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Supplemento alla Storia d'Italia/XL
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{{IncludiIntestazione|autore=Lazare Carnot|sottotitolo=XL - Il Direttorio approva le operazioni fatte da Bonaparte in Livorno, si confida a lui sopratutto per ciò che riguarda Genova, e gli ordina di far demolire la cittadella di Milano come di un'altra bastiglia|prec=../XXXIX|succ=../XLI}}
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Supplemento alla Storia d'Italia/XLI
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Dr Zimbu
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{{Qualità|avz=100%|data=24 maggio 2026|arg=letteratura}}
{{IncludiIntestazione|autore=Lazare Carnot/Jean-Baptiste Lallement|sottotitolo=XLI - Il Direttorio insiste perché Mantova sia fortemente stretta, e ragiona con Bonaparte di Venezia, dell'Elba, della Corsica, della Toscana, delle sedizioni Italiane, delle mosse dell'esercito del Reno e Mosella|prec=../XL|succ=../XLII}}
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Autore:Francesco Cimmino
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{{Autore
| Nome = Francesco
| Cognome = Cimmino
| Attività = poeta
| Nazionalità = italiano
| Professione e nazionalità =
}}
== Traduzioni ==
* {{Testo|Vicramorvasi}}
* {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 2/Notti di maggio!}} (parole di)
{{Sezione note}}
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||69|}}</noinclude><section begin=s1/>{{Pt|bole|debole}} immagine di quell’entusiasmo che soprastava alla distruzione della Bastiglia; ma risveglierà l’odio antico della Lombardia contro l’Imperatore, e farà che paventi del ritorno del di lui governo. Tutta l’artiglieria, tutti gli effetti trovati nei magazzini di Milano{{ec|;|,}} e che non saranno necessarj all’esercito, siano spediti in Francia. Non ritenete appresso di voi se non ciò che può essere utile ai movimenti che farete, e nulla di ciò che potesse imbarazzarli.
Il vostro ritorno al di qua del Po aumenta la nostra confidenza sulla posizione dell’esercito che voi governate. Dopo aver negoziato sì destramente, e raccolto il frutto di tante vittorie, nuova occasione vi si offre a far mostra dei talenti militari che le hanno preparate. Tutto ne annunzia che la Campagna del Reno sarà egualmente gloriosa e decisiva.
{{A_destra|{{Sc|Carnot}}.}}
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{{a destra|Parigi, 7 termidoro anno 4 (25 luglio 1796)}}
{{ct|t=1.5|v=1|XLI. ''Il Direttorio esecutivo a Bonaparte Generalissimo.''}}
Noi ricevute abbiamo, cittadino Generale, le vostre lettere de’ 18, 24 e 26 Messidoro.
Ne gode l’animo in sentire che le divisioni da voi condotte {{ec||al}} di là dal Po hanno ripassato questo fiume, e che voi strignete fortemente l’assedio di Mantova. L’insalubrità dell’aria per cui divengono pericolose l’opere di codesto assedio, e gli aparecchi che fannosi nel Tirolo, ci fanno desiderar vivamente che codesta piazza si arrenda presto alle truppe che voi comandate. Gli strattagemmi e gli assalti inopinati sono in realtà una parte essenziale dell’arte di attaccar le piazze, e quelli che voi meditate contro codesta ne affretteranno senza dubbio la dedizione, tostoché siano mandati ad effetto segretamente e con prontezza, di che non possiamo dubitare. Gli ultimi nostri dispacci vi avranno informato della nostra adesione alle proposizioni da voi fatteci intorno a Genova. Noi opiniamo come voi che questa operazione,<section end=s2/><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||69|}}</noinclude><section begin=s1/>{{Pt|bole|debole}} immagine di quell’entusiasmo che soprastava alla distruzione della Bastiglia; ma risveglierà l’odio antico della Lombardia contro l’Imperatore, e farà che paventi del ritorno del di lui governo. Tutta l’artiglieria, tutti gli effetti trovati nei magazzini di Milano{{ec|;|,}} e che non saranno necessarj all’esercito, siano spediti in Francia. Non ritenete appresso di voi se non ciò che può essere utile ai movimenti che farete, e nulla di ciò che potesse imbarazzarli.
Il vostro ritorno al di qua del Po aumenta la nostra confidenza sulla posizione dell’esercito che voi governate. Dopo aver negoziato sì destramente, e raccolto il frutto di tante vittorie, nuova occasione vi si offre a far mostra dei talenti militari che le hanno preparate. Tutto ne annunzia che la Campagna del Reno sarà egualmente gloriosa e decisiva.
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Noi ricevute abbiamo, cittadino Generale, le vostre lettere de’ 18, 24 e 26 Messidoro.
Ne gode l’animo in sentire che le divisioni da voi condotte {{ec||al}} di là dal Po hanno ripassato questo fiume, e che voi strignete fortemente l’assedio di Mantova. L’insalubrità dell’aria per cui divengono pericolose l’opere di codesto assedio, e gli aparecchi che fannosi nel Tirolo, ci fanno desiderar vivamente che codesta piazza si arrenda presto alle truppe che voi comandate. Gli strattagemmi e gli assalti inopinati sono in realtà una parte essenziale dell’arte di attaccar le piazze, e quelli che voi meditate contro codesta ne affretteranno senza dubbio la dedizione, tostochè siano mandati ad effetto segretamente e con prontezza, di che non possiamo dubitare. Gli ultimi nostri dispacci vi avranno informato della nostra adesione alle proposizioni da voi fatteci intorno a Genova. Noi opiniamo come voi che questa operazione,<section end=s2/><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||70|}}</noinclude>come pure quella concernente a Venezia, debba differirsi sino al momento in cui la presa di Mantova avrà consolidato in modo la vostra condizione da togliere a que’ due Stati ogni speranza di sottrarsi alle nostre giuste richieste ed all’impero delle armi della Repubblica.
Ci duole assai che l’importante isola dell’Elba sia caduta in poter degl’Inglesi, i quali hanno in essa una specie di compenso alla perdita di Livorno, e possono da quella turbare le vostre disposizioni in favor della Corsica: ma quest’avvenimento ne apporta pure un vantaggio, quello cioè di svelarci i segreti disegni che il Granduca coloriti aveva fin qui dell’apparente brama di serbarsi neutrale. In tutt’altra circostanza noi non avremmo esitato a dichiarar la guerra a quel potentato; ma quando il rapido progresso de’ nostri trionfi tende ogni dì a dissipare i resti della lega, e ne conduce necessariamente alla pace generale, non ci è sembrata cosa prudente lo accender nuove scintille di guerra, riservandoci peraltro il reclamar più tardi contro questa violazione dei trattati che noi siamo sì gelosi d’osservare.
Circola la voce che l’Imperatore, secondo le probabilità di una salute ognor vacillante, si avvicini al termine della sua vita. Per trar profitto da quest’avvenimento, giova che voi ne siate con la maggior celerità avvisato quando succederà. A tal uopo mantenete corrispondenze in Vienna. Il Granduca di Toscana, erede del trono imperiale, non esiterà a recarsi incontanente in quella capitale, dopo la morte di suo fratello. Conviene allora prevenirlo, arrestarlo come inimico delle Repubblica, ed occupar militarmente la Toscana. Questo disegno, sebbene formato sopra congetture forse poco sicure, merita tuttavia ogni vostra attenzione.
I moti sediziosi che fra gl’Italiani si risuscitano contro le truppe francesi ne avvertono nutrir essi intenso rancore pel prosperar delle cose nostre; poichè la falsa voce di un sinistro, sebbene inverisimile, basta solo a farlo prorompere sì gravemente. Conciliate, cittadino Generale, con l’attività vostra nelle militari faccende, il pensiero di reprimere con fermezza e severità questi<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||71|}}</noinclude><section begin="s1" />funesti germi di ribellione, i quali, atterrir potrebbono per avventura le nostre truppe, e scemar l’ardimento loro contro gli Austriaci, ai quali debbon esse mostrarsi sempre con la stessa fierezza. Un mezzo potente a reprimere le sedizioni, è il prender molti ostaggi ed i più ragguardevoli de’ diversi paesi. La destra dell’esercito del Reno e Mosella si avvicina al lago di Costanza, e va ad infestare alle spalle l’esercito austriaco d’Italia. Il Principe Carlo, ridotto dalle sue perdite e dai presidj intromessi da lui nelle piazze, alla metà delle sue forze, s’incammina verso il Danubio. I Generali ''Jourdan'' e ''Moreau'' lo incalzano con veemenza ai due fianchi.
La campagna più decisiva sembra ormai assicurata, ed allontanato il timore del rinnuovarsi di essa; e le novelle che il Direttorio attende incessantemente da voi, cittadino Generale, aggrandiranno vieppiù la già gloriosa ed ammirabile condizion militare della Repubblica.
{{A_destra|{{Sc|Carnot}}.}}
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<section begin="s2" />
{{indentatura}}''Copia della nota presentata al Doge ed al Senato di Venezia, il dì'' 20 ''messidoro, dal ministro della Repubblica francese.''</div>
Il Ministro della Repubblica francese, in conformità degli ordini da esso poc’anzi ricevuti, ha l’onore d’informare vostra Serenità e le loro Eccellenze, che il Governo francese non può starsene indifferente al radunar che si fa da qualche tempo di soldati Schiavoni e di truppe nazionali a Venezia e nell’isole del suo distretto.
Simili apprestamenti militari non si fecero dal Senato allora quando gli Austriaci facevano passare sul territorio veneto considerabili corpi di truppe, e minacciavano di introdurvene per gli altri punti che in ogni tempo erano stati rispettati. Sembra strano che nel momento in cui i Francesi, inseguendo il nemico sullo stesso territorio che egli viola tuttora impunemente, costretti siano ad occupar, sebben come amici, dei posti indispensabili alla riuscita delle loro operazioni, si raccolgano straordinarie forze, senza che se ne appalesi l’oggetto.<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||72|}}</noinclude>{{nop}}
È noto a Vostra Serenità ed alle Loro Eccellenze che il moto prodotto da questa novità ha riscosso tutta intiera la nazione Veneta. Essa ha dovuto necessariamente credere che siffatte disposizioni erano unicamente dirette contro i Francesi, e quest’opinione si è talmente accreditata stante le perfide insinuazioni degli emigrati e dei partigiani dell’Inghilterra, che i caffè e le pubbliche piazze risuonano ancora delle più scandalose espressioni, malgrado delle replicate doglianze che ne sono state fatte e dei provvedimenti presi onde reprimerle.
Il Generalissimo dell’esercito Francese riguarda queste disposizioni come ostili, o come dettate da una fiducia ingiuriosa e contraria agl’interessi ed alla dignità della Repubblica francese.
Il Ministro di Francia ha ordine di chiedere a Vostra Serenità ed alle Loro Eccellenze una dichiarazione franca e leale intorno alla natura ed oggetto di questo movimento.
Egli debbe confidare nella sicurtà positiva data dal Senato al Direttorio esecutivo per mezzo del suo ambasciatore a Parigi, e ripetuta ogni dì dal Cav. Pesaro, della più ferma e costante amicizia della Repubblica di Venezia per la Repubblica francese; ma attende inoltre dalla sua saviezza che sia immediatamente posto fine ad un armamento, la continuazione del quale, giustificando i sospetti del Generale, lo determinerebbe a certi espedienti che troncherebbono in un momento quella buona intelligenza che i respettivi ministri dei due governi hanno con ogni sforzo cercato di mantenere sino al presente.
Egli pensa parimente che una risposta pronta e soddisfacente, da spedirsi incontanente al Generalissimo dell’esercito, sarebbe efficace a dissipare quelle idee svantaggiose che ha dovuto concepire, e ristabilirebbe la sua confidenza.
{{A_destra|{{Sc|Lallement}}.}}
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||73|}}</noinclude>{{nop}}
{{a destra|Venezia, 8 termidoro anno 4 (26 luglio 1796)}}
{{ct|t=1.5|v=1|XLII. ''Al Generalissimo Bonaparte.''}}
Jeri ebbi col Sig. Pesaro una conferenza, della quale credo dovervi dar parte sollecitamente. Noi avevamo da trattare di alcuni affari particolari; ma egli fu premuroso d’intrattenermi sopra di un soggetto che sembravagli molto più importante. Era questo il timor grave da lui e dai principali membri del Collegio concetto di veder ben presto la Repubblica di Venezia in guerra con noi. Egli mi disse, che secondo le novelle che ricevute aveva da Verona, voi avevate manifestato assai chiaramente l’intenzione d’intimargliela; avevate dimostrato a quegli che fa le veci di Provveditor generale l’animo vostro sommamente disgustato contro Venezia: fattogli richieste, alle quali era impossibile sodisfar sull’istante, e nondimeno minacciato avevate di trattar da nemici i Veneziani, se non ottenevate tosto ciò che da voi chiedevasi; che d’altronde erasi incominciato in varj luoghi, a far uso di un gran rigore verso i privati, e che finalmente voi avevate espressamente annunziato, che se Venezia non deponeva le armi entro un brevissimo termine, le intimereste effettivamente la guerra.
Dopo avermi esposto in tal modo le cagioni de’ suoi timori, entrò in assai lunghe particolarità giustificative; mi rappresentò che da poi che l’esercito francese era entrato negli Stati di Venezia, il suo governo erasi fatto, come egli diceva, un dovere ed un piacere di condiscendere ai vostri ordinamenti ed alle vostre richieste; e se di più non aveva fatto, ciò era da apporsi al mancar di mezzi, o alla necessità in che si trovava di evitare di compromettersi in faccia alle altre potenze belligeranti, dalle quali nondimeno riceveva di continuo vivissimi rimproveri: che noi potevamo, è vero, aver avuto ragion di dolerci dei sentimenti, non meno che del procedere di diversi privati, ma che il Governo di Venezia aveva confidato che rivolgendo la nostra attenzione alla condotta da esso tenuta, noi non avremmo giudicato dei suoi principj e de’ suoi disegni dal contegno {{Pt|indi-|}}<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||74|}}</noinclude>{{Pt|screto|indiscreto}} da sconsigliati propositi di alcuni individui eccitati contro di noi da antichi pregiudizj, dal sentimento di mali momentanei che trovansi necessariamente a soffrire, e più ancora dagl’intrighi di una turba di malvagj, che a null’altro intendono se non a fare entrar Venezia in discordia con la Francia, e punirla così della sua resistenza al congiungersi colla lega; che d’altronde questo stesso governo non ometteva nulla di tutto ciò che far poteva senza pericolo, onde mutare l’opinione a nostro riguardo; reprimeva la licenza dei nostri nemici; aveva eziandio incominciato e proseguiva ad allontanare a poco a poco gli ardenti, vale a dire gli emigrati; e che tali precauzioni avevano già prodotto dei buoni effetti; che, quanto all’armamento che sembrava dare occasione alle vostre diffidenze, non altri motivi nel suo incominciare aveva avuto se non quelli esposti nella risposta data in iscritto dal Senato; che se altri ne sono sopravvenuti, che obbligano il governo a continuare in questi apparati di difesa (quali sono tali che dissipar debbono ogni nostro sospetto), poichè muovono essi da gravi minacce fatte a Venezia e dall’Inghilterra e dalla Russia, la verità delle esposte ragioni è dimostrata dalla natura e dalla direzione di tali preparamenti, i quali troppo d’altronde sono deboli perchè si debbano riguardare come conseguenza di un disegno ostile contro la Francia; che niuna spiacevole induzione trar noi dobbiamo neppure dalle contribuzioni straordinarie, che il governo ha imposte; poichè in ciò il suo scopo è stato meno quello di provvedere al suo guarnimento, che di porsi in grado di sodisfare alle nostre richieste, che finalmente il Senato credeva aver dimostrato, in ogni maniera, la sincerità e la costanza delle sue protestazioni di amicizia verso la Francia, e che in conseguenza le disposizioni contrarie che voi oggi manifestavate, erano a coloro che ne aveano contezza, cagione e di amarezza e di stupore.
Tale in sostanza è stato il discorso del Signor Pesaro; ed io, non avendo alcuna istruzione concernente ai fatti allegati, e su i quali fondava egli i suoi timori, non potei dargli una risposta molto precisa; credei bensì<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="2" user="Federicor" />{{RigaIntestazione|34|{{Sc|mio figlio ferroviere}}||riga=si}}</noinclude>questo nome annoso e sbadiglione, tutto sapienza e prudenza, nome, egli affermava, augurale che avrebbe, come il vento la vela, spinto quasi da solo mio figlio nei più gloriosi porti dell’umanità laureata; professore, rettore, senatore. E devo ammettere che taluni di questi signori professori e senatori non hanno, per sì fatti onori, titoli maggiori di questo, autentico com’esso è e registrato all’anagrafe. Forse perciò mio suocero che aveva allora un’esperienza più sicura della mia, quando mio figlio concentrava ancóra a occhi chiusi tutta la sua attenzione sul seno di sua madre, gli si avvicinava a braccia tese, rapito, declamando:
.... In piè rizzossi
Dell’arenosa Pilo il regnatore
Nestore e saggio ragionando disse....
La traduzione dell’''Iliade'' mio suocero la sapeva tutta a mente. Mia moglie si provava a calmarlo: — Più a bassa voce, papà. Così s’addormenta.
Si poteva essere più borghesi di così?
Ma a ripetere che noi eravamo degl’inguaribili borghesi, non intendo dire che io fossi offeso dal socialismo di Nestore. Come presso a poco tutti gl’italiani, dal Re in giù, io ero, e sono, comodamente per la libertà delle opinioni politiche. Ogni italiano è in sè una Roma, con modestia parlando: che contiene, cioè, un papa e un re e, avendo sette colli e palazzi moltissimi, ha ancóra un colle ed un palazzo libero per un presidente, mettiamo, di repubblica borghese, e un altro, se occorrerà, per un presidente di re-<noinclude>
<references/></noinclude>
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Pagina:Ojetti - Mio figlio ferroviere.djvu/91
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<noinclude><pagequality level="2" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||''Giorni storici''|79|riga=si}}</noinclude>fragile e la mia austerità di padrone autorevole, così come, pur convenendo che proprio le assomigliava, non pensava a far confusioni tra sè stessa e la Madonna dipinta; che anzi ad ogni pasqua le appendeva sotto, pei lucignoli, due ceri nuovi e ogni sera in camicia, ci fosse o non ci fosse il marito, la venerava in ginocchio.
Adesso, mentre scrivo. Margherita canticchia nell’orto dove viene scegliendo la verdura per la mia colazione improvvisata:
Te vojo da’ un garofinu incarnatu:
Vojo che lu tenete a modu mia.
— Margherita....
— Padrone....
— Quando vieni su, portami due rose del viale.
— Sono fioriti anche i malvoni.
Non c’è ironia. I malvoni sono l’orgoglio di Margherita. Ne ha d’ogni tinta, rossi, rosa, bianchi, viola, d’una statura gigantesca, e d’inverno ne custodisce i semi in tanti sacchetti di vario colore per non confonderli e, appena s’alzano un palmo da terra, li sorregge con un bastoncello e, appena le formiche si provano a farne l’ascensione in fila indiana, ne unge il piede con acqua e petrolio.
Ridi, lettore? T’ho detto la mia età, ma t’ho promesso di non nasconderti niente di quel che ti possa ajutare a conoscermi e a giudicarmi, anche male, se così ti piace, perchè sono un uomo come tu sei, se pure, quando mi leggerai,<noinclude>
<references/></noinclude>
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La Costa d'Avorio/16. Le formiche carnivore
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{{Qualità|avz=100%|data=23 maggio 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=16. Le formiche carnivore|prec=../15. La caccia ai rapitori|succ=../17. Il regno degli Ascianti}}
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Pagina:Tartufari - Roveto ardente, Roma, Roux, 1905.djvu/113
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 113 —|}}</noinclude>indubbiamente doveva aspettarla! Come non ci aveva pensato prima? E si credeva così certa di essere attesa, che si era buttata tra i campi per fare più presto, incespicando, cadendo due o tre volte sulle ginocchia, inerpicandosi, graffiandosi le mani, ostinandosi a correre, quantunque il fiato le mancasse e il cuore le martellasse a colpi violenti.
In vista della casa bianca aveva sorriso e si era sentita investire da un soffio caldo, tale era in lei la fede di trovare Germano. Aveva percorso in due balzi il viale, si era precipitata nella sala, aveva guardato intorno a sè, accesa in volto, col respiro affannoso, le membra scosse da un tremito, sorridente, palpitante, felice, poi si era gettata di schianto sul divano e aveva rotto in singhiozzi disperati. Germano non c’era. Egli stava benissimo, tutti stavano benissimo nella villa Rosemberg, e Germano non c’era!
La mattina della domenica un nuovo barlume di speranza l’aveva sorretta: la speranza d’incontrare Germano alla messa! Ed era andata in chiesa ed aveva veduta la nonna di Germano, F aveva veduta seria e placida come sempre; ma Germano non c’era!
Flora uscì per ultima dalla chiesa e, unitamente alla contadina che l’accompagnava, si avviò verso la casa bianca.
Oramai non isperava più niente. Camminava come in sogno, come stretta fra una doppia muraglia fosca, che si perdeva verso le nubi e che la isolava dal resto dei viventi. Camminava in fretta, perchè le tardava di arrivare! Arrivare dove? Non sapeva. Arrivare perchè? Non sapeva!... Ma la fosca muraglia si alzava, si prolun-<noinclude>
<references/></noinclude>
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Pagina:Tartufari - Roveto ardente, Roma, Roux, 1905.djvu/114
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 114 —|}}</noinclude>gava, le si stringeva ai fianchi ed ella affrettava il passo per non rimanere schiacciata, per trarre finalmente il respiro, quando fosse entrata nella sua stanza, che si figurava ampia e libera, in paragone del corridoio interminabile dentro cui le pareva di sentirsi morire asfissiata.
A un certo momento, forse a metà della via maestra, quattro persone le passarono d’accanto. Flora percepì un bisbiglio di voci, ebbe l’impressione di un gomito che l’urtasse brutalmente, e riconobbe, o credette di riconoscere Balbina, che dava il braccio alla nonna di Germano e che era seguita dai genitori. Ma forse non era la nonna di Germano quella cui Balbina dava il braccio; forse nemmeno era Balbina quella che le aveva urtato il fianco col gomito.
La giovanetta non sapeva bene!
Il caos regnava dentro e fuori della sua testa. Il gruppo poteva anche essere formato di quattro contadini reduci dalla messa; poteva anche non essere alcuno, e il bisbigliar delle voci non era forse altro che il rombare sordo del sangue nelle orecchie di Flora!
D’altronde che Balbina desse o non desse il braccio alla signora Rosemberg; che Germano tornasse subito o non tornasse mai, ciò poco importava a Flora per il momento. A lei importava solo di trovarsi nella propria stanza per uscire dalla fosca, opprimente muraglia. Ma la muraglia entrò con lei nella casa bianca, si prolungò, serpeggiando lungo le scale, forò le pareti della stanza e, quando Flora si abbandonò a sedere sulla sponda del suo letticciuolo, la muraglia le si strinse addosso ancora di più, tantochè la povera fanciulla cedette, rassegnata, alla mal-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 115 —|}}</noinclude>vagità del destino e cominciò a piangere silenziosamente di pianto monotono, accorato, tardo e stanco, come di chi pianga, sapendo di portare in sè fonte di lacrime viva e perenne.
Se la muraglia fosse crollata, se il cielo si fosse aperto, se tutta la campagna si fosse trasformata in una canestra di rose e giacinti, se Germano si fosse presentato e Flock avesse saltato intorno a lei, leccandole le mani, ella avrebbe continuato a piangere ugualmente, perchè la Flora della sua infanzia era morta ed ella faceva il lamento su quella morte; e, mentre un altro essere, forse più completo, certo meno integro, si plasmava e si divincolava dai ceppi dello spento passato, Flora sentiva che la piccola morta avrebbe suscitato in lei eterno rimpianto e che sempre ella avrebbe frugato tra le ceneri del proprio cuore per tentare il miracolo di vedersi rivivere coi grandi occhi spalancati e fidenti, con la gioia inconsapevole e le divine ignoranze. Inutile! Inutile! Ciò che è morto è morto! La giovanetta candida al pari di giglio, gioconda come alba di aprile e presso cui amore e morte erano passati turbinando, senza nemmeno appannare di un’ombra il levigato marmo della fronte, galleggiava adesso senza vita, simile a Ofelia, tra i fiori mietuti per giuoco nei giardini del Sogno.
Flora si alzò e, senza asciugarsi le lacrime, senza ricordarsi che era trascorsa l’ora del desinare per il nonno, scese le scale, attraversò la sala a pianterreno, uscì dalla casa, e, girando con passo di sonnambula intorno al fabbricato, giunse presso il vascone, dove suo padre si era annegato appunto un anno prima. Era strano!
Lungo l’estate Flora non aveva mai pensato a<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 116 —|}}</noinclude>quel vascone, e, tutte le volte che aveva avuto occasione di costeggiarlo, ella aveva dovuto imporsi di ricordare, tanto quella buca ampia e profonda, ricolma di acqua, perdeva ogni significato di terrore sotto il radiante azzurro del cielo e tra il verde smeraldino dei prati circostanti.
Solo una notte, all’epoca della malattia e nel più forte della febbre, il vascone aveva assunto per lei, nel delirio, il simbolo di una minaccia subdola, e ora esso le si presentava di nuovo, nella realtà, malvagio, insidioso, simile a belva che sonnecchi, sazia di preda, nella sua tana, ma che, pur sonnecchiando, vigili coll’occhio socchiuso la preda ancora intatta e destinata ai pasti futuri.
Girò lo sguardo per sottrarsi al fascino, e si avvide che Balbina, la quale era sbucata dal viottolo fangoso, le stava di fronte in atteggiamento provocatore.
— Che cosa vuoi da me? — Oggi non ho voglia di parlare — disse Flora, quasi supplice, fissando con occhi sbarrati il volto pallido di Balbina.
— Neppur io ho tempo da perdere, sta tranquilla. Voglio dirti una cosa sola.
— Che cosa vuoi dirmi? — domandò Flora con aria stanca e mite.
— Voglio dirti che io mi sposo con Germano Rosemberg e che tu non devi più pensare a lui.
Flora, che stava seduta vicino al vascone, sul l’orlo dell’abbeveratoio di pietra, balzò in piedi fremendo, e si trovò a faccia a faccia con Balbina. La notizia, scagliatale in viso così brutalmente, l’aveva rinvigorita e scossa dal torpore.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|116|{{smaller|''Capitolo diciasettesimo''}}||riga=si}}</noinclude>
{{Ct|v=1|{{sc|Capitolo XVII}}}}
{{Ct|v=2|'''Il regno degli Ascianti'''}}
L’Ascianti, che la piccola carovana stava per attraversare per raggiungere i ladri, è il più vasto e anche il più ricco regno dell’Africa occidentale, stendendosi fra il 1° ed il 4° di long. ovest di Greenwich ed il 6° e l’8° di lat. settentrionale.
Al sud ha per confini i piccoli regni di Akim, di Aspin, di Deukera e parte del possedimento inglese; all’ovest il fiume Comoe e al nord ed all’est il fiume Volta e la regione dei Mandinghi.
Questo vasto paese compreso entro i suddetti limiti, si divide in due parti nettamente distinte che ben poco si rassomigliano fra di loro.
Dalla parte dove scorre il Volta la regione è quasi tutta piana, pochissimo abitata, attraversata da una sola strada che si chiama del Nord, frequentata dagli Ascianti che si recano a Serim. Essendo però ricca di corsi d’acqua, di tratto in tratto s’incontrano delle foreste che sono abitate da numerosi stuoli di animali selvatici, da antilopi di varie specie, da gazzelle, da cinghiali, da leoni, da leopardi, da iene, da scimmie d’ogni genere, soprattutto da quelle nere col lungo pelo e la barba bianca ed anche da truppe di colossali elefanti.
È in quelle immense pianure che si raccolgono milioni di quintali di quelle grandi lumache grigie, delle quali si fa un consumo veramente enorme dal popolo e soprattutto dagli abitanti della capitale che ne mangiano mezza tonnellata ogni giorno.
La parte invece dove scorre il Comoe è montagnosa essendo attraversata da parecchie catene che percorrono il regno in ogni senso, tutta coperta di boschi superbi e soprattutto più popolata, essendo il terreno molto fertile.
È là che si trovano Kumassia, la capitale del regno ora riedificata dopo che gl’Inglesi la diedero alle fiamme, Wiawoso, Manso, Kintampo e Bontuku, le città principali e più popolose.
Quantunque gl’Inglesi abbiano cercato tutti i mezzi per dissanguarlo, l’Ascianti può considerarsi ancora come il regno più<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione||{{smaller|''Il regno degli Ascianti''}}|117|riga=si}}</noinclude>ricco della Costa d’Avorio ed anche il più potente, tale da far fronte a tutti i popoli vicini.
È anche la regione più salubre di tutta la costa, poichè il suo clima, sebbene sia molto caldo, non è malsano e forse si deve attribuire ciò alla quantità straordinaria dei suoi torrenti che scendono dalle montagne dell’interno.
In certe parti dominano, specialmente nell’estate, le febbri, ma non sono mortali come a {{Ec|Widah|Whydah}}, a Porto Novo, nel Grande e Piccolo Popo e nei possedimenti inglesi e francesi. Nemmeno attorno alla capitale l’aria è insalubre, quantunque vi siano paludi e l’atmosfera sia sovente carica delle esalazioni pestilenziali, emanate da centinaia di cadaveri umani gettati sui letamai chiamati ''appetismi'', specialmente dopo le feste del sangue che si fanno anche tuttora, alla morte di un monarca e durante l’incoronazione del principe successore.
{{RigaPunteggiata|1=23}}
{{RigaPunteggiata|1=23}}
La piccola carovana, giunta sull’opposta riva del Volta, si trovò in mezzo ad un’altra foresta che pareva dovesse prolungarsi verso l’Afram, un grosso affluente di destra, formata per lo più da acacie mimose, alberi grandi quanto i nostri olmi e fors’anche di più, col tronco del diametro di due a tre piedi, colla corteccia azzurrognola, coi rami carichi di foglie lucenti che al calare del sole si piegano l’una sull’altra come le sensitive e munite all’estremità di certi nodi, dai quali escono dei piccoli tubi formanti un fiore complicatissimo, rassomigliante ad un calice e di tinta violetta.
Queste piante, molto apprezzate nel Sudan, ma trascurate dai popoli della Costa d’Avorio, producono gran copia di eccellente gomma, la quale trasuda dal tronco formando dei globi rossastri che pesano sovente perfino due libbre, quantunque quella materia sia leggerissima.
Oltre alle mimose vi erano pure macchioni di platanieri, di elais, d’alberi del cotone di enorme grossezza, di cedri, di datteri spinosi e di ebani popolati da bande di uccelli chiassosi e dalle penne variopinte e di scimmie di varie specie; di sicomori, di tamarindi già carichi di frutta rinfrescanti e di ''phavor'', i quali producono delle frutta simili alle ciliegie ed egualmente saporite.
Asseybo, appena salita la sponda, cercò subito le tracce dei ladri e fu tanto fortunato di ritrovarle duecento metri sopra il<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione||{{smaller|''Il regno degli Ascianti''}}|117|riga=si}}</noinclude>ricco della Costa d’Avorio ed anche il più potente, tale da far fronte a tutti i popoli vicini.
È anche la regione più salubre di tutta la costa, poichè il suo clima, sebbene sia molto caldo, non è malsano e forse si deve attribuire ciò alla quantità straordinaria dei suoi torrenti che scendono dalle montagne dell’interno.
In certe parti dominano, specialmente nell’estate, le febbri, ma non sono mortali come a {{Ec|Widah|Whydah}}, a Porto Novo, nel Grande e Piccolo Popo e nei possedimenti inglesi e francesi. Nemmeno attorno alla capitale l’aria è insalubre, quantunque vi siano paludi e l’atmosfera sia sovente carica delle esalazioni pestilenziali, emanate da centinaia di cadaveri umani gettati sui letamai chiamati ''appetismi'', specialmente dopo le feste del sangue che si fanno anche tuttora, alla morte di un monarca e durante l’incoronazione del principe successore.
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La piccola carovana, giunta sull’opposta riva del Volta, si trovò in mezzo ad un’altra foresta che pareva dovesse prolungarsi verso l’Afram, un grosso affluente di destra, formata per lo più da acacie mimose, alberi grandi quanto i nostri olmi e fors’anche di più, col tronco del diametro di due a tre piedi, colla corteccia azzurrognola, coi rami carichi di foglie lucenti che al calare del sole si piegano l’una sull’altra come le sensitive e munite all’estremità di certi nodi, dai quali escono dei piccoli tubi formanti un fiore complicatissimo, rassomigliante ad un calice e di tinta violetta.
Queste piante, molto apprezzate nel Sudan, ma trascurate dai popoli della Costa d’Avorio, producono gran copia di eccellente gomma, la quale trasuda dal tronco formando dei globi rossastri che pesano sovente perfino due libbre, quantunque quella materia sia leggerissima.
Oltre alle mimose vi erano pure macchioni di platanieri, di elais, d’alberi del cotone di enorme grossezza, di cedri, di datteri spinosi e di ebani popolati da bande di uccelli chiassosi e dalle penne variopinte e di scimmie di varie specie; di sicomori, di tamarindi già carichi di frutta rinfrescanti e di ''phavor'', i quali producono delle frutta simili alle ciliegie ed egualmente saporite.
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|118|{{smaller|''Capitolo diciasettesimo''}}||riga=si}}</noinclude>guado, in un luogo dov’era stato acceso il fuoco e dove si vedevano gli avanzi di foglie mezzo rôse dai cavalli.
Fu subito deciso di non lasciare tregua ai fuggiaschi e quantunque i due animali si mostrassero molto stanchi per l’eccessivo carico e pei brevi riposi loro accordati, la piccola carovana si mise subito in marcia, certa ormai di raggiungere i negri ad Abetifi, avendo notato che le tracce piegavano leggermente verso il sud-ovest.
Camminarono incessantemente tutto il giorno, spingendo innanzi gli animali a legnate, ma prima del tramonto si videro costretti ad arrestarsi sulle rive dell’Afram. Uno dei cavalli era caduto rifiutandosi ostinatamente di rialzarsi e l’altro non poteva proseguire per molto ancora.
Essendovi ancora qualche ora di luce, Alfredo ed Antao ne approfittarono per battere le macchie vicine, colla speranza di poter tornare al campo con un po’ di selvaggina.
Avendo rimarcato in una radura umida che scendeva verso un corso dell’Afram, delle tracce di zoccoli che parevano appartenenti a delle antilopi, andarono ad imboscarsi in mezzo ad alcuni folti cespugli, a circa cinquecento passi dall’accampamento.
Contando di ritornare molto tardi, si erano improvvisati un giaciglio di foglie fresche ed avevano accese le pipe in attesa che le tenebre calassero, quando in distanza parve a loro che fosse echeggiata una detonazione. Sapendo Alfredo che quella regione doveva essere deserta, non essendovi villaggi lungo la frontiera, quella detonazione lo fece balzare in piedi.
— Qualcuno caccia a due o tre chilometri da noi, — disse.
— Sarà qualche Asciante, — rispose Antao.
— No, — disse Alfredo, crollando negativamente il capo.
— E chi vuoi che sia stato a sparare quel colpo?
— I negri che inseguiamo.
— Bah!... Saranno lontani, quei bricconi.
— Qualcuno di loro può essere rimasto indietro.
— A quale scopo?..
— Per cercare di crearci degli imbarazzi.
— Sarebbe una bella occasione per prenderlo e fucilarlo.
— Se non per fucilarlo, almeno per averlo in nostra mano e farlo parlare. Toh!... Odi? Un altro sparo e questo molto più vicino.<noinclude><references/></div></noinclude>
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Fu subito deciso di non lasciare tregua ai fuggiaschi e quantunque i due animali si mostrassero molto stanchi per l’eccessivo carico e pei brevi riposi loro accordati, la piccola carovana si mise subito in marcia, certa ormai di raggiungere i negri ad Abetifi, avendo notato che le tracce piegavano leggermente verso il sud-ovest.
Camminarono incessantemente tutto il giorno, spingendo innanzi gli animali a legnate, ma prima del tramonto si videro costretti ad arrestarsi sulle rive dell’Afram. Uno dei cavalli era caduto rifiutandosi ostinatamente di rialzarsi e l’altro non poteva proseguire per molto ancora.
Essendovi ancora qualche ora di luce, Alfredo ed Antao ne approfittarono per battere le macchie vicine, colla speranza di poter tornare al campo con un po’ di selvaggina.
Avendo rimarcato in una radura umida che scendeva verso un corso dell’Afram, delle tracce di zoccoli che parevano appartenenti a delle antilopi, andarono ad imboscarsi in mezzo ad alcuni folti cespugli, a circa cinquecento passi dall’accampamento.
Contando di ritornare molto tardi, si erano {{Ec|improvvisato|improvvisati}} un giaciglio di foglie fresche ed avevano accese le pipe in attesa che le tenebre calassero, quando in distanza parve a loro che fosse echeggiata una detonazione. Sapendo Alfredo che quella regione doveva essere deserta, non essendovi villaggi lungo la frontiera, quella detonazione lo fece balzare in piedi.
— Qualcuno caccia a due o tre chilometri da noi, — disse.
— Sarà qualche Asciante, — rispose Antao.
— No, — disse Alfredo, crollando negativamente il capo.
— E chi vuoi che sia stato a sparare quel colpo?
— I negri che inseguiamo.
— Bah!... Saranno lontani, quei bricconi.
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— A quale scopo?..
— Per cercare di crearci degli imbarazzi.
— Sarebbe una bella occasione per prenderlo e fucilarlo.
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Fu subito deciso di non lasciare tregua ai fuggiaschi e quantunque i due animali si mostrassero molto stanchi per l’eccessivo carico e pei brevi riposi loro accordati, la piccola carovana si mise subito in marcia, certa ormai di raggiungere i negri ad Abetifi, avendo notato che le tracce piegavano leggermente verso il sud-ovest.
Camminarono incessantemente tutto il giorno, spingendo innanzi gli animali a legnate, ma prima del tramonto si videro costretti ad arrestarsi sulle rive dell’Afram. Uno dei cavalli era caduto rifiutandosi ostinatamente di rialzarsi e l’altro non poteva proseguire per molto ancora.
Essendovi ancora qualche ora di luce, Alfredo ed Antao ne approfittarono per battere le macchie vicine, colla speranza di poter tornare al campo con un po’ di selvaggina.
Avendo rimarcato in una radura umida che scendeva verso un corso dell’Afram, delle tracce di zoccoli che parevano appartenenti a delle antilopi, andarono ad imboscarsi in mezzo ad alcuni folti cespugli, a circa cinquecento passi dall’accampamento.
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Sapendo Alfredo che quella regione doveva essere deserta, non essendovi villaggi lungo la frontiera, quella detonazione lo fece balzare in piedi.
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— I negri che inseguiamo.
— Bah!... Saranno lontani, quei bricconi.
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|118|{{smaller|''Capitolo diciasettesimo''}}||riga=si}}</noinclude>guado, in un luogo dov’era stato acceso il fuoco e dove si vedevano gli avanzi di foglie mezzo rôse dai cavalli.
Fu subito deciso di non lasciare tregua ai fuggiaschi e quantunque i due animali si mostrassero molto stanchi per l’eccessivo carico e pei brevi riposi loro accordati, la piccola carovana si mise subito in marcia, certa ormai di raggiungere i negri ad Abetifi, avendo notato che le tracce piegavano leggermente verso il sud-ovest.
Camminarono incessantemente tutto il giorno, spingendo innanzi gli animali a legnate, ma prima del tramonto si videro costretti ad arrestarsi sulle rive dell’Afram. Uno dei cavalli era caduto rifiutandosi ostinatamente di rialzarsi e l’altro non poteva proseguire per molto ancora.
Essendovi ancora qualche ora di luce, Alfredo ed Antao ne approfittarono per battere le macchie vicine, colla speranza di poter tornare al campo con un po’ di selvaggina.
Avendo rimarcato in una radura umida che scendeva verso un corso dell’Afram, delle tracce di zoccoli che parevano appartenenti a delle antilopi, andarono ad imboscarsi in mezzo ad alcuni folti cespugli, a circa cinquecento passi dall’accampamento.
Contando di ritornare molto tardi, si erano {{Ec|improvvisato|improvvisati}} un giaciglio di foglie fresche ed avevano accese le pipe in attesa che le tenebre calassero, quando in distanza parve a loro che fosse echeggiata una detonazione.
Sapendo Alfredo che quella regione doveva essere deserta, non essendovi villaggi lungo la frontiera, quella detonazione lo fece balzare in piedi.
— Qualcuno caccia a due o tre chilometri da noi, — disse.
— Sarà qualche Asciante, — rispose Antao.
— No, — disse Alfredo, crollando negativamente il capo.
— E chi vuoi che sia stato a sparare quel colpo?
— I negri che inseguiamo.
— Bah!... Saranno lontani, quei bricconi.
— Qualcuno di loro può essere rimasto indietro.
— A quale scopo?..
— Per cercare di crearci degli imbarazzi.
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione||{{smaller|''Il regno degli Ascianti''}}|119|riga=si}}</noinclude><nowiki />
— Questo colpo di fucile non deve essere stato sparato che ad un paio di chilometri da noi, Alfredo.
— Antao, vuoi seguirmi?
— Se si tratta di prendere uno di quei furfanti, sono pronto a seguirti fino nella capitale degli Ascianti.
— Vieni, Antao, ma non commettere delle imprudenze. —
I due cacciatori lasciarono il loro nascondiglio e quantunque la notte cominciasse a calare, si misero rapidamente in cammino, seguendo il corso d’acqua, la cui riva permetteva di avanzarsi più comodamente che sotto i boschi.
Avevano percorso appena un chilometro procedendo sempre verso l’ovest, quando udirono una terza detonazione e poco dopo una quarta, ma così vicine, da far sospettare che il cacciatore si trovasse ad un solo miglio di distanza.
— Che laggiù si combatta? — chiese Antao. — Mi sembra impossibile che quel cacciatore trovi tanta selvaggina, mentre qui non vi è nemmeno uno sciacallo da abbattere.
— Se combattessero si udrebbero delle grida, — rispose Alfredo.
— Ma mi sembra di udire dei fragori, Alfredo.
— Dove?...
— Vengono dall’ovest... Zitto, ascolta!... —
Il cacciatore si fermò e si curvò verso terra, tendendo gli orecchi e gli parve di udire realmente come un lontano muggito, somigliante all’irrompere di una fiumana o all’avanzarsi fragoroso di parecchi squadroni di cavalleria o di parecchie batterie d’artiglieria.
— È vero, — mormorò, con una certa inquietudine.
— Cosa credi che sia?... — chiese Antao.
— Non lo so, ma si direbbe che una truppa d’animali colossali galoppa attraverso la foresta.
— Ma quali animali potrebbero produrre tale fragore? Delle antilopi o dei leoni no di certo.
— Gli elefanti, Antao.
— Morte di Nettuno!.. Una banda di elefanti?...
— Sono ancora numerosi in questi paraggi. Vuoi un consiglio?
— Parla, Alfredo.
— Arrampichiamoci su di un albero ben alto e robusto.
— E se invece tornassimo al campo per mettere in guardia i nostri uomini?<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione||{{smaller|''Il regno degli Ascianti''}}|119|riga=si}}</noinclude><nowiki />
— Questo colpo di fucile non deve essere stato sparato che ad un paio di chilometri da noi, Alfredo.
— Antao, vuoi seguirmi?
— Se si tratta di prendere uno di quei furfanti, sono pronto a seguirti fino nella capitale degli Ascianti.
— Vieni, Antao, ma non commettere delle imprudenze. —
I due cacciatori lasciarono il loro nascondiglio e quantunque la notte cominciasse a calare, si misero rapidamente in cammino, seguendo il corso d’acqua, la cui riva permetteva di avanzarsi più comodamente che sotto i boschi.
Avevano percorso appena un chilometro procedendo sempre verso l’ovest, quando udirono una terza detonazione e poco dopo una quarta, ma così vicine, da far sospettare che il cacciatore si trovasse ad un solo miglio di distanza.
— Che laggiù si combatta? — chiese Antao. — Mi sembra impossibile che quel cacciatore trovi tanta selvaggina, mentre qui non vi è nemmeno uno sciacallo da abbattere.
— Se combattessero si udrebbero delle grida, — rispose Alfredo.
— Ma mi sembra di udire dei fragori, Alfredo.
— Dove?...
— Vengono dall’ovest... Zitto, ascolta!... —
Il cacciatore si fermò e si curvò verso terra, tendendo gli orecchi e gli parve di udire realmente come un lontano muggito, somigliante all’irrompere di una fiumana o all’avanzarsi fragoroso di parecchi squadroni di cavalleria o di parecchie batterie d’artiglieria.
— È vero, — mormorò, con una certa inquietudine.
— Cosa credi che sia?... — chiese Antao.
— Non lo so, ma si direbbe che una truppa d’animali colossali galoppa attraverso la foresta.
— Ma quali animali potrebbero produrre tale fragore? Delle antilopi o dei leoni no di certo.
— Gli elefanti, Antao.
— Morte di Nettuno!.. Una banda di elefanti?...
— Sono ancora numerosi in questi paraggi. Vuoi un consiglio?...
— Parla, Alfredo.
— Arrampichiamoci su di un albero ben alto e robusto.
— E se invece tornassimo al campo per mettere in guardia i nostri uomini?<noinclude><references/></div></noinclude>
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— Ci mancherebbe il tempo. Su, lesto o verremo stritolati!... —
Non vi era che da scegliere, essendo gli alberi d’alto fusto numerosi presso le rive di quel corso d’acqua. I due cacciatori s’aggrapparono ad alcune liane ed in pochi istanti si trovarono in salvo sui grossi rami d’un ''bombax'', celandosi in mezzo al fitto fogliame.
Intanto il fragore continuava con un crescendo spaventevole. Pareva che dieci treni ferroviari si avanzassero all’impazzata attraverso la boscaglia, tutto abbattendo sul loro vertiginoso passaggio. La terra rimbombava come fosse sollevata da scosse potenti di terremoto, si udivano gli alberi schiantarsi e precipitare al suolo come se venissero svelti da una tromba ed in mezzo a tutti quei fragori si udivano dei suoni paurosi, dei clamori assordanti che parevano prodotti da un centinaio di rauche trombe di dimensioni gigantesche.
— Morte di Giove e di Saturno!... — esclamava Antao. — Si direbbe che un uragano stia per travolgere l’intera foresta. —
D’improvviso si videro delle masse enormi sbucare fra gli alberi e avanzarsi all’impazzata, abbattendo, con impeto irresistibile, le giovani piante, le quali cadevano a destra ed a sinistra come se venissero fucilate da un’arma mossa da una banda di titani.
Era una truppa di enormi elefanti, in preda ad un panico irresistibile, che fuggiva disordinatamente attraverso alla boscaglia. Quale pauroso spettacolo offrivano quegli animalacci lanciati al galoppo, colle loro potenti proboscidi sferzanti gli alberi vicini, per aprirsi il passo in mezzo a quel caos di vegetali!...
Mescolati confusamente, maschi, femmine e piccini, tutti in preda ad un inesplicabile terrore, pareva che non avessero che un solo scopo: fuggire un grave pericolo.
Urtavano furiosamente gli alberi, sradicavano quelli che si opponevano alla loro corsa, fracassavano i cespugli con mille scricchiolii, sfondavano colle masse enormi dei loro corpi le liane e le radici, barrivano strepitosamente formando un baccano assordante e si urtavano con tale violenza, che i loro corpacci risuonavano come grancasse di mole smisurata.
Quei cinquanta e più animali passarono sotto gli occhi dei due cacciatori come una meteora devastatrice, urtando il colossale tronco del ''bombax'' in così malo modo da scuoterlo dalla base<noinclude><references/></div></noinclude>
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— Ci mancherebbe il tempo. Su, lesto o verremo stritolati!... —
Non vi era che da scegliere, essendo gli alberi d’alto fusto numerosi presso le rive di quel corso d’acqua. I due cacciatori s’aggrapparono ad alcune liane ed in pochi istanti si trovarono in salvo sui grossi rami d’un bombax, celandosi in mezzo al fitto fogliame.
Intanto il fragore continuava con un crescendo spaventevole. Pareva che dieci treni ferroviari si avanzassero all’impazzata attraverso la boscaglia, tutto abbattendo sul loro vertiginoso passaggio. La terra rimbombava come fosse sollevata da scosse potenti di terremoto, si udivano gli alberi schiantarsi e precipitare al suolo come se venissero svelti da una tromba ed in mezzo a tutti quei fragori si udivano dei suoni paurosi, dei clamori assordanti che parevano prodotti da un centinaio di rauche trombe di dimensioni gigantesche.
— Morte di Giove e di Saturno!... — esclamava Antao. — Si direbbe che un uragano stia per travolgere l’intera foresta. —
D’improvviso si videro delle masse enormi sbucare fra gli alberi e avanzarsi all’impazzata, abbattendo, con impeto irresistibile, le giovani piante, le quali cadevano a destra ed a sinistra come se venissero fucilate da un’arma mossa da una banda di titani.
Era una truppa di enormi elefanti, in preda ad un panico irresistibile, che fuggiva disordinatamente attraverso alla boscaglia. Quale pauroso spettacolo offrivano quegli animalacci lanciati al galoppo, colle loro potenti proboscidi sferzanti gli alberi vicini, per aprirsi il passo in mezzo a quel caos di vegetali!...
Mescolati confusamente, maschi, femmine e piccini, tutti in preda ad un inesplicabile terrore, pareva che non avessero che un solo scopo: fuggire un grave pericolo.
Urtavano furiosamente gli alberi, sradicavano quelli che si opponevano alla loro corsa, fracassavano i cespugli con mille scricchiolii, sfondavano colle masse enormi dei loro corpi le liane e le radici, barrivano strepitosamente formando un baccano assordante e si urtavano con tale violenza, che i loro corpacci risuonavano come grancasse di mole smisurata.
Quei cinquanta e più animali passarono sotto gli occhi dei due cacciatori come una meteora devastatrice, urtando il colossale tronco del ''bombax'' in così malo modo da scuoterlo dalla base<noinclude><references/></div></noinclude>
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— Ci mancherebbe il tempo. Su, lesto o verremo stritolati!... —
Non vi era che da scegliere, essendo gli alberi d’alto fusto numerosi presso le rive di quel corso d’acqua. I due cacciatori s’aggrapparono ad alcune liane ed in pochi istanti si trovarono in salvo sui grossi rami d’un bombax, celandosi in mezzo al fitto fogliame.
Intanto il fragore continuava con un crescendo spaventevole. Pareva che dieci treni ferroviari si avanzassero all’impazzata attraverso la boscaglia, tutto abbattendo sul loro vertiginoso passaggio. La terra rimbombava come fosse sollevata da scosse potenti di terremoto, si udivano gli alberi a schiantarsi e precipitare al suolo come se venissero svelti da una tromba ed in mezzo a tutti quei fragori si udivano dei suoni paurosi, dei clamori assordanti che parevano prodotti da un centinaio di rauche trombe di dimensioni gigantesche.
— Morte di Giove e di Saturno!... — esclamava Antao. — Si direbbe che un uragano stia per travolgere l’intera foresta. —
D’improvviso si videro delle masse enormi sbucare fra gli alberi e avanzarsi all’impazzata, abbattendo, con impeto irresistibile, le giovani piante, le quali cadevano a destra ed a sinistra come se venissero fucilate da un’arma mossa da una banda di titani.
Era una truppa di enormi elefanti, in preda ad un panico irresistibile, che fuggiva disordinatamente attraverso alla boscaglia. Quale pauroso spettacolo offrivano quegli animalacci lanciati al galoppo, colle loro potenti proboscidi sferzanti gli alberi vicini, per aprirsi il passo in mezzo a quel caos di vegetali!...
Mescolati confusamente, maschi, femmine e piccini, tutti in preda ad un inesplicabile terrore, pareva che non avessero che un solo scopo: fuggire un grave pericolo.
Urtavano furiosamente gli alberi, sradicavano quelli che si opponevano alla loro corsa, fracassavano i cespugli con mille scricchiolii, sfondavano colle masse enormi dei loro corpi le liane e le radici, barrivano strepitosamente formando un baccano assordante e si urtavano con tale violenza, che i loro corpacci risuonavano come grancasse di mole smisurata.
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— Ci mancherebbe il tempo. Su, lesto o verremo stritolati!... —
Non vi era che da scegliere, essendo gli alberi d’alto fusto numerosi presso le rive di quel corso d’acqua. I due cacciatori s’aggrapparono ad alcune liane ed in pochi istanti si trovarono in salvo sui grossi rami d’un bombax, celandosi in mezzo al fitto fogliame.
Intanto il fragore continuava con un crescendo spaventevole. Pareva che dieci treni ferroviari si avanzassero all’impazzata attraverso la boscaglia, tutto abbattendo sul loro vertiginoso passaggio. La terra rimbombava come fosse sollevata da scosse potenti di terremoto, si udivano gli alberi a schiantarsi e precipitare al suolo come se venissero svelti da una tromba ed in mezzo a tutti quei fragori si udivano dei suoni paurosi, dei clamori assordanti che parevano prodotti da un centinaio di rauche trombe di dimensioni gigantesche.
— Morte di Giove e di Saturno!... — esclamava Antao. — Si direbbe che un uragano stia per travolgere l’intera foresta. —
D’improvviso si videro delle masse enormi sbucare fra gli alberi e avanzarsi all’impazzata, abbattendo, con impeto irresistibile, le giovani piante, le quali cadevano a destra ed a sinistra come se venissero falciate da un’arme mossa da una banda di titani.
Era una truppa di enormi elefanti, in preda ad un panico irresistibile, che fuggiva disordinatamente attraverso alla boscaglia. Quale pauroso spettacolo offrivano quegli animalacci lanciati al galoppo, colle loro potenti proboscidi sferzanti gli alberi vicini, per aprirsi il passo in mezzo a quel caos di vegetali!...
Mescolati confusamente, maschi, femmine e piccini, tutti in preda ad un inesplicabile terrore, pareva che non avessero che un solo scopo: fuggire un grave pericolo.
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Non vi era che da scegliere, essendo gli alberi d’alto fusto numerosi presso le rive di quel corso d’acqua. I due cacciatori s’aggrapparono ad alcune liane ed in pochi istanti si trovarono in salvo sui grossi rami d’un bombax, celandosi in mezzo al fitto fogliame.
Intanto il fragore continuava con un crescendo spaventevole. Pareva che dieci treni ferroviari si avanzassero all’impazzata attraverso la boscaglia, tutto abbattendo sul loro vertiginoso passaggio. La terra rimbombava come fosse sollevata da scosse potenti di terremoto, si udivano gli alberi a schiantarsi e precipitare al suolo come se venissero svelti da una tromba ed in mezzo a tutti quei fragori si udivano dei suoni paurosi, dei clamori assordanti che parevano prodotti da un centinaio di rauche trombe di dimensioni gigantesche.
— Morte di Giove e di Saturno!... — esclamava Antao. — Si direbbe che un uragano stia per travolgere l’intera foresta. —
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Mescolati confusamente, maschi, femmine e piccini, tutti in preda ad un inesplicabile terrore, pareva che non avessero che un solo scopo: fuggire un grave pericolo.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Ganjidvd" />{{RigaIntestazione|144|{{smaller|''Capitolo ventesimo''}}||riga=si}}</noinclude><section begin="s1" />degli animali e partirono di corsa seguìti dai due europei e dall’amazzone, la quale era già perfettamente guarita.
Mezz’ora dopo erano tanto lontani, da non udire più le urla feroci della popolazione martirizzante la spia di Kalani.
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<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|t=2|v=1|{{sc|Capitolo XXI}}}}
{{Ct|v=2|'''Attraverso la regione dei Krepi'''}}
La carovana marciò senza interruzione fino a notte tarda attraverso alla pianura, spingendo i cavalli ad un mezzo galoppo e non si arrestò che sul margine della grande foresta, che doveva guidarli alle rive del Volta.
Uomini ed animali non ne potevano più dopo quella corsa indiavolata fatta sotto un sole ardente e senza aver mai trovato un palmo d’ombra, ma i primi erano contenti di trovarsi così lontani da quella città dei cui abitanti era meglio diffidare, malgrado le premure e l’aiuto prestato dal ''dikero''.
Quand’ebbero cenato e le tende furono rizzate presso i fuochi accesi per tener lontane le fiere, Alfredo chiamò attorno a sè tutti, dicendo:
— Ed ora, parliamo.
— Per Giove!... — esclamò Antao. — Credo che sia giunto il momento di sciogliere un po’ la lingua. Quella corsa precipitosa non mi ha concesso di scambiare una parola con questa ragazza.
— Puoi parlare a tuo comodo, Antao, o meglio le parleremo insieme. Anch’io sono curioso di sapere tante cose che deve ormai conoscere, essendo stata quattro giorni coi suoi rapitori. È vero, Urada?...
— Sì, padrone, — rispose la negra, sorridendo. — Credilo però, padrone, sono stata rapita contro la mia volontà.
— Ne siamo convinti, — disse Antao. — Se così non fosse, non avresti gettati nel bosco quei segnali.
— Li avete trovati?... Dunque avevate seguìto le tracce dei ladri?
— Certo, Urada. Ma in quale modo ti hanno rapita? — chiese Alfredo.<section end="s2" /><noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|160|{{smaller|''Capitolo ventiduesimo''}}||riga=si}}</noinclude>resta, impedendo al disgraziato prigioniero di udire le detonazioni delle armi da fuoco dei suoi amici, ma poi tutto d’un tratto cessarono.
— Toh!... — mormorò, un po’ inquieto. — Chi può aver interrotto quegli arrabbiati concertisti?... Che sia giunto qualche maestro armato di zanne e d’artigli?... La fuga precipitosa degli sciacalli mi mette dei sospetti, ma prenderò le mie precauzioni. —
Si cacciò dietro ai cadaveri della iena e dei due facocheri che potevano servirgli di barricata, avendoli messi l’uno sull’altro, puntò in alto il suo spiedo e stette in ascolto, cogli occhi fissi sui margini della buca.
Essendo la foresta ridiventata silenziosa, dopo alcuni istanti gli parve di udire un soffio poderoso, seguìto dallo scricchiolìo di alcune foglie secche.
— Qualcuno s’avvicina, — mormorò Antao, che si sentiva imperlare la fronte da alcune gocce di sudore freddo. — Che dopo le iene e gli sciacalli vengano i grossi carnivori?... Bella notte che mi si prepara e tutto per colpa di quei dannati porci. —
Tese nuovamente gli orecchi, ma cercando nel medesimo tempo di rannicchiarsi meglio che poteva dietro ai cadaveri e udì nuovamente il soffio poderoso e le foglie scricchiolare come sotto una violenta pressione.
Poco dopo, un oggetto lungo e grosso, di colore oscuro, scese nella buca, soffiando con tale forza da far rimbalzare l’acqua fangosa.
Il portoghese si sentì rizzare i capelli.
— Dio me la mandi buona, — mormorò, facendosi più piccino che poteva. — È un serpente od è la tromba d’un elefante?... —
Guardò in alto e vide ferma, sull’orlo della trappola, una massa gigantesca che spiccava paurosamente fra le tenebre.
Era un elefante di taglia enorme, forse uno di quei vecchi solitari che vivono rintanati in mezzo alle più folte foreste e che sono i più pericolosi di tutti, poichè sono sempre d’un umore intrattabile.
Certo si era accorto della vicinanza dell’uomo ed aveva cacciata la proboscide nella buca, per cercare d’afferrarlo e scaraventarlo contro qualche albero.
— Morte di Urano e di Saturno, — mormorò Antao. — Non<noinclude><references/></div></noinclude>
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— Toh!... — mormorò, un po’ inquieto. — Chi può aver interrotto quegli arrabbiati concertisti?... Che sia giunto qualche maestro armato di zanne e d’artigli?... La fuga precipitosa degli sciacalli mi mette dei sospetti, ma prenderò le mie precauzioni. —
Si cacciò dietro ai cadaveri della iena e dei due facocheri che potevano servirgli di barricata, avendoli messi l’uno sull’altro, puntò in alto il suo spiedo e stette in ascolto, cogli occhi fissi sui margini della buca.
Essendo la foresta ridiventata silenziosa, dopo alcuni istanti gli parve di udire un soffio poderoso, seguìto dallo scricchiolìo di alcune foglie secche.
— Qualcuno s’avvicina, — mormorò Antao, che si sentiva imperlare la fronte da alcune gocce di sudore freddo. — Che dopo le iene e gli sciacalli vengano i grossi carnivori?... Bella notte che mi si prepara e tutto per colpa di quei dannati porci. —
Tese nuovamente gli orecchi, ma cercando nel medesimo tempo di rannicchiarsi meglio che poteva dietro ai cadaveri e udì nuovamente il soffio poderoso e le foglie scricchiolare come sotto una violenta pressione.
Poco dopo, un oggetto lungo e grosso, di colore oscuro, scese nella buca, soffiando con tale forza da far rimbalzare l’acqua fangosa.
Il portoghese si sentì rizzare i capelli.
— Dio me la mandi buona, — mormorò, facendosi più piccino che poteva. — È un serpente od è la tromba d’un elefante?... —
Guardò in alto e vide ferma, sull’orlo della trappola, una massa gigantesca che spiccava paurosamente fra le tenebre.
Era un elefante di taglia enorme, forse uno di quei vecchi solitari che vivono rintanati in mezzo alle più folte foreste e che sono i più pericolosi di tutti, poichè sono sempre d’un umore intrattabile.
Certo si era accorto della vicinanza dell’uomo ed aveva cacciata la proboscide nella buca, per cercare d’afferrarlo e scaraventarlo contro qualche albero.
— Morte di Urano e di Saturno, — mormorò Antao. — Non<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione||{{smaller|''Le formiche carnivore''}}|115|riga=si}}</noinclude><nowiki/>
— Quegli uccelli?...
— Sì, Antao. Sono i ''troichilus'', volatili che mai si separano da quei formidabili rettili quando questi si tengono a galla e che rendono a quelle bestiacce dei buoni servigi, sbarazzando le loro mandibole dei numerosi insetti che le ingombrano.
— Ed i coccodrilli rispettano quei piccoli volatili?
— Lo vedi come si cacciano impunemente fra le potenti mascelle, soffermandovisi a lungo.
— Non avrei mai creduto che quei bruti sapessero cos’è la riconoscenza.
— Ah!...
— Cos’hai?...
— Vedi quei piccoli animali che s’avanzano prudentemente sulle sabbie della riva?... —
Il portoghese guardò nella direzione indicata e vide, a due o trecento passi, quattro animali grossi un po’ più d’un gatto, ma col corpo più lungo, le gambe corte, il muso assai acuto, gli orecchi corti ma larghi, ed il pelame lanoso, lungo, giallo ruggine, a riflessi fulvi verso la coda.
Procedevano lentamente, procurando di tenersi celati dietro le ripiegature del terreno, ma di quando in quando si arrestavano per rimuovere le sabbie con un lesto colpo di zampa.
— Dei gatti qui? — esclamò Antao. — Forse dei gatti selvatici?
— No, sono i più fieri nemici dei coccodrilli.
— Quegli animali così piccoli?... Vuoi burlarti di me?...
— Non ne ho mai avuta l’intenzione. Quegli animaletti sono gli icneumoni e fanno guerra ai coccodrilli divorando le uova che questi depongono fra le sabbie onde il sole le faccia schiudere.
— I furbi!...
— Ma quanto sono utili, mio caro. Senza gli icneumoni ben presto i coccodrilli diventerebbero così numerosi, da rendere i fiumi dell’Africa inaccessibili anche alle grosse barche. Orsù, lasciamo quegli animaletti alle loro occupazioni e pensiamo ai ladri o guadagneranno tanta via da non poterli più raggiungere. Stiamo in guardia, poichè ora siamo sul territorio degli Ascianti. —
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— Ed i coccodrilli rispettano quei piccoli volatili?
— Lo vedi come si cacciano impunemente fra le potenti mascelle, soffermandovisi a lungo.
— Non avrei mai creduto che quei bruti sapessero cos’è la riconoscenza.
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— Dei gatti qui? — esclamò Antao. — Forse dei gatti selvatici?
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— Quegli animali così piccoli?... Vuoi burlarti di me?...
— Non ne ho mai avuta l’intenzione. Quegli animaletti sono gli icneumoni e fanno guerra ai coccodrilli divorando le uova che questi depongono fra le sabbie onde il sole le faccia schiudere.
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— Ma quanto sono utili, mio caro. Senza gli icneumoni ben presto i coccodrilli diventerebbero così numerosi, da rendere i fiumi dell’Africa inaccessibili anche alle grosse barche. Orsù, lasciamo quegli animaletti alle loro occupazioni e pensiamo ai ladri o guadagneranno tanta via da non poterli più raggiungere. Stiamo in guardia, poichè ora siamo sul territorio degli Ascianti. —
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Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo II, Classici italiani, 1823, II.djvu/439
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Avemundi
1841
/* Problematica */ Revisione
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="Avemundi" />402 LIBRO</noinclude>che in qualche arte erano eccellenti; che l’artefice che rifece il colosso di Nerone, cioè che alla testa di questo odiato imperadore sostituì
« l’argento che avesse bramato Zenodoro, bisogna dire
« che per fare il bronzo richiesto da questo imperatdore non erano necessarii solo questi preziosi ingredienti, ma vi volea ancora cognizione e sapere non
« ordinario per formarlo, e per questa ragione avrà
« Plinio dato il titolo di scienza alla composizione di
« farlo: ''Aeris fundendi scientiam''. Parmi adunque dimostrato che la qualità del bronzo richiesto da Nerone pel suo colosso, e di cui non era al fatto
« Zenodoro , era in genere di lega intrinsecamente
« pregiata e rara, fosse così facile a conoscersi la qualità precisa di esso giacché molti erano i bronzi che
« da’ Romani aveansi in estimazione. Seguitemi un altro
« poco, che con la scorta di Plinio vo’ cercarlo. Ouest’autore bravissimo al principio del libro 34, dopo
« aver parlato dei metalli non composti , passa a discorrere dei composti, cioè di quelli che con varii
« metalli si formano , e della estimazione che aveano.
« A quattro si riducono i più accreditati. Al deliaco ,
» all’eginetico, al corintio ed all’ hepatizon. In Delo
« fu nobilitalo il bronzo prima di ogni altro, egli ci
« dice; ivi stima grande e il nome di deliaco acquistossi In seguito si apprezzò l’eginetico, cosi detto
« dall’isola Egina che famosa per questo divenne. Nel
« Foro boario si vedea un bue di eginetico, bronzo.
a Ma più delle indicate due sorti di bronzo pregiavasi
« il corintio, che dalla mischianza accidentale (come
« ognuno sa) nell’incendio di Corinto ebbe nome e
« l'esser suo totale. Un altro bronzo eravi poi di grande
« estimazione dal colore che avea di fegato, chiamato
« hepatizon. Non arrivava in pregio al corintio, ma
« superava il deliaco e l’eginetico. Il corintio non
« potea comporsi da veruno; non così i due sunnominati eginetico e deliaco. Dell’hepatizon poi, quantunque fosse inventore il caso, come lo è stato delle
« più interessanti scoperte, pure non avea mancato<noinclude></noinclude>
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Avemundi
1841
Revisione, a capo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="Avemundi" />402 {{Centrato|LIBRO}}</noinclude>che in qualche arte erano eccellenti; che l’artefice che rifece il colosso di Nerone, cioè che alla testa di questo odiato imperadore sostituì
« l’argento che avesse bramato Zenodoro, bisogna dire<br clear="all" />
« che per fare il bronzo richiesto da questo imperadore non erano necessarii solo questi preziosi ingredienti, ma vi volea ancora cognizione e sapere non<br clear="all" />
« ordinario per formarlo, e per questa ragione avrà<br clear="all" />
« Plinio dato il titolo di scienza alla composizione di<br clear="all" />
« farlo: ''Aeris fundendi scientiam''. Parmi adunque dimostrato che la qualità del bronzo richiesto da Nerone pel suo colosso, e di cui non era al fatto<br clear="all" />
« Zenodoro , era in genere di lega intrinsecamente<br clear="all" />
« pregiata e rara, fosse così facile a conoscersi la qualità precisa di esso giacché molti erano i bronzi che<br clear="all" />
« da’ Romani aveansi in estimazione. Seguitemi un altro<br clear="all" />
« poco, che con la scorta di Plinio vo’ cercarlo. Ouest’autore bravissimo al principio del libro 34, dopo<br clear="all" />
« aver parlato dei metalli non composti , passa a discorrere dei composti, cioè di quelli che con varii<br clear="all" />
« metalli si formano , e della estimazione che aveano.<br clear="all" />
« A quattro si riducono i più accreditati. Al deliaco ,<br clear="all" />
» all’eginetico, al corintio ed all’ hepatizon. In Delo<br clear="all" />
« fu nobilitalo il bronzo prima di ogni altro, egli ci<br clear="all" />
« dice; ivi stima grande e il nome di deliaco acquistossi In seguito si apprezzò l’eginetico, cosi detto<br clear="all" />
« dall’isola Egina che famosa per questo divenne. Nel<br clear="all" />
« Foro boario si vedea un bue di eginetico, bronzo.<br clear="all" />
a Ma più delle indicate due sorti di bronzo pregiavasi<br clear="all" />
« il corintio, che dalla mischianza accidentale (come<br clear="all" />
« ognuno sa) nell’incendio di Corinto ebbe nome e<br clear="all" />
« l'esser suo totale. Un altro bronzo eravi poi di grande<br clear="all" />
« estimazione dal colore che avea di fegato, chiamato<br clear="all" />
« hepatizon. Non arrivava in pregio al corintio, ma<br clear="all" />
« superava il deliaco e l’eginetico. Il corintio non<br clear="all" />
« potea comporsi da veruno; non così i due sunnominati eginetico e deliaco. Dell’hepatizon poi, quantunque fosse inventore il caso, come lo è stato delle<br clear="all" />
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Avemundi
1841
Correggo
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text/x-wiki
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« che per fare il bronzo richiesto da questo imperadore non erano necessarii solo questi preziosi ingredienti, ma vi volea ancora cognizione e sapere non<br clear="all" />
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« Zenodoro , era in genere di lega intrinsecamente<br clear="all" />
« pregiata e rara, fosse così facile a conoscersi la qualità precisa di esso giacché molti erano i bronzi che<br clear="all" />
« da’ Romani aveansi in estimazione. Seguitemi un altro<br clear="all" />
« poco, che con la scorta di Plinio vo’ cercarlo. Ouest’autore bravissimo al principio del libro 34, dopo<br clear="all" />
« aver parlato dei metalli non composti , passa a discorrere dei composti, cioè di quelli che con varii<br clear="all" />
« metalli si formano , e della estimazione che aveano.<br clear="all" />
« A quattro si riducono i più accreditati. Al deliaco ,<br clear="all" />
» all’eginetico, al corintio ed all’ hepatizon. In Delo<br clear="all" />
« fu nobilitalo il bronzo prima di ogni altro, egli ci<br clear="all" />
« dice; ivi stima grande e il nome di deliaco acquistossi In seguito si apprezzò l’eginetico, cosi detto<br clear="all" />
« dall’isola Egina che famosa per questo divenne. Nel<br clear="all" />
« Foro boario si vedea un bue di eginetico, bronzo.<br clear="all" />
« Ma più delle indicate due sorti di bronzo pregiavasi<br clear="all" />
« il corintio, che dalla mischianza accidentale (come<br clear="all" />
« ognuno sa) nell’incendio di Corinto ebbe nome e<br clear="all" />
« l'esser suo totale. Un altro bronzo eravi poi di grande<br clear="all" />
« estimazione dal colore che avea di fegato, chiamato<br clear="all" />
« hepatizon. Non arrivava in pregio al corintio, ma<br clear="all" />
« superava il deliaco e l’eginetico. Il corintio non<br clear="all" />
« potea comporsi da veruno; non così i due sunnominati eginetico e deliaco. Dell’hepatizon poi, quantunque fosse inventore il caso, come lo è stato delle<br clear="all" />
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Autore:Giovanni Ceva
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Avemundi
1841
refuso (vedi frontespizio)
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wikitext
text/x-wiki
{{Autore
| Nome = Giovanni
| Cognome = Ceva
| Attività = matematico
| Nazionalità = italiano
| Professione e nazionalità =
}}
== Opere ==
* ''Ragioni contra l'introduzione del Reno nel Pò grande'', Bologna, 1716 ({{BEIC|IE7864312}}, {{GB|6E9fAAAAcAAJ}})
* ''Replica in difesa delle sue dimostrazioni e ragioni per le quali non debbasi introdurre Reno in Pò'', Mantova, 1717 ({{BEIC|IE1714651}}, {{GB|4FZfAAAAcAAJ}})
{{Sezione note}}
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Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. II, 1977 – BEIC 1871053.djvu/24
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OrbiliusMagister
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|18|{{Sc|la fuga}}|}}</noinclude><poem>
{{Ottava|55}}Innanzi al carro e d’ognintorno vanno
turbe perverse e di sembiante estrano.
L’altero Orgoglio, il traditore Inganno,
l’Omicidio crudel, lo Sdegno insano,
l’Insidia, che ’l coltello ha sotto il panno,
e la Discordia con due spade in mano,
il Furor cieco, il Rischio desperato,
il Timor vile, e l’Impeto sfrenato.
{{Ottava|56}}La Stizza v’ha, che di dispetto arrabbia,
l’Ira vi sta, che batte dente a dente,
la Vendetta si morde ambe le labbia
ed ha verde la guancia e l’occhio ardente,
la Crudeltà d’imporporar la sabbia
gode del sangue de l’uccisa gente,
e fra strazii, e dolori, e pianti, e strida
rota la falce sua Morte omicida.
{{Ottava|57}}Tremò la Furia a quella vista e n’ebbe,
pentita del suo ardir, tema ed orrore,
e tant’oltre venuta esser le ’ncrebbe,
ché per natura ha paventoso il core,
e ’ndietro ritornar quasi vorrebbe:
ché ’nsomma altro non è, se non timore.
Pur ripreso coraggio, audace e pronta
tra’ suoi trïonfi il forte Duce affronta.
{{Ottava|58}}Quella Larva in mirando orrida e pazza
del carro ogni destrier s’arretra e sbuffa:
e ’l crin, che quinci e quindi erra e svolazza,
s’erge lor sovra il collo e si rabbuffa.
Ma ne l’entrar de la tremenda piazza
il vincitor d’ogni dubbiosa zuffa
gli affiena, e volge in lei qual face o dardo
pien di bravura e spaventoso il guardo.
</poem><noinclude><references/></div></noinclude>
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Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. II, 1977 – BEIC 1871053.djvu/25
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OrbiliusMagister
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione||{{Sc|canto duodecimo}}|19}}</noinclude><poem>
{{Ottava|59}}— La tua Diva, il tuo ben, quella che ’ntatta
sol per te — gli diss’ella — arder s’infinge,
eccola là, che ’ndegna preda è fatta
d’un selvaggio Garzon, che ’n sen la stringe;
d’un, ch’a pena sostien l’arco che tratta:
guarda a che bassi amori Amor la spinge!;
e quando in braccio a lui talor s’asside,
de’ tuoi vani furor seco si ride. —
{{Ottava|60}}Tacque, e crollò, poi che così gli disse,
l’empie ceraste onde fea selva al crine,
ed al Signor de le sanguigne risse
il fianco punse di secrete spine.
Poi nel core una vipera gli affisse
de le chiome mordaci e serpentine,
e ferito che l’ebbe, in un momento
si sciolse in ombra, e si disperse in vento.
{{Ottava|61}}Come con sua virtù sottile e lenta,
c’ha vigor di velen, rigor di ghiaccio,
s’a l’ésca la torpedine s’aventa
toccando l’amo, e penetrando il laccio,
scorre ratto a la canna, ed addormenta
del Pescatore assiderato il braccio:
e mentre per le vene al cor trapassa,
tutto immobile e freddo il corpo lassa:
{{Ottava|62}}così la Furia col suo tosco orrendo
di gelido stupor Marte consperse,
lo qual di fibra in fibra andò serpendo,
e ’n profondo martìr l’alma sommerse,
sì ch’ogni senso, ogni color perdendo
lasciò di man le redine caderse:
né da l’assalto di quel colpo crudo
valse punto a schermirlo usbergo o scudo.
</poem><noinclude><references/></div></noinclude>
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|203}}</noinclude>gli Astronomi: per esempio, quando vogliamo prendere le altezze corrispondenti del Sole, per determinare l’ora del Mezzodì, queste altezze si prendono a mezza mattina, e mezza sera; e spessissimo sopravengono allora le nuvole a turbare: oppure, quando non si sperava, s’apre il Cielo, e favorisce: così volendo osservare il passaggio dell’imagine del Sole per la linea Meridiana, il demonio delle nubi non di rado viene a rubare, o imbrogliare quest’imagine.
Quante volte poi non vediamo cambiare il tempo, ed il vento, al levare, e tramontare del Sole, oppure al Mezzodì, ed alla Mezzanotte? Il popolo istesso aspetta questi momenti per congetturare. Lo stesso si osserva nelle malattie, che rimettono, o si esacerbano a tali tempi, ed i moribondi per lo più muojono nel contorno di questi punti.
52. Ma queste parti, e queste vicende, sono molto più osservabili nel giorno ''Lunare'', che si dee con cura distinguere dal Solare, quanto più è grande la forza della Luna sopra la terra, che quella del Sole, e la marea obbedisce più alla Luna, che al Sole. Conviene dunque osservare il levare, e tramontare della Luna, ed i suoi due {{Pt|pas-|}}<noinclude></noinclude>
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|204|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>{{Pt|saggi|passaggi}} per il Meridiano di sopra, e di sotto; questi danno il fine dell’alta marea, o del flusso; quelli il fine della bassa marea, o del riflusso; ed analogo deve essere il flusso e riflusso dell’Atmosfera. Infatti avendo riscontrato le ore del principio di 760. pioggie negli anni scorsi, ne trovo 646. almeno, il principio delle quali combina col sito della Luna in questi quattro angoli del Meridiano, e dell’Orizzonte, coincidenti colle ore del voltar dell’acqua.
Abbiamo dunque regole non vane per congetturare la qualità del tempo, per l’anno, per il mese, per il giorno. Sono lontano di molto da intendere d’imporre leggi, ognuno pensi a modo suo, nè creda a me, se non quanto mi trovi fondato in ragione, analogia, ed osservazione.
[[File:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 1 - 1802 (page 129 crop).png|class=fine_capitolo|center|120px]]<noinclude></noinclude>
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||205}}</noinclude>[[File:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 1 - 1802 (page 12_1 crop).png|center|450px]]
{{Ct|class=capitoletto|Nel {{Sc|Giornale}} dell’Anno 1779.}}
{{Ct|v=2|{{sc|confronto ragionato delle osservazioni meteorologiche di diversi paesi}}}}
{{Ct|''Letto nell’Accademia d’Agricoltura di Padova il dì 7. Decembre 1778''.}}
1. {{xxx-larger|S}}pettacolo vago certamente sarebbe quello di un abitatore della terra trasferito al globo della Luna, nel contemplare di là questo stesso nostro mondo terracqueo. Vedrebbe prima la medesima varietà di Fasi che noi scorgiamo nella Luna; ma con ordine inverso, in quanto vedrebbe ''Terra Piena'' nel tempo che per noi è Luna Nuova, e ''Terra Nuova'' quando per noi è Luna Piena. Nel tempo del Pleniterrio vedrebbe una Lunaccia in superficie quindici volte più grande della Luna che vediamo noi; ma quello che più lo farebbe stupire, sarebbe di vedere questa gran Luna sempre nello stesso sito, e se fosse nel centro del disco, pendula ed immobile sopra del suo capo (eccetto la<noinclude></noinclude>
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Dr Zimbu
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/* Riletta */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|206|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>piccola inclinazione che porta la librazione Lunare); e questo perchè, siccome noi miriamo sempre la medesima faccia della Luna rivolta alla terra per la rotazione di essa intorno il suo asse, che si compie in pari tempo colla sua rivoluzione mestrua intorno della terra; così per la medesima linea visuale un abitatore della Luna (che non potrebbe accorgersi del moto della medesima, più di quello ci accorgiamo noi del moto della terra nostra) crederebbe di avere, ed avrebbe in fatto, la terra sempre in faccia: quindi gli abitatori della parte opposta del globo lunare, se ve ne sono, non veggono mai la Terra, quando non facessero dei viaggi nell’emisfero di qua, come fanno i nostri agli antipodi, appunto per vedere questo grande e vago lanternone, di cui sono essi privi nella notte che dura loro intorno quindici giorni, differenza, che dee produrre una gran diversità di condizioni in quegli abitanti da un emisfero all’altro; il che forse fia cagione di liti, e di guerre per aver possessioni, e stati in quest’emisfero rivolto alla terra; e forse rende quell’altro disabitato, e deserto del tutto.
2. Lasciando la fantasia, un osservatore,<noinclude></noinclude>
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|207}}</noinclude>dalla Luna contemplando il disco terrestre, avrebbe verificato lo spettacolo finto nel sogno di Scipione; e scorgerebbe ad occhi nudi le macchie della Terra, o sia grandi spazj chiari dalla parte Settentrionale generalmente sporti giù in punta, ed altri grandi spazj oscuri dalla parte d’Ostro. Usando poi d’un Cannocchiale, vedrebbe più distinte le macchie della terra, vale a dire, in aspetto più chiaro i Continenti, e le Isole; l’Oceano, gli altri Mari, e Laghi in aspetto oscuro precisamente, come si presenta a noi la faccia della Luna. Ma vi sarebbe questa notabile differenza, che mentre noi nella Luna veggiamo sempre nello stesso sito le macchie, salvo l’effetto dell’obbliquità della vista, e della librazione, gli abitatori Lunari vedrebbero rapidamente le macchie della Terra cambiar sito, nascondersi le une a destra, altre nuove comparirne alla sinistra, avanzarsi, queste al mezzo, e ritornare le stesse vicende nello spazio di circa 25. ore, quanto dura il giorno Lunare appresso noi, e ciò per la rivoluzione diurna della Terra.
3. Ma un’altra gran differenza sarebbe questa; che, oltre le macchie costanti or ora dette, vedrebbero altre macchie incostanti,<noinclude></noinclude>
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|208|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>e varie da un’ora all’altra. Le macchie varie con regola le porgerebbe la verdura delle Campagne, e delle Selve in una Stagione, nell’altra l’aridezza, e l’estensione delle Nevi, che coprono per Mesi gran parte dell’Europa, dell’Asia, e dell’America Settentrionale. Incostantissimi poi sarebbero le apparenze, non dirò dell’inondazioni che renderebbero oscuri alcuni tratti prima chiari, e quelle d’Egitto per il Nilo, e simili sarebbero visibili dalla Luna, ma spezialmente l’apparenze delle Nuvole, che talora coprono la Terra per immensi spazj: queste macchie dunque sarebbero molto più varie di quelle del Sole, e piuttosto simili a quelle, che ci mostrano i Telescopj nella faccia di Marte, e di Giove, che sono terre, spezialmente Giove, per le quattro sue Lune, soggette a molto più di vicende che la nostra; per la ragione opposta, diversa dalla nostra dee credersi l’Atmosfera della Luna, giacchè in essa non iscorgiamo tal varietà che si renderebbe visibile agl’istromenti nostri.
4. Ma per distinguere le vicende più particolari dei luoghi terrestri, converrebbe che l’osservatore discendesse un poco più a {{Pt|bas-|}}<noinclude>{{A destra|so,|2em}}</noinclude>
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Dr Zimbu
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/* Riletta */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|209}}</noinclude>{{Pt|so,|basso,}} e che potesse fermare il suo Ippogrifo, o la sua Barca Volante, ad un’altezza tale, che, stando fuori della rotazione diurna della Terra, e dell’Atmosfera, potesse, se non altro fornito di buon Cannocchiale, vedere gli oggetti che gli passassero sotto: poichè per vedere dalla Luna alla Terra un oggetto, o un tratto quanto è la Città di Padova, dandole due miglia di diametro, e per ridurlo alla grandezza di due minuti, confine della divisione distinta, vi vorrebbe un Cannocchiale che ingrandisse, o avvicinasse oggetti 60. volte; il che si può: ma per distinguere un uomo, ridotto, cioè, come alla distanza di due miglia ad occhio nudo, vi vorrebbe un Cannocchiale che ingrandisse cento mila volte, che vorrebbe essere un Cannocchiale lungo, e largo almeno quanto la Piazza di S. Marco.
5. Ora nel sito indicato di sopra le nuvole, ben curioso sarebbe il mirar passando sotto di se, non dirò i Regni, e le Provincie con tanta varietà di popoli che nulla importano nel caso nostro, ma la diversa costruzione dell’Atmosfera; quivi dense nuvole, o folta caligine, in poca distanza il Sole, in altro luogo la Pioggia, in altro la {{Pt|Ne-|}}<noinclude>{{PieDiPagina|{{Sc|Tom}}. I.||O}}</noinclude>
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|210|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>{{Pt|ve,|Neve,}} in altro i Baleni, e la Gragnuola; spettacolo adombrato in certi giorni di State, quando da luogo eminente, per esempio dalla terrazza di questa Specola, con Cielo vario, e sussureggiante, girando l’occhio intorno l’Orizzonte si vede piovere, e balenare in venti luoghi al Monte, ed al Piano, mentre e Monti, e Valli, e tutta la pianura si mostra seminata più o meno d’ombre di dense nuvole di mille figure, con vaghissimi getti di luce, o di Sole frammezzo.
6. Un tale osservatore potrebbe nel corso d’un anno al più, se il suo Ippogrifo non si stancasse, tracciare l’Istoria Meteorologica, generale, e particolare, di tutta la terra. Ma non avendo noi nè l’Ippogrifo, nè Barche volanti, nè ale, per conseguir in parte questo intento cosa possiamo fare? Altro non ci resta, che di badare ognuno al proprio paese, per poco discosto che sia, qualche differenza particolare. Questo è quello ch’è il mio divertimento di fare quì per la Città di Padova; ma in oltre ho ritrovato degli amatori, persone studiose, e colte, che hanno preso il medesimo diletto, e con bontà hanno voluto comunicarmi le loro osservazioni, delle quali dunque è ben giusto<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|lungo la francia e l'italia}}|79}}</noinclude>
La giovinetta a queste parole si lasciò vedere alquanto commossa; e a me parve d’udire un sospiro. Ma io non poteva arrogarmi di chiederne conto, né piú dissi parola sino al canto della ''rue de Nevers'', ove dovevamo dividerci.
— Ma si va egli di qua, mia cara — le dissi — all’''hôtel de Modène''? —
Rispose che sí. — Benché — soggiuns’ella — vi si vada anche per la ''rue Guénégaud'', che è la via dopo questa.
— Adunque piglierò quella via — replicai — sí per mio piacere, sí per proteggervi quanto piú a lungo io potrò della mia compagnia. —
La giovinetta sentí la mia cortesia. — E vorrei — disse — che l'''hôtel de Modène'' fosse nella ''rue des Saints-Pères''.
— Ci state di casa? — diss’io.
Risposemi ch’era ''fille-de-chambre de madame de R***''.
— Bontá divina! — esclamai — la dama appunto a cui reco una lettera d’Amiens.
— E credo — tornò a dir la fanciulla — che ''madame de R***'' aspetti un forestiero, e le pare mill’anni. —
Pregai dunque la giovinetta che presentasse a madama i miei complimenti e le dicesse ch’io la ossequierei domattina senz’altro.
Cosí discorrendo e stando sempre sul canto della ''rue de Nevers'', ci siamo fermati un altro pochino, tanto ch’ella disponesse un po’ meglio i suoi ''Égarements du cœur'' ecc., che le impedivano le mani: mi presi il primo tomo fino a che ella si riponesse in tasca il secondo; poi mi sporgeva aperta la tasca, ed io vi feci star l’altro.
Ed è pur dolce il sentire con che finissime trame gli affetti nostri si vanno vicendevolmente tessendo!
Ripigliando il cammino, la fanciulla dopo tre passi s’appoggiò col suo braccio sul mio, ed io stava giá per offerirglielo; ma se lo prese da sé, e con semplicissima spontaneitá, come se non potesse entrarle in capo ch’essa non m’aveva mai sino allora veduto.
Quanto a me, fui vinto ad un tratto da tal sentimento di consanguinitá, che mi fu forza di volgermi a considerarla in viso<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|80|{{Sc|vii - viaggio sentimentale di yorick}}|}}</noinclude><section begin="s1" />
se mai vi raffigurassi alcun’aria di famiglia. — Poh! — dissi — e non siamo noi tutti parenti? —
Giunti al canto di ''rue Guénégaud'', ristetti per dirle addio davvero: la giovinetta volea pur ringraziarmi della compagnia e del favore, e disse addio, e ridisse addio, e le ridissi addio; e il congedo fu sí cordiale, che altrove io l’avrei suggellato d’un bacio di caritá, caldo e santo come quel d’un apostolo<ref>«''Salutate invicem in osculo sancto''». {{Sc|Beati Petri}} ''Epist.'', {{Sc|i}}, 5, 14 [F.].</ref>.
Ma in Parigi i baci non si costumano che tra uomini<ref>In Inghilterra il baciarsi tra uomini è atto nefando; bensí le donne baciano pubblicameme per atto d’accoglienza o di commiato gli uomini su le labbra; perciò il parroco parla con semplicitá di animo del bacio che avrebbe dato «altrove». Per altro quest’uso prevaleva anche in Francia due secoli addietro: «''La forme des salutations qui est particulière à notre nation abastardit par sa facilité la grâce des baisers, et nousmesmes n’y gagnons gueres; car pour trois belles il nous en faut baiser cinquante laides, et un mauvais baiser en surpasse un bon''. {{Sc|{{AutoreCitato|Michel de Montaigne|Montaigne}}}}, lib. {{sc|iii}}, cap. 5: e mi pare che non abbia ragione, per le ragioni ch’io so [F.].</ref>: però le diedi l’equivalente, augurandole la benedizione di Dio.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|c=t1|XXXIX}}
{{Ct|c=t2|IL PASSAPORTO}}
{{Ct|c=t3|PARIGI}}
Quando giunsi all’''hôtel'', La Fleur mi avvisò che il ''lieutenant de police'' aveva inchiesto di me. — Qui c’entra il diavolo! — dissi, ed io sapeva il perché: ed è tempo che lo sappiano anche i lettori. Non giá ch’io, nel ragguagliarli per filo di tutti i miei casi, fossi smemorato in ciò solo; ma parvemi bene di trasandarle, perché, se l’avessi detto allora, i lettori se ne sarebbero ora forse dimenticati: e ora propriamente fa al caso.
Uscii cosí in furia di Londra, ch’io, non che ricordarmi né punto né poco che s’era in guerra col re di Francia, io anzi giá da Douvre osservava col cannocchiale le alture dietro
<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|lungo la francia e l'italia}}|81}}</noinclude>
Bologna-a-mare, né mi s’affacciava per anche l’idea ch’io guardava in terra nemica, né l’idea successiva, cioè, che senza passaporto non vi si andava. Ch’io giunga a capo d’una strada e ch’io non mi torni piú savio, quest’è la piú trista maledizione che mi possa mai cogliere. E come poteva io rassegnarmi a tornarmene addietro, io che per istruirmi aveva fatto allora, sto per dire, l’estremo del mio potere? Udendo dunque che il conte ''de***'' aveva noleggiato il navicello, me gli raccomandai che m’aggiungesse alla sua comitiva; né io gli era affatto ignoto. Mosse alcuni dubbi; ma non mi disse di no: bensí che egli non poteva prolungare al di lá di Calais il piacere che aveva di servirmi, perché doveva tornarsi a Parigi per la strada di Brusselle; ma che, passato Calais, arriverei senza altra opposizione a Parigi, dove nondimeno io doveva farmi degli amici e provvedere a’ miei casi.
— Purch’io tocchi Parigi, ''monsieur le comte'' — gli diss’io, — e andrá bene ogni cosa. — M’imbarcai, né ci pensai piú.
Ma, quando La Fleur mi parlò dell’inchieste del ''lieutenant de police'', l’udirlo e il risovvenirmene fu tutt’uno. Taceva appena La Fleur, e mi vedo in camera l’albergatore con la stessa notizia, e con l’appendice, che si domandava segnatamente il mio passaporto. — E spero — conchiuse l’albergatore — che il signore l’avrá.
— Io? no davvero! — risposi.
A questa dichiarazione il ''maître'' dell’''hôtel'' si ritrasse da me. come da persona infetta, tre passi; e La Fleur, poveretto, mi s’accostò tre passi, con la mossa d’un’anima buona che vuol accorrere al pericolo d’un disgraziato. D’allora in poi il mio cuore fu tutto suo: questo unico tratto mi svelò schiettamente la sua natura, e conobbi ch’io poteva fidarmene a occhi chiusi piú che se m’avesse fedelmente servito sette anni<ref>«''Serviam tibi septem annis. Servivit septem annis''». ''Gen''., {{Sc|xxxix}} [F.].</ref>.
— ''Monseigneur''! — gridò l’oste, — ma si ripigliò e mutò stile: — Se ''monsieur'' non ha passaporto, ''apparemment'' avrá amici in Parigi, i quali glielo potranno impetrare.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|82|{{Sc|vii - viaggio sentimentale di yorick}}|}}</noinclude><section begin="s1" />
— No, ch’io mi sappia; — e risposi come chi non se ne cura.
— Dunque ''certes'' — mi replicò — voi sarete albergato nella ''Bastille'' o nel ''Châtelet, au moins''.
— Baie! — io gli dissi — il re di Francia è una creatura d’ottimo cuore, e non vorrá far male ad anima nata.
— ''Cela n’empêche pas'' — mi diss’egli: — non v’è da dire; domattina sarete messo nella ''Bastille''.
— Ma io qui pago la pigione per tutt’un mese — gli rispos’io; — e non v’è re di Francia nell’universo che mi faccia lasciare innanzi tempo il mio alloggio. —
La Fleur mi bisbigliò all’orecchio che nessuno poteva dirla col re di Francia.
— ''Pardi!'' — disse l’oste — ''ces messieurs anglais sont des gens très-extraordinaires!'' —
Ciò detto e giurato, andò via.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|c=t1|XL}}
{{Ct|c=t2|IL PASSAPORTO}}
{{Ct|c=t3|L’''HÔTEL'' IN PARIGI}}
Ma non mi dava il cuore di martoriare l’anima di La Fleur; e però, anziché mostrarmi affannato del mio pericolo, me lo pigliai con disinvoltura: e, per fargli vedere che non mi dava gran che da pensare, tagliai il discorso, e, mentr’ei servivami a cena, io piú piacevolmente del solito chiacchierava e di Parigi e dell’''Opéra comique''. La Fleur v’era stato egli pure, e m’aveva tenuto dietro sino alla bottega del libraio: ma, vedendomi uscire con la giovine ''fille-de-chambre'', e andarcene di compagnia lungo il ''quai de Conti'', gli parve che non importasse di scortarmi un passo piú in lá; e, ruminando certe sue riflessioni, prese la scorciatoia, e giunse all’''hôtel'' in tempo da risapere, innanzi ch’io v’arrivassi, la faccenda della ''police''.
Appena quella onesta creatura ebbe sparecchiato e discese a cenare, io mi posi a consigliarmi da senno intorno a’ miei casi.<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|lungo la francia e l'italia}}|83}}</noinclude>
Or ti vedo, Eugenio; e tu ghigni, e ripensi al mio breve dialogo teco, quand’io stava lí per partire, e mi giova di riferirlo.
Eugenio, sapendo ch’io non soglio gran fatto patire di strabondanza di danaro e di giudizio, mi chiamò in disparte perch’io lo informassi di che somma mi fossi fornito. Gliel dissi appuntino. Crollò il capo. — Non basta — mi rispos’egli, e si trasse la borsa per votarla dentro la mia.
— N’ho abbastanza in coscienza, Eugenio — diss’io.
— Credetemi, Yorick, sono pratico della Francia e dell’Italia assai piú di voi — tornò a dire Eugenio: — non basta.
— Ma voi non considerate, Eugenio — risposi ringraziandolo dell’esibizione, — che non mi starò tre giorni in Parigi, e che non m’ingegni di dire o di fare tra bene e male in guisa che io mi trovi custodito nella ''Bastille'', dove almen per due mesi il re di Francia mi fará tutte le spese?
— Scusatemi — disse Eugenio tra’ denti: — infatti io non aveva posto mente a questo sussidio. —
Il caso, ch’io aveva invitato da burla, picchiò al mio uscio davvero.
Or fu egli forse pazzia? spensieratezza? filosofia? pervicacia? che fu egli mai, per cui quando La Fleur mi lasciò solo co’ miei pensieri, non v’era verso che potessi darmi ad intendere ch’io non doveva pensare come io aveva parlato ad Eugenio?
— E quanto alla ''Bastille''! il terrore sta nel vocabolo. Datti anche per disperato — diss’io — la «''Bastille''» non è se non un vocabolo invece di «torre»; e «torre», un altro invece di «casa donde non hai forza d’uscire». Miserere de’ podagrosi! ci sono due volte l’anno; ma, con nove lire al giorno, carta, penna, calamaio e pazienza, tu puoi ben anche a uscio chiuso passartela ragionevolmente, non foss’altro, per un mese, un mese e mezzo; dopo di che, se tu se’ un uomo dabbene, l’innocenza trionfa; e se entrasti buono e savio, n’esci migliore e savissimo. —
Fatti ch’ebbi questi conti, m’occorse di andare (né mi ricordo perché) nel cortile: so bensí ch’io scendeva per quella scala gloriandomi del vigore del mio raziocinio. — Pèra il tetro<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|84|{{Sc|vii - viaggio sentimentale di yorick}}|}}</noinclude>
pennello! — diceva io baldanzoso — s’abbia chi vuole, ch’io non l’invidio, l’abilitá di dipingere i guai della vita con sí orribile e lugubre colorito: lo spirito si lascia sbigottire dalle cose ch’ei funesta e magnifica da per sé. Riducale alla tinta e alla forma lor naturale, e le guarderá appena. È vero! — dissi io, moderando la proposizione — la ''Bastille'' non è disgrazia da riderne; ma tranne quelle sue torri, appiana il fosso, togli le spranghe alle porte, chiamala solamente una «clausura», e poni che tu se’ prigione, non della tirannide, ma d’un’infermitá: la disgrazia si dimezza, e tu tolleri in pace l’altra metá. —
Fui, nel fervore del soliloquio, interrotto da una voce che mi parve rammarichio di bambino, e dolevasi che non poteva uscir fuori. Guardai lungo l’andito: non vidi né uomo, né donna, né bambino; e non ci pensai piú che tanto.
Ritornando per l’andito, intesi dire e ridire le stesse parole, e, alzando gli occhi, vidi uno stornello in una gabbietta ivi appesa: — ''I can’t get out, I can’t get out'' — dicea lo stornello: — Non posso uscire, non posso uscire. —
E stetti a mirarlo; e verso chiunque andava e veniva, quel tapinello, dibattendo l’ali, accorreva, e tuttavia lamentando con le stesse parole la sua schiavitú. — ''I can’t get out'' — dicea lo stornello. — Dio ti accompagni! — esclamai — perch’io ti farò uscire, e costi che può. — Andai attorno la gabbia a trovar lo sportello, ma era tortigliato e ritortigliato a tanti doppi di fil di ferro, che bisognava, ad aprirlo, mandare in pezzi la gabbia, e mi sono provato a due mani.
L’uccello svolazzò dove io m’industriava di liberarlo: sporgeva il capo tra que’ ferretti e premevali, come per impazienza, col petto. — Temo, povera creatura — gli dissi, — ch’io non potrò darti la tua libertá! — No — dicea lo stornello; — ''I can’t get out, I can’t get out'' — dicea lo stornello.
Giuro che gli affetti miei non furono piú teneramente svegliati mai; né mai, né in veruno di quanti accidenti io mi ricordi nella mia vita, gli spiriti traviati, che abusavano della mia ragione, rientrarono con pentimento sí volontario in se stessi. Per quanto quelle note fossero materiali, risuonava in esse, a<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|lungo la francia e l'italia}}|85}}</noinclude><section begin="s1" />
ogni modo, tal accento di natura e di veritá, che in un batter d’occhio disperse tutti i miei sistematici sillogismi su la ''Bastille''. Io risaliva quasi a stento le scale, e fermandomi, per disdirmi d’ogni parola da me proferita scendendole.
— Tu puoi condirti a tua posta, o indolente servaggio! — io diceva — tu sei pur sempre un calice amaro, e, sebbene i mortali nascano di generazione in generazione a migliaia per tracannarti, tu non per tanto non sei men amaro. Te! te, o tre volte dolce e graziosa dea! te, o Libertá! invocano tutti con solenni e con domestiche supplicazioni. Te, che hai sapore gradito, e l’avrai finché natura non rinneghi se stessa; né orpello mai di parole potrá contaminare il tuo candido manto; né forza d’alchimia tramuterá in ferro il tuo scettro. Teco, e se tu gli sorridi, mentr’ei mangia il suo pane, il pastore è piú beato del suo monarca, dalla corte del quale tu se’ sbandita. Dio misericordioso! — esclamai, inginocchiandomi sul penultimo gradino salendo — dispensatore dell’universo! concedimi solamente la sanitá: e lasciami per unica mia compagna quest’amabile dea! Pióvano poi le tue mitre, se cosí parrá bene alla tua divina provvidenza, su quelle che si curvano di languore aspettandole. —
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|c=t1|XLI}}
{{Ct|c=t2|IL CARCERATO}}
{{Ct|c=t3|PARIGI}}
L’uccello in gabbia mi perseguitava nella mia camera. M’assisi presso al tavolino; e, sostenendomi il capo con una mano, mi posi a rappresentarmi le miserie della prigione. L’anima contristata lasciò libero campo alla fantasia.
E principiai da tanti milioni di creature, tutte mio prossimo e tutte nate con l’unico patrimonio della schiavitú. Ma, per quanto il quadro fosse compassionevole, m’avvidi ch’io non poteva ravvicinarmelo, e che sarei sopraffatto e distratto dalla folla di que’ tristissimi gruppi.<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|86|{{Sc|vii - viaggio sentimentale di yorick}}|}}</noinclude>
Mi tolsi un prigione solo; e, serrato ch’io l’ebbi dentro il suo carcere, m’apparecchiai a farne il ritratto, osservandolo dal pertugio della sua porta inferrata.
Vidi il suo corpo macerato dall’aspettar lungo e dalla prigionia; ed io sentii quella malattia di cuore che nasce dalla speranza protratta. E, accostandomi con la pupilla piú attenta, lo vidi macilente e febbricitante; da piú di trent’anni l’aura occidentale non rinfrescò mai le sue vene; non aveva veduto né sole né luna da piú di trent’anni; non voce d’amico, non di congiunto risuonò mai fra quelle ferriate; i suoi figli...
Qui il mio cuore grondò sangue; e ritrassi gli occhi, gemendo, all’altra parte del quadro.
Sedeva per terra nel fondo della sua carcere sopra un fascio di paglia, che gli era or letto ed or sedia: a capo al letto giaceva un piccolo calendario di stecchi intagliati tutti degli amari giorni e delle amare notti perdute nella solitudine delle catene; e aveva tra le mani uno stecco, e con un chiodo ruggine v’intagliava un altro giorno di lagrime da aggiungervi al cumulo. Io gli ombrava quel po’ di barlume che gli giungeva, ond’ei girò l’occhio nudo di speranza alla porta; poi l’abbassò; crollò il capo, e continuò il suo lavoro d’afflizione. Si voltò col corpo a riporre nella serie il suo stecco, ed io udii stridergli le catene tra’ piedi; sospirò dalle viscere; vidi il ferro piantarglisi nell’anima; le lagrime m’innondavano gli occhi, né io poteva piú omai sostenere l’immagine del carcerato dipinta dalla mia fantasia. Mi scossi dalla sedia; chiamai La Fleur. — Fammi allestire una ''remise''<ref>Carrozza da nolo, meno ignobile de’ ''fiacres'', esclusi da’ cortili de’ grandi: vedi la nota al [[Viaggio sentimentale di Yorick (Laterza, 1920)/LX. L'atto di carità|cap. {{Sc|lx}}]] [F.].</ref> — gli diss’io; — e ch’io l’abbia alla porta dell’''hôtel'' per le nove di domattina. Me ne andrò a dirittura a ''monsieur le due de Choíseul''. —
La Fleur voleva mettermi a letto: io non voleva che quell’onesto ragazzo, guardandomi piú da vicino, si procacciasse un crepacuore: gli dissi che mi sarei coricato da me, e lo mandai a dormire.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|lungo la francia e l'italia}}|87}}</noinclude>
{{Ct|c=t1|XLII}}
{{Ct|c=t2|LO STORNELLO}}
{{Ct|c=t3|STRADA DI VERSAILLES}}
Entrai all’ora decretata nella ''remise'': La Fleur salí dietro; e ordinai al cocchiere che s’affrettasse a Versailles.
Siccome per quella strada non trovai nulla, o piú veramente nulla di quanto cerco viaggiando, non saprei di che riempiere le carte di questa data del mio itinerario, se non se forse con la storia di quel medesimo uccello che diede materia al capitolo precedente.
Mentre l’''honourable Mister ***'' aspettava il vento a Douvre, un giovinotto suo palafreniere colse su quelle rocce lo stornello, che non sapeva ancor ben volare; però non ebbe cuore di ucciderlo, e se lo recò in seno nel navicello; e, nutrendolo e proteggendolo, non passò il terzo giorno, che il garzonetto pose amore all’uccello e lo condusse a salvamento sino a Parigi.
E diede una lira per una gabbietta; e, non avendo che fare di meglio, il garzonetto, ne’ cinque mesi che il suo signore dimorò in Parigi, andava insegnando nella sua lingua materna all’uccello le quattro parole (e non piú) alle quali io mi chiamo debitore di tanto.
Quando il signore partí per l’Italia, il garzonetto lasciò lo stornello all’albergatore. Ma la sua canzonetta di libertá era in lingua mal nota<ref>Il testo: «''being in an unknown language''», «in lingua ignota»; ma l’autore viaggiava in Francia nel 1762 [F.].</ref> a Parigi: però l’uccello non fece avanzi, o pochissimi. Cosí che La Fleur con una bottiglia di Borgogna comperò per me l’uccello e la gabbia.
Ripatriando io dall’Italia, lo condussi meco al paese nella cui lingua esso avea imparate quelle sue note; e raccontando i suoi casi a Lord A, Lord A mel richiese; e dopo una settimana Lord A lo diede a Lord B, Lord B ne fe’ dono a<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|88|{{Sc|vii - viaggio sentimentale di yorick}}|}}</noinclude>
Lord C, e il cameriere di Lord C lo rassegnò a Lord D per uno scellino; Lord D lo regalò a Lord E, e via cosí, e cosí andò in giro per mezzo l’abbicci. Dalla Camera alta passò alla bassa, e fu ospite di parecchi parlamentari de’ Comuni. Ma, siccome tutti avevano bisogno d’{{spaziato|entrare}} e il mio uccello aveva bisogno d’{{spaziato|uscire}}<ref>In gergo politico inglese «''get in''», «entrare», significa essere eletti ne’ parlamenti, ove pochi non vendono il proprio voto, o nelle cariche e magistrature lucrose: e «''get out''», «uscire» significa quando o dal tempo legale, o dalle fazioni, o dalla corte que’ padri della patria sono costretti ad abdicare [F.].</ref>, cosí fece anche in Londra gli avanzi ch’egli aveva fatto in Parigi, o poco piú.
Non può darsi che molti de’ miei lettori non n’abbiano udito parlare; e, se taluno l’avesse per sorte veduto mai, non gli rincresca ch’io lo informi che quell’uccello era l’uccello mio o qualche meschina copia fatta per rappresentarlo.
Non ho altro da dire, se non che da indi in qua ho adottato quel gramo uccello, e l’ho posto per cimiero al mio stemma. Vedetelo.
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}}
E gli ufficiali araldisti<ref>Il testo: «''heralds officiers''»: e’ spediscono i diplomi di nobiltá, e assegnano, dal cimiero in fuori, i privilegi degli stemmi gentilizi. Aggiungi che il nuovo cimiero di Yorick era emblema dell’indipendenza di chi non è né ambizioso, né avaro: quindi era immune dalle discipline della legge feudale d’Inghilterra e dall’ira o dal favore delle sètte politiche [F.].</ref> gli torcano il collo, se pur si attentano.<noinclude></noinclude>
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{{Ct|c=t1|XLIII}}
{{Ct|c=t2|IL MEMORIALE}}
{{Ct|c=t3|VERSAILLES}}
Non vorrei che l’occhio del nemico mio spiasse nella mia mente quand’io mi movo a chiedere l’altrui patrocinio; ed ecco perché le piú volte m’ingegno di patrocinarmi da me. Se non che questo mio ricorso a ''monsieur le duc de Choiseul'' era un atto di compulsione: se fosse stato un atto d’elezione, mi sarei, credo, portato al pari di chicchessia.
Oh quanti bassi modelli di laide suppliche andò lungo la via disegnando il servile mio cuore! Per ciascheduna di quelle servilitá io mi meritava la Bastiglia davvero.
Adunque, quando fui in vista di Versailles, rimanevami l’unico ripiego di rappezzare parole e sentenze e d’ideare attitudini e toni, che mi conciliassero la buona grazia del signor duca. — Or si va bene — diss’io; — oh sí davvero! — E mi ripigliai: — Bene? — come l’abito che un presuntuoso sartore gli presentasse, senza prima averlo attillato al suo dosso. — Balordo! vedi in prima in viso ''monsieur le duc''; esplora i caratteri che vi sono scolpiti; nota in che positura t’ascolta; considera l’abitudine del suo corpo e delle sue membra; e, quanto al tono, il primo suono che gli esce di bocca te lo dará: ricava da tutto ciò un memoriale improvviso, né potrá dispiacergli; anzi è verosimile ch’ei l’assapori, poiché gl’ingredienti saranno suoi.
— Eppure! vorrei esserne fuori — diss’io.
— E torna, codardo! codardo! quasi che in tutto il cerchio del globo il mortale non fosse eguale al mortale! E s’egli è eguale nel campo, perché non anche a tu per tu in una stanza? Credimi, Yorick: chi si tiene dappoco, è traditore di se stesso: la natura è avara alle volte d’alcuna difesa all’uomo; ma l’uomo butta via le altre dieci ch’essa gli ha dato. Presentati al duca<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|90|{{Sc|vii - viaggio sentimentale di yorick}}|}}</noinclude>
con la ''Bastille'' sul viso: ci giuoco la vita che tu in mezz’ora sei rimandato a Parigi e scortato.
— Credo — risposi: — me n’andrò dunque, giuro a Dio! con tanta ilaritá e disinvoltura che nulla piú.
— E qui pure tu sbagli — replicai tosto. — Yorick, un’anima in calma non corre agli estremi: sta equabile nel suo centro.
— Egregiamente! — esclamai.
E in quella il cocchiere dava la volta verso la porta; e tanto ch’egli girò nel cortile e si fermò su la soglia, mi trovai sí ben convertito dalla mia predica, ch’io saliva le scale, né come la vittima della giustizia che va su l’ultimo gradino a morire, né in un paio di salti, come quand’io volo, o Elisa, a te per rivivere.
Presentandomi all’anticamera, mi si fe’ incontro un tale, forse il ''maître-d’hôtel'', ma l’avresti creduto piuttosto uno de’ vicesegretari; e mi disse che ''monseigneur'' era affaccendato.
— Ignoro al tutto — diss’io — con quali formalitá s’ottenga udienza: sono mal pratico e forestiere; e il peggio, nelle congiunture d’oggi, si è ch’io sono inglese.
— Ciò non fa caso — mi rispos’egli.
Me gli inchinai appena, soggiungendo ch’io aveva da parlare d’importanza a ''monsieur le duc''. Il segretario gittò l’occhio verso le scale, quasi volesse lasciarmi e riferire l’ambasciata.
— Ma io non v’ingannerò — gli soggiunsi: — ciò che ho da dire non può importare a ''monsieur le duc''; bensí assaissimo a me.
— ''C’est une autre affaire'' — mi diss’egli.
— Anzi no, per un galantuomo — diss’io: — ma piacciavi, mio buon signore, di dirmi quando potrá egli un forastiero sperare accesso? —
Osservò il suo oriuolo e rispose: — Tra un paio d’ore; non prima. —
La quantitá delle carrozze nel cortile si conguagliava a quel calcolo; né mi dava lusinga di piú breve aspettativa. E s’io mi metteva a passeggiare per lungo e per largo, senza un’anima in quella sala con cui barattar tre parole, io per allora sarei stato a un di presso nella ''Bastille''. E tornai tosto alla mia<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|lungo la francia e l'italia}}|91}}</noinclude><section begin="s1" />
carrozza, dicendo al cocchiere che mi conducesse al ''Cordon bleu'', ch’era il prossimo albergo.
Ma per forza di fatalitá, com’io credo, arrivo di rado al luogo per cui m’incammino<ref>«Quanto al punto capitale di questa lettera... Povero me! il foglio è pieno, e il punto capitale mi resterá nella penna; e lo scriverò chi sa quando. Non mi attenterò di promettere il quando; perché io per destino sono fatto a sghembo; e vo innanzi e indietro tuttavia di traverso, né posso saper dove riescirò co’ miei pensieri. Addio dunque». ''Lettere dell’autore'', vol. {{Sc|iii}} [F.].</ref>.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|c=t1|XLIV}}
{{Ct|c=t2|''LE PÂTISSIER''}}
{{Ct|c=t3|VERSAILLES}}
Né fui a mezza via, che mutai strada, e pensai: — Potrei pure, poiché ci sono, dare una scorsa a Versailles. — E, tirando il cordone, dissi al cocchiere che andasse attorno per le vie principali, da che mi pareva che la cittá non fosse assai grande. Il cocchiere mi domandò scusa se per mio lume diceva che anzi la cittá era magnifica e che molti de’ primi duchi, marchesi e conti v’avevano ''des hôtels''. Il conte ''de B***'', del quale la sera innanzi il libraio m’aveva sí favorevolmente parlato, mi venne subito in mente. — E perché non andremo — mi disse il cuore — dal conte ''de B***'', che ha in tanto concetto i libri inglesi e gl’inglesi? Gli dirò il caso mio. — Cosí mutai strada due volte; anzi tre: perch’io m’era obbligato per quel giorno con ''madame de R***, rue des Saints-Pères''; e le aveva fatto divotamente significare dalla sua ''fille-de-chambre'' ch’io la visiterei domattina senz’altro: ma le circostanze mi governano, né io so governarle. Vidi frattanto a capo della via un uomo ritto davanti a un canestro, che vendeva non so che; e vi mandai La Fleur, acciocché s’informasse dell’''hôtel'' del conte ''de B***''.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|92|{{Sc|vii - viaggio sentimentale di yorick}}|}}</noinclude>
La Fleur tornò mezzo smorto, dicendo che il venditore de’ ''pâtés'' era un ''chevalier de Saint-Louis''.
— Ti pare, La Fleur! — Né La Fleur sapeva indovinare il fenomeno.
— Ma non v’è da dire: l’ho veduto io, e la croce è legata in oro — diceva La Fleur — ed appesa con la fettuccia rossa all’occhiello: ho guardato nel canestro, e ci sono i pasticcetti; e chi li vende è quel ''chevalier'': non isbaglio. —
Tanto rovescio nella vita d’un uomo eccita nell’altr’uomo un istinto ben diverso dalla curiositá; e mi fu forza ili considerarlo per un pezzo dalla carrozza: ed esso e la croce e il canestro mi s’imbrogliavano sempre piú nel cervello: smonto, e me gli accosto.
Era cinto d’un politissimo grembiule di tela che gli cascava oltre il ginocchio; il pettorino del grembiule gli arrivava a mezzo il petto; e dalla cima del pettorino, e un po’ sotto l’orlo, pendeva la croce. Il canestro e i pasticcetti erano coperti d’un tovagliuolo bianchissimo damascato, e un altro consimile era disteso nel fondo; e vedevi tal apparato di ''propreté'' e di nitidezza, che tu potevi comperare de’ suoi ''pâtés'' tanto per appetito quanto per sentimento. Né gli esibiva a veruno, ma stava sempre sul canto d’un ''hôtel'' davanti al canestro; e chi n’avea voglia, ne comperasse.
Aveva da quarantott’anni: d’aspetto posato, e che teneva del grave. Io, senza mostrarmene meravigliato, m’accostai piú al canestro che a lui; e, sollevando quel tovagliuolo, mi presi un ''pâté'', e pregai che non gli dispiacesse di spiegarmi il fenomeno che mi percoteva.
Mi narrò in poco come, avendo egli consunta la migliore etá militando, e spesovi il tenue suo patrimonio, aveva finalmente conseguito una compagnia e la croce; se non che il reggimento, dopo l’ultima pace, fu riformato, e gli ufficiali sí del suo sí d’altri reggimenti rimasero destituti d’ogni sussidio. — Cosí — diceva egli — mi sono in un punto trovato ne’ labirinti del mondo, senza un amico, senza uno scudo, anzi, a dir giusto — e toccò la sua croce, — unicamente con questa. — Il povero cavaliere s’era<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|lungo la francia e l'italia}}|93}}</noinclude><section begin="s1" />
conciliata da prima la mia pietá: ma, mentre finiva il racconto, io principiava a stimarlo.
E continuò: — Il re è generosissimo fra tutti i principi, ma la sua generositá non può dar soccorso e premio a tutti quanti; ed io non sono cosí sfortunato se non perché mi trovo confuso tra i piú. Ho una moglie che si dilettava di ''pâtisserie''; e se ora, per me e per la donna ch’io amo, lotto con quest’unico mezzo contro la miseria, non però mi credo disonorato, finché la provvidenza non m’apra strada migliore. —
Or se dissimulassi la ventura che nove mesi dopo consolò il povero cavaliere, defrauderei d’un piacere le anime buone; e questa sí che la saria cattiveria.
Pare ch’ei facesse per lo piú residenza presso a’ cancelli di ferro che menano al palazzo del re; e poiché la sua croce dava nell’occhio, molti gli movevano, siccome io feci, la stessa domanda. Ed esso li compiaceva, raccontando la sua disavventura, e con tanta sinceritá e discrezione, che pur una volta arrivò all’orecchio del re; il quale, udendo anche che il cavaliere era valoroso soldato, e tenuto da tutto il suo reggimento per uomo onorato e dabbene, lo dispensò da quel povero traffico con l’annua pensione di lire mille cinquecento.
Ho scritto questo fatto per amor del lettore: abbia dunque pazienza ch’io ne scriva un altro, come episodio, anche per amor mio; e i due avvenimenti si riflettono tanto lume scambievolmente, che chi li separasse farebbe peccato.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|c=t1|XLV}}
{{Ct|c=t2|LA SPADA}}
{{Ct|c=t3|RENNES}}
Poiché gl’imperi ed i popoli a certi periodi declinano, e anch’essi imparano alla lor volta che cosa sia l’infortunio e la povertá, io non mi starò a dire le cause che fecero gradatamente scadere in Brettagna la casa d’E***.<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|94|{{Sc|vii - viaggio sentimentale di yorick}}|}}</noinclude>
Aveva il marchese d’E*** virilmente tentato di sprigionarsi dall’angustia a cui l’aveva condannato la sorte, da ch’egli desiderava di serbare viva e lucida alcuna scintilla dell’avito splendore della sua casa: ma l’indiscreta prodigalitá de’ suoi maggiori gli avea preclusa ogni via. Rimanevagli tanto da contentare i discreti bisogni dell’oscuritá; ma aveva due figli ch’ei credeva degni di luce, ed essi volgevano gli occhi in lui solo. Provò la sua spada, né gli sgombrò il passo, perché a salire bisognava anche un altro mezzo a cui la sua economia non poteva supplire: unico espediente gli parve la mercatura.
In tutt’altra provincia di Francia egli avrebbe cosí inaridita per sempre la radice dell’arbuscello che il suo orgoglio e il paterno suo cuore volevano veder rifiorito; ma in Bretagna le leggi vi provvedevano; ed egli se ne giovò. E gli fu a que’ giorni opportuna la convocazione degli Stati a Rennes. Però, accompagnato da’ suoi due figliuoletti, entrò nell’assemblea e perorò pe’ diritti d’una legge antichissima del ducato, raramente, diceva egli, allegata, ma non per questo men valida: e si tolse di fianco la spada. — Eccola — diss’egli: — accoglietela, e siatene religiosi custodi fino a che tempi migliori mi concedano di redimerla. —
La spada fu raccolta dal presidente: il marchese rimase al quanti minuti a vederla depositare negli archivi, ed uscí.
Al dí seguente egli e la sua famiglia navigarono alla Martinica, donde, dopo diciannove o venti anni di prospera industria data a’ negozi, e per alcune ereditá inaspettate da’ rami distanti del suo casato, ripatriò a ripetere la sua nobiltá e sostenerla.
Fu mia ventura (né la fortuna è in ciò liberale a verun viaggiatore, tranne al «sentimentale») ch’io mi trovassi a Rennes appunto nel giorno di questa ridomanda solenne: solenne certamente per me.
Il marchese con tutta la sua famiglia si presentò all’assemblea. Esso dava mano alla sua dama; e il primogenito alla sorella; il figlio minore veniva a capo della fila, accanto a sua madre: il marchese si ripassò due volte il fazzoletto sul viso.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|lungo la francia e l'italia}}|95}}</noinclude><section begin="s1" />
Era universale silenzio. Sei passi innanzi di giungere al tribunale, il padre, cedendo la marchesa al figlio minore, e avanzandosi tre passi egli solo, ridomandò la sua spada. E gli fu restituita. Né prima la riebbe, che la sfoderò quasi tutta; e quella era per lui la splendida faccia di un amico mal suo grado abbandonato; e la considerava attentissimo dall’elsa in giú come per raffigurarla: quando, accorgendosi d’un po’ di ruggine verso la punta, se l’appressò all’occhio e vi chinò il capo, e parvemi che lasciasse gocciare sovr’essa una lacrima: anzi, da ciò che seguí, ne son certo. — Troverò — disse — alcun’altra via a srugginirla.
E ricalcò la spada nel fodero. S’inchinò a’ depositari; e, accompagnato dalla moglie, dalla figlia e da’ due figli, s’accomiatò.
Ah! avrei pure voluto essere io nel suo cuore!
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|c=t1|XLVI}}
{{Ct|c=t2|IL PASSAPORTO}}
{{Ct|c=t3|VERSAILLES}}
Non trovai difficile l’adito a ''monsieur le comte de B***''. Aveva su lo scrittoio l’edizione di {{AutoreCitato|William Shakespeare|Shakespeare}}, e l’andava scartabellando. Nel farmi innanzi, mandai l’occhio a que’ libri, perch’egli scorgesse che non m’erano incogniti, e dissi ch’io mi presentava senza introduttore, sapendo che avrei trovato in quell’appartamento un amico, e confidando ch’egli m’avrebbe introdotto. — Eccolo — e additai l’ediziore, — il mio concittadino, il grande Guglielmo Shakespeare; ''et ayez la bonté'' — continuai invocando l’ombra sua — ''mon cher ami, de me faíre cet honneur là!'' —
Sorrise il conte a sí bizzarro cerimoniale; e, vedendo ch’io aveva del pallido e dell’infermiccio, m’indusse a pigliarmi una sedia d’appoggio; e mi v’adagiai: e affinché le congetture su la mia visita irregolare non gl’imbrogliassero il capo, gli ridissi<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|96|{{Sc|vii - viaggio sentimentale di yorick}}|}}</noinclude>
schiettissimamente i discorsi col libraio, che mi diedero animo a ricorrere a ''monsieur le comte'', anziché ad altr’uomo in Francia, per esporgli certo affaruccio che m’inquetava.
— E che è mai? disse il conte — me lo faccia sapere. —
Gli narrai dunque né piú né meno tutto quello che il lettore giá sa. — E il mio albergatore — continuai — s’ostina, ''monsieur le comte'', ch’io sarò alloggiato nella ''Bastille''. Non giá ch’io ne tema; perché, nell’abbandonarmi nelle braccia del meglio educato tra i popoli, io ero conscio della mia lealtá, e ch’io non veniva a spiare la nuditá della terra<ref>Locuzione frequente dove i libri sacri parlano dell’imminente pericolo d’una cittá guerreggiata: «''Vae, civitas!... Osendam gentibus nuditatem tuam''.» {{Sc|Nahum}}, cap. {{Sc|ii}}. E Yorick nelle contingenze di quella guerra poteva essere tenuto per esploratore [F.].</ref>; e non m’è quasi venuto in mente ch’io mi trovava senza difesa; né si condice al valore francese, ''monsieur le comte'', d’esercitarsi contro gl’invalidi. —
A queste parole le guance del conte s’animavano di rossore. — ''Ne craignez rien'', la non tema, — m’andava egli dicendo.
— No certamente — risposi; e poi, soggiunsi scherzando: — Son corso da Londra a Parigi ridendo sempre; né stimo ''monsieur le duc de Choiseul'' per sí nemico dell’ilaritá, ch’ei voglia ch’io per mio premio rifaccia la strada piangendo. Anzi, affinché non gliene venga la voglia, ricorro a lei, ''monsieur le comte''; — e me gl’inchinai ossequiosamente.
Se il conte non m’ascoltava con quella amorevolezza, e soltanto m’interrompeva: — ''C’est bien dit, c’est bien dit'', — io senz’altro rimanevami a mezzo. Parvemi che la perorazione bastasse; e mi proposi di non ne dir altro.
Il conte avviava il discorso: si chiacchierò del piú e del meno: di libri, di politica, d’uomini: finalmente di donne. — Dio le benedica! — diss’io, poiché se n’ebbe alquanto parlato — Dio le benedica tutte quante! la madre Eva non ha per certo verun nipote che mi pareggi in amarle: per quanti peccatucci io vada in esse scorgendo, per quante satire io ne legga, tanto e tanto io le amo; anzi ho per fermo che l’uomo, il quale non abbia<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|lungo la francia e l'italia}}|97}}</noinclude>
una specie di dilezione per tutte, non sia capace d’amarne debitamente una sola.
— ''Eh bien! monsieur l’anglais'' — mi diss’egli festevolmente, — Ella non viene a spiare la nuditá della nostra terra, e gliel credo; né ''encore'', direi forse, la nuditá delle nostre donne; ma la mi passi una congettura: se, ''par hasard'', le cadesse per la via sotto gli occhi sí fatta vista, non le rincrescerebbe, credo. —
Ho in me non so che, che ripugna ad ogni minima insinuazione immodesta: e spesso nella piacevolezza della chiacchiera mi sono provato di vincermi; ma, sebbene dopo incredibili sforzi io abbia in un crocchio di dodici donne lasciato correre un centinaio di barzellette, non avrei ad ogni modo potuto avventurarne una sola, nemmeno la piú innocente, con una donna a quattr’occhi, quand’anche dovesse aprirmisi il paradiso.
— La mi perdoni, ''monsieur le comte'' — gli diss’io. — Quanto alla nuditá della terra, se gli occhi miei la vedessero, si poserebbero lagrimosi sovr’essa; ma quanto alla nuditá delle donne — e la fantasia mi fe’ tosto arrossire — io sono tanto evangelico, e la caritá del prossimo mi muove per tutto quello ch’esse hanno di debole, ch’io la coprirei d’un drappo, se trovassi modo a gittarlelo addosso<ref>«''Et eras nuda, et transivi per te, et vidi te: et ecce tempu, tuum, tempus amantium; et expandi amictum meum super te''». {{sc|Ezech}}., cap. {{Sc|xvi}}, 8 [F.].</ref>. Bramo bensí di spiare la nuditá de’ loro cuori, e a traverso i vari travisamenti de’ costumi, de’ climi e delle religioni, discernere ciò che hanno di meglio, per modellarvi anche il mio: ed eccole perché venni. Non ho dunque, ''monsieur le comte'', visitato il ''Palais-royal'', non il ''Luxembourg'', non la ''façade du Louvre''; non ho ambito d’impinguare i cataloghi che abbiamo di quadri, di statue e di chiese: nel mio pensiero ogni bella persona è un bel tempio, dov’io son vago d’innoltrarmi a fine di ammirare le immagini originali e gli schizzi abbozzati che vi si appendono, piuttosto che la stessa ''Trasfigurazione''<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|98|{{Sc|vii - viaggio sentimentale di yorick}}|}}</noinclude><section begin="s1" />
di Raffaello<ref>Yorick forse profittò di quel detto divino, come tutti gli altri detti di Socrate: «L’osservare la virtú di una donna vivente m’è piú giocondo d’assai dell’immagine d’una bellissima donna a me presentata da Zeusi. Presso {{Sc|{{AutoreCitato|Senofonte|Senofonte}}}}, ''{{TestoCitato|L'Economico|Econ.}}'', cap. {{Sc|x}}, n. 1 [F.].</ref>. Questa sete che m’arde impaziente, pari a quella di tutti gli appassionati delle arti, mi trasse fuori del mio tetto; e di Francia mi trarrá per l’Italia. Viaggio riposatissimo è questo mio; viaggio del cuore in traccia della natura e di que’ sentimenti che da lei sola germogliano, e che ci avvezzano ad amarci scambievolmente; e ad amare una volta un po’ meglio tutti gli altri mortali. —
A questo il conte rispondevano cortesissimo; e con molta gentilezza si professava obbligato a Shakespeare della mia conoscenza. — Ma, ''à propos'' — soggiuns’egli: — Shakespeare è sí pieno d’alti pensieri, che s’è dimenticato della lieve formalitá di nominare il signore, e lasciò quest’obbligo a lei. —
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|c=t1|XLVII}}
{{Ct|c=t2|IL PASSAPORTO}}
{{Ct|c=t3|VERSAILLES}}
Ma io non sono mai sí perplesso, come quando ho da dire a taluno ch’io mi sia, e vi sono pochi de’ quali io non possa dar conto migliore assai che di me; e perciò sovente ho desiderato che mi bastasse una parola sola e sbrigarmene; il che non m’incontrò mai fuorché in questa occasione: però che l’edizione di Shakespeare su lo scrittoio mi fe’ sovvenire che vi si parlava di me: mi pigliai l’''{{TestoCitato|Opera:Amleto|Amleto}}'', e svolgendolo in un batter d’occhio verso la scena de’ beccamorti nell’atto quinto, stesi il mio dito sopra di «Yorick»<ref name="p104">Yorick non è interlocutore nella tragedia; bensí i beccamorti, scavando una fossa, ravvisano il cranio di lui; e il principe Amleto piange sovr’esso, poiché l’aveva</ref>, e, ponendo sotto gli occhi del conte il vo lume, col dito tuttavia su quel nome, gli dissi: «''Me voici''».
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|lungo la francia e l'italia}}|99}}</noinclude>
Or l’idea del cranio del povero Yorick fu ella cancellata nella memoria del conte dall’attuale presenza del mio? o per quale incantesimo traversò egli d’un salto lo spazio di sette in ottocent’anni? Ma qui non si tratta di ciò: certo è che i francesi concepiscono meglio di quel che combinino; e oramai non mi confondo di cosa veruna di questo mondo; tanto piú che uno de’ primati della nostra chiesa (personaggio ch’io, pel suo candore e per le paterne sue viscere, venero sommamente) pigliò per l’appunto il medesimo granchio.
— Non posso — diceva egli, — non posso indurmi a posare gli occhi sovra le omelie<ref>Stampò col nome di Yorick le omelie ch’egli aveva giá predicate nella sua parrocchia; e sono tenute l’opera sua migliore. Egli stesso, mandando tutti i suoi libri ad Elisa, scrive: «Gli altri scritti mi uscirono dal cervello: vi siano care soltanto le omelie, le quali mi sgorgarono calde tutte dal cuore». ''Yorick’s letters to Elisa'', {{Sc|i}} [F.].</ref> scritte dal buffone del re de’ danesi.
— Sta bene — rispondeva io; — ma, monsignore, i Yorick sono due. L’uno, di cui parla Vostra Eccellenza, è morto giá da otto secoli e seppellito; e fioriva nella corte di Ordenvillo; l’altro Yorick mi son io, che non fiorisco, monsignore, in corte veruna. —
Il prelato crollava il capo.
— Dio buono! — diceva io — a questo modo Ella, monsignore, scambierebbe Alessandro il grande per Alessandro calderaio<ref>E san Paolo si doleva pur molto di questo calderaio. «''Alexander aerarius multa mala mihi ostendit: reddet illi Dominus secundum opera ejus''». ''Epist. ad Timoth''., {{Sc|ii}}, cap. {{Sc|iv}}, 14. «''Alexander, quem tradidi Satanae, ut discat non blasphemare''». ''Ad Timoth.'', {{Sc|i}}, cap. {{Sc|i}}, 20.</ref>.
<ref follow="p104">veduto in vita piú volte a rallegrare con le sue celie i conviti del re. Per bizzarria d’accidente, «''stern''» in inglese suona «tristamente severo». L’autore lo cambiò in Yorick e per la prima volta nel ''Tristram Shandy'', dove dipinge il proprio carattere (vol. {{Sc|i}}). Gli scrittori della sua vita dicono ch’egli si compiacesse del nome di un buffone in odio dell’ipocrisia, la quale egli credeva sempre velata dalla serietá, dalla gravitá, dalla severitá e dall’altre inumane virtú. Né io dissento da questa opinione. Ma, a parer mio, piú vera ragione si è che l’antico Yorick, come è descritto da Shakespeare, muove insieme al riso e alle lagrime; e cosí appunto il nostro autore in ogni sua pagina; anzi, mentre professa il ridicolo, riesce assai piú nel patetico. Vedi il proemio alla mia traduzione [F.].</ref><noinclude></noinclude>
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|100|{{Sc|vii - viaggio sentimentale di yorick}}|}}</noinclude><section begin="s1" />
— Tant’è — tornava a dire il prelato.
— Se Alessandro re de’ macedoni — soggiuns’io — potesse trasferir monsignore a miglior vescovado, sono sicuro che monsignore non direbbe cosí. —
Il povero conte ''de B***'' non cadde se non nel medesimo errore.
— ''Et monsieur est-il Yorick?'' — gridò il conte.
— ''Je le suis''.
— ''Vous?''
— ''Moi, moi qui ai l’honneur de vous parler, monsieur le comte''.
— ''Mon Dieu!'' — diss’egli abbracciandomi: — ''vous étes Yorick!'' —
E si calcò frettoloso in saccoccia quel volume di Shakespeare, e mi lasciò solo nelle sue stanze.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|c=t1|XLVIII}}
{{Ct|c=t2|IL PASSAPORTO}}
{{Ct|c=t3|VERSAILLES}}
Perché mai se n’andasse cosí a precipizio, e perché Shakespeare entrasse nella tasca del conte, erano nodi ch’io non poteva mai sciogliere. Le congetture ed il tempo sono spesi assai male quando i misteri si riveleranno da sé; e tornava meglio a leggere Shakespeare. Mi pigliai la commedia che ha il titolo ''{{TestoCitato|Molto strepito per nulla|Gran trambusto per nulla}}''; e mi sono dalla mia seggiola trovato in un batter d’occhio in Sicilia, e in tante faccende con don Pedro, Benedetto e Beatrice, che Versailles, il conte ed il passaporto non erano piú cose mie.
Soave arrendevolezza dello spirito umano, che può in un attimo secondar le illusioni le quali furano i piú affannosi momenti alla tristezza ed all’ansietá! Omai, omai da gran tempo gli anni miei non si numererebbero piú, s’io non n’avessi trascorsa una<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|lungo la francia e l'italia}}|101}}</noinclude>
parte nell’asilo di quelle terre incantate. Quando la strada m’è troppo aspra alle piante, e troppo scoscesa per la mia lena, io mi devio in un viale di mollissima erbetta, sul quale sparpaglio le rose mattutine della voluttá, e dopo uno o due giri ritornomi rinfrescato, e m’accingo piú gaio e piú vigoroso al mio viaggio. Quando il male m’incalza vittorioso, ch’io non ho piú terra dove ritrarmi, gitto l’armi, abbandono questo mondo; e poiché gli Elisi mi s’aprono al pensiero piú manifestamente del paradiso, io vi penetro a forza siccome Enea, e lo vedo andar verso l’ombra della sua abbandonata Didone, e sospirar di placarla; e vedo l’ombra sommovere il capo, e fuggire con disdegnoso silenzio colui che le straziò il cuore e la fama: il mio dolore si smarrisce nel suo ed in tutti quegli affetti, che solevano impietosirmi per la misera innamorata regina sino dal tempo ch’io stava a scuola.
Veramente non si cammina per l’ombra vana; né l’uomo si travaglia indarno cosí<ref>«''Veruntamen in imagine pertransit homo, sed et frustra conturbatur''.» ''Psalm''., {{Sc|xxxviii}}, 7. - Ma Yorick cita la volgata inglese che ha: «''Surely every man walketh in a vain shadow; surely they are disquieted in vain''». (F.)</ref>. Ma ben gli è indarno, e sovente, per chi si confida che le sue perturbazioni possano essere calmate dalla sola ragione. Or io, per me, posso bravamente asserire che l’anima mia non è sicura di sconfiggere neppure la minima delle triste emozioni che le muovono guerra, se non suono tosto a raccolta, chiamando alcune emozioni grate e soavi per assalire e cacciare fuor del suo campo la prima.
Com’io finiva il terz’atto, ''monsieur le comte'' ritornò col mio passaporto in mano, dicendomi: — Posso dirle che ''monsieur le duc de Choiseul'' è buon profeta siccome è uomo di Stato. — ''Un homme qui rit'' — disse il duca — ''ne sera jamais dangereux''; — e mi sarebbe stato negato anche un passaporto d’un paio d’ore, s’io l’avessi chiesto per altri che pel buffone del re.
— ''Pardonnez-moi, monsieur le comte'' — gli diss’io, — non sono il buffone del re.
— Ma Ella è Yorick?<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|102|{{Sc|vii - viaggio sentimentale di yorick}}|}}</noinclude><section begin="s1" />
— Io.
— ''Et vous plaisantez?'' —
Risposi ch’io di fatto celiava, ma senza onorario; anzi in tutto e per tutto a mie spese<ref>Il {{sc|{{AutoreCitato|Giovanni Boccaccio|Boccaccio}}}}, {{TestoCitato|Decameron/Giornata prima/Novella ottava|giornata I, novella 8}}, delinea da maestro il ritratto del buffone gentiluomo, arguto e liberale, e il ritratto del buffone codardo, maligno ed adulatore. Ma del primo s’era quasi spenta la razza anche a quel secolo; e del secondo s’è fecondata, specialmente dopo l’invenzione de’ giornali [F.].</ref>. — La corte nostra non ha piú buffone, ''monsieur le comte''; e l’ultimo fu veduto sotto il regno dissoluto di Carlo secondo. Da indi in qua i nostri costumi si sono di mano in mano sí ripoliti, il trono è attorniato di tanti patriotti, che non aspirano a nulla fuorché agli onori e alla ricchezza della patria; e le nostre gentildonne sono sí pudiche, sí immaculate, sí buone, sí pie, che un beffardo non troverebbe piú da cavarne una beffa<ref>All’etá di {{AutoreCitato|Ben Jonson|Beniamino Johnson}}, contemporaneo di Shakespeare, i patrizi inglesi si dilettavano di pascere, oltre il buffone, anche il nano e l’eunuco:
{{Ct|c=ni|''Cali forth my dwarf, my eunuch and my fool.''}}
{{A destra|{{Sc|Ben. Johnson}}, nella commedia del ''Volpone''.}}
Ma i patrizi italiani si sono sempre contentati di un poeta miserello, che sovente supplisce anche da segretario, da maestro e da cappellano [F.].</ref>.
— ''Voilà du persiflage!'' — gridò il conte.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|c=t1|XLIX}}
{{Ct|c=t2|IL PASSAPORTO}}
{{Ct|c=t3|VERSAILLES}}
Siccome il passaporto ingiugneva a tutti i luogotenenti-governatori, governatori e comandanti di cittá, generali di eserciti, giustizieri e ufficiali di giustizia, che lasciassero ''Mister Yorick'' buffone del re, e il suo bagaglio liberamente viaggiare, confesserò che la conquista del passaporto fu non poco macchiata dal personaggio ch’io recitava; ma in questo mondo non v’è
<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|lungo la francia e l'italia}}|103}}</noinclude>
cosa che sia tutta pura: sentenza da taluni de’ gravissimi teologi nostri universalmente applicata, sino ad affermare che il sospiro accompagna la voluttá<ref><poem>
{{gap|7em}}... ''Medio de fonte leporum
''Surgit amari aliquid, quod in ipsis floribus angat.
{{gap|11em}} {{Sc|{{AutoreCitato|Tito Lucrezio Caro|Lucr.}}}}, lib. {{Sc|iv}}, 1127. (F.)
</poem></ref>; anzi che l’estrema delle voluttá ch’ei conoscano finisce per lo piú con una convulsione, o poco meglio.
Ricordomi che il grave e dottissimo Bevorischio<ref>Intende per avventura di certo Bevor, prelato nella provincia di York, dove il nostro autore amministrò per vent’anni le chiese di Sutton e di Stillington. Vero è che qui Yorick punge il teologo a lotto; e la pia conseguenza della bontá del cielo verso le sue creature fu altre volte dal medesimo fatto desunta da molti padri della Chiesa. Anzi san Francesco raccoglieva le tortorelle: — «O sirocchie mie tortore — diceva il santo patriarca — io voglio farvi nidii, acciocché voi facciate frutto, e che voi moltiplichiate, secondo lo comandamento del nostro Creatore». — Andò santo Francesco e fece lo nidio a tutte: e elle, usando, cominciarono a far uova e figliuoli, e stavano domesticamente con santo Francesco e con gli altri frati.» ''{{TestoCitato|Fioretti di San Francesco|Fioretti di san Francesco}}'', cap. {{Sc|xxi}}. Nota desunta dal ''Liber memorialis'', {{Sc|i}}, 28 [F.].</ref>, ne’ suoi ''Commentari'' su le generazioni da Adamo in poi, s’interrompe naturalissimamente a mezzo la nota, per dar notizia a’ lettori come un coppia di passeri posatasi sull’imposta esteriore delle sue finestre l’aveva frastornato per tutta quell’ora ch’ei si stava scrivendo: e tanto, che gli fe’ perdere il filo della sua genealogia.
«Poffare! — scrive Bevorischio — eppur non v’è dubbio: perch’io ebbi la curiositá di contare le volte, notandole una per una con la mia penna; ed il passero, nella breve ora che m’avrebbe bastato a finir l’altra metá di questa mia nota, mi frastornò visibilmente, reiterando le sue carezze alla passera per ventitré volte e mezzo. Bontá divina! — scrive Bevorischio — sei pur benefica verso le tue creature!».
Ma e tu, disgraziatissimo Yorick! e’ li tocca a vedere il piú grave de’ tuoi fratelli che scrive e stampa tal cosa, che tu non puoi ricopiare nel tuo studiolo, e che il rossore non t’offuschi la vista! e ne chiedo perdono.
Ma, e questo che importa egli a’ miei viaggi? Dunque due volte, due volte perdono.<noinclude></noinclude>
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cosa che sia tutta pura: sentenza da taluni de’ gravissimi teologi nostri universalmente applicata, sino ad affermare che il sospiro accompagna la voluttá<ref><poem>
{{gap|7em}}... ''Medio de fonte leporum
''Surgit amari aliquid, quod in ipsis floribus angat.
{{gap|14em}} {{Sc|{{AutoreCitato|Tito Lucrezio Caro|Lucr.}}}}, lib. {{Sc|iv}}, 1127. (F.)
</poem></ref>; anzi che l’estrema delle voluttá ch’ei conoscano finisce per lo piú con una convulsione, o poco meglio.
Ricordomi che il grave e dottissimo Bevorischio<ref>Intende per avventura di certo Bevor, prelato nella provincia di York, dove il nostro autore amministrò per vent’anni le chiese di Sutton e di Stillington. Vero è che qui Yorick punge il teologo a lotto; e la pia conseguenza della bontá del cielo verso le sue creature fu altre volte dal medesimo fatto desunta da molti padri della Chiesa. Anzi san Francesco raccoglieva le tortorelle: — «O sirocchie mie tortore — diceva il santo patriarca — io voglio farvi nidii, acciocché voi facciate frutto, e che voi moltiplichiate, secondo lo comandamento del nostro Creatore». — Andò santo Francesco e fece lo nidio a tutte: e elle, usando, cominciarono a far uova e figliuoli, e stavano domesticamente con santo Francesco e con gli altri frati.» ''{{TestoCitato|Fioretti di San Francesco|Fioretti di san Francesco}}'', cap. {{Sc|xxi}}. Nota desunta dal ''Liber memorialis'', {{Sc|i}}, 28 [F.].</ref>, ne’ suoi ''Commentari'' su le generazioni da Adamo in poi, s’interrompe naturalissimamente a mezzo la nota, per dar notizia a’ lettori come un coppia di passeri posatasi sull’imposta esteriore delle sue finestre l’aveva frastornato per tutta quell’ora ch’ei si stava scrivendo: e tanto, che gli fe’ perdere il filo della sua genealogia.
«Poffare! — scrive Bevorischio — eppur non v’è dubbio: perch’io ebbi la curiositá di contare le volte, notandole una per una con la mia penna; ed il passero, nella breve ora che m’avrebbe bastato a finir l’altra metá di questa mia nota, mi frastornò visibilmente, reiterando le sue carezze alla passera per ventitré volte e mezzo. Bontá divina! — scrive Bevorischio — sei pur benefica verso le tue creature!».
Ma e tu, disgraziatissimo Yorick! e’ li tocca a vedere il piú grave de’ tuoi fratelli che scrive e stampa tal cosa, che tu non puoi ricopiare nel tuo studiolo, e che il rossore non t’offuschi la vista! e ne chiedo perdono.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|400|{{Sc|nota sul testo}}|}}
{{smaller block|style=font-size:90%}}</noinclude>corr. ex ''ingegnio'', F<sup>1</sup> e V<sup>5</sup> ''ingegno'', ma le rime dei vv. 97, 99 consigliano di accettare la correzione {{spazi|5}}99. F<sup>9</sup> F<sup>13</sup> ''mio lieve'' {{spazi|5}}105. F<sup>9</sup> F<sup>13</sup> om. ''e'' {{spazi|5}}108. F<sup>9</sup> ''e ogni'', codd. ''stesso'' {{spazi|5}}109. F<sup>9</sup> om. ''sì'', F<sup>13</sup> ''dovrei sì... me et amarlo'' {{spazi|5}}110. F<sup>13</sup> ''o se mi'' {{spazi|5}}115. F<sup>8</sup> ''e il suo'' {{spazi|5}}117. F<sup>9</sup> F<sup>13</sup> ''errore'' {{spazi|5}}119. F<sup>13</sup> ''tormento'' {{spazi|5}}120. F<sup>9</sup> F<sup>13</sup> ''senno'', F<sup>13</sup> ''ha porto'' {{spazi|5}}121. F<sup>9</sup> ''che non ch’io non mi sdegni? che?'', F<sup>13</sup> ''far non ch’io non''... {{spazi|5}}122. F<sup>9</sup> ''contro ad A''... {{spazi|5}}124. F<sup>13</sup> ''No no tuto vedo e odo benché stia qui'' {{spazi|5}}126. F<sup>11</sup> ''da poi'', F<sup>13</sup> ''non ti vidi'' {{spazi|5}}127. codd. ''io chi''; F<sup>9</sup> V<sup>5</sup> om. ''a'' {{spazi|5}}135. F<sup>13</sup> ''Et ei mi sia: pur gli'' {{spazi|5}}137. F<sup>9</sup> V<sup>5</sup> ''quanto le mie'', V<sup>5</sup> ''agurio'' {{spazi|5}}139. V<sup>9</sup> ''quanto iniurio'', F<sup>19</sup> ''quanto ora iniurio'' (in F<sup>9</sup> ''ora'' agg. in interlinea) {{spazi|5}}140. F<sup>13</sup> ''a me e chi m’ama'' {{spazi|5}}141. F<sup>9</sup> V<sup>5</sup> om. ''io'' {{spazi|5}}144. F<sup>13</sup> ''Mai venne'' {{spazi|5}}145. F<sup>13</sup> ''ove or si vede'' {{spazi|5}}146. F<sup>13</sup> ''che mi'' {{spazi|5}}147. F<sup>9</sup> F<sup>13</sup> om. ''e'', F<sup>13</sup> ''e vive'' {{spazi|5}}148. F<sup>9</sup> ''ardisco'', F<sup>13</sup> ''ardisca'' {{spazi|5}}150. F<sup>13</sup> ''quando... ardisca'' {{spazi|5}}154. F<sup>13</sup> ''me geta'' (in rima con ''Agileta'' e ''ardeta'' [sic]) {{spazi|5}}157. F<sup>9</sup> F<sup>13</sup> V<sup>5</sup> om. ''o'' {{spazi|5}}166-68. F<sup>13</sup> ''Dovev’io benché errasse redrizarlo, / non con ingiurie e sdegno vendicarsi, / ma con dolcezza a molte amar amarlo'' {{spazi|5}}170-71. F<sup>13</sup> ''Ma con dolcezza dil dolor ch’io sento / Possa che''... {{spazi|5}}170. F<sup>9</sup> V<sup>5</sup> om. ''e''' {{spazi|5}}174. F<sup>9</sup> V<sup>5</sup> ''deglinarmi'' {{spazi|5}}177. F<sup>9</sup> ''e amor'' agg. da altra mano.
</div>
{{noindent|10. ''Corimbus'' (egloga).}}
Codd. Magl. VII. 1145 (F<sup>10</sup>); Harvard Typ. 24 (H).
Mi attengo in linea di massima alla lezione di F<sup>10</sup>, le cui caratteristiche linguistiche mi sembrano più attendibili di quelle di H copiato da Felice Feliciano (cfr. ''Tirsis''). Edizione: {{Sc|Bonucci}}, V, 359-61.
{{smaller block|style=font-size:90%|
{{no rientro}}v. 2 F<sup>10</sup> om. ''e'' {{spazi|5}}3. H ''face'' {{spazi|5}}4. H ''de silva in silva'' {{spazi|5}}6. F<sup>10</sup> ''rodea'' {{spazi|5}}7. H ''dicia'' {{spazi|5}}9. H ''dal tuo strale'' {{spazi|5}}10. F<sup>10</sup> ''Che e dir'', H ''Che a dir ch’io fugo ove me stesso guido'' {{spazi|5}}12. H ''ove troppo me'' {{spazi|5}}13. F<sup>1</sup> ''la face'' {{spazi|5}}14. F<sup>10</sup> ''qual pare i’'' {{spazi|5}}20. H ''miser'' {{spazi|5}}21. H ''imminuir'' {{spazi|5}}23. H ''altri'' {{spazi|5}}25. F<sup>10</sup> ''con un servire'', H ''con un servire sua posta'' {{spazi|5}}27. F<sup>10</sup> ''bel'' {{spazi|5}}31. H ''ripete doglia'' {{spazi|5}}36. FI ''e spasmo'' {{spazi|5}}38. H ''biasmo'' {{spazi|5}}41-42. H ''arme-legarme'' in rima {{spazi|5}}43. H ''e non posso'' {{spazi|5}}46. H ''alcuna'' {{spazi|5}}47. H ''ben che servi molto'' {{spazi|5}}48. H ''soffre che tu sie'' {{spazi|5}}49. F<sup>10</sup> ''Amore'' {{spazi|5}}50. H ''ni'' {{spazi|5}}51. F<sup>10</sup> ''credendone'', H ''foco intrian credendo usire'' {{spazi|5}}52. H ''mischini'' {{spazi|5}}53. H ''suspiri'' {{spazi|5}}56. H ''serrà'' {{spazi|5}}57. F<sup>10</sup> H ''fedel'', H ''mercede'' {{spazi|5}}58. H ''altri'' {{spazi|5}}60. H ''stolto è chi'' {{spazi|5}}62. H ''Prendi di Amor quanto el ti concede'', F<sup>10</sup> ''Amor'' {{spazi|5}}64. H ''subietto'' {{spazi|5}}66. F<sup>10</sup> ''amore'' {{spazi|5}}67. H ''si asconde'' (in rima con ''confonde'' e ''profondi'') {{spazi|5}}68. H ''contro a li dei'' {{spazi|5}}69. H ''te stesso confonde'' {{spazi|5}}70. F<sup>10</sup> ''bene'', H ''suspiro'' {{spazi|5}}71. H ''quai sian di pensier'' {{spazi|5}}72. H ''sdignoso'' {{spazi|5}}73. F<sup>10</sup> ''sofferendo''.}}
Mancano in H i nomi degli interlocutori dell’egloga. In F<sup>10</sup> accanto ai vv. 1 e 60 si legge ''M. B''. (Messer Battista), e al v. 16 ''Corimbo''.
{{no rientro}}11. ''Tirsis'' (egloga).
Codice: Harvard Typ. 24 (H). Edizione: {{Sc|Grayson}}, 1956 (a cui si rimanda per uno studio della forma e del contenuto dell’egloga e della sua posizione nella storia del genere bucolico).<noinclude></noinclude>
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Opere volgari (Alberti)/Nota sul testo (volume II)/Epistola consolatoria
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Opere volgari (Alberti)/Nota sul testo (volume II)/Sentenze pitagoriche
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Opere volgari (Alberti)/Nota sul testo (volume II)/Uxoria
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{{no rientro}}''Biblioteca Nazionale''
{{no rientro}}1. ''Cod. II. IV. 38'' ('''F'''<sup>1</sup>).
cc. 138''r''-140''r''. Per la descrizione del cod. vedi vol. I, p. {{pg|368||alberti1}}.
{{no rientro}}''Biblioteca Riccardiana''
{{no rientro}}2. ''Cod. Moreni 2'' ('''M''').
cc. 67''r''-73''r''. Contiene anche ''Theogenius'' e ''Naufragio'' dell’A. Descritto da {{Sc|C. Nardini}} e {{Sc|A. Gigli}}, ''I MSS della Bibl. Moreniana'', I, Firenze, 1903, p. 1. e da ''C. Colombo'', in «Studi linguistici italiani», III, 1962, p. 179; e in questo volume a p. {{pg|405}}.
{{Ct|f=100%|v=1|L=0px|{{Sc|edizione}}}}
''Opere volgari di L. B. A.'', a cura di {{Sc|A. Bonucci}}, cit., vol. V, pp. 255-265. Testo fondato sul cod. F<sup>1</sup> .
{{Ct|f=100%|v=1|t=2|L=0px|''B'') LA PRESENTE EDIZIONE}}
La scelta tra i due codici, che presentano alcune varianti, è difficile. L’uno (M) fu corretto dall’autore; l’altro, trascritto da copista e senza correzioni autografe, fa parte della più grande raccolta di opere volgari<noinclude></noinclude>
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{{no rientro}}1. ''Cod. II. IV. 38'' ('''F'''<sup>1</sup>).
cc. 138''r''-140''r''. Per la descrizione del cod. vedi vol. I, p. {{pg|368||alberti1}}.
{{no rientro}}''Biblioteca Riccardiana''
{{no rientro}}2. ''Cod. Moreni 2'' ('''M''').
cc. 67''r''-73''r''. Contiene anche ''Theogenius'' e ''Naufragio'' dell’A. Descritto da {{Sc|C. Nardini}} e {{Sc|A. Gigli}}, ''I MSS della Bibl. Moreniana'', I, Firenze, 1903, p. 1. e da ''C. Colombo'', in «Studi linguistici italiani», III, 1962, p. 179; e in questo volume a p. {{pg|405}}.
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''Opere volgari di L. B. A.'', a cura di {{Sc|A. Bonucci}}, cit., vol. V, pp. 255-265. Testo fondato sul cod. F<sup>1</sup>.
{{Ct|f=100%|v=1|t=2|L=0px|''B'') LA PRESENTE EDIZIONE}}
La scelta tra i due codici, che presentano alcune varianti, è difficile. L’uno (M) fu corretto dall’autore; l’altro, trascritto da copista e senza correzioni autografe, fa parte della più grande raccolta di opere volgari<noinclude></noinclude>
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{{no rientro}}''Cod. II. IV. 38'' ('''F'''<sup>1</sup>).
cc. 151''r''-151''v''. Per la descrizione del codice cfr. vol. I, p. {{pg|368||alberti1}}.
{{Ct|f=100%|v=1|t=2|L=0px|{{Sc|edizioni}}}}
1. {{Sc|L. B. Alberti}}, ''Il padre di famiglia, con le sentenze pitagoriche'', illustrato dal Cav. {{Sc|Francesco Palermo}}, Napoli, 1843.
2. ''Opere volgari di Leon Batt. Alberti''... annotate e illustrate dal dott. {{Sc|Anicio Bonucci}}, Firenze, voi. II, 1844, pp. 485-7.
{{Ct|f=100%|v=1|t=2|L=0px|''B'') LA PRESENTE EDIZIONE}}
La presente edizione riproduce il testo tale quale figura nell’unico manoscritto salvo i ritocchi necessari alla grafia secondo le norme già esposte nel vol. I.
L’opuscolo fu composto nel 1462 e donato ai nipoti per le feste natalizie (cfr. {{Sc|Mancini}}, ''Vita di L. B. Alberti'', Firenze, 1911, p. 399).<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|448|{{Sc|nota sul testo}}|}}</noinclude>{{Ct|f=100%|v=1|t=3|L=0px|VII}}
{{Ct|f=120%|v=1|L=0px|UXORIA}}
{{Ct|f=90%|v=1|L=0px|''A'') TESTIMONIANZE}}
{{noindent|a) {{spaziato|''Redazione volgare''}}}}
{{Ct|f=100%|v=1|L=0px|{{Sc|manoscritti}}}}
{{no rientro}}{{Sc|Firenze}}
{{no rientro}}''Biblioteca Nazionale''
{{no rientro}}1. ''Cod. II. IV. 38'' ('''F'''<sup>1</sup>).
cc. 179''r''-182''v'': ''Uxoria''. Alla fine del testo la seguente nota: ''finis die lune in nocte ante die martis ora 1½ die ij decembris 1438''. Per la descrizione completa del codice vedi vol. I, pp. {{pg|367||alberti1}}-8.
{{no rientro}}2. ''Cod. Magl. VIII. 33'' ('''F'''<sup>9</sup>).
Cod. cart. sec. XV; mm 217 × 289; cc. 88 con antica numerazione; bianche le cc. 82-86; legatura moderna in assi di legno e mezza pelle. Sulla c. 1''r'' due diverse segnature antiche: N° 1621 e D 33, e in fondo (mano del ’500): ''Zibaldone di lettere amorose''. Contiene:
{|class=lba1
| ||''a'')
|-
|class=td1|cc. 1''r''-''v'':|| due epistole amorose (incip. «Alle tue fallaci lettere...»; «Io v’o iscritto ora due lettere...»),
|-
|cc. 3''v''-4''v'':||lettera del Conte di Virtù a Firenze («Con ogni studio e con ogni intenzione...») e risposta («Questo dì abiamo ricevute le inimichevoli lettere...»),
|-
|cc. 5''r''-15''v'':|| orazioni varie di Stefano Porcari,
|-
|cc. 15''v''-17''r'':|| ''Quistione tra una gentile donna... di Prato e un suo lavoratore'',
|-
|cc. 17''v''-22''v'':||poesie di vari autori (Gio. da Prato, N. Tinucci, Buonaccorso da Montemagno, Boccaccio ''Ruffianella'');
|}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|epistola consolatoria}}|445}}</noinclude>albertiane messa insieme intorno al 1440 (F<sup>1</sup>); ma sembrano rappresentare due redazioni diverse e indipendenti. A prima vista parrebbe da doversi accettare il testo di M; senonché, mentre alcune correzioni autografe di esso non si rispecchiano in F<sup>1</sup>, questo a sua volta contiene, in maggior numero, parole e frasi che mancano in M. La situazione è tipica dei testi albertiani (cfr. quella della ''Famiglia''). In questo caso è difficile credere che le varianti di F<sup>1</sup> rispetto a M non risalgano anch’esse all’autore. Tra queste la presenza di due casi di sostituzione del passato remoto al passato prossimo (p. {{pg|291}}, 29; {{pg|294}}, 35) ci ha persuaso più che altro che si tratti di redazione dell’autore posteriore a M<ref>Per questa ‘sostituzione’ nel testo della ''Famiglia'', v. il nostro art. in «Rinascimento», III, 1952, p. 229, e l’apparato critico al testo in vol. I, pp. {{pg|411||alberti1}} sgg.</ref>. Il nostro testo perciò è fondato su F<sup>1</sup> .
Non si sa a chi l’A. indirizzò la lettera, che è senza nome di destinatario nei codici. Il Bonucci congetturò che potesse essere diretta al Codagnello; ma è una pura ipotesi. È ugualmente impossibile assegnarle una data, ma sarà certamente anteriore al 1440. L’epistola spicca tra gli altri scritti dell’A. per l’insistenza su esempi tratti dalla Bibbia e la totale mancanza di citazioni classiche: il che fa pensare che fosse forse calcata su qualche modello della latinità medievale<ref>Cfr. per es. la ‘traduzione’ fatta dall’A. di un opuscolo del Map a pp. {{pg|369}} sgg. del presente volume.</ref>.
{{Ct|f=100%|v=1|t=2|L=0px|''C'') APPARATO CRITICO}}
{|class=lba1
|class=td1|p. {{pg|289}}||8. F<sup>1</sup> om. ''quanto'' {{spazi|5}}17. M om. ''simili'' {{spazi|5}}19. M ''miserie'' {{spazi|5}}21. M ''quello che noi non possiamo'' (agg. m. a. (?) ''che noi'') {{spazi|5}}24. M ''può''; F ''distorla'' {{spazi|5}}25. M ''più gravi a te'' {{spazi|5}}26. M om. ''forse''; M ''ove e’ la''.
|-
|p. {{pg|290}}||1-2. M ''benché e’ non siano presenti'' {{spazi|5}}2. M om. ''ancora'' {{spazi|5}}5. M ''può'' {{spazi|5}}8. M ''dove'' {{spazi|5}}17. M om. ''ora'' {{spazi|5}}21. M ''simile modo'' {{spazi|5}}23. M ''al quale ci ammonisse'' {{spazi|5}}26. M om. ''el'' {{spazi|5}}34. M om. ''degnissima''.
|-
|p. {{pg|291}}||1. M ''Et insieme''; M ''riputando'' corr. da m. a. (?) in ''riputiamo'' {{spazi|5}}10. M ''non iniquo giudice'' {{spazi|5}}11. M ''o quest’altra'' {{spazi|5}}12. M om. ''tu'' {{spazi|5}}16. F<sup>1</sup> ''carere'' {{spazi|5}}17. M ''Ma a quelli'' {{spazi|5}}20. M ''E che così''; M ''discorre'' {{spazi|5}}21-22. M ''Vederai'' <includeonly>''omo stato niuno'' (agg. m. a. ''omo stato'' in interlinea) {{spazi|5}}24. F<sup>2</sup> ''animanti'', M ''animanti'' corr. m. a. (?) in ''animali'' {{spazi|5}}27. M ''fatiche'' {{spazi|5}}28. M ''più di lui''; F<sup>1</sup> ''Vera inobbedienza''; M ''gli die’'' {{spazi|5}}28-29. M ''contro a chi t’a donato'' {{spazi|5}}30. M ''t’abbondano'' {{spazi|5}}33. M ''fusse a lui quel quasi carcere tra le fere'' (''quasi'' agg. m. a.); F<sup>1</sup> ''diuturno''.</includeonly>
|}<noinclude></noinclude>
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|epistola consolatoria}}|445}}</noinclude>albertiane messa insieme intorno al 1440 (F<sup>1</sup>); ma sembrano rappresentare due redazioni diverse e indipendenti. A prima vista parrebbe da doversi accettare il testo di M; senonché, mentre alcune correzioni autografe di esso non si rispecchiano in F<sup>1</sup>, questo a sua volta contiene, in maggior numero, parole e frasi che mancano in M. La situazione è tipica dei testi albertiani (cfr. quella della ''Famiglia''). In questo caso è difficile credere che le varianti di F<sup>1</sup> rispetto a M non risalgano anch’esse all’autore. Tra queste la presenza di due casi di sostituzione del passato remoto al passato prossimo (p. {{pg|291}}, 29; {{pg|294}}, 35) ci ha persuaso più che altro che si tratti di redazione dell’autore posteriore a M<ref>Per questa ‘sostituzione’ nel testo della ''Famiglia'', v. il nostro art. in «Rinascimento», III, 1952, p. 229, e l’apparato critico al testo in vol. I, pp. {{pg|411||alberti1}} sgg.</ref>. Il nostro testo perciò è fondato su F<sup>1</sup> .
Non si sa a chi l’A. indirizzò la lettera, che è senza nome di destinatario nei codici. Il Bonucci congetturò che potesse essere diretta al Codagnello; ma è una pura ipotesi. È ugualmente impossibile assegnarle una data, ma sarà certamente anteriore al 1440. L’epistola spicca tra gli altri scritti dell’A. per l’insistenza su esempi tratti dalla Bibbia e la totale mancanza di citazioni classiche: il che fa pensare che fosse forse calcata su qualche modello della latinità medievale<ref>Cfr. per es. la ‘traduzione’ fatta dall’A. di un opuscolo del Map a pp. {{pg|369}} sgg. del presente volume.</ref>.
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Non si sa a chi l’A. indirizzò la lettera, che è senza nome di destinatario nei codici. Il Bonucci congetturò che potesse essere diretta al Codagnello; ma è una pura ipotesi. È ugualmente impossibile assegnarle una data, ma sarà certamente anteriore al 1440. L’epistola spicca tra gli altri scritti dell’A. per l’insistenza su esempi tratti dalla Bibbia e la totale mancanza di citazioni classiche: il che fa pensare che fosse forse calcata su qualche modello della latinità medievale<ref>Cfr. per es. la ‘traduzione’ fatta dall’A. di un opuscolo del Map a pp. {{pg|369}} sgg. del presente volume.</ref>.
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|class=td1|p. {{pg|289}}||8. F<sup>1</sup> om. ''quanto'' {{spazi|5}}17. M om. ''simili'' {{spazi|5}}19. M ''miserie'' {{spazi|5}}21. M ''quello che noi non possiamo'' (agg. m. a. (?) ''che noi'') {{spazi|5}}24. M ''può''; F ''distorla'' {{spazi|5}}25. M ''più gravi a te'' {{spazi|5}}26. M om. ''forse''; M ''ove e’ la''.
|-
|p. {{pg|290}}||1-2. M ''benché e’ non siano presenti'' {{spazi|5}}2. M om. ''ancora'' {{spazi|5}}5. M ''può'' {{spazi|5}}8. M ''dove'' {{spazi|5}}17. M om. ''ora'' {{spazi|5}}21. M ''simile modo'' {{spazi|5}}23. M ''al quale ci ammonisse'' {{spazi|5}}26. M om. ''el'' {{spazi|5}}34. M om. ''degnissima''.
|-
|p. {{pg|291}}||1. M ''Et insieme''; M ''riputando'' corr. da m. a. (?) in ''riputiamo'' {{spazi|5}}10. M ''non iniquo giudice'' {{spazi|5}}11. M ''o quest’altra'' {{spazi|5}}12. M om. ''tu'' {{spazi|5}}16. F<sup>1</sup> ''carere'' {{spazi|5}}17. M ''Ma a quelli'' {{spazi|5}}20. M ''E che così''; M ''discorre'' {{spazi|5}}21-22. M ''Vederai'' <includeonly>''omo stato niuno'' (agg. m. a. ''omo stato'' in interlinea) {{spazi|5}}24. F<sup>1</sup> ''animanti'', M ''animanti'' corr. m. a. (?) in ''animali'' {{spazi|5}}27. M ''fatiche'' {{spazi|5}}28. M ''più di lui''; F<sup>1</sup> ''Vera inobbedienza''; M ''gli die’'' {{spazi|5}}28-29. M ''contro a chi t’a donato'' {{spazi|5}}30. M ''t’abbondano'' {{spazi|5}}33. M ''fusse a lui quel quasi carcere tra le fere'' (''quasi'' agg. m. a.); F<sup>1</sup> ''diuturno''.</includeonly>
|}<noinclude></noinclude>
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{|
|width=100| ||''omo stato niuno'' (agg. m. a. ''omo stato'' in interlinea) {{spazi|5}}24. F<sup>1</sup> ''animanti'', M ''animanti'' corr. m. a. (?) in ''animali'' {{spazi|5}}27. M ''fatiche'' {{spazi|5}}28. M ''più di lui''; F<sup>1</sup> ''Vera inobbedienza''; M ''gli die’'' {{spazi|5}}28-29. M ''contro a chi t’a donato'' {{spazi|5}}30. M ''t’abbondano'' {{spazi|5}}33. M ''fusse a lui quel quasi carcere tra le fere'' (''quasi'' agg. m. a.); F<sup>1</sup> ''diuturno''.
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|class=td1|p. {{pg|292}}||2. F ''da'' {{spazi|5}}7. M ''temendo in grave''; M ''amatissima'' {{spazi|5}}11. M ''sapercene l’incendio'' {{spazi|5}}13. M om. ''a'' {{spazi|5}}23. M ''seguì'' {{spazi|5}}30. M ''promessagli'' {{spazi|5}}32. M om. ''gli'' {{spazi|5}}36. M ''vita sua''.
|-
|p. {{pg|293}}||3. M om. ''certo''; M ''cose... care'' {{spazi|5}}4. M ''suo'' agg. m. a. dopo ''figliuolo''; M ''del suo padre'' (''suo'' agg. in. a.); M om. ''qui''; M ''dolore quale gli fu'' (''quale'' agg. m. a.) {{spazi|5}}5. M ''da’ figliuoli perfidi'' {{spazi|5}}8. M ''iniurie'' {{spazi|5}}11. M ''tra gli'' {{spazi|5}}14-15. M om. ''perfino che venne'' {{spazi|5}}21. F<sup>1</sup> M ''Jesus'' (intendi Giosue) {{spazi|5}}22. M om. ''suoi'' {{spazi|5}}25. M ''E poi tornando'' {{spazi|5}}30. M om. ''la'' {{spazi|5}}31. M ''o espettando'' {{spazi|5}}32. M ''beffato'' {{spazi|5}}33. M ''torture''.
|-
|p. {{pg|294}}||2. M om. ''Eh'' {{spazi|5}}5. F<sup>1</sup> ''insieme la... la rarità'' (con spazio vuoto di un cm.) {{spazi|5}}6. M ''in su un lato'' {{spazi|5}}9-10. M ''Vinsonle... e stimoron in se'' {{spazi|5}}14. M ''nudo in terra'' {{spazi|5}}16-17. M ''libera da piaghe, da fastidio, da dolore'' {{spazi|5}}18. M ''Non mi dolgono'' {{spazi|5}}22-23. M ''cosa... notissima'' {{spazi|5}}24. M ''quello che sofferano'' {{spazi|5}}26. M om. ''uno'' e ''io'' {{spazi|5}}27. M om. ''già'' {{spazi|5}}29. M ''costoro'' {{spazi|5}}30. F<sup>1</sup> ''e poi'' {{spazi|5}}35. M ''t’a fatto''.
|-
|p. {{pg|295}}||1. F<sup>1</sup> ''odiata'' {{spazi|5}}3. M om. ''tu'' {{spazi|5}}5. M ''accrescere'' {{spazi|5}}7. M ''tanto più'' {{spazi|5}}13. M ''verso'' {{spazi|5}}13-14. M ''desideri; ch’io te amo'' {{spazi|5}}14. M om. ''Vale''.
|}
<includeonly>{{sezione note}}</includeonly><noinclude></noinclude>
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|p. {{pg|293}}||3. M om. ''certo''; M ''cose... care'' {{spazi|5}}4. M ''suo'' agg. m. a. dopo ''figliuolo''; M ''del suo padre'' (''suo'' agg. in. a.); M om. ''qui''; M ''dolore quale gli fu'' (''quale'' agg. m. a.) {{spazi|5}}5. M ''da’ figliuoli perfidi'' {{spazi|5}}8. M ''iniurie'' {{spazi|5}}11. M ''tra gli'' {{spazi|5}}14-15. M om. ''perfino che venne'' {{spazi|5}}21. F<sup>1</sup> M ''Jesus'' (intendi Giosue) {{spazi|5}}22. M om. ''suoi'' {{spazi|5}}25. M ''E poi tornando'' {{spazi|5}}30. M om. ''la'' {{spazi|5}}31. M ''o espettando'' {{spazi|5}}32. M ''beffato'' {{spazi|5}}33. M ''torture''.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|sentenze pitagoriche}}|449}}</noinclude>{|class=lba1
|class=td1| ||''b'') opere dell’Alberti:
|-
|cc. 22''v''-30''v'':||epistola a P. Codagnello,
|-
|cc. 31''r''- 33''v'':||versione volgare della ''Dissuasio Valerii'' del Map (cfr. pp. {{pg|369}} sgg. del presente volume),
|-
|cc. 33''v''-40''v'':||''Uxoria'',
|-
|cc. 40''v''-50''r'':||''Deifira'',
|-
|cc. 50''v''-52''v'':||''Mirzia'' (elegia),
|-
|cc. 53''r''-63''r'':||''Ecatonfila'',
|-
|cc. 63''v''-65''v'':||''Agilitta'';
|-
||| ''c'')
|-
|cc. 66''r'':||il solo prologo all’''Amiria'' di Carlo Alberti,
|-
|cc. 66''v''-71''v'':||pronostico del tempo avvenire, lettera di Nicc. Acciaiuoli a Landolfo notaro, e due canzoni civili;
|-
|cc. 72''r''-81''v'':||(mano diversa, del '500) varie poesie e prose di argomento spirituale e politico.
|}
{{no rientro}}3. ''Cod. Pal.'' 739 ('''FP''').
Cod. membran. sec. XV; mm 202 × 140; cc. 17. Contiene:
{|
|width=100|c. 1''r'':||''Uxorie Proemium ad Petrum de Medicis'',
|-
|cc. 2''r''-17''v'':||''Leonis Bap. Alberti Uxoria''.
|}
Bella copia, che si distingue dagli altri codd. di questa opera per due ragioni: è l’unico che riporti la dedica a Piero de’ Medici, e il testo stesso è stato corretto in vari luoghi dalla mano dell’autore. Sarà stato probabilmente l’esemplare presentato a Piero. Cfr. {{Sc|Mancini}}, ''Vita'' cit., p. 158, e vedi la descrizione del cod. in {{sc|L. Gentile}}, ''I codici Palatini'', Roma, 1889, pp. 276-77.
{{no rientro}}{{Sc|Roma}}
{{no rientro}}''Biblioteca Vaticana''
{{no rientro}}''4. Cod. Barb. Lat. 4031'' ('''V'''<sup>5</sup>).
cc. 42''v''-51''r''. Vedi la descrizione a p. {{pg|408}} di questo volume.
{{Ct|f=100%|v=1|t=2|L=0px|{{Sc|edizione}}}}
''Opere volgari di L. B. Alberti'', annotate... da {{Sc|A. Bonucci}}, Firenze, vol. I, 1843, pp. 189-210, col titolo: ''Avvertimenti matrimoniali''. Testo fondato sul cod. Pal. 739.<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" /></noinclude><section begin="1" />{{Il buon cuore - Intestazione|Annata=IX|Data=Sabato, 9 Luglio 1910|Numero=28}}
{{Colonna}}
{{Il buon cuore - Sommario|Annata=IX|Data=9 luglio 1910|Numero=28|Ordine fisso=no|1={{Il buon cuore/Titoli sommario|Annata=IX|Data=9 luglio 1910|Numero=28|Titolo=Beneficenza|Testo=Società Italiana di previdenza per le operaie — Casa famiglia per impiegate — Per l’Asilo Convitto Infantile dei Ciechi{{ec| |.}}}}
{{Il buon cuore/Titoli sommario|Annata=IX|Data=9 luglio 1910|Numero=28|Titolo=Educazione ed Istruzione|Testo={{sc|L. Vitali}}. Discorso nuziale — {{sc|Ernesto Crespi}}. Per la Messa d’Oro di monsig. Luigi Vitali — Un Angelo di pace.}}
{{Il buon cuore/Titoli sommario|Annata=IX|Data=9 luglio 1910|Numero=28|Titolo=Religione|Testo=Vangelo della domenica ottava dopo Pentecoste — Giovanni Schiaparelli - Paolo Stoppani, necrologio.}}
{{Il buon cuore/Titoli sommario|Annata=IX|Data=9 luglio 1910|Numero=28|Titolo=Società Amici del bene|Testo=Francobolli usati.}}
{{Il buon cuore/Titoli sommario|Annata=IX|Data=9 luglio 1910|Numero=28|Titolo=Notiziario|Testo=Necrologio settimanale — Diario.}}
}}<section end="1" />
<section begin="2" />{{Il buon cuore - Titolo sommario|Beneficenza}}
{{centrato|{{larger|'''Società Italiana di Previdenza per le Operaie'''}}}}
{{FI
|file = Il buon cuore - Anno XI, n. 02 - 13 gennaio 1912 (page 3 crop 2).jpg
| width = 40%
| float = center
| caption =
}}
{{centrato|'''Relazione Morale del 1909.'''}}
L’opera di questo sodalizio, già affermata nella sua
azione fino dal 1908, seguì nel 1909 un andamento regolare con progressivo ascendere dovuto allo sviluppo
delle sue esplicazioni, quali il servizio sanitario, le Cure
climatiche e balneari, i Laboratori, le Scuole, i Circoli
festivi, le Biblioteche.
Entro in argomento, riferendomi al primo punto, il
Servizio sanitario, che funziona provvidamente, mercè
la diligente premura dei Signori Medici. E qui va questo
anno, segnalata l’aggiunta di un V.° Ufficio Medico nel
rione di S. Cristoforo, nei locali dell’Ambulatorio Comunale di Via Emanuele Filiberto, gentilmente concessi
dall’onor. Giunta Municipale.
Il controllo delle ammalate a domicilio si svolge regolarmente, come frequentati sono gli Uffici Medici e
apprezzatissime le cure dei distinti sanitari specialisti.
Lascio alla Statistica il pronunciarsi e riassumo rilevando la precisione e la sollecitudine colla quale procede questa organizzazione, quasi mossa da una forza
sola, mentre vi converge la cooperazione di 109 persone.
Importante sempre nella nostra Associazione il Riparto Cure climatiche e balneari, che si esplicarono in varie località e con soddisfazione di tutte le operaie che ne usufruirono. Nella provvida «Casa e Famiglia» di Varese le nostre socie, oltre ad un soggiorno estivo,{{AltraColonna}} possono anche durante l’anno essere benevolmente accolte qualora abbisognino di ritemprarsi. A Lovero Valtellino le Socie operaie trovano pure larga assistenza in ambiente famigliare, soggiorno dall’intonazione semplice ma di pronto vantaggio per l’aria balsamica. Diverse socie approfittarono in Maggio della cura di Salsomaggiore in quel provvido Sanatorio, ed alcune di queste ritornarono poi ín Ottobre per un secondo periodo di cura consigliato dal Direttore stesso. Il mare è l’aspirazione prima delle concorrenti alle cure; il soggiorno di Celle Ligure ha per le socie nostre speciali attrattive, così che tutte, anche le più sane, vorrebbero far parte della spedizione. E’ questa una circostanza che merita d’essere rilevata, come quella che dimostra un nobile sentimento di geniale simpatia da parte di quelle socie, le quali ebbero già il vantaggio di usufruire di tanto provvida, efficace cura. Ed è doveroso segnalare alla pubblica riconoscenza il Consiglio d’Amministrazione dell’Opera Pia Balneare, come quello del Sanatorio di Salsomaggiore e delle due case di Varese e di Lovero, per la benevolenza che da vari anni spiegano a favore delle nostre operaie.
Di grande comodità e vantaggio per le Socie è l’esistenza di parecchie Succursali della Società nei diversi quartieri cittadini, sia in locali della Società stessa in Via Maroncelli, Camminadella e Vigentina, come in Scuole Comunali gentilmente concesse. Alle associate viene così risparmiato di recarsi all’Ufficio Centrale pei versamenti e per le informazioni diverse. Transitoriamente le Socie di Affori usufruiscono della Succursale Maroncelli, poichè dopo il primo anno di prova della sezione stessa, il Consiglio trovò conveniente, per ragioni diverse, di chiudere quel Circolo festivo e di trasformare la sezione di Affori in succursale di quella di Milano. In attesa di poterla sistemare in locali propri, e coll’intento di aprire anche un annesso Ufficio Medico, la Presidenza credette opportuno di mettere in via provvisoria a disposizione delle Socie la Succursale Maroncelli. Il Consiglio si propone quindi di inaugurare prossimamente, in locali propri, la Succursale di Affori.
Il Laboratorio Sociale progredisce, sia per la mano d’opera che va ognor più perfezionandosi, come per la distinta clientela che largamente lo onora di {{pt|com-}}
{{FineColonna}}<section end="2" /><noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Il buon cuore - Anno X, n. 01 - 1º gennaio 1911.pdf/4
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano" />{{RigaIntestazione|4|IL BUON CUORE|}}
{{Rule|100%}}
{{Rule|100%}}</noinclude>{{Colonna}}stati in cammino senza riposare un istante. Sì, è così avvenuto, ma, dico io, se un angelo non li protegge....
Sono così spaventati che non sentono nè la fatica nè altre sofferenze, ma io vedo che cominciano già a patire la sete. Riconosco gli uomini assetati dal viso.»
Nel pensare a questo la palma sentì un brivido spasmodico lungo il suo tronco, e le cime delle sue innumerevoli foglie si contrassero come se fossero state sopra il fuoco.
«Se fossi un uomo non mi arrischierei nel deserto. Ci vuole un bel coraggio ad andare quà e là errando senza avere radici che penetrino nel suolo, fino alle vene d’acqua inesauribili. Sarebbe pericoloso anche per le palme, anche per una palma come me.
Se potessi dare un consiglio a questa gente, direi: tornate addietro. I nemici vostri non possono essere più crudeli del deserto; voi credete che sia cosa facile viverci, ma io stessa ho dovuto talora lottare molto per non morire. Ricordo che una volta in gioventù il vento mi scaraventò addosso un monte di sabbia e stavo per soffocare. Ritenevo che fosse la mia ultim’ora.»
La palma seguitò a pensare a lungo come sogliono fare i solitari.
«Odo» continuò a dire «tra il mio diadema una dolcissima melodia; le punte delle mie foglie tremano: non so quale effetto mi produca la vista di questi stranieri.
La donna nel suo accoramento è sì bella che mi fa pensare a cose meravigliose, mi fa rivivere nei ricordi.»
Mentre le foglie seguitavano a muoversi melodicamente, la palma si rammentò che in tempi remoti due rinomati personaggi erano stati ospiti dell’oasi: la regina Saba e il savio Salomone. La regina doveva tornare al suo paese, il re l’aveva accompagnata per un tratto di cammino, e stavano per separarsi. «A ricordo di quest’ora» disse la regina «depongo nella terra un seme di dattero perchè divenga palma che cresca e viva fino a che nel paese di Giuda sorga un re più grande di Salomone.» Detto questo piantò il seme in terra e lo irrigò col suo pianto.
«Come mai mi vien fatto di pensare proprio oggi a tante cose passate?» chiese a sè la palma «È forse questa bella donna che mi fa rissovvenire della splendida regina per la quale sono cresciuta e vissuta fino ad oggi? Le mie foglie stormiscono sempre più forte, il loro moto rassomiglia ad un melanconico canto funebre. Sembrerebbe ch’esse presagissero che il momento di doversi separare dal mondo è giunto. È buono a sapersi che questo non mi concerne; io non posso morire.»
La palma ritenne che il mesto canto mormorato dalle sue foglie fosse rivolto ai due solitari pellegrini. Essi dovevano ritener prossima la loro ultima ora. Si capiva dal modo stesso in cui andavano errando. Si scorgeva dagli sguardi che volgevano ad una coppia di corvi volanti. Non poteva essere diversamente. Erano perduti.
Avevano visto la palma e l’oasi e si affrettavano a giungervi per trovare acqua.
Appena arrivati caddero in preda alla disperazione, perchè la sorgente era inaridita. La donna spossata{{AltraColonna}} depose il bimbo a terra e sedette piangendo sull’orlo della fonte. L’uomo si lasciò cadere presso di lei, si stese e battè coi pugni la terra riarsa. La palma udì ch’essi dicevano l’un l’altro che dovevano morire. Dicevano eziandio che Erede aveva fatto uccidere tutti i fanciulli dai due ai tre anni d’età, per timore che fosse nato il gran Re degli Ebrei lungamente atteso.
«Le mie foglie stormiscono con maggior forza» pensò la palma «sta per suonare l’ultim’ora per questi poveri fuggitivi.» Essa comprese altresì che entrambi temevano il deserto. L’uomo diceva che sarebbe stato meglio rimanere e lottare con i soldati anzichè fuggire: avrebbero trovato una morte meno penosa.
«Dio ci aiuterà» soggiunse la donna.
«Siamo soli fra bestie di rapina e serpenti» insistè l’uomo. «Non abbiamo nè cibi nè vivande. Come potrebbe aiutarci il Signore?»
Disperato stracciò le sue vesti e premette il volto a terra. Ogni via di salvezza era chiusa per lui, come per chi abbia nel cuore una ferita mortale.
La donna stava seduta, tenendo le mani sulle ginocchia; gli sguardi ch’essa gettava sul deserto rivelavano una desolazione senza limiti.
La palma sentiva divenire più agitato e melanconico lo stormire delle sue foglie. Parve che anche la donna lo avesse avvertito, perchè levò gli occhi sull’albero e incoscentemente alzò le braccia e le mani gridando:
«Datteri, datteri!»
Vi era in quella voce tanto desiderio che la palma bramò di non essere più alta d’un cespuglio di ginestra e i suoi datteri facili a cogliersi come le rose della siepe. Sapeva che di datteri era carico il suo diadema, ma come potevano giungere quegli uomini ad un’altezza così vertiginosa?
L’uomo aveva già visto che quei datteri non si sarebbero potuti cogliere e senza sollevare il capo pregò la donna di non desiderare l’impossibile.
Ma il fanciullo che aveva sgambettato quà e là per conto suo gingillandosi con fili d’erba e con steli, aveva pure avvertito l’esclamazione di sua madre. Egli non voleva ammettere che non fosse possibile a questa ottenere quel che desiderava. Udito parlare di datteri si mise ad osservare l’albero e andava ruminando intorno al modo di coglierli. La sua piccola fronte si corrugava sotto l’intenso pensiero; finalmente un sorriso illuminò il suo sembiante. Aveva trovato il modo. Si avvicinò alla palma, la carezzò colle sue piccole mani, le disse con dolce voce infantile: «Palma piegati! palma piegati!» Che accadeva mai? Le foglie dell’albero stormivano come se fra esse vi fosse stato un organo, il tronco era attraversato da brividi. La palma sentì che il fanciullo aveva un potere su lei e che essa non poteva resistergli. Si chinò col suo alto fusto dinanzi a lui come s’inchinano gli uomini dinanzi ai principi, formando un poderoso arco piegò a terra tanto che il gran diadema colle foglie tremanti strisciava la sabbia del deserto.
Il fanciullo non si mostrò nè spaventato nè stupito, con un grido di gioia si avvicinò e colse numerosi grappoli dalla chioma della vecchia palma.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano" />{{RigaIntestazione||IL BUON CUORE|7}}
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{{Rule|100%}}</noinclude>{{Colonna}}Statuto, 300; Consorzio delle Madri Cristiane in S. Maria Segreta, 200; Società «Amici del bene», 200; Protezione della giovane, 16o; Sanatorio tubercolosi Umberto I, 150; Conferenza di S. Vincenzo de’ Paoli del Duomo, 150; Idem di S. Giorgio al Palazzo, 150; Idem del Redentore, 150; Idem di S. Stefano, 150; Parrocchia di S. Luigi, 150; Idem della SS. Trinità, 150; Assistenza Pubblica, 50; Albero di Natale dell’Asilo-Convitto Infantile dei Ciechi Luigi Vitali, tenue segno di viva gratitudine al R. Mons. Vitali per aver messo a disposizione come deposito della «Formica» una sala del suo alloggio presso l’Istituto dei Ciechi, 50; A 64 famiglie povere, 640 — Totale capi n. 5480.
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{{centrato|{{larger|'''Per l’Asilo Infantile Convitto Luigi Vitali pei bambini ciechi'''}}}}
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{{centrato|OBLAZIONI.}}
{{Vi|titolo=Signor Pozzi Pietro|pagina=L. 50 — }}
{{Vi|titolo=Marchesa Rocca Saporiti Resta|pagina=» 25 — }}
{{Vi|titolo=Signora Giulia Villa, per un letto che porti il nome:<br/>Amelia Villa Bramano, morta il 17 gennaio 1909|pagina=» 100 — }}
{{centrato|SOCI AZIONISTI.}}
{{centrato|''Prima rata.''}}
{{Vi|titolo=Signora Maria Eugenia Barnes|pagina=» 5 — }}
{{Vi|titolo=Donna Marianna Calvi Spreafico|pagina=» 5 — }}
{{Vi|titolo=Donna Gaetanina Calvi|pagina=» 5 — }}
{{centrato|''Secondo anno, secondo quinquennio.''}}
{{Vi|titolo=Signora Adelaide Borioli vedova Calvi|pagina=» 5 — }}
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{{Vi|titolo=Signora Ricciarda Guy|pagina=» 5 — }}
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{{Vi|titolo=Signora Angiolina Frigerio Curti|pagina=» 5 — }}
{{centrato|OFFERTE DI OGGETTI.}}
Contessa Antonietta Busca Sola, n. 50 bavette e 36 paia calze.
{{centrato|'''Per l’arredamento della cameretta medica.'''}}
{{Vi|titolo=Marchese e Marchesa Castiglioni Stampa|pagina=L. 10 — }}
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{{centrato|{{larger|'''Offerte per l’Opera Pia Catena'''}}}}
{{centrato|(CURA DI SALSOMAGGIORE).}}
{{Vi|titolo=Signora Fumagalli Colombo Lina|pagina=L. 10 — }}
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{{Vi|titolo=Signora Sala Brini Erminia|pagina=L. 10 — }}
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{{Vi|titolo=» Rognoni Garovaglio Adele|pagina=» 10 — }}
{{Vi|titolo=» Schnayder Viganoni Virginia|pagina=» 10 — }}
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{{centrato|NUOVE PATRONESSE.}}
Signore: Fumagalli Colombo Lina — Colombo Consonni Anita — Orsenigo De Giorgi Leopoldina — Modiano Marchi Bice — Brioschi Redaelli Ernestina — Radaelli Brioschi Carlotta — Chiappa Tilde — Garbagnati Lamperti Diamante — Frigerio Betleem donna Ippolita — Greppi Frigerio contessa Fanny — Queirazza Maria — Fossati Combi Rosalia — Riva Grandi Bigia — Bruni Maria — Keller Lily — Iacini nob. Antonietta.{{FineColonna}}<noinclude><references/></noinclude>
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Il nostro ''fervorino'' per il caso pietoso di quella infelice vedova madre invocante soccorso per la ricostituzione della sua casetta, ha trovato eco in alcune anime gentili che hanno inviato le offerte qui avanti registrate; ora aspettiamo altre oblazioni che ci consentano di concretare l’opera benefica.
{{Vi|titolo=N. N.|pagina=L. 30 — }}
{{Vi|titolo=Signora Caterina Candiani Biffi|pagina=» 10 — }}
{{Vi|titolo=Cav. avv. R. T.|pagina=» 5 — }}
{{Vi|titolo=Signora Pia Gavazzi Gnecchi|pagina=» 10 — }}
Una gentile signora ha offerto due sedie.
Una signora ha offerto due lenzuola e due federe.
Ricapiti per le offerte: Tipog. Ed. L. F. Cogliati, Corso P. Romana, 17 — A. M. Cornelio, Via Gesù, 8.
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{{centrato|{{larger|'''Certificati dell’Unione Cooperativa'''}}<ref>Su queste somme si esigerà il dividendo a beneficio dei ''poveri''.</ref>}}
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{{Vi|titolo=Signora Pia Gavazzi Gnecchi|pagina=L. 470 — }}
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<references/>
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{{centrato|{{larger|PEI CARCERATI.}}}}
Signora Carlotta Pasta, n. 8 annate periodici.
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{{centrato|{{larger|'''FRANCOBOLLI USATI'''}}}}
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{{Vi|titolo=Signora Erminia Sala Brini|pagina=N. 1460}}
{{Vi|titolo=Signora Carlotta Pasta|pagina=» 2000}}
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<section begin="2" />{{centrato|{{larger|'''NOTIZIARIO'''}}}}
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'''Beneficenza.''' — Alla O. P. Cucina Malati poveri di Milano è pervenuta la cospicua elargizione di L. 1000 da una benefattrice che vuole mantenere l’incognito. L’atto caritatevole, assai opportuno in questa stagione, acquista pregio per il modo in cui fu compiuto.
'''Benefico risultato del Concorso Cinematografico.''' — Anche quest’anno il Concorso Cinematografico ha dato ancora un margine di guadagno per la beneficenza. Detratte le spese, che furono questo anno rilevanti essendo mancati gli appoggi dati da molte ditte pel primo concorso, rimangono a disposizione del Comitato L. 3500 delle quali furono inviate a mezzo della R. Prefettura L. 2000 al Patronato orfani degli ultimi disastri Calabro-Siculi e le rimanenti 1500 lire furono così destinate:
{{altraColonna|33%|style=vertical-align:top;}}
L. 250 all’Ospedale dei bambini — L. 250 all’Asilo per le madri povere legittime — L. 250 all’Associazione per la difesa contro la tubercolosi — L. 250 al Pio Istituto Ototerapico — L. 250 alla Commissione pedagogica forense — L. 250 al Patronato alunni poveri scuole Campo Lodigiano e Crocifisso.
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{{Rule|100%|000}}
{{centrato|{{larger|'''Necrologio settimanale'''}}}}
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A Milano, la signora ''Ginevra Donati'' dei conti ''Marazzi''; — la sig.ra ''Rachele Viganò'' vedova ''Meroni''; — la sig.ra ''Celestina Consonni Vignati''.
— A Busto, la signora ''Luigia Lualdi'' ved. ''Vermi''.
— A Scanzo, il Dott. ''{{wl|Q63907595|Giuseppe Piccinelli}}'' Commendatore della Corona d’Italia, Cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro, Cavaliere del Lavoro, Ex-Deputato al Parlamento Nazionale.
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{{centrato|{{larger|DIARIO ECCLESIASTICO}}}}
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{{Mlb|'''1 gennaio''' — Circoncisione di N. S. G. C. — S. Telemaco m.
'''2, lunedi''' — S. Martiniano Osio e S. Defendente m.
'''3, martedi''' — S. Marino m.
'''4, mercoledi''' — SS. Faustino e Giovita mm.
'''5, giovedi''' — S. Telesforo, papa m.
'''6, venerdi''' — Epifania.
'''7, sabato''' — La Cristoforia.}}
{{centrato|''Adorazione del SS. Sacramento.''}}
{{Mlb|'''1, domenica''' — A S. M. in Camposanto.
'''6, venerdi''' — A S. Raffaele.}}
{{Il buon cuore/Gerente responsabile}}
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Pagina:Il buon cuore - Anno X, n. 02 - 7 gennaio 1911.pdf/5
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano" />{{RigaIntestazione||IL BUON CUORE|13}}
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{{Rule|100%}}</noinclude>{{Colonna}}per sollevarsi in aria; naturalmente senza riuscirvi. {{wl|Q144535|Herbert Spencer}} parla pure di casi analoghi e negli annali della psicologia ha ricordato il caso di una signora francese, la quale era fermamente persuasa di essere riuscita una volta a sostenersi in aria per qualche istante. L’affermazione non può far ridere nessuno di coloro che qualche volta hanno sognato di volare.
Nel sogno — dice il prof. Havelock Hellis in un articolo in «''Atlantic Manthly''» riassunto da ''Minerva'' — il dormiente, non ha quasi mai l’illusione di sollevarsi a grandi altezze, ma a poca altezza dal suolo, e a grandi salti lungo ciascuno da dieci a venti metri, provando una piacevole impressione di leggerezza e di scioltezza nei movimenti, e non raramente anche la soddisfazione di essere arrivato a risolvere il problema della locomozione aerea unicamente per la superiorità della sua struttura organica.
Come si spiegano i sogni di tal genere? Vi sono varie teorie. Alcuni studiosi di occultismo hanno sostenuto che i sogni di voli non sono altro che rappresentazioni di escursioni, realmente verificatesi, del così detto «corpo astrale».
Il francese de Verme, contro questa teoria, osserva invece che la sensazione del volo aereo durante il sogno è soltanto un fenomeno di origine esclusivamente fisiologica, e non contiene alcuna prova dell’esistenza di un corpo astrale.
Secondo l’A. non è necessario ricorrere a ipotesi ardite per trovare una spiegazione soddisfacente. A suo credere la spiegazione è data dalle speciali condizioni in cui si trova l’organismo durante il sonno. I sogni in questione non sarebbero prodotti che da sensazioni aventi la loro origine nella funzione respiratoria. Quando siamo sdraiati, le pareti del torace si alzano e si abbassano alternativamente, compiendo una serie di oscillazioni che alle loro estremità sono limitate dall’aria. L’impressione del movimento nell’aria che caratterizza i sogni di volo non sarebbe che una obbiettivazione di tali movimenti. E che la funzione respiratoria abbia una parte importante, lo dimostra anche il fatto dell’oppressione al petto che si avverte svegliandosi. Un’altra prova si ha in ciò: che i sogni di voli nell’aria sono molto spesso, e specialmente negli individui giovani, associati con la rappresentazione di scale. Ora la salita e la discesa delle scale costituiscono le cause più frequenti di stimolazione delle funzioni respiratorie e cardiache, e ciò in particolar modo nei ragazzi, che sogliono salire e discendere di corsa. Tali impressioni facilmente sfuggono all’attenzione dell’individuo sano, ma sono ricordate inconsciamente, e così possono essere utilizzate dall’attività psichica nel sonno.
Ma nel problema di questi sogni occorre tener conto anche di un altro fattore: le condizioni della sensibilità tattile, poichè l’attività respiratoria da sola non potrebbe produrre la sensazione del volo, se le sensazioni tattili continuassero a ricordarci che siamo sempre a contatto con la terra. Invece quando un individuo è a letto, la sensazione di movimento determinata dall’attività respiratoria non è accompagnata dal senso di pressione prodotto dalle calzature, nè da quello che deriva dal{{AltraColonna}} contatto dei piedi col suolo. Di più avviene spesso che nella parte su cui il dormiente è appoggiato diminuisca, per effetto della pressione, la sensibilità in modo da favorire l’impressione di completo distacco del corpo dal suolo.
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{{centrato|{{x-larger|DEI CATTIVI DISCORSI}}}}
{{FI
|file = Il buon cuore - Anno IX, n. 10 - 5 marzo 1910 (page 3 crop).jpg
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}}
::''Certe parole che ridir non osa''
:''Per non farvi arrossir, la lingua mia,''
:''Certi discorsi che hanno sempre ascosa''
:''Qualche non troppo oscura allegoria,''
:''Certi racconti fatti in verso o in prosa''
:''Che vi turbano poi la fantasia,''
:''Degni, o donne, non son di vostre orecchie,''
:''Principalmente se non siete vecchie.''
::''Pur questi son que’ tai ragionamenti''
:''Che s’odon volentier nel conversare,''
:''E voi tenete lor gli orecchi attenti''
:''Per somma bontà vostra, e il favellare''
:''Di cose sode, ovvero indifferenti,''
:''Semplicitade, anzi sciocchezza or pare;''
:''Ed un che nel parlar sia ritenuto''
:''O scrupoloso, o satrapo è creduto.''
::''Meglio saria per voi filar la rocca''
:''Che udir certe novelle, o sia discorsi''
:''Che han tanti e tanti a tutto pasto in bocca''
:''Onde il velen bevete a sorsi a sorsi....''
:''In confidenza, donne mie, vi dico,''
:''Che l’ascoltar quello che non dovete''
:''Vi fa passar per quello che non siete.''
::''E se non altro, crederà taluno''
:''Che siate larghe assai di coscienza;''
:''E voi sapete che a’ dì nostri ognuno''
:''Vuol giudicar secondo l’apparenza;''
:''Massime se si tratta d’una o d’uno''
:''Di cui non s’abbia troppo conoscenza;''
:''Direte voi che l’apparenza inganna,''
:''Ma l’apparenza intanto vi condanna....''
::''Ma taluna di voi mi par che dica:''
:''L’udir parlare è sempre stato in uso,''
:''Ed io non deggio, per parer pudica,''
:''Quando altri parla raggrinzare il muso....''
:''E se v’è uno sboccato, a me non tocca''
:''Cacciarlo via, nè chiudergli la bocca.''
::''Donne, nè men io son di quest’avviso;''
:''Mi basta sol che se un discorso indegno''
:''Di voi si fa, voi con applauso e riso''
:''Di piacere non diate espresso segno;''
:''Che un onesto rossor vi nasca in viso;''
:''Basti sol che mostriate un finto sdegno,''
:''Che il parlatore cangerà linguaggio,''
:''E in avvenir sarà più cauto e saggio.''
{{A destra|margine=1em|(Dal «Cicerone», c. VII).}}
{{Nop}}
{{FineColonna}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano" />{{RigaIntestazione||IL BUON CUORE|15}}
{{Rule|100%}}
{{Rule|100%}}</noinclude>{{Colonna}}''E avvenne che dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, che sedeva in mezzo ai dottori, e gli ascoltava e gl’interrogava. E tutti quei che l’udivano, restavano attoniti della sua sapienza e delle sue risposte. E vedendolo (i genitori) ne fecero le meraviglie. E la madre sua gli disse: Figlio, perchè ci hai tu fatto questo? Ecco che il padre ed io addolorati andavamo di te in cerca. Ed Egli disse loro: Perché mi cercavate voi? Non sapevate, come nelle cose spettanti al Padre mio devo occuparmi? Ed eglino non compresero quel che Egli aveva lor detto. E se ne andò con essi, e fe’ ritorno a Nazareth, ed era ad essi soggetto. E la Madre sua di tutte queste cose faceva conserva in cuor suo. E Gesù avanzava in sapienza, in età e in grazia appresso a Dio e appresso gli uomini.''
{{centrato|'''Pensieri.'''}}
Dieci versetti, quelli che la Chiesa oggi ci invita a leggere, che contengono ammaestramenti per tutti, per chi dirige e per chi è diretto, per chi governa e per chi è governato, per chi sta in alto e per chi sta in basso.
Noi ci troviamo ora da un lato, ora da altro; ora soggetti nonostante l’età o la coltura; ora avendo missione educatrice. Avviciniamoci dunque con animo aperto e cuore docile alla parola pel Vangelo che risponde ai nostri bisogni, che ci indica i nostri doveri, che in Gesù ci mostra come essi devono essere attuati.
{{Asterismo}}
Gesù è con i suoi parenti, con essi compie il pellegrinaggio tradizionale e poi, mentre essi tornano al loro paese, Egli, senza dir nulla, rimane nella città santa, nel tempio.
Spauriti Maria e Giuseppe tornano sui loro passi, cercano del fanciullo, lo ritrovano, lo riconducono con sè. Gesù ubbidisce allo spirito e ubbidisce a sua madre. Spinto della sua vocazione resta nel tempio a disputar coi dottori; chiamato dalla voce materna torna alla famiglia, alla casa.
La voce divina che risuona nel cuore, che assume il tono di un comando, di un invito contro cui non si può resistere deve essere ascoltata, deve essere seguita.... C’è però il tempo d’operare e c’è quello d’attendere, d’aspettare.
Dio he ci chiama a lavorare in un dato modo, che ha messo una speciale inclinazione nei nostri cuori, ci ha pur messo, per legge di natura, il rispetto e l’amore.... Si può, si deve seguir l’impulso interiore senza urtare, senza scuotere gli affetti o le conclusioni che formano la nostra vita sociale. Un equilibrio perfetto nel compimento di questi due doveri è difficile trovarlo e, a volte, quando gli ostacoli umani si impongono troppo e giganteggia la pressione dello spirito, possono venire momenti dolorosi e gravi...: nella pratica è così, ma non dobbiamo mai dimenticare che ogni affetto, ogni autorità ha un limite; e che anche il sacrificio alle inclinazioni nostre non può. spingersi fino a disconoscere in esse quel che è chiamata dello spirito.
Vediamo la risposta di Gesù a Maria, meditiamola «Non sapevate come io devo essere in quel che spetta al Padre mio?» e, insieme, vediamo la seguente parola dell’evangelista: — E se ne andò con essi e fu ad essi soggetto. — Sono i limiti fra i quali deve aggirarsi la nostra libertà e la nostra ubbidienza: in che grado? Ce lo suggerirà il Signore ogni volta che, nel bisogno, noi lo imploreremo.
{{Asterismo}}
La parola a coloro che devono ubbidire è forse più facile che non quella a coloro che devono guidare.
Anche sacrificandosi finchè non giunga l’ora della piena attuazione dei propri ideali, chi si piega, non{{AltraColonna}} s’oppone allo spirito, anzi, nella mortificazione e nell’attesa può anche meglio disporsi a lavorare per esso.
Non è più così, invece, quando non si tratta che di guidare, di limitare. Con che timore e tremore ognuno di noi dovrebbe assumere il compito arduo e grave! E invece con che leggerezza, con che disinvoltura, con che alterigia, a volte, noi ci si accinge a comandare, a dirigere!
Oh, specialmente quando si tratta dell’educazione morale, della scelta della via da prendere, di ciò: che deciderà dell’avvenire, specialmente quando si tratta di intralciare, di rompere moti che possono essere espressione di una chiamata interiore, di una voce divina, badiamo bene a quel che facciamo, riflettiamo al pericolo che corriamo di legare un’anima, di costringerla a seguire il pensiero nostro invece di quello di Dio. Vorremo crederci noi più spirituali, più illuminati, infallibili, quasi, per la funzione nostra sociale? E non abbiamo mai dovuto rimproverarci d’aver abusato o usato male d’una superiorità, che, nell’ideale non dovrebbe essere che un servizio per i più deboli, per i più giovini? E se chi è più giovane di noi nella compagine sociale avesse più luce divina, fosse più pronto di noi ad accoglierla?... Se il suo occhio vedesse ciò che noi non vediamo?...
Oh, preghiamo, preghiamo assai prima di usare della nostra autorità, specialmente se si deve usare come comando, come coercizione.... Le nostre rette intenzioni e la nostra buona fede possono giustificarci davanti a Dio e lasciarci senza colpa.... ma le conseguenze, se noi operiamo senza prudente sapienza, nessuno potrà toglierle mai.... E chi le misura le conseguenze di dolore e di affanno che posson venire da un atto di autorità usato male? Ripeto, preghiamo e supplichiamo con umiltà somma prima di accingerci a sì difficile dovere.
Io penso che Maria se avesse compreso le parole del suo divino figliolo non l’avrebbe ricercato nè richiamato mai più I Ma, dice il Vangelo, essi, Maria e Giuseppe, non compresero ciò che aveva lor detto.
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{{centrato|{{larger|'''Per l’Asilo Infantile Convitto Luigi Vitali pel bambini ciechi'''}}}}
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{{centrato|OBLAZIONI.}}
{{Vi|titolo=Signora Maria Ramazzotti Ferrario in memoria della<br/>diletta sua mamma Giuseppina Ferrario Gorla offre|pagina=L. 100 — }}
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{{centrato|{{larger|'''Offerte per l’Opera Pia Catena'''}}}}
{{centrato|(CURA DI SALSOMAGGIORE).}}
{{Vi|titolo=Signora Crespi Longhi Virginia|pagina=L. 10 — }}
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Signore: Vandoni Chiodi Carlotta — Marzorati Dell’Acqua Elisa — Consonni Emilia.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano" />{{RigaIntestazione||IL BUON CUORE|21}}
{{Rule|100%}}
{{Rule|100%}}</noinclude>{{Colonna}}Ma la vittima doveva essere veramente immolata. Cristo, non fu mai tanto nostra preghiera, come quando morì sulla croce poichè fu più propriamente di là che venne la redenzione.
Era il 1584. S. Carlo aveva fatto i suoi esercizi spirituali in una cella sul monte sacro di Varano; la sua pietà ve l’aveva tenuto per otto giorni nelle più belle contemplazioni, come la sua austerità nella più dura penitenza; vi aveva fatto la sua confessione generale sentendo vicina la fine de’ suoi giorni; vi si era anche ammalato e di là era stato trasportato a Milano. Si era vicini al novembre, a questa {{ec|stagìone|stagione}} così mesta e così piena di richiami per il cielo, con le sue foglie ingiallite che cadono, co’ suoi pallidi tramonti velati di nebbia, come cadono dai rami della nostra vita le disillusioni come si vela per sconforto il cuore. Il lago aveva sentito scivolar via la barca che portava il santo, quasi incamminata a lidi eterni, il Duomo l’aveva visto passare in lettiga affranto come un soldato ferito a morte in battaglia e presso a morire sotto la sua tenda.
Il corpo del santo ormai non reggeva più all’ardore dell’anima; s’era fatto un velo troppo esile, la penitenza che aveva preparato l’olocausto del corpo, aspettava l’ultima preghiera dell’anima per vibrare il colpo e formare la vittima.
La camera del santo, ormai non era che una chiesa con due altari: quello dell’Eucaristia che egli aveva voluto erigere, e il suo giaciglio su cui egli moriva, se pure tutti e due non erano che un altare solo.
Aveva voluto il santo un’immagine grande in quadro di Gesù agonizzante nell’orto, e un’altra di Gesù morto deposto dalla croce. Non potendo più parlare, egli vi dava sguardi infuocati. Faceva l’ultima preghiera. Al lume di una lampada lo si vide reclinare il capo, quietamente morire. Erano le tre ore di notte del tre novembre 1584. S. Carlo era vissuto nella preghiera 46 anni, un mese e un giorno.
Sul cereo suo volto rimase quella linea che forse abbiamo ritratto. L’anima santa che ve l’aveva solcata continua a pregare per noi nel cielo.
E noi, curvi sulla sua tomba gloriosa a pensare, impariamo e speriamo.
{{A destra|margine=1em|{{sc|{{wl|Q93269212|D. Pietro Gorla}}.}}}}
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'''La ''NONNA'' è un capolavoro di una freschezza di una originalità assoluta.'''
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{{centrato|{{x-larger|LA MORALITÀ NEL TEATRO}}}}
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Stavamo per esprimere l’indignazione suscitata in molte anime oneste dall’indecente ''Cleopatra'', inqualificabile ballo che si è dato e si continua a dare al Teatro della Scala, quando ci giunse in buon punto la protesta inviata ad alcuni giornali cittadini dal nob. avv. Pier Emilio De Francisci, solerte membro del Consiglio per la ''Moralità Pubblica''.
Facciamo nostro il grido dell’egregio avvocato, che{{AltraColonna}} ha trovato accoglienza soltanto nell’''Unione'', avendo gli altri giornali preferito il silenzio, forse per non turbare il successo industriale dello spettacolo inverecondo. Noi siamo ''ingenui'' come il giovane avv. De Francisci; ma siamo sicuri d’interpretare il sentimento di molti timidi, che non osano opporsi a ciò che si fa per convenzionalismo ed anche per assecondare il gusto corrotto nel teatro, come pur troppo si fa per la stampa.
{{A destra|margine=1.25em|{{smaller|«Milano, li 7 gennaio 1911.}}}}
::«''Egregio signor direttore,''
«Le sarei vivamente grato, se l’ottimo suo giornale volesse accogliere queste poche righe di protesta e di indignazione per le belle ''novità'' introdotte nel nostro maggior teatro col cosidetto ballo di ''Cleopatra''. So che le mie parole susciteranno da parte di alcuni un riso, quasi di compassione, per la mia dabbenaggine, ma io a certe risa rispondo con una scrollatina di spalle, il che non esclude che io possa anche essere un ingenuo. Ma, appunto per questo, io mi domando, se proprio oggi, in cui il presidente del Consiglio dei ministri si dà tanta e lodevole pena per combattere la pornografia, debba essere permessa, sul palcoscenico della Scala, questa rappresentazione sfacciata del più volgare erotismo. Io domando, perchè debba usarsi, col povero, forse analfabeta rivenditore di giornali, che viene processato per la vendita di uno stampato, il cui contenuto gli è sicuramente ignoto, una misura diversa da quella applicata a chi ha la bontà di offrire al pubblico queste esibizioni di lascivia, che si vogliono gabellare quali innovazioni geniali, frutto di nuove concezioni estetich2. E domando ancora, per quale privilegio debba essere possibile alla Scala uno spettacolo, che, probabilmente, la prefettura e l’autorità di P. S. avrebbero vietato, se avesse costituito solamente un ''numero'' di un qualsiasi caffè-concerto.
Del lesto io so che la maggior parte del pubblico è stata ed è del mio parere, e ha, timidamente, come suole la gente dabbene, disapprovato. Pochi gli applausi, che non era difficile scorgere da qual parte venissero. Nè io voglio discutete sul valore di questo preteso rinnovamento dell’arte della danza: osservo solamente che il nome di arte è usato molto impropriamente, ove essa si limiti ad esprimere le manifestazioni più basse della bestialità umana ed ove risvegli unicamente gli entusiasmi di giovani decadenti infrolliti e di certi vecchi, che trovano nello spettacolo un surrogato agli usati eccitanti. Io non credo che la Scala, questa istituzione cittadina della quale vogliamo andare orgogliosi, debba assumere questa nuova funzione: tuttavia potrei anche sbagliarmi, perchè forse io sono un ingenuo.
«Mi perdoni, egregio direttore, questo sfogo sincero e mi creda
{{A destra|margine=1em|«il suo {{sc|P. De Francisci}}.»}}
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'''Ricordatevi di comperare il 24.{{smaller|<sup>mo</sup>}} fascicolo dell’''ENCICLOPEDIA DEI RAGAZZI'' che uscì nella scorsa settimana.'''
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano" />{{RigaIntestazione|22|IL BUON CUORE|}}
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{{Rule|100%}}</noinclude><section begin="1" />{{Colonna}}{{centrato|{{larger|'''I BACHI DA SETA'''}}}}
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L’allevamento dei bachi da seta merita di essere diffuso dovunque, ed in conseguenza deve essere estesa la coltivazione del gelso anche in quelle regioni dove — come nell’Italia meridionale e nelle due maggiori isole — è poco diffusa. Un libretto piccolo di mole, ma grande di importanza, si presta mirabilmente alla propaganda per la bacologia e per la gelsicoltura. È stato pubblicato ed è scritto in modo accessibile all’intelligenza di tutti dal cav. Amelio Frignani, capitano nel 58 reggimento fanteria, di residenza a Padova. Il suo autore lo pone in vendita a soli 30 cent., perchè non vuole certamente far commercio librario, ma solo della buona propaganda agraria.
Il capitano Frignani, che ha conseguito la medaglia d’oro al merito agrario del ministero di agricoltura, è uno di quei pochi ufficiali del R. Esercito che hanno dedicato le ore dei loro ozi all’insegnamento agrario pratico ai soldati. Essi sono dei benemeriti del nostro progresso agrario, perchè ne spargono il germe che viene fecondato e diffuso per le campagne di tutta Italia, quando i soldati ritornano al paese natio a fare gli agricoltori.
Il libretto del cap. Frignani è un vero trattatello popolare di gelsicoltura e di bacologia, ed è illustrato da nitide e pratiche incisioni. Vi si parla della semina del gelso, della sua piantagione, del suo allevamento in siepi, a ceppaia, ad alberello e ad albero, nonchè della ''diaspis'' che affligge questa pianta tanto utile. Vi si parla altresì delle diverse fasi dell’allevamento del baco da seta e si danno delle norme precise e razionali a cominciare dall’incubazione del seme e dai requisiti che deve avere la bigattiera, fino alla raccolta dei bozzoli. Un capitolo veramente nuovo, e che non è in alcun trattato di bacologia, è quello che riguarda l’allevamento dei bachi da seta in capanne, ossia ''tilimbar'' all’uso persiano.
In altre ''Cronache agrarie'' abbiamo parlato di questo economico sistema di allevamento del baco da seta che il prof. Quajati della R. Stazione bacologica di Padova ha di recente raccomandato per l’Italia meridionale e per le nostre isole. Il cap. Frignani ha esperimentato l’allevamento in capanne nel clima di Padova, che non è certo raccomandabile per un simile allevamento, e ne è stato contento. Egli così ne scrive nel suo libretto: «Una baracca per mezz’oncia di seme si fa così. Si piantano mezzo metro dentro terra ed in fila, a 2 metri uno dall’altro, 4 pali lunghi circa 8 metri e grossi come un buon polso. A 3 metri circa dalla fila di pali si piantano altri 4 pali come i primi, così avremo un rettangolo di pali lungo 6 metri e largo 3. Ad un metro mezzo da terra, si assicurano orizzontalmente tutto intorno ai pali, altri pali più leggeri e si uniscono fra loro con rami di gelso, canne od altro in modo di fare come una stuoia o graticcio, che avrà le dimensioni del rettangolo, cioè della lunghezza di metri 6 per 3 di larghezza. Tale graticcio sarà poi il letto dei bachi. A mezzo metro al di sopra del graticcio si costruisce{{AltraColonna}} un tetto e doppio piovente; tanto largo che sporga alquanto fuori dei pali di impianto. Il tetto si può fare di paglia, di grano, o di riso o di segale ed è forse la cosa più difficile a costruirsi, ma non è questione che di buona volontà e di averci pensato a tempo.»
{{FI
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{{centrato|{{larger|'''DELLE CATTIVE LETTURE'''}}}}
{{Rule|8em|000}}
:''Certi libri, che sono altro che santi,''
:''Sono zeppi talvolta d’eresie,''
:''E sotto certi titoli galanti,''
:''Nascondono il veleno, o donne mie,''
:''Che da voi, nè da molti altri ignoranti''
:''Non si conosce, e che per mille vie''
:''Nel cuor celatamente e nelle vene''
:''Di chi li legge a insinuar si viene.''
::''E tanto più s’insinua facilmente''
:''Il velino letal quant’è più dolce,''
:''Mentre lo stile lor soavemente''
:''Il vostro core e i vostri orecchi molte....''
::''Io piuttosto vorrei, Dio mel perdoni,''
:''Che foste cieche e non leggeste mai;''
:''Leggete, ma leggete libri buoni,''
:''Che ve ne son di questi pur assai;''
:''E i libri, che da certe regioni''
:''Vengon portati, in cui vi son de’ guai''
:''E in cui con troppa libertà si scrive,''
:''A leggerli non siate sì corrive.''
::''E quel ch’io dico a voi, donne, s’intende''
:''Detto agli uomini ancor, che fanno male''
:''A legger tuttodì certe leggende''
:''Impure, o qualche libro ereticale....''
{{A destra|margine=1em|(Dal «Cicerone», c. VIII)}}
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}}<section end="1" />
<section begin="2" />{{Il buon cuore - Titolo sommario|Religione}}
{{centrato|{{larger|'''Vangelo della domenica seconda dopo l’Epifania'''}}}}
{{Rule|6em|000}}
{{centrato|'''Testo del Vangelo.'''}}
''Essendo stata la madre di Gesù Cristo, Maria, sposata a Giuseppe, si scoperse incinta di Spirito Santo prima che andassero a stare insieme. Ora Giuseppe, marito di lei, essendo uomo giusto e non volendo esporla all’infamia, prese consiglio di rimandarla segretamente. Mentre egli stava in questo pensiero, un Angelo del Signore gli apparve in sogno, dicendo: Giuseppe figliolo di Davide, non temere di prendere Maria tua consorte; imperocchè il concepito in lei è dello Spirito Santo. Ella partorirà un figliuolo, cui tu porrai nome'' '''Gesù'''.
{{A destra|margine=1em|{{smaller|S. MATTEO, cap {{sc|i}}.}}}}
{{Nop}}
{{FineColonna}}<section end="2" /><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione|194|IL BUON CUORE|}}
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{{Rule|100%}}</noinclude>{{Colonna}}
meno costosa e più generale, e che davvero è una carezza materna della natura a questa povera gente, è la raccolta dei licheni detti: ''mou-eul'' (orecchini) a causa della loro conformazione rassomigliante al lobo di un orecchio. Il cinese apprezza poco o nulla i funghi che mangiamo noi, e sebbene i porcini, gli ovoli, le ditole e sopratutto i galletti, facciano parte talvolta del suo pasto, pure credo che non si trovi un cinese al mondo che spenderebbe un centesimo per provvedersene un piatto. Invece egli è pazzo per i ''mou-eul'', li strappa alla natura con arte, li invoca come gli ebrei del deserto la manna, li raccoglie con avidità e li porta al mercato sulle spalle come un fardello prezioso.
Questa industria è comune a tutti i monti del Hupè forse anche delle altre Provincie<ref>I ''mou-eul Hupè'' sono i più ricercati e comprati a più caro prezzo di quelli delle altre regioni.</ref> e frutta annualmente una somma ingente e favolosa.
Un nostro cristiano ne ha raccolti questo anno per 450 ''tiao ''equivalenti in nostra moneta a 714 franchi! Un vero patrimonio!!
I ''mou-eul'' non nascono ovunque spontaneamente come gli altri tallopiti e per averli bisogna.... lavorare: però il lavoro è facile e la fatica corta; ed anche qui la maggior parte tocca a madre natura. L’uomo non deve far altro che afferrare un’accetta e recarsi in quella parte di bosco dove vuol preparare un vivaio. Giuntovi atterri senza pietà tutte le piante grandi e piccole che vi si trovano, bruci o porti via ogni cosa risparmiando però i fusti dei quercioli dai 5 ai 10 anni di età. Questi, invece, li ripulisca ben bene, guardando di non trasportare la corteccia che deve essere appunto il ''substratum'' dei bramati ''moueul''. Taglierà, poi, detti fusti in pezzi uguali della lunghezza di circa due metri ognuno, e quindi alzata nello spazio ripulito una guida orizzontale, pure di quercia, ad essa appoggerà una estremità dei detti pali posando l’altra a terra in modo da dare ai medesimi una posizione più che sia possibile piana e orizzontale. La distanza di un bastone dall’altro può essere di un decimetro o giù di lì.
Fatto ciò e accomodate tante palizzate quanto è lo spazio libero e il numero dei fusti, se ne torni tranquillo a casa, e lasci che la pioggia faccia decomporre la corteccia delle piante. Solo allora, dopo le prime {{Ec|pioggie|piogge}} di primavera, vedrà queste ricoprirsi di piccoli numerosi licheni simili a conchiglie nerastre o anche bianche, che sono appunto i sospirati ''mou eul''. Li raccolga e li secchi.
I ''mou-eul'' bianchi sono molto più rari dei neri, e mentre questi costano, è almeno il prezzo di quest’anno, 60 centesimi la libbra, quelli valgono 35 franchi e qualcosa! Ciò spiega perchè una ciotola di ''mou-eul'' bianchi apparisca soltanto nei pranzi semi sibaritici dei grandi e nelle grandi occasioni, mentre quei neri non sono rari nei pranzi ordinari tra amici ed amici.
La racolta dei ''mou eul'' dura dalla primavera all’autunno, e perchè si sviluppino in grande abbondanza si richiede che le {{Ec|pioggie|piogge}} non siano nè troppo lunghe nè di troppo corta durata.
{{AltraColonna}}
Una pioggia blanda di 3 o 4 giorni seguita da bel tempo è sufficiente: invece una pioggia che duri una ventina di giorni dilava la corteccia e impedisce la germinazione del prezioso tallofite.
I ''mou-eul'' trovano un buono spaccio sul mercato di ''Nan-tciang'' da dove sono esportati in tutta la Cina, arrivando a costare nelle provincie lontane prezzi favolosi.
L’agricoltura di questi monti è in sostanza quella stessa del piano, le stesse semine e lo stesso modo di seminare.
Da ''Siang-Jang'' a qui è come un solo podere dove ha la preferenza il riso in tutti i luoghi paludosi e irrigabili e altrove il panico, il cotone, il sesamo, il granturco, le leguminose, la saggina da vino, da canapa ecc. La pastorizia colle sue molteplici risorse qui è ignota affatto. A questi monti che pure potrebbero essere un tesoro, e lo sarebbero certamente in mano dell’amico Sprenger, qui si chiede poco, assolutamente poco, neppure quello che si domanda loro in altri luoghi non molto lontani. Così per esempio, qui l’industria oleifera del ''t’ong-chou'' (elaecocca) è poco o niente. È pure trascurata del tutto l’industria della vernice sebbene l’albero vi cresca a meraviglia. Ai pochi e abbandonati castagni sparsi senza ordine in mezzo a queste macchie non si chiede altro che un pizzicotto di frutta per offrirle alla ''luna'' nella festa natalizia di questa che cade verso la fine di Settembre. Ecco tutto. Il solo frutto che si apprezza e che liberato dall’involucro osseo venga portato sul mercato di ''Nan-tciang'' è la noce.
Cagione di questa assenza di speculazione per parte dell’uomo e del trionfo della natura in tutto ciò che essa ha di più orrido e selvaggio, è in gran parte la lontananza dai centri, la difficoltà delle vie, la necessità di pensare al sostanziale, la mancanza di grossi capitali e finalmente l’inerzia e la deficienza di iniziativa per parte di questi popoli. Così vissero i loro antenati: così vivono essi, e così vivranno i loro nipoti Povera gente del resto, contro cui congiurano continuamente, ora le piene, ora le troppe piogge, ora la siccità, e quando sono per raccogliere le messi tanto desiderate escono dalle loro tane le truppe dei cinghiali, dei camosci, dei lupi, dei daini e fanno corte bandita e si ingrassano dei sudori del povero contadino! Qui le divisioni delle terre non si fanno a ingegneri come nel piano non essendo possibile una misurazione esatta, non si fanno neppure ad appezzamenti ad occhio come in altri luoghi montuosi del Hupè e neppure a base del seme necessario per ogni campo, ma al modo biblico, prendendo per unità di misura uno spazio di terra che può essere arato da un paio di buoi in una giornata. Così se chiederete ad uno quanta terra coltiva vi risponderà 4, 5, 10 paia di buoi! Curiosa particolarità che ci riallaccia ai bei tempi di quando nei campi di Moab guidavano i grossi giovenchi Noemi e Ruth!!
''13 Settembre''. — Ed eccoci al ritorno. Ieri invitai 4 uomini per portare i bagagli, le piante e la lettiga di montagna per me, ma al momento di partire sento che i due letticari sono due facchini ordinari. Con simile<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Il buon cuore - Anno IX, n. 25 - 18 giugno 1910.pdf/3
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||IL BUON CUORE|195}}
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{{Rule|100%}}</noinclude>{{Colonna}}
gente il cavalcare riesce più comodo, e perciò li rimando così restando 6 persone ed un cavallo. Il trovare in poco tempo due abili portatori di lettiga non è difficile, e si vuole ad ogni costo andarli a chiamare, ma io mi oppongo anche a cagione della ristrettezza {{Ec|pecunaria|pecuniaria}} in cui mi trovo. La paga delle guide, dei ''coolies'', le spese del vitto, la buona mano al custode della casa, hanno talmente assottigliato il piccolo peculio portato da ''Siang-Jang'' che dovremo economizzare assai per non restare al verde prima di arrivare a casa. Alle 7 abbandoniamo ''Kai-chan''. È nebbia e pioviggina, ma i miei uomini sono stanchi di questi monti e partirebbero anche con la pioggia dirotta. Anch’io lascio ''Kai-chan'' senza rimpianto.
Nel borgo di ''Tchangpin'' incontro il mandarino incaricato della pubblica sicurezza, mio vecchio amico, e ci facciamo un mondo di feste.
Mi dice che è là da mezzo mese, che ha già sofferto la fame più volte, e che solo da due o tre giorni ha potuto comprare tre misure di granturco. Povero amico! Che Budda e Maometto — egli è turco di origine — ti liberino almeno dalle zanne dei lupi e dei leopardi!
Attraversiamo il ''Siang-eul-chan'' e poi l’''On-pan-chan'' e poi anche il ''Keon-cul-lin'' versante degli scimiotti, senza molta fatica. Il desiderio di uscire dalla tomba di questi monti e rivedere il bel cielo libero di ''Siang-Jang'' raddoppia la lena e le forze. La sera ci fermiamo a 20 km. da ''Nan-tciang'' nel luogo stesso dove facemmo colazione nell’andata a ''Kai-chan''. Abbiamo fatto 100 ''ly''=66 km. in 12 ore, varcando tre alti monti e passando una diecina di volte il letto del fiume. E dire che i miei uomini portano in media sulle spalle non meno di 100 libbre ciascuno<ref>L’abitudine di portare dei pesi rende questi montanari veri ercoli alla fatica. Si aggiunga che quassù vi è l’uso di assoldare i ''coolies'' a un tanto la libbra, e costoro per guadagnare qualcosa di più arrivano talvolta a portare dei pesi incredibili di 150 e perfino 200 libbre! Il prezzo di unità per ogni libbra è determinato dal trasporto dei ''mou-eul'', sempre i benedetti ''mou-eul''! e varia a seconda del valore che questi hanno sul mercato di ''Nan-tciang''. Quest’anno il prezzo è di 15 sopéche la libbra, equivalenti in nostra moneta a meno di 5 centesimi, cioè centesimi due e mezzo!</ref>.
''14 Settembre''. — Ci moviamo appena fatto giorno, e io sprono il cavallo poichè voglio arrivare presto a ''Nan-tchang'' per dire la Messa.
I miei uomini mi raggiungono verso le 9. Riposiamo mezza giornata che la febbre della nostalgia ci fa parere un mese, e il giorno dopo, sebbene piova a intervalli, ci rimettiamo in cammino per l’ultima volta, e dopo una giornata e mezza di via rivalichiamo la soglia di casa nostra!
Siamo stati fuori 21 giorni: abbiamo fatto varie centinaia di chilometri di viaggio! Siamo saliti a 1700 m. di altezza, abbiamo attraversato o toccate 3 sottoprefetture. E dopo tutto non abbiamo avuto altro che due sole giornate senza pioggia!
{{Smaller|Siang-Iang, 30 Settembre 1909.}}
{{A destra|margine=1em|{{Sc|{{Wl|Q75837465|P. C. Silvestri}}.}}}}
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{{AltraColonna}}
{{Centrato|'''Il famoso liquore sfuggito di mano'''}}
{{Centrato|'''ai liquidatori della Gran Certosa'''}}
{{Rule|8em|000}}
Dopo versati fiumi d’inchiostro sugli scandali della liquidazione della Certosa di Grenoble, chiunque potrà essersi fatto un concetto esatto del punto principale cui miravano le cupide brame del Governo, dei liquidatori e dei concorrenti all’asta della Gran Certosa. Il qual punto non era già lo stabile, d’un valore artistico e materiale, poco più poco meno, come altre proprietà congregazioniste; bensì il liquore preparato dalla distilleria dei monaci, la ''chartreuse''.
Per sè, far l’occhio di triglia ad un liquore che tra i liquori gode di una riputazione sovrana, è naturale; e in ogni caso certe tenerezze non sarebbero solo di questi ultimi anni. Basti dire che — secondo riferisce il ''Paris Journal'' — molto prima che scoppiasse l’uragano contro le Congregazioni francesi, l’agente d’un gran giornale cattolico offriva al Priore della Certosa di Grenoble parecchi milioni allo scopo di ottenere per un dato periodo di tempo, la marca di fabbrica del famoso liquore; fermo che il segreto resterebbe sempre ai certosini, e che, due di essi, laicizzati, sarebbero rimasti alla testa della nuova azienda.
Comunque sia, il governo francese ebbe esso pure il suo debole per la ''chartreuse'', e se ne slanciò alla conquista in una forma — purtroppo — meno cavalleresca di quello che si poteva aspettare dalla nazione più cavalleresca del mondo. Ma nella foga tutta francese con cui si diede l’assalto ai beni dei certosini di Grenoble, si dimenticò, o si credette inutile perchè ritenuto implicito, di tener d’occhio la cosa principale: nelle mani del governo restarono i beni immobili, restò anche la marca di fabbrica, ma non la ricetta, il segreto di distillare e preparare il famoso liquore, che invece esulò alla chetichella, inosservato coi monaci. Fu in seguito a questa sgradita sorpresa che non si volle esagerare, far il difficile sulla cessione della marca di fabbrica della ''chartreuse''; ci si accontentava dapprima dell’offerta di cinque milioni, poi di uno e mezzo — bontà loro!
Ma noi qui non vogliamo far recriminazioni, o prediche, neppure riderci della figura goffa di quel povero governo francese e cointeressati nell’''affare'' della ''chartreuse''; piuttosto daremo del famoso liquore, a chi lo conoscesse solo perchè costa quattordici lire la bottiglia, alcuni particolari che non crediamo di infima importanza.
E prima di tutto, che esso liquore ha una rispettabile età, anche se si vuole computarla dal secolo XVI, quando i certosini di Parigi n’ebbero la ricetta per caso dalla generosità d’un maresciallo di Francia, nei giardini del Lussemburgo. Poi, che il liquore in discorso si fabbricava alcuni chilometri più al basso della Gran Certosa che, — per chi volesse orientarsi meglio — sorgeva e sorge a nord-ovest di Grenoble.
Soggiungiamo che a Parigi una Casa di commercio, alle dipendenze e per conto dei certosini di Grenoble, teneva in deposito e metteva in commercio la ''chartreuse'',
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{{Il buon cuore - Titolo sommario|Educazione ed Istruzione}}
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|{{larger|'''Circolare di S. E. l’on. {{AutoreCitato|Luigi Luzzatti|Luzzati}}'''}}
|-
|{{A destra|{{larger|'''contro le pubblicazioni oscene'''}}}}
|}
Della energia, della rettitudine e di altre doti eminenti dell’on. Presidente del Consiglio dei Ministri parla altamente la seguente circolare, che pubblichiamo nella speranza non rimanga lettera morta e trovi invece doveroso compimento nelle autorità a cui spetta la perseverante difesa della morale minata dalle vergognose speculazioni della stampa oscena.
«Nella recente discussione alla Camera dei deputati sul bilancio del Ministero dell’Interno, parecchi oratori hanno richiamato l’attenzione del Governo sulla necessità di opporre un argine alla diffusione degli eccitamenti al mal costume provocato da pubblicazioni oscene, riproduzioni fotografiche, cartoline illustrate, figure, disegni e scritti offensivi della morale e della pubblica decenza.
«Il guaio lamentato è purtroppo vero: io stesso ho potuto convincermene tanto che, anche prima della discussione accennata sopra, avevo determinato di dare disposizioni energiche per la pronta repressione di questa intensa attività corruttrice, persuaso che il Governo non debba rimanere inerte di fronte alla gravezza dei pericoli derivanti da siffatta opera funesta, se, come non può mettersi in dubbio, lo Stato è il più alto tutore della pubblica moralità.
«Aggiungasi che le pubblicazioni e le stampe pornografiche non si limitano a violare una norma astratta di morale e di diritto obbiettivo, e non sono pregiudizievoli soltanto agli adulti, ma possono contaminare e pervertire l’animo della gioventù alla cui purezza tutte le forze morali della società devono cooperare in modo energico ed efficace nell’intento di raggiungere uno dei più elevati compiti di civile educazione.
«Il Governo, come ho già avuto occasione di dichiarare alla Camera dei deputati, ha disposto perchè dalla Amministrazione delle ferrovie dello Stato si provveda a proibire ai concessionari per la vendita di giornali e di libri nelle stazioni la divulgazione di stampe di incisioni contrarie alla morale, mettendo a effetto la speciale clausola inserita nei contratti che determina la decadenza della concessione in caso di infrazione del divieto. Ma ciò non basta; occorre che le autorità di pubblica sicurezza alle quali è affidata dalla legge la tutela della pubblica decenza, spieghino la massima vigilanza la più inflessibile severità perchè sia evitato il tristo e ora non raro spettacolo di vedere sparse ed esposte senza alcun ritegno nelle pubbliche edicole e nelle vetrine dei librai figure e opuscoli osceni, la cui pubblicazione è spesso anche preannunziata mediante manifesti, studiatamente discreti, ma non per questo meno eccitanti e lascivi, dei quali gli uffici di pubblica sicurezza autorizzano l’affissione con eccessiva tolleranza.
«Senza citare tutte le varie e molteplici disposizioni sparse nelle diverse leggi che hanno per comune intento{{AltraColonna}} la repressione della pornografia e costituiscono, se bene applicate, un’arma efficace contro il diffondersi delle pubblicazioni immorali e oscene, mi restringerò ad accennare agli articoli 17 dell’editto Albertino 26 marzo 1848 sulla stampa, 64 della legge sulla pubblica sicurezza e 389 del Codice penale, ricordando anche che la legge 28 giugno 1906 ha conservato la facoltà di procedere al sequestro preventivo dell’edizione per gli stampati oggetti offensivi del buon costume o del pudore.
«Ho la ferma fiducia che ove le autorità di pubblica sicurezza spieghino un’azione di vigilanza e di repressione nei limiti concessi dalle leggi in vigore, più energica, perspicace e continua di quanto hanno fatto fino ad ora, potrà facilmente scomparire o scemare il doloroso fenomeno che Parlamento e Governo, interpreti sicuri della pubblica opinione, non corrotta, sono concordi nel deplorare e nel volere gradatamente escludere pel bene del paese e per la sua progressiva elevazione morale e civile».
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{{Centrato|'''Accademia musicale nell’Istituto dei Ciechi'''}}
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Il 19 corrente nel Salone dei Ciechi, alla presenza di Autorità scolastiche e di un pubblico numeroso e intelligente, il maestro Roberto Negri diede un saggio del suo metodo razionale per l’insegnamento del canto nelle scuole elementari.
Circa 300 alunne e alunni delle scuole Comunali di Via F. Casati, Galvani, Palermo, Rugabella e Spiga eseguirono parecchi canti molto opportunamente scelti dal {{Ec|lore|loro}} maestro.
Ogni scuola poi eseguì un solfeggio, e non fu questa la parte meno attraente del bel programma, perchè tutti poterono convincersi che quei piccoli esecutori sapevano leggere la loro tavola musicale e interpretarla esattamente.
Il maestro Negri volle anche brevemente spiegare il suo metodo, mostrando in pratica come egli lo applichi.
Tra i pezzi cantati non si può dire quale sia stato il più bello e il meglio eseguito perchè tutti piacquero e di tutti si sarebbe voluto il ''bis''.
Gli allievi ciechi Romanelli e Fiorentini, tra la prima e la seconda parte suonarono due pezzi, che furono molto applauditi, specialmente dai piccoli cantanti, ai quali non pareva vero che si potesse suonar così bene, quando non si può leggere la musica.
Chiuse il trattenimento il ''Canto delle Spighe'', un pezzo nel quale si riassumono le difficoltà che il maestro Negri fa affrontare e riesce a far superare ai suoi allievi, e la ''Marcia Reale'' che fu riudita con gran piacere, perchè interpretata con finezza e con calore veramente eccezionali.
I Direttori e le Direttrici delle Scuole di Milano nelle quali s’insegna il canto col metodo del maestro Negri, sono lieti che sia stata riconosciuta pubblicamente la bontà di tale metodo e si augurano che l’Autorità Comunale continui a favorire chi è in grado di dare ai piccoli scolari un insegnamento razionale, serio, che
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potrà esser loro davvero utile, anche come preparazione a uno studio più profondo, e che non può, in nessun modo pregiudicare le loro condizioni fisiche, perchè non esige sforzi superiori alla loro età.
Che se il canto insegnato nelle scuole elementari con un vero metodo e un fondamento scientifico potesse far nascere e prosperare anche in Italia quelle Società Corali che fanno tanto onore ad altri paesi e che sono un grande coefficiente all’educazione del popolo, il maestro Negri e chi lo coadiuva potrebbero essere davvero proclamati benemeriti, e Milano ancora una volta darebbe un esempio lodevole e imitabile.
{{A destra|margine=1em|{{Sc|{{AutoreCitato|Adele Riva|Adele Riva}}.}}}}
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{{Centrato|'''Come ci difende uno storico Anglicano'''}}
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L’ottuagenario dottor {{AutoreCitato|James Gairdner|Giacomo Gairdner}} ha pubblicato recentemente un tal lavoro sulla genesi e il primo svilupparsi della Riforma in Inghilterra, che resterà per un pezzo la prima autorità in materia (''Lollardy and the Reformation in England'' — Vol. 2, pp. complessive 1100; Londra, Macmillan and C.). Come lo dice il titolo, si tratta dell’associazione religiosa dei Lollardi, istituita nel 1300 ad Anversa per l’assistenza degli infermi e il seppellimento dei cadaveri, perseguitata dall’Inquisizione e considerata come eretica, e dell’Anglicanismo al suo principio. Per il fatto che l’autore, da sessantaquattro anni entrò come scrivano all’Ufficio di Registro, e prima di tutti fece la conoscenza con quegli originali documenti che occuparono in seguito la sua attenzione, possiamo immaginare quale competenza quale attendibilità abbia acquistato. E cosa strana! le sue conclusioni armonizzano con quelle degli storici cattolici, quali il {{AutoreCitato|John Lingard|Lingard}} e l’abate {{AutoreCitato|Francis Aidan Gasquet|Gasquet}}; e contradicono alle vedute comunemente ricevute dalle sezioni della Chiesa Stabilita, l’alta e la bassa Chiesa. Nel ''The Month'' (Dic. 1908), il p. Gesuita {{AutoreCitato|Herbert Thurston|Thurston}}, non facile lodatore, è entusiasta del libro e dello scrittore, che segnala a tutti gli studiosi da consultare.
Uno dei più importanti pronunciamenti del Gairdner, che riassume la principale lezione da trarre dall’opera, è subito nella prima pagina, dove è detto che non può accordarsi con quelli che ritengono la Riforma «una grande rivoluzione nazionale, espressa nella risoluta asserzione dell’Inghilterra per la sua indipendenza». E come già sentì il prof. {{AutoreCitato|Frederic William Maitland|Maitland}}, anche il Gairdner non trova sostenibile che «non vi fu mai tempo in Inghilterra in cui l’autorità Papale non fosse mal sopportata» o che «l’atto decisivo del ripudio di quell’autorità seguisse in modo affatto spontaneo come risultato di lunga serie di atti somiglianti che si realizzarono fino dai tempi più antichi». Nulla, prima dell’abolizione fatta dal Parlamento, attesta la generale avversione dell’autorità spirituale di Roma; nè la nazione, prima di quella data, credette mai sarebbe stata più indipendente se la giurisdizione del Papa fosse stata rimpiazzata da quella del Re. E in ciò mirabilmente si {{AltraColonna}}accordano Maitland agnostico e Gairdner fedele anglicano. Sentite come si esprime quest’ultimo:
«Roma esercitava il suo potere spirituale per la libera e volonterosa obbedienza degli Inglesi in generale; e che questi riguardassero tal potere come vantaggioso anche per il controllo esercitato sopra una tirannia secolare, è un fatto che non richiede per convenirne, nessuna profonda conoscenza dell’antica letteratura inglese. Chi era il — santo e beato martire — cui vanno a cercare a Conterbury i pellegrini di {{AutoreCitato|Geoffrey Chaucer|Chaucer}}? Uno che resistette agli attentati sovrani miranti a menomare i diritti della Chiesa papale. Per quel motivo e non altro, egli morì, e per quel motivo e non altro, i pellegrini che si recarono alla sua tomba, lo riguardarono come un Santo. Fu soltanto dopo che un re abile e dispotico mostrò di essere più forte del potere spirituale di Roma, che il popolo inglese spezzò i legami di sudditanza al Papa. Ed è pure documentato che sulle prime esso popolo cessò di obbedire contro voglia.
Quale fosse poi la vera natura della contesa tra l’autorità papale e quella secolare, cui il Vescovo {{AutoreCitato|Mandell Creighton|Creighton}} vorrebbe trovassimo una semplice contesa per l’indipendenza nazionale.... noi possiamo dire in modo generale che essa fu essenzialmente la stessa che si accese al tempo di {{Wl|Q192236|Becket}}. Essa fu una contesa non del popolo inglese ma del Re e del suo Governo con Roma.... Quanto ai sentimenti nazionali, il popolo evidentemente riguardò la causa della Chiesa come la causa della libertà. Che la sua libertà soffrisse grave danno coll’abolizione della giurisdizione papale sotto {{Wl|Q38370|Enrico VIII}}, non vi può essere dubbio di sorta».
Parlando dei Lollardi il nostro autore non dubita di sentenziare che sulla fine del decimoquinto secolo essi erano morenti, anzi dei morti. Del Wiclefftismo non ha troppa simpatia. Nessuno, che abbia attentamente seguito i particolari della carriera di Sir {{Wl|Q168725|John Oldcastle}} «il più valente e degno martire di Cristo» come lo chiama {{AutoreCitato|John Foxe|Foxe}}, sarà tentato di girare ad altri l’enfatica espressione del panegirista. «Nessun uomo dovette piangere il fato di uno che aveva mostrato al cospetto di tutti di essere il disonore del cavalierato». L’idea socialistica Wiclefflista non condusse che a serie perturbazioni tanto in Inghilterra che in Boemia. Un Protestante partigiano come {{AutoreCitato|Karl Hase|Karl Hase}} dice: «{{AutoreCitato|John Wycliffe|Wicleffo}} non produsse nessuna permanente religiosa impressione sulla massa del popolo. Il suo insegnamento fu male inteso e causò una rivolta di contadini che finì in disastro». Un’accusa fu trovata a carico di Oldcastle che cospirò per uccidere {{Wl|Q131581|Enrico V}} suo fratello, i prelati, ecc., per abolire gli Ordini Religiosi e radere al suolo le Chiese; e quest’accusa, il nostro autore in possesso di documenti dell’epoca, la conferma pienamente.
Altro bel punto del libro del Gairdner riguarda la questione della traduzione della Bibbia, là dove si dice della parte personale di Wicleffo nel promuovere detta traduzione, e del Nuovo Testamento di {{AutoreCitato|William Tyndale|Tyndele}} e della Bibbia di {{AutoreCitato|Myles Coverdale|Coverdale}}.
Ed interessa sentire come il nostro storico si {{Pt|pro-}}
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{{Pt|nuncia|pronuncia}} sull’attitudine della Chiesa del Medio Evo riguardo alla Scrittura:
«La verità è, che la Chiesa di Roma non era contraria per nulla alla traduzione della Scrittura mettendola nelle mani del laicato colle precauzioni che fossero state giudicate del caso. Fu solo creduto necessario di vedere che nessuna traduzione non autorizzata o corretta si diffondesse, e anche in questo sembra che le autorità non si posero ad una guardia speciale finchè si allarmarono pel diffondersi della versione di Wicleffo dopo la sua morte».
Poche pagine più innanzi il dott. Gairdner tocca il midollo della questione con ammirabile chiarezza:
«Ciò che rese così soggetta ad obbiezioni all’occhio dei contemporanei la versione della Bibbia fatta da Wicleffo, non fu la corrotta traduzione o altro soggetto a censura, ma il semplice fatto d’essere composta a uso generale del laicato che sarebbe incoraggiato a interpretare a modo suo senza più riguardo ai direttori spirituali. La Chiesa non si oppose mai a che i buoni laici tenessero versioni approvate; ma il mettere tale arma, quale è la Bibbia inglese, nelle mani di uomini che non avevano riguardo per l’autorità, e che ne avrebbero usato senza sapere come farlo bene, era pericoloso non solo all’anima del lettore ma anche alla pace e alla disciplina della Chiesa».
Quando un uomo colto e coraggioso come il Gairdner, possiede così profonda conoscenza di quell’epoca e di quegli uomini, non {{Ec|c’e|c’è}} da meravigliare della traboccante simpatia per l’eroico sacrifizio fatto di sè da uomini come Fisher ed il Moro. Nel capitolo «Martiri per Roma» il nostro storico s’innalza alla sublimità dell’argomento e ci pone innanzi una narrazione che, anche dal punto letterario può sostenere il confronto coi più classici esempi d’arte di storico. Citiamo solo qualche linea per amore di brevità:
«Non possiamo leggere la storia di tali martirii, — della morte guardata in faccia con costanza e delle torture sopportate con tanta pazienza ed equanimità — senza farci una domanda, che è certo del maggior momento. Questi eroi cristiani non erano essi anche dalla parte della ragione? Portar loro una simpatia dimezzata è ignobile. Supporre che non giudicarono secondo verità il merito della causa per cui morirono, è supporre qualcosa di veramente strano nella storia de1 martirio».
Con altrettanto coraggio il Gairdner fa l’apologia delle persecuzioni di Maria la cattolica, per quanto i fatti macabri possano rivoltarlo, come rivoltano qualunque coscienza moderna; ma la verità e la giustizia non devono soffrirne.
«Vivendo in mezzo alla tranquillità e alla libertà dei nostri tempi, non è facile dipingere a noi stessi lo stato delle cose, quando violentemente si spezzarono le sanzioni di moralità privata e internazionale in seguito alla sottrazione della Chiesa d’Inghilterra alla giurisdizione papale, paralizzando l’autorità dei Vescovi.... Per stabilire un governo sano sotto Maria, è chiaro, il reame dovea un’altra volta riconoscere la spirituale giurisdizione del Papa e fare i migliori sforzi
{{AltraColonna}}
per debellare l’eresia.... Con tutto questo da fare, si può pensare se era facile per Maria essere tollerante verso la nuova religione; e tuttavia ella sulle prime lo fu, come potè meglio....
«Il caso era semplicemente che buon numero di persone stava determinata, non tanto a chiedere per sè una mera tolleranza, ma a svellere ovunque ciò che essi chiamavano idolatria, e conservare gli uffizi divini di Edoardo nelle parrocchiali contro ogni autorità ed anche contro i sentimenti dei comparrocchiani. In breve, v’era sempre nel paese uno spirito di ribellione che aveva le sue radici in rancori religiosi; e se Maria voleva regnare in pace e nell’ordine, quello spirito doveva venir represso. Dall’aprirsi della persecuzione al giorno della morte di Maria, e dunque, in quei disgraziati tre anni e nove mesi, si ricorda siano state mandate al rogo duecentosettantasette persone. Ma lo spaventevole numero delle vittime non deve accecarci interamente. Ne si ha da dimenticare che una volta che un atto del Parlamento si crede giusto di passarlo, è anche giusto metterlo in esecuzione. Esitare avrebbe implicato semplicemente che le autorità temevano di aver torto, e il risultato sarebbe stato quello di favorire le forze di disordine cui si voleva opporsi».
Con questo però l’autore non si dissimula, nè lo nasconde ad altri, il danno venuto all’antica religione dall’estrema severità di questa persecuzione, che alienò da Roma il popolo inglese più che le odiose misure di Enrico VIII.
Un’ultima coraggiosa difesa che il Gairdner fa ai cattolici, è quella riguardante le accuse ai monasteri:
«Ma in sostanza si ammetterà che nessuna fede era concessa ai rapporti de’ Visitatori, i quali miravano chiaramente a non altro che a dare un pretesto alla parlamentare soppressione dei più piccoli monasteri.... Dai rapporti presi nel loro complesso noi certo possiamo vedere che i monasteri differivano l’uno dall’altro pel carattere, e possiamo anche capire che i membri istessi consideravansi in ciascun caso come le cose che richiedevano i maggiori emendamenti. È impossibile levarsi dalla lettura senza sentire che il vizio col tempo penetrò anche in quei ritiri della pietà, ma che molti di essi fossero profondamente corrotti e lasciati continuare così per molto tempo, non mi sembra legittima deduzione di queste franche rivelazioni».
È certo che come il dott. Jessop e il canonico Dixon, il dott. Gairdner colla conoscenza intima, di prima mano dei documenti restanti di questo periodo di decadenza — i tempi di Innocenzo VIII e di Alessandro VI, ci dice come nella sua opinione non v’ha fondamento per l’idea che i monasteri inglesi non fossero che letamai del vizio o una sorgente di corruzione pel {{Ec|pase|paese}}.
Il poderoso lavoro da cui abbiamo stralciato qualche riga appena, è adunque, una magnifica apologia della causa nostra; e tanto più meritevole di lode e di gratitudine, in quanto è tutta basata su onesta imparzialità e su un’intrepidezza troppo rara nello sposare una causa impopolare. Certo l’esempio non resterà isolato; ad ogni modo la menzogna e la calunnia oseranno meno, sapendo qual gigante è sorto a fronteggiarle, a sbugiardarle, {{Pt|re-}}
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Chiara Anelli ved. Maggi. Ella dedicò per 40 anni opera savia, volonterosa, indefessa ed efficacissima per l’Asilo di S. Maria della Passione (da anni Giuseppe Sacchi) meritandosi, a buona ragione, l’amore dei beneficati, la stima dei cooperatori della profittevole azione e la universale estimazione.
A tutte le perdute e rimpiante benefattrici dei nostri Asili noi sacriamo — con animo effuso — l’immarcescibile fiore dell’affettuosa gratitudine.
'''Lasciti ed elargizioni'''. — La cittadinanza — sempre benevola alla vecchia ma ognora proficua istituzione — ha sussidiato, anche nell’esercizio 1908 la Opera Pia.
Le legarono il marchese Luigi Isimbaldi L. 4000 — la signora Rosa Carolina Corbetta L. 500 — il sig. Luigi Belloni L. 500 — il signor dott. cav. Antonio Biffi L. 5000.
Ebbe la Pia Causa versamento a titolo di elargizione:
Dalla Cassa di Risparmio locale — che con savia, previdente e provvidente azione ausilia ogni buona iniziativa di pubblico interesse — nella consueta misura (L. 16,000); dal Municipio di Milano sul fondo impostato a particolare soccorso agli Asili infantili cittadini (L. 25,000) e nella ricorrenza della Festa Nazionale dello Statuto (L. 2,500); dalle spettabili Banche Popolare di qui (L. 400) e Cooperativa Milanese (L. 100).
Ed a ricordo di cari estinti — degli egregi signori Fano Eugenio e Figli (L. 200), Marazzani ingegnere cav. Enrico (L. 100), Pogliaghi comm. prof. Lodovico (L. 100), Frascoli Andrea (L. 100), Rescaldini Giuseppe (L. 25), Castaldini dott. Gaetano (L. 5), Carati Salvatore (L. 100), e dalla gentile signora Betlem Frigerio contessa Ippolita (L. 50).
Dal signor Sartorelli rag. Carlo per speciale contingenza (L. 1000).
E gli istituti singoli ebbero beneficio particolare — oltre che dalle gentili signore Visitatrici e dall’altro esimio personale di patronato: dallo spettabile Banco Ambrosiano, dalle pregiate famiglie Morandi e Gallina, dallo spettabile Comitato della Fiera di Porta Genova.
Speciale benemerenza acquisì il personale di patronato degli Asili Giuseppe Sacchi, Teresa Vigoni della Somaglia e Salvatore Fogliani per la spesa assunta a suo carico di panchine a due posti di modello moderno.
A tutti coloro, i quali in ogni modo ed in ogni misura la Opera Pia cordialmente ed utilmente sovvennero e sussidiarono, le nostre più intense azioni di grazie e la doverosa e sentita riconoscenza dei piccini beneficati e delle loro famiglie.
'''Conto consuntivo'''. — Non crediamo di indugiarci ad esaminare le singole impostazioni attive e passive del dimesso conto per anatomizzarne l’esercizio in quanto che riescirebbe duplicazione di ciò che sarà operato colla abituale diligenza e colla preclara competenza — universalmente riconosciutagli — dall’egregio sig. Revisore.
Ci limitiamo conseguentemente a delineare, a grandi tratti, il movimento economico dell’anno per dedurne l’accertamento delle finali risultanze e trarne ragione di qualche avvertenza e di pochi rilievi che ci incombe il dovere di esporre.
Il 1908 — nel bilancio di competenza — si afferma
{{AltraColonna}}
colla uscita di L. 275,469 e 88 cent., alla quale va contrapposto l’entrata di L. 252,337. 53, con conseguente chiusa di deficenza in L. 23,132.35.
L’ammanco sostanzialmente deriva da riparazioni straordinarie alle case ed agli istituti infantili, in buona parte, per ingiunzioni municipali; per maggior aggravio di funzionamento degli Asili in corrispondenza alle più affinate esigenze d’esercizio e da altre cause minori.
Nè va dimenticato il menomato introito (in confronto del Preventivo dal quale emergeva presunto avanzo) di quasi L. 15,000 (L. 14 500.90) derivante da mancato avere per contributo comunale e per altri incassi benefici di immediata erogazione, a compenso già operato di maggior gettito di affitti, di concorso affittuarii a spese di riparazioni, ecc. (L. 4788,43).
Il conto complessivo imposta il dare in L. 504,280.89, di contro all’avere in L. 478,485.18, colla dipendente differenza passiva di L. 25,795.71. Il disavanzo suddetto è prodotto dal sovra annotato deficit di competenza — già bonificato da risultanze dei residui attivi fronteggiati (per determinato ammontare) da provvedimento straordinario assentito da onorevole Autorità Tutoria — e da maggior onere scatente da movimento di capitali.
Nel totale le riscossioni si elevarono a L. 441,699.32, mentre i pagamenti si effettuarono per L. 434,974.50 e però con fondo di cassa residuo a debito del contabile di L. 6724.82.
Il conto economico accerta disavanzo di L. 13,867.18.
Le attività patrimoniali conseguentemente, che, al principio dell’anno sommavano a L. 2,549,787.39 scesero alla fine della gestione a L. 2,535,920.21.
Le avvertite manchevolezze di bilancio non sconfortano la Amministrazione la quale confida, con animo sicuro, nell’ausilio di chi è vivamente animato ed efficacemente padroneggiato da prepotente e costante proposito di operare il bene.
La beneficenza non viene mai meno al suo scopo altamente profittevole pei derelitti e bisognosi di soccorso.
Il difetto avveratosi in un dato momento è supplito, in misura largamente compensatrice, dal sussidio successivo.
Il soverchiare degli aggravi fu in parte — come si osservò — causato da contributo dell’on. Municipio al disotto non solo a quello ragionevolmente sperato, ma a quello strettamente, limitatamente presunto a bilancio.
Nel futuro si ha motivo per sperare che sarà benevolmente concesso dall’Autorità cittadina — tenuto anche conto del sensibilmente accresciuto stanziamento comunale da annue L. 100,000 a L. 150,000 — in misura meglio rispondente al fabbisogno effettivo della Pia Causa.
Il Consiglio Direttivo sente l’imperioso, indeclinabile, ma graditissimo dovere di rinnovare al pregiato personale di patronato la più calda espressione di sincera, intensissima riconoscenza per lo straordinario aiuto di opera zelante ed alacre e di sussidio notevole portato alla pia fondazione — a tutto dicembre 1908 — onde agevolarle il compito, in anormali contingenze, di {{Pt|ge-}}
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano" />{{RigaIntestazione|230|IL BUON CUORE|}}
{{Rule|100%}}
{{Rule|100%}}</noinclude>{{Colonna}}fino la forma di una espressione pel timore di avere anche involontariamente recato un’offesa — erano queste le doti rare dell’amatissima nostra presidente. — La Società delle Dame di S. Vincenzo sotto il suo governo si ingigantì, prosperò direi quasi miracolosamente. Lo attesta il numero cospicuo delle nuove ascritte e la ricchezza di un bilancio, che dalla sua rigida esposizione rivela tutto un lavoro di grazia e d’amore.
«Ma d’onde mai ella traeva tanta forza, se la stessa affigurazione del suo carattere morale, non era quale da natura fu dotata, ma frutto di una lotta soggettiva, acre e continua per contenere ogni scatto, per disciplinarsi a remissività anche quando le vedute altrui non erano le sue? Ai piedi degli altari santi, in un’ascetica ben intesa, fortemente sentita, trovò il segreto della sua forza.
«Ella era davvero una dama di carità, quale il santo fondatore Vincenzo de’ Paoli l’ebbe tratteggiata.
«Deh, perchè così presto il Signore ti ha tolta da noi? Ma nella tomba non si estingue la vita. Dei giusti è detto che le loro ossa pulluleranno dai loro sepolcreti e parleranno anche dopo morte.
«E tu parlerai a noi il linguaggio eloquente dell’amore! Porteremo il tuo saluto al povero, che ti piange, perchè colle sue preci ti affretti il cielo; scolpiremo il tuo nome indelebile nella nostra memoria e se oggi, per aderire al tuo desiderio nobile e cristiano, non abbiamo portato fiori, inghirlanderemo la tua tomba di fiori che non avvizziscono. Nelle nostre plenarie adunanze, fra i nostri privati consigli, alle nostre fiere di beneficenza, ad ogni nuova espansione dell’opera, penseremo a te, ti offriremo come corona il frutto di tua semente. E tu appo Dio prega per noi e ne consola».
Altri discorsi affettuosi ed eloquenti nell’enumerazione di fatti parlanti furono pronunciati dal rev. sacerdote Tanzi e da una signorina della parrocchia di S. Maria alla Porta. I sentimenti degli abitanti di Merate furono espressi con calda parola da un coadjutore, D. Elia Caversasio, il quale dimostrò come la contessa Maria Dal Verme intensificasse ed estrinsecasse efficacemente anche in campagna la sua opera benefica, facendosi amare da tutti quale protettrice dei poveri, dei malati, dei deboli e di ogni opera tendente a lenire le miserie dei colpiti dalla sventura.
Quante lacrime intorno a quella bara! Indicibili erano le espressioni di dolore delle Dame di S. Vincenzo, intervenute in gran numero. Le Signore del Consiglio direttivo, non avendo potuto, in ossequio alla volontà della defunta, portare alla loro amata Presidente un tributo di fiori, onoreranno la sua memoria a seconda dello spirito dell’eletta benefattrice, cioè elargiranno un’offerta alla Società per i bisogni più incalzanti della prossima invernata.
Nonostante il succedersi turbinoso delle vicende, il ricordo della contessa Maria Dal Verme sarà duraturo. La ricorderanno le benefattrici a Lei collegate nelle opere buone, e la ricorderanno i beneficati nei richiami della carità delle Dame di S. Vincenzo. La ricorderanno pure le buone Suore, che riguardavano la pia gentildonna come perno dell’associazione, e La{{AltraColonna}} ricorderemo anche noi, che, da queste colonne, con cuore affezionato, esprimiamo le nostre condoglianze a tutti i superstiti in lacrime, ancor trasognati per la repentina scomparsa dell’eletta Creatura.
{{A destra|margine=1em|A. M. C.}}
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{{centrato|{{larger|'''L’editore Cav. PAOLO CARRARA.}}}}
Dopo lunghe sofferenze, martedì mattina, assistito da’ suoi cari, coi conforti della Fede, è spirato il noto editore cav. Paolo Carrara.
Questo nome ci rammenta una bella epoca letteraria, l’epoca in cui non mancavano degni discepoli della scuola manzoniana, di cui il Carrara fu convinto ed efficace fautore.
Egli, infatti, fu editore dello Stoppavi pei ''Primi anni di Manzoni'', e fu pure editore di Giulio Tarra, di Felicita Morandi e di tanti altri benemeriti della letteratura educativa.
Naturalmente il Carrara rimpiangeva la bella epoca tramontata e protestava contro le pubblicazioni immorali, specialmente contro i periodici divulgatori di scandali. Il nostro memore saluto all’ottimo editore; le nostre amichevoli condoglianze al figlio Pietro, affettuoso e fedele continuatore delle tradizioni paterne.
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{{centrato|{{larger|'''EDOARDO BURGUIÈRES}}}}
{{Noindent}}fu un giovine del quale non è esagerazione il dire che amò la terra solo perchè amava il cielo. La sua breve vita trascorse tra il collegio, la famiglia e il lavoro. Abborriva l’ozio; amava la sua famiglia di un amore di nostalgia, e lì solamente, coi suoi cari, e specialmente con la mamma, si trovava bene; tanto che non sentì mai il bisogno di compagni.</div>
Ebbe un istintivo abborrimento al male e in modo particolare, a quella forma di male, che tra i giovani pare inevitabile. La sua fisonornia era abitualmente seria, quasi severa; ma un dolcissimo sorriso lo illuminava quando gli si rivolgeva la parola dell’affetto: parlava poco, e ascoltava molto: aveva un cuore straordinariamente inclinato alla pietà per i poveri, ai quali destinava la maggior parte dei suoi risparmi. L’anima sua congiungeva l’affetto tenerissimo per la famiglia con un religioso misticismo, che gli rendeva la preghiera facile e cara.
La malattia che lo condusse alla morte lo rivelò completamente. Essa fu lunga e penosa: fu una dolorosa alternativa tra la speranza e il timore, finchè, malgrado tutti gli sforzi dell’arte medica, interrogata per mille guise, dovette soccombere. Fu sempre calmo tra i dolori, confortato dalle cure affettuose de’ suoi: la mamma e le sorelle si alternavano a vegliarlo con quell’affetto che non si esprime: egli, riconoscente a tutti, voleva sempre la mamma; e quando l’aveva vicina, gli pareva di star bene. Il giorno prima di morire e molte altre volte innanzi, aveva raccomandato ai suoi di soccorrere una famiglia povera che egli prediligeva.
Aveva ricevuto i conforti religiosi con esemplare {{Pt|di-}}
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano" />{{RigaIntestazione||IL BUON CUORE|231}}
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{{Rule|100%}}</noinclude><section begin="1" />{{Colonna}}{{Pt|vozione|divozione}}, e poi tutti i giorni, anche sotto la febbre altissima, pregava con angelico fervore, leggendo egli stesso o facendosi leggere un libro di pietà. Si spense dolcemente, senza sforzo alcuno, proprio quando tornava a riapparire la speranza di salvarlo. Dio lo ha voluto tra i suoi angeli, puro come un angelo.
A 23 anni!
Alla famiglia desolatissima giunga il compianto specialmente di quanti sanno per esperienza un simile dolore; e sia di conforto la preghiera della fede che ci riconduce a Dio, e in lui ci fa ritrovare i nostri cari.
{{A destra|margine=1em|Sac. P. R.}}
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{{centrato|{{larger|'''Don ETTORE CAVIGLIONE.'''}}}}
Il giorno 4, amorosamente assistito dai confratelli, si spegneva in Torino, il rev. don Ettore Caviglione, dei Rosminiani.
Nato da una famiglia di sentimenti profondamente cristiani, aveva compiuti i suoi primi studi nell’Istituto Sociale. Nel 1885, a quattordici anni, entrava al noviziato dei religiosi rosminiani a Domodossola, ove poi conseguiva la licenza liceale nel Collegio A. Rosmini; indi passava a compiere gli studi teologici al Calvario di Domodossola. Ordinato sacerdote, fu nominato censore nel Collegio Rosmini di Stresa, ove successe poscia nel 1900 in qualità di direttore al rev. prof. Cerrutti. Ma piuttosto cagionevole di salute, fu costretto dopo un anno a lasciare il faticoso ufficio di rettore di collegio per ritirarsi in Torino, di cui resse la casa{{AltraColonna}} rosminiana di via Chisone, tenendo contemporaneamente anche la direzione della Sacra di San Michele. Anima mite, carattere dolce, lascia fra quanti lo avvicinarono una larga eredità di affetti ed un vivo rimpianto. I funerali, nella semplicità che è tradizionale tra i figli di Rosmini, riuscirono un’affettuosa e toccante dimostrazione di stima e di devoto affetto verso il povero defunto.
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{{centrato|{{larger|'''Il Conte GIUSEPPE GRABINSKI.'''}}}}
Da Bologna ci giunge un’altra dolorosa notizia: quella della morte del conte {{wl|Q109876987|Giuseppe Grabinski}}, col quale abbiamo avuto sempre rapporti amichevoli.
Di sani, forti e severi principi, il conte Grabinski si distinse specialmente negli studi storico-religiosi, che pubblicò con predilezione nella Rassegna Nazionale di Firenze, propugnando anche la conciliazione tra la Chiesa e lo Stato.
Molti ricordano certamente un suo volume — Storia documentata dell’«''Osservatore Cattolico''» — che suscitò molto rumore.
Contava sessant’anni ed è spirato santamente, colla benedizione del Santo Padre.
I suoi parenti invocano una prece per il caro defunto, e noi, colla promessa di un affettuoso suffragio, mandiamo loro le nostre più vive condoglianze.
{{A destra|margine=1em|A. M. C.}}
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{{centrato|{{larger|'''Società Amici del bene'''}}}}
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{{centrato|{{larger|'''Il grido di un cuore pietoso'''}}}}
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''Per la disgraziata famiglia testè raccomandata con lettera di una benefica signora'':
{{A destra|Somma retro L. 258 ―}}
{{Vi|titolo=M. R.|pagina=» 25 ―}}
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{{A destra|Totale L. 283 ―}}
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{{centrato|{{larger|'''FRANCOBOLLI USATI'''}}}}
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{{Vi|titolo=Luisa Garavaglia De’ Soresina contessa Saracini<br>(di cui 494000 su buste)|pagina=N. '''131000'''}}
{{Vi|titolo=Contessa Ottavia Thaon di Revel (di cui 727 esteri)|pagina=» 4327}}
{{Vi|titolo=Teresa Calpini ved. Albertazzi|pagina=» 900}}
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{{Rule|100%}}<section end="2" />
<section begin="3" />{{centrato|{{larger|'''NOTIZIARIO'''}}}}
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'''Opera Pia per la cura balneare marina agli scrofolosi poveri.''' — Venerdì, in apposito treno, partii a la seconda squadra di{{AltraColonna|33%}} piccoli bagnanti maschi e femmine, in numero di 540, diretta all’Ospizio Marittimo Milanese di Celle Ligure, per merito dell’''Opera Pia di Via Morone, 4'', che più di 1500 fanciulli annualmente benefica.
La solita scena pittoresca e commovente si è rinnovata; ''solita'' perché l’umanità presenta, all’infinito, gli stessi tipi e lo svolgersi delle stesse passioni..., ma sempre nuova all’occhio del filantropo e dello psicologo, che vorrebbe vedere in essa i segni precursori di una pacifica e santa soluzione del problema sociale!
Possano le voci argentine di quelle creature, le lacrime e i sorrisi di quelle madri, lo slancio riconoscente di tanti cuori che operano e palpitano per il bene altrui, far sventolare un giorno, al pari dei fazzoletti e dei cappelli di oggi, la bandiera di fratellanza e d’amore.
'''Beneficenza.''' — Al Pio Istituto Oftalmico sono pervenute le seguenti oblazioni nel primo semestre 1910:
Duca Uberto Visconti di Modrone, L. 100 — Adele e Carlo Castiglioni, 10 — Carlo Castiglioni, 10 — Teresina Bocconi Rossi, 50 — Nob. Giuseppina Gavazzi Bella e figli, 500 — Don Giuseppe Del Torchio, 10 — Nob. Carlo Barbò, 20 — Nob. Lodovico Barbò, 20 — Eredi Biffi, 500 — Monte di{{AltraColonna|33%}} Pietà di Milano, elargizione straordinaria, 100 — Eredi di Adele Rocca ved. Forti, 1000 — Dott. Leopoldo Zambeletti, fornitura gratuita di medicinali.
⁂ La Cassa di Risparmio ha offerto la somma di L. 30 mila a sollievo delle condizioni finanziarie del Pio Albergo Trivulzio per il 1910; il Consiglio ha destinato tale somma pel mantenimento di so vecchi, i quali verranno subito ricoverati.
⁂ In seguito alla cerimonia svoltasi alla Villa Reale per l’inaugurazione di un automobile-lettiga per i soccorsi d’urgenza della Assistenza Pubblica, il cav. Alfonso Bernasconi, plaudendo allo sviluppo della umanitaria iniziativa, inviava la somma di L. 2000 all’Assistenza Pubblica, per il completamento del suo materiale.
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{{centrato|{{larger|'''Necrologio settimanale'''}}}}
{{Rule|4em|000}}
A Milano il maestro cav. ''Emilio Usiglio''; — il nob. ''Adolfo Wittgens di Streytenau'', Professore al Ginnasio Panini; — il sig. ''Alessandro Annoni''.
— A Ventimiglia il cav. comm. ''E. Secondo Biancheri'', per molti anni Sindaco di Ventimiglia. Era Console del Principato di Monaco e Vice Console di Spagna.
{{Nop}}
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|236|IL BUON CUORE|}}
{{Rule|100%}}
{{Rule|100%}}</noinclude>{{Colonna}}''Jardin sous la pluie'' di Debussy, eseguita per la prima volta sull’arpa, fu suonata in modo veramente ammirevole e fu resa in tutta la sua estensione; ai toni caratteristici del pezzo furono ingegnosamente sostituiti altri specialmente propri dell’arpa...».
''Hampstead advertiser'', 2 giugno 1910.
«... Per il sig. Magistretti non vi è lode abbastanza alta. Schiettamente egli rese l’audizione sempre più interessante colla esecuzione perfetta; col suo magico suono, ci fece ricordare l’arpista dell’antica ballata «... Vi è nel suo magico tono un’incantesimo di suoni...» Egli suonò l’''Andante'' e l’''allegro'' dell’abate Rossi, la ''Toccata'' di Paradisi, la ''IV Gavotte'' di Bach, così meravigliosamente, che fu chiamato 5 volte nella speranza di riudirli, ma il sig. Magistretti non acconsentì. Dovette però cedere dopo la magistrale esecuzione della ''I Arabesque'' e ''Jardin sous la pluie'' di Debussy, prima esecuzione e trascrizione per arpa, perchè l’uditorio non volle saperne di rifiuto. Egli terminò col ''Impromptu'' del {{Wl|Q104919|Fauré}}. Per il suo grande talento il Magistretti merita di essere annoverato fra gli arpisti di primo ordine, poichè egli è indubbiamente padrone del suo istrumento...».
Di lui si parlò anche in occasione di un concerto dato dal Lord Mayor alla Mansion House, in onore dell’Arcivescovo di Westminster e dei Vescovi cattolici.
Il parigino ''Gaulois'' parlando del concerto dato a Londra all’Ambasciata francese dice: «Si vous ne connessais pas le nom de M. Magistretti, vous ignorez le nom d’un harpiste comme il y en a peu et que toute l’Europe applaudira demain. Il est jeune, mais des ces jeunes qui debuttent par des coups de maître....».
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{{centrato|{{larger|IL PIÙ DIGNITOSO}}}}
{{Rule|8em|000}}
Da parecchio tempo assistiamo ad un giuoco veramente ameno: da una parte è una folla, senza numero, che spasima e delira dietro un uomo eccezionale; dall’altra, il festeggiato, l’idolatrato, colla massima disinvoltura e naturalezza, si presta a ricevere omaggi e adorazioni, accetta i trionfi come cosa intesa e dovuta, lui stesso anzi sollecita dimostrazioni e ricevimenti regali alle corti dei grandi, e porta attraverso a due mondi tutta la pompa di un re. S’intende che parliamo di {{AutoreCitato|Theodore Roosevelt|Roosevelt}}.
Ora, tutto questo oltrepassa ogni limite di dignità e di modestia; e i più forniti di senso comune non tardarono a protestare, a segnalare l’umiliazione deplorevole a cui venivano trascinati gli attori di quella indegna commedia.
Uno dei più zelanti — per quanto possa parer sospetto — è {{Wl|Q294931|Guglielmo Hearst}}, il Napoleone della stampa gialla, che non cessa d’assalire con tutta la violenza d’un rivale indispettito della fortuna dell’avversario, il grande festeggiato. L’ultima che gli giuocò è degna proprio di entrambi i contendenti. Un giorno adunque, come racconta il ''Cri de Paris'', Hearst ricevette la visita di un ''gentleman'' impeccabile nell’abito e nel contegno che gli disse: «Ho incarico da parte di Roosevelt di dirvi che egli vi ritiene per il cittadino peggiore dell’Unione». Ma il grande pubblicista il dì seguente mandava a Roosevelt egli pure un ''gentleman'' impeccabile nell’abito e nel contegno, per dirgli che lo credeva «il più gran buffone della terra».
E, s’intende, dietro Hearst, quanti, che si sentono rivoltare da tanta teatralità compromettente il decoro, alzarono coraggiosi la voce a stigmatizzare, a impedire, a richiamare al senso di misura gli scalmanati.
{{AltraColonna}}
Ma più che gli articoli di giornale o le conferenze, o le invettive, o il ridicolo, contribuì a mettere in evidenza la grottesca situazione di Roosevelt e suoi adoratori, il {{Wl|Q2279887|Conte di Torino}}, che compiuta in Africa un’azione parallela a quella dell’ex Presidente, non solo non si fece mai vivo durante le sue fortunatissime caccie africane, mentre l’altro con un braccio abbatteva fiere e coll’altro metteva sottosopra l’Europa e l’America scrivendo a giornali e amici; ma compiuto il ciclo glorioso, tornava in patria con una rapidità impreveduta a tutti e nel silenzio, nel mistero quasi d’un fuggiasco che abbia una vergogna o un delitto da nascondere; ci fu persino un’eccesso di modestia.
Certo non mancarono i confronti fra i due Nembrod reduci in così diverso modo dal teatro delle loro glorie cinegetiche; e la peggio toccava naturalmente a Roosevelt. Ma, tra tanti che l’idolatrano, fra tanti che protestano contro Roosevelt o colla parola o colla condotta, uno solo si condusse in modo superiore ad ogni accusa di abbietto servilismo, o di rancore, o sospettata affettazione: Quel bon parroco di campagna in veste di Pontefice, che non si prestò a servire da sfondo oscuro al quadro su cui intendeva profilarsi scintillante la figura di un ambizioso....
{{A destra|margine=1em|***}}
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{{centrato|{{larger|'''L’illustrazione del delitto!}}}}
{{Rule|8em|000}}
Anche l’autore dell’ultimo delitto che ha sgomentato la cittadinanza ha avuto — da un giornale — l’onore dell’illustrazione. Non basta che dettagliate, minuziose narrazioni propalino in ogni casa (ormai il giornale entra dovunque; oh, se vi entrasse fattore di educazione!) l’eco della vita passionale e viziosa che s’agita nelle grandi città e nelle borgate, non basta; ci vogliono anche le fotografie degli assassini! E’ qualcosa che sgomenta se si pensa al fascino che il ''foglio stampato'' esercita sulle masse!
Esser letto, conosciuto (perchè non si riflette) pare un onore alla moltitudine ancora così poco civilmente educata, e chi sa dire lo stimolo che da tale provocazione può venire a spiriti deboli, oscillanti, già pericolanti — per tante ragioni — sull’orlo dell’abisso?
Non è prudente l’occultare il male; ma è saggio farne quasi un’apoteosi? Qual’è la ragione di queste fotografie di donne fatali e di uomini selvaggi; qual’è?
Oh, non altro che un mezzo per solleticare una curiosità malsana... e far quattrini!
Della efficacia della stampa giornaliera son convinti tutti; del suo atteggiarsi a educatrice del popolo si parla molto; della partigianeria d’ogni foglio non si discute: la verità esce bistrattata da tutte le parti, nessuna esclusa, ed è cosa triste assai, ma, forse, inevitabile.
Quando poi si arriva a solleticare le più brutali passioni, la più insana curiosità; quando, specialmente, quest’opera corruttrice viene da fogli che, all’occasione — han l’impudenza di parlare per la moralità — si resta nauseati e si sente il bisogno di chiedere quanti sono che si rendono conto della responsabilità grave che ognuno ha, in proporzione della propria cultura ed influenza — davanti alla massa del popolo.
La mia sarà forse una parola che farà sorridere altrui; a me esce dal cuore. Fosse pure una voce nel deserto, è voce sincera: trovasse anche un solo eco in un cuore non sarebbe stata parlata invano.
{{Rule|100%}}
{{Rule|100%}}
'''Ricordatevi di comperare il 17.<sup>mo</sup> fascicolo dell’''ENCICLOPEDIA DEI RAGAZZI'' che uscì in questa settimana.'''
{{Rule|100%}}
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{{FineColonna}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|246|IL BUON CUORE|}}
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{{Rule|100%}}</noinclude>{{Colonna}}
il quale ha concesso a quanti che veramente pentiti e confessati le reciteranno divotamente, mille anni di indulgenza, e molti altri Papi vi fecero tante aggiunte da ammontare a quarantasei mila anni d’indulgenza all’incirca».
Diamo un saggio delle sette orazioni indulgenziate, riportandone la prima e l’ultima: ''O Domine Jesu Xpiste, adoro te in cruce pendentem et coronam spineam in capite portantem: te deprecor ut tua crux liberet me ab angelo percutiente''. Pater noster, Ave Maria.
''O Domine Jesu Xpiste, te deprecor propter illam amaritudinem quam pro me miserrimo sustinuisti in cruce, maxime quando nobilissima anima tua egressa est de corpore tuo; miserere anime mee in egressu suo''. Pater, Ave.
Ora, tanti sforzi e tante bone intenzioni di dare alla ''Messa di S. Gregorio'' una base storica, e proprio quella di cui sopra, purtroppo non riescono nell’intento. Anzitutto le suddette citazioni non hanno il minimo riscontro in nessuna Vita antica di S. Gregorio o in scritti contemporanei. Quanto alla località dell’apparizione di Cristo paziente a S. Gregorio mentre celebrava, lo si è già detto, sarebbe stata il Monastero di S. Andrea sul monte Celio, perchè sotto una ''Messa di S. Gregorio'' sita in alto dell’altare di quella Cappella v’era l’iscrizione
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Ma viceversa l’iscrizione non prova nulla in propoposito, datando essa da un tempo (secolo XV) in cui la ''Messa di S. Gregorio'' era già tanto famigliare agli artisti, e perchè molti altri altari di Roma reclamano per sè l'istesso onore.
E la critica procede a respingere anche il fatto della apparizione stessa. Prima perchè l’immagine di Gesù sofferente per sè è molto più antica della composizione nota come la ''Messa di S. Gregorio''. Il {{AutoreCitato|Adolfo Venturi|Venturi}} nella sua ''Storia dell’arte italiana'', e antiche stampe e miniature del ''British Museum'' anteriori al 1420 portano immagini di Gesù sofferente in cui il Salvatore è rappresentato col corpo tutto piagato e col Sangue che dal costato sgorga in un calice tenuto non già da {{AutoreCitato|Papa Gregorio I|S. Gregorio magno}} ma dal giovane re inglese {{Wl|Q131581|Erico V}}; e in questo tempo è quasi impossibile che la ''Messa di S. Gregorio'' fosse nota in Inghilterra.
Poi ci sarebbe l’ostacolo delle preghiere indulgenziate: La forma in cui è espressa la concessione {{Ec|dellle|delle}} indulgenze annesse alle cosidette sette preghiere di S. Gregorio non è mai dato trovarla in autorità contemporanee al Santo ma parecchi secoli dopo; le indulgenze sono indifferentemente attaccate tanto alle semplici immagini di Gesù sofferente come alla ''Messa di S. Gregorio''; il che mostrando avere un rapporto, non col Papa, ma colla compassionevole vista del Salvatore, contribuisce ad escludere il fondamento storico della ''Messa di S. Gregorio''. Poi anche è inammissibile da parte di chi dovrebbe essere servo prudente e bon amministratore dei beni di Cristo, tanta prodigalità e sperpero di tesori della Chiesa, quale è la concessione di{{AltraColonna}} quarantaseimila anni circa di indulgenza per la recita di sette brevi preghiere, quando si pensi che quasi c’è da incomodarsi di più per lucrare quaranta miserabili giorni d’indulgenza ai nostri giorni. C’è pertanto tutta la ragione di credere apocrife dette indulgenze, e che sventuratamente si sia continuato a ristampare così e l’immagine e la dicitura.
Poi a farci respingere l’antichità della ''Messa di S. Gregorio'' e a fissarla in tempo molto posteriore, e solo con intendimento di pietà e di culto, c’è che nella rappresentazione si introduce progressivamente tutta la suppellettile sacra, propria della Messa, volendosi esprimere con ciò un nuovo concetto della presenza eucaristica del Salvatore insinuato dall’extra-liturgico culto del SS. Sacramento che allora si svegliava alla vita.
Resta sempre da spiegare come all’immagine complessa di cui abbiamo parlato fin qui si diede il titolo di ''Messa di S. Gregorio''. Ora da manoscritti Vaticani del 1375 editi nella edizione critica del ''Mirabilia Romae'' ci sarebbero questi dati: ''In sancta Prisca est corpus eius; item corpus Aquile et Pisce'' (sic) ''de quibus scripsit Apostolus. In altare quod consecravit Gregorius Papa cui in eodem missam celebranti apparvit imago crucifixi, ob cuius memcriam Papa Urbanus officium'' '''Nos autem''' ''decrevit; et super idem altare est pictura sancte'' (sic) ''Luce de manu propria''.
Ebbene, da ciò sembrerebbe che si possa essere sulle traccie della storica tradizione concernente la Messa del Papa Gregorio. Risulta infatti dalla detta citazione che un Papa Urbano istituì una Messa il cui ''Introito'' è presumibilmente ''Nos autem gloriari oportet in cruce Domini nostri Jesu Christi''. È un fatto curioso che un cosiffatto Ufficio della Santa Croce fu verisimilmente introdotto da {{AutoreCitato|Papa Gregorio XI|Papa Gregorio XI}}, nel 1377 (V. {{AutoreCitato|Cesare Baronio|Baronio}} ad annum) e, sapendo noi che il successore di quel Papa fu {{AutoreCitato|Papa Urbano VI|Urbano VI}}, ciò insinuerebbe, almeno come remota possibilità, che il Gregorio al quale in origine fu attribuita la manifestazione del Cristo sofferente, possa essere un altro e molto più moderno Gregorio, e che il Papa Gregorio magno fu solo introdotto in forza di quella legge dell’''habenti debitur'' che presiede a tutta l’agiologia popolare. Nulla può meglio essere stabilito che il fatto che i leggendarii eroi invariabilmente attrassero a sè ''fatti altrui'', specialmente quando una identità di nomi e di ufficio intervenga a facilitarne il processo.
Tuttavia non saremo noi che esigeremo si giuri sulla nostra parola. Potrebbe darsi il caso d’una ben diversa soluzione del problema, che saremmo felici di conoscere e di adottare quando sia più soddisfacente della nostra. Intanto siamo ben lieti di avere messa innanzi questa qualunque spiegazione: è già molto aver fatto dei passi per dilucidare oscurità liturgiche e storiche come quelle della «Messa di S. Gregorio», e di aver fatto di tutto per eccitare, provocare gli studiosi a rivedere, a trovare di meglio, se c’è.
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'''Il libro più bello, più completo, più divertente che possiate regalare è l’''Enciclopedia dei Ragazzi''.'''
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Se stai per fare l’offerta e ti sovviene che il tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia l’offerta e riconcigliati prima col tuo fratello.
E’ il sacrificio, l’offerta interiore che Dio richiede; se noi nutriamo animosità, livore verso i nostri fratelli come osiamo accostarci al Signore?
Perchè, dopo 2000 anni di cristianesimo i cristiani si mostrano, in pratica, così ignoranti delle esigenze di quella spiritualità che Gesù ha rivelato?
Che testimonianza rende, anche su questo punto, la vita di tanti, di troppi cristiani? Quanti sono, fra essi, che davvero seguono Gesù? Quanti che sanno rispondere alle esigenze sempre più grandi che lo spirito fa echeggiare nel cuore dell’uomo?
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È mirabile veramente per austerità, per ricchezza, per eccellenza artistica. È un senso di godimento intimo e profondo, che si prova nell’interno del minuscolo tempio. Vien fatto di pensare alla famosa cappella palatina — a parte i sette secoli di differenza tra le due — di Palermo, 1a gemma medievale di tutta la Sicilia.
È quadrata, con le pareti laterali incurvate e dominata da un’alta cupola. Agli angoli sono quattro colonne, di gusto classico, di botticino, con qualche lieve modanatura dorata. Pure di botticino è l’altare, semplicissimo. Le pareti sono tutte rivestite di marmi orientali antichi, quasi bianchi, percorsi da venature nere vaghe e bizzarre così da sembrare un arazzo. In basso corre uno zoccolo di marmo africano a vive macchie rosse. Anche di marmi antichi sapientemente alternati è contesto il pavimento.
Poi, levando lo sguardo, la meraviglia cresce. L’intera cupola è rivestita di mosaici superbi. Quattro angeli stilizzati, del Retrosi di Roma, a braccia sollevate, sembrano reggere la pàtera o sigillo della cupola recante il simbolico agnello. Tutti i fondi sono d’oro, e l’oro s’illumina tenuamente alla luce che passa attraverso le tre finestre della cappella. Com’è noto, nella cappella di Monza non esistono vetri. Là dove sono finestre, il vetro è sostituito da esili cartelle d’alabastro orientale che scalda, che accende la luce ma in pari tempo la attenua. Nell’alabastro il sole rivela poi mirabili disegni di macchie bizzarre, di fiori strani, di profili fantastici. I contorni delle tre finestre della cappella, poichè il muro è grossissimo, rappresentano per ricchezza e varietà di marmi una delle cose più ricche e più belle che sia dato vedere. Sovra l’altare troveranno posto quattro candelieri e un crocifisso, di bronzo dorato, squisitamente sbalzati, con gemme vere incastonate nei piedestalli. Il bastone del candelliere è di cristallo. La croce invece, recante un Cristo
{{AltraColonna}}
d’argento superbamente modellato e lavorato, è di lapislazzuli. Dall’alto della volta pende una lampada di bronzo, cristalli e gemme autentiche ispirata ad austeri modelli bisantini.
Cappelletta augusta, cappelletta degna di Re.
{{Asterismo}}
Anche la cripta sottostante alla cappella è, come questa, interamente finita. Vi si accede da una porta di bronzo a specchietti d’alabastro trasparente aperta nel lato posteriore del monumento. È ampissima (oltre duecento metri quadrati), ed ha le pareti tutte rivestite di marmo di Nembrogiallo di Verona, contornato da fascie di broccatello rosso pure di Verona, con ovoli e listelli di bronzo nei punti d’unione. Lo zoccolo è in verde di Polcevera.
Le volte sono a mosaico azzurro stellato, a vaghe fasciature policrome. Il pavimento, a tasselli policromi di marmo, è più basso assai della via, perchè è noto che la palestra dei ginnasti monzesi era in realtà bassissima, sì che nella notte del 29 luglio la carrozza reale aveva dovuto discendere lungo un piano inclinato per accedervi. Quel livello, per augusto desiderio, venne rispettato.
Il punto preciso in cui la rivoltella omicida fu rivolta al cuore di Umberto I, trovasi al centro della superficie occupata dalla cripta. Esso è determinato da un basso cippo circolare, di pietra nera di Bruxelles, finemente lavorata e lucidissima. Superiormente reca, a lettere d’argento, la data fatale: XXIX luglio MDCCCC. La vôlta sovrastante al cippo è a mosaici rossi, come per un’infiltrazione di sangue; i quali mosaici s’illuminano un po’ allorchè vengono accese le lampadine stabilite nello spessore della vôlta, dietro il sigillo d’alabastro orientale che occupa il centro della vôlta stessa. In questo sigillo è incavata una croce che, per sapiente effetto d’ottica, si riflette nel cippo nero penetrandolo tutto. Così, sotto lo scintillìo delle lettere argentee, è una piccola croce di luce chiara, vaporosa, dentro, in fondo, proprio là ove il regicidio fu consumato. Non è credibile l’effetto suggestivo che si prova da quella riflessione sotto quei mosaici sanguigni, in quel locale così austero e raccolto.
{{Asterismo}}
L’impressione complessiva che la cappella espiatoria produce dal gran viale d’accesso è gradevolissima. È tutta costruita, come s’è detto, di pietra grigetta di Oggiono, e si profila nettamente nell’azzurro del cielo, disturbato soltanto da qualche fumaiolo industriale. Alta ben trentadue metri, la torre-colonna è terminata da un cuscino di bronzo a dorature, traversato dalla stola e dal collare dell’Annunziata. Sul cuscino posa una grande corona reale dorata con gemme incastonate.
Alla base della colonna, ove essa si allarga per ospitare il Sacello, raccoglie l’attenzione, sovra la porta di ingresso, il superbo gruppo in bronzo modellato da Lodovico Pogliaghi. È una ''Pietà'' ispirata a quella di Michelangelo: un’opera poderosa di sentimento e di modellazione. La figura del Cristo morto è lunga 4 metri.
Poi all’inizio della terrazza, larga quanto la {{Pt|sotto-}}
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Di verginella, cui (mentre in piè balza,
Della madre all’arrivo, e obblia meschina
Che riposto il tenea sotto la molle
Veste) giù casca, e ratto si devolve
Con lubrico decorso. A lei discorre
Conscio rossore sul compunto viso.
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|sonetti.}}|145}}</noinclude><section begin="1" /><ref follow=p154a>''freddo acuto''; e io credo che sia la stessa voce, considerando specialmente la derivazione consimile dell’antico italiano ''ghiado'' (freddo acuto) dal lat. ''gladius'' (spada).</ref><section end="1" />
<references/>
{{spazi|5}}<sup> 4</sup><section begin=n4 />Un filo, una scintilla.<section end=n4 />
{{Rule|4em}}
<section begin="2" />{{Ct|f=100%|v=1|t=2|XCVII.}}
{{Ct|f=100%|v=1|t=1.5|ER POLITICO.}}
{{Ct|f=85%|v=1|t=.5|(Dicembre 1877.)}}
{{Rule|1em|000|v=2}}
<poem style="margin-left:6em;">
Che v’hanno detto? Che se<ref>Si.</ref> è fa la pace
Tra li Russi e ’r Surtano de Turchia?
E chi ha ’nventato sta cojoneria?
Don Furgenzio? Scusate, me dispiace
De dìllo, de sti tempi, anima mia,
’Gnuno pò dì quer che je par’e piace,
Ma voi dat un po’ udienza a chi è capace:
Don Furgenzio v’ha detta ’na bucia.
Antro che pace! Mo se fa la guerra
In tutt’er monno sano.<ref>Intero.</ref> Eppoi, pe’ vede
Si è vero, abbasta a legge li giornali.
Nun fuss’antro, guardate l’Inghirterra,
Che pe’stà pronta, lei già ha mess’in piede
Trecentomila para de stivali!<ref>Infatti, in un telegramma dell’agenzia Stefani, con la data di ''Londra, 18 dicembre 1877'', si leggeva questa notizia: «I giornali dicono che il Governo ordinò la pronta fornitura di trecentomila paia di scarpe.»</ref>
</poem><section end="2" /><noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Ferretti - Centoventi sonetti in dialetto romanesco.pdf/158
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{{Ct|f=100%|v=1|t=2|C.}}
{{Ct|f=100%|v=1|t=2|LA LAVANNÀRA.<ref>La lavandaia. Nelle due quartine essa parla con una sua amica, che le ha riferito l’ordine della guardia municipale di toglier via i panni sciorinati per la strada. Nelle terzine poi, parla con la guardia stessa che, stando lì poco discosto, ha sentito i complimenti che le ha diretto la donna e si è avvicinata.</ref>}}
{{Rule|1em|000|v=2}}
<poem style="margin-left:6em;">
Che je s’è sciòrto?<ref>''Che gli si è sciolto?'' Maniera sarcastica di domandare: ''Che vuole da me?'' Come se dicesse: «Che cosa gli si è sciolto, ch’io gli deva rilegare o riallacciare?»</ref> Nun se pò più stènne<ref>Stendere: «sciorinare i panni».</ref>
Pe’ strada? ’N accidente che lo scanni!
E mo lui co’ chi l’ha? De che!? Protènne<ref>Pretende.</ref>
Che li levi de qua? Doppo tant’anni,
Mo nun se pò? Ma a chi lo dà addintènne?<ref>Ad intendere?</ref>
Er Sinnico?! Eh, co’ tutti li malanni
Che cià addosso e co’ tutte le faccenne,
Ha propio voja de pensà a li panni!
Che, l’avete co’ me?... Ma chi v’insurta,
Se sa?<ref>Si sa? si può sapere?</ref> Nun posso dì le mi’ raggione?
E mo chedè?<ref>Che è? che volete?</ref> V’ho da pagà la murta,
Sinnò, che dite? ve portate via
Tutto quer che c’è steso?... Embè, padrone:
Fat’un po’; tanto nun è robba mia!
</poem>
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Dr Zimbu
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Che je s’è sciòrto?<ref>''Che gli si è sciolto?'' Maniera sarcastica di domandare: ''Che vuole da me?'' Come se dicesse: «Che cosa gli si è sciolto, ch’io gli deva rilegare o riallacciare?»</ref> Nun se pò più stènne<ref>Stendere: «sciorinare i panni».</ref>
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E mo lui co’ chi l’ha? De che!? Protènne<ref>Pretende.</ref>
Che li levi de qua? Doppo tant’anni,
Mo nun se pò? Ma a chi lo dà addintènne?<ref>Ad intendere?</ref>
Er Sinnico?! Eh, co’ tutti li malanni
Che cià addosso e co’ tutte le faccenne,
Ha propio voja de pensà a li panni!
Che, l’avete co’ me?... Ma chi v’insurta,
Se sa?<ref>Si sa? si può sapere?</ref> Nun posso dì le mi’ raggione?
E mo chedè?<ref>Che è? che volete?</ref> V’ho da pagà la murta,
Sinnò, che dite? ve portate via
Tutto quer che c’è steso?... Embè, padrone:
Fat’un po’; tanto nun è robba mia!
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<poem style="margin-left:6em;">
Guarda! Nun pare un’anima dannata?
Va’<ref>Accorciamento di ''varda'', che spesso si usa per ''guarda''.</ref> come curre, perché ha inteso er fischio:
Segno che mo passa er su’ cirifischio,<ref>Il suo amante. Lo chiama ''cirifischio'', perchè di piccola statura.</ref>
E quanno passa vo’ che sti’ affacciata.
E lei po’, co’ sta razza de serata,
S’inchioda lì come ce fussi er vischio,
E nun capisce che se<ref>Si.</ref> mette a rischio,
Co’ lo stà lì, de pijà ’n’imbeccata.<ref>''Imbeccata'' per ''infreddatura'' si dice familiarmente anche a Firenze, e quasi sempre, come a Roma, nel modo: ''pigliare un’imbeccata''.</ref>
Troppo j’ho detto: «Padroncina mia,
Badate che a stà lì per un par d’ore
Finisce che ve viè ’na malatia....»
E poi, che gusto a stà cusì lontano?
Ma, dico,<ref>Dico ''io'', domando ''io''.</ref> nun è mejo a fà l’amore
Come lo faccio io cór mi’ Ghetano?
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Ferretti - Centoventi sonetti in dialetto romanesco.pdf/160
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Dr Zimbu
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{{Ct|f=100%|v=1|t=2|CII.}}
{{Ct|f=100%|v=1|t=2|GIÀ SE<ref>Si.</ref> SAPEVA!}}
{{Rule|1em|000|v=2}}
<poem style="margin-left:6em;">
Santa pacenza! Ma guardate questo
Dov’è finito!<ref>Dov’è andato a finire!</ref> Giù da quela scala,
Brutto sguajato.... Annamo, via, fa’ presto
A scégne,<ref>Scendere.</ref> ché sinnò mamma te cala
Li carzoni, e po’ tata<ref>Il babbo.</ref> te dà er resto:
E poi, dich’io, cusì vistito in gala,
Te sporchi tutto, fijo mio.... Be’, lesto
A vienì giù, ché mamma t’arigala.
Ah, nun vòi scégne? Addio. Mo resti solo,
Lo vedi?!...<ref>Perchè, nel dir queste parole, la buona mamma fa finta d’andarsene.</ref> E mo nun fàmm’er presciolóne,<ref>Il frettoloso, il precipitoso (da ''prescia'', fretta, furia).</ref>
Ché sinnò caschi; abbada a quer piròlo<ref>''Piuolo'', della scala.</ref>
Che nun c’è più; fa’ adacio, Spiridione....
L’avevo detto che facevi er volo?!
Arméno te servisse de lezzione!
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Ferretti - Centoventi sonetti in dialetto romanesco.pdf/161
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Dr Zimbu
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{{Ct|f=100%|v=1|t=2|CIII.}}
{{Ct|f=100%|v=1|t=2|ER MURICCIOLO DE CAMPOVACCINO.<ref>Il muricciolo che s’incontra scendendo dal Campidoglio al Foro Romano, il qual Foro è detto ''Campovaccino'', perchè in tempi barbari, e pur troppo non remoti, servì di mercato per il bestiame vaccino.</ref>}}
{{Rule|1em|000|v=2}}
<poem style="margin-left:6em;">
Nino, vòi scégne<ref>Vuoi scendere? Per il nome ''Nino'', si veda la nota 3 al sonetto ''{{TestoCitato|Pijene uno, pijeli tutti (9 novembre 1877)|Pijene uno, pijeli tutti}}'', pag. 105.</ref> giù dar muricciolo?
Io nu’ lo so si<ref>Se.</ref> che vojaccia è questa.
Scégne;<ref>Scendi.</ref> ho d’annà qui giù da l’orzarolo,<ref>L’''orzarolo'' è quel bottegaio che forse, in origine, vendeva solamente o principalmente ''orzo;'' ma oggi vende anche pane, legumi, fior di farina, riso, paste, olio, aceto, ova, biada, crusca, spago, terraglie, e tante altre cose usuali.</ref>
Va be’ che curro, va be’ che so’ lesta,
Ma nu’ me piace de lassàtte solo:
Nun t’aricordi, eh, de l’antra festa,
Che si nun’ero io facevi er volo,
Cosa, dich’io, da sfasciàtte la testa?
Scégne, fa’ l’ubbidienza a mamma tua,
E si’ bono ’na vorta, fijo mio;
Scégne de lì, ché te pòi fà la bua.
E abbada.... e ariccommànnete ar tu’ Dio,
Ché po’ finisce a schiaffi.... e una, e dua....<ref>Cioè: «e una volta e due volte, va bene; ma il troppo è troppo.»</ref>
A te!<ref>''Piglia su!'' (Lo picchia).</ref> Mo piagni? Mejo tu, che io!
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Ferretti - Centoventi sonetti in dialetto romanesco.pdf/162
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{{Ct|f=100%|v=1|t=2|’NA BONA MOJE.}}
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<poem style="margin-left:6em;">
Come sta mi’ marito? Eh, poveretto,
È tanto tempo lui che<ref>È tanto tempo ''che lui'', ec.</ref> me sta male!
E de che male, eh? De mar<ref>Mal.</ref> de petto.
Da quanno? È un anno quanno viè natale.
In piede lui? Sta in un fónno de letto
Che so’ du’ mesi, povero Pasquale!
E nun pò più guarì, ché me l’ha detto
Propio jeri er dottore, talecquale.
Io come sto? Co’ sta razza de pene,
Ce vorrebbe<ref>Ci vorrei.</ref> vedé puro li santi
Si j’ariuscisse<ref>Se gli (''loro'') riuscisse.</ref> de poté stà bene.
Ma ch’ho da fà? Tanto pe’ me è lo stesso:
M’areggo su finché lui tira avanti,
Ma quanno more, sai, je vad’appresso.
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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| Nome e cognome del curatore = Luigi Morandi
| Titolo =La lavannàra
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| prec= L'addio (Ferretti)
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| Nome e cognome dell'autore = Luigi Ferretti
| Nome e cognome del curatore = Luigi Morandi
| Titolo ='Na bona moje
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Utente:Myron Aub
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Myron Aub
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text/x-wiki
Nella mia pagina su IA [https://archive.org/details/@myron_aub/uploads qui] ci sono i miei caricamenti mentre nella mia collezione dei "favorites" [https://archive.org/details/fav-myron_aub qua] sono inclusi testi non caricati da me già presenti su IA che trovo interessanti perché traduzioni abbastanza recenti soprattutto di classici filosofici e di alcuni classici letterari.
Nella seguente pagina [https://it.wikisource.org/wiki/Utente:Myron_Aub/Refusi_con_hunspell qua] espongo come cercare refusi con Hunspell.
In questa pagina elenco testi di pubblico dominio che sono principalmente traduzioni di testi (soprattutto filosofici e in minor parte letterari) greci, latini e stranieri. Privilegio le traduzioni in italiano più moderno, dal XIX secolo ai giorni nostri.
'''Informazioni su dati anagrafici difficilmente rintracciabili di autori.'''
[https://it.wikisource.org/wiki/Utente:Myron_Aub/Autori_con_date qui] c'è una sottopagina di un elenco di autori (per ora non tutti di pubblico dominio) con date di nascita e morte difficilmente disponibili in rete e un altro elenco di autori con data di morte incerta.
'''Vari testi di pubblico dominio finora non trovati come scansioni in rete:'''
Elenco qui alcuni testi di pubblico dominio che mi interesserebbe vedere in formato scansione e che spero che un giorno appaiano in rete:
'''1) testi di filosofia:'''
Comte, Auguste (1798-1857)
Catechismo positivista 2a edizione... Tradotto da Walter Congreve. [Avvertimento di P. Laffitte.]
San Remo, Stab. Tipo. litogr. G. B. Biancheri, 1882. In-8°, 386 p., tabl.
(ripubblicato nel 2024, nella sua 3a edizione, dalla Società Positivista Italiana: Catechismo Positivista Augusto Comte, trad. Gualtiero Congreve, pp. 323, Società Editrice Positivista Italiana, Padova, CCXXXII; ISBN: 9791281601178).
d'Alembert, Jean Baptiste Le Rond
Discorso preliminare all'enciclopedia...; tradotto da Agatino Longo.
Catania : Stamperia dè Regj Studi, 1812
XII, 226 p. : 1 tav. ; 21 cm.
d'Alembert, Jean Baptiste Le Rond
Discorso preliminare della Enciclopedia
[dopo il 1866?]. 192 p. ; 8°. Traduzione italiana dell'edizione francese del 1866: Discours preliminaire de l'Encyclopedie, par d' Alembert. Paris, 1866
Tommaso d'Aquino. La piccola Somma teologica (3 volumi); a cura di mons Pio Del Corona (1837-1912).Firenze : Tipografia editrice A. Ciardi, 1889-1892 (e ristampe successive).
'''2) Testi di religione, spiritualità e occulto'''
Kerbaker, Michele. Scritti inediti / Michele Kerbaker ; con prefazione di Carlo Formichi e a cura di Vittore Pisani
Roma : Reale accademia d'Italia 1932-1939.
6 volumi contenenti un'antologia del Mahabharata (volumi 2 e 3 già presenti su Internet Archive).
Lodge, Oliver
Pitoni, Rinaldo <n. 1864>
Oltre la vita : studio di facoltà umane ancora ignote / Oliver Lodge ; traduzione dall'undecima edizione inglese, con note di Rinaldo Pitoni
Bari : Laterza, 1933
Marcus, Ernst (1856-1928)
Rensi, Giuseppe <1871-1941>
Teoria di una magia naturale fondata sulla dottrina di Kant / Ernesto Marcus ; traduzione e prefazione di Giuseppe Rensi
Bari : G. Laterza & figli, 1938
Trezza, Gaetano (1828-1892) Le religioni e la religione. Verona ; Padova : Drucker & Tedeschi, 1884
'''3) Testi di scienza''':
Baldwin, James Mark (1861-1934)
L'intelligenza / J. Mark Baldwin ; traduzione dall'inglese del professore Guida Villa (1867-1949)
Torino : Fratelli Bocca, 1904
XXVIII, 290 p. : ill. ; 21 cm.
Hampson, William (1854–1926)
Paradossi della natura e della scienza, cioè fatti che sembrano contraddire generali esperienze o principi scientifici / di W. Hampson
Alessandria : Boffi, 1910
Lewes, George Henry (1817-1878)
Lo studio della psicologia : suo obbietto, scopo e metodo / George Henry Lewes ; prima edizione italiana con prefazione e note del prof. Giambattista Grassi Bertazzi (1867-1951)
Milano ; Roma : Società editrice Dante Alighieri, 1907
XXX, 185 p. ; 20 cm.
'''4) Testi di letteratura'''
Antologia della poesia argentina moderna / a cura di Folco Testena
Pubblicazione
Milano : Alpes, 1927
Descrizione fisica
IX, 271 p. ; 20 cm.
Capuana, Luigi
Il braccialetto / Luigi Capuana
Milano : Brigola di G. Marco, 1898
Della Sala Spada, Agostino
Nel 2073! : sogni d'uno stravagante / messi in carta per l'avvocato Agostino Della Sala Spada
Testo
Casale : Tipografia del giornale Il Monferrato, 1874
Gogol’, Nikolaj Vasil’evic.
Mirgorod / Nikola Gogol ; traduzione di Federigo Verdinois
Lanciano : Carabba, 1923
Gogol’, Nikolaj Vasil’evic.
Le veglie alla fattoria di Dicanca / Nicola Gogol ; versione di F. Verdinois
Napoli : G. Giannini, 1920
Novelle russe / a cura di Corrado Alvaro: vol. I-II (Pusckin, Lermontov, Gogol, Gonciarov, Turghenev, Scedrin, Dostojewski, Tolstoi, Garscin, Cecov, Gorki, Andreiev, Ciricov, Artzibascev, Kuprin, Sologub, Lomakin, Uspenski, Timkovski, Skitalitz)
Milano : Soc. Ed. R. Quintieri, 1920 (Saita e Bertola)
Turgenev, Ivan Sergeevic. Le poesie in prosa / di Ivan Turgheniev ; tradotte da Enrico Damiani
Pubblicazione Lanciano : Carabba, [1923]
Villiers de l'Isle-Adam, Auguste <comte de>
Eva futura : Romanzo. Unica traduzione di D. C. (probabilmente Decio Cinti).
Milano : Casa Edit. Bietti Edit. Tip., 1930
Wells, H. G.
Sodini, A. M.
La Guerra dei mondi : Romanzo / H. G. Wells ; traduzione di Angelo Maria Sodini (1875-1939)
Milano : F. Vallardi, 1901
Morandi, Luigi <1844-1922>; Ciampoli, Domenico <1852-1929>
Poeti stranieri lirici, epici, drammatici : scelti nelle versioni italiane (2 volumi) / Morandi L. e Ciampoli D.
Milano [etc.] : Società editrice Dante Alighieri di Albrighi, Segati 1904
'''5) altri testi:'''
Pestalozzi, Johann Heinrich
Leonardo e Geltrude : libro per il popolo / Enrico Pestalozzi ; traduzione, prefazione e note di Giovanni Sanna (1877-1950). (in 4 volumi).
Venezia [poi] Firenze : La nuova Italia, 1928 (e altre ristampe successive).
Squillace, Fausto
Titolo
La moda / Fausto Squillace
Pubblicazione
Milano [etc.] : Sandron, 1912
159 p. ; 19 cm.
'''In pubblico dominio dal 2027:'''
Barié, Giovanni Emanuele (1894-1956). La spiritualità dell'essere e Leibniz. Padova : CEDAM, 1933
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=EHYLAQAAIAAJ qui]
Capone Braga, Gaetano
La vecchia e la nuova logica / Gaetano Capone Braga (1889-1956)
Padova : Cedam, 1948
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=LzUAAAAAMAAJ qui]
Cassirer, Ernst. Storia della filosofia moderna (4 volumi). Traduzione di Angelo Pasquinelli (1926-1956) Torino : G. Einaudi, 1958 e ristampe seguenti.
Jevons, William Stanley
Lezioni di logica elementare / W.S. Jevons ; a cura di Gaetano Capone Braga (1889-1956)
Padova : Cedam, 1948
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=WztCAQAAIAAJ qui]
Stefanini, Luigi <1891-1956>
Imaginismo come problema filosofico : vol. primo
Padova : CEDAM, 1936
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=5BHBNszP5LUC qui]
'''In pubblico dominio dal 2028:'''
Bonaventura : da Bagnorea <santo>
Breviloquio (2 vv.) / S. Bonaventura da Bagnoregio ; a cura del p. Giuliano Piccioli (1878-1957)
Siena : Ezio Cantagalli, 1931
Burckhardt, Jacob
Considerazione sulla storia del mondo / Jacob Burckhardt; traduzione di Antonio Banfi
Milano : Bompiani, 1954
Kierkegaard, Søren
Il concetto dell'angoscia / Soren Kierkegaard ; tradotto dal danese da Meta Corssen (1894-1957)
Firenze : Sansoni, 1942
Kierkegaard, Søren
La malattia mortale : (svolgimento psicologico cristiano di Anti-Climacus) / Sören Kierkegaard ; a cura di Meta Corssen (1894-1957) ; prefazione di Paolo Brezzi
Milano : Edizioni di Comunità, 1947
Kierkegaard, Søren
L'ora : atti d'accusa al cristianesimo del Regno di Danimarca, anno 1855 / Soren Kierkegaard ; traduzione di Antonio Banfi
Milano ; Roma : Doxa, stampa 1931
Simmel, Georg
Banfi, Antonio <1886-1957>
I problemi fondamentali della filosofia / G. Simmel ; traduzione e introduzione di A. Banfi
Firenze : Vallecchi, [dopo il 1921]
Stoermer, Carlo (1874-1957). Dalle stelle agli atomi; prefazione di Giovanni Giorgi ; appendici di G.B. Angioletti ... [et al.]
Milano : Hoepli, 1934
Subhadra <bhikschu> (1852-1917)
De Lorenzo, Giuseppe <1871-1957>
Catechismo buddhistico per avviamento nella dottrina di Gotamo Buddho / di Subhadra Bhikshu ; tradotto in italiano da Giuseppe De Lorenzo
Napoli : Ricciardi, 1922
Whitehead, Alfred North
Banfi, Antonio <1886-1957>
La scienza e il mondo moderno / A. N. Whitehead ; con una introduzione di Antonio Banfi
Milano : Bompiani, 1945
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Autore:Colombino Arona
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{{Autore
| Nome = Colombino
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| Professione e nazionalità =
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== Opere ==
{{Testo|La campana di San Giusto (brano musicale)|La campana di San Giusto}}
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Panz Panz
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>più che altro un sentimento individuale che non trova (come invece in certo primo {{AutoreCitato|Lorenzo Perosi|Perosi}}) una rispondenza corale<ref>Per questo il Torchi (art. cit., pag. 781-186), analizzando il ''Canticum Canticorum'', ben disse che la cantata biblica «ha carattere religioso ma non sempre sacro.</ref>.
Da tutto ciò si può dedurre (e non è dir poco, assicurandogli questa posizione storica) che {{AutoreCitato|Marco Enrico Bossi|Bossi}}, a modo suo, è un tipico esponente del decadentismo italiano: di una zona decadentistica che faceva, della religiosità, una ragione estetica prima ancor che spirituale. Ma ormai era pur decadentistica l’età, se quasi tutte le composizioni tendevano, al di là d’ogni forma accertata e consolidata, non più tanto ad ampliarsi verso nuove spazialità ed universalità come la sinfonia di {{AutoreCitato|Anton Bruckner|Bruckner}} e di Mahler, quanto a mostrare invece instabilità, a cogliere nessi e raccordi eterogenei, se non extramusicali: fu decadentismo splendido quello di Mahler (ben più che quello di {{AutoreCitato|Claude Debussy|Debussy}}) appunto perchè si verificò dietro la spinta e la sollecitazione di un inconscio, ma fervido ed impegnato sincretismo. Soluzioni sincretistiche avvenivano necessariamente al tempo in cui il sentimento cedeva confondendosi nel sentimentalismo e l’intelligenza ripiegava nell’intellettualismo. Il fatto che il fondamento della musica sacra di Bossi resti sensoriale, in senso {{AutoreCitato|Richard Wagner|wagneriano}} o {{AutoreCitato|Franz Liszt|lisztiano}}; come pure l’iconografia dei suoi soggetti si traduca in espressione vagamente simbolistica; quel ripiegare da opera ad affresco corale proprio per far qui trasparire, ancor più evidenti nella forma diversa, qualità melodrammatiche potenziali o parziali: tutto ciò significa adesione del musicista, pur nel suo isolamento di serafica purezza e di probità operativa, a richiami di questo diffuso e complesso clima decadentistico. C’è l’opera, dietro il poema, il mistero e la cantata, a comparire sollecita, c’è Parsifal e Kundry nel duetto d’amore del ''Paradiso perduto'' o nel ''Canticum'' tra Salomon e Sulamitha; qui, la libertà d’interpretazione testuale pronta al simbolo, allora così ardita, corrispondeva, per quegli epigoni, proprio a quel riscatto di antiche musiche e modalismi così diffuso in quel tempo (pensiamo ad un Busoni, ad un Respighi). Solo ora vediamo quanto le due cose siano diverse: la musica antica riguadagnata al contemporaneo suggerì un nuovo discorso musicale, armonico e timbrico; mentre l’apporto letterario e culturalistico condusse ad una dispersione, ad un annichilimento di spirito e di genialità, sia pur consumato nell’enfasi più nobilitata e consapevole, nella retorica più umana e suggestiva.
Ma Bossi era una natura devota, semplice e salda, s’è detto: i suoi temi, mai estesi o contraddetti o traditi, passavano da un frammentismo vivido ed animato, dal bozzetto di affetti, moti, ispirazioni semplici ed elementari, ad un tributo fidente e mistico nelle opere più impegnate: tutte esperienze familiari e raccolte, tutto un esercizio quotidiano, in una stabilità d'ottimismo<ref>Fu proprio l’intima poesia del {{AutoreCitato|Giovanni Pascoli|Pascoli}} appunto a trovare quella precisa, profonda rispondenza nella musica del Nostro (v. Desderi, art. cit., pag. 22;
e v. nota 11).</ref>.<noinclude><references/>
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Autore:Giovanni Drovetti
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{{Autore
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== Opere ==
{{Testo|La campana di San Giusto (brano musicale)|La campana di San Giusto}}
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<poem>
Lagrimose le guancie. E il padre è vecchio,
E il giovinetto è ardimentoso, come
Leon gagliardo a la battaglia accinto,
Né sapea quei se di vederlo ancora
Gli era concesso, ed al partir di lui
Il paterno suo cor turbossi forte.
:Quei che nel mondo faticando assai
Per lor grandezza fûr graditi a Dio,
La sepoltura ebber solo giaciglio
Al fin de’ giorni. Atro velen dal mondo
Tocchiam soltanto noi, ne v’è alcun balsamo.
Ma tu, poi che ben sai che lunga in terra
Dimora non farai, perchè sul capo
Di procace desìo ti poni il serto?
Incolume sotterra il tuo desìo
Tu recherai, trarrai giù nell’avello
Il suo principio. Ma poiché son molti
Godimenti quaggiù, perché dovrìa
Frutto ad altri toccar di tua fatica?
Ti crucci, e del tuo cruccio altri si gode
Agevolmente, e non fia mai che poscia
Alla tua tomba, alla tua bara, ei volga
Lo sguardo amico. Eppur, quella sua gioia
Passerà tosto, e quell’altero capo
Calpesterà la morte... A’ giorni tuoi
Che volan ratto, volgi il pensier tuo,
E Dio t’appresta a venerar; t’accingi
Ad opre elette, non far sì che alcuno
Per te si dolga. Della tua salvezza
Questa è la dritta via. Ma incauto il core
Non porre al mondo ch’è fugace; eterno
Per te il mondo non é. Per quanto duri
Il tuo soggiorno, dovrai tu da questa
Terra partir, nè v’ha ritorno mai
Dopo il lungo partir. Tu intanto, o saggio,
di vigile cor, lascia ogni dubbio,
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text/x-wiki
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<poem>
Togli dal fango il piè. Pensa che Iddio
È tuo sostentator, tu servo a lui,
Tu sua fattura. E allor che la cervice
Oppressa chinerai da un gran pensiero,
Dell’essere di Dio alcun dimando
Non avventar, non far giudizio. Il cibo.
Il sonno e l’abitar già non è bello
Aver con l’uom che non confessa Iddio
Esistere nel ciel. Stolta la mente
E cieco il cuore di costui, nè il saggio
Fra gli umani l’annovera. Son chiari
Segni in terra ed in mar che vive Iddio;
Non ti gittar dentro una fossa cupa
Dopo tanta dottrina! Egli è possente
E sapïente e reggitor del mondo,
Di nostra mente e di nostr’alme ancora
Conformator. Fe’ terra e spazio e tempo.
Elefanti gagliardi e orme di bruchi.
E allor che nel suo cor così dicea
Di Turania il signor: «Su gli altri tutti
Per mia grandezza leverò la fronte»,
E uccise poscia il giovinetto sire,
Figlio di re, la sua fortuna avversa
Tosto il raggiunse, che di quel dai lombi
Nuovo rampollo suscitava Iddio,
Già vicino a fruttar. Fe’ contro a lui
Ciò che far gli era d’uopo, a lui togliendo
La cara vita e la regal dimora
Atterrandone tutta. Oh sì!, degli astri.
Della luna e del sol primo signore
È Iddio; vittoria e potestà di prenci
Da lui procede. All’essere universo
Egli è signore, e giustizia puranco.
Grandezza ed umil stato de’ mortali
Provengono da lui. Dator di grazie,
Operator di cose eccelse, agli uomini
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text/x-wiki
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<poem>
Dator del cibo consüeto, immune
D’ogni difetto, sire egli è del mondo,
Signor del sole, dell’astro de’ vespri,
Del ciel rotante. Non è via dischiusa
Fuor che per cenno suo, per suo precetto,
E di sua sapïenza alcuna parte
Alcun non ha, non ha la luna o il sole.
:Per comando di lui cinto dell’armi,
Come leon di fermo core, andava
Ghev animoso. Egli partìa soletto,
Nè alcun seco menò, la sua persona
Avvezza a le delizie a Dio fidando.
Rapido corse fin che le frontiere
Di Turania toccò; chiunque ei vide
Da solo nella via, sermon turanio
Adoprando, richiese, e indizio alcuno
Di re Khusròv cercò da lui. Ma quando,
«Non ho di questo re novella certa»,
Quei rispondea, subitamente il corpo
Vuoto dell’alma Ghev gli fea. Nei torti
Nodi del laccio l’impigliando, lungi
Poca terra di sopra gli gittava,
Perchè nessun l’arcano suo sapesse
Nè udisse alcun la voce sua. Ma tale
Ei menò seco un dì fra quella gente,
Che gli fu guida. Lunga via percorse
Con lui, nè gli aprì mai per alcun tempo
L’arcano suo. Dissegli un giorno poi:
:Tra molte cose d’una sola inchiederti
In segreto vogl’io. Verace un detto
Se avrò da te, se libero il tuo core
D’ogni menzogna farai tu col senno.
Ciò che a me chiedi, ti darò. Niegarti
Questa persona mia, quest’alma ancora.
Io non vorrò. — Molto è sapere in terra,
Quei diè risposta; ma disperso andava
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<poem>
Fra questo e quello. Che se cosa è chiara
A me che cerchi, di risposta vuota
Non troverai la lingua mia. — Gli disse
Il prence: Re Khusrèv dove soggiorna
In queste parti?... Bada che parola
Scioglier tu dèi con verità. — Rispose:
Nulla ne udii. Cotesto nome io stesso
Unqua non pronunciai. — Ratto che disse
Cotal risposta il condottier, di spada
Ghev diede un colpo e gli abbattè la testa.
:Così ne venne ad ogni parte, quale
Un forsennato, per trovar del figlio
Di re sovrano alcun indizio. Volsero
Su ciò sett’anni, ed egli avea dal cinto
Di cuoio irsuto e dalla spada il fianco
Livido e attrito. Gli erano del campo
Cibo gli onagri, e lor divelte spoglie
Le vestimenta gli fornian. Cibavasi
D’erbe talor, talor bevea salmastre
Acque, e il deserto e le montagne tutte
Cercava intanto con dolor, con stento,
Da ogni vivente compagnia lontano.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|II. Incontro di Ghêv e di Khusrev.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 512-516)}}
<poem>
:Nel tempo che traea di qua dal fiume
Rùstem le genti sue rapidamente,
E il turanio signor, venuta ancora
Turania in suo dominio, era disceso
In Gang munita, fe’ il gran re precetto
A Pìran battaglier così dicendo:
:Khusrèv, cagion di male, a questi lochi
Tu riconduci. Lo trarrai da quella
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 16 —|}}</noinclude>
<poem>
Regïon di Macìn, lo renderai
Alla sua madre, ma ogni via di scampo
Gli terrai chiusa. — E Pìran all’istante
Al giovinetto re, sire del mondo,
Spediva un messaggier. Così ei condusse
Di Siyavìsh il figlio, ancor fanciullo,
Ma saggio e accorto e d’ogni spirto affranto
Consolator, poi l’affidò alla madre
In quel loco medesmo, e da quel giorno
Lunga stagione anche passò. Ma quando
Tristo e dolente pel turanio suolo
Ghev così s’aggirava ardimentoso,
Avvenne un di che assorto in un pensiero
Giuns’ei vicino ad una selva, assai
A que’ tempi famosa. Il bosco ameno
Mesto ed afflitto ei penetrò. Dintorno
Lieta la terra, ma in perenne duolo
Era il core di Ghev. La terra verde.
Pieni d’acque i ruscelli egli ben vide,
Vide acconcio ai riposi e ai dolci sonni
Tutto quel loco. Giù balzò di sella,
E, sciolto il palafren, là s’adagiava
E pieno il core avea d’un gran pensiero.
Oh sì!, molto ei pensò nel mesto core
E disse: Qui son io lungi rimasto
E di sonno e di cibo dal conforto.
Indizio di Khusrèv poi che non veggo
In questi lochi, perchè mai per aspri
Sentieri traggo il fianco mio? — Qui tacque
E aggiunse poi: Veracemente un tristo
Devo ne venne al padre mio nell’ora
Ch’ei vide il sogno, e certo unqua non nacque
Khusrèv dalla sua madre, o s’egli nacque,
Di vita il tolse avverso fato, ed io
Nel mio lungo cercar duolo ed angoscia
Ebbi soltanto. Chi morìa bevendo
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/20
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<poem>
Atro un velen, sia benedetto!... Intanto
Gli eguali miei discendono alla pugna,
Siedono a banchettar gli amici miei,
E quei cerca la gloria, e i giorni mena
Lieti costui. Del ciel che rota incurvo,
Mi diè il fato in poter, sì che vicino
L’alma a spirar son io com’uom da nulla
In questa terra. Già s’umilia e piega
L’anima oppressa come piega un arco.
:Invan cercato il suo signor, la selva
Dilettosa ei correa, dolente il core.
Fin che da lungi un fonte che lucea,
Scoverse e presso al fonte un giovinetto,
Nato a donar la pace al cor, qual nobile
Cipresso alla statura. Un nappo in mano
Di vin reggea, sul capo una ghirlanda
Avea di fiori. Oh sì! nella persona
Gli eran palese maestà di Dio
E parvenza di saggio! E veramente
Detto avrestù che là sedeva in trono
D’avorio, con un serto di turchesi
In fronte, Siyavìsh. E da quel volto
Amor spirava e da’ capelli suoi
Beltà di serto si formava. Allora
Ghev così disse in cor: Costui davvero
Altri non è che il prence mio. Quel volto
Di tal che siede in trono, è degno assai! —
A piedi intanto ei si accostava. Ratto
Che gli fu presso, cadde infranto il vincolo
Di sua doglia alla porta, e gli fu aperto
Un inclito tesor. Khusrèv che il vide
Dal chiaro fonte, sorridea; balzava
Giubilante quel cor. Questi è, non altri,
Ghev battaglier, pensò. Non v’ha gagliardo
In questa terra che somigli a lui.
Ei sì mi cerca, nell’irania terra
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<poem>
Per ricondurmi e farmi re. — Vicino
Più e più si fea l’eroe famoso; allora
Si mosse re Kbusrèv dal loco suo
E disse: Ghev, tu ne venisti lieto,
Venisti a me qual opra di giustizia
Che s’accorda col senno. Oh! come mai
Fino a tal loco la dirotta via
Varcar potesti? Qual novella rechi
Di re Kàvus, di Tus, di Gùderz prode?
Lieti son tutti? e di Khusrèv nel core
Fanno ei ricordo? E quel di gloria amante,
Rùstem, eroe fortissimo, e con lui
Destàn che fa, che fa l’irania gente?
:Attonito restò, come ciò intese,
E nel nome di Dio la lingua mosse
Ghev e disse al garzon: Ben io conosco
Che re Khusrèv sei tu, novello sire
In nostra terra. — Ghev, dlssegli il sire,
Khusrèv son io veracemente, al mondo
:Son io l’annunzio d’un’età novella.
:E Ghev soggiunse: Del tuo dolce amore
Necessità venne alla terra omai,
illustre. Che tu sei l’inclito figlio
Di Siyavìsh, mi penso, e da regale
Stirpe disceso e di gran senno adorno.
:E tu, famoso eroe, rispose il prence,
Di Gùderz il figliuol sei veramente,
Ghev generoso. — E quei: Signor de’ giusti,
Chi mai di Gùderz ti parlò, chi mai
Di Ghev e di Keshvàd novella diede?
Esser felice con real grandezza
Possa tu ognor! — Khusrèv rispose: O forte
Pari a leon, la madre mia coteste
Cose mi disse del mio padre in nome.
Nel tempo che venìan li suoi consigli
AI termine fatal, la sua parola
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/22
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<poem>
Per gloria dell’Eterno egli disciolse
E così disse all’inclita mia madre:
«Qualunque sia la rapida sventura
Che incoglier mi dovrà, verrà pur sempre
Alla luce Khusrèv. D’ogni intricato
Nodo la chiave ei recherà. Nel tempo
Ch’ei si farà prode e valente, il saggio
Ghev d’Irania verrà per ricondurlo
D’irania al trono, per menarlo agl’incliti
Di quella terra e a’ suoi gagliardi. Il mondo
Ei riporrà nella sua via diritta
Col suo valor; di me tradito l’alta
Vendetta ei compirà.» — Signor di forti,
Dissegli Ghev allor, qual certo rechi
Indizio tu di tua real grandezza?
Di Siyavìsh ben noto era ed aperto
Un segno, quale un neo di negra pece
Sovra le rose. Tu disciogli e mostra
Il braccio a me; ben chiaro e manifesto
Appo la gente è il segno tuo verace.
Ignudo il corpo suo mostrava allora
Il giovinetto re; vide il guerriero
Quel bruno segno, eredità dei tempi
Di re Kobàd, per cui si fea non dubbia
De’ Kay la discendenza. Allor che il vide.
Al giovane signor prestava omaggio
Ghev, e dicendo il suo secreto, lagrime
Giù dagli occhi versava. Il re dell’ampia
Terra al petto il serrò, con molta gioia
Benedicendo a lui, d̀’Irania bella
E del trono regal si l’inchiedendo,
Di Gùderz battaglier, di Rùstem prode,
Leale amico. E Ghev rispose: prence
Che l’ampia terra signoreggi, vigile.
Da l’alta fronte e d’orme glorïose.
Pel tuo volto son lieti e giubilanti
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/23
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<poem>
Son tutti che tu chiedi; essi già posero
Amore in te, non anche visto. Iddio,
Conoscitor d’ogni opera leggiadra,
D’ogni opra trista, se a me dato avesse
Ad abitar de’ beati la sede
a dominar le sette regïoni
Di questa terra, dandomi grandezza
E corona di re, questo mio core
In sì grande allegrezza or non sarìa,
Or che il tuo aspetto nel turanio suolo
Giunsi a veder. Ma chi sa dir s’io vivo,
Là nell’Irania, o se dentro l’avello
M’han posto o preda alle voraci fiamme
Gittato, o se potei vivo una volta
Siyavìsh qui veder, del suo dolore,
Della sua angoscia, inchiederlo pur anco?
Grazia è questa di Dio, che amica sorte
All’aspro faticar meta propose
D’alta letizia e d’insperato gaudio!
:Dalla foresta vennero ambedue
Nell’aperto sentier. Khusrèv chiedea
Di Kàvus re novelle e di que’ sette
Anni di stenti e di dolor, dell’aspro
Giaciglio sotto al ciel, de’ brevi sonni,
Del cibò scarso. E Ghev narrava tutti
Al suo signor gl’intravvenuti casi,
Mossi da Dio, fattor del mondo; ancora
La visïon di Gùderz gli narrava,
Il lungo faticar, lo scarso cibo
E il selvaggio vestir, l’ansia del core,
Il suo conforto e il suo riposo. Disse
Che tolta gli anni avean la maestade
A Kàvus . regnator, che per la doglia
Del figlio ucciso egli divenne quale
Uom che forza non ha, che l’onor prisco
Era sparito dall’irania terra,
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<poem>Che l’ampia terra in un deserto squallido
Si tramutava. All’angoscia de’ suoi
Arse il cor di Khusrèv, s’acceser ratto
Le gote sue come di fuoco. Ei disse:
Or però ti darà sorte propizia
Dopo il diuturno faticar conforto
E placidi riposi. A me tu sii
Qual padre intanto; l’alto mio secreto
Non disvelar, ma ciò che la fortuna
Prepara e mena, ad osservar ti poni.
Sul destriero di Ghev si assise il prence,
E Ghev s’incamminò dinanzi a lui
Con fermo core, stretto in pugno un ferro
D’indica tempra. Con quel ferro, il prode
Vigil di cor colpia senza ritegno
Di tal che innanzi gli venia, la testa,
E ne celava sotto il suol la spoglia,
Sotto la polve. Toccarono intanto
Siyavish-ghìrd; e poi che il senno e il core
Quivi si riavean dei due gagliardi,
Resa alleata Ferenghìs, un’opra
Secreta ordir, perchè n’andasser tosto
Per lor viaggio in tre, celati agli occhi
D’ogni possente di battaglie amante.
Ferenghìs disse allor: Se qui s’indugia,
Angusta farem noi quest’ampia terra
A noi medesmi. Re Afrasyàb novella
Ne avrà ben tosto, e tralasciando i suoi
Conviti e il sonno ripudiando, quale
Il Bianco Devo, qui verrà improvviso,
E il nostro cor per la vita gioconda
Ogni sua speme perderà. Ma vivo
Il turanio signor di noi nessuno
Lascierà in terra, non in parte ascosa,
Non in aperto loco. È di nemici,
È di malvagi pieno il mondo, e questa
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<poem>
22
Terra lontana d’Ahrimàn la sede
È veramente. Se quell’uom, cagione
D’alta sventura, ciò sapesse, incendio
Susciterebbe in ogni culto campo.
Ma tu che hai lode e maestà di prence,
Figlio diletto a me, perch’io ti doni
Un mio consiglio, porgi intento il core.
Di qui non lungi è un loco dilettoso
Che fiancheggia la via, dai cavalieri
Di Turani a percorsa. In man la sella
Togli e le briglie che han la tinta fosca,
E va di gran mattino al dilettoso
Loco di qui. Monte vedrai che al cielo
Co’ pinnacoli giunge e la cui cima
Radon le nubi. All’alto ascendi, e un loco
Ameno tu vedrai qual’è gioconda
Primavera quaggiù. V’è un ruscelletto
E v’ènno acque scorrenti, e a quella vista
L’alma si rinnovella. E quando il sole
Il vertice del ciel tocca da presso.
Nell’ora che al dormir volge talento
Di forti un duce, quante di puledri
Son mandre a pascolar sciolte in quel loco,
Scendon correndo al limpido ruscello
Per beveraggio. Mostrerai tu allora
E le briglie e la sella al palafreno
Del padre tuo, Bihzàd. A lui t’accosta,
Quand’egli corre a te vicino; a lui
Muovi dinanzi e la tua fronte mostra
D’un tratto; il chiama a te l’accarezzando
Con la tua man, con molto amor. La speme
Quando smarrì per questa terra infida
Siyavìsh mio, quando per lui la chiara
Luce del dì s’intenebrò, con questi
Detti ei si volse al bruno suo destriero,
A Bihzàd: «Obbedir d’oggi in avanti,
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<poem>
Terra lontana d’Ahrimàn la sede
È veramente. Se quell’uom, cagione
D’alta sventura, ciò sapesse, incendio
Susciterebbe in ogni culto campo.
Ma tu che hai lode e maestà di prence,
Figlio diletto a me, perch’io ti doni
Un mio consiglio, porgi intento il core.
Di qui non lungi è un loco dilettoso
Che fiancheggia la via, dai cavalieri
Di Turani a percorsa. In man la sella
Togli e le briglie che han la tinta fosca,
E va di gran mattino al dilettoso
Loco di qui. Monte vedrai che al cielo
Co’ pinnacoli giunge e la cui cima
Radon le nubi. All’alto ascendi, e un loco
Ameno tu vedrai qual’è gioconda
Primavera quaggiù. V’è un ruscelletto
E v’ènno acque scorrenti, e a quella vista
L’alma si rinnovella. E quando il sole
Il vertice del ciel tocca da presso.
Nell’ora che al dormir volge talento
Di forti un duce, quante di puledri
Son mandre a pascolar sciolte in quel loco,
Scendon correndo al limpido ruscello
Per beveraggio. Mostrerai tu allora
E le briglie e la sella al palafreno
Del padre tuo, Bihzàd. A lui t’accosta,
Quand’egli corre a te vicino; a lui
Muovi dinanzi e la tua fronte mostra
D’un tratto; il chiama a te l’accarezzando
Con la tua man, con molto amor. La speme
Quando smarrì per questa terra infida
Siyavìsh mio, quando per lui la chiara
Luce del dì s’intenebrò, con questi
Detti ei si volse al bruno suo destriero,
A Bihzàd: «Obbedir d’oggi in avanti,
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<poem>
Fosse pur anco aquilonar bufera,
A vivente non dêi. Resta qui al monte,
A questi paschi dilettosi, e allora
Che re Khusrèv te qui verrà cercando,
Tu destriero gli sii, le vie del mondo
Tu calca, e sgombra con la tua sonante
Unghia la terra da ogni reo nemico».
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
III. Il destriero di Siyâvish.
(Ed. Calc. p. 516-518).
<poem>
:A cavallo salia quel re gagliardo,
E Ghev a piedi il precedea. Si volsero
Da quella parte dell’aereo monte.
Come l’uom che sen va cercando aita.
Sceser le mandre nell’angusta valle
E bevvero a quel rio; tornaron poi
Abbeverate. Re Khusrèv si mosse
Rapidamente allor. Quand’egli giunse
Vicino al fonte, veder fe’ le briglie
E la sella a Bihzàd, perchè compiuta
In ciò fosse la voglia. Oh! levò il guardo
Bihzàd e il prence rimirò! Dal petto
Trasse un sospiro, e tosto ch’ei vedea
Quella spoglia di pardo in che seduto
Si tenne Siyàvish, e le sue lunghe
Staile e la sella di compatto legno,
Fermò sul margo de la fonte il piede
Nè si scostò dal loco suo. Tranquillo
Poi che il vide Khusrèv, ratto si mosse
E con la sella si affrettò. Si tenne
Il nobile destriero al loco suo,
Bruno qual notte, e fe’ degli occhi suoi
Due fonti vive. Pianse il giovinetto
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<poem>
Fosse pur anco aquilonar bufera,
A vivente non dêi. Resta qui al monte,
A questi paschi dilettosi, e allora
Che re Khusrèv te qui verrà cercando,
Tu destriero gli sii, le vie del mondo
Tu calca, e sgombra con la tua sonante
Unghia la terra da ogni reo nemico».
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|III. Il destriero di Siyâvish.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 516-518).}}
<poem>
:A cavallo salia quel re gagliardo,
E Ghev a piedi il precedea. Si volsero
Da quella parte dell’aereo monte.
Come l’uom che sen va cercando aita.
Sceser le mandre nell’angusta valle
E bevvero a quel rio; tornaron poi
Abbeverate. Re Khusrèv si mosse
Rapidamente allor. Quand’egli giunse
Vicino al fonte, veder fe’ le briglie
E la sella a Bihzàd, perchè compiuta
In ciò fosse la voglia. Oh! levò il guardo
Bihzàd e il prence rimirò! Dal petto
Trasse un sospiro, e tosto ch’ei vedea
Quella spoglia di pardo in che seduto
Si tenne Siyàvish, e le sue lunghe
Staile e la sella di compatto legno,
Fermò sul margo de la fonte il piede
Nè si scostò dal loco suo. Tranquillo
Poi che il vide Khusrèv, ratto si mosse
E con la sella si affrettò. Si tenne
Il nobile destriero al loco suo,
Bruno qual notte, e fe’ degli occhi suoi
Due fonti vive. Pianse il giovinetto
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<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 24 —|}}</noinclude>
<poem>
Sire con Ghev; ardeano in cor per doglia
Qual su rapido fuoco. E giù dagli occhi
Ambo versar lagrime ardenti e piena
D’imprecanti parole ebber la lingua
Contro Afrasyàb. Gli occhi vivaci allora
Palpò Khusrèv del nobile destriero
Con la destra e toccolli con la fronte,
Il pelo ne lisciò, l’ardua cervice
Ne accarezzò, l’irsuto petto. Quelle
Briglie allor gli apprestò, posegli al dorso
La sella, il padre suo rammemorando
Con intenso dolor. Quand’egli asceso
Fu in arcion, quando strinse ambe le cosce,
Balzò dal loco suo quel palafreno
Forte e gagliardo. Come impetiioso
Spiro di vento si spiccò, volando
Via da quel loco, scomparendo agli occhi
Attoniti di Ghev. Rimase il forte
Dolente in cor, meravigliando, e in quello
Stupor suo grave dell’Eterno il santo
Nome invocò. Deh! si, che in palafreno.
Disse, Ahrimàne ingannator mutavasi
E qui a noi si mostrò. Perdesi l’alma
Di Khusrèv, e ne va la mia fatica
Al vento.’ Oimè! che solo mio retaggio
È il faticar per la terrena via!
Quando così della montagna il sire
Ebbe corsa metà, lente d’un tratto
Fe’ le fosche sue briglie e là rimase
Fin che il raggiunse Ghev. Dissegli allora
Quei, di vigile cor, prence gagliardo:
Forse avverrà ch’io manifesto renda
Con lieto core dell’eroe valente
Il pensier. — Disse Ghev: Deh! signor mio.
Che alta rechi la fronte, ogni secreto
Ben si convien che manifesto sia
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<poem>
Sire con Ghev; ardeano in cor per doglia
Qual su rapido fuoco. E giù dagli occhi
Ambo versar lagrime ardenti e piena
D’imprecanti parole ebber la lingua
Contro Afrasyàb. Gli occhi vivaci allora
Palpò Khusrèv del nobile destriero
Con la destra e toccolli con la fronte,
Il pelo ne lisciò, l’ardua cervice
Ne accarezzò, l’irsuto petto. Quelle
Briglie allor gli apprestò, posegli al dorso
La sella, il padre suo rammemorando
Con intenso dolor. Quand’egli asceso
Fu in arcion, quando strinse ambe le cosce,
Balzò dal loco suo quel palafreno
Forte e gagliardo. Come impetüoso
Spiro di vento si spiccò, volando
Via da quel loco, scomparendo agli occhi
Attoniti di Ghev. Rimase il forte
Dolente in cor, meravigliando, e in quello
Stupor suo grave dell’Eterno il santo
Nome invocò. Deh! sì, che in palafreno.
Disse, Ahrimàne ingannator mutavasi
E qui a noi si mostrò. Perdesi l’alma
Di Khusrèv, e ne va la mia fatica
Al vento. Oimè! che solo mio retaggio
È il faticar per la terrena via!
:Quando così della montagna il sire
Ebbe corsa metà, lente d’un tratto
Fe’ le fosche sue briglie e là rimase
Fin che il raggiunse Ghev. Dissegli allora
Quei, di vigile cor, prence gagliardo:
:Forse avverrà ch’io manifesto renda
Con lieto core dell’eroe valente
Il pensier. — Disse Ghev: Deh! signor mio.
Che alta rechi la fronte, ogni secreto
Ben si convien che manifesto sia
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 25 —|}}</noinclude>
<poem>
Alla tua mente. Ben puoi tu, con tale
Divina maestà, con tal grandezza
Dei re sovrani, penetrar col guardo
Un crin sottile e ciò ch’è in esso ancora,
Chiaramente veder. — Per questo mio
Nobile palafren, Khusrèv gli disse,
Tale un pensier ti venne in cor. Pensasti,
Eroe, cosi: «Sorvenne al giovinetto
Ahrimàne improvviso, e quei partìa,
La mia fatica disperdendo. Intanto
Piena ho l’alma di duol, ne fan letizia
I Devi. Oimè! che di sett’anni al vento
Andò il lungo dolor! Vergogna è questa
Che tocca il nascer mio». — Giù si gittava
Dal suo destrier quel di gran cose esperto
Ghev animoso; ei benedisse al prence
Inclito e forte: Oh! benedetti i giorni
Del viver tuo! beate le tue notti!
De’ tuoi nemici sia divelto il core
Dal petto! Oh! sì davver! che di regnante
Hai maestà, grandezza, onor, possanza,
E con l’indole tua Dio ti diè pregio!
:Dalla montagna al solitario ostello
Ei fean ritorno. Piena avean la mente
Di pensier gravi, e l’anima il sentiero
Del vïaggio cercava. Allor che giunsero
A Ferenghìs, molte parole corsero
Su la remota via, perchè celata
Fosse ad ognun lor difficile impresa.
E niun di loro intenzion ben ferma
Consapevol si fosse. Allor che vide
Ferenghìs di Bihzàd il noto aspetto.
Ambe le gote sue sotto a le lagrime
Si velaron degli occhi. Ella accostava
A quel petto le gote, alla cervice
Del nobile destrier, l’alma invocando
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/29
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Alex brollo
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<poem>
Di Siyavìsh tradito. Allor che il pianto
Cessò dagli occhi suoi, velocemente
Corse a’ tesori d’ogni ben ricolmi,
Che là nell’ermo ostello alto riposto
Un tesoro ell’avea, di cui nessuno
Avea notizia de’ mortali in terra.
Traboccava di fulgide monete
Il tesor; v’eran gemme e prezïosi
Rubini assai, clave pesanti e ricche
Gualdrappe ed ascie, ferri acuti e spade,
Monete assai, gemme reali e fulgidi
Rubini e un diadema aspro di gemme.
:Poi ch’ella aperse al figlio suo dinanzi
L’ampio tesoro, e lagrimose avea
Le gote e di gran doglia il cor trafitto,
A Ghev così parlò: Tu che sì grave
Sopportasti fatica, or vedi in questo
Tesor qual brami tu gemma lucente.
Custodi ne siam noi, ma tuo soltanto
È il tesoro. E qui sta del viver nostro
In riscatto, e qui sta del tuo travaglio
In ricompensa. — Baciò innanzi a lei
La terra il prode e così disse: O donna
D’ogni donna regal, per te soltanto
Si fa la terra quale un paradiso
A primavera, e questo ciel la rea
Sorte e l’amica per te sola adduce.
Possa dinanzi al figlio tuo bennato
Servir la terra, de’ nemici tuoi
Caggia divelto al suol l’altero capo!
:Poi che di Ghev su le ricchezze accolte
Cadder gli sguardi, la corazza ei scelse
Di Siyavìsh gagliardo. E molte gemme
Tolsero, quali di valor più grande
Ivi scoprîr, quante portar fu dato
E sostener, celate e prezïose
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/30
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Alex brollo
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<poem>
•i7
Gualdrappe ed armi, d’un possente all’uopo.
Chiuse la porta il re del suo tesoro.
Del deserto alla via si preparava.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|IV Partenza per l’Iran.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 518-521).}}
<poem>
Di queste opere al fin, poser la sella
Con molti voti a’ lor destrier veloci,
E Ferenghis un elmo in su la fronte
Si pose. Come nembo ei si partirono,
Tre pellegrini, e volsero solleciti,
Nascostamente come quando adoprasi
Agii prestezza, ver l’irania terra
La fronte lor. Ma le città fùr tutte
Piene d’alto romore: «Ecco!, si disse,
Ito è Khusrèv d’Irania al suol». — Nè lungamente
restò questa novella ascosa,
Che tale a Piran corse ratto e disse:
D’Irania venne qui Ghev animoso,
Venne al gagliardo re di vigil core,
E alle città si volsero d’Irania
Ferenghis e Khusrèv con quell’eroe
Gh’è di battaglie amante! — Allor che udìa,
Molto Piran si dolse. Egli tremava
Come ramo di pianta alla bufera
E diceva in suo cor: Già già si avverano
Quanti dal prence udian gli orecchi miei
Detti funesti! Or che dirò dinanzi
Ad Afrasyàb?... S’oscura l’onor mio
Nel suo cospetto. — E scelse fra gli eroi
Kelbàd e Nestihèn, di ferrea tempra
Un valoroso, e comandò che tosto
Trecento di Turania cavalieri
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Alex brollo
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<poem>
•i7
Gualdrappe ed armi, d’un possente all’uopo.
Chiuse la porta il re del suo tesoro.
Del deserto alla via si preparava.
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{{Ct|c=t1|IV Partenza per l’Iran.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 518-521).}}
<poem>
:Di queste opere al fin, poser la sella
Con molti voti a’ lor destrier veloci,
E Ferenghis un elmo in su la fronte
Si pose. Come nembo ei si partirono,
Tre pellegrini, e volsero solleciti,
Nascostamente come quando adoprasi
Agil prestezza, ver l’irania terra
La fronte lor. Ma le città fûr tutte
Piene d’alto romore: «Ecco!, si disse,
Ito è Khusrèv d’Irania al suol». — Nè lungamente
restò questa novella ascosa,
Che tale a Pìran corse ratto e disse:
:D’Irania venne qui Ghev animoso,
Venne al gagliardo re di vigil core,
E alle città si volsero d’Irania
Ferenghis e Khusrèv con quell’eroe
Ch’è di battaglie amante! — Allor che udìa,
Molto Pìran si dolse. Egli tremava
Come ramo di pianta alla bufera
E diceva in suo cor: Già già si avverano
Quanti dal prence udian gli orecchi miei
Detti funesti! Or che dirò dinanzi
Ad Afrasyàb?... S’oscura l’onor mio
Nel suo cospetto. — E scelse fra gli eroi
Kelbàd e Nestihèn, di ferrea tempra
Un valoroso, e comandò che tosto
Trecento di Turania cavalieri
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Alex brollo
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<poem>
Gualdrappe ed armi, d’un possente all’uopo.
Chiuse la porta il re del suo tesoro.
Del deserto alla via si preparava.
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{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 518-521).}}
<poem>
:Di queste opere al fin, poser la sella
Con molti voti a’ lor destrier veloci,
E Ferenghis un elmo in su la fronte
Si pose. Come nembo ei si partirono,
Tre pellegrini, e volsero solleciti,
Nascostamente come quando adoprasi
Agil prestezza, ver l’irania terra
La fronte lor. Ma le città fûr tutte
Piene d’alto romore: «Ecco!, si disse,
Ito è Khusrèv d’Irania al suol». — Nè lungamente
restò questa novella ascosa,
Che tale a Pìran corse ratto e disse:
:D’Irania venne qui Ghev animoso,
Venne al gagliardo re di vigil core,
E alle città si volsero d’Irania
Ferenghis e Khusrèv con quell’eroe
Ch’è di battaglie amante! — Allor che udìa,
Molto Pìran si dolse. Egli tremava
Come ramo di pianta alla bufera
E diceva in suo cor: Già già si avverano
Quanti dal prence udian gli orecchi miei
Detti funesti! Or che dirò dinanzi
Ad Afrasyàb?... S’oscura l’onor mio
Nel suo cospetto. — E scelse fra gli eroi
Kelbàd e Nestihèn, di ferrea tempra
Un valoroso, e comandò che tosto
Trecento di Turania cavalieri
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/31
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<poem>
Si raccogliesser per assalti. Disse
All’esercito: In sella, alti sul culmine,
Non siate inerti, o prodi miei. La testa,
Soggiunse poi, d’un’asta in su la punta
Conficcate di Ghev. Nel suol profondo
Seppellir vuolsi Ferenghis; di ceppi
Carco fate Khusrèv infausto a noi,
D’orme infauste ancor più, ch’è senza tetto
E senza terra. Che se l’onde ei varca,
Lui malnato, del fiume, oh! chi sa dirne
Qual menerà sventura in questa terra,
A’ nostri prodi? — Così fu che schiera
Partì di giovinetti e di gagliardi,
E due vigili prenci ebhe per guida.
:Ferenghis col suo figlio affaticato
Avea la fronte reclinata al sonno
Per riposar dalla percorsa via
E dal travaglio di sue notti. Ai due
Era custode Ghev. Ambo dormìano,
Ma Ghev con cruccio e con ansia affannosa
De’ cavalier nemici al varco aperto
Gli occhi fermi tenea. L’ampia corazza
Avea sul petto e su la fronte un elmo,
Pieno d’angoscia il cor, data alla morte
La persona, e frattanto il palafreno
Di sua gualdrappa ei si tenea coperto.
D’ogni forte campion quale è costume.
:Di schiera che venìa, come da lungi
La polvere vedea, stese la mano,
La spada sfoderò. Sì come nube
Tonante in ciel, levò un orrendo grido
Onde l’alma turbavasi e la mente
De’ leoni selvaggi. Entro ai nemici
Cavalieri ei venia come procella,
E tutta all’assalir di quel gagliardo
La terra intenebrava. Or con la mazza,
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Alex brollo
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<poem>
Or col brando ei calava orrendi colpi
Dall’alto del destrier. Sazia era omai
L’alma de’ forti di quell’aspro assalto.
Della mazza di Ghev ardimentoso
Ai fieri colpi; e Ghev per l’ira e il duolo
Tale si fe’ che augusto agli occhi suoi
Sembrò qual rivo un mare. Il circondarono
I nemici, leoni furibondi,
Ampio uno stuolo, e quel calpesto campo
Un canneto parea per l’aste molte
Onde la luna era velata e il sole.
Ma in quella selva del leone il core
Forte crucciossi, e intorno a lui quel campo,
Quale un canneto, rosseggiò pel sangue
Come pel vino un torcolare. Molti
Ghev atterrò de’ suoi nemici, e tosto
Fuggirono da lui rotti ed affranti
I cavalieri in pria valenti, e disse
Kelbàd al prode Nestihèn: Costui
Rupe è montana ed ha robuste braccia
E late spalle. Sappi omai che questa
Di re Khusrèv è maestà; dai colpi
Della mazza di Ghev prode e gagliardo
Non vien cotesto. Che sarà di nostra
Natal terra, non so. Di Dio chi mai
Sfuggì al comando?... Ma, conforme ai detti
D’astrologi, davver! che al suol turanio
E a’ prenci nostri alta sventura è sopra!
:Come leoni s’avventar con l’ampia
Schiera che avean. Togli!, gridar si udia.
Piglia cotesto! — E levavasi intanto
Clangor di tube e gridar di pugnanti
E si scotean dal fondo le montagne
Al suono orrendo. Le vallate e il campo
Furon pieni di uccisi, e come porpora
Si fe’ la terra per il molto sangue.
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Alex brollo
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<poem>
Dinanzi a Ghev ch’eretta avea la fronte,
Sostegno degli eroi, tutti fuggirono
Di Turania i valenti. Eran feriti,
Eran disfatti, e ritornaron tutti
Da Piran che cervice alta portava.
A principe Khusrèv, tinte di sangue
Come leon le mani e l’ampio petto,
Venne quel forte e disse: O re, t’allegra,
Abbi virtude amica e la persona
E forte e lieta. Dietro a noi sen venne
Esercito d’eroi a far battaglia,
E v’era Nestihèn con man possente.
V’era Kelbàd. Chi ritornò superstite,
Così tornò, che lagrimar pel suo
Petto dovrassi e la cervice. Lascia
Rùstem soltanto, e non vegg’io chi meco
Possa lottar fra quanti cavalieri
Irania conta, — S’allegrò di lui
Khusrèv di pura fede; anche il lodava,
Benedicendo, assai. Un cibo ei presero
Di ciò che ritrovâr, poi s’affrettarono
Per passi aperti ed inaccessi lochi.
:Quando giunser piangenti ed affocati.
Feriti al petto, di Turania i prodi
À Pìran battaglier, grave uno sdegno
Ne avea costui. Disse a Kelbàd: Nascosta
Non rimarrà la portentosa cosa!
Con Ghev che feste voi? dov’è frattanto
Khusrèv?... Narrami tu veracemente
Lo strano caso come avvenne. — Disse
Kelbàd allor: Se innanzi a te la lingua
Sciogliessi, duce mio, ciò che pur fece
Ghev animoso a’ prodi tuoi gagliardi
Per raccontar, di campi di battaglie
Stanco sarebbe il tuo gran cor. Ben molte
Fiate in campo mi vedesti, ancora
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Alex brollo
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text/x-wiki
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<poem>
Lodasti il mio pugnar. Così, con tale
Vigor sovra le staffe io mi puntai,
Che dissi nel mio cor: «Vedrò travolto
Il mio nemico». Oh si! d’està mia clava
Più che mille ei toccò tremendi colpi,
Eroe, per la mia man. Detto tu avresti
Che veramente quella testa sua
Era un’incude, che il suo petto e il braccio
Qual zanna d’elefante erano forti.
Molti assalti vid’io di Rùstem prode,
Molti narrar ne udii da’ valorosi
Esperti in guerra, ma non vidi mai
Che sotto a’ colpi ei si tenesse fermo
Come costui, fra l’armi e fra il tumulto
Della battaglia. Anche se state fossero
Di cera in pugno a noi le nostre clave,
come cuoio d’un ucciso pardo
Debili l’aste ai cavalieri, niuna
Meraviglia saria se il petto e il braccio
E quell’artiglio suo da tanti colpi
Stati fosser conquisi, Eppur, quel prode
Infuriò, fremè nella battaglia
E sempre e sempre, e rinnovò tal grido
Qual d’elefante. Pei caduti eroi
La superficie del deserto campo
S’elevò in monte. Così fu da un prode
Una schiera d’eroi disfatta e persa.
:E quei rispose in gran disdegno: Basta!
Che parlar di tal cosa è vituperio
D’alcun nella presenza! Oh! non è degno
D’un cavalier quel tuo sermone! Intanto
Alla tenzone degli eroi non correre
Pazzamente così. Ne andavi, e teco
Era l’illustre Nestihèn; drappello
Di prodi vi seguia come leoni
Valorosi e pugnaci. Ed or tu festi
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 32 —|}}</noinclude><section begin="s1" />
<poem>
Di Ghev un elefante ebbro e furente,
Sì che in mezzo agli eroi cadde avvilito
Il nome tuo. Che se di ciò novella
Avrà un giorno Afrasyàb, l’imperïale
Corona gitterà, che due gagliardi,
Cavalieri ed eroi, con agguerrito
Drappel di combattenti, innanzi a un solo
Cavaliero voltarono le terga,
Ed ei molti uccidea turani prodi.
Ardimentosi. Con ludibrio ed onta
Molto di ciò si narrerà... Ma tu
Uom non se’ da vessil, da clave o timpani.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|V. Venuta di Piràn.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 521-526).}}
<poem>
:E Pìran cavalier seimila prodi
Scelse, animosi e di battaglie amanti,
Dall’esercito suo. Così lor disse:
:Or si convien le briglie a’ palafreni
Toccar velocemente, e notte e giorno,
Come leoni furibondi, il cinto,
Per riposar dal rapido cammino,
Non scioglier mai. Se toccano l’Irania
Ghev e Khusrév, pari a leene tutte
Di quella terra si faran le donne
Incontro a noi. Non rimarranno i pingui
Colti e l’acque scorrenti in questa terra,
E n’avrà fiero duol nel cor profondo
Afrasyàb regnator. Di me la colpa
In lor fuga ei vedrà, non già del sole,
Non pei moti degli astri o della luna.
:Levarono la fronte a’ detti suoi
E corser notte e dì velocemente
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/36
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2026-05-23T20:06:18Z
Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 33 —|}}</noinclude>
<poem>
Di passo egual, di sonno o di quiete
Nella notte e nel dì non fero inchiesta.
Anche il seppe Afrasyàb. Ma s’affrettavano
Dall’altra parte a superar la via
E Ghev e Ferenghìs e il giovinetto
Sire, fin che giugnean d’una profonda
Riviera al margo. Avean corazza ed elmo,
Arnesi avean di guerra. Il cupo fiume
Gulzarryùn si dicea, che a primavera
Lago di sangue per le torbid’acque
Parea davver. Giunsero all’onde sue
I pellegrini, e al sire imperïale
Scorta era Ghev. Passar qui si conviene
Da questa sponda, egli dicea, del fiume,
E un cotal poco abbandonarci al sonno.
Esercito se vien per darne assalto,
L’acque del fiume ne saran difesa.
:Disse, e quelli prendean lo scarso cibo
Rimasto. A riposar col generoso
Ghev il prence assentì. Ma dal deserto
Levasi repentino un polverio.
Che il monte e le sue falde e i suoi recessi
Ingombra e oscura. S’accostava al fiume
Pìran intanto, e senz’ordine il suo
Esercito era sparso alla campagna.
Mentre sul suolo, dall’opposta sponda,
Ghev e il prence dormìan, stavasi intenta
Alla vedetta Ferenghis. Costei
Levò lo sguardo dal suo loco, e vide
Del duce di Turania la bandiera.
Corse a Ghev, di cotesto a dargli annunzio,
E ruppe il sonno a’ due dormienti. Oh!, disse,
Ben che affranto così, levati, o prode.
Che venne omai per te di fuga il tempo.
A nostre terga esercito sen viene,
E temo assai che tempo stringa. Vedi
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2026-05-23T20:09:10Z
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<poem>
Di Pìran condottier l’alto vessillo.
Vedi che oscura al polverio la faccia
De la terra si fa. Che se t’afferrano,
Ti tolgon l’alma, al nostro cor recando
Pel tuo dolor fiera un’angoscia, e me
Gol figlio mio, piangente e dolorosa
E in ceppi, d’Afrasyàb nella presenza
Pìran trarrà. Dall’orrido viluppo
Di tanti mali già non so qual cosa
Uscir dovrà, che niun conosce in terra
Del ciel superno l’intimo secreto.
:E Ghev le disse: O d’ogni regal donna
E regina e signora, a che nell’alma
Tanto perciò t’affliggi?... Ogni opra mia
È per Khusrèv, d’ogni sovrano in terra
Il più giovane inver. Per quella sua
Inclita sorte è radïante il cielo,
A piè del trono suo sta l’ampia terra
Qual schiava. Che se Iddio, nostro signore,
Vorrà che a lieto fin nostr’opra aggiunga,
Per l’aita di lui, per la corona
Del re, non temo no d’alcuna pugna
Del turanico stuol. Ma tu, col sire,
Sali, deh,! sali a questa rupe in cima,
Non perder tua virtù pel vecchio duce,
Per l’esercito suo. Me, me protegge
L’Eterno vincitor, qui nel mio grembo
Sorte mi sta propizia; ond’è che in sella
Non soffrirò che un cavalier ne resti,
Per la forza di Dio, dator di vita
A tutti noi! — E re Khusrèv allora:
:Eroe pugnace, or sì che l’opra tua
Per me ben lunga a te si rende! Scampo
Della morte dai lacci io ritrovai,
Ma tu non ti gittar dentro a le fauci
D’un fero drago. Nobile semenza
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 35 —|}}</noinclude>
<poem>
10 qui mi son di Siyavìsh illustre,
Domator di leoni e di re figlio.
A me dunque discendere s’addice
In campo a contrastar, spruzzar col ferro
L’atre stille di sangue in fino al cielo.
:E Ghev rispose allor: Prence che eretta
La fronte levi, di tuo serto al mondo
Necessità sorvenne. Il padre mio
È un guerriero e guerrier son io del pari,
Sempre pel mio signor cinto dell’armi.
Ho settanta fratelli ed otto ancora,
Ma pere il mondo se quel nome tuo
In giù declina. Son gli eroi ben molti,
Pochi i regnanti, anzi non pochi; un solo
Qui ne vegg’io ch’è senza prole. Ucciso
Ov’io qui fossi, altri verrà; ma resta
La corona regal, se resta illeso
11 capo che la cinge. Ove tu in parte
Di qui lontana rimanessi estinto,
Nessun vegg’io che di regal corona
di trono sia degno. E il dolor mio
Di sett’anni disperso andrebbe al vento.
Ed io vergogna al nascimento illustre
Per me stesso farei... Sali tu adunque
Sovra l’altura ad osservar l’esercito.
A me alleato è Iddio. Che se vincente
10 qui sarò, per tua real grandezza
Ciò fia soltanto, che dell’ale tue
Tutto riposa il mondo all’ombra amica.
:La corazza vestì, come leone
Innanzi venne, e sotto avea qual monte
11 nobile destrier. Di qua dal fiume
Teneasi il forte e dall’opposta parte
Di Turania lo stuol; stava nel mezzo
Il fiume e tronca era la via. Qual tuono
A primavera, Ghev urlò, chiedendo
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/39
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Alex brollo
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<poem>
Arditamente del turanio duce,
E Piran s’adirava. Alto imprecando
Ei rispose: O malnato, o abietto figlio
Di razza vil, solo tu adunque sceso
A battaglia sei qui? solo dinanzi
Di gagliardi a un drappello arditamente
Così venisti?... Or be’, tu proverai
De’ nostri dardi i fieri colpi e il funebre
Lenzuol ti appresterà de’ falchi agresti
L’adunco artiglio. Che se un cavaliero
Sei tu veracemente, anche se un monte
Fossi di acciaro, ti verranno attorno
Come formiche i mille prodi miei
E sul tuo seno ti faranno a brani
Cotesto arnese e poi, quale un carcame,
Ti metteran sotterra. Ecco, un feroce
Leon così dicea: «Quando l’estrema
Ora scoccò d’una cervetta, il fato
Conta il suo respirar; ch’ella sen viene
D’un leon fero in potestà, ne segue».
E te qui pur menò l’avara sorte
A me dinanzi, d’osti eroi famosi
Nel cospetto. — Gridò quel valoroso.
Quel signor di gagliardi, inclito e forte:
:O turanio malnato, egli dicea.
Stirpe di Devi, un condottier tuo pari
Mai nel mondo non sia!... Ben tu vedesti
Ciò che fec’io per vendicar la morte
Di Siyavìsh e ti piacesti allora
Di mia pugna davvero. Oh! quanti eroi
Di Turania e di Cina ebber l’estremo
Fato da questa man nel dì dell’armi!
Ed io la casa tua tutta distrussi.
Alla tua vita sovrastò l’estremo
Periglio per mia man. Fra l’altra gente
Eran due donne ancor, donne regali,
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Alex brollo
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<poem>
Arditamente del turanio duce,
E Piran s’adirava. Alto imprecando
Ei rispose: O malnato, o abietto figlio
Di razza vil, solo tu adunque sceso
A battaglia sei qui? solo dinanzi
Di gagliardi a un drappello arditamente
Così venisti?... Or be’, tu proverai
De’ nostri dardi i fieri colpi e il funebre
Lenzuol ti appresterà de’ falchi agresti
L’adunco artiglio. Che se un cavaliero
Sei tu veracemente, anche se un monte
Fossi di acciaro, ti verranno attorno
Come formiche i mille prodi miei
E sul tuo seno ti faranno a brani
Cotesto arnese e poi, quale un carcame,
Ti metteran sotterra. Ecco, un feroce
Leon così dicea: «Quando l’estrema
Ora scoccò d’una cervetta, il fato
Conta il suo respirar; ch’ella sen viene
D’un leon fero in potestà, ne segue».
E te qui pur menò l’avara sorte
A me dinanzi, d’osti eroi famosi
Nel cospetto. — Gridò quel valoroso.
Quel signor di gagliardi, inclito e forte:
:O turanio malnato, egli dicea.
Stirpe di Devi, un condottier tuo pari
Mai nel mondo non sia!... Ben tu vedesti
Ciò che fec’io per vendicar la morte
Di Siyavìsh e ti piacesti allora
Di mia pugna davvero. Oh! quanti eroi
Di Turania e di Cina ebber l’estremo
Fato da questa man nel dì dell’armi!
Ed io la casa tua tutta distrussi,
Alla tua vita sovrastò l’estremo
Periglio per mia man. Fra l’altra gente
Eran due donne ancor, donne regali,
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<poem>
Ed io meco le trassi prigioniere
Di Khotèn dalla terra. Una era tua
Sorella, e l’altra la tua sposa. Oh! quanto
Tremavano per te, per la persona,
Per l’alma tua!... Ma quando m’incontrai
In due turani truculenti, all’infimo
Donai di lor sì come schiava addetta
Una di quelle. Or io men venni in alto,
In basso tu; dell’alma tua la pace
Tu perdesti, tranquillo io mi restai,
Che le terga a fuggir, sì come donna,
A me mostrasti e piagnoloso e in gemiti
Festi ritorno. Oh sì, come una donna.
D’uopo ài tu di marito! E millantarti
Già non ti dèi, come gagliardo, ai forti
Nella presenza, che simili a donne
Esser debbon gli eroi che pugnan teco.
Ov’è quel saggio che ardirìa lodarti?
Sappi che d’ora in poi di tua vergogna
Favelleranno in sempiterno i prenci
De’ musici nei canti. E allor dirassi
Che Ghev, da solo, via condusse il prence
Khusrèv con sè. Davver! che il vostro nome
Sol per vergogna ricordar fia d’uopo!
E sappi ancor che de la terra i grandi.
Il Kàyser e il Faghfùr, di Cina il prence,
Di Kàvus regnator tutti i cognati
E i prenci, i forti, i valorosi in guerra
Dagli elmi d’or, tutti chiedean la figlia
Di Rùstem prode e preparâr l’inchiesta
Con la speme del cor. Genero suo
Per farsi anche invïò suoi messaggieri
Tus animoso; ma di lui si rise
Un cotal poco quel possente. Il prode
Il connubio fuggia di cotal gente,
Poi che niuno fra lor di sè ben degno
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Alex brollo
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<poem>
Trovar potè. Rùstem, allor, lo sguardo
Girò pel mondo assai, nè alcun gli piacque
Fra tanti eroi; ma sol per sapienza,
Per nascita e valor, per dignitate.
Di me si ricordò nella sua grazia,
Nel favor suo. L’eletta figlia sua,
Più cara a lui di sua corona, il prode
Rùstem mi diè; sì, sì, la maggior figlia,
Banu-gushàsp cavalcatrice in guerra,
L’inclito eroe mi die, fra tanti eroi
Me solo elesse, la mia fronte all’alto
Ciel sollevando. Ma la mia sirocchia
A lui diedi in ricambio, inclita donna
Fra le donne regali, la leggiadra
Shahr-i-Banù-Irèm. Cosi, se levi
Rùstem soltanto, leonino prode.
Gagliardo e forte, eroe che mi sia pari
Non ho nel mondo. E quando alta vendetta
A dimandar qui ne verrò con lui,
Gran pianto farai tu. Loco di pugna
È per me loco di convito, e l’elmo
Di gran valore è il serto mio. Con questa
Fulgida spada agli occhi tuoi la terra
Tenebrosa farò. Bada: se vivo
Lascierò alcun delle tue schiere, al mondo
Non dir più mai che nome ho di gagliardo.
Khusròv intanto, re dei re, al suolo
D’Irania menerò ; de’ forti al sire
L’addurrò nel cospetto, e su quell’inclito
Eburneo seggio anche seder faroUo
E in fronte gli porrò quella corona
Che illumina ogni cor. Poscia, vestendo
L’arnese mio di gran valor, di belve
Le turanie città renderò tulle
Orrido covo. Oh si!, verrò in Turania
oual l’ion furibondo, alla vendetta
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{{Centrato|III.}}
Giunto sul territorio dei cosacchi del Don, cambiò la ''troïka'' per una carretta; passò Stavropol, e l’aria divenne così tepida, che Olénine si tolse la pelliccia. Eravamo in piena primavera, una primavera inattesa, che entusiasmò il giovane. Non viaggiava più di notte, non gli permettevano di lasciare il villaggio di sera perchè era pericoloso. A una delle fermate, il capo gli parlò di un orribile delitto commesso poco tempo avanti. Si scorgevano delle persone armate sulla via. «Ecco dove comincia l’èra nuova» pensò Olénine, ed aspettò con impazienza le montagne dalle cime nevose, delle quali gli avevano tanto parlato. Una sera, il cocchiere gli indicò con la punta della frusta la catena che si delineava fra le nuvole. Olénine rivolse a quella i suoi sguardi avidi, ma le montagne si perdevano nella nebbia. Olénine scòrse<noinclude><references/></noinclude>
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Utoutouto
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<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|19|riga=si}}</noinclude>qualche cosa di vago, di grigio, una sfumatura, nulla di bello. Disse fra sè con rabbia che le montagne e le nubi avevano il medesimo aspetto, e che la loro pretesa bellezza non era che una disillusione, come la musica di {{AutoreCitato|Johann Sebastian Bach|Bach}} e l’amore; e cessò di pensarvi.
Il giorno dopo, l’aria fresca lo risvegliò con l’alba; gettò uno sguardo indifferente alla sua destra.
La mattinata era bella e serena; vide ad un tratto (a lui parve a venti passi di distanza) delle masse enormi di una bianchezza risplendente disegnarsi in leggieri contorni e in linee capricciose su di un cielo lontano. Allorchè comprese quanto erano distanti da lui quelle imponenti altezze, fu preso da un segreto terrore e credette di sognare. Si scosse per assicurarsi di essere ben sveglio. Sì, le montagne erano là, realmente davanti a lui.
— Che cos’è!... che cosa vedo? — domandò.
— Sono le montagne — rispose il cocchiere con indifferenza.
— Le ammiro da molto tempo; — disse Vania — quanto sono belle! Nessuno da noi lo crederebbe. —
La catena pareva che fuggisse all’orizzonte davanti alla rapida andatura della ''troïka'' ed ai primi raggi del sole le sue cime si coloravano di una tinta rosata.
Olénine fu prima colpito da stupore, poi affascinato; a mano a mano che ammirava or l’una, or l’altra di quelle risplendenti cime, vedeva tutta la catena svolgersi dal fondo delle steppe e fuggirgli davanti. A poco a poco si penetrava di quella bellezza, e finì<noinclude><references/></noinclude>
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Utoutouto
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|20|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>per sentirla profondamente. Da quel momento tutto ciò che vide, tutto ciò che pensò, risentiva della maestosa impressione delle montagne. I ricordi del passato, le sue colpe, i suoi rimpianti, le sue folli illusioni, ogni cosa svanì.
— Soltanto adesso tu cominci a vivere! — gli mormorò all’orecchio una voce misteriosa.
Il Terek<ref>Fiume che sbocca nel mar Caspio.</ref> che serpeggiava lontano, i villaggi, i cosacchi, tutto prese un aspetto solenne agli occhi suoi. Guardava il cielo e sognava le montagne, guardava Vania e non pensava che alle montagne. Apparvero due cosacchi a cavallo, col fucile in spalla; il fumo turchino di due abitazioni circasse sorgevano al di là del Terek; il sole nascente rischiarava i canneti che costeggiavano il fiume; una rustica carretta usciva da un villaggio; delle donne giovani e belle comparivano sui lati della strada; dei circassi ostili alla Russia correvano nelle steppe, Olénine non li temeva; era giovane, vigoroso, bene armato, e sognava le montagne, sempre le montagne!<noinclude><references/></noinclude>
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I Cosacchi/III
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Utoutouto
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Il numero degli elettori iscritti riguarda l'intero collegio; il numero dei votanti e quello del voti conseguiti dai candidati non comprendono invece i risultati della votazione nelle sezioni di Majori, Tramonti e Corbara, le quali contavano complessivamente 762 elettori.
L'On. Marghieri era stato proclamato eletto dalla Giunta delle elezioni con voti 1090, contro 1082 assegnati all’On. Meszacapo. In seguito, e cioè il 18 dicembre 1905, fu proclamato il ballottaggio.
Il numero degli elettori iscritti riguarda l'intero collegio; il numero dei votanti e quello del voti conseguiti dai candidati non comprendono invece i risultati della votazione avvenuta nella sezione di Amalfi (431 elettori), nelle 1ª e 2ª sezione di Maiori (617 elettori) e nella sezione di Minori (358 elettori), le urne delle quali sezioni furono inviate alla Presidenza della Camera. I dati furono comunicati dal Prefetto di Salerno.
L'On. Marghieri fu proclamato eletto dalla Giunta delle elezioni. Non risulta quanti furono 1 voti assegnati dalla Giunta stessa a ciascuno dei due candidati.
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Carlomorino
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Il numero degli elettori iscritti riguarda l'intero collegio; il numero dei votanti e quello del voti conseguiti dai candidati non comprendono invece i risultati della votazione nelle sezioni di Majori, Tramonti e Corbara, le quali contavano complessivamente 762 elettori.
L'On. Marghieri era stato proclamato eletto dalla Giunta delle elezioni con voti 1090, contro 1082 assegnati all’On. Meszacapo. In seguito, e cioè il 18 dicembre 1905, fu proclamato il ballottaggio.
Il numero degli elettori iscritti riguarda l'intero collegio; il numero dei votanti e quello del voti conseguiti dai candidati non comprendono invece i risultati della votazione avvenuta nella sezione di Amalfi (431 elettori), nelle 1ª e 2ª sezione di Maiori (617 elettori) e nella sezione di Minori (358 elettori), le urne delle quali sezioni furono inviate alla Presidenza della Camera. I dati furono comunicati dal Prefetto di Salerno.
L'On. Marghieri fu proclamato eletto dalla Giunta delle elezioni. Non risulta quanti furono 1 voti assegnati dalla Giunta stessa a ciascuno dei due candidati.
Elezione complementare di ballottaggio del 14 gennaio 1906.
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Il numero degli elettori iscritti riguarda l'intero collegio; il numero dei votanti e quello del voti conseguiti dai candidati non comprendono invece i risultati della votazione nelle sezioni di Majori, Tramonti e Corbara, le quali contavano complessivamente 762 elettori.
L'On. Marghieri era stato proclamato eletto dalla Giunta delle elezioni con voti 1090, contro 1082 assegnati all’On. Meszacapo. In seguito, e cioè il 18 dicembre 1905, fu proclamato il ballottaggio.
Il numero degli elettori iscritti riguarda l'intero collegio; il numero dei votanti e quello del voti conseguiti dai candidati non comprendono invece i risultati della votazione avvenuta nella sezione di Amalfi (431 elettori), nelle 1ª e 2ª sezione di Maiori (617 elettori) e nella sezione di Minori (358 elettori), le urne delle quali sezioni furono inviate alla Presidenza della Camera. I dati furono comunicati dal Prefetto di Salerno.
L'On. Marghieri fu proclamato eletto dalla Giunta delle elezioni. Non risulta quanti furono 1 voti assegnati dalla Giunta stessa a ciascuno dei due candidati.
Elezione complementare di ballottaggio del 14 gennaio 1906.
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Il numero degli elettori iscritti riguarda l'intero collegio; il numero dei votanti e quello del voti conseguiti dai candidati non comprendono invece i risultati della votazione avvenuta nella sezione di Amalfi (431 elettori), nelle 1ª e 2ª sezione di Maiori (617 elettori) e nella sezione di Minori (358 elettori), le urne delle quali sezioni furono inviate alla Presidenza della Camera. I dati furono comunicati dal Prefetto di Salerno.
L'On. Marghieri fu proclamato eletto dalla Giunta delle elezioni. Non risulta quanti furono 1 voti assegnati dalla Giunta stessa a ciascuno dei due candidati.
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L'On. Marghieri era stato proclamato eletto dalla Giunta delle elezioni con voti 1090, contro 1082 assegnati all’On. Meszacapo. In seguito, e cioè il 18 dicembre 1905, fu proclamato il ballottaggio.
Il numero degli elettori iscritti riguarda l'intero collegio; il numero dei votanti e quello del voti conseguiti dai candidati non comprendono invece i risultati della votazione avvenuta nella sezione di Amalfi (431 elettori), nelle 1ª e 2ª sezione di Maiori (617 elettori) e nella sezione di Minori (358 elettori), le urne delle quali sezioni furono inviate alla Presidenza della Camera. I dati furono comunicati dal Prefetto di Salerno.
L'On. Marghieri fu proclamato eletto dalla Giunta delle elezioni. Non risulta quanti furono 1 voti assegnati dalla Giunta stessa a ciascuno dei due candidati.
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Il numero degli elettori iscritti riguarda l'intero collegio; il numero dei votanti e quello del voti conseguiti dai candidati non comprendono invece i risultati della votazione nelle sezioni di Majori, Tramonti e Corbara, le quali contavano complessivamente 762 elettori.
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Carlomorino
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4751| 3094) Bertetti Michele. . 1° uru. 1609 6 095] 4664] Casalegno Edoardo . 1° scrat. |1 763)
r tent. | 2° serut. 1 885 1° serat.| 2° serat. |2 683)
3 785) | 4931 tas
9 sent.) Casalegno Edourdo |° ser. 1486 secat.| Bertetci Michele. . I serut. |1 789} da 20 a 22 (U)
2° serat, r 840 2° serat, (2 298
Actis Giov. Battista |* seat. | 496 Amateis Francesco. 1° serat, |1 019)
Il numero degli elettori! fecriti! riguarda l'intero colegio; 11 numero def vo
tant! e quello del vot conseguiti dai candidat! non comprendono invece | risaltati della votazione avvennta nella sezione di Givoletio, la quale conta 58 elettori.
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| ||colspan=4 {{cs|Ll}} |<br/> aaaaaaa || style="border-left:3px double;" | || {{cs|l}} | || {{cs|l}} | || || {{cs|l}} | || {{cs|l}} | ||
{{Wl|Q48802633|Collegio elettorale di Cuorgnè}} (popolazione 57,690).
4824||3091 Goglio Ginseppe 2409 5637||3352 Goglio Giuseppe 2436 21, 22 (U)
Allasia Leandro 687 Allasia Leandro 861
{{Wl|Q48803252|Collegio elettorale di Ivrea}} (popolazione 63,456).
7264; 3819’ Pinchia Emilio. . . . . . (2265 8 284| 5298) Saudino Glacomo | . 1° serat, [1 525)
| _ I? serut. 2° serat. |2 785)
| Frissi Arturo... . . . |L407 | 5
| te rerut,| Pinchia Emilio . . 1® serat, |9 187| da 17 2 22 (U)
Y werut, |2 740)
H | Casalini (siulio % . \° serut. |1 470
{{Wl|Q48802751|Collegio elettorale di Lanzo Torinese}} (popolazione 54,174).
3718] 2631) Rastelli Giovanni . .. . |1688 5 030) ba Rastelli Qlovanni. . . . . . |2209| 22 (U)
1
| Palberti Romualdo. . . | 870 i | Del Isola Luigi. . . . . aia!
Il numero dei votanti fu comunicato dal Profetto di Torino.
{{Wl|Q48803293|Collegio elettorale di Pinerolo}} (popolazione 52,453).
3855) 2414) Facta Luigi . 2082 4326 2736! Facta Luigi '2201/ da 18 a 22 (U)
Razetti Flavio 380 | Maceari Luigi. «6. | 495
{{Wl|Q48803126|Collegio elettorale di Susa}} (popolazione 59,002).
4843} 3312) Chiapusso Felice scr 1558||6128||4249 {{Wl|Q63871495|Richard Giulio}} scr 1937 22 (U)
scr 1845 scr 2674
3546 4309.
Richard Giulio scr 1312 Viglongo Stefano scr 1171
scr 1668 scr 1568
Viglongo Stefano scr 868} Levi Abramo scr 760
Piccini Vittorio scr 807
Elezione suppletiva del 23 febbraio 1908, in seguito a decesso dell’eletto.
6027||4182 {{Wl|Q63871495|Richard Giulio}} scr 1865
scr 2742
4091
scr Viglongo Stefano scr 1289
scr 1238
Levis Giuseppe scr 593
Bruno Giustino scr 313
--><noinclude></noinclude>
4oayw2s49a7jv0bgui0lk8vqvobrdnt
Wikisource:Bar/Archivio/2026.05
4
1017337
3839907
3839825
2026-05-23T14:47:34Z
Alex brollo
1615
/* In difesa della matematica */ Risposta
3839907
wikitext
text/x-wiki
{{Bar}}
== WikiOscar 2026 ==
Ciao! Anche quest'anno nei '''[https://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Scherzi_e_STUBidaggini/Wikioscar/2026 Wikioscar]''' che si tengono su Wikipedia in lingua italiana è presente un [https://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Scherzi_e_STUBidaggini/Wikioscar/2026#Wikirilettore premio] per l'utente che ha sempre la testa nei libri. Potete votare il vostro utente preferito dal 1° al 7 maggio! [[User:Atlante|Atlante]] ([[User talk:Atlante|disc.]]) 10:33, 1 mag 2026 (CEST)
== Discussione in Commons su CropTool ==
Qui: [[:c:Commons:Village_pump/Proposals#Cropping_with_"book"_template]] una discussione propositiva sui problemi di CropTool. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 20:10, 2 mag 2026 (CEST)
== DPL ==
Ricevo e condivido questo messaggio riguardo DPL (DynamicPageList):
: Ciao, ho per caso incrociato la tua [https://it.wikinews.org/wiki/Wikinotizie:Bar/DynamicPageList richiesta] di 16 anni fa a proposito di DPL. Non so se poi l'hai usata qui, ma sembra che l’estensione verrà disattivata con la chiusura di Wikinews. Se ne fate uso, ''sapevatelo''! --[[User:Infosfera|Infosfera]] ([[User talk:Infosfera|disc.]]) 20:40, 3 mag 2026 (CEST) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:22, 4 mag 2026 (CEST)
:@[[Utente:Infosfera|Infosfera]], posso chiederti dove hai visto che DPL verrà disattivato? Qui non lo usiamo moltissimo, ma è comunque una funzione che personalmente mi è utile e mi dispiacerebbe perdere. Quindi volevo capire se è già una decisione presa ben più in alto di noi, o se c'è ancora margine per salvarlo. Grazie! [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 15:44, 8 mag 2026 (CEST)
::Ciao @[[Utente:Candalua|Candalua]]. Potrebbe essere una mia interpretazione eccessivamente pessimistica ed estensiva, ma considerato che mediawiki.org/wiki/Extension:DynamicPageList qui si dice che è stata sviluppata essenzialmente per WNews, e che su tutte le wikinews è stata sostituita con liste statiche nell'ambito della chiusura delle wiki, il rischio che sia deprecato, non più supportato e prima o poi globalmente rimosso mi sembra da non escludere, anche tenuto conto che si parla di problemi prestazionali e del fatto che a questo punto non ci sono più wiki che ne hanno "necessità strutturale".
::Stando così le cose, finchè lo si usa per task personali non prioritari nessun problema, ma fossi in te non mi fiderei troppo a costruirci sopra funzionalità essenziali complesse. Per info più affidabili forse puoi rivolgerti a meta.wikimedia.org/wiki/User:Ladsgroup ha curato la rimozione da tutte le wikinews.
::(ps: colgo l'occasione per [https://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Scherzi_e_STUBidaggini/Wikioscar/2026#c-ZandDev-20260508000200-%C3%80ncilu-20260501053200 congratularmi per il wikioscar]) -- [[User:Infosfera|Infosfera]] ([[User talk:Infosfera|disc.]]) 17:00, 8 mag 2026 (CEST)
:::(scusa i link monchi ma si vede che c'è un filtro per "giovani" che mi impedisce di metterli funzionanti) [[User:Infosfera|Infosfera]] ([[User talk:Infosfera|disc.]]) 17:01, 8 mag 2026 (CEST)
== <span lang="en" dir="ltr">Tech News: 2026-19</span> ==
<div lang="en" dir="ltr">
<section begin="technews-2026-W19"/><div class="plainlinks">
Latest '''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|tech news]]''' from the Wikimedia technical community. Please tell other users about these changes. Not all changes will affect you. [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/19|Translations]] are available.
'''Weekly highlight'''
* The [[mw:Special:MyLanguage/Article guidance|Article guidance]] team invites experienced editors of [[mw:Special:MyLanguage/Article guidance/Pilot wikis and collaborators|pilot Wikipedias]]—Arabic, Bangla, Japanese, Portuguese, Persian, Turkish, Simple English, Spanish, and French—to help translate and adapt [https://b24e11a4f1.catalyst.wmcloud.org/wiki/Category:Pages_using_article_guidance sample outlines]. These outlines will guide editors in creating clear, well-structured, and policy-compliant articles when using [https://b24e11a4f1.catalyst.wmcloud.org/wiki/Special:NewArticle the feature] once it is launched in May 2026. [[mw:Special:MyLanguage/Article guidance#Adapting a sample outline in a Wikipedia|Simple instructions]] on how to translate and adapt the outlines are available.
'''Updates for editors'''
* The [[:m:Special:MyLanguage/Product and Technology Advisory Council|Product and Technology Advisory Council]] has published [[:m:Special:MyLanguage/Product and Technology Advisory Council/May 2026 draft PTAC recommendation for feedback|draft recommendations]] on a model that affiliates can follow when contributing to the technical space. Community members are invited to provide feedback on the recommendation until May 8th [[:m:Talk:Product and Technology Advisory Council/May 2026 draft PTAC recommendation for feedback|on the talk page]].
* The number of available thumbnail size preferences in MediaWiki is being reduced to three standardized options—Small (180px), Regular (250px), and Large (400px), as part of ongoing efforts to improve performance and reduce strain on thumbnail services. As a result, existing preferences will be mapped to the nearest new size (for example, smaller selections like 120px or 150px will render at 180px, while larger ones like 300px or 360px will render at 400px). The preferences interface will soon be updated to reflect these changes, and users who wish to opt out or provide feedback can do so. [https://phabricator.wikimedia.org/T424909]
* From now on, even when a permission expires automatically, users will receive an Echo notification similar to the standard notification for permission changes. There is a difference between this and [[m:Special:MyLanguage/Global reminder bot|Global reminder bot]] in that the latter reminds users a week ''before'' the rights are due to expire, so that they can renew the rights.
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] View all {{formatnum:32}} community-submitted {{PLURAL:32|task|tasks}} that were [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Recently resolved community tasks|resolved last week]]. For example, the problem where the ULS language selector in [[m:Special:Translate|Special:Translate]] would scroll vertically when it shouldn't, has been resolved. Previously, when users opened the "Translate to English" dropdown and typed certain inputs, the dialog would scroll vertically by a few pixels even when there was enough space to display all results. The dropdown no longer shifts unnecessarily when filtering languages. [https://phabricator.wikimedia.org/T358864]
* The [[m:Special:GlobalWatchlist|Global Watchlist]], which lets you view your watchlists from multiple wikis on a single page, continues to improve. For example, watchlists for Wikibase sites such as [[:d:|Wikidata]] now support [[mw:Special:MyLanguage/Extension:EntitySchema|EntitySchema]] elements for better tracking. The Live Updates mode now refreshes the special page every 60 seconds to comply with the updated [[mw:Special:MyLanguage/Wikimedia APIs/Rate limits|global API rate limits]] for improved real-time responsiveness. Additionally, a directionality bug that displayed links as "changes 3" instead of "3 changes" in mixed-direction lists has been fixed. [https://phabricator.wikimedia.org/T415450][https://phabricator.wikimedia.org/T424422][https://phabricator.wikimedia.org/T418091]
'''Updates for technical contributors'''
* The second phase of [[mw:Special:MyLanguage/Wikimedia APIs/Rate limits|global API rate limits]] has been rolled out to reduce the [[diffblog:2026/03/26/quo-vadis-crawlers-progress-and-whats-next-on-safeguarding-our-infrastructure/|impact of AI crawlers]] and ensure fair, sustainable access to Wikimedia resources, prioritising human and mission-aligned traffic. [[mw:Special:MyLanguage/Wikimedia APIs/Rate limits#Limits|Limits]] have been shifted from per-hour to per-minute, producing smoother traffic patterns and more predictable API load. Community users are not expected to be affected, and no action is required. Early indications show some User-Agent-based requestors are adjusting behaviour, and around 64% of automated API traffic has been identified. Monitoring continues, and Wikimedia Enterprise remains available for commercial support.
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] Detailed code updates later this week: [[mw:MediaWiki 1.46/wmf.27|MediaWiki]]
'''''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|Tech news]]''' prepared by [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Writers|Tech News writers]] and posted by [[m:Special:MyLanguage/User:MediaWiki message delivery|bot]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News#contribute|Contribute]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/19|Translate]] • [[m:Tech|Get help]] • [[m:Talk:Tech/News|Give feedback]] • [[m:Global message delivery/Targets/Tech ambassadors|Subscribe or unsubscribe]].''
</div><section end="technews-2026-W19"/>
</div>
<bdi lang="en" dir="ltr">[[User:MediaWiki message delivery|MediaWiki message delivery]]</bdi> 22:43, 4 mag 2026 (CEST)
(This message was sent to [[:Wikisource:Bar]] and is being posted here due to a redirect.)
<!-- Messaggio inviato da User:STei (WMF)@metawiki usando l'elenco su https://meta.wikimedia.org/w/index.php?title=Global_message_delivery/Targets/Tech_ambassadors&oldid=30498077 -->
== QUO VADIS ==
Buon giorno a tutti
Ho visto che ''Quo vadis'' manca qui su Wikisource e non ho trovato una versione italiana ''in giro'' su Internet Archive o altri siti simili.
Hp trovato però che è presente su [https://liberliber.it/autori/autori-s/henryk-sienkiewicz/quo-vadis/ liber liber], basata su una traduzione del 1915 di {{AutoreCitato|Paolo Valera|Paolo Valera}}.
Mi domando, quindi, se è possibile trascriverla anche qui su Wikisource. In caso affermativo, devo procedere in maniera standard (cioè download del pdf - salvataggio in Commons - creazione pagina per pagina ... ) oppure fare cut&paste direttamente capitolo per capitolo? Ho notato che in alcuni casi manca la fonte a fianco della pagina.
Grazie [[User:BuzzerLone|BuzzerLone]] ([[User talk:BuzzerLone|disc.]]) 12:59, 5 mag 2026 (CEST)
:@[[Utente:BuzzerLone|BuzzerLone]] Nei suoi primi anni Wikisource spesso faceva "trascrizioni di trascrizioni". Oggi mi risulta che questa pratica (almeno per i testi "nati solo cartacei", e dunque precedenti l'era digitale in cui di solito le prime edizioni cartacee escono in contemporanea a quelle digitali) non sia più accettata in quanto fa aumentare probabilità di refusi. Per i testi nativi digitali inoltre non si può parlare di "testi rileggibili" proprio per assenza di testo cartaceo a fronte. [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 13:22, 5 mag 2026 (CEST)
::In realtà un divieto esplicito non è mai stato introdotto; è una pratica sconsigliata, ma non vietata se non è possibile trovare una fonte cartacea. Diciamo che l'invito in generale è quello di dedicarsi ad attività ad alto valore aggiunto, come le trascrizioni dalle scansioni, ed evitare il semplice "copia e incolla" del lavoro già fatto da altri. Poi anche il copia-incolla può avere la sua utilità (per esempio radunare su questo sito tutti i testi di un certo autore, altrimenti sparsi ovunque; oppure correggere qualche refuso che su liberliber o altri siti non è semplice segnalare e correggere). Nel caso, la procedura da seguire non è quella normale, ma appunto un semplice copia-incolla capitolo per capitolo, compilando poi la pagina Discussione con il template Infotesto. Se un giorno saranno disponibili delle scansioni, adegueremo il testo alla procedura proofread, come già fatto per molti altri. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 14:29, 5 mag 2026 (CEST)
Nella pagina di [[Autore:Henryk Sienkiewicz]] ho messo l'opera con il link a LiberLiber e la lasciamo così. [[User:BuzzerLone|BuzzerLone]] ([[User talk:BuzzerLone|disc.]]) 15:48, 5 mag 2026 (CEST)
== Attivazione sportello counseling di Wikimedia Italia ==
Ciao. Sono felice di comunicarvi che da oggi è attivo un nuovo servizio di Wikimedia Italia, richiesto dagli utenti in diverse occasioni, anche nella fase di consultazione per la stesura della [[:meta:Wikimedia Italia/Strategia 2026-2030|strategia 2026-2030 di Wikimedia Italia]].
Si tratta di uno '''sportello di counseling gratuito''', che consente ai volontari di potersi rivolgere a un counselor professionista per affrontare difficoltà relazionali, situazioni di tensione o conflitti legati all’attività sui progetti Wikimedia.<br/>
Questo sportello offre uno spazio sicuro di ascolto e confronto e prevede percorsi individuali gratuiti fino a un massimo di 5 colloqui online per persona.
Trovate tutte le informazioni relative allo sportello counseling in questa pagina: '''[[:w:Wikipedia:Wikimedia Italia/Sportello counseling]]'''.
Ne approfitto per ricordarvi che è sempre attivo anche lo [[:w:Wikipedia:Wikimedia Italia/Supporto legale|sportello di supporto legale gratuito]].
Per qualsiasi domanda o osservazione, non esitate a contattarmi rispondendo a questo messaggio (vi chiedo cortesemente di pingarmi) o tramite [[Speciale:InviaEmail/Dario_Crespi_(WMIT)|email]]. [[User:Dario Crespi (WMIT)|Dario Crespi (WMIT)]] ([[User talk:Dario Crespi (WMIT)|disc.]]) 14:58, 7 mag 2026 (CEST)
== Proposta Babelsource ==
Raccomanderei a tutti di aggiungere, sulla pripria pagina utente, alcuni template {{tl|Babelsource-X}} riguardanti la propria conoscenza delle ''lingue''... informatiche: HTML, CSS, Javascript in particolare, ma non solo. Non so nemmeno se questi template esistano (adesso li cerco).... ma se non esistono, penso che non sarebbe una cattiva idea scriverli. Sarebbe più facile sia aiutare, che cercare aiuto. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:08, 8 mag 2026 (CEST)
== <span lang="en" dir="ltr">Tech News: 2026-20</span> ==
<div lang="en" dir="ltr">
<section begin="technews-2026-W20"/><div class="plainlinks">
Latest '''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|tech news]]''' from the Wikimedia technical community. Please tell other users about these changes. Not all changes will affect you. [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/20|Translations]] are available.
'''Weekly highlight'''
* Community Tech has published [[m:Special:MyLanguage/Community Wishlist/How to write a good wish|new guidance]] explaining how wishes on Community Wishlist are triaged and prioritized. The documentation is intended to help contributors write stronger proposals by clarifying the factors that influence prioritization decisions. Beyond vote counts, the guidance highlights considerations such as potential impact on the community when determining which wishes move forward.
'''Updates for editors'''
* The Reader Growth team is launching an experiment to test a new [[mw:Special:MyLanguage/Readers/Reader_Growth/Share_Card|Share Card feature]] that allows readers to create visually engaging cards from Wikipedia articles or selected article sections and share them online, with each card linking back to the original article to help expand readership and article discovery. The mobile-only A/B test will be available to a portion of readers on Arabic, Chinese, French, Vietnamese, and English Wikipedia to better understand reading and sharing habits, and is scheduled to begin the week of May 18 and run for four weeks.
* The Android and iOS Wikipedia apps recently released the [[mw:Special:MyLanguage/Wikimedia_Apps/Team/25th_Birthday_Reading_Challenge|25-day reading challenge]] into Beta, as part of efforts to drive reader engagement by encouraging users to complete reading milestones. To track their reading streak during the challenge, App users can add a widget featuring Baby Globe to their home screen. The challenge officially begins May 11.
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] View all {{formatnum:17}} community-submitted {{PLURAL:17|task|tasks}} that were [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Recently resolved community tasks|resolved last week]]. For example, an issue where the global preference for enabling syntax highlighting in wikitext could unexpectedly disable itself after being turned on, has now been fixed. [https://phabricator.wikimedia.org/T425286]
'''Updates for technical contributors'''
* [[File:Octicons-tools.svg|12px|link=|alt=|Advanced item]] The ResourceLoader module <bdi lang="zxx" dir="ltr"><code><nowiki>mediawiki.ui.input</nowiki></code></bdi>, deprecated since [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2023/39|September 2023]], will be removed this week. There is a [[mw:Special:MyLanguage/Codex/Migrating_from_MediaWiki_UI|guide for migrating from MediaWiki UI to Codex]] for any tools that use it. [https://phabricator.wikimedia.org/T420125]
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] Detailed code updates later this week: [[mw:MediaWiki 1.47/wmf.2|MediaWiki]]
'''''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|Tech news]]''' prepared by [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Writers|Tech News writers]] and posted by [[m:Special:MyLanguage/User:MediaWiki message delivery|bot]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News#contribute|Contribute]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/20|Translate]] • [[m:Tech|Get help]] • [[m:Talk:Tech/News|Give feedback]] • [[m:Global message delivery/Targets/Tech ambassadors|Subscribe or unsubscribe]].''
</div><section end="technews-2026-W20"/>
</div>
<bdi lang="en" dir="ltr">[[User:MediaWiki message delivery|MediaWiki message delivery]]</bdi> 21:20, 11 mag 2026 (CEST)
(This message was sent to [[:Wikisource:Bar]] and is being posted here due to a redirect.)
<!-- Messaggio inviato da User:STei (WMF)@metawiki usando l'elenco su https://meta.wikimedia.org/w/index.php?title=Global_message_delivery/Targets/Tech_ambassadors&oldid=30524429 -->
== Biografie consiglieri capitolini ==
su [[Discussioni pagina:Biografie dei consiglieri comunali di Roma.djvu/25]] @[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] notava che c'era un problema (mancano una o più pagine).
Stamani all'archivio storico capitolino ho fotografato le pagine mancanti. Credo che dovrebbero essere inserite nel file. Ma ovviamente non sono capace. Cercasi volontario per fare operazione.
--[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 14:33, 12 mag 2026 (CEST)
== Categoria Testi in cui è citato ==
Qualche tempo fa si discuteva se la Categoria "Testi in cui è citato..." doveva essere dedicata solo ad altri scrittori oppure in generale a personaggi storici anche se non hanno scritto nulla di rilevante (ad esempio politici o sovrani che hanno scritto solo pochi discorsi pubblici o anche persone di cui non rimane nessuno suo scritto diretto come ad esempio Socrate). Io sarei per la seconda posizione in quanto avere dati statistici in più è sempre meglio che averne di meno (in molti libri cartacei è spesso presente un indice analitico dei personaggi citati). Poi ci sono i casi di personaggi al limite tra storia e leggenda (re Artù, Achille, Mosè...) di cui abbiamo fonti solo risalenti a moltissimi anni dopo l'epoca della presunta esistenza di questi personaggi. In tal caso preferirei non aggiungerli. Non so se voi siete d'accordo. [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 08:18, 13 mag 2026 (CEST)
:Io mi userei {{tl|AutoreCitato}} e farei la pagina Autore solo per quelli che sono effettivamente citati per le opere che hanno scritto (quindi scrittori, scienziati, giuristi ecc.). Metterei i sovrani solo se abbiamo leggi, editti o documenti emessi in loro nome. Per gli altri personaggi storici in generale userei il link a Wikidata o Wikipedia, e non starei a creare qui una pagina solo per avere un "segnaposto" col nome di qualcuno. Sicuramente non andrebbero create pagine per personaggi mitologici, e neanche per autori contemporanei di cui non potremo avere testi per molti anni.
:Per fare un bilancio, oggi abbiamo ben [[:Categoria:Autori|16.244 autori]], di cui solo [[:Categoria:Autori con opere su Wikisource|3.467]] hanno delle opere su Wikisource. Quelli "citati" sono [[:Categoria:Autori citati in opere pubblicate|14.122]], includendo quelli semplicemente "menzionati" in quanto "hanno fatto qualcosa", anche se non hanno mai scritto niente (per esempio ci sono tanti pittori), e [[Speciale:PagineOrfane|450]] sono addirittura "orfani", cioè nemmeno citati o linkati da altre pagine (quindi perché è stata creata una pagina, se poi non serve nemmeno ad avere un link?).
:Io vi chiederei di cercare di limitare il numero di nuove pagine Autore che vengono create. Può sembrare che creare una pagina sia "gratis", ma non è proprio così, avere molte pagine rende comunque un filino più complicata la gestione del sito (anche solo una piccola modifica ad un template può avere ripercussioni su molte pagine). [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 10:23, 13 mag 2026 (CEST)
::Il mondo wiki ha ignorato a lungo i principi della gestione dei dati, che sono i fondamenti dei database, uno dei quali è "se ti stai ripetendo, stai sbagliando". Poi, finalmente, è arrivata la rivoluzione di wikidata, ma ci vorrà ancora molto tempo per implementarla a fondo: vecchie abitudini sono dure a svanire. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:41, 14 mag 2026 (CEST)
:::Se trovo una persona citata tendo ad usare {{Tl|Wl}} o {{Tl|AutoreCitato}} se la pagina esiste, evitando come la peste di lasciarlo rosso. Tendo a togliere tutti i template {{tl|W}} e, peggio ancora, i link diretti ad altri progetti, basta uno spostamento e si rompono. --[[User:Cruccone|Cruccone]] ([[User talk:Cruccone|disc.]]) 09:49, 14 mag 2026 (CEST)
:::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] @[[Utente:Cruccone|Cruccone]] Aggiungo che questi discorsi fatti per "autore citato" valgono anche per "opera citata" (ad esempio ci sono pagine come "Categoria:Testi in cui è citato il testo Divina Commedia" e simili). Da notare che anche le opere letterarie come la Divina Commedia hanno un loro posto in wikidata... [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 14:50, 17 mag 2026 (CEST)
::@[[Utente:Candalua|Candalua]] creo spesso pagine autore di musicisti in cui includere poi le loro composizioni. E fin qui mi sembra tutto ok. Ma se uso il template WI (e non AC) per un pittore, ad es., poi posso richiamare tutte le pagine in cui è citato? E in che modo? Perché credo che questo fosse il vantaggio di usare AC: avere una pagina in cui si richiama quell'autore (anche se è un pittore). Ma se c'è un modo di farlo usando WI, allora - in questo caso - credo che AC non vada usato. [[User:Pic57|Pic57]] ([[User talk:Pic57|disc.]]) 20:16, 15 mag 2026 (CEST)
:::TestoCitato è un caso un po' diverso e più complesso, perché le opere possono avere più edizioni (con titoli anche leggermente diversi) e con citazioni che possono riferirsi all'opera o all'edizione (ad esempio potrebbe citare una traduzione specifica). Wl se la pagina autore esiste si comporta come AutoreCitato (con lo svantaggio di fare un passaggio in più che un po' pesa). Se la pagina autore non esiste tutto il gioco delle categorie non si attiva, e questa potrebbe essere una motivazione per creare la pagina autore anche per chi non ha mai scritto nulla. Poi uno potrebbe anche stare a discutere sulla differenza tra nominare e citare, anche se l'utilità pratica è discutibile. [[User:Cruccone|Cruccone]] ([[User talk:Cruccone|disc.]]) 16:55, 17 mag 2026 (CEST)
:::@[[Utente:Pic57|Pic57]] Prova a fare la ricerca di Wl|Q37621 in nsPagina. Risultano 4 pagine nsPagina e 1 pagina ns0. Sono tutte? Chi lo sa? Ma è interessante che trovino Hobbes, comunque il nome dell'autore sia stato scritto. Di certo Wl non produce nulla nella categoria [[:Categoria:Testi in cui è citato Thomas Hobbes]]. Almeno, credo... Ho l'impressione che per la vera integrazione fra progetti vari e wikidata siamo "a metà del guado". [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 17:03, 17 mag 2026 (CEST)
::::Io le vedo categorizzate... [[User:Cruccone|Cruccone]] ([[User talk:Cruccone|disc.]]) 20:24, 17 mag 2026 (CEST)
:::::@[[Utente:Cruccone|Cruccone]] Dopo un momento di profondo smarrimento informatico, ho guardato il codice del template Wl. Hai ragione. In effetti, se c'è una pagina Autore, ''Wl apre un tl AutoreCitato!'' E lui categorizza... [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 21:58, 17 mag 2026 (CEST)
::::::Naturalmente, se invece non c'è una pagina Autore, Wl NON categorizza. Quindi, se si vuole che Wl categorizzi, occorre creare la pagina Autore. Banale, ma ci ho messo un po' di tempo per capirlo :-( [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 09:41, 22 mag 2026 (CEST)
== Musica nel wikiverso 2026.5 ==
Consueto '''aggiornamento lilypondiano''' di metà mese
# Ad oggi,15.5.26, abbiamo 115 ''[[:Categoria:Partiture|partiture]]'' (su '''{{PAGESINCATEGORY:Partiture}}''' in tempo reale). Il numero si è incrementato di molto nell'ultimo mese grazie al completamento della trascrizione delle 64 {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci}}. Si potrebbe cominciare a pensare ad una suddivisione per genere musicale. Ho fatto una prova (a manina) sulla mia pagina dei contributi: ecco [[https://it.wikisource.org/wiki/Utente:Pic57|ecco cosa ne è venuto fuori]]
# Faccio un breve cenno al modo in cui lavoro: magari può essere d'ispirazione a qualcuno o - viceversa - qualcuno potrebbe ispirare me con qualche consiglio:
## Attualmente uso l'editor Lilypond ''[https://github.com/frescobaldi/frescobaldi/releases/tag/v4.0.6 Frescobaldi 4.0.6]'', che ho installato sia su Linux (portatile) che su Windows (desktop). Così posso essere sempre operativo
## Per la trascrizione di partiture brevi e non troppo complesse — come ad es. quelle di {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci}} — uso anche [http://Hacklily.org Hacklily.org], un ottimo editor Lilypond on line.
# Ho chiesto a Gemini: "Puoi farmi una panoramica della pubblicazione di partiture su wikisource di lingua italiana, francese, tedesca e inglese?" Risposta in sintesi:
''Se cerchi la tecnologia e l'eleganza, la versione francese è il modello da seguire. Se cerchi trattati e inni, quella inglese e tedesca offrono di più. L'italiana è una risorsa eccellente per il legame tra letteratura, librettistica e musica popolare.''
Sto studiando la versione francese: bella, ma non vedo codice, solo MIDI... indago meglio e ne riparliamo
'''Ottimizzazioni''' (e qui mi rivolgo a@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] o @[[Utente:Candalua|Candalua]]:
* Esportando le partiture in pdf, il salto pagina è problematico. Prendiamo ad es. [[Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N._9/Intermezzo-Valse|''questa partitura'']]. In particolare: a. Esiste su wikisource un codice css per evitare che alcune parti siano stampate nel pdf? b. E' possibile escludere dalla stampa il lettore midi a fine pagina (lasciandola nella pagina wiki, ovviamente)? Probablmente occorrerebe un foglio di stiule per le partiture; così mi pare che facciano su en.WS ecc...
Infine:
* Invito chi volesse rileggere le partiture — in particolare quelle complesse - e si trovasse nei guai perché non riesce a risolvere un errore — a segnalarmelo (pingandomi please!) nella pagina di discussione della partitura in cui lo ha rilevato (le battute sono numerate nella pagina), in modo che possa correggerlo (se ci riesco:-)). @[[Utente:Cruccone|Cruccone]] ad es. lo ha fatto. E lo ringrazio. E' un grande aiuto per me.
Alla prossima [[User:Pic57|Pic57]] ([[User talk:Pic57|disc.]]) 20:31, 15 mag 2026 (CEST)
:@[[Utente:Pic57|Pic57]] Mi spiace, al momento non ho esperienza del css usato per manipolare la stampa su pdf. E' un tema che mi interessa molto ma per ora sono a conoscenza zero... :-( [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 19:51, 16 mag 2026 (CEST)
== <span lang="en" dir="ltr">Tech News: 2026-21</span> ==
<div lang="en" dir="ltr">
<section begin="technews-2026-W21"/><div class="plainlinks">
Latest '''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|tech news]]''' from the Wikimedia technical community. Please tell other users about these changes. Not all changes will affect you. [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/21|Translations]] are available.
'''Weekly highlight'''
* The Abstract Wikipedia team has identified five potential pilot wikis to assess their interest in adopting abstract articles on their wikis. The pilots are Malayalam, Bengali, Dagbani, Arabic, and Indonesian Wikipedia. The feedback period will be open until May 22. If your community is interested in becoming a pilot, [[m:Talk:Abstract Wikipedia|let us know on Meta]].
'''Updates for editors'''
* An experiment to show [[mw:Special:MyLanguage/Readers/Reader Experience/Reading lists|Reading Lists]] to logged-out readers on mobile web will launch on May 18 across German, Spanish, Italian, Portuguese, Polish, Dutch, Turkish, and Urdu Wikipedias, and will run for one month. The effort supports broader goals of helping readers save and organize articles for later reading, while encouraging habits that could lead to future Wikipedia contributions.
* To support a bookmark button in the Reading List beta feature, the "Tools > Action" menu has been updated to display icons, including the watch star indicator that helps editors identify temporarily watched articles. The icons now also match those used on mobile, improving consistency across platforms. The change is currently limited to the actions menu and mainly affects editors with privileged user rights. [https://phabricator.wikimedia.org/T426008]
* [[mw:Special:MyLanguage/VisualEditor/Suggestion Mode|Suggestion Mode]] was released as an [[w:en:A/B test|A/B test]] for newcomer editors on the mobile website at [[phab:T421189|~15 Wikipedias]]. The experiment will measure the impact that Suggestion Mode has on the proportion of newcomer mobile web edit sessions that result in constructive (un-reverted) article edits. The experiment will also evaluate the feature's impact on editor retention, and monitor changes in revert and block rates.
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] View all {{formatnum:27}} community-submitted {{PLURAL:27|task|tasks}} that were [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Recently resolved community tasks|resolved last week]]. For example, an issue in the Wikipedia Android app where images could sometimes fail to load after opening a recommended reading list notification, has now been fixed. [https://phabricator.wikimedia.org/T418231]
'''Updates for technical contributors'''
* The [[mw:Special:MyLanguage/Wikidata Platform|Wikidata Platform team]] has published its [[d:Special:MyLanguage/Wikidata:SPARQL query service/WDQS backend update/Backend Replacement|backend replacement recommendation]] and accompanying [[wikitech:Wikidata Query Service/WDQS Architecture re-design|technical architecture]] for the migration of the Wikidata Query Service (WDQS) away from Blazegraph. Feedback is invited until May 25th 2026, especially on potential gaps and impacts on advanced use cases. Wikidata community members and WDQS users are also encouraged to help identify high-impact tools and workflows that may need attention on [[d:Wikidata:SPARQL query service/WDQS backend update/High-Impact Use Cases|this page]]. Feedback can be shared on the [[d:Wikidata talk:SPARQL query service/WDQS backend update|Migration talk page]] or during the [[d:Special:MyLanguage/Wikidata:Blazegraph Migration Office Hours|next office hour]]. See the [[d:Special:MyLanguage/Wikidata:Wikidata Platform team/Newsletter|WDP team newsletter]] for more details.
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] Detailed code updates later this week: [[mw:MediaWiki 1.47/wmf.3|MediaWiki]]
'''In depth'''
* On English, French, Japanese, and a few other Wikipedias, there was a [[diffblog:2025/09/02/better-detecting-bots-and-replacing-our-captcha/|trial of hCaptcha]], a third-party bot detection service. The trial showed that hCaptcha effectively detects and deters some bad-faith automated activity, on its own and by giving [[w:en:Wikipedia:Village pump (technical)/Archive 225#Introducing SuggestedInvestigations|checkusers and stewards]] signals to look into. Because the results were positive, hCaptcha will be rolled out across all wikis over the next few weeks. [[mw:Special:MyLanguage/Product Safety and Integrity/Anti-abuse signals/hCaptcha|See the hCaptcha project page]] for technical information about the implementation and privacy protections. [[diffblog:2026/05/04/better-detecting-bots-and-replacing-our-captcha-part-2/|Learn more]].
* The latest Community Tech update is now available, with progress across several Community Wishlist initiatives, including Reading Lists expansion from the mobile app to the website, new language support for "Who Wrote That" and the Personal Dashboard, improvements to 3D rendering and Charts, and upcoming work on talk page sorting, audio playback, and editing workflows. The update also shares current priorities, wishlist status trends, and opportunities for community feedback on future focus areas and the Wikimedia Foundation’s 2026–2027 Annual Plan. [[m:Special:MyLanguage/Community Wishlist/Updates#May 13, 2026: Latest updates from the Community Tech team|Read the full newsletter for details]].
'''''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|Tech news]]''' prepared by [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Writers|Tech News writers]] and posted by [[m:Special:MyLanguage/User:MediaWiki message delivery|bot]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News#contribute|Contribute]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/21|Translate]] • [[m:Tech|Get help]] • [[m:Talk:Tech/News|Give feedback]] • [[m:Global message delivery/Targets/Tech ambassadors|Subscribe or unsubscribe]].''
</div><section end="technews-2026-W21"/>
</div>
<bdi lang="en" dir="ltr">[[User:MediaWiki message delivery|MediaWiki message delivery]]</bdi> 22:21, 18 mag 2026 (CEST)
(This message was sent to [[:Wikisource:Bar]] and is being posted here due to a redirect.)
<!-- Messaggio inviato da User:STei (WMF)@metawiki usando l'elenco su https://meta.wikimedia.org/w/index.php?title=Global_message_delivery/Targets/Tech_ambassadors&oldid=30539262 -->
== Apertura delle pre-iscrizioni itWikiCon 2026 ==
Questa settimana è iniziato il periodo ufficiale delle pre-iscrizioni.
Come saprete già, dal '''6 all'8 novembre 2026''' a [[:w:it:Vezia|Vezia]] ([[:w:it:Lugano|Lugano]]) si apriranno le porte della [[:w:it:Villa Negroni|Villa Negroni]] per '''[[m:ItWikiCon/2026|itWikiCon 2026]]'''. Questo convegno unisce ispirazione, innovazione e scambio di idee in un evento di tre giorni. Le '''[[m:ItWikiCon/2026/Partecipanti|pre-iscrizioni]]''' sono disponibili da subito ed è il primo passo per manifestare il vostro interesse a partecipare. Inoltre, in questo modo darete un contributo fondamentale al team organizzativo nella pianificazione logistica dell’evento.
Per qualsiasi domanda o suggerimento, non esitare a scrivere un messaggio sulla [[:meta:Talk:ItWikiCon/2026|pagina di discussione dell’evento]] o di contattarci a info@itwikicon.org.
Non vediamo l'ora di accogliervi a Vezia!
A presto,
il team organizzativo di itWikiCon 2026: [[Utente:Vallema|Vallema]], [[Utente:cassinam|Cassinam]], [[Utente:Dario Crespi (WMIT)|Dario Crespi (WMIT)]], [[Utente:Dorine Barth (WMCH)|Dorine Barth (WMCH)]] [[User:Vallema|Vallema]] ([[User talk:Vallema|disc.]]) 12:03, 19 mag 2026 (CEST)
== Testamenti ==
Abbiamo testamenti tra i testi?
Ho la scansione di un testamento che è stato pubblicato a stampa nell'800. Potrei anche caricarlo su commons. Vorrei sapere se ci sono controindicazioni. @[[Utente:Ruthven]] ne sa qualcosa?
--[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 13:22, 21 mag 2026 (CEST)
:@[[Utente:Carlomorino|Carlomorino]]: qualcuno c'è: [[:Categoria:Testamenti]]. Carica pure, che controindicazioni ci dovrebbero essere? Tanto l'autore è morto senz'altro! :D [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 17:07, 21 mag 2026 (CEST)
:::@[[User:Candalua|Bau Bau]] Per l'esattezza ci ha lasciato il 1º gennaio 1865. Pochi mesi prima di compiere 70 anni. La balia è ancora in lacrime. Ci ho parlato l'altra settimana. Ancora non riesce a riprendersi. --[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 19:06, 21 mag 2026 (CEST)
::@Carlomorino un altro testamento di persona famosa è quello di Marco Polo, presente ad esempio [https://books.google.it/books?id=OFwNAAAAYAAJ qui]. In questo caso è all'interno di un volume con altri testi e documenti. Non so a quali controindicazioni pensi, sei incerto in quale categoria classificarli? Anch'io sarei incerto, forse nei testi di diritto... [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 17:18, 21 mag 2026 (CEST)
:::@[[Utente:Carlomorino|Carlomorino]] Se l'autore è deceduto da più di 70 anni, allora va bene. Se è dell'Ottocento e l'autore non stava molto bene, tanto da scrivere un testamento, allora avrei pochi dubbi. PD-old generico già va bene. <span style="font-family:Times; color:#219">'''[[Utente:Ruthven|Ruthven]]'''</span> <span style="color:#0070EE"><small>([[User talk:Ruthven|<span style="color:#101090">msg</span>]])</small></span> 10:34, 23 mag 2026 (CEST)
== pagine spostate ==
Segnalo che nel libro [[Indice:Mamiani - Teorica della religione e dello stato, 1868.pdf]] non c'è corrispondenza tra testo e immagine, tutti i testi sono scivolati di due pagine rispetto all'immagine. Come si fa a recuperare? [[User:Gatto bianco|Gatto bianco]] ([[User talk:Gatto bianco|disc.]]) 11:12, 22 mag 2026 (CEST)
:@[[Utente:Gatto bianco|Gatto bianco]] SE guardi la cronologia del File vedi che un volonteroso utente ha eliminato le due prima pagine iniziali.... senza rendersi conto delle conseguenze su itwikisource. Il metodo più spiccio per sistemare è aggiungere due pagine dummy all'inizio del file. Grazie della segnalazione. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 13:14, 22 mag 2026 (CEST)
::@[[Utente:Gatto bianco|Gatto bianco]] {{fatto}}. Per queste manipolazioni di file pdf io uso PDFSAM (varsione base free). [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 14:21, 22 mag 2026 (CEST)
== Purge failed ==
Ho tentato di fare un purge di [[Indice:Viaggio in Sicilia, 1840 - BEIC IE6395202.djvu]], fatto anche su commons, ma appare un popup con scritto "Purge failed". Ho sbagliato qualcosa? [[User:Gatto bianco|Gatto bianco]] ([[User talk:Gatto bianco|disc.]]) 16:24, 22 mag 2026 (CEST)
:@[[Utente:Gatto bianco|Gatto bianco]] A me è andato a buon fine e non vedo il messaggio d'errore. Prima purge su Commons e poi su Wikisource. Ciao <span style="font-family:Times; color:#219">'''[[Utente:Ruthven|Ruthven]]'''</span> <span style="color:#0070EE"><small>([[User talk:Ruthven|<span style="color:#101090">msg</span>]])</small></span> 10:37, 23 mag 2026 (CEST)
== In difesa della matematica ==
Come forse sapete, Passerino editore ha l'abitudine di prendere articoletti fuori copyright e creare ebook. Oggi mi sono preso da MLOL "In difesa della matematica" di Giovanni Vacca. Ho trovato che il testo è a https://patrimonio.archivio.senato.it/inventario/scheda/benedetto-croce/IT-AFS-021-010170/giovanni-vacca-difesa-della-matematica-tratto-leonardo-citazione-alcune-affermazioni-croce-contenute-lineamenti-logica-come in CC-BY. È possibile metterlo su Wikisource? (Nel senso, qualcuno me lo carica che poi in un'oretta al massimo lo controllo?) --[[User:.mau.|.mau.]] ([[User talk:.mau.|disc.]]) 21:30, 22 mag 2026 (CEST)
:@[[Utente:.mau.|.mau.]] Certo, metilo su Commons prima, con la licenza corretta, la fonte e il template Licencereview. <span style="font-family:Times; color:#219">'''[[Utente:Ruthven|Ruthven]]'''</span> <span style="color:#0070EE"><small>([[User talk:Ruthven|<span style="color:#101090">msg</span>]])</small></span> 10:35, 23 mag 2026 (CEST)
::@[[Utente:Ruthven|Ruthven]] Oddio! Cos'è il template Licencereview? Devo sudiare! :-( [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 16:47, 23 mag 2026 (CEST)
8atv2ma0gwo50f7o3j7lcs93jax20fb
3839908
3839907
2026-05-23T14:47:49Z
Alex brollo
1615
/* In difesa della matematica */
3839908
wikitext
text/x-wiki
{{Bar}}
== WikiOscar 2026 ==
Ciao! Anche quest'anno nei '''[https://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Scherzi_e_STUBidaggini/Wikioscar/2026 Wikioscar]''' che si tengono su Wikipedia in lingua italiana è presente un [https://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Scherzi_e_STUBidaggini/Wikioscar/2026#Wikirilettore premio] per l'utente che ha sempre la testa nei libri. Potete votare il vostro utente preferito dal 1° al 7 maggio! [[User:Atlante|Atlante]] ([[User talk:Atlante|disc.]]) 10:33, 1 mag 2026 (CEST)
== Discussione in Commons su CropTool ==
Qui: [[:c:Commons:Village_pump/Proposals#Cropping_with_"book"_template]] una discussione propositiva sui problemi di CropTool. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 20:10, 2 mag 2026 (CEST)
== DPL ==
Ricevo e condivido questo messaggio riguardo DPL (DynamicPageList):
: Ciao, ho per caso incrociato la tua [https://it.wikinews.org/wiki/Wikinotizie:Bar/DynamicPageList richiesta] di 16 anni fa a proposito di DPL. Non so se poi l'hai usata qui, ma sembra che l’estensione verrà disattivata con la chiusura di Wikinews. Se ne fate uso, ''sapevatelo''! --[[User:Infosfera|Infosfera]] ([[User talk:Infosfera|disc.]]) 20:40, 3 mag 2026 (CEST) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:22, 4 mag 2026 (CEST)
:@[[Utente:Infosfera|Infosfera]], posso chiederti dove hai visto che DPL verrà disattivato? Qui non lo usiamo moltissimo, ma è comunque una funzione che personalmente mi è utile e mi dispiacerebbe perdere. Quindi volevo capire se è già una decisione presa ben più in alto di noi, o se c'è ancora margine per salvarlo. Grazie! [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 15:44, 8 mag 2026 (CEST)
::Ciao @[[Utente:Candalua|Candalua]]. Potrebbe essere una mia interpretazione eccessivamente pessimistica ed estensiva, ma considerato che mediawiki.org/wiki/Extension:DynamicPageList qui si dice che è stata sviluppata essenzialmente per WNews, e che su tutte le wikinews è stata sostituita con liste statiche nell'ambito della chiusura delle wiki, il rischio che sia deprecato, non più supportato e prima o poi globalmente rimosso mi sembra da non escludere, anche tenuto conto che si parla di problemi prestazionali e del fatto che a questo punto non ci sono più wiki che ne hanno "necessità strutturale".
::Stando così le cose, finchè lo si usa per task personali non prioritari nessun problema, ma fossi in te non mi fiderei troppo a costruirci sopra funzionalità essenziali complesse. Per info più affidabili forse puoi rivolgerti a meta.wikimedia.org/wiki/User:Ladsgroup ha curato la rimozione da tutte le wikinews.
::(ps: colgo l'occasione per [https://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Scherzi_e_STUBidaggini/Wikioscar/2026#c-ZandDev-20260508000200-%C3%80ncilu-20260501053200 congratularmi per il wikioscar]) -- [[User:Infosfera|Infosfera]] ([[User talk:Infosfera|disc.]]) 17:00, 8 mag 2026 (CEST)
:::(scusa i link monchi ma si vede che c'è un filtro per "giovani" che mi impedisce di metterli funzionanti) [[User:Infosfera|Infosfera]] ([[User talk:Infosfera|disc.]]) 17:01, 8 mag 2026 (CEST)
== <span lang="en" dir="ltr">Tech News: 2026-19</span> ==
<div lang="en" dir="ltr">
<section begin="technews-2026-W19"/><div class="plainlinks">
Latest '''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|tech news]]''' from the Wikimedia technical community. Please tell other users about these changes. Not all changes will affect you. [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/19|Translations]] are available.
'''Weekly highlight'''
* The [[mw:Special:MyLanguage/Article guidance|Article guidance]] team invites experienced editors of [[mw:Special:MyLanguage/Article guidance/Pilot wikis and collaborators|pilot Wikipedias]]—Arabic, Bangla, Japanese, Portuguese, Persian, Turkish, Simple English, Spanish, and French—to help translate and adapt [https://b24e11a4f1.catalyst.wmcloud.org/wiki/Category:Pages_using_article_guidance sample outlines]. These outlines will guide editors in creating clear, well-structured, and policy-compliant articles when using [https://b24e11a4f1.catalyst.wmcloud.org/wiki/Special:NewArticle the feature] once it is launched in May 2026. [[mw:Special:MyLanguage/Article guidance#Adapting a sample outline in a Wikipedia|Simple instructions]] on how to translate and adapt the outlines are available.
'''Updates for editors'''
* The [[:m:Special:MyLanguage/Product and Technology Advisory Council|Product and Technology Advisory Council]] has published [[:m:Special:MyLanguage/Product and Technology Advisory Council/May 2026 draft PTAC recommendation for feedback|draft recommendations]] on a model that affiliates can follow when contributing to the technical space. Community members are invited to provide feedback on the recommendation until May 8th [[:m:Talk:Product and Technology Advisory Council/May 2026 draft PTAC recommendation for feedback|on the talk page]].
* The number of available thumbnail size preferences in MediaWiki is being reduced to three standardized options—Small (180px), Regular (250px), and Large (400px), as part of ongoing efforts to improve performance and reduce strain on thumbnail services. As a result, existing preferences will be mapped to the nearest new size (for example, smaller selections like 120px or 150px will render at 180px, while larger ones like 300px or 360px will render at 400px). The preferences interface will soon be updated to reflect these changes, and users who wish to opt out or provide feedback can do so. [https://phabricator.wikimedia.org/T424909]
* From now on, even when a permission expires automatically, users will receive an Echo notification similar to the standard notification for permission changes. There is a difference between this and [[m:Special:MyLanguage/Global reminder bot|Global reminder bot]] in that the latter reminds users a week ''before'' the rights are due to expire, so that they can renew the rights.
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] View all {{formatnum:32}} community-submitted {{PLURAL:32|task|tasks}} that were [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Recently resolved community tasks|resolved last week]]. For example, the problem where the ULS language selector in [[m:Special:Translate|Special:Translate]] would scroll vertically when it shouldn't, has been resolved. Previously, when users opened the "Translate to English" dropdown and typed certain inputs, the dialog would scroll vertically by a few pixels even when there was enough space to display all results. The dropdown no longer shifts unnecessarily when filtering languages. [https://phabricator.wikimedia.org/T358864]
* The [[m:Special:GlobalWatchlist|Global Watchlist]], which lets you view your watchlists from multiple wikis on a single page, continues to improve. For example, watchlists for Wikibase sites such as [[:d:|Wikidata]] now support [[mw:Special:MyLanguage/Extension:EntitySchema|EntitySchema]] elements for better tracking. The Live Updates mode now refreshes the special page every 60 seconds to comply with the updated [[mw:Special:MyLanguage/Wikimedia APIs/Rate limits|global API rate limits]] for improved real-time responsiveness. Additionally, a directionality bug that displayed links as "changes 3" instead of "3 changes" in mixed-direction lists has been fixed. [https://phabricator.wikimedia.org/T415450][https://phabricator.wikimedia.org/T424422][https://phabricator.wikimedia.org/T418091]
'''Updates for technical contributors'''
* The second phase of [[mw:Special:MyLanguage/Wikimedia APIs/Rate limits|global API rate limits]] has been rolled out to reduce the [[diffblog:2026/03/26/quo-vadis-crawlers-progress-and-whats-next-on-safeguarding-our-infrastructure/|impact of AI crawlers]] and ensure fair, sustainable access to Wikimedia resources, prioritising human and mission-aligned traffic. [[mw:Special:MyLanguage/Wikimedia APIs/Rate limits#Limits|Limits]] have been shifted from per-hour to per-minute, producing smoother traffic patterns and more predictable API load. Community users are not expected to be affected, and no action is required. Early indications show some User-Agent-based requestors are adjusting behaviour, and around 64% of automated API traffic has been identified. Monitoring continues, and Wikimedia Enterprise remains available for commercial support.
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] Detailed code updates later this week: [[mw:MediaWiki 1.46/wmf.27|MediaWiki]]
'''''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|Tech news]]''' prepared by [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Writers|Tech News writers]] and posted by [[m:Special:MyLanguage/User:MediaWiki message delivery|bot]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News#contribute|Contribute]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/19|Translate]] • [[m:Tech|Get help]] • [[m:Talk:Tech/News|Give feedback]] • [[m:Global message delivery/Targets/Tech ambassadors|Subscribe or unsubscribe]].''
</div><section end="technews-2026-W19"/>
</div>
<bdi lang="en" dir="ltr">[[User:MediaWiki message delivery|MediaWiki message delivery]]</bdi> 22:43, 4 mag 2026 (CEST)
(This message was sent to [[:Wikisource:Bar]] and is being posted here due to a redirect.)
<!-- Messaggio inviato da User:STei (WMF)@metawiki usando l'elenco su https://meta.wikimedia.org/w/index.php?title=Global_message_delivery/Targets/Tech_ambassadors&oldid=30498077 -->
== QUO VADIS ==
Buon giorno a tutti
Ho visto che ''Quo vadis'' manca qui su Wikisource e non ho trovato una versione italiana ''in giro'' su Internet Archive o altri siti simili.
Hp trovato però che è presente su [https://liberliber.it/autori/autori-s/henryk-sienkiewicz/quo-vadis/ liber liber], basata su una traduzione del 1915 di {{AutoreCitato|Paolo Valera|Paolo Valera}}.
Mi domando, quindi, se è possibile trascriverla anche qui su Wikisource. In caso affermativo, devo procedere in maniera standard (cioè download del pdf - salvataggio in Commons - creazione pagina per pagina ... ) oppure fare cut&paste direttamente capitolo per capitolo? Ho notato che in alcuni casi manca la fonte a fianco della pagina.
Grazie [[User:BuzzerLone|BuzzerLone]] ([[User talk:BuzzerLone|disc.]]) 12:59, 5 mag 2026 (CEST)
:@[[Utente:BuzzerLone|BuzzerLone]] Nei suoi primi anni Wikisource spesso faceva "trascrizioni di trascrizioni". Oggi mi risulta che questa pratica (almeno per i testi "nati solo cartacei", e dunque precedenti l'era digitale in cui di solito le prime edizioni cartacee escono in contemporanea a quelle digitali) non sia più accettata in quanto fa aumentare probabilità di refusi. Per i testi nativi digitali inoltre non si può parlare di "testi rileggibili" proprio per assenza di testo cartaceo a fronte. [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 13:22, 5 mag 2026 (CEST)
::In realtà un divieto esplicito non è mai stato introdotto; è una pratica sconsigliata, ma non vietata se non è possibile trovare una fonte cartacea. Diciamo che l'invito in generale è quello di dedicarsi ad attività ad alto valore aggiunto, come le trascrizioni dalle scansioni, ed evitare il semplice "copia e incolla" del lavoro già fatto da altri. Poi anche il copia-incolla può avere la sua utilità (per esempio radunare su questo sito tutti i testi di un certo autore, altrimenti sparsi ovunque; oppure correggere qualche refuso che su liberliber o altri siti non è semplice segnalare e correggere). Nel caso, la procedura da seguire non è quella normale, ma appunto un semplice copia-incolla capitolo per capitolo, compilando poi la pagina Discussione con il template Infotesto. Se un giorno saranno disponibili delle scansioni, adegueremo il testo alla procedura proofread, come già fatto per molti altri. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 14:29, 5 mag 2026 (CEST)
Nella pagina di [[Autore:Henryk Sienkiewicz]] ho messo l'opera con il link a LiberLiber e la lasciamo così. [[User:BuzzerLone|BuzzerLone]] ([[User talk:BuzzerLone|disc.]]) 15:48, 5 mag 2026 (CEST)
== Attivazione sportello counseling di Wikimedia Italia ==
Ciao. Sono felice di comunicarvi che da oggi è attivo un nuovo servizio di Wikimedia Italia, richiesto dagli utenti in diverse occasioni, anche nella fase di consultazione per la stesura della [[:meta:Wikimedia Italia/Strategia 2026-2030|strategia 2026-2030 di Wikimedia Italia]].
Si tratta di uno '''sportello di counseling gratuito''', che consente ai volontari di potersi rivolgere a un counselor professionista per affrontare difficoltà relazionali, situazioni di tensione o conflitti legati all’attività sui progetti Wikimedia.<br/>
Questo sportello offre uno spazio sicuro di ascolto e confronto e prevede percorsi individuali gratuiti fino a un massimo di 5 colloqui online per persona.
Trovate tutte le informazioni relative allo sportello counseling in questa pagina: '''[[:w:Wikipedia:Wikimedia Italia/Sportello counseling]]'''.
Ne approfitto per ricordarvi che è sempre attivo anche lo [[:w:Wikipedia:Wikimedia Italia/Supporto legale|sportello di supporto legale gratuito]].
Per qualsiasi domanda o osservazione, non esitate a contattarmi rispondendo a questo messaggio (vi chiedo cortesemente di pingarmi) o tramite [[Speciale:InviaEmail/Dario_Crespi_(WMIT)|email]]. [[User:Dario Crespi (WMIT)|Dario Crespi (WMIT)]] ([[User talk:Dario Crespi (WMIT)|disc.]]) 14:58, 7 mag 2026 (CEST)
== Proposta Babelsource ==
Raccomanderei a tutti di aggiungere, sulla pripria pagina utente, alcuni template {{tl|Babelsource-X}} riguardanti la propria conoscenza delle ''lingue''... informatiche: HTML, CSS, Javascript in particolare, ma non solo. Non so nemmeno se questi template esistano (adesso li cerco).... ma se non esistono, penso che non sarebbe una cattiva idea scriverli. Sarebbe più facile sia aiutare, che cercare aiuto. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:08, 8 mag 2026 (CEST)
== <span lang="en" dir="ltr">Tech News: 2026-20</span> ==
<div lang="en" dir="ltr">
<section begin="technews-2026-W20"/><div class="plainlinks">
Latest '''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|tech news]]''' from the Wikimedia technical community. Please tell other users about these changes. Not all changes will affect you. [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/20|Translations]] are available.
'''Weekly highlight'''
* Community Tech has published [[m:Special:MyLanguage/Community Wishlist/How to write a good wish|new guidance]] explaining how wishes on Community Wishlist are triaged and prioritized. The documentation is intended to help contributors write stronger proposals by clarifying the factors that influence prioritization decisions. Beyond vote counts, the guidance highlights considerations such as potential impact on the community when determining which wishes move forward.
'''Updates for editors'''
* The Reader Growth team is launching an experiment to test a new [[mw:Special:MyLanguage/Readers/Reader_Growth/Share_Card|Share Card feature]] that allows readers to create visually engaging cards from Wikipedia articles or selected article sections and share them online, with each card linking back to the original article to help expand readership and article discovery. The mobile-only A/B test will be available to a portion of readers on Arabic, Chinese, French, Vietnamese, and English Wikipedia to better understand reading and sharing habits, and is scheduled to begin the week of May 18 and run for four weeks.
* The Android and iOS Wikipedia apps recently released the [[mw:Special:MyLanguage/Wikimedia_Apps/Team/25th_Birthday_Reading_Challenge|25-day reading challenge]] into Beta, as part of efforts to drive reader engagement by encouraging users to complete reading milestones. To track their reading streak during the challenge, App users can add a widget featuring Baby Globe to their home screen. The challenge officially begins May 11.
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] View all {{formatnum:17}} community-submitted {{PLURAL:17|task|tasks}} that were [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Recently resolved community tasks|resolved last week]]. For example, an issue where the global preference for enabling syntax highlighting in wikitext could unexpectedly disable itself after being turned on, has now been fixed. [https://phabricator.wikimedia.org/T425286]
'''Updates for technical contributors'''
* [[File:Octicons-tools.svg|12px|link=|alt=|Advanced item]] The ResourceLoader module <bdi lang="zxx" dir="ltr"><code><nowiki>mediawiki.ui.input</nowiki></code></bdi>, deprecated since [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2023/39|September 2023]], will be removed this week. There is a [[mw:Special:MyLanguage/Codex/Migrating_from_MediaWiki_UI|guide for migrating from MediaWiki UI to Codex]] for any tools that use it. [https://phabricator.wikimedia.org/T420125]
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] Detailed code updates later this week: [[mw:MediaWiki 1.47/wmf.2|MediaWiki]]
'''''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|Tech news]]''' prepared by [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Writers|Tech News writers]] and posted by [[m:Special:MyLanguage/User:MediaWiki message delivery|bot]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News#contribute|Contribute]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/20|Translate]] • [[m:Tech|Get help]] • [[m:Talk:Tech/News|Give feedback]] • [[m:Global message delivery/Targets/Tech ambassadors|Subscribe or unsubscribe]].''
</div><section end="technews-2026-W20"/>
</div>
<bdi lang="en" dir="ltr">[[User:MediaWiki message delivery|MediaWiki message delivery]]</bdi> 21:20, 11 mag 2026 (CEST)
(This message was sent to [[:Wikisource:Bar]] and is being posted here due to a redirect.)
<!-- Messaggio inviato da User:STei (WMF)@metawiki usando l'elenco su https://meta.wikimedia.org/w/index.php?title=Global_message_delivery/Targets/Tech_ambassadors&oldid=30524429 -->
== Biografie consiglieri capitolini ==
su [[Discussioni pagina:Biografie dei consiglieri comunali di Roma.djvu/25]] @[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] notava che c'era un problema (mancano una o più pagine).
Stamani all'archivio storico capitolino ho fotografato le pagine mancanti. Credo che dovrebbero essere inserite nel file. Ma ovviamente non sono capace. Cercasi volontario per fare operazione.
--[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 14:33, 12 mag 2026 (CEST)
== Categoria Testi in cui è citato ==
Qualche tempo fa si discuteva se la Categoria "Testi in cui è citato..." doveva essere dedicata solo ad altri scrittori oppure in generale a personaggi storici anche se non hanno scritto nulla di rilevante (ad esempio politici o sovrani che hanno scritto solo pochi discorsi pubblici o anche persone di cui non rimane nessuno suo scritto diretto come ad esempio Socrate). Io sarei per la seconda posizione in quanto avere dati statistici in più è sempre meglio che averne di meno (in molti libri cartacei è spesso presente un indice analitico dei personaggi citati). Poi ci sono i casi di personaggi al limite tra storia e leggenda (re Artù, Achille, Mosè...) di cui abbiamo fonti solo risalenti a moltissimi anni dopo l'epoca della presunta esistenza di questi personaggi. In tal caso preferirei non aggiungerli. Non so se voi siete d'accordo. [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 08:18, 13 mag 2026 (CEST)
:Io mi userei {{tl|AutoreCitato}} e farei la pagina Autore solo per quelli che sono effettivamente citati per le opere che hanno scritto (quindi scrittori, scienziati, giuristi ecc.). Metterei i sovrani solo se abbiamo leggi, editti o documenti emessi in loro nome. Per gli altri personaggi storici in generale userei il link a Wikidata o Wikipedia, e non starei a creare qui una pagina solo per avere un "segnaposto" col nome di qualcuno. Sicuramente non andrebbero create pagine per personaggi mitologici, e neanche per autori contemporanei di cui non potremo avere testi per molti anni.
:Per fare un bilancio, oggi abbiamo ben [[:Categoria:Autori|16.244 autori]], di cui solo [[:Categoria:Autori con opere su Wikisource|3.467]] hanno delle opere su Wikisource. Quelli "citati" sono [[:Categoria:Autori citati in opere pubblicate|14.122]], includendo quelli semplicemente "menzionati" in quanto "hanno fatto qualcosa", anche se non hanno mai scritto niente (per esempio ci sono tanti pittori), e [[Speciale:PagineOrfane|450]] sono addirittura "orfani", cioè nemmeno citati o linkati da altre pagine (quindi perché è stata creata una pagina, se poi non serve nemmeno ad avere un link?).
:Io vi chiederei di cercare di limitare il numero di nuove pagine Autore che vengono create. Può sembrare che creare una pagina sia "gratis", ma non è proprio così, avere molte pagine rende comunque un filino più complicata la gestione del sito (anche solo una piccola modifica ad un template può avere ripercussioni su molte pagine). [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 10:23, 13 mag 2026 (CEST)
::Il mondo wiki ha ignorato a lungo i principi della gestione dei dati, che sono i fondamenti dei database, uno dei quali è "se ti stai ripetendo, stai sbagliando". Poi, finalmente, è arrivata la rivoluzione di wikidata, ma ci vorrà ancora molto tempo per implementarla a fondo: vecchie abitudini sono dure a svanire. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:41, 14 mag 2026 (CEST)
:::Se trovo una persona citata tendo ad usare {{Tl|Wl}} o {{Tl|AutoreCitato}} se la pagina esiste, evitando come la peste di lasciarlo rosso. Tendo a togliere tutti i template {{tl|W}} e, peggio ancora, i link diretti ad altri progetti, basta uno spostamento e si rompono. --[[User:Cruccone|Cruccone]] ([[User talk:Cruccone|disc.]]) 09:49, 14 mag 2026 (CEST)
:::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] @[[Utente:Cruccone|Cruccone]] Aggiungo che questi discorsi fatti per "autore citato" valgono anche per "opera citata" (ad esempio ci sono pagine come "Categoria:Testi in cui è citato il testo Divina Commedia" e simili). Da notare che anche le opere letterarie come la Divina Commedia hanno un loro posto in wikidata... [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 14:50, 17 mag 2026 (CEST)
::@[[Utente:Candalua|Candalua]] creo spesso pagine autore di musicisti in cui includere poi le loro composizioni. E fin qui mi sembra tutto ok. Ma se uso il template WI (e non AC) per un pittore, ad es., poi posso richiamare tutte le pagine in cui è citato? E in che modo? Perché credo che questo fosse il vantaggio di usare AC: avere una pagina in cui si richiama quell'autore (anche se è un pittore). Ma se c'è un modo di farlo usando WI, allora - in questo caso - credo che AC non vada usato. [[User:Pic57|Pic57]] ([[User talk:Pic57|disc.]]) 20:16, 15 mag 2026 (CEST)
:::TestoCitato è un caso un po' diverso e più complesso, perché le opere possono avere più edizioni (con titoli anche leggermente diversi) e con citazioni che possono riferirsi all'opera o all'edizione (ad esempio potrebbe citare una traduzione specifica). Wl se la pagina autore esiste si comporta come AutoreCitato (con lo svantaggio di fare un passaggio in più che un po' pesa). Se la pagina autore non esiste tutto il gioco delle categorie non si attiva, e questa potrebbe essere una motivazione per creare la pagina autore anche per chi non ha mai scritto nulla. Poi uno potrebbe anche stare a discutere sulla differenza tra nominare e citare, anche se l'utilità pratica è discutibile. [[User:Cruccone|Cruccone]] ([[User talk:Cruccone|disc.]]) 16:55, 17 mag 2026 (CEST)
:::@[[Utente:Pic57|Pic57]] Prova a fare la ricerca di Wl|Q37621 in nsPagina. Risultano 4 pagine nsPagina e 1 pagina ns0. Sono tutte? Chi lo sa? Ma è interessante che trovino Hobbes, comunque il nome dell'autore sia stato scritto. Di certo Wl non produce nulla nella categoria [[:Categoria:Testi in cui è citato Thomas Hobbes]]. Almeno, credo... Ho l'impressione che per la vera integrazione fra progetti vari e wikidata siamo "a metà del guado". [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 17:03, 17 mag 2026 (CEST)
::::Io le vedo categorizzate... [[User:Cruccone|Cruccone]] ([[User talk:Cruccone|disc.]]) 20:24, 17 mag 2026 (CEST)
:::::@[[Utente:Cruccone|Cruccone]] Dopo un momento di profondo smarrimento informatico, ho guardato il codice del template Wl. Hai ragione. In effetti, se c'è una pagina Autore, ''Wl apre un tl AutoreCitato!'' E lui categorizza... [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 21:58, 17 mag 2026 (CEST)
::::::Naturalmente, se invece non c'è una pagina Autore, Wl NON categorizza. Quindi, se si vuole che Wl categorizzi, occorre creare la pagina Autore. Banale, ma ci ho messo un po' di tempo per capirlo :-( [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 09:41, 22 mag 2026 (CEST)
== Musica nel wikiverso 2026.5 ==
Consueto '''aggiornamento lilypondiano''' di metà mese
# Ad oggi,15.5.26, abbiamo 115 ''[[:Categoria:Partiture|partiture]]'' (su '''{{PAGESINCATEGORY:Partiture}}''' in tempo reale). Il numero si è incrementato di molto nell'ultimo mese grazie al completamento della trascrizione delle 64 {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci}}. Si potrebbe cominciare a pensare ad una suddivisione per genere musicale. Ho fatto una prova (a manina) sulla mia pagina dei contributi: ecco [[https://it.wikisource.org/wiki/Utente:Pic57|ecco cosa ne è venuto fuori]]
# Faccio un breve cenno al modo in cui lavoro: magari può essere d'ispirazione a qualcuno o - viceversa - qualcuno potrebbe ispirare me con qualche consiglio:
## Attualmente uso l'editor Lilypond ''[https://github.com/frescobaldi/frescobaldi/releases/tag/v4.0.6 Frescobaldi 4.0.6]'', che ho installato sia su Linux (portatile) che su Windows (desktop). Così posso essere sempre operativo
## Per la trascrizione di partiture brevi e non troppo complesse — come ad es. quelle di {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci}} — uso anche [http://Hacklily.org Hacklily.org], un ottimo editor Lilypond on line.
# Ho chiesto a Gemini: "Puoi farmi una panoramica della pubblicazione di partiture su wikisource di lingua italiana, francese, tedesca e inglese?" Risposta in sintesi:
''Se cerchi la tecnologia e l'eleganza, la versione francese è il modello da seguire. Se cerchi trattati e inni, quella inglese e tedesca offrono di più. L'italiana è una risorsa eccellente per il legame tra letteratura, librettistica e musica popolare.''
Sto studiando la versione francese: bella, ma non vedo codice, solo MIDI... indago meglio e ne riparliamo
'''Ottimizzazioni''' (e qui mi rivolgo a@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] o @[[Utente:Candalua|Candalua]]:
* Esportando le partiture in pdf, il salto pagina è problematico. Prendiamo ad es. [[Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N._9/Intermezzo-Valse|''questa partitura'']]. In particolare: a. Esiste su wikisource un codice css per evitare che alcune parti siano stampate nel pdf? b. E' possibile escludere dalla stampa il lettore midi a fine pagina (lasciandola nella pagina wiki, ovviamente)? Probablmente occorrerebe un foglio di stiule per le partiture; così mi pare che facciano su en.WS ecc...
Infine:
* Invito chi volesse rileggere le partiture — in particolare quelle complesse - e si trovasse nei guai perché non riesce a risolvere un errore — a segnalarmelo (pingandomi please!) nella pagina di discussione della partitura in cui lo ha rilevato (le battute sono numerate nella pagina), in modo che possa correggerlo (se ci riesco:-)). @[[Utente:Cruccone|Cruccone]] ad es. lo ha fatto. E lo ringrazio. E' un grande aiuto per me.
Alla prossima [[User:Pic57|Pic57]] ([[User talk:Pic57|disc.]]) 20:31, 15 mag 2026 (CEST)
:@[[Utente:Pic57|Pic57]] Mi spiace, al momento non ho esperienza del css usato per manipolare la stampa su pdf. E' un tema che mi interessa molto ma per ora sono a conoscenza zero... :-( [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 19:51, 16 mag 2026 (CEST)
== <span lang="en" dir="ltr">Tech News: 2026-21</span> ==
<div lang="en" dir="ltr">
<section begin="technews-2026-W21"/><div class="plainlinks">
Latest '''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|tech news]]''' from the Wikimedia technical community. Please tell other users about these changes. Not all changes will affect you. [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/21|Translations]] are available.
'''Weekly highlight'''
* The Abstract Wikipedia team has identified five potential pilot wikis to assess their interest in adopting abstract articles on their wikis. The pilots are Malayalam, Bengali, Dagbani, Arabic, and Indonesian Wikipedia. The feedback period will be open until May 22. If your community is interested in becoming a pilot, [[m:Talk:Abstract Wikipedia|let us know on Meta]].
'''Updates for editors'''
* An experiment to show [[mw:Special:MyLanguage/Readers/Reader Experience/Reading lists|Reading Lists]] to logged-out readers on mobile web will launch on May 18 across German, Spanish, Italian, Portuguese, Polish, Dutch, Turkish, and Urdu Wikipedias, and will run for one month. The effort supports broader goals of helping readers save and organize articles for later reading, while encouraging habits that could lead to future Wikipedia contributions.
* To support a bookmark button in the Reading List beta feature, the "Tools > Action" menu has been updated to display icons, including the watch star indicator that helps editors identify temporarily watched articles. The icons now also match those used on mobile, improving consistency across platforms. The change is currently limited to the actions menu and mainly affects editors with privileged user rights. [https://phabricator.wikimedia.org/T426008]
* [[mw:Special:MyLanguage/VisualEditor/Suggestion Mode|Suggestion Mode]] was released as an [[w:en:A/B test|A/B test]] for newcomer editors on the mobile website at [[phab:T421189|~15 Wikipedias]]. The experiment will measure the impact that Suggestion Mode has on the proportion of newcomer mobile web edit sessions that result in constructive (un-reverted) article edits. The experiment will also evaluate the feature's impact on editor retention, and monitor changes in revert and block rates.
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] View all {{formatnum:27}} community-submitted {{PLURAL:27|task|tasks}} that were [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Recently resolved community tasks|resolved last week]]. For example, an issue in the Wikipedia Android app where images could sometimes fail to load after opening a recommended reading list notification, has now been fixed. [https://phabricator.wikimedia.org/T418231]
'''Updates for technical contributors'''
* The [[mw:Special:MyLanguage/Wikidata Platform|Wikidata Platform team]] has published its [[d:Special:MyLanguage/Wikidata:SPARQL query service/WDQS backend update/Backend Replacement|backend replacement recommendation]] and accompanying [[wikitech:Wikidata Query Service/WDQS Architecture re-design|technical architecture]] for the migration of the Wikidata Query Service (WDQS) away from Blazegraph. Feedback is invited until May 25th 2026, especially on potential gaps and impacts on advanced use cases. Wikidata community members and WDQS users are also encouraged to help identify high-impact tools and workflows that may need attention on [[d:Wikidata:SPARQL query service/WDQS backend update/High-Impact Use Cases|this page]]. Feedback can be shared on the [[d:Wikidata talk:SPARQL query service/WDQS backend update|Migration talk page]] or during the [[d:Special:MyLanguage/Wikidata:Blazegraph Migration Office Hours|next office hour]]. See the [[d:Special:MyLanguage/Wikidata:Wikidata Platform team/Newsletter|WDP team newsletter]] for more details.
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] Detailed code updates later this week: [[mw:MediaWiki 1.47/wmf.3|MediaWiki]]
'''In depth'''
* On English, French, Japanese, and a few other Wikipedias, there was a [[diffblog:2025/09/02/better-detecting-bots-and-replacing-our-captcha/|trial of hCaptcha]], a third-party bot detection service. The trial showed that hCaptcha effectively detects and deters some bad-faith automated activity, on its own and by giving [[w:en:Wikipedia:Village pump (technical)/Archive 225#Introducing SuggestedInvestigations|checkusers and stewards]] signals to look into. Because the results were positive, hCaptcha will be rolled out across all wikis over the next few weeks. [[mw:Special:MyLanguage/Product Safety and Integrity/Anti-abuse signals/hCaptcha|See the hCaptcha project page]] for technical information about the implementation and privacy protections. [[diffblog:2026/05/04/better-detecting-bots-and-replacing-our-captcha-part-2/|Learn more]].
* The latest Community Tech update is now available, with progress across several Community Wishlist initiatives, including Reading Lists expansion from the mobile app to the website, new language support for "Who Wrote That" and the Personal Dashboard, improvements to 3D rendering and Charts, and upcoming work on talk page sorting, audio playback, and editing workflows. The update also shares current priorities, wishlist status trends, and opportunities for community feedback on future focus areas and the Wikimedia Foundation’s 2026–2027 Annual Plan. [[m:Special:MyLanguage/Community Wishlist/Updates#May 13, 2026: Latest updates from the Community Tech team|Read the full newsletter for details]].
'''''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|Tech news]]''' prepared by [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Writers|Tech News writers]] and posted by [[m:Special:MyLanguage/User:MediaWiki message delivery|bot]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News#contribute|Contribute]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/21|Translate]] • [[m:Tech|Get help]] • [[m:Talk:Tech/News|Give feedback]] • [[m:Global message delivery/Targets/Tech ambassadors|Subscribe or unsubscribe]].''
</div><section end="technews-2026-W21"/>
</div>
<bdi lang="en" dir="ltr">[[User:MediaWiki message delivery|MediaWiki message delivery]]</bdi> 22:21, 18 mag 2026 (CEST)
(This message was sent to [[:Wikisource:Bar]] and is being posted here due to a redirect.)
<!-- Messaggio inviato da User:STei (WMF)@metawiki usando l'elenco su https://meta.wikimedia.org/w/index.php?title=Global_message_delivery/Targets/Tech_ambassadors&oldid=30539262 -->
== Apertura delle pre-iscrizioni itWikiCon 2026 ==
Questa settimana è iniziato il periodo ufficiale delle pre-iscrizioni.
Come saprete già, dal '''6 all'8 novembre 2026''' a [[:w:it:Vezia|Vezia]] ([[:w:it:Lugano|Lugano]]) si apriranno le porte della [[:w:it:Villa Negroni|Villa Negroni]] per '''[[m:ItWikiCon/2026|itWikiCon 2026]]'''. Questo convegno unisce ispirazione, innovazione e scambio di idee in un evento di tre giorni. Le '''[[m:ItWikiCon/2026/Partecipanti|pre-iscrizioni]]''' sono disponibili da subito ed è il primo passo per manifestare il vostro interesse a partecipare. Inoltre, in questo modo darete un contributo fondamentale al team organizzativo nella pianificazione logistica dell’evento.
Per qualsiasi domanda o suggerimento, non esitare a scrivere un messaggio sulla [[:meta:Talk:ItWikiCon/2026|pagina di discussione dell’evento]] o di contattarci a info@itwikicon.org.
Non vediamo l'ora di accogliervi a Vezia!
A presto,
il team organizzativo di itWikiCon 2026: [[Utente:Vallema|Vallema]], [[Utente:cassinam|Cassinam]], [[Utente:Dario Crespi (WMIT)|Dario Crespi (WMIT)]], [[Utente:Dorine Barth (WMCH)|Dorine Barth (WMCH)]] [[User:Vallema|Vallema]] ([[User talk:Vallema|disc.]]) 12:03, 19 mag 2026 (CEST)
== Testamenti ==
Abbiamo testamenti tra i testi?
Ho la scansione di un testamento che è stato pubblicato a stampa nell'800. Potrei anche caricarlo su commons. Vorrei sapere se ci sono controindicazioni. @[[Utente:Ruthven]] ne sa qualcosa?
--[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 13:22, 21 mag 2026 (CEST)
:@[[Utente:Carlomorino|Carlomorino]]: qualcuno c'è: [[:Categoria:Testamenti]]. Carica pure, che controindicazioni ci dovrebbero essere? Tanto l'autore è morto senz'altro! :D [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 17:07, 21 mag 2026 (CEST)
:::@[[User:Candalua|Bau Bau]] Per l'esattezza ci ha lasciato il 1º gennaio 1865. Pochi mesi prima di compiere 70 anni. La balia è ancora in lacrime. Ci ho parlato l'altra settimana. Ancora non riesce a riprendersi. --[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 19:06, 21 mag 2026 (CEST)
::@Carlomorino un altro testamento di persona famosa è quello di Marco Polo, presente ad esempio [https://books.google.it/books?id=OFwNAAAAYAAJ qui]. In questo caso è all'interno di un volume con altri testi e documenti. Non so a quali controindicazioni pensi, sei incerto in quale categoria classificarli? Anch'io sarei incerto, forse nei testi di diritto... [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 17:18, 21 mag 2026 (CEST)
:::@[[Utente:Carlomorino|Carlomorino]] Se l'autore è deceduto da più di 70 anni, allora va bene. Se è dell'Ottocento e l'autore non stava molto bene, tanto da scrivere un testamento, allora avrei pochi dubbi. PD-old generico già va bene. <span style="font-family:Times; color:#219">'''[[Utente:Ruthven|Ruthven]]'''</span> <span style="color:#0070EE"><small>([[User talk:Ruthven|<span style="color:#101090">msg</span>]])</small></span> 10:34, 23 mag 2026 (CEST)
== pagine spostate ==
Segnalo che nel libro [[Indice:Mamiani - Teorica della religione e dello stato, 1868.pdf]] non c'è corrispondenza tra testo e immagine, tutti i testi sono scivolati di due pagine rispetto all'immagine. Come si fa a recuperare? [[User:Gatto bianco|Gatto bianco]] ([[User talk:Gatto bianco|disc.]]) 11:12, 22 mag 2026 (CEST)
:@[[Utente:Gatto bianco|Gatto bianco]] SE guardi la cronologia del File vedi che un volonteroso utente ha eliminato le due prima pagine iniziali.... senza rendersi conto delle conseguenze su itwikisource. Il metodo più spiccio per sistemare è aggiungere due pagine dummy all'inizio del file. Grazie della segnalazione. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 13:14, 22 mag 2026 (CEST)
::@[[Utente:Gatto bianco|Gatto bianco]] {{fatto}}. Per queste manipolazioni di file pdf io uso PDFSAM (varsione base free). [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 14:21, 22 mag 2026 (CEST)
== Purge failed ==
Ho tentato di fare un purge di [[Indice:Viaggio in Sicilia, 1840 - BEIC IE6395202.djvu]], fatto anche su commons, ma appare un popup con scritto "Purge failed". Ho sbagliato qualcosa? [[User:Gatto bianco|Gatto bianco]] ([[User talk:Gatto bianco|disc.]]) 16:24, 22 mag 2026 (CEST)
:@[[Utente:Gatto bianco|Gatto bianco]] A me è andato a buon fine e non vedo il messaggio d'errore. Prima purge su Commons e poi su Wikisource. Ciao <span style="font-family:Times; color:#219">'''[[Utente:Ruthven|Ruthven]]'''</span> <span style="color:#0070EE"><small>([[User talk:Ruthven|<span style="color:#101090">msg</span>]])</small></span> 10:37, 23 mag 2026 (CEST)
== In difesa della matematica ==
Come forse sapete, Passerino editore ha l'abitudine di prendere articoletti fuori copyright e creare ebook. Oggi mi sono preso da MLOL "In difesa della matematica" di Giovanni Vacca. Ho trovato che il testo è a https://patrimonio.archivio.senato.it/inventario/scheda/benedetto-croce/IT-AFS-021-010170/giovanni-vacca-difesa-della-matematica-tratto-leonardo-citazione-alcune-affermazioni-croce-contenute-lineamenti-logica-come in CC-BY. È possibile metterlo su Wikisource? (Nel senso, qualcuno me lo carica che poi in un'oretta al massimo lo controllo?) --[[User:.mau.|.mau.]] ([[User talk:.mau.|disc.]]) 21:30, 22 mag 2026 (CEST)
:@[[Utente:.mau.|.mau.]] Certo, metilo su Commons prima, con la licenza corretta, la fonte e il template Licencereview. <span style="font-family:Times; color:#219">'''[[Utente:Ruthven|Ruthven]]'''</span> <span style="color:#0070EE"><small>([[User talk:Ruthven|<span style="color:#101090">msg</span>]])</small></span> 10:35, 23 mag 2026 (CEST)
::@[[Utente:Ruthven|Ruthven]] Oddio! Cos'è il template Licencereview? Devo studiare! :-( [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 16:47, 23 mag 2026 (CEST)
notjxone3v0ojddvu12ghzwb21i5j3w
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2026-05-23T17:07:48Z
.mau.
125
/* In difesa della matematica */ Risposta
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wikitext
text/x-wiki
{{Bar}}
== WikiOscar 2026 ==
Ciao! Anche quest'anno nei '''[https://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Scherzi_e_STUBidaggini/Wikioscar/2026 Wikioscar]''' che si tengono su Wikipedia in lingua italiana è presente un [https://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Scherzi_e_STUBidaggini/Wikioscar/2026#Wikirilettore premio] per l'utente che ha sempre la testa nei libri. Potete votare il vostro utente preferito dal 1° al 7 maggio! [[User:Atlante|Atlante]] ([[User talk:Atlante|disc.]]) 10:33, 1 mag 2026 (CEST)
== Discussione in Commons su CropTool ==
Qui: [[:c:Commons:Village_pump/Proposals#Cropping_with_"book"_template]] una discussione propositiva sui problemi di CropTool. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 20:10, 2 mag 2026 (CEST)
== DPL ==
Ricevo e condivido questo messaggio riguardo DPL (DynamicPageList):
: Ciao, ho per caso incrociato la tua [https://it.wikinews.org/wiki/Wikinotizie:Bar/DynamicPageList richiesta] di 16 anni fa a proposito di DPL. Non so se poi l'hai usata qui, ma sembra che l’estensione verrà disattivata con la chiusura di Wikinews. Se ne fate uso, ''sapevatelo''! --[[User:Infosfera|Infosfera]] ([[User talk:Infosfera|disc.]]) 20:40, 3 mag 2026 (CEST) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:22, 4 mag 2026 (CEST)
:@[[Utente:Infosfera|Infosfera]], posso chiederti dove hai visto che DPL verrà disattivato? Qui non lo usiamo moltissimo, ma è comunque una funzione che personalmente mi è utile e mi dispiacerebbe perdere. Quindi volevo capire se è già una decisione presa ben più in alto di noi, o se c'è ancora margine per salvarlo. Grazie! [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 15:44, 8 mag 2026 (CEST)
::Ciao @[[Utente:Candalua|Candalua]]. Potrebbe essere una mia interpretazione eccessivamente pessimistica ed estensiva, ma considerato che mediawiki.org/wiki/Extension:DynamicPageList qui si dice che è stata sviluppata essenzialmente per WNews, e che su tutte le wikinews è stata sostituita con liste statiche nell'ambito della chiusura delle wiki, il rischio che sia deprecato, non più supportato e prima o poi globalmente rimosso mi sembra da non escludere, anche tenuto conto che si parla di problemi prestazionali e del fatto che a questo punto non ci sono più wiki che ne hanno "necessità strutturale".
::Stando così le cose, finchè lo si usa per task personali non prioritari nessun problema, ma fossi in te non mi fiderei troppo a costruirci sopra funzionalità essenziali complesse. Per info più affidabili forse puoi rivolgerti a meta.wikimedia.org/wiki/User:Ladsgroup ha curato la rimozione da tutte le wikinews.
::(ps: colgo l'occasione per [https://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Scherzi_e_STUBidaggini/Wikioscar/2026#c-ZandDev-20260508000200-%C3%80ncilu-20260501053200 congratularmi per il wikioscar]) -- [[User:Infosfera|Infosfera]] ([[User talk:Infosfera|disc.]]) 17:00, 8 mag 2026 (CEST)
:::(scusa i link monchi ma si vede che c'è un filtro per "giovani" che mi impedisce di metterli funzionanti) [[User:Infosfera|Infosfera]] ([[User talk:Infosfera|disc.]]) 17:01, 8 mag 2026 (CEST)
== <span lang="en" dir="ltr">Tech News: 2026-19</span> ==
<div lang="en" dir="ltr">
<section begin="technews-2026-W19"/><div class="plainlinks">
Latest '''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|tech news]]''' from the Wikimedia technical community. Please tell other users about these changes. Not all changes will affect you. [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/19|Translations]] are available.
'''Weekly highlight'''
* The [[mw:Special:MyLanguage/Article guidance|Article guidance]] team invites experienced editors of [[mw:Special:MyLanguage/Article guidance/Pilot wikis and collaborators|pilot Wikipedias]]—Arabic, Bangla, Japanese, Portuguese, Persian, Turkish, Simple English, Spanish, and French—to help translate and adapt [https://b24e11a4f1.catalyst.wmcloud.org/wiki/Category:Pages_using_article_guidance sample outlines]. These outlines will guide editors in creating clear, well-structured, and policy-compliant articles when using [https://b24e11a4f1.catalyst.wmcloud.org/wiki/Special:NewArticle the feature] once it is launched in May 2026. [[mw:Special:MyLanguage/Article guidance#Adapting a sample outline in a Wikipedia|Simple instructions]] on how to translate and adapt the outlines are available.
'''Updates for editors'''
* The [[:m:Special:MyLanguage/Product and Technology Advisory Council|Product and Technology Advisory Council]] has published [[:m:Special:MyLanguage/Product and Technology Advisory Council/May 2026 draft PTAC recommendation for feedback|draft recommendations]] on a model that affiliates can follow when contributing to the technical space. Community members are invited to provide feedback on the recommendation until May 8th [[:m:Talk:Product and Technology Advisory Council/May 2026 draft PTAC recommendation for feedback|on the talk page]].
* The number of available thumbnail size preferences in MediaWiki is being reduced to three standardized options—Small (180px), Regular (250px), and Large (400px), as part of ongoing efforts to improve performance and reduce strain on thumbnail services. As a result, existing preferences will be mapped to the nearest new size (for example, smaller selections like 120px or 150px will render at 180px, while larger ones like 300px or 360px will render at 400px). The preferences interface will soon be updated to reflect these changes, and users who wish to opt out or provide feedback can do so. [https://phabricator.wikimedia.org/T424909]
* From now on, even when a permission expires automatically, users will receive an Echo notification similar to the standard notification for permission changes. There is a difference between this and [[m:Special:MyLanguage/Global reminder bot|Global reminder bot]] in that the latter reminds users a week ''before'' the rights are due to expire, so that they can renew the rights.
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] View all {{formatnum:32}} community-submitted {{PLURAL:32|task|tasks}} that were [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Recently resolved community tasks|resolved last week]]. For example, the problem where the ULS language selector in [[m:Special:Translate|Special:Translate]] would scroll vertically when it shouldn't, has been resolved. Previously, when users opened the "Translate to English" dropdown and typed certain inputs, the dialog would scroll vertically by a few pixels even when there was enough space to display all results. The dropdown no longer shifts unnecessarily when filtering languages. [https://phabricator.wikimedia.org/T358864]
* The [[m:Special:GlobalWatchlist|Global Watchlist]], which lets you view your watchlists from multiple wikis on a single page, continues to improve. For example, watchlists for Wikibase sites such as [[:d:|Wikidata]] now support [[mw:Special:MyLanguage/Extension:EntitySchema|EntitySchema]] elements for better tracking. The Live Updates mode now refreshes the special page every 60 seconds to comply with the updated [[mw:Special:MyLanguage/Wikimedia APIs/Rate limits|global API rate limits]] for improved real-time responsiveness. Additionally, a directionality bug that displayed links as "changes 3" instead of "3 changes" in mixed-direction lists has been fixed. [https://phabricator.wikimedia.org/T415450][https://phabricator.wikimedia.org/T424422][https://phabricator.wikimedia.org/T418091]
'''Updates for technical contributors'''
* The second phase of [[mw:Special:MyLanguage/Wikimedia APIs/Rate limits|global API rate limits]] has been rolled out to reduce the [[diffblog:2026/03/26/quo-vadis-crawlers-progress-and-whats-next-on-safeguarding-our-infrastructure/|impact of AI crawlers]] and ensure fair, sustainable access to Wikimedia resources, prioritising human and mission-aligned traffic. [[mw:Special:MyLanguage/Wikimedia APIs/Rate limits#Limits|Limits]] have been shifted from per-hour to per-minute, producing smoother traffic patterns and more predictable API load. Community users are not expected to be affected, and no action is required. Early indications show some User-Agent-based requestors are adjusting behaviour, and around 64% of automated API traffic has been identified. Monitoring continues, and Wikimedia Enterprise remains available for commercial support.
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] Detailed code updates later this week: [[mw:MediaWiki 1.46/wmf.27|MediaWiki]]
'''''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|Tech news]]''' prepared by [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Writers|Tech News writers]] and posted by [[m:Special:MyLanguage/User:MediaWiki message delivery|bot]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News#contribute|Contribute]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/19|Translate]] • [[m:Tech|Get help]] • [[m:Talk:Tech/News|Give feedback]] • [[m:Global message delivery/Targets/Tech ambassadors|Subscribe or unsubscribe]].''
</div><section end="technews-2026-W19"/>
</div>
<bdi lang="en" dir="ltr">[[User:MediaWiki message delivery|MediaWiki message delivery]]</bdi> 22:43, 4 mag 2026 (CEST)
(This message was sent to [[:Wikisource:Bar]] and is being posted here due to a redirect.)
<!-- Messaggio inviato da User:STei (WMF)@metawiki usando l'elenco su https://meta.wikimedia.org/w/index.php?title=Global_message_delivery/Targets/Tech_ambassadors&oldid=30498077 -->
== QUO VADIS ==
Buon giorno a tutti
Ho visto che ''Quo vadis'' manca qui su Wikisource e non ho trovato una versione italiana ''in giro'' su Internet Archive o altri siti simili.
Hp trovato però che è presente su [https://liberliber.it/autori/autori-s/henryk-sienkiewicz/quo-vadis/ liber liber], basata su una traduzione del 1915 di {{AutoreCitato|Paolo Valera|Paolo Valera}}.
Mi domando, quindi, se è possibile trascriverla anche qui su Wikisource. In caso affermativo, devo procedere in maniera standard (cioè download del pdf - salvataggio in Commons - creazione pagina per pagina ... ) oppure fare cut&paste direttamente capitolo per capitolo? Ho notato che in alcuni casi manca la fonte a fianco della pagina.
Grazie [[User:BuzzerLone|BuzzerLone]] ([[User talk:BuzzerLone|disc.]]) 12:59, 5 mag 2026 (CEST)
:@[[Utente:BuzzerLone|BuzzerLone]] Nei suoi primi anni Wikisource spesso faceva "trascrizioni di trascrizioni". Oggi mi risulta che questa pratica (almeno per i testi "nati solo cartacei", e dunque precedenti l'era digitale in cui di solito le prime edizioni cartacee escono in contemporanea a quelle digitali) non sia più accettata in quanto fa aumentare probabilità di refusi. Per i testi nativi digitali inoltre non si può parlare di "testi rileggibili" proprio per assenza di testo cartaceo a fronte. [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 13:22, 5 mag 2026 (CEST)
::In realtà un divieto esplicito non è mai stato introdotto; è una pratica sconsigliata, ma non vietata se non è possibile trovare una fonte cartacea. Diciamo che l'invito in generale è quello di dedicarsi ad attività ad alto valore aggiunto, come le trascrizioni dalle scansioni, ed evitare il semplice "copia e incolla" del lavoro già fatto da altri. Poi anche il copia-incolla può avere la sua utilità (per esempio radunare su questo sito tutti i testi di un certo autore, altrimenti sparsi ovunque; oppure correggere qualche refuso che su liberliber o altri siti non è semplice segnalare e correggere). Nel caso, la procedura da seguire non è quella normale, ma appunto un semplice copia-incolla capitolo per capitolo, compilando poi la pagina Discussione con il template Infotesto. Se un giorno saranno disponibili delle scansioni, adegueremo il testo alla procedura proofread, come già fatto per molti altri. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 14:29, 5 mag 2026 (CEST)
Nella pagina di [[Autore:Henryk Sienkiewicz]] ho messo l'opera con il link a LiberLiber e la lasciamo così. [[User:BuzzerLone|BuzzerLone]] ([[User talk:BuzzerLone|disc.]]) 15:48, 5 mag 2026 (CEST)
== Attivazione sportello counseling di Wikimedia Italia ==
Ciao. Sono felice di comunicarvi che da oggi è attivo un nuovo servizio di Wikimedia Italia, richiesto dagli utenti in diverse occasioni, anche nella fase di consultazione per la stesura della [[:meta:Wikimedia Italia/Strategia 2026-2030|strategia 2026-2030 di Wikimedia Italia]].
Si tratta di uno '''sportello di counseling gratuito''', che consente ai volontari di potersi rivolgere a un counselor professionista per affrontare difficoltà relazionali, situazioni di tensione o conflitti legati all’attività sui progetti Wikimedia.<br/>
Questo sportello offre uno spazio sicuro di ascolto e confronto e prevede percorsi individuali gratuiti fino a un massimo di 5 colloqui online per persona.
Trovate tutte le informazioni relative allo sportello counseling in questa pagina: '''[[:w:Wikipedia:Wikimedia Italia/Sportello counseling]]'''.
Ne approfitto per ricordarvi che è sempre attivo anche lo [[:w:Wikipedia:Wikimedia Italia/Supporto legale|sportello di supporto legale gratuito]].
Per qualsiasi domanda o osservazione, non esitate a contattarmi rispondendo a questo messaggio (vi chiedo cortesemente di pingarmi) o tramite [[Speciale:InviaEmail/Dario_Crespi_(WMIT)|email]]. [[User:Dario Crespi (WMIT)|Dario Crespi (WMIT)]] ([[User talk:Dario Crespi (WMIT)|disc.]]) 14:58, 7 mag 2026 (CEST)
== Proposta Babelsource ==
Raccomanderei a tutti di aggiungere, sulla pripria pagina utente, alcuni template {{tl|Babelsource-X}} riguardanti la propria conoscenza delle ''lingue''... informatiche: HTML, CSS, Javascript in particolare, ma non solo. Non so nemmeno se questi template esistano (adesso li cerco).... ma se non esistono, penso che non sarebbe una cattiva idea scriverli. Sarebbe più facile sia aiutare, che cercare aiuto. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:08, 8 mag 2026 (CEST)
== <span lang="en" dir="ltr">Tech News: 2026-20</span> ==
<div lang="en" dir="ltr">
<section begin="technews-2026-W20"/><div class="plainlinks">
Latest '''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|tech news]]''' from the Wikimedia technical community. Please tell other users about these changes. Not all changes will affect you. [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/20|Translations]] are available.
'''Weekly highlight'''
* Community Tech has published [[m:Special:MyLanguage/Community Wishlist/How to write a good wish|new guidance]] explaining how wishes on Community Wishlist are triaged and prioritized. The documentation is intended to help contributors write stronger proposals by clarifying the factors that influence prioritization decisions. Beyond vote counts, the guidance highlights considerations such as potential impact on the community when determining which wishes move forward.
'''Updates for editors'''
* The Reader Growth team is launching an experiment to test a new [[mw:Special:MyLanguage/Readers/Reader_Growth/Share_Card|Share Card feature]] that allows readers to create visually engaging cards from Wikipedia articles or selected article sections and share them online, with each card linking back to the original article to help expand readership and article discovery. The mobile-only A/B test will be available to a portion of readers on Arabic, Chinese, French, Vietnamese, and English Wikipedia to better understand reading and sharing habits, and is scheduled to begin the week of May 18 and run for four weeks.
* The Android and iOS Wikipedia apps recently released the [[mw:Special:MyLanguage/Wikimedia_Apps/Team/25th_Birthday_Reading_Challenge|25-day reading challenge]] into Beta, as part of efforts to drive reader engagement by encouraging users to complete reading milestones. To track their reading streak during the challenge, App users can add a widget featuring Baby Globe to their home screen. The challenge officially begins May 11.
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] View all {{formatnum:17}} community-submitted {{PLURAL:17|task|tasks}} that were [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Recently resolved community tasks|resolved last week]]. For example, an issue where the global preference for enabling syntax highlighting in wikitext could unexpectedly disable itself after being turned on, has now been fixed. [https://phabricator.wikimedia.org/T425286]
'''Updates for technical contributors'''
* [[File:Octicons-tools.svg|12px|link=|alt=|Advanced item]] The ResourceLoader module <bdi lang="zxx" dir="ltr"><code><nowiki>mediawiki.ui.input</nowiki></code></bdi>, deprecated since [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2023/39|September 2023]], will be removed this week. There is a [[mw:Special:MyLanguage/Codex/Migrating_from_MediaWiki_UI|guide for migrating from MediaWiki UI to Codex]] for any tools that use it. [https://phabricator.wikimedia.org/T420125]
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] Detailed code updates later this week: [[mw:MediaWiki 1.47/wmf.2|MediaWiki]]
'''''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|Tech news]]''' prepared by [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Writers|Tech News writers]] and posted by [[m:Special:MyLanguage/User:MediaWiki message delivery|bot]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News#contribute|Contribute]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/20|Translate]] • [[m:Tech|Get help]] • [[m:Talk:Tech/News|Give feedback]] • [[m:Global message delivery/Targets/Tech ambassadors|Subscribe or unsubscribe]].''
</div><section end="technews-2026-W20"/>
</div>
<bdi lang="en" dir="ltr">[[User:MediaWiki message delivery|MediaWiki message delivery]]</bdi> 21:20, 11 mag 2026 (CEST)
(This message was sent to [[:Wikisource:Bar]] and is being posted here due to a redirect.)
<!-- Messaggio inviato da User:STei (WMF)@metawiki usando l'elenco su https://meta.wikimedia.org/w/index.php?title=Global_message_delivery/Targets/Tech_ambassadors&oldid=30524429 -->
== Biografie consiglieri capitolini ==
su [[Discussioni pagina:Biografie dei consiglieri comunali di Roma.djvu/25]] @[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] notava che c'era un problema (mancano una o più pagine).
Stamani all'archivio storico capitolino ho fotografato le pagine mancanti. Credo che dovrebbero essere inserite nel file. Ma ovviamente non sono capace. Cercasi volontario per fare operazione.
--[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 14:33, 12 mag 2026 (CEST)
== Categoria Testi in cui è citato ==
Qualche tempo fa si discuteva se la Categoria "Testi in cui è citato..." doveva essere dedicata solo ad altri scrittori oppure in generale a personaggi storici anche se non hanno scritto nulla di rilevante (ad esempio politici o sovrani che hanno scritto solo pochi discorsi pubblici o anche persone di cui non rimane nessuno suo scritto diretto come ad esempio Socrate). Io sarei per la seconda posizione in quanto avere dati statistici in più è sempre meglio che averne di meno (in molti libri cartacei è spesso presente un indice analitico dei personaggi citati). Poi ci sono i casi di personaggi al limite tra storia e leggenda (re Artù, Achille, Mosè...) di cui abbiamo fonti solo risalenti a moltissimi anni dopo l'epoca della presunta esistenza di questi personaggi. In tal caso preferirei non aggiungerli. Non so se voi siete d'accordo. [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 08:18, 13 mag 2026 (CEST)
:Io mi userei {{tl|AutoreCitato}} e farei la pagina Autore solo per quelli che sono effettivamente citati per le opere che hanno scritto (quindi scrittori, scienziati, giuristi ecc.). Metterei i sovrani solo se abbiamo leggi, editti o documenti emessi in loro nome. Per gli altri personaggi storici in generale userei il link a Wikidata o Wikipedia, e non starei a creare qui una pagina solo per avere un "segnaposto" col nome di qualcuno. Sicuramente non andrebbero create pagine per personaggi mitologici, e neanche per autori contemporanei di cui non potremo avere testi per molti anni.
:Per fare un bilancio, oggi abbiamo ben [[:Categoria:Autori|16.244 autori]], di cui solo [[:Categoria:Autori con opere su Wikisource|3.467]] hanno delle opere su Wikisource. Quelli "citati" sono [[:Categoria:Autori citati in opere pubblicate|14.122]], includendo quelli semplicemente "menzionati" in quanto "hanno fatto qualcosa", anche se non hanno mai scritto niente (per esempio ci sono tanti pittori), e [[Speciale:PagineOrfane|450]] sono addirittura "orfani", cioè nemmeno citati o linkati da altre pagine (quindi perché è stata creata una pagina, se poi non serve nemmeno ad avere un link?).
:Io vi chiederei di cercare di limitare il numero di nuove pagine Autore che vengono create. Può sembrare che creare una pagina sia "gratis", ma non è proprio così, avere molte pagine rende comunque un filino più complicata la gestione del sito (anche solo una piccola modifica ad un template può avere ripercussioni su molte pagine). [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 10:23, 13 mag 2026 (CEST)
::Il mondo wiki ha ignorato a lungo i principi della gestione dei dati, che sono i fondamenti dei database, uno dei quali è "se ti stai ripetendo, stai sbagliando". Poi, finalmente, è arrivata la rivoluzione di wikidata, ma ci vorrà ancora molto tempo per implementarla a fondo: vecchie abitudini sono dure a svanire. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:41, 14 mag 2026 (CEST)
:::Se trovo una persona citata tendo ad usare {{Tl|Wl}} o {{Tl|AutoreCitato}} se la pagina esiste, evitando come la peste di lasciarlo rosso. Tendo a togliere tutti i template {{tl|W}} e, peggio ancora, i link diretti ad altri progetti, basta uno spostamento e si rompono. --[[User:Cruccone|Cruccone]] ([[User talk:Cruccone|disc.]]) 09:49, 14 mag 2026 (CEST)
:::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] @[[Utente:Cruccone|Cruccone]] Aggiungo che questi discorsi fatti per "autore citato" valgono anche per "opera citata" (ad esempio ci sono pagine come "Categoria:Testi in cui è citato il testo Divina Commedia" e simili). Da notare che anche le opere letterarie come la Divina Commedia hanno un loro posto in wikidata... [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 14:50, 17 mag 2026 (CEST)
::@[[Utente:Candalua|Candalua]] creo spesso pagine autore di musicisti in cui includere poi le loro composizioni. E fin qui mi sembra tutto ok. Ma se uso il template WI (e non AC) per un pittore, ad es., poi posso richiamare tutte le pagine in cui è citato? E in che modo? Perché credo che questo fosse il vantaggio di usare AC: avere una pagina in cui si richiama quell'autore (anche se è un pittore). Ma se c'è un modo di farlo usando WI, allora - in questo caso - credo che AC non vada usato. [[User:Pic57|Pic57]] ([[User talk:Pic57|disc.]]) 20:16, 15 mag 2026 (CEST)
:::TestoCitato è un caso un po' diverso e più complesso, perché le opere possono avere più edizioni (con titoli anche leggermente diversi) e con citazioni che possono riferirsi all'opera o all'edizione (ad esempio potrebbe citare una traduzione specifica). Wl se la pagina autore esiste si comporta come AutoreCitato (con lo svantaggio di fare un passaggio in più che un po' pesa). Se la pagina autore non esiste tutto il gioco delle categorie non si attiva, e questa potrebbe essere una motivazione per creare la pagina autore anche per chi non ha mai scritto nulla. Poi uno potrebbe anche stare a discutere sulla differenza tra nominare e citare, anche se l'utilità pratica è discutibile. [[User:Cruccone|Cruccone]] ([[User talk:Cruccone|disc.]]) 16:55, 17 mag 2026 (CEST)
:::@[[Utente:Pic57|Pic57]] Prova a fare la ricerca di Wl|Q37621 in nsPagina. Risultano 4 pagine nsPagina e 1 pagina ns0. Sono tutte? Chi lo sa? Ma è interessante che trovino Hobbes, comunque il nome dell'autore sia stato scritto. Di certo Wl non produce nulla nella categoria [[:Categoria:Testi in cui è citato Thomas Hobbes]]. Almeno, credo... Ho l'impressione che per la vera integrazione fra progetti vari e wikidata siamo "a metà del guado". [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 17:03, 17 mag 2026 (CEST)
::::Io le vedo categorizzate... [[User:Cruccone|Cruccone]] ([[User talk:Cruccone|disc.]]) 20:24, 17 mag 2026 (CEST)
:::::@[[Utente:Cruccone|Cruccone]] Dopo un momento di profondo smarrimento informatico, ho guardato il codice del template Wl. Hai ragione. In effetti, se c'è una pagina Autore, ''Wl apre un tl AutoreCitato!'' E lui categorizza... [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 21:58, 17 mag 2026 (CEST)
::::::Naturalmente, se invece non c'è una pagina Autore, Wl NON categorizza. Quindi, se si vuole che Wl categorizzi, occorre creare la pagina Autore. Banale, ma ci ho messo un po' di tempo per capirlo :-( [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 09:41, 22 mag 2026 (CEST)
== Musica nel wikiverso 2026.5 ==
Consueto '''aggiornamento lilypondiano''' di metà mese
# Ad oggi,15.5.26, abbiamo 115 ''[[:Categoria:Partiture|partiture]]'' (su '''{{PAGESINCATEGORY:Partiture}}''' in tempo reale). Il numero si è incrementato di molto nell'ultimo mese grazie al completamento della trascrizione delle 64 {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci}}. Si potrebbe cominciare a pensare ad una suddivisione per genere musicale. Ho fatto una prova (a manina) sulla mia pagina dei contributi: ecco [[https://it.wikisource.org/wiki/Utente:Pic57|ecco cosa ne è venuto fuori]]
# Faccio un breve cenno al modo in cui lavoro: magari può essere d'ispirazione a qualcuno o - viceversa - qualcuno potrebbe ispirare me con qualche consiglio:
## Attualmente uso l'editor Lilypond ''[https://github.com/frescobaldi/frescobaldi/releases/tag/v4.0.6 Frescobaldi 4.0.6]'', che ho installato sia su Linux (portatile) che su Windows (desktop). Così posso essere sempre operativo
## Per la trascrizione di partiture brevi e non troppo complesse — come ad es. quelle di {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci}} — uso anche [http://Hacklily.org Hacklily.org], un ottimo editor Lilypond on line.
# Ho chiesto a Gemini: "Puoi farmi una panoramica della pubblicazione di partiture su wikisource di lingua italiana, francese, tedesca e inglese?" Risposta in sintesi:
''Se cerchi la tecnologia e l'eleganza, la versione francese è il modello da seguire. Se cerchi trattati e inni, quella inglese e tedesca offrono di più. L'italiana è una risorsa eccellente per il legame tra letteratura, librettistica e musica popolare.''
Sto studiando la versione francese: bella, ma non vedo codice, solo MIDI... indago meglio e ne riparliamo
'''Ottimizzazioni''' (e qui mi rivolgo a@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] o @[[Utente:Candalua|Candalua]]:
* Esportando le partiture in pdf, il salto pagina è problematico. Prendiamo ad es. [[Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N._9/Intermezzo-Valse|''questa partitura'']]. In particolare: a. Esiste su wikisource un codice css per evitare che alcune parti siano stampate nel pdf? b. E' possibile escludere dalla stampa il lettore midi a fine pagina (lasciandola nella pagina wiki, ovviamente)? Probablmente occorrerebe un foglio di stiule per le partiture; così mi pare che facciano su en.WS ecc...
Infine:
* Invito chi volesse rileggere le partiture — in particolare quelle complesse - e si trovasse nei guai perché non riesce a risolvere un errore — a segnalarmelo (pingandomi please!) nella pagina di discussione della partitura in cui lo ha rilevato (le battute sono numerate nella pagina), in modo che possa correggerlo (se ci riesco:-)). @[[Utente:Cruccone|Cruccone]] ad es. lo ha fatto. E lo ringrazio. E' un grande aiuto per me.
Alla prossima [[User:Pic57|Pic57]] ([[User talk:Pic57|disc.]]) 20:31, 15 mag 2026 (CEST)
:@[[Utente:Pic57|Pic57]] Mi spiace, al momento non ho esperienza del css usato per manipolare la stampa su pdf. E' un tema che mi interessa molto ma per ora sono a conoscenza zero... :-( [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 19:51, 16 mag 2026 (CEST)
== <span lang="en" dir="ltr">Tech News: 2026-21</span> ==
<div lang="en" dir="ltr">
<section begin="technews-2026-W21"/><div class="plainlinks">
Latest '''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|tech news]]''' from the Wikimedia technical community. Please tell other users about these changes. Not all changes will affect you. [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/21|Translations]] are available.
'''Weekly highlight'''
* The Abstract Wikipedia team has identified five potential pilot wikis to assess their interest in adopting abstract articles on their wikis. The pilots are Malayalam, Bengali, Dagbani, Arabic, and Indonesian Wikipedia. The feedback period will be open until May 22. If your community is interested in becoming a pilot, [[m:Talk:Abstract Wikipedia|let us know on Meta]].
'''Updates for editors'''
* An experiment to show [[mw:Special:MyLanguage/Readers/Reader Experience/Reading lists|Reading Lists]] to logged-out readers on mobile web will launch on May 18 across German, Spanish, Italian, Portuguese, Polish, Dutch, Turkish, and Urdu Wikipedias, and will run for one month. The effort supports broader goals of helping readers save and organize articles for later reading, while encouraging habits that could lead to future Wikipedia contributions.
* To support a bookmark button in the Reading List beta feature, the "Tools > Action" menu has been updated to display icons, including the watch star indicator that helps editors identify temporarily watched articles. The icons now also match those used on mobile, improving consistency across platforms. The change is currently limited to the actions menu and mainly affects editors with privileged user rights. [https://phabricator.wikimedia.org/T426008]
* [[mw:Special:MyLanguage/VisualEditor/Suggestion Mode|Suggestion Mode]] was released as an [[w:en:A/B test|A/B test]] for newcomer editors on the mobile website at [[phab:T421189|~15 Wikipedias]]. The experiment will measure the impact that Suggestion Mode has on the proportion of newcomer mobile web edit sessions that result in constructive (un-reverted) article edits. The experiment will also evaluate the feature's impact on editor retention, and monitor changes in revert and block rates.
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] View all {{formatnum:27}} community-submitted {{PLURAL:27|task|tasks}} that were [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Recently resolved community tasks|resolved last week]]. For example, an issue in the Wikipedia Android app where images could sometimes fail to load after opening a recommended reading list notification, has now been fixed. [https://phabricator.wikimedia.org/T418231]
'''Updates for technical contributors'''
* The [[mw:Special:MyLanguage/Wikidata Platform|Wikidata Platform team]] has published its [[d:Special:MyLanguage/Wikidata:SPARQL query service/WDQS backend update/Backend Replacement|backend replacement recommendation]] and accompanying [[wikitech:Wikidata Query Service/WDQS Architecture re-design|technical architecture]] for the migration of the Wikidata Query Service (WDQS) away from Blazegraph. Feedback is invited until May 25th 2026, especially on potential gaps and impacts on advanced use cases. Wikidata community members and WDQS users are also encouraged to help identify high-impact tools and workflows that may need attention on [[d:Wikidata:SPARQL query service/WDQS backend update/High-Impact Use Cases|this page]]. Feedback can be shared on the [[d:Wikidata talk:SPARQL query service/WDQS backend update|Migration talk page]] or during the [[d:Special:MyLanguage/Wikidata:Blazegraph Migration Office Hours|next office hour]]. See the [[d:Special:MyLanguage/Wikidata:Wikidata Platform team/Newsletter|WDP team newsletter]] for more details.
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] Detailed code updates later this week: [[mw:MediaWiki 1.47/wmf.3|MediaWiki]]
'''In depth'''
* On English, French, Japanese, and a few other Wikipedias, there was a [[diffblog:2025/09/02/better-detecting-bots-and-replacing-our-captcha/|trial of hCaptcha]], a third-party bot detection service. The trial showed that hCaptcha effectively detects and deters some bad-faith automated activity, on its own and by giving [[w:en:Wikipedia:Village pump (technical)/Archive 225#Introducing SuggestedInvestigations|checkusers and stewards]] signals to look into. Because the results were positive, hCaptcha will be rolled out across all wikis over the next few weeks. [[mw:Special:MyLanguage/Product Safety and Integrity/Anti-abuse signals/hCaptcha|See the hCaptcha project page]] for technical information about the implementation and privacy protections. [[diffblog:2026/05/04/better-detecting-bots-and-replacing-our-captcha-part-2/|Learn more]].
* The latest Community Tech update is now available, with progress across several Community Wishlist initiatives, including Reading Lists expansion from the mobile app to the website, new language support for "Who Wrote That" and the Personal Dashboard, improvements to 3D rendering and Charts, and upcoming work on talk page sorting, audio playback, and editing workflows. The update also shares current priorities, wishlist status trends, and opportunities for community feedback on future focus areas and the Wikimedia Foundation’s 2026–2027 Annual Plan. [[m:Special:MyLanguage/Community Wishlist/Updates#May 13, 2026: Latest updates from the Community Tech team|Read the full newsletter for details]].
'''''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|Tech news]]''' prepared by [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Writers|Tech News writers]] and posted by [[m:Special:MyLanguage/User:MediaWiki message delivery|bot]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News#contribute|Contribute]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/21|Translate]] • [[m:Tech|Get help]] • [[m:Talk:Tech/News|Give feedback]] • [[m:Global message delivery/Targets/Tech ambassadors|Subscribe or unsubscribe]].''
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<bdi lang="en" dir="ltr">[[User:MediaWiki message delivery|MediaWiki message delivery]]</bdi> 22:21, 18 mag 2026 (CEST)
(This message was sent to [[:Wikisource:Bar]] and is being posted here due to a redirect.)
<!-- Messaggio inviato da User:STei (WMF)@metawiki usando l'elenco su https://meta.wikimedia.org/w/index.php?title=Global_message_delivery/Targets/Tech_ambassadors&oldid=30539262 -->
== Apertura delle pre-iscrizioni itWikiCon 2026 ==
Questa settimana è iniziato il periodo ufficiale delle pre-iscrizioni.
Come saprete già, dal '''6 all'8 novembre 2026''' a [[:w:it:Vezia|Vezia]] ([[:w:it:Lugano|Lugano]]) si apriranno le porte della [[:w:it:Villa Negroni|Villa Negroni]] per '''[[m:ItWikiCon/2026|itWikiCon 2026]]'''. Questo convegno unisce ispirazione, innovazione e scambio di idee in un evento di tre giorni. Le '''[[m:ItWikiCon/2026/Partecipanti|pre-iscrizioni]]''' sono disponibili da subito ed è il primo passo per manifestare il vostro interesse a partecipare. Inoltre, in questo modo darete un contributo fondamentale al team organizzativo nella pianificazione logistica dell’evento.
Per qualsiasi domanda o suggerimento, non esitare a scrivere un messaggio sulla [[:meta:Talk:ItWikiCon/2026|pagina di discussione dell’evento]] o di contattarci a info@itwikicon.org.
Non vediamo l'ora di accogliervi a Vezia!
A presto,
il team organizzativo di itWikiCon 2026: [[Utente:Vallema|Vallema]], [[Utente:cassinam|Cassinam]], [[Utente:Dario Crespi (WMIT)|Dario Crespi (WMIT)]], [[Utente:Dorine Barth (WMCH)|Dorine Barth (WMCH)]] [[User:Vallema|Vallema]] ([[User talk:Vallema|disc.]]) 12:03, 19 mag 2026 (CEST)
== Testamenti ==
Abbiamo testamenti tra i testi?
Ho la scansione di un testamento che è stato pubblicato a stampa nell'800. Potrei anche caricarlo su commons. Vorrei sapere se ci sono controindicazioni. @[[Utente:Ruthven]] ne sa qualcosa?
--[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 13:22, 21 mag 2026 (CEST)
:@[[Utente:Carlomorino|Carlomorino]]: qualcuno c'è: [[:Categoria:Testamenti]]. Carica pure, che controindicazioni ci dovrebbero essere? Tanto l'autore è morto senz'altro! :D [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 17:07, 21 mag 2026 (CEST)
:::@[[User:Candalua|Bau Bau]] Per l'esattezza ci ha lasciato il 1º gennaio 1865. Pochi mesi prima di compiere 70 anni. La balia è ancora in lacrime. Ci ho parlato l'altra settimana. Ancora non riesce a riprendersi. --[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 19:06, 21 mag 2026 (CEST)
::@Carlomorino un altro testamento di persona famosa è quello di Marco Polo, presente ad esempio [https://books.google.it/books?id=OFwNAAAAYAAJ qui]. In questo caso è all'interno di un volume con altri testi e documenti. Non so a quali controindicazioni pensi, sei incerto in quale categoria classificarli? Anch'io sarei incerto, forse nei testi di diritto... [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 17:18, 21 mag 2026 (CEST)
:::@[[Utente:Carlomorino|Carlomorino]] Se l'autore è deceduto da più di 70 anni, allora va bene. Se è dell'Ottocento e l'autore non stava molto bene, tanto da scrivere un testamento, allora avrei pochi dubbi. PD-old generico già va bene. <span style="font-family:Times; color:#219">'''[[Utente:Ruthven|Ruthven]]'''</span> <span style="color:#0070EE"><small>([[User talk:Ruthven|<span style="color:#101090">msg</span>]])</small></span> 10:34, 23 mag 2026 (CEST)
== pagine spostate ==
Segnalo che nel libro [[Indice:Mamiani - Teorica della religione e dello stato, 1868.pdf]] non c'è corrispondenza tra testo e immagine, tutti i testi sono scivolati di due pagine rispetto all'immagine. Come si fa a recuperare? [[User:Gatto bianco|Gatto bianco]] ([[User talk:Gatto bianco|disc.]]) 11:12, 22 mag 2026 (CEST)
:@[[Utente:Gatto bianco|Gatto bianco]] SE guardi la cronologia del File vedi che un volonteroso utente ha eliminato le due prima pagine iniziali.... senza rendersi conto delle conseguenze su itwikisource. Il metodo più spiccio per sistemare è aggiungere due pagine dummy all'inizio del file. Grazie della segnalazione. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 13:14, 22 mag 2026 (CEST)
::@[[Utente:Gatto bianco|Gatto bianco]] {{fatto}}. Per queste manipolazioni di file pdf io uso PDFSAM (varsione base free). [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 14:21, 22 mag 2026 (CEST)
== Purge failed ==
Ho tentato di fare un purge di [[Indice:Viaggio in Sicilia, 1840 - BEIC IE6395202.djvu]], fatto anche su commons, ma appare un popup con scritto "Purge failed". Ho sbagliato qualcosa? [[User:Gatto bianco|Gatto bianco]] ([[User talk:Gatto bianco|disc.]]) 16:24, 22 mag 2026 (CEST)
:@[[Utente:Gatto bianco|Gatto bianco]] A me è andato a buon fine e non vedo il messaggio d'errore. Prima purge su Commons e poi su Wikisource. Ciao <span style="font-family:Times; color:#219">'''[[Utente:Ruthven|Ruthven]]'''</span> <span style="color:#0070EE"><small>([[User talk:Ruthven|<span style="color:#101090">msg</span>]])</small></span> 10:37, 23 mag 2026 (CEST)
== In difesa della matematica ==
Come forse sapete, Passerino editore ha l'abitudine di prendere articoletti fuori copyright e creare ebook. Oggi mi sono preso da MLOL "In difesa della matematica" di Giovanni Vacca. Ho trovato che il testo è a https://patrimonio.archivio.senato.it/inventario/scheda/benedetto-croce/IT-AFS-021-010170/giovanni-vacca-difesa-della-matematica-tratto-leonardo-citazione-alcune-affermazioni-croce-contenute-lineamenti-logica-come in CC-BY. È possibile metterlo su Wikisource? (Nel senso, qualcuno me lo carica che poi in un'oretta al massimo lo controllo?) --[[User:.mau.|.mau.]] ([[User talk:.mau.|disc.]]) 21:30, 22 mag 2026 (CEST)
:@[[Utente:.mau.|.mau.]] Certo, metilo su Commons prima, con la licenza corretta, la fonte e il template Licencereview. <span style="font-family:Times; color:#219">'''[[Utente:Ruthven|Ruthven]]'''</span> <span style="color:#0070EE"><small>([[User talk:Ruthven|<span style="color:#101090">msg</span>]])</small></span> 10:35, 23 mag 2026 (CEST)
::@[[Utente:Ruthven|Ruthven]] Oddio! Cos'è il template Licencereview? Devo studiare! :-( [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 16:47, 23 mag 2026 (CEST)
:::mi sa che devo studiare anch'io. [[:File:Giovanni-vacca-difesa-matematica-1.jpg]] [[:File:Giovanni-vacca-difesa-matematica-2.jpg]] e [[:File:Giovanni-vacca-difesa-matematica-3.jpg]] intanto sono le pagine. [[User:.mau.|.mau.]] ([[User talk:.mau.|disc.]]) 19:07, 23 mag 2026 (CEST)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>tempo. Il musicista, il giovane musicista, dovrebbe occuparsi di folclore, di storia, di natura, di vita, di contrasti sociali, oltre a tutto il resto. Si prenda l’esempio di un {{AutoreCitato|Giuseppe Verdi|Verdi}}, perbacco. E già che ci siamo, ci si lasci dire che si può anche toccare i problemi dell'oggi, e rappresentare l’oggi, ricorrendo a tutte le finzioni romanzesche possibili. Ferma restando la bontà della musica, il contenuto che si vuole esprimere ritorna oggi su posizioni di primaria importanza.
''d'') Le tradizioni popolari, che ''devono'' necessariamente essere ricche in un paese come il nostro, sono state trascurate o abbandonate, non sono mai state considerate (salvo rare eccezioni) che come sfumature di colore e non hanno mai trovato, nella cultura musicale, quegli agganci col corpo nazionale e culturale che si sono realizzati invece nei paesi orientali e in America. Il non essere quasi mai riusciti a centrare il «paesaggio» italiano è uno dei grossi ''handicap'' che dobbiamo superare. Tuttavia in questa direzione, oggi, molti di noi si sono impegnati con successo.
''e'') Pochi, pochissimi esperti si inseriscono autorevolmente nel processo di educazione del pubblico. Molti, per una forma di scetticismo che a dir poco è colpevole, lasciano che le cose vadano per inerzia, e non si preoccupano affatto di stabilire se il nuovo che ci viene presentato è da respingere perché è brutto o solo perché è diverso o semplicemente perché è nuovo. Il pubblico deve andare a scuola, questo è evidente, ma i Maestri lo scoraggiano subito. La conseguenza più logica è allora questa: che si renderà ai giovani musicisti assai difficile l’esistenza al di fuori delle consorterie estreme, e si lascierà a gruppi e a giornali ben qualificati il monopolio della cultura. Il che, oggi come oggi, si realizza assai bene e a fondo, indicando dov’è l’anticultura e dove il suo contrario.
Eppure le condizioni sono quanto mai favorevoli: la cultura gode sempre maggiori agevolazioni dai mezzi di diffusione. Si vendono libri come mai è accaduto, e la gente legge di più; i giornali si moltiplicano, e alcuni dedicano pagine intere ai problemi culturali; radio, dischi e televisione portano dovunque la musica; le possibilità di esecuzione sono moltiplicate dalle facili comunicazioni fra un continente e l’altro; numerose sono le manifestazioni pubbliche. Mai l'artista si è trovato
così avvantaggiato dalla tecnica e dal progresso. Eppure si continua a dire che c’è crisi; eppure non ci si stanca di dire che il Novecento è un secolo arido. Cose da pazzi. Il Novecento? Ma il Novecento è il secolo di Stravinski, di {{AutoreCitato|Sergei Prokofiev|Prokofiev}}, di Bartòk, di Schoenberg, di
Hindemith e di tanti altri musicisti di primissimo ordine. E allora? E allora in cinquant’anni è venuto fuori un sacco di musica da far rizzare i capelli al prossimo. Se questo è un secolo di crisi, ben vengano
secoli come questo.
Il Novecento ha portato grosse cose in letteratura (solo in Italia: {{AutoreCitato|Italo Svevo|Svevo}}, {{AutoreCitato|Eugenio Montale|Montale}}, {{AutoreCitato|Alberto Moravia|Moravia}}, Tomasi di Lampedusa, ecc. ecc.), nelle arti figurative (dove li troviamo in tanta abbondanza i Morandi, i Sironi, i {{AutoreCitato|Umberto Boccioni|Boccioni}}, i Modigliani, i Guttuso?), nel teatro, nel cinema. Dappertutto, quindi, come deve accadere nei secoli civili ed evoluti. Abbiamo<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>visto fiorire forme d’arte rigogliose in tutto il mondo, dal Messico al Giappone, dalla Russia all'Argentina. E non si dovrebbe aver fiducia? Questo è il punto: avere fiducia, perseverare e costruire. Sfruttare i mezzi che la civiltà e la tecnica ci hanno posto in mano per svolgere un dialogo sempre più vasto con gli uomini e le moltitudini. Spiegare perché certe cose devono avere cittadinanza fra noi. Agire in buona fede e con coerente severità. Guardare a noi, per trovare fra noi le fonti di ispirazione. Far conoscere ciò che si fa, parlarne e discuterne: avere il coraggio di dire no quando si deve dire no e di applaudire ciò che è bello.
Ora, della musica noi sappiamo tutto, e tutto abbiamo sperimentato: bisogna che ci incontriamo sui problemi vivi, poiché fuggire, evadere non si può più. Finito è il tempo, speriamo, dei nazisti, finito il tempo in cui non si poteva più credere all'umanità. Oggi è tempo di uscire all’aperto e di dialogare col nostro prossimo. Impresa difficile, da noi, ma che avrà, prima o poi, successo. Poiché così vanno le cose e la storia si snoda per cicli.
{{A destra|{{Sc|mario pasi}}}}<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>di fuori, visto in un contesto assai ampio, quello della cultura unitaria del Paese, che tiene conto delle esperienze sociali, politiche e morali della nostra storia più recente.
Poco peso, in proporzione, ebbe in Italia il movimento romantico, se non nella sua forma risorgimentale: romantico è certo il {{AutoreCitato|Giuseppe Verdi|Verdi}} che si getta nella polemica contro l’oppressore, ma al di là di questo la nostra società si mostra poco ricettiva a quei fermenti. I romantici
italiani agiscono spesso al di fuori delle lettere, e quelli che ci stanno dentro sono considerati, anche dopo, come dei poveri diavoli o degli spostati. Da noi, a cavallo del Novecento, ci sono degli uomini che si
battono perchè si dia luogo in Italia alla musica da camera, alla musica da concerto, e non si parli solo di opere liriche: è incredibile, sembra impossibile, eppure è stato così, in un paese dove si tenne il primato musicale — e non solo lirico — per due buoni secoli. Ma
l’Ottocento, per noi, significò scontare oppressioni e ingiustizie, e dedicarci all’Unità d’Italia, e trovarci a un livello culturale assai basso. Una società incolta non ama i suoi figli colti, e viceversa. Ciò spiega il dualismo fra Italia e cultura che assume tratti vistosi col fascismo, ove pesa anche l’assenza di una solida esperienza romantica (in Germania si verifica l’opposto, e succede ben di peggio, storicamente, però il mondo musicale tedesco partorisce due o tre nuove formule che
oggi vanno per il mondo) e dove si aggrava rapidamente, con i pregiudizi estetici e razziali, la situazione dell’artista. Negate le esperienze moderne, è logico che si guardi indietro, alle vestigia e alle tradizioni antiche della nostra terra. Ma con gli ukase o coi Minculpop non si ferma lo stesso il corso della storia, e perciò, finito il fascismo, ci troviamo, benché pesti e contusi e pochi, sulla prima linea del pensiero
europeo.
Siamo però in condizioni di indigenza spirituale e le ragioni sono diverse:
''a'') Non si è stati al passo con gli avvenimenti culturali europei per più di vent’anni. Per cui si è visto che la gente ha scoperto {{AutoreCitato|Bertolt Brecht|Brecht}}-Weill quarant’anni dopo, almeno nelle grandi città: altrove non lo ha ancora scoperto. Questo fenomeno è generale: arrivano da noi come novità opere che hanno già passato la seconda giovinezza, e si dà cittadinanza a musicisti già consacrati con ritardi davvero imperdonabili.
''b'') La scuola non si occupa di musica che di fianco, e tutto riposa sulle spalle di buoni insegnanti. I conservatori sono esemplari, in questo senso, come le Università!
''c'') Si vive poco all’aria aperta. La cultura tende a distaccarsi dalle radici popolari e dalla realtà, e a divenire monopolio di una ''élite''. Ovviamente c’è una ''élite'' di destra e una di sinistra, c’è una serie inutile di azioni e di reazioni. Occorrerebbe favorire, in chi scrive musica, l’aggancio alla realtà morale, psicologica, vitale del nostro<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>occorre, perchè la musica duri, che vi sia un «paesaggio» autentico e che in questo paesaggio si muovano uomini veri e idee vere, portati e portate su un piano di universalità. Al di sotto di ciò resta ben poco. E, chiudendosi il discorso come un anello, si vede ancora una volta come la formula creativa in musica sia la stessa che dà vita a un romanzo o a un quadro. Nulla deve essere lasciato al caso, ovviamente, anche se a caso si possono cogliere perfino pregevoli effetti subordinati.
Dovremmo dire che cos’è il «paesaggio»: è la piattaforma, il clima, che fa da ambiente alle idee e al sentire degli uomini. Il paesaggio rispecchia l'essenza vera della nostra società. Esso — come nel ''Prigioniero'' di Dallapiccola, per citare un esempio riuscito di autore contemporaneo — è anche fatto morale e impegno civile; esso è necessario come sono necessarie le idee che gli uomini possano condividere onestamente.
Il rapporto con la realtà, con la verità del corpo sociale, mi sembra pertanto essere l’elemento base per la vita e la sopravvivenza di una musica che significhi qualcosa per qualcuno. Nel nostro paese, dopo le autarchie suicide, si sono avuti dei sintomi molto interessanti di risveglio e di vivacità intellettuale. A dispetto dell’indifferenza delle autorità, dello scetticismo delle ''élites'', anche nel campo della musica gli italiani hanno lavorato sodo. Avevamo dei fatti precisi: la guerra, la lotta per la libertà, la Resistenza nostra ed europea, la lotta per la vita, l’elevazione delle classi umili, una nuova spiritualità religiosa seriamente motivata, la capacità di studiare noi stessi in libertà e senza chiusure politiche. Avremmo potuto certo sfruttare meglio questi filoni, ma per far questo avremmo dovuto avere una grossa organizzazione scolastica; e avremmo dovuto evitare certi equivoci da quieto vivere, negli anni immediatamente successivi alla Liberazione. Ciò non toglie che la nostra musica sia stata rappresentata, e degnamente, da compositori severamente impegnati nelle varie direttrici della musica contemporanea; e ciò non toglie che la maggior parte dei risultati validi sia proprio venuta dai novatori e non dai ritardatari, in linea di massima. E per novatori non intendiamo gli estremisti della elettronica, tanto per parlar chiaro. Malgrado gli ostacoli frapposti da una importante corrente di opinione che è tendenzialmente di copertura — e in certi casi veramente faziosa — da un pubblico
ovviamente impreparato e da una organizzazione teatrale che spesso è molto vicina a quella di un Football Club, malgrado tutta una serie di rémore e di divieti, di miserie e di rinunce, siamo ancora su un piano di civiltà europea, coi nostri Dallapiccola, Petrassi, Ghedini (proprio lui, certo, e fra i migliori), Nono, ecc. ecc.
Ma, al di là o al di qua dei risultati, delle statistiche, dei fatti teatrali, noi saremmo assai grati a qualcuno che ci dicesse, con estrema chiarezza,«perchè» siamo così. Impresa impossibile, forse, per un contemporaneo. Ma, sia pure approssimativamente, si può tentare di tracciare a larghe linee un panorama del nostro mondo musicale visto dal<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>uomini: la musica del Novecento, allora, come le altre arti, deve essere lo specchio della nostra società, oggi come sempre, e deve mutare — in anticipo o in ritardo — come muta essa. Ancora: la musica non può pretendere di rappresentare la società che la esprime mostrando
solo un volto, una immagine parziale, ma anche e soprattutto aderendo ad essa nella sua diversità di atteggiamenti e di critica costruttiva. Cadono quindi le distinzioni esclusive e cadono altresì le preclusioni culturali: restano delle percentuali artistiche, più o meno alte a seconda della durata, in una società, di particolari componenti culturali, quali le tradizioni, il folclore, i fatti morali, le tendenze di ''élite'', gli influssi letterari, i colori nazionali. L’esistenza di un linguaggio moderno, accettato dai più, esclude di per sè la troppa reazione o la troppa avanguardia: ma per possederlo, si deve esser ricchi di fermenti autentici, si deve saper trovare l’equivalente culturale alla storia e alla vita della società e alle sue lotte. Se no, resta la scappatoia del discorso accademico, del prodotto finito che non dice nulla anche se fatto con tutte le regole del mestiere.
Ne discende, allora, una considerazione di estrema importanza sulla natura della musica: non sì tratta di valori spirituali assoluti, slegati dalle contaminazioni del mondo, ma di prodotti precisi di una determinata
condizione umana. La musica giace sullo stesso piano delle altre arti, e non è, rispetto ad esse, nè più nobile nè più pura: usa i suoni, e taluni, credendoli immateriali, si perdono in fantasticherie davvero divertenti. Ma l'autore è l’uomo, un uomo o molti uomini, che vivono in una data epoca, in una data società e in una data terra. La sintassi, alla musica, l’ha data l’uomo, come la grammatica. E il pensiero dell’uomo fa muovere il discorso musicale secondo la civiltà e l’etica che l’uomo possiede.
Se è così, non ha senso nè un discorso casuale nè un discorso inintelligibile per forme e sintassi troppo antiche; intendo dire che non ha senso diretto. Indirettamente, però, anche l’uso di certi rumori può
essere utile a fini secondari o terziari.
Se è così, è perfettamente inutile venirci a dire che la musica discende dal cielo ed altre consimili sciocchezze. La musica esprime idee, e queste idee sono condivise dagli uomini, non dai cherubini o dai ''feux follets''. Queste idee sono formulate mediante suoni organizzati, anche quando organizzati non sembrano. Queste idee hanno capacità di durata proporzionale alla quantità di umanità che raffigurano.
Noi amiamo ancor oggi {{AutoreCitato|Ludwig van Beethoven|Beethoven}}, tanto per fare un esempio di facile accoglimento, perchè la sua musica esprime tuttora il nostro mondo, perchè nel «paesaggio» autentico della sua musica si muove l’uomo moderno con i suoi problemi, coi suoi dolori e coi suoi turbamenti. La società individualistica della borghesia ottocentesca si ritrova in Beethoven, e nelle idee che esprime la sua musica; e queste idee sono accettate, nella loro essenza, oggi anche da noi, che pur scriviamo musica in altro modo; ciò è perchè queste idee sono portate su
posizioni universali e quindi travalicano le barriere del tempo e delle contingenze in cui nacquero. La conseguenza immediata è questa:<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>::{{x-larger|'''Riprendiamo il dialogo'''}}
Devo confessare che, prima di mettermi a scrivere queste note, sono stato tentato — e non poco — di assumere subito una posizione nettamente polemica nei riguardi dei due estremismi del pensiero musicale contemporaneo: quello dei ritardatari ad oltranza, fermi a concetti del tutto sorpassati, chiusi ostinatamente e ostentatamente ad ogni apparenza di novità (una specie di ''orrore del nuovo'', direi), pronti a negare a tutto ciò che si fa al di fuori di un certo «giro culturale» un qualsiasi diritto di cittadinanza, con l’eccezione di alcune strane cose che — senza miglior diritto — vengono invece tollerate o vezzeggiate per amicizia o mondanità o masochismo; quello dei novatori a tutti i costi, che negano valore all’esperienza degli altri solo perchè
''non'' è la loro, che appoggiano la loro musica a concetti pseudofilosofici e in ogni caso non pertinenti, che infine snobbano chi non li incensa e non si fa loro paladino. Mi pareva che l’una e l’altra cosa fossero egualmente perniciose alla musica, e che la seconda (i novatori) lo fosse ancor più della prima, perchè, se i ritardatari agiscono da freno, portano al cattivo gusto, negano ogni progresso, ciò accade naturalmente per una forma di incompatibilità che deriva direttamente dal basso livello culturale della nostra società; gli altri, per esserne le punte avanzate, avevano invece una responsabilità ancor più grossa, e la loro posizione mi sembrava, nella sua sterilità, doppiamente colpevole.
Era quindi fin troppo facile bastonare a destra e a manca, e indicare nel «giusto mezzo» la strada della salvezza del domani; era anche molto facile trovare delle scusanti ai nostri ritardatari, quando levano strida di fronte a certe cose d’oggi che non valgono nulla e che un certo ''trust'' vuol far passare per capolavori; è anche più facile essere d’accordo coi «novatori», quando si avverte la massa di cattivo gusto,
d’ignoranza, di iattanza di cui son pieni certi bempensanti. Ma che cosa ne avremmo ottenuto? Delle generalizzazioni, o dei nomi: ma non è in questo modo che si può discutere, se discutere è possibile.
Senonchè, pensavo, il «novatore» sperimenta cose nuove, bene o male: cerca nuove soluzioni ai suoi problemi di estetica, cerca nuove forme e rifiuta l’irreggimentazione vecchia per la nuova. Il «ritardatario» invece non dà alcun contributo particolare alla nostra storia dell’arte. È questo un discorso valido? Entro certi limiti, sì. Ma ciò che importa, alla resa dei conti, non è tanto di appartenere all’una o all’altra scuola, all’una o all’altra tecnica, all’una o all’altra schiera, quanto il fare della musica che rappresenti — il più possibile e in un’area il più possibile vasta — lo spirito del tempo e il sentire degli<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude><section begin="s1" />
::{{x-larger|'''Mezzosoprani e contralti'''}}
Teoricamente, il contralto e il mezzosoprano danno luogo a registri distinti e variamente caratterizzati in colore, estensione, tessitura. Il contralto ha un timbro marcatamente scuro, quasi virile nei bassi e all’inizio dei centri. La sua normale estensione va dal fa grave al sol acuto e il settore di maggior sonorità è nell'ottava do sotto le righe - do in terzo spazio.
La voce del mezzosoprano ha invece carattere intermedio. Partecipa del contralto quanto del soprano, nel timbro, si spinge dal la basso al la o si bemolle acuto e raggiunge la massima concentrazione sonora fra il mi sul primo rigo e il mi in quarto spazio.
In pratica, tuttavia, la distinzione non è mai stata nettissima e anche nel periodo romantico, i cui operisti tennero generalmente conto delle diverse caratteristiche delle due voci, i contralti sconfinarono d’abitudine nel repertorio del mezzosoprano e viceversa.
Nelle epoche precedenti, la distinzione era stata ancor meno sentita. Il melodramma italiano del Seicento e Settecento, astratto e favoloso, trascurò la caratterizzazione dei personaggi e, in modo particolare,
ignorò la sessualizzazione dei timbri vocali, giungendo al caso limite delle parti di amoroso affidate ai castrati. Non vi fu perciò traccia di ruoli ai quali il timbro di contralto convenisse più di quello di mezzosoprano; anzi, sotto questo aspetto, il contralto non si differenziò nemmeno dal soprano. Tutte e tre le voci femminili erano indiscriminatamente impiegate per parti di amorosa e, non di rado, anche per parti maschili.
È quindi impossibile, per i secoli XVII e XVIII, parlare di contralto e di mezzosoprano per sottolineare facoltà drammatiche proprie più all’uno che all’altro e ci si deve invece limitare ad accennare alle caratteristiche di singole cantanti e al tipo di interprete o di esecutrice che ognuna di esse configurò.
Una prima costatazione d’ordine generale è che il mezzosoprano e il contralto, oggi da noi inclusi nel gruppo delle voci «gravi», operano nel Seicento e Settecento in senso pienamente strumentale, percorrendo
gli stessi itinerari virtuosistici dei castrati e dei soprani. Non mancano, beninteso, i contralti ai quali il timbro scuro e la mole della voce consentono l’espressione imperiosa e larga meglio del trillo e del gorgheggio; e ne è tipica rappresentante, all’inizio del Settecento, Vittoria Tesi. Poco dopo, però, nel clamoroso antagonismo fra due primedonne, è il mezzosoprano (la Bordoni) a configurare l’estroso culto dell’ornamento e delle fioritura, mentre il soprano (la Cuzzoni) tutela il canto spianato e patetico.
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude><section begin="s1" />
Le capacità virtuosistiche del mezzosoprano e del contralto si mantengono inalterate per tutto il secolo XVIII, giocando sovente su una estensione abnorme. In Russia, nazione ricca di voci gravi maschili e femminili, come tutti i paesi nordici, la progressiva assimilazione del vocalismo italiano determina, nell’ultimo decennio, il fenomeno Ouranova, contralto al quale un'estensione di circa tre ottave consente
di impersonare Astrifiammante del ''Flauto magico''. Poco prima, un mezzosoprano-contralto italiano, Dorotea Bussani, aveva brillato per la fluidità e la leggerezza d’un virtuosismo arguto e malioso, lasciandone un'impronta durevole sulle figure mozartiane di Cherubino e Despina.
S’avvertono tuttavia presagi romantici. Sullo sfondo del periodo «larmoyant», la Dugazon e la Coltellini offrono un saggio delle possibilità della voce del mezzosoprano nel canto languido ed elegiaco, mentre la Grassini ripresenta l’espressione maestosa e plastica della Tesi, con l’aggiunta d’una carica drammatica per più versi già ottocentesca. A lei contrapponendosi la Billington, in nome del canto virtuosistico, si rinnovano i clamori del caso Bordoni-Cuzzoni, ma questa volta senza alcun paradosso di sapore barocco, giacché la Billington è soprano.
Oggi, nelle riesumazioni, si tende ad affidare ai mezzosoprani, spesso impropriamente definiti contralti, tessiture scritte per castrati contraltisti. Così, in alcune recenti trascrizioni dell’''Orfeo'' di {{AutoreCitato|Claudio Monteverdi|Monteverdi}}, la parte del protagonista; e inoltre: Telemaco nel ''Ritorno di Ulisse'', Corindo nell’''Orontea'' di Cesti, Medoro e Rinaldo nell’''Orlando'' e nel ''Rinaldo'' di Handel, Orfeo nell’opera di Gluck, Curiazio negli ''Orazi e Curiazi'' di {{AutoreCitato|Domenico Cimarosa|Cimarosa}}. In un’altra opera di Cimarosa, la ''Penelope'', la tradizione del primo Ottocento affidava la parte di Telemaco, come oggi avviene nel ''Ritorno di Ulisse'' di Monteverdi, a un mezzosoprano o contralto.
Quanto ai personaggi femminili assegnati a mezzosoprani o contralti in recenti esumazioni, ricordo la Messaggera, Proserpina, Penelope, Ottavia in ''Orfeo'', ''Ritorno di Ulisse'' e ''Incoronazione di Poppea'', Giunone dell’''Ercole Amante'' di Cavalli, Orontea nell’opera di Cesti, Atreste e Melinta dello ''Schiavo di sua moglie'' di {{AutoreCitato|Francesco Provenzale|Provenzale}}, Bradamante, Cornelia e Dejanira in ''Alcina'', ''Giulio Cesare'' ed ''Heracle'' di {{AutoreCitato|Georg Friedrich Händel|Handel}}, fino alla Donna Rosa del ''Socrate immaginario'' di {{AutoreCitato|Giovanni Paisiello|Paisiello}}, a Leonora ed Aurora delle ''Astuzie femminili'' e di ''Giannina e Bernardone'' di Cimarosa. La parte di Fidalma del ''Matrimonio segreto'' appartiene per lunga tradizione al mezzosoprano.
Per Mozart, recenti edizioni della ''Clemenza di Tito'', del ''Mitridate'', del ''Lucio Siila'', hanno visto impersonati da mezzosoprani Sextus, Annius, Farnace, Lucio Cinna e anche in questo caso si tratta di reminiscenze dell’era dei castrati. Mancano, viceversa, nell’operistica {{AutoreCitato|Wolfgang Amadeus Mozart|mozartiana}} più rappresentativa, parti di spicco per veri mezzosoprani e contralti, ove si eccettuino quelle scritte per la Bussani, cioè Despina e Cherubino.
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude><section begin="s1" />
Cherubino, antesignano dei ruoli di paggio destinati ai contralti, fu tuttavia, a partire dall’Ottocento, spesso affidato a soprani, mentre diversi contralti predilessero la Zeriina del Don Giovanni, tipica tessitura di soprano lirico leggero. Ciò conferma l’elasticità dei criteri che, fino a tempi relativamente recenti, presiedettero all’assegnazione delle parti alle varie corde vocali femminili.
I compositori del periodo di transizione fra il Settecento e il romanticismo evitarono, come i predecessori, di stabilire un preciso rapporto fra ruoli e voci. Diversi di essi tendono a una tessitura ambigua,
di soprano e mezzosoprano, insieme: le protagoniste della ''Vestale'' di {{AutoreCitato|Gaspare Spontini|Spontini}}, della ''Medea'' di Cherubini, del ''Fidelio''. Questa è, fra l’altro, una delle circostanze da cui si deduce che la figura dei soprano inteso in senso moderno, cioè «sfogato» o «assoluto», si
delineò solo in pieno romanticismo.
Certo, non mancano, nella frase preromantica, le anticipazioni di quella che sarà la funzione dei mezzosoprani e dei contralti in un melodramma, come appunto il romantico, che persegue realisticamente la caratterizzazione sessuale. Così la Medea di Mayr, chiaramente destinata a contralti, sembra precorrere la nota demoniaca che il romanticismo ravvisò in questo tipo di voce. Analogamente, il contralto che canta la parte di Paolo in ''Paolo e Virginia'' di Guglielmi
figlio e di Romeo nell’opera di Zingarelli, precede il vezzo romantico di identificare nella voce grave femminile il timbro della adolescenza e di caratterizzare le successive età dell’uomo adottando criteri ai quali era già addivenuta, dato il suo fondo realistico, l’opera buffa italiana e francese: giovinezza = tenore; maturità = baritono; vecchiaia
= basso.
Non è tuttavia possibile stabilire sino a qual punto questi casi rappresentino un progresso in senso drammatico e non siano, invece, un portato della devozione che l’operismo del primo Ottocento nutrì per la voce del contralto, considerandola come una sorta di corda regina del teatro musicale.
In effetti, dalla progressiva scomparsa dei castrati era nato il problema di sostituirli con una voce per qualche aspetto equivalente; e così, molte delle eroine di Paer, Mayr, Coccia, Weigl e contemporanei sono devolute al contralto. Ma è soprattutto {{AutoreCitato|Gioachino Rossini|Rossini}} a sfruttare il contralto in senso belcantistico elevandolo ad una altissima levatura stilistica e virtuosistica. La Malanotte, la Colbran, la Marcolini, la Morandi, la Fenzi, la Mombelli, la Pisaroni, la Belloc, la Bassi Manna sono spinte, da una scrittura magistrale, a imprese miracolose, toccando, nelle volate e nelle cadenze, il re o il mi sopracuto. Al tempo stesso, rotondità, pienezza, velluto caratterizzano i toni inferiori e centrali. In pratica, quasi tutte queste cantatrici posseggono un registro supplementare che assume il timbro chiaro e brillante del soprano e, attraverso l’attacco flautato degli acuti, la relativa estensione. Oltre a ciò, il vocalismo rossiniano comporta fluidità, leggerezza, nettezza e l’esecuzione impeccabile di qualsiasi ornamento, trillo compreso.<section end="s1" /><noinclude><references/>
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Cherubino, antesignano dei ruoli di paggio destinati ai contralti, fu tuttavia, a partire dall’Ottocento, spesso affidato a soprani, mentre diversi contralti predilessero la Zerlina del Don Giovanni, tipica tessitura di soprano lirico leggero. Ciò conferma l’elasticità dei criteri che, fino a tempi relativamente recenti, presiedettero all’assegnazione delle parti alle varie corde vocali femminili.
I compositori del periodo di transizione fra il Settecento e il romanticismo evitarono, come i predecessori, di stabilire un preciso rapporto fra ruoli e voci. Diversi di essi tendono a una tessitura ambigua,
di soprano e mezzosoprano, insieme: le protagoniste della ''Vestale'' di {{AutoreCitato|Gaspare Spontini|Spontini}}, della ''Medea'' di Cherubini, del ''Fidelio''. Questa è, fra l’altro, una delle circostanze da cui si deduce che la figura dei soprano inteso in senso moderno, cioè «sfogato» o «assoluto», si
delineò solo in pieno romanticismo.
Certo, non mancano, nella frase preromantica, le anticipazioni di quella che sarà la funzione dei mezzosoprani e dei contralti in un melodramma, come appunto il romantico, che persegue realisticamente la caratterizzazione sessuale. Così la Medea di Mayr, chiaramente destinata a contralti, sembra precorrere la nota demoniaca che il romanticismo ravvisò in questo tipo di voce. Analogamente, il contralto che canta la parte di Paolo in ''Paolo e Virginia'' di Guglielmi
figlio e di Romeo nell’opera di Zingarelli, precede il vezzo romantico di identificare nella voce grave femminile il timbro della adolescenza e di caratterizzare le successive età dell’uomo adottando criteri ai quali era già addivenuta, dato il suo fondo realistico, l’opera buffa italiana e francese: giovinezza = tenore; maturità = baritono; vecchiaia
= basso.
Non è tuttavia possibile stabilire sino a qual punto questi casi rappresentino un progresso in senso drammatico e non siano, invece, un portato della devozione che l’operismo del primo Ottocento nutrì per la voce del contralto, considerandola come una sorta di corda regina del teatro musicale.
In effetti, dalla progressiva scomparsa dei castrati era nato il problema di sostituirli con una voce per qualche aspetto equivalente; e così, molte delle eroine di Paer, Mayr, Coccia, Weigl e contemporanei sono devolute al contralto. Ma è soprattutto {{AutoreCitato|Gioachino Rossini|Rossini}} a sfruttare il contralto in senso belcantistico elevandolo ad una altissima levatura stilistica e virtuosistica. La Malanotte, la Colbran, la Marcolini, la Morandi, la Fenzi, la Mombelli, la Pisaroni, la Belloc, la Bassi Manna sono spinte, da una scrittura magistrale, a imprese miracolose, toccando, nelle volate e nelle cadenze, il re o il mi sopracuto. Al tempo stesso, rotondità, pienezza, velluto caratterizzano i toni inferiori e centrali. In pratica, quasi tutte queste cantatrici posseggono un registro supplementare che assume il timbro chiaro e brillante del soprano e, attraverso l’attacco flautato degli acuti, la relativa estensione. Oltre a ciò, il vocalismo rossiniano comporta fluidità, leggerezza, nettezza e l’esecuzione impeccabile di qualsiasi ornamento, trillo compreso.<section end="s1" /><noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>::{{x-larger|'''Profilo di Marco Enrico Bossi'''}}
Una rassegna, anche per cenni, dei copiosi contributi critici che riguardano {{AutoreCitato|Marco Enrico Bossi|Marco Enrico Bossi}}, denuncerebbe un’indagine che spesso par trattenersi all’esterno di una pur possibile, accertabile realtà storica ed artistica del musicista. Quasi per una tradizione che arriva fino a {{AutoreCitato|Giuseppe Verdi|Verdi}} ed a {{AutoreCitato|Arrigo Boito|Boito}}, ogni commento o giudizio critico su Bossi molto espone ma assai meno valuta, più spiega ma ancor più sottintende. Intanto, la visuale critica è duplice, pur unita in una formula elogiativa e rispettosa, il più delle volte stereotipa: quella che annovera il musicista tra i più importanti rinnovatori dello strumentalismo italiano dell’ultimo Ottocento, prospettandogli così una posizione storica
che risulta di aggregazione ma più ancora di derivazione del binomio Sgambati-Martucci (a questi Bossi non si accosta che da un punto di vista quasi del tutto artigiano, senza quella reale personalità musicale che essi pur ebbero<ref>Valga, ad esempio di molti, l’articolo di Ettore Desderi ''M.E. Bossi'' in «Il
Pianoforte». Torino, marzo 1925, pag. 88.</ref>); e l’altra, che poi deriva dalla prima, che tutto punta sull’abilità di lui come interprete, assicurandogli in tal modo quella valutazione ampiamente accettata ma troppo facile per non farsi formula pronta: l’esecutore superbo che offusca e subissa il compositore<ref>Giulio Cesare Paribeni, ''M.E. Bossi, il compositore e l’organista'', nel volume: ''M.E.B., il compositore, l’organista, l’uomo'', a cura di Paribeni, Orsini e Bontempelli, Erta, Milano, 1934, pag. 10 e segg. Inoltre, Alceo Toni, ''M.E.B.'', in «La Scala», Milano, 1961, 3, pag. 26.</ref>. Ed è vero che ha nuociuto all’isolato Bossi proprio la sua facilità di forgiare musica, la sua abilità di guadagnare ogni tema in un modo materiale prima ancor che musicale: qualità, queste, che furono di ogni grande improvvisatore<ref> Renzo Bossi, ''M.E.B.'', nella rivista «Como», giugno 1933, pag. 8. Inoltre: Federico Mompellio, ''M.E.B. compositore'', in: «I grandi anniversari del 1960 e la musica sinfonica e da camera in Italia», a cura di A. Damerini e G. Roncaglia, Siena 1960, pag. 127.</ref> ma non tanto di grandi musicisti.
L’isolamento di Bossi (come musico, non come esecutore) fu, anche per forza di cose, di eventi e di gusti, un esercizio: era, il più delle volte, un serbarsi come musicista, proprio per reazione alla mondanità ed alla dispersione obbligata dell’organista virtuoso. Per questo Bossi resta un ingenuo<ref>Franco Abbiati, ''M.E. Bossi trenta anni dopo'', in: «Ricordiana», ottobre 1955, pag. 289; e in ''Storia della Musica'', Garzanti, Milano, 1953, vol. V°, pag. 73.</ref>, un nativo, la cui musica è il frutto di un’elabora-<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>zione spirituale, di una saldezza dogmatica, di una fede: i suoi impegni e problemi musicali, quasi affiancandosi alla natura di lui, sono limitati ma solidi, coerenti. Il suo mondo era piccolo, i suoi interessi ridotti, così come le sue mire. Ma era tutto saldo, in {{AutoreCitato|Marco Enrico Bossi|Bossi}}.
Non smentisce mai la sua italianità<ref>Luigi Torchi, ''Il Cantico dei Cantici di Bossi'', in RMI, VII, 1900, fase. IV, pag. 785; F. Mompellio, art. cit., pag. 125.</br>Contrasta il Confalonieri: «...il suo mondo sonoro... è di qualità tedesca assai più che italiana» (''Storia della Musica'', Nuova Accademia, Milano, 1958, vol. II, pag. 725).</ref>, spiegandola anzi tutta quanta, pur nella sua adesione scoperta verso le forme e le norme del romanticismo tedesco, pur mostrando una compiacenza tra artigiana ed accademica verso un «tessuto sonoro tormentato»<ref>F. Mompellio, ''Marco Enrico Bossi'', Hoepli, Milano, 1952, pag. 161.</ref>, verso audaci dissonanze — gusto ardito per lui: per noi, oggi, segno di travaglio, di debolezza, se non d’impotenza — quelle dissonanze che notò {{AutoreCitato|Giuseppe Verdi|Verdi}} senza nè criticare nè approvare<ref>{{Ec|id.|Id.}}, pag. 100-101 e 104; Abbiati, art. cit., pag. 291.</ref>. Istinto di piacevole musica, bisogno di chiarezza, latinità e spontanea capacità di godere con aperta immediatezza di una bella melodia od armonia o frase: ma tale piacevolezza, nelle composizioni del Bossi, appare spesso non come risultato, ma come ricerca, e la musica ne esce sì impreziosita eppure sminuita. La sua vena italiana traspare quasi sempre fresca, quasi mai avvizzita, là dove il suo mondo si circoscrive: nei pezzi cameristici, in quelli strumentali per organo e pianoforte, anche in alcune liriche; eppure il suo intendimento inflessibile, la sua inclinazione irriducibile e certo nostalgica era rivolta alla grande composizione.
Entusiasta di {{AutoreCitato|Richard Wagner|Wagner}} fin dagli anni del suo noviziato musicale, pur orientato anche ad esperienze strumentali, non tende alla sinfonia come {{AutoreCitato|Giuseppe Martucci|Martucci}} nè al poema sinfonico come di lì a poco Respighi, ma ad esperienze sinfonico-corali affini all’oratorio: forma musicale che, ibrida com’è<ref>Alfred Einstein, ''La Musica del periodo romantico'', Sansoni, Firenze, 1952, pag. 249.</ref>, serviva magistralmente a rappresentare i limiti e le turbe spirituali ed artistiche caratteristiche di un’età di decadenza. Derivando da Liszt<ref>Dal ''Christus'' (v. Torchi, art. cit., pag. 785) e dalla ''Legende von der heiligen Elisabeth'' (v. R. Bossi, riv. cit., luglio 1933, pag. 10).</ref> ma anche da Berlioz<ref>Guido M. Gatti, ''Guida storica e musicale di «Giovanna d’Arco» di M.E.B.'', Fedette, Torino, 1914, pag. 17. Quest’opera di Bossi rappresenta una forma d’arte che si approssima all’«opera da concerto», come {{AutoreCitato|Hector Berlioz|Berlioz}} definiva il suo capolavoro ''La Dannazione di Faust''.</ref> e da Franck (soprattutto quello delle ''Béatitudes''), Bossi si cimentò in composizioni sinfonico-corali: e questa inclinazione costante altro non era che un bisogno di organizzare il proprio mondo spirituale, di precisarlo, calandolo in forme certe, durature. C’era un preciso intendimento prossimo all’opera, in tale scelta, cioè una vocazione ed una tendenza riposta o appena travestita; e come nell’organo fu vista la matrice dell’orche-<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>
Ed ora, accertata la componente decadentistica della sua produzione sinfonico-corale, si vorranno rapidamente ricordare le composizioni più esigue ma non minori, capaci di conferire forse la migliore e la più originale misura della sua musica.
C’è intanto la sua produzione organistica. Lo strumento prediletto di {{AutoreCitato|Marco Enrico Bossi|Bossi}}, quello dei Reger e dei Widor — e prima dei {{AutoreCitato|César Franck|Franck}}, di {{AutoreCitato|Anton Bruckner|Bruckner}} e perfino del {{AutoreCitato|Johannes Brahms|Brahms}} liminare — lo pareva porre prontamente in una zona tutta artigiana di attardato ripetitore romantico. Ma egli impose l’organo nel concerto: in un fluente discorso melodico vicino a modi mendelssohniani e schumanniani inserendovi dissonanze ed armonie complementari che apparentemente minano e compromettono l’armonia tradizionale proprio per riaffermarla più stabile e più naturale. L’organistica romantica era però limitata adesione, integrazione strumentale, un ritorno alla pratica più che alla natura antica: ma nei pezzi per organo Bossi, riguadagnando antiche esperienze e sapienze, se da un parte riecheggia Franck, dall’altra mostra una tendenza più scarna ed arcaicizzante, ma non meno severa, vicina ad un Reger o addirittura a certi toni classicheggianti e compositi del ''Concerto per organo'' di Poulenc.
Nella cameristica, solo formalmente qualcosa derivando da Brahms, ancora il contrappunto stretto e rigoroso che circoscrive la melodiosità fluida, conduce ad un fìtto cromatismo che ha la facoltà di dilatare e d’inquietare l’armonia classica. Inoltre, accenni politonali suggeriscono orientamenti impressionistici<ref>R. Rossi, art. cit., pag. 6.</ref>. Qui, come in certi pezzi orchestrali: gli ''Intermezzi goldoniani'' op. 127 o i ''Tre momenti francescani'' op. 140<ref>che il figlio Renzo ha avvedutamente e felicemente trascritti dall’organo.</ref>, quella «solidità anti-impressionistica»<ref>Torchi, art. cit., pag. 820.</ref> notata nelle opere maggiori, si stempera in un armonizzare moderno e raffinato<ref>Una notevole affinità timbrica ed espressiva si può notare tra l’op. 140 e la ''Böcklin - Suite op. 128'' di Reger, composta dieci anni prima; come pure questa composizione del Bossi anticipa certi colori respighiani di ''Vetrate di chiesa'' e del ''Trittico botticelidano''.</ref>. Infine c’è un pianismo che, staccandosi da possibili richiami di tradizione italiana soprattutto martucciana, si riconduce anch’esso ai grandi modelli romantici: è ricognizione appena accennata, che pare voler prontamente limitarsi, ma non tanto occultarsi. Bossi nell’ultimo pianismo — le prime esperienze sono superficiali — si stacca però da queste filiere romantiche e guarda, in ritardo ma sempre correttamente, ad esperienze più recenti, conservando preziosità e chiarezza mai corrive, sempre discrete: qui (nei piccoli pezzi op. 122, 124 e 136 o in quelli da concerto, molto belli, op. 137) una certa impersonalità che si rileva, vale più asciutto riserbo, più razionale misura, oggettività artistica. Se un paragone e un riferimento non intervenissero subito a dividere più che ad accostare due musicisti, nell’arte prima che nella natura, suggeriremmo il nome di un Fauré per un’in-<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>stralità bossiana, così nella musica sinfonico-corale si può scorgere il compimento e l’ultima adesione alla prima ambizione operistica<ref>''Pachita'' (opera in un atto, 1881); ''L’Angelo della notte'' (melodramma in 4
atti, 1885, distrutto); ''Il Veggente'' (poi: Il Viandante, dramma lirico in un atto, 1906).<br>Opere incompiute: ''Malombra'' (dal {{TestoCitato|Malombra|romanzo}} di {{AutoreCitato|Antonio Fogazzaro|Fogazzaro}}: melodramma in un prologo e tre atti); ''La Crociata degli Innocenti'' (illustrazione musicale d’un poema cinematografico di {{AutoreCitato|Gabriele D'Annunzio|D’Annunzio}}).<br>Valido è invece il poemetto ''Il Cieco'' su {{TestoCitato|Primi poemetti/Il cieco|versi}} del {{AutoreCitato|Giovanni Pascoli|Pascoli}} (per baritono, coro ed orchestra, 1905). Per altre idee e proposte del Pascoli al Bossi, si veda: Carlo Linati, ''Carte e memorie di un musicista'', in «Nuova Antologia», Roma, 16 giugno 1927, pag. 469-472.</ref>. Tenacia di riscatti, di relazioni, di fedeltà: anche qui ad avvalorare quella saldezza e coerenza notata innanzi.
L’adesione a tale forma musicale, con i suoi argomenti or biblici or cristiani (di rado profani), trovava in lui una duplice ragione e motivazione: realizzava l’''habitus'' morale ed artistico del {{AutoreCitato|Marco Enrico Bossi|Bossi}}, così teso, in un’età di posizioni dogmatiche contrastanti e incerte, verso sicure e comode certezze etiche e religiose; e costituiva un rifugio fuor dalle correnti varie ma sincrone e costanti del nuovo verismo operistico. Parrebbe un’abdicazione, rispetto alle tante novità artistiche che i tempi recavano; invece, nell’esperienza corale della cantata e del poema, il musicista avvertì forme a lui adatte e vicine: composite più che eterogenee, come la sua stessa musica<ref>Ettore Desderi, ''Le opere maggiori'', in: ''Marco Enrico Bossi'' — fascicolo commemorativo a cura di Luigi Orsini, Fiamma, Milano, 1926, pag. 17-19. Inoltre Toni, art. cit. pag. 24.</ref>. Certo che queste opere ambiziose (più ancora delle sinfonie e dei concerti di {{AutoreCitato|Giuseppe Martucci|Martucci}} e Sgambati) contenevano, al di là di un sospetto di «compito scolastico»<ref>Massimo Mila, ''Breve storia della musica'', Bianchi e Giovini, Milano, 1948, pag. 319.</ref>, la denuncia facile di una superficialità estetizzante, che riduceva la composizione ad una sorta di artigianato fastoso, ad una decorazione pomposa (erano pur i tempi dannunziani): ed erano invece musicisti, quelli che valevano meno quando si esplicavano che quando si contraevano, riassumendosi. In simili opere ambiziose del Bossi infatti, occultata la spontaneità breve che era già segno di completezza, le imperfezioni ed i limiti si manifestavano, oltre a quel tanto di esoterismo nebuloso che derivava in parte dall’imperfetto o infelice connubio di intimismo tedesco e di chiara spontaneità italiana, in parte dal timbro dell’organo stesso<ref>Il Paribeni (art. cit., pag. 12) notò che derivava dall’organo un tono nebuloso e «coloriture più imprecise e meno umane di quelle dell’orchestra, singolarmente adatte agli impersonali sentimenti mistici».</ref>. Nè potremmo circostanziare qui quella presenza costante e compiuta di fede religiosa, quell’intervento continuo e congiunto di misticismo e sacralità capace di relegare in disparte molte circostanze d’arte, d’ambiente e di persona, in parecchie opere del Bossi, ma non tanto da condannarlo fuori del quadro d’attualità storica. Infatti la religiosità del musicista è<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>stralità bossiana, così nella musica sinfonico-corale si può scorgere il compimento e l’ultima adesione alla prima ambizione operistica<ref>''Pachita'' (opera in un atto, 1881); ''L’Angelo della notte'' (melodramma in 4
atti, 1885, distrutto); ''Il Veggente'' (poi: Il Viandante, dramma lirico in un atto, 1906).<br>Opere incompiute: ''Malombra'' (dal {{TestoCitato|Malombra|romanzo}} di {{AutoreCitato|Antonio Fogazzaro|Fogazzaro}}: melodramma in un prologo e tre atti); ''La Crociata degli Innocenti'' (illustrazione musicale d’un poema cinematografico di {{AutoreCitato|Gabriele D'Annunzio|D’Annunzio}}).<br>Valido è invece il poemetto ''Il Cieco'' su {{TestoCitato|Primi poemetti/Il cieco|versi}} del {{AutoreCitato|Giovanni Pascoli|Pascoli}} (per baritono, coro ed orchestra, 1905). Per altre idee e proposte del Pascoli al Bossi, si veda: Carlo Linati, ''Carte e memorie di un musicista'', in «Nuova Antologia», Roma, 16 giugno 1927, pag. 469-472.</ref>. Tenacia di riscatti, di relazioni, di fedeltà: anche qui ad avvalorare quella saldezza e coerenza notata innanzi.
L’adesione a tale forma musicale, con i suoi argomenti or biblici or cristiani (di rado profani), trovava in lui una duplice ragione e motivazione: realizzava l’''habitus'' morale ed artistico del {{AutoreCitato|Marco Enrico Bossi|Bossi}}, così teso, in un’età di posizioni dogmatiche contrastanti e incerte, verso sicure e comode certezze etiche e religiose; e costituiva un rifugio fuor dalle correnti varie ma sincrone e costanti del nuovo verismo operistico. Parrebbe un’abdicazione, rispetto alle tante novità artistiche che i tempi recavano; invece, nell’esperienza corale della cantata e del poema, il musicista avvertì forme a lui adatte e vicine: composite più che eterogenee, come la sua stessa musica<ref>Ettore Desderi, ''Le opere maggiori'', in: ''Marco Enrico Bossi'' — fascicolo commemorativo a cura di Luigi Orsini, Fiamma, Milano, 1926, pag. 17-19. Inoltre Toni, art. cit. pag. 24.</ref>. Certo che queste opere ambiziose (più ancora delle sinfonie e dei concerti di {{AutoreCitato|Giuseppe Martucci|Martucci}} e Sgambati) contenevano, al di là di un sospetto di «compito scolastico»<ref>{{AutoreCitato|Massimo Mila|Massimo Mila}}, ''Breve storia della musica'', Bianchi e Giovini, Milano, 1948, pag. 319.</ref>, la denuncia facile di una superficialità estetizzante, che riduceva la composizione ad una sorta di artigianato fastoso, ad una decorazione pomposa (erano pur i tempi dannunziani): ed erano invece musicisti, quelli che valevano meno quando si esplicavano che quando si contraevano, riassumendosi. In simili opere ambiziose del Bossi infatti, occultata la spontaneità breve che era già segno di completezza, le imperfezioni ed i limiti si manifestavano, oltre a quel tanto di esoterismo nebuloso che derivava in parte dall’imperfetto o infelice connubio di intimismo tedesco e di chiara spontaneità italiana, in parte dal timbro dell’organo stesso<ref>Il Paribeni (art. cit., pag. 12) notò che derivava dall’organo un tono nebuloso e «coloriture più imprecise e meno umane di quelle dell’orchestra, singolarmente adatte agli impersonali sentimenti mistici».</ref>. Nè potremmo circostanziare qui quella presenza costante e compiuta di fede religiosa, quell’intervento continuo e congiunto di misticismo e sacralità capace di relegare in disparte molte circostanze d’arte, d’ambiente e di persona, in parecchie opere del Bossi, ma non tanto da condannarlo fuori del quadro d’attualità storica. Infatti la religiosità del musicista è<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>::{{x-larger|'''Teatri e concerti'''}}
<section begin="s1" />{{no rientro}}'''Il buon soldato Svejk di Guido Turchi alla Scala'''
''L’attesa opera di Guido Turchi intitolata al popolare eroe di Jaroslav Hasek'', Il buon soldato Svejk, ''è andata in scena alla Scala la sera del 5 aprile 1962. Dell’opera cosi scrive sul'' Gazzettino ''Guido Piamonte:''
{{Colonna}}Fine giugno 1914. In una birreria di Praga gli avventori leggono avidamente i giornali recanti l’annunzio dell’eccidio di Serajevo, ma appaiono chiusi in prudenziale silenzio, intimoriti dalla presenza di un agente della polizia absburgica. Chi non ha peli sulla lingua è un loquace sfaccendato, certo Svejk, che non esita ad esporre le sue rozze ed ingenue impressioni, prevedendo che l’assassinio di Franz Ferdinand condurrà alla guerra. È quanto basta per farlo arrestare e tradurre in tribunale: senonchè, proprio mentre i giudici stanno per condannare Svejk per disfattismo, giunge la notizia ufficiale della dichiarazione di guerra.
Svejk, dimostratosi più lungimirante dei funzionari e dei giudici, non sarà condannato, ma arruolato nell’esercito autro-ungarico, per quanto la visita di leva lo avesse dichiarato idiota integrale. E incomincia
per Svejk la vita militare; comoda vita, dapprima, di attendente a mezzadria fra un capitano medico e un
ufficiale libertino, sino al giorno in cui l’ispezione di un generale spedisce tutti al fronte. Ma anche qui
Svejk si dimostra servizievole e inguaribilmente
ottimista; si che, quando il capitano cercherà un volontario disposto ad uscire dalla trincea per la pericolosa missione del taglio dei reticolati, egli sarà il primo a porsi sugli attenti e ad offrirsi. Scomparirà nella vampata di un’esplosione.
{{AltraColonna}}
Creata dalla fantasia dello scrittore boemo Jaroslav Hasek, che nell’altro dopoguerra la espresse in un
lungo romanzo, la figura del soldato Svejk è divenuta proverbiale nei paesi slavi, quasi una maschera
dell’antica commedia dell’arte, un tipo sempliciotto carico di buon senso, rispettoso sino all’ottusità degli
ordini e dell’autorità costituita, pronto sempre ad obbedire e a buscarle, ricco solo di una sua elementare
filosofia. Una figura che è stata a volta a volta avvicinata a quella di Panurge o di Sancio Pancia, ai
quali vorremmo aggiungere anche il nostro Bertoldo. E intorno al soldato Svejk sono sorte innumeri varianti
letterarie, cinematografiche e teatrali: nota anche in Italia quella di {{AutoreCitato|Bertolt Brecht|Brecht}} che ha fatto indossare a Svejk la divisa hitleriana.
Nello stendere per il musicista romano Guido Turchi un libretto d’opera, Gerardo Guerrieri ha attinto al romanzo originale, scegliendo da quell’oceanico libro alcuni episodi, alcune battute di dialogo, e aggiungendovi per conto suo il finale, mantenendo però al profilo di Svejk l’aspetto genuino conferitogli dall’autore. Un libretto spedito, agile, vivacemente
articolato, che convoglia l’attenzione, a volta a volta divertita o pensierosa, dello spettatore; un libretto che Guido Turchi ha servito e sottolineato, vorremmo dire, con umiltà, lasciando che i dialoghi parlati, o improntati a lineare declamazione, fossero chiaramente
{{FineColonna}}<section end="s1" /><noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>{{no rientro}}'''Assassinio nella cattedrale accolto entusiasticamente a Palermo'''
Assassinio nella cattedrale ''di Ildebrando Pizzetti, dopo le trionfali accoglienze ricevute nelle principali città italiane, è stato rappresentato al Teatro Massimo di Palermo. Riportiamo l’articolo che all’opera e alla sua realizzazione ha dedicato'' Il Giornale di Sicilia ''del 31 marzo.''
{{Colonna}}La tragedia musicale che Ildebrando Pizzetti ha ricavato dal celeberrimo ''poetic drama'' di Thomas Stearns Eliot è giunta a Palermo, preceduta da tutta una serie di successi internazionali.
Già da molti anni ''Murder in the Cathedral'' era noto al pubblico dei teatri di prosa italiani, quando Margherita Wallmann — recatasi a Londra per la regia di alcune opere al Covent Garden — ebbe occasione di
incontrare Eliot nel suo minuscolo e pittoresco studio di direttore della casa editrice Faber and Faber. La
conversazione cadde sulla possibilità di trasformare in opera lirica il fortunatissimo ''poetic drama'', ma il
grande scrittore confessò la propria ignoranza in materia di teatro musicale, e solo dopo aver assistito alla rappresentazione di una delle opere preparate dall’illustre regista al Covent Garden si lasciò indurre a dare il sospirato consenso.
Interpellato al riguardo dalla signora Wallmann, Pizzetti le confessò di conoscere già ''Assassinio nella Cattedrale'' e di ritenere l’opera irrealizzabile secondo le concezioni che lo avevano ispirato nel dar volto musicale ad altre tragedie, e ciò, a causa della mancanza di un personaggio principale femminile. Ma le perplessità del Maestro caddero quando alle sue obiezioni la signora Wallmann rispose mettendo in risalto il ruolo contrappuntistico che le donne di Canterbury assumono nei riguardi della figura prepotentemente protagonistica dell’Arcivescovo. L’uso del coro ha sempre avuto un peso più che notevole nell’arte pizzettiana; così, la possibilità{{AltraColonna}}di risolvere in senso classicamente corale una difficoltà solo apparente, spinse il Maestro ad accettare l’incarico.
Come è noto, Pizzetti attribuisce alle parole o ai versi dei suoi testi un valore già potenzialmente musicale.
Appunto in funzione di questo presupposto, il musicista si è spesso preparato da sè i testi da mettere in musica, venendo meno a questo principio solo nel caso di due lavori di {{AutoreCitato|Gabriele D'Annunzio|D’Annunzio}} (''Fedra'' e ''{{TestoCitato|La figlia di Iorio|Figlia di Iorio}}'') e del recentissimo ''Calzare d’argento'' di {{AutoreCitato|Riccardo Bacchelli|Riccardo Bacchelli}}. Alle prese con i problemi che ''Murder in the Cathedral'' comportava necessariamente, il Maestro si è rifatto alla versione italiana «ufficiale» di mons. Alberto Castelli, su questa versione lavorando sagacemente di lima, in modo da ridurre il testo a quelle dimensioni che si adattavano alle necessità strutturali e stilistiche della «tragedia musicale».
Dal punto di vista dell’opera in musica, ''Assassinio nella Cattedrale'' offre all’artista una serie di opportunità drammatiche, che si risolvono per lui in altrettante occasioni di coerenza. Chiuso nella ''turris ahenea'' delle sue concezioni musicali, Pizzetti
resta incorruttibile e paradossalmente sordo ai cospicui rivolgimenti che l’arte dei suoni (o dei rumori: siamo i primi a non aver paura dei termini) ha sopportato
negli ultimi cinquant’anni.
Così, lo stile di Assassinio è quello che fu già di ''Fra Gherardo'' o di ''Ifigenia''. E se il nuovo capolavoro ci scuote meno di quanto non lo avesse fatto, a suo tempo, l’indimentica-{{FineColonna}}<noinclude><references/>
{{PieDiPagina||123|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|{{smaller|122}}|{{Sc|l’illustratore fiorentino}}|nascosto=si}}</noinclude>
{{Ct|c=t1|NOTIZIE DEL MESE DI SETTEMBRE}}
{{Rule|6em}}
{{ct|c=t2|Un primo flore del rinascimento in San Domenico di Fiesole.}}
La Chiesa di San Domenico di Fiesole coll’attiguo chiostro, cominciata a costruire nel 1406 dal Beato Giovanni Dominici, e per i torbidi dello scisma rimasta incompleta, terminata poi nel 1418 dopo il largo donativo di Barnaba degli Agli, riuscì un lavoro di forme affatto medievali, eleganti insieme e severe, sebbene gik fosse passato allora il gusto del gotico e cominciassero a prender voga le forme classiche del rinascimento.
Non poteva il Dominici, l’austero autore della ''Lucula noctis'', così di leggieri abbandonar le antiche tradizioni tanto a lui care ed accettar novità di forme, specie nella costruzione di un<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione||{{Sc|l’illustratore fiorentino}}|125}}</noinclude>chiostro ove i Domenicani eran da lui richiamati all’osservanza esatta delle antiche loro discipline; e se la chiesa ebbe i suoi finestroni a sesto acuto, col gentile coronamento degli archetti sotto la tettoia e brillarono nell’interno {{FI
|file = L'illustratore fiorentino 1908 (page 139 crop).png
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| caption = Chiostro di San Domenico dì Fiesole.
}} nei lor fondi dorati le care madonne del Beato Angelico incorniciate nei loro trittici, il chiostro, a imitazione di quelli di Santa Maria Novella, ma più povero assai e modesto, ebbe le sue colonnette ottagone che reggevano una semplice tettoia, e il refettorio col suo atrio e la sala ca-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|{{smaller|126}}|{{Sc|l’illustratore fiorentino}}}}</noinclude>pitolare ebbero di forma affatto trecentesca i peducci delle loro volte, severe e scevre d’ogni ornamento. Tutto insomma richiamava quei buoni religiosi alla primitiva povertà e semplicità. Firenze, che agitavasi allora nella ricerca di nuove bellezze in arte e letteratura, era lontana da quei solitari e fedeli custodi dell’antico spirito domenicano: e questo è l’ambiente in cui deve studiarsi la vita di quei due grandi uomini che degnamente chiusero il medio evo; prodigio l’uno di scienza, l’altro di artistico valore, santi e domenicani ambedue, {{Wl|Q773822|Antonino Pierozzi}} e {{Wl|Q5664|Fra Giovanni Angelico}}.
Così premuniti, non ebbero poi i buoni religiosi alcuna difficoltà ad accogliere quanto di eletto e di sano era nelle forme del rinascimento che poi tutto dominò: e vediamo nel 1436 sorgere San Marco, ove con Michelozzo, e forse con Donatello e Brunellesco, lavorò divinamente l’Angelico abbandonando nella tavola del maggior altare della chiesa Pantico sistema del trittico e racchiudendo in una bella incorniciatura classica le sue figure campeggianti in un vago fondo di cielo.
Ed anche il convento fiesolano, sebbene più tenacemente geloso delle sue forme primitive, non esitò alfine, dopo un’altra metà di secolo, ad accettar le belle novità architettoniche; e sorse allora addossato alla nuda muraglia che guardava levante, dinanzi alla vaga distesa delle<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione||{{Sc|l’illustratore fiorentino}}|127}}</noinclude>colline digradanti da Fiesole, da Maiano e da Settignano fino al piano di Ripoli, quello che fu per il Convento di San Domenico il primo fiore del rinascimento: un loggiato a volta, a colonne con capitelli ionici finamente ornati, e sopra dì esso un secondo loggiato a tettoia con colonnette, su cui ricorreva la travatura sorretta da mensole eleganti. Ecco il documento tratto dalla ''Cronaca'', pag. 4 r.:
{{Span|Circa annu D.ni 1486 tempore prioratus fr.is Bonifatii de Salodio edificatimi e atrium sive semiclaustrum curo coluuis et sup.ius testudinem cum solario coluflato parvis coluriis 8U8tentantibus tectum ex parte orientali iuxta ortum ubi e. puteus ex elemosinis procuratis p. dictum fr.em Bonifatium a civibus Florentinis.|sm}}
Il loggiato inferiore resta ancora; danneggiato per le intemperie delle stagioni e più per Fin curia e l’abbandono dopo la soppressione napoleonica, fu, non è molto, restaurato con diligenza: ma la vaga terrazza coperta scomparve: essendo sembrato ai proprietarii dell’artistico locale succeduti ai religiosi più sbrigativo sistema, piuttosto che restaurarla dai guasti del tempo, demolire ogni cosa e coprir la spesa della demolizione colla vendita dei materiali. Così il primo fiore del rinascimento, di cui l’austero Convento del Dominici erasi abbellito nel secolo XV, rimase, possiam dire, sfogliato: quasi languida memoria secolare, ma pur cara e preziosa.
{{A destra|margine=2em|P. L. {{Sc|Ferretti}} de’ Pred.}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|{{smaller|128}}|{{Sc|l’illustratore fiorentino}}}}</noinclude>
{{Ct|c=t2|L’oriolo di S. Spirito.}}
{{No rientro}}(11 Settembre).
Il {{AutoreIgnoto|Settimanni}} nel suo Diario manoscritto dice che il giorno 11 Settembre 1571 alle ore 23 si cominciò a suonare la campana di S. Spirito che serve per Formolo e che fu regalata ai frati Agostiniani dal Granduca Cosimo I.
In questa stessa occasione fu terminata la costruzione della piramide del campanile che era rimasta per molti anni interrotta.
{{Ct|c=t2|Chiesa di San Michele Visdomini.}}
{{No rientro}}(29 Settembre).
L’edifìzio non ha artisticamente un pregio, considerevole. Se ne togli la forma elegante della porta, tutte le decorazioni della parte esterna sono insignificanti, mentre l’interno, a forma di croce latina, è di un insieme fra il classico ed il barocco con pilastri ad arcate di stucco, abbastanza eleganti, ma di un tipo assai comune alle chiese rifatte nel XVIII secolo.
Alla forma attuale la ridussero i Monaci Celestini che qui vennero trasferiti nel 1532 dal convento di S. Piero del Murrone in Via S. Gallo,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione||{{Sc|l’illustratore fiorentino}}|129}}</noinclude>distruggendo ogni traccia del carattere e delle decorazioni della vecchia chiesa che si diceva eretta col disegno di {{Wl|Q366499|Andrea Orcagna}}.
In origine però la chiesa dedicata a S. Michele e che fin da tempo remoto fu di patronato di quella potente consorteria dei Visdomini o Bisdomini, custodi ed amministratori del Vescovado fiorentino in tempo di sede vacante, non era posta in questa località; ma sorgeva invece sull’area occupata dipoi dalla cupola di S. Maria del Fiore.
La prima notizia intorno alla demolizione della vecchia chiesa si trova in una provvisione della Signoria, dell’anno 1300, colla quale si delibera di dare alle famiglie patrone un compenso di libbre 2000 per la parte di chiesa che era stata disfatta.
Nel 1363 gli operai di 8. Maria del Fiore si occupano della costruzione della nuova chiesa: essi comprano infatti certo terreno dalla famiglia Falconieri, compresa una parte del muro antico della città ed ordinano a {{Wl|Q3107540|Giovanni di Lapo Ghini}} di presentare loro il disegno della fabbrica.
Nel 1366 s’iniziano i lavori, sebbene la vecchia chiesa non fosse stata ancora del tutto disfatta, e nell’anno successivo il lavoro dev’esser rimasto compiuto perchè gli operai di S. Maria del Fiore pagano ai patroni libbre 2829 di moneta corrente pari a libbre 2000 di quella antica.<noinclude>{{PieDiPagina|{{x-smaller|9}}||}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|{{smaller|128}}|{{Sc|l’illustratore fiorentino}}}}</noinclude><nowiki/>
Nei documenti dell’Opera del Duomo figura come abbiamo detto il nome dell’architetto Giovanni Girini e non quello di Andrea Orcagna tradizionalmente indicato come Fautore della nuova chiesa, la quale fu benedetta da S. Andrea Corsini Vescovo di Fiesole.
La chiesa di S. Michele Visdomini continuò ad esser semplice parrocchia secolare fino all’anno 1553 nel quale venne concessa ai padri di S. Pier Celestino che eressero dal lato di Via de’ Cresci, ora Via Bufalini, un piccolo convento dove tornarono ad abitare nel 1560.
Fu soltanto alla metà del XVIII secolo che i monaci Celestini trasformarono internamente la vecchia chiesa col disegno dell’architetto {{AutoreIgnoto|Michelangiolo Pacini}}, spendendo nei lavori di riduzione la somma di 29,540 lire.
In questi lavori di rinnuovamento scomparvero molti affreschi che adornavano le pareti e fra gli altri alcuni di Matteo di Nardo e di Cosimo Rosselli e due tavole che erano state dipinte dal primo di cotesti artisti. I nuovi altari furono eretti col disegno del Pacini a spese di varie famiglie del popolo<ref>Gli altari furono eretti dalle famiglie: Alessandrini, Berti, Buontalenti, Del Palagio, Macinghi, Pecori, Pelli, Petrucci, Portinari, Pucci e Rossi di Bergamo.</ref> ed in essi venvennero collocati i dipinti che ornavano un giorno le distrutte cappelle.
Di questi dipinti quello che offre maggiore<noinclude></noinclude>
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Nei documenti dell’Opera del Duomo figura come abbiamo detto il nome dell’architetto Giovanni Girini e non quello di Andrea Orcagna tradizionalmente indicato come Fautore della nuova chiesa, la quale fu benedetta da S. Andrea Corsini Vescovo di Fiesole.
La chiesa di S. Michele Visdomini continuò ad esser semplice parrocchia secolare fino all’anno 1553 nel quale venne concessa ai padri di S. Pier Celestino che eressero dal lato di Via de’ Cresci, ora Via Bufalini, un piccolo convento dove tornarono ad abitare nel 1560.
Fu soltanto alla metà del XVIII secolo che i monaci Celestini trasformarono internamente la vecchia chiesa col disegno dell’architetto {{AutoreIgnoto|Michelangiolo Pacini}}, spendendo nei lavori di riduzione la somma di 29,540 lire.
In questi lavori di rinnuovamento scomparvero molti affreschi che adornavano le pareti e fra gli altri alcuni di Matteo di Nardo e di Cosimo Rosselli e due tavole che erano state dipinte dal primo di cotesti artisti. I nuovi altari furono eretti col disegno del Pacini a spese di varie famiglie del popolo<ref>Gli altari furono eretti dalle famiglie: Alessandrini, Berti, Buontalenti, Del Palagio, Macinghi, Pecori, Pelli, Petrucci, Portinari, Pucci e Rossi di Bergamo.</ref> ed in essi venvennero collocati i dipinti che ornavano un giorno le distrutte cappelle.
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione||{{Sc|l’illustratore fiorentino}}|131}}</noinclude>interesse è la tavola che {{Wl|Q207929|Jacopo da Pontormo}} fece per commissione di {{Wl|Q3750510|Francesco Pucci}} e che adorna l’altare di questa famiglia, il secondo a destra di chi entra in chiesa. Rappresenta la Vergine col bambino, S. Giuseppe, S. Francesco e S. Giovanni Battista e gli storici dell’arte, a cominciare del {{Wl|Q128027|Vasari}}, ritengono questa come una delle opere più perfette del Pontormo.
Dell’Empoli sono la Natività dell’altare dei Rossi di Bergamo (1° a destra) e l’Assunzione di quello dei Del Palagio (1° a sinistra). All’altare dei Buontalenti (3° a sinistra) la Concezione che il Borghini ed altri scrittori attribuiscono al Morandini detto il Poppi è invece di Francesco del Brina del quale si legge in basso la firma colla data 1570.
Le pitture degli altri altari sono di {{AutoreIgnoto|Antonio Ciampelli}}, del {{Wl|Q1073101|Morandini}} e del {{Wl|Q966655|Passignano}}.
In sagrestia sono banchi ed armadi di legno con intagli ed intarsi di squisita fattura del XV secolo.
I Celestini vennero soppressi nel 1782 ed allora la chiesa tornò ad esser parrocchia secolare ed il piccolo convento venne venduto a privati.
Sull’alto della facciata, fra la porta ed una finestra, è un tondo di pietra cogli stemmi dei Visdomini e dei Tosinghi e la seguente iscrizione: ''Questo segno è comune de’ Vicedomini figliuoli della Tosa Aliotti fondatori e padroni di questa chiesa.''<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|{{smaller|132}}|{{Sc|l’illustratore fiorentino}}}}</noinclude>
{{Ct|c=t2|La Via del Fosso, oggi Giuseppe Verdi.}}
Dopo la morte di {{Wl|Q7317|Giuseppe Verdi}}, il Consiglio Comunale di Firenze ebbe il lodevolissimo pensiero di onorare la memoria del sommo maestro intitolando dal di lui nome una delle vie della città. E fin qui nulla di più opportuno e di più doveroso: Firenze rendeva omaggio ad una delle più fulgide glorie d’Italia ed un plauso unanime avrebbe accolto la proposta di chiamare Via Giuseppe Verdi una delle strade dei nuovi quartieri. Invece fu atto deplorevole ed ingiustificabile quello di sostituire un nome moderno ad un nome antico, distruggendo un documento parlante della storia cittadina.
Si trovò che il nome di Via del Fosso poteva esser soppresso senza tanti riguardi, forse perchè non era simpatico, senza pensare che esso non rammentava resistenza di un fosso, di uno scolo d’acqua qualunque, ma che stava a ricordare, a determinare in modo preciso la linea e lo spazio occupato dal fosso che circondava le mura del secondo cerchio. E così fra pochi anni, scomparso quel nome, mancherà una memoria tanto importante per la topografia della vecchia città.
Quando non c’erano i cartelli coi nomi delle vie il popolo continuò per lungo tempo a chiamare del ''Fosso'' e de’ ''Fossi'' tutte quelle strade<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione||{{Sc|l’illustratore fiorentino}}|133}}</noinclude>aperte nello spazio occupato dai fossati delle mura; poi poco alla volta vi si sostituirono nuovi nomi ed ora non è rimasto più che quello della Via de’ Fossi, fra Borgognissanti e Piazza S. Maria Novella, via che insieme a quella oggi ribattezzata, stava a determinare i due punti estremi dell’antica città.
Fino a pochi anni addietro, il nome di Via del Fosso era rimasto anche al tratto di strada fra il Ponte alle Grazie e la piazzetta delle Colonnine o di S. Iacopo tra i fossi; ma in questo caso fu più logico comprendere questo tratto rimasto staccato nella Via de’ Benci.
Nessuno potrà però seriamente giustificare la soppressione di un nome che per la storia della nostra città aveva, per quanto potesse sembrare antipatico, più valore di qualunque altro nome moderno.
Quella strada che fino a pochi anni addietro conservava il nome di Via del Fosso, comprendeva un tratto che per causa della terribile inondazione del 1333 venne battezzato col nome di Via del Diluvio, essendosi in questa località assai bassa inalzata più che altrove l’acqua dell’Arno.
Su questa via prospettava da un lato il muro squallido e nudo delle carceri chiamate le Stinche e siccome la via si allargava qui più che altrove, la località venne anche intitolata Piazza delle Stinche.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|{{smaller|132}}|{{Sc|l’illustratore fiorentino}}}}</noinclude><nowiki/>
Di prospetto alle Stinche erano case appartenenti ad antiche famiglie: sul canto di Piazza S. Croce era una casa dei Doffi e di fronte a questa ne sorgevano diverse dei Risaliti, incorporate dipoi col palazzo Lenzoni. Sul canto di Via Ghibellina, chiamato Canto agli Aranci, il palazzetto oggi Barsanti fu dei Lioni e più tardi per il corso di varj secoli degli Iacopi, quindi dei Fabrini.
Fra Via Ghibellina e il Canto alle Rondini molte delle case appartenevano al celebre monastero di S. Pier Maggiore del quale si veggono tuttora diversi stemmi. Sul canto di Via Ghibellina, fra questa e la Via dei Pandolfini già delle Badesse, erano dal lato verso ponente le case dei Salviati addossate ai resti delle mura cittadine del secondo cerchio; dall’opposto lato era un palazzo dei Riccialbani.
Il palazzo Mannucci Benincasa su quella specie di piazzetta vicino al Canto alle Rondini, fu edificato alla metà del XVIII secolo da S. E. Angiolo e dal fratello Giovan Battista Tavanti nel luogo già occupato da quattro antiche casette.
Dal lato opposto tutte le case poste fra la Via de’ Pandolfini e Borgo degli Albizzi vennero erette dopo la soppressione del monastero di S. Pier Maggiore nei terreni già occupati dagli orti a quello annessi.
{{Rule|6em|t=2|v=2}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione||{{Sc|l’illustratore fiorentino}}|135}}</noinclude>
{{Ct|c=t2|Un Messo dalla vista corta.}}
A certo Angiolo soprannominato il ''Casciano'' messo della Corte del Nunzio pontificio di Firenze, parve di vedere, nel terzo dì della Pasqua di rose dell’anno 1740, nella chiesa dell’Annunziata, una cortigiana d’alta sfera, detta la Rossina; e tosto ne fece querela avanti la Corte arcivescovile, affinchè venisse condannata, per inobbedienza ai bandi ecclesiastici, allora vigenti, i quali proibivano alle cortigiane V accesso a certe date chiese, fra le quali eravi appunto quella della SS.ma Annunziata.
In forza di tale comparsa e citazione, sotto di 8 Giugno dello stesso anno, Ginevra figlia di Antonio detto il ''Morello'' confortinaio, (''pasticciere'') il quale aveva la bottega in via de’ Servi, e moglie di Francesco Della Rena, detta la Rossina (per essere, come la sua sorella Chiara, cortigiana essa pure, di pel rosso e di mediocre statura) comparve avanti al Canonico Vincenzio Buonaccorsi, giudice del criminale della Corte Arcivescovile, e interrogata dal giudice, se fosse solita di andare in chiesa:
R. secondo in che chiese: In quelle che non si può andare non ci vo In quelle che non sono nel Bando ci vo’.
Interrogata quindi se in quella festa dello Spi-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|{{smaller|132}}|{{Sc|l’illustratore fiorentino}}}}</noinclude>rito Santo fosse stata nella Nunziata o in altra chiesa.
R. No, perchè ero in villa del signor Antonio Del Turco in Val di Pesa.
Contestatole dalla Corte, com’ella fosse stata veduta da un certo Angiolo detto il Casciano, al terzo dì della Pasqua di rose nella chiesa dell’Annunziata.
R. Questo non è vero perchè ero in villa»
E che la graziosa e simpatica peccatrice dicesse la verità, lo affermano sotto il vincolo del giuramento, i seguenti testimoni:
Taddeo di Giovanni Taddei, attesta che passando per la via dell’Acqua, il lunedi della Pentecoste, dopo desinare, col Signor Vincenzio di Iacopo Federighi picchiò alla casa della signora Ginevra Morelli, detta la ''Rossina'', gli fu risposto dalla serva: che la non era in casa, per essere ita in villa del sig. Antonio Del Turco, in Val di Pesa fino da Domenica mattina per trattenersi finite la feste.
Iacopo Del Turco dichiara alla sua volta, come la verità è: che passando per la via dell’Acqua la mattina della Pentecoste insieme al signor Gio.Batta Del Garbo vide salire in carrozza la signora Ginevra Morelli detta la ''Rossina'' e gli (''sic'') domandammo: dove andava. Mi rispose in villa del Signor Antonio Del Turco.
Lo stesso afferma il sig. Gio.Batta Del Garbo.
E finalmente il signor Antonio Del Turco di-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|{{smaller|136}}|{{Sc|l’illustratore fiorentino}}}}</noinclude>rito Santo fosse stata nella Nunziata o in altra chiesa.
R. No, perchè ero in villa del signor Antonio Del Turco in Val di Pesa.
Contestatole dalla Corte, com’ella fosse stata veduta da un certo Angiolo detto il Casciano, al terzo dì della Pasqua di rose nella chiesa dell’Annunziata.
R. Questo non è vero perchè ero in villa»
E che la graziosa e simpatica peccatrice dicesse la verità, lo affermano sotto il vincolo del giuramento, i seguenti testimoni:
Taddeo di Giovanni Taddei, attesta che passando per la via dell’Acqua, il lunedi della Pentecoste, dopo desinare, col Signor Vincenzio di Iacopo Federighi picchiò alla casa della signora Ginevra Morelli, detta la ''Rossina'', gli fu risposto dalla serva: che la non era in casa, per essere ita in villa del sig. Antonio Del Turco, in Val di Pesa fino da Domenica mattina per trattenersi finite la feste.
Iacopo Del Turco dichiara alla sua volta, come la verità è: che passando per la via dell’Acqua la mattina della Pentecoste insieme al signor Gio.Batta Del Garbo vide salire in carrozza la signora Ginevra Morelli detta la ''Rossina'' e gli (''sic'') domandammo: dove andava. Mi rispose in villa del Signor Antonio Del Turco.
Lo stesso afferma il sig. Gio.Batta Del Garbo.
E finalmente il signor Antonio Del Turco di-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione||{{Sc|l’illustratore fiorentino}}|137}}</noinclude>chiara di aver tenuto seco, nella sua villa di Val di Pesa tutte e tre le feste della Pentecoste la signora Ginevra Morelli detta la ''Rossina''.
Ecco qui quattro gentiluomini fiorentini, i quali dichiarano, con mirabile franchezza, avanti ad un tribunale ecclesiastico, i primi tre, di essere a loro cognizione, come la Giovanna Morelli detta la Rossina aveva passato i tre giorni della Pentecoste nella villa del signor Antonio in Val di Pesa, il quarto di averla tenuta seco in detto tempo.
Curioso modo in vero di santificare la discesa dello Spirito Santo!
Inutile aggiungere come, dietro tali attestazioni, il tribunale ecclesiastico non potesse fare a meno di assolvere la signora Ginevra Morelli dalla multa in cui sarebbe incorsa, se l’accusa fosse stata provata.
Qui alcuno potrebbe osservare: come un Messo della Nunziatura pontificia avesse potuto prendere un granchio di quella fatta da scambiare, cioè, il viso ben noto di una cortigiana, con quello di un’altra donna!
VatteF a pesca. Forse costui era di vista corta, o novizio nel mestiero, oppure aveva santificato la Pentecoste in modo diverso dal Sor Antonio Del Turco, cioè carezzando il collo rozzo di un fiasco paesano invece del collo liscio e delicato della Ginevra.
Infatti, non solo manca nel processo l’indica-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|{{smaller|138}}|{{Sc|l’illustratore fiorentino}}}}</noinclude>zione dell’ora in cui il fatto sarebbe avvenuto, indicazione di sommo rilievo, ma manca altresì la descrizione del pegno che le cortigiane solevano dare nell’atto della cattura per liberarsi dalla carcere preventiva, e che era, inoltre, una prova della loro contravvenzione e una garanzia per le spese del processo.
Vero è che l’accusa sarebbe stata invalidata dalle disposizioni dei quattro testimoni: Non si era mica gentiluomini per nulla a que’ tempi!
È noto come la povera Ginevra venisse assassinata, alcuni anni dopo, nel proprio letto da un gentiluomo scostumato e ribaldo chiamato Pier Maria di Tommasino Medici, detto ''Pesce-cane''.
L’assassinio ebbe luogo il sabato 28 Marzo 1649, e movente di questo, fu il furto.
Insieme alla Rossina venne uccisa la fantesca dal servitore de’ Medici, di nazione Lombardo, chiamato Paolo delle Stellette, il quale arrestato poco tempo dopo, fu appiccato e squartato al canto del Pino dove dimorava la Rossina. Pier Francesco, in grazia del nome illustre che portava, sfuggì al carnefice, ma non alla giustizia di Dio perchè, alcuni anni dopo la morte della Ginevra, morì di veleno a S. Piero aSieve (dove erasi rifugiato, e dove continuava a commettere un monte di ribalderie), che dicevasi essergli stato apprestato, per ordine segreto del Granduca.
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L'illustratore fiorentino 1908/Notizie del mese di settembre
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{{Ct|c=t1|NOTIZIE DEL MESE DI OTTOBRE}}
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{{ct|c=t2|Un ribelle di Cosimo I de’ Medici che torna alla obbedienza.}}
Nessuno forse più di {{Wl|Q48547|Cosimo I dei Medici}} mise in pratica il noto ''parcere subiectis et debellare superbos:'' nessuno forse fu più di lui pronto a lanciare i fulmini della sua ira, ma nessuno fu del pari altrettanto pronto a ritirarli e a mostrarsi grande e generoso verso coloro che essendosi acquistato un nome chiaro per qualche fatto egregio o d? ingegno o di mano mostravano desiderio d? essere assoluti del peccato che aveva loro procurato la sua collera. In una parola Cosimo tanto era facile a punire, altrettanto era facile a perdonare, e i perdonati potevano vivere non solo sicuri all’ombra della corona ducale, ma potevano anco ripromettersi cariche ed onori.<noinclude></noinclude>
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Caduta la Repubblica alcuni fiorentini pensarono non poter vivere sotto il governo principesco, e pur troppo il breve, ma tirannico dominio del bastardo Alessandro li confermò in tale idea. Spento l’esoso signore e venuto al potere l’adolescente Cosimo parve a coloro che sognavano ancora i tempi del Ferruccio che l’età troppo giovane del nuovo Duca non potesse offrire alcuna garantigia di buona signoria e perseverarono quindi nel proposito di libertà, e a conseguirla si adoprarono con ogni mezzo; ma venne la sconfitta di Montemurlo e vennero di necessità i supplizi dei ribelli. E fu in grazia di questi appunto che gli agitatori sopravvissuti, o per essersi mantenuti fino ad allora prudentemente nell’ombra o per altra qualsivoglia loro fortuna, dinanzi ad un principe energico che voleva, e costantemente voleva, consolidarsi sul trono facendo ampia e larga giustizia di coloro che gli negavano l’ossequio non solo, ma che lo minacciavano pur anco nella vita, non che nello Stato, non si stimarono più sicuri in Firenze e non trovarono di meglio che imitare quello che avevano già fatto altri loro concittadini, rinunziare cioè di propria volontà alla patria, unirsi con gli altri fuorusciti e andarsene raminghi esuli di corte in corte a offrire la loro mente e il loro braccio a sovrani stranieri. Cosi molti fiorentini si recarono in Francia e là nella reggia di Francesco I, di<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione||{{Sc|l’illustratore fiorentino}}|141|nascosto=si}}</noinclude>Enrico II e di Caterina dei Medici, cugina di Cosimo stesso, ma certo non benevola a lui, fecero favorevolmente conoscere la loro città natale. Di quelli che non avendo voluto sapere del reggimento mediceo si illustrarono fuori d? Italia, furono dei primi i due fratelli Strozzi, Piero e Leone, detto quest 7 ultimo il Priore di Capua. L’uno fu buon generale, e, scampato per miracolo dalla rotta di Montemurlo, la sua valentia nelle armi la dimostrò specialmente nella difesa che e’ fece di Siena nel 1554; l 7 altro fu buon ammiraglio e fu ucciso combattendo sotto Portercole.
Un loro seguace fu Pandolfo di Cosimo della medesima loro casata. Costui era giovanetto allorchè cadde la Repubblica, pure ¥ età troppo tenera non lo trattenne; si arruolò sotto i due nominati suoi parenti e avendoli serviti «per spatio di «anni quindici in circa per mare et per terra» si acquistò voce di buon soldato e di ottimo marinaro. Legato con i due fratelli per sangue ed oramai più per amicizia, il nostro Pandolfo seguì Piero alla guerra di Siena contro Cosimo, e il 6 aprile 1554 ebbe per tale cagione bando di ribelle dal Duca. La sua fama di espertissimo capitano di galera giunse nondimeno anco a Cosimo; onde avvenne che poichè egli apprezzava e stimava il merito ovunque si trovava e ambiva anzi farsene quasi il centro, non fosse difficile a Pandolfo ottenere il perdono allorchè<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|{{smaller|142}}|{{Sc|l’illustratore fiorentino}}}}</noinclude>lo chiese il 2 giugno 1565 con la lettera che qui oggi io stampo perchè mi sembra importantissima. È dessa infatti una breve storia delle sue peregrinazioni, storia narrata con schietta verità insieme con schietta umiltà, ma pure anco senza grande cortigianeria, non tenendo conto di certe frasi che erano comuni in quel tempo e che era d’uopo usare dovendosi rivolgere a persona altolocata. Lo scrittore chiede in sostanza perdono al Duca, ma intanto gli fa sapere che air infuori di lui ha potenti protettori e, mentre lo assicura che «oltre al fare il de« bito di fedeliss. m0 vassallo et servitore» (parole stereotipate allora in tal genere di lettere) reputerà fortuna grandissima che si serva Cosimo della persona e d’ogni altra cosa di lui come più gli piacerà, aggiunge e con una certa nascosta fierezza «se no mi starò obbedientiss.<sup>mo</sup> «affare e fatti miei!» E Cosimo vedremo come lo credesse «buono a qualcosa per il servi.<sup>o</sup> suo».
Ritornato Pandolfo Strozzi in grazia del Duca, fu da lui il 27 novembre 1n566 fatto cavaliere di Santo Stefano,<ref>Cfr. {{Sc|Biscioni}} - ''Ruolo Generale dei Cavalieri di S. Stefano'', manoscritto in A. S. F.</ref> e con tal veste nel ’71 fu alla battaglia di Lepanto come capitano della ''Santa Maria''. Non so quando morisse; i suoi biografi<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione||{{Sc|l’illustratore fiorentino}}|143}}</noinclude>dicono che nel 1576 era sempre vivo<ref>Cfr. {{Sc|Litta}}, ''Famiglie illustri d’Italia'', Famiglia Strozzi, Tavola XII.</ref>. In ogni modo egli cominciò a farsi conoscere come ribelle, e chiuse la sua vita come generale delle galere dell’Ordine di S. Stefano, del cui manto l’aveva rivestito quello stesso principe che già l’aveva colpito della sua giustizia punitiva.
Sorte diversa da quella di Pandolfo l’ebbe Griovan Battista suo fratello. Anco egli fu accanito nemico dei Medici e poiché combattè contro Cosimo, a Marciano, nel memorabile 2 agosto 1554 preso prigioniero, ebbe il 13 settembre tagliata la testa m Firenze. Nei due fratelli Pandolfo e Giovan Battista Strozzi, si vede quanto differentemente trattasse Cosimo coloro che gli si sottomettevano umilmente e coloro che rimanevano ostinati nel combatterlo: gli uni e gli altri voleva vincere, ma a’ primi erano riserbati gli onori e le ricchezze, mentre ai secondi era giustamente riserbato il palco e la corda.
{{Span|Firenze, 21 luglio 1908.|sm}}
{{Indent|4|{{Span|«Ill<sup>mo</sup> et Ecc<sup>mo</sup> Sig.<sup>r</sup> mio osser.<sup>mo</sup><ref>{{Sc|R. Archivio di Stato in Firenze}}. — ''Arch. del Med. durante il Principato''. — Carteggio Universale — ''Filza'' 516, a c. 24.</ref>}}}}
{{Span|«IL desiderio grandiss.<sup>mo</sup> che io ho d’essere reintegrato «in gra. di V. E.<sup>a</sup> Ill.<sup>ma</sup> mi porge ardire di scriverle la|sm}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|{{smaller|144}}|{{Sc|l’illustratore fiorentino}}}}</noinclude>{{Span|presente con la quale per conseguire l’intento mio ho giudicato necess.<sup>o</sup> et conveniente raccontare quali sieno state l’attioni mia passate, se bene con altra mia gliene feci intendere più tempo fa, come la può ricordarsi.|sm}}
{{Span|«Dico adunque havere servito il s. Piero Strozzi et li suoi fr.<sup>elli</sup> per spatio d’anni quindici in circa per mare et per terra, come soldato, nel qual tempo entrai in quella comp.<sup>a</sup> ch’in Lione dava nome di repub.<sup>ca</sup> fioren tina. Venni da Malta con il Priore di Capua a Port’Er* cole, dove stetti sino alla morte sua, doppo la quale mi transferì nelle Maremme di Siena, et quivi stetti sino che dal s. Piero fui spedito di ritorno a Port’Ercole, che fumo quindici giorni in circa, da Port’Ercole andai a Marsilia, dove trovandomi con carica d’una Galera m’ac compagnai con altre quatro galere franzese ch’all’hora an davano per soccorrere detto luogo di Port’Ercole, et ha vendolo trovato perduto ritornai in Francia, dove con tinuai nel med.<sup>o</sup> servitio sino alla morte del detto s. Piero; questo è quanto io posso ricordarmi havere fatto contro al servi.<sup>o</sup> di V. E.<sup>a</sup> Ill.<sup>ma</sup> di che humilissimamente le domando perdono supplicandola di volere usare verso di me la sua solita benignità et clementia con ricevermi in gratia sua, et se bene non mi sarebbano mancati in que sta Corte sig.<sup>ri</sup> grandi che volentieri harebbano fatto questo offitio per me, verso V. E.<sup>a</sup> Ill,<sup>ma</sup> ho voluto non di manco confidare più della bontà et benignità sua, che d’ogni altro aiuto et favore et riconosciere dallei sola la gratia ch; io spero ottenere sì come ancora ho detto qui a bocca all’Imbasciatore suo, assicurando V. E.<sup>a</sup> Ill.<sup>ma</sup> che oltre a fare il debito di fedeliss.<sup>mo</sup> vassallo et ser vitore suo, le resterò in perpetua obligatione, et se le parrà ch’io sia buono a qualcosa per il servi.<sup>o</sup> suo reputerò favore grandiss.<sup>mo</sup> che la si serva della persona et d’ogni altra cosa mia come più le piacerà; se no mi starò obbedientiss.<sup>mo</sup> affare e fatti miei: et con questo|sm}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione||{{Sc|l’illustratore fiorentino}}|145}}</noinclude>{{Span|fine bacio humilissimamen.<sup>te</sup> le mani di V. E.<sup>a</sup> Ill,<sup>ma</sup> «pregando Dio che la conservi lungamente felicissima. Di Roma, alli ij di Giugno nel 1565.|sm}}
{{Ct|f=90%|v=.3|«Di V. Ecc<sup>a</sup> Ill<sup>ma</sup>}}
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{{A destra|margine=2em|{{Sc|C. O. Tosi}}}}
{{Ct|c=t2|La battaglia di Lepanto.}}
{{No rientro}}(7 Ottobre 1571).
Nella celebre battaglia navale contro i Turchi ebbero parte grandissima le galere fiorentine della Religione dei Cavalieri di S. Stefano Papa e Martire sulle quali si trovarono molti gentiluomini d’illustri e potenti famiglie fiorentine.
In quell’aspra pugna morirono fra gli altri: i Cav. Cristofano Buonaguisi, Cav. Carlo Lioni, Cav. Giannozzo Da Magnale, Cav. Federigo Martelli, Cav, Giov. Maria Puccini, Cav. Antonio Salviati, Cav. Simone Tornabuoni e Luigi Cianchi.
Fra i feriti vi furono: il Cav. Angiolo Biffoli capitano d’una galera sulla quale perirono 60 uomini, Fra Angiolo Martellini, Cav. Tommaso de’ Medici capitano della galera Fiorenza che andò perduta, Fra Luigi Mazzinghi e Fra Piero Spini tutti Cavalieri di Malta.<noinclude>{{PieDiPagina|{{x-smaller|10}}||}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|{{smaller|146}}|{{Sc|l’illustratore fiorentino}}}}</noinclude>
{{Ct|c=t2|Il torrione dei Ghiberti nel Corso.}}
Lungo la via che un giorno si denominava Corso di Por S. Pietro e che più tardi, senza motivo giustificato si chiamò semplicemente Corso, sorge sul canto di Via S. Elisabetta un grandioso edifizio a guisa di torrione che colla sua parte tergale corrisponde sulla Piazza di S. Elisabetta, in antico detta di S. Michele delle Trombe.
Questo grandioso fabbricato, che oggi è di proprietà Alfani, è stato modernamente restaurato e molto opportunamente liberato dallo strato di calcina che nascondeva sotto un rivestimento uniforme le severe e solide mura formate di filaretto di pietra.
Così si è potuto avere una chiara idea della struttura di questo fabbricato che apparisce come un aggruppamento di torri, ridotte nel XIII o XIV secolo ad uso di casa d’abitazione. Difatti mentre sussistono i resti delle anguste aperture e dei mensoloni sporgenti delle vecchie torri, si veggono praticate nelle mura di notevolissimo spessore ampie finestre ad arco a porzione di cerchio, quali si usavano nelle fabbriche sorte in quei due secoli.
Forse le torri erano fra loro separate da angusti vicoli o piuttosto da semplici intercapedini tanto che le mura di ciascuna di esse<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione||{{Sc|l’illustratore fiorentino}}|147}}</noinclude>fossero affatto staccate dalle altre, com’era l’usanza de’ tempi.
Certo quelle torri appartenevano a differenti famiglie dimoranti nel popolo di S. Michele delle Trombe e dagl’indizi che possono trarsi dai documenti più antichi parrebbe che fossero state di proprietà in parte dei Cavicciuli consorti degli Adimari, degli Erbolotti e d’altri.
Da un primo documento del 1259 apparisce che Ugolino Cazzello e Gherardo d’Ildebrando di Manno venderono il 9 dicembre <sup>1</sup>/<sub>4</sub> di torre a Rinieri di Giliberto di Manno ed un altro istrumefito del 1282 ci dà notizia che Lapo di Abate Erboletti vendè un altro quarto di palazzo con torre a Ruggero di Giliberto. Allo stesso gruppo di torri deve riferirsi un altro documento del 13 gennaio 1314 nel quale Cecco di Guccio da Pontorme confessa di aver ricevuto da Silvestro di M.<sup>o</sup> Salvatore una casa o torre detta del ''Bottaccio'' per dote di Giovanna del quondam Folco sua futura sposa.
Notizie sicure di questo fabbricato non si hanno che col Catasto del 1427 nel quale, perduto il carattere di un gruppo di torri, era divenuto palazzo o casa di abitizione ed apparteneva a Jacopo Ghiberti.
Certo furono i Ghiberti, che, fin dal 1259 avendo cominciato ad acquistare parte di queste torri, come abbiamo visto dai documenti ricordati, costituirono qui la loro dimora.<noinclude></noinclude>
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| Nome = Fortunato Pio
| Cognome = Castellani
| Professione e nazionalità =
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== Autori correlati ==
* [[Autore:Augusto Castellani|Augusto Castellani]]: figlio
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Carlomorino
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wikitext
text/x-wiki
{{Autore
| Nome = Fortunato Pio
| Cognome = Castellani
| Attività = orafo/antiquario
| Nazionalità = italiano
| Professione e nazionalità =
}}
== Autori correlati ==
* [[Autore:Augusto Castellani|Augusto Castellani]]: figlio
* [[Autore:Alessandro Castellani|Alessandro Castellani]]: figlio
{{Sezione note}}
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Carlomorino
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<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>{{Ct|f=100%|t=1|v=1|L= |TESTAMENTO}}
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{{Ct|f=100%|t=1|v=1|L= |FORTUNATO PIO CASTELLANI}}
{{Ct|f=100%|t=1|v=1|L= |E SUCCESSIVI CODICILLI.}}<noinclude></noinclude>
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Carlomorino
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{{Ct|f=100%|t=1|v=1|L= |ROMA, Tip. Barbèra.}}<noinclude></noinclude>
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Carlomorino
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>Testamento della buo: me: Fortunato Pio Castellani
consegnato in atti del Fratocchi Notaro in Roma
li 9 Agosto 1845 ed aperto nei medesimi ROGITI IL PRIMO GENNARO 18SESSANTACINQUE.
{{Rule|4em|000|t=1|v=1}}
{{Ct|f=100%|t=1|v=1|L= |NEL NOME DI DIO AMEN}}
1. Sapendo io sottoscritto la certezza della
morte, e l’incertezza della sua ora, e non volendo
morire intestato, ora che mi trovo sano di mente, e
di tutti i sensi del corpo, ho risoluto di fare il mio
testamento nuncupativo, che dalla legge si chiama
senza scritto, quale scrivo di tutto mio pugno testando
come segue di tutti i miei beni.
2. Il mio corpo divenuto cadavere, voglio, che
senza alcuna pompa sia trasmesso alla Chiesa parrocchiale
del luogo dove mi troverò all’epoca della
mia morte, e sia accompagnato dai soli Religiosi della
Madonna delle grazie a Porta Angelica, essendo io
Religioso terziario di quell’Ordine, e voglio, che a<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— 2 —|}}</noinclude>ciascuno di quelli Religiosi, il quale accompagnerà
il mio corpo cadavere, gli sia dispensata una candela
di cera di una libra.
3. In suffragio dell’anima mia voglio, che dai
miei eredi si facciano celebrare nel termine di giorni
venti dal giorno della mia morte quaranta Messe
lette nella mia Chiesa parrocchiale, altre quaranta
nella Chiesa della Madonna delle grazie a Porta Angelica,
ed altre quaranta nella Chiesa di Sant’Eligio
degli Orefici.
Per titolo di legato lascio all’Arcispedale di
S. Spirito in Saxia scudo uno per una sol volta.
4. Avendo in vista la buona compagnia fattami,
e l’assistenza prestatami finora dalla mia dilettissima
Consorte Carolina, ed essendo certo, che
continuerà ad assistermi finchè vivrò nel modo stesso,
lascio alla medesima a titolo di legato per tutto il
tempo di sua vita naturale durante lo stesso trattamento,
che ha ricevuto, e riceverà in mia casa finchè
vivrà, cioè la casa, ed il vitto. Per titolo pure di legato
lascio inoltre alla medesima mia Consorte scudi
sei mensili per tutto il corso di sua vita, che si dovranno
pagare di mese in mese anticipatamente dai
miei Eredi, onde possa con essi supplire alle sue necessarie
spese. Che se poi per qualunque siasi occasione
non piacesse alla mia Consorte di convivere
con i miei figli, ed Eredi, in tal caso oltre l’enun-<noinclude></noinclude>
aam93sprdlb04ait6c516kjeavg62t1
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Carlomorino
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— 3 —|}}</noinclude>ciato mensile importo di scudi sei, dovranno i miei
Eredi pagare alla medesima in luogo del detto trattamento
altri scudi dieci mensili anticipatamente come
sopra; di più dovranno gli stessi miei Eredi pagare alla
mia Consorte scudi 500, per una sol volta; e finalmente
se nel corso di sua vita la mia Consorte si trovasse in
qualche caso di urgenza di denaro per causa di malattia,
o per conservarsi più a lungo in salute, in tal caso
i miei Eredi dovranno pagarle la somma ulteriore di
scudi 2000; tale pagamento però dovrà farsi dentro
il periodo di venti anni dal giorno della mia morte, ed
in piccole rate mensili da determinarsi dai miei Esecutori
testamentarii, senza che ne possa mai pretendere
alcun fruttato di detta somma. Avvenendo poi la morte
della mia Consorte dentro l’enunciato termine di anni
venti, dovrà dal giorno stesso in cui essa cesserà di vivere
non aver più luogo pagamento delle ulteriori
rate dei scudi 2000, nè si potrà perciò da essa disporre
in alcun modo della detta somma, che tuttora restasse
a pagarsi a compimento dei detti scudi 2000 dovendo
quella cedere in vantaggio degl’infrascritti miei Eredi
universali, e a di cui vantaggio dovrà pur cedere l’intera
somma di scudi 2000 ove non fosse verificato il suddetto
caso di malattia della mia Consorte, che non
potrà mai disporre dei detti scudi duemila.
5. Per titolo egualmente di legato lascio alla
mia dilettissima madre in luogo di scudi dieci men-<noinclude></noinclude>
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Carlomorino
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— 4 —|}}</noinclude>sili, e di tutt’altro, che presentemente da me riceve,
la mensile somma di scudi venti da pagarsi dai miei
Eredi di mese in mese anticipatamente finchè naturalmente
vivrà: voglio egualmente, che secondo il prudente
arbitrio dei miei esecutori testamentarii sia alla
stessa mia madre somministrato dai miei Eredi quanto
alla medesima potrà occorrere di vestiario, medicinali,
ed onorario di Medico, e Chirurgo in caso di sua
malattia; e di più per una sol volta lascio alla medesima
pure a titolo di legato la somma di scudi
cinquanta, ed inoltre alla sua morte, che Dio tenga
lontanissima, voglio, che dai miei Eredi si paghino le
spese del suo mortorio da farsi con decente pompa.
6. Per lo stesso titolo di legato lascio per una
sol volta scudi cinquanta a ciascuno dei figli, che si
troveranno viventi nel giorno della mia morte tanto
maschi, che femmine, dei miei figli e figlie.
7. Alla mia sorella carnale Lucia, lascio per
una sol volta a titolo di legato scudi cinquanta, e
di più voglio, che ogni anno, finchè naturalmente
vivrà, nel giorno della sua festa onomastica, cioè li
13 Decembre, le siano dai miei eredi pagati quindici
Zecchini d’oro.
8. Al mio fratello cugino Giuseppe Castellani
a titolo di legato lascio per una sol volta dieci
Zecchini d’oro e di più voglio, che sua vita naturale
durante, e per lo stesso titolo gli siano pagati ogni<noinclude></noinclude>
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Carlomorino
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— 5 —|}}</noinclude>mese anticipatamente scudi dieci mensili come attualmente
gli si pagano da me, con l’obbligo di continuare
ad assistere il mio negozio con quella premura,
e con quello zelo, con cui lo ha finora assistito.
9. Al mio nipote Antonio Mengarini per titolo
di legato lascio per una sol volta scudi duecento.
Al mio Scritturale Alessandro Piscina lascio
a titolo di legato per una sol volta scudi cento.
10. Tutti i legati premessi, i quali hanno
una prosecuzione, dovranno soddisfarsi dai miei eredi
di mese in mese a datare dal giorno della mia morte;
ma riguardo agli altri legati poi, i quali devono
soddisfarsi con unica prestazione, voglio che i legatarii
non possino pretenderne il pagamento dai miei
eredi primachè sia passato un decennio dal giorno
della mia morte; sarà però in libertà dei miei eredi
di poterli soddisfare tutti, od in parte prima della
enunciata epoca, e desidero, che lo facciano ove il
pronto pagamento dei medesimi a giudizio dei miei
Esecutori testamentarii non riesca ad essi gravoso e
non formi ad essi intralcio negli affari commerciali.
11. A titolo d’istituzione, per qualsivoglia altro
titolo, ed in ogni miglior modo lascio alle mie cinque
figlie femmine cioè Adelaide, Luisa, Camilla, Eleonora,
e Virginia la somma di scudi 3000 che dovrà ad
ognuna di esse essere pagata dai miei eredi universali<noinclude></noinclude>
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Carlomorino
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— 6 —|}}</noinclude>con dichiarazione espressa però che nella enunciata
somma dovrà ognuna computare la somma, che da
me le sarà stata costituita a titolo di dote, tanto se
questa le sia stata già pagata, quanto se non le sia
stata ancora soddisfatta e con dichiarazione altresì
rapporto alle figlie che sono tuttora nubili nel giorno
della mia morte, che la suddetta somma di Sc. 3000
debba costituirsi per dote delle medesime. Inoltre le
stesse figlie nubili dovranno ricevere dai miei eredi in
casa lo stesso trattamento di casa, vitto, e vestiario, che
hanno e ricevono tuttora nella mia Casa; e quante
volte per giusta causa a giudizio dei miei Esecutori
testamentarii l’enunciate figlie non potessero con essi
Eredi convivere, dovranno questi pagare a ciascuna
di esse anticipatamente mensili scudi 17; come pure
dovranno farle un decente acconcio secondo il prudente
arbitrio de’ miei Esecutori testamentarii allorchè
si maritassero, o per qualsivoglia causa cesseranno
di convivere coi miei eredi universali; inoltre a titolo di
legato sarà dai miei eredi pagata per una sol volta a
ciascuna delle mie cinque figlie tanto nubili, che maritate
la somma di scudi cinquanta, come pure l’ulteriore
mensile prestazione di scudi tre loro vita naturale durante;
quali scudi tre serviranno alle medesime in luogo
di spillatico per provvedere alle loro piccole spese minute
di cui possono aver bisogno.
12. In tutti poi, e singoli miei beni stabili, mo-<noinclude></noinclude>
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Pagina:Testamento di Fortunato Pio Castellani.pdf/9
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Carlomorino
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— 7 —|}}</noinclude>bili, semoventi, ori, argenti monetati, e da monetarsi,
gioje, suppellettili di ogni specie, crediti, diritti, ed azioni,
ed in una parola dell’universo mio patrimonio, che ho
ed avrò all’epoca della mia morte, istituisco, e nomino
miei eredi universali per egual porzione i miei tre figli
maschi {{Wl|Q2832761|Alessandro}}, {{Wl|Q3629600|Augusto}}, e {{Wl|Q3778891|Guglielmo}}.
Con tutti però i miei beni rustici, ed urbani,
che ho, e possiederò all’epoca della mia morte intendo
di erigere, come eriggo, ove la legge allora vigente,
non lo vieti, un fedecommesso progressivo, nei soli
gradi, che verranno in seguito indicati, e da godersi
nel modo seguente.
In primo luogo il possesso, e godimento del
fidecommesso dovrà aversi dai nominati miei tre figli
maschi, e se alcuno non fosse vivo nel momento della
mia morte, ma vi fossero figli maschi, dovranno questi
in rappresentanza del padre ottenere quella parte di
beni fidecommissarii, e crediti, e redditi dei medesimi,
che a lui sarebbe toccata. Dopo la morte dei predetti
miei tre figli maschi, dovranno entrare al possesso,
e godere del detto fidecommesso i figli maschi dei
medesimi, e quindi i nipoti, e pronipoti maschi di
essi progressivamente col diritto di rappresentanza,
come si è detto di sopra, nella costituzione, e contingenza
dei singoli casi, restando escluse le femmine.
Nei pronepoti poi dei menzionati miei figli rimarrà
sciolto il fidecommesso in discorso, ed i beni, che lo<noinclude></noinclude>
6f2jib9li6anaiw7t7my9zh13ammjub
Pagina:Testamento di Fortunato Pio Castellani.pdf/10
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Carlomorino
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— 8 —|}}</noinclude>compongono rimarranno liberi in essi dimodochè, sia
in loro libertà di disporne comunque nel modo che
ai medesimi più piacerà, considerando allora i detti
beni di loro libera proprietà.
13. Volendo poi che i beni rustici, ed urbani,
sui quali ho costituito il predetto fedecommesso, siano
liberi da qualunque peso, ed ipoteca, ordino, e voglio,
che se all’epoca della mia morte i detti beni si trovassero
gravati di qualche ipoteca, sia per residuo
prezzo non ancora pagato dei medesimi, sia per qualsivoglia
causa, siano resi liberi da ogni peso, ed ipoteca
colle rendite de’ beni stessi, dimodochè i chiamati al
godimento del fedecommesso non possano percepirla
finchè i beni fidecommissarii non siano purificati da
ogni peso, ed ipoteca, o sia iscritta sopra i medesimi,
o che potesse in seguito ancora esservi iscritta per
qualunque titolo.
Ordino, e voglio, che i miei eredi gravati non
possano pretendere la quota trebellianica, e qualunque
altra detrazione, che potesse in loro favore ammettere
la legge sopra i detti beni fidecommissarii, proibendo
espressamente sopra di essi beni ogni, e qualunque
detrazione, e se i detti miei eredi, o alcuno di essi non
volesse uniformarsi a tale mia volontà, intendo, e voglio,
che
sopra l’universa mia eredità debba conseguire la
sola legittima, che diritto gli appartiene, nella quale
soltanto in tal caso lo istituisco erede.
{{nop}}<noinclude></noinclude>
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Paperoastro
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|{{smaller|146}}|{{Sc|l’illustratore fiorentino}}}}</noinclude><nowiki/>
Come da loro passasse in altre mani, ce lo dice nella sua denunzia al Catasto del 1480 (gonfalone Vajo — S. Giovanni) Vittorio figlio del celebre scultore Lorenzo Ghiberti e pur esso abilissimo nell’arte del padre. Egli scrive infatti: «Abbiamo una casa nel popolo di S. Michele delle Trombe la quale è d’Attaviano Alto viti e dell’Agnola sua donna, la quale erede, o vero testamentaria di M.<sup>a</sup> Marca sua avola e madre di Jacopo Ghiberti padre di d.<sup>a</sup> Agnola la quale casa ane (hanno) obbligata come per un lodo, insino a tanto chelloro sia soddisfatto di certe ragioni».
Anche nel 1498 Vittorio Ghiberti accenna fra i suoi beni i diritti che aveva su questa casa; ma quelle ragioni alle quali accennava nella sua precedente denunzia sembra non fossero mai sodisfatte, perchè la proprietà dell’edilizio rimase costantemente alla famiglia Altoviti. Nel 1498 infatti esso è di Attaviano d’Oddo Altoviti, nel 1 534 appartiene ad un altro Attaviano di Jacopo e fin nel libro delle consegne del 1776 figura in proprietà degli Altoviti.
Dopo i recenti restauri ai quali abbiamo accennato, l’edifizio conserva i caratteri di un torrione o palazzo del XIV secolo ed è interessante appunto perchè offre molti elementi visibili per lo studio delle severe e robuste costruzioni di quel tempo.<noinclude></noinclude>
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Paperoastro
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione||{{Sc|l’illustratore fiorentino}}|149}}</noinclude>
{{Ct|c=t2|Il Palazzotto Comunale di Caprese.}}
Che {{Wl|Q5592|Michelangiolo Buonarroti}} sia nato a Caprese nell’alta valle del Tevere anziché a Chiusi in Casentino, nel tempo in cui Lodovico suo padre era podestà dell’uno come dell’altro castello è cosa ammessa ormai dai più, perchè essa trova appoggio in un atto che figura fra le memorie dello stesso Lodovico che si conservano nell’archivio Buonarroti.
Da queir atto, del quale esiste una copia dei tempi di Michelangiolo, apparisce che il figlio di Lodovico nacque il 6 Marzo 1474 e che fu battezzato nella chiesa di S. Giovanni di Caprese.<ref>La chiesa di S. Giovanni, che era ridotta ad un cumulo di rovine, è stata da poco tempo restaurata e restituita al culto.</ref>
Non eguale sicurezza può aversi nel determinare l’edifizio che a quei tempi serviva di residenza ai Podestà e nel quale Michelangiolo avrebbe dovuto avere i natali.
Come la maggior parte dei vecchi castelli, anche quello di Caprese subi per cagione delle guerresche vicende ed anche per le notevoli rovine trasformazioni e demolizioni infinite, talché oggi ben pochi resti sussistono del suo gagliardo ed ampio fabbricato.
Esiste in Caprese il palazzetto che fu per<noinclude></noinclude>
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Pagina:Testamento di Fortunato Pio Castellani.pdf/11
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Carlomorino
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— 9 —|}}</noinclude>
14. Per la esatta, e piena esecuzione di questa
mia volontà, e di ogni mia testamentaria disposizione,
voglio, e nomino miei Esecutori testamentarii il
sig. Principe Don {{Wl|Q969336|Michelangelo Caetani}}, ed il suo fratello
sig. Don {{Wl|Q79447667|Filippo Caetani}}, e se mai essi, od alcano di essi
ricusassero di accettare l’incarico da me affidatogli, il
che non voglio credere, in tal caso in loro vece, se
ambedue si ricusassero, nomino Mons. {{Wl|Q55900582|Lavinio de’ Medici Spada}}, ed il di lui fratello sig. Cav. Averardo, e
se uno solo dei nominati primi esecutori testamentarii
si ricusasse, allora surrogo a lui il sig. Marchese
{{Wl|Q88781669|Giuseppe Melchiorri}}, e se ancor questi si
ricusasse, gli surrogo Mons. Giulio Della Porta,
conferendo agli stessi miei esecutori testamentarii
la qualifica di Curatori, ed Amministratori dei beni
di quello dei miei figli maschi, che all’epoca della
mia morte non fosse ancora uscito dalla minorile
età, ove alcuno ve ne fosse; quale curatore, ed
amministratore dovrà durare fino che non sia divenuto
maggiore il figlio, il quale si trovasse nel momento
della mia morte in età minorile.
15. E questo dico, dichiaro, e voglio, che sia
il mio ultimo testamento nuncupativo, quale se non
valesse come tale, voglio che valga, ed abbia la sua
piena forza come codicillo, donazione causa mortis,
testamento ''inter liberos e ad pias causas'', ed in qualunque
altro miglior modo, che possa valere, e tenere,<noinclude></noinclude>
ipvebovby0y0hea266u6rhjfxoduqfg
Pagina:Testamento di Fortunato Pio Castellani.pdf/12
108
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Carlomorino
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— 10 —|}}</noinclude>cassando, ed annullando qualunque altro testamento
avessi fatto prima del presente, sebbene munito di
qualunque clausola derogatoria, volendo, ed ordinando,
che il solo presente testamento abbia da attendersi,
ed osservarsi ed avere la sua piena forza, e vigore
in qualunque miglior modo dalla legge permesso, e
così voglio, ordino, e comando.
Roma, li due Agosto 18quarantacinque
{{Sc|F. P. Castellani.}}
{{Rule|4em|000|t=1|v=1}}<noinclude></noinclude>
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Paperoastro
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|{{smaller|150}}|{{Sc|l’illustratore fiorentino}}}}</noinclude>qualche tempo sede dei Podestà e che oggi è residenza del Comune ed in quello vennero in occasione del centenario Michelangiolesco poste delle iscrizioni che indicavano anche la stanza dove il sommo artista sarebbe venuto alla luce.
{{FI
|file = L'illustratore fiorentino 1908 (page 164 crop).png
| tsize = 400px
| float = floating-center
| caption = Palazzo Comunale di Caprese{{A destra|Fot. Alinari}}
}}
Ma i documenti esistenti dicono che il palazzo del podestà fu ricostruito nel 1489 a tempo del Podestà {{AutoreIgnoto|Girolamo Parigi}} ed in esso non si trovano stemmi di residenti che siano anteriori al XVI secolo. È da ritenersi perciò che prima e più antica residenza dei rappresentanti della repubblica dovesse essere il palazzo o cassero dei Conti Guidi antichi signori di Caprese e cotesto palazzo più non esiste. Forse sorgeva a destra di chi entra per la porta del castello<noinclude></noinclude>
7l4a5e1svuys3dz5uig9d0m9gvb8fdh
Pagina:L'illustratore fiorentino 1908.djvu/165
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Paperoastro
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione||{{Sc|l’illustratore fiorentino}}|151}}</noinclude>nel luogo dove sono oggi alcune case di robusta costruzione e quest’opinione esprime anche Geremia Chinali in una sua accurata ed ampia illustrazione di Caprese.<ref>{{AutoreIgnoto|Geremia Chinali}} — ''Caprese e Michelangiolo Buonarroti'' — Arezzo, Bellotti 1904.</ref>.
Resta pertanto inalterato il fatto che Miche langiolo è nato a Caprese e se non è facile determinare con piena sicurezza V edifìcio preciso, le lapidi possono stare benissimo sulla facciata del palazzetto che è la fabbrica più importante del castello e che oggi riassume in sé i vecchi ricordi locali.
Modesto e piccolo è quel palazzo, ma esso conserva un singolare carattere di antichità e presenta un insieme oltremodo pittorico.
{{Ct|c=t2|Addio, mia bella, addio!}}
Che quest’inno, il più popolare fra noi e forse il più celebre fra tutti gli inni nazionali, sia stato scritto dall’avv. {{Wl|Q15138909|Carlo Bosi}}, pochi ignorano oggidì. Nato nel 1813, morì il Bosi nel 1886 e, poeta gentile sotto lo pseudonimo Basocrito, anagramma del suo nome, lasciò graziose poesie. Nessuno però sa che fu dal suo autore scritto quest’inno nel caffè che si chiamò Castelmur, sul canto della via de’ Calzaioli e<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|{{smaller|152}}|{{Sc|l’illustratore fiorentino}}}}</noinclude>della via de’ Tavolini la sera del 20 marzo 1848, quando partì per la guerra dell’indipendenza il primo battaglione dei volontari fiorentini. Col verso «''Io vengo a dirti addio''» avea l’autore incominciato quest’inno, ma il popolo, senza dispiacere dell’autore, lo corresse «''Addio, mia bella, addio''». Nel sessantesimo anno da che fu scritto e pochi mesi dopo la chiusura del famoso caffè, mi è sembrato non disdicesse questo ricordo, dolente che Fautore delle guerresche note delP inno rimanga sconosciuto.
{{A destra|{{Sc|G. B. Ristori}}|margine=2em}}
{{Rule|6em|t=6|v=6}}<noinclude></noinclude>
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L'illustratore fiorentino 1908/Notizie del mese di ottobre
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{{Ct|c=t1|NOTIZIE DEL MESE DI NOVEMBRE}}
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{{ct|c=t2|La Chiesa ed il Convento d’Ognissanti<br/>Antichi ricordi dei Frati Umiliati.}}
Fra le antiche chiese di Firenze quella di Ognissanti è una delle più importanti per i molti ricordi storici che ad essa si riferiscono e per la dovizia infinita delle opere d’arte onde nel corso dei secoli venne adornata.
Nelle sue origini essa ci rammenta in particolar modo l’opera efficace e produttiva di un ordine monastico, quello degli Umiliati, che, fondato a Milano nel 1239, si diffuse in molte parti d’Italia, non solo per dedicarsi all’esercizio delle praticfie religiose, ma ancora per dare incremento e sviluppo ad industrie ed a commerci divenuti dipoi fiorentissimi.
Venuti a Firenze nel 1239, gli Umiliati si stabilirono dapprima nel monastero di S. Donato a<noinclude></noinclude>
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Torri o in Polverosa nei piani al disotto della città; ma la località bassa, palustre, soggetta di continuo alte inondazioni dell’Arno e del Mugnone, non si prestava affatto a far prosperare le officine che essi vi avevano impiantato, sicché pensarono di trasferirsi in Firenze, dove avrebbero più facilmente avuto modo di procurarsi artefici e dare maggiore sviluppo alle fabbriche di stoffe di lana.
Fra il 1250 e il 1251 essi ottennero la concessione della cappella di Santa Lucia e Fannesso spedaletto, posti nella località chiamata il Prato ed anche Pisola d’Arno, dove eressero un primo monastero ed iniziarono P impianto di officine alle quali potevano dar maggiore attività, valendosi come forza motrice delle acque dell’Arno.
L’attività prodigiosa degli Umiliati valse in breve tempo a trasformare completamente cotesto luogo dove, comprando e ottenendo in dono ampj spazj di terreno, poterono in breve corso di anni costruire una chiesa grandiosa, un ampio convento e tutti gli edifizi che erano necessari per la lavorazione delle lane.
Fu così che in quella località chiamata Pisola d’Arno, perchè posta fra l’Arno ed il Mugnone, sorsero fabbricati grandiosi per la lavatura e l’asciugatura delle lane, per la tessitura delle stoffe, insieme a gualchiere ed a tiratoi.
Dell’importanza di cotesto grande stabili-<noinclude></noinclude>
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Categoria:Testi di Giovanni Drovetti
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{{Vedi anche autore|Giovanni Drovetti}}
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione||{{Sc|l’illustratore fiorentino}}|155}}</noinclude>mento industriale e della ricchezza e potenza dei frati Umiliati rimase il ricordo in tante opere {{FI
|file = L'illustratore fiorentino 1908 (page 169 crop).png
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| caption = La Chiesa d’Ognissanti
}} da essi compiute, perchè oltre alla chiesa ed al convento si debbono a loro l’apertura e la<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|{{smaller|156}}|{{Sc|l’illustratore fiorentino}}}}</noinclude>costruzione del Borgo d’Ognissanti, del Ponte alla Carraia, della pescaia attraverso al fiume, del canale per mettere in movimento gli opifici, delle gore, dei mulini ecc. che fino ai nostri tempi sussistevano.
Tentar di riassumere le memorie relative agli Umiliati ed alla loro industria, che senza dubbio fu il principio dello sviluppo grandissimo che Parte della lana ebbe per varj secoli a Firenze, sarebbe opera troppo lunga e non è questo il nostro intendimento.
Qui ci limitiamo a raccogliere in un brevissimo sunto • alcune memorie che si riferiscono appunto ai tempi in cui gli Umiliati si trasferirono da S. Donato a Firenze e iniziarono le loro costruzioni, togliendole da pergamene che si conservano nel nostro R. Archivio di Stato, provenienti dalla Commenda Covi e dagli spogli del Senatore {{AutoreIgnoto|Carlo Strozzi}}.
{{Span|1250. — Messer Jacopo di Mainetto Tornaquinci e Fallierone e Lottieri suoi figli vendono a Fra Ruffino degli Umiliati priore di S. Donato a Torri due case e terreni posti vicino a Firenze fra S. Paolo e S. Lucia per fiorini 497<ref>La consorteria potente e numerosa dei Tornaquinci possedeva fin da tempo remoto i terreni fra V Arno ed il Mngnone e nella così detta isola d’Arno aveva pure la proprietà di varii mulini. Anche la chiesa di S. Maria Novella fu eretta sui terreni dei Tornaquinci.</ref>.|sm}}
{{Span|1251.-31 Maggio. — Uberto di Mondella Podestà di Firenze da licenza ai Frati di tutti i Santi abitanti presso|sm}}<noinclude></noinclude>
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Tentar di riassumere le memorie relative agli Umiliati ed alla loro industria, che senza dubbio fu il principio dello sviluppo grandissimo che Parte della lana ebbe per varj secoli a Firenze, sarebbe opera troppo lunga e non è questo il nostro intendimento.
Qui ci limitiamo a raccogliere in un brevissimo sunto • alcune memorie che si riferiscono appunto ai tempi in cui gli Umiliati si trasferirono da S. Donato a Firenze e iniziarono le loro costruzioni, togliendole da pergamene che si conservano nel nostro R. Archivio di Stato, provenienti dalla Commenda Covi e dagli spogli del Senatore {{AutoreIgnoto|Carlo Strozzi}}.
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Cruccone
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||— 275 —|riga=si|}}</noinclude>Starasella, essendo chiusa a sud da una catena di collinette rocciose, attraverso alla quale dovette aprirsi un passo di circa 20 metri di larghezza in seguito a scoscendimenti avvenuti presso Starasella che gli chiusero la via in quella direzione.
La vallata dell’Isonzo da Gorizia alla Sella di Predil (1165 m. sul livello del mare) è percorsa da una strada nazionale che discende dipoi nella valle della Schlitza osi congiunge a Tarvis colla strada internazionale della Pontebba.
A Caparetto sì allaccia la strada internazionale detta del Pulfero che si distacca da Udine e passa per Cividale, S. Pietro, Pulfero e Starasella.
Le Alpi Giulie propriamente dette, che sarebbero il confine naturale dell’Italia, sono a levante dell’Isonzo, e perciò si troverebbero intieramente sul territorio del regno Illirico, facente parte dell’impero Austro-Ungarico. A ponente invece del fiume sarebbero le Prealpi, le cui creste servono per un certo tratto di confine internazionale, il quale segue per altro una linea irregolare, ora discendendo nelle valli, ora secondando qualche fiume o torrente, ora tenendosi sulla pendice per risalire di nuovo sulla cresta.
Punto culminante delle Prealpi Giulie è il monte Canino la cui sommità si spinge a 2372 m. sul livello del mare, ed è circondata da un vasto ghiacciajo.
Più in su vi è il monte Maggiore (1617 m.) e a sud-est di questo il Matajur (1642 m.). Tutte e tre queste cime sono punti di confine internazionale, ma nonostante la loro importanza, non furono sufficiente baluardo contro l’invasione di popoli stranieri nel suolo italiano.
Infatti quantunque al di qua di quelle vette sia versante o territorio italiano, tuttavia quasi tutta la regione montana è popolata da una colonia di nazionalità slava stanziatasi da tempi remotissimi.
Sono circa 56,000 gli Slavi che popolano quelle montagne, contando anche gli abitanti delle valli di Resia, che ne diversificano per altro qualche poco, avendo il loro linguaggio più somiglianza al russo.
Strana provincia e certamente unica in Italia questa del Friuli, dove si parlano cinque linguaggi molto differenti e cioè: il veneto, il friulano, il tedesco, il russo e lo slavo meridionale. Le valli principali delle Prealpi Giulie sono:
{{indent|3|1.ª La valle di Resia percorsa dal fiume omonimo, facente parte del distretto di Moggio. — Il fiume Resia ha le sorgenti alle radici del monte Canino e si getta nel Fella presso il villaggio di Resinetta.}}
{{indent|3|2.ª Vallata del fiume Torre che sbocca fra le colline di Tarcento.}}
{{indent|3|3.ª Valle di Natisone. Onesto fiume nasce sul territorio italiano, poscia percorre per circa 8 chilom. il territorio austriaco, indi rientra in Italia, tocca S. Pietro e sbocca nella pianura a Cividale. Suoi principali influenti sono i torrenti Alberone, Cosizza ed Erbezzo.}}
{{indent|3|4.ª Il torrente Iudri che attualmente è Confine fra l’Italia e l’Austria lino a poco sopra il suo confluente col fiume Torre.}}
Nelle vallate di Resia, del Torre e del Natisone si affacciano di quando in quando delle falde ertissime, dirupate, nude, franose, con degli orridi molto pittoreschi. Erta e dirupata è pure la falda verso ponente da Gemona a Venzone e su, a Resinetta.
Il Natisone corre per lungo tratto in una gola fra pareli ertissime ed inaccessibili: ivi la strada nazionale si dovette aprire interamente nella roccia.
Le vallale invece più a sud, del torrente Alberane, Cosizza, Erbezzo e Iudri sono come giardini. Tutta la montagna ivi è coperta di vegetazione: qua sono campi, là prati estesissimi, pascoli e boschi sulle cime e sulle pendici. I villaggi a mala pena si scorgono in mezzo<noinclude></noinclude>
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Categoria:Testi in cui è citato Antonio del Pollaiolo
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Carlomorino
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Antonio del Pollaiolo}} [[Categoria:Testi per autore citato|Pollaiolo, Antonio del]]
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{{Vedi anche autore|Antonio del Pollaiolo}}
[[Categoria:Testi per autore citato|Pollaiolo, Antonio del]]
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Il Libro dei Re/Il re Khusrev/I/1/III
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Il Libro dei Re/Il re Khusrev/I/1/IV
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Il Libro dei Re/Il re Khusrev/I/1/V
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|78||}}</noinclude>cadeva gettato con sdegno nelle mani dell’indigenza, ben pochi essendo quelli che accompagnavano la loro offerta con quello sguardo consolatore che toglie un istante all’infortunio; poichè è ancor più facile donare che intendere gli sventurati.
Olesia ascoltava Ester con un interesse e con una commozione indefinibile. Quest’ebrea, malgrado il suo pallore e magrezza estrema, conservava ancora gli avanzi d’una grande bellezza. I suoi occhi azzurri eran ripieni d’una dolce e commovente espressione, il suono della sua voce era piacevole; la pronunzia ebrea si sentiva appena. Olesia l’avea tratta in disparte nel vano d’una finestra; equivi, con la stessa delicatezza che avrebbe usata verso una persona che fosse stata per la prima volta costretta ad accettare un soccorso, depose la sua offerta sull’orlo della finestra, e fece intendere ad Ester ch’ella si incaricava per l’avvenire di procurarle tutti i sollievi ch’erano in sua facoltà. Prima di partire, i suoi occhi percorsero il miserabil tugurio della<noinclude><references/></noinclude>
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Piaz1606
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||79}}</noinclude>famiglia giudea. Ella cercava indovinare in mezzo a quell’intiera miseria quali dovesser essere gli oggetti d’assoluta necessità da inviare per primi. Gioachimo, a cui nessuno dei suoi moti sfuggiva, la seguiva in quell’esame. In tutto il tempo della visita egli era rimasto in piedi mezzo incurvato dal rispetto. La positura servile di quest’uomo, il suo sguardo indeciso dispiacevano a Olesia. Ester all’incontro le era tanto simpatica.
Ella si sentiva talvolta tentata di parlare a lei di Sara o di Rachele, come di compagne ch’essa avrebbe dovuto conoscere. Ella osservava pure con interesse un giovinetto di sedici anni, l’unico figlio d’Ester, che si chiamava Neftali. Appoggiato sopra un cammino di marmo nero, il suo profilo regolare si rifletteva nei pezzi d’un cristallo rotto. Il suo pallido volto era circondato di folti ricci
biondi. All’arrivo d’Olesia, egli avea sospesa la lettura del Talmud, unico libro che avesse aperto fino allora, e i suoi grand’occhi azzurri simili a<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|80||}}</noinclude>quei di sua madre, s’eran fissati sulla giovane signora senza mai più abbandonarla.
Olesia ne dedusse esser egli dotato d’una bell’anima; infatti esso avrebbe meritato di partecipare dei lumi che una buona educazione spande sovra uno spirito giusto.
Olesia pensava di ritirarsi; essa riceveva le benedizioni d’Ester, i saluti di Gioachimo, e Neftali, veniva tutto timido a baciare il lembo della sua veste, quando, apertasi bruscamente la porta, comparve nella camera un giovine militare. Un solo sguardo bastò ad Olesia per accorgersi ch’egli era russo ed ufficial superiore. Era il medesimo colonnello la cui carrozza aveva contribuito all’accidente di Gioachimo. Fin da quel tempo, ei conserva con quest’israelita una relazione che spiegheremo in seguito. La sorpresa del colonnello superò quella d’Olesia; egli osservava con un’ammirazione che poteva appena contenere questa bella e giovine signora la cui eleganza era sì fortemente in opposizione con la miseria da cui era attorniata.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||81}}</noinclude>Quando ella usci, per un moto involontario egli volle seguirla; ma poi soffermandosi, la salutò rispettosamente. Olesia gli rispose con un inchino
pieno di decenza e di grazia, e disparve. Allorquando ella traversò la corte, il colonnello s’appresso a una finestra, e la seguì con lo sguardo. Ei riconobbe la livrea del domestico che l’accompagnava. Avendo sovente inteso parlare della rara bellezza della figlia della Palatina di S***, non dubitò che fosse quella che egli aveva veduta.
Il colonnello Igor Sez.... era giovine, ricco, ben fatto, valoroso, pieno di fiducia ne’ suoi vantaggi e nei suoi mezzi. Ei risolse di far di tutto per farsi presentare alla Palatina di S***, o almeno alla sua società. Cinque minuti eran bastati per cangiare il corso delle sue idee, de’suoi progetti, dell’intero suo destino; egli era innamorato. Sovente nel gran mondo egli aveva inteso parlare dello spirito e dei talenti di Olesia; aveva veduto quant’era bella gli si diceva esser ella buona come<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|82||}}</noinclude>un angelo. Noi gli dobbiamo però render giustizia, con dire che s’egli si lasciò da principio sedurre dalle attrattive d’un bel volto, le rare qualità d’Olesia bastarono sole in seguito a guadagnarlo per sempre.
Invano il colonnello Igor tentò di farsi presentare alla Palatina di S***; questa dama non riceveva alcun ufficiale russo; ed era meno per ispirito di partito che per speculazione. Il suo figlio maggiore, ad onta de’suoi consigli, s’era affezionato alla corte di Russia; e non avendo essa sul di lui spirito abbastanza dominio per dirigere le sue opinioni, applicavasi almeno a fargli conoscere con una condotta sostenuta, ch’ella non le approvava.
Il conte Igor cercò Olesia alla corte; essa non vi andava. Ei la vide qualche volta alle feste che davano gli ambasciatori e iministri, ma senza poterle parlare. In quelle grandi assemblee la società polacca si concentrava ordinariamente in un punto solo, e gli uomini formavano intorno alle loro giovani compatriotte<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||83}}</noinclude>una falange formidabile. Il conte Igor provò sovente un vivo desiderio d’avanzarsi verso la parte della sala che Olesia abbelliva, e d’invitarla ad una di quelle danze chiamate ''polacche'', che sono sì favorevoli alla conversazione.
Una sera egli disse a un ufficiale russo suo amico, accennandogli la parte della sala in cui le polacche eran riunite: venite, via, a fare una escursione su quella spiaggia remota ove le donne son sì vezzose.
— Dio me ne guardi, gli rispose l’amico. Che volete voi andare a fare da quella parte? A cercare una ballerina che non vorrà saper nulla di voi? Io marcierei con più sangue freddo sotto il fuoco d’una batteria, di quello che andare ad espormi a quelle scariche di parole piccanti, a quel fuoco di facezie che ci ha investiti fin qui. Non vedete voi gli sguardi di questi Polacchi? Fino a quando, soggiunse, non gl’incontreremo che nelle sale? Ah! se noi gli aspettassimo in campagna aperta!
Vero è che il momento non era<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|84||}}</noinclude>troppo propizio per favorire l’inclinazione d’un russo per una polacca; si entrava nell’anno 1791. Il re stesso sembrava abbandonare il partito della Russia, ed era per dare al suo popolo quella costituzione che fece tanto strepito, e che rianimò le speranze dei Polacchi. Caterina II, interamente occupata della guerra di Turchia, non vedea che Stanislao gli sfuggiva; e i Russi, sparsi sul territorio polacco, ben s’accorgevano di esser già riguardati come nemici che s’odia ancora, ma che più non si teme. Tuttavia il conte Igor era troppo innamorato per rinunziare a’ suoi progetti.<noinclude><references/></noinclude>
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Olesia, o la Polonia/Capitolo II
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione||||riga=sì}}</noinclude>
{{Centrato|{{x-larger|CAPITOLO III.}}}}
{{x-larger|I}}l giorno più memorabile negli annali della Polonia, il 3 maggio 1791, sorgeva; una debole luce rischiarava appena le vie di Varsavia, che già eran piene d’una folla di popolo troppo agitata per potersi dare in braccio al riposo. L’atto costituzionale ch’esso desiderava con tanta ansietà da tre anni era finalmente stato terminato: si dovea proclamarlo nella giornata. Quale speranza era quella della libertà per un popolo schiavo dei nobili da tanti secoli!<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|86||}}</noinclude>Ciascuno parlava con calore dei privilegii che gli sarebbero accordati, e portavan nelle sue riflessioni l’impronta del suo carattere. «Noi non avevamo diritti, diceva» un ricco mercante; confusi cogli ebrei, non avevamo di proprio del nostro paese, che l’aria che si respira; ora che avremo il diritto d’acquistar delle proprietà nella nostra patria, con quale zelo difenderemo il retaggio de’ nostri figli, il sostentamento delle nostre consorti! — E noi, sclamava un giovine militare, noi non siam più condannati all’oscurità, il nostro nome potrà essere scritto nella storia, il nostro valore ci servirà di nobiltà onde arrivare a tutti i gradi. II nostro sangue ora appartiene a noi: allora lo versavamo pe’ nostri padroni, ora lo prodigheremo pel nostro paese. Noi dobbiam pure ringraziare il cielo, soggiungeva un giovine, il cui aspetto spirava una grande modestia, che gli ordiní sacri non vengano più negati a coloro che son privi di nobiltà; ogni uomo ha la sua vocazione particolare: gli uni<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||87}}</noinclude>trovano la loro felicità sul campo di battaglia, gli altri a piè degli altari.»
Finalmente la nuova costituzione fu pubblicamente conosciuta, dispensata, venduta. Essa portava le seguenti disposizioni: «La religione cattolica era dichiarata religione del principe e dello stato, e nel tempo stesso veniva riconosciuto e proclamato il libero esercizio di tutte le religioni. Si dichiararon liberi i borghesi delle città reali, e fu accordato loro il diritto d’esercitare gl’impieghi e di inviare dei deputati alle diete. Essi ottennero ancora che queste città reali fossero ammesse nel numero delle differenti giurisdizioni del paese, con le quali eran nel caso di avere qualche rapporto, come per esempio la commissione del tesoro, il tribunale dei giudizi assessoriali, le commissioni platinali o le commissioni civili e militari, ec. ec. Che ogni borghese o abitante non nobile potesse acquistare dei possessi territoriali e goderne come i nobili, senz’altra distinzione che quella d’esser privo dell’ingresso alle diete riserbate per<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|88||}}</noinclude>quest’ultimi. Che ogni borghese potesse entrare nel clero e nell’esercito,
ed essere e nell’uno e nell’altro graduato secondo il suo merito e il suo servizio. La sorte dei contadini fu addolcita; si proclamò in seguito la sovranità della nazione, il dritto legislativo degli stati, e l’eredità della corona; e non potendo il trono divenir di nuovo elettivo che all’estinzione della famiglia regnante, fu stabilito che alla morte di Stanislao Augusto lo scettro sarebbe devoluto all’elettor di Sassonia per essere proprietà della sua famiglia. Ogni nuovo re doveva ogni volta giurare la costituzione. La nomina dell’ordine giudiciariodi prima istanza e d’appello fu conferita alle diete. Un tribunale supremo, nominato dagli stati, fu iucaricato della cognizione dei delitti d’alto tradimento. Altre disposizioni stabilivano le regole particolari da seguirsi in occasione degl’interregni e della reggenza; finalmente un articolo affidava alla nazione la sorveglianza sulla educazione del principe reale, e un altro pure imponeva all’armata il<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||89}}</noinclude>giuramento di fedeltà al re e alla legge fondamentale.»
Ogni ora cresceva lo strepito e la folla; un intero popolo percorreva inebriato le vie di Varsavia. Si abboccavano senza conoscersi: e che importava? tutti que’ felici erano in quel momento amici, fratelli, perchè eran tutti Polacchi. Si benediceva nel tempo istesso Iddio e il re di Polonia. Stanislao avea riparati tutti i suoi falli; perchè quest’azione non fu ella l’ultima del suo regno? Il popolo ch’ei governava avea riposte in lui tutte le sue speranze; come rimase ingannato!
Nei momenti di tristezza pubblica come in quelli d’allegrezza, ognun si precipita nei sacri templi; quivi è che si prega con maggiore speranza, e che si rendon grazie con riconoscenza maggiore. Stanislao, dopo di aver prestato il primo giuramento di fedeltà alla costituzione, avea soggiunto: «''Io ho giurato per la divinità, e non pentirommene mai. Io invito chiunque è affezionato alla patria a seguirmi alla chiesa per prestarvi''<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|90||}}</noinclude>lo stesso giuramento.» Ei trovò la chiesa ingombra di popolo; ciascuno s’affollava dintorno e lui colmava di benedizioni il suo nome e la sua condotta; ei s’arrestava di tanto in tanto, mescolava lacrime di tenerezza con quelle che vedea spargere, e udiva incessantemente risuonare al suo orecchio quel grido che gli dovea penetrar fino al cuore: — Sire, chi vi benedice è un popolo libero, e chi ci ha data la libertà siete voi.
Un gran numero di persone dell’alta società eran riunito in un’ımmensa tribuna che dominava la chiesa. Vi si trovava la Palatina di S*** con sua figlia; vi si vedeva ancora il principe Witold; la sua anima era troppo nobile per non applaudire al fortunato cangiamento operato nel suo paese; seduto in disparte, ei rifletteva a quella maravigliosa risoluzione.
In una repubblica di gentiluomini, in un senato di nobili, diceva egli fra sè, la causa dei plebei è stata vinta. Qual forza non hanno dunque la verità e la giustizia, poichè sono {{Pt|am-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||91}}</noinclude>{{Pt|messe|ammesse}} ascoltate in pregiudizio dell’interesse personale, che sa prender sì bene il lor posto! L’umanità ha conquistati e calpesta ora nove secoli di pregiudizii e di tradizioni! — In una nazione, ei soggiunse, e il suo aspetto si fece più aspro, nella quale il figlio del palatino e il figlio del semplice gentiluomo hanno eguali diritti al trono, si è proclamata l’eredità
della corona! Questa risoluzione è saggia, ma quante passioni non si inalzano contro di essa! Donde adunque questi uomini d’oggidì hanno attinta quest’annegazione di sè stessi? O patria! dal dolce tuo nome, che sono i sacrifizi s’essi assicurano la tua felicità? — Un gran tumulto interruppe le riflessioni del principe Witold. Il re era già al suo posto, e ben tosto regnò un profondo silenzio. Un vescovo intuonò il ''Te Deum:'' Witold si alzò, e s’accostò alla balaustrata. Il caso lo collocò vicino ad Olesia; troppo preoccupato per averla cercata, ei la vide nonostante con commozione, e non s’occupò che di lei.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|92||}}</noinclude>
Olesia vestita con la più graziosa semplicità, abbellita dalla commozione che provava in cuor suo, sembrava più seducente che mai; leggevasi sul suo volto tenerezza, gioia, entusiasmo; ei si trovava lieta e superba della felicità della sua nazione. Witold leggeva sui suoi lineamenti espressivi tutto quel che seguiva in fondo al cuore di lei, e come palpitava il suo nel riconoscere la maggior parte de’ propri sentimenti! Questa simpatia forma una delle maggiori delizie dell’amore: Witold incantato parlava poco: ma eran sì bene compresi i suoi sguardi!
Ciascuna strofa del ''Te Deum'' era seguita da un piccol riposo, e per intervallo riempiuto dalla musica militare. I senatori, alcuni vescovi, i nunzi circondavano l’altare sul quale avevan giurato. Parecchie bandiere conquistate allo straniero sventolavano sulle lor teste. Quando il ''Te Deum'' fu terminato e che il re disponevasi a ritirarsi, numerose grida si fecero udire; Stanislao Augusto era in piedi: ei salutava con quella {{Pt|gra-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||93}}</noinclude>{{Pt|zia,|grazia,}} affabilità e franchezza che lo distinguevano in grado eminente. Il suo bel volto illuminato da mille candele sembrava cinto di tutta la gloria di un tal giorno. La sua bocca sorrideva, e gli occhi suoi eran umidi ancora per le lacrime che avea versate. — Ah! disse Olesia abbassandosi verso il principe Witold, se il suo cuore è veramente commosso, v’hanno in questo giorno delle lezioni per tutto un regno. Witold non rispose che con un sorriso; ei non volea levarla d’illusione; ma conoscea troppo bene la debolezza del re per annettere a quella bella giornata di grandi speranze. Nulladimeno ei si sentiva, mal suo grado, trasportato; v’ha qualcosa di sì solenne in quelle assemblee nazionali, in cui il monarca, i grandi, il popolo si trovan confusi fra la maestà delle ceremonie religiose, innalzando tutti al medesimo Iddio gli stessi incensi, gli stessi voti! E’ par di vedere formarsi una nuova catena e stringerli insieme; e si pronunzierebbe anatema contro colui che osasse spezzarla.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|94||}}</noinclude>
Quando il re traversò la chiesa, ei trovò l’entusiasmo che l’aveva accolto al suo arrivo. Le vetriate dell’antica basilica si scossero alle grida di gioia, l’aria ne fu agitata, e l’aquila nera delle conquistate bandiere, antico testimone della gloria polacca, sembrava per le ondulazioni del drappo che sovente la toglieva alla vista, nascondere i suoi timori e la sua confusione.
Al grido di viva Stanislao! viva la costituzione! alcune voci nel pio loro entusiasmo aggiunsero queste parole: Sia la Polonia benedetta da Dio! Olesia sentì in quel momento quanto profondamente sia scolpito nell’anima l’amor della patria; quantunque quel grido fosse proprio dell’idioma e dello spirito polacco, e quantunque ella l’avesse spesse volte udito, ne rimase per la prima volta colpita. Nel mentre ch’essa lo ripetea nel suo cuore, i suoi occhi si riscontrarono in quelli del principe, e vide sulla guancia di Witold brillare una lacrima.
La sera la città fu illuminata; il<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||95}}</noinclude>popolo riempiva sempre le vie e davasi in preda all’allegrezza. V’era festa di ballo al castello. Parecchie dame, prima di recarvisi, passaron la serata in casa della Palatina, eran esse in grand’abito di corte; in mezzo a loro Olesia, che non era stata ancor presentata, con la sua veste di mussolina e co’ suoi cappelli semplicemente annodati, sembrava appartenere ad un altro mondo. Ciascun parlava del nuovo giorno; e l’immaginazione dei letterati se n’era già impossessata. Le tavole della sala della Palatina eran cariche di carta, di penne, e di calamai: e dei poeti, i cui gradi di talento non eran forse così numerosi come i gradi di nobiltà,
mezzo-sdraiati su de’ sofà, scrivevano e sottoponevano a giudici compiacenti
produzioni che non sarebber potute vivere fuori dell’atmosfera di una conversazione.
Nel mentre che l’improvvisatore declamava il parto del suo entusiasmo, che il compositore leggeva il frutto del suo lavoro, che il dilettante di musica, piegato sopra un {{Pt|pia-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|96||}}</noinclude>{{Pt|noforte|pianoforte}} cercava il canto e l’accompagnamento della romanza ch’era stata recitata, Witold ed Olesia s’erano ritirati presso ad una finestra.
Tutto a poco a poco taceva; all’illuminazione succedeva la luce brillante delle stelle. Dall’altra parte della Vistola, nel sobborgo di Praga, udivasi di tanto in tanto la scarica d’un moschetto. Vedevansi sulla riva de’ fuochi accesi e di grand’ombre aggirarsi all’intorno. Il grido del giorno ''viva la costituzione!'' era ancor ripetuto da alcune voci illanguidite; ma, simili a quei corpi lontani che
riflettono lentamente i raggi sonori, queste voci morivano prontamente nell’aria.
— Questo popolo è sì felice, disse Olesia al principe Witold dopo aver contemplata un istante la scena che agitavasi intorno a lei, che non può darsi in braccio al sonno: ei non si accorge nella sua ebbrezza che celebra ancora un giorno che non è più.
— Ah! ch’ei lo prolunghi il maggior tempo possibile, disse Witold<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||97}}</noinclude>con commozione, poichè i suoi bei giorni son numerati.
— Voi siete per affliggere. Ma donde avete voi attinta cotesta trista diffidenza
dell’avvenire?
— V’ha dei segreti che uno non oserebbe comunicare.
— Per filantropia, non è vero?
— Sì, rispose sorridendo Witold, e per filantropia voi dovreste sempre confidare i vostri pensieri segreti debbon esser sì pieni di dolcezza e di purità da penetrarne tutte le nostre anime.
— I miei pensieri segreti? disse Olesia arrossendo un poco, io non ne ho punti. Quindi, senza dare al principe il tempo di risponderle, prontamente soggiunse. Amerei meglio comunicare alle persone che vivon vicino a voi il segreto di quelle da cui io son circondata, giacchè gli è il segreto di render felici. È impossibile
continuò, con quella ingenuità che le dava tanta grazia, d’avere un’esistenza più fortunata della mia; talvolta io ne sono spaventata, poichè mi sembra che sia corso a riguardo<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|98||}}</noinclude>mio qualche sbaglio della sorte di cui dovrei render conto. Ognun si lamenta, ed io non ho che grazie da rendere; e così quasi mi vergogno, quando mi si tributano delle lodi: io non le merito, diss’ella gettando sopra sua madre uno sguardo commovente, più di quel pezzo di terra orientale che doveva tutto il suo profumo alla vicinanza della rosa. Le persone che assicurano ch’io son d’un carattere dolce, soggiunse ella sorridendo, ignorano ch’io non sono stata mai contrariata; e s’io non son diffidente, egli è perchè non sono stata ancora ingannata.
— Ah! disse il principe Witold d’un tuono che si sarebbe potuto creder profetico, voi non lo sarete giammai.<noinclude><references/></noinclude>
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Olesia, o la Polonia/Capitolo III
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||— 276 —||riga=si}}</noinclude>
a boschi di alberi fruttiferi. Le strade, i sentieri sono sparsi di pere, mele, susine che a centinaja di quintali si esportano. Estesissimi vigneti coprono le radici delle montagne specialmente verso Faedis, Attimis, San Pietro, etc.
Peccato che a tanta feracità di suolo non corrispondono le cognizioni agricole degli abitanti, e tutte le colture sieno fatte irrazionalmente e senza il soccorso della scienza, con metodi affatto primitivi ed empirici.
I villaggi che popolano queste vallate hanno pressochè nulla di notevole per industria, per commercio, per eleganza e bellezza di edifici o altro.
La popolazione è quasi tutta agricola, di costumi assai primitivi, di indole buona, docile, ma col difetto comune a tutti i montanari d’essere litigiosa e tenace.
Quella parte di popolazione soggetta all’Italia non ha in generale aspirazione ad unirsi a qualche nazione slava; odiarono il governo quando impose il macinato, ma ora sono contenti perchè pagano molto minori imposte, specialmente sui terreni, che i sudditi austriaci. Questi ultimi si adattano alla sovranità austriaca, perchè quel governo li accarezza, non osteggia le loro aspirazioni, rispetta la loro lingua, la quale esclusivamente è insegnata nelle scuole primarie, ed è usata persino nei contratti. La lingua tedesca si riserva soltanto per gli atti ufficiali.
I paesi importanti stanno fuori delle vallate alle radici dei monti o frammezzo alle colline, e sono:
Venzone nel distretto di Gemona, già chiuso da mura, ora in decadenza: è una terra altra volta abitata da famiglie illustri e potenti. Sono notevoli le sue mummie che si raccolgono per secoli inalterate. Moltissimi cadaveri si mummificano, e basta un anno perchè il corpo si asciughi perfettamente e si spogli delle sostanze inalterabili, e la pelle diventi forte come cuojo.
Gemona (275 m.), borgo già fiorentissimo, posto sulle pendici del monte a quasi 400 metri di altezza, che si presenta così bene a chi lo osserva dal piano, così pittoresco con quella rupe che gli sta in mezzo, con quella montagna ertissima e nuda che gli sta sopra: è notevole anche il duomo, edificio di architettura lombarda.
Tarcento, così pittoresco nel punto in cui il Torre esce dalla vallata, così ridente in mezzo alle sue colline verdeggianti e seminate da palazzine e da casette, con quel clima cosi temperato che lo rende residenza ricercata per villeggiatura in tutte le stagioni.
Tricesimo, ridente villaggio pure nascosto in mezzo alle colline su cui sorgono il castello e tanti altri villini incantevoli.
Faedis e Attimis, rinomati nel Friuli pei loro estesi vigneti e per i vini squisiti che se ne ricavano.
Cividale, cittadella a cavaliere del Natisone, fiume che scorre placidamente in un burrone profondo forse 15 metri, scavato nella puddinga. E’ bello il suo duomo, è pittoresco il ponte del Diavolo sul Natisone a tre archi, quello di mezzo di circa 30 m. di luce. Ha un collegio, e un museo di oggetti antichi; scavati per la maggior parte nel suo territorio e che rammentano essere stata questa un dì città romana, poi longobarda, e sede dei duchi del Friuli.
Cormons, grossa borgata sulla sinistra del Iudri e perciò ora appartenente all’Austria, appoggiata alle colline, con territorio ferace.
Gorizia, alla sinistra dell’Isonzo città elegante, aristocratica, con villeggiature principesche; pel suo clima dolcissimo chiamasi la Nizza dell’Austria. Chi non ha veduto quel bellislissimo bacino in mezzo al quale si alza superba la collina del castello, e tutto all’intorno<noinclude></noinclude>
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Categoria:Pagine in cui è citato Giuseppe Martucci
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* {{Testo|/Sommario}}
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* {{Testo|/Valori dell'«Atlantida»}}
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== Indice ==
* {{Testo|/Sommario}}
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude><section begin="s1" />::{{x-larger|'''Conoscere Manuel de Falla'''}}
Manuel de Falla nacque il 23 novembre 1876, a Cadice; e l’aver padre valenzano e madre catalana non gl’impedì di considerarsi andaluso. A Cadice infatti visse i suoi primi venti anni, ebbe le prime impressioni, fece i primi studi. Presto conobbe musiche di {{AutoreCitato|Gioachino Rossini|Rossini}}, {{AutoreCitato|Gaetano Donizetti|Donizetti}}, {{AutoreCitato|Vincenzo Bellini|Bellini}}, {{AutoreCitato|Franz Joseph Haydn|Haydn}}, {{AutoreCitato|Ludwig van Beethoven|Beethoven}}, {{AutoreCitato|Fryderyk Chopin|Chopin}}, {{AutoreCitato| Charles Gounod|Gounod}}, {{AutoreCitato|Camille Saint-Saëns|Saint-Saëns}}, studiò pianoforte, armonia e contrappunto, e cominciò a comporre musica da camera. Già a nove anni rappresentava con un suo teatrino di fantocci avventure di {{TestoCitato|Don Chisciotte della Mancia|Don Chisciotte}}, e a undici fantasticava di comporre un’opera ambientata in un’immaginaria città sita in mezzo all’Atlantico. Fin d’allora, dunque, i germi del ''Retablo'' e della ''Atlantida'' erano nella sua mente.
Una seconda fase della sua vita cominciò nel 1896, quando con la famiglia si trasferì a Madrid. Qui studiò pianoforte con José Trago, e per quattro anni (1901-1904) composizione con Felice Pedrell, l’apostolo del rinnovamento musicale spagnolo; il quale tra l’altro gli fece conoscere l’ultimo romanticismo tedesco ({{AutoreCitato|Richard Wagner|Wagner}}, {{AutoreCitato| Johannes Brahms|Brahms}}, {{AutoreCitato|Anton Bruckner|Bruckner}}), i russi (allora quasi sconosciuti, e non solo in Ispagna) e addirittura {{AutoreCitato| Claude Debussy|Debussy}}. A Madrid Falla esordì come qualunque altro compositore spagnolo d’allora, ossia nella zarzuela: la forma nazionale dell’operetta. Compose la musica di cinque zarzuelas, due delle quali in collaborazione con uno specialista di gran nome, Amadeo Vives; e una fu eseguita, con un certo successo. Infine nel 1905, oltre a un concorso di pianoforte, ne vinse uno per un’opera con ''La Vida breve'', che però per il momento non fu pubblicata nè messa in scena.
Terza fase, la permanenza a Parigi (1907-1914). Falla ci era capitato per caso, scritturato come pianista e direttore da una modesta compagnia di pantomime che girò Svizzera, Francia e Belgio; ci rimase perchè Parigi era allora la capitale della musica moderna, e perchè appunto i musicisti ch’egli aveva vagheggiato da lontano come modelli intuirono sùbito il suo genio e gli protestarono amicizia fattiva. Furono infatti Debussy, Ravel e Dukas che indussero l’editore Durand a pubblicargli alcuni pezzi per pianoforte scritti a Madrid, e che nel 1913 riuscirono a provocare l’esecuzione della ''Vida breve'' a Parigi e a Nizza. Ma ''La Vida breve'' per quanto riveduta e ampliata, era ancora un lavoro di giovinezza; i primi capolavori di Falla nascevano solo allora, a contatto con quei maestri: e furono le ''Noches en los jardines de España'' per pianoforte e orchestra<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Smaller block}}
Articolo pubblicato sul programma della Scala in occasione della prima rappresentazione e qui ristampato per gentile concessione.</div><section end="s2" /><noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||— 277 —|riga=si|}}</noinclude>il succedersi di altre collinette a dolci declivi, tutte a vigneti, a boschetti, tutte seminate di graziosi villini, di casine civettuole; chi non si è trovato a passeggiare negli ameni viali del giardino pubblico, presso cui si ammirano le due file di palazzi che fanno ala al superbo corso Francesco Giuseppe, e tutto ciò in una bella giornata d’aprile, quando tutta la campagna è fiorita, quando l’aria è un effluvio dei più soavi profumi; chi non ha provato tutto ciò, non può farsi un’idea dell’incanto che esercita questa geniale cittadella, dove tanto bene si sposano il lusso delle grandi città e le delizie della campagna, con quell’aria così pura, con quel cielo così sereno.
Le vallate delle Prealpi Giulie sono affatto trascurate: rarissimi ne sono i visitatori. Eppure nella parte alta si trovano dei punti pittoreschi nel loro orrido: come assai pittoresche nella parte bassa quelle vallette piane, ridenti, nelle quali invano l’occhio tenta scoprire il fiume che scorre tra terre verdeggianti e riparate da fitte boscaglie. Eppure anche le comunicazioni sono abbastanza buone. Oltre alla strada nazionale del Pulfero che unisce Cividale con Caparetto lungo la valle del Natisone, hanno strade carreggiabili i comuni di Resia da Resinetta, Lusevera da Tarcento e Ciseriis, Nimis da Tricesimo, che continua sino al Pecolle nella valletta del torrente Lagna; Faedis, Tarreano, Tarcetta con bel ponte sul Natisone, Lavagna lungo la valle dell’Alberone, S. Leonardo e Grimano lungo la valle del torrente Cosizza. I fiumicelli così placidi si prestano ad essere attraversati da ponti ed ogni villaggio ha le comunicazioni assicurate anche nei momenti delle piene.
La ferrovia della Pontebba fa stazione a Reana del Rojale, Tricesimo, Tarcento, Gemona e Venzone. Quella di Trieste ha stazione a Buttrio, S. Giovanni Manzano, a Cormons e Gorizia.
Pel prossimo venturo anno si aprirà all’esercizio anche la ferrovia Udine-Civldale, costruita dalla Società Veneta, e già si discorre di prolungarla o per la valle del Natisone, o per quella dei torrenti Cosizza o Erbezzo, per allacciarla a Lach e Lubiana colle linee che mettono in Baviera, Vienna ed Ungheria. Si calcola che per questa via la linea sarebbe accorciata circa della metà in confronto delle linee della Pontebba e per Trieste, e accorcerebbe la distanza da Udine a Lubiana di forse 70 chilom. Per la Valle del Natisone la linea verrebbe forse a costare molto, causa le anfrattuosità della falda, e inoltre si farebbe un giro un po’ vizioso; per la valle del torrente Cosizza poco declive e non accidentata, la linea penetrerebbe lungo la medesima sino oltre Paciuk, e cioè sino sotto Santa Maria di Drenchia, poscia traforando il Colaurat uscirebbe a ''Valzano'' in val dell’Isonzo: la galleria dovrebbe avere circa 4 chilom. di lunghezza.
La linea più economica sarebbe forse quella per la valle dell’Erbezzo; pure poco declive e non accidentata fino sotto Guidovizza. Mediante una prima gelleria di circa un chilometro di lunghezza si sboccherebbe in val dell’Iudri, poscia mediante un’altra galleria sotto Kamresk si uscirebbe in val dell’Isonzo presso Bonzimo (lunghezza un chilometro) pochi metri sotto Santa Lucia, località nella quale sbocca la vallata che metterebbe a Lubiana.
Tra i villaggi componenti uno stesso comune e attraverso le Alpi è una rete di stradicciuole mulattiere, e sentieri comodi, praticabilissimi anche per chi non è atfatto alpinista.
Le più alte vette sono di facilissima ascensione, e, salvo il Canino, per le altre non è nemmeno necessaria la guida, tanto è facile la via di raggiungerle una volta forniti di una buona carta geografica e di una bussola.
Da queste vette si godono vedute incantevoli e sono veramente a torto trascurate.
La tradizione ricorda che fu sulla cima del Matajur che {{Wl|Q36724|Attila}} prima e poi {{Wl|Q152877|Alboino}} figgendo lo sguardo sulla pianura friulana, agognassero e meditassero la conquista dell’Italia.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 141 —|}}</noinclude>spigolare nie' villaggi abruzzesi ancora qualche cosa di originale specie in proposito a strumenti pastorali; mi rivolsi ad un signore de' luoghi per averne schiarimenti e non ne ottenni che una lavata di capo in cui erami fatto sapere che «gli Abruzzi sono contrade civili dove la musica è coltivata a preferenza delle altre contrade d'Italia e sono famose le bande abruzzesi continuamente vincitrici di concorsi».
Lascio da parte la civiltà, assolutamente fuori questione e la continuità delle vittorie bandistiche, ma riporto il brano perchè il lettore veda come non solo la etnofonia non sia tenuta in conto di materia di studio ma, dagli stessi indigeni, tenuta come cosa da ripudiare, come una rogna paesana.
È noto quanto fortemente contrasti l'energica protesta dell'egregio interpellato, fatta certo in buona fede, col comune chiamare abruzzesi tutti i suonatori di cornamusa; coll'affermazione di un amatore e raccoglitore di dati etnografici, il Maes, che nelle ''Curiosità romane'' asserisce piovere un tempo a Roma dall'Abruzzo e dalla Ciocciaria i pifferari, i quali si fermavano a fare la novena del Natale innanzi le imagini sacre poste nelle vie, offrendo così ai romani quelle scene tanto pittoresche mirabilmente ritratte dall'arte del {{AutoreCitato|Bartolomeo Pinelli|Pinelli}}; e in fine coll'esistenza, al museo istrumentale del Conservatorio di Bruxelles, di<noinclude><references/></noinclude>
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Autore:Bartolomeo Pinelli
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Categoria:Pagine in cui è citato Bartolomeo Pinelli
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{{Vedi anche autore|Bartolomeo Pinelli}}
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 142 —|}}</noinclude>un piffero e due cornamuse degli Abruzzi, che provano incontestabilmente esserci in questa regione coloro che tali strumenti suonano!
{{Centrato|⁂}}
Prima d'ogni altro diamo due esempi del come il {{AutoreCitato|Francesco Paolo Tosti|Tosti}}, abruzzese, raccolse e conciò i canti della sua terra natale che pure furono tra i primi lavori a metterlo in vista (Vedi tav. n. 52, 53).
Li ho, nei quindici della raccolta, scelti di proposito fra i pochi dedicati al {{AutoreCitato|Francesco Paolo Michetti|Michetti}} perchè mi pare che al grande figlio dell'Abruzzo il {{AutoreCitato|Francesco Paolo Tosti|Tosti}} dovesse aver dedicato i canti più caratteristici e genuini, quelli cioè più fedelmente ed intieramente abruzzesi.
Ed infatti nel primo di questi due esempi il cadenzare sul movimento debole ha una cert'aria di malinconia che lo dà per canto pastorale e ce lo farebbe accogliere con certo riguardo se non fosse quella tale svisatura che gli artisti si credono permesso d'infliggere ad ogni onesta me- lodia che va pe' fatti suoi senza cercare di entrare nei salotti... per bene.
Nel secondo io trovo qualche cosa di simigliante, nella linea e nel colore, allo stornello romagnolo, ma che in esso l'ulteriore sviluppo e la elaborazione del maestro hanno sciupato<noinclude><references/></noinclude>
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Categoria:Libri di Fortunato Pio Castellani
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Fortunato Pio Castellani}} [[Categoria:Libri per autore|Castellani, Fortunato Pio]]
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{{Vedi anche autore|Fortunato Pio Castellani}}
[[Categoria:Libri per autore|Castellani, Fortunato Pio]]
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