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Discussioni utente:OrbiliusMagister
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Alex brollo
1615
/* memoRegex de Degli uffici */ nuova sezione
3843733
wikitext
text/x-wiki
{| id="pd" style="width:80%; margin: 0 auto; border:2px solid #FFD595; padding:5px; background-color: #FFF0D9;" cellpadding="4" cellspacing="4"
|align=center| '''{{PAGENAME}}''' è in '''''[[w:Wikipedia:Scherzi_e_STUBidaggini/Wikipause|Wikisinghiozzo permanente]]''''' per motivi di famiglia e lavoro...<br />chiedete pure, ma non abbiate troppa fretta di ricevere risposta.
|}
{|
|+'''Archivi:'''
|
{{#switch:{{NumeroCasuale|4}}
|1=[[File:PetoLetterRack.jpeg|180px|left]]
|2=[[File:Edward Collier's trompe l'oeil painting.jpg|180px|left]]
|3=[[File:Edward Collier - Letter rack - Google Art Project.jpg|180px|left]]
|4=[[File:Cornelis Norbertus Gysbrechts - Quodlibet.jpg|180px|left]]
}}
|valign=top|
[[Speciale:LinkPermanente/152928|Dall'iscrizione al 07/11/07...]][[Speciale:LinkPermanente/246069|...a maggio 2008...]] [[Speciale:LinkPermanente/303880|...a novembre 2008...]]
[[Speciale:LinkPermanente/360542|...ad aprile 2009...]]
[[Speciale:LinkPermanente/458719|...a novembre 2009...]]
[[Speciale:LinkPermanente/567920|...al 15 maggio 2010...]]
[[Speciale:LinkPermanente/704062|...al 3 novembre 2010...]]
[[Speciale:LinkPermanente/895631|...al 26 maggio 2011...]]
[[Speciale:LinkPermanente/991414|...al 5 novembre 2011...]]
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{{Smaller|Questi archivi sono "link permanenti". Se vuoi creare link a uno specifico messaggio nell'archivio basterà aggiungere un'ancora (#titolo_del_messaggio) dopo l'indirizzo completo dell'archivio.<br />Esempio: iPork il 22 dicembre 2007 mi scrisse un ringraziamento: il link al messaggio all'interno dell'archivio è [[Speciale:LinkPermanente/246069#Grazie]]}}
|}
{|{{Prettytable}}
|+ '''Scatolotte dal passato'''
|[[/Au2|Aubrey]] · [[/Ip|iPork]]
|}
== Benvenuto ==
{{Benvenuto|nome={{PAGENAME}}|firma=[[Utente:IPork|IPork]] 11:46, 7 gen 2006 (UTC)}}
{{#switch:{{NumeroCasuale|7}}
|1= [[File:Buchladen.jpg|300px|right]]
|2= [[File:Strahov_Monastery_001.jpg|300px|thumb|<center>[[:w:de:Kloster Strahov|Monastero di Strahov]]</center>]]
|3= [[File:Schussenried_Kloster_Bibliothekssaal_Leseplatz.jpg|300px|right|thumb|<center>Aula di lettura della Biblioteca nel [[:w:de:Kloster Schussenried|monastero di Schussenried]]</center>]]
|4= [[File:Milkau_Die_Biblioteca_Medicea_Laurenziana_in_Florenz_-_B%C3%BCcherschrank_aus_der_Bibliothek_242-2.jpg|300px|tight|thumb|<center>La [[:w:Biblioteca Medicea Laurenziana|Biblioteca Medicea Laurenziana]] di [[:w:Firenze|Firenze]]</center>]]
|5= [[File:Brockhaus_Lexikon.jpg|300px|right|thumb|<center>[[:w:de:Brockhaus Enzyklopädie|Brockhaus Lexikon]]</center>]]
|6= [[File:Merton_College_library_hall.jpg|300px|right|thumb|<center>Biblioteca del [[:w:en:Merton College, Oxford|Merton College, Oxford]]</center>]]
|7= [[File:BritishMuseumReadingroom.jpg|300px|right|thumb|<center>Sala lettura della biblioteca nel [[:w:British Museum|British Museum]]</center>]]
}}
== Trucco che forse ti è utile ==
Dovendo seguire agilmente link da nsIndice a nsPagina e a ns0, ho aggiunto al mio PersonalButtons.js (ma penso che funzi anche dal mio common.js: dovrei verificare) le seguenti tre righe di codice:
<pre>
if (mw.config.get("wgCanonicalNamespace")!=="Page") {
$(".indice-sommario-num a").attr("target","Pagina");
$(".indice-sommario-titolo a").attr("target","ns0");
}
</pre>
Di conseguenza, il link a nsPagina ''si apre sempre nella stessa scheda del browser'', e il link a ns0 sempre nella stessa scheda, diversa dalla precedente; la pagina nsIndice resta aperta dov'è. Io lo trovo MOLTO comodo. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 18:03, 8 gen 2026 (CET)
== Esimio professore ==
[[Pagina:Monografia della citta di Roma e della Campagna Romana - presentata all'Esposizione Universale di Parigi del 1878 (IA monografiadellac02ital 0).pdf/47|Questa pagina]] mi crea due problemi:
Il primo è di ordine storico: non sono sicuro che il Plinio citato sia il Vecchio.
Il secondo è che non ho proprio idea di che testo possa essere "Dig. Ab."
<small>Merito un 4? Certamente sì, ma vista l'età non credo sia il caso di chiamare i genitori a scuola. ANche perché non verrebbero :-)</small>
[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 11:26, 11 gen 2026 (CET)
:Caro @'''[[Utente:Carlomorino|Zi' Carlo]]''', sei sempre perdonato, anche perché non eri presente a ItWikiCon a Como, patria di [[Autore:Gaio Plinio Cecilio Secondo|Plinio il giovane]], contemporaneo e corrispondente epistolare di Traiano. Quanto al secondo link, trattasi del ''Digestum Iustiniani'', il cui testo interessato nel saggio è leggibile [https://droitromain.univ-grenoble-alpes.fr/Corpus/d-34.htm#34.1.14.1 qui]. - '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 12:33, 11 gen 2026 (CET)
::Grazzie pe' la corezzione. Er ''Digestum Iustiniani'' a scola nun me pare d'avello nemmeno sentito nominà'. Avemo fatto praticamente solo gli autori der periodo classico o poco de più. --[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 12:50, 11 gen 2026 (CET)
== Next ==
Scommetto che l'avrai indovinato: già penso alla prossima impresa, la [[Gerusalemme liberata (1930)|Liberata di Scrittori d'Italia]]. :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 19:18, 7 feb 2026 (CET)
:@Caro [[Utente:Alex brollo|Alex brollo]],
:Evviva il Canone della letteratura italiana! '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 19:20, 7 feb 2026 (CET)
== Testo a fronte ==
Ciao Orbilius,
Ho visto che hai trascritto [[Pagina:Tacito - La Germania, versione di F. T. Marinetti, 1928.djvu/26|questa pagina]] dell'edizione con testo latino a fronte della Germania di Tacito. Le altre pagine in latino rimangono link rossi.
Vorrei portare il libro al 100% ma non capisco che cosa dovremmo fare con il testo latino. Lo trascriviamo tutto ma senza transcluderlo? E lo lasciamo su it.wikisource?
Oppure è necessario creare una pagina indice su Wikisource in latino e trascrivere lì tutte le pagine in latino? Per poi metterle in SAL 0% con il template {{tl|Iwpage}}?
Il problema qui è che Wikisource in latino ha già il [[:la:De origine et situ Germanorum (Germania)|testo senza fonte]] ma probabilmente più preciso perché preso da un'edizione critica più recente, quindi non me la sentirei di sostituirlo con questo testo del 1928.
Lo mettiamo su Wikisource in latino senza transclusione? Oppure è meglio avere entrambi i testi, creando una pagina "Opera" con questa edizione e in più l'altro testo con ''fons incognitus''? [[User:Lombres|Lombres]] ([[User talk:Lombres|disc.]]) 00:22, 11 mar 2026 (CET)
:Caro [[Utente:Lombres|Lombres]], in effetti
:*il luogo più adatto per il testo latino è la.source
:*Un testo senza fonte è un testo ''sbagliato''.
:*non ricordo perché ho trascritto quella pagina, probabilmente per un momento di frustrazione.
:insomma, propendo per la sostituzione del testo "migliore ma senza fonte" con il nostro, su la.source. '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 06:38, 11 mar 2026 (CET)
::visto che il problema riguarda anche gli elementi Wikidata pingo qui anche {{ping|Epìdosis}}, che mi diceva che il testo su la.wikisource sembra provenire da [https://www.thelatinlibrary.com/tacitus/tac.ger.shtml qui], testo che a sua volta, come scritto [https://www.thelatinlibrary.com/cred.html qui] deriva da D. R. Stuart, ''The Germania'' (New York 1916). Quindi un testo ancora più vecchio di quello in questione.
::A questo punto quel testo lo consideriamo comunque "senza fonte" o basta un link? Se lo teniamo con il link si crea la pagina "opera" e si aggiunge anche l'edizione del 1928.
::Se è senza fonte e va tolto, siamo sicuri che serva sostituirlo "solo" con il nostro del 1928? Non capisco come funzioni il copyright con le edizioni di testi antichi: non possiamo avere testi tratti da edizioni critiche più moderne soltanto perché non possiamo avere le scansioni? In questo caso l'edizione critica di riferimento sarebbe Gerhard Perl, ''Tacitus. Germania. Lateinisch und deutsch'', Berlin, Akademie-Verlag, 1990.
::riguardo a Wikidata: l'[[:d:Q110624219|elemento]] sull'edizione senza fonte in Wikisource è da cancellare se la togliamo, e va creato un elemento sull'edizione in latino e italiano del 1928. Se invece si tiene vanno aggiunti a quell'elemento i dati dell'edizione del 1916? O non si può senza avere le scansioni? --[[User:Lombres|Lombres]] ([[User talk:Lombres|disc.]]) 22:31, 11 mar 2026 (CET)
:::Sì è vero, nella pagina avevo letto la riga ''Agricola'' anziché la riga ''Germania'', quindi se il testo proviene da The Latin Library proviene dall'ed. Stuart 1916; per verificare la coincidenza ho provato a chiedere a ChatGPT (il metodo più veloce al quale ho pensato), che effettivamente ne ha elencate pochissime (LL vs WS):
:::* I: ''inmensa'' - ''immensa''
:::* I: ''pluris'' populos - ''plures'' populos
:::* II: ''inmensus'' - ''immensus''
:::* III: ''Adfectatur'' - ''Affectatur''
:::* VI: ''inmensum'' - ''immensum''
:::* XXXIV: ''inmensos'' lacus - ''immensos'' lacus
:::* XXXV: ''inmensum'' terrarum - ''immensum'' terrarum
:::* XLV: ''inmotum'' - ''immotum''
:::A questo punto, fatte queste modifiche, proporrei di mantenere l'ed. attuale, aggiungendo i metadati in Wikidata, di aggiungere anche l'ed. del 1928 e di creare in Wikisource la pagina dell'opera, legandola all'elemento Wikidata dell'opera.
:::Per quanto riguarda il copyright delle edizioni critiche: sulla legge italiana consiglio un articolo che mi è stato recentemente consigliato dall'autrice, Valentina Nieri: [https://www.academia.edu/121073514/ ''Dal «Corpus OVI» a una biblioteca digitale dell'italiano antico, «Bollettino dell'Opera del Vocabolario Italiano»'']; per la legge italiana (cf. p. 364 e seguenti) il diritto d'autore dell'editore critico dura "venti anni a partire dalla prima lecita pubblicazione". A quanto vedo da una veloce ricerca in Internet, una norma del genere non esiste negli USA. Quindi probabilmente non ci sarebbero problemi a inserire un testo critico più recente. Segnalo in https://latin.packhum.org/loc/1351/2/0 il testo dell'ed. Anderson 1939. Idealmente sì sarebbe utile l'ed. Perl 1990. Buona notte, [[Utente:Epìdosis|'''Epì''']][[Discussioni utente:Epìdosis|<span style="color:green">'''dosis'''</span>]] 00:04, 12 mar 2026 (CET)
== Suggerimento letterario ==
Come avrai visto, mi sono trovato - per caso - a lavorare su [[Opere poetiche (Grossi)]], e ho attaccato [[Ulrico e Lida]]. Ti chiedo: merita, secondo te, che completi la rilettura dell'intera pagina Indice, o basta così? [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:25, 20 mar 2026 (CET)
:Caro @[[User:Alex brollo|Alex brollo]],
:Sento come una specie di ''preghiera implicita'', e non è il caso che resti inascoltata: piuttosto che tu perda il gusto di trascrivere lascia pure incompleto l'indice. alla ''Fuggitiva'' posso pensare io, mentre per le varie operette in milanese direi che potremmo chiedere una mano ai lombardofoni e in particolare a @[[Utente:Sciking|Sciking]], dato che con tutte le pagine da te già trascritte si ha già un'idea chiara di come formattare quelle ancora da trascrivere.
:Semmai torna a qualche testo che ti possa interessare, che so... qualche altro testo trascritto a metà, qualche M&S da portare al 75% o qualche testo del [[Wikisource:Canone|canone]].
::Grossi scivola un pochino sul patetico, ma preferisco di gran lunga il patetico all'eroico stile ''Conquistata'' (i miei gusti letterari sono elementari...), che è stata una specie di incubo (per fortuna metabolizzato con la ''Liberata''). A me non dispiace trascriverlo, mi domandavo solo se ne valesse la pena; e la tua ''risposta implicita'' è sì, ne vale la pena. :-) --[[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 16:27, 20 mar 2026 (CET)
:::@[[User:Alex brollo|Alex brollo]], certo, se mi chiedi se valga la pena, non ho dubbi: Tommaso Grossi ci fa immaginare nella sua scrittura molto di quello che Alessandro Manzoni nella sua proverbiale riservatezza non diceva o prima scriveva e poi cancellava: i due erano amici quasi fraterni e proprio nei Promessi Sposi appare tra i più antichi casi di ''trailer'' letterario, quando Manzoni [[Pagina:I_promessi_sposi_(1840).djvu/233|cita un verso in anteprima dei ''Lombardi alla prima crociata'']] preannunciando poi per l'opera dell'amico il successo che essa avrebbe conseguito poi nella versione melodrammatica musicata da Verdi. '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 01:03, 21 mar 2026 (CET)
::::Grazie della consulenza. Procedo, sempre stando attento a eventuali richieste di aiuto che considero una "ricreazione" :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 05:58, 21 mar 2026 (CET)
:::::@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Grossi è andato. Da Grossi a Porta il passo è breve: vedo che anni fa ho messo le mani su [[Indice:Porta - Poesie milanesi.djvu]] (e chi se ne ricordava?) e ci faccio un pensierino, dopo aver cercato di capirne la struttura. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 09:12, 24 mar 2026 (CET)
== Ping su [[Indice:Porta - Poesie milanesi.djvu]] ==
Ti ho pingato nella pagina di discussione di Porta per sottoporti un'ipotesi di ristrutturazione secondo i nuovi principi (primo verso come titolo; ogni opera su una pagina principale ns0). Comincio a raccolgiere i dati necessari ma non eseguo ancora gli spostamenti: prima voglio completare la sistemazione delle note separate. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 06:34, 26 mar 2026 (CET)
:Sono soddisfatto, formattazione e profonda ristrutturazione della transclusione ok. Manca ''solo'' la rilettura :-); non ancora applicati tutti i tuoi suggerimenti per i nomi pagina, nelle note dell'Indice un accenno ai casi da rivedere (prevedo uno spostamento ai titoli originali, ma conservando il primo verso come redirect) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 12:20, 31 mar 2026 (CEST)
::@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Ci siamo! Anche [[Poesie milanesi]] è andato a SAL 75%. Ho trovato il milanese ancora più duro del romanesco, chissà quanti errori ci sono ancora, ci penserà qualcun'altro. Non ho recuperato i titoli originali dei sonetti come nome pagina ns0, per ora tutti hanno come nome pagina ''il primo verso''; nè ho seguito il tuo suggerimento sui redirect per i versi che contengono il carattere <code>œ</code>; inoltre c'è il problema, per me insolubile, del malfunzionamento di tl|Pg nei casi che la stessa nsPagina contenga più di una sezione transclusa separatamente in ns0. Per i primi problemi mi sto organizzando; per l'ultimo, provo a sottoporlo a Candalua. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 11:02, 16 apr 2026 (CEST)
:::PS: ti segnalo che ho linkato i cinque sonetti polemici contro [[Autore:Pietro Giordani|Pietro Giordani]] nella pagina dell'autore malmenato da Porta :-). [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 11:05, 16 apr 2026 (CEST)
== You may be an eligible candidate for the U4C election ==
<div lang="en" dir="ltr" class="mw-content-ltr">
Greetings,
The [[m:Special:MyLanguage/Universal_Code_of_Conduct/Coordinating_Committee|Universal Code of Conduct Coordinating Committee (U4C)]] seeks candidates for the 2026 election. The U4C is the global committee responsible for overseeing enforcement of the [[foundation:Special:MyLanguage/Policy:Universal Code of Conduct|Universal Code of Conduct]]. Elections are held annually, if elected a committee member serves for two years.
This year the U4C requires candidates to hold administrator rights on at least one wiki, which is why you are being contacted as you appear to hold this right. There are other requirements, such as candidates must be at least 18 years old and may not be employed by the Wikimedia Foundation or other related chapters and affiliates. You can find more information in the [[m:Special:MyLanguage/Universal_Code_of_Conduct/Coordinating_Committee/Election/2026#Call_for_Candidates|call for candidates on Meta-wiki]]. Additionally, the committee's working language is English; some ability to communicate in English is required.
The election opens on 18 May, if you are eligible and interested you have until 10 May to submit your candidacy. There will week between for candidates to answer questions from the community. Voting takes place privately in [[m:Special:MyLanguage/SecurePoll|SecurePoll]], successful candidates must receive at least 60% support. More information is available on [[m:Special:MyLanguage/Universal_Code_of_Conduct/Coordinating_Committee/Election/2026|the 2026 Elections page]], including timelines and other candidacy information. If you read over the material and consider yourself qualified, please consider submitting your name to run for the committee. If you think someone else in your community might be interested and qualified, please encourage them to run.
In partnership with the U4C -- [[m:User:Keegan (WMF)|Keegan (WMF)]] ([[m:User_talk:Keegan (WMF)|talk]]) 20:33, 28 apr 2026 (CEST) </div>
<!-- Messaggio inviato da User:Keegan (WMF)@metawiki usando l'elenco su https://meta.wikimedia.org/w/index.php?title=User:Keegan_(WMF)/test&oldid=30471754 -->
== Potresti avere diritto di voto alle elezioni dell'U4C. ==
<section begin="announcement-content" />
Ti contatto perché in passato hai votato alle elezioni relative al Comitato di coordinamento del Codice di condotta universale (U4C). Potresti avere diritto di voto alle attuali elezioni dell'U4C, che sono aperte e si chiuderanno il 2 giugno 2026. Puoi trovare maggiori informazioni sui candidati e sulle elezioni nella pagina dedicata su Meta, e da lì puoi accedere alla votazione. La tua partecipazione a queste elezioni è importante per la governance delle comunità Wikimedia e apprezziamo il tempo che dedichi a informarti sui candidati e a votare.
-- In collaborazione con l'U4C, [[m:User:Keegan (WMF)|Keegan (WMF)]] ([[m:User talk:Keegan (WMF)|talk]])<section end="announcement-content" />
[[m:Keegan (WMF)|Keegan (WMF)]] ([[m:User_talk:Keegan (WMF)|talk]]) 19:16, 20 mag 2026 (CEST)
<!-- Messaggio inviato da User:Keegan (WMF)@metawiki usando l'elenco su https://meta.wikimedia.org/w/index.php?title=User:Keegan_(WMF)/test&oldid=30569826 -->
== memoRegex de Degli uffici ==
Non ho resistito alla tentazione di infilare un paio di memoRegex per Degli uffici. In particolare una riconosce le righe che iniziano per CAPO e applica la formattazione che hai usato nelle prime pagine trascritte sia a quella riga, che alla successiva. Purtroppo c'è un bug nel nuovo memoRegex, che non permette di usare la sintassi "doppio apostrofo" per il corsivo nella seconda riga, ho ripiegato quindi sul tag <code><nowiki><i></nowiki></code>. Spero che la trovi comoda... altrimenti è facile cancellarla. Sistema anche gli acapo, ma prima di lanciarla, nei casi di sottotitoli di più righe, occorre riunirli in un'unica riga. Se poi preferisci applicare ai sottotitoli su più righe un tl|Indentatura, al momento tocca intervenire a mano. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 17:09, 3 giu 2026 (CEST)
3eltdxczubik7qd91qr4wufhiqa6rvm
Discussione:Divina Commedia
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2026-06-04T08:14:28Z
~2026-33171-72
81064
/* Commedia */
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wikitext
text/x-wiki
<onlyinclude>{{Infotesto
| Progetto= letteratura
| Edizione = La Commedia secondo l'antica vulgata <br/>a cura di Giorgio Petrocchi<br/>Casa Editrice Le Lettere<br/>Firenze, 1994
| Fonte = Sito internet [http://www.danteonline.it/italiano/opere.asp?idope=1&idlang=OR Dante Online]
| Eventuale nome del traduttore =
| Nome del primo contributore = [[Utente:Frieda|Frieda]]
| Nome del rilettore = [[Utente:iPork|iPork]]
| Note =
}}
</onlyinclude>
== Commedia la testa gira
==
Vorrei porre all'attenzione di tutti la questione del titolo corretto dell'opera dantesca. Credo sia il caso di rispettare il titolo originale ''Commedia'', non solo in ossequio a tutta la critica antica e moderna ma anche alla fonte di riferimento del testo scelta, a suo tempo, da Frieda. '''[[Utente:Xavier121|<span style="color:orange;">X</span><span style="color:black;">avier121</span>]]'''|'''[[Discussioni_utente:Xavier121|<span style="color:orange;">T</span><span style="color:black;">alk</span>]]''' 00:03, 4 ott 2008 (CEST)
:Così su due piedi mi vien da rispondere così: Per un discorso di pura opportunità, aspetterei che compaia un altro testo intitolato "commedia" o "la commedia" e creerei una pagina di disambigua in cui il titolo porti a ''questo titolo'' (divina commedia) per Dante. Spostando un attimo il tiro ho avuto un problema simile incontrando ''[[Quaranta novelle/I promessi sposi]]'': trasformo ''[[I promessi sposi]]'' in disambigua e sposto Il romanzo di Manzoni a ''[[I promessi sposi (Manzoni)]]''? È un po' quello che accadde con [[Le ricordanze]] di cui avevamo discusso [[Discussioni_progetto:Letteratura#Palingenesi.2C_note_disambigua_o_pagina_di_disambiguazione.3F|qui]]. Non è una risposta soddisfacente, ma aspettavo che si pronunciasse qualcun altro. - '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 11:48, 4 ott 2008 (CEST)
::In effetti il titolo corretto sarebbe "Comedia", ma dal XVI secolo fu dato alle stampe con l'appellativo di 'Divina' (in realtà attribuito, se non ricordo male, per primo da Boccaccio). Quindi per il lettore e per la tradizione a stampa il titolo dato credo sia il più corretto anche per una questione di praticità nella ricerca del testo; tutt'al più potrebbe essere Commedia(Divina).--[[User:Barbaforcuta|Barbaforcuta]] ([[User talk:Barbaforcuta|disc.]]) 01:38, 4 apr 2011 (CEST)
:::Petrocchi nel fornire l'edizione critica del testo l'ha intitolato "Commedia" e basta. Quindi seguiamo il testo Petrocchi per più di 14000 versi e gli contestiamo il titolo? L'opera si intitola solo "Commedia".
:::Si dovrebbe perciò correggere la voce.
--[[User:Novellino|Novellino]] ([[User talk:Novellino|disc.]]) 15:09, 20 gen 2014 (CET)
== errore 4 terzina secondo verso ==
Ciao ragazzi, volevo dirvi che secondo me il secondo verso della quarta terzina del primo canto non è endecasillabo.
Per fare una comparazione ho cercato in altri autori: Natalino Sapegno riporta alla stessa maniera del testo di wikisource, mentre Attilio Momigliano, edizione più vecchia, parla del testo in modo diverso.
Anziché "tant'era pien di sonno a quel punto" scrive "tant'era pien di sonno in su quel punto". Ciao, {{non firmato|Mahatmapablo|10:47, 26 giu 2015}}.
Caro Mahatmapablo, vediamo se ho capito la tua segnalazione sul ''nostro'' endecasillabo:
La versione presente in Ns0 è quella di Giorgio Petrocchi che, come Natalino Sapegno, altro famoso dantista da te ricordato, riporta:
{{quote|tant'era pien di sonno a quel punto}}
Se non ho capito male tu leggi questo endecasilabo così:
"tan|t'e|ra|pien|di|son|noˆa|quel|pun|to"
ovvero scandisci la catena sillabica ''sentendo'' una sinalefe tra l'ultima sillaba atona di ''sonno'' e la preposizione ''a'' successiva;
in questo senso hai ragione tu perché il verso avrebbe come ultima sillaba tonica la 9<sup>a</sup> di ''pun|to'' e sarebbe un '''decasillabo''' piano.
Tant'è che la tua proposta di ''sostituzione'' con la ricostruzione critica di Attilio Momigliano:
{{quote|tant'era pien di sonno in su quel punto}}
da leggersi
"tan|t'e|ra|pien|di|son|noˆin|su|quel|pun|to"
con normale sinalefe tra l'ultima sillaba atona di ''sonno'' e la preposizione ''in'' successiva, ci mette di fronte al classico endecasillabo a maiore (accentazione 6<sup>a</sup> e 10<sup>a</sup> ecc.)
MA (e qui sta tutta la bellezza della metrica e della nostra grandiosa tradizione poetica), a pare del Petrocchi e del Sapegno, Dante Alighieri scrisse quel verso ammettendo tra l'ultima sillaba atona di ''sonno'' e la successiva, il fenomeno linguistico che va sotto il nome di ''dialefe'' (non tanto raro nella Commedia); di conseguenza, la lettura corretta è questa:
"tan|t'e|ra|pien|di|son|no|ˇ|a|quel|pun|to"
che riporta il verso ad essere un endecasillabo piano con accento tonico sulla decima.
Ti ringraziamo per la tua preziosa segnalazione e ti inviatiamo a seguire, se hai tempo e voglia, il nostro [[Progetto:Letteratura/Dante Alighieri/Commedia|progetto sulla Comedìa]] che mira ad avere su questo portale tutte le edizioni disponibili del capolavoro dantesco :) --'''[[Utente:Xavier121|<span style="color:orange;">X</span><span style="color:black;">avier</span>]][[Discussioni_utente:Xavier121|<span style="color:orange;">1</span><span style="color:black;">21</span>]]''' 18:56, 28 giu 2015 (CEST)
== Terzo canto ==
Salve ragazzi, volevo segnalare un errore, più probabilmente un semplice refuso, presente alla fine verso 8 del Canto III, quando è riportato che sulla porta ci sia scritto ''e io etterna duro.'', mentre la forma originale e corretta è ''e io etterno duro.''
Grazie per l'attenzione e buona giornata. {{non firmato|Filippo Minutolo|11:20, 12 dic 2020}}
: [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Divina_Commedia%2FInferno%2FCanto_III&type=revision&diff=2717849&oldid=2106318 Ho corretto], grazie per la segnalazione. --[[Utente:Accurimbono|Accurimbono]] <small>([[Discussioni_utente:Accurimbono|disc]])</small> 16:35, 16 dic 2020 (CET)
== Canto 3° Inferno... ==
Nell'edizione European Book , commentata da E.Camerini, si legge " ...se non eterne , e io eterna duro..." in altre edizioni compare ...etterne ed etterna...Quale la corretta ? [[User:Dantista|Dantista]] ([[User talk:Dantista|disc.]]) 16:09, 29 ott 2023 (CET)
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/* errore 4 terzina secondo verso */
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text/x-wiki
<onlyinclude>{{Infotesto
| Progetto= letteratura
| Edizione = La Commedia secondo l'antica vulgata <br/>a cura di Giorgio Petrocchi<br/>Casa Editrice Le Lettere<br/>Firenze, 1994
| Fonte = Sito internet [http://www.danteonline.it/italiano/opere.asp?idope=1&idlang=OR Dante Online]
| Eventuale nome del traduttore =
| Nome del primo contributore = [[Utente:Frieda|Frieda]]
| Nome del rilettore = [[Utente:iPork|iPork]]
| Note =
}}
</onlyinclude>
== Commedia la testa gira
==
Vorrei porre all'attenzione di tutti la questione del titolo corretto dell'opera dantesca. Credo sia il caso di rispettare il titolo originale ''Commedia'', non solo in ossequio a tutta la critica antica e moderna ma anche alla fonte di riferimento del testo scelta, a suo tempo, da Frieda. '''[[Utente:Xavier121|<span style="color:orange;">X</span><span style="color:black;">avier121</span>]]'''|'''[[Discussioni_utente:Xavier121|<span style="color:orange;">T</span><span style="color:black;">alk</span>]]''' 00:03, 4 ott 2008 (CEST)
:Così su due piedi mi vien da rispondere così: Per un discorso di pura opportunità, aspetterei che compaia un altro testo intitolato "commedia" o "la commedia" e creerei una pagina di disambigua in cui il titolo porti a ''questo titolo'' (divina commedia) per Dante. Spostando un attimo il tiro ho avuto un problema simile incontrando ''[[Quaranta novelle/I promessi sposi]]'': trasformo ''[[I promessi sposi]]'' in disambigua e sposto Il romanzo di Manzoni a ''[[I promessi sposi (Manzoni)]]''? È un po' quello che accadde con [[Le ricordanze]] di cui avevamo discusso [[Discussioni_progetto:Letteratura#Palingenesi.2C_note_disambigua_o_pagina_di_disambiguazione.3F|qui]]. Non è una risposta soddisfacente, ma aspettavo che si pronunciasse qualcun altro. - '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 11:48, 4 ott 2008 (CEST)
::In effetti il titolo corretto sarebbe "Comedia", ma dal XVI secolo fu dato alle stampe con l'appellativo di 'Divina' (in realtà attribuito, se non ricordo male, per primo da Boccaccio). Quindi per il lettore e per la tradizione a stampa il titolo dato credo sia il più corretto anche per una questione di praticità nella ricerca del testo; tutt'al più potrebbe essere Commedia(Divina).--[[User:Barbaforcuta|Barbaforcuta]] ([[User talk:Barbaforcuta|disc.]]) 01:38, 4 apr 2011 (CEST)
:::Petrocchi nel fornire l'edizione critica del testo l'ha intitolato "Commedia" e basta. Quindi seguiamo il testo Petrocchi per più di 14000 versi e gli contestiamo il titolo? L'opera si intitola solo "Commedia".
:::Si dovrebbe perciò correggere la voce.
--[[User:Novellino|Novellino]] ([[User talk:Novellino|disc.]]) 15:09, 20 gen 2014 (CET)
== Commedia ==
Ciao ragazzi, volevo dirvi che secondo me il secondo verso della quarta terzina del primo canto non è endecasillabo.
Per fare una comparazione ho cercato in altri autori: Natalino Sapegno riporta alla stessa maniera del testo di wikisource, mentre Attilio Momigliano, edizione più vecchia, parla del testo in modo diverso.
Anziché "tant'era pien di sonno a quel punto" scrive "tant'era pien di sonno in su quel punto". Ciao, {{non firmato|Mahatmapablo|10:47, 26 giu 2015}}.
Caro Mahatmapablo, vediamo se ho capito la tua segnalazione sul ''nostro'' endecasillabo:
La versione presente in Ns0 è quella di Giorgio Petrocchi che, come Natalino Sapegno, altro famoso dantista da te ricordato, riporta:
{{quote|tant'era pien di sonno a quel punto}}
Se non ho capito male tu leggi questo endecasilabo così:
"tan|t'e|ra|pien|di|son|noˆa|quel|pun|to"
ovvero scandisci la catena sillabica ''sentendo'' una sinalefe tra l'ultima sillaba atona di ''sonno'' e la preposizione ''a'' successiva;
in questo senso hai ragione tu perché il verso avrebbe come ultima sillaba tonica la 9<sup>a</sup> di ''pun|to'' e sarebbe un '''decasillabo''' piano.
Tant'è che la tua proposta di ''sostituzione'' con la ricostruzione critica di Attilio Momigliano:
{{quote|tant'era pien di sonno in su quel punto}}
da leggersi
"tan|t'e|ra|pien|di|son|noˆin|su|quel|pun|to"
con normale sinalefe tra l'ultima sillaba atona di ''sonno'' e la preposizione ''in'' successiva, ci mette di fronte al classico endecasillabo a maiore (accentazione 6<sup>a</sup> e 10<sup>a</sup> ecc.)
MA (e qui sta tutta la bellezza della metrica e della nostra grandiosa tradizione poetica), a pare del Petrocchi e del Sapegno, Dante Alighieri scrisse quel verso ammettendo tra l'ultima sillaba atona di ''sonno'' e la successiva, il fenomeno linguistico che va sotto il nome di ''dialefe'' (non tanto raro nella Commedia); di conseguenza, la lettura corretta è questa:
"tan|t'e|ra|pien|di|son|no|ˇ|a|quel|pun|to"
che riporta il verso ad essere un endecasillabo piano con accento tonico sulla decima.
Ti ringraziamo per la tua preziosa segnalazione e ti inviatiamo a seguire, se hai tempo e voglia, il nostro [[Progetto:Letteratura/Dante Alighieri/Commedia|progetto sulla Comedìa]] che mira ad avere su questo portale tutte le edizioni disponibili del capolavoro dantesco :) --'''[[Utente:Xavier121|<span style="color:orange;">X</span><span style="color:black;">avier</span>]][[Discussioni_utente:Xavier121|<span style="color:orange;">1</span><span style="color:black;">21</span>]]''' 18:56, 28 giu 2015 (CEST)
== Terzo canto ==
Salve ragazzi, volevo segnalare un errore, più probabilmente un semplice refuso, presente alla fine verso 8 del Canto III, quando è riportato che sulla porta ci sia scritto ''e io etterna duro.'', mentre la forma originale e corretta è ''e io etterno duro.''
Grazie per l'attenzione e buona giornata. {{non firmato|Filippo Minutolo|11:20, 12 dic 2020}}
: [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Divina_Commedia%2FInferno%2FCanto_III&type=revision&diff=2717849&oldid=2106318 Ho corretto], grazie per la segnalazione. --[[Utente:Accurimbono|Accurimbono]] <small>([[Discussioni_utente:Accurimbono|disc]])</small> 16:35, 16 dic 2020 (CET)
== Canto 3° Inferno... ==
Nell'edizione European Book , commentata da E.Camerini, si legge " ...se non eterne , e io eterna duro..." in altre edizioni compare ...etterne ed etterna...Quale la corretta ? [[User:Dantista|Dantista]] ([[User talk:Dantista|disc.]]) 16:09, 29 ott 2023 (CET)
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text/x-wiki
<onlyinclude>{{Infotesto
| Progetto= letteratura
| Edizione = La Commedia secondo l'antica vulgata <br/>a cura di Giorgio Petrocchi<br/>Casa Editrice Le Lettere<br/>Firenze, 1994
| Fonte = Sito internet [http://www.danteonline.it/italiano/opere.asp?idope=1&idlang=OR Dante Online]
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| Nome del primo contributore = [[Utente:Frieda|Frieda]]
| Nome del rilettore = [[Utente:iPork|iPork]]
| Note =
}}
</onlyinclude>
== Commedia ==
Vorrei porre all'attenzione di tutti la questione del titolo corretto dell'opera dantesca. Credo sia il caso di rispettare il titolo originale ''Commedia'', non solo in ossequio a tutta la critica antica e moderna ma anche alla fonte di riferimento del testo scelta, a suo tempo, da Frieda. '''[[Utente:Xavier121|<span style="color:orange;">X</span><span style="color:black;">avier121</span>]]'''|'''[[Discussioni_utente:Xavier121|<span style="color:orange;">T</span><span style="color:black;">alk</span>]]''' 00:03, 4 ott 2008 (CEST)
:Così su due piedi mi vien da rispondere così: Per un discorso di pura opportunità, aspetterei che compaia un altro testo intitolato "commedia" o "la commedia" e creerei una pagina di disambigua in cui il titolo porti a ''questo titolo'' (divina commedia) per Dante. Spostando un attimo il tiro ho avuto un problema simile incontrando ''[[Quaranta novelle/I promessi sposi]]'': trasformo ''[[I promessi sposi]]'' in disambigua e sposto Il romanzo di Manzoni a ''[[I promessi sposi (Manzoni)]]''? È un po' quello che accadde con [[Le ricordanze]] di cui avevamo discusso [[Discussioni_progetto:Letteratura#Palingenesi.2C_note_disambigua_o_pagina_di_disambiguazione.3F|qui]]. Non è una risposta soddisfacente, ma aspettavo che si pronunciasse qualcun altro. - '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 11:48, 4 ott 2008 (CEST)
::In effetti il titolo corretto sarebbe "Comedia", ma dal XVI secolo fu dato alle stampe con l'appellativo di 'Divina' (in realtà attribuito, se non ricordo male, per primo da Boccaccio). Quindi per il lettore e per la tradizione a stampa il titolo dato credo sia il più corretto anche per una questione di praticità nella ricerca del testo; tutt'al più potrebbe essere Commedia(Divina).--[[User:Barbaforcuta|Barbaforcuta]] ([[User talk:Barbaforcuta|disc.]]) 01:38, 4 apr 2011 (CEST)
:::Petrocchi nel fornire l'edizione critica del testo l'ha intitolato "Commedia" e basta. Quindi seguiamo il testo Petrocchi per più di 14000 versi e gli contestiamo il titolo? L'opera si intitola solo "Commedia".
:::Si dovrebbe perciò correggere la voce.
--[[User:Novellino|Novellino]] ([[User talk:Novellino|disc.]]) 15:09, 20 gen 2014 (CET)
== Commedia ==
Ciao ragazzi, volevo dirvi che secondo me il secondo verso della quarta terzina del primo canto non è endecasillabo.
Per fare una comparazione ho cercato in altri autori: Natalino Sapegno riporta alla stessa maniera del testo di wikisource, mentre Attilio Momigliano, edizione più vecchia, parla del testo in modo diverso.
Anziché "tant'era pien di sonno a quel punto" scrive "tant'era pien di sonno in su quel punto". Ciao, {{non firmato|Mahatmapablo|10:47, 26 giu 2015}}.
Caro Mahatmapablo, vediamo se ho capito la tua segnalazione sul ''nostro'' endecasillabo:
La versione presente in Ns0 è quella di Giorgio Petrocchi che, come Natalino Sapegno, altro famoso dantista da te ricordato, riporta:
{{quote|tant'era pien di sonno a quel punto}}
Se non ho capito male tu leggi questo endecasilabo così:
"tan|t'e|ra|pien|di|son|noˆa|quel|pun|to"
ovvero scandisci la catena sillabica ''sentendo'' una sinalefe tra l'ultima sillaba atona di ''sonno'' e la preposizione ''a'' successiva;
in questo senso hai ragione tu perché il verso avrebbe come ultima sillaba tonica la 9<sup>a</sup> di ''pun|to'' e sarebbe un '''decasillabo''' piano.
Tant'è che la tua proposta di ''sostituzione'' con la ricostruzione critica di Attilio Momigliano:
{{quote|tant'era pien di sonno in su quel punto}}
da leggersi
"tan|t'e|ra|pien|di|son|noˆin|su|quel|pun|to"
con normale sinalefe tra l'ultima sillaba atona di ''sonno'' e la preposizione ''in'' successiva, ci mette di fronte al classico endecasillabo a maiore (accentazione 6<sup>a</sup> e 10<sup>a</sup> ecc.)
MA (e qui sta tutta la bellezza della metrica e della nostra grandiosa tradizione poetica), a pare del Petrocchi e del Sapegno, Dante Alighieri scrisse quel verso ammettendo tra l'ultima sillaba atona di ''sonno'' e la successiva, il fenomeno linguistico che va sotto il nome di ''dialefe'' (non tanto raro nella Commedia); di conseguenza, la lettura corretta è questa:
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== Terzo canto ==
Salve ragazzi, volevo segnalare un errore, più probabilmente un semplice refuso, presente alla fine verso 8 del Canto III, quando è riportato che sulla porta ci sia scritto ''e io etterna duro.'', mentre la forma originale e corretta è ''e io etterno duro.''
Grazie per l'attenzione e buona giornata. {{non firmato|Filippo Minutolo|11:20, 12 dic 2020}}
: [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Divina_Commedia%2FInferno%2FCanto_III&type=revision&diff=2717849&oldid=2106318 Ho corretto], grazie per la segnalazione. --[[Utente:Accurimbono|Accurimbono]] <small>([[Discussioni_utente:Accurimbono|disc]])</small> 16:35, 16 dic 2020 (CET)
== Canto 3° Inferno... ==
Nell'edizione European Book , commentata da E.Camerini, si legge " ...se non eterne , e io eterna duro..." in altre edizioni compare ...etterne ed etterna...Quale la corretta ? [[User:Dantista|Dantista]] ([[User talk:Dantista|disc.]]) 16:09, 29 ott 2023 (CET)
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<noinclude><pagequality level="4" user="L.K.J." />{{RigaIntestazione|10|{{Sc|cristoforo}}|}}</noinclude>{{Pt|splende |}}non solo per eletta e inesauribile erudizione, ma ancora per quella poesia della realtà, ottimo antidoto alle esagerazioni rettoriche e ai giuochi di figure, che fanno paralitica la letteratura dei popoli e degli uomini oziosi. Anche {{AutoreCitato|Thomas Henri Martin|Henry Martin}} diede un ottimo saggio di critica filosofica nei suoi commentarii sul {{TestoCitato|Timeo|Timeo}} di {{AutoreCitato|Platone|Platone}}, esaminandovi la più famosa tradizione geografica dell’Antichità, quella dell’Atlantide, e mostrando come da essa non abbia potuto Colombo trarre indizio e incoraggiamento alcuno alla sua impresa. Ma le ricerche del Martin troncano un
solo nodo della molteplice controversia; e gli studii dell’{{AutoreCitato|Wilhelm von Humboldt|Humboldt}} procedono impacciati quasi dalla loro ricchezza medesima, come quelli che seguono compiacentemente tutte le ambagi di una svariatissima erudizione: sicchè non è senza difficoltà, nè senza fatica, che si possa ritrovare il filo delle idee in siffatto labirinto.
Forse per questo ci avvenne di vedere, anche in opere pregevoli e recenti, ripetuti antichi e volgari errori; fra i quali piacemi ricordare ad esempio quella favola di una statua equestre che i primi navigatori portoghesi trovarono sul lido di Madera col braccio teso, quasi ad invito, verso le plaghe occidentali; monumento misterioso di cui parla ancora il {{AutoreCitato|Abel-François Villemain|Villemain}} nelle sue lezioni sulla ''{{TestoAssente|Letteratura del medio evo}}'', benchè si sappia che niun’altra origine ebbe quella marinaresca tradizione se non una certa rupe fantasticamente stagliata e sporgente sul mare. Ma di queste minute circostanze e, quasi direi, curiosità della vita di Colombo, non mette conto parlare. Il dramma, a cui vorrei farvi assistere, è quello delle idee, che, come germi nascosi, passano d’età in età, favorite talora dalle stesse alterazioni che vi porta l’ignoranza, finchè nuovi bisogni e nuovi tempi le svolgano e le<noinclude>
<references/></noinclude>
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Supplemento alla Storia d'Italia/LVII
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{{IncludiIntestazione|autore=Cacault<!--Jean-Baptiste Cacault?-->|sottotitolo=LVII - Cacault manifesta a Bonaparte l'ostinazione della Corte di Roma, e parla dell'alleanza di essa colla corte di Napoli, e delle operazioni militari che par abbiano in mente di eseguire|prec=../LVI|succ=../LVIII}}
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|499|{{Sc|annali d’italia, anno cxliv.}}|500|riga=si}}</noinclude><section begin="s1" />{{Anno di|{{Sc|Cristo CXLV}}. Indizione {{Sc|XIII}}.|{{Sc|Pio}} papa 4.|{{Sc|Antonino Pio}} imperadore 8.}}
{{Centrato|''Consoli''}}
{{Centrato|{{Sc|TITO ELIO ADRIANO ANTONINO PIO AUGUSTO}} per la quarta volta e {{Sc|MARCO ELIO AURELIO VERO CESARE}} per la seconda.}}
Si figura il padre {{AutoreCitato|Antoine Pagi|Pagi}}<ref>Pagius, in Critic. Baron.</ref>, che ''Antonino Augusto'' prendesse questo consolato per solennizzare i quinquennali del suo imperio, avendo differita questa festa all’anno presente, che dovea farsi nel precedente. Ma cotal dilazione è immaginata da lui, nè fondata se non sopra le regole da esso ideate, che patiscono molte difficoltà. Credè egli parimente, che in quest’anno ''Lucio Vero'' suo figliuolo adottivo, per attestato di {{AutoreCitato|Giulio Capitolino|Capitolino}}<ref>Capitolinus, in Lucio Vero.</ref>, essendo in età di quindici anni, prendesse la toga virile: nella qual occasione solevano i Romani far festa. Credono altri, che Antonino in fatti la facesse con dedicare il tempio d’Augusto, da lui ristorato, siccome consta dalle medaglie<ref>Mediobarb., in Numism. Imperat.</ref>. Ma {{AutoreCitato|Giulio Capitolino|Capitolino}}<ref>Capitolinus, in Antonino Pio.</ref> scrive diversamente, con dire ch’egli in tal congiuntura dedicò il ''Tempio del Padre'', cioè di Adriano, e non già di Augusto. Dal medesimo autore abbiamo, che Antonino Pio lasciò di belle memorie, tanto in Roma che altrove, con fabbriche sontuose, o fatte di pianta o ristorate durante il suo imperio. Cioè il tempio dedicato in onore di esso Adriano suo padre; il Grecostadio, o sia la Grecostasi, edificio, in cui si fermavano gli ambasciadori delle nazioni prima di essere introdotti nel senato. Questo, già rovinato da un incendio, fu da lui rifatto. Ristorò similmente l’anfiteatro di Tito, per quanto si crede; il sepolcro di Adriano; il tempio d’Agrippa, cioè oggidì la Rotonda; il ponte Sulpicio di legno sul Tevere; il Faro, forse di Pozzuolo{{Pagina Annali|Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/280|500}} o di Gaeta. Vedesi in Pozzuolo una iscrizione, testimonio di questo<ref>Thesaurus Novus Inscript., pag. 543, n. 5.</ref>. Racconciò i porti di essa Gaeta e di Terracina. Lo stesso benefizio prestò alle Terme d’Ostia, all’acquidotto d’Anzio, e al tempio di Lanuvio, o sia di Lavinia. Del tempio d’Augusto, da lui risarcito, non parla {{AutoreCitato|Giulio Capitolino|Capitolino}}. Soggiugne bensì, aver egli aiutate con danaro molte città, acciocchè o facessero delle nuove fabbriche, o ristorassero le vecchie, ed aver contribuito molto del suo, affinchè i senatori ed altri magistrati potessero con decoro esercitar i loro impieghi. {{AutoreCitato|Pausania|Pausania}}<ref>Pausanias, lib. 8.</ref> fa menzione di varii altri edifizii attribuiti nella Grecia al medesimo Antonino Augusto. E da un’iscrizione rapportata dal marchese {{AutoreCitato|Scipione Maffei|Maffei}}<ref>Maffejus, Antiquit. Galliae.</ref> si raccoglie ch’egli ristorò le Terme di Narbona nella Gallia. Anche di diverse pubbliche strade per ordin suo riselciate parlano altre iscrizioni.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Anno di|{{Sc|Cristo CXLVI}}. Indizione {{Sc|XIV}}.|{{Sc|Pio}} papa 5.|{{Sc|Antonino Pio}} imperadore 9.}}
{{Centrato|''Consoli''}}
{{Centrato|{{Sc|SESTO ERUCIO CLARO}} per la seconda volta e {{Sc|GNEO CLAUDIO SEVERO}}.}}
Intanto si provava una mirabil tranquillità e un delizioso vivere, tanto in Roma che in tutto il romano imperio, pel savio governo di Antonino Pio, che si facea conoscere buon principe, e maggiormente padre a tutti i sudditi suoi. Marco Aurelio, imperador dopo lui, nello scrivere la vita propria<ref>Marcus Aur., de rebus suis, lib. 1, § 26.</ref>, confessa d’aver molto imparato dagli esempli e dalla voce d’esso Antonino, padre suo per adozione, e ci dà un bel saggio della maniera da lui tenuta di vivere. {{AutoreCitato|Giulio Capitolino|Capitolino}}<ref>Capitolinus, in Antonino Pio.</ref> anch’esso ce ne lasciò qualche memoria. L’altezza del grado, a cui era pervenuto Antonino, non gli fece punto<section end="s2" /><noinclude>
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Pagina:L'ultimo rifugio di Dante Alighieri.djvu/25
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||''Caterina di Malvicino''|9}}</noinclude><section begin="s1" />della ''Scola de’ Pescatori'' la metà della metà di tutto ciò, che avea nelle valli ''Zusverto'' e ''Fenaria'';» unisce di poi alla stessa ''Scola'' o Compagnia «tutto quello ch’era dell’eredità di Guglielmo e di Pietro Duca, acquistato e lasciato a detta compagnia per Dejudeo Avolo e Tebano Avolo di Ubertino Avolo, pel conte Malvicino da Bagnacavallo antichi Precettori di detta Caterina.»<ref> {{Sc|{{Wl|Q55846782|Spreti}}}}, ''Notizie cit''., Parte I, 74. — {{Sc|{{AutoreCitato|Vincenzo Carrari|Carrari}}}}, ''Op. cit''. — {{Sc|{{AutoreCitato|Marco Fantuzzi|Fantuzzi}}}}, Mon. rav., III, 383.</ref>
Questa Caterina, che, dal senso dei documenti riassunti, sembra non fosse più fanciulla nel 1305, divenne poco più tardi moglie di Guido Novello, gli portò ricchezze, gli fece quattro figli e, come vedremo, sopravisse lungamente alle sventure e alla morte di lui. <section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Centrato|{{x-larger|III}}}}
La fama e l’autorità dei Polentani andava man mano crescendo e diffondendosi. Nel 1306 Bernardino è Podestà in Bologna, dove seda un tumulto levato per dar morte a Napoleone Orsini Legato Pontificio.<ref>{{Sc|{{AutoreCitato|Bartolomeo della Pugliola|Bartol. dalle Pugliole}}}} (Rer. ital. script., XVIII, 809), in una rubrica latina inserta nella cronaca. — Annal. Cæsen, (Rer. ital., XIV, 1127). — {{Sc|{{AutoreCitato|Cherubino Ghirardacci|Ghirardacci}}}}, Hist. Bol., Parte I, 480. — {{Sc|Spreti}}, Notizie ecc., I, 148.</ref> Di là passa a Cervia, di cui nel ’308 si dichiara Signore cogliendo il momento in che il papa era passato ad Avignone e l’imperatore mancava per l’assassinio d’Alberto d’Austria.
Guido Novello era intanto, del 1307, compreso ne’ quindici ''Savi'' «sopra gli emergenti che nascevano et massime sopra la guardia della città di Ravenna et di Cervia, con autorità di fare ogni provvisione et spesa ad utilità de’ detti comuni et per la persona di Bernardino Polentano Podestà di Cervia.»<ref>{{Sc|Carrari}}, Op. cit.</ref> Questi infatti chiedeva con istanza che gli si mandassero aiuti di cavalli e di fanti perchè la città minacciava ''di tumultuar et far qualche novità''. I Savi provvidero perchè «virilmente fosse presa la difesa di Cervia.»
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Autore:Carlo Cecchi
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{{Autore
| Nome = Carlo
| Cognome = Cecchi
| Secolo di attività = XX secolo/XXI secolo
| Attività = artista
| Nazionalità = italiano
| Professione e nazionalità =
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==Testi==
*{{Testo|Scali. Viaggi di solo ritorno}}
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||{{sc|la morte}}|123}}</noinclude>
di {{AutoreCitato|Jean Descemet|Descemet}}), nei gatti di varia età, {{AutoreCitato|Emil Ballowitz|Ballowitz}} ha constatato una variazione progressiva della forma del nucleo, il quale, dapprima tondo, viene roso da una grossa sfera; questa talora, secondo l’A., dopo aver roso una parte del nucleo, si porta dall’altra, per ripetere il suo giuoco. Ora, tale fenomeno è lungi dal cominciare nella vecchiaia; esso al contrario ha principio nei giovani gatti e porta col tempo cattive conseguenze per la sorte dei nuclei.
Dobbiamo ora ricordare un fatto di indole generale, messo in luce dalla sintesi geniale del {{AutoreCitato|Il'ja Il'ič Mečnikov|Metchnikoff}}, vale a dire l’aumento coll’andar dell’età dei tessuti indifferenziati a scapito di quelli differenziati. Questo fenomeno ha spesso la sua espressione nell’opera dei fagociti, che secondo le ricerche dello stesso autore sono la causa dell’incanutimento dei peli, mangiando e portando via il pigmento, ed anche della distruzione delle cellule nervose negli uomini e nei pappagalli vecchi — probabilmente anche negli altri animali che non sono stati studiati. Questa possibilità di essere fagocitati, — da parte dei tessuti in questione — evidentemente dipende da proprietà mutate di loro stessi, più che dei fagociti, — come è dimostrato da varî fatti. In primo luogo abbiamo visto, a proposito delle cellule nervose stesse, che esse sono la sede di modificazioni progressive, atte ad essere interpretate, quando molto avanzate, come fenomeni degenerativi; in secondo luogo, nella ninfosi degli insetti, dove pure interviene la fagocitosi, vediamo che i fagociti aggrediscono tessuti i quali in parte si distruggono anche di per sè, senza il loro intervento, o che si possono distruggere da sè in altre specie; in terzo luogo, non è vero che la tendenza alla fagocitosi aumenti coll’andar dell’età; ciò è dimostrato dalla lotta contro i Batterî delle malattie infettive, lotta che è molto più viva, efficace e rapida nella giovane età che nella vecchiaia; ed è ben noto come in gran parte essa si debba all’azione dei fagociti. Cosicchè da un insieme di fatti resulta che la variazione caratteristica della vecchiaia, di cui ora trattiamo, non dipende da una condizione nuova che insorga dopo la virilità, ma da quelle stesse variazioni lente, intime, cellulari, che cominciano insieme con la vita dell’individuo.
Un’altra degenerazione senile di cui certamente si è esagerata l’importanza in maniera grandissima, e ciò per il fatto che essa è clinicamente riconoscibile, è quella che conduce<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Mawaddaa" /></noinclude>XL AMORE DI DANTE.
da Reggio, da Ferrara, da Modena, da Firenze: onde la
parte de'Lambertazzi sono forzati lasciare la patria in numero di quindici mila, e a portar l'ira e l'onta nella vicina Faenza. Quivi correva poscia a assaltarli il popolo di Bologna, ma invano: bene scacciava da Imola i Ghibellini, e la muniva di guelfo presidio. Vicenda orribile di vittorie e sconfitte, dove il vanto del valore era infamato dalla stoltezza dell' ire.
In quel mese stesso che fu primo all'amore di Dante, in
Modena la fazione de'Rangoni e de' Boschetti caccia i Grassoni; e i fuorusciti assaltano la città, e rompon l'esercito de'vincitori. In quel mese Astigiani, Pavesi, e Guglielmo di Monferrato, il rammentato da Dante, guastano le torri d'Alessandria, immemori della grande concordia che creò quella città, che tanta gloria fruttò all'Italia, e tanta vergogna allo straniero nemico. Tommaso marchese di Saluzzo abbandona l'alleanza di Carlo; il Piemonte si sottrae quasi tutto al dominio di Carlo; e i marchesi di Fossano, spossessati dell'avito castello, vanno in Puglia a mendicar pane e onta dal tristo Angioino. Il quale, tolto a'Genovesi il
castello d'Aiaccio, ode bruciati da loro in Sicilia i suoi legni; ode saccheggiata l'isola di Gozzo; li vede, gli alteri cittadini della feroce repubblica, venir sotto Napoli a gridargli improperii e a sommergere nel mare le reali bandiere. Vincitori per tutto fuorché a Montone, dove infelicemente s'azzuffano col siniscalco del re.
In questo mese stesso dell'amore di Dante, Gregorio X
convocava splendido concilio a Lione, di cinquecento vescovi e più che mille prelati; e Michele Paleologo ritornava, per paura de'Crociati e di Carlo, alla Chiesa latina. Rodolfo d'Austria prendeva anch'egli la croce; e in guiderdone il Pontefice a lui confermava non so che diritti sull'impero d'Italia, negandoli a Alfonso, re di Castiglia. Ma il re di Castiglia mandava trecento de'suoi soldati a Pavia; intantochè Napoleone Torriano, precursor di Lodovico il Moro, offriva all' imperatore d'Austria il dominio di Milano, e n'era eletto Vicario, e riceveva a tutela della città soldati tedeschi. Così tra un re spagnuolo e un imperatore austriaco era conteso in quei tempi il diritto d'un regno sul quale e Austria e Spagna dovevano interi secoli dominare.
Nell'anno appunto di cui ragioniamo, Tommaso conto
d'Aquino e Bonaventura di Bagnorea, che soli valevano un
grande Concilio, due glorie immortali della scienza italiana, ingegni non meno alti di Dante, altamente da Dante celebrati, morivano: l'uno cinquantacinque giorni prima, l'altro settantacinque giorni dopo ch'egli apprmdesse i primi fremiti e le prime lagrime dell' amore.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Mawaddaa" />{{RigaIntestazione|{{Sc|xl}}|{{Sc|amore di dante.}}|riga=si}}</noinclude>da Reggio, da Ferrara, da Modena, da Firenze: onde la parte de’ Lambertazzi sono forzati lasciare la patria in numero di quindici mila, e a portar l’ira e l’onta nella vicina Faenza. Quivi correva poscia a assaltarli il popolo di Bologna, ma invano: bene scacciava da Imola i Ghibellini, e la muniva di guelfo presidio. Vicenda orribile di vittorie e sconfitte, dove il vanto del valore era infamato dalla stoltezza dell’ire.
In quel mese stesso che fu primo all’amore di Dante, in Modena la fazione de’ Rangoni e de’ Boschetti caccia i Grassoni; e i fuorusciti assaltano la città, e rompon l’esercito de’ vincitori. In quel mese Astigiani, Pavesi, e Guglielmo di Monferrato, il rammentato da Dante, guastano le torri d’Alessandria, immemori della grande concordia che creò quella città, che tanta gloria fruttò all’Italia, e tanta vergogna allo straniero nemico. Tommaso marchese di Saluzzo abbandona l’alleanza di Carlo; il Piemonte si sottrae quasi tutto al dominio di Carlo; e i marchesi di Fossano, spossessati dell’avito castello, vanno in Puglia a mendicar pane e onta dal tristo Angioino. Il quale, tolto a’ Genovesi il castello d’Aiaccio, ode bruciati da loro in Sicilia i suoi legni; ode saccheggiata l’isola di Gozzo; li vede, gli alteri cittadini della feroce repubblica, venir sotto Napoli a gridargli improperii e a sommergere nel mare le reali bandiere. Vincitori per tutto fuorché a Montone, dove infelicemente s’azzuffano col siniscalco del re.
In questo mese stesso dell’amore di Dante, Gregorio X convocava splendido concilio a Lione, di cinquecento vescovi e più che mille prelati; e Michele Paleologo ritornava, per paura de’ Crociati e di Carlo, alla Chiesa latina. Rodolfo d’Austria prendeva anch’egli la croce; e in guiderdone il Pontefice a lui confermava non so che diritti sull’impero d’Italia, negandoli a Alfonso, re di Castiglia. Ma il re di Castiglia mandava trecento de’ suoi soldati a Pavia; intantochè Napoleone Torriano, precursor di Lodovico il Moro, offriva all’imperatore d’Austria il dominio di Milano, e n’era eletto Vicario, e riceveva a tutela della città soldati tedeschi. Così tra un re spagnuolo e un imperatore austriaco era conteso in quei tempi il diritto d’un regno sul quale e Austria e Spagna dovevano interi secoli dominare.
Nell’anno appunto di cui ragioniamo, Tommaso conto d’Aquino e Bonaventura di Bagnorea, che soli valevano un grande Concilio, due glorie immortali della scienza italiana, ingegni non meno alti di Dante, altamente da Dante celebrati, morivano: l’uno cinquantacinque giorni prima, l’altro settantacinque giorni dopo ch’egli apprendesse i primi fremiti e le prime lagrime dell’amore.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||— 25 —|}}</noinclude>{{nop}}
Quest’essere discende verso di noi come noi ci eleviamo a lui; esso sviluppando la propria unità genera la varietà e l’infinità degl'esseri producendo la specie e i generi, non affetta nessun numero, misura, relazione; rimane uno e indivisibile in tutte le cose. L’universo è uno perchè è tutto; dunque è infinito, e quindi immobile, perchè l’infinito moto corrisponde all’immobilità. Se è immobile non ha uopo di motore. I mondi infiniti in esso contenuti muovonsi per principio interno, che è la propria anima; e però è vano cercarne il motore estrinseco. - Dio adunque empie tutte le cose, compenetra tutte le parti dell’universo ed è tutto quanto in tutto il mondo come in ciascuna sua parte.
I sensi sono incapaci di rivelarci l’essere e la sostanza; non ce ne fanno conoscere che l’apparenza e il finito, la parte e non il tutto. L’infinito, il necessario, che è il vero scopo della scienza, non può essere concepito che dalla ragione.
Dalle discipline filosofiche di Bruno, nelle quali questi si è svincolato da ogni rivelazione sovrannaturale, procede come da sorgente la filosofia moderna che le ha svolte, sviluppate, ampliate e sottoposte ad un metodo rigoroso.
Da Bruno procede {{AutoreCitato|Cartesio|Cartesio}}. È di Bruno quella verità di Metodo che {{Wl|Q437340|G. Reynaud}} attribuisce a Cartesio e dichiara irrefragabile: «Noi non conosciamo in sè medesima la sostanza o l’essere che è in sè e per sè. Che dico? noi non conosciamo alcun essere propriamente parlando. In noi non si trovano che idee, e un’idea non rappresenta mai altra cosa che l’attributo d’un essere».
Procede {{AutoreCitato|Baruch Spinoza|Spinoza}}: — tutto ciò che è, non è che modificazione divina.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||367}}</noinclude>{{Pt|toie|feritoie}} meno una, la quale, pure immettendo un po’ d’aria libera e un po’ di luce, lasciava la cella nella più desolante oscurità.
Le due donne erano rannicchiate vicino alla feritoia, l’una seduta, l’altra mezza sdraiata, appoggiandosi alla nuda roccia. Esse erano completamente prive di vesti e la luce, penetrando dall’alto, dava loro un aspetto spettrale. Il loro reciproco affetto, ancor vivo, ci è rivelato dal vederle l’una nelle braccia dell’altra. La ricchezza, i conforti, e le speranze, spariscono, ma l’amore rimane. L’amore è eterno.
Il terreno sul quale le due donne stavano accovacciate, era completamente levigato. Chi avrebbe potuto dire, per quanto tempo, durante gli otto anni, esse eran rimaste sedute davanti all’unica feritoia dalla quale un timido, ma amichevole raggio di luce ravvivava le loro speranze?
Quando la luce faceva capolino esse comprendevano che albeggiava, quando svaniva, capivano che scendeva la notte, in nessun altro luogo così lunga e buia come laggiù!... Il mondo?... Attraverso a quella fessura, come se essa fosse stata larga ed alta al pari della porta di un palazzo reale, esse vagavano pel mondo con la fantasia, cercando l’una il figlio, l’altra il fratello. Esse lo pensavano navigante sul mare o sbarcato nelle isole; oggi in quella, domani in un’altra città, ma sempre viaggiando, senza tregua, giacchè, come esse vivevano attendendolo, egli doveva certo vivere cercandole. Quante volte, pur essendo lontane, esse s’incontravan con lui col pensiero! Era una così dolce lusinga per esse dirsi l’una coll’altra. — «Finchè egli vivrà non saremo dimenticate, finchè egli si rammenterà di noi ci sarà speranza!» — Chi può comprendere, se non dopo averlo provato, che un nonnulla basta per incuter coraggio? Il ricordo di quei giorni trascorsi così miseramente ci impone il rispetto; le loro sofferenze le rivestono ai nostri occhi di santità. Anche senz’avvicinarci troppo alla prigione ci accorgiamo ch’esse hanno subito un gran mutamento, non dovuto al tempo od alla prigionia. La madre era bella come donna, la figlia bella come giovinetta. Neppur una persona amica avrebbe potuto dire di loro ora la stessa cosa. I loro capelli erano lunghi, arruffati, e completamente bianchi; e da tutta la loro persona spirava un’aria di ribrezzo che avrebbe arrestato il più coraggioso visitatore. Forse soffrivano per l’aria malsana, per le torture della<noinclude><references/></noinclude>
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Le due donne erano rannicchiate vicino alla feritoia, l’una seduta, l’altra mezza sdraiata, appoggiandosi alla nuda roccia. Esse erano completamente prive di vesti e la luce, penetrando dall’alto, dava loro un aspetto spettrale. Il loro reciproco affetto, ancor vivo, ci è rivelato dal vederle l’una nelle braccia dell’altra. La ricchezza, i conforti, e le speranze, spariscono, ma l’amore rimane. L’amore è eterno.
Il terreno sul quale le due donne stavano accovacciate, era completamente levigato. Chi avrebbe potuto dire, per quanto tempo, durante gli otto anni, esse eran rimaste sedute davanti all’unica feritoia dalla quale un timido, ma amichevole raggio di luce ravvivava le loro speranze?
Quando la luce faceva capolino esse comprendevano che albeggiava, quando svaniva, capivano che scendeva la notte, in nessun altro luogo così lunga e buia come laggiù!... Il mondo?... Attraverso a quella fessura, come se essa fosse stata larga ed alta al pari della porta di un palazzo reale, esse vagavano pel mondo con la fantasia, cercando l’una il figlio, l’altra il fratello. Esse lo pensavano navigante sul mare o sbarcato nelle isole; oggi in quella, domani in un’altra città, ma sempre viaggiando, senza tregua, giacchè, come esse vivevano attendendolo, egli doveva certo vivere cercandole. Quante volte, pur essendo lontane, esse s’incontravan con lui col pensiero! Era una così dolce lusinga per esse dirsi l’una coll’altra. — «Finchè egli vivrà non saremo dimenticate, finchè egli si rammenterà di noi ci sarà speranza!» — Chi può comprendere, se non dopo averlo provato, che un nonnulla basta per incuter coraggio? Il ricordo di quei giorni trascorsi così miseramente ci impone il rispetto; le loro sofferenze le rivestono ai nostri occhi di santità. Anche senz’avvicinarci troppo alla prigione ci accorgiamo ch’esse hanno subìto un gran mutamento, non dovuto al tempo od alla prigionia. La madre era bella come donna, la figlia bella come giovinetta. Neppur una persona amica avrebbe potuto dire di loro ora la stessa cosa. I loro capelli erano lunghi, arruffati, e completamente bianchi; e da tutta la loro persona spirava un’aria di ribrezzo che avrebbe arrestato il più coraggioso visitatore. Forse soffrivano per l’aria malsana, per le torture della<noinclude><references/></noinclude>
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Le due donne erano rannicchiate vicino alla feritoia, l’una seduta, l’altra mezza sdraiata, appoggiandosi alla nuda roccia. Esse erano completamente prive di vesti e la luce, penetrando dall’alto, dava loro un aspetto spettrale. Il loro reciproco affetto, ancor vivo, ci è rivelato dal vederle l’una nelle braccia dell’altra. La ricchezza, i conforti, e le speranze, spariscono, ma l’amore rimane. L’amore è eterno.
Il terreno sul quale le due donne stavano accovacciate, era completamente levigato. Chi avrebbe potuto dire, per quanto tempo, durante gli otto anni, esse eran rimaste sedute davanti all’unica feritoia dalla quale un timido, ma amichevole raggio di luce ravvivava le loro speranze?
Quando la luce faceva capolino esse comprendevano che albeggiava, quando svaniva, capivano che scendeva la notte, in nessun altro luogo così lunga e buia come laggiù!... Il mondo?... Attraverso a quella fessura, come se essa fosse stata larga ed alta al pari della porta di un palazzo reale, esse vagavano pel mondo con la fantasia, cercando l’una il figlio, l’altra il fratello. Esse lo pensavano navigante sul mare o sbarcato nelle isole; oggi in quella, domani in un’altra città, ma sempre viaggiando, senza tregua, giacchè, come esse vivevano attendendolo, egli doveva certo vivere cercandole. Quante volte, pur essendo lontane, esse s’incontravan con lui col pensiero! Era una così dolce lusinga per esse dirsi l’una coll’altra. — «Finchè egli vivrà non saremo dimenticate, finchè egli si rammenterà di noi ci sarà speranza!» — Chi può comprendere, se non dopo averlo provato, che un nonnulla basta per incuter coraggio? Il ricordo di quei giorni trascorsi così miseramente ci impone il rispetto; le loro sofferenze le rivestono ai nostri occhi di santità. Anche senz’avvicinarci troppo alla prigione ci accorgiamo ch’esse hanno subìto un gran mutamento, non dovuto al tempo od alla prigionia. La madre era bella come donna, la figlia bella come giovinetta. Neppur una persona amica avrebbe potuto dire di loro ora la stessa cosa. I loro capelli erano lunghi, arruffati, e completamente bianchi; e da tutta la loro persona spirava un’aria di ribrezzo che avrebbe arrestato il più coraggioso visitatore. Forse soffrivano per l’aria malsana, per le torture della<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|368||}}</noinclude>fame e della sete non avendo avuto di che sfamarsi dopo che il loro servo, il forzato cieco e muto, era stato allontanato. Tirzah, lamentandosi, si appoggiò alla madre e le cinse il collo dandole un bacio.
— «Quietati, Tirzah, verranno: Dio è buono. Noi ci siamo sempre ricordati di lui e non ci siamo mai dimenticate di pregarlo ogni qualvolta udivamo il suono delle trombe nel Tempio. Vedi, è ancora chiaro e il sole splende, non possono esser che le sette. Qualcuno verrà. Ne ho fede. Dio è buono!» —
Così parlò la madre.
Le sue parole erano semplici e persuasive, quantunque Tirzah, che aveva appena compiuti i tredici anni quando noi le vedemmo per l’ultima volta, ora, aggiungendole gli otto anni di carcere, non fosse più una bambina.
— «Proverò ad esser forte, mamma,» — disse ella. — «Le tue sofferenze devono essere grandi quanto le mie ed io voglio assolutamente vivere per te e per mio fratello! Ma mi sento ardere la lingua e le labbra!... Chissà dove si trova egli ora, chissà se riescirà mai a salvarci!» —
Le loro voci impressionavano stranamente: eran dure, pungenti, d’un suono metallico.
La madre avvicinò a sè la figlia e disse:
— «La notte scorsa ho sognato, Tirzah, e l’ho visto da vicino come vedo te, ora. Dobbiamo credere nei sogni perchè anche i nostri padri ci credevano.
Il nostro Signore parlò loro così parecchie volte. Mi sembrava che ci trovassimo alla Porta delle Donne proprio di fronte alla Porta Magnifica, in compagnia di molte persone, quando Giuda entrò guardando di qua e di là; lo vidi ritto all’ombra della Porta. Il mio cuore palpitò forte forte. M’accorsi ch’egli ci cercava, e gli corsi incontro aprendogli le braccia e chiamandolo per nome. Egli m’udì, mi scorse, ma non mi riconobbe. Dopo un attimo la visione scomparve.» —
— «Non accadrebbe forse così, mamma, se noi lo avessimo realmente ad incontrare? Siamo assai cambiate. Chissà se ci riconoscerebbe!» —
— «Potrebbe darsi che non ci riconoscesse, ma...» — e la madre chinò il capo: il suo viso si rannuvolò come s’essa fosse colpita da un gran dolore, poi riprendendo la parola, ella disse: — «.... ma potremmo anche farci riconoscere!» —
Tirzah alzò le braccia al cielo e supplicò, lamentandosi:<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||369}}</noinclude><nowiki/>
— «Dammi dell’acqua, mamma, un po’ d’acqua! Anche una goccia sola mi basterebbe!» —
La madre si guardò attorno confusa ed impotente a soddisfarla.
Ella aveva nominato Dio così spesso; aveva promesso in nome suo, ed ora le sembrava che il ripetere la preghiera sarebbe stato uno scherno.
Un’ombra passò davanti alla feritoia, oscurandole la luce fioca, ed ella pensò alla morte che si avvicinava sempre più e l’attendeva mentre la sua fede andava man mano scemando.
Inconscia delle sue azioni, parlando come un automa perchè essa doveva parlare per confortar la figlia, disse di nuovo:
— «Abbi pazienza, Tirzah; vengono; son quasi qui.» —
Le parve di udire un rumore proveniente dalla cella vicina, la loro unica comunicazione col mondo esterno. Infatti non s’era sbagliata.
Dopo un minuto o due il grido del forzato risuonò attraverso la cella.
Anche Tirzah lo sentì ed entrambe si alzarono tenendosi per mano.
— «Sia ringraziato per sempre il Signore!» — esclamò la madre col fervore di una persona che avesse ricuperata la fede e la speranza.
— «Olà» — sentirono gridare, e poi: — «Chi siete?» —
La voce era sconosciuta. Che cosa accadeva? Eccettuate le parole scambiate con Tirzah queste eran le prime e le sole che essa avesse udito in otto anni. Che gran salto — dalla morte alla vita — e che salto repentino!
— «Una donna d’Israele, qui sepolta con sua figlia. Aiutateci presto o morremo.» —
— «Fatevi animo. Ritornerò.» —
Le donne ruppero in forti singhiozzi. Erano state trovate e si veniva in loro aiuto.
Di desiderio in desiderio le loro speranze volavano veloci, come le rondini.
Poichè si sapeva dov’esse erano, verrebbero anche liberate. Avrebbero ricuperato tutto ciò che avevano perduto: casa, amici, possedimenti, libertà, figlio e fratello! La scarsa luce celava loro ancora le bellezze del giorno, ma, immemori delle sofferenze, della sete e della fame, del pericolo continuo di morte, le due donne caddero per terra piangenti, tenendosi strette l’una all’altra.
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— «Dammi dell’acqua, mamma, un po’ d’acqua! Anche una goccia sola mi basterebbe!» —
La madre si guardò attorno confusa ed impotente a soddisfarla.
Ella aveva nominato Dio così spesso; aveva promesso in nome suo, ed ora le sembrava che il ripetere la preghiera sarebbe stato uno scherno.
Un’ombra passò davanti alla feritoia, oscurandole la luce fioca, ed ella pensò alla morte che si avvicinava sempre più e l’attendeva mentre la sua fede andava man mano scemando.
Inconscia delle sue azioni, parlando come un automa perchè essa doveva parlare per confortar la figlia, disse di nuovo:
— «Abbi pazienza, Tirzah; vengono; son quasi qui.» —
Le parve di udire un rumore proveniente dalla cella vicina, la loro unica comunicazione col mondo esterno. Infatti non s’era sbagliata.
Dopo un minuto o due il grido del forzato risuonò attraverso la cella.
Anche Tirzah lo sentì ed entrambe si alzarono tenendosi per mano.
— «Sia ringraziato per sempre il Signore!» — esclamò la madre col fervore di una persona che avesse ricuperata la fede e la speranza.
— «Olà» — sentirono gridare, e poi: — «Chi siete?» —
La voce era sconosciuta. Che cosa accadeva? Eccettuate le parole scambiate con Tirzah queste eran le prime e le sole che essa avesse udito in otto anni. Che gran salto — dalla morte alla vita — e che salto repentino!
— «Una donna d’Israele, qui sepolta con sua figlia. Aiutateci presto o morremo.» —
— «Fatevi animo. Ritornerò.» —
Le donne ruppero in forti singhiozzi. Erano state trovate e si veniva in loro aiuto.
Di desiderio in desiderio le loro speranze volavano veloci, come le rondini.
Poichè si sapeva dov’esse erano, verrebbero anche liberate. Avrebbero ricuperato tutto ciò che avevano perduto: casa, amici, possedimenti, libertà, figlio e fratello! La scarsa luce celava loro ancora le bellezze del giorno, ma, immemori delle sofferenze, della sete e della fame, del pericolo continuo di morte, le due donne caddero per terra piangenti, tenendosi strette l’una all’altra.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|370||}}</noinclude>{{Nop}}
Non aspettarono a lungo; Gesio si sbrigò in due parole e il tribuno era un uomo d’azione.
— «O voi là dentro — gridò il tribuno dall’apertura — dove siete?» —
— «Qui» — rispose la madre alzandosi.
Subito essa sentì un rumore proveniente da un’altra parte come di colpi battuti contro il muro, colpi rapidi, sonori, dati da un’arma di ferro.
Madre e figlia non apersero bocca sapendo bene il significato di tutto ciò; — una via di libertà sì apriva loro d’innanzi.
Come uomini sepolti da lungo tempo nelle profonde miniere odon l’arrivo dei loro salvatori annunciati dal martello e dal colpo del piccone, esse sentivan i loro cuori palpitar più velocemente e i loro occhi si fissavano sul punto donde procedevano i colpi.
Le braccia che lavoravano al di fuori erano forti; le mani abili, e la buona volontà non mancava di certo.
I colpi si facevano ogni minuto più vigorosi; di quando in quando, un pezzo di mattone cadeva con fracasso, e la libertà s’avvicinava sempre più. Si udivano le voci degli operai.
E.... o gioia! — Un bagliore di luce rossa, luce di torcia, faceva capolino attraverso un crepaccio rompendo l’oscurità con un bagliore intenso, bello come i primi raggi del mattino.
— «E’ lui, mamma, è lui! Egli ci ha finalmente trovate!» — gridò Tirzah colla vivacità della giovinezza.
Ma la madre rispose dolcemente: — «Dio è buono!» —
Una pietra cadde nell’interno della cella, poi un’altra, poi un’ammasso intero, e la porta si aprì. Entrò un uomo sfigurato dalla polvere e dalla calcina, sollevando al disopra della propria testa una torcia, e si fermò. Altri due o tre lo seguirono con parecchie torcie e si posero in disparte per lasciar entrare il tribuno.
Il rispetto per le donne non è del tutto una cosa convenzionale, ma un naturale omaggio al loro sesso.
Il tribuno si fermò perchè esse fuggivano in un angolo, non pel timore ma per la vergogna: e, o lettore, non solo per la vergogna!
Dall’oscurità ov’esse s’erano mezze nascoste s’udirono queste parole, le più strazianti, le più tristi, le più disperate:
— «Non avvicinatevi! siamo infette! siamo infette!» —<noinclude><references/></noinclude>
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Non aspettarono a lungo; Gesio si sbrigò in due parole e il tribuno era un uomo d’azione.
— «O voi là dentro — gridò il tribuno dall’apertura — dove siete?» —
— «Qui» — rispose la madre alzandosi.
Subito essa sentì un rumore proveniente da un’altra parte come di colpi battuti contro il muro, colpi rapidi, sonori, dati da un’arma di ferro.
Madre e figlia non apersero bocca sapendo bene il significato di tutto ciò; — una via di libertà sì apriva loro d’innanzi.
Come uomini sepolti da lungo tempo nelle profonde miniere odon l’arrivo dei loro salvatori annunciati dal martello e dal colpo del piccone, esse sentivan i loro cuori palpitar più velocemente e i loro occhi si fissavano sul punto donde procedevano i colpi.
Le braccia che lavoravano al di fuori erano forti; le mani abili, e la buona volontà non mancava di certo.
I colpi si facevano ogni minuto più vigorosi; di quando in quando, un pezzo di mattone cadeva con fracasso, e la libertà s’avvicinava sempre più. Si udivano le voci degli operai.
E.... o gioia! — Un bagliore di luce rossa, luce di torcia, faceva capolino attraverso un crepaccio rompendo l’oscurità con un bagliore intenso, bello come i primi raggi del mattino.
— «E’ lui, mamma, è lui! Egli ci ha finalmente trovate!» — gridò Tirzah colla vivacità della giovinezza.
Ma la madre rispose dolcemente: — «Dio è buono!» —
Una pietra cadde nell’interno della cella, poi un’altra, poi un’ammasso intero, e la porta si aprì. Entrò un uomo sfigurato dalla polvere e dalla calcina, sollevando al disopra della propria testa una torcia, e si fermò. Altri due o tre lo seguirono con parecchie torcie e si posero in disparte per lasciar entrare il tribuno.
Il rispetto per le donne non è del tutto una cosa convenzionale, ma un naturale omaggio al loro sesso.
Il tribuno si fermò perchè esse fuggivano in un angolo, non pel timore ma per la vergogna: e, o lettore, non solo per la vergogna!
Dall’oscurità ov’esse s’erano mezze nascoste s’udirono queste parole, le più strazianti, le più tristi, le più disperate:
— «Non avvicinatevi! siamo infette! siamo infette!» —<noinclude><references/></noinclude>
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Gli uomini guardandosi nel viso alzarono le loro torcie.
— «Siamo infette! Siamo infette!» — ripeterono le donne con un lungo gemito.
Con un tal grido possiamo immaginare uno spirito che sia fuggito dalla porta del Paradiso, e che si volga indietro a guardare la vita.
La vedova e la madre fecero il loro dovere, ma, purtroppo, si convinsero che la libertà per cui esse avevan tanto sognato e pregato, non l’avrebbero mai ricuperata intera, non avrebbero mai potuto avvicinare quel frutto d’oro che vedevano da lontano.
''Essa e Tirzah erano lebbrose!''
Forse il lettore non sa completamente ciò che significa questa parola. La consideri in rapporto alla durezza della legge del tempo di poco modificata nel nostro.
— «Quattro disgrazie rendono gli uomini dei paria — la cecità, la lebbra, la povertà, e la sterilità» — disse il Talmud.
Essere lebbrosi significa essere trattati come morti, allontanati dalla città, dai parenti, obbligati a parlare solo ad una gran distanza con quelli che ci sono più cari al mondo, obbligati a rimaner sempre coi lebbrosi; maltrattati, respinti dalle cerimonie del Tempio o della Sinagoga; ed obbligati a starsene in vesti logore, colle bocche coperte tranne che per gridare: — «Siamo infetti, siamo infetti!» — di trovar forse ricovero in un luogo selvaggio od in una tomba, di divenire come spettri, d’esser di peso agli altri più che a se stessi, di vivere sperando solo nella morte.
Una volta, ma la madre non si ricorda nè il giorno nè l’anno, perchè in quella cella di tortura non potevano aver un’idea del tempo, essa sentì come una piaga asciutta nella palma della sua mano destra, e cercò di lavarla. La piaga si allargò, ciò nonostante per tutta la mano, ma la donna non disse nulla fino a che Tirzah si lamentò del medesimo male. L’acqua era scarsa, ma esse cercavano di risparmiarne per usarne come un rimedio. La mano fu a poco a poco interamente inferma, la pelle si ruppe, e le unghie si distaccarono completamente dalle dita. Con tuttociò non sentivano un gran dolore ma un continuo e crescente malessere. Le loro labbra incominciarono a bruciare ed a screpolarsi. Un giorno la madre, amante della pulizia, pensando che forse il male dipendesse dalle condizioni della prigione e temendo che il viso di Tirzah fosse invaso dal terribile nemico l’avvicinò alla luce e la guardò spaventata; le sopracciglia della ragazza erano bianche come la neve.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|372||}}</noinclude>{{Nop}}
Oh! quale angoscia a tale certezza!
La madre rimase per qualche tempo muta, immobile, coll’animo paralizzato e capace di un sol pensiero: — «Lebbrose, lebbrose!» —
Quando riacquistò un poco di padronanza la madre non pensò a sè stessa, ma alla figliuola; la sua tenerezza le infuse coraggio e la preparò all’ultimo ed eroico sacrificio. Essa seppellì nel suo cuore la triste scoperta, raddoppiò di devozioni per Tirzah, e, con meravigliosa ed inesauribile costanza continuò a tenerla all’oscuro di quanto le circondava, cercando di infonderle la speranza che non fosse nulla di grave. Ripetè i suoi scherzi, raccontò le solite storie, ne inventò anche di nuove, ascoltò con immenso piacere i canti di Tirzah: giacchè, sulle sue labbra, i salmi del Re Cantore raddolcivano la solitudine e mantenevano desto in entrambe il ricordo di Dio, e del mondo che sembrava le avesse dimenticate.
Lentamente, costantemente, con orribile certezza, l’infezione si propagava, imbiancando le loro teste, rodendo le labbra, le palpebre, coprendo i corpi di piaghe; quindi le assalì alla gola, rendendo le loro voci tremanti e prese pure le loro giunture, indurendo i tessuti e le cartilagini. La madre era ben sicura che, alla fine, anche i polmoni, le arterie e le ossa sarebbero state corrose rendendo ad ogni progresso del male sempre più ributtanti le inferme, e continuando così fino alla morte che poteva farsi attendere per anni ed anni.
Venne alfine un altro dei giorni tanto temuti dalla madre, il giorno cioè in cui il dovere le impose di rivelare a Tirzah il nome della terribile malattia; e, atterite dalla tremenda agonia che loro si preparava, pregarono insieme perchè la morte venisse presto a liberarle.
Vennero anche i giorni in cui le poverette parlavano ed osservavano con calma la ripugnante trasfigurazione delle loro persone amando di nuovo la vita. Un vincolo le legava ancora alla terra. Cercavano di mantenere alto il morale e dimenticare la loro solitudine parlando e pensando di Ben Hur. Lusingandosi a vicenda di rivederlo, e non dubitando ch’egli si sarebbe sempre mantenuto religioso e sarebbe stato felice di riabbracciarle, trovavano piacere nel torcere e ritorcere questo tenue filo di speranza. Fu proprio in uno di questi momenti che Gesio venne in loro soccorso dopo dodici ore di digiuno.
Le torcie fiammeggiarono attraverso la prigione; la {{Pt|libe-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||{{Sc|lettere di fra paolo sarpi.}}|449}}</noinclude>{{Centrato|CCLVIII. — ''Al Senato Veneto''.<ref name="pp457">Noi vorremmo, non mica poter sopprimere, ma che non ci fosse stato trasmesso, cogli altri, anche questo inedito documento, dal quale i malevoli del nostro autore vorranno alcerto dedurre com’egli, dopo la tragica morte del buon Foscarini, ripudiasse quell’amicizia che in vita avevagli così altamente professata. Forse, però, ancora gli esperti delle draconiche leggi della veneta repubblica, e i biografi stessi di Fra Paolo, troveranno nella necessità delle cose e dei tempi, nel disinteresse di lui medesimo o nella dipendenza dai superiori dell’Ordine, una spiegazione, una scusa di quanto qui sopra si legge. — Per ciò che spetta al Foscarini, che se di calunnie o nefandi raggiri non fu vittima, tale fu certamente degli scupoli crudeli di una aristocrazia, che tanto più di sè diveniva orgogliosa, quanto più approssimavasi alla sua decadenza, ci piace di riportar qui le parole, colle quali lo storico {{AutoreCitato|Giovan Battista Nani|Nani}} (uno di quelli che scrissero per ordine pubblico) laconicamente ne racconta il supplizio, e contemporaneamente l’emenda che mediante nuovi supplizi si studiò poco dopo di farne. “Esempio...... sommamente orrido contaminò la città, perchè si vide Antonio Foscarini, cavaliere e senatore, appeso alle forche per calunnia d’aver con gli stranieri tenuta corrispondenza secreta. La fraude di alcuni scelleratissimi uomini, propostisi premii, aveva congiurato contra la vita dei patrizi più innocenti e cospicui; perchè, versando il governo in tempo torbido a tra le memorie delle passate insidie (''cioè, della congiura degli Spagnuoli'') e i riguardi degli odi presenti,</ref>}}
Fra Paolo da Venezia, umilissimo servo di V. E. illustrissima, avendo notizia che il già cavalier Antonio Foscarini nel suo testamento gli abbia lasciato certo legato, e conoscendo esser in obbligo per coscienza e per fedeltà di non aver a fare con chi s’è reso indegno delle grazie del Principe, nè mentre vive nè dopo la morte; ha stimato dover rifiutare il legato assolutamente. E pertanto, avendo anco commissione generale dalla religione sua di {{Pt|dispo-|}}<noinclude>
<references/>{{PieDiPagina|{{Sc|Sarpi. — II.}}||29}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||99|}}</noinclude>{{Pt|pabile|palpabile}}, che Roma si da in braccio ai suoi nemici naturali, che prende il partito peggiore di appoggiarsi ad una debole alleanza contro la Francia, natural protettrice dell’independenza del suo territorio, e contro la Spagna sola potenza che le sia amica.
Il linguaggio della ragione, e della sana politica non solamente non fa alcuna impressione, ma han deciso di non volere ascoltare neppure una parola, e ne hanno la medesima avversione, che gl’idropi all’acqua. Il terrore, la paura, il timore sono dissipati. Ognuno è persuaso che le armi romane-napolitane non solo si difenderanno, ma che riprenderanno con esse Ferrara, e Bologna. Si conta ancora molto sull’Imperatore, cui hanno mandato Monsignore Albani, partito questa mattina per andarsi ad imbarcare a Rimini per Trieste. Vi mando qui acclusa la lista stampata dei doni gratuiti per la guerra, che incominciano qui del medesimo gusto che a Napoli. Questi popoli che non sanno che cosa è la guerra, nè ciò che vi bisogna per farla, sono abbacinati ed infiammati d’inezie. Gli uomini di buon senso si nascondono onde non essere carcerati, e molestati come giacobini: così è necessario che la malattia abbia il suo corso. Si crede qui d’avere il segreto dell’odio del Direttorio per Roma nel trattato proposto, e che ciò che noi diciamo per calmare non sia che una cosa convenuta. Ciò che adesso si concederebbe, sarebbe riguardato come strappato alla debolezza, e come l’effetto del coraggio e della resistenza manifestata. Se noi diamo a tali persone dei vantaggi, le loro pretensioni si aumenteranno: e diverranno intrattabili.
Non si effettuerà certamente la minima condizione della tregua, se il Direttorio non abbia concordato un trattato definitivo di pace a loro arbitrio. Voi vedete come siamo spostati, e che sarebbe ora necessaria la pace coll’Imperatore, e la presa di Mantova per ricondurre alla ragione teste sì vive, senza lumi, e sì follemente esaltate. Non è da dubitarsi che tutte le condizioni dell’alleanza fra Roma, e Napoli non siano convenute ed accordate, e che non vi siano i progetti di far passare un’armata per la Romagna nel Ferrarese. Il piano dei<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||100|}}</noinclude>nostri nemici è sempre stato come io ho avuto l’onore di significarvelo a Castiglione, che il Re di Napoli vi faccia passare 30,000 uomini. Vi sarà ancora un’altra armata destinata a coprire la campagna romana dalla parte del Mediterraneo, e ad intraprendere di concerto con gl’Inglesi, l’attacco di Livorno. Io vi mando qui incluso uno stato, tale quale si è pubblicato, del cordone delle truppe napoletane situate alla frontiera. Il numero n’è esagerato, che deve essere di circa 60,000 uomini, ma indica molto bene il sito, e la distribuzione. Vi mando ancora la nota di un Danese che viene di Napoli, la quale è vera, e giudiziosa. Ho luogo di credere, senza esserne perfettamente certo, che il trattato di alleanza fra Roma, e Napoli non solamente è stato convenuto, ma ancora firmato. Il Marchese del Vasto ha certamente detto ad una persona degna di fede (da cui lo so) che il corriere che è passato di qui, son già quattro giorni, venendo da Napoli per ritornare a Parigi, porta al Principe di Belmonte l’ordine della sua Corte di notificare al Direttorio Esecutivo di firmare dentro lo spazio di ventiquattro ore il trattato di pace con Napoli tale quale questa Corte lo domanda, comprendendovi ancora il Papa, a cui si dovrebbe restituire tutto ciò che gli è stato usurpato, senza di che il Pr. Di Belmonte dovrebbe ritirarsi da Parigi, e la tregua resterebbe rotta. Nel caso in cui il Direttorio accettasse il suddetto trattato, la Corte di Roma, e quella di Napoli s’impegnano a osservare la più perfetta neutralità, durante questa guerra. Una tale insolenza non mi sorprenderebbe. Se Acton sottoscrivesse un trattato duro, ed umiliante non potrebbe più conservare il suo ascendente a Napoli. In questa guisa egli sostiene i suoi padroni, coll’attrattiva dell’illusione, ed allontana di tanto più la sua disgrazia. Egli non azzarda che il Reame, di cui poco si cura, e lo Stato Ecclesiastico. Se la vostra armata lo sottomette fuggirà in Inghilterra che gli sarà sempre grata d’aver prolungato la resistenza.
O si è affatto pazzi nell’Italia inferiore; o questa fierezza ha delle speranze dalla parte di Alemagna, o si appoggia a dei complotti nell’interno, che io non posso<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||101|}}</noinclude><section begin="s1" />
indovinare. Intorno a me ogni cosa è fuori del suo stato naturale in una maniera incredibile. Gl’Inviati di Francia, e di Spagna, sono sfuggiti, ed evitati, come se avessero la peste. Io posso essere abbandonato, ma non avvilito. Fo partire un uomo intelligente per andare ad informarsi (percorrendo l’estremità dello stato ecclesiastico dalla parte del Regno di Napoli) delle nuove, che possono aversi dell’armata di Serse. Vi prego Generale, di aggradire la protesta del mio attaccamento.
{{A_destra|{{Sc|Cacault}}.}}
<section end="s1" />
{{Rule|4em}}
<section begin="s2" />
{{a destra|Parigi, li 20 vendemmiale anno 5 (11 ottobre 1796)}}
{{ct|t=1.5|v=1|LVIII. ''II Direttorio esecutivo al General Bonaparte.''}}
Il Direttorio si è fatto presentar di nuovo la lettera, cittadino Generale, in cui parlate della Lombardia, e di alcuni altri stati d’Italia. Non può essere svantaggioso che il Milanese si pronunzj sino a un certo punto, per la libertà, e pel Governo repubblicano: poichè qualora fossimo respinti dall’Italia, un tale stato degli spiriti potrebbe occupare gl’inimici di tal modo, che non ci sarebbe inutile, e mentre ci soggiorniamo, è meglio vederlo disposto in nostro favore, che pronto a combatterci al primo rovescio. Ma se noi invitiamo gli abitanti della Lombardia a farsi liberi: se noi diamo loro così una specie di pegno, che ci obbligherebbe in qualche modo a non separare i loro interessi dai nostri, al momento della pace continentale, noi agiremmo, senza dubbio, impoliticamente: e accedendo a tal misura, ci prepareremmo noi stessi grandissimi ostacoli a questa pace, che è l’oggetto dei voti dei Francesi in generale, e del Direttorio in particolare. La politica, e i nostri interessi, ben considerati, e ben intesi, ci prescrivono di porre anzi degli ostacoli all’entusiasmo dei popoli del Milanese, che conviene di mantener sempre nei sentimenti, che ci son favorevoli, senza esporci a veder prolungare la guerra presente con una protezione aperta, e coll’incoraggirli troppo fortemente alla loro {{pt|indipenden-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||102|}}</noinclude>{{Pt|za|indipendenza}}. Non dimentichiamo che ci saran chiesti dei compensi in Italia, per quella parte di territorio che la nostra futura sicurezza ci raccomanda di conservare sulla riva sinistra del Reno, e che i nostri non successi in Alemagna non possano se non diminuire il desiderio che avremmo potuto avere di togliere al dispotismo una parte della penisola, della quale i vostri talenti, e la bravura dell’armata, che abbiamo posta sotto i vostri ordini, ci hanno resi momentaneamente padroni. La restituzione della Lombardia, o il cambio con essa, può divenire il pegno d’una pace durevole; e quantunque, nulla abbiamo stabilito finora a suo riguardo, pensiamo che sarebbe imprudenza, nelle circostanze attuali, di privarci dei mezzi di far la pace a tal prezzo.
Vediamo con piacere che profittate dei momenti d’ozio preparati dai vostri successi per perseguitare fortemente i dilapidatori, e i tristi, che coi loro disordini fan torto, e oscurano la gloria dell’armata che comandate. La guerra che lor farete non è meno utile di quella che fatta avete, in un modo sì degno di lode, agli ostinati Austriaci; e speriamo che avrà lo stesso successo. Uno dei principali abusi è il numero sì considerabile d’impiegati d’ogni grado nelle diverse amministrazioni militari: sarebbe utile che vi concertaste coi Commissari del Governo e il Commissario ordinatore in capo, per diminuirne il numero.
{{A_destra|{{Sc|L. M. Rêveillêre Lepaux}}.}}
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{{a destra|Dal Quar. Generale di Milano il dì 20 vendemmiale anno 5<br/>(12 ottobre 1796){{gap|1em}}}}
{{ct|t=1.5|v=1|LIX. ''Al Direttorio esecutivo''.}}
L’affare di Modena, cittadini Direttori, ha avuto il migliore esito: questo paese è contento, e felice, vedendosi sciolto dal giogo che lo aggravava. In questa città i patriotti sono numerosi. Troverete qui uniti diversi stampati, che vi metteranno al fatto della tortura che dò<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||103|}}</noinclude>alli spiriti, onde opporre fanatismo a fanatismo e renderci amici quei popoli, che diversamente diverrebbero nostri accerrimi nemici. Troverete qui l’organizzazione della Legione lombarda. I colori nazionali che hanno adottato sono il verde, bianco, e rosso. Tra gli uffiziali ve ne sono molti Francesi, gli altri sono uffiziali Italiani, che da molti anni si battono con noi all’armata d’Italia. Il capo della brigata è un certo Lahoz milanese, stato ajutante di campo del generale Laharpe. L’avevo preso meco, ed è conosciuto dai Rappresentanti che sono stati all’armata d’Italia, nominatamente dal cittadino Ritter. Troverete quivi unito uno scritto dell’organizzazione che penso dare alla prima Legione italiana. Su tal proposito ho scritto ai Commissarj del governo, perchè i Deputati di Bologna, Modena, Reggio, e Ferrara si riuniscano in congresso: questo si farà il 23. Nulla tralascio di ciò che può dare energia a questa immensa popolazione, e volgere gli animi in nostro favore.
La Legione lombarda sarà pagata, vestita, equipaggiata dai Milanesi. Per far fronte a tale spesa sarà necessario autorizzarli a prendere l’argenterie delle chiese, che ascendono presso a poco a un milione. Troverete varie lettere con diverse postille del cittadino Cacault. Tutto dimostra che fra un mese grandi scosse soffrirà l’Italia. In questo tempo farà duopo aver concluso un’alleanza con Genova, o col re di Sardegna. Forse farete ottimamente a concludere la pace col re di Napoli. Ho rinviato a Torino il cittadino Poussielgue per continuare la sua negoziazione, e gli ho detto di istruirvi direttamente da Torino dell’esito di questo secondo abboccamento. Procurate soprattutto che sia informato della nostra posizione attuale con Napoli. Sapete che ho 2,400 uomini di cavalleria napolitana, che faccio sorvegliare, ed il di cui spirito bisognerebbe guadagnare, se noi avremo ragioni più forti di diffidare di Napoli. Se agissero per parte loro nel medesimo tempo che gli Austriaci, e le altre potenze, ciò sarebbe per noi un aumento d’imbarazzo. Nel mese di termidoro, quando io mi dirigeva verso Brescia, meditava di farli arrestare, ma non l’osai. Il generale Serrurier mi scrive di Livorno che anche il {{Pt|Gran-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||104|}}</noinclude>{{Pt|duca|Granduca}} arma. Per quanto mi permette la mia salute, crediate che non risparmierò niente di quanto sarà in mio potere per conservare l’Italia. Troverete qui unita una lettera del cittadino Faypoult: mi sembrerebbe che dopo ciò si dovesse negoziar l’affare di Genova a Parigi, e che noi abbiamo fatto bene a non mescolarvisi. Questa condotta ispira sospetto al Governo genovese. Ritorno al mio principio, impegnandovi a far accordo dentro un mese con Genova, e Turino.
{{A_destra|{{Sc|Bonaparte}}.}}
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{{a destra|Dal Quartier Gen. di Milano il dì 21 vendemmiale anno 5<br/>(12 ottobre 1796){{gap|1em}}}}
{{ct|t=1.5|v=1|LX. ''Al Direttorio esecutivo''.}}
Da che io sono a Milano, cittadini Direttori, mi occupo nel far la guerra ai birbanti, molti dei quali ho fatto processare, e punire; or devo denunziarvene degli altri. Facendo loro una guerra manifesta, è chiaro che io mi tiro contro mille voci che cercano di pervertire l’opinione. Intendo dirsi che se due mesi sono io voleva esser Duca di Milano, oggi vorrei esser Re d’Italia; ma fintantochè le mie forze, e la vostra confidenza dureranno, farò una guerra inesorabile ai maleintenzionati ed agli Austriaci.
La compagnia Flachaut non è altro che uno stuolo di ladri senza credito reale, senza danaro, e senza moralità; io non avea sospetto di essi, perchè credeva che fossero attivi, onesti, e forniti di buone intenzioni, ma bisogna arrendersi all’evidenza.
1. Hanno ricevuto 14 milioni, e non ne hanno pagati che 6, e ricusano di pagare i mandati della tesoreria, meno che col 15, o venti per cento di dibasso. Questi obbrobriosi mercati si fanno pubblicamente a Genova. La compagnia dice di non aver fondi, ma mediante questo onesto profitto acconsente a pagare il mandato.
2. Essi non somministrano alcuna buona mercanzìa<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||105|}}</noinclude>all’armata; mi si fanno dei lamenti da tutte le parti; cade ancora un sospetto grandissimo sopra di loro, di avere fatto più di 80,000 quintali di grano di finti scarichi, corrompendo i custodi dei magazzini.
3. Il contratto con loro è oneroso alla Repubblica, poichè un milione che pesa in argento 10 mila libre, sarebbe trasportato con 5, o 6 vetture ed in posta per 5, o 6 mila franchi, mentre ne costa quasi 40,000 avendo la tesoreria loro accordato per convenzione il 5 per cento. Flachaut, e Laporte hanno poca fortuna, e poco credito; Peregaldo, Payen sono case rovinate, e senza credito; pure alla riunione di queste 4 persone stanno affidati tutti gl’interessi della Repubblica in Italia. Questi non sono negozianti, ma usurai, come quelli del Palazzo Reale.
4. Peregaldo nato in Marsiglia ha detto di non essere Francese, ha rinnegato la sua patria, e si è fatto Genovese: non porta la coccarda, è uscito di Genova insieme colla sua famiglia, spargendo la sollevazione col dire che noi andiamo a bombardare Genova. L’ho fatto arrestare e scacciare dalla Lombardia. Dobbiamo noi soffrire che gente di tal sorta, peggio intenzionata e più aristocratica degli stessi emigrati, vengano a servirci di spie, siano sempre col ministro di Russia a Genova, e si arricchiscano ancora con noi?
Il Cittadino Lacheze, Console a Genova, è un malvagio: la sua condotta a Livorno, mandando a vendere a Genova dei grani a vil prezzo, n’è una prova. Le mercanzie non si vendono a Livorno. Ho dato ordine a Flachaut di farle vendere, ma scommetto che mercè tutti questi ladri riuniti, non renderà neppure due milioni ciò, che almeno dovrebbe renderne sette. In quanto poi ai commissari di guerra, fuorchè Denniée ordinatore in capo, Boinod, Mazade, e due o tre altri, il resto son tutti ladri; ve ne sono tre sotto processo. Essi dovrebbero invigilare, e somministrano dei mezzi di rubare, tenendo mano a tutto. Bisogna disfarsene, e rimandarci delle persone probe, se ve ne sono; bisognerebbe trovarne di quelle che avessero già con che vivere. Il Commissario ordinatore Gosselin è un birbo; ha fatto delle<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||106|}}</noinclude>contrattazioni di stivali a 36 lire, che sono state di poi cedute a 18. Finalmente dovrò dirvi che un Commissario di guerra Flack e accusato di aver venduto una cassa di china che il Re di Spagna ci mandava? Altri hanno venduto delle materasse; ma io cesso, poichè tanti orrori mi fanno arrossire di esser Francese. La città di Cremona ha somministrato più di 50,000 canne di tela fina per gli Ospedali, la quale quei ladri hanno venduto; vendono tutto.
Voi senza dubbio avete calcolato che i nostri amministratori ruberebbero, ma che farebbero il servizio, e avrebbero un poco di pudore. Essi rubano in una maniera così ridicola, e sfacciata, che se io avessi un mese di tempo, non ve ne sarebbe uno che non potesse esser fucilato. Io non cesso di farne arrestare, e tradurne avanti a un consiglio di guerra; ma si comprano i giudici; questa è una fiera: tutto si vende. Un impiegato accusato d’aver messo una contribuzione di 18,000 franchi in Salò non è condannato che a due mesi di ferri. E poi come addurre delle pruove? si reggono tutti fra di loro. Levate d’impiego, o fate arrestare il commissario ordinatore Gosselin, destituite i commissarj di cui vi mando qui acclusa la nota: ma forse non bramano altro.
Passiamo agli agenti dell’amministrazione. Thevenin è un ladro; spiega un lusso insultante: egli mi ha regalato tre bei cavalli, dei quali ho bisogno, e che ho presi, ma non vi è stato mezzo di fargliene ricevere il prezzo. Fatelo arrestare, e tenere 6 mesi in prigione; egli può pagare 500,000 franchi di tassa di guerra in danaro; quest’uomo non fa il suo servizio. I carriaggi son pieni di emigrati, e si chiamano ''cariaggi reali'', e portano il bavero verde sotto i miei occhi; voi intendete bene forse che ne faccia arrestare spesso, ma essi non sono ordinariamente ove sono io. Souolet Fornitore dei viveri fino ad oggi, è un ladro: l’agenzia dei viveri aveva ragione. Ozon è un ladro, e non adempie mai il suo servizio. Collot fa il suo servizio con esattezza, ed ha zelo ed onore più di quei bricconi. Il nuovo agente, che è stato mandato da Cerf-Bur, sembra migliore di Thevenin. Io non sto qui a parlarvi dei gran ladri. Credereste voi che<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||107|}}</noinclude>si cerca di sedurre i miei segretarj fino nella mia anticamera? Gli agenti militari son tutti ladri. Uno chiamato Valeri è sotto processo a Milano, gli altri son fuggiti. Il cittadino Faypoult, vostro ministro, Poussielgue segretario, e Sucy commissario ordinatore, uomini da bene, sono testimoni delle ladronerie che la compagnia Flachault commette a Genova. Ma io sono obbligato a partire domani per l’esercito: grand’allegrezza per tutti i ladri che un colpo d’occhio sull’amministrazione mi ha fatto conoscere. Il pagatore dell’armata è un uomo da bene, ma un poco limitato; il registratore è un ladro, come mostra la sua condotta a Bologna. Le denunziazioni di animo, e di coscienza, come quelle di un Giury. Voi capite che il mio grado, ed il mio carattere non me le permetterebbero, se io avessi tempo di riunire le pruove materiali contro ciascuno di essi: si ricuoprono gli uni con gli altri. Desgrandes agente dei viveri è intelligente, ma sarebbe più necessario Saint-Maime uomo di merito, e di considerazione. Il servizio si farebbe, e voi risparmiereste molti milioni: vi prego a mandarcelo. Finalmente vi bisognerebbero per agenti non dei maneggiatori di aggiotaggio, ma degli uomini che avessero una gran fortuna, ed una certa fermezza. Io non ho che degli spioni. Non vi è un agente nell’armata che non desideri la nostra disfatta, e uno che non abbia corrispondenza coi nostri nemici; quasi tutti hanno emigrato sotto un pretesto qualunque: essi manifestano il nostro numero, e distruggono il prestigio delle nostre forze. Così io mi riguardo più da loro che da Wurmser. Io non ne ho meco giammai: nelle mie spedizioni ho nutrito la mia armata senza di essi, ma ciò non impedisce loro di fare i conti a lor modo.
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{{a destra|Dal Quar. Generale di Milano il dì 26 vendemmiale anno 5<br/>(17 ottobre 1796){{gap|1em}}}}
{{ct|t=1.5|v=1|LXI - ''Al Direttorio esecutivo''.}}
Bologna, Modena, Reggio, e Ferrara si sono riunite
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<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" /></noinclude><nowiki />
“....Che cosa direi ai signori giurati?
“Io direi loro così:
“Prima di condannare un uomo bisogna ascoltarlo. Io so quel che ho fatto e non cerco di sottrarmi alle conseguenze che pesano su di me. Soltanto, giacchè il mio nome è uscito dalla oscurità in cui sempre si mantenne, giacchè esso è stato dato in pascolo alla malsana curiosità della folla, io ho il dovere, più che il diritto, di narrare tutta la storia di cui si conosce il solo scioglimento, di enumerare tutti i moventi che lo determinarono, di illuminare la coscienza pubblica fuorviata da versioni partigiane od incomplete, perchè la verità, la sola verità trionfi.
“Io non mi scuso, non mi giustifico. Io non faccio parlare per me un uomo di legge. Spesso, l’uomo della legge è chiamato per impedire che<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|100|{{Sc|documenti umani}}|}}</noinclude>la legge abbia il suo corso. Le argomentazioni speciose, le interpretazioni sottili, le citazioni significative, l’arte oratoria, la competenza giuridica non fanno al caso mio. Io debbo esporre dei fatti, tocca a voi apprezzarli.
“La mia parola sarà disadorna: tanto peggio, o tanto meglio. Se fossi un letterato, scriverei un romanzo. Io non so scrivere, non so parlare: e la folla mi sgomenta. La timidità è il fondo del mio carattere. Bambino, io covavo dentro di me le mie piccole amarezze ed i miei piccoli dolori. Avevo vergogna di farmi vedere piangente. Non so se questa sia fortezza o debolezza d’animo; so che ero così. Poi, anche un altro motivo contribuiva al mio mutismo: la persuasione del nessun interesse che avrebbero avuto per gli altri le cose mie.
“Perchè mi avrebbero badato? Che cosa importava alla gente di quel che io pensavo o sentivo? Erano cose insignificanti, puerili, senza fondamento e senza valore. Puerili in sè stesse, e non perchè concepite da un ragazzo. Quando fui molto più inoltrato negli anni, lo stesso sentimento persisteva. Meno espansivo io ero, più confidenze ricevevo. Non facevo che ascoltare, attentamente, religiosamente. L’importanza che negavo alle cose mie, la trovavo nelle altrui. Chi aveva una speranza da formulare, una gioia<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il memoriale del marito}}|101}}</noinclude>da espandere, un dolore da alleviare, se ne veniva da me. Mi chiamavano la ''spugna''. M’imbevevo di confessioni. Ero credulo. Quelle speranze, quelle gioie, quegli stessi dolori li invidiavo, e la mia piccolezza, la mediocrità mia mi parevano più grandi.
“Divago; domando perdono. Questo è per far comprendere il mio carattere, ma importa fino ad un certo punto.
“Per certo, io non credevo che un giorno avrei pigliato moglie. Nel matrimonio, vedevo l’amore; e l’amore mi pareva una cosa molto difficile e molto rara. Dapprima, avevo nutrito qualche speranza.... una di quelle speranze che non dicevo a nessuno, e che dico ora soltanto. Leggevo dei versi, ed un’eco me ne restava dentro. Avrei voluto farne, più belli, più sonori, più eterni; avrei voluto farli per qualcuno.... Chimere. Chi è stato giovane, capirà. Ebbi una volta un piccolo romanzo; siccome è molto corto, lo narrerò. Uno dei tanti amici che mi avevano preso per confidente, aveva avuta una relazione in Francia con una Americana. Come io sapevo l’inglese, oltre che da confidente gli servivo da interprete e da segretario. Gli traducevo le lettere che riceveva dall’amante, e rispondevo per lui. A furia di leggere e di scrivere frasi di amore per conto d’altri, finii per<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|102|{{Sc|documenti umani}}|}}</noinclude>attribuirle e adoperarle per conto mio. Quando l’ignota corrispondente mandò il suo ritratto, me ne innamorai addirittura. Ma un bel giorno l’amico mio comperò una grammatica Ollendorf e prese un maestro d’inglese. Allora il mio romanzo finì.
“In fondo, ragionavo. Mi avevano insegnato dei comandamenti — per ubbidirli, supponevo. Uno di questi comandamenti diceva: Non desiderare la moglie altrui. Quanto al desiderio — sono giusto — qualche volta io lo avevo; come impedirlo? Non facevo però nulla per tradurlo ad effetto. Non so se un casuista mi avrebbe assolto; ma io mi sentivo in pace con la mia coscienza. Offendere un uomo, perdere una donna, distruggere una famiglia mi parevano dei delitti che niente può scusare. La ''predestinazione'', il ''colpo di fulmine'' mi facevano l’effetto di pretesti belli e buoni. Io mi sentivo libero e padrone di me stesso, in amore come nel resto. Quando vedevo molte donne riunite in qualche posto, a teatro, per esempio, od alla passeggiata, io mi domandavo; “Chi ameresti tu fra queste?„ — E con una mano sulla coscienza, mi rispondevo: “Tutte, meno le vecchie, le gobbe e le troppo brutte.„ Ora, perchè io ne amassi realmente qualcuna, perchè il desiderio vago ed indeterminato si concretasse e fosse conse-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il memoriale del marito}}|103}}</noinclude>guito, che cosa occorreva? Due cose: primo: che una di quelle donne amasse me; secondo: che quell’amore fosse permesso. Per la prima cosa mi dicevano timido; per la seconda, ingenuo. Io lasciavo dire.
“Dunque, la moglie d’altri: no. Restava una moglie per me. Ma, dicevo, bisogna trovare una che mi ami; ed io non la trovavo. Poi, io non ero esente da qualche inquietudine. La mamma non mi consigliava il matrimonio. Era una donna di poche lettere, ma di molto buon senso. Il babbo, felice memoria, faceva un gran conto dei suoi consigli e dichiarava di essersene trovato sempre bene. Ora, la mamma mi diceva: “Figliuolo mio, tu sei della stoffa con cui si fanno i mariti disgraziati.„ Come si vede, la santa donna non aveva peli sulla lingua. Io le davo ragione; ma, naturalmente, non avevo nessun impegno che glie la dessero i fatti....
“Così, passarono molti anni. Non vorrei intanto che mi si accusasse di presunzione e di darmi a credere come un modello di virtù. Feci ancor io qualcuna di quelle che si chiamano scappate forse perchè non ne entra nulla: cose senza conseguenze, in cui niente di serio era impegnato. Chi non è stato giovane, pronunzii la condanna....
“In questa calma trascorsi la mia gioventù.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|104|{{Sc|documenti umani}}|}}</noinclude>Poi, la mia buona mamma passò a miglior vita. Fu il mio più grande dolore. Ragazzo, quando i terrori notturni mi presentavano l’imagine della morte, pensando al mio povero babbo che non avevo conosciuto, io pregavo fervidamente il Signore di farmi morire nello stesso preciso momento della mamma; con un terremoto, per esempio, che ci avrebbe sepolti, abbracciati, sotto un monte di rovine. Non potevo assuefarmi all’idea di sopravviverle, di restar ''solo'' nella nostra casa. Pur troppo dovetti restarvi! Ma allora, per la prima volta, provai il bisogno di una donna che mi stesse al fianco. Dove trovarla?... Scorse dell’altro tempo. Avevo trentacinque anni, una buona salute, una discreta fortuna, qualche reputazione di intelligenza e di onestà, quando incontrai una fanciulla alla quale non parvi indifferente. In che modo? Non saprei ridirlo. Queste cose si fanno capire, più che non si dicano. Io però non mi contentavo di capire soltanto; non potevo ingannarmi? Lasciavo quindi che il tempo mi portasse la conferma o la smentita del fatto. Non nascondo che la conferma mi sarebbe stata molto gradita; quella fanciulla mi piaceva, al fisico ed al morale; ne ricercavo la compagnia, l’amavo anche, se si vuole.... non tanto però da incatenarla al mio fianco quando non fossi stato sicuro dei<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il memoriale del marito}}|105}}</noinclude>suoi sentimenti a mio riguardo. Questi sentimenti non erano ostili; me ne persuadevo sempre più. Come prima se ne presentò l’occasione, io le tenni press’a poco questo discorso: “Signorina, io sono solo; vorrei associare la mia vita a quella di un’altra persona. Sarei felicissimo se questa persona foste voi. Ma, se non vi piaccio, è quasi certo che non mi ammazzerò. Il vostro rifiuto non vi procurerebbe dunque dei rimorsi. Ora, volete rispondermi?„ Ella, di sua libera elezione, senza pressioni di sorta, disse di sì.
“Ci furono di mezzo, naturalmente, i parenti. Io fui aggradito, vennero sistemati gl’interessi e ogni cosa fu stabilita. La nostra unione era fatta sul piede della più perfetta eguaglianza. Nessuno di noi faceva una generosità all’altro, accettandolo. Nè io nè lei, finanziariamente, fisicamente, intellettualmente e socialmente, avevamo nulla di straordinario o di superiore. Essendoci conosciuti, ci eravamo convenuti; nient’altro. La mia fidanzata non era nè bella nè brutta, nè ignorante nè dotta, nè umile nè superba: così com’era, mi piaceva. Se in vece sua avessi conosciuta un’altra donna, avrei amato probabilmente quell’altra; ma avevo conosciuto lei, e glie lo dicevo.
“Anch’ella mi amava; me lo ripeteva sem-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|106|{{Sc|documenti umani}}|}}</noinclude>pre, me lo scriveva continuamente — malgrado ci vedessimo ogni giorno, aveva voluto che ogni giorno ci scrivessimo. Ciò mi faceva piacere. Pensavo: c’è qualcuno che si ricorda sempre di me, che sempre mi aspetta — e questo pensiero mi colmava di tenerezza. Quando la vedevo, pensavo ancora: ''È mia''.... Per dir meglio: sarebbe stata.... Intanto si preparava il corredo, la casa. Io le lasciavo la direzione di tutto. Tutto ciò che faceva, era ben fatto. Che fosse contenta lei, questo era l’interessante. Alla sottoscrizione del contratto, feci un piccolo colpo di testa: le regalai dei gioielli di qualche valore; data la nostra condizione economica, una pazzia. Che importava, purchè ella fosse contenta? Ella ne fu contentissima; corse a guardarsi allo specchio ornata di quei monili, i suoi occhi sfavillavano di gioia, e non cessava dal prodigarmi ringraziamenti caldissimi. Questi mi parevano superflui; se fossi stato più ricco, avrei certamente fatto di più.
“La felicità m’irradiò tutto, quando fummo uniti per sempre. Allora io capii che cosa volesse dire: ''è mia''. Quell’essere, quella gioventù, quella grazia mi appartenevano. Io potevo prenderla fra le mie braccia quando volevo, carezzare i suoi capelli, baciare la sua fronte, le sue mani, la sua bocca. Io la sentivo parlare, la<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il memoriale del marito}}|107}}</noinclude>vedevo andare e venire per la casa — per la ''nostra'' casa — ridere, vestirsi, dormire. Io vedevo le cose che ella vedeva, toccavo ciò che ella toccava, usavo gli stessi oggetti, leggevo gli stessi libri: una dolcezza incredibile.
“Bambino, la mia felicità consisteva nel possedere una scatola di soldatini di piombo, col comandante a cavallo, i tamburi e il porta-bandiera. Io li schieravo sopra un tavolo, e li facevo manovrare per due, per quattro, a plotoni contrapposti; ed il pensiero che tutte quelle piccole imagini di esseri mi appartenevano, mi riempiva di orgoglio e di contento. Ora, in cambio dei soldati, avevo una creatura di carne e d’ossa, e non v’era bisogno di spingerla per farla manovrare. Mia moglie non stava due minuti ferma in un atteggiamento, mutava di abiti tre o quattro volte il giorno, si appoggiava al mio braccio, mi sedeva sulle ginocchia. Io possedevo una cosa nuova, meravigliosa, inapprezzabile: ''una vita''.
“Come l’avevo acquistata? Dando in cambio la mia. Io ero tutto per lei, nelle opere e nei pensieri. Vedevo delle altre donne, più belle di lei, più seducenti, più corteggiate; ma mi trovavo dinanzi ad esse nella posizione di uno che avendo già un mazzolino di viole all’occhiello, ammira delle rose, dei giacinti, delle<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|108|{{Sc|documenti umani}}|}}</noinclude>camelie, ma non saprebbe che cosa farne. Il mio cuore e la mia casa erano vuoti; ella li aveva popolati; non c’era più posto per nessuno. Il codice che il signor sindaco ci aveva letto, parlava dei diritti del marito, degli obblighi della moglie, e che so io. Queste cose mi parevano assurde. In casa nostra non si comandava nè si ubbidiva. Con qual dritto avrei ingiunto a mia moglie: Fai questo o quest’altro? Coi soldatini, passi; li potevo schierare come volevo, raggrupparli, sbandarli, rovesciarli. Ma i soldatini stavano sempre a spall’arme. Mia moglie aveva dei muscoli, dei nervi, una volontà; e in ogni atto della vita la sua volontà valeva quanto la mia. L’uomo e la donna mi parevano due esseri diversi, ma equivalenti. Quando eravamo d’accordo, la questione era risolta. Nel caso contrario, io mi uniformavo al suo giudizio. Contrariarla, avrebbe forse potuto dispiacerle; secondarla, faceva certo piacere a me.
“Io non sono un’aquila d’ingegno, tuttavia spesso, nelle nostre discussioni, mi accorgevo della mia superiorità intellettuale. Ma rinunziavo a sfoggiare il mio sapere per darla vinta a lei. Talvolta, ella fraintendeva i miei ragionamenti e mi faceva la lezione; preferivo passare per sciocco, anzichè dimostrarle che aveva torto.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il memoriale del marito}}|109}}</noinclude><nowiki />
“Quanto all’economia della casa, era stata lei a rifiutarne la direzione; diceva che non vi aveva testa. Amministrando la sua dote, io ne prendevo soltanto quel che rappresentava la quota di lei nelle spese comuni; tutto il resto era a sua disposizione, veniva investito in proprietà sua personale.
“Ella m’era riconoscente di tutto questo; mi diceva che mai più avrebbe sperato di trovare un uomo come me. Io non credevo far nulla di straordinario; avrei davvero voluto farlo per dimostrarle il bene che le volevo. Certe mie fanciullaggini dei primi tempi le parevano molto care; io ne trovavo sempre di nuove finchè mi accorsi che cominciavano a stancarla. Infine, non era ragionevole che ella passasse le sue serate in casa a sentirsi dire che l’amavo. Le visite, gli spettacoli, il giuoco — che so io — tutta la vita esteriore aveva poche o punte attrattive per me; per una signora la cosa era diversa. Ella aveva delle relazioni da mantenere, una figura da fare. A teatro, io soffrivo qualche poco nel vederla, con le braccia nude, la gola scoperta, fatta segno agli sguardi indiscreti della folla. Volevo bene che ella splendesse, ma sentivo una gran voglia di dire a quei curiosi: “Imbecilli, che cosa state a guardare? Ella non è per voi.„ Ancora, ella aveva<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|110|{{Sc|documenti umani}}|}}</noinclude>un certo modo di mettersi il mantello, dinanzi al davanzale del palco, che mi pareva iniziasse la gente al mistero della sua toletta; mi pareva che, vedendola coprirsi a quel modo, la gente l’imaginasse che si svestiva....
“Al ballo, era peggio. Degli uomini potevano passarle un braccio alla vita, tenerla per mano, parlarle all’orecchio. Avrei voluto una restaurazione borbonica per essere ministro di polizia e proibire quell’uso; non far ballare nessuno perchè non ballasse lei. Poi, mi pareva che quanta più gente la conoscesse, quanta più gente potesse sentire la sua voce, stringere la sua mano, entrare nella sua intimità, tanto minor prezzo avrebbero avute queste cose, tanto meno ella sarebbe stata mia. Tutto questo me lo tenevo per me; capivo che erano delle fisime, ed ero anzi il primo a proporle di andare in società. Non volevo increscerle con le mie gelosie; perchè le volevo bene non era già una ragione che l’annoiassi.
“Dicono che i mariti sieno gli ultimi a sapere dei casi loro. Sarà; la mia esperienza mi prova tutto il contrario. I miei casi, non solamente io non li sapevo degli ultimi, ma li prevedevo. Vi era una persona che io avrei voluto specialmente non far conoscere a mia moglie: un ex-ufficiale che era stato mandato a casa per aver<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il memoriale del marito}}|111}}</noinclude>fatto dei torti domestici ad un suo superiore, e che ora, dopo essere passato per il giornalismo e per le lettere, si era dato alla politica. Non si parlava che di lui, del suo coraggio, dei suoi duelli, del suo stile affascinante, della sua meravigliosa eloquenza, dei suoi successi con le donne. Non volevo che mia moglie si trovasse in presenza di costui. Ella mi aveva domandato di presentarglielo. Le avevo promesso di sì, ma finsi una malattia il giorno che si doveva andare ad una festa di beneficenza organizzata da lui. Un’altra volta, al caffè, feci mostra di non riconoscerlo. Mia moglie mi aveva chiesto: “Non è quello?„ La sua premura a notarlo mi aveva messo un verme nel cervello. Io avrei voluto prenderla per mano, e dirle: “Vediamo: che cosa vuoi farne di questa conoscenza? È un uomo pericoloso. Se tu sei sicura di te stessa, vuol dire che ti è indifferente; se non sei sicura, bisogna evitarlo.„ Questa mi pareva logica, ma la tenevo per me. Le avevo invece portati certi libri di quel tale, gonfii e vuoti come vesciche, nell’idea ch’ella si persuadesse del loro valore. Dichiarò che erano bellissimi, e innanzi alla gente insistette sulla diversità dei nostri gusti. La cosa, ripetuta, era venuta necessariamente all’orecchio dell’autore; egli mostrava di non badare a mia<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|112|{{Sc|documenti umani}}|}}</noinclude>moglie, non ci salutava quando eravamo insieme.
“Un giorno, ella lo incontrò da una sua amica. Tornando a casa, me lo disse; io le manifestai la mia compiacenza. Dentro, mi rodevo. Mandavo al diavolo quell’amica, avrei voluto partire immediatamente per evitare che colui venisse in casa mia. Lasciò soltanto, dentro la settimana, una carta di visita. Una seconda volta s’incontrarono, me assente. Questa volta ella non me lo disse.
“La giustizia considera gli atti, non le intenzioni. Si arresta chi ha commesso un crimine, non chi va a commetterlo. Ciò è giusto; però, se si arrestasse prima, il crimine non sarebbe commesso. Così, per essere troppo elementari, certe verità fanno ridere.... Quell’uomo, dunque, voleva rubarmi mia moglie. Fingeva di non osservarla perchè lo osservasse lei. Il suo giuoco riusciva. Se io fossi andato dal procuratore del re, questi si sarebbe messo a ridere. “Lasciate che ci sieno dei colpevoli, e la giustizia seguirà il suo corso.„ Se io fossi andato dal ladro, il ladro si sarebbe potuto offendere per giunta. Avremmo potuto anche batterci. Probabilmente avrei avuto la peggio; sarei stato ridicolo. Se lo avessi ferito, egli sarebbe stato compianto. Restava mia moglie.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il memoriale del marito}}|113|riga=si}}</noinclude><nowiki />
“Mia moglie diceva che i mariti hanno torto a prendersela cogli amanti; questi non otterrebbero, anzi non domanderebbero nulla, se la donna non fosse disposta a concedere, e se non lo facesse capire. Ella aveva ragione. Il ladro fa il suo mestiere, che è quello di rubare. Quando si tratta di un oggetto, ci sono le casse forti. Trattandosi di una persona, bisogna che questa abbia l’intenzione di non lasciarsi prendere. Ora, mia moglie aveva o non aveva questa intenzione. Se l’aveva, i miei discorsi sarebbero stati inutili, anzi dannosi, perchè la avrebbero offesa. Se non l’aveva, glie l’avrebbero fatta venire.
“Così diceva il ragionamento. Poi, io avevo voglia di strapparmi i capelli. Io non volevo che mi rubassero mia moglie. Quell’altro aveva avuto ed aveva molte donne, quante glie ne piacevano; io avevo lei sola. Era la donna mia; mi apparteneva, perchè io le apparteneva. Io non l’avevo rubata; io ero in regola con la mia coscienza, col mondo, con lei; con tutto e con tutti.
“Non avevo il coraggio di dirle: “Tu pensi a tradirmi.„ Mi pareva una umiliazione per entrambi. Per risparmiarla a lei, mi umiliavo io. Spiavo le mosse di quell’uomo, gironzavo intorno a casa mia, intercettavo la posta. Un<noinclude>{{PieDiPagina|''{{smaller|Documenti umani.}}''||{{smaller|8}}}}
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|114|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>giorno trovai una lettera nascosta dentro un giornale di mode sotto fascia. Mi parve d’impazzire. Presi la lettera e la consegnai a lei senza aprirla. Le chiesi soltanto chi le scrivesse. Ella arrossì, rispose di non conoscere il carattere, lesse la lettera e la stracciò dicendo che era un anonimo impertinente.
“Mi dava ora maggiori dimostrazioni di affetto, mi parlava dei pericoli a cui una donna si trova esposta, voleva che io la sostenessi. Era il mio dovere ed il mio piacere. Per un poco, parvero ritornati i tempi della luna di miele. Durò meno dell’altra. Ella era divenuta inquieta, nervosa. Pareva l’avesse con me. Io non facevo nulla da dispiacerle.
“Verso capo d’anno, fu annunziata la visita di quel tale. Io mi feci coraggio; le dissi: “Non lo ricevere.„ Rispose che sarebbe stata una sconvenienza. Non passai di là; li lasciai soli.
“Egli faceva il suo mestiere di ladro; io non potevo afferrarlo pel colletto e condurlo al posto di guardia. Vedevo la situazione nettissimamente, non mi accecava nè l’amore, nè la fiducia, nè la gelosia. Calcolando tutto, vedendo la freddezza crescente di lei, indovinando il pericolo, un giorno le dissi press’a poco così: “Siamo stati felici finora, nè io potrei esserlo più senza di te. Però, se tu non mi vuoi più<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il memoriale del marito}}|115|riga=si}}</noinclude>bene, se sei stanca di me, se ti dispiaccio, io non voglio fare la tua infelicità. Non abbiamo figliuoli; ritorna a casa tua. Resteremo buoni amici, serberemo un bel ricordo dei giorni passati insieme.„ Che cosa potevo fare?
“Ella protestò, commossa, che era sempre quella di prima, che le facevo male parlando così. Allora le proposi di andar via insieme; accettò. Partimmo. Il ladro ci venne dietro — come un ladro, di nascosto, senza farsi vedere. Un giorno, lo incontrammo faccia a faccia. Io dissi a mia moglie: “Hai visto chi ci ha seguito?„ Dapprima, parve non avesse capito; poi si mostrò offesa: chi mi aveva dato il diritto di sospettare? Poteva dire alla gente di restarsene a casa?
“A casa, ci tornammo noi. Poichè non riuscivo a sbarazzarmi di colui, non valeva la pena di andar girando per il mondo. Io non amavo quella vita instabile, pensavo alla tranquillità delle mie abitudini, alle dolcezze del focolare domestico. Di queste dolcezze, mia moglie era sempre la più grande; fuori di lì mi pareva che mi appartenesse meno.
“Passò così del tempo. Qualche volta, io ero triste per lei come al pensiero di una persona cara che sia affetta da una malattia incurabile.... Non avevo testa da far nulla, un freddo<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|116|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>mi passava da capo a piedi e mi pareva che il mondo stesse per finire. Vedevo quel che si preparava, e temevo di comprendere che era lei a volerlo. Allora, che cosa potevo farci?... Poi, mi persuadevo d’ingannarmi, speravo che tutto questo fosse un prodotto della mia fantasia, della mia paura. Ella non era nè triste, nè lieta; mi pareva un poco annoiata. Con me, era piuttosto fredda; capivo che il pericolo sarebbe stato nel caso contrario. Quell’uomo era ingolfato in affari politici, agitava il paese, non aveva tempo da scrivere una lettera.
“Le lettere anonime sono una provvidenza. Data la fondamentale vigliaccheria umana, è provvidenziale che si possa far risapere una cosa o dare un consiglio senza arrischiar nulla. Mi scrissero che mia moglie era andata, un certo giorno, in una certa casa, a trovare quell’uomo.
“Quando si dice che una cosa è inverosimile, che non vi si può credere, si fanno delle frasi. Io vi credetti subito. Mia moglie era lì, dinanzi a me, e ad un tratto mi parve che ella fosse tutta macchiata, tutta contaminata, e che se io l’avessi toccata soltanto con un dito quella bruttura mi si sarebbe attaccata addosso.... Le mostrai la lettera. Come ella mi vide gli occhi, si alzò di scatto. Io le domandai che cosa avesse<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il memoriale del marito}}|117|riga=si}}</noinclude>fatto quel giorno. Sostenne il mio sguardo: perchè le facevo quella domanda? Le dissi io quello che aveva fatto. Negò altamente, mi accusò di prestar fede alle calunnie. Allora, io le ripetei tutti i particolari della lettera, e come li enumeravo, ella si turbava. Finì per ricascare sulla sedia, col viso tra le mani. Continuando, io le dissi: “Perchè hai fatto questo? Avevi da lagnarti di me? delle rappresaglie da esercitare? Non mi accettasti tu forse di tua libera elezione? Ti ho forse voluto bene meno di prima? Non ti avevo lasciato libera di andartene? Che cosa ti ho fatto?„
“Qui, mi cadde ai piedi, domandandomi perdono. Non c’era stato nulla di male, me lo giurava dinanzi a Dio; era andata perchè quell’altro minacciava di ammazzarsi, di fare uno scandalo, di provocarmi. Era stata leggera, ne conveniva; avrebbe dovuto consigliarsi con me; se ne pentiva amaramente, mi domandava perdono....
“Sì, il perdono.... Ero io sicuro che ella non avesse ragione, che non l’avessi sospettata a torto?... Poi, io non potevo cacciarla via, io non potevo vivere senza di lei....
“Di questo ella ora mi minacciava. I miei sospetti l’avevano offesa, ed il perdono non era bastato. Ella era diventata irritabile, insof-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|118|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>ferente, trovando ogni giorno una ragione di muover lite, asserendo che morta la fiducia, la vita in comune non poteva più durare. Io mi facevo sempre più umile, sempre più paziente, sempre più premuroso; la vita senza di lei mi sarebbe parsa una nera cosa.... Poi, avrei voluto dirle che sapevo il motivo di quella sua irritabilità, di quelle sue provocazioni, che il motivo era il pensiero dell’altro, di cui ella non si era scordata.... ma non lo dicevo, per non soffiare sul fuoco. Ero molto triste, ma nascondevo la mia tristezza; se no, che merito avrei avuto del mio perdono?
“Un giorno, passando nella sua stanza da lavoro, le annunziai: “C’è di là Filippo.„ Filippo era il giardiniere; anche ''quell’altro'' si chiamava così. Come ella fece un moto repentino e mal represso, io le dissi, tranquillamente, quasi ridendo: “Non è lui, è il giardiniere....„ Ella scattò in piedi, mi colmò di rimproveri, andò a chiudersi in camera. Aspettavo impazientemente l’ora del desinare; ero pentito di quel che avevo detto, volevo abbracciarla, domandarle scusa, dirle infine che tutto questo non era ragionevole.... Quando fu l’ora, ella non comparve. Era andata via da sua madre; la mia casa era deserta....
“Quella casa, la ''nostra'' casa, come aveva<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il memoriale del marito}}|119|riga=si}}</noinclude>potuto lasciarla? Il colpo fu duro; mi pareva come una morte, come quando la mamma se ne era andata. Poi mi facevo una ragione: se non voleva più stare con me, potevo obbligarvela con la forza?
“Un giorno, ricevetti la visita di sua madre. Mi annunziava che ella aveva presentata domanda di separazione; che allo stato in cui erano le cose era il meglio che si poteva fare. Sta bene, non mi sarei opposto; domandavo soltanto, per curiosità, per quella curiosità che gli ammalati hanno delle cause dei loro mali, che cosa ella aveva da dire contro di me. Mi rispose questo: che io non l’amavo più.... “Ed è lei che lo dice? e quale prova ne dà?„ La prova era questa: che io non ero geloso.... Mi venivano in bocca delle parole amare; le ingoiai. Le recriminazioni mi sono sempre parse inutili, qualche volta un poco ridicole per giunta.
“Comparimmo, dapprima separatamente, dinanzi al signor presidente per l’esperimento della conciliazione. Dissi al magistrato tutta la verità; la verità ha un accento che la fa riconoscere: egli comprese che non mentivo. Condannava però il mio consenso alla separazione: lasciata a sè sola, quella donna si sarebbe perduta. Fummo messi in presenza l’uno dell’altra, la rividi.... Ella non potè sostenere il mio<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|120|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>sguardo; se lo avesse sostenuto, vi avrebbe letto un dolore infinito.... Il presidente era deciso a spuntarla, vi metteva la sua coscienza di uomo onesto ed il suo amor proprio di funzionario. Ella era imbarazzata, confusa, intimidita. Ad uno ad uno, egli ribattè tutti i suoi fiacchi argomenti, la fece convenire del suo inganno, e la costrinse a confessare di essere stata messa su, di aver tutto da perdere nel lasciarmi.... La riebbi.
“Credevo di aver fatto un brutto sogno. Ritrovandola al mio fianco, in casa mia, come ai giorni lontani, mi sentivo tornare da morte a vita. Ero stato pazzo di lasciarla libera di abbandonarmi! Riconoscevo la mia parte di colpa. Ella aveva avuto ragione accusandomi di non esser geloso; la gelosia è una prova d’amore. Io ero stato geloso in silenzio, dentro di me, per timore di increscerle; avevo sbagliato. Le donne, alle volte, vogliono essere dominate.
“Come le dimostrai la mia gelosia, come le dissi soltanto che ''quell’uomo'' era indegno di lei, si mostrò offesa, non mi parlò per due giorni.... Ella mi aveva mentito: aveva dato retta a quell’uomo, era stata da lui indotta a lasciare la mia casa, e non avendo resistito alla prova del confronto dinanzi al magistrato, teneva ore secrete conferenze con un avvo-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il memoriale del marito}}|121|riga=si}}</noinclude>cato, per riprendere il processo di separazione....
“Non potevo più illudermi: era un’indegna, e non sapevo vivere senza di lei. Misurando tutta la mia abiezione, presi un giorno il mio revolver e pensai di uccidermi. Scrissi un testamento, che esiste ancora, e fui per eseguire il mio disegno. Sul punto di morire, volli tentare un ultimo passo. Chiamai mia moglie in camera mia e chiusi l’uscio. Come mi vide fare quell’atto, come scorse il revolver ancora sul tavolo, si slanciò verso la finestra, per chiamare aiuto.... Io l’afferrai alla vita, le caddi in ginocchio, le baciai le mani, dicendole tutta la stoltezza della sua paura. Parlai, parlai, parlai. Le tenni il linguaggio dell’amore, della speranza, del comando, della preghiera, della fede, del perdono; le ricordai il passato, la feci libera dell’avvenire, le dissi che volevo uccidermi.... Ella si scosse. Ancora una volta, avevo vinto.
“Mezz’ora dopo, andò fuori. Io rimasi in camera mia, a pensare. Sul tardi, rincasò e mi venne incontro. L’avvocato era con lei. Veniva per dirmi che voleva andarsene via, che non voleva restare con me. Come?... ancora?... perchè?... Le domande mi si affollavano alla mente. Non domandai nulla. Dissi: “Sia pure....„
“Come la vidi allontanarsi, mi slanciai con-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|122|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>tro di lei. Volevo almeno abbracciarla un’ultima volta, volevo almeno vederla, se partiva per sempre.... Ella dette un grido, chiamando al soccorso. Due guardie, rimaste in sala, comparvero.
“Come vidi le guardie in casa mia, corsi al tavolo, afferrai il revolver, l’uccisi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
“Questo direi ai signori giurati, se l’avessi uccisa. Io non l’ho uccisa, l’ho vista andare via per sempre, vivo da lunghi giorni nel deserto di questa casa ancora tutta odorante di lei, apro ogni tanto l’album che racchiude il suo ritratto, lo bacio e piango.„<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /></noinclude>
Mentre Anastasio Natali dava gli ultimi tocchi al suo quadro della ''Ginestra'' — un orrido e deserto paesaggio vulcanico, tutto asperità, crepacci, lastroni, fra i quali, a mazzi, a ciuffi, a boschetti, i gialli fiorellini mettevano come una nevicata d’oro — la tenda che mascherava l’uscio d’entrata fu rimossa, e la figura del maestro Albani apparve a metà.
— È permesso?
— Avanti.
L’Albani entrò, col cappello in mano; si avvicinò rapidamente al cavalletto, e dato uno sguardo alla pittura, disse:
— Bellissimo, perfetto, meraviglioso, sublime.
Nel pronunziare questa progressione di aggettivi ammirativi, la sua voce non era salita<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|126|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>di un tono. Con maggiore espressione si sarebbe detto: Buon giorno, ti saluto; stai bene?
Come restava lì, impalato, dietro le spalle del Natali, questi cominciò a soffiare, e abbassando pennelli e tavolozza:
— Se non ti levi di lì — esclamò — non potrò fare più nulla.
— Sarebbe un peccato.
E, scostatosi, l’Albani si guardò attorno, in cerca di una sedia. L’impresa non era agevole. Un’artistica confusione regnava nello studio, e i drappi dai colori smaglianti, i costumi antichi, i libri dalle ricche legature, gli album di fotografie, le scatole dei colori si ammonticchiavano sopra le quattro o cinque sedie spaiate e di vecchio modello che parevano perdute nella vastità dello stanzone. Solo un teschio mancante delle mascelle troneggiava sopra uno sgabello di legno scolpito, accanto alla mensola ''rococo''. L’Albani si diresse da quella parte, prese il teschio per le occhiaie e si mise a sedere.
Allora, il silenzio si fece profondo. Nascosto in fondo a un aranceto, invisibile dalla stradicciuola per la quale i carri non potevano passare, lo studio del Natali era un vero romitaggio.
— Ci siamo! — esclamò finalmente il pittore,<noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il ritratto del maestro albani}}|127|riga=si}}</noinclude>dopo una mezz’ora di lavoro silenzioso, e buttati da canto tavolozza e pennelli, levatosi in piedi e indietreggiando di qualche passo con una mano sugli occhi a guisa di visiera, si mise ad esaminare l’opera propria. Luigi Albani lasciò anche lui di misurare in tutti i sensi il cranio che teneva ancora sulle ginocchia, lo posò sulla mensola, vi adattò sopra il suo cappello e si fece incontro all’amico.
— Dunque, ti piace davvero? — chiese il pittore.
— È un imbratto.
Il Natali lo guardò un istante. Poi, scrollando le spalle:
— Ah, sì; hai ragione! Dimenticavo di parlare col maestro Albani.
— Cioè, col critico più acuto dell’ex-regno delle Due Sicilie, — rispose l’altro, senza scomporsi. E avvicinatosi al quadro, accompagnando le proprie parole con gesti sobrii e compassati, riprese:
— Prima di tutto, questa lava è di cioccolata; come ''réclame'' nelle scatole del Suchard sarebbe impagabile. Poi, il cielo è oleografico e le nuvole sono di bambagia. Toccale, e vedrai che si sfilaccicano. Ora, bisognerebbe parlare del soggetto....
— Eh! parliamone pure! — esclamò il pit-<noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|128|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>tore sorridendo. E accesa una sigaretta, sedette incrociando una gamba sull’altra e guardando curiosamente l’Albani.
— Il soggetto, a tuo vedere, dovrebbe essere pieno di filosofia; il fiore nel deserto, l’antitesi eterna della natura che sorride mentre tende le sue insidie, o che insidia mentre sfoggia i suoi sorrisi — a piacere. Sta bene. Solamente, per maggiore intelligenza, ti consiglierei di imitare quel pittore polacco che, esponendo un quadro rappresentante ''L’ultima composizione di {{AutoreCitato|Wolfgang Amadeus Mozart|Mozart}}'', faceva eseguire, da suonatori nascosti dietro la tela, la ''Marcia funebre'' del maestro. Se vuoi, potrei declamare io stesso i versi del {{AutoreCitato|Giacomo Leopardi|Leopardi}}.
E, passando dall’altro lato del cavalletto, il maestro Albani cominciò:
{{blocco centrato|style=font-size:90%|
<poem>
{{TestoCitato|Opera:La ginestra, o Il fiore del deserto|— Qui mira e qui ti specchia,}}
Secol superbo e sciocco,
Che il calle insino allora
Dal risorto pensier segnato innanti
Abbandonasti....
</poem>}}
Non potè continuare. Anastasio Natali rideva a crepapelle, con le mani ai fianchi, rovesciando indietro la sua forte testa dagli arruffati capelli castagni.
— Ah! ah! ah!... bellissimo!... ah! ah! ah!...<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il ritratto del maestro albani}}|129|riga=si}}</noinclude>Non c’è che il maestro Albani per avere di queste idee!...
L’altro lasciò il suo posto, e aspettato che l’amico si calmasse, riprese a parlare passeggiando lentamente per lo studio:
— Tu ti credi moderno, ma sei più antico del tuo Leopardi, che si è sbagliato di venti secoli. Con questo sistema delle antitesi e delle allegorie, ti potrebbe finir male. Se vuoi fare della filosofia, scrivi un trattato, non dipingere un quadro....
— Eh! il discorso non è poi tanto da matto!
— E se ti sta tanto a cuore l’espressione, cercala dove va cercata....
— Cioè?
— Nelle nobili fattezze del re del creato.
L’abituale freddezza d’accento di Luigi Albani si era fatta ancora più grande, e nel tono strascicante con cui aveva pronunziate quelle parole quasi ripetendo una frase mandata a memoria, v’era un’ironia così sottile ed acuta, che il Natali si voltò a guardarlo. Ora, egli si dirigeva in fondo allo stanzone, verso la mensola. Arrivato lì vicino, ricominciò:
— Le nobili fattezze del re del creato sono ancora piene d’espressione dopo distrutte. Ecco, per esempio, un quadro molto espressivo: questa mensola Luigi XV, con questo cappello 1887<noinclude>{{PieDiPagina|''{{smaller|Documenti umani.}}''||{{smaller|9}}}}
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|130|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>sopra un teschio che può essere di tutti i tempi e di tutti i paesi. — Poi, preso il teschio e mettendosi a considerarlo attentamente. — Ed ecco un altro quadro: il problema d’{{TestoCitato|Opera:Amleto|Amleto}}, essere o non essere, cioè se è meglio.... Tu dovresti fare il mio ritratto così.
Anastasio Natali scosse le spalle e si fregò fortemente le mani, segno che stava per rimettersi al lavoro.
— A noi due, stravagante; ho un’ora perduta, e se mi prometti di star buono e di lasciare in pace il teschio, ti butto giù un pastello.
— Vorrà essere una cosa molto originale.
Il Natali mise a sedere l’amico, dispose il cartone sopra una tavoletta, prese la scatola dei pastelli, sedette anche lui, e cominciò a tracciare, con la sua febbrile impazienza di meridionale nervoso, le prime linee. Però, a misura che il suo lavoro avanzava, l’attività dell’artista andava rallentando. Ora egli si fermava ad ogni tratto, buttava il corpo indietro per giudicare dell’effetto, guardava lungamente il modello, e aveva un piccolo aggrinzamento delle guancie che dimostrava chiaramente il suo malcontento.
— Scusa, tirati più indietro.... no, più avanti.... Alza un poco il capo.... così.... no, come prima.
Tornato al lavoro, ricominciarono le sue esi-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il ritratto del maestro albani}}|131|riga=si}}</noinclude>tazioni. La figura era già tutta abbozzata, la rassomiglianza in certo modo conseguita; mancava una cosa soltanto: l’espressione.
— Apri un po’ gli occhi.... non così, più chiusi.... insomma, non ti sforzare.... E chiudi la bocca, se no c’entreranno le mosche!...
A poco a poco, il Natali cominciava a indispettirsi; gli pareva che Luigi Albani si prendesse giuoco di lui.
— Insomma, vuoi star composto, o mando tutto per aria?
— Ti prego di credere che sono compostissimo.
Ed era quello, dunque, il suo atteggiamento naturale? Dacchè era tornato da Roma, il Natali non aveva ancora guardato l’amico così attentamente; non aveva ancora esaminati quegli occhi smorti, senza sguardo, quei muscoli flaccidi, quasi cascanti, quelle labbra leggermente dischiuse, quella carnagione scialba, quell’aria di stanchezza, d’indifferenza, di noia, di vacuità diffusa sopra una fisonomia impossibile a definire. Conosceva le sue bizzarrie, le sue eccentricità che gli avevano fatta una reputazione di mattoide nei cenacoli artistici; ma non lo sapeva ancora così strano, così inafferrabile, come ora gli si rivelava non solo alla conversazione, ma financo all’aspetto. Nondi-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|132|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>meno, si rimise al lavoro, e dette ancora alcuni tocchi; poi, ad un tratto, strappò il cartone e lo buttò da canto.
— Cominciamo daccapo.
Era proprio impossibile ch’egli afferrasse quella fisonomia? Il Natali ci si arrabbiava. A corto di risorse, egli mise in opera un espediente disperato per uno come lui, avvezzo a non poter lavorare se non nel più assoluto silenzio.
— Parla, — disse all’Albani, — racconta qualche cosa!
— Di che cosa vuoi parlare? d’arte?
L’Albani sviluppava le sue teorie, citava degli esempii, dava dei consigli: ma nulla, nei suoi lineamenti, tradiva una qualunque attività cerebrale; si sarebbe detto uno scolaro sonnacchioso in atto di ripetere la sua lezione. Il pittore si era messo a contraddire tutto quello ch’egli diceva, ad irritarlo, a provocarlo, nella speranza che l’ardore della discussione mettesse almeno una scintilla in quello sguardo. L’Albani non si dava per vinto, teneva testa alle opposizioni, agli scherzi, ai sarcasmi dell’amico, ma il suo sguardo restava freddo come la sua voce lenta, monotona, a momenti irritante.
Anastasio Natali non seppe più contenersi.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il ritratto del maestro albani}}|133|riga=si}}</noinclude>
— Insomma, o sono imbecillito io, o sei tu che hai l’aria d’uno scemo.
Come un velo d’ombra passò sul viso del maestro Albani. Il pittore alzò gli occhi al lucernario: era una nube che aveva oscurato il sole?... La giornata era sempre tersissima.
— Che cos’hai? Ti senti male?
L’Albani si era passata una mano tremante sulla fronte.
— Non è niente, è che hai ragione.... Io sono stato un anno pazzo....
Il pittore stava per dire: “Un anno soltanto? vuoi dire un po’ sempre....„ ma era tanta la tristezza dipinta in volto all’Albani, che chiese invece premurosamente:
— Tu?
— Io stesso.
— E come?... perchè?... Mentre io sono stato fuori?... Nessuno me ne ha detto niente.... E come?... perchè?...
— Perchè?... Per aver voluto innalzarmi da terra, per aver voluto stringere delle nubi, per essermi dimenticato che ero la più miserabile delle creature: un uomo!...
Dimenticando il suo pastello, Anastasio Natali esclamò:
— Allora, sentiamo.<noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|134|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>
{{asterismo}}
L’Albani lasciò cadere la testa sul petto, socchiudendo gli occhi. Poi, scuotendosi:
— Ti aspetti tu forse qualcosa di straordinario? delle avventure rare od intricate?... È una storia semplicissima, la storia di una passione come se ne possono vedere tutti i giorni. Soltanto, era la mia prima passione....
— O tua moglie?
— Mia moglie? Ah, tu credi che io l’abbia amata di amore? che io l’abbia presa di mia propria volontà?.... Me l’hanno data a diciannove anni, perchè era mia cugina, perchè avevano stabilito che dovesse esser così.... Le ho voluto bene, in un certo modo. Che cosa sapevo della vita fino a venticinque anni? Che cosa sapevo in quel miserabile paese, dove un libro era un oggetto della più grande rarità? Eppure, qualcosa bolliva dentro il mio cervello!... Si venne a Napoli.... Il mio scontento, l’irrequietezza, l’aspirazione a qualcosa d’aspettato, di quasi promesso, ma che non veniva ancora, diventava tormentosa. Intorno a me, non sentivo parlare che di una cosa, del solo grande affare della vita: l’amore.... E l’amore io non<noinclude>
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Documenti umani/Il memoriale del marito
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{{Qualità|avz=100%|data=4 giugno 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Il memoriale del marito|prec=../Una dichiarazione|succ=../Il ritratto del maestro Albani}}
<pages index="De Roberto - Documenti Umani.djvu" from=120 to=145 />
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Pagina:Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. III, 1973 – BEIC 1724974.djvu/46
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" /></noinclude>{{Centrato|LIBRO SECONDO}}
{{no rientro}}'''25.'''{{Spazi|4}}Ma perché forse questo imparare ad i giovani può parere cosa faticosa, parmi qui da dimostrare quanto la pittura sia non indegna da consumarvi ogni nostra opera e studio. Tiene in sé la pittura forza divina non solo quanto si dice dell’amicizia, quale fa gli uomini assenti essere presenti, ma più i morti dopo molti secoli essere quasi vivi, tale che con molta ammirazione dell’artefice e con molta voluttà si riconoscono. Dice {{AutoreCitato|Plutarco|Plutarco}}, {{Wl|Q207183|Cassandro}} uno de’ capitani di {{Wl|Q8409|Allessandro}}, perché vide l’immagine d’Allessandro re tremò con tutto il corpo; {{Wl|Q271850|Agesilao}} Lacedemonio mai permise alcuno il dipignesse o isculpisse: non li piacea la propia sua forma, che fuggiva essere conosciuto da chi dopo lui venisse. E così certo il viso di chi già sia morto, per la pittura vive lunga vita. E che la pittura tenga espressi gli iddii quali siano adorati dalle genti, questo certo fu sempre grandissimo dono ai mortali, però che la pittura molto così giova a quella pietà per quale siamo congiunti agli iddii, insieme e a tenere gli animi nostri pieni di religione. Dicono che {{Wl|Q177302|Fidia}} fece in Elide uno iddio Giove, la bellezza del quale non poco confermò la ora presa religione. E quanto alle delizie dell’animo onestissime e alla bellezza delle cose s’agiugna dalla pittura, puossi d’altronde e in prima di qui vedere, che a me darai cosa niuna tanto preziosa, quale non sia per la pittura molto più cara e molto più graziosa fatta. L’avorio, le gemme e simili care cose per mano del pittore diventano più preziose; e anche l’oro lavorato con arte di pittura si contrapesa con molto più oro. Anzi ancora il piombo medesimo, metallo in fra gli altri vilissimo, fattone figura per mano di Fidia o {{Wl|Q105290|Prassiteles}}, si {{Pt|sti-|}}<noinclude></noinclude>
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Pagina:Gentile - Romanzo d'una signorina per bene, Milano, Carrara, 1897.djvu/22
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<noinclude><pagequality level="4" user="Ilpanettiere" />{{RigaIntestazione|14|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
In breve la fabbrica ebbe inghiottita tutta quella gente, e per la via deserta, di quella parte di città tuttora spopolata, tornò il silenzio.
Lucia, sempre dietro le gelosie socchiuse, voleva persuadersi che fosse interessante lo spettacolo della via polverosa battuta dal sole abbagliante e che i rari passeri che volavano dalle piante del giardino a beccuzzare le briciole sparse su l’acciottolato, fossero meritevoli di particolare attenzione.
Ma l’interesse e l’attenzione furono tosto assorbiti da una persona che si andava avvicinando; la persona dell’ingegnere Del Pozzo, il Conte Anton Mario Del Pozzo, l’orgoglioso che quando favoriva in casa aveva l’aria di degnarsi.
Era un bel giovine il Conte Del Pozzo; alto, diritto, bruno pallido, con i capelli neri a spazzola, i baffi arricciati in punta.
Il babbo di Lucia lo stimava assai; gli operai dello stabilimento gli volevano bene e l’obbedivano come altrettanti agnelli. Tutti lo portavano ai sette cieli.
«Credo ch’egli sia dotato d’un certo fascino! — pensava Lucia — E il fascino ha da essere tutto ne’ suoi occhi strani!<noinclude>
<references/></noinclude>
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Pagina:Gentile - Romanzo d'una signorina per bene, Milano, Carrara, 1897.djvu/23
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Ilpanettiere
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Ilpanettiere" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|15|riga=si}}</noinclude><nowiki />
Certi occhi grandi, di un colore fra il grigio e il verdastro, d’uno sguardo profondo, dolce e melanconico ad un tempo; certi occhi che non si potevano dimenticare.
No; non si potevano dimenticare; di questo Lucia era convinta e persuasa. Il fascino egli lo doveva avere davvero negli occhi!...
Ma possedessero pure, quegli occhi, tutta la potenza affascinatrice che si volesse, a lei non avrebbero certo fatto nè caldo nè freddo.
Dovette convenire, arrossendo con un segreto inesplicabile rincrescimento, che il giovine ingegnere non l’aveva mai guardata in modo da far supporre in lui delle idee da affascinatore.
Si erano trovati così di rado insieme!... Ed anche quelle poche volte, egli, al di là del saluto rispettoso e di poche parole quasi d’obbligo, non aveva mai fatto nulla, manco con un’occhiata, per esprimere il benchè minimo desiderio di stare con lei.
Il suo fascino, se pure è vero che ce l’abbia, egli non pensa certo di usarlo con te! — le mormorò dentro una voce. — E — continuò la voce — faresti bene a non occuparti di lui, e lasciarlo in pace, poi che egli non si cura di te!<noinclude>
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Pagina:Gentile - Romanzo d'una signorina per bene, Milano, Carrara, 1897.djvu/24
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|15|riga=si}}</noinclude><nowiki />
Lucia rispose a quella voce con una spallucciata. Ella si curava di lui?... Era matto da legare chi lo credeva. Ed era una voce pettegola e falsa quella che le andava blaterando simili scioccherie.
«Ho proprio bisogno che lui si occupi di me! — pensò.
E ricordò, con un sorriso, i vagheggini che le giravano intorno facendole la ruota come piccioni innamorati! O non era già stata chiesta in sposa dall’avvocato Stolzi e dal capitano Fralli?... Non dipendeva che da lei rispondere di sì. Ma lei aveva invece risposto decisivamente di no. E il figlio del ricco banchiere Svarzi, il signor Aldo, non la seccava con la sua assiduità?... Ah quanto la seccava!... La seccavano tutti, ecco.
Bastava che qualcuno le si mettesse intorno con l’aria di farle la corte, perchè dentro l’anima le sorgesse il fastidio, quasi la ribellione. Non voleva saperne di matrimonio nè di spasimanti lei. Non aveva che diciott’anni in fin de’ conti. Maritarsi per maritarsi come facevano parecchie fanciulle, ella non lo avrebbe fatto mai e poi mai. E chi le faceva gli occhi di triglia le dava noia.<noinclude>
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Lucia rispose a quella voce con una spallucciata. Ella si curava di lui?... Era matto da legare chi lo credeva. Ed era una voce pettegola e falsa quella che le andava blaterando simili scioccherie.
«Ho proprio bisogno che lui si occupi di me! — pensò.
E ricordò, con un sorriso, i vagheggini che le giravano intorno facendole la ruota come piccioni innamorati! O non era già stata chiesta in sposa dall’avvocato Stolzi e dal capitano Fralli?... Non dipendeva che da lei rispondere di sì. Ma lei aveva invece risposto decisivamente di no. E il figlio del ricco banchiere Svarzi, il signor Aldo, non la seccava con la sua assiduità?... Ah quanto la seccava!... La seccavano tutti, ecco. Bastava che qualcuno le si mettesse intorno con l’aria di farle la corte, perchè dentro l’anima le sorgesse il fastidio, quasi la ribellione. Non voleva saperne di matrimonio nè di spasimanti lei. Non aveva che diciott’anni in fin de’ conti. Maritarsi per maritarsi come facevano parecchie fanciulle, ella non lo avrebbe fatto mai e poi mai. E chi le faceva gli occhi di triglia le dava noia.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|15|riga=si}}</noinclude><nowiki />
Lucia rispose a quella voce con una spallucciata. Ella si curava di lui?... Era matto da legare chi lo credeva. Ed era una voce pettegola e falsa quella che le andava blaterando simili scioccherie.
«Ho proprio bisogno che lui si occupi di me! — pensò.
E ricordò, con un sorriso, i vagheggini che le giravano intorno facendole la ruota come piccioni innamorati! O non era già stata chiesta in sposa dall’avvocato Stolzi e dal capitano Fralli?... Non dipendeva che da lei rispondere di sì. Ma lei aveva invece risposto decisivamente di no. E il figlio del ricco banchiere Svarzi, il signor Aldo, non la seccava con la sua assiduità?... Ah quanto la seccava!... La seccavano tutti, ecco. Bastava che qualcuno le si mettesse intorno con l’aria di farle la corte, perchè dentro l’anima le sorgesse il fastidio, quasi la ribellione. Non voleva saperne di matrimonio nè di spasimanti lei. Non aveva che diciott’anni in fin de’ conti. Maritarsi per maritarsi come facevano parecchie fanciulle, ella non lo avrebbe fatto mai e poi mai. E chi le faceva gli occhi di triglia le dava noia.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|16|{{sc|d’una signorina per bene}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
Lucia rispose a quella voce con una spallucciata. Ella si curava di lui?... Era matto da legare chi lo credeva. Ed era una voce pettegola e falsa quella che le andava blaterando simili scioccherie.
«Ho proprio bisogno che lui si occupi di me! — pensò.
E ricordò, con un sorriso, i vagheggini che le giravano intorno facendole la ruota come piccioni innamorati! O non era già stata chiesta in sposa dall’avvocato Stolzi e dal capitano Fralli?... Non dipendeva che da lei rispondere di sì. Ma lei aveva invece risposto decisivamente di no. E il figlio del ricco banchiere Svarzi, il signor Aldo, non la seccava con la sua assiduità?... Ah quanto la seccava!... La seccavano tutti, ecco. Bastava che qualcuno le si mettesse intorno con l’aria di farle la corte, perchè dentro l’anima le sorgesse il fastidio, quasi la ribellione. Non voleva saperne di matrimonio nè di spasimanti lei. Non aveva che diciott’anni in fin de’ conti. Maritarsi per maritarsi come facevano parecchie fanciulle, ella non lo avrebbe fatto mai e poi mai. E chi le faceva gli occhi di triglia le dava noia.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|16|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
Lucia rispose a quella voce con una spallucciata. Ella si curava di lui?... Era matto da legare chi lo credeva. Ed era una voce pettegola e falsa quella che le andava blaterando simili scioccherie.
«Ho proprio bisogno che lui si occupi di me! — pensò.
E ricordò, con un sorriso, i vagheggini che le giravano intorno facendole la ruota come piccioni innamorati! O non era già stata chiesta in sposa dall’avvocato Stolzi e dal capitano Fralli?... Non dipendeva che da lei rispondere di sì. Ma lei aveva invece risposto decisivamente di no. E il figlio del ricco banchiere Svarzi, il signor Aldo, non la seccava con la sua assiduità?... Ah quanto la seccava!... La seccavano tutti, ecco. Bastava che qualcuno le si mettesse intorno con l’aria di farle la corte, perchè dentro l’anima le sorgesse il fastidio, quasi la ribellione. Non voleva saperne di matrimonio nè di spasimanti lei. Non aveva che diciott’anni in fin de’ conti. Maritarsi per maritarsi come facevano parecchie fanciulle, ella non lo avrebbe fatto mai e poi mai. E chi le faceva gli occhi di triglia le dava noia.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|17|riga=si}}</noinclude><nowiki />
Non sposerò che uno che io senta di amare davvero e molto! — concluse.
«Che se quell’uno per me non ci sarà, ebbene! resterò nubile, nubile, nubile, come tante altre e come la Lena, che non ha voluto sposare il farmacista che le voleva bene e adesso ha trent’anni suonati!
A proposito di Lena si ricordò della lettera che aveva in mano e che le premeva d’impostare presto.
Uscì dalla cameretta, scese lo scalone e entrò come una folata di vento nel salottino di compagnia.
Sedute vicine l’una a l’altra, zia Marta e le sorelle Zolli, nel cantuccio favorito, presso l’uscio a vetri che dava in giardino, chiaccheravano animatamente.
Si spaurirono a l’entrata improvvisa della fanciulla e troncarono la conversazione.
«Zia — disse Lucia, dopo aver salutato e mettendosi il cappello in testa davanti a la specchiera:
«Esco un momento con Adele per impostare questa lettera!
«Con Adele? — fece la zia stringendo le lab-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|18|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>bra che sparirono nelle crespe sottili, e socchiudendo gli occhi.
Le sorelle Zolli guardarono Lucia in aria scandolezzata.
Un vivo rossore si diffuse su ’l volto della fanciulla, mentre si avanzò fin verso le tre signore, fissandole in atto di chi vuole e aspetta una spiegazione.
«Vai con chi vuoi, ma non con Adele! — fece la zia.
«Perchè? — chiese la fanciulla con voce un po’ rauca.
«Adele è una scostumata! — spiegò zia Marta.
«Fa a l’amore! — saltò su la signora Aurora, la maggiore delle sorelle Zolli.
«Non è bene che una signorina a modo si faccia vedere intorno con lei! — soggiunse l’altra sorella Zolli; la signora Rosetta.
«Fa a l’amore con il cocchiere! — informò zia Marta.
«È tutto qui? — chiese freddamente Lucia.
«Converrà licenziarla! — mormorò la zia, seccata dal tono freddo della nipote.
Di rossa, Lucia si fece smorta. «Come?... licen-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|19|riga=si}}</noinclude>ziare Adele, la sua antica bambinaia, che aveva conosciuto e voluto bene a la povera mamma!... una brava e onesta ragazza?... Licenziarla perchè amava ed era riamata?
«Ma... zia — disse, balbettando un poco, — ti ho sentita ieri parlare dell’amore fra la signorina Cromi e il tenente Poggi e ti intenerivi come di cosa nobile e gentile!
Zia Marta si dimenò su la seggiola mormorando: «quello è un altro par di maniche!
Un altro par di maniche?... E perchè?... La signorina Cromi avrebbe sposato il tenente Poggi, come Adele avrebbe sposato il cocchiere!... E se non era disonesto l’amore fra una signorina ed un ufficiale, non lo doveva neppure essere quello fra due bravi giovani che lavoravano per vivere. Differenze, Lucia non ne vedeva. E zia Marta aveva troppo criterio per pensare che una persona giovine e affettuosa, per la ragione che aveva l’onore di servirla, dovesse rinunciare al proprio avvenire e soffocare il proprio sentimento.
Parlare di licenziamento era cosa ingiusta e crudele. Ella stessa, Lucia, avrebbe fatto in maniera che Adele sposasse presto il cocchiere. Le voleva bene lei, la stimava;<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|20|{{sc|il romanzo}}|riga=si}}</noinclude>nessuno mai le avrebbe fatto del male; se la prendeva sotto la sua protezione, se la prendeva!
Qui Lucia, che aveva parlato un po’ vibratamente, nauseata da quella ingiustizia, da quei pregiudizi, da quell’egoismo, s’inchinò con freddo rispetto dinanzi alle tre signore e uscì chiamando Adele ad alta voce.
Dopo un momento, zia Marta e le sue amiche videro al di là del tendone che l’aria sollevava, la signorina Lucia, che trotterellava spedita a la volta del centro della città, insieme con la cameriera.
«Ecco il frutto dell’educazione d’oggi!... lamentò la signora Marta. — Mio fratello che lascia fare; quella signora Lena che si è piaciuta di svegliare nell’anima, della sua allieva il fatale spirito dell’indipendenza e la forza di volontà, che si ribella a tutto e a tutti, e di nutrirla di certe teorie strambe, da vero ''fin de siècle''.
La signora Aurora, con un sospirone, approvò le parole dell’amica.
E sua sorella gemette: «Il mondo s’è cambiato!... Dio sa che cosa ci si prepara!... Non c’è più sommissione, non c’è più rispetto, non c’è più differenza fra gente e gente!... Anche le persone per bene si danno al ''socialismo''!<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|21|riga=si}}</noinclude><nowiki />
E susurrò a fior di labbra queste parole che la terrorizzavano!
{{Asterismo}}
Finito di desinare, il signor Pippo Ferretti, il ricco industriale, come di solito, fece la sua toeletta della sera, e prima di uscire salutò la sorella e baciò in fronte la figliuola, che lo accompagnò fino all’ingresso della portineria; un amore di casetta svizzera.
«Non ti annoi troppo a restar qui con la zia? — le chiese il babbo.
Era la domanda che egli le faceva ogni sera, quasi a sgravio della propria coscienza, certo di sentirsi rispondere di no, certissimo della bugia generosa che era in quel no. Ma tranquillava la propria coscienza e scusava sè stesso, dicendosi, che dopo una giornata di lavoro, un uomo ha pur diritto a qualche ora di svago, a un po’ di libertà, al soddisfacimento di qualche desiderio; e poi riposava nella convinzione, che sua figlia sarebbe stata incapace di imporre a lui un sacrificio; che anzi un sacrificio suo non l’avrebbe voluto a nessun costo, che le avrebbe guastato ogni piacere solo<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|22|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>il supporto. Del resto, qualche volta, egli la conduceva a teatro insieme con la zia, la sua figliuola; in casa si ricevevano spesso gli amici la sera, e non di rado si davano serate e trattenimenti.
«Non ti annoi troppo a restar sola con la zia? — ripetè ancora quella sera il signor Pippo.
Lucia gli rispose come di solito, sorridendo e aggiustandogli nell’occhiello del soprabito chiaro, la cardenia profumata.
«Sei un papà ancora giovine e bello!.. bada! — gli disse minacciandolo con la manina.
Egli rise ringalluzzito, e arrossendo lievemente; baciò un’altra volta la figliuola e uscì.
Il signor Pippo Ferretti era davvero un bell’uomo; di media statura, ben piantato, con i baffi tutt’ora biondi e i capelli appena brizzolati su le tempia, portava su ’l volto dai lineamenti regolari, l’espressione dell’uomo soddisfatto di sè.
Lucia amava e stimava il suo papà; l’uomo che aveva voluto ed era riuscito; il povero figliuolo d’un barcaiuolo del lago di Como, che, a forza di stenti, era riuscito a studiare, a metter su fabbrica, a farsi brillante strada nella vita!... Una cosa però la urtava in lui; ed era la smania dello<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|23|riga=si}}</noinclude>sfoggio, della pompa, che la povera mamma, figlia d’un avvocato con pochi mezzi, gli aveva parecchie volte rimproverato; lei, che amava la vita semplice, intima; che riponeva ogni felicità nell’affetto, nella famiglia.
Oh come Lucia la ricordava la sua povera mamma, che le era morta quando ella non era ancora entrata ne’ dieci anni... Una signora piuttosto piccola, bruna, dal soave sorriso; Adele, diceva di lei che era una santa; e Bortolo il vecchio servitore, che l’aveva vista nascere e l’aveva seguita sposa nella nuova casa, non ne poteva parlare senza che le lagrime gli inumidissero gli occhi.
La sua povera mamma era contraria a l’idea di quel villino civettuolo e costoso; ella abborriva da tutto ciò che potesse attirare l’attenzione; era una aristocratica del sentimento.
E in quel villino ove era venuta a malincuore, era poi morta dopo soli due anni, povera cara!.. E ora giaceva seppellita nel cimitero del villaggio ove era nata e cresciuta, lungo la spiaggia Ligure. Era morta in piena coscienza di sè, rassegnata, tranquilla, dopo che Lena, la figliuola d’una sua amica d’infanzia, era accorsa al suo appello promettendole che avrebbe fatto da madre a la sua piccola Lucia.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|24|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
«Ah Lena!... hai mancato a la tua promessa, per orgoglio! — mormorò a l’aria fosca della sera la fanciulla, che dopo la partenza del padre, si era fermata in giardino, ritta contro il muriciuolo, le dita intrecciate nell’inferriata del cancello, lo sguardo vagante.
Poteva star lì finchè voleva. La zia, dopo pranzo, appisolava per un’ora e più; e non c’era sugo stare a vederla ciondolare il capo e lasciarlo piombare su ’l petto con un russare faticoso di persona ben rimpinza di cibi succolenti. No; non c’era sugo.
Era meglio star lì a respirare una boccata d’aria, a veder passare ogni tanto qualche persona, a conversare con Wise.
«Non è vero Wise? che è meglio star qui con te, che mi capisci e mi vuoi bene?... Buon Wise!...
Bravo Wise!
«Bub! bub!
Il cane rispondeva abbaiando, scodinzolando, lambendo la mano della padroncina, dell’amica. Le si strofinava intorno quasi a farle intendere che le voleva bene davvero; oh quanto!
«Wise! buon Wise!... tu mi vuoi bene, lo so! e te ne voglio anch’io, sai, molto!... È così<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|25|riga=si}}</noinclude>difficile essere voluti bene davvero!... così difficile!... così difficile!
«Bub! bub!
L’abbaiare finiva in un guaito, quasi in un gemito. Si sarebbe detto che la bestia fedele e intelligente leggesse nel cuore della fanciulla.
L’aria si andava raffittendo. I fiori della robinia mandavano effluvi dolcissimi; si sentiva, a distanza, il brusio della città; ogni tanto il tram elettrico, correndo veloce su le rotaie, passava rapido dinanzi a la cancellata del giardino.
Lucia s’era messa a sedere su lo sporto del muricciuolo e pensava a testa china. Che cosa importava a lei d’essere ricca, figlia unica, quasi un’ereditiera?.. Suo padre le era tolto, dagli affari lungo la giornata, la sera, dagli svaghi; in casa non ci aveva che la zia, una buona donna irta di pregiudizi, che non destava in lei nè poteva sentire nessuna simpatia per lei. Lena l’aveva lasciata. Chi le voleva bene davvero, erano, Bortolo, Adele e Wise. Del resto nessuno le era affezionato.
Ella non credeva per certo alle dichiarazioni dei vagheggini!... Era troppo ricca per lasciarsi<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|26|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>andare a prestar fede a dei giovinotti che le volevano far intendere di amarla, lei, proprio, lei!
«Wise! povero Wise! — esclamò, in uno slancio di riconoscenza per la buona bestia che l’amava per sè stessa.
Ma Wise rispose, dal lato opposto del giardino, con un guaito, senza accorrere.
Lucia, insospettita, aguzzò gli occhi, si alzò e vide, fermo davanti al cane, al di là del cancello, l’alta figura dell’ingegnere Del Pozzo.
«Wise! — chiamò ancora la fanciulla.
L’ingegnere si mosse; una voce suonò nell’aria sommessamente:
«Buona sera, signorina!
«Buona sera! — rispose Lucia, quasi suo malgrado. E stette in ascolto finchè i passi dell’ingegnere si perdettero in distanza, dalla parte della fabbrica.
«Come mai il signor Conte Anton Mario Del Pozzo passeggia a quest’ora da queste parti e perchè è andato verso la fabbrica, che deve essere chiusa?
Entrò nel salotto, che la zia, finito di appisolare, già conversava con le sorelle Zolli, venute da un poco.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|27|riga=si}}</noinclude><nowiki />
Salutò; passò subito nel salottino attiguo, si mise al piano sfogliando un album di musica classica.
Suonava sotto voce, interpretando la musica secondo la disposizione d’animo del momento, cercando e trovando una muta simpatia fra sè stessa e il suono.
Finì per dare un’espressione melanconica, a un pensiero brioso; e l’originalità della cosa, le diede impressioni strane; come d’un fiore divelto prima della fioritura; come d’un insetto alato morente nell’acqua in piena gioia di sole; come di gorgheggio d’uccello violentemente troncato da sparo crudele.
«Lucia!.. ci appresti il thè? — chiese la zia ad un tratto.
Lucia lasciò il piano, chiuse l’album, ritornò in salotto.
Apprestò il thè al piccolo tavolo; offerse chicche, biscotti, liquori, crema, vini; recò le tazze fumanti e profumate alle tre signore; stette a vederle sorbire la delicata bevanda, gustare le leccornie; e invidiò loro il volgare piacere.
«Poter godere delle piccole, sciocche cose! —<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|28|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>andava pensando — piacersi delle ghiottonerie! occuparsi e divertirsi di insulsaggini!... Beato chi è fatto così, e non si affanna a correr dietro a un ideale, che fugge e fugge lusingando e attraendo con una fiamma bugiarda; fuoco fatuo.
A un punto entrò Bortolo con il viso smorto. Pregava la signorina che gli desse qualche cosa di spiritoso per un povero fanciullo operaio che s’era fatto male a la fabbrica quel giorno stesso e che, dopo la medicazione del chirurgo, peggiorava a vista.
«Papà sapeva? — chiese con ansia Lucia togliendo dall’armadio una bottiglia di cognac e consegnandola a Bortolo, che accennò di sì con il capo.
«E anche tu, zia? — chiese la fanciulla.
Dio buono!... Certo che la zia sapeva. Ma non c’era ragione di affannarsi a quel modo; disgrazie ne capitano ogni giorno; e, si sa... a chi la tocca la tocca!
La zia parlava non smettendo di mangiare e offrendo chicche alle amiche, che si rimpinzavano.
Come si poteva ingollar leccornie a quel modo, quando lì, a pochi passi di distanza, un pove-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|29|riga=si}}</noinclude>rino, lavorando nella fabbrica che dava la ricchezza a la casa, soffriva forse acerbamente, forse anche lottava con la morte?
Come mai aveva potuto, il suo papà, che sapeva che per certo aveva veduto, fare come di solito la sua elegante toeletta, scherzare con lei, uscire per lo svago d’ogni sera, forse dimenticare il triste caso in un salotto allegro o fra amici gaudenti?
Un’ambascia, fatta di pietà per il poverino malato e di disgusto per l’indifferenza del padre, della zia, e di quelle insipide zitellone, gonfiò il cuore della povera fanciulla.
«Vado con Bortolo — finì per dire — voglio vedere anch’io!
E si incamminò, non badando alle rimostranze della zia, che trovava eccessivo quello zelo caritatevole, che temeva un’emozione troppo violenta per la nipote, in quell’ora di dopo pranzo; che si doleva di non poterla accompagnare, perchè troppo sensibile, incapace di sostenere la vista d’un sofferente.
«Bene, bene! fece Lucia — non darti pensiero per me; vado con Bortolo.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|30|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
E uscì così com’era; a capo scoperto. Per andare a la fabbrica non c’era che da attraversare il giardino, che dava, in un cortiletto di comunicazione interna fra la casa e l’ufficina.
«S’è fatto male assai? — chiese, camminando frettolosa, al servitore.
«Assai! — rispose questi. — È difficile che se la cavi!... povero fanciullo!
Al buon uomo, tremava il pianto in gola, parlando.
Il malato giaceva in una camera presso la portineria, nel letto sempre pronto ad accogliere chi si fosse fatto male, che non era cosa straordinaria, o chi fosse assalito da improvvisa sofferenza.
Giaceva supino sui guanciali candidi, la testa bruna abbandonata, gli occhi semichiusi, il respiro affannoso; su la rimboccatura, le povere mani nere di polvere di carbone, stavano inerti. Insieme con il respiro ansimante, dal petto del poverino usciva un lamento continuo che straziava.
La fiammella del gaz abbassata, spandeva una luce smorta, rischiarando l’agonizzante con riflessi foschi, strani, paurosi.
Bortolo porse la bottiglia a un vecchio signore<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|163|riga=si}}</noinclude><nowiki />
Nessuno era venuto; forse non avevano saputo della sua malattia; forse anche, sapendolo, non se ne erano interessati.
L’amarezza non la turbò a questo pensiero.
Suo padre ormai non aveva cuore e mente che per sua moglie; la signora Rabbi.
Manco un fremito di gelosia la fece sussultare a questa sicurezza.
«Quando sarò guarita mi farò suora come Teresa e papà avrà il poco che possiedo! — concluse.
Avrebbe compiuto quello che credeva suo dovere e la sua coscienza riposava in pace.
La fantasia le fece vedere a sè dinanzi la figura alta e bruna d’un giovine signore, che la guardava severamente, con muto rimprovero.
Il povero cuore prese a batterle in petto con violenza e le venne voglia di piangere, come un bambino, che si sente vittima dell’ingiustizia.
Nello stesso tempo il cane abbaiò staccandosi dal letto e balzando verso l’uscio
Che cosa aveva Wise?... Ella lo seguì dello sguardo, e stette sorpresa, quasi spaurita, con gli occhi grandi aperti.
Un giovine signore alto, bruno, pallido, era ap-<noinclude><references/></noinclude>
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Nessuno era venuto; forse non avevano saputo della sua malattia; forse anche, sapendolo, non se ne erano interessati.
L’amarezza non la turbò a questo pensiero.
Suo padre ormai non aveva cuore e mente che per sua moglie; la signora Rabbi.
Manco un fremito di gelosia la fece sussultare a questa sicurezza.
«Quando sarò guarita mi farò suora come Teresa e papà avrà il poco che possiedo! — concluse.
Avrebbe compiuto quello che credeva suo dovere e la sua coscienza riposava in pace.
La fantasia le fece vedere a sè dinanzi la figura alta e bruna d’un giovine signore, che la guardava severamente, con muto rimprovero.
Il povero cuore prese a batterle in petto con violenza e le venne voglia di piangere, come un bambino, che si sente vittima dell’ingiustizia.
Nello stesso tempo il cane abbaiò staccandosi dal letto e balzando verso l’uscio
Che cosa aveva Wise?... Ella lo seguì dello sguardo, e stette sorpresa, quasi spaurita, con gli occhi grandi aperti.
Un giovine signore alto, bruno, pallido, era ap-<noinclude><references/></noinclude>
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{{Ottava|143}}Partecipano assai degli elementi,
e più di quello ov’hanno albergo e loco.
Com’amano il terren talpe e serpenti,
come pirauste e salamandre il foco,
come son l’aure molli e l’acque algenti
de’ pesci e degli augei trastullo e gioco,
così sono a costor care e gioconde
la terra, e l’aria, e le faville, e l’onde.
{{Ottava|144}}Abita alcun di lor l’eterea sfera,
altri la regïon sottoceleste,
altri fonte, ruscel, lago o riviera,
altri rupi, vallee, boschi e foreste.
Tutte de la selvaggia ultima schiera
son le Ninfe che vedi, ed io con queste;
ed a ciascuna un’arbore è commessa,
quasi del vivo legno anima istessa.
{{Ottava|145}}V’ha Fauni e Lari e Satiri e Sileni,
tutti han fronte cornuta e piè caprigno.
Siam noi pur, come lor, Numi terreni,
ma di sesso men rozo e più benigno.
Ingombran l’altre ad altre piante i seni,
io qui con queste in questo tronco alligno,
e per legge di Fato e di Natura
de le noci a me sacre ho sempre cura. —
{{Ottava|146}}Tacque, e le Ninfe del frondoso monte
verso Adone affrettando il piè veloce,
cortesemente gli chinàr la fronte,
affabilmente il salutare a voce.
Poi lo guidare ufficiose e pronte
con mille ossequii a l’ammirabil noce;
e lasciato lo strai, deposto l’arco,
gli aprirò il passo, e gli spedirò il varco.
</poem><noinclude><references/></div></noinclude>
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Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. II, 1977 – BEIC 1871053.djvu/47
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{{Ottava|147}}Repente allor de l’arbore ch’io dissi
crepò la scorza e ’l vòto ceppo aperse.
Tutta per mezo (oh meraviglia) aprissi,
ed a la coppia il cavo ventre offerse.
Quindi per una via che ’nvèr gli Abissi
scender parea, Silvania il piè converse,
e passando a le viscere più basse
de la buccia capace, Adon vi trasse.
{{Ottava|148}}Entra, ed ha seco il precursor Foriero,
quel che tanto gli mostra amore e fede,
io dico il Cagnolin che già primiero
trovò posando in quella selva il piede.
Questo per disusato ermo sentiero
non l’abbandona mai, sempre il precede;
e chiuso il tronco, ei che ’l camino intende,
per una scala a chiocciola discende.
{{Ottava|149}}Per mille obliqui e tortüosi giri
serpendo senza termine la scala,
e senza che di ciel raggio si miri,
tra profonde ruine in giù si cala.
Sente Adon, quasi greve aura che spiri,
ad ora ad ora alcun vapor ch’essala,
e sussurrando scotersi sotterra
i vènti che ’l gran monte in grembo serra.
{{Ottava|150}}Un’ora e più per l’alta gola angusta
di quel gran labirinto andaro al basso,
fin che trovàr concavità vetusta,
dove a scarpelli era tagliato il sasso.
A quella buca, omai dagli anni frusta,
sempre al buio e tenton drizzaro il passo,
e ne le foci lor spicciar da’ monti
videro in vivi gorghi i fiumi e i fonti.
</poem><noinclude><references/></div></noinclude>
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OrbiliusMagister
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|42|{{Sc|la fuga}}|}}</noinclude><poem>
{{Ottava|151}}Vider per tutto in congelate gocce
pender masse di vetro e di cristallo,
e fuso fuor de le forate rocce
in varie vene spargersi il metallo,
quanto ne purgan poi coppelle e bocce,
nero, livido, rosso, e bianco e giallo,
e giallo e verde ancor, vermiglio e perso
in ciascun mineral color diverso.
{{Ottava|152}}Tra quelle spesse e condensate stille,
e quelle zolle a più color dipinte,
vedeansi sparse mille pietre e mille
di varia luce colorate e tinte,
ch’a guisa pur di tremule scintille,
o di fiaccole fioche e quasi estinte,
intorno e per la vòlta e per le mura
faceano balenar la notte oscura
{{Ottava|153}}Tosto ch’Adon de la calata alpestra,
giunto a l’ultimo grado, il fondo tocca,
passa, dietro a colei ch’è sua maestra,
de la cieca caverna entro la bocca;
quando sente scrosciar da la man destra
gran fiume, che con impeto trabocca;
ed ecco rimbombar l’atre spelonche
d’un orribil romor, come di conche.
{{Ottava|154}}Di quelle gemme, che per l’antro ombroso
lampeggiando facean l’aria men nera,
ed affisse nel sasso aperto e róso
illustravan la grotta e la riviera,
il barlume indistinto e tenebroso
gli servi di lucerna, e di lumiera,
e vide a gola aperta un Crocodilo,
di cui forse maggior non nutre il Nilo.
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Pure, in questo dolore dell’amante, vi è tanta calma e riposo, che egli, in luogo di addentrarsi ne’ suoi pensieri, rimane poeta, cioè a dire serba la forza di rimanere fuori di sé in mesta contemplazione; di tenersi in comunicazione col mondo dei fantasmi. Egli ha la forza di allontanarsi perfino dalle immagini immediate del suo dolore, la sua donna scomparisce per un tratto dalla scena e dá luogo alla natura; il suo amore chiude in sé tutto l’universo. La viola di marzo, la rosa, il fiore, la primavera! una volta a lui si care, come la sua donna, ora incessante cagione di mestizia, come la sua donna. La poesia, che comincia da un dolore vicino allo strazio, si va, a poco a poco, rasserenando e raddolcendo, e quell’ultimo ritorno alla sua donna, «o mia diletta», in mezzo al riso della primavera, aggiunge alla malinconia qualche cosa di cosí tenero ed amoroso, che ti gitta in un dolce fantasticare.
Ho chiamato questa poesia un semplice motivo musicale, in effetti qui non trovi che una situazione immediata e generale, con alcune immagini abbozzate, le quali si continuano nella fantasia di un lettore poetico. Le immagini ed i sentimenti in situazione tanto semplice rimangono senza sviluppo: non si va sino al carattere. Date una determinazione a questa poesia, ed avrete {{TestoAssente|''L’ultimo addio''}} di {{Wl|Q213737|Stolberg}}, che mi propongo di esaminare.
{{Ct|f=110%|v=1|w=5px|{{Sc|4. — «Al barone di Hatjgwitz»<br><br>versione e giudizio di una poesia di Stolberg}}}}
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Pagina:De Sanctis, Francesco – Saggi critici, Vol. I, 1952 – BEIC 1803461.djvu/255
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Cruccone
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||{{Sc|«giornale di un viaggio nella svizzera»}}|249}}</noinclude>
In letteratura, l’«umore» corrisponde a questo stato dello spirito. L’«umore» ha per sua essenza la contraddizione: onde quel fare e disfare, quel dire e disdire, quel distruggere con l’una mano ciò che s’edifica con l’altra. Tale è il senso profondo di questa forma; e, se gli angusti confini di un’appendice mel consentissero, mostrerei quanta intelligenza e ordine e misura è nell’apparente spensieratezza di {{AutoreCitato|Heinrich Heine|Heine}}, e di che sangue gronda il suo riso. Ma il lettore può giá immaginare quante qualitá si richieggano per giungere a quest’altezza, spesso, opposte: l’ironia, il sarcasmo, la caricatura, congiunte con tutte le gradazioni del patetico, le piú strane bizzarrie di una inferma immaginazione, congiunte con le piú riposte profonditá dell’intelligenza.
In Italia, eccetto il {{AutoreCitato|Francesco Domenico Guerrazzi|Guerrazzi}}, che, qua e colá, vi tende, questa forma non ha trovato, ancora, la sua espressione. Il {{AutoreCitato|Giacomo Leopardi|Leopardi}} è il poeta di questa situazione; ma questo grande infelice rimane, sempre, ne’ confini del patetico, e talora rasenta l’ironia, senza giungere, mai, fino all’«umore». Se fosse possibile che Leopardi avesse un successore, costui sarebbe il poeta umoristico dell’Italia.
Che cosa, dunque, è l’«umore» tra noi? Una pura forma, vuota di significato; una forma meramente letteraria; un va e vieni disordinato, con una intenzione umoristica, senza giungere ad afferrare che le parti esteriori, il superficiale meccanismo. Il signor {{AutoreCitato|Giovanni Battista Cereseto|Bonamici}}, autore del {{TestoAssente|''Giornale di un viaggio nella Svizzera''}}, si è valuto del viaggio come di un mezzo a cacciar fuori tutte le sue impressioni e tutti i suoi ghiribizzi; e per la forma, che ha scelto, merita di essere allogato tra gli scrittori umoristici. È giunto, egli, a questa altezza? L’«umore» ha in lui, un significato serio? Ha egli tutte le qualitá richieste?
Non so chi si cefi sotto questo nome; ma basta leggere il suo libro per dire: — Gli è un uomo di non volgare ingegno. — Egli, dunque, deve saper estimare le sue forze, e rispondere egli medesimo: — No! Non mi sono levato a questo tipo di perfezione. — Quanto alla critica, nella presente mediocritá, il suo uffizio è di tenere, sempre, alto ed immacolato l’ideale<noinclude><references/></noinclude>
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{{blocco centrato|LA FIGLIA DEL GIARDINIERE — IL TESORO NASCOSTO — CINGALLEGRA — COMARE FORMICA — IL PRINCIPE PETTIROSSO — RADICHETTA — LE BISACCE DEL LUPINAIO — SALTACAVALLA — LE NOZZE DI PRIMPELLINO — IL NIDO DEI DRAGHI — CARBONELLA — PANE E CACIO.}}
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In quel pomeriggio del sabato, il primo soleggiato e quasi tiepido dopo una lunga serie di giornatacce invernali, Valentino uscì di casa col vestito bello, deciso a fare una conquista femminile. Valentino era un ragazzo a modo, con un buon posto in banca oltre una rendituccia ereditata dai suoi genitori; e a ogni fine settimana si ricordava d’esser giovine e solo, e pensava seriamente alla convenienza di crearsi una compagnia. A questo scopo si metteva alla ricerca dell’anima gemella.
Appena sbucò sul Corso egli notò subito, qualche metro innanzi a lui, una giovinetta modestamente vestita che camminava rasentando le vetrine, fermandosi un attimo talvolta e rimettendosi subito in moto. Ella indossava un soprabito troppo corto e striminzito dal breve colletto di pelliccia; ma le sue gambette di proporzioni ammirabili erano rivestite di finissima seta, e i suoi piedini calzati in un paio di scarpette, semplici e nuovissime. Valentino ebbe l’impressione che zoppicasse impercettibilmente, e si sforzasse a nascondere questo suo difetto.
Affrettò il passo per vederla in volto, e provò una viva emozione perché non aveva immaginato che ella fosse tanto bella e graziosa. Lo colpirono i suoi grandi occhi azzurri un poco malinconici e l’espressione quasi di sgomento che le si leggeva in viso. I loro sguardi si incontrarono nel momento in cui la fanciulla s’era fermata dietro una vetrina di giocattoli, e così pure Valentino si fermò e le disse: — Fra tutte le bambole di questa vetrina nessuna può reggere al vostro confronto.
Allora la ragazza fece per scappare, ma ebbe come un piccolo sussulto, e voltandosi verso Valentino, gli disse:
— Non è un complimento paragonarmi alle bambole.
Il ghiaccio era rotto, e il giovine tutto felice le si mise accanto, e cominciò a corteggiarla con la maggiore delicatezza.
— Se sapeste quante cose avrei da dirvi — le mormorò proprio quando non trovò più argomenti per conversare.
— Entriamo in questa pasticceria — gli propose la ragazza, accomodante: — io detesto i discorsi per la strada, con un giovine sconosciuto per giunta...
— Oh, come avete ragione — approvò Valentino precedendola, e scegliendo un tavolino un poco appartato.
Parve al giovinotto che la fanciulla, sedendo, emettesse come un sospiro di sollievo e si schiarisse in volto; ma non se ne curò e si mise a parlarle di sé, della propria vita, dei programmi per l’avvenire, da quel bravo giovine che era. Anche la ragazza gli disse il suo nome, Doretta, e gli fece qualche piccola confidenza. Gli confidò fra l’altro che quel giorno era uscita di casa per fare una commissione, ma che l’era andata male, sicché temeva di doverne piangere a lungo le conseguenze.
Allora Valentino, che provava per lei una gran tenerezza, le offrì tutto il suo aiuto con uno slancio così evidente e sincero che Doretta ne fu conquistata e così gli parlò:
— Amico mio, credo di poter aver fiducia in voi. Forse è il cielo che vi manda in mio soccorso, quando già disperavo...
— Dite, dite... — l’incoraggiò l’altro al colmo dell’emozione.
— Ebbene, amico mio, — riprese Doretta — voi mi avete offerto il vostro aiuto, dicendovi pronto a fare per me un sacrificio...
— Nel limite delle mie possibilità...
— Capisco. Ma ditemi, per favore, come si traduce in cifre, codesto limite?
— Non saprei, in questo momento... Tre... quattrocento lire...
— Siete generoso. Ma vedete, basterà molto meno: novanta, né una lira più, né una meno...
— Spiegatevi, dunque!
— È molto semplice. Un’ora addietro io che sono povera e che sa Dio quale fatica avevo fatto per persuadere la mamma a darmi i soldi necessari, un’ora addietro ho comprato questo paio di scarpe. Novanta lire: le scarpe rincarano sempre. Ebbene le ho prese strette; e me ne sono accorta quando avevo già insudiciato le suole con questa fanghiglia, sicché il calzolaio non me le avrebbe più cambiate. Sapete voi che martirio, che supplizio sia un paio di scarpe strette? Se lo sapete, non stupitevi del mio coraggio nel farvi questo discorso. Regalatemi voi un paio di scarpe, un paio di scarpe da novanta lire, come queste ma più larghe e il cielo ve ne compenserà. Non sarà un dono poetico, ma nessun altro avrebbe tanto valore ai miei occhi. Non vi sarà impedito, del resto, di aggiungere al dono delle scarpe quello di una rosa...
Dal calzolaio andarono in tassì. E lo sguardo di gratitudine di Doretta al suo cavaliere fu così amorevole e riconoscente che il calzolaio dovette immaginare chi sa che cosa. Sul punto di uscire con un bel paio di scarpe comode, Doretta, che era una fanciulla precisa, si fece involgere in carta le scarpe strette, e consegnando il pacco a Valentino, gli disse: — Queste sono vostre. Siccome sono state appena messe, per trenta o anche quaranta lire potrete sempre rivenderle...
{{A destra|'''''Enrico Serretta'''''}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" /></noinclude>Nel [[w:Il principe studente (film 1927)|{{Sc|principe studente}}]] lavorai con [[w:Ramón Novarro|Ramón Novarro]], [[w:Norma Shearer|Norma Shearer]] e [[w:Jean Hersholt|Jean Hersholt]]. Ho sempre pensato che Ramon, quando curato e accompagnato con amore da un regista capace, poteva essere un «tipo» molto gentile e piacevole. Un sognatore furbo! Confesso che lo dirigerei di nuovo molto volentieri; e chissà che, pur essendo egli decaduto, non càpiti l’occasione. [[w:Norma Shearer|Norma Shearer]] era una volenterosissima ragazza, allora, piena di talento e di fede; e ho la presunzione di averle un po’ aperto la strada verso i futuri successi e la futura personalità significativa di attrice. Jean Hersholt è uno degli attori più sensibili che io conosca; capace di commuoversi fino alle lagrime sulla scena. Un caro uomo.<br>
[[w:John Barrymore|John Barrymore]], che diressi nella [[w:La valanga (film 1929)|{{Sc|valanga}}]], era ed è uno degli uomini più preziosi per un regista intelligente e dei più geniali del cinema. Compositore, scrittore, disegnatore e creatore di celebri boutades, era senza dubbio il più brillante attore della scena e dello schermo americano. Aveva la fama d’intrattabile, ma debbo dire che con me fu d’una squisita amabilità e d'una docilità indicibile. È un maestro del suo mestiere. [[w:Lo zar folle|{{Sc|lo zar folle}}]] mise sotto la mia regia [[w:Emil Jannings|Emil Jannings]] e [[w:Lewis Stone|Lewis Shepard Stone]]. [[w:Emil Jannings|Jannings]] lo conoscevo bene, per averlo diretto più volte in Germania.
È uno degli attori di maggior talento naturale che abbiano mai calcato le tavole d'un teatro. Dico questo sapendo perfettamente ciò che significa. Per [[w:Emil Jannings|Jannings]] la recitazione teatrale non aveva segreti: egli era capace di rappresentare qualsiasi ruolo e purché si trattasse di ruoli interessanti non gli importava che fossero o no preminenti nell’opera. [w:Lewis Stone|Lewis Shepard Stone]] è l’attore che con minor fatica apparente raggiunge i risultati più raffinati. A vederlo recitare si pensa che non c’è nulla di più facile al mondo; proprio come quando si vede giocare al tennis un [[w:Fred Perry|Fred Perry]] e un [[w:Gottfried von Cramm|Von Cramm]], e si decide stropicciandosi allegramente le mani: «uno sport più semplice non esiste». Ma di Stone e di Perry ce n’è sempre pochi; e questo spiega tutto.<br>
[[w:Maurice Chevalier|Maurice Chevalier]] e [[w:Jeanette MacDonald|Jeanette MacDonald]] furono con me più volte una coppia ideale e piena di allegria. Maurice possiede in alto grado il senso del comico, ed è uno degli uomini più simpatici che siano mai apparsi sullo schermo. Ha la rara facoltà di dare un'aria innocente alla scena più compromettente; solo un grande artista può farlo con tanta grazia. Jeanette ha una voce preziosa ed è attrice esperta e duttile. D'altronde perché dir di più? Il nostro è stato, bando alla modestia!, uno dei terzetti più efficaci (e più utili alla cassetta) riuniti dal cinema americano.<br>
[[w:Maurice Chevalier|Chevalier]], [[w:Claudette Colbert|Claudette Colbert]], [[w:Miriam Hopkins|Miriam Hopkins]] e [[w:Charlie Ruggles|Charlie Ruggles]] mi furono preziosi nell'[[w:L'allegro tenente|{{Sc|allegro tenente}}]]. Claudette è una delle più gentili e spiritose attrici d’oggi. Ed è tanto cara anche fuori della scena. Miriam è unica del suo genere, col suo strano carattere orgoglioso e volitivo, e la sua recitazione ricchissima. Noi lavoriamo insieme come ci conoscessimo dalla nascita: e spesso ci rubiamo le idee sul nascere, tanto andiamo d’accordo nell’inventarle. [[w:Charlie Ruggles|Charlie Ruggles]] è uno dei comici più notevoli del cinema: basta guardarlo per ridere, eppure visto in persona è tutt’altro che ridicolo.<br>
[[w:Roland Young|Roland Young]] che diressi in [[w:Un'ora d'amore|{{Sc|una notte d'amore}}]] è un altro grande attor comico. Mi pare non abbia rivali nel suo genere; come nel loro non ne hanno [[w:Herbert Marshall|Herbert Marshall]] e [[w:Kay Francis|Kay Francis]] ([[w:Mancia competente|{{Sc|mancia competente}}]]). Straordinaria la precisione della loro recitazione. [[w:Fredric March|March]], [[w:Gary Cooper|Cooper]] e [[w:Edward Everett Horton|Edward Everett Horton]] furono i deliziosi protagonisti maschili di [[w:Partita a quattro|{{Sc|partita a quattro}}]]. Di loro, Gary è forse il più flessibile e il più sensibile. Basta da solo per salvare un film. Ed ha una presenza fotogenica che si può modellare come fosse cera. Un altro grande virtuoso, più ancora di Jannings, è Laughton. Questo insuperabile attore ha lavorato con me in [[w:Se avessi un milione|{{Sc|se avessi un milione}}]], e con una grazia veramente perfetta, tal quale volevo io.<br>
Venni ad Hollywood chiamato da [[w:Mary Pickford|Mary Pickford]] per dirigere il suo film [[w:Rosita (film 1923)|{{Sc|rosita}}]]. Mi piace parlar per ultimo di lei: giusto omaggio. Mary è la donna più pratica che io conosca. Parla di finanza, discute contratti e prende risoluzioni importanti con una fermezza e una rapidità sconcertanti. Tutto questo non le impediva di recitare scene dolcissime e trepide.<br>
Adesso che sono stato così bravo, m’accorgo che non v’ho parlato di [[w:Marlene Dietrich|Marlene Dietrich]], che ho diretto or ora in [[w:Angelo (film 1937)|{{Sc|angelo}}]]. Ormai è tardi e voglio chiudere l’articolo: e mi piace d’altra parte un tratto finale di malizia: miei cari lettori, aspettate il film e vedrete.<br>
Vedrete: Lubitsch e Marlene hanno lavorato proprio per benino.
{{A destra|{{Sc|ernst lubitsch}}}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" /></noinclude>Nel [[w:Il principe studente (film 1927)|{{Sc|principe studente}}]] lavorai con [[w:Ramón Novarro|Ramón Novarro]], [[w:Norma Shearer|Norma Shearer]] e [[w:Jean Hersholt|Jean Hersholt]]. Ho sempre pensato che Ramon, quando curato e accompagnato con amore da un regista capace, poteva essere un «tipo» molto gentile e piacevole. Un sognatore furbo! Confesso che lo dirigerei di nuovo molto volentieri; e chissà che, pur essendo egli decaduto, non càpiti l’occasione. [[w:Norma Shearer|Norma Shearer]] era una volenterosissima ragazza, allora, piena di talento e di fede; e ho la presunzione di averle un po’ aperto la strada verso i futuri successi e la futura personalità significativa di attrice. Jean Hersholt è uno degli attori più sensibili che io conosca; capace di commuoversi fino alle lagrime sulla scena. Un caro uomo.<br>
[[w:John Barrymore|John Barrymore]], che diressi nella [[w:La valanga (film 1929)|{{Sc|valanga}}]], era ed è uno degli uomini più preziosi per un regista intelligente e dei più geniali del cinema. Compositore, scrittore, disegnatore e creatore di celebri boutades, era senza dubbio il più brillante attore della scena e dello schermo americano. Aveva la fama d’intrattabile, ma debbo dire che con me fu d’una squisita amabilità e d'una docilità indicibile. È un maestro del suo mestiere. [[w:Lo zar folle|{{Sc|lo zar folle}}]] mise sotto la mia regia [[w:Emil Jannings|Emil Jannings]] e [[w:Lewis Stone|Lewis Shepard Stone]]. [[w:Emil Jannings|Jannings]] lo conoscevo bene, per averlo diretto più volte in Germania.
È uno degli attori di maggior talento naturale che abbiano mai calcato le tavole d'un teatro. Dico questo sapendo perfettamente ciò che significa. Per [[w:Emil Jannings|Jannings]] la recitazione teatrale non aveva segreti: egli era capace di rappresentare qualsiasi ruolo e purché si trattasse di ruoli interessanti non gli importava che fossero o no preminenti nell’opera. [[w:Lewis Stone|Lewis Shepard Stone]] è l’attore che con minor fatica apparente raggiunge i risultati più raffinati. A vederlo recitare si pensa che non c’è nulla di più facile al mondo; proprio come quando si vede giocare al tennis un [[w:Fred Perry|Fred Perry]] e un [[w:Gottfried von Cramm|Von Cramm]], e si decide stropicciandosi allegramente le mani: «uno sport più semplice non esiste». Ma di Stone e di Perry ce n’è sempre pochi; e questo spiega tutto.<br>
[[w:Maurice Chevalier|Maurice Chevalier]] e [[w:Jeanette MacDonald|Jeanette MacDonald]] furono con me più volte una coppia ideale e piena di allegria. Maurice possiede in alto grado il senso del comico, ed è uno degli uomini più simpatici che siano mai apparsi sullo schermo. Ha la rara facoltà di dare un'aria innocente alla scena più compromettente; solo un grande artista può farlo con tanta grazia. Jeanette ha una voce preziosa ed è attrice esperta e duttile. D'altronde perché dir di più? Il nostro è stato, bando alla modestia!, uno dei terzetti più efficaci (e più utili alla cassetta) riuniti dal cinema americano.<br>
[[w:Maurice Chevalier|Chevalier]], [[w:Claudette Colbert|Claudette Colbert]], [[w:Miriam Hopkins|Miriam Hopkins]] e [[w:Charlie Ruggles|Charlie Ruggles]] mi furono preziosi nell'[[w:L'allegro tenente|{{Sc|allegro tenente}}]]. Claudette è una delle più gentili e spiritose attrici d’oggi. Ed è tanto cara anche fuori della scena. Miriam è unica del suo genere, col suo strano carattere orgoglioso e volitivo, e la sua recitazione ricchissima. Noi lavoriamo insieme come ci conoscessimo dalla nascita: e spesso ci rubiamo le idee sul nascere, tanto andiamo d’accordo nell’inventarle. [[w:Charlie Ruggles|Charlie Ruggles]] è uno dei comici più notevoli del cinema: basta guardarlo per ridere, eppure visto in persona è tutt’altro che ridicolo.<br>
[[w:Roland Young|Roland Young]] che diressi in [[w:Un'ora d'amore|{{Sc|una notte d'amore}}]] è un altro grande attor comico. Mi pare non abbia rivali nel suo genere; come nel loro non ne hanno [[w:Herbert Marshall|Herbert Marshall]] e [[w:Kay Francis|Kay Francis]] ([[w:Mancia competente|{{Sc|mancia competente}}]]). Straordinaria la precisione della loro recitazione. [[w:Fredric March|March]], [[w:Gary Cooper|Cooper]] e [[w:Edward Everett Horton|Edward Everett Horton]] furono i deliziosi protagonisti maschili di [[w:Partita a quattro|{{Sc|partita a quattro}}]]. Di loro, Gary è forse il più flessibile e il più sensibile. Basta da solo per salvare un film. Ed ha una presenza fotogenica che si può modellare come fosse cera. Un altro grande virtuoso, più ancora di Jannings, è Laughton. Questo insuperabile attore ha lavorato con me in [[w:Se avessi un milione|{{Sc|se avessi un milione}}]], e con una grazia veramente perfetta, tal quale volevo io.<br>
Venni ad Hollywood chiamato da [[w:Mary Pickford|Mary Pickford]] per dirigere il suo film [[w:Rosita (film 1923)|{{Sc|rosita}}]]. Mi piace parlar per ultimo di lei: giusto omaggio. Mary è la donna più pratica che io conosca. Parla di finanza, discute contratti e prende risoluzioni importanti con una fermezza e una rapidità sconcertanti. Tutto questo non le impediva di recitare scene dolcissime e trepide.<br>
Adesso che sono stato così bravo, m’accorgo che non v’ho parlato di [[w:Marlene Dietrich|Marlene Dietrich]], che ho diretto or ora in [[w:Angelo (film 1937)|{{Sc|angelo}}]]. Ormai è tardi e voglio chiudere l’articolo: e mi piace d’altra parte un tratto finale di malizia: miei cari lettori, aspettate il film e vedrete.<br>
Vedrete: Lubitsch e Marlene hanno lavorato proprio per benino.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||{{Sc|''la critica cinematografica''}}|11|riga=si}}</noinclude>{{nop}}
{{Ct|f=220%|t=1|DUE MANIFESTI SUL SONORO}}
{{Rule|24em}}
<section begin="presentazione" />''I due manifesti che seguono ci paiono particolarmente indicativi, a testimonianza delle discussioni che sorsero intorno al sonoro e dei diversi suggerimenti che furono avanzati circa l’impiego del nuovo mezzo espressivo.
''Il manifesto sovietico risale al'' 1928 ''ed era già noto in Italia, quantunque in una traduzione manchevole e incompleta. Il secondo, ancora inedito in Italia, è dovuto a due cineasti d’avanguardia inglesi e fu pubblicato nel numero ''3'' di «Film Art»,'' international review of the advance-guard cinema,'' nella primavera del'' 1934.
''Ambedue gli scritti mirano a disincagliare il nuovo ritrovato tecnico dalla piatta riproduzione della realtà, per farne un mezzo espressivo. Ma basta confrontarli per rilevarne il diverso valore. Mentre il primo, redatto ancora ai primi vagiti del sonoro, conserva ancor oggi un’importanza che non è solo documentaria; il secondo, pur enunciando qualche idea abbastanza suggestiva, rimane a testimoniare quasi esclusivamente la posizione di molti, e magari avvertiti cineasti come i due autori, che nel ''1934'' si attardavano ancora in una posizione negativa. Nel ''1934'', e cioè dopo i film sonori di {{Wl|Q8003|Eisenstein}} e di {{Wl|Q55195|Pudovchin}}, di {{Wl|Q55421|Pabst}} e di {{Wl|Q55388|Clair}}, di {{Wl|Q55412|Murnau}} e di {{Wl|Q51127|Dreyer}}, di {{Wl|Q70678|Dupont}} e di {{Wl|Q51472|Mamoulian}}.''
<section end="presentazione" />
<section begin="1928" />
{{Ct|f=180%|1928}}
L’ideale, da tempo vagheggiato, di un cinema sonoro è ormai una realtà.
Gli americani hanno inventato la tecnica del film parlato e l’hanno portata ad un livello che ne consente l’utilizzazione pratica. Anche la Germania lavora con impegno nello stesso senso. E in tutto il mondo si discute di questa arte muta che infine ha trovato una voce.
Noi che lavoriamo nell’U.R.S.S., siamo pienamente coscienti che le nostre risorse tecniche non sono tali da farci sperare in questo campo un rapido successo pratico. D’altra parte, ci sembra interessante enumerare qualche considerazione preliminare di natura teorica, tanto più che — se le nostre informazioni non sono errate — ci sembra che questo nuovo progresso tecnico venga indirizzato su una cattiva strada.
Una falsa concezione delle possibilità di questa scoperta tecnica può, non ostacolare, lo sviluppo del cinema-arte, ma addirittura annientarne la attuale potenza espressiva.
Il cinema di oggi, attraverso le immagini visive di cui è costituito, provoca nello spettatore un’enorme impressione, ed ha saputo guadagnarsi un posto di primo piano tra le altre arti.
Come è noto, il mezzo fondamentale — e d’altra parte unico — per il quale il cinema ha potuto raggiungere un così alto grado di efficacia, è il ''montaggio''.
Il progresso del montaggio, in quanto mezzo essenziale per produrre un effetto, è l’assioma indiscutibile su cui si è basato lo sviluppo del cinema.
Il successo universale dei film sovietici è dovuto in gran parte ad alcuni principi di montaggio, che essi per primi hanno scoperto e applicato.
1. — Per il futuro sviluppo del cinema, quindi, i soli fattori importanti sono quelli volti a rafforzare e a avviluppare queste trovate di montaggio per produrre effetto sullo spettatore.
Esaminando, da questo punto di vista, ogni nuova scoperta, è facile dimostrare lo scarso interesse che il colore e la stereoscopia presentano a paragone della alta significazione del suono.
2. — Il film sonoro è un’arma a due tagli, ed è affatto probabile che esso sarà impiegato secondo la legge del minimo sforzo, ossia per soddisfare semplicemente la curiosità del pubblico.
Da principio, assisteremo allo sfruttamento commerciale della merce più facile a fabbricare o a vendere: il film ''parlato'', nel quale la registrazione della voce coinciderà nel modo più esatto e più realistico col movimento delle labbra sullo schermo, e nel quale il pubblico apprezzerà l’illusione di sentire veramente un attore, una tromba d’auto, uno strumento musicale, ecc.
Questo primo periodo di «attrazione» non pregiudicherà lo sviluppo della nuova arte, ma ci sarà un secondo periodo — e sarà terribile. Esso coinciderà col declino dello sfruttamento di questo attrattive immediato, quando si cercherà di sostituir loro drammi di «alta letteratura» e altri tentativi d’invasione dello schermo da parte del teatro.
Utilizzato in questo modo, il sonoro distruggerà l’arte del {{Ec|montagggio|montaggio}}.
Infatti ogni complemento sonoro renderà più intensa e arricchirà la significazione intrinseca di ciascun pezzo di montaggio — il che fatalmente tornerà a detrimento del montaggio, che sorte il suo effetto non dai singoli pezzi, ma dalla somma di essi.
3. — Solo l’impiego del suono in contrappunto con un pezzo di montaggio visivo offre nuove possibilità di sviluppare e di perfezionare il montaggio.
''Le prime esperienze del sonoro, quindi, devono essere indirizzate verso la non coincidenza del suono con le immagini.''
Solo questo metodo di montaggio può produrre la sensazione cercata e, col tempo, porterà alla creazione di un nuovo ''contrappunto orchestrale'' tra le immagini visive e le immagini sonore.
4. — La nuova scoperta tecnica non è un fatto casuale nella storia del film, ma un risultato naturale per l’avanguardia della cultura cinematografica. E, grazie a questa scoperta, sarà possibile sormontare moltissimi ostacoli veramente insuperabili.
''Il primo di questi ostacoli'' è costituito dai sottotitoli — nonostante tutti i tentativi che erano stati fatti per incorporarli al movimento o alle immagini del film.
''Il secondo ostacolo'' è costituito dal cumulo di cose che bisogna spiegare — il che sovraccarica la composizione delle scene e rallenta il ritmo.
Ogni giorno i problemi che riguardano il tema e il soggetto divengono più complessi. E i tentativi che sono stati fatti per risolverli attraverso sotterfugi scenici d’ordine esclusivamente {{FI
|file = Due manifesti sul sonoro 1928-1934 (cropped).jpg
|width = 40%
|float=left
|caption = ''La nascita del sonoro era annunciata da Variety su cinque colonne.''
|margin-right=1em
}}visivo, o hanno lasciato insoluti quei problemi, o hanno indotto il realizzatore ad effetti scenici veramente troppo fantasiosi.
Il suono, considerato come un nuovo elemento del montaggio (e come elemento indipendente dall’immagine visiva), introdurrà senza dubbio un mezzo nuovo, estremamente efficace, per esprimere e risolvere i complessi problemi contro i quali abbiamo finora urtato, e che non abbiamo potuto risolvere — data l’impossibilità di trovare una soluzione con l’ausilio dei soli mezzi visivi.
5. - Il «''metodo del contrappunto''», applicato alla creazione del film sonoro e parlato, non solo non altererà il carattere internazionale del cinema, ma rialzerà la sua significazione e il suo potere culturale a un livello finora sconosciuto.
Applicando questo metodo di costruzione, il film non sarà confinato nei limiti d’un mercato nazionale — come avviene per i drammi teatrali o come avverrà per le commedie di teatro cinematografate. Inoltre, si avrà una possibilità, ancora maggiore che per il passato, di far circolare pel mondo idee suscettibili d’essere espresse per mezzo del film.
{{Blocco a destra|margine=5em|<poem>''{{AutoreCitato|Sergej Michajlovič Ėjzenštejn|S. M. Eisenstein}}''
''{{AutoreCitato|Vsevolod Illarionovič Pudovkin|V. I. Pudovchin}}''
''{{Wl|Q561459|G. V. Alexandrof}}''</poem>}}
<section end="1928" />
<section begin="1934" />
{{Ct|f=180%|1934}}
''{{Wl|Q810048|Wright}}'' - Anzitutto bisogna rendersi conto che i film sono sempre stati sonori, anche ai tempi del cinema muto. Più grande era l’orchestra e migliore appariva il film.
''{{Wl|Q134454850|V. Braun}}'' - Esatto. E ora che il progresso tecnico ha reso possibile il parlato, crede che per il film questo sia un complemento buono quanto la musica?
''Wright'' - No, perchè un film parlato, per quanto buono, è sempre una commedia, magari perfezionata da superiori possibilità meccaniche, come, ad esempio, panoramiche, primi piani, stacchi, ecc.
''V. Braun'' - Vuole dire che i film «parlati» non sono film?
''Wright'' - I film «parlati» sono film dal punto di vista tecnico, non da quello cinematografico.
''V. Braun'' - Allora la prima cosa da fare è di classificare i film parlati e i film sonori in due categorie differenti.
''Wright'' - Sì. E quindi non abbiamo bisogno di discutere oltre dei film parlati. Passiamo al film sonoro vero e proprio. Tanto per cominciare, che cosa ne dicono gli esteti?
''V. Braun'' - Oh, moltissime cose. Anzitutto lodano il sonoro contrappuntistico e quello immaginativo, e sostengono che con essi si possono ottenere grandi effetti artistici. Io credo che, originariamente, questa considerazione sia stata provocata da una tipica reazione: quando apparvero i primi film parlati, gli esteti si rifiutarono, e assai giustamente, di prenderli in considerazione; ma quando, dopo un anno, videro che il film parlato non era morto sotto il peso della loro disapprovazione, giunsero di colpo all’estremo opposto.
''Wright'' - Sì, ricordo che la scena dell’impiccagione di «{{Wl|Q3523233|The Virginian}}» riscosse moltissimi elogi.
''V. Braun'' - Tuttavia gli esteti (non ho ancora ben capito, però, chi siano queste persone) hanno molti punti a loro favore.
''Wright'' - Certamente. La maggior parte delle loro opinioni è ottima teoria del cinema, ma il guaio è che essi non se ne rendono conto. Il che non danneggia la teoria, ma rovina la pratica.
''V. Braun'' - Bah! Forse sarà meglio esaminare i vantaggi del suono e, in particolare i vantaggi del sonoro «immaginativo» - se pur esiste - e contrappuntistico.
''Wright'' - Ma non dobbiamo dimenticare che il film è un fatto visivo, tanto che il film perfetto dovrebbe soddisfare da ogni punto di vista senza il sonoro, ed essere quindi proiettato nel più assoluto silenzio.
''V. Braun'' - ''Ma questo non significa che il film perfetto non possa essere super-perfezionato dall’impiego del sonoro come complemento.''
''Wright'' - L’uso immaginativo del sonoro, il contrasto tra sonoro e immagini (contrappunto) può senza dubbio essere efficace, ma questo non vuol dire che buone immagini non possano avere lo stesso effetto con mezzi più legittimi. E in verità, comincio a chiedermi se il sonoro è poi una condizione di vantaggio.
''V. Braun'' - Ma certamente. Il suono può senza dubbio accrescere, e lo accresce, l’effetto delle immagini. Ma non crea necessariamente l’effetto. E se usato impropriamente - tanto grande il suo potere - può addirittura rovinare l’immagine.
''Wright'' - E’ vero. Io stesso ho visto una delle sequenze che preferivo completamente rovinata dall’aggiunta della musica di {{AutoreCitato|Johann Sebastian Bach|Bach}} - la quale è certamente migliore di qualsiasi film prodotto. La musica di Bach rovinava le immagini perchè era troppo potente.
''V. Braun'' - Il che ci ricorda che una delle arti più potenti è, appunto, l’arte dei suoni.
''Wright'' - Che cosa s’intende per «sonoro raccordato al film?»
''V. Braun'' - Prima di cominciare a girare un film si hanno a disposizione i suoni del mondo, dal canto dell’allodola alla voce di {{Wl|Q202878|Mae West}}, dalla «{{Wl|Q232367|Jupiter Symphony}}» al motore a combustione interna.
''Wright'' - E la voce umana non ha maggior valore di qualsiasi altro suono.
''V. Braun'' - Quando si sincronizza un film si scelgono, fra tutti i suoni, quelli che sembrano più adatti. Se si usa un suono naturale corrispondente all’immagine visiva, e se si dà un posto predominante alla voce umana, si ha un film parlato.
''Wright'' - Se si usa un qualsiasi suono naturale che non corrisponda all’azione visiva, il film risulterà un insulso prodotto intellettualistico.
''V. Braun'' - Se si crea un buon film visivo, che sia concluso in se stesso senza alcun suono, ci si accorgerà come il solo suono che può veramente accrescere l’intensità delle immagini, sia il suono astratto.
''Wright'' - La musica è astratta.
''V. Braun'' - Da se stessa la musica si limita, e molto giustamente, a suoni prodotti da un ristretto numero di strumenti speciali. Si è perciò liberi di orchestrare qualsiasi suono del mondo.
''Wright'' - Ma una volta orchestrati diventano astratti quanto la musica. E il suono astratto orchestrato è il vero complemento del film. Può intensificare il valore, per esempio, di un aereoplano in volo, in modo tale che nessun aereoplano potrebbe mai raggiungere nella realtà.
''V. Braun'' - Perchè il suono naturale è incontrollabile. Nessuna arte è incontrollata. Il suono astratto è completamente controllato dall’artista creatore, che, in questo caso, è il regista del film. Il regista deve creare i suoni come crea le immagini visive, e dato che non può creare il suono naturale, deve orchestrarlo secondo i suoi intenti.
''Wright'' - E quando il regista potrà farlo con la stessa espressione con cui {{Wl|Q35548|Cézanne}} orchestrò la natura nelle sue tele, il primo vero film sarà stato realizzato.
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<noinclude><pagequality level="3" user="Verderame33" />{{RigaIntestazione||{{Sc|bedeutung der paläontol. f. die erdgesch.}}|309}}</noinclude>{{Pt|niart|Brongniart}} konnte auch auf Grund des Vorkommens gleicher Versteinerungen die gleichzeitige Bildung räumlich weit entlegener Ablagerungen behaupten. In seiner Abhandlung ''sur les terrains de sédiment supérieurs calcaréotrappéens du Vicentin'' wurden die Versteinerungen zum Ausgangspunkt der Vergleichung mit den Tertiärablagerungen anderer Gebiete gemacht und mit Genugtuung stellte Brongniart fest, dass {{AutoreCitato|William Buckland|Buckland}}, der im selben Jahre wie er (1820) das Vicentinische Gebiet besucht hatte, in gleicher Weise wie er selbst von den Analogien überrascht war, welche dieses Gebiet hinsichtlich der Versteinerungen mit dem Pariser Becken erkennen liess. Seither haben die Versteinerungen zunächst als ''Leitfossilien'' für die Unterscheidung verschiedenaltriger und für das Wiedererkennen gleichaltriger Bildungen in entlegenen Gebieten gedient. Die von A. d’Orbigny entwickelte Katastrophenlehre, nach welcher siebenundzwanzigmal hintereinander verschiedene Schöpfungen die ganze Erde nach vorangegangenen Umwälzungen, durch welche die gesamte Tier- und Pflanzenwelt vernichtet worden war, von neuem bevölkerten, wie d’Orbigny in seinem ''Cours élémentaire de paléontologie stratigraphique'' lehrte, musste zunächst dazu führen, die Versteinerungen, die ''Medals of creation'', wie sie Mantell nannte, möglichst genau zu untersuchen. D’Orbigny selbst ging hier vorbildlich voran durch seine ''Paléontologie française'', er versuchte ferner in seinem 1850 herausgegebenen ''Prodrome de Paléontologie stratigraphique universelle'' durch die Aufzählung von 18000 Arten wirbelloser Tiere, die nach der Reihenfolge ihres Erscheinens streng in die 27 aufeinanderfolgenden Stufen eingeordnet sind, den Nachweis dafür zu erbringen, dass nur ganz ausnahmsweise eine Art von einer Stufe in eine andere übergehe. Dabei wird dann noch hinzugefügt, dass die wenigen Arten, welche mehreren Stufen gemeinsam sind, nur höchst selten die Grenzen zwischen denselben in lebendem Zustand überschritten hätten; weit häufiger habe es sich bloss um tote Schalen gehandelt, zumal um die mit Luftkammern versehenen Schalen der Ammoniten, die nach dem Tode der Tiere sich noch lange schwimmend erhalten und mit den Formen der nächst höheren Stufe vermischen konnten. Depéret meint übrigens, dass die scharfen Bestimmungen d’Orbigny’s nicht in allen Fällen zuverlässig seien; wann er von Arten spreche, die ausnahmsweise mehrere Stufen<noinclude></noinclude>
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Opera:La ginestra, o Il fiore del deserto
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Dr Zimbu
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{{Opera}}
== Edizioni ==
* {{Testo|Canti (Leopardi - Ranieri)/XXXIV. La ginestra, o il fiore del deserto|La ginestra, o il fiore del deserto}}
=== Edizioni commentate ===
* {{Testo|La Ginestra (Lucas)}}
* {{Testo|Canti (Leopardi - Donati)/XXXIV. La ginestra|La ginestra, o il fiore del deserto}}
* {{Testo|Canti (Leopardi - Ginzburg)/La ginestra|La ginestra, o il fiore del deserto}}
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Viaggi per Europa
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{{Qualità|avz=75%|data=8 aprile 2026|arg=Da definire}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore = Giovanni Francesco Gemelli Careri
| Nome e cognome del curatore =
| Titolo = Viaggi per Europa
| Anno di pubblicazione = 1701
| Lingua originale del testo =
| Nome e cognome del traduttore =
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| Progetto =
| Argomento = Diari di viaggio/storia/geografia/Italia/Francia/Regno Unito/Belgio/Paesi Bassi/Germania/Austria/Slovacchia/Ungheria/Repubblica Ceca/Croazia/Slovenia/Spagna/Guerra austro-turca (1683-1699)
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Gemelli Careri - Viaggi per Europa, Vol. I, Napoli, Roselli, 1701.djvu
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<pages index="Gemelli Careri - Viaggi per Europa, Vol. I, Napoli, Roselli, 1701.djvu" from="11" to="11" />
==Indice della parte prima==
* {{testo|/Dedica}}
* {{testo|/Matteo Egizio a' cortesi leggitori}}
* {{testo|/Avviso}}
* {{testo|/Lettera prima}} - ''Di Vinegia a’ 25. di Gennajo 1686.''
* {{testo|/Lettera II}} - ''Di Vinegia 29. Gen. 1686.''
* {{testo|/Lettera III}} - ''Di Vinegia 6. Febbrajo 1686.''
* {{testo|/Lettera IV}} - ''Vinegia 12. Febbrajo 1686.''
* {{testo|/Lettera V}} - ''Vinegia 19. Febbrajo 1686.''
* {{testo|/Lettera VI}} - ''Di Vinegia 26. Febbrajo 1686.''
* {{testo|/Lettera VII}} - ''Di Verona il 1. di Marzo 1686.''
* {{testo|/Lettera VIII}} - ''Di Milano a’ 4. di Marzo 1686.''
* {{testo|/Lettera IX}} - ''Di Milano a’ 6. di Marzo 1686.''
* {{testo|/Lettera X}} - ''Di Torino a’ 13. Marzo 1686.''
* {{testo|/Lettera XI}} - ''Di Lione a’ 19. Marzo 1686.''
* {{testo|/Lettera XII}} - ''Di Lione a’ 22. Marzo 1686.''
* {{testo|/Lettera XIII}} - ''Da Parigi a’ 3. di Aprile 1686.''
* {{testo|/Lettera XIV}} - ''Da Parigi a’ 6. di Aprile 1686.''
* {{testo|/Lettera XV}} - ''Da Parigi a’ 9. di Aprile 1686.''
* {{testo|/Lettera XVI}} - ''Da Varsaglia gli 11. di Aprile 1686.''
* {{testo|/Lettera XVII}} - ''Da Parigi a’ 15. di Aprile 1686.''
* {{testo|/Lettera XVIII}} - ''Parigi a’ 20. di Aprile 1686.''
* {{testo|/Lettera XIX}} - ''Di Parigi il 1. di Maggio 1686.''
* {{testo|/Lettera XX}} - ''Di Londra a’ 15. di Maggio 1686.''
* {{testo|/Lettera XXI}} - ''Di Londra a’ 23. di Maggio 1686.''
* {{testo|/Lettera XXII}} - ''Di Londra a’ 30. di Maggio 1686.''
* {{testo|/Lettera XXIII}} - ''Da Bruges a’ 2. di Giugno 1686.''
* {{testo|/Lettera XXIV}} - ''D’Anversa a’ 9. di Giugno 1686.''
* {{testo|/Lettera XXV}} - ''D’Amsterdam a’ 15. di Giugno 1686.''
* {{testo|/Lettera XXVI}} - ''Da Nimega a’ 22. di Giugno 1686.''
* {{testo|/Lettera XXVII}} - ''Da Colonia a’ 27. di Giugno, etc.''
* {{testo|/Lettera XXVIII}} - ''Da Vienna a’ 14. di Luglio 1686.''
* {{testo|/Tavola delle cose più notabili}}
* {{testo|/Imprimatur}}
<pages index="Gemelli Careri - Viaggi per Europa, parte II, Napoli, Roselli, 1704.djvu" from="5" to="5" />
== Indice della parte seconda ==
* {{testo|Da fortunati Elisi|tipo=tradizionale}}
* {{testo|/Imprimatur (parte II)|Imprimatur}}
* {{testo|/Dedica (parte II)|Dedica}}
* {{testo|/Lettera Prima (parte II)|Lettera Prima}} - ''Al Signor Amato Danio - Da Vienna a’ 15. di Luglio 1686.''
* {{testo|/Lettera II (parte II)|Lettera II}} - ''Al Regio Signor Consigliero D.'' {{Sc|Pietro Antonio Chiavarri}} - ''Da Buda a’ 20. di Luglio 1686.''
* {{testo|/Lettera III (parte II)|Lettera III}} - ''Al Sig. Consigliero D.'' {{Sc|Francesco Gascon.}} - ''Dal Campo di Buda a’ 21 di Luglio 1686.''
* {{testo|/Lettera IV (parte II)|Lettera IV}} - ''Al Signor Giudice di Vicaria D.'' {{Sc|Michele Vargas Machuca}} - ''Dal Campo di Buda lì 30 di Luglio 1686.''
* {{testo|/Lettera V (parte II)|Lettera V}} - ''Al Signor D.'' {{Sc|Carlo Cito}} - ''Dal Campo di Buda a’ 7 di Agosto 1686.''
* {{testo|/Lettera VI (parte II)|Lettera VI}} - ''Al Signor'' {{Sc|Vincenzo di Miro}} - ''Dal Campo di Buda a’ 16 di Agosto 1686.''
* {{testo|/Lettera VII (parte II)|Lettera VII}} - ''A Madama N. N. - Dal Campo di Buda a’ 23. di Agosto 1686.''
* {{testo|/Lettera VIII (parte II)|Lettera VIII}} - ''A Madama Elisa Guioni. - Dal Campo di Buda a’ 23 di Agosto 1686.''
* {{testo|/Lettera IX (parte II)|Lettera IX}} - ''A Madama Pimplea Colinatti. - Dal Campo di Buda a’ 30. di Agosto 1686.''
* {{testo|/Lettera X (parte II)|Lettera X}} - ''Alla Medesima. - Da Buda a’ 3. di Settembre 1686.''
* {{testo|/Lettera XI (parte II)|Lettera XI}} - ''A Madama Camillotta Pepini. - Da Vienna a’ 13. di Settembre 1686.''
* {{testo|/Lettera XII (parte II)|Lettera XII}} - ''Alla Medesima. - Da Ispruch a’ 27. di Settembre 1686.''
* {{testo|/Lettera XIII (parte II)|Lettera XIII}} - ''Alla Medesima. - Da Napoli a’ 6. di Novembre 1686.''
* {{testo|/Lettera XIV (parte II)|Lettera XIV}} - ''Al Dottor Signor'' {{Sc|''A''mato ''D''anio}}. - ''Da Vienna a’ 14. di Giugno 1687.''
* {{testo|/Lettera XV (parte II)|Lettera XV}} - ''A Madamigella'' {{Sc|''O''limpia ''P''iozzi}}. - ''Da Buda a’ 21. di Giugno 1687.''
* {{testo|/Lettera XVI (parte II)|Lettera XVI}} - ''A Madama {{Sc|Camillotta Pepini}}. - Dal Campo di Valpo a’ 17. di Luglio 1687.''
* {{testo|/Lettera XVII (parte II)|Lettera XVII}} - ''Alla medesima. - Dal Campo appresso Sicklos a’ 25. di Luglio 1687.''
* {{testo|/Lettera XVIII (parte II)|Lettera XVIII}} - ''Alla medesima - Dal Campo appresso Mohacz gli 8. di Agosto 1687.''
* {{testo|/Lettera XIX (parte II)|Lettera XIX}} - ''Alla Medesima - Dal Campo di Orsan a 16. di Agosto 1687.''
* {{testo|/Lettera XIX (parte II)|Lettera XIX}} - ''Alla Medesima. - Da Vienna a’ 3. di Ottobre 1687.''
* {{testo|/Lettera XXII (parte II)|Lettera XXII}} - ''Alla medesima. - Da Praga a’ 17. di Ottobre 1687.''
* {{testo|/Lettera XXIII (parte II)|Lettera XXIII}} - ''Alla Medesima. - Da Lipsia a’ 15 Ottobre 1687.''
* {{testo|/Lettera XXIV (parte II)|Lettera XXIV}} - ''A Madamigella Rosalia Ghul. - Da Norimberga a’ 30. di Otobre 1687.''
* {{testo|/Lettera XXV (parte II)|Lettera XXV}} - ''A Madama'' {{Sc|''M''aria ''E''lena d’''O''ttesnac}}. - ''D’Augusta a’ 3. di Novembre 1687.''
* {{testo|/Lettera XXVI (parte II)|Lettera XXVI}} - ''A Madama'' {{Sc|''C''amillotta ''P''epini}}. - ''Da Inspruck a’ 14. Novembre 1687.''
* {{testo|/Lettera XXVII (parte II)|Lettera XXVII}} - ''Al Signor Francesco Stricker - Da Vinegia a’ 30. di Novembre 1687.''
* {{testo|/Lettera XXVIII (parte II)|Lettera XXVIII}} - ''All’Illustriss. ed Eccellentissimo Signore il sig. Conte di'' {{Sc|''F''ernan ''N''uñez}}. - ''Da Vinegia a’ 7. Febbrajo 1688.''
* {{testo|/Lettera XXIX (parte II)|Lettera XXIX}} - ''Al Dottor Signor D.'' {{Sc|''G''iacinto ''F''alletti ''A''rcadi}}. - ''Da Vinegia a’ 17. Febbrajo 1688.''
* {{testo|/Lettera XXX (parte II)|Lettera XXX}} - ''Al Dottor Signor'' {{Sc|''L''orenzo ''S''andalaro}} - ''Da Roma a’ 26. di Marzo 1688.''
* {{testo|/Lettera XXXI (parte II)|Lettera XXXI}} - ''All’Eccell. Signor il Signore'' {{Sc|''B''ernardo ''T''revisani}}. - ''Da Palermo a’ 22. di Maggio 1688.''
* {{testo|/Lettera XXXII (parte II)|Lettera XXXII}} - ''Al Signor D.'' {{Sc|''C''esare di ''N''atale}}. - ''Da Messina a’ 5. di Giugno 1688.''
* {{testo|/Lettera XXXIII (parte II)|Lettera XXXIII}} - ''Al Dottor Signor'' {{Sc|''A''mato ''D''anio}} - ''Da Madrid il primo di Settembre 1688.''
* {{testo|/Lettera XXXIV (parte II)|Lettera XXXIV}} - ''Al Medesimo. - Da Madrid a’ 15. di Aprile 1689.''
* {{testo|/Tavola delle cose notabili (parte II)|Tavola delle cose notabili}}
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<noinclude><pagequality level="3" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— 33 —|''Cremona—Cuneo''}}</noinclude>{{pt|{{Elezioni 1909 1}}}}
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|colspan=11 class=t02| {{§|Soresina}} <br/> {{Wl|Q48803119|Collegio di Soresina}} (popolazione 65,992).
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| || || || || ||colspan=4 {{cs|L}}| <br/> <small>Il numero degli elettori iscritti riguarda l'intero collegio; il numero dei votanti e quello dei voti conseguiti dai candidati non comprendono invece i risultati della votazione avvenuta nelle sezioni Grinzane, Leviee, Gorrino, Rodi, Scaletta Uzzone e Torre Uzzone, le quali contano complessivamente 528 elettori.</small> || ||
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| || || || || || || || ''Malingri di Bagnolo Alessandro'' || ||2437||
|- class=r1
| || || <br/> Elezione suppletiva dell’8 settembre 1907, in seguito a decesso dell’eletto. {{Rule|4em|000|t=1|v=1}} || || || || || || || ||
|- class=r1
|4962||3168|| '''Margaria Giovanni''' || ||{{sans-serif|'''1871'''}}|| || || || || ||
|- class=r1
| || || ''Malingri di Bagnolo Alessandro'' || ||1250|| || || || || ||
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Borgo San Dalmazzo}} <br/> {{Wl|Q48802415|Collegio di Borgo San Dalmazzo}} (popolazione 50,575).
|- class=r1
|4334||2422|| '''Di Rovasenda Alessandro''' || ||{{sans-serif|'''1960'''}}||5166||2445|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q21832852|Di Rovasenda Alessandro}} '''}} || ||{{sans-serif|'''2307'''}}|| da {{sans-serif|'''19'''}} a {{sans-serif|'''22 (U)'''}}
|- class=r1
| || || ''Dutto Michele'' || ||408|| || || || || ||
|-
|colspan=11 class=t02|{{§|Brà}} {{§|Bra}} <br/> {{Wl|Q48802431|Collegio di Brà}} (popolazione 63.121).
|- class=r1
|7182||3282|| '''Rebaudengo Eugenio''' || ||{{sans-serif|'''2914'''}}||7556||5055|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q21833013|Rebaudengo Eugenio}} '''}} || ||{{sans-serif|'''3986'''}}|| {{sans-serif|'''21, 22 (U)'''}}
|- class=r1
| || || '' {{AutoreCitato|Enrico Ferri|Ferri Enrico}} '' || ||215|| || || ''Tarozzi Giuseppe'' || ||980||
|-
<noinclude>|}</noinclude><noinclude></noinclude>
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Pagina:Statistica elezioni 1909 legislatura 23.djvu/68
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Carlomorino
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione|''Cuneo''.|— 34 —|}}</noinclude>{{pt|{{Elezioni 1909 1}}}}
|- {
|colspan=11 class=t02| {{§|Ceva}} <br/> {{Wl|Q48802551|Collegio di Ceva}} (popolazione 58,315).
|- class=r1
|8101||4393|| '''Calleri Giacomo''' || ||{{sans-serif|'''3492'''}}||8229||3062|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q21832788|Calleri Giacomo}} '''}} || ||{{sans-serif|'''2469'''}}|| da {{sans-serif|'''20'''}} a {{sans-serif|'''22 (U)'''}}
|- class=r1
| || || ''Gallizio Giov. Antonio'' || ||749|| || || ''Gallizio Giov. Antonio'' '''<big>•</big>''' || ||450||
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Cherasco}} <br/> {{Wl|Q48802554|Collegio di Cherasco}} (popolazione 54,898).
|- class=r1
|7529||3952|| '''Curreno Giacomo''' || ||{{sans-serif|'''3341'''}}||8347||4260|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q21832830|Curreno Giacomo}} '''}} || ||{{sans-serif|'''3400'''}}|| {{sans-serif|'''21, 22 (U)'''}}
|- class=r1
| || || ''Roberto Riccardo'' || ||255|| || || '' {{Wl|Q63968387|Roberto Riccardo}} '' || ||674||
|- class=r1
| || || ''Chicco Eugenio'' || ||71|| || || || || ||
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Dronero}} <br/> {{Wl|Q48802644|Collegio di Dronero}} (popolazione 59,390).
|- class=r1
|5208||2560|| '''Giolitti Giovanni''' || ||{{sans-serif|'''2428'''}}||5620||2463|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q297190|Giolitti Giovanni}} '''}} '''<big>{{larger|¤}}</big>''' || ||{{sans-serif|'''2405'''}}|| da {{sans-serif|'''15'''}} a {{sans-serif|'''22 (U)'''}}
|- class=r1
| || || '' {{Wl|Q3770290|Cavallera Giuseppe}} '' || ||101|| || || || || ||
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Fossano}} <br/> {{Wl|Q48802677|Collegio di Fossano}} (popolazione 44,99%).
|- class=r1
|5050||2644|| '''Falletti di Villafalletto Paolo''' || ||{{sans-serif|'''2246'''}}||5237||2804|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q63959233|Falletti di Villafalletto Paolo}} '''}} || ||{{sans-serif|'''2121'''}}||{{nowrap| da {{sans-serif|'''20'''}} a {{sans-serif|'''22 (U)'''}} }}
|- class=r1
| || || ''Morgari Oddino'' || ||255|| || || '' {{Wl|Q3880816|Morgari Oddino}} '' '''<big>{{larger|¤}}</big>''' || ||574||{{nowrap| da 20 a 22 (U) }}
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Mondovì}} <br/> {{Wl|Q48803271|Collegio di Mondovì}} (popolazione 55,190).
|- class=r1
|6541||3526|| '''Giaccone Vittorio''' || ||{{sans-serif|'''2625'''}}||7731||4812|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q21832891|Giaccone Vittorio}} '''}} ||<small>1º scrut.</small> ||2046|| da {{sans-serif|'''19'''}} a {{sans-serif|'''22 (U)'''}}
|- class=r1
| || || || || || || <small>1º scrut.</small> || || {{nowrap|<small>2º scrut.</small>}} ||{{sans-serif|'''2755'''}}||
|- class=r1
| || || ''Gallizio Giov. Antonio'' || ||775|| ||5109|| || || ||
|- class=r1
| || || || || || || {{nowrap|<small>2º scrut.</small>}} || ''Vinai Vittorio'' || <small>1º scrut.</small> ||1439||
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| || || || || || || || || <small>2º scrut.</small> ||2255||
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| || || || || || || || ''Gallizio Giov. Antonio'' '''<big>•</big>''' || <small>1º scrut.</small> ||851||
|- class=r1
| || || || || || || || ''Montezemolo Umberto'' || <small>1º scrut.</small> ||395||
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Saluzzo}} <br/> {{Wl|Q48803305|Collegio di Saluzzo}} (popolazione 56,517).
|- class=r1
|5522||3886|| '''Di Saluzzo Marco''' || ||{{sans-serif|'''2228'''}}||6585||3315|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q21832854|Di Saluzzo Marco}} '''}} || ||{{sans-serif|'''2952'''}}|| {{sans-serif|'''22 (U)'''}}
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|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Savigliano}} <br/> {{Wl|Q48803102|Collegio di Savigliano}} (popolazione 51,250).
|- class=r1
|5265||3598|| '''Ciartoso Luigi''' || <small>1º scrut.</small> ||1629||5666||3558|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q63929894|Ciartoso Luigi}} '''}} || ||{{sans-serif|'''2075'''}}|| {{sans-serif|'''22 (U)'''}}
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| || 3908 || || || || || || '' {{Wl|Q3719643|Pantano Edoardo}} '' || ||1323 || {{cs|L}}| 16, 17, da 19 a 22 (U)
|- class=r1
| || {{nowrap|<small>2º scrut.</small>}} || ''Baralis Giovanni'' || <small>1º scrut.</small> ||1604|| || || || || ||
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| || || ''Malagoli Andrea'' || <small>1º scrut.</small> ||294|| || || || || ||
|-
<noinclude>|}</noinclude><noinclude></noinclude>
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Il sessismo nella lingua italiana/III - Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana
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{{Qualità|avz=75%|data=3 giugno 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=III - Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana|prec=../II - Ricerca sulla formulazione degli annunci delle offerte di lavoro|succ=../III - Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana/III.1 - Premessa}}
<pages index="IlSessismoNellaLinguaItaliana.pdf" from="88" to="88" />
* {{testo|/III.1 - Premessa}}
* {{testo|/III.2 - Forme linguistiche sessiste da evitare e proposte alternative}}
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Spinoziano (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" /></noinclude>{{Ct|f=140%|v=1|t=4|CAPITOLO QUINTO}}
{{rule|12%|v=3}}
{{Ct|f=130%|v=1|'''Le vette al sommo della Valle Mobuku'''.}}
{{smaller|Formazione del campo base a Bujongolo — La testata della valle — {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} parte per la prima escursione esplorativa — Il ghiacciaio Mobuku — Campo sull'orlo del ghiacciaio — La cresta terminale e la Roccia Grauer — Prima completa visione della catena del Ruwenzori — Prima ascensione delle vette del Kiyanja — {{Wl|Q1339199|Vittorio Sella}} al Campo I — Panorama fotografico dalla Roccia Grauer — Nebbia, neve e temporali — Il Sella sale una terza vetta del gruppo — Laboriosa discesa a Bujongolo — Quattro giorni di intemperie — Vita al campo — Le visite di un leopardo — Il viaggio del Comandante {{AutoreCitato|Umberto Cagni|Cagni}} da Entebbe a Bujongolo.}}
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}}Il mattino dell'8 Giugno, mentre giungevano a Bujongolo in piccoli gruppi i portatori Bakonjo che s'erano fermati il giorno innanzi a Buamba, {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} ed i compagni, tutti pesti ed intirizziti per la notte passata all'aperto, fra i sassi, studiavano il modo migliore per adattare l'accampamento alle condizioni del luogo.
A prima vista non sembrava cosa possibile. I grossi blocchi di roccia ammucchiati alla rinfusa ai piedi della rupe e mezzo incastrati nell'incavo della sua base, sono disposti in modo che non v'è un metro quadrato di spazio piano. Entro la<noinclude>{{RigaIntestazione|||{{x-smaller|17}}}}</noinclude>
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Pagina:Il Ruwenzori, 1908 - BEIC IE7203615.djvu/211
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>{{Ct|f=140%|v=1|t=4|CAPITOLO SESTO}}
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{{Ct|f=130%|v=1|'''Le vette del gruppo centrale.'''}}
{{smaller|Terrore dei Bakonjo pei versanti congolesi — S. A. R. lascia Bujongolo — Marcia nella nebbia e nel fango — Il colle spartiacque — Il campo presso il lago — Si risale la valle ad occidente del Kiyanja — Campo III — Il colle ai piedi del gruppo centrale — Campo IV — Si rivede la valle Bujuku — Ascensione alla vetta Alessandra — Nella nebbia — La scalata alla vetta Margherita — «Ardisci e Spera» — La vittoria — L'oftalmia da neve — Le vette Elena e Savoia — La Spedizione riunita al campo IV — Le vicende dei compagni di S. A. R. dal 15 al 20 giugno — Il Sella ed il Roccati salgono su una vetta del gruppo meridionale.}}
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}}Il Freshfield aveva udito raccontare dal suo capocarovana che il colle spartiacque, sul quale discende la cresta meridionale del Kiyanja, aveva un tempo servito di alvico agli indigeni abitanti ad occidente della catena, i quali solevano scender per esso nella valle Mobuku fino a Buamba, per scambiare mercanzie coi Bakonjo.
Invece non riuscì a {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} di trarre dai suoi portatori la più piccola notizia sulle vie di comunicazione fra i due versanti dei monti. Essi sembravano provare un vero terrore per le regioni di là della<noinclude><references/></noinclude>
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Invece non riuscì a {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} di trarre dai suoi portatori la più piccola notizia sulle vie di comunicazione fra i due versanti dei monti. Essi sembravano provare un vero terrore per le regioni di là della<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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{{smaller|Terrore dei Bakonjo pei versanti congolesi — S. A. R. lascia Bujongolo — Marcia nella nebbia e nel fango — Il colle spartiacque — Il campo presso il lago — Si risale la valle ad occidente del Kiyanja — Campo III — Il colle ai piedi del gruppo centrale — Campo IV — Si rivede la valle Bujuku — Ascensione alla vetta Alessandra — Nella nebbia — La scalata alla vetta Margherita — «Ardisci e Spera» — La vittoria — L'oftalmia da neve — Le vette Elena e Savoia — La Spedizione riunita al campo IV — Le vicende dei compagni di S. A. R. dal 15 al 20 giugno — Il Sella ed il Roccati salgono su una vetta del gruppo meridionale.}}
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Invece non riuscì a {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} di trarre dai suoi portatori la più piccola notizia sulle vie di comunicazione fra i due versanti dei monti. Essi sembravano provare un vero terrore per le regioni di là della<noinclude><references/></noinclude>
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Discussioni indice:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu
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Alex brollo
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== memoRegex ==
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 319 —|}}</noinclude>
<poem>
Che giù scende dal monte e si precipita,
Spinge 1 suoi prodi e tocca già le estreme
Dell’Hamàven pendici. In alto il cielo
S’intenebrò, sparì sotto cotanti
Armati il suol. Quand’ei fu presso e al monte
Alto il capo levò, pieno d’un riso
Fiero fe’ il volto e si voltò alle turbe.
:Nel dì dell’armi, ei disse, a questi Irani
Un uom da nulla era di contro, ed ora
Esercito infinito e poderoso
È qui, non Pìran, non Humàn, non quella
Lor gente imbelle... Oh! dell’irania schiera
Qual v’ha prode campion che a me di contro
Osi venir? — Tremenda una sua voce
Mandò ver la montagna: valorosi
Della pugna nel dì, voi le mie braccia
Oggi vedrete e il petto e qual l’altezza
E il portamento e la spada e la clava!
:Ghev ciò intese e fremè. Sdegnoso in core
Dalla guaina trasse il ferro. Accanto
A Kamùs egli andò. Pari a costui,
Disse, non è che un elefante iroso! —
E trasse l’arco e v’assestò la corda,
Dio ricordando protettor. Di strali
Con una pioggia egli assaltò il nemico,
E pari a nube in primavera il suo
Arco rendeva. Rimirando il petto
Del suo nemico e la tremenda mano,
Kamùs la testa sotto all’ampia targa
Ratto nascose, indi con l’asta in pugno
Innanzi venne come lupo agreste,
E l’aer s’empiea di polve e di caduti
S’ingombrava il terren. Quando vicino
All’avversaro ei divenìa, con l’asta
Un colpo al cinto gli sferrò. Lo colse
Al cinto. A Ghev per l’improvvisa tema
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/323
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 320 —|}}</noinclude>
<poem>
I piedi usciron dalle staffe (l’asta
Così discese rovinosa al cinto
Del cavalier, che parve ne dovesse
I fermagli spezzar), mentre in arcioni
Ei vacillò, dell’asta rilucente
Tutta di ferro al grave colpo. Il brando
Fuor trasse allora dalla gran vagina
Kamùs veloce e urlò fremendo e il nome
Di Dio gridò più volte, indi con fiero
Cipiglio innanzi al cavalier gittossi,
Calò un colpo di spada, e a Ghev l’acuta
Asta, recisa da quel colpo, cadde.
:Dal bel mezzo de’ suoi mirando stava
Tus, e forte crucciavasi mirando
La tenzon degli eroi. Vide che degno
Non era di Kamùs Ghev ben che forte,
Vide che vibrator d’asta nessuno
Esser potea fuor di lui stesso, e un balzo
Diè dal mezzo de’ suoi con alto un grido.
A Ghev, del nome suo vindice amico,
Venne alleato. Oh! le redini volse
Prontamente Kamùs, venne a gittarsi
Fra i due guerrieri a sostener la pugna,
E con la spada un colpo alla cervice
Del destriero di Tus vibrò in tal guisa
Che livido si fe’ del duce il volto.
Caddegli il palafreno, ed ei balzava,
E di gran core, in piè, teneasi fermo
Come leon che rugge. A piè, con l’asta
Stretta nel pugno, al vasto campo in mezzo,
Egli correa, dinanzi da le schiere,
Contro al turanio. Così fu che un solo
Cavalier con due prodi incliti e grandi
Si contrastò. Ma di battaglie stanco
Non è quei di Kashàn. Così seguirono,
Fin che la plaga s’oscurò del sole,
</poem><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 321 —|}}</noinclude><section begin="s1" />
<poem>
Mentre pel campo ogni maniera avvenne
D’alto scompiglio. Quando il vasto piano
S’intenebrò come d’ebano scheggia,
Tus e Kamùs andarono divisi,
Questo da quello. Ritornava intanto
Ogni schiera a sue tende, alla pianura
Quelle volgean, salìano queste al monte.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|XVI. Arrivo di Rustem.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 669-671).}}
<poem>
:Ratto che il cielo rimanea deserto
Della luna e del sol, d’ambe le schiere
Usciron le vedette, e prima il labbro
Una disciolse dal suo loco. Oh!, disse,
Piena di polve è la campagna e oscura
Si fa la notte. La pianura e l’erme
Falde del monte di sommessi accenti
Tutte son piene, e tra i venienti eroi
Risplendon faci. Veramente il prode
Rùstem egli è che vien correndo, e il segue
La gente del Zabùl. — Grùderz che udìa,
Il figlio di Keshvàd, balzò repente
Per l’atra notte e del monte selvaggio
Le rupi abbandonò. Nelle notturne
Tenebre, quando il mondo era più tetro,
Il vessillo apparì nel qual splendea
D’un fero drago l’orrida figura.
Ma di Rùstem guerrier quando la fronte
Gùderz mirò, da lagrime degli occhi
Quelle sue gote fûr velate. Intanto
Rùstem dal suo destrier balzava al suolo
A piè, qual nembo corridor. Gli eroi
Al petto si stringean, suon di lamenti
D’ambo venia con gemito per tanti
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<poem>
Guderzidi famosi, allor che estremo
Danno gli incolse nel cercar giocondo
Frutto così. Da tempo eran congiunti
I due gagliardi, e Rùstem valoroso
A Gùderz era genero diletto,
E Bizhen che fra tutti alto emergea,
Del fortissimo eroe nacque a una figlia.
:Gùderz allor così gli disse: Eroe
Saggio, pugnace, d’anima serena,
Prende per te nuovo splendor sul trono
Il serto di Khusrèv; ciò che tu parli,
Lungi fu sempre da menzogna o frode.
Or tu agl’Irani più che madre sei,
Più ancor che padre, più che trono o serto,
gemma o pompa di tesoro. Oh! mai
Il nostro prence e la real grandezza
Scemi restin di te! Più vali assai,
Di nostra terra eroe, degli elefanti
E de’ leoni, di battaglie in tempo.
E noi, senza di te, slam pesci in terra,
Noi che la fronte recliniam sui sassi,
Infissi i corpi in tetre cave. A noi
Della luce degli occhi e della vita
Più caro assai, tu d’ogni prence illustre
Anche se’ il più famoso. Oh! quando il tuo
Bel volto scorsi e udii quel tuo dimando
Caldo e soave e l’amor tuo, l’acerbo
Dolor svanì di tanti a me sì cari,
Sol per tua sorte ebbi ridente il viso!
:Rùstem gli disse: Abbiti lieto il core
E da ogni mal la tua di prence e sire
Nobil persona libera ti serba,
Che d’inganni e di duol mai sempre è piena
Nostra terra meschina, e allor che tutti
Schiusi ti mostra i suoi tesori, al fine
Precipita. È costui in augumento,
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<poem>
Guderzidi famosi, allor che estremo
Danno gli incolse nel cercar giocondo
Frutto così. Da tempo eran congiunti
I due gagliardi, e Rùstem valoroso
A Gùderz era genero diletto,
E Bizhen che fra tutti alto emergea,
Del fortissimo eroe nacque a una figlia.
:Gùderz allor così gli disse: Eroe
Saggio, pugnace, d’anima serena,
Prende per te nuovo splendor sul trono
Il serto di Khusrèv; ciò che tu parli,
Lungi fu sempre da menzogna o frode.
Or tu agl’Irani più che madre sei,
Più ancor che padre, più che trono o serto,
gemma o pompa di tesoro. Oh! mai
Il nostro prence e la real grandezza
Scemi restin di te! Più vali assai,
Di nostra terra eroe, degli elefanti
E de’ leoni, di battaglie in tempo.
E noi, senza di te, slam pesci in terra,
Noi che la fronte recliniam sui sassi,
Infissi i corpi in tetre cave. A noi
Della luce degli occhi e della vita
Più caro assai, tu d’ogni prence illustre
Anche se’ il più famoso. Oh! quando il tuo
Bel volto scorsi e udii quel tuo dimando
Caldo e soave e l’amor tuo, l’acerbo
Dolor svanì di tanti a me sì cari,
Sol per tua sorte ebbi ridente il viso!
:Rùstem gli disse: Abbiti lieto il core
E da ogni mal la tua di prence e sire
Nobil persona libera ti serba,
Che d’inganni e di duol mai sempre è piena
Nostra terra meschina, e allor che tutti
Schiusi ti mostra i suoi tesori, al fine
Precipita. È costui in augumento,
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<poem>
Quello in angustia; tal con gloria, e tale
Con obbrobrio e vergogna. E dalla vita
D’uopo è a tutti migrar, che niuna in questo
Difesa sta, nè cosa alcuna rea
M’è più trista di morte. Oh! ma disciolta
Sia da tal cura l’alma tua, e tocchi
Migrar di vita a noi dell’armi in campo!
:Ratto che giunse a Ghev e a Tus novella
(L’udìan d’Irania i forti cavalieri)
Che d’Hamàven toccate avea quel prode
Rùstem le falde, che veduto l’ebbe
Gùderz esperto, levaronsi tutti,
Quale un nembo, gli eroi. Squillo di trombe
Levossi e un grido, e tutti a piè, rinchiusi
Nell’armi rilucenti, aperto il core,
Duce e drappelli s’avanzar. Sorgea
Con doglia un pianto dall’immensa schiera
Per quegli uccisi là sotterra tratti,
Al campo dell’assalto. Ed ei soccorso
Chiedean dicendo: Eroe, vieni al soccorso,
Quanto puoi, di tua gente! È la pianura
Molle del sangue nostro; è tenebroso
Il mondo a noi per nostra rea fortuna!
Dei Guderzidi e valorosi e forti
Niuno in vita restò, ma tu ne vieni
Recando aita. — E si spezzava il core
Di Rùstem al dolor di que’ gagliardi.
Ed egli s’accingea novellamente
A sua vendetta. Sospirando alfine
Per tanto affanno, al risaper qual era
Squallido e tristo di que’ forti il campo,
O prenci, ei disse consigliando molto,
Grave tenzone oggi è dinanzi. È questo
D’ogni pugna il principio e questo è il fine,
Che un si prenda il convito e l’altro il duolo.
:L’inclito eroe, che del mondo era luce,
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<poem>
Suoi recinti drizzò, gli eran da tergo
Le schiere di Nimrùz. Fûr poste allora
Le tende al monte, fu levato in alto
Di tal prence il vessillo e innanzi e in vista
Fu eretto il trono; era d’avorio tutto,
E di quercia il sedil per ornamento.
Il fortissimo eroe su l’alto seggio
Sedeasi allor, gli si accogliean dattorno
I prenci tutti, e da una mano assisero
Gùderz e Ghev, e Tus dall’altra e seco
Eroi gagliardi. Una lucente face
A sè dinanzi egli piantò; parole
Ei fe’ molte e diverse in più ed in meno
Delle imprese de’ forti e degli assalti,
Dell’esercito ancor, del sol fiammante
E de la bianca luna. I prenci allora
Con l’inclito guerrier lungo sermone
Avean così dell’infinito esercito.
Di Kamùs, di Shengùl, del re di Cina,
Di Manshùr e de’ forti in suol turanio.
:Non è loco a parlar, dicean, del prode
Kamùs, che via per rimirarlo è chiusa
A tutti noi. Ma un albero ei ti sembra
Che reca spade, come frutti, e clave.
S’anche sul capo da vaganti nubi
Gli piovesse un macigno, ei non si fugge
Da un elefante battaglier, ma piena
Di feroci pensieri ha la sua mente,
Pieno di stizza il cor. Loco non resta
Per Manshùr prode su la terra; un prence
Ordinator non è quaggiù di squadre
Qual è costui. Da questo monte altero
Fino all’acque del Shehd, gremito è il suolo
D’elefanti e d’armati e di vessilli
E d’alti palanchini. E le celate
E le corazze novero non hanno,
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<poem>
Sol per le spade l’aer balena intorno,
E tutta la pianura è un mar di tende
E di recinti, in piè rizzati, adorni
Di cinesi broccati... Oh! se ver noi
Volto il piè non avesse il valoroso,
L’impresa a che venimmo, era perduta!
Grazia è questa di Dio sempre vincente
Che al nostro affanno, a la tristezza nostra,
Impose il fin; nostra persona è viva
Sol per te veramente. Era perduta
Ogni speme per noi ne’ dì venturi.
:Stette dolente per gli eroi uccisi
Il valoroso alcuni istanti e d’alma
Fu trista e lagrimò. Ve’ che dal cielo,
Disse alfin, della luna a questa terra
Ombrosa altro non è che doglia e affanno
Ed angoscia e martire! È tal di nostra
Vita breve il costume e l’opra è tale
Di questo ciel che sovra a noi si volge,
Che dispensa talor veleni e guerre
E balsami talvolta e d’amor segni.
Sia che uccisi partiam da questa vita,
Sia per lento malor, non vail del come,
Non del perchè cercar ragione. Al duro
Passo scender convien quando n’è tempo,
Nè tu a’ moti del ciel con ira e cruccio
Stara’ in battaglia. Iddio sempre vincente
Proteggitor ne sia, sol la fortuna
Precipiti al nemico, e noi la guerra
Tutti ripiglierem qui nuovamente,
Farem che mancamento abbia di loro
Presenza il mondo. — A lui benedicendo
Così disser gli eroi: Vivi, deh! vivi
Eternamente con la spada in pugno,
Col serto e la corona ed il suggello
Di prence, e sii famoso e sii beato.
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<poem>
Nè mai, senza di te, vittoria tocchi
Di principe Khusrèv l’inclita reggia!
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|XVII. Apparecchi di guerra.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 672-675).}}
<poem>
:Ratto che sfavillò dal monte il sole
E le due treccie della notte oscura
Il dì nuovo ghermì, balzando fuori
Dal negro velo, e insanguinò co’ denti
La luna il labbro in sua rancura estrema,
Strepito fiero di timballi a un tratto
Si levò da’ recinti. Usciron tutti
Dell’esercito i forti e a tutti innanzi
Principe Humàn si fe’. Venne, e rivolse
Da ogni parte gli sguardi. Oh!, disse, a questi
Irani qual venia nuovo alleato
Qui ancor, se tosto padiglioni e tende
Loro all’uopo venìan? — Vide recinto
D’azzurri panni ricoperto ed ampia
Turba di schiavi là raccolti insieme.
Il vessillo e la lancia e il capitano
Fûr visti ancora, e nacquegli nell’alma
Di vicino mutar della fortuna
Forte sospetto, che più in là vedea
Di color fosco altro recinto e splendidi
Vessilli attorno come bianca luna.
Figlio di Kàvus, Feribùrz, vi stava
Con gli elefanti suoi, co’ suoi timballi.
Con molti a Tus d’accanto e al suol confitti
Suoi padiglioni. Pieno di corruccio
A Pìran venne capitano e disse:
:Questo dì va congiunto a molto affanno!
Più che in ogni altra notte, in questa notte
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<poem>
Alto un fragore e uno scompiglio grande,
Un suon di voci alterne e di richiami,
Fra gl’Irani s’udîr. Venni soletto
All’alba dalla tenda e in tutte parti
L’esercito guardai. Stuol numeroso
Venne d’Irania qui, recando venne
In quel campo un’aita. E v’è un recinto
Di drappi verdi ricoperto e innanzi
Un vessillo vi sta che la figura
Porta d’un drago. Di Zabùl le schiere
S’attendano all’incontro e recan targhe,
Recan pugnali di Kabùl... Mi penso
Che Rùstem sia. Partitosi dal fianco
Del suo signor, venne in aita al campo.
:E Pìran di rimando: Oh! trista sorte,
Trista sorte di noi, se veramente
Rùstem venia per questa guerra! Sappi
Che non sarem lieti mai più se giunge
Quel di Devi figliuol dimani all’alba.
Non Kamùs resterà, non quel di Cina
Prence animoso, non Shengùl, non uno
De’ molti eroi della turania terra.
:Così dicendo fuor dagli steccati
Gittossi e venne a contemplar le schiere,
Quindi a Kamùs andò correndo, al loco
Di Fertùs, di Manshùr, e disse ratto
A Kamùs prode: Celebrato eroe,
Non spregiabile inver, di qui al mattino
Mi mossi e tutta perlustrai la schiera
D’Irania avversa. Oh sì!, vennero molti
Alleati da lungi e molti eroi
Che aman la pugna. Or io mi penso e credo
Che Rùstem, qual diss’io nell’assemblea,
Il fortissimo eroe, venne recando
Possente aita, disìoso d’armi,
D’appo l’iranio re. — Kamùs rispose:
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<poem>
:O troppo saggio inver, tristi pensieri
Porta sempre il tuo cor. Ma sappi ancora
Che se venisse re Khusrèv per darne
Battaglia qui, tu non dovresti in core
Contristarti però. Di Rùstem tanto
A che cianciando vai? Lascia una volta
Di ricordar quel suo Zabùl! Tu sempre
Con Rùstem battaglier famoso in armi
Intimorir ne vuoi. Deh! tu vedrai
Ch’io primo ucciderollo. E quando in pugno
Il vessil mi vedrà, doglia il suo core
Avrà nell’ora della pugna... Or vanne,
Ordina e mena i prodi tuoi, nel campo
Adergi il tuo vessillo, e quand’io venga
Co’ miei prodi a pugnar, tu fa che indugio
Niun trattenga di voi. Tenzon di prodi
Or sì, or sì che vedrai tu! Di sangue
Allagherassi la vasta pianura.
Ed io, levando al ciel la clava e il brando,
A quel figlio di Zal spiccherò il capo.
:A que’ detti gioì del vecchio duce,
Di Rùstem dal pensier libero, il core.
Con cor felice, con miglior consiglio,
L’anima col valor purificando,
Di Kamùs ricordando e il cenno e detto,
Tra’ suoi guerrieri dispensò celate
E corazze. Ei ne venne al re di Cina,
Del suol baciò la superficie e disse:
:Sii tu felice, o re; col tuo pensiero
Sii tu sostegno a questa mente nostra!
Aspro e lungo il sentier che tu calcasti,
Nostra fatica ti comprasti e il rischio
Col gioir di tua casa. In cotal guisa,
Cedendo al detto di Afrasyàb, de’ fiumi
L’onde varcasti su le navi. Intanto
Rilevasi per te della persona
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<poem>
L’esercito fedel. Ma tu, qual cosa
Più si conviene alla natura tua,
Oggi farai. Tu gli elefanti adorna
Di crotali e sonagli, e l’ampia terra
Assorda col clangor delle tue trombe.
Ma in questo giorno i’ ti darò un assalto
Con l’esercito mio; tu co’ tuoi timpani,
Con gli elefanti tuoi, ti poni in mezzo
A lo stuol de’ pugnanti, E la mia schiera
Tu guarda a tergo, tu solleva in alto
Fino a le nubi il casco mio. Già disse
Kamùs pugnace a me: «Tu di tal schiera
Sii primo duce»; — e intanto un sacramento
Tremendo e lungo ei fe’, mentre la clava
D’alto egli trasse: «Non vogi’io, dicea,
Fuor che con questa clava oggi l’assalto
S’anche le nubi giù mandasser pietre».
:Ratto che udì cotesto, il re di Cina,
Fe’ le trombe squillar. Detto tu avresti
Che non ha base il suol! Si scosse il cielo.
Tremò la terra de’ timballi al fremito,
Parea che terra e ciel veracemente
Avesser spenta ogni pietà. Ma volle
Di Cina il re che su le terga immani
Degli elefanti palanchini acconci
Fossero avvinti, e parve la campagna
Come fiume ondeggiar. Con regal pompa
Ei s’avanzava delle sue falangi
Al medio loco, e qual per fosche nubi
Intenebrossì il ciel nell’atra polve.
Di crotali fragor, strepiti e suoni
D’indico sistro fean balzar nel seno
(Detto tu avresti) il cor dei valorosi;
Pei molti seggi di turchesi al tergo
Degli elefanti e pei vessilli fulgidi,
Qual’onda mossi d’un bel fiume, agli occhi
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
Luce più non restò, non restò all’alma
Coscienza di sè. Pieno di polve
È il ciel negli astri suoi, nelle sue fauci,
E di pece un color detto tu avresti
La distesa coprirne. Oh! del cinese
Prence al venir nel medio campo, in cielo
Smarrìa l’orbita sua l’errante luna!
A destra di Kamùs è una montagna,
Ma là, di contro, alla pianura, vanno
Le provvigioni. Da sinistra il duce
Pìran si trasse e rapidi con lui
Andarono Kelbàd e Humàn fratello.
:Rùstem, al rimirar ciò che pur fea
Di Cina il prence, là nel medio campo
Loco alla pugna s’apprestò. Fe’ cenno
A Tus guerrier che i timpani avvincesse,
L’esercito, qual è di fiero augello
La pupilla, ordinasse. E Rùstem poscia
Così parlò: Vedrassi oggi per noi
Ver chi si volge con amor quest’alto
Rotante ciel, qual è di questo cielo
Il moto sempiterno e chi di questi
Pugnanti eroi del viver dolce il termine
Tocca dolente... Per la lunga via
Non ebbi indugio alcuno, e il mio destriero
Di ben tre stazïon fece una sola.
Or, del corsiero mio fiaccata è l’unghia
Percossa, e per la via, pel lungo stento,
Cruccioso e affranto è quel suo cor. Non oso
Novellamente di più assai gravarlo,
Scendendo a perigliar contro a qualcuno
D’esti nemici. Ond’ò che voi, miei prodi,
Oggi sol m’aitate, in sul nemico
Vostra voglia compiendo. Alla dimane
Vedremo che avverrà, vedrem di sangue
A chi reca la sorte il lembo intriso.
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<poem>
:Principe Tus fe’ tempestar timballi
E dar fiato alle trombe e sorse un grido
E strepito di corni. Al destro lato
Gùderz egli ordinò, mandò sul monte
Le provvigioni; da sinistra il figlio
Di Kàvus pose, Feribùrz illustre,
E tutto parve quel sì vasto loco
Una selva di canne all’aste molte.
Di Nèvdher regnator seme preclaro,
Tus andavane al mezzo. Era di polve
Coperto il suol, da vento erano ingombre
L’alte plaghe del ciel, sparìan dagli occhi
Le cose tutte in quella polve e i prodi
Scerner sè stessi non potean. Ma intanto.
Ad osservar di Cina il prence e l’ampia
Turania schiera, la ventosa cima
Rùstem eroe salì del monte. Vide
Esercito cotal che l’onde azzurre
Del mar di Grecia nulla al suo paraggio
Eran veracemente. Ivi guerrieri
Di Kashàn, di Shikin, d’Herì lontana,
E foggie varie di loriche e vari
Elmetti ancor, cinesi eroi, guerrieri
Di Geghàn, di Siklàb, d’India remota,
Di Grecia e di Gahàn, di Nahr alpestre.
Della terra di Sind. In ogni loco
Era nuovo sermon, guise novelle
D’insegne e nuovi cibi. Agli elefanti,
Agli ornamenti, ai seggi in levigato
Avorio sculti, a le collane e ai serti,
Agli aurei caschi ed a le armille, il vasto
Loco parea qual è di paradiso
Un ameno giardin. Vista gioconda
E terribile a un tempo! In su l’alpestre
Cima si stava e meraviglia avea
Rùstem, e per l’assalto incominciava
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
Assai pensieri. Oh! quando mai, dicea,
Mostrerà con amor l’avara sorte
La fronte a noi? Qual mai perfido gioco
Or ne fa il ciel, ne’ moti suoi antico? —
E sospirò, poi disse: Alto Signore,
Che a causa ed a ragion di nostra terra
Alto sovrasti, creator di questa
Varia famiglia d’animanti, eterno
Dator di luce a questo sol fiammante,
Alla luna ed agli astri, oggi, o Signore,
Che non hai d’uopo di terrena aita,
Ci soccorri in la pugna. Ecco, siam noi
Senza conforto, e tu conforti arrechi.
Che se tua grazia oggi ne aita, in alto,
Alla vittoria, il capo mio s’aderge.
:Scese dal monte, nè quel cor si fece
Tristo però. Dinanzi al capitano.
Dinanzi all’ampio stuol non fe’ passaggio.
Venne dicendo in cor: Da che mi cinsi
Balteo guerriero, non posai d’un anno
Giammai pel tempo in alcun loco. Molti
Eserciti vid’io pria di cotesto.
Ma stuol che il superasse, unqua non vidi.
:E com’andò che ratto s’apprestassero
I timballi ed uscisse in fiero assalto
Principe Tus. Dal monte alla pianura
Discese allora il capitano e l’asta
A tingere correa con fiera brama
De’ nemici nel sangue. In fino al medio
Corso del dì passar le schiere e a due
Parasanghe si stèsero gl’ lrani.
Luce non era, nè dal sol la notte
Discerner si potea, tanta e sì fosca
Salìa la polve de le squadre. L’aste
E i giavellotti feano l’etra oscura,
E questo sol parea smarrirsi. Un alto
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<poem>
Di cavalli nitrir, di cavalieri
Un gridar furïoso in mezzo al campo,
Le vie degli astri superava, e al fiero
Cozzar dell’armi e al fremito di tanti
Cavalieri fra lor, tutta l’eccelsa
Roccia del monte si scotea. Ma il sangue
Ferri e braccia tingea. Fremea di sotto
A’ pie ferrati il suol profondo, in seno
Al codardo guerrier schiantava il core,
E il più gagliardo già vedeasi presta
La veste funeral nel ricco arnese.
:Kamùs gagliardo così disse ai prodi:
S’anche del cielo conquistar la soglia
D’uopo ne fosse, voi stringete il ferro,
Lacci e clave brandite, e le recate
In quest’ampia campagna. Ogni guerriero
Pensi ch’ei reca nelle palme sue
La vita sua; se no, funerea pietra
Tosto si aggraverà sulla sua fronte.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|VIII. Battaglia di Eshkebûs con Rustem.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 675-680).}}
<poem>
:Un prode (il nome era Eshkebùs) diè un grido
Qual timpano sonoro. Egli venìa,
Cercando una tenzon dall’oste irania,
Il capo ad atterrar dell’avversaro.
Ei si cercava fra i possenti Irani
Emulo in guerra, e turbini di polvere
La terra invase al suo balzar. Veloce
Corsegli incontro con lorica ed elmo
Ruhàm illustre e la volante polve
Di quell’assalto rasentò le nubi.
Eshkebùs e Ruhàm fiera tenzone
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<poem>
Cominciarono allor; suon di timballi
E di trombe sorgea per ogni parte
D’ambe le schiere. Ma Ruhàm, dei due
Il men valente cavalier, di strali
Fe’ una pioggia cader sul celebrato
Eroe turanio, stretto l’arco in pugno.
Sotto le piastre dell’arnese impavido
Stavasi l’altro eroe, sulla corazza
Leggiere gli cadeau le Treccie alate
Qual d’aure un soffio. Fuor traea la grave
Mazza Ruhàm allor (già l’ostinata
Pugna togliea le forze al braccio invitto
Dei due campioni), ma la ferrea mazza
Nulla operò sul risonante elmetto
D’Eshkebùs battaglier, ben che cercasse
La morte sua l’iranio. Alla sua clava
Recò allora Eshkebùs la man gagliarda
(Intenebrossi il ciel, color ferrigno
Vestì la terra), e formidabil colpo
Calò sull’elmo di Ruhàm. Quell’elmo
Al fiero colpo si scompose e infranse.
:Poi che in preda al terror per quell’eroe
Di Kashàn si ritrasse innanzi a lui
E al monte ritornò Ruhàm sconfitto,
Dal medio loco di sue schiere un alto
Sdegno ebbe in cor principe Tus e ratto
Spronò il destriero ad Eshkebùs di contro.
Ma il fortissimo eroe, Rùstem, crucciossi
E disse a Tus: Davver! che va compagno
Ruhàm a tazze di purpureo vino!
Tra il vin fumoso ei sa giocar di spada
E far gran cose tra gli eroi seduti!
Dove n’andò quel pallido nel viso.
Come resina smorta?... E non fu mai
Un cavaliero d’Eshkebùs più vile!
Ma tu frattanto, come è legge, il mezzo
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<poem>
Tieni de le tue schiere; io la battaglia
A piedi sosterrò, chè ben n’è d’uopo.
:Così dicendo, per la corda l’arco
Infilò al braccio, alcuni dardi acuti
Si pose al cinto, e con un altro in pugno,
Di color negro, s’avanzò in gran vampo.
Contro ei venne a Eshkebùs con queste grida:
:Eroe dell’armi esperto, un avversare,
Ecco, a te viene omai. Da questo loco
Non ritrarti però. — Fe’ un alto riso
Di Kashàn il guerrier meravigliando
E le briglie allentò, chiamò colui,
Dissegli (e ancor ridea): Quale il tuo nome?
Sul corpo tuo giacente e senza capo,
A pianger chi verrà? — Stolto mortale,
Rùstem rispose, a che di questa turba
Chiedi al cospetto il nome mio?... ''Tua morte''
La madre mia mi disse, e all’elmo tuo
Ferreo martel mi fe’ il destino. — Oh!, disse
Di Kashàn il guerrier, senza cavallo
Abbandoni così la tua persona
A certa morte? — O stolto, o mentecatto,
Rùstem rispose, l’uom di pugne amante
Forse che mai tu non vedesti a piedi
Menar feroce assalto e a’ più superbi
Sotto la pietra funeral la testa
Nascondere però?... Nella tua terra
Scendon leoni e alligatori e pardi
Entro la pugna cavalcando? Or io
A te, pugnace cavalier, la guerra
Insegnerò, ben che qui a piè. Mandommi
A pie così principe Tus appunto
Perch’io togliessi ad Eshkebùs quel suo
Corsier leggiadro, ed egli a piè con meco
Si misurasse, e tutti i circostanti
Ridessero di lui. Deh! che più vale
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<poem>
Un combattente a piè d’altri seicento
Cavalieri a te pari in questo campo,
In questo giorno, in questa orrenda pugna!
:Addita l’armi tue, soggiunse il forte
Di Kashàn, ch’io discopro in te soltanto
E inganni e scede. — L’arco mio, l’acuta
Freccia vedrai ben tu, Rùstem rispose,
Poi che già venne l’ora tua suprema.
:La sua baldanza sul destrier valente
Vide il figlio di Zal, sì che dell’arco
Trasse la corda e liberò una freccia.
Con quella freccia del nemico al petto
Il destriero ferì. Dalla sua altezza
Cadde boccone il palafren trafitto.
Rise a quel colpo e fe’ tai detti: Or siedi,
Siedi da presso al nobil tuo compagno;
E bello poi ti fia se il capo ancora
Al tuo petto ne stringi e ti riposi
Dalla battaglia un cotal poco. Molto
Piaceati imbaldanzir pel tuo compagno,
Ma un altro cavalier che ti sia pari,
Ei non avrà mai più! — Smorto alle gote
E tremante le membra, all’arco suo
Eshkebùs tese il nervo e le saette
Ne sprigionò sì come pioggia. Oh!, disse
Il prode allor, senza ragion tu imponi
Alte fatiche a queste membra tue,
Stanchi le braccia e l’alma ancor, ch’è nido
A ben tristo pensier. — Così la mano
Portò dell’arco a la coreggia e scelse
Di forte legno una saetta. Fulgida
N’era la punta qual purissim’acqua,
E d’aquila rapace eranvi inserte
Quattro penne all’estremo. Ei trattò l’arco
Che da Ciàci venia, fra le sue mani,
E di cerbiatto su l’apposto cuoio
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<poem>
Il pollice puntò; stendendo allora
Come colonna la sinistra mano,
Ritrasse l’altra, e orrendo uno stridire
Partì dall’arco che venìa ricurvo
Da suol di Giaci. Allor che la incavata
Cocca l’orecchio gli sfiorò (gemea
Teso sull’arco di cerbiatto il cuoio),
Quando la punta dell’acuto dardo
Giunse a toccar della sinistra mano
L’apposto dito ed ei la trasse dietro
Del dito a la falange e l’ampio seno
L’Eshkebùs trapassò col fiero dardo,
Ratto baciava il Ciel quella sua mano,
Sì poderosa, allor. Piglia!, il Destino
Satisfatto gridò. Dàgli!, la Sorte
Sclamò di contro; il Ciel, Bene!, ridisse,
Viva!, gridar gli Angeli allora, e il misero
Guerriero di Kashàn nell’ora istessa
L’alma spirò. Che dalla madre sua
Nato non era mai, detto tu avresti!
:Stavansi intente ad osservar que’ forti
Ambe le schiere. Oh sì!, la fiera pugna
Miravan degli eroi! Ma riguardavano
All’iranio guerrier di Cina il prence
E Kamùs battaglier, quella statura
Ammirando e l’ardor, la forza ultrice;
E poi che Rùstem si partì, veloce
Mandava un cavalier di Cina il prence,
Per che all’inclito eroe traesse il dardo.
Ei l’estrasse e il recò tutto di sangue
Fino alle penne intriso, e tutti i prodi
Il fean passar dall’uno all’altro, ed asta
Quella freccia ei credean. Ma il re di Cina
Che le penne osservò e la ferrea punta,
Fe’ il suo giovane cor vecchio ed affranto.
A Pìran ei dicea: Deh! chi è costui?
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<poem>
Qual n’è d’Irania tra i valenti il nome?
Dicesti che d’eroi spregevol pugno
Eran costor, fra combattenti forti
D’infimo grado, ma lor freccie ad aste
Son pari, e a loro assalto una montagna
Cosa lieve è d’assai. Deh! che leggiero
Festi sermon! Diverse dal tuo detto
Le cose tutte son davver! — Rispose
Pìran a lui: Di simil grado, in tutto
Lo stuol d’Irania, non conosco un prode,
Tal che trapassi con le freccie sue
I tronchi immani de le piante. In core
Qual cosa mai si celi il maledetto,
Non so davver. Son valorosi e prodi
Ghev e Tus fra gl’Irani, incliti ancora,
E Humàn, in giostra innanzi a Tus, più volte
Fe’ il mondo intenebrar qual scheggia d’ebano.
Ma costui chi sia mai in tutta Irania
Non so, nè qual di noi emul gli sia.
Andrò, ricercherò fra le nemiche
Tende un indizio, e il nome suo qual sia,
Contro ogni suo voler, saprem noi pure.
:Così sen venne pensieroso, pallido
In viso, e molte fe’ domande agl’incliti:
:Questo illustre guerrier che a piè qui apparve,
Che di tal foggia venne e si mostrava
Dell’armi esperto, e chi egli è mai! Davvero!
Che d’accanto al suo re venne in aita
Rùstem al campo contrastato! I prenci
D’Irania il core hanno al piacer dischiuso
E tu diresti ch’egli omai co’ denti
Rodono il ferro! — Oh! non stimò dappoco,
Humàn, famoso eroe, dissegli allora,
Un uom prudente il suo nemico! Venne
D’Irania or ora esercito possente,
E mandan voci da quel campo d’armi.
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<poem>
:Anche se molti dall’irania terra
Accorressero qui recando aita
I cavalieri a Tus, Pìran rispose,
Pur che Rùstem non sia, non v’è timore,
Nè per Ruhàm o per Gurghìn il mio
Core si spezza. Intendi omai ch’è solo
Tus uom da guerra. Feribùrz non vale
Kamùs, nè il vai Gurghìn. Così, battaglia
Se incontro ne verrà tremenda e grave,
Ognun di noi si cercherà sua gloria.
:Di là sen venne a concitati passi
A Kamùs, a Manshùr, a quel gagliardo
Fertùs, e disse: Amici miei, fu grande
Oggi l’assalto; uscì feroce un lupo
Di pecore da un branco. Or voi pensate
Qual é difesa in ciò, chi per tal piaga
Sarà pieno di doglia e dì corruccio.
:Tal fu la pugna in questo dì, che a scorno
Tutto ne andava il nome nostro, disse
Kamùs allora. Ucciso cadde al suolo
Eshkebùs nell’assalto, e ne gioìa
Trucemente di Tus, di Ghev il core;
Ma il cor mio si spezzò per l’uomo ignoto
Che a piedi combattea, per cui tant’oste
Piena andò di sgomento... Oh! per la terra
Nessun gli è pari nell’alta statura,
Emulo in guerra qui non é per lui.
L’arco suo tu vedesti, ed è qui pure
II suo dardo; egli avanza in vigorìa
Ogni bieco leon... Forse egli è l’uomo
Belligero del Sigz, del qual tu festi
Parole tante a noi. Forse ei venia
Soletto e a piedi in questo campo, ai forti
D’Irania afflitti soccorrendo amico.
Un altro egli è, Pìran dicea. Gli è un prode
D’altera fronte Rùstem, cavaliere,
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<poem>
Sgominator. — Quell’uom di vigil core,
Di cui l’alma era avvinta in tal subietto,
Dimandò ancora: Oh! dimmi tu che il sai,
Chi sia costui di leonino core
E come ei scenda in chiuso campo d’armi.
Qual segno hai tu di sua grandezza, e quale
Del suo valor? Che dice in fiera giostra
Co’ più gagliardi fra gli eroi? Qual l’uomo?
Qual la presenza?... Or io seco a battaglia
Come venir potrei? Se veramente
Dal suo lungo viaggio egli qui venne,
D’uopo è davver ch’io qui discenda in campo.
:E Pìran di rimando: Oh! mai non sia
Ch’ei venga e desti la tenzon!... Vedresti
Alto un eroe qual agile cipresso,
E maestoso nell’aspetto e grave
Negli atti e onesto. Molti i campi sono
Là ’ve prence Afrasyàb da lui si volse,
Gli occhi piangenti. Chè gli è un uom pugnace,
Devoto al suo signor; primo alla spada
Reca la man robusta, e or guerra adduce,
Vendicator di Siyavìsh che in grembo
Egli un dì s’allevò. Dell’armi sue
Nessuno i colpi sostenea, quantunque
Abbian la prova molti eroi tentata.
Chè alla battaglia quand’ei cinge a’ fianchi
Guerresco arnese, d’un lïon furente
Egli assume vigor. Quella sua clava,
S’ei la conficca al suol nel dì tremendo
Del suo giostrar, non forza di temuto
Alligator dismuover può. La corda
Ch’ei sull’arco tendea, cuoio selvaggio
È d’un leone, e la sua freccia acuta
E l’asta sua ferrata è qual di dieci
Misure il pondo. Se le pietre vengongli
Alla robusta man, lievi qual cera
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
Son esse, e par ch’ei se ne adonti. Allora
Ch’egli discende a contrastar con l’armi,
Fulgido arnese si ricinge attorno
Quale annoda sui fianchi. Una villosa
Pelle di pardo è la sua veste, e scende,
Con quella al petto, in fiero assalto. Chiamala
''Bebr-i-’beyàn'' con spaventoso nome,
Che più forte d’assai d’ogni lorica,
Più d’ogni arnese, ei la conosce. Al fuoco
Essa non arde, nè l’umor dannoso
Contrae dell’acque. Oh sì!, quand’ei la cinge,
Sembra l’ali vestir! Nobil destriero
Sotto gli sta, qual tu diresti il monte
Esser di Bisutùn che si precipita
Dal loco suo. Nel tempo dell’assalto
Mai non si posa dal nitrir, scintille
Con l’unghia ei fa volar dal suol, dai sassi.
Ma tu, con tal prodigio, anche potresti
Contarlo un uom da nulla il dì ch’ei teco
Tenzone avrà. Con vigoroso braccio,
Alta statura e nobil portamento
E late spalle, se virtù guerriera
T’alberga in cor, meravigliar non giova.
:Kamùs di molto senno, allor che udìa,
Per gli occhi e per gli orecchi abbandonava
A Pìran il suo cor. Piaceangli i detti
Dell’antico guerrier; di vivo fuoco
Ei si accese però. Prence, gridava,
Sii tu di vigil cor, d’alma serena!
Vedi qual vuoi terribil sacramento
Qual sogliono giurar di questa terra
Avventurosi i re. Tal sacramento
Io pur farò, più grave ancor, se il chiedi,
Dinanzi a te, perchè s’allieti e afforzi
11 trafitto tuo cor. Giuro pel sacro
Poter di Dio, signor di questo sole,
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
Che mai più toglierò la grave sella
Al mio destrier, se pria l’anima tua
Renduta non avrò lieta e serena.
Agl’Irani farò la terra angusta
Qual cruna d’ago. — Molto il benedisse
Pìran, dicendo: O re che parli il vero,
di veggente cor, possa quest’alta
Impresa nostra, al tuo desìo conforme,
Il suo fine toccar, che molte invero
Non ci restan battaglie. — E si partìa
Ratto dal loco e s’aggirava attorno
A l’ampio vallo, entrando pei recinti
E per le tende. Raccontò le cose
Di Cina al prence, raccontolle ancora
Di foggia pari a ciaschedun de’ suoi.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|XIX. Riordinamento delle schiere.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 680-683).}}
<poem>
:Tosto che, al sol, di tinta di rubino
L’etra si fece e tenebrosa intanto
La notte si fuggìa per la serena
Volta del cielo, radunârsi i forti.
Quanti eran saggi e maestri di spada,
Là ne la tenda del signor di Cina
Entravan elli, entravan gonfio il core
D’un odio bieco e d’un desìo di pugna.
Shemiràn v’era di Shikìn, dell’India
Shengùl e Rènder di Siklàb e il prence
Anche di Sind; Kamùs, uom leonino,
Uccisor d’elefanti in fiera giostra,
Manshùr pugnace (tempestoso cielo
Egli in guerra parea), Kaliàr pur anco
Di Gahàn, cavalier, forte, animoso,
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 343 —|}}</noinclude>
<poem>
Cinghísh, leone illustre. Ei si raccolsero
Del re di Cina alla presenza, tutti
Principi di Khotèn, grandi Turani.
:Per la battaglia diè consigli ognuno,
Molto ciascun parlò d’Irania e in questo
Gonvenìan loro avvisi, apparecchiare
Doversi ognuno a sparger sangue in giostra.
:Andavano ciascuno al suo riposo,
E ognun restò nel padiglion col suo
Proprio desire. Ma poichè sottile
Divenne e incurvo della luna il dorso
Dietro a le treccie de la notte ombrosa,
Poi che più assai si fe’ vicino il sole
Dall’acque uscito a tergere la gota,
Delle due schiere poste a fronte i prodi
Levârsi tutti tumultuando, e fiero
Strepito al ciel salì. Non come ieri
Con tanti indugi incominciar la pugna
Oggi si dee, gridò il signor di Cina.
Oggi, che Pìran non esiste, ognuno
Pensi, benchè tentar guerresco assalto
Senza di lui non si dovrìa... Venimmo
Armati qui, per la lontana via
Rechiam soccorso ai cari amici. Indugio
Se come ieri oggi poniam, di tutto
Il valor nostro scornerem la fama.
Dimani avremo d’Afrasyàb la grazia,
Il riposo avrem poi. Oggi si dee
Fiera appiccar con tutte genti unite
Una battaglia e andar contro gli avversi
Qual monte che rovina. I più gagliardi
Son qui di dieci regioni, e tempo
Questo non é di qui posar dormendo
E di far cene. — Si levaron tutti
Da tutte parti i valorosi e plauso
Fero al prence di Cina: Oggi il supremo
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
Governo è tuo su tante genti accolte;
Tua di Cina la terra e l’opulenta
Regïon de’ Turani. Oggi vedrai
In questo campo da le fosche nubi
Piovere un nembo d’affilati brandi.
:E Rùstem di rincontro in questa foggia
Agi’Irani parlò: Raggiunge il tempo
In questo dì la meta sua. Trafitti
Se alquanti eroi cadean di nostra schiera,
Non scema o cresce un sol sovra dugento,
Sovra trecento. Ma di voi nessuno
Renda angusto il cor suo, ch’io senza gloria
Non vo’ persona viva. Ecco! ne andava,
Come resina pallida a le gote.
Morto Eshkebùs, tutta in un gruppo l’oste
Di Turania. Ma voi riempite il core
D’un feroce desìo, le fosche ciglia
Aggrotti il cavaliero. Oggi ferrai
Rakhsh generoso, e ben vogl’io, sovr’esso
Alto in arcion, tinger di sangue il ferro.
Deh! fate voi che oggi di festa un giorno
Sia veramente, e l’ampia terra tutta
Splendido venga e nobile tesoro
A Khusrèv regnator! Per la tenzone
Cingete il fianco, e avrete poi corone
Ed orecchini, cofani averete
Di doni del Zabùl da me pur anco
E serti del Kabùl d’indica foggia.
:Benedissero i prenci: Oh! di te scemi
Non restin la tua gemma e la corona!
Sei tu del regno gran vassallo, noi
Servi, e per te siam vivi e siam sicuri.
:Rùstem intanto si vestì le fulgide
Armi guerriere e s’avanzò nel campo
Con fiero aspetto. Avea per sottoveste
Una corazza di robuste maglie,
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/348
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Alex brollo
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<poem>
E di sopra l’arnese egli vestìa,
Bebr-i-beyàn. Ma uh elmo di cinese
Acciaio in fronte egli si pose, e morte
Già da lui si minaccia al suo nemico.
Per comando di Dio nell’annodarsi
La corazza, ei balzò, come elefante
Ebbro di foia, al suo destriero in sella.
Confondersi parea dall’alto il cielo
Per sua grandezza, e la terra di sotto
Al piè del suo destrier s’intenebrava.
:D’ambe le schiere fremer di timballi,
Suon di trombe levossi, e ogni malvagia
Arte, ogni inganno, ebbe la via preclusa.
Detto tu avresti ch’era un mar che ondeggia,
Quel vasto campo. L’aquile nel cielo
Stridean funeste. La pianura e il monte
Treman commossi ed è la terra attrita
Dei destrier sotto a l’ugne. Era sul destro
Corno Kamùs dalla contraria parte,
E venìan dietro a lui fieri e pugnaci
Gli elefanti e le some. Era a sinistra
D’India il prence guerrier con una spada
Greca nel pugno e un rilucente arnese,
A mezzo il loco il re di Cina. Ratto
Oscuro si fe’ il ciel, tremò la terra.
:Ma dalla parte di rincontro, a manca
Si pose Feribùrz, come risplende
Fulgido il sole in Arïète. Il figlio
Stavasi di Keshvàd al corno destro,
Sotto al nitido acciar nascosto il corpo.
Di Nèvdher regnator figlio animoso,
Trovossi Tus al mezzo in piedi, e innanzi
Eran le trombe co’ timballi all’ampio
Esercito guerrier. Feroce un grido
Levossi allor d’ambe le parti a l’oste,
E gli elefanti ne stordîr. Parea
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Alex brollo
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<poem>
Che vapor negro d’acqua ribollente
Alto salisse, chè nè manco in sogno
Sì fiero assalto, anche se battagliero,
Vide nato mortal. Ma chi primiero,
Per la rabbia del cor spumoso il labbro,
Fra le due squadre s’avanzò, fu il duce
D’altero capo, fu Kamùs. Drappello
Di campioni il seguìa con elefanti
E con timballi. Oh sì!, come elefante
Nelle furie d’amor costui gridava
E una mazza stringea nel ferreo pugno,
Dal capo di giovenca. In mezzo al campo
Sciolse la lingua e mandò voce ai forti
Dall’eretta cervice: Ov’è colui,
Di pugne amante, che fra tanti illustri
A piè l’assalto dimandò?... S’ei viene,
L’arco mio ben vedrà; del viver suo
E per arco e per strale il fin gli tocca!
:Guardavanlo da lungi i più gagliardi,
Ghev e Ruhàm e Tus da l’alta fronte.
Nè di giostrar sorse di questi in core
Alcun desìo. Di principi d’Irania
Vuoto lo spazio si restò, che niuno
Avea fra l’armi contro a lui fermezza;
Egli era un pardo e damme i cavalieri.
:V’era un guerriero di Zabùl, che nome
Èlva si avea. Rapidamente ei trasse
La spada sua vendicatrice. Ei sempre
L’asta reggea di Rùstem battagliero,
Sì che dietro all’eroe niun’altra cosa
Egli lasciava. In governar le briglie
Ponea gran cura e la lancia e la clava
E le freccie ei sapea; l’anima sua
A’ perigli era avvezza, alle fatiche,
Da Rùstem egli avea l’arti guerriere
Apprese tutte. Ei ben si mosse e venne
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Alex brollo
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<poem>
Alla tenzone di Kamùs con impeto,
Per trucidarlo là sul campo. Accorto,
Rùstem gli disse, accorto sii! Nell’aspra
Tenzon con tal guerrier vigile serbati
E di gran cor. — Che disse mai quel savio
Antico, dicitor di saggi detti?
Le sue parole poi che udite avrai.
Tu le ricorda ancor: «Per lo splendore
Del valor tuo non accôr mai nell’alma
Falso veder, ma sempre al loco tuo
Rimani e sta. Questo tuo vampo è simile
A stoltizia così, come se al mare
Profondo tu menassi una fontana.
Non confidar, non superbir, de’ colpi
Dell’ascia o della clava, e ai nodi infesti
Del laccio degli eroi l’alta cervice
Fa di sottrar. Ti scegli un avversaro
A te pari fra l’armi, e stoltamente
Non t’irritar di tanto». — Allor che volse
Elva contro a Kamùs la voglia sua
Per cercarsi con lui nel contrastato
Campo un assalto, sgomberâr gli eroi
Ampio uno spazio, e come agreste lupo
S’avventò di Kashàn l’altero prence.
L’asta vibrò lucente e l’avversare
Tolse di sella e fe’ cader sul suolo
Agevolmente. Ei le redini trasse,
Del destrier sotto a l’ugne Èlva fe’ attrito,
Sì che la terra si fe’ rossa intorno.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|XX. Cattura e morte di Kamùs.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 683-684).}}
<poem>
:Per Èlva estinto fu cruccioso e mesto
Il fortissimo eroe. Via dell’arcione
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Alex brollo
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<poem>
Dal balteo sciolse il flessüoso laccio,
Che quand’egli movea d’eroi famosi
Alla tenzon, recava laccio e clava
D’enorme pondo. Come un elefante
Ebbro di foia, rapido ei venia
Fremendo e il laccio avea ravvolto al cubito,
La clava in pugno. A lui Kamùs dicea:
Deh! sì gran speme non fondar di questo
Tuo filo, attorto sessanta fïate,
Nel debile vigor! — Ma quei rispose:
Rugge un nobil lïon che la sua preda
Scopre da lungi. Tu, primieramente.
Perchè l’armi cingesti a questa guerra
E d’Irania uccidesti un uom famoso,
Il laccio mio filo ritorto appelli.
Or ne vedrai l’orrenda stretta. Il fato
Qui ti sospinse, o di Kashàn guerriero,
Che qui, se non l’avel, nulla ti resta.
:Il pugnace destrier sospinse ratto
Kamùs in gran tempesta (il suo nemico
Elefante parea col laccio attorto),
Quindi un colpo fatal calò col brando
Nitido e terso e via dal busto il capo
Di troncargli sperò; ma di quel ferro
Sul collo a Rakhsh piombò la punta e sola
Ne tagliò la gualdrappa, onde non venne
Danno al leggiadro palafreno. Allora
Il fortissimo eroe ritorse il laccio
E l’avventò; Kamùs cogliea nel fianco.
Indi incitando il palafren veloce
Dal loco ov’era, trasse il laccio e a guisa
D’una coreggia l’annodò a la sella.
Aquila parve allor con l’ale aperte
Rakhsh generoso; ma stringea le cosce
Kamùs ferocemente, e su le staffe
Co’ pie puntando e libere sul collo
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Alex brollo
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<poem>
Lasciando al suo destrier le sciolte briglie,
Il fatal nodo dell’attorto laccio
Tentò più volte di strappar con forza.
Strappar già nol potè, sì che perdea
Ragione e senno in quell’orrenda stretta.
Fin che Rakhsh arrestò l’inclito eroe,
Ritraendo le briglie, e giù di sella
Precipitò l’avvinto prence e al suolo
Dall’alto il fe’ cader. S’accosta allora,
E mentre l’avvincea della persona
Col laccio attorto, Or sì che senza danno,
Grli grida, qui ti stai! L’arti tue infide,
Gl’incanti tuoi sparîr, mentr’era schiava
Ai Devi l’alma tua. Cessâr le pugne
E gli assalti cessar. Deh! non vedrai
Di Cina e di Kashàn mai più il sentiero!
:Così dicendo ambe le man da tergo
Gli legò fortemente e la robusta
Mano infilò nel flessuoso laccio;
Quindi a piè si tornò de’ prenci Irani
Al campo, e si tenea del suo nemico
Sotto l’ascella il corpo. Ai forti ei disse:
:Questo guerrier, di pugne amante, incontro
Osò venirmi per soverchio ardire.
Per livor ch’egli avea. Ma tal di nostra
Fallace vita è instabile costume,
Che solleva talor, talora in basso
E umilia e opprime; vengon doglie e gioie
Solo per essa, e questi al suol si asside,
Quegli s’innalza a rasentar le nubi.
Ed or, quest’uom gagliardo e valoroso,
Ch’emulo di leoni un dì fu sempre,
Venne in Irania a disertarla, quelle
Nostre contrade a far di agresti belve
Un covo, perchè mai non rimanesse
Giardino o casa di Zabùl nei campi
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Alex brollo
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<poem>
O di Kabùl. Dicea che la nodosa
Clava gittata ei non avrìa di mano,
Se prima ucciso Rùstem non avesse,
Il figliuolo di Zal. Or gli son fatti
Elmo e corazza le funeree bende,
Corona il duro suol, paludamento
Il suo sepolcro. Qual consiglio è in voi,
Di qual morte ei morrà? Tocca al suo fine
Di Kamùs battaglier la gran faccenda!
:Dinanzi ai duci ei lo gittò sul suolo.
Vennero allora dall’iranio esercito
1 più gagliardi e con le acute spade
Dell’infelice lacerâr le membra
Per mille colpi, sì che sotto a lui
Furon le pietre e il suol molli di sangue.
:Di tuo valor non menar vanto, o figlio,
Chè sovra te pur anco ha la man stesa
Il tempo domator. Tale è costume
Della vita quaggiù che, or lieta, or trista
Per affanno e dolor, passa veloce.
Molti dolori tollerai, sciagure
Ebbi ed affanni assai; ma tu niun frutto
Avrai però del valor tuo. S’incurva
Delle tue colpe sotto al peso il dorso,
E in trista cura per onor che brami,
Si sta l’anima tua. Fin che tu puoi,
Volgi ad opre leggiadre e fa tue lodi
A Quegli sì che de’ mortali è guida.
:Ecco, la pugna di Kamùs guerriero
Il termine qui tocca. E fu ch’egli ebbe
In don la vita; or quella vita ei rese.
</poem>
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Alex brollo
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{{Ct|c=t01|4. Leggenda di Rustem<br>e del Principe di Cina.}}
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{{Ct|c=t1|I. Battaglia e morte di Cinghish.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 685-687).}}
6Intanto narrerera del re di Cina
a pugna, del valor, dell’aspra guerra
Gli usi rammen.terem. — Saggio, che pura
Hai l’anima ed il cor, di Dio soltanto
Muovi nel nome a favellar la lingua.
Che al bene egli è pur guida, e per lui solo
Sta questo ciel che volge ratto intorno.
Passano i dì del viver tuo; riposo
In altra vita avrai. Riponi intanto
Nel racconto ogni fe’, quale narrava
Da sue carte vetuste il borgomastro.
Giunse novella al principe di Cina
Che in mortai pugna, in contrastato campo,
Ucciso era Kamùs. Ogni guerriero
Di Kashàn, di Shildn tutti i gagliardi,
I principi di Balkh, amaro e fosco
Ebber quel giorno per Kamùs. Volgeasi
Quello a questo e dicea: Deh! chi è costui
Di gran valore e di battaglia amante?
Deh! chi è costui? quale il suo nome e quale
Nato mortai può stargli emulo a fronte?
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Alex brollo
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Intanto narrerera del re di Cina
a pugna, del valor, dell’aspra guerra
Gli usi rammen.terem. — Saggio, che pura
Hai l’anima ed il cor, di Dio soltanto
Muovi nel nome a favellar la lingua.
Che al bene egli è pur guida, e per lui solo
Sta questo ciel che volge ratto intorno.
Passano i dì del viver tuo; riposo
In altra vita avrai. Riponi intanto
Nel racconto ogni fe’, quale narrava
Da sue carte vetuste il borgomastro.
Giunse novella al principe di Cina
Che in mortai pugna, in contrastato campo,
Ucciso era Kamùs. Ogni guerriero
Di Kashàn, di Shildn tutti i gagliardi,
I principi di Balkh, amaro e fosco
Ebber quel giorno per Kamùs. Volgeasi
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Deh! chi è costui? quale il suo nome e quale
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Intanto narrerera del re di Cina
a pugna, del valor, dell’aspra guerra
Gli usi rammen.terem. — Saggio, che pura
Hai l’anima ed il cor, di Dio soltanto
Muovi nel nome a favellar la lingua.
Che al bene egli è pur guida, e per lui solo
Sta questo ciel che volge ratto intorno.
Passano i dì del viver tuo; riposo
In altra vita avrai. Riponi intanto
Nel racconto ogni fe’, quale narrava
Da sue carte vetuste il borgomastro.
Giunse novella al principe di Cina
Che in mortai pugna, in contrastato campo,
Ucciso era Kamùs. Ogni guerriero
Di Kashàn, di Shildn tutti i gagliardi,
I principi di Balkh, amaro e fosco
Ebber quel giorno per Kamùs. Volgeasi
Quello a questo e dicea: Deh! chi è costui
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{{Qualità|avz=25%|data=24 aprile 2026|arg=diari di viaggio}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore = Giovanni Francesco Gemelli Careri
| Nome e cognome del curatore =
| Titolo = Aggiunta a' viaggi di Europa
| Anno di pubblicazione = 1711
| Lingua originale del testo = italiano
| Nome e cognome del traduttore =
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| Argomento = diari di viaggio/Barcellona/Guerra di successione spagnola
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu
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<pages index="Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu" from="5" to="5" />
==Indice==
* {{testo|/Dedica}}
* {{testo|/Indice}}
* {{testo|/Imprimatur}}
* {{testo|/Cagione di scrivere questo Libro}}
* {{testo|/Parte prima}}
** {{testo|/Parte prima/Cap. I}}
** {{testo|/Parte prima/Cap. II}}
** {{testo|/Parte prima/Cap. III}}
** {{testo|/Parte prima/Cap. IV}}
** {{testo|/Parte prima/Cap. V}}
** {{testo|/Parte prima/Cap. VI}}
** {{testo|/Parte prima/Cap. VII}}
** {{testo|/Parte prima/Cap. VIII}}
** {{testo|/Parte prima/Cap. IX}}
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** {{testo|/Parte prima/Cap. XI}}
* {{testo|/Parte II}}
** {{testo|/Parte II/Cap. I}}
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Pagina:Statistica elezioni 1909 legislatura 23.djvu/122
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Carlomorino
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<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione|''Treviso''.|— 88 —|}}</noinclude>{{pt|{{Elezioni 1909 1}}}}
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Antoniutti Carlo scr 419 Cabrini Angelo @ scr 800 21, 22
Tessari Teodorico scr 122 Tessari Teodorico scr 94
L'On. Bianchin! non posò ...
I numero degli elettori iscritti riguarda l'intero collegio; i1 numero dei votanti e quello dei voti conseguiti dai candidati al 1° scrutinio non comprendono invece i risultati della votazione avvenuta nella 4ª sezione la quale conta 509 elettori.
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'''<big>{{larger|¤}}</big>'''
'''<big>•</big>'''
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| || || <br/> <small> L'On. AAA non posò la candidatura nelle elezioni generali del 1909. </small> || || || || || || || ||
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| ||colspan=4 {{cs|Ll}} |<br/> aaaaaaa || style="border-left:3px double;" | || {{cs|l}} | || {{cs|l}} | || || {{cs|l}} | || {{cs|l}} | ||
{{Wl|Q48802295|Collegio di San Biagio di Callalta}} (popolazione 59,225).
3018||1916 Di Broglio Ernesto 1285 3635||2884 Bricito Zaocarla 1444
Torresini Antonio 493 Félissent Gian Giacomo 1319 92 (U)
Elezione suppletiva del 24 febbraio 1907, in seguito a dimissioni dell’eletto.
3410||2465 Félissent Gian Giacomo scr 1146
scr 1394
2714
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scr 1519
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Tessari Teodorico scr 122 Tessari Teodorico scr 94
L'On. Bianchin! non posò ...
I numero degli elettori iscritti riguarda l'intero collegio; i1 numero dei votanti e quello dei voti conseguiti dai candidati al 1° scrutinio non comprendono invece i risultati della votazione avvenuta nella 4ª sezione la quale conta 509 elettori.
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Torresini Antonio 493 Félissent Gian Giacomo 1319 92 (U)
Elezione suppletiva del 24 febbraio 1907, in seguito a dimissioni dell’eletto.
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Tessari Teodorico Tessari Teodorico
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Il Ruwenzori/Capitolo quarto
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Spinoziano (BEIC)
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<pages index="Il Ruwenzori, 1908 - BEIC IE7203615.djvu" from="131" to="176" />
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Il Libro dei Re/Il re Khusrev/I/3
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Alex brollo
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Porto il SAL a SAL 75%
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wikitext
text/x-wiki
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<pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu" from="236" to="236" tosection="s1" />
=== Indice ===
* {{testo|/I|I. - Principio del racconto}}
* {{testo|/II|II. - Andata di Tûs}}
* {{testo|/III|III. - Battaglia fra Irani e Turani}}
* {{testo|/IV|IV. - Combattimento di Tûs e di Hûmân}}
* {{testo|/V|V. - Battaglia fra Irani e Turani}}
* {{testo|/VI|VI. - Incanti dei Turani}}
* {{testo|/VII|VII. - Ritirata sul monte Hamâven}}
* {{testo|/VIII|VIII. - Assalto notturno degl'Irani}}
* {{testo|/IX|IX. - Richiamo di Rustem}}
* {{testo|/X|X. - Nozze di Ferîburz e di Ferenghîs}}
* {{testo|/XI|XI. - Sogno di Tûs}}
* {{testo|/XII|XII. - Soccorsi di Afryâsâb}}
* {{testo|/XIII|XIII. - Scoperta delle vedette}}
* {{testo|/XIV|XIV. - Arrivo di Ferîburz}}
* {{testo|/XV|XV. - Combattimento di Kâmûs con Tûs e con Ghêv}}
* {{testo|/XVI|XVI. - Arrivo di Rustem}}
* {{testo|/XVII|XVII. - Apparecchi di guerra}}
* {{testo|/XVIII|XVIII. - Battaglia di Eshkebûs con Rustem}}
* {{testo|/XIX|XIX. - Riordinamento delle schiere}}
* {{testo|/XX|XX. - Cattura e morte di Kâmûs}}
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Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/94
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2026-06-03T16:27:55Z
Modafix
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|74|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>che avea servito nell’ingresso della nostra Reina, assai ricca, e vaga. Nel 4. giorno tenne a tavola i Ministri de’ Prencipi, ed altre persone riguardevoli, e doppo un lauto pranzo ballaron le Dame della Reina, e la sera delli 5. nella Casa della Deputazione, e sua Sala di S. Giorgio fece erigere detto Ambasciatore un vago palco con gradinate in giro, facendovi ivi cantare da’ Musici della Real Cappella di Sua Maestà una serenata a 6. voci in lingua Spagnola, per applaudire alle Reali Nozze già dette, la quale terminata, si cominciò un ballo nell’istessa Sala, illuminata da circa 240. candele, accomodate in più torcieri. Principiò il ballo alla Francese, e terminò alla Catalana, per dar gusto alle Dame di questa Nazione, che godono degli loro balli, che per lo più sono di due Cavalieri, e due Dame; una volta con passo grave, battendo le mani, e piedi, doppo aver girato la vita, ed altro, sollecito correndo i Cavalieri per pigliare le mani delle Dame a vicenda. Verso le 10. alla Spagnola, vennero il Re, e la Reina, a’ quali si prepararono due sedie a’ piedi della Sala, però il Re volle tutte le tre ore stare in piedi a lato della Reina: ambidue patientemente stiedero a ve-<noinclude>{{PieDiPagina|||dere{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il ruwenzori}}|119}}</noinclude>dotta ad un sentiero appena tracciato. Lasciato il ciglio della morena, discende costeggiando fra bambù e liane fino al fondo della valle, formato ad altipiano, dove raggiunge il Mobuku.
Questo è talmente rimpicciolito, che si può attraversarlo a piede asciutto, saltando da pietra a pietra. Un
{{FI
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}}
tronco d'albero gettato di traverso al fiume facilita il passaggio ai portatori.
L'enorme differenza nel volume del Mobuku ad Ibanda e sopra Nakitawa, è certo dovuta in massima parte alla confluenza del Bujuku, il quale deve perciò essere un fiume molto più considerevole del Mobuku.
La valle pianeggiante è un lago di fango, su cui cresce la foresta quasi interamente formata di bambù. Il sentiero<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|120|{{Sc|capitolo quarto}}|}}</noinclude>è tutto acqua e melma; vi s'affonda spesso fino al ginocchio, ed il piede, sotto il pantano, trova pietre o pezzi di legno, o s'impiglia in qualche liana, od in un tronco caduto, costringendo ad afferrare i cespugli d'attorno spesso spinosi, per conservare l'equilibrio. A poco a poco si impara a studiare la via, a riconoscerne i punti più solidi, a procedere ora a salti, ora con un piede a destra e
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l'altro a sinistra del sentiero, cercando un appoggio sulle pietre o sulle radici affioranti nel fango, su qualche ramo marcio, o procedendo in bilico su un tronco d'albero atterrato. Ma ogni tanto si incespica o si affonda ugualmente, ed il cammino è tutto infiorato di esclamazioni piuttosto energiche ed espressive che garbate. Frattanto s'è messo a piovere per davvero, e dai bambù, dalle eriche, dalle felci d'ogni specie e grandezza e da tutto il fogliame della boscaglia cade una continua doccia d'acqua.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il ruwenzori}}|121}}</noinclude>
Così, inzaccherati di fango da capo a piedi, cogli abiti inzuppati d'acqua, avendo attraversato la valle fin contro il suo fianco sinistro, la Spedizione arrivò al piede d'un'alta parete rocciosa strapiombante, situata in fondo ad una breve valletta, chiusa dinanzi da una morena. È il così detto campo di Kichuchu, a 2997 m. sul mare, 345 m. più alto di Nakitawa. Il muro di roccia forma un riparo relativo contro le intemperie ad un brevissimo spazio sottostante, protetto invero dalla pioggia battente, ma tutto inzuppato dall'acqua che vi giunge scorrendo lungo le pareti rocciose. V'è posto per una sola tenda. Tutto attorno è melma profonda. Con frasche e tronchi d'albero disposti sul suolo, si riuscì ad allargare di tanto il terreno solido, da potervi montare altre due tende. {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}}, instancabile, nel fango e sotto la pioggia per molte ore, diresse l'installazione del campo.
La legna da ardere che si può raccogliere nelle vicinanze è scarsa, ed i fuochi sono insufficienti. I portatori Baganda, stanchi, avviliti, tremanti pel freddo, non sono evidentemente in grado di proseguire più oltre. Si rimandano perciò tutti, insieme coi ''boys'', e scendono a Butanuka, a raggiungere i compagni licenziati a Bihunga ed a Nakitawa. Di qui innanzi si procede coi soli Bakonjo, lasciando indietro i carichi soprannumerari, che si manderanno a prendere più tardi.
Il piano sul quale si trova il riparo di Kichuchu è il primo di tre terrazzi sovrapposti, tutti ugualmente impregnati d'acqua stagnante, separati da balzi alti da 200 a 300 metri, che formano la parte superiore della valle Mobuku.
Da Kichuchu la via si inerpica subito su per uno stretto gradino naturale tagliato nella roccia di un contraf-<noinclude>{{RigaIntestazione|||{{x-smaller|16}}}}</noinclude>
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/* Testo giudeo-italiano? */ nuova sezione
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== <span lang="en" dir="ltr">Tech News: 2026-23</span> ==
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Latest '''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|tech news]]''' from the Wikimedia technical community. Please tell other users about these changes. Not all changes will affect you. [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/23|Translations]] are available.
'''Updates for editors'''
* The [[mw:Special:MyLanguage/Readers/Reader Experience|Reader Experience team]] is conducting an experiment to show the [[mw:Special:MyLanguage/Readers/Reader Experience/Reading lists|reading lists]] feature, which is still in development, to logged-out mobile readers to test whether it encourages account creation at a higher rate compared to the watchstar button. The [[mw:Special:MyLanguage/Readers/Reader Experience/Reading lists#Experiment timeline|experiment]] was launched on May 18th on German, Spanish, Italian, Portuguese, Polish, Dutch, Turkish, and Urdu wikis, and it will run for a month.
* The Wikimedia Apps team released [[mw:Special:MyLanguage/Wikimedia Apps/Team/Explore Feed Refresh/Phase 1|Phase 1]] of the redesigned Home Feed to the Android Beta app. The new Home Feed includes a refreshed "Community" tab and a personalized "For You" tab featuring daily updated reading recommendations. The redesign is part of a broader effort to improve content discovery and create more engaging learning experiences in the Wikipedia apps.
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] View all {{formatnum:18}} community-submitted {{PLURAL:18|task|tasks}} that were [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Recently resolved community tasks|resolved last week]]. For example, an issue where images could fail to load for some suggested edits on [[w:Special:Homepage|Special:Homepage]], leaving the thumbnail stuck in a loading state, has now been fixed. [https://phabricator.wikimedia.org/T424048]
'''Updates for technical contributors'''
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] Detailed code updates later this week: [[mw:MediaWiki 1.47/wmf.5|MediaWiki]]
'''''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|Tech news]]''' prepared by [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Writers|Tech News writers]] and posted by [[m:Special:MyLanguage/User:MediaWiki message delivery|bot]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News#contribute|Contribute]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/23|Translate]] • [[m:Tech|Get help]] • [[m:Talk:Tech/News|Give feedback]] • [[m:Global message delivery/Targets/Tech ambassadors|Subscribe or unsubscribe]].''
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== Testo giudeo-italiano? ==
Ciao a tutti
Non so esattamente se ci sia un posto più adatto in cui chiedere, quindi proverò qui.
Qualche tempo fa sono venuto a conoscenza d'un interessante testo del XVI secolo, con autore ignoto, scritto nella variante romanesca del cosiddetto ''giudeo-italiano'' o ''italki'' (potete le immagini del manoscritto sul sito della Nationa Library of Israel, al link che segue: (<code><nowiki>https://www.nli.org.il/En/discover/manuscripts/hebrew-manuscripts/viewerpage?vid=MANUSCRIPTS#d=[[PNX_MNUSCRIPTS990001090500205171-1,FL22558317]]</nowiki></code>; ho dovuto aggiungere il link come semplice testo perché altrimenti, essendo formattato con le doppie parentesi quadre, viene reso male).</br>
Siccome è un testo molto prezioso a livello linguistico, mi sono spesso domandato se si possa inserirlo su Wikisource. Specifico che ho già contattato i responsabili dei diritti d'utilizzo del manoscritto presso la Biblioteca Palatina di Parma, i quali mi hanno comunicato che, pur non essendoci al momento la possibilità d'autorizzare la pubblicazione dell'opera con a corredo le immagini del manoscritto, una semplice trascrizione digitale non richiede alcuna autorizzazione.</br>
Quindi, domando:
# La lingua in cui è scritto il testo (variante italoromanza scritta in caratteri ebraici) può rientrare nell'àmbito dei testi includibili nella Wikisource italiana?
# Dando per buono il punto 1, questo testo anonimo può rientrare nell'àmbito dei testi storicamente rilevanti, e quindi inseribili su Wikisource nonostante la mancanza d'un autore?
# Dando per buoni i punti 1 e 2, sarebbe possibile inserire il testo — caratteri ebraici più trascrizione, magari? — senza che vi siano immagini a corredo (come già detto, non pubblicabili ora come ora), con soltanto link di riferimento al sito?
Ringrazio in anticipo chiunque vorrà darmi informazioni in merito. —— [[User:GianWiki|GianWiki]] ([[User talk:GianWiki|disc.]]) 11:27, 4 giu 2026 (CEST)
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GianWiki
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/* Testo giudeo-italiano? */
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== <span lang="en" dir="ltr">Tech News: 2026-23</span> ==
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Latest '''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|tech news]]''' from the Wikimedia technical community. Please tell other users about these changes. Not all changes will affect you. [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/23|Translations]] are available.
'''Updates for editors'''
* The [[mw:Special:MyLanguage/Readers/Reader Experience|Reader Experience team]] is conducting an experiment to show the [[mw:Special:MyLanguage/Readers/Reader Experience/Reading lists|reading lists]] feature, which is still in development, to logged-out mobile readers to test whether it encourages account creation at a higher rate compared to the watchstar button. The [[mw:Special:MyLanguage/Readers/Reader Experience/Reading lists#Experiment timeline|experiment]] was launched on May 18th on German, Spanish, Italian, Portuguese, Polish, Dutch, Turkish, and Urdu wikis, and it will run for a month.
* The Wikimedia Apps team released [[mw:Special:MyLanguage/Wikimedia Apps/Team/Explore Feed Refresh/Phase 1|Phase 1]] of the redesigned Home Feed to the Android Beta app. The new Home Feed includes a refreshed "Community" tab and a personalized "For You" tab featuring daily updated reading recommendations. The redesign is part of a broader effort to improve content discovery and create more engaging learning experiences in the Wikipedia apps.
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] View all {{formatnum:18}} community-submitted {{PLURAL:18|task|tasks}} that were [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Recently resolved community tasks|resolved last week]]. For example, an issue where images could fail to load for some suggested edits on [[w:Special:Homepage|Special:Homepage]], leaving the thumbnail stuck in a loading state, has now been fixed. [https://phabricator.wikimedia.org/T424048]
'''Updates for technical contributors'''
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== Testo giudeo-italiano? ==
Ciao a tutti
Non so esattamente se ci sia un posto più adatto in cui chiedere, quindi proverò qui.
Qualche tempo fa sono venuto a conoscenza d'un interessante testo del XVI secolo, con autore ignoto, scritto nella variante romanesca del cosiddetto ''giudeo-italiano'' o ''italki'' (potete trovare le immagini del manoscritto sul sito della National Library of Israel, al link che segue: (<code><nowiki>https://www.nli.org.il/En/discover/manuscripts/hebrew-manuscripts/viewerpage?vid=MANUSCRIPTS#d=[[PNX_MNUSCRIPTS990001090500205171-1,FL22558317]]</nowiki></code>; ho dovuto aggiungere il link come semplice testo perché altrimenti, essendo formattato con le doppie parentesi quadre, viene reso male).</br>
Siccome è un testo molto prezioso a livello linguistico, mi sono spesso domandato se si possa inserirlo su Wikisource. Specifico che ho già contattato i responsabili dei diritti d'utilizzo del manoscritto presso la Biblioteca Palatina di Parma, i quali mi hanno comunicato che, pur non essendoci al momento la possibilità d'autorizzare la pubblicazione dell'opera con a corredo le immagini del manoscritto, una semplice trascrizione digitale non richiede alcuna autorizzazione.</br>
Quindi, domando:
# La lingua in cui è scritto il testo (variante italoromanza scritta in caratteri ebraici) può rientrare nell'àmbito dei testi includibili nella Wikisource italiana?
# Dando per buono il punto 1, questo testo anonimo può rientrare nell'àmbito dei testi storicamente rilevanti, e quindi inseribili su Wikisource nonostante la mancanza d'un autore?
# Dando per buoni i punti 1 e 2, sarebbe possibile inserire il testo — caratteri ebraici più trascrizione, magari? — senza che vi siano immagini a corredo (come già detto, non pubblicabili ora come ora), con soltanto link di riferimento al sito?
Ringrazio in anticipo chiunque vorrà darmi informazioni in merito. —— [[User:GianWiki|GianWiki]] ([[User talk:GianWiki|disc.]]) 11:27, 4 giu 2026 (CEST)
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Alex brollo
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Alex brollo
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OrbiliusMagister
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />----
----</noinclude><nowiki />
{{xx-larger|Q}}{{Sc|uesto}} Volgarizzamento degli Uffici di Cicerone, inedito fino a ora, l’ho copiato di mia mano da un Codice in carta pecora, della Biblioteca Riccardiana di Firenze: e poi l’ho confrontato all’originale latino, con quella diligenza che ho potuto maggiore: e così l’ho distinto colla punteggiatura, e ordinato; e così le parole (i nomi propri singolarmente) guaste dall’antico copista, ho corretto. E come praticai già pubblicando altri testi di lingua inediti, qualche forma troppo ammuffita e sgrammaticale, ho ripulito e messa in grammatica: e le voci non registrate in Vocabolario, ovvero con altro senso di quello che mostrano qui, tali voci ho disposto alla fine, sott’ordine di alfabeto.
Il quale Volgarizzamento poi è, a giudizio mio, prezioso. Dappoichè i pensieri che Tullio significò squisitamente in latino, vi sono ritratti a punto; e senza ser-<noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|{{rl|4}}||}}</noinclude>vilità, ma con felice disinvoltura; e nè mancavi il calore dell’eloquenza. È una cosa tutta facile e schietta. E quel maestoso, quel risonante, con cui va il sermone latino, non essendo nell’italiano, perchè la favella nostra ha indole piana; questo in un’opera dottrinale, come sono gli Uffici, non fa desiderio, è pregio.
Chi poi fosse stato il valente volgarizzatore, non è scritto nel Codice, nè ho potuto saperlo diversamente. Toscano egli era, e del secolo decimoquarto; questo è sicuro. E per queste due cose, della patria e dell’età, ancora che il volgarizzamento non rilucesse di una sua particolare eccellenza, sarebbe nondimeno da avere in moltissima stima. Dappoichè lanatura, siccome concede più a una donna che a un’altra il dono della bellezza; così la potenza e la grazia della favella, in Italia donò a’ Toscani; ed è questa una verità, un fatto, sentito e maravigliato sino dagli altri volghi della penisola. E lo stile poi, che meglio viene perfetto, secondo che, insieme allo studio, le passioni obbedi-<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||{{rl|5}}}}</noinclude>scono più alla forza del vero e del giusto, e secondo più efficace è l’istrumento delle parole, con cui gli è necessario di operare; lo stile, per le condizioni della Toscana in quei tempi, non dirò che toccasse la perfezione, ma le fu certamente molto da presso . Imperocchè quella bontà di esso che nasce dalla disposizione dell’anima, il semplice e il puro, tutta l’ebbe: mancò di esser condito coll’ottimo delle scienze, e forbito dal gusto; perchè queste cose non si hanno spontaneamente, e subito, ma a forza di fatiche e di tempo: e l’Italia era stata oppressa tanti secoli nella barbarie; sicchè la tradizione delle scienze e del gusto, era quasi annullata.
Nel secolo decimosesto, dicesi comunemente, che la favella toscana, in quanto allo stile, perfezionò. E io v’acconsento, se intendiamo quella parte di perfezione, procedente dal sapere e dal gusto: poichè, rispetto.all’altra principalissima, ch’è l’ingenuità e il candore, dico con sicurezza, che, salvo qualche caso di privilegio, dechinò. Lungo discorso chiederebbe questo<noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|{{rl|6}}||}}</noinclude>che io affermo. Vorrei solo però, che la perdita di tanto pregio, non s’imputasse, come taluni inconsideratamente han fatto, allo studio ne’ latini e greci autori; anzi unicamente alla perdita delle virtù, dell’altezza dell’animo; effetto delle pubbliche calamità, cagione della servile imitazione. Dante sapeva tutto quanto Virgilio; Petrarca dottissimo era della lingua latina, coltivatore de’ Greci; l’uno e l’altro molte cose dettarono latinamente; e intanto hanno lo stile miracoloso. E perchè? perchè alla perfezione del gusto, conseguita da’ classici studi, al sapere attinto più che altrimenti, coll’acume de’ loro intelletti, accoppiavano elevati pensieri, sante passioni.
E tali erano pieni di carità, quei buoni scrittori Toscani del secolo decimoquarto: e scrivendo, ad altro non intendevano, che migliorare i costumi della moltitudine: e per questo, come bene notò il Giordani, la sapienza dell’antichità, volgarizzandola, gareggiavano a rendere popolare.<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||{{rl|7}}}}</noinclude><nowiki />
Io ho sempre considerato lo studio della favella non come generalmente si guarda, oziosa rifioritura, ma solenne strumento di sociale educazione: e gli autori Toscani del secolo decimoquarto, gli ho cari, perchè posseggono il dono più bello dello stile, la naturalezza. La quale non potendo procedere, come ho detto, che dalla viva virtù; pare a me, che il diffondere questi autori, sia un potente mezzo per farla amare: dappoichè invaghendosi l’animo dell’effetto, a me pare, che quasi alla sua insaputa, abbia a conformarsi amante della cagione.
E singolarmente poi quando le opere, scritte da’ Toscani in quel tempo, sono piene per loro medesime di sapienza. Siccome questi Uffici di Cicerone: de’ quali ebbe a scrivere il Genovesi, che nessuna opera tanto dotta dall’antichità ci è pervenuta. Officio ha detto alcuno, venga da ''efficere'', parola latina, composta da ''ex'' e ''ficere, fare da''. E altri che derivi da ''obficere'': e rispetto all’''ob'', ci è differenza di opinione: chi le rende ''contro'', e chi {{Pt|''intor''-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|{{rl|8}}||}}</noinclude>{{Pt|''no''|''intorno''}}; sottintendendo sempre qualcosa: ''non'' fare contro al ''diritto'', fare intorno ''a esso''. Il che a me sembra suonare, che officio è officio.
Ma senza quistione è certamente, che l’idea principale di officio, importa fare. Ogni cosa poi, non si fa altrimenti, che per un fine: eperò officio è un mezzo: e se quell’ob, tornando all’etimologia, si volesse rendere per; allora tanto sarebbe officio, quanto ''fare a cagion di un fine'': e questo, a dirla con Cicerone, è di vivere costantemente e bene.
Per la qualcosa è necessità, di fare piuttosto in una guisa, che in altra: e dev’essere in noi, come effettivamente ci è, una ragione, una regola diquesto procedere. Dappoichè entrando a riflettere in noi, vediamo, che certi appetiti ci sospingono verso le cose, o ce ne tirano indietro: e vediamo che oltre di questa influenza della materialità su di noi (risvegliatrice delle ''passioni'', perchè noi siamo passibili rispetto a essa) un’altra forza ci è dentro a noi, luminosa, spirituale; disposta dalla<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||{{rl|9}}}}</noinclude>natura a governare, a resistere in tutto o in parte a’ movimenti desti dalle passioni; secondo che questi, o col troppo, o col poco, o in tutto, impediscono dal fine detto, di vivere bene e costantemente.
Le operazioni di questa vigorosa luce ch’è nell’anima nostra, Cicerone riduce a quattro, e le dice quattro virtù; chè tanto è virtù in latino, quanto in italiano forza; le quali nomina, ''prudenza, giustizia,
fortezza, e temperanza'': e la cagione di esse, appella ''onestà'' e il senso che destano adoperando, chiama ''decoro'', o ''confacenza''; il quale è veduto e gustato dall’anima, appunto come gli occhi veggono e godono la bellezza.
A guardia poi dell’onestà, è connaturale a noi la vergogna; cagione della quale dev’essere inteso l’onore; la quale pungendo, annunzia se gli appetiti sieno per sopraffare la forza della ragione. E a queste facoltà sono disposti gli animi, più o meno perfettamente: e come tutte le altre cose, può l’uomo accrescerle mediante l’educazione e l’esercizio.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|{{rl|10}}||}}</noinclude><nowiki />
Questo è compreso nel primo libro degli Uffici, detto dell’onestà. E mi accade considerare, che delle quattro virtù distinte da Cicerone, le due prime, che sono prudenza e giustizia, intendono a ordinare e dirigere la consecuzione del bene; intanto che le due altre, temperanza e fortezza, riparano contro gli ostacoli degli appetiti.E così può meglio intendersi quello che Tullio dice, che la giustizia è regina delle virtù, e con tutte si trova unita.
Esaminate queste cose, passa nel secondo libro a discorrere le operazioni nostre, applicate ad effettuare il bene; e questo libro intitola dell’utilità. E dipoi, conciosia che, com’egli medesimo dice, l’utile tira e l’onestà ci ritrae; cioè, che gli appetiti muovono le azioni nostre, e il vigore interno le tiene, per lasciarle secondo gli avvisi della prudenza e della giustizia; da questo è, che si versa nel terzo libro a provare, che non può esservi utile senza l’onesto, e che ogni onesto è utile insiememente. Dappoichè se l’utile niente altro è, che quello che ci<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||{{rl|11}}}}</noinclude>conduce al bene; e l’unica guida per esso bene, come abbiamo mostrato, è la forza razionale, o l’onestà; ne segue, che fare altrimenti dall’onestà, importa fare contro dell’utile: comecchè la passione può abbagliare, a farci travedere utile quello che è danno.
Ecco in succinto il disegno semplice, stupendo, di questo Trattato. Il quale, benchè Cicerone dica di scriverlo da filosofo; pure impossibile era ch’egli non fosse trasportato dall’eloquenza; dono sovrano, impartitogli copiosamente dalla natura. Sicchè non solo mostra la verità, ma la fa leggiadra, e commovente. E trafitto dalla patria che rovinava, e fervoroso delle antiche virtù cittadine; spesso pone esempi di avvenimenti romani: e qui è dove più si riscalda, e più torna incantevole coll’eloquenza.
Nè poi discorrendo i doveri, si fa a indagare il nascoso della loro origine, e dell’essenza: nè s’interna in sottigliezze, per ritrovare i perchè, chiusi fra gli arcani dell’organizzazione e dell’anima: egli<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|{{rl|12}}||}}</noinclude>espone fatti; fa sentire i doveri mediante il decoro: questo senso che spira dall’onestà, appunto come la fragranza da un fiore. All’astruso, al secco delle indagini, egli prepone l’agevole, il persuasivo del dettato; per essere questo efficace, egli scrive, a raddirizzare i costumi.
Per che non è maraviglia, se gli Uffici sieno stati sempre ammirati. E si consideri quanto bene può seguitare, propagandoli vie più con questo eletto volgarizzamento: nel quale è tutta espressa lamente di Cicerone, come in principio ho detto; e pieno è di bellezza. Sicchè i giovanetti, imparandovi l’eccellente favella, e il sicuro stile, possono apprendere eziandio, che il bene degli uomini non è fatto che dall’onesto; e comunque ci possa ingannare la fantasia, sempre nell’onestà è il vero utile e solo. E queste cose insegnate limpidamente, e confermate co’ fatti, e persuase coll’eloquenza.<noinclude></noinclude>
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\addlyrics{ Pe -- schi fio -- ren -- ti. Ho can -- zo -- na -- to di -- cianno -- ve a-
man -- ti. Ho can -- zo -- nato di -- cian -- no -- ve a -- man -- ti
e se can -- xo -- no voi sa -- ran -- no ven -- ti. Col -- go la ro -- sa_e
la -- scio star la fo -- glia. Ho tan -- ta vo -- glia di far con te all'amor
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||{{rl|13}}}}</noinclude>{{Ct|t=2|v=1.5|f=120%|L=.2em|LIBRO PRIMO}}
{{Ct|v=1|f=80%|w=.5em|DI MARCO TULLIO CICERONE}}
{{Ct|t=1.5|v=1|f=90%|DEGLI UFFICI}}
{{Ct|t=1.5|v=2|''a Marco suo figliuolo.''}}
{{rule|3em|v=3}}
{{Xx-larger|B}}enchè, o Marco figliuolo, a te il quale già un anno hai udito Cratippo, e ciò in Atene, convenga abbondare di precetti e ammaestramenti di filosofia, per la somma autorità del dottore e della città; delle quali due cose, l’una, cioè il dottore, te può accrescere di scienza; e l’altra, cioè la città, di esempi; nientedimeno come io, a mia utilità, sempre congiunsi le cose greche con le latine; e non solo in filosofia, ma ancora nell’esercitazione del dire; quel medesimo mi pare che debba esser fatto da te; acciocchè tu sii pari nella facultà dell’una e l’altra orazione.<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|2||}}</noinclude>Nella qual cosa, com’ei pare, noi abbiamo arrecato grande aiuto agli uomini nostri: che non solamente i rozzi delle lettere greche, ma ancora i dotti stimo avere acquistato, e all’imparare e al giudicare.
Per la qual cosa imparerai dal principal filosofo di quegli dell’età nostra; e imparerai quanto lungo tempo tu vorrai: ma tanto lungo tempo tu dovrai volere, insino a quanto a te non parrà poco di quanto tu ne faccia pro. Ma nientedimeno tu leggerai le cose nostre, non molto discordantisi da’ peripatetici; imperocchè noi vogliamo essere e socratici e platonici. Di essi fatti usa il giudicio tuo; imperocchè niente io t’impedisco: ma tu farai l’orazione latina per certo più piena, dalle cose nostre le quali tu leggerai. Ma io non voglio che questo sia stimato essere stato detto arrogantemente. Imperocchè io, concedente la scienza del filosofare a molti, quello ch’è proprio dell’oratore, dire attamente e con ordine e ornatamente, perchè in quello studio io ho consumato l’età mia, se quelio a me io piglio, io paio attribuirmelo quasi di mia ragione.
Per la qual cosa molto, o Cicerone mio,<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||3}}</noinclude>io ti conforto, che tu non solamente le orazioni mie studiosamente legga, ma ancora questi libri di filosofia, i quali già a quegli quasi si sono pareggiati. Imperocchè maggior forza è in quegli del dire; ma ancora questo modo di dire è da essere amato, il quale è con equabilità, e temperato. E questo ancora io non veggo essere addivenuto ad alcuno greco, che colui medesimo si affaticasse e nell’uno e nell’altro genere; e che egli conseguitasse e quel modo del dire nel foro, e questo quieto del disputare. Se già Demetrio Falereo non potesse essere in questo numero, disputatore sottile, e oratore poco veemente; nientedimeno dolce in modo, che tu potresti conoscere ch’egli è discepolo di Teofrasto. Ma noi quanto nell’uno e l’altro modo abbiamo fatto pro, giudichinlo altri; l’uno e l’altro di certo abbiamo seguitato. E per certo io stimo che se Platone avesse voluto trattare il modo del dire nel foro, egli avrebbe detto gravissimamente, e con molta copia. E se Demostene avesse tenute quelle cose, le quali egli aveva imparato da Platone, e avessele voluto pronunziare, egli l’avrebbe potuto fare splendida-<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|4||}}</noinclude>mente, e con ornato. Nel medesimo modo io giudico di Aristotile e di Socrate: l’uno e l’altro de’quali, dilettatosi del suo studio, spregiò l’altrui.
Ma conciosiacosacchè io avessi deliberato di scrivere a te, in questo tempo, qualcosa di filosofia, e molte cose da quinci innanzi; io massimamente ho voluto cominciare da quello, che all’età tua fosse attissimo, e alla mia autorità. Imperocchè, conciosiacosacchè molte cose sieno in filosofia e gravi, e utili, e diligentemente da’filosofi disputate, e con abbondanza; larghissimamente paiono manifestarsi quelle, le quali da coloro sono state date e insegnate degli uffici. Imperocchè nessuna parte della vita, nè in fatti pubblici, nè in privati, nè in quegli del foro, o di casa, se teco alcuna cosa facessi, o contrattassi con altrui, può mancare dell’ufficio: e nell’amar quello è posta ogni onestà della vita, e ogni bruttezza nello spregiarlo.
E questa è comune quistione di tutti i filosofi imperocchè chi è, il quale, quando egli non ha alcuni precetti dell’ufficio, abbia ardire chiamarsi filosofo? Ma e’ sono alcune discipline, le quali, preposti i fini de’ beni<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||5}}</noinclude>e de’mali, rivoltano e abbattono ogni ufficio. Imperocchè chi ha ordinato il sommo bene, che niente gli abbia congiunto con la virtù, e quello egli misura con suoi commodi, e non con l’onestà; costui se a sè egli consenta, e alcuna volta non sia vinto dalla bontà della natura, è fatto che eg i non può amare l’amicizia, nè la giustizia, nè la liberalità. E chi giudica il dolore essere sommo male, in nessuno modo può essere forte; nè temperato può essere chi fa che la voluttà è il sommo bene.
Le quali cose, benchè così sieno manifeste, ch’esse non abbino bisogno di disputa; nientedimeno in un altro luogo da noi sono state disputate. Queste discipline adunque, se a sè esse vogliono essere consenzienti, niente esse possono dire dell’ufficio. Nè alcuni precetti possono essere dati fermi, e stabili, e congiunti alla natura, se non da coloro i quali dicono, che solo l’onestá debba essere per sè medesima desiderata; o da coloro i quali dicono, che quella virtù spezialmente e grandissimamente debba essere per sè medesima desiderata. Adunque questo è proprio ammaestramento de-<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|6||}}</noinclude><section begin="s1" />gli stoici e accademici e peripatetici: dappoicchè la sentenza di Aristone e Pirrone ed Erillo, già molto fa, è stata confusa e abbattuta. I quali nientedimeno avrebbono la ragion loro di disputare dell’ufficio, se eglino a vessino lasciato qualche elezione delle cose, acciocchè si potesse andare all’invenzione dell’ufficio. Adunque in questo tempo, e in questa quistione, noi spezialmente seguitiamo gli stoici, non come interpetri ma come noi vogliamo; delle fonti loro, con arbitrio e giudizio nostro, attigneremo quanto ci parrà.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO I.}}
{{Ct|t=1|v=2|''Dell’ufficio, e come si divide.''}}
Piaceci adunque, perchè ogni disputa ha a essere dell’ufficio, innanzi diffinire che cosa sia ufficio: la qual cosa io mi maraviglio essere stata lasciata da Panezio. Imperocchè ogni ordinamento, il quale di ’qualche cosa è preso dalla ragione, debbe procedere dalla diffinizione; acciocchè s’intenda ciò che sia quello, del quale si {{Pt|di-|}}<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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/* Trascritta */ Gadget Pt
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||7}}</noinclude>{{Pt|sputa|disputa}}. Ogni quistione dell’ufficio è doppia:
uno modo è il quale s’appartiene al fine de’ beni; l’altro è il quale è posto ne’precetti, pe’ quali l’uso della vita possa essere confermo in tutte le parti. Del modo di sopra questi sono gli esempi: se tutti gli uffici sono perfetti o no; e se alcuno di loro è maggiore che l’altro; e altre cose simili a queste. Ma quegli uffici de’ quali si danno i precetti, benchè essi s’ appartengano al fine de’beni, nientedimeno meno appariscono di cosi essere, perchè essi più ragguardano all’ammaestramento della vita comune de’ quali uffici noi in questi libri dobbiamo con dichiarazione disputare.
E ancora un altra divisione è degli uffici. Imperocchè e’ si chiama alcuno ufficio mezzo, e alcuno perfetto. Il perfetto ufficio io stimo che noi chiamiamo retto; il quale i Greci chiamano catartoma, cioè secondo dirittura: ma questo mezzo eglino chiamano comune. E questi uffici così diffiniscono; chè quello ufficio che sia retto, diffiniscono essere perfetto; e quello che è mezzo, dicono essere quello, del quale possa essere data probabile ragione perchè egli sia fatto.<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||7}}</noinclude>{{Pt|sputa|disputa}}. Ogni quistione dell’ufficio è doppia: uno modo è il quale s’appartiene al fine de’ beni; l’altro è il quale è posto ne’precetti, pe’ quali l’uso della vita possa essere confermo in tutte le parti. Del modo di sopra questi sono gli esempi: se tutti gli uffici sono perfetti o no; e se alcuno di loro è maggiore che l’altro; e altre cose simili a queste. Ma quegli uffici de’ quali si danno i precetti, benchè essi s’appartengano al fine de’beni, nientedimeno meno appariscono di così essere, perchè essi più ragguardano all’ammaestramento della vita comune de’ quali uffici noi in questi libri dobbiamo con dichiarazione disputare.
E ancora un altra divisione è degli uffici. Imperocchè e’ si chiama alcuno ufficio mezzo, e alcuno perfetto. Il perfetto ufficio io stimo che noi chiamiamo retto; il quale i Greci chiamano ''catartoma'', cioè secondo dirittura: ma questo mezzo eglino chiamano comune. E questi uffici così diffiniscono; chè quello ufficio che sia retto, diffiniscono essere perfetto; e quello che è mezzo, dicono essere quello, del quale possa essere data probabile ragione perchè egli sia fatto.<noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|6||}}</noinclude>9
In questa divisione (conciosiacosacchè
grandissimo vizio sia nel dividere, lasciare
alcuna cosa) due cose sono state lasciate.
Imperocchè non solamente e’ si suole deliberare,
se egli è onesto o brutto; ma ancora,
preposti due onesti, se l’uno è più onesto che
l’altro. E similmente, preposti due utili, si
suole dubitare se l’uno è più utile che l’altro.
E così quella ragione, la quale colui
stimò di essere di tre parti, si trova dover essere
distribuita in cinque. Primamente dunque
si disputerà dell’onesto, ma in due modi;
e ancora con pari ragione dell’utile; e
dipoi della comparazione tra loro.
{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO III.}}
{{Ct|t=1|v=2|<i>Della forza della natura a fare l’onesto.</i>}}
Da principio a ogni ragione d’animali è
stato attribuito dalla natura, ch’egli difenda
sè, e la vita, e il corpo; e ischifi quellocose,
le quali paino di dovere nuocere; e
tutte quelle cose le quali sieno necessarie
al vivere, acquisti e trovi; come è la pa
aciona, e i covaccioli, e altre simili cose:<noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||9}}</noinclude>
In questa divisione (conciosiacosacchè
grandissimo vizio sia nel dividere, lasciare
alcuna cosa) due cose sono state lasciate.
Imperocchè non solamente e’ si suole deliberare,
se egli è onesto o brutto; ma ancora,
preposti due onesti, se l’uno è più onesto che
l’altro. E similmente, preposti due utili, si
suole dubitare se l’uno è più utile che l’altro.
E così quella ragione, la quale colui
stimò di essere di tre parti, si trova dover essere
distribuita in cinque. Primamente dunque
si disputerà dell’onesto, ma in due modi;
e ancora con pari ragione dell’utile; e
dipoi della comparazione tra loro.
{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO III.}}
{{Ct|t=1|v=2|<i>Della forza della natura a fare l’onesto.</i>}}
Da principio a ogni ragione d’animali è
stato attribuito dalla natura, ch’egli difenda
sè, e la vita, e il corpo; e ischifi quellocose,
le quali paino di dovere nuocere; e
tutte quelle cose le quali sieno necessarie
al vivere, acquisti e trovi; come è la pa
aciona, e i covaccioli, e altre simili cose:<noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||9}}</noinclude><section begin="s1" />
In questa divisione (conciosiacosacchè grandissimo vizio sia nel dividere, lasciare alcuna cosa) due cose sono state lasciate. Imperocchè non solamente e’ si suole deliberare, se egli è onesto o brutto; ma ancora, preposti due onesti, se l’uno è più onesto che l’altro. E similmente, preposti due utili, si suole dubitare se l’uno è più utile che l’altro. E così quella ragione, la quale colui stimò di essere di tre parti, si trova dover essere distribuita in cinque. Primamente dunque si disputerà dell’onesto, ma in due modi; e ancora con pari ragione dell’utile; e dipoi della comparazione tra loro.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO III.}}
{{Ct|t=1|v=2|''Della forza della natura a fare l’onesto.''}}
Da principio a ogni ragione d’animali è stato attribuito dalla natura, ch’egli difenda sè, e la vita, e il corpo; e ischifi quellocose, le quali paino di dovere nuocere; e tutte quelle cose le quali sieno necessarie al vivere, acquisti e trovi; come è la pasciona, e i covaccioli, e altre simili cose:<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Panz Panz
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|x}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>universale, per contemplarlo in tutto l’immenso teatro de’ suoi fenomeni, delle cause di questi, delle leggi per cui sono questi diversamente modificati in tutta l’estensione dei secoli che abbracciano le molteplici sue fasi e che costituiscono, la sua personalità immortale. Nel primo modo insomma essa studia l’uomo nella sua costituzione fisica, intellettuale, morale, e nel secondo lo studia in tutti i suoi possibili prodotti scientifici, industriali, ne’ suoi sviluppi eudemonologici e nei secoli.
Ma comechè sì l’uno che l’altro si giovino di vicendevole sussidio, il primo è meramente elementare, ed una più splendida dignità è solo del secondo. E per verità osserviamo a che generalmente si circoscriva l’ufficio del primo, e scorgeremo la filosofia intendere a nulla più che all’alfabeto della scienza: scorgeremo che ella si arresta quasi al limitare della scienza dell’uomo, poichè la compiuta nozione dell’uomo non consta solo di quella dei congegni della sua machina, delle funzioni, dei rapporti di questi congegni e nemmeno di quella del numero e dei vicendevoli rapporti di quelle potenze che svolgonsi dalla sua natura fisica, intellettuale e morale; ma sibbene della cognizione degli effetti di queste funzioni e di queste potenze sottoposte a tutte le relative loro possibili influenze modificatrici.
Gettando pertanto lo sguardo sulla vita universale dei popoli non è più solo l’uomo individuo che ne si para al pensiero, ma l’uomo nel più grandioso aspetto che possa mai presentarsi allo sguardo del filosofo; l’umanità sviluppata. Quale spettacolo non offrono allora tutte le nazioni, tutti i secoli che concorrono a porgere quei sublimi prodigi delle arti e delle scienze che li fe’
splendide di gloria e di sapere non più siccome l’esclusivo retaggio di una nazione, ma bensì come l’opera di un solo immenso essere collettivo. Allora la dignità dell’uomo in tutta l’ampia sua luce risplende e grandeggia. Allora può l’uomo col linguaggio di un entusiastico orgoglio sclamare: ''Ecco l’uomo''. Allora ne sarà dato di scorgere come la natura, nell’egual modo che intromise fra gl’individui quella mirabile varietà di attitudini d’onde ne sorge quel tutto armonico nella sfera dei bisogni e dei mezzi a soddisfarli che tanto si ammira nell’ordine sociale, abbia contradistinto il carattere delle varie nazioni con facoltà loro proprie, affidandone il vario grado di sviluppamento, la maggiore o minore energia delle medesime alle influenze di clima, di suolo ecc. Allora penetrato l’uomo di un sentimento che lo dice cittadino del mondo, avranno tregua quelle municipali e nazionali rivalità che, coll’urto e riurto di città e nazioni fra loro, tanto fanno tempestose le età, sorgendone un vero e continuato suicidio sociale. . . . . Ma a dove ne leva un delirio del cuore!
Aprendo i grandi annali dello spirito umano, divisando con qual magistero venga dalla natura governata l’economia universale dell’umano sapere, v’ha chi credette trovare indeclinabili argomenti a dimostrare il famoso principio presentito da {{AutoreCitato|Platone|Platone}}, e tanto da {{AutoreCitato|Giambattista Vico|Vico}} e seguaci suoi proclamato, che l’andamento cioè del progresso intellettuale elaborato nel segreto della meditazione di
alcuni di eminente ingegno, non sia punto diverso da quello della coltura intellettuale delle nazioni. Credettero esistere nella vita politica e morale delle
nazioni, tranne quella da Dio stesso illuminata e governata, gli stadii stessi che noi ravvisiamo nelle età dell’uomo individuo, d’infanzia cioè, di adolescenza, di pubertà, di virilità, di vecchiezza, decadimento. E perchè ciò? Perchè, dicon essi, nel mondo non esiste veruna potenza educatrice esteriore, ma tutto si compie per l’opera stessa degli uomini. E mentre l’uomo individuo cade nè più risorge a questa vita terrena, la vita intellettuale delle nazioni decade per risorgere, dopo un più o meno lungo letargo, a vita novella. I pochi semi che una tramonta civiltà lascia sempre qua e colà sparsi sulla terra, avvivati dal concorso di varie benefiche influenze, principiano grado grado a gettare i primi germogli; questi vigoreggiati dal tempo, vale a dire da mille arcani e providenziali combinamenti che solo ponno nella lunga estensione dei tempi svilupparsi, rampollano vigorose radici, mettono fiori, fronde e frutti, che indi di bel nuovo cadono per potere con perpetua vece a nuova vita e a nuova morte tornare. Ma a tali principii farebbe conflitto la storia di un gran numero di popoli e tribù rimasti sempre impotenti di civiltà, finchè loro non venne da altre nazioni importata. I principii poi della indefinita
perfettibilità con tanto entusiasmo da alcuni proclamata, ne riempiono proprio di un inebbriante
affetto lo spirito; ma gettiamo un solo sguardo profondo nel cuore umano, ed essi non sono più che fantasmi di una sognante filantropia. Se l’uomo è perfettibile, è altresì combattuto continuo da troppo possenti e indomite passioni, perchè la sua ragione possa riuscire su di lui quell’assoluto dominio che solo potrebbe guidare il suo perfezionamento ad un progresso continuato e indefinito, comprimendo il troppo prevalente istinto corrotto ed incostante. S’egli insomma è perfettibile, lo è solo quanto è mestieri lo sia pei fini eterni dell’autore della natura, che ha segnate all’uomo,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE|{{Sc|XI}}||riga=sì}}</noinclude>e a tutte le nazioni la durata e le fasi della loro
esistenza, con quelle leggi immutabili che misea presiedere segrete all’ordine si istintivo come artificiale di tutti i fenomeni umani. Vedremo noi però
che se molti sono i secoli che la natura adopera a maturare e produrre quelle grandi cosmologiche rivoluzioni che mutano in gran parte la faccia della terra, di varii secoli mostra aver mestieri per maturare e sviluppare le catastrofi politiche ed i civili, letterarii e scientifici rivolgimenti. Essa lavora in segreto ed a lentissimi moti: tutte, per così dire, le sue potenze sono assorbite dal suo gran lavoro nella gestazione di quel grand’essere che l’organo esser debbe de’ suoi grandi operati. Sorgono di quando in quando questi enti privilegiati, i quali, colla forza prepotente del loro genio, guidano a loro talento le menti e le passioni dei popoli; improntano del loro carattere l’intellettuale criterio di queste, e fecondano le loro età di quei germi che gradatamente svolgonsi e figliano nelle età successive gli avvenimenti che sono le cause cooperatrici di quelli di
molti secoli avvenire. Egli è evidente che noi qui diciamo di quei genii meramente scientifici che compiono la loro sublime missione indipendentemente da ogni politica influenza. Ma la providenza non si vale esclusivamente di sifatti mezzi per condurre le grandi sue crisi; essa affida bene spesso il ministero di queste a degli enti di ben altra tempra, ma non straordinarii meno. Volgiamo uno sguardo sul teatro delle apoteosate glorie umane, e uomini vedremo di veementi passioni e di un genio profondo sorgere qua e là nel tempo, che aggirati da una splendida chimera trascinano le nazioni allo sterminio fra loro. Vedremo gemere insanguinata l’umanità al passaggio di queste terribili meteore, ma vedremo non essere se non se allora che lo spirito umano spiega talvolta più rapidi i voli al progresso; non essere se non se allora che una nuova rigenerazione si sviluppa degli Stati e della società. Uno spirito generale d’innovazione svolgesi e domina il carattere di queste età, e riflettendosi gagliardemente nel pensiero del filosofo, dello storico,
del poeta, dell’artista; lo commove, lo agita, lo sublima, e sorgono allora i capolavori dell’umano ingegno. In ben picciol numero troveremo noi scolpite siffatte crisi, ma, meditandole, vedremo quanto abbiano esse contribuito a condurre gli avvenimenti di ben sessanta secoli. Noi vedremo insomma tutto essere nell’universo mirabilmente coordinato, tutto essere nell’ordine dei tempi e delle cose una filiazione di conseguenti. Ecco perchè il presente dicesi figlio del passato e padre dell’avvenire. Noi siamo ben lontani dall’assurdo principio della fatalità, ma non puossi non
ammettere una catena di umani pensieri dai primordii del mondo sino a noi che non è misteriosa meno, nè men grande di quella degli esseri fisici. E se alla sola divinità potrebbe esser dato di segnare la linea e divisare i punti con che, quasi per addentellato, si connettono le idee de’ primissimi pensatori con quelle delle presenti convinzioni, nulladimeno potremo noi sempre ravvisare questa relazione in generale; potremo in generale scoprire come i secoli abbiano influito sopra i secoli; le nazioni sopra le nazioni; gli errori sopra le verità; le verità sopra gli errori. Infine, cercando su questi grandi annali che cosa, e per quale impulso abbiano mai sempre operato ed operino gli uomini, strano spettacolo contempleremo di avvilimento e di eroismo, di orrore e di ammirazione, di vizio e di virtù, di tenebre e di luce. Vedremo tutti i fenomeni sottoposti all’influenza dei governi che imprimono loro un generale impulso progressivo o retrogrado; a quella delle leggi che servendo di freno dirigono le abitudini; a quella del commercio che tramesta la nazioni, i lumi e gli errori, i vizii e le virtù: a quella del clima e del suolo, forza latente ma non meno cooperativa: finalmente a quella della religione, una delle più possenti cagioni, che determina il vario grado d’incivilimento, il vario carattere di moralità, e che se, traviata, può talvolta fare di un uomo un bruto, può sempre, colla fede di un Dio supremamente perfetto, renderlo virtuoso e felice, e statuire i fondamenti su cui erigere indeclinabile l’edificio dell’umana sapienza. L’uomo
quindi, a mente nostra, ben è continuamente perfettibile per la sua psicologica costituzione; ma dissentiamo che il suo perfezionamento sia fatale e indeclinabile. Ma se l’umanità continuamente si muove, se si sviluppa, qual è dunque la linea che esprime questo suo andamento? Vuolsi distinguere il muoversi dell’umanità nella sfera del bene morale ed eudemonologico dal movimento meramente intellettivo, e dalle corrispondenti forme esterne della Società. Nel primo caso l’uomo non può che correre a congetture, e neppure probabili; restringendosi al secondo, opiniamo che il sistema di un regresso periodico o un ritorno sui propri passi, ma non però identici, ma diversi in qualche modo dai primi, sia l’andamento naturale delle nazioni. In quanto poi alla Società dominala dal cristianesimo, ci accostiamo all’opinione che stabilisce muoversi questa per una spirale le cui rivoluzioni sempre più s’allarghino senza potersi assegnare all’ampliamento alcun limite necessario.<noinclude><references/></noinclude>
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esistenza, con quelle leggi immutabili che misea presiedere segrete all’ordine si istintivo come artificiale di tutti i fenomeni umani. Vedremo noi però
che se molti sono i secoli che la natura adopera a maturare e produrre quelle grandi cosmologiche rivoluzioni che mutano in gran parte la faccia della terra, di varii secoli mostra aver mestieri per maturare e sviluppare le catastrofi politiche ed i civili, letterarii e scientifici rivolgimenti. Essa lavora in segreto ed a lentissimi moti: tutte, per così dire, le sue potenze sono assorbite dal suo gran lavoro nella gestazione di quel grand’essere che l’organo esser debbe de’ suoi grandi operati. Sorgono di quando in quando questi enti privilegiati, i quali, colla forza prepotente del loro genio, guidano a loro talento le menti e le passioni dei popoli; improntano del loro carattere l’intellettuale criterio di queste, e fecondano le loro età di quei germi che gradatamente svolgonsi e figliano nelle età successive gli avvenimenti che sono le cause cooperatrici di quelli di
molti secoli avvenire. Egli è evidente che noi qui diciamo di quei genii meramente scientifici che compiono la loro sublime missione indipendentemente da ogni politica influenza. Ma la providenza non si vale esclusivamente di sifatti mezzi per condurre le grandi sue crisi; essa affida bene spesso il ministero di queste a degli enti di ben altra tempra, ma non straordinarii meno. Volgiamo uno sguardo sul teatro delle apoteosate glorie umane, e uomini vedremo di veementi passioni e di un genio profondo sorgere qua e là nel tempo, che aggirati da una splendida chimera trascinano le nazioni allo sterminio fra loro. Vedremo gemere insanguinata l’umanità al passaggio di queste terribili meteore, ma vedremo non essere se non se allora che lo spirito umano spiega talvolta più rapidi i voli al progresso; non essere se non se allora che una nuova rigenerazione si sviluppa degli Stati e della società. Uno spirito generale d’innovazione svolgesi e domina il carattere di queste età, e riflettendosi gagliardemente nel pensiero del filosofo, dello storico,
del poeta, dell’artista; lo commove, lo agita, lo sublima, e sorgono allora i capolavori dell’umano ingegno. In ben picciol numero troveremo noi scolpite siffatte crisi, ma, meditandole, vedremo quanto abbiano esse contribuito a condurre gli avvenimenti di ben sessanta secoli. Noi vedremo insomma tutto essere nell’universo mirabilmente coordinato, tutto essere nell’ordine dei tempi e delle cose una filiazione di conseguenti. Ecco perchè il presente dicesi figlio del passato e padre dell’avvenire. Noi siamo ben lontani dall’assurdo principio della fatalità, ma non puossi non
ammettere una catena di umani pensieri dai primordii del mondo sino a noi che non è misteriosa meno, nè men grande di quella degli esseri fisici. E se alla sola divinità potrebbe esser dato di segnare la linea e divisare i punti con che, quasi per addentellato, si connettono le idee de’ primissimi pensatori con quelle delle presenti convinzioni, nulladimeno potremo noi sempre ravvisare questa relazione in generale; potremo in generale scoprire come i secoli abbiano influito sopra i secoli; le nazioni sopra le nazioni; gli errori sopra le verità; le verità sopra gli errori. Infine, cercando su questi grandi annali che cosa, e per quale impulso abbiano mai sempre operato ed operino gli uomini, strano spettacolo contempleremo di avvilimento e di eroismo, di orrore e di ammirazione, di vizio e di virtù, di tenebre e di luce. Vedremo tutti i fenomeni sottoposti all’influenza dei governi che imprimono loro un generale impulso progressivo o retrogrado; a quella delle leggi che servendo di freno dirigono le abitudini; a quella del commercio che tramesta la nazioni, i lumi e gli errori, i vizii e le virtù: a quella del clima e del suolo, forza latente ma non meno cooperativa: finalmente a quella della religione, una delle più possenti cagioni, che determina il vario grado d’incivilimento, il vario carattere di moralità, e che se, traviata, può talvolta fare di un uomo un bruto, può sempre, colla fede di un Dio supremamente perfetto, renderlo virtuoso e felice, e statuire i fondamenti su cui erigere indeclinabile l’edificio dell’umana sapienza. L’uomo
quindi, a mente nostra, ben è continuamente perfettibile per la sua psicologica costituzione; ma dissentiamo che il suo perfezionamento sia fatale e indeclinabile. Ma se l’umanità continuamente si muove, se si sviluppa, qual è dunque la linea che esprime questo suo andamento? Vuolsi distinguere il muoversi dell’umanità nella sfera del bene morale ed eudemonologico dal movimento meramente intellettivo, e dalle corrispondenti forme esterne della Società. Nel primo caso l’uomo non può che correre a congetture, e neppure probabili; restringendosi al secondo, opiniamo che il sistema di un regresso periodico o un ritorno sui propri passi, ma non però identici, ma diversi in qualche modo dai primi, sia l’andamento naturale delle nazioni. In quanto poi alla Società dominala dal cristianesimo, ci accostiamo all’opinione che stabilisce muoversi questa per una spirale le cui rivoluzioni sempre più s’allarghino senza potersi assegnare all’ampliamento alcun limite necessario.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|xii}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>{{Centrato|CAPITOLO I.}}
{{Centrato|{{Sc|Epoca}} 1<sup>a</sup>, ''delle tradizioni'' mitologiche ''risguardanti le origini del mondo, dell’uomo e delle nazioni.''}}
{{Centrato|{{smaller|(dalla creazione al 2965 av. C.)}}}}
L’origine dei popoli (nelle storie profane) si smarrisce nel buio dei secoli non altrimenti di quella di pressochè tutte le instituzioni sociali, religiose, e di gran parte delle scienze e delle arti le più strettamente connesse colle prime necessità della vita. Ma l’epoca primitiva d’ogni popolo, quale ne si rivela da antiche tradizioni, ha certamente dovuto esser dominata da instituzioni d’una forma assolutamente teocratica. E questo solo è forse il motivo per eui gli annali di ogni più antica nazione tutti mettono capo ad una cosmogonia; forse è in ciò solo la causa per cui i principii loro ne si mostrano involuti in quella strana moltitudine di miti, dai quali i cento e più sistemi dei
simbolici eruditi non hanno per anco potuto evocare pur un lume di verità. Destituita siccome è la scienza umana di quella chiave d’interpretazione che sola potrebbe aprirci il linguaggio in cui quelle tradizioni ci parlano, essa fantasticherà sistemi, ma non arriverà pur mai a rimovere un lembo di quel velo in che si ravvolge a’ nostri sguardi quella mistica antichità. - Se, non ostante i numerosi interpreti che si successero da {{AutoreCitato|Proclo|Proclo}} a {{AutoreCitato|Victor Cousin|Cousin}}, è pur tanto inaccessibile alla nostra intelligenza la maniera con cui {{AutoreCitato|Platone|Platone}} applica le proporzioni armoniche alla generazione dell’anima del mondo nel suo ''{{TestoCitato|Timeo|Timeo}}'', non lo è certamente per una metafisica affettazione di quel filosofo, ma sibbene perchè non conosciamo noi le idee che le sue espressioni rappresentano, nè il rapporto di queste idee fra loro. Se taluno all’esempio di lui volesse oggidi ritrarre con forme poetiche il sistema dell’universo e che a tale oggetto si giovasse della legge di {{AutoreCitato| Giovanni Keplero|Keplero}}, di quella
dell’accelerazione dei gravi di {{AutoreCitato|Galileo Galilei|Galileo}}, e di quella
della gravitazione di {{AutoreCitato|Isaac Newton|Newton}}, non gli è vero che, ove le opere di Keplero, Galileo, Newton e le successive ad esse andassero smarrite o interamente dimenticate, non comprenderebbesi questo sistema meglio dell’anima cosmica di Platone? Tale è per appunto il caso per noi, riguardo al linguaggio con cui quelle antiche tradizioni ci tramandarono certamente la storia politica e civile delle prime umane famiglie.
Ma se è per noi, per tale via storica, inesplicabile il modo con cui la primitiva umanità è venuta mano mano costituendosi in società, egli è però certo che l’opera della religione ha dovuto essere universale e lo doveva essere necessariamente; mentre essa non fu altrimenti che un universale linguaggio della natura loro propria, espresso bensì con differenti segni, differenti dogmi, simboli e riti, ma che ha un principio identico nella primitiva rivelazione; è dessa la voce inestinguibile di un sentimento che la Providenza fece istintivo e che fra i fenomeni morali i primi a svilupparsi nello spirito umano iniziato a civiltà, è di tutti per psicologica necessità il primo. É ben vero che attraverso alle molteplici modificazioni della carriera progressiva de’ popoli, bene spesso assume forme nuove e diverse, ma esso ha pur sempre un perpetuo ed identico principio nel gran quesito che ogni intelligenza perseguíta del ''come'', del ''quando'', del ''perchè'', banno esistito ed esistono gli uomini, la terra, i cieli. L’immaginativa umana volendo, per un connaturale suo bisogno raggiungere di tutto una causa, si è talvolta con sterminato volo sospinta perfino al di là del punto stesso in cui cominciarono i secoli, e datò gli annali del mondo da epoche che quasi confinano coll’eternità. Di qui la vantata antichità dei Persi, nei religiosi e letterarii monumenti dei quali voi avreste un Caimort che fino da 100,000 anni fa avrebbe dato origine alla progenie umana<ref>Vedi la Memoria di {{AutoreCitato| Vans Kennedy|Kennedy}} nelle ''Transazioni della Società letteraria'' di Bombay, circa la storia persiana avanti {{AutoreCitato|Alessandro Magno|Alessandro Magno}}, secondo i Musulmani.</ref>; in quelli de’ Caldei o Babilonesi voi andate ancora assai più oltre e, 480,554 anni fa, il mondo, popolato allora di mostri a forme e grandezze diverse, sarebbe stato governato da Omorca<ref>{{AutoreCitato|Charles de Brosses|Brosses}}, ''Memorie dell’Accad. delle iscrizioni'' tom. xxv, pag. 28.</ref>; volgetevi a’ Cinesi ed essi vi diranno essere stati governati da gran numero di principi per più milioni d’anni<ref>A Poancu, altrimenti Huentun, che, secondo essi, fu il primo uomo, succedettero Tien-hoang, Ti-hoang, e Gin-hoang. Tien-hoang ebbe 15 successori, Ti-hoang 11, Gin-hoang 9 che regnarono 18,000 anni ciascheduno; in tutto 594 mila anni. Tutto il rimanente di questa immensità di tempo è diviso in dieci ''Chi'' o periodi e riempiuti da gran numero di principi sino a Ten-tsao-sci; finalmente da Poancu fino all’epoca della morte di {{AutoreCitato|Confucio|Confucio}} (439 anni av. C.) trascorsero 276 mila anni secondo alcuni, secondo altri ne trascorsero 2,276,000, e secondo altri ancora 96,961,740.</ref>. Nè meno sterminatamente esagerate rinverrete le antichità de’ Giaponesi, che spingono i loro annali nientemeno che a 2,562,594 anni<ref>Nipu o Dai Itsi Ran ecc., ''Annali degli imperatori del Giapone'', tradotti dal giaponese-cinese da Ti-tsing, pubblicati con note e rettificazioni da {{AutoreCitato|Julius Klaproth|Klaproth}}: Vedine l’Introduzione.</ref>. I libri dei Bramini poi fanno risalire il regno del loro Brama a parecchi milioni<noinclude><references/></noinclude>
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Panz Panz
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|xii}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>{{Centrato|CAPITOLO I.}}
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{{Centrato|{{smaller|(dalla creazione al 2965 av. C.)}}}}
L’origine dei popoli (nelle storie profane) si smarrisce nel buio dei secoli non altrimenti di quella di pressochè tutte le instituzioni sociali, religiose, e di gran parte delle scienze e delle arti le più strettamente connesse colle prime necessità della vita. Ma l’epoca primitiva d’ogni popolo, quale ne si rivela da antiche tradizioni, ha certamente dovuto esser dominata da instituzioni d’una forma assolutamente teocratica. E questo solo è forse il motivo per eui gli annali di ogni più antica nazione tutti mettono capo ad una cosmogonia; forse è in ciò solo la causa per cui i principii loro ne si mostrano involuti in quella strana moltitudine di miti, dai quali i cento e più sistemi dei
simbolici eruditi non hanno per anco potuto evocare pur un lume di verità. Destituita siccome è la scienza umana di quella chiave d’interpretazione che sola potrebbe aprirci il linguaggio in cui quelle tradizioni ci parlano, essa fantasticherà sistemi, ma non arriverà pur mai a rimovere un lembo di quel velo in che si ravvolge a’ nostri sguardi quella mistica antichità. - Se, non ostante i numerosi interpreti che si successero da {{AutoreCitato|Proclo|Proclo}} a {{AutoreCitato|Victor Cousin|Cousin}}, è pur tanto inaccessibile alla nostra intelligenza la maniera con cui {{AutoreCitato|Platone|Platone}} applica le proporzioni armoniche alla generazione dell’anima del mondo nel suo ''{{TestoCitato|Timeo|Timeo}}'', non lo è certamente per una metafisica affettazione di quel filosofo, ma sibbene perchè non conosciamo noi le idee che le sue espressioni rappresentano, nè il rapporto di queste idee fra loro. Se taluno all’esempio di lui volesse oggidi ritrarre con forme poetiche il sistema dell’universo e che a tale oggetto si giovasse della legge di {{AutoreCitato| Giovanni Keplero|Keplero}}, di quella
dell’accelerazione dei gravi di {{AutoreCitato|Galileo Galilei|Galileo}}, e di quella
della gravitazione di {{AutoreCitato|Isaac Newton|Newton}}, non gli è vero che, ove le opere di Keplero, Galileo, Newton e le successive ad esse andassero smarrite o interamente dimenticate, non comprenderebbesi questo sistema meglio dell’anima cosmica di Platone? Tale è per appunto il caso per noi, riguardo al linguaggio con cui quelle antiche tradizioni ci tramandarono certamente la storia politica e civile delle prime umane famiglie.
Ma se è per noi, per tale via storica, inesplicabile il modo con cui la primitiva umanità è venuta mano mano costituendosi in società, egli è però certo che l’opera della religione ha dovuto essere universale e lo doveva essere necessariamente; mentre essa non fu altrimenti che un universale linguaggio della natura loro propria, espresso bensì con differenti segni, differenti dogmi, simboli e riti, ma che ha un principio identico nella primitiva rivelazione; è dessa la voce inestinguibile di un sentimento che la Providenza fece istintivo e che fra i fenomeni morali i primi a svilupparsi nello spirito umano iniziato a civiltà, è di tutti per psicologica necessità il primo. É ben vero che attraverso alle molteplici modificazioni della carriera progressiva de’ popoli, bene spesso assume forme nuove e diverse, ma esso ha pur sempre un perpetuo ed identico principio nel gran quesito che ogni intelligenza perseguíta del ''come'', del ''quando'', del ''perchè'', banno esistito ed esistono gli uomini, la terra, i cieli. L’immaginativa umana volendo, per un connaturale suo bisogno raggiungere di tutto una causa, si è talvolta con sterminato volo sospinta perfino al di là del punto stesso in cui cominciarono i secoli, e datò gli annali del mondo da epoche che quasi confinano coll’eternità. Di qui la vantata antichità dei Persi, nei religiosi e letterarii monumenti dei quali voi avreste un Caimort che fino da 100,000 anni fa avrebbe dato origine alla progenie umana<ref>Vedi la Memoria di {{AutoreCitato| Vans Kennedy|Kennedy}} nelle ''Transazioni della Società letteraria'' di Bombay, circa la storia persiana avanti {{AutoreCitato|Alessandro Magno|Alessandro Magno}}, secondo i Musulmani.</ref>; in quelli de’ Caldei o Babilonesi voi andate ancora assai più oltre e, 480,554 anni fa, il mondo, popolato allora di mostri a forme e grandezze diverse, sarebbe stato governato da Omorca<ref>{{AutoreCitato|Charles de Brosses|Brosses}}, ''Memorie dell’Accad. delle iscrizioni'' tom. xxv, pag. 28.</ref>; volgetevi a’ Cinesi ed essi vi diranno essere stati governati da gran numero di principi per più milioni d’anni<ref>A Poancu, altrimenti Huentun, che, secondo essi, fu il primo uomo, succedettero Tien-hoang, Ti-hoang, e Gin-hoang. Tien-hoang ebbe 15 successori, Ti-hoang 11, Gin-hoang 9 che regnarono 18,000 anni ciascheduno; in tutto 594 mila anni. Tutto il rimanente di questa immensità di tempo è diviso in dieci ''Chi'' o periodi e riempiuti da gran numero di principi sino a Ten-tsao-sci; finalmente da Poancu fino all’epoca della morte di {{AutoreCitato|Confucio|Confucio}} (439 anni av. C.) trascorsero 276 mila anni secondo alcuni, secondo altri ne trascorsero 2,276,000, e secondo altri ancora 96,961,740.</ref>. Nè meno sterminatamente esagerate rinverrete le antichità de’ Giaponesi, che spingono i loro annali nientemeno che a 2,562,594 anni<ref>Nipu o Dai Itsi Ran ecc., ''Annali degli imperatori del Giapone'', tradotti dal giaponese-cinese da Ti-tsing, pubblicati con note e rettificazioni da {{AutoreCitato|Julius Klaproth|Klaproth}}: Vedine l’Introduzione.</ref>. I libri dei Bramini poi fanno risalire il regno del loro Brama a parecchi milioni<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|xii}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>
{{Centrato|CAPITOLO I.}}
{{Indentatura}}{{Sc|Epoca}} 1<sup>a</sup>, ''delle tradizioni'' mitologiche ''risguardanti le origini del mondo, dell’uomo e delle nazioni.''{{FineIndentatura}}
{{Centrato|{{smaller|(dalla creazione al 2965 av. C.)}}}}
L’origine dei popoli (nelle storie profane) si smarrisce nel buio dei secoli non altrimenti di quella di pressochè tutte le instituzioni sociali, religiose, e di gran parte delle scienze e delle arti le più strettamente connesse colle prime necessità della vita. Ma l’epoca primitiva d’ogni popolo, quale ne si rivela da antiche tradizioni, ha certamente dovuto esser dominata da instituzioni d’una forma assolutamente teocratica. E questo solo è forse il motivo per eui gli annali di ogni più antica nazione tutti mettono capo ad una cosmogonia; forse è in ciò solo la causa per cui i principii loro ne si mostrano involuti in quella strana moltitudine di miti, dai quali i cento e più sistemi dei
simbolici eruditi non hanno per anco potuto evocare pur un lume di verità. Destituita siccome è la scienza umana di quella chiave d’interpretazione che sola potrebbe aprirci il linguaggio in cui quelle tradizioni ci parlano, essa fantasticherà sistemi, ma non arriverà pur mai a rimovere un lembo di quel velo in che si ravvolge a’ nostri sguardi quella mistica antichità. - Se, non ostante i numerosi interpreti che si successero da {{AutoreCitato|Proclo|Proclo}} a {{AutoreCitato|Victor Cousin|Cousin}}, è pur tanto inaccessibile alla nostra intelligenza la maniera con cui {{AutoreCitato|Platone|Platone}} applica le proporzioni armoniche alla generazione dell’anima del mondo nel suo ''{{TestoCitato|Timeo|Timeo}}'', non lo è certamente per una metafisica affettazione di quel filosofo, ma sibbene perchè non conosciamo noi le idee che le sue espressioni rappresentano, nè il rapporto di queste idee fra loro. Se taluno all’esempio di lui volesse oggidi ritrarre con forme poetiche il sistema dell’universo e che a tale oggetto si giovasse della legge di {{AutoreCitato| Giovanni Keplero|Keplero}}, di quella
dell’accelerazione dei gravi di {{AutoreCitato|Galileo Galilei|Galileo}}, e di quella
della gravitazione di {{AutoreCitato|Isaac Newton|Newton}}, non gli è vero che, ove le opere di Keplero, Galileo, Newton e le successive ad esse andassero smarrite o interamente dimenticate, non comprenderebbesi questo sistema meglio dell’anima cosmica di Platone? Tale è per appunto il caso per noi, riguardo al linguaggio con cui quelle antiche tradizioni ci tramandarono certamente la storia politica e civile delle prime umane famiglie.
Ma se è per noi, per tale via storica, inesplicabile il modo con cui la primitiva umanità è venuta mano mano costituendosi in società, egli è però certo che l’opera della religione ha dovuto essere universale e lo doveva essere necessariamente; mentre essa non fu altrimenti che un universale linguaggio della natura loro propria, espresso bensì con differenti segni, differenti dogmi, simboli e riti, ma che ha un principio identico nella primitiva rivelazione; è dessa la voce inestinguibile di un sentimento che la Providenza fece istintivo e che fra i fenomeni morali i primi a svilupparsi nello spirito umano iniziato a civiltà, è di tutti per psicologica necessità il primo. É ben vero che attraverso alle molteplici modificazioni della carriera progressiva de’ popoli, bene spesso assume forme nuove e diverse, ma esso ha pur sempre un perpetuo ed identico principio nel gran quesito che ogni intelligenza perseguíta del ''come'', del ''quando'', del ''perchè'', banno esistito ed esistono gli uomini, la terra, i cieli. L’immaginativa umana volendo, per un connaturale suo bisogno raggiungere di tutto una causa, si è talvolta con sterminato volo sospinta perfino al di là del punto stesso in cui cominciarono i secoli, e datò gli annali del mondo da epoche che quasi confinano coll’eternità. Di qui la vantata antichità dei Persi, nei religiosi e letterarii monumenti dei quali voi avreste un Caimort che fino da 100,000 anni fa avrebbe dato origine alla progenie umana<ref>Vedi la Memoria di {{AutoreCitato| Vans Kennedy|Kennedy}} nelle ''Transazioni della Società letteraria'' di Bombay, circa la storia persiana avanti {{AutoreCitato|Alessandro Magno|Alessandro Magno}}, secondo i Musulmani.</ref>; in quelli de’ Caldei o Babilonesi voi andate ancora assai più oltre e, 480,554 anni fa, il mondo, popolato allora di mostri a forme e grandezze diverse, sarebbe stato governato da Omorca<ref>{{AutoreCitato|Charles de Brosses|Brosses}}, ''Memorie dell’Accad. delle iscrizioni'' tom. xxv, pag. 28.</ref>; volgetevi a’ Cinesi ed essi vi diranno essere stati governati da gran numero di principi per più milioni d’anni<ref>A Poancu, altrimenti Huentun, che, secondo essi, fu il primo uomo, succedettero Tien-hoang, Ti-hoang, e Gin-hoang. Tien-hoang ebbe 15 successori, Ti-hoang 11, Gin-hoang 9 che regnarono 18,000 anni ciascheduno; in tutto 594 mila anni. Tutto il rimanente di questa immensità di tempo è diviso in dieci ''Chi'' o periodi e riempiuti da gran numero di principi sino a Ten-tsao-sci; finalmente da Poancu fino all’epoca della morte di {{AutoreCitato|Confucio|Confucio}} (439 anni av. C.) trascorsero 276 mila anni secondo alcuni, secondo altri ne trascorsero 2,276,000, e secondo altri ancora 96,961,740.</ref>. Nè meno sterminatamente esagerate rinverrete le antichità de’ Giaponesi, che spingono i loro annali nientemeno che a 2,562,594 anni<ref>Nipu o Dai Itsi Ran ecc., ''Annali degli imperatori del Giapone'', tradotti dal giaponese-cinese da Ti-tsing, pubblicati con note e rettificazioni da {{AutoreCitato|Julius Klaproth|Klaproth}}: Vedine l’Introduzione.</ref>. I libri dei Bramini poi fanno risalire il regno del loro Brama a parecchi milioni<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|xiii}}||riga=sì}}</noinclude>d’anni<ref> Gli Indiani ammettono quattro età del mondo che essi chiamano ''yuga''. La prima è detta ''krita-yuga'' e la fanno di 1,728,000 d’anni; la seconda ''treta-yuga'' di 1,296,000; la terza ''dvapara-yuga'' di 864,010 anni; la quarta ''kaly-yuga'' debbe avere 432,000; l’anno presente dell’era nostra volgare 1845 corrisponderebbe al 4946 del ''kaly-yuga'' indiano. Secondo questi calcoli l’esistenza del mondo conterebbe oggidi 3,892,926 anni. {{AutoreCitato|Johann Gottlieb Rhode|Rhade}}, ''Della filosofia e mitologia degli Indi'', p. 117; {{AutoreCitato|Quintin Craufurd|Crawfurd}}, ''Researches concerning the laws, theology ecc. of ancient and modern India''. Per ciò che riguarda le sterminate cifre su accennate, veggasi {{AutoreCitato|Jean Sylvain Bailly|Bailly}} ''Astron. ind. Hist. de l’astron. ancienne.''</ref>. Ciò che più evidentemente rivela la natura favolosa di queste tradizioni è il modo stesso con cui tali tradizioni vennero in quei libri conservate. Ogni cosa è vestita di un tal carattere mistico e religioso; ogni epoca è così costantemente dominata da forme simboliche, che non è chi non possa ravvisare in esse, anzi che il linguaggio della storia, i sogni beati d’una fantastica mitologia. Quindi, a modo di esempio, in tutto l’intervallo di milioni d’anni vantati dai Giaponesi voi non vedrete che spiriti celesti dominare la terra; non avrà principio, per così dire la loro storia umana che al 660 av. C.<ref>Secondo essi Ten-sio-tai-tsin il primo de’ semidei successi ai sette spiriti celesti che prima li governarono, e che considerano come il capo dei Dairi regnò 250,000 anni; il suo successore 300,000 anni; un terzo 318,000; un quarto 637,892; un quinto chiamato Ava-sedsu-no-mi-cottò 856,000 anni; sommate a queste immani cifre i 660 anni A. C. e vedrete come spicciamente i Giaponesi arrivano alla milionaria loro antichità.</ref>. Nè di un carattere meno mitologico è la cosmogonia degli altri popoli orientali ove se ne eccettui l’indiana, la quale fra tutte le altre dell’Oriente è quella certamente che maggiormente rivela qualche analogia con quella di Mosè. Infatti in amendue queste cosmogonie è un Dio unico eterno, che esiste per se stesso, immateriale, o per lo meno invisibile, ordinatore e regolatore padrone sovrano di tutte le cose. Ma se Manù concepisce Dio come distinto dal mondo, tuttavolta la sua nozione è già molto meno pura di quella di Mosè: poichè il Manava-Dharma-Sastra presenta il mondo come qualche cosa di preesistente, di coeterno a Dio, il quale non crea la materia, ma si l’organizza dopo averla cavata dal sonno e fatta capace di percepire. In questo Dio, il quale dopo avere compiuta l’opera sua, dispare assorbito nell’anima suprema, in cui alla loro volta dissolvonsi gli esseri animati, semplici forme di cui l’anima nostra si spoglia e si riveste successivamente, vi ha un qualche principio di panteismo. Ma se il cristiano scorge in questi principii un pervertimento già operato nella primitiva rivelazione, egli vi ravvisa però sempre altresì una gran parte di vero maravigliosamente conservato. In Manù come in Mosè, il primo stato delle cose erano il caos e le tenebre, la prima manifestazione del potere divino è la produzione della luce. In Mani come in Mosè tutto esce dal seno dell’elemento umido, e lo spirito di Dio ''nuota su le acque''. Nella Genesi è la parola di Dio che feconda; nel ''Manava-Dharma-Sastra'', Dio ''formò il cielo e la terra col solo pensiero''. Noi potremmo spingere più innanzi questo confronto e forse mostrare nei dieci Maharisci (''maha'' grande, ''risci'' santi) prodotti dal creatore di tutte le cose, quando è in desiderio di dare nascimento al genere umano, i dieci patriarchi anteriori al diluvio: Adamo, Seth, Enos, Caino, Malaleel, Jared, Enoch, Matusalem, Lamech e Noè. Ma questo confronto ci condurrebbe troppo lontani. Discendiamo più basso nei secoli e noi vedremo le cosmogonie andarsi sempre più discostando dai principii mosaici, ma sempre ravvolgere esse in forme mitologiche la spiegazione del gran problema della creazione.
Quindi presso a’ Sidonii o Fenici che, secondo {{AutoreCitato|Sancuniatone|Sanconiatone}}, fanno risalire l’epoca della loro origine, e in un quella del mondo a 50,000 anni. Colp e Baan sono i primi esseri - Esone o il primogenito generò Genio o Urano, da cui uscirono i giganti, Cossio, Libano, Antilibano e Bratio. I loro discendenti Memrumo ed Ipsuramio, furono i primi Sidonii e gli antenati di Vulcano e di Titano che loro appresero le arti, la caccia, la pesca, l’agricoltura; da essi discesero Amino e Mago, padri di Misor e di Sidic ece. Ma guardate all’idea che di sotto a questi nomi apparentemente storici si occulta, e voi vi ravviserete bentosto la loro radice mitologica cominciando da Colp e Baan che non sono altrimenti che il vento e la notte: risalite all’origine di questi due enti, e voi ne scoprirete bentosto la loro vera natura. - L’aria tenebrosa, lo spirito dell’aria tenebroso ed il caos, erano i primi principii dell’universo. Infiniti esistettero gran tempo innanzi che limite alcuno li circoscrivesse; ma lo spirito animò questi principii, ne subbolli un miscuglio, e le cose vennero a coesione; nacque l’amore, e il mondo cominciò. Lo spirito non concepi già la sua generazione, ma mediante la coesione delle cose generò Mot. Mot è o il limo o la putrefazione d’una massa acquosa. Di qui l’origine di tutti i germi. Svilupparonsi animali privi d’organi e di sensi, i quali divennero col tempo esseri intelligenti, contemplatori del cielo; erano tutti sotto la forma d’un uovo. In seguito alla produzione di Mot venne quella del sole, della luna e degli astri. Dell’aria fatta umida dal mare e riscaldata dalla terra, ri-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|xiv}}|INTRODUZIONE||riga=sì}}</noinclude>sultarono le nubi e le pioggie; furono le acque separate dal calore del sole e precipitate nel loro luogo, ed ebbervi i primi tempi ed i primi tuoni. A quel rumore si concitarono a vita gli assopiti animali; escono dal limo e riempiono la terra, l’aria ed il mare, maschi e femine. Vennero allora prodotti Colp (il vento) e Baan (la notte), e da questi due coniugi ebbero origine tutta la progenie fenicia.
Nè è a dire che questo carattere fantastico e mitologico che domina la storia primitiva delle più antiche nazioni, sia esclusivo alle calde immaginative degli orientali; ovanque volgiate lo sguardo, dai climi più ardenti ai più temperali, ai più settentrionali, voi troverete le medesime traccie di una rude teocrazia, pronuba costante delle prime fasi della civiltà dei popoli. Volgetevi alla Islanda<ref>Vedi il tomo 2 del ''Museo Scandinavo'' anno 1798.</ref>, e quindi troverete degli uomicciatoli uscire dal caos e gittarsi sul gigante Junner, e farlo in pezzi; col suo cranio formare il cielo, coll’occhio destro il sole, la luna col sinistro, le montagne colle spalle, colle ossa le rupi, colla vescica il mare, dall’orina derivare i fiumi, e così di tutte le altre parti del corpo fatte altrettante parti del mondo. Vedrete siccome nell’aurora dei secoli, secondo altra fantasia, non mare vi avesse, non spiagge, non zeffiri soavi; tutto fosse un vasto abisso senz’erbe, senza sementi; il sole non aveva palagio, non l’aveva la luna, non le stelle; un mondo eravi allora luminoso dalla parte di mezzodì; da questo mondo folgoranti torrenti di fuoco sgorgavano di continuo sull’abisso che stava al settentrione, questo fuoco scostandosi dalla sorgente congelavasi per entro all’abisso e lo riempiva di scorie e di ghiaccio: per tal modo l’abisso fu colmato. Ma un aere vi rimaneva pur tuttavia nelle sue viscere lieve ed immobile; quinci
ne uscivano gelati vapori; in progresso un soffio di calore venuto dal mezzodi, fuse quei vapori, e li converse in gocciole viventi, e da queste acque il gigante Imer, e la vacca Edumla. Dalle mammelle della vacca scorrevano quattro fiumi di latte per nutrimento di Imer; questi generò una duplice razza di altri giganti, l’una malvagia e l’altra migliore: queste s’imparentarono e ne derivò la famiglia di Bore, la quale uccise il comun padre Imer. Dal sangue di costui si originarono allora le acque ed il mare; dalle sue ossa le montagne, dai denti le pietre ecc. Gli assassini fabbricarono col suo cranio il cielo, e lo sovraposero alla terra dividendolo in quattro parti, e collocando ad ogni sua parte un nano per sostenerlo; questi nani si appellano Levante, Ponente, Ostro e Tramontana; andarono quindi a prendere dei fuochi nel mondo infiammato del mezzodi, e nell’abisso li disposero sotto e sopra il cielo affinchè illuminassero la terra, un luogo fisso assegnarono a tutti i fuochi, e di qui la distinzione dei giorni e degli anni. Nel centro della terra fabbricarono, per guarentirsi dagli attentati de’ giganti nemici, un forte che zona il mondo; impiegarono in tal costruzione le sopraciglia di Imer, gittarono poscia il suo cervello per aria e ne trassero le nubi. Askus fu il primo nomo, ed Enobla fa la prima donna degli Scandinavi<ref>{{AutoreCitato|Finnur Magnússon|Finn Magnussen}}, ''Eddalaren og dens Oprindelfe'' ecc. Copenaghen 1824-26. Noi non conosciamo quest’opera che per l’estratto che ne fece il {{AutoreCitato|Georges Depping|Depping}} nel ''Journal des Savans'', 1828 e 1829.</ref>.
In tanta diversa multiplicità di fantasie cosmogoniche ciò che più sveglia la maraviglia dello storico e del filosofo è quella si stretta analogia che dal fondo di tutte queste credenze emerge ad accennare una comune origine.
Nel Nord sono giganti che danno la vita agli dei del cielo, della terra e dell’inferno, nel modo stesso che nella Grecia trovansi giganti titani, ciclopi progenitori degli dei; si là che qui queste cosmogonie scaturiscono dalle idee naturali e reagiscono su di esse; sì là che qui una novella serie di divinità scaccia la prima e ne la rimpiazza. Odino sembra essere il mediatore fra gli dei antichi ed i nuovi, come Zeus fra i Greci; e le forme, gli attributi stessi di tutte queste divinità che in tutte quelle cosmogonie intervengono, hanno fra loro un tale rapporto non pure di somiglianza ma di identità che evidentemente le mostra derivate da uno stipite medesimo; e che dalle varie regioni d’Asia, d’Europa, d’Africa e d’America, per le quali peregrinarono co’ popoli, assunsero quella varietà di forme estrinseche che le fece un tempo parere essenzialmente fra loro diverse. Il progresso fatto oggidì dallo studio della storia e dei miti dell’antichità ha fatto ravvisare il Giove dei Greci, così nel Tuiston dei Germani, come nel Dis o Samote dei Galli, nel Toramide dei Bretoni, nel Perun dei popoli Sarmati ecc., e rivelò nel Balder dei Scandinavi, nel Beleno dei Galli, nel Belatucadro dei Bretoni, nello Swetovid dei Sarmati, nel Disune degli Arabi ecc., l’Apollo dell’India, di Grecia, di Roma. Quindi Freya nella Scandinavia, Siona fra i Celti, Onnava fra i Galli, Martzana fra i Sarmati, Dzoara fra gli Arabi, sono l’identica divinità della Venere greca, della Lakihimi indiana. Quindi il greco Nettuno è Neit nell’antica Gallia. Altino nella Scandinavia, Tsarmorskoi nella Sar-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|xv}}||riga=sì}}</noinclude>mazia; Visnu, Siva e Brama nell’India, sono Amone, Fta, Cnef nell’Egitto, e via via l’identità medesima nelle altre divinità non pure, ma ben anco nella gerarchia stessa dei semidei.
Se dalle tradizioni mitologiche risguardanti le origini del mondo e dell’uomo passiamo a quelle delle origini e delle instituzioni delle prime nazioni noi ci riscontriamo in un ammasso di non meno strane fantasie da ugualmente disperarne la critica dello storico e le induzioni del filosofo. I Bramini, i Giaponesi, i Cinesi, i Caldei, i Persi, gli Egizii, i Fenicii, i Belici, i Giuni dell’Arabia, i Telchini, tutti alla loro volta producono documenti tradizionali che farebbero ciascuno di essi gli autori delle prime nazioni instituite, ed institutrici delle altre. Ma egli è però indubitato che innanzi che le religioni dell’Oriente fossero portate nell’Occidente e nel Settentrione, i Celti empivano l’Europa, e gli Sciti occupavano quelle
immense regioni che si allargano su le alture settentrionali dell’Asia. Forse nel tempo stesso che Taunac formava superiormente all’India ed alla Persia un impero nel Turchestan, costituivansi nelle isole dell’Asia tra gli Sciti ed i Celti, orde separate che assumevano nomi diversi, e tanto anticamente quanto gli imperi di cui conosciamo gli annali, cominciarono a formare masse di popoli e nazioni. I Mongoli, i Tartari, del pari che gli Jun-Ju, poscia Unni, hanno pretensione di essere stati i popoli più antichi degli Sciti asiatici, e di avere formato i primi stabilimenti. Senza
dubbio questi popoli erano ben lungi dal credere di ripetere la propria origine dai popoli meridionali che in progresso le tante volte sottomisero alle loro leggi. I popoli celti che si partivano l’Europa erano ugualmente vanitosi delle vetustissime loro origini<ref> ''Des Celtes, antérieurement aux temps historiques'' par
{{AutoreCitato|Jean-François Le Déist de Botidoux|M. Le Deist de Botidoux}}.</ref>. Gli Scandinavi le estesero pure ai tempi più remoti<ref>Franke, ''Tavole genealogiche per l’istoria dei popoli Scandinavi''. Vedi anche il ''Museo Scandinavo'' ann. 1797.</ref>. Odino distruttore dei giganti fu loro legislatore, i Finni, gli Estonii e i Livonii avevano avuto Ymala; i Lapponi, Baiva; gli Islandesi, Junner; i Germani, Tuiston, figlio di Tis o Tuis e della Terra, come padre di Manno da cui provengono gl’Ingevoni, gli Erminoni, i Vendisi, i Peucini e gli Istevoni che si divisero il centro dell’Europa. I Sarmati avevano avuto Perun, i Bretoni Mosoc, gli Schiavoni Slaveno a loro legislatore ad un’epoca si remota che si smarrisce come quella dei popoli orientali nei più oscuri tempi mitologici<ref>A tutte queste cosmogonie avremmo dovuto aggiungere le greche (non comprendiamo la {{AutoreCitato|Platone|platonica}}) e la greco-romana, se di tutte non fossero queste le più complicate e contraddittorie, e diremo anzi le meno meritevoli di essere sollevate alla scientifica dignità di una vera cosmogonia, altro più non essendo esse che un antilogico e grossolano sincretismo di principii tratti dall’Egitto, dalla Persia, dall’India, e fors’anche dalla Scandinavia. Abbiamo detto, non compresa la platonica, giacchè è dessa certamente dopo la mosaica la più perfetta delle antiche cosmogonie; intorno ad essa ponno essere consultati i bellissimi ''Études sur le Timée de Platon'' (Parigi 1841) di {{AutoreCitato| Thomas Henri Martin|Martin}}, e particolarmente le note XXII, XXXVIII e LXIV, in cui è dottamente ragionato della sua analogia con quella di Mosè.</ref>.
In tanto conflitto di pretese di priorità, la mente del filosofo cristiano vede la terra ugualmente abitata dai popoli fino dai più antichi tempi; deplora la perdita della storia degli uni, la dubbiezza di quella degli altri, e induce che la benignità del clima abbia potuto più o meno sollecitamente sviluppare l’incivilimento e l’esistenza degli imperi che dominarono primi su la faccia della terra: cerca e trova nei documenti delle sacre carte di che risolvere compiutamente il grave problema facendo ugualmente tranquillo il suo cuore e soddisfatta la sua ragione. 1° Dio creò l’uomo adulto e perfetto, dolato della favella nel primo istante della creazione, ricevette ad un tratto nella mente una successione di segni vocali, e le idee espresse di questi segni rampollarono simultaneamente nello spirito di quello tutti quei principii intellettuali e morali che costituirono la causa e l’effetto della sua civiltà: poi fattagli una compagna, Dio stabili fino dai primordii del mondo la società domestica, fondamento di tutte le altre. 2° L’uomo per sua colpa scadde da quel primitivo stato d’innocenza e felicità; la sua caduta turbò e sconvolse quell’armonica disposizione delle umane facoltà. Alla corruzione dell’uomo Dio provede colla promessa di un Redentore del cui sacrifizio eruento era segno il prescritto olocausto degli animali. 3° La specie umana non è più antica di sei o settemila anni, e tutte le così dette razze o stirpi umane hanno una sola e medesima origine. - Ecco in qual modo le sacre carte, il cristianesimo hanno sciolto il problema del ''come'', del ''quando'', del ''perchè'' hanno esistito ed esistono gli uomini, e della ereazione di tutto l’universo<ref>{{AutoreCitato|Pierre Toussaint Marcel de Serres de Mesplès|Marcel de Serres}} nella sua opera ''De la Cosmogonie de Moise comparée aux faits géologiques'', {{AutoreCitato|Nicholas Patrick Stephen Wiseman|Wiseman}} nei suoi ''Discorsi sulle relazioni tra la scienza e la Religione rivelata'', {{AutoreCitato|William Buckland|Buckland}}, {{AutoreCitato|Henry De la Beche|Labèche}} e più altri hanno molto dottamente aiutate le credenze cristiane su questo principio di dottrina biblica cogli argomenti stessi della geologia; assunto già stato preso dal {{AutoreCitato|Joseph François Du Clot|Duclot}} e dal {{AutoreCitato|Nicolas-Sylvestre Bergier|Bergier}}, ma non troppo felicemente riuscito, il primo per inopia di dottrina, l’altro per troppe declamazioni che toccavano a nulla.</ref>.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|xvi}}|INTRODUZIONE||riga=sì}}</noinclude>
{{Centrato|CAPITOLO II.}}
{{Indentatura}}{{Sc|Epoca}} II<sup>a</sup>, ''Delle tradizioni'' storiche ''risguardanti le origini delle nazioni, delle scienze e delle arti più strettamente connesse colle prime necessità della vita.''{{FineIndentatura}}
{{Centrato|{{smaller|(dal 2964 al 1000 av. C.)}}}}
Ma se così stranamente fantastica è l’antichità di tutte le su accennate mitologiche cosmogonie, se la ragion critica non può che sorridere a quelle pagane tradizioni su le origini del mondo e dell’uomo, abbiamo noi almeno, astrazion fatta dalle sacre Carte, qualche miglior argomento con cui poter svolgere dall’inviluppo delle mitologiche tradizioni, alcuna induzione legittimamente
storica su l’origine delle prime nazioni, su le parti del globo dalle prime umane famiglie popolate? Ove si voglia che le regioni più elevate del globo sieno state necessariamente quelle che per le prime videro nascere il genere umano, pare verisimile che le Alpi le quali separano l’India dal Tibet dovettero innanzi ogni altra
montagna mostrare le loro vette al di sopra dell’antichissimo oceano; le generazioni formatesi in quelle terre videro ben presto sorridere ai loro piedi le felici valli del Cascemir ed i fertili poggi di Sirinagar; ove rinvenire un giardino di maggiori agi e delizie pei nostri primi padri? Ma quando si voglia esser paghi di una ipotesi meno ardita e più filosofica; quando senza presumere di rintracciare Forigine della specie umana, non si voglia che far congetture sui paesi
nei quali dovettero formarsi le prime riunioni di famiglie, le prime tribu, l’India torna a presentarsi ad ogni mente imparziale siccome uno dei paesi più anticamente inciviliti. In nessun’altra parte del globo poteano gli uomini trovare alimenti più copiosi, più salubri, più facilmente apprestati che sulle rive del Gange; in nessun altro luogo poteano essi sentire un minor bisogno di contendersi il possedimento di un fonte, il ricolto di un campo; in nessun altro luogo un clima più mite poteva risparmiar loro la cura di spogliare gli animali delle loro lane, delle loro pelli a difesa delle intemperie; perfino il pensiero di fab-
bricarsi una capanna facevasi loro inutile; le palme ed i banani offrivano spontaneamente ad essi un ricovero contro la pioggia, ed uno schermo contro gli ardori del sole.
Dalla storia poi hannosi argomenti i quali sembrano far certo ciò che la geografia fisica rende probabile. Il commercio dei popoli dell’Asia occidentale risale a tempi rimotissimi; i libri di Mosè parlano già dei legni d’aloe e d’ebano, della cannella e delle pietre preziose delle Indie di cui ignoravasi tuttavia il nome. Più tardi vediamo Fenici, Egizii, Greci, Romani, andare in traccia sulle coste del Malabar di quelle stoffe leggiere, di quelle materie coloranti dette endaco, gomma lacca, dei lavori d’avorio e di madreperla che
esportansi tuttavia da quei paesi. Un tale commercio fa necessariamente indurre che molte nazioni indiane avessero toccato ad un certo grado di civiltà. Quando gli uomini mostrano una tanta preferenza per le merci di un paese, ciò vuole essere attribuito non solo all’ottima qualità delle produzioni di quel suolo e di quel clima, ma si anche alla supremazia de’ suoi abitanti nell’industria, nel gusto e nelle arti. E la predilezione degli antichi per le merci indiane non venne certamente soltanto dal merito particolare delle naturali produzioni dell’India; imperciocchè, eccettuatone il pepe, tutti gli altri prodotti di quel paese sono pressochè i medesimi di quelli delle altre contrade del tropico; e l’Etiopia e l’Arabia avrebbero
potuto somministrare in gran copia ai Fenici ed agli altri popoli commercianti dell’antichità gli aromi, i profumi, le pietre preziose che erano gli oggetti principali del loro commercio. Volendosi quindi risalire alla cagione principale del commercio coil’India, debbe essere meglio che non altrove ravvisata nei progressi degli Indiani verso la perfezione della vita sociale. Tuttociò ne conduce a dover ammettere l’esistenza di molte nazioni indiane costituite in società politica parecchi secoli prima che l’invasione di {{AutoreCitato|Alessandro Magno|Alessandro}} le ponesse in comunicazione regolare e continua col resto del mondo. E se la cronologia degli Indiani, quale l’abbiamo più sopra veduta, datrice di molte migliaia d’anni alla vita umana, e di milioni di secoli ai diversi periodi dell’esistenza del mondo, è così assurda da rifiutarle qualunque serio esame, è però certo che ponno essere legittimamente accolte le prime notizie che i Greci, i quali primi militarono sotto Alessandro, ci tramandarono di quella contrada. E questi Greci parlano di regni di una grande estensione. I territorii di Porro e di Tassilo abbracciavano gran parte del Penjab, una delle regioni più fertili e meglio coltivate dell’India. Il regno dei Prasii o sia dei Gangaridi comprendeva un gran tratto di entrambi le sponde del Gange. Questi tre regni
erano popolatissimi e potenti. Tale divisione dell’India in regni così vasti, pare a noi, sia per se sola una prova capitale dei suoi grandi progressi nell’incivilimento. In qualunque regione della terra in cui si possa osservare il graduato progredire<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|122|{{Sc|capitolo quarto}}|}}</noinclude>forte alto circa 300 metri, che scende dall' estremo picco meridionale dei Portal. Dove l'intaglio roccioso è più stretto e malagevole, l'arrampicata è resa più facile da gradini di legno; la via è così erta, che si sale con mani e piedi, afferrandosi alle scarse liane ed ai pochi arboscelli
{{FI
|file = Il Ruwenzori, 1908 - BEIC IE7203615 pagina 122 - un gruppo di lobelie nella foresta di eriche arboree.jpg
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|caption = {{smaller|Un gruppo di lobelie nella foresta di eriche arboree.}}
}}
d'attorno. Nell'ultima parte, meno ripida, il sentiero è di nuovo tutto fango, sassi e radici.
Si arriva finalmente al sommo, che è il margine del secondo terrazzo della valle, dove uno degli spettacoli più straordinari di tutto il viaggio attendeva la Spedizione.
L'altipiano è tutto occupato da una grande foresta di eriche arboree, una foresta dove tronchi e rami sono in-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il ruwenzori}}|123}}</noinclude>teramente coperti da uno spesso strato di muschi, che pendono in lunghe barbe da tutte le fronde, ingrossano ed arrotondano i nodi del legno e le estremità dei rami monchi, facendo apparire le piante stranamente contorte, rigonfie, cariche di tumori, affette da una gigantesca lebbra verdognola
{{FI
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|caption = {{smaller|La foresta d'eriche.}}
}}
o giallo-rossiccia. Non v'è una foglia, salvo nelle estreme fronde più alte, ma la foresta è oscura per il fitto incrociarsi di tronchi e di rami. Il suolo è scomparso sotto innumerevoli tronchi di alberi morti, accatastati gli uni sopra gli altri in modo intricatissimo, coperti da muschi viscidi e sdrucciolevoli quelli esposti all'aria, anneriti, nudi, e per nulla ammuffiti od infraciditi quelli giacenti da anni<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|124|{{Sc|capitolo quarto}}|}}</noinclude>ed anni nelle buche profonde. Nessuna selva è più orrida e più strana di questa, che pare una vegetazione primordiale, d'un'epoca in cui le forme erano ancora incerte e transitorie. Il silenzio è profondissimo, e la mancanza di qualunque segno di vita animale completa l'immagine d'un'età remotissima, in cui questa non era incominciata, d'una di quelle foreste primeve che formarono i giacimenti fossili carboniferi.
Lievi ed incerte traccie sopra il muschio che tappezza i tronchi abbattuti indicano la via. Si cammina a saltelloni, od in equilibrio sui tronchi lubrici, col pericolo continuo di scivolare o di mettere il piede in fallo, e di sprofondare fino alla vita o più giù nelle buche fra i tronchi, uscendone malconci o con una gamba spezzata. I Bakonjo fanno prova di una agilità meravigliosa. Essi saltano da un tronco all'altro, si siedono e si inginocchiano per far passare i carichi sotto i rami più bassi, fanno miracoli d'equilibrio sui tronchi inclinati, camminando così veloci, che a stento si riesce a seguirli.
Si raggiunge il Mobuku, ridotto ad un torrentello alpino, sovrastato dalla fantastica vegetazione delle sue rive, i cui rami si confondono e s'incrociano al disopra di esso. Le acque bruno-giallastre sono prive di pesci e di qualunque altra forma animale. Lo si attraversa tornando sulla sua sponda destra, e si giunge ad un'altra balza, alta un 200 metri, che è un'antica morena, coperta anch'essa di foresta; di eriche con fitte felci, liane, orchidee fiorite e rovi carichi di fiori e di more ancora immature, alla cui ombra crescono viole, ranuncoli, geranii, epilobii, ombrellifere e cardi. Questo gradino mette ad un terzo terrazzo, dov'è un altro riparo ai piedi di una roccia, detto Buamba, a 3518 metri sul mare.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il ruwenzori}}|125}}</noinclude>
Giunta la Spedizione sul ciglio del gradino, uscita appena dal tetro ambiente della selva d'eriche, si trovava dinanzi improvvisamente e senza transizione ad un quadro interamente diverso e non meno strano. Racchiuso fra alte pareti, si stende un lungo piano terminante in un'altra balza, oltre la quale la valle si restringe in una gola, dove è il riparo di Bujongolo. Lontana ed alta, si erge sullo sfondo della valle la vetta del Kiyanja<ref>Vetta Edoardo del Monte Baker nella carta di {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}}</ref> coi suoi ghiacciai.
Tutta la valle, fondo e pareti, fin dove giunge lo sguardo, è interamente coperta d'una vegetazione indescrivibile. Il suolo, tappezzato d'un alto ed elastico strato di licopodii e di muschi, è cosparso di grandi cespugli di semprevivi od elicrisi dai fiori pergamenacei bianco-argentei, rosei e gialli, sui quali si ergono gli alti steli delle lobelie, veri torchi funerei, e le ramificazioni mostruose dei giganteschi seneci. L'impressione d'assieme non si può dire: lo spettacolo è troppo bizzarro, troppo inverosimile e diverso dalle immagini famigliari. Su tutto grava il silenzio pesante, opprimente, un silenzio che par di morte.
Sulle alte pareti, dove la roccia è verticale o liscia, e non han potuto prender radice altre piante, sono chiazze dorate di muschio. Nella valle, sul soffice tappeto vegetale, son seminate qua e là violette e myosotis, che fanno meraviglia come cose fuor di luogo.
La giornata era bella, e l'impazienza di {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} non gli concesse di fermarsi a Buamba, quasi in vista di Bujongolo, l'ultima tappa al sommo della valle. Mangiato alla svelta un boccone, si ripartiva attraverso l'altipiano fiorito, in vista d'una graziosa cascatella, tutta incorniciata di verde e di verde e di fiori, che scendeva da un gradino sul fianco destro della valle.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|126|{{Sc|capitolo quarto}}|}}</noinclude>
Si tornò per un tratto sul lato sinistro del Mobuku, poi di nuovo a destra, ai piedi dell'ultima balza. La valle{{FI
|file = Il Ruwenzori, 1908 - BEIC IE7203615 - pagina 126 - la cascata di Buamba.jpg
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|caption = {{smaller|La cascata di Buamba.}}
}}è piena di traccie dell'antico passaggio del ghiacciaio: roccie levigate e striate, accumuli morenici, massi erratici, ecc.
Un'ultima arrampicata per un'erta salita di 200 m. tra fango e pietre, porta sul fianco destro della valle ad un cumulo di massi attorniati da eriche arboree, sotto un'alta roccia inclinata a tetto. È Bujongolo, vero nido d'aquila, alto 3798 metri sul mare e 800 sopra Kichuchu. {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} ed i compagni vi giunsero verso le 2 pom., avendo oltrepassato da molto tempo la carovana dei por-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il ruwenzori}}|127}}</noinclude>tatori. Il maggior numero di essi s'era fermato al riparo di Buamba, e solo alcuni recanti pochi colli raggiunsero quella sera la Spedizione.
Il luogo era aspro e selvaggio. Dal ghiacciaio soffiava una brezza fredda e pungente, che faceva pensare a tutt'altro che all'Equatore ed al centro dell'Africa.
L'animo di tutti era pieno dell'emozione di esser finalmente giunti al piede dei monti che dovevano esplorare, dopo 54 giorni di viaggio dall'Italia.
Passarono quella prima notte all'aperto. Non era giunta nessuna tenda, e molti mancavano anche del sacco-letto. Qualche pecora giunta fin là coi portatori, spaurita dal luogo sconosciuto, si addossava a loro, e le forme dei neri nudi, accoccolati vicino ad un gran fuoco, si disegnavano incerte nella notte.
Il {{AutoreCitato|Umberto Cagni|Cagni}}, appena convalescente, aveva lasciato Entebbe due giorni prima e si affrettava con marcie forzate, ansioso di raggiungere i compagni e di collaborare anch'egli al buon successo della Spedizione.
{{rule|20%|t=2|v=2}}<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Il Ruwenzori, 1908 - BEIC IE7203615.djvu/178
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|130|{{Sc|capitolo quinto}}|}}</noinclude>catasta di massi, sono cavità, grotte o caverne, alcune delle quali, relativamente asciutte, divengono discrete abitazioni per i neri. In alto, sovrasta la contorta parete rocciosa, strapiombante, e subito fuori dei massi, la china precipita a valle: un impasto di muschio, fango e sassi, coperto dal bosco di eriche arboree.
{{FI
|file = Il Ruwenzori, 1908 - BEIC IE7203615 - pagina 130 - Bujongolo.jpg
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|caption = {{smaller|Bujongolo.}}
}}
Si cominciò coll'abbattere molti alberi, disponendone i tronchi fra le roccie, in modo da costruire delle piattaforme larghe abbastanza da potervi montar sopra le sei tende. Queste riuscirono naturalmente disposte ad altezze disuguali, e divise in due gruppi, separati da un enorme masso. Per passare da uno all'altro dei campi, bisognava<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" /></noinclude>
{{FI
|file = Il Ruwenzori, 1908 - BEIC IE7203615 - la gola terminale della Valle Mobuku.jpg
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}}<noinclude></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il ruwenzori}}|131}}</noinclude>o girare attorno al masso, sotto la doccia d'acqua gocciolante di continuo, anche con tempo sereno, dal ciglio della parete sovrastante, od inerpicarsi fra esso ed il muro di roccia, con una ginnastica da acrobati. Presso le tende, in un piccolo spazio fra tre alberi d'erica, s'erano disposti gli strumenti formanti {{FI
|file = Il Ruwenzori, 1908 - BEIC IE7203615 - pagina 131 - Il Kiyanja di Johnston da Bujongolo.jpg
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|caption = {{smaller|Il Kiyanja di Johnston da Bujongolo.}}
}}il piccolo osservatorio meteorologico.
Malgrado tutti gli sforzi, fu impossibile trasformare il luogo disagevole, in modo che l'accampamento riuscisse relativamente comodo, come sarebbe stato desiderabile per un campo base, dove la Spedizione avrebbe soggiornato a lungo, e dove le carovane di ritorno da faticose esplorazioni fra i monti avrebbero dovuto trovare riposo e ristoro. Ma non v'era attorno altro luogo più acconcio che offrisse ugualmente un po' di riparo alle intemperie.
Ai piedi di Bujongolo, 200 metri più in basso, scorre il Mobuku. Il campo è situato quasi all'ingresso di una piccola valletta tributaria, che taglia in questo punto il fianco destro della valle maggiore. Non si può vedere che un breve tratto della valle Mobuku, fino al piede delle pareti del Kiyanja, dove essa piega bruscamente verso Nord.<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/21
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Panz Panz
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|xvii}}||riga=sì}}</noinclude>degli uomini nello stato sociale, a principio si veggono essi ordinati in piccole tribù o comunità indipendenti. I bisogni reciproci li portano a riunirsi, e le loro gelosie scambievoli, del pari che la necessità di provedere alla loro sussistenza, gli obbligano a rimovere colla forza qualunque rivale che tentasse di usurpare quelle proprietà di cui si riputano esclusivi signori. Molti secoli debbono trascorrere innanzi che possano essi organizzarsi, ampliarsi in un gran corpo, e che acquistino un certo antivedimento per provedere ai loro bisogni, e la scienza necessaria per regolare gli affari di una società numerosa. Anche sotto il bel clima dell’India ed in seno ad un suolo così fertile, e forse il più opportuno all’unione ed alla propagazione della specie umana, la formazione di Stati così estesi, siccome erano quelli che vi trovarono gli Europei, allorchè vi andarono per la prima volta, debb’essere stata l’opera d’un lunghissimo tempo; e le popolazioni di quegli Stati debbono essersi abituate da secoli all’esercizio di una industriosa attività<ref>Gli antichi scrittori profani contavano gli Indiani fra
quelle razze d’uomini ch’essi chiamavano ''autocthones'' o aborigeni e che riguardavano come figli del suolo, dei quali non potevano rintracciare l’origine. Gli scrittori sacri celebrarono ben presto la sapienza dell’ Oriente: espressione che dinota gli straordinarii progressi dei popoli di questa parte del mondo nelle scienze e nelle arti.</ref>. Quindi se non la primitiva di tutte le nazioni del globo, l’India è certamente la nazione di cui la storia ed i monumenti trasmisero le più antiche memorie, tranne quelle di Mosè, nelle quali il filosofo cristiano trova così mirabilmente narrato anche il ripopolamento della terra dopo che venne da un diluvio universale sommersa. Sem, Cam, Iafet dividonsi il dominio della terra e sono i conservatori di quel lume naturale e positivo che ben subì qua e colà sulle varie parti del globo una varia vicenda, ma che giammai si estinse per tutti quei secoli che corsero dalla creazione a noi.
Non è che dieci secoli dopo l’epoca delle imprese di Rama, di cui uno de’ più antichi ed augusti monumenti della letteratura indiana si lungamente discorre, che principiano i tempi storici delle altre nazioni. Ma, dal momento stesso che le tradizioni dei popoli cominciano a svilupparsi dal tenebroso velame mitologico e ad assumere un carattere più legittimamente storico, noi veggiamo la terra presso che ugualmente sparsa di nazioni che ponno attestare un’antichità parimente remota e fra loro sincrona. Tanto all’oriente che all’occidente, tanto al nord che al sud della terra, sotto qualunque clima, sopra le più elevate, come giù nelle più basse regioni già si riscontrano in quest’epoca popolose nazioni da più tempo organizzate in società. Origini di popoli, fondazioni d’imperi, legislazioni, emigrazioni, si vanno già moltiplicandosi in tal numero in questo periodo, che evidentemente prova siccome già fosse in quell’epoca l’umanità grandemente e generalmente nella civiltà progredita. Menete che {{AutoreCitato|Nicolas Lenglet Du Fresnoy|Lenglet-Dufresnoy}} riputò lo stesso che Misraim figlio di Cam, il primo Mercurio egizio è già legislatore, sacerdote e filosofo in Egitto (2963), Fo-hi, primo dei San-Oang, fiorisce nella Cina (2953); Oguz, settimo discendente di Mongul, sommette la Tartaria, il Tibet, il Cascemir, la Persia, la Siria, quindi è balzato dal trono da Sidig-Can settimo discendente di Tatar (2824). Joattano fonda (2750) la dinastia degli Omeriti od Emiar nell’Arabia Felice o Jemen, distruggendo le tribù degli Aditi che abitavano il paese d’Adremut. Coscoce e Ciscequetzel fannosi i progenitori degli antichi popoli del Messico (2679). Zam-Atrauval, capo dei Sumarcani, fonda il regno di Tata, e Bascian, della schiatta dei Rajputi, quello d’Aiudea, Amber e Sirinagar nell’interno del paese principale dell’India (2000); Jone, detto l’Antico, fonda il regno di Jonia nell’Asia Minore (2000); Arioc, quello del Ponto (2000); Ismaele, figlio di Abramo e di Agar dà principio nel deserto di Faran ai Musto-Arabi detti Ismaeliti, d’onde provengono le tante tribù popolatrici dell’Arabia deserta (1996); Sifoa rende gli Egizii il popolo meglio incivilito di quell’epoca (1996); i Tatari del Turckestan si organizzano in repubblica (1990). Inaco fonda il regno dell’Argolide (1970); Ati, quello di Lidia (1567); Egialeo, quello di Sicione (1800); Foroneo, quello d’Argo (1798); Atteo, quello di Atene (1650); Corito, dell’Etruria (1560); Licotersete, dell’Illiria (1550); Gogori, quello dei Cineti in Ispagna (1520); Nembrot, Assur, Nino, Semiramide, nella Babilonia e nell’Assiria (2640 e 2174); {{AutoreCitato|Zarathustra|Zoroastro}}, nella Battriana (2164); Saturno, in Tessaglia (1944); Foroneo, nel Peloponneso (1825); Licaone, in Arcadia (1810); Enotro, in Italia (1715); Mosè, tra gli Ebrei (1600); Cecrope, in Atene (1582); Cadmo, in Beozia (1519); Dardano, in Frigia (Minore) (1516); Menù, nell’India (1500) si fanno legislatori dei loro popoli, accennando una civiltà in quest’epoca che certamente non può essere legittimamente negata per la sola ragione di esserci state dal tempo rapite pressochè tutte le memorie loro. Già sorgono in quasi tutti i punti del mondo potenti e floride città, come Tata ed Aiudea nelle Indie, Menfi, Persepoli, Sicione, Tiro, Sidone, Troia, Babilonia,<noinclude><references/>
{{PieDiPagina|''Encicl. pop.'' - {{Sc|Tomo I.}}|B|}}</noinclude>
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Il sessismo nella lingua italiana/III - Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana/III.2 - Forme linguistiche sessiste da evitare e proposte alternative
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" /></noinclude>{| class="tab5"
! '''NO''' !! '''SI'''
|-
| Il chirurgo Maria Rossi
| ''La chirurga'' Maria Rossi
|-
| La donna chirurgo, il chirurgo donna
| Anche in questo caso è accettabile
|-
! '''NO''' !! '''SI'''
|-
| Il critico (tecnico, perito, esperto, primario, filosofo, ecc.) Maria Rossi
| ''La critica (tecnica, perita, esperta, primaria, filosofa'', ecc.) Maria Rossi
|-
| || Tecnico, critico sono aggettivi in ''-o'' e ''-a''. Il fatto che i sostantivi tecnica e critica siano usati come nomi astratti non impedisce il loro uso come agentivi. Il contesto chiarisce la loro funzione.
|-
! '''NO''' !! '''SI'''
|-
| L’arbitro Maria Rossi
| ''L’arbitra'' Maria Rossi
|}
<nowiki/>
9) — Evitare di usare al maschile titoli professionali uscenti in ''-ere'', il cui femminile regolare esce in ''-era'' (''portiere/a'', giardiniere/a, ecc.). (v. Gabrielli 1976).
{| class="tab5"
! '''NO''' !! '''SI'''
|-
| Maria Rossi, ingegnere
| Maria Rossi ''ingegnera''
|-
| Donna ingegnere o ingegnere donna ||
|-
! analogamente '''NO''' !! '''SI'''
|-
| Maria Rossi, finanziere, ferroviere
| Maria Rossi, ''finanziera, ferroviera''
|-
! '''NO''' !! '''SI'''
|-
| Maria Rossi, cancelliere del Tribunale
| Maria Rossi, ''cancelliera'' del Tribunale
|-
! '''NO''' !! '''SI'''
|-
| Maria Rossi, magazziniere
| Maria Rossi, ''magazziniera''
|-
! '''NO''' !! '''SI'''
|-
| Il cavaliere (del lavoro) Maria Rossi
| ''La cavaliera'' (del lavoro) Maria Rossi
|}
<nowiki/>
10) — Evitare di usare il maschile o il suffisso ''-essa'' dei seguenti nomi:
{| class="tab5"
! '''NO''' !! '''SI'''
|-
| rowspan="2" | Il soprano (mezzosoprano, contralto) Maria Rossi
| La ''soprano (mezzosoprano, contralto)'' Maria Rossi.
|-
| class="celato |
| Trattandosi oggi soltanto di tipi di voce femminili e potendosi usare con l’articolo femminile (v. Devoto-Oli ''soprano'') è meglio evitare l’articolo maschile, che comporta sequenze discordanti, come «soprano Cecilia Gasdia, è ammalato...».
|}<noinclude>{{PieDiPagina|||117}}</noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|132|{{Sc|capitolo quinto}}|}}</noinclude>Il Kiyanja appare come un'alta parete rocciosa, che termina in una punta aguzza. A sinistra di questa, al sommo della parete, v'è un ghiacciaio pianeggiante, dominato da una grossa vetta arrotondata; a destra si stende una cresta frastagliata, sotto la quale scende in basso un altro ghiacciaio, in parte nascosto dall'angolo che forma il lato sinistro della valle, dove essa piega verso Nord.
In faccia al campo, dal lato opposto della valle, scende un contrafforte, che va a morire nell'altipiano di Buamba; al di là di esso si erge un grosso monte a due punte<ref>Monte Cagni della carta.</ref>. Due crestoni salgono diritti dalla sua base alle vette, racchiudendo fra loro un ampio canalone.
A quell'altezza, e con temperature che scendevano spesso la notte fino al gelo, era indispensabile ricoprire in qualche modo i portatori Bakonjo. Anche a questo aveva provveduto {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}}, e si poterono loro distribuire subito delle buone maglie e coperte di lana. Non fu senza difficoltà che riuscirono a vestirsene, dopo lunghi e comici tentativi, generalmente diretti ad infilare le gambe nelle maniche dei corpetti a maglia. Le coperte, annodate sulle spalle, legate con corde attorno alla vita, divennero qualchecosa fra la toga e la tonaca fratesca. Ad ogni modo i poveri neri erano ora protetti efficacemente contro il freddo, e questo era l'essenziale.
Mentre S. A. R., coll'aiuto del Dott. {{wl|Q105489052|Cavalli}}, dirigeva il lavoro di ordinamento del campo, il Sig. Knowles, il {{Wl|Q1339199|Sella}} ed il {{wl|Q108779662|Roccati}} facevano una prima escursione fino al ghiacciaio Mobuku, al fondo della valle.
Il mattino dopo, 9 Giugno, tutto il campo era in agitazione. Il Sig. Knowles ed il Sig. Haldane, dopo avere<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il ruwenzori}}|133}}</noinclude>accompagnato la Spedizione fino al piede dei monti, adoperandosi con tutta la loro autorità e la loro esperienza per facilitarne i progressi, la lasciavano definitivamente, per far ritorno a Fort Portal. {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} ricorda con riconoscenza il prezioso aiuto che essi diedero alla sua impresa. I portatori scendevano anch'essi per andare a prendere i carichi lasciati a Kichuchu. Infine, S. A. R., colle guide, il Botta, e cinque Bakonjo, partiva per salire alla sommità della valle Mobuku.
Lasciato Bujongolo, si continua a costeggiare il fianco destro della valle. Il fondo, quasi piano, è anche qui paludoso, sparso di lobelie e di seneci, pieno di radici su cui si scivola ad ogni passo, e di muschi bagnati dove s'affonda fino al ginocchio. Il lato opposto della valle è una parete di roccie levigate.
Dove la valle piega a Nord, si restringe ancora, diventando una vera gola fra ripide pareti. All'estremità di essa, è come sospeso il ghiacciaio Mobuku, tutto rotto e crepacciato, che ricopre la parte superiore dell'ultima balza di roccia, terminando con una volta di ghiaccio, dalla quale esce il torrente. Sotto il ghiacciaio non vi sono più che seneci arborei alti parecchi metri.
Poco prima di arrivare al fondo della valle, si traversa il torrente, e si prende a salire una morena frontale abbandonata dal ghiacciaio. Si arriva così ad una roccia sporgente, dove aveva accampato il Grauer, a 4032 m. sul mare, poco più in basso dell'estremità inferiore del ghiacciaio. Questo è l'ultimo luogo dove si può accender fuoco, e nel breve riposo i portatori, tremanti di freddo, si raccolgono attorno alla fiammata.
Da Bujongolo fin qui v'è un'ora di marcia. Poi si prosegue contornando a destra la roccia, e salendo per un<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Il Ruwenzori, 1908 - BEIC IE7203615.djvu/184
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Spinoziano (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|134|{{Sc|capitolo quinto}}|}}</noinclude>breve colatoio chiuso in alto da un masso, dal quale pende ancora una delle corde di soccorso lasciate dal Grauer. Grazie ad essa si supera facilmente l'ostacolo.
{{FI
|file = Il Ruwenzori, 1908 - BEIC IE7203615 - pagina 134 - gola terminale della valle Mobuku.jpg
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|caption = {{smaller|Gola terminale della valle Mobuku.}}
}}
In un'altra ora, salendo sempre per le roccie accanto al ghiacciaio, si raggiunge l'orlo sinistro di esso, all'estremità superiore della cascata di seracchi. Si costeggia per<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Il Ruwenzori, 1908 - BEIC IE7203615.djvu/185
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Spinoziano (BEIC)
60217
/* Riletta */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il ruwenzori}}|135}}</noinclude>breve tratto il ghiacciaio, poi si riprende a salire la parete, dov'è un passaggio difficile, che i portatori non potrebbero attraversare senza l'aiuto delle guide. Le rupi sono coperte di muschio viscido, ed i portatori, scalzi, sdrucciolano continuamente sui lastroni inclinati, o si feriscono i piedi sui loro margini e sulle punte aguzze della roccia. Si rinuncia a farli proseguire più oltre e si rimandano a Bujongolo.
Con una breve traversata si torna presso il ghiacciaio, ai piedi di uno scaglione roccioso. {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} avrebbe desiderato di mettere il suo campo al sommo della cresta, per trovarvisi l'indomani fin dall'alba, quando v'era maggior probabilità di tempo chiaro. Ma appena raggiunto il ghiacciaio, una nebbia fitta avviluppò la comitiva, togliendole la vista di ogni cosa d'attorno. Bisognò rinunciare ad andare più oltre per quel giorno. Fecero colle piccozze una piccola spianata fra i sassi, e vi rizzarono l'unica tenda Whymper che avevano portato con sè.
Da Bujongolo in poi, i campi, in mancanza di nomi, furono contrassegnati da numeri. Questo, sulle roccie alla sinistra del ghiacciaio Mobuku, al disopra della sua cascata terminale, è il Campo I, alto 4349 m. sul mare. Il Botta e Lorenzo Petigax ridiscesero subito a Bujongolo; con S. A. R. rimasero le guide Giuseppe Petigax, Ollier, ed il portatore Brocherel. Il pomeriggio trascorse lento ed uggioso, nella nebbia fredda ed umida, che si levò solo a tarda sera.
Il 10 Giugno, prima di giorno, con tempo chiaro, S. A. R. nell'impeto d'una impazienza irresistibile, colla paura di vedersi da un momento all'altro cadere addosso la nebbia, spingendo le guide ad un passo ginnastico, scendeva dalle roccie sul ghiacciaio, e per facili pendii nevosi<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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/* Riletta */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|136|{{Sc|capitolo quinto}}|}}</noinclude>poco crepacciati, in circa mezz'ora, raggiungeva la cresta. Cominciava appena ad albeggiare.
Tutti i monti erano dinanzi a loro, le sole vette più alte velate da nebbie. Essi avevano raggiunta la cresta nel suo punto di maggior depressione, al sommo del ghiacciaio Mobuku, che divalla nello stretto e ripido letto. Sulla cresta, sporge dalla neve un dente roccioso, alto circa 50 metri, coperto alla sommità di licheni neri e di muschi; sui fianchi, di qualche erba e d'una specie di cardo fiorito. È la roccia alla quale il Grauer, nel Gennaio di quell'anno, aveva dato il nome di Picco Edoardo, alta 4514 m. sul mare.
Da questa depressione o colle, la cresta si solleva a destra, verso Est, fino a due vette rocciose separate da un piccolo ghiacciaio<ref>Punte Moore e Wollaston.</ref>. Sulla più orientale di esse era salito nel Febbraio il Dott. {{wl|Q2058295|Wollaston}} col Woosnam, ed aveva creduto allora che fosse il Duwoni di {{wl|Q772064|Johnston}}. Dall'altro lato la cresta si dirige verso Ovest e verso Sud, formando due altre vette, evidentemente più alte di quelle ad Oriente del colle, le quali costituiscono il Kiyanja di Johnston<ref>Punte Semper ed Edoardo.</ref>.
In realtà, le vette al sommo della valle Mobuku formano un unico gruppo montuoso, senza alcuna interruzione nei suoi ghiacciai, terminato da una cresta continua, la quale s'incurva regolarmente a semicerchio verso Sud, e circoscrive un ampio anfiteatro ricoperto in gran parte di ghiacciai.
Invece, la parete settentrionale del gruppo precipita in un grande vallone, dove le acque limpide di un tranquillo laghetto riflettono le roccie ed i ghiacciai d'attorno.<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Il Ruwenzori, 1908 - BEIC IE7203615.djvu/188
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Marcella Medici (BEIC)
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Spinoziano (BEIC)
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Marcella Medici (BEIC)
22982
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Spinoziano (BEIC)
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text/x-wiki
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Marcella Medici (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il ruwenzori}}|137}}</noinclude>Questo si rivelò poi come la testata della valle Bujuku, che {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} aveva visto sboccare nella valle Mobuku, fra i due Picchi Portal Sud, in faccia a Nakitawa. Come egli aveva allora previsto, essa penetra veramente fin nel cuore della catena, ed è tutta circondata di monti nevosi e di ghiacciai. A Sud v'è la porzione orientale del Kiyanja;
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}}ad Ovest il grande gruppo centrale<ref>Monte Stanley.</ref>, formato, come s'era visto dalla valle dell'Hima, da quattro vette ben distinte, riunite due a due alle estremità di una cresta, da cui un grande ghiacciaio scende a ricoprirne tutto il fianco; a Nord il Duwoni di Johnston<ref>Monte Speke.</ref>, che ora si vedeva di scorcio,<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il ruwenzori}}|137}}</noinclude>Questo si rivelò poi come la testata della valle Bujuku, che {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} aveva visto sboccare nella valle Mobuku, fra i due Picchi Portal Sud, in faccia a Nakitawa. Come egli aveva allora previsto, essa penetra veramente fin nel cuore della catena, ed è tutta circondata di monti nevosi e di ghiacciai. A Sud v'è la porzione orientale del Kiyanja;
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Spinoziano (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il ruwenzori}}|137}}</noinclude>Questo si rivelò poi come la testata della valle Bujuku, che {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} aveva visto sboccare nella valle Mobuku, fra i due Picchi Portal Sud, in faccia a Nakitawa. Come egli aveva allora previsto, essa penetra veramente fin nel cuore della catena, ed è tutta circondata di monti nevosi e di ghiacciai. A Sud v'è la porzione orientale del Kiyanja;
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Spinoziano (BEIC)
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text/x-wiki
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Spinoziano (BEIC)
60217
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|138|{{Sc|capitolo quinto}}}}</noinclude>{{FI
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Marcella Medici (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il ruwenzori}}|139}}</noinclude>con due tozze punte nevose. Non v'era ora più dubbio che le vette massime fossero le due punte settentrionali del gruppo centrale.
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Più lontano, a destra del Duwoni, dietro un grande contrafforte che scende da esso verso Est, si vedevano ancora due monti nevosi, posti al fondo di una valle tribu-<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
60217
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il ruwenzori}}|139}}</noinclude>con due tozze punte nevose. Non v'era ora più dubbio che le vette massime fossero le due punte settentrionali del gruppo centrale.
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Più lontano, a destra del Duwoni, dietro un grande contrafforte che scende da esso verso Est, si vedevano ancora due monti nevosi, posti al fondo di una valle tribu-<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
22982
/* Trascritta */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|140|{{Sc|capitolo quinto}}|}}</noinclude>taria della Bujuku. Sull'ultima balza di questo contrafforte orientale del Duwoni, v'è uno strano monolite, diritto come una torre, a spigoli regolari, che si direbbe proprio eretto dall'uomo.
La cresta terminale al sommo della valle Mobuku non fa quindi parte dello spartiacque della catena, come avevano creduto i predecessori di {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} che l'avevano raggiunta; inoltre, nè il gruppo principale che contiene le vette più alte, nè il Duwoni di Johnston, hanno alcuna relazione colla valle Mobuku. S. A. R. pel primo, vedeva dinanzi a sè l'intiero panorama dei monti, e lo spettacolo era ben altrimenti imponente di quello che potessero immaginare quegli esploratori precedenti i quali, in fondo alla gola terminale del Mobuku, avevano creduto di avere attorno i ghiacciai e le vette principali della catena! Il solo {{AutoreCitato|Alexander Frederick Richmond Wollaston|Wollaston}} aveva prima intravvisto i monti settentrionali, ma le nebbie non gli avevano permesso di rendersi conto del loro numero, nè della loro posizione. Anche nei tentativi di salita da Ovest s'erano solo veduti singoli monti della catena. Il David aveva forse avuto una visione più estesa; ma la sua descrizione è incerta e confusa.
Erano appena le 6.30 ant., quando la piccola comitiva riprendeva il cammino, dirigendosi verso Ovest, alle vette più alte del gruppo, e procedendo sulla neve dura, rotta da poche crepaccie, sul lato sinistro della cresta, rivolto verso la valle del Mobuku.
La cresta sale dal colle ad una prima vetta di roccie rotte e sgretolate, alta 4829 m.<ref>Vetta Semper della carta.</ref>. S. A. R. ne toccò il sommo alle 8 ant. Folate di nebbia spinte da un vento leggiero cominciavano a velare ad intervalli il paesaggio.<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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La cresta terminale al sommo della valle Mobuku non fa quindi parte dello spartiacque della catena, come avevano creduto i predecessori di {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} che l'avevano raggiunta; inoltre, nè il gruppo principale che contiene le vette più alte, nè il Duwoni di Johnston, hanno alcuna relazione colla valle Mobuku. S. A. R. pel primo, vedeva dinanzi a sè l'intiero panorama dei monti, e lo spettacolo era ben altrimenti imponente di quello che potessero immaginare quegli esploratori precedenti i quali, in fondo alla gola terminale del Mobuku, avevano creduto di avere attorno i ghiacciai e le vette principali della catena! Il solo {{AutoreCitato|Alexander Frederick Richmond Wollaston|Wollaston}} aveva prima intravvisto i monti settentrionali, ma le nebbie non gli avevano permesso di rendersi conto del loro numero, nè della loro posizione. Anche nei tentativi di salita da Ovest s'erano solo veduti singoli monti della catena. Il David aveva forse avuto una visione più estesa; ma la sua descrizione è incerta e confusa.
Erano appena le 6.30 ant., quando la piccola comitiva riprendeva il cammino, dirigendosi verso Ovest, alle vette più alte del gruppo, e procedendo sulla neve dura, rotta da poche crepaccie, sul lato sinistro della cresta, rivolto verso la valle del Mobuku.
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il ruwenzori}}|141}}</noinclude>Ad Ovest della vetta, uno spigolo rotto, poco accentuato, scende ripido sul colle che collega il Kiyanja col gruppo centrale e più alto. Invece la cresta terminale piega a Sud, e quindi innanzi fa parte dello spartiacque della catena, fra la valle Mobuku ed una valle che scende ad occidente, verso il Semliki. La parete Ovest del Kiyanja, rivolta verso
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}}
questa valle, è precipitosa come la parete Nord, che cade nella valle Bujuku.
Senza arrestarsi, {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} proseguiva sulla cresta, diretto a Sud, verso la vetta più alta, distante un 400 metri. Alle 9.15 S. A. R. metteva piede pel primo sulla vetta massima del Kiyanja<ref>Punta Edoardo.</ref>, alta 4873 metri, formata di<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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questa valle, è precipitosa come la parete Nord, che cade nella valle Bujuku.
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Marcella Medici (BEIC)
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L'attesa non fu inutile. Essi poterono ancora osservare che la cresta spartiacque proseguiva dalla vetta sulla quale si trovavano verso mezzogiorno, scendendo ad un colle, di là del quale era un altro gruppo di monti, una breve catena di creste e di picchi rocciosi, con alcuni piccoli ghiacciai, molto meno estesi di quelli dei gruppi settentrionali. Il basso colle aveva tutta l'apparenza di un facile valico fra Bujongolo e la valle ad occidente del Kiyanja, per la quale si poteva giungere facilmente ai piedi del gruppo centrale.
Prima di scendere al colle, la cresta Sud del Kiyanja si eleva ancora in un dente roccioso, arrotondato, che si vede bene da Bujongolo, ed è quello sul quale era salito il Wollaston nel Febbraio e nell'Aprile.
All'una, la comitiva riprese la via del ritorno. Ripassarono sulla vetta prima salita, e, proseguendo nella nebbia ora fitta ed immobile sulle traccie fatte nella neve il mattino, alle 3 giungevano alla roccia del Grauer e di qua in mezz'ora al campo accanto al ghiacciaio Mobuku. Vi trovarono il {{Wl|Q1339199|Sella}}, giunto con Lorenzo Petigax ed il Botta; coll'aiuto di sei neri essi avevano portato lassù una seconda tenda ed il materiale fotografico. Cadeva pioggia mista a nevischio, che poco dopo si cambiò in una fitta nevicata.
Il mattino dell'11, {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} faceva ritorno a Bujongolo. Il Sella, col Botta ed il Brocherel, saliva alla sua volta fin<noinclude><references/></noinclude>
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L'attesa non fu inutile. Essi poterono ancora osservare che la cresta spartiacque proseguiva dalla vetta sulla quale si trovavano verso mezzogiorno, scendendo ad un colle, di là del quale era un altro gruppo di monti, una breve catena di creste e di picchi rocciosi, con alcuni piccoli ghiacciai, molto meno estesi di quelli dei gruppi settentrionali. Il basso colle aveva tutta l'apparenza di un facile valico fra Bujongolo e la valle ad occidente del Kiyanja, per la quale si poteva giungere facilmente ai piedi del gruppo centrale.
Prima di scendere al colle, la cresta Sud del Kiyanja si eleva ancora in un dente roccioso, arrotondato, che si vede bene da Bujongolo, ed è quello sul quale era salito il {{wl|Q2058295|Wollaston}} nel Febbraio e nell'Aprile.
All'una, la comitiva riprese la via del ritorno. Ripassarono sulla vetta prima salita, e, proseguendo nella nebbia ora fitta ed immobile sulle traccie fatte nella neve il mattino, alle 3 giungevano alla roccia del Grauer e di qua in mezz'ora al campo accanto al ghiacciaio Mobuku. Vi trovarono il {{Wl|Q1339199|Sella}}, giunto con Lorenzo Petigax ed il Botta; coll'aiuto di sei neri essi avevano portato lassù una seconda tenda ed il materiale fotografico. Cadeva pioggia mista a nevischio, che poco dopo si cambiò in una fitta nevicata.
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Spinoziano (BEIC)
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Spinoziano (BEIC)
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Marcella Medici (BEIC)
22982
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il ruwenzori}}|143}}</noinclude>sul colle. Le traccie della carovana di {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} erano scomparse, sepolte sotto la neve caduta nella notte, e la nebbia non lasciava distinguere nulla a pochi passi.
Dopo aver passato alcune ore sul colle, nella inutile attesa di una schiarita, salirono sullo spuntone di roccia cui il Grauer aveva dato il nome di Re Edoardo. Aveva ricominciato a nevicare, ma rizzarono ugualmente sul treppiede la camera fotografica, ed accoccolati attorno ad essa, aspettarono pazientemente.
Alle due pomeridiane, perduta ogni speranza, il {{Wl|Q1339199|Sella}} ripiegò la camera, e stava per lasciare la roccia, quando il tempo cominciò a schiarirsi; le nebbie si dissolvettero rapidamente da ogni lato, ed in pochi minuti si scoprirono tutti i monti, salvo solo l'estremità delle due punte più alte. In un attimo venne rimesso in posto l'apparecchio, e ritratto il panorama.
Seguì un tramonto limpidissimo. Il sole scese proprio sopra le due punte massime, accendendone le nevi cogli ultimi raggi dorati. Appena notte, riprese il temporale, con tuoni, lampi e neve abbondante.
Il Sella volle ugualmente tornare sul colle al mattino. Rivide i monti sotto un cielo plumbeo, con una luce diffusa e senz'ombre. Striscie scure di nebbia, spinte dal vento leggiero, salivano dall'Oriente, stendendosi a poco a poco ad occupare valli e cime.
Dal colle, il Sella salì sulla vetta ad Oriente di esso, alta 4654 metri<ref>Punta Moore.</ref>, per roccie non difficili, ma rese qua e là pericolose dal ghiaccio e dalla neve ond'erano coperte.
Nevicava di nuovo, ma, memore della fortuna avuta il giorno innanzi, egli s'indugiò lassù inutilmente fino alle<noinclude><references/></noinclude>
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Dopo aver passato alcune ore sul colle, nella inutile attesa di una schiarita, salirono sullo spuntone di roccia cui il Grauer aveva dato il nome di Re Edoardo. Aveva ricominciato a nevicare, ma rizzarono ugualmente sul treppiede la camera fotografica, ed accoccolati attorno ad essa, aspettarono pazientemente.
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Seguì un tramonto limpidissimo. Il sole scese proprio sopra le due punte massime, accendendone le nevi cogli ultimi raggi dorati. Appena notte, riprese il temporale, con tuoni, lampi e neve abbondante.
Il Sella volle ugualmente tornare sul colle al mattino. Rivide i monti sotto un cielo plumbeo, con una luce diffusa e senz'ombre. Striscie scure di nebbia, spinte dal vento leggiero, salivano dall'Oriente, stendendosi a poco a poco ad occupare valli e cime.
Dal colle, il Sella salì sulla vetta ad Oriente di esso, alta 4654 metri<ref>Punta Moore.</ref>, per roccie non difficili, ma rese qua e là pericolose dal ghiaccio e dalla neve ond'erano coperte.
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|144|{{Sc|capitolo quinto}}|}}</noinclude>tre del pomeriggio. Ridisceso al colle vi trovò il Roccati, venuto su da Bujongolo con una guida, per fare osservazioni di glaciologia. La sera il {{Wl|Q1339199|Sella}} era solo al campo col Botta. La neve cadeva ora fitta, insistente, senza alcuna interruzione.
Il giorno dopo, 13 Giugno, si ripiegava la tenda per tornare a Bujongolo, di dove eran saliti cinque neri a prendere i carichi. La discesa non fu facile. Innumerevoli rigagnoli gonfi d'acqua e cascatelle tagliavano il sentiero erto e fangoso, e rendevano anche più sdrucciolevoli i sassi ricoperti di muschio. Si riusciva a stento a far continuare la via ai neri tremanti. Nel colatoio presso al campo Grauer, sormontato da una roccia sporgente, bisognava passare sotto un vero torrente d'acqua in cascata, col pericolo d'essere travolti giù per la china precipitosa. In questo tratto e più sotto, fin dove la via diventava meno erta, il Sella ed il Botta dovettero portare tutti i colli, in più riprese, mentre i Bakonjo, muti e passivi, riuscivano a mala pena a procedere scarichi. Finalmente, verso le 7, a notte fatta, pieni d'acqua e di fango, raggiungevano i compagni a Bujongolo.
Quivi, dall'11 a tutto il 14, le giornate non trascorsero migliori. La pioggia era quasi ininterrotta, e si seguivano a brevi intervalli temporali di vento con fulmini e tuoni; su tutto gravavano dense ed opache nebbie. Dalla parete di roccia era un gocciolio continuo sulle tende, ed il campo fu presto invaso dall'acqua e dal fango. In queste condizioni diventava persino difficile accendere il fuoco; per cui si dovette mantenerlo giorno e notte, con un lavoro non indifferente per alimentarlo e provveder legna a sufficienza. Da un lato del masso che divideva in due il campo, erano le tre tende di S. A. R., dei compagni e del Bulli,<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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Il giorno dopo, 13 Giugno, si ripiegava la tenda per tornare a Bujongolo, di dove eran saliti cinque neri a prendere i carichi. La discesa non fu facile. Innumerevoli rigagnoli gonfi d'acqua e cascatelle tagliavano il sentiero erto e fangoso, e rendevano anche più sdrucciolevoli i sassi ricoperti di muschio. Si riusciva a stento a far continuare la via ai neri tremanti. Nel colatoio presso al campo Grauer, sormontato da una roccia sporgente, bisognava passare sotto un vero torrente d'acqua in cascata, col pericolo d'essere travolti giù per la china precipitosa. In questo tratto e più sotto, fin dove la via diventava meno erta, il Sella ed il Botta dovettero portare tutti i colli, in più riprese, mentre i Bakonjo, muti e passivi, riuscivano a mala pena a procedere scarichi. Finalmente, verso le 7, a notte fatta, pieni d'acqua e di fango, raggiungevano i compagni a Bujongolo.
Quivi, dall'11 a tutto il 14, le giornate non trascorsero migliori. La pioggia era quasi ininterrotta, e si seguivano a brevi intervalli temporali di vento con fulmini e tuoni; su tutto gravavano dense ed opache nebbie. Dalla parete di roccia era un gocciolio continuo sulle tende, ed il campo fu presto invaso dall'acqua e dal fango. In queste condizioni diventava persino difficile accendere il fuoco; per cui si dovette mantenerlo giorno e notte, con un lavoro non indifferente per alimentarlo e provveder legna a sufficienza. Da un lato del masso che divideva in due il campo, erano le tre tende di S. A. R., dei compagni e del Bulli,<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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Spinoziano (BEIC)
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text/x-wiki
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Marcella Medici (BEIC)
22982
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il ruwenzori}}|145}}</noinclude>disposte in piani diversi. Vicino ad esse, si era costruita una rozza tettoia, dove si prendevano i pasti; la cucina pure era lì da presso. Di là del masso le guide, con un gran lavoro di sterro, spostando roccie colle piccozze, avevano fatto uno spiano per le loro tende.
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}}
Ogni volta che si metteva un piede fuori del campo si affondava nella mota; a circolare fra le tende occorrevano le scarpe ferrate, perchè appena fuori cominciava un alpinismo ginnastico, e bisognava aiutarsi colle mani ad ogni passo.
La temperatura in media era di + 4° — + 5°; di notte generalmente scendeva a + 1°, di raro a 0°; ma si soffriva molto più per l'umidità che pel freddo.<noinclude>{{RigaIntestazione|||{{x-smaller|19}}}}</noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|146|{{Sc|capitolo quinto}}|}}</noinclude>
Un solo avvenimento interrompeva talvolta il fastidio di quella vita, l'arrivo della posta. Le lettere erano portate da corrieri velocissimi, avvolte accuratamente in foglie di banano ed infilzate all'estremità fessa di una cannuccia.
Ogni tanto il campo è invaso dal fumo acre ed irritante per gli occhi {{FI
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}}e per i bronchi, proveniente dal fuoco che i Bakonjo hanno acceso nelle buche sotterranee, sotto i massi. Stanno tutto il giorno accovacciati in queste tane, senza potersi distendere per la ristrettezza dello spazio, e mangiano o fumano tutto il tempo che non dormono. La loro vera provvidenza è il fuoco; se ne staccano solo se sono chiamati, e tornano ad accoccolarvisi vicino, appena lasciati liberi. Lo trasportano sempre con sè da un luogo all'altro, servendosi di una specie di fungo disseccato, che dura acceso come miccia, e che conservano in un astuccio di foglie di banano. Appena ci si ferma un minuto, durante una marcia, in men che non si dica, i neri hanno acceso e si godono una bella fiammata, fumando le loro pipe, e non è sempre facile far loro riprendere sollecitamente il cammino. Più di<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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Marcella Medici (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il ruwenzori}}|147}}</noinclude>una volta si trovarono per via portatori tremanti sotto la pioggia, che s'erano spogliati interamente della maglia e della coperta, per raccogliere meglio il calore di poche bragie. Mangiano avidamente il cibo loro offerto, ma non prediligono le novità. È solo con molte smorfie che si decidono a trangugiare del thè; e preferiscono di gran lunga un loro pastone di farina di dura, che sembra nauseante ai bianchi, alla farina di frumento, anche se preparata con burro.
Malgrado le pessime condizioni della loro vita, i Bakonjo mostrarono sempre una pazienza ed una docilità ammirevoli. Accadde molto di raro che qualche portatore isolato rifiutasse di continuare la via col carico, sebbene avessero quasi sempre i piedi gonfi e feriti dai sassi.
Una sola volta, dieci di loro, tornati a Bujongolo dopo parecchi giorni di duro lavoro fra i monti, non essendo stato possibile di lasciarli liberi, come avevano domandato, disertarono<ref>La legge dell'Uganda non permette che i portatori neri abbandonino una carovana comandata da bianchi, finchè non sia finito il tempo, o percorsa la distanza per la quale si sono impegnati.</ref>. Si seppe poi che erano stati istigati da un forestiero, dall'unico nero Baganda che aveva voluto seguire la carovana fin sui monti. Malgrado il freddo ed il tempo pessimo, fuggirono nudi, dopo avere onestamente deposto le loro maglie e le loro coperte presso una delle tende.
Durante la permanenza della Spedizione a Bujongolo un certo numero di neri s'ammalarono di bronchite e di tosse e si fecero tornare in basso. Uno ebbe i piedi congelati, e fu trasportato fino a Fort Portal, all'Ospedale.
Il povero Igini, il cuoco, aveva la vita più dura di tutti. Era il solo la cui attività si dovesse svolgere interamente entro la cerchia di fango che faceva del campo<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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Malgrado le pessime condizioni della loro vita, i Bakonjo mostrarono sempre una pazienza ed una docilità ammirevoli. Accadde molto di raro che qualche portatore isolato rifiutasse di continuare la via col carico, sebbene avessero quasi sempre i piedi gonfi e feriti dai sassi.
Una sola volta, dieci di loro, tornati a Bujongolo dopo parecchi giorni di duro lavoro fra i monti, non essendo stato possibile di lasciarli liberi, come avevano domandato, disertarono<ref>La legge dell'Uganda non permette che i portatori neri abbandonino una carovana comandata da bianchi, finchè non sia finito il tempo, o percorsa la distanza per la quale si sono impegnati.</ref>. Si seppe poi che erano stati istigati da un forestiero, dall'unico nero Baganda che aveva voluto seguire la carovana fin sui monti. Malgrado il freddo ed il tempo pessimo, fuggirono nudi, dopo avere onestamente deposto le loro maglie e le loro coperte presso una delle tende.
Durante la permanenza della Spedizione a Bujongolo un certo numero di neri s'ammalarono di bronchite e di tosse e si fecero tornare in basso. Uno ebbe i piedi congelati, e fu trasportato fino a Fort Portal, all'Ospedale.
Il povero Igini, il cuoco, aveva la vita più dura di tutti. Era il solo la cui attività si dovesse svolgere interamente entro la cerchia di fango che faceva del campo<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|148|{{Sc|capitolo quinto}}|}}</noinclude>uno stretto carcere. Accoccolato fra quattro sassi, attorniato dalle casse dei viveri e dagli arnesi di cucina, fra un fuoco ed una tenda, aveva molto minori opportunità di muoversi che durante l'inverno polare nella Baja di Tepliz, dove era costretto a percorrer mezzo chilometro per prendere la carne di qualche orso appeso alla nave, o doveva lavorare per disseppellire le casse dei viveri, od aiutava a rincorrer i cani.
Infine, le visite quotidiane di un grosso leopardo, che aveva la sua tana fra le eriche nelle vicinanze del campo non contribuivano certo a render piacevole il soggiorno di Bujongolo. Fu visto per la prima volta da un nero l'11 Giugno, non lontano dalle tende, mentre divorava due pecore della Spedizione. La notte seguente venne a gironzare attorno al campo; e la sera del 12, {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}}, intento a scrivere sul limitare della sua tenda, se lo vide ad un tratto innanzi, a pochi passi. La fiera fuggì appena Egli si fu alzato in piedi, ma il suo ardire faceva temere per i portatori che dormivano senza riparo, e per quelli che si recavano a prender l'acqua per il campo. Si fecero inutilmente ricerche e battute nei dintorni: l'animale sembrava molto astuto, e, quando lo si cacciava, non si lasciava più vedere.
Il tempo, che aveva accennato a migliorare la sera del 13, e s'era guastato di nuovo nella notte, parve ristabilirsi davvero la sera del 14 Giugno, quando il cielo si rasserenò completamente, si dileguarono le ultime nebbie, e si rividero tutti i monti d'attorno, coperti per buon tratto dalla neve abbondante caduta in quei giorni. L'insopportabile prigionia stava finalmente per cessare; e S. A. R. dispose tutto per partire la mattina seguente.
Mentre S. A. R. si disponeva a lasciar Bujongolo per<noinclude><references/></noinclude>
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Infine, le visite quotidiane di un grosso leopardo, che aveva la sua tana fra le eriche nelle vicinanze del campo non contribuivano certo a render piacevole il soggiorno di Bujongolo. Fu visto per la prima volta da un nero l'11 Giugno, non lontano dalle tende, mentre divorava due pecore della Spedizione. La notte seguente venne a gironzare attorno al campo; e la sera del 12, {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}}, intento a scrivere sul limitare della sua tenda, se lo vide ad un tratto innanzi, a pochi passi. La fiera fuggì appena Egli si fu alzato in piedi, ma il suo ardire faceva temere per i portatori che dormivano senza riparo, e per quelli che si recavano a prender l'acqua per il campo. Si fecero inutilmente ricerche e battute nei dintorni: l'animale sembrava molto astuto, e, quando lo si cacciava, non si lasciava più vedere.
Il tempo, che aveva accennato a migliorare la sera del 13, e s'era guastato di nuovo nella notte, parve ristabilirsi davvero la sera del 14 Giugno, quando il cielo si rasserenò completamente, si dileguarono le ultime nebbie, e si rividero tutti i monti d'attorno, coperti per buon tratto dalla neve abbondante caduta in quei giorni. L'insopportabile prigionia stava finalmente per cessare; e S. A. R. dispose tutto per partire la mattina seguente.
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Marcella Medici (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il ruwenzori}}|149}}</noinclude>esplorare il gruppo centrale della catena, il Comandante {{AutoreCitato|Umberto Cagni|Cagni}} si affrettava su per la valle Mobuku, ed aveva ormai quasi raggiunto {{FI
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}}i compagni, i quali lo credevano ancora a molti giorni di distanza.
Egli era partito da Entebbe, come s'è detto, il 5 Giugno, con 25 portatori, un rickshaw ed un cavallo. In poco tempo riguadagnò tanto delle sue forze, e si allenò così bene, che potè percorrere due, e fin quattro tappe al giorno. Approfittando della luna piena, partiva prima dell'alba, e protraeva le marcie fin tardi nella giornata, percorrendo 25-27 miglia alla volta. I portatori, regalati di qualche montone, o d'un po' di danaro, facevano miracoli. Una volta camminarono 17 ore, percorrendo 32 miglia!<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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Spinoziano (BEIC)
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text/x-wiki
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}}i compagni, i quali lo credevano ancora a molti giorni di distanza.
Egli era partito da Entebbe, come s'è detto, il 5 Giugno, con 25 portatori, un ''rickshaw'' ed un cavallo. In poco tempo riguadagnò tanto delle sue forze, e si allenò così bene, che potè percorrere due, e fin quattro tappe al giorno. Approfittando della luna piena, partiva prima dell'alba, e protraeva le marcie fin tardi nella giornata, percorrendo 25-27 miglia alla volta. I portatori, regalati di qualche montone, o d'un po' di danaro, facevano miracoli. Una volta camminarono 17 ore, percorrendo 32 miglia!<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|150|{{Sc|capitolo quinto}}|}}</noinclude>
In sei giorni il Cagni giungeva a Toro, dove il re Kasagama gli usava ogni sorta di cortesie. Ne ripartiva l'indomani, 12 Giugno. A Butanuka, trovava raccolti i 178 portatori Baganda che erano stati rimandati indietro dalla valle Mobuku. Seguendo le disposizioni di {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}}, ne licenziava una parte, e faceva proseguire gli altri fino a Fort Portal, per aspettarvi il ritorno della Spedizione dai monti.
Attraversò non senza difficoltà il Wimi, che era diventato un torrente impetuoso, largo una cinquantina di metri, con acqua alta in qualche punto più di un metro, e trovò un ostacolo anche più serio nel Mobuku, ingrossato anch'esso da quelle stesse pioggie che tenevano prigioniera la Spedizione a Bujongolo.
Non possedendo una fune lunga abbastanza per tenderla attraverso il fiume, come aveva fatto S. A. R., provvide legando assieme la capezza del cavallo e tutte le corde delle tende, dei carichi, ecc., piegate a più doppî. Ottenne così una fune lunga appena metà della larghezza del torrente, che potè far tener tesa fra due gruppi d'uomini attraverso la parte centrale, più violenta, della corrente. Grazie all'aiuto volenteroso dei capi e degli indigeni dei villaggi vicini, riuscì a guadare il fiume senza disgrazie, ma perdendovi mezza giornata.
Il 14 Giugno, a Bihunga, dove erano stabiliti gli ascari di scorta, cambiava i suoi portatori Baganda con indigeni Bakonjo. Due giorni dopo arrivava a Bujongolo, avendo fatto l'intero viaggio in dieci tappe.
Vi trovava il solo dottor Cavalli. S. A. R. era partito la vigilia; il {{Wl|Q1339199|Sella}} ed il Roccati quella stessa mattina, per salire sul colle a Sud del Kiyanja.<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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text/x-wiki
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In sei giorni il {{AutoreCitato|Umberto Cagni|Cagni}} giungeva a Toro, dove il re Kasagama gli usava ogni sorta di cortesie. Ne ripartiva l'indomani, 12 Giugno. A Butanuka, trovava raccolti i 178 portatori Baganda che erano stati rimandati indietro dalla valle Mobuku. Seguendo le disposizioni di {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}}, ne licenziava una parte, e faceva proseguire gli altri fino a Fort Portal, per aspettarvi il ritorno della Spedizione dai monti.
Attraversò non senza difficoltà il Wimi, che era diventato un torrente impetuoso, largo una cinquantina di metri, con acqua alta in qualche punto più di un metro, e trovò un ostacolo anche più serio nel Mobuku, ingrossato anch'esso da quelle stesse pioggie che tenevano prigioniera la Spedizione a Bujongolo.
Non possedendo una fune lunga abbastanza per tenderla attraverso il fiume, come aveva fatto S. A. R., provvide legando assieme la capezza del cavallo e tutte le corde delle tende, dei carichi, ecc., piegate a più doppî. Ottenne così una fune lunga appena metà della larghezza del torrente, che potè far tener tesa fra due gruppi d'uomini attraverso la parte centrale, più violenta, della corrente. Grazie all'aiuto volenteroso dei capi e degli indigeni dei villaggi vicini, riuscì a guadare il fiume senza disgrazie, ma perdendovi mezza giornata.
Il 14 Giugno, a Bihunga, dove erano stabiliti gli ascari di scorta, cambiava i suoi portatori Baganda con indigeni Bakonjo. Due giorni dopo arrivava a Bujongolo, avendo fatto l'intero viaggio in dieci tappe.
Vi trovava il solo dottor {{wl|Q105489052|Cavalli}}. S. A. R. era partito la vigilia; il {{Wl|Q1339199|Sella}} ed il {{wl|Q108779662|Roccati}} quella stessa mattina, per salire sul colle a Sud del Kiyanja.
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Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/22
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Panz Panz
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|xviii}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>Atene, Argo, Corinto, Ercolano, Megara, Messene, Sinope, Tebe, Aliea, Padova, Alba, Damasco, Susa, e più e più altre città accennano la civiltà dei popoli sincrona ed universale sul globo. Emigrazioni causale, quando dal soverchio delle popolazioni, quando dal desiderio di procacciare stanza presso popoli meglio inciviliti, e sotto un cielo più benigno, quando dalle fortune della
guerra, mettono in un continuo moto quei popoli accomunandone i costumi, i riti, le passioni, gli interessi, la civiltà. Quindi i Sidonii immigrano nella Libia; gli Indu, nelle regioni al di là del Gange; gli Iberi, nella Spagna; gli Umbri, nell’Italia; gli Iranii ed i Turanii, nell’India; i Sicani, nella Sicilia; i Fenici, nel Peloponneso; i Filistei, nella Palestina; i Pelasgi, nell’Arcadia e poscia nella Tessaglia; gli Ebrei, nell’Egitto; gli Egizi, nell’Attica; numerose orde straniere capitanate dai Xoiti s’impadroniscono del Basso Egitto; Satpal imprende la conquista della Cina; Cadmo, alla testa dei Siri, quella dell’Armenia; Nino figlio di Belo, guerreggiando per 17 anni conquista la
Media, la Siria, la Babilonia, la Sarmazia; Semiramide, su le traccie di Nino, invade l’Etiopia e parte delle Indie ecc.<ref>Vedi per tutte queste emigrazioni {{AutoreCitato|Arnold Hermann Ludwig Heeren|Heeren}} ''De la politique et du commerce des peuples de l’antiquité'', tom. I, II. {{AutoreCitato|Henri Moke|Moke}}, ''Histoire des Francs'', tom. I. - {{AutoreCitato|Karl Joseph Hieronymus Windischmann|Windischmann}}, ''Die Philosophie im Fortgang der Weltgeschichte''; il {{AutoreCitato|Johann Friedrich Kleuker|Kleuker}} nella traduzione ed illustrazione che fece dei primi due ''farger'' del Vendidad dello Zendavesta, citato da {{AutoreCitato| Arnold Hermann Ludwig Heeren|Heeren}}, tom. II. - Il {{AutoreCitato|Frédéric Pascal de Brotonne|Brotonne}}, ''Hist. de la filiation et de la migration des peuples''.</ref>.
Chi avesse potuto di uno sguardo dominare tutta la superficie del globo di allora, certamente avrebbe contemplato il risultamento di tutte queste emigrazioni ed immigrazioni, e fin d’allora avrebbe scorta l’umanità ripartirsi nelle diverse razze, in che è pur oggidi tuttavia ripartita e la bianca organizzare verso i monti scandinavi l’immensa famiglia celtica progenitrice dei Cimbri, dei Goti, degli Svevi, dei Teutoni, degli Alani,
dei Franchi, dei Normanni, dei Danesi, dei Sassoni; al fianco occidentale della catena caucasea, i padri dei popoli della Moscovia, dell’Ukrania, della Polonia, della Turchia, di tutte le generazioni scitiche, schiavone, vandale, sarmale, illiriche e tatare che hanno inondato successivamente l’Europa orientale; sulle montagne dell’Armenia, le famiglie arabe, israelitiche, siriache, persiane; sulle montagne del Korasan, della Persia (Battriana), le famiglie indiane e mongole, sparse fino al Gange, al Malabar ed alle coste del Coromandel. L’olivastra o semitica rampollare fra le montagne che stanno fra la Lena ed il Jenissei, le famiglie polari dei Samoiedi, dei Sangus, dei Jakuti, degii Ostiaki, che si estesero all’oriente fino al Kamtseiatka, e che verso l’occidente popolarono la Laponia, la Groenlandia, il Labrador coi paesi degli Eschimesi, nell’America; sul ripiano della Tartaria le orde dei Kalmuchi, dei Mongoli, degli Eleuti che diffusero i loro vasti rami in tutta l’Asia settentrionale; dalle montagne del Tibet inondare i Mongoli orientali e meridionali, i Malesi, i Cinesi, i Siamesi, i Giaponesi. La razza del color di rame originare fra le Ande americane i popoli del Perù e del Yucatan, del Messico, della Luigiana e della California; fra le Cordigliere, i Brasiliani, quelli del Paraguay e del Chili, e gli abitanti delle terre Magellaniche. Numerose colonie dal mare del Sud fino alla Novella Zelanda ed al Madagascar diffondersi dalle isole della Sonda, Molucche e Filippine, e dalla penisola di Malacca, e tutte di un color fisso. La razza nera mandare dalle montagne della Nigrizia ipopoli occidentali dell’Africa, da quelle della Lana, da quelle più interne dell’Africa, dell’ardente Etiopia i Cafei; dalle montagne, del paese de’ Namachi, la razza ottentota, e da quelle della Nuova Olanda gli abitanti della Nuova Olanda ed i Papus.
Ma di mezzo a tanto commovimento di guerre e conquiste, fra tanto moto di popoli peregrinanti ed invasori, fra tanto numero di monarchi e legislatori, fra tante nazioni elevate alla potenza d’imperi, quali erano le condizioni morali e religiose, quale lo stato della vita economica e civile dei popoli di quella età? La storia dei gentili è pressochè muta su tutti questi punti di erudizione a cui mettono capo niente meno che tutti i problemi i quali si riferiscono all’origine delle scienze e delle arti le più strettamente connesse colle
prime necessità della vita. Ma al silenzio della storia soccorrono le induzioni del filosofo, e gli annali della primitiva umanità acquistano dallo studio delle leggi immutabili della natura e del cuore umano, una luce che è loro dalle lacune storiche negata. Leggi che ne insegnano a pareggiare la vita delle nazioni a quella dell’individuo, e che ne additano come dalla cognizione
delle varie fasi della vita di questo ci possano essere rivelate le fasi della vita di quelle, e far quindi
dell’uomo vivente la psicologica statua comparativa che ne apra gli arcani di tutta la grande fisiologia del passato. L’analogia può quindi essere un argomento da cui può trarre la storia un gran sussidio non meno logico ed efficace di quello che ne traggono le scienze fisiche e naturali.
Se nel mondo delle nazioni non esiste veruna potenza esteriore la quale possa dirsi causa di<noinclude><references/></noinclude>
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Il Libro dei Re/Il re Khusrev/I/3/XV
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12) Evitare di usare il maschile o il suffisso -''essa'' per cariche militari riferite a
donne:
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! '''NO''' !! '''SI'''
|-
| Il sottufficiale, l’ufficiale (gli -i) il soldato, la soldatessa, la donna soldato
| ''La sottufficiale, l’ufficiale (le -i) la soldata'' (part. pass. «soldato/a» «assoldato/a» v. Devoto 1979).
|-
| Il caporale
| ''La caporale''
|-
| Il sergente, sergente maggiore
| ''La sergente, sergente maggiore'' (partic. presente, epiceno)
|-
| Il maresciallo (ordinario, maggiore capo)
| ''La marescialla (ordinaria, maggiore, capo)''
|-
| Il sotto(tenente)
| ''La (sotto)tenente'' (part. pres.)
|-
| Il maggiore
| ''La maggiore'' (dall’agg., epiceno)
|-
| Il capitano
| ''La capitana'' (dal contesto si distinguerà dalla «nave capitana») data da Zingarelli 1983
|-
| Il (tenente)colonnello
| ''La (tenente)colonnella''
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| Il comandante
| ''La comandante''
|-
| Il generale
| ''La generale''
|-
| Il maggiore generale, tenente generale, generale ispettore
| ''La maggiore generale, la tenente generale, la generale ispettrice'' (''generale', dall’agg., epiceno)
|-
| Il Capo di Stato Maggiore
| La Capo di Stato Maggiore<ref>Si suggerisce di lasciare la parola Capo immutata, sia per il suo significato: il capo — la testa, sia perché il femminile popolare la capa ha connotazione decisamente peggiorative o scherzose. Si consiglia di mettere l’articolo al femminile, intendendo: la donna a capo (come per maschile: l’uomo a capo...).</ref>
|-
| L’Ammiraglio
| ''L’Ammiraglia'' (anche in questo caso dal contesto si distinguerà dalla «nave ammiraglia»)
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{{Ct|t=2|v=1|'''Altre cariche e gradi:'''}}
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| Il carabiniere
| ''La carabiniera''
|-
| L’appuntato
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| L’agente, gli agenti
| ''L’agente, le agenti''
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Ad un anno di distanza dalla presentazione alla stampa della prima versione di queste «Raccomandazioni», dopo le immediate reazioni di interesse e un dibattito vivo e stimolante, è difficile fare un sia pur sintetico consuntivo dei mutamenti effettivi avvenuti nella lingua dei ''mass media''.
Vi sono alcuni segnali da cui si può inferire che il problema è stato riconosciuto e il dubbio è stato seminato. Ad esempio, si incontrano sporadiche adozioni di nuovi femminili (magistrata, avvocata, pretora, ecc.), cui però si contrappone l’abitudine invalsa di usare il maschile solo per segnalare l’importanza del titolo; casi, sia pur rari, di cognomi di donne senza articolo (Falcucci, ecc.) e persino l’esplicitazione in alcuni casi del femminile, naturalmente sempre in seconda posizione: figlio/a, bimbo/a; frequenti esitazioni ed incertezze mostrate da giornaliste e giornalisti nel parlare di donne e nel designarle. Si percepisce talvolta un desiderio da parte di chi scrive di dare maggiore visibilità alle donne desiderio che si scontra però con le formule abituali della lingua, per cui il risultato finale è pur sempre quello di ghettizzare le donne.
Una alternativa al titolo maschile per le donne che si è potuta notare in questo periodo è il titolo al maschile preceduto dall’articolo femminile. (es. la ministro, la sindaco, ecc.). Questi casi indicano l’insoddisfazione nei confronti della vecchia forma e allo stesso tempo la resistenza a quella nuova.
Pur non proponendoli come soluzione generalizzabile, ne prendiamo atto come segnale di una esigenza di cambiamento e come fase di passaggio verso la forma nuova più linguisticamente coerente. C’è inoltre da considerare che la forma: la sindaco, ecc. non è che una ellissi da: la donna (o la signora) sindaco.
È necessario tener presente, in ogni caso, che molti cambiamenti linguistici, anche «spontanei», soprattutto quelli di livello grammaticale procedono lentamente e per gradi. Un esempio di cui molte persone avranno esperienza personale è il passaggio dalla forma «ho detto loro» a quella, considerata a lungo erronea benché antichissima, ma ormai sempre più presente nell’uso comune «gli ho detto», che non è avvenuto senza momenti di grosse esitazioni ed incertezze e addirittura fasi in cui si cercava di evitare la locuzione '''tout court'''. Da notare che anche in questo caso sta scomparendo una forma epicena (loro) a favore della forma «gli», oggi sentita come maschile, pur essendo etimologicamente epicena (dal latino ''illi''. sing., ''illis''. pl.).
Questi primi passi verso una presa di coscienza linguistica del mondo dei ''mass media'' (cui hanno contribuito con la loro opera di diffusione anche alcuni organi di stampa, come l’ANSA ed il'' Messaggero'')<ref>(1) Una sintesi delle «Raccomandazioni» è stata inserita nel bollettino interno dell’agenzia: ''Vita dell’Ansa''; una copia delle «Raccomandazioni» è stata distribuita a redattrici e redattori del ''Messaggero''.</ref> e una più allargata consapevolezza del<noinclude>{{RuleLeft|6em}}
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Ad un anno di distanza dalla presentazione alla stampa della prima versione di queste «Raccomandazioni», dopo le immediate reazioni di interesse e un dibattito vivo e stimolante, è difficile fare un sia pur sintetico consuntivo dei mutamenti effettivi avvenuti nella lingua dei ''mass media''.
Vi sono alcuni segnali da cui si può inferire che il problema è stato riconosciuto e il dubbio è stato seminato. Ad esempio, si incontrano sporadiche adozioni di nuovi femminili (magistrata, avvocata, pretora, ecc.), cui però si contrappone l’abitudine invalsa di usare il maschile solo per segnalare l’importanza del titolo; casi, sia pur rari, di cognomi di donne senza articolo (Falcucci, ecc.) e persino l’esplicitazione in alcuni casi del femminile, naturalmente sempre in seconda posizione: figlio/a, bimbo/a; frequenti esitazioni ed incertezze mostrate da giornaliste e giornalisti nel parlare di donne e nel designarle. Si percepisce talvolta un desiderio da parte di chi scrive di dare maggiore visibilità alle donne desiderio che si scontra però con le formule abituali della lingua, per cui il risultato finale è pur sempre quello di ghettizzare le donne.
Una alternativa al titolo maschile per le donne che si è potuta notare in questo periodo è il titolo al maschile preceduto dall’articolo femminile. (es. la ministro, la sindaco, ecc.). Questi casi indicano l’insoddisfazione nei confronti della vecchia forma e allo stesso tempo la resistenza a quella nuova.
Pur non proponendoli come soluzione generalizzabile, ne prendiamo atto come segnale di una esigenza di cambiamento e come fase di passaggio verso la forma nuova più linguisticamente coerente. C’è inoltre da considerare che la forma: la sindaco, ecc. non è che una ellissi da: la donna (o la signora) sindaco.
È necessario tener presente, in ogni caso, che molti cambiamenti linguistici, anche «spontanei», soprattutto quelli di livello grammaticale procedono lentamente e per gradi. Un esempio di cui molte persone avranno esperienza personale è il passaggio dalla forma «ho detto loro» a quella, considerata a lungo erronea benché antichissima, ma ormai sempre più presente nell’uso comune «gli ho detto», che non è avvenuto senza momenti di grosse esitazioni ed incertezze e addirittura fasi in cui si cercava di evitare la locuzione '''tout court'''. Da notare che anche in questo caso sta scomparendo una forma epicena (loro) a favore della forma «gli», oggi sentita come maschile, pur essendo etimologicamente epicena (dal latino ''illi''. sing., ''illis''. pl.).
Questi primi passi verso una presa di coscienza linguistica del mondo dei ''mass media'' (cui hanno contribuito con la loro opera di diffusione anche alcuni organi di stampa, come l’ANSA ed il'' Messaggero'')<ref>Una sintesi delle «Raccomandazioni» è stata inserita nel bollettino interno dell’agenzia: ''Vita dell’Ansa''; una copia delle «Raccomandazioni» è stata distribuita a redattrici e redattori del ''Messaggero''.</ref> e una più allargata consapevolezza del<noinclude>{{RuleLeft|6em}}
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" /></noinclude>problema nel mondo della cultura e della linguistica in particolare, ci fa sperare che il dibattito sia sempre più vivo e la ricerca continui e si approfondisca.
La ricerca è partita dalla volontà di sollevare il problema del linguaggio sessista e di cominciare ad affrontarlo in modo concreto.
Le proposte alternative qui offerte non rappresentano né la conclusione di un’operazione né la chiusura di un discorso, ma sono la prima tappa di un lavoro che richiede ulteriori analisi e approfondimenti, con la partecipazione costruttiva di tutti i parlanti, donne e uomini, che potranno in tal modo apportare, con la loro creazione individuale, nuovo sangue e ricchezza alla nostra lingua.
Questi suggerimenti non hanno alcuna pretesa di definitività e di esaustività: gli aspetti trattati sono soltanto la punta di un iceberg, tutto da investigare.
Quello che si ricerca è una riforma nel profondo dei nostri simbolismi politici, culturali, estetici, etici, che si riflettono in quella apparente superficie o parte emergente dell’iceberg che è la lingua.<noinclude>{{PieDiPagina|122||}}</noinclude>
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Il sessismo nella lingua italiana/III - Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana/III.3 - Considerazioni conclusive
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{{Wl|Q314252|{{Sc|Bateson}}, Gregory}} (1973). ''Steps to an Ecology of Mind''. Paladin: Frogmore St. Albans.
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{{Wl|Q84486|{{Sc|Berger}}, Paul}} & {{Wl|Q60412|{{Sc|Luckmann}}, Thomas}} (1967), ''The Social Construction of Reality''. Penguin: Harmondsworth
{{Wl|Q3231235|{{Sc|Cahiers (Les) Du Grif}}}}: "''Femmes et Langage''". I e II - Giugno/Ottobre 1976, Bruxelles.
{{Wl|Q5248199|{{Sc|Cameron}}, Deborah}} (1985), ''Feminism and Linguistic Theory'', Macmillan: London & Basingstoke.
{{Sc|Centre Feminin D’Education Permanente}} a.s.b.l. (1979) "''Enquête de Controle sur la Discrimination dans les petites annonces d’offre d’emploi''» Bruxelles.
{{Wl|Q110670017|{{Sc|Crawford}}, Mary}} & {{Wl|Q121303737|{{Sc|English}}, Linda}}, (1981), «Sex Differences in Recall as a Function of Generic’ vs. Female-inclusive Contexts». Paper presented at the Eastern Psychological Association, April 24, 1981.
{{AutoreIgnoto|{{Sc|Curzi}}, Candida}}; {{AutoreIgnoto|{{Sc|De Maria}}, Bimba}}; {{Wl|Q3858834|{{Sc|Mafai}}, Miriam}}; {{Wl|Q3723250|{{Sc|Rasy}}, Elisabetta}}, (1977) ''{{TestoAssente|Scrivere contro: Esperienze, riflessioni e analisi delle giornaliste}}'' ''presentate al Convegno'' «Donna e Informazione. 1977», Edizione delle Donne: Roma.
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(Contiene -Guidelines- ed elenco di «Guidelines for Nonsexist Usage di varie case editrici ed associa zioni).
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LAKOFF, Robin (1975). Language and Woman’ s Place, Harper Colophon: N. Y.
LEPRI, Sergio (1986). Medium e Messaggio: Il Trattamento concettuale e linguistico dell’informazione, Gutemberg 2000: Torino.
</div>
123<noinclude>{{RuleLeft|6em}}
<references />
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{{Wl|Q314252|{{Sc|Bateson}}, Gregory}} (1973). ''Steps to an Ecology of Mind''. Paladin: Frogmore St. Albans.
{{Wl|Q1085264|{{Sc|Bem}}, Sandra}} & {{Sc|Bem}}. «Does Sex-Biased Job Advertising 'Aid and Abet' Sex Discrimination?», in ''Journal of Applied Social Psychology'' 3 (1) 1973.
{{Wl|Q84486|{{Sc|Berger}}, Paul}} & {{Wl|Q60412|{{Sc|Luckmann}}, Thomas}} (1967), ''The Social Construction of Reality''. Penguin: Harmondsworth
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{{Wl|Q5248199|{{Sc|Cameron}}, Deborah}} (1985), ''Feminism and Linguistic Theory'', Macmillan: London & Basingstoke.
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</div><noinclude>{{PieDiPagina|||123}}</noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Ct|f=100%|t=1|v=1|'''T'''}} '''Taccalin-Tancalino'''. Era il Dramma d’argento armeno (Drahan) che aveva corso nella Siria settentrionale; si trova citato negli atti e nelle cronache dell’epoca dei crociati. Tael. Mon. e peso decimale cinese, detto anche Liang (oncia). Si divide in 10 Mace, in 100 Candarini, in 1000 Li. Nel 1889 la Cina emise dei Dollari in arg. del peso di 72, 100 di Tael al ''tit.'' 900. Con decreto...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>{{Ct|f=100%|t=1|v=1|'''T'''}}
'''Taccalin-Tancalino'''. Era il Dramma d’argento armeno (Drahan) che aveva corso nella
Siria settentrionale; si trova citato negli atti
e nelle cronache dell’epoca dei crociati.
Tael. Mon. e peso decimale cinese, detto
anche Liang (oncia). Si divide in 10 Mace,
in 100 Candarini, in 1000 Li. Nel 1889 la
Cina emise dei Dollari in arg. del peso di
72, 100 di Tael al ''tit.'' 900. Con decreto del 9
feb. 1903 si coniò il Tael kuping (bilancia
dello Stato) in argento, ''gr.<sup>mi</sup>'' 38, 53/100 di peso
con 90 parti di argento fino e 10 di rame
rosso (C. POMA, RIN., 109). Il nuovo lael
imperiale è al ''tit.'' di 989 mill. pesa ''gr.<sup>mi</sup>'' 37,30
circ. e vale L. 7.50. Vi sono divisioni da
I/ I
1.2, 5,
5 ་ 10, 1/20 di Tael. L’ultima legge mo
netaria pubblicata in Pechino l’8 febbraio
1914 stabilisce il nuovo tipo monetario di
argento. L’unità monetaria è il Dollaro ci
nese (Tael) del peso di 24 ''gr.<sup>mi</sup>'' di argento
puro. Le altre monete d’argento sono di 50,
20, 10 Cents. (Candarini) e contengono il 10
per cento di lega di rame. Vi sono anche
monete di rame da 1 e 2 Cents. e monete di
nichel di 5 Cents. Vedi Tale.
COREA - Da tre Tael d’argento (''gr.<sup>mi</sup>'' 100).
Correvano nella Corea pezzi d’argento del
peso di ''gr.<sup>mi</sup>'' 100 circa corrispondenti a 3
lael ed al valore di circa Lit. 22,50. Ave
vano la forma di una testa di chiodo esagonale.
'''Taglio, ''Thalia, Tallia, Taille'''''. Rappresenta
la quantità numerica di monete che ricavansi
da un determinato peso di metallo. Il Du
CANGE lo definisce: «Ripartizione nummaria
delle & oncie d’oro o di argento cioè numero
di monete che dalla marca d’oro o di argento
si ottiene». Es. Il Denaro d’argento si dice:
«ad {{Sc|Talliam}} 10 {{Sc|denariorum}} cum ex una argenti marca decem dumtaxat Denari percutiuntur. Nella Storia del Delfinato in una let
tera di Umberto Delfino dell’an. 1345: «Magistros, gardas et rectores monetarium nostrarum ac ligam, pondus, remedia, formam et
{{Sc|Talliam}} ac signoriam eorum in statu in quo
sunt manutenendi, mutandi, augendi sed mi
nuendi etc.». E nell ’ an. 1339: «Item quod
fierent denari alii curribiles pro 12 ''den''. sub. forma et cunio aliorum dozenorum qui fiebant
nuper, sub minori THALIA tamen etc.». Vedi
'''Tallia, Taillator'''.
'''Tahegan'''. Nome generico delle monete di
oro e d’argento dei re della piccola Armenia. Leone II dopo il 6 genn. 1198 fece coniare,
come re, le prime monete al tipo dei Matapani di Venezia che presero il nome di Tahegan. La metà di questa moneta si chiamò
Tram. Nelle primitive il re è seduto sul trono
portando un globo sormontato da una croce
ed un fiordaliso e nel Re due leoni addossati
fra i quali una doppia croce, ovvero un leone
coronato che regge una croce. I Tahegan posteriori hanno il re a cavallo e nel rovescio
una iscrizione in arabo, ed appartengono al
sultano d’Iconium Kaikobad (1224-1236) O
a Kaikosru II (1236-1244), sovrani dell’Ar
menia. Il nome di Tahegan servi a designare
anche il Bisante d’oro armeno che imitava
il Saraceno ed era detto anche ''staurat'' per
che portava la croce nel centro della leggenda
araba (SOR).<noinclude><references/></noinclude>
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== Benvenuto ==
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<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione|{{Sc|talento}}|- 503 -|}}</noinclude>{{colonna}}
Aumento di 136:
Talento pesante 60.578,25 ''gr.<sup>mi</sup>''
leggiero 30.289, 125
Era questo il Talento che prima del {{Sc|Leheman}} valeva per la metrologia come la sola
forma del '''Talento ponderario babilonese'''.
Per il '''''Talento babilonese d’oro''''' sono gli
stessi valori ridotti di 1/6 perchè valgono solo
50 Stateri invece di 60 sul conto di una Mina
(La Mina d’oro ''leggiera'' forma, anche oggi,
la libbra russa di ''gr.<sup>mi</sup>'' 409,31).
Per il '''''Talento babilonese d’argento'''''.
Norma comune:
Talento pesante 65.490,00
leggiero 32.745,00
''gr.<sup>mi</sup>''
Norma regale:
Talento
pesante 68.764.50
leggiero 34.382,25
Aumento di I 24:
Talento
pesante 68.218,75
leggiero 34.109,375
Aumento di I 36:
Talento
pesante 67.309,17
leggiero 33.654.58
Quando nella metrologia si parla di Mina babilonese leggiera d’argento si tratta, di re gola, della norma elevata a I 36.
'''Talento ebraico''' o '''di Mosè'''. Il Talento degli Ebrei si spartiva in parti decimali e duo decimali e queste in altre decime e duodecime parti. Si divideva in 3000 ''Sicli'' come il ''Talento primitivo egizio'' e fu usato anche prima della cattività in Babilonia come peso sia per
l’oro che per l’argento. David dice a Salomone (Paralip. cap. 22): «''Ego in paupertate mea preparavi impensas domus Domini auri TALENTA centum millia et argenti mille milia TALENTORUM''»; e Giuseppe lo storico ne deduce: «et aurum multum preparavit et argen
tum decem miriades TALENTORUM hoc est cen
tum millia TALENTORUM». Nei LXX leggesi: «Ea dedit mulctam super terram centum TALENTA argenti et centum TALENTA auri». Si
diceva Talento regio o Kichar regium il Ta
lento in uso presso gli Ebrei al tempo dei re. Conteneva Mine regie 40 e Sicli sacri 2250
o Sicli reg. 3000 ovvero 9000 Dramme atti
che. Dopo la cattività gli Ebrei usarono il
''Talento grande alessandrino''.
Talento euboico. Era il Talento sessagesimale di Eubea, che sorse in Grecia dalla
Mina cinquantenale di ''gr.<sup>mi</sup>'' 436,60 e fu adot
tato in seguito da Solone per Atene; pesava
''gr.<sup>mi</sup>'' 26.197,00.
{{altraColonna}}
'''Talento italico'''. Si disse di quello in uso
nella Magna Grecia.
Talento monetario tolemaico. Era il Talento
fenicio leggiero di argento di ''gr.<sup>mi</sup>'' 21830,00.
Talento regio. Vedi Talento ebraico.
Talento romano. Fu mon. di conto corri
spondente a 100 Assi librali (Centupondium)
quindi del peso di ''gr.<sup>mi</sup>'' 27.300,00. Si divi
deva in 60 Mine da 455 ''gr.<sup>mi</sup>'' l’una, ed era
lo stesso che il Talento leggiero della norma
comune. Vedi Talento babilonese.
Talento siriaco. Era lo stesso Talento ori
ginario babilonese modificato in Siria (Fenicia)
solo nei rapporti della sua divisione.
Talentum auri e Talentum Denariorum. Ne
gli Statuti dell’Abbazia Pegav. anno 1308
si legge: «Pro septem marcis recipi debent sex
TALENTA DENARIORUM usualium». In altra
del 1271: «Unius TALENTI redditus in Stra
nais liber tradidi, sex videlicet solidorum red
ditus et LX DENARIORUM redditus». Carta del
1346: «Promittimus... condonare mille marcas
puri argenti ponderis wiennensis aut duo millia
TALENTA latorum DENARIORUM wiennensium,
et pro quocumque TALENTO sex pens. latorum
DEN. wienn.computando». In altra carta Talento
è detto per Fiorino. In altra «Unum TALEN
TUM AURI valens 7 Sol. tur.» (Ind. ms. dei
Benefici della Chiesa di Costanza foglio 54, e DCG.). Si trova anche '''Talentum''' per centum
pondus auri in un ms. della reggia di Fran
cia, ed anche per 50 lib.: «Ut si vita ac li
bertate velit potiri sexaginta auri TALENTA per
solvat, singulis TALENTIS quinquaginta libra
rum pondere appensis (OBERNO in Vita s. El
phegi, Arch. Cantuar., n. 28)». Fu usato an
che per marca nel diritto Sassone; e nello Spe
culum Saxonicum (lib. III) è uguagliato a
20 Soldi: «Equus, cum quo quis dominum
suum seguendo eidem inservit, TALENTO idest
20 Solidis coequatus».
'''''Talerus, Tallerus, Dalarus'''''. Vedi '''Tallero'''.
Talismanthaler. Si diede questo nome ad un
Tallero col s. Giorgio a cavallo, e con la di
citura BEIGOT - IST RATH - UND THAT, di David
di Mansfeld - Hinterort, coniato nel 1608.
'''Tallero, ''Tallero, Talerus''''', dal tedesco '''''Thaler'''''. Unità monetaria o moneta di argento unciale
che prende il nome da Joachimsthal in Boe
mia. I conti di Schlink col prodotto di quelle
miniere fecero per primi coniare una moneta d’arg. con l’immagine di s. Gioacchino
e che prese il nome di ''Joachimstaler'' ed anche
Lochenthaler quindi per abbreviazione '''''Taler''''' o
'''''Thaler'''''. Altri la derivano da Jocheimsthal in
Sassonia (DCG.). Fu generalizzata in tutte le
zecche di Germania e dell’Austria ed anche
imitata in Italia, specialmente per il commercio con l’estero, dalle zecche di Modena, Masserano, Firenze, Maccagno, Correggio, Vene-
{{fineColonna}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione|{{Sc|tallero alberto}}|— 504 —|{{Sc|tallero al s. giorgio}}}}</noinclude>{{colonna}}
zia, Retegno, Tassarolo, Ronco, Savoia ecc.
I Talleri presero tanti e variati nomi a seconda della zecca, del valore, della forma, delle
rappresentazioni, nonchè delle leggi monetarie e delle convenzioni ecc. La legge monetaria di Carlo V del 28 lug. 1551 stabilì che
il Tallero dovesse valere 72 Kreutzer come
valuta dell’impero. Nel 1838 un Congresso de
gli Stati Germanici a Dresda rimpiazzò i Kro
nenthaler (2 Fior. e 42 Kr.) con I Tallero da
I Fior. e 34, ed altro del 1857 lo ridusse
a I Fior. e 12 d’Austria. Dopo il 1871 si
creò in Germania il pezzo da 5 Marchi che
sostituì il Tallero. Gli antichi Talleri si spe
sero per 3 Marchi.
'''Tallero Alberto'''. Vedi '''Moneta Albert'''.
Tallero alla rosa. Coniato in Haguenau (Alsazia) nel 1666 dall’Imp. Leopoldo I, e che venne imitato in Italia (MRN., I, 489).
Tallero al leone (Leuwendaalder).
così chiamato il Tallero del Brabante che ha
FRISIA (Friesland) Edrard Christian e Iean.
Mezzo Tallero del 1504.
{{altraColonna}}
nel R/ un leone rampante, ovvero un cavaliere corazzato che sostiene uno scudo con il
leone. Fu creato dagli Stati confederati d’Olanda nella guerra contro Filippo IV di Spagna, con decreto del 27 ag. 1575 (argento
HAGUENAU (Alsazia) - Leopoldo I.
Tallero alla rosa del 1605 - rovescio.
27.684 ''tit.'' 750) valeva 35 Stuivers ov
gr.
vero I Fiorino e 15 Stuivers. Nel 1586 val.
I Fior. e 16 Stuiv., nel 1615 val. 2 Fiorini.
SVEZIA Cristina.
Quarto di Tallero del 1040.
OLANDA.
Tallero al leone Leuwendaalder) del 1084 - dritto.
BA
N
O
N
ES
NC
A
CH
ME
AGANI
HAGUENAU (Alsazia) - Leopoldo I.
Tallero alla rosa del 1665 - dritto.
Era
OLANDA.
Tallero al leone (Leuwendaalder) del 1684 - rovescio.
Fu imitato nelle zecche italiane di Sabbioneta, Maccagno, Bozzolo, Loano, Correggio
e Frinco. Vedi Ducatone d’Olanda.
'''''Tallero al s. Giorgio'''''. Coniato da Giorgio
d’Austria duca di Brabante nel 1550 per i
Paesi Bassi meridionali. Porta il s. Giorgio a
cavallo.
{{fineColonna}}<noinclude></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 152 CAPITOLO SESTO cresta, persuasi com'erano, che procedere verso il Congo fosse andar incontro a sicura morte. Con queste disposizioni d'animo, era naturale che mostrassero grande riluttanza a seguire S. A. R. verso Ovest. Il mattino del 15 Giugno, non v'erano a Bujongolo che nove Bakonjo, appena sufficienti, colle quattro guide ed il Botta, a portare il materiale da campo di S. A. R., ridotto alle cose indispensabili,...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>152
CAPITOLO SESTO
cresta, persuasi com'erano, che procedere verso il Congo
fosse andar incontro a sicura morte. Con queste disposizioni
d'animo, era naturale che mostrassero grande riluttanza a
seguire S. A. R. verso Ovest.
Il mattino del 15 Giugno, non v'erano a Bujongolo
che nove Bakonjo, appena sufficienti, colle quattro guide
ed il Botta, a portare il materiale da campo di S. A. R.,
ridotto alle cose indispensabili, ed i viveri per qualche
giorno. All' ultimo momento, i neri avanzarono ancora la
pretesa di ricevere la loro paga ogni giorno, e S. A, R.
dovette caricarsi d'un peso non indifferente di rupie.
Finalmente, verso le 8, mancando ogni altro pretesto
un sole rag-
a nuove dilazioni, si lasciava il campo con
giante, prendendo a salire il valloncino che abbiamo visto
aprirsi sul lato destro della valle Mobuku, presso a Bu-
jongolo. Procedendo ora su una riva, ora sull' altra del
torrentello, si giungeva al sommo del contrafforte, perve-
nendo ad una valle, dove scorre un torrente alimentato dai
ghiacciai meridionali del Kiyanja, quello ste che forma
la pittoresca cascata sul fianco destro de. pianoro di
Buamba. Presso la sommità della valletta, vi sono due
roccie sporgenti, ripari naturali simili a quelli di Kichuchu
e di Buamba.
Il suolo è tutto inzuppato dalle pioggie cadute nei
giorni precedenti, e dopo un'ora di cammino s'è bagnati
fino alle ossa, e coperti di fango. La marcia è faticosa,
perchè ad ogni pochi passi si scivola e si affonda nella
mota. I portatori, insospettiti dal paese ignoto dove s'è
diretti, vanno innanzi a malincuore, con una lentezza esa-
sperante. Già venti minuti dopo lasciato Bujongolo, s'erano
fermati, accendendo subito fuoco e pipe. Dopo un' altra
mezz'ora di cammino s'era da capo. Rispondevano alle<noinclude><references/></noinclude>
b6sx3y3lz0m9m11l8q0ah36kzn7po0u
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: La valle a occidente del Baker
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>La valle
a occidente del Baker<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: IL RUWENZORI 153 sollecitazioni accennando al ventre, alla testa, ai piedi od alle gambe, diventati sede di malori improvvisi. A peggiorare le cose, il tempo s'annebbia di nuovo, e si traversa la valle, tutta un pantano, fra seneci, lobelie muschi, fango e sassi, senza veder nulla. Per una facile salita, parte sulla parete, parte in una gola, si giunge fi- nalmente al colle spartiacque (*). Il Monte Stanley dal Colle Fre...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>IL RUWENZORI
153
sollecitazioni accennando al ventre, alla testa, ai piedi od
alle gambe, diventati sede di malori improvvisi.
A peggiorare le cose, il tempo s'annebbia di nuovo,
e si traversa la valle, tutta un pantano, fra seneci, lobelie
muschi, fango e sassi, senza veder nulla. Per una facile
salita, parte sulla parete, parte in una gola, si giunge fi-
nalmente al colle spartiacque (*).
Il Monte Stanley dal Colle Freshfield.
Tira una brezza tredda, ed i portatori corrono a cer-
care un riparo sottovento. Si è a 4326 m. sul mare e non
vi sono più piante arboree, ma solo licopodi, muschi, li-
cheni, e cespugli di semprevivi.
Il vento caccia le nebbie qua e là, scoprendo ora una
parte, ora l'altra del paesaggio. A Nord del colle si in-
(1) Colle Freshfield della carta.
20<noinclude><references/></noinclude>
2gifr9lf1jrl9naiy46bsc2rhpu9t1w
Pagina:Cicerone - Degli uffici, 1840.djvu/28
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" /></noinclude>
{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO II. }}
{{Ct|t=1|v=2|<i>Della deliberazione in pigliare il consiglio. </i>}}
Di tre parti adunque , come a Panezio
pare , è la deliberazione del pigliare il con-
siglio. Imperocché gli uomini dubitano , se
quello che eglino hanno a fare sia onesto
o brutto : e questo cade nella deliberazio-
ne ; e in considerar questo , spesso gli ani-
mi sono tirati in contrarie sentenze. E an-
cora o essi cercano , o essi consigliano alla
commodità e giocondità della vita , e alle
facoltà delle cose, e alle copie, alle abbon-
danze , e alla potenza ; colle quali cose e-
glino possouo giovare a sé e a' suoi : e se
quello fa utile, del quale eglino delibera-
no: la quale deliberazione tutta cade nella
ragione dell’ utilità.
E il terzo modo del disputare è , quando
quello che pare utile, pare che combatta con
quello eli’ è onesto. Imperocché conciosiaco-
sacchè T utilità paia a sé rapire , e l' onestà
pel contrario paia da sé rimuovere ; si fa
che l'Animo nel deliberare si divida , e ar-
rechi sollecitudine dubbiosa del pensare.
Digitized by Google<noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|8||}}</noinclude>
{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO II. }}
{{Ct|t=1|v=2|<i>Della deliberazione in pigliare il consiglio. </i>}}
Di tre parti adunque, come a Panezio
pare, è la deliberazione del pigliare il consiglio.
Imperocchè gli uomini dubitano, se
quello che eglino hanno a fare sia onesto
o brutto: e questo cade nella deliberazione;
e in considerar questo, spesso gli animi
sono tirati in contrarie sentenze. E ancora
o essi cercano, o essi consigliano alla
commodità e giocondità della vita, e alle
facoltà delle cose, e alle copie, alle abbondanze,
e alla potenza; colle quali cose eglino
possouo giovare a sè e a’ suoi: e se
quello fa utile, del quale eglino deliberano:
la quale deliberazione tutta cade nella
ragione dell’utilità.
E il terzo modo del disputare è, quando
quello che pare utile, pare che combatta con
quello eli’ è onesto. Imperocchè conciosiacosacchè
T utilità paia a sè rapire, e l’onestà
pel contrario paia da sè rimuovere; si fa
che l’Animo nel deliberare si divida, e arrechi
sollecitudine dubbiosa del pensare.<noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO II. }}
{{Ct|t=1|v=2|''Della deliberazione in pigliare il consiglio.''}}
Di tre parti adunque, come a Panezio pare, è la deliberazione del pigliare il consiglio. Imperocchè gli uomini dubitano, se quello che eglino hanno a fare sia onesto o brutto: e questo cade nella deliberazione; e in considerar questo, spesso gli animi sono tirati in contrarie sentenze. E ancora o essi cercano, o essi consigliano alla commodità e giocondità della vita, e alle facoltà delle cose, e alle copie, alle abbondanze, e alla potenza; colle quali cose eglino possono giovare a sè e a’ suoi: e se quello fa utile, del quale eglino deliberano: la quale deliberazione tutta cade nella ragione dell’utilità.
E il terzo modo del disputare è, quando quello che pare utile, pare che combatta con quello ch’è onesto. Imperocchè conciosiacosacchè l’utilità paia a sè rapire, e l’onestà pel contrario paia da sè rimuovere; si fa che l’Animo nel deliberare si divida, e arrechi sollecitudine dubbiosa del pensare.<noinclude></noinclude>
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Il Ruwenzori/Capitolo sesto
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<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|6||}}</noinclude>
Ma comune cosa è di tutti gli animali l’appetito
della congiunzione, per cagione del
procreare; e alcuna cura di quelle cose,
le quali sono state da loro procreate. Ma
tra l’uomo e la bestia è singolarmente questa
differenza, che la bestia tanto si muove,
quanto dal senso essa è mossa; a quello eh e
presente, e a quello che l’è innanzi si accomoda,
poco avvedentesi del preterito e
del futuro: ma l’uomo, perchè egli è partecipe
della ragione, per la quale egli vede
le cose conseguenti, e conosce le cagioni
delle cose, e i progressi di quelle, e quasi
sa quelle cose le quali innanzi vadano, e
agguaglia le similitudini, e alle cose presenti
aggiugne e annoda le future; facilmente
vede il corso di tutta la vita, e al
governo di quella egli apparecchia le cose
necessarie. Questa medesima natura colla
iorza della ragione concilia l’uomo all’uomo,
alla compagnia e del parlare e della
vita: e ingenera, traile prime cose, uno precipuo
amore in coloro, i quali sono stati
procreati,• e commuovegli che le brigate
degli uomini vogliano essere insieme, e tra
se ricercarsi. E per queste cagioni tali ra<noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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Ma comune cosa è di tutti gli animali l’appetito
della congiunzione, per cagione del
procreare; e alcuna cura di quelle cose,
le quali sono state da loro procreate. Ma
tra l’uomo e la bestia è singolarmente questa
differenza, che la bestia tanto si muove,
quanto dal senso essa è mossa; a quello eh e
presente, e a quello che l’è innanzi si accomoda,
poco avvedentesi del preterito e
del futuro: ma l’uomo, perchè egli è partecipe
della ragione, per la quale egli vede
le cose conseguenti, e conosce le cagioni
delle cose, e i progressi di quelle, e quasi
sa quelle cose le quali innanzi vadano, e
agguaglia le similitudini, e alle cose presenti
aggiugne e annoda le future; facilmente
vede il corso di tutta la vita, e al
governo di quella egli apparecchia le cose
necessarie. Questa medesima natura colla
iorza della ragione concilia l’uomo all’uomo,
alla compagnia e del parlare e della
vita: e ingenera, traile prime cose, uno precipuo
amore in coloro, i quali sono stati
procreati,• e commuovegli che le brigate
degli uomini vogliano essere insieme, e tra
se ricercarsi. E per queste cagioni tali ra<noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|10||}}</noinclude>Ma comune cosa è di tutti gli animali l’appetito della congiunzione, per cagione del procreare; e alcuna cura di quelle cose, le quali sono state da loro procreate. Ma tra l’uomo e la bestia è singolarmente questa differenza, che la bestia tanto si muove, quanto dal senso essa è mossa; a quello eh e presente, e a quello che l’è innanzi si accomoda, poco avvedentesi del preterito e del futuro: ma l’uomo, perchè egli è partecipe della ragione, per la quale egli vede le cose conseguenti, e conosce le cagioni delle cose, e i progressi di quelle, e quasi sa quelle cose le quali innanzi vadano, e agguaglia le similitudini, e alle cose presenti aggiugne e annoda le future; facilmente vede il corso di tutta la vita, e al governo di quella egli apparecchia le cose necessarie. Questa medesima natura colla iorza della ragione concilia l’uomo all’uomo, alla compagnia e del parlare e della vita: e ingenera, traile prime cose, uno precipuo amore in coloro, i quali sono stati procreati,• e commuovegli che le brigate degli uomini vogliano essere insieme, e tra se ricercarsi. E per queste cagioni tali ra-<noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" /></noinclude>II
gunate si studiano trovare e acquistare quelle
cose, le quali sovvengono al vivere, e al
vestire , e al governarsi ; e non solamente a
sè solo , ma alla moglie , a’ figliuoli , e a
tutti quegli altri , i quali esse abbino cari ,
e debbino difendere. La quale cura desta
ancora gli animi , e fagli maggiori al fare
le cose.
E tra le prime cose nell’ uomo , è pro-
pria cosa il cercare e T investigare il vero.
E così quando noi siamo voti di necessarie
cure e faccende, allora noi desideriamo ve-
dere qualche cosa , e udire , e imparare ;
e stimiamo che la cognizione delle cose o
occulte o mirabili, sia necessaria al vivere
beatamente. Per la qual cosa s’intende , che
quello che è vero e semplice e puro , è attis-
simo alla natura dell’ uomo.
A questa cupidigia del vedere il vero è
aggiunto un certo desiderio del principato;
che l’ animo bene informato dalla natura
non voglia ubbidire ad alcuno , se non a
jhi insegna o ammaestra, o, per cagione
di suo utile, legittimamente comanda e con
giustizia. Della qual cosa è la grandezza del-
l' anima , e lo spregiare le cose umane.
Digitized by Google<noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
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gunate si studiano trovare e acquistare quelle
cose, le quali sovvengono al vivere, e al
vestire, e al governarsi; e non solamente a
sè solo, ma alla moglie, a’ figliuoli, e a
tutti quegli altri, i quali esse abbino cari,
e debbino difendere. La quale cura desta
ancora gli animi, e fagli maggiori al fare
le cose.
E tra le prime cose nell’uomo, è propria
cosa il cercare e T investigare il vero.
E così quando noi siamo voti di necessarie
cure e faccende, allora noi desideriamo vedere
qualche cosa, e udire, e imparare;
e stimiamo che la cognizione delle cose o
occulte o mirabili, sia necessaria al vivere
beatamente. Per la qual cosa s’intende, che
quello che è vero e semplice e puro, è attissimo
alla natura dell’uomo.
A questa cupidigia del vedere il vero è
aggiunto un certo desiderio del principato;
che l’animo bene informato dalla natura
non voglia ubbidire ad alcuno, se non a
jhi insegna o ammaestra, o, per cagione
di suo utile, legittimamente comanda e con
giustizia. Della qual cosa è la grandezza dell’
anima, e lo spregiare le cose umane.<noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||11}}</noinclude>gunate si studiano trovare e acquistare quelle cose, le quali sovvengono al vivere, e al vestire, e al governarsi; e non solamente a sè solo, ma alla moglie, a’ figliuoli, e a tutti quegli altri, i quali esse abbino cari, e debbino difendere. La quale cura desta ancora gli animi, e fagli maggiori al fare le cose.
E tra le prime cose nell’uomo, è propria cosa il cercare e T investigare il vero. E così quando noi siamo voti di necessarie cure e faccende, allora noi desideriamo vedere qualche cosa, e udire, e imparare; e stimiamo che la cognizione delle cose o occulte o mirabili, sia necessaria al vivere beatamente. Per la qual cosa s’intende, che quello che è vero e semplice e puro, è attissimo alla natura dell’uomo.
A questa cupidigia del vedere il vero è aggiunto un certo desiderio del principato; che l’animo bene informato dalla natura non voglia ubbidire ad alcuno, se non a chi insegna o ammaestra, o, per cagione di suo utile, legittimamente comanda e con giustizia. Della qual cosa è la grandezza dell’anima, e lo spregiare le cose umane.<noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|12||}}</noinclude>Ma nè quella è piccola forza della natura
e della ragione, che solo questo animale
conosce che cosa sia ordine, e che
cosa sia quella la quale si confà ne’ detti
e ne’ fatti, e che è misura. E così nessuno
altro animale conosce la bellezza e la pulitezza
di quelle cose, le quali sono conosciute
per l’aspetlo, nè la convenienza delle
parti. La qual similitudine, la natura e la
ragione dagli occhi trasferendo allonimo,
molto più ancora stima dovere esser conservata
la bellezza, e la costanza, e l’ordine
ne’ consigli e ne’ fatti: e guardasi che
nessuna cosa esso faccia effeminatamente,
e con isconvenienza: e ancora che cosa non
faccia, o non pensi alcuna cosa libidinosamente,
nè in tutti i fatti, e in tutte le
opinioni. Per le quali cose si congrega e
fassi quell’onesto, che noi cerchiamo: il
quale se non fosse nobilitato, nientedimeno
sarebbe onesto: e quello che in verità noi
diciamo, che benchè da nessuno egli fosse
lodato, nientedimeno egli per natura sarebbe
laudabile.<noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|12||}}</noinclude><nowiki />
Ma nè quella è piccola forza della natura e della ragione, che solo questo animale conosce che cosa sia ordine, e che cosa sia quella la quale si confà ne’ detti e ne’ fatti, e che è misura. E così nessuno altro animale conosce la bellezza e la pulitezza di quelle cose, le quali sono conosciute per l’aspetlo, nè la convenienza delle parti. La qual similitudine, la natura e la ragione dagli occhi trasferendo allonimo, molto più ancora stima dovere esser conservata la bellezza, e la costanza, e l’ordine ne’ consigli e ne’ fatti: e guardasi che nessuna cosa esso faccia effeminatamente, e con isconvenienza: e ancora che cosa non faccia, o non pensi alcuna cosa libidinosamente, nè in tutti i fatti, e in tutte le opinioni. Per le quali cose si congrega e fassi quell’onesto, che noi cerchiamo: il quale se non fosse nobilitato, nientedimeno sarebbe onesto: e quello che in verità noi diciamo, che benchè da nessuno egli fosse lodato, nientedimeno egli per natura sarebbe laudabile.<noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||13}}</noinclude>{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO IV.}}
{{Ct|t=1|v=2|<i>Belle quattro virtù, onde nascono gli uffici.</i>}}
Tu, o Marco, ora vedi la forma di essa
onestà: la quale se cogli occhi fosse veduta,
maravigliosi amori, come disse Platone,
commoverebbe. Ma ogni cosa che è
onesta, quella nasce da alcuna delle quattro
parti: imperocchè o esso onesto si rivolta
nel ragguardamento del vero, e nella
sollecitudine di quello; o in difendere la
compagnia umana, e nell’attribuire a ciascuno
il suo, e nella fede delle cose contrattate
5 o nella grandezza e fortezza dell’animo
invitto ed eccelso; o nell’ordine e
modo di tutte le cose, le quali si fanno o
diconsi, nel quale è la modestia e la temperanza.
Le quali quattro cose, benchè tra loro
sieno avviluppate e collegate, nientedimeno
di ciascuna per sè nascono certe ragioni
di uffici. Come, da quella parte la quale
prima fu descritta, nella quale noi pogniamo
la sapienza e la prudenza, in quella
dentro è il cercare e il trovare la verità:<noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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text/x-wiki
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{{Ct|t=1|v=2|''Belle quattro virtù, onde nascono gli uffici.''}}
Tu, o Marco, ora vedi la forma di essa onestà: la quale se cogli occhi fosse veduta, maravigliosi amori, come disse Platone, commoverebbe. Ma ogni cosa che è onesta, quella nasce da alcuna delle quattro parti: imperocchè o esso onesto si rivolta nel ragguardamento del vero, e nella sollecitudine di quello; o in difendere la compagnia umana, e nell’attribuire a ciascuno il suo, e nella fede delle cose contrattate; o nella grandezza e fortezza dell’animo invitto ed eccelso; o nell’ordine e modo di tutte le cose, le quali si fanno o diconsi, nel quale è la modestia e la temperanza.
Le quali quattro cose, benchè tra loro sieno avviluppate e collegate, nientedimeno di ciascuna per sè nascono certe ragioni di uffici. Come, da quella parte la quale prima fu descritta, nella quale noi pogniamo la sapienza e la prudenza, in quella dentro è il cercare e il trovare la verità:<noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|14||}}</noinclude>
e di queste virtù questo è il proprio dono.
Imperocchè come ciascuno massimamente
conosce quello, che in ciascuna cosa sia verissimo,
e il quale acutissimamente e bene
può e vedere e sviluppare la ragione, costui
rettamente suol essere tenuto prudentissimo
e saviissimo. Per la qual cosa a costei
è suggetta la verità, quasi materia la
quale essa tratti, e nella quale essa si rivolghi.
Ma alle altre tre, che restano, sono preposte
le necessità all’acquistare e al difendere
quelle cose, nelle quali è contenuto
il governo della vita; acciocchè e la congiunzione
e la compagnia degli uomini sia
conservata; e l’eccellenza e grandezza dell’animo
riluca, sì nell’accrescere le abbondanze,
e nell’acquistare l’utilità e a sè e
a’ suoi; sì molto più nello spregiare quelle.
Ma l’ordine, e la costanza, e la moderazione,
e altre cose le quali sono simili a
queste, si rivoltano in quella ragione, alla
quale debba essere dato un certo fare, e
non solamente il rivoltare la mente. Imperocchè
quando noi aggiugneremo un certo
modo e ordine alle cose, le quali sono trat<noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|14||}}</noinclude>e di queste virtù questo è il proprio dono.
Imperocchè come ciascuno massimamente conosce quello, che in ciascuna cosa sia verissimo, e il quale acutissimamente e bene può e vedere e sviluppare la ragione, costui rettamente suol essere tenuto prudentissimo e saviissimo. Per la qual cosa a costei è suggetta la verità, quasi materia la quale essa tratti, e nella quale essa si rivolghi.
Ma alle altre tre, che restano, sono preposte le necessità all’acquistare e al difendere quelle cose, nelle quali è contenuto il governo della vita; acciocchè e la congiunzione e la compagnia degli uomini sia conservata; e l’eccellenza e grandezza dell’animo riluca, sì nell’accrescere le abbondanze, e nell’acquistare l’utilità e a sè e a’ suoi; sì molto più nello spregiare quelle. Ma l’ordine, e la costanza, e la moderazione, e altre cose le quali sono simili a queste, si rivoltano in quella ragione, alla quale debba essere dato un certo fare, e non solamente il rivoltare la mente. Imperocchè quando noi aggiugneremo un certo modo e ordine alle cose, le quali sono trat-<noinclude></noinclude>
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Pagina:Cicerone - Degli uffici, 1840.djvu/35
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Alex brollo
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/* new eis level1 */
3843730
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||15}}</noinclude>
tate nella vita, noi conserveremo la convenienza
e l’onestà.
{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO V.}}
{{Ct|t=1|v=2|<i>Della Prudenza.</i>}}
De’ quattro luoghi, ne’ quali noi abbiamo
diviso la natura e la forza dell’onesto, quello
primo, il quale sta nella cognizione del vero,
massimamente tocca la natura umana.
Imperocchè tutti siamo tirati e siamo menati
alla cupidigia della cognizione e della
scienza; nella quale noi stimiamo esser cosa
bella eccellere: ma trascorrere, errare,
essere ingannato, e non sapere, noi diciamo
essere cosa trista e brutta. In questa ragione
naturale e onesta, due vizi debbono
essere schifati: l’uno, che noi non abbiamo
le cose incognite per le conosciute; il
qual vizio chi lo vorrà fuggire (ma tutti
debbono volere) aggiugnerà, al considerare
le cose, tempo e diligenza. L’altro vizio è,
che alcuni mettono troppo grande studio,
e troppo molta opera nelle cose oscure e
malagevoli, e nientedimeno non necessarie.
Szed by Google<noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||15}}</noinclude><section begin="s1" />tate nella vita, noi conserveremo la convenienza e l’onestà.<section end="s1" />
<section begin="s2" />
{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO V.}}
{{Ct|t=1|v=2|''Della Prudenza.''}}
De’ quattro luoghi, ne’ quali noi abbiamo diviso la natura e la forza dell’onesto, quello primo, il quale sta nella cognizione del vero, massimamente tocca la natura umana. Imperocchè tutti siamo tirati e siamo menati alla cupidigia della cognizione e della scienza; nella quale noi stimiamo esser cosa bella eccellere: ma trascorrere, errare, essere ingannato, e non sapere, noi diciamo essere cosa trista e brutta. In questa ragione naturale e onesta, due vizi debbono essere schifati: l’uno, che noi non abbiamo le cose incognite per le conosciute; il qual vizio chi lo vorrà fuggire (ma tutti debbono volere) aggiugnerà, al considerare le cose, tempo e diligenza. L’altro vizio è, che alcuni mettono troppo grande studio, e troppo molta opera nelle cose oscure e malagevoli, e nientedimeno non necessarie.<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Pagina:Cicerone - Degli uffici, 1840.djvu/36
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Alex brollo
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3843731
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|16||}}</noinclude>
Ma, schifati questi vizi, ciò che di cura e
di opera sarà posto nelle cose oneste e degne
di cognizione, quello sarà ragionevolmente
lodato. Come in astrologia noi abbiamo odito
aver fatto Caio Sulpicio; e in geometria
conoscemmo fare Sesto Pompeo; e
molti in loica; e più in ragion civile: le
quali arti tutte consistono nell’investigazioni
del vero; per lo studio del quale, rimuoversi
dal fare le faccende, è contro all’ufficio.
Imperocchè ogni loda di virtù consista
nel faccimeuto: dal quale nientedimeno
spesso si fa intermissione, e molte ritornate
sono date agli studi. Ancora il commovimento
della mente, il quale mai non
si riposa, può contenere noi negli studi
del pensare, ancora senza nostra opera. Ma
ogni pensiero e movimento di animo sarà
rivolto, o nel pigliare i consigli delle cose
oneste, e appartenenti al bene e beatamente
vivere, o negli studi della cognizione
e della scienza. E già noi abbiamo detto,
della prima fonte dell’ufficio.<noinclude></noinclude>
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Pagina:IlSessismoNellaLinguaItaliana.pdf/113
108
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Paperoastro
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Paperoastro" /></noinclude>{{indentInverso}}
{{Wl|Q128126|{{Sc|Levi-strauss}}, Claude}} (1936) «Les Bororo» in ''Journal de la Société des Americanistes'', Tome XXVIII.
{{Wl|Q76138809|{{Sc|Martina}}, Wendy}} (1978), «What Does He’ Mean? Use of the Generic Masculine», in ''Journal of Communication'', 28 (1), 1978.
{{Sc|Martina}}, Wendy (1980), «Beyond the ’He/Man’ approach: The Case for Nonsexist Language» in ''Signs'' 5 (3), 1980. The University of Chicago Press: Chicago.
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Grammatiche Italiane BATTAGLIA, Salvatore, PERNICONE, V. (1951) La Grammatica Italiana, Loescher: Torino.
DARDANO, Maurizio, TRIFONE, P. (1983) Grammatica Italiana, Zanichelli: Bologna.
FORNACIARI, Raffaello, (1879) Grammatica Italiana dell’uso moderno Firenze.
MARCHESE, Angelo & SARTORI, Attilio (1970), Il segno e il senso, Gramatica moderna, Principato: Milano.
MARCHI, Cesare (1984), Impariamo l’italiano, Rizzoli: Milano.
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{{Wl|Q16326177|{{Sc|Rossi}}, Rosa}} (1978), ''{{TestoAssente|Le parole delle donne}}'', Editori Riuniti: Roma.
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{{Wl|Q295012|{{Sc|Searle}}, John R.}} (1969), ''Speech Acts: An Essay in the Philosophy of Language'', Cambridge University Press: Cambridge, Mass.
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{{Sc|Mc Graw-Hill}} Book Company, N. Y. ''Guidelines for Equal Treatment of the Sexes in McGraw-Hill Pubblications'' (senza data).
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{{AutoreIgnoto|{{Sc|Medici}}, Mario}}: ''{{TestoAssente|Nuovi Mestieri e Nuove Professioni}}'' (1967), Armando Armando ed. Roma.
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'''''Grammatiche Italiane'''''
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Il Libro dei Re/Il re Khusrev/I/3/XVII
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Alex brollo
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Porto il SAL a SAL 75%
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Ilpanettiere
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Ilpanettiere" /></noinclude> '''POLINICE'''
Miglior d'assai; nè il cor da esiglio lungo
Aver può guasto mai quanto il Fratello
Da regnar lungo: in lui tutto si volga
Il nostro lagrimar.
''Giocasta''
Miglior d’ assai?
Tu’l dì: ma pur del filial rispetto
Finor non veggio a par di lui spogliarsi
Eteocle: ei non m’ha straniera! Nuora,
Senza il mio assenso, data; e non di Tebe
Cerchi i nemici; e non.....
''Antigone.''
Madre, l'avversa
Sorte, ed i lunghi errori, ed i negati
Patti Eteocle non patì: tra poco
Tel vedrai tu, qual più virtude s'abbia,<noinclude><references/></noinclude>
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Autore:Ermanno Arslan
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Carlomorino
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{{Autore
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| Cognome = Arslan
| Attività = archeologo/numismatico
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== Opere ==
* ''Monetazione di età longobarda nel Mezzogiorno ''
* ''Monetazione aurea ed argentea dei Brettii''
* ''Le monete di San Zeno a Campione d'Italia''
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Categoria:Morti nel 2026
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Carlomorino
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Categoria:Guerra di successione spagnola
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Categoria:Morti a Campagnano di Roma
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Carlomorino
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Alex brollo
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Categoria:Guerra austro-turca (1683-1699)
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{{Vedi anche Wikipedia|Guerra austro-turca (1683-1699)}}
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|75}}</noinclude>dere il ballo Catalano, sin tanto col ritorno delle Dame di Corte, ch’erano andate a Palaggio a cenare, lo fecero cessare, e si ricominciò il ballo alla Francese, al quale diede principio la Strafoldi, Dama Alemana, la più bella, che tiene la Reina, la quale dopo cavò il Re a ballare, che prese poi la Reina, ballando unitamente. A dire la verità il Re balla assai bene, però la Reina non ha uguale, mentre balla con perfezione, grazia, e leggiadria, accompagnando nell’istesso tempo un portamento Maestoso. Finito il ballo, ordinò il Re al Sig. Conte di Galves, che lo continuasse, il quale prese la Figlia del Sig. Principe Antonio di Lieteinstein nominata la Principessa Carlina, la quale cavò fuori il Re, e questo la Sig. D. Maria Anna Pignatelli. In appresso una Dama Catalana di Casa Fluvias prese il Re, e questo la Strafoldi, e venendo a ballare in appresso la Sig. Contessa Stella, questa cavò di nuovo il Re a ballare; e finito il ballo, seguitarono gl’altri, ed in appresso una Dama di Corte, chiamata la Sig. Contessa Stodel, cavò di nuovo al ballo il Re, come fece, poi di bel nuovo la detta Sig. D. Maria Anna, anche Dama di Corte; cavandolo per la settima volta la Signora Contessa Ma-<noinclude>{{PieDiPagina|||la-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/96
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|76|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>ladain; in modo che il Re ballò quattordeci Minuette, e con tutto ciò due Dame Catalane lo convitarono di ballare di nuovo alla Catalana, obligandolo colle preghiere ad uscire, benche si scusasse di non saperne; continuando poi detto ballo con due altre Dame. Il Re sempre fu in piedi col cappello in mano, sino ad un’ora doppo mezza notte. Quando s’alzava la Reina, si ponevano in piedi le Dame; essendovene state da 200. perche ogni Madre condusse le figlie: le loro vesti non erano molto pompose, ma con una coda ben lunga, ed il capello sciolto per la parte di dietro detto Cairil.<section end="s7" />
<section begin="s8" />{{Ct|t=1|v=1.6|w=0.5em|f=110%|{{Type|l=0.8em|CA}}P. VIII.}}
{{Ct|v=1.5|''Si continua il Giornale di Barcellona.''}}
{{Capolettera|N}}El 9. si rappresentò la {{TestoAssente|Zenobia in Palmira|Zenobia in Palmiera}} nel Regio Teatro, recitandovi la Lapparini da Zenobia, e d’Aspasia la Cioccioli. E nell’11. per la Festa di S. Eularia, Sua Maestà postosi a cavallo fu a tener Cappella nel Vescovato. La sera vi fu ballo in Palaggio, ballando il Re, e la Reina.
Nel giorno de’ 12. seguì il sponsalizio del<noinclude>{{PieDiPagina|||del{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Aggiunta a' viaggi di Europa/Parte prima/Cap. VII
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Modafix
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{{Qualità|avz=75%|data=3 giugno 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|Parte prima]] - Cap. VII|prec=../Cap. VI|succ=../Cap. VIII}}
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Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/9
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Ilpanettiere
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Ilpanettiere" /></noinclude>{{Centrato|'''GLI EDITORI'''
A CHI LEGGE}}
Chiunque si faccia attentamente a considerare la tendenza del secolo in cui viviamo e ad osservare come l'istruzione sia ormai divenuta un vero bisogno per tutte le classi della società, si convincerà di leggieri non potersi far cosa più utile all'universale, del diffondere quelle opere che offrono quasi un compendio di tutto l'umano sapere, e sono, per così dire, la statistica dell'incivilimento. -- I grandi passi che le nazioni hanno fatto dopo la stupenda invenzione della stampa, sia per la facilità sempre crescente di conoscere tutto ciò che la mente dell'uomo va meditando e il suo ingegno discoprendo, in ogni parte del globo, sia per le relazioni di fraternità che, quasi naturale effetto della comunicazione delle idee, si sono venute fra i varii popoli ampliando, non sono mai stati cotanto sensibili quanto in questi ultimi tempi nei quali il lungo riposo di una fortunata pace fu in ciò specialmente rivolto a benefizio dell'umanità, che vi si diede opera a spandere ogni sorta d'istruzione e a gettare così i fondamenti di un migliore avvenire. -- La stampa che si può giustamente dire essere stata la principale operatrice di di una gran parte di quel ben essere, qualunque siasi, di cui ci è dato godere, doveva tuttavia per la sua stessa natura, dopo essere stata causa d'incivilimento, produrre l'inevitabile effetto di moltiplicare in siffatta guisa le produzioni dell'intelletto umano, da generare una specie di confusione in chi, non consacrandosi unicamente e di proposito ad un ramo speciale di scienza, volesse abbracciare un più vasto campo di cognizioni utili, e vedere sino a qual punto l'uomo abbia progredito nelle molteplici sue speculazioni sul buono e sul bello, ossia nelle sue investigazioni del vero. -- Cresciuta così oltre ogni credere la massa delle opere su tutte le parti dello scibile, e vedutasi la difficoltà di trovare in un sì avviluppato labirinto un filo che conducesse a una pronta cognizione di quelle cose che o sono indispensabili nell'uso giornaliero della vita o non si possono senza vergogna ignorare dalle persone che bramano aver riputazione di educante, fu chi pensò a raccogliere in Dizionari Enciclopedici di maggiore o minor estensione, secondo il fine che altri si proponeva, tutte le parti delle varie scienze e in generale tutte le umani cognizioni, delle quali già si era col medesimo scopo venuto compilando un gran numero di Dizionari Speciali. -- Utile e lodevole cosa fecero senza dubbio coloro che posero mano a simili compilazioni, mercè le quali fu dato di aggirarsi, con molto maggior facilità che per l'addietro non si potesse, nell'immenso mare dell'umano sapere, e di riconoscere in ogni parte i confini sino ai quali l'ingegno dell'uomo aveva spinto le sue perlustrazioni e le sue scoperte . Ma queste collezioni, comechè giovassero a spargere un'istruzione generale, non potevano agevolmente andare per le mani di tutti, né erano compilate in un modo da porgere un pascolo abbondante e vario, e soprattutto adatto alla genialità dei lettori, imperciocchè o troppo diffusamente si stendevano nelle parti scientifiche in guisa da diventare veri trattati su ciascuna materia, invece di limitarsi a darne compendiosamente l'essenza, o trascrivevano la maggior parte delle cose più usuali e più necessarie a sapersi, quasi che la dignità non permettesse loro di discendere a soggetti volgari. Così dividendo soverchiamente gravi e per la mole e per le materie trattate, l'utilità loro scemava in proporzione degli sforzi medesimi che si erano fatti per più ampiamente istruire, onde ne veniva che erano rilegate negli scaffali delle<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:I rappresentanti del Piemonte e d'Italia.djvu/246
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Carlomorino
42
Gadget AutoreCitato
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>{{Colonna}}
1860 (legislatura VII) e vi rappresentò il ligure
collegio di Voltri, cbe lo rielesse anche nella legislatura seguente (VIII). Nel corso poi della IX tmWf gli elettori del collegio di Osierit ette Io fean
icJcTc &a i ra|>picxiit.tnii liclKiiutìoncVoiò
•tìi punita ntolsicrì^c di destra e si Tcce livore^fiiaaeue
notiirc per U perirla ditnootrata sopra•BBi
BcIIc quisiìoni t-cooomkbe.
'''Castelli Federico''', dottore in scìenze naturali,
ttfpTKivn’ù ti coUcgio di Levante alla Cainiita iuStatà.
dei ilcpuutì nel corso della tX legislattmi e
bce (tane della magiiÌDraaEa di destra.
Castelli Francesco, rrappresentante del collegio
meridionale di Vasto nelle legislature X, XI
e XII, appartenne al centro destra dell’Assemblea
■wQitiIe elettiva. Fra i voti di luì ricorderò
fMlIo contrario ai prorredinienti iinaniìari propoli
Del 187; dil niinistcTo Lanca-Sclla.
'''Castelli Luigi''', di baronale famiglia, dedicatoai
allo studio della gturl4pnul<.-nu entrò nella carriera
della magistratura, e per la dottrina e t’tngegn»
ul: in enki ai più alti gradi, come sono quelli di
onttlgUere di Corre d*appello e di caisaiion;. Il
nO^io di Rho to ebbe a proprio rapprcienianic
i^’A’a.TDblca elettiva nel corso della VII, Vili e
l:-:-iUdtur3. Nella XI fu eletto deputato dal XII
c-ar.io di Napoli,nu tale elezione renne,.in cauta, ^tne^oIaritA, anooIUu il 19 dkembre 1870. Uomo
d» godi di Rtolta riptiiaiionc alla Camera, icdcttu
al tei’io.’ nella quistiooc delle adunaiiEC popolari
MCÒ contro il governo, gli votA invece a favori;
npostto della taiìa sulla rcodìia.
'''Castelli Michelangelo''' nacque a Racconigi e
si addottorò in legge. Nutrendo propòtiti patriot
io petto, panccipO ai moti clic pi epararono 1»; fii redattore del KiiorgimtMlo e fin dalla I
legislatura del Parlamento subalpino feee parte della
Camera dei deputati, avendovclo detto il eolle^o di
nella II legislatura surrogò La MarmAn
nella rappresentanza del patrio collegio dì Racconigi, che fu rapprcsenUto da luì eziandio atlU IIJ, IV e V legislatura. Nel cono della IV, per la molta stima in cui lo lencvana i suoi coilct;hÌ, fu clctiu fra i segretari dell’ufficio di prcsldcnia. Durante poi la successiva VI furono gli elettori di Boves che affi-
{{altraColonna}}
darongli il mandato di rappresentarli. In b«oca«rciju dei servigi resi alla patria, fu eoo dccrtto
reale Dotniiuto xtutorc del r^no il 29 febbraio
i86u ed a^suDEO al cospicuo ufficio di prìnto scgrctaiia
del Graa Magiitcro dell’Ordini: dei Suiti
Maurino e Lauaro. £ mono da qualche anno.
'''Castelli Odoardo''' nacque in Torino e >ccIk
per propria li carriera delia nusiuratura. ndJii
qnale ragghuiH) eicvaiinimi gradi. Tenero delle patrie
libertik, nelle dciìoiii politiche del 1860 (legislatura
VII) fn dagli elettori del collegio di Alet
nominato a proprio deputato aUa Camera. Cesso
nondimeno di lame parte dopo sorteggio, eccedendo
t! numero dei deputati magistrati quello stabilito
dal rcgoLanKtiio dell’Assem bica. Ma fauno appresto,
e prccisamenic il 10 oorembrc fu con decreto reale
compreso nel novero de! senatori del regno. Non
vi fu nell’aula senatoria discassionc tniportinie a
cui egli non prendeste parte, arrecandovi l’utile
concono de’ suol lumi e della sua lunga cipcricnu.
Intenticene generale di polida a Genova, diilmpegnù
con tanta piudenia, con tanto coraggio siffatto maUgevole
ullicio the Pier Dionigi Pinelli, chiamato
a reggerei! ministero deiririiemo da Cado Alberto,
lo ì-olle alla dJreiione d^lla sicLire.t2a pubblica. Dopo
varie delicate missioni adeinpiute, fu promosso ad
avvocato fiscale generale presso U Corte d’appello
di Cagliari e per qtiattr’anni tciioc con lode grandìs*
sima codesto arduo ulEcìo. Pa»& poi coosiglicrc della
Corte d’appello di Genova, poi presidente della Corte
d’appello di Casale e da u’timo collo suiso grada a
Torino. Oucsio cinadino e magistrato integcrrinM
(less* di vivere il a8 novembre iSjj.
Castelnuovo Giovanni Giacomo. barone.
Slittilo l’artt; salutare in cui, du|>o esserli laureato,
divenne eccellente, sicché fu nominato medico di
S’jn MactiA e Reale Famiglia. Rappresentante del
collegio di Vittorio alla Camera naiionale dei deputati
d’Jrante U XI e XII legislatura, stette schieralo
n:Ilc lilc dei deputati mmislcrìali di destra.
'''{{AutoreCitato|Benedetto Castiglia|Castiglia Benedetto}}''' nacque a Palermo e s’incamminò per la carriera del foro. Amante di libertà che non poteva godere in patria, esulò a Parigi. Là scrisse, fra le altre cose, alcuni originalissimi commenti a {{AutoreCitato|Dante Alighieri|Dante}} e si dedicò alla filosofia, alla
{{fineColonna}}<noinclude><references/></noinclude>
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Il Libro dei Re/Il re Khusrev/I/3/XIX
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Alex brollo
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Alex brollo
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Civvì
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Civvì" />{{RigaIntestazione|278|{{sc|memorie storiche di arona}}}}</noinclude>quindi ritorna all’Ossola, che concatena lo stradale del Sempione, della Svizzera e della Francia. Nei giorni di martedì, venerdì e domenica una diligenza celere erariale austriaca viene e ritorna il giorno in seguito per Milano. Ora (1845) si è messa in azione una diligenza quotidiana, che giungendo da Torino per la strada di Biella, riparte lo stesso giorno. Così non solo le comunicazioni epistolari, ma anche le personali sono assicurate in modo stabile e pronto pel favore dei buoni stradali e del progresso delle industrie commerciali. Questi movimenti apportano al paese un’incessante operosità negli abitanti, ed un continuo concorso di estere persone; vantaggio di cui ne è la prima sorgente la topografica sua situazione.
Queste pubbliche imprese, che in differente modo alimentano gran parte della classe bisognosa, mentrecchè
erano desideratissime, riscossero anche l’attenzione e l’impegno dei rettori del pubblico per favorirle nel più possibile nodo. La strada dalla parte più bassa del paese, siccome la più frequentata da siffatti movimenti, meritava una riforma confacente all’uso a cui era destinata. La spesa era di qualche entità per poterla ridurre convenientenente lastricata a pietre di granito nella parte battuta dal carreggio, e per operarvi i condotti sotterranei per lo sfogo delle pioggie sino al lago. Si pensò al mezzo onde far danaro, e sortì più felice di quello che si fosse immaginato. Possedeva il comune l’ampio terreno gerbido
denominato la ''Riviera'', stato quasi tutto formato dalle piene del torrente Vevera che vi scorre sopra, come la stessa sua conformazione lo dimostra, destinato da antico tempo al pascolo pubblico degli armenti del territorio, che per questo bisogno era sovrabbondante, e l’abuso faceva<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Memorie storiche di Arona e del suo castello.djvu/293
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Civvì
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Civvì" />{{RigaIntestazione||{{sc|e del suo castello - libro decimo}}|279}}</noinclude>altresì che ne approfittassero più i nullatenenti, che i possessori. Si pensò quindi di stabilire un’enfiteusi su di una parte di questo terreno per trarne un sicuro prodotto. Ciò avvenne positivamente nell’anno 1855, e così ha potuto nel medesimo anno il comune far fronte alla spesa dell’ordinamento della suddetta contrada, ed assicurarsi un continuato reddito. D’altra parte poi ne ridondò vantaggio
reale dall’essersi quel terreno che giaceva incolto ed in preda all’abuso posto a coltura al pari degli altri del territorio. Per il pascolo pubblico però si è lasciata quella porzione che si trova alla sponda sinistra del torrente verso il paese; e questa comecchè in gran parte limacciosa con
detrimento della parte del paese che resta colà rivolta, venne prosciugata mediante cambiamento del corso di quel torrente, il quale in tempo delle sue piene apporta abbondanti materie ghiaiose assorbenti l’umidità di quel fondo, elevandolo alquanto dal basso suo livello.
Il corso degli anni successivi giungendo sino all’epoca in cui mi sono prefisso di terminare queste memorie storiche può chiamarsi senza dubbio una continua apparizione d’iride serena per le tante e così utili cose che ebbero vita sotto ogni rapporto in questo paese mercè l’energia di chi reggeva il pubblico. Tutte queste cose si riportano nel seguente libro come a sede più addatta, notando quì soltanto come in quest’anno, 1834, abbia avuto effetto l’erezione della pia casa dei poveri orfanelli
sotto la direzione dei cherici regolari della congregazione di Somasca, cui diede principio la già riferita elargizione del Pertossi. Si provvidero i Padri di un’abitazione loro ceduta dal comune, che serviva in addietro per l’abitazione del giudice col suo ufficio; ivi alimentano i poveri orfani<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Memorie storiche di Arona e del suo castello.djvu/294
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Civvì
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Civvì" />{{RigaIntestazione|280|{{sc|memorie storiche di arona}}}}</noinclude>del luogo non che dei circonvicini paesi, dando loro le necessarie istruzioni nel leggere, nello scrivere e nella cristiana dottrina, e affidandoli ad operai del paese affinchè apprendano professioni convenienti alla loro condizione; sortono poi compito che abbiano il diciottesimo anno. Egli è poco sentito il vantaggio che arreca oggigiorno questo stabilimento, sia perchè ristretto a piccolo numero di padri non meno che di alunni, e sia pure perchè il paese non offre ancora una varietà tale di professioni da
poterle con giudizio applicare agli orfanelli secondo la maggiore o minore loro capacità e tendenza. Voglia il cielo che anime egualmente generose concorrano in progresso di tempo a darvi un maggiore sviluppo !
{{FI
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Memorie storiche di Arona e del suo castello/Libro X
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Civvì
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{{Qualità|avz=25%|data=3 giugno 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Libro X|prec=../Libro IX|succ=../Libro XI}}
<pages index="Memorie storiche di Arona e del suo castello.djvu" from="245" to="294" />
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{{IndentInverso|2em}}{{smaller|Osservazioni sull’antica costruzione del paese – Vantaggi avuti dalla demolizione dei fortalizi – Acquista dilatazione e leggiadria nel fabbricato – S’ingrandisce il cimitero ed una contrada – S’innalza un collegio per le scuole pubbliche ed un teatro – Si spiega l’origine della denominazione di alcune contrade e luoghi pubblici – Si fa il confronto dell’antica colla nuova conformazione del paese.}}
</div>
{{Indentatura|0em}}{{xx-larger|E}}{{sc|lla}} è cosa certa che il paese di Arona dai primi tempi
della sua fondazione sino al secolo decimoquinto era più limitato in fabbricazioni e più circoscritto ne’ suoi confini di quello che non lo sia oggidì. Questo riflesso io lo appoggio su due indizi positivi, cioè: sulla sussistenza ancora al dì d’oggi di alcune antiche denominazioni di luoghi che erano aperti, e sull’erezione dei muri di fortificazione. Fra le nostre contrade ve n’ha una che viene chiamata col titolo di Roveretta, la quale ha principio dall’angolo meridionale<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Civvì" />{{RigaIntestazione|282|{{sc|memorie storiche di arona}}}}</noinclude>della piazza del mercato, e termina coll’incontro della contrada di San Carlo. Ognuno vede che questa denominazione deve essere nata dall’esistenza per que’ dintorni di una qualche pianta di rovere. Non vi sono al certo piante di tal fatta là dove esiste un fabbricato od un terreno frequentato; non è quindi fuor di senso l’argomentare che quella parte di paese adiacente a detta contrada fosse nei tempi addietro sgombra da fabbricazioni ed occupata da piante, come vediamo tuttora che lo spazio
aderente alle mura di fortezza verso il lago è tutto ingombro di annosi gelsi, parte dei quali furono svelti per progredire le fabbriche; sarebbe a desiderare che si togliessero tutti onde liberare quella bella ed amena parte del paese dall’impedimento alla vista ed al libero passaggio. Questo è un fatto che lo vediamo sotto i nostri occhi, e che ci deve convincere della verità, che nelle rimarcate
epoche Arona in quella parte era più povera di fabbricati, più ampia in ispazi, più ingombra di piantagioni, condizione a cui sono soggetti quasi tutti i paesi lacuali. Sul terreno della contrada detta ora ''del Porto'', e sulla periferìa del porto medesimo dirimpetto ai portici del mercato del grano, esisteva ancora nel 1590 un orto sul quale era assicurato un livello a favore della cappellanìa di santa
Caterina, la di cui chiesa trovavasi di là poco distante<ref>Istromento 8 dicembre 1590 rogato Bartolomeo Fantone, nell’archivio comunale.</ref> e che fu poscia distrutta per fabbricarvi quella della Beata Vergine di Loreto. Un altro argomento concorre a dimostrare la verità del già detto. L’attuale piazza di san Graziano porta ancora al dì d’oggi la denominazione di ''Prato Oliveto''. Questo titolo non gli poteva essere attribuito se<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Civvì" />{{RigaIntestazione|282|{{sc|memorie storiche di arona}}}}</noinclude>della piazza del mercato, e termina coll’incontro della contrada di San Carlo. Ognuno vede che questa denominazione deve essere nata dall’esistenza per que’ dintorni di una qualche pianta di rovere. Non vi sono al certo piante di tal fatta là dove esiste un fabbricato od un terreno frequentato; non è quindi fuor di senso l’argomentare che quella parte di paese adiacente a detta contrada fosse nei tempi addietro sgombra da fabbricazioni ed occupata da piante, come vediamo tuttora che lo spazio aderente alle mura di fortezza verso il lago è tutto ingombro di annosi gelsi, parte dei quali furono svelti per progredire le fabbriche; sarebbe a desiderare che si togliessero tutti onde liberare quella bella ed amena parte del paese dall’impedimento alla vista ed al libero passaggio. Questo è un fatto che lo vediamo sotto i nostri occhi, e che ci deve convincere della verità, che nelle rimarcate epoche Arona in quella parte era più povera di fabbricati, più ampia in ispazi, più ingombra di piantagioni, condizione a cui sono soggetti quasi tutti i paesi lacuali. Sul terreno della contrada detta ora ''del Porto'', e sulla periferìa del porto medesimo dirimpetto ai portici del mercato del grano, esisteva ancora nel 1590 un orto sul quale era assicurato un livello a favore della cappellanìa di santa Caterina, la di cui chiesa trovavasi di là poco distante<ref>Istromento 8 dicembre 1590 rogato Bartolomeo Fantone, nell’archivio comunale.</ref> e che fu poscia distrutta per fabbricarvi quella della Beata Vergine di Loreto. Un altro argomento concorre a dimostrare la verità del già detto. L’attuale piazza di san Graziano porta ancora al dì d’oggi la denominazione di ''Prato Oliveto''. Questo titolo non gli poteva essere attribuito se<noinclude><references/></noinclude>
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Autore:Jean-François Le Déist de Botidoux
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Categoria:Pagine in cui è citato Jean-François Le Déist de Botidoux
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{{Vedi anche autore|Jean-François Le Déist de Botidoux}}
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Autore:Thomas Henri Martin
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Panz Panz
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Categoria:Pagine in cui è citato Thomas Henri Martin
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Autore:Pierre Toussaint Marcel de Serres de Mesplès
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Categoria:Pagine in cui è citato Pierre Toussaint Marcel de Serres de Mesplès
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{{Vedi anche autore|Pierre Toussaint Marcel de Serres de Mesplès}}
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Autore:William Buckland
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Categoria:Pagine in cui è citato William Buckland
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{{Vedi anche autore|William Buckland}}
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Autore:Henry De la Beche
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Categoria:Pagine in cui è citato Henry De la Beche
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{{Vedi anche autore|Henry De la Beche}}
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Autore:Joseph François Du Clot
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Categoria:Pagine in cui è citato Joseph François Du Clot
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Autore:Nicolas-Sylvestre Bergier
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Categoria:Pagine in cui è citato Nicolas-Sylvestre Bergier
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Autore:João de Barros
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Categoria:Testi in cui è citato João de Barros
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{{Vedi anche autore|João de Barros}}
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Categoria:Pagine in cui è citato João de Barros
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{{Vedi anche autore|João de Barros}}
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Autore:Joannes de Laet
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Categoria:Pagine in cui è citato Joannes de Laet
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Joannes de Laet}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Laet, Joannes de]]
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{{Vedi anche autore|Joannes de Laet}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Laet, Joannes de]]
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>{{Colonna}}luni passaggi interamente strumentati. Restava da armonizzare un certo numero di episodi, alcuni altri andavano legati fra di loro e infine occorreva terminare l’orchestrazione.
Si doveva forse rispettare l’''alt'' del destino e conservare in una cassaforte l’abbozzo di un’opera che ha il valore di un testamento? Oppure permettere a un discepolo del Maestro di sostituirsi a Lui e continuare
il lavoro interrotto? Gli eredi Falla hanno optato per la seconda soluzione ed hanno affidato a Ernesto Halffter il manoscritto, le bozze e le annotazioni. Si trattava di un compito difficile e pericoloso. Ho veduto l’uno accanto all’altra il testo completo di Falla e la partitura definitiva di Halffter poi, due ore più tardi, ho potuto ascoltare l’opera. La trama sembrava tessuta dalla stessa mano e tutta in una volta sola: scaltro colui che avesse saputo scoprirne le giunture! É una riuscita totale, una devota ricostruzione e, per Halffter, un merito alla nostra riconoscenza. Poiché ''Atlántida'' appone un sigillo regale alla gloria di Falla.
Alla Scala l’opera è stata rappresentata secondo le intenzioni del Maestro: un susseguirsi di visioni
evocatrici e irreali che davano allo spettatore l’illusione di trovarsi in una cattedrale rischiarata da vetrate figurate.
La regia di Margherita Wallmann si è ispirata alla traslucidità che Falla desiderava. Mediante un gioco di proiezioni i quadri nascono, svaniscono, si concatenano gli uni con gli altri in un ritmo rapido e armonioso. É risaputo con quale arte pittorica la Signora Wallmann giochi con la luce, le ombre, le masse, i gruppi umani, i gesti, gli atteggiamenti, col profilo di una semplice comparsa. Insieme allo scenografo Nicola Benois essa ha composto un meraviglioso libro di immagini che si continua a sfogliare come in sogno dopo che è calato il sipario.{{AltraColonna}}Mi si perdoni se la parola sogno ricorre tanto spesso in questo scritto: ma non ne trovo un’altra per evocare l’atmosfera dell’opera. Unicamente converrebbe credo togliere il contenuto realistico di alcuni quadri: una nebbia in cui si immergessero le caravelle è preferibile alla rappresentazione vera e propria delle caravelle. É meglio suggerire che realizzare.
La partitura è stata magnificamente interpretata dai cori che sono il personaggio molteplice ed essenziale di ''Atlántida''. Divisi in due gruppi — uno seduto che racconta; l’altro, mobile, che agisce — ad essi, diciamolo, è toccata la parte migliore. Come dimenticare l’Hymnus hispanicus, il Cantico a Barcellona, il Viaggio delle caravelle e il Salve, così bello, così ideale da far desiderare che l’opera si arresti a questo punto? Senza dubbio essa trarrebbe vantaggio dall’amputazione di un finale a grande effetto ma di minore qualità. I solisti principali erano tre: la Signora Simionato, la
cui voce splendida ma un poco «fluttuante» mi ha deluso. Teresa Stratas che per contro mi è piaciuta molto e il narratore, Lino Puglisi, che è un grande e bel cantante.
Thomas Schippers diresse l’orchestra, i cori e i solisti con una maestria che va tanto più lodata in quanto non si fa notare.
Quale opera! Non un Vangelo, ma una Summa. Non la ricerca di un mondo nuovo, ma un ritorno alle origini più pure della tradizione. A condizione di possedere del genio si può dunque creare qualcosa di nuovo con i materiali più antichi e, richiamandosi a {{AutoreCitato|Cristoforo Colombo|Cristoforo Colombo}},
scoprire terre vergini in un vecchio universo tonale! É bello che un Falla ricordi ai giovani questa verità e che abbia terminato la sua vita non nel bagliore di un fuoco d’artificio ma nel raccoglimento della contemplazione.
{{A destra|{{Sc|clarendon}}}}{{FineColonna}}<noinclude><references/>
{{PieDiPagina||194|}}</noinclude>
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Il Libro dei Re/Il re Khusrev/I/3/XX
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Il Libro dei Re/Il re Khusrev/I/4/I
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Alex brollo
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Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]]
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text/x-wiki
{{Qualità|avz=25%|data=3 giugno 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|4]] - I. - Battaglia e morte di Cinghish|prec=../../Il re Khusrev/I/4|succ=../II}}
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Pagina:Poeti lirici (Romagnoli), vol. IV.djvu/11
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OrbiliusMagister
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione||TIRTEO|9}}</noinclude>che allontanassero l’arcigno sospetto dei filologi del secolo decimonono.
E lo Jäger sviluppa a questo proposito l’osservazione, già riferita, del Weil. La relativa scarsità di allusioni storiche si deve al fatto che i raccoglitori si attenevano piuttosto alle poesie di carattere parenètico, le quali avevano maggior probabilità di divenire e rimaner popolari in ogni luogo e in ogni tempo. E, ad ogni modo, proprio i falsificatori, ammesso che si trovi una plausibile ragione della loro esistenza, avrebbero abbondato nelle facilissime allusioni storiche.
Nulla, dunque, rimane di questa critica demolitrice. L’unica elegia su cui potrebbe ancora pesar qualche dubbio, è la 7. Eppure, se inquadrata nella giusta cornice, anche questa sembra genuina<ref>Vedi note alla versione.</ref>.
E amore di verità ci obbliga a soggiungere che, già da parecchio tempo, anche in Germania si sta facendo onorevole ammenda di tanti sofismi e di tanti oltraggi al buon senso. Alle assennate parole dello Jäger fanno eco quelle di un sagace studioso della letteratura greca, il Blumenthal. Il quale, sempre a proposito di Tirteo, scrive: «Purtroppo, pei resti della sua poesia è avvenuto come per quelli di ogni altra opera greca arcaica. Archeologi storici e filologi hanno proseguito a gara lo sbriciolamento delle briciole, e ne hanno volatilizzata l’immagine»<ref>''Griechische Vorbilder'' (Freiburg. 1921), pag. 74.</ref>.
{{Asterism}}
Meno importante, eppure non trascurabile, è la questione su la patria del poeta.
Ateniese, lo dicono la maggior parte degli storici anti-<noinclude></noinclude>
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== Rilettura ==
{{ping|Pic57}} mi manca il simbolo sopra l'ultima battuta del canto (quello con solo pause), immagino sia un tag \fermata ma non riesco a farlo apparire. [[User:Cruccone|Cruccone]] ([[User talk:Cruccone|disc.]]) 10:16, 4 giu 2026 (CEST)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|77}}</noinclude>del Signor Conte Michele Giovanni d’Althem, Conte del Sacro Romano Impero, Signore di Sosloviz Train, e Haihusel, libero Signore di Gottburg, e Mursetta, primo Gentiluomo di Camera di Sua Maestà, con la Sig. D. Maria Anna Pignatelli de’ Marchesi di Belsguardo, Dama della Reina, e figlia del Signor D. Domenico Pignatelli (che per i suoi gran meriti fu Vicerè di Navarra, e Galizia) e della Signora D. Anna Emerich, Marchesa di San Vizente, della principalissima fameglia Emerich; la sopradetta funzione seguì nella maniera seguente: La Sposa vestita da una Camerista; e dall’altre Dame di Corte ajutata a porre il portamento della testa, e l’abiti, in buon’ordine, scese nel quarto della Reina, la quale le pose di sua mano la gioja nel petto, il vezzo, e i pendenti, e tre piramidi di fiori in testa, dandole, per onorarla un bacio nella fronte (queste cose eran della Reina delle più ricche, che tiene) dopoche la Sposa baciò la mano della Maestà Sua, la quale prendendola per la mano, la scese per la scala segreta alla Cappella Reale (precedute dal Re, e Grandi di Corte) dove è stata sposata dal Cappellano maggiore D. Matteo Buzi: è da notarsi, che<noinclude>{{PieDiPagina|||quan-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|78|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>quando il Cappellano dimanda il consenso alla sposa, questa non dice sì, se la Reina non lo dà il permesso. Ritornò la Reina la Sposa per la mano nelle sue stanze Reali, e questa di belnuovo baciandole la mano, si portò nella sua camera a torsi il vestito di Corte; il quale differisce da quello alla Francese solamente nelle maniche, che pendono di dietro, che portano le Dame di Corte lunghe, come quelle delle bambine, acciò le tengano per caminare, mentre quelle nelle medesime vi appendono la coda della veste: postosi un vestito ricchissimo col suo manto, fu la Sposa di nuovo a baciare la mano alle Maestà loro, la cui funzione finita, in un tiro a sei (per guardare il costume, che si prattica nello sponsalizio di Dama di Corte) si pose la Sposa, Signor Conte, e Signora Marchesa di S. Vinzente Madre; furono fuori in un Casino di Campagna, distante una lega a consumare il matrimonio, dove si trattennero 15. giorni in lautissimi pasti, con divertimenti di continui balli, mentre vi andavano le Dame di Corte, Grandi, e Nobiltà Catalana a visitargli, i quali complimentavano con diversità di confetture, cose dolci, e rinfreschi di più maniere esquisitamente lavorate.<noinclude>{{PieDiPagina|||Fi-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|79}}</noinclude>
Finì il Carnevale in Barcellona mesto; rispetto alle altre parti, mentre qui non costumano mascare a piedi, ne a cavallo, e molto meno in carozza, mentre queste sono poche, non pratticando le Dame condurre seconde carozze.
Nel giorno delli 17. per il Compleaños della Reina d’Inghilterra, D. Diego Stenoph suo Ministro diede un lauto pranzo a 100. Cavalieri, e Dame, banchetto, che si sollennizò colla scarica di tutti i Vascelli, che erano in Porto, e con un ballo la sera. La mattina delli 19. il Re tenne Gabinetto nella sua stanza. Vi erano tre boffette, la più grande in mezzo, e per lungo; per i lati della quale in scabelletti di cuojo da piegare, sedevano i Consiglieri di Stato; l’altra tavola era per lato a capo, dove in una sedia sedeva il Re, e a piedi per fianco altro tavolino (tutti però coverti) nel quale sedeva il Segretario. Verso il tardi venne la Città dal Re, preceduta da una carozza a due, dove andavano i Mazzieri, e Maestro di Cerimonie, che vestiva di nero; in due carozze a quattro venivano i Consiglieri, tre per ogn’una, vestiti di scarlatto, con fodera d’armellino, a modo dell’Almuzia de’ Canonici, lattuchi-<noinclude>{{PieDiPagina|||glia,{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|80|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>glia, e cappello di velluto nero increspato.
Lunedì 25. fu giustiziato Pier Maria Brescia da Cremona, come traditore. I Fratelli della Confraternità del Pino, al numero di 200. vestiti di sangallo nero lo precedevano al patibolo con verghe lunghe, e nere in mano; era posto il malfattore dentro una stuora ligata ad una coda di cavallo, che tirava il Carnefice senza veruna assistenza di birri, la cui stuora era sospesa, e tenuta in aria da quattro Padri Giesuiti, mentre altri gli raccomandavano l’anima; giunto a i molini (nel piano de’ quali si fan morire i rei di fellonia) con molta intrepidezza montò parlando, e ridendo sopra un palco fabbricato di pietra (sopra del quale anche stanno poste le forche di continuo) anzi dimandandogli scusa il Carnefice, gli rispose, che facesse l’ufficio suo, che poi lui lo raccomanderia a Dio: con un lungo coltello curvo gli tagliò la gola, e poi il capo per la parte di dietro, nel qual’instante chiamò in ajuto la Madre Santissima dell’Annunziata; in questo medesimo tempo si viddero in aria quantità di Grù, che si aggiravano sopra il Palco: lo divise il Carnefice in quattro parti, ponendo-<noinclude>{{PieDiPagina|||si la{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|81}}</noinclude>si la testa in una gabbia sospesa al muro della Dogana. E così finì la vita doppo aversi mangiato la mattina un cappone, e bevuto bene. Nella colla, che gli si diede, come cadavero, chiamò più persone Catalane, come complici, le quali fugirono per mare a Rosas, ed altri furono carcerati.
Nel giorno 3. Marzo andai a vedere il Monistero de’ PP. Certosini di Monteallegro, in compagnia d’una nobilissima Conversazione, che furono li Signori Duca di Mondragone, D. Ferdinando Pignatelli, Principe di Cardines, Generale Conte Sormani, Marchese Sorponti, e il Colonello D. Vincenzo Taccone. Doppo tre picciole leghe, salita la montagna, trovammo il Monistero fabbricato in faccia a mezzo giorno, che tiene vistosa prospettiva per colli, piani, e mare, e perciò detto di Monte allegre. Vicino la porta sono quatruplicate file di cipressi: ogni Religioso tiene il suo giardino, dispensa, loggia, studio, e camerino per dormire, e quelli sono in numero di 40. Vi è poi il giardino grande, dove due giorni la settimana a modesti sollazzi gl’impiegano: la Chiesa è lunga, e stretta, e di mediocri ornamenti fregiata, della quale la<noinclude>{{PieDiPagina||F|mag-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|82|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>maggior parte l’occupa il Coro; dietro l’Altar maggiore vi è un’Oratorio, dove vi sono otto buoni quadri incassati nel muro, ed un Reliquiario: la Sagristia è d’ordinaria capacità, con pochi argenti, dove si mostra una tavoletta brugiata, come da quattro dita umane, e come narrò il Padre, tien la fama, esser fatta dall’Anime del Purgatorio. Doppo le nostre devozioni vidimo dispensare il pane a 200. poveri con una scudella di minestra, ed altra di vino, che basta per passarla commodamente ogn’uno (carità, che si fa ogni giorno) e par che Dio multipli chi il bene, mentre i Padri non anno, che 8. m. pezzi d’otto di rendita. Pranzammo allegramente, mentre il Signor D. Ferdinando Pignatelli fece portare una buona provisione di pesce, ed il Signor Duca di Mondragone a sufficienza delicato vino di Monserrato, oltre il buono, che ci diedero i Padri, che nasce in detti Monti, che dal basso sino alla sommità sono coverti di vigne; poiche la pietanza, che ci diedero i Padri fu per la più parte di pesce, detto baccalà, ed erbe.
Per la festa di {{Wl|Q9438|S. Tomasso d’Aquino}}, il giorno delli 7. andammo col Sig. D. Ferdinando Pignatelli a vedere una Proces-<noinclude>{{PieDiPagina|||sione,{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|83}}</noinclude>sione, che usciva da Santa Caterina de’ Padri Domenicani, e andava a S. Maria per la strada degl’Orefici, ritornando per la strada Moncada nel medesimo Convento. Precedevano quattro timpani sopra cavalli, che seguivano i piccioli Scolari, doppo i mezzani, e più grandi Studenti del pubblico studio, poi i Padri Domenicani, i Dottori in Filosofia con un mozzetto corto su le spalle di color pavonazzo, e sopra la testa una berretta da Prete con fiocco alto, e coverta dell’istesso colore; seguivano i Medici con mozzetto di color giallo, berretta, e fiocco dell’istesso, i Dottori Canonisti dell’istesso, ma di color verde, e poi i Dottori in Teologia con mozzetto, e fiocco di color bianco, tutti con torcia accesa in mano, mentre quattro Dottori portavano la Statua di S. Tomasso.
Il giorno delli 9. essendo andato a vedere pranzare le Maestà regnanti; uscì la Reina con un perucchetto non più grande di un tordo, posato sul petto della medesima, che beccava i fiori, che teneva in petto, e la baciava, molto amato da lei per la sua dimestichezza. Il Gentiluomo, che fa da Scalco diede l’acqua in mano; e le tovaglie le porsero il Principe<noinclude>{{PieDiPagina||F 2|An-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|84|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>Antonio alla Reina, ed il Conte d’Althem al Re. Il giorno de’ 19. festa di San Giuseppe, e nome dell’Augustissimo Imperatore, comparve tutta la Corte vestita di gale, e vi fu baciamano del Re, e Reina.
Nel giorno de’ 20. si scoparono due ladri, che poi si bullarono con fuoco nella spalla in Piazza nova, e condussero in Galea. E nel 24. verso le 23. ore uscì una processione dal Monistero de’ Frati Serviti di Nostra Signora del Buon Successo, numerosa di più di 4000. Principiò per un Capitan Longino, vestito d’arme bianche, e d’alabarda in mano, che lo seguivano 16. dell’istesso abito, ed armi, poi due con abito lungo di lutto, uno con un tamburro, l’altro con un flauto, ambedue con una cappa nera in testa; gli seguivano i Misterj dell’ingresso in Gierusalemme di Nostro Signore, della Circoncisione, fuga in Egitto, Disputa con Dottori, ed altri. I Misterj erano ben’ordinati, ed alcuni colla bara d’argento, accompagnandoli i Fratelli di ciascheduna Confraternità, vestiti di sangallo nero con coda lunga, tramezzandosi molti penitenti con lunghe catene, e disciplinanti, venendo in ultimo altri sei Misterj por-<noinclude>{{PieDiPagina|||tati{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|85}}</noinclude>tati a mano da’ Fratelli, e più Artisti con torcie, ed in fine la Madre Santissima sotto il Pallio, preceduta da più Frati Serviti; passò la Processione dinanzi il Palagio del Re, ritirandosi a mezza notte.
Giovedì Santo doppo aver Sua Maestà assistito alle funzioni Sacre con edificazione di tutti, fece poi la lavanda a 12. poveri, senza mai alzarsi in piedi, ma caminando inginocchiato; seguì questa lavanda, doppo aver servito a tavola detti poveri, a’ quali poi donò quattro doble per ciascuno, oltre del pranzo, che si portò ognun d’essi, con tutto il servizio, e vestito; ricevuto prima da ogn’uno intieramente da capo a piedi con cappa. Il denaro lo diede di sua mano S. M. in oro, dentro una borsa di lama bianca, che il Re medesimo appese al collo: l’istessa funzione fece la Reina a 12. povere donne, donandole la stessa somma. E la sera uscì la seconda Processione dalla Parocchia del Pino, preceduta da 12. armati di bianco; seguivano gli Artisti, che portavano per ogni Arte il Mistero assai ricco, mentre la bara, ed aste erano d’argento massiccio ben lavorate, con frasche, e fiori dell’istesso, andavano tutti con torcia, alcuni<noinclude>{{PieDiPagina||F 3|in{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Panz Panz" /></noinclude>INTROD
tutti quei fenomeni umani di cui è questo mondo
il perpetuo teatro; se tutto che avviene nell'or-
dine morale e politico della società è un natu-
rale prodotto dell' uomo, noi possiamo a tutta
ragione inferirne, che la società in generale non
sia che una imagine ingigantita dell'uomo partico-
lare; noi dovremo inferirne esistere fra la vita
delle nazioni e quella dell'uomo individuo un'as-
soluta similarità. La vita insomma delle nazioni
altro non essere se non se un tessuto di vite indi-
viduali che analogo con queste assume il proprio
carattere.
Indagare pertanto quale possa essere stato
lo stadio primo della società risolvesi in nostra
mente nell' uguale quistione quale sia lo stadio
primo della vita individuale dell'uomo. Il porre
in dubbio se l'uomo sia naturalmente socievole
è il volere avvisar possibile che lo stato attuale
dell'uomo non sia l'effetto naturale, necessario
delle sue potenze istintive e razionali, ma sibbene
l'opera di una qualche forza esteriore, l'opera
di un miracolo. L'uomo è, fu e sarà sempre quale
lo vogliono quelle leggi eterne che la natura ha
identificate coll'essenza di lui. Se l'uomo è attual-
mente socievole, egli ha sempre dovuto esserlo;
l'ammettere uno stato selvaggio e di solitudine
anteriore al presente suo stato sociale non è per-
tanto un ammettere un mutamento di natura in
lui; noi non veniamo a porre l'uomo in quella sua
prima età sfornito dell'istinto socievole, ma uni-
camente destituito ancora di tutte quelle influenze
di clima, di suolo, ecc. che il suo istinto svilup-
pano e lo rendono all'atto. Vedremo in seguito
quali e quante sieno queste influenze e per quali
graduate leggi operino sull'uomo.
Ma noi abbiamo già avvertito ad un'analogia
esistente fra la vita individua dell'uomo e quella
delle nazioni; le stesse epoche, le fasi stesse che
noi scorgiamo in quelle dovranno medesimamente
scontrarsi nella vita di queste. Il vario carattere
che presiede alle varie età di quelle dovranno
pure alle età di queste presiedere. Ecco la scorta
che ne guiderà per sicuro cammino a contemplare
lo stato primitivo della società; ad analizzare
il carattere dominante tutti i fenomeni di questo
stato; a riconoscere insomma quale possa essere
stata la genesi primitiva di tutti quei trovati della
mente; di tutti quei fenomeni del cuore dell'uomo
che costituiscono tutto il pieno tesoro dell'uma-
nità e che sono nel tempo stesso e i mezzi e l'es-
senza dell'incivilimento.
Rose
Ma innanzi conoscere i prodotti delle potenze
dell'uomo, vorrebbesi indagare quali e quante
siano queste potenze; indagare il fisico, intellet-
tuale, e morale complesso d'onde tali potenze si
svolgono. Ciò è ufficio dell'anatomia, della fisio-
logia e della psicologia, e noi a volere ora piena-
mente esaurire siffatte analisi ci allargheremmo
a più assai parole che non consente la natura del
nostro discorso. Perciò senza andarne per tutti
i punti di tali ricerche noi staremo paghi d'accen-
nare brevemente a quei soli che avranno col no-
stro argomento un più immediato e necessario
rapporto.
Rom
L'uomo è un essere duplice, fisico e spirituale.
Se l'essenza di questi principii, se il mirabile
magistero, pel quale si opera l'armonica e vicen-
devole influenza di quelle loro funzioni che svi-
luppano e reggono l'economia fisica, intellettuale,
morale dell'uomo, è ricinto di un velo cui tutti gli
sforzi dell'analisi e della imaginativa umana non
potranno rimovere giammai, la filosofia mediante
lo studio de' loro effetti certi e continui ha nulla-
meno riuscito di assegnare ad essi generali e po-
sitive proprietà che di un gran numero de' loro
fenomeni rendono sufficiente ragione.
L'uomo seco non reca dalla natura se non se
il lume della ragione, la potenza di sentire e cono-
scere le cose e di appetirle e volerle. Queste
facoltà originarie sono come i germi di altre
generiche facoltà che indi, da mille intrinseche
ed estrinseche cagioni sviluppate, rampollano tutte
quelle attitudini intellettuali, per le quali egli con-
segue la sublimità di carattere, l'universale do-
minio sul mondo a cui venne dalla sua natura
sortito. Egli allora entra nella imputabilità degli
atti del suo volere.
Ma grado grado va il fisico dell'uomo acqui-
stando sviluppamento e vigore, svolgonsi in esso lui
nuove potenze, le quali, più che non su l'intellettivo
agendo sul volitivo sistema del suo pensiero, assu-
mono il carattere di morali. Egli è chiaro che noi
diciamo qui delle passioni, nel moto, nel conflitto
delle quali è precipuamente riposta la vita morale
dell'uomo. Noi abbiamo già avvertito ad una reci-
procanza di azione fra il principio materiale e
P'immateriale dell'nomo, Un non dissimile influsso
vicendevole vi ha pure fra l'intellettuale e la mo-
rale sua economia. Le idee influiscono a modifi-
care le passioni; le passioni a modificare le idee.
Le une illuminano l'uomo, lo agitano le altre, e
sempre le une dalle altre con alterna vicissitudine
assumono norma e carattere. Da ciò ne viene che
se la natura, la forza, l'estensione delle passioni
è relativa sempre alla natura, alla forza, all'esten-
sione delle idee, queste non vanno, per così dire,
a riflettersi nel pensiero se non se attraverso delle
passioni che quasi magiche lenti a modo di loro<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Panz Panz" /></noinclude>attività le determinano, le aggrandiscono, le mino-
rano, le travisano. Di qui il vario loro grado di
verità, di certezza, di forza relativo sempre al
tanto vario carattere delle individue passioni. Di
qui il vario tipo caratteristico d'ogni individua
intelligenza che, di esse sole costituita, assume
identico con esse il regolo logico giudicatore di
tutto che la circonda e la affetta.
Ecco la costituzione psicologica morale del-
l'uomo, ecco le potenze di cui ha la natura fornito
l'uomo mercè lo sviluppamento e l'energia delle
quali egli potesse tendere a quei fini a cui venne
la sua esistenza subordinata. Ecco insomma le
molle segrete mediante il ginoco delle quali l'uomo
tende al bene, ultimo e finale scopo in cui quasi
per legge di una specie di gravità morale, fanno
centro tutti i fenomeni dell'umano pensiero.
Ma divisiamo alquanto più partitamente quali
possano essere le facoltà dell'intelletto che prime
sviluppandosi ponno avere condotto l'uomo ai
primi fenomeni, ai trovati primi della sua vita.
Analizziamo adunque la tendenza che più eminen-
temente si appalesa nell'età infantile dell'uomo
individuo, e noi scorgeremo l'imitazione che pre-
dispone le forze della memoria, su di cui presi-
diata dall'abitudine lavora quindi l'imaginativa.
Ed ecco per tal guisa manifesto perchè le arti
hanno dovuto necessariamente precedere le scien-
ze nello stadio primo dell'incivilimento. L'amore
della conservazione donde scaturisce poi quello
del miglioramento materiale e che è, per così
dire, dell'amor proprio il figlio primogenito, debbe
essere stato primamente ed insensibilmente gui-
dato da questa facoltà che noi diremo istintiva
nell'uomo a procacciare tutto che era voluto dalle
supreme necessità della vita. Noi la dicemmo
istintiva sifatta facoltà; e se ben attentamente la
vorremo studiare, noi la vedremo appalesarsi in
lui siccome proprietà inerente del suo sistema
nervoso; incominciare quasi operazione involon-
taria, automatica, e di una efficacia tanto mag-
giore quanto minore è la potenza dell'intelletto,
e terminare in un atto che va vieppiù sempre ad
essere dalla volontà padroneggiato, mano mano
che l'intelletto va le sue forze sviluppando; allora
il prepotente istinto naturale che ne fu prima ra-
dice sfugge all'occhio, e solo appare un alto di
tutta imputabilità dell'uomo.
Noi dicemmo essere l'efficacia di questo istinto
in ragione inversa di quella dell'intelletto: e in
fatti i fanciulli in cui lo sviluppamento cerebrale
è tattavia minimo, negli imbecilli, in cui è scarso
il giudizio, la generalizzazione tarda ed infre-
quente, la sfera patematica angusta come la loro
intelligenza, tutta l'attenzione circoscritta a poche
nozioni, la tendenza imitativa è sommamente più
gagliarda e prepotente.
Lo stesso pertanto addivenir dovea delle menti
bambine de' primi popoli. Stimolati da continui
bisogni listinto d'imitazione dovea facilmente
guidarli a trarre ammaestramento da tutto ciò che
li attorniavano per procacciarsi tutto ciò che più
vivamente attraeva i loro desideri. A ciò si unisca
l'opera del caso a cui pur tanto debbono e le arti
e le scienze. Sussidiata l'individua dalla generale
esperienza, la sfera dei bisogni andò vie più
sempre dilatandosi mano mano veniano essi ad
essere soddisfatti; le arti crebbero di numero
acquistando un incremento sempre maggiore,
quanto più le società faceansi popolose, e rende-
vasi possibile una più estesa partizione di lavoro.
Ma qui il corso delle nostre idee ne ha con-
dotti ad un punto dal quale ci è forza retrocedere
aleun poco onde venire ad una indagine che
avrebbe forse dovuto andare innanzi a quella delle
arti, all'indagine vogliamo dire su la formazione
prima del linguaggio, sul modo con che questa
sublime proprietà dell'uomo abbia potuto venire
sviluppandosi, giovando i progressi della ragione,
non solo per quel mirabile commercio che ella
statuisce fra uomo e uomo, ma si anche per quel
principio, per quel mezzo di vita che acquista
all' intelligenza stessa, la quale è assolutamente
impossibilitata alla genesi delle idee, sinchè non
hanno queste avuto un segno rappresentativo che
solo da un linguaggio ponno avere. E qui ne giova
far ricorso all'istinto d'imitazione, siccome quello
che solo può rendere ragione del come abbia po-
tuto primamente attivarsi nell'uomo siffatta mara-
vigliosa facoltà!
Ma dicendo noi della imitazione, non inten-
diamo ammettere siffatto istinto siccome del lin-
guaggio causa prima, poichè esso fu dato dal Crea-
tore. L'uomo debbe l'esercizio di questa facoltà alla
particolare struttura del suo essere; a quegli or-
gani detti perciò vocali, di cui venne dalla natura
fornito. Di tale natura sono questi che anche a sua
insaputa potè l'uomo naturalmente giovarsi di
essi, nel modo stesso che naturalmente si usò
delle proprie gambe non appena potè reggersi
ed equilibrarsi. L'ammettere un uomo che ne'suoi
primi tempi non abbia avuto nissun linguaggio
è un voler ammettere un uomo costituito di una
natura dalla presente diversa. Dallo stesso mo-
mento ch'egli senti bisogni, gioie, dolori, passioni.
ece, egli si è trovato al possesso di un linguaggio
informe, irregolare, strano, inarticolato, ma che
pur era un linguaggio. Ma all'istinto di imitazione<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|86|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>in mezzo, altri per i lati vestiti di sangallo nero, con coda lunga 20. palmi; altri da penitenti portavano croci, e catene, e molti disciplinavansi: continuavano ancor molti Misterj Dolorosi, e da 1200. torcie accese; brugiandosi più cera nella Settimana Santa in Barcellona, che in qualsivoglia parte d’Italia, a proporzione della Città, poiche oltre della gran cera, che si pone ne’ Sepolcri, per altro vistosi, vi pongono all’intorno di tutta la nave della Chiesa due fila di torcie, ogn’una a quattro stoppini, che nel Vescovato, S. Maria, e Pino non sono meno di 1200., oltre le Candele de’ Sepolcri: ed è da considerarsi, che in Barcellona la cera costa sei carlini la libra.
La mattina de’ 29. di buon’ora, e prima del giorno andò a visitare i Sepolcri Sua Maestà, accompagnato da tutta la Corte, e da una Compagnia d’Infanteria: andava a piedi di buon passo, che appena lo potevano seguitare le persone di Corte, portava una corona di corallo in mano, e fece prima delle sedici ore, cinquanta Sepolcri, lasciando ad ognuno una dobla d’oro. Poi assistè a’ Divini Ufficj, e nel levarsi dal Sepolcro Nostro Signore. Dal Convento della Mercede la<noinclude>{{PieDiPagina|||sera{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/25
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Panz Panz
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/* Da trascrivere */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Panz Panz" /></noinclude>noi dobbiamo soggiungerne un altro ugualmente
necessario allo sviluppamento della facoltà par-
lante, l'istinto che tragge l'uomo quasi per biso-
gno a spingere, per così dire, fuori di sè, ad espri-
mere insomma quanto in sè l'addolora o lo rallegra:
quanto muove i suoi desideri o la sua avversione.
Anzi noi diremo essere questo istinto il provoca-
tore della facoltà parlante, e pienamente ciò po-
trebbe essere dimostrato ove si venisse esami-
nando quali e quanti siano gli istinti primitivi
dell'uomo; come questi vari istinti vadano l'uno
l'altro eccitando, come l'uno renda l'altro neces-
sario mediante una mirabile catena di relazioni,
e come il graduato loro sviluppamento segua
costantemente il graduato sviluppamento dei bi-
sogni dell'uomo.
Il carattere primitivo dell' umano linguaggio
non ha potuto consistere che in una pittura più
o meno incompleta delle cose nominate, rappre-
sentata all'orecchio e quale era possibile agli
organi vocali di effettuarlo con un suono imitativo
di una qualche proprietà, o di un qualche effetto
dell'oggetto reale. Questa pittura imitativa si
estese di grado in grado per tutti i mezzi possibili
buoni o cattivi dopo i nomi più suscettivi di essere
imitati con la sola vocale fino alle cose che
lo sono in modo minore. Tutta la propagazione
del linguaggio si è fatta d'una guisa o d'un'altra
sopra questo primo piano d'imitazione dettato
dalla natura. Da tutto ciò possiamo noi dunque
inferire, esistere una lingua primitiva, organica,
fisica e necessaria, comune a tutto il genere
umano. Infatti osserviamo attentamente all'uomo
individuo, e noi vedremo esservi certi primieri
principii mecanici e necessari alla formazione.
del linguaggio, che sono in tutto conformi alla
costruzione organica dell'istrumento vocale, quale
è stato dalla natura determinato. I germi della
parola si variati e delle lingue tanto moltiplicate
in tanti popoli altro non sono che inflessioni sem-
plici e primitive della voce umana; essi sono
effetti fisici, necessari, risultanti assolutamente
dalla costruzione dell'organo vocale e dal meca-
nismo dell'istrumento indipendentemente dal po-
tere e dalla scelta dell'intelligenza che li mette in
giuoco. Ma fin qui questa lingua è ancora povera,
non contiene che pochissimi accenti, e certo non
è suscettiva di discorso. Essa si può dire una spe-
cie di vagito della natura presso che inarticolato
che forma qualche motto senza seguito. Ma sup-
poniamo due o più fanciulli messi a convivere
uniti: allora l'istinto, il bisogno, l'abitudine met-
tono in giuoco le facoltà. Ciascuno giovasi della
esperienza dell'altro e le accresce continuamente.
Ecco come la convivenza sociale diviene la mae-
stra, la perfezionatrice dell'umana favella, Passata
una lingua dallo stato d'infanzia, in cui sempre
è figlia di un sistema di necessità determinato
tanto dalla costruzione degli organi vocali, quanto
dalla natura e proprietà delle cose reali che vo-
glionsi indicare; allo stato di pubertà, virilità, ecc.
incomincia a sentire l'impero dell'umano arbitrio,
il quale nel crescere dei lumi, trovandosi nella
necessità di cercar segni rappresentativi d'idee
astratte mancanti di un relativo oggetto sensibile,
a cui possa attingere qualche proprietà che la
voce possa esprimere, si abbandona a più lontane
analogie, alle etimologie, finchè perviene ad una
lingua meramente convenzionale (").
Ma dopo di essere noi venuti rintracciando
i principii del linguaggio derivato dall'organizza-
zione umana e dalla proprietà delle cose nomina-
tive, dovremo noi discendere allo sviluppamento
di questi principii per esaminare per quale strada
sia il linguaggio passato dal fisico al morale, dal
materiale all' intellettuale, sceverare analitica-
mente nelle successive operazioni ciò che fa opera
della natura nel mecanismo della parola, da ciò
che fu opera dell'arbitrio dell'uomo, dell'uso,
della convenzione? Tutte siffatte indagini ne con-
durrebbero a digressioni, affatto inutili al nostro
() Vogliamo noi trovare il carattere principale delle lingue
primitive? Osserviamo il bambino, e noi lo vedremo far uso
prima di tutto delle lettere labiali, e quindi delle gutturali.
Egli non si usa primamente che delle semplici vocali; servi-
rassi delle vocali e delle articolazioni quando avranno i suoi
organi acquistato un esercizio maggiore ed un maggior vi-
gore. Questo pure è un passo fatto naturalmente senza aver
bisogno di essere dall'esempio guidato: per il che puossi
conchiudere che la conformazione delle parole labiali è
ancora necessariamente derivata dalla struttura umana in-
dipendentemente da ogni convenzione. In tutte le lingue le
sillabe ab, pap, am, ma, sono a pronunciarsi le prime.
Non v'ha lingua che non faccia uso delle lettere labiali, o,
in loro difetto delle dentali, o di tutte e due insieme per
esprimere le parole padre, madre; egli è quindi indubitato
che di tutte le lingue sono queste sillabe radicali. Si esami-
nino tutti i primi motti pronunciati dai bambini, diremo
quasi automaticamente, ed i piccoli motti che loro dicono
le nutrici per contrallarli, e sempre si troveranno formati di
voci semplici o legate con lettere labiali e dentali. Ecco
adunque un ordine di motti necessarii, esistenti indispensa
bilmente nelle lingue primitive.
E noi possiamo pertanto dimostrare che in tutti i linguaggi
i motti di pappa, mamma, familiari agli infanti ed i primi
che si possono da questi articolare, sono radicali e primitivi;
non sarà più bisogno ammettere fin qui derivazione da una
lingua all'altra. Egli è quindi inutile il derivare tali motti
dall'Egiziano presso il quale ap, apa, significa padre, am,
ama, significa madre; abbandonate un fanciullo a sè, le voci
pappà, mamma, o consimili saranno le prime a proferirsi da
lui come le più facili. Condamine le ritrova nell'ugual signi-
ficato presso tutta l'America meridionale.<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|87}}</noinclude>sera uscì altra Processione preceduta dall’istessi Longini, e Soldati, doppo i quali seguivano otto Misterj dolorosi; vi furono più di mille torcie, tra Fratelli della buona Morte, e persone pagate, che portavano penitenze in mano, traponendosi molti disciplinanti per mezzo, e fanciulle con croci in mano, che ricordavano a voce alta la Passione di Nostro Signore. Le bare erano coperte d’argento, e’ Misterj ricchi, e vaghi di lavori di fiori, e di argento, oro, talco, e seta, assai ben disposti, che gli portavano Cavalieri, al contrario di Napoli, che le portano i facchini.
Domenica, giorno di Pasqua per ordine di Sua Maestà si lasciò il lutto preso per la Morte del Principe Giorgio di Danimarca. Cominciarono a vendersi le ricotte, legate dentro una tela bianca, sì grande quanto un ovo, quali vendute, riporta all’ovile il pastore un gruppo di cenci, in cambio di fiscelle.
Il giorno delli 2. Aprile il Signor Duca di Mondragone Grande di Spagna fece la funzione di covrirsi avanti il Re, e Reina introdotto dal Signor Duca di Naccara, si presentò avanti Sua Maestà, e fatto il suo complimento, gli ordinò di covrirsi; e copertosi, levato il cappello,<noinclude>{{PieDiPagina||F 4|ba-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|88|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>bacia la mano al Re, e si ritira di nuovo di lato fra gl’altri Grandi; la medesima funzione fece avanti la Reina, baciandole similmente la mano, come fecero tutti i Grandi, a’ quali poi detto Duca diede in Casa lauto pranzo. Ne’ 10. la Città andò processionalmente in S. Matrona, posta ne’ Cappuccini per assistere alla sua festa.
Negl’11. Sua Maestà andò ad abitare in una Casa di Campagna, una lega distante da Barcellona. In questa Città si porta il Viatico a’ Moribondi con molta decenza, però bisogna convenire col Paroco della qualità della musica, ed accompagnamento, il quale è più, o meno, secondo la possibiltà delle persone. Ne’ 14. giunse una squadra di 11. Vascelli Inghilesi, e Vascello S. Gennaro, che portarono da Napoli 3500. soldati, e riferirono, che alli 10. era partito D. Diego Stenoph per soccorrere Alicante.
Ne 19. andai nella Villa d’{{Wl|Q15225338|Orta}} per parlare a Sua Maestà, dove giunse doppo quattro miglia; rimase a pranzo in casa d’un tal Montanè Catalano. Questo è un picciolo Casino, sopra del quale si entra per un portico, e per una stretta scala si passa ad un passetto, e di là ad {{Pt|un’ordina-|}}<noinclude>{{PieDiPagina|||ria{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="2" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|89}}</noinclude>{{Pt|ria,|un’ordinaria,}} e picciola Sala, nella quale pranzano il Re, e Reina; l’altre Stanze saranno da sei. Finito il pranzo il Re si pose a pescare da sopra una loggia con una canna in una gran peschiera in presenza della Reina; e mentre prendeva il pesce, questa l’accarezzava.<section end="s8" />
<section begin="s9" />{{Ct|t=1|v=1.6|w=0.5em|f=110%|{{Type|l=0.8em|CA}}P. IX.}}
{{Ct|v=1.5|''Si notano i divertimenti, e buon tempo passato in Orta.''}}
{{Capolettera|I}}L Re a’ 21. per il Compleaños dell’Augustissima Imperadrice Regnante, venne in Barcellona ad assistere in S. Maria alla Messa, e Processione, restituendosi la sera in detta Villa d’Orta; onde io per assistere più da presso alle mie pretenzioni, andai per fermarmi in questa Villa, mentre sin’oggi non erano stati considerati i miei passati serviggi, e le cariche altre volte occupate. Mi fermai in una Casa presa dall’Abate D. Michele Saldano (persona ornata di tutte le qualità, che si richiedono per un’uomo onorato) per non trovarsene migliore in una Villa, dove tutta era occupata dalla Corte; questa era una Casa di Campagna di un tal Villano Montano, sepellita nel profondo di una Valle, simile a quella di Giosafat, vedendosi il torrente Cedron per<noinclude>{{PieDiPagina|||mez-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|89}}</noinclude>{{Pt|ria,|un’ordinaria,}} e picciola Sala, nella quale pranzano il Re, e Reina; l’altre Stanze saranno da sei. Finito il pranzo il Re si pose a pescare da sopra una loggia con una canna in una gran peschiera in presenza della Reina; e mentre prendeva il pesce, questa l’accarezzava.<section end="s8" />
<section begin="s9" />{{Ct|t=1|v=1.6|w=0.5em|f=110%|{{Type|l=0.8em|CA}}P. IX.}}
{{Ct|v=1.5|''Si notano i divertimenti, e buon tempo passato in Orta.''}}
{{Capolettera|I}}L Re a’ 21. per il Compleaños dell’Augustissima Imperadrice Regnante, venne in Barcellona ad assistere in S. Maria alla Messa, e Processione, restituendosi la sera in detta Villa d’Orta; onde io per assistere più da presso alle mie pretenzioni, andai per fermarmi in questa Villa, mentre sin’oggi non erano stati considerati i miei passati serviggi, e le cariche altre volte occupate. Mi fermai in una Casa presa dall’Abate D. Michele Saldano (persona ornata di tutte le qualità, che si richiedono per un’uomo onorato) per non trovarsene migliore in una Villa, dove tutta era occupata dalla Corte; questa era una Casa di Campagna di un tal Villano Montano, sepellita nel profondo di una Valle, simile a quella di Giosafat, vedendosi il torrente Cedron per<noinclude>{{PieDiPagina|||mez-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/110
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|90|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>mezzo, e per oriente un monte simile all’Oliveto; dall’altra parte, come un deserto, e fiume Giordano nel piano; di modo che per trovare questa abitazione vi era di bisogno di una essatta guida; però assai buona, per non essere molestato dalle visite dell’Alabardieri pretensori amici, che ogni giorno vengono dal Re; per i quali nella porta s’erano assissi ordini rigorosi, venendo con le mani vuote, e buono appetito. Nel giorno de’ ventinove presentai alla Maestà della Reina li miei otto libri i quali (siami lecito il dirlo) sono stati mirati di così buon’occhio dal mondo, che l’Inghilterra (che manda fuori non pochi ragguardevoli viandanti) si è degnata per gusto di quei Nazionali, tradurgli nella favella nazia; che gli ricevè con soddisfazione, divertendosi di leggergli in quella solitudine, quando il permettevano le sue occupazioni.
Il primo di Maggio rimasi sino alle quattro ore della notte a passare il tempo nella nobilissima conversazione de’ Signori Conti, e Contessa d’Althem. Il Signor Conte chiamato Michele Giovanni d’Althem, come si disse, è un Cavaliero di amabili, ed adorabili costumi, e chi lo conosce una volta per le sue maniere gen-<noinclude>{{PieDiPagina|||tili,{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Aggiunta a' viaggi di Europa/Parte prima/Cap. VIII
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Porto il SAL a SAL 75%
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{{Qualità|avz=75%|data=4 giugno 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|Parte prima]] - Cap. VIII|prec=../Cap. VII|succ=../Cap. IX}}
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Pagina:Statistica elezioni 1913 legislatura 24.djvu/54
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Carlomorino
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: SEGNI CONVENZIONALI adoperati nel prospetto per collegi A) Risultat! delle elezionl generall del 1909 ¢€ delle elezion! suppletive avvenute nel corso della XXIII Legisiatara. E stampato in carattere grassino, per l’urica o per |’ultima elezione (sebbene non riferita) seguita in un collegio, il nome del candidato che ot fu proclamato eletio e che era ancora deputato in carica alla chiusura della XXIII Legislatura ; E s...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>SEGNI CONVENZIONALI
adoperati nel prospetto per collegi
A) Risultat! delle elezionl generall del 1909
¢€ delle elezion! suppletive avvenute nel corso della XXIII Legisiatara.
E stampato in carattere grassino, per l’urica o per |’ultima elezione (sebbene non
riferita) seguita in un collegio, il nome del candidato che ot fu proclamato eletio e
che era ancora deputato in carica alla chiusura della XXIII Legislatura ;
E stampato in carattere tondo magro, per ogni singola elezione seguita in un collegio,
il nome del candidato che fu proclamato eletto, ma che, per qualsiasi motioo, cessd
dal mandato, sia pure temporaneamente, prima della chiusura della Legislatura
medesima;
Sono stampati in carattere corsioo, per ogni singola elezione segulta in un collegio, i
nomi dei candidati non riusciti eletti.
La lettera r, posta, fra parentesi, a fianco di un nome stampato in grassimo, vale a
dire del nome di un deputato uscente, indica che il deputato stesso non si presentd
nell’antico né in altro collegio alle elezioni generali del 1913.
Il segno ¥% posto a fianco del nome del deputato uscente indica che egli, alle elezioni
del 1913 (ripresentatosi, con esito favorevole o sfavorevole, o non ripresentatosi
nell’antico collegio) pose la sua candidatura o ottenne voti in aliri collegi, in uno
almeno dei quali venne eletto (a).
ll segno @ posto a fianco del nome del deputato useente indica che egli, alle elezioni
del 1913 (ripresentatosi, con esito favorevole o sfavorevole, o non ripresentatosi
nell’antico collegio) pose la sua candidatura o ottenne voti in altri collegi, nei quali
non venne eletto (a).
1%) Risultatl detie elezioni generall del 1913.
Sono stampati in carattere grassino i nomi dei candidati proclamati eletti.
Id. corsioo i nomi dei candidati non eletti.
Il segno ¥€ posto a fianco del nome indica che il candidato ottenne voti anche in altro
o in aliri collegi, in uno almeno dei quali venne eletto (6).
Il segno @ posto a fianco del nome indica che il candidato ottenne ooti anche in aliro
o in altri collegi, nei quali non venne eletio (6).
* (a) Quali siano tali altri collegi pud rilevarsi dall'elenco alfabetico dei candidati che figura a
pag. 105 © segg. del presente volume.
(b) L’elenco particolare dei candidati che nelle elezioni del 1918 raccolsero voti in vari collegi
è dato a pag. 67,<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Tolstoj - I cosacchi, Firenze, Salani, 1915.djvu/73
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|71|riga=si}}</noinclude>
{{Centrato|XI.}}
Verso sera, quando il primo ufficiale tornò dalla pesca, sentito che l’alloggio gli sarebbe stato pagato, calmò sua moglie, e accondiscese alle esigenze di Vania.
I padroni di casa cedettero la loro capanna da estate a Olénine, e si trasferirono in quella da inverno. Messa in ordine la propria camera, Olénine fece colazione e si addormentò. Si svegliò tardissimo, si vestì accuratamente, poi si mise alla finestra che dava sulla via. Il caldo diminuiva, l’ombra della capanna col suo comignolo cesellato, si allungava in sbieco attraverso la via, spezzandosi contro la casa di faccia, il cui tetto di giunchi scintillava ai raggi del sole al tramonto. L’aria si faceva più fresca, tutto era in silenzio, i soldati si erano sistemati, gli armenti e gli operai non erano ancora rientrati.<noinclude><references/></noinclude>
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Utoutouto
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text/x-wiki
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{{Centrato|XI.}}
Verso sera, quando il primo ufficiale tornò dalla pesca, sentito che l’alloggio gli sarebbe stato pagato, calmò sua moglie, e accondiscese alle esigenze di Vania.
I padroni di casa cedettero la loro capanna da estate a Olénine, e si trasferirono in quella da inverno. Messa in ordine la propria camera, Olénine fece colazione e si addormentò. Si svegliò tardissimo, si vestì accuratamente, poi si mise alla finestra che dava sulla via. Il caldo diminuiva, l’ombra della capanna col suo comignolo cesellato, si allungava in sbieco attraverso la via, spezzandosi contro la casa di faccia, il cui tetto di giunchi scintillava ai raggi del sole al tramonto. L’aria si faceva più fresca, tutto era in silenzio, i soldati si erano sistemati, gli armenti e gli operai non erano ancora rientrati.<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Tolstoj - I cosacchi, Firenze, Salani, 1915.djvu/74
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|72|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>
La casa occupata da Olénine era situata quasi all’estremità del villaggio; si udivano da lungi, di là dal Terek, dalla parte ond’egli era giunto, delle sorde detonazioni. Dopo tre mesi di bivacco si sentiva rifocillato, il viso rinfrescato dall’acqua, il corpo riposato, le membra sciolte, anche moralmente si sentiva fresco e ben disposto. Si ricordò l’ultima campagna, i pericoli che aveva corso, la maniera onorevole con cui sì era condotto, ed i camerati altresì, che lo avevano accettato a far parte della brava armata del Caucaso. I ricordi di Mosca erano scomparsi, l’antica esistenza si cancellava per sempre, entrava in una nuova fase ove non aveva ancora a suo carico delle colpe; poteva, in un nuovo ambiente, riconquistare la stima di sè medesimo, e provava un sentimento di contentezza inesplicabile. Guardava talvolta i fanciulli che giocavano a palla all’ombra della capanna, tal’altra la sua nuova abitazione, e pensava di godere pienamente quella vita di cosacco che gli era del tutto sconosciuta. Contemplava il cielo e la lontana catena di monti pieno di ammirazione per le splendide bellezze della natura, che frammischiava a tutti i ricordi, a tutti i suoi sogni. La nuova vita non era precisamente come se l’aveva tracciata partendo da Mosca, ma era assai meglio: aveva il fàscino dell’impreveduto. E le montagne? le montagne erano sempre là davanti al suo pensiero.
— Lo zio Jérochka ha accarezzato la cagna! ha leccato la mezzina! ha barattato il suo pugnale<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|73|riga=si}}</noinclude>per l’acquavite! — esclamarono ad un tratto i ragazzi cosacchi, volgendosi verso la viuzza. — Ha abbracciato la cagna! — gridavano urtandosi gli uni cogli altri e retrocedendo davanti a Jérochka, che veniva avanti, con la carabina in spalla e tre fagiani appesi alla cigna dell’arma.
— Ho fatto male, figli miei, ho fatto male! — rispose agitando le braccia e guardando verso le finestre delle case poste dalle due parti della via. — Sì, ho dato la mia cagna per l’acquavite! — continuò, fingendo indifferenza, e in sostanza, molto seccato degli scherzi dei ragazzi.
Olénine era meravigliato dell’insolenza dei piccoli cosacchi, ma era ancor più colpito dell’atletica statura e del viso espressivo del vecchio cacciatore.
— Olà! cosacco! — gli gridò — avvicinati. — Il vecchio si volse verso la finestra e si fermò.
— Buon giorno, buon uomo — disse Jérochka, togliendosi il berretto e scoprendosi i capelli tagliati corti.
— Buon giorno; — rispose Olénine — che voglion dire le grida di quei monelli? —
Jérochka si avvicinò alla finestra.
— Mi deridono; e ciò mi fa piacere! Possono ridere quanto vogliono del vecchio zio! — disse con quella intonazione un poco strascicata propria dei vecchi. — Sei tu il capo della compagnia?
— No, sono portabandiera. Dove l’hai uccisi quei fagiani?
— Nel bosco; ho ucciso tre femmine — rispose<noinclude><references/></noinclude>
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Utoutouto
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|74|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>il vecchio, volgendosi per mostrare a Olénine la sua larga schiena, donde pendevano i tre fagiani; le tre testoline scendevano — macchiando col loro sangue il caftano del cosacco. — Ne hai tu mai veduti? Tieni, eccotene un paio. —
E gli tese i due fagiani dalla finestra.
— Sei cacciatore?
— Sì, ho ucciso quattro fagiani durante la campagna.
— Quattro! Che colpo! — disse il vecchio con aria burlesca. — Sei tu bevitore? ti piace l’acquavite?
— Perchè no? A suo tempo mi piace anco quella.
— Eh! mi sembri un brav’uomo! Saremo amici! — disse Jérochka.
— Ma entra dunque, ne beveremo un bicchiere insieme.
— Benissimo! entrerò; — disse Jérochka — prendi i fagiani. —
Il portabandiera era piaciuto al vecchio, che decise subito di accettare l’acquavite, in cambio dei fagiani.
Dopo un momento Jérochka comparve sulla porta della stanza, e soltanto allora Olénine si rese. esatto conto della gigantesca statura e della forza muscolare di quell’uomo, la cui barba era tutta bianca o il viso abbronzato, interamente solcato. di rughe profonde, scavate dall’età e dal lavoro. Aveva le spalle larghe e i muscoli forti come un giovane; delle cicatrici nella testa, che si scorgevano attra-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Panz Panz" /></noinclude>bisogno. E noi coll'avere fornito l'uomo di un
linguaggio, abbiamo esaurito tutto ciò che ne era
necessario per sollevarlo da uomo senziente ad
nomo intelligente, o a meglio dire gli abbiamo
forniti i mezzi materiali per l'esercizio delle intel-
lettuali sue facoltà, s'egli è pur vero che nessuna
idea possa essere dalla mente umana concepila
senza un segno che ne la informi e la rappre-
senti. Avvalorati gli istinti del suo intelletto di un
tanto sussidio, somministrato alla sua intelligenza
il ministerio della loquela, noi vedremo l'uomo
avviarsi di per se stesso su la via di tutti quei
progressi morali pei quali la sua specie ha potuto
produrre un Socrate, un Archimede, un Galileo,
un Dante, un Raffaello ecc. Noi vedremo svilup-
parsi dalla sua mente e dal suo cuore i primi germi
del pensiero e dell'affetto, e col simultaneo con-
corso di questi svolgersi in lui quel sentimento
religioso ch'è pur sempre l'auspice primo dei pro-
gressi della sua intelligenza.-Ma coll'accennarqui
noi del sentimento religioso come l'auspice primo
dei progressi della umana intelligenza, non esclu
diamo che sia esso preceduto sempre da una idea
o nozione della divinità, la quale col ministerio
della religione rivelata ha essa sola costituito il
principio e lo sviluppo di quella civiltà primitiva
che li rannoda al cristianesimo e che il cristiane-
simo trasmise a noi. L'uomo è sempre portato
a riferire l'esistenza di una cosa ad un' altra
anteriore, da cui la prima dipenda come da causa
necessaria. Questa mentale operazione condusse
le prime menti meditative dei popoli in cui erasi
offuscato il lume delle primitive tradizioni a
far ascendere la serie delle cause apparenti dei
fenomeni sino a quel punto cui la sfera delle loro
osservazioni empiriche permetteva che arrivas-
sero. Ma posciachè non erasi per anco sospettato
un mondo intellettuale al di là del mondo fisico,
si qualificavano per cause quei soli ultimi effetti
che potevano essere conosciuti dalla testimo-
nianza dei sensi. Ecco perchè le religioni pagane
hanno tutta quella analogia che già abbiamo av-
vertito ed offrono un sì picciol numero di carat-
teri distintivi. Lo spirito speculativo guidato dalla
osservazione empirica non poteva arrivare ad
altre prime cause della natura e dei suoi fenomeni,
fuorchè agli elementi ed agli astri, ond'è che tutte
le antiche religioni si riferiscono al culto degli ele-
menti o a quello degli astri e queste degenerano le
più volte in culto della sola natura. Gli elementi e
gli astri, e soprattutto il sole e la luna erano quindi
considerati come autori e signori del mondo,
e lor si tribuivano tutti gli omaggi della divinità
a cagione del poter loro che videsi essere supe-
riore a quello dell'uomo. Siffatta credenza dovette
essere alimentata dall'osservare la mutua dipen-
denza dei fenomeni naturali, l'influenza esercitata
dagli astri su la terra e su gli esseri viventi nelle
diverse epoche del giorno e dell'anno, e il moto
armonico apparentemente spontaneo degli astri
e degli elementi. Fu dunque una conseguenza del
carattere naturale della imaginazione, non che
della povertà delle lingue primitive, quasi tutte
simboliche e drammatiche, se la fede avuta nelle
cause materiali del mondo portò ben tosto a cre-
dere all'esistenza di altrettante divinità. La diffe-
renza che passa fra lo stato attivo e passivo della
materia fra un'azione disordinata ed una armonica
non poteva sfuggire ai primi pensatori, per poco
che fossero abituati alle più facili astrazioni, ma
non era lor dato di ravvisare il principio assoluto
di azione nei fenomeni della natura, nè possibil
era per essi innalzarsi per astrazione all'idea di
forza e di effetto; anzi mancavano perfino dei
segni propri ad esprimere questa idea. Altra via
dunque non restava loro che quella di personifi-
care simbolicamente le forze motrici degli astri
e degli elementi, cioè di supporre in essi vari enti
investiti di attributi tolti dai loro effetti, che vivifi-
cassero la materia e ne regolassero l'azione.
Ma se fu ben naturale che sino a che erano
ignorate le leggi del mondo fisico, dovessero es-
sere le forze fisiche gli obbietti della adorazione,
doveva altrettanto naturalmente avvenire che ad
un'epoca più innoltrata, essendosi le leggi della
natura fisica spiegate, l'adorazione dovesse neces-
sariamente ritirarsi sul campo della morale. Più
tardi essendosi rivelato il concatenamento delle
cause e degli effetti, la religione dovea ritraggersi
nella metafisica e nella spiritualità; e più tardi
ancora, essendo abbandonate le sottigliezze meta-
fisiche siccome impotenti a spiegare alcuna coss
era nel santuario del cuore che la religione, questa
suprema necessità del nostro spirito, doveva ri-
trovare il suo inespugnabile asilo. Ma un rivolgi-
mento di forme e di riti doveva allora aver luogo,
poichè se l'idea della divinità ha forse sempre ed
in ogni dove esistito, la sua concezione fu
però
sempre subordinata a tutto ciò che coesisteva
a ciascun' epoca. La religione quando esce dal
campo della rivelazione per divagare fra le aberra
zioni dello spirito umano non è nella sua essenza
legata ad alcun tempo, e non consiste punto in
tradizioni trasmesse d'età in età. Essa non è quindi
sottomessa a confini determinati e stabili, imposti
in una maniera letterale ed immobile alle genera
zioni che si avvicendano. Essa procede in quella
veee coi tempi e engli uomini. Ciascun'epoca ebbe<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Panz Panz" /></noinclude>INTROI
i suoi profeti ed i suoi inspirati, ma ciascuno
parlò il linguaggio dell'epoca. Non vi ha allora
nella religione come pure nell' idea della divinit
alcuna cosa di storico in quanto alla base, ma
tutto è storico nello sviluppamento.
Tale fu il processo intimo e psicologico di
quelle menti che ordirono umanamente le prime
idee religiose; e tale il procedimento successivo
del sentimento religioso presso tutti i popoli gen-
tili, il quale subi poi sempre nelle forme estrinse-
che della sua manifestazione una modificazione
infinitamente variata, a seconda dei climi e di
tutte quelle altre peculiari influenze che delermi-
nano il vario carattere morale dei popoli. E che
il sentimento religioso sia siffattamente istin-
tivo negli uomini, ch'abbia potuto svolgersi in
essi indipendentemente da ogni altro elemento
morale, indipendentemente dalla stessa condi-
zione sociale, e l'uomo ancorchè tuttavia nomade
e selvaggio abbia dovuto sentire questo principio
nel cuore, avanti che la sua ragione avesse pur
fatto un solo passo nella civiltà, lo prova l'espe-
rienza del presente, che deve pur essere un cri-
terio sicuro d' indovinare il passato. Anche oggidi
i selvaggi americani scelgono a loro idolo ogni og-
getto che maggiormente colpisca la loro fantasia,
continuamente cambiandolo (Charlevoix, Journ.
p.245). I Malabaresi delle tribù più rozze si fingono
degli dei secondo il capriccio del momento: un al-
bero, il primo animale ch'essi incontrano diviene
la loro divinità. I Tonguz piantano un piuolo ove
loro par meglio, vi attaccano la pelle di una volpe
o d'un zibellino e dicono ecco il nostro Dio. I sel-
vaggi del Canadà si prostrano dinanzi alle spoglie
di un castoro. Presso i Negri di Bissao ciascuno
inventa o fabbrica la divinità a suo talento (Hist.
génér, des Voyag. t. 11, p. 104). Nei deserti della
Lapponia vi hanno delle pietre isolate che por-
gono una grossolana rassomiglianza colle forme
umane. Allorchè i Lapponi passano vicino a que-
ste pietre non tralasciano pur mai di sagrificarvi
un qualche renne, delle corna dei quali scorgonsi
poi queste pietre adornate (Acerbi, Viaggi).
Ma dopo avere mostrato come abbia potuto
l'uomo acquistarsi un linguaggio, primo elemento
dello sviluppo intellettuale, e svolgere in se stesso
un sentimento religioso, primo elemento della
vita morale, veggiamo per quali vie, e mediante
quali altri elementi, abbia egli potuto giungere
ad una vita sociale. E qui spontanea ed irrecusa-
bile ne si offre una quistione presentata dalle
teorie di Vico, i cui pensamenti sui principii che
condussero gli uomini a civiltà, hanno ormai una
tanta celebrità da non poter essere, sieno pur
veri o falsi, dissimulati. Quel profondo ed ima-
ginoso intelletto dopo di avere mostrato siccome
la religione ed i matrimoni debbono essere stati
necessariamente i principali operatori dell'inci-
vilimento primitivo dei popoli, vi aggiunge l'in-
stituzione dei sepolcri.
«Si imagini, dice egli (Scienza nuova, lib. 1),
uno stato ferino nel quale restino insepolti i cada-
veri umani sopra la terra ad esser esca dei corvi
e cani; certamente con questo bestiale costume
dee andar di concerto quello d'esser incolti i
campi, non che disabitate le città: e gli uomini,
a guisa di porci, anderebbono a mangiar le
ghiande colte dentro il marciume de' loro morti
congiunti; onde a gran ragione le sepolture con
questa espressione sublime fadera generis humani
ei furono definite, e con minor grandezza huma-
nitalis commercia ci furono descritte da Tacito.
Oltrechè questo è un placito nel quale certamente
son convenute tutte le nazioni gentili che l'anime
restassero sopra la terra inquiete ed andassero
errando intorno a' loro colpi insepolti, e in con-
seguenza che non muoiano insieme co' loro corpi,
ma che sieno immortali, ecc. ». Ma noi crediamo
potersi derivare da tutt'altro fonte l'instituzione
dei sepolcri e in ugual tempo mostrare per altro
motivo essere state le sepolture un principio del-
l'incivilimento.-Egli è oramai fuori d'ogni dub-
bio che l'antropofagia abbia esistito non pur
presso alcuni popoli antichi, ma ben anco presso
molte altre selvaggie nazioni a noi di tempo vici-
nissime. Erodoto (1) e Strabone (*) parlano dei
Messageti, costume de'quali era di tagliare a pezzi
gli uomini tutti pervenuti ad un'età decrepita,
e quindi divorarseli insieme ad altri pezzi di carne
pecorina. Lo stesso Erodoto (3) parla di alcuni
Indiani nomadi da lui appellati Pudesi che erano
antropofagi. Strabone () e Plinio (5) attestano
essere stati antropofagi i Sesti, i Sauromati, al-
cuni barbari abitatori del Caucaso. Gli Ibernii,
secondo Strabone (), cibavansi de' cadaveri dei
proprii genitori. Plinio (7) dopo di essere uscito
con apostrofe di esecrazione contro l'uso delle
vittime umane tuttavia in vigore a' suoi tempi
presso i Galli, i Britanni ed in Roma stessa, e dopo
di aver parlato del senatoconsulto del 657 col
quale venne tolto il costume di tali vittime, altifica
la sapienza e l'umanità del dominio romano, per
avere in tutto l'orbe allora conosciuto diradicata
l'inumana credenza di essere santa cosa ed ac-
cetta l'immolare agli dei vittime umane, e cosa
(3) Lib. 1v.
(1) Lib. I. (2) Lib. 11.
(*) Lih vi. (*) Lih. vn. ( Lib. X
Lib,
(*) Lib. IV.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Panz Panz" /></noinclude>XXIV
INTRODUZ
saluberrima il mangiarne le carni. Ma veniamo
a nazioni a noi più vicine. Allorchè i negri Jagas,
al riferire di Laharpe, si impadroniscono di al-
cuna città nemica, trucidano tutti coloro che sono
oltre il tredicesimo anno di età e se li divorano.
Secondo il medesimo autore gli Alfuriani, monta-
nari dell'isola di Ceylan, innanzi che conoscessero
il garofano, cibavano la carne de' loro nemici
estinti. Fra presso che tutti gli abitanti delle isole
del mare del Sud fu da'viaggiatori ritrovata comu-
nissima l'antropofagia. I Canadesi, tutti gli Ame-
ricani settentrionali, i Messicani, i selvaggi del
Rio della Plata, della Guiana, del Brasile, della
Nuova Zelanda, delle isole Sandwich tutti erano in
siffatto barbaro costume al tempo della loro prima
scoperta falta da' viaggiatori. D' onde ripetere
quel carattere sanguinario che domina nelle reli-
gioni di presso che tutte le prime nazioni selvag-
gie se non se dallo stato ferino ed antropofago in
cui hanno vissuto? Egli è indubitato che le reli-
giose sono le prime instituzioni per opera delle
quali le primitive nazioni barbare e randagie
cominciarono a venire gradatamente a dirozzarsi
e ad una convivenza sociale; quindi la forma
ed il carattere delle religioni, come quelle che
più vicinamente doveano sentire l'influenza dei
costumi de' popoli su cui cercava di dominare
la più sicura e veridica espressione dello stato
morale di quei tempi. Il dio Moloc degli Am-
moniti a cui bruciavansi in olocausto dei bam-
bini; la dea Siria de' Siri, a cui sacrificavansi
pure dei bambini gettandoli dalla sommità del
tempio (); la dea Triclaria degli lonii, a cui
ogni anno erano una vergine ed un fanciullo
immolati (); gli atrocissimi riti degli Albani
riportati da Erodoto (); quelli degli Sciti ri-
portati da Luciano; che non ne dicono i sacrifizi
dei Locresi onde pacificar Pallade irritata dal-
l'attentato di Aiace contro Cassandra ("); i sa-
crifizii de' Lacedemoni a Diana Ortia (); quelli
degli abitanti di Potnia nella Beozia al dio
Bacco (); degli Arcadi in onore del Giove Li-
ceo ('); dei Leucadi ad Apollo ("); dei Germani
al loro Mercurio (), de' Goti al loro Marte (0);
(1) Luciano, De Dea Syr.
(2) Pausania, Ach.
(3) Lib. 1.
() Natale Conti, Mitolog., lib. 1, cap. 10.
(*) Pausania, Lacon., lib. 111.
(*) Pausania, Achaic.
(1) Plinio, lib. VIII.
(*) Strabone, lib. x.
(*) Sax., lib. 111.
-
-Worm., lib. 1.
(10) Jornandes, De rebus Goth., cap. 5.
degli antichi Normanni e Danesi al Sole ('), degli
antichi Svedesi ("); de' Britanni (), e degli
abitanti dell'isola Mona, oggi Anglesey ("); dei
Seritifinni (); degli antichi Marsigliesi (*); degli
Franchi (); de' Lusitani (8); de Cartaginesi (9);
degli Etiopi (10); degli Egizi ("); de' Giaponesi (12)
e moltissimi altri popoli selvaggi si antichi che
moderni? Come silfatte sanguinarie credenze ed
istituzioni poleano introdursi e mantenersi presso
queste nazioni, ove analoghi costumi non ve le
avessero già innanzi disposte? Come sostenere
tanta carnificina, tanti spettacoli di sangue, se
alla carnificina, se a sanguinosi spettacoli già
non le avessero adusate l'antropofagia? E se
tutte queste prove storiche e tradizionali non val-
gono ancora ad interamente persuadere che gli
uomini abbiano potuto trascorrere a tanta atro-
cità nè averne di essa quel ribrezzo che si pro-
fondo eccitasi in noi solo considerandole, valga
il raziocinio. Riducete l'uomo in uno stato
d'infanzia morale, come esser doveva nei primi
tempi, destituito del sussidio di una provetta ra-
gione, perchè spentosi in lui il lume della primi-
tiva rivelazione, governato da quegli istinti che
la ragione tuttavia bambina non poteva nè domi-
nare, nè dirigere a bene; esagilato, aggirato da
tutte quelle tempestose passioni tanto più vee-
menti e brutali, quanto più sono signoreggiate da
una corpulenta fantasia che ognor sorge vie più
gigante quanto meno è efficace la forza dell'intel-
letto, e facilmente si orribili scene della primitiva
barbarie umana non più parranno impossibili
e nemmanco improbabili. Nè si opponga essere
troppo duro il credere che l'uomo abbandonato ai
soli suoi istinti naturali possa riuscire a tanto di
atrocità, cui quasi mai giunge la ferocia nem-
meno dei bruti a cibarsi della carne della propria
specie. Nei bruti destituiti di presso che tutta
quella potenza di ragione della quale si eminenti
e progressive sono le attitudini nell'uomo, dove-
vano essere necessariamente gli istinti e maggior
mente determinati e meno suscettivi di altera-
zione, mentre, ove fosse stata insita nella loro
(1) Ditmarus, lib. 1.
(2) Loccenio, De antiq. Svedic., pag. 32.
(3) Seldeno, Brit. antiq., lib. 1.
(4) Fulgosio, lib. 1, cap. 1.
(*) Procopio, De Bello Goth., lib. 11.
(*) Lucano, Phars., lib. m.-Servio al lib. Ix dell'Eneid.
(*) Procopio, De Bello Goth., lib. 11.
(*) Strabone, lib. 1x.
() Diodoro, lib. x.
(10) Heliod., Ethiop, lib. x.
() Hygin., fab. 51.- Apollod., lib. v.
(13) Chevreau, Hist. du Monde, tom. v, lib. VIII, cap.
A<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Panz Panz" /></noinclude>INTROD
natura la possibilità di vincere quell' istinto che
tanto li fa rifuggire dalla carne e dal sangue dei
loro simili, sarebbero, irremissibilmente e nel
volgere di breve tempo, riusciti alla totale distru-
zione della propria specie. Non così pertanto era
necessario fosse degli istinti dell'uomo; per opera
dei quali, non ostante sia loro possibile ogni
grado di corruzione e di snaturamento, non po-
trebbe siccome nei bruti avvenire la ruina totale
della specie, chè il germe della ragione dovea
par a suo tempo nell' uomo svolgersi e sorgere
graduatamente in tutta la sua potenza al riordina-
mento naturale ed al governo dei traviati istinti;
e ciò per quella legge providenziale che domina
l'attività e perfettibilità dello spirito umano, e che
un numero indefinibile di circostanze di clima
e di vicende cosmologiche, politiche e civili con-
ducono sempre finalmente all'alto. E in vero, in
che consiste ella mai l'opera continua della ra-
gione in tutta la vita dell'uomo, se non se nella
continua direzione di quegli istinti che pur sono
sì facili ad essere fuorviati da quella maravigliosa
facoltà da cui tutto ha sorgente quanto v' ha di
divino e di diabolico nell'uomo, l'imaginativa?-
Ora, finchè l'antropofagia dominava nei costumi
dei primi popoli, egli è evidentissimo che questi
non avrebbero pur mai potuto condursi a quella
mitezza di vita che forma il primo stadio della ci-
viltà. Assopiti, per così dire, nel sangue umano i
germi di quelle benefiche passioni pel cui solo
svolgimento sorgono i principii dell'umanità dei
popoli, il mondo di quei tempi non avrebbe pur mai
potuto di un passo avviarsi sulla carriera del perfe-
zionamento morale e civile, sino a che vi avevano
tali ferocissime consuetudini. L'introdursi per-
tanto dell'istituzione dei sepolcri, altro per noi
non dice che la cessazione di tali umane carni-
ficine. Nè, qui pervenuti col nostro discorso, cre-
diamo noi di avere tutti annoverati gli elementi,
e per meglio esprimerci, i fattori della prima ci-
viltà dei popoli, la società domestica, i matrimo-
nii, le prime idee pratiche della proprietà, quelle
dei diritti e dei doveri considerati in tutti i loro
rapporti di società domestica e civile, furono vi-
cendevolmente altrettante cause ed effetti della
civiltà incipiente e progressiva; ma su di ciò noi
dobbiamo arrestare le nostre induzioni e riman-
dare i nostri lettori a quanto ne riferiscono le sa-
ere carte; nella vita patriarcale ivi si maraviglio-
samente dipinta si riassumono tutte le leggi con
cui ha la Providenza organizzato l'edificio sociale
dei primi tempi.
Ma quali principii hanno avuto tutte quelle arti
agricole, industriali e domestiche e tutte quelle
Encicl. pop.-Toxо I.
scienze primitive che costituirono lo stadio primo
dell'umano incivilimento?
Fin tanto che l'uomo non coltivava la sua ra-
gione, pochi oggetti solleticavano i suoi sensi: egli
non conosceva che due sorta di bisogni, quello
di sussistere e quello di riprodursi. Egli trovava
di che soddisfare al primo nelle produzioni spon-
tanee della natura, e pel secondo egli non aveva
che a seguire ciecamente il suo istinto. Ignorava
egli e l'agricoltura e tutte quelle arti che facendo
servire la natura alle comodità della vita, allar-
gano la sfera de'desiderii, ne aumentano la forza,
e divengono bene spesso la sorgente di una infi-
nità di malori: ciò che i poeti hanno ingegno-
samente designato colla favola di Prometeo e di
Pandora. Questa prima età destituita di industria
e di desiderii fu chiamata età dell'oro. I melanco-
nici sopratutto e gli sventurati l' hanno alta-
mente celebrata. È fuor di dubbio che, per servirei
della espressione di costoro, la giustizia abitasse
allora la terra: nell'assoluta mancanza in cui si era
e di oggetti e di desiderii, qual motivo potevasi
avere di nuocersi scambievolmente? Ma in ogni
parte della terra dove esistono uomini, il potere
del clima opera con determinata influenza sopra
la loro condizione e sopra il loro carattere. Quindi
per inevitabile conseguenza naturale avvenir do-
veva che se in qualche clima, e specialmente nei
più temperati, gli uomini hanno potuto avere co-
stumi dolci e pacifici, quali sopra delineammo, in
altre condizioni di cielo e di terra, altri costumi
meno pacifici e miti debbono essersi necessa-
riamente sviluppati. Simile ad un germe che get-
tato sulla terra riceve dalla terra stessa l'umore
che lo feconda, pregno di quell'umore animalo
della forza vivificatrice, vegeta, sviluppasi, sbuccia
le foglie che si nutrono anch'esse coll'assorbire
l'umido dell'atmosfera che le circonda, l'uomo
acquista la maggior parte delle stesse modifica-
zioni sue morali dalle condizioni geologiche ed
atmosferiche che certamente non possono essere
identiche in tutti i luoghi (). Quale maggior prova
di
questo gran vero fisiologico di quello che ne
offrono gli istinti degli animali che sono il vero
termometro delle latitudini? Senza di questa la-
tente ed altrettanto potentissima influenza, come
poter spiegare le tanto differenti tempre di quella
umanità che, sortito avendo un unico tipo, una
medesima origine, avrebbe pur dovuto avere
(1) Non sia chi voglia prendere alla lettera questo
nostro modo di esprimerci, e nemmeno indurre che vo-
gliamo noi escludere l'intervento providenziale in questo
svolgimento dell'umanità. La natura opera conseguentemente
alle sue leggi, ma l'occhio di Dio sempre vi presiede.<noinclude><references/></noinclude>
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