare soluzioni sì paradossali ma che danno un minimo di speranza, almeno in apparenza. *L'[[Antiscienza|anti-scienza]] non colonizza solo le menti incolte e sprovvedute, come può sembrare. Anzi, con la sua semplicità ingannatrice tende a vincere lo scontro diretto con le argomentazioni scientifiche. [...] spesso sono proprio le persone con maggiori capacità di ragionamento e di ricerca che trovano il modo di auto convincersi di una teoria priva di fondamento, e nulla li scalfisce più. Come se ci fosse una differenza incolmabile tra la conoscenza oggettiva (quello che un individuo effettivamente sa) e quella soggettiva (quello che si presume di sapere). Il problema sta dunque nell'eccesso di fiducia verso ciò che si pensa di conoscere. *Noi non siamo pensatori che si emozionano, bensì siamo esseri emotivi che qualche volta pensano, ed è bene che sia così. Se non scagliassimo la freccia dell'impulso, non avremmo tante informazioni “giuste” per vivere. Abituiamoci, però, ad avere, nelle circostanze più importanti, un atteggiamento razionale, freddo e lucido: se quella notizia (o quel fatto) ci fa indignare, mettiamo da parte la rabbia che ci consegna alla prima soluzione a portata di mano e diamoci il tempo di esplorare la realtà. Niente è immediato. Pronta lì, per noi, c'è solo una magia illusoria. ==''Il mondo sotto sopra''== ===[[Incipit]]=== Il Covid? Non esiste. I vaccini? Provocano l'autismo. Le scie degli aerei? Veleno per alterare il clima. Gli attacchi dell'11 settembre? Una messinscena degli americani. La Luna? Non ci siamo mai andati. La Terra? È piatta.<br />Ciò che fino a ieri era considerato da tutti vero e accertato all'improvviso viene messo in discussione, mentre in molti ambiti della vita i fatti perdono sempre più valore a favore di credenze irrazionali, pregiudizi e teorie della cospirazione.<br />Stiamo precipitando in un mondo dove ogni cosa è sottosopra e la verità è solo un punto di vista in mezzo a tanti?<br />Siamo entrati in una fase in cui le fandonie, oggi ribattezzate "fake news", sono all'ordine del giorno. False notizie diffuse per speculare sui bisogni e i timori più deboli, per attaccare i propri avversari politici, per alimentare i propri pregiudizi o per screditare chi è portatore di verità scomode rendono sempre più difficile riuscire a distinguere il vero dal falso.<br />Bugie, truffe e propaganda non sono certo una novità, ma oggi, grazie al web, le notizie false tendono a diffondersi in maniera globale come mai era successo prima, superando i tradizionali confini locali e raggiungendo strati sempre più ampi di popolazione. ===Citazioni=== *Sempre più persone si avvicinano a teorie che fino a poco tempo fa sembravano confinate a minoranze stravaganti: da quelli che credono che la terra sia piatta e chi pensa che il cancro sia il frutto di "pensieri sbagliati", da chi sostiene che l'uomo sarebbe il prodotto di esperimenti genetici di civiltà extraterrestri a quelli convinti di potersi nutrire di sola luce, da chi immagina che il pianeta sia governato da una razza di lucertole extraterrestri "mutaforma" a chi invece crede che tutti i mali sulla Terra siano opera del miliardario ebreo [[George Soros]] o del fondatore di Microsoft [[Bill Gates]], da chi è sicuro che gli extraterrestri arriveranno a salvarci a quelli convinti che il mondo in cui viviamo sia solo una finzione come nel film ''[[Matrix]]'', fino ad arrivare alla più pericolosa teoria del complotto moderna, quella di [[QAnon]], in cui si crede che una "cricca" di potenti e star di Hollywood, dedita al satanismo e alla tratta dei minori, governi il mondo in segreto e, sempre in segreto, sia combattuta da [[Donald Trump]]: una follia che farebbe sorridere, se non fosse che i suoi seguaci si sono già distinti per avere imbracciato le armi e avere cercato di "farsi giustizia" da soli. (p. 11) *{{NDR|Sullo [[scandalo Watergate]]}} È una storia importante, non solo perché ci dimostra che cospirazioni ordite ai massimi livelli esistono per davvero, ma ci conferma che possono anche essere smascherate, perché nella vita reale le cose non vanno mai perfettamente come le si pianifica, a differenza di quello che credono i teorici della cospirazione. (p. 28) *La differenza principale rispetto al passato, dunque, è che oggi, grazie al web e, in particolare, ai social media come [[Facebook]], [[Twitter]] o a forum come ''[[Reddit]]'', ''[[4chan]]'', o ''[[8chan]]'' (oggi diventato ''8kun'') le notizie false tendono a diffondersi in maniera globale come mai era successo prima, superando i tradizionali confini locali e raggiungendo strati sempre più ampi di popolazione. Questa diffusione è particolarmente rapida, il che rende più complesso poterla fermare attraverso una smentita, che arriva comunque in ritardo e non riesce quindi a contrastare con piena efficacia la notizia falsa. (p. 31) *{{NDR|Sulla [[teoria della cospirazione del Pizzagate]]}} Una bufala sconclusionata, dunque, creata ad arte sul web e disseminata da commentatori irresponsabili, finiva per convincere una persona suggestionabile a imbracciare un fucile e a "investigare" da solo la faccenda che, solo per un caso fortuito, non si è conclusa con la morte di qualche malcapitato o dello stesso autoproclamatosi giustiziere. (p. 37) *Il caso del "Pizzagate" è un episodio importante. Non solo perché ci mostra come una fandonia possa avere conseguenze pesanti sul mondo reale, ma anche perché ci conferma una volta di più che ciò che conta per molti non sono i fatti ma i sentimenti che certe notizie suscitano e i pregiudizi su cui riescono a fare leva. (p. 37) *Il "Pizzagate", insomma, era un modo come un altro per fare insinuazioni maligne sui Democratici, associarli con atti di estrema depravazione per renderli particolarmente sgradevoli. Che ci sarà mai di male?<br />È un modo certamente efficace per raccogliere facile consenso (chi non è contrario alla prostituzione minorile?) ma indubbiamente scorretto, diffamatorio e apertamente cinico. Non molto diverso dalle pratiche operate da Stalin e da Hitler nel dipingere gli ebrei come manipolatori, sabotatori e cospiratori che puntavano a impadronirsi del mondo.<br />Non importa, ciò che conta è che queste storie ''sembrino'' verosimili, che riescano insomma a "risuonare" in quella parte del pubblico che è più propensa a crederci. (p. 39) *Nel best seller ''[[Trump: L'arte di fare affari|The Art of the Deal]]'', scritto nel 1987 da [[Tony Schwartz]], ma firmato dal futuro presidente americano Donald Trump, una delle idee in esso contenute è che è l'impatto di una storia ciò che conta, non la sua veridicità. Dal suo avvocato e amico Roy Cohn, Trump aveva imparato che imporre un "brand", un marchio, importava di più che rincorrere l'obiettività di un resoconto. In questo gioco, i fatti diventano un lusso se non qualcosa di assolutamente irrilevante. È quella che nel libro Trump (o meglio Schwartz che lo ha scritto, ma Trump deve per lo meno averlo letto e approvato) chiama "iperbole verosimile". (p. 40) *Il semplice fatto che le accuse del "rituale notturno satanico" siano del tutto fantasiose non significa che le conseguenze delle azioni di chi le crede vere non siano reali. Cristiani ed ebrei furono perseguitati e uccisi per davvero, così come lo furono tutti quelli che erano considerati eretici, i Cavalieri templari e tutti coloro, donne e uomini, che si credevano dediti alla stregoneria. Tutti morti assassinati a causa di una frottola che non sembra volersi estinguersi mai.<br />La formula del rituale notturno è infatti perfetta per disumanizzare chi ci spaventa o chi consideriamo un nemico e per giustificare l'uso della violenza impiegata per "difenderci". (p. 50) *Non c'è alcuna evidenza scientifica che la tecnica della "regressione ipnotica" abbia qualche autentica efficacia o che permetta realmente di recuperare ricordi perduti. Anzi, il sospetto che si fa sempre più forte è che siano proprio gli stessi terapeuti, con le loro domande mirate, a indirizzare le parole dei pazienti, convincendoli di avere subito abusi che, nella realtà, non si sarebbero mai verificati. (p. 53) *La [[memoria]] è un meccanismo molto delicato e suscettibile di parecchie distorsioni involontarie, che oltre ai falsi ricordi comprendono effetti dovuti alla suggestione, all'ansia da prestazione, alla pressione sociale e alla confabulazione, ovvero la fusione tra ricordi diversi o l'unione di veri ricordi e fantasie. Ecco perché chiunque dica "Me lo ricordo benissimo!" forse sta sopravvalutando le capacità del suo e del nostro cervello. (p. 62) *Ma perché possiamo prendere per vere le cose che ci vengono dette, sia che ciò avvenga di persona, su internet o attraverso media più tradizionali, senza farci troppe domande? Perché, per dirla in parole povere, il nostro cervello è "pigro". O, se vogliamo metterla diversamente, il cervello è una macchina complessa che deve gestire una quantità impressionante di informazioni: di conseguenza, appena può utilizzare schemi che ha già elaborato e che conosce bene lo fa immediatamente.<br />Soppesare le plausibilità e la fonte di una nuova informazione, infatti, richiede uno sforzo cognitivo maggiore rispetto al fatto di accettare semplicemente che il messaggio che riceviamo sia vero. (p. 74) *I fatti alternativi non esistono, o una cosa è vera o non lo è. E in questo caso non c'era alcuna possibile discussione sul fatto che la folla per Obama era tre volte quella raccolta per Trump. Punto e basta. (p. 78) *Già a partire dalla sua campagna elettorale, si doveva capire che l'unica strategia che {{NDR|Donald Trump}} avrebbe seguito come punto di riferimento costante era quella già anticipata nel libro ''[[Trump: L'arte di fare affari|The Art of the Deal]]'', vale a dire l'idea che ciò che conta non sono i fatti ma la storia che si presenta. (p. 78) *La [[dissonanza cognitiva]] è quella che l'individuo sperimenta di fronte alla consapevolezza di detenere un'idea che contrasta con i fatti e che spinge verso il cambiamento dell'elemento più debole. Ciò è vero particolarmente nei casi in cui è a rischio la propria autostima: quanti sono pronti ad ammettere che credendo a una profezia, o alle troppo lusinghiere promesse elettorali, si sono dimostrati degli ingenui o, peggio, degli stupidi? Pochi, se non nessuno.<br />Riducendo la dissonanza, le persone difendono le proprie scelte e conservano un'immagine positiva di se stesse. Nel caso degli attacchi rivolti a cristiani, ebrei, Templari, streghe o rivali nemici, tutti accusati di celebrare i satanici "rituali notturni", non potendo accettare l'idea di vedere se stessi come spietati assassini, né potendo negare gli effetti della violenza esercitata, gli aggressori risolvono il disagio interiore scaricando la colpa sulle vittime: "Erano così abominevoli che non meritavano altro". (p. 85) *Più una persona è decisa a non modificare il proprio comportamento e più farà resistenza di fronte alle informazioni che minacciano tali scelte. Nel caso dei fumatori, per esempio, si è visto che quelli che più difficilmente ammettono i pericoli del fumo sono coloro che hanno tentato di smettere in passato ma non ci sono riusciti. Il fallimento li ha resi ancora più decisi a continuare. (pp. 85-86) *Una [[profezia]] sbagliata raramente mette in crisi un sistema di credenze. Mentre noi ci focalizziamo sull'accuratezza di un'affermazione isolata come fosse un test per valutare la credibilità di un gruppo, chi fa parte di quel gruppo e ne accetta la teologia potrebbe non essere turbato affatto da ciò che a lei o lui sembra solo un trascurabile inciampo. Qualcuno abbandonerà il gruppo, solitamente i membri più recenti o quelli meno convinti, ma la maggioranza vivrà una dissonanza cognitiva molto limitata e, dunque, farà solo minimi cambiamenti alle proprie credenze. Continuerà come se niente fosse e, anzi, il superamento di quello che a noi appare come un fallimento lo farà sentire spiritualmente più ricco. (p. 87) *{{NDR|Sulle [[profezie sul 21 dicembre 2012]]}} Chi l'aveva sostenuta, scrivendo libri e dedicandovi programmi televisivi, giustificò in seguito la mancata fine del mondo con l'idea che, in realtà, era veramente finito un mondo "vecchio" e ne era iniziato uno nuovo dal punto di vista "spirituale", anche se noi non possiamo vederne gli effetti e probabilmente non riusciremo a vederlo ancora per decenni...<br />Tutte queste persone, insomma, sono disposte a dire qualunque cosa possibile tranne ammettere di aver creduto a una bufala. Per quanto possa dispiacerci ammetterlo, infatti, l'uomo non è affatto un essere razionale. (p. 88) *Anticamente, i nostri antenati che vivevano nella savana ed erano alle prese con leoni, pantere e altre gravi minacce alla propria sopravvivenza, non potevano permettersi di riflettere troppo. Era necessario decidere in fretta se la sagoma scura che si vedeva tra le foglie poteva essere un predatore o solo un gioco di luci e ombre: non farlo poteva significare l'estinzione. Dunque, meglio scappare ''sempre'' nella convinzione che si tratti di un leone, anche se 99 volte su 100 non c'è nulla, anziché fermarsi a verificare l'unica volta in cui il leone c'è per davvero. (pp. 91-92) *Il cervello emotivo è difatti più veloce e automatico e si avvale di circuiti neuronali più collaudati dal basso verso l'alto, mentre le connessioni delle informazioni che viaggiano in direzione opposta, dalla corteccia verso il sistema limbico, sono in qualche modo più deboli.<br />E questo succede perché mentre l'ambiente intorno a noi si è sviluppato in maniera rapidissima, passando nel giro di diecimila anni dalle caverne ai viaggi nello spazio, il cervello dell'uomo ne ha richiesti oltre {{formatnum:200000}} di anni per passare da quello del primo ''Homo sapiens'' all'attuale. Semplificando, è ovvio che l'ingegnere spaziale, l'operatore di borsa o il neurochirurgo siano infinitamente più intelligenti del Neanderthal, ma in fondo in fondo la parte istintuale tra i due non è poi tanto diversa. (p. 94) *Una volta si diceva "L'ho visto sul giornale!" e poi "L'ha detto la televisione!", per rimarcare che un'affermazione doveva necessariamente essere vera, perché si credeva che nessuno avrebbe scritto o detto il falso sui giornali o in televisione. Col passare del tempo, e con la perdita di credibilità dei mezzi di comunicazione tradizionale, questo modo di dire si è trasformato in "L'ho visto sul web!". In questo caso, l'idea è che sostituendo la fruizione passiva di una notizia, come avviene con la tv e i giornali, dove sono i direttori delle testate e gli editori a scegliere e a decidere che cosa comunicare e in che modo farlo, con la ricerca di informazioni attiva e in prima persona, condotta dal singolo utente, si possa essere al riparo da eventuali distorsioni.<br />Fateci caso, dieci volte su dieci se qualcuno afferma: «Io sono un pensatore indipendente» o «Non mi fido dei media, faccio da solo le mie ricerche» è molto probabile che creda a bufale e a teorie del complotto. (p. 102) *Nel tentativo di accontentare i propri utenti, e convincerli a rimanere il più a lungo possibile nelle proprie "stanze", i social media mettono in atto meccanismi invisibili di selezione dei contenuti, che mostrano solo ciò che corrisponde ai gusti sei singoli utenti e nasconde tutto il resto.<br />In altre parole, se il web è una finestra sul mondo, è come se sui social quella finestra non si aprisse sull'esterno, bensì sulla nostra cameretta, mostrandoci solo ciò che ci è familiare. Qual è la conseguenza? Che, a furia di vedere solo cose che ci piacciono e che condividiamo, finiamo per convincerci che il mondo sia fatto a nostra immagine e somiglianza. E, ovviamente, chiunque dica cose che non si inquadrano con questa visione per noi familiare e rassicurante non può che sembrarci una voce fuori dal coro, forse qualcuno poco informato o, peggio, un provocatore, magari pagato dai "poteri forti" per nasconderci la verità. (pp. 106-107) *Se gli esperti non contano più nulla, poi, ognuno può improvvisarsi esperto "alternativo" e trattare con sufficienza chi invece sa di che cosa parla. È una distorsione cognitiva nota come [[Effetto Dunning-Kruger]], dal nome dei suoi scopritori, e che si può tradurre con il detto: "chi meno sa più crede di sapere". Chi non è esperto, infatti, può essere portato in certe circostanze a sopravvalutare le proprie competenze, a non riconoscere i propri limiti ed errori e a finire per trattare con supponenza chi è veramente esperto. (p. 122) *I motivi alla base della diffusione di bufale sono dunque i più diversi: c'è chi le crea per spingere particolari ideologie, chi vuole contrastare idee contrarie alle sue, chi lo fa per alimentare la propaganda politica o per oscurare notizie scomode. C'è anche chi si inventa bufale per ignoranza, ripetendo o ingigantendo cose che ha sentito dire, così come c'è chi cerca di arricchirsi sfruttando la naturale curiosità umana per le notizie più estreme, emotivamente coinvolgenti e clamorose o, semplicemente, accarezzando pulsioni e desideri di un pubblico fin troppo facilmente manipolabile.<br />Poi, però, ci sono quelli che, non fidandosi delle fonti "ufficiali", spesso a ragione, decidono di diventare "pensatori indipendenti" ma, anziché sviluppare capacità critiche e di verifica dei fatti, iniziano a leggere le notizie a modo loro, le reinterpretano come fa loro più comodo, scovano codici e simbologie nelle frasi più banali, osservano le fotografie o i video cercando dettagli nascosti ma visibili solo a loro... Si comportano insomma come il tassista Jerry Fletcher, complottista convinto interpretato da Mel Gibson nel film del 1997 ''[[Ipotesi di complotto]]''. (p. 135) *Frustrazione, senso di inadeguatezza o il bisogno di dimostrare che "io non la bevo!" contribuiscono a creare sedicenti detective dilettanti che, convinti di dimostrare al mondo il proprio acume, riescono solo ad alimentare paure per pericoli inesistenti. (p. 136) *Le vere cospirazioni e le malefatte di potenti e criminali sono state sventate sempre e solo da ottimi cronisti o investigatori integerrimi, gente che sa fare il proprio mestiere e che, non di rado, per farlo fino in fondo finisce per rimetterci la pelle.<br />Nessuno di questi complottisti da poltrona ha mai veramente scoperto qualcosa di segreto o di nascosto, nessuno di loro ha mai sventato un'autentica cospirazione politica, industriale o di altro tipo, ma nel tentativo di farsi passare per paladini della verità e vittime del sistema alcuni di essi sono riusciti a creare parecchi danni e persino trasformarsi in stalker. (p. 136) *{{NDR|Sulla [[teoria del complotto sulle scie chimiche]]}} È stato calcolato che per organizzare un simile complotto bisognerebbe coinvolgere tutti i piloti di aerei, gli assistenti di volo, i controllori di volo, e poi naturalmente i progettisti degli aerei, gli ingegneri, i tecnici, i meccanici, gli studiosi del clima, i biologi, i chimici, i medici... Insomma, si tratta di milioni di persone di cui bisognerebbe comprare il silenzio: parliamo di miliardi di dollari o di euro. Davvero può esistere un complotto per il quale valga la pena spendere tanto? (p. 139) *Personaggi come [[Alex Jones]] non sono realmente convinti delle teorie che presentano nei loro programmi, ma se ne servono puramente per finalità commerciali. È emerso, infatti, che gli argomenti di cui parla Jones vengono scelti sulla base degli acquisti che gli spettatori fanno dallo store del sito di ''Info Wars'' {{NDR|giornale on-line fondato da Jones}}. Se un argomento si rivela adatto a promuovere certi prodotti, allora verrà ripetuto più spesso. (p. 145) *{{NDR|Sulla [[teoria del complotto del piano Kalergi]]}} Le prove del piano? Honsik riesce a citare solo alcune frequentazioni di Kalergi, che comunque apparteneva a un'élite europea cosmopolita, e addirittura i vincitori di un premio a lui intitolato, consegnato per l'appunto a chi si spende di più per l'Europa. Quindi, assolutamente nulla. E non è un caso che questo tipo di argomentazioni sia rimasto a lungo relegato nel sottobosco dei gruppi di estrema destra. (p. 148) *{{NDR|Sulla [[teoria del complotto sul genocidio bianco]]}} Il fatto che non ci sia nessun piano di sostituzione etnica, che anche volendo sarebbe irrealizzabile dal punto di vista genetico, oltre che insensato, non conta nulla. Come sempre, di fronte alla complessità dei fenomeni che la società si trova ad affrontare, chi ha ricorso a racconti semplici e rassicuranti, capaci di dare una parvenza di spiegazione al mondo, trova sempre chi lo ascolta. Soprattutto se tali "rivelazioni" sono presentate come conoscenze segrete, che ci vengono tenute nascoste e che può capire solo chi ha la capacità di aprire gli occhi di fronte alla verità. (p. 149) *Certamente c'è una sfiducia generalizzata nella comunità medica, vista con sospetto per via degli interessi che pervadono la ricerca farmacologica. Indubbiamente gli interessi economici sono fortissimi, ma esattamente come ci sono in tanti altri settori, compresi quelli di chi produce rimedi omeopatici o prodotti "bio". Quello che sfugge è che dietro ogni nuovo farmaco o terapia ci sono controlli strettissimi e lunghe e complesse sperimentazioni volte ad accertarne l'efficacia, mentre per l'omeopatia, così come per le presunte "cure miracolose" dei Di Bella e Stamina, non esistono controlli. (pp. 155-156) *[[Ryke Geerd Hamer|Hamer]], un medico tedesco radiato dall'albo, affermava che tutte le malattie, comprese gravi patologie quali i tumori, sono la manifestazione di un conflitto interiore, e che il paziente può guarire da solo una volta che lo avrà risolto.<br />Alcuni esempi di questi "conflitti interiori"? Presto detto: la paura di morire causa il cancro al polmone, la paura di avere una malattia causa la malattia stessa, il senso di soffocamento un tumore alla gola, la voglia di portare qualcuno al petto causa il tumore mammario, un maestro cattivo provoca la leucemia... e si potrebbe proseguire a lungo con queste assurdità, (pp. 160-161) *Chiaramente Hamer non ha mai dimostrato in nessun modo che le sue idee e relative cure funzionino. Come sempre ci si affida al passaparola di persone che si illudono di guarire, riempiono le bacheche sui social network di messaggi incoraggianti e positivi, che sembrano confermare l'efficacia del trattamento. Queste persone poi muoiono e nessuno torna sui social per dire che le cure di Hamer e dei suoi seguaci non hanno funzionato. (p. 161) *Hamer [...] non ha mai riconosciuto che le sue idee erano fallimentari, nonostante tutti i suoi pazienti morissero. Anzi, non solo sosteneva di essere vittima di un complotto da parte della medicina convenzionale, ma in un impeto antisemita arrivava a dire anche che la chemioterapia è un'arma per sterminare tutti i non-ebrei e che gli ebrei in realtà seguirebbero tutti la "medicina germanica" e per questo nessuno di loro avrebbe mai avuto il cancro. Una follia irresponsabile. (p. 162) *Come fa ad avere così tanta presa questa terapia che porta i suoi pazienti unicamente a morire tra atroci sofferenze, visto che il metodo Hamer proibisce anche l'uso della morfina per attenuare i dolori?<br />Per lo stesso motivo per cui hanno successo tutte le presunte "cure miracolose": la comparsa di qualcuno che sostiene di avere trovato un rimedio prodigioso, semplice e innocuo, per malattie devastanti che possono richiedere cure pesanti e faticose, è sempre accolta come una boccata d'aria fresca da quanti si trovano a vivere una situazione di difficoltà estrema. E, come sempre, sono le persone psicologicamente più fragili e in preda alla disperazione a cadere vittime di questi imbonitori. (p. 163) *E dunque, può valere la pena ricordare che i ciarlatani presentano in buona parte, se non completamente, le caratteristiche qui sotto elencate:<br />– possono vantare titoli altisonanti, rilasciati da fantomatiche istituzioni, oppure attribuirsi ruoli che sono loro estranei (Vannoni che si fa chiamare "dottore", anche se è solo dottore in Scienze della comunicazione) e, se sono medici, finiscono immancabilmente radiati per le loro condotte illecite;<br />– disprezzano il mondo scientifico che, a loro dire, mostrerebbe una pregiudiziale chiusura nei loro confronti per paura di perdere prestigio e potere;<br />– denunciano continue congiure ai loro danni da parte dei "poteri forti" e, comunque, della "kasta";<br />– citano spesso esempi in cui illustri scienziati sono stati incompresi dalla comunità scientifica dell'epoca;<br />– non diffondono le loro "scoperte" tramite i normali canali usati dalla scienza (riviste accreditate, congressi scientifici...), ma preferiscono rivolgersi al web e ai tradizionali mezzi di comunicazione di massa (tv, giornali popolari...);<br />– il loro linguaggio è infarcito di termini scientifici, al fine di apparire altisonanti e credibili, come l'[[Azzecca-garbugli|Azzeccagarbugli]] dei ''[[I promessi sposi|Promessi Sposi]]'', ma è privo del rigore che caratterizza la vera scienza;<br />– spesso affermano che solo chi è particolarmente sensibile, o ha una certa esperienza, può verificare le loro affermazioni: in altre parole, solo pochi eletti avrebbero questa fortuna per un non meglio precisato "diritto di nascita";<br />– rifiutano di sottoporre le proprie affermazioni a rigorosi controlli scientifici, preferendo portare in loro favore le testimonianze dei loro seguaci. (p. 176) *Gli [[Pseudoscienza|pseudoscienziati]], che spesso e volentieri si paragonano a Galileo, dovrebbero ricordarselo e vergognarsi: la sua forza stava nel fatto di potere dimostrare a tutti ciò che affermava, mentre chi fa pseudoscienza non può e non vuole dimostrare nulla a nessuno ma chiede che gli si creda sulla parola e quando viene smentito dai fatti grida al complotto. (p. 180) *{{NDR|Su [[David Icke]]}} La sua teoria, esposta attraverso libri best seller e tournée affollatissime in tutto il mondo, ipotizza che queste forze, incarnate dai potenti bramosi di potere sopra citati, altro non sarebbero che "alieni mutaforma", che lui chiama "rettiliani", provenienti dalla costellazione del Drago, distante "solo" 309 anni luce dal sistema solare. Che vuol dire? Che viaggiando alla velocità della luce (tutt'ora è impossibile immaginare di potervisi anche solo avvicinare con la tecnologia moderna) ci vorrebbero solo 309 anni per compiere il viaggio! Bazzecole, per Icke. (p. 201) *Ricordate poi quella serie televisiva degli anni '80, ''[[Visitors (serie televisiva)|Visitors]]'', in cui si raccontava di visitatori extraterrestri che si presentavano come socievoli e benevoli amici, salvo poi rivelarsi, sotto la maschera umana, tremendi rettili carnivori? Per Icke è un documentario. (p. 201) *{{NDR|Su [[QAnon]]}} Come finirà la partita? Con il "grande risveglio", cioè il momento in cui Trump colpirà la rete dei pedofili che saranno poi imprigionati a Guantanamo. Sono già pronti {{formatnum:25000}} rinvii a giudizio destinati ai dirigenti del Partito democratico e a tutti gli esponenti della ''cabal''!<br />E Q? È un dirigente di altissimo livello e il suo ruolo è quello di preparare al gran giorno la parte più sana e più accorta dell'opinione pubblica, cioè i frequentatori dei forum di estrema destra e i partecipanti ai comizi di Trump, nel corso dei quali si notano sempre più grandi cartelli con la lettera "Q" e magliette su cui si legge "Noi siamo Q". Ma perché mai Trump avrebbe autorizzato un suo collaboratore a spifferare tutta la faccenda, rivelando così apertamente i suoi piani anche ai suoi nemici? Non sembra una mossa tanto geniale... (pp. 216-217) *{{NDR|Su [[QAnon]]}} Il rifiuto di prendere le distanze da una pericolosa "minaccia terroristica", come l'ha definita l'FBI, da parte del presidente americano, non è poi molto diversa dal rifiuto, poco tempo prima di distanziarsi dai gruppi del suprematismo bianco. Il fatto è che con la rielezione a rischio, Trump non intende inimicarsi nessun gruppo che potrebbe votarlo. Anche se si tratta di criminali razzisti, neonazisti e terroristi. (p. 222) *L'[[adrenocromo]] è un composto chimico organico derivato dall'ossidazione dell'adrenalina. Un suo derivato, il carbazocromo, è impiegato come farmaco per curare soggetti epilettici o come emostatico nelle emorragie capillari e per curare le emorroidi. Stop.<br />Come viene descritto dai seguaci di QAnon? Come la "droga delle élite liberali di Hollywood", che si può ricavare solo dal sangue di bambini torturati durante rituali satanici. Ecco a che cosa servono quei milioni di bambini tenuti segregati nei sotterranei americani e tristemente conosciuti anche come bambini-talpa! Quante inchieste, quante denunce di casi simili e quante condanne ci sono state finora per questi immondi crimini? Zero.<br />La verità è che questa idea nasce da un romanzo del 1971 di Hunter S. Thompson, intitolato ''Paura e disgusto a Las Vegas'', poi diventato anche un film di Terry Gilliam con Johnny Depp, dove l'autore – per sua stessa ammissione – si è inventato di sana pianta l'idea dell'adrenocromo come droga per sballare ricavata da esseri umani torturati. È un'invenzione letteraria, forse ispirata dall'accenno a una sostanza psicotropa chiamata "drencrom" che si trova nel celebre romanzo ''Arancia meccanica'' di Anthony Burgess. (p. 224) *Intanto cresce l'attesa per il "Great Awakening", il grande risveglio in cui Trump prenderà il potere su tutto il pianeta, oscurando tutti i media e instaurando la legge marziale globale. Non solo: oltre a fare piazza pulita dei cattivi che rovinano il mondo, Trump porterà la pace e la prosperità e regalerà energia gratuita a tutti, grazie a una tecnologia eccezionale (forse regalataci dagli extraterrestri?). Quando succederà? Molto presto, è imminente, questione di giorni, se non di ore... (p. 225) *Sarebbe ragionevole rendersi conto che non solo Trump non ha fatto nulla per chi lo ha votato, ma ha aiutato soprattutto i milionari come lui. Farlo, però, significherebbe riconoscere di essere stati degli ingenui, illusi dai tanti specchietti per le allodole agitati durante la campagna presidenziale (e poi ancora durante tutta la [[Prima presidenza di Donald Trump|presidenza]]): le "invasioni" di immigrati, il muro al confine con il Messico, il bisogno di sicurezza...<br />Accettare dunque l'idea di essersi fatti prendere in giro o cercare conforto in una storia alternativa? Per molti, QAnon rappresenta proprio questo: sembra che Trump non faccia niente per noi, ma in realtà sta combattendo (in gran segreto) una battaglia epocale contro la setta segreta di pedofili satanisti che ha in mano il pianeta. (p. 227) *"Fare ricerca", secondo i seguaci di QAnon, e la stessa cosa vale anche per chi in generale ama definirsi "pensatore indipendente", si riduce a fare qualche ''search'' su Google o a guardare qualche video su YouTube, convincendosi di riuscire in questo modo a raggiungere una visione autentica del mondo perché, in apparenza, non filtrata dai canali di informazione tradizionali. Quando questo succede, però, sprofondare nella tana del Bianconiglio è un attimo. (p. 230) *La storia della [[guerra in Iraq]] non fa che dimostrarci una volta di più che immaginare che un governo possa macchiarsi di una cospirazione, sulla base di documenti falsificati e per finalità ben diverse da quelle dichiarate, è assolutamente legittimo. (p. 237) *Nel [[teoria del complotto lunare|presunto complotto per falsificare lo sbarco sulla Luna]] [...] bisogna presumere che siano coinvolte centinaia di migliaia di persone che hanno lavorato per la NASA, ma a queste vanno aggiunti anche gli astronomi sovietici e quelli di tutto il mondo che hanno seguito l'evento sui loro strumenti: un'ipotesi assolutamente implausibile. Al contrario, l'idea che pochi individui vicini al presidente Nixon abbiano cospirato per entrare negli uffici dei Democratici al Watergate era plausibile e appare degna di indagine, al punto da rivelarsi poi vera. (pp. 237-238) *{{NDR|Sulla [[teoria del complotto sulle scie chimiche]]}} Ne inizia a parlare nel 1996 e nonostante tutto il clamore e l'allarmismo scatenato in oltre vent'anni non è successo assolutamente nulla: gli aerei continuano a circolare, con le abituali scie di condensa sempre al seguito, e anche se c'è stata qualche interrogazione parlamentare, incoraggiata da superficialità e ignoranza scientifica, non c'è mai stata una sola inchiesta militare o di polizia. Lo zero assoluto. Ma, poiché rappresenta una fonte di sostentamento importante per chi propaga la bufala, di "scie chimiche" si continuerà probabilmente a parlarne ancora a lungo. (p. 239) *Alla base di molte credenze irrazionali e delle teorie del complotto sembrerebbe esserci la necessità di ottenere risposte e spiegazioni chiare e semplici per fatti e fenomeni che spesso sono tutt'altro che semplici o tutt'altro che risolvibili. Si preferisce dare retta a chi vende bugie, anziché accettare una realtà che non ci soddisfa. Si dà ragione a chi alimenta paure contro chi è diverso da noi, anziché riconoscere i nostri limiti. Ancora una volta si cerca un conforto nella bugia anziché ascoltare verità che ci fanno soffrire. (p. 246) *Le persone credono alle singole teorie cospirative perché sono alla ricerca di un gruppo da incolpare per la condizione in cui vivono. Laddove invece sono più elevati i livelli di ostilità e di sfiducia, questi non si traducono nella ricerca di uno specifico gruppo bersaglio, ma piuttosto nella convinzione che il mondo in genere sia dominato da forze negative e ostili all'individuo. (p. 254) *Le teorie della cospirazione sono plausibili, certo, ma schematiche e coerenti. Funzionano in maniera razionale e lineare, rispecchiando così il modo di procedere della mente umana più che la realtà, spesso casuale e incoerente. Nelle teorie del complotto, insomma, il caso non gioca alcun ruolo: tutto è programmato e riconducibile a una precisa volontà nascosta che controlla ogni singolo evento. Ma la realtà non funziona così. (p. 258) *Un primo effetto negativo {{NDR|delle teorie del complotto}} è quello di indurre un senso di impotenza politica. Che cosa può fare la gente normale, insomma, se il mondo è gestito da società segrete, come gli Illuminati, da famiglie facoltose, come i Rockefeller o i Rothschild, o da agenzie di intelligence, come la CIA o il KGB, che operano in segreto per stabilire un nuovo ordine mondiale? Tanto vale arrendersi. [...] Un secondo effetto, oltre a creare angoscia per qualcosa che non esiste o non costituisce un reale pericolo, è quello di produrre autentici danni sociali. Credere che i vaccini siano responsabili dell'autismo, per esempio, teoria come si è visto alimentata e ingigantita dalla truffa di un medico radiato dall'albo, pagato per dichiarare il falso, può avere effetti devastanti. Chi rifiuta di vaccinare i propri figli, a volte per legittimi timori parentali, altre, vedendo le vaccinazioni come una macchinazione dei governi e di Big Pharma, infatti, non solo li espone al rischio di malattie che si ritenevano debellate, come il vaiolo, la rabbia o il tetano, ma contribuisce alla diffusione dei virus anche nel resto della popolazione. Un ultimo, ma non per questo meno deleterio effetto delle teorie della cospirazione è quello di deviare l'attenzione verso pericoli immaginari o infondati distogliendola dalle minacce autentiche. Ecco allora scendere in piazza gruppi di persone che manifestano contro le "scie chimiche", invece di dirigere la propria protesta verso autentiche fonti di inquinamento, come gli scarichi delle automobili, lo smaltimento abusivo di rifiuti tossici, naturalmente, i combustibili fossili che sono alla base del problema del riscaldamento globale. (pp. 269-271) *In effetti, il complottismo nasce da autentici problemi che riguardano l'ambiente, la sicurezza, la salute... ma anziché mettere a fuoco le cause di tali problemi per tentare di affrontarli e risolverli, si concentra su dettagli insignificanti, li ingigantisce e distorce, identificando capri espiatori e finendo per disperdere tutte quelle energie che, diversamente impiegate, potrebbero portare a un reale cambiamento. (p. 271) *Chi nega lo sbarco sulla Luna, l'evoluzione, il riscaldamento globale, la pericolosità del Covid-19 o l'Olocausto, talvolta vive in un mondo chiuso, dove la conclusione arriva prima dei fatti, e si illude a livelli diversi di essere un pensatore indipendente, un paladino della verità, senza mai accorgersi di avere abbracciato una fede che può resistere solo se non si incontrano mai i fatti o, se si incontrano, chiudendo gli occhi di fronte a essi. (p. 272) *Idee un tempo coltivate da un certo ambiente di sinistra, nel tentativo di dare un senso al mondo, sono state abbracciate ed estremizzate, in maniera del tutto inconsapevole, dalla odierna mentalità di destra. Trump, che a proposito della lettura in generale dichiara: «Non ho tempo!», forse non ha mai sentito parlare del postmodernismo e del relativismo che ne deriva, ma di certo ne abbraccia l'argomento secondo cui tutte le verità sono parziali. (p. 274) *Il capovolgimento del significato, un altro trucco totalitario della "neolingua" inventata da Orwell per il mondo distopico di ''1984'' (sulla facciata del ministero della Verità sono impressi te slogan: «La guerra è pace», «La libertà è schiavitù», «L'ignoranza è forza»), è adottato apertamente da Trump. Un esempio è il suo utilizzo dell'espressione "fake news" per indicare non le notizie che si dimostrano false a una verifica dei fatti, ma tutto ciò che gli sembra fastidioso, imbarazzante o che lo mette in cattiva luce. (pp. 274-275) *Questa idea dell'equilibrio tra posizioni diverse, nata nell'interesse dei cittadini, e positiva per esempio nella gestione di un dibattito politico, si è rivelata deleteria quando il tema in discussione era di tipo scientifico. Non ci può essere equivalenza quando un punto di vista rappresenta l'intera comunità scientifica e l'altro una minoranza screditata. (p. 278) *Attraverso la disinformazione, le industrie del tabacco sono riuscite a ritardare di oltre una generazione l'entrata in vigore di norme più restrittive sul fumo, provocando così decine di milioni di morti.<br />Eppure, questa stessa identica strategia, è stata utilizzata ripetutamente dalle industrie petrolifere, dai ''think tank'' di destra e da qualunque altra azienda o soggetto impegnato a screditare la scienza quando questa iniziava a scoprire l'esistenza di rischi ambientali di qualche tipo: è successo con il DDT, le piogge acide, l'amianto e oggi succede con il riscaldamento globale. (p. 278) *Il messaggio di [[Greta Thunberg|Greta]] è straordinariamente efficace perché la sua voce è identica a quella del bambino che nella favola di Hans Christian Andersen rivela quello che tutti hanno sotto gli occhi, a non hanno il coraggio di ammettere: «Il re è nudo!» [...] Molto efficace. Troppo. E così, ecco che la "macchina della negazione" non ha tardato a entrare in azione con il solito obiettivo: quello di cercare di delegittimare Greta, anziché rispondere nel merito dei problemi su cui lei, con il suo attivismo, cerca di puntare l'attenzione.<br />E allora, ecco che subito compare che attacca Greta accusandola di essere una massona, una "rettiliana" e, forse l'attacco più maligno, una malata incapace di intendere e di volere. Greta presenta infatti in forma lieve alcune caratteristiche dei Disturbi dello Spettro Autistico, ma ciò non le impedisce di provare emozioni, di ragionare e di esprimersi in maniera piuttosto articolata, a differenza dei suoi denigratori. (p. 285) *Chi nega l'Olocausto, che comprende oltre a quello degli ebrei anche lo sterminio di rom, gay, comunisti, testimoni di Geova, dissidenti e disabili fisici e psichici, sostiene che si tratta di una colossale cospirazione per diffamare i nazisti e trasformare in vittime gli ebrei. Davvero i nazisti hanno una reputazione da proteggere? (p. 289) *{{NDR|Sulla [[teoria del complotto lunare]]}} Ogni obiezione che sembrerebbe a prima vista spiegabile solo con il complotto, in realtà trova sempre una risposta chiara e definitiva se si parla con autentici esperti e si prendono in esame i fatti e non le fantasie. Tuttavia, c'è un'argomentazione che dovrebbe togliere ogni possibile dubbio: in quegli anni di Guerra Fredda, c'era una vera e propria gara per la supremazia spaziale tra Stati Uniti e Unione Sovietica e tutti i più potenti strumenti radar, ottici e radio, non solo quelli russi, ma anche quelli di tutti gli altri paesi nemici degli Stati Uniti, osservavano di continuo le missioni Apollo. Se ci fosse stato anche solo il sospetto di una mistificazione si può stare certi che chi considerava l'America un nemico l'avrebbe dichiarato con particolare enfasi a tutto il mondo. Invece, non solo non accadde ma anche i sovietici, sportivamente, riconobbero che sulla Luna c'erano arrivati per primi gli americani. (p. 295) *{{NDR|Sulla [[teoria degli antichi astronauti]]}} L'idea comune alle teorie degli antichi astronauti è quella di alieni visti come "dèi", con poteri straordinari, che in tutto l'universo avrebbero scelto proprio noi terrestri: il che, ovviamente, ci fa sentire creature particolarmente speciali. Se mettiamo a confronto questa idea con quella decisamente meno incoraggiante fornita dalle attuali conoscenze scientifiche, ovvero che la Terra e i suoi abitanti rappresentano un insignificante granellino perso nella vastità dell'universo, (insignificante per il cosmo, naturalmente, ma preziosissimo per tutti noi), è facile capire perché la prima abbia per un certo tipo di persone, disposte a rifiutare tutta la scienza fino a oggi raccolta in favore di credenze che sanno essere marginali, un richiamo di gran lunga più potente. (p. 309) *La credenza negli antichi astronauti può essere considerata l'equivalente di una moderna mitologia, che riprende gli stessi temi di quelle antiche ma li riveste con un abito più adatto a una civiltà tecnologica e spaziale come la nostra. La stessa rilettura letterale della Bibbia o di altri testi sacri va incontro a coloro che sono fortemente legati alle narrazioni religiose con cui sono cresciuti, ma faticano a prendere sul serio gli aspetti soprannaturali. Così, i miracoli e i prodigi biblici diventano gli effetti di tecnologie incomprensibili per i nostri antenati e tutto torna. (p. 310) *{{NDR|Sul [[respirianesimo]]}} Le persone che affermano di seguire questa pratica pericolosissima sostengono di essere circa {{formatnum:3000}} in Europa. È estremamente dubbio che lo facciano davvero fino in fondo, mentre sono sicurissimi i casi di coloro che hanno provato a seguire questa pratica e sono morte. (p. 313) *{{NDR|Sul [[respirianesimo]]}} Gli stessi portavoce del movimento, come [[Jasmuheen]], in realtà mentono: si nutrono di nascosto, oppure bevono spremute, mangiano cioccolato, cibo vegetariano, frutta e si convincono che non ci sia nulla di male. Si giustificano dicendo che qualche "scappatella" è consentita più per sfizio che per necessità.<br />In realtà, se smettessero di fare scappatelle, morirebbero nel giro di pochi giorni. (p. 314) *C'è da chiedersi se davvero, rispetto a oggi, le cose andassero molto meglio nel passato. Se penso a quando ero un bambino e un ragazzino, al di là dell'innegabile nostalgia per un'età più lieta e spensierata, ricordo benissimo la tensione costante che si percepiva nella società. Ogni giorno al telegiornale si parlava di Brigate Rosse, di attentati terroristici, di bombe, di stragi, di rapimenti e, naturalmente, del rischio di una guerra nucleare sempre incombente. Allora forse davvero gli anni migliori erano quelli in cui i miei genitori erano ragazzi, cioè gli [[Anni 1950|anni cinquanta]]? In effetti, il [[Miracolo economico italiano|boom economico]] stava per arrivare, ma nelle loro case ancora non c'era l'elettricità o l'acqua corrente e la "latrina" era sempre fuori casa, in estate e in inverno. I vestiti venivano rattoppati di continuo e si faceva il bagno completo una volta a settimana. Non sembra poi un'epoca tanto esaltante. Allora forse erano i nonni, i loro genitori, quelli che stavano meglio? Quali, quelli che sono cresciuti tra due guerre mondiali, dove morivano 170 bambini ogni mille nati (oggi ne muoiono 4 su {{formatnum:1000}}) e dove loro hanno avuto la fortuna di sopravvivere ai rastrellamenti dei nazisti e ai bombardamenti aerei?<br />Come si vede, i bei tempi andati sono solo un mito. (pp. 316-317) *Le persone che sono più attirate da questo tipo di spiegazioni, infatti, sono quelle che cercano più sicurezza e un maggiore controllo sulla situazione, ma l'ansia generata dalle teorie cospiratorie sembra avere come effetto principale quello di far sentire queste persone ancora più impotenti, incerte e disilluse: diminuisce così la fiducia nelle autorità e si prepara il terreno per nuove teorie ancora più estreme e scollegate dalla realtà. (p. 323) *Senza contare gli altri costi di cui si è già parlato, primo tra tutti quello paradossale per cui le teorie del complotto finiscono per difendere lo stato delle cose anziché cambiarlo. La verità è che il mondo è molto complesso e non si può sperare di capirlo abbeverandosi alla fonte di chi alimenta paure immaginarie e fomenta i peggiori istinti. (pp. 323-324) *{{NDR|Sulla [[pandemia di COVID-19]]}} Le vere armi biologiche non fanno 500 morti in due mesi, ne fanno migliaia o decine di migliaia in poche ore. Non permettono alle persone di guarire una volta colpite, mentre qui sono più quelli che sono guariti (al momento di andare in stampa oltre 41 milioni di persone) rispetto a quelli che sono morti (1 milione e {{formatnum:480000}}). Le armi biologiche poi non hanno periodi di incubazione di un paio di settimane, ma si rivelano letali immediatamente o, al massimo, nel giro di 48 o 72 ore. Chi usa armi biologiche vuole rendere inoffensivo il nemico, non costringerlo a letto con il raffreddore per due o tre settimane. Basterebbero queste semplici considerazioni per capire che chi parla di "armi biologiche" o "virus creati in laboratorio e fuggiti al controllo" sta dicendo falsità per speculare sulla paura o, semplicemente, non sa di che cosa parla. (pp. 336-337) *La palma d'oro per la cura più assurda, per non dire idiota e criminale, va ai complottisti di QAnon. Secondo costoro il coronavirus sarebbe una nuova "malattia di moda", ideata da Bill e Melinda Gates per annientare gran parte della popolazione e costringerla poi a comprare i vaccini per salvarsi. Come difendersi? Il suggerimento più diffuso è quello di sciacquarsi la bocca, fare gargarismi e poi inghiottire bicchierate di... candeggina! Il consiglio è quello di lavarcisi anche la faccia e spruzzarla dentro gli occhi. Incredibilmente, a incoraggiare qualcosa del genere è stato anche l'ormai ex presidente Donald Trump, secondo il quale un possibile rimedio potrebbe essere quello di servirsi del disinfettante che si usa per pulire la casa, magari iniettandolo in vena: in fondo quello uccide i germi in pochi istanti, non potrebbe fare lo stesso con il virus? Nei giorni successivi, così, aumentano le chiamate ai centri di avvelenamento perché qualcuno ha pensato di prendere Trump alla lettera e lui stesso è costretto a dire che il suo era solo sarcasmo, anche se il suo tono era serissimo. (pp. 337-338) *La cronaca purtroppo ci regala ogni giorno esempi di intolleranza e di razzismo che non hanno ragione di essere. Per molti il coronavirus è solo un pretesto per sfogare la propria rabbia, nata da ignoranza e superficialità; persone insomma che sono intolleranti a prescindere. (p. 338) *Se davvero ci fosse una correlazione tra [[5G]] e coronavirus, come mai un paese che ''non'' ha il 5G, come l'Iran, era ai primi posti per i decessi da coronavirus nel mondo? (p. 347) *I virus e le onde elettromagnetiche sono cose completamente diverse. È come dire che il sapore alla fragola si trasmette meglio quando in tv c'è il telegiornale. Non ha senso. E allo stesso modo non ha senso dire che il coronavirus si diffonde con il 5G, come se un virus potesse "cavalcare" o fare surf sulle onde elettromagnetiche. (pp. 348-349) *[[Anthony Fauci|Fauci]] è odiato dagli estremisti, che lo considerano un infiltrato del ''deep state''. [[Shiva Ayyadurai|Shiva]], dunque, attacca Fauci accusandolo di far parte di Big Pharma e di avere interessi nell'industria dei vaccini. Inoltre, dichiara che il Covid-19 sarebbe stato creato dal ''deep state'' a Fort Detrick, nello stato del Maryland, dove si trova un laboratorio militare americano e, da lì, portato poi a Wuhan.<br />Secondo Shiva, poi, le persone che si ammalano in realtà soffrirebbero di un sistema immunitario debole, carente di vitamina C e D e, dunque, basterebbe prendere qualche integratore per guarire.<br />Le prove a sostegno di tutte queste affermazioni? Ma quali prove? Chi si inventa complotti, lo sappiamo, non porta mai prove e il "dr. Shiva" candidamente ammette che la sua è solo "una teoria personale", giusta o sbagliata che sia. (p. 350) *{{NDR|Su [[Shiva Ayyadurai]]}} Non è un medico. Quel "dottor" che pretende sia utilizzato durante le interviste denota solo il fatto che si è laureato in ingegneria. È un informatico. Che c'entra con la medicina? Niente. Ma lui dice che i medici non capiscono niente di sistema immunitario e di alimentazione... (p. 350) *Si tratta di un altro mitomane che, come spesso accade, riceve tanta attenzione sui social semplicemente perché sembra una persona rispettabile e credibile che avalla le idee più bislacche e prive di fondamento? Sì, ma non c'è solo questo. Shiva, infatti, si era candidato per il Senato americano nello schieramento di Donald Trump. E così tutto si spiega.<br />La tecnica per cercare di accumulare popolarità alimentando controversie e sperare così di essere eletti, dopotutto, è la stessa impiegata da Trump: dare voce alle idee più estremiste, incoraggiare complottismi e negazionismo, cercando di imporsi come punto di riferimento divisivo. C'era da temere che funzionasse ancora una volta: purtroppo, come si sa, chi alimenta idee false, ma confortanti per una parte del pubblico, ha sempre più seguito di chi cerca di stare con i piedi per terra e di far ragionare le persone. Tuttavia, Shiva ha perso le primarie repubblicane e, al suo posto, al Senato è stato candidato Kevin O'Connor. Inutile dire che per il povero Shiva è stato anche quello un complotto... (p. 351) *{{NDR|Su [[Luc Montagnier]]}} Alcuni anni fa, [...] aveva preso per buona la teoria dell'acqua con la memoria, una bufala sbugiardata già alla fine degli anni '80 e che sarebbe servita a fornire un minimo di credito all'omeopatia. La rivista «Nature», con l'aiuto di [[James Randi]], aveva scoperto che in realtà nel laboratorio che conduceva gli esperimenti in questione c'era una ricercatrice che falsificava i dati. Una volta che la ricercatrice era stata allontanata l'acqua aveva perso la memoria.<br />Eppure, Montagnier ha continuato a sostenere che quella menzogna fosse vera. E poi ha addirittura pubblicato studi su idee altrettanto bislacche su una sconosciuta rivista cinese, la «Interdisciplinary Sciences: Computational Life Sciences». Perché proprio quella? Chissà, forse può avere aiutato il fatto che a dirigere quella rivista è... Montagnier in persona. Si è chiesto il permesso e se lo è concesso da solo, insomma. (p. 352) *Purtroppo, quello che tanti non capiscono, è che gli scienziati sono esseri umani e, come tali, possono sbagliare ed essere soggetti a ''bias'' di tanti tipi. C'è chi ambisce a fare carriera politica, come Shiva, e non si preoccupa di alterare la verità dei fati pur di ottenere il consenso a cui mira. C'è chi, forse, ha perso il contatto con la realtà, magari a causa dell'età o di qualche problema cognitivo, e magari dice semplicemente ciò che gli passa per la testa, senza preoccuparsi di portare alcuna prova. (p. 353) *Nella scienza il dibattito è fondamentale, di fronte a un nuovo fenomeno è normale che le opinioni siano diverse, a volte totalmente divergenti. A fare chiarezza è poi la ricerca che, un passo alla volta, riesce a definire come stanno le cose e chiarire i fatti. Solo allora le opinioni degli scienziati saranno concordi. (p. 356) *Se il virus fosse stato creato in laboratorio, [...] non sarebbe stato difficile individuare, in tratti ben localizzati della sua sequenza, l'inserimento di interi blocchi di DNA estranei (come sarebbe stato quello dell'HIV, se la ricerca citata da Montagnier non fosse farlocca). I blocchi di DNA estranei, infatti, rappresentano un marchio di fabbrica tipico della manipolazione genetica. (pp. 357-358) *{{NDR|Su [[Donald Trump]]}} Avendo in larga misura ignorato o volutamente sottovalutato il fenomeno, e ritrovandosi negli Stati Uniti con le più alte percentuali di contagio e di decessi al mondo, la sua soluzione per cercare di farsi rieleggere alle presidenziali di novembre è stata quella di cavalcare ancora di più la frustrazione e il complottismo. Persino di fronte al suo stesso contagio, e a quello di altri componenti della Casa Bianca, ai quali era caldamente suggerito di circolare senza mascherina, Trump ha minimizzato. Molto probabilmente, questo atteggiamento ha contribuito alla sua sconfitta. (p. 361) *Ascoltare, sforzarsi di capire gli altri, evitare gli attacchi ''ad personam'' e restare ancorati ai fatti sono le uniche strade con cui si può cercare di costruire ponti. E chi desidera il progresso del proprio paese dovrebbe sforzarsi di coltivare e investire nella cultura, anziché alimentare rabbia, sospetto e rivalse fini a se stesse.<br />Ecco perché è importante per tutti sviluppare spirito critico e mentalità scientifica, imparando a verificare i fatti e a non lasciarsi incantare da ciò che sembra plausibile, arrivando così a capire che, molto spesso, correre appresso a fantasiose teorie del complotto o ad allarmi immaginari finisce per distrarci dall'affrontare i veri rischi e pericoli a cui tutti gli uomini e il pianeta su cui viviamo sono esposti. (p. 363) *La soluzione, dunque, è quella di affidarsi al principio KISS: Keep It Simple, Stupid! (Falla semplice, stupido!). Che significa concentrarsi sui fatti che si intendono comunicare, impegnandosi nel contempo a rendere il messaggio snello, non troppo complesso e facile da leggere. Vanno evitati i toni sensazionalistici e i commenti sprezzanti, il cui unico effetto è quello di allontanare le persone. Se possibile chiudere con uno slogan facile e breve che possa essere condiviso sui social, tipo: «97 scienziati che si occupano del clima su 100 concordano sul fatto che l'uomo sta causando il surriscaldamento globale». Oppure: «Uno studio dimostra che i vaccini MMR sono sicuri». (p. 377) ==[[Incipit]] di ''Eravamo solo bambini''== ''Marzo 1996'' Sono quasi passati trent'anni, eppure non c'è notte che non mi corichi rivedendo nella mente il film di quegli orrori. Orrori di cui fui testimone e vittima al tempo stesso. A noi allora sembrava normale. Almeno a quelli che conservavano un minimo d'intelletto. O forse ci sforzavamo di credere che fosse normale, che non poteva essere altrimenti. Era il nostro mondo, l'unico che conoscevamo. L'idea che persone adulte non avessero il diritto di trattare a quel modo dei bambini difficilmente ci sarebbe potuta passare per il cervello.<br> D'accordo, chi di noi poi s'è salvato magari non è diventato un esempio di virtù. Furti, rapine, spaccio per molti sono stati l'unico modo per tirare a campare. Qualcuno poi se l'è preso la droga, qualcuno il manicomio e qualche altro, come Alfredo, deve scontare l'ergastolo perché da vittima si è trasformato in carnefice. E io, anche se sono riuscito a starmene fuori da certi ambienti, non posso dire di essere sempre stato uno stinco di santo. Ma avrei voluto vedere voi, con l'educazione che avevamo ricevuto! ==Note== <references /> ==Bibliografia== *Massimo Polidoro, ''Eravamo solo bambini'', Piemme, 2010. ISBN 9788856610567 *Massimo Polidoro, ''Il mondo sottosopra'', Piemme, 2021. ISBN 9788855446587 ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{DEFAULTSORT:Polidoro, Massimo}} [[Categoria:Blogger italiani]] [[Categoria:Divulgatori scientifici italiani]] [[Categoria:Giornalisti italiani]] [[Categoria:Scrittori italiani]] 97mh5k63425tds5d1t3crlerbi11kct Utente:Spinoziano/Sandbox 2 64607 1420711 1420407 2026-07-17T10:45:54Z Spinoziano 2297 . 1420711 wikitext text/x-wiki {{Antico Testamento}} '''''Libro di Neemia''''', testo contenuto nella Bibbia ebraica (dove è contato come un testo unico con ''[[Libro di Esdra|Esdra]]'') e cristiana. ==[[Incipit]]== Parole di [[Neemia]] figlio di Akalià. Nel mese di Casleu dell'anno ventesimo, mentre ero nella cittadella di Susa, Canàni, uno dei miei fratelli, e alcuni altri uomini arrivarono dalla Giudea. Li interrogai riguardo ai Giudei che erano rimpatriati, superstiti della deportazione, e riguardo a [[Gerusalemme]]. Essi mi dissero: "I superstiti della deportazione sono là, nella provincia, in grande miseria e abbattimento; le mura di Gerusalemme restano piene di brecce e le sue porte consumate dal fuoco". Udite queste parole, mi sedetti e piansi; feci lutto per parecchi giorni, digiunando e pregando davanti al Dio del cielo. ==Citazioni== *Signore, Dio del cielo, Dio grande e tremendo, che mantieni l'alleanza e la misericordia con quelli che ti amano e osservano i tuoi comandi, siano i tuoi orecchi attenti, i tuoi occhi aperti per ascoltare la preghiera del tuo servo; io prego ora davanti a te giorno e notte per gli Israeliti, tuoi servi, confessando i peccati, che noi Israeliti abbiamo commesso contro di te; anch'io e la casa di mio padre abbiamo peccato. Ci siamo comportati male con te e non abbiamo osservato i comandi, le leggi e le decisioni che tu hai dato a [[Mosè]] tuo servo. Ricordati della parola che hai affidato a Mosè tuo servo: Se sarete infedeli, io vi disperderò fra i popoli; ma se tornerete a me e osserverete i miei comandi e li eseguirete, anche se i vostri esiliati si trovassero all'estremità dell'orizzonte, io di là li raccoglierò e li ricondurrò al luogo che ho scelto per farvi dimorare il mio nome. Ora questi sono tuoi servi e tuo popolo; tu li hai redenti con grande potenza e con mano forte. Signore, siano i tuoi orecchi attenti alla preghiera del tuo servo e alla preghiera dei tuoi servi, che desiderano temere il tuo nome [...]. (Neemia: 1, 5 – 11) *Voi vedete la miseria nella quale ci troviamo; [[Gerusalemme]] è in rovina e le sue porte sono consumate dal fuoco. Venite, ricostruiamo le mura di Gerusalemme e non saremo più insultati! (Neemia: 2, 17) *Altri ancora dicevano: "Abbiamo preso denaro a prestito sui nostri campi e sulle nostre vigne per pagare il tributo del re. [...] ecco dobbiamo sottoporre i nostri figli e le nostre figlie alla schiavitù e alcune delle nostre figlie sono già state ridotte schiave; noi non abbiamo via d'uscita, perché i nostri campi e le nostre vigne sono in mano d'altri". Quando udii i loro lamenti e queste parole, ne fui molto indignato. Dopo aver riflettuto dentro di me, ripresi duramente i notabili e i magistrati e dissi loro: "Dunque voi esigete un interesse da usuraio dai nostri fratelli? [...] Ebbene, condoniamo loro questo debito! Rendete loro oggi stesso i loro campi, le loro vigne, i loro oliveti e le loro case e l'interesse del denaro del grano, del vino e dell'olio di cui siete creditori nei loro riguardi". Quelli risposero: "Restituiremo e non esigeremo più nulla da loro; faremo come tu dici". Allora chiamai i sacerdoti e in loro presenza li feci giurare che avrebbero mantenuto la promessa. Poi scossi la piega anteriore del mio mantello e dissi: "Così Dio scuota dalla sua casa e dai suoi beni chiunque non avrà mantenuto questa promessa e così sia egli scosso e vuotato di tutto!". Tutta l'assemblea disse: "Amen" e lodarono il Signore. Il popolo mantenne la promessa. (5, 4 – 13) *Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutto il popolo; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. Esdra benedisse il Signore Dio grande e tutto il popolo rispose: "Amen, amen", alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore. (8, 5 – 6) *Alzatevi e benedite il Signore vostro Dio ora e sempre! Si benedica il tuo nome glorioso che è esaltato al di sopra di ogni benedizione e di ogni lode! Tu, tu solo sei il Signore, tu hai fatto i cieli, i cieli dei cieli e tutte le loro schiere, la terra e quanto sta su di essa, i mari e quanto è in essi; tu fai vivere tutte queste cose e l'esercito dei cieli ti adora. Tu sei il Signore, il Dio che hai scelto Abram, lo hai fatto uscire da Ur dei Caldei e lo hai chiamato [[Abramo]]. Tu hai trovato il suo cuore fedele davanti a te e hai stabilito con lui un'alleanza, promettendogli di dare alla sua discendenza il paese dei Cananei, degli Hittiti, degli Amorrèi, dei Perizziti, dei Gebusei e dei Gergesei; tu hai mantenuto la tua parola, perché sei giusto. (9, 5 – 8) *Ma essi, i nostri padri, si sono comportati con superbia, hanno indurito la loro cervice e non hanno obbedito ai tuoi comandi; si sono rifiutati di obbedire e non si sono ricordati dei miracoli che tu avevi operato in loro favore; hanno indurito la loro cervice e nella loro ribellione si sono dati un capo per tornare alla loro schiavitù. Ma tu sei un Dio pronto a perdonare, pietoso e misericordioso, lento all'ira e di grande benevolenza e non li hai abbandonati. Anche quando si sono fatti un [[vitello d'oro|vitello di metallo fuso]] e hanno detto: Ecco il tuo Dio che ti ha fatto uscire dall'Egitto! e ti hanno insultato gravemente, tu nella tua misericordia non li hai abbandonati nel deserto: la colonna di nube che stava su di loro non ha cessato di guidarli durante il giorno per il loro cammino e la colonna di fuoco non ha cessato di rischiarar loro la strada su cui camminavano di notte. (9, 16 – 19) *In quei giorni vidi anche che alcuni Giudei si erano ammogliati con donne di [[Ashdod|Asdòd]], di [[Ammoniti (popolo)|Ammòn]] e di [[Moabiti|Moab]]; la metà dei loro figli parlava l'asdodeo, conosceva soltanto la lingua di questo o quest'altro popolo, non sapeva parlare giudaico. Io li rimproverai, li maledissi, ne picchiai alcuni, strappai loro i capelli e li feci giurare nel nome di Dio che non avrebbero dato le loro figlie ai figli di costoro e non avrebbero preso come mogli le figlie di quelli per i loro figli né per se stessi. Dissi: "[[Salomone]], re d'Israele, non ha forse peccato appunto in questo? Certo fra le molte nazioni non ci fu un re simile a lui; era amato dal suo Dio e Dio l'aveva fatto re di tutto Israele; eppure le donne straniere fecero peccare anche lui. Si dovrà dunque dire di voi che commettete questo grande male, che siete infedeli al nostro Dio, prendendo mogli straniere?". (13, 23 – 27) ==[[Explicit]]== Ricordati di me, mio Dio, per il mio bene! ==Bibliografia== *''[https://www.vatican.va/archive/ITA0001/_INDEX.HTM La sacra Bibbia]'', edizione CEI, 1974. aks5zdaulfpfpv50hmg45eq0i6srnvf Carlo Alberto di Savoia 0 74829 1420687 1339589 2026-07-17T06:39:42Z Gaux 18878 /* Note */ Voci correlate 1420687 wikitext text/x-wiki [[File:Carlo Alberto busto.jpg|thumb|Carlo Alberto]] '''Carlo Alberto Emanuele Vittorio Maria Clemente Saverio di Savoia-Carignano''' (1798 – 1849), re di Sardegna. ==Citazioni su Carlo Alberto== *Carlo Alberto era naturalmente elegante, coltissimo, sobrio, raffinato, austero, di scarse confidenze e nella scelta dei suoi amori fu sempre portato a donne di classe. Salvo poi tormentarsi per aver peccato e aver ceduto alle tentazioni, essendo religiosissimo. ([[Silvio Bertoldi]]) *D'irresolutezza, Carlo Alberto aveva dato prova anche prima di salire sul trono, e lo aveva dimostrato anche il suo contraddittorio atteggiamento nel '21. Il coraggio e la volontà non gli mancavano; ma gli mancava il carattere. Nella guerra di Spagna era stato un valoroso combattente, e la disciplina a cui si sottoponeva era spartana. Ma le responsabilità morali lo sgomentavano. ([[Indro Montanelli]]) *Immenso dovette essere il dolore {{NDR|dopo la disfatta di Novara}}<ref>Battaglia della prima guerra d'indipendenza italiana, svoltasi il 23 marzo 1849, conclusa con la completa vittoria dell'esercito austriaco su quello sardo.</ref>, che colpì l'uomo ed il capo dello stato insieme: basta quell'ora di sacrificio a nobilitare la figura di colui, che ebbe, insieme con grandi pregi, il difetto di volontà tentennante, «Tutto è dunque perduto!», egli disse, ed abdicò in favore di Vittorio Emanuele, avviandosi all'esilio increscioso ed alla morte desiderata! ([[Gaetano Arangio-Ruiz (1857-1936)]]) *Iniziò il regno con alcuni piccoli atti liberali, ma nella repressione del 1833 calcò di troppo la mano, e si ritrasse dalla via delle riforme, addensando sullo stato le ombre dell'assolutismo. Tuttavia, quietatosi a furia di prigioni e di esili lo stato, riordinò e codificò le leggi civili; riformò, ampliandola, la magistratura; ebbe cura delle finanze, dell'esercito, della istruzione; e più avanti incoraggiò pubblicazioni patriottiche, invise all'Austria.<br>Ma egli non era risoluto e fermo in un proposito, molto potendo sull'animo di lui i gesuiti e le larghe schiere di quelli che credevano dannose allo stato le idee liberali; laonde sovente disdisse coi fatti quello che prima avea consentito si facesse in favore della idea nazionale. ([[Gaetano Arangio-Ruiz (1857-1936)]]) *Malgrado la notevole presa che i sentimenti d'italianità avevano in Piemonte, Carlo Alberto rimase un re di vecchio stampo per la maggior parte del suo regno (1831-49). ([[Denis Mack Smith]]) *Non era né intelligente né colto. Ma certi movimenti di opinione pubblica e orientamenti di pensiero li coglieva e ne restava influenzato. Nel '38 aveva mandato in galera e poi in esilio [[Vincenzo Gioberti|Gioberti]], ma nel '43 ne leggeva con interesse il ''Primato''. Se [[Massimo d'Azeglio|D'Azeglio]] avesse scritto il suo libro due anni prima, avrebbe mandato in esilio anche lui. Ora in pratica ne aveva fatto una specie di agente segreto. I tempi insomma li sentiva e con essi andava. ([[Indro Montanelli]]) *O Carlo Alberto! o illustre figlio di una stirpe d'eroi! sei tu, che, esperto nell'imaginare e nel condurre a lieto fine ogni più bell'opera del senno e della mano, c'invii in questo grandioso monumento della pietà e del valor piemontese, dicendoci: Re, o leviti, quai novelli apostoli, a raccogliere e far conserva de' più scelti carismi del sacerdozio cristiano. ([[Guglielmo Audisio]]) *''Oggi ti canto, o re de' miei verd'anni, | re per tant'anni bestemmiato e pianto, | che via passasti con la spada in pugno | ed il cilicio | al cristian petto, italo Amleto''. ([[Giosuè Carducci]]) *Re Tentenna. ([[Domenico Carbone]]) *Religioso forse più che a militare si addicesse (se nella religion vera ecceder si possa), deferenza somma mostrò a' ministri del culto sacro; inflessibile osservatore della giustizia per sé fu altrui prono a clemenza e generoso; perspicace, forte, temperante, severa educazione con soavità d'affetti domestici ne' suoi temperò; sobrio e frugale fino a privarsi del necessario; corpo paziente del sonno e dei disagi non in campo solo ma pur nella Regia, involandosi ai sollazzi ma in umil cella riducendosi<ref>Io stesso ho visitata la cella del Re a Racconigi e a Pollenzo nei reali castelli e non potei trattenere la mia meraviglia, {{sic|in vedendo}} come tanta semplicità si nascondesse accanto alle magnificenze della Corte; cosicché penetrandovi dalle sale sontuose, par di passare d'improvviso nell'umil ritiro di un monaco. {{NDR|N.d.A.}}</ref>. Mollezze e ozio ebbe a disdegno, sto per dire, la cura di se stesso, come in guerra si vide, nelle epidemie<ref>Niuno ignora di quanta carità ed abnegazione desse prova Carlo Alberto nell'imperversar del ''Cholèra Asiatico'' a Genova, l'anno 1835, che vi accorse sollecito, e di sé dimentico, visitando i lazzaretti e provvedendo con molta cura alla salute pubblica. (V. ''Diari e scritti vari'' di que' tempi). {{NDR|N.d.A.}}</ref> e ne' travagli. {{sic|Limosiniero}} e pio non sugli averi ma sull'amor del popolo fece tesoro. Ma queste virtù sono antiche nella sua Casa e durano nei figli. ([[Felice Daneo]]) ===[[Antonio Gallenga]]=== *Al tempo della {{sic|Ristorazione}}<ref>arc. per "Restaurazione"</ref> il Principe {{NDR|[[Carlo Alberto di Savoia]]}} avea sedici anni, e siccome [[Vittorio Emanuele I di Savoia|Vittorio Emanuele I]] non avea figli maschi, e [[Carlo Felice di Savoia|Carlo Felice]] figlio alcuno, Carlo Alberto venne riguardato come erede presuntivo. Le circostanze della sua nascita ed educazione, il suo alto e dignitoso esteriore, le maniere, le abitudini, e più specialmente i sensi generosi a cui dava espressione, – tutto ciò in somma che a lui si riferisse, parea fatto per risvegliare in favor suo la più brillante e fervida aspettativa dei liberali. Si combinavano nel suo carattere i tratti del Principe Savoiardo e del patriota Italiano. *Nemico per istinto nativo degli Austriaci, era poi invelenito dalla conoscenza delle mene appena segrete del Gabinetto di Vienna, che cercava di escluderlo dalla successione, e di sostituirvi il Duca di Modena, marito di Beatrice di Savoia, e genero di Vittorio Emanuele I. Del resto era giovinetto di schive e riservate maniere; carezzevole e persin seducente agl'intimi; ma famigliare a nessuno. Era dotato di gran padronanza sugl'impeti delle proprie passioni; e di poteri quasi precoci di dissimulazione: era studioso sopratutto di scienze militari, operoso, stoico, inclinato alla malinconia, amante del ritiro. *Vi sono abissi del cuore umano in cui non scende che l'occhio di Dio. Che Carlo Alberto {{NDR|con la concessione, il 13 marzo 1821, della costituzione spagnola con riserva dell'approvazione di Carlo Felice}} sacrificasse ogni cosa per amor del suo {{sic|dritto}}<ref>leggi "diritto"</ref> di successione al trono è un punto fuor di {{sic|quistione}}; se poi l'ultimo suo scopo fosse pura volgare ambizione, o generosa aspirazione patriotica, non è cosa che il mondo possa mai giudicare, perché vi fu un destino che lo spinse oltre con cieco impeto, né vi è tra tutti i fatti della susseguente sua carriera un solo che possa veramente dirsi figlio della libera sua volontà. ===[[Filippo Antonio Gualterio]]=== *Bello della persona nella sua età giovanile, benché di forme non regolari; maestoso e grave di statura che sortì sopra l'ordinaria; avea lo sguardo acuto e penetrante, amabile e affascinatore, quando a lui piaceva; capace sempre di leggere l'altrui pensiero, non mai di tradire il proprio; maestà di re, amabilità di cavaliere, semplicità militare di modi; questo era l'aspetto del giovane principe. La sua presenza in un crocchio di dame poteva rassomigliarsi a quella d'un cavaliere del medio evo, e per l'elegante amabilità del suo tratto, e per l'irresistibile fascino che egli vi esercitava. *Nulla eravi di bello che non eccitasse la sua fantasia; nulla di grande che non generasse in lui non solo ammirazione, ma desiderio di conseguirlo. Quella fantasia, dotata di tutto l'ardore che può trovarsi in un uomo meridionale, lo trasportava sovente nel campo dell'ideale, e gli faceva ambire sopra ogni cosa le gioje dell'incomprensibile e del misterioso. Così gli stessi principj religiosi che informavano, la sua mente, la fede che era profondamente radicata nel suo cuore, pascevano ed esaltavano quella sua fantasia, avviandola a grado a grado sui sentieri del misticismo. Le abitudini militari dapprima, e poi questa tendenza religiosa, la quale nacque in lui appena ebbe assaggiato le primizie della sventura e del disinganno, gli fecero scegliere una maniera semplice di vivere, e a pochissimi bisogni sottoposta. *Soldato per natura e per educazione, portava nella milizia, oltre all'aspetto marziale, il maggior coraggio personale, ed il più incredibile sangue freddo; senza però nulla (a dir vero) che mostrasse l'impeto guerresco ed il profondo intelletto dell'arte. La milizia pareva il suo elemento naturale, e tutte le virtù militari erano in esso congiunte, in specie la cura dell'onore e l'amore dell'ordine e della disciplina: quindi l'autorità era da lui militarmente intesa, come, cioè, necessaria tutrice dell'ordine, fondata sulla stima delle personali virtù, e contrappesata dai grandi doveri che incombono a chi la deve esercitare. ==Voci correlate== *[[Maria Teresa d'Asburgo-Lorena]] ==Note== <references /> ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Casa Savoia]] [[Categoria:Sovrani della Savoia]] [[Categoria:Sovrani di Sardegna]] on54zd8wkk7fat2jf5is3fkw06geid6 Carolina Crescentini 0 81938 1420700 1393392 2026-07-17T09:24:30Z ~2026-40077-76 107806 /* Serie televisive */ Aggiunto Mare fuori (nonostante wikipedia non trovasse il link) : L’attrice ha svolto il ruolo di direttrice del carcere nella serie. 1420700 wikitext text/x-wiki [[File:Carolina Crescentini - 66ème Festival de Venise crop.jpg|thumb|Carolina Crescentini nel 2009]] '''Carolina Crescentini''' (1980 – vivente), attrice italiana. ==Citazioni di Carolina Crescentini== {{cronologico}} *Credo nelle emozioni che sai dare. Non sono bella, ma posso piacere. La vera seduzione è nello sguardo, ma è fatta di tante cose. L'ironia è seducente: se un uomo ride con te, avrà voglia di rivederti... Poi una può anche fare lo sguardo assassino, ma non mi piacciono le maliarde, quelle che mentono. Quegli sguardi lì io li faccio davanti allo specchio.<ref>Dall'intervista di Silvia Fumarola, ''[//www.repubblica.it/2009/08/sezioni/persone/carolina-crescentini/carolina-crescentini/carolina-crescentini.html "Credete in voi stesse senza raccomandazioni"]'', ''repubblica.it'', 3 agosto 2009.</ref> *Con il tempo ho imparato a volermi bene. Adesso non mi faccio calpestare da nessuno, visto che anch'io ho avuto il mio periodo masochista.<ref>Citato in Ilaria Chiavacci, ''[//www.vanityfair.it/starstyle/ritratti/2010/12/07/tutti-i-look-di-carolina-crescentini Carolina Crescentini, minimal chic]'', ''vanityfair.it'', 8 dicembre 2010.</ref> *La maggior parte delle donne ha una dignità radicata, magari va a letto con chi vuole ma per altri motivi; e lavora sodo. Io e tutte le attrici che conosco abbiamo fatto scuole e provini; e poi le paure, e come lo pago l'affitto, e che fortuna mi hanno preso. Invece si sta diffondendo l'idea pericolosa per cui il [[Industria dello spettacolo|mondo dello spettacolo]] è uno scambio di favori.<ref>Dall'intervista di Anna Maria Speroni, ''[//www.corriere.it/spettacoli/11_marzo_18/speroni-crescentini_75f00368-515f-11e0-b0a4-77b20470b36e.shtml "Sono un'attrice per meriti. E l'affitto me lo pago da sola"]'', ''corriere.it'', 18 marzo 2011.</ref> *Fare [[audizione|provini]] è come andare in palestra, ti alleni, e piano piano acquisisci sicurezza.<ref>Da ''[http://www.iodonna.it/personaggi/interviste/2011/passioni-carolina-crescentini-lavoro-decolletes-30631100306.shtml Protagoniste. Carolina Crescentini e le sue passioni]'', ''iodonna.it'', 24 settembre 2011.</ref> *Mi piace molto viaggiare, mi piace vivere la vita. Se posso preferisco scoprire parti nuove del mondo.<ref>Dall'intervista di V. Debernardi, ''[//www.vanityfair.it/starstyle/style-news/2011/11/29/carolina-crescentini Chiamatemi Wonder Woman]'', ''vanityfair.it'', 29 novembre 2011.</ref> *[[Corinna Negri|Corinna]] è un personaggio che ho amato molto anch'io. il suo aspetto più preoccupante non è l'incapacità di recitare, che ovviamente offenderebbe qualsiasi attrice, ma la sua orribile mentalità. Quella è più rischiosa e costringe anche gli altri a lavorare male.<ref>Dall'intervista di Debora Attanasio, ''[http://www.marieclaire.it/Attualita/interviste/Intervista-esclusiva-con-l-attrice-Carolina-Crescentini#5 Carolina Crescentini ce la racconta giusta]'', ''marieclaire.it'', 2 marzo 2012.</ref> *{{NDR|Su [[Gérard Depardieu]]}} Gerard è un uomo di grande fascino oltre che un bravissimo attore.<ref>Citato in Sara Tieni, ''[//www.vanityfair.it/vanityfood/foodstar/vip/2012/09/gerard-depadieu-niente-puo-fermarci-giovanna-mezzogiorno-vinodentro-film-set#?refresh=ce Depadieu e Mezzogiorno: set tra le vigne]'', ''vanityfair.it'', 26 settembre 2012.</ref> *Voglio essere madre. Non so ancora quando e come ma i bambini mi piacciono, sono innamorata dei miei nipotini e dei figli delle mie amiche, prima o poi tocca anche a me! Per ora sono piena di sogni nel cassetto, uno è poter è fare questo lavoro tutto la vita e giuro che non è semplice.<ref>Citato in A. Arcolaci, ''[//www.vanityfair.it/show/cinema/12/10/03/carolina-crescentini-la-famiglia-perfetta-di-paolo-genovese-set-foto Sul set con Carolina Crescentini: «La famiglia perfetta? Dove si ride»]'', ''vanityfair.it'', 3 ottobre 2012.</ref> *Mi hanno definito misteriosa, ma io sono solare. Sono anche bionda!<ref>Citato in ''[//www.vanityfair.it/people/italia/12/12/17/carolina-crescentini-courmayeur-madrina-zucca-spirito-noir-foto Carolina Crescentini: «Ma quale torbida femme fatale»]'', ''vanityfair.it'', 17 dicembre 2012.</ref> *Vorrei tanto interpretare ruoli da commedia, giocare con i miei personaggi, improvvisare. L'unico ruolo comico che mi hanno dato è stato Corinna in ''[[Boris]]'': quanto mi manca! ''Boris'' è il verbo. Non ho più avuto un'occasione simile, l'opportunità di esprimere quella comicità che peraltro nella vita di tutti i giorni ho.<ref>Dall'intervista di [[Boris Sollazzo]], ''[http://www.rollingstone.it/cinema-tv/interviste-cinema-tv/carolina-crescentini-non-ho-capito-niente-dellamore/2017-04-15/#Part4 Carolina Crescentini: «Non ho capito niente dell'amore»]'', ''rollingstone.it'', 15 aprile 2017.</ref> *{{NDR|Parlando di [[Adelina Tattilo]]}} Pensa a ''[[Playmen]]'' non solo come a una rivista maschile, ma che può essere letta anche dalle donne. Chiama a scrivere intellettuali e vuole far capire alla società che la donna è una protagonista dell'erotismo e non un semplice oggetto del desiderio.<ref>Citato in Giovanna Gallo, ''[https://www.elle.com/it/showbiz/tv/a67957046/carolina-crescentini-mrs-playmen-netflix-adelina-tattilo/ Carolina Crescentini su Netflix è Mrs Playmen AKA Adelina Tattilo, l'editrice che negli anni '70 sfidò i tabù sessuali di un'Italia bigotta]'', ''elle.com'', 23 ottobre 2025.</ref> {{Int|''Rock'n'girl''|Intervista di Joni Scarpolini, ''Maxim Italia'' nº 4, aprile 2011, pp. 76-85.}} *{{NDR|«Sbaglio o ti vergogni a spogliarti?»}} Assolutamente sì. La svestizione in sé è una cosa che m'imbarazza parecchio. Quando mi spoglio ho bisogno di giocarci, altrimenti viene fuori un "torso", come diciamo a [[Roma]]. *Uno sguardo sexy e basta è vuoto, fine a se stesso. La [[sensualità]] non risiede in uno sguardo sexy, ma in un modo di sentirsi, è la risultante di un gioco di sguardi che hai con l'altro. Non mi piace la pubblicità della sensualità, la trovo ridicola, è molto più interessante quando è la risultante di un pensiero, è più intrigante e meno esplicita. *{{NDR|«Quelle borse sotto gli occhi, come le chiami tu, sono state la tua fortuna: hai uno degli sguardi più espressivi del cinema nostrano. È un talento o ci lavori sopra?»}} Non è un talento né un lavoro, è un semplice accettarsi così come sei, e quando tu ti accetti è meglio. I miei difetti cerco di renderli miei. *Per me [[recitare]] significa recitare, indipendentemente dal genere che vado ad affrontare: che tu interpreti un'adolescente, una moglie, una donna asburgica, devi essere dentro il personaggio. Non è questione dell'involucro-film: hai l'indicazione di un regista che ti porta in una certa strada, certo, ma la concentrazione e la professionalità rimangono le stesse. *Non è la [[popolarità]] il mio obiettivo, ma il mio lavoro. Se mi conosci perché mi hai visto in quel film, bene. Altrimenti, sai che m'importa. *Per come è attualmente la situazione politica in Italia, sento di non appartenere a nessun partito. Non è una questione politica, è una questione di come vivi il sociale. *{{NDR|Su [[Checco Zalone]]}} È uno specchio dell'Italia. Io non ho visto i suoi film, ma se milioni d'italiani li hanno visti significa che il suo successo è condiviso. *{{NDR|«Tu che sei di Monteverde, hai mai limonato al Gianicolo?»}} Certo! Come tutti i ragazzi romani, del resto. {{Int|''[https://www.corriere.it/sette/attualita/23_gennaio_21/imparare-liberta-romani-crescentini-cosa-abbiamo-capito-vivendo-dentro-carcere-minorile-19838504-94f6-11ed-8a68-b6ce8abd8069.shtml Imparare la libertà. Romani e Crescentini: «Cosa abbiamo capito vivendo dentro un carcere minorile»]''|Dall'intervista di Elvira Serra a ''7'', Corriere della Sera; ripublicato in ''corriere.it'', 21 gennaio 2023.}} *La premessa è che sono molto grata al mio pubblico. Senza di loro non ci sarei io. Però non mi piace quando vengo trattata come un pupazzo. Mi è capitato di piangere al telefono dopo aver ricevuto una brutta notizia e di essere tormentata da alcuni fan che volevano un selfie. *{{NDR|Su [[Monica Vitti]]}} [..] è la sintesi di una donna che ha la stessa forza e credibilità sia nei ruoli drammatici che in quelli comici, e non è mai spalla di nessuno. *{{NDR|Sul [[Gianicolo]]}} Ci sono cresciuta, ci andavo a scrivere. Hai tutta Roma sotto di te e un silenzio incredibile, interrotto solo dallo sparo del cannone a mezzogiorno. {{Int|''[https://www.vanityfair.it/article/carolina-crescentini-intervista-donne-femminicidio Carolina Crescentini: «Se siamo ancora qui è perché siamo state fortunate»]''|Intervista di Mario Manza, ''vanityfair.it'', 24 novembre 2023.}} *[...] potrei fare una sitcom sui [[Taxi|tassisti]], visto che spesso raccolgo dei racconti al limite della follia: il materiale umano in giro è sorprendente. *[...] nelle [[Intervista|interviste]] non voglio mai sapere prima le domande che mi faranno, altrimenti correrei il rischio di prepararmi troppo e non prestare attenzione a chi mi parla. Preferisco, nel bene e nel male, essere onesta. *{{NDR|Sulla [[violenza contro le donne]]}} Tutte le volte che torno a casa da sola ho paura, esattamente come quando ero una ragazzina e capitava che qualcuno mi seguisse per strada con troppa insistenza. Tutte le donne sono cresciute con la paura e oggi, se siamo qui, non è perché siamo coraggiose ma perché siamo state semplicemente fortunate. {{Int|''[https://www.ciakmagazine.it/news/carolina-crescentini-e-mrs-playmen-una-donna-che-ha-riscritto-le-regole/ Carolina Crescentini è Mrs Playmen: «Una donna che ha riscritto le regole»]''|Citato in Claudia Giampaolo, ''ciakmagazine.it'', 22 ottobre 2025.}} {{NDR|Su [[Adelina Tattilo]]}} *Non è solo una donna che sfida un universo maschile, ma una che ci ricorda di riprenderci il nostro corpo e la nostra libertà. Vuoi fare una copertina in mutande? Il corpo è tuo, decidi tu. E questo messaggio è ancora attuale [...] *La storia di Adelina è una storia di autodeterminazione, di scoperta della propria forza. [...] Pian piano conquista il suo posto [...]. E quando si accorge di essere brava, che le piace quel potere, quella libertà, cambia per sempre. Diventa un'imprenditrice, un simbolo. Ma resta anche una donna, con le sue paure, le sue contraddizioni, la sua umanità. [...] una donna che ha osato cambiare le regole del gioco. *Attraverso la [[Playmen|rivista]], Adelina riesce a fare delle piccole grandi battaglie. Parla di diritto al piacere femminile, ma anche di divorzio, di aborto, di omosessualità, di identità di genere. Negli anni Settanta, questi erano temi esplosivi, e lei li affronta con intelligenza e delicatezza. ''Playmen'' diventa una piattaforma culturale, un modo per cambiare la società una copertina alla volta. ==Note== <references /> ==Filmografia== ===Film=== *''[[Notte prima degli esami - Oggi]]'' (2007) *''[[Cemento armato]]'' (2007) *''[[Generazione 1000 euro]]'' (2009) *''[[Mine vaganti]]'' (2010) *''[[Boris - Il film]]'' (2011) *''[[Allacciate le cinture]]'' (2014) *''[[A casa tutti bene]]'' (2018) ===Serie televisive=== *''[[Boris]]'' (2007-2010) *[[w:Mare_fuori|Mare Fuori]] (2020) ==Voci correlate== *[[Corinna Negri]] – personaggio interpretato in ''[[Boris]]'' ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{DEFAULTSORT:Crescentini, Carolina}} [[Categoria:Attori italiani]] gm8i86bhndtha52acjee2cm57tnanfo Riccardo Patrese 0 92436 1420662 1414343 2026-07-16T20:16:58Z ~2026-40060-90 107799 /* Citazioni di Riccardo Patrese */ 1420662 wikitext text/x-wiki [[File:Patrese at 1982 Dutch Grand Prix.jpg|thumb|Riccardo Patrese nel 1982]] '''Riccardo Patrese''' (1954 – vivente), ex pilota automobilistico italiano. ==Citazioni di Riccardo Patrese== {{cronologico}} *{{NDR|Su [[Michele Alboreto]]}} La morte mi porta via uno degli amici più cari. Gliel'avrò detto cento volte: smettila, goditi la vita e quello che hai guadagnato. Aveva la possibilità di starsene tranquillo con la moglie e le figlie, ma lui aveva la passione delle corse. Ma va... Io parlo così solo perché alle corse non ci penso più da tanto tempo. Ma lui no, lui aveva la malattia del casco e della tuta, non ha mai avuto la forza di dire "basta".<ref name=XVII>Dall'intervista di Nestore Morosini, ''[https://web.archive.org/web/20160101000000/http://archiviostorico.corriere.it/2001/aprile/26/amico_Patrese_Non_riusciva_smettere_co_0_0104261836.shtml L'amico Patrese. «Non riusciva a smettere»]'', ''Corriere della Sera'', 26 aprile 2001, p. 17.</ref> *Quando correvo in [[Formula 1]] anch'io ero fatalista, mi ripetevo sempre che a me non sarebbe mai capitato. Ho capito che l'incidente mortale sarebbe potuto capitare a chiunque quando ho visto morire Senna, che era il migliore pilota del mondo, aveva la migliore macchina della Formula 1, curata nel modo migliore del mondo. Allora capii e dissi basta: e le corse sono riuscito a mandarle a quel paese.<ref name=XVII/> *{{NDR|Sul confronto con Michael Schumacher nelle qualifiche del Gran Premio di Gran Bretagna 1993}} Stracciò il mio tempo. Controllai allibito i dati del computer: era proprio vero, non c'erano errori di cronometraggio. Fu un momento imbarazzante: per la prima volta, dopo sedici stagioni di Formula Uno, dovevo accettare l'idea di aver incontrato un compagno di squadra nettamente più forte di me. La conseguenza era ovvia, dovevo rassegnarmi alla pensione. Ma mi consolai con un pensiero proibito: mi ero imbattuto in un fenomeno e probabilmente nemmeno Senna, il migliore di tutti noi, sarebbe stato in grado di reggere il confronto con il tedesco.<ref>Citato in [[Leo Turrini]], ''Michael Schumacher: leggenda di un uomo normale'', Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2005. ISBN 88-04-64126-6.</ref> *[...] se vogliamo parlare del [[Gran Premio d'Europa 1993|Gp d'Europa 1993]], facciamolo ma diciamola tutta... [...] a quello che segretamente ci dicevamo tra noi piloti, piuttosto stupiti nel vedere ciò che era successo, con Ayrton che praticamente sul bagnato aveva rifilato un giro a tutti. [...] Se a casa un tifoso lucida il poster in camera, i rivali nel dopo gara fanno altri ragionamenti. Tipo questo: per caso aveva qualcosa di particolare nel traction control che faceva andare la sua McLaren assai meglio di ogni altra macchina? Nella sua squadra gli avevano trovato una soluzione o un settaggio non voglio dire irregolari ma particolari tanto da avere a disposizione una specie di arma decisiva, per rendere ancor più efficaci le immense capacità di Senna? [...] ti ho sinceramente restituito ciò che ci dicevamo nell'immediato dopo gara e quel che sussurravano i piloti più direttamente battuti da Senna. Le risposte, in fondo, nessuno le ha poi cercate né trovate. Solo che di quella grande prestazione di Senna è un po' rimasto questo interrogativo. Cosa aveva, quel giorno di fenomenale la sua McLaren? Oppure fu solo farina del sacco del top driver? [...] Senna sul bagnato era un vero maestro, ma io non andavo mica piano. [...] Ayrton era il più forte, tuttavia a Donington 1993 il distacco, le prestazioni e il passo erano così differenti dagli altri, da far sorgere qualche dubbio. [...] magari quella vittoria fu ottenuta non "malgrado" la McLaren, ma magari "grazie anche" a una McLaren settata perfettamente e con un traction control migliore rispetto a quello di tutti noi. [...] la mia stima su Senna resta tanta e la sua bravura assoluta e mai in discussione. Eppure di quella corsa mi torna in mente soprattutto ciò che ti ho appena confidato...<ref>Da un'intervista ad ''Autosprint''; citato in Giuseppe Canetti, ''[https://www.formula1.it/news/14108/1/senna-a-donington-93-patrese-dopo-la-gara-interrogativi-veri-rimasti-senza-risposte Senna a Donington '93, Patrese: «Dopo la gara interrogativi 'veri', rimasti senza risposte»]'', ''formula1.it'', 11 aprile 2023.</ref> *Io sono stato in mezzo a Lauda, a Gilles, a Mansell, a Senna, a Piquet quello vero, ad Alboreto, Prost, a Schumi. È stato un onore e credo di aver fatto la mia figura. È stata una epopea, ma non sono d'accordo con chi sostiene che la Formula Uno non si può più vedere. Questa è una esagerazione, è una bugia. Non mi piacciono invece le troppe limitazioni sul comportamento dei piloti, c'è un eccesso di regole, secondo me...<ref name="Turrini">Dall'intervista di [[Leo Turrini]], ''[https://www.quotidiano.net/blog/turrini/patrese-70-e-quel-no-alla-williams-di-senna-5.8440 Patrese 70 e quel no alla Williams di Senna]'', ''quotidiano.net'', 13 aprile 2024.</ref> *Ci sono due piloti del presente che avrebbero vinto anche ai tempi miei. Uno è Max Verstappen, l'altro è Lewis Hamilton. Sminuirne i meriti è ridicolo. Sono entrambi dei fuoriclasse e lo sarebbero stati anche nella mia era...<ref name="Turrini"/> {{Int|''[http://www.archiviolastampa.it/component/option,com_lastampa/task,search/mod,libera/action,viewer/Itemid,3/page,11/articleid,0847_01_1992_0300_0037_25121106/ L'ultima sfida di Patrese]''|Intervista di Cristiano Chiavegato, ''La Stampa'', sez. Sport, 2 novembre 1992, p. 11.}} *{{NDR|Sulla convivenza in Williams con Nigel Mansell}} Purtroppo, ho capito subito che il '92 era stato programmato e che lui doveva vincere il titolo. Inutile combattere contro i mulini a vento. Ripeto, però, che l'inglese non ha rubato nulla. Dico solo che in ogni caso non avrei potuto fare nulla. Se avessimo avuto mezzi pari la storia sarebbe stata un po' diversa. *{{NDR|Sull'ipotesi di correre per la Ferrari}} Non me ne frega nulla. Scrivetelo pure. Non ho nessuna voglia di parlare della squadra di Maranello. Sono due anni che dico chiaramente che sarei stato disponibile e mi hanno sempre ignorato. Non vedo quindi perché dovrei preoccuparmi. Anzi, poiché è un'avversaria, spero che resti dov'è, fra le ultime della classe. *Anche dieci anni fa c'era una squadra sola che dominava e la gente si divertiva egualmente. Sì, quando la Ferrari vinceva, nessuno si lamentava. *{{NDR|Su Ayrton Senna}} [...] si sta comportando come un bambino capriccioso. Dice che lui se non vince non corre, non si diverte. Mi pare che manchi di rispetto verso tutti gli altri piloti: siamo in 29, tutti scemi, perché guidiamo vetture che non sempre sono le migliori? Mi sembra troppo comodo. [...] Si prenda anche lui qualche rischio: il prossimo anno cambieranno i regolamenti, ci saranno novità. Certo, la Williams è teoricamente già davanti a tutti, ma non si può neppure mandare in pista 30 vetture della squadra campione del mondo. Tocca a noi lavorare e ribaltare la situazione. {{Int|''[https://www.formulapassion.it/manifestomotore/parliamone-con/f1-riccardo-patrese-quel-gp-del-messico-1991-270671.html F1 {{!}} Riccardo Patrese: "Quel GP del Messico 1991..."]''|Intervista di Nestore Morosini, ''formulapassion.it'', 29 ottobre 2015.}} *{{NDR|Sulla vittoria nel [[Gran Premio del Messico 1991]]}} Quella corsa fu per me abbastanza travagliata perché arrivai in Messico, mangiai un'insalata lavata male e fui vittima di una infezione intestinale, il famoso virus di Montezuma... Mercoledì e giovedì prima della gara avevo quaranta di febbre. Stavo malissimo. Non mi reggevo neanche in piedi da quanto stavo male. Fortunatamente il medico della Ferrari, Ben Bartoletti [...], mi prese sotto cura rigenerandomi. Il venerdì mattina cominciai a stare un pochino meglio, però ero ancora veramente ai minimi termini. [...]. Al sabato mattina stavo molto meglio, infatti in qualifica conquistai la pole position. Grande prestazione, perché con tutte le vicissitudini della settimana il fatto di essere in pole era una gran cosa. {{NDR|«Per usare un termine non licenzioso, se non ricordo male, fu una partenza pessima in quel Gran Premio [...]»}} Proprio una pessima partenza dalla pole... Al primo giro ero quarto: avevo davanti Mansell, Senna e Alesi. Poi pian piano ho ripreso Alesi, poi Senna e infine Mansell con uno dei più bei sorpassi della storia della Formula 1. Arriviamo a ruote fumanti alla staccata del rettilineo, cosa che non si vede più perché oggi si fanno i sorpassi ai box, oppure tirano giù l'ala in rettilineo e vanno 50 all'ora più forte e via... Insomma, feci una staccatona all'esterno, Mansell prende l'interno, io cedo un po' all'esterno, facciamo tutta la "esse" affiancati con cardiopalmo di Frank Williams. Ci fu un particolare quando rividi quel sorpasso in televisione: c'era Frank coi capelli dritti, quei pochi che aveva allora. Perchè le sue due macchine erano in pieno rischio collisione! *{{NDR|«E se Patrese avesse vinto il Gran Premio di San Marino 1983 a Imola, avrebbe potuto aggiudicarsi il titolo mondiale con la Brabham?»}} Il mondiale non lo so, perché eravamo all'inizio della stagione. Ma con quell'errore persi i grandi di capitano all'interno della Brabham. Gradi passati automaticamente a Nelson Piquet: dovetti, quindi, accodarmi a lui e aiutarlo a vincere quel mondiale. {{NDR|«Fu un errore, quello di Imola, pagato caro a caro prezzo perché lo sponsor principale della Brabham, la Parmalat, voleva campione del mondo un italiano. Da Imola gli inglesi puntarono tutti su Nelson...»}} Non era neanche quello, è che la Brabham non aveva la potenzialità di puntare su due macchine. Alla fine, poi, per correre dietro a Prost che aveva una Renault molto collaudata perché usava quel tipo di motore da due anni, mentre noi lo avevamo fresco fresco, la direzione della squadra mi usò come cavia di pezzi motoristici sperimentali. Quindi io peccai moltissimo in affidabilità. Quell'anno mi fermai un sacco di volte perché tante cose che erano nuove le mettevano sulla mia macchina e una volta archiviati i problemi venivano portate sulla macchina di Nelson. In effetti questo programma ha funzionato, perché alla fine io vinsi l'ultimo Gran Premio in Sudafrica e Piquet divenne campione del mondo. *I miei parametri sono assolutamente diversi da quelli con cui adesso fanno le corse. Magari noi eravamo anche troppo gladiatori, ma adesso è ridicolo: intendo il drive through, le penalità, e roba del genere. Poi lo chiamano campionato piloti e se si deve sostituire il motore, che è problema della scuderia, la penalità la danno al pilota. Ma non puoi punire il pilota se il problema è della scuderia. Se una squadra usa un motore in più, i punti vanno tolti alla squadra nella classifica costruttori. Fanno veramente cose che sono dei veri controsensi. È ridicolo che anche i piloti si siano adeguati a questa regola. Ed è ridicolo che se uno che non ti fa passare, dici al team di chiamare [...] per prendere provvedimenti. Ma che Formula 1 è? Roba da matti! {{Int|''[https://it.motorsport.com/gtwc-endurance/news/patrese-ho-scoperto-dai-tifosi-che-a-spa-avevo-vinto-la-1000-km-del-1985/3151375/ Patrese: "Ho scoperto dai tifosi che a Spa avevo vinto la 1000 km del 1985"]''|Intervista di [[Guido Schittone]], ''motorsport.com'', 31 luglio 2018.}} *{{NDR|«[[Circuito di Spa-Francorchamps|Spa]] è cambiata molto dai tuoi tempi?»}} L'hanno resa più sicura ma le sfide che devi affrontare sono sempre le stesse. All'Eau Rouge hanno allargato in uscita però quando sei nella compressione non pensi alla larghezza e la sfida con quella curva e con te stesso è identica al passato. *[...] non mi ricordavo di avere vinto {{NDR|la 1000 km di Spa-Francorchamps}} con [[Lancia LC2]] nel 1985. L'ho scoperto da un modellino che mi hanno fatto autografare. *In Giappone ho sempre offerto delle ottime prestazioni. Ho vinto l'ultimo Gran Premio a Suzuka nel 1992. Ho occupato tutte le posizioni del podio del Gran Premio e persino quelle dei punti, quarto, quinto, sesto. Ho vinto nel 1977 la corsa di Formula 2 contro la loro icona Kazuhoshi Hoshino e se guardo in percentuale i fans che ancora oggi mi scrivono dico che i giapponesi hanno la prevalenza sugli altri. Ci sono altri particolari che a volte non mi spiego relativi al rapporto con l'Honda: mi chiamano a Jerez de la Frontera per consegnare a Barrichello il premio per i 256 Gran Premi disputati; mi rendono protagonista del famoso video virale in cui porto mia moglie al volante di una Civic e la faccio morire di paura. Evidentemente qualcosa deve essere successo. Pensa che ho avuto uno sponsor di abbigliamento giapponese che mi aiutò quando ancora i suoi prodotti non erano conosciuti e che mi sfruttò come testimonial. Oggi è un leader nel mondo dello sci. {{Int|1=''[https://www.youtube.com/watch?v=zQA_K0L1Lr0 Riccardo Patrese e Gianni Tonti]''|2=Intervista di Ottavio Tonti, ''Reparto Corse Lancia - Il podcast'', 15 maggio 2026.}} *{{NDR|Sulla [[Lancia LC2]]}} [...] era una macchina con effetto suolo, per cui era quasi veloce come un Formula 1 di quegli anni lì. [...] una macchina estremamente performante, con un sacco di potenza, tosta da guidare perché erano tutte macchine molto fisiche, per cui non è che avevi il servofreno, l'idroguida... erano macchine fisiche, però erano anche quelle che ti davano una grande soddisfazione [...] (min. 15:07-15:33) *Quando corri nelle gare [[Endurance (automobilismo)|endurance]] non hai nemici, sai, son tutti tuoi amici. Il tuo compagno di squadra è un alleato che se per caso [...] va anche un decimo più forte di te, ti fa pur piacere! Perché se tu ti reputi forte, e ce n'è uno che va un decimo più forte di te, vuol dire che tu con lui porterai la macchina più avanti degli altri, perché poi alla fine si vince insieme, non è che vinci da solo. (min. 19:12-19:40) *{{NDR|Su [[Carlo Chiti]]}} [...] un capo supremo che era un po' un despota – nel senso, non è che c'avevi tanto da discutere... (min. 31:25-31:31) *{{NDR|Sull'[[Alfa Romeo 890T]]}} [...] aveva [...] poco tempo di risposta, era un motore un po' "cazzutino" da guidare [...], se non avevamo le gomme in temperatura rischiavi di girarti in rettilineo... Insomma, diciamo che [...] l'era dei turbo in generale – di quei turbo là – era già complicata: con il motore 8 cilindri Alfa Romeo lo era ancora di più, penso! (min. 38:26-38:56) *Quello che [[Ayrton Senna|Senna]] si era [...] inventato con quelle macchine che sfruttavano molto l'effetto suolo, con gli scarichi che sputavano l'aria nel tunnel, era quello – nei curvoni veloci – di usare il piede sinistro per frenare, cioè rallentare la velocità, ma non togliere il piede dall'acceleratore; così il gas di scarico aveva il massimo della velocità e quindi creava la massima deportanza, e con questo riusciva ad affrontare le curve veloci più forte degli altri. Perché nel momento che invece uno toglieva il piede per rallentare e frenare un po' [...] perdeva questa spinta dei gas di scarico e [...] non c'era più la deportanza [...]. Quindi lui [...] è stato il primo pilota che ha cominciato a frenare con il piede sinistro, soprattutto all'entrata di curvoni veloci dove proprio sentivi che il numero dei giri del motore diminuiva, ma non sentivi mai il piede che era in rilascio. (min. 39:38-40:41) ==Citazioni su Riccardo Patrese== *Otto volte hai tagliato il traguardo in F.1 andando più veloce di tutti, ma sempre, in ogni giorno dei tuoi 256 Gp disputati, a lungo un record di fedeltà, hai dato un'immensa lezione di vita e di carattere a chi voleva affossarti, a chi non t'ha dato abbastanza fiducia, a chi, quando contava, non ha saputo credere in te. Per questo, guardando complessivamente la storia della tua carriera e della tua vita, viene tanto da dire che quanto a onore non sei mica vicecampione di niente, ma campione e basta. Campione, punto. ([[Mario Donnini]]) *Patrese alterna corse molto belle a prestazioni criticate dai suoi colleghi. È un pilota molto capace e nessuno, sia in prova che in gara, gli mette soggezione. Ha accumulato una lunga esperienza, ma fino ad ora, anche in squadre di prima grandezza, ha ottenuto meno successo di quanto meriterebbe. ([[Enzo Ferrari]]) ==Note== <references /> ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{DEFAULTSORT:Pratese, Riccardo}} [[Categoria:Piloti di Formula 1 italiani]] a9otm2aqfy8xf3nuprqibwm1ufbwtlg Utente:Skekzilla 2 110782 1420625 1418212 2026-07-16T13:47:53Z Skekzilla 17056 /* Citazioni su Dracula - L'amore perduto */ 1420625 wikitext text/x-wiki ==Making of== {{Int|1=''The Making of Excalibur: Myth into Movie''|2=Regia di Neil Jordan, 1981.}} * :''John gave me very clear images of what he wanted. He wanted it to be very earthy, he wanted it to have a touch of Indian and a touch of Spanish idea, but not to be reproduced exactly, but that kind of feeling. But the idea was it to be very earthy because it's a dance in which she has to seduce somebody, so therefore it had to have all those qualities without getting too raunchy. He didn't want it to be a medieval dance.'' (Anthony Van Laast) * :''He's got this sort of simplicity, this very natural simplicity and this intuitive sense of right and wrong. Someone said this thing, which is quite true, about having him be completely secure in his knowledge of nothing.'' (Paul Geoffrey) * :''If you think of Merlin you automatically think of the many lives he's led.'' [...] ''You have the feeling that he's been through many many worlds and he is of course many people. There's a lot of my old English master in him too, who has the most wonderful whimsy in his humour that is central, kind of the spine of the character is based upon him. A man of great lore, book lore, a Chaucer man, Shakespeare, and a wag to boot!'' (Nicol Williamson) * :''She's rather like a flower, a fresh flower picked out of a field somewhere in the open air and put inside this glass in a huge cold castle that's all gold and artifact and manmade. And Arthur is pursuing manmade ideals and forming laws, and everything's becoming very materialistic and she's much simpler than that, much more basic.'' ( Cherie Lunghi) * :''His power is very much that of the mind, someone who can make things happen, who can take control. We've all seen the power of voodoo in African tribes, when the chiefs or the witch doctors pointed to a man and in 48 hours he goes into the wilderness and he dies because his death is brought upon by his state of mind. He knows that it's the finish of his life. In a way, Merlin has that kind of power.'' (Nicol Williamson) ==David Wright== * :[...] ''the'' Canterbury Tales ''is, at root, an equally serious exploration of social life (in what good and bad ways people may live together) and human purpose (as a character in the Knight's Tale puts it, "What is this life? What should men wish to have?"). But it is also a poem that is equally serious about noticing and appreciating the comedy that comes from human foibles. The result is an exploration of human possibility as enjoyable as it is rich, and as balanced as it is varied.'' * :The Canterbury Tales ''is'' [...] ''very much a poem of its time, and the long introduction Chaucer gives us in the General Prologue presents the pilgrims as a convenient cross-section of fourteenth-century English society. Although Chaucer has a knack for providing just the descriptive detail that will individualize each pilgrim, they are almost never identified by anything other than their profession, and they seem, in most ways, to derive their entire world view from the position in society given them by the work they do.'' ==[[Dracula - L'amore perduto]]== {{Film |titolo = Dracula - L'amore perduto |immagine = Dracula - A Love Tale (2025) logo.png |titolo originale = Dracula: A Love Tale |lingua originale = inglese |paese = Francia, Regno Unito |anno uscita = 2025 |genere = orrore, romantico |regista = [[Luc Besson]] |soggetto = dal romanzo ''[[Dracula (romanzo)|Dracula]]'' di [[Bram Stoker]] |sceneggiatore = Luc Besson |produttore = Virginie Besson-Silla |attori = * [[Caleb Landry Jones]]: [[Vlad III di Valacchia|Principe Vladimir]]/[[Conte Dracula|Dracula]] * [[Christoph Waltz]]: prete * [[Zoë Bleu]]: Elisabeta/[[Mina Murray|Mina]] * [[Guillaume de Tonquédec]]: Dumont * [[Matilda De Angelis]]: Maria de Montebello * [[Ewens Abid]]: [[Jonathan Harker]] * [[David Shields]]: Henry Spencer * [[Bertrand-Xavier Corbi]]: capitano Targol * [[Raphael Luce]]: Clerk Simon |doppiatori italiani = * [[Simone D'Andrea]]: Principe Vladimir/Dracula * [[Massimo De Ambrosis]]: prete * [[Martina Felli]]: Elisabeta/Mina * [[Alessio Cigliano]]: Dumont * [[Valentina Favazza]]: Maria de Montebello * [[Davide Perino]]: Jonathan Harker * [[Alessandro Campaiola]]: Henry Spencer }} ==[[Incipit]]== ==Frasi== ==Dialoghi== ==[[Explicit]]== ==Citazioni su ''Dracula - L'amore perduto''== *Dracula diventa reale attraverso l'immaginazione, e si trasforma in un amico o in un nemico a seconda della sensibilità dello spettatore. Quello di Luc Besson però per me non è solo un horror. [...] Non esiterei a definirlo anche un film musicale. Considero Besson un artista delle note nell'alchimia tra immagini e suono. Tra le ispirazioni delle atmosfere di Dracula c'è anche l'ultimo album di Billie Eilish. ([[Christoph Waltz]]) *È interessante che io, come eretico, sono nella posizione di difendere la religione, in questo caso il cattolicesimo. Sì, sono un ex cattolico. Ma non vedo alcuna contraddizione. Sai, ce ne sono molti di scienziati clericali. Sai, sono filosofi, sono avvocati, anche medico. Loro fanno ricerca in quanto tale, ma dal punto di vista storico tutte queste persone sono fondamentalmente scienziati. Devo lottare per loro, lo sai. Un chierico può essere uno scienziato. ([[Christoph Waltz]]) *Se [[Robert Eggers|Eggers]] esagerava nel sottolineare l'irresistibile attrazione sessuale del suo [[Nosferatu (film 2024)|Nosferatu]], Besson ne fa una specie di Casanova raffinato e romantico. Fin troppo direi, così come sembra una macchietta il prete esorcista di Waltz. ([[Paolo Mereghetti]]) ===[[Luc Besson]]=== *Ci vuole coraggio! E il coraggio è proprio una delle cose di cui volevo parlare in questo film. Nella nostra società lo abbiamo perso, se hai anche solo un problema molli. Lui non ha paura dell'amore che sente: è romantico, coraggioso ed eroico in un certo senso. *Dimenticate la parte horror: è la storia di un uomo che aspetta quattrocento anni solo per dire addio, come si deve, alla donna che amava. È una cosa incredibilmente romantica. *Dracula ha molto tempo. Quindi sarà lento. Ogni volta che si tocca il collo... ho pensato: diamogli qualcosa da toccare. Abbiamo pensato a degli iguana. Non può amare le persone perché moriranno. Non può avere attaccamento con le persone... e dunque si attacca all'arte, che non muore mai. La pittura, la seta, i gioielli, la musica, e diventa un artista. Un dandy. Gli piace la seta, al tatto… scenografi e costumisti hanno lavorato così, scegliendo il color rame, cercando di far corrispondere una cosa con l'altra. Rame e porpora sono fantastici insieme. *Dracula non mi ha mai affascinato e detesto i film horror, che mi hanno sempre fatto troppa paura. Io avevo voglia di divertirmi col personaggio: il mio Dracula è particolare, in realtà non gli piace il sangue. *È molto più un film sulla solitudine e sull'amore che sulla fragilità psicologica del mostro. È un mostro, certo, ma lo amiamo. È come ne La bella e la bestia: lui è una bestia, ma perché? Perché era un uomo innamorato. Ed è proprio da lì che nasce la mia attrazione per il personaggio. *Forse è strano dirlo, ma credo che Dracula sia il mio film più luminoso. Parla di amore, non di tenebre. E anche se ha i canini affilati, in fondo, è un film che morde il cuore. *La fonte d’ispirazione è stata più la figura del dandy che Nosferatu [...], il mio Dracula è un esteta che ama le cose belle, i tessuti in seta, gli anelli, i profumi e i balli, ed è un buono, ovvero il contrario di ciò che ci si aspetta, perché in questo mondo oscuro c’è bisogno di più amore. *La religione può farti stare molto bene e se la fede aiuta persone, va bene. Non mi piace quando porta a uccidere. Quest'uomo a Dio chiede solo una cosa: risparmia mia moglie. Ma lei muore. Di chi è la colpa? Di Dio o degli uomini? Lui vuole solo trovare la moglie. Quindi deve trovare un modo per attirare le donne, non può essere ovunque. Per poterlo fare puoi usare un flauto magico, un giornale o un profumo, come nel suo caso. Ho spinto il direttore della fotografia a guardare più dipinti possibile nei musei, per creare la giusta atmosfera. Quelle cose non le trovi su Netflix, si chiamano arte. *Lo humour di Christoph mi ha permesso di alleggerire la tensione che si respira nelle scene in cui appare Dracula. E ci siamo divertiti insieme a giocare con alcuni cliché dei film di genere, come le croci che prendono fuoco. *Lui non può morire, anche se ci prova, quindi cosa può fare? Ha il tempo ma non può legarsi alle persone, perché moriranno. E quindi si appassiona all'arte, alla pittura, alla musica, a sete e gioielli. Ecco perché lui diventa un dandy. *Mi sono chiesto: "Questo uomo vive in un castello da quattro secoli… ma chi si prende cura del castello?" Schiavi? Persone che ha morso? Donne? Nel romanzo, per esempio, ha delle ninfe – tre ninfe che vivono con lui nel castello – ma è una cosa un po' strana: cerca sua moglie e intanto ha tre ragazze a casa. Così ho iniziato a cercare, a guardare Notre-Dame, i gargoyle di Notre-Dame, e mi sono detto: "Forse potrebbero essere loro a occuparsi del castello." Poi mi sono chiesto: "Ma da dove vengono questi gargoyle?" E ho pensato: "Forse sono bambini." Perché lui non vuole uccidere i bambini. Quindi li trasforma in gargoyle, così possono servirlo. *Non riuscivo a trovare la mia Elisabetta. Ho visto diverse attrici, ma non sentivo quella scintilla. Poi Caleb mi ha mandato una foto — credo tramite Instagram, per via della musica – dicendo: "Dovresti vedere questa ragazza". L'ho guardata, e poi ho capito di conoscerla: era Zoe, la figlia di Rosanna Arquette. L'avevo incontrata quando aveva tre settimane di vita! È cresciuta un po', diciamo. L'ho incontrata di nuovo e ha fatto molti provini, duri, perché un ruolo del genere richiede forza, non puoi interpretarlo se non sei pronta. È minuta, ma molto forte. E alla fine ha ottenuto la parte. *Non volevo un vampiro con superpoteri, ma un uomo che soffre. Caleb ha trovato un accento rumeno perfetto e una voce bassa, quasi rettiliana. Quando l’ho sentito parlare così, ho capito che avevamo trovato il nostro Dracula. *Per me non è affatto un film horror. Uso Dracula solo come sfondo. Si potrebbe anche togliere il suo nome dal titolo e chiamarlo semplicemente "Una storia d'amore". Non volevo rifare Dracula come genere, così come non chiedi a qualcuno "perché fai un western?" quando ne sono già stati fatti migliaia. Perché ha una storia da raccontare, tutto qui. So che ci sono persone che amano profondamente il personaggio di Dracula, ma questo film non è per loro. Forse c'è un po' di confusione. Non è per i fan dell'horror classico: loro resteranno delusi. Perché non è una storia di Dracula con sangue e terrore. *{{NDR|Su [[Danny Elfman]]}} Quando gli ho proposto il progetto, mi ha detto che era sempre stato il suo sogno fare un Dracula ma aveva già rifiutato tre film. Dopo aver letto la sceneggiatura mi ha mandato un tema che mi ha fatto piangere. Aveva capito tutto. *Quando ho girato ''Dogman'' e ho conosciuto Caleb Landry Jones mi sono reso conto che non avevo mai lavorato con un attore così bravo: è umile, nonostante il talento sopraffino. E per lavorare ancora insieme ho cercato un personaggio abbastanza complesso per lui: ho pensato a Mao, Gesù, Karl Marx o Fidel Castro, finché la nostra attenzione non è caduta su Dracula. Ho riletto il romanzo di Bram Stoker e sono rimasto sorpreso quando ho capito che raccontava una grande storia d'amore: la vicenda di un uomo che aspetta 400 anni con la speranza di ritrovare la moglie defunta. L'ho trovato così romantico che ho deciso che era la storia che volevo raccontare. *Sul set Caleb e Christoph si rispettavano come due spadaccini. Nessuno cercava di dominare l’altro. È stata una danza tra due anime. *Tutti conosciamo Londra e i castelli nebbiosi, ma Parigi mi sembrava più viva. Il 14 luglio tutti celebrano la libertà, nessuno si accorge di un vampiro che cammina tra la folla. Mi piaceva questa contraddizione. E poi amo Parigi, lo sanno tutti. *Volevo che alla fine del film il pubblico dicesse: "Oh mio Dio, ma perché Dracula deve morire?". Viviamo tempi cinici, in cui conta solo il denaro, e io volevo dire quanto è importante l'amore nella nostra vita. Rispetto al romanzo ci sono differenze: ad esempio mi sono chiesto che cosa avesse fatto Dracula nei 400 anni di attesa e la risposta che mi sono dato è che ha cercato la moglie ovunque. E per incontrare più donne possibile in questa ricerca ha creato un profumo irresistibile. Molti naturalmente penseranno al romanzo di Patrick Süskind. ===[[Zoë Bleu]]=== *Non volevo riferirmi ai Dracula del passato. Il nostro è più tenero e gentile. Non è un mostro e non volevo inquinarlo con la visione di qualcun altro. Ero una giovane donna quando sono arrivata sul set e ora sono molto cambiata. Non ho molta esperienza di cinema ma ho assorbito tutto rapidamente e velocemente. Anche per me un dono bellissimo, tutti molto pazienti e generosi. Amo l'amore, il mondo è oscuro e ce ne vuole tanto, questo film porta un messaggio d'amore. Il solito Dracula è un assassino egoista, sembra che non abbia capacità di amare, mentre il nostro ha un'essenza reimmaginata. La sua figura ha ossessionato tutti: chi pensa alle ombre, all'immortalità. A me piace che il pubblico si aspetti di spaventarsi, e trovi invece leggerezza e amore. Confermo invece le lezioni di danza, l'insegnante voleva che fossimo intimi... come una danza dei cigni. Ero nervosa, ma è stato molto interessante, un approccio nutriente per la dinamica tra me e Caleb. *Per me era un sogno. Io colleziono abiti dal 1700 fino al 1930, stavo sempre nel reparto costumi, a osservare, imparare. C'erano disegni di vestiti per i 400 anni di vita del personaggio! Mi dovevo ripetere: "Zoe tu sei un'attrice! Ricordatelo: sei qui come attrice! Concentrati!”. Ho adorato tutto. *Quando ho fatto l'audizione, ho percepito come un tintinnio dello spirito, una sensazione di eccitazione e paura totale. Sentivo che qualcosa nella mia vita si era allineato, al tempo stesso, mi dicevo: "Non mi prenderanno mai, non sono abbastanza brava, bella". Quando mi hanno scelta sono caduta in ginocchio e ho pianto. ===[[Matilda De Angelis]]=== *{{NDR|«A cosa ti sei ispirata per la scena della tua vampira in catene? Cosa ti ha chiesto il regista?»}} Quella scena è stata fondamentalmente divisa in due atti, anche per non stancarmi; era impegnativa fisicamente per me e molto verbosa per Christoph (Waltz). Abbiamo fatto le prove per definire i suoi movimenti con me al centro della stanza, legata stretta stretta: l'ho chiesto io, avevo bisogno di quel senso di costrizione. Mi preoccupava parecchio, è la scena di presentazione del mio personaggio, deve catturarti in pochissimo tempo e Besson mi aveva preparato: «ti chiederò tantissimi cambi di umore, di ridere, piangere, di ridere e piangere insieme, di essere aggressiva, sensuale, innocente». Dovevo sembrare un cucciolo in catene e l'attimo successivo una tigre inferocita, attraversare un'altalena emotiva. *{{NDR|Dracula}} non è un superuomo, non è l'eroe invincibile, anzi, è un reietto della società, un uomo condannato. E Besson parla spesso degli outcast nel suo cinema. È riuscito a trasformare Dracula in una specie di antieroe romantico, con tutte le sue fragilità e contraddizioni: si sente un emarginato da quando ha perso l'unica cosa importante per lui, l'amore. *Il mio personaggio è parecchio sopra le righe, ha il ruolo di "stordire" la protagonista, per portarla da Dracula, quindi Besson faceva un po' lo stesso con me. Mi chiedeva un livello di energia altissimo: mi stordiva. Passavo otto ore al giorno a ridere: «Devi essere super energica», mi diceva, «la devi trascinare, prendila per mano, devi correre, devi ridere, ridere, ridere». Arrivavo a fine giornata letteralmente sudata dentro i vestiti, come se avessi fatto ore di sport. È un ruolo che mi ha prosciugato fisicamente. *Il personaggio di Maria è imprevedibile. Come si può interpretare un vampiro? Non esistono, dunque puoi metterci molto del tuo. Prima un gattino sensuale che fa le fusa, un attimo dopo un animale in gabbia che attacca e morde. Grande romanticismo tra Caleb e Zoë ma anche io e Christoph abbiamo giocato con varie suggestioni, in una scena a strati dove ogni volta si poteva aggiungere qualcosa in più, di libero e divertente. Forse il giorno più divertente della mia vita. *L'uomo devoto, passionale, che si innamora di una donna e si innamora di quella donna per tutta la vita, ormai è un concetto praticamente alieno. Sembra una cosa tipo surreale. Più surreale dell'essere vampiro, è surreale che ami una donna per tutta la vita. Quindi questo ci dovrebbe far riflettere su tante cose. *Luc Besson ha messo tanto humour e ironia, il nostro Dracula è un antieroe che si prende in giro. *Per la prima volta sono andata sul set pensando: interpreto un vampiro, qualcosa che non esiste, quindi posso farlo come voglio. È stato liberatorio. Maria non è più semplicemente una donna, è un essere ultraterreno in preda a pulsioni profonde, animali. L'ho vissuta come un animale femmina, non come un essere umano. È una femminilità ruvida, atavica, una libertà assoluta. Interpretare una femminilità non stereotipata ma antica, fisica, è stato un divertimento massimo. *Questo è un Dracula romantico: morde per amore. Io, pur essendo un'attrice, non riesco a stare al gioco e ho il terrore degli horror, l'unico che ho visto nella mia vita è Paranormal Activity, ma non riuscivo a vedere la casa infestata e giravo la testa dall'altra parte, la paura di quello che non vedevo era più forte. *Sono affascinata dal personaggio e anche un po' dalla persona che lo ha ispirato, Vlad "l'impalatore", e il modo in cui lo racconta questo film è, tra tutti, quello che ho sentito più vicino: una storia d'amore perduto e poi ritrovato dopo una ricerca secolare. Lo trovo estremamente romantico, nel senso di Sturm und Drang, quindi capace di cliccare con qualcosa di mio. Mi emoziona l'idea del sentimento che sopravvive al tempo, che attraversa la morte. *Vi racconto una cosa divertente. I miei canini sono molto sviluppati e il primo giorno Zoe Bleu mi ha detto: te li hanno già messi? Le ho risposto: guarda che sono i miei! Si vede che ero una predestinata. ===[[Fabio Giovannini]]=== {{cronologico}} *Contrariamente a quanto si poteva presumere dai trailer, ''Dracula'' di Besson non è un remake del ''[[Dracula di Bram Stoker|Dracula]]'' di [[Francis Ford Coppola|Coppola]]. Certo, contiene diversi "omaggi" (o "rapine") che rimandano a Coppola, come l'acconciatura di Dracula al castello, i profili di guerrieri in controluce su un cielo rosso, il vampiro con capelli lunghi e cilindro, oltre ovviamente alla storia d'amore tra il conte e la presunta reincarnata. Ma la sceneggiatura si discosta ampiamente dal film di Coppola e in realtà da tutti i film ispirati al romanzo di Stoker. Besson, infatti, innova tutti i punti chiave e i "luoghi comuni" delle trasposizioni precedenti. *Gli appassionati più attenti noteranno una serie infinita di citazioni (forse a volte inconsce) dal cinema vampiresco. È il caso delle insopportabili scene con piccoli gargoyle animati che rimandano ai mostriciattoli di ''Subspecies'' (1991), il leggendario B movie sui vampiri diretto da Ted Nicolaou per la Full Moon. La scena al convento di suore richiama il televisivo ''[[Dracula (miniserie televisiva)|Dracula]]'' (2020) della BBC. E alla fine del film, senza spoilerare, c'è qualcosa di molto simile al volo del mantello dopo la distruzione del vampiro nel ''[[Dracula (film 1979)|Dracula]]'' (1980) di John Badham. *Oltre a un Caleb Landry Jones nella parte di Dracula che sembra ammiccare al Klaus Kinski di ''[[Nosferatu a Venezia]]'', c'è un Jonathan Harker (Ewens Abid) da parodia che riassume, mettendole in ridicolo, tutte le caratteristiche dei predecessori cinematografici nello stesso ruolo. Il prete vampirologo è interpretato da Christoph Waltz che, per la noncuranza con cui recita, non sembra molto convinto della parte a lui assegnata. Da citare, infine, una inaspettata vampira bolognese, Matilda De Angelis, che riesce bene a fare le smorfie adatte al ruolo. *Io guardo volentieri ''[[Dracula 3D|Dracula]]'' di [[Dario Argento|Argento]] come divertissement che omaggia (all'italiana) la vecchia [[Hammer Film Productions|Hammer]] e riguarderò volentieri il delirante ''Dracula'' di Besson, capace di unire le più nobili tradizioni vampiriche a volteggi, per usare termini anglofoni, trash e camp. ===[[Caleb Landry Jones]]=== *Di solito, nelle versioni di Dracula, ti portano via il mostro, te lo nascondono. Qui invece il mostro te lo danno, te lo lasciano addosso per tutto il film. Luc voleva che io vivessi davvero nella sua pelle, che ci stessimo insieme, senza filtri. *È un film decisamente diverso da ''Dogman'', dove recitavo con pochi scenari e cento cani: non facile, ma a volte è molto meglio dividere il set con gli animali che con certi attori. Nei panni di Dracula mi vedrete muovermi tra castelli e colli da mordere, cavalcare, indossare l'armatura, maneggiare la spada, cosa che non avevo mai fatto prima. Aspettatevi un grande film. *Io, un vampiro? Non aveva alcun senso per me, ma Luc era così determinato! A poco a poco mi ha convinto con la sua visione romantica: non una vicenda gotico-horror, una love story piuttosto. *Luc è un mago. Ha fatto costruire tutto da zero, con clown, giocolieri e centinaia di comparse. Quando ho visto la scena finita, sembrava girata davvero nei giardini del Palais Royal. Mi sono commosso. *Luc mi ha detto: Dracula è un uomo gentile in un corpo maledetto. Non un mostro. È elegante, curioso, ama i profumi, la musica, i tessuti. Ho persino creato un profumo apposta per interpretarlo. *Zoë arrivava subito sul set insieme a me, lei usava una danza particolare, all’avanguardia. Luc ci ha fatto seguire da un’istruttore, lui mette a disposizione degli attori tutto ciò che serve. Abbiamo fatto un paio di lezioni. Riscaldamento, giochi di ballo... uno è arrivato fino all’inizio del film. E Luc ci guidava costantemente a ogni passo. Tutti guardavamo a lui chiedendoci cosa fare. Si parte con un’atmosfera leggera, poi arriva il dramma... ==labyrinth== {{Film |titolo = Labyrinth - Dove tutto è possibile |immagine = Labyrinth (1986) logo.png |didascalia = |titolo originale = Labyrinth |paese = Regno Unito, Stati Uniti d'America |anno uscita = 1986 |durata = 101 min |lingua originale = inglese |genere = Fantastico, musicale, avventura |regista = [[Jim Henson]] |soggetto = [[Jim Henson]], [[Dennis Lee]] |sceneggiatore = [[Terry Jones]] |produttore = [[Eric Rattray]] |produttore esecutivo = [[George Lucas]], [[David Lazer]] |casa produzione = [[TriStar Pictures]], [[Jim Henson|Henson Associates]], [[Lucasfilm]] |attori = * [[David Bowie]]: Jareth, il re degli gnomi * [[Jennifer Connelly]]: [[Sarah Williams]] * [[Toby Froud]]: Toby * [[Shelley Thompson]]: Matrigna * [[Christopher Malcolm]]: Padre * [[Shari Weiser]]: Gogol * [[Rob Mills]]: Bubo * [[David Barclay]]: Sir Didimus * [[Karen Prell]]: Il verme * [[Warwick Davis]]: Goblin Corps * [[Frank Oz]]: Saggio * [[Natalie Finland]]: Fata |doppiatori originali = * [[Brian Henson]]: Gogol * [[Ron Mueck]]: Bubo * David Shaughnessy: Sir Didymus * [[Percy Edwards]]: Ambrogio * [[Timothy Bateson]]: il verme * [[Dave Goelz]]: Coprisaggio * [[Karen Prell]]: Strega dei rifiuti * Steve Whitmire, [[Kevin Clash]], Anthony Asbury, & [[Dave Goelz]]: le quattro guardie * [[Robert Beatty]]: Batacchio porta destra * [[Dave Goelz]]: Batacchio porta sinistra * [[Kevin Clash]], Charles Augins, [[Danny John-Jules]], Richard Bodkin: Firey, i pupazzi smontabili |doppiatori italiani = * [[Roberto Chevalier]]: Jareth, il re degli gnomi * [[Ilaria Stagni]]: [[Sarah Williams]] * [[Maria Pia Di Meo]]: Matrigna * [[Cesare Barbetti]]: Padre * [[Giancarlo Padoan]]: Gogol * [[Alessandro Rossi (doppiatore)|Alessandro Rossi]]: Bubo * [[Marco Mete]]: Sir Didymus * [[Anna Miserocchi]]: Strega dei rifiuti * [[Sergio Fiorentini]]: Batacchio porta sinistra * [[Renato Mori]]: Batacchio porta destra * [[Vittorio Stagni]]: Firey * [[Sandro Sardone]]: Saggio * [[Fabrizio Mazzotta]]: i pupazzi smontabili }} {{tagline|Dove il magico è reale}}<ref>Citato in [http://www.archiviolastampa.it/component/option,com_lastampa/task,search/mod,libera/action,viewer/Itemid,3/page,25/articleid,1358_02_1986_0345_0026_19584433/ ''La Stampa''], 24 dicembre 1986, p. 26.</ref> ==Incipit== {{NDR|Recitando}} "Dammi il bambino! Con rischi indicibili e traversie innumerevoli, io ho superato la strada per questo castello oltre la città di Goblin per riprendere il bambino che tu hai rapito. La mia volontà è forte come la tua e il mio regno altrettanto grande... La mia volontà è forte come la tua... è il mio regno altrettanto grande...". Accidenti, non mi ricordo mai quella frase! {{NDR|Consulta un libretto intitolato ''The Labyrinth''}} "Non hai alcun potere su di me!" ('''Sarah''') ==Frasi== *Mi tratta come la matrigna cattiva delle favole qualunque cosa dica. ('''Matrigna''') ==Dialoghi== *'''Matrigna''': Tuo padre e io usciamo molto di rado.<br>'''Sarah''': Ma se uscite tutti i santi sabati!<br>'''Matrigna''': E io ti chiedo di restare con il bambino solamente se questo non scombina i tuoi programmi.<br>'''Sarah''': E tu che ne sai? Non conosci i miei programmi, non me li chiedi neanche più.<br>'''Matrigna''': Penso che me lo diresti se avessi un appuntamento. Sarei ben felice che tu lo avessi. Dovresti averne alla tua età. *'''Sarah''': {{NDR|Rivolto a Toby, che piange}} Che cosa vuoi, una favola, eh?! Okay! Allora, c'era una volta una ragazza tanto carina che la sua matrigna lasciava sempre a casa con il bambino, e il bambino era tanto viziato. Quello voleva tutto per sé e la ragazza era praticamente una schiava. Ma ciò che nessuno sapeva era che il re degli gnomi si era innamorato della ragazza e che le aveva data certi poteri. Così, una notte che il bambino fu oltremodo crudele con lei, lei chiamò in suo aiuto gli gnomi.<br>'''Gnomo #1''': {{NDR|Sottovoce}} Ascoltate!<br>'''Sarah''': "Dì le tue parole magiche", dissero gli gnomi, "e porteremo il bambino nella città di Goblin, e tu sarai libera". Però lei sapeva che il re degli gnomi avrebbe tenuto il bambino al castello per tutti i secoli dei secoli, trasformandolo in uno gnomo. E così lei soffriva in silenzio, finché una notte che era stanca di una giornata di faccende, che era ferita dalle dure parole della sua matrigna e sentiva che non ne poteva più... {{NDR|Toby continua a piangere}} Va bene, va bene! {{NDR|Prende Toby in braccio, ma lui continua a piangere}} Piantala, andiamo! Smettila, ''smettila''! O dico le parole, eh! Oh, non sia mai. Non devo dirle. Io desidero... Io desidero...<br>'''Gnomo #1''': Sentite!<br>'''Gnomo #2''': Ma le dice?<br>'''Gnomo #3''': Dice cosa?<br>'''Gnomi''': Silenzio! Zitto!<br>'''Gnomo #3''': Ma io...<br>'''Gnomo #4''': Chiudi il becco!<br>'''Gnomo #5''': Zitto tu!<br>'''Gnomo #1''': Ascoltate! Adesso sta per dirle!<br>'''Sarah''': Io non ne posso più! Re di Goblin, re di Goblin, ovunque ti trovi adesso porta via questo bambino lontanissimo da me!<br>'''Gnomo #5''': Non è così! Dove ha imparato questa operaccia?! Manco comincia con "re di Goblin"!<br>'''Sarah''': No, Toby, no! Smettila! Mi piacerebbe davvero sapere cosa dire perché gli gnomi ti portino via.<br>'''Gnomo #5''': "Io desidero che gli gnomi ti portano via all'istante", non è mica tanto difficile eh?! <br>'''Sarah''': Comando... e voglio...<br>'''Gnomo #3''': Lo ha già detto?<br>'''Gnomi''': Sta zitto!<br>'''Sarah''': {{NDR|Mette Toby, ancora piangente, a letto e va verso l'uscita}} Desidero proprio che gli gnomi ti portino via all'istante! *'''Sarah''': Sei lui, vero? Tu sei il re di Goblin. Rivoglio il mio fratello, ti prego. Se fa lo stesso...<br>'''Jareth''': Ciò che è detto è detto.<br>'''Sarah''': Ma... non credevo mai...<br>'''Jareth''': Ah, non credevi?<br>'''Sarah''': Ti prego, dov'è ora?<br>'''Jareth''': Sai molto bene dove si trova.<br>'''Sarah''': Ti prego riportamelo, ti prego!<br>'''Jareth''': Sarah, torna in camera tua. Va a giocare con i tuoi balocchi e con i tuoi costumi. Dimentica il bambino.<br>'''Sarah''': Non posso.<br>'''Jareth''': Io ti ho portato un regalo. {{NDR|Fa apparire una sfera trasparente}}<br>'''Sarah''': Che cos'è?<br>'''Jareth''': È un cristallo, niente di più. Ma se lo fai girare così e ci guardi dentro, ti mostrerà i tuoi sogni. Ma questo non è un dono per una ragazza comune che si prende pena per un bambino che sbraita. La vuoi? {{NDR|Sarah esita}} Dimentica il bambino!<br>'''Sarah''': Non posso. Non è che non apprezzi ciò che vuoi fare per me, ma io rivoglio il mio fratello. Sarà così spaventato...<br>'''Jareth''': Sarah! {{NDR|Trasforma il cristallo in un serpente}} Non sfidarmi! {{NDR|Butta il serpente verso Sarah, che lo ribatte per terra}} Tu non puoi tenermi testa.<br>'''Sarah''': Ma io devo avere indietro il mio fratellino!<br>'''Jareth''': È là, nel mio castello. {{NDR|Indica una fortezza in mezzo a un gigantesco labirinto}} Vuoi ancora cercarlo, Sarah?<br>'''Sarah''': È quello il castello oltre la città di Goblin?<br>'''Jareth''': Torna indietro, Sarah! Torna indietro, prima che sia troppo tardi!<br>'''Sarah''': Non posso. Ma non lo capisci che non posso?<br>'''Jareth''': Che peccato.<br>'''Sarah''': Non sembra tanto lontano.<br>'''Jareth''': È più lontano di quanto credi e hai breve tempo. Hai solo tredici ore per superare il labirinto prima che il fregnante marmocchio diventi uno di noi per sempre. È un tale peccato... *'''Sarah''': <br>'''Gogol''': <br>'''Sarah''': <br>'''Gogol''': ==Explicit== ==''[[Raoh, il conquistatore del cielo]]''== ====Episodio 7, ''La furia del lupo blu''==== ====Episodio 8, ''Lacrime nel buio''==== ====Episodio 9, ''La battaglia delle donne''==== ====Episodio 10, ''Sfida sulla sabbia ardente!''==== ====Episodio 11, ''La comparsa del Sacro Imperatore''==== ====Episodio 12, ''La caduta del regno''==== ====Episodio 13, ''In cammino verso il cielo''==== ==[[Alberto Pollera]]== Alberto Pollera (1873 – 1939), militare e antropologo italiano. ==''Lo Stato etiopico e la sua Chiesa''== ===Incipit=== Questo libro vede la luce assai tempo dopo che fu compilato: debbo perciò pregare il benevolo lettore di tener presente trattarsi dell'esame di ordinamenti e costumi di un popolo che si avvia rapidamente ad una importante evoluzione civile, la quale, cominciata tardi, si affretta a raggiungere con ritmo sempre più accelerato, miglioramenti e sviluppi che, fino a pochi anni fa, sembrava assurdo sperare. ===Citazioni=== *Gli Abissini identificarono più tardi la regina Macheddà con Azieb, [[regina di Saba]], dando con ciò un seguito apparentemente logico a questa tradizione. [...] la leggenda della regina di Saba non deve in Abissinia aver acquistato valore che in epoca molto posteriore, e verosimilmente quando, con S. Frumenzio e coi santi predicatori e gli Abuna suoi successori, provenienti da Bisanzio, da Alessandria e da Roma, la religione cristiana si diffuse in Etiopia, e ciò perché [...] questi apostoli della fede, avevano ben ragione di credere che l'accennata tradizione potesse giovare, come giovò, ai loro intenti. (pp. 8-9) *A noi può sembrare che il concetto etiopico della parentela dinastica colla Vergine sia un po' troppo esagerato ed estensivo, a motivo della enorme distanza di tempo e del gran numero di generazioni trascorse; ma la mentalità etiopica non valuta le cose al modo nostro, perché già nelle piccole questioni interne di stirpe, è abituata a riconoscere legami di consanguineità molto arretrati nel tempo, sul quale non ferma affatto la sua attenzione. (p. 15) *Per evitare l'obiezione che nella Bibbia non si fa affatto cenno del trafugamento delle Tavole, che anzi si dice andassero distrutte in Babilonia, i manoscritti etiopici, narrando con assai maggior copia di particolari la leggenda [...], aggiungono che, appena il gran sacerdote Sadok ed il re Salomone si accorsero della scomparsa di quelle, decisero di tener celata la immane sciagura al popolo, per modo che questo non seppe mai niente di ciò, e continuò a venerare quell'Arca, la quale non era, pur troppo, che un semplice simulacro della prima. (p. 23) *Il popolo etiopico, orgoglioso delle tradizioni [...] e convinto di esser divenuto per volontà di Dio il vero popolo eletto sulla terra, a cagione della discendenza salomonica di [[Menelik I]], in sostituzione del popolo ebreo, resosene indegno, è andato a ricercare nella Bibbia tutte le promesse fatte da Dio ad Abramo e a David, e ritiene che esse siano ancora in pieno vigore per il proprio paese. (p. 24) *Direi quasi che l'orgoglio in Abissinia è una malattia contagiosa, cronica, permanente, che non risparmia nemmeno i più miseri. Non deve quindi stupire se questo orgoglio si trova elevato a potenza molto elevata nei legittimi regnanti di quel paese, che fanno seguire il loro nome da iperbolici titoli. (pp. 25-26) *Ora, i regnanti di Etiopia, nelle ingenua ma ferma convinzione di occupare di diritto e di fatto il primo posto fra i regnanti di tutto il mondo, ogni volta che hanno avuto occasione di indirizzare messaggi a regnanti europei, lo hanno fatto appunto nel modo da essi usato verso i loro inferiori, ossia iniziando la lettera col proprio nome, anche quando facevano ciò per invocare importanti servigi da loro. (p. 26) *Si dice [...] che il [[Teodoro II d'Etiopia|Negus Teodoro]], ritenendo l'Inghilterra il paese più ragguardevole dopo il suo, rivolgesse alla regina Vittoria domanda di matrimonio, e che la mancata risposta fosse il movente che lo indusse a imprigionare, per atto di rappresaglia e di sfida, tutti gli europei che tovavansi presso di lui [...].<br>In quella tragica vigilia, ma troppo tardi, Teodoro comprese che la superiorità etiopica era ormai una leggenda fantastica; il che non ha tuttavia impedito alla massa di continuare a credervi. Umili e grandi ne sono ugualmente convinti, e se ciò costituisce una ingenuità, non si può negare che costituisca anche una forza per lo stato che tali credenze coltiva, con pieno consenso, fra i suoi sudditi. (p. 27) *[...] degli Abissini si può dire quello che è stato detto degli Ebrei, e cioè che, credendosi di una stirpe privilegiata, hanno sempre voluto isolarsi, e mantenersi distinti da tutte le altre nazioni.<br>Questa credenza ispirò ad essi il concetto della autoglorificazione, perché ritennero di essere veramente i solo veri figli di Dio, discendenti diretti della linea primogenita di Adamo, senza riflettere che la funzione del popolo eletto venne necessariamente a cessare colla venuta di Gesù Cristo, immolatosi per la intera umanità, e non per la fortuna di un popolo. (p. 31) *[...] in Etiopia è pacificamente ammesso e riconosciuto, che la madre ha diritto di attribuire con giuramento la paternità del figlio a chi essa ritiene ne sia l'autore, senza bisogno di altra indagine o prova concomitante.<br>L'unione poi, sia pure effimera, con una schiava, decisamente biasimata e derisa quando si tratta di altri, è invece susata trattandosi di signori e di principi, i quali pur non tenendo un harem, come i mussulmani, ne seguono la pratica poligama. L'importante è che la discendenza dei salomonidi e la loro tradizione continui. (pp. 37-38) ===Explicit=== ==Bibliografia== *Alberto Pollera, ''[https://dl.unito.it/it/ricerca/digitale/?id=mag:447 Lo Stato etiopico e la sua Chiesa]'', Roma, SEAI, 1926. ==Irridentismo russo== *Gli Stati baltici chiaramente si sentono minacciati. Perché come Putin sottolinea, la dottrina militare russa include la "protezione", tra di altri, di cittadini lettoni di lingua russa. È una dottrina pericolosa: significa che un’instabilità come quella ucraina può nascere in ogni altro paese vicino della Russia. ([[Radosław Sikorski]]) *L'idea secondo cui la Russia sarebbe a casa propria ovunque si parla russo [...] basterebbe, se fosse convalidata, a mettere l'Europa e il mondo a ferro e fuoco. Che succederebbe, se si ragionasse così, con i transilvani in Romania? Con i catalani in Francia? Con le tre comunità linguistiche di cui è composta la Svizzera? Con quella «minoranza vallona» di cui certi ideologi, a Mosca, già sostengono che sarebbe minacciata di «genocidio»? Con quella parte della California dove si parla spagnolo? Con la Gran Bretagna, che ha la lingua in comune con l'America? Il nazionalismo linguistico, sotto Putin non meno che all'epoca, nel 1938, dell'annessione dei tedeschi dei Sudeti al Terzo Reich, è un vaso di Pandora. [...] allora come si potrebbe impedire alla Lituania di rivendicare Smolensk? Alla Polonia di avanzare i suoi diritti su Leopoli? Alla Slovacchia di invadere l'oblast della Transcarpazia? Alla Moldavia di reclamare un pezzo di Transnistria? E perché la Russia, un Paese che, lo ripetiamo, non è mai stato uno Stato-nazione prima del 1991, avrebbe più titoli di altri da far valere sulle terre liberate dell'ex Unione Sovietica? ([[Bernard-Henri Lévy]]) *La possibilità di mobilitare una minoranza russa che chieda l’intervento dell’armata russa fu creata con lungimiranza personalmente da Josep Stalin, un despota molto accorto nel decidere, sulla via indicata da Lenin di negare la libertà ai paesi non russi che componevano l’impero zarista e – con astuzia raffinata dalla consuetudine di spostare o eliminare interi popoli – fece emigrare in ogni Repubblica non russofona un nutrito nucleo di abitanti di madrelingua russa, pronti a ribellarsi al governo locale dichiarandosi vittime di pulizie etniche. ([[Paolo Guzzanti]]) *Nessuno si aspetta che Londra un giorno rivendichi territori abitati da persone che parlano inglese, come Putin ha fatto in nome della difesa dei diritti delle comunità russe. Nessuno si aspetta che gli inglesi invadano la Scozia in caso che al suo ''referendum'' vinca il sì all'indipendenza. ([[Radosław Sikorski]]) *Per quanto gli abitanti del posto (a Cherson, a Mariupol, a Bucha) urlino la propria indisponibilità a farsi liberare, per quanto si oppongano agli invasori anche con le armi in pugno, essi continuano, sparando, violentando e uccidendo, a insistere: "Voi parlate russo, fate parte dell'universo russo, dovete essere liberati". E forzano con i mitra puntati la gente di Luhansk e del Donbass a prendere passaporti russi.<br>Se questa logica fose applicata al "mondo italiano", la [[Brigata paracadutisti "Folgore"|brigata Folgore]] avrebbe dovuto polverizzare con l'artiglieria il Cantone Ticino, dove si parla italiano e che faceva parte del Ducato di Milano! ([[Elena Aleksandrovna Kostjukovič]]) ==Per Stepan Bandera== {{Int|Da ''[https://web.archive.org/web/20100426235947/http://www.stepanbandera.org/bandera_perspective_5.htm Ai principi della nostra politica di liberazione]''|Articolo pubblicato in ''Vizvolna Politika'', novembre-dicembre 1946; ''Перспективи Української Революції'' [''Prospettive della rivoluzione ucraina''], Дрогобич, Видавнича фірма "ВІДРОДЖЕННЯ", 1998, ISBN 966-538-059-1.|h=4}} ===Citazioni su Stepan Bandera=== *L'estrema destra in Ucraina vede certamente Bandera come uno dei loro padri politici, ma l'estrema destra nel paese è molto debole, e la popolarità della figura di Bandera va molto al di là della destra. La ragione è che, sebbene Bandera fosse di estrema destra e – almeno per un periodo della sua vita – un fascista, in Ucraina oggi non è visto principalmente come tale. È considerato un combattente per l'indipendenza dell'Ucraina che morì per questo. Fu ucciso a Monaco di Baviera nel 1959 dal KGB – la stessa organizzazione nella quale si è formato Putin. Nel discorso pubblico la sua figura è quella di un liberatore, anche se naturalmente non avrebbe instaurato un regime liberale se fosse andato al potere. Del resto, i suoi rapporti con l'occupante tedesco durante la Seconda guerra mondiale erano stati conflittuali. Due dei suoi fratelli furono uccisi ad Auschwitz (apparentemente da compagni di prigionia). Un altro fratello morì durante l'occupazione tedesca in circostanze non chiare. Lo stesso Stepan Bandera è stato a lungo rinchiuso nel campo di concentramento di Sachsenhausen vicino a Berlino. Queste sono le cose che sono enfatizzate dalla memoria pubblica in Ucraina: una memoria selettiva, non una visione storica oggettiva. È un fenomeno che vediamo in molti Paesi, dove le pagine buie delle biografie degli eroi nazionali sono dimenticate o taciute. ([[Andreas Umland]]) *La Russia usa allegramente il culto ucraino di Bandera come prova che l'Ucraina è uno Stato nazista. Gli ucraini rispondono per lo più sbianchettando l'eredità di Bandera. È sempre più difficile per le persone concepire l'idea che qualcuno possa essere stato il nemico del tuo nemico e tuttavia non una forza benevola. Una vittima e anche un carnefice. O viceversa. ([[Maša Gessen]]) ==Bibliografia== *Степан Бандера, ''Перспективи Української Революції'' [''Prospettive della rivoluzione ucraina''], Дрогобич, Видавнича фірма "ВІДРОДЖЕННЯ", 1998, ISBN 966-538-059-1. ==Per [[Vera Politkovskaja]]== '''Vera Aleksandrovna Politkovskaja''' (1980 – vivente), giornalista russa. {{Int|Da ''[https://video.repubblica.it/mondo/mia-mamma-anna-politkovskaja/13099/14374 "Mia mamma, Anna Politkovskaja"]''|Intervista di Fiammetta Cucurnia, ''Video.repubblica.it'', 4 ottobre 2007.}} *Lei riceveva sempre minacce. Noi vivevamo con questa continua pena, paura. Però lei proprio non ne voleva neanche parlare. Lei diceva: «Questo è il mio paese. Io sono nata qui, voglio vivere qui, voglio lavorare qui. Quale sarà il mio valore se io prendo, lascio tutto e me ne vado?». *Era mia madre. Io penso che, durante la sua vita, lei ha fatto molto bene per le persone e ha lasciato sicuramente la sua traccia. E quindi col suo contributo qualcosa di meglio c'è nel nostro paese. Però contemporaneamente devo dire sarebbe stato molto meglio che lei non se ne fosse occupato, che non avesse fatto nulla e che fosse viva. Per me, al diavolo tutto. Io avrei voluto mia madre. {{Int|Da ''[https://www.balcanicaucaso.org/aree/Cecenia/Intervista-a-Vera-Politkovskaja-86280 Intervista a Vera Politkovskaja]''|Intervista di Giorgio Comai, ''Balcanicaucaso.org'', 3 dicembre 2010.}} *Non augurerei a nessuno di leggere sulla propria madre il tipo di frasi ed opinioni riguardanti Anna Politkovskaja che mi è capitato di trovare. *Alla procura si sono occupati di indagini per due anni prima di dare inizio al processo e hanno arrestato delle persone, che tra l'altro poi hanno liberato. E non sono neppure riusciti a contare correttamente la tempistica dell'omicidio. Quando hanno indicato i secondi che sono trascorsi tra il momento in cui mia madre è entrata nel nostro condominio a quando l'assassino è uscito, non corrispondevano con le ore che avevano fornito. Ce l'ha fatto notare una nostra amica giornalista proprio mentre eravamo in aula di fronte al giudice. È un piccolo errore, forse, ma dimostra con quanta poca serietà abbia lavorato chi si è occupato delle indagini. *Abbiamo ricevuto molte dimostrazioni di sostegno da rappresentanze diplomatiche estere. Ricordo che ad esempio il console francese è venuto di persona al funerale e ci ha passato una lettera di condoglianze firmata personalmente dal capo dello Stato del suo Paese. Ma i diplomatici non vengono certo a dire a noi di cosa parlano nei loro incontri ufficiali con i vertici russi. {{Int|Da ''[https://www.lsdi.it/2011/vera-politkovskaja-in-russia-sempre-peggio-per-la-liberta-di-stampa/ Vera Politkovskaja, in Russia sempre peggio per la libertà di stampa]''|Intervista di Valentina Barbieri, ''Lsdi.it'', 17 maggio 2011.}} *Nel nostro paese la libertà di stampa è un problema grave. Ogni giornalista si trova di fronte ad un bivio: può scegliere la carriera e scrivere quello che gli dicono oppure può fare una scelta diversa, scrivere quello che trova giusto e occuparsi di quello che gli interessa. Le conseguenze sono diverse: nel primo caso guadagnerà un posto di prestigio (ovvero statale), nel secondo caso potrebbe finire male. *Per quanto riguarda il mio vissuto di giornalista, cerco di evitare qualsiasi confronto tra l’esperienza di mia mamma e la mia. Non ho la sua ricchezza professionale, trent’anni di attività, la sua grande esperienza. Lei lavorava a modo suo, in una maniera personale, io lavoro in un altro modo, il mio. *Quando ti riferisci a qualcuno, inizi inevitabilmente a copiare, mentre nel giornalismo è più importante lavorare sul proprio stile. {{Int|Da ''[https://www.repubblica.it/esteri/2015/03/03/news/vera_politkovskaja_un_delitto_dimostrativo_come_quello_di_mia_madre_proveranno_a_insabbiare-108637090/ "Un delitto dimostrativo come quello di mia madre. Proveranno a insabbiare"]''|Intervista di Aleksej Tekhnenko, ''Repubblica.it'', 3 marzo 2015.}} *Quello di [[Boris Nemcov|Nemtsov]] è un omicidio politico, dimostrativo, arrogante. Come quello che ha distrutto la nostra famiglia. [...] Riconosco uno stile che mi preoccupa. Vaghezza, contraddizioni e troppe ipotesi che fanno solo confusione. Come allora. *A me basta la certezza che sia un omicidio politico. Chiunque abbia ucciso lo ha fatto per mettere a tacere una voce scomoda. È sempre la stessa storia. *Bisogna restare all'erta. Contrastare ogni voce falsa, chiedere giustizia sempre, instancabilmente. E mi auguro che gli amici e i compagni di movimento di Nemtsov riescano a tenere alta l'attenzione sui media. Lo so per esperienza, non è facile. Tutto si dimentica. {{Int|Da ''[https://www.la7.it/piazzapulita/video/parla-vera-la-figlia-di-anna-politkovskaja-i-russi-non-sono-abituati-a-pensare-05-05-2022-437048 «I russi non sono abituati a pensare»]''|Intervista di Sara Giudice, ''La7.it'', 5 maggio 2022.}} {{Int|Da ''[https://tg24.sky.it/mondo/2022/10/14/vera-politkovskaja-live-in-firenze-2022 "Putin indifferente a reazione Europa su Ucraina"]''|''Tg24.sky.it'', 14 ottobre 2022.}} {{Int|Da ''[https://www.repubblica.it/venerdi/2023/02/18/news/russia_giornalista_anna_politkovskaja_diario_russo_vera_politkovskaja-388162587/ Mia madre, Anna Politkovskaja: intervista a Vera, la figlia della giornalista simbolo uccisa in Russia che ora scrive un libro su di lei]''|Intervista di Rosalba Castelletti, ''Repubblica.it'', 18 febbraio 2023.}} *Dopo aver partorito, la cultura non mi bastava più. E mi sono buttata nel giornalismo politico e sociale. Cos'altro ho preso da mia madre? Tante, troppe cose. La più importante è l'attitudine verso il lavoro: qualsiasi mestiere tu faccia, devi farlo bene. Non sono ammessi errori, tantomeno fallimenti. *Ho saputo che sono in corso le riprese di un film cosiddetto "biografico" intitolato ''Anna. Madre Russia'' che sarà pieno di inesattezze sul suo conto. Anch'io, mio fratello e il direttore di Novaja Gazeta, [[Dmitrij Muratov]] veniamo rappresentati in modo deformato. Non mi piace. *Vedevo come si difendeva ogni volta che qualcuno ci provava. Dava sempre la stessa risposta: "Chi se non io?". La domanda restava sospesa e bisognava fermarsi lì. In quei momenti mi mettevo nei suoi panni e capivo che quei tentativi non erano solo inutili, ma sbagliati. Fatta la propria scelta di vita, ciascuno deve poter continuare per la propria strada. Capivo i rischi che correva, ma li accettavo. *Non saremmo qui se i Paesi occidentali fossero stati più duri con la Russia quantomeno a partire dal 2014, anno dell'annessione della Crimea. Ma la Storia non conosce il condizionale. Parlarne non ha senso. Viviamo nel presente e dobbiamo farci i conti. Bisogna pensare a cosa fare ora. *{{NDR|«Le sanzioni adottate le sembrano efficaci?»}} L'obiettivo qual era? Fermare l'aggressione contro l'Ucraina? Beh, non è stato raggiunto. La maggior parte delle sanzioni finora non ha fatto che colpire i russi come me, fuggiti per scampare al clima d'odio e alla repressione. Non possiamo ottenere visti né permessi di lavoro. Non possiamo usare le nostre carte bancarie e accedere ai nostri soldi. In che modo tutto ciò possa influenzare l'andamento delle ostilità, non lo capisco. Se la speranza era istigarci a rovesciare il potere, privandoci di beni e merci, è chiaro che era mal riposta. Anzi trovo bestiale l'idea di volerci convincere a farci manganellare, torturare e imprigionare. L'Occidente ha iniziato a trattarci come gente di serie B. Il nostro passaporto è diventato un marchio d'infamia. Come si può vivere così? *Putin prima o poi se ne andrà, ma non credo che la Russia diventerà un Paese libero e democratico. Ce lo insegna la Storia. Il pericolo che dopo arrivi qualcuno di peggiore è concreto. Verranno tempi torbidi. {{Int|Da ''[https://www.lastampa.it/esteri/2023/02/21/video/massimo_giannini_intervista_vera_politkovskaja_anna_mia_madre-12655173/ "Anna, mia madre"]''|Intervista di Massimo Giannini, ''Lastampa.it'', 21 febbraio 2023.}} {{Int|Da ''[https://www.rainews.it/tgr/piemonte/video/2023/02/putin--un-dittatore-mia-madre-ora-sarebbe-in-ucraina-dalla-parte-delle-vittime-eb0c8871-076d-482a-b394-86db8efd34c9.html "Putin è un dittatore, mia madre ora sarebbe in Ucraina dalla parte delle vittime"]''|''Rainews.it'', 22 febbraio 2023.}} {{Int|Da ''[https://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/2023/05/20/vera-politkovskaja-un-libro-per-ricordare-la-madre-anna-politkovskaja/ Vera Politkovskaja: «In Russia la misoginia fa parte dei valori tradizionali»]''|''Iodonna.it'', 20 maggio 2023.}} *Se parliamo di questo momento storico, noto molti cambiamenti, ma in negativo. Non vedo segnali di miglioramento della situazione o di un prossimo futuro in cui la Russia sarà finalmente “un Paese felice”. La Russia precipita sempre di più in una realtà oscura e imprevedibile. Per uscirne impiegherà diversi decenni. *Oggi i diritti dell’uomo, così come sono intesi in Occidente, non esistono. Non solo, ma negli ultimi tempi politici e personaggi pubblici insistono nel criticare l’introduzione di queste concezioni in Russia, o a distorcerne il significato. Adesso ai diritti della persona vengono contrapposti i non del tutto chiari “valori tradizionali”. Risultato: l’attività di alcune persone sui social porta a procedimenti penali, il movimento Lgbt è di fatto vietato, tutti i media dell’opposizione sono stati bloccati in rete o chiusi. La Russia si è ritirata dalla convenzione per la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Se si scava, poi, un po’ più a fondo, si scopre che non c’è più nemmeno lo spazio per tentare di difendere i diritti umani. *[...] in Russia la misoginia è un sentimento abbastanza diffuso e per qualche russo è addirittura parte di quei valori tradizionali cui accennavo prima. Però, a essere sinceri, in molti Paesi questo sentimento è comune almeno quanto in Russia, e in alcuni anche di più. Se poi contestualizziamo il tutto da un punto di vista storico, non è passato molto tempo da quando le donne hanno ottenuto almeno il diritto di voto. E ora, come allora, la parte femminile del mondo deve ancora lottare per ottenere le stesse possibilità degli uomini. Per questo continuare a conquistare i propri diritti è il compito più importante per tutte le donne del pianeta. {{Int|Da ''[https://www.r/robinson/2023/10/23/news/vera_politkovskaja_la_mia_russia_ora_e_mordor-418550449/ Vera Politkovskaja: “La mia Russia ora è Mordor”]''|''Repubblica.it'', 23 ottobre 2023.}} *Riconosco senza problemi che una parte della responsabilità per quello che accade è mia, in quanto cittadina proveniente dalla Russia, e i cittadini dell’Ucraina, finché la guerra non finirà, hanno tutto il diritto di accusare i cittadini della Federazione russa per quanto si sta verificando. Ma questo diritto è solo loro. *Come è possibile che l’odio verso i russi in tanti Paesi del mondo, specie in Europa, faccia ormai parte della normalità? La prima cosa che colpisce è la reazione serafica della comunità europea che vede in questo odio un dato di fatto, un normale stato delle cose. Va detto che anche l’invasione dell’Ucraina è un dato di fatto, ormai scontato, per molti russi. Qual è dunque la differenza tra comunità europea così civile e quella russa, che negli ultimi diciotto mesi è stata costantemente tacciata di non ribellarsi a sufficienza contro le autorità? Dove sono finiti tutti quelli a cui stridono i denti a forza di intestarsi la causa animalista, quella della comunità LGBTQIA+ o quella degli afroamericani? Siete tutti concordi nel dire che siamo tutti uguali ma prendersela con una persona solo perché possiede il passaporto russo vi sta bene? *La maggioranza degli stati che non accoglie più i russi e ha anche interrotto l’emissione di visti di transito è rappresentata da Paesi al confine con la Russia. Ovvero proprio quei Paesi in cui si sono rifugiati i miei concittadini in fuga dagli orrori del regime di Putin. L’hanno fatto in pena per il futuro e l’incolumità delle proprie famiglie, temendo di essere esposti a azioni persecutorie politiche, che oggi in Russia equivalgono a quelle penali. *Tra i Paesi che non concedono visti ai russi figurano la Polonia, la Finlandia, la Repubblica ceca, la Lettonia e tanti altri. Oltre a questo divieto, di recente i politici di tutti i Paesi europei che spartiscono la frontiera con la Russia hanno bloccato l’ingresso nei paesi membri dell’Unione Europea alle automobili immatricolate nel mio Paese. L’argomentazione utilizzata per giustificare la misura rimanda a una delle regole del regime sanzionatorio introdotto dopo lo scoppio della guerra: ora le automobili russe sono considerate merce d’importazione e quindi vietata. *«Russi, dovete soffrire! Ovunque siate, alla fine siete voi che avete invaso! Se non vi va bene ritornatevene a casa vostra e rovesciate Putin! Non avrete diritti finché ci sarà la guerra!». Ogni qual volta sento pronunciare queste frasi da parte degli ucraini, la mia mente va col pensiero alle loro città dove tutti i giorni cadono i missili russi. Mi sento capace di capirli e perdonarli ogni volta, perché mi mostrano un odio viscerale, ma per «una giusta causa». Tuttavia non posso non notare i parallelismi con la retorica del Cremlino: potete “invitare” i russi a tornare casa per rovesciare Putin quanto volete, ma rimane il fatto che ora tutti i critici del regime in vigore a Mosca si trovano o sotto terra, o in prigione o all’estero. Non dimentichiamo che è da diciotto mesi che lo stesso esercito ucraino non riesce a sconfiggere il regime putiniano, al netto di tutti gli aiuti provenienti dal mondo civile. *La guerra in Ucraina è il frutto di una politica pluriennale del Cremlino, smascherata sovente da chi ora non c’è più, è dietro le sbarre oppure se n’è andato. Al contempo è anche il fallimento totale della diplomazia non solo di Kiev e Mosca, ma anche di quella europea e americana. A pensarci bene, i responsabili delle ostilità in Ucraina al massimo sono i vertici del potere russo e i politici occidentali. Ora Putin potrà troneggiare legalmente fino al 2036. Il presidente di un paese immenso ha sistematicamente violato le leggi, anche quelle internazionali, ma in tutto il mondo civile hanno continuato a stringergli la mano. {{Int|Da ''[https://www.repubblica.it/esteri/2024/02/19/news/politkovskaja_morte_navalny_putin-422158715/ Putin temeva Navalny più di ogni altro e si è sbarazzato di lui come di mia madre Anna Politkovksaja]''|''Repubblica.it'', 19 febbraio 2024.}} *Per i politici europei e americani, l’omicidio di Navalny è solo l’ennesimo pretesto per prendere la parola e ancora una volta “dare uno schiaffo” alla Russia di Putin. *L’oppositore russo è stato in qualche modo il prigioniero personale di Vladimir Putin che lo temeva talmente da non osare pronunciare il suo nome ad alta voce, offrendo così il fianco ai giornalisti che glielo hanno fatto notare a più riprese. Navalny, dal canto suo, trovandosi già dietro le sbarre, non ha mai avuto paura a definire il capo di stato russo un omicida, un farabutto e un ladro. Con il sorriso sarcastico sul suo volto, in più di un’occasione ha schernito il presidente russo e tutto il sistema da lui costruito. Le numerose cause penali intentate ai suoi danni non facevano altro che dargli il pretesto per farsi una risata. *[...] le persone che si sono occupate di eliminare Navalny sono ufficialmente “a servizio dello stato” nei tribunali, nelle procure, nelle carceri e nelle case circondariali. Si tratta di persone che non per forza occupano posizioni di rilievo. Ma tutte loro, in un modo o nell’altro, sono complici e, qualora il caso relativo all’omicidio di Navalny dovesse arrivare in tribunale, sul banco degli imputati ci sarebbero decine di persone. *[...] le cose si svolgeranno come si erano svolte fino all’esecuzione di Navalny. Con l’aiuto delle forze dell’ordine, degli arresti e dei processi, metteranno il bavaglio a tutti quelli che oseranno pronunciare la verità sulla fine dell’oppositore. I politici occidentali si indigneranno ancora un po’, esprimeranno il loro orrore rispetto a quanto accade in Russia, salvo poi tornare subito a occuparsi delle loro vicende quotidiane. Succederà così perché non possono fare nulla, non hanno mai avuto e non hanno neanche ora delle reali possibilità per fare leva sulla situazione in modo da cambiarla. {{Int|Da ''[https://www.repubblica.it/venerdi/2024/03/08/news/vera_politkovskaja_il_futuro_della_russia_sara_scritto_dalle_donne-422277423/ Vera PolitkovskaJa: “Il futuro della Russia sarà scritto dalle donne”]''|''Repubblica.it'', 8 marzo 2024.}} *Mentre in tutto il mondo civilizzato il ruolo della donna nella società cresce, in Russia si susseguono prese di posizione che non fanno che danneggiarla. Non mi riferisco solo al divieto di abortire, già in vigore nelle strutture sanitarie private del Paese, ma anche agli appelli dei politici che chiedono di limitare l’accesso delle donne all’istruzione secondaria, in modo che non vengano distolte da quella che secondo lo Stato (e secondo una parte dei russi) è la loro funzione principale: fare figli. *In generale l’impressione è che – sempre nella visione statale – le donne russe, ancor più dopo l’inizio della guerra con l’Ucraina, siano destinate a ricoprire esclusivamente il ruolo di macchine per la riproduzione della popolazione. *Ad abbandonare la Russia sono state proprio quelle persone che avrebbero potuto influire sul futuro in maniera positiva. Neanche dall’estero riescono a far sentire la loro voce: la macchina della propaganda ha fatto presto a bollare come "traditore della patria” chi è andato via. Con il risultato che chiunque dall’estero osi criticare pubblicamente la situazione in Russia viene sommerso da una montagna di fango e screditato in tutti i modi possibili, compreso ritrovarsi oggetto di azioni civili e penali. Lo scopo è anche quello di rendere difficile il rientro in patria di queste persone. *{{NDR|Su [[Julija Naval'naja]]}} La denigrazione del nemico con ogni mezzo è pratica diffusa in Russia: se poi il nemico è una donna che ha osato mostrare al mondo un’immagine che non è solo quella della vedova inconsolabile e in preda al dolore, i denigratori sono capaci di tutto. La misoginia trova terreno fertile nella nostra società. *Nell’immaginario collettivo russo il campo d’azione legittimo della donna continua a essere quello della cucina e delle stanze da letto dei figli. Anche per quelle che riescono a uscire da questo schema la vita non è semplice: il divario salariale a parità di professione e di ore di lavoro, nel migliore dei casi, è del 30 per cento. Gli uomini non hanno nessun problema a cercare di ostacolare la carriera delle loro colleghe. *[...] nel Caucaso, e in particolare in Cecenia, la situazione per le donne è orribile. Qui, come all’epoca dei barbari, sono soggette a mutilazioni genitali e rischiano di venire uccise in nome dell’onore della famiglia. *Il 40 per cento circa dei russi è convinto che se un uomo mantiene una donna può vietarle di uscire di casa, incontrare gli amici e i parenti, lavorare o utilizzare le carte di credito senza il suo consenso. Certo, non tutti gli uomini russi la pensano così. Ma se ci riferiamo al cosiddetto “Paese profondo”, allora diciamo che questa visione della donna è molto diffusa. *Mi piace pensare che sia possibile, ma servirebbero sforzi giganteschi e un leader, o una leader, capace di unire moltissime persone che la pensano in maniera diversa sulla guerra e sull’operato di Putin. Yulia Navalnaya ha tutte le carte in regola per diventarla. Ha tutto quello che le serve, salvo il marito. *Credo che Yulia sia assolutamente in grado di unire tutte le forze di opposizione russe al di fuori del Paese. Ma l’apparato repressivo all’interno del Paese è talmente potente che riuscire a coinvolgere chi vive in Russia sarebbe ben altra impresa. Questo è un dato di fatto, e non può essere ignorato. *Le donne russe sono forti per natura e temprate dalle circostanze. Di “principesse sul pisello” io ne conosco poche. La mia speranza è che sulla scena politica emergano donne che sappiano guardare la realtà come la vede Yulia Navalnaya. Penso che solo loro potrebbero diventare la forza motrice che potrà far uscire la Russia dalle tenebre in cui si è impantanata. ==''Una madre''== ===Incipit=== Mia madre è sempre stata una persona scomoda, non solo per le autorità russe, ma anche per la gente comune che sfoglia un giornale e ne legge gli articoli. Purtroppo la maggioranza della popolazione russa crede a quello che le viene detto dagli schermi dei canali di Stato: un mondo virtuale creato dalla propaganda, dove, nel complesso, tutto va bene. E i problemi, che periodicamente vengono segnalati all’opinione pubblica, hanno origine nei Paesi occidentali o, come si dice in Russia con un sorrisetto, «nell’Occidente in decomposizione». ===Citazioni=== *I [[Dittatura|dittatori]] hanno bisogno di offrire sacrifici umani per consolidare il loro potere. (p. 10) *In Russia tutti si sono dimenticati in fretta di Anna Politkovskaja, soprattutto la gente che conta, perché mantenere la memoria di persone come mia madre è pericoloso. È molto più comodo perderne le tracce e dimenticare la sua verità. (p. 10) *In Occidente il nome Politkovskaja è fonte di orgoglio. A mia madre intitolano piazze e vie, la sua attività giornalistica viene studiata nelle università, i suoi libri si vendono in tutto il mondo. In Russia quel nome è avvolto dal silenzio. (p. 10) *Dopo il 24 febbraio 2022 il nostro cognome è tornato ad avere un peso, a essere oggetto di minacce, ancora di morte, questa volta contro mia figlia, che è solo un’adolescente. Da quando a scuola hanno iniziato a parlare del conflitto in Ucraina, i compagni si sono scagliati contro di lei. Pesantemente. Così abbiamo scelto l’esilio volontario, la fuga in un altro Paese. (p. 10) *Anna Politkovskaja si formò come giornalista proprio nel periodo della [[perestrojka]]. Ne ha incarnato perfettamente lo spirito, il desiderio di cambiamento: sognava una democrazia compiuta, e sognava di fare il suo mestiere in un Paese libero, come dovrebbe essere, come non è quasi mai, nel mondo. (p. 16) *Nella vita di tutti i giorni mia madre era una persona difficile. La gestione familiare, il desiderio di avere il meglio per noi, oltre alla sua acuta percezione di tutto ciò che accadeva intorno, prosciugavano le sue forze. A ripensarci ora, credo che la responsabilità di una famiglia le sia caduta addosso troppo presto. (p. 25) *{{NDR|Sul [[putsch di agosto]]}} Di quei momenti, dopo il ritorno a Mosca, ricordo questa scena in particolare: mia madre che piange seduta su una panchina nel cortile di casa. Ignara del motivo, pensavo fosse preoccupata per papà, che non era ancora tornato dalla Casa Bianca. Invece poi ho scoperto che quel giorno tre giovani manifestanti che si opponevano ai golpisti erano morti, schiacciati dalle ruote di un veicolo da combattimento della fanteria proprio nel centro di Mosca. Alla notizia, mamma non era riuscita a trattenere le lacrime. L'episodio fu per lei un chiaro esempio di come troppo spesso siano le persone comuni a subire le conseguenze di avvenimenti storici di portata epocale, anche pagando con la vita: un tema che percorre come una linea rossa tuta la sua carriera professionale. (p. 32) *In cabina di regia scherzavamo sul fatto che, per qualche motivo a noi sconosciuto, gli opinionisti filogovernativi risultavano sempre un po' retrogradi, dei sempliciotti, con il loro eloquio clericale, noioso e poco interessante, mentre gli avversari dimostravano grande acume, profonda conoscenza dell'argomento oggetto della discussione, e avevano un atteggiamento propositivo e idee concrete per trovare una soluzione al problema. Gli oppositori non pensavano solo a farsi belli di fronte alle telecamere, e lo spettatore era in grado di capire benissimo come stavano le cose. (p. 46) *Molti in Occidente non capiscono perché i russi accettino così docilmente tutto ciò che fanno le autorità. I cittadini non protestano, non scendono in piazza. Oltre al fatto che la maggior parte della popolazione è impegnata a sopravvivere in condizioni di povertà, le sanzioni per la partecipazione a picchetti o manifestazioni sono diventate così elevate che pochi osano esporsi. Se in Europa, al termine di una «protesta» pacifica, ciascuno può rientrare tranquillo a casa propria, in Russia la maggioranza dei manifestanti finisce in una stazione di polizia. E non è scontato che se la cavi con una «semplice» (comunque alta) sanzione amministrativa, anziché con quindici giorni di cella. Anzi, spesso rischia un processo penale. (p. 53) *Chi può, in Russia, evita il servizio militare come la peste, perché sa che nelle caserme potrebbe accadere di tutto, ammesso di sopravvivere al nonnismo incontrollato. È risaputo, inoltre, che in tempo di pace i soldati vengono spediti in zone impervie affinché diventino «veri uomini», imparando a cavarsela con misere razioni alimentari e attrezzature poco idonee. Il podersoso ammodernamento delle forze armate, per il quale è stato speso l'equivalente di milardi di euro, è in buona parte avvenuto solo formalmente e non si capisce dove siano finiti quei soldi. (p. 63) *{{NDR|Sull'[[invasione russa dell'Ucraina del 2022]]}} Secondo le stime dell'intelligence ucraina, in migliaia si sarebbero dati alla fuga dalla prima linea e in alcune unità si è arrivati al 60-70 per cento di disertori. I dissidenti russi si mantengono più cauti, calcolando gli abbandoni in circa un miglaio. Il Cremlino, proprio come sul numero dei morti, tace. (p. 66) *I familiari dei caduti raccontano che spesso apprendono della scomparsa dei congiunti dai commilitoni o dai canali Telegram ucraini. Oppure capiscono che è successo qualcosa di irreparabile quando il loro congiunto smette di chiamare a casa. I russi, al contrario, tendono a lasciare sul campo i corpi dei comilitoni russi. (p. 66) *Un'intera generazione di giovani pagherà un prezzo altissimo, come è già avvenuto ai tempi della Seconda guerra mondiale, del conflitto in Afghanistan e della Cecenia. E il prezzo non è solo la morte. Tra i fortunati che torneranno da questa guerra, le conseguenze psicologiche saranno incalcolabili, per non parlare dell'enorme quantità di invalidi che non sapranno di cosa vivere. (p. 69) *Io sono una cittadina russa, ma sono disgustata dal cieco nazionalismo e dallo pseudopatriottismo che stanno montando nel mio Paese. Quando un Paese aggredisce, chi subisce e soffre deve difendersi. Credo sia giusto che l'Occidente stia aiutando attivamente l'Ucraina a difendersi. Se così non fosse stato, la guerra sarebbe già finita. E penso che lo stesso Cremlino avesse scommesso sulla mancanza di sosteno da parte occidentale, quando ha cominciato l'aggressione. Quello che dico può apparire una contraddizione, per me che sono una pacifista convinta. Odio la guerra e le conseguenze che porta con sé. Ma si tratta di una contraddizione inevitabile. Voglio vedere la Russia come un Paese prospero, libero e sviluppato, non incosciente, povero e militarizzato. (p. 70) *La diffusione di informazioni da canali non ufficiali inizialmente comportava una multa, quindi la sospensione dell'attività, infine il ritiro della licenza per trasmettere, radio o televisione che fosse, o per stampare e vendere il giornale. Nel corso del primo mese di guerra, in Russia sono state varate alcune leggi che introducevano la responsabilità amministrativa e penale per la diffusione di «fake news» riguardanti le azioni dell'esercito russo, con una pena prevista fino a quindici anni di carcere. Ciò ha permesso di arrestare diverse persone che avevano criticato l'operato dei militari russi in Ucraina sui social o sui propri blog. (p. 76) *A tutte le difficoltà oggettive connesse con l'inizio della guerra se n'è aggiunta una ulteriore, che riguarda solo mia figlia: inconsapevolmente si è ritrovata anche lei sulla linea del fuoco. Lei si chiama come la nonna, Anna Politkovskaja, e per questo a scuola è stata subito oggetto di atti di violenza e di bullismo. A dire la verità, era già accaduto in passato. Quando Anna visitava una nuova palestra per un corso di ginnastica, le veniva spesso ricordato dai suoi coetanei, ovviamente in forma offensiva, da quale famiglia provenisse. Dopo il 24 febbraio 2022, però, la mancanza di rispetto si è trasformata in minaccia. (pp. 77-78) *Quando mamma era via, in pratica non avevamo alcun contatto con lei, perché non esistevano linee telefoniche adeguate. Eppure non sono mai rimasta a casa ad aspettare che tornasse. Del resto, lei non l'avrebbe mai voluto. Mia madre era una donna estremamente indipendente e con questo spirito ha cresciuto anche noi. Ancora adesso, quando ripenso a lei, la vedo seduta alla scrivania con la testa china sul computer a scrivere una «nota». Così le piaceva chiamare i suoi testi: non notizie, articoli, materiali, ma note. E mentre ci si dedicava era assente, anche quando era presente fisicamente. (pp. 89-90) *Mia madre non accettava mai compensi da parte delle persone che aiutava: era una questione di principio. (p. 95) *Lei cercava comprensione, ma riceveva sostegno solo dai colleghi della redazione del suo giornale e da pochissime altre redazioni di mezzi di informazione alternativi. E, ovviamente, dalle tante persone che aiutava. Perché solo questo contava per lei: fare il proprio lavoro, raccontare quello che vedeva, dare asilo a quanti non sapevano dove altro andare. Le loro storie non coincidevano con la versione ufficiale dei vari uffici competenti legati al Cremlino. (p. 105) *Questo era il suo modello di giornalismo. Raccontare i fatti, scrivere senza tener conto delle gerarchie. Un concetto forse banale per chi vive in una democrazia, ma in Russia era pura follia: significava dare per sontata la libertà e sfidare il sistema irritando tutti, compresi i colleghi che avrebbero dovuto farsi carico della stessa responsabilità, raccontando a loro volta la verità. Invece mia madre era sola, profondamente sola. (p. 106) *Scrivere la verità serve, anche se nessuno la vuole ascoltare. E serve anche fare il proprio lavoro bene, sempre. Mettere in discussione questo significherebbe riconoscere che il suo sacrificio è stato inutile. (p. 107) *Lei era profondamente convinta che, nel momento in cui si assiste a un'ingiustizia, si è costreti a intervenire. Se invece non la riconosci, o non ci credi, allora non ti senti coinvolto, anche se in fondo sospetti che un'ingiustizia esista. (p. 108) *{{NDR|Sulla [[crisi del teatro Dubrovka]]}} I terroristi avevano già ucciso diverse persone. Doveva avanzare con cautela, seguendo un certo percorso all'interno dell'edificio, e un passo sbagliato a sinistra o a destra poteva portare all'irreparabile. «Lì dentro ricordo di aver calpestato vetri rotti mescolati a qualcosa che sembrava sangue», c'erano vetri ovunque mi disse. «Una sensazione impossibile da dimenticare». (p. 117) *{{NDR|Sulla crisi del teatro Dubrovka}} Dopo alcuni articoli si cominciò a dire che mia madre stava speculando sui morti, che «ballava sulle loro ossa» per fare carriera. Come spesso accade in Russia, parlare o scrivere di questa vile operazione, a seguito della quale morirono centotrenta persone, invece di essere liberate, significa mettere in discussione il lavoro delle forze speciali e le decisioni della leadership. Per questo, proprio perché la cosa era andata male ed erano morte molte persone, le dicevano di lasciar perdere. (p. 120) *{{NDR|Sulla crisi del teatro Dubrovka}} Mi sarei potuta trovare anche io in quel teatro. Tra gli ostaggi, le vittime o tra quanti, a causa di quella storia, portano cicatrici che non si rimarginano. Ma non avevo sentito la sveglia e l'audizione, quel famoso giorno, era saltata. (p. 122) *{{NDR|Sulla [[strage di Beslan]]}} Se fosse arrivata a Beslan, mia madre avrebbe provato a parlare con i terroristi, ma evidentemente troppe persone non volevano che accadesse. Non tolleravano come lavorava, il fatto che raccogliesse le testimonianze delle famiglie degli ostaggi. Su quell'aereo non hanno solo cercato di ucciderla. Le hanno impedito di fare il suo lavoro. (p. 139) *Nessuna autorità russa presenziò al funerale. Solo tanta gente comune in lacrime. Quel giorno mi resi davvero conto di quanto lei fosse tenuta in considerazione, di quanto le volessero bene e di quanto profondamente il suo assassinio avesse scosso l'opinione pubblica. In molti, da quel momento, non avrebbero avuto più voce, né una spalla su cui piangere. Per tante di quelle persone si era spenta l'ultima possibilità di avere giustizia, di vedere scritta la propria storia. (p. 165) *In Russia, i membri delle forze dell'ordine rappresentano una casta a sé. Per me è sempre stato un mistero dove e da chi imparino a comportarsi e a comunicare con la gente. Spesso il loro stile «da cavernicoli» sembra fatto apposta per innervosire gli interlocutori, farli sentire inferiori, poca cosa rispetto alla «macchina statale» e all'uniforme che hanno di fronte. La maggior parte delle persone normali, a cui non è mai capitato di avere a che fare con loro, la prima volta non sa come affrontarli. (p. 170) *La [[seconda guerra cecena]] è stata una delle meno raccontate della storia, spacciata per giunta come lotta al terrorismo islamico, uno dei pilastri su cui Putin costruì una parte consistente della retorica sulla sua nuova Russia. Un secondo, forte pilastro propagandistico fu individuato nella «[[Fronte orientale (1941-1945)|grande guerra patriottica]]», la resistenza al nazismo e la vittoria del 1945. Se il nazismo era stato il nemico e la sua sconfitta un atto fondativo della nuova Russia, chi ne sottovalutava la valenza politica e storia si poneva automaticamente al di fuori del pensiero dominante in Russia. Bisognava eliminare le scorie del decennio eltsiniano e degli anni della perestrojka, quando la ricerca storica aveva vissuto un periodo di grande libertà erano venute alla luce verità sgradevoli per i russi, legate ai crimini del regime staliniano. La storia e la democrazia dovevano diventare sovrane, mentre la libera ricerca storica era vista come una minaccia, perché capace di «leggere» in maniera critica la narrazione dominante del passato. [...] Il terzo pilastro su cui poggia la nuova dottrina nazionale è quella del vittimismo. Dopo il [[Dissoluzione dell'Unione Sovietica|crollo dell'Unione Sovietica]], la Russia è stata umiliata. Da chi, se non dall'Occidente, con i suoi valori così lontani da quelli della tradizione russa? (pp. 181-183) *Putin e i suoi, [...] oltre alla sbandierata denazificazione, non hanno mai dichiarato i veri scopi della guerra. In Russia è stato ripetuto che si trattava di proteggere la popolazione del Donbass dopo otto anni di continue aggressioni e che in Ucraina esisteva un regime nemico, pronto, secondo Mosca, a invadere il Paese su mandato dell'Occidente. La realtà è che il Cremlino non può tollerare un'Ucraina democratica, che cerca di porre le basi per il suo ingresso nell'Europa politica. Una guerra prolungata, comunque vada a finire, rallenterà il processo di democratizzazione ed europeizzazione dell'Ucraina. La dirigenza russa parla anche dell'esistenza di una minoranza nazionale russa in Ucraina che non può essere esclusa dal godimento dei pieni diritti tra cui, per esempio, l'uso del russo a scuola e negli uffici pubblici. Nel primo mese di guerra, tuttavia, i bombardamenti si sono concentrati proprio sui territori in cui è preponderante la popolazione russofona, così come russofona è la maggioranza dei profughi costretti a lasciare le proprie abitazioni. Dopo l'aggressione, addirittura, molti di loro stanno progressivamente privilegiando l'ucraino. (pp. 183-184) ===Explicit=== ==Bibliografia== *Vera Politkovskaja, ''Una madre. {{small|La vita e la passione per la verità di Anna Politkovskaja}}'', traduzione di Marco Clementi, Rizzoli, ISBN 978-88-17-17882-2 ==Per [[Cristina Marsillach]]== {{Int|Da ''[http://www.money-into-light.com/2021/06/an-interview-with-cristina-marsillach.html An interview with Cristina Marsillach]''|Intervista di Paul Rowlands, ''money-into-light.com'', giugno 2021.}} *Girare i film dell'orrore è stressante, perché la paura deve sempre stare (deve sempre esserci la paura) su un piano psicologico. Devi continuare a lavorare con quella paura costantemente. Devi sentirla nelle tue emozioni. :''Making horror films is stressful, because the fear always has to be on a psychological plane. You have to keep working with that fear continuously. You have to feel it in your emotions.'' *Dario era un grande ammiratore di Edgar Allan Poe, e per lui i corvi erano un elemento molto importante del film. Quando stavamo girando un scena particolare del film, mi gettava addosso dei corvi vivi. Io gridavo "Basta! Basta!" e lui diceva "Devo farlo perché devi provare questa paura e questa sensazione". Litigavamo, ma era un periodo divertente per me. Stressante ma divertente. :''Dario was a big fan of Edgar Allan Poe, and ravens were a very important element of the film for him. When we were shooting a particular scene in the film, he threw actual live ravens at me. I shouted "Stop! Stop!" and he said "I have to do this because you need to experience this fear and sensation." We would fight with each other, but it was a fun time for me. Stressful, but fun.'' *Litigavamo tanto, ma c'era rispetto reciproco tra di noi. Lui mi rispettava come attrice ed io lui come regista. Era molto concentrato su elementi tecnici (questioni tecniche, dettagli tecnici), mentre io volevo fargli tante domande sugli aspetti psicologici del mio personaggio e della storia. Ma lui non diceva altro che "No, no, no, va tutto bene" e poi parlava di cosa stava per fare tecnicamente (sul piano tecnico). :''We fought a lot, but there was mutual respect between us. He respected me as an actress and I respected him as a director. He was very focused on technical things, whereas I wanted to ask him a lot of questions about the psychological aspects of my character and the story. But he would just say "No, no, no that's all fine" and then just talk about what he was going to do technically.'' ---------------------------------- '''David W. Macdonald''' (...), zoologo britannico. ==''Running with the fox''== *I lupi cacciano prede grandi; infatti, un alce può pesare 600 chili, dieci volte il peso del lupo più grande. Da solo, il lupo non sarebbe altro che pula per i palchi dell'alce. Un branco, però, può radunare la forza collettiva dei suoi membri. Infatti, lavorando in gruppo si trasformano in una nuova creatura, un super predatore la cui capacità collettiva oltrepassa l'abilità venatoria degli individui coinvolti. La volpe, al contrario, è circa 300 volte più pesante di un topo. La caccia volpina non comporta alcuna maratona affannante, nessuno squartamento, nessun duello contro gli zoccoli. Piuttosto, astuzia, agilità, un balzo aggraziato e un morsetto preciso segnano il destino del topo. :''Wolves hunt large prey; indeed, a moose may weigh 600 kg, ten-fold the weight of the largest wolf. Alone, the wolf would be little more than chaff to the moose's antlers. A pack, however, can muster the collective might of its members. Indeed, by working as a team they are transformed into a new creature, a super-predator whose summed capability exceeds the hunting prowess of the individuals involved. A fox, in contrast, is some 300 times heavier than a mouse. The vulpine hunt involves no lung-bursting marathon, no rip and rend, no sparring against hoofs. Rather, stealth, agility, a graceful leap and a precision nip seal the mouse's fate.'' (p. 10) *Le persone mi chiedono spesso perché ho scelto di lavorare con le volpi. Solitamente rispondo che questa specie offre il migliore di molti mondi: il brivido di osservare comportamenti raramente segnalati, la soddisfazione della lotta intellettuale per spiegare perché l'evoluzione ha lavorato ogni sfumatura strutturale in queste incredibili creature, e la convinzione che questa nuova conoscenza sarà utile, contribuendo alle soluzioni di problemi grandi quanto la rabbia e piccoli (ma irritanti) quanto la decapitazione di un pollo di cortile. Questa risposta è onesta, e le motivazioni alla base sono solide. Per dare un'altra risposta, però, non meno importante: io studio le volpi perché sono ancora impressionato dalla loro straordinaria bellezza, perché mi superano in astuzia, perché mantengono il vento e la pioggia sul mio volto, e perché mi conducono alla solitudine soddisfacente della campagna; tutto sommato – perché è divertente. :''People often ask why I chose to work with foxes. Generally I reply that this species offers the best of many worlds: the thrill of observing behaviour rarely seen before, the satisfaction of the intellectual wrestle to explain why evolution has worked each nuance of design into these remarkable creatures, and the conviction that this new knowledge will be useful, contributing to the solutions of problems as grand as rabies and as small (but annoying) as the beheading of a barnyard fowl. This reply is honest, and the arguments underlying it are robust. However, to give another answer, no less important: I study foxes because I am still awed by their extraordinary beauty, because they outwit me, because they keep the wind and rain on my face, and because they lead me to the satisfying solitude of the countryside; all of which is to say – because it's fun.'' (p. 15) *Sconfiggere le volpi in astuzia ha messo alla prova l'ingegno dell'uomo per almeno 2.000 anni. [...] Forse, allora, migliaia di generazioni di persecuzione (specialmente quando l'avversario ricorre a trucchi sporchi come marinare i gatti nell'orina) ha plasmato le volpi con le loro quasi sconcertanti abilità di evitare l'uomo e i suoi stratagemmi. :''Outwitting foxes has stretched man's ingenuity for at least 2,000 years. [...] Perhaps then, thousands of generations of persecution (especially when the opposition resorts to dirty tricks like marinading cats in urine) have fashioned foxes with their almost uncanny abilities to avoid man and his devices.'' (p. 16) *Rainardo è una volpe che ha avuto un impatto più grande sulla cultura e la sensibilità europea di qualsiasi altro animale selvatico. Adorna i rinfianchi delle chiese medievali, da Birmingham a Bucarest, ghignando dalle pagine dei salteri, e ha trionfato come genio malefico in più di un milione di poemi epici e di bestiari. Prospera nelle storie per bambini contemporanee e ha infiltrato le nostre lingue e perciò le nostre percezioni dei suoi cugini selvatici: poche sono le lingue in Europa in cui la parola "volpino" non è sinonimo di furbizia e inganno. :''Reynard is a fox who has had a greater influence upon European culture and perceptions than any other wild creature. He adorns the spandrels of mediaeval churches from Birmingham to Bucharest, leers from the pages of psalters, and has triumphed as an evil genius in more than a millennium of epic poems and bestiaries. He thrives in contemporary children's stories and has infiltrated our languages and thus our perception of his wild cousins: there is hardly a language in Europe in which the word "foxy" is not synonymous with trickery and deceit.'' (p. 32) *Tentare di catalogare l'umore e il risultato delle interazioni delle volpi non è sempre semplice. In particolare, l'osservatore si interroga molto sulla dalla somiglianza esteriore tra l'aggressione e il gioco. Il problema è che la lotta nel gioco ha gli stessi ingredienti della lotta sul serio, tranne per il paradosso che nessuno si ferisce. :''Attempting to categorize the mood and outcome of fox interactions is not always straightforward. In particular, the observer is bedevilled by the superficial similarity of aggression and play. The problem is that fighting in play has the same ingredients as fighting in earnest, except for the paradox that nobody gets injured.'' (p. 45) *Se c'è una cosa nella società delle volpi che "non si fa", è di avvicinarsi a qualcuno che sta mangiando. Sotto questo aspetto, il vecchio contrasto con i lupi suona veritiero: i lupi talvolta mangiano una preda fianco a fianco in relativa armonia; le volpi solitamente fanno di tutto per evitare anche di essere viste con del cibo e, nel peggiore dei casi, volteranno almeno le spalle l'una all'altra mentre mangiano. Questo contrasto è particolarmente marcato tra i giovani: i cuccioli di volpe invariabilmente lottano con ferocia sorprendente per il cibo e possono infliggere ferite gravi, i cuccioli di lupo sono più tolleranti. Ovviamente, come qualsiasi altra generalizzazione sulle volpi, ci sono eccezioni alla regola: le volpi maschio nutrono le loro compagne e gli adulti nutrono i cuccioli. :''If there is one thing in fox society that is "not done'", it is to approach somebody who is eating. In this respect, the old contrast with wolves holds true: wolves sometimes feed from a kill side by side in relative harmony; foxes generally do everything possible to avoid even being seen with food and, if the worst comes to the worst, will at least turn their backs to each other while eating. This contrast is especially marked among youngsters: fox cubs invariably fight with astonishing savagery over food and can inflict serious injury, wolf pups are much more tolerant. Of course, as with every other generalization about foxes, there are exceptions to the rule: dog foxes feed their vixens and adults feed cubs.'' (p. 45) *Ci sono poche cose affascinanti quanto un cucciolo di volpe, quindi la tentazione di allevarne uno come animale da compagnia è grande. Tuttavia, la gran maggioranza dei "salvataggi" finisce male per tutti i coinvolti. La maggior parte delle persone non ha idea del tempo, strutture, abilità, e soprattutto, tolleranza necessari per allevare una volpe. Da poppanti hanno bisogno di latte ogni quattro ore, giorno e notte, ma questo è un gioco da ragazzi in confronto al loro comportamento una volta svezzati: ogni cucciolo di volpe che ho conosciuto ha avuto una passione sia per il cuoio che per i cavi elettrici. La prima finisce con la distruzione dei portafogli, borsette, scarpe, giacche di camoscio e di montone, mentre la seconda devasta i cavi elettrici. Mi è sempre piaciuto l'odore persistente dell'orina di volpe, ma vale la pena notare che una proprietaria non poté trovare un altro inquilino per diversi mesi dopo che io e la mia volpe lasciammo la proprietà. :''There are few things as enchanting as a fox cub, so the temptation to rear one as a pet is great. Nonetheless, the great majority of "rescues" come to a sad end for all concerned. Most people have no idea of the time, dedication, facilities, skill and, above all, tolerance required to rear a fox. As sucklings they require milk at four hour intervals day and night, but this is a trifling difficulty compared with their behaviour once weaned: every fox cub I have known has had a passion for both leather and electric cables. The former results in destruction of wallets, handbags, shoes, suede or sheepskin coats, the latter wreaks havoc with household wiring. I have always rather liked the lingering smell of fox urine, but it is noteworthy that one landlady was unable to find another tenant for several months after my fox and I vacated the property.'' (p. 56) *I costumi della società delle volpi dettano che non c'è amicizia così profonda da poter anche solo tollerare il pensare al cibo di un altro. :''The mores of fox society dictate that there is no friendship so deep as to countenance even thinking about somebody else's food.'' (p. 58) *Penso che molto della vita di una volpe passa sul filo del rasoio, sommersa dall'acutezza dei suoi sensi. Nella volpe, l'evoluzione ha modellato una creatura per cui ogni stimolo viene elevato alla massima sensibilità: per la volpe c'è l'immagine fulminea della palpebra che si chiude di un coniglio, lo squittio chiassoso di un topo distante venti metri, il tanfo spaventoso dell'orma vecchia di un giorno di un cane. :''I think much of a fox's life is spent on a knife-edge, deluged by the acuteness of its senses. In the fox, evolution has fashioned a creature for which every input is turned to maximum sensitivity: for the fox there is the jolting image of a rabbit's blinking eyelid, the clamorous squeak of a mouse 20 metres off, the dreadful reek of a dog's day-old pawprint.'' (p. 61) *L'industria della selvaggina è probabilmente in gran parte responsabile per la morte spesso sgradevole nell'ordine di 100.000 volpi all'anno in Gran Bretagna, ma contro di questi bisogna valutare il fatto che questa industria fornisce il maggior incentivo per la conservazione dell'habitat su terre agricole. :''The game shooting industry is probably largely responsible for the frequently unpleasant deaths in the order of 100,000 foxes annually in Britain, but against these must be weighed the fact that this industry provides the major incentive for habitat conservation on farmland.'' (p. 173) *Le volpi urbane e i gatti si incontrano molto spesso ed è comune vederli insieme, spesso mangiando fianco a fianco. Se c'è una rissa per il cibo, il gatto di solito scaccia la volpe. Casi autentici di volpi che uccidono i gatti tendono a coinvolgere i gattini. Quindi, sebbene sia chiaro che la maggior parte delle volpi non uccidono i gatti, certe lo fanno. Il rischio però è molto meno significativo del rischio che corre il gatto di venire investito sulla strada dal traffico. :''Urban foxes and cats meet very frequently and it is commonplace to see them in a close company, often feeding side by side. If there is a squabble over food, the cat generally displaces the fox. Authenticated cases of foxes killing cats generally involve kittens. So, although it is clear that most foxes do not kill cats, some do so. However, this risk must rank very low amongst the worries besetting the urban cat-owner, and certainly is much less significant than the risk of the cat being killed on the road by traffic.'' (p. 181) *Scorte di cibo più ricche conducono a territori più piccoli e scorte di cibo più irregolari (eterogene) permettono gruppi più grandi. Un elevatissimo tasso di mortalità conduce a gruppi più piccoli e una proporzione più piccola di femmine sterili, probabilmente insieme a territori più grandi. Un tasso di mortalità intermedio può risultare insufficiente per diminuire sostanzialmente la grandezza d'un gruppo, me tuttavia può disturbare la stabilità sociale fino al punto di diminuire la proporzione di femmine sterili e perciò aumentare la produttività generale di cuccioli per ogni femmina, e probabilmente territori più piccoli. :''Richer food supplies lead to smaller territories and more patchy (heterogeneous) food supplies permit larger groups. A very high death rate leads to smaller groups and a smaller proportion of barren vixens, probably together with larger territories. An intermediate death rate may be insufficient to reduce group size substantially, but nonetheless may disrupt social stability sufficiently to diminish the proportion of barren vixens and thereby increase the overall productivity of cubs per female, and probably smaller territories.'' (p. 210) * :<nowiki>''''</nowiki> (p. ) * :<nowiki>''''</nowiki> (p. ) * :<nowiki>''''</nowiki> (p. ) * :<nowiki>''''</nowiki> (p. ) d9o382ia6momb4se1w6heak5akc1b7d Emilio Servadio 0 114398 1420674 1419642 2026-07-17T00:16:00Z Danyele 19198 /* Citazioni di Emilio Servadio */ fix stile note / overlinking 1420674 wikitext text/x-wiki [[File:Controfagotto 1961 - Emilio Servadio.png|miniatura|Emilio Servadio nel 1961]] '''Emilio Servadio''' (1904 – 1995), psicoanalista, parapsicologo, esoterista e giornalista pubblicista italiano. ==Citazioni di Emilio Servadio== *Così come [[San Rocco]], secondo la leggenda, era regolarmente accompagnato da un cane, così a [[Piero Angela]] suole accompagnarsi [[James Randi]], prestigiatore. […] È per lo meno curioso osservare con quanta fiducia lo scettico Piero Angela (che non dà credito ad alcun parapsicologo passato o presente) presti orecchio alle molte sciocchezze o fandonie di questo assai poco attendibile ed equivoco personaggio.<ref>Da ''Scienza e Mistero'', ''Il mondo della paraspicologia'' n. 3, giugno 1980, pp. 44-47.</ref> *L'aver così autorevolmente ridimensionato uno dei "punti di riferimento" {{NDR|[[Donatien Alphonse François de Sade|de Sade]]}} più importanti di tutta quanta la sessuologia moderna, non è che uno dei molti motivi di quella gratitudine che dobbiamo a [[Mario Praz|Praz]].<ref>Da Emilio Servadio, ''[http://digitale.bnc.roma.sbn.it/tecadigitale/giornale/CFI0415092/1977/n.50/3 Quando la letteratura illumina la psiche]'', ''Il Tempo'', 25 febbraio 1977.</ref> *Lo [[scienziato]] deve avere il più grande rispetto per lo [[spirito]], per l'[[anima]], per [[Dio]], per l'[[aldilà]], ma se comincia a parlare di queste cose, esce dal campo della [[scienza]]. Ho detto prima che io sono contrario all'"ipotesi [[spiritismo|spiritica]]" nell'interpretazione di certi fenomeni [[parapsicologia|parapsicologici]]. Questo non significa che io sia materialista, anzi, io mi considero uno [[spiritualismo|spiritualista]]. La mia concezione del mondo, dell'universo, è orientata in senso spiritualistico. Io sono convinto che il ''Primum movens'', qualunque nome gli si voglia dare, è immateriale e spirituale. Ma non posso ragionare con queste idee in un gabinetto scientifico.<ref>Dall'intervista di Renzo Allegri, ''La scienza ammette: è possibile prevedere il futuro'', ''Gente'' n. 16, 16 aprile 1977, pp. 70-76; citato in Renzo Allegri, ''Viaggio nel paranormale'', Rusconi, 1978, pp. 288-298.</ref> *Trovo, certo, assai strano che nell'anno 1978 la parapsicologia venga tutta quanta rimessa in discussione, a opera di un giornalista della TV e di un certo numero di uomini di scienza, espertissimi certo nei loro rispettivi campi, ma per nulla edotti su ciò che la parapsicologia, quella vera e seria, è oggi in molti Paesi del mondo. :Io rispetto costoro quando discettano di materie per le quali hanno conseguito titoli accademici: ma che un fisico in cattedra, o un astronomo, entri in merito alle manifestazioni di [[percezione extrasensoriale|percezioni extrasensoriali]] o ai fenomeni di ''[[Poltergeist]]'' senza averli studiati, è semplicemente inammissibile.<ref>Dall'intervista di Renzo Allegri, ''La parapsicologia non è un quiz'', ''Gente'' n. 17, 29 aprile 1978, pp. 44-48.</ref> ==Note== <references/> ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{DEFAULTSORT:Servadio, Emilio}} [[Categoria:Psicoanalisti italiani]] [[Categoria:Giornalisti italiani]] [[Categoria:Pubblicisti italiani]] fw3dljm57t4g316bty427na5endx0gk Tinder 0 121221 1420637 1060276 2026-07-16T14:51:12Z Eloir 106336 New logo. 1420637 wikitext text/x-wiki [[File:Tinder logo (2026).svg|right|200px]] '''Tinder''', app per dispositivi mobili. ==Citazioni su Tinder== *Ti segnala le persone single più vicino a te all'interno di una circonferenza di due chilometri e se tua moglie ti entra nel raggio di venti metri ti segnala anche l'avvocato divorzista più vicino. (''[[Crozza nel Paese delle Meraviglie]]'') ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{s}} [[Categoria:Software]] h9outhqvttq6yq9zyodbasbn2kes5rv Saif al-Islam Gheddafi 0 144546 1420630 1339008 2026-07-16T14:03:39Z Samuelsaturn7 100316 /* */ 1420630 wikitext text/x-wiki [[File:Benghazi caricatures of Gadafi01.JPG|thumb|Murales con Gheddafi ed il figlio Saif al-Islam]] '''Saif al-Islam Gheddafi''' (1958 – 2026), politico libico. ==Citazioni di Saif al-Islam Gheddafi== *L'ex presidente [[Nicolas Sarkozy|Sarkozy]] è responsabile del caos, della diffusione del terrorismo e del traffico di esseri umani in Libia.<ref>Citato in ''[http://it.euronews.com/2018/03/21/saif-al-islam-ad-euronews-altre-prove-contro-sarkozy- Saif al-Islam ad Euronews: "Altre prove contro Sarkozy"]'', ''Euronews.com'', 21 marzo 2018.</ref> ==Note== <references /> ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{s}} {{DEFAULTSORT:Gheddafi, Saif al-Islam}} [[Categoria:Persone condannate per crimini di guerra]] [[Categoria:Politici libici]] 46v4rjrapbockr0kkrdtutekrdjkht4 1420631 1420630 2026-07-16T14:04:36Z Samuelsaturn7 100316 /* */ 1420631 wikitext text/x-wiki [[File:Benghazi caricatures of Gadafi01.JPG|thumb|Murales con Gheddafi ed il figlio Saif al-Islam]] '''Saif al-Islam Gheddafi''' (1972 – 2026), politico libico. ==Citazioni di Saif al-Islam Gheddafi== *L'ex presidente [[Nicolas Sarkozy|Sarkozy]] è responsabile del caos, della diffusione del terrorismo e del traffico di esseri umani in Libia.<ref>Citato in ''[http://it.euronews.com/2018/03/21/saif-al-islam-ad-euronews-altre-prove-contro-sarkozy- Saif al-Islam ad Euronews: "Altre prove contro Sarkozy"]'', ''Euronews.com'', 21 marzo 2018.</ref> ==Note== <references /> ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{s}} {{DEFAULTSORT:Gheddafi, Saif al-Islam}} [[Categoria:Persone condannate per crimini di guerra]] [[Categoria:Politici libici]] kp2aunnhopmlajauhoz1jru8uvfinek Profondo rosso 0 146346 1420649 1377613 2026-07-16T17:46:32Z Salnitrum 97664 1420649 wikitext text/x-wiki {{Film |titolo italiano= Profondo rosso |titolo originale= Profondo rosso |immagine = Profondo rosso (1975) David Hemmings (5).png |didascalia = [[David Hemmings]] in una scena del film |paese= Italia |anno = 1975 |genere= thriller/giallo/horror |regista= [[Dario Argento]] |soggetto= Dario Argento, [[Bernardino Zapponi]] |sceneggiatore= Dario Argento, Bernardino Zapponi |attori= *[[David Hemmings]]: Marc Daly *[[Daria Nicolodi]]: Gianna Brezzi *[[Gabriele Lavia]]: Carlo *[[Macha Méril]]: Helga Ulmann *[[Eros Pagni]]: commissario Calcabrini *[[Giuliana Calandra]]: Amanda Righetti *[[Glauco Mauri]]: professor Giordani *[[Clara Calamai]]: madre di Carlo *Geraldine Hooper: Massimo Ricci *[[Furio Meniconi]]: Rodi *[[Nicoletta Elmi]]: Olga Rodi *[[Liana Del Balzo]]: Elvira *Piero Mazzinghi: signor Bardi *Jacopo Mariani: Carlo da bambino *[[Salvatore Baccaro]]: fruttivendolo *[[Salvatore Puntillo]]: poliziotto |doppiatori originali = *[[Gino La Monica]]: Marc Daly *[[Isa Bellini]]: madre di Carlo *[[Renato Cortesi]]: Massimo Ricci *[[Corrado Gaipa]]: Rodi *[[Emanuela Rossi]]: Olga *[[Wanda Tettoni]]: Elvira |note= *'''Effetti speciali''': [[Germano Natali]], [[Carlo Rambaldi]] }} '''''Profondo rosso''''', film italiano del 1975 con [[David Hemmings]], [[Daria Nicolodi]] e [[Gabriele Lavia]], regia di [[Dario Argento]]. ==[[Incipit]]== {{incipit film}} {{NDR|Durante le prove di un complesso [[jazz]]}}<br/>Okay, okay, così. Bello! Davvero, va bene, molto bene. Forse un po' troppo per bene, troppo pulitino, sì, preciso, troppo formale, dev'essere più buttato lì. Rendo l'idea? Ricordatevi che questo tipo di jazz nasceva nei... nei bordelli. Era libertà, istinto. ('''Marc''') ==Frasi== {{cronologico}} *Il fenomeno, come dire confermato anche dai più recenti studi, non è circoscritto alle specie superiori, ma include sia vertebrati che invertebrati: le farfalle, le termiti, le zebre. Tutti questi animali e moltissimi altri usano la telepatia per dare ordini e scambiarsi informazioni. Questo fatto è accertato, che del resto si può dimostrare con facilità. Per esempio, se noi chiudiamo in gabbia una farfalla, in qualche ora essa riuscirà ad avere intorno a sé numerose altre farfalle che al suo richiamo accorreranno a frotte veloci percorrendo anche alcuni chilometri. Questa è la [[telepatia]], facoltà che posseggono bene i neonati nei primi momenti della loro vita ma che perdono quando, col passare degli anni, acquistano i mezzi della comunicazione verbale. Ci sono alcune eccezioni. Certi individui, per cause a noi ancora sconosciute, non perdono questa facoltà. ('''Giordani''') *Io capto fatti che accadono o che sono accaduti, ma niente di ciò che dovrà accadere. Sento i pensieri nel momento in cui nascono, e alcuni li sento anche molto tempo dopo perché sono talmente forti che rimangono attaccati negli ambienti come solide ragnatele. ('''Helga''') *Sono entrata in contatto con una mente perversa! I suoi pensieri sono pensieri di morte! Via! Via! Tu hai già ucciso e sento che ucciderai ancora. ('''Helga''') *Quante volte te lo devo dire che io sono un artista? Se per caso non te lo ricordi, noi artisti siamo gente estremamente sensibile. Chiaro? Mica abbiamo la pelle d'elefante di voi giornalisti! ('''Marc''') *Senti, perché non mi dai una mano in questa storia del delitto? Se mi aiuti a fare un bel colpo giornalistico, forse riesco a togliermi dai problemi della cronaca dell'inquinamento. ('''Gianna''') *È dimostrato dalle statistiche che non si riesce mai a lavorare seriamente con donne emancipate. ('''Marc''') *Tanto non mi sfuggirai. Ti ucciderò lo stesso, una volta o l'altra. ('''Marta''') *{{NDR|A Marc}} Ma perché non molli tutto e sparisci? Chi te lo fa fare di ficcare il naso in questa storia? Perché stuzzicare un pazzo?! Perché è senz'altro un pazzo chi ha commesso un delitto così mostruoso. ('''Carlo''') *Il bambino... La villa... Il fantasma della villa! ('''Amanda''') {{NDR|[[Ultime parole dai film|ultime parole]]}} *L'assassino è uno schizofrenico paranoico. L'individuo che uccide con quella furia lo fa solamente quando è in preda a un raptus. ('''Giordani''') ==Dialoghi== {{cronologico}} *'''Marc''': Che cos'era? <br /> '''Carlo''': Un urlo, direi. Mah, chi lo sa, magari uno stupro. [[Brindisi dai film|Brindo]] a te, vergine stuprata! *'''Marc''': Senti Carlo, m'è successo un fatto strano, tanto strano che non so neanche se è vero. Quando entrai nella casa di quella donna la prima volta mi parve di vedere un quadro, ma dopo qualche minuto quel quadro non c'era più. Cosa può essermi successo? <br /> '''Carlo''': A te niente! Forse quel quadro è stato fatto sparire perché rappresentava qualcosa di importante. <br /> '''Marc''': Come hai detto? <br /> '''Carlo''': Rappresentava qualcosa di importante! <br /> '''Marc''': No, no, non credo. A quanto mi ricordo, era... era una specie di composizione di volti, una cosa molto strana. <br /> '''Carlo''': Guarda, magari hai visto qualcosa di talmente importante che non te ne rendi conto. Sai, a volte le cose che vedi realmente e quelle che immagini, si mischiano nella [[memoria]] come un cocktail, del quale non riesci più a distinguere i sapori. <br /> '''Marc''': Ma io ti sto dicendo la [[verità]]! <br /> '''Carlo''': No, Marc. Tu credi di dire la verità e invece dici soltanto la tua versione della verità. A me accade spesso... *'''Ubriacone''' {{NDR|[[Barzellette dai film|barzelletta]]}}: Sai perché i commercianti di [[boomerang]] australiani falliscono?<br>'''Enrico''': No, questa non lo so.<br>'''Ubriacone''': Falliscono perché la merce gli torna sempre indietro! *'''Gianna''': Come mai hai fatto il pianista?<br>'''Marc''': Secondo il mio psicanalista, l'ho fatto perché nel subconscio odiavo mio padre, e perciò io pestando sui tasti era come se gli spaccassi i denti. In realtà, solo perché mi piace la musica. Piuttosto, tu perché fai la giornalista?<br>'''Gianna''': Perché mi piace lavorare, e perché una donna deve essere indipendente in modo da stare alla pari...<br>'''Marc''': Oh Dio, non cominciamo con questa faccenda della parità dei sessi! Sono balle, non è vero. L'uomo è diverso dalla donna. Le donne sono... delicate. Sono fragili. *'''Gianna''': Noi dobbiamo lavorare uniti. Lo sai, due cervelli ragionano molto meglio di uno.<br>'''Marc''': E dove ce l'avete il cervello, voi donne? Non ci illudiamo. Voi donne avete la forza bruta, i muscoli, ci battete a braccio di ferro, ma io t'assicuro che è l'uomo che ha il monopolio dell'intelligenza. ==[[Explicit]]== [[File:Profondo rosso fine.png|thumb|upright=1.2|La scena finale]] {{explicit film}} {{NDR|Marc ha capito che l'assassino è Marta, e se la ritrova davanti}}<br>'''Marta''' {{NDR|[[Ultime parole dai film|ultime parole]]}}: Maledetto! Maledetto! Hai fatto uccidere mio figlio, che non c'entrava niente. Lui... {{NDR|Marc prova a fuggire, ma Marta lo blocca}} No! Lui cercava solo... di proteggermi. Non aveva mai fatto del male a nessuno! Che ne sapete voi che è successo? <br/>{{NDR|Flashback}}<br> '''Padre di Carlo''': No, non ti succederà niente. Sta tranquilla, ti accompagnerò io stesso in clinica. <br/> '''Marta giovane''': No, ti avevo detto che non volevo tornarci. Te l'avevo detto. Non puoi obbligarmi un'altra volta. <br/> '''Padre di Carlo''' {{NDR|[[Ultime parole dai film|ultime parole]]}}: Ma è per il tuo bene, cara. Hai sentito che cosa ha detto il dottore? <br/> '''Marta giovane''': No! No! No. {{NDR|Apre un cassetto in cucina, prende un coltello e accoltella il marito alle spalle, nella sala addobbata per le feste di Natale, con Carlo testimone}} <br/>{{NDR|Ritorno al presente. Marta sferra una pugnalata allo specchio. Marc scappa, scivola e sbatte contro l'ascensore a grata del pianerottolo. Marta si lancia contro Marc e rimane impigliata con la collana nelle grate dell'ascensore; Marc aziona l'ascensore che decapita la donna incastrata con la collana}} ==Citazioni su ''Profondo rosso''== *A tutt'oggi il più abile dei film di Argento: un attacco deliberato ai nervi dello spettatore, martellato da un montaggio quasi subliminale, da una musica ipnotica (del jazzista Giorgio Gaslini e dei Goblin) e da esplosioni di violenza rimaste ineguagliate. (''[[Il Mereghetti]]'') *Altro dispiacere, è non aver potuto interpretare ''Profondo Rosso'' di Dario Argento a causa di un grave incidente automobilistico. ([[Lino Capolicchio]]) *Avevamo un contratto con la Cinevox Records, e Dario Argento voleva delle musiche più rock per il film. La colonna sonora l’aveva cominciata Giorgio Gaslini però, Argento, non era molto soddisfatto, così parlò con la Cinevox, che gli propose noi, i Goblin. Dario ascoltò i nostri pezzi e ci scelse come arrangiatori. Poi, dopo l’abbandono di Gaslini, Argento ci diede in mano l’intera soundtrack. Così nacque ''Profondo Rosso''... ([[Claudio Simonetti]]) *Io immaginavo diverso ''Profondo rosso'' e allora scelsi i Goblin: pensavo che ci stesse meglio molto rock, in scene immaginate come i video che si saranno fatti anni dopo. ([[Daria Nicolodi]]) *La bambola assassina di "Profondo rosso" mi spaventa ancora, ma l'affronto per esorcizzare il terrore. ([[Asia Argento]]) *''Profondo rosso'' è davvero bello, e lo posso dire da poco tempo perché il film non l'ho mai voluto vedere se non pochi anni fa assieme a mia figlia. ([[Gabriele Lavia]]) *Sai, pensando ad allora, quando eravamo ragazzi abbiamo vissuto quell’esperienza con uno spirito principalmente giovanile, e non pensavamo affatto di poter entrare nella storia della musica. Lo abbiamo fatto con molta semplicità e soprattutto umiltà. ([[Claudio Simonetti]]) *Teso e ricco di inquietudini sinistre, ''Profondo rosso'' è un film epocale che da un lato ha portato ai vertici espressivi il "giallo all'italiana", costituito come genere da Argento con il successo dei suoi primi film, e dall'altro ne anticipa il superamento e l'abbandono verso lidi più soprannaturali. [...] Inutile dilungarsi: è un film che ha fatto storia ed è stato ampiamente imitato, ancor più dei precedenti gialli argentiani. (''[[Dizionario dei film horror]]'') *Quel film è l'unica cosa importante che ho fatto nella mia vita. Ancora oggi quando sono in auto e mi fermano i vigili per qualche infrazioncella mi dicono: "Ah, ma lei è quello di Profondo rosso!" e mi lasciano andare. Insomma, mi ha salvato da diverse multe. ([[Gabriele Lavia]]) ===[[Dario Argento]]=== *Di fare un ''Profondo rosso 2'' non se ne parla, ma per un motivo semplice: chi ama o chi cerca il mio film ha bisogno di trovare la fisicità, i volti e le emozioni stesse che solo la versione originale è in grado di restituire completamente. Escludo perciò di mettermi a lavorare su una continuazione o sul rifacimento integrale della pellicola. *{{NDR|Su Daria Nicolodi e il ruolo di Gianna Brezzi}} Dopo aver fatto i provini rimasi col dubbio se scegliere [[Manuela Kustermann|Manuela Kusterman]] o lei, ma poi il suo essere spontanea, al contrario del corpo classicheggiante della Kusterman, mi convinse a scritturarla come attrice protagonista. *Dopo il Natale del 1974 ebbi un piccolo spunto da una sensitiva. La donna, compiendo una seduta spiritica a casa sua, improvvisamente sentì che qualcuno era malvagio, malato mentalmente. Da questo piccolo episodio sono nate altre idee. *È nato dai miei pensieri più profondi. Come in un sogno. Può darsi che sia per questo che varie generazioni ci si ritrovano, perché non è legato a un periodo storico particolare, e per questo non invecchia. È un film senza tempo. *[[Giuliana Calandra|Giuliana]] nel prepararsi a girare la scena inspirò poca aria. Come tutti sanno, le mani guantate dell'assassino anche in quell'occasione furono le mie, e tirando fuori la sua testa dalla vasca, dopo averla immersa nel liquido, lei urlò, non per simulare il soffocamento e l'ustione, ma perché non respirava davvero. Inizialmente pensai che si stesse dibattendo in modo realistico e straordinario, ma una volta terminata la ripresa si incazzò a morte con me per averla trattenuta a lungo nell'acqua. Però quella scena fu così verosimile che decisi di inserirla nella versione definitiva del film. Bastò un solo ciak. *Ho seguito il mio istinto anche per il titolo che, per molto tempo, prima delle riprese e a sceneggiatura già finita con attori pronti a girare, non c'era. Prima ho sviato la stampa dicendo che si sarebbe dovuto intitolare ''La tigre con i denti a sciabola'', poi mentre ero in macchina mi è venuto in mente ''Profondo rosso''. Ai produttori della CineRiz non piacque, dissero che era sbagliato, suggerivano al massimo Rosso Profondo. Per fortuna che m'impuntai. *{{NDR|Su [[Clara Calamai]]}} Il suo personaggio è quello di un'attrice ormai ritiratasi dal cinema. Una vecchia diva, come tante altre colleghe della sua generazione, alle quali gli uomini che avevano sposato impedivano di continuare una professione considerata frivola o fatua. Allora ho pensato di scegliere una vera ex attrice che davvero aveva smesso di fare quel mestiere... un po' per ragioni personali, un po' per vecchiaia e un po' perché superata dalle mode. Mi attirava il fatto che tutte queste dive anziane fossero amareggiate e che provassero risentimento verso quel mondo che prima le aveva rese belle e brave e poi le aveva dimenticate. Siccome ero dispiaciuto per tutto questo, ho voluto in qualche modo mostrare l'amarezza di queste brave professioniste. *In precedenza [...] avevo lavorato con [[Ennio Morricone]], che ha composto per ''L’uccello dalle piume di cristallo'', ''Il gatto a nove code'' e ''Quattro mosche di velluto grigio'' delle musiche splendide; ma per ''Profondo rosso'' mi interessava esplorare universi diversi, approfondendo dei temi legati al rock progressive, che dessero al film le tonalità musicali che mi sembravano più consone al tipo di racconto. Ho avuto la fortuna di imbattermi in un gruppo di giovani, praticamente debuttanti, e per istinto ho capito che sarebbero stati perfetti per il film. *Inizialmente il protagonista doveva essere [[Lino Capolicchio]], che avevo conosciuto sul set di ''[[Metti una sera a cena]]'' di [[Patroni Griffi]]. Purtroppo non si è fatto nulla perché si era ferito in seguito a un incidente d'auto. Hemmings era perfetto nella parte dello straniero a Roma. Rendeva veramente bene l'idea di musicista inglese simpatico, moderno, intelligente. *Li cercai {{NDR|i [[Pink Floyd]]}} ed erano interessati. Purtroppo però in quel momento stavano lavorando al disco "The Wall" e all'omonimo film. Fu un peccato ma quando poi entrai in contatto con i Goblin un gruppo romano allora sconosciuto fui molto intrigato dalla loro musica. Il risultato lo conoscete... *Mentre giravo quel film sapevo esattamente ciò che volevo. Ero molto rilassato, non sentivo lo stress. E poi la storia è bellissima. L'ho scritta in pochi giorni tutta d'un fiato. Fu miracoloso. Basta guardare un film per capire come sta il regista nel momento in cui l'ha girato. *Mio padre, mio fratello, lo scenografo Peppino Bassan e perfino il direttore di produzione, bocciarono la scena dell'assassinio di Giordani e dell'entrata in campo del pupazzo, perché troppo irrazionale: sino all'ultimo cercarono in tutti i modi di non farmela girare. Ancora oggi la gente mi chiede se sia Carlo o sua madre ad uccidere Giordani, ed io continuo a rispondere che non c'è una spiegazione razionale, ognuno ci vede quello che sente. *Non mi ha mai interessato il realismo nel raccontare un luogo, una città; ciò che mi interessa è solo raccontare una storia. In ''Profondo rosso'' c'è una città che io ho immaginato, tutto qui. *Prima della Calamai ho cercato altre attrici, note e meno note, fra cui [[Olga Villi]]... Poi, a un certo punto, mi sono chiesto che fine avesse fatto Clara Calamai. La Calamai, oltre essere la più affascinante, era anche la più vigorosa. Aveva una vitalità incredibile, un bellissimo fisico. Dopo il film abbiamo mantenuto un bel rapporto di amicizia. *{{NDR|Su [[Villa Scott]]}} Rimasi sorpreso quando venni a sapere che la villa era un centro di accoglienza per ragazzi tossicodipendenti gestito da suore. Per girare in tutta tranquillità mandai suore e pazienti in vacanza in un albergo di Rimini per un mese o due, il tutto finanziato dalla produzione. Le riprese furono effettuate all'esterno e all'interno della villa. *Volevo raccontare come la memoria potesse a volte metterti anche su delle false piste, suggerendoti soluzioni sbagliate. ===[[Fabio Giovannini]]=== *Con ''Profondo rosso'' Argento si avvicina per la prima volta al fantastico. La [[parapsicologia]] si mischia all'intreccio giallo, prefigurando nuovi temi argentiani che si svilupperanno nelle pellicole successive. Persino l'argomento del convegno di parapsicologia che apre il film (la telepatia e gli insetti) sarà ripreso in grande stile dieci anni dopo da ''[[Phenomena]]''. *La musica acquisisce sempre più spazio. Il film del resto si apre durante una prova di concerto al conservatorio, in uno scenario da chiesa. E la melodia infantile apparirà poi ogni volta che l'assassino colpisce, precedendo e accompagnando i delitti con la sua ripetitività ossessiva. La musica conquista il film anche nelle immagini: lo spartito di Mark occupa tutto lo schermo quando il pianista compone e l'assassino si nasconde nella sua casa. *''Profondo rosso'' ha avuto una vita difficile nei paesi europei in cui è stato distribuito. In Inghilterra i suoi 123 minuti originali sono stati ridotti a 102, mentre in Francia le forbici del distributore hanno tagliato ben 45 minuti. Si tratta di «accorciamenti» da addebitare, per una volta, non ai censori ma ai distributori, perché ne sono stati vittima soprattutto dialoghi e scene di passaggio piuttosto che sequenze sanguinarie o terrificanti. Il risultato, almeno per i francesi, è stato comunque disastroso: inquadrature frammentate, sequenze tagliate a metà, incongruenze nei dialoghi. Un vero massacro, degno degli assassini più crudeli del cinema di Argento. ===[[Daria Nicolodi]]=== *Devi sapere che il mio personaggio rappresenta in qualche modo Dario com'era ai tempi del suo impiego come giornalista a "Paese Sera": frenetico, pieno di vitalità, ironico, dolcemente esplosivo... l'abbozzo del personaggio di Gianna Brezzi è stato una sorta di gioco tra me e Dario, che mi portò a diventare giorno dopo giorno sempre più mascolina! Quella rimane per il cinema la mia interpretazione migliore e la più vicina alla mia vera personalità. *Il mio personaggio era una giornalista, una figura molto mascolina. Non si era mai visto un personaggio simile in Italia, in quegli anni. *''Profondo rosso'' è a tutti gli effetti il film più "felice" di Dario. *Ricordo che provavo in continuazione con David Hemmings le scene comiche (quelle del "braccio di ferro" l'abbiamo ripetuta sessanta volte fra di noi prima di girarla!) che potevano essere le più difficili per Dario il quale, comunque, non amava ripetere. ===[[Rudy Salvagnini]]=== *Ci sono così molte anime che si muovono e si alternano all'interno del film: quella dell'interazione tra Marc e Gianna che appartiene alla commedia giallo-rosa con schermaglie spesso persino comiche, quella dell'indagine che si muove in modo rituale tra indizi e scoperte e quella più puramente horror, rappresentata dalla brutalità degli omicidi e dai dettagli quasi (o forse del tutto) soprannaturali che si inseriscono con forza nel tessuto realistico. La fusione tra questi elementi potenzialmente dissonanti è garantita dallo stile sicuro e inventivo di un Dario Argento ai vertici della sua arte registica, pienamente padrone della scena e del racconto e capace di innovazioni e invenzioni, visuali, ma non solo. *Di notevole fascino è anche l'uso di esterni in grado di caratterizzare in modo decisivo la visualizzazione della storia, da un bar che sembra dipinto da Edward Hopper a una villa tenebrosa e ricca di memorie alla piazza in cui Argento mette in scena in modo particolare i dialoghi tra il protagonista e il suo derelitto amico pianista: tutto congiura a generare un insieme significativo e incisivo, grazie anche alla mobilità pervasiva e creativa della macchina da presa. *Il volto attonito che si riflette nel profondo rosso di una spessa pozza di sangue è una chiusa significativa ed emblematica di un film epocale che rappresenta la summa del thriller argentiano e insieme il suo superamento da parte dell'autore. ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Film gialli]] [[Categoria:Film thriller]] [[Categoria:Film horror]] 86hrgiuvllivtx94kupkdr6240b21c5 Template:Lingue/Dati 10 148341 1420670 1420583 2026-07-16T21:58:17Z ItwikiBot 66727 Bot: aggiornamento dati 1420670 wikitext text/x-wiki {{#switch:{{{1}}} |lingua1 = en |voci1 = 66767 |lingua2 = it |voci2 = 55565 |lingua3 = pl |voci3 = 31801 |lingua4 = ru |voci4 = 17988 |lingua5 = cs |voci5 = 15773 |lingua6 = et |voci6 = 13697 |lingua7 = uk |voci7 = 12335 |lingua8 = pt |voci8 = 12067 }} 9fktbn0g34xonl9nzvymvadp7wozobr Mago Merlino 0 149723 1420669 1420471 2026-07-16T21:00:00Z Skekzilla 17056 /* Thomas Malory */ 1420669 wikitext text/x-wiki {{nota disambigua||[[Merlino (disambigua)]]|Merlino}} [[File:Nuremberg chronicles f 138r 5.jpg|thumb|Merlino rappresentato sulle ''Cronache di Norimberga'']] '''Mago Merlino''', personaggio del ciclo bretone e delle leggende arturiane. ==Citazioni di Merlino== *I sogni spesso racchiudono i semi della realtà, Denis. Non puoi mai sapere quando metteranno radici e cominceranno a fiorire. I sogni rendono la vita degna di essere vissuta, ragazzo mio, rappresentano il tuo futuro ed è giusto che tu lotti per loro. Ricorda: sono il tuo bene più prezioso. (''[[Principe Valiant]]'') *Il destino degli uomini. Un enigma impenetrabile. Quanto poco conosciamo dei suoi piani misteriosi, dei suoi oscuri percorsi dentro il quale l'uomo nasce e muore, sa odiare ed amare, trionfare e cadere. Ed ogni singolo percorso poi inevitabilmente si lega con un altro, e con un altro ancora, e ancora dipingere insieme l'affresco dell'esistenza, il delirio delle passioni, la meschinità di ogni potere. Desiderio di onori e glorie ed antichi conti insoluti all'ombra del grande ordine, se un fiore sboccia un altro appassisce. (''[[Principe Valiant]]'') ===''[[Excalibur]]''=== {{cronologico}} *Guardate la spada del potere Excalibur! Forgiata quando il mondo era giovane e uccelli e bestie e fiori erano tutt'uno coll'uomo e la morte non era che un sogno. *Ho camminato per la mia strada fin dagli albori del tempo. A volte io do a volte io prendo. Sta a me il sapere cosa e quando. *Così hai di nuovo bisogno di me ora che la mia tregua è infranta? Anni da costruire, attimi per distruggere, e tutto per lussuria. *''Anál nathrach, orth' bháis's bethad, do chél dénmha.'' {{NDR|[[Incantesimi dai film|incantesimo]]}} *Tu devi giurare sul tuo vero diritto sovrano, Uther, di accordare a me ciò che io desidero e sarai appagato. [...] Ciò che è frutto della tua lussuria sarà mio. *Non lo vedi tutto intorno a te l'alito del drago? *La tua lussuria ti sosterrà. Galleggerai sull'alito del drago. *Il futuro ha già messo radici nel presente. *No, casa e focolare, moglie e figlio, non è per te, Uther. [...] Tu hai tradito il duca, gli hai rubato la moglie e hai preso il suo castello. Ora nessuno si fida di te. Tu non sei il predestinato. *Tu sarai la terra e la terra sarà te. Se tu fallisci, la terra non darà più frutto. Se tu riesci, la terra prospererà. *Devo dirti cosa c'è là fuori? [...] Il drago, una bestia di tale potenza che se tu lo vedessi intero e tutto insieme in un solo sguardo ti ridurrebbe in cenere nel tempo di un respiro. *Il drago è ovunque. Il drago è ogni cosa. Le sue squame brillano nella corteccia degli alberi. Il suo ruggire si sente nel vento. E la sua forcuta lingua colpisce come... come... eccolo lì, il fulmine! Proprio così. *{{NDR|[[Uther Pendragon]]}} era forte e molto coraggioso. Era un grande cavaliere. {{NDR|«Era un grande re?»}} Beh, era avventato. Non imparò mai a guardare nel cuore degli uomini, tanto meno nel suo. *Eh, è facile amare la follia in un ragazzo. *Adesso ascolta, una volta restai esposto all'alito del drago perché un uomo giacesse una notte con una donna. Nove lune mi ci sono volute per riavermi, e tutta per questa follia chiamata amore, questo pazzo turbamento che colpisce i mendicanti e i re. Non lo rifarò mai più! *L'amore è sordo oltre che cieco, ecco! Tu hai una terra da acquietare prima di iniziare a perdere tempo con stolte scaramucce d'amore! *Guardare quel biscotto è come guardare il futuro: finché non l'hai assaggiato cosa ne sai in realtà? E allora, ormai è troppo tardi. *C'è sempre qualcuno più furbo di te. *Pensate bene a questo momento. Assaporatelo. Rallegratevene con grande gioia. Grande gioia! Ricordatelo per sempre, poiché da esso siete uniti. Voi siete tutt'uno sotto le stelle. Ricordate bene, dunque, questa notte, questa grande vittoria, così che negli anni a venire possiate dire: «Io ero lì quella notte con Artù il re!». Poiché la maledizione degli uomini è che essi dimenticano. *È una strada lunga e solitaria, sai, la strada del negromante. Sì, conoscere troppo. ''Lacrimae mundi'', le sofferenze del mondo. *Ormai i giorni dei pari nostri sono numerati. Il Dio unico viene a cacciare via i molti dei, gli spiriti dei boschi e dei torrenti cominciano a tacere. È il destino delle cose. Sì, è il tempo degli uomini e dei loro modi. *Il bene e il male, non esiste mai uno senza l'altro. *Un re dovrebbe sempre aver paura, Artù, sempre! Del nemico in agguato dovunque, nei lunghi corridoi nel suo grande castello, in ogni anfratto della sua foresta o in una più intricata foresta qui dentro. {{NDR|indica la testa}} *Quando un uomo mente, assassina una parte del mondo. *Ci sono altri mondi e questo ha finito con me. *Ali di pipistrello, pelle di serpente! È tutto quello che hai imparato, Morgana? A usare pozioni e piccole stregonerie? *Sono esaurito fino all'inverosimile, Morgana. Ho cercato di guidare gli uomini, o intrigare a loro danno come diresti tu, troppo a lungo. È giunto il momento che io me ne vada. *Guarda negli occhi del drago e dispera! Io ti consegno all'oblio! Io ti distruggo! {{NDR|[[Incantesimi dai film|incantesimo]]}} *Tu mi hai riportato qui. Il tuo amore mi ha riportato qui, qui dove tu sei adesso, nella terra dei sogni. {{NDR|«Sei solo un sogno, Merlino?»}} Un sogno per alcuni. Un incubo per altri! *{{NDR|Rivolto a Morgana}} Sono tornato, incantatrice. Sei bellissima. Sì, magnifica. Hai usato tutta la magia che mi hai rubato per mantenerti così giovane? Ti è rimasta un po' di magia per combattere Merlino? Non hai niente da temere da un vecchio mago che hai sconfitto tanto tempo fa che vuole solo vedere quanto sei diventata potente. Vedi, Morgana, tu mi hai trasformato in un'ombra, un sogno. {{NDR|Morgana ride}} Tu devi essere più grande di quanto io sia mai stato. Una volta liberai l'alito del drago perché Uther giacesse con tua madre e concepisse un re. Questo rischiò di distruggermi, ma suppongo che tu possa farlo con facilità. Non è così? Non vedo nebbia. Anche i tuoi poteri stanno svanendo, Morgana? La formula! Sì, ecco, usa la formula magica. Hai dimenticato la magia del fare? Usala! {{NDR|Morgana comincia ad incantare}} Sì, usala! {{NDR|dalla bocca di Morgana fuoriesce una nebbia che avvolge tutto il campo}} Ecco, così! Bene! Eccezionale! Molto meglio di quanto io sia mai stato! Attenta... Può danneggiare la tua bellezza! ===''[[La spada nella roccia]]''=== *Anche il mondo acquatico ha la sue foresta e le sue giungle, e così ha anche le sue tigri e i suoi lupi. E questo il mondo fa girar. Ed anche tu ti accorgerai ''che ogn'or difenderti dovrai | e per non farti conquistar | dovrai il cervello adoperar | perché in natura ben si sa | il forte il debol sopraffà! | Gatto e uccel, | lupo e agnel | questo il mondo fa girar...'' *Grandi notizie, eh? Non posso aspettare di leggerle sul ''Times'', la prima edizione uscirà solo tra... 12 secoli! *Quel ragazzo è uno spiritaccio! Ha molto fegato! Si butta anima e corpo in ogni cosa che fa! E queste doti sono preziose, una volta avviato nella direzione giusta. *Tempi oscuri davvero, e maledettamente scomodi! Niente idraulica, niente elettricità, niente di niente! *{{NDR|Rivolto a Re Artù}} Tu diventerai un eroe leggendario. Scriveranno libri su di te per secoli e secoli. E chissà, magari faranno anche un film su di te. *Vedi, giovanotto, questa faccenda dell'amore... è una cosa potentissima! [...] Io direi che è la forza più grande sulla terra! ===[[Thomas Malory]]=== {{cronologico}} *La prima notte che trascorrerete con [[Igraine]] concepirete in lei un figlio che mi farete consegnare appena sarà venuto alla luce. Io lo alleverò dove più mi piacerà, affinché a voi derivi onore e al bambino i vantaggi che gli spettano. *Signori, è figlio legittimo di [[Uther Pendragon]] e di Igraine, moglie del duca di Tintagel [...]; Artù fu concepito più di tre ore dopo la morte del duca, e tredici giorni più tardi re Uther sposò Igraine. È quindi provato che non è bastardo, e chi lo afferma sappia che Artù sarà re e avrà ragione di tutti i suoi nemici, e che, prima di morire, avrà regnato a lungo su tutta l'Inghilterra e avrà condotto sotto il proprio comando Galles, l'Irlanda, la Scozia e molti altri regni. *È la volontà di Dio che il vostro corpo sia punito per le vostre azioni impure. Io invece dovrei essere triste, perché morirò di una morte vergognosa, sotterrato ancora vivo. Almeno la vostra sarà una fine onorevole. *Vi avevo detto che era un cavaliere forte e coraggioso, e vi avrebbe ucciso se io non fossi intervenuto. Ma da ora in poi egli vi renderà ottimi servigi; il suo nome è Pellinor, e un giorno avrà due figli di valore impareggiabile che si chiameranno Percival e Lamorak il Gallese. E sarà ancora Pellinor a rivelarvi il nome del figlio che avete concepito in vostra sorella e che sarà la rovina del regno. *Vi piace più l'arma o il fodero? {{NDR|«Preferisco la spada.»}} Non siete molto saggio, perché il fodero vale dieci volte di più! Finché lo avrete al fianco, esso impedirà alle vostre ferite di sanguinare, per quanto gravi possano essere. Quindi badate a non abbandonarlo mai. *Badate, sire, di conservare con cura il fodero di Excalibur e ricordate che finché l'avrete con voi le vostre ferite, per quanto gravi, non sanguineranno. *Solo i campioni migliori del mondo potranno maneggiare questa spada, cioè Lancillotto e suo figlio Galahad. E con quest'arma Lancilotto ucciderà ser Galvano, il nipote di re Artù. *So che quando il cuore di un uomo ha operato la sua scelta, è riluttante a volgersi altrove. *Sire, {{NDR|i due seggi della Tavola Rotonda vuoti}} sono destinati a uomini degni del più alto onore, e sul Seggio Periglioso siederà solo un cavaliere senza pari. Chiunque altro sarà tanto ardito da tentare di prendervi posto, sarà annientato. ===[[T. H. White]]=== {{cronologico}} *Terapeutico,<br/>Elefantiaco,<br/>Diagnosi,<br/>Bum!<br/>Pancreatico,<br/>Microstatico,<br/>Antitossico,<br/>Tum!<br/>Con un normale catabolismo,<br/>Farfuglismo e balbettismo,<br/>Snip, Snap, Snorum,<br/>Taglia via il suo addomorum.<br/>Dispepsia,<br/>Anemia,<br/>Tossiemia.<br/>Uno, due, tre,<br/>E Lui sen va,<br/>Con le cinque ghinee,<br/>Cantando trallalà. *Quando si è tristi [...] la cosa migliore è apprendere qualcosa. Questo è l'unico rimedio infallibile. Puoi diventare vecchio e tremante nella persona, puoi restar sveglio la notte prestando attenzione ai disturbi delle tue arterie, puoi sentire la mancanza del tuo unico amore, vedere il mondo circostante devastato da perfidi folli o sapere che il tuo onore viene calpestato e gettato nelle cloache da menti abiette. C'è un unico rimedio, allora, per questo: apprendere. Capire perché il mondo si muove e che cosa lo muove. Questo è l'unico argomento che la mente non può mai esaurire, da cui non può mai essere tormentata, che non può temere e di cui non può diffidare né rammaricarsi. Conoscere è quello che ti ci vuole. Guarda quante cose vi sono da imparare! Scienza pura, l'unica purezza che esista. Puoi apprendere l'astronomia nel corso di una vita, la storia naturale in tre, la letteratura in sei. E poi, dopo aver esaurito un miliardo di vite per medicina, biologia, teocritica, geografia, storia ed economia... ebbene, puoi cominciare a costruire una ruota da carro col legno giusto, oppure trascorrere cinquant'anni imparando a cominciare a imparare come battere il tuo avversario nella scherma. Dopo di che potrai ricominciare da capo con la matematica, fino a che non sarà giunto il momento di imparare ad arare. *Come stai bene con la corona! Non mi fu permesso dirtelo prima, o poi, ma tuo padre era, o sarà, Re Uther Pendragon, e fui io stesso, travestito da mendicante, a portarti al castello di sir Ector, nelle tue fasce dorate. So tutto sulla tua nascita e sui tuoi genitori, e so anche chi ti diede il tuo vero nome. Conosco le pene e le gioie che ti attendono, e so che non ci sarà mai più alcuno che oserà chiamarti col soprannome affettuoso di Wart, ovvero Bitorzolo. Da ora in poi tua sorte gloriosa sarà portare il fardello e godere la nobiltà del titolo che ti spetta: perciò ora chiedo con insistenza il privilegio di essere il primo tra i tuoi sudditi a rivolgertelo, mio caro sovrano, re Artù. ==Citazioni su Merlino== *Indossava un'ampia veste lunga, con quattro stole ricamate con i segni dello zodiaco e vari segni cabalistici, come triangoli con occhi dentro, strane croci, foglie di alberi, ossa di uccelli e altri animali, nonché un planetario con stelle che brillavano come pezzi di uno specchio quando il sole vi batte sopra. Portava un cappello a punta simile a quello che si mette in testa agli scolari negligenti o al copricapo usato dalle dame dell'epoca, solo che le dame avevano anche un pezzo di velo fluttuante alla sommità. Possedeva anche una [[bacchetta magica]] di ''lignum vitae'', che aveva posato sull'erba davanti a sé, e un paio di occhiali con montatura di corno come quelli di re Pellinore. Erano occhiali fuori del comune, perché mancavano delle stanghette, con una forma che ricordava più quella delle forbici o delle antenne della vespa ''Pepsis''. ([[T. H. White]]) *– Merlino mi ha cambiato con la sua magia. È il più potente mago del mondo!<br>– Merlino?! Oh, oh, Merlino! Il più potente ''pasticcione'' del mondo! (''[[La spada nella roccia]]'') ===''[[Excalibur]]''=== *Hai intrappolato te stesso con la stessa stregoneria che usasti per ingannare mia madre. Tu non sei niente! Tu non sei un dio, non sei un uomo! *I tuoi intrighi dove hanno portato il mondo? Sull'orlo della rovina! *Merlino! Tu arrivi non richiesto e m'ignori quando ti chiamo. *Merlino, la tua saggezza ha forgiato questo anello. D'ora in avanti, in modo da rammentarci i nostri vincoli, ci riuniremo sempre in un cerchio, per raccontare e sentire le azioni buone e coraggiose. *Merlino vive. Vive nei nostri sogni ora e parla a noi da lì. *Sta cercando di imporci con la frode un ragazzo senza padre! ===[[Thomas Malory]]=== *La gente dice che Merlino è figlio di un diavolo, ma io posso affermare di essere stato concepito da un demone sulla terra! *«Merlino istituì la [[Tavola Rotonda]] a somiglianza della sfericità del mondo in essa perfettamente rappresentato» proseguì la reclusa. «Nella Tavola Rotonda, infatti, l'intero mondo cristiano e pagano trova ristoro, tanto che coloro che sono scelti a fare parte di quell'eletta compagnia si reputano colmi di grazia e più onorati che se fossero i padroni di metà della terra. Hai potuto vedere anche tu come, pur di appartenervi, i cavalieri siano disposti a perdere padre, madre, famiglie, mogli e figli, come facesti tu stesso che, per unirti a loro, abbandonasti tua madre senza volerla più vedere.<br>«Dunque, quando Merlino istituì la Tavola Rotonda disse che coloro che ne sarebbero stati compagni avrebbero potuto attingere alla verità del Sangrail. Gli fu chiesto chi l'avrebbe conquistata, ed egli rispose che sarebbero stati tre tori bianchi, due vergini e uno casto, e che uno di essi sarebbe stato più forte e più valoroso di suo padre quanto il leone lo è del leopardo. Allora gli fu detto: "Bisognerà che con le tue arti tu dia luogo a un seggio su cio potrà prendere posto solo il cavaliere che eccellerà su ogni altro".<br>«E Merlino istituì il [[Seggio Periglioso]], quello su cui [[Galahad]] sedette al banchetto di Pentecoste.» *Non passò molto che la [[Dama del Lago|Damigella del Lago]] partì e Merlino la seguì tentando più volte di farla sua con le proprie arti sottili, ma poi Nimue gli fece giurare di non fare mai più uso con lei dei suoi incantesimi, perché altrimenti non l'avrebbe mai avuta. [...] Poi Merlino e la damigella ripartirono per la Cornovaglia, e nel corso del viaggio egli le insegnò molti altri prodigi. Ma poiché le stava sempre intorno per cogliere la sua verginità, Nimue lo prese a noia e pensò di liberarsene; tuttavia non sapeva come fare anche perché ne aveva paura, dato che Merlino era figlio di un diavolo.<br>Ora, avvenne che un giorno Merlino le facesse vedere una caverna meravigliosa che si sprofondava sotto una grande pietra che la damigella, mettendo in opera le arti che aveva apprese, lo inducesse ad entrarvi per mostrarle i prodigi che essa nascondeva. Poi fece in modo che egli non ne uscisse mai più di quante arti magiche mettesse in opera, e si allontanò lasciandolo prigioniero. *Poiché [[Baudemago|ser Bagdemagus]] si era adirato perché a ser Tor era stata data la precedenza, si allontanò all'istante dalla corte e, in compagnia del suo scudiero, si inoltrò in una foresta. Dopo molte avventure gli capitò di arrivare davanti alla caverna in cui la Damigella del Lago aveva imprigionato Merlino. Udendolo lamentarsi pietosamente, il cavaliere decise di cercare di aiutarlo e si sforzò di sollevare la pietra che chiudeva l'antro, ma essa era tanto pesante che non vi sarebbero riusciti nemmeno cento uomini.<br>Intanto Merlino, che si era accorto della sua presenza, gli diceva di desistere perché si affaticava invano: egli non avrebbe potuto essere soccorso se non da colei che lo aveva rinchiuso. ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Personaggi del ciclo arturiano]] eg44a675yjuv7h39lyi3spyrd3ijxwq Gemma Giovannini 0 161204 1420678 1420595 2026-07-17T06:19:24Z Gaux 18878 /* Citazioni */ Maria Teresa d'Asburgo-Lorena 1420678 wikitext text/x-wiki '''Gemma Giovannini''' (1851 – 1909), scrittrice e pedagogista italiana. ==''Le donne di Casa Savoia''== ===[[Incipit]]=== La storia della [[Casa Savoia|Casa di Savoia]] è scritta a caratteri d'oro nelle memorie italiane e nelle evoluzioni che hanno portato la patria nostra alla unità, alla indipendenza, alla libertà. Dei rampolli maschi di questa antichissima stirpe italica, molti han narrato la lealtà, la magnanimità, il valore; la storia d'Italia, fin dai tempi remoti, ha pagine splendide fregiate del loro nome; ma delle donne, figlie e sorelle di quegli eroi, o ad essi madri e spose, poco o nulla ci è noto. E ciò, mentre dimostra che esse, mai, o quasi, sono uscite dalla femminilità (il che è il loro vanto principale), ci spinge d'altra parte a voler investigare e ricercare quali e più, fra esse, con le loro femminili virtù, il loro cuore, il loro senno, i loro talenti, {{sic|hanno emerso}} nel mondo, o hanno contribuito a formare, a plasmare quei guerrieri, quegli eroi, che oggi sono come il patrimonio e l'orgoglio della vecchia Casa. <!--(Introduzione, p. XIII)--> ===Citazioni=== *[[Adelaide di Susa]], alla considerazione che le davano il potere e la ricchezza, aggiungeva un'attitudine grande per governare, e il marito<ref>Oddone di Savoia (1023 – 1057), conte di Savoia e conte d'Aosta, secondogenito di Umberto I Biancamano.</ref> lasciò volentieri, ancora vivente, ogni autorità in mano di una Principessa sì degna di tutta la considerazione, e alla quale doveva una sì bella successione<ref>La Marca di Torino, detta anche Marca di Susa o Marca Arduinica.</ref>; sicché la Reggenza non la trovò niente affatto digiuna delle cose di Stato. (cap. II, p. 8) *Donna di sensi magnanimi e virili, degna nipote di Arduino<ref>Arduino III, detto Arduino Glabrione o Arduino il Glabro (930 – 976), primo signore della Marca di Torino.</ref>, da cui direttamente discendeva, {{NDR|Adelaide di Susa}} aveva passato, dicesi, gran parte dell'adolescenza fra le armi, viste da vicino la guerra e le stragi, cinte essa pure armi e corazza, ed erasi sentita rinforzare gli spiriti alla speranza e all'ardire, e trasportare del tutto alle imprese e alle vittorie militari. (cap. II, p. 8) *{{NDR|[[Bona di Savoia]]}} Intanto faceva pratiche, e scriveva lettere e lettere, per ottenere da Carlo VIII la rivendicazione della sua pensione di 5000 lire tornesi, assegnatale da Luigi XI sul Ducato di Milano.<br>Viva immagine delle umane vicende, la infelice Bona, che a Firenze e a Milano aveva sfoggiato la più possibile magnificenza, che era madre di una Imperatrice, e che si vedeva ridotta a ricorrere a domande e sollecitazioni, per tirare innanzi la vita!<br>Essa morì poi in Fossano, dimenticata da tutti, nella seconda metà del Novembre 1503, in età di cinquantatré anni. La morte la colse, ignorata dai più anche fra i suoi contemporanei, e nella massima miseria, tanto che due sole faci furono accese intorno al suo cadavere, e due del pari furono impiegate pel suo accompagnamento funebre, e non trovandosi drappo da {{sic|cuoprire}} il feretro, doverono farlo venire da Carignano!<br>''Sic transit gloria mundi!'' (cap. XI, pp. 88-89) *[...] la [[Maria Teresa Luisa di Savoia-Carignano|Principessa di Lamballe]] non chiese mai nulla alla Regina, né per sé, né per gli altri: né ci fu mai favorito o favorita che meno costasse a potenti! Essa non trasse profitto della sua posizione che per i poveri, e [[Maria Antonietta d'Asburgo-Lorena|Maria Antonietta]] si affezionò alla sua ingenua favorita, ben sorpresa di così raro disinteresse. (cap. XXV, p. 293) *La bellezza della Principessa {{NDR|di Lamballe}}, che è tempo oramai di descrivere, essendo essa una delle cause della sua celebrità, colpiva più l'anima che gli occhi; la di lei fisonomia era dolce e graziosa, e tutto in lei rivelava quel verginale pudore che il matrimonio troppo breve aveva appena sfiorato, conservando, vedova precoce, le soavi attrattive e quel non so che tutto proprio delle fanciulle.<br>Il carattere conciliante e carezzevole, lo spirito acuto ed ingenuo, aggiungevano poi grazia al bel fiore che, come ha detto un suo biografo, sopravviveva al frutto. E tutti coloro che si sono occupati di lei, sono d'accordo a lodare quei belli occhi di una vivacità così soave, quella fronte d'avorio, quelle labbra di porpora, quell'ammirabile capigliatura bionda, che sciolta le cadeva fino ai piedi. (cap. XXV, pp. 293-294) *Maria Teresa di Lamballe, interrogata il 19 Agosto {{NDR|1792}}, fu poi rinchiusa nella prigione della ''Forza'', ed ivi stette fino al 3 Settembre in una incertezza mortale.<br>Allora le fu cambiata la prigione e fatto subire un nuovo interrogatorio. E quando a conclusione le fu detto: «Giurate dunque di amare la libertà e l'eguaglianza, e di odiare il Re, la Regina e la Monarchia.» «Farò il primo di questi due giuramenti – essa rispose – il secondo non lo posso fare, perché non è nel mio cuore.» «Giurate, o siete perduta!» le {{sic|susurrò}} una voce amica. Essa, quasi priva di sensi, rimase silenziosa, e segnò così la sua condanna, perché Casa Savoia non-pronunzia falsi giuramenti.<br>Impadronitasi allora di lei la turba briaca, fu atterrata, uccisa, dilaniata, e la sua testa, separata dal busto e infilata in una picca, fu portata per la città come trofeo. (cap. XXV, p. 296) *{{NDR|[[Maria Teresa d'Asburgo-Lorena]]}} [...] mentre Carlo Alberto la chiamava famigliarmente Teresa, e sarebbe stato incantato di vederla più sciolta con lui, essa, ammirandone lo spirito, la finezza, la persona, non poté mai persuadersi che ei non le fosse superiore in tutto; e qualunque cosa le dicessero o suggerissero quelli che la circondavano, cercando farle comprendere il desiderio di lui, essa rimaneva alla di lui presenza sempre più timida ed impacciata. (cap. XXX, p. 368) *{{NDR|[[Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena]]}} Di una gentilezza d'animo squisita, il suo trionfo fu la carità e l'amor della famiglia e dei figli, che tutti allattava da sé; e in quanto agli infelici che a lei ricorrevano, essa non era soltanto caritatevole, ma la carità in persona, e tutte le sere dicesi che scrivesse sopra un taccuino nomi, cognomi e particolari di quelli che le erano raccomandati, non solo per soccorrerli subito, ma per potersi informare di loro e provvederli per l'avvenire. Vi è una distinzione fra carità ed elemosina, e Maria Adelaide possedeva ed esercitava a seconda entrambe queste virtù, spingendole fino al proprio sacrifizio. (cap. XXXII, p. 406) *Quantunque giovane assai, ed amante del vestir bene, {{NDR|Maria Adelaide}} si privava spesso della soddisfazione che reca un vestito nuovo, un gioiello, per darne il prezzo ai poveri; e più d'una volta, vedendo crescere i bisogni di tante disgraziate famiglie, pregò il suocero<ref>[[Carlo Alberto di Savoia]], padre di [[Vittorio Emanuele II di Savoia|Vittorio Emanuele II]].</ref>, che soleva regalarle per Capodanno qualche elegante monile del valore di {{sic|6,000}} lire, a volergliene invece far dare il prezzo , per poterlo distribuire fra gli infelici, che non era riuscita a beneficiare durante l'anno. (cap. XXXII, p. 407) *Maria Adelaide aveva una meravigliosa facilità per ogni cosa da apprendere; non vi era arte femminile che non conoscesse, ma la sua modestia era sì straordinaria, che con lei si andava sempre di scoperta in scoperta. Anche di storia, lingua, studi in generale, aveva larga conoscenza; ma {{sic|si piaceva}} specialmente a ricamare, a curare il corpo e l'anima e coltivare lo spirito dei suoi figli, passando presso di loro le ore di libertà di cui poteva godere durante i suoi quieti soggiorni di Moncalieri e Stupinigi, dove a quell'epoca la famiglia stava quasi abitualmente. (cap. XXXII, pp. 408-409) ==Bibliografia== *Gemma Giovannini, ''[https://archive.org/details/ledonnedicasasa00giovgoog/page/n6 Le donne di Casa Savoia. {{small|Dalle origini della Famiglia fino ai nostri giorni}}]'', Tipografia editrice L. F. Cogliati, Milano, 1900. ==Note== <references /> ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Pedagogisti italiani]] [[Categoria:Scrittori italiani]] 0u8rf56dez6qjzvxkxhlczu477ooycz 1420679 1420678 2026-07-17T06:20:21Z Gaux 18878 /* Citazioni */ Carlo Alberto di Savoia 1420679 wikitext text/x-wiki '''Gemma Giovannini''' (1851 – 1909), scrittrice e pedagogista italiana. ==''Le donne di Casa Savoia''== ===[[Incipit]]=== La storia della [[Casa Savoia|Casa di Savoia]] è scritta a caratteri d'oro nelle memorie italiane e nelle evoluzioni che hanno portato la patria nostra alla unità, alla indipendenza, alla libertà. Dei rampolli maschi di questa antichissima stirpe italica, molti han narrato la lealtà, la magnanimità, il valore; la storia d'Italia, fin dai tempi remoti, ha pagine splendide fregiate del loro nome; ma delle donne, figlie e sorelle di quegli eroi, o ad essi madri e spose, poco o nulla ci è noto. E ciò, mentre dimostra che esse, mai, o quasi, sono uscite dalla femminilità (il che è il loro vanto principale), ci spinge d'altra parte a voler investigare e ricercare quali e più, fra esse, con le loro femminili virtù, il loro cuore, il loro senno, i loro talenti, {{sic|hanno emerso}} nel mondo, o hanno contribuito a formare, a plasmare quei guerrieri, quegli eroi, che oggi sono come il patrimonio e l'orgoglio della vecchia Casa. <!--(Introduzione, p. XIII)--> ===Citazioni=== *[[Adelaide di Susa]], alla considerazione che le davano il potere e la ricchezza, aggiungeva un'attitudine grande per governare, e il marito<ref>Oddone di Savoia (1023 – 1057), conte di Savoia e conte d'Aosta, secondogenito di Umberto I Biancamano.</ref> lasciò volentieri, ancora vivente, ogni autorità in mano di una Principessa sì degna di tutta la considerazione, e alla quale doveva una sì bella successione<ref>La Marca di Torino, detta anche Marca di Susa o Marca Arduinica.</ref>; sicché la Reggenza non la trovò niente affatto digiuna delle cose di Stato. (cap. II, p. 8) *Donna di sensi magnanimi e virili, degna nipote di Arduino<ref>Arduino III, detto Arduino Glabrione o Arduino il Glabro (930 – 976), primo signore della Marca di Torino.</ref>, da cui direttamente discendeva, {{NDR|Adelaide di Susa}} aveva passato, dicesi, gran parte dell'adolescenza fra le armi, viste da vicino la guerra e le stragi, cinte essa pure armi e corazza, ed erasi sentita rinforzare gli spiriti alla speranza e all'ardire, e trasportare del tutto alle imprese e alle vittorie militari. (cap. II, p. 8) *{{NDR|[[Bona di Savoia]]}} Intanto faceva pratiche, e scriveva lettere e lettere, per ottenere da Carlo VIII la rivendicazione della sua pensione di 5000 lire tornesi, assegnatale da Luigi XI sul Ducato di Milano.<br>Viva immagine delle umane vicende, la infelice Bona, che a Firenze e a Milano aveva sfoggiato la più possibile magnificenza, che era madre di una Imperatrice, e che si vedeva ridotta a ricorrere a domande e sollecitazioni, per tirare innanzi la vita!<br>Essa morì poi in Fossano, dimenticata da tutti, nella seconda metà del Novembre 1503, in età di cinquantatré anni. La morte la colse, ignorata dai più anche fra i suoi contemporanei, e nella massima miseria, tanto che due sole faci furono accese intorno al suo cadavere, e due del pari furono impiegate pel suo accompagnamento funebre, e non trovandosi drappo da {{sic|cuoprire}} il feretro, doverono farlo venire da Carignano!<br>''Sic transit gloria mundi!'' (cap. XI, pp. 88-89) *[...] la [[Maria Teresa Luisa di Savoia-Carignano|Principessa di Lamballe]] non chiese mai nulla alla Regina, né per sé, né per gli altri: né ci fu mai favorito o favorita che meno costasse a potenti! Essa non trasse profitto della sua posizione che per i poveri, e [[Maria Antonietta d'Asburgo-Lorena|Maria Antonietta]] si affezionò alla sua ingenua favorita, ben sorpresa di così raro disinteresse. (cap. XXV, p. 293) *La bellezza della Principessa {{NDR|di Lamballe}}, che è tempo oramai di descrivere, essendo essa una delle cause della sua celebrità, colpiva più l'anima che gli occhi; la di lei fisonomia era dolce e graziosa, e tutto in lei rivelava quel verginale pudore che il matrimonio troppo breve aveva appena sfiorato, conservando, vedova precoce, le soavi attrattive e quel non so che tutto proprio delle fanciulle.<br>Il carattere conciliante e carezzevole, lo spirito acuto ed ingenuo, aggiungevano poi grazia al bel fiore che, come ha detto un suo biografo, sopravviveva al frutto. E tutti coloro che si sono occupati di lei, sono d'accordo a lodare quei belli occhi di una vivacità così soave, quella fronte d'avorio, quelle labbra di porpora, quell'ammirabile capigliatura bionda, che sciolta le cadeva fino ai piedi. (cap. XXV, pp. 293-294) *Maria Teresa di Lamballe, interrogata il 19 Agosto {{NDR|1792}}, fu poi rinchiusa nella prigione della ''Forza'', ed ivi stette fino al 3 Settembre in una incertezza mortale.<br>Allora le fu cambiata la prigione e fatto subire un nuovo interrogatorio. E quando a conclusione le fu detto: «Giurate dunque di amare la libertà e l'eguaglianza, e di odiare il Re, la Regina e la Monarchia.» «Farò il primo di questi due giuramenti – essa rispose – il secondo non lo posso fare, perché non è nel mio cuore.» «Giurate, o siete perduta!» le {{sic|susurrò}} una voce amica. Essa, quasi priva di sensi, rimase silenziosa, e segnò così la sua condanna, perché Casa Savoia non-pronunzia falsi giuramenti.<br>Impadronitasi allora di lei la turba briaca, fu atterrata, uccisa, dilaniata, e la sua testa, separata dal busto e infilata in una picca, fu portata per la città come trofeo. (cap. XXV, p. 296) *{{NDR|[[Maria Teresa d'Asburgo-Lorena]]}} [...] mentre [[Carlo Alberto di Savoia|Carlo Alberto]] la chiamava famigliarmente Teresa, e sarebbe stato incantato di vederla più sciolta con lui, essa, ammirandone lo spirito, la finezza, la persona, non poté mai persuadersi che ei non le fosse superiore in tutto; e qualunque cosa le dicessero o suggerissero quelli che la circondavano, cercando farle comprendere il desiderio di lui, essa rimaneva alla di lui presenza sempre più timida ed impacciata. (cap. XXX, p. 368) *{{NDR|[[Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena]]}} Di una gentilezza d'animo squisita, il suo trionfo fu la carità e l'amor della famiglia e dei figli, che tutti allattava da sé; e in quanto agli infelici che a lei ricorrevano, essa non era soltanto caritatevole, ma la carità in persona, e tutte le sere dicesi che scrivesse sopra un taccuino nomi, cognomi e particolari di quelli che le erano raccomandati, non solo per soccorrerli subito, ma per potersi informare di loro e provvederli per l'avvenire. Vi è una distinzione fra carità ed elemosina, e Maria Adelaide possedeva ed esercitava a seconda entrambe queste virtù, spingendole fino al proprio sacrifizio. (cap. XXXII, p. 406) *Quantunque giovane assai, ed amante del vestir bene, {{NDR|Maria Adelaide}} si privava spesso della soddisfazione che reca un vestito nuovo, un gioiello, per darne il prezzo ai poveri; e più d'una volta, vedendo crescere i bisogni di tante disgraziate famiglie, pregò il suocero<ref>[[Carlo Alberto di Savoia]], padre di [[Vittorio Emanuele II di Savoia|Vittorio Emanuele II]].</ref>, che soleva regalarle per Capodanno qualche elegante monile del valore di {{sic|6,000}} lire, a volergliene invece far dare il prezzo , per poterlo distribuire fra gli infelici, che non era riuscita a beneficiare durante l'anno. (cap. XXXII, p. 407) *Maria Adelaide aveva una meravigliosa facilità per ogni cosa da apprendere; non vi era arte femminile che non conoscesse, ma la sua modestia era sì straordinaria, che con lei si andava sempre di scoperta in scoperta. Anche di storia, lingua, studi in generale, aveva larga conoscenza; ma {{sic|si piaceva}} specialmente a ricamare, a curare il corpo e l'anima e coltivare lo spirito dei suoi figli, passando presso di loro le ore di libertà di cui poteva godere durante i suoi quieti soggiorni di Moncalieri e Stupinigi, dove a quell'epoca la famiglia stava quasi abitualmente. (cap. XXXII, pp. 408-409) ==Bibliografia== *Gemma Giovannini, ''[https://archive.org/details/ledonnedicasasa00giovgoog/page/n6 Le donne di Casa Savoia. {{small|Dalle origini della Famiglia fino ai nostri giorni}}]'', Tipografia editrice L. F. Cogliati, Milano, 1900. ==Note== <references /> ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Pedagogisti italiani]] [[Categoria:Scrittori italiani]] moui7452m39smwrmm3dxzqu2go5iohk 1420680 1420679 2026-07-17T06:21:20Z Gaux 18878 /* Citazioni */ corsivo 1420680 wikitext text/x-wiki '''Gemma Giovannini''' (1851 – 1909), scrittrice e pedagogista italiana. ==''Le donne di Casa Savoia''== ===[[Incipit]]=== La storia della [[Casa Savoia|Casa di Savoia]] è scritta a caratteri d'oro nelle memorie italiane e nelle evoluzioni che hanno portato la patria nostra alla unità, alla indipendenza, alla libertà. Dei rampolli maschi di questa antichissima stirpe italica, molti han narrato la lealtà, la magnanimità, il valore; la storia d'Italia, fin dai tempi remoti, ha pagine splendide fregiate del loro nome; ma delle donne, figlie e sorelle di quegli eroi, o ad essi madri e spose, poco o nulla ci è noto. E ciò, mentre dimostra che esse, mai, o quasi, sono uscite dalla femminilità (il che è il loro vanto principale), ci spinge d'altra parte a voler investigare e ricercare quali e più, fra esse, con le loro femminili virtù, il loro cuore, il loro senno, i loro talenti, {{sic|hanno emerso}} nel mondo, o hanno contribuito a formare, a plasmare quei guerrieri, quegli eroi, che oggi sono come il patrimonio e l'orgoglio della vecchia Casa. <!--(Introduzione, p. XIII)--> ===Citazioni=== *[[Adelaide di Susa]], alla considerazione che le davano il potere e la ricchezza, aggiungeva un'attitudine grande per governare, e il marito<ref>Oddone di Savoia (1023 – 1057), conte di Savoia e conte d'Aosta, secondogenito di Umberto I Biancamano.</ref> lasciò volentieri, ancora vivente, ogni autorità in mano di una Principessa sì degna di tutta la considerazione, e alla quale doveva una sì bella successione<ref>La Marca di Torino, detta anche Marca di Susa o Marca Arduinica.</ref>; sicché la Reggenza non la trovò niente affatto digiuna delle cose di Stato. (cap. II, p. 8) *Donna di sensi magnanimi e virili, degna nipote di Arduino<ref>Arduino III, detto Arduino Glabrione o Arduino il Glabro (930 – 976), primo signore della Marca di Torino.</ref>, da cui direttamente discendeva, {{NDR|Adelaide di Susa}} aveva passato, dicesi, gran parte dell'adolescenza fra le armi, viste da vicino la guerra e le stragi, cinte essa pure armi e corazza, ed erasi sentita rinforzare gli spiriti alla speranza e all'ardire, e trasportare del tutto alle imprese e alle vittorie militari. (cap. II, p. 8) *{{NDR|[[Bona di Savoia]]}} Intanto faceva pratiche, e scriveva lettere e lettere, per ottenere da Carlo VIII la rivendicazione della sua pensione di 5000 lire tornesi, assegnatale da Luigi XI sul Ducato di Milano.<br>Viva immagine delle umane vicende, la infelice Bona, che a Firenze e a Milano aveva sfoggiato la più possibile magnificenza, che era madre di una Imperatrice, e che si vedeva ridotta a ricorrere a domande e sollecitazioni, per tirare innanzi la vita!<br>Essa morì poi in Fossano, dimenticata da tutti, nella seconda metà del Novembre 1503, in età di cinquantatré anni. La morte la colse, ignorata dai più anche fra i suoi contemporanei, e nella massima miseria, tanto che due sole faci furono accese intorno al suo cadavere, e due del pari furono impiegate pel suo accompagnamento funebre, e non trovandosi drappo da {{sic|cuoprire}} il feretro, doverono farlo venire da Carignano!<br>''Sic transit gloria mundi!'' (cap. XI, pp. 88-89) *[...] la [[Maria Teresa Luisa di Savoia-Carignano|Principessa di Lamballe]] non chiese mai nulla alla Regina, né per sé, né per gli altri: né ci fu mai favorito o favorita che meno costasse a potenti! Essa non trasse profitto della sua posizione che per i poveri, e [[Maria Antonietta d'Asburgo-Lorena|Maria Antonietta]] si affezionò alla sua ingenua favorita, ben sorpresa di così raro disinteresse. (cap. XXV, p. 293) *La bellezza della Principessa {{NDR|di Lamballe}}, che è tempo oramai di descrivere, essendo essa una delle cause della sua celebrità, colpiva più l'anima che gli occhi; la di lei fisonomia era dolce e graziosa, e tutto in lei rivelava quel verginale pudore che il matrimonio troppo breve aveva appena sfiorato, conservando, vedova precoce, le soavi attrattive e quel non so che tutto proprio delle fanciulle.<br>Il carattere conciliante e carezzevole, lo spirito acuto ed ingenuo, aggiungevano poi grazia al bel fiore che, come ha detto un suo biografo, sopravviveva al frutto. E tutti coloro che si sono occupati di lei, sono d'accordo a lodare quei belli occhi di una vivacità così soave, quella fronte d'avorio, quelle labbra di porpora, quell'ammirabile capigliatura bionda, che sciolta le cadeva fino ai piedi. (cap. XXV, pp. 293-294) *Maria Teresa di Lamballe, interrogata il 19 Agosto {{NDR|1792}}, fu poi rinchiusa nella prigione della ''Forza'', ed ivi stette fino al 3 Settembre in una incertezza mortale.<br>Allora le fu cambiata la prigione e fatto subire un nuovo interrogatorio. E quando a conclusione le fu detto: «Giurate dunque di amare la libertà e l'eguaglianza, e di odiare il Re, la Regina e la Monarchia.» «Farò il primo di questi due giuramenti – essa rispose – il secondo non lo posso fare, perché non è nel mio cuore.» «Giurate, o siete perduta!» le {{sic|susurrò}} una voce amica. Essa, quasi priva di sensi, rimase silenziosa, e segnò così la sua condanna, perché Casa Savoia non-pronunzia falsi giuramenti.<br>Impadronitasi allora di lei la turba briaca, fu atterrata, uccisa, dilaniata, e la sua testa, separata dal busto e infilata in una picca, fu portata per la città come trofeo. (cap. XXV, p. 296) *{{NDR|[[Maria Teresa d'Asburgo-Lorena]]}} [...] mentre [[Carlo Alberto di Savoia|Carlo Alberto]] la chiamava famigliarmente ''Teresa'', e sarebbe stato incantato di vederla più sciolta con lui, essa, ammirandone lo spirito, la finezza, la persona, non poté mai persuadersi che ei non le fosse superiore in tutto; e qualunque cosa le dicessero o suggerissero quelli che la circondavano, cercando farle comprendere il desiderio di lui, essa rimaneva alla di lui presenza sempre più timida ed impacciata. (cap. XXX, p. 368) *{{NDR|[[Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena]]}} Di una gentilezza d'animo squisita, il suo trionfo fu la carità e l'amor della famiglia e dei figli, che tutti allattava da sé; e in quanto agli infelici che a lei ricorrevano, essa non era soltanto caritatevole, ma la carità in persona, e tutte le sere dicesi che scrivesse sopra un taccuino nomi, cognomi e particolari di quelli che le erano raccomandati, non solo per soccorrerli subito, ma per potersi informare di loro e provvederli per l'avvenire. Vi è una distinzione fra carità ed elemosina, e Maria Adelaide possedeva ed esercitava a seconda entrambe queste virtù, spingendole fino al proprio sacrifizio. (cap. XXXII, p. 406) *Quantunque giovane assai, ed amante del vestir bene, {{NDR|Maria Adelaide}} si privava spesso della soddisfazione che reca un vestito nuovo, un gioiello, per darne il prezzo ai poveri; e più d'una volta, vedendo crescere i bisogni di tante disgraziate famiglie, pregò il suocero<ref>[[Carlo Alberto di Savoia]], padre di [[Vittorio Emanuele II di Savoia|Vittorio Emanuele II]].</ref>, che soleva regalarle per Capodanno qualche elegante monile del valore di {{sic|6,000}} lire, a volergliene invece far dare il prezzo , per poterlo distribuire fra gli infelici, che non era riuscita a beneficiare durante l'anno. (cap. XXXII, p. 407) *Maria Adelaide aveva una meravigliosa facilità per ogni cosa da apprendere; non vi era arte femminile che non conoscesse, ma la sua modestia era sì straordinaria, che con lei si andava sempre di scoperta in scoperta. Anche di storia, lingua, studi in generale, aveva larga conoscenza; ma {{sic|si piaceva}} specialmente a ricamare, a curare il corpo e l'anima e coltivare lo spirito dei suoi figli, passando presso di loro le ore di libertà di cui poteva godere durante i suoi quieti soggiorni di Moncalieri e Stupinigi, dove a quell'epoca la famiglia stava quasi abitualmente. (cap. XXXII, pp. 408-409) ==Bibliografia== *Gemma Giovannini, ''[https://archive.org/details/ledonnedicasasa00giovgoog/page/n6 Le donne di Casa Savoia. {{small|Dalle origini della Famiglia fino ai nostri giorni}}]'', Tipografia editrice L. F. Cogliati, Milano, 1900. ==Note== <references /> ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Pedagogisti italiani]] [[Categoria:Scrittori italiani]] 0xg31ytooqzfdf31f9m9p7c5wxzix7q 1420688 1420680 2026-07-17T06:49:16Z Gaux 18878 /* Citazioni */ altra su Maria Teresa 1420688 wikitext text/x-wiki '''Gemma Giovannini''' (1851 – 1909), scrittrice e pedagogista italiana. ==''Le donne di Casa Savoia''== ===[[Incipit]]=== La storia della [[Casa Savoia|Casa di Savoia]] è scritta a caratteri d'oro nelle memorie italiane e nelle evoluzioni che hanno portato la patria nostra alla unità, alla indipendenza, alla libertà. Dei rampolli maschi di questa antichissima stirpe italica, molti han narrato la lealtà, la magnanimità, il valore; la storia d'Italia, fin dai tempi remoti, ha pagine splendide fregiate del loro nome; ma delle donne, figlie e sorelle di quegli eroi, o ad essi madri e spose, poco o nulla ci è noto. E ciò, mentre dimostra che esse, mai, o quasi, sono uscite dalla femminilità (il che è il loro vanto principale), ci spinge d'altra parte a voler investigare e ricercare quali e più, fra esse, con le loro femminili virtù, il loro cuore, il loro senno, i loro talenti, {{sic|hanno emerso}} nel mondo, o hanno contribuito a formare, a plasmare quei guerrieri, quegli eroi, che oggi sono come il patrimonio e l'orgoglio della vecchia Casa. <!--(Introduzione, p. XIII)--> ===Citazioni=== *[[Adelaide di Susa]], alla considerazione che le davano il potere e la ricchezza, aggiungeva un'attitudine grande per governare, e il marito<ref>Oddone di Savoia (1023 – 1057), conte di Savoia e conte d'Aosta, secondogenito di Umberto I Biancamano.</ref> lasciò volentieri, ancora vivente, ogni autorità in mano di una Principessa sì degna di tutta la considerazione, e alla quale doveva una sì bella successione<ref>La Marca di Torino, detta anche Marca di Susa o Marca Arduinica.</ref>; sicché la Reggenza non la trovò niente affatto digiuna delle cose di Stato. (cap. II, p. 8) *Donna di sensi magnanimi e virili, degna nipote di Arduino<ref>Arduino III, detto Arduino Glabrione o Arduino il Glabro (930 – 976), primo signore della Marca di Torino.</ref>, da cui direttamente discendeva, {{NDR|Adelaide di Susa}} aveva passato, dicesi, gran parte dell'adolescenza fra le armi, viste da vicino la guerra e le stragi, cinte essa pure armi e corazza, ed erasi sentita rinforzare gli spiriti alla speranza e all'ardire, e trasportare del tutto alle imprese e alle vittorie militari. (cap. II, p. 8) *{{NDR|[[Bona di Savoia]]}} Intanto faceva pratiche, e scriveva lettere e lettere, per ottenere da Carlo VIII la rivendicazione della sua pensione di 5000 lire tornesi, assegnatale da Luigi XI sul Ducato di Milano.<br>Viva immagine delle umane vicende, la infelice Bona, che a Firenze e a Milano aveva sfoggiato la più possibile magnificenza, che era madre di una Imperatrice, e che si vedeva ridotta a ricorrere a domande e sollecitazioni, per tirare innanzi la vita!<br>Essa morì poi in Fossano, dimenticata da tutti, nella seconda metà del Novembre 1503, in età di cinquantatré anni. La morte la colse, ignorata dai più anche fra i suoi contemporanei, e nella massima miseria, tanto che due sole faci furono accese intorno al suo cadavere, e due del pari furono impiegate pel suo accompagnamento funebre, e non trovandosi drappo da {{sic|cuoprire}} il feretro, doverono farlo venire da Carignano!<br>''Sic transit gloria mundi!'' (cap. XI, pp. 88-89) *[...] la [[Maria Teresa Luisa di Savoia-Carignano|Principessa di Lamballe]] non chiese mai nulla alla Regina, né per sé, né per gli altri: né ci fu mai favorito o favorita che meno costasse a potenti! Essa non trasse profitto della sua posizione che per i poveri, e [[Maria Antonietta d'Asburgo-Lorena|Maria Antonietta]] si affezionò alla sua ingenua favorita, ben sorpresa di così raro disinteresse. (cap. XXV, p. 293) *La bellezza della Principessa {{NDR|di Lamballe}}, che è tempo oramai di descrivere, essendo essa una delle cause della sua celebrità, colpiva più l'anima che gli occhi; la di lei fisonomia era dolce e graziosa, e tutto in lei rivelava quel verginale pudore che il matrimonio troppo breve aveva appena sfiorato, conservando, vedova precoce, le soavi attrattive e quel non so che tutto proprio delle fanciulle.<br>Il carattere conciliante e carezzevole, lo spirito acuto ed ingenuo, aggiungevano poi grazia al bel fiore che, come ha detto un suo biografo, sopravviveva al frutto. E tutti coloro che si sono occupati di lei, sono d'accordo a lodare quei belli occhi di una vivacità così soave, quella fronte d'avorio, quelle labbra di porpora, quell'ammirabile capigliatura bionda, che sciolta le cadeva fino ai piedi. (cap. XXV, pp. 293-294) *Maria Teresa di Lamballe, interrogata il 19 Agosto {{NDR|1792}}, fu poi rinchiusa nella prigione della ''Forza'', ed ivi stette fino al 3 Settembre in una incertezza mortale.<br>Allora le fu cambiata la prigione e fatto subire un nuovo interrogatorio. E quando a conclusione le fu detto: «Giurate dunque di amare la libertà e l'eguaglianza, e di odiare il Re, la Regina e la Monarchia.» «Farò il primo di questi due giuramenti – essa rispose – il secondo non lo posso fare, perché non è nel mio cuore.» «Giurate, o siete perduta!» le {{sic|susurrò}} una voce amica. Essa, quasi priva di sensi, rimase silenziosa, e segnò così la sua condanna, perché Casa Savoia non-pronunzia falsi giuramenti.<br>Impadronitasi allora di lei la turba briaca, fu atterrata, uccisa, dilaniata, e la sua testa, separata dal busto e infilata in una picca, fu portata per la città come trofeo. (cap. XXV, p. 296) *{{NDR|[[Maria Teresa d'Asburgo-Lorena]]}} [...] mentre [[Carlo Alberto di Savoia|Carlo Alberto]] la chiamava famigliarmente ''Teresa'', e sarebbe stato incantato di vederla più sciolta con lui, essa, ammirandone lo spirito, la finezza, la persona, non poté mai persuadersi che ei non le fosse superiore in tutto; e qualunque cosa le dicessero o suggerissero quelli che la circondavano, cercando farle comprendere il desiderio di lui, essa rimaneva alla di lui presenza sempre più timida ed impacciata. (cap. XXX, p. 368) *Il patrimonio di Maria Teresa era dei poveri e degli infelici, che mai a lei ricorrevano invano, giacché lo scopo della sua vita fu il perfetto adempimento di ogni dovere, e dovere era per lei il soccorrere la sventura. Però, nella gravità del tratto, nell'austerità del contegno, nella scrupolosa osservanza degli obblighi assunti, essa celava, con rara ed unica modestia, il suo cuore, che era costretta sempre a comprimere.(cap. XXX, p. 378) *{{NDR|[[Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena]]}} Di una gentilezza d'animo squisita, il suo trionfo fu la carità e l'amor della famiglia e dei figli, che tutti allattava da sé; e in quanto agli infelici che a lei ricorrevano, essa non era soltanto caritatevole, ma la carità in persona, e tutte le sere dicesi che scrivesse sopra un taccuino nomi, cognomi e particolari di quelli che le erano raccomandati, non solo per soccorrerli subito, ma per potersi informare di loro e provvederli per l'avvenire. Vi è una distinzione fra carità ed elemosina, e Maria Adelaide possedeva ed esercitava a seconda entrambe queste virtù, spingendole fino al proprio sacrifizio. (cap. XXXII, p. 406) *Quantunque giovane assai, ed amante del vestir bene, {{NDR|Maria Adelaide}} si privava spesso della soddisfazione che reca un vestito nuovo, un gioiello, per darne il prezzo ai poveri; e più d'una volta, vedendo crescere i bisogni di tante disgraziate famiglie, pregò il suocero<ref>[[Carlo Alberto di Savoia]], padre di [[Vittorio Emanuele II di Savoia|Vittorio Emanuele II]].</ref>, che soleva regalarle per Capodanno qualche elegante monile del valore di {{sic|6,000}} lire, a volergliene invece far dare il prezzo , per poterlo distribuire fra gli infelici, che non era riuscita a beneficiare durante l'anno. (cap. XXXII, p. 407) *Maria Adelaide aveva una meravigliosa facilità per ogni cosa da apprendere; non vi era arte femminile che non conoscesse, ma la sua modestia era sì straordinaria, che con lei si andava sempre di scoperta in scoperta. Anche di storia, lingua, studi in generale, aveva larga conoscenza; ma {{sic|si piaceva}} specialmente a ricamare, a curare il corpo e l'anima e coltivare lo spirito dei suoi figli, passando presso di loro le ore di libertà di cui poteva godere durante i suoi quieti soggiorni di Moncalieri e Stupinigi, dove a quell'epoca la famiglia stava quasi abitualmente. (cap. XXXII, pp. 408-409) ==Bibliografia== *Gemma Giovannini, ''[https://archive.org/details/ledonnedicasasa00giovgoog/page/n6 Le donne di Casa Savoia. {{small|Dalle origini della Famiglia fino ai nostri giorni}}]'', Tipografia editrice L. F. Cogliati, Milano, 1900. ==Note== <references /> ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Pedagogisti italiani]] [[Categoria:Scrittori italiani]] 2kj8pptgy5kesdxz8kg0qhhnrey0bbv 1420689 1420688 2026-07-17T06:50:02Z Gaux 18878 /* Citazioni */ NDR 1420689 wikitext text/x-wiki '''Gemma Giovannini''' (1851 – 1909), scrittrice e pedagogista italiana. ==''Le donne di Casa Savoia''== ===[[Incipit]]=== La storia della [[Casa Savoia|Casa di Savoia]] è scritta a caratteri d'oro nelle memorie italiane e nelle evoluzioni che hanno portato la patria nostra alla unità, alla indipendenza, alla libertà. Dei rampolli maschi di questa antichissima stirpe italica, molti han narrato la lealtà, la magnanimità, il valore; la storia d'Italia, fin dai tempi remoti, ha pagine splendide fregiate del loro nome; ma delle donne, figlie e sorelle di quegli eroi, o ad essi madri e spose, poco o nulla ci è noto. E ciò, mentre dimostra che esse, mai, o quasi, sono uscite dalla femminilità (il che è il loro vanto principale), ci spinge d'altra parte a voler investigare e ricercare quali e più, fra esse, con le loro femminili virtù, il loro cuore, il loro senno, i loro talenti, {{sic|hanno emerso}} nel mondo, o hanno contribuito a formare, a plasmare quei guerrieri, quegli eroi, che oggi sono come il patrimonio e l'orgoglio della vecchia Casa. <!--(Introduzione, p. XIII)--> ===Citazioni=== *[[Adelaide di Susa]], alla considerazione che le davano il potere e la ricchezza, aggiungeva un'attitudine grande per governare, e il marito<ref>Oddone di Savoia (1023 – 1057), conte di Savoia e conte d'Aosta, secondogenito di Umberto I Biancamano.</ref> lasciò volentieri, ancora vivente, ogni autorità in mano di una Principessa sì degna di tutta la considerazione, e alla quale doveva una sì bella successione<ref>La Marca di Torino, detta anche Marca di Susa o Marca Arduinica.</ref>; sicché la Reggenza non la trovò niente affatto digiuna delle cose di Stato. (cap. II, p. 8) *Donna di sensi magnanimi e virili, degna nipote di Arduino<ref>Arduino III, detto Arduino Glabrione o Arduino il Glabro (930 – 976), primo signore della Marca di Torino.</ref>, da cui direttamente discendeva, {{NDR|Adelaide di Susa}} aveva passato, dicesi, gran parte dell'adolescenza fra le armi, viste da vicino la guerra e le stragi, cinte essa pure armi e corazza, ed erasi sentita rinforzare gli spiriti alla speranza e all'ardire, e trasportare del tutto alle imprese e alle vittorie militari. (cap. II, p. 8) *{{NDR|[[Bona di Savoia]]}} Intanto faceva pratiche, e scriveva lettere e lettere, per ottenere da Carlo VIII la rivendicazione della sua pensione di 5000 lire tornesi, assegnatale da Luigi XI sul Ducato di Milano.<br>Viva immagine delle umane vicende, la infelice Bona, che a Firenze e a Milano aveva sfoggiato la più possibile magnificenza, che era madre di una Imperatrice, e che si vedeva ridotta a ricorrere a domande e sollecitazioni, per tirare innanzi la vita!<br>Essa morì poi in Fossano, dimenticata da tutti, nella seconda metà del Novembre 1503, in età di cinquantatré anni. La morte la colse, ignorata dai più anche fra i suoi contemporanei, e nella massima miseria, tanto che due sole faci furono accese intorno al suo cadavere, e due del pari furono impiegate pel suo accompagnamento funebre, e non trovandosi drappo da {{sic|cuoprire}} il feretro, doverono farlo venire da Carignano!<br>''Sic transit gloria mundi!'' (cap. XI, pp. 88-89) *[...] la [[Maria Teresa Luisa di Savoia-Carignano|Principessa di Lamballe]] non chiese mai nulla alla Regina, né per sé, né per gli altri: né ci fu mai favorito o favorita che meno costasse a potenti! Essa non trasse profitto della sua posizione che per i poveri, e [[Maria Antonietta d'Asburgo-Lorena|Maria Antonietta]] si affezionò alla sua ingenua favorita, ben sorpresa di così raro disinteresse. (cap. XXV, p. 293) *La bellezza della Principessa {{NDR|di Lamballe}}, che è tempo oramai di descrivere, essendo essa una delle cause della sua celebrità, colpiva più l'anima che gli occhi; la di lei fisonomia era dolce e graziosa, e tutto in lei rivelava quel verginale pudore che il matrimonio troppo breve aveva appena sfiorato, conservando, vedova precoce, le soavi attrattive e quel non so che tutto proprio delle fanciulle.<br>Il carattere conciliante e carezzevole, lo spirito acuto ed ingenuo, aggiungevano poi grazia al bel fiore che, come ha detto un suo biografo, sopravviveva al frutto. E tutti coloro che si sono occupati di lei, sono d'accordo a lodare quei belli occhi di una vivacità così soave, quella fronte d'avorio, quelle labbra di porpora, quell'ammirabile capigliatura bionda, che sciolta le cadeva fino ai piedi. (cap. XXV, pp. 293-294) *Maria Teresa di Lamballe, interrogata il 19 Agosto {{NDR|1792}}, fu poi rinchiusa nella prigione della ''Forza'', ed ivi stette fino al 3 Settembre in una incertezza mortale.<br>Allora le fu cambiata la prigione e fatto subire un nuovo interrogatorio. E quando a conclusione le fu detto: «Giurate dunque di amare la libertà e l'eguaglianza, e di odiare il Re, la Regina e la Monarchia.» «Farò il primo di questi due giuramenti – essa rispose – il secondo non lo posso fare, perché non è nel mio cuore.» «Giurate, o siete perduta!» le {{sic|susurrò}} una voce amica. Essa, quasi priva di sensi, rimase silenziosa, e segnò così la sua condanna, perché Casa Savoia non-pronunzia falsi giuramenti.<br>Impadronitasi allora di lei la turba briaca, fu atterrata, uccisa, dilaniata, e la sua testa, separata dal busto e infilata in una picca, fu portata per la città come trofeo. (cap. XXV, p. 296) *{{NDR|[[Maria Teresa d'Asburgo-Lorena]]}} [...] mentre [[Carlo Alberto di Savoia|Carlo Alberto]] la chiamava famigliarmente ''Teresa'', e sarebbe stato incantato di vederla più sciolta con lui, essa, ammirandone lo spirito, la finezza, la persona, non poté mai persuadersi che ei non le fosse superiore in tutto; e qualunque cosa le dicessero o suggerissero quelli che la circondavano, cercando farle comprendere il desiderio di lui, essa rimaneva alla di lui presenza sempre più timida ed impacciata. (cap. XXX, p. 368) *Il patrimonio di Maria Teresa {{NDR|d'Asburgo-Lorena}} era dei poveri e degli infelici, che mai a lei ricorrevano invano, giacché lo scopo della sua vita fu il perfetto adempimento di ogni dovere, e dovere era per lei il soccorrere la sventura. Però, nella gravità del tratto, nell'austerità del contegno, nella scrupolosa osservanza degli obblighi assunti, essa celava, con rara ed unica modestia, il suo cuore, che era costretta sempre a comprimere.(cap. XXX, p. 378) *{{NDR|[[Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena]]}} Di una gentilezza d'animo squisita, il suo trionfo fu la carità e l'amor della famiglia e dei figli, che tutti allattava da sé; e in quanto agli infelici che a lei ricorrevano, essa non era soltanto caritatevole, ma la carità in persona, e tutte le sere dicesi che scrivesse sopra un taccuino nomi, cognomi e particolari di quelli che le erano raccomandati, non solo per soccorrerli subito, ma per potersi informare di loro e provvederli per l'avvenire. Vi è una distinzione fra carità ed elemosina, e Maria Adelaide possedeva ed esercitava a seconda entrambe queste virtù, spingendole fino al proprio sacrifizio. (cap. XXXII, p. 406) *Quantunque giovane assai, ed amante del vestir bene, {{NDR|Maria Adelaide}} si privava spesso della soddisfazione che reca un vestito nuovo, un gioiello, per darne il prezzo ai poveri; e più d'una volta, vedendo crescere i bisogni di tante disgraziate famiglie, pregò il suocero<ref>[[Carlo Alberto di Savoia]], padre di [[Vittorio Emanuele II di Savoia|Vittorio Emanuele II]].</ref>, che soleva regalarle per Capodanno qualche elegante monile del valore di {{sic|6,000}} lire, a volergliene invece far dare il prezzo , per poterlo distribuire fra gli infelici, che non era riuscita a beneficiare durante l'anno. (cap. XXXII, p. 407) *Maria Adelaide aveva una meravigliosa facilità per ogni cosa da apprendere; non vi era arte femminile che non conoscesse, ma la sua modestia era sì straordinaria, che con lei si andava sempre di scoperta in scoperta. Anche di storia, lingua, studi in generale, aveva larga conoscenza; ma {{sic|si piaceva}} specialmente a ricamare, a curare il corpo e l'anima e coltivare lo spirito dei suoi figli, passando presso di loro le ore di libertà di cui poteva godere durante i suoi quieti soggiorni di Moncalieri e Stupinigi, dove a quell'epoca la famiglia stava quasi abitualmente. (cap. XXXII, pp. 408-409) ==Bibliografia== *Gemma Giovannini, ''[https://archive.org/details/ledonnedicasasa00giovgoog/page/n6 Le donne di Casa Savoia. {{small|Dalle origini della Famiglia fino ai nostri giorni}}]'', Tipografia editrice L. F. Cogliati, Milano, 1900. ==Note== <references /> ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Pedagogisti italiani]] [[Categoria:Scrittori italiani]] rlcsv4hlkyx6sxoj72jvwm34xckcurj 1420691 1420689 2026-07-17T06:56:05Z Gaux 18878 /* Citazioni */ altra su Maria Teresa 1420691 wikitext text/x-wiki '''Gemma Giovannini''' (1851 – 1909), scrittrice e pedagogista italiana. ==''Le donne di Casa Savoia''== ===[[Incipit]]=== La storia della [[Casa Savoia|Casa di Savoia]] è scritta a caratteri d'oro nelle memorie italiane e nelle evoluzioni che hanno portato la patria nostra alla unità, alla indipendenza, alla libertà. Dei rampolli maschi di questa antichissima stirpe italica, molti han narrato la lealtà, la magnanimità, il valore; la storia d'Italia, fin dai tempi remoti, ha pagine splendide fregiate del loro nome; ma delle donne, figlie e sorelle di quegli eroi, o ad essi madri e spose, poco o nulla ci è noto. E ciò, mentre dimostra che esse, mai, o quasi, sono uscite dalla femminilità (il che è il loro vanto principale), ci spinge d'altra parte a voler investigare e ricercare quali e più, fra esse, con le loro femminili virtù, il loro cuore, il loro senno, i loro talenti, {{sic|hanno emerso}} nel mondo, o hanno contribuito a formare, a plasmare quei guerrieri, quegli eroi, che oggi sono come il patrimonio e l'orgoglio della vecchia Casa. <!--(Introduzione, p. XIII)--> ===Citazioni=== *[[Adelaide di Susa]], alla considerazione che le davano il potere e la ricchezza, aggiungeva un'attitudine grande per governare, e il marito<ref>Oddone di Savoia (1023 – 1057), conte di Savoia e conte d'Aosta, secondogenito di Umberto I Biancamano.</ref> lasciò volentieri, ancora vivente, ogni autorità in mano di una Principessa sì degna di tutta la considerazione, e alla quale doveva una sì bella successione<ref>La Marca di Torino, detta anche Marca di Susa o Marca Arduinica.</ref>; sicché la Reggenza non la trovò niente affatto digiuna delle cose di Stato. (cap. II, p. 8) *Donna di sensi magnanimi e virili, degna nipote di Arduino<ref>Arduino III, detto Arduino Glabrione o Arduino il Glabro (930 – 976), primo signore della Marca di Torino.</ref>, da cui direttamente discendeva, {{NDR|Adelaide di Susa}} aveva passato, dicesi, gran parte dell'adolescenza fra le armi, viste da vicino la guerra e le stragi, cinte essa pure armi e corazza, ed erasi sentita rinforzare gli spiriti alla speranza e all'ardire, e trasportare del tutto alle imprese e alle vittorie militari. (cap. II, p. 8) *{{NDR|[[Bona di Savoia]]}} Intanto faceva pratiche, e scriveva lettere e lettere, per ottenere da Carlo VIII la rivendicazione della sua pensione di 5000 lire tornesi, assegnatale da Luigi XI sul Ducato di Milano.<br>Viva immagine delle umane vicende, la infelice Bona, che a Firenze e a Milano aveva sfoggiato la più possibile magnificenza, che era madre di una Imperatrice, e che si vedeva ridotta a ricorrere a domande e sollecitazioni, per tirare innanzi la vita!<br>Essa morì poi in Fossano, dimenticata da tutti, nella seconda metà del Novembre 1503, in età di cinquantatré anni. La morte la colse, ignorata dai più anche fra i suoi contemporanei, e nella massima miseria, tanto che due sole faci furono accese intorno al suo cadavere, e due del pari furono impiegate pel suo accompagnamento funebre, e non trovandosi drappo da {{sic|cuoprire}} il feretro, doverono farlo venire da Carignano!<br>''Sic transit gloria mundi!'' (cap. XI, pp. 88-89) *[...] la [[Maria Teresa Luisa di Savoia-Carignano|Principessa di Lamballe]] non chiese mai nulla alla Regina, né per sé, né per gli altri: né ci fu mai favorito o favorita che meno costasse a potenti! Essa non trasse profitto della sua posizione che per i poveri, e [[Maria Antonietta d'Asburgo-Lorena|Maria Antonietta]] si affezionò alla sua ingenua favorita, ben sorpresa di così raro disinteresse. (cap. XXV, p. 293) *La bellezza della Principessa {{NDR|di Lamballe}}, che è tempo oramai di descrivere, essendo essa una delle cause della sua celebrità, colpiva più l'anima che gli occhi; la di lei fisonomia era dolce e graziosa, e tutto in lei rivelava quel verginale pudore che il matrimonio troppo breve aveva appena sfiorato, conservando, vedova precoce, le soavi attrattive e quel non so che tutto proprio delle fanciulle.<br>Il carattere conciliante e carezzevole, lo spirito acuto ed ingenuo, aggiungevano poi grazia al bel fiore che, come ha detto un suo biografo, sopravviveva al frutto. E tutti coloro che si sono occupati di lei, sono d'accordo a lodare quei belli occhi di una vivacità così soave, quella fronte d'avorio, quelle labbra di porpora, quell'ammirabile capigliatura bionda, che sciolta le cadeva fino ai piedi. (cap. XXV, pp. 293-294) *Maria Teresa di Lamballe, interrogata il 19 Agosto {{NDR|1792}}, fu poi rinchiusa nella prigione della ''Forza'', ed ivi stette fino al 3 Settembre in una incertezza mortale.<br>Allora le fu cambiata la prigione e fatto subire un nuovo interrogatorio. E quando a conclusione le fu detto: «Giurate dunque di amare la libertà e l'eguaglianza, e di odiare il Re, la Regina e la Monarchia.» «Farò il primo di questi due giuramenti – essa rispose – il secondo non lo posso fare, perché non è nel mio cuore.» «Giurate, o siete perduta!» le {{sic|susurrò}} una voce amica. Essa, quasi priva di sensi, rimase silenziosa, e segnò così la sua condanna, perché Casa Savoia non-pronunzia falsi giuramenti.<br>Impadronitasi allora di lei la turba briaca, fu atterrata, uccisa, dilaniata, e la sua testa, separata dal busto e infilata in una picca, fu portata per la città come trofeo. (cap. XXV, p. 296) *{{NDR|[[Maria Teresa d'Asburgo-Lorena]]}} [...] mentre [[Carlo Alberto di Savoia|Carlo Alberto]] la chiamava famigliarmente ''Teresa'', e sarebbe stato incantato di vederla più sciolta con lui, essa, ammirandone lo spirito, la finezza, la persona, non poté mai persuadersi che ei non le fosse superiore in tutto; e qualunque cosa le dicessero o suggerissero quelli che la circondavano, cercando farle comprendere il desiderio di lui, essa rimaneva alla di lui presenza sempre più timida ed impacciata. (cap. XXX, p. 368) *Il patrimonio di Maria Teresa {{NDR|d'Asburgo-Lorena}} era dei poveri e degli infelici, che mai a lei ricorrevano invano, giacché lo scopo della sua vita fu il perfetto adempimento di ogni dovere, e dovere era per lei il soccorrere la sventura. Però, nella gravità del tratto, nell'austerità del contegno, nella scrupolosa osservanza degli obblighi assunti, essa celava, con rara ed unica modestia, il suo cuore, che era costretta sempre a comprimere.(cap. XXX, p. 378) **{{NDR|Maria Teresa d'Asburgo-Lorena}} Ogni anno, per l'anniversario della morte del marito, si raccoglieva in preghiera, e andava in pellegrinaggio a Superga ove la spoglia del martire era stata trasportata. Però il suo dolore era, come tutti i di lei sentimenti, tutto per sé, né lo imponeva agli altri, né le impediva di occuparsi dei suoi poveri e dei suoi nipotini [...]. *{{NDR|[[Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena]]}} Di una gentilezza d'animo squisita, il suo trionfo fu la carità e l'amor della famiglia e dei figli, che tutti allattava da sé; e in quanto agli infelici che a lei ricorrevano, essa non era soltanto caritatevole, ma la carità in persona, e tutte le sere dicesi che scrivesse sopra un taccuino nomi, cognomi e particolari di quelli che le erano raccomandati, non solo per soccorrerli subito, ma per potersi informare di loro e provvederli per l'avvenire. Vi è una distinzione fra carità ed elemosina, e Maria Adelaide possedeva ed esercitava a seconda entrambe queste virtù, spingendole fino al proprio sacrifizio. (cap. XXXII, p. 406) *Quantunque giovane assai, ed amante del vestir bene, {{NDR|Maria Adelaide}} si privava spesso della soddisfazione che reca un vestito nuovo, un gioiello, per darne il prezzo ai poveri; e più d'una volta, vedendo crescere i bisogni di tante disgraziate famiglie, pregò il suocero<ref>[[Carlo Alberto di Savoia]], padre di [[Vittorio Emanuele II di Savoia|Vittorio Emanuele II]].</ref>, che soleva regalarle per Capodanno qualche elegante monile del valore di {{sic|6,000}} lire, a volergliene invece far dare il prezzo , per poterlo distribuire fra gli infelici, che non era riuscita a beneficiare durante l'anno. (cap. XXXII, p. 407) *Maria Adelaide aveva una meravigliosa facilità per ogni cosa da apprendere; non vi era arte femminile che non conoscesse, ma la sua modestia era sì straordinaria, che con lei si andava sempre di scoperta in scoperta. Anche di storia, lingua, studi in generale, aveva larga conoscenza; ma {{sic|si piaceva}} specialmente a ricamare, a curare il corpo e l'anima e coltivare lo spirito dei suoi figli, passando presso di loro le ore di libertà di cui poteva godere durante i suoi quieti soggiorni di Moncalieri e Stupinigi, dove a quell'epoca la famiglia stava quasi abitualmente. (cap. XXXII, pp. 408-409) ==Bibliografia== *Gemma Giovannini, ''[https://archive.org/details/ledonnedicasasa00giovgoog/page/n6 Le donne di Casa Savoia. {{small|Dalle origini della Famiglia fino ai nostri giorni}}]'', Tipografia editrice L. F. Cogliati, Milano, 1900. ==Note== <references /> ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Pedagogisti italiani]] [[Categoria:Scrittori italiani]] 0har03les5a765ml2o0m42gmfawsi81 1420692 1420691 2026-07-17T06:56:32Z Gaux 18878 /* Citazioni */ typo 1420692 wikitext text/x-wiki '''Gemma Giovannini''' (1851 – 1909), scrittrice e pedagogista italiana. ==''Le donne di Casa Savoia''== ===[[Incipit]]=== La storia della [[Casa Savoia|Casa di Savoia]] è scritta a caratteri d'oro nelle memorie italiane e nelle evoluzioni che hanno portato la patria nostra alla unità, alla indipendenza, alla libertà. Dei rampolli maschi di questa antichissima stirpe italica, molti han narrato la lealtà, la magnanimità, il valore; la storia d'Italia, fin dai tempi remoti, ha pagine splendide fregiate del loro nome; ma delle donne, figlie e sorelle di quegli eroi, o ad essi madri e spose, poco o nulla ci è noto. E ciò, mentre dimostra che esse, mai, o quasi, sono uscite dalla femminilità (il che è il loro vanto principale), ci spinge d'altra parte a voler investigare e ricercare quali e più, fra esse, con le loro femminili virtù, il loro cuore, il loro senno, i loro talenti, {{sic|hanno emerso}} nel mondo, o hanno contribuito a formare, a plasmare quei guerrieri, quegli eroi, che oggi sono come il patrimonio e l'orgoglio della vecchia Casa. <!--(Introduzione, p. XIII)--> ===Citazioni=== *[[Adelaide di Susa]], alla considerazione che le davano il potere e la ricchezza, aggiungeva un'attitudine grande per governare, e il marito<ref>Oddone di Savoia (1023 – 1057), conte di Savoia e conte d'Aosta, secondogenito di Umberto I Biancamano.</ref> lasciò volentieri, ancora vivente, ogni autorità in mano di una Principessa sì degna di tutta la considerazione, e alla quale doveva una sì bella successione<ref>La Marca di Torino, detta anche Marca di Susa o Marca Arduinica.</ref>; sicché la Reggenza non la trovò niente affatto digiuna delle cose di Stato. (cap. II, p. 8) *Donna di sensi magnanimi e virili, degna nipote di Arduino<ref>Arduino III, detto Arduino Glabrione o Arduino il Glabro (930 – 976), primo signore della Marca di Torino.</ref>, da cui direttamente discendeva, {{NDR|Adelaide di Susa}} aveva passato, dicesi, gran parte dell'adolescenza fra le armi, viste da vicino la guerra e le stragi, cinte essa pure armi e corazza, ed erasi sentita rinforzare gli spiriti alla speranza e all'ardire, e trasportare del tutto alle imprese e alle vittorie militari. (cap. II, p. 8) *{{NDR|[[Bona di Savoia]]}} Intanto faceva pratiche, e scriveva lettere e lettere, per ottenere da Carlo VIII la rivendicazione della sua pensione di 5000 lire tornesi, assegnatale da Luigi XI sul Ducato di Milano.<br>Viva immagine delle umane vicende, la infelice Bona, che a Firenze e a Milano aveva sfoggiato la più possibile magnificenza, che era madre di una Imperatrice, e che si vedeva ridotta a ricorrere a domande e sollecitazioni, per tirare innanzi la vita!<br>Essa morì poi in Fossano, dimenticata da tutti, nella seconda metà del Novembre 1503, in età di cinquantatré anni. La morte la colse, ignorata dai più anche fra i suoi contemporanei, e nella massima miseria, tanto che due sole faci furono accese intorno al suo cadavere, e due del pari furono impiegate pel suo accompagnamento funebre, e non trovandosi drappo da {{sic|cuoprire}} il feretro, doverono farlo venire da Carignano!<br>''Sic transit gloria mundi!'' (cap. XI, pp. 88-89) *[...] la [[Maria Teresa Luisa di Savoia-Carignano|Principessa di Lamballe]] non chiese mai nulla alla Regina, né per sé, né per gli altri: né ci fu mai favorito o favorita che meno costasse a potenti! Essa non trasse profitto della sua posizione che per i poveri, e [[Maria Antonietta d'Asburgo-Lorena|Maria Antonietta]] si affezionò alla sua ingenua favorita, ben sorpresa di così raro disinteresse. (cap. XXV, p. 293) *La bellezza della Principessa {{NDR|di Lamballe}}, che è tempo oramai di descrivere, essendo essa una delle cause della sua celebrità, colpiva più l'anima che gli occhi; la di lei fisonomia era dolce e graziosa, e tutto in lei rivelava quel verginale pudore che il matrimonio troppo breve aveva appena sfiorato, conservando, vedova precoce, le soavi attrattive e quel non so che tutto proprio delle fanciulle.<br>Il carattere conciliante e carezzevole, lo spirito acuto ed ingenuo, aggiungevano poi grazia al bel fiore che, come ha detto un suo biografo, sopravviveva al frutto. E tutti coloro che si sono occupati di lei, sono d'accordo a lodare quei belli occhi di una vivacità così soave, quella fronte d'avorio, quelle labbra di porpora, quell'ammirabile capigliatura bionda, che sciolta le cadeva fino ai piedi. (cap. XXV, pp. 293-294) *Maria Teresa di Lamballe, interrogata il 19 Agosto {{NDR|1792}}, fu poi rinchiusa nella prigione della ''Forza'', ed ivi stette fino al 3 Settembre in una incertezza mortale.<br>Allora le fu cambiata la prigione e fatto subire un nuovo interrogatorio. E quando a conclusione le fu detto: «Giurate dunque di amare la libertà e l'eguaglianza, e di odiare il Re, la Regina e la Monarchia.» «Farò il primo di questi due giuramenti – essa rispose – il secondo non lo posso fare, perché non è nel mio cuore.» «Giurate, o siete perduta!» le {{sic|susurrò}} una voce amica. Essa, quasi priva di sensi, rimase silenziosa, e segnò così la sua condanna, perché Casa Savoia non-pronunzia falsi giuramenti.<br>Impadronitasi allora di lei la turba briaca, fu atterrata, uccisa, dilaniata, e la sua testa, separata dal busto e infilata in una picca, fu portata per la città come trofeo. (cap. XXV, p. 296) *{{NDR|[[Maria Teresa d'Asburgo-Lorena]]}} [...] mentre [[Carlo Alberto di Savoia|Carlo Alberto]] la chiamava famigliarmente ''Teresa'', e sarebbe stato incantato di vederla più sciolta con lui, essa, ammirandone lo spirito, la finezza, la persona, non poté mai persuadersi che ei non le fosse superiore in tutto; e qualunque cosa le dicessero o suggerissero quelli che la circondavano, cercando farle comprendere il desiderio di lui, essa rimaneva alla di lui presenza sempre più timida ed impacciata. (cap. XXX, p. 368) *Il patrimonio di Maria Teresa {{NDR|d'Asburgo-Lorena}} era dei poveri e degli infelici, che mai a lei ricorrevano invano, giacché lo scopo della sua vita fu il perfetto adempimento di ogni dovere, e dovere era per lei il soccorrere la sventura. Però, nella gravità del tratto, nell'austerità del contegno, nella scrupolosa osservanza degli obblighi assunti, essa celava, con rara ed unica modestia, il suo cuore, che era costretta sempre a comprimere.(cap. XXX, p. 378) *{{NDR|Maria Teresa d'Asburgo-Lorena}} Ogni anno, per l'anniversario della morte del marito, si raccoglieva in preghiera, e andava in pellegrinaggio a Superga ove la spoglia del martire era stata trasportata. Però il suo dolore era, come tutti i di lei sentimenti, tutto per sé, né lo imponeva agli altri, né le impediva di occuparsi dei suoi poveri e dei suoi nipotini [...]. *{{NDR|[[Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena]]}} Di una gentilezza d'animo squisita, il suo trionfo fu la carità e l'amor della famiglia e dei figli, che tutti allattava da sé; e in quanto agli infelici che a lei ricorrevano, essa non era soltanto caritatevole, ma la carità in persona, e tutte le sere dicesi che scrivesse sopra un taccuino nomi, cognomi e particolari di quelli che le erano raccomandati, non solo per soccorrerli subito, ma per potersi informare di loro e provvederli per l'avvenire. Vi è una distinzione fra carità ed elemosina, e Maria Adelaide possedeva ed esercitava a seconda entrambe queste virtù, spingendole fino al proprio sacrifizio. (cap. XXXII, p. 406) *Quantunque giovane assai, ed amante del vestir bene, {{NDR|Maria Adelaide}} si privava spesso della soddisfazione che reca un vestito nuovo, un gioiello, per darne il prezzo ai poveri; e più d'una volta, vedendo crescere i bisogni di tante disgraziate famiglie, pregò il suocero<ref>[[Carlo Alberto di Savoia]], padre di [[Vittorio Emanuele II di Savoia|Vittorio Emanuele II]].</ref>, che soleva regalarle per Capodanno qualche elegante monile del valore di {{sic|6,000}} lire, a volergliene invece far dare il prezzo , per poterlo distribuire fra gli infelici, che non era riuscita a beneficiare durante l'anno. (cap. XXXII, p. 407) *Maria Adelaide aveva una meravigliosa facilità per ogni cosa da apprendere; non vi era arte femminile che non conoscesse, ma la sua modestia era sì straordinaria, che con lei si andava sempre di scoperta in scoperta. Anche di storia, lingua, studi in generale, aveva larga conoscenza; ma {{sic|si piaceva}} specialmente a ricamare, a curare il corpo e l'anima e coltivare lo spirito dei suoi figli, passando presso di loro le ore di libertà di cui poteva godere durante i suoi quieti soggiorni di Moncalieri e Stupinigi, dove a quell'epoca la famiglia stava quasi abitualmente. (cap. XXXII, pp. 408-409) ==Bibliografia== *Gemma Giovannini, ''[https://archive.org/details/ledonnedicasasa00giovgoog/page/n6 Le donne di Casa Savoia. {{small|Dalle origini della Famiglia fino ai nostri giorni}}]'', Tipografia editrice L. F. Cogliati, Milano, 1900. ==Note== <references /> ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Pedagogisti italiani]] [[Categoria:Scrittori italiani]] rzny8dxxi74kcsdguy3s9syvf8rvq0d 1420693 1420692 2026-07-17T06:59:05Z Gaux 18878 /* Citazioni */ NDR e altro 1420693 wikitext text/x-wiki '''Gemma Giovannini''' (1851 – 1909), scrittrice e pedagogista italiana. ==''Le donne di Casa Savoia''== ===[[Incipit]]=== La storia della [[Casa Savoia|Casa di Savoia]] è scritta a caratteri d'oro nelle memorie italiane e nelle evoluzioni che hanno portato la patria nostra alla unità, alla indipendenza, alla libertà. Dei rampolli maschi di questa antichissima stirpe italica, molti han narrato la lealtà, la magnanimità, il valore; la storia d'Italia, fin dai tempi remoti, ha pagine splendide fregiate del loro nome; ma delle donne, figlie e sorelle di quegli eroi, o ad essi madri e spose, poco o nulla ci è noto. E ciò, mentre dimostra che esse, mai, o quasi, sono uscite dalla femminilità (il che è il loro vanto principale), ci spinge d'altra parte a voler investigare e ricercare quali e più, fra esse, con le loro femminili virtù, il loro cuore, il loro senno, i loro talenti, {{sic|hanno emerso}} nel mondo, o hanno contribuito a formare, a plasmare quei guerrieri, quegli eroi, che oggi sono come il patrimonio e l'orgoglio della vecchia Casa. <!--(Introduzione, p. 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II, p. 8) *{{NDR|[[Bona di Savoia]]}} Intanto faceva pratiche, e scriveva lettere e lettere, per ottenere da Carlo VIII la rivendicazione della sua pensione di 5000 lire tornesi, assegnatale da Luigi XI sul Ducato di Milano.<br>Viva immagine delle umane vicende, la infelice Bona, che a Firenze e a Milano aveva sfoggiato la più possibile magnificenza, che era madre di una Imperatrice, e che si vedeva ridotta a ricorrere a domande e sollecitazioni, per tirare innanzi la vita!<br>Essa morì poi in Fossano, dimenticata da tutti, nella seconda metà del Novembre 1503, in età di cinquantatré anni. La morte la colse, ignorata dai più anche fra i suoi contemporanei, e nella massima miseria, tanto che due sole faci furono accese intorno al suo cadavere, e due del pari furono impiegate pel suo accompagnamento funebre, e non trovandosi drappo da {{sic|cuoprire}} il feretro, doverono farlo venire da Carignano!<br>''Sic transit gloria mundi!'' (cap. XI, pp. 88-89) *[...] la [[Maria Teresa Luisa di Savoia-Carignano|Principessa di Lamballe]] non chiese mai nulla alla Regina, né per sé, né per gli altri: né ci fu mai favorito o favorita che meno costasse a potenti! Essa non trasse profitto della sua posizione che per i poveri, e [[Maria Antonietta d'Asburgo-Lorena|Maria Antonietta]] si affezionò alla sua ingenua favorita, ben sorpresa di così raro disinteresse. (cap. XXV, p. 293) *La bellezza della Principessa {{NDR|di Lamballe}}, che è tempo oramai di descrivere, essendo essa una delle cause della sua celebrità, colpiva più l'anima che gli occhi; la di lei fisonomia era dolce e graziosa, e tutto in lei rivelava quel verginale pudore che il matrimonio troppo breve aveva appena sfiorato, conservando, vedova precoce, le soavi attrattive e quel non so che tutto proprio delle fanciulle.<br>Il carattere conciliante e carezzevole, lo spirito acuto ed ingenuo, aggiungevano poi grazia al bel fiore che, come ha detto un suo biografo, sopravviveva al frutto. E tutti coloro che si sono occupati di lei, sono d'accordo a lodare quei belli occhi di una vivacità così soave, quella fronte d'avorio, quelle labbra di porpora, quell'ammirabile capigliatura bionda, che sciolta le cadeva fino ai piedi. (cap. XXV, pp. 293-294) *Maria Teresa di Lamballe, interrogata il 19 Agosto {{NDR|1792}}, fu poi rinchiusa nella prigione della ''Forza'', ed ivi stette fino al 3 Settembre in una incertezza mortale.<br>Allora le fu cambiata la prigione e fatto subire un nuovo interrogatorio. E quando a conclusione le fu detto: «Giurate dunque di amare la libertà e l'eguaglianza, e di odiare il Re, la Regina e la Monarchia.» «Farò il primo di questi due giuramenti – essa rispose – il secondo non lo posso fare, perché non è nel mio cuore.» «Giurate, o siete perduta!» le {{sic|susurrò}} una voce amica. Essa, quasi priva di sensi, rimase silenziosa, e segnò così la sua condanna, perché Casa Savoia non-pronunzia falsi giuramenti.<br>Impadronitasi allora di lei la turba briaca, fu atterrata, uccisa, dilaniata, e la sua testa, separata dal busto e infilata in una picca, fu portata per la città come trofeo. (cap. XXV, p. 296) *{{NDR|[[Maria Teresa d'Asburgo-Lorena]]}} [...] mentre [[Carlo Alberto di Savoia|Carlo Alberto]] la chiamava famigliarmente ''Teresa'', e sarebbe stato incantato di vederla più sciolta con lui, essa, ammirandone lo spirito, la finezza, la persona, non poté mai persuadersi che ei non le fosse superiore in tutto; e qualunque cosa le dicessero o suggerissero quelli che la circondavano, cercando farle comprendere il desiderio di lui, essa rimaneva alla di lui presenza sempre più timida ed impacciata. (cap. XXX, p. 368) *Il patrimonio di Maria Teresa {{NDR|d'Asburgo-Lorena}} era dei poveri e degli infelici, che mai a lei ricorrevano invano, giacché lo scopo della sua vita fu il perfetto adempimento di ogni dovere, e dovere era per lei il soccorrere la sventura. Però, nella gravità del tratto, nell'austerità del contegno, nella scrupolosa osservanza degli obblighi assunti, essa celava, con rara ed unica modestia, il suo cuore, che era costretta sempre a comprimere. (cap. XXX, p. 378) *{{NDR|Maria Teresa d'Asburgo-Lorena}} Ogni anno, per l'anniversario della morte del marito {{NDR|Carlo Alberto}}, si raccoglieva in preghiera, e andava in pellegrinaggio a Superga ove la spoglia del martire era stata trasportata. Però il suo dolore era, come tutti i di lei sentimenti, tutto per sé, né lo imponeva agli altri, né le impediva di occuparsi dei suoi poveri e dei suoi nipotini [...]. (cap. XXX, p. 383) *{{NDR|[[Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena]]}} Di una gentilezza d'animo squisita, il suo trionfo fu la carità e l'amor della famiglia e dei figli, che tutti allattava da sé; e in quanto agli infelici che a lei ricorrevano, essa non era soltanto caritatevole, ma la carità in persona, e tutte le sere dicesi che scrivesse sopra un taccuino nomi, cognomi e particolari di quelli che le erano raccomandati, non solo per soccorrerli subito, ma per potersi informare di loro e provvederli per l'avvenire. Vi è una distinzione fra carità ed elemosina, e Maria Adelaide possedeva ed esercitava a seconda entrambe queste virtù, spingendole fino al proprio sacrifizio. (cap. XXXII, p. 406) *Quantunque giovane assai, ed amante del vestir bene, {{NDR|Maria Adelaide}} si privava spesso della soddisfazione che reca un vestito nuovo, un gioiello, per darne il prezzo ai poveri; e più d'una volta, vedendo crescere i bisogni di tante disgraziate famiglie, pregò il suocero<ref>[[Carlo Alberto di Savoia]], padre di [[Vittorio Emanuele II di Savoia|Vittorio Emanuele II]].</ref>, che soleva regalarle per Capodanno qualche elegante monile del valore di {{sic|6,000}} lire, a volergliene invece far dare il prezzo , per poterlo distribuire fra gli infelici, che non era riuscita a beneficiare durante l'anno. (cap. XXXII, p. 407) *Maria Adelaide aveva una meravigliosa facilità per ogni cosa da apprendere; non vi era arte femminile che non conoscesse, ma la sua modestia era sì straordinaria, che con lei si andava sempre di scoperta in scoperta. Anche di storia, lingua, studi in generale, aveva larga conoscenza; ma {{sic|si piaceva}} specialmente a ricamare, a curare il corpo e l'anima e coltivare lo spirito dei suoi figli, passando presso di loro le ore di libertà di cui poteva godere durante i suoi quieti soggiorni di Moncalieri e Stupinigi, dove a quell'epoca la famiglia stava quasi abitualmente. (cap. XXXII, pp. 408-409) ==Bibliografia== *Gemma Giovannini, ''[https://archive.org/details/ledonnedicasasa00giovgoog/page/n6 Le donne di Casa Savoia. {{small|Dalle origini della Famiglia fino ai nostri giorni}}]'', Tipografia editrice L. F. Cogliati, Milano, 1900. ==Note== <references /> ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Pedagogisti italiani]] [[Categoria:Scrittori italiani]] fj4q982ne4dah4fqqm16ezer8j8vmcl 1420694 1420693 2026-07-17T07:01:39Z Gaux 18878 /* Citazioni */ Basilica di Superga 1420694 wikitext text/x-wiki '''Gemma Giovannini''' (1851 – 1909), scrittrice e pedagogista italiana. ==''Le donne di Casa Savoia''== ===[[Incipit]]=== La storia della [[Casa Savoia|Casa di Savoia]] è scritta a caratteri d'oro nelle memorie italiane e nelle evoluzioni che hanno portato la patria nostra alla unità, alla indipendenza, alla libertà. Dei rampolli maschi di questa antichissima stirpe italica, molti han narrato la lealtà, la magnanimità, il valore; la storia d'Italia, fin dai tempi remoti, ha pagine splendide fregiate del loro nome; ma delle donne, figlie e sorelle di quegli eroi, o ad essi madri e spose, poco o nulla ci è noto. E ciò, mentre dimostra che esse, mai, o quasi, sono uscite dalla femminilità (il che è il loro vanto principale), ci spinge d'altra parte a voler investigare e ricercare quali e più, fra esse, con le loro femminili virtù, il loro cuore, il loro senno, i loro talenti, {{sic|hanno emerso}} nel mondo, o hanno contribuito a formare, a plasmare quei guerrieri, quegli eroi, che oggi sono come il patrimonio e l'orgoglio della vecchia Casa. <!--(Introduzione, p. XIII)--> ===Citazioni=== *[[Adelaide di Susa]], alla considerazione che le davano il potere e la ricchezza, aggiungeva un'attitudine grande per governare, e il marito<ref>Oddone di Savoia (1023 – 1057), conte di Savoia e conte d'Aosta, secondogenito di Umberto I Biancamano.</ref> lasciò volentieri, ancora vivente, ogni autorità in mano di una Principessa sì degna di tutta la considerazione, e alla quale doveva una sì bella successione<ref>La Marca di Torino, detta anche Marca di Susa o Marca Arduinica.</ref>; sicché la Reggenza non la trovò niente affatto digiuna delle cose di Stato. (cap. II, p. 8) *Donna di sensi magnanimi e virili, degna nipote di Arduino<ref>Arduino III, detto Arduino Glabrione o Arduino il Glabro (930 – 976), primo signore della Marca di Torino.</ref>, da cui direttamente discendeva, {{NDR|Adelaide di Susa}} aveva passato, dicesi, gran parte dell'adolescenza fra le armi, viste da vicino la guerra e le stragi, cinte essa pure armi e corazza, ed erasi sentita rinforzare gli spiriti alla speranza e all'ardire, e trasportare del tutto alle imprese e alle vittorie militari. (cap. II, p. 8) *{{NDR|[[Bona di Savoia]]}} Intanto faceva pratiche, e scriveva lettere e lettere, per ottenere da Carlo VIII la rivendicazione della sua pensione di 5000 lire tornesi, assegnatale da Luigi XI sul Ducato di Milano.<br>Viva immagine delle umane vicende, la infelice Bona, che a Firenze e a Milano aveva sfoggiato la più possibile magnificenza, che era madre di una Imperatrice, e che si vedeva ridotta a ricorrere a domande e sollecitazioni, per tirare innanzi la vita!<br>Essa morì poi in Fossano, dimenticata da tutti, nella seconda metà del Novembre 1503, in età di cinquantatré anni. La morte la colse, ignorata dai più anche fra i suoi contemporanei, e nella massima miseria, tanto che due sole faci furono accese intorno al suo cadavere, e due del pari furono impiegate pel suo accompagnamento funebre, e non trovandosi drappo da {{sic|cuoprire}} il feretro, doverono farlo venire da Carignano!<br>''Sic transit gloria mundi!'' (cap. XI, pp. 88-89) *[...] la [[Maria Teresa Luisa di Savoia-Carignano|Principessa di Lamballe]] non chiese mai nulla alla Regina, né per sé, né per gli altri: né ci fu mai favorito o favorita che meno costasse a potenti! Essa non trasse profitto della sua posizione che per i poveri, e [[Maria Antonietta d'Asburgo-Lorena|Maria Antonietta]] si affezionò alla sua ingenua favorita, ben sorpresa di così raro disinteresse. (cap. XXV, p. 293) *La bellezza della Principessa {{NDR|di Lamballe}}, che è tempo oramai di descrivere, essendo essa una delle cause della sua celebrità, colpiva più l'anima che gli occhi; la di lei fisonomia era dolce e graziosa, e tutto in lei rivelava quel verginale pudore che il matrimonio troppo breve aveva appena sfiorato, conservando, vedova precoce, le soavi attrattive e quel non so che tutto proprio delle fanciulle.<br>Il carattere conciliante e carezzevole, lo spirito acuto ed ingenuo, aggiungevano poi grazia al bel fiore che, come ha detto un suo biografo, sopravviveva al frutto. E tutti coloro che si sono occupati di lei, sono d'accordo a lodare quei belli occhi di una vivacità così soave, quella fronte d'avorio, quelle labbra di porpora, quell'ammirabile capigliatura bionda, che sciolta le cadeva fino ai piedi. (cap. XXV, pp. 293-294) *Maria Teresa di Lamballe, interrogata il 19 Agosto {{NDR|1792}}, fu poi rinchiusa nella prigione della ''Forza'', ed ivi stette fino al 3 Settembre in una incertezza mortale.<br>Allora le fu cambiata la prigione e fatto subire un nuovo interrogatorio. E quando a conclusione le fu detto: «Giurate dunque di amare la libertà e l'eguaglianza, e di odiare il Re, la Regina e la Monarchia.» «Farò il primo di questi due giuramenti – essa rispose – il secondo non lo posso fare, perché non è nel mio cuore.» «Giurate, o siete perduta!» le {{sic|susurrò}} una voce amica. Essa, quasi priva di sensi, rimase silenziosa, e segnò così la sua condanna, perché Casa Savoia non-pronunzia falsi giuramenti.<br>Impadronitasi allora di lei la turba briaca, fu atterrata, uccisa, dilaniata, e la sua testa, separata dal busto e infilata in una picca, fu portata per la città come trofeo. (cap. XXV, p. 296) *{{NDR|[[Maria Teresa d'Asburgo-Lorena]]}} [...] mentre [[Carlo Alberto di Savoia|Carlo Alberto]] la chiamava famigliarmente ''Teresa'', e sarebbe stato incantato di vederla più sciolta con lui, essa, ammirandone lo spirito, la finezza, la persona, non poté mai persuadersi che ei non le fosse superiore in tutto; e qualunque cosa le dicessero o suggerissero quelli che la circondavano, cercando farle comprendere il desiderio di lui, essa rimaneva alla di lui presenza sempre più timida ed impacciata. (cap. XXX, p. 368) *Il patrimonio di Maria Teresa {{NDR|d'Asburgo-Lorena}} era dei poveri e degli infelici, che mai a lei ricorrevano invano, giacché lo scopo della sua vita fu il perfetto adempimento di ogni dovere, e dovere era per lei il soccorrere la sventura. Però, nella gravità del tratto, nell'austerità del contegno, nella scrupolosa osservanza degli obblighi assunti, essa celava, con rara ed unica modestia, il suo cuore, che era costretta sempre a comprimere. (cap. XXX, p. 378) *{{NDR|Maria Teresa d'Asburgo-Lorena}} Ogni anno, per l'anniversario della morte del marito {{NDR|Carlo Alberto}}, si raccoglieva in preghiera, e andava in pellegrinaggio a [[Basilica di Superga|Superga]] ove la spoglia del martire era stata trasportata. Però il suo dolore era, come tutti i di lei sentimenti, tutto per sé, né lo imponeva agli altri, né le impediva di occuparsi dei suoi poveri e dei suoi nipotini [...]. (cap. XXX, p. 383) *{{NDR|[[Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena]]}} Di una gentilezza d'animo squisita, il suo trionfo fu la carità e l'amor della famiglia e dei figli, che tutti allattava da sé; e in quanto agli infelici che a lei ricorrevano, essa non era soltanto caritatevole, ma la carità in persona, e tutte le sere dicesi che scrivesse sopra un taccuino nomi, cognomi e particolari di quelli che le erano raccomandati, non solo per soccorrerli subito, ma per potersi informare di loro e provvederli per l'avvenire. Vi è una distinzione fra carità ed elemosina, e Maria Adelaide possedeva ed esercitava a seconda entrambe queste virtù, spingendole fino al proprio sacrifizio. (cap. XXXII, p. 406) *Quantunque giovane assai, ed amante del vestir bene, {{NDR|Maria Adelaide}} si privava spesso della soddisfazione che reca un vestito nuovo, un gioiello, per darne il prezzo ai poveri; e più d'una volta, vedendo crescere i bisogni di tante disgraziate famiglie, pregò il suocero<ref>[[Carlo Alberto di Savoia]], padre di [[Vittorio Emanuele II di Savoia|Vittorio Emanuele II]].</ref>, che soleva regalarle per Capodanno qualche elegante monile del valore di {{sic|6,000}} lire, a volergliene invece far dare il prezzo , per poterlo distribuire fra gli infelici, che non era riuscita a beneficiare durante l'anno. (cap. XXXII, p. 407) *Maria Adelaide aveva una meravigliosa facilità per ogni cosa da apprendere; non vi era arte femminile che non conoscesse, ma la sua modestia era sì straordinaria, che con lei si andava sempre di scoperta in scoperta. Anche di storia, lingua, studi in generale, aveva larga conoscenza; ma {{sic|si piaceva}} specialmente a ricamare, a curare il corpo e l'anima e coltivare lo spirito dei suoi figli, passando presso di loro le ore di libertà di cui poteva godere durante i suoi quieti soggiorni di Moncalieri e Stupinigi, dove a quell'epoca la famiglia stava quasi abitualmente. (cap. XXXII, pp. 408-409) ==Bibliografia== *Gemma Giovannini, ''[https://archive.org/details/ledonnedicasasa00giovgoog/page/n6 Le donne di Casa Savoia. {{small|Dalle origini della Famiglia fino ai nostri giorni}}]'', Tipografia editrice L. F. Cogliati, Milano, 1900. ==Note== <references /> ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Pedagogisti italiani]] [[Categoria:Scrittori italiani]] hevvx37xd9lk5ltzn62g08hzirscne3 Thomas Malory 0 163203 1420654 1420577 2026-07-16T19:31:56Z Skekzilla 17056 /* Libro IX */ 1420654 wikitext text/x-wiki Sir '''Thomas Malory''', o '''Maillorie''', '''Mallory''', '''Maleore''' (1409 – 1471), scrittore inglese. ==''La morte di Artù''== ===Incipit=== [[File:Morte Darthur incipit (cropped).jpg|thumb|Incipit dell'edizione del 1485 stampata da [[William Caxton]]]] ====Originale==== Hit befel in the dayes of Uther pendragon when he was kynge of all Englond | and so regned that there was a myȝty duke in Cornewaill that helde warre ageynst hym long tyme | And the duke was called the duke of Tyntagil | and so by meanes kynge Uther send for this duk | chargyng hym to brynge his wyf with hym | for she was called a fair lady | and a passynge wyfe | and her name was called Igrayne | So whan the duke and his wyf were comyn unto the kynge by the meanes of grete lordes they were accorded bothe | the kynge lyked and loved this lady wel | and he made them grete chere out of mesure | and desyred to have lyen by her | But she was a passyng good woman | and wold not assente unto the kynge | And thenne she told the duke her husband and said I suppose that we were sente for that I shold be dishonoured Wherfor husband I counceille yow that we departe from hens sodenly that we maye ryde all nyghte unto oure owne castell<br>{{NDR|Thomas Malory, ''[https://archive.org/details/lemortedarthuror00malouoft/page/34/mode/2up Le Morte d'Arthur. The original edition of William Caxton now reprinted and edited with an introduction and glossary]'', a cura di H. Oskar Sommer, Londra, David Nutt, 1889}} ====Traduzione==== Al tempo in cui [[Uther Pendragon]] governava su tutta l'Inghilterra, vi era in Cornovaglia un potente duca, signore di Tintagel, che gli faceva guerra da molti anni. Attraverso degli emissari, un giorno il re lo convocò ordinandogli di portare con sé anche la moglie, che aveva nome [[Igraine]] e fama di essere molto assennata. Quando il duca arrivò alla presenza del sovrano, per intercessione dei più nobili baroni si riconciliò con lui, ma il re si innamorò di sua moglie, la festeggiò oltre misura e desiderò di giacere con lei. Igraine, che era una donna onesta e leale, non solo non vi consentì, ma anzi disse al marito:<br>«Credo che siamo stati chiamati qui perché io vi perdessi il mio onore. Vi consiglio quindi di andare via senza indugio e di raggiungere questa notte stessa il nostro castello.»<br>{{NDR|Thomas Malory, ''Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri'', volume primo, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Milano, Oscar Classici Mondadori, 1985. ISBN 88-04-41154-6}} ===Citazioni=== ====Libro I==== [[File:Story of Merlin - Arthur's conception.png|thumb|Il concepimento di Artù]] *«Ecco cosa voglio, sire» disse allora Merlino. «La prima notte che trascorrerete con Igraine concepirete in lei un figlio che mi farete consegnare appena sarà venuto alla luce. Io lo alleverò dove più mi piacerà, affinché a voi derivi onore e al bambino i vantaggi che gli spettano.»<br>«Sarà fatto come volete» accondiscese il re.<br>«Ora preparatevi» aggiunse Merlino. «Questa notte stessa vi coricherete al fianco di Igraine nel castello di Tintagel, e avrete le sembianze di suo marito; Ulfius assumerà l'aspetto di ser Brastias e io quello di ser Jordans, due cavalieri del duca. Ma badate di non rivolgere domande né a lei né ai suoi uomini; dite che non vi sentite bene, affrettatevi ad andare a letto, e domani mattina non vi alzate prima del mio arrivo. Il castello non è che a dieci miglia da qui.»<br>Fu dunque fatto come era stato deciso. Ma poiché il duca aveva visto il re lasciare l'assedio di Terrabil, quella stessa notte uscì dal castello attraverso una postierla per attaccare l'esercito regale e rimase ucciso nella sortita prima ancora che il sovrano fosse arrivato a Tintagel. Così re Uther giacque con Igraine più di tre ore dopo la morte del duca e, in quella notte, concepì Artù. Allo spuntare del giorno, dopo che Merlino fu arrivato per dirgli di prepararsi, egli baciò la dama e partì in gran fretta. E quando Igraine sentì dire che, secondo tutte le testimonianze, il marito era morto prima dell'arrivo di Uther, si chiese con grande stupore chi potesse essere l'uomo che si era coricato con lei nelle sembianze del suo signore e ne pianse segretamente senza farne parola ad alcuno. (p. 7) *Non passò molto, quindi, che un mattino Uther e Igraine si sposarono tra la gioia e il tripudio generale, e, per volere del re, nella stessa occasione re Lot di Lothian e di Orkney sposò Morgawse, che sarebbe stata la madre di [[Gawain|Galvano]], e re Nentres della terra di Garlot sposò Elaine. La terza sorella, [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana la Fata]], fu invece messa a studiare in un convento dove divenne molto dotta in negromanzia. In seguito sarebbe stata maritata a re [[Urien|Uriens]] della terra di Gore, padre di [[Ywain|ser Ivano il Biancamano]]. (p. 8) *E quando i mattutini e la prima messa ebbero termine, nel camposanto dietro l'altare maggiore fu vista una grande roccia quadrangolare simile a un blocco di marmo, che sorreggeva nel mezzo una sorta di incudine d'acciaio alta un piede in cui era infitta una bella spada. Intorno all'arma una scritta in lettere d'oro diceva:<br><div class="center">{{maiuscoletto|Colui che estrarrà questa spada dalla roccia e dall'incudine è il legittimo re di tutta l'inghilterra.}} (p. 10) [[File:An island story; a child's history of England (1906) (14801002423).jpg|thumb|Artù estrae la spada dalla roccia]] *Il giorno di Capodanno, terminata la messa, i baroni cavalcarono al campo, alcuni per giostrare, altri per torneare. Tra di essi vi era anche ser Ector accompagnato dal figlio ser Kay e dal giovane [[Re Artù|Artù]], fratello di latte di quest'ultimo. Ser Kay, che era stato fatto cavaliere nel giorno di Ognissanti, accortosi quando era già in cammino di avere dimenticato la spada nell'alloggio del padre, pregò Artù di andargliela a prendere.<br>«Volentieri» rispose il giovane allontanandosi in fretta. Giunto a casa, scoprì però che la dama e tutti gli altri erano usciti per assistere alle giostre. Ne fu addolorato, ma poi si disse:<br>"Andrò al camposanto a prendere la spada che è infitta nella roccia. Mio fratello non deve rimanere senza un'arma in una giornata come questa."<br>Si diresse quindi verso il camposanto; scese di sella, legò il cavallo a un montante e si avvicinò alla tenda che nascondeva la roccia. Non trovandovi i cavalieri che vi erano stati lasciati di guardia e che infatti erano andati alle giostre, afferrò l'impugnatura della spada e la estrasse con un strappo deciso, ma senza sforzo. Poi riprese il cavallo e raggiunse ser Kay per consegnargliela. Appena il fratello la vide, la riconobbe subito. Allora si avvicinò al padre egli disse:<br>«Signore, ecco la spada della roccia. Dunque devo essere io il re di questa terra.»<br>Ser Ector osservò l'arma; quindi tornò indietro con i due giovani, smontò da cavallo, entrò nella chiesa e ordinò a ser Kay di ripetergli con precisione come l'avesse presa faccendolo giurare sul Libro Sacro.<br>«Me l'ha portata mio fratello Artù, signore» disse allora ser Kay.<br>«E tu, come l'hai avuta?» chiese ser Ector ad Artù.<br>«Ecco, signore, quando sono tornato a casa a prendere la spada di ser Kay, non ho trovato nessuno che me la potesse dare; allora, pensando che mio fratello non dovesse rimanere disarmato, sono venuto qui e ho estratto l'arma dalla roccia senza alcuna fatica.» (pp. 11-12) *Ser Ector e ser Kay si inginocchiarono a terra.<br>«Ahimè, perché vi inginocchiate davanti a me, voi che siete mio padre e mio fratello?» chiese loro Artù.<br>«No, mio signore, non è così. Io non sono vostro padre e non sono nemmeno del vostro stesso sangue. Vedo che discendete da un lignaggio ben più nobile di quanto credessi.»<br>Egli gli raccontò come gli fosse stato affidato, perché lo allevasse, dallo stesso Merlino. Nel sentire che ser Ector non era suo padre, il giovane provò un profondo dolore, ma il cavaliere continuò:<br>«Quando sarete re, vorrete essere il mio buono e grazioso signore?»<br>«In caso contrario sarei da biasimare» fu la risposta di Artù. «Siete l'uomo a cui devo di più insieme alla mia buona signora e madre, vostra moglie, che mi ha nutrito e allevato come figlio suo. Se Dio vorrà ch'io sia re come voi dite, potrete chiedermi tutto quello che sarà in mio potere di concedervi, e io non vi mancherò!» (pp. 12-13) *«Per quale motivo quel ragazzo è divenuto vostro re?»<br>«Signori, è figlio legittimo di Uther Pendragon e di Igraine, moglie del duca di Tintagel» rispose loro Merlino.<br>«Allora è bastardo!» esclamarono tutti.<br>«No; Artù fu concepito più di tre ore dopo la morte del duca, e tredici giorni più tardi re Uther sposò Igraine. È quindi provato che non è bastardo, e chi lo afferma sappia che Artù sarà re e avrà ragione di tutti i suoi nemici, e che, prima di morire, avrà regnato a lungo su tutta l'Inghilterra e avrà condotto sotto il proprio comando Galles, l'Irlanda, la Scozia e molti altri regni.» (p. 15) *Dovremmo forse accettare che un interprete di [[Sogno|sogni]] ci esorti alla viltà? ([[Lot (ciclo arturiano)|Lot]], p. 16) *Ecco allora giungere in campo [[Ban di Benoic|re Ban]], fiero come un leone e con le insegne a bande verdi in campo d'oro.<br>«Ahimè, ora temo davvero che saremo sconfitti!» esclamò re Lot vedendolo. «Quello è il cavaliere più valoroso del mondo e anche l'uomo più rinnomato. Moriremo o saremo costretti a ritirarci, ma se dovremo farlo sarà bene che impieghiamo valore e saggezza, perché altrimenti perderemo ugualmente la vita!» (p. 26) *[...] è preferibile uccidere un vile piuttosto che, a causa di un codardo, perdere tutti la vita. ([[Lot (ciclo arturiano)|Lot]], p. 28) *«Siete un uomo straordinario!» esclamò allora Artù.<br>«Però mi stupisce molto sentirvi dire che morirò in battaglia.»<br>«Non ve ne meravigliate, è la volontà di Dio che il vostro corpo sia punito per le vostre azioni impure. Io invece dovrei essere triste, perché morirò di una morte vergognosa, sotterrato ancora vivo. Almeno la vostra sarà una fine onorevole.» ([[Re Artù]] e [[Mago Merlino]], p. 34) *Merlino è a conoscenza, come del resto voi, ser Ulfius, di come re Uther venne da me nel castello di Tintagel con le sembianze di mio marito che era morto tre ore prima, e di come quella stessa notte mi fece concepire un figlio. Tredici giorni dopo egli mi sposò, e allorché il bambino nacque ordinò che fosse affidato a Merlino e allevato da lui. Da allora io non lo vidi mai più; né seppi quale nome gli era stato dato. ([[Igraine]], p. 35) *«Ora siete in mio potere, e sono libero di decidere se uccidervi o risparmiarvi la vita. Ma se non vi darete per vinto sarò costretto a mettervi a morte» gli disse lo sconosciuto.<br>«Quando vorrà venire, la morte sia la benvenuta! Del resto, preferisco morire che disonorarmi arrendendomi a te» esclamò Artù balzandogli addosso. ([[Pellinore]] e [[Re Artù]], p. 39) *«Ahimè, Merlino, lo avete ucciso!» gli disse Artù. «Era il cavaliere più nobile del mondo, ed io preferirei essere privato delle mie terre piuttosto che saperlo morto.»<br>«Non ve ne date pensiero, è più sano di voi» gli rispose Merlino. «È solo addormentato, ma si risveglierà fra tre ore. Vi avevo detto che era un cavaliere forte e coraggioso, e vi avrebbe ucciso se io non fossi intervenuto. Ma da ora in poi egli vi renderà ottimi servigi; il suo nome è [[Pellinore|Pellinor]], e un giorno avrà due figli di valore impareggiabile che si chiameranno [[Parsifal|Percival]] e [[Lamorak|Lamorak il Gallese]]. E sarà ancora Pellinor a rivelarvi il nome del figlio che avete concepito in vostra sorella e che sarà la rovina del regno.» (p. 40) [[File:Boys King Arthur - N. C. Wyeth - p16.jpg|thumb|Artù riceve Excalibur]] *Proseguirono il cammino finché si trovarono sulla riva di un lago vasto e ameno, dal quale videro emergere un braccio rivestito di sciamito bianco: esso terminava in una mano che stringeva una magnifica spada.<br>«È quella l'arma di cui vi parlavo» disse Merlino ad Artù. E poiché in quel momento una donna passava sul lago, il re chiese chi fosse.<br>«È la [[Dama del Lago]]; sul fondo di questo specchio d'acqua si trova una caverna che ha l'interno decorato con tale ricchezza da renderlo la residenza più piacevole del mondo» gli spiegò Merlino. «Ora la dama si avvicinerà; allora voi dovrete pregarla cortesemente di darvi la spada.»<br>Infatti la dama si diresse verso Artù e lo salutò, e il re, dopo aver ricambiato il saluto, le chiese:<br>«Di chi è la spada che quel braccio tiene alta sull'acqua? Io sono senza armi, e vorrei che fosse mia.»<br>«Essa mi appartiene» gli rispose la dama «ma se mi concederete un dono allorquando ve lo chiederò, sarà vostra.»<br>«Ve lo accorderò, sulla mia parola» le promise Artù.<br>«Allora montate sulla barchetta che vedete laggiù, raggiungete a remi la spada e prendetela insieme al suo fodero. Io reclamerò il mio dono quando lo riterrò opportuno».<br>Artù e Merlino smontarono di sella e legarono i cavalli a due alberi. Poi salirono sulla piccola imbarcazione e, quando ebbero raggiunto la mano e la spada, il re ne afferrò l'impugnatura e la trattenne, mentre mano e braccio scomparivano sott'acqua. (pp. 40-41) *«Vi piace più l'arma o il fodero?» gli chiese Merlino.<br>«Preferisco la spada.»<br>«Non siete molto saggio, perché il fodero vale dieci volte di più! Finché lo avrete al fianco, esso impedirà alle vostre ferite di sanguinare, per quanto gravi possano essere. Quindi badate a non abbandonarlo mai.» (p. 41) *Poi re Artù fece cercare, sotto pena di morte, tutti i bambini che erano nati il primo di maggio concepiti da baroni e da dame, perché Merlino gli aveva detto che proprio in quella data aveva visto la luce di colui che lo avrebbe ucciso. Tra i numerosi figli di signori scovati e mandati a corte, si trovava anche [[Mordred]], il figlio della moglie di re Lot.<br>I fanciulli vennero messi su una nave che fu lasciata alla deriva sul mare, ma il caso volle che essa naufragasse ai piedi di un castello e che tutti i bambini morissero salvo proprio Mordred che ne era stato scagliato fuori e che fu ritrovato da un buon uomo che lo allevò. Quando poi il fanciullo ebbe compiuto i quattordici anni, fu mandato a corte, come narreremo verso la fine del libro della Morte di Artù. Ora diremo che i baroni del regno furono molto addolorati per la morte dei loro figli e ne incolparono più Merlino che Artù, ma poi rimasero in pace sia per timore sia per lealtà nei confronti del sovrano. (p. 43) ====Libro II==== [[File:The Death of Balin and Balan.png|thumb|La morte di Balin e Balan]] *«Ah, bella damigella, dignità, virtù e valore non sono riposti solo nell'[[abbigliamento]]!» esclamò [[Sir Balin|Balin]]. «La virilità e l'onore sono celati nella persona, e vi sono molti insigni cavalieri ignoti a tutti, a riprova che il pregio e l'ardimento non hanno alcun rapporto con le vesti che indossano.» (p. 46) *Non pochi pensano di fare scorno a un [[avversario]], e poi scoprono che il loro intento si è ritorto a loro danno. ([[Sir Balin]], p. 50) *Badate, sire, di conservare con cura il fodero di Excalibur e ricordate che finché l'avrete con voi le vostre ferite, per quanto gravi, non sanguineranno. ([[Mago Merlino]], p. 57) *Rimasto disarmato, {{NDR|[[Sir Balin]]}} si precipitò allora alla ricerca di un'altra arma entrando prima in una stanza poi un'altra e in un'altra ancora, senza riuscire a trovare nulla e sempre incalzato dappresso da [[Re Pescatore|re Pellam]]. Infine varcò la porta di una camera meravigliosamente decorata e vide che vi si trovava un uomo disteso su un letto coperto dai più splendidi drappi d'oro che si possano immaginare. Vicino al letto, su un tavolo d'oro puro sorretto da quattro zampe d'argento, era posata una lancia di singolare fattura. Balin la afferrò, si volse a fronteggiare Pellam e lo colpì con forza, facendolo cadere in terra privo di sensi. Allora il tetto e le mura del castello crollarono e anche Balin fu gettato al suolo, dove rimase senza potersi muovere. [...] Da allora re Pellam rimase infermo per molti anni, e guarì solo quando fu curato da [[Galahad]], il nobile principe, nel corso della ricerca del [[Graal|Sangrail]] – il bacile che conteneva il sangue di Nostro Signore Gesù Cristo portato in Inghilterra da Giuseppe d'Arimatea, cui un tempo era appartenuto anche lo splendido letto. La [[Lancia di Longino|lancia]] che aveva inferto il [[Colpo Doloroso]] era la stessa con cui Longino aveva ferito Nostro Signore al cuore, e poiché re Pellam era affine alla stirpe di Giuseppe e l'uomo più degno di quei tempi, la sua infermità provocò dolore, lutti e pene. (pp. 61-62) *«Fratello, mi hai ucciso e io ho ucciso te. Il mondo intero parlerà di noi» disse poi Balin quando si fu ripreso.<br>«Perché mai non ti ho riconosciuto!» si lamentò Balan. «Avevo notato le due spade, ma dato che portavi uno scudo non tuo ti avevo creduto un altro.»<br>«È colpa di uno sciagurato cavaliere che facendomelo cambiare ci ha dato la morte. Se potessi sopravvivere distruggerei il castello per i malvagi costumi che alberga.»<br>«E sarebbe ben fatto!» approvò Balan. «Da quando vi arrivai non ebbi più la possibilità di ripartirne perché uccisi il cavaliere che era a guardia dell'isola. Lo stesso accadrà anche a te, fratello. Avresti dovuto uccidermi, come del resto hai fatto, ma poi metterti in salvo con la fuga.»<br>In quel mentre sopraggiungeva la signora del castello con quattro cavalieri, sei dame e sei servitori, e sentì le pietose parole che si scambiavano i fratelli.<br>«Uscimmo entrambi da un medesimo sacello, il ventre di nostra madre, e giaceremo insieme in una stessa fossa» dicevano. (p. 66) *Il mattino successivo comparve Merlino e fece incidere in lettere d'oro sulla tomba dei fratelli una scritta che diceva:<br><div class="center">{{maiuscoletto|Qui giace Balin il Selvaggio, che era il cavaliere dalle due spade che inferse il Colpo Doloroso.}}</div><br>Poi, presa la spada di Balin e sostituitone il pomo con un altro, ordinò a un cavaliere di brandirla, ma quello non vi riuscì nonostante i ripetuti sforzi. Allora Merlino scoppiò a ridere.<br>«Perché ridete?» gli chiese il cavaliere.<br>«Solo i campioni migliori del mondo potranno maneggiare questa spada, cioè [[Lancillotto]] e suo figlio Galahad. E con quest'arma Lancilotto ucciderà ser Galvano, il nipote di re Artù» gli rispose Merlino, che fece incidere la profezia sul pomo della spada.<br>Poi operò perché un ponte di ferro e di acciaio collegasse l'isola con la terraferma, e lo fece largo solo mezzo piede perché soltanto l'uomo più eccellente e mondo da malizia e villania potesse avere l'ardire di attraversarlo. Inoltre lasciò sull'isola il fodero della spada di Balin perché Galahad potesse trovarlo, e fece sì che per magia la spada restasse infissa in un blocco di marmo grande come la mola di un mulino, che galleggiò per molti anni nella corrente di un fiume fin sotto le mura di Camelot. Un giorno di Pentecoste Galahad, il nobile principe, che aveva già trovato il fodero, avrebbe estratto la spada così come è narrato nel libro del Sangrail. (p. 67) ====Libro III==== *Che un re tanto illustre per nobiltà e valore voglia prendere in moglie [[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]] è la notizia più bella che abbia mai ricevuto [...]. Gli offrirei volentieri anche le mie terre se pensassi di poterlo compiacere, ma ne ha già tante e sono certo che non ne ha bisogno. Gli farò quindi un dono che gradirà molto di più, perché gli consegnerò la [[Tavola Rotonda]] che mi fu data da Uther Pendragon. Essa può ospitare un massimo di centocinquanta cavalieri; cento li ho io stesso, ma gli altri mi sono stati uccisi. ([[Leodegrance]], p. 69) *«Ma perché vi sono due seggi vuoti alla Tavola Rotonda?» chiese poi Artù a Merlino.<br>«Sire, sono destinati a uomini degni del più alto onore, e sul [[Seggio Periglioso]] siederà solo un cavaliere senza pari. Chiunque altro sarà tanto ardito da tentare di prendervi posto, sarà annientato.» (p. 72) *Devi concedere [[misericordia]] a coloro che t'implorano, perché un [[cavaliere]] spietato è un cavaliere senza onore. ([[Gaheris]], p. 76) *Così, portate a termine le tre ricerche affidate a ser Galvano, a ser Tor e a re Pellinor, re Artù confermò la nomina di tutti i cavalieri, assegnò terre a quelli che non avevano e impose loro di non commettere mai oltraggi o omicidi, di rifuggire sempre dal tradimento, di non comportarsi mai con efferatezza, ma di concedere grazia a chi la implorasse, sotto sanzione di perdere per sempre l'onore e la sua protezione. Inoltre il re ingiunse loro, pena di morte, di soccorrere sempre le dame, le damigelle e le gentildonne e di non ingaggiare combattimenti in contese ingiuste per amore o per beni mondani. Tutti i [[cavalieri della Tavola Rotonda]] giurarono in tal senso, i giovani come i vecchi, e ogni anno rinnovavano il giuramento in occasione della festa solenne della Pentecoste. (p. 87) ====Libro IV==== [[File:The Beguiling of Merlin by Edward Burne-Jones.jpg|thumb|Merlino e la Dama del Lago]] *Non passò molto che la [[Dama del Lago|Damigella del Lago]] partì e Merlino la seguì tentando più volte di farla sua con le proprie arti sottili, ma poi Nimue gli fece giurare di non fare mai più uso con lei dei suoi incantesimi, perché altrimenti non l'avrebbe mai avuta. [...] Poi Merlino e la damigella ripartirono per la Cornovaglia, e nel corso del viaggio egli le insegnò molti altri prodigi. Ma poiché le stava sempre intorno per cogliere la sua verginità, Nimue lo prese a noia e pensò di liberarsene; tuttavia non sapeva come fare anche perché ne aveva paura, dato che Merlino era figlio di un diavolo.<br>Ora, avvenne che un giorno Merlino le facesse vedere una caverna meravigliosa che si sprofondava sotto una grande pietra che la damigella, mettendo in opera le arti che aveva apprese, lo inducesse ad entrarvi per mostrarle i prodigi che essa nascondeva. Poi fece in modo che egli non ne uscisse mai più di quante arti magiche mettesse in opera, e si allontanò lasciandolo prigioniero. (pp. 88-89) *Ahimè, da quando sono stato incoronato non ho avuto un solo mese di riposo! ([[Re Artù]], p. 90) *{{NDR|Su [[Sir Tor]]}} Parla poco e agisce molto di più, e non conosco nessuno qui a corte che sia di nascita più nobile, o che gli sia pari in valore e in possanza. ([[Re Artù]], p. 94) *[...] poiché [[Baudemago|ser Bagdemagus]] si era adirato perché a ser Tor era stata data la precedenza, si allontanò all'istante dalla corte e, in compagnia del suo scudiero, si inoltrò in una foresta. Dopo molte avventure gli capitò di arrivare davanti alla caverna in cui la Damigella del Lago aveva imprigionato Merlino. Udendolo lamentarsi pietosamente, il cavaliere decise di cercare di aiutarlo e si sforzò di sollevare la pietra che chiudeva l'antro, ma essa era tanto pesante che non vi sarebbero riusciti nemmeno cento uomini.<br>Intanto Merlino, che si era accorto della sua presenza, gli diceva di desistere perché si affaticava invano: egli non avrebbe potuto essere soccorso se non da colei che lo aveva rinchiuso. Allora Bagdemagus si allontanò e, attraverso molte altre avventure che incontrò per via, si dimostrò un eccellente cavaliere, così che quando tornò a corte fu eletto compagno della [[Tavola Rotonda]]. (p. 94) *[...] mi sono impegnato a battermi ad oltranza e preferisco morire con onore piuttosto che vivere nella vergogna. Se mi fosse possibile perdere la vita cento volte, piuttosto che arrendermi a voi sceglierei lo stesso di morire. Sono senza armi, ma non senza onore, e del resto se ucciderete un uomo inerme, il disonore ricadrà su di voi. ([[Re Artù]], p. 101) *{{NDR|Sulla [[Fata Morgana (mitologia)|Fata Morgana]]}} Mi vendicherò su di lei con tale durezza che tutto il mondo cristiano ne dovrà parlare, perché Dio sa che l'ho onorata e venerata più di ogni altra del mio sangue e che avevo più fiducia in lei che in mia moglie e negli altri miei parenti. ([[Re Artù]], p. 103) *La gente dice che Merlino è figlio di un diavolo, ma io posso affermare di essere stato concepito da un demone sulla terra! ([[Ywain]], p. 105) *Dopo aver trascorso la notte nel monastero e ascoltata la messa, Galvano e Ivano ripresero il cammino. Si addentrarono in un grande bosco e poi sbucarono in una valleta dove videro dodici belle damigelle e due cavalieri armati e montati su grandi cavalli vicino a una piccola torre. Le damigelle correvano avanti e indietro da un albero al quale era appeso uno scudo bianco e, ogni volta che vi passavano accanto, vi sputavano sopra e alcune vi gettavano anche del fango.<br>I due giovani si avvicinarono, salutarono le damigelle e chiesero loro perché spregiassero lo scudo in quel modo.<br>«Ecco, signori, esso appartiene a un cavaliere del paese che è un ottimo combattente, ma ha in odio tutte le dame e le gentildonne. Per questo stiamo recando offesa al suo scudo.»<br>«Non è certo degno di un cavaliere disprezzare le dame» osservò ser Galvano «ma può anche darsi che ne abbia un buon motivo e che, se è vero quanto dite, in qualche altro luogo vi siano donne che egli ama e da cui è ricambiato. Come si chiama?»<br>«[[Morholt|Moroldo]], signore, del sangue del re d'Irlanda.»<br>«Lo conosco» intervenne ser Ivano. «È un cavaliere molto valoroso: una volta lo vidi misurarsi in una giostra con vari avversari e nessuno fu in grado di tenergli testa».<br>«Allora penso che siate voi da biasimare, damigelle!» esclamò ser Galvano. «Suppongo che se ha appeso lo scudo all'albero non si trovi lontano, e quei cavalieri laggiù potrebbero sfidarlo. Sarebbe più onorevole di quello che state facendo voi. Comunque, non intendo permettere che lo scudo di un cavaliere venga disonorato!» (pp. 110-111) *[...] non è cavalleresco che uno resti in arcioni mentre l'altro è a piedi. ([[Morholt]], p. 112) *Si slanciarono gagliardamente l'uno contro l'altro e si assestarono dei fendenti che fecero volare in pezzi gli scudi e ammaccare gli elmi e i giachi, così che ben presto furono entrambi gravemente feriti. Ma erano le nove del mattino, e Moroldo si accorse con stupore che ser Galvano diveniva di momento in momento più forte finché, all'ora di mezzogiorno, la sua forza si trovò triplicata. Quando però il mezzogiorno fu trascorso e cominciò a calare la sera, le forze di ser Galvano presero a scemare ed egli si sentì sempre più debole e cominciò a sospettare che non avrebbe potuto resistere. Sarebbe quindi stato il momento giusto perché ser Moroldo potesse dimostrare tutta la propria possanza; invece quest'ultimo disse:<br>«Ho constatato che siete un ottimo cavaliere e un uomo dotato di una forza prodigiosa, signore, ma finché dura. Del resto, la nostra non è una disputa grave e sarebbe un peccato se dovessi ferirvi, ora che vi vedo indebolito.» (p. 112) *Una dama tanto superba da non avere misericordia di un valoroso [[cavaliere]] non ha diritto alla felicità! ([[Dama del Lago]], p. 121) ====Libro V==== *In pace da lungo tempo, [[re Artù]] aveva indetto una festa sfarzosa. La Tavola Rotonda era al completo di tutti i suoi alleati sovrani, principi e nobili cavalieri quando, mentre egli sedeva sul trono, entrarono nella sala dodici vecchi che recavano rami d'ulivo nelle mani a significare di essere venuti come ambasciatori e messaggeri dell'imperatore Lucio, a quel tempo chiamato Dittatore o Procuratore del Bene Pubblico di Roma. Giunti alla presenza del re, essi gli resero omaggio con un inchino e gli parlarono nel seguente modo:<br>«Il nobile e potente imperatore Lucio saluta il re di Britannia. Vi ordina di riconoscerlo come vostro signore e di inviargli il tributo che questo regno deve all'impero e che, come risulta dai documenti, già pagavano vostro padre e i vostri predecessori. Se agirete da ribelle e non lo riconoscerete come vostro sovrano, deterrete e tratterrete le vostre terre in contrasto con gli statuti e i decreti stabiliti dal nobile e illustre Giulio Cesare, conquistatore di questo paese e primo imperatore di Roma. Sappiate anche se vi opporrete alle sue richieste e ai suoi ordini, Lucio condurrà una guerra implacabile contro la vostra persona, i vostri regni e le vostre terre, e punirà voi e i vostri sudditi come esempio perpetuo per tutti i sovrani e i principi che rifiutano il tributo al nobile impero che domina sull'intero mondo.» (p. 131) *[...] io non pagherò mai il tributo a Roma! A quanto so Belino e Brenio, sovrani di Britannia, hanno tenuto a lungo l'impero nelle proprie mani, come anche Costantino figlio di Elena: vi è quindi la prova palese che non dobbiamo alcun tributo e che anzi, essendo noi i loro discendenti, abbiamo il diritto di reclamare il titolo all'impero. ([[Re Artù]], p. 132) *Artù presiedeva la Tavola Rotonda e appariva l'uomo più gagliardo che esista, capace di conquistare l'intera terra, che è ben poco per lui. (p. 134) *Mentre il re era assopito nella propria cabina ebbe un sogno meraviglioso: gli parve che un [[drago]] terrificante, giunto in volo dalla parte d'Occidente, affogasse molta della sua gente. Esso aveva la testa smaltata d'azzurro e le spalle che brillavano come oro, il ventre simile a maglie di straordinari colori, la coda coperta di scaglie, le zampe di splendido zibellino e gli artigli come oro fino. Dalla bocca gli scaturiva un'orrenda fiamma che faceva apparire di fuoco la terra e il mare. Poi, in una nuvola, giungeva dall'Oriente un feroce cinghiale nero dagli artigli grandi come pilastri. Coperta da pelame irsuto, era la bestia più ripugnante che si fosse mai vista, e ruggiva e muggiva in modo incredibilmente orribile. Il drago allora si sollevava nell'aria come un falco e assaliva con violenza il cinghiale che rispondeva ferendolo al petto con le zanne grigie, e quel sangue bollente faceva rosseggiare il mare. Allora il drago volava a grandi altezze, poi si precipitava fragorosamente a colpire il cinghiale sulla sommità del dorso, lungo dieci piedi dalla testa alla coda, riducendogli in polvere le ossa e la carne, che prendevano a volteggiare per tutta l'ampiezza del mare.<br>Il re si svegliò di colpo e, sconcertato dal sogno, mandò a chiamare un saggio filosofo cui ordinò di spiegarne il significato.<br>«Sire» fu la risposta del sapiente «il drago rappresenta la vostra persona, i colori delle sue ali sono i regni che avete conquistato e le scaglie di cui è irta la coda rappresentano i nobili cavalieri della Tavola Rotonda. Il cinghiale che usciva dalle nuvole e che fu ucciso dal drago simboleggia un tiranno che tormenta il popolo, o forse anche che voi dovrete battervi di persona contro il più orrido e abominevole gigante che avrete mai visto in tutta la vita. Non avete dunque nulla da temere da questo sogno: andate avanti da conquistatore.» (pp. 135-136) *Guardate quanto sono tronfi di orgoglio e di millanteria questi Britanni! [...] Si vantano come se avessero già conquistato il mondo intero! (p. 140) ====Libro VI==== *Poco tempo dopo che [[re Artù]] era tornato in Inghilterra da Roma i [[cavalieri della Tavola Rotonda]] si riunirono a corte per dedicarsi a giostre e a tornei. Non pochi cavalieri novelli compirono onorevoli gesta d'armi e superarono i compagni dando prova di valore e di prodezza, ma tra tutti spiccò [[Lancillotto|ser Lancillotto]] del Lago che fu il migliore nei tornei, nelle giostre e nelle prove d'armi sia al primo sia all'ultimo sangue, e non si fece mai sopraffare se non per tradimento o per incantesimo.<br>Dunque ser Lancillotto si meritò una tale unanime ammirazione che il libro francese dice che era il cavaliere migliore della corte dopo il ritorno del re da Roma. Per tutti questi motivi, la regina Ginevra lo predilesse tra gli altri, e poiché anche egli la ricambiava amandola più di qualunque altra dama o damigella della sua vita, compì per lei molte prodezze d'armi. (p. 157) *[...] non posso impedire alla gente di dire quel che vuole, ma non penso affatto di prendere moglie, perché dovrei restare al suo fianco trascurando le armi, i tornei, le battaglie e le avventure. Quanto poi ad avere delle amiche, rifiuto il piacere che esse potrebbero darmi soprattutto perché sono timorato di Dio. Vedete, i [[Cavaliere|cavalieri]] che si danno all'adulterio e al libertinaggio non sono felici o fortunati in battaglia, e sono quasi sempre sopraffatti da cavalieri meno abili, oppure per caso e per malasorte uccidono uomini migliori di loro. Credo quindi che sarà sempre un infelice l'uomo che ha delle amanti, e che tutto ciò che avrà a che fare con lui sarà perseguitato dalla sorte. ([[Lancillotto]], p. 170) *Ahimè, che peccato che un cavaliere debba morire senza le armi in mano! ([[Lancillotto]], p. 181) ====Libro VII==== *[[Re Artù|Artù]] dunque si era seduto a banchetto con vari altri sovrani e con tutti i [[cavalieri della Tavola Rotonda]], salvo quelli che erano stati fatti prigioniero o uccisi in scontri d'armi, quando i tre uomini fecero il loro ingresso nella sala. Due erano cavalieri di bell'aspetto e riccamente vestiti, e sulle loro spalle si appoggiava il terzo, il giovane più bello del mondo, alto, robusto e prestante, dal viso perfetto e dalle più grandi e splendide mani che si fossero mai viste, ma che si muoveva come se non riuscisse a reggersi senza essere sostenuto. Artù ordinò che si facesse silenzio e si lasciasse spazio per il loro passaggio, e i tre uomini avanzarono fino all'alta predella senza pronunziare una parola; poi il più giovane si trasse un poco indietro e, raddrizzandosi agilmente in tutta la persona, disse:<br>«Re Artù, Dio benedica voi e tutta la vostra bella certe e, in particolare, i compagni della Tavola Rotonda. Sono venuto per pregarvi di accordarmi tre doni, e poiché le mie richieste non sono irragionevoli e non vi causeranno danni o perdite, potrete concedermeli senza tema di essere disonorato. Il primo lo chiederò subito, e gli altri due tra un anno in questo stesso giorno dovunque vi troverete a celebrare la festa solenne.»<br>«Avrai quanto desideri» dichiarò il re.<br>«Allora, sire, questa è la mia prima supplica: datemi da mangiare e da bere a sufficienza per un anno, al termine del quale avanzerò le altre due preghiere.»<br>«Bel figliolo, ti consiglio di domandare di più: quello che hai espresso è un desiderio troppo umile» gli rispose Artù. «Il mio cuore prova grande inclinazione per te perché ritengo che tu discenda da una nobile schiatta: l'opinione che mi sono fatto risulterebbe fallace se non dovessi dimostrarti di altissimo lignaggio.»<br>«Sire, sia come deve essere, ho chiesto esattamente quello che volevo» replicò il giovane.<br>«Non credo che tu non lo conosca!» esclamò il re, che poi affidò il giovane a [[Sir Kay|ser Kay il Siniscalco]], ordinando che gli desse i migliori cibi e le migliori bevande e un corredo degno del figlio di un barone.<br>«Non ci sarà bisogno di spendere tanto per lui» osservò però ser Kay. «Secondo me è nato villano e non diventerà mai un gentiluomo, altrimenti vi avrebbe chiesto un cavallo e un'armatura. I suoi desideri rispecchiano invece la sua condizione. Comunque, dato che non ha nome, lo chiamerò [[Sir Gareth|Bellamano]] e lo porterò in cucina dove potrà mangiare tutti i giorni tanto di quel brodo che tra un anno sembrerà un porcello all'ingrasso.» (pp. 187-188) *Appena i due uomini che avevano accompagnato il giovane furono ripartiti lasciandolo nelle mani di ser Kay, questi cominciò a schernirlo e a farsi beffe di lui. Ma [[Gawain|ser Galvano]] se ne adirò e [[Lancillotto|ser Lancillotto]] ordinò al siniscalco di smetterla, aggiungendo che era pronto a scommettere che si sarebbe dimostrato un cavaliere di grande valore.<br>«Non avete ragioni per ritenerlo» replicò il siniscalco. «Le sue rischieste mostrano la sua vera natura; non vuole che da bere e da mangiare e in fede mia deve essere cresciuto in un'abbazia dove, comunque andassero le cose, gli facevano sempre mancare il vitto! Per questo è venuto a cercarlo qui.» (p. 189) *Così Bellamano fu mandato in cucina, e la notte dormiva con gli altri garzoni, sopportando tutto pazientemente per dodici mesi. Ma nel frattempo era riuscito a incontrare il favore generale, degli uomini come dei ragazzi, per la sua umiltà e la sua dolcezza. E ogni volta che vedeva dei cavalieri intenti alle giostre, se poteva si fermava ad osservarli e cercava in tutti i modi di trovarsi ovunque si svolgesse qualche prova di prodezza, così che accadeva che chiunque si esercitasse nel lancio di sbarre o di pietre si trovava sempre superato da lui di almeno due iarde. (p. 189) *«In nome di Dio, ti assicuro che ho dovuto impegnarmi al massimo per non essere disonorato; perciò non dovrai temere nessun altro» disse Lancillotto a Bellamano.<br>«Credete che un giorno sarò in grado di tenere testa a qualunque provetto cavaliere?» gli chiese allora il giovane.<br>«Certamente, combatti come hai fatto oggi e io te ne sarò garante.»<br>«Adesso, quindi, vi prego di armarmi.»<br>«Però dovrai dirmi il tuo nome e il tuo lignaggio.»<br>«Ve lo dirò, signore, purché non lo riveliate ad alcuno.»<br>«Te ne do la mia parola, finché non sarà universalmente noto.»<br>«Mi chiamo Gareth e sono fratello germano di ser Galvano» gli disse infine Bellamano.<br>«Ah, signore, ne sono molto lieto! Ho pensato fin dal primo momento che doveste essere di sangue nobile e che non foste venuto a corte solo per mangiare e bere!» esclamò ser Lancillotto; dopo di che lo armò cavaliere. (pp. 192-193) *[...] non lasciatemi morire quando una parola [[Cortesia|cortese]] potrebbe salvarmi! (Sir Pertolepe, p. 199) *Un [[cavaliere]] deve tollerare qualunque cosa da parte di una [[damigella]] [...]. Per questo non ho badato alle vostre parole, per quanto ingiuriose fossero; anzi, quanto più mi offendevate e mi facevate montare in collera, tanto più sfogavo la mia ira contro gli avversari che incontravo. Così le vostre ingiurie mi hanno esortato a battermi e mi hanno indotto a cimentarmi per provarvi fino in fondo di cosa sono capace. Se ho cercato accoglienza nelle cucine di Artù, è stato solo per avventura, perché avrei potuto trovare di che sostentarmi in qualunque altro posto. Ma l'ho voluto fare per mettere alla prova i miei amici e perché un giorno si potesse sapere che sono un gentiluomo. ([[Sir Gareth]], p. 203) *{{NDR|Su [[Sir Gareth]]}} Ha sconfitto tutti e quattro i fratelli e ucciso il Cavaliere Nero [...]. Ma prima ancora aveva fatto di più: aveva disarcionato ser Kay lasciandolo a terra mezzo morto e aveva affrontato un duro scontro con ser Lancillotto concludendolo alla pari. È stato allora che ser Lancillotto lo ha armato cavaliere. (p. 206) *{{NDR|Su [[Sir Gareth]]}} Lancillotto era il cavaliere che il giovane amava di più; perciò rimase quasi sempre con lui anche perché, dopo che si fu assicurato della buona salute di ser Galvano, non volle più accompagnarsi a quell'uomo vendicativo che, quando odiava, era pronto anche a commettere omicidi. E a ser Gareth questo ripugnava. (p. 236) ====Libro VIII==== *Al tempo in cui [[Re Artù|Artù]] era re supremo d'Inghilterra, del Galles, della Scozia e di numerosi regni, v'erano altri sovrani che regnavano su molte contrade: un paio nel Galles, altrettanti in Cornovaglia e nell'Occidente, due o tre in Irlanda e un gran numero nel Settentrione, ma tutti costoro gli dovevano obbedienza ed erano suoi vassalli, al pari del re di Francia, del re di Bretagna, e di tutti gli altri baroni fino a Roma. (p. 241) [[File:Arthur Hughes cartoon the Birth of Sir Tristram.jpg|thumb|La nascita di [[Tristano]]]] *Ah, figlioletto mio [...] hai dato la morte a tua madre! Se in così giovane età sai giù uccidere, suppongo che diverrai un uomo gagliardo e, poiché morrò per averti messo al mondo, voglio che la mia ancella preghi il mio signore e Meliodas che al battesimo ti imponga il nome di [[Tristano]], a significare il dolore della tua nascita. (Elisabetta, p. 242) *{{NDR|Su [[Tristano]]}} [...] egli diede inizio alle buone regole del trattare ogni tipo di cacciagione e introdusse i termini appropriati che sono in uso ancor oggi, onde il libro della caccia col falcone, al cervo e a ogni altro animale selvatico, è chiamato il libro di ser Tristano. Mi sembra pertanto che tutti i gentiluomini di antico blasone debbano giustamente onorarlo, perché è proprio da tali termini, che resteranno in uso fino al giorno del Giudizio, che gli uomini d'onore possono distinguere un gentiluomo da un uomo libero e quest'ultimo da un villano. Colui che è [[Gentilezza|gentile]] sarà infatti attratto dalle virtù cortesi e seguirà i nobili costumi degli uomini d'onore! (p. 244) *Ora accadde che re Agwisance d'Irlanda mandasse a chiedere a [[Marco di Cornovaglia|re Marco di Cornovaglia]] il tributo che questi gli aveva corrisposto per molti inverni e che da sette anni aveva smesso di pagare. Il re e i suoi baroni ordinarono ai messaggeri di tornare dal loro signore con questa risposta:<br>«Noi non gli pagheremo alcun tributo e se vorrà esigerlo mandi in Cornovaglia un cavaliere fidato che combatta per il suo diritto, perché noi ne troveremo un altro che difenda il nostro.»<br>I messageri tornarono dunque con quella risposta che accese d'ira re Agwisance. Convocato [[Morholt|ser Moroldo]], un nobile e provato cavaliere, compagno della Tavola Rotonda e fratello della regina d'Irlanda, il sovrano gli disse:<br>«Bel fratello, ti prego di andare per amor mio in Cornovaglia a combattervi per il tributo che ci spetta. Sarai ben risarcito per tutto quello che spenderai e avrai più di quanto ti occorra.»<br>«Sire» rispose ser Moroldo «per il diritto vostro e della vostra terra non esiterò a dare battaglia al miglior cavaliere della Tavola Rotonda, conosco la maggior parte di loro e le imprese che hanno compiuto, e affronterò volentieri questo viaggio che accrescerà la fama delle mie gesta.» (p. 245) *Raccomandami a mio zio re Marco e pregalo, se sarò ucciso in battaglia, di seppellire il mio corpo nel modo che riterrà più opportuno [...]. Sappia che non mi arrenderò per viltà e che mi farò uccidere piuttosto che fuggire: in tal modo il regno non sarà costretto al tributo per causa mia; ma se mi arrendersi dichiarandomi sconfitto o se fuggissi, digli che non dovrà mai seppellirmi in terra consacrata. ([[Tristano]], p. 248) *Appena ser Moroldo ebbe scorto Tristano, gli disse:<br>«Giovane cavaliere, ser Tristano, che fate qui? Sono molto dispiaciuto che abbiate avuto tanto coraggio, perché dovete sapere che mi sono battuto con molti nobili cavalieri, i migliori di questo paese e del mondo intero, e li ho vinti tutti. Seguite dunque il mio consiglio e ripartite.»<br>«Ser Moroldo, cavaliere leale e ben provato» gli rispose ser Tristano «non posso rinunciare alla nostra contesa perché proprio oggi ho ricevuto l'ordine della cavalleria e mi sono impegnato ad acquistarmi onore combattendo contro di voi che avete fama di essere tra i cavalieri più stimati del mondo. Al contrario io non mi sono ancora cimentato con un buon cavaliere, ma confido in Dio che potrò comportarmi onorevolmente liberando per sempre la Cornovaglia da ogni genere di tributo da parte del vostro paese.»<br>Quando ser Moroldo ebbe inteso il suo intento, aggiunse:<br>«Bel cavaliere, poiché siete deciso ad acquistare merito a mio danno, voglio che sappiate che non sarete disonorato se riuscirete a resistere a tre dei miei colpi, perché è proprio per le mie nobili imprese, provate e vedute, che re Artù mi fece cavaliere della Tavola Rotonda.» (p. 249) *Io non sono che un novello cavaliere e al primo cimento, ma piuttosto che tirarmi indietro preferirei essere fatto in cento pezzi! ([[Tristano]], p. 250) *Con grande benevolenza, il re affidò Tamtrist alla custodia e alle cure della figlia [[Isotta|Isotta la Bella]], che era molto esperta di medicina. La fanciulla infatti scoprì che alla base della ferita vi era del veleno, e la guarì in poco tempo. Così il giovane forestiero nutrì per lei un grande amore, tanto più che non v'era al mondo pulzella o dama più bella, e in cambio delle sue cure le insegnò a suonare l'arpa. E anche Isotta cominciò a sentire una grande inclinazione verso di lui.<br>[[Palamede (ciclo arturiano)|Ser Palamede il Saraceno]], beneaccetto al re e alla regina, si trovava a quel tempo nel paese, e ogni giorno si presentava con molti doni a Isotta la Bella, che amava appassionatamente. Di ciò si avvide Tamtrist, cui era nota la fama di nobiltà e di ardimento del cavaliere, e siccome Isotta la Bella gli aveva anche detto che il Saraceno aveva intenzione di farsi battezzare per amor suo, tra i due cavalieri c'era grande gelosia e Tamtrist ne era molto contrariato. (p. 252) [[File:Waterhousem Tristan and Isolde.jpg|thumb|Tristano e Isotta bevono il filtro d'amore]] *Un giorno Isotta la Bella e la regina sua madre prepararono un bagno per Tamtrist. Mentre egli era immerso nell'acqua accudito da Governale e da ser Hebes e le due donne si affaccendavano da una parte all'altra della camera, il caso volle che la regina vedesse la spada del giovane posata sul letto e che malauguratamente la traesse dal fodero. Dopo averla ammirata a lungo, ché era invero un'arma molto bella, le due dame notarono che il filo della lama era rotto a un piede e mezzo dalla punta e che ne mancava un buon pezzo. Quella falla ricordò subito alla regina il frammento di spada trovato nel cranio di ser Moroldo.<br>«Ahimè, figlia mia» esclamò «costui è il cavaliere traditore che uccise mio fratello, tuo zio!»<br>Isotta ne fu amaramente turbata, ché amava profondamente Tamtrist e conosceva appieno la crudeltà della madre.<br>Intanto la regina si era prontamente recata nella propria camera e da un suo cofano aveva preso il framment di spada estratto dalla testa di ser Moroldo dopo la sua morte; quindi si era affrettata a tornare al letto su cui era posata l'arma di Tamtrist e vi aveva inserito il pezzo d'acciaio: esso combaciò con la tacca della lama quasi non se ne fosse mai distaccato.<br>Subito la dama impugnò fieramente la spada e con tutta la sua forza corse addosso a Tamtrist che era ancora nel bagno, sì che lo avrebbe tagliato in due se ser Hebes non l'avesse afferrata per le braccia strappandole l'arma di mano. Non avendo così potuto portare a termine il suo malvagio intento, la regina corse dal marito, re Agwisance, e, gettatasi in ginocchio, gli disse:<br>«Ahimè, mio signore, ospitate in casa vostra il traditore che uccise mio fratello ser Moroldo, nobile combattente e vostro servitore.»<br>«Chi è e dove si trova?» chiese il re.<br>«È Tamtrist, colui che mia figlia ha guarito.» (p. 255) *Mio padre è ser Meliodas re di Liones e mia madre, che si chiamava Elisabetta, era sorella di re Marco di Cornovaglia. Ella morì nel darmi la luce nella foresta e, proprio per questo, prima di spirare ordinò che al battesimo mi fosse imposto il nome di Tristano, ch'io trasformai qui in Tamtrist poiché non volevo essere riconosciuto. Ho combattuto per il tributo della Cornovaglia per amore di mio zio e per il diritto di quella terra che egli possedeva da molti anni, e anche per accrescere il mio onore, perché ero stato fatto cavaliere proprio quel giorno ed ero al mio primo cimento. Solo per questo intrapresi la battaglia, e sappiate inoltre che ser Moroldo si sottrasse a me ancora in vita, abbandonando lo scudo e la spada. ([[Tristano]], p. 256) *Col passare del tempo [...] sorsero dissidi e gelosie tra il re e il nipote a causa di una dama, moglie del nobile conte ser Segwaride, di cui entrambi erano innamorati. La dama amava molto ser Tristano che la ricambiava, poiché era invero bella, e il cavaliere lo aveva ben notato, e re Marco, accesosi anch'egli d'amore per lei, lo aveva saputo e ne era geloso. (p. 258) *[...] benché tra loro vi fossero belle parole, finché visse re Marco non amò più il nipote {{NDR|[[Tristano]]}}, poiché ogni affetto si era spento per sempre. (p. 260) *[...] colui che ha una segreta [[ferita]] è riluttante a mostrare apertamente l'ingiuria subita! (p. 260) *[[Lancillotto|Ser Lancillotto]] non ha pari per gentilezza e cavalleria e, per il grande affetto che nutro per lui, non combatterò più di mia volontà contro di voi. ([[Tristano]], p. 264) *[...] re Marco non smise mai di pensare in cuore suo al modo di far perire Tristano. Infine escogitò di mandarlo come suo messaggero in Irlanda a chiedere in moglie Isotta la Bella, di cui il nipote aveva tanto lodato l'avvenenza e la bontà. Ma tutto ciò era fatto con l'intento di farlo morire. (p. 265) *Ser Tristano prese dunque il mare e, mentre si trovava nella cabina insieme ad Isotta, accadde che avessero sete e che lì accanto vi fosse una piccola fiasca d'oro contenente, a giudicare dal colore e dal sapore, un vino prelibato. Subito il giovane la prese dicendo:<br>«Madama Isotta, ecco la migliore bevanda che abbiate mai gustata e che la vostra ancella dama Brangania e il mio servitore Governale tenevano per sé.»<br>Risero entrambi di cuore e bevettero liberamente, brindando l'uno all'altra, sì che mai vino sembrò loro più dolce e prelibato. Ma appena l'ebbero inghiottito, essi si amarano sì intensamente che quel loro sentimento non li abbandonò mai più, nella buona e nella cattiva sorte. Era infatti quello il principio di un amore che li avrebbe accompagnati per tutti i giorni della vita. (p. 271) *Non è da buon [[cavaliere]] cogliere un altro in svantaggio [...]. ([[Tristano]], p. 284) *Ser Lamorak si allontanò in compagnia di ser Driant, ed essendosi imbattuto in un cavaliere che per ordine di [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana la Fata]] recava a [[re Artù]] un bel corno rifinito in oro, lo costrinse con la forza a rivelargli il motivo della sua missione. Seppe che il corno aveva una virtù – nessuna dama o gentildonna che non fosse fedele al proprio signore vi poteva bere senza versarne il contenuto – e che Morgana la Fata lo inviava in dono al fratello Artù a causa della [[Ginevra (ciclo arturiano)|regina Ginevra]] e per dispetto a ser Lancillotto.<br>«Se non vuoi morire» disse allora ser Lamorak «porterai il corno a re Marco, e gli dirai che glielo mando perché metta alla prova la fedeltà della sua sposa.»<br>Il cavaliere si recò così da re Marco e gli disse che gli inviava quel corno prezioso e qual era la sua qualità. Il re costrinse quindi la regina Isotta a bere, e dopo di lei cento altre dame, ma solo quattro tra esse riuscirono a non versare la bevanda.<br>«Ahimè, è una grave infamia» esclamò il sovrano, giurando poi solennemente che avrebbe condannato al rogo la regina e le altre.<br>Ma i baroni si radunarono e dichiararono apertamente di non essere disposti a tollerare che le dame venissero arse per via di un oggetto fatto con arti magiche dalla strega più fals e incantatrice che vi fosse al mondo e nemica dei veri amanti, e affermarono che quel corno non operava mai niente di buono e causava solo odio e dissidi. Molti cavalieri fecero pertanto voto di usare ben poca cortesia a Morgana la Fata, se ma l'avessero incontrata. (pp. 284-285) *[...] uccisi ser Moroldo liberando la Cornovaglia dal tributo, e sono anche colui che salvò il re d'Irlanda da ser Blamor di Ganis e che vinse ser Palamede. Sono Tristrano di Liones e, con la grazia di Dio, libererò quest'infelice contrada. ([[Tristano]], p. 291) *«[...] In cambio della mia cortesia voi esponeste al biasimo molte dame, inviando a re Marco il corno di Morgana la Fata, per risentimento verso di me.»<br>«Lo rifarei se fosse il caso» affermò ser Lamorak. «Preferivo che la disputa si svolgesse alla corte di re Marco piuttosto che a quella di re Artù, perché non sono di pari onore.»<br>«Questo lo so, ma voi agiste solo per far dispetto a me» replicò Tristano. «Eppure, nonostante il vostro malanimo, ringrazio Dio che non avete fatto grande danno. Lasciate dunque ogni vostro rancore e io farò altrettanto: uniamo invece le nostre forze e acquistiamoci merito uccidendo il gigantesco signore dell'isola, ser Nabon il Nero.»<br>«Signore, ora comprendo la vostra cavalleria!» esclamò ser Lamorak. «Non può essere menzognero ciò che tutti dicono di voi: per nobiltà, generosità e virtù non avete pari e mi pento di avervi mostrato villania.» (p. 292) *[...] molti dicono dietro le spalle di un uomo quello che non gli direbbero mai in faccia. ([[Lamorak]], p. 295) ====Libro IX==== *Un giorno giunse alla corte di [[Re Artù|Artù]] un giovane di robusta costituzione, abbigliato sfarzosamente con una cotta di un ricco tessuto d'oro che tuttavia gli pendeva malamente addosso, a richiedere al re che lo armasse cavaliere.<br>«Come vi chiamate?» gli domandò il sovrano.<br>«[[Sir Breunor|Brunoro il Nero]], sire, e non tarderete a sapere che sono di nobile schiatta.»<br>«Sarà anche così» commentò [[Sir Kay|ser Kay]] «ma a vostro scherno sarete chiamato La Cotta Maltagliata per la pessima foggia del vostro abito.» (p. 299) *Sire [...] chiedo a voi e a tutta la corte che mi chiamate La Cotta Maltagliata: così mi ha soprannominato ser Kay e non voglio altro nome. ([[Sir Breunor]], p. 300) *Se alla tua prima giostra ti inviano un buffone a combatterti, sei davvero tenuto in poco conto alla corte di Artù! (Damigella Maldicente, p. 302) *Ah, bella damigella [...] vi prego di avere pietà e di non insultarmi oltre, perché la mia afflizione è grande abbastanza anche se non ne aggiungete del vostro. Tuttavia non mi considero un cattivo cavaliere per essere stato abbattuto da un compagno della Tavola Rotonda. ([[Sir Breunor]], p. 302) *{{NDR|Su [[Sir Breunor]]}} [...] vi dico apertamente che è un bravo cavaliere, e che si proverà nobile e prode. Se non si tiene ancora saldo in sella è solo perché gliene mancano la pratica e l'esperienza, ma quando è il momento di maneggiare la spada sa colpire con forza e valentia, ed è ciò che hanno compreso ser Bleoberis e [[Palamede (ciclo arturiano)|ser Palamede]] che, da uomini scaltriti dall'uso delle armi, sanno giudicare dal modo di cavalcare di un avversario se saranno in grado di rovesciarlo di sella o di assestagli un buon colpo. Ma per lo più essi non sono disposti a combattere a piedi con i giovani cavalieri, che sono agili e vigorosi. ([[Mordred]], p. 304) *{{NDR|Su [[Glatisant la Bestia]]}} Si trattava della bestia con la testa da serpente, il corpo da leopardo, le natiche da leone e le zampe da cervo; inoltre, ovunque essa andasse, dal suo ventre scaturiva uno strepito quasi vi fossero trenta coppie di veltri latranti. (p. 314) *[...] nessuno è conformato in modo da poter aver [[successo]] in ogni occasione: talvolta si ha la peggio per mala ventura e talaltra colui che è meno meritevole mette in svantaggio chi è migliore di lui. (p. 314) *«Chi vorreste assalire?» chiese [[Lamorak|ser Lamorak]].<br>«[[Lancillotto|Ser Lancillotto del Lago]]: se mai lo incontrassimo non potrebbe sfuggirci e lo metteremo a morte!»<br>«Vi assumete un compito molto arduo, perché è un cavaliere nobile e ben provato» fu la risposta di ser Lamorak.<br>«Non ne dubitiamo, ma ognuno di noi è sufficientemente forte per tenergli testa.»<br>«Non lo credo» replicò ser Lamorak. «In tutta la mia vita non ho mai inteso d'alcun cavaliere che ser Lancillotto non riuscisse a superare.» (p. 315) *[...] ognuno ritiene infatti che la propria dama sia superiore a ogni altra, e voi non dovete adirarvi se io lodo colei che maggiormente amo. Se la mia signora, la regina Ginevra, è ai vostri occhi la più avvenente, sappiate che la regina Morgawse sembra più bella ai miei, ed è ciò che ogni cavaliere pensa della propria dama. ([[Lamorak]], p. 316) *Ho ricevuto una bella ricompensa per aver combattuto contro [[Morholt|ser Moroldo]] e liberato il regno dalla sudditanza; e anche per aver portato in Cornovaglia la [[Isotta|regina Isotta]] sopportando gravi costi e pericoli. Quale compenso mi fu dato per essermi battuto con ser Blamor di Ganis in difesa di re Agwisance padre di Isotta la Bella, e cosa mi venne per aver abbattuto ser Lamorak il Gallese su richiesta di re Marco, o per aver vinto il Re dei Cento Cavalieri e il re del Galles del Nord che minacciavano le sue terre? E ancora, per aver salvato la regina dal buon cavaliere ser Palamede, e per aver ucciso il potente gigante Tawlas? Sappia re Marco, che ora mi dà tale mercede, che fu solo per amor mio che molti nobili cavalieri della Tavola Rotonda hanno finora risparmiato i baroni di questa contrada! ([[Tristano]], p. 326) *«Cosa volete fare?» gli chiese ser Dinadan. «Non compete a noi affrontare trenta cavalieri, e sappiate che non ci sto. Contro uno solo ne basterebbero anche due o tre, e certo io non vorrò misurarmi con una quindicina.»<br>«Vergogna a voi!» lo rimproverò ser Tristano. «Dovrete fare solo la vostra parte.»<br>«Non lo farò» ribatté ser Dinadan «a meno che non mi prestiate il vostro scudo di Cornovaglia: per la fama di viltà che hanno i cavalieri di quel paese, farà sì che i miei avversari siano indulgenti verso di me.»<br>«Non mi separerò mai dal mio scudo per amore di colei che me lo diede» affermò ser Tristano. «Tuttavia, ser Dinadan, vi garantisco che se non vi impegnerete a rimanere con me, vi ucciderò qui sul posto, perché non vi chiedo altro che di battervi con un solo avversario. Se poi non vi reggerà il cuore, ve ne starete da parte a osservare lo scontro tra me e gli altri.»<br>«Sta bene» fu la risposta di ser Dinadan «e vi prometto che farò il possibile per salvarmi; tuttavia vorrei non avervi mai incontrato!» (p. 327) *«Che scompiglio è mai questo?» protestò ser Dinadan. «Io vorrei riposarmi!»<br>«Non si può» ribatté ser Tristano «abbiamo vinto i signori del castello e ora dobbiamo difenderne il costume. Tenetevi dunque pronto.»<br>«In nome del demonio» esclamò ser Dinadan «perché mai mi sono unito a voi!»<br>Ci si preparò allo scontro: ser Gaheris affrontò ser Tristano e fu disarcionato; ser Palamede si misurò invece con ser Dinadan e lo abbatté al suolo. Si ebbe pertanto una caduta per parte e necessitava combattere a piedi, ma ser Dinadan, che era rimasto malamente contuso, non ne volle sapere. Ser Tristano andç allora ad allacciargli l'elmo pregandolo di aiutarlo.<br>«Non lo farò» rispose ser Dinadan. «Or non è molto abbiamo combattuto contro trenta cavalieri e ne risento ancora le ferite. Ma voi vi comportate come un folle o come un uomo fuor di senno che voglia buttarsi allo sbaraglio, e io posso solo maledire il momento in cui vi ho veduto. In tutto il mondo non vi sono che due cavalieri altrettanto pazzi: voi, ser Tristano, e ser Lancillotto, con cui mi accompagnai un tempo così come ora ho fatto con voi; ed egli mi fece tanto faticare che dovetti poi starmene a letto per tre mesi. Che il buon Gesù mi salvi da tali cavalieri, e in particolare dalla vostra compagnia!» (p. 329) *Ebbene, qui si può imparare che nessun [[cavaliere]] è tanto forte che non possa essere scavalcato, nessuno tanto saggio che non possa sbagliare, e che cavalca bene colui che non è mai caduto! ([[Dinadan]], p. 332) *{{NDR|Su [[Tristano]]}} Gesù misericordioso! Dacché presi le armi non vidi mai un cavaliere compiere gesta sì stupefacenti! Se lo assalissi ora, recherei onta a me stesso. ([[Lancillotto]], p. 335) *[...] un buon cavaliere deve sempre favorire un altro, giacché i simili sono attratti dai simili. (Re dei Cento Cavalieri, p. 336) *Ahimè, non posso mai acquisire onore là dove è ser Tristano [...]. Se non ci troviamo nello stesso luogo, il più delle volte sono io che ottengo il premio, a meno che non siano presenti ser Lancillotto o ser Lamorak. Ma ser Tristano ha sempre avuto la meglio su di me, prima in Irlanda, poi in Cornovaglia e in altri luoghi di questa contrada. [...] Tuttavia, a dire il vero, egli è il cavaliere più gentile che vi sia al mondo. ([[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]], p. 337) *[...] nell'ardore della lotta spesso si colpiscono gli amici al pari dei nemici. ([[Lancillotto]], p. 343) *È difficile staccare la carne che è cresciuta intorno all'osso! ([[Lancillotto]], p. 348) *Anche il [[Pecora e lupo|lupo]] lascerebbe in pace la pecora se si trovassero insieme nella stessa prigione! ([[Dinadan]], p. 348) *Come dice il libro francese, [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana]] preferiva ser Lancillotto a ogni altro, e lo desiderava in ogni momento benché egli non acconsentisse ad amarla né a far nulla su sua richiesta. (p. 351) ====Libro X==== *Un [[cavaliere]] così ardito non morrà per mano di un branco di vigliacchi! ([[Tristano]], p. 357) *Ahimè, [[Isotta|Bella Isotta]] regina di Cornovaglia, perché mai vi amo? [...] Voi non avete colpa di questa mia pena e il biasimo ricade solo sui miei occhi: siete la più bella di tutte, e io da stolto non posso fare a meno di esservi devoto anche se non mi dimostrate né amore né cortesia, e amate riamata ser Tristano di Liones che è il cavaliere migliore del mondo. ([[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]], p. 373) *«Ecco un castello che non potrebbe essere preso o conquistato con alcuna macchina da guerra» disse ser Dinadan indicandolo al compagno. «Vi dimora la regina Morgana la Fata: lo ricevette dal fratello re Artù, che se ne è poi pentito amaramente. Da quel momento non c'è stato più accordo tra loro e la sorella gli ha fatto guerra ogni volta che ha potuto mantenendo proprio in questo maniero un folto gruppo di armati al solo scopo di distruggere quanti sono cari al re. Infatti non vi passa alcun cavaliere che non debba combattere contro uno, due o persino tre avversari. Se poi appartiene ad Artù ed è sconfitto, perde cavallo, armatura e ogni altra cosa che possiede, e persino la libertà qualora non riesca a fuggire.»<br>«Dio mi protegga!» esclamò ser Palamede. «Fare guerra al proprio signore che è chiamato il fiore della cavalleria cristiana e pagana è un costume malvagio e indegno di una regina, e io vi porrò fine di tutto cuore. Morgana non riceverà mai alcun servigio da me, e se come penso mi manderà contro i suoi cavalieri, essi avranno dì che combattere!» (p. 377) *Il racconto torna ora a [[Lamorak|ser Lamorak]] che era lodato e onorato da ogni buon cavaliere all'infuori di [[Gawain|ser Galvano]] e dei suoi fratelli che desideravano solo il suo male e che, meditando di cogliere l'occasione per ucciderlo, fecero venire la madre in un castello vicino a Camelot. La regina di Orkney era infatti giunta da poco allorché ser Lamorak le inviò un messaggero e fissò con lei un convegno di cui venne subito a conoscenza [[Gaheris|ser Gaheris]], che si pose in agguato.<br>A notte, ser Lamorak arrivò tutto armato, legò il cavallo vicino a una postierla segreta ed entrò in una stanza dove si tolse l'armatura; quindi raggiunse il letto della regina dove, amandosi di tutto cuore, essi trassero grande gioia l'uno dall'altra.<br>Quando ser Gaheris giudicò che fosse giunto il momento si accostò al letto e, afferrata bruscamente la madre per i capelli, le mozzò la testa. Ser Lamorak sentì così sprizzare su di sé il sangue caldo di colei che amava e balzò dal letto gridando come uomo aflitto e sgomento:<br>«Ah, ser Gaheris, cavaliere della Tavola Rotonda, avete commesso un'azione malvagia e vile! Perché uccideste la madre che vi generò? Avreste avuto maggior ragione di colpire me!»<br>«Dici il vero, e benché l'uomo sia nato per offrire il proprio servigio alla donna, sei tu che hai commesso l'offesa» replicò ser Gaheris. «Tuo padre uccise il nostro, eppure tu hai giaciuto con nostra madre disonorando me e i miei fratelli: è una vergogna troppo grande perché sia tollerata! Quanto poi a tuo padre re Pellinor, sappi che fu ucciso da me e da mio fratello Galvano.»<br>«Avete commesso un torto ancora più grande e fareste bene a ricordare ce la morte di mio padre non è ancora stata vendicata!»<br>«Non minacciarmi, Lamorak, altrimenti ti ucciderò. È solo perché ora sei disarmato che il mio onore di cavaliere mi vieta di metterti a morte, ma sappi che in qualunque altra occasione ti rincontrerò, non risparmierò la tua vita» ribatté ser Gaheris. «Ormai mia madre è affrancata da te: vai dunque a prendere il cavallo e vattene.» (pp. 385-386) [[File:Boys King Arthur - N. C. Wyeth - p162.jpg|thumb|La morte di Lamorak]] *Ser Lamorak si separò da Lancillotto e ripartì da solo, e fu così che ser Galvano e i suoi tre fratelli [[Agravaine|Agravano]], Gaheris e [[Mordred]] andarono ad attenderlo in un luogo appartato: gli uccisero il cavallo poi lo assalirono tutti insieme, di fronte, alle spalle e ai lati e, dopo più di tre ore di combattimento, ché ser Lamorak si difendeva da valoroso, ser Mordred gli aprì una profonda ferita nella schiena e gli altri lo fecero a pezzi.<br>Così morì il nobilissimo ser Lamorak, cavaliere della Tavola Rotonda; ma sappiate che [[Sir Gareth|ser Gareth]], il quinto fratello di ser Galvano, non ebbe alcuna parte nel vile assassinio. (p. 387) *«Ne ho visti di stolti come voi!» esclamò allora ser Dinadan adirato. «E uno proprio quest'oggi: se ne stava disteso accanto a una fonte con aria trasognata, lo scudo appoggiato al suolo e il cavallo poco distante, e sogghignava come un folle senza dire una parola. Compresi così che si trattava di un [[Innamoramento|innamorato]].»<br>«E voi non lo siete, bel cavaliere?» gli chiese ser Tristano.<br>«Maledetto chi lo è!» proruppe ser Dinadan.<br>«Avete torto, perché soltanto il cavaliere innamorato può essere prode» replicò ser Tristano. (pp. 408-409) *«In guardia, cavaliere» gridò poi a ser Epinogrus. «È abitudine dei cavlieri erranti sfidarsi alla giostra.»<br>«È forse costume di tali cavalieri imporre di combattere che lo si voglia o no?»<br>«È tale per me, e tanto vi basti» replicò ser Dinadan. (p. 409) *«[...] io non so cosa spinga ser Tristano e tanti altri innamorati a perdere la ragione e l'intendimento per delle donne!» commentò ser Dinadan.<br>«Come, siete un cavaliere e non siete innamorato? Vergognatevene: non potete certo essere chiamato prode se non venite a contesa per una dama.»<br>«Dio me ne guardi!» esclamò ser Dinadan. «Le gioie d'amore sono troppo brevi e le pene che ne derivano fin troppo durature.» (p. 412) *«Ma perché siete tanto incollerito?»<br>«Ah, codardo, disonori la cavalleria!» lo ingiuriò ser Dinadan.<br>«Poco importa dal momento che mi metterò al vostro servizio e rimarrò sotto la vostra salvaguardia. Siete così prode che mi proteggerete» replicò ser Tristano.<br>«Il diavolo mi liberi da te! D'aspetto sei il migliore uomo d'armi che abbia mai visto, ma anche il più pusillanime.» (p. 413) *"Date [[potere]] al [[villano]] e questi non ne avrà mai abbastanza". Infatti, laddove il governo è affidato a una persona di bassi natali mentre il signore delle terre è di nascita elevata, avverrà che il [[Plebe|plebeo]] non tollererà al proprio fianco alcun gentiluomo, e ne perseguirà anzi la rovina. (p. 417) *{{NDR|Su [[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]]}} [...] tutti lo lodarono e affermarono che seppure ancora saraceno, era un credente della migliore specie, ben disposto d'animo e assolutamente leale e fedele alla parola data. (p. 420) *Ora oso dire che siete la dama più bella che abbia mai visto, e che ser Tristano è un cavaliere prode e prestante quant'altri mai. Mi sembra perciò che siate fatti l'uno per l'altra! ([[Re Artù]], p. 441) *Ah, Palamede, Palamede [...] perché sei così emaciato, tu che un tempo eri chiamato uno dei più bei cavalieri del mondo? Ah, non voglio più vivere questa vita perché amo colei che non potrò mai avere o conquistare! ([[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]], p. 452) *«Signore, ecco come mi discolpo: in quanto alla regina Isotta, sappiate che l'amo da lungo tempo più di ogni altra, e a lei debbo gli onori che ho conquistato, ché altrimenti sarei rimasto il cavaliere più indegno del mondo. Ovunque andavo, il suo ricordo mi accompagnava e mi spingeva a compiere imprese meritevoli. Tuttavia finora non ebbi mai da lei ricompensa e pur essendo il suo cavaliere non ricevetti alcun guiderdone! Perciò, ser Tristano, non temo la morte perché, sapendo che non possiederò mai la mia regina, mi è indifferente vivere o morire, e se fossi armato come lo siete voi, mi batterei di buon animo.»<br>«La vostra stessa bocca ha rivelato il tradimento!» proruppe ser Tristano.<br>«Non ho commesso alcuna slealtà» protestò l'altro. «Ogni uomo è libero di amare, e benché abbia riposto il cuore nella vostra dama, ella è mia quanto è vostra. Se questo è un torto, allora sono colpevole, ma voi godete di lei e appagate il vostro desiderio, mentre io non ebbi mai nulla né spero di averlo in futuro, e tuttavia l'amerò quanto voi fino all'ultimo istante della mia vita.» (p. 453) ====Libro XI==== *Mentre in un giorno di Pentecoste, i cavalieri sedevano alla [[Tavola Rotonda]], si presentò ad [[Re Artù|Artù]] un eremita che vide il [[Seggio Periglioso]] e chiese al re e ai baroni perché non fosse occupato.<br>«Su quel seggio non siederà che colui che è destinato, ogni altro vi troverà la morte» gli fu risposto.<br>«Sapete chi è?» domandò allora l'eremita.<br>«Non lo sappiamo ancora.»<br>«Lo so io» dichiarò allora il sant'uomo. «Vi prenderà posto un cavaliere che non è stato ancora concepito, ma che nascerà quest'anno e sarà colui che conquisterà il Sangrail.» (p. 456) *[...] entrò, giovane e bellissima, una damigella che recava tra le mani un vaso d'oro. Allora il re e tutti quanti si trovavano nella sala si inginocchiarono devotamente a pregare.<br>«Oh, Gesù!» esclamò ser Lancillotto. «Cosa può significare?»<br>«È il [[Graal|Sangrail]], l'oggetto più prezioso che alcun essere vivente possieda» fu la risposta del re. «Quando sarà portato altrove, la Tavola Rotonda si spezzerà.» (p. 458) *A tempo debito, [[Elaine di Corbenic|Elaine]] partorì un bel bambino che fu allevato con cura e affetto e battezzato [[Galahad]], perché quello era il nome che ser Lancillotto aveva ricevuto al fonte battesimale e che poi la Dama del Lago aveva mutato in Lancillotto. (p. 460) *Sappiate, ser Bors, che questo fanciullo è Galahad; siederà sul Seggio Periglioso e otterrà il Sangrail, e si dimostrerà migliore di suo padre ser Lancillotto. ([[Elaine di Corbenic]], p. 462) *[...] solo gli uomini valorosi e retti che amano e temono Dio possono conquistare onore; altrimenti, per quanto arditi, non vi riescono. ([[Re Pescatore|Re Pelles]], p. 462) *Ser Bors si era appena sdraiato di nuovo per riposare, quando sentì un grande frastuono provenire dalla camera vicina e si vide piovere dentro, non sapeva se dalle porte o dalle finestre, nugoli di frecce e di quadrelli tanto fitti da lasciarlo stupito; molti lo colpirono e lo ferirono nei punti in cui il suo corpo non era protetto.<br>Ed ecco sopraggiungere un orribile leone: ser Bors gli si fece incontro; la fiera gli portò via lo scudo, ma egli riuscì a mozzarle la testa. Non passò molto che nella corte vide un orrendo drago sulla cui fronte sembrava fossero scritte lettere d'oro che ser Bors pensò avessero il significato di "re Artù". Giunse poi un leopardo brutto e vecchio che si batté a lungo e accanitamente con il drago; ma a un certo punto questi sputò fuori dalla bocca qualcosa come un centinaio di piccoli draghi che uccisero e fecero a pezzi il leopardo.<br>Apparve poi nella sala e si mise a sedere su un bel seggio un vecchio che sembrava avere intorno al collo due vipere. Teneva in mano un'arpa e prese a cantare un'antica canzone che narrava come Giuseppe di Aramitea fosse giunto in quel paese. Quando ebbe finito, consigliò a ser Bors di andare via.<br>«Qui non incontrerete altre avventure» gli disse. «Vi siete portato con grande onore, e più ne acquisterete in futuro.»<br>Parve allora a ser Bors che giungesse una colomba candida recante nel becco un incensiere d'oro, e che la tempesta imperversata fino ad allora cessasse e si allontanasse di colpo, mentre la sala si empiva di straordinari profumi. Poi vide quattro fanciulli che portavano quattro bei ceri e in mezzo ad essi un vecchio con un cero in una mano e una lancia nell'altra. Si trattava dell'arma che aveva nome Lancia della Vendetta. (pp. 463-464) *Dite [...] a [[Sir Kay|ser Kay il Siniscalco]] e a [[Mordred|ser Mordred]] che confido in Dio che sarò valoroso quanto loro, e non dimenticherò mai i motteggi e le derisioni che mi indirizzarono il giorno in cui fui investito cavaliere: non comparirò a corte finché tutti non parleranno di me con maggiore rispetto di quanto sia mai stato dimostrato loro. ([[Parsifal]], p. 472) *{{NDR|Su [[Parsifal]]}} [...] era infatti uno dei migliori cavalieri del mondo, e in lui la vera fede era ben salda. (pp. 473-474) *Ed ecco avvicinarsi il sacro vaso del Sangrail accompagnato da soavità e profumi di ogni sorta. I due cavalieri non poterono distinguere con chiarezza chi lo portava; solo ser Percival intravvide appena sia il vaso sia la vergine purissima che lo recava tra le mani. Immediatamente si trovarono entrambi perfettamente risanati nelle membra e nel corpo, e resero grazie a Dio in grande umiltà.<br>«Gesù» disse ser Percival «cosa significa che siamo guariti, mentre unmomento fa eravamo in punto di morte?»<br>«Lo so io» rispose ser Ector. «È stato il sacro vaso portato da una vergine e contenente il santo sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Solo un uomo di assoluta perfezione può vederlo.» (p. 474) ====Libro XII==== *Se la mia morte potesse giovarvi e la mia vita non vi fosse di alcuna utilità, ebbene, sarei pronta a morire per voi! ([[Elaine di Corbenic]], p. 481) *«Ah, [[Tristano|ser Tristano]]» esclamò allora [[Palamede (ciclo arturiano)|ser Palamede]] «sapete bene che non posso battermi senza perdere l'onore. Voi siete allo scoperto e io sono armato: se vi uccidessi l'onta ricadrebbe su di me. Del resto, conosco la vostra forza e la vostra resistenza.»<br>«È vero, e adesso capisco quanto siete prode.»<br>«Vi prego, rispondete a una domanda.»<br>«Volentieri. Con l'aiuto di Dio vi dirò la verità.»<br>«Fate il caso che voi foste armato di tutto punto e io non lo fossi: cosa vi suggerirebbe di farmi l'onore cavalleresco?»<br>«Ora capisco!» esclamò ser Tristano. «Poiché devo dare il mio parere, Dio mi benedica, quel che dirò non sarà dettato dalla paura. Vi risponderò quindi che in tal caso non vorrei battermi e vi lascerei andare.»<br>«E anch'io non voglio. Perciò, prendete la vostra strada!»<br>«Posso sempre scegliere se restare o andar via, invece. Ma c'è una cosa che mi stupisce: perché un cavaliere valoroso come voi non vuole essere battezzato, mentre vostro fratello ser Safer si è fatto cristiano già da tempo?»<br>«Sebbene in cuor mio creda già in Gesù Cristo e nella sua dolce madre Maria, secondo un voto che ho fatto anni fa devo ancora affrontare uno scontro; poi mi farò battezzare, e con grande gioia.»<br>«In fede mia, allora non dovrete cercare a lungo quest'ultima battaglia! Dio non voglia che per colpa mia restiate ancora saraceno!» (p. 488) *«E adesso?» gli chiese Tristano. «Ti ho alla mia mercé come poc'anzi mi avevate voi. Ma i cavalieri di corte non dovranno mai dire che ser Tristano ha ucciso un guerriero disarmato. Quindi, riprendete la vostra arma e portiamo a termine lo scontro.»<br>«Desidererei davvero di finirlo» rispose l'altro «ma non ho molta voglia di battermi ancora, anche perché l'offesa che vi ho arrecata non è tanto grave che non possiamo diventare amici. Osai dire che [[Isotta|Isotta la Bella]] non ha pari tra le dame; non l'ho mai disonorata e, anzi, è grazie a lei che ho ottenuto gran parte dell'onore che mi sono conquistato. Le mie offese non furono mai rivolte alla regina, ma a voi, e oggi mi avete ripagato con un gran numero di colpi. Ad alcuni ho potuto rispondere, ma adesso devo ammettere che non ho mai incontrato un uomo forte e resistente quanto voi, salvo ser Lancillotto del Lago. Perciò, mio signore, vi chiedo di perdonarmi ogni cosa e di condurmi oggi stesso alla chiesa più vicina dove prima vorrei confessarmi e poi essere battezzato. In seguito andremo insieme alla corte di Artù per partecipare alla grande festa.»<br>«Allora prendete il cavallo: faremo come avete detto, e che Dio vi perdoni per tutti i vostri peccati come ho già fatto io! A un miglio da qui il vescovo suffraganeo di Carlisle potrà impartirvi il sacramento del battesimo.»<br>Montarono a cavallo insieme a ser Galleron e, giunti alla presenza del vescovo, gli esposero quanto volevano. Il sant'uomo fece riempire un grande bacile d'acqua, la consacrò, poi confessò e assolse ser Palamede. Ser Tristano e ser Galleron furono i suoi padrini.<br>Poco dopo, ripartirono per Camelot dove trovarono il re, la regina e quasi tutti i cavalieri della Tavola Rotonda, che furono molto lieti di sapere che ser Palamede si era fatto cristiano. (pp. 490-491) ====Libro XIII==== *«Ora sono certo che voi della [[Tavola Rotonda]] partirete alla ricerca del [[Graal|Sangrail]] e che io non vi vedrò mai più tutti insieme» dichiarò allora Artù. «Voglio perciò che vi riuniate per giostrare e torneare nel prato sotto Camelot in modo che, dopo la vostra morte, si possa tramandare che in questo giorno erano qui raccolti tanti valorosi combattenti.» (p. 501) *Rientrati tutti tra le mura di Camelot, il re e i baroni si recarono ad ascoltare i vespri nella cattedrale e poi a cena, dove ciascuno dei cavalieri prese posto, come prima, sul proprio seggio. Ma ecco che, tra improvvisi scoppi e rombi di tuono che fecero temere che il palazzo stesse crollando, nella sala penetrò un raggio di sole sette volte più vivido di quanto si fosse mai visto e tutti furono investiti dalla grazia dello Spirito Santo. Guardandosi intorno, i cavalieri osservarono che gli altri sembravano circonfusi di bellezza, ma non poterono pronunciare una sola parola. Poi, apparve il Santo Graal velato di sciamito bianco, così che nessuno poté vederlo o capire chi lo recasse, e la sala si riempì di profumi mentre davanti ai commensali comparivano i cibi e le bevande che prediligevano. Dopo aver attraversato l'intero ambiente, il sacro vaso scomparve d'un tratto, e solo allora i presenti ritrovarono la voce e il re rese grazie a Dio per la benevolenza che aveva mostrato loro. (p. 502) *Non torneranno più tutti {{NDR|i [[cavalieri della Tavola Rotonda]]}} insieme perché molti moriranno nel corso della ricerca. Io li amo quanto la mia stessa vita, e lo scioglimento di questa compagnia mi provoca un tremendo dolore, poiché la loro presenza alla mia corte era ormai un costume consolidato. ([[Re Artù]], p. 503) *Il mio peccato e la mia malvagità mi hanno sprofondato nel disonore [...]. Finché ho perseguito avventure mondane per soddisfare desideri terreni, le ho sempre compiute in modo impareggiabile e senza mai subire sconfitte nelle giuste come nelle inique contese. Ma ora che ho intrapreso avventure celesti, capisco che il mio antico peccato mi ostacola e mi svergogna al punto che quando mi è apparso il sacro sangue non ho avuto la forza di muovermi e di parlare. ([[Lancillotto]], p. 518) *{{NDR|Su [[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]]}} Tutte le mie gesta d'armi le ho compiute per amor suo [...] e per lei mi sono battuto, a torto o a ragione. Non ho mai fatto nulla solo per amore di Dio, ma sempre anche per conquistarmi onore e farmi andare di più, e ne sono stato poco o nulla grato al Signore. ([[Lancillotto]], p. 519) ====Libro XIV==== *«[[Mago Merlino|Merlino]] istituì la [[Tavola Rotonda]] a somiglianza della sfericità del mondo in essa perfettamente rappresentato» proseguì la reclusa. «Nella Tavola Rotonda, infatti, l'intero mondo cristiano e pagano trova ristoro, tanto che coloro che sono scelti a fare parte di quell'eletta compagnia si reputano colmi di grazia e più onorati che se fossero i padroni di metà della terra. Hai potuto vedere anche tu come, pur di appartenervi, i cavalieri siano disposti a perdere padre, madre, famiglie, mogli e figli, come facesti tu stesso che, per unirti a loro, abbandonasti tua madre senza volerla più vedere.<br>«Dunque, quando Merlino istituì la Tavola Rotonda disse che coloro che ne sarebbero stati compagni avrebbero potuto attingere alla verità del Sangrail. Gli fu chiesto chi l'avrebbe conquistata, ed egli rispose che sarebbero stati tre tori bianchi, due vergini e uno casto, e che uno di essi sarebbe stato più forte e più valoroso di suo padre quanto il leone lo è del leopardo. Allora gli fu detto: "Bisognerà che con le tue arti tu dia luogo a un seggio su cio potrà prendere posto solo il cavaliere che eccellerà su ogni altro".<br>«E Merlino istituì il Seggio Periglioso, quello su cui Galahad sedette al banchetto di Pentecoste.» (p. 522) *La storia dice che [[Parsifal|ser Percival]] era uno degli uomini più religiosi che vi fossero al mondo in quei tempi in cui ben pochi credevano in Dio senza riserve, e i figli non rispettavano i padri e li trattavano come estranei. Egli quindi cercò conforto in Nostro Signore Gesù pregandolo affinché le tentazioni non lo allontanassero dal servizio di Dio ed egli potesse continuare ad essere Suo leale campione. (p. 527) *[...] sono al servizio dell'Uomo migliore del mondo che non permetterà che io muoia, perché chi bussa alla Sua porta potrà entrare, chi chiede potrà ricevere, ed Egli non si nasconde a colui che lo cerca [...]. ([[Parsifal]], p. 529) *Punirò la mia carne, che vuole avere impero su di me! ([[Parsifal]], p. 532) *Quanto sono stato vicino a perdere me stesso [...] e la purezza che non avrei mai più potuto riavere! ([[Parsifal]], p. 532) ====Libro XV==== *«Non sei forse ser Lancillotto del Lago?» gli chiese il religioso dopo che il cavaliere gli ebbe comunicato che si sarebbe fermato con lui per la notte.<br>«Si, sono io.»<br>«Cosa fai in questa contrada?»<br>«Vado in cerca delle avventure del [[Graal|Sangrail]], signore.»<br>«Fa pure» gli disse allora il buon uomo «ma anche se il santo vaso si trovasse qui, il peccato ti impedirebbe di vederlo proprio come non è dato a un cieco di scorgere una spada sfolgorante.» (pp. 534-535) *Quaranta anni dopo la passione di Gesù Cristo, [[Giuseppe d'Arimatea|Giuseppe di Arimatea]] preconizzò che re Evelake avrebbe sconfitto in battaglia i propri nemici. Dei sette re e dei due cavalieri che hai visto, il primo si chiama Nappus, e fu un sant'uomo; il secondo ebbe il nome di Nacien in onore di un suo avo che aveva ospitato Nostro Signore Gesù Cristo. Il terzo fu chiamato Helias il Grosso; il quarto Lisais; il quinto, Jonas, lasciò il proprio paese per rcarsi nel Galles dove sposò la figlia di Manuel ed ottenne la Gallia, che elesse come sua dimora e generò Lancillotto, tuo nonno, che sposò la figlia del re d'Irlanda e fu un uomo insigne quanto te. Suo figlio fu re Ban, tuo padre, l'ultimo dei sette re. Uno dei due cavalieri, invece, rappresenta te, Lancillotto, cui gli angeli dissero che non appartenevi alla compagnia dei sette re, mentre il secondo cavaliere sta a indicare il leone, che è superiore a tutti i re della terra, cioè ser Galahad, da te concepito nella figlia di re Pelles. E tu, che dovresti essere grato a Dio di ogni altro, perché, come peccatore, sei il cavaliere senza pari, non Lo hai ringraziato per tutte le straordinarie virtù che Egli ti ha prestate! (p. 537) *Ah, Lancillotto [...] finché facevi parte della cavalleria terrena, eri l'uomo più straordinario e avventuroso del mondo; ma non devi stupirti se ora che ti trovi tra cavalieri impegnati in imprese celesti la fortuna ti è avversa. (p. 539) ====Libro XVI==== *Ser Lancillotto, poi, se non fosse per una sola pecca sarebbe superiore a ogni altro. Ma così come stanno le cose, è proprio come noi; solo che si assume le fatiche maggiori. ([[Gawain]], p. 541) *La [[Tavola Rotonda]] fu istituita proprio perché gli uomini non svilissero queste due virtù{{NDR|, la pazienza e l'umiltà}}, come la cavalleria, che affonda in esse le sue radici, è sorta perché non possa mai essere sconfitta la fraternità che ne è il fondamento. (p. 545) *{{NDR|Rivolto a [[Gawain]]}} Ti sei impegnato insieme a molti altri in una ricerca che non porterai mai a termine perché il Sangrail non si mostra ai peccatori. Non devi quindi meravigliare se non vi sei riuscito. Tu sei un cavaliere sleale e un grande assassino, mentre per gli uomini buoni questa ricerca è ben altro che una serie di omicidi. Lancillotto, benché abbia commesso gravi colpe, al momento stesso in cui ha intrapreso la ricerca si è impegnato a non peccare più, e infatti non ha mai ucciso né ucciderà un solo uomo fino al suo ritorno a Camelot. Se non fosse per la sua fragilità che probabilmente lo farà ricadere nella colpa con il pensiero, egli sarebbe il primo a compiere l'impresa dopo Galahad. Ma poiché Dio conosce i suoi pensieri e la sua debolezza, gli concederà di morire in santità. (Eremita, pp. 546-547) ====Libro XVII==== [[File:Galaad devant le graal n°3.gif|thumb|Galahad, Bors e Parsifal dinanzi al Graal]] *{{NDR|Su [[Davide]]}} Egli era un dotto che conosceva le virtù delle pietre e delle piante, il corso delle stelle e molte altre cose ancora; ma poiché aveva una moglie malvagia, si era convinto che non esistessero donne buone, tanto che ne parlò con disprezzo anche nei libri che compose. (p. 573) *Non spetta a noi punire chi ha operato contro Dio, ma solo alla Sua potenza. ([[Galahad]], p. 576) *Siete uno sciocco se non sapete che le [[Verginità|vergini]] sono franche ovunque si trovino. ([[Parsifal]], p. 579) *Nessuna lingua potrebbe descrivere e nessun cuore immaginare le meraviglie cui ho assistito. Se non mi fossi macchiato di un antico peccato, avrei potuto vedere molto di più. ([[Lancillotto]], p. 588) *Galahad, servo di Gesù Cristo che attendo da tempo, abbracciami e lascia che riposi sul tuo petto e tra le tue braccia, casto e vergine sopra ogni altro cavaliere, giglio simbolo di purezza, rosa del colore del fuoco, fiore di ogni virtù. Sei tanto intriso della fiamma dello Spirito Santo che la mia carne, consunta dalla vecchiaia, ritrova la giovinezza! (Re Mordrains, p. 591) *[...] rimessosi in viaggio, {{NDR|Galahad}} penetrò in una foresta irta di pericoli dove la storia dice che si imbatté in una sorgente in cui l'acqua ribolliva formando grandi onde. Il cavaliere vi posò una mano, e subito l'acqua si placò e il calore ne disparve, poiché quell'ardore era segno di lussuria, molto diffusa a quei tempi, e non poté durare al contatto con la purezza della sua verginità. Quanto era accaduto fu considerato un miracolo in tutto il paese, e da allora la fonte fu chiamata la Sorgente di Galahad. (p. 591) *«Figliolo» disse poi l'Uomo a Galahad «sai cos'è ciò che stringo tra le mani?»<br>«No, se non me lo dite voi.»<br>«È la sacra scodella in cui mangiai l'agnello pasquale. Ora hai veduto quello che più desideravi, ma con minore chiarezza di come lo potrai ammirare nel Palazzo Spirituale della città di Sarras. Adesso partirai e con te partirà anche il Sangrail, che questa notte stessa dovrà lasciare il regno di Logris dove nessuno lo vedrà mai più perché le genti di questa terra si sono volte al peccato e non lo servono né lo venerano come dovrebbero; io perciò le spoglio dell'onore che avevo loro concesso. Domattina voi tre prenderete la Spada dalla Strana Cintura e scenderete alla riva del mare dove troverete pronta una nave. Ma prima ridonerete la salute al Re Magagnato ungendogli il corpo e le gambe con il sangue che è colato dalla lancia.»<br>«Signore, perché gli altri non possono venire con noi?» chiese Galahad.<br>«Come inviai i miei apostoli in diverse direzioni, così voglio ora che vi separiate. Quanto a voi tre compagni, due moriranno al mio servizio e solo uno tornerà a darne notizia» fu la risposta.<br>Poi l'Uomo li benedì e scomparve. (pp. 594-595) *«Salutate per me ser Lancillotto mio padre e signore, e ricordategli che questo è un mondo incostante.»<br>Infine si inginocchiò a pregare davanti alla tavola e la sua anima lo lasciò, trasportata nel cielo di Gesù Cristo da una moltitudine di angeli. I compagni, che assistettero al prodigio, videro anche una mano scendere sul vaso e sulla lancia, prenderli e portarli nei cieli.<br>Da allora non vi è più stato un uomo che abbia avuto l'ardire di sostenere di aver visto il Sangrail. (p. 598) ====Libro XVIII==== *[...] [[Lancillotto]], dimentico della promessa fatta e della perfezione raggiunta nel corso della ricerca, riprese a frequentare la regina. Del resto, come dice appunto il libro, se egli non le fosse stato intimamente legato nei suoi pensieri più riposti quanto, in superficie, appariva devoto a Dio, nessun cavaliere avrebbe potuto superarlo nella ricerca del Sangrail. Invece, i suoi più segreti sentimenti correvano sempre a lei. Così essi ripresero ad amarsi con maggiore ardore di prima e i loro convegni si fecero tanto frequenti che la corte cominciò a mormorare, e in particolare il loquace ser Agravano fratello di ser Galvano.<br>Ma intanto Lancillotto, continuamente assediato da dame e da damigelle che gli chiedevano di essere loro campione in questioni di diritto, per evitare ulteriori maldicenze e dicerie, decise di impegnarsi con zelo a seguire i dettami di Nostro Signore Gesù Cristo e di sottrarsi per quanto gli era possibile alla familiarità e alla compagnia di Ginevra. (p. 603) *[...] [[Mordred|ser Mordred]], [[Agravaine|ser Agravano]] e molti altri della corte non ci perdono d'occhio e parlano del nostro amore. Li temo più per voi che per me perché, se del caso, io potrei fuggire o sbarazzarmene, mentre voi non potreste che rimanere qui a subire le maldicenze; e se doveste trovarvi in pericolo per aver commesso volontariamente qualche leggerezza, non potreste avere altro aiuto che il mio e quello dei miei parenti. Signora, la nostra imprudenza ci condurrà allo scandalo e alla vergogna, e io non voglio assolutamente che voi siate disonorata. Sono queste le ragioni che mi hanno spinto a dedicarmi il più possibile al servizio delle dame, facendo in modo che tutti pensino che ne traggo gioia, delizia e piacere. ([[Lancillotto]], p. 604) *Lancillotto, ora capisco la vostra falsità e la vostra volgare lussuria! Voi amate altre dame, e per me non provate che disprezzo. Adesso che ho ben chiaro che siete un traditore, state certo che non vi amerò mai più. Non osate comparirmi ancora davanti: da questo momento vi scaccio dalla corte, e per sempre, e vi bandisco dalla mia compagnia. Se tenterete di rivedermi, sarete ucciso. ([[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], pp. 604-605) *Spesso le donne sono impulsive e compiono azioni di cui poi si pentono amaramente. ([[Bors (ciclo arturiano)|Bors]], p. 605) *Se accetterò di essere il campione della regina mi alienerò molti cavalieri della Tavola Rotonda. Tuttavia, per amore di Lancillotto e vostro, sarò suo difensore a meno che il caso non porti qui un campione meglio di me. ([[Bors (ciclo arturiano)|Bors]], p. 609) *Non ho mai sentito dire che Ginevra abbia rovinato un solo cavaliere. Anzi, a quel che so, ella ci ha sempre magnificato ed è stata la sovrana più generosa e liberale, e la più munifica di doni e di benevolenza. Sarebbe quindi vergognoso se lasciassimo morire nell'ignominia la moglie del nostro nobilissimo re. Sappiate che non lo permetterò, e che sosterrò la sua innocenza nella morte di ser Patrise; del resto, ella non aveva alcun motivo per odiare lui o alcuno dei cavalieri intervenuti al banchetto. Direi anzi che ci abbia invitati per affetto, certo non per un subdolo stratagemma, e sono convinto che comunque andrà, un giorno sarà possibile provare che tra di noi vi è un traditore. ([[Bors (ciclo arturiano)|Bors]], p. 610) *Come dice un antico proverbio, è aspra la battaglia nella quale si scontrano parenti e amici, perché allora non c'è posto per la misericordia, ma solo per la più mortale delle contese. ([[Lancillotto]], p. 629) *[...] non mi piace essere obbligato ad amare; l'amore deve nascere dal cuore, non dalla costrizione [...]. ([[Lancillotto]], p. 636) *L'amore deve essere libero, non imposto, perché un amore forzato finisce con il dissolversi. ([[Re Artù]], p. 636) *All'uomo d'onore non può non ripugnare assistere alla sconfitta di un suo pari, mentre chi non ha onore e si comporta da vile, alla vista di un uomo in pericolo non compirà mai un gesto gentile o generoso. Un codardo, infatti, non darà mai prova di misericordia, mentre chi alberga la bontà nel cuore farà agli altri quello che vorrebbe fosse fatto a lui. ([[Re Artù]], p. 642) *{{NDR|Su [[maggio]]}} Quel mese esuberante infonde coraggio negli amanti e, in vari modi, li induce più di ogni altro a diversi comportamenti, perché è allora che, come erbe e arbusti, gli uomini e le donne si rinnovellano e richiamano alla mente lontane cortesie, servigi e gesti gentili che avevano posto nell'oblio per negligenza.<br>E come il rigore dell'inverno offusca e sfigura la verde estate, così accade all'amore che lega l'uomo alla donna, quando è incostante. Sono numerosi coloro che non albergano la costanza, e non passa giorno senza che vediamo come basti un alito di rigore invernale per cancellare e spezzare col minimo pretesto un vero amore, che pure costa tanto. Questa non è costanza né saggezza, ma debolezza di carattere, disonorevole per coloro che la praticano.<br>Perciò, come il maggio fiorisce e germoglia nei giardini, così ogni uomo d'onore rivesta il proprio cuore di germogli, prima a gloria di Dio, poi per dare gioia a coloro cui ha giurato fedeltà. Infatti, non c'è uomo o donna d'onore che non abbia scelto l'oggetto del proprio amore. E se la fatica delle armi non deve essere mai trascurata, bisogna però che l'onore sia innanzitutto riserbato a Dio, e solo dopo aver contesa con le dame: questo è ciò che io chiamo un amore virtuoso.<br>Oggi, però, gli uomini non sanno amare per sette giorni di seguito senza pretendere di appagare le proprie brame. La ragione ci dice che un tale amore non può durare, perché quanto è subito accordato con troppa prontezza, è ben presto spento dall'ardore stesso. Così è l'amore ai nostri tempi: arde lesto e altrettanto in fretta si raffredda! E questa non si può chiamare costanza. Ai tempi di Artù l'amore soleva essere diverso: uomini e donna si amavano anche per sette interi anni senza che tra loro si insinuasse la lussuria. Quello era amore vero, e fedele!<br>Ho dunque paragonato l'amore di oggi all'estate e all'inverno, perché come la prima è calda e il secondo è freddo, allo stesso modo procede l'amore ai nostri giorni. Tutti voi che siete amanti rammentate quindi il mese di maggio! (pp. 643-644) ====Libro XIX==== *[...] a quel tempo era costume che Ginevra non lasciasse mai la corte senza un seguito di ottimi cavalieri armati, quasi tutti giovani decisi a farsi onore. Erano chiamati i Cavalieri della Regina e in battaglia, ai tornei e alle giostre portavano come insegna uno scudo completamente bianco. Venivano scelti per quel servigio tutti gli anni in occasione della festa della Pentecoste tra i cavalieri che si erano mostrati più valorosi, in sostituzione di quelli che erano morti nel corso dell'anno (e non ne passava uno senza che ne morissero alcuni). Proprio compiendo tale servigio si erano distinti all'inizio ser Lancillotto e tutti gli altri, prima di conquistare rinomanza. (pp. 645-646) *Ahimè, che vergogna che un [[cavaliere]] ne tradisca un altro! [...] Ma c'è un vecchio proverbio che recita: "Il valoroso è davvero in pericolo solo quando si trova in balia di un codardo. ([[Lancillotto]], p. 649) *Gesù mi terrà lontano dal disonore, e poi ben vengano le disgrazie che Dio vuole mandare [...]. ([[Lancillotto]], p. 657) ====Libro XX==== *Nel mese di maggio, quando ogni cuore gagliardo fiorisce e germoglia e, con la bellezza e il rigoglio della stagione, uomini e donne sono pieni di letizia per l'avvicinarsi dell'estate con i suoi fiori novelli, laddove gli aspri venti e le bufere dell'inverno li inducono a raccogliersi al coperto presso il focolare, scoppiarono furore e sventura che ebbero termine solo con la morte e l'estinzione del fiore di tutti i cavalieri del mondo. (p. 663) *Mi meraviglio che nessuno di noi si vergogni di sapere, e di vedere con i propri occhi, che Lancillotto giace giorno e notte con la regina [...]. Ne siamo tutti al corrente, eppure siamo tanto vili da tollerare il disonore di un sovrano nobile quanto Artù. ([[Agravaine]], p. 663) *Se ne dovesse derivare ostilità o guerra tra noi e Lancillotto, sta' certo che molti re e molti potenti signori sceglierebbero di schierarsi con lui. E poi, fratello [...] devi sempre tenere a mente che Lancillotto ha salvato più di una volta il re e la regina, e che anche i migliori tra noi si sarebbero sentiti gelare il cuore in varie occasioni se egli non fosse stato il più valoroso e non lo avesse dimostrato molto spesso. ([[Gawain]], p. 664) *Ser Lancillotto mi ha concesso l'investitura e niente potrà indurmi a parlare male di lui [...]. ([[Sir Gareth]], p. 664) *Appena gli altri furono usciti, il re chiese quale fosse il motivo della disputa.<br>«Ora ve lo dirò, sire; non posso più tenerlo in me» gli rispose ser Agravano. «Io e ser Mordred siamo in disaccordo con i nostri fratelli: sappiamo che ser Lancillotto è da tempo l'amante della regina e, poiché siamo figli di vostra sorella, non possiamo continuare a tollerarlo. Voi siete il suo signore e colui che lo ha investito cavaliere, e intendiamo provare la sua slealtà.»<br>«Se quello che dite è vero, Lancillotto è un traditore!» esclamò Artù. «Ma mi ripugna compiere un passo del genere senza averne le prove; ser Lancillotto è un cavaliere valoroso e, come ben sapete, il migliore di tutti noi. Se non sarà colto sul fatto, vorrà battersi con colui che lo ha denunciato, e nessuno sarà in grado di tenergli testa. Quindi, voglio che sia sorpreso in flagrante.»<br>Il libro francese dice che il re non desiderava affatto che si diffondessero voci su Lancillotto e la regina. A dire il vero, egli ne aveva già il sospetto, ma non voleva sentirne parlare perché amava molto ser Lancillotto per tutto quello che egli aveva fatto in favore suo e di Ginevra. (p. 665) *«Ahimè» si lamentava intanto Lancillotto «non mi è mai capitato di trovarmi a rischiare una morte vergognosa per la mancanza della mia armatura!»<br>Nel frattempo ser Agravano e ser Mordred non cessavano di gridare:<br>«Esci dalla camera della regina, traditore! Sta' certo che non riuscirai a fuggire».<br>«Gesù misericordia, non posso tollerare questo odioso clamore: meglio morire subito che sopportare un simile tormento!» esclamò allora Lancillotto; poi prese Ginevra tra le braccia e la baciò.<br>«Nobilissima tra le regine cristiane aggiunse siete la mia diletta e gentile signora e io, il vostro povero e fedele cavaliere, vi sono stato al fianco nelle cause giuste come in quelle ingiuste dal giorno in cui re Artù mi conferì l'investitura. Se morirò, vi supplico di pregare per la mia anima. Sono sicuro che ser Bors e tutti gli altri miei parenti, e anche ser Lavaine, vi salveranno dal rogo. Confortatevi, perciò, madonna mia amata, e qualunque cosa mi accada, andate con ser Bors e con gli altri che vi tratteranno con ogni onore e vi faranno regina delle mie terre.»<br>«No, Lancillotto, non vi sopravviverò! Se sarete ucciso, per amore di Dio accoglierò la morte con umiltà, come è dovere di una regina cristiana.»<br>«Ebbene, signora, poiché è giunto il giorno in cui dobbiamo separarci, sappiate che venderò la vita al più alto prezzo, e che sono mille volte più addolorato per voi che per me. Ma ora preferirei avere indosso la mia solida armatura piuttosto che regnare su tutto il mondo cristiano: prima di soccombere farei in modo che le mie gesta siano tramandate.»<br>«Piacesse a Dio che uccidessero me e lasciassero libero voi!» esclamò la regina.<br>«Questo non deve accadere, e che Dio mi ripari da una simile vergogna!» replicò Lancillotto. «Gesù Cristo, sii tu il mio scudo e la mia armatura!» (p. 667) *Ora, signora, è chiaro che il nostro amore è giunto al suo epilogo e che da adesso in poi re Artù mi sarà nemico. Ma se vorrete rimanere con me, mi impegno a tenervi al riparo da ogni pericolo. ([[Lancillotto]], p. 669) *Stanotte ho ucciso ser Agravano, fratello di ser Galvano, e almeno altri dodici suoi compagni. Non ho alcun dubbio, pertanto, che vi sarà un conflitto sanguinoso. Quei cavalieri erano stati mandati a sorprendermi su ordine espresso di Artù, e il re deve essere talmente furibondo e colmo di risentimento che condannerà la regina al rogo. Io non posso certo permettere che ella sia arsa per colpa mia. Se riuscissi a farmi ascoltare, mi offrirei di essere fatto prigioniero per potermi poi battere in suo favore e provare che è una sposa fedele, ma temo che il re sia troppo infuriato per accettare questa proposta. ([[Lancillotto]], p. 671) *Miei bei signori, mi ripugna di compiere un'azione che potrebbe disonorare voi e tutto il mio lignaggio. Ma poiché sono altrettanto contrario a permettere che la regina muoia di una morte ignobile, se il vostro consiglio è di sottrarla al supplizio, siate però ben consapevoli che dovrò causare molti lutti. Forse, con mio grande rammarico, sarò costretto a uccidere anche qualcuno dei miei migliori amici e può darsi che alcuni, piuttosto che essere complici di un'azione abietta, preferiscano schierarsi dalla mia parte: non vorrei certo farli soffrire. ([[Lancillotto]], p. 672) *«[...] il caso di Tristano dovrebbe mettermi in guardia. Sapete bene come andò a finire dopo che, presi tutti gli accordi, egli riportò [[Isotta|Isotta la Bella]] a re Marco: quel sovrano lo uccise a tradimento mentre suonava l'arpa davanti alla sua dama, cogliendolo alle spalle e trafiggendogli il cuore con una lancia ben affilata.»<br>«È vero» convenne ser Bors «ma c'è una cosa che dovrebbe incoraggiare te come tutti noi, ed è che re Marco e re Artù sono di indole assai diversa, perché Artù non ha mai mancato alla propria parola.» (pp. 672-673) *Capita spesso che agiamo per quel che crediamo il meglio, e che finisce poi per dimostrarsi il peggio. ([[Gawain]], p. 674) *[...] sappiate che soffro di più per la perdita dei miei buoni cavalieri che per la fuga della mia gentile regina, perché di regine posso averne quante ne voglio, mentre non mi sarà mai più possibile riunire una simile compagnia di valorosi. E che sciagura che io e Lancillotto dobbiamo essere nemici! ([[Re Artù]], p. 677) *[...] da oggi in poi cercherò Lancillotto fino al giorno in cui uno dei due avrà ucciso l'altro. Intendo vendicarmi e vi chiedo di prepararvi alla guerra. Se non volete perdere il mio servigio e il mio affetto, affrettatevi a mettere alla prova i vostri amici. Giuro su Dio che, anche se dovessi inseguire Lancillotto per sette regni, lo ucciderò a costo della vita. ([[Gawain]], p. 679) *«Dio non voglia che io mi scontri con il nobilissimo sovrano che mi armò cavaliere!» replicò Lancillotto.<br>«Alla malora le belle parole!» proruppe il re. «Presta fede a quanto ti dico e non lo dimenticare: sono il tuo mortale nemico e lo sarò fino al giorno della mia morte. Non ti perdonerò mai di avermi ucciso degli ottimi cavalieri e degli uomini nobilissimi appartenenti al mio stesso sangue. Per di più, hai giaciuto per anni con la regina, che alla fine mi hai rapita con la forza.»<br>«Mio nobilissimo signore e re, dite quello che volete, tanto sapete benissimo che non mi batterò mai con voi» gli rispose Lancillotto. «È vero, vi ho ucciso dei cavalieri, e me ne rammarico molto; ma sono stato costretto a farlo per salvarmi la vita. Avrei forse dovuto lasciarmi uccidere? Quanto a madama la regina, non un solo cavaliere al mondo, salvo la persona di vostra altezza e il mio signore ser Galvano, oserebbe provare sul mio corpo che ella vi ha tradito! E se vi fa piacere di dichiarare che sono legato da molti anni a madama la vostra regina, vi darò soddisfazione dimostrando con il mio braccio contro chiunque, salvo voi e ser Galvano, che ella vi è fedele. Tuttavia, alla sua grazia è piaciuto di tenermi in suo favore e di prediligermi tra tutti gli altri, e del resto io ho ben meritato il suo affetto perché, sire, più di una volta il vostro furore avrebbe permesso che ella fosse condotta al supplizio se io non mi fossi battuto per lei inducendo i suoi nemici a confessare la loro menzogna e facendola così assolvere con onore. E tutte quelle volte, voi mi avete dimostrato amore e gratitudine per averla salvata, e mi avete anche promesso di essere per sempre il mio benevolo signore. Ora, invece, mi sembra che ricompensiate male i miei servigi. Del resto, sire, avrei perso gran parte del mio onore cavalleresco se avessi tollerato che madama, la vostra regina, fosse suppliziata per causa mia. In molte occasioni mi sono battuto per lei in contese che non mi riguardavano; non avrei forse avuto il diritto di farlo allorché ero dalla parte del giusto? Perciò, mio generoso e grazioso signore, concedete la vostra benevolenza alla vostra regina, che è buona e fedele!» (pp. 680-681) *Voi, sire, avete dato ascolto a voci menzognere, e questa è stata la causa della guerra che ci oppone. Mio signore, un tempo avevo meritato la vostra compiacenza per essermi battuto in favore della regina vostra moglie, e sapete bene quante volte ella abbia dovuto patire gravi torti. Ora, mio buon signore, mi sembra che in questa circostanza, più che in tutte quelle che pure avete approvato, io avessi un motivo ben valido per strapparla al rogo, dal momento che ella vi era stata condannata a causa mia. Coloro che vi hanno raccontato le fole che sapete erano per certo mentitori, ma le calunnie sono ricadute sul loro capo poiché, se la potenza di Dio non fosse stata dalla mia parte, come avrei potuto io, disarmato e ignaro, far fronte a quattordici avversari armati e decisi? Infatti ero stato convocato dalla regina per non so quale motivo, e avevo appena varcato la porta della sua camera quando ser Agravano e ser Mordred hanno cominciato a chiamarmi traditore e codardo. ([[Lancillotto]], p. 687) *[...] non mi sono mai battuto a oltranza con un cavaliere senza mostrare misericordia, e che benché mi sia misurato con ottimi guerrieri quali ser Tristano e ser Lamorak, ho sempre reso loro l'onore e il rispetto che meritavano. Dio mi è testimone che non mi sono mai adirato al punto da accanirmi contro i buoni cavalieri che ho visto impegnati a farsi onore, e che sono sempre stato lieto di aiutare un avversario in grado di tenermi testa a piedi o a cavallo. ([[Lancillotto]], p. 688) *Ser Galvano, io amavo ser Gareth più di qualunque mio parente, e piangerò per sempre la sua morte non solo per il grande timore che ho di voi, ma anche per altri motivi che mi amareggiano. Prima di tutto, perché fui io a investirlo cavaliere; poi, perché so che mi amava più di ogni altro; il terzo motivo è che era un uomo nobilissimo, leale, cortese, gentile e di buona indole; il quarto è che appena seppi della sua morte capii che da voi non avrei avuto altro che un'inestinguibile guerra. Per di più, ero certo che avreste fatto in modo che il mio nobile signore Artù mi fosse nemico per sempre. Eppure, che Gesù mi perdoni, non ho ucciso ser Gareth e ser Gaheris di proposito. Ah, perché erano disarmati in quel giorno fatale! ([[Lancillotto]], p. 689) *Se non fosse stato per il papa, io mi sarei battuto con te in singolare tenzone e avrei provato sulla tua persona la tua falsità nei confronti di Artù e miei. E lo farò, una volta che avrai lasciato queste terre, dovunque riuscirò a trovarti! ([[Gawain]], p. 690) *Ahimè, così devo abbandonare il più nobile tra i regni cristiani, quello che ho amato di più e in cui ho acquistato il mio onore! Mi rammarico di esserci venuto, se devo esserne vilmente bandito senza colpa e senza motivo! Ma la fortuna è così incostante, e la sua ruota tanto mobile, che nessuno è certo di potervi riposare durevolmente. Ne sono prova molte antiche leggende, come quelle che narrano del nobile Ettore, e di Troilo, e di Alessandro il potente Conquistatore, e di molti altri che precipitarono in basso dal culmine della loro regalità. Così avviene per me, che ero tenuto in grande onore in questo regno nel quale la Tavola Rotonda crebbe in dignità grazie a me stesso e ai miei più che virtù di chiunque altro. ([[Lancillotto]], p. 690) *Mio signore Artù, nobile sovrano che mi fece cavaliere, il mio affetto per voi è tale che i vostri attacchi mi addolorano profondamente, eppure li ho sopportati con pazienza. Se fossi stato vendicativo, avrei potuto scendere in campo e domare i vostri baldi cavalieri, ma ho pazientato per sei mesi lasciando che voi e ser Galvano faceste quel che volevate. Ora però non posso tollerarlo più e devo difendermi, perché ser Galvano mi ha accusato di tradimento. Sono stato sempre contrario a battermi contro un vostro parente, ma adesso non posso più tirarmi indietro, come la preda quando è messa alle strette. ([[Lancillotto]], p. 697) *[...] ser Galvano aveva ricevuto da un sant'uomo un dono miracoloso che gli aveva permesso di farsi molto onore: ogni giorno dell'anno, dalle nove a mezzogiorno, la sua forza cresceva fino ad arrivare a triplicarsi. Per questo re Artù, che era il solo a saperlo, aveva ordinato che tutte le tenzoni che si fossero svolte alla propria presenza, di qualunque genere e per ogni tipo di lite, avessero inizio alle nove del mattino: in tale modo il partito per il quale si fosse battuto il nipote avrebbe avuto sempre il sopravvento nel corso delle tre ore in cui la forza di Galvano raggiungeva il suo culmine. (p. 698) ====Libro XXI==== *A [[Mordred|ser Mordred]] era stato dunque affidato il governo di tutta l'Inghilterra. Egli allora fece vergare delle false lettere fingendo che provenissero dal continente, in cui era scritto che re Artù era stato ucciso nel corso della guerra contro ser Lancillotto; quindi convocò a parlamento tutti i baroni e si fece eleggere re. L'incoronazione avvenne a Canterbury e fu seguita da festeggiamenti che durarono quindici giorni.<br>Dopo di che, ser Mordred si recò a Winchester e dichiarò apertamente alla regina (che però era moglie del re, allo stesso tempo suo zio e padre) che intendeva sposarla e perparò le nozze fissando il giorno del matrimonio. Ginevera, pur profondamente addolorata, gli rispose con cortesia e finse di sottomettersi al suo volere; tuttavia espresse il desiderio di recarsi a Londra per comprare quanto le sarebbe occorso per gli sponsali. (p. 702) *Riflettete, Inglesi, sulla malvagità che tutto ciò palesava! Artù era il re più nobile e il cavaliere più valoroso del mondo e che più amava e sosteneva gli uomini prodi, eppure quelli Inglesi non gli concedevano la propria stima! Ché tale era l'antico costume di questa terra, e c'è chi dice che non l'abbiamo ancora abbandonato. Ahimè, questo è un grave difetto: nulla ci piace se perdura nel tempo.<br>Così si comportavano gli uomini di allora: amavano di più ser Mordred che il nobile Artù e molti andarono a dire all'usurpatore che sarebbero stati con lui nella buona come nella cattiva sorte. Allora ser Mordred, che aveva sentito dire che Artù sarebbe sbarcato a Dover, vi si portò con grande esercito allo scopo di sconfiggerlo e di scacciarlo dalle sue stesse terre. (pp. 703-704) *«Ahimè, ser Galvano, figlio di mia sorella, con l'uomo che amavo di più al mondo se ne va ogni mia gioia!» si dolse {{NDR|Artù}} quando si fu ripreso. «Ora te lo posso dire, caro nipote, solo in te e in ser Lancillotto riposavano la mia letizia e la mia fiducia. Adesso che ho perduto entrambi, tutto il conforto che avevo sulla terra mi abbandona!»<br>«Ah, caro zio» gli rispose ser Galvano «il mio ultimo giorno è arrivato, e ne devo biasimare la mia impulsività e la mia ostinazione, dato che sono stato ferito sulla vecchia piaga che mi aveva inferto ser Lancillotto. So che morirò prima di mezzogiorno e che a causa del mio orgoglio voi dovrete patire tanta vergogna e sventura. Se il nobile Cavaliere del Lago fosse stato al vostro fianco, come fu e avrebbe dovuto essere ancora, questa guerra sciagurata non sarebbe mai scoppiata, perché solo la sua cavalleria e la nobiltà del suo sangue erano riuscite a tenere soggetti e timorosi i vostri infidi nemici. Ora egli vi mancherà. Ahimè, perché non ho voluto trovare un accordo con lui! [...]» (pp. 704-705) *Io, ser Galvano, cavaliere della Tavola Rotonda, voglio che tutto il mondo sappia che mi sono dato la morte non per colpa tua ma mia. Perciò, ser Lancillotto, ti supplico di tornare nel regno per visitare la mia tomba e per recitare su di essa una preghiera, lunga o breve che sia, per la salvezza della mia anima. Oggi, nello stesso giorno in cui scrivo questa lettera, fui ferito a morte là dove la tua mano mi colpì per prima, e non avrei potuto essere ucciso da un braccio più nobile. ([[Gawain]], p. 705) [[File:Battle Between King Arthur and Sir Mordred - William Hatherell.jpg|thumb|La battaglia tra Artù e Mordred]] *{{NDR|Sulla [[battaglia di Camlann]]}} I messaggeri si recarono da Mordred che si era circondato di un temibile esercito di centomila armati e dovettero pregare a lungo prima di riuscire a fargli accettare in contropartita la Cornovaglia e il Kent fino alla morte di Artù e, dopo, tutta l'Inghilterra. Fu anche concordato che il sovrano e l'usurpatore, ciascuno con un seguito di quattordici cavalieri, si incontrassero in una zona franca tra i due eserciti schierati.<br>Artù fu lieto degli accordi raggiunti, ma prima di recarsi al convegno ordinò ai propri uomini di avanzare fieramente e di uccidere ser Mordred, di cui non ci si poteva fidare in alcun modo, se avessero visto sguainare anche una sola spada. E ser Mordred aveva istruito allo stesso modo il proprio esercito:<br>«Se vedrete balenare anche una sola lama mouvete con coraggio all'attacco e uccidete quanti vi si parano innanzi, perché non mi fido affatto di questa tregua e so bene che mio padre vorrà vendicarsi di me.»<br>L'incontro ebbe dunque luogo come era stato stabilito. Fu portato del vino e ne bevvero insieme, ma una [[vipera]] sbucata da un cespuglio d'edera morse il piede di un cavaliere. Questi, senza darsi pensiero del danno che ne sarebbe derivato, sguainò la spada per ucciderla, e quando i due eserciti videro balenare la lama diedero fiato alle trombe e ai corni e si corsero incontro levando terribili grida.<br>Allora re Artù montò a cavallo e raggiunse prontamente i propri uomini esclamando:<br>«Ahimè, che giorno sventurato!»<br>Ser Mordred si unì ai suoi, ed ebbe inizio la battaglia più funesta che si sia mai vista in terra cristiana: vi furono attacchi impetuosi e galoppare di cavalli, affondi e fendenti, colpi mortali e accenti minacciosi da entrambe le parti. Re Artù non cessava di attraversare le formazioni di ser Mordred compiendo molte prodezze degne di un nobile sovrano senza mai venir meno al proprio ruolo, ma anche ser Mordred non si tirava indietro e più volte mise se stesso in grave pericolo.<br>La battaglia infuriò per tutta la giornata senza risparmio di forze, finché molti nobili cavalieri giacquero immobili sulla fredda terra, e quando cadde la notte il terreno era cosparso dei cadaveri di ben centomila uomini. (pp. 707-708) *{{NDR|Sulla battaglia di Camlann}} Il sovrano impugnò la lancia e si gettò in avanti gridando:<br>«Traditore, è giunto il giorno della tua morte!»<br>Ser Mordred si scagliò a sua volta contro di lui brandendo la spada, ma il re già gli affondava la lancia sotto lo scudo e gliela faceva fuoriuscire dal corpo per più di un braccio. E quando l'usurpatore comprese che non sarebbe potuto sfuggire alla morte, si slanciò con tutte le proprie forze in avanti trafiggendosi fino all'impugnatura dell'asta, poi calò la spada tenuta con entrambe le mani sul proprio padre e lo raggiunse a un lato della testa trapassandogli l'elmo e il crano. Subito dopo si accasciava a terra morto. (p. 709) [[File:The Death of King Arthur by John Garrick.jpg|thumb|La morte di Artù]] *«[...] Il tempo passa in fretta; prendete perciò la mia buona spada Excalibur e portatela alla riva del mare: vi ordino di gettarla nell'acqua e di tornare poi a dirmi cosa avete visto.»<br>«Sire, obbediremo al vostro comando» gli rispose [[ser Bedivere|Bedivere]].<br>Ma sulla strada si mise a osservare con attenzione la nobile arma e le pietre preziose che ricoprivano il pomo e l'elsa.<br>"Se la getto nell'acqua, non ne deriveranno che perdite e danno!" pensò.<br>Perciò la nascose sotto un albero e poi si affrettò a tornare dal re e gli disse di averla gettata in mare.<br>«Cosa hai visto?» gli domandò Artù.<br>«Nient'altro che onde e venti.»<br>«Non è vero» replicò il re. «Ora affrettatevi a ubbidire e, se vi sono caro, non esitate a fare quanto vi ho detto.»<br>Allora ser Bedivere tornò a prendere la spada, ma pensando ancora che fosse un peccato e una vergogna gettare via un'arma tanto nobile, la nascose di nuovo, poi raggiunse il re.<br>«Cosa avete visto?» gli domandò per la seconda volta il sovrano.<br>«Nient'altro che flutti e ondate nere.»<br>«Ah, mi hai ingannato ancora, sleale e traditore!» propruppe Artù. «La tua fama di nobile cavaliere e l'amore che ti ho sempre portato non mi avrebbero mai fatto pensare che mi avresti tradito per il valore di una spada! Ora sbrigati: le tue esitazioni stanno mettendo a grave rischio la mia vita. Se non eseguirai adesso i miei ordini ti ucciderò con le mie stesse mani ovunque potrò incontrarti.»<br>Così ser Bedivere tornò là dove aveva nascosto la spada, la raccolse con cautela e si avvicinò alla riva. Poi avvolse la cintura intorno all'elsa e la scagliò più lontano che poté. Allora vide un braccio e una mano sorgere dall'acqua, afferrarla stretta, brandirla tre volte e poi inabissarsi con l'arma.<br>Quando ser Bedivere, tornato vicino al re, gli raccontò quello che aveva visto, il sovrano esclamò:<br>«Ahimè, aiutatemi ad andare via, temo di avere aspettato già troppo.»<br>Il cavaliere se lo caricò sulle spalle e andò verso la riva del mare. Vi erano appena arrivati che una piccola chiatta piena di belle dame prese terra accanto a loro. Tra di esse si trovava una regina, e tutte portavano cappucci neri e gridavano e piangevano alla vista di re Artù.<br>«Fatemi salire a bordo» disse il re.<br>Ser Bedivere eseguì con delicatezza il comando, e tre dame accolserò Artù tra alti lamenti e lo misero a sedere con la testa appoggiata sul grembo di una di loro.<br>«Ah, mio caro fratello!» disse allora la regina. «Perché vi siete trattenuto tanto a lungo lontano da me? La ferita che avete al capo ha preso fin troppo freddo!»<br>Poi le dame si misero ai remi e allontanarono l'imbarcazione dalla terra. E quando se Bedivere le vide prendere il largo, gridò:<br>«Ah, mio signore Artù, cosa sarà di me ora che mi lasciate tra i miei nemici?»<br>«Confortatevi e fate del vostro meglio: su di me non potrete più fare alcun affidamento» gli rispose il sovrano. «Devo andare nell'isola di Avalon per curare la mia grave ferita, e se non sentirete mai più parlare di me, pregate per la mia anima.»<br>Intanto la regina e le dame piangevano e gridavano da fare pietà. Quando ser Bedivere ebbe perso di vista la chiatta, scoppiò anch'egli in pianti e in lamenti, poi si diresse verso la foresta e camminò per tutta la notte. (pp. 710-712) *Di Artù non ho trovato nient'altro nei libri autorizzati, né ho letto con maggiore certezza della sua morte se non che fu portato via in una nave con tre regine, una delle quali era sua sorella [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana la Fata]], l'altra la regina del Galles del Nord e la terza quella delle Terre Desolate. Non conosco altra testimonianza che quella dell'eremita che un tempo era stato arcivescovo di Canterbury e che riferì che le dame avevano portato da lui un corpo perché lo seppellisse. Tuttavia egli non sapeva con certezza se si trattasse davvero del cadavere di artù, perché questa storia la fece mettere per iscritto ser Bedivere, cavaliere della Tavola Rotonda. (pp. 712-713) *In varie parti d'Inghilterra si crede che re Artù non sia morto e che, per volontà di Nostro Signore Gesù, viva in un altro luogo da dove tornerà per conquistare la Santa Croce. Io però non mi sento di affermarlo, e preferisco dire che in questo mondo egli lasciò la sua vita. Molti sostengono anche che sulla sua tomba siano scritte queste parole:<br><div class="center">{{maiuscoletto|Hic iacet Arthurus Rex quondam rexque futurus}}</div> (p. 713) *{{NDR|Su [[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]]}} Quando seppe della morte del re e di tutti i nobili cavalieri compreso ser Mordred, ella riparò in gran segreto con cinque dame ad Almesbury dove si fece monaca indossando la veste bianca e nera, e vivendo in penitenza come se fosse stata la più grande peccatrice di questa terra. Da allora nessuna creatura riuscì più a renderla felice, e visse tra digiuni, preghiere e opere di carità al punto che tutti si stupirono della purezza dei sui nuovi costumi. Con il tempo, come era da aspettarsi, divenne anche badessa e governatrice del monastero. (p. 713) *La guerra che ha portato alla morte i più nobili cavalieri del mondo è divampata a causa mia e di quest'uomo, e l'amore che ci legava ha causato la rovina del sovrano più onorato della terra. Lancillotto [...] ho assunto questo stato per salvare la mia anima e, con la grazia di Dio e per le piaghe della Sua Passione, confido che dopo la mia morte potrò contemplare il volto benedetto di Gesù Cristo e sedere alla Sua destra nel giorno del Giudizio, poiché in cielo vi sono dei santi che furono peccatori in terra. Perciò, ser Lancillotto, vi supplico di cuore per l'amore che ci fu tra noi di non posare mai più lo sguardo su di me. Vi comando anche, in nome di Dio, che lasciate la mia compagnia e torniate nel vostro regno per preservarlo da guerre e distruzioni. Così come vi ho amato fino ad ora, il mio cuore non mi permetterà più di incontrarvi dopo che a causa vostra e mia è stato annientato il fuore dei re e dei cavalieri. Rientrate dunque nelle vostre terre e prendete moglie per vivere con lei in gioia e letizia. L'unica supplica che il mio cuore vi rivolge è che invochiate il Signore Eterno perché mi conceda di fare ammenda dei miei peccati. ([[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], p. 716) *«[...] Nella ricerca del Sangrail avrei abbandonato le vanità mondane se non fosse stato per l'amore che vi portavo, e se allora lo avessi fatto con tutto il mio cuore, la volontà e il pensiero, avrei superato ogni altro cavaliere a eccezione di ser Galahad mio figlio. Se voi vi siete votata alla perfezione, è giusto che lo faccia anch'io perché, mi sia testimone Iddio, solo in voi ho avuto la mia gioia terrena. Se il vostro cuore fosse stato diversamente disposto, vi avrei portata con me nel mio regno. Ma poiché tale è la vostra volontà, vi giuro che se troverò un eremita che voglia accogliermi, a qualunque ordine appartenga, farò penitenza e pregherò fino al termine della mia vita. Ora, madama, vi prego di baciarmi un'ultima volta.»<br>«Non lo farò mai» si schermì la regina «e astenetevi anche voi da tali atti.» (pp. 716-717) *Supplico Dio Onnipotente che non mi sia mai più possibile vedere ser Lancillotto con i miei occhi mortali. ([[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], p. 719) *Quando riporto alla mente la bellezza e la nobiltà della regina e del suo re e li vedo ora giacere insieme, il mio cuore non può sostenere il mio corpo afflitto. Quando poi rifletto che per mia colpa, orgoglio e superbia sono entrambi periti, essi che non avevano pari tra le genti cristiane, il ricordo della loro cortesia e della mia gratitudine mi fa mancare il cuore al punto di non potermi reggere in piedi. ([[Lancillotto]], p. 720) *Ah, Lancillotto [...] guida di tutti i cavalieri cristiani, impareggiabile tra i valorosi, ora giaci qui. Eri il più cortese cavaliere che abbia mai portato lo scudo, l'amico più sincero nei confronti di chi ti amava tra quanti hanno mai cavalcato, il più fedele amante tra i peccatori che abbiano mai amato una donna, l'uomo più gentile che abbia mai brandito una spada. La tua bella persona primeggiava sempre tra una folla di cavalieri, e tu eri l'uomo più mansueto e più onorato tra quanti mai si siano intrattenuti a banchetto con le dame. Ma eri anche l'avversario più inflessibile per un nemico mortale che abbia mai posto la lancia in resta. (Hector de Maris, p. 722) ===Explicit=== ====Originale==== Here is the end of the booke book of kyng Arthur & of his noble knyghtes of the rounde table | that whan they were hole togyders there was ever an C and xl | and here is the ende of the deth of Arthur | I praye you all Ientyl men and Ientyl wymmen that redeth this book of Arthur and his knyghtes from the begynnyng to the endyng | praye for me whyle I am on lyve that god sende me good delyveraunce | & whan I am deed I praye you all praye for my soule | for this book was ended the ix yere of the reygne of kyng edward the fourth | by syr Thomas Maleore knyght as Ihesu helpe hym from hys grete myght | as he is servaunt of Ihesu bothe day and nyght |<br>{{NDR|Thomas Malory, ''[https://archive.org/details/lemortedarthuror00malouoft/page/860/mode/2up Le Morte d'Arthur. The original edition of William Caxton now reprinted and edited with an introduction and glossary]'', a cura di H. Oskar Sommer, Londra, David Nutt, 1889}} ====Traduzione==== ''Qui finisce il libro di re Artù e dei suoi nobili cavalieri della Tavola Rotonda, che nel loro insieme raggiungevano il numero di centocinquanta. E questa è anche la fine de'' La morte di Artù. '' Gentiluomini e gentildonne che avete letto il libro di Artù e dei suoi cavalieri dall'inizio alla fine, vi supplico di pregare finché sono in vita perché Dio mi mandi una buona liberazione. Quando poi sarò morto, vi chiedo di pregare tutti per la mia anima. Quest'opera fu terminata nel nono anno di [[Edoardo IV d'Inghilterra|re Edoardo IV]] dal cavaliere sir Thomas Malory che Gesù aiuti con la Sua grande potenza, poiché è servo di Cristo di giorno come di notte.''<br>{{NDR|Thomas Malory, ''Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri'', volume secondo, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Milano, Oscar Classici Mondadori, 1985. ISBN 88-04-41154-6}} ==Citazioni su Thomas Malory== *Malory fu in realtà il primo scrittore su commissione [...]. Quando [[William Caxton|Caxton]] costruì la sua pressa da stampa, chiese al povero vecchio Malory di scrivere qualcosa, ed egli acconsentì mettendo insieme tutte le storie che conosceva: tutte le storie tramandate dalla tradizione orale. Poi, a poco a poco, con la proliferazione dei libri, la gente dimenticò quelle storie o non si curò di ricordarle. Così, i racconti che Malory ambientò nel XII secolo descrivevano eventi accaduti molto tempo prima [...]. E, come accade per tutti i miti, essi assunsero le tinte dell'epoca in cui vennero scritti. Gli ''Idilli del re'' di [[Alfred Tennyson|Tennyson]], per esempio, oppure le opere di [[Edward Burne-Jones|Burne-Jones]] e dei Preraffaelliti, descrissero e dipinsero le leggende arturiane del XII secolo secondo la sensibilità della propria epoca. Finendo così per rivelare più cose sull'età vittoriana che sulla leggenda stessa. ([[John Boorman]]) *Sì, possiamo immaginarci sir Thomas Malory come un adorabile primitivo, un innamorato di cose nobili e belle e grandi, finché non sappiamo, in base alle moderne ricerche che l'hanno identificato con un personaggio della parrocchia di Monks Kirby nella contea di Warwick, figura più di bandito che di {{sic|compíto}} gentiluomo, che per via delle sue violenze e rapine fu spesso in prigione, e in prigione scrisse appunto le sue storie di cavalleria. ([[Mario Praz]]) ==Bibliografia== *Thomas Malory, ''[https://archive.org/details/lemortedarthuror00malouoft/page/34/mode/2up Le Morte d'Arthur. The original edition of William Caxton now reprinted and edited with an introduction and glossary]'', a cura di H. Oskar Sommer, Londra, David Nutt, 1889. *Thomas Malory, ''Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri'', due volumi, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Milano, Oscar Classici Mondadori, 1985. ISBN 88-04-41154-6 ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{DEFAULTSORT:Malory, Thomas}} [[Categoria:Scrittori britannici]] ow2w88995xspq2jecxv9hyx080vy7qd 1420656 1420654 2026-07-16T19:45:50Z Skekzilla 17056 /* Libro IX */ 1420656 wikitext text/x-wiki Sir '''Thomas Malory''', o '''Maillorie''', '''Mallory''', '''Maleore''' (1409 – 1471), scrittore inglese. ==''La morte di Artù''== ===Incipit=== [[File:Morte Darthur incipit (cropped).jpg|thumb|Incipit dell'edizione del 1485 stampata da [[William Caxton]]]] ====Originale==== Hit befel in the dayes of Uther pendragon when he was kynge of all Englond | and so regned that there was a myȝty duke in Cornewaill that helde warre ageynst hym long tyme | And the duke was called the duke of Tyntagil | and so by meanes kynge Uther send for this duk | chargyng hym to brynge his wyf with hym | for she was called a fair lady | and a passynge wyfe | and her name was called Igrayne | So whan the duke and his wyf were comyn unto the kynge by the meanes of grete lordes they were accorded bothe | the kynge lyked and loved this lady wel | and he made them grete chere out of mesure | and desyred to have lyen by her | But she was a passyng good woman | and wold not assente unto the kynge | And thenne she told the duke her husband and said I suppose that we were sente for that I shold be dishonoured Wherfor husband I counceille yow that we departe from hens sodenly that we maye ryde all nyghte unto oure owne castell<br>{{NDR|Thomas Malory, ''[https://archive.org/details/lemortedarthuror00malouoft/page/34/mode/2up Le Morte d'Arthur. The original edition of William Caxton now reprinted and edited with an introduction and glossary]'', a cura di H. Oskar Sommer, Londra, David Nutt, 1889}} ====Traduzione==== Al tempo in cui [[Uther Pendragon]] governava su tutta l'Inghilterra, vi era in Cornovaglia un potente duca, signore di Tintagel, che gli faceva guerra da molti anni. Attraverso degli emissari, un giorno il re lo convocò ordinandogli di portare con sé anche la moglie, che aveva nome [[Igraine]] e fama di essere molto assennata. Quando il duca arrivò alla presenza del sovrano, per intercessione dei più nobili baroni si riconciliò con lui, ma il re si innamorò di sua moglie, la festeggiò oltre misura e desiderò di giacere con lei. Igraine, che era una donna onesta e leale, non solo non vi consentì, ma anzi disse al marito:<br>«Credo che siamo stati chiamati qui perché io vi perdessi il mio onore. Vi consiglio quindi di andare via senza indugio e di raggiungere questa notte stessa il nostro castello.»<br>{{NDR|Thomas Malory, ''Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri'', volume primo, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Milano, Oscar Classici Mondadori, 1985. ISBN 88-04-41154-6}} ===Citazioni=== ====Libro I==== [[File:Story of Merlin - Arthur's conception.png|thumb|Il concepimento di Artù]] *«Ecco cosa voglio, sire» disse allora Merlino. «La prima notte che trascorrerete con Igraine concepirete in lei un figlio che mi farete consegnare appena sarà venuto alla luce. Io lo alleverò dove più mi piacerà, affinché a voi derivi onore e al bambino i vantaggi che gli spettano.»<br>«Sarà fatto come volete» accondiscese il re.<br>«Ora preparatevi» aggiunse Merlino. «Questa notte stessa vi coricherete al fianco di Igraine nel castello di Tintagel, e avrete le sembianze di suo marito; Ulfius assumerà l'aspetto di ser Brastias e io quello di ser Jordans, due cavalieri del duca. Ma badate di non rivolgere domande né a lei né ai suoi uomini; dite che non vi sentite bene, affrettatevi ad andare a letto, e domani mattina non vi alzate prima del mio arrivo. Il castello non è che a dieci miglia da qui.»<br>Fu dunque fatto come era stato deciso. Ma poiché il duca aveva visto il re lasciare l'assedio di Terrabil, quella stessa notte uscì dal castello attraverso una postierla per attaccare l'esercito regale e rimase ucciso nella sortita prima ancora che il sovrano fosse arrivato a Tintagel. Così re Uther giacque con Igraine più di tre ore dopo la morte del duca e, in quella notte, concepì Artù. Allo spuntare del giorno, dopo che Merlino fu arrivato per dirgli di prepararsi, egli baciò la dama e partì in gran fretta. E quando Igraine sentì dire che, secondo tutte le testimonianze, il marito era morto prima dell'arrivo di Uther, si chiese con grande stupore chi potesse essere l'uomo che si era coricato con lei nelle sembianze del suo signore e ne pianse segretamente senza farne parola ad alcuno. (p. 7) *Non passò molto, quindi, che un mattino Uther e Igraine si sposarono tra la gioia e il tripudio generale, e, per volere del re, nella stessa occasione re Lot di Lothian e di Orkney sposò Morgawse, che sarebbe stata la madre di [[Gawain|Galvano]], e re Nentres della terra di Garlot sposò Elaine. La terza sorella, [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana la Fata]], fu invece messa a studiare in un convento dove divenne molto dotta in negromanzia. In seguito sarebbe stata maritata a re [[Urien|Uriens]] della terra di Gore, padre di [[Ywain|ser Ivano il Biancamano]]. (p. 8) *E quando i mattutini e la prima messa ebbero termine, nel camposanto dietro l'altare maggiore fu vista una grande roccia quadrangolare simile a un blocco di marmo, che sorreggeva nel mezzo una sorta di incudine d'acciaio alta un piede in cui era infitta una bella spada. Intorno all'arma una scritta in lettere d'oro diceva:<br><div class="center">{{maiuscoletto|Colui che estrarrà questa spada dalla roccia e dall'incudine è il legittimo re di tutta l'inghilterra.}} (p. 10) [[File:An island story; a child's history of England (1906) (14801002423).jpg|thumb|Artù estrae la spada dalla roccia]] *Il giorno di Capodanno, terminata la messa, i baroni cavalcarono al campo, alcuni per giostrare, altri per torneare. Tra di essi vi era anche ser Ector accompagnato dal figlio ser Kay e dal giovane [[Re Artù|Artù]], fratello di latte di quest'ultimo. Ser Kay, che era stato fatto cavaliere nel giorno di Ognissanti, accortosi quando era già in cammino di avere dimenticato la spada nell'alloggio del padre, pregò Artù di andargliela a prendere.<br>«Volentieri» rispose il giovane allontanandosi in fretta. Giunto a casa, scoprì però che la dama e tutti gli altri erano usciti per assistere alle giostre. Ne fu addolorato, ma poi si disse:<br>"Andrò al camposanto a prendere la spada che è infitta nella roccia. Mio fratello non deve rimanere senza un'arma in una giornata come questa."<br>Si diresse quindi verso il camposanto; scese di sella, legò il cavallo a un montante e si avvicinò alla tenda che nascondeva la roccia. Non trovandovi i cavalieri che vi erano stati lasciati di guardia e che infatti erano andati alle giostre, afferrò l'impugnatura della spada e la estrasse con un strappo deciso, ma senza sforzo. Poi riprese il cavallo e raggiunse ser Kay per consegnargliela. Appena il fratello la vide, la riconobbe subito. Allora si avvicinò al padre egli disse:<br>«Signore, ecco la spada della roccia. Dunque devo essere io il re di questa terra.»<br>Ser Ector osservò l'arma; quindi tornò indietro con i due giovani, smontò da cavallo, entrò nella chiesa e ordinò a ser Kay di ripetergli con precisione come l'avesse presa faccendolo giurare sul Libro Sacro.<br>«Me l'ha portata mio fratello Artù, signore» disse allora ser Kay.<br>«E tu, come l'hai avuta?» chiese ser Ector ad Artù.<br>«Ecco, signore, quando sono tornato a casa a prendere la spada di ser Kay, non ho trovato nessuno che me la potesse dare; allora, pensando che mio fratello non dovesse rimanere disarmato, sono venuto qui e ho estratto l'arma dalla roccia senza alcuna fatica.» (pp. 11-12) *Ser Ector e ser Kay si inginocchiarono a terra.<br>«Ahimè, perché vi inginocchiate davanti a me, voi che siete mio padre e mio fratello?» chiese loro Artù.<br>«No, mio signore, non è così. Io non sono vostro padre e non sono nemmeno del vostro stesso sangue. Vedo che discendete da un lignaggio ben più nobile di quanto credessi.»<br>Egli gli raccontò come gli fosse stato affidato, perché lo allevasse, dallo stesso Merlino. Nel sentire che ser Ector non era suo padre, il giovane provò un profondo dolore, ma il cavaliere continuò:<br>«Quando sarete re, vorrete essere il mio buono e grazioso signore?»<br>«In caso contrario sarei da biasimare» fu la risposta di Artù. «Siete l'uomo a cui devo di più insieme alla mia buona signora e madre, vostra moglie, che mi ha nutrito e allevato come figlio suo. Se Dio vorrà ch'io sia re come voi dite, potrete chiedermi tutto quello che sarà in mio potere di concedervi, e io non vi mancherò!» (pp. 12-13) *«Per quale motivo quel ragazzo è divenuto vostro re?»<br>«Signori, è figlio legittimo di Uther Pendragon e di Igraine, moglie del duca di Tintagel» rispose loro Merlino.<br>«Allora è bastardo!» esclamarono tutti.<br>«No; Artù fu concepito più di tre ore dopo la morte del duca, e tredici giorni più tardi re Uther sposò Igraine. È quindi provato che non è bastardo, e chi lo afferma sappia che Artù sarà re e avrà ragione di tutti i suoi nemici, e che, prima di morire, avrà regnato a lungo su tutta l'Inghilterra e avrà condotto sotto il proprio comando Galles, l'Irlanda, la Scozia e molti altri regni.» (p. 15) *Dovremmo forse accettare che un interprete di [[Sogno|sogni]] ci esorti alla viltà? ([[Lot (ciclo arturiano)|Lot]], p. 16) *Ecco allora giungere in campo [[Ban di Benoic|re Ban]], fiero come un leone e con le insegne a bande verdi in campo d'oro.<br>«Ahimè, ora temo davvero che saremo sconfitti!» esclamò re Lot vedendolo. «Quello è il cavaliere più valoroso del mondo e anche l'uomo più rinnomato. Moriremo o saremo costretti a ritirarci, ma se dovremo farlo sarà bene che impieghiamo valore e saggezza, perché altrimenti perderemo ugualmente la vita!» (p. 26) *[...] è preferibile uccidere un vile piuttosto che, a causa di un codardo, perdere tutti la vita. ([[Lot (ciclo arturiano)|Lot]], p. 28) *«Siete un uomo straordinario!» esclamò allora Artù.<br>«Però mi stupisce molto sentirvi dire che morirò in battaglia.»<br>«Non ve ne meravigliate, è la volontà di Dio che il vostro corpo sia punito per le vostre azioni impure. Io invece dovrei essere triste, perché morirò di una morte vergognosa, sotterrato ancora vivo. Almeno la vostra sarà una fine onorevole.» ([[Re Artù]] e [[Mago Merlino]], p. 34) *Merlino è a conoscenza, come del resto voi, ser Ulfius, di come re Uther venne da me nel castello di Tintagel con le sembianze di mio marito che era morto tre ore prima, e di come quella stessa notte mi fece concepire un figlio. Tredici giorni dopo egli mi sposò, e allorché il bambino nacque ordinò che fosse affidato a Merlino e allevato da lui. Da allora io non lo vidi mai più; né seppi quale nome gli era stato dato. ([[Igraine]], p. 35) *«Ora siete in mio potere, e sono libero di decidere se uccidervi o risparmiarvi la vita. Ma se non vi darete per vinto sarò costretto a mettervi a morte» gli disse lo sconosciuto.<br>«Quando vorrà venire, la morte sia la benvenuta! Del resto, preferisco morire che disonorarmi arrendendomi a te» esclamò Artù balzandogli addosso. ([[Pellinore]] e [[Re Artù]], p. 39) *«Ahimè, Merlino, lo avete ucciso!» gli disse Artù. «Era il cavaliere più nobile del mondo, ed io preferirei essere privato delle mie terre piuttosto che saperlo morto.»<br>«Non ve ne date pensiero, è più sano di voi» gli rispose Merlino. «È solo addormentato, ma si risveglierà fra tre ore. Vi avevo detto che era un cavaliere forte e coraggioso, e vi avrebbe ucciso se io non fossi intervenuto. Ma da ora in poi egli vi renderà ottimi servigi; il suo nome è [[Pellinore|Pellinor]], e un giorno avrà due figli di valore impareggiabile che si chiameranno [[Parsifal|Percival]] e [[Lamorak|Lamorak il Gallese]]. E sarà ancora Pellinor a rivelarvi il nome del figlio che avete concepito in vostra sorella e che sarà la rovina del regno.» (p. 40) [[File:Boys King Arthur - N. C. Wyeth - p16.jpg|thumb|Artù riceve Excalibur]] *Proseguirono il cammino finché si trovarono sulla riva di un lago vasto e ameno, dal quale videro emergere un braccio rivestito di sciamito bianco: esso terminava in una mano che stringeva una magnifica spada.<br>«È quella l'arma di cui vi parlavo» disse Merlino ad Artù. E poiché in quel momento una donna passava sul lago, il re chiese chi fosse.<br>«È la [[Dama del Lago]]; sul fondo di questo specchio d'acqua si trova una caverna che ha l'interno decorato con tale ricchezza da renderlo la residenza più piacevole del mondo» gli spiegò Merlino. «Ora la dama si avvicinerà; allora voi dovrete pregarla cortesemente di darvi la spada.»<br>Infatti la dama si diresse verso Artù e lo salutò, e il re, dopo aver ricambiato il saluto, le chiese:<br>«Di chi è la spada che quel braccio tiene alta sull'acqua? Io sono senza armi, e vorrei che fosse mia.»<br>«Essa mi appartiene» gli rispose la dama «ma se mi concederete un dono allorquando ve lo chiederò, sarà vostra.»<br>«Ve lo accorderò, sulla mia parola» le promise Artù.<br>«Allora montate sulla barchetta che vedete laggiù, raggiungete a remi la spada e prendetela insieme al suo fodero. Io reclamerò il mio dono quando lo riterrò opportuno».<br>Artù e Merlino smontarono di sella e legarono i cavalli a due alberi. Poi salirono sulla piccola imbarcazione e, quando ebbero raggiunto la mano e la spada, il re ne afferrò l'impugnatura e la trattenne, mentre mano e braccio scomparivano sott'acqua. (pp. 40-41) *«Vi piace più l'arma o il fodero?» gli chiese Merlino.<br>«Preferisco la spada.»<br>«Non siete molto saggio, perché il fodero vale dieci volte di più! Finché lo avrete al fianco, esso impedirà alle vostre ferite di sanguinare, per quanto gravi possano essere. Quindi badate a non abbandonarlo mai.» (p. 41) *Poi re Artù fece cercare, sotto pena di morte, tutti i bambini che erano nati il primo di maggio concepiti da baroni e da dame, perché Merlino gli aveva detto che proprio in quella data aveva visto la luce di colui che lo avrebbe ucciso. Tra i numerosi figli di signori scovati e mandati a corte, si trovava anche [[Mordred]], il figlio della moglie di re Lot.<br>I fanciulli vennero messi su una nave che fu lasciata alla deriva sul mare, ma il caso volle che essa naufragasse ai piedi di un castello e che tutti i bambini morissero salvo proprio Mordred che ne era stato scagliato fuori e che fu ritrovato da un buon uomo che lo allevò. Quando poi il fanciullo ebbe compiuto i quattordici anni, fu mandato a corte, come narreremo verso la fine del libro della Morte di Artù. Ora diremo che i baroni del regno furono molto addolorati per la morte dei loro figli e ne incolparono più Merlino che Artù, ma poi rimasero in pace sia per timore sia per lealtà nei confronti del sovrano. (p. 43) ====Libro II==== [[File:The Death of Balin and Balan.png|thumb|La morte di Balin e Balan]] *«Ah, bella damigella, dignità, virtù e valore non sono riposti solo nell'[[abbigliamento]]!» esclamò [[Sir Balin|Balin]]. «La virilità e l'onore sono celati nella persona, e vi sono molti insigni cavalieri ignoti a tutti, a riprova che il pregio e l'ardimento non hanno alcun rapporto con le vesti che indossano.» (p. 46) *Non pochi pensano di fare scorno a un [[avversario]], e poi scoprono che il loro intento si è ritorto a loro danno. ([[Sir Balin]], p. 50) *Badate, sire, di conservare con cura il fodero di Excalibur e ricordate che finché l'avrete con voi le vostre ferite, per quanto gravi, non sanguineranno. ([[Mago Merlino]], p. 57) *Rimasto disarmato, {{NDR|[[Sir Balin]]}} si precipitò allora alla ricerca di un'altra arma entrando prima in una stanza poi un'altra e in un'altra ancora, senza riuscire a trovare nulla e sempre incalzato dappresso da [[Re Pescatore|re Pellam]]. Infine varcò la porta di una camera meravigliosamente decorata e vide che vi si trovava un uomo disteso su un letto coperto dai più splendidi drappi d'oro che si possano immaginare. Vicino al letto, su un tavolo d'oro puro sorretto da quattro zampe d'argento, era posata una lancia di singolare fattura. Balin la afferrò, si volse a fronteggiare Pellam e lo colpì con forza, facendolo cadere in terra privo di sensi. Allora il tetto e le mura del castello crollarono e anche Balin fu gettato al suolo, dove rimase senza potersi muovere. [...] Da allora re Pellam rimase infermo per molti anni, e guarì solo quando fu curato da [[Galahad]], il nobile principe, nel corso della ricerca del [[Graal|Sangrail]] – il bacile che conteneva il sangue di Nostro Signore Gesù Cristo portato in Inghilterra da Giuseppe d'Arimatea, cui un tempo era appartenuto anche lo splendido letto. La [[Lancia di Longino|lancia]] che aveva inferto il [[Colpo Doloroso]] era la stessa con cui Longino aveva ferito Nostro Signore al cuore, e poiché re Pellam era affine alla stirpe di Giuseppe e l'uomo più degno di quei tempi, la sua infermità provocò dolore, lutti e pene. (pp. 61-62) *«Fratello, mi hai ucciso e io ho ucciso te. Il mondo intero parlerà di noi» disse poi Balin quando si fu ripreso.<br>«Perché mai non ti ho riconosciuto!» si lamentò Balan. «Avevo notato le due spade, ma dato che portavi uno scudo non tuo ti avevo creduto un altro.»<br>«È colpa di uno sciagurato cavaliere che facendomelo cambiare ci ha dato la morte. Se potessi sopravvivere distruggerei il castello per i malvagi costumi che alberga.»<br>«E sarebbe ben fatto!» approvò Balan. «Da quando vi arrivai non ebbi più la possibilità di ripartirne perché uccisi il cavaliere che era a guardia dell'isola. Lo stesso accadrà anche a te, fratello. Avresti dovuto uccidermi, come del resto hai fatto, ma poi metterti in salvo con la fuga.»<br>In quel mentre sopraggiungeva la signora del castello con quattro cavalieri, sei dame e sei servitori, e sentì le pietose parole che si scambiavano i fratelli.<br>«Uscimmo entrambi da un medesimo sacello, il ventre di nostra madre, e giaceremo insieme in una stessa fossa» dicevano. (p. 66) *Il mattino successivo comparve Merlino e fece incidere in lettere d'oro sulla tomba dei fratelli una scritta che diceva:<br><div class="center">{{maiuscoletto|Qui giace Balin il Selvaggio, che era il cavaliere dalle due spade che inferse il Colpo Doloroso.}}</div><br>Poi, presa la spada di Balin e sostituitone il pomo con un altro, ordinò a un cavaliere di brandirla, ma quello non vi riuscì nonostante i ripetuti sforzi. Allora Merlino scoppiò a ridere.<br>«Perché ridete?» gli chiese il cavaliere.<br>«Solo i campioni migliori del mondo potranno maneggiare questa spada, cioè [[Lancillotto]] e suo figlio Galahad. E con quest'arma Lancilotto ucciderà ser Galvano, il nipote di re Artù» gli rispose Merlino, che fece incidere la profezia sul pomo della spada.<br>Poi operò perché un ponte di ferro e di acciaio collegasse l'isola con la terraferma, e lo fece largo solo mezzo piede perché soltanto l'uomo più eccellente e mondo da malizia e villania potesse avere l'ardire di attraversarlo. Inoltre lasciò sull'isola il fodero della spada di Balin perché Galahad potesse trovarlo, e fece sì che per magia la spada restasse infissa in un blocco di marmo grande come la mola di un mulino, che galleggiò per molti anni nella corrente di un fiume fin sotto le mura di Camelot. Un giorno di Pentecoste Galahad, il nobile principe, che aveva già trovato il fodero, avrebbe estratto la spada così come è narrato nel libro del Sangrail. (p. 67) ====Libro III==== *Che un re tanto illustre per nobiltà e valore voglia prendere in moglie [[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]] è la notizia più bella che abbia mai ricevuto [...]. Gli offrirei volentieri anche le mie terre se pensassi di poterlo compiacere, ma ne ha già tante e sono certo che non ne ha bisogno. Gli farò quindi un dono che gradirà molto di più, perché gli consegnerò la [[Tavola Rotonda]] che mi fu data da Uther Pendragon. Essa può ospitare un massimo di centocinquanta cavalieri; cento li ho io stesso, ma gli altri mi sono stati uccisi. ([[Leodegrance]], p. 69) *«Ma perché vi sono due seggi vuoti alla Tavola Rotonda?» chiese poi Artù a Merlino.<br>«Sire, sono destinati a uomini degni del più alto onore, e sul [[Seggio Periglioso]] siederà solo un cavaliere senza pari. Chiunque altro sarà tanto ardito da tentare di prendervi posto, sarà annientato.» (p. 72) *Devi concedere [[misericordia]] a coloro che t'implorano, perché un [[cavaliere]] spietato è un cavaliere senza onore. ([[Gaheris]], p. 76) *Così, portate a termine le tre ricerche affidate a ser Galvano, a ser Tor e a re Pellinor, re Artù confermò la nomina di tutti i cavalieri, assegnò terre a quelli che non avevano e impose loro di non commettere mai oltraggi o omicidi, di rifuggire sempre dal tradimento, di non comportarsi mai con efferatezza, ma di concedere grazia a chi la implorasse, sotto sanzione di perdere per sempre l'onore e la sua protezione. Inoltre il re ingiunse loro, pena di morte, di soccorrere sempre le dame, le damigelle e le gentildonne e di non ingaggiare combattimenti in contese ingiuste per amore o per beni mondani. Tutti i [[cavalieri della Tavola Rotonda]] giurarono in tal senso, i giovani come i vecchi, e ogni anno rinnovavano il giuramento in occasione della festa solenne della Pentecoste. (p. 87) ====Libro IV==== [[File:The Beguiling of Merlin by Edward Burne-Jones.jpg|thumb|Merlino e la Dama del Lago]] *Non passò molto che la [[Dama del Lago|Damigella del Lago]] partì e Merlino la seguì tentando più volte di farla sua con le proprie arti sottili, ma poi Nimue gli fece giurare di non fare mai più uso con lei dei suoi incantesimi, perché altrimenti non l'avrebbe mai avuta. [...] Poi Merlino e la damigella ripartirono per la Cornovaglia, e nel corso del viaggio egli le insegnò molti altri prodigi. Ma poiché le stava sempre intorno per cogliere la sua verginità, Nimue lo prese a noia e pensò di liberarsene; tuttavia non sapeva come fare anche perché ne aveva paura, dato che Merlino era figlio di un diavolo.<br>Ora, avvenne che un giorno Merlino le facesse vedere una caverna meravigliosa che si sprofondava sotto una grande pietra che la damigella, mettendo in opera le arti che aveva apprese, lo inducesse ad entrarvi per mostrarle i prodigi che essa nascondeva. Poi fece in modo che egli non ne uscisse mai più di quante arti magiche mettesse in opera, e si allontanò lasciandolo prigioniero. (pp. 88-89) *Ahimè, da quando sono stato incoronato non ho avuto un solo mese di riposo! ([[Re Artù]], p. 90) *{{NDR|Su [[Sir Tor]]}} Parla poco e agisce molto di più, e non conosco nessuno qui a corte che sia di nascita più nobile, o che gli sia pari in valore e in possanza. ([[Re Artù]], p. 94) *[...] poiché [[Baudemago|ser Bagdemagus]] si era adirato perché a ser Tor era stata data la precedenza, si allontanò all'istante dalla corte e, in compagnia del suo scudiero, si inoltrò in una foresta. Dopo molte avventure gli capitò di arrivare davanti alla caverna in cui la Damigella del Lago aveva imprigionato Merlino. Udendolo lamentarsi pietosamente, il cavaliere decise di cercare di aiutarlo e si sforzò di sollevare la pietra che chiudeva l'antro, ma essa era tanto pesante che non vi sarebbero riusciti nemmeno cento uomini.<br>Intanto Merlino, che si era accorto della sua presenza, gli diceva di desistere perché si affaticava invano: egli non avrebbe potuto essere soccorso se non da colei che lo aveva rinchiuso. Allora Bagdemagus si allontanò e, attraverso molte altre avventure che incontrò per via, si dimostrò un eccellente cavaliere, così che quando tornò a corte fu eletto compagno della [[Tavola Rotonda]]. (p. 94) *[...] mi sono impegnato a battermi ad oltranza e preferisco morire con onore piuttosto che vivere nella vergogna. Se mi fosse possibile perdere la vita cento volte, piuttosto che arrendermi a voi sceglierei lo stesso di morire. Sono senza armi, ma non senza onore, e del resto se ucciderete un uomo inerme, il disonore ricadrà su di voi. ([[Re Artù]], p. 101) *{{NDR|Sulla [[Fata Morgana (mitologia)|Fata Morgana]]}} Mi vendicherò su di lei con tale durezza che tutto il mondo cristiano ne dovrà parlare, perché Dio sa che l'ho onorata e venerata più di ogni altra del mio sangue e che avevo più fiducia in lei che in mia moglie e negli altri miei parenti. ([[Re Artù]], p. 103) *La gente dice che Merlino è figlio di un diavolo, ma io posso affermare di essere stato concepito da un demone sulla terra! ([[Ywain]], p. 105) *Dopo aver trascorso la notte nel monastero e ascoltata la messa, Galvano e Ivano ripresero il cammino. Si addentrarono in un grande bosco e poi sbucarono in una valleta dove videro dodici belle damigelle e due cavalieri armati e montati su grandi cavalli vicino a una piccola torre. Le damigelle correvano avanti e indietro da un albero al quale era appeso uno scudo bianco e, ogni volta che vi passavano accanto, vi sputavano sopra e alcune vi gettavano anche del fango.<br>I due giovani si avvicinarono, salutarono le damigelle e chiesero loro perché spregiassero lo scudo in quel modo.<br>«Ecco, signori, esso appartiene a un cavaliere del paese che è un ottimo combattente, ma ha in odio tutte le dame e le gentildonne. Per questo stiamo recando offesa al suo scudo.»<br>«Non è certo degno di un cavaliere disprezzare le dame» osservò ser Galvano «ma può anche darsi che ne abbia un buon motivo e che, se è vero quanto dite, in qualche altro luogo vi siano donne che egli ama e da cui è ricambiato. Come si chiama?»<br>«[[Morholt|Moroldo]], signore, del sangue del re d'Irlanda.»<br>«Lo conosco» intervenne ser Ivano. «È un cavaliere molto valoroso: una volta lo vidi misurarsi in una giostra con vari avversari e nessuno fu in grado di tenergli testa».<br>«Allora penso che siate voi da biasimare, damigelle!» esclamò ser Galvano. «Suppongo che se ha appeso lo scudo all'albero non si trovi lontano, e quei cavalieri laggiù potrebbero sfidarlo. Sarebbe più onorevole di quello che state facendo voi. Comunque, non intendo permettere che lo scudo di un cavaliere venga disonorato!» (pp. 110-111) *[...] non è cavalleresco che uno resti in arcioni mentre l'altro è a piedi. ([[Morholt]], p. 112) *Si slanciarono gagliardamente l'uno contro l'altro e si assestarono dei fendenti che fecero volare in pezzi gli scudi e ammaccare gli elmi e i giachi, così che ben presto furono entrambi gravemente feriti. Ma erano le nove del mattino, e Moroldo si accorse con stupore che ser Galvano diveniva di momento in momento più forte finché, all'ora di mezzogiorno, la sua forza si trovò triplicata. Quando però il mezzogiorno fu trascorso e cominciò a calare la sera, le forze di ser Galvano presero a scemare ed egli si sentì sempre più debole e cominciò a sospettare che non avrebbe potuto resistere. Sarebbe quindi stato il momento giusto perché ser Moroldo potesse dimostrare tutta la propria possanza; invece quest'ultimo disse:<br>«Ho constatato che siete un ottimo cavaliere e un uomo dotato di una forza prodigiosa, signore, ma finché dura. Del resto, la nostra non è una disputa grave e sarebbe un peccato se dovessi ferirvi, ora che vi vedo indebolito.» (p. 112) *Una dama tanto superba da non avere misericordia di un valoroso [[cavaliere]] non ha diritto alla felicità! ([[Dama del Lago]], p. 121) ====Libro V==== *In pace da lungo tempo, [[re Artù]] aveva indetto una festa sfarzosa. La Tavola Rotonda era al completo di tutti i suoi alleati sovrani, principi e nobili cavalieri quando, mentre egli sedeva sul trono, entrarono nella sala dodici vecchi che recavano rami d'ulivo nelle mani a significare di essere venuti come ambasciatori e messaggeri dell'imperatore Lucio, a quel tempo chiamato Dittatore o Procuratore del Bene Pubblico di Roma. Giunti alla presenza del re, essi gli resero omaggio con un inchino e gli parlarono nel seguente modo:<br>«Il nobile e potente imperatore Lucio saluta il re di Britannia. Vi ordina di riconoscerlo come vostro signore e di inviargli il tributo che questo regno deve all'impero e che, come risulta dai documenti, già pagavano vostro padre e i vostri predecessori. Se agirete da ribelle e non lo riconoscerete come vostro sovrano, deterrete e tratterrete le vostre terre in contrasto con gli statuti e i decreti stabiliti dal nobile e illustre Giulio Cesare, conquistatore di questo paese e primo imperatore di Roma. Sappiate anche se vi opporrete alle sue richieste e ai suoi ordini, Lucio condurrà una guerra implacabile contro la vostra persona, i vostri regni e le vostre terre, e punirà voi e i vostri sudditi come esempio perpetuo per tutti i sovrani e i principi che rifiutano il tributo al nobile impero che domina sull'intero mondo.» (p. 131) *[...] io non pagherò mai il tributo a Roma! A quanto so Belino e Brenio, sovrani di Britannia, hanno tenuto a lungo l'impero nelle proprie mani, come anche Costantino figlio di Elena: vi è quindi la prova palese che non dobbiamo alcun tributo e che anzi, essendo noi i loro discendenti, abbiamo il diritto di reclamare il titolo all'impero. ([[Re Artù]], p. 132) *Artù presiedeva la Tavola Rotonda e appariva l'uomo più gagliardo che esista, capace di conquistare l'intera terra, che è ben poco per lui. (p. 134) *Mentre il re era assopito nella propria cabina ebbe un sogno meraviglioso: gli parve che un [[drago]] terrificante, giunto in volo dalla parte d'Occidente, affogasse molta della sua gente. Esso aveva la testa smaltata d'azzurro e le spalle che brillavano come oro, il ventre simile a maglie di straordinari colori, la coda coperta di scaglie, le zampe di splendido zibellino e gli artigli come oro fino. Dalla bocca gli scaturiva un'orrenda fiamma che faceva apparire di fuoco la terra e il mare. Poi, in una nuvola, giungeva dall'Oriente un feroce cinghiale nero dagli artigli grandi come pilastri. Coperta da pelame irsuto, era la bestia più ripugnante che si fosse mai vista, e ruggiva e muggiva in modo incredibilmente orribile. Il drago allora si sollevava nell'aria come un falco e assaliva con violenza il cinghiale che rispondeva ferendolo al petto con le zanne grigie, e quel sangue bollente faceva rosseggiare il mare. Allora il drago volava a grandi altezze, poi si precipitava fragorosamente a colpire il cinghiale sulla sommità del dorso, lungo dieci piedi dalla testa alla coda, riducendogli in polvere le ossa e la carne, che prendevano a volteggiare per tutta l'ampiezza del mare.<br>Il re si svegliò di colpo e, sconcertato dal sogno, mandò a chiamare un saggio filosofo cui ordinò di spiegarne il significato.<br>«Sire» fu la risposta del sapiente «il drago rappresenta la vostra persona, i colori delle sue ali sono i regni che avete conquistato e le scaglie di cui è irta la coda rappresentano i nobili cavalieri della Tavola Rotonda. Il cinghiale che usciva dalle nuvole e che fu ucciso dal drago simboleggia un tiranno che tormenta il popolo, o forse anche che voi dovrete battervi di persona contro il più orrido e abominevole gigante che avrete mai visto in tutta la vita. Non avete dunque nulla da temere da questo sogno: andate avanti da conquistatore.» (pp. 135-136) *Guardate quanto sono tronfi di orgoglio e di millanteria questi Britanni! [...] Si vantano come se avessero già conquistato il mondo intero! (p. 140) ====Libro VI==== *Poco tempo dopo che [[re Artù]] era tornato in Inghilterra da Roma i [[cavalieri della Tavola Rotonda]] si riunirono a corte per dedicarsi a giostre e a tornei. Non pochi cavalieri novelli compirono onorevoli gesta d'armi e superarono i compagni dando prova di valore e di prodezza, ma tra tutti spiccò [[Lancillotto|ser Lancillotto]] del Lago che fu il migliore nei tornei, nelle giostre e nelle prove d'armi sia al primo sia all'ultimo sangue, e non si fece mai sopraffare se non per tradimento o per incantesimo.<br>Dunque ser Lancillotto si meritò una tale unanime ammirazione che il libro francese dice che era il cavaliere migliore della corte dopo il ritorno del re da Roma. Per tutti questi motivi, la regina Ginevra lo predilesse tra gli altri, e poiché anche egli la ricambiava amandola più di qualunque altra dama o damigella della sua vita, compì per lei molte prodezze d'armi. (p. 157) *[...] non posso impedire alla gente di dire quel che vuole, ma non penso affatto di prendere moglie, perché dovrei restare al suo fianco trascurando le armi, i tornei, le battaglie e le avventure. Quanto poi ad avere delle amiche, rifiuto il piacere che esse potrebbero darmi soprattutto perché sono timorato di Dio. Vedete, i [[Cavaliere|cavalieri]] che si danno all'adulterio e al libertinaggio non sono felici o fortunati in battaglia, e sono quasi sempre sopraffatti da cavalieri meno abili, oppure per caso e per malasorte uccidono uomini migliori di loro. Credo quindi che sarà sempre un infelice l'uomo che ha delle amanti, e che tutto ciò che avrà a che fare con lui sarà perseguitato dalla sorte. ([[Lancillotto]], p. 170) *Ahimè, che peccato che un cavaliere debba morire senza le armi in mano! ([[Lancillotto]], p. 181) ====Libro VII==== *[[Re Artù|Artù]] dunque si era seduto a banchetto con vari altri sovrani e con tutti i [[cavalieri della Tavola Rotonda]], salvo quelli che erano stati fatti prigioniero o uccisi in scontri d'armi, quando i tre uomini fecero il loro ingresso nella sala. Due erano cavalieri di bell'aspetto e riccamente vestiti, e sulle loro spalle si appoggiava il terzo, il giovane più bello del mondo, alto, robusto e prestante, dal viso perfetto e dalle più grandi e splendide mani che si fossero mai viste, ma che si muoveva come se non riuscisse a reggersi senza essere sostenuto. Artù ordinò che si facesse silenzio e si lasciasse spazio per il loro passaggio, e i tre uomini avanzarono fino all'alta predella senza pronunziare una parola; poi il più giovane si trasse un poco indietro e, raddrizzandosi agilmente in tutta la persona, disse:<br>«Re Artù, Dio benedica voi e tutta la vostra bella certe e, in particolare, i compagni della Tavola Rotonda. Sono venuto per pregarvi di accordarmi tre doni, e poiché le mie richieste non sono irragionevoli e non vi causeranno danni o perdite, potrete concedermeli senza tema di essere disonorato. Il primo lo chiederò subito, e gli altri due tra un anno in questo stesso giorno dovunque vi troverete a celebrare la festa solenne.»<br>«Avrai quanto desideri» dichiarò il re.<br>«Allora, sire, questa è la mia prima supplica: datemi da mangiare e da bere a sufficienza per un anno, al termine del quale avanzerò le altre due preghiere.»<br>«Bel figliolo, ti consiglio di domandare di più: quello che hai espresso è un desiderio troppo umile» gli rispose Artù. «Il mio cuore prova grande inclinazione per te perché ritengo che tu discenda da una nobile schiatta: l'opinione che mi sono fatto risulterebbe fallace se non dovessi dimostrarti di altissimo lignaggio.»<br>«Sire, sia come deve essere, ho chiesto esattamente quello che volevo» replicò il giovane.<br>«Non credo che tu non lo conosca!» esclamò il re, che poi affidò il giovane a [[Sir Kay|ser Kay il Siniscalco]], ordinando che gli desse i migliori cibi e le migliori bevande e un corredo degno del figlio di un barone.<br>«Non ci sarà bisogno di spendere tanto per lui» osservò però ser Kay. «Secondo me è nato villano e non diventerà mai un gentiluomo, altrimenti vi avrebbe chiesto un cavallo e un'armatura. I suoi desideri rispecchiano invece la sua condizione. Comunque, dato che non ha nome, lo chiamerò [[Sir Gareth|Bellamano]] e lo porterò in cucina dove potrà mangiare tutti i giorni tanto di quel brodo che tra un anno sembrerà un porcello all'ingrasso.» (pp. 187-188) *Appena i due uomini che avevano accompagnato il giovane furono ripartiti lasciandolo nelle mani di ser Kay, questi cominciò a schernirlo e a farsi beffe di lui. Ma [[Gawain|ser Galvano]] se ne adirò e [[Lancillotto|ser Lancillotto]] ordinò al siniscalco di smetterla, aggiungendo che era pronto a scommettere che si sarebbe dimostrato un cavaliere di grande valore.<br>«Non avete ragioni per ritenerlo» replicò il siniscalco. «Le sue rischieste mostrano la sua vera natura; non vuole che da bere e da mangiare e in fede mia deve essere cresciuto in un'abbazia dove, comunque andassero le cose, gli facevano sempre mancare il vitto! Per questo è venuto a cercarlo qui.» (p. 189) *Così Bellamano fu mandato in cucina, e la notte dormiva con gli altri garzoni, sopportando tutto pazientemente per dodici mesi. Ma nel frattempo era riuscito a incontrare il favore generale, degli uomini come dei ragazzi, per la sua umiltà e la sua dolcezza. E ogni volta che vedeva dei cavalieri intenti alle giostre, se poteva si fermava ad osservarli e cercava in tutti i modi di trovarsi ovunque si svolgesse qualche prova di prodezza, così che accadeva che chiunque si esercitasse nel lancio di sbarre o di pietre si trovava sempre superato da lui di almeno due iarde. (p. 189) *«In nome di Dio, ti assicuro che ho dovuto impegnarmi al massimo per non essere disonorato; perciò non dovrai temere nessun altro» disse Lancillotto a Bellamano.<br>«Credete che un giorno sarò in grado di tenere testa a qualunque provetto cavaliere?» gli chiese allora il giovane.<br>«Certamente, combatti come hai fatto oggi e io te ne sarò garante.»<br>«Adesso, quindi, vi prego di armarmi.»<br>«Però dovrai dirmi il tuo nome e il tuo lignaggio.»<br>«Ve lo dirò, signore, purché non lo riveliate ad alcuno.»<br>«Te ne do la mia parola, finché non sarà universalmente noto.»<br>«Mi chiamo Gareth e sono fratello germano di ser Galvano» gli disse infine Bellamano.<br>«Ah, signore, ne sono molto lieto! Ho pensato fin dal primo momento che doveste essere di sangue nobile e che non foste venuto a corte solo per mangiare e bere!» esclamò ser Lancillotto; dopo di che lo armò cavaliere. (pp. 192-193) *[...] non lasciatemi morire quando una parola [[Cortesia|cortese]] potrebbe salvarmi! (Sir Pertolepe, p. 199) *Un [[cavaliere]] deve tollerare qualunque cosa da parte di una [[damigella]] [...]. Per questo non ho badato alle vostre parole, per quanto ingiuriose fossero; anzi, quanto più mi offendevate e mi facevate montare in collera, tanto più sfogavo la mia ira contro gli avversari che incontravo. Così le vostre ingiurie mi hanno esortato a battermi e mi hanno indotto a cimentarmi per provarvi fino in fondo di cosa sono capace. Se ho cercato accoglienza nelle cucine di Artù, è stato solo per avventura, perché avrei potuto trovare di che sostentarmi in qualunque altro posto. Ma l'ho voluto fare per mettere alla prova i miei amici e perché un giorno si potesse sapere che sono un gentiluomo. ([[Sir Gareth]], p. 203) *{{NDR|Su [[Sir Gareth]]}} Ha sconfitto tutti e quattro i fratelli e ucciso il Cavaliere Nero [...]. Ma prima ancora aveva fatto di più: aveva disarcionato ser Kay lasciandolo a terra mezzo morto e aveva affrontato un duro scontro con ser Lancillotto concludendolo alla pari. È stato allora che ser Lancillotto lo ha armato cavaliere. (p. 206) *{{NDR|Su [[Sir Gareth]]}} Lancillotto era il cavaliere che il giovane amava di più; perciò rimase quasi sempre con lui anche perché, dopo che si fu assicurato della buona salute di ser Galvano, non volle più accompagnarsi a quell'uomo vendicativo che, quando odiava, era pronto anche a commettere omicidi. E a ser Gareth questo ripugnava. (p. 236) ====Libro VIII==== *Al tempo in cui [[Re Artù|Artù]] era re supremo d'Inghilterra, del Galles, della Scozia e di numerosi regni, v'erano altri sovrani che regnavano su molte contrade: un paio nel Galles, altrettanti in Cornovaglia e nell'Occidente, due o tre in Irlanda e un gran numero nel Settentrione, ma tutti costoro gli dovevano obbedienza ed erano suoi vassalli, al pari del re di Francia, del re di Bretagna, e di tutti gli altri baroni fino a Roma. (p. 241) [[File:Arthur Hughes cartoon the Birth of Sir Tristram.jpg|thumb|La nascita di [[Tristano]]]] *Ah, figlioletto mio [...] hai dato la morte a tua madre! Se in così giovane età sai giù uccidere, suppongo che diverrai un uomo gagliardo e, poiché morrò per averti messo al mondo, voglio che la mia ancella preghi il mio signore e Meliodas che al battesimo ti imponga il nome di [[Tristano]], a significare il dolore della tua nascita. (Elisabetta, p. 242) *{{NDR|Su [[Tristano]]}} [...] egli diede inizio alle buone regole del trattare ogni tipo di cacciagione e introdusse i termini appropriati che sono in uso ancor oggi, onde il libro della caccia col falcone, al cervo e a ogni altro animale selvatico, è chiamato il libro di ser Tristano. Mi sembra pertanto che tutti i gentiluomini di antico blasone debbano giustamente onorarlo, perché è proprio da tali termini, che resteranno in uso fino al giorno del Giudizio, che gli uomini d'onore possono distinguere un gentiluomo da un uomo libero e quest'ultimo da un villano. Colui che è [[Gentilezza|gentile]] sarà infatti attratto dalle virtù cortesi e seguirà i nobili costumi degli uomini d'onore! (p. 244) *Ora accadde che re Agwisance d'Irlanda mandasse a chiedere a [[Marco di Cornovaglia|re Marco di Cornovaglia]] il tributo che questi gli aveva corrisposto per molti inverni e che da sette anni aveva smesso di pagare. Il re e i suoi baroni ordinarono ai messaggeri di tornare dal loro signore con questa risposta:<br>«Noi non gli pagheremo alcun tributo e se vorrà esigerlo mandi in Cornovaglia un cavaliere fidato che combatta per il suo diritto, perché noi ne troveremo un altro che difenda il nostro.»<br>I messageri tornarono dunque con quella risposta che accese d'ira re Agwisance. Convocato [[Morholt|ser Moroldo]], un nobile e provato cavaliere, compagno della Tavola Rotonda e fratello della regina d'Irlanda, il sovrano gli disse:<br>«Bel fratello, ti prego di andare per amor mio in Cornovaglia a combattervi per il tributo che ci spetta. Sarai ben risarcito per tutto quello che spenderai e avrai più di quanto ti occorra.»<br>«Sire» rispose ser Moroldo «per il diritto vostro e della vostra terra non esiterò a dare battaglia al miglior cavaliere della Tavola Rotonda, conosco la maggior parte di loro e le imprese che hanno compiuto, e affronterò volentieri questo viaggio che accrescerà la fama delle mie gesta.» (p. 245) *Raccomandami a mio zio re Marco e pregalo, se sarò ucciso in battaglia, di seppellire il mio corpo nel modo che riterrà più opportuno [...]. Sappia che non mi arrenderò per viltà e che mi farò uccidere piuttosto che fuggire: in tal modo il regno non sarà costretto al tributo per causa mia; ma se mi arrendersi dichiarandomi sconfitto o se fuggissi, digli che non dovrà mai seppellirmi in terra consacrata. ([[Tristano]], p. 248) *Appena ser Moroldo ebbe scorto Tristano, gli disse:<br>«Giovane cavaliere, ser Tristano, che fate qui? Sono molto dispiaciuto che abbiate avuto tanto coraggio, perché dovete sapere che mi sono battuto con molti nobili cavalieri, i migliori di questo paese e del mondo intero, e li ho vinti tutti. Seguite dunque il mio consiglio e ripartite.»<br>«Ser Moroldo, cavaliere leale e ben provato» gli rispose ser Tristano «non posso rinunciare alla nostra contesa perché proprio oggi ho ricevuto l'ordine della cavalleria e mi sono impegnato ad acquistarmi onore combattendo contro di voi che avete fama di essere tra i cavalieri più stimati del mondo. Al contrario io non mi sono ancora cimentato con un buon cavaliere, ma confido in Dio che potrò comportarmi onorevolmente liberando per sempre la Cornovaglia da ogni genere di tributo da parte del vostro paese.»<br>Quando ser Moroldo ebbe inteso il suo intento, aggiunse:<br>«Bel cavaliere, poiché siete deciso ad acquistare merito a mio danno, voglio che sappiate che non sarete disonorato se riuscirete a resistere a tre dei miei colpi, perché è proprio per le mie nobili imprese, provate e vedute, che re Artù mi fece cavaliere della Tavola Rotonda.» (p. 249) *Io non sono che un novello cavaliere e al primo cimento, ma piuttosto che tirarmi indietro preferirei essere fatto in cento pezzi! ([[Tristano]], p. 250) *Con grande benevolenza, il re affidò Tamtrist alla custodia e alle cure della figlia [[Isotta|Isotta la Bella]], che era molto esperta di medicina. La fanciulla infatti scoprì che alla base della ferita vi era del veleno, e la guarì in poco tempo. Così il giovane forestiero nutrì per lei un grande amore, tanto più che non v'era al mondo pulzella o dama più bella, e in cambio delle sue cure le insegnò a suonare l'arpa. E anche Isotta cominciò a sentire una grande inclinazione verso di lui.<br>[[Palamede (ciclo arturiano)|Ser Palamede il Saraceno]], beneaccetto al re e alla regina, si trovava a quel tempo nel paese, e ogni giorno si presentava con molti doni a Isotta la Bella, che amava appassionatamente. Di ciò si avvide Tamtrist, cui era nota la fama di nobiltà e di ardimento del cavaliere, e siccome Isotta la Bella gli aveva anche detto che il Saraceno aveva intenzione di farsi battezzare per amor suo, tra i due cavalieri c'era grande gelosia e Tamtrist ne era molto contrariato. (p. 252) [[File:Waterhousem Tristan and Isolde.jpg|thumb|Tristano e Isotta bevono il filtro d'amore]] *Un giorno Isotta la Bella e la regina sua madre prepararono un bagno per Tamtrist. Mentre egli era immerso nell'acqua accudito da Governale e da ser Hebes e le due donne si affaccendavano da una parte all'altra della camera, il caso volle che la regina vedesse la spada del giovane posata sul letto e che malauguratamente la traesse dal fodero. Dopo averla ammirata a lungo, ché era invero un'arma molto bella, le due dame notarono che il filo della lama era rotto a un piede e mezzo dalla punta e che ne mancava un buon pezzo. Quella falla ricordò subito alla regina il frammento di spada trovato nel cranio di ser Moroldo.<br>«Ahimè, figlia mia» esclamò «costui è il cavaliere traditore che uccise mio fratello, tuo zio!»<br>Isotta ne fu amaramente turbata, ché amava profondamente Tamtrist e conosceva appieno la crudeltà della madre.<br>Intanto la regina si era prontamente recata nella propria camera e da un suo cofano aveva preso il framment di spada estratto dalla testa di ser Moroldo dopo la sua morte; quindi si era affrettata a tornare al letto su cui era posata l'arma di Tamtrist e vi aveva inserito il pezzo d'acciaio: esso combaciò con la tacca della lama quasi non se ne fosse mai distaccato.<br>Subito la dama impugnò fieramente la spada e con tutta la sua forza corse addosso a Tamtrist che era ancora nel bagno, sì che lo avrebbe tagliato in due se ser Hebes non l'avesse afferrata per le braccia strappandole l'arma di mano. Non avendo così potuto portare a termine il suo malvagio intento, la regina corse dal marito, re Agwisance, e, gettatasi in ginocchio, gli disse:<br>«Ahimè, mio signore, ospitate in casa vostra il traditore che uccise mio fratello ser Moroldo, nobile combattente e vostro servitore.»<br>«Chi è e dove si trova?» chiese il re.<br>«È Tamtrist, colui che mia figlia ha guarito.» (p. 255) *Mio padre è ser Meliodas re di Liones e mia madre, che si chiamava Elisabetta, era sorella di re Marco di Cornovaglia. Ella morì nel darmi la luce nella foresta e, proprio per questo, prima di spirare ordinò che al battesimo mi fosse imposto il nome di Tristano, ch'io trasformai qui in Tamtrist poiché non volevo essere riconosciuto. Ho combattuto per il tributo della Cornovaglia per amore di mio zio e per il diritto di quella terra che egli possedeva da molti anni, e anche per accrescere il mio onore, perché ero stato fatto cavaliere proprio quel giorno ed ero al mio primo cimento. Solo per questo intrapresi la battaglia, e sappiate inoltre che ser Moroldo si sottrasse a me ancora in vita, abbandonando lo scudo e la spada. ([[Tristano]], p. 256) *Col passare del tempo [...] sorsero dissidi e gelosie tra il re e il nipote a causa di una dama, moglie del nobile conte ser Segwaride, di cui entrambi erano innamorati. La dama amava molto ser Tristano che la ricambiava, poiché era invero bella, e il cavaliere lo aveva ben notato, e re Marco, accesosi anch'egli d'amore per lei, lo aveva saputo e ne era geloso. (p. 258) *[...] benché tra loro vi fossero belle parole, finché visse re Marco non amò più il nipote {{NDR|[[Tristano]]}}, poiché ogni affetto si era spento per sempre. (p. 260) *[...] colui che ha una segreta [[ferita]] è riluttante a mostrare apertamente l'ingiuria subita! (p. 260) *[[Lancillotto|Ser Lancillotto]] non ha pari per gentilezza e cavalleria e, per il grande affetto che nutro per lui, non combatterò più di mia volontà contro di voi. ([[Tristano]], p. 264) *[...] re Marco non smise mai di pensare in cuore suo al modo di far perire Tristano. Infine escogitò di mandarlo come suo messaggero in Irlanda a chiedere in moglie Isotta la Bella, di cui il nipote aveva tanto lodato l'avvenenza e la bontà. Ma tutto ciò era fatto con l'intento di farlo morire. (p. 265) *Ser Tristano prese dunque il mare e, mentre si trovava nella cabina insieme ad Isotta, accadde che avessero sete e che lì accanto vi fosse una piccola fiasca d'oro contenente, a giudicare dal colore e dal sapore, un vino prelibato. Subito il giovane la prese dicendo:<br>«Madama Isotta, ecco la migliore bevanda che abbiate mai gustata e che la vostra ancella dama Brangania e il mio servitore Governale tenevano per sé.»<br>Risero entrambi di cuore e bevettero liberamente, brindando l'uno all'altra, sì che mai vino sembrò loro più dolce e prelibato. Ma appena l'ebbero inghiottito, essi si amarano sì intensamente che quel loro sentimento non li abbandonò mai più, nella buona e nella cattiva sorte. Era infatti quello il principio di un amore che li avrebbe accompagnati per tutti i giorni della vita. (p. 271) *Non è da buon [[cavaliere]] cogliere un altro in svantaggio [...]. ([[Tristano]], p. 284) *Ser Lamorak si allontanò in compagnia di ser Driant, ed essendosi imbattuto in un cavaliere che per ordine di [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana la Fata]] recava a [[re Artù]] un bel corno rifinito in oro, lo costrinse con la forza a rivelargli il motivo della sua missione. Seppe che il corno aveva una virtù – nessuna dama o gentildonna che non fosse fedele al proprio signore vi poteva bere senza versarne il contenuto – e che Morgana la Fata lo inviava in dono al fratello Artù a causa della [[Ginevra (ciclo arturiano)|regina Ginevra]] e per dispetto a ser Lancillotto.<br>«Se non vuoi morire» disse allora ser Lamorak «porterai il corno a re Marco, e gli dirai che glielo mando perché metta alla prova la fedeltà della sua sposa.»<br>Il cavaliere si recò così da re Marco e gli disse che gli inviava quel corno prezioso e qual era la sua qualità. Il re costrinse quindi la regina Isotta a bere, e dopo di lei cento altre dame, ma solo quattro tra esse riuscirono a non versare la bevanda.<br>«Ahimè, è una grave infamia» esclamò il sovrano, giurando poi solennemente che avrebbe condannato al rogo la regina e le altre.<br>Ma i baroni si radunarono e dichiararono apertamente di non essere disposti a tollerare che le dame venissero arse per via di un oggetto fatto con arti magiche dalla strega più fals e incantatrice che vi fosse al mondo e nemica dei veri amanti, e affermarono che quel corno non operava mai niente di buono e causava solo odio e dissidi. Molti cavalieri fecero pertanto voto di usare ben poca cortesia a Morgana la Fata, se ma l'avessero incontrata. (pp. 284-285) *[...] uccisi ser Moroldo liberando la Cornovaglia dal tributo, e sono anche colui che salvò il re d'Irlanda da ser Blamor di Ganis e che vinse ser Palamede. Sono Tristrano di Liones e, con la grazia di Dio, libererò quest'infelice contrada. ([[Tristano]], p. 291) *«[...] In cambio della mia cortesia voi esponeste al biasimo molte dame, inviando a re Marco il corno di Morgana la Fata, per risentimento verso di me.»<br>«Lo rifarei se fosse il caso» affermò ser Lamorak. «Preferivo che la disputa si svolgesse alla corte di re Marco piuttosto che a quella di re Artù, perché non sono di pari onore.»<br>«Questo lo so, ma voi agiste solo per far dispetto a me» replicò Tristano. «Eppure, nonostante il vostro malanimo, ringrazio Dio che non avete fatto grande danno. Lasciate dunque ogni vostro rancore e io farò altrettanto: uniamo invece le nostre forze e acquistiamoci merito uccidendo il gigantesco signore dell'isola, ser Nabon il Nero.»<br>«Signore, ora comprendo la vostra cavalleria!» esclamò ser Lamorak. «Non può essere menzognero ciò che tutti dicono di voi: per nobiltà, generosità e virtù non avete pari e mi pento di avervi mostrato villania.» (p. 292) *[...] molti dicono dietro le spalle di un uomo quello che non gli direbbero mai in faccia. ([[Lamorak]], p. 295) ====Libro IX==== *Un giorno giunse alla corte di [[Re Artù|Artù]] un giovane di robusta costituzione, abbigliato sfarzosamente con una cotta di un ricco tessuto d'oro che tuttavia gli pendeva malamente addosso, a richiedere al re che lo armasse cavaliere.<br>«Come vi chiamate?» gli domandò il sovrano.<br>«[[Sir Breunor|Brunoro il Nero]], sire, e non tarderete a sapere che sono di nobile schiatta.»<br>«Sarà anche così» commentò [[Sir Kay|ser Kay]] «ma a vostro scherno sarete chiamato La Cotta Maltagliata per la pessima foggia del vostro abito.» (p. 299) *Sire [...] chiedo a voi e a tutta la corte che mi chiamate La Cotta Maltagliata: così mi ha soprannominato ser Kay e non voglio altro nome. ([[Sir Breunor]], p. 300) *Se alla tua prima giostra ti inviano un buffone a combatterti, sei davvero tenuto in poco conto alla corte di Artù! (Damigella Maldicente, p. 302) *Ah, bella damigella [...] vi prego di avere pietà e di non insultarmi oltre, perché la mia afflizione è grande abbastanza anche se non ne aggiungete del vostro. Tuttavia non mi considero un cattivo cavaliere per essere stato abbattuto da un compagno della Tavola Rotonda. ([[Sir Breunor]], p. 302) *{{NDR|Su [[Sir Breunor]]}} [...] vi dico apertamente che è un bravo cavaliere, e che si proverà nobile e prode. Se non si tiene ancora saldo in sella è solo perché gliene mancano la pratica e l'esperienza, ma quando è il momento di maneggiare la spada sa colpire con forza e valentia, ed è ciò che hanno compreso ser Bleoberis e [[Palamede (ciclo arturiano)|ser Palamede]] che, da uomini scaltriti dall'uso delle armi, sanno giudicare dal modo di cavalcare di un avversario se saranno in grado di rovesciarlo di sella o di assestagli un buon colpo. Ma per lo più essi non sono disposti a combattere a piedi con i giovani cavalieri, che sono agili e vigorosi. ([[Mordred]], p. 304) *{{NDR|Su [[Glatisant la Bestia]]}} Si trattava della bestia con la testa da serpente, il corpo da leopardo, le natiche da leone e le zampe da cervo; inoltre, ovunque essa andasse, dal suo ventre scaturiva uno strepito quasi vi fossero trenta coppie di veltri latranti. (p. 314) *[...] nessuno è conformato in modo da poter aver [[successo]] in ogni occasione: talvolta si ha la peggio per mala ventura e talaltra colui che è meno meritevole mette in svantaggio chi è migliore di lui. (p. 314) *«Chi vorreste assalire?» chiese [[Lamorak|ser Lamorak]].<br>«[[Lancillotto|Ser Lancillotto del Lago]]: se mai lo incontrassimo non potrebbe sfuggirci e lo metteremo a morte!»<br>«Vi assumete un compito molto arduo, perché è un cavaliere nobile e ben provato» fu la risposta di ser Lamorak.<br>«Non ne dubitiamo, ma ognuno di noi è sufficientemente forte per tenergli testa.»<br>«Non lo credo» replicò ser Lamorak. «In tutta la mia vita non ho mai inteso d'alcun cavaliere che ser Lancillotto non riuscisse a superare.» (p. 315) *[...] ognuno ritiene infatti che la propria dama sia superiore a ogni altra, e voi non dovete adirarvi se io lodo colei che maggiormente amo. Se la mia signora, la regina Ginevra, è ai vostri occhi la più avvenente, sappiate che la regina Morgawse sembra più bella ai miei, ed è ciò che ogni cavaliere pensa della propria dama. ([[Lamorak]], p. 316) *Ho ricevuto una bella ricompensa per aver combattuto contro [[Morholt|ser Moroldo]] e liberato il regno dalla sudditanza; e anche per aver portato in Cornovaglia la [[Isotta|regina Isotta]] sopportando gravi costi e pericoli. Quale compenso mi fu dato per essermi battuto con ser Blamor di Ganis in difesa di re Agwisance padre di Isotta la Bella, e cosa mi venne per aver abbattuto ser Lamorak il Gallese su richiesta di re Marco, o per aver vinto il Re dei Cento Cavalieri e il re del Galles del Nord che minacciavano le sue terre? E ancora, per aver salvato la regina dal buon cavaliere ser Palamede, e per aver ucciso il potente gigante Tawlas? Sappia re Marco, che ora mi dà tale mercede, che fu solo per amor mio che molti nobili cavalieri della Tavola Rotonda hanno finora risparmiato i baroni di questa contrada! ([[Tristano]], p. 326) *«Cosa volete fare?» gli chiese ser Dinadan. «Non compete a noi affrontare trenta cavalieri, e sappiate che non ci sto. Contro uno solo ne basterebbero anche due o tre, e certo io non vorrò misurarmi con una quindicina.»<br>«Vergogna a voi!» lo rimproverò ser Tristano. «Dovrete fare solo la vostra parte.»<br>«Non lo farò» ribatté ser Dinadan «a meno che non mi prestiate il vostro scudo di Cornovaglia: per la fama di viltà che hanno i cavalieri di quel paese, farà sì che i miei avversari siano indulgenti verso di me.»<br>«Non mi separerò mai dal mio scudo per amore di colei che me lo diede» affermò ser Tristano. «Tuttavia, ser Dinadan, vi garantisco che se non vi impegnerete a rimanere con me, vi ucciderò qui sul posto, perché non vi chiedo altro che di battervi con un solo avversario. Se poi non vi reggerà il cuore, ve ne starete da parte a osservare lo scontro tra me e gli altri.»<br>«Sta bene» fu la risposta di ser Dinadan «e vi prometto che farò il possibile per salvarmi; tuttavia vorrei non avervi mai incontrato!» (p. 327) *«Che scompiglio è mai questo?» protestò ser Dinadan. «Io vorrei riposarmi!»<br>«Non si può» ribatté ser Tristano «abbiamo vinto i signori del castello e ora dobbiamo difenderne il costume. Tenetevi dunque pronto.»<br>«In nome del demonio» esclamò ser Dinadan «perché mai mi sono unito a voi!»<br>Ci si preparò allo scontro: ser Gaheris affrontò ser Tristano e fu disarcionato; ser Palamede si misurò invece con ser Dinadan e lo abbatté al suolo. Si ebbe pertanto una caduta per parte e necessitava combattere a piedi, ma ser Dinadan, che era rimasto malamente contuso, non ne volle sapere. Ser Tristano andç allora ad allacciargli l'elmo pregandolo di aiutarlo.<br>«Non lo farò» rispose ser Dinadan. «Or non è molto abbiamo combattuto contro trenta cavalieri e ne risento ancora le ferite. Ma voi vi comportate come un folle o come un uomo fuor di senno che voglia buttarsi allo sbaraglio, e io posso solo maledire il momento in cui vi ho veduto. In tutto il mondo non vi sono che due cavalieri altrettanto pazzi: voi, ser Tristano, e ser Lancillotto, con cui mi accompagnai un tempo così come ora ho fatto con voi; ed egli mi fece tanto faticare che dovetti poi starmene a letto per tre mesi. Che il buon Gesù mi salvi da tali cavalieri, e in particolare dalla vostra compagnia!» (p. 329) *Ebbene, qui si può imparare che nessun [[cavaliere]] è tanto forte che non possa essere scavalcato, nessuno tanto saggio che non possa sbagliare, e che cavalca bene colui che non è mai caduto! ([[Dinadan]], p. 332) *{{NDR|Su [[Tristano]]}} Gesù misericordioso! Dacché presi le armi non vidi mai un cavaliere compiere gesta sì stupefacenti! Se lo assalissi ora, recherei onta a me stesso. ([[Lancillotto]], p. 335) *[...] un buon cavaliere deve sempre favorire un altro, giacché i simili sono attratti dai simili. (Re dei Cento Cavalieri, p. 336) *Ahimè, non posso mai acquisire onore là dove è ser Tristano [...]. Se non ci troviamo nello stesso luogo, il più delle volte sono io che ottengo il premio, a meno che non siano presenti ser Lancillotto o ser Lamorak. Ma ser Tristano ha sempre avuto la meglio su di me, prima in Irlanda, poi in Cornovaglia e in altri luoghi di questa contrada. [...] Tuttavia, a dire il vero, egli è il cavaliere più gentile che vi sia al mondo. ([[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]], p. 337) *[...] nell'ardore della lotta spesso si colpiscono gli amici al pari dei nemici. ([[Lancillotto]], p. 343) *Messere, quando foste creato cavaliere della Tavola Rotonda giuraste che non vi sareste mai scontrato consapevolmente con alcuno dei vostri compagni, e, perdio, [[Gaheris|ser Gaheris]], avete ben riconosciuto il mio scudo così come io ho riconosciuto il vostro! Sappiate però che se voi siete disposto ad infrangere il vostro giuramento io non mancherò al mio, e non già perché vi tema, ché potrei benissimo battermi con voi anche se siete mio cugino carnale! ([[Ywain]], p. 345) *Onta ai falsi cavalieri di Cornovaglia, che non hanno alcun merito! ([[Sir Kay]], p. 346) *Sire, faceste grave onta a voi e alla vostra corte quando bandiste dal paese ser Tristano. Se egli fosse stato qui, non avreste dovuto temere alcun cavaliere! ([[Gaheris]], p. 346) *{{NDR|Rivolto a [[Marco di Cornovaglia]]}} Siete un re unto con crisma e dovreste essere alleato d'ogni uomo d'onore. Meritate pertanto la morte! ([[Gaheris]], p. 347) *È difficile staccare la carne che è cresciuta intorno all'osso! ([[Lancillotto]], p. 348) *Anche il [[Pecora e lupo|lupo]] lascerebbe in pace la pecora se si trovassero insieme nella stessa prigione! ([[Dinadan]], p. 348) *Come dice il libro francese, [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana]] preferiva ser Lancillotto a ogni altro, e lo desiderava in ogni momento benché egli non acconsentisse ad amarla né a far nulla su sua richiesta. (p. 351) ====Libro X==== *Un [[cavaliere]] così ardito non morrà per mano di un branco di vigliacchi! ([[Tristano]], p. 357) *Ahimè, [[Isotta|Bella Isotta]] regina di Cornovaglia, perché mai vi amo? [...] Voi non avete colpa di questa mia pena e il biasimo ricade solo sui miei occhi: siete la più bella di tutte, e io da stolto non posso fare a meno di esservi devoto anche se non mi dimostrate né amore né cortesia, e amate riamata ser Tristano di Liones che è il cavaliere migliore del mondo. ([[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]], p. 373) *«Ecco un castello che non potrebbe essere preso o conquistato con alcuna macchina da guerra» disse ser Dinadan indicandolo al compagno. «Vi dimora la regina Morgana la Fata: lo ricevette dal fratello re Artù, che se ne è poi pentito amaramente. Da quel momento non c'è stato più accordo tra loro e la sorella gli ha fatto guerra ogni volta che ha potuto mantenendo proprio in questo maniero un folto gruppo di armati al solo scopo di distruggere quanti sono cari al re. Infatti non vi passa alcun cavaliere che non debba combattere contro uno, due o persino tre avversari. Se poi appartiene ad Artù ed è sconfitto, perde cavallo, armatura e ogni altra cosa che possiede, e persino la libertà qualora non riesca a fuggire.»<br>«Dio mi protegga!» esclamò ser Palamede. «Fare guerra al proprio signore che è chiamato il fiore della cavalleria cristiana e pagana è un costume malvagio e indegno di una regina, e io vi porrò fine di tutto cuore. Morgana non riceverà mai alcun servigio da me, e se come penso mi manderà contro i suoi cavalieri, essi avranno dì che combattere!» (p. 377) *Il racconto torna ora a [[Lamorak|ser Lamorak]] che era lodato e onorato da ogni buon cavaliere all'infuori di [[Gawain|ser Galvano]] e dei suoi fratelli che desideravano solo il suo male e che, meditando di cogliere l'occasione per ucciderlo, fecero venire la madre in un castello vicino a Camelot. La regina di Orkney era infatti giunta da poco allorché ser Lamorak le inviò un messaggero e fissò con lei un convegno di cui venne subito a conoscenza [[Gaheris|ser Gaheris]], che si pose in agguato.<br>A notte, ser Lamorak arrivò tutto armato, legò il cavallo vicino a una postierla segreta ed entrò in una stanza dove si tolse l'armatura; quindi raggiunse il letto della regina dove, amandosi di tutto cuore, essi trassero grande gioia l'uno dall'altra.<br>Quando ser Gaheris giudicò che fosse giunto il momento si accostò al letto e, afferrata bruscamente la madre per i capelli, le mozzò la testa. Ser Lamorak sentì così sprizzare su di sé il sangue caldo di colei che amava e balzò dal letto gridando come uomo aflitto e sgomento:<br>«Ah, ser Gaheris, cavaliere della Tavola Rotonda, avete commesso un'azione malvagia e vile! Perché uccideste la madre che vi generò? Avreste avuto maggior ragione di colpire me!»<br>«Dici il vero, e benché l'uomo sia nato per offrire il proprio servigio alla donna, sei tu che hai commesso l'offesa» replicò ser Gaheris. «Tuo padre uccise il nostro, eppure tu hai giaciuto con nostra madre disonorando me e i miei fratelli: è una vergogna troppo grande perché sia tollerata! Quanto poi a tuo padre re Pellinor, sappi che fu ucciso da me e da mio fratello Galvano.»<br>«Avete commesso un torto ancora più grande e fareste bene a ricordare ce la morte di mio padre non è ancora stata vendicata!»<br>«Non minacciarmi, Lamorak, altrimenti ti ucciderò. È solo perché ora sei disarmato che il mio onore di cavaliere mi vieta di metterti a morte, ma sappi che in qualunque altra occasione ti rincontrerò, non risparmierò la tua vita» ribatté ser Gaheris. «Ormai mia madre è affrancata da te: vai dunque a prendere il cavallo e vattene.» (pp. 385-386) [[File:Boys King Arthur - N. C. Wyeth - p162.jpg|thumb|La morte di Lamorak]] *Ser Lamorak si separò da Lancillotto e ripartì da solo, e fu così che ser Galvano e i suoi tre fratelli [[Agravaine|Agravano]], Gaheris e [[Mordred]] andarono ad attenderlo in un luogo appartato: gli uccisero il cavallo poi lo assalirono tutti insieme, di fronte, alle spalle e ai lati e, dopo più di tre ore di combattimento, ché ser Lamorak si difendeva da valoroso, ser Mordred gli aprì una profonda ferita nella schiena e gli altri lo fecero a pezzi.<br>Così morì il nobilissimo ser Lamorak, cavaliere della Tavola Rotonda; ma sappiate che [[Sir Gareth|ser Gareth]], il quinto fratello di ser Galvano, non ebbe alcuna parte nel vile assassinio. (p. 387) *«Ne ho visti di stolti come voi!» esclamò allora ser Dinadan adirato. «E uno proprio quest'oggi: se ne stava disteso accanto a una fonte con aria trasognata, lo scudo appoggiato al suolo e il cavallo poco distante, e sogghignava come un folle senza dire una parola. Compresi così che si trattava di un [[Innamoramento|innamorato]].»<br>«E voi non lo siete, bel cavaliere?» gli chiese ser Tristano.<br>«Maledetto chi lo è!» proruppe ser Dinadan.<br>«Avete torto, perché soltanto il cavaliere innamorato può essere prode» replicò ser Tristano. (pp. 408-409) *«In guardia, cavaliere» gridò poi a ser Epinogrus. «È abitudine dei cavlieri erranti sfidarsi alla giostra.»<br>«È forse costume di tali cavalieri imporre di combattere che lo si voglia o no?»<br>«È tale per me, e tanto vi basti» replicò ser Dinadan. (p. 409) *«[...] io non so cosa spinga ser Tristano e tanti altri innamorati a perdere la ragione e l'intendimento per delle donne!» commentò ser Dinadan.<br>«Come, siete un cavaliere e non siete innamorato? Vergognatevene: non potete certo essere chiamato prode se non venite a contesa per una dama.»<br>«Dio me ne guardi!» esclamò ser Dinadan. «Le gioie d'amore sono troppo brevi e le pene che ne derivano fin troppo durature.» (p. 412) *«Ma perché siete tanto incollerito?»<br>«Ah, codardo, disonori la cavalleria!» lo ingiuriò ser Dinadan.<br>«Poco importa dal momento che mi metterò al vostro servizio e rimarrò sotto la vostra salvaguardia. Siete così prode che mi proteggerete» replicò ser Tristano.<br>«Il diavolo mi liberi da te! D'aspetto sei il migliore uomo d'armi che abbia mai visto, ma anche il più pusillanime.» (p. 413) *"Date [[potere]] al [[villano]] e questi non ne avrà mai abbastanza". Infatti, laddove il governo è affidato a una persona di bassi natali mentre il signore delle terre è di nascita elevata, avverrà che il [[Plebe|plebeo]] non tollererà al proprio fianco alcun gentiluomo, e ne perseguirà anzi la rovina. (p. 417) *{{NDR|Su [[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]]}} [...] tutti lo lodarono e affermarono che seppure ancora saraceno, era un credente della migliore specie, ben disposto d'animo e assolutamente leale e fedele alla parola data. (p. 420) *Ora oso dire che siete la dama più bella che abbia mai visto, e che ser Tristano è un cavaliere prode e prestante quant'altri mai. Mi sembra perciò che siate fatti l'uno per l'altra! ([[Re Artù]], p. 441) *Ah, Palamede, Palamede [...] perché sei così emaciato, tu che un tempo eri chiamato uno dei più bei cavalieri del mondo? Ah, non voglio più vivere questa vita perché amo colei che non potrò mai avere o conquistare! ([[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]], p. 452) *«Signore, ecco come mi discolpo: in quanto alla regina Isotta, sappiate che l'amo da lungo tempo più di ogni altra, e a lei debbo gli onori che ho conquistato, ché altrimenti sarei rimasto il cavaliere più indegno del mondo. Ovunque andavo, il suo ricordo mi accompagnava e mi spingeva a compiere imprese meritevoli. Tuttavia finora non ebbi mai da lei ricompensa e pur essendo il suo cavaliere non ricevetti alcun guiderdone! Perciò, ser Tristano, non temo la morte perché, sapendo che non possiederò mai la mia regina, mi è indifferente vivere o morire, e se fossi armato come lo siete voi, mi batterei di buon animo.»<br>«La vostra stessa bocca ha rivelato il tradimento!» proruppe ser Tristano.<br>«Non ho commesso alcuna slealtà» protestò l'altro. «Ogni uomo è libero di amare, e benché abbia riposto il cuore nella vostra dama, ella è mia quanto è vostra. Se questo è un torto, allora sono colpevole, ma voi godete di lei e appagate il vostro desiderio, mentre io non ebbi mai nulla né spero di averlo in futuro, e tuttavia l'amerò quanto voi fino all'ultimo istante della mia vita.» (p. 453) ====Libro XI==== *Mentre in un giorno di Pentecoste, i cavalieri sedevano alla [[Tavola Rotonda]], si presentò ad [[Re Artù|Artù]] un eremita che vide il [[Seggio Periglioso]] e chiese al re e ai baroni perché non fosse occupato.<br>«Su quel seggio non siederà che colui che è destinato, ogni altro vi troverà la morte» gli fu risposto.<br>«Sapete chi è?» domandò allora l'eremita.<br>«Non lo sappiamo ancora.»<br>«Lo so io» dichiarò allora il sant'uomo. «Vi prenderà posto un cavaliere che non è stato ancora concepito, ma che nascerà quest'anno e sarà colui che conquisterà il Sangrail.» (p. 456) *[...] entrò, giovane e bellissima, una damigella che recava tra le mani un vaso d'oro. Allora il re e tutti quanti si trovavano nella sala si inginocchiarono devotamente a pregare.<br>«Oh, Gesù!» esclamò ser Lancillotto. «Cosa può significare?»<br>«È il [[Graal|Sangrail]], l'oggetto più prezioso che alcun essere vivente possieda» fu la risposta del re. «Quando sarà portato altrove, la Tavola Rotonda si spezzerà.» (p. 458) *A tempo debito, [[Elaine di Corbenic|Elaine]] partorì un bel bambino che fu allevato con cura e affetto e battezzato [[Galahad]], perché quello era il nome che ser Lancillotto aveva ricevuto al fonte battesimale e che poi la Dama del Lago aveva mutato in Lancillotto. (p. 460) *Sappiate, ser Bors, che questo fanciullo è Galahad; siederà sul Seggio Periglioso e otterrà il Sangrail, e si dimostrerà migliore di suo padre ser Lancillotto. ([[Elaine di Corbenic]], p. 462) *[...] solo gli uomini valorosi e retti che amano e temono Dio possono conquistare onore; altrimenti, per quanto arditi, non vi riescono. ([[Re Pescatore|Re Pelles]], p. 462) *Ser Bors si era appena sdraiato di nuovo per riposare, quando sentì un grande frastuono provenire dalla camera vicina e si vide piovere dentro, non sapeva se dalle porte o dalle finestre, nugoli di frecce e di quadrelli tanto fitti da lasciarlo stupito; molti lo colpirono e lo ferirono nei punti in cui il suo corpo non era protetto.<br>Ed ecco sopraggiungere un orribile leone: ser Bors gli si fece incontro; la fiera gli portò via lo scudo, ma egli riuscì a mozzarle la testa. Non passò molto che nella corte vide un orrendo drago sulla cui fronte sembrava fossero scritte lettere d'oro che ser Bors pensò avessero il significato di "re Artù". Giunse poi un leopardo brutto e vecchio che si batté a lungo e accanitamente con il drago; ma a un certo punto questi sputò fuori dalla bocca qualcosa come un centinaio di piccoli draghi che uccisero e fecero a pezzi il leopardo.<br>Apparve poi nella sala e si mise a sedere su un bel seggio un vecchio che sembrava avere intorno al collo due vipere. Teneva in mano un'arpa e prese a cantare un'antica canzone che narrava come Giuseppe di Aramitea fosse giunto in quel paese. Quando ebbe finito, consigliò a ser Bors di andare via.<br>«Qui non incontrerete altre avventure» gli disse. «Vi siete portato con grande onore, e più ne acquisterete in futuro.»<br>Parve allora a ser Bors che giungesse una colomba candida recante nel becco un incensiere d'oro, e che la tempesta imperversata fino ad allora cessasse e si allontanasse di colpo, mentre la sala si empiva di straordinari profumi. Poi vide quattro fanciulli che portavano quattro bei ceri e in mezzo ad essi un vecchio con un cero in una mano e una lancia nell'altra. Si trattava dell'arma che aveva nome Lancia della Vendetta. (pp. 463-464) *Dite [...] a [[Sir Kay|ser Kay il Siniscalco]] e a [[Mordred|ser Mordred]] che confido in Dio che sarò valoroso quanto loro, e non dimenticherò mai i motteggi e le derisioni che mi indirizzarono il giorno in cui fui investito cavaliere: non comparirò a corte finché tutti non parleranno di me con maggiore rispetto di quanto sia mai stato dimostrato loro. ([[Parsifal]], p. 472) *{{NDR|Su [[Parsifal]]}} [...] era infatti uno dei migliori cavalieri del mondo, e in lui la vera fede era ben salda. (pp. 473-474) *Ed ecco avvicinarsi il sacro vaso del Sangrail accompagnato da soavità e profumi di ogni sorta. I due cavalieri non poterono distinguere con chiarezza chi lo portava; solo ser Percival intravvide appena sia il vaso sia la vergine purissima che lo recava tra le mani. Immediatamente si trovarono entrambi perfettamente risanati nelle membra e nel corpo, e resero grazie a Dio in grande umiltà.<br>«Gesù» disse ser Percival «cosa significa che siamo guariti, mentre unmomento fa eravamo in punto di morte?»<br>«Lo so io» rispose ser Ector. «È stato il sacro vaso portato da una vergine e contenente il santo sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Solo un uomo di assoluta perfezione può vederlo.» (p. 474) ====Libro XII==== *Se la mia morte potesse giovarvi e la mia vita non vi fosse di alcuna utilità, ebbene, sarei pronta a morire per voi! ([[Elaine di Corbenic]], p. 481) *«Ah, [[Tristano|ser Tristano]]» esclamò allora [[Palamede (ciclo arturiano)|ser Palamede]] «sapete bene che non posso battermi senza perdere l'onore. Voi siete allo scoperto e io sono armato: se vi uccidessi l'onta ricadrebbe su di me. Del resto, conosco la vostra forza e la vostra resistenza.»<br>«È vero, e adesso capisco quanto siete prode.»<br>«Vi prego, rispondete a una domanda.»<br>«Volentieri. Con l'aiuto di Dio vi dirò la verità.»<br>«Fate il caso che voi foste armato di tutto punto e io non lo fossi: cosa vi suggerirebbe di farmi l'onore cavalleresco?»<br>«Ora capisco!» esclamò ser Tristano. «Poiché devo dare il mio parere, Dio mi benedica, quel che dirò non sarà dettato dalla paura. Vi risponderò quindi che in tal caso non vorrei battermi e vi lascerei andare.»<br>«E anch'io non voglio. Perciò, prendete la vostra strada!»<br>«Posso sempre scegliere se restare o andar via, invece. Ma c'è una cosa che mi stupisce: perché un cavaliere valoroso come voi non vuole essere battezzato, mentre vostro fratello ser Safer si è fatto cristiano già da tempo?»<br>«Sebbene in cuor mio creda già in Gesù Cristo e nella sua dolce madre Maria, secondo un voto che ho fatto anni fa devo ancora affrontare uno scontro; poi mi farò battezzare, e con grande gioia.»<br>«In fede mia, allora non dovrete cercare a lungo quest'ultima battaglia! Dio non voglia che per colpa mia restiate ancora saraceno!» (p. 488) *«E adesso?» gli chiese Tristano. «Ti ho alla mia mercé come poc'anzi mi avevate voi. Ma i cavalieri di corte non dovranno mai dire che ser Tristano ha ucciso un guerriero disarmato. Quindi, riprendete la vostra arma e portiamo a termine lo scontro.»<br>«Desidererei davvero di finirlo» rispose l'altro «ma non ho molta voglia di battermi ancora, anche perché l'offesa che vi ho arrecata non è tanto grave che non possiamo diventare amici. Osai dire che [[Isotta|Isotta la Bella]] non ha pari tra le dame; non l'ho mai disonorata e, anzi, è grazie a lei che ho ottenuto gran parte dell'onore che mi sono conquistato. Le mie offese non furono mai rivolte alla regina, ma a voi, e oggi mi avete ripagato con un gran numero di colpi. Ad alcuni ho potuto rispondere, ma adesso devo ammettere che non ho mai incontrato un uomo forte e resistente quanto voi, salvo ser Lancillotto del Lago. Perciò, mio signore, vi chiedo di perdonarmi ogni cosa e di condurmi oggi stesso alla chiesa più vicina dove prima vorrei confessarmi e poi essere battezzato. In seguito andremo insieme alla corte di Artù per partecipare alla grande festa.»<br>«Allora prendete il cavallo: faremo come avete detto, e che Dio vi perdoni per tutti i vostri peccati come ho già fatto io! A un miglio da qui il vescovo suffraganeo di Carlisle potrà impartirvi il sacramento del battesimo.»<br>Montarono a cavallo insieme a ser Galleron e, giunti alla presenza del vescovo, gli esposero quanto volevano. Il sant'uomo fece riempire un grande bacile d'acqua, la consacrò, poi confessò e assolse ser Palamede. Ser Tristano e ser Galleron furono i suoi padrini.<br>Poco dopo, ripartirono per Camelot dove trovarono il re, la regina e quasi tutti i cavalieri della Tavola Rotonda, che furono molto lieti di sapere che ser Palamede si era fatto cristiano. (pp. 490-491) ====Libro XIII==== *«Ora sono certo che voi della [[Tavola Rotonda]] partirete alla ricerca del [[Graal|Sangrail]] e che io non vi vedrò mai più tutti insieme» dichiarò allora Artù. «Voglio perciò che vi riuniate per giostrare e torneare nel prato sotto Camelot in modo che, dopo la vostra morte, si possa tramandare che in questo giorno erano qui raccolti tanti valorosi combattenti.» (p. 501) *Rientrati tutti tra le mura di Camelot, il re e i baroni si recarono ad ascoltare i vespri nella cattedrale e poi a cena, dove ciascuno dei cavalieri prese posto, come prima, sul proprio seggio. Ma ecco che, tra improvvisi scoppi e rombi di tuono che fecero temere che il palazzo stesse crollando, nella sala penetrò un raggio di sole sette volte più vivido di quanto si fosse mai visto e tutti furono investiti dalla grazia dello Spirito Santo. Guardandosi intorno, i cavalieri osservarono che gli altri sembravano circonfusi di bellezza, ma non poterono pronunciare una sola parola. Poi, apparve il Santo Graal velato di sciamito bianco, così che nessuno poté vederlo o capire chi lo recasse, e la sala si riempì di profumi mentre davanti ai commensali comparivano i cibi e le bevande che prediligevano. Dopo aver attraversato l'intero ambiente, il sacro vaso scomparve d'un tratto, e solo allora i presenti ritrovarono la voce e il re rese grazie a Dio per la benevolenza che aveva mostrato loro. (p. 502) *Non torneranno più tutti {{NDR|i [[cavalieri della Tavola Rotonda]]}} insieme perché molti moriranno nel corso della ricerca. Io li amo quanto la mia stessa vita, e lo scioglimento di questa compagnia mi provoca un tremendo dolore, poiché la loro presenza alla mia corte era ormai un costume consolidato. ([[Re Artù]], p. 503) *Il mio peccato e la mia malvagità mi hanno sprofondato nel disonore [...]. Finché ho perseguito avventure mondane per soddisfare desideri terreni, le ho sempre compiute in modo impareggiabile e senza mai subire sconfitte nelle giuste come nelle inique contese. Ma ora che ho intrapreso avventure celesti, capisco che il mio antico peccato mi ostacola e mi svergogna al punto che quando mi è apparso il sacro sangue non ho avuto la forza di muovermi e di parlare. ([[Lancillotto]], p. 518) *{{NDR|Su [[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]]}} Tutte le mie gesta d'armi le ho compiute per amor suo [...] e per lei mi sono battuto, a torto o a ragione. Non ho mai fatto nulla solo per amore di Dio, ma sempre anche per conquistarmi onore e farmi andare di più, e ne sono stato poco o nulla grato al Signore. ([[Lancillotto]], p. 519) ====Libro XIV==== *«[[Mago Merlino|Merlino]] istituì la [[Tavola Rotonda]] a somiglianza della sfericità del mondo in essa perfettamente rappresentato» proseguì la reclusa. «Nella Tavola Rotonda, infatti, l'intero mondo cristiano e pagano trova ristoro, tanto che coloro che sono scelti a fare parte di quell'eletta compagnia si reputano colmi di grazia e più onorati che se fossero i padroni di metà della terra. Hai potuto vedere anche tu come, pur di appartenervi, i cavalieri siano disposti a perdere padre, madre, famiglie, mogli e figli, come facesti tu stesso che, per unirti a loro, abbandonasti tua madre senza volerla più vedere.<br>«Dunque, quando Merlino istituì la Tavola Rotonda disse che coloro che ne sarebbero stati compagni avrebbero potuto attingere alla verità del Sangrail. Gli fu chiesto chi l'avrebbe conquistata, ed egli rispose che sarebbero stati tre tori bianchi, due vergini e uno casto, e che uno di essi sarebbe stato più forte e più valoroso di suo padre quanto il leone lo è del leopardo. Allora gli fu detto: "Bisognerà che con le tue arti tu dia luogo a un seggio su cio potrà prendere posto solo il cavaliere che eccellerà su ogni altro".<br>«E Merlino istituì il Seggio Periglioso, quello su cui Galahad sedette al banchetto di Pentecoste.» (p. 522) *La storia dice che [[Parsifal|ser Percival]] era uno degli uomini più religiosi che vi fossero al mondo in quei tempi in cui ben pochi credevano in Dio senza riserve, e i figli non rispettavano i padri e li trattavano come estranei. Egli quindi cercò conforto in Nostro Signore Gesù pregandolo affinché le tentazioni non lo allontanassero dal servizio di Dio ed egli potesse continuare ad essere Suo leale campione. (p. 527) *[...] sono al servizio dell'Uomo migliore del mondo che non permetterà che io muoia, perché chi bussa alla Sua porta potrà entrare, chi chiede potrà ricevere, ed Egli non si nasconde a colui che lo cerca [...]. ([[Parsifal]], p. 529) *Punirò la mia carne, che vuole avere impero su di me! ([[Parsifal]], p. 532) *Quanto sono stato vicino a perdere me stesso [...] e la purezza che non avrei mai più potuto riavere! ([[Parsifal]], p. 532) ====Libro XV==== *«Non sei forse ser Lancillotto del Lago?» gli chiese il religioso dopo che il cavaliere gli ebbe comunicato che si sarebbe fermato con lui per la notte.<br>«Si, sono io.»<br>«Cosa fai in questa contrada?»<br>«Vado in cerca delle avventure del [[Graal|Sangrail]], signore.»<br>«Fa pure» gli disse allora il buon uomo «ma anche se il santo vaso si trovasse qui, il peccato ti impedirebbe di vederlo proprio come non è dato a un cieco di scorgere una spada sfolgorante.» (pp. 534-535) *Quaranta anni dopo la passione di Gesù Cristo, [[Giuseppe d'Arimatea|Giuseppe di Arimatea]] preconizzò che re Evelake avrebbe sconfitto in battaglia i propri nemici. Dei sette re e dei due cavalieri che hai visto, il primo si chiama Nappus, e fu un sant'uomo; il secondo ebbe il nome di Nacien in onore di un suo avo che aveva ospitato Nostro Signore Gesù Cristo. Il terzo fu chiamato Helias il Grosso; il quarto Lisais; il quinto, Jonas, lasciò il proprio paese per rcarsi nel Galles dove sposò la figlia di Manuel ed ottenne la Gallia, che elesse come sua dimora e generò Lancillotto, tuo nonno, che sposò la figlia del re d'Irlanda e fu un uomo insigne quanto te. Suo figlio fu re Ban, tuo padre, l'ultimo dei sette re. Uno dei due cavalieri, invece, rappresenta te, Lancillotto, cui gli angeli dissero che non appartenevi alla compagnia dei sette re, mentre il secondo cavaliere sta a indicare il leone, che è superiore a tutti i re della terra, cioè ser Galahad, da te concepito nella figlia di re Pelles. E tu, che dovresti essere grato a Dio di ogni altro, perché, come peccatore, sei il cavaliere senza pari, non Lo hai ringraziato per tutte le straordinarie virtù che Egli ti ha prestate! (p. 537) *Ah, Lancillotto [...] finché facevi parte della cavalleria terrena, eri l'uomo più straordinario e avventuroso del mondo; ma non devi stupirti se ora che ti trovi tra cavalieri impegnati in imprese celesti la fortuna ti è avversa. (p. 539) ====Libro XVI==== *Ser Lancillotto, poi, se non fosse per una sola pecca sarebbe superiore a ogni altro. Ma così come stanno le cose, è proprio come noi; solo che si assume le fatiche maggiori. ([[Gawain]], p. 541) *La [[Tavola Rotonda]] fu istituita proprio perché gli uomini non svilissero queste due virtù{{NDR|, la pazienza e l'umiltà}}, come la cavalleria, che affonda in esse le sue radici, è sorta perché non possa mai essere sconfitta la fraternità che ne è il fondamento. (p. 545) *{{NDR|Rivolto a [[Gawain]]}} Ti sei impegnato insieme a molti altri in una ricerca che non porterai mai a termine perché il Sangrail non si mostra ai peccatori. Non devi quindi meravigliare se non vi sei riuscito. Tu sei un cavaliere sleale e un grande assassino, mentre per gli uomini buoni questa ricerca è ben altro che una serie di omicidi. Lancillotto, benché abbia commesso gravi colpe, al momento stesso in cui ha intrapreso la ricerca si è impegnato a non peccare più, e infatti non ha mai ucciso né ucciderà un solo uomo fino al suo ritorno a Camelot. Se non fosse per la sua fragilità che probabilmente lo farà ricadere nella colpa con il pensiero, egli sarebbe il primo a compiere l'impresa dopo Galahad. Ma poiché Dio conosce i suoi pensieri e la sua debolezza, gli concederà di morire in santità. (Eremita, pp. 546-547) ====Libro XVII==== [[File:Galaad devant le graal n°3.gif|thumb|Galahad, Bors e Parsifal dinanzi al Graal]] *{{NDR|Su [[Davide]]}} Egli era un dotto che conosceva le virtù delle pietre e delle piante, il corso delle stelle e molte altre cose ancora; ma poiché aveva una moglie malvagia, si era convinto che non esistessero donne buone, tanto che ne parlò con disprezzo anche nei libri che compose. (p. 573) *Non spetta a noi punire chi ha operato contro Dio, ma solo alla Sua potenza. ([[Galahad]], p. 576) *Siete uno sciocco se non sapete che le [[Verginità|vergini]] sono franche ovunque si trovino. ([[Parsifal]], p. 579) *Nessuna lingua potrebbe descrivere e nessun cuore immaginare le meraviglie cui ho assistito. Se non mi fossi macchiato di un antico peccato, avrei potuto vedere molto di più. ([[Lancillotto]], p. 588) *Galahad, servo di Gesù Cristo che attendo da tempo, abbracciami e lascia che riposi sul tuo petto e tra le tue braccia, casto e vergine sopra ogni altro cavaliere, giglio simbolo di purezza, rosa del colore del fuoco, fiore di ogni virtù. Sei tanto intriso della fiamma dello Spirito Santo che la mia carne, consunta dalla vecchiaia, ritrova la giovinezza! (Re Mordrains, p. 591) *[...] rimessosi in viaggio, {{NDR|Galahad}} penetrò in una foresta irta di pericoli dove la storia dice che si imbatté in una sorgente in cui l'acqua ribolliva formando grandi onde. Il cavaliere vi posò una mano, e subito l'acqua si placò e il calore ne disparve, poiché quell'ardore era segno di lussuria, molto diffusa a quei tempi, e non poté durare al contatto con la purezza della sua verginità. Quanto era accaduto fu considerato un miracolo in tutto il paese, e da allora la fonte fu chiamata la Sorgente di Galahad. (p. 591) *«Figliolo» disse poi l'Uomo a Galahad «sai cos'è ciò che stringo tra le mani?»<br>«No, se non me lo dite voi.»<br>«È la sacra scodella in cui mangiai l'agnello pasquale. Ora hai veduto quello che più desideravi, ma con minore chiarezza di come lo potrai ammirare nel Palazzo Spirituale della città di Sarras. Adesso partirai e con te partirà anche il Sangrail, che questa notte stessa dovrà lasciare il regno di Logris dove nessuno lo vedrà mai più perché le genti di questa terra si sono volte al peccato e non lo servono né lo venerano come dovrebbero; io perciò le spoglio dell'onore che avevo loro concesso. Domattina voi tre prenderete la Spada dalla Strana Cintura e scenderete alla riva del mare dove troverete pronta una nave. Ma prima ridonerete la salute al Re Magagnato ungendogli il corpo e le gambe con il sangue che è colato dalla lancia.»<br>«Signore, perché gli altri non possono venire con noi?» chiese Galahad.<br>«Come inviai i miei apostoli in diverse direzioni, così voglio ora che vi separiate. Quanto a voi tre compagni, due moriranno al mio servizio e solo uno tornerà a darne notizia» fu la risposta.<br>Poi l'Uomo li benedì e scomparve. (pp. 594-595) *«Salutate per me ser Lancillotto mio padre e signore, e ricordategli che questo è un mondo incostante.»<br>Infine si inginocchiò a pregare davanti alla tavola e la sua anima lo lasciò, trasportata nel cielo di Gesù Cristo da una moltitudine di angeli. I compagni, che assistettero al prodigio, videro anche una mano scendere sul vaso e sulla lancia, prenderli e portarli nei cieli.<br>Da allora non vi è più stato un uomo che abbia avuto l'ardire di sostenere di aver visto il Sangrail. (p. 598) ====Libro XVIII==== *[...] [[Lancillotto]], dimentico della promessa fatta e della perfezione raggiunta nel corso della ricerca, riprese a frequentare la regina. Del resto, come dice appunto il libro, se egli non le fosse stato intimamente legato nei suoi pensieri più riposti quanto, in superficie, appariva devoto a Dio, nessun cavaliere avrebbe potuto superarlo nella ricerca del Sangrail. Invece, i suoi più segreti sentimenti correvano sempre a lei. Così essi ripresero ad amarsi con maggiore ardore di prima e i loro convegni si fecero tanto frequenti che la corte cominciò a mormorare, e in particolare il loquace ser Agravano fratello di ser Galvano.<br>Ma intanto Lancillotto, continuamente assediato da dame e da damigelle che gli chiedevano di essere loro campione in questioni di diritto, per evitare ulteriori maldicenze e dicerie, decise di impegnarsi con zelo a seguire i dettami di Nostro Signore Gesù Cristo e di sottrarsi per quanto gli era possibile alla familiarità e alla compagnia di Ginevra. (p. 603) *[...] [[Mordred|ser Mordred]], [[Agravaine|ser Agravano]] e molti altri della corte non ci perdono d'occhio e parlano del nostro amore. Li temo più per voi che per me perché, se del caso, io potrei fuggire o sbarazzarmene, mentre voi non potreste che rimanere qui a subire le maldicenze; e se doveste trovarvi in pericolo per aver commesso volontariamente qualche leggerezza, non potreste avere altro aiuto che il mio e quello dei miei parenti. Signora, la nostra imprudenza ci condurrà allo scandalo e alla vergogna, e io non voglio assolutamente che voi siate disonorata. Sono queste le ragioni che mi hanno spinto a dedicarmi il più possibile al servizio delle dame, facendo in modo che tutti pensino che ne traggo gioia, delizia e piacere. ([[Lancillotto]], p. 604) *Lancillotto, ora capisco la vostra falsità e la vostra volgare lussuria! Voi amate altre dame, e per me non provate che disprezzo. Adesso che ho ben chiaro che siete un traditore, state certo che non vi amerò mai più. Non osate comparirmi ancora davanti: da questo momento vi scaccio dalla corte, e per sempre, e vi bandisco dalla mia compagnia. Se tenterete di rivedermi, sarete ucciso. ([[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], pp. 604-605) *Spesso le donne sono impulsive e compiono azioni di cui poi si pentono amaramente. ([[Bors (ciclo arturiano)|Bors]], p. 605) *Se accetterò di essere il campione della regina mi alienerò molti cavalieri della Tavola Rotonda. Tuttavia, per amore di Lancillotto e vostro, sarò suo difensore a meno che il caso non porti qui un campione meglio di me. ([[Bors (ciclo arturiano)|Bors]], p. 609) *Non ho mai sentito dire che Ginevra abbia rovinato un solo cavaliere. Anzi, a quel che so, ella ci ha sempre magnificato ed è stata la sovrana più generosa e liberale, e la più munifica di doni e di benevolenza. Sarebbe quindi vergognoso se lasciassimo morire nell'ignominia la moglie del nostro nobilissimo re. Sappiate che non lo permetterò, e che sosterrò la sua innocenza nella morte di ser Patrise; del resto, ella non aveva alcun motivo per odiare lui o alcuno dei cavalieri intervenuti al banchetto. Direi anzi che ci abbia invitati per affetto, certo non per un subdolo stratagemma, e sono convinto che comunque andrà, un giorno sarà possibile provare che tra di noi vi è un traditore. ([[Bors (ciclo arturiano)|Bors]], p. 610) *Come dice un antico proverbio, è aspra la battaglia nella quale si scontrano parenti e amici, perché allora non c'è posto per la misericordia, ma solo per la più mortale delle contese. ([[Lancillotto]], p. 629) *[...] non mi piace essere obbligato ad amare; l'amore deve nascere dal cuore, non dalla costrizione [...]. ([[Lancillotto]], p. 636) *L'amore deve essere libero, non imposto, perché un amore forzato finisce con il dissolversi. ([[Re Artù]], p. 636) *All'uomo d'onore non può non ripugnare assistere alla sconfitta di un suo pari, mentre chi non ha onore e si comporta da vile, alla vista di un uomo in pericolo non compirà mai un gesto gentile o generoso. Un codardo, infatti, non darà mai prova di misericordia, mentre chi alberga la bontà nel cuore farà agli altri quello che vorrebbe fosse fatto a lui. ([[Re Artù]], p. 642) *{{NDR|Su [[maggio]]}} Quel mese esuberante infonde coraggio negli amanti e, in vari modi, li induce più di ogni altro a diversi comportamenti, perché è allora che, come erbe e arbusti, gli uomini e le donne si rinnovellano e richiamano alla mente lontane cortesie, servigi e gesti gentili che avevano posto nell'oblio per negligenza.<br>E come il rigore dell'inverno offusca e sfigura la verde estate, così accade all'amore che lega l'uomo alla donna, quando è incostante. Sono numerosi coloro che non albergano la costanza, e non passa giorno senza che vediamo come basti un alito di rigore invernale per cancellare e spezzare col minimo pretesto un vero amore, che pure costa tanto. Questa non è costanza né saggezza, ma debolezza di carattere, disonorevole per coloro che la praticano.<br>Perciò, come il maggio fiorisce e germoglia nei giardini, così ogni uomo d'onore rivesta il proprio cuore di germogli, prima a gloria di Dio, poi per dare gioia a coloro cui ha giurato fedeltà. Infatti, non c'è uomo o donna d'onore che non abbia scelto l'oggetto del proprio amore. E se la fatica delle armi non deve essere mai trascurata, bisogna però che l'onore sia innanzitutto riserbato a Dio, e solo dopo aver contesa con le dame: questo è ciò che io chiamo un amore virtuoso.<br>Oggi, però, gli uomini non sanno amare per sette giorni di seguito senza pretendere di appagare le proprie brame. La ragione ci dice che un tale amore non può durare, perché quanto è subito accordato con troppa prontezza, è ben presto spento dall'ardore stesso. Così è l'amore ai nostri tempi: arde lesto e altrettanto in fretta si raffredda! E questa non si può chiamare costanza. Ai tempi di Artù l'amore soleva essere diverso: uomini e donna si amavano anche per sette interi anni senza che tra loro si insinuasse la lussuria. Quello era amore vero, e fedele!<br>Ho dunque paragonato l'amore di oggi all'estate e all'inverno, perché come la prima è calda e il secondo è freddo, allo stesso modo procede l'amore ai nostri giorni. Tutti voi che siete amanti rammentate quindi il mese di maggio! (pp. 643-644) ====Libro XIX==== *[...] a quel tempo era costume che Ginevra non lasciasse mai la corte senza un seguito di ottimi cavalieri armati, quasi tutti giovani decisi a farsi onore. Erano chiamati i Cavalieri della Regina e in battaglia, ai tornei e alle giostre portavano come insegna uno scudo completamente bianco. Venivano scelti per quel servigio tutti gli anni in occasione della festa della Pentecoste tra i cavalieri che si erano mostrati più valorosi, in sostituzione di quelli che erano morti nel corso dell'anno (e non ne passava uno senza che ne morissero alcuni). Proprio compiendo tale servigio si erano distinti all'inizio ser Lancillotto e tutti gli altri, prima di conquistare rinomanza. (pp. 645-646) *Ahimè, che vergogna che un [[cavaliere]] ne tradisca un altro! [...] Ma c'è un vecchio proverbio che recita: "Il valoroso è davvero in pericolo solo quando si trova in balia di un codardo. ([[Lancillotto]], p. 649) *Gesù mi terrà lontano dal disonore, e poi ben vengano le disgrazie che Dio vuole mandare [...]. ([[Lancillotto]], p. 657) ====Libro XX==== *Nel mese di maggio, quando ogni cuore gagliardo fiorisce e germoglia e, con la bellezza e il rigoglio della stagione, uomini e donne sono pieni di letizia per l'avvicinarsi dell'estate con i suoi fiori novelli, laddove gli aspri venti e le bufere dell'inverno li inducono a raccogliersi al coperto presso il focolare, scoppiarono furore e sventura che ebbero termine solo con la morte e l'estinzione del fiore di tutti i cavalieri del mondo. (p. 663) *Mi meraviglio che nessuno di noi si vergogni di sapere, e di vedere con i propri occhi, che Lancillotto giace giorno e notte con la regina [...]. Ne siamo tutti al corrente, eppure siamo tanto vili da tollerare il disonore di un sovrano nobile quanto Artù. ([[Agravaine]], p. 663) *Se ne dovesse derivare ostilità o guerra tra noi e Lancillotto, sta' certo che molti re e molti potenti signori sceglierebbero di schierarsi con lui. E poi, fratello [...] devi sempre tenere a mente che Lancillotto ha salvato più di una volta il re e la regina, e che anche i migliori tra noi si sarebbero sentiti gelare il cuore in varie occasioni se egli non fosse stato il più valoroso e non lo avesse dimostrato molto spesso. ([[Gawain]], p. 664) *Ser Lancillotto mi ha concesso l'investitura e niente potrà indurmi a parlare male di lui [...]. ([[Sir Gareth]], p. 664) *Appena gli altri furono usciti, il re chiese quale fosse il motivo della disputa.<br>«Ora ve lo dirò, sire; non posso più tenerlo in me» gli rispose ser Agravano. «Io e ser Mordred siamo in disaccordo con i nostri fratelli: sappiamo che ser Lancillotto è da tempo l'amante della regina e, poiché siamo figli di vostra sorella, non possiamo continuare a tollerarlo. Voi siete il suo signore e colui che lo ha investito cavaliere, e intendiamo provare la sua slealtà.»<br>«Se quello che dite è vero, Lancillotto è un traditore!» esclamò Artù. «Ma mi ripugna compiere un passo del genere senza averne le prove; ser Lancillotto è un cavaliere valoroso e, come ben sapete, il migliore di tutti noi. Se non sarà colto sul fatto, vorrà battersi con colui che lo ha denunciato, e nessuno sarà in grado di tenergli testa. Quindi, voglio che sia sorpreso in flagrante.»<br>Il libro francese dice che il re non desiderava affatto che si diffondessero voci su Lancillotto e la regina. A dire il vero, egli ne aveva già il sospetto, ma non voleva sentirne parlare perché amava molto ser Lancillotto per tutto quello che egli aveva fatto in favore suo e di Ginevra. (p. 665) *«Ahimè» si lamentava intanto Lancillotto «non mi è mai capitato di trovarmi a rischiare una morte vergognosa per la mancanza della mia armatura!»<br>Nel frattempo ser Agravano e ser Mordred non cessavano di gridare:<br>«Esci dalla camera della regina, traditore! Sta' certo che non riuscirai a fuggire».<br>«Gesù misericordia, non posso tollerare questo odioso clamore: meglio morire subito che sopportare un simile tormento!» esclamò allora Lancillotto; poi prese Ginevra tra le braccia e la baciò.<br>«Nobilissima tra le regine cristiane aggiunse siete la mia diletta e gentile signora e io, il vostro povero e fedele cavaliere, vi sono stato al fianco nelle cause giuste come in quelle ingiuste dal giorno in cui re Artù mi conferì l'investitura. Se morirò, vi supplico di pregare per la mia anima. Sono sicuro che ser Bors e tutti gli altri miei parenti, e anche ser Lavaine, vi salveranno dal rogo. Confortatevi, perciò, madonna mia amata, e qualunque cosa mi accada, andate con ser Bors e con gli altri che vi tratteranno con ogni onore e vi faranno regina delle mie terre.»<br>«No, Lancillotto, non vi sopravviverò! Se sarete ucciso, per amore di Dio accoglierò la morte con umiltà, come è dovere di una regina cristiana.»<br>«Ebbene, signora, poiché è giunto il giorno in cui dobbiamo separarci, sappiate che venderò la vita al più alto prezzo, e che sono mille volte più addolorato per voi che per me. Ma ora preferirei avere indosso la mia solida armatura piuttosto che regnare su tutto il mondo cristiano: prima di soccombere farei in modo che le mie gesta siano tramandate.»<br>«Piacesse a Dio che uccidessero me e lasciassero libero voi!» esclamò la regina.<br>«Questo non deve accadere, e che Dio mi ripari da una simile vergogna!» replicò Lancillotto. «Gesù Cristo, sii tu il mio scudo e la mia armatura!» (p. 667) *Ora, signora, è chiaro che il nostro amore è giunto al suo epilogo e che da adesso in poi re Artù mi sarà nemico. Ma se vorrete rimanere con me, mi impegno a tenervi al riparo da ogni pericolo. ([[Lancillotto]], p. 669) *Stanotte ho ucciso ser Agravano, fratello di ser Galvano, e almeno altri dodici suoi compagni. Non ho alcun dubbio, pertanto, che vi sarà un conflitto sanguinoso. Quei cavalieri erano stati mandati a sorprendermi su ordine espresso di Artù, e il re deve essere talmente furibondo e colmo di risentimento che condannerà la regina al rogo. Io non posso certo permettere che ella sia arsa per colpa mia. Se riuscissi a farmi ascoltare, mi offrirei di essere fatto prigioniero per potermi poi battere in suo favore e provare che è una sposa fedele, ma temo che il re sia troppo infuriato per accettare questa proposta. ([[Lancillotto]], p. 671) *Miei bei signori, mi ripugna di compiere un'azione che potrebbe disonorare voi e tutto il mio lignaggio. Ma poiché sono altrettanto contrario a permettere che la regina muoia di una morte ignobile, se il vostro consiglio è di sottrarla al supplizio, siate però ben consapevoli che dovrò causare molti lutti. Forse, con mio grande rammarico, sarò costretto a uccidere anche qualcuno dei miei migliori amici e può darsi che alcuni, piuttosto che essere complici di un'azione abietta, preferiscano schierarsi dalla mia parte: non vorrei certo farli soffrire. ([[Lancillotto]], p. 672) *«[...] il caso di Tristano dovrebbe mettermi in guardia. Sapete bene come andò a finire dopo che, presi tutti gli accordi, egli riportò [[Isotta|Isotta la Bella]] a re Marco: quel sovrano lo uccise a tradimento mentre suonava l'arpa davanti alla sua dama, cogliendolo alle spalle e trafiggendogli il cuore con una lancia ben affilata.»<br>«È vero» convenne ser Bors «ma c'è una cosa che dovrebbe incoraggiare te come tutti noi, ed è che re Marco e re Artù sono di indole assai diversa, perché Artù non ha mai mancato alla propria parola.» (pp. 672-673) *Capita spesso che agiamo per quel che crediamo il meglio, e che finisce poi per dimostrarsi il peggio. ([[Gawain]], p. 674) *[...] sappiate che soffro di più per la perdita dei miei buoni cavalieri che per la fuga della mia gentile regina, perché di regine posso averne quante ne voglio, mentre non mi sarà mai più possibile riunire una simile compagnia di valorosi. E che sciagura che io e Lancillotto dobbiamo essere nemici! ([[Re Artù]], p. 677) *[...] da oggi in poi cercherò Lancillotto fino al giorno in cui uno dei due avrà ucciso l'altro. Intendo vendicarmi e vi chiedo di prepararvi alla guerra. Se non volete perdere il mio servigio e il mio affetto, affrettatevi a mettere alla prova i vostri amici. Giuro su Dio che, anche se dovessi inseguire Lancillotto per sette regni, lo ucciderò a costo della vita. ([[Gawain]], p. 679) *«Dio non voglia che io mi scontri con il nobilissimo sovrano che mi armò cavaliere!» replicò Lancillotto.<br>«Alla malora le belle parole!» proruppe il re. «Presta fede a quanto ti dico e non lo dimenticare: sono il tuo mortale nemico e lo sarò fino al giorno della mia morte. Non ti perdonerò mai di avermi ucciso degli ottimi cavalieri e degli uomini nobilissimi appartenenti al mio stesso sangue. Per di più, hai giaciuto per anni con la regina, che alla fine mi hai rapita con la forza.»<br>«Mio nobilissimo signore e re, dite quello che volete, tanto sapete benissimo che non mi batterò mai con voi» gli rispose Lancillotto. «È vero, vi ho ucciso dei cavalieri, e me ne rammarico molto; ma sono stato costretto a farlo per salvarmi la vita. Avrei forse dovuto lasciarmi uccidere? Quanto a madama la regina, non un solo cavaliere al mondo, salvo la persona di vostra altezza e il mio signore ser Galvano, oserebbe provare sul mio corpo che ella vi ha tradito! E se vi fa piacere di dichiarare che sono legato da molti anni a madama la vostra regina, vi darò soddisfazione dimostrando con il mio braccio contro chiunque, salvo voi e ser Galvano, che ella vi è fedele. Tuttavia, alla sua grazia è piaciuto di tenermi in suo favore e di prediligermi tra tutti gli altri, e del resto io ho ben meritato il suo affetto perché, sire, più di una volta il vostro furore avrebbe permesso che ella fosse condotta al supplizio se io non mi fossi battuto per lei inducendo i suoi nemici a confessare la loro menzogna e facendola così assolvere con onore. E tutte quelle volte, voi mi avete dimostrato amore e gratitudine per averla salvata, e mi avete anche promesso di essere per sempre il mio benevolo signore. Ora, invece, mi sembra che ricompensiate male i miei servigi. Del resto, sire, avrei perso gran parte del mio onore cavalleresco se avessi tollerato che madama, la vostra regina, fosse suppliziata per causa mia. In molte occasioni mi sono battuto per lei in contese che non mi riguardavano; non avrei forse avuto il diritto di farlo allorché ero dalla parte del giusto? Perciò, mio generoso e grazioso signore, concedete la vostra benevolenza alla vostra regina, che è buona e fedele!» (pp. 680-681) *Voi, sire, avete dato ascolto a voci menzognere, e questa è stata la causa della guerra che ci oppone. Mio signore, un tempo avevo meritato la vostra compiacenza per essermi battuto in favore della regina vostra moglie, e sapete bene quante volte ella abbia dovuto patire gravi torti. Ora, mio buon signore, mi sembra che in questa circostanza, più che in tutte quelle che pure avete approvato, io avessi un motivo ben valido per strapparla al rogo, dal momento che ella vi era stata condannata a causa mia. Coloro che vi hanno raccontato le fole che sapete erano per certo mentitori, ma le calunnie sono ricadute sul loro capo poiché, se la potenza di Dio non fosse stata dalla mia parte, come avrei potuto io, disarmato e ignaro, far fronte a quattordici avversari armati e decisi? Infatti ero stato convocato dalla regina per non so quale motivo, e avevo appena varcato la porta della sua camera quando ser Agravano e ser Mordred hanno cominciato a chiamarmi traditore e codardo. ([[Lancillotto]], p. 687) *[...] non mi sono mai battuto a oltranza con un cavaliere senza mostrare misericordia, e che benché mi sia misurato con ottimi guerrieri quali ser Tristano e ser Lamorak, ho sempre reso loro l'onore e il rispetto che meritavano. Dio mi è testimone che non mi sono mai adirato al punto da accanirmi contro i buoni cavalieri che ho visto impegnati a farsi onore, e che sono sempre stato lieto di aiutare un avversario in grado di tenermi testa a piedi o a cavallo. ([[Lancillotto]], p. 688) *Ser Galvano, io amavo ser Gareth più di qualunque mio parente, e piangerò per sempre la sua morte non solo per il grande timore che ho di voi, ma anche per altri motivi che mi amareggiano. Prima di tutto, perché fui io a investirlo cavaliere; poi, perché so che mi amava più di ogni altro; il terzo motivo è che era un uomo nobilissimo, leale, cortese, gentile e di buona indole; il quarto è che appena seppi della sua morte capii che da voi non avrei avuto altro che un'inestinguibile guerra. Per di più, ero certo che avreste fatto in modo che il mio nobile signore Artù mi fosse nemico per sempre. Eppure, che Gesù mi perdoni, non ho ucciso ser Gareth e ser Gaheris di proposito. Ah, perché erano disarmati in quel giorno fatale! ([[Lancillotto]], p. 689) *Se non fosse stato per il papa, io mi sarei battuto con te in singolare tenzone e avrei provato sulla tua persona la tua falsità nei confronti di Artù e miei. E lo farò, una volta che avrai lasciato queste terre, dovunque riuscirò a trovarti! ([[Gawain]], p. 690) *Ahimè, così devo abbandonare il più nobile tra i regni cristiani, quello che ho amato di più e in cui ho acquistato il mio onore! Mi rammarico di esserci venuto, se devo esserne vilmente bandito senza colpa e senza motivo! Ma la fortuna è così incostante, e la sua ruota tanto mobile, che nessuno è certo di potervi riposare durevolmente. Ne sono prova molte antiche leggende, come quelle che narrano del nobile Ettore, e di Troilo, e di Alessandro il potente Conquistatore, e di molti altri che precipitarono in basso dal culmine della loro regalità. Così avviene per me, che ero tenuto in grande onore in questo regno nel quale la Tavola Rotonda crebbe in dignità grazie a me stesso e ai miei più che virtù di chiunque altro. ([[Lancillotto]], p. 690) *Mio signore Artù, nobile sovrano che mi fece cavaliere, il mio affetto per voi è tale che i vostri attacchi mi addolorano profondamente, eppure li ho sopportati con pazienza. Se fossi stato vendicativo, avrei potuto scendere in campo e domare i vostri baldi cavalieri, ma ho pazientato per sei mesi lasciando che voi e ser Galvano faceste quel che volevate. Ora però non posso tollerarlo più e devo difendermi, perché ser Galvano mi ha accusato di tradimento. Sono stato sempre contrario a battermi contro un vostro parente, ma adesso non posso più tirarmi indietro, come la preda quando è messa alle strette. ([[Lancillotto]], p. 697) *[...] ser Galvano aveva ricevuto da un sant'uomo un dono miracoloso che gli aveva permesso di farsi molto onore: ogni giorno dell'anno, dalle nove a mezzogiorno, la sua forza cresceva fino ad arrivare a triplicarsi. Per questo re Artù, che era il solo a saperlo, aveva ordinato che tutte le tenzoni che si fossero svolte alla propria presenza, di qualunque genere e per ogni tipo di lite, avessero inizio alle nove del mattino: in tale modo il partito per il quale si fosse battuto il nipote avrebbe avuto sempre il sopravvento nel corso delle tre ore in cui la forza di Galvano raggiungeva il suo culmine. (p. 698) ====Libro XXI==== *A [[Mordred|ser Mordred]] era stato dunque affidato il governo di tutta l'Inghilterra. Egli allora fece vergare delle false lettere fingendo che provenissero dal continente, in cui era scritto che re Artù era stato ucciso nel corso della guerra contro ser Lancillotto; quindi convocò a parlamento tutti i baroni e si fece eleggere re. L'incoronazione avvenne a Canterbury e fu seguita da festeggiamenti che durarono quindici giorni.<br>Dopo di che, ser Mordred si recò a Winchester e dichiarò apertamente alla regina (che però era moglie del re, allo stesso tempo suo zio e padre) che intendeva sposarla e perparò le nozze fissando il giorno del matrimonio. Ginevera, pur profondamente addolorata, gli rispose con cortesia e finse di sottomettersi al suo volere; tuttavia espresse il desiderio di recarsi a Londra per comprare quanto le sarebbe occorso per gli sponsali. (p. 702) *Riflettete, Inglesi, sulla malvagità che tutto ciò palesava! Artù era il re più nobile e il cavaliere più valoroso del mondo e che più amava e sosteneva gli uomini prodi, eppure quelli Inglesi non gli concedevano la propria stima! Ché tale era l'antico costume di questa terra, e c'è chi dice che non l'abbiamo ancora abbandonato. Ahimè, questo è un grave difetto: nulla ci piace se perdura nel tempo.<br>Così si comportavano gli uomini di allora: amavano di più ser Mordred che il nobile Artù e molti andarono a dire all'usurpatore che sarebbero stati con lui nella buona come nella cattiva sorte. Allora ser Mordred, che aveva sentito dire che Artù sarebbe sbarcato a Dover, vi si portò con grande esercito allo scopo di sconfiggerlo e di scacciarlo dalle sue stesse terre. (pp. 703-704) *«Ahimè, ser Galvano, figlio di mia sorella, con l'uomo che amavo di più al mondo se ne va ogni mia gioia!» si dolse {{NDR|Artù}} quando si fu ripreso. «Ora te lo posso dire, caro nipote, solo in te e in ser Lancillotto riposavano la mia letizia e la mia fiducia. Adesso che ho perduto entrambi, tutto il conforto che avevo sulla terra mi abbandona!»<br>«Ah, caro zio» gli rispose ser Galvano «il mio ultimo giorno è arrivato, e ne devo biasimare la mia impulsività e la mia ostinazione, dato che sono stato ferito sulla vecchia piaga che mi aveva inferto ser Lancillotto. So che morirò prima di mezzogiorno e che a causa del mio orgoglio voi dovrete patire tanta vergogna e sventura. Se il nobile Cavaliere del Lago fosse stato al vostro fianco, come fu e avrebbe dovuto essere ancora, questa guerra sciagurata non sarebbe mai scoppiata, perché solo la sua cavalleria e la nobiltà del suo sangue erano riuscite a tenere soggetti e timorosi i vostri infidi nemici. Ora egli vi mancherà. Ahimè, perché non ho voluto trovare un accordo con lui! [...]» (pp. 704-705) *Io, ser Galvano, cavaliere della Tavola Rotonda, voglio che tutto il mondo sappia che mi sono dato la morte non per colpa tua ma mia. Perciò, ser Lancillotto, ti supplico di tornare nel regno per visitare la mia tomba e per recitare su di essa una preghiera, lunga o breve che sia, per la salvezza della mia anima. Oggi, nello stesso giorno in cui scrivo questa lettera, fui ferito a morte là dove la tua mano mi colpì per prima, e non avrei potuto essere ucciso da un braccio più nobile. ([[Gawain]], p. 705) [[File:Battle Between King Arthur and Sir Mordred - William Hatherell.jpg|thumb|La battaglia tra Artù e Mordred]] *{{NDR|Sulla [[battaglia di Camlann]]}} I messaggeri si recarono da Mordred che si era circondato di un temibile esercito di centomila armati e dovettero pregare a lungo prima di riuscire a fargli accettare in contropartita la Cornovaglia e il Kent fino alla morte di Artù e, dopo, tutta l'Inghilterra. Fu anche concordato che il sovrano e l'usurpatore, ciascuno con un seguito di quattordici cavalieri, si incontrassero in una zona franca tra i due eserciti schierati.<br>Artù fu lieto degli accordi raggiunti, ma prima di recarsi al convegno ordinò ai propri uomini di avanzare fieramente e di uccidere ser Mordred, di cui non ci si poteva fidare in alcun modo, se avessero visto sguainare anche una sola spada. E ser Mordred aveva istruito allo stesso modo il proprio esercito:<br>«Se vedrete balenare anche una sola lama mouvete con coraggio all'attacco e uccidete quanti vi si parano innanzi, perché non mi fido affatto di questa tregua e so bene che mio padre vorrà vendicarsi di me.»<br>L'incontro ebbe dunque luogo come era stato stabilito. Fu portato del vino e ne bevvero insieme, ma una [[vipera]] sbucata da un cespuglio d'edera morse il piede di un cavaliere. Questi, senza darsi pensiero del danno che ne sarebbe derivato, sguainò la spada per ucciderla, e quando i due eserciti videro balenare la lama diedero fiato alle trombe e ai corni e si corsero incontro levando terribili grida.<br>Allora re Artù montò a cavallo e raggiunse prontamente i propri uomini esclamando:<br>«Ahimè, che giorno sventurato!»<br>Ser Mordred si unì ai suoi, ed ebbe inizio la battaglia più funesta che si sia mai vista in terra cristiana: vi furono attacchi impetuosi e galoppare di cavalli, affondi e fendenti, colpi mortali e accenti minacciosi da entrambe le parti. Re Artù non cessava di attraversare le formazioni di ser Mordred compiendo molte prodezze degne di un nobile sovrano senza mai venir meno al proprio ruolo, ma anche ser Mordred non si tirava indietro e più volte mise se stesso in grave pericolo.<br>La battaglia infuriò per tutta la giornata senza risparmio di forze, finché molti nobili cavalieri giacquero immobili sulla fredda terra, e quando cadde la notte il terreno era cosparso dei cadaveri di ben centomila uomini. (pp. 707-708) *{{NDR|Sulla battaglia di Camlann}} Il sovrano impugnò la lancia e si gettò in avanti gridando:<br>«Traditore, è giunto il giorno della tua morte!»<br>Ser Mordred si scagliò a sua volta contro di lui brandendo la spada, ma il re già gli affondava la lancia sotto lo scudo e gliela faceva fuoriuscire dal corpo per più di un braccio. E quando l'usurpatore comprese che non sarebbe potuto sfuggire alla morte, si slanciò con tutte le proprie forze in avanti trafiggendosi fino all'impugnatura dell'asta, poi calò la spada tenuta con entrambe le mani sul proprio padre e lo raggiunse a un lato della testa trapassandogli l'elmo e il crano. Subito dopo si accasciava a terra morto. (p. 709) [[File:The Death of King Arthur by John Garrick.jpg|thumb|La morte di Artù]] *«[...] Il tempo passa in fretta; prendete perciò la mia buona spada Excalibur e portatela alla riva del mare: vi ordino di gettarla nell'acqua e di tornare poi a dirmi cosa avete visto.»<br>«Sire, obbediremo al vostro comando» gli rispose [[ser Bedivere|Bedivere]].<br>Ma sulla strada si mise a osservare con attenzione la nobile arma e le pietre preziose che ricoprivano il pomo e l'elsa.<br>"Se la getto nell'acqua, non ne deriveranno che perdite e danno!" pensò.<br>Perciò la nascose sotto un albero e poi si affrettò a tornare dal re e gli disse di averla gettata in mare.<br>«Cosa hai visto?» gli domandò Artù.<br>«Nient'altro che onde e venti.»<br>«Non è vero» replicò il re. «Ora affrettatevi a ubbidire e, se vi sono caro, non esitate a fare quanto vi ho detto.»<br>Allora ser Bedivere tornò a prendere la spada, ma pensando ancora che fosse un peccato e una vergogna gettare via un'arma tanto nobile, la nascose di nuovo, poi raggiunse il re.<br>«Cosa avete visto?» gli domandò per la seconda volta il sovrano.<br>«Nient'altro che flutti e ondate nere.»<br>«Ah, mi hai ingannato ancora, sleale e traditore!» propruppe Artù. «La tua fama di nobile cavaliere e l'amore che ti ho sempre portato non mi avrebbero mai fatto pensare che mi avresti tradito per il valore di una spada! Ora sbrigati: le tue esitazioni stanno mettendo a grave rischio la mia vita. Se non eseguirai adesso i miei ordini ti ucciderò con le mie stesse mani ovunque potrò incontrarti.»<br>Così ser Bedivere tornò là dove aveva nascosto la spada, la raccolse con cautela e si avvicinò alla riva. Poi avvolse la cintura intorno all'elsa e la scagliò più lontano che poté. Allora vide un braccio e una mano sorgere dall'acqua, afferrarla stretta, brandirla tre volte e poi inabissarsi con l'arma.<br>Quando ser Bedivere, tornato vicino al re, gli raccontò quello che aveva visto, il sovrano esclamò:<br>«Ahimè, aiutatemi ad andare via, temo di avere aspettato già troppo.»<br>Il cavaliere se lo caricò sulle spalle e andò verso la riva del mare. Vi erano appena arrivati che una piccola chiatta piena di belle dame prese terra accanto a loro. Tra di esse si trovava una regina, e tutte portavano cappucci neri e gridavano e piangevano alla vista di re Artù.<br>«Fatemi salire a bordo» disse il re.<br>Ser Bedivere eseguì con delicatezza il comando, e tre dame accolserò Artù tra alti lamenti e lo misero a sedere con la testa appoggiata sul grembo di una di loro.<br>«Ah, mio caro fratello!» disse allora la regina. «Perché vi siete trattenuto tanto a lungo lontano da me? La ferita che avete al capo ha preso fin troppo freddo!»<br>Poi le dame si misero ai remi e allontanarono l'imbarcazione dalla terra. E quando se Bedivere le vide prendere il largo, gridò:<br>«Ah, mio signore Artù, cosa sarà di me ora che mi lasciate tra i miei nemici?»<br>«Confortatevi e fate del vostro meglio: su di me non potrete più fare alcun affidamento» gli rispose il sovrano. «Devo andare nell'isola di Avalon per curare la mia grave ferita, e se non sentirete mai più parlare di me, pregate per la mia anima.»<br>Intanto la regina e le dame piangevano e gridavano da fare pietà. Quando ser Bedivere ebbe perso di vista la chiatta, scoppiò anch'egli in pianti e in lamenti, poi si diresse verso la foresta e camminò per tutta la notte. (pp. 710-712) *Di Artù non ho trovato nient'altro nei libri autorizzati, né ho letto con maggiore certezza della sua morte se non che fu portato via in una nave con tre regine, una delle quali era sua sorella [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana la Fata]], l'altra la regina del Galles del Nord e la terza quella delle Terre Desolate. Non conosco altra testimonianza che quella dell'eremita che un tempo era stato arcivescovo di Canterbury e che riferì che le dame avevano portato da lui un corpo perché lo seppellisse. Tuttavia egli non sapeva con certezza se si trattasse davvero del cadavere di artù, perché questa storia la fece mettere per iscritto ser Bedivere, cavaliere della Tavola Rotonda. (pp. 712-713) *In varie parti d'Inghilterra si crede che re Artù non sia morto e che, per volontà di Nostro Signore Gesù, viva in un altro luogo da dove tornerà per conquistare la Santa Croce. Io però non mi sento di affermarlo, e preferisco dire che in questo mondo egli lasciò la sua vita. Molti sostengono anche che sulla sua tomba siano scritte queste parole:<br><div class="center">{{maiuscoletto|Hic iacet Arthurus Rex quondam rexque futurus}}</div> (p. 713) *{{NDR|Su [[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]]}} Quando seppe della morte del re e di tutti i nobili cavalieri compreso ser Mordred, ella riparò in gran segreto con cinque dame ad Almesbury dove si fece monaca indossando la veste bianca e nera, e vivendo in penitenza come se fosse stata la più grande peccatrice di questa terra. Da allora nessuna creatura riuscì più a renderla felice, e visse tra digiuni, preghiere e opere di carità al punto che tutti si stupirono della purezza dei sui nuovi costumi. Con il tempo, come era da aspettarsi, divenne anche badessa e governatrice del monastero. (p. 713) *La guerra che ha portato alla morte i più nobili cavalieri del mondo è divampata a causa mia e di quest'uomo, e l'amore che ci legava ha causato la rovina del sovrano più onorato della terra. Lancillotto [...] ho assunto questo stato per salvare la mia anima e, con la grazia di Dio e per le piaghe della Sua Passione, confido che dopo la mia morte potrò contemplare il volto benedetto di Gesù Cristo e sedere alla Sua destra nel giorno del Giudizio, poiché in cielo vi sono dei santi che furono peccatori in terra. Perciò, ser Lancillotto, vi supplico di cuore per l'amore che ci fu tra noi di non posare mai più lo sguardo su di me. Vi comando anche, in nome di Dio, che lasciate la mia compagnia e torniate nel vostro regno per preservarlo da guerre e distruzioni. Così come vi ho amato fino ad ora, il mio cuore non mi permetterà più di incontrarvi dopo che a causa vostra e mia è stato annientato il fuore dei re e dei cavalieri. Rientrate dunque nelle vostre terre e prendete moglie per vivere con lei in gioia e letizia. L'unica supplica che il mio cuore vi rivolge è che invochiate il Signore Eterno perché mi conceda di fare ammenda dei miei peccati. ([[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], p. 716) *«[...] Nella ricerca del Sangrail avrei abbandonato le vanità mondane se non fosse stato per l'amore che vi portavo, e se allora lo avessi fatto con tutto il mio cuore, la volontà e il pensiero, avrei superato ogni altro cavaliere a eccezione di ser Galahad mio figlio. Se voi vi siete votata alla perfezione, è giusto che lo faccia anch'io perché, mi sia testimone Iddio, solo in voi ho avuto la mia gioia terrena. Se il vostro cuore fosse stato diversamente disposto, vi avrei portata con me nel mio regno. Ma poiché tale è la vostra volontà, vi giuro che se troverò un eremita che voglia accogliermi, a qualunque ordine appartenga, farò penitenza e pregherò fino al termine della mia vita. Ora, madama, vi prego di baciarmi un'ultima volta.»<br>«Non lo farò mai» si schermì la regina «e astenetevi anche voi da tali atti.» (pp. 716-717) *Supplico Dio Onnipotente che non mi sia mai più possibile vedere ser Lancillotto con i miei occhi mortali. ([[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], p. 719) *Quando riporto alla mente la bellezza e la nobiltà della regina e del suo re e li vedo ora giacere insieme, il mio cuore non può sostenere il mio corpo afflitto. Quando poi rifletto che per mia colpa, orgoglio e superbia sono entrambi periti, essi che non avevano pari tra le genti cristiane, il ricordo della loro cortesia e della mia gratitudine mi fa mancare il cuore al punto di non potermi reggere in piedi. ([[Lancillotto]], p. 720) *Ah, Lancillotto [...] guida di tutti i cavalieri cristiani, impareggiabile tra i valorosi, ora giaci qui. Eri il più cortese cavaliere che abbia mai portato lo scudo, l'amico più sincero nei confronti di chi ti amava tra quanti hanno mai cavalcato, il più fedele amante tra i peccatori che abbiano mai amato una donna, l'uomo più gentile che abbia mai brandito una spada. La tua bella persona primeggiava sempre tra una folla di cavalieri, e tu eri l'uomo più mansueto e più onorato tra quanti mai si siano intrattenuti a banchetto con le dame. Ma eri anche l'avversario più inflessibile per un nemico mortale che abbia mai posto la lancia in resta. (Hector de Maris, p. 722) ===Explicit=== ====Originale==== Here is the end of the booke book of kyng Arthur & of his noble knyghtes of the rounde table | that whan they were hole togyders there was ever an C and xl | and here is the ende of the deth of Arthur | I praye you all Ientyl men and Ientyl wymmen that redeth this book of Arthur and his knyghtes from the begynnyng to the endyng | praye for me whyle I am on lyve that god sende me good delyveraunce | & whan I am deed I praye you all praye for my soule | for this book was ended the ix yere of the reygne of kyng edward the fourth | by syr Thomas Maleore knyght as Ihesu helpe hym from hys grete myght | as he is servaunt of Ihesu bothe day and nyght |<br>{{NDR|Thomas Malory, ''[https://archive.org/details/lemortedarthuror00malouoft/page/860/mode/2up Le Morte d'Arthur. The original edition of William Caxton now reprinted and edited with an introduction and glossary]'', a cura di H. Oskar Sommer, Londra, David Nutt, 1889}} ====Traduzione==== ''Qui finisce il libro di re Artù e dei suoi nobili cavalieri della Tavola Rotonda, che nel loro insieme raggiungevano il numero di centocinquanta. E questa è anche la fine de'' La morte di Artù. '' Gentiluomini e gentildonne che avete letto il libro di Artù e dei suoi cavalieri dall'inizio alla fine, vi supplico di pregare finché sono in vita perché Dio mi mandi una buona liberazione. Quando poi sarò morto, vi chiedo di pregare tutti per la mia anima. Quest'opera fu terminata nel nono anno di [[Edoardo IV d'Inghilterra|re Edoardo IV]] dal cavaliere sir Thomas Malory che Gesù aiuti con la Sua grande potenza, poiché è servo di Cristo di giorno come di notte.''<br>{{NDR|Thomas Malory, ''Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri'', volume secondo, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Milano, Oscar Classici Mondadori, 1985. ISBN 88-04-41154-6}} ==Citazioni su Thomas Malory== *Malory fu in realtà il primo scrittore su commissione [...]. Quando [[William Caxton|Caxton]] costruì la sua pressa da stampa, chiese al povero vecchio Malory di scrivere qualcosa, ed egli acconsentì mettendo insieme tutte le storie che conosceva: tutte le storie tramandate dalla tradizione orale. Poi, a poco a poco, con la proliferazione dei libri, la gente dimenticò quelle storie o non si curò di ricordarle. Così, i racconti che Malory ambientò nel XII secolo descrivevano eventi accaduti molto tempo prima [...]. E, come accade per tutti i miti, essi assunsero le tinte dell'epoca in cui vennero scritti. Gli ''Idilli del re'' di [[Alfred Tennyson|Tennyson]], per esempio, oppure le opere di [[Edward Burne-Jones|Burne-Jones]] e dei Preraffaelliti, descrissero e dipinsero le leggende arturiane del XII secolo secondo la sensibilità della propria epoca. Finendo così per rivelare più cose sull'età vittoriana che sulla leggenda stessa. ([[John Boorman]]) *Sì, possiamo immaginarci sir Thomas Malory come un adorabile primitivo, un innamorato di cose nobili e belle e grandi, finché non sappiamo, in base alle moderne ricerche che l'hanno identificato con un personaggio della parrocchia di Monks Kirby nella contea di Warwick, figura più di bandito che di {{sic|compíto}} gentiluomo, che per via delle sue violenze e rapine fu spesso in prigione, e in prigione scrisse appunto le sue storie di cavalleria. ([[Mario Praz]]) ==Bibliografia== *Thomas Malory, ''[https://archive.org/details/lemortedarthuror00malouoft/page/34/mode/2up Le Morte d'Arthur. The original edition of William Caxton now reprinted and edited with an introduction and glossary]'', a cura di H. Oskar Sommer, Londra, David Nutt, 1889. *Thomas Malory, ''Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri'', due volumi, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Milano, Oscar Classici Mondadori, 1985. ISBN 88-04-41154-6 ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{DEFAULTSORT:Malory, Thomas}} [[Categoria:Scrittori britannici]] 6eh12kypy209tazgd4uf8teqzy0uona 1420657 1420656 2026-07-16T19:55:23Z Skekzilla 17056 /* Libro IV */ 1420657 wikitext text/x-wiki Sir '''Thomas Malory''', o '''Maillorie''', '''Mallory''', '''Maleore''' (1409 – 1471), scrittore inglese. ==''La morte di Artù''== ===Incipit=== [[File:Morte Darthur incipit (cropped).jpg|thumb|Incipit dell'edizione del 1485 stampata da [[William Caxton]]]] ====Originale==== Hit befel in the dayes of Uther pendragon when he was kynge of all Englond | and so regned that there was a myȝty duke in Cornewaill that helde warre ageynst hym long tyme | And the duke was called the duke of Tyntagil | and so by meanes kynge Uther send for this duk | chargyng hym to brynge his wyf with hym | for she was called a fair lady | and a passynge wyfe | and her name was called Igrayne | So whan the duke and his wyf were comyn unto the kynge by the meanes of grete lordes they were accorded bothe | the kynge lyked and loved this lady wel | and he made them grete chere out of mesure | and desyred to have lyen by her | But she was a passyng good woman | and wold not assente unto the kynge | And thenne she told the duke her husband and said I suppose that we were sente for that I shold be dishonoured Wherfor husband I counceille yow that we departe from hens sodenly that we maye ryde all nyghte unto oure owne castell<br>{{NDR|Thomas Malory, ''[https://archive.org/details/lemortedarthuror00malouoft/page/34/mode/2up Le Morte d'Arthur. The original edition of William Caxton now reprinted and edited with an introduction and glossary]'', a cura di H. Oskar Sommer, Londra, David Nutt, 1889}} ====Traduzione==== Al tempo in cui [[Uther Pendragon]] governava su tutta l'Inghilterra, vi era in Cornovaglia un potente duca, signore di Tintagel, che gli faceva guerra da molti anni. Attraverso degli emissari, un giorno il re lo convocò ordinandogli di portare con sé anche la moglie, che aveva nome [[Igraine]] e fama di essere molto assennata. Quando il duca arrivò alla presenza del sovrano, per intercessione dei più nobili baroni si riconciliò con lui, ma il re si innamorò di sua moglie, la festeggiò oltre misura e desiderò di giacere con lei. Igraine, che era una donna onesta e leale, non solo non vi consentì, ma anzi disse al marito:<br>«Credo che siamo stati chiamati qui perché io vi perdessi il mio onore. Vi consiglio quindi di andare via senza indugio e di raggiungere questa notte stessa il nostro castello.»<br>{{NDR|Thomas Malory, ''Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri'', volume primo, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Milano, Oscar Classici Mondadori, 1985. ISBN 88-04-41154-6}} ===Citazioni=== ====Libro I==== [[File:Story of Merlin - Arthur's conception.png|thumb|Il concepimento di Artù]] *«Ecco cosa voglio, sire» disse allora Merlino. «La prima notte che trascorrerete con Igraine concepirete in lei un figlio che mi farete consegnare appena sarà venuto alla luce. Io lo alleverò dove più mi piacerà, affinché a voi derivi onore e al bambino i vantaggi che gli spettano.»<br>«Sarà fatto come volete» accondiscese il re.<br>«Ora preparatevi» aggiunse Merlino. «Questa notte stessa vi coricherete al fianco di Igraine nel castello di Tintagel, e avrete le sembianze di suo marito; Ulfius assumerà l'aspetto di ser Brastias e io quello di ser Jordans, due cavalieri del duca. Ma badate di non rivolgere domande né a lei né ai suoi uomini; dite che non vi sentite bene, affrettatevi ad andare a letto, e domani mattina non vi alzate prima del mio arrivo. Il castello non è che a dieci miglia da qui.»<br>Fu dunque fatto come era stato deciso. Ma poiché il duca aveva visto il re lasciare l'assedio di Terrabil, quella stessa notte uscì dal castello attraverso una postierla per attaccare l'esercito regale e rimase ucciso nella sortita prima ancora che il sovrano fosse arrivato a Tintagel. Così re Uther giacque con Igraine più di tre ore dopo la morte del duca e, in quella notte, concepì Artù. Allo spuntare del giorno, dopo che Merlino fu arrivato per dirgli di prepararsi, egli baciò la dama e partì in gran fretta. E quando Igraine sentì dire che, secondo tutte le testimonianze, il marito era morto prima dell'arrivo di Uther, si chiese con grande stupore chi potesse essere l'uomo che si era coricato con lei nelle sembianze del suo signore e ne pianse segretamente senza farne parola ad alcuno. (p. 7) *Non passò molto, quindi, che un mattino Uther e Igraine si sposarono tra la gioia e il tripudio generale, e, per volere del re, nella stessa occasione re Lot di Lothian e di Orkney sposò Morgawse, che sarebbe stata la madre di [[Gawain|Galvano]], e re Nentres della terra di Garlot sposò Elaine. La terza sorella, [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana la Fata]], fu invece messa a studiare in un convento dove divenne molto dotta in negromanzia. In seguito sarebbe stata maritata a re [[Urien|Uriens]] della terra di Gore, padre di [[Ywain|ser Ivano il Biancamano]]. (p. 8) *E quando i mattutini e la prima messa ebbero termine, nel camposanto dietro l'altare maggiore fu vista una grande roccia quadrangolare simile a un blocco di marmo, che sorreggeva nel mezzo una sorta di incudine d'acciaio alta un piede in cui era infitta una bella spada. Intorno all'arma una scritta in lettere d'oro diceva:<br><div class="center">{{maiuscoletto|Colui che estrarrà questa spada dalla roccia e dall'incudine è il legittimo re di tutta l'inghilterra.}} (p. 10) [[File:An island story; a child's history of England (1906) (14801002423).jpg|thumb|Artù estrae la spada dalla roccia]] *Il giorno di Capodanno, terminata la messa, i baroni cavalcarono al campo, alcuni per giostrare, altri per torneare. Tra di essi vi era anche ser Ector accompagnato dal figlio ser Kay e dal giovane [[Re Artù|Artù]], fratello di latte di quest'ultimo. Ser Kay, che era stato fatto cavaliere nel giorno di Ognissanti, accortosi quando era già in cammino di avere dimenticato la spada nell'alloggio del padre, pregò Artù di andargliela a prendere.<br>«Volentieri» rispose il giovane allontanandosi in fretta. Giunto a casa, scoprì però che la dama e tutti gli altri erano usciti per assistere alle giostre. Ne fu addolorato, ma poi si disse:<br>"Andrò al camposanto a prendere la spada che è infitta nella roccia. Mio fratello non deve rimanere senza un'arma in una giornata come questa."<br>Si diresse quindi verso il camposanto; scese di sella, legò il cavallo a un montante e si avvicinò alla tenda che nascondeva la roccia. Non trovandovi i cavalieri che vi erano stati lasciati di guardia e che infatti erano andati alle giostre, afferrò l'impugnatura della spada e la estrasse con un strappo deciso, ma senza sforzo. Poi riprese il cavallo e raggiunse ser Kay per consegnargliela. Appena il fratello la vide, la riconobbe subito. Allora si avvicinò al padre egli disse:<br>«Signore, ecco la spada della roccia. Dunque devo essere io il re di questa terra.»<br>Ser Ector osservò l'arma; quindi tornò indietro con i due giovani, smontò da cavallo, entrò nella chiesa e ordinò a ser Kay di ripetergli con precisione come l'avesse presa faccendolo giurare sul Libro Sacro.<br>«Me l'ha portata mio fratello Artù, signore» disse allora ser Kay.<br>«E tu, come l'hai avuta?» chiese ser Ector ad Artù.<br>«Ecco, signore, quando sono tornato a casa a prendere la spada di ser Kay, non ho trovato nessuno che me la potesse dare; allora, pensando che mio fratello non dovesse rimanere disarmato, sono venuto qui e ho estratto l'arma dalla roccia senza alcuna fatica.» (pp. 11-12) *Ser Ector e ser Kay si inginocchiarono a terra.<br>«Ahimè, perché vi inginocchiate davanti a me, voi che siete mio padre e mio fratello?» chiese loro Artù.<br>«No, mio signore, non è così. Io non sono vostro padre e non sono nemmeno del vostro stesso sangue. Vedo che discendete da un lignaggio ben più nobile di quanto credessi.»<br>Egli gli raccontò come gli fosse stato affidato, perché lo allevasse, dallo stesso Merlino. Nel sentire che ser Ector non era suo padre, il giovane provò un profondo dolore, ma il cavaliere continuò:<br>«Quando sarete re, vorrete essere il mio buono e grazioso signore?»<br>«In caso contrario sarei da biasimare» fu la risposta di Artù. «Siete l'uomo a cui devo di più insieme alla mia buona signora e madre, vostra moglie, che mi ha nutrito e allevato come figlio suo. Se Dio vorrà ch'io sia re come voi dite, potrete chiedermi tutto quello che sarà in mio potere di concedervi, e io non vi mancherò!» (pp. 12-13) *«Per quale motivo quel ragazzo è divenuto vostro re?»<br>«Signori, è figlio legittimo di Uther Pendragon e di Igraine, moglie del duca di Tintagel» rispose loro Merlino.<br>«Allora è bastardo!» esclamarono tutti.<br>«No; Artù fu concepito più di tre ore dopo la morte del duca, e tredici giorni più tardi re Uther sposò Igraine. È quindi provato che non è bastardo, e chi lo afferma sappia che Artù sarà re e avrà ragione di tutti i suoi nemici, e che, prima di morire, avrà regnato a lungo su tutta l'Inghilterra e avrà condotto sotto il proprio comando Galles, l'Irlanda, la Scozia e molti altri regni.» (p. 15) *Dovremmo forse accettare che un interprete di [[Sogno|sogni]] ci esorti alla viltà? ([[Lot (ciclo arturiano)|Lot]], p. 16) *Ecco allora giungere in campo [[Ban di Benoic|re Ban]], fiero come un leone e con le insegne a bande verdi in campo d'oro.<br>«Ahimè, ora temo davvero che saremo sconfitti!» esclamò re Lot vedendolo. «Quello è il cavaliere più valoroso del mondo e anche l'uomo più rinnomato. Moriremo o saremo costretti a ritirarci, ma se dovremo farlo sarà bene che impieghiamo valore e saggezza, perché altrimenti perderemo ugualmente la vita!» (p. 26) *[...] è preferibile uccidere un vile piuttosto che, a causa di un codardo, perdere tutti la vita. ([[Lot (ciclo arturiano)|Lot]], p. 28) *«Siete un uomo straordinario!» esclamò allora Artù.<br>«Però mi stupisce molto sentirvi dire che morirò in battaglia.»<br>«Non ve ne meravigliate, è la volontà di Dio che il vostro corpo sia punito per le vostre azioni impure. Io invece dovrei essere triste, perché morirò di una morte vergognosa, sotterrato ancora vivo. Almeno la vostra sarà una fine onorevole.» ([[Re Artù]] e [[Mago Merlino]], p. 34) *Merlino è a conoscenza, come del resto voi, ser Ulfius, di come re Uther venne da me nel castello di Tintagel con le sembianze di mio marito che era morto tre ore prima, e di come quella stessa notte mi fece concepire un figlio. Tredici giorni dopo egli mi sposò, e allorché il bambino nacque ordinò che fosse affidato a Merlino e allevato da lui. Da allora io non lo vidi mai più; né seppi quale nome gli era stato dato. ([[Igraine]], p. 35) *«Ora siete in mio potere, e sono libero di decidere se uccidervi o risparmiarvi la vita. Ma se non vi darete per vinto sarò costretto a mettervi a morte» gli disse lo sconosciuto.<br>«Quando vorrà venire, la morte sia la benvenuta! Del resto, preferisco morire che disonorarmi arrendendomi a te» esclamò Artù balzandogli addosso. ([[Pellinore]] e [[Re Artù]], p. 39) *«Ahimè, Merlino, lo avete ucciso!» gli disse Artù. «Era il cavaliere più nobile del mondo, ed io preferirei essere privato delle mie terre piuttosto che saperlo morto.»<br>«Non ve ne date pensiero, è più sano di voi» gli rispose Merlino. «È solo addormentato, ma si risveglierà fra tre ore. Vi avevo detto che era un cavaliere forte e coraggioso, e vi avrebbe ucciso se io non fossi intervenuto. Ma da ora in poi egli vi renderà ottimi servigi; il suo nome è [[Pellinore|Pellinor]], e un giorno avrà due figli di valore impareggiabile che si chiameranno [[Parsifal|Percival]] e [[Lamorak|Lamorak il Gallese]]. E sarà ancora Pellinor a rivelarvi il nome del figlio che avete concepito in vostra sorella e che sarà la rovina del regno.» (p. 40) [[File:Boys King Arthur - N. C. Wyeth - p16.jpg|thumb|Artù riceve Excalibur]] *Proseguirono il cammino finché si trovarono sulla riva di un lago vasto e ameno, dal quale videro emergere un braccio rivestito di sciamito bianco: esso terminava in una mano che stringeva una magnifica spada.<br>«È quella l'arma di cui vi parlavo» disse Merlino ad Artù. E poiché in quel momento una donna passava sul lago, il re chiese chi fosse.<br>«È la [[Dama del Lago]]; sul fondo di questo specchio d'acqua si trova una caverna che ha l'interno decorato con tale ricchezza da renderlo la residenza più piacevole del mondo» gli spiegò Merlino. «Ora la dama si avvicinerà; allora voi dovrete pregarla cortesemente di darvi la spada.»<br>Infatti la dama si diresse verso Artù e lo salutò, e il re, dopo aver ricambiato il saluto, le chiese:<br>«Di chi è la spada che quel braccio tiene alta sull'acqua? Io sono senza armi, e vorrei che fosse mia.»<br>«Essa mi appartiene» gli rispose la dama «ma se mi concederete un dono allorquando ve lo chiederò, sarà vostra.»<br>«Ve lo accorderò, sulla mia parola» le promise Artù.<br>«Allora montate sulla barchetta che vedete laggiù, raggiungete a remi la spada e prendetela insieme al suo fodero. Io reclamerò il mio dono quando lo riterrò opportuno».<br>Artù e Merlino smontarono di sella e legarono i cavalli a due alberi. Poi salirono sulla piccola imbarcazione e, quando ebbero raggiunto la mano e la spada, il re ne afferrò l'impugnatura e la trattenne, mentre mano e braccio scomparivano sott'acqua. (pp. 40-41) *«Vi piace più l'arma o il fodero?» gli chiese Merlino.<br>«Preferisco la spada.»<br>«Non siete molto saggio, perché il fodero vale dieci volte di più! Finché lo avrete al fianco, esso impedirà alle vostre ferite di sanguinare, per quanto gravi possano essere. Quindi badate a non abbandonarlo mai.» (p. 41) *Poi re Artù fece cercare, sotto pena di morte, tutti i bambini che erano nati il primo di maggio concepiti da baroni e da dame, perché Merlino gli aveva detto che proprio in quella data aveva visto la luce di colui che lo avrebbe ucciso. Tra i numerosi figli di signori scovati e mandati a corte, si trovava anche [[Mordred]], il figlio della moglie di re Lot.<br>I fanciulli vennero messi su una nave che fu lasciata alla deriva sul mare, ma il caso volle che essa naufragasse ai piedi di un castello e che tutti i bambini morissero salvo proprio Mordred che ne era stato scagliato fuori e che fu ritrovato da un buon uomo che lo allevò. Quando poi il fanciullo ebbe compiuto i quattordici anni, fu mandato a corte, come narreremo verso la fine del libro della Morte di Artù. Ora diremo che i baroni del regno furono molto addolorati per la morte dei loro figli e ne incolparono più Merlino che Artù, ma poi rimasero in pace sia per timore sia per lealtà nei confronti del sovrano. (p. 43) ====Libro II==== [[File:The Death of Balin and Balan.png|thumb|La morte di Balin e Balan]] *«Ah, bella damigella, dignità, virtù e valore non sono riposti solo nell'[[abbigliamento]]!» esclamò [[Sir Balin|Balin]]. «La virilità e l'onore sono celati nella persona, e vi sono molti insigni cavalieri ignoti a tutti, a riprova che il pregio e l'ardimento non hanno alcun rapporto con le vesti che indossano.» (p. 46) *Non pochi pensano di fare scorno a un [[avversario]], e poi scoprono che il loro intento si è ritorto a loro danno. ([[Sir Balin]], p. 50) *Badate, sire, di conservare con cura il fodero di Excalibur e ricordate che finché l'avrete con voi le vostre ferite, per quanto gravi, non sanguineranno. ([[Mago Merlino]], p. 57) *Rimasto disarmato, {{NDR|[[Sir Balin]]}} si precipitò allora alla ricerca di un'altra arma entrando prima in una stanza poi un'altra e in un'altra ancora, senza riuscire a trovare nulla e sempre incalzato dappresso da [[Re Pescatore|re Pellam]]. Infine varcò la porta di una camera meravigliosamente decorata e vide che vi si trovava un uomo disteso su un letto coperto dai più splendidi drappi d'oro che si possano immaginare. Vicino al letto, su un tavolo d'oro puro sorretto da quattro zampe d'argento, era posata una lancia di singolare fattura. Balin la afferrò, si volse a fronteggiare Pellam e lo colpì con forza, facendolo cadere in terra privo di sensi. Allora il tetto e le mura del castello crollarono e anche Balin fu gettato al suolo, dove rimase senza potersi muovere. [...] Da allora re Pellam rimase infermo per molti anni, e guarì solo quando fu curato da [[Galahad]], il nobile principe, nel corso della ricerca del [[Graal|Sangrail]] – il bacile che conteneva il sangue di Nostro Signore Gesù Cristo portato in Inghilterra da Giuseppe d'Arimatea, cui un tempo era appartenuto anche lo splendido letto. La [[Lancia di Longino|lancia]] che aveva inferto il [[Colpo Doloroso]] era la stessa con cui Longino aveva ferito Nostro Signore al cuore, e poiché re Pellam era affine alla stirpe di Giuseppe e l'uomo più degno di quei tempi, la sua infermità provocò dolore, lutti e pene. (pp. 61-62) *«Fratello, mi hai ucciso e io ho ucciso te. Il mondo intero parlerà di noi» disse poi Balin quando si fu ripreso.<br>«Perché mai non ti ho riconosciuto!» si lamentò Balan. «Avevo notato le due spade, ma dato che portavi uno scudo non tuo ti avevo creduto un altro.»<br>«È colpa di uno sciagurato cavaliere che facendomelo cambiare ci ha dato la morte. Se potessi sopravvivere distruggerei il castello per i malvagi costumi che alberga.»<br>«E sarebbe ben fatto!» approvò Balan. «Da quando vi arrivai non ebbi più la possibilità di ripartirne perché uccisi il cavaliere che era a guardia dell'isola. Lo stesso accadrà anche a te, fratello. Avresti dovuto uccidermi, come del resto hai fatto, ma poi metterti in salvo con la fuga.»<br>In quel mentre sopraggiungeva la signora del castello con quattro cavalieri, sei dame e sei servitori, e sentì le pietose parole che si scambiavano i fratelli.<br>«Uscimmo entrambi da un medesimo sacello, il ventre di nostra madre, e giaceremo insieme in una stessa fossa» dicevano. (p. 66) *Il mattino successivo comparve Merlino e fece incidere in lettere d'oro sulla tomba dei fratelli una scritta che diceva:<br><div class="center">{{maiuscoletto|Qui giace Balin il Selvaggio, che era il cavaliere dalle due spade che inferse il Colpo Doloroso.}}</div><br>Poi, presa la spada di Balin e sostituitone il pomo con un altro, ordinò a un cavaliere di brandirla, ma quello non vi riuscì nonostante i ripetuti sforzi. Allora Merlino scoppiò a ridere.<br>«Perché ridete?» gli chiese il cavaliere.<br>«Solo i campioni migliori del mondo potranno maneggiare questa spada, cioè [[Lancillotto]] e suo figlio Galahad. E con quest'arma Lancilotto ucciderà ser Galvano, il nipote di re Artù» gli rispose Merlino, che fece incidere la profezia sul pomo della spada.<br>Poi operò perché un ponte di ferro e di acciaio collegasse l'isola con la terraferma, e lo fece largo solo mezzo piede perché soltanto l'uomo più eccellente e mondo da malizia e villania potesse avere l'ardire di attraversarlo. Inoltre lasciò sull'isola il fodero della spada di Balin perché Galahad potesse trovarlo, e fece sì che per magia la spada restasse infissa in un blocco di marmo grande come la mola di un mulino, che galleggiò per molti anni nella corrente di un fiume fin sotto le mura di Camelot. Un giorno di Pentecoste Galahad, il nobile principe, che aveva già trovato il fodero, avrebbe estratto la spada così come è narrato nel libro del Sangrail. (p. 67) ====Libro III==== *Che un re tanto illustre per nobiltà e valore voglia prendere in moglie [[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]] è la notizia più bella che abbia mai ricevuto [...]. Gli offrirei volentieri anche le mie terre se pensassi di poterlo compiacere, ma ne ha già tante e sono certo che non ne ha bisogno. Gli farò quindi un dono che gradirà molto di più, perché gli consegnerò la [[Tavola Rotonda]] che mi fu data da Uther Pendragon. Essa può ospitare un massimo di centocinquanta cavalieri; cento li ho io stesso, ma gli altri mi sono stati uccisi. ([[Leodegrance]], p. 69) *«Ma perché vi sono due seggi vuoti alla Tavola Rotonda?» chiese poi Artù a Merlino.<br>«Sire, sono destinati a uomini degni del più alto onore, e sul [[Seggio Periglioso]] siederà solo un cavaliere senza pari. Chiunque altro sarà tanto ardito da tentare di prendervi posto, sarà annientato.» (p. 72) *Devi concedere [[misericordia]] a coloro che t'implorano, perché un [[cavaliere]] spietato è un cavaliere senza onore. ([[Gaheris]], p. 76) *Così, portate a termine le tre ricerche affidate a ser Galvano, a ser Tor e a re Pellinor, re Artù confermò la nomina di tutti i cavalieri, assegnò terre a quelli che non avevano e impose loro di non commettere mai oltraggi o omicidi, di rifuggire sempre dal tradimento, di non comportarsi mai con efferatezza, ma di concedere grazia a chi la implorasse, sotto sanzione di perdere per sempre l'onore e la sua protezione. Inoltre il re ingiunse loro, pena di morte, di soccorrere sempre le dame, le damigelle e le gentildonne e di non ingaggiare combattimenti in contese ingiuste per amore o per beni mondani. Tutti i [[cavalieri della Tavola Rotonda]] giurarono in tal senso, i giovani come i vecchi, e ogni anno rinnovavano il giuramento in occasione della festa solenne della Pentecoste. (p. 87) ====Libro IV==== [[File:The Beguiling of Merlin by Edward Burne-Jones.jpg|thumb|Merlino e la Dama del Lago]] *Non passò molto che la [[Dama del Lago|Damigella del Lago]] partì e Merlino la seguì tentando più volte di farla sua con le proprie arti sottili, ma poi Nimue gli fece giurare di non fare mai più uso con lei dei suoi incantesimi, perché altrimenti non l'avrebbe mai avuta. [...] Poi Merlino e la damigella ripartirono per la Cornovaglia, e nel corso del viaggio egli le insegnò molti altri prodigi. Ma poiché le stava sempre intorno per cogliere la sua verginità, Nimue lo prese a noia e pensò di liberarsene; tuttavia non sapeva come fare anche perché ne aveva paura, dato che Merlino era figlio di un diavolo.<br>Ora, avvenne che un giorno Merlino le facesse vedere una caverna meravigliosa che si sprofondava sotto una grande pietra che la damigella, mettendo in opera le arti che aveva apprese, lo inducesse ad entrarvi per mostrarle i prodigi che essa nascondeva. Poi fece in modo che egli non ne uscisse mai più di quante arti magiche mettesse in opera, e si allontanò lasciandolo prigioniero. (pp. 88-89) *Ahimè, da quando sono stato incoronato non ho avuto un solo mese di riposo! ([[Re Artù]], p. 90) *{{NDR|Su [[Sir Tor]]}} Parla poco e agisce molto di più, e non conosco nessuno qui a corte che sia di nascita più nobile, o che gli sia pari in valore e in possanza. ([[Re Artù]], p. 94) *[...] poiché [[Baudemago|ser Bagdemagus]] si era adirato perché a ser Tor era stata data la precedenza, si allontanò all'istante dalla corte e, in compagnia del suo scudiero, si inoltrò in una foresta. Dopo molte avventure gli capitò di arrivare davanti alla caverna in cui la Damigella del Lago aveva imprigionato Merlino. Udendolo lamentarsi pietosamente, il cavaliere decise di cercare di aiutarlo e si sforzò di sollevare la pietra che chiudeva l'antro, ma essa era tanto pesante che non vi sarebbero riusciti nemmeno cento uomini.<br>Intanto Merlino, che si era accorto della sua presenza, gli diceva di desistere perché si affaticava invano: egli non avrebbe potuto essere soccorso se non da colei che lo aveva rinchiuso. Allora Bagdemagus si allontanò e, attraverso molte altre avventure che incontrò per via, si dimostrò un eccellente cavaliere, così che quando tornò a corte fu eletto compagno della [[Tavola Rotonda]]. (p. 94) *[...] mi sono impegnato a battermi ad oltranza e preferisco morire con onore piuttosto che vivere nella vergogna. Se mi fosse possibile perdere la vita cento volte, piuttosto che arrendermi a voi sceglierei lo stesso di morire. Sono senza armi, ma non senza onore, e del resto se ucciderete un uomo inerme, il disonore ricadrà su di voi. ([[Re Artù]], p. 101) *{{NDR|Sulla [[Fata Morgana (mitologia)|Fata Morgana]]}} Mi vendicherò su di lei con tale durezza che tutto il mondo cristiano ne dovrà parlare, perché Dio sa che l'ho onorata e venerata più di ogni altra del mio sangue e che avevo più fiducia in lei che in mia moglie e negli altri miei parenti. ([[Re Artù]], p. 103) *La gente dice che Merlino è figlio di un diavolo, ma io posso affermare di essere stato concepito da un demone sulla terra! ([[Ywain]], p. 105) *Dopo aver trascorso la notte nel monastero e ascoltata la messa, Galvano e Ivano ripresero il cammino. Si addentrarono in un grande bosco e poi sbucarono in una valleta dove videro dodici belle damigelle e due cavalieri armati e montati su grandi cavalli vicino a una piccola torre. Le damigelle correvano avanti e indietro da un albero al quale era appeso uno scudo bianco e, ogni volta che vi passavano accanto, vi sputavano sopra e alcune vi gettavano anche del fango.<br>I due giovani si avvicinarono, salutarono le damigelle e chiesero loro perché spregiassero lo scudo in quel modo.<br>«Ecco, signori, esso appartiene a un cavaliere del paese che è un ottimo combattente, ma ha in odio tutte le dame e le gentildonne. Per questo stiamo recando offesa al suo scudo.»<br>«Non è certo degno di un cavaliere disprezzare le dame» osservò ser Galvano «ma può anche darsi che ne abbia un buon motivo e che, se è vero quanto dite, in qualche altro luogo vi siano donne che egli ama e da cui è ricambiato. Come si chiama?»<br>«[[Morholt|Moroldo]], signore, del sangue del re d'Irlanda.»<br>«Lo conosco» intervenne ser Ivano. «È un cavaliere molto valoroso: una volta lo vidi misurarsi in una giostra con vari avversari e nessuno fu in grado di tenergli testa».<br>«Allora penso che siate voi da biasimare, damigelle!» esclamò ser Galvano. «Suppongo che se ha appeso lo scudo all'albero non si trovi lontano, e quei cavalieri laggiù potrebbero sfidarlo. Sarebbe più onorevole di quello che state facendo voi. Comunque, non intendo permettere che lo scudo di un cavaliere venga disonorato!» (pp. 110-111) *[...] non è cavalleresco che uno resti in arcioni mentre l'altro è a piedi. ([[Morholt]], p. 112) *Si slanciarono gagliardamente l'uno contro l'altro e si assestarono dei fendenti che fecero volare in pezzi gli scudi e ammaccare gli elmi e i giachi, così che ben presto furono entrambi gravemente feriti. Ma erano le nove del mattino, e Moroldo si accorse con stupore che ser Galvano diveniva di momento in momento più forte finché, all'ora di mezzogiorno, la sua forza si trovò triplicata. Quando però il mezzogiorno fu trascorso e cominciò a calare la sera, le forze di ser Galvano presero a scemare ed egli si sentì sempre più debole e cominciò a sospettare che non avrebbe potuto resistere. Sarebbe quindi stato il momento giusto perché ser Moroldo potesse dimostrare tutta la propria possanza; invece quest'ultimo disse:<br>«Ho constatato che siete un ottimo cavaliere e un uomo dotato di una forza prodigiosa, signore, ma finché dura. Del resto, la nostra non è una disputa grave e sarebbe un peccato se dovessi ferirvi, ora che vi vedo indebolito.» (p. 112) *Una dama tanto superba da non avere misericordia di un valoroso [[cavaliere]] non ha diritto alla felicità! ([[Dama del Lago]], p. 121) *Ser Moroldo era ben conosciuto a corte, perché vi si trovano dei cavalieri che si erano misurati con lui in precedenza e che riferirono che egli aveva la fama di essere uno dei migliori cavalieri del mondo. (p. 128) ====Libro V==== *In pace da lungo tempo, [[re Artù]] aveva indetto una festa sfarzosa. La Tavola Rotonda era al completo di tutti i suoi alleati sovrani, principi e nobili cavalieri quando, mentre egli sedeva sul trono, entrarono nella sala dodici vecchi che recavano rami d'ulivo nelle mani a significare di essere venuti come ambasciatori e messaggeri dell'imperatore Lucio, a quel tempo chiamato Dittatore o Procuratore del Bene Pubblico di Roma. Giunti alla presenza del re, essi gli resero omaggio con un inchino e gli parlarono nel seguente modo:<br>«Il nobile e potente imperatore Lucio saluta il re di Britannia. Vi ordina di riconoscerlo come vostro signore e di inviargli il tributo che questo regno deve all'impero e che, come risulta dai documenti, già pagavano vostro padre e i vostri predecessori. Se agirete da ribelle e non lo riconoscerete come vostro sovrano, deterrete e tratterrete le vostre terre in contrasto con gli statuti e i decreti stabiliti dal nobile e illustre Giulio Cesare, conquistatore di questo paese e primo imperatore di Roma. Sappiate anche se vi opporrete alle sue richieste e ai suoi ordini, Lucio condurrà una guerra implacabile contro la vostra persona, i vostri regni e le vostre terre, e punirà voi e i vostri sudditi come esempio perpetuo per tutti i sovrani e i principi che rifiutano il tributo al nobile impero che domina sull'intero mondo.» (p. 131) *[...] io non pagherò mai il tributo a Roma! A quanto so Belino e Brenio, sovrani di Britannia, hanno tenuto a lungo l'impero nelle proprie mani, come anche Costantino figlio di Elena: vi è quindi la prova palese che non dobbiamo alcun tributo e che anzi, essendo noi i loro discendenti, abbiamo il diritto di reclamare il titolo all'impero. ([[Re Artù]], p. 132) *Artù presiedeva la Tavola Rotonda e appariva l'uomo più gagliardo che esista, capace di conquistare l'intera terra, che è ben poco per lui. (p. 134) *Mentre il re era assopito nella propria cabina ebbe un sogno meraviglioso: gli parve che un [[drago]] terrificante, giunto in volo dalla parte d'Occidente, affogasse molta della sua gente. Esso aveva la testa smaltata d'azzurro e le spalle che brillavano come oro, il ventre simile a maglie di straordinari colori, la coda coperta di scaglie, le zampe di splendido zibellino e gli artigli come oro fino. Dalla bocca gli scaturiva un'orrenda fiamma che faceva apparire di fuoco la terra e il mare. Poi, in una nuvola, giungeva dall'Oriente un feroce cinghiale nero dagli artigli grandi come pilastri. Coperta da pelame irsuto, era la bestia più ripugnante che si fosse mai vista, e ruggiva e muggiva in modo incredibilmente orribile. Il drago allora si sollevava nell'aria come un falco e assaliva con violenza il cinghiale che rispondeva ferendolo al petto con le zanne grigie, e quel sangue bollente faceva rosseggiare il mare. Allora il drago volava a grandi altezze, poi si precipitava fragorosamente a colpire il cinghiale sulla sommità del dorso, lungo dieci piedi dalla testa alla coda, riducendogli in polvere le ossa e la carne, che prendevano a volteggiare per tutta l'ampiezza del mare.<br>Il re si svegliò di colpo e, sconcertato dal sogno, mandò a chiamare un saggio filosofo cui ordinò di spiegarne il significato.<br>«Sire» fu la risposta del sapiente «il drago rappresenta la vostra persona, i colori delle sue ali sono i regni che avete conquistato e le scaglie di cui è irta la coda rappresentano i nobili cavalieri della Tavola Rotonda. Il cinghiale che usciva dalle nuvole e che fu ucciso dal drago simboleggia un tiranno che tormenta il popolo, o forse anche che voi dovrete battervi di persona contro il più orrido e abominevole gigante che avrete mai visto in tutta la vita. Non avete dunque nulla da temere da questo sogno: andate avanti da conquistatore.» (pp. 135-136) *Guardate quanto sono tronfi di orgoglio e di millanteria questi Britanni! [...] Si vantano come se avessero già conquistato il mondo intero! (p. 140) ====Libro VI==== *Poco tempo dopo che [[re Artù]] era tornato in Inghilterra da Roma i [[cavalieri della Tavola Rotonda]] si riunirono a corte per dedicarsi a giostre e a tornei. Non pochi cavalieri novelli compirono onorevoli gesta d'armi e superarono i compagni dando prova di valore e di prodezza, ma tra tutti spiccò [[Lancillotto|ser Lancillotto]] del Lago che fu il migliore nei tornei, nelle giostre e nelle prove d'armi sia al primo sia all'ultimo sangue, e non si fece mai sopraffare se non per tradimento o per incantesimo.<br>Dunque ser Lancillotto si meritò una tale unanime ammirazione che il libro francese dice che era il cavaliere migliore della corte dopo il ritorno del re da Roma. Per tutti questi motivi, la regina Ginevra lo predilesse tra gli altri, e poiché anche egli la ricambiava amandola più di qualunque altra dama o damigella della sua vita, compì per lei molte prodezze d'armi. (p. 157) *[...] non posso impedire alla gente di dire quel che vuole, ma non penso affatto di prendere moglie, perché dovrei restare al suo fianco trascurando le armi, i tornei, le battaglie e le avventure. Quanto poi ad avere delle amiche, rifiuto il piacere che esse potrebbero darmi soprattutto perché sono timorato di Dio. Vedete, i [[Cavaliere|cavalieri]] che si danno all'adulterio e al libertinaggio non sono felici o fortunati in battaglia, e sono quasi sempre sopraffatti da cavalieri meno abili, oppure per caso e per malasorte uccidono uomini migliori di loro. Credo quindi che sarà sempre un infelice l'uomo che ha delle amanti, e che tutto ciò che avrà a che fare con lui sarà perseguitato dalla sorte. ([[Lancillotto]], p. 170) *Ahimè, che peccato che un cavaliere debba morire senza le armi in mano! ([[Lancillotto]], p. 181) ====Libro VII==== *[[Re Artù|Artù]] dunque si era seduto a banchetto con vari altri sovrani e con tutti i [[cavalieri della Tavola Rotonda]], salvo quelli che erano stati fatti prigioniero o uccisi in scontri d'armi, quando i tre uomini fecero il loro ingresso nella sala. Due erano cavalieri di bell'aspetto e riccamente vestiti, e sulle loro spalle si appoggiava il terzo, il giovane più bello del mondo, alto, robusto e prestante, dal viso perfetto e dalle più grandi e splendide mani che si fossero mai viste, ma che si muoveva come se non riuscisse a reggersi senza essere sostenuto. Artù ordinò che si facesse silenzio e si lasciasse spazio per il loro passaggio, e i tre uomini avanzarono fino all'alta predella senza pronunziare una parola; poi il più giovane si trasse un poco indietro e, raddrizzandosi agilmente in tutta la persona, disse:<br>«Re Artù, Dio benedica voi e tutta la vostra bella certe e, in particolare, i compagni della Tavola Rotonda. Sono venuto per pregarvi di accordarmi tre doni, e poiché le mie richieste non sono irragionevoli e non vi causeranno danni o perdite, potrete concedermeli senza tema di essere disonorato. Il primo lo chiederò subito, e gli altri due tra un anno in questo stesso giorno dovunque vi troverete a celebrare la festa solenne.»<br>«Avrai quanto desideri» dichiarò il re.<br>«Allora, sire, questa è la mia prima supplica: datemi da mangiare e da bere a sufficienza per un anno, al termine del quale avanzerò le altre due preghiere.»<br>«Bel figliolo, ti consiglio di domandare di più: quello che hai espresso è un desiderio troppo umile» gli rispose Artù. «Il mio cuore prova grande inclinazione per te perché ritengo che tu discenda da una nobile schiatta: l'opinione che mi sono fatto risulterebbe fallace se non dovessi dimostrarti di altissimo lignaggio.»<br>«Sire, sia come deve essere, ho chiesto esattamente quello che volevo» replicò il giovane.<br>«Non credo che tu non lo conosca!» esclamò il re, che poi affidò il giovane a [[Sir Kay|ser Kay il Siniscalco]], ordinando che gli desse i migliori cibi e le migliori bevande e un corredo degno del figlio di un barone.<br>«Non ci sarà bisogno di spendere tanto per lui» osservò però ser Kay. «Secondo me è nato villano e non diventerà mai un gentiluomo, altrimenti vi avrebbe chiesto un cavallo e un'armatura. I suoi desideri rispecchiano invece la sua condizione. Comunque, dato che non ha nome, lo chiamerò [[Sir Gareth|Bellamano]] e lo porterò in cucina dove potrà mangiare tutti i giorni tanto di quel brodo che tra un anno sembrerà un porcello all'ingrasso.» (pp. 187-188) *Appena i due uomini che avevano accompagnato il giovane furono ripartiti lasciandolo nelle mani di ser Kay, questi cominciò a schernirlo e a farsi beffe di lui. Ma [[Gawain|ser Galvano]] se ne adirò e [[Lancillotto|ser Lancillotto]] ordinò al siniscalco di smetterla, aggiungendo che era pronto a scommettere che si sarebbe dimostrato un cavaliere di grande valore.<br>«Non avete ragioni per ritenerlo» replicò il siniscalco. «Le sue rischieste mostrano la sua vera natura; non vuole che da bere e da mangiare e in fede mia deve essere cresciuto in un'abbazia dove, comunque andassero le cose, gli facevano sempre mancare il vitto! Per questo è venuto a cercarlo qui.» (p. 189) *Così Bellamano fu mandato in cucina, e la notte dormiva con gli altri garzoni, sopportando tutto pazientemente per dodici mesi. Ma nel frattempo era riuscito a incontrare il favore generale, degli uomini come dei ragazzi, per la sua umiltà e la sua dolcezza. E ogni volta che vedeva dei cavalieri intenti alle giostre, se poteva si fermava ad osservarli e cercava in tutti i modi di trovarsi ovunque si svolgesse qualche prova di prodezza, così che accadeva che chiunque si esercitasse nel lancio di sbarre o di pietre si trovava sempre superato da lui di almeno due iarde. (p. 189) *«In nome di Dio, ti assicuro che ho dovuto impegnarmi al massimo per non essere disonorato; perciò non dovrai temere nessun altro» disse Lancillotto a Bellamano.<br>«Credete che un giorno sarò in grado di tenere testa a qualunque provetto cavaliere?» gli chiese allora il giovane.<br>«Certamente, combatti come hai fatto oggi e io te ne sarò garante.»<br>«Adesso, quindi, vi prego di armarmi.»<br>«Però dovrai dirmi il tuo nome e il tuo lignaggio.»<br>«Ve lo dirò, signore, purché non lo riveliate ad alcuno.»<br>«Te ne do la mia parola, finché non sarà universalmente noto.»<br>«Mi chiamo Gareth e sono fratello germano di ser Galvano» gli disse infine Bellamano.<br>«Ah, signore, ne sono molto lieto! Ho pensato fin dal primo momento che doveste essere di sangue nobile e che non foste venuto a corte solo per mangiare e bere!» esclamò ser Lancillotto; dopo di che lo armò cavaliere. (pp. 192-193) *[...] non lasciatemi morire quando una parola [[Cortesia|cortese]] potrebbe salvarmi! (Sir Pertolepe, p. 199) *Un [[cavaliere]] deve tollerare qualunque cosa da parte di una [[damigella]] [...]. Per questo non ho badato alle vostre parole, per quanto ingiuriose fossero; anzi, quanto più mi offendevate e mi facevate montare in collera, tanto più sfogavo la mia ira contro gli avversari che incontravo. Così le vostre ingiurie mi hanno esortato a battermi e mi hanno indotto a cimentarmi per provarvi fino in fondo di cosa sono capace. Se ho cercato accoglienza nelle cucine di Artù, è stato solo per avventura, perché avrei potuto trovare di che sostentarmi in qualunque altro posto. Ma l'ho voluto fare per mettere alla prova i miei amici e perché un giorno si potesse sapere che sono un gentiluomo. ([[Sir Gareth]], p. 203) *{{NDR|Su [[Sir Gareth]]}} Ha sconfitto tutti e quattro i fratelli e ucciso il Cavaliere Nero [...]. Ma prima ancora aveva fatto di più: aveva disarcionato ser Kay lasciandolo a terra mezzo morto e aveva affrontato un duro scontro con ser Lancillotto concludendolo alla pari. È stato allora che ser Lancillotto lo ha armato cavaliere. (p. 206) *{{NDR|Su [[Sir Gareth]]}} Lancillotto era il cavaliere che il giovane amava di più; perciò rimase quasi sempre con lui anche perché, dopo che si fu assicurato della buona salute di ser Galvano, non volle più accompagnarsi a quell'uomo vendicativo che, quando odiava, era pronto anche a commettere omicidi. E a ser Gareth questo ripugnava. (p. 236) ====Libro VIII==== *Al tempo in cui [[Re Artù|Artù]] era re supremo d'Inghilterra, del Galles, della Scozia e di numerosi regni, v'erano altri sovrani che regnavano su molte contrade: un paio nel Galles, altrettanti in Cornovaglia e nell'Occidente, due o tre in Irlanda e un gran numero nel Settentrione, ma tutti costoro gli dovevano obbedienza ed erano suoi vassalli, al pari del re di Francia, del re di Bretagna, e di tutti gli altri baroni fino a Roma. (p. 241) [[File:Arthur Hughes cartoon the Birth of Sir Tristram.jpg|thumb|La nascita di [[Tristano]]]] *Ah, figlioletto mio [...] hai dato la morte a tua madre! Se in così giovane età sai giù uccidere, suppongo che diverrai un uomo gagliardo e, poiché morrò per averti messo al mondo, voglio che la mia ancella preghi il mio signore e Meliodas che al battesimo ti imponga il nome di [[Tristano]], a significare il dolore della tua nascita. (Elisabetta, p. 242) *{{NDR|Su [[Tristano]]}} [...] egli diede inizio alle buone regole del trattare ogni tipo di cacciagione e introdusse i termini appropriati che sono in uso ancor oggi, onde il libro della caccia col falcone, al cervo e a ogni altro animale selvatico, è chiamato il libro di ser Tristano. Mi sembra pertanto che tutti i gentiluomini di antico blasone debbano giustamente onorarlo, perché è proprio da tali termini, che resteranno in uso fino al giorno del Giudizio, che gli uomini d'onore possono distinguere un gentiluomo da un uomo libero e quest'ultimo da un villano. Colui che è [[Gentilezza|gentile]] sarà infatti attratto dalle virtù cortesi e seguirà i nobili costumi degli uomini d'onore! (p. 244) *Ora accadde che re Agwisance d'Irlanda mandasse a chiedere a [[Marco di Cornovaglia|re Marco di Cornovaglia]] il tributo che questi gli aveva corrisposto per molti inverni e che da sette anni aveva smesso di pagare. Il re e i suoi baroni ordinarono ai messaggeri di tornare dal loro signore con questa risposta:<br>«Noi non gli pagheremo alcun tributo e se vorrà esigerlo mandi in Cornovaglia un cavaliere fidato che combatta per il suo diritto, perché noi ne troveremo un altro che difenda il nostro.»<br>I messageri tornarono dunque con quella risposta che accese d'ira re Agwisance. Convocato [[Morholt|ser Moroldo]], un nobile e provato cavaliere, compagno della Tavola Rotonda e fratello della regina d'Irlanda, il sovrano gli disse:<br>«Bel fratello, ti prego di andare per amor mio in Cornovaglia a combattervi per il tributo che ci spetta. Sarai ben risarcito per tutto quello che spenderai e avrai più di quanto ti occorra.»<br>«Sire» rispose ser Moroldo «per il diritto vostro e della vostra terra non esiterò a dare battaglia al miglior cavaliere della Tavola Rotonda, conosco la maggior parte di loro e le imprese che hanno compiuto, e affronterò volentieri questo viaggio che accrescerà la fama delle mie gesta.» (p. 245) *Raccomandami a mio zio re Marco e pregalo, se sarò ucciso in battaglia, di seppellire il mio corpo nel modo che riterrà più opportuno [...]. Sappia che non mi arrenderò per viltà e che mi farò uccidere piuttosto che fuggire: in tal modo il regno non sarà costretto al tributo per causa mia; ma se mi arrendersi dichiarandomi sconfitto o se fuggissi, digli che non dovrà mai seppellirmi in terra consacrata. ([[Tristano]], p. 248) *Appena ser Moroldo ebbe scorto Tristano, gli disse:<br>«Giovane cavaliere, ser Tristano, che fate qui? Sono molto dispiaciuto che abbiate avuto tanto coraggio, perché dovete sapere che mi sono battuto con molti nobili cavalieri, i migliori di questo paese e del mondo intero, e li ho vinti tutti. Seguite dunque il mio consiglio e ripartite.»<br>«Ser Moroldo, cavaliere leale e ben provato» gli rispose ser Tristano «non posso rinunciare alla nostra contesa perché proprio oggi ho ricevuto l'ordine della cavalleria e mi sono impegnato ad acquistarmi onore combattendo contro di voi che avete fama di essere tra i cavalieri più stimati del mondo. Al contrario io non mi sono ancora cimentato con un buon cavaliere, ma confido in Dio che potrò comportarmi onorevolmente liberando per sempre la Cornovaglia da ogni genere di tributo da parte del vostro paese.»<br>Quando ser Moroldo ebbe inteso il suo intento, aggiunse:<br>«Bel cavaliere, poiché siete deciso ad acquistare merito a mio danno, voglio che sappiate che non sarete disonorato se riuscirete a resistere a tre dei miei colpi, perché è proprio per le mie nobili imprese, provate e vedute, che re Artù mi fece cavaliere della Tavola Rotonda.» (p. 249) *Io non sono che un novello cavaliere e al primo cimento, ma piuttosto che tirarmi indietro preferirei essere fatto in cento pezzi! ([[Tristano]], p. 250) *Con grande benevolenza, il re affidò Tamtrist alla custodia e alle cure della figlia [[Isotta|Isotta la Bella]], che era molto esperta di medicina. La fanciulla infatti scoprì che alla base della ferita vi era del veleno, e la guarì in poco tempo. Così il giovane forestiero nutrì per lei un grande amore, tanto più che non v'era al mondo pulzella o dama più bella, e in cambio delle sue cure le insegnò a suonare l'arpa. E anche Isotta cominciò a sentire una grande inclinazione verso di lui.<br>[[Palamede (ciclo arturiano)|Ser Palamede il Saraceno]], beneaccetto al re e alla regina, si trovava a quel tempo nel paese, e ogni giorno si presentava con molti doni a Isotta la Bella, che amava appassionatamente. Di ciò si avvide Tamtrist, cui era nota la fama di nobiltà e di ardimento del cavaliere, e siccome Isotta la Bella gli aveva anche detto che il Saraceno aveva intenzione di farsi battezzare per amor suo, tra i due cavalieri c'era grande gelosia e Tamtrist ne era molto contrariato. (p. 252) [[File:Waterhousem Tristan and Isolde.jpg|thumb|Tristano e Isotta bevono il filtro d'amore]] *Un giorno Isotta la Bella e la regina sua madre prepararono un bagno per Tamtrist. Mentre egli era immerso nell'acqua accudito da Governale e da ser Hebes e le due donne si affaccendavano da una parte all'altra della camera, il caso volle che la regina vedesse la spada del giovane posata sul letto e che malauguratamente la traesse dal fodero. Dopo averla ammirata a lungo, ché era invero un'arma molto bella, le due dame notarono che il filo della lama era rotto a un piede e mezzo dalla punta e che ne mancava un buon pezzo. Quella falla ricordò subito alla regina il frammento di spada trovato nel cranio di ser Moroldo.<br>«Ahimè, figlia mia» esclamò «costui è il cavaliere traditore che uccise mio fratello, tuo zio!»<br>Isotta ne fu amaramente turbata, ché amava profondamente Tamtrist e conosceva appieno la crudeltà della madre.<br>Intanto la regina si era prontamente recata nella propria camera e da un suo cofano aveva preso il framment di spada estratto dalla testa di ser Moroldo dopo la sua morte; quindi si era affrettata a tornare al letto su cui era posata l'arma di Tamtrist e vi aveva inserito il pezzo d'acciaio: esso combaciò con la tacca della lama quasi non se ne fosse mai distaccato.<br>Subito la dama impugnò fieramente la spada e con tutta la sua forza corse addosso a Tamtrist che era ancora nel bagno, sì che lo avrebbe tagliato in due se ser Hebes non l'avesse afferrata per le braccia strappandole l'arma di mano. Non avendo così potuto portare a termine il suo malvagio intento, la regina corse dal marito, re Agwisance, e, gettatasi in ginocchio, gli disse:<br>«Ahimè, mio signore, ospitate in casa vostra il traditore che uccise mio fratello ser Moroldo, nobile combattente e vostro servitore.»<br>«Chi è e dove si trova?» chiese il re.<br>«È Tamtrist, colui che mia figlia ha guarito.» (p. 255) *Mio padre è ser Meliodas re di Liones e mia madre, che si chiamava Elisabetta, era sorella di re Marco di Cornovaglia. Ella morì nel darmi la luce nella foresta e, proprio per questo, prima di spirare ordinò che al battesimo mi fosse imposto il nome di Tristano, ch'io trasformai qui in Tamtrist poiché non volevo essere riconosciuto. Ho combattuto per il tributo della Cornovaglia per amore di mio zio e per il diritto di quella terra che egli possedeva da molti anni, e anche per accrescere il mio onore, perché ero stato fatto cavaliere proprio quel giorno ed ero al mio primo cimento. Solo per questo intrapresi la battaglia, e sappiate inoltre che ser Moroldo si sottrasse a me ancora in vita, abbandonando lo scudo e la spada. ([[Tristano]], p. 256) *Col passare del tempo [...] sorsero dissidi e gelosie tra il re e il nipote a causa di una dama, moglie del nobile conte ser Segwaride, di cui entrambi erano innamorati. La dama amava molto ser Tristano che la ricambiava, poiché era invero bella, e il cavaliere lo aveva ben notato, e re Marco, accesosi anch'egli d'amore per lei, lo aveva saputo e ne era geloso. (p. 258) *[...] benché tra loro vi fossero belle parole, finché visse re Marco non amò più il nipote {{NDR|[[Tristano]]}}, poiché ogni affetto si era spento per sempre. (p. 260) *[...] colui che ha una segreta [[ferita]] è riluttante a mostrare apertamente l'ingiuria subita! (p. 260) *[[Lancillotto|Ser Lancillotto]] non ha pari per gentilezza e cavalleria e, per il grande affetto che nutro per lui, non combatterò più di mia volontà contro di voi. ([[Tristano]], p. 264) *[...] re Marco non smise mai di pensare in cuore suo al modo di far perire Tristano. Infine escogitò di mandarlo come suo messaggero in Irlanda a chiedere in moglie Isotta la Bella, di cui il nipote aveva tanto lodato l'avvenenza e la bontà. Ma tutto ciò era fatto con l'intento di farlo morire. (p. 265) *Ser Tristano prese dunque il mare e, mentre si trovava nella cabina insieme ad Isotta, accadde che avessero sete e che lì accanto vi fosse una piccola fiasca d'oro contenente, a giudicare dal colore e dal sapore, un vino prelibato. Subito il giovane la prese dicendo:<br>«Madama Isotta, ecco la migliore bevanda che abbiate mai gustata e che la vostra ancella dama Brangania e il mio servitore Governale tenevano per sé.»<br>Risero entrambi di cuore e bevettero liberamente, brindando l'uno all'altra, sì che mai vino sembrò loro più dolce e prelibato. Ma appena l'ebbero inghiottito, essi si amarano sì intensamente che quel loro sentimento non li abbandonò mai più, nella buona e nella cattiva sorte. Era infatti quello il principio di un amore che li avrebbe accompagnati per tutti i giorni della vita. (p. 271) *Non è da buon [[cavaliere]] cogliere un altro in svantaggio [...]. ([[Tristano]], p. 284) *Ser Lamorak si allontanò in compagnia di ser Driant, ed essendosi imbattuto in un cavaliere che per ordine di [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana la Fata]] recava a [[re Artù]] un bel corno rifinito in oro, lo costrinse con la forza a rivelargli il motivo della sua missione. Seppe che il corno aveva una virtù – nessuna dama o gentildonna che non fosse fedele al proprio signore vi poteva bere senza versarne il contenuto – e che Morgana la Fata lo inviava in dono al fratello Artù a causa della [[Ginevra (ciclo arturiano)|regina Ginevra]] e per dispetto a ser Lancillotto.<br>«Se non vuoi morire» disse allora ser Lamorak «porterai il corno a re Marco, e gli dirai che glielo mando perché metta alla prova la fedeltà della sua sposa.»<br>Il cavaliere si recò così da re Marco e gli disse che gli inviava quel corno prezioso e qual era la sua qualità. Il re costrinse quindi la regina Isotta a bere, e dopo di lei cento altre dame, ma solo quattro tra esse riuscirono a non versare la bevanda.<br>«Ahimè, è una grave infamia» esclamò il sovrano, giurando poi solennemente che avrebbe condannato al rogo la regina e le altre.<br>Ma i baroni si radunarono e dichiararono apertamente di non essere disposti a tollerare che le dame venissero arse per via di un oggetto fatto con arti magiche dalla strega più fals e incantatrice che vi fosse al mondo e nemica dei veri amanti, e affermarono che quel corno non operava mai niente di buono e causava solo odio e dissidi. Molti cavalieri fecero pertanto voto di usare ben poca cortesia a Morgana la Fata, se ma l'avessero incontrata. (pp. 284-285) *[...] uccisi ser Moroldo liberando la Cornovaglia dal tributo, e sono anche colui che salvò il re d'Irlanda da ser Blamor di Ganis e che vinse ser Palamede. Sono Tristrano di Liones e, con la grazia di Dio, libererò quest'infelice contrada. ([[Tristano]], p. 291) *«[...] In cambio della mia cortesia voi esponeste al biasimo molte dame, inviando a re Marco il corno di Morgana la Fata, per risentimento verso di me.»<br>«Lo rifarei se fosse il caso» affermò ser Lamorak. «Preferivo che la disputa si svolgesse alla corte di re Marco piuttosto che a quella di re Artù, perché non sono di pari onore.»<br>«Questo lo so, ma voi agiste solo per far dispetto a me» replicò Tristano. «Eppure, nonostante il vostro malanimo, ringrazio Dio che non avete fatto grande danno. Lasciate dunque ogni vostro rancore e io farò altrettanto: uniamo invece le nostre forze e acquistiamoci merito uccidendo il gigantesco signore dell'isola, ser Nabon il Nero.»<br>«Signore, ora comprendo la vostra cavalleria!» esclamò ser Lamorak. «Non può essere menzognero ciò che tutti dicono di voi: per nobiltà, generosità e virtù non avete pari e mi pento di avervi mostrato villania.» (p. 292) *[...] molti dicono dietro le spalle di un uomo quello che non gli direbbero mai in faccia. ([[Lamorak]], p. 295) ====Libro IX==== *Un giorno giunse alla corte di [[Re Artù|Artù]] un giovane di robusta costituzione, abbigliato sfarzosamente con una cotta di un ricco tessuto d'oro che tuttavia gli pendeva malamente addosso, a richiedere al re che lo armasse cavaliere.<br>«Come vi chiamate?» gli domandò il sovrano.<br>«[[Sir Breunor|Brunoro il Nero]], sire, e non tarderete a sapere che sono di nobile schiatta.»<br>«Sarà anche così» commentò [[Sir Kay|ser Kay]] «ma a vostro scherno sarete chiamato La Cotta Maltagliata per la pessima foggia del vostro abito.» (p. 299) *Sire [...] chiedo a voi e a tutta la corte che mi chiamate La Cotta Maltagliata: così mi ha soprannominato ser Kay e non voglio altro nome. ([[Sir Breunor]], p. 300) *Se alla tua prima giostra ti inviano un buffone a combatterti, sei davvero tenuto in poco conto alla corte di Artù! (Damigella Maldicente, p. 302) *Ah, bella damigella [...] vi prego di avere pietà e di non insultarmi oltre, perché la mia afflizione è grande abbastanza anche se non ne aggiungete del vostro. Tuttavia non mi considero un cattivo cavaliere per essere stato abbattuto da un compagno della Tavola Rotonda. ([[Sir Breunor]], p. 302) *{{NDR|Su [[Sir Breunor]]}} [...] vi dico apertamente che è un bravo cavaliere, e che si proverà nobile e prode. Se non si tiene ancora saldo in sella è solo perché gliene mancano la pratica e l'esperienza, ma quando è il momento di maneggiare la spada sa colpire con forza e valentia, ed è ciò che hanno compreso ser Bleoberis e [[Palamede (ciclo arturiano)|ser Palamede]] che, da uomini scaltriti dall'uso delle armi, sanno giudicare dal modo di cavalcare di un avversario se saranno in grado di rovesciarlo di sella o di assestagli un buon colpo. Ma per lo più essi non sono disposti a combattere a piedi con i giovani cavalieri, che sono agili e vigorosi. ([[Mordred]], p. 304) *{{NDR|Su [[Glatisant la Bestia]]}} Si trattava della bestia con la testa da serpente, il corpo da leopardo, le natiche da leone e le zampe da cervo; inoltre, ovunque essa andasse, dal suo ventre scaturiva uno strepito quasi vi fossero trenta coppie di veltri latranti. (p. 314) *[...] nessuno è conformato in modo da poter aver [[successo]] in ogni occasione: talvolta si ha la peggio per mala ventura e talaltra colui che è meno meritevole mette in svantaggio chi è migliore di lui. (p. 314) *«Chi vorreste assalire?» chiese [[Lamorak|ser Lamorak]].<br>«[[Lancillotto|Ser Lancillotto del Lago]]: se mai lo incontrassimo non potrebbe sfuggirci e lo metteremo a morte!»<br>«Vi assumete un compito molto arduo, perché è un cavaliere nobile e ben provato» fu la risposta di ser Lamorak.<br>«Non ne dubitiamo, ma ognuno di noi è sufficientemente forte per tenergli testa.»<br>«Non lo credo» replicò ser Lamorak. «In tutta la mia vita non ho mai inteso d'alcun cavaliere che ser Lancillotto non riuscisse a superare.» (p. 315) *[...] ognuno ritiene infatti che la propria dama sia superiore a ogni altra, e voi non dovete adirarvi se io lodo colei che maggiormente amo. Se la mia signora, la regina Ginevra, è ai vostri occhi la più avvenente, sappiate che la regina Morgawse sembra più bella ai miei, ed è ciò che ogni cavaliere pensa della propria dama. ([[Lamorak]], p. 316) *Ho ricevuto una bella ricompensa per aver combattuto contro [[Morholt|ser Moroldo]] e liberato il regno dalla sudditanza; e anche per aver portato in Cornovaglia la [[Isotta|regina Isotta]] sopportando gravi costi e pericoli. Quale compenso mi fu dato per essermi battuto con ser Blamor di Ganis in difesa di re Agwisance padre di Isotta la Bella, e cosa mi venne per aver abbattuto ser Lamorak il Gallese su richiesta di re Marco, o per aver vinto il Re dei Cento Cavalieri e il re del Galles del Nord che minacciavano le sue terre? E ancora, per aver salvato la regina dal buon cavaliere ser Palamede, e per aver ucciso il potente gigante Tawlas? Sappia re Marco, che ora mi dà tale mercede, che fu solo per amor mio che molti nobili cavalieri della Tavola Rotonda hanno finora risparmiato i baroni di questa contrada! ([[Tristano]], p. 326) *«Cosa volete fare?» gli chiese ser Dinadan. «Non compete a noi affrontare trenta cavalieri, e sappiate che non ci sto. Contro uno solo ne basterebbero anche due o tre, e certo io non vorrò misurarmi con una quindicina.»<br>«Vergogna a voi!» lo rimproverò ser Tristano. «Dovrete fare solo la vostra parte.»<br>«Non lo farò» ribatté ser Dinadan «a meno che non mi prestiate il vostro scudo di Cornovaglia: per la fama di viltà che hanno i cavalieri di quel paese, farà sì che i miei avversari siano indulgenti verso di me.»<br>«Non mi separerò mai dal mio scudo per amore di colei che me lo diede» affermò ser Tristano. «Tuttavia, ser Dinadan, vi garantisco che se non vi impegnerete a rimanere con me, vi ucciderò qui sul posto, perché non vi chiedo altro che di battervi con un solo avversario. Se poi non vi reggerà il cuore, ve ne starete da parte a osservare lo scontro tra me e gli altri.»<br>«Sta bene» fu la risposta di ser Dinadan «e vi prometto che farò il possibile per salvarmi; tuttavia vorrei non avervi mai incontrato!» (p. 327) *«Che scompiglio è mai questo?» protestò ser Dinadan. «Io vorrei riposarmi!»<br>«Non si può» ribatté ser Tristano «abbiamo vinto i signori del castello e ora dobbiamo difenderne il costume. Tenetevi dunque pronto.»<br>«In nome del demonio» esclamò ser Dinadan «perché mai mi sono unito a voi!»<br>Ci si preparò allo scontro: ser Gaheris affrontò ser Tristano e fu disarcionato; ser Palamede si misurò invece con ser Dinadan e lo abbatté al suolo. Si ebbe pertanto una caduta per parte e necessitava combattere a piedi, ma ser Dinadan, che era rimasto malamente contuso, non ne volle sapere. Ser Tristano andç allora ad allacciargli l'elmo pregandolo di aiutarlo.<br>«Non lo farò» rispose ser Dinadan. «Or non è molto abbiamo combattuto contro trenta cavalieri e ne risento ancora le ferite. Ma voi vi comportate come un folle o come un uomo fuor di senno che voglia buttarsi allo sbaraglio, e io posso solo maledire il momento in cui vi ho veduto. In tutto il mondo non vi sono che due cavalieri altrettanto pazzi: voi, ser Tristano, e ser Lancillotto, con cui mi accompagnai un tempo così come ora ho fatto con voi; ed egli mi fece tanto faticare che dovetti poi starmene a letto per tre mesi. Che il buon Gesù mi salvi da tali cavalieri, e in particolare dalla vostra compagnia!» (p. 329) *Ebbene, qui si può imparare che nessun [[cavaliere]] è tanto forte che non possa essere scavalcato, nessuno tanto saggio che non possa sbagliare, e che cavalca bene colui che non è mai caduto! ([[Dinadan]], p. 332) *{{NDR|Su [[Tristano]]}} Gesù misericordioso! Dacché presi le armi non vidi mai un cavaliere compiere gesta sì stupefacenti! Se lo assalissi ora, recherei onta a me stesso. ([[Lancillotto]], p. 335) *[...] un buon cavaliere deve sempre favorire un altro, giacché i simili sono attratti dai simili. (Re dei Cento Cavalieri, p. 336) *Ahimè, non posso mai acquisire onore là dove è ser Tristano [...]. Se non ci troviamo nello stesso luogo, il più delle volte sono io che ottengo il premio, a meno che non siano presenti ser Lancillotto o ser Lamorak. Ma ser Tristano ha sempre avuto la meglio su di me, prima in Irlanda, poi in Cornovaglia e in altri luoghi di questa contrada. [...] Tuttavia, a dire il vero, egli è il cavaliere più gentile che vi sia al mondo. ([[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]], p. 337) *[...] nell'ardore della lotta spesso si colpiscono gli amici al pari dei nemici. ([[Lancillotto]], p. 343) *Messere, quando foste creato cavaliere della Tavola Rotonda giuraste che non vi sareste mai scontrato consapevolmente con alcuno dei vostri compagni, e, perdio, [[Gaheris|ser Gaheris]], avete ben riconosciuto il mio scudo così come io ho riconosciuto il vostro! Sappiate però che se voi siete disposto ad infrangere il vostro giuramento io non mancherò al mio, e non già perché vi tema, ché potrei benissimo battermi con voi anche se siete mio cugino carnale! ([[Ywain]], p. 345) *Onta ai falsi cavalieri di Cornovaglia, che non hanno alcun merito! ([[Sir Kay]], p. 346) *Sire, faceste grave onta a voi e alla vostra corte quando bandiste dal paese ser Tristano. Se egli fosse stato qui, non avreste dovuto temere alcun cavaliere! ([[Gaheris]], p. 346) *{{NDR|Rivolto a [[Marco di Cornovaglia]]}} Siete un re unto con crisma e dovreste essere alleato d'ogni uomo d'onore. Meritate pertanto la morte! ([[Gaheris]], p. 347) *È difficile staccare la carne che è cresciuta intorno all'osso! ([[Lancillotto]], p. 348) *Anche il [[Pecora e lupo|lupo]] lascerebbe in pace la pecora se si trovassero insieme nella stessa prigione! ([[Dinadan]], p. 348) *Come dice il libro francese, [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana]] preferiva ser Lancillotto a ogni altro, e lo desiderava in ogni momento benché egli non acconsentisse ad amarla né a far nulla su sua richiesta. (p. 351) ====Libro X==== *Un [[cavaliere]] così ardito non morrà per mano di un branco di vigliacchi! ([[Tristano]], p. 357) *Ahimè, [[Isotta|Bella Isotta]] regina di Cornovaglia, perché mai vi amo? [...] Voi non avete colpa di questa mia pena e il biasimo ricade solo sui miei occhi: siete la più bella di tutte, e io da stolto non posso fare a meno di esservi devoto anche se non mi dimostrate né amore né cortesia, e amate riamata ser Tristano di Liones che è il cavaliere migliore del mondo. ([[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]], p. 373) *«Ecco un castello che non potrebbe essere preso o conquistato con alcuna macchina da guerra» disse ser Dinadan indicandolo al compagno. «Vi dimora la regina Morgana la Fata: lo ricevette dal fratello re Artù, che se ne è poi pentito amaramente. Da quel momento non c'è stato più accordo tra loro e la sorella gli ha fatto guerra ogni volta che ha potuto mantenendo proprio in questo maniero un folto gruppo di armati al solo scopo di distruggere quanti sono cari al re. Infatti non vi passa alcun cavaliere che non debba combattere contro uno, due o persino tre avversari. Se poi appartiene ad Artù ed è sconfitto, perde cavallo, armatura e ogni altra cosa che possiede, e persino la libertà qualora non riesca a fuggire.»<br>«Dio mi protegga!» esclamò ser Palamede. «Fare guerra al proprio signore che è chiamato il fiore della cavalleria cristiana e pagana è un costume malvagio e indegno di una regina, e io vi porrò fine di tutto cuore. Morgana non riceverà mai alcun servigio da me, e se come penso mi manderà contro i suoi cavalieri, essi avranno dì che combattere!» (p. 377) *Il racconto torna ora a [[Lamorak|ser Lamorak]] che era lodato e onorato da ogni buon cavaliere all'infuori di [[Gawain|ser Galvano]] e dei suoi fratelli che desideravano solo il suo male e che, meditando di cogliere l'occasione per ucciderlo, fecero venire la madre in un castello vicino a Camelot. La regina di Orkney era infatti giunta da poco allorché ser Lamorak le inviò un messaggero e fissò con lei un convegno di cui venne subito a conoscenza [[Gaheris|ser Gaheris]], che si pose in agguato.<br>A notte, ser Lamorak arrivò tutto armato, legò il cavallo vicino a una postierla segreta ed entrò in una stanza dove si tolse l'armatura; quindi raggiunse il letto della regina dove, amandosi di tutto cuore, essi trassero grande gioia l'uno dall'altra.<br>Quando ser Gaheris giudicò che fosse giunto il momento si accostò al letto e, afferrata bruscamente la madre per i capelli, le mozzò la testa. Ser Lamorak sentì così sprizzare su di sé il sangue caldo di colei che amava e balzò dal letto gridando come uomo aflitto e sgomento:<br>«Ah, ser Gaheris, cavaliere della Tavola Rotonda, avete commesso un'azione malvagia e vile! Perché uccideste la madre che vi generò? Avreste avuto maggior ragione di colpire me!»<br>«Dici il vero, e benché l'uomo sia nato per offrire il proprio servigio alla donna, sei tu che hai commesso l'offesa» replicò ser Gaheris. «Tuo padre uccise il nostro, eppure tu hai giaciuto con nostra madre disonorando me e i miei fratelli: è una vergogna troppo grande perché sia tollerata! Quanto poi a tuo padre re Pellinor, sappi che fu ucciso da me e da mio fratello Galvano.»<br>«Avete commesso un torto ancora più grande e fareste bene a ricordare ce la morte di mio padre non è ancora stata vendicata!»<br>«Non minacciarmi, Lamorak, altrimenti ti ucciderò. È solo perché ora sei disarmato che il mio onore di cavaliere mi vieta di metterti a morte, ma sappi che in qualunque altra occasione ti rincontrerò, non risparmierò la tua vita» ribatté ser Gaheris. «Ormai mia madre è affrancata da te: vai dunque a prendere il cavallo e vattene.» (pp. 385-386) [[File:Boys King Arthur - N. C. Wyeth - p162.jpg|thumb|La morte di Lamorak]] *Ser Lamorak si separò da Lancillotto e ripartì da solo, e fu così che ser Galvano e i suoi tre fratelli [[Agravaine|Agravano]], Gaheris e [[Mordred]] andarono ad attenderlo in un luogo appartato: gli uccisero il cavallo poi lo assalirono tutti insieme, di fronte, alle spalle e ai lati e, dopo più di tre ore di combattimento, ché ser Lamorak si difendeva da valoroso, ser Mordred gli aprì una profonda ferita nella schiena e gli altri lo fecero a pezzi.<br>Così morì il nobilissimo ser Lamorak, cavaliere della Tavola Rotonda; ma sappiate che [[Sir Gareth|ser Gareth]], il quinto fratello di ser Galvano, non ebbe alcuna parte nel vile assassinio. (p. 387) *«Ne ho visti di stolti come voi!» esclamò allora ser Dinadan adirato. «E uno proprio quest'oggi: se ne stava disteso accanto a una fonte con aria trasognata, lo scudo appoggiato al suolo e il cavallo poco distante, e sogghignava come un folle senza dire una parola. Compresi così che si trattava di un [[Innamoramento|innamorato]].»<br>«E voi non lo siete, bel cavaliere?» gli chiese ser Tristano.<br>«Maledetto chi lo è!» proruppe ser Dinadan.<br>«Avete torto, perché soltanto il cavaliere innamorato può essere prode» replicò ser Tristano. (pp. 408-409) *«In guardia, cavaliere» gridò poi a ser Epinogrus. «È abitudine dei cavlieri erranti sfidarsi alla giostra.»<br>«È forse costume di tali cavalieri imporre di combattere che lo si voglia o no?»<br>«È tale per me, e tanto vi basti» replicò ser Dinadan. (p. 409) *«[...] io non so cosa spinga ser Tristano e tanti altri innamorati a perdere la ragione e l'intendimento per delle donne!» commentò ser Dinadan.<br>«Come, siete un cavaliere e non siete innamorato? Vergognatevene: non potete certo essere chiamato prode se non venite a contesa per una dama.»<br>«Dio me ne guardi!» esclamò ser Dinadan. «Le gioie d'amore sono troppo brevi e le pene che ne derivano fin troppo durature.» (p. 412) *«Ma perché siete tanto incollerito?»<br>«Ah, codardo, disonori la cavalleria!» lo ingiuriò ser Dinadan.<br>«Poco importa dal momento che mi metterò al vostro servizio e rimarrò sotto la vostra salvaguardia. Siete così prode che mi proteggerete» replicò ser Tristano.<br>«Il diavolo mi liberi da te! D'aspetto sei il migliore uomo d'armi che abbia mai visto, ma anche il più pusillanime.» (p. 413) *"Date [[potere]] al [[villano]] e questi non ne avrà mai abbastanza". Infatti, laddove il governo è affidato a una persona di bassi natali mentre il signore delle terre è di nascita elevata, avverrà che il [[Plebe|plebeo]] non tollererà al proprio fianco alcun gentiluomo, e ne perseguirà anzi la rovina. (p. 417) *{{NDR|Su [[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]]}} [...] tutti lo lodarono e affermarono che seppure ancora saraceno, era un credente della migliore specie, ben disposto d'animo e assolutamente leale e fedele alla parola data. (p. 420) *Ora oso dire che siete la dama più bella che abbia mai visto, e che ser Tristano è un cavaliere prode e prestante quant'altri mai. Mi sembra perciò che siate fatti l'uno per l'altra! ([[Re Artù]], p. 441) *Ah, Palamede, Palamede [...] perché sei così emaciato, tu che un tempo eri chiamato uno dei più bei cavalieri del mondo? Ah, non voglio più vivere questa vita perché amo colei che non potrò mai avere o conquistare! ([[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]], p. 452) *«Signore, ecco come mi discolpo: in quanto alla regina Isotta, sappiate che l'amo da lungo tempo più di ogni altra, e a lei debbo gli onori che ho conquistato, ché altrimenti sarei rimasto il cavaliere più indegno del mondo. Ovunque andavo, il suo ricordo mi accompagnava e mi spingeva a compiere imprese meritevoli. Tuttavia finora non ebbi mai da lei ricompensa e pur essendo il suo cavaliere non ricevetti alcun guiderdone! Perciò, ser Tristano, non temo la morte perché, sapendo che non possiederò mai la mia regina, mi è indifferente vivere o morire, e se fossi armato come lo siete voi, mi batterei di buon animo.»<br>«La vostra stessa bocca ha rivelato il tradimento!» proruppe ser Tristano.<br>«Non ho commesso alcuna slealtà» protestò l'altro. «Ogni uomo è libero di amare, e benché abbia riposto il cuore nella vostra dama, ella è mia quanto è vostra. Se questo è un torto, allora sono colpevole, ma voi godete di lei e appagate il vostro desiderio, mentre io non ebbi mai nulla né spero di averlo in futuro, e tuttavia l'amerò quanto voi fino all'ultimo istante della mia vita.» (p. 453) ====Libro XI==== *Mentre in un giorno di Pentecoste, i cavalieri sedevano alla [[Tavola Rotonda]], si presentò ad [[Re Artù|Artù]] un eremita che vide il [[Seggio Periglioso]] e chiese al re e ai baroni perché non fosse occupato.<br>«Su quel seggio non siederà che colui che è destinato, ogni altro vi troverà la morte» gli fu risposto.<br>«Sapete chi è?» domandò allora l'eremita.<br>«Non lo sappiamo ancora.»<br>«Lo so io» dichiarò allora il sant'uomo. «Vi prenderà posto un cavaliere che non è stato ancora concepito, ma che nascerà quest'anno e sarà colui che conquisterà il Sangrail.» (p. 456) *[...] entrò, giovane e bellissima, una damigella che recava tra le mani un vaso d'oro. Allora il re e tutti quanti si trovavano nella sala si inginocchiarono devotamente a pregare.<br>«Oh, Gesù!» esclamò ser Lancillotto. «Cosa può significare?»<br>«È il [[Graal|Sangrail]], l'oggetto più prezioso che alcun essere vivente possieda» fu la risposta del re. «Quando sarà portato altrove, la Tavola Rotonda si spezzerà.» (p. 458) *A tempo debito, [[Elaine di Corbenic|Elaine]] partorì un bel bambino che fu allevato con cura e affetto e battezzato [[Galahad]], perché quello era il nome che ser Lancillotto aveva ricevuto al fonte battesimale e che poi la Dama del Lago aveva mutato in Lancillotto. (p. 460) *Sappiate, ser Bors, che questo fanciullo è Galahad; siederà sul Seggio Periglioso e otterrà il Sangrail, e si dimostrerà migliore di suo padre ser Lancillotto. ([[Elaine di Corbenic]], p. 462) *[...] solo gli uomini valorosi e retti che amano e temono Dio possono conquistare onore; altrimenti, per quanto arditi, non vi riescono. ([[Re Pescatore|Re Pelles]], p. 462) *Ser Bors si era appena sdraiato di nuovo per riposare, quando sentì un grande frastuono provenire dalla camera vicina e si vide piovere dentro, non sapeva se dalle porte o dalle finestre, nugoli di frecce e di quadrelli tanto fitti da lasciarlo stupito; molti lo colpirono e lo ferirono nei punti in cui il suo corpo non era protetto.<br>Ed ecco sopraggiungere un orribile leone: ser Bors gli si fece incontro; la fiera gli portò via lo scudo, ma egli riuscì a mozzarle la testa. Non passò molto che nella corte vide un orrendo drago sulla cui fronte sembrava fossero scritte lettere d'oro che ser Bors pensò avessero il significato di "re Artù". Giunse poi un leopardo brutto e vecchio che si batté a lungo e accanitamente con il drago; ma a un certo punto questi sputò fuori dalla bocca qualcosa come un centinaio di piccoli draghi che uccisero e fecero a pezzi il leopardo.<br>Apparve poi nella sala e si mise a sedere su un bel seggio un vecchio che sembrava avere intorno al collo due vipere. Teneva in mano un'arpa e prese a cantare un'antica canzone che narrava come Giuseppe di Aramitea fosse giunto in quel paese. Quando ebbe finito, consigliò a ser Bors di andare via.<br>«Qui non incontrerete altre avventure» gli disse. «Vi siete portato con grande onore, e più ne acquisterete in futuro.»<br>Parve allora a ser Bors che giungesse una colomba candida recante nel becco un incensiere d'oro, e che la tempesta imperversata fino ad allora cessasse e si allontanasse di colpo, mentre la sala si empiva di straordinari profumi. Poi vide quattro fanciulli che portavano quattro bei ceri e in mezzo ad essi un vecchio con un cero in una mano e una lancia nell'altra. Si trattava dell'arma che aveva nome Lancia della Vendetta. (pp. 463-464) *Dite [...] a [[Sir Kay|ser Kay il Siniscalco]] e a [[Mordred|ser Mordred]] che confido in Dio che sarò valoroso quanto loro, e non dimenticherò mai i motteggi e le derisioni che mi indirizzarono il giorno in cui fui investito cavaliere: non comparirò a corte finché tutti non parleranno di me con maggiore rispetto di quanto sia mai stato dimostrato loro. ([[Parsifal]], p. 472) *{{NDR|Su [[Parsifal]]}} [...] era infatti uno dei migliori cavalieri del mondo, e in lui la vera fede era ben salda. (pp. 473-474) *Ed ecco avvicinarsi il sacro vaso del Sangrail accompagnato da soavità e profumi di ogni sorta. I due cavalieri non poterono distinguere con chiarezza chi lo portava; solo ser Percival intravvide appena sia il vaso sia la vergine purissima che lo recava tra le mani. Immediatamente si trovarono entrambi perfettamente risanati nelle membra e nel corpo, e resero grazie a Dio in grande umiltà.<br>«Gesù» disse ser Percival «cosa significa che siamo guariti, mentre unmomento fa eravamo in punto di morte?»<br>«Lo so io» rispose ser Ector. «È stato il sacro vaso portato da una vergine e contenente il santo sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Solo un uomo di assoluta perfezione può vederlo.» (p. 474) ====Libro XII==== *Se la mia morte potesse giovarvi e la mia vita non vi fosse di alcuna utilità, ebbene, sarei pronta a morire per voi! ([[Elaine di Corbenic]], p. 481) *«Ah, [[Tristano|ser Tristano]]» esclamò allora [[Palamede (ciclo arturiano)|ser Palamede]] «sapete bene che non posso battermi senza perdere l'onore. Voi siete allo scoperto e io sono armato: se vi uccidessi l'onta ricadrebbe su di me. Del resto, conosco la vostra forza e la vostra resistenza.»<br>«È vero, e adesso capisco quanto siete prode.»<br>«Vi prego, rispondete a una domanda.»<br>«Volentieri. Con l'aiuto di Dio vi dirò la verità.»<br>«Fate il caso che voi foste armato di tutto punto e io non lo fossi: cosa vi suggerirebbe di farmi l'onore cavalleresco?»<br>«Ora capisco!» esclamò ser Tristano. «Poiché devo dare il mio parere, Dio mi benedica, quel che dirò non sarà dettato dalla paura. Vi risponderò quindi che in tal caso non vorrei battermi e vi lascerei andare.»<br>«E anch'io non voglio. Perciò, prendete la vostra strada!»<br>«Posso sempre scegliere se restare o andar via, invece. Ma c'è una cosa che mi stupisce: perché un cavaliere valoroso come voi non vuole essere battezzato, mentre vostro fratello ser Safer si è fatto cristiano già da tempo?»<br>«Sebbene in cuor mio creda già in Gesù Cristo e nella sua dolce madre Maria, secondo un voto che ho fatto anni fa devo ancora affrontare uno scontro; poi mi farò battezzare, e con grande gioia.»<br>«In fede mia, allora non dovrete cercare a lungo quest'ultima battaglia! Dio non voglia che per colpa mia restiate ancora saraceno!» (p. 488) *«E adesso?» gli chiese Tristano. «Ti ho alla mia mercé come poc'anzi mi avevate voi. Ma i cavalieri di corte non dovranno mai dire che ser Tristano ha ucciso un guerriero disarmato. Quindi, riprendete la vostra arma e portiamo a termine lo scontro.»<br>«Desidererei davvero di finirlo» rispose l'altro «ma non ho molta voglia di battermi ancora, anche perché l'offesa che vi ho arrecata non è tanto grave che non possiamo diventare amici. Osai dire che [[Isotta|Isotta la Bella]] non ha pari tra le dame; non l'ho mai disonorata e, anzi, è grazie a lei che ho ottenuto gran parte dell'onore che mi sono conquistato. Le mie offese non furono mai rivolte alla regina, ma a voi, e oggi mi avete ripagato con un gran numero di colpi. Ad alcuni ho potuto rispondere, ma adesso devo ammettere che non ho mai incontrato un uomo forte e resistente quanto voi, salvo ser Lancillotto del Lago. Perciò, mio signore, vi chiedo di perdonarmi ogni cosa e di condurmi oggi stesso alla chiesa più vicina dove prima vorrei confessarmi e poi essere battezzato. In seguito andremo insieme alla corte di Artù per partecipare alla grande festa.»<br>«Allora prendete il cavallo: faremo come avete detto, e che Dio vi perdoni per tutti i vostri peccati come ho già fatto io! A un miglio da qui il vescovo suffraganeo di Carlisle potrà impartirvi il sacramento del battesimo.»<br>Montarono a cavallo insieme a ser Galleron e, giunti alla presenza del vescovo, gli esposero quanto volevano. Il sant'uomo fece riempire un grande bacile d'acqua, la consacrò, poi confessò e assolse ser Palamede. Ser Tristano e ser Galleron furono i suoi padrini.<br>Poco dopo, ripartirono per Camelot dove trovarono il re, la regina e quasi tutti i cavalieri della Tavola Rotonda, che furono molto lieti di sapere che ser Palamede si era fatto cristiano. (pp. 490-491) ====Libro XIII==== *«Ora sono certo che voi della [[Tavola Rotonda]] partirete alla ricerca del [[Graal|Sangrail]] e che io non vi vedrò mai più tutti insieme» dichiarò allora Artù. «Voglio perciò che vi riuniate per giostrare e torneare nel prato sotto Camelot in modo che, dopo la vostra morte, si possa tramandare che in questo giorno erano qui raccolti tanti valorosi combattenti.» (p. 501) *Rientrati tutti tra le mura di Camelot, il re e i baroni si recarono ad ascoltare i vespri nella cattedrale e poi a cena, dove ciascuno dei cavalieri prese posto, come prima, sul proprio seggio. Ma ecco che, tra improvvisi scoppi e rombi di tuono che fecero temere che il palazzo stesse crollando, nella sala penetrò un raggio di sole sette volte più vivido di quanto si fosse mai visto e tutti furono investiti dalla grazia dello Spirito Santo. Guardandosi intorno, i cavalieri osservarono che gli altri sembravano circonfusi di bellezza, ma non poterono pronunciare una sola parola. Poi, apparve il Santo Graal velato di sciamito bianco, così che nessuno poté vederlo o capire chi lo recasse, e la sala si riempì di profumi mentre davanti ai commensali comparivano i cibi e le bevande che prediligevano. Dopo aver attraversato l'intero ambiente, il sacro vaso scomparve d'un tratto, e solo allora i presenti ritrovarono la voce e il re rese grazie a Dio per la benevolenza che aveva mostrato loro. (p. 502) *Non torneranno più tutti {{NDR|i [[cavalieri della Tavola Rotonda]]}} insieme perché molti moriranno nel corso della ricerca. Io li amo quanto la mia stessa vita, e lo scioglimento di questa compagnia mi provoca un tremendo dolore, poiché la loro presenza alla mia corte era ormai un costume consolidato. ([[Re Artù]], p. 503) *Il mio peccato e la mia malvagità mi hanno sprofondato nel disonore [...]. Finché ho perseguito avventure mondane per soddisfare desideri terreni, le ho sempre compiute in modo impareggiabile e senza mai subire sconfitte nelle giuste come nelle inique contese. Ma ora che ho intrapreso avventure celesti, capisco che il mio antico peccato mi ostacola e mi svergogna al punto che quando mi è apparso il sacro sangue non ho avuto la forza di muovermi e di parlare. ([[Lancillotto]], p. 518) *{{NDR|Su [[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]]}} Tutte le mie gesta d'armi le ho compiute per amor suo [...] e per lei mi sono battuto, a torto o a ragione. Non ho mai fatto nulla solo per amore di Dio, ma sempre anche per conquistarmi onore e farmi andare di più, e ne sono stato poco o nulla grato al Signore. ([[Lancillotto]], p. 519) ====Libro XIV==== *«[[Mago Merlino|Merlino]] istituì la [[Tavola Rotonda]] a somiglianza della sfericità del mondo in essa perfettamente rappresentato» proseguì la reclusa. «Nella Tavola Rotonda, infatti, l'intero mondo cristiano e pagano trova ristoro, tanto che coloro che sono scelti a fare parte di quell'eletta compagnia si reputano colmi di grazia e più onorati che se fossero i padroni di metà della terra. Hai potuto vedere anche tu come, pur di appartenervi, i cavalieri siano disposti a perdere padre, madre, famiglie, mogli e figli, come facesti tu stesso che, per unirti a loro, abbandonasti tua madre senza volerla più vedere.<br>«Dunque, quando Merlino istituì la Tavola Rotonda disse che coloro che ne sarebbero stati compagni avrebbero potuto attingere alla verità del Sangrail. Gli fu chiesto chi l'avrebbe conquistata, ed egli rispose che sarebbero stati tre tori bianchi, due vergini e uno casto, e che uno di essi sarebbe stato più forte e più valoroso di suo padre quanto il leone lo è del leopardo. Allora gli fu detto: "Bisognerà che con le tue arti tu dia luogo a un seggio su cio potrà prendere posto solo il cavaliere che eccellerà su ogni altro".<br>«E Merlino istituì il Seggio Periglioso, quello su cui Galahad sedette al banchetto di Pentecoste.» (p. 522) *La storia dice che [[Parsifal|ser Percival]] era uno degli uomini più religiosi che vi fossero al mondo in quei tempi in cui ben pochi credevano in Dio senza riserve, e i figli non rispettavano i padri e li trattavano come estranei. Egli quindi cercò conforto in Nostro Signore Gesù pregandolo affinché le tentazioni non lo allontanassero dal servizio di Dio ed egli potesse continuare ad essere Suo leale campione. (p. 527) *[...] sono al servizio dell'Uomo migliore del mondo che non permetterà che io muoia, perché chi bussa alla Sua porta potrà entrare, chi chiede potrà ricevere, ed Egli non si nasconde a colui che lo cerca [...]. ([[Parsifal]], p. 529) *Punirò la mia carne, che vuole avere impero su di me! ([[Parsifal]], p. 532) *Quanto sono stato vicino a perdere me stesso [...] e la purezza che non avrei mai più potuto riavere! ([[Parsifal]], p. 532) ====Libro XV==== *«Non sei forse ser Lancillotto del Lago?» gli chiese il religioso dopo che il cavaliere gli ebbe comunicato che si sarebbe fermato con lui per la notte.<br>«Si, sono io.»<br>«Cosa fai in questa contrada?»<br>«Vado in cerca delle avventure del [[Graal|Sangrail]], signore.»<br>«Fa pure» gli disse allora il buon uomo «ma anche se il santo vaso si trovasse qui, il peccato ti impedirebbe di vederlo proprio come non è dato a un cieco di scorgere una spada sfolgorante.» (pp. 534-535) *Quaranta anni dopo la passione di Gesù Cristo, [[Giuseppe d'Arimatea|Giuseppe di Arimatea]] preconizzò che re Evelake avrebbe sconfitto in battaglia i propri nemici. Dei sette re e dei due cavalieri che hai visto, il primo si chiama Nappus, e fu un sant'uomo; il secondo ebbe il nome di Nacien in onore di un suo avo che aveva ospitato Nostro Signore Gesù Cristo. Il terzo fu chiamato Helias il Grosso; il quarto Lisais; il quinto, Jonas, lasciò il proprio paese per rcarsi nel Galles dove sposò la figlia di Manuel ed ottenne la Gallia, che elesse come sua dimora e generò Lancillotto, tuo nonno, che sposò la figlia del re d'Irlanda e fu un uomo insigne quanto te. Suo figlio fu re Ban, tuo padre, l'ultimo dei sette re. Uno dei due cavalieri, invece, rappresenta te, Lancillotto, cui gli angeli dissero che non appartenevi alla compagnia dei sette re, mentre il secondo cavaliere sta a indicare il leone, che è superiore a tutti i re della terra, cioè ser Galahad, da te concepito nella figlia di re Pelles. E tu, che dovresti essere grato a Dio di ogni altro, perché, come peccatore, sei il cavaliere senza pari, non Lo hai ringraziato per tutte le straordinarie virtù che Egli ti ha prestate! (p. 537) *Ah, Lancillotto [...] finché facevi parte della cavalleria terrena, eri l'uomo più straordinario e avventuroso del mondo; ma non devi stupirti se ora che ti trovi tra cavalieri impegnati in imprese celesti la fortuna ti è avversa. (p. 539) ====Libro XVI==== *Ser Lancillotto, poi, se non fosse per una sola pecca sarebbe superiore a ogni altro. Ma così come stanno le cose, è proprio come noi; solo che si assume le fatiche maggiori. ([[Gawain]], p. 541) *La [[Tavola Rotonda]] fu istituita proprio perché gli uomini non svilissero queste due virtù{{NDR|, la pazienza e l'umiltà}}, come la cavalleria, che affonda in esse le sue radici, è sorta perché non possa mai essere sconfitta la fraternità che ne è il fondamento. (p. 545) *{{NDR|Rivolto a [[Gawain]]}} Ti sei impegnato insieme a molti altri in una ricerca che non porterai mai a termine perché il Sangrail non si mostra ai peccatori. Non devi quindi meravigliare se non vi sei riuscito. Tu sei un cavaliere sleale e un grande assassino, mentre per gli uomini buoni questa ricerca è ben altro che una serie di omicidi. Lancillotto, benché abbia commesso gravi colpe, al momento stesso in cui ha intrapreso la ricerca si è impegnato a non peccare più, e infatti non ha mai ucciso né ucciderà un solo uomo fino al suo ritorno a Camelot. Se non fosse per la sua fragilità che probabilmente lo farà ricadere nella colpa con il pensiero, egli sarebbe il primo a compiere l'impresa dopo Galahad. Ma poiché Dio conosce i suoi pensieri e la sua debolezza, gli concederà di morire in santità. (Eremita, pp. 546-547) ====Libro XVII==== [[File:Galaad devant le graal n°3.gif|thumb|Galahad, Bors e Parsifal dinanzi al Graal]] *{{NDR|Su [[Davide]]}} Egli era un dotto che conosceva le virtù delle pietre e delle piante, il corso delle stelle e molte altre cose ancora; ma poiché aveva una moglie malvagia, si era convinto che non esistessero donne buone, tanto che ne parlò con disprezzo anche nei libri che compose. (p. 573) *Non spetta a noi punire chi ha operato contro Dio, ma solo alla Sua potenza. ([[Galahad]], p. 576) *Siete uno sciocco se non sapete che le [[Verginità|vergini]] sono franche ovunque si trovino. ([[Parsifal]], p. 579) *Nessuna lingua potrebbe descrivere e nessun cuore immaginare le meraviglie cui ho assistito. Se non mi fossi macchiato di un antico peccato, avrei potuto vedere molto di più. ([[Lancillotto]], p. 588) *Galahad, servo di Gesù Cristo che attendo da tempo, abbracciami e lascia che riposi sul tuo petto e tra le tue braccia, casto e vergine sopra ogni altro cavaliere, giglio simbolo di purezza, rosa del colore del fuoco, fiore di ogni virtù. Sei tanto intriso della fiamma dello Spirito Santo che la mia carne, consunta dalla vecchiaia, ritrova la giovinezza! (Re Mordrains, p. 591) *[...] rimessosi in viaggio, {{NDR|Galahad}} penetrò in una foresta irta di pericoli dove la storia dice che si imbatté in una sorgente in cui l'acqua ribolliva formando grandi onde. Il cavaliere vi posò una mano, e subito l'acqua si placò e il calore ne disparve, poiché quell'ardore era segno di lussuria, molto diffusa a quei tempi, e non poté durare al contatto con la purezza della sua verginità. Quanto era accaduto fu considerato un miracolo in tutto il paese, e da allora la fonte fu chiamata la Sorgente di Galahad. (p. 591) *«Figliolo» disse poi l'Uomo a Galahad «sai cos'è ciò che stringo tra le mani?»<br>«No, se non me lo dite voi.»<br>«È la sacra scodella in cui mangiai l'agnello pasquale. Ora hai veduto quello che più desideravi, ma con minore chiarezza di come lo potrai ammirare nel Palazzo Spirituale della città di Sarras. Adesso partirai e con te partirà anche il Sangrail, che questa notte stessa dovrà lasciare il regno di Logris dove nessuno lo vedrà mai più perché le genti di questa terra si sono volte al peccato e non lo servono né lo venerano come dovrebbero; io perciò le spoglio dell'onore che avevo loro concesso. Domattina voi tre prenderete la Spada dalla Strana Cintura e scenderete alla riva del mare dove troverete pronta una nave. Ma prima ridonerete la salute al Re Magagnato ungendogli il corpo e le gambe con il sangue che è colato dalla lancia.»<br>«Signore, perché gli altri non possono venire con noi?» chiese Galahad.<br>«Come inviai i miei apostoli in diverse direzioni, così voglio ora che vi separiate. Quanto a voi tre compagni, due moriranno al mio servizio e solo uno tornerà a darne notizia» fu la risposta.<br>Poi l'Uomo li benedì e scomparve. (pp. 594-595) *«Salutate per me ser Lancillotto mio padre e signore, e ricordategli che questo è un mondo incostante.»<br>Infine si inginocchiò a pregare davanti alla tavola e la sua anima lo lasciò, trasportata nel cielo di Gesù Cristo da una moltitudine di angeli. I compagni, che assistettero al prodigio, videro anche una mano scendere sul vaso e sulla lancia, prenderli e portarli nei cieli.<br>Da allora non vi è più stato un uomo che abbia avuto l'ardire di sostenere di aver visto il Sangrail. (p. 598) ====Libro XVIII==== *[...] [[Lancillotto]], dimentico della promessa fatta e della perfezione raggiunta nel corso della ricerca, riprese a frequentare la regina. Del resto, come dice appunto il libro, se egli non le fosse stato intimamente legato nei suoi pensieri più riposti quanto, in superficie, appariva devoto a Dio, nessun cavaliere avrebbe potuto superarlo nella ricerca del Sangrail. Invece, i suoi più segreti sentimenti correvano sempre a lei. Così essi ripresero ad amarsi con maggiore ardore di prima e i loro convegni si fecero tanto frequenti che la corte cominciò a mormorare, e in particolare il loquace ser Agravano fratello di ser Galvano.<br>Ma intanto Lancillotto, continuamente assediato da dame e da damigelle che gli chiedevano di essere loro campione in questioni di diritto, per evitare ulteriori maldicenze e dicerie, decise di impegnarsi con zelo a seguire i dettami di Nostro Signore Gesù Cristo e di sottrarsi per quanto gli era possibile alla familiarità e alla compagnia di Ginevra. (p. 603) *[...] [[Mordred|ser Mordred]], [[Agravaine|ser Agravano]] e molti altri della corte non ci perdono d'occhio e parlano del nostro amore. Li temo più per voi che per me perché, se del caso, io potrei fuggire o sbarazzarmene, mentre voi non potreste che rimanere qui a subire le maldicenze; e se doveste trovarvi in pericolo per aver commesso volontariamente qualche leggerezza, non potreste avere altro aiuto che il mio e quello dei miei parenti. Signora, la nostra imprudenza ci condurrà allo scandalo e alla vergogna, e io non voglio assolutamente che voi siate disonorata. Sono queste le ragioni che mi hanno spinto a dedicarmi il più possibile al servizio delle dame, facendo in modo che tutti pensino che ne traggo gioia, delizia e piacere. ([[Lancillotto]], p. 604) *Lancillotto, ora capisco la vostra falsità e la vostra volgare lussuria! Voi amate altre dame, e per me non provate che disprezzo. Adesso che ho ben chiaro che siete un traditore, state certo che non vi amerò mai più. Non osate comparirmi ancora davanti: da questo momento vi scaccio dalla corte, e per sempre, e vi bandisco dalla mia compagnia. Se tenterete di rivedermi, sarete ucciso. ([[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], pp. 604-605) *Spesso le donne sono impulsive e compiono azioni di cui poi si pentono amaramente. ([[Bors (ciclo arturiano)|Bors]], p. 605) *Se accetterò di essere il campione della regina mi alienerò molti cavalieri della Tavola Rotonda. Tuttavia, per amore di Lancillotto e vostro, sarò suo difensore a meno che il caso non porti qui un campione meglio di me. ([[Bors (ciclo arturiano)|Bors]], p. 609) *Non ho mai sentito dire che Ginevra abbia rovinato un solo cavaliere. Anzi, a quel che so, ella ci ha sempre magnificato ed è stata la sovrana più generosa e liberale, e la più munifica di doni e di benevolenza. Sarebbe quindi vergognoso se lasciassimo morire nell'ignominia la moglie del nostro nobilissimo re. Sappiate che non lo permetterò, e che sosterrò la sua innocenza nella morte di ser Patrise; del resto, ella non aveva alcun motivo per odiare lui o alcuno dei cavalieri intervenuti al banchetto. Direi anzi che ci abbia invitati per affetto, certo non per un subdolo stratagemma, e sono convinto che comunque andrà, un giorno sarà possibile provare che tra di noi vi è un traditore. ([[Bors (ciclo arturiano)|Bors]], p. 610) *Come dice un antico proverbio, è aspra la battaglia nella quale si scontrano parenti e amici, perché allora non c'è posto per la misericordia, ma solo per la più mortale delle contese. ([[Lancillotto]], p. 629) *[...] non mi piace essere obbligato ad amare; l'amore deve nascere dal cuore, non dalla costrizione [...]. ([[Lancillotto]], p. 636) *L'amore deve essere libero, non imposto, perché un amore forzato finisce con il dissolversi. ([[Re Artù]], p. 636) *All'uomo d'onore non può non ripugnare assistere alla sconfitta di un suo pari, mentre chi non ha onore e si comporta da vile, alla vista di un uomo in pericolo non compirà mai un gesto gentile o generoso. Un codardo, infatti, non darà mai prova di misericordia, mentre chi alberga la bontà nel cuore farà agli altri quello che vorrebbe fosse fatto a lui. ([[Re Artù]], p. 642) *{{NDR|Su [[maggio]]}} Quel mese esuberante infonde coraggio negli amanti e, in vari modi, li induce più di ogni altro a diversi comportamenti, perché è allora che, come erbe e arbusti, gli uomini e le donne si rinnovellano e richiamano alla mente lontane cortesie, servigi e gesti gentili che avevano posto nell'oblio per negligenza.<br>E come il rigore dell'inverno offusca e sfigura la verde estate, così accade all'amore che lega l'uomo alla donna, quando è incostante. Sono numerosi coloro che non albergano la costanza, e non passa giorno senza che vediamo come basti un alito di rigore invernale per cancellare e spezzare col minimo pretesto un vero amore, che pure costa tanto. Questa non è costanza né saggezza, ma debolezza di carattere, disonorevole per coloro che la praticano.<br>Perciò, come il maggio fiorisce e germoglia nei giardini, così ogni uomo d'onore rivesta il proprio cuore di germogli, prima a gloria di Dio, poi per dare gioia a coloro cui ha giurato fedeltà. Infatti, non c'è uomo o donna d'onore che non abbia scelto l'oggetto del proprio amore. E se la fatica delle armi non deve essere mai trascurata, bisogna però che l'onore sia innanzitutto riserbato a Dio, e solo dopo aver contesa con le dame: questo è ciò che io chiamo un amore virtuoso.<br>Oggi, però, gli uomini non sanno amare per sette giorni di seguito senza pretendere di appagare le proprie brame. La ragione ci dice che un tale amore non può durare, perché quanto è subito accordato con troppa prontezza, è ben presto spento dall'ardore stesso. Così è l'amore ai nostri tempi: arde lesto e altrettanto in fretta si raffredda! E questa non si può chiamare costanza. Ai tempi di Artù l'amore soleva essere diverso: uomini e donna si amavano anche per sette interi anni senza che tra loro si insinuasse la lussuria. Quello era amore vero, e fedele!<br>Ho dunque paragonato l'amore di oggi all'estate e all'inverno, perché come la prima è calda e il secondo è freddo, allo stesso modo procede l'amore ai nostri giorni. Tutti voi che siete amanti rammentate quindi il mese di maggio! (pp. 643-644) ====Libro XIX==== *[...] a quel tempo era costume che Ginevra non lasciasse mai la corte senza un seguito di ottimi cavalieri armati, quasi tutti giovani decisi a farsi onore. Erano chiamati i Cavalieri della Regina e in battaglia, ai tornei e alle giostre portavano come insegna uno scudo completamente bianco. Venivano scelti per quel servigio tutti gli anni in occasione della festa della Pentecoste tra i cavalieri che si erano mostrati più valorosi, in sostituzione di quelli che erano morti nel corso dell'anno (e non ne passava uno senza che ne morissero alcuni). Proprio compiendo tale servigio si erano distinti all'inizio ser Lancillotto e tutti gli altri, prima di conquistare rinomanza. (pp. 645-646) *Ahimè, che vergogna che un [[cavaliere]] ne tradisca un altro! [...] Ma c'è un vecchio proverbio che recita: "Il valoroso è davvero in pericolo solo quando si trova in balia di un codardo. ([[Lancillotto]], p. 649) *Gesù mi terrà lontano dal disonore, e poi ben vengano le disgrazie che Dio vuole mandare [...]. ([[Lancillotto]], p. 657) ====Libro XX==== *Nel mese di maggio, quando ogni cuore gagliardo fiorisce e germoglia e, con la bellezza e il rigoglio della stagione, uomini e donne sono pieni di letizia per l'avvicinarsi dell'estate con i suoi fiori novelli, laddove gli aspri venti e le bufere dell'inverno li inducono a raccogliersi al coperto presso il focolare, scoppiarono furore e sventura che ebbero termine solo con la morte e l'estinzione del fiore di tutti i cavalieri del mondo. (p. 663) *Mi meraviglio che nessuno di noi si vergogni di sapere, e di vedere con i propri occhi, che Lancillotto giace giorno e notte con la regina [...]. Ne siamo tutti al corrente, eppure siamo tanto vili da tollerare il disonore di un sovrano nobile quanto Artù. ([[Agravaine]], p. 663) *Se ne dovesse derivare ostilità o guerra tra noi e Lancillotto, sta' certo che molti re e molti potenti signori sceglierebbero di schierarsi con lui. E poi, fratello [...] devi sempre tenere a mente che Lancillotto ha salvato più di una volta il re e la regina, e che anche i migliori tra noi si sarebbero sentiti gelare il cuore in varie occasioni se egli non fosse stato il più valoroso e non lo avesse dimostrato molto spesso. ([[Gawain]], p. 664) *Ser Lancillotto mi ha concesso l'investitura e niente potrà indurmi a parlare male di lui [...]. ([[Sir Gareth]], p. 664) *Appena gli altri furono usciti, il re chiese quale fosse il motivo della disputa.<br>«Ora ve lo dirò, sire; non posso più tenerlo in me» gli rispose ser Agravano. «Io e ser Mordred siamo in disaccordo con i nostri fratelli: sappiamo che ser Lancillotto è da tempo l'amante della regina e, poiché siamo figli di vostra sorella, non possiamo continuare a tollerarlo. Voi siete il suo signore e colui che lo ha investito cavaliere, e intendiamo provare la sua slealtà.»<br>«Se quello che dite è vero, Lancillotto è un traditore!» esclamò Artù. «Ma mi ripugna compiere un passo del genere senza averne le prove; ser Lancillotto è un cavaliere valoroso e, come ben sapete, il migliore di tutti noi. Se non sarà colto sul fatto, vorrà battersi con colui che lo ha denunciato, e nessuno sarà in grado di tenergli testa. Quindi, voglio che sia sorpreso in flagrante.»<br>Il libro francese dice che il re non desiderava affatto che si diffondessero voci su Lancillotto e la regina. A dire il vero, egli ne aveva già il sospetto, ma non voleva sentirne parlare perché amava molto ser Lancillotto per tutto quello che egli aveva fatto in favore suo e di Ginevra. (p. 665) *«Ahimè» si lamentava intanto Lancillotto «non mi è mai capitato di trovarmi a rischiare una morte vergognosa per la mancanza della mia armatura!»<br>Nel frattempo ser Agravano e ser Mordred non cessavano di gridare:<br>«Esci dalla camera della regina, traditore! Sta' certo che non riuscirai a fuggire».<br>«Gesù misericordia, non posso tollerare questo odioso clamore: meglio morire subito che sopportare un simile tormento!» esclamò allora Lancillotto; poi prese Ginevra tra le braccia e la baciò.<br>«Nobilissima tra le regine cristiane aggiunse siete la mia diletta e gentile signora e io, il vostro povero e fedele cavaliere, vi sono stato al fianco nelle cause giuste come in quelle ingiuste dal giorno in cui re Artù mi conferì l'investitura. Se morirò, vi supplico di pregare per la mia anima. Sono sicuro che ser Bors e tutti gli altri miei parenti, e anche ser Lavaine, vi salveranno dal rogo. Confortatevi, perciò, madonna mia amata, e qualunque cosa mi accada, andate con ser Bors e con gli altri che vi tratteranno con ogni onore e vi faranno regina delle mie terre.»<br>«No, Lancillotto, non vi sopravviverò! Se sarete ucciso, per amore di Dio accoglierò la morte con umiltà, come è dovere di una regina cristiana.»<br>«Ebbene, signora, poiché è giunto il giorno in cui dobbiamo separarci, sappiate che venderò la vita al più alto prezzo, e che sono mille volte più addolorato per voi che per me. Ma ora preferirei avere indosso la mia solida armatura piuttosto che regnare su tutto il mondo cristiano: prima di soccombere farei in modo che le mie gesta siano tramandate.»<br>«Piacesse a Dio che uccidessero me e lasciassero libero voi!» esclamò la regina.<br>«Questo non deve accadere, e che Dio mi ripari da una simile vergogna!» replicò Lancillotto. «Gesù Cristo, sii tu il mio scudo e la mia armatura!» (p. 667) *Ora, signora, è chiaro che il nostro amore è giunto al suo epilogo e che da adesso in poi re Artù mi sarà nemico. Ma se vorrete rimanere con me, mi impegno a tenervi al riparo da ogni pericolo. ([[Lancillotto]], p. 669) *Stanotte ho ucciso ser Agravano, fratello di ser Galvano, e almeno altri dodici suoi compagni. Non ho alcun dubbio, pertanto, che vi sarà un conflitto sanguinoso. Quei cavalieri erano stati mandati a sorprendermi su ordine espresso di Artù, e il re deve essere talmente furibondo e colmo di risentimento che condannerà la regina al rogo. Io non posso certo permettere che ella sia arsa per colpa mia. Se riuscissi a farmi ascoltare, mi offrirei di essere fatto prigioniero per potermi poi battere in suo favore e provare che è una sposa fedele, ma temo che il re sia troppo infuriato per accettare questa proposta. ([[Lancillotto]], p. 671) *Miei bei signori, mi ripugna di compiere un'azione che potrebbe disonorare voi e tutto il mio lignaggio. Ma poiché sono altrettanto contrario a permettere che la regina muoia di una morte ignobile, se il vostro consiglio è di sottrarla al supplizio, siate però ben consapevoli che dovrò causare molti lutti. Forse, con mio grande rammarico, sarò costretto a uccidere anche qualcuno dei miei migliori amici e può darsi che alcuni, piuttosto che essere complici di un'azione abietta, preferiscano schierarsi dalla mia parte: non vorrei certo farli soffrire. ([[Lancillotto]], p. 672) *«[...] il caso di Tristano dovrebbe mettermi in guardia. Sapete bene come andò a finire dopo che, presi tutti gli accordi, egli riportò [[Isotta|Isotta la Bella]] a re Marco: quel sovrano lo uccise a tradimento mentre suonava l'arpa davanti alla sua dama, cogliendolo alle spalle e trafiggendogli il cuore con una lancia ben affilata.»<br>«È vero» convenne ser Bors «ma c'è una cosa che dovrebbe incoraggiare te come tutti noi, ed è che re Marco e re Artù sono di indole assai diversa, perché Artù non ha mai mancato alla propria parola.» (pp. 672-673) *Capita spesso che agiamo per quel che crediamo il meglio, e che finisce poi per dimostrarsi il peggio. ([[Gawain]], p. 674) *[...] sappiate che soffro di più per la perdita dei miei buoni cavalieri che per la fuga della mia gentile regina, perché di regine posso averne quante ne voglio, mentre non mi sarà mai più possibile riunire una simile compagnia di valorosi. E che sciagura che io e Lancillotto dobbiamo essere nemici! ([[Re Artù]], p. 677) *[...] da oggi in poi cercherò Lancillotto fino al giorno in cui uno dei due avrà ucciso l'altro. Intendo vendicarmi e vi chiedo di prepararvi alla guerra. Se non volete perdere il mio servigio e il mio affetto, affrettatevi a mettere alla prova i vostri amici. Giuro su Dio che, anche se dovessi inseguire Lancillotto per sette regni, lo ucciderò a costo della vita. ([[Gawain]], p. 679) *«Dio non voglia che io mi scontri con il nobilissimo sovrano che mi armò cavaliere!» replicò Lancillotto.<br>«Alla malora le belle parole!» proruppe il re. «Presta fede a quanto ti dico e non lo dimenticare: sono il tuo mortale nemico e lo sarò fino al giorno della mia morte. Non ti perdonerò mai di avermi ucciso degli ottimi cavalieri e degli uomini nobilissimi appartenenti al mio stesso sangue. Per di più, hai giaciuto per anni con la regina, che alla fine mi hai rapita con la forza.»<br>«Mio nobilissimo signore e re, dite quello che volete, tanto sapete benissimo che non mi batterò mai con voi» gli rispose Lancillotto. «È vero, vi ho ucciso dei cavalieri, e me ne rammarico molto; ma sono stato costretto a farlo per salvarmi la vita. Avrei forse dovuto lasciarmi uccidere? Quanto a madama la regina, non un solo cavaliere al mondo, salvo la persona di vostra altezza e il mio signore ser Galvano, oserebbe provare sul mio corpo che ella vi ha tradito! E se vi fa piacere di dichiarare che sono legato da molti anni a madama la vostra regina, vi darò soddisfazione dimostrando con il mio braccio contro chiunque, salvo voi e ser Galvano, che ella vi è fedele. Tuttavia, alla sua grazia è piaciuto di tenermi in suo favore e di prediligermi tra tutti gli altri, e del resto io ho ben meritato il suo affetto perché, sire, più di una volta il vostro furore avrebbe permesso che ella fosse condotta al supplizio se io non mi fossi battuto per lei inducendo i suoi nemici a confessare la loro menzogna e facendola così assolvere con onore. E tutte quelle volte, voi mi avete dimostrato amore e gratitudine per averla salvata, e mi avete anche promesso di essere per sempre il mio benevolo signore. Ora, invece, mi sembra che ricompensiate male i miei servigi. Del resto, sire, avrei perso gran parte del mio onore cavalleresco se avessi tollerato che madama, la vostra regina, fosse suppliziata per causa mia. In molte occasioni mi sono battuto per lei in contese che non mi riguardavano; non avrei forse avuto il diritto di farlo allorché ero dalla parte del giusto? Perciò, mio generoso e grazioso signore, concedete la vostra benevolenza alla vostra regina, che è buona e fedele!» (pp. 680-681) *Voi, sire, avete dato ascolto a voci menzognere, e questa è stata la causa della guerra che ci oppone. Mio signore, un tempo avevo meritato la vostra compiacenza per essermi battuto in favore della regina vostra moglie, e sapete bene quante volte ella abbia dovuto patire gravi torti. Ora, mio buon signore, mi sembra che in questa circostanza, più che in tutte quelle che pure avete approvato, io avessi un motivo ben valido per strapparla al rogo, dal momento che ella vi era stata condannata a causa mia. Coloro che vi hanno raccontato le fole che sapete erano per certo mentitori, ma le calunnie sono ricadute sul loro capo poiché, se la potenza di Dio non fosse stata dalla mia parte, come avrei potuto io, disarmato e ignaro, far fronte a quattordici avversari armati e decisi? Infatti ero stato convocato dalla regina per non so quale motivo, e avevo appena varcato la porta della sua camera quando ser Agravano e ser Mordred hanno cominciato a chiamarmi traditore e codardo. ([[Lancillotto]], p. 687) *[...] non mi sono mai battuto a oltranza con un cavaliere senza mostrare misericordia, e che benché mi sia misurato con ottimi guerrieri quali ser Tristano e ser Lamorak, ho sempre reso loro l'onore e il rispetto che meritavano. Dio mi è testimone che non mi sono mai adirato al punto da accanirmi contro i buoni cavalieri che ho visto impegnati a farsi onore, e che sono sempre stato lieto di aiutare un avversario in grado di tenermi testa a piedi o a cavallo. ([[Lancillotto]], p. 688) *Ser Galvano, io amavo ser Gareth più di qualunque mio parente, e piangerò per sempre la sua morte non solo per il grande timore che ho di voi, ma anche per altri motivi che mi amareggiano. Prima di tutto, perché fui io a investirlo cavaliere; poi, perché so che mi amava più di ogni altro; il terzo motivo è che era un uomo nobilissimo, leale, cortese, gentile e di buona indole; il quarto è che appena seppi della sua morte capii che da voi non avrei avuto altro che un'inestinguibile guerra. Per di più, ero certo che avreste fatto in modo che il mio nobile signore Artù mi fosse nemico per sempre. Eppure, che Gesù mi perdoni, non ho ucciso ser Gareth e ser Gaheris di proposito. Ah, perché erano disarmati in quel giorno fatale! ([[Lancillotto]], p. 689) *Se non fosse stato per il papa, io mi sarei battuto con te in singolare tenzone e avrei provato sulla tua persona la tua falsità nei confronti di Artù e miei. E lo farò, una volta che avrai lasciato queste terre, dovunque riuscirò a trovarti! ([[Gawain]], p. 690) *Ahimè, così devo abbandonare il più nobile tra i regni cristiani, quello che ho amato di più e in cui ho acquistato il mio onore! Mi rammarico di esserci venuto, se devo esserne vilmente bandito senza colpa e senza motivo! Ma la fortuna è così incostante, e la sua ruota tanto mobile, che nessuno è certo di potervi riposare durevolmente. Ne sono prova molte antiche leggende, come quelle che narrano del nobile Ettore, e di Troilo, e di Alessandro il potente Conquistatore, e di molti altri che precipitarono in basso dal culmine della loro regalità. Così avviene per me, che ero tenuto in grande onore in questo regno nel quale la Tavola Rotonda crebbe in dignità grazie a me stesso e ai miei più che virtù di chiunque altro. ([[Lancillotto]], p. 690) *Mio signore Artù, nobile sovrano che mi fece cavaliere, il mio affetto per voi è tale che i vostri attacchi mi addolorano profondamente, eppure li ho sopportati con pazienza. Se fossi stato vendicativo, avrei potuto scendere in campo e domare i vostri baldi cavalieri, ma ho pazientato per sei mesi lasciando che voi e ser Galvano faceste quel che volevate. Ora però non posso tollerarlo più e devo difendermi, perché ser Galvano mi ha accusato di tradimento. Sono stato sempre contrario a battermi contro un vostro parente, ma adesso non posso più tirarmi indietro, come la preda quando è messa alle strette. ([[Lancillotto]], p. 697) *[...] ser Galvano aveva ricevuto da un sant'uomo un dono miracoloso che gli aveva permesso di farsi molto onore: ogni giorno dell'anno, dalle nove a mezzogiorno, la sua forza cresceva fino ad arrivare a triplicarsi. Per questo re Artù, che era il solo a saperlo, aveva ordinato che tutte le tenzoni che si fossero svolte alla propria presenza, di qualunque genere e per ogni tipo di lite, avessero inizio alle nove del mattino: in tale modo il partito per il quale si fosse battuto il nipote avrebbe avuto sempre il sopravvento nel corso delle tre ore in cui la forza di Galvano raggiungeva il suo culmine. (p. 698) ====Libro XXI==== *A [[Mordred|ser Mordred]] era stato dunque affidato il governo di tutta l'Inghilterra. Egli allora fece vergare delle false lettere fingendo che provenissero dal continente, in cui era scritto che re Artù era stato ucciso nel corso della guerra contro ser Lancillotto; quindi convocò a parlamento tutti i baroni e si fece eleggere re. L'incoronazione avvenne a Canterbury e fu seguita da festeggiamenti che durarono quindici giorni.<br>Dopo di che, ser Mordred si recò a Winchester e dichiarò apertamente alla regina (che però era moglie del re, allo stesso tempo suo zio e padre) che intendeva sposarla e perparò le nozze fissando il giorno del matrimonio. Ginevera, pur profondamente addolorata, gli rispose con cortesia e finse di sottomettersi al suo volere; tuttavia espresse il desiderio di recarsi a Londra per comprare quanto le sarebbe occorso per gli sponsali. (p. 702) *Riflettete, Inglesi, sulla malvagità che tutto ciò palesava! Artù era il re più nobile e il cavaliere più valoroso del mondo e che più amava e sosteneva gli uomini prodi, eppure quelli Inglesi non gli concedevano la propria stima! Ché tale era l'antico costume di questa terra, e c'è chi dice che non l'abbiamo ancora abbandonato. Ahimè, questo è un grave difetto: nulla ci piace se perdura nel tempo.<br>Così si comportavano gli uomini di allora: amavano di più ser Mordred che il nobile Artù e molti andarono a dire all'usurpatore che sarebbero stati con lui nella buona come nella cattiva sorte. Allora ser Mordred, che aveva sentito dire che Artù sarebbe sbarcato a Dover, vi si portò con grande esercito allo scopo di sconfiggerlo e di scacciarlo dalle sue stesse terre. (pp. 703-704) *«Ahimè, ser Galvano, figlio di mia sorella, con l'uomo che amavo di più al mondo se ne va ogni mia gioia!» si dolse {{NDR|Artù}} quando si fu ripreso. «Ora te lo posso dire, caro nipote, solo in te e in ser Lancillotto riposavano la mia letizia e la mia fiducia. Adesso che ho perduto entrambi, tutto il conforto che avevo sulla terra mi abbandona!»<br>«Ah, caro zio» gli rispose ser Galvano «il mio ultimo giorno è arrivato, e ne devo biasimare la mia impulsività e la mia ostinazione, dato che sono stato ferito sulla vecchia piaga che mi aveva inferto ser Lancillotto. So che morirò prima di mezzogiorno e che a causa del mio orgoglio voi dovrete patire tanta vergogna e sventura. Se il nobile Cavaliere del Lago fosse stato al vostro fianco, come fu e avrebbe dovuto essere ancora, questa guerra sciagurata non sarebbe mai scoppiata, perché solo la sua cavalleria e la nobiltà del suo sangue erano riuscite a tenere soggetti e timorosi i vostri infidi nemici. Ora egli vi mancherà. Ahimè, perché non ho voluto trovare un accordo con lui! [...]» (pp. 704-705) *Io, ser Galvano, cavaliere della Tavola Rotonda, voglio che tutto il mondo sappia che mi sono dato la morte non per colpa tua ma mia. Perciò, ser Lancillotto, ti supplico di tornare nel regno per visitare la mia tomba e per recitare su di essa una preghiera, lunga o breve che sia, per la salvezza della mia anima. Oggi, nello stesso giorno in cui scrivo questa lettera, fui ferito a morte là dove la tua mano mi colpì per prima, e non avrei potuto essere ucciso da un braccio più nobile. ([[Gawain]], p. 705) [[File:Battle Between King Arthur and Sir Mordred - William Hatherell.jpg|thumb|La battaglia tra Artù e Mordred]] *{{NDR|Sulla [[battaglia di Camlann]]}} I messaggeri si recarono da Mordred che si era circondato di un temibile esercito di centomila armati e dovettero pregare a lungo prima di riuscire a fargli accettare in contropartita la Cornovaglia e il Kent fino alla morte di Artù e, dopo, tutta l'Inghilterra. Fu anche concordato che il sovrano e l'usurpatore, ciascuno con un seguito di quattordici cavalieri, si incontrassero in una zona franca tra i due eserciti schierati.<br>Artù fu lieto degli accordi raggiunti, ma prima di recarsi al convegno ordinò ai propri uomini di avanzare fieramente e di uccidere ser Mordred, di cui non ci si poteva fidare in alcun modo, se avessero visto sguainare anche una sola spada. E ser Mordred aveva istruito allo stesso modo il proprio esercito:<br>«Se vedrete balenare anche una sola lama mouvete con coraggio all'attacco e uccidete quanti vi si parano innanzi, perché non mi fido affatto di questa tregua e so bene che mio padre vorrà vendicarsi di me.»<br>L'incontro ebbe dunque luogo come era stato stabilito. Fu portato del vino e ne bevvero insieme, ma una [[vipera]] sbucata da un cespuglio d'edera morse il piede di un cavaliere. Questi, senza darsi pensiero del danno che ne sarebbe derivato, sguainò la spada per ucciderla, e quando i due eserciti videro balenare la lama diedero fiato alle trombe e ai corni e si corsero incontro levando terribili grida.<br>Allora re Artù montò a cavallo e raggiunse prontamente i propri uomini esclamando:<br>«Ahimè, che giorno sventurato!»<br>Ser Mordred si unì ai suoi, ed ebbe inizio la battaglia più funesta che si sia mai vista in terra cristiana: vi furono attacchi impetuosi e galoppare di cavalli, affondi e fendenti, colpi mortali e accenti minacciosi da entrambe le parti. Re Artù non cessava di attraversare le formazioni di ser Mordred compiendo molte prodezze degne di un nobile sovrano senza mai venir meno al proprio ruolo, ma anche ser Mordred non si tirava indietro e più volte mise se stesso in grave pericolo.<br>La battaglia infuriò per tutta la giornata senza risparmio di forze, finché molti nobili cavalieri giacquero immobili sulla fredda terra, e quando cadde la notte il terreno era cosparso dei cadaveri di ben centomila uomini. (pp. 707-708) *{{NDR|Sulla battaglia di Camlann}} Il sovrano impugnò la lancia e si gettò in avanti gridando:<br>«Traditore, è giunto il giorno della tua morte!»<br>Ser Mordred si scagliò a sua volta contro di lui brandendo la spada, ma il re già gli affondava la lancia sotto lo scudo e gliela faceva fuoriuscire dal corpo per più di un braccio. E quando l'usurpatore comprese che non sarebbe potuto sfuggire alla morte, si slanciò con tutte le proprie forze in avanti trafiggendosi fino all'impugnatura dell'asta, poi calò la spada tenuta con entrambe le mani sul proprio padre e lo raggiunse a un lato della testa trapassandogli l'elmo e il crano. Subito dopo si accasciava a terra morto. (p. 709) [[File:The Death of King Arthur by John Garrick.jpg|thumb|La morte di Artù]] *«[...] Il tempo passa in fretta; prendete perciò la mia buona spada Excalibur e portatela alla riva del mare: vi ordino di gettarla nell'acqua e di tornare poi a dirmi cosa avete visto.»<br>«Sire, obbediremo al vostro comando» gli rispose [[ser Bedivere|Bedivere]].<br>Ma sulla strada si mise a osservare con attenzione la nobile arma e le pietre preziose che ricoprivano il pomo e l'elsa.<br>"Se la getto nell'acqua, non ne deriveranno che perdite e danno!" pensò.<br>Perciò la nascose sotto un albero e poi si affrettò a tornare dal re e gli disse di averla gettata in mare.<br>«Cosa hai visto?» gli domandò Artù.<br>«Nient'altro che onde e venti.»<br>«Non è vero» replicò il re. «Ora affrettatevi a ubbidire e, se vi sono caro, non esitate a fare quanto vi ho detto.»<br>Allora ser Bedivere tornò a prendere la spada, ma pensando ancora che fosse un peccato e una vergogna gettare via un'arma tanto nobile, la nascose di nuovo, poi raggiunse il re.<br>«Cosa avete visto?» gli domandò per la seconda volta il sovrano.<br>«Nient'altro che flutti e ondate nere.»<br>«Ah, mi hai ingannato ancora, sleale e traditore!» propruppe Artù. «La tua fama di nobile cavaliere e l'amore che ti ho sempre portato non mi avrebbero mai fatto pensare che mi avresti tradito per il valore di una spada! Ora sbrigati: le tue esitazioni stanno mettendo a grave rischio la mia vita. Se non eseguirai adesso i miei ordini ti ucciderò con le mie stesse mani ovunque potrò incontrarti.»<br>Così ser Bedivere tornò là dove aveva nascosto la spada, la raccolse con cautela e si avvicinò alla riva. Poi avvolse la cintura intorno all'elsa e la scagliò più lontano che poté. Allora vide un braccio e una mano sorgere dall'acqua, afferrarla stretta, brandirla tre volte e poi inabissarsi con l'arma.<br>Quando ser Bedivere, tornato vicino al re, gli raccontò quello che aveva visto, il sovrano esclamò:<br>«Ahimè, aiutatemi ad andare via, temo di avere aspettato già troppo.»<br>Il cavaliere se lo caricò sulle spalle e andò verso la riva del mare. Vi erano appena arrivati che una piccola chiatta piena di belle dame prese terra accanto a loro. Tra di esse si trovava una regina, e tutte portavano cappucci neri e gridavano e piangevano alla vista di re Artù.<br>«Fatemi salire a bordo» disse il re.<br>Ser Bedivere eseguì con delicatezza il comando, e tre dame accolserò Artù tra alti lamenti e lo misero a sedere con la testa appoggiata sul grembo di una di loro.<br>«Ah, mio caro fratello!» disse allora la regina. «Perché vi siete trattenuto tanto a lungo lontano da me? La ferita che avete al capo ha preso fin troppo freddo!»<br>Poi le dame si misero ai remi e allontanarono l'imbarcazione dalla terra. E quando se Bedivere le vide prendere il largo, gridò:<br>«Ah, mio signore Artù, cosa sarà di me ora che mi lasciate tra i miei nemici?»<br>«Confortatevi e fate del vostro meglio: su di me non potrete più fare alcun affidamento» gli rispose il sovrano. «Devo andare nell'isola di Avalon per curare la mia grave ferita, e se non sentirete mai più parlare di me, pregate per la mia anima.»<br>Intanto la regina e le dame piangevano e gridavano da fare pietà. Quando ser Bedivere ebbe perso di vista la chiatta, scoppiò anch'egli in pianti e in lamenti, poi si diresse verso la foresta e camminò per tutta la notte. (pp. 710-712) *Di Artù non ho trovato nient'altro nei libri autorizzati, né ho letto con maggiore certezza della sua morte se non che fu portato via in una nave con tre regine, una delle quali era sua sorella [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana la Fata]], l'altra la regina del Galles del Nord e la terza quella delle Terre Desolate. Non conosco altra testimonianza che quella dell'eremita che un tempo era stato arcivescovo di Canterbury e che riferì che le dame avevano portato da lui un corpo perché lo seppellisse. Tuttavia egli non sapeva con certezza se si trattasse davvero del cadavere di artù, perché questa storia la fece mettere per iscritto ser Bedivere, cavaliere della Tavola Rotonda. (pp. 712-713) *In varie parti d'Inghilterra si crede che re Artù non sia morto e che, per volontà di Nostro Signore Gesù, viva in un altro luogo da dove tornerà per conquistare la Santa Croce. Io però non mi sento di affermarlo, e preferisco dire che in questo mondo egli lasciò la sua vita. Molti sostengono anche che sulla sua tomba siano scritte queste parole:<br><div class="center">{{maiuscoletto|Hic iacet Arthurus Rex quondam rexque futurus}}</div> (p. 713) *{{NDR|Su [[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]]}} Quando seppe della morte del re e di tutti i nobili cavalieri compreso ser Mordred, ella riparò in gran segreto con cinque dame ad Almesbury dove si fece monaca indossando la veste bianca e nera, e vivendo in penitenza come se fosse stata la più grande peccatrice di questa terra. Da allora nessuna creatura riuscì più a renderla felice, e visse tra digiuni, preghiere e opere di carità al punto che tutti si stupirono della purezza dei sui nuovi costumi. Con il tempo, come era da aspettarsi, divenne anche badessa e governatrice del monastero. (p. 713) *La guerra che ha portato alla morte i più nobili cavalieri del mondo è divampata a causa mia e di quest'uomo, e l'amore che ci legava ha causato la rovina del sovrano più onorato della terra. Lancillotto [...] ho assunto questo stato per salvare la mia anima e, con la grazia di Dio e per le piaghe della Sua Passione, confido che dopo la mia morte potrò contemplare il volto benedetto di Gesù Cristo e sedere alla Sua destra nel giorno del Giudizio, poiché in cielo vi sono dei santi che furono peccatori in terra. Perciò, ser Lancillotto, vi supplico di cuore per l'amore che ci fu tra noi di non posare mai più lo sguardo su di me. Vi comando anche, in nome di Dio, che lasciate la mia compagnia e torniate nel vostro regno per preservarlo da guerre e distruzioni. Così come vi ho amato fino ad ora, il mio cuore non mi permetterà più di incontrarvi dopo che a causa vostra e mia è stato annientato il fuore dei re e dei cavalieri. Rientrate dunque nelle vostre terre e prendete moglie per vivere con lei in gioia e letizia. L'unica supplica che il mio cuore vi rivolge è che invochiate il Signore Eterno perché mi conceda di fare ammenda dei miei peccati. ([[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], p. 716) *«[...] Nella ricerca del Sangrail avrei abbandonato le vanità mondane se non fosse stato per l'amore che vi portavo, e se allora lo avessi fatto con tutto il mio cuore, la volontà e il pensiero, avrei superato ogni altro cavaliere a eccezione di ser Galahad mio figlio. Se voi vi siete votata alla perfezione, è giusto che lo faccia anch'io perché, mi sia testimone Iddio, solo in voi ho avuto la mia gioia terrena. Se il vostro cuore fosse stato diversamente disposto, vi avrei portata con me nel mio regno. Ma poiché tale è la vostra volontà, vi giuro che se troverò un eremita che voglia accogliermi, a qualunque ordine appartenga, farò penitenza e pregherò fino al termine della mia vita. Ora, madama, vi prego di baciarmi un'ultima volta.»<br>«Non lo farò mai» si schermì la regina «e astenetevi anche voi da tali atti.» (pp. 716-717) *Supplico Dio Onnipotente che non mi sia mai più possibile vedere ser Lancillotto con i miei occhi mortali. ([[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], p. 719) *Quando riporto alla mente la bellezza e la nobiltà della regina e del suo re e li vedo ora giacere insieme, il mio cuore non può sostenere il mio corpo afflitto. Quando poi rifletto che per mia colpa, orgoglio e superbia sono entrambi periti, essi che non avevano pari tra le genti cristiane, il ricordo della loro cortesia e della mia gratitudine mi fa mancare il cuore al punto di non potermi reggere in piedi. ([[Lancillotto]], p. 720) *Ah, Lancillotto [...] guida di tutti i cavalieri cristiani, impareggiabile tra i valorosi, ora giaci qui. Eri il più cortese cavaliere che abbia mai portato lo scudo, l'amico più sincero nei confronti di chi ti amava tra quanti hanno mai cavalcato, il più fedele amante tra i peccatori che abbiano mai amato una donna, l'uomo più gentile che abbia mai brandito una spada. La tua bella persona primeggiava sempre tra una folla di cavalieri, e tu eri l'uomo più mansueto e più onorato tra quanti mai si siano intrattenuti a banchetto con le dame. Ma eri anche l'avversario più inflessibile per un nemico mortale che abbia mai posto la lancia in resta. (Hector de Maris, p. 722) ===Explicit=== ====Originale==== Here is the end of the booke book of kyng Arthur & of his noble knyghtes of the rounde table | that whan they were hole togyders there was ever an C and xl | and here is the ende of the deth of Arthur | I praye you all Ientyl men and Ientyl wymmen that redeth this book of Arthur and his knyghtes from the begynnyng to the endyng | praye for me whyle I am on lyve that god sende me good delyveraunce | & whan I am deed I praye you all praye for my soule | for this book was ended the ix yere of the reygne of kyng edward the fourth | by syr Thomas Maleore knyght as Ihesu helpe hym from hys grete myght | as he is servaunt of Ihesu bothe day and nyght |<br>{{NDR|Thomas Malory, ''[https://archive.org/details/lemortedarthuror00malouoft/page/860/mode/2up Le Morte d'Arthur. The original edition of William Caxton now reprinted and edited with an introduction and glossary]'', a cura di H. Oskar Sommer, Londra, David Nutt, 1889}} ====Traduzione==== ''Qui finisce il libro di re Artù e dei suoi nobili cavalieri della Tavola Rotonda, che nel loro insieme raggiungevano il numero di centocinquanta. E questa è anche la fine de'' La morte di Artù. '' Gentiluomini e gentildonne che avete letto il libro di Artù e dei suoi cavalieri dall'inizio alla fine, vi supplico di pregare finché sono in vita perché Dio mi mandi una buona liberazione. Quando poi sarò morto, vi chiedo di pregare tutti per la mia anima. Quest'opera fu terminata nel nono anno di [[Edoardo IV d'Inghilterra|re Edoardo IV]] dal cavaliere sir Thomas Malory che Gesù aiuti con la Sua grande potenza, poiché è servo di Cristo di giorno come di notte.''<br>{{NDR|Thomas Malory, ''Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri'', volume secondo, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Milano, Oscar Classici Mondadori, 1985. ISBN 88-04-41154-6}} ==Citazioni su Thomas Malory== *Malory fu in realtà il primo scrittore su commissione [...]. Quando [[William Caxton|Caxton]] costruì la sua pressa da stampa, chiese al povero vecchio Malory di scrivere qualcosa, ed egli acconsentì mettendo insieme tutte le storie che conosceva: tutte le storie tramandate dalla tradizione orale. Poi, a poco a poco, con la proliferazione dei libri, la gente dimenticò quelle storie o non si curò di ricordarle. Così, i racconti che Malory ambientò nel XII secolo descrivevano eventi accaduti molto tempo prima [...]. E, come accade per tutti i miti, essi assunsero le tinte dell'epoca in cui vennero scritti. Gli ''Idilli del re'' di [[Alfred Tennyson|Tennyson]], per esempio, oppure le opere di [[Edward Burne-Jones|Burne-Jones]] e dei Preraffaelliti, descrissero e dipinsero le leggende arturiane del XII secolo secondo la sensibilità della propria epoca. Finendo così per rivelare più cose sull'età vittoriana che sulla leggenda stessa. ([[John Boorman]]) *Sì, possiamo immaginarci sir Thomas Malory come un adorabile primitivo, un innamorato di cose nobili e belle e grandi, finché non sappiamo, in base alle moderne ricerche che l'hanno identificato con un personaggio della parrocchia di Monks Kirby nella contea di Warwick, figura più di bandito che di {{sic|compíto}} gentiluomo, che per via delle sue violenze e rapine fu spesso in prigione, e in prigione scrisse appunto le sue storie di cavalleria. ([[Mario Praz]]) ==Bibliografia== *Thomas Malory, ''[https://archive.org/details/lemortedarthuror00malouoft/page/34/mode/2up Le Morte d'Arthur. The original edition of William Caxton now reprinted and edited with an introduction and glossary]'', a cura di H. Oskar Sommer, Londra, David Nutt, 1889. *Thomas Malory, ''Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri'', due volumi, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Milano, Oscar Classici Mondadori, 1985. ISBN 88-04-41154-6 ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{DEFAULTSORT:Malory, Thomas}} [[Categoria:Scrittori britannici]] 75d4gbowe8alrpq7ngcry7aiac5bxvr 1420658 1420657 2026-07-16T19:57:49Z Skekzilla 17056 /* Libro IV */ 1420658 wikitext text/x-wiki Sir '''Thomas Malory''', o '''Maillorie''', '''Mallory''', '''Maleore''' (1409 – 1471), scrittore inglese. ==''La morte di Artù''== ===Incipit=== [[File:Morte Darthur incipit (cropped).jpg|thumb|Incipit dell'edizione del 1485 stampata da [[William Caxton]]]] ====Originale==== Hit befel in the dayes of Uther pendragon when he was kynge of all Englond | and so regned that there was a myȝty duke in Cornewaill that helde warre ageynst hym long tyme | And the duke was called the duke of Tyntagil | and so by meanes kynge Uther send for this duk | chargyng hym to brynge his wyf with hym | for she was called a fair lady | and a passynge wyfe | and her name was called Igrayne | So whan the duke and his wyf were comyn unto the kynge by the meanes of grete lordes they were accorded bothe | the kynge lyked and loved this lady wel | and he made them grete chere out of mesure | and desyred to have lyen by her | But she was a passyng good woman | and wold not assente unto the kynge | And thenne she told the duke her husband and said I suppose that we were sente for that I shold be dishonoured Wherfor husband I counceille yow that we departe from hens sodenly that we maye ryde all nyghte unto oure owne castell<br>{{NDR|Thomas Malory, ''[https://archive.org/details/lemortedarthuror00malouoft/page/34/mode/2up Le Morte d'Arthur. The original edition of William Caxton now reprinted and edited with an introduction and glossary]'', a cura di H. Oskar Sommer, Londra, David Nutt, 1889}} ====Traduzione==== Al tempo in cui [[Uther Pendragon]] governava su tutta l'Inghilterra, vi era in Cornovaglia un potente duca, signore di Tintagel, che gli faceva guerra da molti anni. Attraverso degli emissari, un giorno il re lo convocò ordinandogli di portare con sé anche la moglie, che aveva nome [[Igraine]] e fama di essere molto assennata. Quando il duca arrivò alla presenza del sovrano, per intercessione dei più nobili baroni si riconciliò con lui, ma il re si innamorò di sua moglie, la festeggiò oltre misura e desiderò di giacere con lei. Igraine, che era una donna onesta e leale, non solo non vi consentì, ma anzi disse al marito:<br>«Credo che siamo stati chiamati qui perché io vi perdessi il mio onore. Vi consiglio quindi di andare via senza indugio e di raggiungere questa notte stessa il nostro castello.»<br>{{NDR|Thomas Malory, ''Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri'', volume primo, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Milano, Oscar Classici Mondadori, 1985. ISBN 88-04-41154-6}} ===Citazioni=== ====Libro I==== [[File:Story of Merlin - Arthur's conception.png|thumb|Il concepimento di Artù]] *«Ecco cosa voglio, sire» disse allora Merlino. «La prima notte che trascorrerete con Igraine concepirete in lei un figlio che mi farete consegnare appena sarà venuto alla luce. Io lo alleverò dove più mi piacerà, affinché a voi derivi onore e al bambino i vantaggi che gli spettano.»<br>«Sarà fatto come volete» accondiscese il re.<br>«Ora preparatevi» aggiunse Merlino. «Questa notte stessa vi coricherete al fianco di Igraine nel castello di Tintagel, e avrete le sembianze di suo marito; Ulfius assumerà l'aspetto di ser Brastias e io quello di ser Jordans, due cavalieri del duca. Ma badate di non rivolgere domande né a lei né ai suoi uomini; dite che non vi sentite bene, affrettatevi ad andare a letto, e domani mattina non vi alzate prima del mio arrivo. Il castello non è che a dieci miglia da qui.»<br>Fu dunque fatto come era stato deciso. Ma poiché il duca aveva visto il re lasciare l'assedio di Terrabil, quella stessa notte uscì dal castello attraverso una postierla per attaccare l'esercito regale e rimase ucciso nella sortita prima ancora che il sovrano fosse arrivato a Tintagel. Così re Uther giacque con Igraine più di tre ore dopo la morte del duca e, in quella notte, concepì Artù. Allo spuntare del giorno, dopo che Merlino fu arrivato per dirgli di prepararsi, egli baciò la dama e partì in gran fretta. E quando Igraine sentì dire che, secondo tutte le testimonianze, il marito era morto prima dell'arrivo di Uther, si chiese con grande stupore chi potesse essere l'uomo che si era coricato con lei nelle sembianze del suo signore e ne pianse segretamente senza farne parola ad alcuno. (p. 7) *Non passò molto, quindi, che un mattino Uther e Igraine si sposarono tra la gioia e il tripudio generale, e, per volere del re, nella stessa occasione re Lot di Lothian e di Orkney sposò Morgawse, che sarebbe stata la madre di [[Gawain|Galvano]], e re Nentres della terra di Garlot sposò Elaine. La terza sorella, [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana la Fata]], fu invece messa a studiare in un convento dove divenne molto dotta in negromanzia. In seguito sarebbe stata maritata a re [[Urien|Uriens]] della terra di Gore, padre di [[Ywain|ser Ivano il Biancamano]]. (p. 8) *E quando i mattutini e la prima messa ebbero termine, nel camposanto dietro l'altare maggiore fu vista una grande roccia quadrangolare simile a un blocco di marmo, che sorreggeva nel mezzo una sorta di incudine d'acciaio alta un piede in cui era infitta una bella spada. Intorno all'arma una scritta in lettere d'oro diceva:<br><div class="center">{{maiuscoletto|Colui che estrarrà questa spada dalla roccia e dall'incudine è il legittimo re di tutta l'inghilterra.}} (p. 10) [[File:An island story; a child's history of England (1906) (14801002423).jpg|thumb|Artù estrae la spada dalla roccia]] *Il giorno di Capodanno, terminata la messa, i baroni cavalcarono al campo, alcuni per giostrare, altri per torneare. Tra di essi vi era anche ser Ector accompagnato dal figlio ser Kay e dal giovane [[Re Artù|Artù]], fratello di latte di quest'ultimo. Ser Kay, che era stato fatto cavaliere nel giorno di Ognissanti, accortosi quando era già in cammino di avere dimenticato la spada nell'alloggio del padre, pregò Artù di andargliela a prendere.<br>«Volentieri» rispose il giovane allontanandosi in fretta. Giunto a casa, scoprì però che la dama e tutti gli altri erano usciti per assistere alle giostre. Ne fu addolorato, ma poi si disse:<br>"Andrò al camposanto a prendere la spada che è infitta nella roccia. Mio fratello non deve rimanere senza un'arma in una giornata come questa."<br>Si diresse quindi verso il camposanto; scese di sella, legò il cavallo a un montante e si avvicinò alla tenda che nascondeva la roccia. Non trovandovi i cavalieri che vi erano stati lasciati di guardia e che infatti erano andati alle giostre, afferrò l'impugnatura della spada e la estrasse con un strappo deciso, ma senza sforzo. Poi riprese il cavallo e raggiunse ser Kay per consegnargliela. Appena il fratello la vide, la riconobbe subito. Allora si avvicinò al padre egli disse:<br>«Signore, ecco la spada della roccia. Dunque devo essere io il re di questa terra.»<br>Ser Ector osservò l'arma; quindi tornò indietro con i due giovani, smontò da cavallo, entrò nella chiesa e ordinò a ser Kay di ripetergli con precisione come l'avesse presa faccendolo giurare sul Libro Sacro.<br>«Me l'ha portata mio fratello Artù, signore» disse allora ser Kay.<br>«E tu, come l'hai avuta?» chiese ser Ector ad Artù.<br>«Ecco, signore, quando sono tornato a casa a prendere la spada di ser Kay, non ho trovato nessuno che me la potesse dare; allora, pensando che mio fratello non dovesse rimanere disarmato, sono venuto qui e ho estratto l'arma dalla roccia senza alcuna fatica.» (pp. 11-12) *Ser Ector e ser Kay si inginocchiarono a terra.<br>«Ahimè, perché vi inginocchiate davanti a me, voi che siete mio padre e mio fratello?» chiese loro Artù.<br>«No, mio signore, non è così. Io non sono vostro padre e non sono nemmeno del vostro stesso sangue. Vedo che discendete da un lignaggio ben più nobile di quanto credessi.»<br>Egli gli raccontò come gli fosse stato affidato, perché lo allevasse, dallo stesso Merlino. Nel sentire che ser Ector non era suo padre, il giovane provò un profondo dolore, ma il cavaliere continuò:<br>«Quando sarete re, vorrete essere il mio buono e grazioso signore?»<br>«In caso contrario sarei da biasimare» fu la risposta di Artù. «Siete l'uomo a cui devo di più insieme alla mia buona signora e madre, vostra moglie, che mi ha nutrito e allevato come figlio suo. Se Dio vorrà ch'io sia re come voi dite, potrete chiedermi tutto quello che sarà in mio potere di concedervi, e io non vi mancherò!» (pp. 12-13) *«Per quale motivo quel ragazzo è divenuto vostro re?»<br>«Signori, è figlio legittimo di Uther Pendragon e di Igraine, moglie del duca di Tintagel» rispose loro Merlino.<br>«Allora è bastardo!» esclamarono tutti.<br>«No; Artù fu concepito più di tre ore dopo la morte del duca, e tredici giorni più tardi re Uther sposò Igraine. È quindi provato che non è bastardo, e chi lo afferma sappia che Artù sarà re e avrà ragione di tutti i suoi nemici, e che, prima di morire, avrà regnato a lungo su tutta l'Inghilterra e avrà condotto sotto il proprio comando Galles, l'Irlanda, la Scozia e molti altri regni.» (p. 15) *Dovremmo forse accettare che un interprete di [[Sogno|sogni]] ci esorti alla viltà? ([[Lot (ciclo arturiano)|Lot]], p. 16) *Ecco allora giungere in campo [[Ban di Benoic|re Ban]], fiero come un leone e con le insegne a bande verdi in campo d'oro.<br>«Ahimè, ora temo davvero che saremo sconfitti!» esclamò re Lot vedendolo. «Quello è il cavaliere più valoroso del mondo e anche l'uomo più rinnomato. Moriremo o saremo costretti a ritirarci, ma se dovremo farlo sarà bene che impieghiamo valore e saggezza, perché altrimenti perderemo ugualmente la vita!» (p. 26) *[...] è preferibile uccidere un vile piuttosto che, a causa di un codardo, perdere tutti la vita. ([[Lot (ciclo arturiano)|Lot]], p. 28) *«Siete un uomo straordinario!» esclamò allora Artù.<br>«Però mi stupisce molto sentirvi dire che morirò in battaglia.»<br>«Non ve ne meravigliate, è la volontà di Dio che il vostro corpo sia punito per le vostre azioni impure. Io invece dovrei essere triste, perché morirò di una morte vergognosa, sotterrato ancora vivo. Almeno la vostra sarà una fine onorevole.» ([[Re Artù]] e [[Mago Merlino]], p. 34) *Merlino è a conoscenza, come del resto voi, ser Ulfius, di come re Uther venne da me nel castello di Tintagel con le sembianze di mio marito che era morto tre ore prima, e di come quella stessa notte mi fece concepire un figlio. Tredici giorni dopo egli mi sposò, e allorché il bambino nacque ordinò che fosse affidato a Merlino e allevato da lui. Da allora io non lo vidi mai più; né seppi quale nome gli era stato dato. ([[Igraine]], p. 35) *«Ora siete in mio potere, e sono libero di decidere se uccidervi o risparmiarvi la vita. Ma se non vi darete per vinto sarò costretto a mettervi a morte» gli disse lo sconosciuto.<br>«Quando vorrà venire, la morte sia la benvenuta! Del resto, preferisco morire che disonorarmi arrendendomi a te» esclamò Artù balzandogli addosso. ([[Pellinore]] e [[Re Artù]], p. 39) *«Ahimè, Merlino, lo avete ucciso!» gli disse Artù. «Era il cavaliere più nobile del mondo, ed io preferirei essere privato delle mie terre piuttosto che saperlo morto.»<br>«Non ve ne date pensiero, è più sano di voi» gli rispose Merlino. «È solo addormentato, ma si risveglierà fra tre ore. Vi avevo detto che era un cavaliere forte e coraggioso, e vi avrebbe ucciso se io non fossi intervenuto. Ma da ora in poi egli vi renderà ottimi servigi; il suo nome è [[Pellinore|Pellinor]], e un giorno avrà due figli di valore impareggiabile che si chiameranno [[Parsifal|Percival]] e [[Lamorak|Lamorak il Gallese]]. E sarà ancora Pellinor a rivelarvi il nome del figlio che avete concepito in vostra sorella e che sarà la rovina del regno.» (p. 40) [[File:Boys King Arthur - N. C. Wyeth - p16.jpg|thumb|Artù riceve Excalibur]] *Proseguirono il cammino finché si trovarono sulla riva di un lago vasto e ameno, dal quale videro emergere un braccio rivestito di sciamito bianco: esso terminava in una mano che stringeva una magnifica spada.<br>«È quella l'arma di cui vi parlavo» disse Merlino ad Artù. E poiché in quel momento una donna passava sul lago, il re chiese chi fosse.<br>«È la [[Dama del Lago]]; sul fondo di questo specchio d'acqua si trova una caverna che ha l'interno decorato con tale ricchezza da renderlo la residenza più piacevole del mondo» gli spiegò Merlino. «Ora la dama si avvicinerà; allora voi dovrete pregarla cortesemente di darvi la spada.»<br>Infatti la dama si diresse verso Artù e lo salutò, e il re, dopo aver ricambiato il saluto, le chiese:<br>«Di chi è la spada che quel braccio tiene alta sull'acqua? Io sono senza armi, e vorrei che fosse mia.»<br>«Essa mi appartiene» gli rispose la dama «ma se mi concederete un dono allorquando ve lo chiederò, sarà vostra.»<br>«Ve lo accorderò, sulla mia parola» le promise Artù.<br>«Allora montate sulla barchetta che vedete laggiù, raggiungete a remi la spada e prendetela insieme al suo fodero. Io reclamerò il mio dono quando lo riterrò opportuno».<br>Artù e Merlino smontarono di sella e legarono i cavalli a due alberi. Poi salirono sulla piccola imbarcazione e, quando ebbero raggiunto la mano e la spada, il re ne afferrò l'impugnatura e la trattenne, mentre mano e braccio scomparivano sott'acqua. (pp. 40-41) *«Vi piace più l'arma o il fodero?» gli chiese Merlino.<br>«Preferisco la spada.»<br>«Non siete molto saggio, perché il fodero vale dieci volte di più! Finché lo avrete al fianco, esso impedirà alle vostre ferite di sanguinare, per quanto gravi possano essere. Quindi badate a non abbandonarlo mai.» (p. 41) *Poi re Artù fece cercare, sotto pena di morte, tutti i bambini che erano nati il primo di maggio concepiti da baroni e da dame, perché Merlino gli aveva detto che proprio in quella data aveva visto la luce di colui che lo avrebbe ucciso. Tra i numerosi figli di signori scovati e mandati a corte, si trovava anche [[Mordred]], il figlio della moglie di re Lot.<br>I fanciulli vennero messi su una nave che fu lasciata alla deriva sul mare, ma il caso volle che essa naufragasse ai piedi di un castello e che tutti i bambini morissero salvo proprio Mordred che ne era stato scagliato fuori e che fu ritrovato da un buon uomo che lo allevò. Quando poi il fanciullo ebbe compiuto i quattordici anni, fu mandato a corte, come narreremo verso la fine del libro della Morte di Artù. Ora diremo che i baroni del regno furono molto addolorati per la morte dei loro figli e ne incolparono più Merlino che Artù, ma poi rimasero in pace sia per timore sia per lealtà nei confronti del sovrano. (p. 43) ====Libro II==== [[File:The Death of Balin and Balan.png|thumb|La morte di Balin e Balan]] *«Ah, bella damigella, dignità, virtù e valore non sono riposti solo nell'[[abbigliamento]]!» esclamò [[Sir Balin|Balin]]. «La virilità e l'onore sono celati nella persona, e vi sono molti insigni cavalieri ignoti a tutti, a riprova che il pregio e l'ardimento non hanno alcun rapporto con le vesti che indossano.» (p. 46) *Non pochi pensano di fare scorno a un [[avversario]], e poi scoprono che il loro intento si è ritorto a loro danno. ([[Sir Balin]], p. 50) *Badate, sire, di conservare con cura il fodero di Excalibur e ricordate che finché l'avrete con voi le vostre ferite, per quanto gravi, non sanguineranno. ([[Mago Merlino]], p. 57) *Rimasto disarmato, {{NDR|[[Sir Balin]]}} si precipitò allora alla ricerca di un'altra arma entrando prima in una stanza poi un'altra e in un'altra ancora, senza riuscire a trovare nulla e sempre incalzato dappresso da [[Re Pescatore|re Pellam]]. Infine varcò la porta di una camera meravigliosamente decorata e vide che vi si trovava un uomo disteso su un letto coperto dai più splendidi drappi d'oro che si possano immaginare. Vicino al letto, su un tavolo d'oro puro sorretto da quattro zampe d'argento, era posata una lancia di singolare fattura. Balin la afferrò, si volse a fronteggiare Pellam e lo colpì con forza, facendolo cadere in terra privo di sensi. Allora il tetto e le mura del castello crollarono e anche Balin fu gettato al suolo, dove rimase senza potersi muovere. [...] Da allora re Pellam rimase infermo per molti anni, e guarì solo quando fu curato da [[Galahad]], il nobile principe, nel corso della ricerca del [[Graal|Sangrail]] – il bacile che conteneva il sangue di Nostro Signore Gesù Cristo portato in Inghilterra da Giuseppe d'Arimatea, cui un tempo era appartenuto anche lo splendido letto. La [[Lancia di Longino|lancia]] che aveva inferto il [[Colpo Doloroso]] era la stessa con cui Longino aveva ferito Nostro Signore al cuore, e poiché re Pellam era affine alla stirpe di Giuseppe e l'uomo più degno di quei tempi, la sua infermità provocò dolore, lutti e pene. (pp. 61-62) *«Fratello, mi hai ucciso e io ho ucciso te. Il mondo intero parlerà di noi» disse poi Balin quando si fu ripreso.<br>«Perché mai non ti ho riconosciuto!» si lamentò Balan. «Avevo notato le due spade, ma dato che portavi uno scudo non tuo ti avevo creduto un altro.»<br>«È colpa di uno sciagurato cavaliere che facendomelo cambiare ci ha dato la morte. Se potessi sopravvivere distruggerei il castello per i malvagi costumi che alberga.»<br>«E sarebbe ben fatto!» approvò Balan. «Da quando vi arrivai non ebbi più la possibilità di ripartirne perché uccisi il cavaliere che era a guardia dell'isola. Lo stesso accadrà anche a te, fratello. Avresti dovuto uccidermi, come del resto hai fatto, ma poi metterti in salvo con la fuga.»<br>In quel mentre sopraggiungeva la signora del castello con quattro cavalieri, sei dame e sei servitori, e sentì le pietose parole che si scambiavano i fratelli.<br>«Uscimmo entrambi da un medesimo sacello, il ventre di nostra madre, e giaceremo insieme in una stessa fossa» dicevano. (p. 66) *Il mattino successivo comparve Merlino e fece incidere in lettere d'oro sulla tomba dei fratelli una scritta che diceva:<br><div class="center">{{maiuscoletto|Qui giace Balin il Selvaggio, che era il cavaliere dalle due spade che inferse il Colpo Doloroso.}}</div><br>Poi, presa la spada di Balin e sostituitone il pomo con un altro, ordinò a un cavaliere di brandirla, ma quello non vi riuscì nonostante i ripetuti sforzi. Allora Merlino scoppiò a ridere.<br>«Perché ridete?» gli chiese il cavaliere.<br>«Solo i campioni migliori del mondo potranno maneggiare questa spada, cioè [[Lancillotto]] e suo figlio Galahad. E con quest'arma Lancilotto ucciderà ser Galvano, il nipote di re Artù» gli rispose Merlino, che fece incidere la profezia sul pomo della spada.<br>Poi operò perché un ponte di ferro e di acciaio collegasse l'isola con la terraferma, e lo fece largo solo mezzo piede perché soltanto l'uomo più eccellente e mondo da malizia e villania potesse avere l'ardire di attraversarlo. Inoltre lasciò sull'isola il fodero della spada di Balin perché Galahad potesse trovarlo, e fece sì che per magia la spada restasse infissa in un blocco di marmo grande come la mola di un mulino, che galleggiò per molti anni nella corrente di un fiume fin sotto le mura di Camelot. Un giorno di Pentecoste Galahad, il nobile principe, che aveva già trovato il fodero, avrebbe estratto la spada così come è narrato nel libro del Sangrail. (p. 67) ====Libro III==== *Che un re tanto illustre per nobiltà e valore voglia prendere in moglie [[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]] è la notizia più bella che abbia mai ricevuto [...]. Gli offrirei volentieri anche le mie terre se pensassi di poterlo compiacere, ma ne ha già tante e sono certo che non ne ha bisogno. Gli farò quindi un dono che gradirà molto di più, perché gli consegnerò la [[Tavola Rotonda]] che mi fu data da Uther Pendragon. Essa può ospitare un massimo di centocinquanta cavalieri; cento li ho io stesso, ma gli altri mi sono stati uccisi. ([[Leodegrance]], p. 69) *«Ma perché vi sono due seggi vuoti alla Tavola Rotonda?» chiese poi Artù a Merlino.<br>«Sire, sono destinati a uomini degni del più alto onore, e sul [[Seggio Periglioso]] siederà solo un cavaliere senza pari. Chiunque altro sarà tanto ardito da tentare di prendervi posto, sarà annientato.» (p. 72) *Devi concedere [[misericordia]] a coloro che t'implorano, perché un [[cavaliere]] spietato è un cavaliere senza onore. ([[Gaheris]], p. 76) *Così, portate a termine le tre ricerche affidate a ser Galvano, a ser Tor e a re Pellinor, re Artù confermò la nomina di tutti i cavalieri, assegnò terre a quelli che non avevano e impose loro di non commettere mai oltraggi o omicidi, di rifuggire sempre dal tradimento, di non comportarsi mai con efferatezza, ma di concedere grazia a chi la implorasse, sotto sanzione di perdere per sempre l'onore e la sua protezione. Inoltre il re ingiunse loro, pena di morte, di soccorrere sempre le dame, le damigelle e le gentildonne e di non ingaggiare combattimenti in contese ingiuste per amore o per beni mondani. Tutti i [[cavalieri della Tavola Rotonda]] giurarono in tal senso, i giovani come i vecchi, e ogni anno rinnovavano il giuramento in occasione della festa solenne della Pentecoste. (p. 87) ====Libro IV==== [[File:The Beguiling of Merlin by Edward Burne-Jones.jpg|thumb|Merlino e la Dama del Lago]] *Non passò molto che la [[Dama del Lago|Damigella del Lago]] partì e Merlino la seguì tentando più volte di farla sua con le proprie arti sottili, ma poi Nimue gli fece giurare di non fare mai più uso con lei dei suoi incantesimi, perché altrimenti non l'avrebbe mai avuta. [...] Poi Merlino e la damigella ripartirono per la Cornovaglia, e nel corso del viaggio egli le insegnò molti altri prodigi. Ma poiché le stava sempre intorno per cogliere la sua verginità, Nimue lo prese a noia e pensò di liberarsene; tuttavia non sapeva come fare anche perché ne aveva paura, dato che Merlino era figlio di un diavolo.<br>Ora, avvenne che un giorno Merlino le facesse vedere una caverna meravigliosa che si sprofondava sotto una grande pietra che la damigella, mettendo in opera le arti che aveva apprese, lo inducesse ad entrarvi per mostrarle i prodigi che essa nascondeva. Poi fece in modo che egli non ne uscisse mai più di quante arti magiche mettesse in opera, e si allontanò lasciandolo prigioniero. (pp. 88-89) *Ahimè, da quando sono stato incoronato non ho avuto un solo mese di riposo! ([[Re Artù]], p. 90) *{{NDR|Su [[Sir Tor]]}} Parla poco e agisce molto di più, e non conosco nessuno qui a corte che sia di nascita più nobile, o che gli sia pari in valore e in possanza. ([[Re Artù]], p. 94) *[...] poiché [[Baudemago|ser Bagdemagus]] si era adirato perché a ser Tor era stata data la precedenza, si allontanò all'istante dalla corte e, in compagnia del suo scudiero, si inoltrò in una foresta. Dopo molte avventure gli capitò di arrivare davanti alla caverna in cui la Damigella del Lago aveva imprigionato Merlino. Udendolo lamentarsi pietosamente, il cavaliere decise di cercare di aiutarlo e si sforzò di sollevare la pietra che chiudeva l'antro, ma essa era tanto pesante che non vi sarebbero riusciti nemmeno cento uomini.<br>Intanto Merlino, che si era accorto della sua presenza, gli diceva di desistere perché si affaticava invano: egli non avrebbe potuto essere soccorso se non da colei che lo aveva rinchiuso. Allora Bagdemagus si allontanò e, attraverso molte altre avventure che incontrò per via, si dimostrò un eccellente cavaliere, così che quando tornò a corte fu eletto compagno della [[Tavola Rotonda]]. (p. 94) *[...] mi sono impegnato a battermi ad oltranza e preferisco morire con onore piuttosto che vivere nella vergogna. Se mi fosse possibile perdere la vita cento volte, piuttosto che arrendermi a voi sceglierei lo stesso di morire. Sono senza armi, ma non senza onore, e del resto se ucciderete un uomo inerme, il disonore ricadrà su di voi. ([[Re Artù]], p. 101) *{{NDR|Sulla [[Fata Morgana (mitologia)|Fata Morgana]]}} Mi vendicherò su di lei con tale durezza che tutto il mondo cristiano ne dovrà parlare, perché Dio sa che l'ho onorata e venerata più di ogni altra del mio sangue e che avevo più fiducia in lei che in mia moglie e negli altri miei parenti. ([[Re Artù]], p. 103) *La gente dice che Merlino è figlio di un diavolo, ma io posso affermare di essere stato concepito da un demone sulla terra! ([[Ywain]], p. 105) *Dopo aver trascorso la notte nel monastero e ascoltata la messa, Galvano e Ivano ripresero il cammino. Si addentrarono in un grande bosco e poi sbucarono in una valleta dove videro dodici belle damigelle e due cavalieri armati e montati su grandi cavalli vicino a una piccola torre. Le damigelle correvano avanti e indietro da un albero al quale era appeso uno scudo bianco e, ogni volta che vi passavano accanto, vi sputavano sopra e alcune vi gettavano anche del fango.<br>I due giovani si avvicinarono, salutarono le damigelle e chiesero loro perché spregiassero lo scudo in quel modo.<br>«Ecco, signori, esso appartiene a un cavaliere del paese che è un ottimo combattente, ma ha in odio tutte le dame e le gentildonne. Per questo stiamo recando offesa al suo scudo.»<br>«Non è certo degno di un cavaliere disprezzare le dame» osservò ser Galvano «ma può anche darsi che ne abbia un buon motivo e che, se è vero quanto dite, in qualche altro luogo vi siano donne che egli ama e da cui è ricambiato. Come si chiama?»<br>«[[Morholt|Moroldo]], signore, del sangue del re d'Irlanda.»<br>«Lo conosco» intervenne ser Ivano. «È un cavaliere molto valoroso: una volta lo vidi misurarsi in una giostra con vari avversari e nessuno fu in grado di tenergli testa».<br>«Allora penso che siate voi da biasimare, damigelle!» esclamò ser Galvano. «Suppongo che se ha appeso lo scudo all'albero non si trovi lontano, e quei cavalieri laggiù potrebbero sfidarlo. Sarebbe più onorevole di quello che state facendo voi. Comunque, non intendo permettere che lo scudo di un cavaliere venga disonorato!» (pp. 110-111) *[...] non è cavalleresco che uno resti in arcioni mentre l'altro è a piedi. ([[Morholt]], p. 112) *Si slanciarono gagliardamente l'uno contro l'altro e si assestarono dei fendenti che fecero volare in pezzi gli scudi e ammaccare gli elmi e i giachi, così che ben presto furono entrambi gravemente feriti. Ma erano le nove del mattino, e Moroldo si accorse con stupore che ser Galvano diveniva di momento in momento più forte finché, all'ora di mezzogiorno, la sua forza si trovò triplicata. Quando però il mezzogiorno fu trascorso e cominciò a calare la sera, le forze di ser Galvano presero a scemare ed egli si sentì sempre più debole e cominciò a sospettare che non avrebbe potuto resistere. Sarebbe quindi stato il momento giusto perché ser Moroldo potesse dimostrare tutta la propria possanza; invece quest'ultimo disse:<br>«Ho constatato che siete un ottimo cavaliere e un uomo dotato di una forza prodigiosa, signore, ma finché dura. Del resto, la nostra non è una disputa grave e sarebbe un peccato se dovessi ferirvi, ora che vi vedo indebolito.» (p. 112) *«Signor cavaliere» gli disse a un certo punto ser Galvano «sono stupito che un uomo del vostro valore non ami le dame e le damigelle.»<br>«Coloro che mi attribuiscono questa nomea sono in torto, e so bene che si tratta delle damigelle della torre e di altre come loro» replicò ser Moroldo. «Ora vi dirò perché le detesto: esse sono maghe e incantatrici, e per quanto un cavaliere possa essere di forte costituzione e di indole valorosa, ne fanno un gran vigliacco per trarne vantaggio. Questo è il motivo principale per cui le aborro; sono invece pronto a servire da cavaliere tutte le buone dame e gentildonne.» (p. 113) *Una dama tanto superba da non avere misericordia di un valoroso [[cavaliere]] non ha diritto alla felicità! ([[Dama del Lago]], p. 121) *Ser Moroldo era ben conosciuto a corte, perché vi si trovano dei cavalieri che si erano misurati con lui in precedenza e che riferirono che egli aveva la fama di essere uno dei migliori cavalieri del mondo. (p. 128) ====Libro V==== *In pace da lungo tempo, [[re Artù]] aveva indetto una festa sfarzosa. La Tavola Rotonda era al completo di tutti i suoi alleati sovrani, principi e nobili cavalieri quando, mentre egli sedeva sul trono, entrarono nella sala dodici vecchi che recavano rami d'ulivo nelle mani a significare di essere venuti come ambasciatori e messaggeri dell'imperatore Lucio, a quel tempo chiamato Dittatore o Procuratore del Bene Pubblico di Roma. Giunti alla presenza del re, essi gli resero omaggio con un inchino e gli parlarono nel seguente modo:<br>«Il nobile e potente imperatore Lucio saluta il re di Britannia. Vi ordina di riconoscerlo come vostro signore e di inviargli il tributo che questo regno deve all'impero e che, come risulta dai documenti, già pagavano vostro padre e i vostri predecessori. Se agirete da ribelle e non lo riconoscerete come vostro sovrano, deterrete e tratterrete le vostre terre in contrasto con gli statuti e i decreti stabiliti dal nobile e illustre Giulio Cesare, conquistatore di questo paese e primo imperatore di Roma. Sappiate anche se vi opporrete alle sue richieste e ai suoi ordini, Lucio condurrà una guerra implacabile contro la vostra persona, i vostri regni e le vostre terre, e punirà voi e i vostri sudditi come esempio perpetuo per tutti i sovrani e i principi che rifiutano il tributo al nobile impero che domina sull'intero mondo.» (p. 131) *[...] io non pagherò mai il tributo a Roma! A quanto so Belino e Brenio, sovrani di Britannia, hanno tenuto a lungo l'impero nelle proprie mani, come anche Costantino figlio di Elena: vi è quindi la prova palese che non dobbiamo alcun tributo e che anzi, essendo noi i loro discendenti, abbiamo il diritto di reclamare il titolo all'impero. ([[Re Artù]], p. 132) *Artù presiedeva la Tavola Rotonda e appariva l'uomo più gagliardo che esista, capace di conquistare l'intera terra, che è ben poco per lui. (p. 134) *Mentre il re era assopito nella propria cabina ebbe un sogno meraviglioso: gli parve che un [[drago]] terrificante, giunto in volo dalla parte d'Occidente, affogasse molta della sua gente. Esso aveva la testa smaltata d'azzurro e le spalle che brillavano come oro, il ventre simile a maglie di straordinari colori, la coda coperta di scaglie, le zampe di splendido zibellino e gli artigli come oro fino. Dalla bocca gli scaturiva un'orrenda fiamma che faceva apparire di fuoco la terra e il mare. Poi, in una nuvola, giungeva dall'Oriente un feroce cinghiale nero dagli artigli grandi come pilastri. Coperta da pelame irsuto, era la bestia più ripugnante che si fosse mai vista, e ruggiva e muggiva in modo incredibilmente orribile. Il drago allora si sollevava nell'aria come un falco e assaliva con violenza il cinghiale che rispondeva ferendolo al petto con le zanne grigie, e quel sangue bollente faceva rosseggiare il mare. Allora il drago volava a grandi altezze, poi si precipitava fragorosamente a colpire il cinghiale sulla sommità del dorso, lungo dieci piedi dalla testa alla coda, riducendogli in polvere le ossa e la carne, che prendevano a volteggiare per tutta l'ampiezza del mare.<br>Il re si svegliò di colpo e, sconcertato dal sogno, mandò a chiamare un saggio filosofo cui ordinò di spiegarne il significato.<br>«Sire» fu la risposta del sapiente «il drago rappresenta la vostra persona, i colori delle sue ali sono i regni che avete conquistato e le scaglie di cui è irta la coda rappresentano i nobili cavalieri della Tavola Rotonda. Il cinghiale che usciva dalle nuvole e che fu ucciso dal drago simboleggia un tiranno che tormenta il popolo, o forse anche che voi dovrete battervi di persona contro il più orrido e abominevole gigante che avrete mai visto in tutta la vita. Non avete dunque nulla da temere da questo sogno: andate avanti da conquistatore.» (pp. 135-136) *Guardate quanto sono tronfi di orgoglio e di millanteria questi Britanni! [...] Si vantano come se avessero già conquistato il mondo intero! (p. 140) ====Libro VI==== *Poco tempo dopo che [[re Artù]] era tornato in Inghilterra da Roma i [[cavalieri della Tavola Rotonda]] si riunirono a corte per dedicarsi a giostre e a tornei. Non pochi cavalieri novelli compirono onorevoli gesta d'armi e superarono i compagni dando prova di valore e di prodezza, ma tra tutti spiccò [[Lancillotto|ser Lancillotto]] del Lago che fu il migliore nei tornei, nelle giostre e nelle prove d'armi sia al primo sia all'ultimo sangue, e non si fece mai sopraffare se non per tradimento o per incantesimo.<br>Dunque ser Lancillotto si meritò una tale unanime ammirazione che il libro francese dice che era il cavaliere migliore della corte dopo il ritorno del re da Roma. Per tutti questi motivi, la regina Ginevra lo predilesse tra gli altri, e poiché anche egli la ricambiava amandola più di qualunque altra dama o damigella della sua vita, compì per lei molte prodezze d'armi. (p. 157) *[...] non posso impedire alla gente di dire quel che vuole, ma non penso affatto di prendere moglie, perché dovrei restare al suo fianco trascurando le armi, i tornei, le battaglie e le avventure. Quanto poi ad avere delle amiche, rifiuto il piacere che esse potrebbero darmi soprattutto perché sono timorato di Dio. Vedete, i [[Cavaliere|cavalieri]] che si danno all'adulterio e al libertinaggio non sono felici o fortunati in battaglia, e sono quasi sempre sopraffatti da cavalieri meno abili, oppure per caso e per malasorte uccidono uomini migliori di loro. Credo quindi che sarà sempre un infelice l'uomo che ha delle amanti, e che tutto ciò che avrà a che fare con lui sarà perseguitato dalla sorte. ([[Lancillotto]], p. 170) *Ahimè, che peccato che un cavaliere debba morire senza le armi in mano! ([[Lancillotto]], p. 181) ====Libro VII==== *[[Re Artù|Artù]] dunque si era seduto a banchetto con vari altri sovrani e con tutti i [[cavalieri della Tavola Rotonda]], salvo quelli che erano stati fatti prigioniero o uccisi in scontri d'armi, quando i tre uomini fecero il loro ingresso nella sala. Due erano cavalieri di bell'aspetto e riccamente vestiti, e sulle loro spalle si appoggiava il terzo, il giovane più bello del mondo, alto, robusto e prestante, dal viso perfetto e dalle più grandi e splendide mani che si fossero mai viste, ma che si muoveva come se non riuscisse a reggersi senza essere sostenuto. Artù ordinò che si facesse silenzio e si lasciasse spazio per il loro passaggio, e i tre uomini avanzarono fino all'alta predella senza pronunziare una parola; poi il più giovane si trasse un poco indietro e, raddrizzandosi agilmente in tutta la persona, disse:<br>«Re Artù, Dio benedica voi e tutta la vostra bella certe e, in particolare, i compagni della Tavola Rotonda. Sono venuto per pregarvi di accordarmi tre doni, e poiché le mie richieste non sono irragionevoli e non vi causeranno danni o perdite, potrete concedermeli senza tema di essere disonorato. Il primo lo chiederò subito, e gli altri due tra un anno in questo stesso giorno dovunque vi troverete a celebrare la festa solenne.»<br>«Avrai quanto desideri» dichiarò il re.<br>«Allora, sire, questa è la mia prima supplica: datemi da mangiare e da bere a sufficienza per un anno, al termine del quale avanzerò le altre due preghiere.»<br>«Bel figliolo, ti consiglio di domandare di più: quello che hai espresso è un desiderio troppo umile» gli rispose Artù. «Il mio cuore prova grande inclinazione per te perché ritengo che tu discenda da una nobile schiatta: l'opinione che mi sono fatto risulterebbe fallace se non dovessi dimostrarti di altissimo lignaggio.»<br>«Sire, sia come deve essere, ho chiesto esattamente quello che volevo» replicò il giovane.<br>«Non credo che tu non lo conosca!» esclamò il re, che poi affidò il giovane a [[Sir Kay|ser Kay il Siniscalco]], ordinando che gli desse i migliori cibi e le migliori bevande e un corredo degno del figlio di un barone.<br>«Non ci sarà bisogno di spendere tanto per lui» osservò però ser Kay. «Secondo me è nato villano e non diventerà mai un gentiluomo, altrimenti vi avrebbe chiesto un cavallo e un'armatura. I suoi desideri rispecchiano invece la sua condizione. Comunque, dato che non ha nome, lo chiamerò [[Sir Gareth|Bellamano]] e lo porterò in cucina dove potrà mangiare tutti i giorni tanto di quel brodo che tra un anno sembrerà un porcello all'ingrasso.» (pp. 187-188) *Appena i due uomini che avevano accompagnato il giovane furono ripartiti lasciandolo nelle mani di ser Kay, questi cominciò a schernirlo e a farsi beffe di lui. Ma [[Gawain|ser Galvano]] se ne adirò e [[Lancillotto|ser Lancillotto]] ordinò al siniscalco di smetterla, aggiungendo che era pronto a scommettere che si sarebbe dimostrato un cavaliere di grande valore.<br>«Non avete ragioni per ritenerlo» replicò il siniscalco. «Le sue rischieste mostrano la sua vera natura; non vuole che da bere e da mangiare e in fede mia deve essere cresciuto in un'abbazia dove, comunque andassero le cose, gli facevano sempre mancare il vitto! Per questo è venuto a cercarlo qui.» (p. 189) *Così Bellamano fu mandato in cucina, e la notte dormiva con gli altri garzoni, sopportando tutto pazientemente per dodici mesi. Ma nel frattempo era riuscito a incontrare il favore generale, degli uomini come dei ragazzi, per la sua umiltà e la sua dolcezza. E ogni volta che vedeva dei cavalieri intenti alle giostre, se poteva si fermava ad osservarli e cercava in tutti i modi di trovarsi ovunque si svolgesse qualche prova di prodezza, così che accadeva che chiunque si esercitasse nel lancio di sbarre o di pietre si trovava sempre superato da lui di almeno due iarde. (p. 189) *«In nome di Dio, ti assicuro che ho dovuto impegnarmi al massimo per non essere disonorato; perciò non dovrai temere nessun altro» disse Lancillotto a Bellamano.<br>«Credete che un giorno sarò in grado di tenere testa a qualunque provetto cavaliere?» gli chiese allora il giovane.<br>«Certamente, combatti come hai fatto oggi e io te ne sarò garante.»<br>«Adesso, quindi, vi prego di armarmi.»<br>«Però dovrai dirmi il tuo nome e il tuo lignaggio.»<br>«Ve lo dirò, signore, purché non lo riveliate ad alcuno.»<br>«Te ne do la mia parola, finché non sarà universalmente noto.»<br>«Mi chiamo Gareth e sono fratello germano di ser Galvano» gli disse infine Bellamano.<br>«Ah, signore, ne sono molto lieto! Ho pensato fin dal primo momento che doveste essere di sangue nobile e che non foste venuto a corte solo per mangiare e bere!» esclamò ser Lancillotto; dopo di che lo armò cavaliere. (pp. 192-193) *[...] non lasciatemi morire quando una parola [[Cortesia|cortese]] potrebbe salvarmi! (Sir Pertolepe, p. 199) *Un [[cavaliere]] deve tollerare qualunque cosa da parte di una [[damigella]] [...]. Per questo non ho badato alle vostre parole, per quanto ingiuriose fossero; anzi, quanto più mi offendevate e mi facevate montare in collera, tanto più sfogavo la mia ira contro gli avversari che incontravo. Così le vostre ingiurie mi hanno esortato a battermi e mi hanno indotto a cimentarmi per provarvi fino in fondo di cosa sono capace. Se ho cercato accoglienza nelle cucine di Artù, è stato solo per avventura, perché avrei potuto trovare di che sostentarmi in qualunque altro posto. Ma l'ho voluto fare per mettere alla prova i miei amici e perché un giorno si potesse sapere che sono un gentiluomo. ([[Sir Gareth]], p. 203) *{{NDR|Su [[Sir Gareth]]}} Ha sconfitto tutti e quattro i fratelli e ucciso il Cavaliere Nero [...]. Ma prima ancora aveva fatto di più: aveva disarcionato ser Kay lasciandolo a terra mezzo morto e aveva affrontato un duro scontro con ser Lancillotto concludendolo alla pari. È stato allora che ser Lancillotto lo ha armato cavaliere. (p. 206) *{{NDR|Su [[Sir Gareth]]}} Lancillotto era il cavaliere che il giovane amava di più; perciò rimase quasi sempre con lui anche perché, dopo che si fu assicurato della buona salute di ser Galvano, non volle più accompagnarsi a quell'uomo vendicativo che, quando odiava, era pronto anche a commettere omicidi. E a ser Gareth questo ripugnava. (p. 236) ====Libro VIII==== *Al tempo in cui [[Re Artù|Artù]] era re supremo d'Inghilterra, del Galles, della Scozia e di numerosi regni, v'erano altri sovrani che regnavano su molte contrade: un paio nel Galles, altrettanti in Cornovaglia e nell'Occidente, due o tre in Irlanda e un gran numero nel Settentrione, ma tutti costoro gli dovevano obbedienza ed erano suoi vassalli, al pari del re di Francia, del re di Bretagna, e di tutti gli altri baroni fino a Roma. (p. 241) [[File:Arthur Hughes cartoon the Birth of Sir Tristram.jpg|thumb|La nascita di [[Tristano]]]] *Ah, figlioletto mio [...] hai dato la morte a tua madre! Se in così giovane età sai giù uccidere, suppongo che diverrai un uomo gagliardo e, poiché morrò per averti messo al mondo, voglio che la mia ancella preghi il mio signore e Meliodas che al battesimo ti imponga il nome di [[Tristano]], a significare il dolore della tua nascita. (Elisabetta, p. 242) *{{NDR|Su [[Tristano]]}} [...] egli diede inizio alle buone regole del trattare ogni tipo di cacciagione e introdusse i termini appropriati che sono in uso ancor oggi, onde il libro della caccia col falcone, al cervo e a ogni altro animale selvatico, è chiamato il libro di ser Tristano. Mi sembra pertanto che tutti i gentiluomini di antico blasone debbano giustamente onorarlo, perché è proprio da tali termini, che resteranno in uso fino al giorno del Giudizio, che gli uomini d'onore possono distinguere un gentiluomo da un uomo libero e quest'ultimo da un villano. Colui che è [[Gentilezza|gentile]] sarà infatti attratto dalle virtù cortesi e seguirà i nobili costumi degli uomini d'onore! (p. 244) *Ora accadde che re Agwisance d'Irlanda mandasse a chiedere a [[Marco di Cornovaglia|re Marco di Cornovaglia]] il tributo che questi gli aveva corrisposto per molti inverni e che da sette anni aveva smesso di pagare. Il re e i suoi baroni ordinarono ai messaggeri di tornare dal loro signore con questa risposta:<br>«Noi non gli pagheremo alcun tributo e se vorrà esigerlo mandi in Cornovaglia un cavaliere fidato che combatta per il suo diritto, perché noi ne troveremo un altro che difenda il nostro.»<br>I messageri tornarono dunque con quella risposta che accese d'ira re Agwisance. Convocato [[Morholt|ser Moroldo]], un nobile e provato cavaliere, compagno della Tavola Rotonda e fratello della regina d'Irlanda, il sovrano gli disse:<br>«Bel fratello, ti prego di andare per amor mio in Cornovaglia a combattervi per il tributo che ci spetta. Sarai ben risarcito per tutto quello che spenderai e avrai più di quanto ti occorra.»<br>«Sire» rispose ser Moroldo «per il diritto vostro e della vostra terra non esiterò a dare battaglia al miglior cavaliere della Tavola Rotonda, conosco la maggior parte di loro e le imprese che hanno compiuto, e affronterò volentieri questo viaggio che accrescerà la fama delle mie gesta.» (p. 245) *Raccomandami a mio zio re Marco e pregalo, se sarò ucciso in battaglia, di seppellire il mio corpo nel modo che riterrà più opportuno [...]. Sappia che non mi arrenderò per viltà e che mi farò uccidere piuttosto che fuggire: in tal modo il regno non sarà costretto al tributo per causa mia; ma se mi arrendersi dichiarandomi sconfitto o se fuggissi, digli che non dovrà mai seppellirmi in terra consacrata. ([[Tristano]], p. 248) *Appena ser Moroldo ebbe scorto Tristano, gli disse:<br>«Giovane cavaliere, ser Tristano, che fate qui? Sono molto dispiaciuto che abbiate avuto tanto coraggio, perché dovete sapere che mi sono battuto con molti nobili cavalieri, i migliori di questo paese e del mondo intero, e li ho vinti tutti. Seguite dunque il mio consiglio e ripartite.»<br>«Ser Moroldo, cavaliere leale e ben provato» gli rispose ser Tristano «non posso rinunciare alla nostra contesa perché proprio oggi ho ricevuto l'ordine della cavalleria e mi sono impegnato ad acquistarmi onore combattendo contro di voi che avete fama di essere tra i cavalieri più stimati del mondo. Al contrario io non mi sono ancora cimentato con un buon cavaliere, ma confido in Dio che potrò comportarmi onorevolmente liberando per sempre la Cornovaglia da ogni genere di tributo da parte del vostro paese.»<br>Quando ser Moroldo ebbe inteso il suo intento, aggiunse:<br>«Bel cavaliere, poiché siete deciso ad acquistare merito a mio danno, voglio che sappiate che non sarete disonorato se riuscirete a resistere a tre dei miei colpi, perché è proprio per le mie nobili imprese, provate e vedute, che re Artù mi fece cavaliere della Tavola Rotonda.» (p. 249) *Io non sono che un novello cavaliere e al primo cimento, ma piuttosto che tirarmi indietro preferirei essere fatto in cento pezzi! ([[Tristano]], p. 250) *Con grande benevolenza, il re affidò Tamtrist alla custodia e alle cure della figlia [[Isotta|Isotta la Bella]], che era molto esperta di medicina. La fanciulla infatti scoprì che alla base della ferita vi era del veleno, e la guarì in poco tempo. Così il giovane forestiero nutrì per lei un grande amore, tanto più che non v'era al mondo pulzella o dama più bella, e in cambio delle sue cure le insegnò a suonare l'arpa. E anche Isotta cominciò a sentire una grande inclinazione verso di lui.<br>[[Palamede (ciclo arturiano)|Ser Palamede il Saraceno]], beneaccetto al re e alla regina, si trovava a quel tempo nel paese, e ogni giorno si presentava con molti doni a Isotta la Bella, che amava appassionatamente. Di ciò si avvide Tamtrist, cui era nota la fama di nobiltà e di ardimento del cavaliere, e siccome Isotta la Bella gli aveva anche detto che il Saraceno aveva intenzione di farsi battezzare per amor suo, tra i due cavalieri c'era grande gelosia e Tamtrist ne era molto contrariato. (p. 252) [[File:Waterhousem Tristan and Isolde.jpg|thumb|Tristano e Isotta bevono il filtro d'amore]] *Un giorno Isotta la Bella e la regina sua madre prepararono un bagno per Tamtrist. Mentre egli era immerso nell'acqua accudito da Governale e da ser Hebes e le due donne si affaccendavano da una parte all'altra della camera, il caso volle che la regina vedesse la spada del giovane posata sul letto e che malauguratamente la traesse dal fodero. Dopo averla ammirata a lungo, ché era invero un'arma molto bella, le due dame notarono che il filo della lama era rotto a un piede e mezzo dalla punta e che ne mancava un buon pezzo. Quella falla ricordò subito alla regina il frammento di spada trovato nel cranio di ser Moroldo.<br>«Ahimè, figlia mia» esclamò «costui è il cavaliere traditore che uccise mio fratello, tuo zio!»<br>Isotta ne fu amaramente turbata, ché amava profondamente Tamtrist e conosceva appieno la crudeltà della madre.<br>Intanto la regina si era prontamente recata nella propria camera e da un suo cofano aveva preso il framment di spada estratto dalla testa di ser Moroldo dopo la sua morte; quindi si era affrettata a tornare al letto su cui era posata l'arma di Tamtrist e vi aveva inserito il pezzo d'acciaio: esso combaciò con la tacca della lama quasi non se ne fosse mai distaccato.<br>Subito la dama impugnò fieramente la spada e con tutta la sua forza corse addosso a Tamtrist che era ancora nel bagno, sì che lo avrebbe tagliato in due se ser Hebes non l'avesse afferrata per le braccia strappandole l'arma di mano. Non avendo così potuto portare a termine il suo malvagio intento, la regina corse dal marito, re Agwisance, e, gettatasi in ginocchio, gli disse:<br>«Ahimè, mio signore, ospitate in casa vostra il traditore che uccise mio fratello ser Moroldo, nobile combattente e vostro servitore.»<br>«Chi è e dove si trova?» chiese il re.<br>«È Tamtrist, colui che mia figlia ha guarito.» (p. 255) *Mio padre è ser Meliodas re di Liones e mia madre, che si chiamava Elisabetta, era sorella di re Marco di Cornovaglia. Ella morì nel darmi la luce nella foresta e, proprio per questo, prima di spirare ordinò che al battesimo mi fosse imposto il nome di Tristano, ch'io trasformai qui in Tamtrist poiché non volevo essere riconosciuto. Ho combattuto per il tributo della Cornovaglia per amore di mio zio e per il diritto di quella terra che egli possedeva da molti anni, e anche per accrescere il mio onore, perché ero stato fatto cavaliere proprio quel giorno ed ero al mio primo cimento. Solo per questo intrapresi la battaglia, e sappiate inoltre che ser Moroldo si sottrasse a me ancora in vita, abbandonando lo scudo e la spada. ([[Tristano]], p. 256) *Col passare del tempo [...] sorsero dissidi e gelosie tra il re e il nipote a causa di una dama, moglie del nobile conte ser Segwaride, di cui entrambi erano innamorati. La dama amava molto ser Tristano che la ricambiava, poiché era invero bella, e il cavaliere lo aveva ben notato, e re Marco, accesosi anch'egli d'amore per lei, lo aveva saputo e ne era geloso. (p. 258) *[...] benché tra loro vi fossero belle parole, finché visse re Marco non amò più il nipote {{NDR|[[Tristano]]}}, poiché ogni affetto si era spento per sempre. (p. 260) *[...] colui che ha una segreta [[ferita]] è riluttante a mostrare apertamente l'ingiuria subita! (p. 260) *[[Lancillotto|Ser Lancillotto]] non ha pari per gentilezza e cavalleria e, per il grande affetto che nutro per lui, non combatterò più di mia volontà contro di voi. ([[Tristano]], p. 264) *[...] re Marco non smise mai di pensare in cuore suo al modo di far perire Tristano. Infine escogitò di mandarlo come suo messaggero in Irlanda a chiedere in moglie Isotta la Bella, di cui il nipote aveva tanto lodato l'avvenenza e la bontà. Ma tutto ciò era fatto con l'intento di farlo morire. (p. 265) *Ser Tristano prese dunque il mare e, mentre si trovava nella cabina insieme ad Isotta, accadde che avessero sete e che lì accanto vi fosse una piccola fiasca d'oro contenente, a giudicare dal colore e dal sapore, un vino prelibato. Subito il giovane la prese dicendo:<br>«Madama Isotta, ecco la migliore bevanda che abbiate mai gustata e che la vostra ancella dama Brangania e il mio servitore Governale tenevano per sé.»<br>Risero entrambi di cuore e bevettero liberamente, brindando l'uno all'altra, sì che mai vino sembrò loro più dolce e prelibato. Ma appena l'ebbero inghiottito, essi si amarano sì intensamente che quel loro sentimento non li abbandonò mai più, nella buona e nella cattiva sorte. Era infatti quello il principio di un amore che li avrebbe accompagnati per tutti i giorni della vita. (p. 271) *Non è da buon [[cavaliere]] cogliere un altro in svantaggio [...]. ([[Tristano]], p. 284) *Ser Lamorak si allontanò in compagnia di ser Driant, ed essendosi imbattuto in un cavaliere che per ordine di [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana la Fata]] recava a [[re Artù]] un bel corno rifinito in oro, lo costrinse con la forza a rivelargli il motivo della sua missione. Seppe che il corno aveva una virtù – nessuna dama o gentildonna che non fosse fedele al proprio signore vi poteva bere senza versarne il contenuto – e che Morgana la Fata lo inviava in dono al fratello Artù a causa della [[Ginevra (ciclo arturiano)|regina Ginevra]] e per dispetto a ser Lancillotto.<br>«Se non vuoi morire» disse allora ser Lamorak «porterai il corno a re Marco, e gli dirai che glielo mando perché metta alla prova la fedeltà della sua sposa.»<br>Il cavaliere si recò così da re Marco e gli disse che gli inviava quel corno prezioso e qual era la sua qualità. Il re costrinse quindi la regina Isotta a bere, e dopo di lei cento altre dame, ma solo quattro tra esse riuscirono a non versare la bevanda.<br>«Ahimè, è una grave infamia» esclamò il sovrano, giurando poi solennemente che avrebbe condannato al rogo la regina e le altre.<br>Ma i baroni si radunarono e dichiararono apertamente di non essere disposti a tollerare che le dame venissero arse per via di un oggetto fatto con arti magiche dalla strega più fals e incantatrice che vi fosse al mondo e nemica dei veri amanti, e affermarono che quel corno non operava mai niente di buono e causava solo odio e dissidi. Molti cavalieri fecero pertanto voto di usare ben poca cortesia a Morgana la Fata, se ma l'avessero incontrata. (pp. 284-285) *[...] uccisi ser Moroldo liberando la Cornovaglia dal tributo, e sono anche colui che salvò il re d'Irlanda da ser Blamor di Ganis e che vinse ser Palamede. Sono Tristrano di Liones e, con la grazia di Dio, libererò quest'infelice contrada. ([[Tristano]], p. 291) *«[...] In cambio della mia cortesia voi esponeste al biasimo molte dame, inviando a re Marco il corno di Morgana la Fata, per risentimento verso di me.»<br>«Lo rifarei se fosse il caso» affermò ser Lamorak. «Preferivo che la disputa si svolgesse alla corte di re Marco piuttosto che a quella di re Artù, perché non sono di pari onore.»<br>«Questo lo so, ma voi agiste solo per far dispetto a me» replicò Tristano. «Eppure, nonostante il vostro malanimo, ringrazio Dio che non avete fatto grande danno. Lasciate dunque ogni vostro rancore e io farò altrettanto: uniamo invece le nostre forze e acquistiamoci merito uccidendo il gigantesco signore dell'isola, ser Nabon il Nero.»<br>«Signore, ora comprendo la vostra cavalleria!» esclamò ser Lamorak. «Non può essere menzognero ciò che tutti dicono di voi: per nobiltà, generosità e virtù non avete pari e mi pento di avervi mostrato villania.» (p. 292) *[...] molti dicono dietro le spalle di un uomo quello che non gli direbbero mai in faccia. ([[Lamorak]], p. 295) ====Libro IX==== *Un giorno giunse alla corte di [[Re Artù|Artù]] un giovane di robusta costituzione, abbigliato sfarzosamente con una cotta di un ricco tessuto d'oro che tuttavia gli pendeva malamente addosso, a richiedere al re che lo armasse cavaliere.<br>«Come vi chiamate?» gli domandò il sovrano.<br>«[[Sir Breunor|Brunoro il Nero]], sire, e non tarderete a sapere che sono di nobile schiatta.»<br>«Sarà anche così» commentò [[Sir Kay|ser Kay]] «ma a vostro scherno sarete chiamato La Cotta Maltagliata per la pessima foggia del vostro abito.» (p. 299) *Sire [...] chiedo a voi e a tutta la corte che mi chiamate La Cotta Maltagliata: così mi ha soprannominato ser Kay e non voglio altro nome. ([[Sir Breunor]], p. 300) *Se alla tua prima giostra ti inviano un buffone a combatterti, sei davvero tenuto in poco conto alla corte di Artù! (Damigella Maldicente, p. 302) *Ah, bella damigella [...] vi prego di avere pietà e di non insultarmi oltre, perché la mia afflizione è grande abbastanza anche se non ne aggiungete del vostro. Tuttavia non mi considero un cattivo cavaliere per essere stato abbattuto da un compagno della Tavola Rotonda. ([[Sir Breunor]], p. 302) *{{NDR|Su [[Sir Breunor]]}} [...] vi dico apertamente che è un bravo cavaliere, e che si proverà nobile e prode. Se non si tiene ancora saldo in sella è solo perché gliene mancano la pratica e l'esperienza, ma quando è il momento di maneggiare la spada sa colpire con forza e valentia, ed è ciò che hanno compreso ser Bleoberis e [[Palamede (ciclo arturiano)|ser Palamede]] che, da uomini scaltriti dall'uso delle armi, sanno giudicare dal modo di cavalcare di un avversario se saranno in grado di rovesciarlo di sella o di assestagli un buon colpo. Ma per lo più essi non sono disposti a combattere a piedi con i giovani cavalieri, che sono agili e vigorosi. ([[Mordred]], p. 304) *{{NDR|Su [[Glatisant la Bestia]]}} Si trattava della bestia con la testa da serpente, il corpo da leopardo, le natiche da leone e le zampe da cervo; inoltre, ovunque essa andasse, dal suo ventre scaturiva uno strepito quasi vi fossero trenta coppie di veltri latranti. (p. 314) *[...] nessuno è conformato in modo da poter aver [[successo]] in ogni occasione: talvolta si ha la peggio per mala ventura e talaltra colui che è meno meritevole mette in svantaggio chi è migliore di lui. (p. 314) *«Chi vorreste assalire?» chiese [[Lamorak|ser Lamorak]].<br>«[[Lancillotto|Ser Lancillotto del Lago]]: se mai lo incontrassimo non potrebbe sfuggirci e lo metteremo a morte!»<br>«Vi assumete un compito molto arduo, perché è un cavaliere nobile e ben provato» fu la risposta di ser Lamorak.<br>«Non ne dubitiamo, ma ognuno di noi è sufficientemente forte per tenergli testa.»<br>«Non lo credo» replicò ser Lamorak. «In tutta la mia vita non ho mai inteso d'alcun cavaliere che ser Lancillotto non riuscisse a superare.» (p. 315) *[...] ognuno ritiene infatti che la propria dama sia superiore a ogni altra, e voi non dovete adirarvi se io lodo colei che maggiormente amo. Se la mia signora, la regina Ginevra, è ai vostri occhi la più avvenente, sappiate che la regina Morgawse sembra più bella ai miei, ed è ciò che ogni cavaliere pensa della propria dama. ([[Lamorak]], p. 316) *Ho ricevuto una bella ricompensa per aver combattuto contro [[Morholt|ser Moroldo]] e liberato il regno dalla sudditanza; e anche per aver portato in Cornovaglia la [[Isotta|regina Isotta]] sopportando gravi costi e pericoli. Quale compenso mi fu dato per essermi battuto con ser Blamor di Ganis in difesa di re Agwisance padre di Isotta la Bella, e cosa mi venne per aver abbattuto ser Lamorak il Gallese su richiesta di re Marco, o per aver vinto il Re dei Cento Cavalieri e il re del Galles del Nord che minacciavano le sue terre? E ancora, per aver salvato la regina dal buon cavaliere ser Palamede, e per aver ucciso il potente gigante Tawlas? Sappia re Marco, che ora mi dà tale mercede, che fu solo per amor mio che molti nobili cavalieri della Tavola Rotonda hanno finora risparmiato i baroni di questa contrada! ([[Tristano]], p. 326) *«Cosa volete fare?» gli chiese ser Dinadan. «Non compete a noi affrontare trenta cavalieri, e sappiate che non ci sto. Contro uno solo ne basterebbero anche due o tre, e certo io non vorrò misurarmi con una quindicina.»<br>«Vergogna a voi!» lo rimproverò ser Tristano. «Dovrete fare solo la vostra parte.»<br>«Non lo farò» ribatté ser Dinadan «a meno che non mi prestiate il vostro scudo di Cornovaglia: per la fama di viltà che hanno i cavalieri di quel paese, farà sì che i miei avversari siano indulgenti verso di me.»<br>«Non mi separerò mai dal mio scudo per amore di colei che me lo diede» affermò ser Tristano. «Tuttavia, ser Dinadan, vi garantisco che se non vi impegnerete a rimanere con me, vi ucciderò qui sul posto, perché non vi chiedo altro che di battervi con un solo avversario. Se poi non vi reggerà il cuore, ve ne starete da parte a osservare lo scontro tra me e gli altri.»<br>«Sta bene» fu la risposta di ser Dinadan «e vi prometto che farò il possibile per salvarmi; tuttavia vorrei non avervi mai incontrato!» (p. 327) *«Che scompiglio è mai questo?» protestò ser Dinadan. «Io vorrei riposarmi!»<br>«Non si può» ribatté ser Tristano «abbiamo vinto i signori del castello e ora dobbiamo difenderne il costume. Tenetevi dunque pronto.»<br>«In nome del demonio» esclamò ser Dinadan «perché mai mi sono unito a voi!»<br>Ci si preparò allo scontro: ser Gaheris affrontò ser Tristano e fu disarcionato; ser Palamede si misurò invece con ser Dinadan e lo abbatté al suolo. Si ebbe pertanto una caduta per parte e necessitava combattere a piedi, ma ser Dinadan, che era rimasto malamente contuso, non ne volle sapere. Ser Tristano andç allora ad allacciargli l'elmo pregandolo di aiutarlo.<br>«Non lo farò» rispose ser Dinadan. «Or non è molto abbiamo combattuto contro trenta cavalieri e ne risento ancora le ferite. Ma voi vi comportate come un folle o come un uomo fuor di senno che voglia buttarsi allo sbaraglio, e io posso solo maledire il momento in cui vi ho veduto. In tutto il mondo non vi sono che due cavalieri altrettanto pazzi: voi, ser Tristano, e ser Lancillotto, con cui mi accompagnai un tempo così come ora ho fatto con voi; ed egli mi fece tanto faticare che dovetti poi starmene a letto per tre mesi. Che il buon Gesù mi salvi da tali cavalieri, e in particolare dalla vostra compagnia!» (p. 329) *Ebbene, qui si può imparare che nessun [[cavaliere]] è tanto forte che non possa essere scavalcato, nessuno tanto saggio che non possa sbagliare, e che cavalca bene colui che non è mai caduto! ([[Dinadan]], p. 332) *{{NDR|Su [[Tristano]]}} Gesù misericordioso! Dacché presi le armi non vidi mai un cavaliere compiere gesta sì stupefacenti! Se lo assalissi ora, recherei onta a me stesso. ([[Lancillotto]], p. 335) *[...] un buon cavaliere deve sempre favorire un altro, giacché i simili sono attratti dai simili. (Re dei Cento Cavalieri, p. 336) *Ahimè, non posso mai acquisire onore là dove è ser Tristano [...]. Se non ci troviamo nello stesso luogo, il più delle volte sono io che ottengo il premio, a meno che non siano presenti ser Lancillotto o ser Lamorak. Ma ser Tristano ha sempre avuto la meglio su di me, prima in Irlanda, poi in Cornovaglia e in altri luoghi di questa contrada. [...] Tuttavia, a dire il vero, egli è il cavaliere più gentile che vi sia al mondo. ([[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]], p. 337) *[...] nell'ardore della lotta spesso si colpiscono gli amici al pari dei nemici. ([[Lancillotto]], p. 343) *Messere, quando foste creato cavaliere della Tavola Rotonda giuraste che non vi sareste mai scontrato consapevolmente con alcuno dei vostri compagni, e, perdio, [[Gaheris|ser Gaheris]], avete ben riconosciuto il mio scudo così come io ho riconosciuto il vostro! Sappiate però che se voi siete disposto ad infrangere il vostro giuramento io non mancherò al mio, e non già perché vi tema, ché potrei benissimo battermi con voi anche se siete mio cugino carnale! ([[Ywain]], p. 345) *Onta ai falsi cavalieri di Cornovaglia, che non hanno alcun merito! ([[Sir Kay]], p. 346) *Sire, faceste grave onta a voi e alla vostra corte quando bandiste dal paese ser Tristano. Se egli fosse stato qui, non avreste dovuto temere alcun cavaliere! ([[Gaheris]], p. 346) *{{NDR|Rivolto a [[Marco di Cornovaglia]]}} Siete un re unto con crisma e dovreste essere alleato d'ogni uomo d'onore. Meritate pertanto la morte! ([[Gaheris]], p. 347) *È difficile staccare la carne che è cresciuta intorno all'osso! ([[Lancillotto]], p. 348) *Anche il [[Pecora e lupo|lupo]] lascerebbe in pace la pecora se si trovassero insieme nella stessa prigione! ([[Dinadan]], p. 348) *Come dice il libro francese, [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana]] preferiva ser Lancillotto a ogni altro, e lo desiderava in ogni momento benché egli non acconsentisse ad amarla né a far nulla su sua richiesta. (p. 351) ====Libro X==== *Un [[cavaliere]] così ardito non morrà per mano di un branco di vigliacchi! ([[Tristano]], p. 357) *Ahimè, [[Isotta|Bella Isotta]] regina di Cornovaglia, perché mai vi amo? [...] Voi non avete colpa di questa mia pena e il biasimo ricade solo sui miei occhi: siete la più bella di tutte, e io da stolto non posso fare a meno di esservi devoto anche se non mi dimostrate né amore né cortesia, e amate riamata ser Tristano di Liones che è il cavaliere migliore del mondo. ([[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]], p. 373) *«Ecco un castello che non potrebbe essere preso o conquistato con alcuna macchina da guerra» disse ser Dinadan indicandolo al compagno. «Vi dimora la regina Morgana la Fata: lo ricevette dal fratello re Artù, che se ne è poi pentito amaramente. Da quel momento non c'è stato più accordo tra loro e la sorella gli ha fatto guerra ogni volta che ha potuto mantenendo proprio in questo maniero un folto gruppo di armati al solo scopo di distruggere quanti sono cari al re. Infatti non vi passa alcun cavaliere che non debba combattere contro uno, due o persino tre avversari. Se poi appartiene ad Artù ed è sconfitto, perde cavallo, armatura e ogni altra cosa che possiede, e persino la libertà qualora non riesca a fuggire.»<br>«Dio mi protegga!» esclamò ser Palamede. «Fare guerra al proprio signore che è chiamato il fiore della cavalleria cristiana e pagana è un costume malvagio e indegno di una regina, e io vi porrò fine di tutto cuore. Morgana non riceverà mai alcun servigio da me, e se come penso mi manderà contro i suoi cavalieri, essi avranno dì che combattere!» (p. 377) *Il racconto torna ora a [[Lamorak|ser Lamorak]] che era lodato e onorato da ogni buon cavaliere all'infuori di [[Gawain|ser Galvano]] e dei suoi fratelli che desideravano solo il suo male e che, meditando di cogliere l'occasione per ucciderlo, fecero venire la madre in un castello vicino a Camelot. La regina di Orkney era infatti giunta da poco allorché ser Lamorak le inviò un messaggero e fissò con lei un convegno di cui venne subito a conoscenza [[Gaheris|ser Gaheris]], che si pose in agguato.<br>A notte, ser Lamorak arrivò tutto armato, legò il cavallo vicino a una postierla segreta ed entrò in una stanza dove si tolse l'armatura; quindi raggiunse il letto della regina dove, amandosi di tutto cuore, essi trassero grande gioia l'uno dall'altra.<br>Quando ser Gaheris giudicò che fosse giunto il momento si accostò al letto e, afferrata bruscamente la madre per i capelli, le mozzò la testa. Ser Lamorak sentì così sprizzare su di sé il sangue caldo di colei che amava e balzò dal letto gridando come uomo aflitto e sgomento:<br>«Ah, ser Gaheris, cavaliere della Tavola Rotonda, avete commesso un'azione malvagia e vile! Perché uccideste la madre che vi generò? Avreste avuto maggior ragione di colpire me!»<br>«Dici il vero, e benché l'uomo sia nato per offrire il proprio servigio alla donna, sei tu che hai commesso l'offesa» replicò ser Gaheris. «Tuo padre uccise il nostro, eppure tu hai giaciuto con nostra madre disonorando me e i miei fratelli: è una vergogna troppo grande perché sia tollerata! Quanto poi a tuo padre re Pellinor, sappi che fu ucciso da me e da mio fratello Galvano.»<br>«Avete commesso un torto ancora più grande e fareste bene a ricordare ce la morte di mio padre non è ancora stata vendicata!»<br>«Non minacciarmi, Lamorak, altrimenti ti ucciderò. È solo perché ora sei disarmato che il mio onore di cavaliere mi vieta di metterti a morte, ma sappi che in qualunque altra occasione ti rincontrerò, non risparmierò la tua vita» ribatté ser Gaheris. «Ormai mia madre è affrancata da te: vai dunque a prendere il cavallo e vattene.» (pp. 385-386) [[File:Boys King Arthur - N. C. Wyeth - p162.jpg|thumb|La morte di Lamorak]] *Ser Lamorak si separò da Lancillotto e ripartì da solo, e fu così che ser Galvano e i suoi tre fratelli [[Agravaine|Agravano]], Gaheris e [[Mordred]] andarono ad attenderlo in un luogo appartato: gli uccisero il cavallo poi lo assalirono tutti insieme, di fronte, alle spalle e ai lati e, dopo più di tre ore di combattimento, ché ser Lamorak si difendeva da valoroso, ser Mordred gli aprì una profonda ferita nella schiena e gli altri lo fecero a pezzi.<br>Così morì il nobilissimo ser Lamorak, cavaliere della Tavola Rotonda; ma sappiate che [[Sir Gareth|ser Gareth]], il quinto fratello di ser Galvano, non ebbe alcuna parte nel vile assassinio. (p. 387) *«Ne ho visti di stolti come voi!» esclamò allora ser Dinadan adirato. «E uno proprio quest'oggi: se ne stava disteso accanto a una fonte con aria trasognata, lo scudo appoggiato al suolo e il cavallo poco distante, e sogghignava come un folle senza dire una parola. Compresi così che si trattava di un [[Innamoramento|innamorato]].»<br>«E voi non lo siete, bel cavaliere?» gli chiese ser Tristano.<br>«Maledetto chi lo è!» proruppe ser Dinadan.<br>«Avete torto, perché soltanto il cavaliere innamorato può essere prode» replicò ser Tristano. (pp. 408-409) *«In guardia, cavaliere» gridò poi a ser Epinogrus. «È abitudine dei cavlieri erranti sfidarsi alla giostra.»<br>«È forse costume di tali cavalieri imporre di combattere che lo si voglia o no?»<br>«È tale per me, e tanto vi basti» replicò ser Dinadan. (p. 409) *«[...] io non so cosa spinga ser Tristano e tanti altri innamorati a perdere la ragione e l'intendimento per delle donne!» commentò ser Dinadan.<br>«Come, siete un cavaliere e non siete innamorato? Vergognatevene: non potete certo essere chiamato prode se non venite a contesa per una dama.»<br>«Dio me ne guardi!» esclamò ser Dinadan. «Le gioie d'amore sono troppo brevi e le pene che ne derivano fin troppo durature.» (p. 412) *«Ma perché siete tanto incollerito?»<br>«Ah, codardo, disonori la cavalleria!» lo ingiuriò ser Dinadan.<br>«Poco importa dal momento che mi metterò al vostro servizio e rimarrò sotto la vostra salvaguardia. Siete così prode che mi proteggerete» replicò ser Tristano.<br>«Il diavolo mi liberi da te! D'aspetto sei il migliore uomo d'armi che abbia mai visto, ma anche il più pusillanime.» (p. 413) *"Date [[potere]] al [[villano]] e questi non ne avrà mai abbastanza". Infatti, laddove il governo è affidato a una persona di bassi natali mentre il signore delle terre è di nascita elevata, avverrà che il [[Plebe|plebeo]] non tollererà al proprio fianco alcun gentiluomo, e ne perseguirà anzi la rovina. (p. 417) *{{NDR|Su [[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]]}} [...] tutti lo lodarono e affermarono che seppure ancora saraceno, era un credente della migliore specie, ben disposto d'animo e assolutamente leale e fedele alla parola data. (p. 420) *Ora oso dire che siete la dama più bella che abbia mai visto, e che ser Tristano è un cavaliere prode e prestante quant'altri mai. Mi sembra perciò che siate fatti l'uno per l'altra! ([[Re Artù]], p. 441) *Ah, Palamede, Palamede [...] perché sei così emaciato, tu che un tempo eri chiamato uno dei più bei cavalieri del mondo? Ah, non voglio più vivere questa vita perché amo colei che non potrò mai avere o conquistare! ([[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]], p. 452) *«Signore, ecco come mi discolpo: in quanto alla regina Isotta, sappiate che l'amo da lungo tempo più di ogni altra, e a lei debbo gli onori che ho conquistato, ché altrimenti sarei rimasto il cavaliere più indegno del mondo. Ovunque andavo, il suo ricordo mi accompagnava e mi spingeva a compiere imprese meritevoli. Tuttavia finora non ebbi mai da lei ricompensa e pur essendo il suo cavaliere non ricevetti alcun guiderdone! Perciò, ser Tristano, non temo la morte perché, sapendo che non possiederò mai la mia regina, mi è indifferente vivere o morire, e se fossi armato come lo siete voi, mi batterei di buon animo.»<br>«La vostra stessa bocca ha rivelato il tradimento!» proruppe ser Tristano.<br>«Non ho commesso alcuna slealtà» protestò l'altro. «Ogni uomo è libero di amare, e benché abbia riposto il cuore nella vostra dama, ella è mia quanto è vostra. Se questo è un torto, allora sono colpevole, ma voi godete di lei e appagate il vostro desiderio, mentre io non ebbi mai nulla né spero di averlo in futuro, e tuttavia l'amerò quanto voi fino all'ultimo istante della mia vita.» (p. 453) ====Libro XI==== *Mentre in un giorno di Pentecoste, i cavalieri sedevano alla [[Tavola Rotonda]], si presentò ad [[Re Artù|Artù]] un eremita che vide il [[Seggio Periglioso]] e chiese al re e ai baroni perché non fosse occupato.<br>«Su quel seggio non siederà che colui che è destinato, ogni altro vi troverà la morte» gli fu risposto.<br>«Sapete chi è?» domandò allora l'eremita.<br>«Non lo sappiamo ancora.»<br>«Lo so io» dichiarò allora il sant'uomo. «Vi prenderà posto un cavaliere che non è stato ancora concepito, ma che nascerà quest'anno e sarà colui che conquisterà il Sangrail.» (p. 456) *[...] entrò, giovane e bellissima, una damigella che recava tra le mani un vaso d'oro. Allora il re e tutti quanti si trovavano nella sala si inginocchiarono devotamente a pregare.<br>«Oh, Gesù!» esclamò ser Lancillotto. «Cosa può significare?»<br>«È il [[Graal|Sangrail]], l'oggetto più prezioso che alcun essere vivente possieda» fu la risposta del re. «Quando sarà portato altrove, la Tavola Rotonda si spezzerà.» (p. 458) *A tempo debito, [[Elaine di Corbenic|Elaine]] partorì un bel bambino che fu allevato con cura e affetto e battezzato [[Galahad]], perché quello era il nome che ser Lancillotto aveva ricevuto al fonte battesimale e che poi la Dama del Lago aveva mutato in Lancillotto. (p. 460) *Sappiate, ser Bors, che questo fanciullo è Galahad; siederà sul Seggio Periglioso e otterrà il Sangrail, e si dimostrerà migliore di suo padre ser Lancillotto. ([[Elaine di Corbenic]], p. 462) *[...] solo gli uomini valorosi e retti che amano e temono Dio possono conquistare onore; altrimenti, per quanto arditi, non vi riescono. ([[Re Pescatore|Re Pelles]], p. 462) *Ser Bors si era appena sdraiato di nuovo per riposare, quando sentì un grande frastuono provenire dalla camera vicina e si vide piovere dentro, non sapeva se dalle porte o dalle finestre, nugoli di frecce e di quadrelli tanto fitti da lasciarlo stupito; molti lo colpirono e lo ferirono nei punti in cui il suo corpo non era protetto.<br>Ed ecco sopraggiungere un orribile leone: ser Bors gli si fece incontro; la fiera gli portò via lo scudo, ma egli riuscì a mozzarle la testa. Non passò molto che nella corte vide un orrendo drago sulla cui fronte sembrava fossero scritte lettere d'oro che ser Bors pensò avessero il significato di "re Artù". Giunse poi un leopardo brutto e vecchio che si batté a lungo e accanitamente con il drago; ma a un certo punto questi sputò fuori dalla bocca qualcosa come un centinaio di piccoli draghi che uccisero e fecero a pezzi il leopardo.<br>Apparve poi nella sala e si mise a sedere su un bel seggio un vecchio che sembrava avere intorno al collo due vipere. Teneva in mano un'arpa e prese a cantare un'antica canzone che narrava come Giuseppe di Aramitea fosse giunto in quel paese. Quando ebbe finito, consigliò a ser Bors di andare via.<br>«Qui non incontrerete altre avventure» gli disse. «Vi siete portato con grande onore, e più ne acquisterete in futuro.»<br>Parve allora a ser Bors che giungesse una colomba candida recante nel becco un incensiere d'oro, e che la tempesta imperversata fino ad allora cessasse e si allontanasse di colpo, mentre la sala si empiva di straordinari profumi. Poi vide quattro fanciulli che portavano quattro bei ceri e in mezzo ad essi un vecchio con un cero in una mano e una lancia nell'altra. Si trattava dell'arma che aveva nome Lancia della Vendetta. (pp. 463-464) *Dite [...] a [[Sir Kay|ser Kay il Siniscalco]] e a [[Mordred|ser Mordred]] che confido in Dio che sarò valoroso quanto loro, e non dimenticherò mai i motteggi e le derisioni che mi indirizzarono il giorno in cui fui investito cavaliere: non comparirò a corte finché tutti non parleranno di me con maggiore rispetto di quanto sia mai stato dimostrato loro. ([[Parsifal]], p. 472) *{{NDR|Su [[Parsifal]]}} [...] era infatti uno dei migliori cavalieri del mondo, e in lui la vera fede era ben salda. (pp. 473-474) *Ed ecco avvicinarsi il sacro vaso del Sangrail accompagnato da soavità e profumi di ogni sorta. I due cavalieri non poterono distinguere con chiarezza chi lo portava; solo ser Percival intravvide appena sia il vaso sia la vergine purissima che lo recava tra le mani. Immediatamente si trovarono entrambi perfettamente risanati nelle membra e nel corpo, e resero grazie a Dio in grande umiltà.<br>«Gesù» disse ser Percival «cosa significa che siamo guariti, mentre unmomento fa eravamo in punto di morte?»<br>«Lo so io» rispose ser Ector. «È stato il sacro vaso portato da una vergine e contenente il santo sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Solo un uomo di assoluta perfezione può vederlo.» (p. 474) ====Libro XII==== *Se la mia morte potesse giovarvi e la mia vita non vi fosse di alcuna utilità, ebbene, sarei pronta a morire per voi! ([[Elaine di Corbenic]], p. 481) *«Ah, [[Tristano|ser Tristano]]» esclamò allora [[Palamede (ciclo arturiano)|ser Palamede]] «sapete bene che non posso battermi senza perdere l'onore. Voi siete allo scoperto e io sono armato: se vi uccidessi l'onta ricadrebbe su di me. Del resto, conosco la vostra forza e la vostra resistenza.»<br>«È vero, e adesso capisco quanto siete prode.»<br>«Vi prego, rispondete a una domanda.»<br>«Volentieri. Con l'aiuto di Dio vi dirò la verità.»<br>«Fate il caso che voi foste armato di tutto punto e io non lo fossi: cosa vi suggerirebbe di farmi l'onore cavalleresco?»<br>«Ora capisco!» esclamò ser Tristano. «Poiché devo dare il mio parere, Dio mi benedica, quel che dirò non sarà dettato dalla paura. Vi risponderò quindi che in tal caso non vorrei battermi e vi lascerei andare.»<br>«E anch'io non voglio. Perciò, prendete la vostra strada!»<br>«Posso sempre scegliere se restare o andar via, invece. Ma c'è una cosa che mi stupisce: perché un cavaliere valoroso come voi non vuole essere battezzato, mentre vostro fratello ser Safer si è fatto cristiano già da tempo?»<br>«Sebbene in cuor mio creda già in Gesù Cristo e nella sua dolce madre Maria, secondo un voto che ho fatto anni fa devo ancora affrontare uno scontro; poi mi farò battezzare, e con grande gioia.»<br>«In fede mia, allora non dovrete cercare a lungo quest'ultima battaglia! Dio non voglia che per colpa mia restiate ancora saraceno!» (p. 488) *«E adesso?» gli chiese Tristano. «Ti ho alla mia mercé come poc'anzi mi avevate voi. Ma i cavalieri di corte non dovranno mai dire che ser Tristano ha ucciso un guerriero disarmato. Quindi, riprendete la vostra arma e portiamo a termine lo scontro.»<br>«Desidererei davvero di finirlo» rispose l'altro «ma non ho molta voglia di battermi ancora, anche perché l'offesa che vi ho arrecata non è tanto grave che non possiamo diventare amici. Osai dire che [[Isotta|Isotta la Bella]] non ha pari tra le dame; non l'ho mai disonorata e, anzi, è grazie a lei che ho ottenuto gran parte dell'onore che mi sono conquistato. Le mie offese non furono mai rivolte alla regina, ma a voi, e oggi mi avete ripagato con un gran numero di colpi. Ad alcuni ho potuto rispondere, ma adesso devo ammettere che non ho mai incontrato un uomo forte e resistente quanto voi, salvo ser Lancillotto del Lago. Perciò, mio signore, vi chiedo di perdonarmi ogni cosa e di condurmi oggi stesso alla chiesa più vicina dove prima vorrei confessarmi e poi essere battezzato. In seguito andremo insieme alla corte di Artù per partecipare alla grande festa.»<br>«Allora prendete il cavallo: faremo come avete detto, e che Dio vi perdoni per tutti i vostri peccati come ho già fatto io! A un miglio da qui il vescovo suffraganeo di Carlisle potrà impartirvi il sacramento del battesimo.»<br>Montarono a cavallo insieme a ser Galleron e, giunti alla presenza del vescovo, gli esposero quanto volevano. Il sant'uomo fece riempire un grande bacile d'acqua, la consacrò, poi confessò e assolse ser Palamede. Ser Tristano e ser Galleron furono i suoi padrini.<br>Poco dopo, ripartirono per Camelot dove trovarono il re, la regina e quasi tutti i cavalieri della Tavola Rotonda, che furono molto lieti di sapere che ser Palamede si era fatto cristiano. (pp. 490-491) ====Libro XIII==== *«Ora sono certo che voi della [[Tavola Rotonda]] partirete alla ricerca del [[Graal|Sangrail]] e che io non vi vedrò mai più tutti insieme» dichiarò allora Artù. «Voglio perciò che vi riuniate per giostrare e torneare nel prato sotto Camelot in modo che, dopo la vostra morte, si possa tramandare che in questo giorno erano qui raccolti tanti valorosi combattenti.» (p. 501) *Rientrati tutti tra le mura di Camelot, il re e i baroni si recarono ad ascoltare i vespri nella cattedrale e poi a cena, dove ciascuno dei cavalieri prese posto, come prima, sul proprio seggio. Ma ecco che, tra improvvisi scoppi e rombi di tuono che fecero temere che il palazzo stesse crollando, nella sala penetrò un raggio di sole sette volte più vivido di quanto si fosse mai visto e tutti furono investiti dalla grazia dello Spirito Santo. Guardandosi intorno, i cavalieri osservarono che gli altri sembravano circonfusi di bellezza, ma non poterono pronunciare una sola parola. Poi, apparve il Santo Graal velato di sciamito bianco, così che nessuno poté vederlo o capire chi lo recasse, e la sala si riempì di profumi mentre davanti ai commensali comparivano i cibi e le bevande che prediligevano. Dopo aver attraversato l'intero ambiente, il sacro vaso scomparve d'un tratto, e solo allora i presenti ritrovarono la voce e il re rese grazie a Dio per la benevolenza che aveva mostrato loro. (p. 502) *Non torneranno più tutti {{NDR|i [[cavalieri della Tavola Rotonda]]}} insieme perché molti moriranno nel corso della ricerca. Io li amo quanto la mia stessa vita, e lo scioglimento di questa compagnia mi provoca un tremendo dolore, poiché la loro presenza alla mia corte era ormai un costume consolidato. ([[Re Artù]], p. 503) *Il mio peccato e la mia malvagità mi hanno sprofondato nel disonore [...]. Finché ho perseguito avventure mondane per soddisfare desideri terreni, le ho sempre compiute in modo impareggiabile e senza mai subire sconfitte nelle giuste come nelle inique contese. Ma ora che ho intrapreso avventure celesti, capisco che il mio antico peccato mi ostacola e mi svergogna al punto che quando mi è apparso il sacro sangue non ho avuto la forza di muovermi e di parlare. ([[Lancillotto]], p. 518) *{{NDR|Su [[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]]}} Tutte le mie gesta d'armi le ho compiute per amor suo [...] e per lei mi sono battuto, a torto o a ragione. Non ho mai fatto nulla solo per amore di Dio, ma sempre anche per conquistarmi onore e farmi andare di più, e ne sono stato poco o nulla grato al Signore. ([[Lancillotto]], p. 519) ====Libro XIV==== *«[[Mago Merlino|Merlino]] istituì la [[Tavola Rotonda]] a somiglianza della sfericità del mondo in essa perfettamente rappresentato» proseguì la reclusa. «Nella Tavola Rotonda, infatti, l'intero mondo cristiano e pagano trova ristoro, tanto che coloro che sono scelti a fare parte di quell'eletta compagnia si reputano colmi di grazia e più onorati che se fossero i padroni di metà della terra. Hai potuto vedere anche tu come, pur di appartenervi, i cavalieri siano disposti a perdere padre, madre, famiglie, mogli e figli, come facesti tu stesso che, per unirti a loro, abbandonasti tua madre senza volerla più vedere.<br>«Dunque, quando Merlino istituì la Tavola Rotonda disse che coloro che ne sarebbero stati compagni avrebbero potuto attingere alla verità del Sangrail. Gli fu chiesto chi l'avrebbe conquistata, ed egli rispose che sarebbero stati tre tori bianchi, due vergini e uno casto, e che uno di essi sarebbe stato più forte e più valoroso di suo padre quanto il leone lo è del leopardo. Allora gli fu detto: "Bisognerà che con le tue arti tu dia luogo a un seggio su cio potrà prendere posto solo il cavaliere che eccellerà su ogni altro".<br>«E Merlino istituì il Seggio Periglioso, quello su cui Galahad sedette al banchetto di Pentecoste.» (p. 522) *La storia dice che [[Parsifal|ser Percival]] era uno degli uomini più religiosi che vi fossero al mondo in quei tempi in cui ben pochi credevano in Dio senza riserve, e i figli non rispettavano i padri e li trattavano come estranei. Egli quindi cercò conforto in Nostro Signore Gesù pregandolo affinché le tentazioni non lo allontanassero dal servizio di Dio ed egli potesse continuare ad essere Suo leale campione. (p. 527) *[...] sono al servizio dell'Uomo migliore del mondo che non permetterà che io muoia, perché chi bussa alla Sua porta potrà entrare, chi chiede potrà ricevere, ed Egli non si nasconde a colui che lo cerca [...]. ([[Parsifal]], p. 529) *Punirò la mia carne, che vuole avere impero su di me! ([[Parsifal]], p. 532) *Quanto sono stato vicino a perdere me stesso [...] e la purezza che non avrei mai più potuto riavere! ([[Parsifal]], p. 532) ====Libro XV==== *«Non sei forse ser Lancillotto del Lago?» gli chiese il religioso dopo che il cavaliere gli ebbe comunicato che si sarebbe fermato con lui per la notte.<br>«Si, sono io.»<br>«Cosa fai in questa contrada?»<br>«Vado in cerca delle avventure del [[Graal|Sangrail]], signore.»<br>«Fa pure» gli disse allora il buon uomo «ma anche se il santo vaso si trovasse qui, il peccato ti impedirebbe di vederlo proprio come non è dato a un cieco di scorgere una spada sfolgorante.» (pp. 534-535) *Quaranta anni dopo la passione di Gesù Cristo, [[Giuseppe d'Arimatea|Giuseppe di Arimatea]] preconizzò che re Evelake avrebbe sconfitto in battaglia i propri nemici. Dei sette re e dei due cavalieri che hai visto, il primo si chiama Nappus, e fu un sant'uomo; il secondo ebbe il nome di Nacien in onore di un suo avo che aveva ospitato Nostro Signore Gesù Cristo. Il terzo fu chiamato Helias il Grosso; il quarto Lisais; il quinto, Jonas, lasciò il proprio paese per rcarsi nel Galles dove sposò la figlia di Manuel ed ottenne la Gallia, che elesse come sua dimora e generò Lancillotto, tuo nonno, che sposò la figlia del re d'Irlanda e fu un uomo insigne quanto te. Suo figlio fu re Ban, tuo padre, l'ultimo dei sette re. Uno dei due cavalieri, invece, rappresenta te, Lancillotto, cui gli angeli dissero che non appartenevi alla compagnia dei sette re, mentre il secondo cavaliere sta a indicare il leone, che è superiore a tutti i re della terra, cioè ser Galahad, da te concepito nella figlia di re Pelles. E tu, che dovresti essere grato a Dio di ogni altro, perché, come peccatore, sei il cavaliere senza pari, non Lo hai ringraziato per tutte le straordinarie virtù che Egli ti ha prestate! (p. 537) *Ah, Lancillotto [...] finché facevi parte della cavalleria terrena, eri l'uomo più straordinario e avventuroso del mondo; ma non devi stupirti se ora che ti trovi tra cavalieri impegnati in imprese celesti la fortuna ti è avversa. (p. 539) ====Libro XVI==== *Ser Lancillotto, poi, se non fosse per una sola pecca sarebbe superiore a ogni altro. Ma così come stanno le cose, è proprio come noi; solo che si assume le fatiche maggiori. ([[Gawain]], p. 541) *La [[Tavola Rotonda]] fu istituita proprio perché gli uomini non svilissero queste due virtù{{NDR|, la pazienza e l'umiltà}}, come la cavalleria, che affonda in esse le sue radici, è sorta perché non possa mai essere sconfitta la fraternità che ne è il fondamento. (p. 545) *{{NDR|Rivolto a [[Gawain]]}} Ti sei impegnato insieme a molti altri in una ricerca che non porterai mai a termine perché il Sangrail non si mostra ai peccatori. Non devi quindi meravigliare se non vi sei riuscito. Tu sei un cavaliere sleale e un grande assassino, mentre per gli uomini buoni questa ricerca è ben altro che una serie di omicidi. Lancillotto, benché abbia commesso gravi colpe, al momento stesso in cui ha intrapreso la ricerca si è impegnato a non peccare più, e infatti non ha mai ucciso né ucciderà un solo uomo fino al suo ritorno a Camelot. Se non fosse per la sua fragilità che probabilmente lo farà ricadere nella colpa con il pensiero, egli sarebbe il primo a compiere l'impresa dopo Galahad. Ma poiché Dio conosce i suoi pensieri e la sua debolezza, gli concederà di morire in santità. (Eremita, pp. 546-547) ====Libro XVII==== [[File:Galaad devant le graal n°3.gif|thumb|Galahad, Bors e Parsifal dinanzi al Graal]] *{{NDR|Su [[Davide]]}} Egli era un dotto che conosceva le virtù delle pietre e delle piante, il corso delle stelle e molte altre cose ancora; ma poiché aveva una moglie malvagia, si era convinto che non esistessero donne buone, tanto che ne parlò con disprezzo anche nei libri che compose. (p. 573) *Non spetta a noi punire chi ha operato contro Dio, ma solo alla Sua potenza. ([[Galahad]], p. 576) *Siete uno sciocco se non sapete che le [[Verginità|vergini]] sono franche ovunque si trovino. ([[Parsifal]], p. 579) *Nessuna lingua potrebbe descrivere e nessun cuore immaginare le meraviglie cui ho assistito. Se non mi fossi macchiato di un antico peccato, avrei potuto vedere molto di più. ([[Lancillotto]], p. 588) *Galahad, servo di Gesù Cristo che attendo da tempo, abbracciami e lascia che riposi sul tuo petto e tra le tue braccia, casto e vergine sopra ogni altro cavaliere, giglio simbolo di purezza, rosa del colore del fuoco, fiore di ogni virtù. Sei tanto intriso della fiamma dello Spirito Santo che la mia carne, consunta dalla vecchiaia, ritrova la giovinezza! (Re Mordrains, p. 591) *[...] rimessosi in viaggio, {{NDR|Galahad}} penetrò in una foresta irta di pericoli dove la storia dice che si imbatté in una sorgente in cui l'acqua ribolliva formando grandi onde. Il cavaliere vi posò una mano, e subito l'acqua si placò e il calore ne disparve, poiché quell'ardore era segno di lussuria, molto diffusa a quei tempi, e non poté durare al contatto con la purezza della sua verginità. Quanto era accaduto fu considerato un miracolo in tutto il paese, e da allora la fonte fu chiamata la Sorgente di Galahad. (p. 591) *«Figliolo» disse poi l'Uomo a Galahad «sai cos'è ciò che stringo tra le mani?»<br>«No, se non me lo dite voi.»<br>«È la sacra scodella in cui mangiai l'agnello pasquale. Ora hai veduto quello che più desideravi, ma con minore chiarezza di come lo potrai ammirare nel Palazzo Spirituale della città di Sarras. Adesso partirai e con te partirà anche il Sangrail, che questa notte stessa dovrà lasciare il regno di Logris dove nessuno lo vedrà mai più perché le genti di questa terra si sono volte al peccato e non lo servono né lo venerano come dovrebbero; io perciò le spoglio dell'onore che avevo loro concesso. Domattina voi tre prenderete la Spada dalla Strana Cintura e scenderete alla riva del mare dove troverete pronta una nave. Ma prima ridonerete la salute al Re Magagnato ungendogli il corpo e le gambe con il sangue che è colato dalla lancia.»<br>«Signore, perché gli altri non possono venire con noi?» chiese Galahad.<br>«Come inviai i miei apostoli in diverse direzioni, così voglio ora che vi separiate. Quanto a voi tre compagni, due moriranno al mio servizio e solo uno tornerà a darne notizia» fu la risposta.<br>Poi l'Uomo li benedì e scomparve. (pp. 594-595) *«Salutate per me ser Lancillotto mio padre e signore, e ricordategli che questo è un mondo incostante.»<br>Infine si inginocchiò a pregare davanti alla tavola e la sua anima lo lasciò, trasportata nel cielo di Gesù Cristo da una moltitudine di angeli. I compagni, che assistettero al prodigio, videro anche una mano scendere sul vaso e sulla lancia, prenderli e portarli nei cieli.<br>Da allora non vi è più stato un uomo che abbia avuto l'ardire di sostenere di aver visto il Sangrail. (p. 598) ====Libro XVIII==== *[...] [[Lancillotto]], dimentico della promessa fatta e della perfezione raggiunta nel corso della ricerca, riprese a frequentare la regina. Del resto, come dice appunto il libro, se egli non le fosse stato intimamente legato nei suoi pensieri più riposti quanto, in superficie, appariva devoto a Dio, nessun cavaliere avrebbe potuto superarlo nella ricerca del Sangrail. Invece, i suoi più segreti sentimenti correvano sempre a lei. Così essi ripresero ad amarsi con maggiore ardore di prima e i loro convegni si fecero tanto frequenti che la corte cominciò a mormorare, e in particolare il loquace ser Agravano fratello di ser Galvano.<br>Ma intanto Lancillotto, continuamente assediato da dame e da damigelle che gli chiedevano di essere loro campione in questioni di diritto, per evitare ulteriori maldicenze e dicerie, decise di impegnarsi con zelo a seguire i dettami di Nostro Signore Gesù Cristo e di sottrarsi per quanto gli era possibile alla familiarità e alla compagnia di Ginevra. (p. 603) *[...] [[Mordred|ser Mordred]], [[Agravaine|ser Agravano]] e molti altri della corte non ci perdono d'occhio e parlano del nostro amore. Li temo più per voi che per me perché, se del caso, io potrei fuggire o sbarazzarmene, mentre voi non potreste che rimanere qui a subire le maldicenze; e se doveste trovarvi in pericolo per aver commesso volontariamente qualche leggerezza, non potreste avere altro aiuto che il mio e quello dei miei parenti. Signora, la nostra imprudenza ci condurrà allo scandalo e alla vergogna, e io non voglio assolutamente che voi siate disonorata. Sono queste le ragioni che mi hanno spinto a dedicarmi il più possibile al servizio delle dame, facendo in modo che tutti pensino che ne traggo gioia, delizia e piacere. ([[Lancillotto]], p. 604) *Lancillotto, ora capisco la vostra falsità e la vostra volgare lussuria! Voi amate altre dame, e per me non provate che disprezzo. Adesso che ho ben chiaro che siete un traditore, state certo che non vi amerò mai più. Non osate comparirmi ancora davanti: da questo momento vi scaccio dalla corte, e per sempre, e vi bandisco dalla mia compagnia. Se tenterete di rivedermi, sarete ucciso. ([[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], pp. 604-605) *Spesso le donne sono impulsive e compiono azioni di cui poi si pentono amaramente. ([[Bors (ciclo arturiano)|Bors]], p. 605) *Se accetterò di essere il campione della regina mi alienerò molti cavalieri della Tavola Rotonda. Tuttavia, per amore di Lancillotto e vostro, sarò suo difensore a meno che il caso non porti qui un campione meglio di me. ([[Bors (ciclo arturiano)|Bors]], p. 609) *Non ho mai sentito dire che Ginevra abbia rovinato un solo cavaliere. Anzi, a quel che so, ella ci ha sempre magnificato ed è stata la sovrana più generosa e liberale, e la più munifica di doni e di benevolenza. Sarebbe quindi vergognoso se lasciassimo morire nell'ignominia la moglie del nostro nobilissimo re. Sappiate che non lo permetterò, e che sosterrò la sua innocenza nella morte di ser Patrise; del resto, ella non aveva alcun motivo per odiare lui o alcuno dei cavalieri intervenuti al banchetto. Direi anzi che ci abbia invitati per affetto, certo non per un subdolo stratagemma, e sono convinto che comunque andrà, un giorno sarà possibile provare che tra di noi vi è un traditore. ([[Bors (ciclo arturiano)|Bors]], p. 610) *Come dice un antico proverbio, è aspra la battaglia nella quale si scontrano parenti e amici, perché allora non c'è posto per la misericordia, ma solo per la più mortale delle contese. ([[Lancillotto]], p. 629) *[...] non mi piace essere obbligato ad amare; l'amore deve nascere dal cuore, non dalla costrizione [...]. ([[Lancillotto]], p. 636) *L'amore deve essere libero, non imposto, perché un amore forzato finisce con il dissolversi. ([[Re Artù]], p. 636) *All'uomo d'onore non può non ripugnare assistere alla sconfitta di un suo pari, mentre chi non ha onore e si comporta da vile, alla vista di un uomo in pericolo non compirà mai un gesto gentile o generoso. Un codardo, infatti, non darà mai prova di misericordia, mentre chi alberga la bontà nel cuore farà agli altri quello che vorrebbe fosse fatto a lui. ([[Re Artù]], p. 642) *{{NDR|Su [[maggio]]}} Quel mese esuberante infonde coraggio negli amanti e, in vari modi, li induce più di ogni altro a diversi comportamenti, perché è allora che, come erbe e arbusti, gli uomini e le donne si rinnovellano e richiamano alla mente lontane cortesie, servigi e gesti gentili che avevano posto nell'oblio per negligenza.<br>E come il rigore dell'inverno offusca e sfigura la verde estate, così accade all'amore che lega l'uomo alla donna, quando è incostante. Sono numerosi coloro che non albergano la costanza, e non passa giorno senza che vediamo come basti un alito di rigore invernale per cancellare e spezzare col minimo pretesto un vero amore, che pure costa tanto. Questa non è costanza né saggezza, ma debolezza di carattere, disonorevole per coloro che la praticano.<br>Perciò, come il maggio fiorisce e germoglia nei giardini, così ogni uomo d'onore rivesta il proprio cuore di germogli, prima a gloria di Dio, poi per dare gioia a coloro cui ha giurato fedeltà. Infatti, non c'è uomo o donna d'onore che non abbia scelto l'oggetto del proprio amore. E se la fatica delle armi non deve essere mai trascurata, bisogna però che l'onore sia innanzitutto riserbato a Dio, e solo dopo aver contesa con le dame: questo è ciò che io chiamo un amore virtuoso.<br>Oggi, però, gli uomini non sanno amare per sette giorni di seguito senza pretendere di appagare le proprie brame. La ragione ci dice che un tale amore non può durare, perché quanto è subito accordato con troppa prontezza, è ben presto spento dall'ardore stesso. Così è l'amore ai nostri tempi: arde lesto e altrettanto in fretta si raffredda! E questa non si può chiamare costanza. Ai tempi di Artù l'amore soleva essere diverso: uomini e donna si amavano anche per sette interi anni senza che tra loro si insinuasse la lussuria. Quello era amore vero, e fedele!<br>Ho dunque paragonato l'amore di oggi all'estate e all'inverno, perché come la prima è calda e il secondo è freddo, allo stesso modo procede l'amore ai nostri giorni. Tutti voi che siete amanti rammentate quindi il mese di maggio! (pp. 643-644) ====Libro XIX==== *[...] a quel tempo era costume che Ginevra non lasciasse mai la corte senza un seguito di ottimi cavalieri armati, quasi tutti giovani decisi a farsi onore. Erano chiamati i Cavalieri della Regina e in battaglia, ai tornei e alle giostre portavano come insegna uno scudo completamente bianco. Venivano scelti per quel servigio tutti gli anni in occasione della festa della Pentecoste tra i cavalieri che si erano mostrati più valorosi, in sostituzione di quelli che erano morti nel corso dell'anno (e non ne passava uno senza che ne morissero alcuni). Proprio compiendo tale servigio si erano distinti all'inizio ser Lancillotto e tutti gli altri, prima di conquistare rinomanza. (pp. 645-646) *Ahimè, che vergogna che un [[cavaliere]] ne tradisca un altro! [...] Ma c'è un vecchio proverbio che recita: "Il valoroso è davvero in pericolo solo quando si trova in balia di un codardo. ([[Lancillotto]], p. 649) *Gesù mi terrà lontano dal disonore, e poi ben vengano le disgrazie che Dio vuole mandare [...]. ([[Lancillotto]], p. 657) ====Libro XX==== *Nel mese di maggio, quando ogni cuore gagliardo fiorisce e germoglia e, con la bellezza e il rigoglio della stagione, uomini e donne sono pieni di letizia per l'avvicinarsi dell'estate con i suoi fiori novelli, laddove gli aspri venti e le bufere dell'inverno li inducono a raccogliersi al coperto presso il focolare, scoppiarono furore e sventura che ebbero termine solo con la morte e l'estinzione del fiore di tutti i cavalieri del mondo. (p. 663) *Mi meraviglio che nessuno di noi si vergogni di sapere, e di vedere con i propri occhi, che Lancillotto giace giorno e notte con la regina [...]. Ne siamo tutti al corrente, eppure siamo tanto vili da tollerare il disonore di un sovrano nobile quanto Artù. ([[Agravaine]], p. 663) *Se ne dovesse derivare ostilità o guerra tra noi e Lancillotto, sta' certo che molti re e molti potenti signori sceglierebbero di schierarsi con lui. E poi, fratello [...] devi sempre tenere a mente che Lancillotto ha salvato più di una volta il re e la regina, e che anche i migliori tra noi si sarebbero sentiti gelare il cuore in varie occasioni se egli non fosse stato il più valoroso e non lo avesse dimostrato molto spesso. ([[Gawain]], p. 664) *Ser Lancillotto mi ha concesso l'investitura e niente potrà indurmi a parlare male di lui [...]. ([[Sir Gareth]], p. 664) *Appena gli altri furono usciti, il re chiese quale fosse il motivo della disputa.<br>«Ora ve lo dirò, sire; non posso più tenerlo in me» gli rispose ser Agravano. «Io e ser Mordred siamo in disaccordo con i nostri fratelli: sappiamo che ser Lancillotto è da tempo l'amante della regina e, poiché siamo figli di vostra sorella, non possiamo continuare a tollerarlo. Voi siete il suo signore e colui che lo ha investito cavaliere, e intendiamo provare la sua slealtà.»<br>«Se quello che dite è vero, Lancillotto è un traditore!» esclamò Artù. «Ma mi ripugna compiere un passo del genere senza averne le prove; ser Lancillotto è un cavaliere valoroso e, come ben sapete, il migliore di tutti noi. Se non sarà colto sul fatto, vorrà battersi con colui che lo ha denunciato, e nessuno sarà in grado di tenergli testa. Quindi, voglio che sia sorpreso in flagrante.»<br>Il libro francese dice che il re non desiderava affatto che si diffondessero voci su Lancillotto e la regina. A dire il vero, egli ne aveva già il sospetto, ma non voleva sentirne parlare perché amava molto ser Lancillotto per tutto quello che egli aveva fatto in favore suo e di Ginevra. (p. 665) *«Ahimè» si lamentava intanto Lancillotto «non mi è mai capitato di trovarmi a rischiare una morte vergognosa per la mancanza della mia armatura!»<br>Nel frattempo ser Agravano e ser Mordred non cessavano di gridare:<br>«Esci dalla camera della regina, traditore! Sta' certo che non riuscirai a fuggire».<br>«Gesù misericordia, non posso tollerare questo odioso clamore: meglio morire subito che sopportare un simile tormento!» esclamò allora Lancillotto; poi prese Ginevra tra le braccia e la baciò.<br>«Nobilissima tra le regine cristiane aggiunse siete la mia diletta e gentile signora e io, il vostro povero e fedele cavaliere, vi sono stato al fianco nelle cause giuste come in quelle ingiuste dal giorno in cui re Artù mi conferì l'investitura. Se morirò, vi supplico di pregare per la mia anima. Sono sicuro che ser Bors e tutti gli altri miei parenti, e anche ser Lavaine, vi salveranno dal rogo. Confortatevi, perciò, madonna mia amata, e qualunque cosa mi accada, andate con ser Bors e con gli altri che vi tratteranno con ogni onore e vi faranno regina delle mie terre.»<br>«No, Lancillotto, non vi sopravviverò! Se sarete ucciso, per amore di Dio accoglierò la morte con umiltà, come è dovere di una regina cristiana.»<br>«Ebbene, signora, poiché è giunto il giorno in cui dobbiamo separarci, sappiate che venderò la vita al più alto prezzo, e che sono mille volte più addolorato per voi che per me. Ma ora preferirei avere indosso la mia solida armatura piuttosto che regnare su tutto il mondo cristiano: prima di soccombere farei in modo che le mie gesta siano tramandate.»<br>«Piacesse a Dio che uccidessero me e lasciassero libero voi!» esclamò la regina.<br>«Questo non deve accadere, e che Dio mi ripari da una simile vergogna!» replicò Lancillotto. «Gesù Cristo, sii tu il mio scudo e la mia armatura!» (p. 667) *Ora, signora, è chiaro che il nostro amore è giunto al suo epilogo e che da adesso in poi re Artù mi sarà nemico. Ma se vorrete rimanere con me, mi impegno a tenervi al riparo da ogni pericolo. ([[Lancillotto]], p. 669) *Stanotte ho ucciso ser Agravano, fratello di ser Galvano, e almeno altri dodici suoi compagni. Non ho alcun dubbio, pertanto, che vi sarà un conflitto sanguinoso. Quei cavalieri erano stati mandati a sorprendermi su ordine espresso di Artù, e il re deve essere talmente furibondo e colmo di risentimento che condannerà la regina al rogo. Io non posso certo permettere che ella sia arsa per colpa mia. Se riuscissi a farmi ascoltare, mi offrirei di essere fatto prigioniero per potermi poi battere in suo favore e provare che è una sposa fedele, ma temo che il re sia troppo infuriato per accettare questa proposta. ([[Lancillotto]], p. 671) *Miei bei signori, mi ripugna di compiere un'azione che potrebbe disonorare voi e tutto il mio lignaggio. Ma poiché sono altrettanto contrario a permettere che la regina muoia di una morte ignobile, se il vostro consiglio è di sottrarla al supplizio, siate però ben consapevoli che dovrò causare molti lutti. Forse, con mio grande rammarico, sarò costretto a uccidere anche qualcuno dei miei migliori amici e può darsi che alcuni, piuttosto che essere complici di un'azione abietta, preferiscano schierarsi dalla mia parte: non vorrei certo farli soffrire. ([[Lancillotto]], p. 672) *«[...] il caso di Tristano dovrebbe mettermi in guardia. Sapete bene come andò a finire dopo che, presi tutti gli accordi, egli riportò [[Isotta|Isotta la Bella]] a re Marco: quel sovrano lo uccise a tradimento mentre suonava l'arpa davanti alla sua dama, cogliendolo alle spalle e trafiggendogli il cuore con una lancia ben affilata.»<br>«È vero» convenne ser Bors «ma c'è una cosa che dovrebbe incoraggiare te come tutti noi, ed è che re Marco e re Artù sono di indole assai diversa, perché Artù non ha mai mancato alla propria parola.» (pp. 672-673) *Capita spesso che agiamo per quel che crediamo il meglio, e che finisce poi per dimostrarsi il peggio. ([[Gawain]], p. 674) *[...] sappiate che soffro di più per la perdita dei miei buoni cavalieri che per la fuga della mia gentile regina, perché di regine posso averne quante ne voglio, mentre non mi sarà mai più possibile riunire una simile compagnia di valorosi. E che sciagura che io e Lancillotto dobbiamo essere nemici! ([[Re Artù]], p. 677) *[...] da oggi in poi cercherò Lancillotto fino al giorno in cui uno dei due avrà ucciso l'altro. Intendo vendicarmi e vi chiedo di prepararvi alla guerra. Se non volete perdere il mio servigio e il mio affetto, affrettatevi a mettere alla prova i vostri amici. Giuro su Dio che, anche se dovessi inseguire Lancillotto per sette regni, lo ucciderò a costo della vita. ([[Gawain]], p. 679) *«Dio non voglia che io mi scontri con il nobilissimo sovrano che mi armò cavaliere!» replicò Lancillotto.<br>«Alla malora le belle parole!» proruppe il re. «Presta fede a quanto ti dico e non lo dimenticare: sono il tuo mortale nemico e lo sarò fino al giorno della mia morte. Non ti perdonerò mai di avermi ucciso degli ottimi cavalieri e degli uomini nobilissimi appartenenti al mio stesso sangue. Per di più, hai giaciuto per anni con la regina, che alla fine mi hai rapita con la forza.»<br>«Mio nobilissimo signore e re, dite quello che volete, tanto sapete benissimo che non mi batterò mai con voi» gli rispose Lancillotto. «È vero, vi ho ucciso dei cavalieri, e me ne rammarico molto; ma sono stato costretto a farlo per salvarmi la vita. Avrei forse dovuto lasciarmi uccidere? Quanto a madama la regina, non un solo cavaliere al mondo, salvo la persona di vostra altezza e il mio signore ser Galvano, oserebbe provare sul mio corpo che ella vi ha tradito! E se vi fa piacere di dichiarare che sono legato da molti anni a madama la vostra regina, vi darò soddisfazione dimostrando con il mio braccio contro chiunque, salvo voi e ser Galvano, che ella vi è fedele. Tuttavia, alla sua grazia è piaciuto di tenermi in suo favore e di prediligermi tra tutti gli altri, e del resto io ho ben meritato il suo affetto perché, sire, più di una volta il vostro furore avrebbe permesso che ella fosse condotta al supplizio se io non mi fossi battuto per lei inducendo i suoi nemici a confessare la loro menzogna e facendola così assolvere con onore. E tutte quelle volte, voi mi avete dimostrato amore e gratitudine per averla salvata, e mi avete anche promesso di essere per sempre il mio benevolo signore. Ora, invece, mi sembra che ricompensiate male i miei servigi. Del resto, sire, avrei perso gran parte del mio onore cavalleresco se avessi tollerato che madama, la vostra regina, fosse suppliziata per causa mia. In molte occasioni mi sono battuto per lei in contese che non mi riguardavano; non avrei forse avuto il diritto di farlo allorché ero dalla parte del giusto? Perciò, mio generoso e grazioso signore, concedete la vostra benevolenza alla vostra regina, che è buona e fedele!» (pp. 680-681) *Voi, sire, avete dato ascolto a voci menzognere, e questa è stata la causa della guerra che ci oppone. Mio signore, un tempo avevo meritato la vostra compiacenza per essermi battuto in favore della regina vostra moglie, e sapete bene quante volte ella abbia dovuto patire gravi torti. Ora, mio buon signore, mi sembra che in questa circostanza, più che in tutte quelle che pure avete approvato, io avessi un motivo ben valido per strapparla al rogo, dal momento che ella vi era stata condannata a causa mia. Coloro che vi hanno raccontato le fole che sapete erano per certo mentitori, ma le calunnie sono ricadute sul loro capo poiché, se la potenza di Dio non fosse stata dalla mia parte, come avrei potuto io, disarmato e ignaro, far fronte a quattordici avversari armati e decisi? Infatti ero stato convocato dalla regina per non so quale motivo, e avevo appena varcato la porta della sua camera quando ser Agravano e ser Mordred hanno cominciato a chiamarmi traditore e codardo. ([[Lancillotto]], p. 687) *[...] non mi sono mai battuto a oltranza con un cavaliere senza mostrare misericordia, e che benché mi sia misurato con ottimi guerrieri quali ser Tristano e ser Lamorak, ho sempre reso loro l'onore e il rispetto che meritavano. Dio mi è testimone che non mi sono mai adirato al punto da accanirmi contro i buoni cavalieri che ho visto impegnati a farsi onore, e che sono sempre stato lieto di aiutare un avversario in grado di tenermi testa a piedi o a cavallo. ([[Lancillotto]], p. 688) *Ser Galvano, io amavo ser Gareth più di qualunque mio parente, e piangerò per sempre la sua morte non solo per il grande timore che ho di voi, ma anche per altri motivi che mi amareggiano. Prima di tutto, perché fui io a investirlo cavaliere; poi, perché so che mi amava più di ogni altro; il terzo motivo è che era un uomo nobilissimo, leale, cortese, gentile e di buona indole; il quarto è che appena seppi della sua morte capii che da voi non avrei avuto altro che un'inestinguibile guerra. Per di più, ero certo che avreste fatto in modo che il mio nobile signore Artù mi fosse nemico per sempre. Eppure, che Gesù mi perdoni, non ho ucciso ser Gareth e ser Gaheris di proposito. Ah, perché erano disarmati in quel giorno fatale! ([[Lancillotto]], p. 689) *Se non fosse stato per il papa, io mi sarei battuto con te in singolare tenzone e avrei provato sulla tua persona la tua falsità nei confronti di Artù e miei. E lo farò, una volta che avrai lasciato queste terre, dovunque riuscirò a trovarti! ([[Gawain]], p. 690) *Ahimè, così devo abbandonare il più nobile tra i regni cristiani, quello che ho amato di più e in cui ho acquistato il mio onore! Mi rammarico di esserci venuto, se devo esserne vilmente bandito senza colpa e senza motivo! Ma la fortuna è così incostante, e la sua ruota tanto mobile, che nessuno è certo di potervi riposare durevolmente. Ne sono prova molte antiche leggende, come quelle che narrano del nobile Ettore, e di Troilo, e di Alessandro il potente Conquistatore, e di molti altri che precipitarono in basso dal culmine della loro regalità. Così avviene per me, che ero tenuto in grande onore in questo regno nel quale la Tavola Rotonda crebbe in dignità grazie a me stesso e ai miei più che virtù di chiunque altro. ([[Lancillotto]], p. 690) *Mio signore Artù, nobile sovrano che mi fece cavaliere, il mio affetto per voi è tale che i vostri attacchi mi addolorano profondamente, eppure li ho sopportati con pazienza. Se fossi stato vendicativo, avrei potuto scendere in campo e domare i vostri baldi cavalieri, ma ho pazientato per sei mesi lasciando che voi e ser Galvano faceste quel che volevate. Ora però non posso tollerarlo più e devo difendermi, perché ser Galvano mi ha accusato di tradimento. Sono stato sempre contrario a battermi contro un vostro parente, ma adesso non posso più tirarmi indietro, come la preda quando è messa alle strette. ([[Lancillotto]], p. 697) *[...] ser Galvano aveva ricevuto da un sant'uomo un dono miracoloso che gli aveva permesso di farsi molto onore: ogni giorno dell'anno, dalle nove a mezzogiorno, la sua forza cresceva fino ad arrivare a triplicarsi. Per questo re Artù, che era il solo a saperlo, aveva ordinato che tutte le tenzoni che si fossero svolte alla propria presenza, di qualunque genere e per ogni tipo di lite, avessero inizio alle nove del mattino: in tale modo il partito per il quale si fosse battuto il nipote avrebbe avuto sempre il sopravvento nel corso delle tre ore in cui la forza di Galvano raggiungeva il suo culmine. (p. 698) ====Libro XXI==== *A [[Mordred|ser Mordred]] era stato dunque affidato il governo di tutta l'Inghilterra. Egli allora fece vergare delle false lettere fingendo che provenissero dal continente, in cui era scritto che re Artù era stato ucciso nel corso della guerra contro ser Lancillotto; quindi convocò a parlamento tutti i baroni e si fece eleggere re. L'incoronazione avvenne a Canterbury e fu seguita da festeggiamenti che durarono quindici giorni.<br>Dopo di che, ser Mordred si recò a Winchester e dichiarò apertamente alla regina (che però era moglie del re, allo stesso tempo suo zio e padre) che intendeva sposarla e perparò le nozze fissando il giorno del matrimonio. Ginevera, pur profondamente addolorata, gli rispose con cortesia e finse di sottomettersi al suo volere; tuttavia espresse il desiderio di recarsi a Londra per comprare quanto le sarebbe occorso per gli sponsali. (p. 702) *Riflettete, Inglesi, sulla malvagità che tutto ciò palesava! Artù era il re più nobile e il cavaliere più valoroso del mondo e che più amava e sosteneva gli uomini prodi, eppure quelli Inglesi non gli concedevano la propria stima! Ché tale era l'antico costume di questa terra, e c'è chi dice che non l'abbiamo ancora abbandonato. Ahimè, questo è un grave difetto: nulla ci piace se perdura nel tempo.<br>Così si comportavano gli uomini di allora: amavano di più ser Mordred che il nobile Artù e molti andarono a dire all'usurpatore che sarebbero stati con lui nella buona come nella cattiva sorte. Allora ser Mordred, che aveva sentito dire che Artù sarebbe sbarcato a Dover, vi si portò con grande esercito allo scopo di sconfiggerlo e di scacciarlo dalle sue stesse terre. (pp. 703-704) *«Ahimè, ser Galvano, figlio di mia sorella, con l'uomo che amavo di più al mondo se ne va ogni mia gioia!» si dolse {{NDR|Artù}} quando si fu ripreso. «Ora te lo posso dire, caro nipote, solo in te e in ser Lancillotto riposavano la mia letizia e la mia fiducia. Adesso che ho perduto entrambi, tutto il conforto che avevo sulla terra mi abbandona!»<br>«Ah, caro zio» gli rispose ser Galvano «il mio ultimo giorno è arrivato, e ne devo biasimare la mia impulsività e la mia ostinazione, dato che sono stato ferito sulla vecchia piaga che mi aveva inferto ser Lancillotto. So che morirò prima di mezzogiorno e che a causa del mio orgoglio voi dovrete patire tanta vergogna e sventura. Se il nobile Cavaliere del Lago fosse stato al vostro fianco, come fu e avrebbe dovuto essere ancora, questa guerra sciagurata non sarebbe mai scoppiata, perché solo la sua cavalleria e la nobiltà del suo sangue erano riuscite a tenere soggetti e timorosi i vostri infidi nemici. Ora egli vi mancherà. Ahimè, perché non ho voluto trovare un accordo con lui! [...]» (pp. 704-705) *Io, ser Galvano, cavaliere della Tavola Rotonda, voglio che tutto il mondo sappia che mi sono dato la morte non per colpa tua ma mia. Perciò, ser Lancillotto, ti supplico di tornare nel regno per visitare la mia tomba e per recitare su di essa una preghiera, lunga o breve che sia, per la salvezza della mia anima. Oggi, nello stesso giorno in cui scrivo questa lettera, fui ferito a morte là dove la tua mano mi colpì per prima, e non avrei potuto essere ucciso da un braccio più nobile. ([[Gawain]], p. 705) [[File:Battle Between King Arthur and Sir Mordred - William Hatherell.jpg|thumb|La battaglia tra Artù e Mordred]] *{{NDR|Sulla [[battaglia di Camlann]]}} I messaggeri si recarono da Mordred che si era circondato di un temibile esercito di centomila armati e dovettero pregare a lungo prima di riuscire a fargli accettare in contropartita la Cornovaglia e il Kent fino alla morte di Artù e, dopo, tutta l'Inghilterra. Fu anche concordato che il sovrano e l'usurpatore, ciascuno con un seguito di quattordici cavalieri, si incontrassero in una zona franca tra i due eserciti schierati.<br>Artù fu lieto degli accordi raggiunti, ma prima di recarsi al convegno ordinò ai propri uomini di avanzare fieramente e di uccidere ser Mordred, di cui non ci si poteva fidare in alcun modo, se avessero visto sguainare anche una sola spada. E ser Mordred aveva istruito allo stesso modo il proprio esercito:<br>«Se vedrete balenare anche una sola lama mouvete con coraggio all'attacco e uccidete quanti vi si parano innanzi, perché non mi fido affatto di questa tregua e so bene che mio padre vorrà vendicarsi di me.»<br>L'incontro ebbe dunque luogo come era stato stabilito. Fu portato del vino e ne bevvero insieme, ma una [[vipera]] sbucata da un cespuglio d'edera morse il piede di un cavaliere. Questi, senza darsi pensiero del danno che ne sarebbe derivato, sguainò la spada per ucciderla, e quando i due eserciti videro balenare la lama diedero fiato alle trombe e ai corni e si corsero incontro levando terribili grida.<br>Allora re Artù montò a cavallo e raggiunse prontamente i propri uomini esclamando:<br>«Ahimè, che giorno sventurato!»<br>Ser Mordred si unì ai suoi, ed ebbe inizio la battaglia più funesta che si sia mai vista in terra cristiana: vi furono attacchi impetuosi e galoppare di cavalli, affondi e fendenti, colpi mortali e accenti minacciosi da entrambe le parti. Re Artù non cessava di attraversare le formazioni di ser Mordred compiendo molte prodezze degne di un nobile sovrano senza mai venir meno al proprio ruolo, ma anche ser Mordred non si tirava indietro e più volte mise se stesso in grave pericolo.<br>La battaglia infuriò per tutta la giornata senza risparmio di forze, finché molti nobili cavalieri giacquero immobili sulla fredda terra, e quando cadde la notte il terreno era cosparso dei cadaveri di ben centomila uomini. (pp. 707-708) *{{NDR|Sulla battaglia di Camlann}} Il sovrano impugnò la lancia e si gettò in avanti gridando:<br>«Traditore, è giunto il giorno della tua morte!»<br>Ser Mordred si scagliò a sua volta contro di lui brandendo la spada, ma il re già gli affondava la lancia sotto lo scudo e gliela faceva fuoriuscire dal corpo per più di un braccio. E quando l'usurpatore comprese che non sarebbe potuto sfuggire alla morte, si slanciò con tutte le proprie forze in avanti trafiggendosi fino all'impugnatura dell'asta, poi calò la spada tenuta con entrambe le mani sul proprio padre e lo raggiunse a un lato della testa trapassandogli l'elmo e il crano. Subito dopo si accasciava a terra morto. (p. 709) [[File:The Death of King Arthur by John Garrick.jpg|thumb|La morte di Artù]] *«[...] Il tempo passa in fretta; prendete perciò la mia buona spada Excalibur e portatela alla riva del mare: vi ordino di gettarla nell'acqua e di tornare poi a dirmi cosa avete visto.»<br>«Sire, obbediremo al vostro comando» gli rispose [[ser Bedivere|Bedivere]].<br>Ma sulla strada si mise a osservare con attenzione la nobile arma e le pietre preziose che ricoprivano il pomo e l'elsa.<br>"Se la getto nell'acqua, non ne deriveranno che perdite e danno!" pensò.<br>Perciò la nascose sotto un albero e poi si affrettò a tornare dal re e gli disse di averla gettata in mare.<br>«Cosa hai visto?» gli domandò Artù.<br>«Nient'altro che onde e venti.»<br>«Non è vero» replicò il re. «Ora affrettatevi a ubbidire e, se vi sono caro, non esitate a fare quanto vi ho detto.»<br>Allora ser Bedivere tornò a prendere la spada, ma pensando ancora che fosse un peccato e una vergogna gettare via un'arma tanto nobile, la nascose di nuovo, poi raggiunse il re.<br>«Cosa avete visto?» gli domandò per la seconda volta il sovrano.<br>«Nient'altro che flutti e ondate nere.»<br>«Ah, mi hai ingannato ancora, sleale e traditore!» propruppe Artù. «La tua fama di nobile cavaliere e l'amore che ti ho sempre portato non mi avrebbero mai fatto pensare che mi avresti tradito per il valore di una spada! Ora sbrigati: le tue esitazioni stanno mettendo a grave rischio la mia vita. Se non eseguirai adesso i miei ordini ti ucciderò con le mie stesse mani ovunque potrò incontrarti.»<br>Così ser Bedivere tornò là dove aveva nascosto la spada, la raccolse con cautela e si avvicinò alla riva. Poi avvolse la cintura intorno all'elsa e la scagliò più lontano che poté. Allora vide un braccio e una mano sorgere dall'acqua, afferrarla stretta, brandirla tre volte e poi inabissarsi con l'arma.<br>Quando ser Bedivere, tornato vicino al re, gli raccontò quello che aveva visto, il sovrano esclamò:<br>«Ahimè, aiutatemi ad andare via, temo di avere aspettato già troppo.»<br>Il cavaliere se lo caricò sulle spalle e andò verso la riva del mare. Vi erano appena arrivati che una piccola chiatta piena di belle dame prese terra accanto a loro. Tra di esse si trovava una regina, e tutte portavano cappucci neri e gridavano e piangevano alla vista di re Artù.<br>«Fatemi salire a bordo» disse il re.<br>Ser Bedivere eseguì con delicatezza il comando, e tre dame accolserò Artù tra alti lamenti e lo misero a sedere con la testa appoggiata sul grembo di una di loro.<br>«Ah, mio caro fratello!» disse allora la regina. «Perché vi siete trattenuto tanto a lungo lontano da me? La ferita che avete al capo ha preso fin troppo freddo!»<br>Poi le dame si misero ai remi e allontanarono l'imbarcazione dalla terra. E quando se Bedivere le vide prendere il largo, gridò:<br>«Ah, mio signore Artù, cosa sarà di me ora che mi lasciate tra i miei nemici?»<br>«Confortatevi e fate del vostro meglio: su di me non potrete più fare alcun affidamento» gli rispose il sovrano. «Devo andare nell'isola di Avalon per curare la mia grave ferita, e se non sentirete mai più parlare di me, pregate per la mia anima.»<br>Intanto la regina e le dame piangevano e gridavano da fare pietà. Quando ser Bedivere ebbe perso di vista la chiatta, scoppiò anch'egli in pianti e in lamenti, poi si diresse verso la foresta e camminò per tutta la notte. (pp. 710-712) *Di Artù non ho trovato nient'altro nei libri autorizzati, né ho letto con maggiore certezza della sua morte se non che fu portato via in una nave con tre regine, una delle quali era sua sorella [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana la Fata]], l'altra la regina del Galles del Nord e la terza quella delle Terre Desolate. Non conosco altra testimonianza che quella dell'eremita che un tempo era stato arcivescovo di Canterbury e che riferì che le dame avevano portato da lui un corpo perché lo seppellisse. Tuttavia egli non sapeva con certezza se si trattasse davvero del cadavere di artù, perché questa storia la fece mettere per iscritto ser Bedivere, cavaliere della Tavola Rotonda. (pp. 712-713) *In varie parti d'Inghilterra si crede che re Artù non sia morto e che, per volontà di Nostro Signore Gesù, viva in un altro luogo da dove tornerà per conquistare la Santa Croce. Io però non mi sento di affermarlo, e preferisco dire che in questo mondo egli lasciò la sua vita. Molti sostengono anche che sulla sua tomba siano scritte queste parole:<br><div class="center">{{maiuscoletto|Hic iacet Arthurus Rex quondam rexque futurus}}</div> (p. 713) *{{NDR|Su [[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]]}} Quando seppe della morte del re e di tutti i nobili cavalieri compreso ser Mordred, ella riparò in gran segreto con cinque dame ad Almesbury dove si fece monaca indossando la veste bianca e nera, e vivendo in penitenza come se fosse stata la più grande peccatrice di questa terra. Da allora nessuna creatura riuscì più a renderla felice, e visse tra digiuni, preghiere e opere di carità al punto che tutti si stupirono della purezza dei sui nuovi costumi. Con il tempo, come era da aspettarsi, divenne anche badessa e governatrice del monastero. (p. 713) *La guerra che ha portato alla morte i più nobili cavalieri del mondo è divampata a causa mia e di quest'uomo, e l'amore che ci legava ha causato la rovina del sovrano più onorato della terra. Lancillotto [...] ho assunto questo stato per salvare la mia anima e, con la grazia di Dio e per le piaghe della Sua Passione, confido che dopo la mia morte potrò contemplare il volto benedetto di Gesù Cristo e sedere alla Sua destra nel giorno del Giudizio, poiché in cielo vi sono dei santi che furono peccatori in terra. Perciò, ser Lancillotto, vi supplico di cuore per l'amore che ci fu tra noi di non posare mai più lo sguardo su di me. Vi comando anche, in nome di Dio, che lasciate la mia compagnia e torniate nel vostro regno per preservarlo da guerre e distruzioni. Così come vi ho amato fino ad ora, il mio cuore non mi permetterà più di incontrarvi dopo che a causa vostra e mia è stato annientato il fuore dei re e dei cavalieri. Rientrate dunque nelle vostre terre e prendete moglie per vivere con lei in gioia e letizia. L'unica supplica che il mio cuore vi rivolge è che invochiate il Signore Eterno perché mi conceda di fare ammenda dei miei peccati. ([[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], p. 716) *«[...] Nella ricerca del Sangrail avrei abbandonato le vanità mondane se non fosse stato per l'amore che vi portavo, e se allora lo avessi fatto con tutto il mio cuore, la volontà e il pensiero, avrei superato ogni altro cavaliere a eccezione di ser Galahad mio figlio. Se voi vi siete votata alla perfezione, è giusto che lo faccia anch'io perché, mi sia testimone Iddio, solo in voi ho avuto la mia gioia terrena. Se il vostro cuore fosse stato diversamente disposto, vi avrei portata con me nel mio regno. Ma poiché tale è la vostra volontà, vi giuro che se troverò un eremita che voglia accogliermi, a qualunque ordine appartenga, farò penitenza e pregherò fino al termine della mia vita. Ora, madama, vi prego di baciarmi un'ultima volta.»<br>«Non lo farò mai» si schermì la regina «e astenetevi anche voi da tali atti.» (pp. 716-717) *Supplico Dio Onnipotente che non mi sia mai più possibile vedere ser Lancillotto con i miei occhi mortali. ([[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], p. 719) *Quando riporto alla mente la bellezza e la nobiltà della regina e del suo re e li vedo ora giacere insieme, il mio cuore non può sostenere il mio corpo afflitto. Quando poi rifletto che per mia colpa, orgoglio e superbia sono entrambi periti, essi che non avevano pari tra le genti cristiane, il ricordo della loro cortesia e della mia gratitudine mi fa mancare il cuore al punto di non potermi reggere in piedi. ([[Lancillotto]], p. 720) *Ah, Lancillotto [...] guida di tutti i cavalieri cristiani, impareggiabile tra i valorosi, ora giaci qui. Eri il più cortese cavaliere che abbia mai portato lo scudo, l'amico più sincero nei confronti di chi ti amava tra quanti hanno mai cavalcato, il più fedele amante tra i peccatori che abbiano mai amato una donna, l'uomo più gentile che abbia mai brandito una spada. La tua bella persona primeggiava sempre tra una folla di cavalieri, e tu eri l'uomo più mansueto e più onorato tra quanti mai si siano intrattenuti a banchetto con le dame. Ma eri anche l'avversario più inflessibile per un nemico mortale che abbia mai posto la lancia in resta. (Hector de Maris, p. 722) ===Explicit=== ====Originale==== Here is the end of the booke book of kyng Arthur & of his noble knyghtes of the rounde table | that whan they were hole togyders there was ever an C and xl | and here is the ende of the deth of Arthur | I praye you all Ientyl men and Ientyl wymmen that redeth this book of Arthur and his knyghtes from the begynnyng to the endyng | praye for me whyle I am on lyve that god sende me good delyveraunce | & whan I am deed I praye you all praye for my soule | for this book was ended the ix yere of the reygne of kyng edward the fourth | by syr Thomas Maleore knyght as Ihesu helpe hym from hys grete myght | as he is servaunt of Ihesu bothe day and nyght |<br>{{NDR|Thomas Malory, ''[https://archive.org/details/lemortedarthuror00malouoft/page/860/mode/2up Le Morte d'Arthur. The original edition of William Caxton now reprinted and edited with an introduction and glossary]'', a cura di H. Oskar Sommer, Londra, David Nutt, 1889}} ====Traduzione==== ''Qui finisce il libro di re Artù e dei suoi nobili cavalieri della Tavola Rotonda, che nel loro insieme raggiungevano il numero di centocinquanta. E questa è anche la fine de'' La morte di Artù. '' Gentiluomini e gentildonne che avete letto il libro di Artù e dei suoi cavalieri dall'inizio alla fine, vi supplico di pregare finché sono in vita perché Dio mi mandi una buona liberazione. Quando poi sarò morto, vi chiedo di pregare tutti per la mia anima. Quest'opera fu terminata nel nono anno di [[Edoardo IV d'Inghilterra|re Edoardo IV]] dal cavaliere sir Thomas Malory che Gesù aiuti con la Sua grande potenza, poiché è servo di Cristo di giorno come di notte.''<br>{{NDR|Thomas Malory, ''Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri'', volume secondo, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Milano, Oscar Classici Mondadori, 1985. ISBN 88-04-41154-6}} ==Citazioni su Thomas Malory== *Malory fu in realtà il primo scrittore su commissione [...]. Quando [[William Caxton|Caxton]] costruì la sua pressa da stampa, chiese al povero vecchio Malory di scrivere qualcosa, ed egli acconsentì mettendo insieme tutte le storie che conosceva: tutte le storie tramandate dalla tradizione orale. Poi, a poco a poco, con la proliferazione dei libri, la gente dimenticò quelle storie o non si curò di ricordarle. Così, i racconti che Malory ambientò nel XII secolo descrivevano eventi accaduti molto tempo prima [...]. E, come accade per tutti i miti, essi assunsero le tinte dell'epoca in cui vennero scritti. Gli ''Idilli del re'' di [[Alfred Tennyson|Tennyson]], per esempio, oppure le opere di [[Edward Burne-Jones|Burne-Jones]] e dei Preraffaelliti, descrissero e dipinsero le leggende arturiane del XII secolo secondo la sensibilità della propria epoca. Finendo così per rivelare più cose sull'età vittoriana che sulla leggenda stessa. ([[John Boorman]]) *Sì, possiamo immaginarci sir Thomas Malory come un adorabile primitivo, un innamorato di cose nobili e belle e grandi, finché non sappiamo, in base alle moderne ricerche che l'hanno identificato con un personaggio della parrocchia di Monks Kirby nella contea di Warwick, figura più di bandito che di {{sic|compíto}} gentiluomo, che per via delle sue violenze e rapine fu spesso in prigione, e in prigione scrisse appunto le sue storie di cavalleria. ([[Mario Praz]]) ==Bibliografia== *Thomas Malory, ''[https://archive.org/details/lemortedarthuror00malouoft/page/34/mode/2up Le Morte d'Arthur. The original edition of William Caxton now reprinted and edited with an introduction and glossary]'', a cura di H. Oskar Sommer, Londra, David Nutt, 1889. *Thomas Malory, ''Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri'', due volumi, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Milano, Oscar Classici Mondadori, 1985. ISBN 88-04-41154-6 ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{DEFAULTSORT:Malory, Thomas}} [[Categoria:Scrittori britannici]] amp92larxwyi6wryel66xfbdymqea53 1420659 1420658 2026-07-16T19:58:19Z Skekzilla 17056 /* Libro I */ 1420659 wikitext text/x-wiki Sir '''Thomas Malory''', o '''Maillorie''', '''Mallory''', '''Maleore''' (1409 – 1471), scrittore inglese. ==''La morte di Artù''== ===Incipit=== [[File:Morte Darthur incipit (cropped).jpg|thumb|Incipit dell'edizione del 1485 stampata da [[William Caxton]]]] ====Originale==== Hit befel in the dayes of Uther pendragon when he was kynge of all Englond | and so regned that there was a myȝty duke in Cornewaill that helde warre ageynst hym long tyme | And the duke was called the duke of Tyntagil | and so by meanes kynge Uther send for this duk | chargyng hym to brynge his wyf with hym | for she was called a fair lady | and a passynge wyfe | and her name was called Igrayne | So whan the duke and his wyf were comyn unto the kynge by the meanes of grete lordes they were accorded bothe | the kynge lyked and loved this lady wel | and he made them grete chere out of mesure | and desyred to have lyen by her | But she was a passyng good woman | and wold not assente unto the kynge | And thenne she told the duke her husband and said I suppose that we were sente for that I shold be dishonoured Wherfor husband I counceille yow that we departe from hens sodenly that we maye ryde all nyghte unto oure owne castell<br>{{NDR|Thomas Malory, ''[https://archive.org/details/lemortedarthuror00malouoft/page/34/mode/2up Le Morte d'Arthur. The original edition of William Caxton now reprinted and edited with an introduction and glossary]'', a cura di H. Oskar Sommer, Londra, David Nutt, 1889}} ====Traduzione==== Al tempo in cui [[Uther Pendragon]] governava su tutta l'Inghilterra, vi era in Cornovaglia un potente duca, signore di Tintagel, che gli faceva guerra da molti anni. Attraverso degli emissari, un giorno il re lo convocò ordinandogli di portare con sé anche la moglie, che aveva nome [[Igraine]] e fama di essere molto assennata. Quando il duca arrivò alla presenza del sovrano, per intercessione dei più nobili baroni si riconciliò con lui, ma il re si innamorò di sua moglie, la festeggiò oltre misura e desiderò di giacere con lei. Igraine, che era una donna onesta e leale, non solo non vi consentì, ma anzi disse al marito:<br>«Credo che siamo stati chiamati qui perché io vi perdessi il mio onore. Vi consiglio quindi di andare via senza indugio e di raggiungere questa notte stessa il nostro castello.»<br>{{NDR|Thomas Malory, ''Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri'', volume primo, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Milano, Oscar Classici Mondadori, 1985. ISBN 88-04-41154-6}} ===Citazioni=== ====Libro I==== [[File:Story of Merlin - Arthur's conception.png|thumb|Il concepimento di Artù]] *«Ecco cosa voglio, sire» disse allora Merlino. «La prima notte che trascorrerete con Igraine concepirete in lei un figlio che mi farete consegnare appena sarà venuto alla luce. Io lo alleverò dove più mi piacerà, affinché a voi derivi onore e al bambino i vantaggi che gli spettano.»<br>«Sarà fatto come volete» accondiscese il re.<br>«Ora preparatevi» aggiunse Merlino. «Questa notte stessa vi coricherete al fianco di Igraine nel castello di Tintagel, e avrete le sembianze di suo marito; Ulfius assumerà l'aspetto di ser Brastias e io quello di ser Jordans, due cavalieri del duca. Ma badate di non rivolgere domande né a lei né ai suoi uomini; dite che non vi sentite bene, affrettatevi ad andare a letto, e domani mattina non vi alzate prima del mio arrivo. Il castello non è che a dieci miglia da qui.»<br>Fu dunque fatto come era stato deciso. Ma poiché il duca aveva visto il re lasciare l'assedio di Terrabil, quella stessa notte uscì dal castello attraverso una postierla per attaccare l'esercito regale e rimase ucciso nella sortita prima ancora che il sovrano fosse arrivato a Tintagel. Così re Uther giacque con Igraine più di tre ore dopo la morte del duca e, in quella notte, concepì Artù. Allo spuntare del giorno, dopo che Merlino fu arrivato per dirgli di prepararsi, egli baciò la dama e partì in gran fretta. E quando Igraine sentì dire che, secondo tutte le testimonianze, il marito era morto prima dell'arrivo di Uther, si chiese con grande stupore chi potesse essere l'uomo che si era coricato con lei nelle sembianze del suo signore e ne pianse segretamente senza farne parola ad alcuno. (p. 7) *Non passò molto, quindi, che un mattino Uther e Igraine si sposarono tra la gioia e il tripudio generale, e, per volere del re, nella stessa occasione re Lot di Lothian e di Orkney sposò Morgawse, che sarebbe stata la madre di [[Gawain|Galvano]], e re Nentres della terra di Garlot sposò Elaine. La terza sorella, [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana la Fata]], fu invece messa a studiare in un convento dove divenne molto dotta in negromanzia. In seguito sarebbe stata maritata a re [[Urien|Uriens]] della terra di Gore, padre di [[Ywain|ser Ivano il Biancamano]]. (p. 8) *E quando i mattutini e la prima messa ebbero termine, nel camposanto dietro l'altare maggiore fu vista una grande roccia quadrangolare simile a un blocco di marmo, che sorreggeva nel mezzo una sorta di incudine d'acciaio alta un piede in cui era infitta una bella spada. Intorno all'arma una scritta in lettere d'oro diceva:<br><div class="center">{{maiuscoletto|Colui che estrarrà questa spada dalla roccia e dall'incudine è il legittimo re di tutta l'inghilterra.}} (p. 10) [[File:An island story; a child's history of England (1906) (14801002423).jpg|thumb|Artù estrae la spada dalla roccia]] *Il giorno di Capodanno, terminata la messa, i baroni cavalcarono al campo, alcuni per giostrare, altri per torneare. Tra di essi vi era anche ser Ector accompagnato dal figlio ser Kay e dal giovane [[Re Artù|Artù]], fratello di latte di quest'ultimo. Ser Kay, che era stato fatto cavaliere nel giorno di Ognissanti, accortosi quando era già in cammino di avere dimenticato la spada nell'alloggio del padre, pregò Artù di andargliela a prendere.<br>«Volentieri» rispose il giovane allontanandosi in fretta. Giunto a casa, scoprì però che la dama e tutti gli altri erano usciti per assistere alle giostre. Ne fu addolorato, ma poi si disse:<br>"Andrò al camposanto a prendere la spada che è infitta nella roccia. Mio fratello non deve rimanere senza un'arma in una giornata come questa."<br>Si diresse quindi verso il camposanto; scese di sella, legò il cavallo a un montante e si avvicinò alla tenda che nascondeva la roccia. Non trovandovi i cavalieri che vi erano stati lasciati di guardia e che infatti erano andati alle giostre, afferrò l'impugnatura della spada e la estrasse con un strappo deciso, ma senza sforzo. Poi riprese il cavallo e raggiunse ser Kay per consegnargliela. Appena il fratello la vide, la riconobbe subito. Allora si avvicinò al padre egli disse:<br>«Signore, ecco la spada della roccia. Dunque devo essere io il re di questa terra.»<br>Ser Ector osservò l'arma; quindi tornò indietro con i due giovani, smontò da cavallo, entrò nella chiesa e ordinò a ser Kay di ripetergli con precisione come l'avesse presa faccendolo giurare sul Libro Sacro.<br>«Me l'ha portata mio fratello Artù, signore» disse allora ser Kay.<br>«E tu, come l'hai avuta?» chiese ser Ector ad Artù.<br>«Ecco, signore, quando sono tornato a casa a prendere la spada di ser Kay, non ho trovato nessuno che me la potesse dare; allora, pensando che mio fratello non dovesse rimanere disarmato, sono venuto qui e ho estratto l'arma dalla roccia senza alcuna fatica.» (pp. 11-12) *Ser Ector e ser Kay si inginocchiarono a terra.<br>«Ahimè, perché vi inginocchiate davanti a me, voi che siete mio padre e mio fratello?» chiese loro Artù.<br>«No, mio signore, non è così. Io non sono vostro padre e non sono nemmeno del vostro stesso sangue. Vedo che discendete da un lignaggio ben più nobile di quanto credessi.»<br>Egli gli raccontò come gli fosse stato affidato, perché lo allevasse, dallo stesso Merlino. Nel sentire che ser Ector non era suo padre, il giovane provò un profondo dolore, ma il cavaliere continuò:<br>«Quando sarete re, vorrete essere il mio buono e grazioso signore?»<br>«In caso contrario sarei da biasimare» fu la risposta di Artù. «Siete l'uomo a cui devo di più insieme alla mia buona signora e madre, vostra moglie, che mi ha nutrito e allevato come figlio suo. Se Dio vorrà ch'io sia re come voi dite, potrete chiedermi tutto quello che sarà in mio potere di concedervi, e io non vi mancherò!» (pp. 12-13) *«Per quale motivo quel ragazzo è divenuto vostro re?»<br>«Signori, è figlio legittimo di Uther Pendragon e di Igraine, moglie del duca di Tintagel» rispose loro Merlino.<br>«Allora è bastardo!» esclamarono tutti.<br>«No; Artù fu concepito più di tre ore dopo la morte del duca, e tredici giorni più tardi re Uther sposò Igraine. È quindi provato che non è bastardo, e chi lo afferma sappia che Artù sarà re e avrà ragione di tutti i suoi nemici, e che, prima di morire, avrà regnato a lungo su tutta l'Inghilterra e avrà condotto sotto il proprio comando Galles, l'Irlanda, la Scozia e molti altri regni.» (p. 15) *Dovremmo forse accettare che un interprete di [[Sogno|sogni]] ci esorti alla viltà? ([[Lot (ciclo arturiano)|Lot]], p. 16) *Ecco allora giungere in campo [[Ban di Benoic|re Ban]], fiero come un leone e con le insegne a bande verdi in campo d'oro.<br>«Ahimè, ora temo davvero che saremo sconfitti!» esclamò re Lot vedendolo. «Quello è il cavaliere più valoroso del mondo e anche l'uomo più rinnomato. Moriremo o saremo costretti a ritirarci, ma se dovremo farlo sarà bene che impieghiamo valore e saggezza, perché altrimenti perderemo ugualmente la vita!» (p. 26) *[...] è preferibile uccidere un vile piuttosto che, a causa di un codardo, perdere tutti la vita. ([[Lot (ciclo arturiano)|Lot]], p. 28) *{{NDR|Su [[Glatisant la Bestia]]}} A un tratto gli parve di sentire il latrare di una trentina di cani e vide dirigersi verso di lui, e avvicinarsi alla fonte, la bestia più singolare che si possa immaginare. Dal suo ventre proveniva il rumore simile al latrato di trenta coppie di cani, ma quando l'animale si mise a bere, il frastuono cessò d'improvviso per riprendere solo quando esso si allontanò. (p. 33) *«Siete un uomo straordinario!» esclamò allora Artù.<br>«Però mi stupisce molto sentirvi dire che morirò in battaglia.»<br>«Non ve ne meravigliate, è la volontà di Dio che il vostro corpo sia punito per le vostre azioni impure. Io invece dovrei essere triste, perché morirò di una morte vergognosa, sotterrato ancora vivo. Almeno la vostra sarà una fine onorevole.» ([[Re Artù]] e [[Mago Merlino]], p. 34) *Merlino è a conoscenza, come del resto voi, ser Ulfius, di come re Uther venne da me nel castello di Tintagel con le sembianze di mio marito che era morto tre ore prima, e di come quella stessa notte mi fece concepire un figlio. Tredici giorni dopo egli mi sposò, e allorché il bambino nacque ordinò che fosse affidato a Merlino e allevato da lui. Da allora io non lo vidi mai più; né seppi quale nome gli era stato dato. ([[Igraine]], p. 35) *«Ora siete in mio potere, e sono libero di decidere se uccidervi o risparmiarvi la vita. Ma se non vi darete per vinto sarò costretto a mettervi a morte» gli disse lo sconosciuto.<br>«Quando vorrà venire, la morte sia la benvenuta! Del resto, preferisco morire che disonorarmi arrendendomi a te» esclamò Artù balzandogli addosso. ([[Pellinore]] e [[Re Artù]], p. 39) *«Ahimè, Merlino, lo avete ucciso!» gli disse Artù. «Era il cavaliere più nobile del mondo, ed io preferirei essere privato delle mie terre piuttosto che saperlo morto.»<br>«Non ve ne date pensiero, è più sano di voi» gli rispose Merlino. «È solo addormentato, ma si risveglierà fra tre ore. Vi avevo detto che era un cavaliere forte e coraggioso, e vi avrebbe ucciso se io non fossi intervenuto. Ma da ora in poi egli vi renderà ottimi servigi; il suo nome è [[Pellinore|Pellinor]], e un giorno avrà due figli di valore impareggiabile che si chiameranno [[Parsifal|Percival]] e [[Lamorak|Lamorak il Gallese]]. E sarà ancora Pellinor a rivelarvi il nome del figlio che avete concepito in vostra sorella e che sarà la rovina del regno.» (p. 40) [[File:Boys King Arthur - N. C. Wyeth - p16.jpg|thumb|Artù riceve Excalibur]] *Proseguirono il cammino finché si trovarono sulla riva di un lago vasto e ameno, dal quale videro emergere un braccio rivestito di sciamito bianco: esso terminava in una mano che stringeva una magnifica spada.<br>«È quella l'arma di cui vi parlavo» disse Merlino ad Artù. E poiché in quel momento una donna passava sul lago, il re chiese chi fosse.<br>«È la [[Dama del Lago]]; sul fondo di questo specchio d'acqua si trova una caverna che ha l'interno decorato con tale ricchezza da renderlo la residenza più piacevole del mondo» gli spiegò Merlino. «Ora la dama si avvicinerà; allora voi dovrete pregarla cortesemente di darvi la spada.»<br>Infatti la dama si diresse verso Artù e lo salutò, e il re, dopo aver ricambiato il saluto, le chiese:<br>«Di chi è la spada che quel braccio tiene alta sull'acqua? Io sono senza armi, e vorrei che fosse mia.»<br>«Essa mi appartiene» gli rispose la dama «ma se mi concederete un dono allorquando ve lo chiederò, sarà vostra.»<br>«Ve lo accorderò, sulla mia parola» le promise Artù.<br>«Allora montate sulla barchetta che vedete laggiù, raggiungete a remi la spada e prendetela insieme al suo fodero. Io reclamerò il mio dono quando lo riterrò opportuno».<br>Artù e Merlino smontarono di sella e legarono i cavalli a due alberi. Poi salirono sulla piccola imbarcazione e, quando ebbero raggiunto la mano e la spada, il re ne afferrò l'impugnatura e la trattenne, mentre mano e braccio scomparivano sott'acqua. (pp. 40-41) *«Vi piace più l'arma o il fodero?» gli chiese Merlino.<br>«Preferisco la spada.»<br>«Non siete molto saggio, perché il fodero vale dieci volte di più! Finché lo avrete al fianco, esso impedirà alle vostre ferite di sanguinare, per quanto gravi possano essere. Quindi badate a non abbandonarlo mai.» (p. 41) *Poi re Artù fece cercare, sotto pena di morte, tutti i bambini che erano nati il primo di maggio concepiti da baroni e da dame, perché Merlino gli aveva detto che proprio in quella data aveva visto la luce di colui che lo avrebbe ucciso. Tra i numerosi figli di signori scovati e mandati a corte, si trovava anche [[Mordred]], il figlio della moglie di re Lot.<br>I fanciulli vennero messi su una nave che fu lasciata alla deriva sul mare, ma il caso volle che essa naufragasse ai piedi di un castello e che tutti i bambini morissero salvo proprio Mordred che ne era stato scagliato fuori e che fu ritrovato da un buon uomo che lo allevò. Quando poi il fanciullo ebbe compiuto i quattordici anni, fu mandato a corte, come narreremo verso la fine del libro della Morte di Artù. Ora diremo che i baroni del regno furono molto addolorati per la morte dei loro figli e ne incolparono più Merlino che Artù, ma poi rimasero in pace sia per timore sia per lealtà nei confronti del sovrano. (p. 43) ====Libro II==== [[File:The Death of Balin and Balan.png|thumb|La morte di Balin e Balan]] *«Ah, bella damigella, dignità, virtù e valore non sono riposti solo nell'[[abbigliamento]]!» esclamò [[Sir Balin|Balin]]. «La virilità e l'onore sono celati nella persona, e vi sono molti insigni cavalieri ignoti a tutti, a riprova che il pregio e l'ardimento non hanno alcun rapporto con le vesti che indossano.» (p. 46) *Non pochi pensano di fare scorno a un [[avversario]], e poi scoprono che il loro intento si è ritorto a loro danno. ([[Sir Balin]], p. 50) *Badate, sire, di conservare con cura il fodero di Excalibur e ricordate che finché l'avrete con voi le vostre ferite, per quanto gravi, non sanguineranno. ([[Mago Merlino]], p. 57) *Rimasto disarmato, {{NDR|[[Sir Balin]]}} si precipitò allora alla ricerca di un'altra arma entrando prima in una stanza poi un'altra e in un'altra ancora, senza riuscire a trovare nulla e sempre incalzato dappresso da [[Re Pescatore|re Pellam]]. Infine varcò la porta di una camera meravigliosamente decorata e vide che vi si trovava un uomo disteso su un letto coperto dai più splendidi drappi d'oro che si possano immaginare. Vicino al letto, su un tavolo d'oro puro sorretto da quattro zampe d'argento, era posata una lancia di singolare fattura. Balin la afferrò, si volse a fronteggiare Pellam e lo colpì con forza, facendolo cadere in terra privo di sensi. Allora il tetto e le mura del castello crollarono e anche Balin fu gettato al suolo, dove rimase senza potersi muovere. [...] Da allora re Pellam rimase infermo per molti anni, e guarì solo quando fu curato da [[Galahad]], il nobile principe, nel corso della ricerca del [[Graal|Sangrail]] – il bacile che conteneva il sangue di Nostro Signore Gesù Cristo portato in Inghilterra da Giuseppe d'Arimatea, cui un tempo era appartenuto anche lo splendido letto. La [[Lancia di Longino|lancia]] che aveva inferto il [[Colpo Doloroso]] era la stessa con cui Longino aveva ferito Nostro Signore al cuore, e poiché re Pellam era affine alla stirpe di Giuseppe e l'uomo più degno di quei tempi, la sua infermità provocò dolore, lutti e pene. (pp. 61-62) *«Fratello, mi hai ucciso e io ho ucciso te. Il mondo intero parlerà di noi» disse poi Balin quando si fu ripreso.<br>«Perché mai non ti ho riconosciuto!» si lamentò Balan. «Avevo notato le due spade, ma dato che portavi uno scudo non tuo ti avevo creduto un altro.»<br>«È colpa di uno sciagurato cavaliere che facendomelo cambiare ci ha dato la morte. Se potessi sopravvivere distruggerei il castello per i malvagi costumi che alberga.»<br>«E sarebbe ben fatto!» approvò Balan. «Da quando vi arrivai non ebbi più la possibilità di ripartirne perché uccisi il cavaliere che era a guardia dell'isola. Lo stesso accadrà anche a te, fratello. Avresti dovuto uccidermi, come del resto hai fatto, ma poi metterti in salvo con la fuga.»<br>In quel mentre sopraggiungeva la signora del castello con quattro cavalieri, sei dame e sei servitori, e sentì le pietose parole che si scambiavano i fratelli.<br>«Uscimmo entrambi da un medesimo sacello, il ventre di nostra madre, e giaceremo insieme in una stessa fossa» dicevano. (p. 66) *Il mattino successivo comparve Merlino e fece incidere in lettere d'oro sulla tomba dei fratelli una scritta che diceva:<br><div class="center">{{maiuscoletto|Qui giace Balin il Selvaggio, che era il cavaliere dalle due spade che inferse il Colpo Doloroso.}}</div><br>Poi, presa la spada di Balin e sostituitone il pomo con un altro, ordinò a un cavaliere di brandirla, ma quello non vi riuscì nonostante i ripetuti sforzi. Allora Merlino scoppiò a ridere.<br>«Perché ridete?» gli chiese il cavaliere.<br>«Solo i campioni migliori del mondo potranno maneggiare questa spada, cioè [[Lancillotto]] e suo figlio Galahad. E con quest'arma Lancilotto ucciderà ser Galvano, il nipote di re Artù» gli rispose Merlino, che fece incidere la profezia sul pomo della spada.<br>Poi operò perché un ponte di ferro e di acciaio collegasse l'isola con la terraferma, e lo fece largo solo mezzo piede perché soltanto l'uomo più eccellente e mondo da malizia e villania potesse avere l'ardire di attraversarlo. Inoltre lasciò sull'isola il fodero della spada di Balin perché Galahad potesse trovarlo, e fece sì che per magia la spada restasse infissa in un blocco di marmo grande come la mola di un mulino, che galleggiò per molti anni nella corrente di un fiume fin sotto le mura di Camelot. Un giorno di Pentecoste Galahad, il nobile principe, che aveva già trovato il fodero, avrebbe estratto la spada così come è narrato nel libro del Sangrail. (p. 67) ====Libro III==== *Che un re tanto illustre per nobiltà e valore voglia prendere in moglie [[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]] è la notizia più bella che abbia mai ricevuto [...]. Gli offrirei volentieri anche le mie terre se pensassi di poterlo compiacere, ma ne ha già tante e sono certo che non ne ha bisogno. Gli farò quindi un dono che gradirà molto di più, perché gli consegnerò la [[Tavola Rotonda]] che mi fu data da Uther Pendragon. Essa può ospitare un massimo di centocinquanta cavalieri; cento li ho io stesso, ma gli altri mi sono stati uccisi. ([[Leodegrance]], p. 69) *«Ma perché vi sono due seggi vuoti alla Tavola Rotonda?» chiese poi Artù a Merlino.<br>«Sire, sono destinati a uomini degni del più alto onore, e sul [[Seggio Periglioso]] siederà solo un cavaliere senza pari. Chiunque altro sarà tanto ardito da tentare di prendervi posto, sarà annientato.» (p. 72) *Devi concedere [[misericordia]] a coloro che t'implorano, perché un [[cavaliere]] spietato è un cavaliere senza onore. ([[Gaheris]], p. 76) *Così, portate a termine le tre ricerche affidate a ser Galvano, a ser Tor e a re Pellinor, re Artù confermò la nomina di tutti i cavalieri, assegnò terre a quelli che non avevano e impose loro di non commettere mai oltraggi o omicidi, di rifuggire sempre dal tradimento, di non comportarsi mai con efferatezza, ma di concedere grazia a chi la implorasse, sotto sanzione di perdere per sempre l'onore e la sua protezione. Inoltre il re ingiunse loro, pena di morte, di soccorrere sempre le dame, le damigelle e le gentildonne e di non ingaggiare combattimenti in contese ingiuste per amore o per beni mondani. Tutti i [[cavalieri della Tavola Rotonda]] giurarono in tal senso, i giovani come i vecchi, e ogni anno rinnovavano il giuramento in occasione della festa solenne della Pentecoste. (p. 87) ====Libro IV==== [[File:The Beguiling of Merlin by Edward Burne-Jones.jpg|thumb|Merlino e la Dama del Lago]] *Non passò molto che la [[Dama del Lago|Damigella del Lago]] partì e Merlino la seguì tentando più volte di farla sua con le proprie arti sottili, ma poi Nimue gli fece giurare di non fare mai più uso con lei dei suoi incantesimi, perché altrimenti non l'avrebbe mai avuta. [...] Poi Merlino e la damigella ripartirono per la Cornovaglia, e nel corso del viaggio egli le insegnò molti altri prodigi. Ma poiché le stava sempre intorno per cogliere la sua verginità, Nimue lo prese a noia e pensò di liberarsene; tuttavia non sapeva come fare anche perché ne aveva paura, dato che Merlino era figlio di un diavolo.<br>Ora, avvenne che un giorno Merlino le facesse vedere una caverna meravigliosa che si sprofondava sotto una grande pietra che la damigella, mettendo in opera le arti che aveva apprese, lo inducesse ad entrarvi per mostrarle i prodigi che essa nascondeva. Poi fece in modo che egli non ne uscisse mai più di quante arti magiche mettesse in opera, e si allontanò lasciandolo prigioniero. (pp. 88-89) *Ahimè, da quando sono stato incoronato non ho avuto un solo mese di riposo! ([[Re Artù]], p. 90) *{{NDR|Su [[Sir Tor]]}} Parla poco e agisce molto di più, e non conosco nessuno qui a corte che sia di nascita più nobile, o che gli sia pari in valore e in possanza. ([[Re Artù]], p. 94) *[...] poiché [[Baudemago|ser Bagdemagus]] si era adirato perché a ser Tor era stata data la precedenza, si allontanò all'istante dalla corte e, in compagnia del suo scudiero, si inoltrò in una foresta. Dopo molte avventure gli capitò di arrivare davanti alla caverna in cui la Damigella del Lago aveva imprigionato Merlino. Udendolo lamentarsi pietosamente, il cavaliere decise di cercare di aiutarlo e si sforzò di sollevare la pietra che chiudeva l'antro, ma essa era tanto pesante che non vi sarebbero riusciti nemmeno cento uomini.<br>Intanto Merlino, che si era accorto della sua presenza, gli diceva di desistere perché si affaticava invano: egli non avrebbe potuto essere soccorso se non da colei che lo aveva rinchiuso. Allora Bagdemagus si allontanò e, attraverso molte altre avventure che incontrò per via, si dimostrò un eccellente cavaliere, così che quando tornò a corte fu eletto compagno della [[Tavola Rotonda]]. (p. 94) *[...] mi sono impegnato a battermi ad oltranza e preferisco morire con onore piuttosto che vivere nella vergogna. Se mi fosse possibile perdere la vita cento volte, piuttosto che arrendermi a voi sceglierei lo stesso di morire. Sono senza armi, ma non senza onore, e del resto se ucciderete un uomo inerme, il disonore ricadrà su di voi. ([[Re Artù]], p. 101) *{{NDR|Sulla [[Fata Morgana (mitologia)|Fata Morgana]]}} Mi vendicherò su di lei con tale durezza che tutto il mondo cristiano ne dovrà parlare, perché Dio sa che l'ho onorata e venerata più di ogni altra del mio sangue e che avevo più fiducia in lei che in mia moglie e negli altri miei parenti. ([[Re Artù]], p. 103) *La gente dice che Merlino è figlio di un diavolo, ma io posso affermare di essere stato concepito da un demone sulla terra! ([[Ywain]], p. 105) *Dopo aver trascorso la notte nel monastero e ascoltata la messa, Galvano e Ivano ripresero il cammino. Si addentrarono in un grande bosco e poi sbucarono in una valleta dove videro dodici belle damigelle e due cavalieri armati e montati su grandi cavalli vicino a una piccola torre. Le damigelle correvano avanti e indietro da un albero al quale era appeso uno scudo bianco e, ogni volta che vi passavano accanto, vi sputavano sopra e alcune vi gettavano anche del fango.<br>I due giovani si avvicinarono, salutarono le damigelle e chiesero loro perché spregiassero lo scudo in quel modo.<br>«Ecco, signori, esso appartiene a un cavaliere del paese che è un ottimo combattente, ma ha in odio tutte le dame e le gentildonne. Per questo stiamo recando offesa al suo scudo.»<br>«Non è certo degno di un cavaliere disprezzare le dame» osservò ser Galvano «ma può anche darsi che ne abbia un buon motivo e che, se è vero quanto dite, in qualche altro luogo vi siano donne che egli ama e da cui è ricambiato. Come si chiama?»<br>«[[Morholt|Moroldo]], signore, del sangue del re d'Irlanda.»<br>«Lo conosco» intervenne ser Ivano. «È un cavaliere molto valoroso: una volta lo vidi misurarsi in una giostra con vari avversari e nessuno fu in grado di tenergli testa».<br>«Allora penso che siate voi da biasimare, damigelle!» esclamò ser Galvano. «Suppongo che se ha appeso lo scudo all'albero non si trovi lontano, e quei cavalieri laggiù potrebbero sfidarlo. Sarebbe più onorevole di quello che state facendo voi. Comunque, non intendo permettere che lo scudo di un cavaliere venga disonorato!» (pp. 110-111) *[...] non è cavalleresco che uno resti in arcioni mentre l'altro è a piedi. ([[Morholt]], p. 112) *Si slanciarono gagliardamente l'uno contro l'altro e si assestarono dei fendenti che fecero volare in pezzi gli scudi e ammaccare gli elmi e i giachi, così che ben presto furono entrambi gravemente feriti. Ma erano le nove del mattino, e Moroldo si accorse con stupore che ser Galvano diveniva di momento in momento più forte finché, all'ora di mezzogiorno, la sua forza si trovò triplicata. Quando però il mezzogiorno fu trascorso e cominciò a calare la sera, le forze di ser Galvano presero a scemare ed egli si sentì sempre più debole e cominciò a sospettare che non avrebbe potuto resistere. Sarebbe quindi stato il momento giusto perché ser Moroldo potesse dimostrare tutta la propria possanza; invece quest'ultimo disse:<br>«Ho constatato che siete un ottimo cavaliere e un uomo dotato di una forza prodigiosa, signore, ma finché dura. Del resto, la nostra non è una disputa grave e sarebbe un peccato se dovessi ferirvi, ora che vi vedo indebolito.» (p. 112) *«Signor cavaliere» gli disse a un certo punto ser Galvano «sono stupito che un uomo del vostro valore non ami le dame e le damigelle.»<br>«Coloro che mi attribuiscono questa nomea sono in torto, e so bene che si tratta delle damigelle della torre e di altre come loro» replicò ser Moroldo. «Ora vi dirò perché le detesto: esse sono maghe e incantatrici, e per quanto un cavaliere possa essere di forte costituzione e di indole valorosa, ne fanno un gran vigliacco per trarne vantaggio. Questo è il motivo principale per cui le aborro; sono invece pronto a servire da cavaliere tutte le buone dame e gentildonne.» (p. 113) *Una dama tanto superba da non avere misericordia di un valoroso [[cavaliere]] non ha diritto alla felicità! ([[Dama del Lago]], p. 121) *Ser Moroldo era ben conosciuto a corte, perché vi si trovano dei cavalieri che si erano misurati con lui in precedenza e che riferirono che egli aveva la fama di essere uno dei migliori cavalieri del mondo. (p. 128) ====Libro V==== *In pace da lungo tempo, [[re Artù]] aveva indetto una festa sfarzosa. La Tavola Rotonda era al completo di tutti i suoi alleati sovrani, principi e nobili cavalieri quando, mentre egli sedeva sul trono, entrarono nella sala dodici vecchi che recavano rami d'ulivo nelle mani a significare di essere venuti come ambasciatori e messaggeri dell'imperatore Lucio, a quel tempo chiamato Dittatore o Procuratore del Bene Pubblico di Roma. Giunti alla presenza del re, essi gli resero omaggio con un inchino e gli parlarono nel seguente modo:<br>«Il nobile e potente imperatore Lucio saluta il re di Britannia. Vi ordina di riconoscerlo come vostro signore e di inviargli il tributo che questo regno deve all'impero e che, come risulta dai documenti, già pagavano vostro padre e i vostri predecessori. Se agirete da ribelle e non lo riconoscerete come vostro sovrano, deterrete e tratterrete le vostre terre in contrasto con gli statuti e i decreti stabiliti dal nobile e illustre Giulio Cesare, conquistatore di questo paese e primo imperatore di Roma. Sappiate anche se vi opporrete alle sue richieste e ai suoi ordini, Lucio condurrà una guerra implacabile contro la vostra persona, i vostri regni e le vostre terre, e punirà voi e i vostri sudditi come esempio perpetuo per tutti i sovrani e i principi che rifiutano il tributo al nobile impero che domina sull'intero mondo.» (p. 131) *[...] io non pagherò mai il tributo a Roma! A quanto so Belino e Brenio, sovrani di Britannia, hanno tenuto a lungo l'impero nelle proprie mani, come anche Costantino figlio di Elena: vi è quindi la prova palese che non dobbiamo alcun tributo e che anzi, essendo noi i loro discendenti, abbiamo il diritto di reclamare il titolo all'impero. ([[Re Artù]], p. 132) *Artù presiedeva la Tavola Rotonda e appariva l'uomo più gagliardo che esista, capace di conquistare l'intera terra, che è ben poco per lui. (p. 134) *Mentre il re era assopito nella propria cabina ebbe un sogno meraviglioso: gli parve che un [[drago]] terrificante, giunto in volo dalla parte d'Occidente, affogasse molta della sua gente. Esso aveva la testa smaltata d'azzurro e le spalle che brillavano come oro, il ventre simile a maglie di straordinari colori, la coda coperta di scaglie, le zampe di splendido zibellino e gli artigli come oro fino. Dalla bocca gli scaturiva un'orrenda fiamma che faceva apparire di fuoco la terra e il mare. Poi, in una nuvola, giungeva dall'Oriente un feroce cinghiale nero dagli artigli grandi come pilastri. Coperta da pelame irsuto, era la bestia più ripugnante che si fosse mai vista, e ruggiva e muggiva in modo incredibilmente orribile. Il drago allora si sollevava nell'aria come un falco e assaliva con violenza il cinghiale che rispondeva ferendolo al petto con le zanne grigie, e quel sangue bollente faceva rosseggiare il mare. Allora il drago volava a grandi altezze, poi si precipitava fragorosamente a colpire il cinghiale sulla sommità del dorso, lungo dieci piedi dalla testa alla coda, riducendogli in polvere le ossa e la carne, che prendevano a volteggiare per tutta l'ampiezza del mare.<br>Il re si svegliò di colpo e, sconcertato dal sogno, mandò a chiamare un saggio filosofo cui ordinò di spiegarne il significato.<br>«Sire» fu la risposta del sapiente «il drago rappresenta la vostra persona, i colori delle sue ali sono i regni che avete conquistato e le scaglie di cui è irta la coda rappresentano i nobili cavalieri della Tavola Rotonda. Il cinghiale che usciva dalle nuvole e che fu ucciso dal drago simboleggia un tiranno che tormenta il popolo, o forse anche che voi dovrete battervi di persona contro il più orrido e abominevole gigante che avrete mai visto in tutta la vita. Non avete dunque nulla da temere da questo sogno: andate avanti da conquistatore.» (pp. 135-136) *Guardate quanto sono tronfi di orgoglio e di millanteria questi Britanni! [...] Si vantano come se avessero già conquistato il mondo intero! (p. 140) ====Libro VI==== *Poco tempo dopo che [[re Artù]] era tornato in Inghilterra da Roma i [[cavalieri della Tavola Rotonda]] si riunirono a corte per dedicarsi a giostre e a tornei. Non pochi cavalieri novelli compirono onorevoli gesta d'armi e superarono i compagni dando prova di valore e di prodezza, ma tra tutti spiccò [[Lancillotto|ser Lancillotto]] del Lago che fu il migliore nei tornei, nelle giostre e nelle prove d'armi sia al primo sia all'ultimo sangue, e non si fece mai sopraffare se non per tradimento o per incantesimo.<br>Dunque ser Lancillotto si meritò una tale unanime ammirazione che il libro francese dice che era il cavaliere migliore della corte dopo il ritorno del re da Roma. Per tutti questi motivi, la regina Ginevra lo predilesse tra gli altri, e poiché anche egli la ricambiava amandola più di qualunque altra dama o damigella della sua vita, compì per lei molte prodezze d'armi. (p. 157) *[...] non posso impedire alla gente di dire quel che vuole, ma non penso affatto di prendere moglie, perché dovrei restare al suo fianco trascurando le armi, i tornei, le battaglie e le avventure. Quanto poi ad avere delle amiche, rifiuto il piacere che esse potrebbero darmi soprattutto perché sono timorato di Dio. Vedete, i [[Cavaliere|cavalieri]] che si danno all'adulterio e al libertinaggio non sono felici o fortunati in battaglia, e sono quasi sempre sopraffatti da cavalieri meno abili, oppure per caso e per malasorte uccidono uomini migliori di loro. Credo quindi che sarà sempre un infelice l'uomo che ha delle amanti, e che tutto ciò che avrà a che fare con lui sarà perseguitato dalla sorte. ([[Lancillotto]], p. 170) *Ahimè, che peccato che un cavaliere debba morire senza le armi in mano! ([[Lancillotto]], p. 181) ====Libro VII==== *[[Re Artù|Artù]] dunque si era seduto a banchetto con vari altri sovrani e con tutti i [[cavalieri della Tavola Rotonda]], salvo quelli che erano stati fatti prigioniero o uccisi in scontri d'armi, quando i tre uomini fecero il loro ingresso nella sala. Due erano cavalieri di bell'aspetto e riccamente vestiti, e sulle loro spalle si appoggiava il terzo, il giovane più bello del mondo, alto, robusto e prestante, dal viso perfetto e dalle più grandi e splendide mani che si fossero mai viste, ma che si muoveva come se non riuscisse a reggersi senza essere sostenuto. Artù ordinò che si facesse silenzio e si lasciasse spazio per il loro passaggio, e i tre uomini avanzarono fino all'alta predella senza pronunziare una parola; poi il più giovane si trasse un poco indietro e, raddrizzandosi agilmente in tutta la persona, disse:<br>«Re Artù, Dio benedica voi e tutta la vostra bella certe e, in particolare, i compagni della Tavola Rotonda. Sono venuto per pregarvi di accordarmi tre doni, e poiché le mie richieste non sono irragionevoli e non vi causeranno danni o perdite, potrete concedermeli senza tema di essere disonorato. Il primo lo chiederò subito, e gli altri due tra un anno in questo stesso giorno dovunque vi troverete a celebrare la festa solenne.»<br>«Avrai quanto desideri» dichiarò il re.<br>«Allora, sire, questa è la mia prima supplica: datemi da mangiare e da bere a sufficienza per un anno, al termine del quale avanzerò le altre due preghiere.»<br>«Bel figliolo, ti consiglio di domandare di più: quello che hai espresso è un desiderio troppo umile» gli rispose Artù. «Il mio cuore prova grande inclinazione per te perché ritengo che tu discenda da una nobile schiatta: l'opinione che mi sono fatto risulterebbe fallace se non dovessi dimostrarti di altissimo lignaggio.»<br>«Sire, sia come deve essere, ho chiesto esattamente quello che volevo» replicò il giovane.<br>«Non credo che tu non lo conosca!» esclamò il re, che poi affidò il giovane a [[Sir Kay|ser Kay il Siniscalco]], ordinando che gli desse i migliori cibi e le migliori bevande e un corredo degno del figlio di un barone.<br>«Non ci sarà bisogno di spendere tanto per lui» osservò però ser Kay. «Secondo me è nato villano e non diventerà mai un gentiluomo, altrimenti vi avrebbe chiesto un cavallo e un'armatura. I suoi desideri rispecchiano invece la sua condizione. Comunque, dato che non ha nome, lo chiamerò [[Sir Gareth|Bellamano]] e lo porterò in cucina dove potrà mangiare tutti i giorni tanto di quel brodo che tra un anno sembrerà un porcello all'ingrasso.» (pp. 187-188) *Appena i due uomini che avevano accompagnato il giovane furono ripartiti lasciandolo nelle mani di ser Kay, questi cominciò a schernirlo e a farsi beffe di lui. Ma [[Gawain|ser Galvano]] se ne adirò e [[Lancillotto|ser Lancillotto]] ordinò al siniscalco di smetterla, aggiungendo che era pronto a scommettere che si sarebbe dimostrato un cavaliere di grande valore.<br>«Non avete ragioni per ritenerlo» replicò il siniscalco. «Le sue rischieste mostrano la sua vera natura; non vuole che da bere e da mangiare e in fede mia deve essere cresciuto in un'abbazia dove, comunque andassero le cose, gli facevano sempre mancare il vitto! Per questo è venuto a cercarlo qui.» (p. 189) *Così Bellamano fu mandato in cucina, e la notte dormiva con gli altri garzoni, sopportando tutto pazientemente per dodici mesi. Ma nel frattempo era riuscito a incontrare il favore generale, degli uomini come dei ragazzi, per la sua umiltà e la sua dolcezza. E ogni volta che vedeva dei cavalieri intenti alle giostre, se poteva si fermava ad osservarli e cercava in tutti i modi di trovarsi ovunque si svolgesse qualche prova di prodezza, così che accadeva che chiunque si esercitasse nel lancio di sbarre o di pietre si trovava sempre superato da lui di almeno due iarde. (p. 189) *«In nome di Dio, ti assicuro che ho dovuto impegnarmi al massimo per non essere disonorato; perciò non dovrai temere nessun altro» disse Lancillotto a Bellamano.<br>«Credete che un giorno sarò in grado di tenere testa a qualunque provetto cavaliere?» gli chiese allora il giovane.<br>«Certamente, combatti come hai fatto oggi e io te ne sarò garante.»<br>«Adesso, quindi, vi prego di armarmi.»<br>«Però dovrai dirmi il tuo nome e il tuo lignaggio.»<br>«Ve lo dirò, signore, purché non lo riveliate ad alcuno.»<br>«Te ne do la mia parola, finché non sarà universalmente noto.»<br>«Mi chiamo Gareth e sono fratello germano di ser Galvano» gli disse infine Bellamano.<br>«Ah, signore, ne sono molto lieto! Ho pensato fin dal primo momento che doveste essere di sangue nobile e che non foste venuto a corte solo per mangiare e bere!» esclamò ser Lancillotto; dopo di che lo armò cavaliere. (pp. 192-193) *[...] non lasciatemi morire quando una parola [[Cortesia|cortese]] potrebbe salvarmi! (Sir Pertolepe, p. 199) *Un [[cavaliere]] deve tollerare qualunque cosa da parte di una [[damigella]] [...]. Per questo non ho badato alle vostre parole, per quanto ingiuriose fossero; anzi, quanto più mi offendevate e mi facevate montare in collera, tanto più sfogavo la mia ira contro gli avversari che incontravo. Così le vostre ingiurie mi hanno esortato a battermi e mi hanno indotto a cimentarmi per provarvi fino in fondo di cosa sono capace. Se ho cercato accoglienza nelle cucine di Artù, è stato solo per avventura, perché avrei potuto trovare di che sostentarmi in qualunque altro posto. Ma l'ho voluto fare per mettere alla prova i miei amici e perché un giorno si potesse sapere che sono un gentiluomo. ([[Sir Gareth]], p. 203) *{{NDR|Su [[Sir Gareth]]}} Ha sconfitto tutti e quattro i fratelli e ucciso il Cavaliere Nero [...]. Ma prima ancora aveva fatto di più: aveva disarcionato ser Kay lasciandolo a terra mezzo morto e aveva affrontato un duro scontro con ser Lancillotto concludendolo alla pari. È stato allora che ser Lancillotto lo ha armato cavaliere. (p. 206) *{{NDR|Su [[Sir Gareth]]}} Lancillotto era il cavaliere che il giovane amava di più; perciò rimase quasi sempre con lui anche perché, dopo che si fu assicurato della buona salute di ser Galvano, non volle più accompagnarsi a quell'uomo vendicativo che, quando odiava, era pronto anche a commettere omicidi. E a ser Gareth questo ripugnava. (p. 236) ====Libro VIII==== *Al tempo in cui [[Re Artù|Artù]] era re supremo d'Inghilterra, del Galles, della Scozia e di numerosi regni, v'erano altri sovrani che regnavano su molte contrade: un paio nel Galles, altrettanti in Cornovaglia e nell'Occidente, due o tre in Irlanda e un gran numero nel Settentrione, ma tutti costoro gli dovevano obbedienza ed erano suoi vassalli, al pari del re di Francia, del re di Bretagna, e di tutti gli altri baroni fino a Roma. (p. 241) [[File:Arthur Hughes cartoon the Birth of Sir Tristram.jpg|thumb|La nascita di [[Tristano]]]] *Ah, figlioletto mio [...] hai dato la morte a tua madre! Se in così giovane età sai giù uccidere, suppongo che diverrai un uomo gagliardo e, poiché morrò per averti messo al mondo, voglio che la mia ancella preghi il mio signore e Meliodas che al battesimo ti imponga il nome di [[Tristano]], a significare il dolore della tua nascita. (Elisabetta, p. 242) *{{NDR|Su [[Tristano]]}} [...] egli diede inizio alle buone regole del trattare ogni tipo di cacciagione e introdusse i termini appropriati che sono in uso ancor oggi, onde il libro della caccia col falcone, al cervo e a ogni altro animale selvatico, è chiamato il libro di ser Tristano. Mi sembra pertanto che tutti i gentiluomini di antico blasone debbano giustamente onorarlo, perché è proprio da tali termini, che resteranno in uso fino al giorno del Giudizio, che gli uomini d'onore possono distinguere un gentiluomo da un uomo libero e quest'ultimo da un villano. Colui che è [[Gentilezza|gentile]] sarà infatti attratto dalle virtù cortesi e seguirà i nobili costumi degli uomini d'onore! (p. 244) *Ora accadde che re Agwisance d'Irlanda mandasse a chiedere a [[Marco di Cornovaglia|re Marco di Cornovaglia]] il tributo che questi gli aveva corrisposto per molti inverni e che da sette anni aveva smesso di pagare. Il re e i suoi baroni ordinarono ai messaggeri di tornare dal loro signore con questa risposta:<br>«Noi non gli pagheremo alcun tributo e se vorrà esigerlo mandi in Cornovaglia un cavaliere fidato che combatta per il suo diritto, perché noi ne troveremo un altro che difenda il nostro.»<br>I messageri tornarono dunque con quella risposta che accese d'ira re Agwisance. Convocato [[Morholt|ser Moroldo]], un nobile e provato cavaliere, compagno della Tavola Rotonda e fratello della regina d'Irlanda, il sovrano gli disse:<br>«Bel fratello, ti prego di andare per amor mio in Cornovaglia a combattervi per il tributo che ci spetta. Sarai ben risarcito per tutto quello che spenderai e avrai più di quanto ti occorra.»<br>«Sire» rispose ser Moroldo «per il diritto vostro e della vostra terra non esiterò a dare battaglia al miglior cavaliere della Tavola Rotonda, conosco la maggior parte di loro e le imprese che hanno compiuto, e affronterò volentieri questo viaggio che accrescerà la fama delle mie gesta.» (p. 245) *Raccomandami a mio zio re Marco e pregalo, se sarò ucciso in battaglia, di seppellire il mio corpo nel modo che riterrà più opportuno [...]. Sappia che non mi arrenderò per viltà e che mi farò uccidere piuttosto che fuggire: in tal modo il regno non sarà costretto al tributo per causa mia; ma se mi arrendersi dichiarandomi sconfitto o se fuggissi, digli che non dovrà mai seppellirmi in terra consacrata. ([[Tristano]], p. 248) *Appena ser Moroldo ebbe scorto Tristano, gli disse:<br>«Giovane cavaliere, ser Tristano, che fate qui? Sono molto dispiaciuto che abbiate avuto tanto coraggio, perché dovete sapere che mi sono battuto con molti nobili cavalieri, i migliori di questo paese e del mondo intero, e li ho vinti tutti. Seguite dunque il mio consiglio e ripartite.»<br>«Ser Moroldo, cavaliere leale e ben provato» gli rispose ser Tristano «non posso rinunciare alla nostra contesa perché proprio oggi ho ricevuto l'ordine della cavalleria e mi sono impegnato ad acquistarmi onore combattendo contro di voi che avete fama di essere tra i cavalieri più stimati del mondo. Al contrario io non mi sono ancora cimentato con un buon cavaliere, ma confido in Dio che potrò comportarmi onorevolmente liberando per sempre la Cornovaglia da ogni genere di tributo da parte del vostro paese.»<br>Quando ser Moroldo ebbe inteso il suo intento, aggiunse:<br>«Bel cavaliere, poiché siete deciso ad acquistare merito a mio danno, voglio che sappiate che non sarete disonorato se riuscirete a resistere a tre dei miei colpi, perché è proprio per le mie nobili imprese, provate e vedute, che re Artù mi fece cavaliere della Tavola Rotonda.» (p. 249) *Io non sono che un novello cavaliere e al primo cimento, ma piuttosto che tirarmi indietro preferirei essere fatto in cento pezzi! ([[Tristano]], p. 250) *Con grande benevolenza, il re affidò Tamtrist alla custodia e alle cure della figlia [[Isotta|Isotta la Bella]], che era molto esperta di medicina. La fanciulla infatti scoprì che alla base della ferita vi era del veleno, e la guarì in poco tempo. Così il giovane forestiero nutrì per lei un grande amore, tanto più che non v'era al mondo pulzella o dama più bella, e in cambio delle sue cure le insegnò a suonare l'arpa. E anche Isotta cominciò a sentire una grande inclinazione verso di lui.<br>[[Palamede (ciclo arturiano)|Ser Palamede il Saraceno]], beneaccetto al re e alla regina, si trovava a quel tempo nel paese, e ogni giorno si presentava con molti doni a Isotta la Bella, che amava appassionatamente. Di ciò si avvide Tamtrist, cui era nota la fama di nobiltà e di ardimento del cavaliere, e siccome Isotta la Bella gli aveva anche detto che il Saraceno aveva intenzione di farsi battezzare per amor suo, tra i due cavalieri c'era grande gelosia e Tamtrist ne era molto contrariato. (p. 252) [[File:Waterhousem Tristan and Isolde.jpg|thumb|Tristano e Isotta bevono il filtro d'amore]] *Un giorno Isotta la Bella e la regina sua madre prepararono un bagno per Tamtrist. Mentre egli era immerso nell'acqua accudito da Governale e da ser Hebes e le due donne si affaccendavano da una parte all'altra della camera, il caso volle che la regina vedesse la spada del giovane posata sul letto e che malauguratamente la traesse dal fodero. Dopo averla ammirata a lungo, ché era invero un'arma molto bella, le due dame notarono che il filo della lama era rotto a un piede e mezzo dalla punta e che ne mancava un buon pezzo. Quella falla ricordò subito alla regina il frammento di spada trovato nel cranio di ser Moroldo.<br>«Ahimè, figlia mia» esclamò «costui è il cavaliere traditore che uccise mio fratello, tuo zio!»<br>Isotta ne fu amaramente turbata, ché amava profondamente Tamtrist e conosceva appieno la crudeltà della madre.<br>Intanto la regina si era prontamente recata nella propria camera e da un suo cofano aveva preso il framment di spada estratto dalla testa di ser Moroldo dopo la sua morte; quindi si era affrettata a tornare al letto su cui era posata l'arma di Tamtrist e vi aveva inserito il pezzo d'acciaio: esso combaciò con la tacca della lama quasi non se ne fosse mai distaccato.<br>Subito la dama impugnò fieramente la spada e con tutta la sua forza corse addosso a Tamtrist che era ancora nel bagno, sì che lo avrebbe tagliato in due se ser Hebes non l'avesse afferrata per le braccia strappandole l'arma di mano. Non avendo così potuto portare a termine il suo malvagio intento, la regina corse dal marito, re Agwisance, e, gettatasi in ginocchio, gli disse:<br>«Ahimè, mio signore, ospitate in casa vostra il traditore che uccise mio fratello ser Moroldo, nobile combattente e vostro servitore.»<br>«Chi è e dove si trova?» chiese il re.<br>«È Tamtrist, colui che mia figlia ha guarito.» (p. 255) *Mio padre è ser Meliodas re di Liones e mia madre, che si chiamava Elisabetta, era sorella di re Marco di Cornovaglia. Ella morì nel darmi la luce nella foresta e, proprio per questo, prima di spirare ordinò che al battesimo mi fosse imposto il nome di Tristano, ch'io trasformai qui in Tamtrist poiché non volevo essere riconosciuto. Ho combattuto per il tributo della Cornovaglia per amore di mio zio e per il diritto di quella terra che egli possedeva da molti anni, e anche per accrescere il mio onore, perché ero stato fatto cavaliere proprio quel giorno ed ero al mio primo cimento. Solo per questo intrapresi la battaglia, e sappiate inoltre che ser Moroldo si sottrasse a me ancora in vita, abbandonando lo scudo e la spada. ([[Tristano]], p. 256) *Col passare del tempo [...] sorsero dissidi e gelosie tra il re e il nipote a causa di una dama, moglie del nobile conte ser Segwaride, di cui entrambi erano innamorati. La dama amava molto ser Tristano che la ricambiava, poiché era invero bella, e il cavaliere lo aveva ben notato, e re Marco, accesosi anch'egli d'amore per lei, lo aveva saputo e ne era geloso. (p. 258) *[...] benché tra loro vi fossero belle parole, finché visse re Marco non amò più il nipote {{NDR|[[Tristano]]}}, poiché ogni affetto si era spento per sempre. (p. 260) *[...] colui che ha una segreta [[ferita]] è riluttante a mostrare apertamente l'ingiuria subita! (p. 260) *[[Lancillotto|Ser Lancillotto]] non ha pari per gentilezza e cavalleria e, per il grande affetto che nutro per lui, non combatterò più di mia volontà contro di voi. ([[Tristano]], p. 264) *[...] re Marco non smise mai di pensare in cuore suo al modo di far perire Tristano. Infine escogitò di mandarlo come suo messaggero in Irlanda a chiedere in moglie Isotta la Bella, di cui il nipote aveva tanto lodato l'avvenenza e la bontà. Ma tutto ciò era fatto con l'intento di farlo morire. (p. 265) *Ser Tristano prese dunque il mare e, mentre si trovava nella cabina insieme ad Isotta, accadde che avessero sete e che lì accanto vi fosse una piccola fiasca d'oro contenente, a giudicare dal colore e dal sapore, un vino prelibato. Subito il giovane la prese dicendo:<br>«Madama Isotta, ecco la migliore bevanda che abbiate mai gustata e che la vostra ancella dama Brangania e il mio servitore Governale tenevano per sé.»<br>Risero entrambi di cuore e bevettero liberamente, brindando l'uno all'altra, sì che mai vino sembrò loro più dolce e prelibato. Ma appena l'ebbero inghiottito, essi si amarano sì intensamente che quel loro sentimento non li abbandonò mai più, nella buona e nella cattiva sorte. Era infatti quello il principio di un amore che li avrebbe accompagnati per tutti i giorni della vita. (p. 271) *Non è da buon [[cavaliere]] cogliere un altro in svantaggio [...]. ([[Tristano]], p. 284) *Ser Lamorak si allontanò in compagnia di ser Driant, ed essendosi imbattuto in un cavaliere che per ordine di [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana la Fata]] recava a [[re Artù]] un bel corno rifinito in oro, lo costrinse con la forza a rivelargli il motivo della sua missione. Seppe che il corno aveva una virtù – nessuna dama o gentildonna che non fosse fedele al proprio signore vi poteva bere senza versarne il contenuto – e che Morgana la Fata lo inviava in dono al fratello Artù a causa della [[Ginevra (ciclo arturiano)|regina Ginevra]] e per dispetto a ser Lancillotto.<br>«Se non vuoi morire» disse allora ser Lamorak «porterai il corno a re Marco, e gli dirai che glielo mando perché metta alla prova la fedeltà della sua sposa.»<br>Il cavaliere si recò così da re Marco e gli disse che gli inviava quel corno prezioso e qual era la sua qualità. Il re costrinse quindi la regina Isotta a bere, e dopo di lei cento altre dame, ma solo quattro tra esse riuscirono a non versare la bevanda.<br>«Ahimè, è una grave infamia» esclamò il sovrano, giurando poi solennemente che avrebbe condannato al rogo la regina e le altre.<br>Ma i baroni si radunarono e dichiararono apertamente di non essere disposti a tollerare che le dame venissero arse per via di un oggetto fatto con arti magiche dalla strega più fals e incantatrice che vi fosse al mondo e nemica dei veri amanti, e affermarono che quel corno non operava mai niente di buono e causava solo odio e dissidi. Molti cavalieri fecero pertanto voto di usare ben poca cortesia a Morgana la Fata, se ma l'avessero incontrata. (pp. 284-285) *[...] uccisi ser Moroldo liberando la Cornovaglia dal tributo, e sono anche colui che salvò il re d'Irlanda da ser Blamor di Ganis e che vinse ser Palamede. Sono Tristrano di Liones e, con la grazia di Dio, libererò quest'infelice contrada. ([[Tristano]], p. 291) *«[...] In cambio della mia cortesia voi esponeste al biasimo molte dame, inviando a re Marco il corno di Morgana la Fata, per risentimento verso di me.»<br>«Lo rifarei se fosse il caso» affermò ser Lamorak. «Preferivo che la disputa si svolgesse alla corte di re Marco piuttosto che a quella di re Artù, perché non sono di pari onore.»<br>«Questo lo so, ma voi agiste solo per far dispetto a me» replicò Tristano. «Eppure, nonostante il vostro malanimo, ringrazio Dio che non avete fatto grande danno. Lasciate dunque ogni vostro rancore e io farò altrettanto: uniamo invece le nostre forze e acquistiamoci merito uccidendo il gigantesco signore dell'isola, ser Nabon il Nero.»<br>«Signore, ora comprendo la vostra cavalleria!» esclamò ser Lamorak. «Non può essere menzognero ciò che tutti dicono di voi: per nobiltà, generosità e virtù non avete pari e mi pento di avervi mostrato villania.» (p. 292) *[...] molti dicono dietro le spalle di un uomo quello che non gli direbbero mai in faccia. ([[Lamorak]], p. 295) ====Libro IX==== *Un giorno giunse alla corte di [[Re Artù|Artù]] un giovane di robusta costituzione, abbigliato sfarzosamente con una cotta di un ricco tessuto d'oro che tuttavia gli pendeva malamente addosso, a richiedere al re che lo armasse cavaliere.<br>«Come vi chiamate?» gli domandò il sovrano.<br>«[[Sir Breunor|Brunoro il Nero]], sire, e non tarderete a sapere che sono di nobile schiatta.»<br>«Sarà anche così» commentò [[Sir Kay|ser Kay]] «ma a vostro scherno sarete chiamato La Cotta Maltagliata per la pessima foggia del vostro abito.» (p. 299) *Sire [...] chiedo a voi e a tutta la corte che mi chiamate La Cotta Maltagliata: così mi ha soprannominato ser Kay e non voglio altro nome. ([[Sir Breunor]], p. 300) *Se alla tua prima giostra ti inviano un buffone a combatterti, sei davvero tenuto in poco conto alla corte di Artù! (Damigella Maldicente, p. 302) *Ah, bella damigella [...] vi prego di avere pietà e di non insultarmi oltre, perché la mia afflizione è grande abbastanza anche se non ne aggiungete del vostro. Tuttavia non mi considero un cattivo cavaliere per essere stato abbattuto da un compagno della Tavola Rotonda. ([[Sir Breunor]], p. 302) *{{NDR|Su [[Sir Breunor]]}} [...] vi dico apertamente che è un bravo cavaliere, e che si proverà nobile e prode. Se non si tiene ancora saldo in sella è solo perché gliene mancano la pratica e l'esperienza, ma quando è il momento di maneggiare la spada sa colpire con forza e valentia, ed è ciò che hanno compreso ser Bleoberis e [[Palamede (ciclo arturiano)|ser Palamede]] che, da uomini scaltriti dall'uso delle armi, sanno giudicare dal modo di cavalcare di un avversario se saranno in grado di rovesciarlo di sella o di assestagli un buon colpo. Ma per lo più essi non sono disposti a combattere a piedi con i giovani cavalieri, che sono agili e vigorosi. ([[Mordred]], p. 304) *{{NDR|Su [[Glatisant la Bestia]]}} Si trattava della bestia con la testa da serpente, il corpo da leopardo, le natiche da leone e le zampe da cervo; inoltre, ovunque essa andasse, dal suo ventre scaturiva uno strepito quasi vi fossero trenta coppie di veltri latranti. (p. 314) *[...] nessuno è conformato in modo da poter aver [[successo]] in ogni occasione: talvolta si ha la peggio per mala ventura e talaltra colui che è meno meritevole mette in svantaggio chi è migliore di lui. (p. 314) *«Chi vorreste assalire?» chiese [[Lamorak|ser Lamorak]].<br>«[[Lancillotto|Ser Lancillotto del Lago]]: se mai lo incontrassimo non potrebbe sfuggirci e lo metteremo a morte!»<br>«Vi assumete un compito molto arduo, perché è un cavaliere nobile e ben provato» fu la risposta di ser Lamorak.<br>«Non ne dubitiamo, ma ognuno di noi è sufficientemente forte per tenergli testa.»<br>«Non lo credo» replicò ser Lamorak. «In tutta la mia vita non ho mai inteso d'alcun cavaliere che ser Lancillotto non riuscisse a superare.» (p. 315) *[...] ognuno ritiene infatti che la propria dama sia superiore a ogni altra, e voi non dovete adirarvi se io lodo colei che maggiormente amo. Se la mia signora, la regina Ginevra, è ai vostri occhi la più avvenente, sappiate che la regina Morgawse sembra più bella ai miei, ed è ciò che ogni cavaliere pensa della propria dama. ([[Lamorak]], p. 316) *Ho ricevuto una bella ricompensa per aver combattuto contro [[Morholt|ser Moroldo]] e liberato il regno dalla sudditanza; e anche per aver portato in Cornovaglia la [[Isotta|regina Isotta]] sopportando gravi costi e pericoli. Quale compenso mi fu dato per essermi battuto con ser Blamor di Ganis in difesa di re Agwisance padre di Isotta la Bella, e cosa mi venne per aver abbattuto ser Lamorak il Gallese su richiesta di re Marco, o per aver vinto il Re dei Cento Cavalieri e il re del Galles del Nord che minacciavano le sue terre? E ancora, per aver salvato la regina dal buon cavaliere ser Palamede, e per aver ucciso il potente gigante Tawlas? Sappia re Marco, che ora mi dà tale mercede, che fu solo per amor mio che molti nobili cavalieri della Tavola Rotonda hanno finora risparmiato i baroni di questa contrada! ([[Tristano]], p. 326) *«Cosa volete fare?» gli chiese ser Dinadan. «Non compete a noi affrontare trenta cavalieri, e sappiate che non ci sto. Contro uno solo ne basterebbero anche due o tre, e certo io non vorrò misurarmi con una quindicina.»<br>«Vergogna a voi!» lo rimproverò ser Tristano. «Dovrete fare solo la vostra parte.»<br>«Non lo farò» ribatté ser Dinadan «a meno che non mi prestiate il vostro scudo di Cornovaglia: per la fama di viltà che hanno i cavalieri di quel paese, farà sì che i miei avversari siano indulgenti verso di me.»<br>«Non mi separerò mai dal mio scudo per amore di colei che me lo diede» affermò ser Tristano. «Tuttavia, ser Dinadan, vi garantisco che se non vi impegnerete a rimanere con me, vi ucciderò qui sul posto, perché non vi chiedo altro che di battervi con un solo avversario. Se poi non vi reggerà il cuore, ve ne starete da parte a osservare lo scontro tra me e gli altri.»<br>«Sta bene» fu la risposta di ser Dinadan «e vi prometto che farò il possibile per salvarmi; tuttavia vorrei non avervi mai incontrato!» (p. 327) *«Che scompiglio è mai questo?» protestò ser Dinadan. «Io vorrei riposarmi!»<br>«Non si può» ribatté ser Tristano «abbiamo vinto i signori del castello e ora dobbiamo difenderne il costume. Tenetevi dunque pronto.»<br>«In nome del demonio» esclamò ser Dinadan «perché mai mi sono unito a voi!»<br>Ci si preparò allo scontro: ser Gaheris affrontò ser Tristano e fu disarcionato; ser Palamede si misurò invece con ser Dinadan e lo abbatté al suolo. Si ebbe pertanto una caduta per parte e necessitava combattere a piedi, ma ser Dinadan, che era rimasto malamente contuso, non ne volle sapere. Ser Tristano andç allora ad allacciargli l'elmo pregandolo di aiutarlo.<br>«Non lo farò» rispose ser Dinadan. «Or non è molto abbiamo combattuto contro trenta cavalieri e ne risento ancora le ferite. Ma voi vi comportate come un folle o come un uomo fuor di senno che voglia buttarsi allo sbaraglio, e io posso solo maledire il momento in cui vi ho veduto. In tutto il mondo non vi sono che due cavalieri altrettanto pazzi: voi, ser Tristano, e ser Lancillotto, con cui mi accompagnai un tempo così come ora ho fatto con voi; ed egli mi fece tanto faticare che dovetti poi starmene a letto per tre mesi. Che il buon Gesù mi salvi da tali cavalieri, e in particolare dalla vostra compagnia!» (p. 329) *Ebbene, qui si può imparare che nessun [[cavaliere]] è tanto forte che non possa essere scavalcato, nessuno tanto saggio che non possa sbagliare, e che cavalca bene colui che non è mai caduto! ([[Dinadan]], p. 332) *{{NDR|Su [[Tristano]]}} Gesù misericordioso! Dacché presi le armi non vidi mai un cavaliere compiere gesta sì stupefacenti! Se lo assalissi ora, recherei onta a me stesso. ([[Lancillotto]], p. 335) *[...] un buon cavaliere deve sempre favorire un altro, giacché i simili sono attratti dai simili. (Re dei Cento Cavalieri, p. 336) *Ahimè, non posso mai acquisire onore là dove è ser Tristano [...]. Se non ci troviamo nello stesso luogo, il più delle volte sono io che ottengo il premio, a meno che non siano presenti ser Lancillotto o ser Lamorak. Ma ser Tristano ha sempre avuto la meglio su di me, prima in Irlanda, poi in Cornovaglia e in altri luoghi di questa contrada. [...] Tuttavia, a dire il vero, egli è il cavaliere più gentile che vi sia al mondo. ([[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]], p. 337) *[...] nell'ardore della lotta spesso si colpiscono gli amici al pari dei nemici. ([[Lancillotto]], p. 343) *Messere, quando foste creato cavaliere della Tavola Rotonda giuraste che non vi sareste mai scontrato consapevolmente con alcuno dei vostri compagni, e, perdio, [[Gaheris|ser Gaheris]], avete ben riconosciuto il mio scudo così come io ho riconosciuto il vostro! Sappiate però che se voi siete disposto ad infrangere il vostro giuramento io non mancherò al mio, e non già perché vi tema, ché potrei benissimo battermi con voi anche se siete mio cugino carnale! ([[Ywain]], p. 345) *Onta ai falsi cavalieri di Cornovaglia, che non hanno alcun merito! ([[Sir Kay]], p. 346) *Sire, faceste grave onta a voi e alla vostra corte quando bandiste dal paese ser Tristano. Se egli fosse stato qui, non avreste dovuto temere alcun cavaliere! ([[Gaheris]], p. 346) *{{NDR|Rivolto a [[Marco di Cornovaglia]]}} Siete un re unto con crisma e dovreste essere alleato d'ogni uomo d'onore. Meritate pertanto la morte! ([[Gaheris]], p. 347) *È difficile staccare la carne che è cresciuta intorno all'osso! ([[Lancillotto]], p. 348) *Anche il [[Pecora e lupo|lupo]] lascerebbe in pace la pecora se si trovassero insieme nella stessa prigione! ([[Dinadan]], p. 348) *Come dice il libro francese, [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana]] preferiva ser Lancillotto a ogni altro, e lo desiderava in ogni momento benché egli non acconsentisse ad amarla né a far nulla su sua richiesta. (p. 351) ====Libro X==== *Un [[cavaliere]] così ardito non morrà per mano di un branco di vigliacchi! ([[Tristano]], p. 357) *Ahimè, [[Isotta|Bella Isotta]] regina di Cornovaglia, perché mai vi amo? [...] Voi non avete colpa di questa mia pena e il biasimo ricade solo sui miei occhi: siete la più bella di tutte, e io da stolto non posso fare a meno di esservi devoto anche se non mi dimostrate né amore né cortesia, e amate riamata ser Tristano di Liones che è il cavaliere migliore del mondo. ([[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]], p. 373) *«Ecco un castello che non potrebbe essere preso o conquistato con alcuna macchina da guerra» disse ser Dinadan indicandolo al compagno. «Vi dimora la regina Morgana la Fata: lo ricevette dal fratello re Artù, che se ne è poi pentito amaramente. Da quel momento non c'è stato più accordo tra loro e la sorella gli ha fatto guerra ogni volta che ha potuto mantenendo proprio in questo maniero un folto gruppo di armati al solo scopo di distruggere quanti sono cari al re. Infatti non vi passa alcun cavaliere che non debba combattere contro uno, due o persino tre avversari. Se poi appartiene ad Artù ed è sconfitto, perde cavallo, armatura e ogni altra cosa che possiede, e persino la libertà qualora non riesca a fuggire.»<br>«Dio mi protegga!» esclamò ser Palamede. «Fare guerra al proprio signore che è chiamato il fiore della cavalleria cristiana e pagana è un costume malvagio e indegno di una regina, e io vi porrò fine di tutto cuore. Morgana non riceverà mai alcun servigio da me, e se come penso mi manderà contro i suoi cavalieri, essi avranno dì che combattere!» (p. 377) *Il racconto torna ora a [[Lamorak|ser Lamorak]] che era lodato e onorato da ogni buon cavaliere all'infuori di [[Gawain|ser Galvano]] e dei suoi fratelli che desideravano solo il suo male e che, meditando di cogliere l'occasione per ucciderlo, fecero venire la madre in un castello vicino a Camelot. La regina di Orkney era infatti giunta da poco allorché ser Lamorak le inviò un messaggero e fissò con lei un convegno di cui venne subito a conoscenza [[Gaheris|ser Gaheris]], che si pose in agguato.<br>A notte, ser Lamorak arrivò tutto armato, legò il cavallo vicino a una postierla segreta ed entrò in una stanza dove si tolse l'armatura; quindi raggiunse il letto della regina dove, amandosi di tutto cuore, essi trassero grande gioia l'uno dall'altra.<br>Quando ser Gaheris giudicò che fosse giunto il momento si accostò al letto e, afferrata bruscamente la madre per i capelli, le mozzò la testa. Ser Lamorak sentì così sprizzare su di sé il sangue caldo di colei che amava e balzò dal letto gridando come uomo aflitto e sgomento:<br>«Ah, ser Gaheris, cavaliere della Tavola Rotonda, avete commesso un'azione malvagia e vile! Perché uccideste la madre che vi generò? Avreste avuto maggior ragione di colpire me!»<br>«Dici il vero, e benché l'uomo sia nato per offrire il proprio servigio alla donna, sei tu che hai commesso l'offesa» replicò ser Gaheris. «Tuo padre uccise il nostro, eppure tu hai giaciuto con nostra madre disonorando me e i miei fratelli: è una vergogna troppo grande perché sia tollerata! Quanto poi a tuo padre re Pellinor, sappi che fu ucciso da me e da mio fratello Galvano.»<br>«Avete commesso un torto ancora più grande e fareste bene a ricordare ce la morte di mio padre non è ancora stata vendicata!»<br>«Non minacciarmi, Lamorak, altrimenti ti ucciderò. È solo perché ora sei disarmato che il mio onore di cavaliere mi vieta di metterti a morte, ma sappi che in qualunque altra occasione ti rincontrerò, non risparmierò la tua vita» ribatté ser Gaheris. «Ormai mia madre è affrancata da te: vai dunque a prendere il cavallo e vattene.» (pp. 385-386) [[File:Boys King Arthur - N. C. Wyeth - p162.jpg|thumb|La morte di Lamorak]] *Ser Lamorak si separò da Lancillotto e ripartì da solo, e fu così che ser Galvano e i suoi tre fratelli [[Agravaine|Agravano]], Gaheris e [[Mordred]] andarono ad attenderlo in un luogo appartato: gli uccisero il cavallo poi lo assalirono tutti insieme, di fronte, alle spalle e ai lati e, dopo più di tre ore di combattimento, ché ser Lamorak si difendeva da valoroso, ser Mordred gli aprì una profonda ferita nella schiena e gli altri lo fecero a pezzi.<br>Così morì il nobilissimo ser Lamorak, cavaliere della Tavola Rotonda; ma sappiate che [[Sir Gareth|ser Gareth]], il quinto fratello di ser Galvano, non ebbe alcuna parte nel vile assassinio. (p. 387) *«Ne ho visti di stolti come voi!» esclamò allora ser Dinadan adirato. «E uno proprio quest'oggi: se ne stava disteso accanto a una fonte con aria trasognata, lo scudo appoggiato al suolo e il cavallo poco distante, e sogghignava come un folle senza dire una parola. Compresi così che si trattava di un [[Innamoramento|innamorato]].»<br>«E voi non lo siete, bel cavaliere?» gli chiese ser Tristano.<br>«Maledetto chi lo è!» proruppe ser Dinadan.<br>«Avete torto, perché soltanto il cavaliere innamorato può essere prode» replicò ser Tristano. (pp. 408-409) *«In guardia, cavaliere» gridò poi a ser Epinogrus. «È abitudine dei cavlieri erranti sfidarsi alla giostra.»<br>«È forse costume di tali cavalieri imporre di combattere che lo si voglia o no?»<br>«È tale per me, e tanto vi basti» replicò ser Dinadan. (p. 409) *«[...] io non so cosa spinga ser Tristano e tanti altri innamorati a perdere la ragione e l'intendimento per delle donne!» commentò ser Dinadan.<br>«Come, siete un cavaliere e non siete innamorato? Vergognatevene: non potete certo essere chiamato prode se non venite a contesa per una dama.»<br>«Dio me ne guardi!» esclamò ser Dinadan. «Le gioie d'amore sono troppo brevi e le pene che ne derivano fin troppo durature.» (p. 412) *«Ma perché siete tanto incollerito?»<br>«Ah, codardo, disonori la cavalleria!» lo ingiuriò ser Dinadan.<br>«Poco importa dal momento che mi metterò al vostro servizio e rimarrò sotto la vostra salvaguardia. Siete così prode che mi proteggerete» replicò ser Tristano.<br>«Il diavolo mi liberi da te! D'aspetto sei il migliore uomo d'armi che abbia mai visto, ma anche il più pusillanime.» (p. 413) *"Date [[potere]] al [[villano]] e questi non ne avrà mai abbastanza". Infatti, laddove il governo è affidato a una persona di bassi natali mentre il signore delle terre è di nascita elevata, avverrà che il [[Plebe|plebeo]] non tollererà al proprio fianco alcun gentiluomo, e ne perseguirà anzi la rovina. (p. 417) *{{NDR|Su [[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]]}} [...] tutti lo lodarono e affermarono che seppure ancora saraceno, era un credente della migliore specie, ben disposto d'animo e assolutamente leale e fedele alla parola data. (p. 420) *Ora oso dire che siete la dama più bella che abbia mai visto, e che ser Tristano è un cavaliere prode e prestante quant'altri mai. Mi sembra perciò che siate fatti l'uno per l'altra! ([[Re Artù]], p. 441) *Ah, Palamede, Palamede [...] perché sei così emaciato, tu che un tempo eri chiamato uno dei più bei cavalieri del mondo? Ah, non voglio più vivere questa vita perché amo colei che non potrò mai avere o conquistare! ([[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]], p. 452) *«Signore, ecco come mi discolpo: in quanto alla regina Isotta, sappiate che l'amo da lungo tempo più di ogni altra, e a lei debbo gli onori che ho conquistato, ché altrimenti sarei rimasto il cavaliere più indegno del mondo. Ovunque andavo, il suo ricordo mi accompagnava e mi spingeva a compiere imprese meritevoli. Tuttavia finora non ebbi mai da lei ricompensa e pur essendo il suo cavaliere non ricevetti alcun guiderdone! Perciò, ser Tristano, non temo la morte perché, sapendo che non possiederò mai la mia regina, mi è indifferente vivere o morire, e se fossi armato come lo siete voi, mi batterei di buon animo.»<br>«La vostra stessa bocca ha rivelato il tradimento!» proruppe ser Tristano.<br>«Non ho commesso alcuna slealtà» protestò l'altro. «Ogni uomo è libero di amare, e benché abbia riposto il cuore nella vostra dama, ella è mia quanto è vostra. Se questo è un torto, allora sono colpevole, ma voi godete di lei e appagate il vostro desiderio, mentre io non ebbi mai nulla né spero di averlo in futuro, e tuttavia l'amerò quanto voi fino all'ultimo istante della mia vita.» (p. 453) ====Libro XI==== *Mentre in un giorno di Pentecoste, i cavalieri sedevano alla [[Tavola Rotonda]], si presentò ad [[Re Artù|Artù]] un eremita che vide il [[Seggio Periglioso]] e chiese al re e ai baroni perché non fosse occupato.<br>«Su quel seggio non siederà che colui che è destinato, ogni altro vi troverà la morte» gli fu risposto.<br>«Sapete chi è?» domandò allora l'eremita.<br>«Non lo sappiamo ancora.»<br>«Lo so io» dichiarò allora il sant'uomo. «Vi prenderà posto un cavaliere che non è stato ancora concepito, ma che nascerà quest'anno e sarà colui che conquisterà il Sangrail.» (p. 456) *[...] entrò, giovane e bellissima, una damigella che recava tra le mani un vaso d'oro. Allora il re e tutti quanti si trovavano nella sala si inginocchiarono devotamente a pregare.<br>«Oh, Gesù!» esclamò ser Lancillotto. «Cosa può significare?»<br>«È il [[Graal|Sangrail]], l'oggetto più prezioso che alcun essere vivente possieda» fu la risposta del re. «Quando sarà portato altrove, la Tavola Rotonda si spezzerà.» (p. 458) *A tempo debito, [[Elaine di Corbenic|Elaine]] partorì un bel bambino che fu allevato con cura e affetto e battezzato [[Galahad]], perché quello era il nome che ser Lancillotto aveva ricevuto al fonte battesimale e che poi la Dama del Lago aveva mutato in Lancillotto. (p. 460) *Sappiate, ser Bors, che questo fanciullo è Galahad; siederà sul Seggio Periglioso e otterrà il Sangrail, e si dimostrerà migliore di suo padre ser Lancillotto. ([[Elaine di Corbenic]], p. 462) *[...] solo gli uomini valorosi e retti che amano e temono Dio possono conquistare onore; altrimenti, per quanto arditi, non vi riescono. ([[Re Pescatore|Re Pelles]], p. 462) *Ser Bors si era appena sdraiato di nuovo per riposare, quando sentì un grande frastuono provenire dalla camera vicina e si vide piovere dentro, non sapeva se dalle porte o dalle finestre, nugoli di frecce e di quadrelli tanto fitti da lasciarlo stupito; molti lo colpirono e lo ferirono nei punti in cui il suo corpo non era protetto.<br>Ed ecco sopraggiungere un orribile leone: ser Bors gli si fece incontro; la fiera gli portò via lo scudo, ma egli riuscì a mozzarle la testa. Non passò molto che nella corte vide un orrendo drago sulla cui fronte sembrava fossero scritte lettere d'oro che ser Bors pensò avessero il significato di "re Artù". Giunse poi un leopardo brutto e vecchio che si batté a lungo e accanitamente con il drago; ma a un certo punto questi sputò fuori dalla bocca qualcosa come un centinaio di piccoli draghi che uccisero e fecero a pezzi il leopardo.<br>Apparve poi nella sala e si mise a sedere su un bel seggio un vecchio che sembrava avere intorno al collo due vipere. Teneva in mano un'arpa e prese a cantare un'antica canzone che narrava come Giuseppe di Aramitea fosse giunto in quel paese. Quando ebbe finito, consigliò a ser Bors di andare via.<br>«Qui non incontrerete altre avventure» gli disse. «Vi siete portato con grande onore, e più ne acquisterete in futuro.»<br>Parve allora a ser Bors che giungesse una colomba candida recante nel becco un incensiere d'oro, e che la tempesta imperversata fino ad allora cessasse e si allontanasse di colpo, mentre la sala si empiva di straordinari profumi. Poi vide quattro fanciulli che portavano quattro bei ceri e in mezzo ad essi un vecchio con un cero in una mano e una lancia nell'altra. Si trattava dell'arma che aveva nome Lancia della Vendetta. (pp. 463-464) *Dite [...] a [[Sir Kay|ser Kay il Siniscalco]] e a [[Mordred|ser Mordred]] che confido in Dio che sarò valoroso quanto loro, e non dimenticherò mai i motteggi e le derisioni che mi indirizzarono il giorno in cui fui investito cavaliere: non comparirò a corte finché tutti non parleranno di me con maggiore rispetto di quanto sia mai stato dimostrato loro. ([[Parsifal]], p. 472) *{{NDR|Su [[Parsifal]]}} [...] era infatti uno dei migliori cavalieri del mondo, e in lui la vera fede era ben salda. (pp. 473-474) *Ed ecco avvicinarsi il sacro vaso del Sangrail accompagnato da soavità e profumi di ogni sorta. I due cavalieri non poterono distinguere con chiarezza chi lo portava; solo ser Percival intravvide appena sia il vaso sia la vergine purissima che lo recava tra le mani. Immediatamente si trovarono entrambi perfettamente risanati nelle membra e nel corpo, e resero grazie a Dio in grande umiltà.<br>«Gesù» disse ser Percival «cosa significa che siamo guariti, mentre unmomento fa eravamo in punto di morte?»<br>«Lo so io» rispose ser Ector. «È stato il sacro vaso portato da una vergine e contenente il santo sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Solo un uomo di assoluta perfezione può vederlo.» (p. 474) ====Libro XII==== *Se la mia morte potesse giovarvi e la mia vita non vi fosse di alcuna utilità, ebbene, sarei pronta a morire per voi! ([[Elaine di Corbenic]], p. 481) *«Ah, [[Tristano|ser Tristano]]» esclamò allora [[Palamede (ciclo arturiano)|ser Palamede]] «sapete bene che non posso battermi senza perdere l'onore. Voi siete allo scoperto e io sono armato: se vi uccidessi l'onta ricadrebbe su di me. Del resto, conosco la vostra forza e la vostra resistenza.»<br>«È vero, e adesso capisco quanto siete prode.»<br>«Vi prego, rispondete a una domanda.»<br>«Volentieri. Con l'aiuto di Dio vi dirò la verità.»<br>«Fate il caso che voi foste armato di tutto punto e io non lo fossi: cosa vi suggerirebbe di farmi l'onore cavalleresco?»<br>«Ora capisco!» esclamò ser Tristano. «Poiché devo dare il mio parere, Dio mi benedica, quel che dirò non sarà dettato dalla paura. Vi risponderò quindi che in tal caso non vorrei battermi e vi lascerei andare.»<br>«E anch'io non voglio. Perciò, prendete la vostra strada!»<br>«Posso sempre scegliere se restare o andar via, invece. Ma c'è una cosa che mi stupisce: perché un cavaliere valoroso come voi non vuole essere battezzato, mentre vostro fratello ser Safer si è fatto cristiano già da tempo?»<br>«Sebbene in cuor mio creda già in Gesù Cristo e nella sua dolce madre Maria, secondo un voto che ho fatto anni fa devo ancora affrontare uno scontro; poi mi farò battezzare, e con grande gioia.»<br>«In fede mia, allora non dovrete cercare a lungo quest'ultima battaglia! Dio non voglia che per colpa mia restiate ancora saraceno!» (p. 488) *«E adesso?» gli chiese Tristano. «Ti ho alla mia mercé come poc'anzi mi avevate voi. Ma i cavalieri di corte non dovranno mai dire che ser Tristano ha ucciso un guerriero disarmato. Quindi, riprendete la vostra arma e portiamo a termine lo scontro.»<br>«Desidererei davvero di finirlo» rispose l'altro «ma non ho molta voglia di battermi ancora, anche perché l'offesa che vi ho arrecata non è tanto grave che non possiamo diventare amici. Osai dire che [[Isotta|Isotta la Bella]] non ha pari tra le dame; non l'ho mai disonorata e, anzi, è grazie a lei che ho ottenuto gran parte dell'onore che mi sono conquistato. Le mie offese non furono mai rivolte alla regina, ma a voi, e oggi mi avete ripagato con un gran numero di colpi. Ad alcuni ho potuto rispondere, ma adesso devo ammettere che non ho mai incontrato un uomo forte e resistente quanto voi, salvo ser Lancillotto del Lago. Perciò, mio signore, vi chiedo di perdonarmi ogni cosa e di condurmi oggi stesso alla chiesa più vicina dove prima vorrei confessarmi e poi essere battezzato. In seguito andremo insieme alla corte di Artù per partecipare alla grande festa.»<br>«Allora prendete il cavallo: faremo come avete detto, e che Dio vi perdoni per tutti i vostri peccati come ho già fatto io! A un miglio da qui il vescovo suffraganeo di Carlisle potrà impartirvi il sacramento del battesimo.»<br>Montarono a cavallo insieme a ser Galleron e, giunti alla presenza del vescovo, gli esposero quanto volevano. Il sant'uomo fece riempire un grande bacile d'acqua, la consacrò, poi confessò e assolse ser Palamede. Ser Tristano e ser Galleron furono i suoi padrini.<br>Poco dopo, ripartirono per Camelot dove trovarono il re, la regina e quasi tutti i cavalieri della Tavola Rotonda, che furono molto lieti di sapere che ser Palamede si era fatto cristiano. (pp. 490-491) ====Libro XIII==== *«Ora sono certo che voi della [[Tavola Rotonda]] partirete alla ricerca del [[Graal|Sangrail]] e che io non vi vedrò mai più tutti insieme» dichiarò allora Artù. «Voglio perciò che vi riuniate per giostrare e torneare nel prato sotto Camelot in modo che, dopo la vostra morte, si possa tramandare che in questo giorno erano qui raccolti tanti valorosi combattenti.» (p. 501) *Rientrati tutti tra le mura di Camelot, il re e i baroni si recarono ad ascoltare i vespri nella cattedrale e poi a cena, dove ciascuno dei cavalieri prese posto, come prima, sul proprio seggio. Ma ecco che, tra improvvisi scoppi e rombi di tuono che fecero temere che il palazzo stesse crollando, nella sala penetrò un raggio di sole sette volte più vivido di quanto si fosse mai visto e tutti furono investiti dalla grazia dello Spirito Santo. Guardandosi intorno, i cavalieri osservarono che gli altri sembravano circonfusi di bellezza, ma non poterono pronunciare una sola parola. Poi, apparve il Santo Graal velato di sciamito bianco, così che nessuno poté vederlo o capire chi lo recasse, e la sala si riempì di profumi mentre davanti ai commensali comparivano i cibi e le bevande che prediligevano. Dopo aver attraversato l'intero ambiente, il sacro vaso scomparve d'un tratto, e solo allora i presenti ritrovarono la voce e il re rese grazie a Dio per la benevolenza che aveva mostrato loro. (p. 502) *Non torneranno più tutti {{NDR|i [[cavalieri della Tavola Rotonda]]}} insieme perché molti moriranno nel corso della ricerca. Io li amo quanto la mia stessa vita, e lo scioglimento di questa compagnia mi provoca un tremendo dolore, poiché la loro presenza alla mia corte era ormai un costume consolidato. ([[Re Artù]], p. 503) *Il mio peccato e la mia malvagità mi hanno sprofondato nel disonore [...]. Finché ho perseguito avventure mondane per soddisfare desideri terreni, le ho sempre compiute in modo impareggiabile e senza mai subire sconfitte nelle giuste come nelle inique contese. Ma ora che ho intrapreso avventure celesti, capisco che il mio antico peccato mi ostacola e mi svergogna al punto che quando mi è apparso il sacro sangue non ho avuto la forza di muovermi e di parlare. ([[Lancillotto]], p. 518) *{{NDR|Su [[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]]}} Tutte le mie gesta d'armi le ho compiute per amor suo [...] e per lei mi sono battuto, a torto o a ragione. Non ho mai fatto nulla solo per amore di Dio, ma sempre anche per conquistarmi onore e farmi andare di più, e ne sono stato poco o nulla grato al Signore. ([[Lancillotto]], p. 519) ====Libro XIV==== *«[[Mago Merlino|Merlino]] istituì la [[Tavola Rotonda]] a somiglianza della sfericità del mondo in essa perfettamente rappresentato» proseguì la reclusa. «Nella Tavola Rotonda, infatti, l'intero mondo cristiano e pagano trova ristoro, tanto che coloro che sono scelti a fare parte di quell'eletta compagnia si reputano colmi di grazia e più onorati che se fossero i padroni di metà della terra. Hai potuto vedere anche tu come, pur di appartenervi, i cavalieri siano disposti a perdere padre, madre, famiglie, mogli e figli, come facesti tu stesso che, per unirti a loro, abbandonasti tua madre senza volerla più vedere.<br>«Dunque, quando Merlino istituì la Tavola Rotonda disse che coloro che ne sarebbero stati compagni avrebbero potuto attingere alla verità del Sangrail. Gli fu chiesto chi l'avrebbe conquistata, ed egli rispose che sarebbero stati tre tori bianchi, due vergini e uno casto, e che uno di essi sarebbe stato più forte e più valoroso di suo padre quanto il leone lo è del leopardo. Allora gli fu detto: "Bisognerà che con le tue arti tu dia luogo a un seggio su cio potrà prendere posto solo il cavaliere che eccellerà su ogni altro".<br>«E Merlino istituì il Seggio Periglioso, quello su cui Galahad sedette al banchetto di Pentecoste.» (p. 522) *La storia dice che [[Parsifal|ser Percival]] era uno degli uomini più religiosi che vi fossero al mondo in quei tempi in cui ben pochi credevano in Dio senza riserve, e i figli non rispettavano i padri e li trattavano come estranei. Egli quindi cercò conforto in Nostro Signore Gesù pregandolo affinché le tentazioni non lo allontanassero dal servizio di Dio ed egli potesse continuare ad essere Suo leale campione. (p. 527) *[...] sono al servizio dell'Uomo migliore del mondo che non permetterà che io muoia, perché chi bussa alla Sua porta potrà entrare, chi chiede potrà ricevere, ed Egli non si nasconde a colui che lo cerca [...]. ([[Parsifal]], p. 529) *Punirò la mia carne, che vuole avere impero su di me! ([[Parsifal]], p. 532) *Quanto sono stato vicino a perdere me stesso [...] e la purezza che non avrei mai più potuto riavere! ([[Parsifal]], p. 532) ====Libro XV==== *«Non sei forse ser Lancillotto del Lago?» gli chiese il religioso dopo che il cavaliere gli ebbe comunicato che si sarebbe fermato con lui per la notte.<br>«Si, sono io.»<br>«Cosa fai in questa contrada?»<br>«Vado in cerca delle avventure del [[Graal|Sangrail]], signore.»<br>«Fa pure» gli disse allora il buon uomo «ma anche se il santo vaso si trovasse qui, il peccato ti impedirebbe di vederlo proprio come non è dato a un cieco di scorgere una spada sfolgorante.» (pp. 534-535) *Quaranta anni dopo la passione di Gesù Cristo, [[Giuseppe d'Arimatea|Giuseppe di Arimatea]] preconizzò che re Evelake avrebbe sconfitto in battaglia i propri nemici. Dei sette re e dei due cavalieri che hai visto, il primo si chiama Nappus, e fu un sant'uomo; il secondo ebbe il nome di Nacien in onore di un suo avo che aveva ospitato Nostro Signore Gesù Cristo. Il terzo fu chiamato Helias il Grosso; il quarto Lisais; il quinto, Jonas, lasciò il proprio paese per rcarsi nel Galles dove sposò la figlia di Manuel ed ottenne la Gallia, che elesse come sua dimora e generò Lancillotto, tuo nonno, che sposò la figlia del re d'Irlanda e fu un uomo insigne quanto te. Suo figlio fu re Ban, tuo padre, l'ultimo dei sette re. Uno dei due cavalieri, invece, rappresenta te, Lancillotto, cui gli angeli dissero che non appartenevi alla compagnia dei sette re, mentre il secondo cavaliere sta a indicare il leone, che è superiore a tutti i re della terra, cioè ser Galahad, da te concepito nella figlia di re Pelles. E tu, che dovresti essere grato a Dio di ogni altro, perché, come peccatore, sei il cavaliere senza pari, non Lo hai ringraziato per tutte le straordinarie virtù che Egli ti ha prestate! (p. 537) *Ah, Lancillotto [...] finché facevi parte della cavalleria terrena, eri l'uomo più straordinario e avventuroso del mondo; ma non devi stupirti se ora che ti trovi tra cavalieri impegnati in imprese celesti la fortuna ti è avversa. (p. 539) ====Libro XVI==== *Ser Lancillotto, poi, se non fosse per una sola pecca sarebbe superiore a ogni altro. Ma così come stanno le cose, è proprio come noi; solo che si assume le fatiche maggiori. ([[Gawain]], p. 541) *La [[Tavola Rotonda]] fu istituita proprio perché gli uomini non svilissero queste due virtù{{NDR|, la pazienza e l'umiltà}}, come la cavalleria, che affonda in esse le sue radici, è sorta perché non possa mai essere sconfitta la fraternità che ne è il fondamento. (p. 545) *{{NDR|Rivolto a [[Gawain]]}} Ti sei impegnato insieme a molti altri in una ricerca che non porterai mai a termine perché il Sangrail non si mostra ai peccatori. Non devi quindi meravigliare se non vi sei riuscito. Tu sei un cavaliere sleale e un grande assassino, mentre per gli uomini buoni questa ricerca è ben altro che una serie di omicidi. Lancillotto, benché abbia commesso gravi colpe, al momento stesso in cui ha intrapreso la ricerca si è impegnato a non peccare più, e infatti non ha mai ucciso né ucciderà un solo uomo fino al suo ritorno a Camelot. Se non fosse per la sua fragilità che probabilmente lo farà ricadere nella colpa con il pensiero, egli sarebbe il primo a compiere l'impresa dopo Galahad. Ma poiché Dio conosce i suoi pensieri e la sua debolezza, gli concederà di morire in santità. (Eremita, pp. 546-547) ====Libro XVII==== [[File:Galaad devant le graal n°3.gif|thumb|Galahad, Bors e Parsifal dinanzi al Graal]] *{{NDR|Su [[Davide]]}} Egli era un dotto che conosceva le virtù delle pietre e delle piante, il corso delle stelle e molte altre cose ancora; ma poiché aveva una moglie malvagia, si era convinto che non esistessero donne buone, tanto che ne parlò con disprezzo anche nei libri che compose. (p. 573) *Non spetta a noi punire chi ha operato contro Dio, ma solo alla Sua potenza. ([[Galahad]], p. 576) *Siete uno sciocco se non sapete che le [[Verginità|vergini]] sono franche ovunque si trovino. ([[Parsifal]], p. 579) *Nessuna lingua potrebbe descrivere e nessun cuore immaginare le meraviglie cui ho assistito. Se non mi fossi macchiato di un antico peccato, avrei potuto vedere molto di più. ([[Lancillotto]], p. 588) *Galahad, servo di Gesù Cristo che attendo da tempo, abbracciami e lascia che riposi sul tuo petto e tra le tue braccia, casto e vergine sopra ogni altro cavaliere, giglio simbolo di purezza, rosa del colore del fuoco, fiore di ogni virtù. Sei tanto intriso della fiamma dello Spirito Santo che la mia carne, consunta dalla vecchiaia, ritrova la giovinezza! (Re Mordrains, p. 591) *[...] rimessosi in viaggio, {{NDR|Galahad}} penetrò in una foresta irta di pericoli dove la storia dice che si imbatté in una sorgente in cui l'acqua ribolliva formando grandi onde. Il cavaliere vi posò una mano, e subito l'acqua si placò e il calore ne disparve, poiché quell'ardore era segno di lussuria, molto diffusa a quei tempi, e non poté durare al contatto con la purezza della sua verginità. Quanto era accaduto fu considerato un miracolo in tutto il paese, e da allora la fonte fu chiamata la Sorgente di Galahad. (p. 591) *«Figliolo» disse poi l'Uomo a Galahad «sai cos'è ciò che stringo tra le mani?»<br>«No, se non me lo dite voi.»<br>«È la sacra scodella in cui mangiai l'agnello pasquale. Ora hai veduto quello che più desideravi, ma con minore chiarezza di come lo potrai ammirare nel Palazzo Spirituale della città di Sarras. Adesso partirai e con te partirà anche il Sangrail, che questa notte stessa dovrà lasciare il regno di Logris dove nessuno lo vedrà mai più perché le genti di questa terra si sono volte al peccato e non lo servono né lo venerano come dovrebbero; io perciò le spoglio dell'onore che avevo loro concesso. Domattina voi tre prenderete la Spada dalla Strana Cintura e scenderete alla riva del mare dove troverete pronta una nave. Ma prima ridonerete la salute al Re Magagnato ungendogli il corpo e le gambe con il sangue che è colato dalla lancia.»<br>«Signore, perché gli altri non possono venire con noi?» chiese Galahad.<br>«Come inviai i miei apostoli in diverse direzioni, così voglio ora che vi separiate. Quanto a voi tre compagni, due moriranno al mio servizio e solo uno tornerà a darne notizia» fu la risposta.<br>Poi l'Uomo li benedì e scomparve. (pp. 594-595) *«Salutate per me ser Lancillotto mio padre e signore, e ricordategli che questo è un mondo incostante.»<br>Infine si inginocchiò a pregare davanti alla tavola e la sua anima lo lasciò, trasportata nel cielo di Gesù Cristo da una moltitudine di angeli. I compagni, che assistettero al prodigio, videro anche una mano scendere sul vaso e sulla lancia, prenderli e portarli nei cieli.<br>Da allora non vi è più stato un uomo che abbia avuto l'ardire di sostenere di aver visto il Sangrail. (p. 598) ====Libro XVIII==== *[...] [[Lancillotto]], dimentico della promessa fatta e della perfezione raggiunta nel corso della ricerca, riprese a frequentare la regina. Del resto, come dice appunto il libro, se egli non le fosse stato intimamente legato nei suoi pensieri più riposti quanto, in superficie, appariva devoto a Dio, nessun cavaliere avrebbe potuto superarlo nella ricerca del Sangrail. Invece, i suoi più segreti sentimenti correvano sempre a lei. Così essi ripresero ad amarsi con maggiore ardore di prima e i loro convegni si fecero tanto frequenti che la corte cominciò a mormorare, e in particolare il loquace ser Agravano fratello di ser Galvano.<br>Ma intanto Lancillotto, continuamente assediato da dame e da damigelle che gli chiedevano di essere loro campione in questioni di diritto, per evitare ulteriori maldicenze e dicerie, decise di impegnarsi con zelo a seguire i dettami di Nostro Signore Gesù Cristo e di sottrarsi per quanto gli era possibile alla familiarità e alla compagnia di Ginevra. (p. 603) *[...] [[Mordred|ser Mordred]], [[Agravaine|ser Agravano]] e molti altri della corte non ci perdono d'occhio e parlano del nostro amore. Li temo più per voi che per me perché, se del caso, io potrei fuggire o sbarazzarmene, mentre voi non potreste che rimanere qui a subire le maldicenze; e se doveste trovarvi in pericolo per aver commesso volontariamente qualche leggerezza, non potreste avere altro aiuto che il mio e quello dei miei parenti. Signora, la nostra imprudenza ci condurrà allo scandalo e alla vergogna, e io non voglio assolutamente che voi siate disonorata. Sono queste le ragioni che mi hanno spinto a dedicarmi il più possibile al servizio delle dame, facendo in modo che tutti pensino che ne traggo gioia, delizia e piacere. ([[Lancillotto]], p. 604) *Lancillotto, ora capisco la vostra falsità e la vostra volgare lussuria! Voi amate altre dame, e per me non provate che disprezzo. Adesso che ho ben chiaro che siete un traditore, state certo che non vi amerò mai più. Non osate comparirmi ancora davanti: da questo momento vi scaccio dalla corte, e per sempre, e vi bandisco dalla mia compagnia. Se tenterete di rivedermi, sarete ucciso. ([[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], pp. 604-605) *Spesso le donne sono impulsive e compiono azioni di cui poi si pentono amaramente. ([[Bors (ciclo arturiano)|Bors]], p. 605) *Se accetterò di essere il campione della regina mi alienerò molti cavalieri della Tavola Rotonda. Tuttavia, per amore di Lancillotto e vostro, sarò suo difensore a meno che il caso non porti qui un campione meglio di me. ([[Bors (ciclo arturiano)|Bors]], p. 609) *Non ho mai sentito dire che Ginevra abbia rovinato un solo cavaliere. Anzi, a quel che so, ella ci ha sempre magnificato ed è stata la sovrana più generosa e liberale, e la più munifica di doni e di benevolenza. Sarebbe quindi vergognoso se lasciassimo morire nell'ignominia la moglie del nostro nobilissimo re. Sappiate che non lo permetterò, e che sosterrò la sua innocenza nella morte di ser Patrise; del resto, ella non aveva alcun motivo per odiare lui o alcuno dei cavalieri intervenuti al banchetto. Direi anzi che ci abbia invitati per affetto, certo non per un subdolo stratagemma, e sono convinto che comunque andrà, un giorno sarà possibile provare che tra di noi vi è un traditore. ([[Bors (ciclo arturiano)|Bors]], p. 610) *Come dice un antico proverbio, è aspra la battaglia nella quale si scontrano parenti e amici, perché allora non c'è posto per la misericordia, ma solo per la più mortale delle contese. ([[Lancillotto]], p. 629) *[...] non mi piace essere obbligato ad amare; l'amore deve nascere dal cuore, non dalla costrizione [...]. ([[Lancillotto]], p. 636) *L'amore deve essere libero, non imposto, perché un amore forzato finisce con il dissolversi. ([[Re Artù]], p. 636) *All'uomo d'onore non può non ripugnare assistere alla sconfitta di un suo pari, mentre chi non ha onore e si comporta da vile, alla vista di un uomo in pericolo non compirà mai un gesto gentile o generoso. Un codardo, infatti, non darà mai prova di misericordia, mentre chi alberga la bontà nel cuore farà agli altri quello che vorrebbe fosse fatto a lui. ([[Re Artù]], p. 642) *{{NDR|Su [[maggio]]}} Quel mese esuberante infonde coraggio negli amanti e, in vari modi, li induce più di ogni altro a diversi comportamenti, perché è allora che, come erbe e arbusti, gli uomini e le donne si rinnovellano e richiamano alla mente lontane cortesie, servigi e gesti gentili che avevano posto nell'oblio per negligenza.<br>E come il rigore dell'inverno offusca e sfigura la verde estate, così accade all'amore che lega l'uomo alla donna, quando è incostante. Sono numerosi coloro che non albergano la costanza, e non passa giorno senza che vediamo come basti un alito di rigore invernale per cancellare e spezzare col minimo pretesto un vero amore, che pure costa tanto. Questa non è costanza né saggezza, ma debolezza di carattere, disonorevole per coloro che la praticano.<br>Perciò, come il maggio fiorisce e germoglia nei giardini, così ogni uomo d'onore rivesta il proprio cuore di germogli, prima a gloria di Dio, poi per dare gioia a coloro cui ha giurato fedeltà. Infatti, non c'è uomo o donna d'onore che non abbia scelto l'oggetto del proprio amore. E se la fatica delle armi non deve essere mai trascurata, bisogna però che l'onore sia innanzitutto riserbato a Dio, e solo dopo aver contesa con le dame: questo è ciò che io chiamo un amore virtuoso.<br>Oggi, però, gli uomini non sanno amare per sette giorni di seguito senza pretendere di appagare le proprie brame. La ragione ci dice che un tale amore non può durare, perché quanto è subito accordato con troppa prontezza, è ben presto spento dall'ardore stesso. Così è l'amore ai nostri tempi: arde lesto e altrettanto in fretta si raffredda! E questa non si può chiamare costanza. Ai tempi di Artù l'amore soleva essere diverso: uomini e donna si amavano anche per sette interi anni senza che tra loro si insinuasse la lussuria. Quello era amore vero, e fedele!<br>Ho dunque paragonato l'amore di oggi all'estate e all'inverno, perché come la prima è calda e il secondo è freddo, allo stesso modo procede l'amore ai nostri giorni. Tutti voi che siete amanti rammentate quindi il mese di maggio! (pp. 643-644) ====Libro XIX==== *[...] a quel tempo era costume che Ginevra non lasciasse mai la corte senza un seguito di ottimi cavalieri armati, quasi tutti giovani decisi a farsi onore. Erano chiamati i Cavalieri della Regina e in battaglia, ai tornei e alle giostre portavano come insegna uno scudo completamente bianco. Venivano scelti per quel servigio tutti gli anni in occasione della festa della Pentecoste tra i cavalieri che si erano mostrati più valorosi, in sostituzione di quelli che erano morti nel corso dell'anno (e non ne passava uno senza che ne morissero alcuni). Proprio compiendo tale servigio si erano distinti all'inizio ser Lancillotto e tutti gli altri, prima di conquistare rinomanza. (pp. 645-646) *Ahimè, che vergogna che un [[cavaliere]] ne tradisca un altro! [...] Ma c'è un vecchio proverbio che recita: "Il valoroso è davvero in pericolo solo quando si trova in balia di un codardo. ([[Lancillotto]], p. 649) *Gesù mi terrà lontano dal disonore, e poi ben vengano le disgrazie che Dio vuole mandare [...]. ([[Lancillotto]], p. 657) ====Libro XX==== *Nel mese di maggio, quando ogni cuore gagliardo fiorisce e germoglia e, con la bellezza e il rigoglio della stagione, uomini e donne sono pieni di letizia per l'avvicinarsi dell'estate con i suoi fiori novelli, laddove gli aspri venti e le bufere dell'inverno li inducono a raccogliersi al coperto presso il focolare, scoppiarono furore e sventura che ebbero termine solo con la morte e l'estinzione del fiore di tutti i cavalieri del mondo. (p. 663) *Mi meraviglio che nessuno di noi si vergogni di sapere, e di vedere con i propri occhi, che Lancillotto giace giorno e notte con la regina [...]. Ne siamo tutti al corrente, eppure siamo tanto vili da tollerare il disonore di un sovrano nobile quanto Artù. ([[Agravaine]], p. 663) *Se ne dovesse derivare ostilità o guerra tra noi e Lancillotto, sta' certo che molti re e molti potenti signori sceglierebbero di schierarsi con lui. E poi, fratello [...] devi sempre tenere a mente che Lancillotto ha salvato più di una volta il re e la regina, e che anche i migliori tra noi si sarebbero sentiti gelare il cuore in varie occasioni se egli non fosse stato il più valoroso e non lo avesse dimostrato molto spesso. ([[Gawain]], p. 664) *Ser Lancillotto mi ha concesso l'investitura e niente potrà indurmi a parlare male di lui [...]. ([[Sir Gareth]], p. 664) *Appena gli altri furono usciti, il re chiese quale fosse il motivo della disputa.<br>«Ora ve lo dirò, sire; non posso più tenerlo in me» gli rispose ser Agravano. «Io e ser Mordred siamo in disaccordo con i nostri fratelli: sappiamo che ser Lancillotto è da tempo l'amante della regina e, poiché siamo figli di vostra sorella, non possiamo continuare a tollerarlo. Voi siete il suo signore e colui che lo ha investito cavaliere, e intendiamo provare la sua slealtà.»<br>«Se quello che dite è vero, Lancillotto è un traditore!» esclamò Artù. «Ma mi ripugna compiere un passo del genere senza averne le prove; ser Lancillotto è un cavaliere valoroso e, come ben sapete, il migliore di tutti noi. Se non sarà colto sul fatto, vorrà battersi con colui che lo ha denunciato, e nessuno sarà in grado di tenergli testa. Quindi, voglio che sia sorpreso in flagrante.»<br>Il libro francese dice che il re non desiderava affatto che si diffondessero voci su Lancillotto e la regina. A dire il vero, egli ne aveva già il sospetto, ma non voleva sentirne parlare perché amava molto ser Lancillotto per tutto quello che egli aveva fatto in favore suo e di Ginevra. (p. 665) *«Ahimè» si lamentava intanto Lancillotto «non mi è mai capitato di trovarmi a rischiare una morte vergognosa per la mancanza della mia armatura!»<br>Nel frattempo ser Agravano e ser Mordred non cessavano di gridare:<br>«Esci dalla camera della regina, traditore! Sta' certo che non riuscirai a fuggire».<br>«Gesù misericordia, non posso tollerare questo odioso clamore: meglio morire subito che sopportare un simile tormento!» esclamò allora Lancillotto; poi prese Ginevra tra le braccia e la baciò.<br>«Nobilissima tra le regine cristiane aggiunse siete la mia diletta e gentile signora e io, il vostro povero e fedele cavaliere, vi sono stato al fianco nelle cause giuste come in quelle ingiuste dal giorno in cui re Artù mi conferì l'investitura. Se morirò, vi supplico di pregare per la mia anima. Sono sicuro che ser Bors e tutti gli altri miei parenti, e anche ser Lavaine, vi salveranno dal rogo. Confortatevi, perciò, madonna mia amata, e qualunque cosa mi accada, andate con ser Bors e con gli altri che vi tratteranno con ogni onore e vi faranno regina delle mie terre.»<br>«No, Lancillotto, non vi sopravviverò! Se sarete ucciso, per amore di Dio accoglierò la morte con umiltà, come è dovere di una regina cristiana.»<br>«Ebbene, signora, poiché è giunto il giorno in cui dobbiamo separarci, sappiate che venderò la vita al più alto prezzo, e che sono mille volte più addolorato per voi che per me. Ma ora preferirei avere indosso la mia solida armatura piuttosto che regnare su tutto il mondo cristiano: prima di soccombere farei in modo che le mie gesta siano tramandate.»<br>«Piacesse a Dio che uccidessero me e lasciassero libero voi!» esclamò la regina.<br>«Questo non deve accadere, e che Dio mi ripari da una simile vergogna!» replicò Lancillotto. «Gesù Cristo, sii tu il mio scudo e la mia armatura!» (p. 667) *Ora, signora, è chiaro che il nostro amore è giunto al suo epilogo e che da adesso in poi re Artù mi sarà nemico. Ma se vorrete rimanere con me, mi impegno a tenervi al riparo da ogni pericolo. ([[Lancillotto]], p. 669) *Stanotte ho ucciso ser Agravano, fratello di ser Galvano, e almeno altri dodici suoi compagni. Non ho alcun dubbio, pertanto, che vi sarà un conflitto sanguinoso. Quei cavalieri erano stati mandati a sorprendermi su ordine espresso di Artù, e il re deve essere talmente furibondo e colmo di risentimento che condannerà la regina al rogo. Io non posso certo permettere che ella sia arsa per colpa mia. Se riuscissi a farmi ascoltare, mi offrirei di essere fatto prigioniero per potermi poi battere in suo favore e provare che è una sposa fedele, ma temo che il re sia troppo infuriato per accettare questa proposta. ([[Lancillotto]], p. 671) *Miei bei signori, mi ripugna di compiere un'azione che potrebbe disonorare voi e tutto il mio lignaggio. Ma poiché sono altrettanto contrario a permettere che la regina muoia di una morte ignobile, se il vostro consiglio è di sottrarla al supplizio, siate però ben consapevoli che dovrò causare molti lutti. Forse, con mio grande rammarico, sarò costretto a uccidere anche qualcuno dei miei migliori amici e può darsi che alcuni, piuttosto che essere complici di un'azione abietta, preferiscano schierarsi dalla mia parte: non vorrei certo farli soffrire. ([[Lancillotto]], p. 672) *«[...] il caso di Tristano dovrebbe mettermi in guardia. Sapete bene come andò a finire dopo che, presi tutti gli accordi, egli riportò [[Isotta|Isotta la Bella]] a re Marco: quel sovrano lo uccise a tradimento mentre suonava l'arpa davanti alla sua dama, cogliendolo alle spalle e trafiggendogli il cuore con una lancia ben affilata.»<br>«È vero» convenne ser Bors «ma c'è una cosa che dovrebbe incoraggiare te come tutti noi, ed è che re Marco e re Artù sono di indole assai diversa, perché Artù non ha mai mancato alla propria parola.» (pp. 672-673) *Capita spesso che agiamo per quel che crediamo il meglio, e che finisce poi per dimostrarsi il peggio. ([[Gawain]], p. 674) *[...] sappiate che soffro di più per la perdita dei miei buoni cavalieri che per la fuga della mia gentile regina, perché di regine posso averne quante ne voglio, mentre non mi sarà mai più possibile riunire una simile compagnia di valorosi. E che sciagura che io e Lancillotto dobbiamo essere nemici! ([[Re Artù]], p. 677) *[...] da oggi in poi cercherò Lancillotto fino al giorno in cui uno dei due avrà ucciso l'altro. Intendo vendicarmi e vi chiedo di prepararvi alla guerra. Se non volete perdere il mio servigio e il mio affetto, affrettatevi a mettere alla prova i vostri amici. Giuro su Dio che, anche se dovessi inseguire Lancillotto per sette regni, lo ucciderò a costo della vita. ([[Gawain]], p. 679) *«Dio non voglia che io mi scontri con il nobilissimo sovrano che mi armò cavaliere!» replicò Lancillotto.<br>«Alla malora le belle parole!» proruppe il re. «Presta fede a quanto ti dico e non lo dimenticare: sono il tuo mortale nemico e lo sarò fino al giorno della mia morte. Non ti perdonerò mai di avermi ucciso degli ottimi cavalieri e degli uomini nobilissimi appartenenti al mio stesso sangue. Per di più, hai giaciuto per anni con la regina, che alla fine mi hai rapita con la forza.»<br>«Mio nobilissimo signore e re, dite quello che volete, tanto sapete benissimo che non mi batterò mai con voi» gli rispose Lancillotto. «È vero, vi ho ucciso dei cavalieri, e me ne rammarico molto; ma sono stato costretto a farlo per salvarmi la vita. Avrei forse dovuto lasciarmi uccidere? Quanto a madama la regina, non un solo cavaliere al mondo, salvo la persona di vostra altezza e il mio signore ser Galvano, oserebbe provare sul mio corpo che ella vi ha tradito! E se vi fa piacere di dichiarare che sono legato da molti anni a madama la vostra regina, vi darò soddisfazione dimostrando con il mio braccio contro chiunque, salvo voi e ser Galvano, che ella vi è fedele. Tuttavia, alla sua grazia è piaciuto di tenermi in suo favore e di prediligermi tra tutti gli altri, e del resto io ho ben meritato il suo affetto perché, sire, più di una volta il vostro furore avrebbe permesso che ella fosse condotta al supplizio se io non mi fossi battuto per lei inducendo i suoi nemici a confessare la loro menzogna e facendola così assolvere con onore. E tutte quelle volte, voi mi avete dimostrato amore e gratitudine per averla salvata, e mi avete anche promesso di essere per sempre il mio benevolo signore. Ora, invece, mi sembra che ricompensiate male i miei servigi. Del resto, sire, avrei perso gran parte del mio onore cavalleresco se avessi tollerato che madama, la vostra regina, fosse suppliziata per causa mia. In molte occasioni mi sono battuto per lei in contese che non mi riguardavano; non avrei forse avuto il diritto di farlo allorché ero dalla parte del giusto? Perciò, mio generoso e grazioso signore, concedete la vostra benevolenza alla vostra regina, che è buona e fedele!» (pp. 680-681) *Voi, sire, avete dato ascolto a voci menzognere, e questa è stata la causa della guerra che ci oppone. Mio signore, un tempo avevo meritato la vostra compiacenza per essermi battuto in favore della regina vostra moglie, e sapete bene quante volte ella abbia dovuto patire gravi torti. Ora, mio buon signore, mi sembra che in questa circostanza, più che in tutte quelle che pure avete approvato, io avessi un motivo ben valido per strapparla al rogo, dal momento che ella vi era stata condannata a causa mia. Coloro che vi hanno raccontato le fole che sapete erano per certo mentitori, ma le calunnie sono ricadute sul loro capo poiché, se la potenza di Dio non fosse stata dalla mia parte, come avrei potuto io, disarmato e ignaro, far fronte a quattordici avversari armati e decisi? Infatti ero stato convocato dalla regina per non so quale motivo, e avevo appena varcato la porta della sua camera quando ser Agravano e ser Mordred hanno cominciato a chiamarmi traditore e codardo. ([[Lancillotto]], p. 687) *[...] non mi sono mai battuto a oltranza con un cavaliere senza mostrare misericordia, e che benché mi sia misurato con ottimi guerrieri quali ser Tristano e ser Lamorak, ho sempre reso loro l'onore e il rispetto che meritavano. Dio mi è testimone che non mi sono mai adirato al punto da accanirmi contro i buoni cavalieri che ho visto impegnati a farsi onore, e che sono sempre stato lieto di aiutare un avversario in grado di tenermi testa a piedi o a cavallo. ([[Lancillotto]], p. 688) *Ser Galvano, io amavo ser Gareth più di qualunque mio parente, e piangerò per sempre la sua morte non solo per il grande timore che ho di voi, ma anche per altri motivi che mi amareggiano. Prima di tutto, perché fui io a investirlo cavaliere; poi, perché so che mi amava più di ogni altro; il terzo motivo è che era un uomo nobilissimo, leale, cortese, gentile e di buona indole; il quarto è che appena seppi della sua morte capii che da voi non avrei avuto altro che un'inestinguibile guerra. Per di più, ero certo che avreste fatto in modo che il mio nobile signore Artù mi fosse nemico per sempre. Eppure, che Gesù mi perdoni, non ho ucciso ser Gareth e ser Gaheris di proposito. Ah, perché erano disarmati in quel giorno fatale! ([[Lancillotto]], p. 689) *Se non fosse stato per il papa, io mi sarei battuto con te in singolare tenzone e avrei provato sulla tua persona la tua falsità nei confronti di Artù e miei. E lo farò, una volta che avrai lasciato queste terre, dovunque riuscirò a trovarti! ([[Gawain]], p. 690) *Ahimè, così devo abbandonare il più nobile tra i regni cristiani, quello che ho amato di più e in cui ho acquistato il mio onore! Mi rammarico di esserci venuto, se devo esserne vilmente bandito senza colpa e senza motivo! Ma la fortuna è così incostante, e la sua ruota tanto mobile, che nessuno è certo di potervi riposare durevolmente. Ne sono prova molte antiche leggende, come quelle che narrano del nobile Ettore, e di Troilo, e di Alessandro il potente Conquistatore, e di molti altri che precipitarono in basso dal culmine della loro regalità. Così avviene per me, che ero tenuto in grande onore in questo regno nel quale la Tavola Rotonda crebbe in dignità grazie a me stesso e ai miei più che virtù di chiunque altro. ([[Lancillotto]], p. 690) *Mio signore Artù, nobile sovrano che mi fece cavaliere, il mio affetto per voi è tale che i vostri attacchi mi addolorano profondamente, eppure li ho sopportati con pazienza. Se fossi stato vendicativo, avrei potuto scendere in campo e domare i vostri baldi cavalieri, ma ho pazientato per sei mesi lasciando che voi e ser Galvano faceste quel che volevate. Ora però non posso tollerarlo più e devo difendermi, perché ser Galvano mi ha accusato di tradimento. Sono stato sempre contrario a battermi contro un vostro parente, ma adesso non posso più tirarmi indietro, come la preda quando è messa alle strette. ([[Lancillotto]], p. 697) *[...] ser Galvano aveva ricevuto da un sant'uomo un dono miracoloso che gli aveva permesso di farsi molto onore: ogni giorno dell'anno, dalle nove a mezzogiorno, la sua forza cresceva fino ad arrivare a triplicarsi. Per questo re Artù, che era il solo a saperlo, aveva ordinato che tutte le tenzoni che si fossero svolte alla propria presenza, di qualunque genere e per ogni tipo di lite, avessero inizio alle nove del mattino: in tale modo il partito per il quale si fosse battuto il nipote avrebbe avuto sempre il sopravvento nel corso delle tre ore in cui la forza di Galvano raggiungeva il suo culmine. (p. 698) ====Libro XXI==== *A [[Mordred|ser Mordred]] era stato dunque affidato il governo di tutta l'Inghilterra. Egli allora fece vergare delle false lettere fingendo che provenissero dal continente, in cui era scritto che re Artù era stato ucciso nel corso della guerra contro ser Lancillotto; quindi convocò a parlamento tutti i baroni e si fece eleggere re. L'incoronazione avvenne a Canterbury e fu seguita da festeggiamenti che durarono quindici giorni.<br>Dopo di che, ser Mordred si recò a Winchester e dichiarò apertamente alla regina (che però era moglie del re, allo stesso tempo suo zio e padre) che intendeva sposarla e perparò le nozze fissando il giorno del matrimonio. Ginevera, pur profondamente addolorata, gli rispose con cortesia e finse di sottomettersi al suo volere; tuttavia espresse il desiderio di recarsi a Londra per comprare quanto le sarebbe occorso per gli sponsali. (p. 702) *Riflettete, Inglesi, sulla malvagità che tutto ciò palesava! Artù era il re più nobile e il cavaliere più valoroso del mondo e che più amava e sosteneva gli uomini prodi, eppure quelli Inglesi non gli concedevano la propria stima! Ché tale era l'antico costume di questa terra, e c'è chi dice che non l'abbiamo ancora abbandonato. Ahimè, questo è un grave difetto: nulla ci piace se perdura nel tempo.<br>Così si comportavano gli uomini di allora: amavano di più ser Mordred che il nobile Artù e molti andarono a dire all'usurpatore che sarebbero stati con lui nella buona come nella cattiva sorte. Allora ser Mordred, che aveva sentito dire che Artù sarebbe sbarcato a Dover, vi si portò con grande esercito allo scopo di sconfiggerlo e di scacciarlo dalle sue stesse terre. (pp. 703-704) *«Ahimè, ser Galvano, figlio di mia sorella, con l'uomo che amavo di più al mondo se ne va ogni mia gioia!» si dolse {{NDR|Artù}} quando si fu ripreso. «Ora te lo posso dire, caro nipote, solo in te e in ser Lancillotto riposavano la mia letizia e la mia fiducia. Adesso che ho perduto entrambi, tutto il conforto che avevo sulla terra mi abbandona!»<br>«Ah, caro zio» gli rispose ser Galvano «il mio ultimo giorno è arrivato, e ne devo biasimare la mia impulsività e la mia ostinazione, dato che sono stato ferito sulla vecchia piaga che mi aveva inferto ser Lancillotto. So che morirò prima di mezzogiorno e che a causa del mio orgoglio voi dovrete patire tanta vergogna e sventura. Se il nobile Cavaliere del Lago fosse stato al vostro fianco, come fu e avrebbe dovuto essere ancora, questa guerra sciagurata non sarebbe mai scoppiata, perché solo la sua cavalleria e la nobiltà del suo sangue erano riuscite a tenere soggetti e timorosi i vostri infidi nemici. Ora egli vi mancherà. Ahimè, perché non ho voluto trovare un accordo con lui! [...]» (pp. 704-705) *Io, ser Galvano, cavaliere della Tavola Rotonda, voglio che tutto il mondo sappia che mi sono dato la morte non per colpa tua ma mia. Perciò, ser Lancillotto, ti supplico di tornare nel regno per visitare la mia tomba e per recitare su di essa una preghiera, lunga o breve che sia, per la salvezza della mia anima. Oggi, nello stesso giorno in cui scrivo questa lettera, fui ferito a morte là dove la tua mano mi colpì per prima, e non avrei potuto essere ucciso da un braccio più nobile. ([[Gawain]], p. 705) [[File:Battle Between King Arthur and Sir Mordred - William Hatherell.jpg|thumb|La battaglia tra Artù e Mordred]] *{{NDR|Sulla [[battaglia di Camlann]]}} I messaggeri si recarono da Mordred che si era circondato di un temibile esercito di centomila armati e dovettero pregare a lungo prima di riuscire a fargli accettare in contropartita la Cornovaglia e il Kent fino alla morte di Artù e, dopo, tutta l'Inghilterra. Fu anche concordato che il sovrano e l'usurpatore, ciascuno con un seguito di quattordici cavalieri, si incontrassero in una zona franca tra i due eserciti schierati.<br>Artù fu lieto degli accordi raggiunti, ma prima di recarsi al convegno ordinò ai propri uomini di avanzare fieramente e di uccidere ser Mordred, di cui non ci si poteva fidare in alcun modo, se avessero visto sguainare anche una sola spada. E ser Mordred aveva istruito allo stesso modo il proprio esercito:<br>«Se vedrete balenare anche una sola lama mouvete con coraggio all'attacco e uccidete quanti vi si parano innanzi, perché non mi fido affatto di questa tregua e so bene che mio padre vorrà vendicarsi di me.»<br>L'incontro ebbe dunque luogo come era stato stabilito. Fu portato del vino e ne bevvero insieme, ma una [[vipera]] sbucata da un cespuglio d'edera morse il piede di un cavaliere. Questi, senza darsi pensiero del danno che ne sarebbe derivato, sguainò la spada per ucciderla, e quando i due eserciti videro balenare la lama diedero fiato alle trombe e ai corni e si corsero incontro levando terribili grida.<br>Allora re Artù montò a cavallo e raggiunse prontamente i propri uomini esclamando:<br>«Ahimè, che giorno sventurato!»<br>Ser Mordred si unì ai suoi, ed ebbe inizio la battaglia più funesta che si sia mai vista in terra cristiana: vi furono attacchi impetuosi e galoppare di cavalli, affondi e fendenti, colpi mortali e accenti minacciosi da entrambe le parti. Re Artù non cessava di attraversare le formazioni di ser Mordred compiendo molte prodezze degne di un nobile sovrano senza mai venir meno al proprio ruolo, ma anche ser Mordred non si tirava indietro e più volte mise se stesso in grave pericolo.<br>La battaglia infuriò per tutta la giornata senza risparmio di forze, finché molti nobili cavalieri giacquero immobili sulla fredda terra, e quando cadde la notte il terreno era cosparso dei cadaveri di ben centomila uomini. (pp. 707-708) *{{NDR|Sulla battaglia di Camlann}} Il sovrano impugnò la lancia e si gettò in avanti gridando:<br>«Traditore, è giunto il giorno della tua morte!»<br>Ser Mordred si scagliò a sua volta contro di lui brandendo la spada, ma il re già gli affondava la lancia sotto lo scudo e gliela faceva fuoriuscire dal corpo per più di un braccio. E quando l'usurpatore comprese che non sarebbe potuto sfuggire alla morte, si slanciò con tutte le proprie forze in avanti trafiggendosi fino all'impugnatura dell'asta, poi calò la spada tenuta con entrambe le mani sul proprio padre e lo raggiunse a un lato della testa trapassandogli l'elmo e il crano. Subito dopo si accasciava a terra morto. (p. 709) [[File:The Death of King Arthur by John Garrick.jpg|thumb|La morte di Artù]] *«[...] Il tempo passa in fretta; prendete perciò la mia buona spada Excalibur e portatela alla riva del mare: vi ordino di gettarla nell'acqua e di tornare poi a dirmi cosa avete visto.»<br>«Sire, obbediremo al vostro comando» gli rispose [[ser Bedivere|Bedivere]].<br>Ma sulla strada si mise a osservare con attenzione la nobile arma e le pietre preziose che ricoprivano il pomo e l'elsa.<br>"Se la getto nell'acqua, non ne deriveranno che perdite e danno!" pensò.<br>Perciò la nascose sotto un albero e poi si affrettò a tornare dal re e gli disse di averla gettata in mare.<br>«Cosa hai visto?» gli domandò Artù.<br>«Nient'altro che onde e venti.»<br>«Non è vero» replicò il re. «Ora affrettatevi a ubbidire e, se vi sono caro, non esitate a fare quanto vi ho detto.»<br>Allora ser Bedivere tornò a prendere la spada, ma pensando ancora che fosse un peccato e una vergogna gettare via un'arma tanto nobile, la nascose di nuovo, poi raggiunse il re.<br>«Cosa avete visto?» gli domandò per la seconda volta il sovrano.<br>«Nient'altro che flutti e ondate nere.»<br>«Ah, mi hai ingannato ancora, sleale e traditore!» propruppe Artù. «La tua fama di nobile cavaliere e l'amore che ti ho sempre portato non mi avrebbero mai fatto pensare che mi avresti tradito per il valore di una spada! Ora sbrigati: le tue esitazioni stanno mettendo a grave rischio la mia vita. Se non eseguirai adesso i miei ordini ti ucciderò con le mie stesse mani ovunque potrò incontrarti.»<br>Così ser Bedivere tornò là dove aveva nascosto la spada, la raccolse con cautela e si avvicinò alla riva. Poi avvolse la cintura intorno all'elsa e la scagliò più lontano che poté. Allora vide un braccio e una mano sorgere dall'acqua, afferrarla stretta, brandirla tre volte e poi inabissarsi con l'arma.<br>Quando ser Bedivere, tornato vicino al re, gli raccontò quello che aveva visto, il sovrano esclamò:<br>«Ahimè, aiutatemi ad andare via, temo di avere aspettato già troppo.»<br>Il cavaliere se lo caricò sulle spalle e andò verso la riva del mare. Vi erano appena arrivati che una piccola chiatta piena di belle dame prese terra accanto a loro. Tra di esse si trovava una regina, e tutte portavano cappucci neri e gridavano e piangevano alla vista di re Artù.<br>«Fatemi salire a bordo» disse il re.<br>Ser Bedivere eseguì con delicatezza il comando, e tre dame accolserò Artù tra alti lamenti e lo misero a sedere con la testa appoggiata sul grembo di una di loro.<br>«Ah, mio caro fratello!» disse allora la regina. «Perché vi siete trattenuto tanto a lungo lontano da me? La ferita che avete al capo ha preso fin troppo freddo!»<br>Poi le dame si misero ai remi e allontanarono l'imbarcazione dalla terra. E quando se Bedivere le vide prendere il largo, gridò:<br>«Ah, mio signore Artù, cosa sarà di me ora che mi lasciate tra i miei nemici?»<br>«Confortatevi e fate del vostro meglio: su di me non potrete più fare alcun affidamento» gli rispose il sovrano. «Devo andare nell'isola di Avalon per curare la mia grave ferita, e se non sentirete mai più parlare di me, pregate per la mia anima.»<br>Intanto la regina e le dame piangevano e gridavano da fare pietà. Quando ser Bedivere ebbe perso di vista la chiatta, scoppiò anch'egli in pianti e in lamenti, poi si diresse verso la foresta e camminò per tutta la notte. (pp. 710-712) *Di Artù non ho trovato nient'altro nei libri autorizzati, né ho letto con maggiore certezza della sua morte se non che fu portato via in una nave con tre regine, una delle quali era sua sorella [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana la Fata]], l'altra la regina del Galles del Nord e la terza quella delle Terre Desolate. Non conosco altra testimonianza che quella dell'eremita che un tempo era stato arcivescovo di Canterbury e che riferì che le dame avevano portato da lui un corpo perché lo seppellisse. Tuttavia egli non sapeva con certezza se si trattasse davvero del cadavere di artù, perché questa storia la fece mettere per iscritto ser Bedivere, cavaliere della Tavola Rotonda. (pp. 712-713) *In varie parti d'Inghilterra si crede che re Artù non sia morto e che, per volontà di Nostro Signore Gesù, viva in un altro luogo da dove tornerà per conquistare la Santa Croce. Io però non mi sento di affermarlo, e preferisco dire che in questo mondo egli lasciò la sua vita. Molti sostengono anche che sulla sua tomba siano scritte queste parole:<br><div class="center">{{maiuscoletto|Hic iacet Arthurus Rex quondam rexque futurus}}</div> (p. 713) *{{NDR|Su [[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]]}} Quando seppe della morte del re e di tutti i nobili cavalieri compreso ser Mordred, ella riparò in gran segreto con cinque dame ad Almesbury dove si fece monaca indossando la veste bianca e nera, e vivendo in penitenza come se fosse stata la più grande peccatrice di questa terra. Da allora nessuna creatura riuscì più a renderla felice, e visse tra digiuni, preghiere e opere di carità al punto che tutti si stupirono della purezza dei sui nuovi costumi. Con il tempo, come era da aspettarsi, divenne anche badessa e governatrice del monastero. (p. 713) *La guerra che ha portato alla morte i più nobili cavalieri del mondo è divampata a causa mia e di quest'uomo, e l'amore che ci legava ha causato la rovina del sovrano più onorato della terra. Lancillotto [...] ho assunto questo stato per salvare la mia anima e, con la grazia di Dio e per le piaghe della Sua Passione, confido che dopo la mia morte potrò contemplare il volto benedetto di Gesù Cristo e sedere alla Sua destra nel giorno del Giudizio, poiché in cielo vi sono dei santi che furono peccatori in terra. Perciò, ser Lancillotto, vi supplico di cuore per l'amore che ci fu tra noi di non posare mai più lo sguardo su di me. Vi comando anche, in nome di Dio, che lasciate la mia compagnia e torniate nel vostro regno per preservarlo da guerre e distruzioni. Così come vi ho amato fino ad ora, il mio cuore non mi permetterà più di incontrarvi dopo che a causa vostra e mia è stato annientato il fuore dei re e dei cavalieri. Rientrate dunque nelle vostre terre e prendete moglie per vivere con lei in gioia e letizia. L'unica supplica che il mio cuore vi rivolge è che invochiate il Signore Eterno perché mi conceda di fare ammenda dei miei peccati. ([[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], p. 716) *«[...] Nella ricerca del Sangrail avrei abbandonato le vanità mondane se non fosse stato per l'amore che vi portavo, e se allora lo avessi fatto con tutto il mio cuore, la volontà e il pensiero, avrei superato ogni altro cavaliere a eccezione di ser Galahad mio figlio. Se voi vi siete votata alla perfezione, è giusto che lo faccia anch'io perché, mi sia testimone Iddio, solo in voi ho avuto la mia gioia terrena. Se il vostro cuore fosse stato diversamente disposto, vi avrei portata con me nel mio regno. Ma poiché tale è la vostra volontà, vi giuro che se troverò un eremita che voglia accogliermi, a qualunque ordine appartenga, farò penitenza e pregherò fino al termine della mia vita. Ora, madama, vi prego di baciarmi un'ultima volta.»<br>«Non lo farò mai» si schermì la regina «e astenetevi anche voi da tali atti.» (pp. 716-717) *Supplico Dio Onnipotente che non mi sia mai più possibile vedere ser Lancillotto con i miei occhi mortali. ([[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], p. 719) *Quando riporto alla mente la bellezza e la nobiltà della regina e del suo re e li vedo ora giacere insieme, il mio cuore non può sostenere il mio corpo afflitto. Quando poi rifletto che per mia colpa, orgoglio e superbia sono entrambi periti, essi che non avevano pari tra le genti cristiane, il ricordo della loro cortesia e della mia gratitudine mi fa mancare il cuore al punto di non potermi reggere in piedi. ([[Lancillotto]], p. 720) *Ah, Lancillotto [...] guida di tutti i cavalieri cristiani, impareggiabile tra i valorosi, ora giaci qui. Eri il più cortese cavaliere che abbia mai portato lo scudo, l'amico più sincero nei confronti di chi ti amava tra quanti hanno mai cavalcato, il più fedele amante tra i peccatori che abbiano mai amato una donna, l'uomo più gentile che abbia mai brandito una spada. La tua bella persona primeggiava sempre tra una folla di cavalieri, e tu eri l'uomo più mansueto e più onorato tra quanti mai si siano intrattenuti a banchetto con le dame. Ma eri anche l'avversario più inflessibile per un nemico mortale che abbia mai posto la lancia in resta. (Hector de Maris, p. 722) ===Explicit=== ====Originale==== Here is the end of the booke book of kyng Arthur & of his noble knyghtes of the rounde table | that whan they were hole togyders there was ever an C and xl | and here is the ende of the deth of Arthur | I praye you all Ientyl men and Ientyl wymmen that redeth this book of Arthur and his knyghtes from the begynnyng to the endyng | praye for me whyle I am on lyve that god sende me good delyveraunce | & whan I am deed I praye you all praye for my soule | for this book was ended the ix yere of the reygne of kyng edward the fourth | by syr Thomas Maleore knyght as Ihesu helpe hym from hys grete myght | as he is servaunt of Ihesu bothe day and nyght |<br>{{NDR|Thomas Malory, ''[https://archive.org/details/lemortedarthuror00malouoft/page/860/mode/2up Le Morte d'Arthur. The original edition of William Caxton now reprinted and edited with an introduction and glossary]'', a cura di H. Oskar Sommer, Londra, David Nutt, 1889}} ====Traduzione==== ''Qui finisce il libro di re Artù e dei suoi nobili cavalieri della Tavola Rotonda, che nel loro insieme raggiungevano il numero di centocinquanta. E questa è anche la fine de'' La morte di Artù. '' Gentiluomini e gentildonne che avete letto il libro di Artù e dei suoi cavalieri dall'inizio alla fine, vi supplico di pregare finché sono in vita perché Dio mi mandi una buona liberazione. Quando poi sarò morto, vi chiedo di pregare tutti per la mia anima. Quest'opera fu terminata nel nono anno di [[Edoardo IV d'Inghilterra|re Edoardo IV]] dal cavaliere sir Thomas Malory che Gesù aiuti con la Sua grande potenza, poiché è servo di Cristo di giorno come di notte.''<br>{{NDR|Thomas Malory, ''Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri'', volume secondo, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Milano, Oscar Classici Mondadori, 1985. ISBN 88-04-41154-6}} ==Citazioni su Thomas Malory== *Malory fu in realtà il primo scrittore su commissione [...]. Quando [[William Caxton|Caxton]] costruì la sua pressa da stampa, chiese al povero vecchio Malory di scrivere qualcosa, ed egli acconsentì mettendo insieme tutte le storie che conosceva: tutte le storie tramandate dalla tradizione orale. Poi, a poco a poco, con la proliferazione dei libri, la gente dimenticò quelle storie o non si curò di ricordarle. Così, i racconti che Malory ambientò nel XII secolo descrivevano eventi accaduti molto tempo prima [...]. E, come accade per tutti i miti, essi assunsero le tinte dell'epoca in cui vennero scritti. Gli ''Idilli del re'' di [[Alfred Tennyson|Tennyson]], per esempio, oppure le opere di [[Edward Burne-Jones|Burne-Jones]] e dei Preraffaelliti, descrissero e dipinsero le leggende arturiane del XII secolo secondo la sensibilità della propria epoca. Finendo così per rivelare più cose sull'età vittoriana che sulla leggenda stessa. ([[John Boorman]]) *Sì, possiamo immaginarci sir Thomas Malory come un adorabile primitivo, un innamorato di cose nobili e belle e grandi, finché non sappiamo, in base alle moderne ricerche che l'hanno identificato con un personaggio della parrocchia di Monks Kirby nella contea di Warwick, figura più di bandito che di {{sic|compíto}} gentiluomo, che per via delle sue violenze e rapine fu spesso in prigione, e in prigione scrisse appunto le sue storie di cavalleria. ([[Mario Praz]]) ==Bibliografia== *Thomas Malory, ''[https://archive.org/details/lemortedarthuror00malouoft/page/34/mode/2up Le Morte d'Arthur. The original edition of William Caxton now reprinted and edited with an introduction and glossary]'', a cura di H. Oskar Sommer, Londra, David Nutt, 1889. *Thomas Malory, ''Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri'', due volumi, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Milano, Oscar Classici Mondadori, 1985. ISBN 88-04-41154-6 ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{DEFAULTSORT:Malory, Thomas}} [[Categoria:Scrittori britannici]] 70og7xpzpkm3r1w3vcsoa9qjxfb7ooc 1420660 1420659 2026-07-16T20:10:17Z Skekzilla 17056 /* Libro II */ 1420660 wikitext text/x-wiki Sir '''Thomas Malory''', o '''Maillorie''', '''Mallory''', '''Maleore''' (1409 – 1471), scrittore inglese. ==''La morte di Artù''== ===Incipit=== [[File:Morte Darthur incipit (cropped).jpg|thumb|Incipit dell'edizione del 1485 stampata da [[William Caxton]]]] ====Originale==== Hit befel in the dayes of Uther pendragon when he was kynge of all Englond | and so regned that there was a myȝty duke in Cornewaill that helde warre ageynst hym long tyme | And the duke was called the duke of Tyntagil | and so by meanes kynge Uther send for this duk | chargyng hym to brynge his wyf with hym | for she was called a fair lady | and a passynge wyfe | and her name was called Igrayne | So whan the duke and his wyf were comyn unto the kynge by the meanes of grete lordes they were accorded bothe | the kynge lyked and loved this lady wel | and he made them grete chere out of mesure | and desyred to have lyen by her | But she was a passyng good woman | and wold not assente unto the kynge | And thenne she told the duke her husband and said I suppose that we were sente for that I shold be dishonoured Wherfor husband I counceille yow that we departe from hens sodenly that we maye ryde all nyghte unto oure owne castell<br>{{NDR|Thomas Malory, ''[https://archive.org/details/lemortedarthuror00malouoft/page/34/mode/2up Le Morte d'Arthur. The original edition of William Caxton now reprinted and edited with an introduction and glossary]'', a cura di H. Oskar Sommer, Londra, David Nutt, 1889}} ====Traduzione==== Al tempo in cui [[Uther Pendragon]] governava su tutta l'Inghilterra, vi era in Cornovaglia un potente duca, signore di Tintagel, che gli faceva guerra da molti anni. Attraverso degli emissari, un giorno il re lo convocò ordinandogli di portare con sé anche la moglie, che aveva nome [[Igraine]] e fama di essere molto assennata. Quando il duca arrivò alla presenza del sovrano, per intercessione dei più nobili baroni si riconciliò con lui, ma il re si innamorò di sua moglie, la festeggiò oltre misura e desiderò di giacere con lei. Igraine, che era una donna onesta e leale, non solo non vi consentì, ma anzi disse al marito:<br>«Credo che siamo stati chiamati qui perché io vi perdessi il mio onore. Vi consiglio quindi di andare via senza indugio e di raggiungere questa notte stessa il nostro castello.»<br>{{NDR|Thomas Malory, ''Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri'', volume primo, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Milano, Oscar Classici Mondadori, 1985. ISBN 88-04-41154-6}} ===Citazioni=== ====Libro I==== [[File:Story of Merlin - Arthur's conception.png|thumb|Il concepimento di Artù]] *«Ecco cosa voglio, sire» disse allora Merlino. «La prima notte che trascorrerete con Igraine concepirete in lei un figlio che mi farete consegnare appena sarà venuto alla luce. Io lo alleverò dove più mi piacerà, affinché a voi derivi onore e al bambino i vantaggi che gli spettano.»<br>«Sarà fatto come volete» accondiscese il re.<br>«Ora preparatevi» aggiunse Merlino. «Questa notte stessa vi coricherete al fianco di Igraine nel castello di Tintagel, e avrete le sembianze di suo marito; Ulfius assumerà l'aspetto di ser Brastias e io quello di ser Jordans, due cavalieri del duca. Ma badate di non rivolgere domande né a lei né ai suoi uomini; dite che non vi sentite bene, affrettatevi ad andare a letto, e domani mattina non vi alzate prima del mio arrivo. Il castello non è che a dieci miglia da qui.»<br>Fu dunque fatto come era stato deciso. Ma poiché il duca aveva visto il re lasciare l'assedio di Terrabil, quella stessa notte uscì dal castello attraverso una postierla per attaccare l'esercito regale e rimase ucciso nella sortita prima ancora che il sovrano fosse arrivato a Tintagel. Così re Uther giacque con Igraine più di tre ore dopo la morte del duca e, in quella notte, concepì Artù. Allo spuntare del giorno, dopo che Merlino fu arrivato per dirgli di prepararsi, egli baciò la dama e partì in gran fretta. E quando Igraine sentì dire che, secondo tutte le testimonianze, il marito era morto prima dell'arrivo di Uther, si chiese con grande stupore chi potesse essere l'uomo che si era coricato con lei nelle sembianze del suo signore e ne pianse segretamente senza farne parola ad alcuno. (p. 7) *Non passò molto, quindi, che un mattino Uther e Igraine si sposarono tra la gioia e il tripudio generale, e, per volere del re, nella stessa occasione re Lot di Lothian e di Orkney sposò Morgawse, che sarebbe stata la madre di [[Gawain|Galvano]], e re Nentres della terra di Garlot sposò Elaine. La terza sorella, [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana la Fata]], fu invece messa a studiare in un convento dove divenne molto dotta in negromanzia. In seguito sarebbe stata maritata a re [[Urien|Uriens]] della terra di Gore, padre di [[Ywain|ser Ivano il Biancamano]]. (p. 8) *E quando i mattutini e la prima messa ebbero termine, nel camposanto dietro l'altare maggiore fu vista una grande roccia quadrangolare simile a un blocco di marmo, che sorreggeva nel mezzo una sorta di incudine d'acciaio alta un piede in cui era infitta una bella spada. Intorno all'arma una scritta in lettere d'oro diceva:<br><div class="center">{{maiuscoletto|Colui che estrarrà questa spada dalla roccia e dall'incudine è il legittimo re di tutta l'inghilterra.}} (p. 10) [[File:An island story; a child's history of England (1906) (14801002423).jpg|thumb|Artù estrae la spada dalla roccia]] *Il giorno di Capodanno, terminata la messa, i baroni cavalcarono al campo, alcuni per giostrare, altri per torneare. Tra di essi vi era anche ser Ector accompagnato dal figlio ser Kay e dal giovane [[Re Artù|Artù]], fratello di latte di quest'ultimo. Ser Kay, che era stato fatto cavaliere nel giorno di Ognissanti, accortosi quando era già in cammino di avere dimenticato la spada nell'alloggio del padre, pregò Artù di andargliela a prendere.<br>«Volentieri» rispose il giovane allontanandosi in fretta. Giunto a casa, scoprì però che la dama e tutti gli altri erano usciti per assistere alle giostre. Ne fu addolorato, ma poi si disse:<br>"Andrò al camposanto a prendere la spada che è infitta nella roccia. Mio fratello non deve rimanere senza un'arma in una giornata come questa."<br>Si diresse quindi verso il camposanto; scese di sella, legò il cavallo a un montante e si avvicinò alla tenda che nascondeva la roccia. Non trovandovi i cavalieri che vi erano stati lasciati di guardia e che infatti erano andati alle giostre, afferrò l'impugnatura della spada e la estrasse con un strappo deciso, ma senza sforzo. Poi riprese il cavallo e raggiunse ser Kay per consegnargliela. Appena il fratello la vide, la riconobbe subito. Allora si avvicinò al padre egli disse:<br>«Signore, ecco la spada della roccia. Dunque devo essere io il re di questa terra.»<br>Ser Ector osservò l'arma; quindi tornò indietro con i due giovani, smontò da cavallo, entrò nella chiesa e ordinò a ser Kay di ripetergli con precisione come l'avesse presa faccendolo giurare sul Libro Sacro.<br>«Me l'ha portata mio fratello Artù, signore» disse allora ser Kay.<br>«E tu, come l'hai avuta?» chiese ser Ector ad Artù.<br>«Ecco, signore, quando sono tornato a casa a prendere la spada di ser Kay, non ho trovato nessuno che me la potesse dare; allora, pensando che mio fratello non dovesse rimanere disarmato, sono venuto qui e ho estratto l'arma dalla roccia senza alcuna fatica.» (pp. 11-12) *Ser Ector e ser Kay si inginocchiarono a terra.<br>«Ahimè, perché vi inginocchiate davanti a me, voi che siete mio padre e mio fratello?» chiese loro Artù.<br>«No, mio signore, non è così. Io non sono vostro padre e non sono nemmeno del vostro stesso sangue. Vedo che discendete da un lignaggio ben più nobile di quanto credessi.»<br>Egli gli raccontò come gli fosse stato affidato, perché lo allevasse, dallo stesso Merlino. Nel sentire che ser Ector non era suo padre, il giovane provò un profondo dolore, ma il cavaliere continuò:<br>«Quando sarete re, vorrete essere il mio buono e grazioso signore?»<br>«In caso contrario sarei da biasimare» fu la risposta di Artù. «Siete l'uomo a cui devo di più insieme alla mia buona signora e madre, vostra moglie, che mi ha nutrito e allevato come figlio suo. Se Dio vorrà ch'io sia re come voi dite, potrete chiedermi tutto quello che sarà in mio potere di concedervi, e io non vi mancherò!» (pp. 12-13) *«Per quale motivo quel ragazzo è divenuto vostro re?»<br>«Signori, è figlio legittimo di Uther Pendragon e di Igraine, moglie del duca di Tintagel» rispose loro Merlino.<br>«Allora è bastardo!» esclamarono tutti.<br>«No; Artù fu concepito più di tre ore dopo la morte del duca, e tredici giorni più tardi re Uther sposò Igraine. È quindi provato che non è bastardo, e chi lo afferma sappia che Artù sarà re e avrà ragione di tutti i suoi nemici, e che, prima di morire, avrà regnato a lungo su tutta l'Inghilterra e avrà condotto sotto il proprio comando Galles, l'Irlanda, la Scozia e molti altri regni.» (p. 15) *Dovremmo forse accettare che un interprete di [[Sogno|sogni]] ci esorti alla viltà? ([[Lot (ciclo arturiano)|Lot]], p. 16) *Ecco allora giungere in campo [[Ban di Benoic|re Ban]], fiero come un leone e con le insegne a bande verdi in campo d'oro.<br>«Ahimè, ora temo davvero che saremo sconfitti!» esclamò re Lot vedendolo. «Quello è il cavaliere più valoroso del mondo e anche l'uomo più rinnomato. Moriremo o saremo costretti a ritirarci, ma se dovremo farlo sarà bene che impieghiamo valore e saggezza, perché altrimenti perderemo ugualmente la vita!» (p. 26) *[...] è preferibile uccidere un vile piuttosto che, a causa di un codardo, perdere tutti la vita. ([[Lot (ciclo arturiano)|Lot]], p. 28) *{{NDR|Su [[Glatisant la Bestia]]}} A un tratto gli parve di sentire il latrare di una trentina di cani e vide dirigersi verso di lui, e avvicinarsi alla fonte, la bestia più singolare che si possa immaginare. Dal suo ventre proveniva il rumore simile al latrato di trenta coppie di cani, ma quando l'animale si mise a bere, il frastuono cessò d'improvviso per riprendere solo quando esso si allontanò. (p. 33) *«Siete un uomo straordinario!» esclamò allora Artù.<br>«Però mi stupisce molto sentirvi dire che morirò in battaglia.»<br>«Non ve ne meravigliate, è la volontà di Dio che il vostro corpo sia punito per le vostre azioni impure. Io invece dovrei essere triste, perché morirò di una morte vergognosa, sotterrato ancora vivo. Almeno la vostra sarà una fine onorevole.» ([[Re Artù]] e [[Mago Merlino]], p. 34) *Merlino è a conoscenza, come del resto voi, ser Ulfius, di come re Uther venne da me nel castello di Tintagel con le sembianze di mio marito che era morto tre ore prima, e di come quella stessa notte mi fece concepire un figlio. Tredici giorni dopo egli mi sposò, e allorché il bambino nacque ordinò che fosse affidato a Merlino e allevato da lui. Da allora io non lo vidi mai più; né seppi quale nome gli era stato dato. ([[Igraine]], p. 35) *«Ora siete in mio potere, e sono libero di decidere se uccidervi o risparmiarvi la vita. Ma se non vi darete per vinto sarò costretto a mettervi a morte» gli disse lo sconosciuto.<br>«Quando vorrà venire, la morte sia la benvenuta! Del resto, preferisco morire che disonorarmi arrendendomi a te» esclamò Artù balzandogli addosso. ([[Pellinore]] e [[Re Artù]], p. 39) *«Ahimè, Merlino, lo avete ucciso!» gli disse Artù. «Era il cavaliere più nobile del mondo, ed io preferirei essere privato delle mie terre piuttosto che saperlo morto.»<br>«Non ve ne date pensiero, è più sano di voi» gli rispose Merlino. «È solo addormentato, ma si risveglierà fra tre ore. Vi avevo detto che era un cavaliere forte e coraggioso, e vi avrebbe ucciso se io non fossi intervenuto. Ma da ora in poi egli vi renderà ottimi servigi; il suo nome è [[Pellinore|Pellinor]], e un giorno avrà due figli di valore impareggiabile che si chiameranno [[Parsifal|Percival]] e [[Lamorak|Lamorak il Gallese]]. E sarà ancora Pellinor a rivelarvi il nome del figlio che avete concepito in vostra sorella e che sarà la rovina del regno.» (p. 40) [[File:Boys King Arthur - N. C. Wyeth - p16.jpg|thumb|Artù riceve Excalibur]] *Proseguirono il cammino finché si trovarono sulla riva di un lago vasto e ameno, dal quale videro emergere un braccio rivestito di sciamito bianco: esso terminava in una mano che stringeva una magnifica spada.<br>«È quella l'arma di cui vi parlavo» disse Merlino ad Artù. E poiché in quel momento una donna passava sul lago, il re chiese chi fosse.<br>«È la [[Dama del Lago]]; sul fondo di questo specchio d'acqua si trova una caverna che ha l'interno decorato con tale ricchezza da renderlo la residenza più piacevole del mondo» gli spiegò Merlino. «Ora la dama si avvicinerà; allora voi dovrete pregarla cortesemente di darvi la spada.»<br>Infatti la dama si diresse verso Artù e lo salutò, e il re, dopo aver ricambiato il saluto, le chiese:<br>«Di chi è la spada che quel braccio tiene alta sull'acqua? Io sono senza armi, e vorrei che fosse mia.»<br>«Essa mi appartiene» gli rispose la dama «ma se mi concederete un dono allorquando ve lo chiederò, sarà vostra.»<br>«Ve lo accorderò, sulla mia parola» le promise Artù.<br>«Allora montate sulla barchetta che vedete laggiù, raggiungete a remi la spada e prendetela insieme al suo fodero. Io reclamerò il mio dono quando lo riterrò opportuno».<br>Artù e Merlino smontarono di sella e legarono i cavalli a due alberi. Poi salirono sulla piccola imbarcazione e, quando ebbero raggiunto la mano e la spada, il re ne afferrò l'impugnatura e la trattenne, mentre mano e braccio scomparivano sott'acqua. (pp. 40-41) *«Vi piace più l'arma o il fodero?» gli chiese Merlino.<br>«Preferisco la spada.»<br>«Non siete molto saggio, perché il fodero vale dieci volte di più! Finché lo avrete al fianco, esso impedirà alle vostre ferite di sanguinare, per quanto gravi possano essere. Quindi badate a non abbandonarlo mai.» (p. 41) *Poi re Artù fece cercare, sotto pena di morte, tutti i bambini che erano nati il primo di maggio concepiti da baroni e da dame, perché Merlino gli aveva detto che proprio in quella data aveva visto la luce di colui che lo avrebbe ucciso. Tra i numerosi figli di signori scovati e mandati a corte, si trovava anche [[Mordred]], il figlio della moglie di re Lot.<br>I fanciulli vennero messi su una nave che fu lasciata alla deriva sul mare, ma il caso volle che essa naufragasse ai piedi di un castello e che tutti i bambini morissero salvo proprio Mordred che ne era stato scagliato fuori e che fu ritrovato da un buon uomo che lo allevò. Quando poi il fanciullo ebbe compiuto i quattordici anni, fu mandato a corte, come narreremo verso la fine del libro della Morte di Artù. Ora diremo che i baroni del regno furono molto addolorati per la morte dei loro figli e ne incolparono più Merlino che Artù, ma poi rimasero in pace sia per timore sia per lealtà nei confronti del sovrano. (p. 43) ====Libro II==== [[File:The Death of Balin and Balan.png|thumb|La morte di Balin e Balan]] *«Ah, bella damigella, dignità, virtù e valore non sono riposti solo nell'[[abbigliamento]]!» esclamò [[Sir Balin|Balin]]. «La virilità e l'onore sono celati nella persona, e vi sono molti insigni cavalieri ignoti a tutti, a riprova che il pregio e l'ardimento non hanno alcun rapporto con le vesti che indossano.» (p. 46) *Non pochi pensano di fare scorno a un [[avversario]], e poi scoprono che il loro intento si è ritorto a loro danno. ([[Sir Balin]], p. 50) *Le bandiere furono dispiegate e i combattenti si scontrarono e spezzarono le lance. Ma i cavalieri di [[Re Artù|Artù]], con l'aiuto del Cavaliere dalle Due Spade e del fratello Balan, ebbero presto la meglio. Infatti, per quanto [[Lot (ciclo arturiano)|Lot]] compisse magnifiche prodezze tenendosi sempre in prima fila, sostenendo le proprie genti e affrontando i nemici, tuttavia non poté resistere a lungo, e fu un vero peccato che un cavaliere tanto valoroso, che era appartenuto alla corte di Artù, dovesse essere sopraffatto. Ma era il marito della sorella del re e ne era divenuto nemico, dacché Artù si era coricato con sua moglie concependo in lei [[Mordred]].<br>Ora accadde che nella mischia [[Pellinore|Pellinor]], il valoroso cavaliere che veniva chiamato il Cavaliere della Bestia Latrante, assestasse un colpo possente a Lot: fallito il bersaglio, la spada si abbatté invece sul collo del destriero facendolo cadere in terra insieme al re; allora Pellinor vibrò un altro fendente che spaccò a Lot l'elmo e il capo fino alla fronte. Morto il sovrano, l'esercito di Orkney si dette alla fuga perdendo molti altri uomini.<br>Più tardi Pellinor avrebbe pagato per il proprio gesto, perché [[Gawain|ser Galvano]], dieci anni dopo essere stato fatto cavaliere, lo avrebbe ucciso con le sue stesse mani per vendicare la morte del padre. (pp. 56-57) *Badate, sire, di conservare con cura il fodero di Excalibur e ricordate che finché l'avrete con voi le vostre ferite, per quanto gravi, non sanguineranno. ([[Mago Merlino]], p. 57) *Rimasto disarmato, {{NDR|[[Sir Balin]]}} si precipitò allora alla ricerca di un'altra arma entrando prima in una stanza poi un'altra e in un'altra ancora, senza riuscire a trovare nulla e sempre incalzato dappresso da [[Re Pescatore|re Pellam]]. Infine varcò la porta di una camera meravigliosamente decorata e vide che vi si trovava un uomo disteso su un letto coperto dai più splendidi drappi d'oro che si possano immaginare. Vicino al letto, su un tavolo d'oro puro sorretto da quattro zampe d'argento, era posata una lancia di singolare fattura. Balin la afferrò, si volse a fronteggiare Pellam e lo colpì con forza, facendolo cadere in terra privo di sensi. Allora il tetto e le mura del castello crollarono e anche Balin fu gettato al suolo, dove rimase senza potersi muovere. [...] Da allora re Pellam rimase infermo per molti anni, e guarì solo quando fu curato da [[Galahad]], il nobile principe, nel corso della ricerca del [[Graal|Sangrail]] – il bacile che conteneva il sangue di Nostro Signore Gesù Cristo portato in Inghilterra da Giuseppe d'Arimatea, cui un tempo era appartenuto anche lo splendido letto. La [[Lancia di Longino|lancia]] che aveva inferto il [[Colpo Doloroso]] era la stessa con cui Longino aveva ferito Nostro Signore al cuore, e poiché re Pellam era affine alla stirpe di Giuseppe e l'uomo più degno di quei tempi, la sua infermità provocò dolore, lutti e pene. (pp. 61-62) *«Fratello, mi hai ucciso e io ho ucciso te. Il mondo intero parlerà di noi» disse poi Balin quando si fu ripreso.<br>«Perché mai non ti ho riconosciuto!» si lamentò Balan. «Avevo notato le due spade, ma dato che portavi uno scudo non tuo ti avevo creduto un altro.»<br>«È colpa di uno sciagurato cavaliere che facendomelo cambiare ci ha dato la morte. Se potessi sopravvivere distruggerei il castello per i malvagi costumi che alberga.»<br>«E sarebbe ben fatto!» approvò Balan. «Da quando vi arrivai non ebbi più la possibilità di ripartirne perché uccisi il cavaliere che era a guardia dell'isola. Lo stesso accadrà anche a te, fratello. Avresti dovuto uccidermi, come del resto hai fatto, ma poi metterti in salvo con la fuga.»<br>In quel mentre sopraggiungeva la signora del castello con quattro cavalieri, sei dame e sei servitori, e sentì le pietose parole che si scambiavano i fratelli.<br>«Uscimmo entrambi da un medesimo sacello, il ventre di nostra madre, e giaceremo insieme in una stessa fossa» dicevano. (p. 66) *Il mattino successivo comparve Merlino e fece incidere in lettere d'oro sulla tomba dei fratelli una scritta che diceva:<br><div class="center">{{maiuscoletto|Qui giace Balin il Selvaggio, che era il cavaliere dalle due spade che inferse il Colpo Doloroso.}}</div><br>Poi, presa la spada di Balin e sostituitone il pomo con un altro, ordinò a un cavaliere di brandirla, ma quello non vi riuscì nonostante i ripetuti sforzi. Allora Merlino scoppiò a ridere.<br>«Perché ridete?» gli chiese il cavaliere.<br>«Solo i campioni migliori del mondo potranno maneggiare questa spada, cioè [[Lancillotto]] e suo figlio Galahad. E con quest'arma Lancilotto ucciderà ser Galvano, il nipote di re Artù» gli rispose Merlino, che fece incidere la profezia sul pomo della spada.<br>Poi operò perché un ponte di ferro e di acciaio collegasse l'isola con la terraferma, e lo fece largo solo mezzo piede perché soltanto l'uomo più eccellente e mondo da malizia e villania potesse avere l'ardire di attraversarlo. Inoltre lasciò sull'isola il fodero della spada di Balin perché Galahad potesse trovarlo, e fece sì che per magia la spada restasse infissa in un blocco di marmo grande come la mola di un mulino, che galleggiò per molti anni nella corrente di un fiume fin sotto le mura di Camelot. Un giorno di Pentecoste Galahad, il nobile principe, che aveva già trovato il fodero, avrebbe estratto la spada così come è narrato nel libro del Sangrail. (p. 67) ====Libro III==== *Che un re tanto illustre per nobiltà e valore voglia prendere in moglie [[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]] è la notizia più bella che abbia mai ricevuto [...]. Gli offrirei volentieri anche le mie terre se pensassi di poterlo compiacere, ma ne ha già tante e sono certo che non ne ha bisogno. Gli farò quindi un dono che gradirà molto di più, perché gli consegnerò la [[Tavola Rotonda]] che mi fu data da Uther Pendragon. Essa può ospitare un massimo di centocinquanta cavalieri; cento li ho io stesso, ma gli altri mi sono stati uccisi. ([[Leodegrance]], p. 69) *«Ma perché vi sono due seggi vuoti alla Tavola Rotonda?» chiese poi Artù a Merlino.<br>«Sire, sono destinati a uomini degni del più alto onore, e sul [[Seggio Periglioso]] siederà solo un cavaliere senza pari. Chiunque altro sarà tanto ardito da tentare di prendervi posto, sarà annientato.» (p. 72) *Devi concedere [[misericordia]] a coloro che t'implorano, perché un [[cavaliere]] spietato è un cavaliere senza onore. ([[Gaheris]], p. 76) *Così, portate a termine le tre ricerche affidate a ser Galvano, a ser Tor e a re Pellinor, re Artù confermò la nomina di tutti i cavalieri, assegnò terre a quelli che non avevano e impose loro di non commettere mai oltraggi o omicidi, di rifuggire sempre dal tradimento, di non comportarsi mai con efferatezza, ma di concedere grazia a chi la implorasse, sotto sanzione di perdere per sempre l'onore e la sua protezione. Inoltre il re ingiunse loro, pena di morte, di soccorrere sempre le dame, le damigelle e le gentildonne e di non ingaggiare combattimenti in contese ingiuste per amore o per beni mondani. Tutti i [[cavalieri della Tavola Rotonda]] giurarono in tal senso, i giovani come i vecchi, e ogni anno rinnovavano il giuramento in occasione della festa solenne della Pentecoste. (p. 87) ====Libro IV==== [[File:The Beguiling of Merlin by Edward Burne-Jones.jpg|thumb|Merlino e la Dama del Lago]] *Non passò molto che la [[Dama del Lago|Damigella del Lago]] partì e Merlino la seguì tentando più volte di farla sua con le proprie arti sottili, ma poi Nimue gli fece giurare di non fare mai più uso con lei dei suoi incantesimi, perché altrimenti non l'avrebbe mai avuta. [...] Poi Merlino e la damigella ripartirono per la Cornovaglia, e nel corso del viaggio egli le insegnò molti altri prodigi. Ma poiché le stava sempre intorno per cogliere la sua verginità, Nimue lo prese a noia e pensò di liberarsene; tuttavia non sapeva come fare anche perché ne aveva paura, dato che Merlino era figlio di un diavolo.<br>Ora, avvenne che un giorno Merlino le facesse vedere una caverna meravigliosa che si sprofondava sotto una grande pietra che la damigella, mettendo in opera le arti che aveva apprese, lo inducesse ad entrarvi per mostrarle i prodigi che essa nascondeva. Poi fece in modo che egli non ne uscisse mai più di quante arti magiche mettesse in opera, e si allontanò lasciandolo prigioniero. (pp. 88-89) *Ahimè, da quando sono stato incoronato non ho avuto un solo mese di riposo! ([[Re Artù]], p. 90) *{{NDR|Su [[Sir Tor]]}} Parla poco e agisce molto di più, e non conosco nessuno qui a corte che sia di nascita più nobile, o che gli sia pari in valore e in possanza. ([[Re Artù]], p. 94) *[...] poiché [[Baudemago|ser Bagdemagus]] si era adirato perché a ser Tor era stata data la precedenza, si allontanò all'istante dalla corte e, in compagnia del suo scudiero, si inoltrò in una foresta. Dopo molte avventure gli capitò di arrivare davanti alla caverna in cui la Damigella del Lago aveva imprigionato Merlino. Udendolo lamentarsi pietosamente, il cavaliere decise di cercare di aiutarlo e si sforzò di sollevare la pietra che chiudeva l'antro, ma essa era tanto pesante che non vi sarebbero riusciti nemmeno cento uomini.<br>Intanto Merlino, che si era accorto della sua presenza, gli diceva di desistere perché si affaticava invano: egli non avrebbe potuto essere soccorso se non da colei che lo aveva rinchiuso. Allora Bagdemagus si allontanò e, attraverso molte altre avventure che incontrò per via, si dimostrò un eccellente cavaliere, così che quando tornò a corte fu eletto compagno della [[Tavola Rotonda]]. (p. 94) *[...] mi sono impegnato a battermi ad oltranza e preferisco morire con onore piuttosto che vivere nella vergogna. Se mi fosse possibile perdere la vita cento volte, piuttosto che arrendermi a voi sceglierei lo stesso di morire. Sono senza armi, ma non senza onore, e del resto se ucciderete un uomo inerme, il disonore ricadrà su di voi. ([[Re Artù]], p. 101) *{{NDR|Sulla [[Fata Morgana (mitologia)|Fata Morgana]]}} Mi vendicherò su di lei con tale durezza che tutto il mondo cristiano ne dovrà parlare, perché Dio sa che l'ho onorata e venerata più di ogni altra del mio sangue e che avevo più fiducia in lei che in mia moglie e negli altri miei parenti. ([[Re Artù]], p. 103) *La gente dice che Merlino è figlio di un diavolo, ma io posso affermare di essere stato concepito da un demone sulla terra! ([[Ywain]], p. 105) *Dopo aver trascorso la notte nel monastero e ascoltata la messa, Galvano e Ivano ripresero il cammino. Si addentrarono in un grande bosco e poi sbucarono in una valleta dove videro dodici belle damigelle e due cavalieri armati e montati su grandi cavalli vicino a una piccola torre. Le damigelle correvano avanti e indietro da un albero al quale era appeso uno scudo bianco e, ogni volta che vi passavano accanto, vi sputavano sopra e alcune vi gettavano anche del fango.<br>I due giovani si avvicinarono, salutarono le damigelle e chiesero loro perché spregiassero lo scudo in quel modo.<br>«Ecco, signori, esso appartiene a un cavaliere del paese che è un ottimo combattente, ma ha in odio tutte le dame e le gentildonne. Per questo stiamo recando offesa al suo scudo.»<br>«Non è certo degno di un cavaliere disprezzare le dame» osservò ser Galvano «ma può anche darsi che ne abbia un buon motivo e che, se è vero quanto dite, in qualche altro luogo vi siano donne che egli ama e da cui è ricambiato. Come si chiama?»<br>«[[Morholt|Moroldo]], signore, del sangue del re d'Irlanda.»<br>«Lo conosco» intervenne ser Ivano. «È un cavaliere molto valoroso: una volta lo vidi misurarsi in una giostra con vari avversari e nessuno fu in grado di tenergli testa».<br>«Allora penso che siate voi da biasimare, damigelle!» esclamò ser Galvano. «Suppongo che se ha appeso lo scudo all'albero non si trovi lontano, e quei cavalieri laggiù potrebbero sfidarlo. Sarebbe più onorevole di quello che state facendo voi. Comunque, non intendo permettere che lo scudo di un cavaliere venga disonorato!» (pp. 110-111) *[...] non è cavalleresco che uno resti in arcioni mentre l'altro è a piedi. ([[Morholt]], p. 112) *Si slanciarono gagliardamente l'uno contro l'altro e si assestarono dei fendenti che fecero volare in pezzi gli scudi e ammaccare gli elmi e i giachi, così che ben presto furono entrambi gravemente feriti. Ma erano le nove del mattino, e Moroldo si accorse con stupore che ser Galvano diveniva di momento in momento più forte finché, all'ora di mezzogiorno, la sua forza si trovò triplicata. Quando però il mezzogiorno fu trascorso e cominciò a calare la sera, le forze di ser Galvano presero a scemare ed egli si sentì sempre più debole e cominciò a sospettare che non avrebbe potuto resistere. Sarebbe quindi stato il momento giusto perché ser Moroldo potesse dimostrare tutta la propria possanza; invece quest'ultimo disse:<br>«Ho constatato che siete un ottimo cavaliere e un uomo dotato di una forza prodigiosa, signore, ma finché dura. Del resto, la nostra non è una disputa grave e sarebbe un peccato se dovessi ferirvi, ora che vi vedo indebolito.» (p. 112) *«Signor cavaliere» gli disse a un certo punto ser Galvano «sono stupito che un uomo del vostro valore non ami le dame e le damigelle.»<br>«Coloro che mi attribuiscono questa nomea sono in torto, e so bene che si tratta delle damigelle della torre e di altre come loro» replicò ser Moroldo. «Ora vi dirò perché le detesto: esse sono maghe e incantatrici, e per quanto un cavaliere possa essere di forte costituzione e di indole valorosa, ne fanno un gran vigliacco per trarne vantaggio. Questo è il motivo principale per cui le aborro; sono invece pronto a servire da cavaliere tutte le buone dame e gentildonne.» (p. 113) *Una dama tanto superba da non avere misericordia di un valoroso [[cavaliere]] non ha diritto alla felicità! ([[Dama del Lago]], p. 121) *Ser Moroldo era ben conosciuto a corte, perché vi si trovano dei cavalieri che si erano misurati con lui in precedenza e che riferirono che egli aveva la fama di essere uno dei migliori cavalieri del mondo. (p. 128) ====Libro V==== *In pace da lungo tempo, [[re Artù]] aveva indetto una festa sfarzosa. La Tavola Rotonda era al completo di tutti i suoi alleati sovrani, principi e nobili cavalieri quando, mentre egli sedeva sul trono, entrarono nella sala dodici vecchi che recavano rami d'ulivo nelle mani a significare di essere venuti come ambasciatori e messaggeri dell'imperatore Lucio, a quel tempo chiamato Dittatore o Procuratore del Bene Pubblico di Roma. Giunti alla presenza del re, essi gli resero omaggio con un inchino e gli parlarono nel seguente modo:<br>«Il nobile e potente imperatore Lucio saluta il re di Britannia. Vi ordina di riconoscerlo come vostro signore e di inviargli il tributo che questo regno deve all'impero e che, come risulta dai documenti, già pagavano vostro padre e i vostri predecessori. Se agirete da ribelle e non lo riconoscerete come vostro sovrano, deterrete e tratterrete le vostre terre in contrasto con gli statuti e i decreti stabiliti dal nobile e illustre Giulio Cesare, conquistatore di questo paese e primo imperatore di Roma. Sappiate anche se vi opporrete alle sue richieste e ai suoi ordini, Lucio condurrà una guerra implacabile contro la vostra persona, i vostri regni e le vostre terre, e punirà voi e i vostri sudditi come esempio perpetuo per tutti i sovrani e i principi che rifiutano il tributo al nobile impero che domina sull'intero mondo.» (p. 131) *[...] io non pagherò mai il tributo a Roma! A quanto so Belino e Brenio, sovrani di Britannia, hanno tenuto a lungo l'impero nelle proprie mani, come anche Costantino figlio di Elena: vi è quindi la prova palese che non dobbiamo alcun tributo e che anzi, essendo noi i loro discendenti, abbiamo il diritto di reclamare il titolo all'impero. ([[Re Artù]], p. 132) *Artù presiedeva la Tavola Rotonda e appariva l'uomo più gagliardo che esista, capace di conquistare l'intera terra, che è ben poco per lui. (p. 134) *Mentre il re era assopito nella propria cabina ebbe un sogno meraviglioso: gli parve che un [[drago]] terrificante, giunto in volo dalla parte d'Occidente, affogasse molta della sua gente. Esso aveva la testa smaltata d'azzurro e le spalle che brillavano come oro, il ventre simile a maglie di straordinari colori, la coda coperta di scaglie, le zampe di splendido zibellino e gli artigli come oro fino. Dalla bocca gli scaturiva un'orrenda fiamma che faceva apparire di fuoco la terra e il mare. Poi, in una nuvola, giungeva dall'Oriente un feroce cinghiale nero dagli artigli grandi come pilastri. Coperta da pelame irsuto, era la bestia più ripugnante che si fosse mai vista, e ruggiva e muggiva in modo incredibilmente orribile. Il drago allora si sollevava nell'aria come un falco e assaliva con violenza il cinghiale che rispondeva ferendolo al petto con le zanne grigie, e quel sangue bollente faceva rosseggiare il mare. Allora il drago volava a grandi altezze, poi si precipitava fragorosamente a colpire il cinghiale sulla sommità del dorso, lungo dieci piedi dalla testa alla coda, riducendogli in polvere le ossa e la carne, che prendevano a volteggiare per tutta l'ampiezza del mare.<br>Il re si svegliò di colpo e, sconcertato dal sogno, mandò a chiamare un saggio filosofo cui ordinò di spiegarne il significato.<br>«Sire» fu la risposta del sapiente «il drago rappresenta la vostra persona, i colori delle sue ali sono i regni che avete conquistato e le scaglie di cui è irta la coda rappresentano i nobili cavalieri della Tavola Rotonda. Il cinghiale che usciva dalle nuvole e che fu ucciso dal drago simboleggia un tiranno che tormenta il popolo, o forse anche che voi dovrete battervi di persona contro il più orrido e abominevole gigante che avrete mai visto in tutta la vita. Non avete dunque nulla da temere da questo sogno: andate avanti da conquistatore.» (pp. 135-136) *Guardate quanto sono tronfi di orgoglio e di millanteria questi Britanni! [...] Si vantano come se avessero già conquistato il mondo intero! (p. 140) ====Libro VI==== *Poco tempo dopo che [[re Artù]] era tornato in Inghilterra da Roma i [[cavalieri della Tavola Rotonda]] si riunirono a corte per dedicarsi a giostre e a tornei. Non pochi cavalieri novelli compirono onorevoli gesta d'armi e superarono i compagni dando prova di valore e di prodezza, ma tra tutti spiccò [[Lancillotto|ser Lancillotto]] del Lago che fu il migliore nei tornei, nelle giostre e nelle prove d'armi sia al primo sia all'ultimo sangue, e non si fece mai sopraffare se non per tradimento o per incantesimo.<br>Dunque ser Lancillotto si meritò una tale unanime ammirazione che il libro francese dice che era il cavaliere migliore della corte dopo il ritorno del re da Roma. Per tutti questi motivi, la regina Ginevra lo predilesse tra gli altri, e poiché anche egli la ricambiava amandola più di qualunque altra dama o damigella della sua vita, compì per lei molte prodezze d'armi. (p. 157) *[...] non posso impedire alla gente di dire quel che vuole, ma non penso affatto di prendere moglie, perché dovrei restare al suo fianco trascurando le armi, i tornei, le battaglie e le avventure. Quanto poi ad avere delle amiche, rifiuto il piacere che esse potrebbero darmi soprattutto perché sono timorato di Dio. Vedete, i [[Cavaliere|cavalieri]] che si danno all'adulterio e al libertinaggio non sono felici o fortunati in battaglia, e sono quasi sempre sopraffatti da cavalieri meno abili, oppure per caso e per malasorte uccidono uomini migliori di loro. Credo quindi che sarà sempre un infelice l'uomo che ha delle amanti, e che tutto ciò che avrà a che fare con lui sarà perseguitato dalla sorte. ([[Lancillotto]], p. 170) *Ahimè, che peccato che un cavaliere debba morire senza le armi in mano! ([[Lancillotto]], p. 181) ====Libro VII==== *[[Re Artù|Artù]] dunque si era seduto a banchetto con vari altri sovrani e con tutti i [[cavalieri della Tavola Rotonda]], salvo quelli che erano stati fatti prigioniero o uccisi in scontri d'armi, quando i tre uomini fecero il loro ingresso nella sala. Due erano cavalieri di bell'aspetto e riccamente vestiti, e sulle loro spalle si appoggiava il terzo, il giovane più bello del mondo, alto, robusto e prestante, dal viso perfetto e dalle più grandi e splendide mani che si fossero mai viste, ma che si muoveva come se non riuscisse a reggersi senza essere sostenuto. Artù ordinò che si facesse silenzio e si lasciasse spazio per il loro passaggio, e i tre uomini avanzarono fino all'alta predella senza pronunziare una parola; poi il più giovane si trasse un poco indietro e, raddrizzandosi agilmente in tutta la persona, disse:<br>«Re Artù, Dio benedica voi e tutta la vostra bella certe e, in particolare, i compagni della Tavola Rotonda. Sono venuto per pregarvi di accordarmi tre doni, e poiché le mie richieste non sono irragionevoli e non vi causeranno danni o perdite, potrete concedermeli senza tema di essere disonorato. Il primo lo chiederò subito, e gli altri due tra un anno in questo stesso giorno dovunque vi troverete a celebrare la festa solenne.»<br>«Avrai quanto desideri» dichiarò il re.<br>«Allora, sire, questa è la mia prima supplica: datemi da mangiare e da bere a sufficienza per un anno, al termine del quale avanzerò le altre due preghiere.»<br>«Bel figliolo, ti consiglio di domandare di più: quello che hai espresso è un desiderio troppo umile» gli rispose Artù. «Il mio cuore prova grande inclinazione per te perché ritengo che tu discenda da una nobile schiatta: l'opinione che mi sono fatto risulterebbe fallace se non dovessi dimostrarti di altissimo lignaggio.»<br>«Sire, sia come deve essere, ho chiesto esattamente quello che volevo» replicò il giovane.<br>«Non credo che tu non lo conosca!» esclamò il re, che poi affidò il giovane a [[Sir Kay|ser Kay il Siniscalco]], ordinando che gli desse i migliori cibi e le migliori bevande e un corredo degno del figlio di un barone.<br>«Non ci sarà bisogno di spendere tanto per lui» osservò però ser Kay. «Secondo me è nato villano e non diventerà mai un gentiluomo, altrimenti vi avrebbe chiesto un cavallo e un'armatura. I suoi desideri rispecchiano invece la sua condizione. Comunque, dato che non ha nome, lo chiamerò [[Sir Gareth|Bellamano]] e lo porterò in cucina dove potrà mangiare tutti i giorni tanto di quel brodo che tra un anno sembrerà un porcello all'ingrasso.» (pp. 187-188) *Appena i due uomini che avevano accompagnato il giovane furono ripartiti lasciandolo nelle mani di ser Kay, questi cominciò a schernirlo e a farsi beffe di lui. Ma [[Gawain|ser Galvano]] se ne adirò e [[Lancillotto|ser Lancillotto]] ordinò al siniscalco di smetterla, aggiungendo che era pronto a scommettere che si sarebbe dimostrato un cavaliere di grande valore.<br>«Non avete ragioni per ritenerlo» replicò il siniscalco. «Le sue rischieste mostrano la sua vera natura; non vuole che da bere e da mangiare e in fede mia deve essere cresciuto in un'abbazia dove, comunque andassero le cose, gli facevano sempre mancare il vitto! Per questo è venuto a cercarlo qui.» (p. 189) *Così Bellamano fu mandato in cucina, e la notte dormiva con gli altri garzoni, sopportando tutto pazientemente per dodici mesi. Ma nel frattempo era riuscito a incontrare il favore generale, degli uomini come dei ragazzi, per la sua umiltà e la sua dolcezza. E ogni volta che vedeva dei cavalieri intenti alle giostre, se poteva si fermava ad osservarli e cercava in tutti i modi di trovarsi ovunque si svolgesse qualche prova di prodezza, così che accadeva che chiunque si esercitasse nel lancio di sbarre o di pietre si trovava sempre superato da lui di almeno due iarde. (p. 189) *«In nome di Dio, ti assicuro che ho dovuto impegnarmi al massimo per non essere disonorato; perciò non dovrai temere nessun altro» disse Lancillotto a Bellamano.<br>«Credete che un giorno sarò in grado di tenere testa a qualunque provetto cavaliere?» gli chiese allora il giovane.<br>«Certamente, combatti come hai fatto oggi e io te ne sarò garante.»<br>«Adesso, quindi, vi prego di armarmi.»<br>«Però dovrai dirmi il tuo nome e il tuo lignaggio.»<br>«Ve lo dirò, signore, purché non lo riveliate ad alcuno.»<br>«Te ne do la mia parola, finché non sarà universalmente noto.»<br>«Mi chiamo Gareth e sono fratello germano di ser Galvano» gli disse infine Bellamano.<br>«Ah, signore, ne sono molto lieto! Ho pensato fin dal primo momento che doveste essere di sangue nobile e che non foste venuto a corte solo per mangiare e bere!» esclamò ser Lancillotto; dopo di che lo armò cavaliere. (pp. 192-193) *[...] non lasciatemi morire quando una parola [[Cortesia|cortese]] potrebbe salvarmi! (Sir Pertolepe, p. 199) *Un [[cavaliere]] deve tollerare qualunque cosa da parte di una [[damigella]] [...]. Per questo non ho badato alle vostre parole, per quanto ingiuriose fossero; anzi, quanto più mi offendevate e mi facevate montare in collera, tanto più sfogavo la mia ira contro gli avversari che incontravo. Così le vostre ingiurie mi hanno esortato a battermi e mi hanno indotto a cimentarmi per provarvi fino in fondo di cosa sono capace. Se ho cercato accoglienza nelle cucine di Artù, è stato solo per avventura, perché avrei potuto trovare di che sostentarmi in qualunque altro posto. Ma l'ho voluto fare per mettere alla prova i miei amici e perché un giorno si potesse sapere che sono un gentiluomo. ([[Sir Gareth]], p. 203) *{{NDR|Su [[Sir Gareth]]}} Ha sconfitto tutti e quattro i fratelli e ucciso il Cavaliere Nero [...]. Ma prima ancora aveva fatto di più: aveva disarcionato ser Kay lasciandolo a terra mezzo morto e aveva affrontato un duro scontro con ser Lancillotto concludendolo alla pari. È stato allora che ser Lancillotto lo ha armato cavaliere. (p. 206) *{{NDR|Su [[Sir Gareth]]}} Lancillotto era il cavaliere che il giovane amava di più; perciò rimase quasi sempre con lui anche perché, dopo che si fu assicurato della buona salute di ser Galvano, non volle più accompagnarsi a quell'uomo vendicativo che, quando odiava, era pronto anche a commettere omicidi. E a ser Gareth questo ripugnava. (p. 236) ====Libro VIII==== *Al tempo in cui [[Re Artù|Artù]] era re supremo d'Inghilterra, del Galles, della Scozia e di numerosi regni, v'erano altri sovrani che regnavano su molte contrade: un paio nel Galles, altrettanti in Cornovaglia e nell'Occidente, due o tre in Irlanda e un gran numero nel Settentrione, ma tutti costoro gli dovevano obbedienza ed erano suoi vassalli, al pari del re di Francia, del re di Bretagna, e di tutti gli altri baroni fino a Roma. (p. 241) [[File:Arthur Hughes cartoon the Birth of Sir Tristram.jpg|thumb|La nascita di [[Tristano]]]] *Ah, figlioletto mio [...] hai dato la morte a tua madre! Se in così giovane età sai giù uccidere, suppongo che diverrai un uomo gagliardo e, poiché morrò per averti messo al mondo, voglio che la mia ancella preghi il mio signore e Meliodas che al battesimo ti imponga il nome di [[Tristano]], a significare il dolore della tua nascita. (Elisabetta, p. 242) *{{NDR|Su [[Tristano]]}} [...] egli diede inizio alle buone regole del trattare ogni tipo di cacciagione e introdusse i termini appropriati che sono in uso ancor oggi, onde il libro della caccia col falcone, al cervo e a ogni altro animale selvatico, è chiamato il libro di ser Tristano. Mi sembra pertanto che tutti i gentiluomini di antico blasone debbano giustamente onorarlo, perché è proprio da tali termini, che resteranno in uso fino al giorno del Giudizio, che gli uomini d'onore possono distinguere un gentiluomo da un uomo libero e quest'ultimo da un villano. Colui che è [[Gentilezza|gentile]] sarà infatti attratto dalle virtù cortesi e seguirà i nobili costumi degli uomini d'onore! (p. 244) *Ora accadde che re Agwisance d'Irlanda mandasse a chiedere a [[Marco di Cornovaglia|re Marco di Cornovaglia]] il tributo che questi gli aveva corrisposto per molti inverni e che da sette anni aveva smesso di pagare. Il re e i suoi baroni ordinarono ai messaggeri di tornare dal loro signore con questa risposta:<br>«Noi non gli pagheremo alcun tributo e se vorrà esigerlo mandi in Cornovaglia un cavaliere fidato che combatta per il suo diritto, perché noi ne troveremo un altro che difenda il nostro.»<br>I messageri tornarono dunque con quella risposta che accese d'ira re Agwisance. Convocato [[Morholt|ser Moroldo]], un nobile e provato cavaliere, compagno della Tavola Rotonda e fratello della regina d'Irlanda, il sovrano gli disse:<br>«Bel fratello, ti prego di andare per amor mio in Cornovaglia a combattervi per il tributo che ci spetta. Sarai ben risarcito per tutto quello che spenderai e avrai più di quanto ti occorra.»<br>«Sire» rispose ser Moroldo «per il diritto vostro e della vostra terra non esiterò a dare battaglia al miglior cavaliere della Tavola Rotonda, conosco la maggior parte di loro e le imprese che hanno compiuto, e affronterò volentieri questo viaggio che accrescerà la fama delle mie gesta.» (p. 245) *Raccomandami a mio zio re Marco e pregalo, se sarò ucciso in battaglia, di seppellire il mio corpo nel modo che riterrà più opportuno [...]. Sappia che non mi arrenderò per viltà e che mi farò uccidere piuttosto che fuggire: in tal modo il regno non sarà costretto al tributo per causa mia; ma se mi arrendersi dichiarandomi sconfitto o se fuggissi, digli che non dovrà mai seppellirmi in terra consacrata. ([[Tristano]], p. 248) *Appena ser Moroldo ebbe scorto Tristano, gli disse:<br>«Giovane cavaliere, ser Tristano, che fate qui? Sono molto dispiaciuto che abbiate avuto tanto coraggio, perché dovete sapere che mi sono battuto con molti nobili cavalieri, i migliori di questo paese e del mondo intero, e li ho vinti tutti. Seguite dunque il mio consiglio e ripartite.»<br>«Ser Moroldo, cavaliere leale e ben provato» gli rispose ser Tristano «non posso rinunciare alla nostra contesa perché proprio oggi ho ricevuto l'ordine della cavalleria e mi sono impegnato ad acquistarmi onore combattendo contro di voi che avete fama di essere tra i cavalieri più stimati del mondo. Al contrario io non mi sono ancora cimentato con un buon cavaliere, ma confido in Dio che potrò comportarmi onorevolmente liberando per sempre la Cornovaglia da ogni genere di tributo da parte del vostro paese.»<br>Quando ser Moroldo ebbe inteso il suo intento, aggiunse:<br>«Bel cavaliere, poiché siete deciso ad acquistare merito a mio danno, voglio che sappiate che non sarete disonorato se riuscirete a resistere a tre dei miei colpi, perché è proprio per le mie nobili imprese, provate e vedute, che re Artù mi fece cavaliere della Tavola Rotonda.» (p. 249) *Io non sono che un novello cavaliere e al primo cimento, ma piuttosto che tirarmi indietro preferirei essere fatto in cento pezzi! ([[Tristano]], p. 250) *Con grande benevolenza, il re affidò Tamtrist alla custodia e alle cure della figlia [[Isotta|Isotta la Bella]], che era molto esperta di medicina. La fanciulla infatti scoprì che alla base della ferita vi era del veleno, e la guarì in poco tempo. Così il giovane forestiero nutrì per lei un grande amore, tanto più che non v'era al mondo pulzella o dama più bella, e in cambio delle sue cure le insegnò a suonare l'arpa. E anche Isotta cominciò a sentire una grande inclinazione verso di lui.<br>[[Palamede (ciclo arturiano)|Ser Palamede il Saraceno]], beneaccetto al re e alla regina, si trovava a quel tempo nel paese, e ogni giorno si presentava con molti doni a Isotta la Bella, che amava appassionatamente. Di ciò si avvide Tamtrist, cui era nota la fama di nobiltà e di ardimento del cavaliere, e siccome Isotta la Bella gli aveva anche detto che il Saraceno aveva intenzione di farsi battezzare per amor suo, tra i due cavalieri c'era grande gelosia e Tamtrist ne era molto contrariato. (p. 252) [[File:Waterhousem Tristan and Isolde.jpg|thumb|Tristano e Isotta bevono il filtro d'amore]] *Un giorno Isotta la Bella e la regina sua madre prepararono un bagno per Tamtrist. Mentre egli era immerso nell'acqua accudito da Governale e da ser Hebes e le due donne si affaccendavano da una parte all'altra della camera, il caso volle che la regina vedesse la spada del giovane posata sul letto e che malauguratamente la traesse dal fodero. Dopo averla ammirata a lungo, ché era invero un'arma molto bella, le due dame notarono che il filo della lama era rotto a un piede e mezzo dalla punta e che ne mancava un buon pezzo. Quella falla ricordò subito alla regina il frammento di spada trovato nel cranio di ser Moroldo.<br>«Ahimè, figlia mia» esclamò «costui è il cavaliere traditore che uccise mio fratello, tuo zio!»<br>Isotta ne fu amaramente turbata, ché amava profondamente Tamtrist e conosceva appieno la crudeltà della madre.<br>Intanto la regina si era prontamente recata nella propria camera e da un suo cofano aveva preso il framment di spada estratto dalla testa di ser Moroldo dopo la sua morte; quindi si era affrettata a tornare al letto su cui era posata l'arma di Tamtrist e vi aveva inserito il pezzo d'acciaio: esso combaciò con la tacca della lama quasi non se ne fosse mai distaccato.<br>Subito la dama impugnò fieramente la spada e con tutta la sua forza corse addosso a Tamtrist che era ancora nel bagno, sì che lo avrebbe tagliato in due se ser Hebes non l'avesse afferrata per le braccia strappandole l'arma di mano. Non avendo così potuto portare a termine il suo malvagio intento, la regina corse dal marito, re Agwisance, e, gettatasi in ginocchio, gli disse:<br>«Ahimè, mio signore, ospitate in casa vostra il traditore che uccise mio fratello ser Moroldo, nobile combattente e vostro servitore.»<br>«Chi è e dove si trova?» chiese il re.<br>«È Tamtrist, colui che mia figlia ha guarito.» (p. 255) *Mio padre è ser Meliodas re di Liones e mia madre, che si chiamava Elisabetta, era sorella di re Marco di Cornovaglia. Ella morì nel darmi la luce nella foresta e, proprio per questo, prima di spirare ordinò che al battesimo mi fosse imposto il nome di Tristano, ch'io trasformai qui in Tamtrist poiché non volevo essere riconosciuto. Ho combattuto per il tributo della Cornovaglia per amore di mio zio e per il diritto di quella terra che egli possedeva da molti anni, e anche per accrescere il mio onore, perché ero stato fatto cavaliere proprio quel giorno ed ero al mio primo cimento. Solo per questo intrapresi la battaglia, e sappiate inoltre che ser Moroldo si sottrasse a me ancora in vita, abbandonando lo scudo e la spada. ([[Tristano]], p. 256) *Col passare del tempo [...] sorsero dissidi e gelosie tra il re e il nipote a causa di una dama, moglie del nobile conte ser Segwaride, di cui entrambi erano innamorati. La dama amava molto ser Tristano che la ricambiava, poiché era invero bella, e il cavaliere lo aveva ben notato, e re Marco, accesosi anch'egli d'amore per lei, lo aveva saputo e ne era geloso. (p. 258) *[...] benché tra loro vi fossero belle parole, finché visse re Marco non amò più il nipote {{NDR|[[Tristano]]}}, poiché ogni affetto si era spento per sempre. (p. 260) *[...] colui che ha una segreta [[ferita]] è riluttante a mostrare apertamente l'ingiuria subita! (p. 260) *[[Lancillotto|Ser Lancillotto]] non ha pari per gentilezza e cavalleria e, per il grande affetto che nutro per lui, non combatterò più di mia volontà contro di voi. ([[Tristano]], p. 264) *[...] re Marco non smise mai di pensare in cuore suo al modo di far perire Tristano. Infine escogitò di mandarlo come suo messaggero in Irlanda a chiedere in moglie Isotta la Bella, di cui il nipote aveva tanto lodato l'avvenenza e la bontà. Ma tutto ciò era fatto con l'intento di farlo morire. (p. 265) *Ser Tristano prese dunque il mare e, mentre si trovava nella cabina insieme ad Isotta, accadde che avessero sete e che lì accanto vi fosse una piccola fiasca d'oro contenente, a giudicare dal colore e dal sapore, un vino prelibato. Subito il giovane la prese dicendo:<br>«Madama Isotta, ecco la migliore bevanda che abbiate mai gustata e che la vostra ancella dama Brangania e il mio servitore Governale tenevano per sé.»<br>Risero entrambi di cuore e bevettero liberamente, brindando l'uno all'altra, sì che mai vino sembrò loro più dolce e prelibato. Ma appena l'ebbero inghiottito, essi si amarano sì intensamente che quel loro sentimento non li abbandonò mai più, nella buona e nella cattiva sorte. Era infatti quello il principio di un amore che li avrebbe accompagnati per tutti i giorni della vita. (p. 271) *Non è da buon [[cavaliere]] cogliere un altro in svantaggio [...]. ([[Tristano]], p. 284) *Ser Lamorak si allontanò in compagnia di ser Driant, ed essendosi imbattuto in un cavaliere che per ordine di [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana la Fata]] recava a [[re Artù]] un bel corno rifinito in oro, lo costrinse con la forza a rivelargli il motivo della sua missione. Seppe che il corno aveva una virtù – nessuna dama o gentildonna che non fosse fedele al proprio signore vi poteva bere senza versarne il contenuto – e che Morgana la Fata lo inviava in dono al fratello Artù a causa della [[Ginevra (ciclo arturiano)|regina Ginevra]] e per dispetto a ser Lancillotto.<br>«Se non vuoi morire» disse allora ser Lamorak «porterai il corno a re Marco, e gli dirai che glielo mando perché metta alla prova la fedeltà della sua sposa.»<br>Il cavaliere si recò così da re Marco e gli disse che gli inviava quel corno prezioso e qual era la sua qualità. Il re costrinse quindi la regina Isotta a bere, e dopo di lei cento altre dame, ma solo quattro tra esse riuscirono a non versare la bevanda.<br>«Ahimè, è una grave infamia» esclamò il sovrano, giurando poi solennemente che avrebbe condannato al rogo la regina e le altre.<br>Ma i baroni si radunarono e dichiararono apertamente di non essere disposti a tollerare che le dame venissero arse per via di un oggetto fatto con arti magiche dalla strega più fals e incantatrice che vi fosse al mondo e nemica dei veri amanti, e affermarono che quel corno non operava mai niente di buono e causava solo odio e dissidi. Molti cavalieri fecero pertanto voto di usare ben poca cortesia a Morgana la Fata, se ma l'avessero incontrata. (pp. 284-285) *[...] uccisi ser Moroldo liberando la Cornovaglia dal tributo, e sono anche colui che salvò il re d'Irlanda da ser Blamor di Ganis e che vinse ser Palamede. Sono Tristrano di Liones e, con la grazia di Dio, libererò quest'infelice contrada. ([[Tristano]], p. 291) *«[...] In cambio della mia cortesia voi esponeste al biasimo molte dame, inviando a re Marco il corno di Morgana la Fata, per risentimento verso di me.»<br>«Lo rifarei se fosse il caso» affermò ser Lamorak. «Preferivo che la disputa si svolgesse alla corte di re Marco piuttosto che a quella di re Artù, perché non sono di pari onore.»<br>«Questo lo so, ma voi agiste solo per far dispetto a me» replicò Tristano. «Eppure, nonostante il vostro malanimo, ringrazio Dio che non avete fatto grande danno. Lasciate dunque ogni vostro rancore e io farò altrettanto: uniamo invece le nostre forze e acquistiamoci merito uccidendo il gigantesco signore dell'isola, ser Nabon il Nero.»<br>«Signore, ora comprendo la vostra cavalleria!» esclamò ser Lamorak. «Non può essere menzognero ciò che tutti dicono di voi: per nobiltà, generosità e virtù non avete pari e mi pento di avervi mostrato villania.» (p. 292) *[...] molti dicono dietro le spalle di un uomo quello che non gli direbbero mai in faccia. ([[Lamorak]], p. 295) ====Libro IX==== *Un giorno giunse alla corte di [[Re Artù|Artù]] un giovane di robusta costituzione, abbigliato sfarzosamente con una cotta di un ricco tessuto d'oro che tuttavia gli pendeva malamente addosso, a richiedere al re che lo armasse cavaliere.<br>«Come vi chiamate?» gli domandò il sovrano.<br>«[[Sir Breunor|Brunoro il Nero]], sire, e non tarderete a sapere che sono di nobile schiatta.»<br>«Sarà anche così» commentò [[Sir Kay|ser Kay]] «ma a vostro scherno sarete chiamato La Cotta Maltagliata per la pessima foggia del vostro abito.» (p. 299) *Sire [...] chiedo a voi e a tutta la corte che mi chiamate La Cotta Maltagliata: così mi ha soprannominato ser Kay e non voglio altro nome. ([[Sir Breunor]], p. 300) *Se alla tua prima giostra ti inviano un buffone a combatterti, sei davvero tenuto in poco conto alla corte di Artù! (Damigella Maldicente, p. 302) *Ah, bella damigella [...] vi prego di avere pietà e di non insultarmi oltre, perché la mia afflizione è grande abbastanza anche se non ne aggiungete del vostro. Tuttavia non mi considero un cattivo cavaliere per essere stato abbattuto da un compagno della Tavola Rotonda. ([[Sir Breunor]], p. 302) *{{NDR|Su [[Sir Breunor]]}} [...] vi dico apertamente che è un bravo cavaliere, e che si proverà nobile e prode. Se non si tiene ancora saldo in sella è solo perché gliene mancano la pratica e l'esperienza, ma quando è il momento di maneggiare la spada sa colpire con forza e valentia, ed è ciò che hanno compreso ser Bleoberis e [[Palamede (ciclo arturiano)|ser Palamede]] che, da uomini scaltriti dall'uso delle armi, sanno giudicare dal modo di cavalcare di un avversario se saranno in grado di rovesciarlo di sella o di assestagli un buon colpo. Ma per lo più essi non sono disposti a combattere a piedi con i giovani cavalieri, che sono agili e vigorosi. ([[Mordred]], p. 304) *{{NDR|Su [[Glatisant la Bestia]]}} Si trattava della bestia con la testa da serpente, il corpo da leopardo, le natiche da leone e le zampe da cervo; inoltre, ovunque essa andasse, dal suo ventre scaturiva uno strepito quasi vi fossero trenta coppie di veltri latranti. (p. 314) *[...] nessuno è conformato in modo da poter aver [[successo]] in ogni occasione: talvolta si ha la peggio per mala ventura e talaltra colui che è meno meritevole mette in svantaggio chi è migliore di lui. (p. 314) *«Chi vorreste assalire?» chiese [[Lamorak|ser Lamorak]].<br>«[[Lancillotto|Ser Lancillotto del Lago]]: se mai lo incontrassimo non potrebbe sfuggirci e lo metteremo a morte!»<br>«Vi assumete un compito molto arduo, perché è un cavaliere nobile e ben provato» fu la risposta di ser Lamorak.<br>«Non ne dubitiamo, ma ognuno di noi è sufficientemente forte per tenergli testa.»<br>«Non lo credo» replicò ser Lamorak. «In tutta la mia vita non ho mai inteso d'alcun cavaliere che ser Lancillotto non riuscisse a superare.» (p. 315) *[...] ognuno ritiene infatti che la propria dama sia superiore a ogni altra, e voi non dovete adirarvi se io lodo colei che maggiormente amo. Se la mia signora, la regina Ginevra, è ai vostri occhi la più avvenente, sappiate che la regina Morgawse sembra più bella ai miei, ed è ciò che ogni cavaliere pensa della propria dama. ([[Lamorak]], p. 316) *Ho ricevuto una bella ricompensa per aver combattuto contro [[Morholt|ser Moroldo]] e liberato il regno dalla sudditanza; e anche per aver portato in Cornovaglia la [[Isotta|regina Isotta]] sopportando gravi costi e pericoli. Quale compenso mi fu dato per essermi battuto con ser Blamor di Ganis in difesa di re Agwisance padre di Isotta la Bella, e cosa mi venne per aver abbattuto ser Lamorak il Gallese su richiesta di re Marco, o per aver vinto il Re dei Cento Cavalieri e il re del Galles del Nord che minacciavano le sue terre? E ancora, per aver salvato la regina dal buon cavaliere ser Palamede, e per aver ucciso il potente gigante Tawlas? Sappia re Marco, che ora mi dà tale mercede, che fu solo per amor mio che molti nobili cavalieri della Tavola Rotonda hanno finora risparmiato i baroni di questa contrada! ([[Tristano]], p. 326) *«Cosa volete fare?» gli chiese ser Dinadan. «Non compete a noi affrontare trenta cavalieri, e sappiate che non ci sto. Contro uno solo ne basterebbero anche due o tre, e certo io non vorrò misurarmi con una quindicina.»<br>«Vergogna a voi!» lo rimproverò ser Tristano. «Dovrete fare solo la vostra parte.»<br>«Non lo farò» ribatté ser Dinadan «a meno che non mi prestiate il vostro scudo di Cornovaglia: per la fama di viltà che hanno i cavalieri di quel paese, farà sì che i miei avversari siano indulgenti verso di me.»<br>«Non mi separerò mai dal mio scudo per amore di colei che me lo diede» affermò ser Tristano. «Tuttavia, ser Dinadan, vi garantisco che se non vi impegnerete a rimanere con me, vi ucciderò qui sul posto, perché non vi chiedo altro che di battervi con un solo avversario. Se poi non vi reggerà il cuore, ve ne starete da parte a osservare lo scontro tra me e gli altri.»<br>«Sta bene» fu la risposta di ser Dinadan «e vi prometto che farò il possibile per salvarmi; tuttavia vorrei non avervi mai incontrato!» (p. 327) *«Che scompiglio è mai questo?» protestò ser Dinadan. «Io vorrei riposarmi!»<br>«Non si può» ribatté ser Tristano «abbiamo vinto i signori del castello e ora dobbiamo difenderne il costume. Tenetevi dunque pronto.»<br>«In nome del demonio» esclamò ser Dinadan «perché mai mi sono unito a voi!»<br>Ci si preparò allo scontro: ser Gaheris affrontò ser Tristano e fu disarcionato; ser Palamede si misurò invece con ser Dinadan e lo abbatté al suolo. Si ebbe pertanto una caduta per parte e necessitava combattere a piedi, ma ser Dinadan, che era rimasto malamente contuso, non ne volle sapere. Ser Tristano andç allora ad allacciargli l'elmo pregandolo di aiutarlo.<br>«Non lo farò» rispose ser Dinadan. «Or non è molto abbiamo combattuto contro trenta cavalieri e ne risento ancora le ferite. Ma voi vi comportate come un folle o come un uomo fuor di senno che voglia buttarsi allo sbaraglio, e io posso solo maledire il momento in cui vi ho veduto. In tutto il mondo non vi sono che due cavalieri altrettanto pazzi: voi, ser Tristano, e ser Lancillotto, con cui mi accompagnai un tempo così come ora ho fatto con voi; ed egli mi fece tanto faticare che dovetti poi starmene a letto per tre mesi. Che il buon Gesù mi salvi da tali cavalieri, e in particolare dalla vostra compagnia!» (p. 329) *Ebbene, qui si può imparare che nessun [[cavaliere]] è tanto forte che non possa essere scavalcato, nessuno tanto saggio che non possa sbagliare, e che cavalca bene colui che non è mai caduto! ([[Dinadan]], p. 332) *{{NDR|Su [[Tristano]]}} Gesù misericordioso! Dacché presi le armi non vidi mai un cavaliere compiere gesta sì stupefacenti! Se lo assalissi ora, recherei onta a me stesso. ([[Lancillotto]], p. 335) *[...] un buon cavaliere deve sempre favorire un altro, giacché i simili sono attratti dai simili. (Re dei Cento Cavalieri, p. 336) *Ahimè, non posso mai acquisire onore là dove è ser Tristano [...]. Se non ci troviamo nello stesso luogo, il più delle volte sono io che ottengo il premio, a meno che non siano presenti ser Lancillotto o ser Lamorak. Ma ser Tristano ha sempre avuto la meglio su di me, prima in Irlanda, poi in Cornovaglia e in altri luoghi di questa contrada. [...] Tuttavia, a dire il vero, egli è il cavaliere più gentile che vi sia al mondo. ([[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]], p. 337) *[...] nell'ardore della lotta spesso si colpiscono gli amici al pari dei nemici. ([[Lancillotto]], p. 343) *Messere, quando foste creato cavaliere della Tavola Rotonda giuraste che non vi sareste mai scontrato consapevolmente con alcuno dei vostri compagni, e, perdio, [[Gaheris|ser Gaheris]], avete ben riconosciuto il mio scudo così come io ho riconosciuto il vostro! Sappiate però che se voi siete disposto ad infrangere il vostro giuramento io non mancherò al mio, e non già perché vi tema, ché potrei benissimo battermi con voi anche se siete mio cugino carnale! ([[Ywain]], p. 345) *Onta ai falsi cavalieri di Cornovaglia, che non hanno alcun merito! ([[Sir Kay]], p. 346) *Sire, faceste grave onta a voi e alla vostra corte quando bandiste dal paese ser Tristano. Se egli fosse stato qui, non avreste dovuto temere alcun cavaliere! ([[Gaheris]], p. 346) *{{NDR|Rivolto a [[Marco di Cornovaglia]]}} Siete un re unto con crisma e dovreste essere alleato d'ogni uomo d'onore. Meritate pertanto la morte! ([[Gaheris]], p. 347) *È difficile staccare la carne che è cresciuta intorno all'osso! ([[Lancillotto]], p. 348) *Anche il [[Pecora e lupo|lupo]] lascerebbe in pace la pecora se si trovassero insieme nella stessa prigione! ([[Dinadan]], p. 348) *Come dice il libro francese, [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana]] preferiva ser Lancillotto a ogni altro, e lo desiderava in ogni momento benché egli non acconsentisse ad amarla né a far nulla su sua richiesta. (p. 351) ====Libro X==== *Un [[cavaliere]] così ardito non morrà per mano di un branco di vigliacchi! ([[Tristano]], p. 357) *Ahimè, [[Isotta|Bella Isotta]] regina di Cornovaglia, perché mai vi amo? [...] Voi non avete colpa di questa mia pena e il biasimo ricade solo sui miei occhi: siete la più bella di tutte, e io da stolto non posso fare a meno di esservi devoto anche se non mi dimostrate né amore né cortesia, e amate riamata ser Tristano di Liones che è il cavaliere migliore del mondo. ([[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]], p. 373) *«Ecco un castello che non potrebbe essere preso o conquistato con alcuna macchina da guerra» disse ser Dinadan indicandolo al compagno. «Vi dimora la regina Morgana la Fata: lo ricevette dal fratello re Artù, che se ne è poi pentito amaramente. Da quel momento non c'è stato più accordo tra loro e la sorella gli ha fatto guerra ogni volta che ha potuto mantenendo proprio in questo maniero un folto gruppo di armati al solo scopo di distruggere quanti sono cari al re. Infatti non vi passa alcun cavaliere che non debba combattere contro uno, due o persino tre avversari. Se poi appartiene ad Artù ed è sconfitto, perde cavallo, armatura e ogni altra cosa che possiede, e persino la libertà qualora non riesca a fuggire.»<br>«Dio mi protegga!» esclamò ser Palamede. «Fare guerra al proprio signore che è chiamato il fiore della cavalleria cristiana e pagana è un costume malvagio e indegno di una regina, e io vi porrò fine di tutto cuore. Morgana non riceverà mai alcun servigio da me, e se come penso mi manderà contro i suoi cavalieri, essi avranno dì che combattere!» (p. 377) *Il racconto torna ora a [[Lamorak|ser Lamorak]] che era lodato e onorato da ogni buon cavaliere all'infuori di [[Gawain|ser Galvano]] e dei suoi fratelli che desideravano solo il suo male e che, meditando di cogliere l'occasione per ucciderlo, fecero venire la madre in un castello vicino a Camelot. La regina di Orkney era infatti giunta da poco allorché ser Lamorak le inviò un messaggero e fissò con lei un convegno di cui venne subito a conoscenza [[Gaheris|ser Gaheris]], che si pose in agguato.<br>A notte, ser Lamorak arrivò tutto armato, legò il cavallo vicino a una postierla segreta ed entrò in una stanza dove si tolse l'armatura; quindi raggiunse il letto della regina dove, amandosi di tutto cuore, essi trassero grande gioia l'uno dall'altra.<br>Quando ser Gaheris giudicò che fosse giunto il momento si accostò al letto e, afferrata bruscamente la madre per i capelli, le mozzò la testa. Ser Lamorak sentì così sprizzare su di sé il sangue caldo di colei che amava e balzò dal letto gridando come uomo aflitto e sgomento:<br>«Ah, ser Gaheris, cavaliere della Tavola Rotonda, avete commesso un'azione malvagia e vile! Perché uccideste la madre che vi generò? Avreste avuto maggior ragione di colpire me!»<br>«Dici il vero, e benché l'uomo sia nato per offrire il proprio servigio alla donna, sei tu che hai commesso l'offesa» replicò ser Gaheris. «Tuo padre uccise il nostro, eppure tu hai giaciuto con nostra madre disonorando me e i miei fratelli: è una vergogna troppo grande perché sia tollerata! Quanto poi a tuo padre re Pellinor, sappi che fu ucciso da me e da mio fratello Galvano.»<br>«Avete commesso un torto ancora più grande e fareste bene a ricordare ce la morte di mio padre non è ancora stata vendicata!»<br>«Non minacciarmi, Lamorak, altrimenti ti ucciderò. È solo perché ora sei disarmato che il mio onore di cavaliere mi vieta di metterti a morte, ma sappi che in qualunque altra occasione ti rincontrerò, non risparmierò la tua vita» ribatté ser Gaheris. «Ormai mia madre è affrancata da te: vai dunque a prendere il cavallo e vattene.» (pp. 385-386) [[File:Boys King Arthur - N. C. Wyeth - p162.jpg|thumb|La morte di Lamorak]] *Ser Lamorak si separò da Lancillotto e ripartì da solo, e fu così che ser Galvano e i suoi tre fratelli [[Agravaine|Agravano]], Gaheris e [[Mordred]] andarono ad attenderlo in un luogo appartato: gli uccisero il cavallo poi lo assalirono tutti insieme, di fronte, alle spalle e ai lati e, dopo più di tre ore di combattimento, ché ser Lamorak si difendeva da valoroso, ser Mordred gli aprì una profonda ferita nella schiena e gli altri lo fecero a pezzi.<br>Così morì il nobilissimo ser Lamorak, cavaliere della Tavola Rotonda; ma sappiate che [[Sir Gareth|ser Gareth]], il quinto fratello di ser Galvano, non ebbe alcuna parte nel vile assassinio. (p. 387) *«Ne ho visti di stolti come voi!» esclamò allora ser Dinadan adirato. «E uno proprio quest'oggi: se ne stava disteso accanto a una fonte con aria trasognata, lo scudo appoggiato al suolo e il cavallo poco distante, e sogghignava come un folle senza dire una parola. Compresi così che si trattava di un [[Innamoramento|innamorato]].»<br>«E voi non lo siete, bel cavaliere?» gli chiese ser Tristano.<br>«Maledetto chi lo è!» proruppe ser Dinadan.<br>«Avete torto, perché soltanto il cavaliere innamorato può essere prode» replicò ser Tristano. (pp. 408-409) *«In guardia, cavaliere» gridò poi a ser Epinogrus. «È abitudine dei cavlieri erranti sfidarsi alla giostra.»<br>«È forse costume di tali cavalieri imporre di combattere che lo si voglia o no?»<br>«È tale per me, e tanto vi basti» replicò ser Dinadan. (p. 409) *«[...] io non so cosa spinga ser Tristano e tanti altri innamorati a perdere la ragione e l'intendimento per delle donne!» commentò ser Dinadan.<br>«Come, siete un cavaliere e non siete innamorato? Vergognatevene: non potete certo essere chiamato prode se non venite a contesa per una dama.»<br>«Dio me ne guardi!» esclamò ser Dinadan. «Le gioie d'amore sono troppo brevi e le pene che ne derivano fin troppo durature.» (p. 412) *«Ma perché siete tanto incollerito?»<br>«Ah, codardo, disonori la cavalleria!» lo ingiuriò ser Dinadan.<br>«Poco importa dal momento che mi metterò al vostro servizio e rimarrò sotto la vostra salvaguardia. Siete così prode che mi proteggerete» replicò ser Tristano.<br>«Il diavolo mi liberi da te! D'aspetto sei il migliore uomo d'armi che abbia mai visto, ma anche il più pusillanime.» (p. 413) *"Date [[potere]] al [[villano]] e questi non ne avrà mai abbastanza". Infatti, laddove il governo è affidato a una persona di bassi natali mentre il signore delle terre è di nascita elevata, avverrà che il [[Plebe|plebeo]] non tollererà al proprio fianco alcun gentiluomo, e ne perseguirà anzi la rovina. (p. 417) *{{NDR|Su [[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]]}} [...] tutti lo lodarono e affermarono che seppure ancora saraceno, era un credente della migliore specie, ben disposto d'animo e assolutamente leale e fedele alla parola data. (p. 420) *Ora oso dire che siete la dama più bella che abbia mai visto, e che ser Tristano è un cavaliere prode e prestante quant'altri mai. Mi sembra perciò che siate fatti l'uno per l'altra! ([[Re Artù]], p. 441) *Ah, Palamede, Palamede [...] perché sei così emaciato, tu che un tempo eri chiamato uno dei più bei cavalieri del mondo? Ah, non voglio più vivere questa vita perché amo colei che non potrò mai avere o conquistare! ([[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]], p. 452) *«Signore, ecco come mi discolpo: in quanto alla regina Isotta, sappiate che l'amo da lungo tempo più di ogni altra, e a lei debbo gli onori che ho conquistato, ché altrimenti sarei rimasto il cavaliere più indegno del mondo. Ovunque andavo, il suo ricordo mi accompagnava e mi spingeva a compiere imprese meritevoli. Tuttavia finora non ebbi mai da lei ricompensa e pur essendo il suo cavaliere non ricevetti alcun guiderdone! Perciò, ser Tristano, non temo la morte perché, sapendo che non possiederò mai la mia regina, mi è indifferente vivere o morire, e se fossi armato come lo siete voi, mi batterei di buon animo.»<br>«La vostra stessa bocca ha rivelato il tradimento!» proruppe ser Tristano.<br>«Non ho commesso alcuna slealtà» protestò l'altro. «Ogni uomo è libero di amare, e benché abbia riposto il cuore nella vostra dama, ella è mia quanto è vostra. Se questo è un torto, allora sono colpevole, ma voi godete di lei e appagate il vostro desiderio, mentre io non ebbi mai nulla né spero di averlo in futuro, e tuttavia l'amerò quanto voi fino all'ultimo istante della mia vita.» (p. 453) ====Libro XI==== *Mentre in un giorno di Pentecoste, i cavalieri sedevano alla [[Tavola Rotonda]], si presentò ad [[Re Artù|Artù]] un eremita che vide il [[Seggio Periglioso]] e chiese al re e ai baroni perché non fosse occupato.<br>«Su quel seggio non siederà che colui che è destinato, ogni altro vi troverà la morte» gli fu risposto.<br>«Sapete chi è?» domandò allora l'eremita.<br>«Non lo sappiamo ancora.»<br>«Lo so io» dichiarò allora il sant'uomo. «Vi prenderà posto un cavaliere che non è stato ancora concepito, ma che nascerà quest'anno e sarà colui che conquisterà il Sangrail.» (p. 456) *[...] entrò, giovane e bellissima, una damigella che recava tra le mani un vaso d'oro. Allora il re e tutti quanti si trovavano nella sala si inginocchiarono devotamente a pregare.<br>«Oh, Gesù!» esclamò ser Lancillotto. «Cosa può significare?»<br>«È il [[Graal|Sangrail]], l'oggetto più prezioso che alcun essere vivente possieda» fu la risposta del re. «Quando sarà portato altrove, la Tavola Rotonda si spezzerà.» (p. 458) *A tempo debito, [[Elaine di Corbenic|Elaine]] partorì un bel bambino che fu allevato con cura e affetto e battezzato [[Galahad]], perché quello era il nome che ser Lancillotto aveva ricevuto al fonte battesimale e che poi la Dama del Lago aveva mutato in Lancillotto. (p. 460) *Sappiate, ser Bors, che questo fanciullo è Galahad; siederà sul Seggio Periglioso e otterrà il Sangrail, e si dimostrerà migliore di suo padre ser Lancillotto. ([[Elaine di Corbenic]], p. 462) *[...] solo gli uomini valorosi e retti che amano e temono Dio possono conquistare onore; altrimenti, per quanto arditi, non vi riescono. ([[Re Pescatore|Re Pelles]], p. 462) *Ser Bors si era appena sdraiato di nuovo per riposare, quando sentì un grande frastuono provenire dalla camera vicina e si vide piovere dentro, non sapeva se dalle porte o dalle finestre, nugoli di frecce e di quadrelli tanto fitti da lasciarlo stupito; molti lo colpirono e lo ferirono nei punti in cui il suo corpo non era protetto.<br>Ed ecco sopraggiungere un orribile leone: ser Bors gli si fece incontro; la fiera gli portò via lo scudo, ma egli riuscì a mozzarle la testa. Non passò molto che nella corte vide un orrendo drago sulla cui fronte sembrava fossero scritte lettere d'oro che ser Bors pensò avessero il significato di "re Artù". Giunse poi un leopardo brutto e vecchio che si batté a lungo e accanitamente con il drago; ma a un certo punto questi sputò fuori dalla bocca qualcosa come un centinaio di piccoli draghi che uccisero e fecero a pezzi il leopardo.<br>Apparve poi nella sala e si mise a sedere su un bel seggio un vecchio che sembrava avere intorno al collo due vipere. Teneva in mano un'arpa e prese a cantare un'antica canzone che narrava come Giuseppe di Aramitea fosse giunto in quel paese. Quando ebbe finito, consigliò a ser Bors di andare via.<br>«Qui non incontrerete altre avventure» gli disse. «Vi siete portato con grande onore, e più ne acquisterete in futuro.»<br>Parve allora a ser Bors che giungesse una colomba candida recante nel becco un incensiere d'oro, e che la tempesta imperversata fino ad allora cessasse e si allontanasse di colpo, mentre la sala si empiva di straordinari profumi. Poi vide quattro fanciulli che portavano quattro bei ceri e in mezzo ad essi un vecchio con un cero in una mano e una lancia nell'altra. Si trattava dell'arma che aveva nome Lancia della Vendetta. (pp. 463-464) *Dite [...] a [[Sir Kay|ser Kay il Siniscalco]] e a [[Mordred|ser Mordred]] che confido in Dio che sarò valoroso quanto loro, e non dimenticherò mai i motteggi e le derisioni che mi indirizzarono il giorno in cui fui investito cavaliere: non comparirò a corte finché tutti non parleranno di me con maggiore rispetto di quanto sia mai stato dimostrato loro. ([[Parsifal]], p. 472) *{{NDR|Su [[Parsifal]]}} [...] era infatti uno dei migliori cavalieri del mondo, e in lui la vera fede era ben salda. (pp. 473-474) *Ed ecco avvicinarsi il sacro vaso del Sangrail accompagnato da soavità e profumi di ogni sorta. I due cavalieri non poterono distinguere con chiarezza chi lo portava; solo ser Percival intravvide appena sia il vaso sia la vergine purissima che lo recava tra le mani. Immediatamente si trovarono entrambi perfettamente risanati nelle membra e nel corpo, e resero grazie a Dio in grande umiltà.<br>«Gesù» disse ser Percival «cosa significa che siamo guariti, mentre unmomento fa eravamo in punto di morte?»<br>«Lo so io» rispose ser Ector. «È stato il sacro vaso portato da una vergine e contenente il santo sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Solo un uomo di assoluta perfezione può vederlo.» (p. 474) ====Libro XII==== *Se la mia morte potesse giovarvi e la mia vita non vi fosse di alcuna utilità, ebbene, sarei pronta a morire per voi! ([[Elaine di Corbenic]], p. 481) *«Ah, [[Tristano|ser Tristano]]» esclamò allora [[Palamede (ciclo arturiano)|ser Palamede]] «sapete bene che non posso battermi senza perdere l'onore. Voi siete allo scoperto e io sono armato: se vi uccidessi l'onta ricadrebbe su di me. Del resto, conosco la vostra forza e la vostra resistenza.»<br>«È vero, e adesso capisco quanto siete prode.»<br>«Vi prego, rispondete a una domanda.»<br>«Volentieri. Con l'aiuto di Dio vi dirò la verità.»<br>«Fate il caso che voi foste armato di tutto punto e io non lo fossi: cosa vi suggerirebbe di farmi l'onore cavalleresco?»<br>«Ora capisco!» esclamò ser Tristano. «Poiché devo dare il mio parere, Dio mi benedica, quel che dirò non sarà dettato dalla paura. Vi risponderò quindi che in tal caso non vorrei battermi e vi lascerei andare.»<br>«E anch'io non voglio. Perciò, prendete la vostra strada!»<br>«Posso sempre scegliere se restare o andar via, invece. Ma c'è una cosa che mi stupisce: perché un cavaliere valoroso come voi non vuole essere battezzato, mentre vostro fratello ser Safer si è fatto cristiano già da tempo?»<br>«Sebbene in cuor mio creda già in Gesù Cristo e nella sua dolce madre Maria, secondo un voto che ho fatto anni fa devo ancora affrontare uno scontro; poi mi farò battezzare, e con grande gioia.»<br>«In fede mia, allora non dovrete cercare a lungo quest'ultima battaglia! Dio non voglia che per colpa mia restiate ancora saraceno!» (p. 488) *«E adesso?» gli chiese Tristano. «Ti ho alla mia mercé come poc'anzi mi avevate voi. Ma i cavalieri di corte non dovranno mai dire che ser Tristano ha ucciso un guerriero disarmato. Quindi, riprendete la vostra arma e portiamo a termine lo scontro.»<br>«Desidererei davvero di finirlo» rispose l'altro «ma non ho molta voglia di battermi ancora, anche perché l'offesa che vi ho arrecata non è tanto grave che non possiamo diventare amici. Osai dire che [[Isotta|Isotta la Bella]] non ha pari tra le dame; non l'ho mai disonorata e, anzi, è grazie a lei che ho ottenuto gran parte dell'onore che mi sono conquistato. Le mie offese non furono mai rivolte alla regina, ma a voi, e oggi mi avete ripagato con un gran numero di colpi. Ad alcuni ho potuto rispondere, ma adesso devo ammettere che non ho mai incontrato un uomo forte e resistente quanto voi, salvo ser Lancillotto del Lago. Perciò, mio signore, vi chiedo di perdonarmi ogni cosa e di condurmi oggi stesso alla chiesa più vicina dove prima vorrei confessarmi e poi essere battezzato. In seguito andremo insieme alla corte di Artù per partecipare alla grande festa.»<br>«Allora prendete il cavallo: faremo come avete detto, e che Dio vi perdoni per tutti i vostri peccati come ho già fatto io! A un miglio da qui il vescovo suffraganeo di Carlisle potrà impartirvi il sacramento del battesimo.»<br>Montarono a cavallo insieme a ser Galleron e, giunti alla presenza del vescovo, gli esposero quanto volevano. Il sant'uomo fece riempire un grande bacile d'acqua, la consacrò, poi confessò e assolse ser Palamede. Ser Tristano e ser Galleron furono i suoi padrini.<br>Poco dopo, ripartirono per Camelot dove trovarono il re, la regina e quasi tutti i cavalieri della Tavola Rotonda, che furono molto lieti di sapere che ser Palamede si era fatto cristiano. (pp. 490-491) ====Libro XIII==== *«Ora sono certo che voi della [[Tavola Rotonda]] partirete alla ricerca del [[Graal|Sangrail]] e che io non vi vedrò mai più tutti insieme» dichiarò allora Artù. «Voglio perciò che vi riuniate per giostrare e torneare nel prato sotto Camelot in modo che, dopo la vostra morte, si possa tramandare che in questo giorno erano qui raccolti tanti valorosi combattenti.» (p. 501) *Rientrati tutti tra le mura di Camelot, il re e i baroni si recarono ad ascoltare i vespri nella cattedrale e poi a cena, dove ciascuno dei cavalieri prese posto, come prima, sul proprio seggio. Ma ecco che, tra improvvisi scoppi e rombi di tuono che fecero temere che il palazzo stesse crollando, nella sala penetrò un raggio di sole sette volte più vivido di quanto si fosse mai visto e tutti furono investiti dalla grazia dello Spirito Santo. Guardandosi intorno, i cavalieri osservarono che gli altri sembravano circonfusi di bellezza, ma non poterono pronunciare una sola parola. Poi, apparve il Santo Graal velato di sciamito bianco, così che nessuno poté vederlo o capire chi lo recasse, e la sala si riempì di profumi mentre davanti ai commensali comparivano i cibi e le bevande che prediligevano. Dopo aver attraversato l'intero ambiente, il sacro vaso scomparve d'un tratto, e solo allora i presenti ritrovarono la voce e il re rese grazie a Dio per la benevolenza che aveva mostrato loro. (p. 502) *Non torneranno più tutti {{NDR|i [[cavalieri della Tavola Rotonda]]}} insieme perché molti moriranno nel corso della ricerca. Io li amo quanto la mia stessa vita, e lo scioglimento di questa compagnia mi provoca un tremendo dolore, poiché la loro presenza alla mia corte era ormai un costume consolidato. ([[Re Artù]], p. 503) *Il mio peccato e la mia malvagità mi hanno sprofondato nel disonore [...]. Finché ho perseguito avventure mondane per soddisfare desideri terreni, le ho sempre compiute in modo impareggiabile e senza mai subire sconfitte nelle giuste come nelle inique contese. Ma ora che ho intrapreso avventure celesti, capisco che il mio antico peccato mi ostacola e mi svergogna al punto che quando mi è apparso il sacro sangue non ho avuto la forza di muovermi e di parlare. ([[Lancillotto]], p. 518) *{{NDR|Su [[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]]}} Tutte le mie gesta d'armi le ho compiute per amor suo [...] e per lei mi sono battuto, a torto o a ragione. Non ho mai fatto nulla solo per amore di Dio, ma sempre anche per conquistarmi onore e farmi andare di più, e ne sono stato poco o nulla grato al Signore. ([[Lancillotto]], p. 519) ====Libro XIV==== *«[[Mago Merlino|Merlino]] istituì la [[Tavola Rotonda]] a somiglianza della sfericità del mondo in essa perfettamente rappresentato» proseguì la reclusa. «Nella Tavola Rotonda, infatti, l'intero mondo cristiano e pagano trova ristoro, tanto che coloro che sono scelti a fare parte di quell'eletta compagnia si reputano colmi di grazia e più onorati che se fossero i padroni di metà della terra. Hai potuto vedere anche tu come, pur di appartenervi, i cavalieri siano disposti a perdere padre, madre, famiglie, mogli e figli, come facesti tu stesso che, per unirti a loro, abbandonasti tua madre senza volerla più vedere.<br>«Dunque, quando Merlino istituì la Tavola Rotonda disse che coloro che ne sarebbero stati compagni avrebbero potuto attingere alla verità del Sangrail. Gli fu chiesto chi l'avrebbe conquistata, ed egli rispose che sarebbero stati tre tori bianchi, due vergini e uno casto, e che uno di essi sarebbe stato più forte e più valoroso di suo padre quanto il leone lo è del leopardo. Allora gli fu detto: "Bisognerà che con le tue arti tu dia luogo a un seggio su cio potrà prendere posto solo il cavaliere che eccellerà su ogni altro".<br>«E Merlino istituì il Seggio Periglioso, quello su cui Galahad sedette al banchetto di Pentecoste.» (p. 522) *La storia dice che [[Parsifal|ser Percival]] era uno degli uomini più religiosi che vi fossero al mondo in quei tempi in cui ben pochi credevano in Dio senza riserve, e i figli non rispettavano i padri e li trattavano come estranei. Egli quindi cercò conforto in Nostro Signore Gesù pregandolo affinché le tentazioni non lo allontanassero dal servizio di Dio ed egli potesse continuare ad essere Suo leale campione. (p. 527) *[...] sono al servizio dell'Uomo migliore del mondo che non permetterà che io muoia, perché chi bussa alla Sua porta potrà entrare, chi chiede potrà ricevere, ed Egli non si nasconde a colui che lo cerca [...]. ([[Parsifal]], p. 529) *Punirò la mia carne, che vuole avere impero su di me! ([[Parsifal]], p. 532) *Quanto sono stato vicino a perdere me stesso [...] e la purezza che non avrei mai più potuto riavere! ([[Parsifal]], p. 532) ====Libro XV==== *«Non sei forse ser Lancillotto del Lago?» gli chiese il religioso dopo che il cavaliere gli ebbe comunicato che si sarebbe fermato con lui per la notte.<br>«Si, sono io.»<br>«Cosa fai in questa contrada?»<br>«Vado in cerca delle avventure del [[Graal|Sangrail]], signore.»<br>«Fa pure» gli disse allora il buon uomo «ma anche se il santo vaso si trovasse qui, il peccato ti impedirebbe di vederlo proprio come non è dato a un cieco di scorgere una spada sfolgorante.» (pp. 534-535) *Quaranta anni dopo la passione di Gesù Cristo, [[Giuseppe d'Arimatea|Giuseppe di Arimatea]] preconizzò che re Evelake avrebbe sconfitto in battaglia i propri nemici. Dei sette re e dei due cavalieri che hai visto, il primo si chiama Nappus, e fu un sant'uomo; il secondo ebbe il nome di Nacien in onore di un suo avo che aveva ospitato Nostro Signore Gesù Cristo. Il terzo fu chiamato Helias il Grosso; il quarto Lisais; il quinto, Jonas, lasciò il proprio paese per rcarsi nel Galles dove sposò la figlia di Manuel ed ottenne la Gallia, che elesse come sua dimora e generò Lancillotto, tuo nonno, che sposò la figlia del re d'Irlanda e fu un uomo insigne quanto te. Suo figlio fu re Ban, tuo padre, l'ultimo dei sette re. Uno dei due cavalieri, invece, rappresenta te, Lancillotto, cui gli angeli dissero che non appartenevi alla compagnia dei sette re, mentre il secondo cavaliere sta a indicare il leone, che è superiore a tutti i re della terra, cioè ser Galahad, da te concepito nella figlia di re Pelles. E tu, che dovresti essere grato a Dio di ogni altro, perché, come peccatore, sei il cavaliere senza pari, non Lo hai ringraziato per tutte le straordinarie virtù che Egli ti ha prestate! (p. 537) *Ah, Lancillotto [...] finché facevi parte della cavalleria terrena, eri l'uomo più straordinario e avventuroso del mondo; ma non devi stupirti se ora che ti trovi tra cavalieri impegnati in imprese celesti la fortuna ti è avversa. (p. 539) ====Libro XVI==== *Ser Lancillotto, poi, se non fosse per una sola pecca sarebbe superiore a ogni altro. Ma così come stanno le cose, è proprio come noi; solo che si assume le fatiche maggiori. ([[Gawain]], p. 541) *La [[Tavola Rotonda]] fu istituita proprio perché gli uomini non svilissero queste due virtù{{NDR|, la pazienza e l'umiltà}}, come la cavalleria, che affonda in esse le sue radici, è sorta perché non possa mai essere sconfitta la fraternità che ne è il fondamento. (p. 545) *{{NDR|Rivolto a [[Gawain]]}} Ti sei impegnato insieme a molti altri in una ricerca che non porterai mai a termine perché il Sangrail non si mostra ai peccatori. Non devi quindi meravigliare se non vi sei riuscito. Tu sei un cavaliere sleale e un grande assassino, mentre per gli uomini buoni questa ricerca è ben altro che una serie di omicidi. Lancillotto, benché abbia commesso gravi colpe, al momento stesso in cui ha intrapreso la ricerca si è impegnato a non peccare più, e infatti non ha mai ucciso né ucciderà un solo uomo fino al suo ritorno a Camelot. Se non fosse per la sua fragilità che probabilmente lo farà ricadere nella colpa con il pensiero, egli sarebbe il primo a compiere l'impresa dopo Galahad. Ma poiché Dio conosce i suoi pensieri e la sua debolezza, gli concederà di morire in santità. (Eremita, pp. 546-547) ====Libro XVII==== [[File:Galaad devant le graal n°3.gif|thumb|Galahad, Bors e Parsifal dinanzi al Graal]] *{{NDR|Su [[Davide]]}} Egli era un dotto che conosceva le virtù delle pietre e delle piante, il corso delle stelle e molte altre cose ancora; ma poiché aveva una moglie malvagia, si era convinto che non esistessero donne buone, tanto che ne parlò con disprezzo anche nei libri che compose. (p. 573) *Non spetta a noi punire chi ha operato contro Dio, ma solo alla Sua potenza. ([[Galahad]], p. 576) *Siete uno sciocco se non sapete che le [[Verginità|vergini]] sono franche ovunque si trovino. ([[Parsifal]], p. 579) *Nessuna lingua potrebbe descrivere e nessun cuore immaginare le meraviglie cui ho assistito. Se non mi fossi macchiato di un antico peccato, avrei potuto vedere molto di più. ([[Lancillotto]], p. 588) *Galahad, servo di Gesù Cristo che attendo da tempo, abbracciami e lascia che riposi sul tuo petto e tra le tue braccia, casto e vergine sopra ogni altro cavaliere, giglio simbolo di purezza, rosa del colore del fuoco, fiore di ogni virtù. Sei tanto intriso della fiamma dello Spirito Santo che la mia carne, consunta dalla vecchiaia, ritrova la giovinezza! (Re Mordrains, p. 591) *[...] rimessosi in viaggio, {{NDR|Galahad}} penetrò in una foresta irta di pericoli dove la storia dice che si imbatté in una sorgente in cui l'acqua ribolliva formando grandi onde. Il cavaliere vi posò una mano, e subito l'acqua si placò e il calore ne disparve, poiché quell'ardore era segno di lussuria, molto diffusa a quei tempi, e non poté durare al contatto con la purezza della sua verginità. Quanto era accaduto fu considerato un miracolo in tutto il paese, e da allora la fonte fu chiamata la Sorgente di Galahad. (p. 591) *«Figliolo» disse poi l'Uomo a Galahad «sai cos'è ciò che stringo tra le mani?»<br>«No, se non me lo dite voi.»<br>«È la sacra scodella in cui mangiai l'agnello pasquale. Ora hai veduto quello che più desideravi, ma con minore chiarezza di come lo potrai ammirare nel Palazzo Spirituale della città di Sarras. Adesso partirai e con te partirà anche il Sangrail, che questa notte stessa dovrà lasciare il regno di Logris dove nessuno lo vedrà mai più perché le genti di questa terra si sono volte al peccato e non lo servono né lo venerano come dovrebbero; io perciò le spoglio dell'onore che avevo loro concesso. Domattina voi tre prenderete la Spada dalla Strana Cintura e scenderete alla riva del mare dove troverete pronta una nave. Ma prima ridonerete la salute al Re Magagnato ungendogli il corpo e le gambe con il sangue che è colato dalla lancia.»<br>«Signore, perché gli altri non possono venire con noi?» chiese Galahad.<br>«Come inviai i miei apostoli in diverse direzioni, così voglio ora che vi separiate. Quanto a voi tre compagni, due moriranno al mio servizio e solo uno tornerà a darne notizia» fu la risposta.<br>Poi l'Uomo li benedì e scomparve. (pp. 594-595) *«Salutate per me ser Lancillotto mio padre e signore, e ricordategli che questo è un mondo incostante.»<br>Infine si inginocchiò a pregare davanti alla tavola e la sua anima lo lasciò, trasportata nel cielo di Gesù Cristo da una moltitudine di angeli. I compagni, che assistettero al prodigio, videro anche una mano scendere sul vaso e sulla lancia, prenderli e portarli nei cieli.<br>Da allora non vi è più stato un uomo che abbia avuto l'ardire di sostenere di aver visto il Sangrail. (p. 598) ====Libro XVIII==== *[...] [[Lancillotto]], dimentico della promessa fatta e della perfezione raggiunta nel corso della ricerca, riprese a frequentare la regina. Del resto, come dice appunto il libro, se egli non le fosse stato intimamente legato nei suoi pensieri più riposti quanto, in superficie, appariva devoto a Dio, nessun cavaliere avrebbe potuto superarlo nella ricerca del Sangrail. Invece, i suoi più segreti sentimenti correvano sempre a lei. Così essi ripresero ad amarsi con maggiore ardore di prima e i loro convegni si fecero tanto frequenti che la corte cominciò a mormorare, e in particolare il loquace ser Agravano fratello di ser Galvano.<br>Ma intanto Lancillotto, continuamente assediato da dame e da damigelle che gli chiedevano di essere loro campione in questioni di diritto, per evitare ulteriori maldicenze e dicerie, decise di impegnarsi con zelo a seguire i dettami di Nostro Signore Gesù Cristo e di sottrarsi per quanto gli era possibile alla familiarità e alla compagnia di Ginevra. (p. 603) *[...] [[Mordred|ser Mordred]], [[Agravaine|ser Agravano]] e molti altri della corte non ci perdono d'occhio e parlano del nostro amore. Li temo più per voi che per me perché, se del caso, io potrei fuggire o sbarazzarmene, mentre voi non potreste che rimanere qui a subire le maldicenze; e se doveste trovarvi in pericolo per aver commesso volontariamente qualche leggerezza, non potreste avere altro aiuto che il mio e quello dei miei parenti. Signora, la nostra imprudenza ci condurrà allo scandalo e alla vergogna, e io non voglio assolutamente che voi siate disonorata. Sono queste le ragioni che mi hanno spinto a dedicarmi il più possibile al servizio delle dame, facendo in modo che tutti pensino che ne traggo gioia, delizia e piacere. ([[Lancillotto]], p. 604) *Lancillotto, ora capisco la vostra falsità e la vostra volgare lussuria! Voi amate altre dame, e per me non provate che disprezzo. Adesso che ho ben chiaro che siete un traditore, state certo che non vi amerò mai più. Non osate comparirmi ancora davanti: da questo momento vi scaccio dalla corte, e per sempre, e vi bandisco dalla mia compagnia. Se tenterete di rivedermi, sarete ucciso. ([[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], pp. 604-605) *Spesso le donne sono impulsive e compiono azioni di cui poi si pentono amaramente. ([[Bors (ciclo arturiano)|Bors]], p. 605) *Se accetterò di essere il campione della regina mi alienerò molti cavalieri della Tavola Rotonda. Tuttavia, per amore di Lancillotto e vostro, sarò suo difensore a meno che il caso non porti qui un campione meglio di me. ([[Bors (ciclo arturiano)|Bors]], p. 609) *Non ho mai sentito dire che Ginevra abbia rovinato un solo cavaliere. Anzi, a quel che so, ella ci ha sempre magnificato ed è stata la sovrana più generosa e liberale, e la più munifica di doni e di benevolenza. Sarebbe quindi vergognoso se lasciassimo morire nell'ignominia la moglie del nostro nobilissimo re. Sappiate che non lo permetterò, e che sosterrò la sua innocenza nella morte di ser Patrise; del resto, ella non aveva alcun motivo per odiare lui o alcuno dei cavalieri intervenuti al banchetto. Direi anzi che ci abbia invitati per affetto, certo non per un subdolo stratagemma, e sono convinto che comunque andrà, un giorno sarà possibile provare che tra di noi vi è un traditore. ([[Bors (ciclo arturiano)|Bors]], p. 610) *Come dice un antico proverbio, è aspra la battaglia nella quale si scontrano parenti e amici, perché allora non c'è posto per la misericordia, ma solo per la più mortale delle contese. ([[Lancillotto]], p. 629) *[...] non mi piace essere obbligato ad amare; l'amore deve nascere dal cuore, non dalla costrizione [...]. ([[Lancillotto]], p. 636) *L'amore deve essere libero, non imposto, perché un amore forzato finisce con il dissolversi. ([[Re Artù]], p. 636) *All'uomo d'onore non può non ripugnare assistere alla sconfitta di un suo pari, mentre chi non ha onore e si comporta da vile, alla vista di un uomo in pericolo non compirà mai un gesto gentile o generoso. Un codardo, infatti, non darà mai prova di misericordia, mentre chi alberga la bontà nel cuore farà agli altri quello che vorrebbe fosse fatto a lui. ([[Re Artù]], p. 642) *{{NDR|Su [[maggio]]}} Quel mese esuberante infonde coraggio negli amanti e, in vari modi, li induce più di ogni altro a diversi comportamenti, perché è allora che, come erbe e arbusti, gli uomini e le donne si rinnovellano e richiamano alla mente lontane cortesie, servigi e gesti gentili che avevano posto nell'oblio per negligenza.<br>E come il rigore dell'inverno offusca e sfigura la verde estate, così accade all'amore che lega l'uomo alla donna, quando è incostante. Sono numerosi coloro che non albergano la costanza, e non passa giorno senza che vediamo come basti un alito di rigore invernale per cancellare e spezzare col minimo pretesto un vero amore, che pure costa tanto. Questa non è costanza né saggezza, ma debolezza di carattere, disonorevole per coloro che la praticano.<br>Perciò, come il maggio fiorisce e germoglia nei giardini, così ogni uomo d'onore rivesta il proprio cuore di germogli, prima a gloria di Dio, poi per dare gioia a coloro cui ha giurato fedeltà. Infatti, non c'è uomo o donna d'onore che non abbia scelto l'oggetto del proprio amore. E se la fatica delle armi non deve essere mai trascurata, bisogna però che l'onore sia innanzitutto riserbato a Dio, e solo dopo aver contesa con le dame: questo è ciò che io chiamo un amore virtuoso.<br>Oggi, però, gli uomini non sanno amare per sette giorni di seguito senza pretendere di appagare le proprie brame. La ragione ci dice che un tale amore non può durare, perché quanto è subito accordato con troppa prontezza, è ben presto spento dall'ardore stesso. Così è l'amore ai nostri tempi: arde lesto e altrettanto in fretta si raffredda! E questa non si può chiamare costanza. Ai tempi di Artù l'amore soleva essere diverso: uomini e donna si amavano anche per sette interi anni senza che tra loro si insinuasse la lussuria. Quello era amore vero, e fedele!<br>Ho dunque paragonato l'amore di oggi all'estate e all'inverno, perché come la prima è calda e il secondo è freddo, allo stesso modo procede l'amore ai nostri giorni. Tutti voi che siete amanti rammentate quindi il mese di maggio! (pp. 643-644) ====Libro XIX==== *[...] a quel tempo era costume che Ginevra non lasciasse mai la corte senza un seguito di ottimi cavalieri armati, quasi tutti giovani decisi a farsi onore. Erano chiamati i Cavalieri della Regina e in battaglia, ai tornei e alle giostre portavano come insegna uno scudo completamente bianco. Venivano scelti per quel servigio tutti gli anni in occasione della festa della Pentecoste tra i cavalieri che si erano mostrati più valorosi, in sostituzione di quelli che erano morti nel corso dell'anno (e non ne passava uno senza che ne morissero alcuni). Proprio compiendo tale servigio si erano distinti all'inizio ser Lancillotto e tutti gli altri, prima di conquistare rinomanza. (pp. 645-646) *Ahimè, che vergogna che un [[cavaliere]] ne tradisca un altro! [...] Ma c'è un vecchio proverbio che recita: "Il valoroso è davvero in pericolo solo quando si trova in balia di un codardo. ([[Lancillotto]], p. 649) *Gesù mi terrà lontano dal disonore, e poi ben vengano le disgrazie che Dio vuole mandare [...]. ([[Lancillotto]], p. 657) ====Libro XX==== *Nel mese di maggio, quando ogni cuore gagliardo fiorisce e germoglia e, con la bellezza e il rigoglio della stagione, uomini e donne sono pieni di letizia per l'avvicinarsi dell'estate con i suoi fiori novelli, laddove gli aspri venti e le bufere dell'inverno li inducono a raccogliersi al coperto presso il focolare, scoppiarono furore e sventura che ebbero termine solo con la morte e l'estinzione del fiore di tutti i cavalieri del mondo. (p. 663) *Mi meraviglio che nessuno di noi si vergogni di sapere, e di vedere con i propri occhi, che Lancillotto giace giorno e notte con la regina [...]. Ne siamo tutti al corrente, eppure siamo tanto vili da tollerare il disonore di un sovrano nobile quanto Artù. ([[Agravaine]], p. 663) *Se ne dovesse derivare ostilità o guerra tra noi e Lancillotto, sta' certo che molti re e molti potenti signori sceglierebbero di schierarsi con lui. E poi, fratello [...] devi sempre tenere a mente che Lancillotto ha salvato più di una volta il re e la regina, e che anche i migliori tra noi si sarebbero sentiti gelare il cuore in varie occasioni se egli non fosse stato il più valoroso e non lo avesse dimostrato molto spesso. ([[Gawain]], p. 664) *Ser Lancillotto mi ha concesso l'investitura e niente potrà indurmi a parlare male di lui [...]. ([[Sir Gareth]], p. 664) *Appena gli altri furono usciti, il re chiese quale fosse il motivo della disputa.<br>«Ora ve lo dirò, sire; non posso più tenerlo in me» gli rispose ser Agravano. «Io e ser Mordred siamo in disaccordo con i nostri fratelli: sappiamo che ser Lancillotto è da tempo l'amante della regina e, poiché siamo figli di vostra sorella, non possiamo continuare a tollerarlo. Voi siete il suo signore e colui che lo ha investito cavaliere, e intendiamo provare la sua slealtà.»<br>«Se quello che dite è vero, Lancillotto è un traditore!» esclamò Artù. «Ma mi ripugna compiere un passo del genere senza averne le prove; ser Lancillotto è un cavaliere valoroso e, come ben sapete, il migliore di tutti noi. Se non sarà colto sul fatto, vorrà battersi con colui che lo ha denunciato, e nessuno sarà in grado di tenergli testa. Quindi, voglio che sia sorpreso in flagrante.»<br>Il libro francese dice che il re non desiderava affatto che si diffondessero voci su Lancillotto e la regina. A dire il vero, egli ne aveva già il sospetto, ma non voleva sentirne parlare perché amava molto ser Lancillotto per tutto quello che egli aveva fatto in favore suo e di Ginevra. (p. 665) *«Ahimè» si lamentava intanto Lancillotto «non mi è mai capitato di trovarmi a rischiare una morte vergognosa per la mancanza della mia armatura!»<br>Nel frattempo ser Agravano e ser Mordred non cessavano di gridare:<br>«Esci dalla camera della regina, traditore! Sta' certo che non riuscirai a fuggire».<br>«Gesù misericordia, non posso tollerare questo odioso clamore: meglio morire subito che sopportare un simile tormento!» esclamò allora Lancillotto; poi prese Ginevra tra le braccia e la baciò.<br>«Nobilissima tra le regine cristiane aggiunse siete la mia diletta e gentile signora e io, il vostro povero e fedele cavaliere, vi sono stato al fianco nelle cause giuste come in quelle ingiuste dal giorno in cui re Artù mi conferì l'investitura. Se morirò, vi supplico di pregare per la mia anima. Sono sicuro che ser Bors e tutti gli altri miei parenti, e anche ser Lavaine, vi salveranno dal rogo. Confortatevi, perciò, madonna mia amata, e qualunque cosa mi accada, andate con ser Bors e con gli altri che vi tratteranno con ogni onore e vi faranno regina delle mie terre.»<br>«No, Lancillotto, non vi sopravviverò! Se sarete ucciso, per amore di Dio accoglierò la morte con umiltà, come è dovere di una regina cristiana.»<br>«Ebbene, signora, poiché è giunto il giorno in cui dobbiamo separarci, sappiate che venderò la vita al più alto prezzo, e che sono mille volte più addolorato per voi che per me. Ma ora preferirei avere indosso la mia solida armatura piuttosto che regnare su tutto il mondo cristiano: prima di soccombere farei in modo che le mie gesta siano tramandate.»<br>«Piacesse a Dio che uccidessero me e lasciassero libero voi!» esclamò la regina.<br>«Questo non deve accadere, e che Dio mi ripari da una simile vergogna!» replicò Lancillotto. «Gesù Cristo, sii tu il mio scudo e la mia armatura!» (p. 667) *Ora, signora, è chiaro che il nostro amore è giunto al suo epilogo e che da adesso in poi re Artù mi sarà nemico. Ma se vorrete rimanere con me, mi impegno a tenervi al riparo da ogni pericolo. ([[Lancillotto]], p. 669) *Stanotte ho ucciso ser Agravano, fratello di ser Galvano, e almeno altri dodici suoi compagni. Non ho alcun dubbio, pertanto, che vi sarà un conflitto sanguinoso. Quei cavalieri erano stati mandati a sorprendermi su ordine espresso di Artù, e il re deve essere talmente furibondo e colmo di risentimento che condannerà la regina al rogo. Io non posso certo permettere che ella sia arsa per colpa mia. Se riuscissi a farmi ascoltare, mi offrirei di essere fatto prigioniero per potermi poi battere in suo favore e provare che è una sposa fedele, ma temo che il re sia troppo infuriato per accettare questa proposta. ([[Lancillotto]], p. 671) *Miei bei signori, mi ripugna di compiere un'azione che potrebbe disonorare voi e tutto il mio lignaggio. Ma poiché sono altrettanto contrario a permettere che la regina muoia di una morte ignobile, se il vostro consiglio è di sottrarla al supplizio, siate però ben consapevoli che dovrò causare molti lutti. Forse, con mio grande rammarico, sarò costretto a uccidere anche qualcuno dei miei migliori amici e può darsi che alcuni, piuttosto che essere complici di un'azione abietta, preferiscano schierarsi dalla mia parte: non vorrei certo farli soffrire. ([[Lancillotto]], p. 672) *«[...] il caso di Tristano dovrebbe mettermi in guardia. Sapete bene come andò a finire dopo che, presi tutti gli accordi, egli riportò [[Isotta|Isotta la Bella]] a re Marco: quel sovrano lo uccise a tradimento mentre suonava l'arpa davanti alla sua dama, cogliendolo alle spalle e trafiggendogli il cuore con una lancia ben affilata.»<br>«È vero» convenne ser Bors «ma c'è una cosa che dovrebbe incoraggiare te come tutti noi, ed è che re Marco e re Artù sono di indole assai diversa, perché Artù non ha mai mancato alla propria parola.» (pp. 672-673) *Capita spesso che agiamo per quel che crediamo il meglio, e che finisce poi per dimostrarsi il peggio. ([[Gawain]], p. 674) *[...] sappiate che soffro di più per la perdita dei miei buoni cavalieri che per la fuga della mia gentile regina, perché di regine posso averne quante ne voglio, mentre non mi sarà mai più possibile riunire una simile compagnia di valorosi. E che sciagura che io e Lancillotto dobbiamo essere nemici! ([[Re Artù]], p. 677) *[...] da oggi in poi cercherò Lancillotto fino al giorno in cui uno dei due avrà ucciso l'altro. Intendo vendicarmi e vi chiedo di prepararvi alla guerra. Se non volete perdere il mio servigio e il mio affetto, affrettatevi a mettere alla prova i vostri amici. Giuro su Dio che, anche se dovessi inseguire Lancillotto per sette regni, lo ucciderò a costo della vita. ([[Gawain]], p. 679) *«Dio non voglia che io mi scontri con il nobilissimo sovrano che mi armò cavaliere!» replicò Lancillotto.<br>«Alla malora le belle parole!» proruppe il re. «Presta fede a quanto ti dico e non lo dimenticare: sono il tuo mortale nemico e lo sarò fino al giorno della mia morte. Non ti perdonerò mai di avermi ucciso degli ottimi cavalieri e degli uomini nobilissimi appartenenti al mio stesso sangue. Per di più, hai giaciuto per anni con la regina, che alla fine mi hai rapita con la forza.»<br>«Mio nobilissimo signore e re, dite quello che volete, tanto sapete benissimo che non mi batterò mai con voi» gli rispose Lancillotto. «È vero, vi ho ucciso dei cavalieri, e me ne rammarico molto; ma sono stato costretto a farlo per salvarmi la vita. Avrei forse dovuto lasciarmi uccidere? Quanto a madama la regina, non un solo cavaliere al mondo, salvo la persona di vostra altezza e il mio signore ser Galvano, oserebbe provare sul mio corpo che ella vi ha tradito! E se vi fa piacere di dichiarare che sono legato da molti anni a madama la vostra regina, vi darò soddisfazione dimostrando con il mio braccio contro chiunque, salvo voi e ser Galvano, che ella vi è fedele. Tuttavia, alla sua grazia è piaciuto di tenermi in suo favore e di prediligermi tra tutti gli altri, e del resto io ho ben meritato il suo affetto perché, sire, più di una volta il vostro furore avrebbe permesso che ella fosse condotta al supplizio se io non mi fossi battuto per lei inducendo i suoi nemici a confessare la loro menzogna e facendola così assolvere con onore. E tutte quelle volte, voi mi avete dimostrato amore e gratitudine per averla salvata, e mi avete anche promesso di essere per sempre il mio benevolo signore. Ora, invece, mi sembra che ricompensiate male i miei servigi. Del resto, sire, avrei perso gran parte del mio onore cavalleresco se avessi tollerato che madama, la vostra regina, fosse suppliziata per causa mia. In molte occasioni mi sono battuto per lei in contese che non mi riguardavano; non avrei forse avuto il diritto di farlo allorché ero dalla parte del giusto? Perciò, mio generoso e grazioso signore, concedete la vostra benevolenza alla vostra regina, che è buona e fedele!» (pp. 680-681) *Voi, sire, avete dato ascolto a voci menzognere, e questa è stata la causa della guerra che ci oppone. Mio signore, un tempo avevo meritato la vostra compiacenza per essermi battuto in favore della regina vostra moglie, e sapete bene quante volte ella abbia dovuto patire gravi torti. Ora, mio buon signore, mi sembra che in questa circostanza, più che in tutte quelle che pure avete approvato, io avessi un motivo ben valido per strapparla al rogo, dal momento che ella vi era stata condannata a causa mia. Coloro che vi hanno raccontato le fole che sapete erano per certo mentitori, ma le calunnie sono ricadute sul loro capo poiché, se la potenza di Dio non fosse stata dalla mia parte, come avrei potuto io, disarmato e ignaro, far fronte a quattordici avversari armati e decisi? Infatti ero stato convocato dalla regina per non so quale motivo, e avevo appena varcato la porta della sua camera quando ser Agravano e ser Mordred hanno cominciato a chiamarmi traditore e codardo. ([[Lancillotto]], p. 687) *[...] non mi sono mai battuto a oltranza con un cavaliere senza mostrare misericordia, e che benché mi sia misurato con ottimi guerrieri quali ser Tristano e ser Lamorak, ho sempre reso loro l'onore e il rispetto che meritavano. Dio mi è testimone che non mi sono mai adirato al punto da accanirmi contro i buoni cavalieri che ho visto impegnati a farsi onore, e che sono sempre stato lieto di aiutare un avversario in grado di tenermi testa a piedi o a cavallo. ([[Lancillotto]], p. 688) *Ser Galvano, io amavo ser Gareth più di qualunque mio parente, e piangerò per sempre la sua morte non solo per il grande timore che ho di voi, ma anche per altri motivi che mi amareggiano. Prima di tutto, perché fui io a investirlo cavaliere; poi, perché so che mi amava più di ogni altro; il terzo motivo è che era un uomo nobilissimo, leale, cortese, gentile e di buona indole; il quarto è che appena seppi della sua morte capii che da voi non avrei avuto altro che un'inestinguibile guerra. Per di più, ero certo che avreste fatto in modo che il mio nobile signore Artù mi fosse nemico per sempre. Eppure, che Gesù mi perdoni, non ho ucciso ser Gareth e ser Gaheris di proposito. Ah, perché erano disarmati in quel giorno fatale! ([[Lancillotto]], p. 689) *Se non fosse stato per il papa, io mi sarei battuto con te in singolare tenzone e avrei provato sulla tua persona la tua falsità nei confronti di Artù e miei. E lo farò, una volta che avrai lasciato queste terre, dovunque riuscirò a trovarti! ([[Gawain]], p. 690) *Ahimè, così devo abbandonare il più nobile tra i regni cristiani, quello che ho amato di più e in cui ho acquistato il mio onore! Mi rammarico di esserci venuto, se devo esserne vilmente bandito senza colpa e senza motivo! Ma la fortuna è così incostante, e la sua ruota tanto mobile, che nessuno è certo di potervi riposare durevolmente. Ne sono prova molte antiche leggende, come quelle che narrano del nobile Ettore, e di Troilo, e di Alessandro il potente Conquistatore, e di molti altri che precipitarono in basso dal culmine della loro regalità. Così avviene per me, che ero tenuto in grande onore in questo regno nel quale la Tavola Rotonda crebbe in dignità grazie a me stesso e ai miei più che virtù di chiunque altro. ([[Lancillotto]], p. 690) *Mio signore Artù, nobile sovrano che mi fece cavaliere, il mio affetto per voi è tale che i vostri attacchi mi addolorano profondamente, eppure li ho sopportati con pazienza. Se fossi stato vendicativo, avrei potuto scendere in campo e domare i vostri baldi cavalieri, ma ho pazientato per sei mesi lasciando che voi e ser Galvano faceste quel che volevate. Ora però non posso tollerarlo più e devo difendermi, perché ser Galvano mi ha accusato di tradimento. Sono stato sempre contrario a battermi contro un vostro parente, ma adesso non posso più tirarmi indietro, come la preda quando è messa alle strette. ([[Lancillotto]], p. 697) *[...] ser Galvano aveva ricevuto da un sant'uomo un dono miracoloso che gli aveva permesso di farsi molto onore: ogni giorno dell'anno, dalle nove a mezzogiorno, la sua forza cresceva fino ad arrivare a triplicarsi. Per questo re Artù, che era il solo a saperlo, aveva ordinato che tutte le tenzoni che si fossero svolte alla propria presenza, di qualunque genere e per ogni tipo di lite, avessero inizio alle nove del mattino: in tale modo il partito per il quale si fosse battuto il nipote avrebbe avuto sempre il sopravvento nel corso delle tre ore in cui la forza di Galvano raggiungeva il suo culmine. (p. 698) ====Libro XXI==== *A [[Mordred|ser Mordred]] era stato dunque affidato il governo di tutta l'Inghilterra. Egli allora fece vergare delle false lettere fingendo che provenissero dal continente, in cui era scritto che re Artù era stato ucciso nel corso della guerra contro ser Lancillotto; quindi convocò a parlamento tutti i baroni e si fece eleggere re. L'incoronazione avvenne a Canterbury e fu seguita da festeggiamenti che durarono quindici giorni.<br>Dopo di che, ser Mordred si recò a Winchester e dichiarò apertamente alla regina (che però era moglie del re, allo stesso tempo suo zio e padre) che intendeva sposarla e perparò le nozze fissando il giorno del matrimonio. Ginevera, pur profondamente addolorata, gli rispose con cortesia e finse di sottomettersi al suo volere; tuttavia espresse il desiderio di recarsi a Londra per comprare quanto le sarebbe occorso per gli sponsali. (p. 702) *Riflettete, Inglesi, sulla malvagità che tutto ciò palesava! Artù era il re più nobile e il cavaliere più valoroso del mondo e che più amava e sosteneva gli uomini prodi, eppure quelli Inglesi non gli concedevano la propria stima! Ché tale era l'antico costume di questa terra, e c'è chi dice che non l'abbiamo ancora abbandonato. Ahimè, questo è un grave difetto: nulla ci piace se perdura nel tempo.<br>Così si comportavano gli uomini di allora: amavano di più ser Mordred che il nobile Artù e molti andarono a dire all'usurpatore che sarebbero stati con lui nella buona come nella cattiva sorte. Allora ser Mordred, che aveva sentito dire che Artù sarebbe sbarcato a Dover, vi si portò con grande esercito allo scopo di sconfiggerlo e di scacciarlo dalle sue stesse terre. (pp. 703-704) *«Ahimè, ser Galvano, figlio di mia sorella, con l'uomo che amavo di più al mondo se ne va ogni mia gioia!» si dolse {{NDR|Artù}} quando si fu ripreso. «Ora te lo posso dire, caro nipote, solo in te e in ser Lancillotto riposavano la mia letizia e la mia fiducia. Adesso che ho perduto entrambi, tutto il conforto che avevo sulla terra mi abbandona!»<br>«Ah, caro zio» gli rispose ser Galvano «il mio ultimo giorno è arrivato, e ne devo biasimare la mia impulsività e la mia ostinazione, dato che sono stato ferito sulla vecchia piaga che mi aveva inferto ser Lancillotto. So che morirò prima di mezzogiorno e che a causa del mio orgoglio voi dovrete patire tanta vergogna e sventura. Se il nobile Cavaliere del Lago fosse stato al vostro fianco, come fu e avrebbe dovuto essere ancora, questa guerra sciagurata non sarebbe mai scoppiata, perché solo la sua cavalleria e la nobiltà del suo sangue erano riuscite a tenere soggetti e timorosi i vostri infidi nemici. Ora egli vi mancherà. Ahimè, perché non ho voluto trovare un accordo con lui! [...]» (pp. 704-705) *Io, ser Galvano, cavaliere della Tavola Rotonda, voglio che tutto il mondo sappia che mi sono dato la morte non per colpa tua ma mia. Perciò, ser Lancillotto, ti supplico di tornare nel regno per visitare la mia tomba e per recitare su di essa una preghiera, lunga o breve che sia, per la salvezza della mia anima. Oggi, nello stesso giorno in cui scrivo questa lettera, fui ferito a morte là dove la tua mano mi colpì per prima, e non avrei potuto essere ucciso da un braccio più nobile. ([[Gawain]], p. 705) [[File:Battle Between King Arthur and Sir Mordred - William Hatherell.jpg|thumb|La battaglia tra Artù e Mordred]] *{{NDR|Sulla [[battaglia di Camlann]]}} I messaggeri si recarono da Mordred che si era circondato di un temibile esercito di centomila armati e dovettero pregare a lungo prima di riuscire a fargli accettare in contropartita la Cornovaglia e il Kent fino alla morte di Artù e, dopo, tutta l'Inghilterra. Fu anche concordato che il sovrano e l'usurpatore, ciascuno con un seguito di quattordici cavalieri, si incontrassero in una zona franca tra i due eserciti schierati.<br>Artù fu lieto degli accordi raggiunti, ma prima di recarsi al convegno ordinò ai propri uomini di avanzare fieramente e di uccidere ser Mordred, di cui non ci si poteva fidare in alcun modo, se avessero visto sguainare anche una sola spada. E ser Mordred aveva istruito allo stesso modo il proprio esercito:<br>«Se vedrete balenare anche una sola lama mouvete con coraggio all'attacco e uccidete quanti vi si parano innanzi, perché non mi fido affatto di questa tregua e so bene che mio padre vorrà vendicarsi di me.»<br>L'incontro ebbe dunque luogo come era stato stabilito. Fu portato del vino e ne bevvero insieme, ma una [[vipera]] sbucata da un cespuglio d'edera morse il piede di un cavaliere. Questi, senza darsi pensiero del danno che ne sarebbe derivato, sguainò la spada per ucciderla, e quando i due eserciti videro balenare la lama diedero fiato alle trombe e ai corni e si corsero incontro levando terribili grida.<br>Allora re Artù montò a cavallo e raggiunse prontamente i propri uomini esclamando:<br>«Ahimè, che giorno sventurato!»<br>Ser Mordred si unì ai suoi, ed ebbe inizio la battaglia più funesta che si sia mai vista in terra cristiana: vi furono attacchi impetuosi e galoppare di cavalli, affondi e fendenti, colpi mortali e accenti minacciosi da entrambe le parti. Re Artù non cessava di attraversare le formazioni di ser Mordred compiendo molte prodezze degne di un nobile sovrano senza mai venir meno al proprio ruolo, ma anche ser Mordred non si tirava indietro e più volte mise se stesso in grave pericolo.<br>La battaglia infuriò per tutta la giornata senza risparmio di forze, finché molti nobili cavalieri giacquero immobili sulla fredda terra, e quando cadde la notte il terreno era cosparso dei cadaveri di ben centomila uomini. (pp. 707-708) *{{NDR|Sulla battaglia di Camlann}} Il sovrano impugnò la lancia e si gettò in avanti gridando:<br>«Traditore, è giunto il giorno della tua morte!»<br>Ser Mordred si scagliò a sua volta contro di lui brandendo la spada, ma il re già gli affondava la lancia sotto lo scudo e gliela faceva fuoriuscire dal corpo per più di un braccio. E quando l'usurpatore comprese che non sarebbe potuto sfuggire alla morte, si slanciò con tutte le proprie forze in avanti trafiggendosi fino all'impugnatura dell'asta, poi calò la spada tenuta con entrambe le mani sul proprio padre e lo raggiunse a un lato della testa trapassandogli l'elmo e il crano. Subito dopo si accasciava a terra morto. (p. 709) [[File:The Death of King Arthur by John Garrick.jpg|thumb|La morte di Artù]] *«[...] Il tempo passa in fretta; prendete perciò la mia buona spada Excalibur e portatela alla riva del mare: vi ordino di gettarla nell'acqua e di tornare poi a dirmi cosa avete visto.»<br>«Sire, obbediremo al vostro comando» gli rispose [[ser Bedivere|Bedivere]].<br>Ma sulla strada si mise a osservare con attenzione la nobile arma e le pietre preziose che ricoprivano il pomo e l'elsa.<br>"Se la getto nell'acqua, non ne deriveranno che perdite e danno!" pensò.<br>Perciò la nascose sotto un albero e poi si affrettò a tornare dal re e gli disse di averla gettata in mare.<br>«Cosa hai visto?» gli domandò Artù.<br>«Nient'altro che onde e venti.»<br>«Non è vero» replicò il re. «Ora affrettatevi a ubbidire e, se vi sono caro, non esitate a fare quanto vi ho detto.»<br>Allora ser Bedivere tornò a prendere la spada, ma pensando ancora che fosse un peccato e una vergogna gettare via un'arma tanto nobile, la nascose di nuovo, poi raggiunse il re.<br>«Cosa avete visto?» gli domandò per la seconda volta il sovrano.<br>«Nient'altro che flutti e ondate nere.»<br>«Ah, mi hai ingannato ancora, sleale e traditore!» propruppe Artù. «La tua fama di nobile cavaliere e l'amore che ti ho sempre portato non mi avrebbero mai fatto pensare che mi avresti tradito per il valore di una spada! Ora sbrigati: le tue esitazioni stanno mettendo a grave rischio la mia vita. Se non eseguirai adesso i miei ordini ti ucciderò con le mie stesse mani ovunque potrò incontrarti.»<br>Così ser Bedivere tornò là dove aveva nascosto la spada, la raccolse con cautela e si avvicinò alla riva. Poi avvolse la cintura intorno all'elsa e la scagliò più lontano che poté. Allora vide un braccio e una mano sorgere dall'acqua, afferrarla stretta, brandirla tre volte e poi inabissarsi con l'arma.<br>Quando ser Bedivere, tornato vicino al re, gli raccontò quello che aveva visto, il sovrano esclamò:<br>«Ahimè, aiutatemi ad andare via, temo di avere aspettato già troppo.»<br>Il cavaliere se lo caricò sulle spalle e andò verso la riva del mare. Vi erano appena arrivati che una piccola chiatta piena di belle dame prese terra accanto a loro. Tra di esse si trovava una regina, e tutte portavano cappucci neri e gridavano e piangevano alla vista di re Artù.<br>«Fatemi salire a bordo» disse il re.<br>Ser Bedivere eseguì con delicatezza il comando, e tre dame accolserò Artù tra alti lamenti e lo misero a sedere con la testa appoggiata sul grembo di una di loro.<br>«Ah, mio caro fratello!» disse allora la regina. «Perché vi siete trattenuto tanto a lungo lontano da me? La ferita che avete al capo ha preso fin troppo freddo!»<br>Poi le dame si misero ai remi e allontanarono l'imbarcazione dalla terra. E quando se Bedivere le vide prendere il largo, gridò:<br>«Ah, mio signore Artù, cosa sarà di me ora che mi lasciate tra i miei nemici?»<br>«Confortatevi e fate del vostro meglio: su di me non potrete più fare alcun affidamento» gli rispose il sovrano. «Devo andare nell'isola di Avalon per curare la mia grave ferita, e se non sentirete mai più parlare di me, pregate per la mia anima.»<br>Intanto la regina e le dame piangevano e gridavano da fare pietà. Quando ser Bedivere ebbe perso di vista la chiatta, scoppiò anch'egli in pianti e in lamenti, poi si diresse verso la foresta e camminò per tutta la notte. (pp. 710-712) *Di Artù non ho trovato nient'altro nei libri autorizzati, né ho letto con maggiore certezza della sua morte se non che fu portato via in una nave con tre regine, una delle quali era sua sorella [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana la Fata]], l'altra la regina del Galles del Nord e la terza quella delle Terre Desolate. Non conosco altra testimonianza che quella dell'eremita che un tempo era stato arcivescovo di Canterbury e che riferì che le dame avevano portato da lui un corpo perché lo seppellisse. Tuttavia egli non sapeva con certezza se si trattasse davvero del cadavere di artù, perché questa storia la fece mettere per iscritto ser Bedivere, cavaliere della Tavola Rotonda. (pp. 712-713) *In varie parti d'Inghilterra si crede che re Artù non sia morto e che, per volontà di Nostro Signore Gesù, viva in un altro luogo da dove tornerà per conquistare la Santa Croce. Io però non mi sento di affermarlo, e preferisco dire che in questo mondo egli lasciò la sua vita. Molti sostengono anche che sulla sua tomba siano scritte queste parole:<br><div class="center">{{maiuscoletto|Hic iacet Arthurus Rex quondam rexque futurus}}</div> (p. 713) *{{NDR|Su [[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]]}} Quando seppe della morte del re e di tutti i nobili cavalieri compreso ser Mordred, ella riparò in gran segreto con cinque dame ad Almesbury dove si fece monaca indossando la veste bianca e nera, e vivendo in penitenza come se fosse stata la più grande peccatrice di questa terra. Da allora nessuna creatura riuscì più a renderla felice, e visse tra digiuni, preghiere e opere di carità al punto che tutti si stupirono della purezza dei sui nuovi costumi. Con il tempo, come era da aspettarsi, divenne anche badessa e governatrice del monastero. (p. 713) *La guerra che ha portato alla morte i più nobili cavalieri del mondo è divampata a causa mia e di quest'uomo, e l'amore che ci legava ha causato la rovina del sovrano più onorato della terra. Lancillotto [...] ho assunto questo stato per salvare la mia anima e, con la grazia di Dio e per le piaghe della Sua Passione, confido che dopo la mia morte potrò contemplare il volto benedetto di Gesù Cristo e sedere alla Sua destra nel giorno del Giudizio, poiché in cielo vi sono dei santi che furono peccatori in terra. Perciò, ser Lancillotto, vi supplico di cuore per l'amore che ci fu tra noi di non posare mai più lo sguardo su di me. Vi comando anche, in nome di Dio, che lasciate la mia compagnia e torniate nel vostro regno per preservarlo da guerre e distruzioni. Così come vi ho amato fino ad ora, il mio cuore non mi permetterà più di incontrarvi dopo che a causa vostra e mia è stato annientato il fuore dei re e dei cavalieri. Rientrate dunque nelle vostre terre e prendete moglie per vivere con lei in gioia e letizia. L'unica supplica che il mio cuore vi rivolge è che invochiate il Signore Eterno perché mi conceda di fare ammenda dei miei peccati. ([[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], p. 716) *«[...] Nella ricerca del Sangrail avrei abbandonato le vanità mondane se non fosse stato per l'amore che vi portavo, e se allora lo avessi fatto con tutto il mio cuore, la volontà e il pensiero, avrei superato ogni altro cavaliere a eccezione di ser Galahad mio figlio. Se voi vi siete votata alla perfezione, è giusto che lo faccia anch'io perché, mi sia testimone Iddio, solo in voi ho avuto la mia gioia terrena. Se il vostro cuore fosse stato diversamente disposto, vi avrei portata con me nel mio regno. Ma poiché tale è la vostra volontà, vi giuro che se troverò un eremita che voglia accogliermi, a qualunque ordine appartenga, farò penitenza e pregherò fino al termine della mia vita. Ora, madama, vi prego di baciarmi un'ultima volta.»<br>«Non lo farò mai» si schermì la regina «e astenetevi anche voi da tali atti.» (pp. 716-717) *Supplico Dio Onnipotente che non mi sia mai più possibile vedere ser Lancillotto con i miei occhi mortali. ([[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], p. 719) *Quando riporto alla mente la bellezza e la nobiltà della regina e del suo re e li vedo ora giacere insieme, il mio cuore non può sostenere il mio corpo afflitto. Quando poi rifletto che per mia colpa, orgoglio e superbia sono entrambi periti, essi che non avevano pari tra le genti cristiane, il ricordo della loro cortesia e della mia gratitudine mi fa mancare il cuore al punto di non potermi reggere in piedi. ([[Lancillotto]], p. 720) *Ah, Lancillotto [...] guida di tutti i cavalieri cristiani, impareggiabile tra i valorosi, ora giaci qui. Eri il più cortese cavaliere che abbia mai portato lo scudo, l'amico più sincero nei confronti di chi ti amava tra quanti hanno mai cavalcato, il più fedele amante tra i peccatori che abbiano mai amato una donna, l'uomo più gentile che abbia mai brandito una spada. La tua bella persona primeggiava sempre tra una folla di cavalieri, e tu eri l'uomo più mansueto e più onorato tra quanti mai si siano intrattenuti a banchetto con le dame. Ma eri anche l'avversario più inflessibile per un nemico mortale che abbia mai posto la lancia in resta. (Hector de Maris, p. 722) ===Explicit=== ====Originale==== Here is the end of the booke book of kyng Arthur & of his noble knyghtes of the rounde table | that whan they were hole togyders there was ever an C and xl | and here is the ende of the deth of Arthur | I praye you all Ientyl men and Ientyl wymmen that redeth this book of Arthur and his knyghtes from the begynnyng to the endyng | praye for me whyle I am on lyve that god sende me good delyveraunce | & whan I am deed I praye you all praye for my soule | for this book was ended the ix yere of the reygne of kyng edward the fourth | by syr Thomas Maleore knyght as Ihesu helpe hym from hys grete myght | as he is servaunt of Ihesu bothe day and nyght |<br>{{NDR|Thomas Malory, ''[https://archive.org/details/lemortedarthuror00malouoft/page/860/mode/2up Le Morte d'Arthur. The original edition of William Caxton now reprinted and edited with an introduction and glossary]'', a cura di H. Oskar Sommer, Londra, David Nutt, 1889}} ====Traduzione==== ''Qui finisce il libro di re Artù e dei suoi nobili cavalieri della Tavola Rotonda, che nel loro insieme raggiungevano il numero di centocinquanta. E questa è anche la fine de'' La morte di Artù. '' Gentiluomini e gentildonne che avete letto il libro di Artù e dei suoi cavalieri dall'inizio alla fine, vi supplico di pregare finché sono in vita perché Dio mi mandi una buona liberazione. Quando poi sarò morto, vi chiedo di pregare tutti per la mia anima. Quest'opera fu terminata nel nono anno di [[Edoardo IV d'Inghilterra|re Edoardo IV]] dal cavaliere sir Thomas Malory che Gesù aiuti con la Sua grande potenza, poiché è servo di Cristo di giorno come di notte.''<br>{{NDR|Thomas Malory, ''Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri'', volume secondo, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Milano, Oscar Classici Mondadori, 1985. ISBN 88-04-41154-6}} ==Citazioni su Thomas Malory== *Malory fu in realtà il primo scrittore su commissione [...]. Quando [[William Caxton|Caxton]] costruì la sua pressa da stampa, chiese al povero vecchio Malory di scrivere qualcosa, ed egli acconsentì mettendo insieme tutte le storie che conosceva: tutte le storie tramandate dalla tradizione orale. Poi, a poco a poco, con la proliferazione dei libri, la gente dimenticò quelle storie o non si curò di ricordarle. Così, i racconti che Malory ambientò nel XII secolo descrivevano eventi accaduti molto tempo prima [...]. E, come accade per tutti i miti, essi assunsero le tinte dell'epoca in cui vennero scritti. Gli ''Idilli del re'' di [[Alfred Tennyson|Tennyson]], per esempio, oppure le opere di [[Edward Burne-Jones|Burne-Jones]] e dei Preraffaelliti, descrissero e dipinsero le leggende arturiane del XII secolo secondo la sensibilità della propria epoca. Finendo così per rivelare più cose sull'età vittoriana che sulla leggenda stessa. ([[John Boorman]]) *Sì, possiamo immaginarci sir Thomas Malory come un adorabile primitivo, un innamorato di cose nobili e belle e grandi, finché non sappiamo, in base alle moderne ricerche che l'hanno identificato con un personaggio della parrocchia di Monks Kirby nella contea di Warwick, figura più di bandito che di {{sic|compíto}} gentiluomo, che per via delle sue violenze e rapine fu spesso in prigione, e in prigione scrisse appunto le sue storie di cavalleria. ([[Mario Praz]]) ==Bibliografia== *Thomas Malory, ''[https://archive.org/details/lemortedarthuror00malouoft/page/34/mode/2up Le Morte d'Arthur. The original edition of William Caxton now reprinted and edited with an introduction and glossary]'', a cura di H. Oskar Sommer, Londra, David Nutt, 1889. *Thomas Malory, ''Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri'', due volumi, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Milano, Oscar Classici Mondadori, 1985. ISBN 88-04-41154-6 ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{DEFAULTSORT:Malory, Thomas}} [[Categoria:Scrittori britannici]] 75q186a9ws1xv6f0wgz7i6306r6a30o 1420663 1420660 2026-07-16T20:22:47Z Skekzilla 17056 /* Libro III */ 1420663 wikitext text/x-wiki Sir '''Thomas Malory''', o '''Maillorie''', '''Mallory''', '''Maleore''' (1409 – 1471), scrittore inglese. ==''La morte di Artù''== ===Incipit=== [[File:Morte Darthur incipit (cropped).jpg|thumb|Incipit dell'edizione del 1485 stampata da [[William Caxton]]]] ====Originale==== Hit befel in the dayes of Uther pendragon when he was kynge of all Englond | and so regned that there was a myȝty duke in Cornewaill that helde warre ageynst hym long tyme | And the duke was called the duke of Tyntagil | and so by meanes kynge Uther send for this duk | chargyng hym to brynge his wyf with hym | for she was called a fair lady | and a passynge wyfe | and her name was called Igrayne | So whan the duke and his wyf were comyn unto the kynge by the meanes of grete lordes they were accorded bothe | the kynge lyked and loved this lady wel | and he made them grete chere out of mesure | and desyred to have lyen by her | But she was a passyng good woman | and wold not assente unto the kynge | And thenne she told the duke her husband and said I suppose that we were sente for that I shold be dishonoured Wherfor husband I counceille yow that we departe from hens sodenly that we maye ryde all nyghte unto oure owne castell<br>{{NDR|Thomas Malory, ''[https://archive.org/details/lemortedarthuror00malouoft/page/34/mode/2up Le Morte d'Arthur. The original edition of William Caxton now reprinted and edited with an introduction and glossary]'', a cura di H. Oskar Sommer, Londra, David Nutt, 1889}} ====Traduzione==== Al tempo in cui [[Uther Pendragon]] governava su tutta l'Inghilterra, vi era in Cornovaglia un potente duca, signore di Tintagel, che gli faceva guerra da molti anni. Attraverso degli emissari, un giorno il re lo convocò ordinandogli di portare con sé anche la moglie, che aveva nome [[Igraine]] e fama di essere molto assennata. Quando il duca arrivò alla presenza del sovrano, per intercessione dei più nobili baroni si riconciliò con lui, ma il re si innamorò di sua moglie, la festeggiò oltre misura e desiderò di giacere con lei. Igraine, che era una donna onesta e leale, non solo non vi consentì, ma anzi disse al marito:<br>«Credo che siamo stati chiamati qui perché io vi perdessi il mio onore. Vi consiglio quindi di andare via senza indugio e di raggiungere questa notte stessa il nostro castello.»<br>{{NDR|Thomas Malory, ''Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri'', volume primo, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Milano, Oscar Classici Mondadori, 1985. ISBN 88-04-41154-6}} ===Citazioni=== ====Libro I==== [[File:Story of Merlin - Arthur's conception.png|thumb|Il concepimento di Artù]] *«Ecco cosa voglio, sire» disse allora Merlino. «La prima notte che trascorrerete con Igraine concepirete in lei un figlio che mi farete consegnare appena sarà venuto alla luce. Io lo alleverò dove più mi piacerà, affinché a voi derivi onore e al bambino i vantaggi che gli spettano.»<br>«Sarà fatto come volete» accondiscese il re.<br>«Ora preparatevi» aggiunse Merlino. «Questa notte stessa vi coricherete al fianco di Igraine nel castello di Tintagel, e avrete le sembianze di suo marito; Ulfius assumerà l'aspetto di ser Brastias e io quello di ser Jordans, due cavalieri del duca. Ma badate di non rivolgere domande né a lei né ai suoi uomini; dite che non vi sentite bene, affrettatevi ad andare a letto, e domani mattina non vi alzate prima del mio arrivo. Il castello non è che a dieci miglia da qui.»<br>Fu dunque fatto come era stato deciso. Ma poiché il duca aveva visto il re lasciare l'assedio di Terrabil, quella stessa notte uscì dal castello attraverso una postierla per attaccare l'esercito regale e rimase ucciso nella sortita prima ancora che il sovrano fosse arrivato a Tintagel. Così re Uther giacque con Igraine più di tre ore dopo la morte del duca e, in quella notte, concepì Artù. Allo spuntare del giorno, dopo che Merlino fu arrivato per dirgli di prepararsi, egli baciò la dama e partì in gran fretta. E quando Igraine sentì dire che, secondo tutte le testimonianze, il marito era morto prima dell'arrivo di Uther, si chiese con grande stupore chi potesse essere l'uomo che si era coricato con lei nelle sembianze del suo signore e ne pianse segretamente senza farne parola ad alcuno. (p. 7) *Non passò molto, quindi, che un mattino Uther e Igraine si sposarono tra la gioia e il tripudio generale, e, per volere del re, nella stessa occasione re Lot di Lothian e di Orkney sposò Morgawse, che sarebbe stata la madre di [[Gawain|Galvano]], e re Nentres della terra di Garlot sposò Elaine. La terza sorella, [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana la Fata]], fu invece messa a studiare in un convento dove divenne molto dotta in negromanzia. In seguito sarebbe stata maritata a re [[Urien|Uriens]] della terra di Gore, padre di [[Ywain|ser Ivano il Biancamano]]. (p. 8) *E quando i mattutini e la prima messa ebbero termine, nel camposanto dietro l'altare maggiore fu vista una grande roccia quadrangolare simile a un blocco di marmo, che sorreggeva nel mezzo una sorta di incudine d'acciaio alta un piede in cui era infitta una bella spada. Intorno all'arma una scritta in lettere d'oro diceva:<br><div class="center">{{maiuscoletto|Colui che estrarrà questa spada dalla roccia e dall'incudine è il legittimo re di tutta l'inghilterra.}} (p. 10) [[File:An island story; a child's history of England (1906) (14801002423).jpg|thumb|Artù estrae la spada dalla roccia]] *Il giorno di Capodanno, terminata la messa, i baroni cavalcarono al campo, alcuni per giostrare, altri per torneare. Tra di essi vi era anche ser Ector accompagnato dal figlio ser Kay e dal giovane [[Re Artù|Artù]], fratello di latte di quest'ultimo. Ser Kay, che era stato fatto cavaliere nel giorno di Ognissanti, accortosi quando era già in cammino di avere dimenticato la spada nell'alloggio del padre, pregò Artù di andargliela a prendere.<br>«Volentieri» rispose il giovane allontanandosi in fretta. Giunto a casa, scoprì però che la dama e tutti gli altri erano usciti per assistere alle giostre. Ne fu addolorato, ma poi si disse:<br>"Andrò al camposanto a prendere la spada che è infitta nella roccia. Mio fratello non deve rimanere senza un'arma in una giornata come questa."<br>Si diresse quindi verso il camposanto; scese di sella, legò il cavallo a un montante e si avvicinò alla tenda che nascondeva la roccia. Non trovandovi i cavalieri che vi erano stati lasciati di guardia e che infatti erano andati alle giostre, afferrò l'impugnatura della spada e la estrasse con un strappo deciso, ma senza sforzo. Poi riprese il cavallo e raggiunse ser Kay per consegnargliela. Appena il fratello la vide, la riconobbe subito. Allora si avvicinò al padre egli disse:<br>«Signore, ecco la spada della roccia. Dunque devo essere io il re di questa terra.»<br>Ser Ector osservò l'arma; quindi tornò indietro con i due giovani, smontò da cavallo, entrò nella chiesa e ordinò a ser Kay di ripetergli con precisione come l'avesse presa faccendolo giurare sul Libro Sacro.<br>«Me l'ha portata mio fratello Artù, signore» disse allora ser Kay.<br>«E tu, come l'hai avuta?» chiese ser Ector ad Artù.<br>«Ecco, signore, quando sono tornato a casa a prendere la spada di ser Kay, non ho trovato nessuno che me la potesse dare; allora, pensando che mio fratello non dovesse rimanere disarmato, sono venuto qui e ho estratto l'arma dalla roccia senza alcuna fatica.» (pp. 11-12) *Ser Ector e ser Kay si inginocchiarono a terra.<br>«Ahimè, perché vi inginocchiate davanti a me, voi che siete mio padre e mio fratello?» chiese loro Artù.<br>«No, mio signore, non è così. Io non sono vostro padre e non sono nemmeno del vostro stesso sangue. Vedo che discendete da un lignaggio ben più nobile di quanto credessi.»<br>Egli gli raccontò come gli fosse stato affidato, perché lo allevasse, dallo stesso Merlino. Nel sentire che ser Ector non era suo padre, il giovane provò un profondo dolore, ma il cavaliere continuò:<br>«Quando sarete re, vorrete essere il mio buono e grazioso signore?»<br>«In caso contrario sarei da biasimare» fu la risposta di Artù. «Siete l'uomo a cui devo di più insieme alla mia buona signora e madre, vostra moglie, che mi ha nutrito e allevato come figlio suo. Se Dio vorrà ch'io sia re come voi dite, potrete chiedermi tutto quello che sarà in mio potere di concedervi, e io non vi mancherò!» (pp. 12-13) *«Per quale motivo quel ragazzo è divenuto vostro re?»<br>«Signori, è figlio legittimo di Uther Pendragon e di Igraine, moglie del duca di Tintagel» rispose loro Merlino.<br>«Allora è bastardo!» esclamarono tutti.<br>«No; Artù fu concepito più di tre ore dopo la morte del duca, e tredici giorni più tardi re Uther sposò Igraine. È quindi provato che non è bastardo, e chi lo afferma sappia che Artù sarà re e avrà ragione di tutti i suoi nemici, e che, prima di morire, avrà regnato a lungo su tutta l'Inghilterra e avrà condotto sotto il proprio comando Galles, l'Irlanda, la Scozia e molti altri regni.» (p. 15) *Dovremmo forse accettare che un interprete di [[Sogno|sogni]] ci esorti alla viltà? ([[Lot (ciclo arturiano)|Lot]], p. 16) *Ecco allora giungere in campo [[Ban di Benoic|re Ban]], fiero come un leone e con le insegne a bande verdi in campo d'oro.<br>«Ahimè, ora temo davvero che saremo sconfitti!» esclamò re Lot vedendolo. «Quello è il cavaliere più valoroso del mondo e anche l'uomo più rinnomato. Moriremo o saremo costretti a ritirarci, ma se dovremo farlo sarà bene che impieghiamo valore e saggezza, perché altrimenti perderemo ugualmente la vita!» (p. 26) *[...] è preferibile uccidere un vile piuttosto che, a causa di un codardo, perdere tutti la vita. ([[Lot (ciclo arturiano)|Lot]], p. 28) *{{NDR|Su [[Glatisant la Bestia]]}} A un tratto gli parve di sentire il latrare di una trentina di cani e vide dirigersi verso di lui, e avvicinarsi alla fonte, la bestia più singolare che si possa immaginare. Dal suo ventre proveniva il rumore simile al latrato di trenta coppie di cani, ma quando l'animale si mise a bere, il frastuono cessò d'improvviso per riprendere solo quando esso si allontanò. (p. 33) *«Siete un uomo straordinario!» esclamò allora Artù.<br>«Però mi stupisce molto sentirvi dire che morirò in battaglia.»<br>«Non ve ne meravigliate, è la volontà di Dio che il vostro corpo sia punito per le vostre azioni impure. Io invece dovrei essere triste, perché morirò di una morte vergognosa, sotterrato ancora vivo. Almeno la vostra sarà una fine onorevole.» ([[Re Artù]] e [[Mago Merlino]], p. 34) *Merlino è a conoscenza, come del resto voi, ser Ulfius, di come re Uther venne da me nel castello di Tintagel con le sembianze di mio marito che era morto tre ore prima, e di come quella stessa notte mi fece concepire un figlio. Tredici giorni dopo egli mi sposò, e allorché il bambino nacque ordinò che fosse affidato a Merlino e allevato da lui. Da allora io non lo vidi mai più; né seppi quale nome gli era stato dato. ([[Igraine]], p. 35) *«Ora siete in mio potere, e sono libero di decidere se uccidervi o risparmiarvi la vita. Ma se non vi darete per vinto sarò costretto a mettervi a morte» gli disse lo sconosciuto.<br>«Quando vorrà venire, la morte sia la benvenuta! Del resto, preferisco morire che disonorarmi arrendendomi a te» esclamò Artù balzandogli addosso. ([[Pellinore]] e [[Re Artù]], p. 39) *«Ahimè, Merlino, lo avete ucciso!» gli disse Artù. «Era il cavaliere più nobile del mondo, ed io preferirei essere privato delle mie terre piuttosto che saperlo morto.»<br>«Non ve ne date pensiero, è più sano di voi» gli rispose Merlino. «È solo addormentato, ma si risveglierà fra tre ore. Vi avevo detto che era un cavaliere forte e coraggioso, e vi avrebbe ucciso se io non fossi intervenuto. Ma da ora in poi egli vi renderà ottimi servigi; il suo nome è [[Pellinore|Pellinor]], e un giorno avrà due figli di valore impareggiabile che si chiameranno [[Parsifal|Percival]] e [[Lamorak|Lamorak il Gallese]]. E sarà ancora Pellinor a rivelarvi il nome del figlio che avete concepito in vostra sorella e che sarà la rovina del regno.» (p. 40) [[File:Boys King Arthur - N. C. Wyeth - p16.jpg|thumb|Artù riceve Excalibur]] *Proseguirono il cammino finché si trovarono sulla riva di un lago vasto e ameno, dal quale videro emergere un braccio rivestito di sciamito bianco: esso terminava in una mano che stringeva una magnifica spada.<br>«È quella l'arma di cui vi parlavo» disse Merlino ad Artù. E poiché in quel momento una donna passava sul lago, il re chiese chi fosse.<br>«È la [[Dama del Lago]]; sul fondo di questo specchio d'acqua si trova una caverna che ha l'interno decorato con tale ricchezza da renderlo la residenza più piacevole del mondo» gli spiegò Merlino. «Ora la dama si avvicinerà; allora voi dovrete pregarla cortesemente di darvi la spada.»<br>Infatti la dama si diresse verso Artù e lo salutò, e il re, dopo aver ricambiato il saluto, le chiese:<br>«Di chi è la spada che quel braccio tiene alta sull'acqua? Io sono senza armi, e vorrei che fosse mia.»<br>«Essa mi appartiene» gli rispose la dama «ma se mi concederete un dono allorquando ve lo chiederò, sarà vostra.»<br>«Ve lo accorderò, sulla mia parola» le promise Artù.<br>«Allora montate sulla barchetta che vedete laggiù, raggiungete a remi la spada e prendetela insieme al suo fodero. Io reclamerò il mio dono quando lo riterrò opportuno».<br>Artù e Merlino smontarono di sella e legarono i cavalli a due alberi. Poi salirono sulla piccola imbarcazione e, quando ebbero raggiunto la mano e la spada, il re ne afferrò l'impugnatura e la trattenne, mentre mano e braccio scomparivano sott'acqua. (pp. 40-41) *«Vi piace più l'arma o il fodero?» gli chiese Merlino.<br>«Preferisco la spada.»<br>«Non siete molto saggio, perché il fodero vale dieci volte di più! Finché lo avrete al fianco, esso impedirà alle vostre ferite di sanguinare, per quanto gravi possano essere. Quindi badate a non abbandonarlo mai.» (p. 41) *Poi re Artù fece cercare, sotto pena di morte, tutti i bambini che erano nati il primo di maggio concepiti da baroni e da dame, perché Merlino gli aveva detto che proprio in quella data aveva visto la luce di colui che lo avrebbe ucciso. Tra i numerosi figli di signori scovati e mandati a corte, si trovava anche [[Mordred]], il figlio della moglie di re Lot.<br>I fanciulli vennero messi su una nave che fu lasciata alla deriva sul mare, ma il caso volle che essa naufragasse ai piedi di un castello e che tutti i bambini morissero salvo proprio Mordred che ne era stato scagliato fuori e che fu ritrovato da un buon uomo che lo allevò. Quando poi il fanciullo ebbe compiuto i quattordici anni, fu mandato a corte, come narreremo verso la fine del libro della Morte di Artù. Ora diremo che i baroni del regno furono molto addolorati per la morte dei loro figli e ne incolparono più Merlino che Artù, ma poi rimasero in pace sia per timore sia per lealtà nei confronti del sovrano. (p. 43) ====Libro II==== [[File:The Death of Balin and Balan.png|thumb|La morte di Balin e Balan]] *«Ah, bella damigella, dignità, virtù e valore non sono riposti solo nell'[[abbigliamento]]!» esclamò [[Sir Balin|Balin]]. «La virilità e l'onore sono celati nella persona, e vi sono molti insigni cavalieri ignoti a tutti, a riprova che il pregio e l'ardimento non hanno alcun rapporto con le vesti che indossano.» (p. 46) *Non pochi pensano di fare scorno a un [[avversario]], e poi scoprono che il loro intento si è ritorto a loro danno. ([[Sir Balin]], p. 50) *Le bandiere furono dispiegate e i combattenti si scontrarono e spezzarono le lance. Ma i cavalieri di [[Re Artù|Artù]], con l'aiuto del Cavaliere dalle Due Spade e del fratello Balan, ebbero presto la meglio. Infatti, per quanto [[Lot (ciclo arturiano)|Lot]] compisse magnifiche prodezze tenendosi sempre in prima fila, sostenendo le proprie genti e affrontando i nemici, tuttavia non poté resistere a lungo, e fu un vero peccato che un cavaliere tanto valoroso, che era appartenuto alla corte di Artù, dovesse essere sopraffatto. Ma era il marito della sorella del re e ne era divenuto nemico, dacché Artù si era coricato con sua moglie concependo in lei [[Mordred]].<br>Ora accadde che nella mischia [[Pellinore|Pellinor]], il valoroso cavaliere che veniva chiamato il Cavaliere della Bestia Latrante, assestasse un colpo possente a Lot: fallito il bersaglio, la spada si abbatté invece sul collo del destriero facendolo cadere in terra insieme al re; allora Pellinor vibrò un altro fendente che spaccò a Lot l'elmo e il capo fino alla fronte. Morto il sovrano, l'esercito di Orkney si dette alla fuga perdendo molti altri uomini.<br>Più tardi Pellinor avrebbe pagato per il proprio gesto, perché [[Gawain|ser Galvano]], dieci anni dopo essere stato fatto cavaliere, lo avrebbe ucciso con le sue stesse mani per vendicare la morte del padre. (pp. 56-57) *Badate, sire, di conservare con cura il fodero di Excalibur e ricordate che finché l'avrete con voi le vostre ferite, per quanto gravi, non sanguineranno. ([[Mago Merlino]], p. 57) *Rimasto disarmato, {{NDR|[[Sir Balin]]}} si precipitò allora alla ricerca di un'altra arma entrando prima in una stanza poi un'altra e in un'altra ancora, senza riuscire a trovare nulla e sempre incalzato dappresso da [[Re Pescatore|re Pellam]]. Infine varcò la porta di una camera meravigliosamente decorata e vide che vi si trovava un uomo disteso su un letto coperto dai più splendidi drappi d'oro che si possano immaginare. Vicino al letto, su un tavolo d'oro puro sorretto da quattro zampe d'argento, era posata una lancia di singolare fattura. Balin la afferrò, si volse a fronteggiare Pellam e lo colpì con forza, facendolo cadere in terra privo di sensi. Allora il tetto e le mura del castello crollarono e anche Balin fu gettato al suolo, dove rimase senza potersi muovere. [...] Da allora re Pellam rimase infermo per molti anni, e guarì solo quando fu curato da [[Galahad]], il nobile principe, nel corso della ricerca del [[Graal|Sangrail]] – il bacile che conteneva il sangue di Nostro Signore Gesù Cristo portato in Inghilterra da Giuseppe d'Arimatea, cui un tempo era appartenuto anche lo splendido letto. La [[Lancia di Longino|lancia]] che aveva inferto il [[Colpo Doloroso]] era la stessa con cui Longino aveva ferito Nostro Signore al cuore, e poiché re Pellam era affine alla stirpe di Giuseppe e l'uomo più degno di quei tempi, la sua infermità provocò dolore, lutti e pene. (pp. 61-62) *«Fratello, mi hai ucciso e io ho ucciso te. Il mondo intero parlerà di noi» disse poi Balin quando si fu ripreso.<br>«Perché mai non ti ho riconosciuto!» si lamentò Balan. «Avevo notato le due spade, ma dato che portavi uno scudo non tuo ti avevo creduto un altro.»<br>«È colpa di uno sciagurato cavaliere che facendomelo cambiare ci ha dato la morte. Se potessi sopravvivere distruggerei il castello per i malvagi costumi che alberga.»<br>«E sarebbe ben fatto!» approvò Balan. «Da quando vi arrivai non ebbi più la possibilità di ripartirne perché uccisi il cavaliere che era a guardia dell'isola. Lo stesso accadrà anche a te, fratello. Avresti dovuto uccidermi, come del resto hai fatto, ma poi metterti in salvo con la fuga.»<br>In quel mentre sopraggiungeva la signora del castello con quattro cavalieri, sei dame e sei servitori, e sentì le pietose parole che si scambiavano i fratelli.<br>«Uscimmo entrambi da un medesimo sacello, il ventre di nostra madre, e giaceremo insieme in una stessa fossa» dicevano. (p. 66) *Il mattino successivo comparve Merlino e fece incidere in lettere d'oro sulla tomba dei fratelli una scritta che diceva:<br><div class="center">{{maiuscoletto|Qui giace Balin il Selvaggio, che era il cavaliere dalle due spade che inferse il Colpo Doloroso.}}</div><br>Poi, presa la spada di Balin e sostituitone il pomo con un altro, ordinò a un cavaliere di brandirla, ma quello non vi riuscì nonostante i ripetuti sforzi. Allora Merlino scoppiò a ridere.<br>«Perché ridete?» gli chiese il cavaliere.<br>«Solo i campioni migliori del mondo potranno maneggiare questa spada, cioè [[Lancillotto]] e suo figlio Galahad. E con quest'arma Lancilotto ucciderà ser Galvano, il nipote di re Artù» gli rispose Merlino, che fece incidere la profezia sul pomo della spada.<br>Poi operò perché un ponte di ferro e di acciaio collegasse l'isola con la terraferma, e lo fece largo solo mezzo piede perché soltanto l'uomo più eccellente e mondo da malizia e villania potesse avere l'ardire di attraversarlo. Inoltre lasciò sull'isola il fodero della spada di Balin perché Galahad potesse trovarlo, e fece sì che per magia la spada restasse infissa in un blocco di marmo grande come la mola di un mulino, che galleggiò per molti anni nella corrente di un fiume fin sotto le mura di Camelot. Un giorno di Pentecoste Galahad, il nobile principe, che aveva già trovato il fodero, avrebbe estratto la spada così come è narrato nel libro del Sangrail. (p. 67) ====Libro III==== *Un giorno poi il re, che nel corso di quegli anni si era quasi sempre fatto guidare dai consigli di Merlino, gli disse:<br>«I baroni non mi daranno pace finché non prenderò moglie, ma lo farò solo dietro vostro avviso.»<br>«È bene che vi scegliate una sposa, perché un uomo del vostro rango e della vostra nobiltà non dovrebbe rimanere senza» convenne Merlino. «Vi è una dama che amate più di ogni altra?»<br>«Sì, [[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], la figlia di [[Leodegrance|re Leodegrance]] della terra di Camelerd: è la fanciulla più bella e più onorata che conosca e inoltre il padre possiede la Tavola Rotonda che, a quanto mi diceste, ricevette da mio padre Uther.»<br>«Sire, Ginevra è senz'altro una delle più belle fanciulle del mondo» gli disse allora Merlino «ma se voi non l'amaste tanto e il vostro cuore fosse libero, potrei trovarvi un'altra damigella avvenente e dotata di ogni virtù che potrebbe amarvi e piacesse a voi. Tuttavia, so che quando il cuore di un uomo ha operato la sua scelta, è riluttante a volgersi altrove.»<br>«È vero» gli confermò il re. (p. 68) *Che un re tanto illustre per nobiltà e valore voglia prendere in moglie Ginevra è la notizia più bella che abbia mai ricevuto [...]. Gli offrirei volentieri anche le mie terre se pensassi di poterlo compiacere, ma ne ha già tante e sono certo che non ne ha bisogno. Gli farò quindi un dono che gradirà molto di più, perché gli consegnerò la [[Tavola Rotonda]] che mi fu data da Uther Pendragon. Essa può ospitare un massimo di centocinquanta cavalieri; cento li ho io stesso, ma gli altri mi sono stati uccisi. ([[Leodegrance]], p. 69) *«Ma perché vi sono due seggi vuoti alla Tavola Rotonda?» chiese poi Artù a Merlino.<br>«Sire, sono destinati a uomini degni del più alto onore, e sul [[Seggio Periglioso]] siederà solo un cavaliere senza pari. Chiunque altro sarà tanto ardito da tentare di prendervi posto, sarà annientato.» (p. 72) *Devi concedere [[misericordia]] a coloro che t'implorano, perché un [[cavaliere]] spietato è un cavaliere senza onore. ([[Gaheris]], p. 76) *Così, portate a termine le tre ricerche affidate a ser Galvano, a ser Tor e a re Pellinor, re Artù confermò la nomina di tutti i cavalieri, assegnò terre a quelli che non avevano e impose loro di non commettere mai oltraggi o omicidi, di rifuggire sempre dal tradimento, di non comportarsi mai con efferatezza, ma di concedere grazia a chi la implorasse, sotto sanzione di perdere per sempre l'onore e la sua protezione. Inoltre il re ingiunse loro, pena di morte, di soccorrere sempre le dame, le damigelle e le gentildonne e di non ingaggiare combattimenti in contese ingiuste per amore o per beni mondani. Tutti i [[cavalieri della Tavola Rotonda]] giurarono in tal senso, i giovani come i vecchi, e ogni anno rinnovavano il giuramento in occasione della festa solenne della Pentecoste. (p. 87) ====Libro IV==== [[File:The Beguiling of Merlin by Edward Burne-Jones.jpg|thumb|Merlino e la Dama del Lago]] *Non passò molto che la [[Dama del Lago|Damigella del Lago]] partì e Merlino la seguì tentando più volte di farla sua con le proprie arti sottili, ma poi Nimue gli fece giurare di non fare mai più uso con lei dei suoi incantesimi, perché altrimenti non l'avrebbe mai avuta. [...] Poi Merlino e la damigella ripartirono per la Cornovaglia, e nel corso del viaggio egli le insegnò molti altri prodigi. Ma poiché le stava sempre intorno per cogliere la sua verginità, Nimue lo prese a noia e pensò di liberarsene; tuttavia non sapeva come fare anche perché ne aveva paura, dato che Merlino era figlio di un diavolo.<br>Ora, avvenne che un giorno Merlino le facesse vedere una caverna meravigliosa che si sprofondava sotto una grande pietra che la damigella, mettendo in opera le arti che aveva apprese, lo inducesse ad entrarvi per mostrarle i prodigi che essa nascondeva. Poi fece in modo che egli non ne uscisse mai più di quante arti magiche mettesse in opera, e si allontanò lasciandolo prigioniero. (pp. 88-89) *Ahimè, da quando sono stato incoronato non ho avuto un solo mese di riposo! ([[Re Artù]], p. 90) *{{NDR|Su [[Sir Tor]]}} Parla poco e agisce molto di più, e non conosco nessuno qui a corte che sia di nascita più nobile, o che gli sia pari in valore e in possanza. ([[Re Artù]], p. 94) *[...] poiché [[Baudemago|ser Bagdemagus]] si era adirato perché a ser Tor era stata data la precedenza, si allontanò all'istante dalla corte e, in compagnia del suo scudiero, si inoltrò in una foresta. Dopo molte avventure gli capitò di arrivare davanti alla caverna in cui la Damigella del Lago aveva imprigionato Merlino. Udendolo lamentarsi pietosamente, il cavaliere decise di cercare di aiutarlo e si sforzò di sollevare la pietra che chiudeva l'antro, ma essa era tanto pesante che non vi sarebbero riusciti nemmeno cento uomini.<br>Intanto Merlino, che si era accorto della sua presenza, gli diceva di desistere perché si affaticava invano: egli non avrebbe potuto essere soccorso se non da colei che lo aveva rinchiuso. Allora Bagdemagus si allontanò e, attraverso molte altre avventure che incontrò per via, si dimostrò un eccellente cavaliere, così che quando tornò a corte fu eletto compagno della [[Tavola Rotonda]]. (p. 94) *[...] mi sono impegnato a battermi ad oltranza e preferisco morire con onore piuttosto che vivere nella vergogna. Se mi fosse possibile perdere la vita cento volte, piuttosto che arrendermi a voi sceglierei lo stesso di morire. Sono senza armi, ma non senza onore, e del resto se ucciderete un uomo inerme, il disonore ricadrà su di voi. ([[Re Artù]], p. 101) *{{NDR|Sulla [[Fata Morgana (mitologia)|Fata Morgana]]}} Mi vendicherò su di lei con tale durezza che tutto il mondo cristiano ne dovrà parlare, perché Dio sa che l'ho onorata e venerata più di ogni altra del mio sangue e che avevo più fiducia in lei che in mia moglie e negli altri miei parenti. ([[Re Artù]], p. 103) *La gente dice che Merlino è figlio di un diavolo, ma io posso affermare di essere stato concepito da un demone sulla terra! ([[Ywain]], p. 105) *Dopo aver trascorso la notte nel monastero e ascoltata la messa, Galvano e Ivano ripresero il cammino. Si addentrarono in un grande bosco e poi sbucarono in una valleta dove videro dodici belle damigelle e due cavalieri armati e montati su grandi cavalli vicino a una piccola torre. Le damigelle correvano avanti e indietro da un albero al quale era appeso uno scudo bianco e, ogni volta che vi passavano accanto, vi sputavano sopra e alcune vi gettavano anche del fango.<br>I due giovani si avvicinarono, salutarono le damigelle e chiesero loro perché spregiassero lo scudo in quel modo.<br>«Ecco, signori, esso appartiene a un cavaliere del paese che è un ottimo combattente, ma ha in odio tutte le dame e le gentildonne. Per questo stiamo recando offesa al suo scudo.»<br>«Non è certo degno di un cavaliere disprezzare le dame» osservò ser Galvano «ma può anche darsi che ne abbia un buon motivo e che, se è vero quanto dite, in qualche altro luogo vi siano donne che egli ama e da cui è ricambiato. Come si chiama?»<br>«[[Morholt|Moroldo]], signore, del sangue del re d'Irlanda.»<br>«Lo conosco» intervenne ser Ivano. «È un cavaliere molto valoroso: una volta lo vidi misurarsi in una giostra con vari avversari e nessuno fu in grado di tenergli testa».<br>«Allora penso che siate voi da biasimare, damigelle!» esclamò ser Galvano. «Suppongo che se ha appeso lo scudo all'albero non si trovi lontano, e quei cavalieri laggiù potrebbero sfidarlo. Sarebbe più onorevole di quello che state facendo voi. Comunque, non intendo permettere che lo scudo di un cavaliere venga disonorato!» (pp. 110-111) *[...] non è cavalleresco che uno resti in arcioni mentre l'altro è a piedi. ([[Morholt]], p. 112) *Si slanciarono gagliardamente l'uno contro l'altro e si assestarono dei fendenti che fecero volare in pezzi gli scudi e ammaccare gli elmi e i giachi, così che ben presto furono entrambi gravemente feriti. Ma erano le nove del mattino, e Moroldo si accorse con stupore che ser Galvano diveniva di momento in momento più forte finché, all'ora di mezzogiorno, la sua forza si trovò triplicata. Quando però il mezzogiorno fu trascorso e cominciò a calare la sera, le forze di ser Galvano presero a scemare ed egli si sentì sempre più debole e cominciò a sospettare che non avrebbe potuto resistere. Sarebbe quindi stato il momento giusto perché ser Moroldo potesse dimostrare tutta la propria possanza; invece quest'ultimo disse:<br>«Ho constatato che siete un ottimo cavaliere e un uomo dotato di una forza prodigiosa, signore, ma finché dura. Del resto, la nostra non è una disputa grave e sarebbe un peccato se dovessi ferirvi, ora che vi vedo indebolito.» (p. 112) *«Signor cavaliere» gli disse a un certo punto ser Galvano «sono stupito che un uomo del vostro valore non ami le dame e le damigelle.»<br>«Coloro che mi attribuiscono questa nomea sono in torto, e so bene che si tratta delle damigelle della torre e di altre come loro» replicò ser Moroldo. «Ora vi dirò perché le detesto: esse sono maghe e incantatrici, e per quanto un cavaliere possa essere di forte costituzione e di indole valorosa, ne fanno un gran vigliacco per trarne vantaggio. Questo è il motivo principale per cui le aborro; sono invece pronto a servire da cavaliere tutte le buone dame e gentildonne.» (p. 113) *Una dama tanto superba da non avere misericordia di un valoroso [[cavaliere]] non ha diritto alla felicità! ([[Dama del Lago]], p. 121) *Ser Moroldo era ben conosciuto a corte, perché vi si trovano dei cavalieri che si erano misurati con lui in precedenza e che riferirono che egli aveva la fama di essere uno dei migliori cavalieri del mondo. (p. 128) ====Libro V==== *In pace da lungo tempo, [[re Artù]] aveva indetto una festa sfarzosa. La Tavola Rotonda era al completo di tutti i suoi alleati sovrani, principi e nobili cavalieri quando, mentre egli sedeva sul trono, entrarono nella sala dodici vecchi che recavano rami d'ulivo nelle mani a significare di essere venuti come ambasciatori e messaggeri dell'imperatore Lucio, a quel tempo chiamato Dittatore o Procuratore del Bene Pubblico di Roma. Giunti alla presenza del re, essi gli resero omaggio con un inchino e gli parlarono nel seguente modo:<br>«Il nobile e potente imperatore Lucio saluta il re di Britannia. Vi ordina di riconoscerlo come vostro signore e di inviargli il tributo che questo regno deve all'impero e che, come risulta dai documenti, già pagavano vostro padre e i vostri predecessori. Se agirete da ribelle e non lo riconoscerete come vostro sovrano, deterrete e tratterrete le vostre terre in contrasto con gli statuti e i decreti stabiliti dal nobile e illustre Giulio Cesare, conquistatore di questo paese e primo imperatore di Roma. Sappiate anche se vi opporrete alle sue richieste e ai suoi ordini, Lucio condurrà una guerra implacabile contro la vostra persona, i vostri regni e le vostre terre, e punirà voi e i vostri sudditi come esempio perpetuo per tutti i sovrani e i principi che rifiutano il tributo al nobile impero che domina sull'intero mondo.» (p. 131) *[...] io non pagherò mai il tributo a Roma! A quanto so Belino e Brenio, sovrani di Britannia, hanno tenuto a lungo l'impero nelle proprie mani, come anche Costantino figlio di Elena: vi è quindi la prova palese che non dobbiamo alcun tributo e che anzi, essendo noi i loro discendenti, abbiamo il diritto di reclamare il titolo all'impero. ([[Re Artù]], p. 132) *Artù presiedeva la Tavola Rotonda e appariva l'uomo più gagliardo che esista, capace di conquistare l'intera terra, che è ben poco per lui. (p. 134) *Mentre il re era assopito nella propria cabina ebbe un sogno meraviglioso: gli parve che un [[drago]] terrificante, giunto in volo dalla parte d'Occidente, affogasse molta della sua gente. Esso aveva la testa smaltata d'azzurro e le spalle che brillavano come oro, il ventre simile a maglie di straordinari colori, la coda coperta di scaglie, le zampe di splendido zibellino e gli artigli come oro fino. Dalla bocca gli scaturiva un'orrenda fiamma che faceva apparire di fuoco la terra e il mare. Poi, in una nuvola, giungeva dall'Oriente un feroce cinghiale nero dagli artigli grandi come pilastri. Coperta da pelame irsuto, era la bestia più ripugnante che si fosse mai vista, e ruggiva e muggiva in modo incredibilmente orribile. Il drago allora si sollevava nell'aria come un falco e assaliva con violenza il cinghiale che rispondeva ferendolo al petto con le zanne grigie, e quel sangue bollente faceva rosseggiare il mare. Allora il drago volava a grandi altezze, poi si precipitava fragorosamente a colpire il cinghiale sulla sommità del dorso, lungo dieci piedi dalla testa alla coda, riducendogli in polvere le ossa e la carne, che prendevano a volteggiare per tutta l'ampiezza del mare.<br>Il re si svegliò di colpo e, sconcertato dal sogno, mandò a chiamare un saggio filosofo cui ordinò di spiegarne il significato.<br>«Sire» fu la risposta del sapiente «il drago rappresenta la vostra persona, i colori delle sue ali sono i regni che avete conquistato e le scaglie di cui è irta la coda rappresentano i nobili cavalieri della Tavola Rotonda. Il cinghiale che usciva dalle nuvole e che fu ucciso dal drago simboleggia un tiranno che tormenta il popolo, o forse anche che voi dovrete battervi di persona contro il più orrido e abominevole gigante che avrete mai visto in tutta la vita. Non avete dunque nulla da temere da questo sogno: andate avanti da conquistatore.» (pp. 135-136) *Guardate quanto sono tronfi di orgoglio e di millanteria questi Britanni! [...] Si vantano come se avessero già conquistato il mondo intero! (p. 140) ====Libro VI==== *Poco tempo dopo che [[re Artù]] era tornato in Inghilterra da Roma i [[cavalieri della Tavola Rotonda]] si riunirono a corte per dedicarsi a giostre e a tornei. Non pochi cavalieri novelli compirono onorevoli gesta d'armi e superarono i compagni dando prova di valore e di prodezza, ma tra tutti spiccò [[Lancillotto|ser Lancillotto]] del Lago che fu il migliore nei tornei, nelle giostre e nelle prove d'armi sia al primo sia all'ultimo sangue, e non si fece mai sopraffare se non per tradimento o per incantesimo.<br>Dunque ser Lancillotto si meritò una tale unanime ammirazione che il libro francese dice che era il cavaliere migliore della corte dopo il ritorno del re da Roma. Per tutti questi motivi, la regina Ginevra lo predilesse tra gli altri, e poiché anche egli la ricambiava amandola più di qualunque altra dama o damigella della sua vita, compì per lei molte prodezze d'armi. (p. 157) *[...] non posso impedire alla gente di dire quel che vuole, ma non penso affatto di prendere moglie, perché dovrei restare al suo fianco trascurando le armi, i tornei, le battaglie e le avventure. Quanto poi ad avere delle amiche, rifiuto il piacere che esse potrebbero darmi soprattutto perché sono timorato di Dio. Vedete, i [[Cavaliere|cavalieri]] che si danno all'adulterio e al libertinaggio non sono felici o fortunati in battaglia, e sono quasi sempre sopraffatti da cavalieri meno abili, oppure per caso e per malasorte uccidono uomini migliori di loro. Credo quindi che sarà sempre un infelice l'uomo che ha delle amanti, e che tutto ciò che avrà a che fare con lui sarà perseguitato dalla sorte. ([[Lancillotto]], p. 170) *Ahimè, che peccato che un cavaliere debba morire senza le armi in mano! ([[Lancillotto]], p. 181) ====Libro VII==== *[[Re Artù|Artù]] dunque si era seduto a banchetto con vari altri sovrani e con tutti i [[cavalieri della Tavola Rotonda]], salvo quelli che erano stati fatti prigioniero o uccisi in scontri d'armi, quando i tre uomini fecero il loro ingresso nella sala. Due erano cavalieri di bell'aspetto e riccamente vestiti, e sulle loro spalle si appoggiava il terzo, il giovane più bello del mondo, alto, robusto e prestante, dal viso perfetto e dalle più grandi e splendide mani che si fossero mai viste, ma che si muoveva come se non riuscisse a reggersi senza essere sostenuto. Artù ordinò che si facesse silenzio e si lasciasse spazio per il loro passaggio, e i tre uomini avanzarono fino all'alta predella senza pronunziare una parola; poi il più giovane si trasse un poco indietro e, raddrizzandosi agilmente in tutta la persona, disse:<br>«Re Artù, Dio benedica voi e tutta la vostra bella certe e, in particolare, i compagni della Tavola Rotonda. Sono venuto per pregarvi di accordarmi tre doni, e poiché le mie richieste non sono irragionevoli e non vi causeranno danni o perdite, potrete concedermeli senza tema di essere disonorato. Il primo lo chiederò subito, e gli altri due tra un anno in questo stesso giorno dovunque vi troverete a celebrare la festa solenne.»<br>«Avrai quanto desideri» dichiarò il re.<br>«Allora, sire, questa è la mia prima supplica: datemi da mangiare e da bere a sufficienza per un anno, al termine del quale avanzerò le altre due preghiere.»<br>«Bel figliolo, ti consiglio di domandare di più: quello che hai espresso è un desiderio troppo umile» gli rispose Artù. «Il mio cuore prova grande inclinazione per te perché ritengo che tu discenda da una nobile schiatta: l'opinione che mi sono fatto risulterebbe fallace se non dovessi dimostrarti di altissimo lignaggio.»<br>«Sire, sia come deve essere, ho chiesto esattamente quello che volevo» replicò il giovane.<br>«Non credo che tu non lo conosca!» esclamò il re, che poi affidò il giovane a [[Sir Kay|ser Kay il Siniscalco]], ordinando che gli desse i migliori cibi e le migliori bevande e un corredo degno del figlio di un barone.<br>«Non ci sarà bisogno di spendere tanto per lui» osservò però ser Kay. «Secondo me è nato villano e non diventerà mai un gentiluomo, altrimenti vi avrebbe chiesto un cavallo e un'armatura. I suoi desideri rispecchiano invece la sua condizione. Comunque, dato che non ha nome, lo chiamerò [[Sir Gareth|Bellamano]] e lo porterò in cucina dove potrà mangiare tutti i giorni tanto di quel brodo che tra un anno sembrerà un porcello all'ingrasso.» (pp. 187-188) *Appena i due uomini che avevano accompagnato il giovane furono ripartiti lasciandolo nelle mani di ser Kay, questi cominciò a schernirlo e a farsi beffe di lui. Ma [[Gawain|ser Galvano]] se ne adirò e [[Lancillotto|ser Lancillotto]] ordinò al siniscalco di smetterla, aggiungendo che era pronto a scommettere che si sarebbe dimostrato un cavaliere di grande valore.<br>«Non avete ragioni per ritenerlo» replicò il siniscalco. «Le sue rischieste mostrano la sua vera natura; non vuole che da bere e da mangiare e in fede mia deve essere cresciuto in un'abbazia dove, comunque andassero le cose, gli facevano sempre mancare il vitto! Per questo è venuto a cercarlo qui.» (p. 189) *Così Bellamano fu mandato in cucina, e la notte dormiva con gli altri garzoni, sopportando tutto pazientemente per dodici mesi. Ma nel frattempo era riuscito a incontrare il favore generale, degli uomini come dei ragazzi, per la sua umiltà e la sua dolcezza. E ogni volta che vedeva dei cavalieri intenti alle giostre, se poteva si fermava ad osservarli e cercava in tutti i modi di trovarsi ovunque si svolgesse qualche prova di prodezza, così che accadeva che chiunque si esercitasse nel lancio di sbarre o di pietre si trovava sempre superato da lui di almeno due iarde. (p. 189) *«In nome di Dio, ti assicuro che ho dovuto impegnarmi al massimo per non essere disonorato; perciò non dovrai temere nessun altro» disse Lancillotto a Bellamano.<br>«Credete che un giorno sarò in grado di tenere testa a qualunque provetto cavaliere?» gli chiese allora il giovane.<br>«Certamente, combatti come hai fatto oggi e io te ne sarò garante.»<br>«Adesso, quindi, vi prego di armarmi.»<br>«Però dovrai dirmi il tuo nome e il tuo lignaggio.»<br>«Ve lo dirò, signore, purché non lo riveliate ad alcuno.»<br>«Te ne do la mia parola, finché non sarà universalmente noto.»<br>«Mi chiamo Gareth e sono fratello germano di ser Galvano» gli disse infine Bellamano.<br>«Ah, signore, ne sono molto lieto! Ho pensato fin dal primo momento che doveste essere di sangue nobile e che non foste venuto a corte solo per mangiare e bere!» esclamò ser Lancillotto; dopo di che lo armò cavaliere. (pp. 192-193) *[...] non lasciatemi morire quando una parola [[Cortesia|cortese]] potrebbe salvarmi! (Sir Pertolepe, p. 199) *Un [[cavaliere]] deve tollerare qualunque cosa da parte di una [[damigella]] [...]. Per questo non ho badato alle vostre parole, per quanto ingiuriose fossero; anzi, quanto più mi offendevate e mi facevate montare in collera, tanto più sfogavo la mia ira contro gli avversari che incontravo. Così le vostre ingiurie mi hanno esortato a battermi e mi hanno indotto a cimentarmi per provarvi fino in fondo di cosa sono capace. Se ho cercato accoglienza nelle cucine di Artù, è stato solo per avventura, perché avrei potuto trovare di che sostentarmi in qualunque altro posto. Ma l'ho voluto fare per mettere alla prova i miei amici e perché un giorno si potesse sapere che sono un gentiluomo. ([[Sir Gareth]], p. 203) *{{NDR|Su [[Sir Gareth]]}} Ha sconfitto tutti e quattro i fratelli e ucciso il Cavaliere Nero [...]. Ma prima ancora aveva fatto di più: aveva disarcionato ser Kay lasciandolo a terra mezzo morto e aveva affrontato un duro scontro con ser Lancillotto concludendolo alla pari. È stato allora che ser Lancillotto lo ha armato cavaliere. (p. 206) *{{NDR|Su [[Sir Gareth]]}} Lancillotto era il cavaliere che il giovane amava di più; perciò rimase quasi sempre con lui anche perché, dopo che si fu assicurato della buona salute di ser Galvano, non volle più accompagnarsi a quell'uomo vendicativo che, quando odiava, era pronto anche a commettere omicidi. E a ser Gareth questo ripugnava. (p. 236) ====Libro VIII==== *Al tempo in cui [[Re Artù|Artù]] era re supremo d'Inghilterra, del Galles, della Scozia e di numerosi regni, v'erano altri sovrani che regnavano su molte contrade: un paio nel Galles, altrettanti in Cornovaglia e nell'Occidente, due o tre in Irlanda e un gran numero nel Settentrione, ma tutti costoro gli dovevano obbedienza ed erano suoi vassalli, al pari del re di Francia, del re di Bretagna, e di tutti gli altri baroni fino a Roma. (p. 241) [[File:Arthur Hughes cartoon the Birth of Sir Tristram.jpg|thumb|La nascita di [[Tristano]]]] *Ah, figlioletto mio [...] hai dato la morte a tua madre! Se in così giovane età sai giù uccidere, suppongo che diverrai un uomo gagliardo e, poiché morrò per averti messo al mondo, voglio che la mia ancella preghi il mio signore e Meliodas che al battesimo ti imponga il nome di [[Tristano]], a significare il dolore della tua nascita. (Elisabetta, p. 242) *{{NDR|Su [[Tristano]]}} [...] egli diede inizio alle buone regole del trattare ogni tipo di cacciagione e introdusse i termini appropriati che sono in uso ancor oggi, onde il libro della caccia col falcone, al cervo e a ogni altro animale selvatico, è chiamato il libro di ser Tristano. Mi sembra pertanto che tutti i gentiluomini di antico blasone debbano giustamente onorarlo, perché è proprio da tali termini, che resteranno in uso fino al giorno del Giudizio, che gli uomini d'onore possono distinguere un gentiluomo da un uomo libero e quest'ultimo da un villano. Colui che è [[Gentilezza|gentile]] sarà infatti attratto dalle virtù cortesi e seguirà i nobili costumi degli uomini d'onore! (p. 244) *Ora accadde che re Agwisance d'Irlanda mandasse a chiedere a [[Marco di Cornovaglia|re Marco di Cornovaglia]] il tributo che questi gli aveva corrisposto per molti inverni e che da sette anni aveva smesso di pagare. Il re e i suoi baroni ordinarono ai messaggeri di tornare dal loro signore con questa risposta:<br>«Noi non gli pagheremo alcun tributo e se vorrà esigerlo mandi in Cornovaglia un cavaliere fidato che combatta per il suo diritto, perché noi ne troveremo un altro che difenda il nostro.»<br>I messageri tornarono dunque con quella risposta che accese d'ira re Agwisance. Convocato [[Morholt|ser Moroldo]], un nobile e provato cavaliere, compagno della Tavola Rotonda e fratello della regina d'Irlanda, il sovrano gli disse:<br>«Bel fratello, ti prego di andare per amor mio in Cornovaglia a combattervi per il tributo che ci spetta. Sarai ben risarcito per tutto quello che spenderai e avrai più di quanto ti occorra.»<br>«Sire» rispose ser Moroldo «per il diritto vostro e della vostra terra non esiterò a dare battaglia al miglior cavaliere della Tavola Rotonda, conosco la maggior parte di loro e le imprese che hanno compiuto, e affronterò volentieri questo viaggio che accrescerà la fama delle mie gesta.» (p. 245) *Raccomandami a mio zio re Marco e pregalo, se sarò ucciso in battaglia, di seppellire il mio corpo nel modo che riterrà più opportuno [...]. Sappia che non mi arrenderò per viltà e che mi farò uccidere piuttosto che fuggire: in tal modo il regno non sarà costretto al tributo per causa mia; ma se mi arrendersi dichiarandomi sconfitto o se fuggissi, digli che non dovrà mai seppellirmi in terra consacrata. ([[Tristano]], p. 248) *Appena ser Moroldo ebbe scorto Tristano, gli disse:<br>«Giovane cavaliere, ser Tristano, che fate qui? Sono molto dispiaciuto che abbiate avuto tanto coraggio, perché dovete sapere che mi sono battuto con molti nobili cavalieri, i migliori di questo paese e del mondo intero, e li ho vinti tutti. Seguite dunque il mio consiglio e ripartite.»<br>«Ser Moroldo, cavaliere leale e ben provato» gli rispose ser Tristano «non posso rinunciare alla nostra contesa perché proprio oggi ho ricevuto l'ordine della cavalleria e mi sono impegnato ad acquistarmi onore combattendo contro di voi che avete fama di essere tra i cavalieri più stimati del mondo. Al contrario io non mi sono ancora cimentato con un buon cavaliere, ma confido in Dio che potrò comportarmi onorevolmente liberando per sempre la Cornovaglia da ogni genere di tributo da parte del vostro paese.»<br>Quando ser Moroldo ebbe inteso il suo intento, aggiunse:<br>«Bel cavaliere, poiché siete deciso ad acquistare merito a mio danno, voglio che sappiate che non sarete disonorato se riuscirete a resistere a tre dei miei colpi, perché è proprio per le mie nobili imprese, provate e vedute, che re Artù mi fece cavaliere della Tavola Rotonda.» (p. 249) *Io non sono che un novello cavaliere e al primo cimento, ma piuttosto che tirarmi indietro preferirei essere fatto in cento pezzi! ([[Tristano]], p. 250) *Con grande benevolenza, il re affidò Tamtrist alla custodia e alle cure della figlia [[Isotta|Isotta la Bella]], che era molto esperta di medicina. La fanciulla infatti scoprì che alla base della ferita vi era del veleno, e la guarì in poco tempo. Così il giovane forestiero nutrì per lei un grande amore, tanto più che non v'era al mondo pulzella o dama più bella, e in cambio delle sue cure le insegnò a suonare l'arpa. E anche Isotta cominciò a sentire una grande inclinazione verso di lui.<br>[[Palamede (ciclo arturiano)|Ser Palamede il Saraceno]], beneaccetto al re e alla regina, si trovava a quel tempo nel paese, e ogni giorno si presentava con molti doni a Isotta la Bella, che amava appassionatamente. Di ciò si avvide Tamtrist, cui era nota la fama di nobiltà e di ardimento del cavaliere, e siccome Isotta la Bella gli aveva anche detto che il Saraceno aveva intenzione di farsi battezzare per amor suo, tra i due cavalieri c'era grande gelosia e Tamtrist ne era molto contrariato. (p. 252) [[File:Waterhousem Tristan and Isolde.jpg|thumb|Tristano e Isotta bevono il filtro d'amore]] *Un giorno Isotta la Bella e la regina sua madre prepararono un bagno per Tamtrist. Mentre egli era immerso nell'acqua accudito da Governale e da ser Hebes e le due donne si affaccendavano da una parte all'altra della camera, il caso volle che la regina vedesse la spada del giovane posata sul letto e che malauguratamente la traesse dal fodero. Dopo averla ammirata a lungo, ché era invero un'arma molto bella, le due dame notarono che il filo della lama era rotto a un piede e mezzo dalla punta e che ne mancava un buon pezzo. Quella falla ricordò subito alla regina il frammento di spada trovato nel cranio di ser Moroldo.<br>«Ahimè, figlia mia» esclamò «costui è il cavaliere traditore che uccise mio fratello, tuo zio!»<br>Isotta ne fu amaramente turbata, ché amava profondamente Tamtrist e conosceva appieno la crudeltà della madre.<br>Intanto la regina si era prontamente recata nella propria camera e da un suo cofano aveva preso il framment di spada estratto dalla testa di ser Moroldo dopo la sua morte; quindi si era affrettata a tornare al letto su cui era posata l'arma di Tamtrist e vi aveva inserito il pezzo d'acciaio: esso combaciò con la tacca della lama quasi non se ne fosse mai distaccato.<br>Subito la dama impugnò fieramente la spada e con tutta la sua forza corse addosso a Tamtrist che era ancora nel bagno, sì che lo avrebbe tagliato in due se ser Hebes non l'avesse afferrata per le braccia strappandole l'arma di mano. Non avendo così potuto portare a termine il suo malvagio intento, la regina corse dal marito, re Agwisance, e, gettatasi in ginocchio, gli disse:<br>«Ahimè, mio signore, ospitate in casa vostra il traditore che uccise mio fratello ser Moroldo, nobile combattente e vostro servitore.»<br>«Chi è e dove si trova?» chiese il re.<br>«È Tamtrist, colui che mia figlia ha guarito.» (p. 255) *Mio padre è ser Meliodas re di Liones e mia madre, che si chiamava Elisabetta, era sorella di re Marco di Cornovaglia. Ella morì nel darmi la luce nella foresta e, proprio per questo, prima di spirare ordinò che al battesimo mi fosse imposto il nome di Tristano, ch'io trasformai qui in Tamtrist poiché non volevo essere riconosciuto. Ho combattuto per il tributo della Cornovaglia per amore di mio zio e per il diritto di quella terra che egli possedeva da molti anni, e anche per accrescere il mio onore, perché ero stato fatto cavaliere proprio quel giorno ed ero al mio primo cimento. Solo per questo intrapresi la battaglia, e sappiate inoltre che ser Moroldo si sottrasse a me ancora in vita, abbandonando lo scudo e la spada. ([[Tristano]], p. 256) *Col passare del tempo [...] sorsero dissidi e gelosie tra il re e il nipote a causa di una dama, moglie del nobile conte ser Segwaride, di cui entrambi erano innamorati. La dama amava molto ser Tristano che la ricambiava, poiché era invero bella, e il cavaliere lo aveva ben notato, e re Marco, accesosi anch'egli d'amore per lei, lo aveva saputo e ne era geloso. (p. 258) *[...] benché tra loro vi fossero belle parole, finché visse re Marco non amò più il nipote {{NDR|[[Tristano]]}}, poiché ogni affetto si era spento per sempre. (p. 260) *[...] colui che ha una segreta [[ferita]] è riluttante a mostrare apertamente l'ingiuria subita! (p. 260) *[[Lancillotto|Ser Lancillotto]] non ha pari per gentilezza e cavalleria e, per il grande affetto che nutro per lui, non combatterò più di mia volontà contro di voi. ([[Tristano]], p. 264) *[...] re Marco non smise mai di pensare in cuore suo al modo di far perire Tristano. Infine escogitò di mandarlo come suo messaggero in Irlanda a chiedere in moglie Isotta la Bella, di cui il nipote aveva tanto lodato l'avvenenza e la bontà. Ma tutto ciò era fatto con l'intento di farlo morire. (p. 265) *Ser Tristano prese dunque il mare e, mentre si trovava nella cabina insieme ad Isotta, accadde che avessero sete e che lì accanto vi fosse una piccola fiasca d'oro contenente, a giudicare dal colore e dal sapore, un vino prelibato. Subito il giovane la prese dicendo:<br>«Madama Isotta, ecco la migliore bevanda che abbiate mai gustata e che la vostra ancella dama Brangania e il mio servitore Governale tenevano per sé.»<br>Risero entrambi di cuore e bevettero liberamente, brindando l'uno all'altra, sì che mai vino sembrò loro più dolce e prelibato. Ma appena l'ebbero inghiottito, essi si amarano sì intensamente che quel loro sentimento non li abbandonò mai più, nella buona e nella cattiva sorte. Era infatti quello il principio di un amore che li avrebbe accompagnati per tutti i giorni della vita. (p. 271) *Non è da buon [[cavaliere]] cogliere un altro in svantaggio [...]. ([[Tristano]], p. 284) *Ser Lamorak si allontanò in compagnia di ser Driant, ed essendosi imbattuto in un cavaliere che per ordine di [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana la Fata]] recava a [[re Artù]] un bel corno rifinito in oro, lo costrinse con la forza a rivelargli il motivo della sua missione. Seppe che il corno aveva una virtù – nessuna dama o gentildonna che non fosse fedele al proprio signore vi poteva bere senza versarne il contenuto – e che Morgana la Fata lo inviava in dono al fratello Artù a causa della [[Ginevra (ciclo arturiano)|regina Ginevra]] e per dispetto a ser Lancillotto.<br>«Se non vuoi morire» disse allora ser Lamorak «porterai il corno a re Marco, e gli dirai che glielo mando perché metta alla prova la fedeltà della sua sposa.»<br>Il cavaliere si recò così da re Marco e gli disse che gli inviava quel corno prezioso e qual era la sua qualità. Il re costrinse quindi la regina Isotta a bere, e dopo di lei cento altre dame, ma solo quattro tra esse riuscirono a non versare la bevanda.<br>«Ahimè, è una grave infamia» esclamò il sovrano, giurando poi solennemente che avrebbe condannato al rogo la regina e le altre.<br>Ma i baroni si radunarono e dichiararono apertamente di non essere disposti a tollerare che le dame venissero arse per via di un oggetto fatto con arti magiche dalla strega più fals e incantatrice che vi fosse al mondo e nemica dei veri amanti, e affermarono che quel corno non operava mai niente di buono e causava solo odio e dissidi. Molti cavalieri fecero pertanto voto di usare ben poca cortesia a Morgana la Fata, se ma l'avessero incontrata. (pp. 284-285) *[...] uccisi ser Moroldo liberando la Cornovaglia dal tributo, e sono anche colui che salvò il re d'Irlanda da ser Blamor di Ganis e che vinse ser Palamede. Sono Tristrano di Liones e, con la grazia di Dio, libererò quest'infelice contrada. ([[Tristano]], p. 291) *«[...] In cambio della mia cortesia voi esponeste al biasimo molte dame, inviando a re Marco il corno di Morgana la Fata, per risentimento verso di me.»<br>«Lo rifarei se fosse il caso» affermò ser Lamorak. «Preferivo che la disputa si svolgesse alla corte di re Marco piuttosto che a quella di re Artù, perché non sono di pari onore.»<br>«Questo lo so, ma voi agiste solo per far dispetto a me» replicò Tristano. «Eppure, nonostante il vostro malanimo, ringrazio Dio che non avete fatto grande danno. Lasciate dunque ogni vostro rancore e io farò altrettanto: uniamo invece le nostre forze e acquistiamoci merito uccidendo il gigantesco signore dell'isola, ser Nabon il Nero.»<br>«Signore, ora comprendo la vostra cavalleria!» esclamò ser Lamorak. «Non può essere menzognero ciò che tutti dicono di voi: per nobiltà, generosità e virtù non avete pari e mi pento di avervi mostrato villania.» (p. 292) *[...] molti dicono dietro le spalle di un uomo quello che non gli direbbero mai in faccia. ([[Lamorak]], p. 295) ====Libro IX==== *Un giorno giunse alla corte di [[Re Artù|Artù]] un giovane di robusta costituzione, abbigliato sfarzosamente con una cotta di un ricco tessuto d'oro che tuttavia gli pendeva malamente addosso, a richiedere al re che lo armasse cavaliere.<br>«Come vi chiamate?» gli domandò il sovrano.<br>«[[Sir Breunor|Brunoro il Nero]], sire, e non tarderete a sapere che sono di nobile schiatta.»<br>«Sarà anche così» commentò [[Sir Kay|ser Kay]] «ma a vostro scherno sarete chiamato La Cotta Maltagliata per la pessima foggia del vostro abito.» (p. 299) *Sire [...] chiedo a voi e a tutta la corte che mi chiamate La Cotta Maltagliata: così mi ha soprannominato ser Kay e non voglio altro nome. ([[Sir Breunor]], p. 300) *Se alla tua prima giostra ti inviano un buffone a combatterti, sei davvero tenuto in poco conto alla corte di Artù! (Damigella Maldicente, p. 302) *Ah, bella damigella [...] vi prego di avere pietà e di non insultarmi oltre, perché la mia afflizione è grande abbastanza anche se non ne aggiungete del vostro. Tuttavia non mi considero un cattivo cavaliere per essere stato abbattuto da un compagno della Tavola Rotonda. ([[Sir Breunor]], p. 302) *{{NDR|Su [[Sir Breunor]]}} [...] vi dico apertamente che è un bravo cavaliere, e che si proverà nobile e prode. Se non si tiene ancora saldo in sella è solo perché gliene mancano la pratica e l'esperienza, ma quando è il momento di maneggiare la spada sa colpire con forza e valentia, ed è ciò che hanno compreso ser Bleoberis e [[Palamede (ciclo arturiano)|ser Palamede]] che, da uomini scaltriti dall'uso delle armi, sanno giudicare dal modo di cavalcare di un avversario se saranno in grado di rovesciarlo di sella o di assestagli un buon colpo. Ma per lo più essi non sono disposti a combattere a piedi con i giovani cavalieri, che sono agili e vigorosi. ([[Mordred]], p. 304) *{{NDR|Su [[Glatisant la Bestia]]}} Si trattava della bestia con la testa da serpente, il corpo da leopardo, le natiche da leone e le zampe da cervo; inoltre, ovunque essa andasse, dal suo ventre scaturiva uno strepito quasi vi fossero trenta coppie di veltri latranti. (p. 314) *[...] nessuno è conformato in modo da poter aver [[successo]] in ogni occasione: talvolta si ha la peggio per mala ventura e talaltra colui che è meno meritevole mette in svantaggio chi è migliore di lui. (p. 314) *«Chi vorreste assalire?» chiese [[Lamorak|ser Lamorak]].<br>«[[Lancillotto|Ser Lancillotto del Lago]]: se mai lo incontrassimo non potrebbe sfuggirci e lo metteremo a morte!»<br>«Vi assumete un compito molto arduo, perché è un cavaliere nobile e ben provato» fu la risposta di ser Lamorak.<br>«Non ne dubitiamo, ma ognuno di noi è sufficientemente forte per tenergli testa.»<br>«Non lo credo» replicò ser Lamorak. «In tutta la mia vita non ho mai inteso d'alcun cavaliere che ser Lancillotto non riuscisse a superare.» (p. 315) *[...] ognuno ritiene infatti che la propria dama sia superiore a ogni altra, e voi non dovete adirarvi se io lodo colei che maggiormente amo. Se la mia signora, la regina Ginevra, è ai vostri occhi la più avvenente, sappiate che la regina Morgawse sembra più bella ai miei, ed è ciò che ogni cavaliere pensa della propria dama. ([[Lamorak]], p. 316) *Ho ricevuto una bella ricompensa per aver combattuto contro [[Morholt|ser Moroldo]] e liberato il regno dalla sudditanza; e anche per aver portato in Cornovaglia la [[Isotta|regina Isotta]] sopportando gravi costi e pericoli. Quale compenso mi fu dato per essermi battuto con ser Blamor di Ganis in difesa di re Agwisance padre di Isotta la Bella, e cosa mi venne per aver abbattuto ser Lamorak il Gallese su richiesta di re Marco, o per aver vinto il Re dei Cento Cavalieri e il re del Galles del Nord che minacciavano le sue terre? E ancora, per aver salvato la regina dal buon cavaliere ser Palamede, e per aver ucciso il potente gigante Tawlas? Sappia re Marco, che ora mi dà tale mercede, che fu solo per amor mio che molti nobili cavalieri della Tavola Rotonda hanno finora risparmiato i baroni di questa contrada! ([[Tristano]], p. 326) *«Cosa volete fare?» gli chiese ser Dinadan. «Non compete a noi affrontare trenta cavalieri, e sappiate che non ci sto. Contro uno solo ne basterebbero anche due o tre, e certo io non vorrò misurarmi con una quindicina.»<br>«Vergogna a voi!» lo rimproverò ser Tristano. «Dovrete fare solo la vostra parte.»<br>«Non lo farò» ribatté ser Dinadan «a meno che non mi prestiate il vostro scudo di Cornovaglia: per la fama di viltà che hanno i cavalieri di quel paese, farà sì che i miei avversari siano indulgenti verso di me.»<br>«Non mi separerò mai dal mio scudo per amore di colei che me lo diede» affermò ser Tristano. «Tuttavia, ser Dinadan, vi garantisco che se non vi impegnerete a rimanere con me, vi ucciderò qui sul posto, perché non vi chiedo altro che di battervi con un solo avversario. Se poi non vi reggerà il cuore, ve ne starete da parte a osservare lo scontro tra me e gli altri.»<br>«Sta bene» fu la risposta di ser Dinadan «e vi prometto che farò il possibile per salvarmi; tuttavia vorrei non avervi mai incontrato!» (p. 327) *«Che scompiglio è mai questo?» protestò ser Dinadan. «Io vorrei riposarmi!»<br>«Non si può» ribatté ser Tristano «abbiamo vinto i signori del castello e ora dobbiamo difenderne il costume. Tenetevi dunque pronto.»<br>«In nome del demonio» esclamò ser Dinadan «perché mai mi sono unito a voi!»<br>Ci si preparò allo scontro: ser Gaheris affrontò ser Tristano e fu disarcionato; ser Palamede si misurò invece con ser Dinadan e lo abbatté al suolo. Si ebbe pertanto una caduta per parte e necessitava combattere a piedi, ma ser Dinadan, che era rimasto malamente contuso, non ne volle sapere. Ser Tristano andç allora ad allacciargli l'elmo pregandolo di aiutarlo.<br>«Non lo farò» rispose ser Dinadan. «Or non è molto abbiamo combattuto contro trenta cavalieri e ne risento ancora le ferite. Ma voi vi comportate come un folle o come un uomo fuor di senno che voglia buttarsi allo sbaraglio, e io posso solo maledire il momento in cui vi ho veduto. In tutto il mondo non vi sono che due cavalieri altrettanto pazzi: voi, ser Tristano, e ser Lancillotto, con cui mi accompagnai un tempo così come ora ho fatto con voi; ed egli mi fece tanto faticare che dovetti poi starmene a letto per tre mesi. Che il buon Gesù mi salvi da tali cavalieri, e in particolare dalla vostra compagnia!» (p. 329) *Ebbene, qui si può imparare che nessun [[cavaliere]] è tanto forte che non possa essere scavalcato, nessuno tanto saggio che non possa sbagliare, e che cavalca bene colui che non è mai caduto! ([[Dinadan]], p. 332) *{{NDR|Su [[Tristano]]}} Gesù misericordioso! Dacché presi le armi non vidi mai un cavaliere compiere gesta sì stupefacenti! Se lo assalissi ora, recherei onta a me stesso. ([[Lancillotto]], p. 335) *[...] un buon cavaliere deve sempre favorire un altro, giacché i simili sono attratti dai simili. (Re dei Cento Cavalieri, p. 336) *Ahimè, non posso mai acquisire onore là dove è ser Tristano [...]. Se non ci troviamo nello stesso luogo, il più delle volte sono io che ottengo il premio, a meno che non siano presenti ser Lancillotto o ser Lamorak. Ma ser Tristano ha sempre avuto la meglio su di me, prima in Irlanda, poi in Cornovaglia e in altri luoghi di questa contrada. [...] Tuttavia, a dire il vero, egli è il cavaliere più gentile che vi sia al mondo. ([[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]], p. 337) *[...] nell'ardore della lotta spesso si colpiscono gli amici al pari dei nemici. ([[Lancillotto]], p. 343) *Messere, quando foste creato cavaliere della Tavola Rotonda giuraste che non vi sareste mai scontrato consapevolmente con alcuno dei vostri compagni, e, perdio, [[Gaheris|ser Gaheris]], avete ben riconosciuto il mio scudo così come io ho riconosciuto il vostro! Sappiate però che se voi siete disposto ad infrangere il vostro giuramento io non mancherò al mio, e non già perché vi tema, ché potrei benissimo battermi con voi anche se siete mio cugino carnale! ([[Ywain]], p. 345) *Onta ai falsi cavalieri di Cornovaglia, che non hanno alcun merito! ([[Sir Kay]], p. 346) *Sire, faceste grave onta a voi e alla vostra corte quando bandiste dal paese ser Tristano. Se egli fosse stato qui, non avreste dovuto temere alcun cavaliere! ([[Gaheris]], p. 346) *{{NDR|Rivolto a [[Marco di Cornovaglia]]}} Siete un re unto con crisma e dovreste essere alleato d'ogni uomo d'onore. Meritate pertanto la morte! ([[Gaheris]], p. 347) *È difficile staccare la carne che è cresciuta intorno all'osso! ([[Lancillotto]], p. 348) *Anche il [[Pecora e lupo|lupo]] lascerebbe in pace la pecora se si trovassero insieme nella stessa prigione! ([[Dinadan]], p. 348) *Come dice il libro francese, [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana]] preferiva ser Lancillotto a ogni altro, e lo desiderava in ogni momento benché egli non acconsentisse ad amarla né a far nulla su sua richiesta. (p. 351) ====Libro X==== *Un [[cavaliere]] così ardito non morrà per mano di un branco di vigliacchi! ([[Tristano]], p. 357) *Ahimè, [[Isotta|Bella Isotta]] regina di Cornovaglia, perché mai vi amo? [...] Voi non avete colpa di questa mia pena e il biasimo ricade solo sui miei occhi: siete la più bella di tutte, e io da stolto non posso fare a meno di esservi devoto anche se non mi dimostrate né amore né cortesia, e amate riamata ser Tristano di Liones che è il cavaliere migliore del mondo. ([[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]], p. 373) *«Ecco un castello che non potrebbe essere preso o conquistato con alcuna macchina da guerra» disse ser Dinadan indicandolo al compagno. «Vi dimora la regina Morgana la Fata: lo ricevette dal fratello re Artù, che se ne è poi pentito amaramente. Da quel momento non c'è stato più accordo tra loro e la sorella gli ha fatto guerra ogni volta che ha potuto mantenendo proprio in questo maniero un folto gruppo di armati al solo scopo di distruggere quanti sono cari al re. Infatti non vi passa alcun cavaliere che non debba combattere contro uno, due o persino tre avversari. Se poi appartiene ad Artù ed è sconfitto, perde cavallo, armatura e ogni altra cosa che possiede, e persino la libertà qualora non riesca a fuggire.»<br>«Dio mi protegga!» esclamò ser Palamede. «Fare guerra al proprio signore che è chiamato il fiore della cavalleria cristiana e pagana è un costume malvagio e indegno di una regina, e io vi porrò fine di tutto cuore. Morgana non riceverà mai alcun servigio da me, e se come penso mi manderà contro i suoi cavalieri, essi avranno dì che combattere!» (p. 377) *Il racconto torna ora a [[Lamorak|ser Lamorak]] che era lodato e onorato da ogni buon cavaliere all'infuori di [[Gawain|ser Galvano]] e dei suoi fratelli che desideravano solo il suo male e che, meditando di cogliere l'occasione per ucciderlo, fecero venire la madre in un castello vicino a Camelot. La regina di Orkney era infatti giunta da poco allorché ser Lamorak le inviò un messaggero e fissò con lei un convegno di cui venne subito a conoscenza [[Gaheris|ser Gaheris]], che si pose in agguato.<br>A notte, ser Lamorak arrivò tutto armato, legò il cavallo vicino a una postierla segreta ed entrò in una stanza dove si tolse l'armatura; quindi raggiunse il letto della regina dove, amandosi di tutto cuore, essi trassero grande gioia l'uno dall'altra.<br>Quando ser Gaheris giudicò che fosse giunto il momento si accostò al letto e, afferrata bruscamente la madre per i capelli, le mozzò la testa. Ser Lamorak sentì così sprizzare su di sé il sangue caldo di colei che amava e balzò dal letto gridando come uomo aflitto e sgomento:<br>«Ah, ser Gaheris, cavaliere della Tavola Rotonda, avete commesso un'azione malvagia e vile! Perché uccideste la madre che vi generò? Avreste avuto maggior ragione di colpire me!»<br>«Dici il vero, e benché l'uomo sia nato per offrire il proprio servigio alla donna, sei tu che hai commesso l'offesa» replicò ser Gaheris. «Tuo padre uccise il nostro, eppure tu hai giaciuto con nostra madre disonorando me e i miei fratelli: è una vergogna troppo grande perché sia tollerata! Quanto poi a tuo padre re Pellinor, sappi che fu ucciso da me e da mio fratello Galvano.»<br>«Avete commesso un torto ancora più grande e fareste bene a ricordare ce la morte di mio padre non è ancora stata vendicata!»<br>«Non minacciarmi, Lamorak, altrimenti ti ucciderò. È solo perché ora sei disarmato che il mio onore di cavaliere mi vieta di metterti a morte, ma sappi che in qualunque altra occasione ti rincontrerò, non risparmierò la tua vita» ribatté ser Gaheris. «Ormai mia madre è affrancata da te: vai dunque a prendere il cavallo e vattene.» (pp. 385-386) [[File:Boys King Arthur - N. C. Wyeth - p162.jpg|thumb|La morte di Lamorak]] *Ser Lamorak si separò da Lancillotto e ripartì da solo, e fu così che ser Galvano e i suoi tre fratelli [[Agravaine|Agravano]], Gaheris e [[Mordred]] andarono ad attenderlo in un luogo appartato: gli uccisero il cavallo poi lo assalirono tutti insieme, di fronte, alle spalle e ai lati e, dopo più di tre ore di combattimento, ché ser Lamorak si difendeva da valoroso, ser Mordred gli aprì una profonda ferita nella schiena e gli altri lo fecero a pezzi.<br>Così morì il nobilissimo ser Lamorak, cavaliere della Tavola Rotonda; ma sappiate che [[Sir Gareth|ser Gareth]], il quinto fratello di ser Galvano, non ebbe alcuna parte nel vile assassinio. (p. 387) *«Ne ho visti di stolti come voi!» esclamò allora ser Dinadan adirato. «E uno proprio quest'oggi: se ne stava disteso accanto a una fonte con aria trasognata, lo scudo appoggiato al suolo e il cavallo poco distante, e sogghignava come un folle senza dire una parola. Compresi così che si trattava di un [[Innamoramento|innamorato]].»<br>«E voi non lo siete, bel cavaliere?» gli chiese ser Tristano.<br>«Maledetto chi lo è!» proruppe ser Dinadan.<br>«Avete torto, perché soltanto il cavaliere innamorato può essere prode» replicò ser Tristano. (pp. 408-409) *«In guardia, cavaliere» gridò poi a ser Epinogrus. «È abitudine dei cavlieri erranti sfidarsi alla giostra.»<br>«È forse costume di tali cavalieri imporre di combattere che lo si voglia o no?»<br>«È tale per me, e tanto vi basti» replicò ser Dinadan. (p. 409) *«[...] io non so cosa spinga ser Tristano e tanti altri innamorati a perdere la ragione e l'intendimento per delle donne!» commentò ser Dinadan.<br>«Come, siete un cavaliere e non siete innamorato? Vergognatevene: non potete certo essere chiamato prode se non venite a contesa per una dama.»<br>«Dio me ne guardi!» esclamò ser Dinadan. «Le gioie d'amore sono troppo brevi e le pene che ne derivano fin troppo durature.» (p. 412) *«Ma perché siete tanto incollerito?»<br>«Ah, codardo, disonori la cavalleria!» lo ingiuriò ser Dinadan.<br>«Poco importa dal momento che mi metterò al vostro servizio e rimarrò sotto la vostra salvaguardia. Siete così prode che mi proteggerete» replicò ser Tristano.<br>«Il diavolo mi liberi da te! D'aspetto sei il migliore uomo d'armi che abbia mai visto, ma anche il più pusillanime.» (p. 413) *"Date [[potere]] al [[villano]] e questi non ne avrà mai abbastanza". Infatti, laddove il governo è affidato a una persona di bassi natali mentre il signore delle terre è di nascita elevata, avverrà che il [[Plebe|plebeo]] non tollererà al proprio fianco alcun gentiluomo, e ne perseguirà anzi la rovina. (p. 417) *{{NDR|Su [[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]]}} [...] tutti lo lodarono e affermarono che seppure ancora saraceno, era un credente della migliore specie, ben disposto d'animo e assolutamente leale e fedele alla parola data. (p. 420) *Ora oso dire che siete la dama più bella che abbia mai visto, e che ser Tristano è un cavaliere prode e prestante quant'altri mai. Mi sembra perciò che siate fatti l'uno per l'altra! ([[Re Artù]], p. 441) *Ah, Palamede, Palamede [...] perché sei così emaciato, tu che un tempo eri chiamato uno dei più bei cavalieri del mondo? Ah, non voglio più vivere questa vita perché amo colei che non potrò mai avere o conquistare! ([[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]], p. 452) *«Signore, ecco come mi discolpo: in quanto alla regina Isotta, sappiate che l'amo da lungo tempo più di ogni altra, e a lei debbo gli onori che ho conquistato, ché altrimenti sarei rimasto il cavaliere più indegno del mondo. Ovunque andavo, il suo ricordo mi accompagnava e mi spingeva a compiere imprese meritevoli. Tuttavia finora non ebbi mai da lei ricompensa e pur essendo il suo cavaliere non ricevetti alcun guiderdone! Perciò, ser Tristano, non temo la morte perché, sapendo che non possiederò mai la mia regina, mi è indifferente vivere o morire, e se fossi armato come lo siete voi, mi batterei di buon animo.»<br>«La vostra stessa bocca ha rivelato il tradimento!» proruppe ser Tristano.<br>«Non ho commesso alcuna slealtà» protestò l'altro. «Ogni uomo è libero di amare, e benché abbia riposto il cuore nella vostra dama, ella è mia quanto è vostra. Se questo è un torto, allora sono colpevole, ma voi godete di lei e appagate il vostro desiderio, mentre io non ebbi mai nulla né spero di averlo in futuro, e tuttavia l'amerò quanto voi fino all'ultimo istante della mia vita.» (p. 453) ====Libro XI==== *Mentre in un giorno di Pentecoste, i cavalieri sedevano alla [[Tavola Rotonda]], si presentò ad [[Re Artù|Artù]] un eremita che vide il [[Seggio Periglioso]] e chiese al re e ai baroni perché non fosse occupato.<br>«Su quel seggio non siederà che colui che è destinato, ogni altro vi troverà la morte» gli fu risposto.<br>«Sapete chi è?» domandò allora l'eremita.<br>«Non lo sappiamo ancora.»<br>«Lo so io» dichiarò allora il sant'uomo. «Vi prenderà posto un cavaliere che non è stato ancora concepito, ma che nascerà quest'anno e sarà colui che conquisterà il Sangrail.» (p. 456) *[...] entrò, giovane e bellissima, una damigella che recava tra le mani un vaso d'oro. Allora il re e tutti quanti si trovavano nella sala si inginocchiarono devotamente a pregare.<br>«Oh, Gesù!» esclamò ser Lancillotto. «Cosa può significare?»<br>«È il [[Graal|Sangrail]], l'oggetto più prezioso che alcun essere vivente possieda» fu la risposta del re. «Quando sarà portato altrove, la Tavola Rotonda si spezzerà.» (p. 458) *A tempo debito, [[Elaine di Corbenic|Elaine]] partorì un bel bambino che fu allevato con cura e affetto e battezzato [[Galahad]], perché quello era il nome che ser Lancillotto aveva ricevuto al fonte battesimale e che poi la Dama del Lago aveva mutato in Lancillotto. (p. 460) *Sappiate, ser Bors, che questo fanciullo è Galahad; siederà sul Seggio Periglioso e otterrà il Sangrail, e si dimostrerà migliore di suo padre ser Lancillotto. ([[Elaine di Corbenic]], p. 462) *[...] solo gli uomini valorosi e retti che amano e temono Dio possono conquistare onore; altrimenti, per quanto arditi, non vi riescono. ([[Re Pescatore|Re Pelles]], p. 462) *Ser Bors si era appena sdraiato di nuovo per riposare, quando sentì un grande frastuono provenire dalla camera vicina e si vide piovere dentro, non sapeva se dalle porte o dalle finestre, nugoli di frecce e di quadrelli tanto fitti da lasciarlo stupito; molti lo colpirono e lo ferirono nei punti in cui il suo corpo non era protetto.<br>Ed ecco sopraggiungere un orribile leone: ser Bors gli si fece incontro; la fiera gli portò via lo scudo, ma egli riuscì a mozzarle la testa. Non passò molto che nella corte vide un orrendo drago sulla cui fronte sembrava fossero scritte lettere d'oro che ser Bors pensò avessero il significato di "re Artù". Giunse poi un leopardo brutto e vecchio che si batté a lungo e accanitamente con il drago; ma a un certo punto questi sputò fuori dalla bocca qualcosa come un centinaio di piccoli draghi che uccisero e fecero a pezzi il leopardo.<br>Apparve poi nella sala e si mise a sedere su un bel seggio un vecchio che sembrava avere intorno al collo due vipere. Teneva in mano un'arpa e prese a cantare un'antica canzone che narrava come Giuseppe di Aramitea fosse giunto in quel paese. Quando ebbe finito, consigliò a ser Bors di andare via.<br>«Qui non incontrerete altre avventure» gli disse. «Vi siete portato con grande onore, e più ne acquisterete in futuro.»<br>Parve allora a ser Bors che giungesse una colomba candida recante nel becco un incensiere d'oro, e che la tempesta imperversata fino ad allora cessasse e si allontanasse di colpo, mentre la sala si empiva di straordinari profumi. Poi vide quattro fanciulli che portavano quattro bei ceri e in mezzo ad essi un vecchio con un cero in una mano e una lancia nell'altra. Si trattava dell'arma che aveva nome Lancia della Vendetta. (pp. 463-464) *Dite [...] a [[Sir Kay|ser Kay il Siniscalco]] e a [[Mordred|ser Mordred]] che confido in Dio che sarò valoroso quanto loro, e non dimenticherò mai i motteggi e le derisioni che mi indirizzarono il giorno in cui fui investito cavaliere: non comparirò a corte finché tutti non parleranno di me con maggiore rispetto di quanto sia mai stato dimostrato loro. ([[Parsifal]], p. 472) *{{NDR|Su [[Parsifal]]}} [...] era infatti uno dei migliori cavalieri del mondo, e in lui la vera fede era ben salda. (pp. 473-474) *Ed ecco avvicinarsi il sacro vaso del Sangrail accompagnato da soavità e profumi di ogni sorta. I due cavalieri non poterono distinguere con chiarezza chi lo portava; solo ser Percival intravvide appena sia il vaso sia la vergine purissima che lo recava tra le mani. Immediatamente si trovarono entrambi perfettamente risanati nelle membra e nel corpo, e resero grazie a Dio in grande umiltà.<br>«Gesù» disse ser Percival «cosa significa che siamo guariti, mentre unmomento fa eravamo in punto di morte?»<br>«Lo so io» rispose ser Ector. «È stato il sacro vaso portato da una vergine e contenente il santo sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Solo un uomo di assoluta perfezione può vederlo.» (p. 474) ====Libro XII==== *Se la mia morte potesse giovarvi e la mia vita non vi fosse di alcuna utilità, ebbene, sarei pronta a morire per voi! ([[Elaine di Corbenic]], p. 481) *«Ah, [[Tristano|ser Tristano]]» esclamò allora [[Palamede (ciclo arturiano)|ser Palamede]] «sapete bene che non posso battermi senza perdere l'onore. Voi siete allo scoperto e io sono armato: se vi uccidessi l'onta ricadrebbe su di me. Del resto, conosco la vostra forza e la vostra resistenza.»<br>«È vero, e adesso capisco quanto siete prode.»<br>«Vi prego, rispondete a una domanda.»<br>«Volentieri. Con l'aiuto di Dio vi dirò la verità.»<br>«Fate il caso che voi foste armato di tutto punto e io non lo fossi: cosa vi suggerirebbe di farmi l'onore cavalleresco?»<br>«Ora capisco!» esclamò ser Tristano. «Poiché devo dare il mio parere, Dio mi benedica, quel che dirò non sarà dettato dalla paura. Vi risponderò quindi che in tal caso non vorrei battermi e vi lascerei andare.»<br>«E anch'io non voglio. Perciò, prendete la vostra strada!»<br>«Posso sempre scegliere se restare o andar via, invece. Ma c'è una cosa che mi stupisce: perché un cavaliere valoroso come voi non vuole essere battezzato, mentre vostro fratello ser Safer si è fatto cristiano già da tempo?»<br>«Sebbene in cuor mio creda già in Gesù Cristo e nella sua dolce madre Maria, secondo un voto che ho fatto anni fa devo ancora affrontare uno scontro; poi mi farò battezzare, e con grande gioia.»<br>«In fede mia, allora non dovrete cercare a lungo quest'ultima battaglia! Dio non voglia che per colpa mia restiate ancora saraceno!» (p. 488) *«E adesso?» gli chiese Tristano. «Ti ho alla mia mercé come poc'anzi mi avevate voi. Ma i cavalieri di corte non dovranno mai dire che ser Tristano ha ucciso un guerriero disarmato. Quindi, riprendete la vostra arma e portiamo a termine lo scontro.»<br>«Desidererei davvero di finirlo» rispose l'altro «ma non ho molta voglia di battermi ancora, anche perché l'offesa che vi ho arrecata non è tanto grave che non possiamo diventare amici. Osai dire che [[Isotta|Isotta la Bella]] non ha pari tra le dame; non l'ho mai disonorata e, anzi, è grazie a lei che ho ottenuto gran parte dell'onore che mi sono conquistato. Le mie offese non furono mai rivolte alla regina, ma a voi, e oggi mi avete ripagato con un gran numero di colpi. Ad alcuni ho potuto rispondere, ma adesso devo ammettere che non ho mai incontrato un uomo forte e resistente quanto voi, salvo ser Lancillotto del Lago. Perciò, mio signore, vi chiedo di perdonarmi ogni cosa e di condurmi oggi stesso alla chiesa più vicina dove prima vorrei confessarmi e poi essere battezzato. In seguito andremo insieme alla corte di Artù per partecipare alla grande festa.»<br>«Allora prendete il cavallo: faremo come avete detto, e che Dio vi perdoni per tutti i vostri peccati come ho già fatto io! A un miglio da qui il vescovo suffraganeo di Carlisle potrà impartirvi il sacramento del battesimo.»<br>Montarono a cavallo insieme a ser Galleron e, giunti alla presenza del vescovo, gli esposero quanto volevano. Il sant'uomo fece riempire un grande bacile d'acqua, la consacrò, poi confessò e assolse ser Palamede. Ser Tristano e ser Galleron furono i suoi padrini.<br>Poco dopo, ripartirono per Camelot dove trovarono il re, la regina e quasi tutti i cavalieri della Tavola Rotonda, che furono molto lieti di sapere che ser Palamede si era fatto cristiano. (pp. 490-491) ====Libro XIII==== *«Ora sono certo che voi della [[Tavola Rotonda]] partirete alla ricerca del [[Graal|Sangrail]] e che io non vi vedrò mai più tutti insieme» dichiarò allora Artù. «Voglio perciò che vi riuniate per giostrare e torneare nel prato sotto Camelot in modo che, dopo la vostra morte, si possa tramandare che in questo giorno erano qui raccolti tanti valorosi combattenti.» (p. 501) *Rientrati tutti tra le mura di Camelot, il re e i baroni si recarono ad ascoltare i vespri nella cattedrale e poi a cena, dove ciascuno dei cavalieri prese posto, come prima, sul proprio seggio. Ma ecco che, tra improvvisi scoppi e rombi di tuono che fecero temere che il palazzo stesse crollando, nella sala penetrò un raggio di sole sette volte più vivido di quanto si fosse mai visto e tutti furono investiti dalla grazia dello Spirito Santo. Guardandosi intorno, i cavalieri osservarono che gli altri sembravano circonfusi di bellezza, ma non poterono pronunciare una sola parola. Poi, apparve il Santo Graal velato di sciamito bianco, così che nessuno poté vederlo o capire chi lo recasse, e la sala si riempì di profumi mentre davanti ai commensali comparivano i cibi e le bevande che prediligevano. Dopo aver attraversato l'intero ambiente, il sacro vaso scomparve d'un tratto, e solo allora i presenti ritrovarono la voce e il re rese grazie a Dio per la benevolenza che aveva mostrato loro. (p. 502) *Non torneranno più tutti {{NDR|i [[cavalieri della Tavola Rotonda]]}} insieme perché molti moriranno nel corso della ricerca. Io li amo quanto la mia stessa vita, e lo scioglimento di questa compagnia mi provoca un tremendo dolore, poiché la loro presenza alla mia corte era ormai un costume consolidato. ([[Re Artù]], p. 503) *Il mio peccato e la mia malvagità mi hanno sprofondato nel disonore [...]. Finché ho perseguito avventure mondane per soddisfare desideri terreni, le ho sempre compiute in modo impareggiabile e senza mai subire sconfitte nelle giuste come nelle inique contese. Ma ora che ho intrapreso avventure celesti, capisco che il mio antico peccato mi ostacola e mi svergogna al punto che quando mi è apparso il sacro sangue non ho avuto la forza di muovermi e di parlare. ([[Lancillotto]], p. 518) *{{NDR|Su [[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]]}} Tutte le mie gesta d'armi le ho compiute per amor suo [...] e per lei mi sono battuto, a torto o a ragione. Non ho mai fatto nulla solo per amore di Dio, ma sempre anche per conquistarmi onore e farmi andare di più, e ne sono stato poco o nulla grato al Signore. ([[Lancillotto]], p. 519) ====Libro XIV==== *«[[Mago Merlino|Merlino]] istituì la [[Tavola Rotonda]] a somiglianza della sfericità del mondo in essa perfettamente rappresentato» proseguì la reclusa. «Nella Tavola Rotonda, infatti, l'intero mondo cristiano e pagano trova ristoro, tanto che coloro che sono scelti a fare parte di quell'eletta compagnia si reputano colmi di grazia e più onorati che se fossero i padroni di metà della terra. Hai potuto vedere anche tu come, pur di appartenervi, i cavalieri siano disposti a perdere padre, madre, famiglie, mogli e figli, come facesti tu stesso che, per unirti a loro, abbandonasti tua madre senza volerla più vedere.<br>«Dunque, quando Merlino istituì la Tavola Rotonda disse che coloro che ne sarebbero stati compagni avrebbero potuto attingere alla verità del Sangrail. Gli fu chiesto chi l'avrebbe conquistata, ed egli rispose che sarebbero stati tre tori bianchi, due vergini e uno casto, e che uno di essi sarebbe stato più forte e più valoroso di suo padre quanto il leone lo è del leopardo. Allora gli fu detto: "Bisognerà che con le tue arti tu dia luogo a un seggio su cio potrà prendere posto solo il cavaliere che eccellerà su ogni altro".<br>«E Merlino istituì il Seggio Periglioso, quello su cui Galahad sedette al banchetto di Pentecoste.» (p. 522) *La storia dice che [[Parsifal|ser Percival]] era uno degli uomini più religiosi che vi fossero al mondo in quei tempi in cui ben pochi credevano in Dio senza riserve, e i figli non rispettavano i padri e li trattavano come estranei. Egli quindi cercò conforto in Nostro Signore Gesù pregandolo affinché le tentazioni non lo allontanassero dal servizio di Dio ed egli potesse continuare ad essere Suo leale campione. (p. 527) *[...] sono al servizio dell'Uomo migliore del mondo che non permetterà che io muoia, perché chi bussa alla Sua porta potrà entrare, chi chiede potrà ricevere, ed Egli non si nasconde a colui che lo cerca [...]. ([[Parsifal]], p. 529) *Punirò la mia carne, che vuole avere impero su di me! ([[Parsifal]], p. 532) *Quanto sono stato vicino a perdere me stesso [...] e la purezza che non avrei mai più potuto riavere! ([[Parsifal]], p. 532) ====Libro XV==== *«Non sei forse ser Lancillotto del Lago?» gli chiese il religioso dopo che il cavaliere gli ebbe comunicato che si sarebbe fermato con lui per la notte.<br>«Si, sono io.»<br>«Cosa fai in questa contrada?»<br>«Vado in cerca delle avventure del [[Graal|Sangrail]], signore.»<br>«Fa pure» gli disse allora il buon uomo «ma anche se il santo vaso si trovasse qui, il peccato ti impedirebbe di vederlo proprio come non è dato a un cieco di scorgere una spada sfolgorante.» (pp. 534-535) *Quaranta anni dopo la passione di Gesù Cristo, [[Giuseppe d'Arimatea|Giuseppe di Arimatea]] preconizzò che re Evelake avrebbe sconfitto in battaglia i propri nemici. Dei sette re e dei due cavalieri che hai visto, il primo si chiama Nappus, e fu un sant'uomo; il secondo ebbe il nome di Nacien in onore di un suo avo che aveva ospitato Nostro Signore Gesù Cristo. Il terzo fu chiamato Helias il Grosso; il quarto Lisais; il quinto, Jonas, lasciò il proprio paese per rcarsi nel Galles dove sposò la figlia di Manuel ed ottenne la Gallia, che elesse come sua dimora e generò Lancillotto, tuo nonno, che sposò la figlia del re d'Irlanda e fu un uomo insigne quanto te. Suo figlio fu re Ban, tuo padre, l'ultimo dei sette re. Uno dei due cavalieri, invece, rappresenta te, Lancillotto, cui gli angeli dissero che non appartenevi alla compagnia dei sette re, mentre il secondo cavaliere sta a indicare il leone, che è superiore a tutti i re della terra, cioè ser Galahad, da te concepito nella figlia di re Pelles. E tu, che dovresti essere grato a Dio di ogni altro, perché, come peccatore, sei il cavaliere senza pari, non Lo hai ringraziato per tutte le straordinarie virtù che Egli ti ha prestate! (p. 537) *Ah, Lancillotto [...] finché facevi parte della cavalleria terrena, eri l'uomo più straordinario e avventuroso del mondo; ma non devi stupirti se ora che ti trovi tra cavalieri impegnati in imprese celesti la fortuna ti è avversa. (p. 539) ====Libro XVI==== *Ser Lancillotto, poi, se non fosse per una sola pecca sarebbe superiore a ogni altro. Ma così come stanno le cose, è proprio come noi; solo che si assume le fatiche maggiori. ([[Gawain]], p. 541) *La [[Tavola Rotonda]] fu istituita proprio perché gli uomini non svilissero queste due virtù{{NDR|, la pazienza e l'umiltà}}, come la cavalleria, che affonda in esse le sue radici, è sorta perché non possa mai essere sconfitta la fraternità che ne è il fondamento. (p. 545) *{{NDR|Rivolto a [[Gawain]]}} Ti sei impegnato insieme a molti altri in una ricerca che non porterai mai a termine perché il Sangrail non si mostra ai peccatori. Non devi quindi meravigliare se non vi sei riuscito. Tu sei un cavaliere sleale e un grande assassino, mentre per gli uomini buoni questa ricerca è ben altro che una serie di omicidi. Lancillotto, benché abbia commesso gravi colpe, al momento stesso in cui ha intrapreso la ricerca si è impegnato a non peccare più, e infatti non ha mai ucciso né ucciderà un solo uomo fino al suo ritorno a Camelot. Se non fosse per la sua fragilità che probabilmente lo farà ricadere nella colpa con il pensiero, egli sarebbe il primo a compiere l'impresa dopo Galahad. Ma poiché Dio conosce i suoi pensieri e la sua debolezza, gli concederà di morire in santità. (Eremita, pp. 546-547) ====Libro XVII==== [[File:Galaad devant le graal n°3.gif|thumb|Galahad, Bors e Parsifal dinanzi al Graal]] *{{NDR|Su [[Davide]]}} Egli era un dotto che conosceva le virtù delle pietre e delle piante, il corso delle stelle e molte altre cose ancora; ma poiché aveva una moglie malvagia, si era convinto che non esistessero donne buone, tanto che ne parlò con disprezzo anche nei libri che compose. (p. 573) *Non spetta a noi punire chi ha operato contro Dio, ma solo alla Sua potenza. ([[Galahad]], p. 576) *Siete uno sciocco se non sapete che le [[Verginità|vergini]] sono franche ovunque si trovino. ([[Parsifal]], p. 579) *Nessuna lingua potrebbe descrivere e nessun cuore immaginare le meraviglie cui ho assistito. Se non mi fossi macchiato di un antico peccato, avrei potuto vedere molto di più. ([[Lancillotto]], p. 588) *Galahad, servo di Gesù Cristo che attendo da tempo, abbracciami e lascia che riposi sul tuo petto e tra le tue braccia, casto e vergine sopra ogni altro cavaliere, giglio simbolo di purezza, rosa del colore del fuoco, fiore di ogni virtù. Sei tanto intriso della fiamma dello Spirito Santo che la mia carne, consunta dalla vecchiaia, ritrova la giovinezza! (Re Mordrains, p. 591) *[...] rimessosi in viaggio, {{NDR|Galahad}} penetrò in una foresta irta di pericoli dove la storia dice che si imbatté in una sorgente in cui l'acqua ribolliva formando grandi onde. Il cavaliere vi posò una mano, e subito l'acqua si placò e il calore ne disparve, poiché quell'ardore era segno di lussuria, molto diffusa a quei tempi, e non poté durare al contatto con la purezza della sua verginità. Quanto era accaduto fu considerato un miracolo in tutto il paese, e da allora la fonte fu chiamata la Sorgente di Galahad. (p. 591) *«Figliolo» disse poi l'Uomo a Galahad «sai cos'è ciò che stringo tra le mani?»<br>«No, se non me lo dite voi.»<br>«È la sacra scodella in cui mangiai l'agnello pasquale. Ora hai veduto quello che più desideravi, ma con minore chiarezza di come lo potrai ammirare nel Palazzo Spirituale della città di Sarras. Adesso partirai e con te partirà anche il Sangrail, che questa notte stessa dovrà lasciare il regno di Logris dove nessuno lo vedrà mai più perché le genti di questa terra si sono volte al peccato e non lo servono né lo venerano come dovrebbero; io perciò le spoglio dell'onore che avevo loro concesso. Domattina voi tre prenderete la Spada dalla Strana Cintura e scenderete alla riva del mare dove troverete pronta una nave. Ma prima ridonerete la salute al Re Magagnato ungendogli il corpo e le gambe con il sangue che è colato dalla lancia.»<br>«Signore, perché gli altri non possono venire con noi?» chiese Galahad.<br>«Come inviai i miei apostoli in diverse direzioni, così voglio ora che vi separiate. Quanto a voi tre compagni, due moriranno al mio servizio e solo uno tornerà a darne notizia» fu la risposta.<br>Poi l'Uomo li benedì e scomparve. (pp. 594-595) *«Salutate per me ser Lancillotto mio padre e signore, e ricordategli che questo è un mondo incostante.»<br>Infine si inginocchiò a pregare davanti alla tavola e la sua anima lo lasciò, trasportata nel cielo di Gesù Cristo da una moltitudine di angeli. I compagni, che assistettero al prodigio, videro anche una mano scendere sul vaso e sulla lancia, prenderli e portarli nei cieli.<br>Da allora non vi è più stato un uomo che abbia avuto l'ardire di sostenere di aver visto il Sangrail. (p. 598) ====Libro XVIII==== *[...] [[Lancillotto]], dimentico della promessa fatta e della perfezione raggiunta nel corso della ricerca, riprese a frequentare la regina. Del resto, come dice appunto il libro, se egli non le fosse stato intimamente legato nei suoi pensieri più riposti quanto, in superficie, appariva devoto a Dio, nessun cavaliere avrebbe potuto superarlo nella ricerca del Sangrail. Invece, i suoi più segreti sentimenti correvano sempre a lei. Così essi ripresero ad amarsi con maggiore ardore di prima e i loro convegni si fecero tanto frequenti che la corte cominciò a mormorare, e in particolare il loquace ser Agravano fratello di ser Galvano.<br>Ma intanto Lancillotto, continuamente assediato da dame e da damigelle che gli chiedevano di essere loro campione in questioni di diritto, per evitare ulteriori maldicenze e dicerie, decise di impegnarsi con zelo a seguire i dettami di Nostro Signore Gesù Cristo e di sottrarsi per quanto gli era possibile alla familiarità e alla compagnia di Ginevra. (p. 603) *[...] [[Mordred|ser Mordred]], [[Agravaine|ser Agravano]] e molti altri della corte non ci perdono d'occhio e parlano del nostro amore. Li temo più per voi che per me perché, se del caso, io potrei fuggire o sbarazzarmene, mentre voi non potreste che rimanere qui a subire le maldicenze; e se doveste trovarvi in pericolo per aver commesso volontariamente qualche leggerezza, non potreste avere altro aiuto che il mio e quello dei miei parenti. Signora, la nostra imprudenza ci condurrà allo scandalo e alla vergogna, e io non voglio assolutamente che voi siate disonorata. Sono queste le ragioni che mi hanno spinto a dedicarmi il più possibile al servizio delle dame, facendo in modo che tutti pensino che ne traggo gioia, delizia e piacere. ([[Lancillotto]], p. 604) *Lancillotto, ora capisco la vostra falsità e la vostra volgare lussuria! Voi amate altre dame, e per me non provate che disprezzo. Adesso che ho ben chiaro che siete un traditore, state certo che non vi amerò mai più. Non osate comparirmi ancora davanti: da questo momento vi scaccio dalla corte, e per sempre, e vi bandisco dalla mia compagnia. Se tenterete di rivedermi, sarete ucciso. ([[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], pp. 604-605) *Spesso le donne sono impulsive e compiono azioni di cui poi si pentono amaramente. ([[Bors (ciclo arturiano)|Bors]], p. 605) *Se accetterò di essere il campione della regina mi alienerò molti cavalieri della Tavola Rotonda. Tuttavia, per amore di Lancillotto e vostro, sarò suo difensore a meno che il caso non porti qui un campione meglio di me. ([[Bors (ciclo arturiano)|Bors]], p. 609) *Non ho mai sentito dire che Ginevra abbia rovinato un solo cavaliere. Anzi, a quel che so, ella ci ha sempre magnificato ed è stata la sovrana più generosa e liberale, e la più munifica di doni e di benevolenza. Sarebbe quindi vergognoso se lasciassimo morire nell'ignominia la moglie del nostro nobilissimo re. Sappiate che non lo permetterò, e che sosterrò la sua innocenza nella morte di ser Patrise; del resto, ella non aveva alcun motivo per odiare lui o alcuno dei cavalieri intervenuti al banchetto. Direi anzi che ci abbia invitati per affetto, certo non per un subdolo stratagemma, e sono convinto che comunque andrà, un giorno sarà possibile provare che tra di noi vi è un traditore. ([[Bors (ciclo arturiano)|Bors]], p. 610) *Come dice un antico proverbio, è aspra la battaglia nella quale si scontrano parenti e amici, perché allora non c'è posto per la misericordia, ma solo per la più mortale delle contese. ([[Lancillotto]], p. 629) *[...] non mi piace essere obbligato ad amare; l'amore deve nascere dal cuore, non dalla costrizione [...]. ([[Lancillotto]], p. 636) *L'amore deve essere libero, non imposto, perché un amore forzato finisce con il dissolversi. ([[Re Artù]], p. 636) *All'uomo d'onore non può non ripugnare assistere alla sconfitta di un suo pari, mentre chi non ha onore e si comporta da vile, alla vista di un uomo in pericolo non compirà mai un gesto gentile o generoso. Un codardo, infatti, non darà mai prova di misericordia, mentre chi alberga la bontà nel cuore farà agli altri quello che vorrebbe fosse fatto a lui. ([[Re Artù]], p. 642) *{{NDR|Su [[maggio]]}} Quel mese esuberante infonde coraggio negli amanti e, in vari modi, li induce più di ogni altro a diversi comportamenti, perché è allora che, come erbe e arbusti, gli uomini e le donne si rinnovellano e richiamano alla mente lontane cortesie, servigi e gesti gentili che avevano posto nell'oblio per negligenza.<br>E come il rigore dell'inverno offusca e sfigura la verde estate, così accade all'amore che lega l'uomo alla donna, quando è incostante. Sono numerosi coloro che non albergano la costanza, e non passa giorno senza che vediamo come basti un alito di rigore invernale per cancellare e spezzare col minimo pretesto un vero amore, che pure costa tanto. Questa non è costanza né saggezza, ma debolezza di carattere, disonorevole per coloro che la praticano.<br>Perciò, come il maggio fiorisce e germoglia nei giardini, così ogni uomo d'onore rivesta il proprio cuore di germogli, prima a gloria di Dio, poi per dare gioia a coloro cui ha giurato fedeltà. Infatti, non c'è uomo o donna d'onore che non abbia scelto l'oggetto del proprio amore. E se la fatica delle armi non deve essere mai trascurata, bisogna però che l'onore sia innanzitutto riserbato a Dio, e solo dopo aver contesa con le dame: questo è ciò che io chiamo un amore virtuoso.<br>Oggi, però, gli uomini non sanno amare per sette giorni di seguito senza pretendere di appagare le proprie brame. La ragione ci dice che un tale amore non può durare, perché quanto è subito accordato con troppa prontezza, è ben presto spento dall'ardore stesso. Così è l'amore ai nostri tempi: arde lesto e altrettanto in fretta si raffredda! E questa non si può chiamare costanza. Ai tempi di Artù l'amore soleva essere diverso: uomini e donna si amavano anche per sette interi anni senza che tra loro si insinuasse la lussuria. Quello era amore vero, e fedele!<br>Ho dunque paragonato l'amore di oggi all'estate e all'inverno, perché come la prima è calda e il secondo è freddo, allo stesso modo procede l'amore ai nostri giorni. Tutti voi che siete amanti rammentate quindi il mese di maggio! (pp. 643-644) ====Libro XIX==== *[...] a quel tempo era costume che Ginevra non lasciasse mai la corte senza un seguito di ottimi cavalieri armati, quasi tutti giovani decisi a farsi onore. Erano chiamati i Cavalieri della Regina e in battaglia, ai tornei e alle giostre portavano come insegna uno scudo completamente bianco. Venivano scelti per quel servigio tutti gli anni in occasione della festa della Pentecoste tra i cavalieri che si erano mostrati più valorosi, in sostituzione di quelli che erano morti nel corso dell'anno (e non ne passava uno senza che ne morissero alcuni). Proprio compiendo tale servigio si erano distinti all'inizio ser Lancillotto e tutti gli altri, prima di conquistare rinomanza. (pp. 645-646) *Ahimè, che vergogna che un [[cavaliere]] ne tradisca un altro! [...] Ma c'è un vecchio proverbio che recita: "Il valoroso è davvero in pericolo solo quando si trova in balia di un codardo. ([[Lancillotto]], p. 649) *Gesù mi terrà lontano dal disonore, e poi ben vengano le disgrazie che Dio vuole mandare [...]. ([[Lancillotto]], p. 657) ====Libro XX==== *Nel mese di maggio, quando ogni cuore gagliardo fiorisce e germoglia e, con la bellezza e il rigoglio della stagione, uomini e donne sono pieni di letizia per l'avvicinarsi dell'estate con i suoi fiori novelli, laddove gli aspri venti e le bufere dell'inverno li inducono a raccogliersi al coperto presso il focolare, scoppiarono furore e sventura che ebbero termine solo con la morte e l'estinzione del fiore di tutti i cavalieri del mondo. (p. 663) *Mi meraviglio che nessuno di noi si vergogni di sapere, e di vedere con i propri occhi, che Lancillotto giace giorno e notte con la regina [...]. Ne siamo tutti al corrente, eppure siamo tanto vili da tollerare il disonore di un sovrano nobile quanto Artù. ([[Agravaine]], p. 663) *Se ne dovesse derivare ostilità o guerra tra noi e Lancillotto, sta' certo che molti re e molti potenti signori sceglierebbero di schierarsi con lui. E poi, fratello [...] devi sempre tenere a mente che Lancillotto ha salvato più di una volta il re e la regina, e che anche i migliori tra noi si sarebbero sentiti gelare il cuore in varie occasioni se egli non fosse stato il più valoroso e non lo avesse dimostrato molto spesso. ([[Gawain]], p. 664) *Ser Lancillotto mi ha concesso l'investitura e niente potrà indurmi a parlare male di lui [...]. ([[Sir Gareth]], p. 664) *Appena gli altri furono usciti, il re chiese quale fosse il motivo della disputa.<br>«Ora ve lo dirò, sire; non posso più tenerlo in me» gli rispose ser Agravano. «Io e ser Mordred siamo in disaccordo con i nostri fratelli: sappiamo che ser Lancillotto è da tempo l'amante della regina e, poiché siamo figli di vostra sorella, non possiamo continuare a tollerarlo. Voi siete il suo signore e colui che lo ha investito cavaliere, e intendiamo provare la sua slealtà.»<br>«Se quello che dite è vero, Lancillotto è un traditore!» esclamò Artù. «Ma mi ripugna compiere un passo del genere senza averne le prove; ser Lancillotto è un cavaliere valoroso e, come ben sapete, il migliore di tutti noi. Se non sarà colto sul fatto, vorrà battersi con colui che lo ha denunciato, e nessuno sarà in grado di tenergli testa. Quindi, voglio che sia sorpreso in flagrante.»<br>Il libro francese dice che il re non desiderava affatto che si diffondessero voci su Lancillotto e la regina. A dire il vero, egli ne aveva già il sospetto, ma non voleva sentirne parlare perché amava molto ser Lancillotto per tutto quello che egli aveva fatto in favore suo e di Ginevra. (p. 665) *«Ahimè» si lamentava intanto Lancillotto «non mi è mai capitato di trovarmi a rischiare una morte vergognosa per la mancanza della mia armatura!»<br>Nel frattempo ser Agravano e ser Mordred non cessavano di gridare:<br>«Esci dalla camera della regina, traditore! Sta' certo che non riuscirai a fuggire».<br>«Gesù misericordia, non posso tollerare questo odioso clamore: meglio morire subito che sopportare un simile tormento!» esclamò allora Lancillotto; poi prese Ginevra tra le braccia e la baciò.<br>«Nobilissima tra le regine cristiane aggiunse siete la mia diletta e gentile signora e io, il vostro povero e fedele cavaliere, vi sono stato al fianco nelle cause giuste come in quelle ingiuste dal giorno in cui re Artù mi conferì l'investitura. Se morirò, vi supplico di pregare per la mia anima. Sono sicuro che ser Bors e tutti gli altri miei parenti, e anche ser Lavaine, vi salveranno dal rogo. Confortatevi, perciò, madonna mia amata, e qualunque cosa mi accada, andate con ser Bors e con gli altri che vi tratteranno con ogni onore e vi faranno regina delle mie terre.»<br>«No, Lancillotto, non vi sopravviverò! Se sarete ucciso, per amore di Dio accoglierò la morte con umiltà, come è dovere di una regina cristiana.»<br>«Ebbene, signora, poiché è giunto il giorno in cui dobbiamo separarci, sappiate che venderò la vita al più alto prezzo, e che sono mille volte più addolorato per voi che per me. Ma ora preferirei avere indosso la mia solida armatura piuttosto che regnare su tutto il mondo cristiano: prima di soccombere farei in modo che le mie gesta siano tramandate.»<br>«Piacesse a Dio che uccidessero me e lasciassero libero voi!» esclamò la regina.<br>«Questo non deve accadere, e che Dio mi ripari da una simile vergogna!» replicò Lancillotto. «Gesù Cristo, sii tu il mio scudo e la mia armatura!» (p. 667) *Ora, signora, è chiaro che il nostro amore è giunto al suo epilogo e che da adesso in poi re Artù mi sarà nemico. Ma se vorrete rimanere con me, mi impegno a tenervi al riparo da ogni pericolo. ([[Lancillotto]], p. 669) *Stanotte ho ucciso ser Agravano, fratello di ser Galvano, e almeno altri dodici suoi compagni. Non ho alcun dubbio, pertanto, che vi sarà un conflitto sanguinoso. Quei cavalieri erano stati mandati a sorprendermi su ordine espresso di Artù, e il re deve essere talmente furibondo e colmo di risentimento che condannerà la regina al rogo. Io non posso certo permettere che ella sia arsa per colpa mia. Se riuscissi a farmi ascoltare, mi offrirei di essere fatto prigioniero per potermi poi battere in suo favore e provare che è una sposa fedele, ma temo che il re sia troppo infuriato per accettare questa proposta. ([[Lancillotto]], p. 671) *Miei bei signori, mi ripugna di compiere un'azione che potrebbe disonorare voi e tutto il mio lignaggio. Ma poiché sono altrettanto contrario a permettere che la regina muoia di una morte ignobile, se il vostro consiglio è di sottrarla al supplizio, siate però ben consapevoli che dovrò causare molti lutti. Forse, con mio grande rammarico, sarò costretto a uccidere anche qualcuno dei miei migliori amici e può darsi che alcuni, piuttosto che essere complici di un'azione abietta, preferiscano schierarsi dalla mia parte: non vorrei certo farli soffrire. ([[Lancillotto]], p. 672) *«[...] il caso di Tristano dovrebbe mettermi in guardia. Sapete bene come andò a finire dopo che, presi tutti gli accordi, egli riportò [[Isotta|Isotta la Bella]] a re Marco: quel sovrano lo uccise a tradimento mentre suonava l'arpa davanti alla sua dama, cogliendolo alle spalle e trafiggendogli il cuore con una lancia ben affilata.»<br>«È vero» convenne ser Bors «ma c'è una cosa che dovrebbe incoraggiare te come tutti noi, ed è che re Marco e re Artù sono di indole assai diversa, perché Artù non ha mai mancato alla propria parola.» (pp. 672-673) *Capita spesso che agiamo per quel che crediamo il meglio, e che finisce poi per dimostrarsi il peggio. ([[Gawain]], p. 674) *[...] sappiate che soffro di più per la perdita dei miei buoni cavalieri che per la fuga della mia gentile regina, perché di regine posso averne quante ne voglio, mentre non mi sarà mai più possibile riunire una simile compagnia di valorosi. E che sciagura che io e Lancillotto dobbiamo essere nemici! ([[Re Artù]], p. 677) *[...] da oggi in poi cercherò Lancillotto fino al giorno in cui uno dei due avrà ucciso l'altro. Intendo vendicarmi e vi chiedo di prepararvi alla guerra. Se non volete perdere il mio servigio e il mio affetto, affrettatevi a mettere alla prova i vostri amici. Giuro su Dio che, anche se dovessi inseguire Lancillotto per sette regni, lo ucciderò a costo della vita. ([[Gawain]], p. 679) *«Dio non voglia che io mi scontri con il nobilissimo sovrano che mi armò cavaliere!» replicò Lancillotto.<br>«Alla malora le belle parole!» proruppe il re. «Presta fede a quanto ti dico e non lo dimenticare: sono il tuo mortale nemico e lo sarò fino al giorno della mia morte. Non ti perdonerò mai di avermi ucciso degli ottimi cavalieri e degli uomini nobilissimi appartenenti al mio stesso sangue. Per di più, hai giaciuto per anni con la regina, che alla fine mi hai rapita con la forza.»<br>«Mio nobilissimo signore e re, dite quello che volete, tanto sapete benissimo che non mi batterò mai con voi» gli rispose Lancillotto. «È vero, vi ho ucciso dei cavalieri, e me ne rammarico molto; ma sono stato costretto a farlo per salvarmi la vita. Avrei forse dovuto lasciarmi uccidere? Quanto a madama la regina, non un solo cavaliere al mondo, salvo la persona di vostra altezza e il mio signore ser Galvano, oserebbe provare sul mio corpo che ella vi ha tradito! E se vi fa piacere di dichiarare che sono legato da molti anni a madama la vostra regina, vi darò soddisfazione dimostrando con il mio braccio contro chiunque, salvo voi e ser Galvano, che ella vi è fedele. Tuttavia, alla sua grazia è piaciuto di tenermi in suo favore e di prediligermi tra tutti gli altri, e del resto io ho ben meritato il suo affetto perché, sire, più di una volta il vostro furore avrebbe permesso che ella fosse condotta al supplizio se io non mi fossi battuto per lei inducendo i suoi nemici a confessare la loro menzogna e facendola così assolvere con onore. E tutte quelle volte, voi mi avete dimostrato amore e gratitudine per averla salvata, e mi avete anche promesso di essere per sempre il mio benevolo signore. Ora, invece, mi sembra che ricompensiate male i miei servigi. Del resto, sire, avrei perso gran parte del mio onore cavalleresco se avessi tollerato che madama, la vostra regina, fosse suppliziata per causa mia. In molte occasioni mi sono battuto per lei in contese che non mi riguardavano; non avrei forse avuto il diritto di farlo allorché ero dalla parte del giusto? Perciò, mio generoso e grazioso signore, concedete la vostra benevolenza alla vostra regina, che è buona e fedele!» (pp. 680-681) *Voi, sire, avete dato ascolto a voci menzognere, e questa è stata la causa della guerra che ci oppone. Mio signore, un tempo avevo meritato la vostra compiacenza per essermi battuto in favore della regina vostra moglie, e sapete bene quante volte ella abbia dovuto patire gravi torti. Ora, mio buon signore, mi sembra che in questa circostanza, più che in tutte quelle che pure avete approvato, io avessi un motivo ben valido per strapparla al rogo, dal momento che ella vi era stata condannata a causa mia. Coloro che vi hanno raccontato le fole che sapete erano per certo mentitori, ma le calunnie sono ricadute sul loro capo poiché, se la potenza di Dio non fosse stata dalla mia parte, come avrei potuto io, disarmato e ignaro, far fronte a quattordici avversari armati e decisi? Infatti ero stato convocato dalla regina per non so quale motivo, e avevo appena varcato la porta della sua camera quando ser Agravano e ser Mordred hanno cominciato a chiamarmi traditore e codardo. ([[Lancillotto]], p. 687) *[...] non mi sono mai battuto a oltranza con un cavaliere senza mostrare misericordia, e che benché mi sia misurato con ottimi guerrieri quali ser Tristano e ser Lamorak, ho sempre reso loro l'onore e il rispetto che meritavano. Dio mi è testimone che non mi sono mai adirato al punto da accanirmi contro i buoni cavalieri che ho visto impegnati a farsi onore, e che sono sempre stato lieto di aiutare un avversario in grado di tenermi testa a piedi o a cavallo. ([[Lancillotto]], p. 688) *Ser Galvano, io amavo ser Gareth più di qualunque mio parente, e piangerò per sempre la sua morte non solo per il grande timore che ho di voi, ma anche per altri motivi che mi amareggiano. Prima di tutto, perché fui io a investirlo cavaliere; poi, perché so che mi amava più di ogni altro; il terzo motivo è che era un uomo nobilissimo, leale, cortese, gentile e di buona indole; il quarto è che appena seppi della sua morte capii che da voi non avrei avuto altro che un'inestinguibile guerra. Per di più, ero certo che avreste fatto in modo che il mio nobile signore Artù mi fosse nemico per sempre. Eppure, che Gesù mi perdoni, non ho ucciso ser Gareth e ser Gaheris di proposito. Ah, perché erano disarmati in quel giorno fatale! ([[Lancillotto]], p. 689) *Se non fosse stato per il papa, io mi sarei battuto con te in singolare tenzone e avrei provato sulla tua persona la tua falsità nei confronti di Artù e miei. E lo farò, una volta che avrai lasciato queste terre, dovunque riuscirò a trovarti! ([[Gawain]], p. 690) *Ahimè, così devo abbandonare il più nobile tra i regni cristiani, quello che ho amato di più e in cui ho acquistato il mio onore! Mi rammarico di esserci venuto, se devo esserne vilmente bandito senza colpa e senza motivo! Ma la fortuna è così incostante, e la sua ruota tanto mobile, che nessuno è certo di potervi riposare durevolmente. Ne sono prova molte antiche leggende, come quelle che narrano del nobile Ettore, e di Troilo, e di Alessandro il potente Conquistatore, e di molti altri che precipitarono in basso dal culmine della loro regalità. Così avviene per me, che ero tenuto in grande onore in questo regno nel quale la Tavola Rotonda crebbe in dignità grazie a me stesso e ai miei più che virtù di chiunque altro. ([[Lancillotto]], p. 690) *Mio signore Artù, nobile sovrano che mi fece cavaliere, il mio affetto per voi è tale che i vostri attacchi mi addolorano profondamente, eppure li ho sopportati con pazienza. Se fossi stato vendicativo, avrei potuto scendere in campo e domare i vostri baldi cavalieri, ma ho pazientato per sei mesi lasciando che voi e ser Galvano faceste quel che volevate. Ora però non posso tollerarlo più e devo difendermi, perché ser Galvano mi ha accusato di tradimento. Sono stato sempre contrario a battermi contro un vostro parente, ma adesso non posso più tirarmi indietro, come la preda quando è messa alle strette. ([[Lancillotto]], p. 697) *[...] ser Galvano aveva ricevuto da un sant'uomo un dono miracoloso che gli aveva permesso di farsi molto onore: ogni giorno dell'anno, dalle nove a mezzogiorno, la sua forza cresceva fino ad arrivare a triplicarsi. Per questo re Artù, che era il solo a saperlo, aveva ordinato che tutte le tenzoni che si fossero svolte alla propria presenza, di qualunque genere e per ogni tipo di lite, avessero inizio alle nove del mattino: in tale modo il partito per il quale si fosse battuto il nipote avrebbe avuto sempre il sopravvento nel corso delle tre ore in cui la forza di Galvano raggiungeva il suo culmine. (p. 698) ====Libro XXI==== *A [[Mordred|ser Mordred]] era stato dunque affidato il governo di tutta l'Inghilterra. Egli allora fece vergare delle false lettere fingendo che provenissero dal continente, in cui era scritto che re Artù era stato ucciso nel corso della guerra contro ser Lancillotto; quindi convocò a parlamento tutti i baroni e si fece eleggere re. L'incoronazione avvenne a Canterbury e fu seguita da festeggiamenti che durarono quindici giorni.<br>Dopo di che, ser Mordred si recò a Winchester e dichiarò apertamente alla regina (che però era moglie del re, allo stesso tempo suo zio e padre) che intendeva sposarla e perparò le nozze fissando il giorno del matrimonio. Ginevera, pur profondamente addolorata, gli rispose con cortesia e finse di sottomettersi al suo volere; tuttavia espresse il desiderio di recarsi a Londra per comprare quanto le sarebbe occorso per gli sponsali. (p. 702) *Riflettete, Inglesi, sulla malvagità che tutto ciò palesava! Artù era il re più nobile e il cavaliere più valoroso del mondo e che più amava e sosteneva gli uomini prodi, eppure quelli Inglesi non gli concedevano la propria stima! Ché tale era l'antico costume di questa terra, e c'è chi dice che non l'abbiamo ancora abbandonato. Ahimè, questo è un grave difetto: nulla ci piace se perdura nel tempo.<br>Così si comportavano gli uomini di allora: amavano di più ser Mordred che il nobile Artù e molti andarono a dire all'usurpatore che sarebbero stati con lui nella buona come nella cattiva sorte. Allora ser Mordred, che aveva sentito dire che Artù sarebbe sbarcato a Dover, vi si portò con grande esercito allo scopo di sconfiggerlo e di scacciarlo dalle sue stesse terre. (pp. 703-704) *«Ahimè, ser Galvano, figlio di mia sorella, con l'uomo che amavo di più al mondo se ne va ogni mia gioia!» si dolse {{NDR|Artù}} quando si fu ripreso. «Ora te lo posso dire, caro nipote, solo in te e in ser Lancillotto riposavano la mia letizia e la mia fiducia. Adesso che ho perduto entrambi, tutto il conforto che avevo sulla terra mi abbandona!»<br>«Ah, caro zio» gli rispose ser Galvano «il mio ultimo giorno è arrivato, e ne devo biasimare la mia impulsività e la mia ostinazione, dato che sono stato ferito sulla vecchia piaga che mi aveva inferto ser Lancillotto. So che morirò prima di mezzogiorno e che a causa del mio orgoglio voi dovrete patire tanta vergogna e sventura. Se il nobile Cavaliere del Lago fosse stato al vostro fianco, come fu e avrebbe dovuto essere ancora, questa guerra sciagurata non sarebbe mai scoppiata, perché solo la sua cavalleria e la nobiltà del suo sangue erano riuscite a tenere soggetti e timorosi i vostri infidi nemici. Ora egli vi mancherà. Ahimè, perché non ho voluto trovare un accordo con lui! [...]» (pp. 704-705) *Io, ser Galvano, cavaliere della Tavola Rotonda, voglio che tutto il mondo sappia che mi sono dato la morte non per colpa tua ma mia. Perciò, ser Lancillotto, ti supplico di tornare nel regno per visitare la mia tomba e per recitare su di essa una preghiera, lunga o breve che sia, per la salvezza della mia anima. Oggi, nello stesso giorno in cui scrivo questa lettera, fui ferito a morte là dove la tua mano mi colpì per prima, e non avrei potuto essere ucciso da un braccio più nobile. ([[Gawain]], p. 705) [[File:Battle Between King Arthur and Sir Mordred - William Hatherell.jpg|thumb|La battaglia tra Artù e Mordred]] *{{NDR|Sulla [[battaglia di Camlann]]}} I messaggeri si recarono da Mordred che si era circondato di un temibile esercito di centomila armati e dovettero pregare a lungo prima di riuscire a fargli accettare in contropartita la Cornovaglia e il Kent fino alla morte di Artù e, dopo, tutta l'Inghilterra. Fu anche concordato che il sovrano e l'usurpatore, ciascuno con un seguito di quattordici cavalieri, si incontrassero in una zona franca tra i due eserciti schierati.<br>Artù fu lieto degli accordi raggiunti, ma prima di recarsi al convegno ordinò ai propri uomini di avanzare fieramente e di uccidere ser Mordred, di cui non ci si poteva fidare in alcun modo, se avessero visto sguainare anche una sola spada. E ser Mordred aveva istruito allo stesso modo il proprio esercito:<br>«Se vedrete balenare anche una sola lama mouvete con coraggio all'attacco e uccidete quanti vi si parano innanzi, perché non mi fido affatto di questa tregua e so bene che mio padre vorrà vendicarsi di me.»<br>L'incontro ebbe dunque luogo come era stato stabilito. Fu portato del vino e ne bevvero insieme, ma una [[vipera]] sbucata da un cespuglio d'edera morse il piede di un cavaliere. Questi, senza darsi pensiero del danno che ne sarebbe derivato, sguainò la spada per ucciderla, e quando i due eserciti videro balenare la lama diedero fiato alle trombe e ai corni e si corsero incontro levando terribili grida.<br>Allora re Artù montò a cavallo e raggiunse prontamente i propri uomini esclamando:<br>«Ahimè, che giorno sventurato!»<br>Ser Mordred si unì ai suoi, ed ebbe inizio la battaglia più funesta che si sia mai vista in terra cristiana: vi furono attacchi impetuosi e galoppare di cavalli, affondi e fendenti, colpi mortali e accenti minacciosi da entrambe le parti. Re Artù non cessava di attraversare le formazioni di ser Mordred compiendo molte prodezze degne di un nobile sovrano senza mai venir meno al proprio ruolo, ma anche ser Mordred non si tirava indietro e più volte mise se stesso in grave pericolo.<br>La battaglia infuriò per tutta la giornata senza risparmio di forze, finché molti nobili cavalieri giacquero immobili sulla fredda terra, e quando cadde la notte il terreno era cosparso dei cadaveri di ben centomila uomini. (pp. 707-708) *{{NDR|Sulla battaglia di Camlann}} Il sovrano impugnò la lancia e si gettò in avanti gridando:<br>«Traditore, è giunto il giorno della tua morte!»<br>Ser Mordred si scagliò a sua volta contro di lui brandendo la spada, ma il re già gli affondava la lancia sotto lo scudo e gliela faceva fuoriuscire dal corpo per più di un braccio. E quando l'usurpatore comprese che non sarebbe potuto sfuggire alla morte, si slanciò con tutte le proprie forze in avanti trafiggendosi fino all'impugnatura dell'asta, poi calò la spada tenuta con entrambe le mani sul proprio padre e lo raggiunse a un lato della testa trapassandogli l'elmo e il crano. Subito dopo si accasciava a terra morto. (p. 709) [[File:The Death of King Arthur by John Garrick.jpg|thumb|La morte di Artù]] *«[...] Il tempo passa in fretta; prendete perciò la mia buona spada Excalibur e portatela alla riva del mare: vi ordino di gettarla nell'acqua e di tornare poi a dirmi cosa avete visto.»<br>«Sire, obbediremo al vostro comando» gli rispose [[ser Bedivere|Bedivere]].<br>Ma sulla strada si mise a osservare con attenzione la nobile arma e le pietre preziose che ricoprivano il pomo e l'elsa.<br>"Se la getto nell'acqua, non ne deriveranno che perdite e danno!" pensò.<br>Perciò la nascose sotto un albero e poi si affrettò a tornare dal re e gli disse di averla gettata in mare.<br>«Cosa hai visto?» gli domandò Artù.<br>«Nient'altro che onde e venti.»<br>«Non è vero» replicò il re. «Ora affrettatevi a ubbidire e, se vi sono caro, non esitate a fare quanto vi ho detto.»<br>Allora ser Bedivere tornò a prendere la spada, ma pensando ancora che fosse un peccato e una vergogna gettare via un'arma tanto nobile, la nascose di nuovo, poi raggiunse il re.<br>«Cosa avete visto?» gli domandò per la seconda volta il sovrano.<br>«Nient'altro che flutti e ondate nere.»<br>«Ah, mi hai ingannato ancora, sleale e traditore!» propruppe Artù. «La tua fama di nobile cavaliere e l'amore che ti ho sempre portato non mi avrebbero mai fatto pensare che mi avresti tradito per il valore di una spada! Ora sbrigati: le tue esitazioni stanno mettendo a grave rischio la mia vita. Se non eseguirai adesso i miei ordini ti ucciderò con le mie stesse mani ovunque potrò incontrarti.»<br>Così ser Bedivere tornò là dove aveva nascosto la spada, la raccolse con cautela e si avvicinò alla riva. Poi avvolse la cintura intorno all'elsa e la scagliò più lontano che poté. Allora vide un braccio e una mano sorgere dall'acqua, afferrarla stretta, brandirla tre volte e poi inabissarsi con l'arma.<br>Quando ser Bedivere, tornato vicino al re, gli raccontò quello che aveva visto, il sovrano esclamò:<br>«Ahimè, aiutatemi ad andare via, temo di avere aspettato già troppo.»<br>Il cavaliere se lo caricò sulle spalle e andò verso la riva del mare. Vi erano appena arrivati che una piccola chiatta piena di belle dame prese terra accanto a loro. Tra di esse si trovava una regina, e tutte portavano cappucci neri e gridavano e piangevano alla vista di re Artù.<br>«Fatemi salire a bordo» disse il re.<br>Ser Bedivere eseguì con delicatezza il comando, e tre dame accolserò Artù tra alti lamenti e lo misero a sedere con la testa appoggiata sul grembo di una di loro.<br>«Ah, mio caro fratello!» disse allora la regina. «Perché vi siete trattenuto tanto a lungo lontano da me? La ferita che avete al capo ha preso fin troppo freddo!»<br>Poi le dame si misero ai remi e allontanarono l'imbarcazione dalla terra. E quando se Bedivere le vide prendere il largo, gridò:<br>«Ah, mio signore Artù, cosa sarà di me ora che mi lasciate tra i miei nemici?»<br>«Confortatevi e fate del vostro meglio: su di me non potrete più fare alcun affidamento» gli rispose il sovrano. «Devo andare nell'isola di Avalon per curare la mia grave ferita, e se non sentirete mai più parlare di me, pregate per la mia anima.»<br>Intanto la regina e le dame piangevano e gridavano da fare pietà. Quando ser Bedivere ebbe perso di vista la chiatta, scoppiò anch'egli in pianti e in lamenti, poi si diresse verso la foresta e camminò per tutta la notte. (pp. 710-712) *Di Artù non ho trovato nient'altro nei libri autorizzati, né ho letto con maggiore certezza della sua morte se non che fu portato via in una nave con tre regine, una delle quali era sua sorella [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana la Fata]], l'altra la regina del Galles del Nord e la terza quella delle Terre Desolate. Non conosco altra testimonianza che quella dell'eremita che un tempo era stato arcivescovo di Canterbury e che riferì che le dame avevano portato da lui un corpo perché lo seppellisse. Tuttavia egli non sapeva con certezza se si trattasse davvero del cadavere di artù, perché questa storia la fece mettere per iscritto ser Bedivere, cavaliere della Tavola Rotonda. (pp. 712-713) *In varie parti d'Inghilterra si crede che re Artù non sia morto e che, per volontà di Nostro Signore Gesù, viva in un altro luogo da dove tornerà per conquistare la Santa Croce. Io però non mi sento di affermarlo, e preferisco dire che in questo mondo egli lasciò la sua vita. Molti sostengono anche che sulla sua tomba siano scritte queste parole:<br><div class="center">{{maiuscoletto|Hic iacet Arthurus Rex quondam rexque futurus}}</div> (p. 713) *{{NDR|Su [[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]]}} Quando seppe della morte del re e di tutti i nobili cavalieri compreso ser Mordred, ella riparò in gran segreto con cinque dame ad Almesbury dove si fece monaca indossando la veste bianca e nera, e vivendo in penitenza come se fosse stata la più grande peccatrice di questa terra. Da allora nessuna creatura riuscì più a renderla felice, e visse tra digiuni, preghiere e opere di carità al punto che tutti si stupirono della purezza dei sui nuovi costumi. Con il tempo, come era da aspettarsi, divenne anche badessa e governatrice del monastero. (p. 713) *La guerra che ha portato alla morte i più nobili cavalieri del mondo è divampata a causa mia e di quest'uomo, e l'amore che ci legava ha causato la rovina del sovrano più onorato della terra. Lancillotto [...] ho assunto questo stato per salvare la mia anima e, con la grazia di Dio e per le piaghe della Sua Passione, confido che dopo la mia morte potrò contemplare il volto benedetto di Gesù Cristo e sedere alla Sua destra nel giorno del Giudizio, poiché in cielo vi sono dei santi che furono peccatori in terra. Perciò, ser Lancillotto, vi supplico di cuore per l'amore che ci fu tra noi di non posare mai più lo sguardo su di me. Vi comando anche, in nome di Dio, che lasciate la mia compagnia e torniate nel vostro regno per preservarlo da guerre e distruzioni. Così come vi ho amato fino ad ora, il mio cuore non mi permetterà più di incontrarvi dopo che a causa vostra e mia è stato annientato il fuore dei re e dei cavalieri. Rientrate dunque nelle vostre terre e prendete moglie per vivere con lei in gioia e letizia. L'unica supplica che il mio cuore vi rivolge è che invochiate il Signore Eterno perché mi conceda di fare ammenda dei miei peccati. ([[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], p. 716) *«[...] Nella ricerca del Sangrail avrei abbandonato le vanità mondane se non fosse stato per l'amore che vi portavo, e se allora lo avessi fatto con tutto il mio cuore, la volontà e il pensiero, avrei superato ogni altro cavaliere a eccezione di ser Galahad mio figlio. Se voi vi siete votata alla perfezione, è giusto che lo faccia anch'io perché, mi sia testimone Iddio, solo in voi ho avuto la mia gioia terrena. Se il vostro cuore fosse stato diversamente disposto, vi avrei portata con me nel mio regno. Ma poiché tale è la vostra volontà, vi giuro che se troverò un eremita che voglia accogliermi, a qualunque ordine appartenga, farò penitenza e pregherò fino al termine della mia vita. Ora, madama, vi prego di baciarmi un'ultima volta.»<br>«Non lo farò mai» si schermì la regina «e astenetevi anche voi da tali atti.» (pp. 716-717) *Supplico Dio Onnipotente che non mi sia mai più possibile vedere ser Lancillotto con i miei occhi mortali. ([[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], p. 719) *Quando riporto alla mente la bellezza e la nobiltà della regina e del suo re e li vedo ora giacere insieme, il mio cuore non può sostenere il mio corpo afflitto. Quando poi rifletto che per mia colpa, orgoglio e superbia sono entrambi periti, essi che non avevano pari tra le genti cristiane, il ricordo della loro cortesia e della mia gratitudine mi fa mancare il cuore al punto di non potermi reggere in piedi. ([[Lancillotto]], p. 720) *Ah, Lancillotto [...] guida di tutti i cavalieri cristiani, impareggiabile tra i valorosi, ora giaci qui. Eri il più cortese cavaliere che abbia mai portato lo scudo, l'amico più sincero nei confronti di chi ti amava tra quanti hanno mai cavalcato, il più fedele amante tra i peccatori che abbiano mai amato una donna, l'uomo più gentile che abbia mai brandito una spada. La tua bella persona primeggiava sempre tra una folla di cavalieri, e tu eri l'uomo più mansueto e più onorato tra quanti mai si siano intrattenuti a banchetto con le dame. Ma eri anche l'avversario più inflessibile per un nemico mortale che abbia mai posto la lancia in resta. (Hector de Maris, p. 722) ===Explicit=== ====Originale==== Here is the end of the booke book of kyng Arthur & of his noble knyghtes of the rounde table | that whan they were hole togyders there was ever an C and xl | and here is the ende of the deth of Arthur | I praye you all Ientyl men and Ientyl wymmen that redeth this book of Arthur and his knyghtes from the begynnyng to the endyng | praye for me whyle I am on lyve that god sende me good delyveraunce | & whan I am deed I praye you all praye for my soule | for this book was ended the ix yere of the reygne of kyng edward the fourth | by syr Thomas Maleore knyght as Ihesu helpe hym from hys grete myght | as he is servaunt of Ihesu bothe day and nyght |<br>{{NDR|Thomas Malory, ''[https://archive.org/details/lemortedarthuror00malouoft/page/860/mode/2up Le Morte d'Arthur. The original edition of William Caxton now reprinted and edited with an introduction and glossary]'', a cura di H. Oskar Sommer, Londra, David Nutt, 1889}} ====Traduzione==== ''Qui finisce il libro di re Artù e dei suoi nobili cavalieri della Tavola Rotonda, che nel loro insieme raggiungevano il numero di centocinquanta. E questa è anche la fine de'' La morte di Artù. '' Gentiluomini e gentildonne che avete letto il libro di Artù e dei suoi cavalieri dall'inizio alla fine, vi supplico di pregare finché sono in vita perché Dio mi mandi una buona liberazione. Quando poi sarò morto, vi chiedo di pregare tutti per la mia anima. Quest'opera fu terminata nel nono anno di [[Edoardo IV d'Inghilterra|re Edoardo IV]] dal cavaliere sir Thomas Malory che Gesù aiuti con la Sua grande potenza, poiché è servo di Cristo di giorno come di notte.''<br>{{NDR|Thomas Malory, ''Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri'', volume secondo, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Milano, Oscar Classici Mondadori, 1985. ISBN 88-04-41154-6}} ==Citazioni su Thomas Malory== *Malory fu in realtà il primo scrittore su commissione [...]. Quando [[William Caxton|Caxton]] costruì la sua pressa da stampa, chiese al povero vecchio Malory di scrivere qualcosa, ed egli acconsentì mettendo insieme tutte le storie che conosceva: tutte le storie tramandate dalla tradizione orale. Poi, a poco a poco, con la proliferazione dei libri, la gente dimenticò quelle storie o non si curò di ricordarle. Così, i racconti che Malory ambientò nel XII secolo descrivevano eventi accaduti molto tempo prima [...]. E, come accade per tutti i miti, essi assunsero le tinte dell'epoca in cui vennero scritti. Gli ''Idilli del re'' di [[Alfred Tennyson|Tennyson]], per esempio, oppure le opere di [[Edward Burne-Jones|Burne-Jones]] e dei Preraffaelliti, descrissero e dipinsero le leggende arturiane del XII secolo secondo la sensibilità della propria epoca. Finendo così per rivelare più cose sull'età vittoriana che sulla leggenda stessa. ([[John Boorman]]) *Sì, possiamo immaginarci sir Thomas Malory come un adorabile primitivo, un innamorato di cose nobili e belle e grandi, finché non sappiamo, in base alle moderne ricerche che l'hanno identificato con un personaggio della parrocchia di Monks Kirby nella contea di Warwick, figura più di bandito che di {{sic|compíto}} gentiluomo, che per via delle sue violenze e rapine fu spesso in prigione, e in prigione scrisse appunto le sue storie di cavalleria. ([[Mario Praz]]) ==Bibliografia== *Thomas Malory, ''[https://archive.org/details/lemortedarthuror00malouoft/page/34/mode/2up Le Morte d'Arthur. The original edition of William Caxton now reprinted and edited with an introduction and glossary]'', a cura di H. Oskar Sommer, Londra, David Nutt, 1889. *Thomas Malory, ''Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri'', due volumi, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Milano, Oscar Classici Mondadori, 1985. ISBN 88-04-41154-6 ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{DEFAULTSORT:Malory, Thomas}} [[Categoria:Scrittori britannici]] tvycou9lfy880yv56nvpzpq9plum5fq 1420665 1420663 2026-07-16T20:54:20Z Skekzilla 17056 /* Libro III */ 1420665 wikitext text/x-wiki Sir '''Thomas Malory''', o '''Maillorie''', '''Mallory''', '''Maleore''' (1409 – 1471), scrittore inglese. ==''La morte di Artù''== ===Incipit=== [[File:Morte Darthur incipit (cropped).jpg|thumb|Incipit dell'edizione del 1485 stampata da [[William Caxton]]]] ====Originale==== Hit befel in the dayes of Uther pendragon when he was kynge of all Englond | and so regned that there was a myȝty duke in Cornewaill that helde warre ageynst hym long tyme | And the duke was called the duke of Tyntagil | and so by meanes kynge Uther send for this duk | chargyng hym to brynge his wyf with hym | for she was called a fair lady | and a passynge wyfe | and her name was called Igrayne | So whan the duke and his wyf were comyn unto the kynge by the meanes of grete lordes they were accorded bothe | the kynge lyked and loved this lady wel | and he made them grete chere out of mesure | and desyred to have lyen by her | But she was a passyng good woman | and wold not assente unto the kynge | And thenne she told the duke her husband and said I suppose that we were sente for that I shold be dishonoured Wherfor husband I counceille yow that we departe from hens sodenly that we maye ryde all nyghte unto oure owne castell<br>{{NDR|Thomas Malory, ''[https://archive.org/details/lemortedarthuror00malouoft/page/34/mode/2up Le Morte d'Arthur. The original edition of William Caxton now reprinted and edited with an introduction and glossary]'', a cura di H. Oskar Sommer, Londra, David Nutt, 1889}} ====Traduzione==== Al tempo in cui [[Uther Pendragon]] governava su tutta l'Inghilterra, vi era in Cornovaglia un potente duca, signore di Tintagel, che gli faceva guerra da molti anni. Attraverso degli emissari, un giorno il re lo convocò ordinandogli di portare con sé anche la moglie, che aveva nome [[Igraine]] e fama di essere molto assennata. Quando il duca arrivò alla presenza del sovrano, per intercessione dei più nobili baroni si riconciliò con lui, ma il re si innamorò di sua moglie, la festeggiò oltre misura e desiderò di giacere con lei. Igraine, che era una donna onesta e leale, non solo non vi consentì, ma anzi disse al marito:<br>«Credo che siamo stati chiamati qui perché io vi perdessi il mio onore. Vi consiglio quindi di andare via senza indugio e di raggiungere questa notte stessa il nostro castello.»<br>{{NDR|Thomas Malory, ''Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri'', volume primo, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Milano, Oscar Classici Mondadori, 1985. ISBN 88-04-41154-6}} ===Citazioni=== ====Libro I==== [[File:Story of Merlin - Arthur's conception.png|thumb|Il concepimento di Artù]] *«Ecco cosa voglio, sire» disse allora Merlino. «La prima notte che trascorrerete con Igraine concepirete in lei un figlio che mi farete consegnare appena sarà venuto alla luce. Io lo alleverò dove più mi piacerà, affinché a voi derivi onore e al bambino i vantaggi che gli spettano.»<br>«Sarà fatto come volete» accondiscese il re.<br>«Ora preparatevi» aggiunse Merlino. «Questa notte stessa vi coricherete al fianco di Igraine nel castello di Tintagel, e avrete le sembianze di suo marito; Ulfius assumerà l'aspetto di ser Brastias e io quello di ser Jordans, due cavalieri del duca. Ma badate di non rivolgere domande né a lei né ai suoi uomini; dite che non vi sentite bene, affrettatevi ad andare a letto, e domani mattina non vi alzate prima del mio arrivo. Il castello non è che a dieci miglia da qui.»<br>Fu dunque fatto come era stato deciso. Ma poiché il duca aveva visto il re lasciare l'assedio di Terrabil, quella stessa notte uscì dal castello attraverso una postierla per attaccare l'esercito regale e rimase ucciso nella sortita prima ancora che il sovrano fosse arrivato a Tintagel. Così re Uther giacque con Igraine più di tre ore dopo la morte del duca e, in quella notte, concepì Artù. Allo spuntare del giorno, dopo che Merlino fu arrivato per dirgli di prepararsi, egli baciò la dama e partì in gran fretta. E quando Igraine sentì dire che, secondo tutte le testimonianze, il marito era morto prima dell'arrivo di Uther, si chiese con grande stupore chi potesse essere l'uomo che si era coricato con lei nelle sembianze del suo signore e ne pianse segretamente senza farne parola ad alcuno. (p. 7) *Non passò molto, quindi, che un mattino Uther e Igraine si sposarono tra la gioia e il tripudio generale, e, per volere del re, nella stessa occasione re Lot di Lothian e di Orkney sposò Morgawse, che sarebbe stata la madre di [[Gawain|Galvano]], e re Nentres della terra di Garlot sposò Elaine. La terza sorella, [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana la Fata]], fu invece messa a studiare in un convento dove divenne molto dotta in negromanzia. In seguito sarebbe stata maritata a re [[Urien|Uriens]] della terra di Gore, padre di [[Ywain|ser Ivano il Biancamano]]. (p. 8) *E quando i mattutini e la prima messa ebbero termine, nel camposanto dietro l'altare maggiore fu vista una grande roccia quadrangolare simile a un blocco di marmo, che sorreggeva nel mezzo una sorta di incudine d'acciaio alta un piede in cui era infitta una bella spada. Intorno all'arma una scritta in lettere d'oro diceva:<br><div class="center">{{maiuscoletto|Colui che estrarrà questa spada dalla roccia e dall'incudine è il legittimo re di tutta l'inghilterra.}} (p. 10) [[File:An island story; a child's history of England (1906) (14801002423).jpg|thumb|Artù estrae la spada dalla roccia]] *Il giorno di Capodanno, terminata la messa, i baroni cavalcarono al campo, alcuni per giostrare, altri per torneare. Tra di essi vi era anche ser Ector accompagnato dal figlio ser Kay e dal giovane [[Re Artù|Artù]], fratello di latte di quest'ultimo. Ser Kay, che era stato fatto cavaliere nel giorno di Ognissanti, accortosi quando era già in cammino di avere dimenticato la spada nell'alloggio del padre, pregò Artù di andargliela a prendere.<br>«Volentieri» rispose il giovane allontanandosi in fretta. Giunto a casa, scoprì però che la dama e tutti gli altri erano usciti per assistere alle giostre. Ne fu addolorato, ma poi si disse:<br>"Andrò al camposanto a prendere la spada che è infitta nella roccia. Mio fratello non deve rimanere senza un'arma in una giornata come questa."<br>Si diresse quindi verso il camposanto; scese di sella, legò il cavallo a un montante e si avvicinò alla tenda che nascondeva la roccia. Non trovandovi i cavalieri che vi erano stati lasciati di guardia e che infatti erano andati alle giostre, afferrò l'impugnatura della spada e la estrasse con un strappo deciso, ma senza sforzo. Poi riprese il cavallo e raggiunse ser Kay per consegnargliela. Appena il fratello la vide, la riconobbe subito. Allora si avvicinò al padre egli disse:<br>«Signore, ecco la spada della roccia. Dunque devo essere io il re di questa terra.»<br>Ser Ector osservò l'arma; quindi tornò indietro con i due giovani, smontò da cavallo, entrò nella chiesa e ordinò a ser Kay di ripetergli con precisione come l'avesse presa faccendolo giurare sul Libro Sacro.<br>«Me l'ha portata mio fratello Artù, signore» disse allora ser Kay.<br>«E tu, come l'hai avuta?» chiese ser Ector ad Artù.<br>«Ecco, signore, quando sono tornato a casa a prendere la spada di ser Kay, non ho trovato nessuno che me la potesse dare; allora, pensando che mio fratello non dovesse rimanere disarmato, sono venuto qui e ho estratto l'arma dalla roccia senza alcuna fatica.» (pp. 11-12) *Ser Ector e ser Kay si inginocchiarono a terra.<br>«Ahimè, perché vi inginocchiate davanti a me, voi che siete mio padre e mio fratello?» chiese loro Artù.<br>«No, mio signore, non è così. Io non sono vostro padre e non sono nemmeno del vostro stesso sangue. Vedo che discendete da un lignaggio ben più nobile di quanto credessi.»<br>Egli gli raccontò come gli fosse stato affidato, perché lo allevasse, dallo stesso Merlino. Nel sentire che ser Ector non era suo padre, il giovane provò un profondo dolore, ma il cavaliere continuò:<br>«Quando sarete re, vorrete essere il mio buono e grazioso signore?»<br>«In caso contrario sarei da biasimare» fu la risposta di Artù. «Siete l'uomo a cui devo di più insieme alla mia buona signora e madre, vostra moglie, che mi ha nutrito e allevato come figlio suo. Se Dio vorrà ch'io sia re come voi dite, potrete chiedermi tutto quello che sarà in mio potere di concedervi, e io non vi mancherò!» (pp. 12-13) *«Per quale motivo quel ragazzo è divenuto vostro re?»<br>«Signori, è figlio legittimo di Uther Pendragon e di Igraine, moglie del duca di Tintagel» rispose loro Merlino.<br>«Allora è bastardo!» esclamarono tutti.<br>«No; Artù fu concepito più di tre ore dopo la morte del duca, e tredici giorni più tardi re Uther sposò Igraine. È quindi provato che non è bastardo, e chi lo afferma sappia che Artù sarà re e avrà ragione di tutti i suoi nemici, e che, prima di morire, avrà regnato a lungo su tutta l'Inghilterra e avrà condotto sotto il proprio comando Galles, l'Irlanda, la Scozia e molti altri regni.» (p. 15) *Dovremmo forse accettare che un interprete di [[Sogno|sogni]] ci esorti alla viltà? ([[Lot (ciclo arturiano)|Lot]], p. 16) *Ecco allora giungere in campo [[Ban di Benoic|re Ban]], fiero come un leone e con le insegne a bande verdi in campo d'oro.<br>«Ahimè, ora temo davvero che saremo sconfitti!» esclamò re Lot vedendolo. «Quello è il cavaliere più valoroso del mondo e anche l'uomo più rinnomato. Moriremo o saremo costretti a ritirarci, ma se dovremo farlo sarà bene che impieghiamo valore e saggezza, perché altrimenti perderemo ugualmente la vita!» (p. 26) *[...] è preferibile uccidere un vile piuttosto che, a causa di un codardo, perdere tutti la vita. ([[Lot (ciclo arturiano)|Lot]], p. 28) *{{NDR|Su [[Glatisant la Bestia]]}} A un tratto gli parve di sentire il latrare di una trentina di cani e vide dirigersi verso di lui, e avvicinarsi alla fonte, la bestia più singolare che si possa immaginare. Dal suo ventre proveniva il rumore simile al latrato di trenta coppie di cani, ma quando l'animale si mise a bere, il frastuono cessò d'improvviso per riprendere solo quando esso si allontanò. (p. 33) *«Siete un uomo straordinario!» esclamò allora Artù.<br>«Però mi stupisce molto sentirvi dire che morirò in battaglia.»<br>«Non ve ne meravigliate, è la volontà di Dio che il vostro corpo sia punito per le vostre azioni impure. Io invece dovrei essere triste, perché morirò di una morte vergognosa, sotterrato ancora vivo. Almeno la vostra sarà una fine onorevole.» ([[Re Artù]] e [[Mago Merlino]], p. 34) *Merlino è a conoscenza, come del resto voi, ser Ulfius, di come re Uther venne da me nel castello di Tintagel con le sembianze di mio marito che era morto tre ore prima, e di come quella stessa notte mi fece concepire un figlio. Tredici giorni dopo egli mi sposò, e allorché il bambino nacque ordinò che fosse affidato a Merlino e allevato da lui. Da allora io non lo vidi mai più; né seppi quale nome gli era stato dato. ([[Igraine]], p. 35) *«Ora siete in mio potere, e sono libero di decidere se uccidervi o risparmiarvi la vita. Ma se non vi darete per vinto sarò costretto a mettervi a morte» gli disse lo sconosciuto.<br>«Quando vorrà venire, la morte sia la benvenuta! Del resto, preferisco morire che disonorarmi arrendendomi a te» esclamò Artù balzandogli addosso. ([[Pellinore]] e [[Re Artù]], p. 39) *«Ahimè, Merlino, lo avete ucciso!» gli disse Artù. «Era il cavaliere più nobile del mondo, ed io preferirei essere privato delle mie terre piuttosto che saperlo morto.»<br>«Non ve ne date pensiero, è più sano di voi» gli rispose Merlino. «È solo addormentato, ma si risveglierà fra tre ore. Vi avevo detto che era un cavaliere forte e coraggioso, e vi avrebbe ucciso se io non fossi intervenuto. Ma da ora in poi egli vi renderà ottimi servigi; il suo nome è [[Pellinore|Pellinor]], e un giorno avrà due figli di valore impareggiabile che si chiameranno [[Parsifal|Percival]] e [[Lamorak|Lamorak il Gallese]]. E sarà ancora Pellinor a rivelarvi il nome del figlio che avete concepito in vostra sorella e che sarà la rovina del regno.» (p. 40) [[File:Boys King Arthur - N. C. Wyeth - p16.jpg|thumb|Artù riceve Excalibur]] *Proseguirono il cammino finché si trovarono sulla riva di un lago vasto e ameno, dal quale videro emergere un braccio rivestito di sciamito bianco: esso terminava in una mano che stringeva una magnifica spada.<br>«È quella l'arma di cui vi parlavo» disse Merlino ad Artù. E poiché in quel momento una donna passava sul lago, il re chiese chi fosse.<br>«È la [[Dama del Lago]]; sul fondo di questo specchio d'acqua si trova una caverna che ha l'interno decorato con tale ricchezza da renderlo la residenza più piacevole del mondo» gli spiegò Merlino. «Ora la dama si avvicinerà; allora voi dovrete pregarla cortesemente di darvi la spada.»<br>Infatti la dama si diresse verso Artù e lo salutò, e il re, dopo aver ricambiato il saluto, le chiese:<br>«Di chi è la spada che quel braccio tiene alta sull'acqua? Io sono senza armi, e vorrei che fosse mia.»<br>«Essa mi appartiene» gli rispose la dama «ma se mi concederete un dono allorquando ve lo chiederò, sarà vostra.»<br>«Ve lo accorderò, sulla mia parola» le promise Artù.<br>«Allora montate sulla barchetta che vedete laggiù, raggiungete a remi la spada e prendetela insieme al suo fodero. Io reclamerò il mio dono quando lo riterrò opportuno».<br>Artù e Merlino smontarono di sella e legarono i cavalli a due alberi. Poi salirono sulla piccola imbarcazione e, quando ebbero raggiunto la mano e la spada, il re ne afferrò l'impugnatura e la trattenne, mentre mano e braccio scomparivano sott'acqua. (pp. 40-41) *«Vi piace più l'arma o il fodero?» gli chiese Merlino.<br>«Preferisco la spada.»<br>«Non siete molto saggio, perché il fodero vale dieci volte di più! Finché lo avrete al fianco, esso impedirà alle vostre ferite di sanguinare, per quanto gravi possano essere. Quindi badate a non abbandonarlo mai.» (p. 41) *Poi re Artù fece cercare, sotto pena di morte, tutti i bambini che erano nati il primo di maggio concepiti da baroni e da dame, perché Merlino gli aveva detto che proprio in quella data aveva visto la luce di colui che lo avrebbe ucciso. Tra i numerosi figli di signori scovati e mandati a corte, si trovava anche [[Mordred]], il figlio della moglie di re Lot.<br>I fanciulli vennero messi su una nave che fu lasciata alla deriva sul mare, ma il caso volle che essa naufragasse ai piedi di un castello e che tutti i bambini morissero salvo proprio Mordred che ne era stato scagliato fuori e che fu ritrovato da un buon uomo che lo allevò. Quando poi il fanciullo ebbe compiuto i quattordici anni, fu mandato a corte, come narreremo verso la fine del libro della Morte di Artù. Ora diremo che i baroni del regno furono molto addolorati per la morte dei loro figli e ne incolparono più Merlino che Artù, ma poi rimasero in pace sia per timore sia per lealtà nei confronti del sovrano. (p. 43) ====Libro II==== [[File:The Death of Balin and Balan.png|thumb|La morte di Balin e Balan]] *«Ah, bella damigella, dignità, virtù e valore non sono riposti solo nell'[[abbigliamento]]!» esclamò [[Sir Balin|Balin]]. «La virilità e l'onore sono celati nella persona, e vi sono molti insigni cavalieri ignoti a tutti, a riprova che il pregio e l'ardimento non hanno alcun rapporto con le vesti che indossano.» (p. 46) *Non pochi pensano di fare scorno a un [[avversario]], e poi scoprono che il loro intento si è ritorto a loro danno. ([[Sir Balin]], p. 50) *Le bandiere furono dispiegate e i combattenti si scontrarono e spezzarono le lance. Ma i cavalieri di [[Re Artù|Artù]], con l'aiuto del Cavaliere dalle Due Spade e del fratello Balan, ebbero presto la meglio. Infatti, per quanto [[Lot (ciclo arturiano)|Lot]] compisse magnifiche prodezze tenendosi sempre in prima fila, sostenendo le proprie genti e affrontando i nemici, tuttavia non poté resistere a lungo, e fu un vero peccato che un cavaliere tanto valoroso, che era appartenuto alla corte di Artù, dovesse essere sopraffatto. Ma era il marito della sorella del re e ne era divenuto nemico, dacché Artù si era coricato con sua moglie concependo in lei [[Mordred]].<br>Ora accadde che nella mischia [[Pellinore|Pellinor]], il valoroso cavaliere che veniva chiamato il Cavaliere della Bestia Latrante, assestasse un colpo possente a Lot: fallito il bersaglio, la spada si abbatté invece sul collo del destriero facendolo cadere in terra insieme al re; allora Pellinor vibrò un altro fendente che spaccò a Lot l'elmo e il capo fino alla fronte. Morto il sovrano, l'esercito di Orkney si dette alla fuga perdendo molti altri uomini.<br>Più tardi Pellinor avrebbe pagato per il proprio gesto, perché [[Gawain|ser Galvano]], dieci anni dopo essere stato fatto cavaliere, lo avrebbe ucciso con le sue stesse mani per vendicare la morte del padre. (pp. 56-57) *Badate, sire, di conservare con cura il fodero di Excalibur e ricordate che finché l'avrete con voi le vostre ferite, per quanto gravi, non sanguineranno. ([[Mago Merlino]], p. 57) *Rimasto disarmato, {{NDR|[[Sir Balin]]}} si precipitò allora alla ricerca di un'altra arma entrando prima in una stanza poi un'altra e in un'altra ancora, senza riuscire a trovare nulla e sempre incalzato dappresso da [[Re Pescatore|re Pellam]]. Infine varcò la porta di una camera meravigliosamente decorata e vide che vi si trovava un uomo disteso su un letto coperto dai più splendidi drappi d'oro che si possano immaginare. Vicino al letto, su un tavolo d'oro puro sorretto da quattro zampe d'argento, era posata una lancia di singolare fattura. Balin la afferrò, si volse a fronteggiare Pellam e lo colpì con forza, facendolo cadere in terra privo di sensi. Allora il tetto e le mura del castello crollarono e anche Balin fu gettato al suolo, dove rimase senza potersi muovere. [...] Da allora re Pellam rimase infermo per molti anni, e guarì solo quando fu curato da [[Galahad]], il nobile principe, nel corso della ricerca del [[Graal|Sangrail]] – il bacile che conteneva il sangue di Nostro Signore Gesù Cristo portato in Inghilterra da Giuseppe d'Arimatea, cui un tempo era appartenuto anche lo splendido letto. La [[Lancia di Longino|lancia]] che aveva inferto il [[Colpo Doloroso]] era la stessa con cui Longino aveva ferito Nostro Signore al cuore, e poiché re Pellam era affine alla stirpe di Giuseppe e l'uomo più degno di quei tempi, la sua infermità provocò dolore, lutti e pene. (pp. 61-62) *«Fratello, mi hai ucciso e io ho ucciso te. Il mondo intero parlerà di noi» disse poi Balin quando si fu ripreso.<br>«Perché mai non ti ho riconosciuto!» si lamentò Balan. «Avevo notato le due spade, ma dato che portavi uno scudo non tuo ti avevo creduto un altro.»<br>«È colpa di uno sciagurato cavaliere che facendomelo cambiare ci ha dato la morte. Se potessi sopravvivere distruggerei il castello per i malvagi costumi che alberga.»<br>«E sarebbe ben fatto!» approvò Balan. «Da quando vi arrivai non ebbi più la possibilità di ripartirne perché uccisi il cavaliere che era a guardia dell'isola. Lo stesso accadrà anche a te, fratello. Avresti dovuto uccidermi, come del resto hai fatto, ma poi metterti in salvo con la fuga.»<br>In quel mentre sopraggiungeva la signora del castello con quattro cavalieri, sei dame e sei servitori, e sentì le pietose parole che si scambiavano i fratelli.<br>«Uscimmo entrambi da un medesimo sacello, il ventre di nostra madre, e giaceremo insieme in una stessa fossa» dicevano. (p. 66) *Il mattino successivo comparve Merlino e fece incidere in lettere d'oro sulla tomba dei fratelli una scritta che diceva:<br><div class="center">{{maiuscoletto|Qui giace Balin il Selvaggio, che era il cavaliere dalle due spade che inferse il Colpo Doloroso.}}</div><br>Poi, presa la spada di Balin e sostituitone il pomo con un altro, ordinò a un cavaliere di brandirla, ma quello non vi riuscì nonostante i ripetuti sforzi. Allora Merlino scoppiò a ridere.<br>«Perché ridete?» gli chiese il cavaliere.<br>«Solo i campioni migliori del mondo potranno maneggiare questa spada, cioè [[Lancillotto]] e suo figlio Galahad. E con quest'arma Lancilotto ucciderà ser Galvano, il nipote di re Artù» gli rispose Merlino, che fece incidere la profezia sul pomo della spada.<br>Poi operò perché un ponte di ferro e di acciaio collegasse l'isola con la terraferma, e lo fece largo solo mezzo piede perché soltanto l'uomo più eccellente e mondo da malizia e villania potesse avere l'ardire di attraversarlo. Inoltre lasciò sull'isola il fodero della spada di Balin perché Galahad potesse trovarlo, e fece sì che per magia la spada restasse infissa in un blocco di marmo grande come la mola di un mulino, che galleggiò per molti anni nella corrente di un fiume fin sotto le mura di Camelot. Un giorno di Pentecoste Galahad, il nobile principe, che aveva già trovato il fodero, avrebbe estratto la spada così come è narrato nel libro del Sangrail. (p. 67) ====Libro III==== *Un giorno poi il re, che nel corso di quegli anni si era quasi sempre fatto guidare dai consigli di [[Mago Merlino|Merlino]], gli disse:<br>«I baroni non mi daranno pace finché non prenderò moglie, ma lo farò solo dietro vostro avviso.»<br>«È bene che vi scegliate una sposa, perché un uomo del vostro rango e della vostra nobiltà non dovrebbe rimanere senza» convenne Merlino. «Vi è una dama che amate più di ogni altra?»<br>«Sì, [[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], la figlia di [[Leodegrance|re Leodegrance]] della terra di Camelerd: è la fanciulla più bella e più onorata che conosca e inoltre il padre possiede la [[Tavola Rotonda]] che, a quanto mi diceste, ricevette da mio padre [[Uther Pendragon|Uther]].»<br>«Sire, Ginevra è senz'altro una delle più belle fanciulle del mondo» gli disse allora Merlino «ma se voi non l'amaste tanto e il vostro cuore fosse libero, potrei trovarvi un'altra damigella avvenente e dotata di ogni virtù che potrebbe amarvi e piacesse a voi. Tuttavia, so che quando il cuore di un uomo ha operato la sua scelta, è riluttante a volgersi altrove.»<br>«È vero» gli confermò il re. (p. 68) *Che un re tanto illustre per nobiltà e valore voglia prendere in moglie Ginevra è la notizia più bella che abbia mai ricevuto [...]. Gli offrirei volentieri anche le mie terre se pensassi di poterlo compiacere, ma ne ha già tante e sono certo che non ne ha bisogno. Gli farò quindi un dono che gradirà molto di più, perché gli consegnerò la Tavola Rotonda che mi fu data da Uther Pendragon. Essa può ospitare un massimo di centocinquanta cavalieri; cento li ho io stesso, ma gli altri mi sono stati uccisi. ([[Leodegrance]], p. 69) *«Come ti chiami?» chiese allora il re al giovane.<br>«Il mio nome è [[Sir Tor|Tor]], sire.»<br>Artù lo osservò con attenzione, e vide che aveva un viso molto bello ed era ben conformato per la sua età.<br>«Bene» disse quindi ad Aries «portami qui gli altri tuoi figli: voglio vederli.»<br>I figli di Aries assomigliavano tutti al padre, mentre Tor non aveva nulla in comune con i fratelli nell'aspetto e nell'espressione del viso, e appariva molto superiore a ciascuno degli altri.<br>«Dov'è la spada con la quale vuole essere fatto cavaliere?» domandò quindi il re al vaccaro.<br>«Eccola» gli rispose Tor.<br>«Allora sguainala e avanza la tua richiesta» gli ordinò il re.<br>Tor smontò di sella, snudò l'arma e si inginocchiò pregandolo di farlo cavaliere e compagno della Tavola Rotonda.<br>«E cavaliere io ti faccio» dichiarò Artù battendogli la spada sul collo. «Dio voglia fare di te un campione, e se ti mostrerai valoroso e degno apparterrai anche alla Tavola Rotonda. Ora, Merlino aggiunse poi dimmi se Tor sarà valoroso.»<br>«Si, sire, così dovrebbe, perché discende da un insigne lignaggio ed è di sangue regale.»<br>«Com'è possibile?» gli domandò il re.<br>«Ecco, sire, questo pover'uomo, Aries il Vaccaro, non è suo padre e non ha alcuna parentela con lui. Suo padre è [[Pellinore|re Pellinor]].»<br>«Non ci credo» intervenne Aries.<br>«Conduci qui tua moglie, ed ella non lo negherà» gli ordinò quindi Merlino.<br>Subito fu fatta venire la donna, ed era una bella massaia che si espresse con dignità; riferì al re e a Merlino che quando era fanciulla e andava a mungere le vacche, un giorno aveva incontrato un austero cavaliere che le aveva tolto quasi a forza la verginità, facendole concepire Tor.<br>«Ah, non lo immaginavo!» esclamò il vaccaro. «Ma posso crederlo perché Tor non mi ha mai somigliato.»<br>«Non disonorate mia madre!» gridò però il giovane.<br>«Messere» gli rispose Merlino «questa rivelazione torna più a vostro onore che a vostro danno, perché il vostro vero padre è un re e un ottimo cavaliere e potrà nobilitare voi e vostra madre. Del resto, foste concepito prima che ella si maritasse.»<br>«È vero» confermò la donna.<br>«Questo allora allevia il mio dolore» osservò il vaccaro. (pp. 71-72) *«Ma perché vi sono due seggi vuoti alla Tavola Rotonda?» chiese poi Artù a Merlino.<br>«Sire, sono destinati a uomini degni del più alto onore, e sul [[Seggio Periglioso]] siederà solo un cavaliere senza pari. Chiunque altro sarà tanto ardito da tentare di prendervi posto, sarà annientato.» (p. 72) *Allora [[Gawain|ser Galvano]] fu preso dall'invidia.<br>«Sono molto addolorato che a Pellinor sia stato concesso un alto onore, perché è lui che ha ucciso nostro padre [[Lot (ciclo arturiano)|re Lot]]» disse al fratello [[Gaheris]]. «Lo ucciderò a mia volta con una spada che ho fatto affilare con cura.»<br>«Non ora» gli suggerì Gaheris. «Sono ancora scudiero e potrò vendicarmi anch'io solo dopo che avrò avuto l'investitura. Perciò pazientiamo fino a quando potremo sorprenderlo fuori della corte; se lo facessimo adesso, turberemmo questa nobile festa.» (p. 72) *Devi concedere [[misericordia]] a coloro che t'implorano, perché un [[cavaliere]] spietato è un cavaliere senza onore. ([[Gaheris]], p. 76) *Così, portate a termine le tre ricerche affidate a ser Galvano, a ser Tor e a re Pellinor, re Artù confermò la nomina di tutti i cavalieri, assegnò terre a quelli che non avevano e impose loro di non commettere mai oltraggi o omicidi, di rifuggire sempre dal tradimento, di non comportarsi mai con efferatezza, ma di concedere grazia a chi la implorasse, sotto sanzione di perdere per sempre l'onore e la sua protezione. Inoltre il re ingiunse loro, pena di morte, di soccorrere sempre le dame, le damigelle e le gentildonne e di non ingaggiare combattimenti in contese ingiuste per amore o per beni mondani. Tutti i [[cavalieri della Tavola Rotonda]] giurarono in tal senso, i giovani come i vecchi, e ogni anno rinnovavano il giuramento in occasione della festa solenne della Pentecoste. (p. 87) ====Libro IV==== [[File:The Beguiling of Merlin by Edward Burne-Jones.jpg|thumb|Merlino e la Dama del Lago]] *Non passò molto che la [[Dama del Lago|Damigella del Lago]] partì e Merlino la seguì tentando più volte di farla sua con le proprie arti sottili, ma poi Nimue gli fece giurare di non fare mai più uso con lei dei suoi incantesimi, perché altrimenti non l'avrebbe mai avuta. [...] Poi Merlino e la damigella ripartirono per la Cornovaglia, e nel corso del viaggio egli le insegnò molti altri prodigi. Ma poiché le stava sempre intorno per cogliere la sua verginità, Nimue lo prese a noia e pensò di liberarsene; tuttavia non sapeva come fare anche perché ne aveva paura, dato che Merlino era figlio di un diavolo.<br>Ora, avvenne che un giorno Merlino le facesse vedere una caverna meravigliosa che si sprofondava sotto una grande pietra che la damigella, mettendo in opera le arti che aveva apprese, lo inducesse ad entrarvi per mostrarle i prodigi che essa nascondeva. Poi fece in modo che egli non ne uscisse mai più di quante arti magiche mettesse in opera, e si allontanò lasciandolo prigioniero. (pp. 88-89) *Ahimè, da quando sono stato incoronato non ho avuto un solo mese di riposo! ([[Re Artù]], p. 90) *{{NDR|Su [[Sir Tor]]}} Parla poco e agisce molto di più, e non conosco nessuno qui a corte che sia di nascita più nobile, o che gli sia pari in valore e in possanza. ([[Re Artù]], p. 94) *[...] poiché [[Baudemago|ser Bagdemagus]] si era adirato perché a ser Tor era stata data la precedenza, si allontanò all'istante dalla corte e, in compagnia del suo scudiero, si inoltrò in una foresta. Dopo molte avventure gli capitò di arrivare davanti alla caverna in cui la Damigella del Lago aveva imprigionato Merlino. Udendolo lamentarsi pietosamente, il cavaliere decise di cercare di aiutarlo e si sforzò di sollevare la pietra che chiudeva l'antro, ma essa era tanto pesante che non vi sarebbero riusciti nemmeno cento uomini.<br>Intanto Merlino, che si era accorto della sua presenza, gli diceva di desistere perché si affaticava invano: egli non avrebbe potuto essere soccorso se non da colei che lo aveva rinchiuso. Allora Bagdemagus si allontanò e, attraverso molte altre avventure che incontrò per via, si dimostrò un eccellente cavaliere, così che quando tornò a corte fu eletto compagno della [[Tavola Rotonda]]. (p. 94) *[...] mi sono impegnato a battermi ad oltranza e preferisco morire con onore piuttosto che vivere nella vergogna. Se mi fosse possibile perdere la vita cento volte, piuttosto che arrendermi a voi sceglierei lo stesso di morire. Sono senza armi, ma non senza onore, e del resto se ucciderete un uomo inerme, il disonore ricadrà su di voi. ([[Re Artù]], p. 101) *{{NDR|Sulla [[Fata Morgana (mitologia)|Fata Morgana]]}} Mi vendicherò su di lei con tale durezza che tutto il mondo cristiano ne dovrà parlare, perché Dio sa che l'ho onorata e venerata più di ogni altra del mio sangue e che avevo più fiducia in lei che in mia moglie e negli altri miei parenti. ([[Re Artù]], p. 103) *La gente dice che Merlino è figlio di un diavolo, ma io posso affermare di essere stato concepito da un demone sulla terra! ([[Ywain]], p. 105) *Dopo aver trascorso la notte nel monastero e ascoltata la messa, Galvano e Ivano ripresero il cammino. Si addentrarono in un grande bosco e poi sbucarono in una valleta dove videro dodici belle damigelle e due cavalieri armati e montati su grandi cavalli vicino a una piccola torre. Le damigelle correvano avanti e indietro da un albero al quale era appeso uno scudo bianco e, ogni volta che vi passavano accanto, vi sputavano sopra e alcune vi gettavano anche del fango.<br>I due giovani si avvicinarono, salutarono le damigelle e chiesero loro perché spregiassero lo scudo in quel modo.<br>«Ecco, signori, esso appartiene a un cavaliere del paese che è un ottimo combattente, ma ha in odio tutte le dame e le gentildonne. Per questo stiamo recando offesa al suo scudo.»<br>«Non è certo degno di un cavaliere disprezzare le dame» osservò ser Galvano «ma può anche darsi che ne abbia un buon motivo e che, se è vero quanto dite, in qualche altro luogo vi siano donne che egli ama e da cui è ricambiato. Come si chiama?»<br>«[[Morholt|Moroldo]], signore, del sangue del re d'Irlanda.»<br>«Lo conosco» intervenne ser Ivano. «È un cavaliere molto valoroso: una volta lo vidi misurarsi in una giostra con vari avversari e nessuno fu in grado di tenergli testa».<br>«Allora penso che siate voi da biasimare, damigelle!» esclamò ser Galvano. «Suppongo che se ha appeso lo scudo all'albero non si trovi lontano, e quei cavalieri laggiù potrebbero sfidarlo. Sarebbe più onorevole di quello che state facendo voi. Comunque, non intendo permettere che lo scudo di un cavaliere venga disonorato!» (pp. 110-111) *[...] non è cavalleresco che uno resti in arcioni mentre l'altro è a piedi. ([[Morholt]], p. 112) *Si slanciarono gagliardamente l'uno contro l'altro e si assestarono dei fendenti che fecero volare in pezzi gli scudi e ammaccare gli elmi e i giachi, così che ben presto furono entrambi gravemente feriti. Ma erano le nove del mattino, e Moroldo si accorse con stupore che ser Galvano diveniva di momento in momento più forte finché, all'ora di mezzogiorno, la sua forza si trovò triplicata. Quando però il mezzogiorno fu trascorso e cominciò a calare la sera, le forze di ser Galvano presero a scemare ed egli si sentì sempre più debole e cominciò a sospettare che non avrebbe potuto resistere. Sarebbe quindi stato il momento giusto perché ser Moroldo potesse dimostrare tutta la propria possanza; invece quest'ultimo disse:<br>«Ho constatato che siete un ottimo cavaliere e un uomo dotato di una forza prodigiosa, signore, ma finché dura. Del resto, la nostra non è una disputa grave e sarebbe un peccato se dovessi ferirvi, ora che vi vedo indebolito.» (p. 112) *«Signor cavaliere» gli disse a un certo punto ser Galvano «sono stupito che un uomo del vostro valore non ami le dame e le damigelle.»<br>«Coloro che mi attribuiscono questa nomea sono in torto, e so bene che si tratta delle damigelle della torre e di altre come loro» replicò ser Moroldo. «Ora vi dirò perché le detesto: esse sono maghe e incantatrici, e per quanto un cavaliere possa essere di forte costituzione e di indole valorosa, ne fanno un gran vigliacco per trarne vantaggio. Questo è il motivo principale per cui le aborro; sono invece pronto a servire da cavaliere tutte le buone dame e gentildonne.» (p. 113) *Una dama tanto superba da non avere misericordia di un valoroso [[cavaliere]] non ha diritto alla felicità! ([[Dama del Lago]], p. 121) *Ser Moroldo era ben conosciuto a corte, perché vi si trovano dei cavalieri che si erano misurati con lui in precedenza e che riferirono che egli aveva la fama di essere uno dei migliori cavalieri del mondo. (p. 128) ====Libro V==== *In pace da lungo tempo, [[re Artù]] aveva indetto una festa sfarzosa. La Tavola Rotonda era al completo di tutti i suoi alleati sovrani, principi e nobili cavalieri quando, mentre egli sedeva sul trono, entrarono nella sala dodici vecchi che recavano rami d'ulivo nelle mani a significare di essere venuti come ambasciatori e messaggeri dell'imperatore Lucio, a quel tempo chiamato Dittatore o Procuratore del Bene Pubblico di Roma. Giunti alla presenza del re, essi gli resero omaggio con un inchino e gli parlarono nel seguente modo:<br>«Il nobile e potente imperatore Lucio saluta il re di Britannia. Vi ordina di riconoscerlo come vostro signore e di inviargli il tributo che questo regno deve all'impero e che, come risulta dai documenti, già pagavano vostro padre e i vostri predecessori. Se agirete da ribelle e non lo riconoscerete come vostro sovrano, deterrete e tratterrete le vostre terre in contrasto con gli statuti e i decreti stabiliti dal nobile e illustre Giulio Cesare, conquistatore di questo paese e primo imperatore di Roma. Sappiate anche se vi opporrete alle sue richieste e ai suoi ordini, Lucio condurrà una guerra implacabile contro la vostra persona, i vostri regni e le vostre terre, e punirà voi e i vostri sudditi come esempio perpetuo per tutti i sovrani e i principi che rifiutano il tributo al nobile impero che domina sull'intero mondo.» (p. 131) *[...] io non pagherò mai il tributo a Roma! A quanto so Belino e Brenio, sovrani di Britannia, hanno tenuto a lungo l'impero nelle proprie mani, come anche Costantino figlio di Elena: vi è quindi la prova palese che non dobbiamo alcun tributo e che anzi, essendo noi i loro discendenti, abbiamo il diritto di reclamare il titolo all'impero. ([[Re Artù]], p. 132) *Artù presiedeva la Tavola Rotonda e appariva l'uomo più gagliardo che esista, capace di conquistare l'intera terra, che è ben poco per lui. (p. 134) *Mentre il re era assopito nella propria cabina ebbe un sogno meraviglioso: gli parve che un [[drago]] terrificante, giunto in volo dalla parte d'Occidente, affogasse molta della sua gente. Esso aveva la testa smaltata d'azzurro e le spalle che brillavano come oro, il ventre simile a maglie di straordinari colori, la coda coperta di scaglie, le zampe di splendido zibellino e gli artigli come oro fino. Dalla bocca gli scaturiva un'orrenda fiamma che faceva apparire di fuoco la terra e il mare. Poi, in una nuvola, giungeva dall'Oriente un feroce cinghiale nero dagli artigli grandi come pilastri. Coperta da pelame irsuto, era la bestia più ripugnante che si fosse mai vista, e ruggiva e muggiva in modo incredibilmente orribile. Il drago allora si sollevava nell'aria come un falco e assaliva con violenza il cinghiale che rispondeva ferendolo al petto con le zanne grigie, e quel sangue bollente faceva rosseggiare il mare. Allora il drago volava a grandi altezze, poi si precipitava fragorosamente a colpire il cinghiale sulla sommità del dorso, lungo dieci piedi dalla testa alla coda, riducendogli in polvere le ossa e la carne, che prendevano a volteggiare per tutta l'ampiezza del mare.<br>Il re si svegliò di colpo e, sconcertato dal sogno, mandò a chiamare un saggio filosofo cui ordinò di spiegarne il significato.<br>«Sire» fu la risposta del sapiente «il drago rappresenta la vostra persona, i colori delle sue ali sono i regni che avete conquistato e le scaglie di cui è irta la coda rappresentano i nobili cavalieri della Tavola Rotonda. Il cinghiale che usciva dalle nuvole e che fu ucciso dal drago simboleggia un tiranno che tormenta il popolo, o forse anche che voi dovrete battervi di persona contro il più orrido e abominevole gigante che avrete mai visto in tutta la vita. Non avete dunque nulla da temere da questo sogno: andate avanti da conquistatore.» (pp. 135-136) *Guardate quanto sono tronfi di orgoglio e di millanteria questi Britanni! [...] Si vantano come se avessero già conquistato il mondo intero! (p. 140) ====Libro VI==== *Poco tempo dopo che [[re Artù]] era tornato in Inghilterra da Roma i [[cavalieri della Tavola Rotonda]] si riunirono a corte per dedicarsi a giostre e a tornei. Non pochi cavalieri novelli compirono onorevoli gesta d'armi e superarono i compagni dando prova di valore e di prodezza, ma tra tutti spiccò [[Lancillotto|ser Lancillotto]] del Lago che fu il migliore nei tornei, nelle giostre e nelle prove d'armi sia al primo sia all'ultimo sangue, e non si fece mai sopraffare se non per tradimento o per incantesimo.<br>Dunque ser Lancillotto si meritò una tale unanime ammirazione che il libro francese dice che era il cavaliere migliore della corte dopo il ritorno del re da Roma. Per tutti questi motivi, la regina Ginevra lo predilesse tra gli altri, e poiché anche egli la ricambiava amandola più di qualunque altra dama o damigella della sua vita, compì per lei molte prodezze d'armi. (p. 157) *[...] non posso impedire alla gente di dire quel che vuole, ma non penso affatto di prendere moglie, perché dovrei restare al suo fianco trascurando le armi, i tornei, le battaglie e le avventure. Quanto poi ad avere delle amiche, rifiuto il piacere che esse potrebbero darmi soprattutto perché sono timorato di Dio. Vedete, i [[Cavaliere|cavalieri]] che si danno all'adulterio e al libertinaggio non sono felici o fortunati in battaglia, e sono quasi sempre sopraffatti da cavalieri meno abili, oppure per caso e per malasorte uccidono uomini migliori di loro. Credo quindi che sarà sempre un infelice l'uomo che ha delle amanti, e che tutto ciò che avrà a che fare con lui sarà perseguitato dalla sorte. ([[Lancillotto]], p. 170) *Ahimè, che peccato che un cavaliere debba morire senza le armi in mano! ([[Lancillotto]], p. 181) ====Libro VII==== *[[Re Artù|Artù]] dunque si era seduto a banchetto con vari altri sovrani e con tutti i [[cavalieri della Tavola Rotonda]], salvo quelli che erano stati fatti prigioniero o uccisi in scontri d'armi, quando i tre uomini fecero il loro ingresso nella sala. Due erano cavalieri di bell'aspetto e riccamente vestiti, e sulle loro spalle si appoggiava il terzo, il giovane più bello del mondo, alto, robusto e prestante, dal viso perfetto e dalle più grandi e splendide mani che si fossero mai viste, ma che si muoveva come se non riuscisse a reggersi senza essere sostenuto. Artù ordinò che si facesse silenzio e si lasciasse spazio per il loro passaggio, e i tre uomini avanzarono fino all'alta predella senza pronunziare una parola; poi il più giovane si trasse un poco indietro e, raddrizzandosi agilmente in tutta la persona, disse:<br>«Re Artù, Dio benedica voi e tutta la vostra bella certe e, in particolare, i compagni della Tavola Rotonda. Sono venuto per pregarvi di accordarmi tre doni, e poiché le mie richieste non sono irragionevoli e non vi causeranno danni o perdite, potrete concedermeli senza tema di essere disonorato. Il primo lo chiederò subito, e gli altri due tra un anno in questo stesso giorno dovunque vi troverete a celebrare la festa solenne.»<br>«Avrai quanto desideri» dichiarò il re.<br>«Allora, sire, questa è la mia prima supplica: datemi da mangiare e da bere a sufficienza per un anno, al termine del quale avanzerò le altre due preghiere.»<br>«Bel figliolo, ti consiglio di domandare di più: quello che hai espresso è un desiderio troppo umile» gli rispose Artù. «Il mio cuore prova grande inclinazione per te perché ritengo che tu discenda da una nobile schiatta: l'opinione che mi sono fatto risulterebbe fallace se non dovessi dimostrarti di altissimo lignaggio.»<br>«Sire, sia come deve essere, ho chiesto esattamente quello che volevo» replicò il giovane.<br>«Non credo che tu non lo conosca!» esclamò il re, che poi affidò il giovane a [[Sir Kay|ser Kay il Siniscalco]], ordinando che gli desse i migliori cibi e le migliori bevande e un corredo degno del figlio di un barone.<br>«Non ci sarà bisogno di spendere tanto per lui» osservò però ser Kay. «Secondo me è nato villano e non diventerà mai un gentiluomo, altrimenti vi avrebbe chiesto un cavallo e un'armatura. I suoi desideri rispecchiano invece la sua condizione. Comunque, dato che non ha nome, lo chiamerò [[Sir Gareth|Bellamano]] e lo porterò in cucina dove potrà mangiare tutti i giorni tanto di quel brodo che tra un anno sembrerà un porcello all'ingrasso.» (pp. 187-188) *Appena i due uomini che avevano accompagnato il giovane furono ripartiti lasciandolo nelle mani di ser Kay, questi cominciò a schernirlo e a farsi beffe di lui. Ma [[Gawain|ser Galvano]] se ne adirò e [[Lancillotto|ser Lancillotto]] ordinò al siniscalco di smetterla, aggiungendo che era pronto a scommettere che si sarebbe dimostrato un cavaliere di grande valore.<br>«Non avete ragioni per ritenerlo» replicò il siniscalco. «Le sue rischieste mostrano la sua vera natura; non vuole che da bere e da mangiare e in fede mia deve essere cresciuto in un'abbazia dove, comunque andassero le cose, gli facevano sempre mancare il vitto! Per questo è venuto a cercarlo qui.» (p. 189) *Così Bellamano fu mandato in cucina, e la notte dormiva con gli altri garzoni, sopportando tutto pazientemente per dodici mesi. Ma nel frattempo era riuscito a incontrare il favore generale, degli uomini come dei ragazzi, per la sua umiltà e la sua dolcezza. E ogni volta che vedeva dei cavalieri intenti alle giostre, se poteva si fermava ad osservarli e cercava in tutti i modi di trovarsi ovunque si svolgesse qualche prova di prodezza, così che accadeva che chiunque si esercitasse nel lancio di sbarre o di pietre si trovava sempre superato da lui di almeno due iarde. (p. 189) *«In nome di Dio, ti assicuro che ho dovuto impegnarmi al massimo per non essere disonorato; perciò non dovrai temere nessun altro» disse Lancillotto a Bellamano.<br>«Credete che un giorno sarò in grado di tenere testa a qualunque provetto cavaliere?» gli chiese allora il giovane.<br>«Certamente, combatti come hai fatto oggi e io te ne sarò garante.»<br>«Adesso, quindi, vi prego di armarmi.»<br>«Però dovrai dirmi il tuo nome e il tuo lignaggio.»<br>«Ve lo dirò, signore, purché non lo riveliate ad alcuno.»<br>«Te ne do la mia parola, finché non sarà universalmente noto.»<br>«Mi chiamo Gareth e sono fratello germano di ser Galvano» gli disse infine Bellamano.<br>«Ah, signore, ne sono molto lieto! Ho pensato fin dal primo momento che doveste essere di sangue nobile e che non foste venuto a corte solo per mangiare e bere!» esclamò ser Lancillotto; dopo di che lo armò cavaliere. (pp. 192-193) *[...] non lasciatemi morire quando una parola [[Cortesia|cortese]] potrebbe salvarmi! (Sir Pertolepe, p. 199) *Un [[cavaliere]] deve tollerare qualunque cosa da parte di una [[damigella]] [...]. Per questo non ho badato alle vostre parole, per quanto ingiuriose fossero; anzi, quanto più mi offendevate e mi facevate montare in collera, tanto più sfogavo la mia ira contro gli avversari che incontravo. Così le vostre ingiurie mi hanno esortato a battermi e mi hanno indotto a cimentarmi per provarvi fino in fondo di cosa sono capace. Se ho cercato accoglienza nelle cucine di Artù, è stato solo per avventura, perché avrei potuto trovare di che sostentarmi in qualunque altro posto. Ma l'ho voluto fare per mettere alla prova i miei amici e perché un giorno si potesse sapere che sono un gentiluomo. ([[Sir Gareth]], p. 203) *{{NDR|Su [[Sir Gareth]]}} Ha sconfitto tutti e quattro i fratelli e ucciso il Cavaliere Nero [...]. Ma prima ancora aveva fatto di più: aveva disarcionato ser Kay lasciandolo a terra mezzo morto e aveva affrontato un duro scontro con ser Lancillotto concludendolo alla pari. È stato allora che ser Lancillotto lo ha armato cavaliere. (p. 206) *{{NDR|Su [[Sir Gareth]]}} Lancillotto era il cavaliere che il giovane amava di più; perciò rimase quasi sempre con lui anche perché, dopo che si fu assicurato della buona salute di ser Galvano, non volle più accompagnarsi a quell'uomo vendicativo che, quando odiava, era pronto anche a commettere omicidi. E a ser Gareth questo ripugnava. (p. 236) ====Libro VIII==== *Al tempo in cui [[Re Artù|Artù]] era re supremo d'Inghilterra, del Galles, della Scozia e di numerosi regni, v'erano altri sovrani che regnavano su molte contrade: un paio nel Galles, altrettanti in Cornovaglia e nell'Occidente, due o tre in Irlanda e un gran numero nel Settentrione, ma tutti costoro gli dovevano obbedienza ed erano suoi vassalli, al pari del re di Francia, del re di Bretagna, e di tutti gli altri baroni fino a Roma. (p. 241) [[File:Arthur Hughes cartoon the Birth of Sir Tristram.jpg|thumb|La nascita di [[Tristano]]]] *Ah, figlioletto mio [...] hai dato la morte a tua madre! Se in così giovane età sai giù uccidere, suppongo che diverrai un uomo gagliardo e, poiché morrò per averti messo al mondo, voglio che la mia ancella preghi il mio signore e Meliodas che al battesimo ti imponga il nome di [[Tristano]], a significare il dolore della tua nascita. (Elisabetta, p. 242) *{{NDR|Su [[Tristano]]}} [...] egli diede inizio alle buone regole del trattare ogni tipo di cacciagione e introdusse i termini appropriati che sono in uso ancor oggi, onde il libro della caccia col falcone, al cervo e a ogni altro animale selvatico, è chiamato il libro di ser Tristano. Mi sembra pertanto che tutti i gentiluomini di antico blasone debbano giustamente onorarlo, perché è proprio da tali termini, che resteranno in uso fino al giorno del Giudizio, che gli uomini d'onore possono distinguere un gentiluomo da un uomo libero e quest'ultimo da un villano. Colui che è [[Gentilezza|gentile]] sarà infatti attratto dalle virtù cortesi e seguirà i nobili costumi degli uomini d'onore! (p. 244) *Ora accadde che re Agwisance d'Irlanda mandasse a chiedere a [[Marco di Cornovaglia|re Marco di Cornovaglia]] il tributo che questi gli aveva corrisposto per molti inverni e che da sette anni aveva smesso di pagare. Il re e i suoi baroni ordinarono ai messaggeri di tornare dal loro signore con questa risposta:<br>«Noi non gli pagheremo alcun tributo e se vorrà esigerlo mandi in Cornovaglia un cavaliere fidato che combatta per il suo diritto, perché noi ne troveremo un altro che difenda il nostro.»<br>I messageri tornarono dunque con quella risposta che accese d'ira re Agwisance. Convocato [[Morholt|ser Moroldo]], un nobile e provato cavaliere, compagno della Tavola Rotonda e fratello della regina d'Irlanda, il sovrano gli disse:<br>«Bel fratello, ti prego di andare per amor mio in Cornovaglia a combattervi per il tributo che ci spetta. Sarai ben risarcito per tutto quello che spenderai e avrai più di quanto ti occorra.»<br>«Sire» rispose ser Moroldo «per il diritto vostro e della vostra terra non esiterò a dare battaglia al miglior cavaliere della Tavola Rotonda, conosco la maggior parte di loro e le imprese che hanno compiuto, e affronterò volentieri questo viaggio che accrescerà la fama delle mie gesta.» (p. 245) *Raccomandami a mio zio re Marco e pregalo, se sarò ucciso in battaglia, di seppellire il mio corpo nel modo che riterrà più opportuno [...]. Sappia che non mi arrenderò per viltà e che mi farò uccidere piuttosto che fuggire: in tal modo il regno non sarà costretto al tributo per causa mia; ma se mi arrendersi dichiarandomi sconfitto o se fuggissi, digli che non dovrà mai seppellirmi in terra consacrata. ([[Tristano]], p. 248) *Appena ser Moroldo ebbe scorto Tristano, gli disse:<br>«Giovane cavaliere, ser Tristano, che fate qui? Sono molto dispiaciuto che abbiate avuto tanto coraggio, perché dovete sapere che mi sono battuto con molti nobili cavalieri, i migliori di questo paese e del mondo intero, e li ho vinti tutti. Seguite dunque il mio consiglio e ripartite.»<br>«Ser Moroldo, cavaliere leale e ben provato» gli rispose ser Tristano «non posso rinunciare alla nostra contesa perché proprio oggi ho ricevuto l'ordine della cavalleria e mi sono impegnato ad acquistarmi onore combattendo contro di voi che avete fama di essere tra i cavalieri più stimati del mondo. Al contrario io non mi sono ancora cimentato con un buon cavaliere, ma confido in Dio che potrò comportarmi onorevolmente liberando per sempre la Cornovaglia da ogni genere di tributo da parte del vostro paese.»<br>Quando ser Moroldo ebbe inteso il suo intento, aggiunse:<br>«Bel cavaliere, poiché siete deciso ad acquistare merito a mio danno, voglio che sappiate che non sarete disonorato se riuscirete a resistere a tre dei miei colpi, perché è proprio per le mie nobili imprese, provate e vedute, che re Artù mi fece cavaliere della Tavola Rotonda.» (p. 249) *Io non sono che un novello cavaliere e al primo cimento, ma piuttosto che tirarmi indietro preferirei essere fatto in cento pezzi! ([[Tristano]], p. 250) *Con grande benevolenza, il re affidò Tamtrist alla custodia e alle cure della figlia [[Isotta|Isotta la Bella]], che era molto esperta di medicina. La fanciulla infatti scoprì che alla base della ferita vi era del veleno, e la guarì in poco tempo. Così il giovane forestiero nutrì per lei un grande amore, tanto più che non v'era al mondo pulzella o dama più bella, e in cambio delle sue cure le insegnò a suonare l'arpa. E anche Isotta cominciò a sentire una grande inclinazione verso di lui.<br>[[Palamede (ciclo arturiano)|Ser Palamede il Saraceno]], beneaccetto al re e alla regina, si trovava a quel tempo nel paese, e ogni giorno si presentava con molti doni a Isotta la Bella, che amava appassionatamente. Di ciò si avvide Tamtrist, cui era nota la fama di nobiltà e di ardimento del cavaliere, e siccome Isotta la Bella gli aveva anche detto che il Saraceno aveva intenzione di farsi battezzare per amor suo, tra i due cavalieri c'era grande gelosia e Tamtrist ne era molto contrariato. (p. 252) [[File:Waterhousem Tristan and Isolde.jpg|thumb|Tristano e Isotta bevono il filtro d'amore]] *Un giorno Isotta la Bella e la regina sua madre prepararono un bagno per Tamtrist. Mentre egli era immerso nell'acqua accudito da Governale e da ser Hebes e le due donne si affaccendavano da una parte all'altra della camera, il caso volle che la regina vedesse la spada del giovane posata sul letto e che malauguratamente la traesse dal fodero. Dopo averla ammirata a lungo, ché era invero un'arma molto bella, le due dame notarono che il filo della lama era rotto a un piede e mezzo dalla punta e che ne mancava un buon pezzo. Quella falla ricordò subito alla regina il frammento di spada trovato nel cranio di ser Moroldo.<br>«Ahimè, figlia mia» esclamò «costui è il cavaliere traditore che uccise mio fratello, tuo zio!»<br>Isotta ne fu amaramente turbata, ché amava profondamente Tamtrist e conosceva appieno la crudeltà della madre.<br>Intanto la regina si era prontamente recata nella propria camera e da un suo cofano aveva preso il framment di spada estratto dalla testa di ser Moroldo dopo la sua morte; quindi si era affrettata a tornare al letto su cui era posata l'arma di Tamtrist e vi aveva inserito il pezzo d'acciaio: esso combaciò con la tacca della lama quasi non se ne fosse mai distaccato.<br>Subito la dama impugnò fieramente la spada e con tutta la sua forza corse addosso a Tamtrist che era ancora nel bagno, sì che lo avrebbe tagliato in due se ser Hebes non l'avesse afferrata per le braccia strappandole l'arma di mano. Non avendo così potuto portare a termine il suo malvagio intento, la regina corse dal marito, re Agwisance, e, gettatasi in ginocchio, gli disse:<br>«Ahimè, mio signore, ospitate in casa vostra il traditore che uccise mio fratello ser Moroldo, nobile combattente e vostro servitore.»<br>«Chi è e dove si trova?» chiese il re.<br>«È Tamtrist, colui che mia figlia ha guarito.» (p. 255) *Mio padre è ser Meliodas re di Liones e mia madre, che si chiamava Elisabetta, era sorella di re Marco di Cornovaglia. Ella morì nel darmi la luce nella foresta e, proprio per questo, prima di spirare ordinò che al battesimo mi fosse imposto il nome di Tristano, ch'io trasformai qui in Tamtrist poiché non volevo essere riconosciuto. Ho combattuto per il tributo della Cornovaglia per amore di mio zio e per il diritto di quella terra che egli possedeva da molti anni, e anche per accrescere il mio onore, perché ero stato fatto cavaliere proprio quel giorno ed ero al mio primo cimento. Solo per questo intrapresi la battaglia, e sappiate inoltre che ser Moroldo si sottrasse a me ancora in vita, abbandonando lo scudo e la spada. ([[Tristano]], p. 256) *Col passare del tempo [...] sorsero dissidi e gelosie tra il re e il nipote a causa di una dama, moglie del nobile conte ser Segwaride, di cui entrambi erano innamorati. La dama amava molto ser Tristano che la ricambiava, poiché era invero bella, e il cavaliere lo aveva ben notato, e re Marco, accesosi anch'egli d'amore per lei, lo aveva saputo e ne era geloso. (p. 258) *[...] benché tra loro vi fossero belle parole, finché visse re Marco non amò più il nipote {{NDR|[[Tristano]]}}, poiché ogni affetto si era spento per sempre. (p. 260) *[...] colui che ha una segreta [[ferita]] è riluttante a mostrare apertamente l'ingiuria subita! (p. 260) *[[Lancillotto|Ser Lancillotto]] non ha pari per gentilezza e cavalleria e, per il grande affetto che nutro per lui, non combatterò più di mia volontà contro di voi. ([[Tristano]], p. 264) *[...] re Marco non smise mai di pensare in cuore suo al modo di far perire Tristano. Infine escogitò di mandarlo come suo messaggero in Irlanda a chiedere in moglie Isotta la Bella, di cui il nipote aveva tanto lodato l'avvenenza e la bontà. Ma tutto ciò era fatto con l'intento di farlo morire. (p. 265) *Ser Tristano prese dunque il mare e, mentre si trovava nella cabina insieme ad Isotta, accadde che avessero sete e che lì accanto vi fosse una piccola fiasca d'oro contenente, a giudicare dal colore e dal sapore, un vino prelibato. Subito il giovane la prese dicendo:<br>«Madama Isotta, ecco la migliore bevanda che abbiate mai gustata e che la vostra ancella dama Brangania e il mio servitore Governale tenevano per sé.»<br>Risero entrambi di cuore e bevettero liberamente, brindando l'uno all'altra, sì che mai vino sembrò loro più dolce e prelibato. Ma appena l'ebbero inghiottito, essi si amarano sì intensamente che quel loro sentimento non li abbandonò mai più, nella buona e nella cattiva sorte. Era infatti quello il principio di un amore che li avrebbe accompagnati per tutti i giorni della vita. (p. 271) *Non è da buon [[cavaliere]] cogliere un altro in svantaggio [...]. ([[Tristano]], p. 284) *Ser Lamorak si allontanò in compagnia di ser Driant, ed essendosi imbattuto in un cavaliere che per ordine di [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana la Fata]] recava a [[re Artù]] un bel corno rifinito in oro, lo costrinse con la forza a rivelargli il motivo della sua missione. Seppe che il corno aveva una virtù – nessuna dama o gentildonna che non fosse fedele al proprio signore vi poteva bere senza versarne il contenuto – e che Morgana la Fata lo inviava in dono al fratello Artù a causa della [[Ginevra (ciclo arturiano)|regina Ginevra]] e per dispetto a ser Lancillotto.<br>«Se non vuoi morire» disse allora ser Lamorak «porterai il corno a re Marco, e gli dirai che glielo mando perché metta alla prova la fedeltà della sua sposa.»<br>Il cavaliere si recò così da re Marco e gli disse che gli inviava quel corno prezioso e qual era la sua qualità. Il re costrinse quindi la regina Isotta a bere, e dopo di lei cento altre dame, ma solo quattro tra esse riuscirono a non versare la bevanda.<br>«Ahimè, è una grave infamia» esclamò il sovrano, giurando poi solennemente che avrebbe condannato al rogo la regina e le altre.<br>Ma i baroni si radunarono e dichiararono apertamente di non essere disposti a tollerare che le dame venissero arse per via di un oggetto fatto con arti magiche dalla strega più fals e incantatrice che vi fosse al mondo e nemica dei veri amanti, e affermarono che quel corno non operava mai niente di buono e causava solo odio e dissidi. Molti cavalieri fecero pertanto voto di usare ben poca cortesia a Morgana la Fata, se ma l'avessero incontrata. (pp. 284-285) *[...] uccisi ser Moroldo liberando la Cornovaglia dal tributo, e sono anche colui che salvò il re d'Irlanda da ser Blamor di Ganis e che vinse ser Palamede. Sono Tristrano di Liones e, con la grazia di Dio, libererò quest'infelice contrada. ([[Tristano]], p. 291) *«[...] In cambio della mia cortesia voi esponeste al biasimo molte dame, inviando a re Marco il corno di Morgana la Fata, per risentimento verso di me.»<br>«Lo rifarei se fosse il caso» affermò ser Lamorak. «Preferivo che la disputa si svolgesse alla corte di re Marco piuttosto che a quella di re Artù, perché non sono di pari onore.»<br>«Questo lo so, ma voi agiste solo per far dispetto a me» replicò Tristano. «Eppure, nonostante il vostro malanimo, ringrazio Dio che non avete fatto grande danno. Lasciate dunque ogni vostro rancore e io farò altrettanto: uniamo invece le nostre forze e acquistiamoci merito uccidendo il gigantesco signore dell'isola, ser Nabon il Nero.»<br>«Signore, ora comprendo la vostra cavalleria!» esclamò ser Lamorak. «Non può essere menzognero ciò che tutti dicono di voi: per nobiltà, generosità e virtù non avete pari e mi pento di avervi mostrato villania.» (p. 292) *[...] molti dicono dietro le spalle di un uomo quello che non gli direbbero mai in faccia. ([[Lamorak]], p. 295) ====Libro IX==== *Un giorno giunse alla corte di [[Re Artù|Artù]] un giovane di robusta costituzione, abbigliato sfarzosamente con una cotta di un ricco tessuto d'oro che tuttavia gli pendeva malamente addosso, a richiedere al re che lo armasse cavaliere.<br>«Come vi chiamate?» gli domandò il sovrano.<br>«[[Sir Breunor|Brunoro il Nero]], sire, e non tarderete a sapere che sono di nobile schiatta.»<br>«Sarà anche così» commentò [[Sir Kay|ser Kay]] «ma a vostro scherno sarete chiamato La Cotta Maltagliata per la pessima foggia del vostro abito.» (p. 299) *Sire [...] chiedo a voi e a tutta la corte che mi chiamate La Cotta Maltagliata: così mi ha soprannominato ser Kay e non voglio altro nome. ([[Sir Breunor]], p. 300) *Se alla tua prima giostra ti inviano un buffone a combatterti, sei davvero tenuto in poco conto alla corte di Artù! (Damigella Maldicente, p. 302) *Ah, bella damigella [...] vi prego di avere pietà e di non insultarmi oltre, perché la mia afflizione è grande abbastanza anche se non ne aggiungete del vostro. Tuttavia non mi considero un cattivo cavaliere per essere stato abbattuto da un compagno della Tavola Rotonda. ([[Sir Breunor]], p. 302) *{{NDR|Su [[Sir Breunor]]}} [...] vi dico apertamente che è un bravo cavaliere, e che si proverà nobile e prode. Se non si tiene ancora saldo in sella è solo perché gliene mancano la pratica e l'esperienza, ma quando è il momento di maneggiare la spada sa colpire con forza e valentia, ed è ciò che hanno compreso ser Bleoberis e [[Palamede (ciclo arturiano)|ser Palamede]] che, da uomini scaltriti dall'uso delle armi, sanno giudicare dal modo di cavalcare di un avversario se saranno in grado di rovesciarlo di sella o di assestagli un buon colpo. Ma per lo più essi non sono disposti a combattere a piedi con i giovani cavalieri, che sono agili e vigorosi. ([[Mordred]], p. 304) *{{NDR|Su [[Glatisant la Bestia]]}} Si trattava della bestia con la testa da serpente, il corpo da leopardo, le natiche da leone e le zampe da cervo; inoltre, ovunque essa andasse, dal suo ventre scaturiva uno strepito quasi vi fossero trenta coppie di veltri latranti. (p. 314) *[...] nessuno è conformato in modo da poter aver [[successo]] in ogni occasione: talvolta si ha la peggio per mala ventura e talaltra colui che è meno meritevole mette in svantaggio chi è migliore di lui. (p. 314) *«Chi vorreste assalire?» chiese [[Lamorak|ser Lamorak]].<br>«[[Lancillotto|Ser Lancillotto del Lago]]: se mai lo incontrassimo non potrebbe sfuggirci e lo metteremo a morte!»<br>«Vi assumete un compito molto arduo, perché è un cavaliere nobile e ben provato» fu la risposta di ser Lamorak.<br>«Non ne dubitiamo, ma ognuno di noi è sufficientemente forte per tenergli testa.»<br>«Non lo credo» replicò ser Lamorak. «In tutta la mia vita non ho mai inteso d'alcun cavaliere che ser Lancillotto non riuscisse a superare.» (p. 315) *[...] ognuno ritiene infatti che la propria dama sia superiore a ogni altra, e voi non dovete adirarvi se io lodo colei che maggiormente amo. Se la mia signora, la regina Ginevra, è ai vostri occhi la più avvenente, sappiate che la regina Morgawse sembra più bella ai miei, ed è ciò che ogni cavaliere pensa della propria dama. ([[Lamorak]], p. 316) *Ho ricevuto una bella ricompensa per aver combattuto contro [[Morholt|ser Moroldo]] e liberato il regno dalla sudditanza; e anche per aver portato in Cornovaglia la [[Isotta|regina Isotta]] sopportando gravi costi e pericoli. Quale compenso mi fu dato per essermi battuto con ser Blamor di Ganis in difesa di re Agwisance padre di Isotta la Bella, e cosa mi venne per aver abbattuto ser Lamorak il Gallese su richiesta di re Marco, o per aver vinto il Re dei Cento Cavalieri e il re del Galles del Nord che minacciavano le sue terre? E ancora, per aver salvato la regina dal buon cavaliere ser Palamede, e per aver ucciso il potente gigante Tawlas? Sappia re Marco, che ora mi dà tale mercede, che fu solo per amor mio che molti nobili cavalieri della Tavola Rotonda hanno finora risparmiato i baroni di questa contrada! ([[Tristano]], p. 326) *«Cosa volete fare?» gli chiese ser Dinadan. «Non compete a noi affrontare trenta cavalieri, e sappiate che non ci sto. Contro uno solo ne basterebbero anche due o tre, e certo io non vorrò misurarmi con una quindicina.»<br>«Vergogna a voi!» lo rimproverò ser Tristano. «Dovrete fare solo la vostra parte.»<br>«Non lo farò» ribatté ser Dinadan «a meno che non mi prestiate il vostro scudo di Cornovaglia: per la fama di viltà che hanno i cavalieri di quel paese, farà sì che i miei avversari siano indulgenti verso di me.»<br>«Non mi separerò mai dal mio scudo per amore di colei che me lo diede» affermò ser Tristano. «Tuttavia, ser Dinadan, vi garantisco che se non vi impegnerete a rimanere con me, vi ucciderò qui sul posto, perché non vi chiedo altro che di battervi con un solo avversario. Se poi non vi reggerà il cuore, ve ne starete da parte a osservare lo scontro tra me e gli altri.»<br>«Sta bene» fu la risposta di ser Dinadan «e vi prometto che farò il possibile per salvarmi; tuttavia vorrei non avervi mai incontrato!» (p. 327) *«Che scompiglio è mai questo?» protestò ser Dinadan. «Io vorrei riposarmi!»<br>«Non si può» ribatté ser Tristano «abbiamo vinto i signori del castello e ora dobbiamo difenderne il costume. Tenetevi dunque pronto.»<br>«In nome del demonio» esclamò ser Dinadan «perché mai mi sono unito a voi!»<br>Ci si preparò allo scontro: ser Gaheris affrontò ser Tristano e fu disarcionato; ser Palamede si misurò invece con ser Dinadan e lo abbatté al suolo. Si ebbe pertanto una caduta per parte e necessitava combattere a piedi, ma ser Dinadan, che era rimasto malamente contuso, non ne volle sapere. Ser Tristano andç allora ad allacciargli l'elmo pregandolo di aiutarlo.<br>«Non lo farò» rispose ser Dinadan. «Or non è molto abbiamo combattuto contro trenta cavalieri e ne risento ancora le ferite. Ma voi vi comportate come un folle o come un uomo fuor di senno che voglia buttarsi allo sbaraglio, e io posso solo maledire il momento in cui vi ho veduto. In tutto il mondo non vi sono che due cavalieri altrettanto pazzi: voi, ser Tristano, e ser Lancillotto, con cui mi accompagnai un tempo così come ora ho fatto con voi; ed egli mi fece tanto faticare che dovetti poi starmene a letto per tre mesi. Che il buon Gesù mi salvi da tali cavalieri, e in particolare dalla vostra compagnia!» (p. 329) *Ebbene, qui si può imparare che nessun [[cavaliere]] è tanto forte che non possa essere scavalcato, nessuno tanto saggio che non possa sbagliare, e che cavalca bene colui che non è mai caduto! ([[Dinadan]], p. 332) *{{NDR|Su [[Tristano]]}} Gesù misericordioso! Dacché presi le armi non vidi mai un cavaliere compiere gesta sì stupefacenti! Se lo assalissi ora, recherei onta a me stesso. ([[Lancillotto]], p. 335) *[...] un buon cavaliere deve sempre favorire un altro, giacché i simili sono attratti dai simili. (Re dei Cento Cavalieri, p. 336) *Ahimè, non posso mai acquisire onore là dove è ser Tristano [...]. Se non ci troviamo nello stesso luogo, il più delle volte sono io che ottengo il premio, a meno che non siano presenti ser Lancillotto o ser Lamorak. Ma ser Tristano ha sempre avuto la meglio su di me, prima in Irlanda, poi in Cornovaglia e in altri luoghi di questa contrada. [...] Tuttavia, a dire il vero, egli è il cavaliere più gentile che vi sia al mondo. ([[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]], p. 337) *[...] nell'ardore della lotta spesso si colpiscono gli amici al pari dei nemici. ([[Lancillotto]], p. 343) *Messere, quando foste creato cavaliere della Tavola Rotonda giuraste che non vi sareste mai scontrato consapevolmente con alcuno dei vostri compagni, e, perdio, [[Gaheris|ser Gaheris]], avete ben riconosciuto il mio scudo così come io ho riconosciuto il vostro! Sappiate però che se voi siete disposto ad infrangere il vostro giuramento io non mancherò al mio, e non già perché vi tema, ché potrei benissimo battermi con voi anche se siete mio cugino carnale! ([[Ywain]], p. 345) *Onta ai falsi cavalieri di Cornovaglia, che non hanno alcun merito! ([[Sir Kay]], p. 346) *Sire, faceste grave onta a voi e alla vostra corte quando bandiste dal paese ser Tristano. Se egli fosse stato qui, non avreste dovuto temere alcun cavaliere! ([[Gaheris]], p. 346) *{{NDR|Rivolto a [[Marco di Cornovaglia]]}} Siete un re unto con crisma e dovreste essere alleato d'ogni uomo d'onore. Meritate pertanto la morte! ([[Gaheris]], p. 347) *È difficile staccare la carne che è cresciuta intorno all'osso! ([[Lancillotto]], p. 348) *Anche il [[Pecora e lupo|lupo]] lascerebbe in pace la pecora se si trovassero insieme nella stessa prigione! ([[Dinadan]], p. 348) *Come dice il libro francese, [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana]] preferiva ser Lancillotto a ogni altro, e lo desiderava in ogni momento benché egli non acconsentisse ad amarla né a far nulla su sua richiesta. (p. 351) ====Libro X==== *Un [[cavaliere]] così ardito non morrà per mano di un branco di vigliacchi! ([[Tristano]], p. 357) *Ahimè, [[Isotta|Bella Isotta]] regina di Cornovaglia, perché mai vi amo? [...] Voi non avete colpa di questa mia pena e il biasimo ricade solo sui miei occhi: siete la più bella di tutte, e io da stolto non posso fare a meno di esservi devoto anche se non mi dimostrate né amore né cortesia, e amate riamata ser Tristano di Liones che è il cavaliere migliore del mondo. ([[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]], p. 373) *«Ecco un castello che non potrebbe essere preso o conquistato con alcuna macchina da guerra» disse ser Dinadan indicandolo al compagno. «Vi dimora la regina Morgana la Fata: lo ricevette dal fratello re Artù, che se ne è poi pentito amaramente. Da quel momento non c'è stato più accordo tra loro e la sorella gli ha fatto guerra ogni volta che ha potuto mantenendo proprio in questo maniero un folto gruppo di armati al solo scopo di distruggere quanti sono cari al re. Infatti non vi passa alcun cavaliere che non debba combattere contro uno, due o persino tre avversari. Se poi appartiene ad Artù ed è sconfitto, perde cavallo, armatura e ogni altra cosa che possiede, e persino la libertà qualora non riesca a fuggire.»<br>«Dio mi protegga!» esclamò ser Palamede. «Fare guerra al proprio signore che è chiamato il fiore della cavalleria cristiana e pagana è un costume malvagio e indegno di una regina, e io vi porrò fine di tutto cuore. Morgana non riceverà mai alcun servigio da me, e se come penso mi manderà contro i suoi cavalieri, essi avranno dì che combattere!» (p. 377) *Il racconto torna ora a [[Lamorak|ser Lamorak]] che era lodato e onorato da ogni buon cavaliere all'infuori di [[Gawain|ser Galvano]] e dei suoi fratelli che desideravano solo il suo male e che, meditando di cogliere l'occasione per ucciderlo, fecero venire la madre in un castello vicino a Camelot. La regina di Orkney era infatti giunta da poco allorché ser Lamorak le inviò un messaggero e fissò con lei un convegno di cui venne subito a conoscenza [[Gaheris|ser Gaheris]], che si pose in agguato.<br>A notte, ser Lamorak arrivò tutto armato, legò il cavallo vicino a una postierla segreta ed entrò in una stanza dove si tolse l'armatura; quindi raggiunse il letto della regina dove, amandosi di tutto cuore, essi trassero grande gioia l'uno dall'altra.<br>Quando ser Gaheris giudicò che fosse giunto il momento si accostò al letto e, afferrata bruscamente la madre per i capelli, le mozzò la testa. Ser Lamorak sentì così sprizzare su di sé il sangue caldo di colei che amava e balzò dal letto gridando come uomo aflitto e sgomento:<br>«Ah, ser Gaheris, cavaliere della Tavola Rotonda, avete commesso un'azione malvagia e vile! Perché uccideste la madre che vi generò? Avreste avuto maggior ragione di colpire me!»<br>«Dici il vero, e benché l'uomo sia nato per offrire il proprio servigio alla donna, sei tu che hai commesso l'offesa» replicò ser Gaheris. «Tuo padre uccise il nostro, eppure tu hai giaciuto con nostra madre disonorando me e i miei fratelli: è una vergogna troppo grande perché sia tollerata! Quanto poi a tuo padre re Pellinor, sappi che fu ucciso da me e da mio fratello Galvano.»<br>«Avete commesso un torto ancora più grande e fareste bene a ricordare ce la morte di mio padre non è ancora stata vendicata!»<br>«Non minacciarmi, Lamorak, altrimenti ti ucciderò. È solo perché ora sei disarmato che il mio onore di cavaliere mi vieta di metterti a morte, ma sappi che in qualunque altra occasione ti rincontrerò, non risparmierò la tua vita» ribatté ser Gaheris. «Ormai mia madre è affrancata da te: vai dunque a prendere il cavallo e vattene.» (pp. 385-386) [[File:Boys King Arthur - N. C. Wyeth - p162.jpg|thumb|La morte di Lamorak]] *Ser Lamorak si separò da Lancillotto e ripartì da solo, e fu così che ser Galvano e i suoi tre fratelli [[Agravaine|Agravano]], Gaheris e [[Mordred]] andarono ad attenderlo in un luogo appartato: gli uccisero il cavallo poi lo assalirono tutti insieme, di fronte, alle spalle e ai lati e, dopo più di tre ore di combattimento, ché ser Lamorak si difendeva da valoroso, ser Mordred gli aprì una profonda ferita nella schiena e gli altri lo fecero a pezzi.<br>Così morì il nobilissimo ser Lamorak, cavaliere della Tavola Rotonda; ma sappiate che [[Sir Gareth|ser Gareth]], il quinto fratello di ser Galvano, non ebbe alcuna parte nel vile assassinio. (p. 387) *«Ne ho visti di stolti come voi!» esclamò allora ser Dinadan adirato. «E uno proprio quest'oggi: se ne stava disteso accanto a una fonte con aria trasognata, lo scudo appoggiato al suolo e il cavallo poco distante, e sogghignava come un folle senza dire una parola. Compresi così che si trattava di un [[Innamoramento|innamorato]].»<br>«E voi non lo siete, bel cavaliere?» gli chiese ser Tristano.<br>«Maledetto chi lo è!» proruppe ser Dinadan.<br>«Avete torto, perché soltanto il cavaliere innamorato può essere prode» replicò ser Tristano. (pp. 408-409) *«In guardia, cavaliere» gridò poi a ser Epinogrus. «È abitudine dei cavlieri erranti sfidarsi alla giostra.»<br>«È forse costume di tali cavalieri imporre di combattere che lo si voglia o no?»<br>«È tale per me, e tanto vi basti» replicò ser Dinadan. (p. 409) *«[...] io non so cosa spinga ser Tristano e tanti altri innamorati a perdere la ragione e l'intendimento per delle donne!» commentò ser Dinadan.<br>«Come, siete un cavaliere e non siete innamorato? Vergognatevene: non potete certo essere chiamato prode se non venite a contesa per una dama.»<br>«Dio me ne guardi!» esclamò ser Dinadan. «Le gioie d'amore sono troppo brevi e le pene che ne derivano fin troppo durature.» (p. 412) *«Ma perché siete tanto incollerito?»<br>«Ah, codardo, disonori la cavalleria!» lo ingiuriò ser Dinadan.<br>«Poco importa dal momento che mi metterò al vostro servizio e rimarrò sotto la vostra salvaguardia. Siete così prode che mi proteggerete» replicò ser Tristano.<br>«Il diavolo mi liberi da te! D'aspetto sei il migliore uomo d'armi che abbia mai visto, ma anche il più pusillanime.» (p. 413) *"Date [[potere]] al [[villano]] e questi non ne avrà mai abbastanza". Infatti, laddove il governo è affidato a una persona di bassi natali mentre il signore delle terre è di nascita elevata, avverrà che il [[Plebe|plebeo]] non tollererà al proprio fianco alcun gentiluomo, e ne perseguirà anzi la rovina. (p. 417) *{{NDR|Su [[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]]}} [...] tutti lo lodarono e affermarono che seppure ancora saraceno, era un credente della migliore specie, ben disposto d'animo e assolutamente leale e fedele alla parola data. (p. 420) *Ora oso dire che siete la dama più bella che abbia mai visto, e che ser Tristano è un cavaliere prode e prestante quant'altri mai. Mi sembra perciò che siate fatti l'uno per l'altra! ([[Re Artù]], p. 441) *Ah, Palamede, Palamede [...] perché sei così emaciato, tu che un tempo eri chiamato uno dei più bei cavalieri del mondo? Ah, non voglio più vivere questa vita perché amo colei che non potrò mai avere o conquistare! ([[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]], p. 452) *«Signore, ecco come mi discolpo: in quanto alla regina Isotta, sappiate che l'amo da lungo tempo più di ogni altra, e a lei debbo gli onori che ho conquistato, ché altrimenti sarei rimasto il cavaliere più indegno del mondo. Ovunque andavo, il suo ricordo mi accompagnava e mi spingeva a compiere imprese meritevoli. Tuttavia finora non ebbi mai da lei ricompensa e pur essendo il suo cavaliere non ricevetti alcun guiderdone! Perciò, ser Tristano, non temo la morte perché, sapendo che non possiederò mai la mia regina, mi è indifferente vivere o morire, e se fossi armato come lo siete voi, mi batterei di buon animo.»<br>«La vostra stessa bocca ha rivelato il tradimento!» proruppe ser Tristano.<br>«Non ho commesso alcuna slealtà» protestò l'altro. «Ogni uomo è libero di amare, e benché abbia riposto il cuore nella vostra dama, ella è mia quanto è vostra. Se questo è un torto, allora sono colpevole, ma voi godete di lei e appagate il vostro desiderio, mentre io non ebbi mai nulla né spero di averlo in futuro, e tuttavia l'amerò quanto voi fino all'ultimo istante della mia vita.» (p. 453) ====Libro XI==== *Mentre in un giorno di Pentecoste, i cavalieri sedevano alla [[Tavola Rotonda]], si presentò ad [[Re Artù|Artù]] un eremita che vide il [[Seggio Periglioso]] e chiese al re e ai baroni perché non fosse occupato.<br>«Su quel seggio non siederà che colui che è destinato, ogni altro vi troverà la morte» gli fu risposto.<br>«Sapete chi è?» domandò allora l'eremita.<br>«Non lo sappiamo ancora.»<br>«Lo so io» dichiarò allora il sant'uomo. «Vi prenderà posto un cavaliere che non è stato ancora concepito, ma che nascerà quest'anno e sarà colui che conquisterà il Sangrail.» (p. 456) *[...] entrò, giovane e bellissima, una damigella che recava tra le mani un vaso d'oro. Allora il re e tutti quanti si trovavano nella sala si inginocchiarono devotamente a pregare.<br>«Oh, Gesù!» esclamò ser Lancillotto. «Cosa può significare?»<br>«È il [[Graal|Sangrail]], l'oggetto più prezioso che alcun essere vivente possieda» fu la risposta del re. «Quando sarà portato altrove, la Tavola Rotonda si spezzerà.» (p. 458) *A tempo debito, [[Elaine di Corbenic|Elaine]] partorì un bel bambino che fu allevato con cura e affetto e battezzato [[Galahad]], perché quello era il nome che ser Lancillotto aveva ricevuto al fonte battesimale e che poi la Dama del Lago aveva mutato in Lancillotto. (p. 460) *Sappiate, ser Bors, che questo fanciullo è Galahad; siederà sul Seggio Periglioso e otterrà il Sangrail, e si dimostrerà migliore di suo padre ser Lancillotto. ([[Elaine di Corbenic]], p. 462) *[...] solo gli uomini valorosi e retti che amano e temono Dio possono conquistare onore; altrimenti, per quanto arditi, non vi riescono. ([[Re Pescatore|Re Pelles]], p. 462) *Ser Bors si era appena sdraiato di nuovo per riposare, quando sentì un grande frastuono provenire dalla camera vicina e si vide piovere dentro, non sapeva se dalle porte o dalle finestre, nugoli di frecce e di quadrelli tanto fitti da lasciarlo stupito; molti lo colpirono e lo ferirono nei punti in cui il suo corpo non era protetto.<br>Ed ecco sopraggiungere un orribile leone: ser Bors gli si fece incontro; la fiera gli portò via lo scudo, ma egli riuscì a mozzarle la testa. Non passò molto che nella corte vide un orrendo drago sulla cui fronte sembrava fossero scritte lettere d'oro che ser Bors pensò avessero il significato di "re Artù". Giunse poi un leopardo brutto e vecchio che si batté a lungo e accanitamente con il drago; ma a un certo punto questi sputò fuori dalla bocca qualcosa come un centinaio di piccoli draghi che uccisero e fecero a pezzi il leopardo.<br>Apparve poi nella sala e si mise a sedere su un bel seggio un vecchio che sembrava avere intorno al collo due vipere. Teneva in mano un'arpa e prese a cantare un'antica canzone che narrava come Giuseppe di Aramitea fosse giunto in quel paese. Quando ebbe finito, consigliò a ser Bors di andare via.<br>«Qui non incontrerete altre avventure» gli disse. «Vi siete portato con grande onore, e più ne acquisterete in futuro.»<br>Parve allora a ser Bors che giungesse una colomba candida recante nel becco un incensiere d'oro, e che la tempesta imperversata fino ad allora cessasse e si allontanasse di colpo, mentre la sala si empiva di straordinari profumi. Poi vide quattro fanciulli che portavano quattro bei ceri e in mezzo ad essi un vecchio con un cero in una mano e una lancia nell'altra. Si trattava dell'arma che aveva nome Lancia della Vendetta. (pp. 463-464) *Dite [...] a [[Sir Kay|ser Kay il Siniscalco]] e a [[Mordred|ser Mordred]] che confido in Dio che sarò valoroso quanto loro, e non dimenticherò mai i motteggi e le derisioni che mi indirizzarono il giorno in cui fui investito cavaliere: non comparirò a corte finché tutti non parleranno di me con maggiore rispetto di quanto sia mai stato dimostrato loro. ([[Parsifal]], p. 472) *{{NDR|Su [[Parsifal]]}} [...] era infatti uno dei migliori cavalieri del mondo, e in lui la vera fede era ben salda. (pp. 473-474) *Ed ecco avvicinarsi il sacro vaso del Sangrail accompagnato da soavità e profumi di ogni sorta. I due cavalieri non poterono distinguere con chiarezza chi lo portava; solo ser Percival intravvide appena sia il vaso sia la vergine purissima che lo recava tra le mani. Immediatamente si trovarono entrambi perfettamente risanati nelle membra e nel corpo, e resero grazie a Dio in grande umiltà.<br>«Gesù» disse ser Percival «cosa significa che siamo guariti, mentre unmomento fa eravamo in punto di morte?»<br>«Lo so io» rispose ser Ector. «È stato il sacro vaso portato da una vergine e contenente il santo sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Solo un uomo di assoluta perfezione può vederlo.» (p. 474) ====Libro XII==== *Se la mia morte potesse giovarvi e la mia vita non vi fosse di alcuna utilità, ebbene, sarei pronta a morire per voi! ([[Elaine di Corbenic]], p. 481) *«Ah, [[Tristano|ser Tristano]]» esclamò allora [[Palamede (ciclo arturiano)|ser Palamede]] «sapete bene che non posso battermi senza perdere l'onore. Voi siete allo scoperto e io sono armato: se vi uccidessi l'onta ricadrebbe su di me. Del resto, conosco la vostra forza e la vostra resistenza.»<br>«È vero, e adesso capisco quanto siete prode.»<br>«Vi prego, rispondete a una domanda.»<br>«Volentieri. Con l'aiuto di Dio vi dirò la verità.»<br>«Fate il caso che voi foste armato di tutto punto e io non lo fossi: cosa vi suggerirebbe di farmi l'onore cavalleresco?»<br>«Ora capisco!» esclamò ser Tristano. «Poiché devo dare il mio parere, Dio mi benedica, quel che dirò non sarà dettato dalla paura. Vi risponderò quindi che in tal caso non vorrei battermi e vi lascerei andare.»<br>«E anch'io non voglio. Perciò, prendete la vostra strada!»<br>«Posso sempre scegliere se restare o andar via, invece. Ma c'è una cosa che mi stupisce: perché un cavaliere valoroso come voi non vuole essere battezzato, mentre vostro fratello ser Safer si è fatto cristiano già da tempo?»<br>«Sebbene in cuor mio creda già in Gesù Cristo e nella sua dolce madre Maria, secondo un voto che ho fatto anni fa devo ancora affrontare uno scontro; poi mi farò battezzare, e con grande gioia.»<br>«In fede mia, allora non dovrete cercare a lungo quest'ultima battaglia! Dio non voglia che per colpa mia restiate ancora saraceno!» (p. 488) *«E adesso?» gli chiese Tristano. «Ti ho alla mia mercé come poc'anzi mi avevate voi. Ma i cavalieri di corte non dovranno mai dire che ser Tristano ha ucciso un guerriero disarmato. Quindi, riprendete la vostra arma e portiamo a termine lo scontro.»<br>«Desidererei davvero di finirlo» rispose l'altro «ma non ho molta voglia di battermi ancora, anche perché l'offesa che vi ho arrecata non è tanto grave che non possiamo diventare amici. Osai dire che [[Isotta|Isotta la Bella]] non ha pari tra le dame; non l'ho mai disonorata e, anzi, è grazie a lei che ho ottenuto gran parte dell'onore che mi sono conquistato. Le mie offese non furono mai rivolte alla regina, ma a voi, e oggi mi avete ripagato con un gran numero di colpi. Ad alcuni ho potuto rispondere, ma adesso devo ammettere che non ho mai incontrato un uomo forte e resistente quanto voi, salvo ser Lancillotto del Lago. Perciò, mio signore, vi chiedo di perdonarmi ogni cosa e di condurmi oggi stesso alla chiesa più vicina dove prima vorrei confessarmi e poi essere battezzato. In seguito andremo insieme alla corte di Artù per partecipare alla grande festa.»<br>«Allora prendete il cavallo: faremo come avete detto, e che Dio vi perdoni per tutti i vostri peccati come ho già fatto io! A un miglio da qui il vescovo suffraganeo di Carlisle potrà impartirvi il sacramento del battesimo.»<br>Montarono a cavallo insieme a ser Galleron e, giunti alla presenza del vescovo, gli esposero quanto volevano. Il sant'uomo fece riempire un grande bacile d'acqua, la consacrò, poi confessò e assolse ser Palamede. Ser Tristano e ser Galleron furono i suoi padrini.<br>Poco dopo, ripartirono per Camelot dove trovarono il re, la regina e quasi tutti i cavalieri della Tavola Rotonda, che furono molto lieti di sapere che ser Palamede si era fatto cristiano. (pp. 490-491) ====Libro XIII==== *«Ora sono certo che voi della [[Tavola Rotonda]] partirete alla ricerca del [[Graal|Sangrail]] e che io non vi vedrò mai più tutti insieme» dichiarò allora Artù. «Voglio perciò che vi riuniate per giostrare e torneare nel prato sotto Camelot in modo che, dopo la vostra morte, si possa tramandare che in questo giorno erano qui raccolti tanti valorosi combattenti.» (p. 501) *Rientrati tutti tra le mura di Camelot, il re e i baroni si recarono ad ascoltare i vespri nella cattedrale e poi a cena, dove ciascuno dei cavalieri prese posto, come prima, sul proprio seggio. Ma ecco che, tra improvvisi scoppi e rombi di tuono che fecero temere che il palazzo stesse crollando, nella sala penetrò un raggio di sole sette volte più vivido di quanto si fosse mai visto e tutti furono investiti dalla grazia dello Spirito Santo. Guardandosi intorno, i cavalieri osservarono che gli altri sembravano circonfusi di bellezza, ma non poterono pronunciare una sola parola. Poi, apparve il Santo Graal velato di sciamito bianco, così che nessuno poté vederlo o capire chi lo recasse, e la sala si riempì di profumi mentre davanti ai commensali comparivano i cibi e le bevande che prediligevano. Dopo aver attraversato l'intero ambiente, il sacro vaso scomparve d'un tratto, e solo allora i presenti ritrovarono la voce e il re rese grazie a Dio per la benevolenza che aveva mostrato loro. (p. 502) *Non torneranno più tutti {{NDR|i [[cavalieri della Tavola Rotonda]]}} insieme perché molti moriranno nel corso della ricerca. Io li amo quanto la mia stessa vita, e lo scioglimento di questa compagnia mi provoca un tremendo dolore, poiché la loro presenza alla mia corte era ormai un costume consolidato. ([[Re Artù]], p. 503) *Il mio peccato e la mia malvagità mi hanno sprofondato nel disonore [...]. Finché ho perseguito avventure mondane per soddisfare desideri terreni, le ho sempre compiute in modo impareggiabile e senza mai subire sconfitte nelle giuste come nelle inique contese. Ma ora che ho intrapreso avventure celesti, capisco che il mio antico peccato mi ostacola e mi svergogna al punto che quando mi è apparso il sacro sangue non ho avuto la forza di muovermi e di parlare. ([[Lancillotto]], p. 518) *{{NDR|Su [[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]]}} Tutte le mie gesta d'armi le ho compiute per amor suo [...] e per lei mi sono battuto, a torto o a ragione. Non ho mai fatto nulla solo per amore di Dio, ma sempre anche per conquistarmi onore e farmi andare di più, e ne sono stato poco o nulla grato al Signore. ([[Lancillotto]], p. 519) ====Libro XIV==== *«[[Mago Merlino|Merlino]] istituì la [[Tavola Rotonda]] a somiglianza della sfericità del mondo in essa perfettamente rappresentato» proseguì la reclusa. «Nella Tavola Rotonda, infatti, l'intero mondo cristiano e pagano trova ristoro, tanto che coloro che sono scelti a fare parte di quell'eletta compagnia si reputano colmi di grazia e più onorati che se fossero i padroni di metà della terra. Hai potuto vedere anche tu come, pur di appartenervi, i cavalieri siano disposti a perdere padre, madre, famiglie, mogli e figli, come facesti tu stesso che, per unirti a loro, abbandonasti tua madre senza volerla più vedere.<br>«Dunque, quando Merlino istituì la Tavola Rotonda disse che coloro che ne sarebbero stati compagni avrebbero potuto attingere alla verità del Sangrail. Gli fu chiesto chi l'avrebbe conquistata, ed egli rispose che sarebbero stati tre tori bianchi, due vergini e uno casto, e che uno di essi sarebbe stato più forte e più valoroso di suo padre quanto il leone lo è del leopardo. Allora gli fu detto: "Bisognerà che con le tue arti tu dia luogo a un seggio su cio potrà prendere posto solo il cavaliere che eccellerà su ogni altro".<br>«E Merlino istituì il Seggio Periglioso, quello su cui Galahad sedette al banchetto di Pentecoste.» (p. 522) *La storia dice che [[Parsifal|ser Percival]] era uno degli uomini più religiosi che vi fossero al mondo in quei tempi in cui ben pochi credevano in Dio senza riserve, e i figli non rispettavano i padri e li trattavano come estranei. Egli quindi cercò conforto in Nostro Signore Gesù pregandolo affinché le tentazioni non lo allontanassero dal servizio di Dio ed egli potesse continuare ad essere Suo leale campione. (p. 527) *[...] sono al servizio dell'Uomo migliore del mondo che non permetterà che io muoia, perché chi bussa alla Sua porta potrà entrare, chi chiede potrà ricevere, ed Egli non si nasconde a colui che lo cerca [...]. ([[Parsifal]], p. 529) *Punirò la mia carne, che vuole avere impero su di me! ([[Parsifal]], p. 532) *Quanto sono stato vicino a perdere me stesso [...] e la purezza che non avrei mai più potuto riavere! ([[Parsifal]], p. 532) ====Libro XV==== *«Non sei forse ser Lancillotto del Lago?» gli chiese il religioso dopo che il cavaliere gli ebbe comunicato che si sarebbe fermato con lui per la notte.<br>«Si, sono io.»<br>«Cosa fai in questa contrada?»<br>«Vado in cerca delle avventure del [[Graal|Sangrail]], signore.»<br>«Fa pure» gli disse allora il buon uomo «ma anche se il santo vaso si trovasse qui, il peccato ti impedirebbe di vederlo proprio come non è dato a un cieco di scorgere una spada sfolgorante.» (pp. 534-535) *Quaranta anni dopo la passione di Gesù Cristo, [[Giuseppe d'Arimatea|Giuseppe di Arimatea]] preconizzò che re Evelake avrebbe sconfitto in battaglia i propri nemici. Dei sette re e dei due cavalieri che hai visto, il primo si chiama Nappus, e fu un sant'uomo; il secondo ebbe il nome di Nacien in onore di un suo avo che aveva ospitato Nostro Signore Gesù Cristo. Il terzo fu chiamato Helias il Grosso; il quarto Lisais; il quinto, Jonas, lasciò il proprio paese per rcarsi nel Galles dove sposò la figlia di Manuel ed ottenne la Gallia, che elesse come sua dimora e generò Lancillotto, tuo nonno, che sposò la figlia del re d'Irlanda e fu un uomo insigne quanto te. Suo figlio fu re Ban, tuo padre, l'ultimo dei sette re. Uno dei due cavalieri, invece, rappresenta te, Lancillotto, cui gli angeli dissero che non appartenevi alla compagnia dei sette re, mentre il secondo cavaliere sta a indicare il leone, che è superiore a tutti i re della terra, cioè ser Galahad, da te concepito nella figlia di re Pelles. E tu, che dovresti essere grato a Dio di ogni altro, perché, come peccatore, sei il cavaliere senza pari, non Lo hai ringraziato per tutte le straordinarie virtù che Egli ti ha prestate! (p. 537) *Ah, Lancillotto [...] finché facevi parte della cavalleria terrena, eri l'uomo più straordinario e avventuroso del mondo; ma non devi stupirti se ora che ti trovi tra cavalieri impegnati in imprese celesti la fortuna ti è avversa. (p. 539) ====Libro XVI==== *Ser Lancillotto, poi, se non fosse per una sola pecca sarebbe superiore a ogni altro. Ma così come stanno le cose, è proprio come noi; solo che si assume le fatiche maggiori. ([[Gawain]], p. 541) *La [[Tavola Rotonda]] fu istituita proprio perché gli uomini non svilissero queste due virtù{{NDR|, la pazienza e l'umiltà}}, come la cavalleria, che affonda in esse le sue radici, è sorta perché non possa mai essere sconfitta la fraternità che ne è il fondamento. (p. 545) *{{NDR|Rivolto a [[Gawain]]}} Ti sei impegnato insieme a molti altri in una ricerca che non porterai mai a termine perché il Sangrail non si mostra ai peccatori. Non devi quindi meravigliare se non vi sei riuscito. Tu sei un cavaliere sleale e un grande assassino, mentre per gli uomini buoni questa ricerca è ben altro che una serie di omicidi. Lancillotto, benché abbia commesso gravi colpe, al momento stesso in cui ha intrapreso la ricerca si è impegnato a non peccare più, e infatti non ha mai ucciso né ucciderà un solo uomo fino al suo ritorno a Camelot. Se non fosse per la sua fragilità che probabilmente lo farà ricadere nella colpa con il pensiero, egli sarebbe il primo a compiere l'impresa dopo Galahad. Ma poiché Dio conosce i suoi pensieri e la sua debolezza, gli concederà di morire in santità. (Eremita, pp. 546-547) ====Libro XVII==== [[File:Galaad devant le graal n°3.gif|thumb|Galahad, Bors e Parsifal dinanzi al Graal]] *{{NDR|Su [[Davide]]}} Egli era un dotto che conosceva le virtù delle pietre e delle piante, il corso delle stelle e molte altre cose ancora; ma poiché aveva una moglie malvagia, si era convinto che non esistessero donne buone, tanto che ne parlò con disprezzo anche nei libri che compose. (p. 573) *Non spetta a noi punire chi ha operato contro Dio, ma solo alla Sua potenza. ([[Galahad]], p. 576) *Siete uno sciocco se non sapete che le [[Verginità|vergini]] sono franche ovunque si trovino. ([[Parsifal]], p. 579) *Nessuna lingua potrebbe descrivere e nessun cuore immaginare le meraviglie cui ho assistito. Se non mi fossi macchiato di un antico peccato, avrei potuto vedere molto di più. ([[Lancillotto]], p. 588) *Galahad, servo di Gesù Cristo che attendo da tempo, abbracciami e lascia che riposi sul tuo petto e tra le tue braccia, casto e vergine sopra ogni altro cavaliere, giglio simbolo di purezza, rosa del colore del fuoco, fiore di ogni virtù. Sei tanto intriso della fiamma dello Spirito Santo che la mia carne, consunta dalla vecchiaia, ritrova la giovinezza! (Re Mordrains, p. 591) *[...] rimessosi in viaggio, {{NDR|Galahad}} penetrò in una foresta irta di pericoli dove la storia dice che si imbatté in una sorgente in cui l'acqua ribolliva formando grandi onde. Il cavaliere vi posò una mano, e subito l'acqua si placò e il calore ne disparve, poiché quell'ardore era segno di lussuria, molto diffusa a quei tempi, e non poté durare al contatto con la purezza della sua verginità. Quanto era accaduto fu considerato un miracolo in tutto il paese, e da allora la fonte fu chiamata la Sorgente di Galahad. (p. 591) *«Figliolo» disse poi l'Uomo a Galahad «sai cos'è ciò che stringo tra le mani?»<br>«No, se non me lo dite voi.»<br>«È la sacra scodella in cui mangiai l'agnello pasquale. Ora hai veduto quello che più desideravi, ma con minore chiarezza di come lo potrai ammirare nel Palazzo Spirituale della città di Sarras. Adesso partirai e con te partirà anche il Sangrail, che questa notte stessa dovrà lasciare il regno di Logris dove nessuno lo vedrà mai più perché le genti di questa terra si sono volte al peccato e non lo servono né lo venerano come dovrebbero; io perciò le spoglio dell'onore che avevo loro concesso. Domattina voi tre prenderete la Spada dalla Strana Cintura e scenderete alla riva del mare dove troverete pronta una nave. Ma prima ridonerete la salute al Re Magagnato ungendogli il corpo e le gambe con il sangue che è colato dalla lancia.»<br>«Signore, perché gli altri non possono venire con noi?» chiese Galahad.<br>«Come inviai i miei apostoli in diverse direzioni, così voglio ora che vi separiate. Quanto a voi tre compagni, due moriranno al mio servizio e solo uno tornerà a darne notizia» fu la risposta.<br>Poi l'Uomo li benedì e scomparve. (pp. 594-595) *«Salutate per me ser Lancillotto mio padre e signore, e ricordategli che questo è un mondo incostante.»<br>Infine si inginocchiò a pregare davanti alla tavola e la sua anima lo lasciò, trasportata nel cielo di Gesù Cristo da una moltitudine di angeli. I compagni, che assistettero al prodigio, videro anche una mano scendere sul vaso e sulla lancia, prenderli e portarli nei cieli.<br>Da allora non vi è più stato un uomo che abbia avuto l'ardire di sostenere di aver visto il Sangrail. (p. 598) ====Libro XVIII==== *[...] [[Lancillotto]], dimentico della promessa fatta e della perfezione raggiunta nel corso della ricerca, riprese a frequentare la regina. Del resto, come dice appunto il libro, se egli non le fosse stato intimamente legato nei suoi pensieri più riposti quanto, in superficie, appariva devoto a Dio, nessun cavaliere avrebbe potuto superarlo nella ricerca del Sangrail. Invece, i suoi più segreti sentimenti correvano sempre a lei. Così essi ripresero ad amarsi con maggiore ardore di prima e i loro convegni si fecero tanto frequenti che la corte cominciò a mormorare, e in particolare il loquace ser Agravano fratello di ser Galvano.<br>Ma intanto Lancillotto, continuamente assediato da dame e da damigelle che gli chiedevano di essere loro campione in questioni di diritto, per evitare ulteriori maldicenze e dicerie, decise di impegnarsi con zelo a seguire i dettami di Nostro Signore Gesù Cristo e di sottrarsi per quanto gli era possibile alla familiarità e alla compagnia di Ginevra. (p. 603) *[...] [[Mordred|ser Mordred]], [[Agravaine|ser Agravano]] e molti altri della corte non ci perdono d'occhio e parlano del nostro amore. Li temo più per voi che per me perché, se del caso, io potrei fuggire o sbarazzarmene, mentre voi non potreste che rimanere qui a subire le maldicenze; e se doveste trovarvi in pericolo per aver commesso volontariamente qualche leggerezza, non potreste avere altro aiuto che il mio e quello dei miei parenti. Signora, la nostra imprudenza ci condurrà allo scandalo e alla vergogna, e io non voglio assolutamente che voi siate disonorata. Sono queste le ragioni che mi hanno spinto a dedicarmi il più possibile al servizio delle dame, facendo in modo che tutti pensino che ne traggo gioia, delizia e piacere. ([[Lancillotto]], p. 604) *Lancillotto, ora capisco la vostra falsità e la vostra volgare lussuria! Voi amate altre dame, e per me non provate che disprezzo. Adesso che ho ben chiaro che siete un traditore, state certo che non vi amerò mai più. Non osate comparirmi ancora davanti: da questo momento vi scaccio dalla corte, e per sempre, e vi bandisco dalla mia compagnia. Se tenterete di rivedermi, sarete ucciso. ([[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], pp. 604-605) *Spesso le donne sono impulsive e compiono azioni di cui poi si pentono amaramente. ([[Bors (ciclo arturiano)|Bors]], p. 605) *Se accetterò di essere il campione della regina mi alienerò molti cavalieri della Tavola Rotonda. Tuttavia, per amore di Lancillotto e vostro, sarò suo difensore a meno che il caso non porti qui un campione meglio di me. ([[Bors (ciclo arturiano)|Bors]], p. 609) *Non ho mai sentito dire che Ginevra abbia rovinato un solo cavaliere. Anzi, a quel che so, ella ci ha sempre magnificato ed è stata la sovrana più generosa e liberale, e la più munifica di doni e di benevolenza. Sarebbe quindi vergognoso se lasciassimo morire nell'ignominia la moglie del nostro nobilissimo re. Sappiate che non lo permetterò, e che sosterrò la sua innocenza nella morte di ser Patrise; del resto, ella non aveva alcun motivo per odiare lui o alcuno dei cavalieri intervenuti al banchetto. Direi anzi che ci abbia invitati per affetto, certo non per un subdolo stratagemma, e sono convinto che comunque andrà, un giorno sarà possibile provare che tra di noi vi è un traditore. ([[Bors (ciclo arturiano)|Bors]], p. 610) *Come dice un antico proverbio, è aspra la battaglia nella quale si scontrano parenti e amici, perché allora non c'è posto per la misericordia, ma solo per la più mortale delle contese. ([[Lancillotto]], p. 629) *[...] non mi piace essere obbligato ad amare; l'amore deve nascere dal cuore, non dalla costrizione [...]. ([[Lancillotto]], p. 636) *L'amore deve essere libero, non imposto, perché un amore forzato finisce con il dissolversi. ([[Re Artù]], p. 636) *All'uomo d'onore non può non ripugnare assistere alla sconfitta di un suo pari, mentre chi non ha onore e si comporta da vile, alla vista di un uomo in pericolo non compirà mai un gesto gentile o generoso. Un codardo, infatti, non darà mai prova di misericordia, mentre chi alberga la bontà nel cuore farà agli altri quello che vorrebbe fosse fatto a lui. ([[Re Artù]], p. 642) *{{NDR|Su [[maggio]]}} Quel mese esuberante infonde coraggio negli amanti e, in vari modi, li induce più di ogni altro a diversi comportamenti, perché è allora che, come erbe e arbusti, gli uomini e le donne si rinnovellano e richiamano alla mente lontane cortesie, servigi e gesti gentili che avevano posto nell'oblio per negligenza.<br>E come il rigore dell'inverno offusca e sfigura la verde estate, così accade all'amore che lega l'uomo alla donna, quando è incostante. Sono numerosi coloro che non albergano la costanza, e non passa giorno senza che vediamo come basti un alito di rigore invernale per cancellare e spezzare col minimo pretesto un vero amore, che pure costa tanto. Questa non è costanza né saggezza, ma debolezza di carattere, disonorevole per coloro che la praticano.<br>Perciò, come il maggio fiorisce e germoglia nei giardini, così ogni uomo d'onore rivesta il proprio cuore di germogli, prima a gloria di Dio, poi per dare gioia a coloro cui ha giurato fedeltà. Infatti, non c'è uomo o donna d'onore che non abbia scelto l'oggetto del proprio amore. E se la fatica delle armi non deve essere mai trascurata, bisogna però che l'onore sia innanzitutto riserbato a Dio, e solo dopo aver contesa con le dame: questo è ciò che io chiamo un amore virtuoso.<br>Oggi, però, gli uomini non sanno amare per sette giorni di seguito senza pretendere di appagare le proprie brame. La ragione ci dice che un tale amore non può durare, perché quanto è subito accordato con troppa prontezza, è ben presto spento dall'ardore stesso. Così è l'amore ai nostri tempi: arde lesto e altrettanto in fretta si raffredda! E questa non si può chiamare costanza. Ai tempi di Artù l'amore soleva essere diverso: uomini e donna si amavano anche per sette interi anni senza che tra loro si insinuasse la lussuria. Quello era amore vero, e fedele!<br>Ho dunque paragonato l'amore di oggi all'estate e all'inverno, perché come la prima è calda e il secondo è freddo, allo stesso modo procede l'amore ai nostri giorni. Tutti voi che siete amanti rammentate quindi il mese di maggio! (pp. 643-644) ====Libro XIX==== *[...] a quel tempo era costume che Ginevra non lasciasse mai la corte senza un seguito di ottimi cavalieri armati, quasi tutti giovani decisi a farsi onore. Erano chiamati i Cavalieri della Regina e in battaglia, ai tornei e alle giostre portavano come insegna uno scudo completamente bianco. Venivano scelti per quel servigio tutti gli anni in occasione della festa della Pentecoste tra i cavalieri che si erano mostrati più valorosi, in sostituzione di quelli che erano morti nel corso dell'anno (e non ne passava uno senza che ne morissero alcuni). Proprio compiendo tale servigio si erano distinti all'inizio ser Lancillotto e tutti gli altri, prima di conquistare rinomanza. (pp. 645-646) *Ahimè, che vergogna che un [[cavaliere]] ne tradisca un altro! [...] Ma c'è un vecchio proverbio che recita: "Il valoroso è davvero in pericolo solo quando si trova in balia di un codardo. ([[Lancillotto]], p. 649) *Gesù mi terrà lontano dal disonore, e poi ben vengano le disgrazie che Dio vuole mandare [...]. ([[Lancillotto]], p. 657) ====Libro XX==== *Nel mese di maggio, quando ogni cuore gagliardo fiorisce e germoglia e, con la bellezza e il rigoglio della stagione, uomini e donne sono pieni di letizia per l'avvicinarsi dell'estate con i suoi fiori novelli, laddove gli aspri venti e le bufere dell'inverno li inducono a raccogliersi al coperto presso il focolare, scoppiarono furore e sventura che ebbero termine solo con la morte e l'estinzione del fiore di tutti i cavalieri del mondo. (p. 663) *Mi meraviglio che nessuno di noi si vergogni di sapere, e di vedere con i propri occhi, che Lancillotto giace giorno e notte con la regina [...]. Ne siamo tutti al corrente, eppure siamo tanto vili da tollerare il disonore di un sovrano nobile quanto Artù. ([[Agravaine]], p. 663) *Se ne dovesse derivare ostilità o guerra tra noi e Lancillotto, sta' certo che molti re e molti potenti signori sceglierebbero di schierarsi con lui. E poi, fratello [...] devi sempre tenere a mente che Lancillotto ha salvato più di una volta il re e la regina, e che anche i migliori tra noi si sarebbero sentiti gelare il cuore in varie occasioni se egli non fosse stato il più valoroso e non lo avesse dimostrato molto spesso. ([[Gawain]], p. 664) *Ser Lancillotto mi ha concesso l'investitura e niente potrà indurmi a parlare male di lui [...]. ([[Sir Gareth]], p. 664) *Appena gli altri furono usciti, il re chiese quale fosse il motivo della disputa.<br>«Ora ve lo dirò, sire; non posso più tenerlo in me» gli rispose ser Agravano. «Io e ser Mordred siamo in disaccordo con i nostri fratelli: sappiamo che ser Lancillotto è da tempo l'amante della regina e, poiché siamo figli di vostra sorella, non possiamo continuare a tollerarlo. Voi siete il suo signore e colui che lo ha investito cavaliere, e intendiamo provare la sua slealtà.»<br>«Se quello che dite è vero, Lancillotto è un traditore!» esclamò Artù. «Ma mi ripugna compiere un passo del genere senza averne le prove; ser Lancillotto è un cavaliere valoroso e, come ben sapete, il migliore di tutti noi. Se non sarà colto sul fatto, vorrà battersi con colui che lo ha denunciato, e nessuno sarà in grado di tenergli testa. Quindi, voglio che sia sorpreso in flagrante.»<br>Il libro francese dice che il re non desiderava affatto che si diffondessero voci su Lancillotto e la regina. A dire il vero, egli ne aveva già il sospetto, ma non voleva sentirne parlare perché amava molto ser Lancillotto per tutto quello che egli aveva fatto in favore suo e di Ginevra. (p. 665) *«Ahimè» si lamentava intanto Lancillotto «non mi è mai capitato di trovarmi a rischiare una morte vergognosa per la mancanza della mia armatura!»<br>Nel frattempo ser Agravano e ser Mordred non cessavano di gridare:<br>«Esci dalla camera della regina, traditore! Sta' certo che non riuscirai a fuggire».<br>«Gesù misericordia, non posso tollerare questo odioso clamore: meglio morire subito che sopportare un simile tormento!» esclamò allora Lancillotto; poi prese Ginevra tra le braccia e la baciò.<br>«Nobilissima tra le regine cristiane aggiunse siete la mia diletta e gentile signora e io, il vostro povero e fedele cavaliere, vi sono stato al fianco nelle cause giuste come in quelle ingiuste dal giorno in cui re Artù mi conferì l'investitura. Se morirò, vi supplico di pregare per la mia anima. Sono sicuro che ser Bors e tutti gli altri miei parenti, e anche ser Lavaine, vi salveranno dal rogo. Confortatevi, perciò, madonna mia amata, e qualunque cosa mi accada, andate con ser Bors e con gli altri che vi tratteranno con ogni onore e vi faranno regina delle mie terre.»<br>«No, Lancillotto, non vi sopravviverò! Se sarete ucciso, per amore di Dio accoglierò la morte con umiltà, come è dovere di una regina cristiana.»<br>«Ebbene, signora, poiché è giunto il giorno in cui dobbiamo separarci, sappiate che venderò la vita al più alto prezzo, e che sono mille volte più addolorato per voi che per me. Ma ora preferirei avere indosso la mia solida armatura piuttosto che regnare su tutto il mondo cristiano: prima di soccombere farei in modo che le mie gesta siano tramandate.»<br>«Piacesse a Dio che uccidessero me e lasciassero libero voi!» esclamò la regina.<br>«Questo non deve accadere, e che Dio mi ripari da una simile vergogna!» replicò Lancillotto. «Gesù Cristo, sii tu il mio scudo e la mia armatura!» (p. 667) *Ora, signora, è chiaro che il nostro amore è giunto al suo epilogo e che da adesso in poi re Artù mi sarà nemico. Ma se vorrete rimanere con me, mi impegno a tenervi al riparo da ogni pericolo. ([[Lancillotto]], p. 669) *Stanotte ho ucciso ser Agravano, fratello di ser Galvano, e almeno altri dodici suoi compagni. Non ho alcun dubbio, pertanto, che vi sarà un conflitto sanguinoso. Quei cavalieri erano stati mandati a sorprendermi su ordine espresso di Artù, e il re deve essere talmente furibondo e colmo di risentimento che condannerà la regina al rogo. Io non posso certo permettere che ella sia arsa per colpa mia. Se riuscissi a farmi ascoltare, mi offrirei di essere fatto prigioniero per potermi poi battere in suo favore e provare che è una sposa fedele, ma temo che il re sia troppo infuriato per accettare questa proposta. ([[Lancillotto]], p. 671) *Miei bei signori, mi ripugna di compiere un'azione che potrebbe disonorare voi e tutto il mio lignaggio. Ma poiché sono altrettanto contrario a permettere che la regina muoia di una morte ignobile, se il vostro consiglio è di sottrarla al supplizio, siate però ben consapevoli che dovrò causare molti lutti. Forse, con mio grande rammarico, sarò costretto a uccidere anche qualcuno dei miei migliori amici e può darsi che alcuni, piuttosto che essere complici di un'azione abietta, preferiscano schierarsi dalla mia parte: non vorrei certo farli soffrire. ([[Lancillotto]], p. 672) *«[...] il caso di Tristano dovrebbe mettermi in guardia. Sapete bene come andò a finire dopo che, presi tutti gli accordi, egli riportò [[Isotta|Isotta la Bella]] a re Marco: quel sovrano lo uccise a tradimento mentre suonava l'arpa davanti alla sua dama, cogliendolo alle spalle e trafiggendogli il cuore con una lancia ben affilata.»<br>«È vero» convenne ser Bors «ma c'è una cosa che dovrebbe incoraggiare te come tutti noi, ed è che re Marco e re Artù sono di indole assai diversa, perché Artù non ha mai mancato alla propria parola.» (pp. 672-673) *Capita spesso che agiamo per quel che crediamo il meglio, e che finisce poi per dimostrarsi il peggio. ([[Gawain]], p. 674) *[...] sappiate che soffro di più per la perdita dei miei buoni cavalieri che per la fuga della mia gentile regina, perché di regine posso averne quante ne voglio, mentre non mi sarà mai più possibile riunire una simile compagnia di valorosi. E che sciagura che io e Lancillotto dobbiamo essere nemici! ([[Re Artù]], p. 677) *[...] da oggi in poi cercherò Lancillotto fino al giorno in cui uno dei due avrà ucciso l'altro. Intendo vendicarmi e vi chiedo di prepararvi alla guerra. Se non volete perdere il mio servigio e il mio affetto, affrettatevi a mettere alla prova i vostri amici. Giuro su Dio che, anche se dovessi inseguire Lancillotto per sette regni, lo ucciderò a costo della vita. ([[Gawain]], p. 679) *«Dio non voglia che io mi scontri con il nobilissimo sovrano che mi armò cavaliere!» replicò Lancillotto.<br>«Alla malora le belle parole!» proruppe il re. «Presta fede a quanto ti dico e non lo dimenticare: sono il tuo mortale nemico e lo sarò fino al giorno della mia morte. Non ti perdonerò mai di avermi ucciso degli ottimi cavalieri e degli uomini nobilissimi appartenenti al mio stesso sangue. Per di più, hai giaciuto per anni con la regina, che alla fine mi hai rapita con la forza.»<br>«Mio nobilissimo signore e re, dite quello che volete, tanto sapete benissimo che non mi batterò mai con voi» gli rispose Lancillotto. «È vero, vi ho ucciso dei cavalieri, e me ne rammarico molto; ma sono stato costretto a farlo per salvarmi la vita. Avrei forse dovuto lasciarmi uccidere? Quanto a madama la regina, non un solo cavaliere al mondo, salvo la persona di vostra altezza e il mio signore ser Galvano, oserebbe provare sul mio corpo che ella vi ha tradito! E se vi fa piacere di dichiarare che sono legato da molti anni a madama la vostra regina, vi darò soddisfazione dimostrando con il mio braccio contro chiunque, salvo voi e ser Galvano, che ella vi è fedele. Tuttavia, alla sua grazia è piaciuto di tenermi in suo favore e di prediligermi tra tutti gli altri, e del resto io ho ben meritato il suo affetto perché, sire, più di una volta il vostro furore avrebbe permesso che ella fosse condotta al supplizio se io non mi fossi battuto per lei inducendo i suoi nemici a confessare la loro menzogna e facendola così assolvere con onore. E tutte quelle volte, voi mi avete dimostrato amore e gratitudine per averla salvata, e mi avete anche promesso di essere per sempre il mio benevolo signore. Ora, invece, mi sembra che ricompensiate male i miei servigi. Del resto, sire, avrei perso gran parte del mio onore cavalleresco se avessi tollerato che madama, la vostra regina, fosse suppliziata per causa mia. In molte occasioni mi sono battuto per lei in contese che non mi riguardavano; non avrei forse avuto il diritto di farlo allorché ero dalla parte del giusto? Perciò, mio generoso e grazioso signore, concedete la vostra benevolenza alla vostra regina, che è buona e fedele!» (pp. 680-681) *Voi, sire, avete dato ascolto a voci menzognere, e questa è stata la causa della guerra che ci oppone. Mio signore, un tempo avevo meritato la vostra compiacenza per essermi battuto in favore della regina vostra moglie, e sapete bene quante volte ella abbia dovuto patire gravi torti. Ora, mio buon signore, mi sembra che in questa circostanza, più che in tutte quelle che pure avete approvato, io avessi un motivo ben valido per strapparla al rogo, dal momento che ella vi era stata condannata a causa mia. Coloro che vi hanno raccontato le fole che sapete erano per certo mentitori, ma le calunnie sono ricadute sul loro capo poiché, se la potenza di Dio non fosse stata dalla mia parte, come avrei potuto io, disarmato e ignaro, far fronte a quattordici avversari armati e decisi? Infatti ero stato convocato dalla regina per non so quale motivo, e avevo appena varcato la porta della sua camera quando ser Agravano e ser Mordred hanno cominciato a chiamarmi traditore e codardo. ([[Lancillotto]], p. 687) *[...] non mi sono mai battuto a oltranza con un cavaliere senza mostrare misericordia, e che benché mi sia misurato con ottimi guerrieri quali ser Tristano e ser Lamorak, ho sempre reso loro l'onore e il rispetto che meritavano. Dio mi è testimone che non mi sono mai adirato al punto da accanirmi contro i buoni cavalieri che ho visto impegnati a farsi onore, e che sono sempre stato lieto di aiutare un avversario in grado di tenermi testa a piedi o a cavallo. ([[Lancillotto]], p. 688) *Ser Galvano, io amavo ser Gareth più di qualunque mio parente, e piangerò per sempre la sua morte non solo per il grande timore che ho di voi, ma anche per altri motivi che mi amareggiano. Prima di tutto, perché fui io a investirlo cavaliere; poi, perché so che mi amava più di ogni altro; il terzo motivo è che era un uomo nobilissimo, leale, cortese, gentile e di buona indole; il quarto è che appena seppi della sua morte capii che da voi non avrei avuto altro che un'inestinguibile guerra. Per di più, ero certo che avreste fatto in modo che il mio nobile signore Artù mi fosse nemico per sempre. Eppure, che Gesù mi perdoni, non ho ucciso ser Gareth e ser Gaheris di proposito. Ah, perché erano disarmati in quel giorno fatale! ([[Lancillotto]], p. 689) *Se non fosse stato per il papa, io mi sarei battuto con te in singolare tenzone e avrei provato sulla tua persona la tua falsità nei confronti di Artù e miei. E lo farò, una volta che avrai lasciato queste terre, dovunque riuscirò a trovarti! ([[Gawain]], p. 690) *Ahimè, così devo abbandonare il più nobile tra i regni cristiani, quello che ho amato di più e in cui ho acquistato il mio onore! Mi rammarico di esserci venuto, se devo esserne vilmente bandito senza colpa e senza motivo! Ma la fortuna è così incostante, e la sua ruota tanto mobile, che nessuno è certo di potervi riposare durevolmente. Ne sono prova molte antiche leggende, come quelle che narrano del nobile Ettore, e di Troilo, e di Alessandro il potente Conquistatore, e di molti altri che precipitarono in basso dal culmine della loro regalità. Così avviene per me, che ero tenuto in grande onore in questo regno nel quale la Tavola Rotonda crebbe in dignità grazie a me stesso e ai miei più che virtù di chiunque altro. ([[Lancillotto]], p. 690) *Mio signore Artù, nobile sovrano che mi fece cavaliere, il mio affetto per voi è tale che i vostri attacchi mi addolorano profondamente, eppure li ho sopportati con pazienza. Se fossi stato vendicativo, avrei potuto scendere in campo e domare i vostri baldi cavalieri, ma ho pazientato per sei mesi lasciando che voi e ser Galvano faceste quel che volevate. Ora però non posso tollerarlo più e devo difendermi, perché ser Galvano mi ha accusato di tradimento. Sono stato sempre contrario a battermi contro un vostro parente, ma adesso non posso più tirarmi indietro, come la preda quando è messa alle strette. ([[Lancillotto]], p. 697) *[...] ser Galvano aveva ricevuto da un sant'uomo un dono miracoloso che gli aveva permesso di farsi molto onore: ogni giorno dell'anno, dalle nove a mezzogiorno, la sua forza cresceva fino ad arrivare a triplicarsi. Per questo re Artù, che era il solo a saperlo, aveva ordinato che tutte le tenzoni che si fossero svolte alla propria presenza, di qualunque genere e per ogni tipo di lite, avessero inizio alle nove del mattino: in tale modo il partito per il quale si fosse battuto il nipote avrebbe avuto sempre il sopravvento nel corso delle tre ore in cui la forza di Galvano raggiungeva il suo culmine. (p. 698) ====Libro XXI==== *A [[Mordred|ser Mordred]] era stato dunque affidato il governo di tutta l'Inghilterra. Egli allora fece vergare delle false lettere fingendo che provenissero dal continente, in cui era scritto che re Artù era stato ucciso nel corso della guerra contro ser Lancillotto; quindi convocò a parlamento tutti i baroni e si fece eleggere re. L'incoronazione avvenne a Canterbury e fu seguita da festeggiamenti che durarono quindici giorni.<br>Dopo di che, ser Mordred si recò a Winchester e dichiarò apertamente alla regina (che però era moglie del re, allo stesso tempo suo zio e padre) che intendeva sposarla e perparò le nozze fissando il giorno del matrimonio. Ginevera, pur profondamente addolorata, gli rispose con cortesia e finse di sottomettersi al suo volere; tuttavia espresse il desiderio di recarsi a Londra per comprare quanto le sarebbe occorso per gli sponsali. (p. 702) *Riflettete, Inglesi, sulla malvagità che tutto ciò palesava! Artù era il re più nobile e il cavaliere più valoroso del mondo e che più amava e sosteneva gli uomini prodi, eppure quelli Inglesi non gli concedevano la propria stima! Ché tale era l'antico costume di questa terra, e c'è chi dice che non l'abbiamo ancora abbandonato. Ahimè, questo è un grave difetto: nulla ci piace se perdura nel tempo.<br>Così si comportavano gli uomini di allora: amavano di più ser Mordred che il nobile Artù e molti andarono a dire all'usurpatore che sarebbero stati con lui nella buona come nella cattiva sorte. Allora ser Mordred, che aveva sentito dire che Artù sarebbe sbarcato a Dover, vi si portò con grande esercito allo scopo di sconfiggerlo e di scacciarlo dalle sue stesse terre. (pp. 703-704) *«Ahimè, ser Galvano, figlio di mia sorella, con l'uomo che amavo di più al mondo se ne va ogni mia gioia!» si dolse {{NDR|Artù}} quando si fu ripreso. «Ora te lo posso dire, caro nipote, solo in te e in ser Lancillotto riposavano la mia letizia e la mia fiducia. Adesso che ho perduto entrambi, tutto il conforto che avevo sulla terra mi abbandona!»<br>«Ah, caro zio» gli rispose ser Galvano «il mio ultimo giorno è arrivato, e ne devo biasimare la mia impulsività e la mia ostinazione, dato che sono stato ferito sulla vecchia piaga che mi aveva inferto ser Lancillotto. So che morirò prima di mezzogiorno e che a causa del mio orgoglio voi dovrete patire tanta vergogna e sventura. Se il nobile Cavaliere del Lago fosse stato al vostro fianco, come fu e avrebbe dovuto essere ancora, questa guerra sciagurata non sarebbe mai scoppiata, perché solo la sua cavalleria e la nobiltà del suo sangue erano riuscite a tenere soggetti e timorosi i vostri infidi nemici. Ora egli vi mancherà. Ahimè, perché non ho voluto trovare un accordo con lui! [...]» (pp. 704-705) *Io, ser Galvano, cavaliere della Tavola Rotonda, voglio che tutto il mondo sappia che mi sono dato la morte non per colpa tua ma mia. Perciò, ser Lancillotto, ti supplico di tornare nel regno per visitare la mia tomba e per recitare su di essa una preghiera, lunga o breve che sia, per la salvezza della mia anima. Oggi, nello stesso giorno in cui scrivo questa lettera, fui ferito a morte là dove la tua mano mi colpì per prima, e non avrei potuto essere ucciso da un braccio più nobile. ([[Gawain]], p. 705) [[File:Battle Between King Arthur and Sir Mordred - William Hatherell.jpg|thumb|La battaglia tra Artù e Mordred]] *{{NDR|Sulla [[battaglia di Camlann]]}} I messaggeri si recarono da Mordred che si era circondato di un temibile esercito di centomila armati e dovettero pregare a lungo prima di riuscire a fargli accettare in contropartita la Cornovaglia e il Kent fino alla morte di Artù e, dopo, tutta l'Inghilterra. Fu anche concordato che il sovrano e l'usurpatore, ciascuno con un seguito di quattordici cavalieri, si incontrassero in una zona franca tra i due eserciti schierati.<br>Artù fu lieto degli accordi raggiunti, ma prima di recarsi al convegno ordinò ai propri uomini di avanzare fieramente e di uccidere ser Mordred, di cui non ci si poteva fidare in alcun modo, se avessero visto sguainare anche una sola spada. E ser Mordred aveva istruito allo stesso modo il proprio esercito:<br>«Se vedrete balenare anche una sola lama mouvete con coraggio all'attacco e uccidete quanti vi si parano innanzi, perché non mi fido affatto di questa tregua e so bene che mio padre vorrà vendicarsi di me.»<br>L'incontro ebbe dunque luogo come era stato stabilito. Fu portato del vino e ne bevvero insieme, ma una [[vipera]] sbucata da un cespuglio d'edera morse il piede di un cavaliere. Questi, senza darsi pensiero del danno che ne sarebbe derivato, sguainò la spada per ucciderla, e quando i due eserciti videro balenare la lama diedero fiato alle trombe e ai corni e si corsero incontro levando terribili grida.<br>Allora re Artù montò a cavallo e raggiunse prontamente i propri uomini esclamando:<br>«Ahimè, che giorno sventurato!»<br>Ser Mordred si unì ai suoi, ed ebbe inizio la battaglia più funesta che si sia mai vista in terra cristiana: vi furono attacchi impetuosi e galoppare di cavalli, affondi e fendenti, colpi mortali e accenti minacciosi da entrambe le parti. Re Artù non cessava di attraversare le formazioni di ser Mordred compiendo molte prodezze degne di un nobile sovrano senza mai venir meno al proprio ruolo, ma anche ser Mordred non si tirava indietro e più volte mise se stesso in grave pericolo.<br>La battaglia infuriò per tutta la giornata senza risparmio di forze, finché molti nobili cavalieri giacquero immobili sulla fredda terra, e quando cadde la notte il terreno era cosparso dei cadaveri di ben centomila uomini. (pp. 707-708) *{{NDR|Sulla battaglia di Camlann}} Il sovrano impugnò la lancia e si gettò in avanti gridando:<br>«Traditore, è giunto il giorno della tua morte!»<br>Ser Mordred si scagliò a sua volta contro di lui brandendo la spada, ma il re già gli affondava la lancia sotto lo scudo e gliela faceva fuoriuscire dal corpo per più di un braccio. E quando l'usurpatore comprese che non sarebbe potuto sfuggire alla morte, si slanciò con tutte le proprie forze in avanti trafiggendosi fino all'impugnatura dell'asta, poi calò la spada tenuta con entrambe le mani sul proprio padre e lo raggiunse a un lato della testa trapassandogli l'elmo e il crano. Subito dopo si accasciava a terra morto. (p. 709) [[File:The Death of King Arthur by John Garrick.jpg|thumb|La morte di Artù]] *«[...] Il tempo passa in fretta; prendete perciò la mia buona spada Excalibur e portatela alla riva del mare: vi ordino di gettarla nell'acqua e di tornare poi a dirmi cosa avete visto.»<br>«Sire, obbediremo al vostro comando» gli rispose [[ser Bedivere|Bedivere]].<br>Ma sulla strada si mise a osservare con attenzione la nobile arma e le pietre preziose che ricoprivano il pomo e l'elsa.<br>"Se la getto nell'acqua, non ne deriveranno che perdite e danno!" pensò.<br>Perciò la nascose sotto un albero e poi si affrettò a tornare dal re e gli disse di averla gettata in mare.<br>«Cosa hai visto?» gli domandò Artù.<br>«Nient'altro che onde e venti.»<br>«Non è vero» replicò il re. «Ora affrettatevi a ubbidire e, se vi sono caro, non esitate a fare quanto vi ho detto.»<br>Allora ser Bedivere tornò a prendere la spada, ma pensando ancora che fosse un peccato e una vergogna gettare via un'arma tanto nobile, la nascose di nuovo, poi raggiunse il re.<br>«Cosa avete visto?» gli domandò per la seconda volta il sovrano.<br>«Nient'altro che flutti e ondate nere.»<br>«Ah, mi hai ingannato ancora, sleale e traditore!» propruppe Artù. «La tua fama di nobile cavaliere e l'amore che ti ho sempre portato non mi avrebbero mai fatto pensare che mi avresti tradito per il valore di una spada! Ora sbrigati: le tue esitazioni stanno mettendo a grave rischio la mia vita. Se non eseguirai adesso i miei ordini ti ucciderò con le mie stesse mani ovunque potrò incontrarti.»<br>Così ser Bedivere tornò là dove aveva nascosto la spada, la raccolse con cautela e si avvicinò alla riva. Poi avvolse la cintura intorno all'elsa e la scagliò più lontano che poté. Allora vide un braccio e una mano sorgere dall'acqua, afferrarla stretta, brandirla tre volte e poi inabissarsi con l'arma.<br>Quando ser Bedivere, tornato vicino al re, gli raccontò quello che aveva visto, il sovrano esclamò:<br>«Ahimè, aiutatemi ad andare via, temo di avere aspettato già troppo.»<br>Il cavaliere se lo caricò sulle spalle e andò verso la riva del mare. Vi erano appena arrivati che una piccola chiatta piena di belle dame prese terra accanto a loro. Tra di esse si trovava una regina, e tutte portavano cappucci neri e gridavano e piangevano alla vista di re Artù.<br>«Fatemi salire a bordo» disse il re.<br>Ser Bedivere eseguì con delicatezza il comando, e tre dame accolserò Artù tra alti lamenti e lo misero a sedere con la testa appoggiata sul grembo di una di loro.<br>«Ah, mio caro fratello!» disse allora la regina. «Perché vi siete trattenuto tanto a lungo lontano da me? La ferita che avete al capo ha preso fin troppo freddo!»<br>Poi le dame si misero ai remi e allontanarono l'imbarcazione dalla terra. E quando se Bedivere le vide prendere il largo, gridò:<br>«Ah, mio signore Artù, cosa sarà di me ora che mi lasciate tra i miei nemici?»<br>«Confortatevi e fate del vostro meglio: su di me non potrete più fare alcun affidamento» gli rispose il sovrano. «Devo andare nell'isola di Avalon per curare la mia grave ferita, e se non sentirete mai più parlare di me, pregate per la mia anima.»<br>Intanto la regina e le dame piangevano e gridavano da fare pietà. Quando ser Bedivere ebbe perso di vista la chiatta, scoppiò anch'egli in pianti e in lamenti, poi si diresse verso la foresta e camminò per tutta la notte. (pp. 710-712) *Di Artù non ho trovato nient'altro nei libri autorizzati, né ho letto con maggiore certezza della sua morte se non che fu portato via in una nave con tre regine, una delle quali era sua sorella [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana la Fata]], l'altra la regina del Galles del Nord e la terza quella delle Terre Desolate. Non conosco altra testimonianza che quella dell'eremita che un tempo era stato arcivescovo di Canterbury e che riferì che le dame avevano portato da lui un corpo perché lo seppellisse. Tuttavia egli non sapeva con certezza se si trattasse davvero del cadavere di artù, perché questa storia la fece mettere per iscritto ser Bedivere, cavaliere della Tavola Rotonda. (pp. 712-713) *In varie parti d'Inghilterra si crede che re Artù non sia morto e che, per volontà di Nostro Signore Gesù, viva in un altro luogo da dove tornerà per conquistare la Santa Croce. Io però non mi sento di affermarlo, e preferisco dire che in questo mondo egli lasciò la sua vita. Molti sostengono anche che sulla sua tomba siano scritte queste parole:<br><div class="center">{{maiuscoletto|Hic iacet Arthurus Rex quondam rexque futurus}}</div> (p. 713) *{{NDR|Su [[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]]}} Quando seppe della morte del re e di tutti i nobili cavalieri compreso ser Mordred, ella riparò in gran segreto con cinque dame ad Almesbury dove si fece monaca indossando la veste bianca e nera, e vivendo in penitenza come se fosse stata la più grande peccatrice di questa terra. Da allora nessuna creatura riuscì più a renderla felice, e visse tra digiuni, preghiere e opere di carità al punto che tutti si stupirono della purezza dei sui nuovi costumi. Con il tempo, come era da aspettarsi, divenne anche badessa e governatrice del monastero. (p. 713) *La guerra che ha portato alla morte i più nobili cavalieri del mondo è divampata a causa mia e di quest'uomo, e l'amore che ci legava ha causato la rovina del sovrano più onorato della terra. Lancillotto [...] ho assunto questo stato per salvare la mia anima e, con la grazia di Dio e per le piaghe della Sua Passione, confido che dopo la mia morte potrò contemplare il volto benedetto di Gesù Cristo e sedere alla Sua destra nel giorno del Giudizio, poiché in cielo vi sono dei santi che furono peccatori in terra. Perciò, ser Lancillotto, vi supplico di cuore per l'amore che ci fu tra noi di non posare mai più lo sguardo su di me. Vi comando anche, in nome di Dio, che lasciate la mia compagnia e torniate nel vostro regno per preservarlo da guerre e distruzioni. Così come vi ho amato fino ad ora, il mio cuore non mi permetterà più di incontrarvi dopo che a causa vostra e mia è stato annientato il fuore dei re e dei cavalieri. Rientrate dunque nelle vostre terre e prendete moglie per vivere con lei in gioia e letizia. L'unica supplica che il mio cuore vi rivolge è che invochiate il Signore Eterno perché mi conceda di fare ammenda dei miei peccati. ([[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], p. 716) *«[...] Nella ricerca del Sangrail avrei abbandonato le vanità mondane se non fosse stato per l'amore che vi portavo, e se allora lo avessi fatto con tutto il mio cuore, la volontà e il pensiero, avrei superato ogni altro cavaliere a eccezione di ser Galahad mio figlio. Se voi vi siete votata alla perfezione, è giusto che lo faccia anch'io perché, mi sia testimone Iddio, solo in voi ho avuto la mia gioia terrena. Se il vostro cuore fosse stato diversamente disposto, vi avrei portata con me nel mio regno. Ma poiché tale è la vostra volontà, vi giuro che se troverò un eremita che voglia accogliermi, a qualunque ordine appartenga, farò penitenza e pregherò fino al termine della mia vita. Ora, madama, vi prego di baciarmi un'ultima volta.»<br>«Non lo farò mai» si schermì la regina «e astenetevi anche voi da tali atti.» (pp. 716-717) *Supplico Dio Onnipotente che non mi sia mai più possibile vedere ser Lancillotto con i miei occhi mortali. ([[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], p. 719) *Quando riporto alla mente la bellezza e la nobiltà della regina e del suo re e li vedo ora giacere insieme, il mio cuore non può sostenere il mio corpo afflitto. Quando poi rifletto che per mia colpa, orgoglio e superbia sono entrambi periti, essi che non avevano pari tra le genti cristiane, il ricordo della loro cortesia e della mia gratitudine mi fa mancare il cuore al punto di non potermi reggere in piedi. ([[Lancillotto]], p. 720) *Ah, Lancillotto [...] guida di tutti i cavalieri cristiani, impareggiabile tra i valorosi, ora giaci qui. Eri il più cortese cavaliere che abbia mai portato lo scudo, l'amico più sincero nei confronti di chi ti amava tra quanti hanno mai cavalcato, il più fedele amante tra i peccatori che abbiano mai amato una donna, l'uomo più gentile che abbia mai brandito una spada. La tua bella persona primeggiava sempre tra una folla di cavalieri, e tu eri l'uomo più mansueto e più onorato tra quanti mai si siano intrattenuti a banchetto con le dame. Ma eri anche l'avversario più inflessibile per un nemico mortale che abbia mai posto la lancia in resta. (Hector de Maris, p. 722) ===Explicit=== ====Originale==== Here is the end of the booke book of kyng Arthur & of his noble knyghtes of the rounde table | that whan they were hole togyders there was ever an C and xl | and here is the ende of the deth of Arthur | I praye you all Ientyl men and Ientyl wymmen that redeth this book of Arthur and his knyghtes from the begynnyng to the endyng | praye for me whyle I am on lyve that god sende me good delyveraunce | & whan I am deed I praye you all praye for my soule | for this book was ended the ix yere of the reygne of kyng edward the fourth | by syr Thomas Maleore knyght as Ihesu helpe hym from hys grete myght | as he is servaunt of Ihesu bothe day and nyght |<br>{{NDR|Thomas Malory, ''[https://archive.org/details/lemortedarthuror00malouoft/page/860/mode/2up Le Morte d'Arthur. The original edition of William Caxton now reprinted and edited with an introduction and glossary]'', a cura di H. Oskar Sommer, Londra, David Nutt, 1889}} ====Traduzione==== ''Qui finisce il libro di re Artù e dei suoi nobili cavalieri della Tavola Rotonda, che nel loro insieme raggiungevano il numero di centocinquanta. E questa è anche la fine de'' La morte di Artù. '' Gentiluomini e gentildonne che avete letto il libro di Artù e dei suoi cavalieri dall'inizio alla fine, vi supplico di pregare finché sono in vita perché Dio mi mandi una buona liberazione. Quando poi sarò morto, vi chiedo di pregare tutti per la mia anima. Quest'opera fu terminata nel nono anno di [[Edoardo IV d'Inghilterra|re Edoardo IV]] dal cavaliere sir Thomas Malory che Gesù aiuti con la Sua grande potenza, poiché è servo di Cristo di giorno come di notte.''<br>{{NDR|Thomas Malory, ''Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri'', volume secondo, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Milano, Oscar Classici Mondadori, 1985. ISBN 88-04-41154-6}} ==Citazioni su Thomas Malory== *Malory fu in realtà il primo scrittore su commissione [...]. Quando [[William Caxton|Caxton]] costruì la sua pressa da stampa, chiese al povero vecchio Malory di scrivere qualcosa, ed egli acconsentì mettendo insieme tutte le storie che conosceva: tutte le storie tramandate dalla tradizione orale. Poi, a poco a poco, con la proliferazione dei libri, la gente dimenticò quelle storie o non si curò di ricordarle. Così, i racconti che Malory ambientò nel XII secolo descrivevano eventi accaduti molto tempo prima [...]. E, come accade per tutti i miti, essi assunsero le tinte dell'epoca in cui vennero scritti. Gli ''Idilli del re'' di [[Alfred Tennyson|Tennyson]], per esempio, oppure le opere di [[Edward Burne-Jones|Burne-Jones]] e dei Preraffaelliti, descrissero e dipinsero le leggende arturiane del XII secolo secondo la sensibilità della propria epoca. Finendo così per rivelare più cose sull'età vittoriana che sulla leggenda stessa. ([[John Boorman]]) *Sì, possiamo immaginarci sir Thomas Malory come un adorabile primitivo, un innamorato di cose nobili e belle e grandi, finché non sappiamo, in base alle moderne ricerche che l'hanno identificato con un personaggio della parrocchia di Monks Kirby nella contea di Warwick, figura più di bandito che di {{sic|compíto}} gentiluomo, che per via delle sue violenze e rapine fu spesso in prigione, e in prigione scrisse appunto le sue storie di cavalleria. ([[Mario Praz]]) ==Bibliografia== *Thomas Malory, ''[https://archive.org/details/lemortedarthuror00malouoft/page/34/mode/2up Le Morte d'Arthur. The original edition of William Caxton now reprinted and edited with an introduction and glossary]'', a cura di H. Oskar Sommer, Londra, David Nutt, 1889. *Thomas Malory, ''Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri'', due volumi, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Milano, Oscar Classici Mondadori, 1985. ISBN 88-04-41154-6 ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{DEFAULTSORT:Malory, Thomas}} [[Categoria:Scrittori britannici]] 6iez4b8dqa8bopc0j8mo7863cycedcx 1420712 1420665 2026-07-17T11:45:03Z Skekzilla 17056 /* Libro VII */ 1420712 wikitext text/x-wiki Sir '''Thomas Malory''', o '''Maillorie''', '''Mallory''', '''Maleore''' (1409 – 1471), scrittore inglese. ==''La morte di Artù''== ===Incipit=== [[File:Morte Darthur incipit (cropped).jpg|thumb|Incipit dell'edizione del 1485 stampata da [[William Caxton]]]] ====Originale==== Hit befel in the dayes of Uther pendragon when he was kynge of all Englond | and so regned that there was a myȝty duke in Cornewaill that helde warre ageynst hym long tyme | And the duke was called the duke of Tyntagil | and so by meanes kynge Uther send for this duk | chargyng hym to brynge his wyf with hym | for she was called a fair lady | and a passynge wyfe | and her name was called Igrayne | So whan the duke and his wyf were comyn unto the kynge by the meanes of grete lordes they were accorded bothe | the kynge lyked and loved this lady wel | and he made them grete chere out of mesure | and desyred to have lyen by her | But she was a passyng good woman | and wold not assente unto the kynge | And thenne she told the duke her husband and said I suppose that we were sente for that I shold be dishonoured Wherfor husband I counceille yow that we departe from hens sodenly that we maye ryde all nyghte unto oure owne castell<br>{{NDR|Thomas Malory, ''[https://archive.org/details/lemortedarthuror00malouoft/page/34/mode/2up Le Morte d'Arthur. The original edition of William Caxton now reprinted and edited with an introduction and glossary]'', a cura di H. Oskar Sommer, Londra, David Nutt, 1889}} ====Traduzione==== Al tempo in cui [[Uther Pendragon]] governava su tutta l'Inghilterra, vi era in Cornovaglia un potente duca, signore di Tintagel, che gli faceva guerra da molti anni. Attraverso degli emissari, un giorno il re lo convocò ordinandogli di portare con sé anche la moglie, che aveva nome [[Igraine]] e fama di essere molto assennata. Quando il duca arrivò alla presenza del sovrano, per intercessione dei più nobili baroni si riconciliò con lui, ma il re si innamorò di sua moglie, la festeggiò oltre misura e desiderò di giacere con lei. Igraine, che era una donna onesta e leale, non solo non vi consentì, ma anzi disse al marito:<br>«Credo che siamo stati chiamati qui perché io vi perdessi il mio onore. Vi consiglio quindi di andare via senza indugio e di raggiungere questa notte stessa il nostro castello.»<br>{{NDR|Thomas Malory, ''Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri'', volume primo, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Milano, Oscar Classici Mondadori, 1985. ISBN 88-04-41154-6}} ===Citazioni=== ====Libro I==== [[File:Story of Merlin - Arthur's conception.png|thumb|Il concepimento di Artù]] *«Ecco cosa voglio, sire» disse allora Merlino. «La prima notte che trascorrerete con Igraine concepirete in lei un figlio che mi farete consegnare appena sarà venuto alla luce. Io lo alleverò dove più mi piacerà, affinché a voi derivi onore e al bambino i vantaggi che gli spettano.»<br>«Sarà fatto come volete» accondiscese il re.<br>«Ora preparatevi» aggiunse Merlino. «Questa notte stessa vi coricherete al fianco di Igraine nel castello di Tintagel, e avrete le sembianze di suo marito; Ulfius assumerà l'aspetto di ser Brastias e io quello di ser Jordans, due cavalieri del duca. Ma badate di non rivolgere domande né a lei né ai suoi uomini; dite che non vi sentite bene, affrettatevi ad andare a letto, e domani mattina non vi alzate prima del mio arrivo. Il castello non è che a dieci miglia da qui.»<br>Fu dunque fatto come era stato deciso. Ma poiché il duca aveva visto il re lasciare l'assedio di Terrabil, quella stessa notte uscì dal castello attraverso una postierla per attaccare l'esercito regale e rimase ucciso nella sortita prima ancora che il sovrano fosse arrivato a Tintagel. Così re Uther giacque con Igraine più di tre ore dopo la morte del duca e, in quella notte, concepì Artù. Allo spuntare del giorno, dopo che Merlino fu arrivato per dirgli di prepararsi, egli baciò la dama e partì in gran fretta. E quando Igraine sentì dire che, secondo tutte le testimonianze, il marito era morto prima dell'arrivo di Uther, si chiese con grande stupore chi potesse essere l'uomo che si era coricato con lei nelle sembianze del suo signore e ne pianse segretamente senza farne parola ad alcuno. (p. 7) *Non passò molto, quindi, che un mattino Uther e Igraine si sposarono tra la gioia e il tripudio generale, e, per volere del re, nella stessa occasione re Lot di Lothian e di Orkney sposò Morgawse, che sarebbe stata la madre di [[Gawain|Galvano]], e re Nentres della terra di Garlot sposò Elaine. La terza sorella, [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana la Fata]], fu invece messa a studiare in un convento dove divenne molto dotta in negromanzia. In seguito sarebbe stata maritata a re [[Urien|Uriens]] della terra di Gore, padre di [[Ywain|ser Ivano il Biancamano]]. (p. 8) *E quando i mattutini e la prima messa ebbero termine, nel camposanto dietro l'altare maggiore fu vista una grande roccia quadrangolare simile a un blocco di marmo, che sorreggeva nel mezzo una sorta di incudine d'acciaio alta un piede in cui era infitta una bella spada. Intorno all'arma una scritta in lettere d'oro diceva:<br><div class="center">{{maiuscoletto|Colui che estrarrà questa spada dalla roccia e dall'incudine è il legittimo re di tutta l'inghilterra.}} (p. 10) [[File:An island story; a child's history of England (1906) (14801002423).jpg|thumb|Artù estrae la spada dalla roccia]] *Il giorno di Capodanno, terminata la messa, i baroni cavalcarono al campo, alcuni per giostrare, altri per torneare. Tra di essi vi era anche ser Ector accompagnato dal figlio ser Kay e dal giovane [[Re Artù|Artù]], fratello di latte di quest'ultimo. Ser Kay, che era stato fatto cavaliere nel giorno di Ognissanti, accortosi quando era già in cammino di avere dimenticato la spada nell'alloggio del padre, pregò Artù di andargliela a prendere.<br>«Volentieri» rispose il giovane allontanandosi in fretta. Giunto a casa, scoprì però che la dama e tutti gli altri erano usciti per assistere alle giostre. Ne fu addolorato, ma poi si disse:<br>"Andrò al camposanto a prendere la spada che è infitta nella roccia. Mio fratello non deve rimanere senza un'arma in una giornata come questa."<br>Si diresse quindi verso il camposanto; scese di sella, legò il cavallo a un montante e si avvicinò alla tenda che nascondeva la roccia. Non trovandovi i cavalieri che vi erano stati lasciati di guardia e che infatti erano andati alle giostre, afferrò l'impugnatura della spada e la estrasse con un strappo deciso, ma senza sforzo. Poi riprese il cavallo e raggiunse ser Kay per consegnargliela. Appena il fratello la vide, la riconobbe subito. Allora si avvicinò al padre egli disse:<br>«Signore, ecco la spada della roccia. Dunque devo essere io il re di questa terra.»<br>Ser Ector osservò l'arma; quindi tornò indietro con i due giovani, smontò da cavallo, entrò nella chiesa e ordinò a ser Kay di ripetergli con precisione come l'avesse presa faccendolo giurare sul Libro Sacro.<br>«Me l'ha portata mio fratello Artù, signore» disse allora ser Kay.<br>«E tu, come l'hai avuta?» chiese ser Ector ad Artù.<br>«Ecco, signore, quando sono tornato a casa a prendere la spada di ser Kay, non ho trovato nessuno che me la potesse dare; allora, pensando che mio fratello non dovesse rimanere disarmato, sono venuto qui e ho estratto l'arma dalla roccia senza alcuna fatica.» (pp. 11-12) *Ser Ector e ser Kay si inginocchiarono a terra.<br>«Ahimè, perché vi inginocchiate davanti a me, voi che siete mio padre e mio fratello?» chiese loro Artù.<br>«No, mio signore, non è così. Io non sono vostro padre e non sono nemmeno del vostro stesso sangue. Vedo che discendete da un lignaggio ben più nobile di quanto credessi.»<br>Egli gli raccontò come gli fosse stato affidato, perché lo allevasse, dallo stesso Merlino. Nel sentire che ser Ector non era suo padre, il giovane provò un profondo dolore, ma il cavaliere continuò:<br>«Quando sarete re, vorrete essere il mio buono e grazioso signore?»<br>«In caso contrario sarei da biasimare» fu la risposta di Artù. «Siete l'uomo a cui devo di più insieme alla mia buona signora e madre, vostra moglie, che mi ha nutrito e allevato come figlio suo. Se Dio vorrà ch'io sia re come voi dite, potrete chiedermi tutto quello che sarà in mio potere di concedervi, e io non vi mancherò!» (pp. 12-13) *«Per quale motivo quel ragazzo è divenuto vostro re?»<br>«Signori, è figlio legittimo di Uther Pendragon e di Igraine, moglie del duca di Tintagel» rispose loro Merlino.<br>«Allora è bastardo!» esclamarono tutti.<br>«No; Artù fu concepito più di tre ore dopo la morte del duca, e tredici giorni più tardi re Uther sposò Igraine. È quindi provato che non è bastardo, e chi lo afferma sappia che Artù sarà re e avrà ragione di tutti i suoi nemici, e che, prima di morire, avrà regnato a lungo su tutta l'Inghilterra e avrà condotto sotto il proprio comando Galles, l'Irlanda, la Scozia e molti altri regni.» (p. 15) *Dovremmo forse accettare che un interprete di [[Sogno|sogni]] ci esorti alla viltà? ([[Lot (ciclo arturiano)|Lot]], p. 16) *Ecco allora giungere in campo [[Ban di Benoic|re Ban]], fiero come un leone e con le insegne a bande verdi in campo d'oro.<br>«Ahimè, ora temo davvero che saremo sconfitti!» esclamò re Lot vedendolo. «Quello è il cavaliere più valoroso del mondo e anche l'uomo più rinnomato. Moriremo o saremo costretti a ritirarci, ma se dovremo farlo sarà bene che impieghiamo valore e saggezza, perché altrimenti perderemo ugualmente la vita!» (p. 26) *[...] è preferibile uccidere un vile piuttosto che, a causa di un codardo, perdere tutti la vita. ([[Lot (ciclo arturiano)|Lot]], p. 28) *{{NDR|Su [[Glatisant la Bestia]]}} A un tratto gli parve di sentire il latrare di una trentina di cani e vide dirigersi verso di lui, e avvicinarsi alla fonte, la bestia più singolare che si possa immaginare. Dal suo ventre proveniva il rumore simile al latrato di trenta coppie di cani, ma quando l'animale si mise a bere, il frastuono cessò d'improvviso per riprendere solo quando esso si allontanò. (p. 33) *«Siete un uomo straordinario!» esclamò allora Artù.<br>«Però mi stupisce molto sentirvi dire che morirò in battaglia.»<br>«Non ve ne meravigliate, è la volontà di Dio che il vostro corpo sia punito per le vostre azioni impure. Io invece dovrei essere triste, perché morirò di una morte vergognosa, sotterrato ancora vivo. Almeno la vostra sarà una fine onorevole.» ([[Re Artù]] e [[Mago Merlino]], p. 34) *Merlino è a conoscenza, come del resto voi, ser Ulfius, di come re Uther venne da me nel castello di Tintagel con le sembianze di mio marito che era morto tre ore prima, e di come quella stessa notte mi fece concepire un figlio. Tredici giorni dopo egli mi sposò, e allorché il bambino nacque ordinò che fosse affidato a Merlino e allevato da lui. Da allora io non lo vidi mai più; né seppi quale nome gli era stato dato. ([[Igraine]], p. 35) *«Ora siete in mio potere, e sono libero di decidere se uccidervi o risparmiarvi la vita. Ma se non vi darete per vinto sarò costretto a mettervi a morte» gli disse lo sconosciuto.<br>«Quando vorrà venire, la morte sia la benvenuta! Del resto, preferisco morire che disonorarmi arrendendomi a te» esclamò Artù balzandogli addosso. ([[Pellinore]] e [[Re Artù]], p. 39) *«Ahimè, Merlino, lo avete ucciso!» gli disse Artù. «Era il cavaliere più nobile del mondo, ed io preferirei essere privato delle mie terre piuttosto che saperlo morto.»<br>«Non ve ne date pensiero, è più sano di voi» gli rispose Merlino. «È solo addormentato, ma si risveglierà fra tre ore. Vi avevo detto che era un cavaliere forte e coraggioso, e vi avrebbe ucciso se io non fossi intervenuto. Ma da ora in poi egli vi renderà ottimi servigi; il suo nome è [[Pellinore|Pellinor]], e un giorno avrà due figli di valore impareggiabile che si chiameranno [[Parsifal|Percival]] e [[Lamorak|Lamorak il Gallese]]. E sarà ancora Pellinor a rivelarvi il nome del figlio che avete concepito in vostra sorella e che sarà la rovina del regno.» (p. 40) [[File:Boys King Arthur - N. C. Wyeth - p16.jpg|thumb|Artù riceve Excalibur]] *Proseguirono il cammino finché si trovarono sulla riva di un lago vasto e ameno, dal quale videro emergere un braccio rivestito di sciamito bianco: esso terminava in una mano che stringeva una magnifica spada.<br>«È quella l'arma di cui vi parlavo» disse Merlino ad Artù. E poiché in quel momento una donna passava sul lago, il re chiese chi fosse.<br>«È la [[Dama del Lago]]; sul fondo di questo specchio d'acqua si trova una caverna che ha l'interno decorato con tale ricchezza da renderlo la residenza più piacevole del mondo» gli spiegò Merlino. «Ora la dama si avvicinerà; allora voi dovrete pregarla cortesemente di darvi la spada.»<br>Infatti la dama si diresse verso Artù e lo salutò, e il re, dopo aver ricambiato il saluto, le chiese:<br>«Di chi è la spada che quel braccio tiene alta sull'acqua? Io sono senza armi, e vorrei che fosse mia.»<br>«Essa mi appartiene» gli rispose la dama «ma se mi concederete un dono allorquando ve lo chiederò, sarà vostra.»<br>«Ve lo accorderò, sulla mia parola» le promise Artù.<br>«Allora montate sulla barchetta che vedete laggiù, raggiungete a remi la spada e prendetela insieme al suo fodero. Io reclamerò il mio dono quando lo riterrò opportuno».<br>Artù e Merlino smontarono di sella e legarono i cavalli a due alberi. Poi salirono sulla piccola imbarcazione e, quando ebbero raggiunto la mano e la spada, il re ne afferrò l'impugnatura e la trattenne, mentre mano e braccio scomparivano sott'acqua. (pp. 40-41) *«Vi piace più l'arma o il fodero?» gli chiese Merlino.<br>«Preferisco la spada.»<br>«Non siete molto saggio, perché il fodero vale dieci volte di più! Finché lo avrete al fianco, esso impedirà alle vostre ferite di sanguinare, per quanto gravi possano essere. Quindi badate a non abbandonarlo mai.» (p. 41) *Poi re Artù fece cercare, sotto pena di morte, tutti i bambini che erano nati il primo di maggio concepiti da baroni e da dame, perché Merlino gli aveva detto che proprio in quella data aveva visto la luce di colui che lo avrebbe ucciso. Tra i numerosi figli di signori scovati e mandati a corte, si trovava anche [[Mordred]], il figlio della moglie di re Lot.<br>I fanciulli vennero messi su una nave che fu lasciata alla deriva sul mare, ma il caso volle che essa naufragasse ai piedi di un castello e che tutti i bambini morissero salvo proprio Mordred che ne era stato scagliato fuori e che fu ritrovato da un buon uomo che lo allevò. Quando poi il fanciullo ebbe compiuto i quattordici anni, fu mandato a corte, come narreremo verso la fine del libro della Morte di Artù. Ora diremo che i baroni del regno furono molto addolorati per la morte dei loro figli e ne incolparono più Merlino che Artù, ma poi rimasero in pace sia per timore sia per lealtà nei confronti del sovrano. (p. 43) ====Libro II==== [[File:The Death of Balin and Balan.png|thumb|La morte di Balin e Balan]] *«Ah, bella damigella, dignità, virtù e valore non sono riposti solo nell'[[abbigliamento]]!» esclamò [[Sir Balin|Balin]]. «La virilità e l'onore sono celati nella persona, e vi sono molti insigni cavalieri ignoti a tutti, a riprova che il pregio e l'ardimento non hanno alcun rapporto con le vesti che indossano.» (p. 46) *Non pochi pensano di fare scorno a un [[avversario]], e poi scoprono che il loro intento si è ritorto a loro danno. ([[Sir Balin]], p. 50) *Le bandiere furono dispiegate e i combattenti si scontrarono e spezzarono le lance. Ma i cavalieri di [[Re Artù|Artù]], con l'aiuto del Cavaliere dalle Due Spade e del fratello Balan, ebbero presto la meglio. Infatti, per quanto [[Lot (ciclo arturiano)|Lot]] compisse magnifiche prodezze tenendosi sempre in prima fila, sostenendo le proprie genti e affrontando i nemici, tuttavia non poté resistere a lungo, e fu un vero peccato che un cavaliere tanto valoroso, che era appartenuto alla corte di Artù, dovesse essere sopraffatto. Ma era il marito della sorella del re e ne era divenuto nemico, dacché Artù si era coricato con sua moglie concependo in lei [[Mordred]].<br>Ora accadde che nella mischia [[Pellinore|Pellinor]], il valoroso cavaliere che veniva chiamato il Cavaliere della Bestia Latrante, assestasse un colpo possente a Lot: fallito il bersaglio, la spada si abbatté invece sul collo del destriero facendolo cadere in terra insieme al re; allora Pellinor vibrò un altro fendente che spaccò a Lot l'elmo e il capo fino alla fronte. Morto il sovrano, l'esercito di Orkney si dette alla fuga perdendo molti altri uomini.<br>Più tardi Pellinor avrebbe pagato per il proprio gesto, perché [[Gawain|ser Galvano]], dieci anni dopo essere stato fatto cavaliere, lo avrebbe ucciso con le sue stesse mani per vendicare la morte del padre. (pp. 56-57) *Badate, sire, di conservare con cura il fodero di Excalibur e ricordate che finché l'avrete con voi le vostre ferite, per quanto gravi, non sanguineranno. ([[Mago Merlino]], p. 57) *Rimasto disarmato, {{NDR|[[Sir Balin]]}} si precipitò allora alla ricerca di un'altra arma entrando prima in una stanza poi un'altra e in un'altra ancora, senza riuscire a trovare nulla e sempre incalzato dappresso da [[Re Pescatore|re Pellam]]. Infine varcò la porta di una camera meravigliosamente decorata e vide che vi si trovava un uomo disteso su un letto coperto dai più splendidi drappi d'oro che si possano immaginare. Vicino al letto, su un tavolo d'oro puro sorretto da quattro zampe d'argento, era posata una lancia di singolare fattura. Balin la afferrò, si volse a fronteggiare Pellam e lo colpì con forza, facendolo cadere in terra privo di sensi. Allora il tetto e le mura del castello crollarono e anche Balin fu gettato al suolo, dove rimase senza potersi muovere. [...] Da allora re Pellam rimase infermo per molti anni, e guarì solo quando fu curato da [[Galahad]], il nobile principe, nel corso della ricerca del [[Graal|Sangrail]] – il bacile che conteneva il sangue di Nostro Signore Gesù Cristo portato in Inghilterra da Giuseppe d'Arimatea, cui un tempo era appartenuto anche lo splendido letto. La [[Lancia di Longino|lancia]] che aveva inferto il [[Colpo Doloroso]] era la stessa con cui Longino aveva ferito Nostro Signore al cuore, e poiché re Pellam era affine alla stirpe di Giuseppe e l'uomo più degno di quei tempi, la sua infermità provocò dolore, lutti e pene. (pp. 61-62) *«Fratello, mi hai ucciso e io ho ucciso te. Il mondo intero parlerà di noi» disse poi Balin quando si fu ripreso.<br>«Perché mai non ti ho riconosciuto!» si lamentò Balan. «Avevo notato le due spade, ma dato che portavi uno scudo non tuo ti avevo creduto un altro.»<br>«È colpa di uno sciagurato cavaliere che facendomelo cambiare ci ha dato la morte. Se potessi sopravvivere distruggerei il castello per i malvagi costumi che alberga.»<br>«E sarebbe ben fatto!» approvò Balan. «Da quando vi arrivai non ebbi più la possibilità di ripartirne perché uccisi il cavaliere che era a guardia dell'isola. Lo stesso accadrà anche a te, fratello. Avresti dovuto uccidermi, come del resto hai fatto, ma poi metterti in salvo con la fuga.»<br>In quel mentre sopraggiungeva la signora del castello con quattro cavalieri, sei dame e sei servitori, e sentì le pietose parole che si scambiavano i fratelli.<br>«Uscimmo entrambi da un medesimo sacello, il ventre di nostra madre, e giaceremo insieme in una stessa fossa» dicevano. (p. 66) *Il mattino successivo comparve Merlino e fece incidere in lettere d'oro sulla tomba dei fratelli una scritta che diceva:<br><div class="center">{{maiuscoletto|Qui giace Balin il Selvaggio, che era il cavaliere dalle due spade che inferse il Colpo Doloroso.}}</div><br>Poi, presa la spada di Balin e sostituitone il pomo con un altro, ordinò a un cavaliere di brandirla, ma quello non vi riuscì nonostante i ripetuti sforzi. Allora Merlino scoppiò a ridere.<br>«Perché ridete?» gli chiese il cavaliere.<br>«Solo i campioni migliori del mondo potranno maneggiare questa spada, cioè [[Lancillotto]] e suo figlio Galahad. E con quest'arma Lancilotto ucciderà ser Galvano, il nipote di re Artù» gli rispose Merlino, che fece incidere la profezia sul pomo della spada.<br>Poi operò perché un ponte di ferro e di acciaio collegasse l'isola con la terraferma, e lo fece largo solo mezzo piede perché soltanto l'uomo più eccellente e mondo da malizia e villania potesse avere l'ardire di attraversarlo. Inoltre lasciò sull'isola il fodero della spada di Balin perché Galahad potesse trovarlo, e fece sì che per magia la spada restasse infissa in un blocco di marmo grande come la mola di un mulino, che galleggiò per molti anni nella corrente di un fiume fin sotto le mura di Camelot. Un giorno di Pentecoste Galahad, il nobile principe, che aveva già trovato il fodero, avrebbe estratto la spada così come è narrato nel libro del Sangrail. (p. 67) ====Libro III==== *Un giorno poi il re, che nel corso di quegli anni si era quasi sempre fatto guidare dai consigli di [[Mago Merlino|Merlino]], gli disse:<br>«I baroni non mi daranno pace finché non prenderò moglie, ma lo farò solo dietro vostro avviso.»<br>«È bene che vi scegliate una sposa, perché un uomo del vostro rango e della vostra nobiltà non dovrebbe rimanere senza» convenne Merlino. «Vi è una dama che amate più di ogni altra?»<br>«Sì, [[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], la figlia di [[Leodegrance|re Leodegrance]] della terra di Camelerd: è la fanciulla più bella e più onorata che conosca e inoltre il padre possiede la [[Tavola Rotonda]] che, a quanto mi diceste, ricevette da mio padre [[Uther Pendragon|Uther]].»<br>«Sire, Ginevra è senz'altro una delle più belle fanciulle del mondo» gli disse allora Merlino «ma se voi non l'amaste tanto e il vostro cuore fosse libero, potrei trovarvi un'altra damigella avvenente e dotata di ogni virtù che potrebbe amarvi e piacesse a voi. Tuttavia, so che quando il cuore di un uomo ha operato la sua scelta, è riluttante a volgersi altrove.»<br>«È vero» gli confermò il re. (p. 68) *Che un re tanto illustre per nobiltà e valore voglia prendere in moglie Ginevra è la notizia più bella che abbia mai ricevuto [...]. Gli offrirei volentieri anche le mie terre se pensassi di poterlo compiacere, ma ne ha già tante e sono certo che non ne ha bisogno. Gli farò quindi un dono che gradirà molto di più, perché gli consegnerò la Tavola Rotonda che mi fu data da Uther Pendragon. Essa può ospitare un massimo di centocinquanta cavalieri; cento li ho io stesso, ma gli altri mi sono stati uccisi. ([[Leodegrance]], p. 69) *«Come ti chiami?» chiese allora il re al giovane.<br>«Il mio nome è [[Sir Tor|Tor]], sire.»<br>Artù lo osservò con attenzione, e vide che aveva un viso molto bello ed era ben conformato per la sua età.<br>«Bene» disse quindi ad Aries «portami qui gli altri tuoi figli: voglio vederli.»<br>I figli di Aries assomigliavano tutti al padre, mentre Tor non aveva nulla in comune con i fratelli nell'aspetto e nell'espressione del viso, e appariva molto superiore a ciascuno degli altri.<br>«Dov'è la spada con la quale vuole essere fatto cavaliere?» domandò quindi il re al vaccaro.<br>«Eccola» gli rispose Tor.<br>«Allora sguainala e avanza la tua richiesta» gli ordinò il re.<br>Tor smontò di sella, snudò l'arma e si inginocchiò pregandolo di farlo cavaliere e compagno della Tavola Rotonda.<br>«E cavaliere io ti faccio» dichiarò Artù battendogli la spada sul collo. «Dio voglia fare di te un campione, e se ti mostrerai valoroso e degno apparterrai anche alla Tavola Rotonda. Ora, Merlino aggiunse poi dimmi se Tor sarà valoroso.»<br>«Si, sire, così dovrebbe, perché discende da un insigne lignaggio ed è di sangue regale.»<br>«Com'è possibile?» gli domandò il re.<br>«Ecco, sire, questo pover'uomo, Aries il Vaccaro, non è suo padre e non ha alcuna parentela con lui. Suo padre è [[Pellinore|re Pellinor]].»<br>«Non ci credo» intervenne Aries.<br>«Conduci qui tua moglie, ed ella non lo negherà» gli ordinò quindi Merlino.<br>Subito fu fatta venire la donna, ed era una bella massaia che si espresse con dignità; riferì al re e a Merlino che quando era fanciulla e andava a mungere le vacche, un giorno aveva incontrato un austero cavaliere che le aveva tolto quasi a forza la verginità, facendole concepire Tor.<br>«Ah, non lo immaginavo!» esclamò il vaccaro. «Ma posso crederlo perché Tor non mi ha mai somigliato.»<br>«Non disonorate mia madre!» gridò però il giovane.<br>«Messere» gli rispose Merlino «questa rivelazione torna più a vostro onore che a vostro danno, perché il vostro vero padre è un re e un ottimo cavaliere e potrà nobilitare voi e vostra madre. Del resto, foste concepito prima che ella si maritasse.»<br>«È vero» confermò la donna.<br>«Questo allora allevia il mio dolore» osservò il vaccaro. (pp. 71-72) *«Ma perché vi sono due seggi vuoti alla Tavola Rotonda?» chiese poi Artù a Merlino.<br>«Sire, sono destinati a uomini degni del più alto onore, e sul [[Seggio Periglioso]] siederà solo un cavaliere senza pari. Chiunque altro sarà tanto ardito da tentare di prendervi posto, sarà annientato.» (p. 72) *Allora [[Gawain|ser Galvano]] fu preso dall'invidia.<br>«Sono molto addolorato che a Pellinor sia stato concesso un alto onore, perché è lui che ha ucciso nostro padre [[Lot (ciclo arturiano)|re Lot]]» disse al fratello [[Gaheris]]. «Lo ucciderò a mia volta con una spada che ho fatto affilare con cura.»<br>«Non ora» gli suggerì Gaheris. «Sono ancora scudiero e potrò vendicarmi anch'io solo dopo che avrò avuto l'investitura. Perciò pazientiamo fino a quando potremo sorprenderlo fuori della corte; se lo facessimo adesso, turberemmo questa nobile festa.» (p. 72) *Devi concedere [[misericordia]] a coloro che t'implorano, perché un [[cavaliere]] spietato è un cavaliere senza onore. ([[Gaheris]], p. 76) *Così, portate a termine le tre ricerche affidate a ser Galvano, a ser Tor e a re Pellinor, re Artù confermò la nomina di tutti i cavalieri, assegnò terre a quelli che non avevano e impose loro di non commettere mai oltraggi o omicidi, di rifuggire sempre dal tradimento, di non comportarsi mai con efferatezza, ma di concedere grazia a chi la implorasse, sotto sanzione di perdere per sempre l'onore e la sua protezione. Inoltre il re ingiunse loro, pena di morte, di soccorrere sempre le dame, le damigelle e le gentildonne e di non ingaggiare combattimenti in contese ingiuste per amore o per beni mondani. Tutti i [[cavalieri della Tavola Rotonda]] giurarono in tal senso, i giovani come i vecchi, e ogni anno rinnovavano il giuramento in occasione della festa solenne della Pentecoste. (p. 87) ====Libro IV==== [[File:The Beguiling of Merlin by Edward Burne-Jones.jpg|thumb|Merlino e la Dama del Lago]] *Non passò molto che la [[Dama del Lago|Damigella del Lago]] partì e Merlino la seguì tentando più volte di farla sua con le proprie arti sottili, ma poi Nimue gli fece giurare di non fare mai più uso con lei dei suoi incantesimi, perché altrimenti non l'avrebbe mai avuta. [...] Poi Merlino e la damigella ripartirono per la Cornovaglia, e nel corso del viaggio egli le insegnò molti altri prodigi. Ma poiché le stava sempre intorno per cogliere la sua verginità, Nimue lo prese a noia e pensò di liberarsene; tuttavia non sapeva come fare anche perché ne aveva paura, dato che Merlino era figlio di un diavolo.<br>Ora, avvenne che un giorno Merlino le facesse vedere una caverna meravigliosa che si sprofondava sotto una grande pietra che la damigella, mettendo in opera le arti che aveva apprese, lo inducesse ad entrarvi per mostrarle i prodigi che essa nascondeva. Poi fece in modo che egli non ne uscisse mai più di quante arti magiche mettesse in opera, e si allontanò lasciandolo prigioniero. (pp. 88-89) *Ahimè, da quando sono stato incoronato non ho avuto un solo mese di riposo! ([[Re Artù]], p. 90) *{{NDR|Su [[Sir Tor]]}} Parla poco e agisce molto di più, e non conosco nessuno qui a corte che sia di nascita più nobile, o che gli sia pari in valore e in possanza. ([[Re Artù]], p. 94) *[...] poiché [[Baudemago|ser Bagdemagus]] si era adirato perché a ser Tor era stata data la precedenza, si allontanò all'istante dalla corte e, in compagnia del suo scudiero, si inoltrò in una foresta. Dopo molte avventure gli capitò di arrivare davanti alla caverna in cui la Damigella del Lago aveva imprigionato Merlino. Udendolo lamentarsi pietosamente, il cavaliere decise di cercare di aiutarlo e si sforzò di sollevare la pietra che chiudeva l'antro, ma essa era tanto pesante che non vi sarebbero riusciti nemmeno cento uomini.<br>Intanto Merlino, che si era accorto della sua presenza, gli diceva di desistere perché si affaticava invano: egli non avrebbe potuto essere soccorso se non da colei che lo aveva rinchiuso. Allora Bagdemagus si allontanò e, attraverso molte altre avventure che incontrò per via, si dimostrò un eccellente cavaliere, così che quando tornò a corte fu eletto compagno della [[Tavola Rotonda]]. (p. 94) *[...] mi sono impegnato a battermi ad oltranza e preferisco morire con onore piuttosto che vivere nella vergogna. Se mi fosse possibile perdere la vita cento volte, piuttosto che arrendermi a voi sceglierei lo stesso di morire. Sono senza armi, ma non senza onore, e del resto se ucciderete un uomo inerme, il disonore ricadrà su di voi. ([[Re Artù]], p. 101) *{{NDR|Sulla [[Fata Morgana (mitologia)|Fata Morgana]]}} Mi vendicherò su di lei con tale durezza che tutto il mondo cristiano ne dovrà parlare, perché Dio sa che l'ho onorata e venerata più di ogni altra del mio sangue e che avevo più fiducia in lei che in mia moglie e negli altri miei parenti. ([[Re Artù]], p. 103) *La gente dice che Merlino è figlio di un diavolo, ma io posso affermare di essere stato concepito da un demone sulla terra! ([[Ywain]], p. 105) *Dopo aver trascorso la notte nel monastero e ascoltata la messa, Galvano e Ivano ripresero il cammino. Si addentrarono in un grande bosco e poi sbucarono in una valleta dove videro dodici belle damigelle e due cavalieri armati e montati su grandi cavalli vicino a una piccola torre. Le damigelle correvano avanti e indietro da un albero al quale era appeso uno scudo bianco e, ogni volta che vi passavano accanto, vi sputavano sopra e alcune vi gettavano anche del fango.<br>I due giovani si avvicinarono, salutarono le damigelle e chiesero loro perché spregiassero lo scudo in quel modo.<br>«Ecco, signori, esso appartiene a un cavaliere del paese che è un ottimo combattente, ma ha in odio tutte le dame e le gentildonne. Per questo stiamo recando offesa al suo scudo.»<br>«Non è certo degno di un cavaliere disprezzare le dame» osservò ser Galvano «ma può anche darsi che ne abbia un buon motivo e che, se è vero quanto dite, in qualche altro luogo vi siano donne che egli ama e da cui è ricambiato. Come si chiama?»<br>«[[Morholt|Moroldo]], signore, del sangue del re d'Irlanda.»<br>«Lo conosco» intervenne ser Ivano. «È un cavaliere molto valoroso: una volta lo vidi misurarsi in una giostra con vari avversari e nessuno fu in grado di tenergli testa».<br>«Allora penso che siate voi da biasimare, damigelle!» esclamò ser Galvano. «Suppongo che se ha appeso lo scudo all'albero non si trovi lontano, e quei cavalieri laggiù potrebbero sfidarlo. Sarebbe più onorevole di quello che state facendo voi. Comunque, non intendo permettere che lo scudo di un cavaliere venga disonorato!» (pp. 110-111) *[...] non è cavalleresco che uno resti in arcioni mentre l'altro è a piedi. ([[Morholt]], p. 112) *Si slanciarono gagliardamente l'uno contro l'altro e si assestarono dei fendenti che fecero volare in pezzi gli scudi e ammaccare gli elmi e i giachi, così che ben presto furono entrambi gravemente feriti. Ma erano le nove del mattino, e Moroldo si accorse con stupore che ser Galvano diveniva di momento in momento più forte finché, all'ora di mezzogiorno, la sua forza si trovò triplicata. Quando però il mezzogiorno fu trascorso e cominciò a calare la sera, le forze di ser Galvano presero a scemare ed egli si sentì sempre più debole e cominciò a sospettare che non avrebbe potuto resistere. Sarebbe quindi stato il momento giusto perché ser Moroldo potesse dimostrare tutta la propria possanza; invece quest'ultimo disse:<br>«Ho constatato che siete un ottimo cavaliere e un uomo dotato di una forza prodigiosa, signore, ma finché dura. Del resto, la nostra non è una disputa grave e sarebbe un peccato se dovessi ferirvi, ora che vi vedo indebolito.» (p. 112) *«Signor cavaliere» gli disse a un certo punto ser Galvano «sono stupito che un uomo del vostro valore non ami le dame e le damigelle.»<br>«Coloro che mi attribuiscono questa nomea sono in torto, e so bene che si tratta delle damigelle della torre e di altre come loro» replicò ser Moroldo. «Ora vi dirò perché le detesto: esse sono maghe e incantatrici, e per quanto un cavaliere possa essere di forte costituzione e di indole valorosa, ne fanno un gran vigliacco per trarne vantaggio. Questo è il motivo principale per cui le aborro; sono invece pronto a servire da cavaliere tutte le buone dame e gentildonne.» (p. 113) *Una dama tanto superba da non avere misericordia di un valoroso [[cavaliere]] non ha diritto alla felicità! ([[Dama del Lago]], p. 121) *Ser Moroldo era ben conosciuto a corte, perché vi si trovano dei cavalieri che si erano misurati con lui in precedenza e che riferirono che egli aveva la fama di essere uno dei migliori cavalieri del mondo. (p. 128) ====Libro V==== *In pace da lungo tempo, [[re Artù]] aveva indetto una festa sfarzosa. La Tavola Rotonda era al completo di tutti i suoi alleati sovrani, principi e nobili cavalieri quando, mentre egli sedeva sul trono, entrarono nella sala dodici vecchi che recavano rami d'ulivo nelle mani a significare di essere venuti come ambasciatori e messaggeri dell'imperatore Lucio, a quel tempo chiamato Dittatore o Procuratore del Bene Pubblico di Roma. Giunti alla presenza del re, essi gli resero omaggio con un inchino e gli parlarono nel seguente modo:<br>«Il nobile e potente imperatore Lucio saluta il re di Britannia. Vi ordina di riconoscerlo come vostro signore e di inviargli il tributo che questo regno deve all'impero e che, come risulta dai documenti, già pagavano vostro padre e i vostri predecessori. Se agirete da ribelle e non lo riconoscerete come vostro sovrano, deterrete e tratterrete le vostre terre in contrasto con gli statuti e i decreti stabiliti dal nobile e illustre Giulio Cesare, conquistatore di questo paese e primo imperatore di Roma. Sappiate anche se vi opporrete alle sue richieste e ai suoi ordini, Lucio condurrà una guerra implacabile contro la vostra persona, i vostri regni e le vostre terre, e punirà voi e i vostri sudditi come esempio perpetuo per tutti i sovrani e i principi che rifiutano il tributo al nobile impero che domina sull'intero mondo.» (p. 131) *[...] io non pagherò mai il tributo a Roma! A quanto so Belino e Brenio, sovrani di Britannia, hanno tenuto a lungo l'impero nelle proprie mani, come anche Costantino figlio di Elena: vi è quindi la prova palese che non dobbiamo alcun tributo e che anzi, essendo noi i loro discendenti, abbiamo il diritto di reclamare il titolo all'impero. ([[Re Artù]], p. 132) *Artù presiedeva la Tavola Rotonda e appariva l'uomo più gagliardo che esista, capace di conquistare l'intera terra, che è ben poco per lui. (p. 134) *Mentre il re era assopito nella propria cabina ebbe un sogno meraviglioso: gli parve che un [[drago]] terrificante, giunto in volo dalla parte d'Occidente, affogasse molta della sua gente. Esso aveva la testa smaltata d'azzurro e le spalle che brillavano come oro, il ventre simile a maglie di straordinari colori, la coda coperta di scaglie, le zampe di splendido zibellino e gli artigli come oro fino. Dalla bocca gli scaturiva un'orrenda fiamma che faceva apparire di fuoco la terra e il mare. Poi, in una nuvola, giungeva dall'Oriente un feroce cinghiale nero dagli artigli grandi come pilastri. Coperta da pelame irsuto, era la bestia più ripugnante che si fosse mai vista, e ruggiva e muggiva in modo incredibilmente orribile. Il drago allora si sollevava nell'aria come un falco e assaliva con violenza il cinghiale che rispondeva ferendolo al petto con le zanne grigie, e quel sangue bollente faceva rosseggiare il mare. Allora il drago volava a grandi altezze, poi si precipitava fragorosamente a colpire il cinghiale sulla sommità del dorso, lungo dieci piedi dalla testa alla coda, riducendogli in polvere le ossa e la carne, che prendevano a volteggiare per tutta l'ampiezza del mare.<br>Il re si svegliò di colpo e, sconcertato dal sogno, mandò a chiamare un saggio filosofo cui ordinò di spiegarne il significato.<br>«Sire» fu la risposta del sapiente «il drago rappresenta la vostra persona, i colori delle sue ali sono i regni che avete conquistato e le scaglie di cui è irta la coda rappresentano i nobili cavalieri della Tavola Rotonda. Il cinghiale che usciva dalle nuvole e che fu ucciso dal drago simboleggia un tiranno che tormenta il popolo, o forse anche che voi dovrete battervi di persona contro il più orrido e abominevole gigante che avrete mai visto in tutta la vita. Non avete dunque nulla da temere da questo sogno: andate avanti da conquistatore.» (pp. 135-136) *Guardate quanto sono tronfi di orgoglio e di millanteria questi Britanni! [...] Si vantano come se avessero già conquistato il mondo intero! (p. 140) ====Libro VI==== *Poco tempo dopo che [[re Artù]] era tornato in Inghilterra da Roma i [[cavalieri della Tavola Rotonda]] si riunirono a corte per dedicarsi a giostre e a tornei. Non pochi cavalieri novelli compirono onorevoli gesta d'armi e superarono i compagni dando prova di valore e di prodezza, ma tra tutti spiccò [[Lancillotto|ser Lancillotto]] del Lago che fu il migliore nei tornei, nelle giostre e nelle prove d'armi sia al primo sia all'ultimo sangue, e non si fece mai sopraffare se non per tradimento o per incantesimo.<br>Dunque ser Lancillotto si meritò una tale unanime ammirazione che il libro francese dice che era il cavaliere migliore della corte dopo il ritorno del re da Roma. Per tutti questi motivi, la regina Ginevra lo predilesse tra gli altri, e poiché anche egli la ricambiava amandola più di qualunque altra dama o damigella della sua vita, compì per lei molte prodezze d'armi. (p. 157) *[...] non posso impedire alla gente di dire quel che vuole, ma non penso affatto di prendere moglie, perché dovrei restare al suo fianco trascurando le armi, i tornei, le battaglie e le avventure. Quanto poi ad avere delle amiche, rifiuto il piacere che esse potrebbero darmi soprattutto perché sono timorato di Dio. Vedete, i [[Cavaliere|cavalieri]] che si danno all'adulterio e al libertinaggio non sono felici o fortunati in battaglia, e sono quasi sempre sopraffatti da cavalieri meno abili, oppure per caso e per malasorte uccidono uomini migliori di loro. Credo quindi che sarà sempre un infelice l'uomo che ha delle amanti, e che tutto ciò che avrà a che fare con lui sarà perseguitato dalla sorte. ([[Lancillotto]], p. 170) *Ahimè, che peccato che un cavaliere debba morire senza le armi in mano! ([[Lancillotto]], p. 181) ====Libro VII==== *[[Re Artù|Artù]] dunque si era seduto a banchetto con vari altri sovrani e con tutti i [[cavalieri della Tavola Rotonda]], salvo quelli che erano stati fatti prigioniero o uccisi in scontri d'armi, quando i tre uomini fecero il loro ingresso nella sala. Due erano cavalieri di bell'aspetto e riccamente vestiti, e sulle loro spalle si appoggiava il terzo, il giovane più bello del mondo, alto, robusto e prestante, dal viso perfetto e dalle più grandi e splendide mani che si fossero mai viste, ma che si muoveva come se non riuscisse a reggersi senza essere sostenuto. Artù ordinò che si facesse silenzio e si lasciasse spazio per il loro passaggio, e i tre uomini avanzarono fino all'alta predella senza pronunziare una parola; poi il più giovane si trasse un poco indietro e, raddrizzandosi agilmente in tutta la persona, disse:<br>«Re Artù, Dio benedica voi e tutta la vostra bella certe e, in particolare, i compagni della Tavola Rotonda. Sono venuto per pregarvi di accordarmi tre doni, e poiché le mie richieste non sono irragionevoli e non vi causeranno danni o perdite, potrete concedermeli senza tema di essere disonorato. Il primo lo chiederò subito, e gli altri due tra un anno in questo stesso giorno dovunque vi troverete a celebrare la festa solenne.»<br>«Avrai quanto desideri» dichiarò il re.<br>«Allora, sire, questa è la mia prima supplica: datemi da mangiare e da bere a sufficienza per un anno, al termine del quale avanzerò le altre due preghiere.»<br>«Bel figliolo, ti consiglio di domandare di più: quello che hai espresso è un desiderio troppo umile» gli rispose Artù. «Il mio cuore prova grande inclinazione per te perché ritengo che tu discenda da una nobile schiatta: l'opinione che mi sono fatto risulterebbe fallace se non dovessi dimostrarti di altissimo lignaggio.»<br>«Sire, sia come deve essere, ho chiesto esattamente quello che volevo» replicò il giovane.<br>«Non credo che tu non lo conosca!» esclamò il re, che poi affidò il giovane a [[Sir Kay|ser Kay il Siniscalco]], ordinando che gli desse i migliori cibi e le migliori bevande e un corredo degno del figlio di un barone.<br>«Non ci sarà bisogno di spendere tanto per lui» osservò però ser Kay. «Secondo me è nato villano e non diventerà mai un gentiluomo, altrimenti vi avrebbe chiesto un cavallo e un'armatura. I suoi desideri rispecchiano invece la sua condizione. Comunque, dato che non ha nome, lo chiamerò [[Sir Gareth|Bellamano]] e lo porterò in cucina dove potrà mangiare tutti i giorni tanto di quel brodo che tra un anno sembrerà un porcello all'ingrasso.» (pp. 187-188) *Appena i due uomini che avevano accompagnato il giovane furono ripartiti lasciandolo nelle mani di ser Kay, questi cominciò a schernirlo e a farsi beffe di lui. Ma [[Gawain|ser Galvano]] se ne adirò e [[Lancillotto|ser Lancillotto]] ordinò al siniscalco di smetterla, aggiungendo che era pronto a scommettere che si sarebbe dimostrato un cavaliere di grande valore.<br>«Non avete ragioni per ritenerlo» replicò il siniscalco. «Le sue rischieste mostrano la sua vera natura; non vuole che da bere e da mangiare e in fede mia deve essere cresciuto in un'abbazia dove, comunque andassero le cose, gli facevano sempre mancare il vitto! Per questo è venuto a cercarlo qui.» (p. 189) *Così Bellamano fu mandato in cucina, e la notte dormiva con gli altri garzoni, sopportando tutto pazientemente per dodici mesi. Ma nel frattempo era riuscito a incontrare il favore generale, degli uomini come dei ragazzi, per la sua umiltà e la sua dolcezza. E ogni volta che vedeva dei cavalieri intenti alle giostre, se poteva si fermava ad osservarli e cercava in tutti i modi di trovarsi ovunque si svolgesse qualche prova di prodezza, così che accadeva che chiunque si esercitasse nel lancio di sbarre o di pietre si trovava sempre superato da lui di almeno due iarde. (p. 189) *«In nome di Dio, ti assicuro che ho dovuto impegnarmi al massimo per non essere disonorato; perciò non dovrai temere nessun altro» disse Lancillotto a Bellamano.<br>«Credete che un giorno sarò in grado di tenere testa a qualunque provetto cavaliere?» gli chiese allora il giovane.<br>«Certamente, combatti come hai fatto oggi e io te ne sarò garante.»<br>«Adesso, quindi, vi prego di armarmi.»<br>«Però dovrai dirmi il tuo nome e il tuo lignaggio.»<br>«Ve lo dirò, signore, purché non lo riveliate ad alcuno.»<br>«Te ne do la mia parola, finché non sarà universalmente noto.»<br>«Mi chiamo Gareth e sono fratello germano di ser Galvano» gli disse infine Bellamano.<br>«Ah, signore, ne sono molto lieto! Ho pensato fin dal primo momento che doveste essere di sangue nobile e che non foste venuto a corte solo per mangiare e bere!» esclamò ser Lancillotto; dopo di che lo armò cavaliere. (pp. 192-193) *[...] non lasciatemi morire quando una parola [[Cortesia|cortese]] potrebbe salvarmi! (Sir Pertolepe, p. 199) *Un [[cavaliere]] deve tollerare qualunque cosa da parte di una [[damigella]] [...]. Per questo non ho badato alle vostre parole, per quanto ingiuriose fossero; anzi, quanto più mi offendevate e mi facevate montare in collera, tanto più sfogavo la mia ira contro gli avversari che incontravo. Così le vostre ingiurie mi hanno esortato a battermi e mi hanno indotto a cimentarmi per provarvi fino in fondo di cosa sono capace. Se ho cercato accoglienza nelle cucine di Artù, è stato solo per avventura, perché avrei potuto trovare di che sostentarmi in qualunque altro posto. Ma l'ho voluto fare per mettere alla prova i miei amici e perché un giorno si potesse sapere che sono un gentiluomo. ([[Sir Gareth]], p. 203) *{{NDR|Su [[Sir Gareth]]}} Ha sconfitto tutti e quattro i fratelli e ucciso il Cavaliere Nero [...]. Ma prima ancora aveva fatto di più: aveva disarcionato ser Kay lasciandolo a terra mezzo morto e aveva affrontato un duro scontro con ser Lancillotto concludendolo alla pari. È stato allora che ser Lancillotto lo ha armato cavaliere. (p. 206) *{{NDR|Su [[Sir Gareth]]}} Egli [...] è arrivato a corte sorretto da due uomini come se non fosse stato in grado di camminare e mi ha pregato di accordargli tre doni. Il primo, che richiese quello stesso giorno, era che gli dessi cibo a sufficienza per i dodici mesi a venire. Gli altri due li ha voluti allo scadere dell'anno, e cioè che gli concedessi l'avventura di damigella Lynet e che ser Lancillotto lo armasse cavaliere quando egli lo avesse voluto. Io ho esaudito i suoi desideri, ma la corte, stupita di così modeste richieste, ha creduto che non discendesse da un nobile lignaggio. ([[Re Artù]], p. 222) *[...] sin da quando non fu più un bambino ser Gareth si è dimostrato un ragazzo arguto e fermo nel suo intento. E per quanto mi miravigli che ser Kay lo abbia schernito chiamandolo Bellamano, devo ammettere che quel soprannome gli si addice, perché ritengo che mio figlio abbia la mani più belle che si siano mai viste, e anche le più adatte a fare del bene. ([[Morgause]], p. 223) *{{NDR|Su [[Sir Gareth]]}} Lancillotto era il cavaliere che il giovane amava di più; perciò rimase quasi sempre con lui anche perché, dopo che si fu assicurato della buona salute di ser Galvano, non volle più accompagnarsi a quell'uomo vendicativo che, quando odiava, era pronto anche a commettere omicidi. E a ser Gareth questo ripugnava. (p. 236) ====Libro VIII==== *Al tempo in cui [[Re Artù|Artù]] era re supremo d'Inghilterra, del Galles, della Scozia e di numerosi regni, v'erano altri sovrani che regnavano su molte contrade: un paio nel Galles, altrettanti in Cornovaglia e nell'Occidente, due o tre in Irlanda e un gran numero nel Settentrione, ma tutti costoro gli dovevano obbedienza ed erano suoi vassalli, al pari del re di Francia, del re di Bretagna, e di tutti gli altri baroni fino a Roma. (p. 241) [[File:Arthur Hughes cartoon the Birth of Sir Tristram.jpg|thumb|La nascita di [[Tristano]]]] *Ah, figlioletto mio [...] hai dato la morte a tua madre! Se in così giovane età sai giù uccidere, suppongo che diverrai un uomo gagliardo e, poiché morrò per averti messo al mondo, voglio che la mia ancella preghi il mio signore e Meliodas che al battesimo ti imponga il nome di [[Tristano]], a significare il dolore della tua nascita. (Elisabetta, p. 242) *{{NDR|Su [[Tristano]]}} [...] egli diede inizio alle buone regole del trattare ogni tipo di cacciagione e introdusse i termini appropriati che sono in uso ancor oggi, onde il libro della caccia col falcone, al cervo e a ogni altro animale selvatico, è chiamato il libro di ser Tristano. Mi sembra pertanto che tutti i gentiluomini di antico blasone debbano giustamente onorarlo, perché è proprio da tali termini, che resteranno in uso fino al giorno del Giudizio, che gli uomini d'onore possono distinguere un gentiluomo da un uomo libero e quest'ultimo da un villano. Colui che è [[Gentilezza|gentile]] sarà infatti attratto dalle virtù cortesi e seguirà i nobili costumi degli uomini d'onore! (p. 244) *Ora accadde che re Agwisance d'Irlanda mandasse a chiedere a [[Marco di Cornovaglia|re Marco di Cornovaglia]] il tributo che questi gli aveva corrisposto per molti inverni e che da sette anni aveva smesso di pagare. Il re e i suoi baroni ordinarono ai messaggeri di tornare dal loro signore con questa risposta:<br>«Noi non gli pagheremo alcun tributo e se vorrà esigerlo mandi in Cornovaglia un cavaliere fidato che combatta per il suo diritto, perché noi ne troveremo un altro che difenda il nostro.»<br>I messageri tornarono dunque con quella risposta che accese d'ira re Agwisance. Convocato [[Morholt|ser Moroldo]], un nobile e provato cavaliere, compagno della Tavola Rotonda e fratello della regina d'Irlanda, il sovrano gli disse:<br>«Bel fratello, ti prego di andare per amor mio in Cornovaglia a combattervi per il tributo che ci spetta. Sarai ben risarcito per tutto quello che spenderai e avrai più di quanto ti occorra.»<br>«Sire» rispose ser Moroldo «per il diritto vostro e della vostra terra non esiterò a dare battaglia al miglior cavaliere della Tavola Rotonda, conosco la maggior parte di loro e le imprese che hanno compiuto, e affronterò volentieri questo viaggio che accrescerà la fama delle mie gesta.» (p. 245) *Raccomandami a mio zio re Marco e pregalo, se sarò ucciso in battaglia, di seppellire il mio corpo nel modo che riterrà più opportuno [...]. Sappia che non mi arrenderò per viltà e che mi farò uccidere piuttosto che fuggire: in tal modo il regno non sarà costretto al tributo per causa mia; ma se mi arrendersi dichiarandomi sconfitto o se fuggissi, digli che non dovrà mai seppellirmi in terra consacrata. ([[Tristano]], p. 248) *Appena ser Moroldo ebbe scorto Tristano, gli disse:<br>«Giovane cavaliere, ser Tristano, che fate qui? Sono molto dispiaciuto che abbiate avuto tanto coraggio, perché dovete sapere che mi sono battuto con molti nobili cavalieri, i migliori di questo paese e del mondo intero, e li ho vinti tutti. Seguite dunque il mio consiglio e ripartite.»<br>«Ser Moroldo, cavaliere leale e ben provato» gli rispose ser Tristano «non posso rinunciare alla nostra contesa perché proprio oggi ho ricevuto l'ordine della cavalleria e mi sono impegnato ad acquistarmi onore combattendo contro di voi che avete fama di essere tra i cavalieri più stimati del mondo. Al contrario io non mi sono ancora cimentato con un buon cavaliere, ma confido in Dio che potrò comportarmi onorevolmente liberando per sempre la Cornovaglia da ogni genere di tributo da parte del vostro paese.»<br>Quando ser Moroldo ebbe inteso il suo intento, aggiunse:<br>«Bel cavaliere, poiché siete deciso ad acquistare merito a mio danno, voglio che sappiate che non sarete disonorato se riuscirete a resistere a tre dei miei colpi, perché è proprio per le mie nobili imprese, provate e vedute, che re Artù mi fece cavaliere della Tavola Rotonda.» (p. 249) *Io non sono che un novello cavaliere e al primo cimento, ma piuttosto che tirarmi indietro preferirei essere fatto in cento pezzi! ([[Tristano]], p. 250) *Con grande benevolenza, il re affidò Tamtrist alla custodia e alle cure della figlia [[Isotta|Isotta la Bella]], che era molto esperta di medicina. La fanciulla infatti scoprì che alla base della ferita vi era del veleno, e la guarì in poco tempo. Così il giovane forestiero nutrì per lei un grande amore, tanto più che non v'era al mondo pulzella o dama più bella, e in cambio delle sue cure le insegnò a suonare l'arpa. E anche Isotta cominciò a sentire una grande inclinazione verso di lui.<br>[[Palamede (ciclo arturiano)|Ser Palamede il Saraceno]], beneaccetto al re e alla regina, si trovava a quel tempo nel paese, e ogni giorno si presentava con molti doni a Isotta la Bella, che amava appassionatamente. Di ciò si avvide Tamtrist, cui era nota la fama di nobiltà e di ardimento del cavaliere, e siccome Isotta la Bella gli aveva anche detto che il Saraceno aveva intenzione di farsi battezzare per amor suo, tra i due cavalieri c'era grande gelosia e Tamtrist ne era molto contrariato. (p. 252) [[File:Waterhousem Tristan and Isolde.jpg|thumb|Tristano e Isotta bevono il filtro d'amore]] *Un giorno Isotta la Bella e la regina sua madre prepararono un bagno per Tamtrist. Mentre egli era immerso nell'acqua accudito da Governale e da ser Hebes e le due donne si affaccendavano da una parte all'altra della camera, il caso volle che la regina vedesse la spada del giovane posata sul letto e che malauguratamente la traesse dal fodero. Dopo averla ammirata a lungo, ché era invero un'arma molto bella, le due dame notarono che il filo della lama era rotto a un piede e mezzo dalla punta e che ne mancava un buon pezzo. Quella falla ricordò subito alla regina il frammento di spada trovato nel cranio di ser Moroldo.<br>«Ahimè, figlia mia» esclamò «costui è il cavaliere traditore che uccise mio fratello, tuo zio!»<br>Isotta ne fu amaramente turbata, ché amava profondamente Tamtrist e conosceva appieno la crudeltà della madre.<br>Intanto la regina si era prontamente recata nella propria camera e da un suo cofano aveva preso il framment di spada estratto dalla testa di ser Moroldo dopo la sua morte; quindi si era affrettata a tornare al letto su cui era posata l'arma di Tamtrist e vi aveva inserito il pezzo d'acciaio: esso combaciò con la tacca della lama quasi non se ne fosse mai distaccato.<br>Subito la dama impugnò fieramente la spada e con tutta la sua forza corse addosso a Tamtrist che era ancora nel bagno, sì che lo avrebbe tagliato in due se ser Hebes non l'avesse afferrata per le braccia strappandole l'arma di mano. Non avendo così potuto portare a termine il suo malvagio intento, la regina corse dal marito, re Agwisance, e, gettatasi in ginocchio, gli disse:<br>«Ahimè, mio signore, ospitate in casa vostra il traditore che uccise mio fratello ser Moroldo, nobile combattente e vostro servitore.»<br>«Chi è e dove si trova?» chiese il re.<br>«È Tamtrist, colui che mia figlia ha guarito.» (p. 255) *Mio padre è ser Meliodas re di Liones e mia madre, che si chiamava Elisabetta, era sorella di re Marco di Cornovaglia. Ella morì nel darmi la luce nella foresta e, proprio per questo, prima di spirare ordinò che al battesimo mi fosse imposto il nome di Tristano, ch'io trasformai qui in Tamtrist poiché non volevo essere riconosciuto. Ho combattuto per il tributo della Cornovaglia per amore di mio zio e per il diritto di quella terra che egli possedeva da molti anni, e anche per accrescere il mio onore, perché ero stato fatto cavaliere proprio quel giorno ed ero al mio primo cimento. Solo per questo intrapresi la battaglia, e sappiate inoltre che ser Moroldo si sottrasse a me ancora in vita, abbandonando lo scudo e la spada. ([[Tristano]], p. 256) *Col passare del tempo [...] sorsero dissidi e gelosie tra il re e il nipote a causa di una dama, moglie del nobile conte ser Segwaride, di cui entrambi erano innamorati. La dama amava molto ser Tristano che la ricambiava, poiché era invero bella, e il cavaliere lo aveva ben notato, e re Marco, accesosi anch'egli d'amore per lei, lo aveva saputo e ne era geloso. (p. 258) *[...] benché tra loro vi fossero belle parole, finché visse re Marco non amò più il nipote {{NDR|[[Tristano]]}}, poiché ogni affetto si era spento per sempre. (p. 260) *[...] colui che ha una segreta [[ferita]] è riluttante a mostrare apertamente l'ingiuria subita! (p. 260) *[[Lancillotto|Ser Lancillotto]] non ha pari per gentilezza e cavalleria e, per il grande affetto che nutro per lui, non combatterò più di mia volontà contro di voi. ([[Tristano]], p. 264) *[...] re Marco non smise mai di pensare in cuore suo al modo di far perire Tristano. Infine escogitò di mandarlo come suo messaggero in Irlanda a chiedere in moglie Isotta la Bella, di cui il nipote aveva tanto lodato l'avvenenza e la bontà. Ma tutto ciò era fatto con l'intento di farlo morire. (p. 265) *Ser Tristano prese dunque il mare e, mentre si trovava nella cabina insieme ad Isotta, accadde che avessero sete e che lì accanto vi fosse una piccola fiasca d'oro contenente, a giudicare dal colore e dal sapore, un vino prelibato. Subito il giovane la prese dicendo:<br>«Madama Isotta, ecco la migliore bevanda che abbiate mai gustata e che la vostra ancella dama Brangania e il mio servitore Governale tenevano per sé.»<br>Risero entrambi di cuore e bevettero liberamente, brindando l'uno all'altra, sì che mai vino sembrò loro più dolce e prelibato. Ma appena l'ebbero inghiottito, essi si amarano sì intensamente che quel loro sentimento non li abbandonò mai più, nella buona e nella cattiva sorte. Era infatti quello il principio di un amore che li avrebbe accompagnati per tutti i giorni della vita. (p. 271) *Non è da buon [[cavaliere]] cogliere un altro in svantaggio [...]. ([[Tristano]], p. 284) *Ser Lamorak si allontanò in compagnia di ser Driant, ed essendosi imbattuto in un cavaliere che per ordine di [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana la Fata]] recava a [[re Artù]] un bel corno rifinito in oro, lo costrinse con la forza a rivelargli il motivo della sua missione. Seppe che il corno aveva una virtù – nessuna dama o gentildonna che non fosse fedele al proprio signore vi poteva bere senza versarne il contenuto – e che Morgana la Fata lo inviava in dono al fratello Artù a causa della [[Ginevra (ciclo arturiano)|regina Ginevra]] e per dispetto a ser Lancillotto.<br>«Se non vuoi morire» disse allora ser Lamorak «porterai il corno a re Marco, e gli dirai che glielo mando perché metta alla prova la fedeltà della sua sposa.»<br>Il cavaliere si recò così da re Marco e gli disse che gli inviava quel corno prezioso e qual era la sua qualità. Il re costrinse quindi la regina Isotta a bere, e dopo di lei cento altre dame, ma solo quattro tra esse riuscirono a non versare la bevanda.<br>«Ahimè, è una grave infamia» esclamò il sovrano, giurando poi solennemente che avrebbe condannato al rogo la regina e le altre.<br>Ma i baroni si radunarono e dichiararono apertamente di non essere disposti a tollerare che le dame venissero arse per via di un oggetto fatto con arti magiche dalla strega più fals e incantatrice che vi fosse al mondo e nemica dei veri amanti, e affermarono che quel corno non operava mai niente di buono e causava solo odio e dissidi. Molti cavalieri fecero pertanto voto di usare ben poca cortesia a Morgana la Fata, se ma l'avessero incontrata. (pp. 284-285) *[...] uccisi ser Moroldo liberando la Cornovaglia dal tributo, e sono anche colui che salvò il re d'Irlanda da ser Blamor di Ganis e che vinse ser Palamede. Sono Tristrano di Liones e, con la grazia di Dio, libererò quest'infelice contrada. ([[Tristano]], p. 291) *«[...] In cambio della mia cortesia voi esponeste al biasimo molte dame, inviando a re Marco il corno di Morgana la Fata, per risentimento verso di me.»<br>«Lo rifarei se fosse il caso» affermò ser Lamorak. «Preferivo che la disputa si svolgesse alla corte di re Marco piuttosto che a quella di re Artù, perché non sono di pari onore.»<br>«Questo lo so, ma voi agiste solo per far dispetto a me» replicò Tristano. «Eppure, nonostante il vostro malanimo, ringrazio Dio che non avete fatto grande danno. Lasciate dunque ogni vostro rancore e io farò altrettanto: uniamo invece le nostre forze e acquistiamoci merito uccidendo il gigantesco signore dell'isola, ser Nabon il Nero.»<br>«Signore, ora comprendo la vostra cavalleria!» esclamò ser Lamorak. «Non può essere menzognero ciò che tutti dicono di voi: per nobiltà, generosità e virtù non avete pari e mi pento di avervi mostrato villania.» (p. 292) *[...] molti dicono dietro le spalle di un uomo quello che non gli direbbero mai in faccia. ([[Lamorak]], p. 295) ====Libro IX==== *Un giorno giunse alla corte di [[Re Artù|Artù]] un giovane di robusta costituzione, abbigliato sfarzosamente con una cotta di un ricco tessuto d'oro che tuttavia gli pendeva malamente addosso, a richiedere al re che lo armasse cavaliere.<br>«Come vi chiamate?» gli domandò il sovrano.<br>«[[Sir Breunor|Brunoro il Nero]], sire, e non tarderete a sapere che sono di nobile schiatta.»<br>«Sarà anche così» commentò [[Sir Kay|ser Kay]] «ma a vostro scherno sarete chiamato La Cotta Maltagliata per la pessima foggia del vostro abito.» (p. 299) *Sire [...] chiedo a voi e a tutta la corte che mi chiamate La Cotta Maltagliata: così mi ha soprannominato ser Kay e non voglio altro nome. ([[Sir Breunor]], p. 300) *Se alla tua prima giostra ti inviano un buffone a combatterti, sei davvero tenuto in poco conto alla corte di Artù! (Damigella Maldicente, p. 302) *Ah, bella damigella [...] vi prego di avere pietà e di non insultarmi oltre, perché la mia afflizione è grande abbastanza anche se non ne aggiungete del vostro. Tuttavia non mi considero un cattivo cavaliere per essere stato abbattuto da un compagno della Tavola Rotonda. ([[Sir Breunor]], p. 302) *{{NDR|Su [[Sir Breunor]]}} [...] vi dico apertamente che è un bravo cavaliere, e che si proverà nobile e prode. Se non si tiene ancora saldo in sella è solo perché gliene mancano la pratica e l'esperienza, ma quando è il momento di maneggiare la spada sa colpire con forza e valentia, ed è ciò che hanno compreso ser Bleoberis e [[Palamede (ciclo arturiano)|ser Palamede]] che, da uomini scaltriti dall'uso delle armi, sanno giudicare dal modo di cavalcare di un avversario se saranno in grado di rovesciarlo di sella o di assestagli un buon colpo. Ma per lo più essi non sono disposti a combattere a piedi con i giovani cavalieri, che sono agili e vigorosi. ([[Mordred]], p. 304) *{{NDR|Su [[Glatisant la Bestia]]}} Si trattava della bestia con la testa da serpente, il corpo da leopardo, le natiche da leone e le zampe da cervo; inoltre, ovunque essa andasse, dal suo ventre scaturiva uno strepito quasi vi fossero trenta coppie di veltri latranti. (p. 314) *[...] nessuno è conformato in modo da poter aver [[successo]] in ogni occasione: talvolta si ha la peggio per mala ventura e talaltra colui che è meno meritevole mette in svantaggio chi è migliore di lui. (p. 314) *«Chi vorreste assalire?» chiese [[Lamorak|ser Lamorak]].<br>«[[Lancillotto|Ser Lancillotto del Lago]]: se mai lo incontrassimo non potrebbe sfuggirci e lo metteremo a morte!»<br>«Vi assumete un compito molto arduo, perché è un cavaliere nobile e ben provato» fu la risposta di ser Lamorak.<br>«Non ne dubitiamo, ma ognuno di noi è sufficientemente forte per tenergli testa.»<br>«Non lo credo» replicò ser Lamorak. «In tutta la mia vita non ho mai inteso d'alcun cavaliere che ser Lancillotto non riuscisse a superare.» (p. 315) *[...] ognuno ritiene infatti che la propria dama sia superiore a ogni altra, e voi non dovete adirarvi se io lodo colei che maggiormente amo. Se la mia signora, la regina Ginevra, è ai vostri occhi la più avvenente, sappiate che la regina Morgawse sembra più bella ai miei, ed è ciò che ogni cavaliere pensa della propria dama. ([[Lamorak]], p. 316) *Ho ricevuto una bella ricompensa per aver combattuto contro [[Morholt|ser Moroldo]] e liberato il regno dalla sudditanza; e anche per aver portato in Cornovaglia la [[Isotta|regina Isotta]] sopportando gravi costi e pericoli. Quale compenso mi fu dato per essermi battuto con ser Blamor di Ganis in difesa di re Agwisance padre di Isotta la Bella, e cosa mi venne per aver abbattuto ser Lamorak il Gallese su richiesta di re Marco, o per aver vinto il Re dei Cento Cavalieri e il re del Galles del Nord che minacciavano le sue terre? E ancora, per aver salvato la regina dal buon cavaliere ser Palamede, e per aver ucciso il potente gigante Tawlas? Sappia re Marco, che ora mi dà tale mercede, che fu solo per amor mio che molti nobili cavalieri della Tavola Rotonda hanno finora risparmiato i baroni di questa contrada! ([[Tristano]], p. 326) *«Cosa volete fare?» gli chiese ser Dinadan. «Non compete a noi affrontare trenta cavalieri, e sappiate che non ci sto. Contro uno solo ne basterebbero anche due o tre, e certo io non vorrò misurarmi con una quindicina.»<br>«Vergogna a voi!» lo rimproverò ser Tristano. «Dovrete fare solo la vostra parte.»<br>«Non lo farò» ribatté ser Dinadan «a meno che non mi prestiate il vostro scudo di Cornovaglia: per la fama di viltà che hanno i cavalieri di quel paese, farà sì che i miei avversari siano indulgenti verso di me.»<br>«Non mi separerò mai dal mio scudo per amore di colei che me lo diede» affermò ser Tristano. «Tuttavia, ser Dinadan, vi garantisco che se non vi impegnerete a rimanere con me, vi ucciderò qui sul posto, perché non vi chiedo altro che di battervi con un solo avversario. Se poi non vi reggerà il cuore, ve ne starete da parte a osservare lo scontro tra me e gli altri.»<br>«Sta bene» fu la risposta di ser Dinadan «e vi prometto che farò il possibile per salvarmi; tuttavia vorrei non avervi mai incontrato!» (p. 327) *«Che scompiglio è mai questo?» protestò ser Dinadan. «Io vorrei riposarmi!»<br>«Non si può» ribatté ser Tristano «abbiamo vinto i signori del castello e ora dobbiamo difenderne il costume. Tenetevi dunque pronto.»<br>«In nome del demonio» esclamò ser Dinadan «perché mai mi sono unito a voi!»<br>Ci si preparò allo scontro: ser Gaheris affrontò ser Tristano e fu disarcionato; ser Palamede si misurò invece con ser Dinadan e lo abbatté al suolo. Si ebbe pertanto una caduta per parte e necessitava combattere a piedi, ma ser Dinadan, che era rimasto malamente contuso, non ne volle sapere. Ser Tristano andç allora ad allacciargli l'elmo pregandolo di aiutarlo.<br>«Non lo farò» rispose ser Dinadan. «Or non è molto abbiamo combattuto contro trenta cavalieri e ne risento ancora le ferite. Ma voi vi comportate come un folle o come un uomo fuor di senno che voglia buttarsi allo sbaraglio, e io posso solo maledire il momento in cui vi ho veduto. In tutto il mondo non vi sono che due cavalieri altrettanto pazzi: voi, ser Tristano, e ser Lancillotto, con cui mi accompagnai un tempo così come ora ho fatto con voi; ed egli mi fece tanto faticare che dovetti poi starmene a letto per tre mesi. Che il buon Gesù mi salvi da tali cavalieri, e in particolare dalla vostra compagnia!» (p. 329) *Ebbene, qui si può imparare che nessun [[cavaliere]] è tanto forte che non possa essere scavalcato, nessuno tanto saggio che non possa sbagliare, e che cavalca bene colui che non è mai caduto! ([[Dinadan]], p. 332) *{{NDR|Su [[Tristano]]}} Gesù misericordioso! Dacché presi le armi non vidi mai un cavaliere compiere gesta sì stupefacenti! Se lo assalissi ora, recherei onta a me stesso. ([[Lancillotto]], p. 335) *[...] un buon cavaliere deve sempre favorire un altro, giacché i simili sono attratti dai simili. (Re dei Cento Cavalieri, p. 336) *Ahimè, non posso mai acquisire onore là dove è ser Tristano [...]. Se non ci troviamo nello stesso luogo, il più delle volte sono io che ottengo il premio, a meno che non siano presenti ser Lancillotto o ser Lamorak. Ma ser Tristano ha sempre avuto la meglio su di me, prima in Irlanda, poi in Cornovaglia e in altri luoghi di questa contrada. [...] Tuttavia, a dire il vero, egli è il cavaliere più gentile che vi sia al mondo. ([[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]], p. 337) *[...] nell'ardore della lotta spesso si colpiscono gli amici al pari dei nemici. ([[Lancillotto]], p. 343) *Messere, quando foste creato cavaliere della Tavola Rotonda giuraste che non vi sareste mai scontrato consapevolmente con alcuno dei vostri compagni, e, perdio, [[Gaheris|ser Gaheris]], avete ben riconosciuto il mio scudo così come io ho riconosciuto il vostro! Sappiate però che se voi siete disposto ad infrangere il vostro giuramento io non mancherò al mio, e non già perché vi tema, ché potrei benissimo battermi con voi anche se siete mio cugino carnale! ([[Ywain]], p. 345) *Onta ai falsi cavalieri di Cornovaglia, che non hanno alcun merito! ([[Sir Kay]], p. 346) *Sire, faceste grave onta a voi e alla vostra corte quando bandiste dal paese ser Tristano. Se egli fosse stato qui, non avreste dovuto temere alcun cavaliere! ([[Gaheris]], p. 346) *{{NDR|Rivolto a [[Marco di Cornovaglia]]}} Siete un re unto con crisma e dovreste essere alleato d'ogni uomo d'onore. Meritate pertanto la morte! ([[Gaheris]], p. 347) *È difficile staccare la carne che è cresciuta intorno all'osso! ([[Lancillotto]], p. 348) *Anche il [[Pecora e lupo|lupo]] lascerebbe in pace la pecora se si trovassero insieme nella stessa prigione! ([[Dinadan]], p. 348) *Come dice il libro francese, [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana]] preferiva ser Lancillotto a ogni altro, e lo desiderava in ogni momento benché egli non acconsentisse ad amarla né a far nulla su sua richiesta. (p. 351) ====Libro X==== *Un [[cavaliere]] così ardito non morrà per mano di un branco di vigliacchi! ([[Tristano]], p. 357) *Ahimè, [[Isotta|Bella Isotta]] regina di Cornovaglia, perché mai vi amo? [...] Voi non avete colpa di questa mia pena e il biasimo ricade solo sui miei occhi: siete la più bella di tutte, e io da stolto non posso fare a meno di esservi devoto anche se non mi dimostrate né amore né cortesia, e amate riamata ser Tristano di Liones che è il cavaliere migliore del mondo. ([[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]], p. 373) *«Ecco un castello che non potrebbe essere preso o conquistato con alcuna macchina da guerra» disse ser Dinadan indicandolo al compagno. «Vi dimora la regina Morgana la Fata: lo ricevette dal fratello re Artù, che se ne è poi pentito amaramente. Da quel momento non c'è stato più accordo tra loro e la sorella gli ha fatto guerra ogni volta che ha potuto mantenendo proprio in questo maniero un folto gruppo di armati al solo scopo di distruggere quanti sono cari al re. Infatti non vi passa alcun cavaliere che non debba combattere contro uno, due o persino tre avversari. Se poi appartiene ad Artù ed è sconfitto, perde cavallo, armatura e ogni altra cosa che possiede, e persino la libertà qualora non riesca a fuggire.»<br>«Dio mi protegga!» esclamò ser Palamede. «Fare guerra al proprio signore che è chiamato il fiore della cavalleria cristiana e pagana è un costume malvagio e indegno di una regina, e io vi porrò fine di tutto cuore. Morgana non riceverà mai alcun servigio da me, e se come penso mi manderà contro i suoi cavalieri, essi avranno dì che combattere!» (p. 377) *Il racconto torna ora a [[Lamorak|ser Lamorak]] che era lodato e onorato da ogni buon cavaliere all'infuori di [[Gawain|ser Galvano]] e dei suoi fratelli che desideravano solo il suo male e che, meditando di cogliere l'occasione per ucciderlo, fecero venire la madre in un castello vicino a Camelot. La regina di Orkney era infatti giunta da poco allorché ser Lamorak le inviò un messaggero e fissò con lei un convegno di cui venne subito a conoscenza [[Gaheris|ser Gaheris]], che si pose in agguato.<br>A notte, ser Lamorak arrivò tutto armato, legò il cavallo vicino a una postierla segreta ed entrò in una stanza dove si tolse l'armatura; quindi raggiunse il letto della regina dove, amandosi di tutto cuore, essi trassero grande gioia l'uno dall'altra.<br>Quando ser Gaheris giudicò che fosse giunto il momento si accostò al letto e, afferrata bruscamente la madre per i capelli, le mozzò la testa. Ser Lamorak sentì così sprizzare su di sé il sangue caldo di colei che amava e balzò dal letto gridando come uomo aflitto e sgomento:<br>«Ah, ser Gaheris, cavaliere della Tavola Rotonda, avete commesso un'azione malvagia e vile! Perché uccideste la madre che vi generò? Avreste avuto maggior ragione di colpire me!»<br>«Dici il vero, e benché l'uomo sia nato per offrire il proprio servigio alla donna, sei tu che hai commesso l'offesa» replicò ser Gaheris. «Tuo padre uccise il nostro, eppure tu hai giaciuto con nostra madre disonorando me e i miei fratelli: è una vergogna troppo grande perché sia tollerata! Quanto poi a tuo padre re Pellinor, sappi che fu ucciso da me e da mio fratello Galvano.»<br>«Avete commesso un torto ancora più grande e fareste bene a ricordare ce la morte di mio padre non è ancora stata vendicata!»<br>«Non minacciarmi, Lamorak, altrimenti ti ucciderò. È solo perché ora sei disarmato che il mio onore di cavaliere mi vieta di metterti a morte, ma sappi che in qualunque altra occasione ti rincontrerò, non risparmierò la tua vita» ribatté ser Gaheris. «Ormai mia madre è affrancata da te: vai dunque a prendere il cavallo e vattene.» (pp. 385-386) [[File:Boys King Arthur - N. C. Wyeth - p162.jpg|thumb|La morte di Lamorak]] *Ser Lamorak si separò da Lancillotto e ripartì da solo, e fu così che ser Galvano e i suoi tre fratelli [[Agravaine|Agravano]], Gaheris e [[Mordred]] andarono ad attenderlo in un luogo appartato: gli uccisero il cavallo poi lo assalirono tutti insieme, di fronte, alle spalle e ai lati e, dopo più di tre ore di combattimento, ché ser Lamorak si difendeva da valoroso, ser Mordred gli aprì una profonda ferita nella schiena e gli altri lo fecero a pezzi.<br>Così morì il nobilissimo ser Lamorak, cavaliere della Tavola Rotonda; ma sappiate che [[Sir Gareth|ser Gareth]], il quinto fratello di ser Galvano, non ebbe alcuna parte nel vile assassinio. (p. 387) *«Ne ho visti di stolti come voi!» esclamò allora ser Dinadan adirato. «E uno proprio quest'oggi: se ne stava disteso accanto a una fonte con aria trasognata, lo scudo appoggiato al suolo e il cavallo poco distante, e sogghignava come un folle senza dire una parola. Compresi così che si trattava di un [[Innamoramento|innamorato]].»<br>«E voi non lo siete, bel cavaliere?» gli chiese ser Tristano.<br>«Maledetto chi lo è!» proruppe ser Dinadan.<br>«Avete torto, perché soltanto il cavaliere innamorato può essere prode» replicò ser Tristano. (pp. 408-409) *«In guardia, cavaliere» gridò poi a ser Epinogrus. «È abitudine dei cavlieri erranti sfidarsi alla giostra.»<br>«È forse costume di tali cavalieri imporre di combattere che lo si voglia o no?»<br>«È tale per me, e tanto vi basti» replicò ser Dinadan. (p. 409) *«[...] io non so cosa spinga ser Tristano e tanti altri innamorati a perdere la ragione e l'intendimento per delle donne!» commentò ser Dinadan.<br>«Come, siete un cavaliere e non siete innamorato? Vergognatevene: non potete certo essere chiamato prode se non venite a contesa per una dama.»<br>«Dio me ne guardi!» esclamò ser Dinadan. «Le gioie d'amore sono troppo brevi e le pene che ne derivano fin troppo durature.» (p. 412) *«Ma perché siete tanto incollerito?»<br>«Ah, codardo, disonori la cavalleria!» lo ingiuriò ser Dinadan.<br>«Poco importa dal momento che mi metterò al vostro servizio e rimarrò sotto la vostra salvaguardia. Siete così prode che mi proteggerete» replicò ser Tristano.<br>«Il diavolo mi liberi da te! D'aspetto sei il migliore uomo d'armi che abbia mai visto, ma anche il più pusillanime.» (p. 413) *"Date [[potere]] al [[villano]] e questi non ne avrà mai abbastanza". Infatti, laddove il governo è affidato a una persona di bassi natali mentre il signore delle terre è di nascita elevata, avverrà che il [[Plebe|plebeo]] non tollererà al proprio fianco alcun gentiluomo, e ne perseguirà anzi la rovina. (p. 417) *{{NDR|Su [[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]]}} [...] tutti lo lodarono e affermarono che seppure ancora saraceno, era un credente della migliore specie, ben disposto d'animo e assolutamente leale e fedele alla parola data. (p. 420) *Ora oso dire che siete la dama più bella che abbia mai visto, e che ser Tristano è un cavaliere prode e prestante quant'altri mai. Mi sembra perciò che siate fatti l'uno per l'altra! ([[Re Artù]], p. 441) *Ah, Palamede, Palamede [...] perché sei così emaciato, tu che un tempo eri chiamato uno dei più bei cavalieri del mondo? Ah, non voglio più vivere questa vita perché amo colei che non potrò mai avere o conquistare! ([[Palamede (ciclo arturiano)|Palamede]], p. 452) *«Signore, ecco come mi discolpo: in quanto alla regina Isotta, sappiate che l'amo da lungo tempo più di ogni altra, e a lei debbo gli onori che ho conquistato, ché altrimenti sarei rimasto il cavaliere più indegno del mondo. Ovunque andavo, il suo ricordo mi accompagnava e mi spingeva a compiere imprese meritevoli. Tuttavia finora non ebbi mai da lei ricompensa e pur essendo il suo cavaliere non ricevetti alcun guiderdone! Perciò, ser Tristano, non temo la morte perché, sapendo che non possiederò mai la mia regina, mi è indifferente vivere o morire, e se fossi armato come lo siete voi, mi batterei di buon animo.»<br>«La vostra stessa bocca ha rivelato il tradimento!» proruppe ser Tristano.<br>«Non ho commesso alcuna slealtà» protestò l'altro. «Ogni uomo è libero di amare, e benché abbia riposto il cuore nella vostra dama, ella è mia quanto è vostra. Se questo è un torto, allora sono colpevole, ma voi godete di lei e appagate il vostro desiderio, mentre io non ebbi mai nulla né spero di averlo in futuro, e tuttavia l'amerò quanto voi fino all'ultimo istante della mia vita.» (p. 453) ====Libro XI==== *Mentre in un giorno di Pentecoste, i cavalieri sedevano alla [[Tavola Rotonda]], si presentò ad [[Re Artù|Artù]] un eremita che vide il [[Seggio Periglioso]] e chiese al re e ai baroni perché non fosse occupato.<br>«Su quel seggio non siederà che colui che è destinato, ogni altro vi troverà la morte» gli fu risposto.<br>«Sapete chi è?» domandò allora l'eremita.<br>«Non lo sappiamo ancora.»<br>«Lo so io» dichiarò allora il sant'uomo. «Vi prenderà posto un cavaliere che non è stato ancora concepito, ma che nascerà quest'anno e sarà colui che conquisterà il Sangrail.» (p. 456) *[...] entrò, giovane e bellissima, una damigella che recava tra le mani un vaso d'oro. Allora il re e tutti quanti si trovavano nella sala si inginocchiarono devotamente a pregare.<br>«Oh, Gesù!» esclamò ser Lancillotto. «Cosa può significare?»<br>«È il [[Graal|Sangrail]], l'oggetto più prezioso che alcun essere vivente possieda» fu la risposta del re. «Quando sarà portato altrove, la Tavola Rotonda si spezzerà.» (p. 458) *A tempo debito, [[Elaine di Corbenic|Elaine]] partorì un bel bambino che fu allevato con cura e affetto e battezzato [[Galahad]], perché quello era il nome che ser Lancillotto aveva ricevuto al fonte battesimale e che poi la Dama del Lago aveva mutato in Lancillotto. (p. 460) *Sappiate, ser Bors, che questo fanciullo è Galahad; siederà sul Seggio Periglioso e otterrà il Sangrail, e si dimostrerà migliore di suo padre ser Lancillotto. ([[Elaine di Corbenic]], p. 462) *[...] solo gli uomini valorosi e retti che amano e temono Dio possono conquistare onore; altrimenti, per quanto arditi, non vi riescono. ([[Re Pescatore|Re Pelles]], p. 462) *Ser Bors si era appena sdraiato di nuovo per riposare, quando sentì un grande frastuono provenire dalla camera vicina e si vide piovere dentro, non sapeva se dalle porte o dalle finestre, nugoli di frecce e di quadrelli tanto fitti da lasciarlo stupito; molti lo colpirono e lo ferirono nei punti in cui il suo corpo non era protetto.<br>Ed ecco sopraggiungere un orribile leone: ser Bors gli si fece incontro; la fiera gli portò via lo scudo, ma egli riuscì a mozzarle la testa. Non passò molto che nella corte vide un orrendo drago sulla cui fronte sembrava fossero scritte lettere d'oro che ser Bors pensò avessero il significato di "re Artù". Giunse poi un leopardo brutto e vecchio che si batté a lungo e accanitamente con il drago; ma a un certo punto questi sputò fuori dalla bocca qualcosa come un centinaio di piccoli draghi che uccisero e fecero a pezzi il leopardo.<br>Apparve poi nella sala e si mise a sedere su un bel seggio un vecchio che sembrava avere intorno al collo due vipere. Teneva in mano un'arpa e prese a cantare un'antica canzone che narrava come Giuseppe di Aramitea fosse giunto in quel paese. Quando ebbe finito, consigliò a ser Bors di andare via.<br>«Qui non incontrerete altre avventure» gli disse. «Vi siete portato con grande onore, e più ne acquisterete in futuro.»<br>Parve allora a ser Bors che giungesse una colomba candida recante nel becco un incensiere d'oro, e che la tempesta imperversata fino ad allora cessasse e si allontanasse di colpo, mentre la sala si empiva di straordinari profumi. Poi vide quattro fanciulli che portavano quattro bei ceri e in mezzo ad essi un vecchio con un cero in una mano e una lancia nell'altra. Si trattava dell'arma che aveva nome Lancia della Vendetta. (pp. 463-464) *Dite [...] a [[Sir Kay|ser Kay il Siniscalco]] e a [[Mordred|ser Mordred]] che confido in Dio che sarò valoroso quanto loro, e non dimenticherò mai i motteggi e le derisioni che mi indirizzarono il giorno in cui fui investito cavaliere: non comparirò a corte finché tutti non parleranno di me con maggiore rispetto di quanto sia mai stato dimostrato loro. ([[Parsifal]], p. 472) *{{NDR|Su [[Parsifal]]}} [...] era infatti uno dei migliori cavalieri del mondo, e in lui la vera fede era ben salda. (pp. 473-474) *Ed ecco avvicinarsi il sacro vaso del Sangrail accompagnato da soavità e profumi di ogni sorta. I due cavalieri non poterono distinguere con chiarezza chi lo portava; solo ser Percival intravvide appena sia il vaso sia la vergine purissima che lo recava tra le mani. Immediatamente si trovarono entrambi perfettamente risanati nelle membra e nel corpo, e resero grazie a Dio in grande umiltà.<br>«Gesù» disse ser Percival «cosa significa che siamo guariti, mentre unmomento fa eravamo in punto di morte?»<br>«Lo so io» rispose ser Ector. «È stato il sacro vaso portato da una vergine e contenente il santo sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Solo un uomo di assoluta perfezione può vederlo.» (p. 474) ====Libro XII==== *Se la mia morte potesse giovarvi e la mia vita non vi fosse di alcuna utilità, ebbene, sarei pronta a morire per voi! ([[Elaine di Corbenic]], p. 481) *«Ah, [[Tristano|ser Tristano]]» esclamò allora [[Palamede (ciclo arturiano)|ser Palamede]] «sapete bene che non posso battermi senza perdere l'onore. Voi siete allo scoperto e io sono armato: se vi uccidessi l'onta ricadrebbe su di me. Del resto, conosco la vostra forza e la vostra resistenza.»<br>«È vero, e adesso capisco quanto siete prode.»<br>«Vi prego, rispondete a una domanda.»<br>«Volentieri. Con l'aiuto di Dio vi dirò la verità.»<br>«Fate il caso che voi foste armato di tutto punto e io non lo fossi: cosa vi suggerirebbe di farmi l'onore cavalleresco?»<br>«Ora capisco!» esclamò ser Tristano. «Poiché devo dare il mio parere, Dio mi benedica, quel che dirò non sarà dettato dalla paura. Vi risponderò quindi che in tal caso non vorrei battermi e vi lascerei andare.»<br>«E anch'io non voglio. Perciò, prendete la vostra strada!»<br>«Posso sempre scegliere se restare o andar via, invece. Ma c'è una cosa che mi stupisce: perché un cavaliere valoroso come voi non vuole essere battezzato, mentre vostro fratello ser Safer si è fatto cristiano già da tempo?»<br>«Sebbene in cuor mio creda già in Gesù Cristo e nella sua dolce madre Maria, secondo un voto che ho fatto anni fa devo ancora affrontare uno scontro; poi mi farò battezzare, e con grande gioia.»<br>«In fede mia, allora non dovrete cercare a lungo quest'ultima battaglia! Dio non voglia che per colpa mia restiate ancora saraceno!» (p. 488) *«E adesso?» gli chiese Tristano. «Ti ho alla mia mercé come poc'anzi mi avevate voi. Ma i cavalieri di corte non dovranno mai dire che ser Tristano ha ucciso un guerriero disarmato. Quindi, riprendete la vostra arma e portiamo a termine lo scontro.»<br>«Desidererei davvero di finirlo» rispose l'altro «ma non ho molta voglia di battermi ancora, anche perché l'offesa che vi ho arrecata non è tanto grave che non possiamo diventare amici. Osai dire che [[Isotta|Isotta la Bella]] non ha pari tra le dame; non l'ho mai disonorata e, anzi, è grazie a lei che ho ottenuto gran parte dell'onore che mi sono conquistato. Le mie offese non furono mai rivolte alla regina, ma a voi, e oggi mi avete ripagato con un gran numero di colpi. Ad alcuni ho potuto rispondere, ma adesso devo ammettere che non ho mai incontrato un uomo forte e resistente quanto voi, salvo ser Lancillotto del Lago. Perciò, mio signore, vi chiedo di perdonarmi ogni cosa e di condurmi oggi stesso alla chiesa più vicina dove prima vorrei confessarmi e poi essere battezzato. In seguito andremo insieme alla corte di Artù per partecipare alla grande festa.»<br>«Allora prendete il cavallo: faremo come avete detto, e che Dio vi perdoni per tutti i vostri peccati come ho già fatto io! A un miglio da qui il vescovo suffraganeo di Carlisle potrà impartirvi il sacramento del battesimo.»<br>Montarono a cavallo insieme a ser Galleron e, giunti alla presenza del vescovo, gli esposero quanto volevano. Il sant'uomo fece riempire un grande bacile d'acqua, la consacrò, poi confessò e assolse ser Palamede. Ser Tristano e ser Galleron furono i suoi padrini.<br>Poco dopo, ripartirono per Camelot dove trovarono il re, la regina e quasi tutti i cavalieri della Tavola Rotonda, che furono molto lieti di sapere che ser Palamede si era fatto cristiano. (pp. 490-491) ====Libro XIII==== *«Ora sono certo che voi della [[Tavola Rotonda]] partirete alla ricerca del [[Graal|Sangrail]] e che io non vi vedrò mai più tutti insieme» dichiarò allora Artù. «Voglio perciò che vi riuniate per giostrare e torneare nel prato sotto Camelot in modo che, dopo la vostra morte, si possa tramandare che in questo giorno erano qui raccolti tanti valorosi combattenti.» (p. 501) *Rientrati tutti tra le mura di Camelot, il re e i baroni si recarono ad ascoltare i vespri nella cattedrale e poi a cena, dove ciascuno dei cavalieri prese posto, come prima, sul proprio seggio. Ma ecco che, tra improvvisi scoppi e rombi di tuono che fecero temere che il palazzo stesse crollando, nella sala penetrò un raggio di sole sette volte più vivido di quanto si fosse mai visto e tutti furono investiti dalla grazia dello Spirito Santo. Guardandosi intorno, i cavalieri osservarono che gli altri sembravano circonfusi di bellezza, ma non poterono pronunciare una sola parola. Poi, apparve il Santo Graal velato di sciamito bianco, così che nessuno poté vederlo o capire chi lo recasse, e la sala si riempì di profumi mentre davanti ai commensali comparivano i cibi e le bevande che prediligevano. Dopo aver attraversato l'intero ambiente, il sacro vaso scomparve d'un tratto, e solo allora i presenti ritrovarono la voce e il re rese grazie a Dio per la benevolenza che aveva mostrato loro. (p. 502) *Non torneranno più tutti {{NDR|i [[cavalieri della Tavola Rotonda]]}} insieme perché molti moriranno nel corso della ricerca. Io li amo quanto la mia stessa vita, e lo scioglimento di questa compagnia mi provoca un tremendo dolore, poiché la loro presenza alla mia corte era ormai un costume consolidato. ([[Re Artù]], p. 503) *Il mio peccato e la mia malvagità mi hanno sprofondato nel disonore [...]. Finché ho perseguito avventure mondane per soddisfare desideri terreni, le ho sempre compiute in modo impareggiabile e senza mai subire sconfitte nelle giuste come nelle inique contese. Ma ora che ho intrapreso avventure celesti, capisco che il mio antico peccato mi ostacola e mi svergogna al punto che quando mi è apparso il sacro sangue non ho avuto la forza di muovermi e di parlare. ([[Lancillotto]], p. 518) *{{NDR|Su [[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]]}} Tutte le mie gesta d'armi le ho compiute per amor suo [...] e per lei mi sono battuto, a torto o a ragione. Non ho mai fatto nulla solo per amore di Dio, ma sempre anche per conquistarmi onore e farmi andare di più, e ne sono stato poco o nulla grato al Signore. ([[Lancillotto]], p. 519) ====Libro XIV==== *«[[Mago Merlino|Merlino]] istituì la [[Tavola Rotonda]] a somiglianza della sfericità del mondo in essa perfettamente rappresentato» proseguì la reclusa. «Nella Tavola Rotonda, infatti, l'intero mondo cristiano e pagano trova ristoro, tanto che coloro che sono scelti a fare parte di quell'eletta compagnia si reputano colmi di grazia e più onorati che se fossero i padroni di metà della terra. Hai potuto vedere anche tu come, pur di appartenervi, i cavalieri siano disposti a perdere padre, madre, famiglie, mogli e figli, come facesti tu stesso che, per unirti a loro, abbandonasti tua madre senza volerla più vedere.<br>«Dunque, quando Merlino istituì la Tavola Rotonda disse che coloro che ne sarebbero stati compagni avrebbero potuto attingere alla verità del Sangrail. Gli fu chiesto chi l'avrebbe conquistata, ed egli rispose che sarebbero stati tre tori bianchi, due vergini e uno casto, e che uno di essi sarebbe stato più forte e più valoroso di suo padre quanto il leone lo è del leopardo. Allora gli fu detto: "Bisognerà che con le tue arti tu dia luogo a un seggio su cio potrà prendere posto solo il cavaliere che eccellerà su ogni altro".<br>«E Merlino istituì il Seggio Periglioso, quello su cui Galahad sedette al banchetto di Pentecoste.» (p. 522) *La storia dice che [[Parsifal|ser Percival]] era uno degli uomini più religiosi che vi fossero al mondo in quei tempi in cui ben pochi credevano in Dio senza riserve, e i figli non rispettavano i padri e li trattavano come estranei. Egli quindi cercò conforto in Nostro Signore Gesù pregandolo affinché le tentazioni non lo allontanassero dal servizio di Dio ed egli potesse continuare ad essere Suo leale campione. (p. 527) *[...] sono al servizio dell'Uomo migliore del mondo che non permetterà che io muoia, perché chi bussa alla Sua porta potrà entrare, chi chiede potrà ricevere, ed Egli non si nasconde a colui che lo cerca [...]. ([[Parsifal]], p. 529) *Punirò la mia carne, che vuole avere impero su di me! ([[Parsifal]], p. 532) *Quanto sono stato vicino a perdere me stesso [...] e la purezza che non avrei mai più potuto riavere! ([[Parsifal]], p. 532) ====Libro XV==== *«Non sei forse ser Lancillotto del Lago?» gli chiese il religioso dopo che il cavaliere gli ebbe comunicato che si sarebbe fermato con lui per la notte.<br>«Si, sono io.»<br>«Cosa fai in questa contrada?»<br>«Vado in cerca delle avventure del [[Graal|Sangrail]], signore.»<br>«Fa pure» gli disse allora il buon uomo «ma anche se il santo vaso si trovasse qui, il peccato ti impedirebbe di vederlo proprio come non è dato a un cieco di scorgere una spada sfolgorante.» (pp. 534-535) *Quaranta anni dopo la passione di Gesù Cristo, [[Giuseppe d'Arimatea|Giuseppe di Arimatea]] preconizzò che re Evelake avrebbe sconfitto in battaglia i propri nemici. Dei sette re e dei due cavalieri che hai visto, il primo si chiama Nappus, e fu un sant'uomo; il secondo ebbe il nome di Nacien in onore di un suo avo che aveva ospitato Nostro Signore Gesù Cristo. Il terzo fu chiamato Helias il Grosso; il quarto Lisais; il quinto, Jonas, lasciò il proprio paese per rcarsi nel Galles dove sposò la figlia di Manuel ed ottenne la Gallia, che elesse come sua dimora e generò Lancillotto, tuo nonno, che sposò la figlia del re d'Irlanda e fu un uomo insigne quanto te. Suo figlio fu re Ban, tuo padre, l'ultimo dei sette re. Uno dei due cavalieri, invece, rappresenta te, Lancillotto, cui gli angeli dissero che non appartenevi alla compagnia dei sette re, mentre il secondo cavaliere sta a indicare il leone, che è superiore a tutti i re della terra, cioè ser Galahad, da te concepito nella figlia di re Pelles. E tu, che dovresti essere grato a Dio di ogni altro, perché, come peccatore, sei il cavaliere senza pari, non Lo hai ringraziato per tutte le straordinarie virtù che Egli ti ha prestate! (p. 537) *Ah, Lancillotto [...] finché facevi parte della cavalleria terrena, eri l'uomo più straordinario e avventuroso del mondo; ma non devi stupirti se ora che ti trovi tra cavalieri impegnati in imprese celesti la fortuna ti è avversa. (p. 539) ====Libro XVI==== *Ser Lancillotto, poi, se non fosse per una sola pecca sarebbe superiore a ogni altro. Ma così come stanno le cose, è proprio come noi; solo che si assume le fatiche maggiori. ([[Gawain]], p. 541) *La [[Tavola Rotonda]] fu istituita proprio perché gli uomini non svilissero queste due virtù{{NDR|, la pazienza e l'umiltà}}, come la cavalleria, che affonda in esse le sue radici, è sorta perché non possa mai essere sconfitta la fraternità che ne è il fondamento. (p. 545) *{{NDR|Rivolto a [[Gawain]]}} Ti sei impegnato insieme a molti altri in una ricerca che non porterai mai a termine perché il Sangrail non si mostra ai peccatori. Non devi quindi meravigliare se non vi sei riuscito. Tu sei un cavaliere sleale e un grande assassino, mentre per gli uomini buoni questa ricerca è ben altro che una serie di omicidi. Lancillotto, benché abbia commesso gravi colpe, al momento stesso in cui ha intrapreso la ricerca si è impegnato a non peccare più, e infatti non ha mai ucciso né ucciderà un solo uomo fino al suo ritorno a Camelot. Se non fosse per la sua fragilità che probabilmente lo farà ricadere nella colpa con il pensiero, egli sarebbe il primo a compiere l'impresa dopo Galahad. Ma poiché Dio conosce i suoi pensieri e la sua debolezza, gli concederà di morire in santità. (Eremita, pp. 546-547) ====Libro XVII==== [[File:Galaad devant le graal n°3.gif|thumb|Galahad, Bors e Parsifal dinanzi al Graal]] *{{NDR|Su [[Davide]]}} Egli era un dotto che conosceva le virtù delle pietre e delle piante, il corso delle stelle e molte altre cose ancora; ma poiché aveva una moglie malvagia, si era convinto che non esistessero donne buone, tanto che ne parlò con disprezzo anche nei libri che compose. (p. 573) *Non spetta a noi punire chi ha operato contro Dio, ma solo alla Sua potenza. ([[Galahad]], p. 576) *Siete uno sciocco se non sapete che le [[Verginità|vergini]] sono franche ovunque si trovino. ([[Parsifal]], p. 579) *Nessuna lingua potrebbe descrivere e nessun cuore immaginare le meraviglie cui ho assistito. Se non mi fossi macchiato di un antico peccato, avrei potuto vedere molto di più. ([[Lancillotto]], p. 588) *Galahad, servo di Gesù Cristo che attendo da tempo, abbracciami e lascia che riposi sul tuo petto e tra le tue braccia, casto e vergine sopra ogni altro cavaliere, giglio simbolo di purezza, rosa del colore del fuoco, fiore di ogni virtù. Sei tanto intriso della fiamma dello Spirito Santo che la mia carne, consunta dalla vecchiaia, ritrova la giovinezza! (Re Mordrains, p. 591) *[...] rimessosi in viaggio, {{NDR|Galahad}} penetrò in una foresta irta di pericoli dove la storia dice che si imbatté in una sorgente in cui l'acqua ribolliva formando grandi onde. Il cavaliere vi posò una mano, e subito l'acqua si placò e il calore ne disparve, poiché quell'ardore era segno di lussuria, molto diffusa a quei tempi, e non poté durare al contatto con la purezza della sua verginità. Quanto era accaduto fu considerato un miracolo in tutto il paese, e da allora la fonte fu chiamata la Sorgente di Galahad. (p. 591) *«Figliolo» disse poi l'Uomo a Galahad «sai cos'è ciò che stringo tra le mani?»<br>«No, se non me lo dite voi.»<br>«È la sacra scodella in cui mangiai l'agnello pasquale. Ora hai veduto quello che più desideravi, ma con minore chiarezza di come lo potrai ammirare nel Palazzo Spirituale della città di Sarras. Adesso partirai e con te partirà anche il Sangrail, che questa notte stessa dovrà lasciare il regno di Logris dove nessuno lo vedrà mai più perché le genti di questa terra si sono volte al peccato e non lo servono né lo venerano come dovrebbero; io perciò le spoglio dell'onore che avevo loro concesso. Domattina voi tre prenderete la Spada dalla Strana Cintura e scenderete alla riva del mare dove troverete pronta una nave. Ma prima ridonerete la salute al Re Magagnato ungendogli il corpo e le gambe con il sangue che è colato dalla lancia.»<br>«Signore, perché gli altri non possono venire con noi?» chiese Galahad.<br>«Come inviai i miei apostoli in diverse direzioni, così voglio ora che vi separiate. Quanto a voi tre compagni, due moriranno al mio servizio e solo uno tornerà a darne notizia» fu la risposta.<br>Poi l'Uomo li benedì e scomparve. (pp. 594-595) *«Salutate per me ser Lancillotto mio padre e signore, e ricordategli che questo è un mondo incostante.»<br>Infine si inginocchiò a pregare davanti alla tavola e la sua anima lo lasciò, trasportata nel cielo di Gesù Cristo da una moltitudine di angeli. I compagni, che assistettero al prodigio, videro anche una mano scendere sul vaso e sulla lancia, prenderli e portarli nei cieli.<br>Da allora non vi è più stato un uomo che abbia avuto l'ardire di sostenere di aver visto il Sangrail. (p. 598) ====Libro XVIII==== *[...] [[Lancillotto]], dimentico della promessa fatta e della perfezione raggiunta nel corso della ricerca, riprese a frequentare la regina. Del resto, come dice appunto il libro, se egli non le fosse stato intimamente legato nei suoi pensieri più riposti quanto, in superficie, appariva devoto a Dio, nessun cavaliere avrebbe potuto superarlo nella ricerca del Sangrail. Invece, i suoi più segreti sentimenti correvano sempre a lei. Così essi ripresero ad amarsi con maggiore ardore di prima e i loro convegni si fecero tanto frequenti che la corte cominciò a mormorare, e in particolare il loquace ser Agravano fratello di ser Galvano.<br>Ma intanto Lancillotto, continuamente assediato da dame e da damigelle che gli chiedevano di essere loro campione in questioni di diritto, per evitare ulteriori maldicenze e dicerie, decise di impegnarsi con zelo a seguire i dettami di Nostro Signore Gesù Cristo e di sottrarsi per quanto gli era possibile alla familiarità e alla compagnia di Ginevra. (p. 603) *[...] [[Mordred|ser Mordred]], [[Agravaine|ser Agravano]] e molti altri della corte non ci perdono d'occhio e parlano del nostro amore. Li temo più per voi che per me perché, se del caso, io potrei fuggire o sbarazzarmene, mentre voi non potreste che rimanere qui a subire le maldicenze; e se doveste trovarvi in pericolo per aver commesso volontariamente qualche leggerezza, non potreste avere altro aiuto che il mio e quello dei miei parenti. Signora, la nostra imprudenza ci condurrà allo scandalo e alla vergogna, e io non voglio assolutamente che voi siate disonorata. Sono queste le ragioni che mi hanno spinto a dedicarmi il più possibile al servizio delle dame, facendo in modo che tutti pensino che ne traggo gioia, delizia e piacere. ([[Lancillotto]], p. 604) *Lancillotto, ora capisco la vostra falsità e la vostra volgare lussuria! Voi amate altre dame, e per me non provate che disprezzo. Adesso che ho ben chiaro che siete un traditore, state certo che non vi amerò mai più. Non osate comparirmi ancora davanti: da questo momento vi scaccio dalla corte, e per sempre, e vi bandisco dalla mia compagnia. Se tenterete di rivedermi, sarete ucciso. ([[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], pp. 604-605) *Spesso le donne sono impulsive e compiono azioni di cui poi si pentono amaramente. ([[Bors (ciclo arturiano)|Bors]], p. 605) *Se accetterò di essere il campione della regina mi alienerò molti cavalieri della Tavola Rotonda. Tuttavia, per amore di Lancillotto e vostro, sarò suo difensore a meno che il caso non porti qui un campione meglio di me. ([[Bors (ciclo arturiano)|Bors]], p. 609) *Non ho mai sentito dire che Ginevra abbia rovinato un solo cavaliere. Anzi, a quel che so, ella ci ha sempre magnificato ed è stata la sovrana più generosa e liberale, e la più munifica di doni e di benevolenza. Sarebbe quindi vergognoso se lasciassimo morire nell'ignominia la moglie del nostro nobilissimo re. Sappiate che non lo permetterò, e che sosterrò la sua innocenza nella morte di ser Patrise; del resto, ella non aveva alcun motivo per odiare lui o alcuno dei cavalieri intervenuti al banchetto. Direi anzi che ci abbia invitati per affetto, certo non per un subdolo stratagemma, e sono convinto che comunque andrà, un giorno sarà possibile provare che tra di noi vi è un traditore. ([[Bors (ciclo arturiano)|Bors]], p. 610) *Come dice un antico proverbio, è aspra la battaglia nella quale si scontrano parenti e amici, perché allora non c'è posto per la misericordia, ma solo per la più mortale delle contese. ([[Lancillotto]], p. 629) *[...] non mi piace essere obbligato ad amare; l'amore deve nascere dal cuore, non dalla costrizione [...]. ([[Lancillotto]], p. 636) *L'amore deve essere libero, non imposto, perché un amore forzato finisce con il dissolversi. ([[Re Artù]], p. 636) *All'uomo d'onore non può non ripugnare assistere alla sconfitta di un suo pari, mentre chi non ha onore e si comporta da vile, alla vista di un uomo in pericolo non compirà mai un gesto gentile o generoso. Un codardo, infatti, non darà mai prova di misericordia, mentre chi alberga la bontà nel cuore farà agli altri quello che vorrebbe fosse fatto a lui. ([[Re Artù]], p. 642) *{{NDR|Su [[maggio]]}} Quel mese esuberante infonde coraggio negli amanti e, in vari modi, li induce più di ogni altro a diversi comportamenti, perché è allora che, come erbe e arbusti, gli uomini e le donne si rinnovellano e richiamano alla mente lontane cortesie, servigi e gesti gentili che avevano posto nell'oblio per negligenza.<br>E come il rigore dell'inverno offusca e sfigura la verde estate, così accade all'amore che lega l'uomo alla donna, quando è incostante. Sono numerosi coloro che non albergano la costanza, e non passa giorno senza che vediamo come basti un alito di rigore invernale per cancellare e spezzare col minimo pretesto un vero amore, che pure costa tanto. Questa non è costanza né saggezza, ma debolezza di carattere, disonorevole per coloro che la praticano.<br>Perciò, come il maggio fiorisce e germoglia nei giardini, così ogni uomo d'onore rivesta il proprio cuore di germogli, prima a gloria di Dio, poi per dare gioia a coloro cui ha giurato fedeltà. Infatti, non c'è uomo o donna d'onore che non abbia scelto l'oggetto del proprio amore. E se la fatica delle armi non deve essere mai trascurata, bisogna però che l'onore sia innanzitutto riserbato a Dio, e solo dopo aver contesa con le dame: questo è ciò che io chiamo un amore virtuoso.<br>Oggi, però, gli uomini non sanno amare per sette giorni di seguito senza pretendere di appagare le proprie brame. La ragione ci dice che un tale amore non può durare, perché quanto è subito accordato con troppa prontezza, è ben presto spento dall'ardore stesso. Così è l'amore ai nostri tempi: arde lesto e altrettanto in fretta si raffredda! E questa non si può chiamare costanza. Ai tempi di Artù l'amore soleva essere diverso: uomini e donna si amavano anche per sette interi anni senza che tra loro si insinuasse la lussuria. Quello era amore vero, e fedele!<br>Ho dunque paragonato l'amore di oggi all'estate e all'inverno, perché come la prima è calda e il secondo è freddo, allo stesso modo procede l'amore ai nostri giorni. Tutti voi che siete amanti rammentate quindi il mese di maggio! (pp. 643-644) ====Libro XIX==== *[...] a quel tempo era costume che Ginevra non lasciasse mai la corte senza un seguito di ottimi cavalieri armati, quasi tutti giovani decisi a farsi onore. Erano chiamati i Cavalieri della Regina e in battaglia, ai tornei e alle giostre portavano come insegna uno scudo completamente bianco. Venivano scelti per quel servigio tutti gli anni in occasione della festa della Pentecoste tra i cavalieri che si erano mostrati più valorosi, in sostituzione di quelli che erano morti nel corso dell'anno (e non ne passava uno senza che ne morissero alcuni). Proprio compiendo tale servigio si erano distinti all'inizio ser Lancillotto e tutti gli altri, prima di conquistare rinomanza. (pp. 645-646) *Ahimè, che vergogna che un [[cavaliere]] ne tradisca un altro! [...] Ma c'è un vecchio proverbio che recita: "Il valoroso è davvero in pericolo solo quando si trova in balia di un codardo. ([[Lancillotto]], p. 649) *Gesù mi terrà lontano dal disonore, e poi ben vengano le disgrazie che Dio vuole mandare [...]. ([[Lancillotto]], p. 657) ====Libro XX==== *Nel mese di maggio, quando ogni cuore gagliardo fiorisce e germoglia e, con la bellezza e il rigoglio della stagione, uomini e donne sono pieni di letizia per l'avvicinarsi dell'estate con i suoi fiori novelli, laddove gli aspri venti e le bufere dell'inverno li inducono a raccogliersi al coperto presso il focolare, scoppiarono furore e sventura che ebbero termine solo con la morte e l'estinzione del fiore di tutti i cavalieri del mondo. (p. 663) *Mi meraviglio che nessuno di noi si vergogni di sapere, e di vedere con i propri occhi, che Lancillotto giace giorno e notte con la regina [...]. Ne siamo tutti al corrente, eppure siamo tanto vili da tollerare il disonore di un sovrano nobile quanto Artù. ([[Agravaine]], p. 663) *Se ne dovesse derivare ostilità o guerra tra noi e Lancillotto, sta' certo che molti re e molti potenti signori sceglierebbero di schierarsi con lui. E poi, fratello [...] devi sempre tenere a mente che Lancillotto ha salvato più di una volta il re e la regina, e che anche i migliori tra noi si sarebbero sentiti gelare il cuore in varie occasioni se egli non fosse stato il più valoroso e non lo avesse dimostrato molto spesso. ([[Gawain]], p. 664) *Ser Lancillotto mi ha concesso l'investitura e niente potrà indurmi a parlare male di lui [...]. ([[Sir Gareth]], p. 664) *Appena gli altri furono usciti, il re chiese quale fosse il motivo della disputa.<br>«Ora ve lo dirò, sire; non posso più tenerlo in me» gli rispose ser Agravano. «Io e ser Mordred siamo in disaccordo con i nostri fratelli: sappiamo che ser Lancillotto è da tempo l'amante della regina e, poiché siamo figli di vostra sorella, non possiamo continuare a tollerarlo. Voi siete il suo signore e colui che lo ha investito cavaliere, e intendiamo provare la sua slealtà.»<br>«Se quello che dite è vero, Lancillotto è un traditore!» esclamò Artù. «Ma mi ripugna compiere un passo del genere senza averne le prove; ser Lancillotto è un cavaliere valoroso e, come ben sapete, il migliore di tutti noi. Se non sarà colto sul fatto, vorrà battersi con colui che lo ha denunciato, e nessuno sarà in grado di tenergli testa. Quindi, voglio che sia sorpreso in flagrante.»<br>Il libro francese dice che il re non desiderava affatto che si diffondessero voci su Lancillotto e la regina. A dire il vero, egli ne aveva già il sospetto, ma non voleva sentirne parlare perché amava molto ser Lancillotto per tutto quello che egli aveva fatto in favore suo e di Ginevra. (p. 665) *«Ahimè» si lamentava intanto Lancillotto «non mi è mai capitato di trovarmi a rischiare una morte vergognosa per la mancanza della mia armatura!»<br>Nel frattempo ser Agravano e ser Mordred non cessavano di gridare:<br>«Esci dalla camera della regina, traditore! Sta' certo che non riuscirai a fuggire».<br>«Gesù misericordia, non posso tollerare questo odioso clamore: meglio morire subito che sopportare un simile tormento!» esclamò allora Lancillotto; poi prese Ginevra tra le braccia e la baciò.<br>«Nobilissima tra le regine cristiane aggiunse siete la mia diletta e gentile signora e io, il vostro povero e fedele cavaliere, vi sono stato al fianco nelle cause giuste come in quelle ingiuste dal giorno in cui re Artù mi conferì l'investitura. Se morirò, vi supplico di pregare per la mia anima. Sono sicuro che ser Bors e tutti gli altri miei parenti, e anche ser Lavaine, vi salveranno dal rogo. Confortatevi, perciò, madonna mia amata, e qualunque cosa mi accada, andate con ser Bors e con gli altri che vi tratteranno con ogni onore e vi faranno regina delle mie terre.»<br>«No, Lancillotto, non vi sopravviverò! Se sarete ucciso, per amore di Dio accoglierò la morte con umiltà, come è dovere di una regina cristiana.»<br>«Ebbene, signora, poiché è giunto il giorno in cui dobbiamo separarci, sappiate che venderò la vita al più alto prezzo, e che sono mille volte più addolorato per voi che per me. Ma ora preferirei avere indosso la mia solida armatura piuttosto che regnare su tutto il mondo cristiano: prima di soccombere farei in modo che le mie gesta siano tramandate.»<br>«Piacesse a Dio che uccidessero me e lasciassero libero voi!» esclamò la regina.<br>«Questo non deve accadere, e che Dio mi ripari da una simile vergogna!» replicò Lancillotto. «Gesù Cristo, sii tu il mio scudo e la mia armatura!» (p. 667) *Ora, signora, è chiaro che il nostro amore è giunto al suo epilogo e che da adesso in poi re Artù mi sarà nemico. Ma se vorrete rimanere con me, mi impegno a tenervi al riparo da ogni pericolo. ([[Lancillotto]], p. 669) *Stanotte ho ucciso ser Agravano, fratello di ser Galvano, e almeno altri dodici suoi compagni. Non ho alcun dubbio, pertanto, che vi sarà un conflitto sanguinoso. Quei cavalieri erano stati mandati a sorprendermi su ordine espresso di Artù, e il re deve essere talmente furibondo e colmo di risentimento che condannerà la regina al rogo. Io non posso certo permettere che ella sia arsa per colpa mia. Se riuscissi a farmi ascoltare, mi offrirei di essere fatto prigioniero per potermi poi battere in suo favore e provare che è una sposa fedele, ma temo che il re sia troppo infuriato per accettare questa proposta. ([[Lancillotto]], p. 671) *Miei bei signori, mi ripugna di compiere un'azione che potrebbe disonorare voi e tutto il mio lignaggio. Ma poiché sono altrettanto contrario a permettere che la regina muoia di una morte ignobile, se il vostro consiglio è di sottrarla al supplizio, siate però ben consapevoli che dovrò causare molti lutti. Forse, con mio grande rammarico, sarò costretto a uccidere anche qualcuno dei miei migliori amici e può darsi che alcuni, piuttosto che essere complici di un'azione abietta, preferiscano schierarsi dalla mia parte: non vorrei certo farli soffrire. ([[Lancillotto]], p. 672) *«[...] il caso di Tristano dovrebbe mettermi in guardia. Sapete bene come andò a finire dopo che, presi tutti gli accordi, egli riportò [[Isotta|Isotta la Bella]] a re Marco: quel sovrano lo uccise a tradimento mentre suonava l'arpa davanti alla sua dama, cogliendolo alle spalle e trafiggendogli il cuore con una lancia ben affilata.»<br>«È vero» convenne ser Bors «ma c'è una cosa che dovrebbe incoraggiare te come tutti noi, ed è che re Marco e re Artù sono di indole assai diversa, perché Artù non ha mai mancato alla propria parola.» (pp. 672-673) *Capita spesso che agiamo per quel che crediamo il meglio, e che finisce poi per dimostrarsi il peggio. ([[Gawain]], p. 674) *[...] sappiate che soffro di più per la perdita dei miei buoni cavalieri che per la fuga della mia gentile regina, perché di regine posso averne quante ne voglio, mentre non mi sarà mai più possibile riunire una simile compagnia di valorosi. E che sciagura che io e Lancillotto dobbiamo essere nemici! ([[Re Artù]], p. 677) *[...] da oggi in poi cercherò Lancillotto fino al giorno in cui uno dei due avrà ucciso l'altro. Intendo vendicarmi e vi chiedo di prepararvi alla guerra. Se non volete perdere il mio servigio e il mio affetto, affrettatevi a mettere alla prova i vostri amici. Giuro su Dio che, anche se dovessi inseguire Lancillotto per sette regni, lo ucciderò a costo della vita. ([[Gawain]], p. 679) *«Dio non voglia che io mi scontri con il nobilissimo sovrano che mi armò cavaliere!» replicò Lancillotto.<br>«Alla malora le belle parole!» proruppe il re. «Presta fede a quanto ti dico e non lo dimenticare: sono il tuo mortale nemico e lo sarò fino al giorno della mia morte. Non ti perdonerò mai di avermi ucciso degli ottimi cavalieri e degli uomini nobilissimi appartenenti al mio stesso sangue. Per di più, hai giaciuto per anni con la regina, che alla fine mi hai rapita con la forza.»<br>«Mio nobilissimo signore e re, dite quello che volete, tanto sapete benissimo che non mi batterò mai con voi» gli rispose Lancillotto. «È vero, vi ho ucciso dei cavalieri, e me ne rammarico molto; ma sono stato costretto a farlo per salvarmi la vita. Avrei forse dovuto lasciarmi uccidere? Quanto a madama la regina, non un solo cavaliere al mondo, salvo la persona di vostra altezza e il mio signore ser Galvano, oserebbe provare sul mio corpo che ella vi ha tradito! E se vi fa piacere di dichiarare che sono legato da molti anni a madama la vostra regina, vi darò soddisfazione dimostrando con il mio braccio contro chiunque, salvo voi e ser Galvano, che ella vi è fedele. Tuttavia, alla sua grazia è piaciuto di tenermi in suo favore e di prediligermi tra tutti gli altri, e del resto io ho ben meritato il suo affetto perché, sire, più di una volta il vostro furore avrebbe permesso che ella fosse condotta al supplizio se io non mi fossi battuto per lei inducendo i suoi nemici a confessare la loro menzogna e facendola così assolvere con onore. E tutte quelle volte, voi mi avete dimostrato amore e gratitudine per averla salvata, e mi avete anche promesso di essere per sempre il mio benevolo signore. Ora, invece, mi sembra che ricompensiate male i miei servigi. Del resto, sire, avrei perso gran parte del mio onore cavalleresco se avessi tollerato che madama, la vostra regina, fosse suppliziata per causa mia. In molte occasioni mi sono battuto per lei in contese che non mi riguardavano; non avrei forse avuto il diritto di farlo allorché ero dalla parte del giusto? Perciò, mio generoso e grazioso signore, concedete la vostra benevolenza alla vostra regina, che è buona e fedele!» (pp. 680-681) *Voi, sire, avete dato ascolto a voci menzognere, e questa è stata la causa della guerra che ci oppone. Mio signore, un tempo avevo meritato la vostra compiacenza per essermi battuto in favore della regina vostra moglie, e sapete bene quante volte ella abbia dovuto patire gravi torti. Ora, mio buon signore, mi sembra che in questa circostanza, più che in tutte quelle che pure avete approvato, io avessi un motivo ben valido per strapparla al rogo, dal momento che ella vi era stata condannata a causa mia. Coloro che vi hanno raccontato le fole che sapete erano per certo mentitori, ma le calunnie sono ricadute sul loro capo poiché, se la potenza di Dio non fosse stata dalla mia parte, come avrei potuto io, disarmato e ignaro, far fronte a quattordici avversari armati e decisi? Infatti ero stato convocato dalla regina per non so quale motivo, e avevo appena varcato la porta della sua camera quando ser Agravano e ser Mordred hanno cominciato a chiamarmi traditore e codardo. ([[Lancillotto]], p. 687) *[...] non mi sono mai battuto a oltranza con un cavaliere senza mostrare misericordia, e che benché mi sia misurato con ottimi guerrieri quali ser Tristano e ser Lamorak, ho sempre reso loro l'onore e il rispetto che meritavano. Dio mi è testimone che non mi sono mai adirato al punto da accanirmi contro i buoni cavalieri che ho visto impegnati a farsi onore, e che sono sempre stato lieto di aiutare un avversario in grado di tenermi testa a piedi o a cavallo. ([[Lancillotto]], p. 688) *Ser Galvano, io amavo ser Gareth più di qualunque mio parente, e piangerò per sempre la sua morte non solo per il grande timore che ho di voi, ma anche per altri motivi che mi amareggiano. Prima di tutto, perché fui io a investirlo cavaliere; poi, perché so che mi amava più di ogni altro; il terzo motivo è che era un uomo nobilissimo, leale, cortese, gentile e di buona indole; il quarto è che appena seppi della sua morte capii che da voi non avrei avuto altro che un'inestinguibile guerra. Per di più, ero certo che avreste fatto in modo che il mio nobile signore Artù mi fosse nemico per sempre. Eppure, che Gesù mi perdoni, non ho ucciso ser Gareth e ser Gaheris di proposito. Ah, perché erano disarmati in quel giorno fatale! ([[Lancillotto]], p. 689) *Se non fosse stato per il papa, io mi sarei battuto con te in singolare tenzone e avrei provato sulla tua persona la tua falsità nei confronti di Artù e miei. E lo farò, una volta che avrai lasciato queste terre, dovunque riuscirò a trovarti! ([[Gawain]], p. 690) *Ahimè, così devo abbandonare il più nobile tra i regni cristiani, quello che ho amato di più e in cui ho acquistato il mio onore! Mi rammarico di esserci venuto, se devo esserne vilmente bandito senza colpa e senza motivo! Ma la fortuna è così incostante, e la sua ruota tanto mobile, che nessuno è certo di potervi riposare durevolmente. Ne sono prova molte antiche leggende, come quelle che narrano del nobile Ettore, e di Troilo, e di Alessandro il potente Conquistatore, e di molti altri che precipitarono in basso dal culmine della loro regalità. Così avviene per me, che ero tenuto in grande onore in questo regno nel quale la Tavola Rotonda crebbe in dignità grazie a me stesso e ai miei più che virtù di chiunque altro. ([[Lancillotto]], p. 690) *Mio signore Artù, nobile sovrano che mi fece cavaliere, il mio affetto per voi è tale che i vostri attacchi mi addolorano profondamente, eppure li ho sopportati con pazienza. Se fossi stato vendicativo, avrei potuto scendere in campo e domare i vostri baldi cavalieri, ma ho pazientato per sei mesi lasciando che voi e ser Galvano faceste quel che volevate. Ora però non posso tollerarlo più e devo difendermi, perché ser Galvano mi ha accusato di tradimento. Sono stato sempre contrario a battermi contro un vostro parente, ma adesso non posso più tirarmi indietro, come la preda quando è messa alle strette. ([[Lancillotto]], p. 697) *[...] ser Galvano aveva ricevuto da un sant'uomo un dono miracoloso che gli aveva permesso di farsi molto onore: ogni giorno dell'anno, dalle nove a mezzogiorno, la sua forza cresceva fino ad arrivare a triplicarsi. Per questo re Artù, che era il solo a saperlo, aveva ordinato che tutte le tenzoni che si fossero svolte alla propria presenza, di qualunque genere e per ogni tipo di lite, avessero inizio alle nove del mattino: in tale modo il partito per il quale si fosse battuto il nipote avrebbe avuto sempre il sopravvento nel corso delle tre ore in cui la forza di Galvano raggiungeva il suo culmine. (p. 698) ====Libro XXI==== *A [[Mordred|ser Mordred]] era stato dunque affidato il governo di tutta l'Inghilterra. Egli allora fece vergare delle false lettere fingendo che provenissero dal continente, in cui era scritto che re Artù era stato ucciso nel corso della guerra contro ser Lancillotto; quindi convocò a parlamento tutti i baroni e si fece eleggere re. L'incoronazione avvenne a Canterbury e fu seguita da festeggiamenti che durarono quindici giorni.<br>Dopo di che, ser Mordred si recò a Winchester e dichiarò apertamente alla regina (che però era moglie del re, allo stesso tempo suo zio e padre) che intendeva sposarla e perparò le nozze fissando il giorno del matrimonio. Ginevera, pur profondamente addolorata, gli rispose con cortesia e finse di sottomettersi al suo volere; tuttavia espresse il desiderio di recarsi a Londra per comprare quanto le sarebbe occorso per gli sponsali. (p. 702) *Riflettete, Inglesi, sulla malvagità che tutto ciò palesava! Artù era il re più nobile e il cavaliere più valoroso del mondo e che più amava e sosteneva gli uomini prodi, eppure quelli Inglesi non gli concedevano la propria stima! Ché tale era l'antico costume di questa terra, e c'è chi dice che non l'abbiamo ancora abbandonato. Ahimè, questo è un grave difetto: nulla ci piace se perdura nel tempo.<br>Così si comportavano gli uomini di allora: amavano di più ser Mordred che il nobile Artù e molti andarono a dire all'usurpatore che sarebbero stati con lui nella buona come nella cattiva sorte. Allora ser Mordred, che aveva sentito dire che Artù sarebbe sbarcato a Dover, vi si portò con grande esercito allo scopo di sconfiggerlo e di scacciarlo dalle sue stesse terre. (pp. 703-704) *«Ahimè, ser Galvano, figlio di mia sorella, con l'uomo che amavo di più al mondo se ne va ogni mia gioia!» si dolse {{NDR|Artù}} quando si fu ripreso. «Ora te lo posso dire, caro nipote, solo in te e in ser Lancillotto riposavano la mia letizia e la mia fiducia. Adesso che ho perduto entrambi, tutto il conforto che avevo sulla terra mi abbandona!»<br>«Ah, caro zio» gli rispose ser Galvano «il mio ultimo giorno è arrivato, e ne devo biasimare la mia impulsività e la mia ostinazione, dato che sono stato ferito sulla vecchia piaga che mi aveva inferto ser Lancillotto. So che morirò prima di mezzogiorno e che a causa del mio orgoglio voi dovrete patire tanta vergogna e sventura. Se il nobile Cavaliere del Lago fosse stato al vostro fianco, come fu e avrebbe dovuto essere ancora, questa guerra sciagurata non sarebbe mai scoppiata, perché solo la sua cavalleria e la nobiltà del suo sangue erano riuscite a tenere soggetti e timorosi i vostri infidi nemici. Ora egli vi mancherà. Ahimè, perché non ho voluto trovare un accordo con lui! [...]» (pp. 704-705) *Io, ser Galvano, cavaliere della Tavola Rotonda, voglio che tutto il mondo sappia che mi sono dato la morte non per colpa tua ma mia. Perciò, ser Lancillotto, ti supplico di tornare nel regno per visitare la mia tomba e per recitare su di essa una preghiera, lunga o breve che sia, per la salvezza della mia anima. Oggi, nello stesso giorno in cui scrivo questa lettera, fui ferito a morte là dove la tua mano mi colpì per prima, e non avrei potuto essere ucciso da un braccio più nobile. ([[Gawain]], p. 705) [[File:Battle Between King Arthur and Sir Mordred - William Hatherell.jpg|thumb|La battaglia tra Artù e Mordred]] *{{NDR|Sulla [[battaglia di Camlann]]}} I messaggeri si recarono da Mordred che si era circondato di un temibile esercito di centomila armati e dovettero pregare a lungo prima di riuscire a fargli accettare in contropartita la Cornovaglia e il Kent fino alla morte di Artù e, dopo, tutta l'Inghilterra. Fu anche concordato che il sovrano e l'usurpatore, ciascuno con un seguito di quattordici cavalieri, si incontrassero in una zona franca tra i due eserciti schierati.<br>Artù fu lieto degli accordi raggiunti, ma prima di recarsi al convegno ordinò ai propri uomini di avanzare fieramente e di uccidere ser Mordred, di cui non ci si poteva fidare in alcun modo, se avessero visto sguainare anche una sola spada. E ser Mordred aveva istruito allo stesso modo il proprio esercito:<br>«Se vedrete balenare anche una sola lama mouvete con coraggio all'attacco e uccidete quanti vi si parano innanzi, perché non mi fido affatto di questa tregua e so bene che mio padre vorrà vendicarsi di me.»<br>L'incontro ebbe dunque luogo come era stato stabilito. Fu portato del vino e ne bevvero insieme, ma una [[vipera]] sbucata da un cespuglio d'edera morse il piede di un cavaliere. Questi, senza darsi pensiero del danno che ne sarebbe derivato, sguainò la spada per ucciderla, e quando i due eserciti videro balenare la lama diedero fiato alle trombe e ai corni e si corsero incontro levando terribili grida.<br>Allora re Artù montò a cavallo e raggiunse prontamente i propri uomini esclamando:<br>«Ahimè, che giorno sventurato!»<br>Ser Mordred si unì ai suoi, ed ebbe inizio la battaglia più funesta che si sia mai vista in terra cristiana: vi furono attacchi impetuosi e galoppare di cavalli, affondi e fendenti, colpi mortali e accenti minacciosi da entrambe le parti. Re Artù non cessava di attraversare le formazioni di ser Mordred compiendo molte prodezze degne di un nobile sovrano senza mai venir meno al proprio ruolo, ma anche ser Mordred non si tirava indietro e più volte mise se stesso in grave pericolo.<br>La battaglia infuriò per tutta la giornata senza risparmio di forze, finché molti nobili cavalieri giacquero immobili sulla fredda terra, e quando cadde la notte il terreno era cosparso dei cadaveri di ben centomila uomini. (pp. 707-708) *{{NDR|Sulla battaglia di Camlann}} Il sovrano impugnò la lancia e si gettò in avanti gridando:<br>«Traditore, è giunto il giorno della tua morte!»<br>Ser Mordred si scagliò a sua volta contro di lui brandendo la spada, ma il re già gli affondava la lancia sotto lo scudo e gliela faceva fuoriuscire dal corpo per più di un braccio. E quando l'usurpatore comprese che non sarebbe potuto sfuggire alla morte, si slanciò con tutte le proprie forze in avanti trafiggendosi fino all'impugnatura dell'asta, poi calò la spada tenuta con entrambe le mani sul proprio padre e lo raggiunse a un lato della testa trapassandogli l'elmo e il crano. Subito dopo si accasciava a terra morto. (p. 709) [[File:The Death of King Arthur by John Garrick.jpg|thumb|La morte di Artù]] *«[...] Il tempo passa in fretta; prendete perciò la mia buona spada Excalibur e portatela alla riva del mare: vi ordino di gettarla nell'acqua e di tornare poi a dirmi cosa avete visto.»<br>«Sire, obbediremo al vostro comando» gli rispose [[ser Bedivere|Bedivere]].<br>Ma sulla strada si mise a osservare con attenzione la nobile arma e le pietre preziose che ricoprivano il pomo e l'elsa.<br>"Se la getto nell'acqua, non ne deriveranno che perdite e danno!" pensò.<br>Perciò la nascose sotto un albero e poi si affrettò a tornare dal re e gli disse di averla gettata in mare.<br>«Cosa hai visto?» gli domandò Artù.<br>«Nient'altro che onde e venti.»<br>«Non è vero» replicò il re. «Ora affrettatevi a ubbidire e, se vi sono caro, non esitate a fare quanto vi ho detto.»<br>Allora ser Bedivere tornò a prendere la spada, ma pensando ancora che fosse un peccato e una vergogna gettare via un'arma tanto nobile, la nascose di nuovo, poi raggiunse il re.<br>«Cosa avete visto?» gli domandò per la seconda volta il sovrano.<br>«Nient'altro che flutti e ondate nere.»<br>«Ah, mi hai ingannato ancora, sleale e traditore!» propruppe Artù. «La tua fama di nobile cavaliere e l'amore che ti ho sempre portato non mi avrebbero mai fatto pensare che mi avresti tradito per il valore di una spada! Ora sbrigati: le tue esitazioni stanno mettendo a grave rischio la mia vita. Se non eseguirai adesso i miei ordini ti ucciderò con le mie stesse mani ovunque potrò incontrarti.»<br>Così ser Bedivere tornò là dove aveva nascosto la spada, la raccolse con cautela e si avvicinò alla riva. Poi avvolse la cintura intorno all'elsa e la scagliò più lontano che poté. Allora vide un braccio e una mano sorgere dall'acqua, afferrarla stretta, brandirla tre volte e poi inabissarsi con l'arma.<br>Quando ser Bedivere, tornato vicino al re, gli raccontò quello che aveva visto, il sovrano esclamò:<br>«Ahimè, aiutatemi ad andare via, temo di avere aspettato già troppo.»<br>Il cavaliere se lo caricò sulle spalle e andò verso la riva del mare. Vi erano appena arrivati che una piccola chiatta piena di belle dame prese terra accanto a loro. Tra di esse si trovava una regina, e tutte portavano cappucci neri e gridavano e piangevano alla vista di re Artù.<br>«Fatemi salire a bordo» disse il re.<br>Ser Bedivere eseguì con delicatezza il comando, e tre dame accolserò Artù tra alti lamenti e lo misero a sedere con la testa appoggiata sul grembo di una di loro.<br>«Ah, mio caro fratello!» disse allora la regina. «Perché vi siete trattenuto tanto a lungo lontano da me? La ferita che avete al capo ha preso fin troppo freddo!»<br>Poi le dame si misero ai remi e allontanarono l'imbarcazione dalla terra. E quando se Bedivere le vide prendere il largo, gridò:<br>«Ah, mio signore Artù, cosa sarà di me ora che mi lasciate tra i miei nemici?»<br>«Confortatevi e fate del vostro meglio: su di me non potrete più fare alcun affidamento» gli rispose il sovrano. «Devo andare nell'isola di Avalon per curare la mia grave ferita, e se non sentirete mai più parlare di me, pregate per la mia anima.»<br>Intanto la regina e le dame piangevano e gridavano da fare pietà. Quando ser Bedivere ebbe perso di vista la chiatta, scoppiò anch'egli in pianti e in lamenti, poi si diresse verso la foresta e camminò per tutta la notte. (pp. 710-712) *Di Artù non ho trovato nient'altro nei libri autorizzati, né ho letto con maggiore certezza della sua morte se non che fu portato via in una nave con tre regine, una delle quali era sua sorella [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana la Fata]], l'altra la regina del Galles del Nord e la terza quella delle Terre Desolate. Non conosco altra testimonianza che quella dell'eremita che un tempo era stato arcivescovo di Canterbury e che riferì che le dame avevano portato da lui un corpo perché lo seppellisse. Tuttavia egli non sapeva con certezza se si trattasse davvero del cadavere di artù, perché questa storia la fece mettere per iscritto ser Bedivere, cavaliere della Tavola Rotonda. (pp. 712-713) *In varie parti d'Inghilterra si crede che re Artù non sia morto e che, per volontà di Nostro Signore Gesù, viva in un altro luogo da dove tornerà per conquistare la Santa Croce. Io però non mi sento di affermarlo, e preferisco dire che in questo mondo egli lasciò la sua vita. Molti sostengono anche che sulla sua tomba siano scritte queste parole:<br><div class="center">{{maiuscoletto|Hic iacet Arthurus Rex quondam rexque futurus}}</div> (p. 713) *{{NDR|Su [[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]]}} Quando seppe della morte del re e di tutti i nobili cavalieri compreso ser Mordred, ella riparò in gran segreto con cinque dame ad Almesbury dove si fece monaca indossando la veste bianca e nera, e vivendo in penitenza come se fosse stata la più grande peccatrice di questa terra. Da allora nessuna creatura riuscì più a renderla felice, e visse tra digiuni, preghiere e opere di carità al punto che tutti si stupirono della purezza dei sui nuovi costumi. Con il tempo, come era da aspettarsi, divenne anche badessa e governatrice del monastero. (p. 713) *La guerra che ha portato alla morte i più nobili cavalieri del mondo è divampata a causa mia e di quest'uomo, e l'amore che ci legava ha causato la rovina del sovrano più onorato della terra. Lancillotto [...] ho assunto questo stato per salvare la mia anima e, con la grazia di Dio e per le piaghe della Sua Passione, confido che dopo la mia morte potrò contemplare il volto benedetto di Gesù Cristo e sedere alla Sua destra nel giorno del Giudizio, poiché in cielo vi sono dei santi che furono peccatori in terra. Perciò, ser Lancillotto, vi supplico di cuore per l'amore che ci fu tra noi di non posare mai più lo sguardo su di me. Vi comando anche, in nome di Dio, che lasciate la mia compagnia e torniate nel vostro regno per preservarlo da guerre e distruzioni. Così come vi ho amato fino ad ora, il mio cuore non mi permetterà più di incontrarvi dopo che a causa vostra e mia è stato annientato il fuore dei re e dei cavalieri. Rientrate dunque nelle vostre terre e prendete moglie per vivere con lei in gioia e letizia. L'unica supplica che il mio cuore vi rivolge è che invochiate il Signore Eterno perché mi conceda di fare ammenda dei miei peccati. ([[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], p. 716) *«[...] Nella ricerca del Sangrail avrei abbandonato le vanità mondane se non fosse stato per l'amore che vi portavo, e se allora lo avessi fatto con tutto il mio cuore, la volontà e il pensiero, avrei superato ogni altro cavaliere a eccezione di ser Galahad mio figlio. Se voi vi siete votata alla perfezione, è giusto che lo faccia anch'io perché, mi sia testimone Iddio, solo in voi ho avuto la mia gioia terrena. Se il vostro cuore fosse stato diversamente disposto, vi avrei portata con me nel mio regno. Ma poiché tale è la vostra volontà, vi giuro che se troverò un eremita che voglia accogliermi, a qualunque ordine appartenga, farò penitenza e pregherò fino al termine della mia vita. Ora, madama, vi prego di baciarmi un'ultima volta.»<br>«Non lo farò mai» si schermì la regina «e astenetevi anche voi da tali atti.» (pp. 716-717) *Supplico Dio Onnipotente che non mi sia mai più possibile vedere ser Lancillotto con i miei occhi mortali. ([[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], p. 719) *Quando riporto alla mente la bellezza e la nobiltà della regina e del suo re e li vedo ora giacere insieme, il mio cuore non può sostenere il mio corpo afflitto. Quando poi rifletto che per mia colpa, orgoglio e superbia sono entrambi periti, essi che non avevano pari tra le genti cristiane, il ricordo della loro cortesia e della mia gratitudine mi fa mancare il cuore al punto di non potermi reggere in piedi. ([[Lancillotto]], p. 720) *Ah, Lancillotto [...] guida di tutti i cavalieri cristiani, impareggiabile tra i valorosi, ora giaci qui. Eri il più cortese cavaliere che abbia mai portato lo scudo, l'amico più sincero nei confronti di chi ti amava tra quanti hanno mai cavalcato, il più fedele amante tra i peccatori che abbiano mai amato una donna, l'uomo più gentile che abbia mai brandito una spada. La tua bella persona primeggiava sempre tra una folla di cavalieri, e tu eri l'uomo più mansueto e più onorato tra quanti mai si siano intrattenuti a banchetto con le dame. Ma eri anche l'avversario più inflessibile per un nemico mortale che abbia mai posto la lancia in resta. (Hector de Maris, p. 722) ===Explicit=== ====Originale==== Here is the end of the booke book of kyng Arthur & of his noble knyghtes of the rounde table | that whan they were hole togyders there was ever an C and xl | and here is the ende of the deth of Arthur | I praye you all Ientyl men and Ientyl wymmen that redeth this book of Arthur and his knyghtes from the begynnyng to the endyng | praye for me whyle I am on lyve that god sende me good delyveraunce | & whan I am deed I praye you all praye for my soule | for this book was ended the ix yere of the reygne of kyng edward the fourth | by syr Thomas Maleore knyght as Ihesu helpe hym from hys grete myght | as he is servaunt of Ihesu bothe day and nyght |<br>{{NDR|Thomas Malory, ''[https://archive.org/details/lemortedarthuror00malouoft/page/860/mode/2up Le Morte d'Arthur. The original edition of William Caxton now reprinted and edited with an introduction and glossary]'', a cura di H. Oskar Sommer, Londra, David Nutt, 1889}} ====Traduzione==== ''Qui finisce il libro di re Artù e dei suoi nobili cavalieri della Tavola Rotonda, che nel loro insieme raggiungevano il numero di centocinquanta. E questa è anche la fine de'' La morte di Artù. '' Gentiluomini e gentildonne che avete letto il libro di Artù e dei suoi cavalieri dall'inizio alla fine, vi supplico di pregare finché sono in vita perché Dio mi mandi una buona liberazione. Quando poi sarò morto, vi chiedo di pregare tutti per la mia anima. Quest'opera fu terminata nel nono anno di [[Edoardo IV d'Inghilterra|re Edoardo IV]] dal cavaliere sir Thomas Malory che Gesù aiuti con la Sua grande potenza, poiché è servo di Cristo di giorno come di notte.''<br>{{NDR|Thomas Malory, ''Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri'', volume secondo, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Milano, Oscar Classici Mondadori, 1985. ISBN 88-04-41154-6}} ==Citazioni su Thomas Malory== *Malory fu in realtà il primo scrittore su commissione [...]. Quando [[William Caxton|Caxton]] costruì la sua pressa da stampa, chiese al povero vecchio Malory di scrivere qualcosa, ed egli acconsentì mettendo insieme tutte le storie che conosceva: tutte le storie tramandate dalla tradizione orale. Poi, a poco a poco, con la proliferazione dei libri, la gente dimenticò quelle storie o non si curò di ricordarle. Così, i racconti che Malory ambientò nel XII secolo descrivevano eventi accaduti molto tempo prima [...]. E, come accade per tutti i miti, essi assunsero le tinte dell'epoca in cui vennero scritti. Gli ''Idilli del re'' di [[Alfred Tennyson|Tennyson]], per esempio, oppure le opere di [[Edward Burne-Jones|Burne-Jones]] e dei Preraffaelliti, descrissero e dipinsero le leggende arturiane del XII secolo secondo la sensibilità della propria epoca. Finendo così per rivelare più cose sull'età vittoriana che sulla leggenda stessa. ([[John Boorman]]) *Sì, possiamo immaginarci sir Thomas Malory come un adorabile primitivo, un innamorato di cose nobili e belle e grandi, finché non sappiamo, in base alle moderne ricerche che l'hanno identificato con un personaggio della parrocchia di Monks Kirby nella contea di Warwick, figura più di bandito che di {{sic|compíto}} gentiluomo, che per via delle sue violenze e rapine fu spesso in prigione, e in prigione scrisse appunto le sue storie di cavalleria. ([[Mario Praz]]) ==Bibliografia== *Thomas Malory, ''[https://archive.org/details/lemortedarthuror00malouoft/page/34/mode/2up Le Morte d'Arthur. The original edition of William Caxton now reprinted and edited with an introduction and glossary]'', a cura di H. Oskar Sommer, Londra, David Nutt, 1889. *Thomas Malory, ''Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri'', due volumi, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Milano, Oscar Classici Mondadori, 1985. ISBN 88-04-41154-6 ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{DEFAULTSORT:Malory, Thomas}} [[Categoria:Scrittori britannici]] ibp9mhz09x3x3xct9xhwlh1hit3nl40 Battiloro 0 172809 1420706 1272908 2026-07-17T10:18:11Z Redaktor GLAM 102223 Higher resolution version of image 1420706 wikitext text/x-wiki {{voce tematica}} [[File:Goldbeating - Weigel (5301539).jpg|thumb|Un battiloro]] Citazioni sul '''battiloro'''. *Volendo fare oro filato, overo argento, secondo la professione che attende a questo, è necessario certamente tirar l'oro in filo, e così l'argento, battendolo e assottigliandolo in prima benissimo, e finalmente arrivando a quel segno dove si pone sopra fili di seta o d'altro, con grande industria e artificio di simili maestri. Per la prattica de' quali (ma prima per l'oro) si nota brevemente ch'è solito e consueto presso a costoro di fondere una verga d'argento o di copella o d'altro; la qual verga va distirata col martello; e poi si raspa; e poi si salda l'oro con l'argento con un legno ai folli, overo a vento; e poi s'assottiglia per forza di martello, e fassi più sottile che la carta da colui che battiloro propriamente è nominato. ([[Tommaso Garzoni]]) ==Voci correlate== *[[Oreficeria]] *[[Oro]] ==Altri progetti== {{interprogetto|w_preposizione=riguardante il|commons=Category:Goldbeating}} {{s}} [[Categoria:Professioni antiche]] rw6egralysuhzxy4nv702f41bsewtp6 Paolo Mereghetti 0 179618 1420623 1383662 2026-07-16T13:40:56Z Skekzilla 17056 /* Citazioni di Paolo Mereghetti */ 1420623 wikitext text/x-wiki [[file:Paolo Mereghetti.jpg|thumb|Paolo Mereghetti]] '''Paolo Mereghetti''' (1949 – vivente), critico cinematografico e giornalista italiano. ==Citazioni di Paolo Mereghetti== *Dopo l'urgenza politica di ''[[Private (film)|Private]]'', [[Saverio Costanzo]] sorprende tutti con un film "fuori dal mondo", ''[[In memoria di me]]'', tutto chiuso nel seminario dove Andrea ([[Hristo Živkov|Christo Jivkov]]) si rifugia in cerca di quelle certezze che la vita non ha saputo dargli e che spera di trovare nei voti e nella regola religiosa. Rarefatto e misterioso come i silenziosi ambienti del convento sull'isola di San Giorgio, a Venezia, dove è stato girato, il film mette in scena i grandi interrogativi della religione cristiana attraverso lo scontro di alcuni personaggi simbolo. [...] A Costanzo non interessa dare risposte univoche o risolvere dibattiti teologici, piuttosto vuole fare emergere il nodo, a volte doloroso, che si nasconde dietro quelle posizioni e che spinge i vari personaggi a scelte di vita diverse, se non opposte. Autore anche della sceneggiatura, che scarnifica il romanzo ''Lacrime impure'' di [[Furio Monicelli]], Costanzo usa i silenzi, le architetture, gli sguardi, le regole di vita per rendere palpabile la tensione che ogni novizio porta dentro di sé, più preoccupato di farci condividere un'atmosfera che non di parteggiare per questo o per quello. Dimostrando così di aver raggiunto una maturità espressiva e una padronanza narrativa di prim'ordine.<ref>Da ''Corriere della Sera'', 12 febbraio 2007; citato in ''[https://www.cinematografo.it/cinedatabase/film/in-memoria-di-me/48240/ In memoria di me]'', ''cinematografo.it''.</ref> *Era una regista goloso. Di film, di cibo, di vita. Perché la carriera di [[Bertrand Tavernier]] [...] non si può ridurre al «solito» elenco di film e di premi. Si rischierebbe di perdere la sua parte più autentica anche se meno conosciuta: avevamo imparato ad apprezzarlo per la sua cultura onnivora, il suo impegno (per l'Algeria, i ''sans papier'', le periferie, contro il Front National), il suo impegno pedagogico (difficile definire altrimenti la passione e l'entusiasmo del suo lavoro di divulgatore), la sua militanza cinefila (l'ultimo impegno, quello di presidente dell'Institut Lumière).<ref name=Tavernier>Da ''Addio a Tavernier, spirito libero: regista eclettico tra gialli e impegno'', ''Corriere della Sera'', 26 marzo 2021.</ref> *{{NDR|Ne ''[[Il sacrificio del cervo sacro]]''}} l'asettica vita di un chirurgo ([[Colin Farrell]]), con moglie medico ([[Nicole Kidman]]) e due ragazzi viene spinta verso la tragedia dal figlio di un suo paziente morto sul tavolo operatorio. Vendetta? Maledizione? Riflessione morale? Pasticcio ricattatorio? Direi decisamente l'ultima ipotesi, con il «solito» presente distopico che vorrebbe raccontare l'inumanità dilagante e l'altrettanto inevitabile ricaduta nella violenza. Con un solo rimpianto: le pratiche erotiche tra moglie e marito, visto che le «invenzioni» della Kidman facevano sperare ben altre evoluzioni.<ref>Da ''Corriere della Sera'', 23 maggio 2017; citato in ''[https://www.cinematografo.it/film/il-sacrificio-del-cervo-sacro-y4374w70 Il sacrificio del cervo sacro]'', ''cinematografo.it''.</ref> *{{NDR|In ''[[Hereafter]]''}} l'attenzione del regista [...] non è più calamitata dagli sforzi del singolo, come negli ultimi film. Qui il racconto si apre su una più complessa struttura corale: vengono in mente i due film su Iwo Jima (dove però il tema della guerra finiva per inglobare quello dei singoli soldati) e poi ''[[Mystic River]]'' (dove comunque la visione del Male che distrugge sogni e innocenza unifica le diverse storie personali) ma forse bisogna tornare indietro a ''[[Mezzanotte nel giardino del bene e del male]]'', per ritrovare lo stesso gusto e lo stesso piacere del racconto. Oltre alla stessa idea che la verità è nell'occhio di chi la guarda. Perché ''Hereafter'' non vuole convincerci che esista un aldilà: accetta l'ipotesi con il tradizionale pragmatismo americano [...] e su questi presupposti costruisce una storia. Anzi tre.<ref>Da ''Corriere della Sera'', 2 gennaio 2011; citato in ''[https://www.cinematografo.it/film/hereafter-l6c3yje6 Hereafter]'', ''cinematografo.it''.</ref> *{{NDR|Su ''[[First Reformed - La creazione a rischio|First Reformed]]''}} [[Paul Schrader|Schrader]] mette molta carne al fuoco, compresa una tirata contro la politica (trumpista?) che oltraggia la Natura, ma la sensazione è soprattutto quella di una rimasticatura di temi alla base della sua sceneggiatura di ''[[Taxi Driver]]'' (il peso della colpa, la violenza come sacrificio radicale), senza una vera necessità e senza una forma altrettanto forte.<ref>Da ''Corriere della Sera'', 1º settembre 2017; citato in ''[https://www.cinematografo.it/cinedatabase/film/first-reformed/61697/ First Reformed]'', ''cinematografo.it''.</ref> *[[Bertrand Tavernier|Tavernier]] non aveva uno stile riconoscibile e ricorrente, si adattava alle storie che sceglieva di filmare, in questo dimostrandosi un vero allievo di quel cinema americano classico cui aveva dedicato tanta passione, dai tempi della sua attività di ufficio stampa. di critico cinematografico (fu tra i pochi a scrivere su ''Positif'' e sui ''Cahiers du Cinéma'', tra cui non correva certo buon sangue) e di altissimo divulgatore [...].<ref name=Tavernier/> *{{NDR|Su ''[[Bella addormentata]]''}} Tutte storie che parlano del rapporto tra la vita e la morte e le rimandano allo spettatore con un particolare punto di vista. Pur nella differenza delle rese ([[Toni Servillo|Servillo]] senatore è perfetto e il suo duetto con [[Roberto Herlitzka|Herlitzka]] da antologia), l'idea vincente di [[Marco Bellocchio|Bellocchio]] e dei suoi sceneggiatori [[Stefano Rulli]] e [[Veronica Raimo]] mi è sembrata quella di sbriciolare le contrapposizioni ideologiche per mettere in ognuno dei personaggi un po' di quelle «ragioni» e di quei «torti».<ref>Da ''[http://cinema-tv.corriere.it/cinema/mereghetti/12_settembre_06/mereghetti_bella_addormantata_cbe4387c-f7fb-11e1-a29d-c7eff3c66a96.shtml Tanta voglia di sorprendere (e graffi ai politici obbedienti)]'', ''corriere.it'', 6 settembre 2012.</ref> *{{NDR|Su [[Bertrand Tavernier]]}} Una modernità che per lui passava attraverso i generi – diresse gialli, storici, polizieschi, di guerra, fantascientifici, musicali, psicologici, drammatici, anche cappa e spada.<ref name=Tavernier/> {{Int|''[https://www.corriere.it/spettacoli/26_luglio_15/la-pagella-del-mereghetti-l-odissea-di-nolan-niente-epica-ma-la-parabola-di-un-uomo-sconfitto-voto-9-59695b72-595c-4650-99e9-fc096071dxlk.shtml «Odissea» di Nolan, la recensione del Mereghetti: «Niente epica ma la parabola di un uomo sconfitto. Voto 9»]''|''corriere.it'', 15 luglio 2026.|h=2}} {{NDR|Sull<nowiki>'</nowiki>''[[Odissea (film)|Odissea]]''}} *Altro che elmi creativi e pigmentazioni non regolamentari (ma secondo quale regola? quella che ha fatto della britannica Elizabeth Taylor una regina egiziana?). A voler essere pignoli le infrazioni, le invenzioni, le libertà sono innumeri, ma è da queste cose che si giudica il risultato di un film? Assolutamente no!<br>Lasciamo i cacciatori di cavilli alle prese con le loro piccole fobie e diciamolo subito: la lettura che Christopher Nolan fa del poema omerico merita attenzione e rispetto. Oltre che applausi. *[...] quello che in Omero diventa il resoconto di una «pena di vivere» [copyright Nicola Gardini], quella appunto di Odisseo che misura su se stesso la stanchezza per una lotta che sembra non dover mai finire (Polifemo, poi i Lestrigoni, Circe, le sirene, Scilla e Cariddi, Poseidone e via enumerando), nella rilettura di Nolan diventa qualcosa di più tragico, quasi epocale: non è più pena ma quasi paura di vivere quella che blocca l’eroe, schiacciato dal ricordo (e dalla responsabilità) della violenza che ha innescato per conquistare Troia: troppa brutalità, troppa distruzione, troppi morti. Ed è per questo che nel film lo vediamo spesso fare i conti con il numero dei compagni scomparsi, costretto a scegliere se e chi sacrificare per permettere agli altri di proseguire il loro viaggio. Le vite che ha fatto perdere sono un ricordo che non lo lascerà mai. *In fondo la storia poteva prestarsi anche al «solito» elogio del coming home, con la voglia di recuperare quella tranquillità e quegli affetti che la vita ci toglie e la famiglia può restituirci. Nolan invece ne ha fatto una riflessione cupissima e avvincente (volano i 172 minuti di durata) su un mondo che non può cancellare il peso del dolore e della disperazione che proprio gli uomini hanno contribuito a diffondere e di cui non resta che contemplare le rovine. Fisiche e morali. ==Note== <references /> ==Voci correlate== *''[[Il Mereghetti]]'' ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{DEFAULTSORT:Mereghetti, Paolo}} [[Categoria:Critici cinematografici italiani]] [[Categoria:giornalisti italiani]] 3y5s658xu3jlqnifrgnnn8c4yektz7d 1420624 1420623 2026-07-16T13:47:28Z Skekzilla 17056 /* Citazioni di Paolo Mereghetti */ 1420624 wikitext text/x-wiki [[file:Paolo Mereghetti.jpg|thumb|Paolo Mereghetti]] '''Paolo Mereghetti''' (1949 – vivente), critico cinematografico e giornalista italiano. ==Citazioni di Paolo Mereghetti== *Dopo l'urgenza politica di ''[[Private (film)|Private]]'', [[Saverio Costanzo]] sorprende tutti con un film "fuori dal mondo", ''[[In memoria di me]]'', tutto chiuso nel seminario dove Andrea ([[Hristo Živkov|Christo Jivkov]]) si rifugia in cerca di quelle certezze che la vita non ha saputo dargli e che spera di trovare nei voti e nella regola religiosa. Rarefatto e misterioso come i silenziosi ambienti del convento sull'isola di San Giorgio, a Venezia, dove è stato girato, il film mette in scena i grandi interrogativi della religione cristiana attraverso lo scontro di alcuni personaggi simbolo. [...] A Costanzo non interessa dare risposte univoche o risolvere dibattiti teologici, piuttosto vuole fare emergere il nodo, a volte doloroso, che si nasconde dietro quelle posizioni e che spinge i vari personaggi a scelte di vita diverse, se non opposte. Autore anche della sceneggiatura, che scarnifica il romanzo ''Lacrime impure'' di [[Furio Monicelli]], Costanzo usa i silenzi, le architetture, gli sguardi, le regole di vita per rendere palpabile la tensione che ogni novizio porta dentro di sé, più preoccupato di farci condividere un'atmosfera che non di parteggiare per questo o per quello. Dimostrando così di aver raggiunto una maturità espressiva e una padronanza narrativa di prim'ordine.<ref>Da ''Corriere della Sera'', 12 febbraio 2007; citato in ''[https://www.cinematografo.it/cinedatabase/film/in-memoria-di-me/48240/ In memoria di me]'', ''cinematografo.it''.</ref> *Era una regista goloso. Di film, di cibo, di vita. Perché la carriera di [[Bertrand Tavernier]] [...] non si può ridurre al «solito» elenco di film e di premi. Si rischierebbe di perdere la sua parte più autentica anche se meno conosciuta: avevamo imparato ad apprezzarlo per la sua cultura onnivora, il suo impegno (per l'Algeria, i ''sans papier'', le periferie, contro il Front National), il suo impegno pedagogico (difficile definire altrimenti la passione e l'entusiasmo del suo lavoro di divulgatore), la sua militanza cinefila (l'ultimo impegno, quello di presidente dell'Institut Lumière).<ref name=Tavernier>Da ''Addio a Tavernier, spirito libero: regista eclettico tra gialli e impegno'', ''Corriere della Sera'', 26 marzo 2021.</ref> *{{NDR|Ne ''[[Il sacrificio del cervo sacro]]''}} l'asettica vita di un chirurgo ([[Colin Farrell]]), con moglie medico ([[Nicole Kidman]]) e due ragazzi viene spinta verso la tragedia dal figlio di un suo paziente morto sul tavolo operatorio. Vendetta? Maledizione? Riflessione morale? Pasticcio ricattatorio? Direi decisamente l'ultima ipotesi, con il «solito» presente distopico che vorrebbe raccontare l'inumanità dilagante e l'altrettanto inevitabile ricaduta nella violenza. Con un solo rimpianto: le pratiche erotiche tra moglie e marito, visto che le «invenzioni» della Kidman facevano sperare ben altre evoluzioni.<ref>Da ''Corriere della Sera'', 23 maggio 2017; citato in ''[https://www.cinematografo.it/film/il-sacrificio-del-cervo-sacro-y4374w70 Il sacrificio del cervo sacro]'', ''cinematografo.it''.</ref> *{{NDR|In ''[[Hereafter]]''}} l'attenzione del regista [...] non è più calamitata dagli sforzi del singolo, come negli ultimi film. Qui il racconto si apre su una più complessa struttura corale: vengono in mente i due film su Iwo Jima (dove però il tema della guerra finiva per inglobare quello dei singoli soldati) e poi ''[[Mystic River]]'' (dove comunque la visione del Male che distrugge sogni e innocenza unifica le diverse storie personali) ma forse bisogna tornare indietro a ''[[Mezzanotte nel giardino del bene e del male]]'', per ritrovare lo stesso gusto e lo stesso piacere del racconto. Oltre alla stessa idea che la verità è nell'occhio di chi la guarda. Perché ''Hereafter'' non vuole convincerci che esista un aldilà: accetta l'ipotesi con il tradizionale pragmatismo americano [...] e su questi presupposti costruisce una storia. Anzi tre.<ref>Da ''Corriere della Sera'', 2 gennaio 2011; citato in ''[https://www.cinematografo.it/film/hereafter-l6c3yje6 Hereafter]'', ''cinematografo.it''.</ref> *{{NDR|Su ''[[First Reformed - La creazione a rischio|First Reformed]]''}} [[Paul Schrader|Schrader]] mette molta carne al fuoco, compresa una tirata contro la politica (trumpista?) che oltraggia la Natura, ma la sensazione è soprattutto quella di una rimasticatura di temi alla base della sua sceneggiatura di ''[[Taxi Driver]]'' (il peso della colpa, la violenza come sacrificio radicale), senza una vera necessità e senza una forma altrettanto forte.<ref>Da ''Corriere della Sera'', 1º settembre 2017; citato in ''[https://www.cinematografo.it/cinedatabase/film/first-reformed/61697/ First Reformed]'', ''cinematografo.it''.</ref> *{{NDR|Su ''[[Dracula - L'amore perduto]]''}} [...] se [[Robert Eggers|Eggers]] esagerava nel sottolineare l'irresistibile attrazione sessuale del suo [[Nosferatu (film 2024)|Nosferatu]], Besson ne fa una specie di Casanova raffinato e romantico. Fin troppo direi, così come sembra una macchietta il prete esorcista di Waltz.<ref>''[https://www.corriere.it/spettacoli/cinema-serie-tv/25_ottobre_24/dracula-l-amore-perduto-luc-besson-fa-del-principe-vlad-una-sorta-di-casanova-raffinato-e-romantico-voto-6-8d6c1a57-bbed-41e4-9b5d-9ce85af74xlk.shtml «Dracula - L'amore perduto», Luc Besson fa del principe Vlad una sorta di Casanova raffinato e romantico (voto 6)]'', ''corriere.it'', 24 ottobre 2025.</ref> *[[Bertrand Tavernier|Tavernier]] non aveva uno stile riconoscibile e ricorrente, si adattava alle storie che sceglieva di filmare, in questo dimostrandosi un vero allievo di quel cinema americano classico cui aveva dedicato tanta passione, dai tempi della sua attività di ufficio stampa. di critico cinematografico (fu tra i pochi a scrivere su ''Positif'' e sui ''Cahiers du Cinéma'', tra cui non correva certo buon sangue) e di altissimo divulgatore [...].<ref name=Tavernier/> *{{NDR|Su ''[[Bella addormentata]]''}} Tutte storie che parlano del rapporto tra la vita e la morte e le rimandano allo spettatore con un particolare punto di vista. Pur nella differenza delle rese ([[Toni Servillo|Servillo]] senatore è perfetto e il suo duetto con [[Roberto Herlitzka|Herlitzka]] da antologia), l'idea vincente di [[Marco Bellocchio|Bellocchio]] e dei suoi sceneggiatori [[Stefano Rulli]] e [[Veronica Raimo]] mi è sembrata quella di sbriciolare le contrapposizioni ideologiche per mettere in ognuno dei personaggi un po' di quelle «ragioni» e di quei «torti».<ref>Da ''[http://cinema-tv.corriere.it/cinema/mereghetti/12_settembre_06/mereghetti_bella_addormantata_cbe4387c-f7fb-11e1-a29d-c7eff3c66a96.shtml Tanta voglia di sorprendere (e graffi ai politici obbedienti)]'', ''corriere.it'', 6 settembre 2012.</ref> *{{NDR|Su [[Bertrand Tavernier]]}} Una modernità che per lui passava attraverso i generi – diresse gialli, storici, polizieschi, di guerra, fantascientifici, musicali, psicologici, drammatici, anche cappa e spada.<ref name=Tavernier/> {{Int|''[https://www.corriere.it/spettacoli/26_luglio_15/la-pagella-del-mereghetti-l-odissea-di-nolan-niente-epica-ma-la-parabola-di-un-uomo-sconfitto-voto-9-59695b72-595c-4650-99e9-fc096071dxlk.shtml «Odissea» di Nolan, la recensione del Mereghetti: «Niente epica ma la parabola di un uomo sconfitto. Voto 9»]''|''corriere.it'', 15 luglio 2026.|h=2}} {{NDR|Sull<nowiki>'</nowiki>''[[Odissea (film)|Odissea]]''}} *Altro che elmi creativi e pigmentazioni non regolamentari (ma secondo quale regola? quella che ha fatto della britannica Elizabeth Taylor una regina egiziana?). A voler essere pignoli le infrazioni, le invenzioni, le libertà sono innumeri, ma è da queste cose che si giudica il risultato di un film? Assolutamente no!<br>Lasciamo i cacciatori di cavilli alle prese con le loro piccole fobie e diciamolo subito: la lettura che Christopher Nolan fa del poema omerico merita attenzione e rispetto. Oltre che applausi. *[...] quello che in Omero diventa il resoconto di una «pena di vivere» [copyright Nicola Gardini], quella appunto di Odisseo che misura su se stesso la stanchezza per una lotta che sembra non dover mai finire (Polifemo, poi i Lestrigoni, Circe, le sirene, Scilla e Cariddi, Poseidone e via enumerando), nella rilettura di Nolan diventa qualcosa di più tragico, quasi epocale: non è più pena ma quasi paura di vivere quella che blocca l’eroe, schiacciato dal ricordo (e dalla responsabilità) della violenza che ha innescato per conquistare Troia: troppa brutalità, troppa distruzione, troppi morti. Ed è per questo che nel film lo vediamo spesso fare i conti con il numero dei compagni scomparsi, costretto a scegliere se e chi sacrificare per permettere agli altri di proseguire il loro viaggio. Le vite che ha fatto perdere sono un ricordo che non lo lascerà mai. *In fondo la storia poteva prestarsi anche al «solito» elogio del coming home, con la voglia di recuperare quella tranquillità e quegli affetti che la vita ci toglie e la famiglia può restituirci. Nolan invece ne ha fatto una riflessione cupissima e avvincente (volano i 172 minuti di durata) su un mondo che non può cancellare il peso del dolore e della disperazione che proprio gli uomini hanno contribuito a diffondere e di cui non resta che contemplare le rovine. Fisiche e morali. ==Note== <references /> ==Voci correlate== *''[[Il Mereghetti]]'' ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{DEFAULTSORT:Mereghetti, Paolo}} [[Categoria:Critici cinematografici italiani]] [[Categoria:giornalisti italiani]] m06m6mve3w1ux444qnwrgvz7fdcox1m Milo Manara 0 186891 1420653 1352859 2026-07-16T18:10:23Z Skekzilla 17056 /* Citazioni di Milo Manara */ 1420653 wikitext text/x-wiki [[File:FIBD2019ExpoManara 01.jpg|thumb|360px|Milo Manara nel 2019. Appesi alla parete, due disegni di [[Fellini]]]] '''Maurilio Manara''', detto '''Milo''' (1945 – vivente), fumettista italiano. ==Citazioni di Milo Manara== {{cronologico}} *Con [[Umberto Eco]] accadde una cosa imbarazzante. Amici comuni mi avevano detto che sua figlia Carlotta, all'epoca adolescente, era una mia ammiratrice. Allora le mandai a casa un disegno. Tempo dopo, ad una cena, incontrai il padre. Eco si avvicinò e mi fece la ramanzina: "Potevi essere meno esplicito".<ref name=Manara>Dall'intervista di Roberta Scorranese, ''Italiani - Milo Manara: «Ho dormito sulla brandina in stanza con Fellini e Masina. Le femministe mi lodano» <small>Il disegnatore: il re di un Paese islamico tra i miei ammiratori</small>'', ''Corriere della Sera'', 6 ottobre 2021.</ref> *Francamente non capisco perché ancora oggi continui ad esserci una profonda, culturale e naturale censura dell'[[eros]] e non della [[violenza]]. Prenda una qualunque serie televisiva. Donne fatte a pezzi, corpi maciullati, pistole. Nessuno dice nulla. Un'immagine erotica, invece, fa scalpore, non si può far vedere. Con il risultato che [[Internet]] è diventato il luogo chiave della pornografia. Perché le cose che girano in Rete sono pornografia, non eros.<ref name=Manara/> *Oggi non è facile affrontare il tema del corpo femminile. Il problema è che il confine tra la donna oggetto e la donna [[sensualità|sensuale]] è labilissimo, purtroppo molti fumettisti lo varcano.<ref name=Manara/> *Qual è l'impulso più forte, quello che non si può sopprimere? Il [[sesso]]. E che cosa rende il sesso uno strumento di conoscenza del mondo? L'[[erotismo]]. È quello che ho sempre cercato di fare con i miei disegni. Raffigurando un corpo femminile che non sia semplicemente ''erotizzato'', ma che abbia una sua grandezza. Ecco perché – almeno così mi dicono le tante femministe che apprezzano il mio lavoro –, nonostante le forme e la nudità, le donne che io rappresento conservano una certa distanza.<ref name=Manara/> *{{NDR|Su [[Fellini]]}} Una volta raggiunsi lui e [[Giulietta Masina|Giulietta]] a Chianciano, dove stavano "passando le acque" come si diceva una volta. Lavorammo fino a tardi, tanto che tornare a Milano per me sarebbe stato difficile. Federico cominciò a cercarmi una stanza in albergo ma il suo era tutto pieno e così anche gli altri. Allora fece portare una branda in camera loro e così io dormii una notte con Federico e Giulietta, nella loro stessa stanza. Fu surreale ma capii una cosa: io avevo la stessa età del figlio che loro avevano perso. Gli mancava moltissimo.<ref name=Manara/> {{Int|''[https://www.repubblica.it/u/2024/11/21/news/milo_manara_intervista_gli_uomini_non_riescono_a_rinunciare_all_orrendo_concetto_del_possesso-423678712/ Milo Manara: “Gli uomini non riescono a rinunciare all'orrendo concetto del possesso”]''|Intervista di Vincenzo Borgomeo, ''Repubblica.it'', 21 novembre 2024.}} *...per fortuna il ruolo della donna è cambiato. Ma ci sono ancora uomini che fanno faticano ad accettarlo. A rinunciare all'orrendo concetto del possesso. E quindi reagiscono come trogloditi. *Il fisico ideale oggi vira verso quello delle atlete. Lo trovo meraviglioso perché io per esempio non avevo condiviso l'entusiasmo passato per le maggiorate. L'evoluzione delle donne nella società fa evolvere in qualche modo anche la rappresentazione del loro fisico. *{{NDR|Esiste un confine fra [[arte]] e [[pornografia]]?}} C'è ed è sempre stato molto sottile. Anzi sottilissimo. L'arte resta sul filo, in perenne equilibrio. {{NDR|E come si rimane in equilibrio?}} Con una semplice immagine non è facile, serve una storia. Con la narrazione cambia tutto. È questa la chiave. L'[[erotismo]] è l'elaborazione culturale del [[sesso]], mentre la pornografia è esposizione del sesso, anzi ormai l'esposizione di performance. Che raramente, nonostante l'impegno di attori e attrici fanno scoccare davvero la scintilla dell'erotismo. {{Int|''[https://www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2026/07/15/news/milo_manara_odissea_christopher_nolan_intervista-425472185/ Milo Manara: “L’Odissea di Nolan? Ogni volta che Ulisse ritorna è una festa”]''|Intervista di Arianna Finos, ''Repubblica.it'', 15 luglio 2026.}} {{NDR|Sull<nowiki>'</nowiki>''[[Odissea (film)|Odissea]]''}} *[[Ulisse]] riaffiora continuamente, quasi carsicamente. Se oggi Christopher Nolan lo riporta ancora una volta al centro dell’immaginario, per me è soltanto una festa. *Ulisse ha la necessità di interrogare l’indovino Tiresia per sapere quale rotta seguire per tornare a Itaca. Tiresia nel frattempo è morto e quindi deve scendere nell’Ade. Lì incontra anche sua madre. Lui l’aveva lasciata viva quando era partito e scopre invece che è morta. È un momento di agnizione veramente struggente, anche perché è morta di dolore per la sua assenza. Ma c’è un episodio che mi colpisce ancora di più. Vede arrivare Achille. Achille con tutti i suoi pennacchi, nella sua immagine più iconica: il prototipo del guerriero, la guerra stessa fatta persona. Però lo vede corrucciato, intristito. E allora gli chiede: “Perché hai questa espressione? Tu sei il re di questo mondo”. E Achille gli risponde una delle frasi più straordinarie che siano mai state scritte: “Preferirei essere il servo dell’ultimo dei porcai, ma vivo, piuttosto che essere il re di questo mondo di morti”. Se scolpissimo questa frase in tutte le caserme, le guerre dovrebbero finire all’istante. Non c’è niente di superiore alla vita. È la contraddizione esatta della mentalità guerrafondaia, della mentalità violenta che impone il proprio volere con la forza. Se davvero considerassimo sacra la vita, nessun interesse potrebbe giustificare una guerra. *Tradire l’Odissea vorrebbe dire negarne i contenuti. Vorrebbe dire relegarla a un semplice racconto di avventura. Questo sarebbe il tradimento principale. [...] Ogni autore filtra l’Odissea attraverso la propria visione. Il tradimento non è usare la lingua inglese, non è spostare lo sguardo, non sono gli elmi o i costumi. L’unico vero tradimento sarebbe svuotarla del suo significato *Ulisse è comunque un migrante. Ogni volta che approda in un luogo dipende dall’accoglienza degli altri. E ogni volta trova qualcosa di diverso: trova gentilezza oppure respingimento. *{{NDR|«Molte polemiche si sono concentrate sul casting, a partire da Elena, interpretata da Lupita Nyng’o.»}} Mi sembra che, come al solito, ci si occupi dei margini invece che della pagina. Quando la filologia prende il sopravvento sulla sostanza si perde il senso del mito. E poi, se proprio vogliamo dirla tutta, probabilmente Elena era anche più scura di come siamo abituati a immaginarla. Ma è una questione del tutto ininfluente rispetto al personaggio che stiamo raccontando. *Sono curiosissimo di vedere il film di Nolan. Non credo resterò deluso. L’importante è non perdere il senso profondo del racconto. Tutto il resto viene dopo. ==Note== <references /> ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{DEFAULTSORT:Manara, Milo}} [[Categoria:Fumettisti italiani]] fgd3xuaupk35i17gsqw2hxmit0nmxnt Hailee Steinfeld 0 189385 1420646 1397134 2026-07-16T16:47:01Z Danyele 19198 /* Citazioni di Hailee Steinfeld */ fix 1420646 wikitext text/x-wiki [[File:Hailee Steinfeld (28787553517) (cropped).jpg|thumb|Hailee Steinfeld (2018)]] '''Hailee Steinfeld''' (1996 – vivente), attrice e cantante statunitense. ==Citazioni di Hailee Steinfeld== {{cronologico}} *{{NDR|Su [[Emily Dickinson]]}} [...] una donna sfrontata, indomabile, che scriveva tutto ciò che provava, ed era completamente spudorata.<ref>Citato in Carson Griffith, ''[https://www.lofficielitalia.com/beauty-zodiac/hailee-steinfeld-attrice-cantante-oscar-zodiaco Hailee Steinfeld (Sagittario)]'', ''lofficielitalia.com'', 21 gennaio 2020.</ref> *{{NDR|Durante il lockdown per la [[pandemia di COVID-19]]}} Ho capito che c'è una differenza tra sentirsi soli e trovarsi da soli. Ho imparato che trovarsi da soli non è una cosa negativa, anzi può essere davvero fantastico. :''I've realised, there's a difference between being lonely and being alone. I've learned that being alone isn't a bad thing, and it can actually be really great.''<ref>{{en}} Dall'intervista di Josh Smith, ''[https://www.glamourmagazine.co.uk/article/hailee-steinfeld-glamour-cover-interview-2020 'I go to a place and sometimes it's hard to pull myself out of it.' Hailee Steinfeld, GLAMOUR'S December digital coverstar, talks mental health & Dickinson]'', ''glamourmagazine.co.uk'', 17 dicembre 2020.</ref> *{{NDR|«Il suo film d'esordio, ''[[Il Grinta (film 2010)|Il Grinta]]'', è stato un botto»}} Avevo 13 anni quando l'ho girato ma ancora oggi, a ripensarci, mi sembra surreale... Mi viene difficile pensare a quel set come a un lavoro, è stata felicità pura. Un film scritto benissimo, sul set ero innamorata di tutti, dai [[fratelli Coen]] a [[Josh Brolin]], [[Matt Damon]], [[Jeff Bridges]]... Mi sostenevano, mi coccolavano. Ricordo che alla fine del mio ultimo ciak appena gridarono "And that's a wrap on Hailee!", e questa è l'ultima scena di Hailee, io cominciai a piangere, per me era la fine del mondo, un crollo emotivo, non riuscivo a smettere. Jeff e Matt sorridevano, io mi vergognavo, pensavo ridessero di me invece era un modo per dirmi: Hailee, questo è solo l'inizio, ne vivrai migliaia di momenti così.<ref name="Locatelli">Dall'intervista di Silvia Locatelli, ''[https://www.elle.com/it/showbiz/tv/a34987136/heilee-steinfeld-dickinson-serie-tv/ Hailee Steinfeld una Emily Dickinson in versione pop per la seconda stagione della serie]'', ''elle.com'', 27 dicembre 2020.</ref> *Qualche volta, la nostra interazione [[Social network|social]] mi sembra una totale pazzia ma è così, sarà così per molto tempo. Forse per sempre? Non so se ci stiamo perdendo qualcosa. Ogni tanto guardando un vecchio film penso: "Oh mio Dio, che romantico, questo oggi non potrebbe mai succedere". Ma è difficile immaginare di vivere nel passato, [[innamorarsi]] è qualcosa di talmente raro e speciale che è magico in qualunque modo accada. Era destino che io vivessi ora, in questo tempo. Quale che sia la connessione, una foto o un messaggio, alla fine ci si ritrova sempre seduti uno davanti all'altra, a guardarsi negli occhi.<ref name="Locatelli"/> *C'è stato un tempo in cui la gente nella musica pensava che non potevo essere un'artista se ero anche un'attrice. :''There was a time when people in music thought I couldn't be an artist if I was also an actor.''<ref>{{en}} Dall'intervista di Gabriel Tate, ''[https://inews.co.uk/culture/television/hailee-steinfeld-interview-dickinson-season-two-apple-tv-when-to-watch-821254 Hailee Steinfeld on 'Dickinson': 'Fame is so easily achieved today]'', ''inews.co.uk'', 7 gennaio 2021.</ref> *{{NDR|Sugli inizi d'attrice}} Dagli 8 ai 12 anni circa, ho imparato molto rapidamente come ci si sente ad essere rifiutati, come ci si sente ad entrare in una stanza piena di adulti che si aspettano molto da te [...]. Ho capito che mi sarei trovata in queste situazioni in cui dovevo presentarmi come qualcuno che, che lo fossi o meno, fosse abbastanza sicuro di sé da portare a termine il lavoro che stavo cercando di ottenere. :''From 8 to about 12, I learned very quickly what rejection felt like, what going into a room full of adults expecting a lot out of you felt like'' [...]''. I realized that I'd be in these situations where I had to present myself as someone who, whether I was or wasn't, is confident enough to follow through with the job that I was trying to get.''<ref>{{en}} Dall'intervista di Jordan Crucchiola, ''[https://www.bustle.com/entertainment/hailee-steinfeld-dickinson-season-2-interview Hailee Steinfeld Has It Together]'', ''bustle.com'', 8 gennaio 2021.</ref> *{{NDR|Sul suo ruolo in ''Dickinson''}} Emily è stata un'icona letteraria che, raramente, ha voluto un no come una risposta. Ha costantemente combattuto contro tutti i vincoli che ha dovuto incontrare nel suo tempo e che, in generale, troviamo simili ad alcuni vincoli che dobbiamo ancora affrontare oggi. Sarò sempre ispirata da Emily Dickinson. Penserò sempre a come ha superato quello che ha passato nel tempo in cui è vissuta. Io posso fare molto in questo momento e sono così grata per questo e sono così grata per questa serie per avermela fatta conoscere. Adesso, Emily è integrata nella mia vita ad un livello così alto. Non lo darò mai per scontato.<ref>Da un'intervista a ''Entertainment Tonight Canada''; citato in Anna Chiara Delle Donne, ''[https://chiffondaily.com/2021/10/31/dickinson-3-hailee-steinfeld-parla-della-grande-importanza-che-ha-emily-dickinson-nella-sua-vita/ Dickinson 3: Hailee Steinfeld parla della grande importanza che ha Emily Dickinson nella sua vita]'', ''chiffondaily.com'', 31 ottobre 2021.</ref> ==Note== <references /> ==Filmografia== ===Film=== *''[[Il Grinta (film 2010)|Il Grinta]]'' (2010) *''[[Ender's Game]]'' (2013) *''[[Tutto può cambiare]]'' (2013) *''[[3 Days to Kill]]'' (2014) *''[[Spider-Man - Un nuovo universo]]'' (2018) *''[[Spider-Man: Across the Spider-Verse]]'' (2023) ===Serie televisive=== *''[[Arcane (serie animata)|Arcane]]'' (2021-2024) *''[[Hawkeye (serie televisiva)|Hawkeye]]'' (2021) ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{DEFAULTSORT:Steinfeld, Hailee}} [[Categoria:Attori statunitensi]] [[Categoria:Cantanti statunitensi]] k4v7y90zifb16o2iu3hkxkofvt3m53r Lago d'Orta 0 197258 1420682 1418356 2026-07-17T06:26:02Z Spinoziano 2297 Gianni Rodari 1420682 wikitext text/x-wiki {{Voce tematica}} [[File:Lago d'Orta.jpg|thumb|Lago d'Orta]] Citazioni sul '''lago d'Orta''' o '''Cusio'''. ==Citazioni== *Il ''Lago d'Orta'' si estende in lunghezza per nove miglia, non avendone nella sua maggiore larghezza che poco più di uno. Secondo le operazioni barometriche eseguite nel 1851 dell'ingegnere Cav. Negretti, le acque di questo lago superano in altezza il livello del mare di metri 282, e di circa 80 quello del Lago Maggiore. Emissario di questo lago è la ''Negoglia'' ricordata di sopra, la quale mezzo miglia circa sotto Omegna si unisce alla ''Strona'' e con essa si getta nel Toce presso Gravelona. ([[Vincenzo De Vit]]) *Intanto, per la configurazione generale del luogo immaginate (ma non prendete troppo alla lettera l'analogia, intendiamoci) immaginate un arco di Trasimeno che abilmente si sia innestato su un ''fiord''. A mezzogiorno, le acque – riflessi di lama azzurra – si lasciano teneramente abbracciare da una corona di colli; a settentrione – riflessi di ebano levigato – salgono a farsi attanagliare da ferrigne montagne accigliate che sembrano contendersele, e finiscono, del resto, riunendosi per strozzarle. ([[Ernesto Ragazzoni]]) *''Very nice this place, indeed'', grazioso davvero questo sito, e particolarmente caro agli inglesi, taluno dei quali, – più di una volta s'è dato – vi si è addirittura stabilito. Al cimitero, v'è un reparto inglese, distinto. Si potrebbe aver più stabile dimora che al cimitero? I pellegrini, e sovrattutto le pellegrine, di Britannia, a fotografie, a schizzi, ad acquerelli se ne portano via ogni anno tante vedute che credo raro abbia a trovarsi a Londra una casa a modo che non possegga la sua ''wiew of the lake of Orta''. ([[Ernesto Ragazzoni]]) ===[[Achille Giovanni Cagna]]=== *I Gibella e lo strupo dei contadini arrivarono sulla spianata principale che ha il terrazzo prospiciente sul lago.<br>Il sole già alto arrazzava nel vasto aere le sue batterie fulgenti. Il lago affondato, simile a lastra di nichelio, marezzato di increspature argentee, rimpiccioliva come guazzetto sotto l'ampia e lucidana imponenza del cielo. Le barchette disperse nell'azzurro, parevano scarabei galleggianti sul guazzo lucente: l'[[Isola di San Giulio|isoletta di San Giulio]] con le sue casine, con i suoi giardini, si adagiava raccolta sull'onde come zattera fiorita in aspettativa del vento per voleggiare lontano. *I verdi pendii nereggiavano; le torricelle dei paesucoli campati sul dorso delle morene ergevano lo spettro nero sul cielo terso sfumante nella chiarità tenue del crepuscolo. Il lago rispecchiava una lucentezza verdognola, e sfumava lontano nella nebbia. L'isola di San Giulio sorgeva pallida sul pelo delle acque; [[Orta San Giulio|Orta]] inoltrava nel lago col suo promontorio popolato di ville e di giardini, e più in alto sul cocuzzolo del monticello le cappelle del [[Sacro Monte di Orta|Santuario]] riverberavano in roseo scialbo l'ultimo lucore vespertino. *Sul lago bujo soffiava una brezzolina refrigerante. Dall'opposta riva, verso [[Pella (Italia)|Pella]], alcuni lumicini tremolanti foravano il grembo nero della montagna rifrangendo raggi perpendicolari sullo speglio delle acque.<br>Il misterioso elegante ritto sul ponte d'imbarco, con le braccia conserte come [[Napoleone Bonaparte|Bonaparte]], guardava nel vuoto.<br>Tutto intorno silenzio imponente, le onde gemevano un lieve fruscio di risacca. *Sulla riviera folgorava un aureo tramonto. Il lago, i monti, il cielo annegavano nei più sfacciati colori della cromolitografia.<br>Il bacino era una stemperatura di lapislazzuli, l'isola di San Giulio una vigorosa pennellata di roseo carnoso con lumeggiature di croceo fiammeggiante; le montagne intorno ponzavano dal grembo verde vellutato, greppi muschiosi, e garzaje fitte arrosate con toni caldi di aranciato; i culmini rocciosi libravano le creste ambrate nella luminosa vastità del cielo. ===[[Gianni Rodari]]=== *E senza rivolgermi un saluto, senza più osare di guardarmi, il ragionier Polaroli si lasciò cadere nel lago e nuotò rapidamente verso il largo, dove lo attendeva oscillando una barchetta su cui egli si arrampicò. Dopo qualche colpo di tosse il motore si mise in moto. Vidi la barchetta allontanarsi in direzione di Bagnella... Qualche mese dopo un amico, al quale avevo chiesto notizie, m'informò che Polaroli aveva lasciato Omegna per trasferirsi in Finlandia. Paese, come si sa, ricco di laghi. *Le montagne sulla sponda opposta stanno uscendo una dopo l'altra da una nebbia azzurrina, disponendosi nello spazio loro assegnato dalla regia e dallo scenografo. Dietro tutte le montagne, invisibile, a tirare i fili, immagino che ci sia il Monte Rosa, ma da questo punto non posso vederlo. [...] Ma non voglio divagare. Anche perché dall'acqua calma del lago sta emergendo, sotto le vecchie tavole dell'imbarcadero, un nuotatore grondante, inghirlandato di alghe, con il vuoto di un pacchetto di sigarette sulla spalla destra. *«Non parlo – precisa il ragioniere – della patria grande, ma della mia piccola patria cusiana. Piccola, ma a me molto cara».<br>«A me pure, se è per questo».<br>«Ebbene, signore, non ha mai sentito dire che il Cusio è – per effetto dell'inquinamento, della moria di pesci, dell'estinzione di ogni attività biologica – "un lago morto"? Ma io non accetto sifatta espressione, caro signore. E quando io sarò diventato un pesce, nessuno più, né in Italia né all'estero, né in italiano, né in borgognone potrà ripetere che "il Cusio è un lago morto" senza mentire per la gola. Sì – egli ripete con forza appassionata dopo una pausa – io amo il Cusio. E voglio che esso viva. Per questo intendo dargli la mia vita, dopo averla convenientemente adattata al cambiamento». *Non mi fosse capitato di scoprire un banco di pesci che nuotavano sotto e intorno all'imbarcadero, apparentemente ignari del loro dovere di essere morti e assenti da un pezzo.<br>«Ragioniere! – esclamai additandogli l'inatteso spettacolo – Guardi!»<br>Egli guardò il mio dito perplesso.<br>«In acqua! Guardi in acqua! Ci sono dei pesci!».<br>«Non è possibile! Lei è vittima di un'allucinazione».<br>«Si fa presto a controllare il mio stato di salute mentale. Guardi lei stesso. Quattro occhi vedono meglio di due».<br>Guardò. Vide. Impallidì... ==Voci correlate== {{div col}} *[[Basilica di San Giulio]] *[[Buccione]] *[[Giulio di Orta]] *[[Isola di San Giulio]] *[[Omegna]] *[[Orta San Giulio]] *[[Pella (Italia)|Pella]] *[[Sacro Monte di Orta]] {{div col end}} ==Altri progetti== {{interprogetto|preposizione=sul|w_preposizione=riguardante il}} [[Categoria:Laghi|Orta]] [[Categoria:Luoghi del Piemonte]] 28tof5ndmk2k23k1xq5kxnjsvn7f9g0 1420701 1420682 2026-07-17T09:59:37Z Spinoziano 2297 /* Gianni Rodari */ miglioro selezione 1420701 wikitext text/x-wiki {{Voce tematica}} [[File:Lago d'Orta.jpg|thumb|Lago d'Orta]] Citazioni sul '''lago d'Orta''' o '''Cusio'''. ==Citazioni== *Il ''Lago d'Orta'' si estende in lunghezza per nove miglia, non avendone nella sua maggiore larghezza che poco più di uno. Secondo le operazioni barometriche eseguite nel 1851 dell'ingegnere Cav. Negretti, le acque di questo lago superano in altezza il livello del mare di metri 282, e di circa 80 quello del Lago Maggiore. Emissario di questo lago è la ''Negoglia'' ricordata di sopra, la quale mezzo miglia circa sotto Omegna si unisce alla ''Strona'' e con essa si getta nel Toce presso Gravelona. ([[Vincenzo De Vit]]) *Intanto, per la configurazione generale del luogo immaginate (ma non prendete troppo alla lettera l'analogia, intendiamoci) immaginate un arco di Trasimeno che abilmente si sia innestato su un ''fiord''. A mezzogiorno, le acque – riflessi di lama azzurra – si lasciano teneramente abbracciare da una corona di colli; a settentrione – riflessi di ebano levigato – salgono a farsi attanagliare da ferrigne montagne accigliate che sembrano contendersele, e finiscono, del resto, riunendosi per strozzarle. ([[Ernesto Ragazzoni]]) *''Very nice this place, indeed'', grazioso davvero questo sito, e particolarmente caro agli inglesi, taluno dei quali, – più di una volta s'è dato – vi si è addirittura stabilito. Al cimitero, v'è un reparto inglese, distinto. Si potrebbe aver più stabile dimora che al cimitero? I pellegrini, e sovrattutto le pellegrine, di Britannia, a fotografie, a schizzi, ad acquerelli se ne portano via ogni anno tante vedute che credo raro abbia a trovarsi a Londra una casa a modo che non possegga la sua ''wiew of the lake of Orta''. ([[Ernesto Ragazzoni]]) ===[[Achille Giovanni Cagna]]=== *I Gibella e lo strupo dei contadini arrivarono sulla spianata principale che ha il terrazzo prospiciente sul lago.<br>Il sole già alto arrazzava nel vasto aere le sue batterie fulgenti. Il lago affondato, simile a lastra di nichelio, marezzato di increspature argentee, rimpiccioliva come guazzetto sotto l'ampia e lucidana imponenza del cielo. Le barchette disperse nell'azzurro, parevano scarabei galleggianti sul guazzo lucente: l'[[Isola di San Giulio|isoletta di San Giulio]] con le sue casine, con i suoi giardini, si adagiava raccolta sull'onde come zattera fiorita in aspettativa del vento per voleggiare lontano. *I verdi pendii nereggiavano; le torricelle dei paesucoli campati sul dorso delle morene ergevano lo spettro nero sul cielo terso sfumante nella chiarità tenue del crepuscolo. Il lago rispecchiava una lucentezza verdognola, e sfumava lontano nella nebbia. L'isola di San Giulio sorgeva pallida sul pelo delle acque; [[Orta San Giulio|Orta]] inoltrava nel lago col suo promontorio popolato di ville e di giardini, e più in alto sul cocuzzolo del monticello le cappelle del [[Sacro Monte di Orta|Santuario]] riverberavano in roseo scialbo l'ultimo lucore vespertino. *Sul lago bujo soffiava una brezzolina refrigerante. Dall'opposta riva, verso [[Pella (Italia)|Pella]], alcuni lumicini tremolanti foravano il grembo nero della montagna rifrangendo raggi perpendicolari sullo speglio delle acque.<br>Il misterioso elegante ritto sul ponte d'imbarco, con le braccia conserte come [[Napoleone Bonaparte|Bonaparte]], guardava nel vuoto.<br>Tutto intorno silenzio imponente, le onde gemevano un lieve fruscio di risacca. *Sulla riviera folgorava un aureo tramonto. Il lago, i monti, il cielo annegavano nei più sfacciati colori della cromolitografia.<br>Il bacino era una stemperatura di lapislazzuli, l'isola di San Giulio una vigorosa pennellata di roseo carnoso con lumeggiature di croceo fiammeggiante; le montagne intorno ponzavano dal grembo verde vellutato, greppi muschiosi, e garzaje fitte arrosate con toni caldi di aranciato; i culmini rocciosi libravano le creste ambrate nella luminosa vastità del cielo. ===[[Gianni Rodari]]=== *Il lago d'Orta, nel quale sorge l'isola di San Giulio e del barone Lamberto, è diverso dagli altri laghi piemontesi e lombardi. È un lago che fa di testa sua. Un originale che, invece di mandare le sue acque a sud, come fanno disciplinatamente il Lago Maggiore, il lago di Como e il lago di Garda, le manda a nord, come se le volesse regalare al [[Monte Rosa]], anziché al mare Adriatico. *Le montagne sulla sponda opposta stanno uscendo una dopo l'altra da una nebbia azzurrina, disponendosi nello spazio loro assegnato dalla regia e dallo scenografo. Dietro tutte le montagne, invisibile, a tirare i fili, immagino che ci sia il Monte Rosa, ma da questo punto non posso vederlo. [...] Ma non voglio divagare. Anche perché dall'acqua calma del lago sta emergendo, sotto le vecchie tavole dell'imbarcadero, un nuotatore grondante, inghirlandato di alghe, con il vuoto di un pacchetto di sigarette sulla spalla destra. *Ne passeranno degli anni e dei secoli prima che le acque azzurre del Cusio rivedano un funerale come quello del barone Lamberto, più bello di un film a colori. Anche la giornata ce l'ha messa tutta per essere ricordata. C'è una luce che sembra argento fuso. Le montagne hanno innalzato tutt'intorno i loro sipari verdi e azzurri e dietro le cime svetta il Monte Rosa, come un gigante che guardi di sopra le spalle delle persone comuni. *«Non parlo – precisa il ragioniere – della patria grande, ma della mia piccola patria cusiana. Piccola, ma a me molto cara».<br>«A me pure, se è per questo».<br>«Ebbene, signore, non ha mai sentito dire che il Cusio è – per effetto dell'inquinamento, della moria di pesci, dell'estinzione di ogni attività biologica – "un lago morto"? Ma io non accetto sifatta espressione, caro signore. E quando io sarò diventato un pesce, nessuno più, né in Italia né all'estero, né in italiano, né in borgognone potrà ripetere che "il Cusio è un lago morto" senza mentire per la gola. Sì – egli ripete con forza appassionata dopo una pausa – io amo il Cusio. E voglio che esso viva. Per questo intendo dargli la mia vita, dopo averla convenientemente adattata al cambiamento». ==Voci correlate== {{div col}} *[[Basilica di San Giulio]] *[[Buccione]] *[[Giulio di Orta]] *[[Isola di San Giulio]] *[[Omegna]] *[[Orta San Giulio]] *[[Pella (Italia)|Pella]] *[[Sacro Monte di Orta]] {{div col end}} ==Altri progetti== {{interprogetto|preposizione=sul|w_preposizione=riguardante il}} [[Categoria:Laghi|Orta]] [[Categoria:Luoghi del Piemonte]] t6ksohrxzoddg7un9cyg8axqengcq5r 1420709 1420701 2026-07-17T10:29:07Z Spinoziano 2297 /* Voci correlate */ 1420709 wikitext text/x-wiki {{Voce tematica}} [[File:Lago d'Orta.jpg|thumb|Lago d'Orta]] Citazioni sul '''lago d'Orta''' o '''Cusio'''. ==Citazioni== *Il ''Lago d'Orta'' si estende in lunghezza per nove miglia, non avendone nella sua maggiore larghezza che poco più di uno. Secondo le operazioni barometriche eseguite nel 1851 dell'ingegnere Cav. Negretti, le acque di questo lago superano in altezza il livello del mare di metri 282, e di circa 80 quello del Lago Maggiore. Emissario di questo lago è la ''Negoglia'' ricordata di sopra, la quale mezzo miglia circa sotto Omegna si unisce alla ''Strona'' e con essa si getta nel Toce presso Gravelona. ([[Vincenzo De Vit]]) *Intanto, per la configurazione generale del luogo immaginate (ma non prendete troppo alla lettera l'analogia, intendiamoci) immaginate un arco di Trasimeno che abilmente si sia innestato su un ''fiord''. A mezzogiorno, le acque – riflessi di lama azzurra – si lasciano teneramente abbracciare da una corona di colli; a settentrione – riflessi di ebano levigato – salgono a farsi attanagliare da ferrigne montagne accigliate che sembrano contendersele, e finiscono, del resto, riunendosi per strozzarle. ([[Ernesto Ragazzoni]]) *''Very nice this place, indeed'', grazioso davvero questo sito, e particolarmente caro agli inglesi, taluno dei quali, – più di una volta s'è dato – vi si è addirittura stabilito. Al cimitero, v'è un reparto inglese, distinto. Si potrebbe aver più stabile dimora che al cimitero? I pellegrini, e sovrattutto le pellegrine, di Britannia, a fotografie, a schizzi, ad acquerelli se ne portano via ogni anno tante vedute che credo raro abbia a trovarsi a Londra una casa a modo che non possegga la sua ''wiew of the lake of Orta''. ([[Ernesto Ragazzoni]]) ===[[Achille Giovanni Cagna]]=== *I Gibella e lo strupo dei contadini arrivarono sulla spianata principale che ha il terrazzo prospiciente sul lago.<br>Il sole già alto arrazzava nel vasto aere le sue batterie fulgenti. Il lago affondato, simile a lastra di nichelio, marezzato di increspature argentee, rimpiccioliva come guazzetto sotto l'ampia e lucidana imponenza del cielo. Le barchette disperse nell'azzurro, parevano scarabei galleggianti sul guazzo lucente: l'[[Isola di San Giulio|isoletta di San Giulio]] con le sue casine, con i suoi giardini, si adagiava raccolta sull'onde come zattera fiorita in aspettativa del vento per voleggiare lontano. *I verdi pendii nereggiavano; le torricelle dei paesucoli campati sul dorso delle morene ergevano lo spettro nero sul cielo terso sfumante nella chiarità tenue del crepuscolo. Il lago rispecchiava una lucentezza verdognola, e sfumava lontano nella nebbia. L'isola di San Giulio sorgeva pallida sul pelo delle acque; [[Orta San Giulio|Orta]] inoltrava nel lago col suo promontorio popolato di ville e di giardini, e più in alto sul cocuzzolo del monticello le cappelle del [[Sacro Monte di Orta|Santuario]] riverberavano in roseo scialbo l'ultimo lucore vespertino. *Sul lago bujo soffiava una brezzolina refrigerante. Dall'opposta riva, verso [[Pella (Italia)|Pella]], alcuni lumicini tremolanti foravano il grembo nero della montagna rifrangendo raggi perpendicolari sullo speglio delle acque.<br>Il misterioso elegante ritto sul ponte d'imbarco, con le braccia conserte come [[Napoleone Bonaparte|Bonaparte]], guardava nel vuoto.<br>Tutto intorno silenzio imponente, le onde gemevano un lieve fruscio di risacca. *Sulla riviera folgorava un aureo tramonto. Il lago, i monti, il cielo annegavano nei più sfacciati colori della cromolitografia.<br>Il bacino era una stemperatura di lapislazzuli, l'isola di San Giulio una vigorosa pennellata di roseo carnoso con lumeggiature di croceo fiammeggiante; le montagne intorno ponzavano dal grembo verde vellutato, greppi muschiosi, e garzaje fitte arrosate con toni caldi di aranciato; i culmini rocciosi libravano le creste ambrate nella luminosa vastità del cielo. ===[[Gianni Rodari]]=== *Il lago d'Orta, nel quale sorge l'isola di San Giulio e del barone Lamberto, è diverso dagli altri laghi piemontesi e lombardi. È un lago che fa di testa sua. Un originale che, invece di mandare le sue acque a sud, come fanno disciplinatamente il Lago Maggiore, il lago di Como e il lago di Garda, le manda a nord, come se le volesse regalare al [[Monte Rosa]], anziché al mare Adriatico. *Le montagne sulla sponda opposta stanno uscendo una dopo l'altra da una nebbia azzurrina, disponendosi nello spazio loro assegnato dalla regia e dallo scenografo. Dietro tutte le montagne, invisibile, a tirare i fili, immagino che ci sia il Monte Rosa, ma da questo punto non posso vederlo. [...] Ma non voglio divagare. Anche perché dall'acqua calma del lago sta emergendo, sotto le vecchie tavole dell'imbarcadero, un nuotatore grondante, inghirlandato di alghe, con il vuoto di un pacchetto di sigarette sulla spalla destra. *Ne passeranno degli anni e dei secoli prima che le acque azzurre del Cusio rivedano un funerale come quello del barone Lamberto, più bello di un film a colori. Anche la giornata ce l'ha messa tutta per essere ricordata. C'è una luce che sembra argento fuso. Le montagne hanno innalzato tutt'intorno i loro sipari verdi e azzurri e dietro le cime svetta il Monte Rosa, come un gigante che guardi di sopra le spalle delle persone comuni. *«Non parlo – precisa il ragioniere – della patria grande, ma della mia piccola patria cusiana. Piccola, ma a me molto cara».<br>«A me pure, se è per questo».<br>«Ebbene, signore, non ha mai sentito dire che il Cusio è – per effetto dell'inquinamento, della moria di pesci, dell'estinzione di ogni attività biologica – "un lago morto"? Ma io non accetto sifatta espressione, caro signore. E quando io sarò diventato un pesce, nessuno più, né in Italia né all'estero, né in italiano, né in borgognone potrà ripetere che "il Cusio è un lago morto" senza mentire per la gola. Sì – egli ripete con forza appassionata dopo una pausa – io amo il Cusio. E voglio che esso viva. Per questo intendo dargli la mia vita, dopo averla convenientemente adattata al cambiamento». ==Voci correlate== {{div col}} *[[Basilica di San Giulio]] *[[Buccione]] *[[Giulio di Orta]] *[[Isola di San Giulio]] *[[Nigoglia]] *[[Omegna]] *[[Orta San Giulio]] *[[Pella (Italia)|Pella]] *[[Sacro Monte di Orta]] {{div col end}} ==Altri progetti== {{interprogetto|preposizione=sul|w_preposizione=riguardante il}} [[Categoria:Laghi|Orta]] [[Categoria:Luoghi del Piemonte]] qyevg6hlwdy2mn8kidgsgrgpifgzvl4 Isola di San Giulio 0 197260 1420704 1418357 2026-07-17T10:08:10Z Spinoziano 2297 Gianni Rodari 1420704 wikitext text/x-wiki {{Voce tematica}} [[File:Isola Orta Isola San Giulio.jpg|thumb|Isola di San Giulio]] Citazioni sull{{'}}'''isola di San Giulio'''. ==Citazioni== *Il lago affondato, simile a lastra di nichelio, marezzato di increspature argentee, rimpiccioliva come guazzetto sotto l'ampia e lucidana imponenza del cielo. Le barchette disperse nell'azzurro, parevano scarabei galleggianti sul guazzo lucente: l'isoletta di San Giulio con le sue casine, con i suoi giardini, si adagiava raccolta sull'onde come zattera fiorita in aspettativa del vento per voleggiare lontano. ([[Achille Giovanni Cagna]]) *Sul lago si rispecchiava la scialba chiarità del cielo albeggiante.<br>L'isoletta di San Giulio sorgeva sbiadita, frolla, macerata dalle brume notturne; le montagne avevano chiazze di verdone cupo, e le insenature impiastricciate di nuvolaglie biancastre. ([[Achille Giovanni Cagna]]) *Tornando al lago, nuovamente imbarcasi per farsi trasportare all'isoletta di S. Giulio, rinomata per l'ardita e vigorosa difesa che in essa fece la moglie del re Berengario Uilla nel secolo {{maiuscoletto|x}}. Nella vetusta chiesa vi sono de' bei resti del pavimento a musaico, e alcune vecchie pitture, e due colonne di serpentino che sostengono la tribuna, le quali sono probabilmente del non lontano serpentino di Varallo. Più difficile è il rintracciar la provenienza di que' grossi massi di sasso, che sembrami essere un granito, o piuttosto un ''mandelstein'', o sia ''sasso di mandorle'', con cui son formati i gradini sui quali dalla sponda del lago si sale al tempio. In questo il divoto va a venerare le ceneri di S. Giulio nella sotterranea cappella. In sagristia v'è qualche buon quadro, e vi si mostra pendente in mezzo una gran vertebra (di balena cred'io) che dicesi d'un enorme serpentaccio, tiranno un tempo di quell'isola, donde san Giulio lo discacciò. ([[Carlo Amoretti]]) *Un'isoletta linda e fiorita di fronte {{NDR|a [[Orta San Giulio|Orta]]}}, già scoglio che fu nido di serpi, e poi aspra roccaforte, poi castello di vescovi e residenza di tranquilli canonici, ed oggi, ingentilita, luogo di ville e di giardini, ripete al paese quasi la sua stessa immagine. ([[Ernesto Ragazzoni]]) ===[[Laura Mancinelli]]=== *Bella, misteriosa e malinconica, l'isola di San Giulio ci lasciò nell'animo un senso di disagio, che tentammo di dissipare, giunti a Orta, comprandoci come souvenir una filza di salsicce d'asino. *Camminammo nelle vie strette e deserte ancora immerse nella nebbia, che molto lentamente si stava diradando. Alti muri chiudevano la vista sui giardini delle poche case signorili, solo qualche cipresso svettava al di sopra, rivelando la presenza di cespugli fioriti gelosamente sottratti a sguardi estranei. Verso il fondo della stradina che percorre l'isola si affacciava qualche casa, elegante e sobria, dall'aria ottocentesca. Emergevano, quelle case, dal velo di nebbia che ancora le ammantava, intrise di umidità e malinconia. *Nel mio primo incontro con l'isola di San Giulio avevo percepito la presenza del mistero, forse per l'eccezionalità della situazione, perché l'isola era deserta per l'alluvione, e quel suono d'organo bruscamente interrotto mi aveva dato un brivido... Mistero e magia parevano allearsi già allora, nella visione dell'isola che sorgeva dalla nebbia e pareva galleggiare al di sopra dell'acqua. *Ora mi appare vivissimo con lo splendore di una pietra preziosa. È una visita all'isola di San Giulio sul lago d'Orta, fatta in circostanze molto particolari durante l'alluvione che nel 1993 aveva colpito tutto il territorio dal lago Maggiore al lago d'Orta. Partecipavo in quei giorni ad un convegno che si teneva a Orta e una mattina, libera dai lavori, passeggiavo con un collega sulla parte non allagata della bella piazza del paese. Guardavo l'isola di San Giulio che emergeva dalla nebbia autunnale come un luogo irreale sospeso sull'acqua. ===[[Gianni Rodari]]=== *Di sera le differenze dei colori scompaiono, i profili si fondono, l'isola sembra un monumento in un sol blocco di pietra nera a guardia dell'acqua cupa. Da qualche finestra invisibile parte un raggio di luce, come un cordone gettato per tenere legata l'isola alla terraferma.<br>Sul lungolago di Orta la gente conta le luci.<br>– Sono quelle della villa del barone Lamberto.<br>– Per forza, c'è rimasto solo lui. *È come se l'isola avesse troncato i contatti con la terraferma, per prepararsi ad un lungo assedio.<br>Così deve averla vista, prima dell'anno Mille, l'imperatore Ottone quando vi si rinchiuse il re d'Italia [[Berengario II d'Ivrea|Berengario]], e ci vollero delle settimane per costringerlo alla resa. Sconfitto Berengario, si rifugiò a San Giulio sua moglie, la regina Willa, con tutti i tesori del regno. *L'isola di San Giulio sembra fatta tutta a mano, come un gioco di costruzioni. Metro per metro, secolo dopo secolo, dandosi il cambio, uomini e altri uomini le hanno dato forma con il loro lavoro. Se si vede del verde, la natura non c'entra: sono i giardini delle ville. Non si vedono rocce, ma pietre, mattoni, vetrate, colonne, tetti. L'insieme è compatto come i pezzi di un rompicapo. ==Voci correlate== *[[Basilica di San Giulio]] *[[Giulio di Orta]] *[[Lago d'Orta]] *[[Orta San Giulio]] *[[Pella (Italia)|Pella]] ==Altri progetti== {{interprogetto|preposizione=sull'|w_preposizione=riguardante l'}} [[Categoria:Isole|San Giulio]] [[Categoria:Luoghi del Piemonte]] eau76fo48yg3cw5qj67g32jwnib9vct Orta San Giulio 0 197261 1420705 1418358 2026-07-17T10:10:34Z Spinoziano 2297 Gianni Rodari 1420705 wikitext text/x-wiki {{Voce tematica}} [[File:OrtaSanGiulioAug132024 03.jpg|thumb|Orta San Giulio]] Citazioni su '''Orta San Giulio'''. ==Citazioni== *Allo sbarco di Orta il battello si fermò.<br>Il ponte e la piazzetta erano ingombri di curiosi e di villeggianti che venivano a godere il solito spettacolo dell'approdo.<br>Le signore vestite di verde, di rosa, o di bianco, inguantate, incappellate, ravvolte entro a scialletti variopinti che scendevano fino al busto, lasciando scoperte le ridondanze pavonesche delle ''tournures'', dei ''culissons'' pavesati di nastri e di cincigli. E frammezzo a quelle chiazze di colore allegro, un ripieno di barcajuoli, di pezzenti, e di garzoni d'albergo che assediavano i nuovi arrivati. ([[Achille Giovanni Cagna]]) *La notizia che [[Isola di San Giulio|l'isola]] è stata occupata dai banditi ha richiamato migliaia di persone sulla riva. Ci sono gli abitanti di Orta, usciti dalle antiche stradine, dai nobili palazzotti e dalle ville fiorite, o scesi dai fianchi della montagna. Ci sono i turisti, che lasciano raffredare la cena sui tavoli degli alberghi. Non ci sono i profughi, che si sono ficcati a letto per rimettersi dallo spavento. ([[Gianni Rodari]]) ===[[Ernesto Ragazzoni]]=== *Anch'io, finalmente, mi trovo tra le mie pareti. Le riconosco. La sottile strada – l'unica strada del paese – che si insinua lunga, a gomitate, tra le due file di case, l'una appoggiata alla collina l'altra affacciata con brevi giardini sul [[Lago d'Orta|lago]]. *Dalla corona dei colli nel più bel mezzo dei riflessi di lama azzurra, un promontorio s'allunga e si distacca, (un promontorio che funziona anche da penisola), e sull'ultimo orlo del promontorio stesso, – merletto bianco sgomitolato su un sofà di verzura – s'offre all'acque un paese, e, quel paese – l'intelligente lettore lo avrà già indovinato, – è Orta. *Le care vecchie case d'Orta! Talune, vaste e severe sembran quasi conventi; altre si danno l'aria fiera di palazzotti ed anche di palazzi; molte s'onorano di stemmi; tutte contengono ricordi di generazioni e generazioni, non di rado arazzi, libri rari, mobili antichi, pitture: si aprono in gallerie ed in terrazzi, respirano per ampli atrii chiari, guardano ciascuno sul proprio giardino; e veramente son esse le pareti che custodiscono la pace dalle tempeste del mondo, le dimore fide del riposo e del silenzio. ==Voci correlate== *[[Basilica di San Giulio]] *[[Giulio di Orta]] *[[Isola di San Giulio]] *[[Lago d'Orta]] *[[Sacro Monte di Orta]] ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Comuni del Piemonte]] jetrjebzrkjsuta324g1d6y4luirjm9 Ilan Pappé 0 212582 1420639 1420345 2026-07-16T15:58:55Z Darkcloud2222 10646 /* La pulizia etnica della Palestina */ 1420639 wikitext text/x-wiki [[Immagine:Ilan Pappe.JPG|thumb|Ilan Pappé]] '''Ilan Pappé''' (1954 – vivente), storico e politologo israeliano. ==Citazioni di Ilan Pappé== *Questa politica di confisca di terre e villaggi {{NDR|abbandonati dai palestinesi nel 1948}} continuò, in maniera intermittente, dal 1949 al 1954. La preda era indifesa e i predatori determinati. Per uno strano gioco, il principale beneficiario di tale politica fu il movimento socialista dei ''kibbutz'' [[Hashomer Hatz'air]] che, ufficialmente, recava lo slogan della coesistenza binazionale bene in vista sui suoi striscioni. Era il più a sinistra dei tre maggiori movimenti del ''kibbutz'' attivi nel giovane Stato di Israele; dimostrò, nei fatti, di essere anche il più avido.<br />Questa discrepanza tra ideologia e realtà suscitò qualche ammirevole (e tormentata) presa di posizione da parte di suoi esponenti, che però non riuscirono ad interrompere il processo di pulizia etnica.<ref group="fonte">Da ''Storia della Palestina moderna: {{small|Una terra, due popoli}}'', Einaudi, Torino, 2014, pp. 184-185. ISBN 9788806215200</ref> {{Int|Da ''[https://web.archive.org/web/20231207013917/https://ilmanifesto.it/ilan-pappe-deriva-messianica-il-sionismo-verso-la-sua-fine «Deriva messianica, il sionismo verso la sua fine»]''|Intervista di Chiara Cruciati, ''ilmanifesto.it'', 28 novembre 2023.}} *La storia insegna che la decolonizzazione non è un processo semplice per il colonizzatore. Perde i suoi privilegi, deve ridare indietro le terre occupate, rinunciare all’idea di uno Stato-nazione mono-etnico. I pacifisti israeliani pensano di svegliarsi un giorno in un paese eguale e democratico. Non sarà così semplice, i processi di decolonizzazione sono dolorosi: la pace inizia quando il colonizzatore accetta di stravolgere le proprie istituzioni, la costituzione, le leggi, la distribuzione delle risorse. Il giorno in cui finirà la colonizzazione della Palestina, alcuni israeliani preferiranno andarsene, altri resteranno in un territorio libero in cui non sono più i carcerieri di nessuno. Prima gli israeliani lo capiranno e meno questo processo sarà sanguinoso. In ogni caso la storia è sempre dalla parte degli oppressi, ogni colonialismo è destinato è finire. *A negare la [[Esodo palestinese del 1948|Nakba]] erano il centro e la sinistra. La destra non l’ha mai negata, anzi ne andava fiera. Per cui non sorprende che {{NDR|il governo Netanyahu VI}} usi questo termine {{NDR|di nuovo nel 2023}} [...] Israele tratta il 7 ottobre come un evento che ha cambiato tutto, non ritiene di dover più essere prudente nel suo discorso razzista, nel parlare di genocidio e pulizia etnica. Percepisce il 7 ottobre come il via libera ad agire. *Essere sionisti liberali {{NDR|[[Sionismo socialista|sionisti di sinistra]]}} è sempre stato problematico. Devi mentire a te stesso di continuo, perché non puoi essere allo stesso tempo socialista e colonizzatore. La società si è stancata, ha capito che doveva scegliere tra essere democratica ed essere ebraica.<ref>La ''Legge fondamentale sulla Knesset'' (1958) definisce lo Stato d'Israele come «uno stato ebraico e democratico». In ambito accademico, si è discusso se questi due attributi siano fra loro complementari o contradditorî.</ref> Ha scelto la natura ebraica. Ha deciso che la priorità era affermare uno stato razzista piuttosto che condividerlo con i palestinesi. Era inevitabile, la logica conseguenza del progetto sionista. L’Israele di oggi {{NDR|2023}} è molto più autentico di quello degli anni Novanta. ==''La pulizia etnica della Palestina''== *La politica [[Sionismo|sionista]] iniziò come rappresaglia contro gli attacchi palestinesi nel febbraio del 1947 e si trasformò in seguito in un'iniziativa di pulizia etnica dell'intero paese nel marzo del 1948. Presa la decisione, ci vollero sei mesi per portare a termine la missione. Quando questa fu compiuta, più di metà della popolazione palestinese originaria, quasi 800.000 persone, era stata sradicata, 531 villaggi erano stati distrutti e 11 quartieri urbani svuotati dei loro abitanti. Il piano, deciso il 10 marzo 1948, e soprattutto la sua sistematica attuazione nei mesi successivi, fu un caso lampante di un'operazione di pulizia etnica, considerata oggi dal diritto internazionale un crimine contro l'umanità. (p. 5) *Dopo l'Olocausto è diventato quasi impossibile occultare crimini contro l'umanità su larga scala. [...] Invece uno di questi crimini è stato quasi completamente cancellato dalla memoria pubblica mondiale: l'espropriazione delle terre dei palestinesi da parte di Israele nel 1948. Questa vicenda, la più decisiva nella storia moderna della terra di Palestina, è stata da allora sistematicamente negata, e ancora oggi non è riconosciuta come un fatto storico e tantomeno ammessa come un crimine con il quale è necessario confrontarsi sia politicamente sia moralmente. (p. 5) *Per i [[Stato di Palestina|palestinesi]], la forma più profonda di frustrazione, al di là del trauma, è stato il fatto che l'atto criminale di cui questi uomini {{ndr|la classe dirigente israeliana}} furono responsabili sia stato totalmente negato e che la loro sofferenza sia stata completamente ignorata fin dal 1948. (p. 6) *La storiografia israeliana parlava di «trasferimento volontario» di massa di centinaia di migliaia di palestinesi che avevano deciso di abbandonare temporaneamente le loro case e i loro villaggi per dare via libera agli eserciti arabi invasori che puntavano a distruggere il neonato Stato ebraico. [...] Tuttavia, utilizzando principalmente gli archivi militari israeliani, gli storici revisionisti sono riusciti a dimostrare quanto fosse falsa e assurda la pretesa israeliana che i palestinesi se ne fossero andati "volontariamente", sono stati in grado di confermare molti casi di espulsioni di massa da villaggi e città e hanno rivelato che le forze ebraiche avevano commesso un gran numero di atrocità, massacri compresi. (pp. 6-7) *Basandosi esclusivamente su documenti degli archivi militari israeliani, [[Benny Morris|Morris]] ha fornito alla fine un quadro molto parziale di quanto era accaduto sul campo. Eppure, tutto questo è stato sufficiente perché alcuni dei suoi lettori israeliani si rendessero conto che la "fuga volontaria" dei palestinesi {{ndr|in relazione all'[[Esodo palestinese del 1948|esodo palestinese]]}} era un mito e che l'immagine che Israele aveva di sé, di aver condotto nel 1948 una guerra "morale" contro un mondo arabo "primitivo" e ostile, era notevolmente falsa e forse completamente superata. (pp. 7-8) *Le due narrazioni storiche ufficiali in competizione su quel che accadde in Palestina [[Esodo palestinese del 1948|nel 1948]] ignorano entrambe il concetto di pulizia etnica. Da un lato la versione sionista-israeliana sostiene che la popolazione locale se ne andò "volontariamente", dall'altro i palestinesi parlano di una "catastrofe" che li colpì, Nakba, un termine in qualche modo elusivo dal momento che si riferisce al disastro in sé e non tanto a chi o a che cosa lo ha causato. Il termine Nakba fu adottato, per comprensibili ragioni, come tentativo di controbilanciare il peso morale dell'Olocausto (Shoah), ma l'aver trascurato i protagonisti può in un certo senso aver contribuito a perpetuare la negazione da parte del mondo della pulizia etnica della Palestina nel 1948 e successivamente. (p. 10) *Per portare a termine il loro progetto, gli ideologi [[Sionismo|sionisti]] rivendicavano il territorio biblico e lo ricreavano, o meglio lo reinventavano, come la culla del loro nuovo movimento nazionalista. Secondo loro, la Palestina era occupata da "stranieri" e si doveva riprenderne possesso. "Stranieri" significava tutti i non ebrei che avevano vissuto in Palestina dal periodo romano. In effetti, per molti sionisti la Palestina non era una terra "occupata" neanche quando vi arrivarono per la prima volta nel 1882, ma piuttosto una terra "vuota": i palestinesi nativi che là vivevano erano per loro sostanzialmente invisibili oppure facevano parte delle avversità naturali e come tali dovevano essere conquistati e allontanati. Niente, né le pietre né i palestinesi, doveva essere di ostacolo alla "redenzione" nazionale della terra ambita dal movimento sionista. (pp. 22-23) *[[David Ben Gurion|Ben Gurion]] è per molti aspetti il fondatore dello Stato d'Israele e ne fu il primo capo di governo. Fu anche la testa pensante della pulizia etnica della Palestina. (p. 37) * [...] finora, "[[Piani di pace per il conflitto israelo-palestinese|portare la pace in Palestina]]", è sempre stato inteso come un piano messo a punto esclusivamente dagli Stati Uniti e da Israele, senza che i palestinesi venissero consultati seriamente, né minimamente rispettati. (p. 48) *Una [[Piano di partizione della Palestina|spartizione del paese]] – a stragrande maggioranza palestinese {{NDR|nel 1947, circa i due terzi}} – in due parti uguali si rivelò un disastro perché andava contro la volontà della popolazione indigena che costituiva la maggioranza. Con l'annuncio della propria intenzione di creare in Palestina due entità politiche uguali – ebraica e araba –, l'ONU violava i diritti fondamentali dei palestinesi e non teneva in alcun conto gli interessi del mondo arabo per la Palestina, proprio al culmine della lotta anticolonialista nel Medio Oriente. (p. 49) *{{NDR|Sul [[piano di partizione della Palestina]]}} L'equilibrio demografico quasi alla pari all'interno dello Stato assegnato agli ebrei era tale che se questa mappa fosse stata in realtà messa in pratica, avrebbe costituito un incubo per la leadership sionista: il sionismo non avrebbe mai potuto raggiungere nessuno dei suoi obiettivi principali. (p. 52) *Il rifiuto categorico del [[Piano di partizione della Palestina|piano]] {{ndr|di partizione della Palestina}} da parte dei governi arabi e della leadership palestinese convinse ancor di più Ben Gurion che poteva sia accettare il piano che lavorare contro di esso. Già nell'ottobre del 1947, prima ancora che la Risoluzione venisse adottata, Ben Gurion chiarì ai suoi collaboratori che se la mappa del piano di spartizione non fosse stata soddisfacente, lo Stato ebraico non sarebbe stato obbligato ad accettarla. È chiaro quindi che il rifiuto o l'accettazione del piano da parte dei palestinesi non avrebbe cambiato la valutazione fatta da Ben Gurion sui suoi limiti. Per lui e per i suoi amici ai vertici della gerarchia sionista, uno Stato ebreo solido significava uno Stato che si estendesse sulla maggior parte della Palestina e che comprendesse solo pochissimi palestinesi, se proprio dovevano esserci. (pp. 52-53) *Anche se non era soddisfatto della mappa dell'ONU {{NDR|del [[piano di partizione della Palestina]]}}, Ben Gurion si rese conto che in quelle circostanze – col rifiuto totale della mappa da parte del mondo arabo e dei palestinesi – la questione dei confini da tracciare sarebbe rimasta aperta. Ciò che importava era il riconoscimento internazionale del diritto degli ebrei ad avere un proprio Stato in Palestina. [...] Il previsto rifiuto del piano da parte degli arabi e dei palestinesi permise a Ben Gurion e alla leadership sionista di affermare che il piano ONU era lettera morta il giorno stesso in cui fu approvato – tranne, naturalmente, per quelle clausole che riconoscevano la legalità dello Stato ebraico in Palestina. I suoi confini, dato il rifiuto da parte palestinese e araba, «saranno decisi con la forza e non con la Risoluzione di spartizione», dichiarò Ben Gurion. (p. 53) *Il tentativo di presentare i palestinesi e gli arabi in generale come nazisti fu un deliberato stratagemma di immagine per il grande pubblico per assicurarsi che, tre anni dopo la fine dell'Olocausto, i soldati ebrei non si sarebbero fatti scrupoli quando veniva loro ordinato di ripulire, uccidere e distruggere altri esseri umani. (p. 97) *Il mese di aprile del 1948, secondo la storiografia ufficiale israeliana, fu un momento di svolta. Secondo questa versione, la comunità ebraica isolata e minacciata in Palestina si spostava dalla difesa all'attacco, dopo essere scampata alla sconfitta. La realtà della situazione non avrebbe potuto essere più diversa: lo squilibrio militare, politico ed economico delle due comunità era tale che non solo la maggioranza degli ebrei non correva alcun pericolo, anzi, tra gli inizi del dicembre del 1947 e la fine di marzo del 1948, il loro esercito aveva portato a termine la prima fase della pulizia etnica in Palestina, ancora prima che il ''master plan'' fosse messo in pratica. La svolta in aprile fu lo spostamento da attacchi e contrattacchi sporadici contro la popolazione civile palestinese verso la sistematica megaoperazione di pulizia etnica che sarebbe seguita. (p. 111) *[[Haifa]], come Tiberiade, era stata assegnata nel Piano delle Nazioni Unite allo Stato ebraico: lasciare l'unico grande porto del paese sotto il controllo degli ebrei era un'altra prova del trattamento sfavorevole riservato ai palestinesi nella proposta di pace dell'ONU. (p. 120) *Essere ebreo [[Sionismo|sionista]] nel 1948 significava una cosa e una cosa sola: il pieno impegno nella dearabizzazione della Palestina. (p. 137) *{{ndr|Parlando dei [[drusi]] in Palestina}} La loro alleanza con il movimento sionista li ha inesorabilmente alienati dal resto dei palestinesi. Soltanto di recente troviamo una generazione più giovane che pare cominci a ribellarsi contro questo isolamento, ma anche a scoprire quanto questo sia difficile in una società patriarcale fermamente governata dagli anziani e dai leader spirituali. (p. 146) *Se non fosse stato per le pressioni estremamente efficaci della lobby sionista sul presidente [[Harry Truman]], il corso della storia della Palestina avrebbe potuto prendere una piega molto diversa. Invece i gruppi sionisti della comunità ebraica americana trassero una lezione importante dalla propria capacità di incidere sulla politica degli USA in Palestina (e in seguito oltre la Palestina, nel Medio Oriente in generale). In un processo più lungo che attraversò gli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, la lobby sionista riuscì a far relegare ai margini gli esperti del mondo arabo del Dipartimento di Stato e lasciò la politica americana sul Medio Oriente nelle mani del Campidoglio e della Casa Bianca, dove l'influenza dei sionisti era notevole. (p. 156) *{{ndr|Parlando della [[Palestina]]}} In nessuno altro posto del suo [[Impero britannico|impero]] Albione fu così perfida. (p. 157) *La Gran Bretagna permise che si compisse la pulizia etnica davanti agli occhi dei suoi soldati e dei suoi funzionari durante il periodo del Mandato, che terminò alla mezzanotte del 14 maggio 1948, e impedì un intervento dell'ONU che avrebbe potuto salvare molti palestinesi. (p. 159) *A ventinove ore dalla fine del Mandato {{NDR|britannico della Palestina}}, la maggior parte dei villaggi nella zona nord-ovest della Galilea - tutti entro i confini dello Stato arabo designato - era stata distrutta, facendo in modo che Ben Gurion annunciasse con soddisfazione al nuovo parlamento: «È stata liberata la Galilea occidentale» (alcuni dei villaggi a nord di Haifa furono in effetti occupati solo in seguito). In altre parole, le truppe ebraiche ci misero poco più di un giorno per trasformare una zona con una popolazione per il 96 per cento palestinese e solo per il 4 per cento ebrea - e con un identico rapporto anche per la proprietà terriera - in una zona che risultava quasi completamente ebrea. (pp. 176-177) *Nel 1948 non vi era nessun intervento internazionale su cui i palestinesi potessero sperare: all'estero non si preoccupavano delle atrocità che si stavano verificando in Palestina. [...] Un solo emissario delle Nazioni Unite si comportò in modo diverso. Il conte [[Folke Bernadotte]] arrivò in Palestina il 20 maggio e vi restò fino a settembre, quando alcuni terroristi ebrei lo uccisero per aver "osato" avanzare la proposta di ridividere il paese a metà e aver chiesto l'incondizionato ritorno di tutti i profughi. [...] Come presidente della Croce Rossa svedese, Bernadotte era stato molto attivo nel salvare gli ebrei dal nazismo durante la seconda guerra mondiale e questo era il motivo per cui il governo israeliano lo aveva accettato come mediatore dell'ONU: non si aspettava però che avrebbe cercato di fare per i palestinesi ciò che aveva fatto per gli ebrei solo alcuni anni prima. (pp. 192-193) *In molte storie orali palestinesi che ora cominciano a venir fuori, compaiono pochi nomi di brigate. Tuttavia la [[7ª Brigata corazzata "Saar mi-Golan"|Settima]] è menzionata molto spesso, assieme ad aggettivi tipo "terroristi" e "barbari". (pp. 194-195) *Ben Gurion non desiderava che la città di [[Nazareth]] venisse evacuata poiché sapeva che gli occhi del mondo cristiano erano puntati sulla città. Ma un generale di grado superiore e il comandante supremo dell'operazione, Moshe Karmil, ordinarono l'espulsione totale di tutta la popolazione rimasta («16.000», annotò Ben Gurion, «di cui 10.000 cristiani»). Ben Gurion a questo punto diede istruzioni a Karmil di revocare il suo ordine e di permettere alla popolazione di rimanere. Egli convenne con Ben Donkelman, il comandante militare dell'operazione: «Il mondo ci guarda», il che significò che Nazareth fu più fortunata di ogni altra città della Palestina. Infatti Nazareth è tuttora la sola città araba nella Israele pre-1967. Ancora una volta, tuttavia, non tutti coloro a cui fu concesso di rimanere furono risparmiati. (pp. 208-209) *Oggi un sito web per i profughi di Hittin contiene il seguente riferimento ai [[drusi]]: «Che lo vogliano o no, sono ancora arabi palestinesi», una chiara allusione al fatto che i drusi mostrarono scarsa solidarietà o affinità, e tanto meno compassione, per i loro compagni palestinesi. Al contrario, molti di loro parteciparono alla distruzione della Palestina rurale, alla quale - tragicamente - appartenevano. (p. 210) *Non mi faccio illusioni: ci vorrà ben più di questo libro per ribaltare una realtà che demonizza un popolo colonizzato, espulso, occupato, e glorifica invece quello stesso popolo che l'ha colonizzato, espluso, occupato. (p. 220) *Oggi, nonostante tutti gli sforzi di Israele di "giudaizzarla", [...] la [[Galilea]] rimane ancora l'unica area della Palestina ad aver mantenuto la sua bellezza naturale, il suo sapore mediorientale e la sua cultura palestinese. Poiché metà della popolazione è palestinese, l'"equilibrio demografico" impedisce a molti ebrei israeliani di sentire quella regione come "propria" anche all'inizio del XXI secolo. (p. 225) *Un intenso processo di "giudaizzazione" non è fino a ora riuscito a rendere "ebrea" la [[Galilea]], ma dato che oggi così tanti israeliani, politici e accademici, sono giunti ad accettare e giustificare quella pulizia e anche a suggerirla ai futuri uomini politici, il pericolo di ulteriori espulsioni incombe tuttora sul popolo palestinese in questa parte di Palestina. (p. 227) *In Israele e nel mondo ebraico il [[Fondo Nazionale Ebraico|JNF]] è visto come un'agenzia ecologicamente molto responsabile che deve la sua reputazione al modo in cui si è dedicata a piantare alberi, a reintrodurre la flora e i paesaggi locali, facilitando l'apertura di decine di luoghi di villeggiatura e di parchi naturali, con aree da picnic e spazi gioco per bambini. [...] I parchi del JNF non offrono soltanto parchiggi, aree da picnic, spazi gioco e contatto con la natura, ma anche degli elementi ben visibili che raccontano una storia particolare: le rovine di una casa, una fortezza, frutteti, piante di cactus (''sabra''), e così via. Ci sono anche fichi e mandorli. Moltissimi israeliani pensano che siano fichi "selvatici" o mandorli "selvatici", poiché li vedono in fioritura verso la fine dell'inverno, quando annunciano la bellezza della primavera. Ma questi alberi furono piantati e coltivati da mani umane. Ovunque si trovino mandorli e fichi, uliveti o siepi di cactus, là un tempo sorgeva un villaggio palestinese: questi alberi, che rifioriscono ogni anno, sono tutto ciò che resta. Vicino ai terrazzamenti incolti e sotto le altalene e i tavoli da picnic e le foreste di pini europei, giacciono sepolte le case e i campi dei palestinesi che le truppe israeliane cacciarono nel 1948. Pertanto, i visitatori, guidati soltanto da queste segnalazioni del JNF, non si renderanno mai conto che lì abitavano persone - i palestinesi - che ora vivono come profughi nei Territori Occupati, come cittadini di seconda classe in Israele e come abitanti di campi profughi oltre i confini della Palestina. La vera missione del JNF, in altre parole, è stata quella di nascondere i resti visibili della Palestina, non solo piantando alberi, ma anche tramite una cronaca che nega la loro esistenza. (p. 272) *L'informazione data dai siti web del [[Fondo Nazionale Ebraico|JNF]] è un modello autorevole per il meccanismo onnicomprensivo di rifiuto che gli israeliani mettono in atto sul piano della rappresentazione. Profondamente radicato nella psicologia delle persone, questo meccanismo funziona proprio sostituendo i luoghi palestinesi di tragedie e memoria con spazi di piacere e divertimento per gli israeliani. Ciò che i testi del JNF rappresentano come "ecologia" è un'altra manovra ufficiale israeliana per negare la [[Esodo palestinese del 1948|Nakba]] e nascondere l'enormità della tragedia palestinese. (p. 273) *Le false speranze che Israele suscitò con l'[[Accordi di Oslo|accordo di Oslo]] dovevano avere terribili conseguenze per il popolo palestinese, a maggior ragione perché Arafat cadde nella trappola preparata per lui. (pp. 286-287) *Per i palestinesi l'unico risultato positivo di [[Vertice di Camp David|Camp David]] fu che la loro leadership riuscì, almeno per un po' di tempo, a portare la [[Esodo palestinese del 1948|catastrofe del 1948]] all'attenzione locale, regionale e, in una certa misura, dell'opinione pubblica internazionale. Non solo in Israele, ma anche negli Stati Uniti e persino in Europa, quanti erano veramente interessati alla questione palestinese dovettero prendere coscienza che questo conflitto non riguardava solo il futuro dei Territori Occupati, ma che al centro c'era la questione dei profughi che Israele aveva cacciato dalla Palestina nel 1948. (p. 290) *Il problema di [[Israele]] non è mai stato il [[Ebraismo|giudaismo]]: il giudaismo presenta svariate facce e molte di queste forniscono una solida base per la pace e la coabitazione; il problema è la natura etnica del [[sionismo]]. Il sionismo non ha gli stessi margini di pluralismo che offre il giudaismo, meno che mai per i palestinesi. (p. 309) ==''La prigione più grande del mondo''== *{{NDR|Sulla gestione dei [[territori occupati da Israele]] a seguito della [[guerra dei sei giorni]]}} Una mera estensione dell'autorità militare già imposta a un gruppo di palestinesi (la minoranza all'interno di Israele) a un altro gruppo palestinese (gli abitanti della Cisgiordania e della Striscia di Gaza). (p. 22) *Nel 1967 la rotta ufficiale tracciata da Israele, tra impossibili ambizioni nazionalistiche e colonialiste, trasformò un milione e mezzo di individui in detenuti di un mega-carcere. Non si trattava però di una prigione riservata a pochi detenuti incarcerati a torto o a ragione: essa fu imposta a una società nella sua interezza. (p. 36) *Nel redigere questo testo mi trovo a disagio di fronte alla parola "occupazione". [...] La prima riserva sta nel fatto che, impiegando questo termine, si dà adito all'idea di una falsa separazione tra Israele e le zone occupate. Indirettamente, essa legittima la presenza israeliana ovunque in quella che era la Palestina mandataria e produce l'inaccettabile dicotomia tra il "democratico" Israele e i "non democratici" [[Territori occupati da Israele|Territori Occupati]]. La seconda riserva riguarda le implicazioni politiche e giuridiche di solito connesse al termine "occupazione". In genere, quest'ultima viene infatti ritenuta uno strumento temporaneo per mettere in sicurezza un territorio dopo un conflitto armato o una guerra. Essa ha un inizio e una fine, ed esistono regole e obblighi internazionali molto chiari che discendono dalla transitorietà di qualsiasi occupazione. La realtà in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza è diversa per due aspetti davvero rilevanti. Il primo, [...] è che la transitorietà non fa parte della storia di questa "occupazione". [...] Il secondo aspetto che distingue il caso in esame da quelli noti di occupazione militare è il controllo totale esercitato dall'occupante. Queste forme di controllo assoluto sono tipiche delle prime fasi di qualsiasi occupazione armata, tuttavia, a meno che non si appartenga a un gruppo designato all'eliminazione o al genocidio, esse non durano mai troppo a lungo. Perciò, la portata di queste pratiche di controllo totale in quelli che sono divenuti noti come i Territori Occupati indurrebbe a cercare una terminologia migliore. (pp. 42-43) *Fino al 1964, [...] non era affatto scontato che nella regione mediorientale il pupillo dell'America fosse Israele. La situazione mutò dopo l'assassinio del presidente Kennedy e la nomina di Johnson. Da allora, in un sol colpo, ebbe inizio una nuova era che continua ancora oggi, nella quale Israele è entrato a far parte di un club esclusivo di Stati nelle cui politiche, di norma, gli Stati Uniti non si ingeriscono, presentando unicamente una cortese protesta quando, agli occhi del resto del mondo, gli israeliani si spingono troppo oltre. (p. 121) *I politici israeliani riuscivano a destreggiarsi abilmente, dando l'impressione di affrontare seriamente la discussione sulle opzioni di pace e di ritiro, ma nel frattempo deliberavano tutta una serie di risoluzioni per delimitare chiaramente la Cisgiordania e la Striscia di Gaza come due future mega-prigioni sotto il controllo di Israele. (p. 143) ==''Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina''== *Prima del 7 ottobre {{ndr|2023}} gli israeliani erano certi di essere protetti dall'esercito più forte del Medio Oriente. Adesso non ne sono più tanto sicuri. (p. 14) *Credo che chiunque si opponga all'oppressione e all'ingiustizia possa comprendere i nodi basilari di quello che oggi è noto come "il [[conflitto israelo-palestinese]]". (p. 18) *La [[Palestina]] non è mai stata separata dal mondo arabo: ne è parte integrante. E non è mai stata, evidentemente, «una terra senza popolo» - come i sionisti presero a dire - pronta per essere conquistata. (p. 20) *Finché [[Israele]] conserverà un'etica coloniale insediativa, non potrà mai coesistere pacificamente con i [[Palestina|palestinesi]]. (p. 40) *I [[Sionismo|sionisti]] come giustificavano il loro atteggiamento nei confronti della popolazione autoctona? Come altri coloni insediativi, ricorrevano alla disumanizzazione dei nativi, che venivano rappresentati come "selvaggi" o "primitivi". Un tropo particolarmente potente in Palestina era quello dei "nomadi", persone senza alcun attaccamento alla terra. Questo nonostante numerosi villaggi esistessero da migliaia di anni. Allo stesso tempo i coloni {{ndr|israeliani}} affermano di essere guidati da scopi più nobili, ovvero portare i vantaggi della modernizzazione (e della civiltà) in un luogo arretrato. Su questo punto i colonialisti insediativi differiscono dai colonialisti classici per un aspetto cruciale. I colonialisti classici si consideravano i portatori della modernità tra i selvaggi. I coloni insediativi si consideravano intenti a modernizzare la terra, non il popolo. Le persone erano inconvenienti da rimuovere per accedere alla terra. (p. 40) *La [[Stato di Palestina|Palestina]] non era affatto un deserto, né i suoi popoli erano nomadi o primitivi. Queste leggende venivano propagate per rendere il progetto [[Sionismo|sionista]] più appetibile agli ebrei d'Europa e non solo, ma i pensatori sionisti sapevano benissimo che lì era presente una popolazione nativa con cui bisognava confrontarsi. Ben prima degli anni Venti, i leader sionisti ragionavano su come spostare la popolazione palestinese. Alcuni ideologi sionisti speravano che i palestinesi sarebbero emigrati volontariamente nei paesi arabi vicini se avessero ricevuto un'adeguata compensazione finanziaria. In caso contrario, rimaneva sul tavolo l'opzione del trasferimento forzato. Leader e attivisti sionisti affinarono questa linea di pensiero dalla metà degli anni Venti fino al 1948, quando arrivò il momento di metterla in pratica. A questo punto, quelle che prima erano state delle idee vaghe furono tradotte in un piano programmatico che avrebbe portato alla pulizia etnica di metà della popolazione araba palestinese. (p. 41) *Oggigiorno il [[Massacro di Hebron del 1929|massacro di Hebron]], un'orribile atrocità, viene utilizzato nella narrazione ufficiale israeliana come arma per "dimostrare" che la coesistenza è impossibile e, paradossalmente, per giustificare i successivi massacri di palestinesi. (p. 44) *La [[Esodo palestinese del 1948|Nakba]] non fu soltanto un furto di terre da parte delle forze sioniste, bensì un tentativo di rendere impossibile la ricostruzione di una nazione palestinese. (p. 75) *[[Israele]] interpretò il silenzio e l'inazione durante la [[Esodo palestinese del 1948|Nakba]] come un via libera per continuare a usare la pulizia etnica come mezzo per stabilire e rafforzare lo Stato israeliano e la sua sicurezza nazionale. Dopotutto, nessuno cercò di fermarli la prima volta. (p. 76) *La storia del sostegno segreto di Israele a [[Hamas]] è in netto contrasto con le sue istrioniche dichiarazioni di oggi secondo cui esso non è migliore dell'Isis. (p. 109) *Quando il 7 ottobre 2023 Hamas ha violato i confini israeliani, è entrato in un paese sull'orlo di una guerra civile. Per il momento quel conflitto è stato messo da parte, giacché gli israeliani si sono compattati per vendicarsi su ogni singolo abitante di Gaza per le azioni di Hamas. Ma le crepe continuano ad allargarsi. (p. 128) *Fino al 7 ottobre {{ndr|2023}}, [[Israele]] ha investito molto tempo ed energie nella costruzione del consenso a partire da un'accezione di antisemitismo che includesse la critica allo Stato israeliano e ai fondamenti morali del sionismo. Oggi, persino dire che, dal 1967, intere generazioni di palestinesi sono cresciute sotto l'occupazione è sufficiente perché si scateni una caccia alle streghe che non risparmia nessuno. A Israele fa gioco che tutti noi dimentichiamo la storia e che ogni violenza da parte dei palestinesi sia vista come un'assurda barbarie, comprensibile solo attraverso la lente della volontà di annientare gli ebrei. Questo dà a Israele carta bianca per perseguire politiche che in passato avrebbero evitato, per motivi etici o strategici. E i governi occidentali gli vanno dietro. (pp. 129-130) *L'attacco del 7 ottobre {{ndr|2023}} viene utilizzato come pretesto per attuare politiche genocide nella Striscia di Gaza. È anche un pretesto per gli Stati Uniti per cercare di riaffermare la propria presenza in Medio Oriente. Ed è un pretesto per alcuni paesi europei per limitare le libertà democratiche in nome di una nuova "guerra al terrorismo". (p. 130) *I combattenti di [[Hamas]] che hanno fatto irruzione in Israele il 7 ottobre {{ndr|2023}} erano in gran parte giovani che hanno imparato il linguaggio della violenza dalle bombe sganciate da Israele su di loro. Con ciò non si vuole giustificare quello che hanno fatto. Ma non dobbiamo essere tanto certi che, se a subire quel trauma fossimo noi, senza una soluzione in vista, reagiremmo meglio. (p. 132) *Mi auguro che conoscere le ingiustizie inflitte ai [[Stato di Palestina|palestinesi]] da oltre un secolo induca a essere solidali con la loro lotta e a opporsi all'oppressione ovunque ci si trovi. (p. 133) ==''La fine di Israele''== *Sono convinto che lo status quo in Israele non possa perdurare perché, sin dal principio, il "[[Piani di pace per il conflitto israelo-palestinese|processo di pace]]" non è riuscito a offrire nessun tipo di risoluzione. (p. 23) *{{ndr|Sulla [[dichiarazione Balfour]]}} Un impegno assunto da Londra senza mai chiedere che cosa ne pensassero i palestinesi. (p. 24) *Nemmeno i leader palestinesi più concilianti, e neppure in tempi di totale impotenza e isolamento, hanno mai potuto prendere seriamente in considerazione qualcuna delle [[Piani di pace per il conflitto israelo-palestinese|proposte di pace]] avanzate dal 1967. Accettare un bantustan in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, senza alcuna concessione sui blocchi di insediamenti ebraici in Cisgiordania, il diritto al ritorno dei profughi o uno Stato palestinese con significativi poteri sovrani o che conservi la sua capitale storica a Gerusalemme, sarebbe un suicidio politico. Erano queste le aspirazioni minime della stragrande maggioranza dei palestinesi, ma non sono mai state nemmeno trattate come questioni da discutere. (p. 31) *Questi [[Piani di pace per il conflitto israelo-palestinese|processi di pace]] si sono trasformati in una farsa. Israele li ha in realtà usati per normalizzare l'occupazione: parlare di pace prendendo tempo per costruire ulteriori insediamenti e arroccarsi nei territori. (p. 31) *Oggi, dopo decenni del "[[Piani di pace per il conflitto israelo-palestinese|processo di pace]]", i palestinesi hanno meno diritti di sempre. (p. 35) *Gli eventi dell'ottobre 2023 hanno evidenziato diverse crepe nelle fondamenta di Israele. Crepe che continuano a crescere, minacciando la stessa stabilità dello Stato ebraico. È emerso un punto interrogativo sul futuro di Israele. Che cosa ne sarà del progetto sionista nei prossimi decenni è ancora tutto da vedere, ma è chiaro che non potrà proseguire così. (p. 40) *[[Israele]] fu fondato da una minoranza contro la volontà di una maggioranza di abitanti della Palestina storica. (p. 43) *{{ndr|Parlando degli ebrei sparsi per il mondo}} In molti non considerano più il sostegno a [[Israele]] fondamentale per l'identità ebraica, a prescindere da come Israele abbia cercato in tutti i modi di rendere sinonimi i termini "giudaismo" e "sionismo". Esiste già una minoranza che vede addirittura gli ideali del giudaismo contrapposti alla realtà del sionismo. (p. 61) *Sono convinto che il principale motivo per cui finora il "[[Piani di pace per il conflitto israelo-palestinese|processo di pace]]" è fallito sia che la comunità globale semplicemente non vuole ascoltare la posizione palestinese. Questo è un modo assurdo di deliberare sul futuro di un paese e di un popolo. Solo un dibattito e un processo di decisione interni al popolo palestinese possono fornire al mondo una visione per una futura Palestina libera. (p. 83) *{{ndr|Parlando dei palestinesi impegnati nella lotta armata}} Israele li considera terroristi, anche se il loro "terrorismo" si limita a respingere i raid dell'IDF nei loro campi. Sentono giustamente di avere poco da perdere in un mondo che non gli permette di studiare e lavorare né offre loro motivi di speranza, sottoposti a continue umiliazioni e angherie, a cui si accompagna il trauma dei bombardamenti aerei un anno sì e uno no. Quanti di noi possono dire che rimarrebbero cittadini integerrimi e non risponderebbero mai in circostanze del genere? (p. 85) *Riconoscere la [[Stato di Palestina|Palestina]] ha un peso completamente nuovo nel contesto di una cancellazione sistematica della cultura palestinese, dai luoghi di culto alle università fino ai musei e ai siti archeologici. Adesso l'appello a riconoscere la Palestina non è una manovra diplomatica, per creare l'illusione di uno Stato che non esiste, ma un mezzo necessario per opporsi al negazionismo sionista. (p. 89) *Ogni [[rivoluzione]] vincente della storia è divampata quando l'energia creativa delle masse ha incontrato la visione programmatica di un'organizzazione sicura di sé e capace di dar voce alle loro richieste. (pp. 110-111) *La maggioranza dei palestinesi uccisi di recente dall'IDF sono giovanissimi. Questa è una generazione nata nella geografia del disastro creata da Israele; sono individui plasmati dal crescere in quella che ho definito la più grande prigione sulla Terra. La loro coscienza politica scaturisce necessariamente dalla loro resistenza a questa dura realtà. (p. 112) *Nella [[Striscia di Gaza]] assediata, in particolare dopo la devastazione provocata dalle politiche genocide di Israele, i giovani hanno paura per la loro vita e per la sopravvivenza delle loro famiglie, non diversamente dai giovani nei campi profughi in Siria e alcuni di quelli nei campi profughi libanesi. Chi sfugge alle bombe è nondimeno colpito dalla carestia e dal totale collasso del sistema sanitario dovuto all'assedio israeliano. Ma anche in queste circostanze, le più atroci mai affrontate da Gaza, ci sono incredibili iniziative che uniscono la lotta per la sopravvivenza a uno sguardo strategico a lungo termine: immaginare un futuro migliore. (p. 113) *Il movimento nazionale palestinese ha mantenuto una forte tendenza socialista, poiché i palestinesi riconoscono i potenti interessi economici che si frappongono alla loro liberazione. L'occupazione è molto redditizia: fornisce a Israele manodopera palestinese a basso costo e un mercato vincolato per i suoi prodotti agricoli. Il modo in cui i lavoratori vengono sfruttati dal capitale globale risulta affine allo sfruttamento e all'oppressione che subiscono i palestinesi, da qui la necessità di un cambiamento rivoluzionario per porvi fine. (pp. 115-116) *Se l'alleanza che sostiene Israele diventasse appena un po' più passiva o tiepida nel difenderlo dalle sfide legali e sociali, le condizioni sarebbero molto più mature per poter costruire in Palestina una realtà ben diversa. (p. 116) *Tra le macerie del vecchio mondo troveremo le risorse per costruire una nuova realtà e creare una società giusta per tutti coloro che vivono nella Palestina storica e per quanti desiderano tornarvi. (p. 117) *{{ndr|Sul [[sionismo]]}} Un progetto politico intrinsecamente violento, iniziato con le spoliazioni degli anni Venti del Novecento, proseguito con la prima pulizia etnica del 1948 e tuttora in atto, con la de-arabizzazione della Cisgiordania e il genocidio in corso nella Striscia di Gaza. (p. 124) *L'identità di [[Israele]] come Stato si fonda sul non aver commesso nulla di sbagliato, motivo per cui gli israeliani si crogiolano nell'idea di essere la parte innocente, a prescindere da come i fatti storici mostrino il contrario. (p. 124) *Regno Unito e Stati Uniti furono le principali potenze internazionali che sin dall'inizio garantirono gli aiuti e l'immunità al progetto coloniale d'insediamento ed espropriazione, e tuttora continuano a farlo. Molti altri paesi occidentali sono stati complici, fornendo per anni aiuti alle attività israeliane nei Territori Occupati, così come numerose multinazionali nel campo degli armamenti e dell'industria della sicurezza. Devono essere chiamati a rispondere delle loro azioni anche coloro che hanno continuato a vendere armi a Israele, a dispetto del genocidio in corso nella Striscia di Gaza dall'ottobre 2023. (p. 129) *La mia speranza è che una futura generazione ebraica in una Palestina del dopo-[[Israele]] si dissoci categoricamente dal suo passato come fanno oggi i sudafricani bianchi. Ripenserà alle dichiarazioni odierne dei ministri israeliani con disgusto e orrore. (p. 136) *Nel [[Ruanda]] del dopo-[[Genocidio del Ruanda|genocidio]] il ritorno dei profughi è stato cruciale per il processo di riconciliazione. I nuovi leader lo ritennero un modo per riformare il paese, per questo invocarono il ritorno dei membri di ogni gruppo etnico, che fossero hutu o tutsi. Tra il 1994, l'anno del genocidio, e il 2022 sono tornati in Ruanda oltre tre milioni di profughi ruandesi. Il ritorno ha allentato le tensioni tra i gruppi etnici e consentito un complicato processo di riconciliazione, sia pur tra molti ostacoli. Naturalmente il caso del Ruanda, con due gruppi etnici appartenenti alla stessa nazione postcoloniale differisce in modo significativo da quello palestinese. Dimostra però che, se un governo è davvero interessato a consentire il ritorno dei profughi alle loro case, è possibile realizzarlo, anche se non mancano i problemi da risolvere. (p. 161) *Prima dell'arrivo del [[sionismo]] i rapporti tra le varie comunità del Mashreq erano molto meno soggetti a conflitti e persecuzioni. (p. 197) *Nel contesto della nostra discussione su Israele e Palestina, possiamo notare lo scarto tra la politica estera portata avanti dai governi e quella invocata da ampi settori della società civile. A tutt'oggi un mondo in buona parte filopalestinese è mal rappresentato da un'élite politica filoisraeliana. (p. 227) *Io sono una persona di sinistra, lo sono sempre stato e probabilmente lo rimarrò per il resto della mia vita. (p. 228) *La [[Stato di Palestina|Palestina]] riveste un ruolo chiave nell'immaginare un mondo differente. (p. 241) *Da parte mia, ritengo che gran parte delle persone che sono interessate alla [[Stato di Palestina|Palestina]] e immaginano per il futuro un paese libero e democratico abbia a cuore anche la lotta per la giustizia economica ed ecologica. (p. 242) ==Citazioni su Ilan Pappé== *Ilan Pappé, che conduce una battaglia radicale contro l'establishment politico e accademico di Israele, è forse il più anticonformista degli israeliani. ([[Mario Vargas Llosa]]) *Ilan Pappé è il più coraggioso, più onesto, più incisivo degli storici israeliani. ([[John Pilger]]) ==Note== <references /> ===Fonti=== <references group="fonte" /> ==Bibliografia== *Ilan Pappé, ''La pulizia etnica della Palestina'', traduzione di Luisa Corbetta e Alfredo Tradardi, Fazi, Roma, 2008. ISBN 9788881129089. *Ilan Pappé, ''La prigione più grande del mondo: {{small|storia dei Territori Occupati}}'', traduzione di Michele Zurlo, Fazi, Roma, 2022. ISBN 9791259672483. *Ilan Pappé, ''Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina: {{small|dal 1882 a oggi}}'', traduzione di Valentina Nicolì, Fazi, Roma, 2024. ISBN 9791259676634. *Ilan Pappé, ''La fine di Israele: {{small|il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina}}'', traduzione di Nazzareno Mataldi, Fazi, Roma, 2025. ISBN 9791259677273. ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Politologi]] [[Categoria:Storici israeliani]] 4bgknacqzlzj5z2zzr0ce0y3kxe8er9 Romano Garofalo 0 213382 1420620 1340021 2026-07-16T12:40:20Z ~2026-40027-54 107796 /* */ Aggiunte informazioni 1420620 wikitext text/x-wiki '''Romano Garofalo''' (1941 – 2026), fumettista, scrittore e giornalista italiano. *Brutta roba le censure! Quelle poi, autoinflitte, che possono derivare dalla consapevolezza di rivolgersi a un certo tipo di lettore piuttosto che a un altro, beh, certamente, non mi appartengono. Io non scrivo per il lettore, ma perché mi diverto. Lui, il lettore, intendo, faccia poi quello che vuole! Certo, se mi legge sono di gran lunga più contento...<ref>Da Davide Barzi, ''Leo Cimpellin - Leo Ortolani'', serie ''Quaderni d'autori'' n. 2, Edizioni If, 2002, p. 72. ISBN 88-524-0010-9</ref> ==Note== <references /> ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{S}} {{DEFAULTSORT:Garofalo, Romano}} [[Categoria:Fumettisti italiani]] [[Categoria:Scrittori italiani]] [[Categoria:Giornalisti italiani]] omm1kq6q82g63vzqkkt7uycn06x0z0b Wikiquote:GLAM/Mappe letterarie Libervie/Voci 4 219244 1420710 1420001 2026-07-17T10:33:03Z Spinoziano 2297 1420710 wikitext text/x-wiki __NOTOC__ ==Voci create o ampliate nell'ambito del progetto Mappe letterarie== {{vedi anche|Wikiquote:GLAM/Mappe letterarie Libervie}} Totale provvisorio: '''246''' voci create e '''70''' ampliate. {{MultiCol}} ===Persone=== ====Create==== #[[Alfredo Pioda]] - <small>2025-05-29</small> #[[Felice Menghini]] - <small>2025-05-29</small> #[[Giorgio Orelli]] - <small>2025-05-29</small> #[[Vittore Frigerio]] - <small>2025-05-30</small> #[[Dante Bertolini]] - <small>2025-05-30</small> #[[Giovanni Orelli]] - <small>2025-05-30</small> #[[Giovanni Bonalumi]] - <small>2025-05-30</small> #[[Karl Viktor von Bonstetten]] - <small>2025-06-05</small> #[[Douglas William Freshfield]] - <small>2025-06-05</small> #[[Plinio Martini]] - <small>2025-06-07</small> #[[Giuseppe Zoppi]] - <small>2025-06-07</small> #[[Piero Bianconi]] - <small>2025-06-07</small> #[[Angelo Casè]] - <small>2025-06-10</small> #[[Stefano Franscini]] - <small>2025-06-12</small> #[[Mario Medici]] - <small>2025-06-13</small> #[[Hermann Burger]] - <small>2025-06-19</small> #[[Gerhart Hauptmann]] - <small>2025-06-23</small> #[[Giuseppe Curti]] - <small>2025-06-23</small> #[[Gaspero Barbera]] - <small>2025-06-23</small> #[[Alexandre Cingria]] - <small>2025-06-23</small> #[[Emil Balmer]] - <small>2025-06-24</small> #[[Maurice Chappaz]] - <small>2025-06-26</small> #[[Carl Spitteler]] - <small>2025-06-30</small> #[[Klaus Schädelin]] - <small>2025-06-30</small> #[[Eyvind Johnson]] - <small>2025-06-30</small> #[[Guido Calgari]] - <small>2025-08-23</small> #[[Elena Bonzanigo]] - <small>2025-08-23</small> #[[Oskar Keller]] - <small>2025-08-30</small> #[[Franco Beltrametti]] - <small>2025-09-05</small> #[[Gonzague de Reynold]] - <small>2025-09-05</small> #[[Rainis]] - <small>2025-09-12</small> #[[Pietro Peri]] - <small>2025-09-13</small> #[[Mario Agliati]] - <small>2025-09-13</small> #[[Benito Mazzi]] - <small>2025-09-23</small> #[[Siro Borrani]] - <small>2025-09-24</small> #[[Giovanni Laini]] - <small>2025-10-02</small> #[[Jean Alexandre Buchon]] - <small>2025-10-08</small> #[[Friedrich von Matthisson]] - <small>2025-10-08</small> #[[Gabriele Alberto Quadri]] - <small>2025-10-09</small> #[[Giovanni Anastasi (giornalista)]] - <small>2025-10-13</small> #[[Albert Dauzat]] - <small>2025-10-27</small> #[[S. 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<small>2025-06-13/2026-03-25</small> [https://it.wikiquote.org/w/index.php?title=Giovanni_Battista_Angioletti&diff=1408293&oldid=1279447 +4] #[[Patricia Highsmith]] - <small>2025-06-20</small> [https://it.wikiquote.org/w/index.php?title=Patricia_Highsmith&diff=prev&oldid=1380386 +4] #[[Filippo Sacchi]] - <small>2025-06-20/11-06</small> [https://it.wikiquote.org/w/index.php?title=Filippo_Sacchi&diff=1394050&oldid=1321732 +4] #[[Giosuè Carducci]] - <small>2025-06-23</small> [https://it.wikiquote.org/w/index.php?title=Giosu%C3%A8_Carducci&diff=1380830&oldid=1378905 +1] #[[Dario Fo]] - <small>2025-06-23</small> [https://it.wikiquote.org/w/index.php?title=Dario_Fo&diff=prev&oldid=1380859 +2] #[[Joseph Victor Widmann]] - <small>2025-06-24</small> [https://it.wikiquote.org/w/index.php?title=Joseph_Victor_Widmann&diff=1381194&oldid=1353343 +1] #[[Ernest Hemingway]] - <small>2025-06-24/2026-06-06</small> [https://it.wikiquote.org/w/index.php?title=Ernest_Hemingway&diff=1415794&oldid=1366444 +6] #[[Luigi Pirandello]] - 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<small>2026-06-11</small> [https://it.wikiquote.org/w/index.php?title=Laura_Mancinelli&diff=1416446&oldid=1281229 +8] #[[Erich Maria Remarque]] - <small>2026-07-07/07-10</small> [https://it.wikiquote.org/w/index.php?title=Erich_Maria_Remarque&diff=1419816&oldid=1398466 +4] #[[Gianni Rodari]] - <small>2026-07-17</small> [https://it.wikiquote.org/w/index.php?title=Gianni_Rodari&diff=1420702&oldid=1390639 +15] ===Opere=== ====Create==== #[[Senza uscita (Dickens e Collins)]] - <small>2026-05-14</small> {{ColBreak}} ===Tematiche=== ====Create==== #[[Fusio]] - <small>2025-05-29</small> #[[Val Poschiavo]] - <small>2025-05-29</small> #[[Chiesa dei Santi Fedele e Simone]] - <small>2025-05-29</small> #[[Lago di Lugano]] - <small>2025-05-30</small> #[[Ascona]] - <small>2025-06-03</small> #[[Valle Verzasca]] - <small>2025-06-05</small> #[[Val Bavona]] - <small>2025-06-05</small> #[[Basòdino]] - <small>2025-06-05</small> #[[Cevio]] - <small>2025-06-05</small> #[[Prato (Lavizzara)]] - <small>2025-06-07</small> #[[Cavergno]] - 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<small>2025-06-26</small> #[[Passo di Redorta]] - <small>2025-06-26</small> #[[Passo del San Bernardino]] - <small>2025-06-30</small> #[[Mergoscia]] - <small>2025-08-22</small> #[[Monte Verità]] - <small>2025-08-22</small> #[[Spruga]] - <small>2025-08-23</small> #[[Casa Serodine]] - <small>2025-08-23</small> #[[Chiesa della Santissima Trinità dei Monti]] - <small>2025-08-24</small> #[[Casa Rusca]] - <small>2025-08-24</small> #[[Castello Visconteo (Locarno)]] - <small>2025-08-24</small> #[[Chiesa dei Santi Abbondio e Andrea]] - <small>2025-08-30</small> #[[Sant'Abbondio (Gambarogno)]] - <small>2025-08-30</small> #[[Indemini]] - <small>2025-08-30</small> #[[Monte Tamaro]] - <small>2025-08-30</small> #[[Monte Gradiccioli]] - <small>2025-08-30</small> #[[Dirinella]] - <small>2025-08-30</small> #[[Stazione di Bellinzona]] - <small>2025-08-30</small> #[[Santuario della Madonna del Sasso (Orselina)]] - <small>2025-09-03</small> #[[Chiesa di Santa Caterina d'Alessandria (Locarno)]] - <small>2025-09-04</small> #[[Chiesa di San Quirico (Minusio)]] - 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<small>2025-11-06</small> #[[Cerentino]] - <small>2025-11-06</small> #[[Boschetto (Cevio)]] - <small>2025-11-06</small> #[[Monastero di Santa Maria Assunta (Bellinzona)]] - <small>2025-11-12</small> #[[Gordevio]] - <small>2025-11-24</small> #[[Brusio]] - <small>2025-12-01</small> #[[San Romerio]] - <small>2025-12-03</small> #[[Arbedo-Castione]] - <small>2025-12-10</small> #[[Bellinzona]] - <small>2025-12-10</small> #[[Lumino]] - <small>2025-12-11</small> #[[Passo San Lucio]] - <small>2025-12-15</small> #[[Sementina]] - <small>2025-12-17</small> #[[Camorino]] - <small>2025-12-17</small> #[[Balerna]] - <small>2025-12-17</small> #[[Chiasso]] - <small>2026-01-09</small> #[[Distretto di Locarno]] - <small>2026-03-25</small> #[[Bavona]] - <small>2026-03-25</small> #[[Berzona]] - <small>2026-03-26</small> #[[La Baronata]] - <small>2026-03-28</small> #[[Passo di Cristallina]] - <small>2026-03-30</small> #[[Bolle di Magadino]] - <small>2026-03-31</small> #[[Chiesa di San Bartolomeo (Maggia)]] - <small>2026-04-02</small> #[[Sacro Monte di Brissago]] - <small>2026-04-02</small> #[[Isole di Brissago]] - <small>2026-04-02</small> #[[Chiesa dei Santi Pietro e Paolo (Gambarogno)]] - <small>2026-04-02</small> #[[Centovalli (valle)]] - <small>2026-04-02</small> #[[Cardada]] - <small>2026-04-02</small> #[[Minusio]] - <small>2026-04-03</small> #[[Rasa (Svizzera)]] - <small>2026-04-03</small> #[[Chiesa dei Santi Carpoforo e Gottardo]] - <small>2026-04-03</small> #[[Vogorno]] - <small>2026-04-03</small> #[[Verzasca (fiume)]] - <small>2026-04-03</small> #[[Corippo]] - <small>2026-04-03</small> #[[Verdasio]] - <small>2026-04-04</small> #[[Losone]] - <small>2026-04-04</small> #[[Bignasco]] - <small>2026-04-05</small> #[[Sornico]] - <small>2026-04-11</small> #[[Diga di Contra]] - <small>2026-04-11</small> #[[Passo di Bosco]] - <small>2026-04-14</small> #[[Bosco Gurin]] - <small>2026-04-14</small> #[[Museum Walserhaus]] - <small>2026-04-14</small> #[[Val d'Ossola]] - <small>2026-04-15</small> #[[Repubblica partigiana dell'Ossola]] - <small>2026-04-15</small> #[[Santa Maria Maggiore (Italia)]] - <small>2026-04-15</small> #[[Villadossola]] - <small>2026-04-15</small> #[[Battaglia di Gravellona Toce]] - <small>2026-04-15</small> #[[Muralto]] - <small>2026-04-17</small> #[[Melezzo Orientale]] - <small>2026-04-18</small> #[[Verscio]] - <small>2026-04-18</small> #[[Chiesa di San Francesco d'Assisi (Locarno)]] - <small>2026-04-24</small> #[[Piano di Magadino]] - <small>2026-04-25</small> #[[Chiesa della Madonna della Fontana (Ascona)]] - <small>2026-04-27</small> #[[Palazzo Borromeo (Isola Bella)]] - <small>2026-04-28</small> #[[Isola Bella (Lago Maggiore)]] - <small>2026-04-28</small> #[[Isola Madre]] - <small>2026-04-28</small> #[[Isole Borromee]] - <small>2026-04-28</small> #[[Colosso di san Carlo Borromeo]] - <small>2026-04-28</small> #[[Buccione]] - <small>2026-04-30</small> #[[Sacro Monte di Orta]] - <small>2026-04-30</small> #[[Mottarone]] - <small>2026-04-30</small> #[[Val Vigezzo]] - <small>2026-05-06</small> #[[Foroglio]] - <small>2026-05-08</small> #[[Sonlerto]] - <small>2026-05-08</small> #[[Chiesa di San Michele (Centovalli)]] - <small>2026-05-08</small> #[[Monte Camoghè]] - <small>2026-05-08</small> #[[Monte Brè]] - <small>2026-05-08</small> #[[Madom da Sgióf]] - <small>2026-05-09</small> #[[Chiesa di San Bartolomeo (Verzasca)]] - <small>2026-05-11</small> #[[Peccia (Lavizzara)]] - <small>2026-05-11</small> #[[Giumaglio]] - <small>2026-05-11</small> #[[Chiesa di Sant'Eufemia (Novara)]] - <small>2026-05-11</small> #[[Vairano (Gambarogno)]] - <small>2026-05-12</small> #[[Grand Hotel des Iles Borromées]] - <small>2026-05-13</small> #[[Passo del Sempione]] - <small>2026-05-14</small> #[[Gola di Gondo]] - <small>2026-05-14</small> #[[Ganterbrücke]] - <small>2026-05-14</small> #[[Macugnaga]] - <small>2026-05-15</small> #[[Stresa]] - <small>2026-05-20</small> #[[Isola dei Pescatori]] - <small>2026-05-21</small> #[[Villa Branca]] - <small>2026-05-21</small> #[[Palazzo Bolongaro]] - <small>2026-05-22</small> #[[Eremo di Santa Caterina del Sasso]] - <small>2026-05-22</small> #[[Gattico]] - <small>2026-05-23</small> #[[Angera]] - <small>2026-05-25</small> #[[Castelli di Cannero]] - <small>2026-05-25</small> #[[Rocca di Arona]] - <small>2026-05-26</small> #[[Intra]] - <small>2026-05-26</small> #[[Pella (Italia)]] - <small>2026-05-27</small> #[[Ticino (fiume)]] - <small>2026-05-27</small> #[[Camedo]] - <small>2026-05-27</small> #[[Borgnone]] - <small>2026-05-28</small> #[[Ghiacciaio del Basodino]] - <small>2026-05-30</small> #[[Menzonio]] - <small>2026-05-30</small> #[[Diveria]] - <small>2026-06-01</small> #[[Liceo classico Carlo Alberto]] - <small>2026-06-05</small> #[[Stazione di Stresa]] - <small>2026-06-06</small> #[[Cugnasco]] - <small>2026-06-08</small> #[[Ronco sopra Ascona]] - <small>2026-06-08</small> #[[Novara]] - <small>2026-06-09</small> #[[Chiesa di San Martino di Tours (Ronco sopra Ascona)]] - <small>2026-06-10</small> #[[Basilica di San Giulio]] - <small>2026-06-11</small> #[[Brontallo]] - <small>2026-06-12</small> #[[Roseto (Cevio)]] - <small>2026-06-13</small> #[[Bagni di Craveggia]] - <small>2026-06-20</small> #[[Meis (Re)]] - <small>2026-06-20</small> #[[Ponte del Maglione]] - <small>2026-06-20</small> #[[Val Formazza]] - <small>2026-06-22</small> #[[Ferrovia Bellinzona-Locarno]] - <small>2026-06-22</small> #[[Val Lavizzara]] - <small>2026-07-04</small> #[[Nigoglia]] - <small>2026-07-17</small> ====Ampliate==== #[[Lago Maggiore]] - <small>2025-06-10/2026-06-27</small> [https://it.wikiquote.org/w/index.php?title=Lago_Maggiore&diff=1418378&oldid=1331744 +21] #[[Vallemaggia]] - <small>2025-06-20/2026-07-11</small> [https://it.wikiquote.org/w/index.php?title=Vallemaggia&diff=1419995&oldid=1379295 +8] #[[Lugano]] - <small>2025-10-13</small> [https://it.wikiquote.org/w/index.php?title=Lugano&diff=1391715&oldid=1388770 +2] #[[Svizzera]] - <small>2025-12-01/2026-04-02</small> [https://it.wikiquote.org/w/index.php?title=Svizzera&diff=1409457&oldid=1331873 +2] #[[Lago d'Orta]] - <small>2026-04-30/07-17</small> [https://it.wikiquote.org/w/index.php?title=Lago_d%27Orta&diff=1420701&oldid=1309879 +9] #[[Isola di San Giulio]] - <small>2026-04-30/07-17</small> [https://it.wikiquote.org/w/index.php?title=Isola_di_San_Giulio&diff=1420704&oldid=1300342 +10] #[[Orta San Giulio]] - <small>2026-04-30/07-17</small> [https://it.wikiquote.org/w/index.php?title=Orta_San_Giulio&diff=1420705&oldid=1271834 +2] #[[Monte Rosa]] - <small>2026-05-15</small> [https://it.wikiquote.org/w/index.php?title=Monte_Rosa&diff=1413466&oldid=1377667 +1] #[[Cascata del Toce]] - <small>2026-05-15</small> [https://it.wikiquote.org/w/index.php?title=Cascata_del_Toce&diff=prev&oldid=1413468 +1] #[[Luino]] - <small>2026-05-26/2026-06-06</small> [https://it.wikiquote.org/w/index.php?title=Luino&diff=1415797&oldid=1289832 +2] #[[Domodossola]] - <small>2026-05-26</small> [https://it.wikiquote.org/w/index.php?title=Domodossola&diff=1414481&oldid=1413366 +1] #[[Valle Cannobina]] - <small>2026-06-20</small> [https://it.wikiquote.org/w/index.php?title=Valle_Cannobina&diff=1417618&oldid=1416242 +1] {{EndMultiCol}} rss4j1pl5kahbxh7b7u2euvut6800kq Sacro Monte di Orta 0 224559 1420703 1413491 2026-07-17T10:02:06Z Spinoziano 2297 wlink, +1 1420703 wikitext text/x-wiki {{voce tematica}} [[File:Orta San Giulio - Sacro monte di Orta.JPG|thumb|Sacro Monte di Orta]] Citazioni sul '''Sacro Monte di Orta'''. *Allora Maia ha deciso di darmi uno scrollone e portarmi a fare una passeggiata sul sacro Monte. Non lo conoscevo, è una serie di cappelle che s'inerpicano su un colle, e vi si aprono mistici diorami di statue policrome a formato naturale, angeli ridenti ma soprattutto scene della vita di [[Francesco d'Assisi|san Francesco]]. ([[Umberto Eco]]) *Altri osservatori ambitissimi dalla stampa, sono:<br>– il Belvedere di Quarna, dove la birra è sempre fresca;<br>– il [[Santuario della Madonna del Sasso (Madonna del Sasso)|santuario della Madonna del Sasso]], a strapiombo sul lago; [...]<br>– e, naturalmente, proprio alle spalle di [[Orta San Giulio|Orta]], nel punto più elevato del promontorio, il piazzale del Sacro Monte, di dove, se scoppia un temporale, si fa presto a rifugiarsi nelle cappelle in cui le statue di terracotta colorata, coperte di polvere e tarlate dalla vecchiaia raccontano silenziosamente la storia di San Francesco. ([[Gianni Rodari]]) *Giunsero sulla prima spianata, alla cappella dell'Ossario. Di là già si spiegava il panorama del lago e delle montagne. Si fermarono per respirare un poco, guardandosi intorno, senza neanche por occhio sul paesaggio che si svolgeva abbasso.<br>Andarono invece a guardare i teschi e gli stinchi dell'Ossario. Gaudenzio, soffermando l'attenzione sopra un cranio che portava un berrettino nero, sclamò:<br>— ''Quela lì l'era la crapa d'un pret.''<br>E ricominciarono la salita.<br>La strada era battuta da contadini, uomini, donnicciole e ragazzi, attruppati in un mucchio. Venivano in pellegrinaggio avendo fatto Dio sa quanto cammino a piedi, per visitare il Santuario. ([[Achille Giovanni Cagna]]) ==Voci correlate== *[[Lago d'Orta]] *[[Orta San Giulio]] ==Altri progetti== {{interprogetto|preposizione=sul|w_preposizione=riguardante il}} [[Categoria:Architetture religiose d'Italia]] [[Categoria:Luoghi del Piemonte]] cv79g3v3wdl765m8gkwein85pt4vevj Omegna 0 225532 1420708 1418290 2026-07-17T10:22:07Z Spinoziano 2297 /* Voci correlate */ 1420708 wikitext text/x-wiki {{voce tematica}} [[File:LagoOrtaOmegnaJune052026 05.jpg|thumb|Omegna]] Citazioni su '''Omegna'''. *Omegna ebbe una storia particolare narrata dall'autore nell'opera: ''Il borgo di Omegna e suo contado'', 1921.</br>Il nome antico era ''Voemenia'' od ''Eumenia'', come dicemmo, la tradizione lo fa risalire ad un'ipotetica minaccia di [[Gaio Giulio Cesare|Giulio Cesare]] che avrebbe gettato l'anatema alle sue mura: ''heu moenia!''.</br>Vestigia romane non mancano anche nei cognomi.</br>La tradizione pure vuole che una parte del borgo alla Salera affondasse nel lago. Appartenne alla provincia romana delle Alpi Attrezziane, poi al ducato longobardo della Riviera, ai conti di Castello ed a quelli di Biandrate, la sua pieve è antichissima e dalla colleggiata derivarono le parrocchie della valle Strona e dintorni. ([[Nino Bazzetta de Vemenia]]) ==Voci correlate== *[[Lago d'Orta]] *[[Nigoglia]] *[[Valle Strona]] ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{s}} [[Categoria:Comuni del Piemonte]] aylu3g2c6i13mt75ydfkudnowm4ogcp Galahad 0 225606 1420635 1420034 2026-07-16T14:19:33Z Skekzilla 17056 /* Thomas Malory */ 1420635 wikitext text/x-wiki [[File:George Frederick Watts, 1860-62, Sir Galahad, oil on canvas, 191.8 x 107 cm, Harvard Art Museums, Fogg Museum.jpg|thumb|Sir Galahad ritratto in un dipinto di George Frederic Watts]] '''Galahad''', personaggio del ciclo bretone e delle leggende arturiane. ==Citazioni di Galahad== *Non spetta a noi punire chi ha operato contro Dio, ma solo alla Sua potenza. ([[Thomas Malory]]) *Salutate per me ser Lancillotto mio padre e signore, e ricordategli che questo è un mondo incostante. ([[Thomas Malory]]) ==Citazioni su Galahad== ===[[Thomas Malory]]=== {{cronologico}} *Re Pellam rimase infermo per molti anni, e guarì solo quando fu curato da Galahad, il nobile principe, nel corso della ricerca del Sangrail – il bacile che conteneva il sangue di Nostro Signore Gesù Cristo portato in Inghilterra da Giuseppe d'Arimatea, cui un tempo era appartenuto anche lo splendido letto. *A tempo debito, Elaine partorì un bel bambino che fu allevato con cura e affetto e battezzato Galahad, perché quello era il nome che ser Lancillotto aveva ricevuto al fonte battesimale e che poi la [[Dama del Lago]] aveva mutato in Lancillotto. *Sappiate, ser Bors, che questo fanciullo è Galahad; siederà sul [[Seggio Periglioso]] e otterrà il Sangrail, e si dimostrerà migliore di suo padre ser Lancillotto. ([[Elaine di Corbenic]]) *Galahad, servo di Gesù Cristo che attendo da tempo, abbracciami e lascia che riposi sul tuo petto e tra le tue braccia, casto e vergine sopra ogni altro cavaliere, giglio simbolo di purezza, rosa del colore del fuoco, fiore di ogni virtù. Sei tanto intriso della fiamma dello Spirito Santo che la mia carne, consunta dalla vecchiaia, ritrova la giovinezza! *Rimessosi in viaggio, {{NDR|Galahad}} penetrò in una foresta irta di pericoli dove la storia dice che si imbatté in una sorgente in cui l'acqua ribolliva formando grandi onde. Il cavaliere vi posò una mano, e subito l'acqua si placò e il calore ne disparve, poiché quell'ardore era segno di lussuria, molto diffusa a quei tempi, e non poté durare al contatto con la purezza della sua verginità. Quanto era accaduto fu considerato un miracolo in tutto il paese, e da allora la fonte fu chiamata la Sorgente di Galahad. *Nella ricerca del Sangrail [...] se allora lo avessi fatto con tutto il mio cuore, la volontà e il pensiero, avrei superato ogni altro cavaliere a eccezione di ser Galahad mio figlio. ([[Lancillotto]]) ==Voci correlate== *[[Cavalieri della Tavola Rotonda]] *[[Lancillotto]], padre ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Cavalieri della Tavola Rotonda]] hnc8tm7mqq4o9u16kio5h9mbct73fft 1420636 1420635 2026-07-16T14:21:31Z Skekzilla 17056 1420636 wikitext text/x-wiki [[File:Pyle galahad (cropped).gif|thumb|Illustrazione di Galahad]] '''Galahad''', personaggio del ciclo bretone e delle leggende arturiane. ==Citazioni di Galahad== *Non spetta a noi punire chi ha operato contro Dio, ma solo alla Sua potenza. ([[Thomas Malory]]) *Salutate per me ser Lancillotto mio padre e signore, e ricordategli che questo è un mondo incostante. ([[Thomas Malory]]) ==Citazioni su Galahad== ===[[Thomas Malory]]=== {{cronologico}} *Re Pellam rimase infermo per molti anni, e guarì solo quando fu curato da Galahad, il nobile principe, nel corso della ricerca del Sangrail – il bacile che conteneva il sangue di Nostro Signore Gesù Cristo portato in Inghilterra da Giuseppe d'Arimatea, cui un tempo era appartenuto anche lo splendido letto. *A tempo debito, Elaine partorì un bel bambino che fu allevato con cura e affetto e battezzato Galahad, perché quello era il nome che ser Lancillotto aveva ricevuto al fonte battesimale e che poi la [[Dama del Lago]] aveva mutato in Lancillotto. *Sappiate, ser Bors, che questo fanciullo è Galahad; siederà sul [[Seggio Periglioso]] e otterrà il Sangrail, e si dimostrerà migliore di suo padre ser Lancillotto. ([[Elaine di Corbenic]]) *Galahad, servo di Gesù Cristo che attendo da tempo, abbracciami e lascia che riposi sul tuo petto e tra le tue braccia, casto e vergine sopra ogni altro cavaliere, giglio simbolo di purezza, rosa del colore del fuoco, fiore di ogni virtù. Sei tanto intriso della fiamma dello Spirito Santo che la mia carne, consunta dalla vecchiaia, ritrova la giovinezza! *Rimessosi in viaggio, {{NDR|Galahad}} penetrò in una foresta irta di pericoli dove la storia dice che si imbatté in una sorgente in cui l'acqua ribolliva formando grandi onde. Il cavaliere vi posò una mano, e subito l'acqua si placò e il calore ne disparve, poiché quell'ardore era segno di lussuria, molto diffusa a quei tempi, e non poté durare al contatto con la purezza della sua verginità. Quanto era accaduto fu considerato un miracolo in tutto il paese, e da allora la fonte fu chiamata la Sorgente di Galahad. *Nella ricerca del Sangrail [...] se allora lo avessi fatto con tutto il mio cuore, la volontà e il pensiero, avrei superato ogni altro cavaliere a eccezione di ser Galahad mio figlio. ([[Lancillotto]]) ==Voci correlate== *[[Cavalieri della Tavola Rotonda]] *[[Lancillotto]], padre ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Cavalieri della Tavola Rotonda]] hp7rudlg1dq4ls368qbu7qwvws58d5y 1420650 1420636 2026-07-16T17:48:51Z Skekzilla 17056 /* Thomas Malory */ 1420650 wikitext text/x-wiki [[File:Pyle galahad (cropped).gif|thumb|Illustrazione di Galahad]] '''Galahad''', personaggio del ciclo bretone e delle leggende arturiane. ==Citazioni di Galahad== *Non spetta a noi punire chi ha operato contro Dio, ma solo alla Sua potenza. ([[Thomas Malory]]) *Salutate per me ser Lancillotto mio padre e signore, e ricordategli che questo è un mondo incostante. ([[Thomas Malory]]) ==Citazioni su Galahad== ===[[Thomas Malory]]=== {{cronologico}} *Re Pellam rimase infermo per molti anni, e guarì solo quando fu curato da Galahad, il nobile principe, nel corso della ricerca del Sangrail – il bacile che conteneva il sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. *A tempo debito, Elaine partorì un bel bambino che fu allevato con cura e affetto e battezzato Galahad, perché quello era il nome che ser Lancillotto aveva ricevuto al fonte battesimale e che poi la [[Dama del Lago]] aveva mutato in Lancillotto. *Sappiate, ser Bors, che questo fanciullo è Galahad; siederà sul [[Seggio Periglioso]] e otterrà il Sangrail, e si dimostrerà migliore di suo padre ser Lancillotto. ([[Elaine di Corbenic]]) *Galahad, servo di Gesù Cristo che attendo da tempo, abbracciami e lascia che riposi sul tuo petto e tra le tue braccia, casto e vergine sopra ogni altro cavaliere, giglio simbolo di purezza, rosa del colore del fuoco, fiore di ogni virtù. Sei tanto intriso della fiamma dello Spirito Santo che la mia carne, consunta dalla vecchiaia, ritrova la giovinezza! *Rimessosi in viaggio, {{NDR|Galahad}} penetrò in una foresta irta di pericoli dove la storia dice che si imbatté in una sorgente in cui l'acqua ribolliva formando grandi onde. Il cavaliere vi posò una mano, e subito l'acqua si placò e il calore ne disparve, poiché quell'ardore era segno di lussuria, molto diffusa a quei tempi, e non poté durare al contatto con la purezza della sua verginità. Quanto era accaduto fu considerato un miracolo in tutto il paese, e da allora la fonte fu chiamata la Sorgente di Galahad. *Nella ricerca del Sangrail [...] se allora lo avessi fatto con tutto il mio cuore, la volontà e il pensiero, avrei superato ogni altro cavaliere a eccezione di ser Galahad mio figlio. ([[Lancillotto]]) ==Voci correlate== *[[Cavalieri della Tavola Rotonda]] *[[Lancillotto]], padre ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Cavalieri della Tavola Rotonda]] 7tbxbb9ftsq9svitqlcxxu9rn50ifwn Gawain 0 225608 1420661 1420533 2026-07-16T20:12:17Z Skekzilla 17056 /* Thomas Malory */ 1420661 wikitext text/x-wiki [[File:Arthur-Pyle Sir Gawaine the Son of Lot, King of Orkney.JPG|thumb|Illustrazione di Gawain]] '''Gawain''', noto anche come '''Galvano''', personaggio del ciclo bretone e delle leggende arturiane. ==Citazioni di Gawain== *{{NDR|Su [[Lancillotto]]}} Lui è il più bravo ed il più coraggioso. Perché, dunque, non è mai qui? Senza Lancillotto, questa [[Tavola Rotonda|tavola]] è niente. C'è qualcuno qui che non lo consideri un dio? Ed ora è allontanato da noi dalla bramosia di una donna. (''[[Excalibur]]'') ===[[Thomas Malory]]=== {{cronologico}} *Non è certo degno di un [[cavaliere]] disprezzare le dame. *[[Lancillotto|Ser Lancillotto]], poi, se non fosse per una sola pecca sarebbe superiore a ogni altro. Ma così come stanno le cose, è proprio come noi; solo che si assume le fatiche maggiori. *Se ne dovesse derivare ostilità o guerra tra noi e Lancillotto, sta' certo che molti re e molti potenti signori sceglierebbero di schierarsi con lui. E poi, fratello [...] devi sempre tenere a mente che Lancillotto ha salvato più di una volta il re e la regina, e che anche i migliori tra noi si sarebbero sentiti gelare il cuore in varie occasioni se egli non fosse stato il più valoroso e non lo avesse dimostrato molto spesso. *Capita spesso che agiamo per quel che crediamo il meglio, e che finisce poi per dimostrarsi il peggio. *Da oggi in poi cercherò Lancillotto fino al giorno in cui uno dei due avrà ucciso l'altro. Intendo vendicarmi e vi chiedo di prepararvi alla guerra. Se non volete perdere il mio servigio e il mio affetto, affrettatevi a mettere alla prova i vostri amici. Giuro su Dio che, anche se dovessi inseguire Lancillotto per sette regni, lo ucciderò a costo della vita. *Se non fosse stato per il papa, io mi sarei battuto con te in singolare tenzone e avrei provato sulla tua persona la tua falsità nei confronti di Artù e miei. E lo farò, una volta che avrai lasciato queste terre, dovunque riuscirò a trovarti! *Io, ser Galvano, cavaliere della Tavola Rotonda, voglio che tutto il mondo sappia che mi sono dato la morte non per colpa tua ma mia. Perciò, ser Lancillotto, ti supplico di tornare nel regno per visitare la mia tomba e per recitare su di essa una preghiera, lunga o breve che sia, per la salvezza della mia anima. Oggi, nello stesso giorno in cui scrivo questa lettera, fui ferito a morte là dove la tua mano mi colpì per prima, e non avrei potuto essere ucciso da un braccio più nobile. ==Citazioni su Gawain== ===[[Thomas Malory]]=== {{cronologico}} *[[Pellinore|Pellinor]] avrebbe pagato per il proprio gesto {{NDR|uccidendo [[Lot (ciclo arturiano)|Lot]]}}, perché ser Galvano, dieci anni dopo essere stato fatto cavaliere, lo avrebbe ucciso con le sue stesse mani per vendicare la morte del padre. *Solo i campioni migliori del mondo potranno maneggiare questa spada, cioè Lancillotto e suo figlio Galahad. E con quest'arma Lancilotto ucciderà ser Galvano, il nipote di re Artù. ([[Mago Merlino]]) *Si slanciarono gagliardamente l'uno contro l'altro e si assestarono dei fendenti che fecero volare in pezzi gli scudi e ammaccare gli elmi e i giachi, così che ben presto furono entrambi gravemente feriti. Ma erano le nove del mattino, e [[Morholt|Moroldo]] si accorse con stupore che ser Galvano diveniva di momento in momento più forte finché, all'ora di mezzogiorno, la sua forza si trovò triplicata. Quando però il mezzogiorno fu trascorso e cominciò a calare la sera, le forze di ser Galvano presero a scemare ed egli si sentì sempre più debole e cominciò a sospettare che non avrebbe potuto resistere. Sarebbe quindi stato il momento giusto perché ser Moroldo potesse dimostrare tutta la propria possanza; invece quest'ultimo disse:<br>«Ho constatato che siete un ottimo cavaliere e un uomo dotato di una forza prodigiosa, signore, ma finché dura. Del resto, la nostra non è una disputa grave e sarebbe un peccato se dovessi ferirvi, ora che vi vedo indebolito.» *{{NDR|[[Sir Gareth]]}} non volle più accompagnarsi a quell'uomo vendicativo che, quando odiava, era pronto anche a commettere omicidi. E a ser Gareth questo ripugnava. *Ti sei impegnato insieme a molti altri in una ricerca che non porterai mai a termine perché il [[Graal|Sangrail]] non si mostra ai peccatori. Non devi quindi meravigliare se non vi sei riuscito. Tu sei un cavaliere sleale e un grande assassino, mentre per gli uomini buoni questa ricerca è ben altro che una serie di omicidi. *Quanto a madama la regina, non un solo cavaliere al mondo, salvo la persona di vostra altezza e il mio signore ser Galvano, oserebbe provare sul mio corpo che ella vi ha tradito! ([[Lancillotto]]) *Ser Galvano aveva ricevuto da un sant'uomo un dono miracoloso che gli aveva permesso di farsi molto onore: ogni giorno dell'anno, dalle nove a mezzogiorno, la sua forza cresceva fino ad arrivare a triplicarsi. Per questo re Artù, che era il solo a saperlo, aveva ordinato che tutte le tenzoni che si fossero svolte alla propria presenza, di qualunque genere e per ogni tipo di lite, avessero inizio alle nove del mattino: in tale modo il partito per il quale si fosse battuto il nipote avrebbe avuto sempre il sopravvento nel corso delle tre ore in cui la forza di Galvano raggiungeva il suo culmine. *Solo in te e in ser Lancillotto riposavano la mia letizia e la mia fiducia. Adesso che ho perduto entrambi, tutto il conforto che avevo sulla terra mi abbandona! ([[Re Artù]]) ==Voci correlate== *[[Re Artù]], zio *[[Cavalieri della Tavola Rotonda]] *[[Sir Gareth]], fratello *[[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], zia *[[Igraine]], nonna *[[Fata Morgana (mitologia)|Fata Morgana]], zia ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Cavalieri della Tavola Rotonda]] mo69h21wzimzbjxp8apxxgii7wb77l6 1420666 1420661 2026-07-16T20:55:50Z Skekzilla 17056 /* Thomas Malory */ 1420666 wikitext text/x-wiki [[File:Arthur-Pyle Sir Gawaine the Son of Lot, King of Orkney.JPG|thumb|Illustrazione di Gawain]] '''Gawain''', noto anche come '''Galvano''', personaggio del ciclo bretone e delle leggende arturiane. ==Citazioni di Gawain== *{{NDR|Su [[Lancillotto]]}} Lui è il più bravo ed il più coraggioso. Perché, dunque, non è mai qui? Senza Lancillotto, questa [[Tavola Rotonda|tavola]] è niente. C'è qualcuno qui che non lo consideri un dio? Ed ora è allontanato da noi dalla bramosia di una donna. (''[[Excalibur]]'') ===[[Thomas Malory]]=== {{cronologico}} *Sono molto addolorato che a [[Pellinore|Pellinor]] sia stato concesso un alto onore, perché è lui che ha ucciso nostro padre [[Lot (ciclo arturiano)|re Lot]] [...]. Lo ucciderò a mia volta con una spada che ho fatto affilare con cura. *Non è certo degno di un [[cavaliere]] disprezzare le dame. *[[Lancillotto|Ser Lancillotto]], poi, se non fosse per una sola pecca sarebbe superiore a ogni altro. Ma così come stanno le cose, è proprio come noi; solo che si assume le fatiche maggiori. *Se ne dovesse derivare ostilità o guerra tra noi e Lancillotto, sta' certo che molti re e molti potenti signori sceglierebbero di schierarsi con lui. E poi, fratello [...] devi sempre tenere a mente che Lancillotto ha salvato più di una volta il re e la regina, e che anche i migliori tra noi si sarebbero sentiti gelare il cuore in varie occasioni se egli non fosse stato il più valoroso e non lo avesse dimostrato molto spesso. *Capita spesso che agiamo per quel che crediamo il meglio, e che finisce poi per dimostrarsi il peggio. *Da oggi in poi cercherò Lancillotto fino al giorno in cui uno dei due avrà ucciso l'altro. Intendo vendicarmi e vi chiedo di prepararvi alla guerra. Se non volete perdere il mio servigio e il mio affetto, affrettatevi a mettere alla prova i vostri amici. Giuro su Dio che, anche se dovessi inseguire Lancillotto per sette regni, lo ucciderò a costo della vita. *Se non fosse stato per il papa, io mi sarei battuto con te in singolare tenzone e avrei provato sulla tua persona la tua falsità nei confronti di Artù e miei. E lo farò, una volta che avrai lasciato queste terre, dovunque riuscirò a trovarti! *Io, ser Galvano, cavaliere della Tavola Rotonda, voglio che tutto il mondo sappia che mi sono dato la morte non per colpa tua ma mia. Perciò, ser Lancillotto, ti supplico di tornare nel regno per visitare la mia tomba e per recitare su di essa una preghiera, lunga o breve che sia, per la salvezza della mia anima. Oggi, nello stesso giorno in cui scrivo questa lettera, fui ferito a morte là dove la tua mano mi colpì per prima, e non avrei potuto essere ucciso da un braccio più nobile. ==Citazioni su Gawain== ===[[Thomas Malory]]=== {{cronologico}} *[[Pellinore|Pellinor]] avrebbe pagato per il proprio gesto {{NDR|uccidendo [[Lot (ciclo arturiano)|Lot]]}}, perché ser Galvano, dieci anni dopo essere stato fatto cavaliere, lo avrebbe ucciso con le sue stesse mani per vendicare la morte del padre. *Solo i campioni migliori del mondo potranno maneggiare questa spada, cioè Lancillotto e suo figlio Galahad. E con quest'arma Lancilotto ucciderà ser Galvano, il nipote di re Artù. ([[Mago Merlino]]) *Si slanciarono gagliardamente l'uno contro l'altro e si assestarono dei fendenti che fecero volare in pezzi gli scudi e ammaccare gli elmi e i giachi, così che ben presto furono entrambi gravemente feriti. Ma erano le nove del mattino, e [[Morholt|Moroldo]] si accorse con stupore che ser Galvano diveniva di momento in momento più forte finché, all'ora di mezzogiorno, la sua forza si trovò triplicata. Quando però il mezzogiorno fu trascorso e cominciò a calare la sera, le forze di ser Galvano presero a scemare ed egli si sentì sempre più debole e cominciò a sospettare che non avrebbe potuto resistere. Sarebbe quindi stato il momento giusto perché ser Moroldo potesse dimostrare tutta la propria possanza; invece quest'ultimo disse:<br>«Ho constatato che siete un ottimo cavaliere e un uomo dotato di una forza prodigiosa, signore, ma finché dura. Del resto, la nostra non è una disputa grave e sarebbe un peccato se dovessi ferirvi, ora che vi vedo indebolito.» *{{NDR|[[Sir Gareth]]}} non volle più accompagnarsi a quell'uomo vendicativo che, quando odiava, era pronto anche a commettere omicidi. E a ser Gareth questo ripugnava. *Ti sei impegnato insieme a molti altri in una ricerca che non porterai mai a termine perché il [[Graal|Sangrail]] non si mostra ai peccatori. Non devi quindi meravigliare se non vi sei riuscito. Tu sei un cavaliere sleale e un grande assassino, mentre per gli uomini buoni questa ricerca è ben altro che una serie di omicidi. *Quanto a madama la regina, non un solo cavaliere al mondo, salvo la persona di vostra altezza e il mio signore ser Galvano, oserebbe provare sul mio corpo che ella vi ha tradito! ([[Lancillotto]]) *Ser Galvano aveva ricevuto da un sant'uomo un dono miracoloso che gli aveva permesso di farsi molto onore: ogni giorno dell'anno, dalle nove a mezzogiorno, la sua forza cresceva fino ad arrivare a triplicarsi. Per questo re Artù, che era il solo a saperlo, aveva ordinato che tutte le tenzoni che si fossero svolte alla propria presenza, di qualunque genere e per ogni tipo di lite, avessero inizio alle nove del mattino: in tale modo il partito per il quale si fosse battuto il nipote avrebbe avuto sempre il sopravvento nel corso delle tre ore in cui la forza di Galvano raggiungeva il suo culmine. *Solo in te e in ser Lancillotto riposavano la mia letizia e la mia fiducia. Adesso che ho perduto entrambi, tutto il conforto che avevo sulla terra mi abbandona! ([[Re Artù]]) ==Voci correlate== *[[Re Artù]], zio *[[Cavalieri della Tavola Rotonda]] *[[Sir Gareth]], fratello *[[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], zia *[[Igraine]], nonna *[[Fata Morgana (mitologia)|Fata Morgana]], zia ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Cavalieri della Tavola Rotonda]] galqyvjoyl3k48h9zkt5kx7c89vxa90 Ginevra (ciclo arturiano) 0 225620 1420664 1420525 2026-07-16T20:23:11Z Skekzilla 17056 /* Thomas Malory */ 1420664 wikitext text/x-wiki [[File:Guinevereford.jpg|thumb|Illustrazione di Ginevra]] '''Ginevra''', personaggio del ciclo bretone e delle leggende arturiane. ==Citazioni di Ginevra== *Nell'ozio che viene con la pace, vedo che le chiacchiere hanno concepito il loro male. (''[[Excalibur]]'') *Ti ho amato come re, a volte come marito. Ma non si può guardare troppo a lungo il sole. (''[[Excalibur]]'') ===[[Thomas Malory]]=== {{cronologico}} *Lancillotto, ora capisco la vostra falsità e la vostra volgare lussuria! Voi amate altre dame, e per me non provate che disprezzo. Adesso che ho ben chiaro che siete un traditore, state certo che non vi amerò mai più. Non osate comparirmi ancora davanti: da questo momento vi scaccio dalla corte, e per sempre, e vi bandisco dalla mia compagnia. Se tenterete di rivedermi, sarete ucciso. *No, Lancillotto, non vi sopravviverò! Se sarete ucciso, per amore di Dio accoglierò la morte con umiltà, come è dovere di una regina cristiana. *La guerra che ha portato alla morte i più nobili cavalieri del mondo è divampata a causa mia e di quest'uomo, e l'amore che ci legava ha causato la rovina del sovrano più onorato della terra. Lancillotto [...] ho assunto questo stato per salvare la mia anima e, con la grazia di Dio e per le piaghe della Sua Passione, confido che dopo la mia morte potrò contemplare il volto benedetto di Gesù Cristo e sedere alla Sua destra nel giorno del Giudizio, poiché in cielo vi sono dei santi che furono peccatori in terra. Perciò, ser Lancillotto, vi supplico di cuore per l'amore che ci fu tra noi di non posare mai più lo sguardo su di me. Vi comando anche, in nome di Dio, che lasciate la mia compagnia e torniate nel vostro regno per preservarlo da guerre e distruzioni. Così come vi ho amato fino ad ora, il mio cuore non mi permetterà più di incontrarvi dopo che a causa vostra e mia è stato annientato il fuore dei re e dei cavalieri. Rientrate dunque nelle vostre terre e prendete moglie per vivere con lei in gioia e letizia. L'unica supplica che il mio cuore vi rivolge è che invochiate il Signore Eterno perché mi conceda di fare ammenda dei miei peccati. *Supplico Dio Onnipotente che non mi sia mai più possibile vedere ser Lancillotto con i miei occhi mortali. ==Citazioni su Ginevra== ===''[[Excalibur]]''=== {{cronologico}} *– Vorrei che fosse la mia regina. Merlino, puoi far sì che mi ami?<br>– Adesso ascolta, una volta restai esposto all'alito del drago perché un uomo giacesse una notte con una donna. Nove lune mi ci sono volute per riavermi, e tutta per questa follia chiamata amore, questo pazzo turbamento che colpisce i mendicanti e i re. Non lo rifarò mai più! *– Allora chi sposerò? Puoi dirmi almeno questo? Che cosa vedi?<br>– Vedo Ginevra e un bene amato amico che di sicuro ti tradirà.<br>– Ginevra...<br>– Non stai ascoltando, il tuo cuore neanche! L'amore è sordo oltre che cieco, ecco! *Io vi amerò sempre. Vi amerò come mia regina e come moglie del mio migliore amico. E finché vivrete non amerò un'altra. ([[Lancillotto]]) *Per tenerla una volta tra le braccia sacrificherei tutto: onore, verità, il mio sacro impegno. Signor Iddio, salvami da me stesso! Liberami di questo amore sicché io possa difenderla! ([[Lancillotto]]) *Senza Lancillotto, questa tavola è niente. C'è qualcuno qui che non lo consideri un dio? Ed ora è allontanato da noi dalla bramosia di una donna. ([[Gawain]]) *Ho pensato spesso che negli anni a venire di un'altra vita, quando non dovrò più niente al futuro e sarò ormai un uomo e basta, rivedendoci, correrai da me e mi reclamerai ricordando che sono tuo marito... È un sogno che ho sempre avuto. ([[Re Artù]]) ===[[Thomas Malory]]=== {{cronologico}} *Un giorno poi il re, che nel corso di quegli anni si era quasi sempre fatto guidare dai consigli di Merlino, gli disse:<br>«I baroni non mi daranno pace finché non prenderò moglie, ma lo farò solo dietro vostro avviso.»<br>«È bene che vi scegliate una sposa, perché un uomo del vostro rango e della vostra nobiltà non dovrebbe rimanere senza» convenne Merlino. «Vi è una dama che amate più di ogni altra?»<br>«Sì, Ginevra, la figlia di [[Leodegrance|re Leodegrance]] della terra di Camelerd: è la fanciulla più bella e più onorata che conosca e inoltre il padre possiede la Tavola Rotonda che, a quanto mi diceste, ricevette da mio padre Uther.»<br>«Sire, Ginevra è senz'altro una delle più belle fanciulle del mondo» gli disse allora Merlino «ma se voi non l'amaste tanto e il vostro cuore fosse libero, potrei trovarvi un'altra damigella avvenente e dotata di ogni virtù che potrebbe amarvi e piacesse a voi. Tuttavia, so che quando il cuore di un uomo ha operato la sua scelta, è riluttante a volgersi altrove.»<br>«È vero» gli confermò il re. *Tutte le mie gesta d'armi le ho compiute per amor suo [...] e per lei mi sono battuto, a torto o a ragione. Non ho mai fatto nulla solo per amore di Dio, ma sempre anche per conquistarmi onore e farmi andare di più, e ne sono stato poco o nulla grato al Signore. ([[Lancillotto]]) *Lancillotto, dimentico della promessa fatta e della perfezione raggiunta nel corso della ricerca, riprese a frequentare la regina. Del resto, come dice appunto il libro, se egli non le fosse stato intimamente legato nei suoi pensieri più riposti quanto, in superficie, appariva devoto a Dio, nessun cavaliere avrebbe potuto superarlo nella ricerca del Sangrail. Invece, i suoi più segreti sentimenti correvano sempre a lei. Così essi ripresero ad amarsi con maggiore ardore di prima e i loro convegni si fecero tanto frequenti che la corte cominciò a mormorare, e in particolare il loquace ser Agravano fratello di ser Galvano. *Non ho mai sentito dire che Ginevra abbia rovinato un solo cavaliere. Anzi, a quel che so, ella ci ha sempre magnificato ed è stata la sovrana più generosa e liberale, e la più munifica di doni e di benevolenza. Sarebbe quindi vergognoso se lasciassimo morire nell'ignominia la moglie del nostro nobilissimo re. ([[Bors (ciclo arturiano)|Bors]]) *A quel tempo era costume che Ginevra non lasciasse mai la corte senza un seguito di ottimi cavalieri armati, quasi tutti giovani decisi a farsi onore. Erano chiamati i Cavalieri della Regina e in battaglia, ai tornei e alle giostre portavano come insegna uno scudo completamente bianco. Venivano scelti per quel servigio tutti gli anni in occasione della festa della Pentecoste tra i cavalieri che si erano mostrati più valorosi, in sostituzione di quelli che erano morti nel corso dell'anno (e non ne passava uno senza che ne morissero alcuni). Proprio compiendo tale servigio si erano distinti all'inizio ser Lancillotto e tutti gli altri, prima di conquistare rinomanza. *Il libro francese dice che il re non desiderava affatto che si diffondessero voci su Lancillotto e la regina. A dire il vero, egli ne aveva già il sospetto, ma non voleva sentirne parlare perché amava molto ser Lancillotto per tutto quello che egli aveva fatto in favore suo e di Ginevra. *Sappiate che soffro di più per la perdita dei miei buoni cavalieri che per la fuga della mia gentile regina, perché di regine posso averne quante ne voglio, mentre non mi sarà mai più possibile riunire una simile compagnia di valorosi. E che sciagura che io e Lancillotto dobbiamo essere nemici! ([[Re Artù]]) *Ser [[Mordred]] si recò a Winchester e dichiarò apertamente alla regina (che però era moglie del re, allo stesso tempo suo zio e padre) che intendeva sposarla e perparò le nozze fissando il giorno del matrimonio. Ginevera, pur profondamente addolorata, gli rispose con cortesia e finse di sottomettersi al suo volere; tuttavia espresse il desiderio di recarsi a Londra per comprare quanto le sarebbe occorso per gli sponsali. *Quando seppe della morte del re e di tutti i nobili cavalieri compreso ser Mordred, ella riparò in gran segreto con cinque dame ad Almesbury dove si fece monaca indossando la veste bianca e nera, e vivendo in penitenza come se fosse stata la più grande peccatrice di questa terra. Da allora nessuna creatura riuscì più a renderla felice, e visse tra digiuni, preghiere e opere di carità al punto che tutti si stupirono della purezza dei sui nuovi costumi. Con il tempo, come era da aspettarsi, divenne anche badessa e governatrice del monastero. ==Voci correlate== *[[Re Artù]], marito *[[Lancillotto]], amante *[[Sir Gareth]], nipote *[[Gawain]], nipote *[[Mordred]], nipote ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Personaggi del ciclo arturiano]] [[Categoria:Sovrani mitologici]] 3rti9zkizqwxer89f5ykuc813no2wy7 Sir Gareth 0 225707 1420713 1420534 2026-07-17T11:45:32Z Skekzilla 17056 /* Thomas Malory */ 1420713 wikitext text/x-wiki [[File:Sir Gareth of Orkney (cropped).png|thumb|Illustrazione di Gareth]] '''Sir Gareth''', noto anche come '''Bellamano''', personaggio del ciclo bretone e delle leggende arturiane. ==Citazioni di Sir Gareth== ===[[Thomas Malory]]=== {{cronologico}} *Un [[cavaliere]] deve tollerare qualunque cosa da parte di una [[damigella]] [...]. Per questo non ho badato alle vostre parole, per quanto ingiuriose fossero; anzi, quanto più mi offendevate e mi facevate montare in collera, tanto più sfogavo la mia ira contro gli avversari che incontravo. Così le vostre ingiurie mi hanno esortato a battermi e mi hanno indotto a cimentarmi per provarvi fino in fondo di cosa sono capace. *Se ho cercato accoglienza nelle cucine di [[Re Artù|Artù]], è stato solo per avventura, perché avrei potuto trovare di che sostentarmi in qualunque altro posto. Ma l'ho voluto fare per mettere alla prova i miei amici e perché un giorno si potesse sapere che sono un gentiluomo. *[[Lancillotto|Ser Lancillotto]] mi ha concesso l'investitura e niente potrà indurmi a parlare male di lui. ==Citazioni di Sir Gareth== ===[[Thomas Malory]]=== {{cronologico}} *Il giovane più bello del mondo, alto, robusto e prestante, dal viso perfetto e dalle più grandi e splendide mani che si fossero mai viste, ma che si muoveva come se non riuscisse a reggersi senza essere sostenuto. *Secondo me è nato villano e non diventerà mai un gentiluomo, altrimenti vi avrebbe chiesto un cavallo e un'armatura. I suoi desideri rispecchiano invece la sua condizione. Comunque, dato che non ha nome, lo chiamerò Bellamano e lo porterò in cucina dove potrà mangiare tutti i giorni tanto di quel brodo che tra un anno sembrerà un porcello all'ingrasso. ([[Sir Kay]]) *Appena i due uomini che avevano accompagnato il giovane furono ripartiti lasciandolo nelle mani di ser Kay, questi cominciò a schernirlo e a farsi beffe di lui. Ma [[Gawain|ser Galvano]] se ne adirò e [[Lancillotto|ser Lancillotto]] ordinò al siniscalco di smetterla, aggiungendo che era pronto a scommettere che si sarebbe dimostrato un cavaliere di grande valore.<br>«Non avete ragioni per ritenerlo» replicò il siniscalco. «Le sue rischieste mostrano la sua vera natura; non vuole che da bere e da mangiare e in fede mia deve essere cresciuto in un'abbazia dove, comunque andassero le cose, gli facevano sempre mancare il vitto! Per questo è venuto a cercarlo qui.» *Così Bellamano fu mandato in cucina, e la notte dormiva con gli altri garzoni, sopportando tutto pazientemente per dodici mesi. Ma nel frattempo era riuscito a incontrare il favore generale, degli uomini come dei ragazzi, per la sua umiltà e la sua dolcezza. E ogni volta che vedeva dei cavalieri intenti alle giostre, se poteva si fermava ad osservarli e cercava in tutti i modi di trovarsi ovunque si svolgesse qualche prova di prodezza, così che accadeva che chiunque si esercitasse nel lancio di sbarre o di pietre si trovava sempre superato da lui di almeno due iarde. *Ho pensato fin dal primo momento che doveste essere di sangue nobile e che non foste venuto a corte solo per mangiare e bere! ([[Lancillotto]]) *Ha sconfitto tutti e quattro i fratelli e ucciso il Cavaliere Nero [...]. Ma prima ancora aveva fatto di più: aveva disarcionato ser Kay lasciandolo a terra mezzo morto e aveva affrontato un duro scontro con ser Lancillotto concludendolo alla pari. È stato allora che ser Lancillotto lo ha armato cavaliere. *Egli [...] è arrivato a corte sorretto da due uomini come se non fosse stato in grado di camminare e mi ha pregato di accordargli tre doni. Il primo, che richiese quello stesso giorno, era che gli dessi cibo a sufficienza per i dodici mesi a venire. Gli altri due li ha voluti allo scadere dell'anno, e cioè che gli concedessi l'avventura di damigella Lynet e che ser Lancillotto lo armasse cavaliere quando egli lo avesse voluto. Io ho esaudito i suoi desideri, ma la corte, stupita di così modeste richieste, ha creduto che non discendesse da un nobile lignaggio. ([[Re Artù]]) *Sin da quando non fu più un bambino ser Gareth si è dimostrato un ragazzo arguto e fermo nel suo intento. E per quanto mi miravigli che ser Kay lo abbia schernito chiamandolo Bellamano, devo ammettere che quel soprannome gli si addice, perché ritengo che mio figlio abbia la mani più belle che si siano mai viste, e anche le più adatte a fare del bene. ([[Morgause]]) *Lancillotto era il cavaliere che il giovane amava di più; perciò rimase quasi sempre con lui anche perché, dopo che si fu assicurato della buona salute di ser Galvano, non volle più accompagnarsi a quell'uomo vendicativo che, quando odiava, era pronto anche a commettere omicidi. E a ser Gareth questo ripugnava. *Io amavo ser Gareth più di qualunque mio parente, e piangerò per sempre la sua morte [...]. Prima di tutto, perché fui io a investirlo cavaliere; poi, perché so che mi amava più di ogni altro; il terzo motivo è che era un uomo nobilissimo, leale, cortese, gentile e di buona indole. ([[Lancillotto]]) ==Voci correlate== *[[Re Artù]], zio *[[Cavalieri della Tavola Rotonda]] *[[Gawain]], fratello *[[Ginevra (ciclo arturiano)|Ginevra]], zia *[[Fata Morgana (mitologia)|Fata Morgana]], zia ==Altri progetti== {{DEFAULTSORT:Gareth, Sir}} {{interprogetto}} [[Categoria:Cavalieri della Tavola Rotonda]] tagn1d34b0iavwxyetbxk1xt62kwt3x Palamede (ciclo arturiano) 0 225759 1420655 1420040 2026-07-16T19:33:48Z Skekzilla 17056 /* Thomas Malory */ 1420655 wikitext text/x-wiki '''Palamede''', personaggio del ciclo bretone e delle leggende arturiane. ==Citazioni di Palamede== ===[[Thomas Malory]]=== {{cronologico}} *Ahimè, non posso mai acquisire onore là dove è [[Tristano|ser Tristano]] [...]. Se non ci troviamo nello stesso luogo, il più delle volte sono io che ottengo il premio, a meno che non siano presenti [[Lancillotto|ser Lancillotto]] o [[Lamorak|ser Lamorak]]. Ma ser Tristano ha sempre avuto la meglio su di me, prima in Irlanda, poi in Cornovaglia e in altri luoghi di questa contrada. [...] Tuttavia, a dire il vero, egli è il cavaliere più gentile che vi sia al mondo. *Ahimè, [[Isotta|Bella Isotta]] regina di Cornovaglia, perché mai vi amo? [...] Voi non avete colpa di questa mia pena e il biasimo ricade solo sui miei occhi: siete la più bella di tutte, e io da stolto non posso fare a meno di esservi devoto anche se non mi dimostrate né amore né cortesia, e amate riamata ser Tristano di Liones che è il cavaliere migliore del mondo. *Fare guerra al proprio signore che è chiamato il fiore della cavalleria cristiana e pagana è un costume malvagio e indegno di una regina, e io vi porrò fine di tutto cuore. [[Fata Morgana (mitologia)|Morgana]] non riceverà mai alcun servigio da me, e se come penso mi manderà contro i suoi cavalieri, essi avranno dì che combattere! *Ah, Palamede, Palamede [...] perché sei così emaciato, tu che un tempo eri chiamato uno dei più bei cavalieri del mondo? Ah, non voglio più vivere questa vita perché amo colei che non potrò mai avere o conquistare! *In quanto alla regina Isotta, sappiate che l'amo da lungo tempo più di ogni altra, e a lei debbo gli onori che ho conquistato, ché altrimenti sarei rimasto il cavaliere più indegno del mondo. Ovunque andavo, il suo ricordo mi accompagnava e mi spingeva a compiere imprese meritevoli. Tuttavia finora non ebbi mai da lei ricompensa e pur essendo il suo cavaliere non ricevetti alcun guiderdone! Perciò, ser Tristano, non temo la morte perché, sapendo che non possiederò mai la mia regina, mi è indifferente vivere o morire, e se fossi armato come lo siete voi, mi batterei di buon animo. *Ogni uomo è libero di amare, e benché abbia riposto il cuore nella vostra dama, ella è mia quanto è vostra. Se questo è un torto, allora sono colpevole, ma voi godete di lei e appagate il vostro desiderio, mentre io non ebbi mai nulla né spero di averlo in futuro, e tuttavia l'amerò quanto voi fino all'ultimo istante della mia vita. *Sebbene in cuor mio creda già in Gesù Cristo e nella sua dolce madre Maria, secondo un voto che ho fatto anni fa devo ancora affrontare uno scontro; poi mi farò battezzare, e con grande gioia. *Osai dire che Isotta la Bella non ha pari tra le dame; non l'ho mai disonorata e, anzi, è grazie a lei che ho ottenuto gran parte dell'onore che mi sono conquistato. Le mie offese non furono mai rivolte alla regina, ma a voi, e oggi mi avete ripagato con un gran numero di colpi. Ad alcuni ho potuto rispondere, ma adesso devo ammettere che non ho mai incontrato un uomo forte e resistente quanto voi, salvo ser Lancillotto del Lago. Perciò, mio signore, vi chiedo di perdonarmi ogni cosa e di condurmi oggi stesso alla chiesa più vicina dove prima vorrei confessarmi e poi essere battezzato. In seguito andremo insieme alla corte di Artù per partecipare alla grande festa. ==Citazioni su Palamede== ===[[Thomas Malory]]=== {{cronologico}} *Ser Palamede il Saraceno, beneaccetto al re e alla regina, si trovava a quel tempo nel paese, e ogni giorno si presentava con molti doni a Isotta la Bella, che amava appassionatamente. Di ciò si avvide Tamtrist, cui era nota la fama di nobiltà e di ardimento del cavaliere, e siccome Isotta la Bella gli aveva anche detto che il Saraceno aveva intenzione di farsi battezzare per amor suo, tra i due cavalieri c'era grande gelosia e Tamtrist ne era molto contrariato. *Tutti lo lodarono e affermarono che seppure ancora saraceno, era un credente della migliore specie, ben disposto d'animo e assolutamente leale e fedele alla parola data. *Il sant'uomo fece riempire un grande bacile d'acqua, la consacrò, poi confessò e assolse ser Palamede. Ser Tristano e ser Galleron furono i suoi padrini.<br>Poco dopo, ripartirono per Camelot dove trovarono il re, la regina e quasi tutti i [[cavalieri della Tavola Rotonda]], che furono molto lieti di sapere che ser Palamede si era fatto cristiano. ==Voci correlate== *[[Cavalieri della Tavola Rotonda]] ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Cavalieri della Tavola Rotonda]] pn150tirlgwc6r4l5wnjjeebewtomku Morholt 0 225816 1420667 1420468 2026-07-16T20:57:51Z Skekzilla 17056 /* Citazioni di Morholt */ 1420667 wikitext text/x-wiki [[File:Dante Gabriel Rossetti The Fight between Tristram and Sir Marhaus stained glass.png|thumb|Morholt, sconfitto da Tristano]] '''Morholt''', noto anche come '''Moroldo''', personaggio del ciclo bretone e delle leggende arturiane. ==Citazioni di Morholt== ===[[Thomas Malory]]=== {{cronologico}} *Non è cavalleresco che uno resti in arcioni mentre l'altro è a piedi. *{{NDR|Rivolto a [[Gawain]]}} Ho constatato che siete un ottimo cavaliere e un uomo dotato di una forza prodigiosa, signore, ma finché dura. Del resto, la nostra non è una disputa grave e sarebbe un peccato se dovessi ferirvi, ora che vi vedo indebolito. *{{NDR|«Sono stupito che un uomo del vostro valore non ami le dame e le damigelle.»}} Coloro che mi attribuiscono questa nomea sono in torto, e so bene che si tratta delle damigelle della torre e di altre come loro [...]. Ora vi dirò perché le detesto: esse sono maghe e incantatrici, e per quanto un cavaliere possa essere di forte costituzione e di indole valorosa, ne fanno un gran vigliacco per trarne vantaggio. Questo è il motivo principale per cui le aborro; sono invece pronto a servire da cavaliere tutte le buone dame e gentildonne. *Per il diritto vostro e della vostra terra non esiterò a dare battaglia al miglior cavaliere della Tavola Rotonda, conosco la maggior parte di loro e le imprese che hanno compiuto, e affronterò volentieri questo viaggio che accrescerà la fama delle mie gesta. *Giovane cavaliere, [[Tristano|ser Tristano]], che fate qui? Sono molto dispiaciuto che abbiate avuto tanto coraggio, perché dovete sapere che mi sono battuto con molti nobili cavalieri, i migliori di questo paese e del mondo intero, e li ho vinti tutti. Seguite dunque il mio consiglio e ripartite. *{{NDR|Rivolto a [[Tristano]]}} Bel cavaliere, poiché siete deciso ad acquistare merito a mio danno, voglio che sappiate che non sarete disonorato se riuscirete a resistere a tre dei miei colpi, perché è proprio per le mie nobili imprese, provate e vedute, che [[re Artù]] mi fece cavaliere della Tavola Rotonda. ==Citazioni su Morholt== ===[[Thomas Malory]]=== {{cronologico}} *Dopo aver trascorso la notte nel monastero e ascoltata la messa, Galvano e Ivano ripresero il cammino. Si addentrarono in un grande bosco e poi sbucarono in una valleta dove videro dodici belle damigelle e due cavalieri armati e montati su grandi cavalli vicino a una piccola torre. Le damigelle correvano avanti e indietro da un albero al quale era appeso uno scudo bianco e, ogni volta che vi passavano accanto, vi sputavano sopra e alcune vi gettavano anche del fango.<br>I due giovani si avvicinarono, salutarono le damigelle e chiesero loro perché spregiassero lo scudo in quel modo.<br>«Ecco, signori, esso appartiene a un cavaliere del paese che è un ottimo combattente, ma ha in odio tutte le dame e le gentildonne. Per questo stiamo recando offesa al suo scudo.»<br>«Non è certo degno di un cavaliere disprezzare le dame» osservò ser Galvano «ma può anche darsi che ne abbia un buon motivo e che, se è vero quanto dite, in qualche altro luogo vi siano donne che egli ama e da cui è ricambiato. Come si chiama?»<br>«Moroldo, signore, del sangue del re d'Irlanda.»<br>«Lo conosco» intervenne ser Ivano. «È un cavaliere molto valoroso: una volta lo vidi misurarsi in una giostra con vari avversari e nessuno fu in grado di tenergli testa». *Un giorno Isotta la Bella e la regina sua madre prepararono un bagno per Tamtrist. Mentre egli era immerso nell'acqua accudito da Governale e da ser Hebes e le due donne si affaccendavano da una parte all'altra della camera, il caso volle che la regina vedesse la spada del giovane posata sul letto e che malauguratamente la traesse dal fodero. Dopo averla ammirata a lungo, ché era invero un'arma molto bella, le due dame notarono che il filo della lama era rotto a un piede e mezzo dalla punta e che ne mancava un buon pezzo. Quella falla ricordò subito alla regina il frammento di spada trovato nel cranio di ser Moroldo.<br>«Ahimè, figlia mia» esclamò «costui è il cavaliere traditore che uccise mio fratello, tuo zio!»<br>Isotta ne fu amaramente turbata, ché amava profondamente Tamtrist e conosceva appieno la crudeltà della madre.<br>Intanto la regina si era prontamente recata nella propria camera e da un suo cofano aveva preso il framment di spada estratto dalla testa di ser Moroldo dopo la sua morte; quindi si era affrettata a tornare al letto su cui era posata l'arma di Tamtrist e vi aveva inserito il pezzo d'acciaio: esso combaciò con la tacca della lama quasi non se ne fosse mai distaccato.<br>Subito la dama impugnò fieramente la spada e con tutta la sua forza corse addosso a Tamtrist che era ancora nel bagno, sì che lo avrebbe tagliato in due se ser Hebes non l'avesse afferrata per le braccia strappandole l'arma di mano. Non avendo così potuto portare a termine il suo malvagio intento, la regina corse dal marito, re Agwisance, e, gettatasi in ginocchio, gli disse:<br>«Ahimè, mio signore, ospitate in casa vostra il traditore che uccise mio fratello ser Moroldo, nobile combattente e vostro servitore.» *Ho combattuto per il tributo della Cornovaglia per amore di mio zio e per il diritto di quella terra che egli possedeva da molti anni [...] e sappiate inoltre che ser Moroldo si sottrasse a me ancora in vita, abbandonando lo scudo e la spada. ([[Tristano]]) ===''[[Tristano e Isotta (opera)|Tristano e Isotta]]''=== {{cronologico}} *Sire Morold se ne venne | per mare | in Cornovaglia, per aver tributo; | un'isola galleggia | sul mare deserto. | Colà egli ora giace sepolto! | Il suo capo tuttavia è appeso | in Irlanda | come tributo pagato | dall'Inghilterra: | viva l'eroe nostro Tristano, | come ei può pagare tributo! *Il "Tantris" | con inquieta astuzia ei si nomò; | come Tristan | Isolda subito lo riconobbe, | che nella spada del languente | una tacca ella scorse, | entro la quale esattamente | s'adattava una scheggia, | cui un giorno nel capo | del cavaliere irlandese | per smacco a lei inviato, | con esperta mano ella aveva trovato. | Allora un grido mi si levò | dal mio più profondo! | Con la lucente spada | io stetti a lui dinnanzi; | su di lui, il temerario, | per vendicare la morte di Sire Morold. | Dal suo giaciglio | egli volse lo sguardo... | non sulla spada, | non sulla mano,... | mi guardò negli occhi. | Della sua miseria | mi dolse;... | la spada... la lasciai cadere! ([[Isotta]]) *Colui che come Tantris | sconosciuto io congedai, | come Tristano | indietro tornò arditamente | su un superbo vascello | d'alto bordo; | l'erede d'Irlanda | egli chiedeva in nozze, | per lo stanco re di Cornovaglia, | per Marco suo zio. | Quando Morold viveva, | chi avrebbe osato | mai proporci un'onta simile? ([[Isotta]]) *A me fidanzato era | il nobile eroe d'Irlanda; | le sue armi io avevo consacrato; | per me egli traeva a battaglia. | Com'egli cadde | cadde il mio onore; | nell'angoscia del mio cuore | giurai il giuramento: | se nessun uomo avesse vendicato quella | morte, | io, fanciulla, l'avrei osato. ([[Isotta]]) *Con sanguinosa ferita | io mi battei un giorno contro Morold: | con sanguinosa ferita | oggi io conquisto Isolda! ([[Tristano]]) ==Voci correlate== *[[Cavalieri della Tavola Rotonda]] ==Altri progetti== {{interprogetto|w=Morholt|w_site=fr|w_preposizione=riguardante|preposizione=su}} [[Categoria:Cavalieri della Tavola Rotonda]] o36xovlumhqlgul0h3u2ciye32dexa7 1420668 1420667 2026-07-16T20:58:14Z Skekzilla 17056 /* Thomas Malory */ 1420668 wikitext text/x-wiki [[File:Dante Gabriel Rossetti The Fight between Tristram and Sir Marhaus stained glass.png|thumb|Morholt, sconfitto da Tristano]] '''Morholt''', noto anche come '''Moroldo''', personaggio del ciclo bretone e delle leggende arturiane. ==Citazioni di Morholt== ===[[Thomas Malory]]=== {{cronologico}} *Non è cavalleresco che uno resti in arcioni mentre l'altro è a piedi. *{{NDR|Rivolto a [[Gawain]]}} Ho constatato che siete un ottimo cavaliere e un uomo dotato di una forza prodigiosa, signore, ma finché dura. Del resto, la nostra non è una disputa grave e sarebbe un peccato se dovessi ferirvi, ora che vi vedo indebolito. *{{NDR|«Sono stupito che un uomo del vostro valore non ami le dame e le damigelle.»}} Coloro che mi attribuiscono questa nomea sono in torto, e so bene che si tratta delle damigelle della torre e di altre come loro [...]. Ora vi dirò perché le detesto: esse sono maghe e incantatrici, e per quanto un cavaliere possa essere di forte costituzione e di indole valorosa, ne fanno un gran vigliacco per trarne vantaggio. Questo è il motivo principale per cui le aborro; sono invece pronto a servire da cavaliere tutte le buone dame e gentildonne. *Per il diritto vostro e della vostra terra non esiterò a dare battaglia al miglior cavaliere della Tavola Rotonda, conosco la maggior parte di loro e le imprese che hanno compiuto, e affronterò volentieri questo viaggio che accrescerà la fama delle mie gesta. *Giovane cavaliere, [[Tristano|ser Tristano]], che fate qui? Sono molto dispiaciuto che abbiate avuto tanto coraggio, perché dovete sapere che mi sono battuto con molti nobili cavalieri, i migliori di questo paese e del mondo intero, e li ho vinti tutti. Seguite dunque il mio consiglio e ripartite. *{{NDR|Rivolto a [[Tristano]]}} Bel cavaliere, poiché siete deciso ad acquistare merito a mio danno, voglio che sappiate che non sarete disonorato se riuscirete a resistere a tre dei miei colpi, perché è proprio per le mie nobili imprese, provate e vedute, che [[re Artù]] mi fece cavaliere della Tavola Rotonda. ==Citazioni su Morholt== ===[[Thomas Malory]]=== {{cronologico}} *Dopo aver trascorso la notte nel monastero e ascoltata la messa, Galvano e Ivano ripresero il cammino. Si addentrarono in un grande bosco e poi sbucarono in una valleta dove videro dodici belle damigelle e due cavalieri armati e montati su grandi cavalli vicino a una piccola torre. Le damigelle correvano avanti e indietro da un albero al quale era appeso uno scudo bianco e, ogni volta che vi passavano accanto, vi sputavano sopra e alcune vi gettavano anche del fango.<br>I due giovani si avvicinarono, salutarono le damigelle e chiesero loro perché spregiassero lo scudo in quel modo.<br>«Ecco, signori, esso appartiene a un cavaliere del paese che è un ottimo combattente, ma ha in odio tutte le dame e le gentildonne. Per questo stiamo recando offesa al suo scudo.»<br>«Non è certo degno di un cavaliere disprezzare le dame» osservò ser Galvano «ma può anche darsi che ne abbia un buon motivo e che, se è vero quanto dite, in qualche altro luogo vi siano donne che egli ama e da cui è ricambiato. Come si chiama?»<br>«Moroldo, signore, del sangue del re d'Irlanda.»<br>«Lo conosco» intervenne ser Ivano. «È un cavaliere molto valoroso: una volta lo vidi misurarsi in una giostra con vari avversari e nessuno fu in grado di tenergli testa». *Ser Moroldo era ben conosciuto a corte, perché vi si trovano dei cavalieri che si erano misurati con lui in precedenza e che riferirono che egli aveva la fama di essere uno dei migliori cavalieri del mondo. *Un giorno Isotta la Bella e la regina sua madre prepararono un bagno per Tamtrist. Mentre egli era immerso nell'acqua accudito da Governale e da ser Hebes e le due donne si affaccendavano da una parte all'altra della camera, il caso volle che la regina vedesse la spada del giovane posata sul letto e che malauguratamente la traesse dal fodero. Dopo averla ammirata a lungo, ché era invero un'arma molto bella, le due dame notarono che il filo della lama era rotto a un piede e mezzo dalla punta e che ne mancava un buon pezzo. Quella falla ricordò subito alla regina il frammento di spada trovato nel cranio di ser Moroldo.<br>«Ahimè, figlia mia» esclamò «costui è il cavaliere traditore che uccise mio fratello, tuo zio!»<br>Isotta ne fu amaramente turbata, ché amava profondamente Tamtrist e conosceva appieno la crudeltà della madre.<br>Intanto la regina si era prontamente recata nella propria camera e da un suo cofano aveva preso il framment di spada estratto dalla testa di ser Moroldo dopo la sua morte; quindi si era affrettata a tornare al letto su cui era posata l'arma di Tamtrist e vi aveva inserito il pezzo d'acciaio: esso combaciò con la tacca della lama quasi non se ne fosse mai distaccato.<br>Subito la dama impugnò fieramente la spada e con tutta la sua forza corse addosso a Tamtrist che era ancora nel bagno, sì che lo avrebbe tagliato in due se ser Hebes non l'avesse afferrata per le braccia strappandole l'arma di mano. Non avendo così potuto portare a termine il suo malvagio intento, la regina corse dal marito, re Agwisance, e, gettatasi in ginocchio, gli disse:<br>«Ahimè, mio signore, ospitate in casa vostra il traditore che uccise mio fratello ser Moroldo, nobile combattente e vostro servitore.» *Ho combattuto per il tributo della Cornovaglia per amore di mio zio e per il diritto di quella terra che egli possedeva da molti anni [...] e sappiate inoltre che ser Moroldo si sottrasse a me ancora in vita, abbandonando lo scudo e la spada. ([[Tristano]]) ===''[[Tristano e Isotta (opera)|Tristano e Isotta]]''=== {{cronologico}} *Sire Morold se ne venne | per mare | in Cornovaglia, per aver tributo; | un'isola galleggia | sul mare deserto. | Colà egli ora giace sepolto! | Il suo capo tuttavia è appeso | in Irlanda | come tributo pagato | dall'Inghilterra: | viva l'eroe nostro Tristano, | come ei può pagare tributo! *Il "Tantris" | con inquieta astuzia ei si nomò; | come Tristan | Isolda subito lo riconobbe, | che nella spada del languente | una tacca ella scorse, | entro la quale esattamente | s'adattava una scheggia, | cui un giorno nel capo | del cavaliere irlandese | per smacco a lei inviato, | con esperta mano ella aveva trovato. | Allora un grido mi si levò | dal mio più profondo! | Con la lucente spada | io stetti a lui dinnanzi; | su di lui, il temerario, | per vendicare la morte di Sire Morold. | Dal suo giaciglio | egli volse lo sguardo... | non sulla spada, | non sulla mano,... | mi guardò negli occhi. | Della sua miseria | mi dolse;... | la spada... la lasciai cadere! ([[Isotta]]) *Colui che come Tantris | sconosciuto io congedai, | come Tristano | indietro tornò arditamente | su un superbo vascello | d'alto bordo; | l'erede d'Irlanda | egli chiedeva in nozze, | per lo stanco re di Cornovaglia, | per Marco suo zio. | Quando Morold viveva, | chi avrebbe osato | mai proporci un'onta simile? ([[Isotta]]) *A me fidanzato era | il nobile eroe d'Irlanda; | le sue armi io avevo consacrato; | per me egli traeva a battaglia. | Com'egli cadde | cadde il mio onore; | nell'angoscia del mio cuore | giurai il giuramento: | se nessun uomo avesse vendicato quella | morte, | io, fanciulla, l'avrei osato. ([[Isotta]]) *Con sanguinosa ferita | io mi battei un giorno contro Morold: | con sanguinosa ferita | oggi io conquisto Isolda! ([[Tristano]]) ==Voci correlate== *[[Cavalieri della Tavola Rotonda]] ==Altri progetti== {{interprogetto|w=Morholt|w_site=fr|w_preposizione=riguardante|preposizione=su}} [[Categoria:Cavalieri della Tavola Rotonda]] redr9974qjgu70hn8d52bntjxlglfuk Maria Teresa Luisa di Savoia-Carignano 0 225825 1420632 1420597 2026-07-16T14:06:34Z Gaux 18878 Giosuè Carducci (Ça ira) 1420632 wikitext text/x-wiki [[File:Death-of-the-Princess-De-Lamballe-by-Leon-Maxime-Faivre.jpg|thumb|Léon-Maxime Faivre, ''Morte della principessa di Lamballe'' (1908)]] '''Maria Teresa Luisa di Savoia''' (1749 – 1792), nota come '''Principessa di Lamballe''', intima amica della regina di Francia Maria Antonietta. ==Citazioni su Maria Teresa Luisa di Savoia== *''Gemono i rivi e mormorano i venti | freschi a la savoiarda alpe natia. | Qui suon di ferro, e di furore accenti |Signora di Lamballe, a l'Abbadia. || E giacque, tra i capelli aurei fluenti, | ignudo corpo in mezzo de la via; | e un parrucchier le membra anco repenti | con sanguinose mani allarga e spia. || Come tenera e bianca e come fina! | un giglio il collo e tra mughetti pare | garofano la bocca piccolina. || Su, co' begli occhi del color del mare, | su, ricciutella, al Tempio! A la regina | il buon dì de la morte andiamo a dare''. ([[Giosuè Carducci]]) ===[[Licurgo Cappelletti]]=== *Buona, pietosa, modesta, melanconica, essa non poteva a meno di cattivarsi le simpatie di chiunque ravvicinasse; e grande infatti fu l'affetto, col quale l'amò la regina [[Maria Antonietta d'Asburgo-Lorena|Maria Antonietta]], affetto che ella contraccambiò con tutta la forza dell'anima sua.<br>Eppure queste due donne erano di carattere assai differente: Maria Antonietta era buona, ma era leggiera, capricciosetta, qualche volta imprudente (e furono infatti la leggerezza e l'imprudenza che la rovinarono); mentre la principessa di Lamballe era seria, costante, affezionata, e delle sue affezioni gelosa. *La principessa di Lamballe era molto impressionabile; essa era soggetta a continui svenimenti, ed ogni menoma emozione la conturbava. Forse questa sua impressionabilità derivava dalle sue passate sofferenze; e chi sa che ella non avesse anche il presentimento di dover soffrire di più nell'avvenire! *Un tale (che alcuni asseriscono fosse un parrucchiere) {{NDR|dopo la condanna della principessa}} volle levarle la cuffia colla punta di una picca. Essendo costui mezzo ubriaco, la colpì nella fronte, e il sangue cominciò a colarle per il volto. Fu questo il segnale della strage. L'atterrarono a colpi di sciabola; il suo bel corpo fu dilaniato da quelle belve feroci, che l'oltraggiarono, lo deturparono e se ne divisero i brani. La testa, il cuore, altre parti del suo cadavere, infilzati sulle punte delle picche, vennero portati, come un trofeo, per tutta Parigi.<br>Ciò che fu perpetrato sul cadavere dell'infelice principessa noi non possiamo scriverlo; il rispetto pei nostri lettori ce lo inibisce. Diremo soltanto che un uomo (del quale non si è saputo mai il nome) fu veduto, nella via Sant'Antonio, tenere in mano il cuore della principessa di Lamballe, e morderlo di quando in quando. ===[[Gemma Giovannini]]=== *La bellezza della Principessa, che è tempo oramai di descrivere, essendo essa una delle cause della sua celebrità, colpiva più l'anima che gli occhi; la di lei fisonomia era dolce e graziosa, e tutto in lei rivelava quel verginale pudore che il matrimonio troppo breve aveva appena sfiorato, conservando, vedova precoce, le soavi attrattive e quel non so che tutto proprio delle fanciulle.<br>Il carattere conciliante e carezzevole, lo spirito acuto ed ingenuo, aggiungevano poi grazia al bel fiore che, come ha detto un suo biografo, sopravviveva al frutto. E tutti coloro che si sono occupati di lei, sono d'accordo a lodare quei belli occhi di una vivacità così soave, quella fronte d'avorio, quelle labbra di porpora, quell'ammirabile capigliatura bionda, che sciolta le cadeva fino ai piedi. *La Principessa di Lamballe non chiese mai nulla alla Regina, né per sé, né per gli altri: né ci fu mai favorito o favorita che meno costasse a potenti! Essa non trasse profitto della sua posizione che per i poveri, e [[Maria Antonietta d'Asburgo-Lorena|Maria Antonietta]] si affezionò alla sua ingenua favorita, ben sorpresa di così raro disinteresse. *Maria Teresa di Lamballe, interrogata il 19 Agosto {{NDR|1792}}, fu poi rinchiusa nella prigione della ''Forza'', ed ivi stette fino al 3 Settembre in una incertezza mortale.<br>Allora le fu cambiata la prigione e fatto subire un nuovo interrogatorio. E quando a conclusione le fu detto: «Giurate dunque di amare la libertà e l'eguaglianza, e di odiare il Re, la Regina e la Monarchia.» «Farò il primo di questi due giuramenti – essa rispose – il secondo non lo posso fare, perché non è nel mio cuore.» «Giurate, o siete perduta!» le {{sic|susurrò}} una voce amica. Essa, quasi priva di sensi, rimase silenziosa, e segnò così la sua condanna, perché Casa Savoia non-pronunzia falsi giuramenti.<br>Impadronitasi allora di lei la turba briaca, fu atterrata, uccisa, dilaniata, e la sua testa, separata dal busto e infilata in una picca, fu portata per la città come trofeo. ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Personalità della Rivoluzione francese]] [[Categoria:Nobili italiani]] bvyjnxzh0nrrc8zi6v8tp4nkbfnxqca 1420633 1420632 2026-07-16T14:10:32Z Gaux 18878 /* Citazioni su Maria Teresa Luisa di Savoia */ typo 1420633 wikitext text/x-wiki [[File:Death-of-the-Princess-De-Lamballe-by-Leon-Maxime-Faivre.jpg|thumb|Léon-Maxime Faivre, ''Morte della principessa di Lamballe'' (1908)]] '''Maria Teresa Luisa di Savoia''' (1749 – 1792), nota come '''Principessa di Lamballe''', intima amica della regina di Francia Maria Antonietta. ==Citazioni su Maria Teresa Luisa di Savoia== *''Gemono i rivi e mormorano i venti | freschi a la savoiarda alpe natia. | Qui suon di ferro, e di furore accenti: | Signora di Lamballe, a l'Abbadia. || E giacque, tra i capelli aurei fluenti, | ignudo corpo in mezzo de la via; | e un parrucchier le membra anco repenti | con sanguinose mani allarga e spia. || Come tenera e bianca e come fina! | un giglio il collo e tra mughetti pare | garofano la bocca piccolina. || Su, co' begli occhi del color del mare, | su, ricciutella, al Tempio! A la regina | il buon dì de la morte andiamo a dare''. ([[Giosuè Carducci]]) ===[[Licurgo Cappelletti]]=== *Buona, pietosa, modesta, melanconica, essa non poteva a meno di cattivarsi le simpatie di chiunque ravvicinasse; e grande infatti fu l'affetto, col quale l'amò la regina [[Maria Antonietta d'Asburgo-Lorena|Maria Antonietta]], affetto che ella contraccambiò con tutta la forza dell'anima sua.<br>Eppure queste due donne erano di carattere assai differente: Maria Antonietta era buona, ma era leggiera, capricciosetta, qualche volta imprudente (e furono infatti la leggerezza e l'imprudenza che la rovinarono); mentre la principessa di Lamballe era seria, costante, affezionata, e delle sue affezioni gelosa. *La principessa di Lamballe era molto impressionabile; essa era soggetta a continui svenimenti, ed ogni menoma emozione la conturbava. Forse questa sua impressionabilità derivava dalle sue passate sofferenze; e chi sa che ella non avesse anche il presentimento di dover soffrire di più nell'avvenire! *Un tale (che alcuni asseriscono fosse un parrucchiere) {{NDR|dopo la condanna della principessa}} volle levarle la cuffia colla punta di una picca. Essendo costui mezzo ubriaco, la colpì nella fronte, e il sangue cominciò a colarle per il volto. Fu questo il segnale della strage. L'atterrarono a colpi di sciabola; il suo bel corpo fu dilaniato da quelle belve feroci, che l'oltraggiarono, lo deturparono e se ne divisero i brani. La testa, il cuore, altre parti del suo cadavere, infilzati sulle punte delle picche, vennero portati, come un trofeo, per tutta Parigi.<br>Ciò che fu perpetrato sul cadavere dell'infelice principessa noi non possiamo scriverlo; il rispetto pei nostri lettori ce lo inibisce. Diremo soltanto che un uomo (del quale non si è saputo mai il nome) fu veduto, nella via Sant'Antonio, tenere in mano il cuore della principessa di Lamballe, e morderlo di quando in quando. ===[[Gemma Giovannini]]=== *La bellezza della Principessa, che è tempo oramai di descrivere, essendo essa una delle cause della sua celebrità, colpiva più l'anima che gli occhi; la di lei fisonomia era dolce e graziosa, e tutto in lei rivelava quel verginale pudore che il matrimonio troppo breve aveva appena sfiorato, conservando, vedova precoce, le soavi attrattive e quel non so che tutto proprio delle fanciulle.<br>Il carattere conciliante e carezzevole, lo spirito acuto ed ingenuo, aggiungevano poi grazia al bel fiore che, come ha detto un suo biografo, sopravviveva al frutto. E tutti coloro che si sono occupati di lei, sono d'accordo a lodare quei belli occhi di una vivacità così soave, quella fronte d'avorio, quelle labbra di porpora, quell'ammirabile capigliatura bionda, che sciolta le cadeva fino ai piedi. *La Principessa di Lamballe non chiese mai nulla alla Regina, né per sé, né per gli altri: né ci fu mai favorito o favorita che meno costasse a potenti! Essa non trasse profitto della sua posizione che per i poveri, e [[Maria Antonietta d'Asburgo-Lorena|Maria Antonietta]] si affezionò alla sua ingenua favorita, ben sorpresa di così raro disinteresse. *Maria Teresa di Lamballe, interrogata il 19 Agosto {{NDR|1792}}, fu poi rinchiusa nella prigione della ''Forza'', ed ivi stette fino al 3 Settembre in una incertezza mortale.<br>Allora le fu cambiata la prigione e fatto subire un nuovo interrogatorio. E quando a conclusione le fu detto: «Giurate dunque di amare la libertà e l'eguaglianza, e di odiare il Re, la Regina e la Monarchia.» «Farò il primo di questi due giuramenti – essa rispose – il secondo non lo posso fare, perché non è nel mio cuore.» «Giurate, o siete perduta!» le {{sic|susurrò}} una voce amica. Essa, quasi priva di sensi, rimase silenziosa, e segnò così la sua condanna, perché Casa Savoia non-pronunzia falsi giuramenti.<br>Impadronitasi allora di lei la turba briaca, fu atterrata, uccisa, dilaniata, e la sua testa, separata dal busto e infilata in una picca, fu portata per la città come trofeo. ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Personalità della Rivoluzione francese]] [[Categoria:Nobili italiani]] 4n84tt4i9cdwppy8x0dxadvqctil0ph Accordi di Oslo 0 225831 1420640 2026-07-16T16:08:15Z Darkcloud2222 10646 Creata pagina con "[[File:Bill Clinton, Yitzhak Rabin, Yasser Arafat at the White House 1993-09-13.jpg|thumb|Yitzhak Rabin, [[Bill Clinton]] ed [[Yasser Arafat]] durante la firma degli accordi di Oslo del 13 settembre 1993]] Gli '''''accordi di Oslo''''', ufficialmente chiamati '''''Dichiarazione dei Principi riguardanti progetti di auto-governo ad interim''''' o '''''Dichiarazione di Principi''''' ('''DOP'''), una serie di accordi politici conclusi ad Oslo il 20 agosto 1993 tra il Israe..." 1420640 wikitext text/x-wiki [[File:Bill Clinton, Yitzhak Rabin, Yasser Arafat at the White House 1993-09-13.jpg|thumb|Yitzhak Rabin, [[Bill Clinton]] ed [[Yasser Arafat]] durante la firma degli accordi di Oslo del 13 settembre 1993]] Gli '''''accordi di Oslo''''', ufficialmente chiamati '''''Dichiarazione dei Principi riguardanti progetti di auto-governo ad interim''''' o '''''Dichiarazione di Principi''''' ('''DOP'''), una serie di accordi politici conclusi ad Oslo il 20 agosto 1993 tra il [[Israele]] e l'[[Organizzazione per la Liberazione della Palestina]] nell'ambito del [[conflitto israelo-palestinese]]. ==Citazioni sugli accordi di Oslo== *Le false speranze che Israele suscitò con l'accordo di Oslo dovevano avere terribili conseguenze per il popolo palestinese, a maggior ragione perché Arafat cadde nella trappola preparata per lui. ([[Ilan Pappé]]) ==Voci correlate== *[[Conflitto israelo-palestinese]] *[[Israele]] *[[Oslo]] *[[Piani di pace per il conflitto israelo-palestinese]] *[[Stato di Palestina]] *[[Territori occupati da Israele]] ==Altri progetti== {{interprogetto|w_preposizione=riguardante gli|preposizione=sugli}} [[Categoria:Eventi degli anni 1990]] [[Categoria:Palestina]] [[Categoria:Storia di Israele]] [[Categoria:Trattati]] gftypr6hovfdni4huodw43h3rc9ficp 1420641 1420640 2026-07-16T16:08:57Z Darkcloud2222 10646 1420641 wikitext text/x-wiki [[File:Bill Clinton, Yitzhak Rabin, Yasser Arafat at the White House 1993-09-13.jpg|thumb|Yitzhak Rabin, [[Bill Clinton]] ed [[Yasser Arafat]] durante la firma degli accordi di Oslo del 13 settembre 1993]] Gli '''''accordi di Oslo''''', ufficialmente chiamati '''''Dichiarazione dei Principi riguardanti progetti di auto-governo ad interim''''' o '''''Dichiarazione di Principi''''' ('''DOP'''), una serie di accordi politici conclusi ad Oslo il 20 agosto 1993 tra il [[Israele]] e l'[[Organizzazione per la Liberazione della Palestina]] nell'ambito del [[conflitto israelo-palestinese]]. ==Citazioni sugli accordi di Oslo== *Le false speranze che Israele suscitò con l'accordo di Oslo dovevano avere terribili conseguenze per il popolo palestinese, a maggior ragione perché Arafat cadde nella trappola preparata per lui. ([[Ilan Pappé]]) ==Voci correlate== *[[Conflitto israelo-palestinese]] *[[Israele]] *[[Piani di pace per il conflitto israelo-palestinese]] *[[Stato di Palestina]] *[[Territori occupati da Israele]] ==Altri progetti== {{interprogetto|w_preposizione=riguardante gli|preposizione=sugli}} {{s}} [[Categoria:Eventi degli anni 1990]] [[Categoria:Palestina]] [[Categoria:Storia di Israele]] [[Categoria:Trattati]] n0elo0pgdjqid3mc6avvxewgg80cbnv 1420643 1420641 2026-07-16T16:11:16Z Darkcloud2222 10646 1420643 wikitext text/x-wiki [[File:Bill Clinton, Yitzhak Rabin, Yasser Arafat at the White House 1993-09-13.jpg|thumb|Yitzhak Rabin, [[Bill Clinton]] ed [[Yasser Arafat]] durante la firma degli accordi di Oslo del 13 settembre 1993]] Gli '''''accordi di Oslo''''', ufficialmente chiamati '''''Dichiarazione dei Principi riguardanti progetti di auto-governo ad interim''''' o '''''Dichiarazione di Principi''''' ('''DOP'''), una serie di accordi politici conclusi ad Oslo il 20 agosto 1993 tra il [[Israele]] e l'[[Organizzazione per la Liberazione della Palestina]] nell'ambito del [[conflitto israelo-palestinese]]. ==Citazioni sugli accordi di Oslo== *Esattamente 23 anni fa venivano firmati i primi accordi di Oslo tra [[Israele]] e l'[[Organizzazione per la Liberazione della Palestina|Organizzazione per la liberazione della Palestina]]. Purtroppo ci siamo sempre più allontanati dai loro obiettivi. La soluzione a due stati rischia di essere sostituita da una realtà composta di uno stato solo, fatta di continua violenza e di occupazione. ([[Ban Ki-moon]]) *L'intera carriera politica di [[Benjamin Netanyahu|Netanyahu]] è stata dedicata al sabotaggio degli accordi di Oslo del 1993 (che prevedevano la convivenza pacifica di uno [[Stato di Palestina|stato palestinese]] accanto a quello ebraico) e all'insediamento di un numero talmente elevato di coloni nei territori occupati da rendere la nascita di uno stato palestinese fisicamente impossibile. ([[Gwynne Dyer]]) *Le false speranze che Israele suscitò con l'accordo di Oslo dovevano avere terribili conseguenze per il popolo palestinese, a maggior ragione perché Arafat cadde nella trappola preparata per lui. ([[Ilan Pappé]]) ==Voci correlate== *[[Conflitto israelo-palestinese]] *[[Israele]] *[[Piani di pace per il conflitto israelo-palestinese]] *[[Stato di Palestina]] *[[Territori occupati da Israele]] ==Altri progetti== {{interprogetto|w_preposizione=riguardante gli|preposizione=sugli}} [[Categoria:Eventi degli anni 1990]] [[Categoria:Palestina]] [[Categoria:Storia di Israele]] [[Categoria:Trattati]] 34k19c1dafm2hef2ua93wwccms7923t Parapsicologia 0 225832 1420647 2026-07-16T17:30:50Z Salnitrum 97664 Creata pagina con "{{voce tematica}} Citazioni sulla '''parapsicologia''', o metapsichica: *La psicologia sovranormale è, di tutte le [[scienze]], quella che più intimamente e gravemente si connette al mistero primo del nostro essere e di conseguenza interferisce, più di ogni altra, nel campo della [[fede]] religiosa e filosofica, toccando quindi il tema nel quale più sensibili sono le preoccupazioni, i timori, e, diciamolo pure, le suscettibilità intellettuali e morali degli uomini...." 1420647 wikitext text/x-wiki {{voce tematica}} Citazioni sulla '''parapsicologia''', o metapsichica: *La psicologia sovranormale è, di tutte le [[scienze]], quella che più intimamente e gravemente si connette al mistero primo del nostro essere e di conseguenza interferisce, più di ogni altra, nel campo della [[fede]] religiosa e filosofica, toccando quindi il tema nel quale più sensibili sono le preoccupazioni, i timori, e, diciamolo pure, le suscettibilità intellettuali e morali degli uomini. Se la storia [[sistema eliocentrico|eliocentrica]] sollevò contro i copernicani tutte le preoccupazioni e i rigori dei teologi, immaginiamo quale evoluzione storica doveva occorrere perchè fosse possibile trattare, come oggetto di esperienza e di controllo scientifico, le manifestazioni sovranormali del pensiero. ([[Antonio Bruers]]) *Trovo, certo, assai strano che nell'anno 1978 la parapsicologia venga tutta quanta rimessa in discussione, a opera di un [[Piero Angela|giornalista della TV]] e di un certo numero di uomini di scienza, espertissimi certo nei loro rispettivi campi, ma per nulla edotti su ciò che la parapsicologia, quella vera e seria, è oggi in molti Paesi del mondo. Io rispetto costoro quando discettano di materie per le quali hanno conseguito titoli accademici: ma che un fisico in cattedra, o un astronomo, entri in merito alle manifestazioni di [[percezione extrasensoriale|percezioni extrasensoriali]] o ai fenomeni di ''[[Poltergeist]]'' senza averli studiati, è semplicemente inammissibile. ([[Emilio Servadio]]) ==Altri progetti== {{interprogetto|w_preposizione=riguardante il|wikt=parapsicologia|preposizione=sulla}} {{s}} [[Categoria:Parapsicologia]] s9kpq72vdee24uhb8sax5kenmn67bj3 1420648 1420647 2026-07-16T17:31:09Z Salnitrum 97664 1420648 wikitext text/x-wiki {{voce tematica}} Citazioni sulla '''parapsicologia''', o metapsichica: *La psicologia sovranormale è, di tutte le [[scienze]], quella che più intimamente e gravemente si connette al mistero primo del nostro essere e di conseguenza interferisce, più di ogni altra, nel campo della [[fede]] religiosa e filosofica, toccando quindi il tema nel quale più sensibili sono le preoccupazioni, i timori, e, diciamolo pure, le suscettibilità intellettuali e morali degli uomini. Se la storia [[sistema eliocentrico|eliocentrica]] sollevò contro i copernicani tutte le preoccupazioni e i rigori dei teologi, immaginiamo quale evoluzione storica doveva occorrere perchè fosse possibile trattare, come oggetto di esperienza e di controllo scientifico, le manifestazioni sovranormali del pensiero. ([[Antonio Bruers]]) *Trovo, certo, assai strano che nell'anno 1978 la parapsicologia venga tutta quanta rimessa in discussione, a opera di un [[Piero Angela|giornalista della TV]] e di un certo numero di uomini di scienza, espertissimi certo nei loro rispettivi campi, ma per nulla edotti su ciò che la parapsicologia, quella vera e seria, è oggi in molti Paesi del mondo. Io rispetto costoro quando discettano di materie per le quali hanno conseguito titoli accademici: ma che un fisico in cattedra, o un astronomo, entri in merito alle manifestazioni di [[percezione extrasensoriale|percezioni extrasensoriali]] o ai fenomeni di ''[[Poltergeist]]'' senza averli studiati, è semplicemente inammissibile. ([[Emilio Servadio]]) ==Altri progetti== {{interprogetto|w_preposizione=riguardante il|wikt=parapsicologia|preposizione=sulla}} {{s}} [[Categoria:Parapsicologia| ]] r5kkjorw5gjivpw25qvmhrdtbxiu5gh 1420652 1420648 2026-07-16T18:02:28Z Salnitrum 97664 1420652 wikitext text/x-wiki {{voce tematica}} [[File:Esperimenti con la telepatia di Ferdinando Cazzamalli.jpg|thumb|Esperimenti di [[telepatia|trasmissione metapsichica]]]] Citazioni sulla '''parapsicologia''', o metapsichica: *La psicologia sovranormale è, di tutte le [[scienze]], quella che più intimamente e gravemente si connette al mistero primo del nostro essere e di conseguenza interferisce, più di ogni altra, nel campo della [[fede]] religiosa e filosofica, toccando quindi il tema nel quale più sensibili sono le preoccupazioni, i timori, e, diciamolo pure, le suscettibilità intellettuali e morali degli uomini. Se la storia [[sistema eliocentrico|eliocentrica]] sollevò contro i copernicani tutte le preoccupazioni e i rigori dei teologi, immaginiamo quale evoluzione storica doveva occorrere perchè fosse possibile trattare, come oggetto di esperienza e di controllo scientifico, le manifestazioni sovranormali del pensiero. ([[Antonio Bruers]]) *Trovo, certo, assai strano che nell'anno 1978 la parapsicologia venga tutta quanta rimessa in discussione, a opera di un [[Piero Angela|giornalista della TV]] e di un certo numero di uomini di scienza, espertissimi certo nei loro rispettivi campi, ma per nulla edotti su ciò che la parapsicologia, quella vera e seria, è oggi in molti Paesi del mondo. Io rispetto costoro quando discettano di materie per le quali hanno conseguito titoli accademici: ma che un fisico in cattedra, o un astronomo, entri in merito alle manifestazioni di [[percezione extrasensoriale|percezioni extrasensoriali]] o ai fenomeni di ''[[Poltergeist]]'' senza averli studiati, è semplicemente inammissibile. ([[Emilio Servadio]]) ==Altri progetti== {{interprogetto|w_preposizione=riguardante il|wikt=parapsicologia|preposizione=sulla}} {{s}} [[Categoria:Parapsicologia| ]] o4hr4zlz64ova5sfrjjcg7r85sou5kh Sonia Malavisi 0 225833 1420671 2026-07-16T23:59:19Z Danyele 19198 Creata pagina con "[[File:Sonia Malavisi.jpg|thumb|upright=1.2|Sonia Malavisi nel 2013]] '''Sonia Malavisi''' (1994 – vivente), astista italiana. ==Citazioni di Sonia Malavisi== *Ero diventata troppo alta per la ginnastica. Seguendo le gare in televisione un giorno ho visto [[Elena Isinbaeva]], e ho scoperto che era passata dalla ginnastica artistica al salto con l'asta, così ho deciso di provarci anch'io. È a lei che mi sono ispirata.<ref>Dall'intervista ''[https://www.tuacitymag.com..." 1420671 wikitext text/x-wiki [[File:Sonia Malavisi.jpg|thumb|upright=1.2|Sonia Malavisi nel 2013]] '''Sonia Malavisi''' (1994 – vivente), astista italiana. ==Citazioni di Sonia Malavisi== *Ero diventata troppo alta per la ginnastica. Seguendo le gare in televisione un giorno ho visto [[Elena Isinbaeva]], e ho scoperto che era passata dalla ginnastica artistica al salto con l'asta, così ho deciso di provarci anch'io. È a lei che mi sono ispirata.<ref>Dall'intervista ''[https://www.tuacitymag.com/golden-gala-azzurri/ Sonia Malavisi, una romana al Golden Gala: "Che bello saltare all'Olimpico!"]'', ''tuacitymag.com'', 6 giugno 2019.</ref> *[...] fin da quando ero piccola mi arrabbiavo troppo quando mio nonno o i miei genitori cominciavano a raccontare alla gente chi ero e cosa avevo vinto ecc... l'ho sempre odiato... però poi con il passare degli anni capisci che sei il loro orgoglio e man mano mi arrabbio sempre di meno!<ref>Dall'intervista ''[https://www.acsitaliatletica.it/parla-sonia-malavisi-simpatia-allo-stato-puro-unintervista-no-un-romanzo/ Parla Sonia Malavisi, simpatia allo stato puro! Un'intervista? No, un romanzo...]'', ''acsitaliatletica.it'', 12 dicembre 2013.</ref> *{{NDR|«Qual è la cosa che ti piace di più del mondo dell'atletica?»}} [...] sicuramente l'essere sempre a contatto con persone che fanno il tuo stesso sforzo e ti capiscono, con le quali scopri paesi e culture differenti. Questo scambio continuo con persone e mondi diversi ti fa capire alla fine che siamo tutti uguali: ognuno ha le sue difficoltà e i suoi problemi, quello che ci accomuna è lo sforzo che facciamo tutti.<ref>Dall'intervista di Leonardo Musio, ''[https://www.romasportspettacolo.it/sonia-malavisi-e-la-stagione-del-ritorno-la-ginnastica-e-lamore-della-mia-vita-a-cuba-ho-fatto-una-bella-esperienza-luniversita-mi-aiuta/ Sonia Malavisi e la stagione del ritorno. "La ginnastica è l'amore della mia vita, a Cuba bella esperienza. L'università mi aiuta"]'', ''romasportspettacolo.it'', 14 agosto 2024.</ref> ==Note== <references /> ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{DEFAULTSORT:Malavisi, Sonia}} [[Categoria:Astisti italiani]] 5c7qiq7zfkxv05qct8oomxfr8aj8jw5 1420677 1420671 2026-07-17T01:04:42Z Danyele 19198 immagine di qualità migliore 1420677 wikitext text/x-wiki [[File:29. Internationales Hofer Sparkassen Stabhochsprung Meeting 20250628 HOF7038 RAW-Export - Sonia Malavisi (cropped).png|thumb|Sonia Malavisi nel 2025]] '''Sonia Malavisi''' (1994 – vivente), astista italiana. ==Citazioni di Sonia Malavisi== *Ero diventata troppo alta per la ginnastica. Seguendo le gare in televisione un giorno ho visto [[Elena Isinbaeva]], e ho scoperto che era passata dalla ginnastica artistica al salto con l'asta, così ho deciso di provarci anch'io. È a lei che mi sono ispirata.<ref>Dall'intervista ''[https://www.tuacitymag.com/golden-gala-azzurri/ Sonia Malavisi, una romana al Golden Gala: "Che bello saltare all'Olimpico!"]'', ''tuacitymag.com'', 6 giugno 2019.</ref> *[...] fin da quando ero piccola mi arrabbiavo troppo quando mio nonno o i miei genitori cominciavano a raccontare alla gente chi ero e cosa avevo vinto ecc... l'ho sempre odiato... però poi con il passare degli anni capisci che sei il loro orgoglio e man mano mi arrabbio sempre di meno!<ref>Dall'intervista ''[https://www.acsitaliatletica.it/parla-sonia-malavisi-simpatia-allo-stato-puro-unintervista-no-un-romanzo/ Parla Sonia Malavisi, simpatia allo stato puro! Un'intervista? No, un romanzo...]'', ''acsitaliatletica.it'', 12 dicembre 2013.</ref> *{{NDR|«Qual è la cosa che ti piace di più del mondo dell'atletica?»}} [...] sicuramente l'essere sempre a contatto con persone che fanno il tuo stesso sforzo e ti capiscono, con le quali scopri paesi e culture differenti. Questo scambio continuo con persone e mondi diversi ti fa capire alla fine che siamo tutti uguali: ognuno ha le sue difficoltà e i suoi problemi, quello che ci accomuna è lo sforzo che facciamo tutti.<ref>Dall'intervista di Leonardo Musio, ''[https://www.romasportspettacolo.it/sonia-malavisi-e-la-stagione-del-ritorno-la-ginnastica-e-lamore-della-mia-vita-a-cuba-ho-fatto-una-bella-esperienza-luniversita-mi-aiuta/ Sonia Malavisi e la stagione del ritorno. "La ginnastica è l'amore della mia vita, a Cuba bella esperienza. L'università mi aiuta"]'', ''romasportspettacolo.it'', 14 agosto 2024.</ref> ==Note== <references /> ==Altri progetti== {{interprogetto}} {{DEFAULTSORT:Malavisi, Sonia}} [[Categoria:Astisti italiani]] na5ygehxwpexg05yvcknx8tqjjkv2m0 Maria Teresa d'Asburgo-Lorena 0 225834 1420683 2026-07-17T06:29:56Z Gaux 18878 Maria Teresa d'Asburgo-Lorena 1420683 wikitext text/x-wiki '''Maria Teresa Francesca Giuseppa Giovanna Benedetta d'Asburgo-Lorena''' (1801 – 1855), principessa austriaca e regina di Sardegna come moglie del re Carlo Alberto. ==Citazioni su Maria Teresa d'Asburgo-Lorena== *Mentre [[Carlo Alberto di Savoia|Carlo Alberto]] la chiamava famigliarmente ''Teresa'', e sarebbe stato incantato di vederla più sciolta con lui, essa, ammirandone lo spirito, la finezza, la persona, non poté mai persuadersi che ei non le fosse superiore in tutto; e qualunque cosa le dicessero o suggerissero quelli che la circondavano, cercando farle comprendere il desiderio di lui, essa rimaneva alla di lui presenza sempre più timida ed impacciata. ([[Gemma Giovannini]]) ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Personalità della Rivoluzione francese]] [[Categoria:Nobili]] b25c0i6r1com49aif7fyzjugvb0mmbq 1420684 1420683 2026-07-17T06:33:31Z Gaux 18878 immagine 1420684 wikitext text/x-wiki [[File:Maria Theresa of Tuscany in 1835.jpg|thumb|Maria Teresa d'Asburgo-Lorena]] '''Maria Teresa Francesca Giuseppa Giovanna Benedetta d'Asburgo-Lorena''' (1801 – 1855), principessa austriaca e regina di Sardegna come moglie del re Carlo Alberto. ==Citazioni su Maria Teresa d'Asburgo-Lorena== *Mentre [[Carlo Alberto di Savoia|Carlo Alberto]] la chiamava famigliarmente ''Teresa'', e sarebbe stato incantato di vederla più sciolta con lui, essa, ammirandone lo spirito, la finezza, la persona, non poté mai persuadersi che ei non le fosse superiore in tutto; e qualunque cosa le dicessero o suggerissero quelli che la circondavano, cercando farle comprendere il desiderio di lui, essa rimaneva alla di lui presenza sempre più timida ed impacciata. ([[Gemma Giovannini]]) ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Personalità della Rivoluzione francese]] [[Categoria:Nobili]] n8jyybmk5ryogpo9rgfloehg7uwmzx1 1420685 1420684 2026-07-17T06:34:14Z Gaux 18878 upright 1420685 wikitext text/x-wiki [[File:Maria Theresa of Tuscany in 1835.jpg|thumb|upright=0.8|Maria Teresa d'Asburgo-Lorena]] '''Maria Teresa Francesca Giuseppa Giovanna Benedetta d'Asburgo-Lorena''' (1801 – 1855), principessa austriaca e regina di Sardegna come moglie del re Carlo Alberto. ==Citazioni su Maria Teresa d'Asburgo-Lorena== *Mentre [[Carlo Alberto di Savoia|Carlo Alberto]] la chiamava famigliarmente ''Teresa'', e sarebbe stato incantato di vederla più sciolta con lui, essa, ammirandone lo spirito, la finezza, la persona, non poté mai persuadersi che ei non le fosse superiore in tutto; e qualunque cosa le dicessero o suggerissero quelli che la circondavano, cercando farle comprendere il desiderio di lui, essa rimaneva alla di lui presenza sempre più timida ed impacciata. ([[Gemma Giovannini]]) ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Personalità della Rivoluzione francese]] [[Categoria:Nobili]] tiwkih69l75i6md5rbvid5f1x34g7g4 1420686 1420685 2026-07-17T06:38:03Z Gaux 18878 Voci correlate 1420686 wikitext text/x-wiki [[File:Maria Theresa of Tuscany in 1835.jpg|thumb|upright=0.8|Maria Teresa d'Asburgo-Lorena]] '''Maria Teresa Francesca Giuseppa Giovanna Benedetta d'Asburgo-Lorena''' (1801 – 1855), principessa austriaca e regina di Sardegna come moglie del re Carlo Alberto. ==Citazioni su Maria Teresa d'Asburgo-Lorena== *Mentre [[Carlo Alberto di Savoia|Carlo Alberto]] la chiamava famigliarmente ''Teresa'', e sarebbe stato incantato di vederla più sciolta con lui, essa, ammirandone lo spirito, la finezza, la persona, non poté mai persuadersi che ei non le fosse superiore in tutto; e qualunque cosa le dicessero o suggerissero quelli che la circondavano, cercando farle comprendere il desiderio di lui, essa rimaneva alla di lui presenza sempre più timida ed impacciata. ([[Gemma Giovannini]]) ==Voci correlate== *[[Carlo Alberto di Savoia]] ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Personalità della Rivoluzione francese]] [[Categoria:Nobili]] kmyqm83iq82z07xx25ez2306jhmlg6z 1420690 1420686 2026-07-17T06:51:23Z Gaux 18878 il suo patrimonio era dei poveri 1420690 wikitext text/x-wiki [[File:Maria Theresa of Tuscany in 1835.jpg|thumb|upright=0.8|Maria Teresa d'Asburgo-Lorena]] '''Maria Teresa Francesca Giuseppa Giovanna Benedetta d'Asburgo-Lorena''' (1801 – 1855), principessa austriaca e regina di Sardegna come moglie del re Carlo Alberto. ==Citazioni su Maria Teresa d'Asburgo-Lorena== *Il patrimonio di Maria Teresa era dei poveri e degli infelici, che mai a lei ricorrevano invano, giacché lo scopo della sua vita fu il perfetto adempimento di ogni dovere, e dovere era per lei il soccorrere la sventura. Però, nella gravità del tratto, nell'austerità del contegno, nella scrupolosa osservanza degli obblighi assunti, essa celava, con rara ed unica modestia, il suo cuore, che era costretta sempre a comprimere. ([[Gemma Giovannini]]) *Mentre [[Carlo Alberto di Savoia|Carlo Alberto]] la chiamava famigliarmente ''Teresa'', e sarebbe stato incantato di vederla più sciolta con lui, essa, ammirandone lo spirito, la finezza, la persona, non poté mai persuadersi che ei non le fosse superiore in tutto; e qualunque cosa le dicessero o suggerissero quelli che la circondavano, cercando farle comprendere il desiderio di lui, essa rimaneva alla di lui presenza sempre più timida ed impacciata. ([[Gemma Giovannini]]) ==Voci correlate== *[[Carlo Alberto di Savoia]] ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Personalità della Rivoluzione francese]] [[Categoria:Nobili]] in81wy0ciqlj228r5wwn7zn045edbkc 1420695 1420690 2026-07-17T07:04:14Z Gaux 18878 /* Citazioni su Maria Teresa d'Asburgo-Lorena */ Gemma Giovannini 1420695 wikitext text/x-wiki [[File:Maria Theresa of Tuscany in 1835.jpg|thumb|upright=0.8|Maria Teresa d'Asburgo-Lorena]] '''Maria Teresa Francesca Giuseppa Giovanna Benedetta d'Asburgo-Lorena''' (1801 – 1855), principessa austriaca e regina di Sardegna come moglie del re Carlo Alberto. ==Citazioni su Maria Teresa d'Asburgo-Lorena== *Il patrimonio di Maria Teresa era dei poveri e degli infelici, che mai a lei ricorrevano invano, giacché lo scopo della sua vita fu il perfetto adempimento di ogni dovere, e dovere era per lei il soccorrere la sventura. Però, nella gravità del tratto, nell'austerità del contegno, nella scrupolosa osservanza degli obblighi assunti, essa celava, con rara ed unica modestia, il suo cuore, che era costretta sempre a comprimere. ([[Gemma Giovannini]]) *Mentre [[Carlo Alberto di Savoia|Carlo Alberto]] la chiamava famigliarmente ''Teresa'', e sarebbe stato incantato di vederla più sciolta con lui, essa, ammirandone lo spirito, la finezza, la persona, non poté mai persuadersi che ei non le fosse superiore in tutto; e qualunque cosa le dicessero o suggerissero quelli che la circondavano, cercando farle comprendere il desiderio di lui, essa rimaneva alla di lui presenza sempre più timida ed impacciata. ([[Gemma Giovannini]]) *Ogni anno, per l'anniversario della morte del marito {{NDR|Carlo Alberto}}, si raccoglieva in preghiera, e andava in pellegrinaggio a [[Basilica di Superga|Superga]] ove la spoglia del martire era stata trasportata. Però il suo dolore era, come tutti i di lei sentimenti, tutto per sé, né lo imponeva agli altri, né le impediva di occuparsi dei suoi poveri e dei suoi nipotini. ([[Gemma Giovannini]]) ==Voci correlate== *[[Carlo Alberto di Savoia]] ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Personalità della Rivoluzione francese]] [[Categoria:Nobili]] enzgrfcjt2gdq8svtel9dufvy2uy61c 1420696 1420695 2026-07-17T07:05:40Z Gaux 18878 sistemo e no stub 1420696 wikitext text/x-wiki [[File:Maria Theresa of Tuscany in 1835.jpg|thumb|upright=0.8|Maria Teresa d'Asburgo-Lorena]] '''Maria Teresa Francesca Giuseppa Giovanna Benedetta d'Asburgo-Lorena''' (1801 – 1855), principessa austriaca e regina di Sardegna come moglie del re Carlo Alberto. ==Citazioni su Maria Teresa d'Asburgo-Lorena== ===[[Gemma Giovannini]]=== *Il patrimonio di Maria Teresa era dei poveri e degli infelici, che mai a lei ricorrevano invano, giacché lo scopo della sua vita fu il perfetto adempimento di ogni dovere, e dovere era per lei il soccorrere la sventura. Però, nella gravità del tratto, nell'austerità del contegno, nella scrupolosa osservanza degli obblighi assunti, essa celava, con rara ed unica modestia, il suo cuore, che era costretta sempre a comprimere. *Mentre [[Carlo Alberto di Savoia|Carlo Alberto]] la chiamava famigliarmente ''Teresa'', e sarebbe stato incantato di vederla più sciolta con lui, essa, ammirandone lo spirito, la finezza, la persona, non poté mai persuadersi che ei non le fosse superiore in tutto; e qualunque cosa le dicessero o suggerissero quelli che la circondavano, cercando farle comprendere il desiderio di lui, essa rimaneva alla di lui presenza sempre più timida ed impacciata. *Ogni anno, per l'anniversario della morte del marito {{NDR|Carlo Alberto}}, si raccoglieva in preghiera, e andava in pellegrinaggio a [[Basilica di Superga|Superga]] ove la spoglia del martire era stata trasportata. Però il suo dolore era, come tutti i di lei sentimenti, tutto per sé, né lo imponeva agli altri, né le impediva di occuparsi dei suoi poveri e dei suoi nipotini. ==Voci correlate== *[[Carlo Alberto di Savoia]] ==Altri progetti== {{interprogetto}} [[Categoria:Personalità della Rivoluzione francese]] [[Categoria:Nobili]] fhqw7rcetrcase9y6pegm9b4q4w8lrq Nigoglia 0 225835 1420707 2026-07-17T10:20:30Z Spinoziano 2297 Creata pagina con "{{voce tematica}} [[File:Nigoglia.jpg|thumb|La Nigoglia a Omegna]] Citazioni sulla '''Nigoglia'''. *Se vi mettete a Omegna, in piazza del Municipio, vedrete uscire dal Cusio un fiume che punta diritto verso le Alpi. Non è un gran fiume, ma nemmeno un ruscelletto. Si chiama Nigoglia e vuole l'articolo al femminile: la Nigoglia.<br>Gli abitanti di Omegna sono molto orgogliosi di questo fiume ribelle e vi hanno pescato un motto che dice, in dialetto:<br>''La Nigoja la va..." 1420707 wikitext text/x-wiki {{voce tematica}} [[File:Nigoglia.jpg|thumb|La Nigoglia a Omegna]] Citazioni sulla '''Nigoglia'''. *Se vi mettete a Omegna, in piazza del Municipio, vedrete uscire dal Cusio un fiume che punta diritto verso le Alpi. Non è un gran fiume, ma nemmeno un ruscelletto. Si chiama Nigoglia e vuole l'articolo al femminile: la Nigoglia.<br>Gli abitanti di Omegna sono molto orgogliosi di questo fiume ribelle e vi hanno pescato un motto che dice, in dialetto:<br>''La Nigoja la va in su<br>e la legg la fouma nu.'' ([[Gianni Rodari]]) *Si capisce che poi, alla fin dei conti, il mare riceve le sue spettanze: difatti le acque della Nigoglia, dopo una breve corsa a nord, si gettano nello Strona, lo Strona le porta al Toce che le versa nel Lago Maggiore e di qui, via Ticino e Po, esse finiscono nell'Adriatico. L'ordine è ristabilito. Ma il lago d'Orta è contento lo stesso di quello che ha fatto. ([[Gianni Rodari]]) ==Voci correlate== *[[Lago d'Orta]] *[[Omegna]] ==Altri progetti== {{interprogetto|preposizione=sulla|w_preposizione=riguardante la}} {{s}} [[Categoria:Fiumi d'Italia]] [[Categoria:Luoghi del Piemonte]] pifjzgsyqsr0c7z7lvvqqcdmbeffcv7