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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|||221}}</noinclude>
{{Centrato|'''CAPITOLO XI.'''}}
All’ora in cui due terzi della popolazione d’Antiochia riposava dalle fatiche del giorno, godendosi, sui terrazzi delle case, l’aria rinfrescata dalla brezza serale, Simonide, adagiato nel seggiolone ormai diventatogli indispensabile, stava contemplando dal proprio terrazzo il fiume, ed i navigli che vi erano ancorati. La muraglia che ergevasi dietro di lui proiettava la sua ombra sull’acqua fino a raggiungere la sponda opposta, ed al disopra continuava il solito rumore dell’andirivieni sul ponte. Ester, presso al padre, gli teneva dinanzi un piatto contenente la sua cena frugale, composta di focaccie leggiere come ostie, un po’ di miele ed una tazza di latte nella quale Simonide immergeva le focaccie dopo averle spalmate di miele.
— «Malluch ritarda questa sera» — mormorò egli scoprendo così il pensiero che lo preoccupava.
— «Credi tu ch’egli verrà?» — chiese Ester.
— «A meno ch’egli non abbia dovuto prendere la via del mare o del deserto, verrà.» —
Simonide parlava tranquillamente da uomo sicuro del fatto suo.
— «Potrebbe invece scrivere.» — suggerì timidamente la ragazza.
— «No, Ester. Egli mi avrebbe già avvertito con lettera se si fosse accorto di non poter ritornare e poichè non m’ha avvertito sono certo che verrà.
— «Speriamolo» — sospirò la giovine.
V’era un non so che nel tono col quale ella si lasciò sfugire questa parola, che colpì il vecchio. Il più piccolo uccellino non può posarsi sopra un ramoscello senza comunicare una vibrazione, per quanto leggiera, a tutte le fibre dell’albero, e l’organismo umano non è meno sensibile qualche volta alle più insignificanti parole.
— «Tu desideri ch’egli ritorni, Ester?» —
— «Sì, rispose ella» — guardandolo negli occhi.
— «Perchè? potresti dirmelo?» — persistette il padre.
— «Perchè...» — essa sostò, poi riprese: — «perchè il giovane è...» — e qui di nuovo si fermò.
— «Il nostro padrone, tu vuoi dire.» —<noinclude><references/></noinclude>
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— «Sì.» —
— «E tu sei sempre d’avviso ch’io non dovrei lasciarlo partire senza dirgli che, se egli vuole, può prendere possesso di noi e di tutto — capisci Ester? di tutto — delle merci, dei denari, delle navi, degli schiavi e del credito potente, che è un mantello d’oro e d’argento tessuto per me da quella Divinità tanto adorata dagli uomini, il Successo!» —
Essa non rispose.
— «Non te ne commovi affatto?» — insistè egli, non senza una tinta d’amarezza. — «Sta bene, Ester. Ho sempre trovato che per quanto terribile sia la realtà essa non è mai insopportabile una volta squarciate le nere nubi attraverso le quali essa ci atterriva dapprima — no, mai, neppure la tortura. Suppongo che sarà così anche della morte. Alla stregua di questa filosofia è presumibile che la schiavitù cui andiamo incontro finisca per esserci dolce. Mi è grato sin d’ora il pensare alla felicità del nostro padrone. Le ricchezze non gli saranno costate nulla, non un momento d’angoscia, non una stilla di sudore, neppure un pensiero! Esse gli cadranno in grembo mentr’egli è nel fior degli anni senza averle nemmeno sognate. E, perdona questo piccolo sfogo alla mia vanità, Ester, se aggiungo ch’egli andrà inoltre al possesso di ciò che tutto l’oro del mondo non potrebbe dargli; parlo di te, mio tesoro, mio adorato fiorellino germogliato dalla tomba della mia perduta Rachele.» —
L’attirò amorosamente a sè e la baciò due volte; un bacio per lei, uno per la povera morta.
— «Non parlar così» — disse la ragazza allorchè il vecchio ritrasse la mano che le aveva accarezzato il collo, — «quel giovane merita una migliore opinione; egli pure ha sofferto, e ci renderà liberi.» —
— «Ah, Ester, tu sei di nobili istinti e sai com’io ad essi mi affidi ogniqualvolta mi trovo perplesso nel giudicare del carattere di qualcuno, ma» — e qui la sua voce si fece più vibrata — «ma non sono solo queste povere membra, questo corpo lacerato e straziato fino a non aver più forma umana, che gli darò. Io gli arrecherò un’anima che ha saputo trionfare dei tormenti e della malignità Romana, più crudele degli stessi tormenti; io gli porterò una mente che sa scoprire l’oro ad una distanza maggiore di quella cui arrivarono le navi di Salomone, una mente esercitata nel concepire vari disegni» — qui sorrise di compiacenza, poi continuò sempre più animandosi: — «ma<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|374||}}</noinclude><section begin="s1" />e scrisse la risposta, parola per parola. Essa era chiara e comprensibile, e conteneva insieme una storia, un’accusa, una preghiera. Una persona comune non avrebbe potuto farne una uguale, ed egli non poteva fare a meno di crederle ed averne pietà.
— «Tu sarai aiutata, donna» — disse, chiudendo la sua tavoletta. — «Ti manderò del cibo e delle bevande.» —
— «E dei vestiti, dell’acqua pura, ve ne preghiamo, o generoso Romano.» —
— «Come desiderate.» — rispose egli.
— «Dio è buono!» — disse la donna singhiozzando — «Possa la sua pace esser con voi!» —
— «Ma» — egli aggiunse» — io non posso rivedervi. Fate i vostri preparativi, e questa sera vi farò accompagnare alla porta della torre e vi libererò. Voi conoscete la legge, addio.» —
Diede gli ordini agli uomini ed uscì.
Poco dopo altri schiavi entrarono nella cella con un gran recipiente d’acqua, un catino, dei tovagliuoli ed un piatto con pane e carne. Portarono pure degli abiti affinchè le donne li potessero indossare, e li posarono per terra ove le prigioniere avrebbero potuto facilmente prenderli allontanandosi subito.
Le due donne furono condotte alla porta e poi lasciate sulla strada, verso la metà della prima veglia. Così il Romano se ne liberò ed esse furono ancora una volta padrone di sè nella città dei loro padri.
Esse guardarono le stelle, belle e lucenti come per lo passato, e si domandarono a vicenda:
— «Cosa accadrà ora? e dove anderemo?» —
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Centrato|'''CAPITOLO III.'''}}
Mentre Gesio, il custode, si presentava al tribuno nella Torre di Antonia, un uomo saliva il declivio orientale del monte degli Ulivi. La strada era scabrosa e polverosa, e la vegetazione all’intorno era bruciata dal sole d’estate. Il viaggiatore poteva dirsi fortunato, non solo perchè era giovane e vigoroso, ma anche per gli abiti leggeri che indossava.
Procedeva lentamente, guardandosi intorno non con<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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Ben Hur/Libro Sesto/Capitolo II
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|||375}}</noinclude>l’occhio cauto e ansioso di chi non è ben sicuro del suo cammino, ma piuttosto coll’espressione di colui, che, dopo una lunga assenza, rivede antiche conoscenze, espressione piacevole, che sembrava dire: — «Sono contento di trovarmi ancora con voi, lasciatemi vedere quanto siete cambiate.» —
Ogni tanto s’arrestava per la salita volgendo lo sguardo indietro sullo splendido panorama che gli si offriva e che era chiuso dalle montagne del Moab; però, mano mano che egli s’avvicinava alla vetta, affrettava sempre più il passo, dimentico della fatica.
Per arrivare alla sommità, piegò a sinistra della strada un giorno assai frequentata. Si fermò all’improvviso, come se una mano invisibile lo avesse arrestato. Dando una rapida occhiata allo splendido paesaggio che gli si presentava dinanzi, i suoi occhi si dilatarono, le guancie s’imporporarono, ed il respiro gli si fece più rapido.
Il viaggiatore era Ben Hur, il luogo Gerusalemme.
Non la Città Santa d’oggi, ma la Città Santa tale e quale fu lasciata da Erode, la Città Santa di Cristo. Se essa, veduta dal vecchio Monte degli Ulivi, è ancora bella al giorno d’oggi, che cosa doveva sembrare a lui?
Ben Hur si assise sopra una pietra, e, liberandosi dal fazzoletto bianco che gli copriva il capo, si mise ad osservare minutamente. Molti altri hanno guardato Gerusalemme da quella sommità in epoche diverse. Il figlio di Vespasiano, il Saraceno, il Crociato, tutti conquistatori, e molti pellegrini d’ogni parte del mondo, ma, probabilmente, nessuno di essi avrà mai osservato il panorama con sentimenti più tristi e più amari di quelli di Ben Hur. Eran ricordi dei tempi passati, della famiglia, dei discorsi tenuti nell’infanzia, delle proprie vicende, che gli affollavano la mente. La città coi suoi fabbricati, era un testimonio vivente ed eterno dei delitti, della devozione, delle debolezze, del genio e della religione del suo popolo. Sebbene conoscesse Roma, Ben Hur rimase incantato. Quella vista lo avrebbe inebriato di vanagloria, se non avesse pensato che quel principesco dominio non apparteneva più ai suoi compatrioti, che l’adorazione nel Tempio ora dipendeva dal beneplacito di stranieri, che la collina dove Davide s’era fermato era sede di un palazzo marmoreo, donde emanavano gli editti i crudeli dominatori, i quali con essi perseguitavano i servi della fede. Ma questi erano piaceri e dolori comuni a tutti gli Ebrei di quel tempo: Ben Hur vi aggiungeva<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|376||}}</noinclude>poi riflessioni tutte personali, ricordi che non avrebbe mai potuto dimenticare e che la vista della patria richiamavan con più viva intensità.
Un {{Ec|paesaggiodi|paesaggio di}} colline subisce pochi cambiamenti; quando poi le colline sono rocciose non ne subisce affatto. Lo spettacolo che la natura offriva a Ben Hur era uguale a quello che la natura di quei luoghi offre oggi, tranne il panorama della città, che è, naturalmente, variato, per l’opera alacre dell’uomo sempre più incivilito.
Il sole riscaldava il versante occidentale del Monte degli Ulivi più di quello orientale, e, naturalmente, gli uomini davano a quello la loro preferenza. I vigneti, di cui il monte era parzialmente rivestito, ed i pochi alberi sparsi, per la maggior parte fichi e vecchi ulivi selvatici, erano verdeggianti. In fondo, presso l’asciutto letto del Cedron, la verzura si faceva più bella e più piacevole alla vista; là terminava il Monte degli Ulivi e cominciava il Moriah, baldanzoso, bianco come la neve, fabbricato da Salomone e completato da Erode. Gli occhi salivano poi di mano in mano sulle poderose roccie, fino alla porta di Salomone; che formava il piedestallo del monumento di cui la collina era lo zoccolo; gli occhi risalivano alla Corte dei Gentili, a quella degli Israeliti, poi alla Corte delle Donne, insieme a quella dei Sacerdoti, ciascuna delle quali era una mole di bianche colonne di marmo, sovrapposte l’una all’altra come tante terrazze in cima delle quali, formando la corona di questa superba mole, infinitamente sacri, belli, maestosi, sfolgoranti d’oro, ecco il Padiglione, il Tabernacolo, ed il Santo dei Santi!
L’Arca non era là, ma Jeova viveva nella fede dei figli d’Israele. In nessun altro luogo si sarebbe trovato un tempio, un monumento che pareggiasse questo edificio straordinario. E di tutto ciò ora non rimane neppure una pietra. Chi lo rifarà? Quando ricomincierà la ricostruzione? Così si domanda ogni pellegrino che si ferma al posto occupato adesso da Ben Hur, ben sapendo che la risposta non può venire che da Dio, che custodisce gelosamente i suoi segreti.
Ed ancora gli occhi di Ben Hur osservavano i tetti del tempio, la collina di Sion piena di sacre memorie. Egli sapeva che la vallata, da Fermaggiai, si stendeva lassù profondamente incassata fra il Moriah e il Sion, e attraversata dallo Xisto; ricca di giardini e di palazzi, ma sopratutto egli fissava con sguardi avidi il paesaggio maestoso per<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|||377}}</noinclude>edifici che incoronava la collina reale; la casa di Caifa; la Sinagoga centrale, il Pretorio romano, l’Hippico, e i tristi ma superbi cenotafi — Faselo e Marianna — sorgenti sullo sfondo del Gareb, rosseggiante in lontananza. E quando, fra tutti, riconobbe il palazzo d’Erode, potè forse pensare ad altro che al Re che doveva venire, sovrano cui egli stesso si professava devoto, il cui cammino voleva spianare? La sua fantasia corse veloce al giorno nel quale il nuovo Re sarebbe stato proclamato e avrebbe preso possesso del Moriah, del sacro Tempio, di Sion e delle sue torri e dei suoi palazzi, di Antonia minacciosa, alla destra del Tempio, della nuova città di Bezetha, ancor priva di mura, accolto da milioni di Israeliti acclamanti con palme e con bandiere, cantando inni festosi perchè il Signore aveva vinto e li aveva fatti signori del mondo.
Si dice che il sognare sia un fenomeno non del giorno ma della notte. Se si studiasse meglio si vedrebbe che quasi tutti i propositi si nutrirono in una specie di dormiveglia. Sognare è il premio di chi lavora, è il vino che sostiene le nostre forze, che ci rende cara la fatica perchè la stanchezza ch’ess’ingenera è propizia al sonno. Vivere è sognare. Solo dopo morti non si sogna. Nessuno rida dunque di Ben Hur per le sue fantasticherie, perchè chiunque si fosse trovato in quel luogo ed in quelle condizioni di animo, avrebbe fatto altrettanto.
Il sole stava per tramontare. Per un momento il fiammeggiante disco sembrava accovacciarsi sulle lontane vette delle montagne dell’ovest, tingendo il cielo, sopra alla città, di un color di rame e indorando le mura e le torri. Poi scomparve. Nella calma della sera, i pensieri di Ben Hur si indirizzavano verso la casa paterna. Egli fissava i suoi sguardi in un punto del cielo, un po’ a nord dell’incomparabile facciata del Santo dei Santi. Sotto di esso, proprio nella direzione del filo a piombo, sorgeva la casa di suo padre, se pure ancora esisteva.
La dolce influenza di quell’ora inteneriva i suoi sentimenti, e, mettendo da parte le sue ambizioni, egli pensò al dovere che lo conduceva a Gerusalemme.
Una sera mentre si trovava con Ilderim sul deserto esaminando il terreno con occhio di soldato, in cerca di luoghi atti alla battaglia, giunse un messaggero colla notizia che Grato era stato rimosso e Ponzio Pilato ne prendeva il posto.
Messala, ridotto all’impotenza, credeva morto Ben Hur.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|378||}}</noinclude>Grato non aveva più alcun potere; perchè avrebbe dovuto Ben Hur differire più oltre la ricerca della madre e della sorella? Non v’era più nulla da temere, ora. S’egli non poteva cercare le due donne personalmente nelle prigioni della Giudea altri poteva farlo per lui. Se le due perdute si fossero trovate, Pilato non poteva aver ragioni per trattenerle, e se ne avesse avute, sarebbero state tali da cedere davanti al denaro. Una volta trovate, egli le avrebbe portate in luogo sicuro, poi, con la mente più calma, la coscienza tranquilla per aver compiuto questo primo dovere, si sarebbe dedicato intieramente al ''Re atteso''. La sua risoluzione fu subito presa. Quella notte egli si consigliò con Ilderim ed ottenne il suo assenso. Tre Arabi lo accompagnarono a Gerico, dove egli li lasciò coi cavalli e procedette solo ed a piedi. Malluch doveva incontrarlo a Gerusalemme. I disegni di Ben Hur erano molto vaghi. Egli cercava di tenersi, in vista del futuro, nascosto alle autorità, specialmente Romane. Malluch era un uomo astuto e fidato, proprio quello che ci voleva per dirigere le ricerche.
Dove cominciare? Questo era il problema. Egli non ne aveva un’idea chiara. Avrebbe desiderato di cominciare dalla Torre di Antonia. La tradizione che non si poteva resistere a lungo negli oscuri labirinti delle tristi celle, metteva il terrore nella mente degli Ebrei, più che la forte guarnigione che custodiva il castello. Potevano benissimo essere sepolte laggiù. Inoltre l’istinto c’insegna di cominciare le ricerche nel posto dove le ultime vestigia si perdettero di vista, ed egli non poteva dimenticare che l’ultimo sguardo che aveva ricevuto dalle sue care perdute, era stato appunto mentre le guardie le spingevano in direzione della Torre. Se non vi erano più, ma vi erano state, rimarrebbe certamente qualche ricordo del fatto, qualche traccia da seguire.
Oltre all’istinto anche una speranza lo spingeva.
Aveva saputo da Simonide che Amrah, la nutrice Egigiziana, era ancora in vita. Il lettore si ricorderà senza dubbio che la fedele creatura, la mattina in cui la sventura piombò sugli Hur, sfuggì alle guardie, e ritornò al palazzo, dove rimase rinchiusa.
Simonide la mantenne durante gli anni seguenti, cosicchè essa si trovava ancora là, sola ad occupare la gran casa che Grato non era riuscito a vendere ad onta di tutte le sue esibizioni.
La storia dei suoi legittimi proprietari bastava ad {{Pt|al-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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Dove cominciare? Questo era il problema. Egli non ne aveva un’idea chiara. Avrebbe desiderato di cominciare dalla Torre di Antonia. La tradizione che non si poteva resistere a lungo negli oscuri labirinti delle tristi celle, metteva il terrore nella mente degli Ebrei, più che la forte guarnigione che custodiva il castello. Potevano benissimo essere sepolte laggiù. Inoltre l’istinto c’insegna di cominciare le ricerche nel posto dove le ultime vestigia si perdettero di vista, ed egli non poteva dimenticare che l’ultimo sguardo che aveva ricevuto dalle sue care perdute, era stato appunto mentre le guardie le spingevano in direzione della Torre. Se non vi erano più, ma vi erano state, rimarrebbe certamente qualche ricordo del fatto, qualche traccia da seguire.
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Dove cominciare? Questo era il problema. Egli non ne aveva un’idea chiara. Avrebbe desiderato di cominciare dalla Torre di Antonia. La tradizione che non si poteva resistere a lungo negli oscuri labirinti delle tristi celle, metteva il terrore nella mente degli Ebrei, più che la forte guarnigione che custodiva il castello. Potevano benissimo essere sepolte laggiù. Inoltre l’istinto c’insegna di cominciare le ricerche nel posto dove le ultime vestigia si perdettero di vista, ed egli non poteva dimenticare che l’ultimo sguardo che aveva ricevuto dalle sue care perdute, era stato appunto mentre le guardie le spingevano in direzione della Torre. Se non vi erano più, ma vi erano state, rimarrebbe certamente qualche ricordo del fatto, qualche traccia da seguire.
Oltre all’istinto anche una speranza lo spingeva.
Aveva saputo da Simonide che Amrah, la nutrice {{Ec|Egigiziana|Egiziana}}, era ancora in vita. Il lettore si ricorderà senza dubbio che la fedele creatura, la mattina in cui la sventura piombò sugli Hur, sfuggì alle guardie, e ritornò al palazzo, dove rimase rinchiusa.
Simonide la mantenne durante gli anni seguenti, cosicchè essa si trovava ancora là, sola ad occupare la gran casa che Grato non era riuscito a vendere ad onta di tutte le sue esibizioni.
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||379}}</noinclude><section begin="s1" />{{Pt|lontanare|allontanare}} sia i compratori che i semplici affittuari. Passando davanti alla casa la gente mormorava e diceva
ch’essa era invasa dagli spiriti. Tale diceria derivava probabilmente dalle apparizioni della povera e vecchia Amrah talvolta sul tetto, tal’altra ad una finestra dietro le grate. Certamente nessun altro spirito vi avrebbe potuto abitare con maggior costanza e nessun’altra casa si prestava meglio di quella, alla secretezza, al mistero della sua vita ritirata.
Ben Hur si immaginava che potendo raggiungere la vecchia, questa gli sarebbe stata d’aiuto nelle indagini che stava per intraprendere.
In ogni modo il vederla in quel posto così pieno di cari ricordi sarebbe stato per lui un lieto pronostico per la ricerca della sua famiglia.
Così prima di tutto egli voleva dirigersi alla casa paterna in cerca di Amrah.
Presa questa decisione, si alzò poco dopo il tramonto del sole, e cominciò la discesa del monte per la strada che dalla vetta piega a nord est. In fondo, quasi al piede di esso, vicino al letto del Cedron, la strada s’incontrava con quella che conduceva al villaggio di Siloam ed allo stagno dello stesso nome. Là egli s’imbattè con un pastore il quale conduceva alcune pecore al mercato. Gli parlò, ed in sua compagnia, passando da Getsemani, entrò nella città per la Porta dei Pesci.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Centrato|'''CAPITOLO IV.'''}}
S’era fatto scuro allorchè, separandosi dal mandriano, davanti alla porta. Ben Hur voltò in un vicolo che conduceva verso sud. Le poche persone ch’egli incontrò, lo salutarono. I ciottoli del lastricato eran pungenti; le case, da entrambi i lati, eran basse, oscure, melanconiche; le porte eran chiuse; dai tetti egli udiva, di tanto in tanto, voci di donne che cantavano ai loro bambini. L’isolamento in cui si trovava, la notte, l’incertezza che circondava lo scopo della sua venuta, tutto ciò contribuiva a renderlo triste. Camminando sopra pensiero pervenne ad un profondo serbatoio d’acqua, conosciuto ora sotto il nome di stagno di Betesda, nel quale il cielo si specchiava {{Pt|tran-|}}<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|||379}}</noinclude><section begin="s1" />{{Pt|lontanare|allontanare}} sia i compratori che i semplici affittuari. Passando davanti alla casa la gente mormorava e diceva
ch’essa era invasa dagli spiriti. Tale diceria derivava probabilmente dalle apparizioni della povera e vecchia Amrah talvolta sul tetto, tal’altra ad una finestra dietro le grate. Certamente nessun altro spirito vi avrebbe potuto abitare con maggior costanza e nessun’altra casa si prestava meglio di quella, alla secretezza, al mistero della sua vita ritirata.
Ben Hur si immaginava che potendo raggiungere la vecchia, questa gli sarebbe stata d’aiuto nelle indagini che stava per intraprendere.
In ogni modo il vederla in quel posto così pieno di cari ricordi sarebbe stato per lui un lieto pronostico per la ricerca della sua famiglia.
Così prima di tutto egli voleva dirigersi alla casa paterna in cerca di Amrah.
Presa questa decisione, si alzò poco dopo il tramonto del sole, e cominciò la discesa del monte per la strada che dalla vetta piega a nord est. In fondo, quasi al piede di esso, vicino al letto del Cedron, la strada s’incontrava con quella che conduceva al villaggio di Siloam ed allo stagno dello stesso nome. Là egli s’imbattè con un pastore il quale conduceva alcune pecore al mercato. Gli parlò, ed in sua compagnia, passando da Getsemani, entrò nella città per la Porta dei Pesci.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Centrato|'''CAPITOLO IV.'''}}
S’era fatto scuro allorchè, separandosi dal mandriano, davanti alla porta. Ben Hur voltò in un vicolo che conduceva verso sud. Le poche persone ch’egli incontrò, lo salutarono. I ciottoli del lastricato eran pungenti; le case, da entrambi i lati, eran basse, oscure, melanconiche; le porte eran chiuse; dai tetti egli udiva, di tanto in tanto, voci di donne che cantavano ai loro bambini. L’isolamento in cui si trovava, la notte, l’incertezza che circondava lo scopo della sua venuta, tutto ciò contribuiva a renderlo triste. Camminando sopra pensiero pervenne ad un profondo serbatoio d’acqua, conosciuto ora sotto il nome di stagno di Betesda, nel quale il cielo si specchiava {{Pt|tran-|}}<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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Ben Hur/Libro Sesto/Capitolo III
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|||393}}</noinclude><section begin="s1" />— «Il fardello sarà pesante a sostenersi signora mia» — disse Amrah colle mani davanti al viso.
— «Quanto più duro sarebbe il veder lui nello stato in cui siamo ridotte!» — rispose la madre, dando il cesto a Tirzah. — «Torna ancora stasera» — ripetè, prendendo l’anfora ed avviandosi verso il rifugio.
Amarah attese, in ginocchio, che scomparissero, poi riprese la via del ritorno.
La sera essa venne ancora, e d’allora in poi fu suo pensiero costante il servirle mattina e sera, e non lasciarle mancar di nulla. La tomba, benchè così nuda e deserta, era meno triste, per le sventurate, della cella nella torre. La porta di essa lasciava, quand’era socchiusa, passar la luce, e dinanzi ad esse si stendeva un panorama pieno di vita, quantunque lontano e inarrivabile. Così era meno duro attendere la morte.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Centrato|'''CAPITOLO VI.'''}}
La mattina del primo giorno del settimo mese, — Tishri in Ebraico, ottobre in italiano — Ben Hur si alzò dal letticciuolo nel Khan, di pessimo umore. Dopo l’arrivo di Malluch poco tempo era stato perduto in chiacchiere. Egli aveva cominciate le sue ricerche alla Torre di Antonia, andando audacemente, per via diretta, al tribuno. Gli spiegò la storia dei Hur e i particolari dell’accidente toccato a Grato, facendo risaltar l’innocenza dei condannati.
Scopo della ricerca era di scoprire se alcuno della disgraziata famiglia fosse vivo e di portare una supplica a Cesare, pregandolo di restituire ai superstiti i beni e i diritti civili. Tale supplica, Malluch non ne dubitava, avrebbe determinata un’inchiesta per ordine imperiale, dalla quale gli amici della famiglia non avevan ragione di temere. In risposta, il tribuno espose, con tutti i ragguagli, come avesse scoperta la prigione delle due donne nella Torre, e lesse il verbale che egli aveva fatto stendere intorno all’accaduto.
Malluch ottenne che se ne facesse una copia e quindi corse con essa da Ben Hur.
Sarebbe vano descrivere l’effetto che produsse la terribile storia nel giovine. Il suo dolore non si sfogò in lagrime o in grida; era troppo profondo per prorompere in<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|||393}}</noinclude><section begin="s1" />— «Il fardello sarà pesante a sostenersi signora mia» — disse Amrah colle mani davanti al viso.
— «Quanto più duro sarebbe il veder lui nello stato in cui siamo ridotte!» — rispose la madre, dando il cesto a Tirzah. — «Torna ancora stasera» — ripetè, prendendo l’anfora ed avviandosi verso il rifugio.
{{Ec|Amarah|Amrah}} attese, in ginocchio, che scomparissero, poi riprese la via del ritorno.
La sera essa venne ancora, e d’allora in poi fu suo pensiero costante il servirle mattina e sera, e non lasciarle mancar di nulla. La tomba, benchè così nuda e deserta, era meno triste, per le sventurate, della cella nella torre. La porta di essa lasciava, quand’era socchiusa, passar la luce, e dinanzi ad esse si stendeva un panorama pieno di vita, quantunque lontano e inarrivabile. Così era meno duro attendere la morte.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Centrato|'''CAPITOLO VI.'''}}
La mattina del primo giorno del settimo mese, — Tishri in Ebraico, ottobre in italiano — Ben Hur si alzò dal letticciuolo nel Khan, di pessimo umore. Dopo l’arrivo di Malluch poco tempo era stato perduto in chiacchiere. Egli aveva cominciate le sue ricerche alla Torre di Antonia, andando audacemente, per via diretta, al tribuno. Gli spiegò la storia dei Hur e i particolari dell’accidente toccato a Grato, facendo risaltar l’innocenza dei condannati.
Scopo della ricerca era di scoprire se alcuno della disgraziata famiglia fosse vivo e di portare una supplica a Cesare, pregandolo di restituire ai superstiti i beni e i diritti civili. Tale supplica, Malluch non ne dubitava, avrebbe determinata un’inchiesta per ordine imperiale, dalla quale gli amici della famiglia non avevan ragione di temere. In risposta, il tribuno espose, con tutti i ragguagli, come avesse scoperta la prigione delle due donne nella Torre, e lesse il verbale che egli aveva fatto stendere intorno all’accaduto.
Malluch ottenne che se ne facesse una copia e quindi corse con essa da Ben Hur.
Sarebbe vano descrivere l’effetto che produsse la terribile storia nel giovine. Il suo dolore non si sfogò in lagrime o in grida; era troppo profondo per prorompere in<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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<section begin="s1" />{{Centrato|{{xx-larger|LIBRO SETTIMO}}}}
{{rule|2em}}
{{A destra|<poem>Desto che fui m’apparve una sirena
avvolta in una nube ed anelante
al mare: essa era adorna di monili
d’erba intrecciata: perle di corallo
le cingevano i morbidi capelli.</poem>
{{Sc|{{AutoreCitato|Thomas Bailey Aldrich|Thomas Bailey Aldrich}}.}}}}
<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Centrato|'''CAPITOLO I.'''}}
L’incontro ebbe luogo nel Khan di Bethania com’era inteso. Poi Ben Hur accompagnò i Galilei nel loro paese, dove la sua impresa sulla vecchia Piazza del mercato gli guadagnò fama ed autorità. Prima che l’inverno fosse trascorso, aveva raccolte tre legioni, organizzandole secondo il modo Romano. Ne avrebbe potuto avere il doppio, poichè lo spirito marziale di quel popolo valoroso non s’era mai assopito. Tuttavia fu prudente consiglio limitarne il numero, dati i sospetti di Roma, non solo, ma la vicinanza di Erode che avrebbe veduto una minaccia in queste esercitazioni campali. Egli addestrò gli ufficiali nel maneggio delle armi, particolarmente della spada e della lancia, e nelle manovre proprie alla formazione delle legioni, dopo di che li mandava a casa ad ammaestrare alla lor volta i compagni. In breve questi esercizi divennero un passatempo per il popolo. Come si può immaginare, il compito richiedeva pazienza e abilità, zelo, fiducia e devozione, — da parte sua, e la massima fra le doti di un capo popolo — quella di infondere in altri i sentimenti che animano noi. Egli la possedeva in sommo grado e l’adoperava con grande efficacia. Come lavorava! E con quale profonda abnegazione e sacrificio di se stesso! Pure, con tutto ciò, non {{Pt|sa-|}}<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|438||}}</noinclude>di bene, figliuola mia, ti faccia conoscere il male in tutta la sua estensione. Valutandolo meco, può darsi che ti sembri meno terribile. Il suo cuore, Ester, è impegnato.» —
— «Lo so,» — fece ella tranquillamente.
— «L’Egiziana lo ha colto nella sua rete,» — continuò Simonide, — «essa ha tutta l’astuzia della sua razza aggiunta alla bellezza che affascina. Molta bellezza e molta astuzia, ma, come le altre sue pari, poco cuore. La figlia che disprezza il proprio padre non può fare la felicità del marito.» —
— «Merita essa quest’accusa?» —
— «Balthasar,» — proseguì Simonide, — «è uomo saggio, singolarmente dotato per un Gentile, e la sua fede lo nobilita: eppure sua figlia lo deride. La udii io stesso ieri, parlando di lui, uscire in queste parole: — «Le follie della gioventù sono perdonabili, ma nulla è ammirabile nei vecchi all’infuori della saggezza, e quando questa se n’è andata, il meglio ch’essi possano fare è di morire.» —
Parole crudeli, degne d’un Romano.
Io, vedi, le applicai a me stesso, ben sapendo come non sia da me lontana quella debolezza ch’ella rinfaccia al padre suo.
Ma tu, Ester, tu non dirai mai di me, nevvero, mai che sarebbe meglio ch’io fossi morto? No, mai, perchè tua madre era una figlia di Giuda.» —
Con gli occhi gonfi di lagrime, essa lo baciò, mormorando — «Son figlia di mia madre.» —
— «Sì, e mia figlia, la figlia mia, la quale è per me ciò che il Tempio era per Salomone.» —
Dopo una lunga pausa, egli appoggiò la mano sulla spalla della figlia e continuò: — «Quando egli avrà preso in moglie l’Egiziana, o mia Ester, il suo pensiero correrà a te con pentimento. Il suo spirito sarà turbato, perchè allora si accorgerà d’essere unicamente l’istrumento della malsana ambizione di quella donna. Roma è la mèta dei suoi sogni. Per lei egli è il figlio del duumviro Arrio, e non di Hur, principe di Gerusalemme.» —
Ester non si provò neppure a celare l’effetto di queste parole.
— «Salvalo, padre! Sei ancora in tempo!» — essa
implorò.
Rispose il vecchio scuotendo il capo. — «Si può salvare un uomo che annega, non già un uomo innamorato.» —<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||439}}</noinclude><nowiki/>
— «Ma tu hai molt’influenza sopra di lui; egli è solo al mondo; additagli il pericolo; aprigli gli occhi sul carattere di quella donna.» —
— «Ciò potrebbe salvarlo da lei, ma non lo darebbe a te. No,» — e qui aggrottò le ciglia, — «io sono un servo come lo furono i miei padri, di generazione in generazione; pertanto come potrei io dirgli: — Guarda padrone, io ho una figlia che è assai più bella di quell’Egiziana e che meglio ti ama? — Non per nulla vissi libero e potente per tanti anni; — quelle parole mi abbrucierebbero la lingua, — le stesse pietre di quelle vecchie colline laggiù arrossirebbero di vergogna per me. No, per tutti i Patriarchi, Ester, anzichè profferirle, vorrei scendere con te nel sepolcro della povera mia moglie.» —
Il volto di Ester si fece di bragia.
— «Non intesi mai che tu avessi a parlargli così, padre. Io pensava solo a lui, alla sua felicità, non alla mia. Se ho osato amarlo, per questo appunto saprò mantenermi degna della sua stima: solo così potrò scusare ai {{Ec|mie|miei}} occhi la mia follìa. Ora lasciami leggere la sua lettera.» —
— «Si, leggila.» —
Essa lesse rapidamente come per por termine ad un argomento increscioso.
{{smaller|— «Nisan, 8 giorno, sulla via da Galilea a Gerusalemme.» — }}
{{smaller|Il Nazareno è pure in cammino. Con lui, ma a sua insaputa io conduco tutta una legione dei miei. Una seconda legione ci segue. La Pasqua serve di pretesto all’agglomeramento. Egli disse alla partenza -- «Andremo a Gerusalemme e tutte le cose che furono scritte di me dai profeti avverranno.» — }}
{{smaller|— «La nostra attesa è presso al suo termine.» — }}
{{smaller|— «In tutta fretta.» — }}
{{smaller|— «La pace sia con te, Simonide.» — }}
{{A destra|{{smaller|— {{Sc|«Ben Hur.»}} — }}}}
Ester restituì la lettera al padre, soffocando a stento un singhiozzo.
Non v’era una sola parola per lei, neppure un saluto! Eppure non sarebbe stata gran cosa l’aggiungere — «La pace sia anche coi tuoi.» — Per la prima volta in vita sua provò il morso della gelosia.
— «L’ottavo giorno» — ripetè Simonide, — «l’ottavo giorno; e questo, Ester, è....» —
— «Il nono» — rispose la figlia.
— «Allora potrebbe essere già a Bethania.» —
— «E forse potremo vederlo questa stessa sera,» —<noinclude><references/></noinclude>
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— «Ma tu hai molt’influenza sopra di lui; egli è solo al mondo; additagli il pericolo; aprigli gli occhi sul carattere di quella donna.» —
— «Ciò potrebbe salvarlo da lei, ma non lo darebbe a te. No,» — e qui aggrottò le ciglia, — «io sono un servo come lo furono i miei padri, di generazione in generazione; pertanto come potrei io dirgli: — Guarda padrone, io ho una figlia che è assai più bella di quell’Egiziana e che meglio ti ama? — Non per nulla vissi libero e potente per tanti anni; — quelle parole mi abbrucierebbero la lingua, — le stesse pietre di quelle vecchie colline laggiù arrossirebbero di vergogna per me. No, per tutti i Patriarchi, Ester, anzichè profferirle, vorrei scendere con te nel sepolcro della povera mia moglie.» —
Il volto di Ester si fece di bragia.
— «Non intesi mai che tu avessi a parlargli così, padre. Io pensava solo a lui, alla sua felicità, non alla mia. Se ho osato amarlo, per questo appunto saprò mantenermi degna della sua stima: solo così potrò scusare ai {{Ec|mie|miei}} occhi la mia follìa. Ora lasciami leggere la sua lettera.» —
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Essa lesse rapidamente come per por termine ad un argomento increscioso.
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{{smaller|Il Nazareno è pure in cammino. Con lui, ma a sua insaputa io conduco tutta una legione dei miei. Una seconda legione ci segue. La Pasqua serve di pretesto all’agglomeramento. Egli disse alla partenza -- «Andremo a Gerusalemme e tutte le cose che furono scritte di me dai profeti avverranno.» — }}
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Non v’era una sola parola per lei, neppure un saluto! Eppure non sarebbe stata gran cosa l’aggiungere — «La pace sia anche coi tuoi.» — Per la prima volta in vita sua provò il morso della gelosia.
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— «Ma tu hai molt’influenza sopra di lui; egli è solo al mondo; additagli il pericolo; aprigli gli occhi sul carattere di quella donna.» —
— «Ciò potrebbe salvarlo da lei, ma non lo darebbe a te. No,» — e qui aggrottò le ciglia, — «io sono un servo come lo furono i miei padri, di generazione in generazione; pertanto come potrei io dirgli: — Guarda padrone, io ho una figlia che è assai più bella di quell’Egiziana e che meglio ti ama? — Non per nulla vissi libero e potente per tanti anni; — quelle parole mi abbrucierebbero la lingua, — le stesse pietre di quelle vecchie colline laggiù arrossirebbero di vergogna per me. No, per tutti i Patriarchi, Ester, anzichè profferirle, vorrei scendere con te nel sepolcro della povera mia moglie.» —
Il volto di Ester si fece di bragia.
— «Non intesi mai che tu avessi a parlargli così, padre. Io pensava solo a lui, alla sua felicità, non alla mia. Se ho osato amarlo, per questo appunto saprò mantenermi degna della sua stima: solo così potrò scusare ai {{Ec|mie|miei}} occhi la mia follìa. Ora lasciami leggere la sua lettera.» —
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Essa lesse rapidamente come per por termine ad un argomento increscioso.
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Non v’era una sola parola per lei, neppure un saluto! Eppure non sarebbe stata gran cosa l’aggiungere — «La pace sia anche coi tuoi.» — Per la prima volta in vita sua provò il morso della gelosia.
— «L’ottavo giorno» — ripetè Simonide, — «l’ottavo giorno; e questo, Ester, è....» —
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Aggiunto segni per segnalare discorso diretto, come in altre parti-
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|440||}}</noinclude>soggiunse essa, dimenticando per un’istante il proprio disinganno nella gioia di quella prospettiva.
— «Può darsi, può darsi! Domani è la festa del pane azzimo e probabilmente vorrà assistervi; vedremo fors’anche il Nazareno; sì, forse li vedremo entrambi, Ester.» —
In quel punto comparve il servo col vino e l’acqua. Ester servì il padre, e, mentre era così occupata, Iras si presentò sul terrazzo.
Agli occhi dell’Ebrea, l’Egiziana non era mai parsa così bella come in questo momento.
Le sue vesti leggiere come veli le svolazzavano intorno, e l’avviluppavano come in una nuvoletta di nebbia; la fronte, il collo e le braccia scintillavano per i grossi gioielli tanto in uso presso il suo popolo. Ilare il volto, esultante in ogni movimento della persona, compresa della propria bellezza, ma senza affettazione, tale era Iras. Ester al vederla si sentì una stretta al cuore e si fece più vicina al padre.
— «Pace a voi, Simonide, e pace alla vezzosa Ester,» — incominciò la giovane Egiziana. — «Voi mi rammentate, messere, sia detto senz’offendervi, quei preti di Persia che al declinar del giorno salgono in cima al Tempio per rivolgere le loro preghiere al sole che tramonta. Se non ne conoscete il rito lasciatemi chiamar mio padre, egli è versato nella magia.» —
— «Bella Egiziana» — replicò il negoziante, chinando il capo con gravità cortese, {{Ec||— «}}vostro padre è tal uomo da non ritenersi offeso s’egli mi udisse dire che la sua scienza persiana è la parte minima della sua saggezza.» —
Iras sorrise ironicamente.
— «Parlando da filosofo, come me ne date l’esempio,» — rispose, — «una parte minima suppone necessariamente una parte maggiore. Ora ditemi di grazia quale stimate voi essere la parte maggiore di quella rara qualità che vi piace attribuirgli?» —
Simonide le lanciò uno sguardo severo.
— «La pura saggezza si rivolge sempre a Dio; la più pura saggezza è la conoscenza di Dio, e io non conosco nessuno che la possegga in grado più elevato, o che meglio la manifesti nella parola o negli atti, del buon Balthasar.» — E per troncare il discorso alzò la coppa e sorseggiò.
L’Egiziana, un po’ stizzita, si volse ad Ester.
— «Un uomo che ha dei milioni in serbo e possiede flotte di navi, non può comprendere in quali cose noi {{Pt|po-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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— «Può darsi, può darsi! Domani è la festa del pane azzimo e probabilmente vorrà assistervi; vedremo fors’anche il Nazareno; sì, forse li vedremo entrambi, Ester.» —
In quel punto comparve il servo col vino e l’acqua. Ester servì il padre, e, mentre era così occupata, Iras si presentò sul terrazzo.
Agli occhi dell’Ebrea, l’Egiziana non era mai parsa così bella come in questo momento.
Le sue vesti leggiere come veli le svolazzavano intorno, e l’avviluppavano come in una nuvoletta di nebbia; la fronte, il collo e le braccia scintillavano per i grossi gioielli tanto in uso presso il suo popolo. Ilare il volto, esultante in ogni movimento della persona, compresa della propria bellezza, ma senza affettazione, tale era Iras. Ester al vederla si sentì una stretta al cuore e si fece più vicina al padre.
— «Pace a voi, Simonide, e pace alla vezzosa Ester,» — incominciò la giovane Egiziana. — «Voi mi rammentate, messere, sia detto senz’offendervi, quei preti di Persia che al declinar del giorno salgono in cima al Tempio per rivolgere le loro preghiere al sole che tramonta. Se non ne conoscete il rito lasciatemi chiamar mio padre, egli è versato nella magia.» —
— «Bella Egiziana» — replicò il negoziante, chinando il capo con gravità cortese, {{Ec||— «}}vostro padre è tal uomo da non ritenersi offeso s’egli mi udisse dire che la sua scienza persiana è la parte minima della sua saggezza.» —
Iras sorrise ironicamente.
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||441}}</noinclude>{{Pt|vere|povere}} donne troviamo diletto. Lasciamolo. Là presso al muricciolo potremo conversare.» —
Si avvicinarono al parapetto e si fermarono proprio al punto ove, anni prima, Ben Hur aveva smosso quel coccio di tegola, che era caduto sulla testa di Grato.
— «Non sei mai stata a Roma?» — chiese Iras trastullandosi negligentemente con uno dei braccialetti che si era tolto dal braccio.
— «No» — rispose timidamente Ester.
— «Non hai mai desiderato di andarvi?» —
— «Neppure.» —
— «Ah, come è stata banale la tua vita!» —
Il sospiro che accompagnò quelle parole non avrebbe potuto essere più eloquente, se l’Egiziana avesse voluto con esso commiserare il proprio destino. Un istante appresso proruppe in uno scroscio di risa ed esclamò: — «Oh mia povera ingenua, gli uccelletti che ancor non hanno lasciato il nido sanno poco meno di te.» — Ma vedendo l’imbarazzo d’Ester, di nuovo cambiò tattica e proseguì in tono di confidenza: — «Via, non offenderti, io scherzava. Lascia che baci la ferita e che ti dica ciò che a nessun’altra persona direi» — e con un nuovo scroscio di risa che abilmente mascherò il lampo che le guizzò negli occhi, disse: — «Viene il Re!» —
Ester la guardò sorpresa.
— «Il Nazareno» — continuò Iras — «Colui di cui tanto parlarono i nostri genitori e pel quale ha tanto lavorato Ben Hur» — qui la sua voce s’abbassò. — «Il Nazareno arriverà domani, e Ben Hur sarà qui questa sera.» —
Ester fece uno sforzo per dissimulare la propria agitazione, ma non vi riuscì, abbassò gli occhi, si fece rossa in viso, e non vide il sorriso trionfante sul volto dell’Egiziana.
— «Guarda. Eccone la prova» — e si tolse dalla
cintura un rotolo.
— «Rallegrati meco, amica mia! Egli sarà qui questa sera! Sul Tevere egli possiede un palazzo principesco che m’ha promesso in dono; esserne la padrona vuol dire essere....» —
Qui il rumore di passi accelerati nella sottostante via la interruppe, e sporgendo il capo dal parapetto, tosto ne lo ritrasse esclamando con gioia: — «Benedetto sia Iside; è lui, è Ben Hur; strano ch’egli arrivi mentre stavamo parlando di lui. Se questo non è di buon augurio vuol dire che non vi sono più Dei. Abbracciami, Ester.» —
{{Nop}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|||441}}</noinclude>{{Pt|vere|povere}} donne troviamo diletto. Lasciamolo. Là presso al muricciolo potremo conversare.» —
Si avvicinarono al parapetto e si fermarono proprio al punto ove, anni prima, Ben Hur aveva smosso quel coccio di tegola, che era caduto sulla testa di Grato.
— «Non sei mai stata a Roma?» — chiese Iras trastullandosi negligentemente con uno dei braccialetti che si era tolto dal braccio.
— «No» — rispose timidamente Ester.
— «Non hai mai desiderato di andarvi?» —
— «Neppure.» —
— «Ah, come è stata banale la tua vita!» —
Il sospiro che accompagnò quelle parole non avrebbe potuto essere più eloquente, se l’Egiziana avesse voluto con esso commiserare il proprio destino. Un istante appresso proruppe in uno scroscio di risa ed esclamò: — «Oh mia povera ingenua, gli uccelletti che ancor non hanno lasciato il nido sanno poco meno di te.» — Ma vedendo l’imbarazzo d’Ester, di nuovo cambiò tattica e proseguì in tono di confidenza: — «Via, non offenderti, io scherzava. Lascia che baci la ferita e che ti dica ciò che a nessun’altra persona direi» — e con un nuovo scroscio di risa che abilmente mascherò il lampo che le guizzò negli occhi, disse: — «Viene il Re!» —
Ester la guardò sorpresa.
— «Il Nazareno» — continuò Iras — «Colui di cui tanto parlarono i nostri genitori e pel quale ha tanto lavorato Ben Hur» — qui la sua voce s’abbassò. — «Il Nazareno arriverà domani, e Ben Hur sarà qui questa sera.» —
Ester fece uno sforzo per dissimulare la propria agitazione, ma non vi riuscì, abbassò gli occhi, si fece rossa in viso, e non vide il sorriso trionfante sul volto dell’Egiziana.
— «Guarda. Eccone la prova» — e si tolse dalla
cintura un rotolo.
— «Rallegrati meco, amica mia! Egli sarà qui questa sera! Sul Tevere egli possiede un palazzo principesco che m’ha promesso in dono; esserne la padrona vuol dire essere....» —
Qui il rumore di passi accelerati nella sottostante via la interruppe, e sporgendo il capo dal parapetto, tosto ne lo ritrasse esclamando con gioia: — «Benedetto sia Iside; è lui, è Ben Hur; strano ch’egli arrivi mentre stavamo parlando di lui. Se questo non è di buon augurio vuol dire che non vi sono più Dei. Abbracciami, Ester.» —<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|442||}}</noinclude><nowiki/>
L’Ebrea la guardò con volto acceso e cogli occhi esprimenti, forse per la prima volta in sua vita, un sentimento non lontano dall’ira. Quasi non bastasse che a lei fosse proibito di pensare, salvo in sogno, all’uomo da lei amato, doveva anche la fortunata rivale confidarle tutta trionfante i proprii successi e le brillanti sue speranze nell’avvenire. A lei, serva d’un servo, non una parola, neppure un cenno, mentre costei poteva far pompa di una lettera di cui era facile indovinare il contenuto. Era troppo! Essa non si potè trattenere dal chiedere:
— «L’ami tanto, dunque, oppure ami Roma di più?» —
L’Egiziana indietreggiò di un passo, chinò l’altiera sua testa fin quasi a toccare quella dell’Ebrea, e chiese a sua volta: — «Che importa a te, o figlia di Simonide?» — Ester, tuttora in preda alla sua agitazione, incominciò;
— «Egli è...» — ma un pensiero fulmineo le arrestò sulle labbra la parola che stava per pronunciare; essa si fece confusa, trepidante, indi ricuperata un po’ di calma potè proferire: — «Egli è l’amico di mio padre.» —
Per nulla al mondo avrebbe in quel momento potuto confessare la propria condizione servile. Iras rise leggermente.
— «Non altro che questo?» — chiese in tono beffardo. — «Ah, per gli Dei d’amore dell’Egitto, tienti pure i tuoi baci, tu stessa m’hai testè appreso che ve ne sono altri di ben maggior valore che mi attendono qui in Giudea e... vado a prendermeli; la pace sia con te!» —
Ester seguì collo sguardo la rivale finchè, scendendo lentamente gli scalini, essa scomparve; allora si nascose il volto nelle mani e proruppe in lagrime, lagrime di vergogna e di dolore, mentre, ad accrescere lo stato d’orgasmo in cui si trovava, le si affacciarono alla mente, con un nuovo e scottante significato, le parole del padre: — «L’amor tuo non sarebbe vano s’io avessi conservato tutto quanto io possedeva, com’era in mia facoltà di fare.» —
Quando la povera fanciulla ebbe ricuperata la sua calma, le stelle luccicavano già per la volta del cielo, illuminando debolmente la città e la catena di monti che la circondavano. Ester ritornò nel padiglione e riprese il suo solito posto presso il padre. Evidentemente il destino voleva che quello, e solo quello, fosse il compito cui doveva dedicare, se non la vita, la sua gioventù; e, sia detto a sua lode, ora, che era passato il primo impeto d’amarezza, l’idea di quel dovere destò in lei un senso di sollievo.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|442||}}</noinclude><nowiki/>
L’Ebrea la guardò con volto acceso e cogli occhi esprimenti, forse per la prima volta in sua vita, un sentimento non lontano dall’ira. Quasi non bastasse che a lei fosse proibito di pensare, salvo in sogno, all’uomo da lei amato, doveva anche la fortunata rivale confidarle tutta trionfante i proprii successi e le brillanti sue speranze nell’avvenire. A lei, serva d’un servo, non una parola, neppure un cenno, mentre costei poteva far pompa di una lettera di cui era facile indovinare il contenuto. Era troppo! Essa non si potè trattenere dal chiedere:
— «L’ami tanto, dunque, oppure ami Roma di più?» —
L’Egiziana indietreggiò di un passo, chinò l’altiera sua testa fin quasi a toccare quella dell’Ebrea, e chiese a sua volta: — «Che importa a te, o figlia di Simonide?» — Ester, tuttora in preda alla sua agitazione, incominciò;
— «Egli è...» — ma un pensiero fulmineo le arrestò sulle labbra la parola che stava per pronunciare; essa si fece confusa, trepidante, indi ricuperata un po’ di calma potè proferire: — «Egli è l’amico di mio padre.» —
Per nulla al mondo avrebbe in quel momento potuto confessare la propria condizione servile. Iras rise leggermente.
— «Non altro che questo?» — chiese in tono beffardo. — «Ah, per gli Dei d’amore dell’Egitto, tienti pure i tuoi baci, tu stessa m’hai testè appreso che ve ne sono altri di ben maggior valore che mi attendono qui in Giudea e... vado a prendermeli; la pace sia con te!» —
Ester seguì collo sguardo la rivale finchè, scendendo lentamente gli scalini, essa scomparve; allora si nascose il volto nelle mani e proruppe in lagrime, lagrime di vergogna e di dolore, mentre, ad accrescere lo stato d’orgasmo in cui si trovava, le si affacciarono alla mente, con un nuovo e scottante significato, le parole del padre: — «L’amor tuo non sarebbe vano s’io avessi conservato tutto quanto io possedeva, com’era in mia facoltà di fare.» —
Quando la povera fanciulla ebbe ricuperata la sua calma, le stelle luccicavano già per la volta del cielo, illuminando debolmente la città e la catena di monti che la circondavano. Ester ritornò nel padiglione e riprese il suo solito posto presso il padre. Evidentemente il destino voleva che quello, e solo quello, fosse il compito cui doveva dedicare, se non la vita, la sua gioventù; e, sia detto a sua lode, ora, che era passato il primo impeto d’amarezza, l’idea di quel dovere destò in lei un senso di sollievo.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Shinitas" /></noinclude>{{Centrato|{{xxx-larger|I}}}}
{{Centrato|{{xxx-larger|FEST DE NATAL}}}}
{{Centrato|''Versi Milanesi''}}
{{Centrato|{{Sc|del dottore}}}}
{{Centrato|{{larger|GIOVANNI RAJBERTI}}}}
{{Centrato|''Prezzo — Una Lira.''}}
{{Centrato|MILANO}}
{{Centrato|{{smaller|TIPOGRAFIA BERNARDONI}}}}
{{Centrato|1853}}<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|174|{{Sc|ii. versi frammenti e abbozzi}}|}}</noinclude><poem>
{{R|5}}allor che gli astri brillano
nel cielo azzurro e puro,
e splendono le lucciole
sul verde suolo oscuro;
allor che ad ogni piccolo
{{R|10}}romor che fa ’l viandante,
gl’inquieti cani abbaiano
ai casolari innante:
nella stagion piú fervida;
in una notte bruna,
{{R|15}}fresca, serena, placida,
bella ma senza luna:
alla cittá tornavano
da non lontana villa
tre giovinetti nobili,
{{R|20}}Cleon, Lucio ed Eurilla,
d’un attempato ruvido
fattore in compagnia:
vermiglio, grasso, florido
pedante li seguia.
{{R|25}}Lenti pel calle tacito
traean la pancia piena,
ché fatto al campo aveano
una gioconda cena.
Frugali sempre e savi,
{{R|30}}di carne avean mangiato
sol quanto sulla tavola
per sorte avean trovato.
Rappreso latte candido,
e saporiti e buoni
{{R|35}}per lodigiano cacio
pugliesi maccheroni:
con frutta e qualche intingolo
di rustica cucina,
desta e sopita aveano
{{R|40}}lor fame vespertina.</poem><noinclude>
<references/></noinclude>
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Pagina:Leopardi - Puerili e abbozzi vari, Laterza, 1924.djvu/181
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i. versi e abbozzi}}|175}}</noinclude><poem>
Di quel licor vivifico
che l’alme allegra e bea
la refezion gradevole
mancato non avea.
{{R|45}}Ed il pedante rigido,
per dare il buon esempio,
è fama che di calici
facesse orrendo scempio.
Però, mentre moveasi
{{R|50}}con comodo, pian piano,
dai tre fratelli nobili
si vide alfin lontano.
E quei con burle ingenue,
figliuole del buon vino,
{{R|55}}allontanando givano
la noia del cammino.
Cleone, astuto giovane,
che d’essi era il maggiore
e avea tra gli altri vizi
{{R|60}}un capriccioso umore,
con uno scherzo innocuo
fitto s’aveva in testa
a quel pedante macero
far terminar la festa.
{{R|65}}Di man di Lucio subito
si tolse un ombrellino,
e di seguire ingiunsegli
con l’altra il suo cammino.
In terra quindi l’abito
{{R|70}}ed il cappel depose,
e dietro ad un grand’albero
ridendo si nascose.
Pel calle solitario
stanco il pedante e caldo
{{R|75}}veniva tranquillissimo
ciarlando col castaldo.</poem><noinclude>
<references/></noinclude>
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|176|{{Sc|ii. versi frammenti e abbozzi}}|}}</noinclude><poem>
Aspetta il furbo giovine
che presso lui sia giunto,
e, quando avvicinatosi
{{R|80}}lo vide a un certo punto,
discostasi dall’albero,
pone l’ombrello in testa,
e: — Su — con voce orribile,
— su — grida — o roba o testa!
{{R|85}}Il buon pedante, gelido,
confondesi, ristá,
e sciama in arretrandosi:
— La vita per pietá! —
Scoppian le risa: accorrono
{{R|90}}i giovani al romore:
Cleon con detti amabili
consola il precettore.
— Non tema nulla — dicegli,
— eh! veda, è stato un gioco.
{{R|95}}Il meschinel ricupera
i sensi appoco appoco;
e, l’anca percotendosi,
in tono di pietade:
— Oh — dice — incauti giovani!
{{R|100}}oh malaccorta etade! —
Se in tasca, il ciel ne liberi!
trovavami un coltello,
di voi... qual rischio barbaro!...
facea crudel macello. —
{{R|105}}I tre figliuoli attoniti,
che replicar non sanno,
si pentono, incamminansi
a ragionando vanno.
— Oh! Dio — fra lor diceano
{{R|110}}— che gran periglio! io fremo...
son burle che si pagano...
ma piú non ne faremo. — </poem><noinclude>
<references/></noinclude>
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Pagina:Leopardi - Puerili e abbozzi vari, Laterza, 1924.djvu/183
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i. versi e abbozzi}}|177}}</noinclude><section begin="s1" /><poem>
Alfin cosí com’erano,
del tristo error compunti,
{{R|115}}dopo non lungo spazio,
alla cittá fûr giunti.
E, allor che raccontavano
il flebile accidente:
— Sien grazie al ciel, — diceano —
{{R|120}}non n’è successo niente. —
Per lor giá necessaria
la mensa piú non era,
né far due cene debbesi
in una stessa sera.
{{R|125}}Per dar quindi rimedio
alle sofferte pene,
che tosto a letto andassero
fu giudicato bene.
E il precettor, dell’abito
{{R|130}}levandosi ogni arnese,
a trar di tasca vennesi
un suo coltello inglese.</poem><section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|v=1|3}}
{{ct|v=2|MADRIGALE}}
<poem>
Chiedi cosa da me che rimembranza
di me talor nell’animo ti desti.
Dar ti potessi io cosa
pari a quella che in cor tu mi ponesti:
da te, donna, per certo
la ricordanza mia,
se non per morte, non si partiria.</poem><section end="s2" /><noinclude>{{PieDiPagina|{{Sc|G. Leopardi}}, ''Opere'' - X||12}}</noinclude>
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|178|{{Sc|ii. versi frammenti e abbozzi}}|}}</noinclude><section begin="s1" />
{{Ct|v=1|t=1|f=90%|Lo stesso altrimenti.}}
<poem>
Chiedi cosa da me che nel pensiero
di me talvolta il rimembrar ti desti.
A quella che nel cor tu mi ponesti
dare a te potess’io
cosa pari o sembiante:
giá da te per l’avante
la ricordanza mia,
se non per morte, non si partiria.</poem><section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|v=1|4}}
{{Ct|v=2|FRAMMENTO DEL LIBRO DI GIOBBE}}
{{Ct|v=1|{{Sc|capo i}}}}
{{Ct|v=2|f=90%|[versetti 1-3].}}
<poem>
Uom fu che ’l mal fuggia, che Dio temea,
retto, illibato in Us. Giobbe ’l nomâro.
Sette figliuoli e tre figliuole avea.
Fu l’aver suo divizioso e raro.
Cammei tremilia avea, mille giumente,
buoi cinquecento ed altrettanti a paro;
del minor gregge settemila; e gente
in sua famiglia assai: cosí che grande
si fu tra tutti i grandi in Oriente.</poem><section end="s2" /><noinclude>
<references/></noinclude>
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Pagina:Leopardi - Puerili e abbozzi vari, Laterza, 1924.djvu/185
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i. versi e abbozzi}}|179}}</noinclude>{{Ct|v=1|5}}
{{Ct|v=1|LIBRO TERZO DELL’''ENEIDE''}}
{{Ct|v=0.5|f=90%|Frammento.}}
{{Ct|v=2|f=90%|(1816)}}
<poem>
Poi che parve a gli dèi sfar d’Asia il regno
e ’l di Priamo immeritevol sangue,
caduto Ilio superbo e da l’arena
la nettunia cittá tutta fumante,
a cercar vari esigli ed erme terre
ne traggono gli augúri. E noi la classe
sotto le patrie idee montagne e sotto
la stessa Antandro edifichiamo, incerti
u’ e meni il destin, qual ne dia seggio,
e la gente assembriamo. In sul primiero
scaldar de l’anno il genitore Anchise
le vele n’imponea dessimo ai fati,
quando i’ piangendo le patrie abbandono
rive ed i porti e i campi ov’Ilio fue,
esule in alto mar co’ soci e ’l figlio
ed i penati e i magni iddii sospinto.
Lontana i vasti suoi campi distende
bellicosa contrada, un tempo regno
del rigido Licurgo; aranla i traci;
ospite a Troia e federata antica
mentre fummo in fortuna. A questa apporto,
e, ripugnante il fato, i primi chiusi
in su la curva spiaggia collocando,
fea dal mio nome ai cittadini il nome
d’Eneadi, e ’l sacro a la ciprigna madre
rito adempieva e agli altri áuspici numi
de l’intrapreso, e de’ celesti a l’alto
regnante un toro nitido immolava
in sulla sponda.</poem><noinclude>
<references/></noinclude>
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Pagina:Leopardi - Puerili e abbozzi vari, Laterza, 1924.djvu/186
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Francesco Banaudi" />{{RigaIntestazione|180|{{Sc|ii. versi frammenti e abbozzi}}|}}</noinclude>{{ct|v=1|6}}
{{Ct|v=1|LETTA LA VITA DI {{AutoreCitato|Vittorio Alfieri|VITTORIO ALFIERI}}}}
{{Ct|v=2|{{Sc|scritta da esso}}}}
<poem>
In chiuder la tua storia, ansante il petto,
— vedrò — dissi — il tuo marmo, Alfieri mio,
vedrò la parte aprica e il dolce tetto
onde dicesti a questa terra addio. —
Cosí dissi inaccorto. E forse ch’io
pria sarò steso in sul funereo letto,
e de l’ossa nel flebile ricetto
prima infinito adombrerammi obblio:
misero quadrilustre. E tu nemica
la sorte avesti pur: ma ti rimbomba
fama che cresce e un di fia detta antica.
Di me non suonerá l’eterna tromba;
starommi ignoto e non avrò chi dica:
— a piangere i’verrò su la tua tomba. — </poem>
Primo sonetto, composto tutto la notte avanti il 27 novembre 1817, stando in letto, prima di addormentarmi, avendo poche ore avanti finito di leggere la ''{{TestoCitato|Vita (Alfieri, 1804)|Vita}}'' dell’Alfieri, e pochi minuti prima, stando pure in letto, biasimata la mia facilitá di rimare, e detto fra me che dalla mia penna non uscirebbe mai sonetto; venutomi poi veramente prima il desiderio e proponimento di visitare il sepolcro e la casa dell’Alfieri, e dopo il pensiero che probabilmente non potrei. Scritto ai 29 di novembre.<noinclude>
<references/></noinclude>
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Puerili (Leopardi)/Letta la vita di V. Alfieri
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Puerili (Leopardi)/Madrigale
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Dr Zimbu
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Porto il SAL a SAL 100%
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{{Qualità|avz=100%|data=7 giugno 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Madrigale|prec=../La dimenticanza|succ=../Frammento del libro di Giobbe}}
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Puerili (Leopardi)/Frammento del libro di Giobbe
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Puerili (Leopardi)/Libro terzo dell'Eneide
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||120|}}</noinclude>la sua alleanza con la Russia, la sua antipatia per la Prussia sembrano esser altrettanti ostacoli insuperabili.
Vi ha molte altre combinazioni che voi formerete assai meglio di me: queste potrebbero bastare per iscandagliar il terreno, e mettere i ministri, e coloro che li circondano nel caso di spiegarsi, e di far conoscere i loro sentimenti relativi a quest’oggetto. La meta principale, alla quale farete di tutto per giungere, è di persuadere all’Austria che malgrado il preteso vantaggio che le offre l’Inghilterra di alcuni compensi, questa potenza avendo interessi opposti ai suoi, non farà che rallentare il corso delle negozziazioni; che la Casa d’Austria otterrebbe molto di più, e con maggiore prontezza, trattando essa sola con la Repubblica. Ritornando da Vienna voi avrete l’occasione di vedere molti principi di Germania, ed i loro ministri. Essi sono atterriti dall’ambizione della Casa d’Austria, e dall’accanimento che mostra contro tutti que’ che han cercato di ravvicinarsi alla Repubblica. Essi forse potranno concepire delle inquietitudini intorno alle conseguenze della proposizione di armistizio: vi sarà facile di far ad essi capire, che il loro stesso interesse lo esigeva, che per questo armistizio essi avranno il tempo di riunirsi, e mettersi d’accordo intorno a’ mezzi di scuotere il giogo odioso sotto di cui si vuole deprimerli; e per esso la Repubblica avrà il tempo di ristabilire nelle sue armate una disciplina severa, e di preparare i mezzi di un attacco più vigoroso de’ precedenti, il quale sarà l’ultimo, se essi vorranno secondarlo. Raccomando, cittadino Generale, al vostro zelo e alla vostra sagacità tutti gli oggetti dei quali ho fatto parola, ed anche quelli che la brevità del tempo non mi ha neanco permesso di accennarvi, e son sicurissimo che nulla vi sfuggirà di tutto ciò che può interessare la nostra patria comune.
Eccovi una cifra della quale farete uso nella corrispondenza interessante, che mi attendo da Voi.
{{A_destra|{{Sc|C. Delacroix}}.}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||121|}}</noinclude>{{Ct|t=2|v=1|''Nota data dal General Bonaparte al General divisionario Clarke.''}}
Mantova è bloccata da molti mesi: vi sono almeno diecimila infermi ai quali mancano la carne, ed i medicamenti; i sei o settemila uomini della guarnigione sono alla mezza razione di pane, alla carne di cavallo, e senza vino; le stesse legna vi son divenute rare. Nella piazza vi erano seimila cavalli di cavalleria, e tremila di artiglieria: se ne uccidono cinquanta al giorno, e se ne conservano seicento salati; molti sono morti per mancanza di foraggi; di quelli addetti alla cavalleria ne rimangono ancora mille e ottocento, che di giorno in giorno si vanno consumando: egli è dunque probabile, che fra un mese Mantova sarà nostra. Per accelerarne la resa io fo fare i preparativi bastevoli ad aumentare tre batterie incendiarie, le quali incominceranno a far fuoco il 25 di questo mese. L’armata ch’era arrivata con tante forze per soccorrer Mantova è stata già battuta: essa potrà ricever rinforzi tra quindici giorni, ma cominciamo ad aver anche noi soccorsi; e dall’altra parte il general Clarke non può aprire le sue negoziazioni prima di altri dodici giorni, e a quest’epoca, se la Corte di Vienna conchiude l’armistizio, è prova che non si troverà nel caso di attaccarci con qualche speranza di riuscita. Nel caso contrario la Corte di Vienna attenderebbe l’esito degli ultimi suoi sforzi prima di venirne a qualche conclusione. Quando noi sarem padroni di Mantova, l’Imperatore si crederà pur troppo fortunato di accordarci il Reno per confine. Roma non è in armistizio, ma in guerra con la Repubblica Francese; essa ricusa di pagare qualunque contribuzione: la sola presa di Mantova potrà bastare a farla cambiar di condotta.
Conchiudendo un armistizio noi perderemmo
1. Mantova sino a maggio, ed a quell’epoca la troveremmo compiutamente provveduta, qualunque convenzione che si faccia; ed il calor della stagione ci {{Pt|rende-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||122|}}</noinclude>{{Pt|rebbe|renderebbe}} impossibile d’impadronircene alla fine dell’armistizio.
2. Sarebbe ancor per noi perduto il denaro di Roma, il quale non è sperabile che si abbia senza prender Mantova, perchè sarebbe funesto occupar lo stato della Chiesa in tempo di state.
3. L’Imperatore, essendo più vicino, avendo maggior numero di mezzi per reclutare, si troverà in Maggio ad avere un’armata più numerosa della nostra; perchè, si faccia pur ciò che si voglia, quando si cesserà di battersi, la soldatesca se ne andrà via. Dieci o quindici giorni di riposo faran bene all’armata d’Italia, ma tre mesi la rovineranno.
4. La Lombardia è spossata: non è possibile nudrirvi l’armata d’Italia altrimenti che col denaro del Papa, o di Trieste: ci troveremmo per ciò molto imbarazzati all’apertura della campagna dopo l’armistizio.
5. Padroni di Mantova, saremo in grado di non comprendere il Papa nell’armistizio; l’armata d’Italia acquisterà una tale preponderanza, che si crederanno fortunati a Vienna di poterla paralizzare per qualche mese.
6. Se si deve riaprire una nuova campagna dopo l’armistizio, questo ci sarà molto pregiudicievole: se poi l’armistizio dovrà essere un preliminare di pace, non bisogna farlo che dopo la presa di Mantova; allora sarà doppiamente probabile che ci riesca buono, e profittevole.
7. Conchiudere l’armistizio attualmente è lo stesso che spogliarsi de’ mezzi, e delle probabilità di fare una pace vantaggiosa fra un mese. Tutto riducesi adunque ad aspettar la presa di Mantova, a rinforzare quest’armata con ogni mezzo possibile, a fin d’aver denaro per la prossima campagna, non solamente per l’Italia, ma ben anche pel Reno, e ad oggetto di poter prendere un’offensiva così determinata, e così formidabile per l’Imperatore, che la pace avrassi a conchiudere senza difficoltà, e con gloria, e con onore, e con vantaggio. Se si vuole aggiungere all’armata d’Italia un rinforzo di 20,000 uomini, compresi i 10,000 che ci si annunzia<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|18|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>bra che sparirono nelle crespe sottili, e socchiudendo gli occhi.
Le sorelle Zolli guardarono Lucia in aria scandolezzata.
Un vivo rossore si diffuse su ’l volto della fanciulla, mentre si avanzò fin verso le tre signore, fissandole in atto di chi vuole e aspetta una spiegazione.
«Vai con chi vuoi, ma non con Adele! — fece la zia.
«Perchè? — chiese la fanciulla con voce un po’ rauca.
«Adele è una scostumata! — spiegò zia Marta.
«Fa a l’amore! — saltò su la signora Aurora, la maggiore delle sorelle Zolli.
«Non è bene che una signorina a modo si faccia vedere intorno con lei! — soggiunse l’altra sorella Zolli; la signora Rosetta.
«Fa a l’amore con il cocchiere! — informò zia Marta.
«È tutto qui? — chiese freddamente Lucia.
«Converrà licenziarla! — mormorò la zia, seccata dal tono freddo della nipote.
Di rossa, Lucia si fece smorta. «Come?... licen-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|19|riga=si}}</noinclude>ziare Adele, la sua antica bambinaia, che aveva conosciuto e voluto bene a la povera mamma!... una brava e onesta ragazza?... licenziarla perchè amava ed era riamata?
«Ma... zia — disse, balbettando un poco, — ti ho sentita ieri parlare dell’amore fra la signorina Cromi e il tenente Poggi e ti intenerivi come di cosa nobile e gentile!
Zia Marta si dimenò su la seggiola mormorando: «quello è un altro par di maniche!
Un altro par di maniche?... E perchè?... La signorina Cromi avrebbe sposato il tenente Poggi, come Adele avrebbe sposato il cocchiere!... E se non era disonesto l’amore fra una signorina ed un ufficiale, non lo doveva neppure essere quello fra due bravi giovani che lavoravano per vivere. Differenze, Lucia non ne vedeva. E zia Marta aveva troppo criterio per pensare che una persona giovine e affettuosa, per la ragione che aveva l’onore di servirla, dovesse rinunciare al proprio avvenire e soffocare il proprio sentimento.
Parlare di licenziamento era cosa ingiusta e crudele. Ella stessa, Lucia, avrebbe fatto in maniera che Adele sposasse presto il cocchiere. Le voleva bene lei, la stimava;<noinclude>
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«Ma... zia — disse, balbettando un poco, — ti ho sentita ieri parlare dell’amore fra la signorina Cromi e il tenente Poggi e ti intenerivi come di cosa nobile e gentile!
Zia Marta si dimenò su la seggiola mormorando: «quello è un altro par di maniche!
Un altro par di maniche?... O perchè?... La signorina Cromi avrebbe sposato il tenente Poggi, come Adele avrebbe sposato il cocchiere!... E se non era disonesto l’amore fra una signorina ed un ufficiale, non lo doveva neppure essere quello fra due bravi giovani che lavoravano per vivere. Differenze, Lucia non ne vedeva. E zia Marta aveva troppo criterio per pensare che una persona giovine e affettuosa, per la ragione che aveva l’onore di servirla, dovesse rinunciare al proprio avvenire e soffocare il proprio sentimento.
Parlare di licenziamento era cosa ingiusta e crudele. Ella stessa, Lucia, avrebbe fatto in maniera che Adele sposasse presto il cocchiere. Le voleva bene lei, la stimava;<noinclude>
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Un altro par di maniche?... O perchè?... La signorina Cromi avrebbe sposato il tenente Poggi, come Adele avrebbe sposato il cocchiere!... E se non era disonesto l’amore fra una signorina ed un ufficiale, non lo doveva neppure essere quello fra due bravi giovani che lavoravano per vivere. Differenze, Lucia non ne vedeva. E zia Marta aveva troppo criterio per pensare che una persona giovine e affettuosa, per la ragione che aveva l’onore di servirla, dovesse rinunciare al proprio avvenire e soffocare il proprio sentimento. Parlare di licenziamento era cosa ingiusta e crudele. Ella stessa, Lucia, avrebbe fatto in maniera che Adele sposasse presto il cocchiere. Le voleva bene lei, la stimava;<noinclude>
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Zia Marta si dimenò su la seggiola mormorando: «quello è un altro par di maniche!
Un altro par di maniche?... O perchè?... La signorina Cromi avrebbe sposato il tenente Poggi, come Adele avrebbe sposato il cocchiere!... E se non era disonesto l’amore fra una signorina ed un ufficiale, non lo doveva neppure essere quello fra due bravi giovani che lavoravano per vivere. Differenze, Lucia non ne vedeva. E zia Marta aveva troppo criterio per pensare che una persona giovine e affettuosa, per la ragione che aveva l’onore di servirla, dovesse rinunciare al proprio avvenire e soffocare il proprio sentimento. Parlare di licenziamento era cosa ingiusta e crudele. Ella stessa, Lucia, avrebbe fatto in maniera che Adele sposasse presto il cocchiere. Le voleva bene lei, la stimava;<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|20|{{sc|il romanzo}}|riga=si}}</noinclude>nessuno mai le avrebbe fatto del male; se la prendeva sotto la sua protezione, se la prendeva!
Qui Lucia, che aveva parlato un po’ vibratamente, nauseata da quella ingiustizia, da quei pregiudizi, da quell’egoismo, s’inchinò con freddo rispetto dinanzi alle tre signore e uscì chiamando Adele ad alta voce.
Dopo un momento, zia Marta e le sue amiche videro al di là del tendone che l’aria sollevava, la signorina Lucia, che trotterellava spedita a la volta del centro della città, insieme con la cameriera.
«Ecco il frutto dell’educazione d’oggi!... lamentò la signora Marta. — Mio fratello che lascia fare; quella signora Lena che si è piaciuta di svegliare nell’anima della sua allieva il fatale spirito dell’indipendenza e la forza di volontà, che si ribella a tutto e a tutti, e di nutrirla di certe teorie strambe, da vero ''fin de siècle''.
La signora Aurora, con un sospirone, approvò le parole dell’amica.
E sua sorella gemette: «Il mondo s’è cambiato!... Dio sa che cosa ci si prepara!... Non c’è più sommissione, non c’è più rispetto, non c’è più differenza fra gente e gente!... Anche le persone per bene si danno al ''socialismo''!<noinclude><references/></noinclude>
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Qui Lucia, che aveva parlato un po’ vibratamente, nauseata da quella ingiustizia, da quei pregiudizi, da quell’egoismo, s’inchinò con freddo rispetto dinanzi alle tre signore e uscì chiamando Adele ad alta voce.
Dopo un momento, zia Marta e le sue amiche videro al di là del tendone che l’aria sollevava, la signorina Lucia, che trotterellava spedita a la volta del centro della città, insieme con la cameriera.
«Ecco il frutto dell’educazione d’oggi!... lamentò la signora Marta. — Mio fratello che lascia fare; quella signora Lena che si è piaciuta di svegliare nell’anima della sua allieva il fatale spirito dell’indipendenza e la forza di volontà, che si ribella a tutto e a tutti, e di nutrirla di certe teorie strambe, da vero ''fin de siècle''.
La signora Aurora, con un sospirone, approvò le parole dell’amica.
E sua sorella gemette: «Il mondo s’è cambiato!... Dio sa che cosa ci si prepara!... Non c’è più sommissione, non c’è più rispetto, non c’è più differenza fra gente e gente!... Anche le persone per bene si danno al ''socialismo''!<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|21|riga=si}}</noinclude><nowiki />
E susurrò a fior di labbra queste parole che la terrorizzavano!
{{Asterismo}}
Finito di desinare, il signor Pippo Ferretti, il ricco industriale, come di solito, fece la sua toeletta della sera, e prima di uscire salutò la sorella e baciò in fronte la figliuola, che lo accompagnò fino all’ingresso della portineria; un amore di casetta svizzera.
«Non ti annoi troppo a restar qui con la zia? — le chiese il babbo.
Era la domanda che egli le faceva ogni sera, quasi a sgravio della propria coscienza, certo di sentirsi rispondere di no, certissimo della bugia generosa che era in quel no. Ma tranquillava la propria coscienza e scusava sè stesso, dicendosi, che dopo una giornata di lavoro, un uomo ha pur diritto a qualche ora di svago, a un po’ di libertà, al soddisfacimento di qualche desiderio; e poi riposava nella convinzione, che sua figlia sarebbe stata incapace di imporre a lui un sacrificio; che anzi un sacrificio suo non l’avrebbe voluto a nessun costo, che le avrebbe guastato ogni piacere solo<noinclude><references/></noinclude>
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BuzzerLone
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|70|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
Giù, in salotto, zia Marta aveva una visita. C’era il signor Aldo Svarzi, che, da un poco, capitava spesso e si intratteneva a lungo con la signora Marta, che era amica di sua madre.
A la vista di Lucia, il giovine si alzò, inchinandosi con atto inappuntabile, da persona che si fa un dovere di seguire l’ultima moda.
«Stava a punto per mandarti a chiamare! — le disse la zia — Dove sei stata fino adesso, che sei sgusciata via tutt’a un tratto?... Il signor Aldo desiderava salutarti!
Che lo desiderasse non c’era dubbio. Glielo si leggeva in volto; lo attestava il suo sorriso fatuo.
Lucia si disse riconoscente a la gentilezza del signor Svarzi. Solo le spiaceva di non poter godere della sua compagnia; doveva uscire subito subito.
La zia volle porre un ostacolo a quell’uscita che contrariava i suoi disegni e disse che Adele non avrebbe potuto accompagnarla.
«Esco con Wise! — rispose la fanciulla, salutando con garbo che tradiva una certa impazienza.
Il giorno era agli ultimi bagliori; ma in casa non si pranzava mai prima delle venti. Aveva tempo di fare un giro nel parco. Sentiva bisogno d’una<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|70|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
Giù, in salotto, zia Marta aveva una visita. C’era il signor Aldo Svarzi, che, da un poco, capitava spesso e si intratteneva a lungo con la signora Marta, che era amica di sua madre.
A la vista di Lucia, il giovine si alzò, inchinandosi con atto inappuntabile, da persona che si fa un dovere di seguire l’ultima moda.
«Stava a punto per mandarti a chiamare! — le disse la zia — Dove sei stata fino adesso, che sei sgusciata via tutt’a un tratto?... Il signor Aldo desiderava salutarti!
Che lo desiderasse non c’era dubbio. Glielo si leggeva in volto; lo attestava il suo sorriso fatuo.
Lucia si disse riconoscente a la gentilezza del signor Svarzi. Solo le spiaceva di non poter godere della sua compagnia; doveva uscire subito subito.
La zia volle porre un ostacolo a quell’uscita che contrariava i suoi disegni e disse che Adele non avrebbe potuto accompagnarla.
«Esco con Wise! — rispose la fanciulla, salutando con garbo che tradiva una certa impazienza.
Il giorno era agli ultimi bagliori; ma in casa non si pranzava mai prima delle venti. Aveva tempo di fare un giro nel parco. Sentiva bisogno d’una<noinclude><references/></noinclude>
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Francyskus
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|71|riga=si}}</noinclude>boccata d’aria aperta, di sgranchirsi in mezzo al verde, di ritrovarsi fuori, sola con i propri sentimenti.
Wise, felice, si lasciò adattare la musaruola lambendo la mano della padroncina. E tutti due infilarono il viale che si apriva subito al di là del giardino della villetta.
Le piante frusciavano le vette nel rosso tramonto; i passeri cinguettavano rumorosamente appollaiandosi; alcune balie con i bimbi in collo o a mano rincasavano; le mammine in ritardo si affrettavano al ritorno con i piccini saltellanti.
Su una panchina, a sedere con le mani su le ginocchia e il capo supino, un vecchio dal barbone bianco, guardava nel vuoto.
Wise gli corse dinanzi abbaiando. Il povero guardò, stese timidamente la mano a la signorina, che gli diede la moneta del suo borsellino.
«Grazie! pregherò per lei! — piagnucolò il vecchio, sorpreso a la carità di quelle monete, fra cui erano due venti centesimi di nikel.
«Sì, pregate! — gli rispose Lucia salutandolo del capo.
Dalla Chiesa del Corpus Domine, al di là di Porta Sempione, venivano i rintocchi dell’Ave<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|72|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>Maria, che si diffondevano nell’aria come un invito a pensare al cielo.
Il fischio della fabbrica sibilò la sua nota acuta. Era finita la giornata di lavoro; gli operai tornavano alle loro case; in famiglia.
Lucia si rivolse a guardare. Primo ad uscire fu un signore alto e svelto, che prese frettolosamente a camminare a quella volta. Ella lo riconobbe e si sentì arrossire mentre infilava un viottoletto, fra i prati. Lo riconobbe anche Wise, che non svoltò, ma gli corse incontro abbaiando festoso.
«Wise! qua! — ordinò Lucia rivolgendosi.
E vide, a due passi, l’ingegnere Del Pozzo, che la guardava, forse un po’ stupito di trovarla a quell’ora, lì sola con il cane. Si era fermato e l’avvolgeva del suo sguardo profondo, pieno di misteriosa espressione; quello sguardo che la fanciulla non poteva sostenere senza sentirsi stranamente commossa.
«Buona sera! — la salutò toccandosi il cappello.
«Buona sera! — balbettò Lucia.
E si rivolse per tirar via nel viottolo.
Il cane seguì per un piccolo tratto l’ingegnere<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|72|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>Maria, che si diffondevano nell’aria come un invito a pensare al cielo.
Il fischio della fabbrica sibilò la sua nota acuta. Era finita la giornata di lavoro; gli operai tornavano alle loro case; in famiglia.
Lucia si rivolse a guardare. Primo ad uscire fu un signore alto e svelto, che prese frettolosamente a camminare a quella volta. Ella lo riconobbe e si sentì arrossire mentre infilava un viottoletto, fra i prati. Lo riconobbe anche Wise, che non svoltò, ma gli corse incontro abbaiando festoso.
«Wise! qua! — ordinò Lucia rivolgendosi.
E vide, a due passi, l’ingegnere Del Pozzo, che la guardava, forse un po’ stupito di trovarla a quell’ora, lì sola con il cane. Si era fermato e l’avvolgeva del suo sguardo profondo, pieno di misteriosa espressione; quello sguardo che la fanciulla non poteva sostenere senza sentirsi stranamente commossa.
«Buona sera! — la salutò toccandosi il cappello.
«Buona sera! — balbettò Lucia.
E si rivolse per tirar via nel viottolo.
Il cane seguì per un piccolo tratto l’ingegnere<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|73|riga=si}}</noinclude>abbaiando e saltellando; poi tornò presso la padroncina.
«Non voglio levar gli occhi per un poco; fin che egli non abbia scantonato — pensava intanto Lucia.
Ma proprio in quel momento, come attratta da forza ignota, superiore a la sua volontà, i suoi occhi si rivolsero e si incontrarono in quelli del giovine che pure in quel punto si era voltato.
«Che proprio si tratti di fascino? — pensò la fanciulla, sentendosi scottare la faccia e il collo da una vampata, che veniva da malcontento di sè, da ribellione impotente contro la propria volontà.
Al rosso tramonto era successo il bagliore mesto della prima sera. Dai prati si sollevava un vapore tenue, d’un bianco cenerognolo; le piante, scosse dalla brezza, frusciavano le vette nella semi-luce; il parco si andava facendo sempre più deserto; il brusio della città, arrivava attutito dalla distanza.
Lucia affrettò il passo verso casa. Al grande, doloroso turbamento recato a l’anima sua dalla inaspettata notizia del matrimonio del padre, era successa una mite rassegnazione, e una indefini-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|74|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>bile soave speranza, che strappava il suo sentimento dalle angosce per innalzarlo su su, presso la mamma sua, che lo custodisse e lo proteggesse come una cosa pura e santa.
{{Asterismo}}
Il signor Pippo Ferretti non tardò molto ad annunciare in famiglia il suo matrimonio con la signora Rabbi; la bellissima e gentile signora, che si era degnata di concedergli la sua mano.
Il buon uomo era così felice, che non dubitava punto di rendere anche gli altri felicissimi con la fausta notizia. Tanto è vero, che disse la cosa senza titubanze, anzi con certi guizzi di gioia negli occhi e certi sorrisi beati, che dicevano chiaro e tondo come egli non avesse sentimento che per accogliere la sua contentezza.
Finì con raccomandare a la sorella e a la figliuola, che si trovassero pronte il domani per la tal’ora, ch’egli aveva promesso a la signora Rabbi di condurgliele per la prima visita doverosa.
Lucia, alla comunicazione fatta con tanta leggerezza, anzi con un piacere esclusivo che non<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|74|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>bile soave speranza, che strappava il suo sentimento dalle angosce per innalzarlo su su, presso la mamma sua, che lo custodisse e lo proteggesse come una cosa pura e santa.
{{Asterismo}}
Il signor Pippo Ferretti non tardò molto ad annunciare in famiglia il suo matrimonio con la signora Rabbi; la bellissima e gentile signora, che si era degnata di concedergli la sua mano.
Il buon uomo era così felice, che non dubitava punto di rendere anche gli altri felicissimi con la fausta notizia. Tanto è vero, che disse la cosa senza titubanze, anzi con certi guizzi di gioia negli occhi e certi sorrisi beati, che dicevano chiaro e tondo come egli non avesse sentimento che per accogliere la sua contentezza.
Finì con raccomandare a la sorella e a la figliuola, che si trovassero pronte il domani per la tal’ora, ch’egli aveva promesso a la signora Rabbi di condurgliele per la prima visita doverosa.
Lucia, alla comunicazione fatta con tanta leggerezza, anzi con un piacere esclusivo che non<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|75|riga=si}}</noinclude>ammetteva manco l’ombra d’un riguardo, manco un piccolo slancio di tenerezza per lei, si sentì a tutta prima, serrare il cuore come in una morsa. Ma fece violenza a sè stessa per nascondere la mortificazione e il dolore, ed ebbe la forza di sorridere dicendo quasi scherzosamente che quella non era per lei una novità. Cosa questa che aumentò il buon umore del babbo, il quale la chiamò birichina, furbetta, che capiva le cose a volo. E si fregava le mani rivolgendosi a la sorella, la quale, egli scommetteva, con i suoi anni e la sua esperienza, non doveva essersi accorta di nulla. Per questo la notizia l’aveva sbalordita che se ne stava lì come una statua senza trovare una parola da dirgli.
Infatti, la signora Marta, che non si aspettava così presto lo scoppio della bomba, come diceva lei, era davvero restata lì come intontita, e con gli occhi e l’atteggiamento della bocca, mostrava tutt’altro che esultanza.
Ma il signor Pippo Ferretti non era certo in condizione d’animo da avvertire i sentimenti altrui. E quel giorno, durante tutto il tempo del pranzo, parlò continuamente lui, in una smania di dire<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|76|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>e dire della bellezza a specialmente delle virtù della sposa.
Uscendo subito dopo la solita toeletta, tornò a ripetere la raccomandazione, che per il domani a la tal’ora, si trovassero tutte due pronte per la visita.
Come le altre sere, Lucia accompagnò il babbo fino su la soglia della portineria e stette a vederlo allontanarsi svelto e ringiovanito dalla felicità.
Un senso di profonda, invincibile melanconia, turbò per un momento l’animo della fanciulla.
«Nel suo cuore — pensò — adesso il sentimento più forte non è certo il paterno!... Oh mamma! — sospirò alzando gli occhi al cielo stellato.
E riparò nell’affetto della morta.
In quel momento lo squillo del campanello annunciò visite.
«Le sorelle Zolli, per certo! — disse fra sè Lucia, con un senso di noia.
Ma dietro le due ombre, quella sera ce n’era un’altra; ed era quella d’un uomo.
Un guizzo di speranza attraversò il cuore della fanciulla; ma fu un rapido guizzo. La lampada<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|76|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>e dire della bellezza a specialmente delle virtù della sposa.
Uscendo subito dopo la solita toeletta, tornò a ripetere la raccomandazione, che per il domani a la tal’ora, si trovassero tutte due pronte per la visita.
Come le altre sere, Lucia accompagnò il babbo fino su la soglia della portineria e stette a vederlo allontanarsi svelto e ringiovanito dalla felicità.
Un senso di profonda, invincibile melanconia, turbò per un momento l’animo della fanciulla.
«Nel suo cuore — pensò — adesso il sentimento più forte non è certo il paterno!... Oh mamma! — sospirò alzando gli occhi al cielo stellato.
E riparò nell’affetto della morta.
In quel momento lo squillo del campanello annunciò visite.
«Le sorelle Zolli, per certo! — disse fra sè Lucia, con un senso di noia.
Ma dietro le due ombre, quella sera ce n’era un’altra; ed era quella d’un uomo.
Un guizzo di speranza attraversò il cuore della fanciulla; ma fu un rapido guizzo. La lampada<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|77|riga=si}}</noinclude>pendente dal tettuccio della scala, illuminò, subito dopo le figure allampanate delle sorelle Zolli, la persona di Aldo Svarzi.
«Cosa viene a far qui così spesso da un poco in qua, quel biondone scipito? — si trovò a chiedersi Lucia, con un aggrottamento delle ciglia che traduceva l’apparire d’un dubbio fastidioso, in sè stessa.
Ma al senso fastidioso, rispose con indifferenza. Venisse! che cosa importava a lei?
Dal salotto, aperto a l’aria tepida di primavera, venivano le voci sommesse della zia, delle signore Zolli e del signor Svarzi; voci monotone, senza intonazione, senza varietà d’accento, da gente che parla per dire; che non dice per esprimere sentimenti e pensieri.
Entrò anche lei, chiamata dalla convenienza. Come di solito, fu accolta dal signor Aldo con atto e sorriso di piacere. Ella stese la mano che fu tosto serrata con effusione e s’inchinò davanti alle sorelle Zolli.
Prima che avesse il tempo di mettersi a sedere, la zia la pregò che facesse un po’ di musica.
Lucia si arrese tosto all’invito. La musica<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|78|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>l’avrebbe dispensata dalla noia di quella conversazione sbiadita. Passò nel salottino attiguo a quello e il signor Svarzi la seguì. Zia Marta voleva sentire il suono del piano a qualche distanza.
«È un suono smorzato che riesce più soave! — diceva.
Fatt’è che Lucia si trovò nel salottino sola con Aldo Svarzi; cosa che la seccò, ma a la quale non avrebbe potuto mettere rimedio senza usare uno sgarbo.
Aperse su ’l leggio la prima musica che le capitò sotto mano; un pezzo brillante, che ella suonò con foga un po’ stizzosa, sentendosi addosso lo sguardo del giovine.
Perchè egli la guardava così intensamente?... Che cosa voleva da lei quel signore?...
Gli ultimi accordi del pezzo staccarono suoni aspri, stizziti.
«Brava! — disse dal salotto zia Marta, che non capiva che la musica fragorosa.
«Benissimo! — fecero in coro le sorelle Zolli.
«Perfettamente eseguito! — esclamò Svarzi, aprendo su ’l leggio un altra musica tolta a caso; e la musica era una ''suonata'' di Beethowen.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|78|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>l’avrebbe dispensata dalla noia di quella conversazione sbiadita. Passò nel salottino attiguo a quello e il signor Svarzi la seguì. Zia Marta voleva sentire il suono del piano a qualche distanza.
«È un suono smorzato che riesce più soave! — diceva.
Fatt’è che Lucia si trovò nel salottino sola con Aldo Svarzi; cosa che la seccò, ma a la quale non avrebbe potuto mettere rimedio senza usare uno sgarbo.
Aperse su ’l leggio la prima musica che le capitò sotto mano; un pezzo brillante, che ella suonò con foga un po’ stizzosa, sentendosi addosso lo sguardo del giovine.
Perchè egli la guardava così intensamente?... Che cosa voleva da lei quel signore?...
Gli ultimi accordi del pezzo staccarono suoni aspri, stizziti.
«Brava! — disse dal salotto zia Marta, che non capiva che la musica fragorosa.
«Benissimo! — fecero in coro le sorelle Zolli.
«Perfettamente eseguito! — esclamò Svarzi, aprendo su ’l leggio un altra musica tolta a caso; e la musica era una ''suonata'' di Beethowen.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|79|riga=si}}</noinclude><nowiki />
«Questa non piacerà che a me! — pensò Lucia con un senso di piacere per la certezza di non essere capita dagli altri, che la seccavano.
«Questa musica — disse poi a Svarzi — è come un pallido chiarore di luna su una landa deserta; cosa che non commuove tutti!
E attaccò la musica sublime con raro sentimento di interpretazione, dilettando l’animo suo, dimenticando, dimenticandosi.
Il signor Svarzi stava attento a voltare le pagine e ogni tanto si lasciava sfuggire un’esclamazione di lode.
Ma Lucia non gli badava e tirava via a suonare per sè stessa.
Ad un tratto la colpì una voce di là nel salotto. Smorzò il suono e tese l’orecchio. Quella voce ella la conosceva. Arrossì di dispetto. Doveva star lì a strimpellare con quello spilungone dietro, che aveva l’aria d’essere autorizzato a farle la corte!.. Ebbe voglia di chiudere il piano, di lanciare un’insolenza allo Svarzi, di scappare da tutto e da tutti, di correre a chiudersi in camera!
Troncò il pezzo a mezzo, si alzò e passò di là seguita dal signor Aldo.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|80|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
L’ingegnere Del Pozzo, già ritto, stava per congedarsi.
Lucia vide i suoi occhi chiari fissarsi su lei con muta sorpresa, quasi con interrogazione; le parve di indovinare un rimprovero in quello sguardo; si sentì offesa, si irrigidì, rispose freddamente, quasi altezzosamente all’ingegnere, e appena lui partito, salutò la compagnia dicendosi stanca e si ritirò.
La perseguitava quello sguardo di sorpresa e di muta interrogazione. Che diritto aveva lui, il conte Anton Mario Del Pozzo, di meravigliarsi? di chiedere?.. Non era forse padrona lei di fare quanto meglio le piaceva?.. Gli doveva aver fatto senso quello scoprire ch’ella era stata di là a fare della musica, tutta sola con il signor Svarzi: questo gli doveva aver fatto senso; si capiva. Ma perchè?.. Che cosa mai si poteva egli figurare?.. Che male c’era, in fin de’ conti, a stare per una mezz’ora a suonare il piano in un salottino attiguo a quello ove era sua zia, in compagnia d’un giovinotto?... «Perchè è addetto alla fabbrica e papà lo chiama il suo braccio destro, si crede forse autorizzato a fare a me da angelo custode?<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|80|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
L’ingegnere Del Pozzo, già ritto, stava per congedarsi.
Lucia vide i suoi occhi chiari fissarsi su lei con muta sorpresa, quasi con interrogazione; le parve di indovinare un rimprovero in quello sguardo; si sentì offesa, si irrigidì, rispose freddamente, quasi altezzosamente all’ingegnere, e appena lui partito, salutò la compagnia dicendosi stanca e si ritirò.
La perseguitava quello sguardo di sorpresa e di muta interrogazione. Che diritto aveva lui, il conte Anton Mario Del Pozzo, di meravigliarsi? di chiedere?.. Non era forse padrona lei di fare quanto meglio le piaceva?.. Gli doveva aver fatto senso quello scoprire ch’ella era stata di là a fare della musica, tutta sola con il signor Svarzi: questo gli doveva aver fatto senso; si capiva. Ma perchè?.. Che cosa mai si poteva egli figurare?.. Che male c’era, in fin de’ conti, a stare per una mezz’ora a suonare il piano in un salottino attiguo a quello ove era sua zia, in compagnia d’un giovinotto?... «Perchè è addetto alla fabbrica e papà lo chiama il suo braccio destro, si crede forse autorizzato a fare a me da angelo custode?<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Gentile - Romanzo d'una signorina per bene, Milano, Carrara, 1897.djvu/89
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|81|riga=si}}</noinclude><nowiki />
«Io voglio e posso fare quello che meglio mi piace; e se quello che piace a me non va a genio a vossignoria, ''à chacun son goût'', signor conte Anton Mario del Pozzo! — pensò sdegnosamente.
In fin de’ conti se ella era andata di là a suonare con il signor Svarzi, era stato tutto per la politica della zia; che lei s’era subito seccata vedendosi seguita dal giovine; aveva sentita l’irregolarità della cosa.
E quella irregolarità era saltata subito agli occhi dell’ingegnere.
«Avrà pensato che mi lascio corteggiare da quel ''gommeux''! — disse arrossendo. — Mi avrà trovata leggera e vana come molte altre; e questa forse non era l’opinione che aveva prima di me.
A questo pensiero le scese in cuore un’angoscia amara; e insieme con l’angoscia, un sentimento di dispetto verso lo Svarzi e verso la zia, che se egli frequentava ormai la casa con troppa assiduità, la colpa era tutta sua, che lo riceveva sempre con festa e lo invitava a tornare presto, a venire di sovente, come un amico intimo. Ed egli non se lo lasciava dire due volte. Ormai veniva quasi tutti i giorni e faceva delle visitone. La gente non<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|82|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>poteva certo pensare ch’egli venisse per la zia; avrebbe pensato quello che era passato nella mente dell’ingegnere del Pozzo.
«Se ci fosse stata Lena, ciò non sarebbe avvenuto! — mormorò.
«Se ci fosse stata la mamma, le cose sarebbero andate diversamente! — disse in un sospiro.
Si era spogliata; e avvolta nella vestaglia leggera, respirava l’aria fresca della notte a la finestra aperta.
Con gli occhi fissi ai mille lumi lontani che lucevano fantasticamente attraverso le fronde del platano, ricordò che il domani avrebbe dovuto andare a far visita a la signora Rabbi.
«Papà è certo da lei, adesso! — pensò. — È là che deve passare le lunghe serate; e quando egli è là, non ricorda certo nè me, nè la povera mamma!
La signora Rabbi sarebbe venuta in casa presto, per certo; e con lei sarebbero entrati nel villino un lusso maggiore, il movimento, le feste, bisognava rinunciare alle abitudini semplici e tranquille; a la quiete. La casa sarebbe stata messa<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|82|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>poteva certo pensare ch’egli venisse per la zia; avrebbe pensato quello che era passato nella mente dell’ingegnere del Pozzo.
«Se ci fosse stata Lena, ciò non sarebbe avvenuto! — mormorò.
«Se ci fosse stata la mamma, le cose sarebbero andate diversamente! — disse in un sospiro.
Si era spogliata; e avvolta nella vestaglia leggera, respirava l’aria fresca della notte a la finestra aperta.
Con gli occhi fissi ai mille lumi lontani che lucevano fantasticamente attraverso le fronde del platano, ricordò che il domani avrebbe dovuto andare a far visita a la signora Rabbi.
«Papà è certo da lei, adesso! — pensò. — È là che deve passare le lunghe serate; e quando egli è là, non ricorda certo nè me, nè la povera mamma!
La signora Rabbi sarebbe venuta in casa presto, per certo; e con lei sarebbero entrati nel villino un lusso maggiore, il movimento, le feste, bisognava rinunciare alle abitudini semplici e tranquille; a la quiete. La casa sarebbe stata messa<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|83|riga=si}}</noinclude>sossopra; tutto avrebbe dovuto ubbidire ai gusti, forse ai capricci della nuova padrona.
E lei? che sarebbe stato di lei?..
Già si sentiva un inciampo fra suo padre e la sposa: lei, una ragazzona di diciott’anni, che più non si poteva trattare da bimba, davanti a la quale si avrebbero dovuto usare dei riguardi!..
Sarebbe stata ottima cosa per suo padre e la sposa ch’ella lasciasse libero il posto andando a marito.
Sicuro! un bel matrimonio avrebbe accomodato tutto. Pur certo suo padre vi doveva pensare; e forse anche la sposa. Forse tutti due sapevano dell’assiduità dello Svarzi; forse questi già conosceva le loro intenzioni; erano tutti d’accordo contro di lei.
«Scommetto che quanto prima il signor Aldo mi fa la sua brava dichiarazione!... Dirà che mi ama, che mi adora; che gli è bastato di vedermi la prima volta perchè, pim pum!... il suo cuore fosse colpito, ferito per sempre!... Dirà, che ha bisogno di me più dell’aria che respira, più del pane che lo nutre!... che se io non rispondessi al suo amore, guai! guai! guai!<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|84|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
«Stupido! — mormorò a l’aria scura che la glicine in fiore profumava.
Le parve davvero di vederselo dinnanzi in atteggiamento buffo da innamorato, di sentire le sue esagerate espressioni; e ripetè: Stupido!
Oh! suo padre e la signora Rabbi potevano bene desiderarlo un matrimonio che li liberasse di lei; potevano bene vagheggiare per genero il ricco figlio del banchiere Svarzi!.. Ella non si sentiva di sacrificare il proprio sentimento; questo no. Se non la volevano in casa, sarebbe andata via; ma maritarsi per non esser loro d’imbarazzo, questo no e poi no!..
Già, avrebbero dovuto rassegnarsi; ella non aveva nessuna intenzione di prendere marito; nessuna. Tant’è vero che i giovinotti che l’avevano fino allora corteggiata, non le avevano inspirato manco il più tenue sentimento.
«La via del matrimonio dev’esser quella dell’amore! — bisbigliò. — Due che uniscono le loro esistenze spinti dall’amore, sono nobili; due che si sposano aspettando l’amore dal matrimonio sono calcolatori volgari e tristi.
«E se io non potrò unire la mia esistenza<noinclude><references/></noinclude>
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«Stupido! — mormorò a l’aria scura che la glicine in fiore profumava.
Le parve davvero di vederselo dinnanzi in atteggiamento buffo da innamorato, di sentire le sue esagerate espressioni; e ripetè: Stupido!
Oh! suo padre e la signora Rabbi potevano bene desiderarlo un matrimonio che li liberasse di lei; potevano bene vagheggiare per genero il ricco figlio del banchiere Svarzi!.. Ella non si sentiva di sacrificare il proprio sentimento; questo no. Se non la volevano in casa, sarebbe andata via; ma maritarsi per non esser loro d’imbarazzo, questo no e poi no!..
Già, avrebbero dovuto rassegnarsi; ella non aveva nessuna intenzione di prendere marito; nessuna. Tant’è vero che i giovinotti che l’avevano fino allora corteggiata, non le avevano inspirato manco il più tenue sentimento.
«La via del matrimonio dev’esser quella dell’amore! — bisbigliò. — Due che uniscono le loro esistenze spinti dall’amore, sono nobili; due che si sposano aspettando l’amore dal matrimonio sono calcolatori volgari e tristi.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|85|riga=si}}</noinclude>con quella d’una persona che mi amasse ed io amassi, resterò zitella! — concluse ritirandosi dalla finestra e chiudendo i vetri.
{{Asterismo}}
Oh quella signora Rabbi vestita di raso rosso a ricche guarnizioni di pizzi antichi, scintillante di diamanti, che ne aveva nei capelli, nelle dita, nei braccialetti, alle orecchie!... quella signora Rabbi rigogliosa, che le si vedevano le forme ardite disotto le veste troppa attillata!... quella signora Rabbi dal sorriso sfacciato, che metteva in mostra due file di denti forti e bianchissimi, veduta da vicino, sentita al tu per tu, che impressione volgare aveva fatto a Lucia!
Impressione volgare lei e volgarissima i suoi salotti, fino a l’ultimo, piccolo gabinetto ove ella riceveva gli amici. Tre stanze di fila messe con lusso sfoggiato; una mostra ricchissima e pesante di tende e tendoni, di mobili costosi, di ninnoli costosissimi; un ammasso di roba di valore, che pareva volesse dire ai visitatori: «Qui ogni oggetto costa un occhio!.. guardatevi bene in torno; imitate se potete; se no, invidiate!<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|86|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
Lucia non avrebbe voluto per certo imitare e nè pure invidiò. Si era più tosto sentita sconvolta e dal lusso sfacciato e dalle arie della signora, che pareva una regina su ’l trono, e si sarebbe detto, volesse onorare d’un sorriso, far andare in solluchero con una parola.
Zia Marta, del numero delle persone che sono facilmente afferrate nelle spire della brillante superficialità altrui e più vi sono strette serrate dentro e più sono liete, fu subito acciecata e conquistata dal fare della signora Rabbi.
Ma Lucia invece si sentì irrigidire in una diffidenza inesplicabile, e, fu correttissima, ma fredda. Così che suo padre ebbe più d’una volta a saettarla degli occhi per tenerla su l’avviso e imporle la sua volontà.
Oh non c’era bisogno che egli imponesse la propria volontà a la povera fanciulla!.. Ella obbediva e avrebbe sempre ubbedito suo padre. Ma se qualche volta la serrava a la gola un nodo amaro, bisognava compatirla, bisognava!.. Se davanti a quella signora così bella e in mezzo al fasto, ella pensava a la sua povera mamma, modesta, semplice, dal sorriso soave e la parola mite<noinclude><references/></noinclude>
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Lucia non avrebbe voluto per certo imitare e nè pure invidiò. Si era più tosto sentita sconvolta e dal lusso sfacciato e dalle arie della signora, che pareva una regina su ’l trono, e si sarebbe detto, volesse onorare d’un sorriso, far andare in solluchero con una parola.
Zia Marta, del numero delle persone che sono facilmente afferrate nelle spire della brillante superficialità altrui e più vi sono strette serrate dentro e più sono liete, fu subito acciecata e conquistata dal fare della signora Rabbi.
Ma Lucia invece si sentì irrigidire in una diffidenza inesplicabile, e, fu correttissima, ma fredda. Così che suo padre ebbe più d’una volta a saettarla degli occhi per tenerla su l’avviso e imporle la sua volontà.
Oh non c’era bisogno che egli imponesse la propria volontà a la povera fanciulla!.. Ella obbediva e avrebbe sempre ubbedito suo padre. Ma se qualche volta la serrava a la gola un nodo amaro, bisognava compatirla, bisognava!.. Se davanti a quella signora così bella e in mezzo al fasto, ella pensava a la sua povera mamma, modesta, semplice, dal sorriso soave e la parola mite<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|87|riga=si}}</noinclude>e timida, bisognava capirla e compatirla!... E leggerle in cuore con occhio indulgente l’impressione dolorosa per il confronto ch’ella faceva naturalmente, quasi involontariamente, fra la mamma morta e quella rigogliosa e orgogliosa donna, che ne doveva prendere il posto!
Quando, uscendo dal salotto, con il suo papà e la zia, la signora Rabbi la baciò in fronte, la povera fanciulla si sentì impallidire, e a pena fuori, si trovò a fregarsi la fronte al posto del bacio, quasi a cancellarne la traccia.
Lucia aveva sentito che la sua presenza sarebbe stata importuna in casa in quel momento, che a provvedere, a bastare a tutto, meglio sarebbe riuscita la zia. Là ove ella avrebbe incontrati continui urti a la sua suscettività, a’ suoi ricordi, la zia avrebbe trovato distrazioni e piaceri. E propose di anticipare la sua solita andata in Riviera, nel paesuccio ove era nata la sua mamma, nella modesta casetta che era sua proprietà e ove ogni anno passava qualche mese di vacanza.
«Verranno con me Adele e Bortolo! pensò.
Nè l’una nè l’altro si fecero pregare a dir di sì; tanto più Adele, che doveva sposarsi in autunno<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|88|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>ed era anche lei della spiaggia, di un paesello vicino a quello della signorina; lì sarebbe venuto il fidanzato dopo le nozze del padrone, perchè aveva pensato di lasciare il servizio per rizzare una piccola bottega.
Pippo Ferretti trovò giusta e assennata l’idea della figliuola di anticipare la partenza; e, in cuore, si compiacque di quella decisione che lo liberava da mille preoccupazioni e lo lasciava perfettamente libero di darsi, senza restrizioni, a la felicità. Oh il povero signor Pippo sentiva di essere spadroneggiato da una passione violenta; sentiva, che pur troppo, a quella passione sarebbe stato capace di sacrificare ogni cosa, anche i riguardi dovuti a l’unica figliuola!.. E quella decisione lo sgravava d’un peso, destandogli in petto un sentimento di riconoscenza verso Lucia, che capiva e si ritirava per non essergli d’inciampo, a lui, suo padre!
La sera prima del giorno della partenza, Lucia faceva il baule con l’aiuto di Adele.
Adele pensava a la biancheria, ai vestiti; lei, sceglieva i libri e la musica che avrebbe suonato su ’l vecchio piano della povera mamma.<noinclude><references/></noinclude>
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Pippo Ferretti trovò giusta e assennata l’idea della figliuola di anticipare la partenza; e, in cuore, si compiacque di quella decisione che lo liberava da mille preoccupazioni e lo lasciava perfettamente libero di darsi, senza restrizioni, a la felicità. Oh il povero signor Pippo sentiva di essere spadroneggiato da una passione violenta; sentiva, che pur troppo, a quella passione sarebbe stato capace di sacrificare ogni cosa, anche i riguardi dovuti a l’unica figliuola!.. E quella decisione lo sgravava d’un peso, destandogli in petto un sentimento di riconoscenza verso Lucia, che capiva e si ritirava per non essergli d’inciampo, a lui, suo padre!
La sera prima del giorno della partenza, Lucia faceva il baule con l’aiuto di Adele.
Adele pensava a la biancheria, ai vestiti; lei, sceglieva i libri e la musica che avrebbe suonato su ’l vecchio piano della povera mamma.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|89|riga=si}}</noinclude><nowiki />
In quei preparativi, Lucia non poteva difendersi da un senso di tristezza. A la spiaggia, nella casetta piena per lei di ricordi, dove aveva passate tante belle stagioni con la mamma, nella semplicità così cara a la poveretta, ella vi andava volentieri. Lo lasciava volentieri il villino, nel quale erano già cominciati i cambiamenti, i miglioramenti; che già aveva aperta le porte a sfoggio nuovo, come se il vecchio non fosse bastato. Si sentiva quasi obbligata a togliersi di lì; sentiva l’impazienza di suo padre, che con bei ragionamenti persuasivi, era riuscito a farle anticipare la partenza di qualche giorno. Le pareva quasi di essere scacciata!
Giù nel salotto erano visite. Le sorelle Zolli, il signor Svarzi e altri.
Lucia stava per scrivere un biglietto di saluto a la sorella del povero Cecchino, già in convento, quando venne Bortolo a pregarla in nome della zia, che scendesse. Gli amici desideravano salutarla.
Ubbidì a malincuore. Sarebbe stata più volentieri lì a scrivere il suo biglietto.
Entrò in salotto con aria abbattuta, il volto pallido. Ma ebbe tosto ad arrossire incontrando<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|90|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>gli occhi dell’ingegnere del Pozzo, che pareva spiassero la sua entrata. Senza darsi una ragione di quello che faceva, dimenticando ogni regola di saper vivere, che impone di salutare le signore prima degli uomini, ella si trovò a stendere la mano a l’ingegnere, che gliela serrò in una stretta quasi affettuosa, lui che di solito, non le sfiorava che la punta delle dita.
Quella insolita stretta, commosse così fortemente la fanciulla, che si smarrì e sentì corrersi le lagrime agli occhi.
«La signorina parte domani? — chiese l’ingegnere, con voce un po’ rauca, osando una domanda, strana in lui, sempre così freddamente riguardoso.
Lucia capì ch’egli voleva impedire agli altri di notare il suo turbamento e lo ringraziò dello sguardo.
Aldo Svarzi e gli altri che erano raccolti in salotto, furono tosto in torno a la signorina, con parole di rammarico e di rimprovero. Aveva cuore di scappare prima del tempo!.. di lasciare Milano e gli amici in quella stagione!.. Quella era una cattiveria bella e buona, ecco.
Lucia si sforzava di rispondere a tono; di scherzare. Ma vi riusciva male!<noinclude><references/></noinclude>
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Quella insolita stretta, commosse così fortemente la fanciulla, che si smarrì e sentì corrersi le lagrime agli occhi.
«La signorina parte domani? — chiese l’ingegnere, con voce un po’ rauca, osando una domanda, strana in lui, sempre così freddamente riguardoso.
Lucia capì ch’egli voleva impedire agli altri di notare il suo turbamento e lo ringraziò dello sguardo.
Aldo Svarzi e gli altri che erano raccolti in salotto, furono tosto in torno a la signorina, con parole di rammarico e di rimprovero. Aveva cuore di scappare prima del tempo!.. di lasciare Milano e gli amici in quella stagione!.. Quella era una cattiveria bella e buona, ecco.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||223}}</noinclude>{{Ct|f=160%|L=0.7em|lh=1.5|VITA}}
{{Ct|f=100%|L=0.5em|lh=1.5|DI}}
{{Ct|f=220%|L=0.7em|lh=1.5|{{W|Stanislav Sočivica|SOÇIVIZCA}}.}}
{{Centrato|''. . . . . reperies qui ob similitudinem morum alienæ''}}
{{Centrato|''malefacta sibi objectare putent''. {{AutoreCitato|Publio Cornelio Tacito|Tac}}. {{TestoCitato|Annali (Tacito)|an.}} 4.}}
{{noindent}}{{capolettera|A|4.5em}}Nimato dall’esempio di molti celebri Scrittori, io mi fo lecito di scrivere la vita di un’assassino di strada. {{AutoreCitato|Gaio Sallustio Crispo|Salustio}} ci lasciò scritte le sedizioni di Catilina. Questo Scrittore fu criticato da più Storici, per aver lasciate alla posterità memorie così indegne, ma essi non riflettevano, come il sublime ragionatore Tacito, che gli uomini per la somiglianza de’ costumi talotta credonsi rimproverare gli altrui misfatti. Per questo forse altri scrisse di Cartoccio, ed altri di Mandrino. Fra {{AutoreCitato|Paolo Sarpi|Paolo Sarpi}} quel sagace, ed acuto scopritor del vero si degnò di tramandar a’ posteri la Storia degli Uscocchi, che non erano, se non assassini di strada, e Pirati da mare. Da queste vilissime sorgenti però ne’ tempi più innocenti quanti Regni non sono derivati? L’illustre fondator di Roma non apparisce egli agli occhi de’ giudiziosi Scrittori una specie di assassino di strada? E perchè questo non è luogo di tediar con l’infinità degli esempj, darò principio alla vita del mio assassino. Ella ci porgerà de’ fatti, che sembreranno Romanzeschi, ma come la verità, ch’è la mia guida non mi permette di allettare i Leggitori colle favole, così neppure mi con-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|224|VITA|}}</noinclude>cede di non credere a racconti, che i meno pregiudicati li spacciano per veri. Comunque la si sia il fondo della Storia di Soçivizca è vero: le circostanze, e gli episodj si potrebbe sospettare, che fossero qualche volta {{Ec|favolosi|favolose|Pagina:Osservazioni di Giovanni Lovrich.djvu/269}}. Ma, se ciò fosse, qual meraviglia? Così è di tutte le Storie disse un celebre Scrittore critico Oltramontano. Ò procurato di sbandire l’esagerazioni popolari su questo proposito, ed ò sempre seguitate le relazioni più autentiche, e le più veridiche. E se ad onta mia fossi divenuto poi menzognero, s’incolpi l’universal consenso degli uomini delle nostre contrade, e s’incolpi Socivizca stesso, che a me in Persona dettò la propria vita, e per vero dire, con meno esagerazione di quelli, che ''de magnis majora loquuntur.''<includeonly></div></includeonly>
Nacque ''Stanislao<ref name="pag230">Stanislavo, e corrottamente Stanislao è un nome, che cominciò adoprar la nostra Nazione, quando si mise a combatter per la gloria, per cui fu proclamata anche ''Slava'', cioè gloriosa. Stanislavo significa uno che si ferma per la gloria; così ''Radoslavo'' uno, che opera per la gloria; ''Vladislavo'' uno che regge per la gloria, ec. Questi nomi soli bastano per provare, che la Nazione nostra si attribuì anticamente il nome di Slava. E se si trova, ch’ella si chiamava anche ''Slova'', e ''Slovinska'' non è che questi termini vogliano significar diversamente, che ''Slava'', e ''Salvinska'' per la ragione, che l’''a'' da certe popolazioni Slave si convertiva in ''o''. Gl’Isolani di Brazza conservano oggi giorno la consuetudine di mutar l’''a'' in ''o'', e perciò quando vogliono dire ''Brat'' dicono ''Brot''. Così gl’Inglesi, che ànno molte parole analoghe alle nostre Illiriche, e molte le stesse, per dir ''Brat'' dicono ''Brother'', per dir ''Mater'', ch’è termine Illirico corrotto da ''Matti'', dicono ''Mother'' ec. Queste ed altre simili riflessioni mi faceva il coltissimo figlio di ''Milord Harvei'', con cui ebbi l’onore a </ref> Soçivizca'', uno de’ più stre-<noinclude><references/></noinclude>
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||DI SOCIVIZCA|225}}</noinclude>pitosi Aiduzci<ref>''Aiduco'' si prende per assassino di strada.</ref> de’ giorni nostri in Erzcegovina a Simiovo, nella Villa di Vragnska, distante sedici miglia da Trebigne nello Stato Ottomano verso l’anno MDCCXV. Ebbe per Padre Vuk<ref>''Vuk'' significa lupo.</ref> Uomo d’infelicissima fortuna, e tre fratelli unitamente a quali si occupava del lavoro della terra di certi richissimi Turchi detti Umetalçichi. L’infelice famiglia di ''Socivizca'' era maltrattata da’ suoi Padroni con modi aspri, violenti, ingiuriosi, e tiranni. Socivizca di naturale feroce, ed i suoi fratelli pure non potevano a meno di non risentirsi di un così barbaro procedere, ma il Padre loro pacifico voleva, ch’eglino sopportassero con pazienza il tutto, e così fu fatto per<ref follow="pag230">Padova di ragionar più volte su questo punto. Premesse queste cognizioni, se taluno si udrà dire, che la Nazione nostra non si chiamò da principio ''Slava'', ma ''Slova'', ed uno della Nazione non ''Slavo'', ma ''Slovo'', o ''Slovak'', e da ciò dedurrà, che ''Slovak'' è termine corrotto da ''Clovek'', ora ''Covik'' uomo, a questo si potrà suggerire, che prima di azzardar una etimologia, specialmente di una lingua forestiera, bisogna saper bene i diversi modi delle pronuncie della lingua stessa, altrimenti urterà ne’ scogli delle corbellerie, e s’illumini finalmente, che ''Slova'', e ''Slava'', e tutti i derivati, o composti da questi due nomi sono Sinomini.<br>Oltre ''Stanislavo, Radoslavo, Valdislavo'' ec. vi sono d’altri nomi Illirici antichi, che ànno significati particolari, e che tutti non li sanno. Questi sono Radimiro, Zuonimiro, Cascimiro, Budimiro ec. corrotti da Radimir, Zuonimir, Cascimir, Budimir ec. e che significano: Facitor della pace, annunciator della pace, Narrator della pace, Imponitor della pace ec. I Re, ed i Bani da principio erano probabilmente i soli decorati di questi nomi.</ref><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|226|VITA|}}</noinclude>lunga pezza. Volle il caso, che i mentovati Padroni, ch’erano i tre fratelli, dopo aver scosso l’''Araç'', o sia contribuzione dai sudditi de’ varj Villaggi loro, aveano cumulata la summa di dieciotto mila Zecchini, ed andorno ad alloggiare in casa del ''Socivizca''. Esso allora disse a suoi fratelli, che che il Padre loro non ne fosse persuaso, „ora è tempo di vendicarsi.“ La necessità, in cui si attrovavano, la certezza del bottino, la Tirrannia de’ Padroni, il ricordo delle passate ingiurie erano tutte cause, che persuasero i fratelli a concorrere nella opinione di
''Socivizca'', e massacrarono i loro Padroni, ed Ospiti, facendo loro servir di sepoltura una profondissima fossa scavata vicino alla casa. Era in quel tempo Passà di Trebigne un Turco, detto Suleiman, e ''Firdus'', o Capitanio uno, nomato Passich. Furono per ordine di questi trucidati, e fatti schiavi cinquanta Cristiani all’incirca, perchè non voleano confessar di essere rei, quando non lo erano. Sulla famiglia di Socivizca non era mai caduto il sospetto, ch’ella potesse essere delinquente. È legge fra’ Turchi, che di quel Villaggio, in cui manca qualunque summa di denaro, debbano tassarsi i Villici, e pagarla, se non la si trova. Così fu fatto in questo incontro.
Ma il lussurioso vestito, l’orgoglio insolito, la temerità, e l’audacia, che s’impossessarono dell’animo di ''Socivizca'', non seppero farli mascherar l’assassinio più di un anno. Appena però, che cominciossi mormorare un pocolino, ''Socivizca'' più che di fretta consigliò i fratelli di mettersi in fuga con tutto il soldo, che possiedevano. Da di là partiti col vecchio Padre, che morì per istrada, arrivarono a Imoschi. Correva allora l’anno MDCCXLV. Ivi comprarono possessioni, fabbricarono una casa, e vi piantarono due<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||DI SOCIVIZCA|227}}</noinclude>Botteghe piene di ricchissime merci. Credette ''Socivizca'', che le bagattelluccie, che si guadagnano nelle Botteghe non meritassero la sua attenzione, e perciò risolse di tornarsene a Monte-nero in compagnia di alcuni parenti, ed amici, che formavano il numero di dieci Persone, e nel periodo di una State massacrarono quaranta de’ Turchi. Era mancato lo schioppo ad un compagno di ''Socivizca'', ed esso andossene in traccia di uno per prenderlo a viva forza a chi primo se gli presentasse. Ma ecco, che all’improvviso e’ s’incontra in una Caravana Turca. I due primi Turchi, che lo videro, lo presero per Aiduco, come infatti lo era: esso però negava. Ma sopraggiunti altri sei, cominciarono a fargli lo stesso complimento, e senz’altre cerimonie gli fecero cerchio all’intorno. Quando e’ si vide in sì brutto rischio, ricorse ad uno stratagemma per liberarsene, e con uno sparo di pistola, e ad alta voce cominciò a chiamar in ajuto i suoi compagni, ch’erano rimasti in poca distanza. I Turchi, che già già se li credevano addosso, si rivolsero per osservar da qual parte eglino venivano, ed intanto ''Soçivizca'' ebbe l’agio di fuggire fra mezzo a loro. Ma come liberarsi dalle schioppettate de’ Turchi? ''Soçivizca'', che ben conosceva il loro naturale di sprovvedersi delle cariche tutti in una volta, stramazzò boccone per terra. Così i Turchi, che spararono gli archibugi con somma prestezza, che secondo la loro mira dovean colpir ''Soçivizca'' a mezza vita, o nel capo, non ebbero alcun intento. Esso allora levatosi in piedi, ammazzò un Turco, ed un altro, che gli aveva assaltata la vita colla scimitara in mano tramortì con un colpo di schioppo, non ricordandosi di aver carica la pistola, con cui poscia l’ammazzò. Frattanto giunsero i suoi<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|228|VITA|}}</noinclude>compagni, ed ucciso un altro Turco, gli altri cinque misero in fuga. La Caravana, che veniva in seguito era troppo numerosa, nè volle arrischiarsi
''Soçivizca'' di darle ulterior impaccio, e se avesse avuto più compagni seco, allora si poteva fare una grossissima preda. Dopo questo fatto tornò ad Imoschi ove visse tranquillamente per nove anni in circa dedito alla mercatura, eccettochè si dilettava di quando in quando ammazzar qualche Turco per diporto. Ma uno de’ suoi fratelli si compiaceva di girsene co’ più feroci Aiduzci ad insultar i Turchi, e tra gli altri vi era il famoso ''Pezcirep'', che si prendea gioco d’impalar vivi i Turchi stessi, ed arrostirli. A questo però fu resa la pariglia, allora quando i Turchi lo presero, e conficatogli un palo per di dietro, si dice, che sia vissuto tre giorni sullo stesso, ma sempre ugualmente fiero, e per mostrar, quanto sprezzava la morte sul patibolo fumava del tabacco. Il fratello di ''Soçivizca'' erasi fatto Pobratime con un
Morlacco Greco, suddito Ottomano. Questo perfido Greco seppe fingerli amicizia così grande, che lo persuase di andarsene seco a casa propria, poco lontana dai confini d’Imoschi, e trattatolo con tutta la ospitalità Nazionale, ed ubbriacatolo bene, lo consigliò di colcarsi per riposare un poco. Intanto esso corse ad avvisare i Turchi, e per l’avarizia di bruscar la mancia, consegnò l’amico nelle loro mani, che lo condussero al {{Ec|Bassà|Passà|Pagina:Osservazioni di Giovanni Lovrich.djvu/269}} di Travnik. Il fratello di Socivizca, come puossi ognuno immaginare, fu tormentato da’ Turchi per otto giorni continui ne’ modi i più barbari, ed i più atroci. Arrivato agli orecchi di ''Soçivizca'' il caso tragico del fratello, e non essendogli noto precisamente il caso, andò a prender le informazioni dal finto suo Probati-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||DI SOCIVIZCA|229}}</noinclude>me, di cui il Padre con imponente gravità senile mascherò il racconto in modo, che ''Socivizca'' restò persuaso, che nessun gli avesse usato tradimento. Il Pobratime finse allora di andarsene a prender un castrato dalla mandria, ch’era lontana, per far buona accoglienza al ''Soçivizca'', ed era andato veramente a chiamar i Turchi di Duvno, dodici buone miglia lontani dalla sua casa. Passate parecchie ore della notte, nè vedendosi mai comparire il castrato, ''Soçivizca'', e tutti della famiglia del Pobratime si misero a dormire. Ma non potendo mai addormentarsi ''Soçivizca'', come chi prevede qualche malorcia, si levò in piedi, e volle accendere un lumicino, ma non trovò del foco, perchè il Capo di casa, che sapeva quello dovea succedere in quella notte lo avea ammorzato, ed ascose anche tutte le armi. ''Soçivizca'' si mise in sospetto, che colà gli si {{Ec|ordisce|ordisse|Pagina:Osservazioni di Giovanni Lovrich.djvu/269}} qualche tradimento, e con furia cominciò a rintracciar le sue armi per la casa, ma in vano. Chiedeva ad alta voce, se alcuno sapeva additargli, dov’elleno sieno, e nessuno rispondeva; finchè una vecchia con maniera brusca, ed intollerante gli disse „Taci balordo, e dormi: non risvegliar la mia famiglia“. ''Soçivizca'' avea altra voglia che dormire. Teneva per buona sorte sempre seco tutto l’occorrente per accender un lumicino, e quando si accorse, lo accese. Interrogò di poi il Capo di casa, dove fossero poste le sue armi. Questo finse d’ignorare; ma la finta ignoranza gli cagionò la morte che a lui diede ''Soçivizca'' con un’accetta colà trovata. Allora una vecchia gli recò con somma celerità tutte le sue armi, ricuperate le quali se ne uscì di casa, ed in poca distanza si era appostato ad osservare dove andava a terminare il tradimento del suo Ospite,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|230|VITA|}}</noinclude>quando sentì tutto in una volta il calpestio de’ cavalli, su cui v’erano i Turchi, che venivano a prenderlo. Tornarono indietro però con sommo dolore di non averlo trovato. ''Socivizca'' tornò ad Imoschi. Si ricordava il doppio tradimento del Pobratime, e non pensava ad altro, che alla vendetta. Dopo parecchi giorni unì sette compagni, con cui se ne andò in tempo di notte ad abbrucciargli la casa ch’era di paglia, ove si abbrucciarono diecisette persone di quella famiglia, rifugiatesi in quella sera per somma loro disgrazia a dormir tutte in casa. Una povera Donna con un pargoletto in braccio era arrivata fino alla soglia della porta, per evitar l’incendio, ma fu nel tempo stesso da varie archibugiate insieme col pargoletto ferita, e uccisa. Turchi non erano certi chi fosse l’autore di questo incendio, ma il sospetto non potea cader, che sopra ''Socivizca''. Irritati dunque da una vendetta così atroce, fecero contro di esso amarissime doglianze all’Eccellentissimo General della Dalmazia, e fu sapientissimamente ordinato, che gli si dovesse spianar la casa, punir i suoi complici, ed una taglia di venti Zecchini a chi lo ammazzasse, e quaranta a chi lo prendesse vivo. Cessata in ''Socivizca'' la fiducia di poter più vivere con la solita libertà a Imoschi, pensò di disseccar tutti i capitali del suo negozio, prima ancora di sapere il decreto contro lui emanato. Era in continua agitazione per non poter essere certo del suo destino, ed usava tutte le precauzioni possibili per non lasciarsi cogliere all’improvviso. Ai quindici di Agosto l’anno MDCCLIV, in cui fece il suddetto misfatto, si attrovava esso alla Fiera di Sign, da dove vedendo partir una compagnia de’ Crovati a cavallo, s’immaginò, ch’ella potesse andar di lui in traccia,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||DI SOCIVIZCA|231}}</noinclude>laonde da lunge andava osservando verso che parte era diretta. E perchè si supponeva, che ''Socivizca'' avesse i suoi esploratori, si pensò di far prender a’ Soldati un altro giro di strada, diversa dalla comune. Ma egli pel timore, trattandosi della propria vita, non si fidava, che di se stesso, e congetturò, che la compagnia de’ Crovati andasse certamente verso Imoschi, che che per indiretto cammino. Allora senza altro indugio e’ si pose a camminar alla disperata, ed ora trammezzando le spinose Valli, ora i dirupati Monti precedè l’arrivo de’ Soldati a Imoschi a tempo di avvisar la famiglia, che raccogliesse tutto ciò, che v’era di meglio in casa, e si dasse ad una veloce fuga. In tal modo nella sua casa, che allora fu distrutta, non fu trovata robba di gran prezzo. Ma prevedendo Socivizca, che la sua dimora nelle Tenute Venete potea recargli un fine funesto, giudicò consiglio ben conceputo cangiar tosto Dominio, e si trasferì con la famiglia nello stato Austriaco a Carlovatz verso il fiume Zermagna. Era poco addatato quel luogo per seguitar a viver colla massima di massacrar i Maomettani. ''Socivizca'' si era anche cangiato di molto. Visse colà per tre anni non interi con la sua famiglia, che componeva il numero di altre cinque Persone (cioè due fratelli, la moglie, un figlio, ed una figlia) senza molestar alcuno, e avrebbevi forse continuato così insino alla morte, se qualcuno, che poteva, per l’avidità dell’oro non lo avesse consegnato in mano de’ Turchi, unitamente a’ due Fratelli. Si dice, che pagò il fio chi fu capace di una tal arbitraria consegnazione. Cento de’ Turchi ricevettero Socivizca co’ suoi fratelli a ''Cuc'', passata Udbina, ch’è verso le parti del triplice confine, e li condussero al Passà di Travnik, che avea fatto<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|232|VITA|}}</noinclude>alquanti anni prima massacrar un suo fratello, a motivo di cui ''Socivizca'' come vedemmo, si addossò la indignazione de’ Turchi. Dopo essere stati posti in prigione, ben custoditi Socivizca, ed i fratelli, furono loro proposte due condizioni, o farsi Turchi, o lasciarsi impalare. Essi, cui non ben piaceva questa ultima gentilezza, si lasciaro più tosto circoncidere, e ''Socivizca'' prese il nome d’Ibraim. I due fratelli col tempo furono cavati dalla prigione, ed uno di essi era fatto Agà, titolo di qualche onore presso i Turchi. Ma l’Agà stimò meglio di rinunciar un tal onore, e di fuggirsene: lo stesso fece l’altro fratello. Allora il Passà fece raddoppiar i ceppi a ''Soçivizca'' con più gelosia, onde non gli rimanesse speranza immaginabile di liberarsene. Fingeva ''Socivizca'' di essere diventato un buon Turco, ma ciò non bastava. Egli che nella prigione istessa orgogliosamente parlava per lo avanti co’ Turchi, erasi reso docile; ma neppur ciò era bastante per la sua liberazione. Un giorno facendo i suoi soliti dialoghi co’ custodi della prigione, disse. „Non mi piace già di essere condannato in prigione: Ò commesso de’ delitti, e me la ò meritata. Ma la quantità del soldo sotterrato ne’ Monti, e dato ad imprestito a’ miei Nazionali mi stà solamente a cuore. Se il Passà volesse potrebbe ricuperarlo. È certo, che senza di me non lo potrà riscuotere, poichè può negar ciascuno di averlo avuto„. Le guardie con somma premura riferirono questo discorso al Passà. Esso avaro per natura (come lo sono comunemente i Turchi) comandò, che ''Socivizca'' si conducesse scortato da dieci Turchi da per tutto, ove additasse il denaro sotterrato. Passò ''Socivizca'' per molti luoghi, ove diceva di aver posto sotterra il soldo, e non si<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||DI SOCIVIZCA|233}}</noinclude>trovava mai quello, in cui sepolto fosse. Adombratisi i Turchi, ch’esso non volesse in simil modo liberarsi dalle loro mani, fissarono di andar seco lui a Sign, ed ivi ben inceppato due Guardie co’ schioppi sempre inarcati gelosamente, e giorno, e notte lo custodivano. Furono date moltissime Persone in nota, da’ cui ''Socivizca'' si faceva creditore di grosse summe di denaro. Al confronto egli avea troppo coraggio per asserire, ma alla lunga si trovava falsa ogni sua asserzione. A ciò rimediava esso col dire di aversi ingannato ne’ nomi delle Persone, e perciò, diceva che facessero chiamar dell’altre. In simil guisa andò deludendo i Turchi per un mese intiero, nè ciò faceva ad altro fine, che per trovar, se v’era caso, qualche strada di fuggire. Fu scoperta a lungo andare la sua malizia da’ Turchi. Essi fecero venire a Sign sua moglie co’ due figli, un maschio, e l’altro femmina, ch’erano nel Contado di Zara, per condurli a Travnik anch’essi. Ma qual colpa aveano gl’innocenti figli ne’ misfatti del Padre, e la misera moglie in quelli del marito? Tanto è. La Giustizia Ottomana è così. Giunge la moglie co’ figli alla presenza dell’Effendì, Capo de’ Turchi, che custodivano ''Socivizca''. Qual oggetto di tenerezza, e compassione non è per essa veder il proprio marito carico di catene? Le si comanda, ch’ella bacj la mano al Comandante de’ Turchi: Ella ubidisce, fa lo stesso sua figlia, e ''Socivizca'' soffre. Ma quando e’ vide, che si comandava a suo figlio la stessa cerimonia „allontanati di là, infuriato gli disse, non baciare la mano a quel cane“. I Turchi mostrando rimorso, e in atto quasi di domandare scusa a ''Socivizca'', dicevano che ciò si commetteva per pura usanza. Era il giorno ventesimo sesto di Novembre<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|234|VITA|}}</noinclude>nell’anno MDCCLVIII, quando si stabilisce di ricondur ''Socivizca'' a Travnik. Si fa egli escire di casa, ove abitava. I Turchi lo circondano. Uno di essi gli si avvicinò, per condurlo a mano. ''Socivizca'' menò alcuni colpi di catena, e lo fece allontanare. Poscia gli disse con voce burbera „Credi tu anima di cane, che io sia Donna, che mi vuoi condurre a mano?“ Montato poi da per se solo a cavallo, non permise, che all’Effendì, ch’era il Comandante, acciò lo legasse colla corda per di sotto alla pancia del cavallo stesso. La moglie, e i figli furono posti a cavallo anch’essi. Gli abitanti di Sign, vedendoli in istato così deplorabile, fecer loro qualche mica di elemosina. Questa giovò più a ''Socivizca'', come si vedrà in seguito, che tutte le considerabili summe di denaro, che avea depredato per lo avanti. Partì da Sign scortato da’ dieci Turchi, e per maggior sicurezza da quaranta de’ nostri Panduri. Il caritatevole ''Socivizca'' impiegò tutta la elemosina, fatagli a Sign, nel far un’abbondante trattamento di acqua vite per istrada a’ Turchi. Essi ammirano la sua cordialità, e a forza de’ brindisi alla sua salute, si ubbriaccano a meraviglia. Oltrepassati i Veneti confini sopra Bilibrigh, ''Socivizca'' finse di patir freddo, e domandò qualche cosa da coprirsi, e tosto gli fu portata una Kabanizca vale a dire un feraiuolo. Esso aveasi procurato, non so in qual modo, un coltello, con cui andava tagliando poco a poco sotto la Kabanizca la corda, che lo teneva al cavallo avvinta, e gli riuscì di tagliarla tutta, senza essere veduto da’ Turchi. Giunsero questi, riscaldati più che mai dalla Rakia, verso le ore ventiquattro alla Torre di Prologh, (poco distante da Bilibrigh) ove sta sempre un appostamento Turco. Ivi nacque la contesa, se doves-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||DI SOCIVIZCA|235}}</noinclude>sero fermarsi, o proseguire il viaggio; ma alla fine si appigliarono a questo ultimo partito. Non furono ancora lontani per due tiri di moschetto dalla Torre di Prologh, che ''Socivizca'' precipitando per così dire da cavallo, diè la catena sul capo alla Guardia più vicina, e lasciandosi in ballia delle strade lastricate di diaccio, si profondò in un batter di ciglio in un Vallone, e ’l primo albero, che trovò, sotto lui si ascose. I Turchi, che gli diero la caccia, stimavano, ch’esso seguitasse a fuggire, e si erano inoltrati molto innanzi, sperando pur di sentir lo strepito delle catene. Intanto la notte si annerì di più, e quando parve a ''Socivizca'' tornò a ripassare con tutta la quiete avanti la Torre di Prologh, e per istrade inusitate poscia s’incamminò verso i Veneti confini. Viaggiando pell’interno delle Montagne tutta quella rigidissima notte, che fioccava la neve da una parte, fischiava il furioso Borea dall’altra, s’incontrò in una truppa di Lupi, che urlavano orrendamente pel freddo anch’essi, e fuggito un pericolo cadde in un peggiore. Si accostò al primo albero per arrampicarvisi
sopra, ma il peso delle catene lo strascinava all’ingiù. Quest’erano le sole sue armi, e con queste già si apparecchiava alla pugna, e alla difesa, come gli antichi Eroi, che combattevano co’ rami, e tronchi d’alberi. Ma che? I Lupi gli passarono poco da lungi, senza fargli alcun male. Ecco come si verifica quel proverbio, che un lupo non mangia mai dell’altro. I Turchi pieni di rammarico, e di vergogna, per aversi lasciato scappare dalle mani ''Socivizca'', al novo Sole lo rintracciarono per tutte le parti più secrete del bosco, ove ragionevolmente li poteva credere, ch’egli fosse celato, ma disperato vedendo il caso di trovarlo, condussero con essi loro sua moglie,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|236|VITA|}}</noinclude>ed i due figli al Passà di Travnik. Fecero ai figli abbracciar la Fede Maomettana, ma non fu mai caso di persuader la loro Madre. Una delle figlie di ''Socivizca'' parve così vezzosa, e bella ad un Turco, che la prese per moglie, dicendo, non è giusto, che sì bel sangue si perda fra’ Morlacchi! Qualche Italiano, che condusse seco una delle nostre Morlacche si sentì far lo stesso epifonema. Chi è più barbaro il Turco, o l’Italiano? Torniamo a ''Socivizca''. Inteso, ch’ebbero i Morlacchi il suo scampo, coniarono una canzone in lode di questo valoroso Eroe della Nazione. Io l’avrei trascritta volentieri quì nel fine, se mi fosse riuscito di poterla aver tutta intiera, non ad altro oggetto, ma solamente perchè si vedesse, come i Morlacchi nostri senz’aver mai studiato di Poesia, e senza neppur saper leggere, sanno compor de’ versi, cui, quando non sono alterati da varie bocche per cui passano, non manca una dovuta sillaba, nè oltre a ciò qualche felice lampo di fuoco d’immaginazione. Il Passà di Travnik irritato a maggior segno della burla, che gli fece ''Socivizca'' dopo tante cautele, usate in custodirlo, e molto più stimando un tal successo, come vituperio eterno al nome suo, risolvette nell’animo di volerlo riavere ad ogni costo, o vivo, o morto. Spedì subito ambascierie all’''Eccellentissimo Signor Carlo Contarini'' in allora General della Dalmazia, dimandandogli questo Uomo, e in certo modo facendogl’intendere, ch’era suo obbligo di restituirlo. Ma il prudentissimo Generale rispose di non saper dove sa ''Socivizca'', e che le Guardie Turche, che lo aveano in mano, dovevano custodirlo meglio, e fece inoltre loro comprendere, quanta irragionevole fosse la loro ricerca, per averselo lasciato fuggire nel proprio Stato, e finalmente, ch’egli non poteva essere<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||DI SOCIVIZCA|237}}</noinclude>garante della loro poltroneria. Allora gli Ambasciatori Turchi cominciarono a sfogarsi contro i nostri poveri Panduri, facendoli comparire presso l’''Eccelentissimo Generale'', come complici dello scampo di ''Socivizca''. Per contentar in parte la calunnia degli ostinati Ottomani, si diede qualche legero castigo a questa gente, che poi si scoprì non aver colpa veruna. Ma ''Socivizca'' non abbastanza pago di essersi liberato egli solo dalle mani de’ Turchi di continuo pensava alla liberazione della moglie, e de’ poveri figli. Questa era l’unica sua cura, per mettersi poi a vivere in istato tranquillo. Fece più volte intendere al Passà di Travnik, ch’esso era risoluto di non dar ulterior impaccio a’ Turchi, purchè gli si lasciasse la moglie, ed i figli; ma il Passà se ne rideva delle sue proposte, e s’inferociva di più, anzichè divenir mite. Socivizca volle provar di persuaderlo con lettere, e tra le altre, gli fece scrivere una a un di presso del seguente tenore. „Ò udito dire, o Passà della Bosnia, che ti lamenti della mia fuga. Io ti dimando, nel caso mio, che avresti fatto tu? Ti lascieresti legare a guisa delle bestie vili, e condurre volontariamente da Persone, che arrivate a un certo termine, secondo ogni probabilità, ti dovessero dar la morte? La Natura insegna a tutti di sfuggirla. Io che ò fatto di più, che secondar le sue leggi? Ma qual delitto ànno commesso, o Passà, mia moglie, ed i miei figli, che contr’ogni giustizia, e ragione li trattieni schiavi presso te? Credi forse di rendermi più docile con ciò? T’inganni. Mi rendi più fiero. Ma senti: tu potrai sfogar la rabbia sopra di loro, e non saratti di veruna utilità; io sfogherò l’odio contro i Turchi sudditi tuoi, e ti servirà di sommo pregiudizio. Deh! rendimi,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|238|VITA|}}</noinclude>ti prego, il sangue mio. Ottienmi perdono dal mio Sovrano, e non ti rammentare delle passate ingiurie. Io lascierò in pace i sudditi tuoi, e potendo servirò loro anche di scorta. Se mi neghi questa grazia, aspetta da me tutto ciò che può far un disperato. Unirò de’ complici, disturberò il tuo commercio; spoglierò i tuoi mercanti, e da questo punto in poi, se non mi abbadi, fo voto solennissimo di massacrar quanti Turchi mi capiteranno alla mano“. Non è decoro di un Passà badar a lettere di un assassino di strada, ma egli non rifletteva alle conseguenze. ''Socivizca'' vedendosi in certo modo deriso dal Passà, cominciò a sfogarsi sopra i suoi sudditi, per non mancar al voto. Si unì dunque per la prima volta dopo lo scampo a venticinque compagni, e andò verso Serraglio, molte giornate al di là de’ Veneti confini. Ivi assalì una Caravana di cento cavalli, e settanta uomini. Usarono tutti prudenza in veder ''Socivizca'' con tanti seguaci, e furono presti a voltar le spalle. Un Ebreo solo rimase ucciso, che non seppe fuggire dalla confusione forse di aver previsto lo spoglio di una spropositata summa di suo denaro, che portava la Caravana. ''Socivizca'' co’ suoi compagni presero dennaro, e robba di questa Caravana, quanto ciascuno poteva portar in dosso, senza che gli dasse un grave incomodo il peso. E perchè la ''Serenissima Repubblica'' di Venezia non avesse da garantire i suoi bottini, ed uccisioni fatte a’ Turchi, non v’è mai stato esempio, che ''Socivizca'' abbia fatto strage di essi loro nelle Venete Tenute. Esso, ch’era stato suddito di tutte, e due le Potenze, Ottomana, e Veneta, conosceva a puntino qual differenza passa dalla barbarie, e Tirannia della prima alla dolcezza, ed umanità<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||DI SOCIVIZCA|239}}</noinclude>della seconda. Ma esso era anche molto scaltro. Non faceva mai del male a chi sapeva, che può nuocergli. Tale pell’ordinario è la massima di tutti gli Aiduzci. Ma ciò, che non ànno gli Aiduzci, possedeva ''Socivizca''. L’accortezza del suo ingegno, la direzione, e la sveltezza valevano più, che de’ suoi compagni la forza. Esso insultava i Turchi in casa de’ Turchi stessi, che non sanno essere valorosi, che a casa propria a guisa de’ cani de’ nostri Morlacchi, s’è lecito di farne il paragone. La strepitosa rotta, ch’e’ diede alla già mentovata Caravana, non fece star per altro oziosi i Turchi, che vollero saper di lui. Si cerca ''Socivizca'' pe’ Monti, ''Socivizca'' pe’ piani, ''Soçivizca'' per Valli, ''Soçivizca'' per entro i boschi, e ''Socivizca'' passa per mezzo delle loro Città, e mercati. Esso, ed i suoi compagni si aveano procurato de’ Turbanti alla Turca, che portavan seco, e se si ponevano in capo, quando volevano passar per Turchi. Con questa trasformazione unitamente a qualche parola Turca, che sapean balbettare, mangiarono nel centro del mercato di Serraglio, ed era ben giusto, che si cibassero quelli, che stettero ore ventiquattro, e più a digiuno. Se poi i Turchi si accorgevano di queste loro trasformazioni, il loro esterminio era quasi certo. Ma chi li à da suppor tanto temerarj di passar in truppa per mezzo i mercati de’ Turchi? Partito ''Socivizca'' da Serraglio co’ suoi compagni arrivò in alcuni giorni a Dragovich, sette miglia più sotto le sorgenti della Cettina, ricovero di un Convento de’ Calogeri, e ricapito di tutti gli assassini di strada.<ref name="pag245">Tuttochè i Calogeri non abbiano rimorso di dar rifugio</ref> Ivi lasciò ad un Calogero, nomato Ge-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|240|VITA|}}</noinclude>nadia la porzione del suo bottino, ch’era sempre maggiore di quella degli altri, per essere stato egli l’Arambassà, o sia Capo degli Aiduzci. Spesse fiate ''Socivizca'' si divideva da’ suoi compagni, ed alle volte per mesi interi non si sapeva di lui. Ciò faceva credere a’ Turchi, che fosse già morto. Ma ''Socivizca'' non aspettava altro, che la prospera occasione di massacrarli, e quante volte non si espose esso solo contro due tre, e persino quatro Turchi? Le meraviglie, che di lui si contavano tra’ Turchi parevano incredibili, e si era reso molesto a tal eccesso, che i Turchi stessi supplicavano il Passà di perdonar a questo Uomo, e lasciargli in libertà la famiglia. „Vuoi tu, dicevano essi al Passà, che si spenga la Fede Maomettana?“ Il Passà però ostinato non dava ascolto alla dicerie altrui, e per la sua ostinazione intanto soffrivano i sudditi suoi di essere massacrati. Era impedito il commercio, e nessuno con libertà poteva eseguire i propri interessi. Ma le molestie di ''Socivizca''<ref follow="pag245">agli assassini, nullaostante osservano inviolabilmente il digiuno, e non mangiano altro mai, che latticinj, e pesce. I Morlacchi che per mal fondata opinione credono quasi delitto mangiar delle uova di Venerdì, e Sabbato, se ne ridono de’ Calogeri, perchè non mangian polli, mangiando uova, mentre dicono essi, questo è un mangiar i polli in erba, e non mangiarli maturi. I Calogeri di Dragovich specialmente per le buone Trote, che si pescano nella Cettina, mangian quasi sempre pesce, e ciò danno ad intendere di far ad oggetto di mortificarsi col cibo, e per viver più sobrj, e più casti. Ma s’è vero, come vogliono alcuni Fisici, che il pesce sia più tosto atto alla generazione, si può dir col celeberrimo ''{{AutoreCitato|Montesquieu|Montesquieu}}'', che i Calogeri nostri operano contro la mente de’ loro Istitutori.</ref><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||DI SOCIVIZCA|241}}</noinclude>non eransi solamente rese intollerabili agli Ottomani, bensì portavano gravissime, e dispendiose conseguenze anche allo Stato Veneto. Era egli quasi divenuto la sorgente di sanguinose turbolenze tra’ confinanti. E chi non sa, che da questi piccioli principj ànno di sovente origine le guerre? Qual importante oggetto non era dunque quello di aver ''Socivizca'' nelle mani? Ad ogni ricorso degli Ottomani, si cresceva in Dalmazia la taglia per la sua testa. Erano ben note a lui queste premure, pur nullaostante non cessava di assassinare i Turchi. Correva l’anno {{Ec|MDCCLXX|MDCCLX|Pagina:Osservazioni di Giovanni Lovrich.djvu/269}} in circa, che un certo Acia ''Smaich'', creduto un ferocissimo Eroe fra’ Turchi, si andava vantando, che ''Soçivizca'' non era capace di accettare la sua disfida faccia a faccia. ''Socivizca'' non soffriva tanto orgoglio in un Turco. Era un giorno con sei de’ compagni {{Ec|a a|a}} Ticevo, luogo poco distante da Glamoc nello stato Ottomano, quando incontrò una Caravana di dieci Persone, in cui peravventura vi lo ''Smaich'' con un suo fratello. ''Socivizca'' non cangiava in un Regno un incontro così felice. L’''Acia Smaich'' tosto che vide ''Socivizca'', gli sparò contro un’archibugiata, che lo colpì in mezzo il fronte. Ma o che la sorte erasi dichiarata per ''Socivizca'', o che il destino avea così stabilito, o che il suo cranio era molto duro, la palla di piombo, in vece di sminuzzarlo, ed internarsi, non fece altro che radergli per così dire la cute, e lasciargli un picciolo segno. „Fu mia fortuna, narravami ''Socivizca'', di aver in quell’istante alzato il capo portandolo all’indietro per osservar i nemici.“ Infuriato allora prese così ben di mira il suo nemico ''Smaich'', che li fece entrare una palla di piombo nella canna del suo schioppo, (prodigj che si raccontano quasi sempre nelle zuffe de’ Cristiani co’ Tur-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|242|VITA|}}</noinclude>chi) ed una nel capo, che morto lo fè cader per terra. Ucciso un Turco sì valoroso, si raccomandarono ai piedi loro gli altri Turchi, cinque de’ quali non potero sfuggir la morte per la caccia, che lor diero ''Socivizca'', ed i compagni. Ottenuta la vittoria, e spogliata la Caravana del meglio, che avea, si travestì ''Soçivizca'' con i compagni, facendo che ognuno se ne gisse separato. Così operava egli per sottrarsi alla moltitudine de’ Turchi, che di lui andavano in traccia, e mentr’essi cercavano una partita di Aiduzci, non passava loro per la mente di badar ad un solo individuo. I Morlacchi nostri, avute le nove del pericolo di ''Soçivizca'', e della sua valorosa difesa, non mancarono anche questa volta esercitar i loro talenti poetici nel {{Ec|comprogli|comporgli|Pagina:Osservazioni di Giovanni Lovrich.djvu/269}} una Eroica canzone. Dopo questo fatto ''Soçivizca'' se ne stette quieto per due mesi in circa: unitosi poscia a’ quattordici compagni andò sopra Mostar, e stando con essi all’ombra di un albero, osservò camminar da lungi due Turchi per istrada. Erano di parere i suoi compagni di andar in quattro ad assalirli. Questa opinione sembrò vile a ''Socivizca'', e si oppose dicendo „basto io solo.„ S’inviò verso i due Turchi sempre col guardo fisso in terra. Essi gli chiesero la ragione, perchè con tanta diligenza guardava in terra? Dolendosi esso rispose. „In questo punto quel ladrone di ''Soçivizca'' mi à tolto a viva forza con {{Ec|un un|un}} suo compagno due de’ miei cavalli, e vado osservando, se posso rinvenirne le traccie“. I Turchi mossi a compassione di questo finto infelice, e per l’odio, che nutrivano contro ''Soçivizca'', cominciarono anch’essi a rintracciar i cavalli, e mentre guardavano in terra, ''Soçivizca'' con uno sparo di pistola ne ammazzò uno, e con la sciabla l’altro con tanta celerità, che neppur gli permise di metter ma-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||DI SOCIVIZCA|243}}</noinclude>no alle armi, per porsi alla difesa. Pochi giorni dopo a questo fattarello si unì a venticinque compagni, e andò all’assalto di una grossissima Caravana, che partiva da Ragusi per la Turchia portando molti Visclini,<ref>''Visclini'' sono monete di Ragusi, che corrono un Ducato Veneto di argento, e cinque soldi all’incirca che non contengono il valore di un quarto di Filippo, per quanto fu osservato dopo replicate esperienze. Il nome che portano pare che dinoti la loro scelerata qualità, poichè ''Visclini'' corrisponde quasi al dir cagnolini. Questa moneta si spaccia molto nello Stato Ottomano, e mensualmente n’esce di Ragusi una summa, per quanto dicesi, considerabilissima.</ref> e felicemente gli riuscì senza troppa fatica di spogliarla, massacrar diecisette Turchi, e condur seco tre de’ vivi. Giunto ''Soçivizca'' al primo bosco, due di questi vivi com’erano ne impalò, ed al terzo lasciò l’incombenza di girare gli spiedi, e di arrostirli. Quando furono bene arrosti, tagliò le loro teste, e le consegnò al Turco, che le arrostì, imponendogli di portarle a Travnik al Passà, facendogli noto, che se non gli lascierà i figli, e la moglie, farà lo stesso con quanti Turchi gli si presenteranno, ed „oh quanto, soggiunse, si accrescerebbe la mia gioia, se mi riescisse di far la stessa funzione al Passà medesimo!“ I suoi compagni credevano ben fatto, che si ammazzasse anche il terzo Turco, ma no, disse ''Soçivizca'': è sempre meglio, che resti qualcuno, che sappia riferire a’ Turchi, quanto siamo noi capaci di fare. “ Così, allora quando i Cartaginesi voleano massacrare tutti i Romani nella famosa battaglia di Canne, pensava l’accorto Anibale esser meglio lasciarne parecchi, perchè alla Patria portassero l’annuncio della disfatta del loro E-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||— 282 —||riga=si}}</noinclude>{{ct|t=3|v=1|f=120%|LA VALLE INTELVI}}
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{{Capolettera|[[File:Alpi e Appenini (page 292 crop).jpg|120px|S]]||-3em}}{{Sc|ituata}} al nord della provincia di Como, di cui fa parte col mandamento di Castiglione d’Intelvi, misura una lunghezza di 10 chilometri, avendo lo sbocco ai due laghi di Como e di Lugano. Consta di diciassette villaggi, e fra questi compreso Campione nel Cantone Ticino, con una popolazione di 11,799 abitanti, di cui la maggior parte emigra temporaneamente, abbandonando la campagna alla coltura delle donne, le quali, poverette, vi sudano per sei mesi. Gli uomini tornando a casa per l’inverno, godono la pace del focolare domestico, recando il fruito del loro lavoro di muratore, scalpellino, imbiancatore, stuccatore, bracciante, e via, via, e toccano anche il loro capitaletto per pagare l’esattore, perchè non gli metta all’asta il bosco o il campo. Tale è la ricchezza agraria dell’''alma Tellus'' nelle nostre prealpi!
D’ingegno sveglio, morigerati generalmente e lindi della persona, come comportano le condizioni del loro lavoro, i Vallintelvesi sono assai ospitalieri, e usi a garbatezze coi forestieri, ai quali non dimenticano di augurare il buon giorno e la buona sera ad ogni incontro che facciano. Senza patire la nostalgia, amano assai il loro campanile, e per essi la valle è la patria che sorsero più volte a difendere contro il nemico in due rivoluzioni, ch’ebbero i loro martiri, glorificati nelle lapidi, nelle quali è segnata la storia della coraggiosa valle.
{{asterism}}
Noi vi saliremo, come più comodo, da Argegno,
{{Blocco centrato|{{smaller block|<poem>Al già illustre e ricco Argegno
Dove fine ebber gli avanzi
Dell’antico argivo regno
Spinto fuor del patrio nido
Dai Romani a questo lido.</poem>}}}}
Così cantava, in una delle sue poesie giocose, un Antonio Maria Stampa di Gravedona, poesie scritte nel forte di Fuentes, dove l’autore fu tenuto prigione come uomo inquieto e rivoltoso.<noinclude><references/></noinclude>
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Cruccone
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||— 282 —||riga=si}}</noinclude>{{ct|t=3|v=1|f=120%|LA VALLE INTELVI}}
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{{Capolettera|[[File:Alpi e Appenini (page 292 crop).jpg|120px|S]]||-3.5em}}{{Sc|ituata}} al nord della provincia di Como, di cui fa parte col mandamento di Castiglione d’Intelvi, misura una lunghezza di 10 chilometri, avendo lo sbocco ai due laghi di Como e di Lugano. Consta di diciassette villaggi, e fra questi compreso Campione nel Cantone Ticino, con una popolazione di 11,799 abitanti, di cui la maggior parte emigra temporaneamente, abbandonando la campagna alla coltura delle donne, le quali, poverette, vi sudano per sei mesi. Gli uomini tornando a casa per l’inverno, godono la pace del focolare domestico, recando il fruito del loro lavoro di muratore, scalpellino, imbiancatore, stuccatore, bracciante, e via, via, e toccano anche il loro capitaletto per pagare l’esattore, perchè non gli metta all’asta il bosco o il campo. Tale è la ricchezza agraria dell’''alma Tellus'' nelle nostre prealpi!
D’ingegno sveglio, morigerati generalmente e lindi della persona, come comportano le condizioni del loro lavoro, i Vallintelvesi sono assai ospitalieri, e usi a garbatezze coi forestieri, ai quali non dimenticano di augurare il buon giorno e la buona sera ad ogni incontro che facciano. Senza patire la nostalgia, amano assai il loro campanile, e per essi la valle è la patria che sorsero più volte a difendere contro il nemico in due rivoluzioni, ch’ebbero i loro martiri, glorificati nelle lapidi, nelle quali è segnata la storia della coraggiosa valle.
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Dove fine ebber gli avanzi
Dell’antico argivo regno
Spinto fuor del patrio nido
Dai Romani a questo lido.</poem>}}}}
Così cantava, in una delle sue poesie giocose, un Antonio Maria Stampa di Gravedona, poesie scritte nel forte di Fuentes, dove l’autore fu tenuto prigione come uomo inquieto e rivoltoso.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 65 —|}}</noinclude><nowiki/>
L’aiutò ad imbucarsi, e poi taciturno se ne andò in casa con le due donne, che non osarono aprir bocca.
Di quell’umore Biagio non s’era mai sentito. Avrebbe voluto prendere la via per camminare, non fermarsi mai più, Si affacciò alla finestra, guardò nell’aia: allora, quarant’anni addietro, le tre streghe, proprio come donne vere, erano li, a tiro. Gli pareva di rivederle, e fece l’atto di pigliar la mira. «Ubbriaco non ero quella notte, no. E tutti mi credettero...;, non come adesso che sin don Teobaldo... Basta! Mi piace lui: Dice bestia anche al parroco vecchio! Ma se il Signore ha cambiato il mondo, cosa ve li lascia a fare i poveri diavoli come me?» Così tra sè, parlando e pensando, si lasciò andare di malavoglia, bell’e vestito, sul letto. Oh! se avesse potuto addormentarsi! Ma di sotto il guanciale di paglia sentiva levarsi, farsi grossi, dei rumori strani; rumori come d’una fiumana piena che passasse rombando sotto le fondamenta della casa; gli pareva di tener l’orecchio a una buca che desse nell’eternità. Chiudeva gli occhi, per non veder nemmeno le tenebre della stanzuccia; e invece vedeva dei bagliori, delle lucciole come lune, dei serpenti di fuoco verdi, azzurri, rossi. Si provò a pregare e gli parve di riposarsi, di prender sonno nel dire il rosario. Si era sempre addormentato alle prime avemarie; ma adesso aveva già detto due terze parti della coroncina, e si sentiva più desto che mai. Quei suoi figli, quella sua nuora, beati! essi dormivano, russavano. Nunzia? Quella, già,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 66 —|}}</noinclude>era l’innocenza in persona, e non si sentiva neppure il suo respiro.
A un tratto udì una mucca muggire sommessamente. Gli parve una voce d’amico che gli venisse in aiuto. Alzò la testa. Il muggito della mucca tornò più sommesso ancora, quasi carezzevole. «È la pomina, — disse — cos’ha? Oh! non ci avevo pensato! Che quell’amico, cheto, cheto, ci rubi le mucche?» Ne avrebbe avuto quasi piacere. Coglierlo sul fatto, fare una barufta con lui, agguantarlo, legarlo, tutto da sè; e l’indomani trascinarlo per ladro ai carabinieri, lui che non aveva paura neppur del diavolo. «Animo Biagio!»
Zitto zitto si alzò, discese in punta di piedi, passando in cucina prese tastoni la prima roncola che gli capitò sotto mano. Poche ore prima aveva chiuso lui, aveva messo il nottolino all’uscio, ma neppure si avvide di trovar questo appena accostato: girò la casa col cuore grosso, col pugno pronto, lì per gridare «Ci sei!» Senonchè la stalia era chiusa. Cos’era? Un’ombra di gonna bianca scantonava dalla parte del fienile... «Ah! disse Biagio, e non ci sono streghe? Soldato, soldato!
— Chi è? — gridò Pellegro, come uno che si desti improvviso.
— Nessuno, nessuno, son io, non vi movete, vengo da voi.
Biagio entrò nel fienile, si allungò vicino a Pellegro, e gli disse parlando basso basso:
— L’avete veduta?
— Che cosa?<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 67 —|}}</noinclude><nowiki/>
— Non l’avete veduta la strega? È uscita di qui come un lampo.
— Baie, baie, Biagio.
— Baie, baie, lui! Via, finiamola. Ditemelo, che tanto l’ho capito lo stesso: Voi avete qualche segreto, insegnatemelo, cosa vi costa? Volete che io viva così, con settant’anni suonati, come se avessi addosso tutti i peccati mortali? Mi avete detto che streghe non ve ne furono mai, e allora cos’erano quelle tre che ammazzai, cos’è quella che ho vista qui... quella che era con voi...?
— Ma Biagio!..... Se mi avessero detto che al mondo c’è ancora un uomo come voi. gli avrei pregati d’andarla dar a intendere ai grulli.
— Un uomo come me, che non ha mai perduto una messa, che ha digiunato le vigilie, le tempora, la quaresima, sempre tranquillo nell’anima! Dunque sono uno sciocco? Ebbene chiamate il diavolo che mi porti via, o ditemi quel secreto, insegnatemi come si fa, fate ricomparir quella strega...
— Ve lo dirò domani.
— Bene, — disse Biagio levandosi — me lo direte, perchè altrimenti, qualcuno...
Pellegro, a quel po’ di luce che già si faceva, gli vide in pugno la roncola e credè d’indovinare un sospetto del vecchio. Si alzò, lo segui, e uscito nell’aria purissima del primo mattino, senti allargarsi dal cuore qualcosa, un desiderio con cui gli parve d’invadere tutti quei boschi, tutti quei monti, le lontananze tutte del cielo. Nulla mai gli era passato così dolce nell’animo come quella voglia:<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 68 —|}}</noinclude>raggiunse il vecchio, gli si mise davanti e disse franco:
— Sentite, Biagio: se vi siete armato per ammazzare, tirate a me; ma vi giuro che Nunzia ed io siamo stati qui a parlarci come fratello e sorella.
— Nunzia! — urlò il vecchio; — ma per la croce è proprio detto che io deva morir disperato! Giurate che era Nunzia...!
— Era Nunzia. E ora che lo sapete, finitela di fantasticar colle streghe. Non ve lo ha detto anche il prete? Avreste fatto meglio a dargli retta quando vi disse di badare a temer dei vivi. Ma io ve lo giuro, non le ho nemmen stretta la mano a Nunzia...
— Era Nunzia!... — mormorava il vecchio: dunque erano tre donne; quelle d’allora erano tre donne! — E si abbandonava a sedere in terra col capo tra le mani.
— Ma via, Biagio, tornate bambino ora?...
— Andate, lasciatemi qui, so io quel che dico! Andate giuramento falso!
Quando bestemmiava così, il vecchio diventava terribile; e guai chi parlava. Ma Pellegro non disse altro anche perchè, dal canto della casa, Nunzia gli accennava di star zitto e d’andare a lei. Egli fece quei pochi passi, temendo di far nascere qualche gran guaio; essa, come l’ebbe vicino, gli si abbandonò, dicendo disperata: Perchè m’ha tradita?
— Non t’ho tradita, non temere... ci son io quil... e se mai, l’America è grande, verrai con me.
— Fuggi, i carabinieri! — disse Nunzia tra i denti,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 69 —|}}</noinclude>come se un guizzo di fulmine le avesse dato negli occhi.
Pellegro ebbe appena il tempo di dare un’occhiata in su. Discendevano due carabinieri con le lucerne di traverso, con gli schioppi a tracolla; parevano diviati a lui.
— Quel prete di ieri è una spia! — ringhiò Pellegro; e tirata Nunzia in casa, le prese la testa, la baciò sulla bocca, le disse, oggi, domani, sempre, ti aspetterò al laghetto delle tre rocce. — Poi dalla finestra scivolò giù, lasciando la casa tra sè e i carabinieri; siimbucò nelle fagiolaie, uscì oltre nei prati, penetrò nel bosco; neanche un cane da lepre lo avrebbe giunto.
Nunzia restò che pareva non aver più senso di nulla; e i carabinieri entrarono come in casa loro.
— C’è un po’ d’acqua da bere, e fuoco per accender la pipa?
— Padroni, pensino un pò; — rispondevano tutti insieme il padre, lo zio, la madre di Nunzia, venendo a un tratto in cucina: — Sono molto mattinieri, signor brigadiere.
— E così dormiamo di giorno, tanto tutto è tranquillo.
Nunzia notava che i carabinieri non parevano neppur del mestiere. Parlavano senza ficcar gli occhi intorno; forse non s’erano accorti di Pellegro, ed erano capitati, come spesso, per puro ufficio.
Quando salutarono allegramente, per andarsene, sulla porta si presentò Biagio stravolto.
— Un momento, signor brigadiere; loro girano<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 70 —|}}</noinclude>per pigliare i birbanti; nevvero? Ah! ah! alle volte i birbanti.. Che sanno loro se uno non è un birbante?
— Ma questo povero Biagio è malato! — disse uno dei carabinieri pratico dei luoghi e di quella gente: — perchè non vi mettete a letto e non mandate pel medico?
I figli, la nuora guardavano il vecchio maravigliati e tristi: Nunzia tremava: egli divenendo sempre più strano seguitava:
— Ci andrò io dal medico, da quel medico che so io solo. Sarebbe meglio essere a letto colle gambe stroncate! Loro, ne hanno mai ammazzato delle donne con codeste carabine...?
— Buongiorno a tutti! — risposero ridacchiando i carabinieri; e pigliata la via erano già lontani che si sentivano ridere e dir tra loro che Biagio era briaco.
Nunzia, fattasi sulla porta, si consolò un poco vedendo che certo non si mettevano sulle peste del forestiero; ma aveva il cuore allagato di paura e di pianto.
— E questa mattina alla messa non ci si va? — disse Biagio cupo, cupo: — animo, perchè non date mangiare alle mucche? Tu e tu anderete alla Badia; voi donne pregherete da casa; io vado alla parrocchia, e tornerò quando tornerò.
Anna osò rammentare il forestiero, per dire che non le pareva bene restar a casa due donne sole...
Nunzia si senti un gelo alla vita.
— Ah quello là? Appunto, dov’è — disse Biagio, guardando Nunzia.<noinclude><references/></noinclude>
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— È fuggito quando comparvero i carabinieri: — rispose la povera giovane.
— Tornerà, tornerà che è galantuomo; non temere di nulla. E ridono i carabinieri...! Dovrebbero esser buoni a spiegar le cose meglio dei preti; e invece son ignoranti. E poi vanno dietro solo ai poveri diavoli...
Quella faccia, quelle parole, quel fare di Biagio; nessuno ci capiva più nulla. Ma dalla tema di vederlo andare in bestia, ognuno badò a fare quello che aveva detto lui; il quale, senz’altro, pigliato il bastone di pruno che aveva lavorato colle proprie mani, nei tempi vissuti alla macchia da disertore, partì.
— Poi lo seguiremo — disse il marito d’Anna: — mi pare tutto la nonna quando principiò a darle di volta il cervello. Aveva anch’essa la sua età.
— Siamo a qualche brutto momento! sospirò Anna: — ah! quel soldato, quel soldato, ci ha portato disgrazia! Che hai tu, Nunzia, che sembri un avemaria infilzata?
— Lasciala stare, povera figliuola: vuoi che balli quando ha il suo nonno in quello stato?
Nunzia si tirò in disparte. Il padre e lo zio, fatte in fretta le cose, si incamminarono taciturni e coll’animo in pena,
— Per carità non vi fate vedere da lui! — raccomandò Anna di sulla porta; e poi dentro, alla figliola che seduta sur una panca piangeva:
— Cosa piangi ora? Non è mica morto, non è.
Nunzia si alzò stizzita ed uscì.<noinclude><references/></noinclude>
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— E tu va, va pure, piangi quanto vuoi! Eh quelle che han voglia di maritarsi! Non ci pensano! Meglio far la serva finchè dura la pelle! Invece figlioli, figlioli e duoli! Adesso doveva capitare anche colui...
Diceva e si dava attorno per le faccende di casa; e intanto dalla finestra, affacciandosi un poco, teheva d’occhio Nunzia. La quale passo passo, come andasse dietro alle mucche, girò tutto il prato, tutte le fagiolaie, guardando e non trovando dove andarsi a porre. Passò dell’ore e dell’ore, poi un momento che pose gli occhi in terra e non vide la sua ombra, si rivoltò tutta stupita — «Che è già mezzogiorno?» — disse, come per interrogare qualcuno. Si scosse; guardò la casa sonnolenta nel tedio meridiano della domenica; tutta la boscaglia intorno taceva; le carbonaie fumavano. — E lui dove sarà? Altro che Pilo, lui! Questo non sa far altro che tirarmi dei fuscelli, a veglia: per salutarmi mi dà delle manate sulle spalle. Lui invece che belle cose mi diceva! Mi pareva d’essere una regina.
Così girando si trovò sulla vetta là dove la sera innanzi aveva raggiunto il suo nonno. Giù giù, si sprofondava il borro selvaggio, e alla macchia si indovinava il luogo del laghetto.
— Nunzia! — chiamava da casa Anna, sbigottita perchè non la vedeva più nei prati — Nunzia, Nunzia!
Sforzava la voce, si volgeva ora a un vento ora a un altro; pareva che gridasse sciagura a lei, che la vedesse perduta in qualche luogo della foresta.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 73 —|}}</noinclude><nowiki/>
Nunzia udiva, capiva quelle chiamate, ondeggiava; ma vinta da una forza cui non potè resistere, si cacciò nel sentiero che menava giù al laghetto. Due o tre volte udì ancora il suo nome gridato di là dalla cresta; poi la voce non le arrivò più. Si senti sola, col cuore amaro, con una gran paura; capì ancor più di far male, ma tirò avanti.
Pellegro era al posto già da un par d’ore. Si era messo a sedere sulla palancola, sopra il bel laghetto, colle gambe spenzolate; e si specchiava nell’acqua limpida, pigliando certo diletto a mirare la propria immagine riflessa a rovescio, giù tante braccia sotto la superficie. Il sole scottava, eppure pareva a lui di sentir la frescura del bagno. Pensava che qualcuno vedendolo avrebbe dato voce di chi sa quale diavoleria nuova; ma questo ed altri erano pensieri di traverso che andavano e venivano; il pensiero fisso era Nunzia. La sentiva. Avrebbe giurato ch’essa era vicina, che a chiamarla con un fil di voce avrebbe risposto. E difatti la giovinetta era lì. Lo aveva visto, le si era allargato il cuore, ma non osando di più, s’era fermata sul margine del laghetto, nei cespugli fitti. A mirarlo lassù così accidioso, le parve uno di quei santi del deserto, ai quali i poveri uccelli portavano da nutrirsi, come aveva sentito predicare in chiesa, e credeva che ci fossero stati davvero. Ora le piaceva tanto di più. Era così bello, così coraggioso, così forestiero! Egli aveva detto che l’America era grande; e le pareva di essere con lui in quei paesi remoti, sola... Ma come mai ancora non la vedeva? O<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 74 —|}}</noinclude>fingeva di non vederla? Forse era meglio tornar indietro... Sua madre, chi sa come in quel momento si disperava sua madre!
Nel volgersi per tornare, scosse i cespugli. Al frullo, Pellegro balzò ritto sulla palancola, cacciando l’occhio pertutto, e la vide.
— Ah c’eri! — esclamò, lanciandosi come uno scoiattolo: e le fu sopra, la abbracciò, la strinse. — Non aver paura, vieni, non mi vuoi bene? Ho trovato dei luoghi che neppur Dio ci vedrebbe.
— Perchè bestemmia? — disse Nunzia mettendogli una mano quasi sulla bocca.
— Vieni!
— Ma prima mi giuri che non anderà mai via di qui.
— Mai! o ti condurrò via con me.
— Giuri, così: — e messi gli indici in croce li baciò.
Pellegro fece come lei, baciò, giurò, sorrise, tirandola seco.
— Ora sono sicura! — disse Nunzia. — E sa? i carabinieri non cercavano mica di lei. Passarono e se ne andarono. Vede che don Teobaldo non fece punto la spia? Ma il nonno, ha visto? Povero nonno com’è venuto da ieri!
— Lo guariremo tuo nonno; ha dei pregiudizi, glie li leveremo. Qui, mettiamoci qui, siedi. Non ti par d’essere lontana, lontana dal mondo, di non sentir più nulla, di non ricordar più nulla?
Si misero in un viluppo di cespugli di corniolo, a piè d’una roccia che dalle fenditure gittava delle<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 75 —|}}</noinclude>pianticelle che parevano animali strani. Seduti, non ebbero più nulla da dirsi; non sapevano neppur che pensare. Si guardavano, si tenevano per la mano; non avevano nemmen più senso del tempo che passava, passava: un momento che un cucculo venne di piombo per posarsi su d’un albero, toccò, volò via; credettero di essere stati veduti da tutto il mondo. Poi ricomposti sorrisero. Ma quando dall’alto scese la voce di Anna che chiamava «Nunzia!» si strinsero paurosi tra loro, ed anche Pellegro ebbe una stretta al cuore.
— Lasciami andare, — diceva Nunzia — lasciami andare: non senti che par disperata?
E la voce gridava da un altro poggio e poi da un altro, da un altro. Per la vergine; non pensava Anna che tanti potevano udirla, e avrebbero poi sospettato della sua figliola?
Gli è che già ne sospettava anche lei, la povera donna. Le venivano a mente dei fatti di fanciulle belle come la sua; storie dolorose finite nei boschi dov’erano sepolti degli innocenti. Ne sapeva tante, e certi rischi gli aveva corsi anche lei. Pensava che si fa festa quando nascono delle femmine, perchè almeno quelle non dovranno andare a servire il re: ma meglio dieci maschi, diceva; quelli come hanno imparato a legarsi le scarpe ogni paura è finita, vanno a far tribolar gli altri..... come adesso quel forestiero..... oh! certo Nunzia è con lui....
Se ne tornava a casa stanchissima, senza voce, col cuore pieno di vergogna. Che cosa avrebbe detto Pilo?<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 76 —|}}</noinclude>Fosco, stava a aspettarla un bel giovane, vestito di velluto, col fazzoletto rosso annodato lento al collo, con sul cappello fiammante la penna di pavone. A_ giudicare dai mozziconi sparsi intorno al toppo su cui sedeva, doveva esser li da parecchio tempo a fumar sigari per rabbia. Aveva sentito Anna gridare, gridare; e il nome di Nunzia mandato a quel modo pei boschi gli era spiaciuto amaramente. Voleva dirlo ad Anna, rimproverarla; ma quando gli fu vicina, la guardò negli occhi pieni di tristezza e tacque.
— Mah! povero Pilo, voi aspettate, e Nunzia è forse andata alla Badia per sentirvi la messa. Non ha mai fatto una cosa come questa; ma, ve lo dissi, il caso del suo nonno ci ha confusi tutti.
Bel conforto per lui che, tutta la settimana, viveva della gioia sperata, di quelle poche ore che veniva da Nunzia!
— Già, — rispondeva mortificato: — la messa è una bella cosa... ma... quand’è finita anche il prete dice: Andatevene. Ora poi è quasi sera..... e una ragazza sola...
— Oh! per codesto chi non vuol fare il male...
— Zitta! Eccola là.
Anna quando vide Nunzia venir giù con certa aria selvatica e libera; non ebbe cuore nè di bravarla, nè di guardarla in viso. Si sentiva impacciata. Un po’ che la figliola si fosse fatta ardita, a rimproverarla d’aver tanto gridato il suo nome per le vette; essa le si sarebbe umiliata. Credè di capire che non era più tutta sua.<noinclude><references/></noinclude>
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! {{Cs|b}} | Pie. !! {{Cs|br}} | p.
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| U. Q
| 27.|| 9
| || ||1. ||2
| 1. || 9
| Cielo quasi tutto coperto.
| SE
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| 28. ||—
| || || 1.|| —
| 1. || 5
| Cielo sereno.
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| q.
| 28.|| —
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| 1. ||10
| Sole, e poche nubi
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| Ap.
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| 1. ||11
| Cielo sereno.
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| 2. ||1
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| Sole, e nubi.
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| NW
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| 27.||10
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| 1. ||3
| Turbine, e pioggerella, dopo Sole.
| NE.<sub>3</sub>
| --:||2
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| B
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| || || 1.||6
|1. ||6
| Pioggetta.
| NW<sup>3</sup>
| --:|| 2
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| 27.||11
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| 1. ||7
| Sole, e poche nubi.
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| 1. ||0
| Cielo sereno.
| NE
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| 27.|| 9
| || ||2. || 3
| 1. || 10
| Sole, e poi Turbine con poca pioggia.
| NW<sup>3</sup>
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| 27.|| 11
| || || 2.||4
| 2. ||6
| Cielo sereno.
| NE
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|27. || 11
| || ||2. ||3
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| 28. || —
| || ||2. || 2
| 1. || 11
| Sole, e nubi.
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| 28.|| —
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| q. Per.
| 28.|| —
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Paperoastro
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| 1. || 5
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| 1. ||10
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Carlomorino
42
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— 37 —|''Genova.''}}</noinclude>{{Elezioni 1904 1}}
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|- class=r1
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|- class=r1
| || || <br/> Elezione supplet. del 13 gennaio 1904. {{Rule|4em|000|t=1|v=1}} || || || || || || || ||
|- class=r1
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|-
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|- class=r1
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|-
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|- class=r1
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|- class=r1
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| || || <br/> Elezione supplet. del 19 aprile 1903. {{Rule|4em|000|t=1|v=1}} || || || || ||colspan=2 {{cs|r}}|<br/> <small>(*) Questo dato fu comunicato dal Sotto- prefetto di Albalonga.</small> ||
|- class=r1
|8293||4994|| '''Celesia di Vegliasco Giovanni''' || ||{{sans-serif|'''3569'''}}|| || || || || ||
|- class=r1
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|- class=r1
| || || ''Gandolfo Ennio'' || ||657|| || || || || ||
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Cairo Montenotte}} <br/>{{Wl|Q48802458|Collegio di Cairo Montenotte}} (popolazione 46,981).
|- class=r1
|6967||2857|| '''Cortese Giacomo''' || ||{{sans-serif|'''2233'''}}||6564||3599|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q63878760|Cortese Giacomo}} '''}} || ||{{sans-serif|'''2893'''}}||{{sans-serif|'''20, 21 (U)'''}}
|- class=r1
| || || ''Sanguineti Filippo'' || ||617|| || || ''Rodino Luigi'' || ||501||
|- class=r1
| || || || || || || || ''{{AutoreCitato|Giovanni Lerda|Lerda Giovanni}}'' '''<big>•</big>''' || ||71||
|-
<noinclude>|}</noinclude><noinclude></noinclude>
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Statistica delle elezioni generali politiche 1909/Indice alfabetico dei collegi elettorali
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Carlomorino
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Porto il SAL a SAL 75%
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Carlomorino
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Carlomorino
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Indice:Statistica elezioni 1913 legislatura 24.djvu/styles.css
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Pagina:Opere Matematiche di Paolo Ruffini, Tomo Primo, 1915.djvu/46
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4º Lo stesso si dimostra nel coefficiente del termine <math>Px^5,</math> e così via via degli altri tutti, trovandosi per tal modo: <math>P=\pm</math> l’aggregato dei prodotti tutti ad <math>m-5</math> ad <math>m-5;</math> <math>N=\pm</math> la somma delle combinazioni ad <math>m-6</math> ad <math>m-6</math> fra tutte le radici <math>\alpha,\beta,\gamma,\delta,\ldots</math> e così di seguito, prendendosi in esse il segno <math>+,</math> o il segno <math>-,</math> secondo che abbiamo rispettivamente pari, o dispari, i numeri <math>m-5,m-6,\ldots</math> Dunque, etc.
{{§|30|'''30.'''}} Riduciamo la {{Pg|12#fd.18|(''D'')}} alla forma
{{equazione|{{smaller|<math>\begin{aligned}
x^m+Ax^{m-1}+Bx^{m-2}+Cx^{m-3}+Dx^{m-4}+\cdots+Lx^{m-(k-1)}+Mx^{m-k}+\cdots\\
\cdots +Px^{m-(m-5)}+Qx^{m-(m-4)}+Rx^{m-(m-3)}+Sx^{m-(m-2)}+Tx^{m-(m-1)}+Vx^{m-m}=0.
\end{aligned}</math>}}}}
In questa si vede, che nell’ultimo termine <math>Vx^{m-m},</math> ove nell’esponente della <math>x</math> da <math>m</math> togliesi <math>m,</math> abbiamo il coefficiente <math>V=\pm</math> il prodotto di tutte le <math>m</math> radici <math>\alpha,\beta,\gamma,\delta,\ldots,</math> nel penultimo termine, in cui da <math>m</math> sottraesi <math>m-1,</math> il coefficiente che corrisponde, <math>T,</math> uguaglia <math>\pm</math> la somma dei prodotti tutti ad <math>m-1</math> ad <math>m-1</math> delle medesime <math>\alpha,\beta,\gamma,\delta,\ldots;</math> laddove da <math>m</math> si toglie <math>m-2,</math> si ha il coefficiente <math>S=\pm i</math> prodotti tutti ad <math>m-2</math> ad <math>m-2,\ldots.</math> Ora lo stesso si osserva in tutti gli altri termini. Dunque protremo dire in generale, che: ''il coefficiente di un termine qualsivoglia è sempre uguale all’aggregato di tutti i prodotti delle radici <math>\alpha,\beta,\gamma,\delta,\ldots</math> combinate a tante fra loro, quanto nel rispettivo esponente della <math>x</math> è il numero che si sottrae dalla <math>m;</math> osservando poi, se questo numero che si sottrae è pari, o dispari, poichè nel primo caso all’esposto aggregato deve apporsi il segno <math>+,</math> nel secondo il segno <math>-.</math>''
{{§|31|'''31.'''}} Pertanto avremo il coefficiente del secondo termine
{{equazione|<math>A=-(\alpha+\beta+\gamma+\delta+\cdots)</math>}}
{{no rientro}}uguale alla somma delle radici tutte presa col segno contrario.
Avremo il coefficiente del terzo termine
{{equazione|<math>B=+(\alpha\beta+\alpha\gamma+\alpha\delta+\beta\gamma+\beta\delta+\gamma\delta+\cdots)</math>}}
{{no rientro}}uguale all’aggregato di tutti gli ambi fra le radici preso col segno naturale.
Sarà il coefficiente del quarto termine
{{equazione|<math>C=-(\alpha\beta\gamma+\alpha\beta\delta+\alpha\gamma\delta+\beta\gamma\delta+\cdots)</math>}}
{{no rientro}}uguale alla somma di tutti i terni fra le radici presa col segno contrario, e così dì seguito.
Abbiasi per esempio l’equazione <math>x^4-2x^3-23x^2-12x+36=0,</math> di cui le radici sono <math>1,6,-2,-3.</math> Chiamati <math>A,B,C,D</math> i suoi coefficienti, pel dimostrato dovrà essere
{{equazione|{{smaller|<math>\begin{align}
A &= -(1+6-2-3),\\
B &= +[1\times6+1\times(-2)+1\times(-3)+6\times(-2)+6\times(-3)-2\times(-3)],\\
C &= -[1\times6\times(-2)+1\times6\times(-3)+1\times(-2)\times(-3)+6\times(-2)\times(-3)],\\
D &= +[1\times6\times(-2)\times(-3)];
\end{align}</math>}}}}
{{no rientro}}e difatti, eseguito il calcolo si ritrova <math>A=-2,B=-23,C=-12,</math><math>D=+36.</math><noinclude></noinclude>
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standardizzo intestazione
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|26|{{Sc|teoria generale delle equazioni.}}|riga=si}}</noinclude><nowiki/>
Moltiplico ora la prima di queste equazioni per <math>\alpha^h</math>, la seconda per <math>\beta^h</math>, la terza per <math>\gamma^h</math>, la quarta per <math>\delta^h,\ldots,</math> e ciò fatto eseguisco in colonna la somma di tutti i risultati che abbiamo così ottenuti; è chiaro che in fine ci risulterà appunto
{{equazione|pretesto={{§|f36.g|(''G'')}}|<math>\sum x^{m+h}+A\sum x^{m+h-1}+B\sum x^{m+h-2}+\cdots+T\sum x^{h+1}+V\sum x^h=0.</math>}}
Suppongo presentemente <math>h=1</math>; avendosi quindi
{{equazione|<math>\sum x^{m+1}+A\sum x^m+B\sum x^{m-1}+C\sum x^{m-2}+\cdots+T\sum x^2+V\sum x=0,</math>}}
{{no rientro}}sostituisco in luogo di <math>\sum x^m,\sum x^{m-1},\ldots</math> i valori rispettivi ottenuti pel {{Pg|24#35|nº 35}}, e otterremo così il valore di <math>\sum x^{m+1}.</math>
Faccio in secondo luogo <math>h=2</math>, venendone
{{equazione|<math>x^{m+2}+A\sum x^{m+1}+B\sum x^m+C\sum x^{m-1}+\cdots+T\sum x^3+V\sum x^2=0,</math>}}
{{no rientro}}colloco quivi in luogo di <math>\sum x^{m+1},\sum x^m,\ldots</math> i valori corrispondenti, e quindi ci risulterà il valore di <math>\sum x^{m+2}</math>. In simil modo ricaveremo i valori di <math>\sum x^{m+3},\sum x^{m+4},</math> etc.
{{§|37|'''37.'''}} Le equazioni ricavate nel {{Pg|24#35|nº 35}} dalla {{Pg|23#f34.f|(''F'')}} col supporre successivamente <math>k=1,2,3,\ldots,m,</math> e le altre ottenute dalla [[#f36.g|(''G'')]] {{Pg|25#36|(nº prec.)}} col supporre successivamente <math>h=1,2,3,\ldots,</math> equazioni mediante le quali possiamo sempre ottenere le somme di tutte le potenze intiere delle radici, quelle sono, che costituiscono i così detti dal loro inventore ''Teoremi Newtoniani''.
Data sia ad esempio l’equazione <math>x^3-x^2-14x+24=0,</math> col paragonare questa con la {{Pg|12#fd.18|(''D'')}} ricavandosi <math>m=3,</math> <math>A=-1,</math> <math>B=-14,</math> e l’ultimo termine <math>V=24</math>, supponendo successivamente nella {{Pg|23#f34.f|(''F'')}} <math>k=1,2,3,</math> otterremo
{{equazione|<math>\sum x-1=0,\quad \sum x^2-\sum x-28=0,\quad \sum x^3-\sum x^2-14\sum x+72=0,</math>}}
{{no rientro}}e, supponendo nella [[#f36.g|(''G'')]] <math>h=1,2,3,\ldots,</math> ne verrà
{{equazione|<math>
\begin{alignat}{5}
&\sum x^4&&-\sum x^3&&-14\sum x^2&&+24\sum x&&=0,\\
&\sum x^5&&-\sum x^4&&-14\sum x^3&&+24\sum x^2&&=0,\\
&\sum x^6&&-\sum x^5&&-14\sum x^4&&+24\sum x^3&&=0,
\end{alignat}
</math>
<math>\ldots\ldots\ldots\ldots\ldots\ldots\ldots\ldots\ldots\ldots\ldots\ldots\ldots\ldots\ldots</math>}}
{{no rientro}}Ricavo ora dalle prime di queste equazioni il valore di <math>\sum x,\sum x^2,\ldots;</math> lo sostituisco nelle altre successive, e troveremo così <math>\sum x=1,</math> <math>\sum x^2=29,</math> <math>\sum x^3=-29,</math> <math>\sum x^4=353,</math> <math>\sum x^5=-749,\;\ldots</math> Difatti, essendo <math>2,3,-4</math> le radici della supposta equazione, abbiamo la loro somma <math>2+3-4=1,</math> la somma dei loro quadrati <math>4+9+16=29,</math> la somma dei loro cubi <math>8+27-64=-29,</math> l’aggregato delle quarte potenze <math>16+81+256=353</math>, la somma delle potenze quinte <math>32+243-1024=-749\ldots,</math> come appunto avevam ritrovato coi Teoremi Newtoniani, indipendentemente dalle radici medesime.
{{§|38|'''38.'''}} ''Formare un’equazione la quale abbia per radici le <math>m</math> quantità date'' <math>\alpha,\beta,\gamma,\delta,\ldots,\omega.</math>
Potremo sciogliere questo problema in tre maniere diverse, mediante i n<sup>i</sup> {{Pg|15#22|22}}, {{Pg|20#31|31}}, {{Pg|24#35|35}}. Imperciocchè pel nº {{Pg|15#22|22}} non avremo che a moltiplicare insieme i binomii<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo ii. — proprietà generali delle equazioni.}}|27|riga=si}}</noinclude><math>x-\alpha,x-\beta,x-\gamma,x-\delta,\ldots,</math> ed uguagliare il loro prodotto allo zero; pel {{Pg|20#31|n° 31}} non avremo che a trovare i valori della somma semplice, della somma degli ambi, di quella dei terni,... delle date radici, e queste, prese nel modo indicato nel cit. {{Pg|20#31|n° 31}}, costituiranno i varii coefficienti della equazione che si cerca, il grado della quale sarà <math>m</math>. Finalmente, dalle radici cognite potendosi immediatamente determinare la somma di tutte le loro potenze, potremo, mediante queste e le equazioni del {{Pg|24#35|n° 35}}, determinare i coefficienti dell’equazione richiesta; poichè, chiamati <math>A,B,C,\ldots</math> tali coefficienti, dalle
{{equazione|<math>\sum x+A=0,\quad\sum x^2+A\sum x+2B=0,\;\ldots</math>}}
{{noindent|ricaviamo}}
{{equazione|<math>\begin{align}
A&=-\sum x,\\
B&=\frac{(\sum x)^2-\sum x^2}{2},\\
C&=\frac{3\sum x\cdot\sum x^2-2\sum x^3-\left(\sum x\right)^3}{2\cdot3},
\end{align}</math>
<math>\ldots\ldots\ldots\ldots\ldots\ldots\ldots\ldots\ldots\ldots\ldots\ldots</math>}}
Siano per esempio <math>1,3,-2</math> le radici date. Eseguisco secondo il primo metodo la moltiplicazione dei binomii <math>x-1,x-3,x+2,</math> e faccio il loro prodotto <math>x^3-2x^2-5x+6=0.</math> Seguendo il secondo metodo, formo la somma semplice <math>1+3-2=2</math>, quella degli ambi <math>1\cdot3+1\cdot-2+3\cdot-2=3-2-6=-5,</math> e il prodotto <math>1\cdot3\cdot-2=-6</math>, e prendendo il primo e l’ultimo di questi risultati col segno contrario, ne viene l’equazione <math>x^3-2x^2-5x+6=0</math>. Finalmente, col terzo metodo, avendosi
{{equazione|<math>\sum x=1+3-2=2,\quad \sum x^2=1+9+4=14,</math><math>\sum x^3=1+27-8=20,</math>}}
{{noindent|otterremo}}
{{equazione|<math>\begin{align}
A&=-2,\\
B&=\frac{2\cdot2-14}{2}=\frac{-10}{2}=-5,\\
C&=\frac{3\cdot2\cdot14-2\cdot20-(2)^3}{2\cdot3}=\frac{84-40-8}{2\cdot3}=\frac{36}{6}=6;
\end{align}</math>}}
{{noindent|e quindi <math>x^3-2x^2-5x+6=0.</math>}}
In tutti e tre i casi abbiamo così ottenuta la stessa equazione, di cui <math>1,3,-2</math> sono le radici.
{{§|39|'''39.'''}} Indichiamo con l’espressione <math>\sum x^mx^n</math> la somma di tutti i prodotti che si hanno moltiplicando la potenza <math>n</math>-esima di ciascuna radice con la somma di tutte le potenze <math>m</math>-esime delle altre, onde sia
{{equazione|<math>\begin{align}
\sum x^mx^n&=\alpha^n(\beta^m+\gamma^m+\delta^m+\cdots)\\
&+\beta^n(\alpha^m+\gamma^m+\delta^m+\cdots)\\
&+\gamma^n(\alpha^m+\beta^m+\delta^m+\cdots)\\
&+\delta^n(\alpha^m+\beta^m+\gamma^m+\cdots)\\
&+\cdots\cdots\cdots\cdots\cdots\cdots\cdots\cdots,
\end{align}</math>}}<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione|| — {{Pg|133#|133}} —|}}</noinclude><noinclude>
{|class= pag153
|-
{{Alfabetico collegi}}</noinclude>
|-
|Teramo || Teramo|| De Michetti Carlo, avvocato|| {{Pg|82#Teramo|82}}
|-
|Termini Imerese|| Palermo|| Aguglia Francesco, avvocato || {{Pg|63#Termini Imerese|63}}
|-
|Terni|| Perugia|| Faustini Francesco|| {{Pg|67#Terni|67}}
|-
|Terranova di Sicilia|| Caltanissetta|| Pasqualino-Vassallo Rosario, avvocate|| {{Pg|21#Terranova di Sicilia|21}}
|-
|Thiene|| Vicenza|| Brunialti Attilio, professore, consigliere di Stato || {{Pg|93#Thiene|93}}
|-
|Tirano|| Sondrio|| Credaro Luigi, professore di pedagogia nella R. Università di Roma|| {{Pg|82#Tirano|82}}
|-
|Tivoli || Roma || Baccelli Alfredo, avvocato|| {{Pg|75#Tivoli|75}}
|-
|Todi || Perugia || Ciuffelli Augusto, consigliere di Stato, sotto-segretario di Stato per l'istruzione pubblica || {{Pg|67#Todi|67}}
|-
|Tolmezzo || Udine|| Valle Gregorio|| {{Pg|90#Tolmezzo|90}}
|-
|Terchiara|| Salerno || Torre Andrea|| {{Pg|79#Terchiara|79}}
|-
|Torino I || Torino || Daneo Edoardo, avvocato || {{Pg|83#Torino I|83}}
|-
|Torino II || Torino|| Morgari Oddino, pubblicista|| {{Pg|83#Torino II|83}}
|-
|Torino III || Torino|| Casalini Giulio || {{Pg|83#Torino III|83}}
|-
|Torino IV|| Torino|| Nofri Quirino<ref>Eletto anche a Siena.</ref> || {{Pg|83#Torino IV|83}}
|-
|Torino V|| Torino || Ferrero di Cambiano marchese Cesare, dottore in legge, filosofia e lettere || {{Pg|84#Torino V|84}}
|-
|Torre Annunziata || Napoli|| Guarracino Alessandro, avvocato, professore || {{Pg|58#Torre Annunziata|58}}
|-
|Tortona || Alessandria || Bertarelli Pietro, avvocato, consigliere di Stato || {{Pg|6#Tortona|6}}
|-
|Trapani || Trapani|| Nasi Nunzio, avvocato, professore || {{Pg|86#Trapani|86}}
|-
|Tregnago|| Verona|| Danieli conte Gualtiero, avvocato, professore || {{Pg|92#Tregnago|92}}
|-
|Trescore Balneario || Bergamo|| Suardi conte Gianforte, dottore in legge || {{Pg|16#Trescore Balneario|16}}
|-
|Treviglio|| Bergamo || Cameroni Agostino, avvocato, professore|| {{Pg|16#Treviglio|16}}
|-
|Treviso || Treviso|| Ellero Lorenzo, professore|| {{Pg|88#Treviso|88}}
|-
|Tricarico|| Potenza|| Materi Pasquale|| {{Pg|72#Tricarico|72}}
|-
|Tricase|| Lecce|| Codacci-Pisanelli Alfredo, avvocato, professore di scienza dell’amministrazione nella R. Università di Roma || {{Pg|46#Tricase|46}}
|-
|Tropea|| Catanzaro || Pellecchi Giuseppe, avvocato, consigliere di Stato|| {{Pg|29#Tropea|29}}
|-
|{{cs|C}} |<br/> {{larger|'''U'''}} || || ||
|-
|Udine|| Udine|| Girardini Giuseppe, avvocato|| {{Pg|89#Udine|89}}
|-
|Urbino || Pesaro e Urbino || Battelli Angelo, professore ordinario di fisica nella R. Università di Pisa|| {{Pg|68#Urbino|68}}
|-
|{{cs|C}} |<br/> {{larger|'''V'''}} || || ||
|-
|Valdagno || Vicenza|| Marzotto Vittorio, industriale || {{Pg|33#Valdagno|33}}
|-
|Valenza|| Alessandria || Merlani Alberto, avvocato || {{Pg|6#Valenza|6}}
|-
|Vallo della Lucania || Salerno|| Talamo Roberto, avvocato. || {{Pg|79#Vallo della Lucania|79}}
|-
|Varallo || Novara || * Rizzetti Carlo|| {{Pg|61#Varallo|61}}
|-
<noinclude>|}</noinclude><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione|| — {{Pg|131#|131}} —|}}</noinclude><noinclude>
{|class= pag153
|-
{{Alfabetico collegi}}</noinclude>
|-
|Riccia|| Campobasso|| Fede Francesco, medico, professore ordinario di pediatria e clinica pediatrica nella R. Università di Napoli || {{Pg|21#Riccia|21}}
|-
|Rieti|| Perugia || Solidati-Tiburzi Antonio|| {{Pg|67#Rieti|67}}
|-
|Rimini || Forli|| Gattorno Federico|| {{Pg|39#Rimini|39}}
|-
|Rocca San Casciano|| Firenze|| Berti Silvio|| {{Pg|38#Rocca San Casciano|38}}
|-
|Rogliano|| Cosenza|| Fera Luigi, avvocato || {{Pg|31#Rogliano|31}}
|-
|Roma I|| Roma|| Mazza Pilade, avvocato|| {{Pg|75#Roma I|75}}
|-
|Roma II|| Roma|| {{AutoreCitato|Leonida Bissolati|Bissolati-Bergamuschi Leonida}}, avvocato, pubblicista<ref>Eletto anche a Pescarolo ed Uniti (Cremona).</ref>|| {{Pg|75#Roma II|75}}
|-
|Roma III|| Roma|| {{AutoreCitato|Guido Baccelli|Baccelli Guido}}, medico, professore ordinario di clinica medica generale nella R. Università di Roma|| {{Pg|75#Roma III|75}}
|-
|Roma IV|| Roma|| <ref>Non vi fu proclamazione da parte dell'assemblea dei presidenti: la Giunta delle elezioni proclamò il ballottaggio fra {{Pg|1#|1}} candidati Gabrielli Annibale e Caetani Leone.</ref>|| {{Pg|75#Roma IV|75}}
|-
|Roma V|| Roma|| Barzilai Salvatore, avvocato, pubblicista|| {{Pg|75#Roma V|75}}
|-
|Rossano|| Cosenza|| Joele Francesco|| {{Pg|32#Rossano|32}}
|-
|Rovigo|| Rovigo|| Pozzato Italo, avvocato|| {{Pg|77#Rovigo|77}}
|-
|{{cs|C}}|<br/> {{larger|'''S'''}} || || ||
|-
|Sala Consilina|| Salerno|| Camera Giovanni, avvocato|| {{Pg|79#Sala Consilina|79}}
|-
|Salerno|| Salerno|| De Marinis Errico, professore|| {{Pg|18#Salerno|18}}
|-
|Salò|| Brescia|| Bettoni Vincenzo|| {{Pg|19#Salò|19}}
|-
|Saluzzo|| Cuneo|| Di Saluzzo marchese Marco, già capitano di Stato Maggiore|| {{Pg|34#Saluzzo|34}}
|-
|San Bartolomeo in Galdo|| Benevento|| Bianchi Leonardo, professore ordinario di psichiatria, clinica psichiatrica e clinica delle malattie nervose nella R. Università di Napoli, direttore del manicomio provinciale di Napoli<ref>Eletto anche a Montesarchio (Benevento).</ref>|| {{Pg|15#San Bartolomeo in Galdo|15}}
|-
|San Benedetto del Tronto|| Ascoli Piceno || Dari Luigi, avvocato, sottosegretario di Stato per i lavori pubblici|| {{Pg|10#San Benedetto del Tronto|10}}
|-
|San Biagio di Callalta|| Treviso|| Bricito Zaccaria|| {{Pg|88#San Biagio di Callalta|88}}
|-
|San Casciano in Val di Pesa|| Firenze|| {{AutoreCitato|Sidney Sonnino|Sonnino barone Sidney}}, dottore in legge || {{Pg|38#San Casciano in Val di Pesa|38}}
|-
|San Daniele del Friuli|| Udine|| Luzzatto Riccardo, avvocato|| {{Pg|90#San Daniele del Friuli|90}}
|-
|San Demetrio ne’ Vestini|| Aquila degli Abruzzi|| Cappelli marchese Raffaele|| {{Pg|8#San Demetrio ne' Vestini|8}}
|-
|San Giovanni in Persiceto|| Bologna|| Ferri Giacomo, avvocato|| {{Pg|18#San Giovanni in Persiceto|18}}
|-
|San Miniato|| Firenze|| Guicciardini conte Francesco|| {{Pg|38#San Miniato|38}}
|-
|San Nazzaro de’ Burgondi|| Pavia|| Calvi Gaetano, avvocato|| {{Pg|65#San Nazzaro de' Burgondi|65}}
|-
|San Nicandro Garganico|| Foggia|| Zaccagnino Domenico, avvocato|| {{Pg|39#San Nicandro Garganico|39}}
|-
|San Pier d‘Arena|| Genova|| Chiesa Pietro, operaio verniciatore<ref>Eletto anche a Genova I.</ref>|| {{Pg|4#San Pier d'Arena|4}}l
|-
|San Remo|| Porto Maurizio|| Marsaglia Ernesto, ingegnere|| {{Pg|70#San Remo|70}}
|-
|San Severino Marche|| Macerata|| Ciappi Anselmo, ingegnere, professore ordinario di complementi di matematica nella sezione superiore dell'Istituto di studi commerciale in Roma|| {{Pg|47#San Severino Marche|47}}
|-
|San Severo|| Foggia|| Fraccacreta Raffaele|| {{Pg|39#San Severo|39}}
|-
|Santa Maria Capua Vetere|| Caserta || Morelli Enrico, avvocato|| {{Pg|21#Santa Maria Capua Vetere|21}}
|-
<noinclude>|}</noinclude><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="2" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione|| — {{Pg|132#|132}} —|}}</noinclude><noinclude>
{|class= pag153
|-
{{Alfabetico collegi}}</noinclude>
|-
|Sant'Angelo de' Lombardi|| Avellino|| De Luca Paolo Anania, avvocato|| {{Pg|11#Sant'Angelo de' Lombardi|11}}
|-
|Sant'Arcangelo di Romagna|| Forlì|| Baldi Dario|| {{Pg|39#Sant'Arcangelo di Romagna|39}}
|-
|Santhià|| Novara|| Pozzo Marco, avvocato, sottosegretario di Stato per la grazia e giustizia e per i culti|| {{Pg|61#Santhià|61}}
|-
|San Vito al Tagliamento|| Udine|| Rota conte Francesco, dottore in legge|| {{Pg|90#San Vito al Tagliamento|90}}
|-
|Sassari|| Sassari|| Abozzi Michele, avvocato|| {{Pg|80#Sassari|80}}
|-
|Sassuolo|| Modena|| Vicini Antonio, avvocato|| {{Pg|55#Sassuolo|55}}
|-
|Savigliano|| Cuneo|| Ciartoso Luigi, medico-chirurgo, libero docente di clinica chirurgica nella R. Università di Torino|| {{Pg|34#Savigliano|34}}
|-
|Savona|| Genova|| * Astengo Giuseppe, avvocato|| {{Pg|40#Savona|40}}
|-
|Scansano|| Grosseto|| * Ciacci nobile Gaspero, dottore in legge || {{Pg|41#Scansano|41}}
|-
|Schio|| Vicenza || Rossi Gaetano, industriale|| {{Pg|93#Schio|93}}
|-
|Sciacca|| Girgenti|| Amato Mario|| {{Pg|43#Sciacca|43}}
|-
|Senigallia|| Ancona|| Bonopera Augusto, avvocato|| {{Pg|8#Senigallia|8}}
|-
|Serradifalco|| Caltanissetta|| Lanza di Scalea principe Pietro || {{Pg|21#Serradifalco|21}}
|-
|Serramanna|| Cagliari|| Cao-Pinna nobile Antonio, ingegnere || {{Pg|21#Serramanna|21}}
|-
|Serra San Bruno|| Catanzaro|| Chimirri Bruno, avvocato || {{Pg|28#Serra San Bruno|28}}
|-
|Serrastretta|| Catanzaro|| Colosimo Gaspare, avvocato|| {{Pg|29#Serrastretta|29}}
|-
|Sessa Aurunca|| Caserta|| Ciocchi Gaetano, dottore|| {{Pg|25#Sessa Aurunca|25}}
|-
|Siena|| Siena|| Nofri Quirino<ref>Eletto anche a Torino IV.</ref>|| {{Pg|80#Siena|80}}
|-
|Siracusa|| Siracusa|| Francica-Nava Giovanni|| {{Pg|81#Siracusa|81}}
|-
|Sondrio|| Sondrio|| Marcora Giuseppe, avvocato, cavaliere dell'Ordine supremo della SS. Annunziata, presidente della Camera dei deputati|| {{Pg|82#Sondrio|82}}
|-
|Sora|| Caserta|| Simoncelli Vincenzo, professore|| {{Pg|26#Sora|26}}
|-
|Soresina|| Cremona|| Pavia Angelo, avvocato|| {{Pg|33#Soresina|33}}
|-
|Spezia|| Genova|| Doria marchese Giorgio, avvocato, ingegnere|| {{Pg|42#Spezia|42}}
|-
|Spezzano Grande|| Cosenza|| Berlingieri Annibale|| {{Pg|31#Spezzano Grande|31}}
|-
|Spilimbergo|| Udine|| Odorico Odorico|| {{Pg|90#Spilimbergo|90}}
|-
|Spoleto|| Perugia|| Schanzer Carlo, dottore in legge, consigliere di Stato, ministro delle poste e dei telegrafi<ref>Eletto anche a Caserta.</ref> || {{Pg|67#Spoleto|67}}
|-
|Stradella|| Pavia|| Montemartini Luigi, dottore in scienze naturali|| {{Pg|65#Stradella|65}}
|-
|Subiaco|| Roma|| Venzi Giulio, avvocato, consigliere di corte d'appello|| {{Pg|76#Subiaco|76}}
|-
|Sulmona|| Aquila degli Abruzzi || * De Amicis Mansueto, agricoltore || {{Pg|9#Sulmona|9}}
|-
|Susa|| Torino|| Richard Giulio, avvocato|| {{Pg|85#Susa|85}}
|-
|{{cs|C}}| <br/> {{larger|'''T'''}} || || ||
|-
|Taranto|| Lecce || Di Palma Federico || {{Pg|45#Taranto|45}}
|-
|Teano || Caserta|| Mazzitelli Achille, tenente generale, comandante XI Corpo d'armata|| {{Pg|25#Teano|25}}
|-
|Tempio Pausania|| Sassari || Pala Giacomo, avvocato || {{Pg|80#Tempio Pausania|80}}
|-
<noinclude>|}</noinclude><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione|| — {{Pg|132#|132}} —|}}</noinclude><noinclude>
{|class= pag153
|-
{{Alfabetico collegi}}</noinclude>
|-
|Sant'Angelo de' Lombardi|| Avellino|| De Luca Paolo Anania, avvocato|| {{Pg|11#Sant'Angelo de' Lombardi|11}}
|-
|Sant'Arcangelo di Romagna|| Forlì|| Baldi Dario|| {{Pg|39#Sant'Arcangelo di Romagna|39}}
|-
|Santhià|| Novara|| Pozzo Marco, avvocato, sottosegretario di Stato per la grazia e giustizia e per i culti|| {{Pg|61#Santhià|61}}
|-
|San Vito al Tagliamento|| Udine|| Rota conte Francesco, dottore in legge|| {{Pg|90#San Vito al Tagliamento|90}}
|-
|Sassari|| Sassari|| Abozzi Michele, avvocato|| {{Pg|80#Sassari|80}}
|-
|Sassuolo|| Modena|| Vicini Antonio, avvocato|| {{Pg|55#Sassuolo|55}}
|-
|Savigliano|| Cuneo|| Ciartoso Luigi, medico-chirurgo, libero docente di clinica chirurgica nella R. Università di Torino|| {{Pg|34#Savigliano|34}}
|-
|Savona|| Genova|| * Astengo Giuseppe, avvocato|| {{Pg|40#Savona|40}}
|-
|Scansano|| Grosseto|| * Ciacci nobile Gaspero, dottore in legge || {{Pg|41#Scansano|41}}
|-
|Schio|| Vicenza || Rossi Gaetano, industriale|| {{Pg|93#Schio|93}}
|-
|Sciacca|| Girgenti|| Amato Mario|| {{Pg|43#Sciacca|43}}
|-
|Senigallia|| Ancona|| Bonopera Augusto, avvocato|| {{Pg|8#Senigallia|8}}
|-
|Serradifalco|| Caltanissetta|| Lanza di Scalea principe Pietro || {{Pg|21#Serradifalco|21}}
|-
|Serramanna|| Cagliari|| Cao-Pinna nobile Antonio, ingegnere || {{Pg|21#Serramanna|21}}
|-
|Serra San Bruno|| Catanzaro|| Chimirri Bruno, avvocato || {{Pg|28#Serra San Bruno|28}}
|-
|Serrastretta|| Catanzaro|| Colosimo Gaspare, avvocato|| {{Pg|29#Serrastretta|29}}
|-
|Sessa Aurunca|| Caserta|| Ciocchi Gaetano, dottore|| {{Pg|25#Sessa Aurunca|25}}
|-
|Siena|| Siena|| Nofri Quirino<ref>Eletto anche a Torino IV.</ref>|| {{Pg|80#Siena|80}}
|-
|Siracusa|| Siracusa|| Francica-Nava Giovanni|| {{Pg|81#Siracusa|81}}
|-
|Sondrio|| Sondrio|| Marcora Giuseppe, avvocato, cavaliere dell'Ordine supremo della SS. Annunziata, presidente della Camera dei deputati|| {{Pg|82#Sondrio|82}}
|-
|Sora|| Caserta|| Simoncelli Vincenzo, professore|| {{Pg|26#Sora|26}}
|-
|Soresina|| Cremona|| Pavia Angelo, avvocato|| {{Pg|33#Soresina|33}}
|-
|Spezia|| Genova|| Doria marchese Giorgio, avvocato, ingegnere|| {{Pg|42#Spezia|42}}
|-
|Spezzano Grande|| Cosenza|| Berlingieri Annibale|| {{Pg|31#Spezzano Grande|31}}
|-
|Spilimbergo|| Udine|| Odorico Odorico|| {{Pg|90#Spilimbergo|90}}
|-
|Spoleto|| Perugia|| Schanzer Carlo, dottore in legge, consigliere di Stato, ministro delle poste e dei telegrafi<ref>Eletto anche a Caserta.</ref> || {{Pg|67#Spoleto|67}}
|-
|Stradella|| Pavia|| Montemartini Luigi, dottore in scienze naturali|| {{Pg|65#Stradella|65}}
|-
|Subiaco|| Roma|| Venzi Giulio, avvocato, consigliere di corte d'appello|| {{Pg|76#Subiaco|76}}
|-
|Sulmona|| Aquila degli Abruzzi || * De Amicis Mansueto, agricoltore || {{Pg|9#Sulmona|9}}
|-
|Susa|| Torino|| Richard Giulio, avvocato|| {{Pg|85#Susa|85}}
|-
|{{cs|C}}| <br/> {{larger|'''T'''}} || || ||
|-
|Taranto|| Lecce || Di Palma Federico || {{Pg|45#Taranto|45}}
|-
|Teano || Caserta|| Mazzitelli Achille, tenente generale, comandante XI Corpo d'armata|| {{Pg|25#Teano|25}}
|-
|Tempio Pausania|| Sassari || Pala Giacomo, avvocato || {{Pg|80#Tempio Pausania|80}}
|-
<noinclude>|}</noinclude><noinclude></noinclude>
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Pagina:Statistica elezioni 1909 legislatura 23.djvu/168
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Carlomorino
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text/x-wiki
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{|class= pag153
|-
{{Alfabetico collegi}}</noinclude>
|-
|Varese|| Como || * Bizzozero nob. Carlo, avvocato|| {{Pg|40#Varese|40}}
|-
|Vasto|| Chieti || Ciccarone Francesco, dottore in legge || {{Pg|29#Vasto|29}}
|-
|Velletri|| Roma || Ruspoli Romolo dei principi di Cerveteri|| {{Pg|77#Velletri|77}}
|-
|Venezia I || Venezia || Musatti Elia, avvocato || {{Pg|90#Venezia I|90}}
|-
|Venezia II || Venezia || Marcello N. U. conte Girolamo, capitano di fregata nella riserva navale|| {{Pg|90#Venezia II|90}}
|-
|Venezia III|| Venezia|| Fradeletto Antonio, professore ordinario nella R. Scuola superiore di commercio di Venezia, segretario generale della Esposizione imternazionale artistica di Venezia|| {{Pg|91#Venezia III|91}}
|-
|Verbicaro|| Cosenza|| De Novellis Fedele, dottore in legge, segretario onorario di legazione|| {{Pg|32#Verbicaro|32}}
|-
|Vercelli || Novara|| Abbiate Mario, avvocato|| {{Pg|61#Vercelli|61}}
|-
|Vergato|| Bologna|| Rava Luigi, avvocato, professore, ministro dell'istruzione pubblica || {{Pg|18#Vergato|18}}
|-
|Verolanuova|| Brescia|| Longinotti Giovanni Maria, dottore|| {{Pg|20#Verolanuova|20}}
|-
|Verona I || Verona|| Campostrini Giovanni Antonio, ingegnere|| {{Pg|91#Verona I|91}}
|-
|Verona II|| Verona|| Rossi Luigi, professore ordinario di diritto costituzionale nella R. Università di Bologna commissario generale (incaricato) della emigrazione|| {{Pg|91#Verona II|91}}
|-
|Verrès|| Torino|| Perron Camillo, ingegnere|| {{Pg|86#Verrès|86}}
|-
|Vicenza|| Vicenza|| Teso Antonio, avvocato || {{Pg|93#Vicenza|93}}
|-
|Vicopisano|| Pisa|| Sighieri Ettore, ingegnere|| {{Pg|69#Vicopisano|69}}
|-
|Vigevano|| Pavia|| Marazzani Ulisse|| {{Pg|66#Vigevano|66}}
|-
|Vignale|| Alessandria|| Ferraris Carlo Francesco, professore ordinario di diritto amministrativo e scienza dell’amministrazione nella R. Università di Padova|| {{Pg|7#Vignale|7}}
|-
|Vigone|| Torino|| Marsengo-Bastis Ignazio, avvocato|| {{Pg|86#Vigone|86}}
|-
|Vigonza || Padova|| Ottavi Edoardo, dottore in scienze agrarie || {{Pg|61#Vigonza|61}}
|-
|Villadeati|| Alessandria|| Borsarelli di Rifreddo marcheso Luigi || {{Pg|7#Villadeati|7}}
|-
|Villanova d’Asti|| Alessandria|| * Gazzelli di Rossana Augusto|| {{Pg|7#Villanova d’Asti|7}}
|-
|Vimercate|| Milano|| Carmine Pietro, ingegnere|| {{Pg|53#Vimercate|53}}
|-
|Viterbo|| Roma|| Canevari Alfredo, avvocato || {{Pg|7#Viterbo|7}}
|-
|Vittorio|| Treviso|| Pagani-Cesa Luigi, avvocato|| {{Pg|88#Vittorio|88}}
|-
|Voghera|| Pavia|| Negrotto-Cambiaso marchese Pierino, avvocati || {{Pg|66#Voghera|66}}
|-
|Volterra|| Pisa|| Ginori-Conti principe Piero dottore in scienze sociali, tenente di complemento di cavalleria|| {{Pg|7#Volterra|7}}
|-
|Voltri|| Genova|| Graffagni Angelo, avvocato|| {{Pg|40#Voltri|40}}
|-
|{{cs|C}} | <br/> '''{{larger|Z}}'''|| || ||
|-
|Zogno || Bergamo || Carugati Egildo, industriale || {{Pg|16#Zogno|16}}
|-
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Carlomorino
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{{Alfabetico collegi}}</noinclude>
|-
|Varese|| Como || * Bizzozero nob. Carlo, avvocato|| {{Pg|40#Varese|40}}
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|Vasto|| Chieti || Ciccarone Francesco, dottore in legge || {{Pg|29#Vasto|29}}
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|Velletri|| Roma || Ruspoli Romolo dei principi di Cerveteri|| {{Pg|77#Velletri|77}}
|-
|Venezia I || Venezia || Musatti Elia, avvocato || {{Pg|90#Venezia I|90}}
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|Venezia II || Venezia || Marcello N. U. conte Girolamo, capitano di fregata nella riserva navale|| {{Pg|90#Venezia II|90}}
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|Venezia III|| Venezia|| Fradeletto Antonio, professore ordinario nella R. Scuola superiore di commercio di Venezia, segretario generale della Esposizione imternazionale artistica di Venezia|| {{Pg|91#Venezia III|91}}
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Carlomorino
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text/x-wiki
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|- {
|colspan=11 class=t02| {{§|Vignale}} <br/> {{Wl|Q48803037|Collegio di Vignale}} (popolazione 65,922).
|- class=r1
|11266||8063|| '''Ferraris Carlo Francesco''' || ||{{sans-serif|'''4375'''}}||12063||8682|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q3659372|Ferraris Carlo Francesco}} '''}} || ||'''{{sans-serif|4633}}'''||{{sans-serif|'''16, 22 (U)'''}}
|- class=r1
| || || ''Vigna Annibale'' || ||3556|| || || '' {{Wl|Q27901784|Vigna Annibale}} '' '''<big>•</big>''' || ||3830||21
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Villadeati}} <br/> {{Wl|Q48803042|Collegio di Villadeati}} (popolazione 53,503).
|- class=r1
|10063||5984|| '''Borsarelli di Rifreddo Luigi''' || ||{{sans-serif|'''3934'''}}||10567||6227|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q21832783|Borsarelli di Rifreddo Luigi}} '''}} || ||'''{{sans-serif|3528}}'''|| {{nowrap|da {{sans-serif|'''17'''}} a {{sans-serif|''' 22 (U)'''}} }}
|- class=r1
| || || ''Rampini Giuseppe'' || ||1829|| || || ''Rampini Giuseppe'' || ||2219||
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Villanova d'Asti}} <br/> {{Wl|Q48803044|Collegio elettorale di Villanova d'Asti}} (popolazione 59,519).
|- class=r1
|8709||3700|| ''' {{Wl|Q563023|Villa Tommaso}} ''' || ||{{sans-serif|'''2824'''}}||8821||5739|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q63725312|Gazzelli di Rossana Augusto}} '''}} || ||'''{{sans-serif|3260}}'''||
|- class=r1
| || || ''Rosingana Oreste'' || ||589|| || || '' {{Wl|Q563023|Villa Tommaso}} '' || ||2233|| da 9 a 22 (U)
|- class=r1
| || || '' {{AutoreCitato|Enrico Ferri|Ferri Enrico}} '' || ||119|| || || || || ||
|- class=r1
| || || || || ||colspan=4 {{cs|L}} | <small>L'On. Gazzelli fu proclamato eletto dalla Giunta delle elezioni.</small> ||
|-
|colspan=11 class=t01|<br/> '''{{sans-serif|PROVINCIA DI ANCONA.}}'''
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Ancona}} <br/> {{Wl|Q48803339|Collegio di Ancona}} (popolazione 66,893).
|- class=r1
|6959||3878|| ''' {{Wl|Q3624606|Vecchini Arturo}} ''' || ||{{sans-serif|'''2007'''}}||7353||4518|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q63761466|Pacetti Domenico}} '''}} || ||'''{{sans-serif|2670}}'''||
|- class=r1
| || || '' {{Wl|Q63760827|Barilari Domenico}} '' || ||1453|| || || '' Vecchini Arturo '' || ||1746|| 22 (U)
|- class=r1
| || || '' {{Wl|Q3609857|Bocconi Alessandro}} '' || ||312|| || || || || ||
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Fabriano}} <br/> {{Wl|Q48802651|Collegio di Fabriano}} (popolazione 69,926).
|- class=r1
|4939||2582|| {{Wl|Q1119305|Stelluti-Scala Enrico}} || ||1796||5610||3604|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q3766712|Miliani Giov. Battista}} '''}} || ||'''{{sans-serif|2297}}'''||{{sans-serif|'''22 (U)'''}}
|- class=r1
| || || ''Pagliaro Francesco'' || ||632|| || || ''Bocci Decio'' || ||1165||
|- class=r1
| || || <br/>Elezione suppletiva del 14 maggio 1905, in seguito a decesso dell'eletto.{{Rule|4em|000|t=1|v=1}} || || || || || || || ||
|- class=r1
|4921||3164|| ''' {{Wl|Q3766712|Miliani Giov. Battista}} ''' || || {{sans-serif|'''1735'''}} || || || || || ||
|- class=r1
| || || ''Carletti Giampieri Giuseppe'' || ||804|| || || || || ||
|- class=r1
| || || ''Pagliaro Francesco'' || ||446|| || || || || ||
|- class=r1
| || || ''Colini Enrico'' || ||101|| || || || || ||
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Jesi}} <br/> {{Wl|Q48802732|Collegio di Jesi}} (popolazione 67,499).
|- class=r1
|5925||4316|| ''' {{Wl|Q63725501|Umani Augusto}} ''' ||<small>1º scrut.</small> ||1652||6911||5094|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q3609857|Bocconi Alessandro}} '''}} || <small>1º scrut.</small> ||1691||
|- class=r1
| ||<small>1º scrut.</small> || || {{nowrap|<small>2º scrut.</small>}} ||{{sans-serif|'''2291'''}}|| ||<small>1º scrut.</small> || || {{nowrap|<small>2º scrut.</small>}} ||{{sans-serif|'''2877'''}}||
|- class=r1
| ||4528 || || || || ||5264|| || || ||
|- class=r1
| ||{{nowrap|<small>2º scrut.</small>}} || '' {{Wl|Q4015415|Lollini Vittorio}} '' || <small>1º scrut.</small> ||1314|| ||{{nowrap|<small>2º scrut.</small>}} || '' {{Wl|Q63725501|Umani Augusto}} '' || <small>1º scrut.</small> ||1646||22 (U)
|- class=r1
| || || || <small>2º scrut.</small> ||2094|| || || || <small>2º scrut.</small> ||2226||
|- class=r1
| || || '' {{Wl|Q3659985|Del Balzo Carlo}} '' || <small>1º scrut.</small> ||1226|| || || ''Paletti Luigi'' || <small>1º scrut.</small> ||1551||
|- class=r1
| || ||<br/><small> L'On. Umani fa proclamato eletto dalla Giunta delle elezioni.</small> || || || || || || || ||
|-
<noinclude>|}</noinclude><noinclude></noinclude>
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Pagina:Statistica elezioni 1913 legislatura 24.djvu/55
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— 5 —|}}</noinclude>{| width= 100% style=font-size:.85em border=1
|- style=text-align:center
|colspan= 2|LEGISLATURA XXIII||colspan= 2|LEGISLATURA XXIV
|- style=text-align:center
|colspan= 2|Elezioni generali 7-14 marzo 1909 <br/> ed elezioni suppletive||Elezioni generali 26 ottobre— <br/> 2 novembre 1913
|- style=text-align:center
|colspan=4|PROVINCIA DI ALESSANDRIA. <br/> '''{{Wl|Q30891137|Collegio di Alessandria}}'''. <br/> (Comuni 1 — Sezioni 31 — Popolazione 78821).
|- style=text-align:center|
| colspan=2 |Iscritti 18 624 — Votanti 6 798.
| colspan=2 | Iscritti 18527 — Votanti 14038. <br/> Voti validamente espressi 13936.<br/>
|-
|{{Wl|Q21833082|Zerboglio Adolfo}} ||4860 |||{{sans-serif|'''Bonardi Edoardo <big>•</big> '''}}||7413
|-
|''Bonzi Gaspare'' ||2286|||''Ferrero Carlo'' ||6618
|-
|colspan=2|Elezioni 24-31 marzo 1912<br>in seguito<br/>alle dimissioni dell’on. Zerboglio.
|-
| colspan=2 style=text-align:center| Iscritti 13653 — Votanti 9376.
|-
|''Bonardi Edoardo'' ||4650
|-
|''Ferrero Carlo'' ||4541
|-
| colspan=2 style=text-align:center|Ballottaggio — Votanti 5390.
|-
|'''Ferrero Carlo''' ||4394
|-
|''Bonardi Edoardo'' ||90
|}
{| {{cc|tab1}} border=1
|-
|{{cc|c}}|LEGISLATURA XXIII||{{cc|c}}|LEGISLATURA XXIV
|-
|{{cc|c}}|Elezioni generali 7-14 marzo 1909 ed elezioni suppletive||{{cc|c}}|Elezioni generali 26 ottobre—2 novembre 1913
|-
|{{cc|c|2}}|PROVINCIA DI ALESSANDRIA.
|-
|{{cc|c|2}}|Collegio di Alessandria.
|-
|{{cc|c|2}}|(Comuni 1 — Sezioni 31 — Popolazione 78 821).
|-
| cella sinistra |
{|
|{{cc|c|2}}|Iscritti 18 624 — Votanti 6 798.
|-
|Zerboglio Adolfo ||4860
|-
|Bonsi Gaspare ||2286
|-
|{{cc|c|2}}|Elezioni 24-31 marzo 1912<br>alle dimissioni dell’on. Zerboglio.
|-
|{{cc|c|2}}|Iscritti 13 653 — Votanti 9376.
|-
|Bonardi Edoardo ||4650
|-
|Ferrero Carlo ||4541
|-
|{{cc|c|2}}|Ballottaggio — Votanti 5 390.
|-
|Ferrero Carlo ||4394
|-
|Bonardi Edoardo ||90
|}
| cella destra|
{|
|{{cc|c|2}}|Iscritti 18 527 — Votanti 14 038.
|-
|{{cc|c|2}}|Voti validamente espressi 13 936.
|-
|Bonardi Edoardo @ ||7413
|-
|Ferrero Carlo ||6618
|}
|}
<!--a
Collegio elettorale di Acqui.
(Comuni 39 — Sezioni 46 — Popolazione 74153.
Iscritti 9 329 — Votanti 5 615,
Ferraris Maggiorino 3336
Ottolenghi Raffaele 2148
Iscritti 17 566 — Votanti 13 970,
Voti validamente espressi 13 865.
Murialdi Luigi 7830
Ferraris Maggiorino 6630
Boidi Paolo 810
Porrati Ettore 189
Collegio di Asti.
(Comuni 16 — Sezioni 8 — Popolazione 64 8932).
Iscritti 9 726 — Votanti 5 665.
Giovanelli Edoardo 3491
Vigna Annibale 1926
Iscritti 16034 — Votanti 10 638.
Voti validamente espressi 10 498.
Glevanelli Edoardo 5383
Vigna Annibale % 4941
Morgari Oddino * 189
Collegio di Capriata d’Orba.
(Comuni 27 — Sezioni 88 — Popolazione 61 799).
Iscritti 9 495 — Votanti 6 416.
Schiavina Giuseppe 1 664
Lusena Gustavo 1107
Brizzolesi Enrico
Iscritti 15 959 — Votanti 10548.
Voti validamente espressi 10451.
Brizzolesi Enrico 5715
Lusena Gustavo 4580
Collegio di Casale Monferrato.
(Comuni 15 — Sezioni 88 — Popolazione 65 818).
Iscritti 9 874 — Votanti 7 193.
Battaglieri Augusto. 3 655
Garoglio Diego 8886
Iscritti 18 901 — Votanti 18 969.
Voti validamente espressi 13 888,
Battagliori Augusto 7483
Garoglio Diego 6404
Alessandria.
LEGISLATURA XXIII LEGISLATURA XXIV
Elezioni generali 7-14 marzo 1909 Elezioni generali 26 ottobre
ed elezioni suppletive 2 novembre 1913
Segue Provincia di ALESSANDRIA.
Collegio di Nizza Monferrato.
(Comuni 27 — Sezioni 41 — Popolazione 76 183).
Iscritti 20 343 - Votanti 12 446.
Vot! validamente eapressi 12 28%.
Buccelll Vittorio . . . 9 13!
Quario Ernesto. . . 8 1560
Iecritt! 13 2350 — Votanti 3 678,
Buccelli Vittorio 4800
Cocito Francesco 2875
Quario Ernesto 886
Collegio di Novi Ligure.
(Comuni 33 — Sezioni 35 — Popolazione 64 471).
Iscritti 16 420 — Votanti 11 716.
Voti validamente espressi 11 645.
Delle Piane Francesco . 6 952
Parodi Luigi 4064
Cavallera Giuseppe 683
Jecritt) 6 856 — Votantl 4 741.
Raggio Carlo (r) 3975
Gallino Natale... 68
Collegio di Oviglio.
(Comunt 22 — Sezion! 33 — Fopolasiono 56 37%).
Tecritti 16110 — Votanti 11 330
Voti validamente caprossi 11 247,
Solerati Cleto. .. . . 6 472
Morino Stefano. .
fecritti 12 917 — Votanti 7 837.
. 4280
. 3262
Medici Francesco . .
Piccarolo Antonio,
Elezioni :
del 26 febbraio-5 marzo 1911
in seguito alla morte
dell’on. Medici.
Tecritti 13 193 — Votantl 8 467,
Prigione Luigi . . . . 2961
De Vecchi Giuseppe 2923
Pugliese Giulio 2426
Ballottaggio — Votanti 9147.
De Vecchi Giuseppe 4926
Prigione Luigi 4096
Elezioni 11-18 maggio 1913
in seguito
alla morte dell'on. De Vecchi.
Iscritti 18 296 — Votanti 7 933.
Sciorati Cleto 2958
Prigione Luigi 23285
Gallia Pietro 15696
Morino Stefano 906
Ballottaggio — Votanti 8521.
Sciorati Cleto 4557
Prigione Luigi 8722
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|- style=text-align:center
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|- style=text-align:center
|colspan= 2|Elezioni generali 7-14 marzo 1909 <br/> ed elezioni suppletive||Elezioni generali 26 ottobre— <br/> 2 novembre 1913
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|- style=text-align:center|
| colspan=2 |Iscritti 18 624 — Votanti 6 798.
| colspan=2 | Iscritti 18527 — Votanti 14038. <br/> Voti validamente espressi 13936.<br/>
|-
|{{Wl|Q21833082|Zerboglio Adolfo}} ||4860 |||{{sans-serif|'''Bonardi Edoardo <big>•</big> '''}}||7413
|-
|''Bonzi Gaspare'' ||2286|||''Ferrero Carlo'' ||6618
|-
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|-
| colspan=2 style=text-align:center| Iscritti 13653 — Votanti 9376.
|-
|''Bonardi Edoardo'' ||4650
|-
|''Ferrero Carlo'' ||4541
|-
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|-
|'''Ferrero Carlo''' ||4394
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|''Bonardi Edoardo'' ||90
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|Bonardi Edoardo ||4650
|-
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|-
|Ferrero Carlo ||4394
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|Bonardi Edoardo ||90
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| cella destra|
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|-
|Bonardi Edoardo @ ||7413
|-
|Ferrero Carlo ||6618
|}
|}
<!--a
Collegio elettorale di Acqui.
(Comuni 39 — Sezioni 46 — Popolazione 74153.
Iscritti 9 329 — Votanti 5 615,
Ferraris Maggiorino 3336
Ottolenghi Raffaele 2148
Iscritti 17 566 — Votanti 13 970,
Voti validamente espressi 13 865.
Murialdi Luigi 7830
Ferraris Maggiorino 6630
Boidi Paolo 810
Porrati Ettore 189
Collegio di Asti.
(Comuni 16 — Sezioni 8 — Popolazione 64 8932).
Iscritti 9 726 — Votanti 5 665.
Giovanelli Edoardo 3491
Vigna Annibale 1926
Iscritti 16034 — Votanti 10 638.
Voti validamente espressi 10 498.
Glevanelli Edoardo 5383
Vigna Annibale % 4941
Morgari Oddino * 189
Collegio di Capriata d’Orba.
(Comuni 27 — Sezioni 88 — Popolazione 61 799).
Iscritti 9 495 — Votanti 6 416.
Schiavina Giuseppe 1 664
Lusena Gustavo 1107
Brizzolesi Enrico
Iscritti 15 959 — Votanti 10548.
Voti validamente espressi 10451.
Brizzolesi Enrico 5715
Lusena Gustavo 4580
Collegio di Casale Monferrato.
(Comuni 15 — Sezioni 88 — Popolazione 65 818).
Iscritti 9 874 — Votanti 7 193.
Battaglieri Augusto. 3 655
Garoglio Diego 8886
Iscritti 18 901 — Votanti 18 969.
Voti validamente espressi 13 888,
Battagliori Augusto 7483
Garoglio Diego 6404
Alessandria.
LEGISLATURA XXIII LEGISLATURA XXIV
Elezioni generali 7-14 marzo 1909 Elezioni generali 26 ottobre
ed elezioni suppletive 2 novembre 1913
Segue Provincia di ALESSANDRIA.
Collegio di Nizza Monferrato.
(Comuni 27 — Sezioni 41 — Popolazione 76 183).
Iscritti 20 343 - Votanti 12 446.
Vot! validamente eapressi 12 28%.
Buccelll Vittorio . . . 9 13!
Quario Ernesto. . . 8 1560
Iecritt! 13 2350 — Votanti 3 678,
Buccelli Vittorio 4800
Cocito Francesco 2875
Quario Ernesto 886
Collegio di Novi Ligure.
(Comuni 33 — Sezioni 35 — Popolazione 64 471).
Iscritti 16 420 — Votanti 11 716.
Voti validamente espressi 11 645.
Delle Piane Francesco . 6 952
Parodi Luigi 4064
Cavallera Giuseppe 683
Jecritt) 6 856 — Votantl 4 741.
Raggio Carlo (r) 3975
Gallino Natale... 68
Collegio di Oviglio.
(Comunt 22 — Sezion! 33 — Fopolasiono 56 37%).
Tecritti 16110 — Votanti 11 330
Voti validamente caprossi 11 247,
Solerati Cleto. .. . . 6 472
Morino Stefano. .
fecritti 12 917 — Votanti 7 837.
. 4280
. 3262
Medici Francesco . .
Piccarolo Antonio,
Elezioni :
del 26 febbraio-5 marzo 1911
in seguito alla morte
dell’on. Medici.
Tecritti 13 193 — Votantl 8 467,
Prigione Luigi . . . . 2961
De Vecchi Giuseppe 2923
Pugliese Giulio 2426
Ballottaggio — Votanti 9147.
De Vecchi Giuseppe 4926
Prigione Luigi 4096
Elezioni 11-18 maggio 1913
in seguito
alla morte dell'on. De Vecchi.
Iscritti 18 296 — Votanti 7 933.
Sciorati Cleto 2958
Prigione Luigi 23285
Gallia Pietro 15696
Morino Stefano 906
Ballottaggio — Votanti 8521.
Sciorati Cleto 4557
Prigione Luigi 8722
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|- style=text-align:center|
| colspan=2 |Iscritti 18 624 — Votanti 6 798.
| colspan=2 | Iscritti 18527 — Votanti 14038. <br/> Voti validamente espressi 13936.<br/>
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|''Bonzi Gaspare'' ||2286|||''Ferrero Carlo'' ||6618
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|''Ferrero Carlo'' ||4541
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|-
|Ferrero Carlo ||6618
|}
|}
<!--a
Collegio elettorale di Acqui.
(Comuni 39 — Sezioni 46 — Popolazione 74153.
Iscritti 9 329 — Votanti 5 615,
Ferraris Maggiorino 3336
Ottolenghi Raffaele 2148
Iscritti 17 566 — Votanti 13 970,
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Murialdi Luigi 7830
Ferraris Maggiorino 6630
Boidi Paolo 810
Porrati Ettore 189
Collegio di Asti.
(Comuni 16 — Sezioni 8 — Popolazione 64 8932).
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Giovanelli Edoardo 3491
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Iscritti 16034 — Votanti 10 638.
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Glevanelli Edoardo 5383
Vigna Annibale % 4941
Morgari Oddino * 189
Collegio di Capriata d’Orba.
(Comuni 27 — Sezioni 88 — Popolazione 61 799).
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Collegio di Casale Monferrato.
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Battaglieri Augusto. 3 655
Garoglio Diego 8886
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Battagliori Augusto 7483
Garoglio Diego 6404
Alessandria.
LEGISLATURA XXIII LEGISLATURA XXIV
Elezioni generali 7-14 marzo 1909 Elezioni generali 26 ottobre
ed elezioni suppletive 2 novembre 1913
Segue Provincia di ALESSANDRIA.
Collegio di Nizza Monferrato.
(Comuni 27 — Sezioni 41 — Popolazione 76 183).
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Buccelll Vittorio . . . 9 13!
Quario Ernesto. . . 8 1560
Iecritt! 13 2350 — Votanti 3 678,
Buccelli Vittorio 4800
Cocito Francesco 2875
Quario Ernesto 886
Collegio di Novi Ligure.
(Comuni 33 — Sezioni 35 — Popolazione 64 471).
Iscritti 16 420 — Votanti 11 716.
Voti validamente espressi 11 645.
Delle Piane Francesco . 6 952
Parodi Luigi 4064
Cavallera Giuseppe 683
Jecritt) 6 856 — Votantl 4 741.
Raggio Carlo (r) 3975
Gallino Natale... 68
Collegio di Oviglio.
(Comunt 22 — Sezion! 33 — Fopolasiono 56 37%).
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Voti validamente caprossi 11 247,
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Piccarolo Antonio,
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del 26 febbraio-5 marzo 1911
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<< % Apre Canto e Piano
%Rigo accordi e tastiera (quando sarà possibile per ukulele)
<<
\new ChordNames { \chordmode {
%rigo accordi 1.1
\partial 4 s4|
s1*3/4*7|s2
%rigo accordi 1.2
s4|
f2.\startTextSpan|
bes2.\stopTextSpan \startTextSpan|f2.\stopTextSpan|
\break
%rigo accordi 1.3
s2.|
c2.:7\startTextSpan|
bes2.\stopTextSpan \startTextSpan|
f2.\stopTextSpan|
\break
%rigo accordi 1.4
s2.|s2.|
bes2.\startTextSpan|
f2.\stopTextSpan|
\break
%rigo accordi 2.5
} %Chiude Chordmode dei Names
}%Chiude ChordNames
\new FretBoards { \chordmode {
%non imposta le 4 corde per l'ukulele pure riconoscendo gli accordi.Pare che il motore di rendering di WS sia bloccato su una configurazione predefinita per chitarra
} %Chiude Chordmode dei fretboards
}%Chiude Fretboards
>>
\new Staff = "Canto" \with {
%instrumentName = \markup { \italic "ALLEGRO" }
% Se vuoi che appaia anche nei righi successivi:
%shortInstrumentName = \markup { \italic "Can." }
}
\relative c' {
\clef treble
\key aes \major
\time 3/4
%rigo canto 1.1
\tempo 4=104
%rigo canto 1.1
\partial 4 s4|
s1*3/4*7|s2
%rigo canto 1.2
c'8\noBeam b|
c4 ees, e|
f aes bes|
c aes2_(
\break
%rigo canto 1.3
aes4) r b8\noBeam c|
ees4 des c|
des aes bes|
c2.^(|
%rigo canto 1.4
c4 )r c8\noBeam b|
c4 ees, e|
f aes bes|
c4 aes2|
\break
%rigo canto 2.5
}%Chiude relative Canto
\addlyrics {
There’s a lit -- tle gray home in the west, dear,
Where it’s laugh -- ter and joy the day trough,
There’s an old win -- ding lane strew with ro -- ses;
}
\addlyrics {
There’s an old bab -- bling brook ev -- er flow -- ing,
And the mor -- ning is fra -- grant with dew,
Oh! it’s God’s Coun -- try, dear and I love it;
}
%Chiude new staff canto
\new PianoStaff
<<
\new Staff="up" {
\set PianoStaff.connectArpeggios = ##t
\clef treble
\key aes \major
\time 3/4
\relative c' {
%rigo up 1.1
\partial 4 <c' ees,>8^(_( ^\markup{\bold "Introd. Valse Moderato"}<b d,>|
<c ees,>4 <ees, c> <e c>|
<f des!><aes des,> <bes fes des>|
<c ees,> <aes c,>2))~|
<aes c,>2^(_( <bes des,>8 <c ees,>|
<ees g,>2))^(_( <ees g,>8 <d fis,>|
<<{des!2 c4)}
\\
{f,4 fes ees)}
>>|
<aes ees c>4\arpeggio <c aes ees c>\arpeggio <ees c aes ees>\arpeggio|
<aes ees c aes>2^\fermata\arpeggio \bar "||"
\break
%rigo up 1.2
<c,^( ees,>8 _\p <b d,>|<c ees,>4 <ees, c> <e c>|<f des!> <aes des,> <bes fes des>|<c ees,>) <aes c,>2^\((|
%rigo up 1.3
^\))<aes c,>2 <b d,>8^\( <c ees,>|
<<{ees4 des c} \\ {g8_\( ges f fes ees4\)}>>|
<des' aes f>4 <aes des,> <bes fes des>\)|
<c ees,>2.~|
\break
%rigo up 1.4
<c ees,>2 <c ees,>8 ^\( _\< <b d>|
<c ees,>4 <ees, c>\! <e c>|
<f des>4 <aes des,>_\><bes fes des>^\)|
\cadenzaOn<c ees,><aes^( c,_(>2 \! s16))\cadenzaOff \bar "|"
%rigo up 2.5
} %Chiude relative Up
}%Chiude New Staff Down
\new Staff = "down" {
\clef bass
\key aes \major
\time 3/4
\relative c{
%rigo down 1.1
\partial 4 r4|
aes4( aes' g8 ges|
f2) <des des,>4|
aes4^( ees'8 f aes bes|
c4 aes) r4|
<<{r4 <bes g c,> s4| r4 <bes g c,><bes g c,>}
\\
{<ees, ees,>2 r4|<ees ees,>2.}
>>
<aes aes,>4\arpeggio <ees ees,>\arpeggio <c c,>\arpeggio|
<aes aes,>2\arpeggio^\fermata \bar "||"
%rigo down 1.2
r4|aes^( aes' g8 ges|f2) <des des,>4|aes4^\( ees'8 f aes bes
%rigo down 1.3
c4 aes\) r4|
<g bes, ees,>2.\arpeggio|
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aes4^( c8 ees f aes|
\break
%rigo down 1.4
c4 ees,) r|
aes,^( aes' g8 ges|
des2) <des des,>4|
\cadenzaOn aes4^( ees'8[ f aes bes ]s1024)\cadenzaOff \bar "|"
\break
%rigo down 2.5
} %Chiude relative low
}%Chiude Staff low
>>%Fine Base Piano
>> %Chiude Canto e Piano
\layout {
\context {
\ChordNames
\override ChordName.font-series = #'bold
chordChanges = ##t
% Abilitiamo l'incisore delle linee di testo
\consists "Text_spanner_engraver"
% Configurazione linea continua
\override TextSpanner.style = #'line
\override TextSpanner.thickness = #2
\override TextSpanner.bound-details.left.padding = #3.5
\override TextSpanner.bound-details.right.padding = #1.5
% Posizionamento verticale (0.5 è l'altezza media delle lettere)
\override TextSpanner.bound-details.left.Y = #0.6
\override TextSpanner.bound-details.right.Y = #0.6
}
\context {
\Staff \RemoveAllEmptyStaves
}
\context {
\PianoStaff
\consists "Span_stem_engraver"
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\context{
\Staff
\consists "Slur_engraver"
\consists "Span_arpeggio_engraver"
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\context{
\Voice
\remove "Slur_engraver"
}
indent = 3\cm
%short-indent = 2\cm
ragged-right = ##f
ragged-last = ##f
}
\midi { }
</score><noinclude><references/>{{centrato|{{x-smaller|
Copyright MCMXXV by Harold Dixon Music Publishr. 1595 Broadway, New York, N. Y.<br>
B. Feldman % Co. 125 Shaftesbury Ave., London W. C. 2 Eng. J. Albert & Son, Sidney, A.<br>
Presto Music verlag, Germany. Tranval Music Supply, Johannesburg, S.A.<br>
Propietad Aseguada Para la Republica Mexicana MCMXXV Todos Los derechos Reservados.}}}}
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Pic57
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|||3}}</noinclude>{{Ct|f=200%|’Till The End O’ The World With You}}
{|width=100%
|{{cs|C}} width=30%|Words by<br/>CLAUDE SACRE ||{{FI
|file = 'Till The End O' The World With You (page 3 crop).jpg
|width = 80%
|alt = Tune Ukulele with Piano. Put Uke Cqpo on 1st Fret
}}||{{cs|C}} width=35%|Music by<br/>HAROLD DIXON<br/>{{xx-smaller|''Comp. of “Call Me Back Pal O’ Mine”''}}
|}
<score sound=1>
<< % Apre Canto e Piano
%Rigo accordi e tastiera (quando sarà possibile per ukulele)
<<
\new ChordNames { \chordmode {
%rigo accordi 1.1
\partial 4 s4|
s1*3/4*7|s2
%rigo accordi 1.2
s4|
f2.\startTextSpan|
bes2.\stopTextSpan \startTextSpan|f2.\stopTextSpan|
\break
%rigo accordi 1.3
s2.|
c2.:7\startTextSpan|
bes2.\stopTextSpan \startTextSpan|
f2.\stopTextSpan|
\break
%rigo accordi 1.4
s2.|s2.|
bes2.\startTextSpan|
f2.\stopTextSpan|
\break
%rigo accordi 2.5
} %Chiude Chordmode dei Names
}%Chiude ChordNames
\new FretBoards { \chordmode {
%non imposta le 4 corde per l'ukulele pure riconoscendo gli accordi.Pare che il motore di rendering di WS sia bloccato su una configurazione predefinita per chitarra
} %Chiude Chordmode dei fretboards
}%Chiude Fretboards
>>
\new Staff = "Canto" \with {
%instrumentName = \markup { \italic "ALLEGRO" }
% Se vuoi che appaia anche nei righi successivi:
%shortInstrumentName = \markup { \italic "Can." }
}
\relative c' {
\clef treble
\key aes \major
\time 3/4
%rigo canto 1.1
\tempo 4=104
%rigo canto 1.1
\partial 4 s4|
s1*3/4*7|s2
%rigo canto 1.2
c'8\noBeam b|
c4 ees, e|
f aes bes|
c aes2_(
\break
%rigo canto 1.3
aes4) r b8\noBeam c|
ees4 des c|
des aes bes|
c2.^(|
%rigo canto 1.4
c4 )r c8\noBeam b|
c4 ees, e|
f aes bes|
c4 aes2|
\break
%rigo canto 2.5
}%Chiude relative Canto
\addlyrics {
There’s a lit -- tle gray home in the west, dear,
Where it’s laugh -- ter and joy the day trough,
There’s an old win -- ding lane strew with ro -- ses;
}
\addlyrics {
There’s an old bab -- bling brook ev -- er flow -- ing,
And the mor -- ning is fra -- grant with dew,
Oh! it’s God’s Coun -- try, dear and I love it;
}
%Chiude new staff canto
\new PianoStaff
<<
\new Staff="up" {
\set PianoStaff.connectArpeggios = ##t
\clef treble
\key aes \major
\time 3/4
\relative c' {
%rigo up 1.1
\partial 4 <c' ees,>8^(_( ^\markup{\bold "Introd. Valse Moderato"}<b d,>|
<c ees,>4 <ees, c> <e c>|
<f des!><aes des,> <bes fes des>|
<c ees,> <aes c,>2))~|
<aes c,>2^(_( <bes des,>8 <c ees,>|
<ees g,>2))^(_( <ees g,>8 <d fis,>|
<<{des!2 c4)}
\\
{f,4 fes ees)}
>>|
<aes ees c>4\arpeggio <c aes ees c>\arpeggio <ees c aes ees>\arpeggio|
<aes ees c aes>2^\fermata\arpeggio \bar "||"
\break
%rigo up 1.2
<c,^( ees,>8 _\p <b d,>|<c ees,>4 <ees, c> <e c>|<f des!> <aes des,> <bes fes des>|<c ees,>) <aes c,>2^\((|
%rigo up 1.3
^\))<aes c,>2 <b d,>8^\( <c ees,>|
<<{ees4 des c} \\ {g8_\( ges f fes ees4\)}>>|
<des' aes f>4 <aes des,> <bes fes des>\)|
<c ees,>2.~|
\break
%rigo up 1.4
<c ees,>2 <c ees,>8 ^\( _\< <b d>|
<c ees,>4 <ees, c>\! <e c>|
<f des>4 <aes des,>_\><bes fes des>^\)|
\cadenzaOn<c ees,><aes^( c,_(>2 \! s16))\cadenzaOff \bar "|"
%rigo up 2.5
} %Chiude relative Up
}%Chiude New Staff Down
\new Staff = "down" {
\clef bass
\key aes \major
\time 3/4
\relative c{
%rigo down 1.1
\partial 4 r4|
aes4( aes' g8 ges|
f2) <des des,>4|
aes4^( ees'8 f aes bes|
c4 aes) r4|
<<{r4 <bes g c,> s4| r4 <bes g c,><bes g c,>}
\\
{<ees, ees,>2 r4|<ees ees,>2.}
>>
<aes aes,>4\arpeggio <ees ees,>\arpeggio <c c,>\arpeggio|
<aes aes,>2\arpeggio^\fermata \bar "||"
%rigo down 1.2
r4|aes^( aes' g8 ges|f2) <des des,>4|aes4^\( ees'8 f aes bes
%rigo down 1.3
c4 aes\) r4|
<g bes, ees,>2.\arpeggio|
<des^( des,_(>4 <f f,> <des des,>))|
aes4^( c8 ees f aes|
\break
%rigo down 1.4
c4 ees,) r|
aes,^( aes' g8 ges|
des2) <des des,>4|
\cadenzaOn aes4^( ees'8[ f aes bes ] \hideNotes c16)\cadenzaOff \bar "|"
\break
%rigo down 2.5
} %Chiude relative low
}%Chiude Staff low
>>%Fine Base Piano
>> %Chiude Canto e Piano
\layout {
\context {
\ChordNames
\override ChordName.font-series = #'bold
chordChanges = ##t
% Abilitiamo l'incisore delle linee di testo
\consists "Text_spanner_engraver"
% Configurazione linea continua
\override TextSpanner.style = #'line
\override TextSpanner.thickness = #2
\override TextSpanner.bound-details.left.padding = #3.5
\override TextSpanner.bound-details.right.padding = #1.5
% Posizionamento verticale (0.5 è l'altezza media delle lettere)
\override TextSpanner.bound-details.left.Y = #0.6
\override TextSpanner.bound-details.right.Y = #0.6
}
\context {
\Staff \RemoveAllEmptyStaves
}
\context {
\PianoStaff
\consists "Span_stem_engraver"
}
\context{
\Staff
\consists "Slur_engraver"
\consists "Span_arpeggio_engraver"
}
\context{
\Voice
\remove "Slur_engraver"
}
indent = 3\cm
%short-indent = 2\cm
ragged-right = ##f
ragged-last = ##f
}
\midi { }
</score><noinclude><references/>{{centrato|{{x-smaller|
Copyright MCMXXV by Harold Dixon Music Publishr. 1595 Broadway, New York, N. Y.<br>
B. Feldman % Co. 125 Shaftesbury Ave., London W. C. 2 Eng. J. Albert & Son, Sidney, A.<br>
Presto Music verlag, Germany. Tranval Music Supply, Johannesburg, S.A.<br>
Propietad Aseguada Para la Republica Mexicana MCMXXV Todos Los derechos Reservados.}}}}
{{x-smaller|{{PieDiPagina|International Copyright Secured|Made in U.S.A.|All Rights Reserved}}}}</noinclude>
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Pagina:Statistica elezioni 1909 legislatura 23.djvu/75
108
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3662106
2026-06-06T15:01:07Z
Carlomorino
42
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— 41 —|''Genova''}}</noinclude>{{pt|{{Elezioni 1909 1}}}}
|- {
|colspan=11 class=t02| {{§|San Pier d’Arena}} <br/> {{Wl|Q48802288|Collegio di San Pier d’Arena}} (popolazione 79,219).
|- class=r1
|7189||5118|| ''' {{Wl|Q63881647|Botteri Giov. Battista}} ''' || <small>1º scrut.</small> ||2412||9598||6261|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q19930578|Chiesa Pietro}} '''}} || <small>1º scrut.</small> ||2909|| {{sans-serif|'''21, 22'''}}
|- class=r1
| ||<small>1º scrut.</small>|| || {{nowrap|<small>2º scrut.</small>}} ||{{sans-serif|'''2924'''}}|| ||<small>1º scrut.</small>|| || {{nowrap|<small>2º scrut.</small>}} ||{{sans-serif|'''3716'''}}||
|- class=r1
| ||5557|| || || || ||7302|| || || ||
|- class=r1
| || {{nowrap|<small>2º scrut.</small>}} || ''Chiesa Pietro'' || <small>1º scrut.</small> ||2114|| || {{nowrap|<small>2º scrut.</small>}} || ''Botteri Giov. Battista'' || <small>1º scrut.</small> ||2880|| 22 (U)
|- class=r1
| || || || <small>2º scrut.</small> ||2432|| || || || <small>2º scrut.</small> ||3582||
|- class=r1
| || || ''Derchi Luigi'' || <small>1º scrut.</small> ||393|| || || ''Mazzaferro Giov. Battista'' || <small>1º scrut.</small> ||266||
|- class=r1
| || || || || ||colspan=4 {{cs|L}}| <br/> <small>Il numero dei votanti al 1º scrutinio fu comunicato dal Prefetto di Genova.</small>|| ||
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Pontedecimo}} <br/> {{Wl|Q48802968|Collegio di Pontedecimo}} (popolazione 51,3153).
|- class=r1
|7203||4807|| '''Gallino Natale''' || ||{{sans-serif|'''4117'''}}||7939||4545|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q63953621|Gallino Natale}} '''}} '''<big>•</big>''' || ||{{sans-serif|'''3857'''}}|| {{sans-serif|'''22 (U)'''}}
|- class=r1
| || || ''Biasotti Angelo'' || ||441|| || || ''Biasotti Angelo'' || ||682||
|- class=r1
| || || || || ||colspan=4 {{cs|L}}| <br/> <small>I dati furono comunicati dal Prefetto di Genova.</small> || ||
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Recco}} <br/> {{Wl|Q48802993|Collegio di Recco}} (popolazione 63,349).
|- class=r1
|6190||2084|| Bettòlo Giovanni || ||1897||6510||2804|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q3107103|Bettòlo Giovanni}} '''}} '''<big>•</big>''' || ||{{sans-serif|'''1902'''}}|| {{nowrap| da {{sans-serif|'''17'''}} a {{sans-serif|'''22 (U)'''}} }}
|- class=r1
| || || ''{{AutoreCitato|Filippo Turati|Turati Filippo}}'' || ||104|| || || ''Lo Jacono Luigi'' || ||585||
|- class=r1
| || || || || || || || ''Bandi Angelo'' || ||270||
|- class=r1
| || || || || ||colspan=4 {{cs|L}} | <br/> <small>I dati furono comunicati dal Prefetto di Genova.</small>
|- class=r1
| || || <br/> Elezione suppletiva del 2 febbraio 1906 in seguito a decadenza dell'eletto per promozione. {{Rule|4em|000|t=1|v=1}}|| ||
|- class=r1
|6259||2309|| '''Bettòlo Giovanni''' || ||{{sans-serif|'''2012'''}}
|- class=r1
| || || ''Massone Gian Enrico'' || ||266
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Rapallo}} <br/> {{Wl|Q48802986|Collegio di Rapallo}} (popolazione 51,594).
|- class=r1
|4738||1828|| '''Cavagnari Carlo''' || ||{{sans-serif|'''1652'''}}||4857||1411|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q63750080|Cavagnari Carlo}} '''}} || ||{{sans-serif|'''1282'''}}|| da {{sans-serif|'''18'''}} a {{sans-serif|'''22 (U)'''}}
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Chiavari}} <br/> {{Wl|Q48803228|Collegio di Chiavari}} (popolazione 53,246).
|- class=r1
|5438||2910|| '''Costa-Zenoglio Rolando''' || ||{{sans-serif|'''2431'''}}||5725||2968|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q63969082|Costa-Zenoglio Rolando}} '''}} || ||{{sans-serif|'''2294'''}}|| da {{sans-serif|'''20'''}} a {{sans-serif|'''22 (U)'''}}
|- class=r1
| || || '' {{AutoreCitato|Enrico Ferri|Ferri Enrico }} '' || ||2276|| || || ''Mariani Francesco'' || ||585||
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Levanto}} <br/> {{Wl|Q48802760|Collegio di Levanto}} (popolazione 63,884).
|- class=r1
|7249||4757|| '''Fiamberti Massimo''' || ||{{sans-serif|'''3239'''}}||7728||4564|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q63952625|Fiamberti Massimo}} '''}} || ||{{sans-serif|'''3185'''}}|| da {{sans-serif|'''19'''}} a {{sans-serif|'''22 (U)'''}}
|- class=r1
| || || '' {{Wl|Q63765246|Farina Emilio}} '' || ||983|| || || ''Scotti Carlo'' || ||1073||
|- class=r1
| || || '' {{Wl|Q63720511|Pellegrini Antonio}} '' || ||228|| || || ''Riggini Ugo'' || ||50||
|- class=r1
| || || '' {{AutoreCitato|Enrico Ferri|Ferri Enrico }} '' || ||60||colspan=4 {{cs|L}}| <br/> <small>Il numero degli elettori iscritti riguarda l'intero collegio; il numero dei votanti e quello del voti conseguiti dai candidati non comprendono invece 1 risultati della votazione avvenuta nella 3ª sezione di Arcola, la quale conta 163 elettori.</small> ||
|-
<noinclude>|}</noinclude><noinclude></noinclude>
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Pagina:Statistica elezioni 1909 legislatura 23.djvu/76
108
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3664680
2026-06-06T15:20:47Z
Carlomorino
42
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione|''Genova—Girgenti''.|— 42 —|}}</noinclude>{{pt|{{Elezioni 1909 1}}}}
|- {
|colspan=11 class=t02| {{§|Spezia}} <br/> {{Wl|Q48803121|Collegio di Spezia}} (popolazione 105,798).
|- class=r1
|7654||4744|| {{Wl|Q23765601|De Nobili Prospero}} || ||3429||8668||4952|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q63885798|Doria Giorgio}} '''}} || ||{{sans-serif|'''2698'''}}||
|- class=r1
| || || ''{{AutoreCitato|Enrico Ferri|Ferri Enrico}}'' || ||1024|| || || ''{{Wl|Q23765601|De Nobili Prospero}}'' || ||2106|| {{cs|L}}| da 20 a 22 (U)
|- class=r1
| || || ''{{Wl|Q137847586|Mosti Olimpio}}'' || ||203|| || || || || ||
|- class=r1
| || || <br/> Elezione suppletiva del 14 giugno 1908, in seguito a dimissioni dell'eletto. {{Rule|4em|000|t=1|v=1}} || || || || || || || ||
|- class=r1
|8770||4306|| '''De Nobili Prospero''' || ||{{sans-serif|'''3047'''}}|| || || || || ||
|- class=r1
| || || ''Vacca Vittorio'' || ||384|| || || || || ||
|- class=r1
| || || ''Beccari Costantino'' || ||94|| || || || || ||
|-
|colspan=11 class=t01|<br/> '''{{sans-serif|PROVINCIA DI GIRGENTI.}}'''
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Girgenti}} <br/> {{Wl|Q48803337|Collegio di Girgenti}} (popolazione 68,498).
|- class=r1
|3123||2172|| {{Wl|Q3560902|Gallo Nicolò}} || ||1897||3954||2448|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q63927853|Gallo Gregorio}} '''}} || ||{{sans-serif|'''2413'''}}|| {{sans-serif|'''22 (U)'''}}
|- class=r1
| || || ''{{AutoreCitato|Enrico Ferri|Ferri Enrico}}'' || ||138|| || || || || ||
|- class=r1
| || || '' {{Wl|Q4002449|Ubaldo Comandini}} '' || ||71|| || || || || ||
|- class=r1
| || || <br/> Elezione suppletiva del 7 aprile 1907, in seguito a decesso dell'eletto.{{Rule|4em|000|t=1|v=1}} || || || || || || || ||
|- class=r1
|3457||2680|| Gallo Gregorio || ||1743|| || || || || ||
|- class=r1
| || || '' {{Wl|Q3750630|Scaduto Francesco}} '' || ||935|| || || || || ||
|- class=r1
| || || {{cs|C}}| <br/> Elezioni suppletive successive, <br/><small>in seguito ad annullamento per ineleggibilità dell’eletto<br/> (mancanza dell’età legale).</small> <br/> 9 giugno 1907. || || || || || || || ||
|- class=r1
|3457||2588|| Gallo Gregorio || ||1642|| || || || || ||
|- class=r1
| || || ''Scaduto Francesco'' || ||924|| || || || || ||
|- class=r1
| || || <br/> <small>L'On. Gallo Gregorio fu proclamato eletto dalla Giunta delle elezioni.</small> || || || || || || || ||
|- class=r1
| || || {{cs|C}}| 4 agosto 1907. || || || || || || || ||
|- class=r1
|3667||2526|| Gallo Gregorio || ||1626|| || || || || ||
|- class=r1
| || || ''Scaduto Francesco'' || ||881|| || || || || ||
|- class=r1
| || ||{{cs|C}}| 8 marzo 1908. || || || || || || || ||
|- class=r1
|3666||2389|| Gallo Gregorio || ||2281|| || || || || ||
|- class=r1
| || ||{{cs|C}}| 26 aprile 1908. || || || || || || || ||
|- class=r1
|3663||2278|| '''Gallo Gregorio''' || ||{{sans-serif|'''2261'''}}|| || || || || ||
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Canicattì}} <br/> {{Wl|Q48802480|Collegio di Canicattì}} (popolazione 63,879).
|- class=r1
|2827||2230|| ''' {{Wl|Q21914816|De Luca Ippolito Onorio}} ''' || ||{{sans-serif|'''1202'''}}||4279||3172|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q63758775|Gangitano Cesare}} '''}} || ||{{sans-serif|'''1662'''}}||
|- class=r1
| || || ''Marchesano Giuseppe'' || ||1000|| || || '' {{Wl|Q27916041|Marchesano Giuseppe}} '' || ||1466|| (21)
|- class=r1
| || || <br/> <small>L'On. De Luca non posò la candidatura nelle elezioni generali del 1909.</small> || || || || || || || ||
|-
<noinclude>|}</noinclude><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/404
108
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Alex brollo
1615
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3844760
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 401 —|}}</noinclude><section begin="s1" />
<poem>
Le teste sfatte. Ma di polve un nugolo,
Dai cavalieri sollevata, al nembo
Si librava sull’ale, e d’armi un suono
Empiea la terra, che gli eroi, per calda
Brama di gloria, dentro ne la mischia
Con folle ardir gittavansi correndo.
:Rùstem allor levò tremendo un grido;
Detto tu avresti che n’andava il mare
In tempesta e furore. Oh! quelle vostre
Collane, disse, e i vostri eburnei troni,
E gli elmi e le corone e i dïademi,
Quegli elefanti e i braccialetti, cose
Di re Khusrèv son degne in suol d’Irania,
Ch’egli è del mondo nuovo sire. A voi
Che fan corona e maestà regale
Contro nostra virtù, contro la forza
E il nostro ardir? Ben tosto alle catene
Darete voi le mani, e dentro ai nodi
De’ nostri lacci a voi medesmi il fianco
Avvincerete. Manderovvi io stesso
De la terra al signor, nè vo’ che resti
Il re di Cina, non Manshùr guerriero.
Basti la vita ch’io vi lascio in dono,
Ma le corone, ma i suggelli, d’altri
Son degno guiderdon. Se no, la polvere
Di questo campo sotto al piè ferrato
De’ miei destrieri leverò alla luna.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|VII. Cattura del principe di Cina.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 711-719).}}
<poem>
:Ad imprecar disciolse allor la lingua
Di Cina il prence: O tu d’anima vile
E di più vil persona, io sì t’accerto
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
8rkxa7pcc78jp0tiju4edovy5p0x7c8
Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/405
108
1013401
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3662940
2026-06-07T10:42:09Z
Alex brollo
1615
/* new eis level3 */
3844761
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 402 —|}}</noinclude>
<poem>
Per tutta Irania, pel tuo re, per questa
Tua ciurma, che da me bisogno avrai
Ch’io ti serbi alla vita. E veramente
Tu sei del Sigz, d’ogn’altro il più spregiato,
E vuoi per tuo scudier di Cina il prence?
Una di freccie rovinosa pioggia
Cader fecero allor, qual nell’autunno
Spirando cade su le piante il vento.
Si coprì l’aria a le penne dell’aquile,
Nè alcun guerrier, neppur sognando, vide
Pugna sì fiera. E come Gùderz vide
Piover dall’alto le saette, il core
Gli palpitò sollecito per ansia
Di Rùstem. A Ruhàm ei diè tal voce:
:Tanto non t’indugiar, scuoti le briglie,
Togli dugento cavalieri, ed archi
Di Ciàci e strali in duro legno. Accorto
Di Rùstem battaglier tu sii custode,
Nella pugna, da tergo. — A Ghev intanto
Questa voce ei mandò: Con le tue schiere
Giù discendi, e nel campo e nel cospetto
Del tuo nemico non venir da meno.
D’apparati e di qui̋ete or non è tempo,
Non è giorno d’indugi e di riposi;
Ma tu vanne coi prodi a destra mano
E Pìran ed Humàn cerca ove sono.
Ve’ che Rùstem innanzi al re di Cina
Trae questo cielo in terra! Oh! mai non scenda
Grazia di Dio su le pupille audaci
Del barbaro signor! Possa annientarlo
Nel dì della vendetta il mio scongiuro!
:A quegli accenti, qual selvaggia fiera,
Ruhàm s’accese di furor, sen venne
Di Rùstem a le spalle entro la pugna.
:Rùstem disse a Ruhàm, leone in guerra:
Temo, Ruhàm, che l’ostinata pugna
</poem><noinclude></noinclude>
axjrfhna2riofp3bqv42tlhj5p393si
Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/406
108
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3662941
2026-06-07T10:44:30Z
Alex brollo
1615
/* new eis level3 */
3844762
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 403 —|}}</noinclude>
<poem>
Stanco m’abbia il destrier. Ma s’egli è fiacco.
Andrò pedone e di sùdor, di sangue,
Mi coprirò. Qual di formiche o improvide
Locuste sparse, qui s’accoglie esercito,
Ma gii elefanti e i lor custodi assalto
Abbian da te, ch’io vo’ recarli tutti
A Khusrèv regnatore integri e salvi,
Di Cina e di Shingàn quai nuovi doni.
:Di là die un alto grido e fe’ tai detti:
Possa Ahrimàn sempre a Turania e a Cina
Andar congiunto! O sciagurati, o miseri,
Già dolenti perciò, già senza speme
E in estremo dolor, forse che a voi
Di Rùstem non giugnea novella certa,
O di senno era vuota e d’intelletto
La mente vostra allor? ch’ei non fa stima
D’un drago e cerca un elefante, in giorno
Di pugna, a contrastar. Ma l’alma vostra
Con me di contrastar non anche è sazia,
Eppur son doni miei sol mazze e brandi.
:Da la coreggia ei sciolse il flessüoso
Laccio possente e l’assettò, ritorto
In molti giri, de la sella al culmine
E il destriero incitò. Tremendo un grido
Gli uscì dal petto allor, tal che squarciati
Anche un dragon ne avrìa gli orecchi. Quante
Volte ei lanciava in ogni parte il laccio,
Tante la terra egli sgombrava intorno
Di valorosi. Era desire in lui
Sol d’un assalto col signor di Cina,
Il laccio attorto al cubito e le fosche
Ciglia aggrottate. E allor che giù di sella
Di quel laccio ei traea ne’ molti nodi
Un nemico signor, Tus capitano
Di timpani e di trombe al vasto campo
Fino alle nubi fea salir le voci.
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<poem>
:Come ciò vide, s’avventò all’assalto
Fertùs guerriero ed investì qual belva
Il fortissimo eroe. Ben si crucciava
Rùstem gagliardo e s’avventò furente
Qual è un alligator. Cavò di sella
Il forsennato, l’afferrò col pugno
E d’alto l’atterrò come atterrava
Sam battagliero i suoi nemici, e poi
Ambe le man gli avvinse e a’ suoi guerrieri
Prigione il consegnò. Correndo allora,
La clava in pugno e il laccio avvolto al cubito.
Venne dinanzi a le raccolte file.
:Gharcèh che vide ciò che Rùstem fece,
Qual sterminio egli fea di tanti eroi
Incliti in armi, s’adirò con seco,
Amante di battaglie, e con molt’ira
Si volse ad incontrar fiera tenzone.
Di strali un nembo fe’ cader dall’alto
Sul fortissimo eroe, quell’arco suo
Così adoprando qual piovosa nube
A primavera. Ma l’attorto laccio
Rùstem gittò rapidamente, e dentro
Cadde a que’ nodi la bella persona
Del temerario eroe. Diello agl’Irani
E rapido si volse e venne a corsa
Contro a Kalù nel contrastato campo.
:Come ciò vide, gli venia da tergo
Kalù bramoso, e un affilato acciaro
D’indica tempra e una pesante clava
Stringea nel pugno. All’elmo ed alla testa,
Ratto qual nembo, disferrò un fatale
Colpo a Rùstem guerrier, sì che calando
L’asta gl’infranse il celebrato eroe.
Ma Rùstem col troncon dall’asta infranta
Kalù raggiunse e lo levò, qual globo
Fa una sferza sottil. Di quella lignea
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<poem>
Sella da l’alto ei l’atterrò, di pardo
Con un cuoio gli avvinse ambe le mani.
:Di Cina il re guardava alto dal dorso
Dell’elefante suo, vedea la terra
Come un fiume ondeggiar. Sovra un eccelso
Monte era quivi un elefante ardito,
E in pugno gli vedea quel laccio suo,
Cuoio conciato di leoni. Parve
Ch’egli traesse da le fosche nubi
I volatori de la selva e d’alto
Stessero a contemplar l’orrida pugna
E la luna e le stelle. Ogni speranza
Di Cina il prence via cacciò dal cuore
Al rimirar dal candido elefante
Il fortissimo prode. Egli chiedea
Dell’esercito un inclito, d’Irania
Qual sapesse il sermon. Va, gli dicea.
Là dall’uom leonino, e gli dirai
Che nell’orrida pugna egli non meni
Tanto furor. Son qui mille guerrieri
Di Ceghàn, di Shildn, di Dehr, di Cina,
E alla truce vendetta in cor nessuno
Ha propria parte. Di Khatlàn remota
Uno è sire e di Cina altri è signore,
E contro a te stranieri odio non hanno.
Afrasyàb è signor che non discerne
Dall’acqua il fuoco, quei che tanta accolse
Gente agguerrita. Ma sventura e danno
A sè medesmo egli recò. Nessuno
È d’onor senza brama; è però dolce
Della guerra più assai la bella pace.
Vieni, suvvia! Tra noi si fermi un patto
Ed una legge, e chi tu vuoi si renda
Mallevadore; e noi, come tributo.
Come offerta al tuo sire, a tutti gli anni,
Cento bovine pelli invieremo.
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<poem>
:Piena la lingua di parole, pieno
Di frodi il cor, ne andava il messaggiero
Dal fortissimo eroe. Sire, dicea,
Che ami l’assalto, se finìa cotesta
Aspra tua pugna, ora il banchetto cercati.
Nullo dovresti in cor, per li trascorsi
Eventi, nutricar sdegno o rancore
Contro al signor di Cina. Ecco!, se indietro
Ei si ritragge, e tu da lui ritorna
Al loco tuo, che la battaglia cessa
Per queste genti omai. Da che quel grande
Kamùs per mano tua qui cadde ucciso,
D’ogn’altro ardito in giù cadea l’altezza.
Ma tu d’ogni più forte e più famoso
Ne scemi e privi. A te che femmo noi?
E che chiedi da noi, tu, che se’ tanto
In sparger sangue e di cui di battaglie
Non anche sazio diventava il core?
:Del re di Cina poi che detto egli ebbe
Il messaggio, l’eroe così rispose:
:Gli elefanti, i cavalli ed i tesori
Con i seggi d’avorio e le corone,
Qui a me inviate in pria. Già, disïando
D’Irania nostra lo sterminio, a questo
Loco veniste. A che tante parole
Ora e cotesto lusingar? Quel tuo
Signor di Cina, poi che in mano mia
Seppe la schiera de’ suoi prodi e vide
Tanto affrettarsi ogni guerrier d’Irania
Quant’io frenarlo il so, tenta scrollarmi
Con umile pregar, quasi m’avesse
Visto codardo e vil. Ma la sua vita
Io gli perdono, e mi terrò soltanto
La sua corona e la collana e il trono
Di sculto avorio e gli elefanti suoi.
:Rispose il messo: di Rakhsh cavaliero,
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<poem>
Son le gazzelle nel deserto, e tu
Preda non colta non spartir. Di gente,
D’elefanti e d’eroi gremito è il campo;
Ve di Cina il signor co’ suoi tesori,
Con l’alto seggio e la corona. Or dimmi:
Da qual parte si volga la fortuna,
Di noi, di noi chi ’l sa? Qual sa di noi
Dall’aspro assalto chi uscirà vincente?
:Ratto che intese, via spronò il cavallo
Rùstem, e disse: Vincitor son io
Di lïoni e dator d’auree corone,
Forte di membra, con un laccio attorto
Al cubito. Davver! qual tempo è questo
A dar consigli, e all’ingannar qual giorno
È questo mai? Ratto che il laccio mio
Vedrà di Cina il re, quando la stretta
Sentirà di mia man qual leon fero,
Resterà preso, e della vita sua
Nulla a temer si avrà da quell’istante.
:L’attorto laccio egli scagliò, le teste
De’ cavalieri avvinse. Egli correa
Ver l’elefante ch’è di bianco pelo,
E di Cina il signor per la sua vita
La speranza perdè. Leggiero un colpo
Volle assestar d’una sferza ricurva
Sul capo all’elefante e diede un grido
Simile a tuon che romoreggia al mese
Di Ferverdin. Recossi entro la mano
Atto a fiere tenzoni un giavellotto
E contro a Rùstem da’ gagliardi artigli
Rapidamente l’avventò, se forse
Sopraffarlo ei potea, l’inclito capo
Averne in potestà. Ma cadde invano
Su Rùstem battaglier l’arma nemica
E senza offesa, e Rùstem via scagliava
Il suo laccio fatal. Del laccio attorto,
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<poem>
Di Rùstem dalla man disciolto appena,
Venne impigliato dentro ai nodi il capo
Del cinese signor. Dall’alto il trasse
Dell’elefante e sul calpesto suolo
Rùstem il fe’ cader. Sì, sì, le braccia
Furono avvinte del signor di Cina,
E Rùstem il traea dimesso e a piedi
Fino all’acque del Shehd, senza elefanti,
Senza sedil, senza corona e trono.
:Di nostra vita ingannatrice e grama
Questo è costume, sollevar talora,
Talora umilïar. Sarà cotesto
Fin che la sfera volgerà del cielo,
Guerra talvolta e rio velen, talvolta
E balsamo ed amor. Tu levi all’alto
Cielo taluno ed altri fai dolente
E mesto e degno di pietà. Tu innalzi
Altri da un loco umil fino a le stelle,
Giù da le stelle in desolato loco
Traggi tal altro. Elevi alcuno e regno
Anche gli doni, e l’altro ne’ profondi
Gorghi immergi del mar, preda a’ suoi mostri.
Ma non per odio di costui tu adopri,
Dio creator, non per amor di tale
Altre giammai, che saggio sei. Grandezza
Tu se’ ai mortali ed umil stato. Invero
Non so qual sei, ma quel ch’esiste, sei.
:Alla sua clava ponderosa stese
Rùstem la mano. Prence ed uom del volgo
Uguali innanzi a lui! Tale fu il piano
Di quel campo d’assalti e il lembo suo,
Che angusto si fe’ il varco a le formiche,
Angusto ai bruchi: e già scorrea pei molti
Vulnerati guerrieri e i molti uccisi
Un rio di sangue, e là giacean del capo
Tronchi i luridi corpi, altri col capo
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<poem>
Riverso al suol. Ma quando intenebrossi
La chiara sorte del signor di Cina
Ed alla notte si accostava il giorno,
Vento destossi repentino e fosche
Nubi levarsi, onde sparì la luce
De la luna e del sol. Già non discernono
Dal pie la testa i rei nemici; prendono
Per vie lontane e per deserti inospiti.
:Stavasi Pìran a guardar la pugna.
Vide che oscura si volgea la sorte
Di Manshùr, di Fertùs, del maggior prence
Di Cina, degli eroi tutti famosi
Del turanico suol. Vide riverso
Degli eroi lo stendardo e giù nel fango
I feriti giacer. Si volse e disse
A Nestihèn ed a Kelbàd: La spada
E i giavellotti di ripor gli è tempo,
Amici miei! Riverso hanno il vessillo
Di color fosco e fuggono gli eroi
Per vie frequenti e per deserte insieme.
:E Grhev intanto la diritta sponda
Scompigliava, il deserto e le montane
Falde tingendo d’un color di sangue,
Penna qual è d’un rosso augel. Balzava
Dell’esercito grande alla sinistra.
Balzava a destra, per veder qual loco
Pìran celasse. Nol scovrir que’ prodi
Ch’eran con lui, ma ritornâr correndo
Presso a Rùstem guerrier. Domi dal lungo
E assiduo faticar teneansi quivi
I destrieri pugnaci ed eran tutti
Feriti ancor, pel sanguinoso assalto
Gementi e tristi. Alle deserte cime
Salîr del monte, satisfatto il core,
I prenci Irani, ed era a tutti innanzi
Rùstem guerrier con la sua scorta. Aveano
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<poem>
Trafitto il corpo, ma pel fiero assalto
Il cor gioioso (che di nostra vita
La vicenda è cotesta e la natura);
Aveano gli elmi e le corazze asperse
E di melma e di sangue e a brano a brano
Le gualdrappe cadean. La fronte ancora,
Co’ piè le staffe e le spade, di sangue
Erano intrise e gli alti lochi e i bassi
Sparian sotto gli uccisi. E già l’un l’altro
Ravvisar non poteansi i valorosi
Fin che un lavacro non compiean. La fronte
E la persona si lavâr più volte,
E il core s’allietò, poi che di gravi
Ceppi preso era omai l’avverso prence.
:Rùstem allor così parlò, volgendosi
Ai prenci irani: Or si convien disciorre
Il fianco affaticato. Innanzi a Dio,
D’alta vittoria donator, non voglionsi
Clave ferrate o splendidi tesori
O fulgide cinture. Or, su la bruna
Terra chinate il capo. In su la fronte
Porrete poscia le corone, niuno
Poi che manca de’ nostri, incliti, il core
Onde s’affligga in noi. Ma quando giunse
Novella a re Khusrèv e all’improvviso
Il tristo evento ei mi narrò, che al monte
Principe Tus era salito, ai colpi
Vinto di Pìran e d’Humàn gagliardo,
Perdei la mente a quel racconto e il capo
D’un insolito ardor caldo mi venne
Per desìo di tenzoni. Oh! più d’assai
Che atra non è dell’ebano la libra
Per Gùderz questo cor s’intenebrava,
Per Revnìz e Behràm. Partii d’Irania,
Aguzzati gli artigli, e alcuno indugio
Non feci mai per la dirotta via.
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<poem>
Ma quando gli occhi sollevai sul prence
Di Cina e scorsi i combattenti suoi,
Vidi i suoi prodi, e il portamento e il braccia
Di Kamùs rimirai, l’armi possenti,
La maestà del suo sembiante e quella
Statura e la sua man forte e la clava,
«Oh!, dissi nel mio core, il tempo mio
Il fin toccò! Che dall’istante primo
Ch’io l’armi cinsi, per valor guerriero,
Tanti non vidi mai gagliardi accolti,
Nel lungo viver mio, non tanti arnesi!».
Del Mazènd venni ai Devi in cupa notte
Tra lor clave possenti; e da l’antica
Virtù non volse mai questo mio core,
Ben ch’io pensassi che fuggìa la vita.
Ma in questa pugna intenebrossi il chiaro
Giorno per me, s’intenebrò il mio core
Che luce al mondo reca. Or, se al cospetto
Di Dio santo, sul suolo e in contrizione
Nostra persona chinerem, fia bello,
Ch’ei la forza ci diè, sorte propizia
Ne concesse e il favor del sol, degli astri.
Deh! non avvenga mai che nostra impresa
In basso volga, o che improvviso affanno
Entri rapido in noi! Ma, intanto, eletti
Esploratori al nostro re la fausta
Rechin novella repentina, ond’ei
Adorni tutta l’inclita sua casa
E la corona imperïal si cinga
Sopra la fronte, ai miseri donando
Assai di cose. Sia benedizione
Su quell’anima bella! Or deponete
Ogni arnese di guerra, e nel riposo
Cresca il nostro gioir. Ogni tristezza,
Ogni piacer (nè dubbio v’è) trapassa,
E il tempo domator numera i palpiti
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<poem>
Tutti del core; ma per noi fia meglio
Le tazze numerar di un dolce vino,
Senza a questa mirar volta del cielo
Che non conosce amore. Un vin si beva
Fino a mezzo la notte e il labbro sciolgasi
A ricordar nomi d’eroi. Gli è grazia
Di Dio ch’è vincitor, da cui procedono
Forza, virtù, sorte gioconda. Vuolsi
Che nella vita ch’è sì breve, il core
Non si serbi da noi in duolo e affanno.
:Benediceangli i prenci tutti: Il serto
Ed il suggello imperïal non restino
Orbi di te giammai! Gradita al cielo
Sia la tua stirpe e l’inclito lignaggio,
E beata la madre che tal figlio
Come te partorìa. D’ogni mortale
Che d’esto eroe fortissimo ha natura,
Più s’erge il capo che non questo cielo
Che su noi volge. Ben sai tu che oprasti
Per noi con molto amor; perciò s’allieti
Per l’alma tua del ciel la volta. Noi
Morti eràmo davver, spenti alla vita;
Rivivemmo per te, siam luce al mondo.
:Rùstem fe’ cenno, e tosto, con quel trono
D’avorio, al suo cospetto un elefante
Fu addotto insiem con le corone fulgide
E le collane d’or. Vino regale
E coppe egli recò, del re del mondo
Fe’ ricordanza in pria. Quando pel molto
Licor libato fu più allegro il prode,
Lieti uscir gli altri e d’anima serena.
:Quando alla notte squarciò il bruno ammanto
La bianca luna e pose nell’azzurra
Volta del cielo il trono suo, si sparsero
Le vedette pel monte e per l’immensa
Pianura attorno. Allor che de la notte
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<poem>
Sparve il bruno color, quando la fulgida
Luce apparve del sole e fu la terra
Quale un rubino chiaro, alto fragore
Di timpani levossi entro ai recinti,
E vennero gli eroi dell’ampio esercito
Da’ loro ostelli. Rùstem favellava
A’ principi così: Di Pìran dunque
Nessun indizio si trovò? Discendere
È d’uopo al campo e in ogni loco attorno
Scorta invïar d’armigeri guerrieri.
:Primo ne andava Bizhen giovinetto,
Uom leonino, e al loco discendea
Che fu campo d’assalti. Ingombro ei vide
Di morti il suolo e di feriti, e ovunque
Un tesoro lucente. Egli vedea
La superficie dell’immenso campo
D’eroi feriti ingombra, altri nel fango
Abbandonati, altri in catene. Vivo
Non videro però Bizhen e gli altri
Alcun guerrier, ma di recinti solo
Ripieno ovunque e di tende cadute
Il vasto campo. E allora allor ne andava
A Rùstem battaglier novella certa
Che di Turani tutta sgombra è omai
La pianura all’intorno. Egli ebbe cruccio,
Come leone in suo furor, del sonno,
Della viltà di questi Irani, e sciolse
La lingua ad imprecar. Senno, egli disse,
Alcun di voi non recasi congiunto
Alla sua mente! Fra due monti adunque
Fuggir così potè la schiera avversa,
Tutta in un gruppo innanzi a noi? Non dissi,
Non diss’io forse: «Fuori le vedette
Mandate omai; falde montane e valli
Pari estimate a campi ed a pianure»?
Ma voi nel sonno e nel poltrir voi stessi
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<poem>
Abbandonaste ed il nemico intanto
Era agli stenti e ritrovò sua via.
Un codardo poltrir fatiche e guai
Ben può fruttificar, ma se tu adopri
Arte e fatica, in un tesoro avrai
Frutto giocondo. Ed or, come potrei
Dire e narrar che troppo al mio riposo
Un dì m’abbandonai, che da spavento,
D’Irania nel dolor, vinto mi diedi?
:Quindi si volse con irosi sguardi,
Sì come belva, a Tus: Questo de’ sonni
È il loco, il pian della tenzone? In questo
Campo co’ prodi tuoi, d’ora in avanti,
Da Kelbàd e Ruyin, da quel temuto
Humàn, da Pìran, da Pulàd, con molta
Cura ti guarda. Tu da la tua terra,
Rùstem guerriero dalla sua. Se nuova
Smania vi prende, e voi date un assalto;
Ma d’oggi in poi come m’avrete? Ratto
Ch’io vinsi in questa pugna, al fin dell’opra
Tutto spari̓. Vedi, fra i cavalieri,
Quali fûr le vedette, e qual del loro
Ampio drappello al condottier si fosse
Cognito nome; e allor che uno in tua mano
Così ne avrai, le braccia con un legno
Gli batti e i piedi in quell’ora medesma,
Ciò che ha gli prendi, ed a le gambe legalo,
Ponlo sublime su la schiena eretta
D’un elefante. Così al re l’invia
Perchè ucciso si resti al regio albergo.
Ma vedi tu, frattanto, chi di questi
Irani tuoi ebbe in poter la ricca
Preda nemica, le monete e i regi
Serti e le gemme, in bianco avorio i troni,
E i tesori e i broccati e i diademi;
Tutto chiedi a te innanzi. In questo piano
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Statistica elezioni 1909 legislatura 23.djvu/124
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Carlomorino
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<noinclude><pagequality level="3" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione|''Udine—Venezia''.|— 90 —|}}</noinclude>{{pt|{{Elezioni 1909 1}}}}
|- {
|colspan=11 class=t02| {{§|San Daniele del Friuli}} <br/> {{Wl|Q48803172|Collegio di San Daniele del Friuli}} (popolazione 66,228).
|- class=r1
|4381||1820|| '''Luzzatto Riccardo''' || ||{{sans-serif|'''1408'''}}||5254||4139|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q3934503|Luzzatto Riccardo}} '''}} || <small>1º scrut.</small>||1807|| {{nowrap| da {{sans-serif|'''18'''}} a {{sans-serif|'''22 (U)'''}} }}
|- class=r1
| || || || || || || <small>1º scrut.</small> || || {{nowrap|<small>2º scrut.</small>}} ||{{sans-serif|'''1827'''}}||
|- class=r1
| || || ''Di Brazzà Detalmo'' || ||229|| ||2098|| || || ||
|- class=r1
| || || || || || ||{{nowrap|<small>2º scrut.</small>}}|| ''Ronchi Giovanni'' || <small>1º scrut.</small>||1221||
|- class=r1
| || || || || || || || || <small>2º scrut.</small>||49||
|- class=r1
| || || || || || || || ''Ronchi Giovanni Andrea'' || <small>1º scrut.</small>||863||
|- class=r1
| || || || || || colspan=4 {{cs|L}} | <br/> <small>L'assemblea de! presidenti ritenendo che i Ronchi fossero due persone diverse non ne cumulò voti e quindi proclamò il ballottaggio fra Luzzatto e Ronchi Giovanni; ma quest'ultimo considerandosi eletto a 1° scrutinio non mantenne la sua candidatura nella seconda votazione.</small> ||
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|San Vito al Tagliamento}} <br/> {{Wl|Q48803174|Collegio di San Vito al Tagliamento}} (popolazione 62,308).
|- class=r1
|4417||3014|| '''Rota Francesco''' || ||{{sans-serif|'''1996'''}}||5283||2760|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q21833023|Rota Francesco}} '''}} || ||'''{{sans-serif|2304}}'''|| {{sans-serif|'''22 (U)'''}}
|- class=r1
| || || '' {{Wl|Q61665666|Galeazzi Luigi Domenico}} '' || ||846|| || || || || ||
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Spilimbergo}} <br/> {{Wl|Q48803178|Collegio di Spilimbergo}} (popolazione 65,427).
|- class=r1
|5370||1834|| '''Odorico Odorico''' || ||{{sans-serif|'''1526'''}}||6496||3560|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q63958783|Odorico Odorico}} '''}} || ||'''{{sans-serif|2090}}'''|| {{sans-serif|'''22 (U)'''}}
|- class=r1
| || || || || || || || '' {{Wl|Q3767052|Cosattini Giovanni}} '' || ||1282||
|- class=r1
| || || || || || colspan=4 {{cs|L}} | <br/> <small> I dati furono comunicati dal Prefetto di Udine. </small> ||
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Tolmezzo}} <br/> {{Wl|Q48803183|Collegio di Tolmezzo}} (popolazione 73,652).
|- class=r1
|6060||2340|| '''Valle Gregorio''' || ||{{sans-serif|'''1850'''}}||7446||4381|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q63927865|Valle Gregorio}} '''}} || <small>1º scrut.</small>||1989|| da {{sans-serif|'''18'''}} a {{sans-serif|'''22 (U)'''}}
|- class=r1
| || || || || || || <small>1º scrut.</small> || || {{nowrap|<small>2º scrut.</small>}} ||{{sans-serif|'''2659'''}}||
|- class=r1
| || || '' {{Wl|Q5278543|Rondani Dino}} '' || ||399|| ||5187|| || || ||
|- class=r1
| || || || || || ||{{nowrap|<small>2º scrut.</small>}}|| ''Spinotti Riccardo'' || <small>1º scrut.</small>||2159||
|- class=r1
| || || || || || || || || <small>2º scrut.</small>||2386||
|- class=r1
| || || || || ||colspan=4 {{cs|L}}| <br/> <small>Il numero degli elettori iscritti riguarda l'intero collegio; il numero dei votanti e quello dei voti conseguiti dai candidati al 1° scrutinio non comprendono invece i risultati della votazione avvenuta nelle sezioni di Dogna, Resia e Sauris, le quali contano complessivamente 369 elettori</small>|| ||
|-
|colspan=11 class=t01|<br/> '''{{sans-serif|PROVINCIA DI VENEZIA.}}'''
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Venezia I}} <br/> {{Wl|Q48801931|Collegio di Venezia I}} (popolazione 62,176).
|- class=r1
|6806||3325|| ''' {{Wl|Q61738847|Tecchio Sebastiano}} ''' ||<small>1º scrut.</small> ||1141||7456||3964|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q3722906|Musatti Elia}} '''}} || <small>1º scrut.</small> ||1729||
|- class=r1
| ||<small>1º scrut.</small> || || {{nowrap|<small>2º scrut.</small>}} ||{{sans-serif|'''1961'''}}|| ||<small>1º scrut.</small> || || {{nowrap|<small>2º scrut.</small>}} ||{{sans-serif|'''2399'''}}||
|- class=r1
| ||3379 || || || || ||4571|| || || ||
|- class=r1
| ||{{nowrap|<small>2º scrut.</small>}} || '' Musatti Elia '' || <small>1º scrut.</small> ||1211|| ||{{nowrap|<small>2º scrut.</small>}} || ''Pascolato Mario'' || <small>1º scrut.</small> ||1220||
|- class=r1
| || || || <small>2º scrut.</small> ||1331|| || || || <small>2º scrut.</small> ||2055||
|- class=r1
| || || ''Foscari Pietro'' || <small>1º scrut.</small> ||854|| || || ''{{Wl|Q61738847|Tecchio Sebastiano}}'' || <small>1º scrut.</small> ||859|| {{cs|L}}| 13, 15, da 18 a 22 (U)
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Venezia II}} <br/> {{Wl|Q48803191|Collegio di Venezia II}} (popolazione 75,232).
|- class=r1
|8004||3963|| ''' Marcello Girolamo ''' ||<small>1º scrut.</small> ||1460||8738||4587|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q3768949|Marcello Girolamo}} '''}} || <small>1º scrut.</small> ||2083|| {{sans-serif|'''22 (U)'''}}
|- class=r1
| ||<small>1º scrut.</small> || || {{nowrap|<small>2º scrut.</small>}} ||{{sans-serif|'''2150'''}}|| ||<small>1º scrut.</small> || || {{nowrap|<small>2º scrut.</small>}} ||{{sans-serif|'''2971'''}}||
|- class=r1
| ||4062 || || || || ||5633|| || || ||
|- class=r1
| ||{{nowrap|<small>2º scrut.</small>}} || '' {{Wl|Q33852280|Manzato Renato}} '' || <small>1º scrut.</small> ||1253|| ||{{nowrap|<small>2º scrut.</small>}} || '' {{Wl|Q3766512|Bacci Giovanni}} '' || <small>1º scrut.</small> ||1061||
|- class=r1
| || || || <small>2º scrut.</small> ||1768|| || || || <small>2º scrut.</small> ||2479||
|- class=r1
| || || '' Scalzotto Angelo '' || <small>1º scrut.</small> ||999|| || || ''{{Wl|Q33852280|Manzato Renato}}'' || <small>1º scrut.</small> ||766|| 21
|- class=r1
| || || || <small>1º scrut.</small> ||999|| || || '' {{Wl|Q3766871|Bordiga Giovanni}} '' || <small>1º scrut.</small> ||483||
|-
<noinclude>|}</noinclude><noinclude></noinclude>
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Pagina:Statistica elezioni 1909 legislatura 23.djvu/125
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Carlomorino
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— 91 —|''Venezia—Verona''}}</noinclude>{{pt|{{Elezioni 1909 1}}}}
|- {
|colspan=11 class=t02| {{§|Venezia III}} <br/> {{Wl|Q48803192|Collegio elettorale di Venezia III}} (popolazione 68,616).
|- class=r1
|7651||2871|| '''Fradeletto Antonio''' || ||{{sans-serif|'''2245'''}}||8015||2370|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q3619593|Fradeletto Antonio}} '''}} || <small>1º scrut.</small>||1163|| {{sans-serif|'''21, 22 (U)'''}}
|- class=r1
| || || || || || || <small>1º scrut.</small> || || {{nowrap|<small>2º scrut.</small>}} ||{{sans-serif|'''1948'''}}||
|- class=r1
| || || ''Vian Giorgio'' || ||437|| || || || || ||
|- class=r1
| || || '' {{Wl|Q16271569|Moschini Vittorio}} '' || ||139|| ||2418|| '' {{Wl|Q15293451|Todeschini Mario}} '' '''<big>•</big>''' || <small>1º scrut.</small> ||415 ||21, 22 (U)
|- class=r1
| || || || || || ||{{nowrap|<small>2º scrut.</small>}}|| || <small>2º scrut.</small>||229||
|- class=r1
| || || || || || || || ''Busetto Carlo'' || <small>1º scrut.</small>||388||
|- class=r1
| || || || || || || || '' {{Wl|Q63968589|Mirabelli Roberto}} '' || <small>1º scrut.</small>||96|| {{cs|L}} |17, da 20 a 22 (U)
|- class=r1
| || || || || ||colspan=4 {{cs|L}}| <br/> <small>Tanto l'on. Fradeletto quanto l'on. Toderchini non avevano mantenuto la loro candidatura nella seconda votazione.</small>|| ||
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Mirano}} <br/> {{Wl|Q48803154|Collegio di Mirano}} (popolazione 73,268).
<!--a
4896||2567 Zabeo Egisto 2123 5867||4663 Foscari Pio 2574
Florian Eugenio 313 | Zabeo Egisto 1580 da 18 a 22 (U)
Prampolini Camillo % 188 da 17 a 21, (22)
{{nowrap|<small>1º scrut.</small>}}
'''<big>{{larger|¤}}</big>'''
'''<big>•</big>'''
|- class=r1
| || || <br/> <small> L'On. AAA non posò la candidatura nelle elezioni generali del 1909. </small> || || || || || || || ||
|-
| ||colspan=4 {{cs|Ll}} |<br/> aaaaaaa || style="border-left:3px double;" | || {{cs|l}} | || {{cs|l}} | || || {{cs|l}} | || {{cs|l}} | ||
{{Wl|Q48803170|Collegio di Portogruaro}} (popolazione 63,025).
3664||2585 Moschini Vittorio 1471 4291||3426 Moschinl Vittorio 1720 22 (U)
Revedin Ruggero 1114 Poggi Tito 1586 22 (U)
{{Wl|Q48803139|Collegio di Chioggia}} (popolazione 57,508)
3593||1296 Galli Roberto 1051 3679||2036 Galli Roberto 1273 da {{sans-serif|'''16'''}} a {{sans-serif|'''19, 21, 22 (U)'''}}
Dugoni Enrico 623 (22)
|-
|colspan=11 class=t01|<br/> '''{{sans-serif|PROVINCIA DI VERONA.}}'''
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Verona I}} <br/> {{Wl|Q48801937|Collegio di Verona I}} (popolazione 66,273).
8042||3765 Lucchini Luigi 2337||8423||5496 {{Wl|Q3766433|Campostrini Giovanni Antonio}} 2760
Venturelli Giuseppe 980 Rinnini Pietro 1307
Zanella Tullio 1173
Elezione suppletiva del 9 giugno 1907, in seguito a dimissioni dell’eletto.
8054||3833 Todeschini Mario scr 1887
scr 2463
4760 scr
Lucchini Luigi scr 1785
scr 2197
L'On. Todeschini nelle elezioni generali del 1909 non posò la candidatura in questo collegio, ma la posò in quelli di Verona II e Venezia III.
{{Wl|Q48803194|Collegio elettorale di Verona II}} (popolazione 67,742).
7350||4345 Rossi Luigi scr 1641||8983||6728 Rossl Luigi 4518 22 (U)
scr 3 006
5499 Todeschini Mario @ 2001 21, 22 (U)
scr Todeschini Mario scr 1908
scr 2310
Segala Giulio scr 518
L’On. Rosi fa proclamato eletto dalla Giunta delle elezioni.
-->
|-
<noinclude>|}</noinclude><noinclude></noinclude>
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Indice:L'Anima musicale d'Italia.djvu
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|Autore=Giulio Fara
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|Titolo=L'Anima musicale d'Italia
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|Sottotitolo=La canzone del popolo
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|Città=Roma
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Alpi e Appennini/Le Alpi Giulie
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Cruccone
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Porto il SAL a SAL 75%
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Statistica delle elezioni generali politiche 1909/Risultati delle elezioni generali politiche/Da Roma a Vicenza
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Carlomorino
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{{Qualità|avz=25%|data=20 maggio 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|Risultati delle elezioni generali politiche]] - Da Roma a Vicenza|prec=../Da Napoli a Reggio nell'Emilia|succ=../../Elenco dei candidati con almeno 50 voti}}
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Alex brollo
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|Autore=Marco Tullio Cicerone
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|Editore=Francesco Palermo
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{{ping|Pic57}} mancano i segni < e >; nell'ultimo rigo in basso la legatura dovrebbe andare oltre l'ultima nota. [[User:Cruccone|Cruccone]] ([[User talk:Cruccone|disc.]]) 11:58, 3 giu 2026 (CEST)
:Mancano anche alcune righe tra gli accordi da un rigo all'altro [[User:Cruccone|Cruccone]] ([[User talk:Cruccone|disc.]]) 11:59, 3 giu 2026 (CEST)
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== Rilettura ==
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|20||}}</noinclude>non si difende e non si oppone all’ingiuria, se egli può, tanto è in vizio, quanto se egli abbandonasse il padre e la madre, o gli amici, o la patria.
{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO IX.}}
{{Ct|t=1|v=2|''Diverse ragioni d’ingiurie.''}}
E quelle ingiurie, le quali a studio sono fatte per cagione di nuocere, spesso procedono da paura: quando colui il quale pensa nuocere a altri, teme cbe se egli non fa quello, esso non sia preso da qualche incomodità. Ma la grandissima parte sono assaliti al fare l’ingiuria, acciocchè essi acquistino quelle cose, le quali eglino hanno desiderate: nel qual vizio larghissimamente sì manifesta l’avarizia.
Ma le ricchezze sono desiderate sì agli usi necessari della vita, e sì all’usare le voluttà. Ma in chi è maggiore animo, in costoro la cupidità delle pecunie ragguarda alla potenza, e alla facultà del farsi grato. Come, novellamente, Marco Crasso negava alcuna roba essere assai grande a colui, il<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|20||}}</noinclude><section begin="s1" />non si difende e non si oppone all’ingiuria, se egli può, tanto è in vizio, quanto se egli abbandonasse il padre e la madre, o gli amici, o la patria.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO IX.}}
{{Ct|t=1|v=2|''Diverse ragioni d’ingiurie.''}}
E quelle ingiurie, le quali a studio sono fatte per cagione di nuocere, spesso procedono da paura: quando colui il quale pensa nuocere a altri, teme cbe se egli non fa quello, esso non sia preso da qualche incomodità. Ma la grandissima parte sono assaliti al fare l’ingiuria, acciocchè essi acquistino quelle cose, le quali eglino hanno desiderate: nel qual vizio larghissimamente sì manifesta l’avarizia.
Ma le ricchezze sono desiderate sì agli usi necessari della vita, e sì all’usare le voluttà. Ma in chi è maggiore animo, in costoro la cupidità delle pecunie ragguarda alla potenza, e alla facultà del farsi grato. Come, novellamente, Marco Crasso negava alcuna roba essere assai grande a colui, il<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||21}}</noinclude>quale nella repubblica volesse essere principale, se de’ frutti di quella egli non potesse nutricare l’esercito. Dilettano ancora i magnifici apparati, e i fornimenti del governo della vita con eleganzia e copia. Per le quali cose è fatto, che la cupidigia delle pecunie sia infinita. Ma l’amplificazione della roba tua non debbe essere ripresa, quando essa non nuoce ad alcuno; ma l’ingiuria sempre debbe essere fuggita.
Ma massimamente sono molti indotti, che dalla dimenticanza della giustizia essi sono presi, quando essi sono cascati nella cupidigia degli imperii, degli onori, e della gloria. Imperocchè quello che è appresso a Ennio, ''nessuna cupidigia del regno è santa, e non v’è fede'', largamente si manifesta. Imperocchè ciò che è in questo modo, che in quello non si possono fare grandi più uomini, in tal cosa molte volte si fa tanta contesa, che malagevolissima cosa sia conservare la santa compagnia. Tal cosa è stata dimostrata ora dalla temerità di Caio Cesare; il quale ha rivolto tutte le ragioni umane e divine, per acquistare quello principato, il quale con errore di sua opinione<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|22||}}</noinclude><section begin="s1" />a sè aveva finto convenirsi. Ma in questa tal virtù è molesto, che spesse volte negli animi grandissimi, e negli splendidissimi ingegni, sono cupidigie dell’onore, dello imperio, della potenza, e della gloria: per la qual cosa tanto più è da guardarsi, che in tal cosa non si pecchi.
Ma in ogni ragione d’ingiustizia, molto si differenzia, se per qualche perturbazione di animo (la quale molte volte è breve e a tempo) o se con consiglio sia fatta l’ingiuria, e pensatamente. Imperocchè più leggiere sono quelle cose, le quali accaggiono con subito movimento, che quelle le quali sono fatte innanzi pensate, e con preparazione. E del muovere ingiuria assai già ne sia detto.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO X.}}
{{Ct|t=1|v=2|''Le cagioni della seconda ragione dell’ingiustizia.''}}
Più sogliono essere le cagioni del lasciare la difesa, e dell’abbandonare chi tu sei tenuto a difendere. Imperocchè questi tali uomini non vogliono ricevere nimicizie, o {{Pt|fati-|}}<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||23}}</noinclude>{{Pt|che|fatiche}}, o spese; ovvero ancora, ciò non fanno per pigrizia, o per dappocaggine, o perchè essi non l’apprezzino: ovvero essi da certi loro studi e occupazioni cosi sono impediti, che coloro i quali da loro debbono essere difesi, gli abbandonano, e patiscono che eglino sieno offesi. Adunque è da vedere che non assai è quello che da Platone fu detto contro i filosofi, che perchè eglino si rivoltano nella investigazione del vero, e spregiano quelle cose le quali molti grandemente desiderano, per le quali essi tra loro combattono, per questo essi stimano essere giusti. Imperocchè conciosiacchè eglino conseguitino l’uno modo della giustizia, che essi non nuocono ad alcuno, essi cascano nell’altra ingiuria: imperocchè impediti dallo studio dello imparare, eglino abbandonano chi da loro doveva essere difeso. E così coloro stimano, ch’eglino non debbano andare a governare la repubblica, se non costretti: più giusta cosa era, che eglino andassi no di loro volontà; imperocchè quello è giusto il quale è fatto rettamente, se egli è volontario.
Ma e sono ancora alcuni, i quali per lo<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|24||}}</noinclude>studio delle loro cose familiari, e per odio di alcuni uomini, dicono che fanno loro faccende, acciocchè eglino non paiano di fare ingiuria ad alcuno: i quali mancano dell’uno modo dell’ingiustizia, e incorrono nell’altro. Imperocchè essi abbandonano la compagnia della vita; perchè in colei niente eglino conferiscono di studio, niente di opera, e niente di facultà. Perchè adunque, preposte due ragioni d’ingiustizia, noi abbiamo aggiunto le cagioni dell’una e dell’altra 5 e innanzi noi ordinammo quelle cose, nelle quali è contenuta la giustizia; agevolmente noi potremo giudicare che tempo sia di ciascuno ufficio, se già noi molto non amiamo noi medesimi. Imperocchè la cura delle altrui cose è malagevole: benchè quel Cremete di Terenzio, nessuna cosa umana stima da sè essere aliena. Ma nientedimeno perchè più noi pigliamo e conosciamo quelle cose, le quali a noi accaggiono prospere o avverse, che quelle le quali addivengono agli altri; le quali noi veggiamo, quasi interpostovi un lungo spazio; altrimenti noi giudicheremo di loro, che dì noi. Per la qual cosa bene comandano<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||25}}</noinclude><section begin="s1" />coloro, i quali vietano che tu faccia alcuna cosa, la quale tu dubiti se ella è giusta o ingiusta: imperocchè l’equità per sè medesima riluce; e il dubitare dimostra pensiero d’ingiuria.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO XI.}}
{{Ct|t=1|v=2|''Come l’ufficio si muta, e non è sempre il medesimo.''}}
Ma spesse volte accaggiono tempi, quando quelle cose le quali massimamente paiono essere degne del giusto uomo, e di colui il quale noi chiamiamo uomo buono, sono fatte contrarie: come è rendere il deposito e fare la promessa. Le quali cose, perchè esse si appartengono alla verità e alla fede, negare alcuna volta e non osservare, si fa giusta cosa. Imperocchè ei si confà ch’esse sieno riferite a quelli fondamenti della giustizia, i quali io posi nel principio: primamente ch’ei non si nuoca ad alcuno; dipoi che si serva all’utilità comune. Quelle cose col tempo si mutano, e si muta l’ufficio, e non è sempre il medesimo.<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|26||}}</noinclude><nowiki />
E può ancora accadere che alcuna promessa c convegna sia disutil cosa a essere fatta, o a colui a chi è stato promesso, o a colui il quale ha promesso. Imperocchè se (com’è nelle favole) Nettuno non avesse fatto quello ch’egli aveva promesso a Teseo; Teseo non sarebbe stato privato del suo figliuolo Ippolito. Imperocchè, come si scrive, di tre desiderate dimande, questa era la terza, che adirato, egli desiderò della morte di Ippolito: la quale impetrata, egli cascò in grandissimi pianti.
Adunque quelle promesse non debbono essere osservate, le quali sieno disutili a coloro a’ quali tu l’hai promesse: nè ancora se a te esse più nuocono, ch’esse non fanno prò a colui, al quale tu hai promesso. Contro all’ufficio è, il maggior danno essere anteposto al minore. Come se tu avessi ordinato andare avvocato a un fatto presente, e in questo mezzo il tuo figliuolo avesse cominciato ammalare gravemente, non è contro all’ufficio non fare quello che tu avevi ordinato. E più si partirebbe colui dall’ufficio, al quale tu avevi promesso, se si dolesse essere stato lasciato. Or chi già<noinclude></noinclude>
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L'Anima musicale d'Italia/Toscana/Peschi fiorenti
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{{Qualità|avz=75%|data=4 giugno 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|Toscana]] - 39. Peschi fiorenti|prec=../../Toscana|succ=../Ora che m'hai lasciata|
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Utoutouto
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|88|{{Sc|i cosacchi}}||riga=si}}</noinclude>mouchkeni ne ha una sola, ed hanno alloggiato presso di lui uno dei capi, che si è installato in una camera tutta per sè, e la famiglia non sa più dove cacciarsi.
È un grande affar serio di vedere invaso il villaggio da quest’orda! Che sarà di noi? Dicono che lavorano a qualche opera infernale.
— Costruiranno un ponte sul Terek — disse una ragazza.
— Ho sentito dir tante cose.... — disse Nazarka rivolgendosi a Ustinka — scaveranno una enorme buco e vi getteranno dentro le ragazze che non amano i giovanotti. —
Tutti si misero a ridere; Ergouchow afferrò fra le braccia una donna attempata, lasciando da parte Marianna.
— Perchè non abbracci Marianna? — domandò Nazarka — non bisogna lasciarne nessuna.
— Preferisco la vecchia, è più appetitosa! — esclamò Ergouchow, coprendo di baci la vecchia cosacca, che si dibatteva.
— Oh Dio mi soffoca! — gridava ridendo.
Le risate furono interrotte da un rumore cadenzato in fondo alla via. Tre soldati con la tunica militare e il fucile sulla spalla, si avanzavano al passo; essi andavano a cambiare la sentinella presso la cassa della compagnia. Il vecchio caporale che li conduceva li fece passare in modo che Luca e Nazarka, che erano in mezzo alla via, dovettero far loro posto.
Nazarka retrocesse, ma Luca non si mosse, e volgendosi, ammiccò con gli occhi.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|89|riga=si}}</noinclude>
— E sì, che ci vedete! — disse guardando i soldati di traverso e facendo un segno di testa sprezzante.
— Girate largo! —
I soldati passarono silenziosi, sollevando la polvere coi loro passi cadenzati. Marianna cominciò a ridere, e con lei tutte le ragazze.
— Come sono eleganti! — disse Nazarka — sembrano dei canteri in veste lunga! —
E si mise a camminare, contraffacendo i soldati.
Gli astanti scoppiavano dal ridere.
Luca si avvicinò lentamente a Marianna.
— Dove alloggia l’ufficiale? — domandò.
Ella riflettè un momento, poi rispose:
— Nella capanna nuova.
— È giovane o vecchio? — domandò Luca, sedendo presso di lei.
— Che ne so io? sono andata a prendere dcl vino per lui, e l’ho veduto alla finestra con Jérochka. Ha i capelli rossi, mi sembra;... ha portato con sè una carretta piena di bauli. —
Ella abbassò gli occhi.
— Quanto sono felice di avere ottenuto il permesso di venire! — esclamò Luca avvicinandosi alla ragazza e guardandola fissa.
— Rimani molto tempo? — domandò Marianna con un leggiero sorriso.
— Fino a domattina. Dammi dei è semi — disse stendendo la mano.
Marianna sorrise francamente, e tese al giovane il taschino della sua camicetta.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|90|{{Sc|i cosacchi}}||riga=si}}</noinclude>
— Non li prender tutti... — disse.
— Morivo dalla voglia di rivederti, te lo giuro! — dichiarò Luca a mezza voce, avvicinandosi sempre di più alla giovane, e, prendendo i semi nella tasca di lei, abbassò la voce e mormorò qualche cosa, sorridendo.
— Non ci verrò, sia detto una volta per tutte — disse subitamente e ad alta voce Marianna, allontanandosi da lui.
— Ti assicuro che ho qualche cosa da dirti; vieni, Mariannina.! —
La Marianna fece un segno di testa negativo senza cessare di sorridere.
— Marianna! sorella Marianna! la mamma ti chiama per cenare! — gridava correndo verso il gruppo il fratellino di Marianna.
— Vengo; — rispose la giovane — va’ avanti, bambino, va’; io vengo subito. —
Luca si alzò e si tolse il berretto.
— È tempo che torni a casa anch’io — egli disse fingendo indifferenza; e, cercando di dissimulare un sorriso, disparve all’angolo della casa.
Annottava; delle miriadi di stelle brillavano in un cielo cupo; le strade erano deserte e buie. Si udivano le risate di Nazarka e delle donne rimaste sul terrapieno. Luca si era allontanato a passi lenti, ma appena svoltato l’angolo, si abbassò e, tenendo fermo il pugnale, si slanciò come un gatto, senza rumore, verso la capanna del primo ufficiale. Dopo aver attraversato alcune vie correndo, si fermò e si<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|91|riga=si}}</noinclude>accoccolò all’ombra di una siepe, rialzandosi i lembi del vestito.
— Che diavolo! — disse pensando a Marianna — è molto fiera, quella là? È la vera figlia di un ufficiale. Ma aspetta! —
Dei passi di donna interruppero le sue riflessioni; tese l’orecchio. Marianna, con la testa bassa, veniva verso di lui, camminando di un passo rapido e cadenzato, e battendo nella siepe con un lungo ramo che teneva in mano. Luca si alzò; Marianna trasalì e si fermò.
— Villano maledetto! come mi hai spaventato!
Non sei dunque andato a casa? — E rise forte.
Luca afferrò con una mano la vita della ragazza e con l’altra la prese per il viso.
— Avevo qualche cosa da dirti,... te ne prego.... —
Parlava con voce rotta e tremante.
— Che vuoi dirmi, di notte? — rispose Marianna — la mamma mi aspetta, e tu, va’ dalla tua amica! —
Si sciolse dalla stretta di lui e si allontanò di qualche passo. Si fermò presso la siepe della capanna e si rivolse verso il cosacco, che la seguiva, supplicandola di aspettare un momento.
— Ebbene! nottambulo; che cosa vuoi dirmi? — domandò ridendo. |
— Non ti burlare di me; te ne supplico, Marianna! Che male c’è se io ho un’amica? La manderò al diavolo. Di’ una parola e io non amerò che te.... farò tutto quello che vorrai. Capisci! — e fece tintinnare<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|92|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>il denaro nella sua tasca. — Avremmo potuto divertirci molto. Tutti si divertono, ed io, per causa tua, non ho alcuna gioia, Mariannuccia mia! —
La ragazza non rispose; con un rapido movimento delle dita spezzava un pezzetto del ramo che aveva in mano.
Luca strinse ad un tratto i pugni e digrignò i denti.
— Perchè devo sempre aspettare e aspettare? Non ti amo abbastanza?... Fa' di me ciò che vuoi, — disse pieno di rabbia, afferrando le mani della ragazza.
Marianna non cambiò faccia, e rimase calma.
— Non vaneggiare, Luca, e ascoltami; — disse senza ritirare le mani, ma tenendo il cosacco a distanza — per quanto io sia una fanciulla, devi ascoltarmi. Non dipendo da me stessa; se tu mi ami, ascoltami. Lasciami libere le mani, debbo parlarti. Ti sposerò, sì, ma non ti aspettare che faccia delle sciocchezze per te.... quelle non le farò mai!
— Tu mi sposerai; accomoderanno poi ogni cosa senza di noi, ma, amami, Mariannuccia — diceva Luca, divenendo subitamente umile e dolce, da tanto feroce che egli era, e guardando, la ragazza con un. tenero sorriso.
Marianna si strinse a lui e lo baciò sulle labbra.
— Fratello mio.... <ref>Fratello, cugino, ec., sono parole che esprimono un tenero affetto fra quei popoli.</ref> — mormorò. stringendolo<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|92|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>il denaro nella sua tasca. — Avremmo potuto divertirci molto. Tutti si divertono, ed io, per causa tua, non ho alcuna gioia, Mariannuccia mia! —
La ragazza non rispose; con un rapido movimento delle dita spezzava un pezzetto del ramo che aveva in mano.
Luca strinse ad un tratto i pugni e digrignò i denti.
— Perchè devo sempre aspettare e aspettare? Non ti amo abbastanza?... Fa’ di me ciò che vuoi, — disse pieno di rabbia, afferrando le mani della ragazza.
Marianna non cambiò faccia, e rimase calma.
— Non vaneggiare, Luca, e ascoltami; — disse senza ritirare le mani, ma tenendo il cosacco a distanza — per quanto io sia una fanciulla, devi ascoltarmi. Non dipendo da me stessa; se tu mi ami, ascoltami. Lasciami libere le mani, debbo parlarti. Ti sposerò, sì, ma non ti aspettare che faccia delle sciocchezze per te.... quelle non le farò mai!
— Tu mi sposerai; accomoderanno poi ogni cosa senza di noi, ma, amami, Mariannuccia — diceva Luca, divenendo subitamente umile e dolce, da tanto feroce che egli era, e guardando, la ragazza con un. tenero sorriso.
Marianna si strinse a lui e lo baciò sulle labbra.
— Fratello mio.... <ref>Fratello, cugino, ec., sono parole che esprimono un tenero affetto fra quei popoli.</ref> — mormorò. stringendolo<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|93|riga=si}}</noinclude>convulsamente; poi si sciolse da lui, e fuggì senza rivolgersi entrando nel cortile; senza ascoltare le preghiere del cosacco che la scongiurava di ascoltarlo.
— Vattene, ti vedranno! — esclamò a voce bassa — ecco quel noioso del nostro dozzinante che passeggia nel cortile. —
Frattanto Luca pensava:
— Ella mi sposerà, si capisce, ma vorrei che prima mi amasse. —
Andò a raggiungere Nazarka da Jamka, e dopo aver bevuto con lui, andò da Dounia e vi passò la notte, nonostante la infedeltà della ragazza.
{{Rule|8em}}<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|94|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>
{{Centra|XIV.}}
Olénine era nella corte quando Marianna rientrò, e l’aveva udita dire: «Quel noioso del nostro dozzinante....» Aveva passato tutta la serata con Jérochka sulla gradinata della casa, dove aveva fatto portare una tavola, la teiera e una candela. Prendeva il tè e fumava il sigaro ascoltando i racconti di Jérochka, seduto ai suoi piedi sopra uno scalino. L’aria era mite; eppure la candela si struggeva, e la fiamma vacillante gettava la sua luce talvolta sul servizio da tè e tal’altra sulla testa bianca del vecchio cosacco. Le falene svolazzavano, spandendo la fine polvere delle loro alucce, sollazzandosi sulla tavola e fra i bicchieri, talvolta volando storditamente sulla fiamma della candela e scomparendo subitamente nell’oscurità, al di là del cerchio luminoso.
Olénine e Jérochka vuotarono cinque bottiglie di<noinclude></noinclude>
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Autore:Johann Gottlieb Rhode
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Paperoastro
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standardizzo professione
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wikitext
text/x-wiki
{{Autore
| Nome = Johann Gottlieb
| Cognome = Rhode
| Attività = botanico/storico delle religioni
| Nazionalità = tedesco
| Professione e nazionalità =
}}
{{Sezione note}}
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Discussioni pagina:Statistica elezioni 1913 legislatura 24.djvu/55
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Alex brollo
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== Pagina test ==
@[[Utente:Carlomorino|Carlomorino]] L'idea è di usare questa coma pagina test. La formattazione delle varie righe è fantasiosa, per l'alternanza di colspan, font-size, corsivi e grassetti e infine allineamenti :-(. Vediamo con che approccio ''ridurre al minimo il codice'' (purtroppo con css non si può ottenere colspan e rowspan). Ci penso un po', potrebbe essere l'occasione di ideare un nuovo template simile a tl|Cs, nome possibile Cc (Classe cella) che come parametri accetti una classe css + il valore di colspan + (visto che ci siamo) l'eventuale valore di rowspan, e poi di molestare la pagina style.css. Ci gioco un po'. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 09:11, 6 giu 2026 (CEST)
:Resta inteso che non ha senso riprodurre affiancate le due parti sinistra e destra della tabella, visto che sono del tutto indipendenti. Secondo me vanno rese come ''un'unica tabella con una singola intestazione''. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 09:16, 6 giu 2026 (CEST)
{{ping|Alex brollo}}: sì. Qualcosa del genere. Ignorare completamente le due colonne di risultati e metterle una sotto l'altra. Visto che l'OCR non c'è userò l'astuzia italica per fare le scansioni a colonne separate. Al massimo borbotterà una che aspetta il pranzo..... --[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 11:38, 6 giu 2026 (CEST)
{{ping|Alex brollo}}: provo a mettere sotto come dovrebbe apparire al netto dei bordi. --[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 11:59, 6 giu 2026 (CEST)
{{ping|Alex brollo}}: si tratta di capire quale versione è più semplice da usare. O meglio: creare una forma ancora più semplice. Sono più di 40 "paggine" piene di wl a collegi e persone. --[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 12:26, 6 giu 2026 (CEST)
:@[[Utente:Carlomorino|Carlomorino]] Mi spiace, sono incastrato in un vicolo cieco. Lascio perdere per qualche giorno, altrimenti "fondo". :-( [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:17, 7 giu 2026 (CEST)
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Carlomorino
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== Pagina test ==
@[[Utente:Carlomorino|Carlomorino]] L'idea è di usare questa coma pagina test. La formattazione delle varie righe è fantasiosa, per l'alternanza di colspan, font-size, corsivi e grassetti e infine allineamenti :-(. Vediamo con che approccio ''ridurre al minimo il codice'' (purtroppo con css non si può ottenere colspan e rowspan). Ci penso un po', potrebbe essere l'occasione di ideare un nuovo template simile a tl|Cs, nome possibile Cc (Classe cella) che come parametri accetti una classe css + il valore di colspan + (visto che ci siamo) l'eventuale valore di rowspan, e poi di molestare la pagina style.css. Ci gioco un po'. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 09:11, 6 giu 2026 (CEST)
:Resta inteso che non ha senso riprodurre affiancate le due parti sinistra e destra della tabella, visto che sono del tutto indipendenti. Secondo me vanno rese come ''un'unica tabella con una singola intestazione''. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 09:16, 6 giu 2026 (CEST)
{{ping|Alex brollo}}: sì. Qualcosa del genere. Ignorare completamente le due colonne di risultati e metterle una sotto l'altra. Visto che l'OCR non c'è userò l'astuzia italica per fare le scansioni a colonne separate. Al massimo borbotterà una che aspetta il pranzo..... --[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 11:38, 6 giu 2026 (CEST)
{{ping|Alex brollo}}: provo a mettere sotto come dovrebbe apparire al netto dei bordi. --[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 11:59, 6 giu 2026 (CEST)
{{ping|Alex brollo}}: si tratta di capire quale versione è più semplice da usare. O meglio: creare una forma ancora più semplice. Sono più di 40 "paggine" piene di wl a collegi e persone. --[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 12:26, 6 giu 2026 (CEST)
:@[[Utente:Carlomorino|Carlomorino]] Mi spiace, sono incastrato in un vicolo cieco. Lascio perdere per qualche giorno, altrimenti "fondo". :-( [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:17, 7 giu 2026 (CEST)
::{{ping|Alex brollo}}: hamo (o anche ciavemo =abbiamo) tempo. Prima ho da fare tante cose. Tra cui cercare di sistemare il testamento di Fortunato Pio Castellani, che non si riesce a vedere. Il testo l'ho già tutto a casa da anni. --[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 13:30, 7 giu 2026 (CEST)
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Pagina:L'Anima musicale d'Italia.djvu/248
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Pic57
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Pic57" /></noinclude><section begin="s40" />
{{Centrato|'''''40. Ora che m'hai lasciata'''''}}
<score sound=1>
<<
\new Staff= "Canto"
\with {
midiInstrument = #"synth voice"
}
\relative c' {
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\key f \major
%rigo canto 1.1
\autoBeamOff r4 r8 d' \bar "||"
d8 c a d|
d8 a r d|
d8^([ c]) a^([ d])|
c8 g r c
\break
%rigo canto 1.2
c8 bes g c|
\stemDown c8^([ g]) r c|
bes4 g|
\stemUp a8[ f] r \stemDown c'|
a8 f r4 \bar "|."
}
\addlyrics{
O -- ra che m'hai la -- scia -- ta non va -- do scal -- za al-
la sa -- li -- ta di quel mon -- te ne_ro O -- ne -- ro.
}%1
>>
\layout {
ragged-last = ##f
}
\midi {}
</score>
<section end="s40" />
<section begin="s41" />
{{Centrato|'''''41. La rosa è il più bel fiore'''''}}
<score sound=1>
<<
\new Staff= "Canto"
\with {
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}
\relative c' {
\time 2/4
\tempo 4=90
\key f \major
%rigo 1.1
\autoBeamOff a'4 \stemUp bes8 c |
\stemDown f8^([ e]) d^([ c])|
\stemUp a4^\( \stemDown d8^([ c])\)|
\stemUp f,2|
g4 \stemDown c8 d|
e8^([ d]) bes^([ g])|
\break
%rigo 1.2
\stemUp f2~|
\cadenzaOn f4~ f r8 \cadenzaOff \bar "|"
a4 bes8 c|
\stemDown f8^([ e]) d c|
\stemUp a4 \stemDown d8^([ c])|
\stemUp f,2|
g4 \stemDown c8 d|
\break
%rigo 1.3
e8^([ d]) c16[ bes a g]|
\stemUp f2^~|
\cadenzaOn f4 r16 \stemDown c' d8.^\fermata c16 \cadenzaOff \bar "|"
\stemUp bes8 g e16_([ g]) e16_([ g])|
e8^\( g\) \stemDown d' c|
\break
%rigo 1.4
\stemUp a8 f f16[a] f16[a]|
a8 r16 \stemDown c b8 c|
e4 d|
c4 bes^\fermata|
a4 bes8 c|
\break
%rigo 1.5
f8^([ e]) d^([ c])|
\stemUp a4^\( \stemDown d8^([ c])\)|
\stemUp f,2|
g4 \stemDown c8 d|
e8. d16 \stemUp c[ bes a g]|
f2~|
f8 r r4 \bar "|."
}
\addlyrics{ La rosa è il più bel fio -- re co -- me la gio -- ven-
tù na -- sce fio -- ri -- sce e muo -- _ re e non ri-
tor -- na più Ed io t'a -- ma -- i ai ai ai _ t'a -- do-
ra -- i ai ai ai e t'a -- mo_an -- co -- _ _ ra co -- me un_a-
ugel -- lo do -- ci -- le ti se -- gui -- rà il mio cor.
}%1
>>
\layout {
ragged-last = ##f
}
\midi {}
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I Cosacchi/XIII
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Porto il SAL a SAL 75%
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{{Qualità|avz=75%|data=6 giugno 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=XIII|prec=../XII|succ=../XIV}}
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Francyskus
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|86|IL ROSETO|}}</noinclude><section begin="s1" />
la sua misera piaga e spargervi sopra del sale. Dissi soltanto fra me:
<poem>
"Stolido compagnon, porché, ubriaco,
al dí non pensa della povertà.
Albero che diè frutti a primavera
senza foglie in inverno rimarrà."
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|f=120%|6. CAPACITÀ DIVERSA}}
Un principe affidò ad un letterato un suo figliuolo
e gli disse: "Questo è un figlio tuo. Tu lo educherai
come uno dei tuoi figli." Per alquanti anni il maestro si affaccendò intorno al fanciullo, ma non profittò nulla, mentre i figli di lui giunsero alla maggior perfezione nell'erudizione e nella letteratura. Il principe ne riprese il precettore, dicendogli: "Tu non hai attenuto la promessa, né mantenuto la parola tua di fede!" "O signore" rispose, "l'istruzione è stata sempre la stessa, ma la capacità è differente."
<poem>
Da petrose miniere anche se vengono
l'argento e l'oro, argento ed or non tutte
le miniere contengono.
Spande su tutto il mondo la sua luce
del Canopo la stella, e cuoi di varia
tinta qua e là produce.<ref>Non s'intende bene cosa voglia dire, e i commentatori, anche gli orientali, vanno a tentoni. Pare che, secondo certa opinione volgare, si attribuisca al Canopo (che splende però soltanto nell'emisfero meridionale) certa influenza sul cangiar dei colori.</ref></poem><noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Saadi - Il Roseto, II.pdf/91
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Francyskus
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" /></noinclude><section begin="s1" />{{Ct|f=120%|7. PROVVIDENZA DIVINA}}
Udii, un giorno, il preposto di certe persone pie che
diceva cosí ad un suo discepolo: "Se tutta quella sollecitudine che ha ogni uomo per il suo pane quotidiano, fosse per Chi gli dà il pane quotidiano, l'uomo supererebbe in grado e dignità gli Angeli stessi!"
<poem>
Di te non si scordò l'Onnipotente
quando un germe eri tu nel materno alvo
nascosto, orbo di mente.
Ma spirto ti donò, senno, avvenenza,
lingua, intelletto, consiglio, pensiero,
indole, intelligenza!
Dieci dita alle mani ei t'appostava,
forti due braccia all'una e all'altra spalla
acconce ti assestava.
Pensa ora tu, che vuoto sei di mente,
se per un solo dí vorrà scordarsi
di te l'Onnipotente!
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|f=120%|8. CHE SIA IL VERO MERITO}}
Ho conosciuto un Arabo il quale, un giorno, cosí andava dicendo ad un suo figlio: ''"Figlio mio, nel giorno della risurrezione dei morti sarai richiesto di ciò che ti sarai meritato, e non ti si domanderà da chi sei nato!'' che vuol dire: Ti si domanderà quali sono state le tue opere, e non ti diranno: Chi è tuo padre?"<ref>La ragione di questa sorta di ripetizione sta in ciò che nel testo la prima parte (in corsivo) in lingua araba, la seconda in lingua persiana.</ref><noinclude><references/>{{PieDiPagina||87|}}</noinclude>
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Pagina:Saadi - Il Roseto, II.pdf/92
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Francyskus
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|88|IL ROSETO|}}</noinclude><section begin="s1" /><poem>
Quel velo onde la Caaha si ricopre,.
oh! non è illustre per quel filugello
onde un giorno fu intesto.<ref>Il drago di seta che ricopre le pietra nera, la Caaba, nel santuario della Mecca</ref>
In loco illustre e glorioso stette
alquanti giorni, e illustre e glorioso
divenne per cotesto.
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|f=120%|9. ATTI INDEGNI VERSO PARENTI E CONGIUNTI}}
Nei libri dei filosofi si riferisce che lo scorpione non nasce al modo comune degli altri animali, sí bene rode gl'intestini della madre, ne squarcia il ventre, e cosí esce all'aperto, e che quelle pellicole che si veggono nelle tane degli scorpioni, sono la traccia di ciò. Questa cosa singolare io dissi un giorno in presenza d'un gran personaggio, il quale rispose: "Il cuore mi attesta della verità di tutto cotesto, né la cosa non può essere che tale, perché, se gli scorpioni quando son piccini trattano cosi madre e padre, quando poi son grandi, necessariamente sono cosí accolti e graditi!"<ref>Detto, s'intende, per ironia.</ref>
<poem>
Cosí ammoniva, un giorno, il figlio suo
un genitor, dicendo: "Esto consiglio
da me intendi, o mio figlio!
Chi fè non serba a quei della sua gente,
affabil mai non fia né grazïoso,
potente o facoltoso."
</poem>
Un giorno dissero taluni ad uno scorpione: "Perché non esci d'inverno?" "Che onore mi si fa d'estate," rispose, "perché io esca anche d'inverno?"<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Saadi - Il Roseto, II.pdf/93
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Francyskus
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" /></noinclude><section begin="s1" />{{Ct|f=120%|10. PERVERSITÀ DI FIGLIUOLO}}
La povera moglie d'un uomo pio e devoto era pregnante. Venne il tempo del suo partorire, mentre l'uom pio, per tutta quanta la sua vita, aveva desiderato un figlio, e intanto aveva fatto questo voto: "Se Iddio onnipotente e glorioso mi concederà un figlio, io, eccetto questa tonacella di cui vado vestito, donerò in elemosina ai poveri tutto ciò che posseggo." La donna, appunto, gli partorí un figlio, ed egli ne fece una gran festa e convitò secondo il costume gli amici. Dopo molti anni, ritornando io da un mio viaggio in Siria, passai per caso dal logo dove abitava, e là domandai notizie del come si trovasse. "Ora è in carcere," mi fu detto, "per ordine del prefetto." "Per qual motivo?" domandai. "Suo figlio" mi risposero, si è dato al vino; ha fatto bagordo; ha ammazzato un tale, e si è involato da questa città con la fuga. Al padre, perciò, hanno messo catene al collo e ceppi gravi al piede." "Ecco!" io dissi, "questa disgrazia se l'è voluta con le sue preghiere al Signore!"
<poem>
Se al dí del parto le donne pregnanti,
o brav'uom, partorissero, un serpente,
meglio saria per quei che ha senno e mente
che figli partorire oltracotanti!
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|f=120%|11. CHI SIA VERAMENTE UN UOMO}}
Era io ancora un giovanetto quando ad un gran personaggio domandai certa notizia intorno alla pubertà, ed egli mi rispose: "Si trova scritto nei libri che essa è indicata da tre segni particolari, uno dei quali è il<noinclude><references/>{{PieDiPagina||89|}}</noinclude>
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Francyskus
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|90|IL ROSETO|}}</noinclude><section begin="s1" />quindicesimo anno.<ref>Si lasciano, essendo troppo veristi, gli altri due segni.</ref> Ma veramente essa<ref>Qui s'intende pubertà nel senso di perfezione umana, più sopra in quello di maturità maschile.</ref> ha un solo segno, e quello basta, e consiste nel cercar di compiacere a Dio glorioso e grande piú che di procacciar vantaggio alla propria anima. Ora chi non ha queste tali qualità non è annoverato tra i veri uomini dai veri devoti."
<poem>
Ben suole, nel materno alvo restandosi
per venti giorni e venti, umana forma
umano germe assumere.
Ma, se in vent'anni e venti, in lui non trovasi
né senno né ragion, non può davvero
d'essere un uom presumere!
Essere umano in generoso core
e in bontà si consiste, ed uomo vero
materïal figura non dirai.
Merto si vuol, ché a tinte varïate
in portici e magioni umane forme
pingere scrupre e dísegnar potrai.
In man recarsi potestà e ricchezza
non è merto o virtú. Récati in mano
un core umano, e merito ne avrai!
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|f=120%|12. COMPAGNIA INDEGNA}}
Un anno, sorse litigio tra i pellegrini della Mecca che andavano a piedi, e tra questi, nello stesso viaggio, era l'autore del presente libro. Veramente, noi ci avventammo l'uno contro dell'altro alla fronte, al viso, facendo atto indegno di baruffa. Intesi un tale che viaggiava dentro la corba del cammello, dire al-<noinclude><references/></noinclude>
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Francyskus
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||IL ROSETO|91}}</noinclude><section begin="s1" />l'altro che dall'altro fianco del cammello stava nell'altra corba di contrappeso, queste parole; "Oh! meraviglia. I pedoni d'avorio del giuoco degli scacchi, quando hanno percorso tutta quanta la scacchiera, diventano altrettante regine, ciò che vuol dire ch'essi avanzano di grado. Ma qui, cotesti pellegrini pedoni percorrono tutta la scacchiera del deserto, e s'abbassano di grado!"<ref>Solenne freddura o scipitezza. Forse il racconto non è di Saadi.</ref>
<poem>
Da parte mia dirai al pellegrino,
vessator della gente,
che i compagni pilucca e di percosse
li strazia crudelmente:
"Non sei tu il pellegrin, ma il pellegrino
è il cammel veramente,
ché pesi porta il misero e si ciba
d'ogni spiua pungente."<ref>Altro concettino insipido.</ref>
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|f=120%|13. AZIONE INUTILE E STOLIDA<ref>Aneddoto di assai poco valore, al quale pare non si adatti bene il passo poetico che l'accompagna.</ref>}}
Un Indiano aveva imparato il mestiere del trattar
la nafta, quando un saggio gli disse: "Cotesto giuoco
tuo non è buono per te che hai la casa composta di
canne!"
<poem>
Finché non saprai tu che gli è a proposito
il favellar, tu non favellerai.
Quando saprai non essere a proposito
render risposta, non risponderai.
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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2026-06-06T13:23:15Z
Francyskus
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||IL ROSETO|91}}</noinclude><section begin="s1" />l'altro che dall'altro fianco del cammello stava nell'altra corba di contrappeso, queste parole; "Oh! meraviglia. I pedoni d'avorio del giuoco degli scacchi, quando hanno percorso tutta quanta la scacchiera, diventano altrettante regine, ciò che vuol dire ch'essi avanzano di grado. Ma qui, cotesti pellegrini pedoni percorrono tutta la scacchiera del deserto, e s'abbassano di grado!"<ref>Solenne freddura o scipitezza. Forse il racconto non è di Saadi.</ref>
<poem>
Da parte mia dirai al pellegrino,
vessator della gente,
che i compagni pilucca e di percosse
li strazia crudelmente:
"Non sei tu il pellegrin, ma il pellegrino
è il cammel veramente,
ché pesi porta il misero e si ciba
d'ogni spina pungente."<ref>Altro concettino insipido.</ref>
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|f=120%|13. AZIONE INUTILE E STOLIDA<ref>Aneddoto di assai poco valore, al quale pare non si adatti bene il passo poetico che l'accompagna.</ref>}}
Un Indiano aveva imparato il mestiere del trattar
la nafta, quando un saggio gli disse: "Cotesto giuoco
tuo non è buono per te che hai la casa composta di
canne!"
<poem>
Finché non saprai tu che gli è a proposito
il favellar, tu non favellerai.
Quando saprai non essere a proposito
render risposta, non risponderai.
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Il Roseto/Capitolo settimo - Del frutto dell'educazione
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{{Qualità|avz=75%|data=6 giugno 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Capitolo settimo - Del frutto dell'educazione|prec=../Capitolo sesto - Del declinare dell'età/8. Nozze sconvenienti|succ=../Capitolo settimo - Del frutto dell'educazione/1. Educazione inutile e infruttuosa}}
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Il Roseto/Capitolo settimo - Del frutto dell'educazione/1. Educazione inutile e infruttuosa
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Francyskus
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{{Qualità|avz=75%|data=6 giugno 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|Capitolo settimo - Del frutto dell'educazione]] - 1. Educazione inutile e infruttuosa|prec=../../Capitolo settimo - Del frutto dell'educazione|succ=../2. Valore della educazione paterna}}
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Il Roseto/Capitolo settimo - Del frutto dell'educazione/2. Valore della educazione paterna
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{{Qualità|avz=75%|data=6 giugno 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|Capitolo settimo - Del frutto dell'educazione]] - 2. Valore della educazione paterna|prec=../1. Educazione inutile e infruttuosa|succ=../3. Giusta severità di maestro}}
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Autore:Giovanni Bordiga
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Giovanni | Cognome = Bordiga | Attività = matematico | Nazionalità = italiano | Professione e nazionalità = }} ==Opere== * ''I metodi della geometria descrittiva nota'', 1902 * ''Étude sur la correspondance quadratique'', 1909 * ''Commemorazione degli studenti dell'Accademia morti in guerra'', 1922 * ''Dell'incisione in Venezia: Memoria di Giannantonio Moschini'', 1924 * ''Geometria nello spazio hilbertiano: memori...
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{{Autore
| Nome = Giovanni
| Cognome = Bordiga
| Attività = matematico
| Nazionalità = italiano
| Professione e nazionalità =
}}
==Opere==
* ''I metodi della geometria descrittiva nota'', 1902
* ''Étude sur la correspondance quadratique'', 1909
* ''Commemorazione degli studenti dell'Accademia morti in guerra'', 1922
* ''Dell'incisione in Venezia: Memoria di Giannantonio Moschini'', 1924
* ''Geometria nello spazio hilbertiano: memoria di [[Giuseppe Vitali (matematico)|Giuseppe Vitali]]'', 1928
* ''Jacopo Sansovino e Venezia'', 1929
* ''Discorsi civili'', 1934
* ''Kleinere Veröffentlichungen''
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{{Autore
| Nome = Giovanni
| Cognome = Bordiga
| Attività = matematico
| Nazionalità = italiano
| Professione e nazionalità =
}}
==Opere==
* ''I metodi della geometria descrittiva nota'', 1902
* ''Étude sur la correspondance quadratique'', 1909
* ''Commemorazione degli studenti dell'Accademia morti in guerra'', 1922
* ''Dell'incisione in Venezia: Memoria di Giannantonio Moschini'', 1924
* ''Geometria nello spazio hilbertiano: memoria di [[autore:Giuseppe Vitali|Giuseppe Vitali]]'', 1928
* ''Jacopo Sansovino e Venezia'', 1929
* ''Discorsi civili'', 1934
* ''Kleinere Veröffentlichungen''
{{Sezione note}}
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Il Roseto/Capitolo settimo - Del frutto dell'educazione/3. Giusta severità di maestro
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Il Roseto/Capitolo settimo - Del frutto dell'educazione/5. Dissipazione incorreggibile
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Il Roseto/Capitolo settimo - Del frutto dell'educazione/7. Provvidenza divina
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Il Roseto/Capitolo settimo - Del frutto dell'educazione/8. Che sia il vero merito
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Il Roseto/Capitolo settimo - Del frutto dell'educazione/9. Atti indegui verso parenti e congiunti
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Il Roseto/Capitolo settimo - Del frutto dell'educazione/10. Perversità di figliuolo
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Categoria:Pagine in cui è citato Giovanni Bordiga
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Giovanni Bordiga}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Bordiga, Giovanni]]
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{{Vedi anche autore|Giovanni Bordiga}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Bordiga, Giovanni]]
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Il Roseto/Capitolo settimo - Del frutto dell'educazione/11. Chi sia veramente un uomo
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Il Roseto/Capitolo settimo - Del frutto dell'educazione/12. Compagnia indegna
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Il Roseto/Capitolo settimo - Del frutto dell'educazione/13. Azione inutile e stolida
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|caption = Valle d’Intelvi. — Strada da Lanzo a Campione.<br/>(Lago di Lugano).
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}}
E’ bello il giardino pubblico di S. Andrea che si estende sulle pendici del monte, con quei sentieri civettuoli serpeggianti in mezzo a boschetti, fra i rami dei quali si domina infinito il mare.
Meraviglioso poi è il castello di Miramar a circa 10 chilom. da Trieste verso Gorizia, fatto costruire dall’ottimo e disgraziato principe {{AutoreCitato|Massimiliano I del Messico|Massimiliano}}. Uno scoglio che si spinge arditamente in mare fu per opera sua convertito in un incanto: quivi un castello ammirabile per architettura, ricchezza e pei dipinti che contiene: quivi laghetti, boschi, giardini tropicali, fiori d’ogni qualità; il tutto spira una quiete, una beatitudine che commuove; quivi si morrebbe felici quando al sorriso della terra si sposasse quello del cielo e del mare.
{{rule|8em}}<noinclude>{{PieDiPagina|'''Alpi e Appennini.'''||Dispensa '''36.'''}}</noinclude>
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Alpi e Appennini/Le Valli Intervi
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{{Centrato|{{x-larger|CAPITOLO VI.}}}}
{{x-larger|U}}na sera esse erano sole; la Palatina avea fatte aprir le finestre, e dal suo letto potea vedere in parte un giardino da lei stessa piantato. A quell’epoca dell’anno la vegetazione era ancora nella sua magnificenza. Alcune nubi però annunziavano che l’autunno era vicino. Nonostante fiori d’ogni sorta s’alzavano e profumavano l’aria, e gli alberi eran carichi di frutti. La Palatina considerò lungo tempo tutti quegli oggetti in {{Pt|silen-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||149}}</noinclude>{{Pt|zio.|silenzio.}} V’era nell’esperienza del suo volto molta melanconia mista a quell’indiferenza che, a loro insaputa, sorprende talvolta le persone moribonde. Il medesimo sentimento che ci porta ad ammirare più particolarmente quello che ci appartiene, è egli ancora quello che ci distacca involontariamente da ciò che siamo per perdere? ovvero, simile al viaggiatore che dopo un lungo esilio sente palpitare il cuore all’avvicinarsi del letto de’ suoi padrí, l’anima sì vicina ai confini della novella carriera, la riconosce ella per sua patria, e sdegnando il soggiorno che abbandona, si slancia già tutta intera verso quello che deve fra poco abitare?
Finalmente la Palatina volgendosi ad Olesia: — Quegli alberi, disse hanno la vostra età, voi siete cresciuti insieme; son circa diciotto anni che fu piantato quel giardino. Prima che voi nasceste tutto quel che vedete era una vasta e inutile corte; quell’erbette sono state semipate per voi, e là con tutta la tenerezza e sollecitudine d’una madre io ho {{Pt|secon-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|150||}}</noinclude>{{Pt|dati|secondati}} i vostri primi giuochi. Nessuna delle mie speranze e rimasta delusa: quella piantagione è ora in tutto il suo vigore; ciascun di quegli alberi adempie al suo scopo d’utilità: gli uni stendon lontana la loro ombra, gli altri son carichi di frutti; e voi, mia cara Olesia, voi siete com’essi in tutto il vostro splendore; le grazie della vostra persona non sono i doni più preziosi di cui v’abbia arricchita la natura; voi siete buona, e lo sarete per tutta la vostra vita; voi sarete amata da tutte le persone con le quali vivrete; piacerete loro dapprima, le guadagnerete dipoi. Ah! conservate sempre cotesto carattere angelico, cotesta dolcezza sì utile nel commercio della vita. — Forse, Olesia, soggiunse la Palatina gettando sulla sua figlia uno sguardo pieno della più penosa inquietudine, voi vivrete in seguito con persone che si mostreranno esigenti; voi troverete il cuor loro ben diverso da quel d’una madre, e per ottenervi un posto in que’ cuori, sarete costretta a porre in opera tutte le vostre cure. Voi {{Pt|entre-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||151}}</noinclude>{{Pt|rete|entrerete}} ben presto in una famiglia estranea; in essa non basterà di piacere a vostro marito; egli ha anche una madre; ei v’amerà di più se siete bene accolta fra’ suoi; un buon cuore tien conto fedelmente di tutti i dispiaceri che gli si risparmiano. Ma senza dubbio io sarò al vostro fianco, o mia figlia, e quei falli ne’ quali io stessa avrei potuto cadere, la mia tenerezza materna saprà farveli evitare. La Palatina pronunzio quest’ultima frase con una grande lentezza; essa non potè ritenere un sospiro, e portando lo sguardo sulla sua figlia, la vide impallidire. Il turbamento d’Olesia era visibile quantunque ella facesse i più penosi sforzi per dissimularlo.
Il tormento che ell’ebbe a soffrire in questo colloquio, fu come il cimento di tutta la sua costanza. Da qualche giorno ella non s’illudeva più; e vedeva i beni che più amaya al mondo consumarsi e sfuggirle. Ogni patimento di sua madre martirizzava il suo cuore; ella avrebbe voluto riunirli tutti sopra di sè; slanciavasi al<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|152||}}</noinclude>minimo lamento; e poi ricadeva, oppressa dalla sua impotenza.
La Palatina, addolorata dall’espressione di disperazione scolpita sui lineamenti di sua figlia, prese tutto ad un tratto una risoluzione contraria a quella che avea ritenuta fin allora. — Olesia, diss’ella raccogliendo tutte le sue forze, in vece d’impiegare gli ultimi giorni che mi rimangono ad ingannarci scambievolmente, è meglio fortificarci ambedue contro una sventura che non possiam riparare. Se voi v’illudeste, io non avrei il coraggio di dissingannarvi; ma io leggo nel vostro cuore e vedo tutti i vostri timori. Non v’è più strada di dissimularlo; essi sono fondati, ed io sento che son presso a morire. — Cara figlia, soggiunse con voce tremante la Palatina, quando vide Olesia inginocchiarsi al suo letto e nascondere il viso bagnato di lacrime, io non avrei creduto di lasciarti sì presto. — O mio Dio! diss’ella stendendo le sue mani pallide e scarne sulla nera capellatura di sua figlia; o mio Dio! che la {{Pt|benedizio-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|153||}}</noinclude>{{Pt|ne|benedizione}} ch’io le do sia ratificata nel soggiorno celeste! Io era il suo unico appoggio sulla terra; fate voi le mie veci, poichè non le restate che voi. Voi sapete se ho ragione di spaventarmi del suo destino avvenire: io la lascio al momento in cui erano per ischiarirsi tutte le mie incertezze. E tu, che sei la figlia del mio cuore e della mia elezione, in questo momento solenne io debbo farti una trista confidenza: tu sei ciò che io aveva di più caro sulla terra, e nonostante.... — Madre mia! madre mia! sclamò Olesia d’un tuono da strappare il cuore, in nome dell’amor vostro e del mio, non proseguite; io so tutto!
Pronunziando queste parole ella si era alzata improvvisamente e sorpresa da un movimento convulso. Il suo volto era pallido come quello della moribonda. I suoi occhi offuscati tentarono invano distinguere i lineamenti adorati della madre sua; ella sentissi un momento stringere al suo seno, e bentosto il vacillante suo corpo sfuggì dalle deboli braccia della {{Pt|Pa-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|154||}}</noinclude>{{Pt|latina;|Palatina;}} la misera svenne, e cadde tramortita.
A quello strepito, al grido acuto che gettò la Palatina, un medico che vegliava nell’appartamento vicino corse alla camera dell’ammalata; molte persone spaventate vi si precipitarono nel momento stesso. Fu trasportata via Olesia. La Palatina, a cui un’estrema debolezza impediva da lungo tempo di muoversi senz’aiuto, aveva in quell’orribil momento acquistate forze soprannaturali; ell’era seduta sul letto, con le braccia stese verso la porta per la quale si era trasportata la sua figlia, con gli occhi fissi, con la bocca mezz’aperta e inaridita, immobile, e simile all’infelice colpito dal fulmine, che nel volto e nell’atteggiamento indica ancora lo spavento ond’era invaso nell’istante della sua distruzione. A poco a poco, i contratti di lei lineamenti ripresero una calma più spaventevole ancora; i suoi occhi si chiusero, e ricadde con tutto il peso sull’origliere. Il medico le si avvicinò; volea farle prendere una bevanda {{Pt|attonan-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||155}}</noinclude>{{Pt|te,|attonante,}} ma il suo ministero era divenuto inutile, e il restante di quella debole vita andava per sempre ad estinguersi.
Il Palatino di S*** era insieme coi suoi due figli nella camera della moglie; il medico si rivolse a loro, e profondamente commosso annunzio che ogni speranza era perduta. Questa nuova si sparse nel momento per tutto il palazzo. La Palatina era amata; ciascuno ne fu costernato. Tutti quelli che avean l’accesso agli appartamenti si recarono nella camera della moribonda; molti altri vi s’insinuarono, pensando con ragione che in simil momento non sarebbe loro vietato l’ingresso.
Un osservatore, estraneo al dolore di tutta questa casa, e che per avventura fosse stato confuso nella moltitudine, avrebbe trovato in questa scena un vasto carepo di riflessioni. L’appartamento in cui morì la Palatina era un’immensa sala, ove per un de’ soliti capricci de’ malati essa avea fatto porre il suo letto alcune settimane avanti. Questo letto era<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|156||}}</noinclude>senza cortine; la parte superiore ne era elevatissima, e molti guanciali sollevavano e sostenevano quella testa pallida e immobile.
Si cercò tosto d’un prete. La Palatina s’era confessata la sera avanti; lo stesso ministro l’aveva assolta. Pian piano e col cuore commosso ei s’accostò alla sua penitente, le amministrò l’ultimo sacramento che doveva ricevere sulla terra, e ritirandosi fra il letto e il camminetto, con le mani giunte e cogli occhi bassi, rivolse sotto voce dei preghi al cielo per quella ch’egli conosceva sì buona.
Appoggiato sul fusto del letto della Palatina, e con gli occhi fissi sopra di lei, il medico non rivolse mai i suoi sguardi da quello spettacolo imponente: ei teneva ancora in mano la bevanda rigettata dalle labbra moribonde. Abituato a veder morire ogni giorno dal fanciullo fino al vecchio, l’aspetto della morte non lo potea nè commovere, nè sorprendere. L’espressione del suo volto era delle più difficili a comprendersi; vi era ne’ suoi sguardi nel tempo stesso<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||157}}</noinclude>melanconia, speculazione, e inquietudine. Il primo sentimento proveniva dall’affetto che le aveva ispirato la Palatina: egli pensava al vuoto che la sua morte era per cagionare nella sua famiglia, a’suoi figli, e soprattutto alla sua figlia. Il secondo apparteneva interamente al suo stato; avendo date nel suo pensiero tante ore d’esistenza all’ammalata, ci seguiva involontariamente dei periodi impercettibili ad altri occhi che a’ suoi, e vedeva con una specie di soddisfazione involontaria di non essersi ingannato ne’suoi calcoli. L’ultimo sentimento che s’univa agli altri, si riferiva al cambiamento poco vantaggioso che la morte d’una persona che lo proteggeva era per produrre ne’ suoi affari. Qualunque sia la situazione d’animo in cui l’uomo si trovi, se dura un qualche tempo, è ben raro che gli ultimi pensieri che quella c’ispira sieno in armonia con quelli che c’ispirò dapprima. Una delle idee più triste si è quella di pensare che in generale i nostri primi moti son generosi, e che la {{Pt|rifles-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|158||}}</noinclude>{{Pt|sione,|riflessione,}} che dovrebbe nobilitarli di più, quasi sempre li guasta. Il cuore è il primo ad esser commosso; quella che s’appella ragione lo fa ben tosto tacere; l’egoismo che s’era messo da parte riprende a poco a poco tutto il suo potere, e s’innalza ben presto al di sopra d’ogni considerazione che non gli è personale.
Il Palatino di S***, vero modello di quei caratteri deboli che annettono importanza a’ più piccoli avvenimenti della vita, e che nelle circostanze maggiori perdon la testa, si alzava, si metteva a sedere, si alzava ancora, faceva alcuni passi per la camera, e si fermava ad un tratto; ei camminava in punta di piedi; gli occhi suoi spalancati cangiavan sovente espressione, e quando si fissavano sopra colei ch’era per abbandonarlo per sempre, li rivolgeva con orrore. Il Palatino aveva passati i sessant’anni; s’avvicinava a quell’età d’infermità e di disgusti, in cui i patimenti sembrano attaccar l’uomo alla vita; quella scena, nella quale una persona quindici anni più giovine di lui<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||159}}</noinclude>era in sua presenza colpita da morte, gli cagionava non meno apprensione che dolore. Ei l’aveva amata molto; ma viene un tempo, in cui si riportano sopra sè stesso le affezioni che si erano date altrui, in cui l’attaccamento non è sovente che egoismo. Qualche volta con un gesto di impazienza egli imponeva silenzio ai lamenti delle persone di casa; più tardi si doleva egli stesso con più di amarezza. Tutta quella moltitudine che occupava una parte dell’appartamento lo molestava, nel mentre che si curava appena di sapere se era solo o accompagnato. Avvezzo da molti anni a seguire i moti del suo amor proprio piuttosto che quelli del suo cuore, ei temeva di mancare alla dignità conveniente al suo grado, e la vanità penetrava fino nel suo funebre addio.
Il suo figlio maggiore, il conte Alessandro, assiso in una sedia a bracciuoli accanto al lettodi sua madre, colle braccia incrocicchiate, pallido in volto, provava un profondo dolore; la sua anima ambiziosa, ma<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|160||}}</noinclude>non affatto corrotta, trovava in quel momento solenne dei moti abbastanza nobili per cangiare il corso del suo destino, se avesse lasciato loro libero il varco. La sua faccia chinata e i suoi occhi alzati gli davano qualcosa di tetro come il quadro che gli si parava davanti. Ei guardava sovente il letto di dolore, e pensando a tutta l’incertezza della vita, avrebbe volontieri abbandonati i suoi colpevoli progetti. Se sua madre in quel momento fatale avesse potuto proferire una parola, se avesse richiesto un giuramento, il conte Alessandro, in compensazione delle inquietudini che le avea cagionate, avrebbe forse giurata su quel letto di morte fedeltà alla sua patria; fors’anco Iddio che scandaglia i cuori gli risparmiò uno spergiuro.
Enrico, il secondo figlio della Palatina, prostrato accanto al letto, tenendo una delle sue mani agghiacciate, col volto inondato di lacrime, dava senza ritegno un libero sfogo al suo dolore.
Le finestre eran rimaste aperte;<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||161}}</noinclude>la notte era calda e burrascosa; talvolta la luna sgombra di nubi lanciava sul pavimento della sala una lunga striscia bianca, e s’alzava d’alcuni piedi sul damasco cremisino che lo copriva. Il gran silenzio che regnava non era interrotto che dai gemiti. Si udivano ancora alcune parole male articolate che si partivano dal gruppo composto dalle persone di casa. Ah! mio Dio!... una sì buona madre!... una sì buona padrona! Queste persone serrate l’une con l’altre, illuminate ora da un raggio lunare, ora dal vacillante bagliore dei ceri che si eran posti accanto al letto, presentavano una gran diversità d’espressioni; alcune giovani donne piangevano; altre con la bocca mezzo aperta, egli occhi rivolti al cielo, crollavano insensibilmente la testa in segno di pietà. Vedeasi sul viso di molti quell’impressione mista di curiosità e di timore in cui ciascuno di questi sentimenti sembra prevalere a vicenda. Quella funebre scena nel cuor della notte li agghiacciava d’orrore, e tuttavia quel bisogno di sensazioni forti<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|162||}}</noinclude>che ognuno prova più o meno li tenea fermi al lor posto. Col collo teso, con le mani in avanti, volevano tutto distinguere, tutto vedere, e allorquando in un momento di profondo silenzio, il vento penetrando nelle pieghe delle cortine di damasco agitavale sordamente, o quando l’uccello notturno urtava la mostruosa sua testa contro un de’ vetri della finestra, un tremito agghiacciava tutti que’ volti e ravvicinavali ancora.
Un grand’orologio appeso al muro vicino al letto della Palatina suonò mezza-notte. Quei dodici tocchi risuonarono cupamente nella vasta sala; molti cuori batteron più forte, molti pensieri s’incontrarono e dissero: — Quest’ora sarà l’ultima. Infatti alcuni minuti dopo la respirazione della moribonda, che fin allora era stata poco sensibile, si rialzò per qualche momento e cessò affatto.
Il conte Alessandro baciò la gelida mano di sua madre; due lacrime scorrevano su le sue gote; ei s’arrestò un momento, poi rivolgendosi precipitosamente verso suo padre<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||163}}</noinclude>ch’era restato immobile, lo condusse fuori dell’appartamento. Enrico si alzò lentamente, e li seguì. Il medico accostossi alla Palatina; essa avea gli occhi chiusi; ei prese un fazzoletto che trovavasi sopra un tavolino, lo dispiegò, lo passò sotto il mento della defunta per provenire l’alterazione de’ suoi lineamenti, e lo fermò sui capelli; poi andò a preparare tutto il necessario per imbalsamare il cadavere all’indomani. A poco a poco la moltitudine si ritirò senza strepito; alcune donne s’accostarono al letto, salutarono quella ch’era stata loro benefattrice, e posarono accanto al piccolo crocifisso d’oro ch’era stato posto sul petto della defunta, chi un’immagine della Vergine, chi una preziosa reliquia, e nella lor pia semplicità ciascuna supponeva che la propria offerta avesse una grande influenza sulla eterna salute della sua padrona.
Il prete era rimasto solo aprì un libro di preghiere e s’assise. Verso le due s’aprì una porta, e comparve Enrico; ei si posò accanto al letto,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|164||}}</noinclude>prese una mano di sua madre, e rivolgendo la testa appoggiossi ad un angolo del camminetto: — Io son suo figlio, diss’egli con voce languida al prete che pareva sorpreso; le ho diritto di vegliare accanto a lei, e vengo a pregare con voi.<noinclude><references/></noinclude>
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Olesia, o la Polonia/Capitolo VI
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|95|riga=si}}</noinclude>vino nuovo. Ogni volta che Jérochka riempiva il suo bicchiere, brindava con Olénine augurandogli salute e pace. Parlava senza interrompersi. Raccontava i costumi dei suoi antenati, di suo padre, che portava sul dorso un cinghiale che pesava quanto un manzo e beveva tutto in un fiato due boccali di vino. Parlò dei suoi tempi passati, del suo amico Guirtchik, che l’aiutava, in tempo di peste, a portare dei ''bourkas'' al di là del Terek. Raccontò le sue cacce, come aveva ucciso due cervi in una mattinata, e come la sua amante correva la notte per raggiungerlo al cordone. Parlava con molta eloquenza e faceva delle descrizioni così pittoresche, che Olénine non si accorgeva che le ore fuggivano.
— Ecco, mio caro, come noi viviamo! È un peccato che tu non mi abbia conosciuto da giovine!... Oggi Jérochka non è più buono a nulla; prima faceva molto parlare di sè. Chi aveva il più bel cavallo, le più belle armi? Con chi divertirsi, con chi bere un sorso? Chi fu mandato ad uccidere Ahmet-Khan? sempre Jérochka, sempre! Ero un vero circasso; ubriaco, bandito, ladro di cavalli, buon cantante, io ero tutto! Non ve ne sono più dei cosacchi così, ora; non viene più la voglia nemmeno di guardarli in viso. Portano delle scarpe ridicole e se ne compiacciono come tanti imbecilli. Oppure si ubriacano, e non bevono più come uomini, ma come bestie; forse lo so io che fanno?... Ed io dunque, chi ero? Jérochka, il bandito. E sai, non mi conoscevano soltanto al villaggio, ma in tutta la catena dei monti<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|96|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>ero conosciuto! Arrivavano dei principi, io ero loro amico, tartaro con i tartari, armeno con gli armeni, soldato con i soldati, ufficiale con gli ufficiali. Non facevo parzialità per nessuno, purchè fossero buoni bevitori. Mi dicevano: «Tu devi purificarti dei tuoi rapporti con le gente di mondo, non bere con i soldati, non mangiare con i tartari!»
— Chi diceva così? — domandò Olénine.
— I nostri dottori in legge. Ascolta, d’altra parte, i musulmani dicono che noi siamo dei giaurri, cioè infedeli, e che non bisogna mettersi a tavola con noi. Insomma, ognuno tiene alla propria religione. A parer mio, ogni fede è buona. Dio ha creato l’uomo per esser felice; non esistono peccati. Prendi esempio dalle bestie; esse si coricano sulle nostre canne come in quelle dei tartari; e scelgono il proprio asilo dove lo trovano; prendono ciò che loro manda Iddio. E i nostri ci dicono che in punizione leccheremo delle caldaie ardenti! Sono persuaso che non è vero — aggiunse dopo un momento di riflessione.
— Che cosa credi falso? — domandò Olénine.
— Ciò che dicono i nostri dottori in religione.
Noi avevamo per capo di uno squadrone di cavalleria, un mio amico, un bravo e buon ragazzo come me. I tetcheni lo hanno ucciso. Aveva l’abitudine di dire che quei dottori della legge inventano ciò che insegnano. «Noi morremo tutti,» diceva «l’erba crescerà sulle nostre tombe, ed ecco tutto.» — Il vecchio si mise a ridere. — Era un arrabbiato colui!
— Che età hai tu? — domandò Olénine.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|97|riga=si}}</noinclude>
— Lo sa Dio! Forse ho quasi settant’anni. Non ero più un ragazzo, e regnava tuttavia la vostra czarina; fai tu il conto! Settant’anni almeno.
— Sì, ma sei ancora ben portante.
— Grazie a Dio, sto bene; sto benissimo! Soltanto una maledetta strega mi ha fatto un sortilegio...
— Come mai?
— Sì, mi ha fatto un sortilegio!
— E così, dopo la nostra morte, l’erba crescerà, sulla nostra tomba? — ripetè Olénine. |
Jérochka non voleva spiegarsi più chiaramente. Rimase silenzioso per qualche minuto.
— E che cosa credi tu dunque? — esclamò sorridendo e presentando il suo bicchiere.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|97|riga=si}}</noinclude>
— Lo sa Dio! Forse ho quasi settant’anni. Non ero più un ragazzo, e regnava tuttavia la vostra czarina; fai tu il conto! Settant’anni almeno.
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Jérochka non voleva spiegarsi più chiaramente. Rimase silenzioso per qualche minuto.
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I Cosacchi/XIV
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Categoria:Testi in cui è citato Giovanni Bordiga
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Carlomorino
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Giovanni Bordiga}} [[Categoria:Testi per autore citato|Bordiga, Giovanni]]
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{{Vedi anche autore|Giovanni Bordiga}}
[[Categoria:Testi per autore citato|Bordiga, Giovanni]]
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Cruccone
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||— 283 —|riga=si|}}</noinclude>
Ma Argegno piuttosto ci richiama alla Grecia (Agrigento), fondato forse o almeno datogli il nome da qualche colonia di quei nobilissimi greci, mandati sul Lario da {{AutoreCitato|Gaio Giulio Cesare|Giulio Cesare}}. Pochi anni or sono vi spiccava una torre, che, a dispetto di chi la voleva tenere in piedi con pericolo d’un rovescio addosso alle case vicine, fece la più bella cosa di questo mondo, a cadere una bella notte senza schiacciare neppure un topo.
Tace la storia degli assalti sostenuti e delle difese fatte nei tempi antichi; ma si sa che aveva finito a diventare la proprietà d’una famiglia di prepotenti che la facevano da Don Rodrigo, circondati da una coorte di bravi con certi nomi da mettere i brividi ad un lupo. La tradizione, tramandandoci il casato de’ nobili Viscardi, che avevano collocato il loro stemma sulla torre, come ad avvertimento di rispettarla, non ha conservato il nome dei due fratelli che vi abitavano al tempo del tragico fatto quivi accaduto. Soltanto si dice che avessero al servizio della famiglia un prete, obbligato per quel pane che mangiava a far da cappellano nell’oratorio della casa. Qual venerazione potessero avere genti di tal risma verso Domeneddio e i santi, e come vi dovesse stare quel povero Don Abbondio, pensi il lettore.
Il nome de’ Viscardi suonava rispettato, o a dir meglio temuto nella Vall’Intelvi e sulla riviera, dove non erano violenze su persone o robe che non commettessero colla stessa indifferenza con cui, dopo una notte contaminata con uno stupro, la mattina si presentavano a udire la santa messa.
Una volta — è sempre la tradizione che narra — non ancora sull’alba, i due fratelli con accompagnamento di servi e di cani uscirono alla caccia, senza lasciar detto nè dove andassero, nè a che ora sarebbero ritornate.
Il prete naturalmente sulle spine, perchè non sapeva s’aveva a dir la messa, o aspettare; e, in cuor suo, si raccomandava al cielo, che gliela mandasse buona in quella giornata. Aspetta un’ora, aspettane due, l’appettito punge al prete, e gli scappa la pazienza di starsene, Dio sa fin quando, digiuno. Si reca all’oratorio, e si mette a dire la sua brava messa con una divozione, come non l’ebbe forse mai.
Ad un tratto con gran fracasso s’apre la porta, e compaiono i cipigli iracondi dei due fratelli Viscardi, armati dello schioppo. Il prete si fa bianco come un cencio lavato, e si sente mancar di sotto le gambe. E si raccomanda più vivamente all’ostia santa, che stringe con le mani convulse.
— Ah! can d’un prete! — urlano ad una voce quei due cacciatori di Satanasso: ti insegneremo noi ad aspettare i tuoi padroni.
E due schioppettate stendono morto quel poveretto ai piedi dell’altare. Qual fine facessero poi quei due scapestrati non sa dircelo la tradizione; ma è da credersi — dicono le donnicciuole — che il diavolo debba averli portati via. belli e vivi, prima del tempo, perchè le schioppettate — e lo diceva anche Don Abbondio — non si regalano come confetti.
{{asterism}}
Da Argegno. dove c*è la corriera postale per la Valle, e non mancano i servizi di vetture e di cavalcature in coincidenza colle corse de’ piroscafi, salgono due strade ai diversi paesi disseminati nei due versanti del fiume Telo, che sbocca nel Lario. Delle due vie l’una alla sinistra è affatto alpestre, l’altra, a destra, è carrozzabile, ed è chiamata, in progresso di tempo, ad innestarsi alla strada regina, che da Como sta poco essere sistemata fino alle Tre Pievi.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione||||riga=sì}}</noinclude>
{{Centrato|{{x-larger|CAPITOLO VII.}}}}
{{x-larger|E}}rano scorsi sei mesi dopo questo doloroso avvenimento. Si era a mezzo l’inverno, e il principe Witold, che varii affari avean tenuto assente, arrivava a Varsavia; volendo in poche ore venire in cognizione delle nuove seguite, ei si fece condurre dal conte Ladislao. Dopo alcuni momenti consacrati al piacere di ritrovarsi insieme, Ladislao soddisfece così alla curiosità del suo amico: «Un gran numero di famiglie hanno abbandonata<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|166||}}</noinclude>Varsavia. Altre attenendosi alle loro abitudini restano, e meditano ogni giorno di partire. La società si riunisce ancora, ma queste adunanze sono senza brio e senza concordia; una continua legatura vi regna; si osservan tra loro; gli uni diffidan degli altri. Grandi timori agitan gli spiriti; ciascuno si persuade essere impossibile evitare il giogo della Russia, ma ciascuno pure ne ragiona diversamente. Il nome di patria è in tutte le bocche, ma molti in cuor loro pensano sopra ogni altra cosa a conservare la propria fortuna e il credito; il loro linguaggio ha quella prudenza che sa nel tempo stesso ricordarsi due opposte risorse. Altri si son fatta una legge di osservare in tutto un profondo silenzio. Si fa loro una domanda, s’annunzia loro una novità, la stess’aria seria, sostenuta, astratta, accoglie il narratore di tutti i partiti; gli è quasi impossibile indovinare se sieno già informati di ciò che si vuol loro comunicare, ovvero se sdegnino di saperlo. Questa riserva, questa poca franchezza dà non so<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||167}}</noinclude>che di freddo a una parte della società, nel mentre che l’altra, apertamente opposta, mostra un’animosità che ha senza dubbio più d’una causa, e la politica per pretesto. Il suo gran nome copre tutti i piccoli odii, tutte le gelosie. Non si osava confessare che s’invidiava il successo d’una tal persona, il suo nome, il suo favore, fors’anco il suo spirito, ma si osa confessare che si detesta la sua maniera di vedere, la sua opinion insomma; e si dà un’apparenza di nobiltà a tutto quel che v’ha di più vile. Io ho sovente udito dire le guerre di religione esser le più crudeli; egli è senza dubbio perchè il nome che si danno è il più santo, e perchè sotto il lor velo ognuno crede potersi permettere tutti i delitti. Quel ch’io veggo ogni giorno qui sembra assicurarmene; voi non sapreste concepire con qual destrezza, con qual perfidia uno si serve delle parole più sacre per soddisfare le proprie passioni. L’amor nazionale, il ben della patria, ecco sempre la causa ed il fine d’ogni vendetta, d’ogni enormità.„<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|168||}}</noinclude>
— Ma voi spaventate; disse mestamente Witold; so bene che le famiglie più attaccate al loro paese sono state costrette a lasciar Varsavia, ma non ve ne restano più delle stimabili?
— Perdonate: ve ne restano molte, ma in generale le cose vanno come v’ho raccontato, e tutto mi sembra in disordine. Persone che parevano amarsi, non si guardano più, nè si salutano. Altre che non stimavano, che si vedevan giammai, sono inseparabili; esse non hanno forse la medesima maniera di pensare, ma parlano egualmente, e ciò basta. Come in certe società l’abito decide sovente del merito d’un uomo, così nella nostra ora le parole e non le azioni formano la base d’un pregiudizio.
— E le donne?
— Le donne! io credo per verità ch’esse valgano più di noi; ma vi son però da far loro alcuni rimproveri. Molte restano in casa; e queste son le più sagge. La maggior parte delle nostre sale sono piene d’uniformi russe. Voi sapete che è qui il<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||169}}</noinclude>principe Repnin; i signori più opposti alla Russia lo invitano, e si disputa in sua presenza come se non vi fosse; questo è un mancare e di prudenza e di dignità. Ma basta che una testa inconsiderata abbia messe in moda tali riunioni. L’uso nel mondo è un pendio sdrucciolevole che ognuno segue senza sapersi arrestare. Sul principio la maggior parte delle giovani donne ricusarono sotto differenti pretesti di ballare coi nostri galanti avversarii. Esse affettavano un vestire semplicissimo. In vece di cercar di piacere, sembrava anzi che temessero d’essere amabili. Una di esse spinse l’annegazione fino al punto d’inventare una moda che nascondeva intieramente la persona; v’era in quest’idea molta grandezza d’animo; poichè sapete che i nostri vicini sono vivi ammiratori della grazia polacca. Ecco dunque, con un pensiero profondo e messo tosto in esecuzione, confuse tutte le loro speranze; come fare a penetrare a traverso il fitto drappo di due enormi vesti, che scendevano fino a’ ginocchi? Tutto<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|170||}}</noinclude>questo era assai bello, lodevole, amabile per noi, ma disgraziatamente non durò. Il loro abbigliamento di ballo e ora leggero più che mai, ed esse ballano con gli ufficiali russi con grazia per lo meno uguale come se ballassero con noi.
— Il conte Alessandro di S*** è egli in questo momento in Varsavia?
— Sì, e sempre il medesimo; lavora sotto sotto per Caterina, e però perfettamente d’accordo col re. — In effetto, Stanislao presenta in questo momento all’Europa lo strano spettacolo d’un monarca cospirante contro i suoi propri sudditi in favor d’una corte nemica. Se la Palatina vivesse ancora, avrebb’egli il conte osato trafiggere il cuor di sua madre con una condotta si opposta a’ principii di lei?
— Egli ha segnata la confederazione di Targowice.
— È vero. E il Palatino?
— Gli è un uomo attualmente affatto nullo; le sue idee han sofferta la sorte istessa della sua vista; ei non<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||171}}</noinclude>vede più a dieci passi, e non pensa che a sè.
— Ε...
— E sua figlia, volete dire? La contessa. Olesia non comparisce in luogo veruno, e per conseguenza io non ho potuto vederla.
— Come? da sei mesi in qua!
— Ella è sempre in gran bruno. Quella casa è divenuta affatto trista; il Palatino non riceve ancora nessuno; il conte Alessandro è sempre alla corte; e Olesia passa i suoi giorni in campagna d’Enrico il minore de’ suoi fratelli.
— È stata messa al suo fianco una donna rispettabile che possa in certe occasioni tenerle luogo di madre?
— No, ell’è assolutamente sola; sul principio si parlò di questa particolarità, ma ora non vi si pensa più. Olesia, come v’ho detto, non esce mai; mia madre la vede, ma assai di rado; le visite sembra che le dispiacciano. Pochi giorni dopo la sua disgrazia, i suoi più prossimi parenti tentarono di consolarla, ma s’accorsero ben tosto che le lor cure erano<noinclude><references/></noinclude>
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L'Anima musicale d'Italia/Toscana/La rosa è il più bel fiore
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{{Qualità|avz=75%|data=6 giugno 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|Toscana]] - 41. La rosa è il più bel fiore|prec=../Ora che m'hai lasciata|succ=../Giovanuttin che vesti de turchino}}
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{{Qualità|avz=75%|data=6 giugno 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|Toscana]] - 41. La rosa è il più bel fiore|prec=../Ora che m'hai lasciata|succ=../Giovanuttin che vesti de turchino
|argomento= Partiture}}
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 108 —|}}</noinclude>{{Centrato|'''ROMAGNA ED EMILIA.'''}}
Nonostante la denominazione di Romagna siamo sempre molto in alto perchè le musiche di questa regione non portino traccia della etnofonia che chiamerò alpigiana. Eppure in qualcos'altro vi trapela già il meridionale. È un alito caldo di passioni violente, uno slancio verso l'acuto cui s'arriva per le note sciolte dell'arpeggio, un arricchimento d'espressione musicale a sottintesi che non possono lasciare dubbio alcuno nel critico appena pratico di questi studi.
{{Centrato|⁂}}
Sono lieto di imbattermi alla bella prima con persona conosciuta la ''Donna lombarda''. È arrivata anche qui, in viaggio di piacere, dato che una melodia è una consolazione dell'animo anche quando, mesta, spreme dal ciglio qualche lacrima.
Il maestro Pedrelli, che ne è il primo trascrittore, dà la melodia colle parole:
{{Blocco centrato|<poem>Vutti ch'a t'êma sacra curona,
Vutti ch'a t'êma sacra curona,
:Ch'a j'ho il marì, Ch'a j'ho il marì
:C'ha j'ho il marì.</poem>}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 109 —|}}</noinclude>Io mi permetto darla (vedi tav. n. 31) colle stesse parole con cui l'ho data per le altre regioni. Ciò a rendere più facile la comparazione, più evidenti i caratteri simili e dissimili che sono fra le varie lezioni. Così pure, a me pare che il Pedrelli avrebbe fatto meglio, anzichè segnare il valore del do finale con varie figure legate, tradurlo con un solo valore con la corona sopra, non avendo la nota finale durata fissa ma solo
quanto la capacità polmonare dell'esecutore consente.
In tre ottavi (che in realtà non sono altro che il tre quarti) e cioè in misure divise in tre movimenti come le tre lezioni riportate della sua omonima.
Nonostante la maggior distanza si avvicina di più a quella piemontese. La melanconia della tonalità minore è accresciuta dall'acuta tessitura della seconda parte della prima frase che costringe il popolano ad una emissione vocale in falsetto a bocca semichiusa, di un effetto etnico assolutamente caratteristico. Al riguardo della tonalità anzi è mesta più della piemontese e dell'altre che sono tutte in maggiore.
Lo stornello romagnolo ha, come il lettore può verificare nell'esempio a tav. n. 32, le forme comuni allo stornello del Lazio ed a quello toscano.
Forme comuni, e ove dicasi stornello, {{Pt|faci-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 110 —|}}</noinclude>le sarebbe anche ad un musicologo consumato e di udito sottile, il cadere in errore nell'assegnare ad uno stornello più un centro che un altro. Eppure anche in questo genere qualche differenza di stile vuolsi notare e mentre quello della Toscana è più sciolto, franco e svelto e da ciò gaio, quello romagnolo al contrario si serra in una linea che ha del più mesto nel tono minore che ne annuncia la maggiore primitività.
{{Centrato|⁂}}
Un gran respirone di sollievo mi viene dal fondo del cuore per questa regione poichè oltre al precedente coscienzioso studio del Pedrelli essa ha pure, come pur troppo poche in Italia, il suo appassionato studioso di etnofonia, e lo ha, per maggior letizia, nel suo più caro e vero artista del suono che l'''etnos'' musicale raccoglie nelle varie forme, ed appresta in forma di materiale da studio ai musicografi e in forma di gemme incastonate in lavori d'arte, cioè nei suoi melodrammi. Così è che gli altri temi che dò
per questa regione, li devo alla cortesia del maestro Pratella che mi consente, e gliene porgo pubbliche grazie, di toglierli dalle ancor fresche bozze di un suo libro in corso di stampa che precede questo mio e, al momento, non so se<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 111 —|}}</noinclude>col mio possa avere affinità d'intenti o dissensi di vedute critiche.
{{Centrato|⁂}}
S'alternano nello stornello (Tav. n. 33), i tempi di tre, due e quattro quarti, ma non producono, come parrebbe dovere, alcun senso d'instabilità e d'incertezza ritmica. Notevolissimo è il trovarci il gruppetto, che già di per sè è l'abbellimento più evoluto, e trovarcelo nella forma più completa di quattro note. Un altro fatto del pari degno dell'attenzione dell'archeologo della musica è l'apparizione di quel ''la bemolle'' che comparisce nel gruppetto di tre note nella seconda parte del ritornello. Ed io non ne vedo alcun perchè, della comparsa di un tal suono estraneo, e non saprei attribuirlo che ad un ritorno momentaneo al molleggiamento primitivo della gola del cantore già da lunghi secoli avvezza alle precisioni del sistema temperato.
{{Centrato|⁂}}
Nella Romagna usano il canto a più voci che arrivano a dividersi perfino in sei parti; tre femminili in alto, tre maschili al basso.
Questo da noi riportato a tav. n. 34 è graziosissimo con quell'elegante terzina di biscrome<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 112 —|}}</noinclude>ad uso di abbellimento vocale di effetto dolcissimo, che gli tolgono quel che di volgare suole avere questo genere di canzoni multivoche. Perchè, intendiamoci, se pur vi sono procedimenti di origine e stile montanino non è qui certo luogo a parlare di primi spontanei processi armonici o contrappuntistici. In questo genere di canti il fatto
evolutivo è già avvenuto, completamente avve- nuto. Si tratta di armonia più tosto che di contrappunto vocale, già passata attraverso la storia. Chi l'ha creata o la canta certo di scienza musicale non sa, ma ciò non toglie che inscientemente non abbia forse per atavismo, raccolto elementi storici o dotti della musica e li applichi istintivamente.
Nonostante tutto quanto abbiano detto finora anche ne' cori montanini, si o no contaminati dalla cittadinesca volgarità, il famoso cantare per terze si palesa di germinazione spontanea e non scolastico come vorrebbero i parrucconi della scienza musicale che, vedendo sfuggire ogni cosa al loro dominio nè sapendo a che afferrarsi, almeno questo procedimento, il più semplice in fin de' conti, vogliono difendere a tutti i costi come invenzione di loro trattatisti, carcerieri e farmacisti di ogni manifestazione d'arte che vogliono tenere sotto chiave e ridurre in pillole.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 113 —|}}</noinclude>{{Centrato|⁂}}
Ma in ogni regione la voce più dolce è quella che culla il pargoletto e che ognuno di noi vorrebbe ci fosse per cullarlo ancora quando uno di que dolori, che talora passano nella vita di un uomo come una tempesta che schianta anima e cuore, fa invocare la madre che non è più. Vedi a tav. n. 35, 36 due di tali voci.
Nelle Romagne come in Sardegna come in Norvegia come presso i Siù d'America o le tribù dell'Africa centrale, più o meno evolute, più o meno fiorite, è lo stesso ascendere della voce, le stesse note lunghe veramente cullanti e concilianti il sonno. È un fenomeno troppo identico e troppo identicamente sentito perchè nella sua manifestazione fonica possa aver ricevuto palesi e sostanziali differenze unicamente per essere sbocciato dal cuore di mamme appartenenti a popoli e regioni diverse.
Certo queste della Romagna, raccolte dal Pratella, sono fra le più semplici, ma non per questo delle più antiche nè delle più espressive.
Non delle più antiche perchè non è l'estrema semplicità che sia indizio di maggior antichità, talora anzi essendo il contrario. Qui poi la troppo regolare quadratura e l'assenza di ogni movimento ritmico che palesi l'interna emozione o<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 114 —|}}</noinclude>almeno il fatto materiale del dondolio esclude essere una diretta manifestazione sentimentale, umana. Non una nota col punto e seguente semicroma, non una reale emotiva acciaccatura. Per di più il fatto della tonalità maggiore moderna contrasta alla prima espressione fonica del sentimento che è e deve essere nel contesto musicale della ninna-nanna.
Strumenti da gabinetto di scienze, positivi, matematicamente precisi, incapaci del minimo tradimento o distrazione, l'ergografo ed il dinamometro, hanno, per moltiplici, lunghe e minuziose esperienze, concordemente segnalato il rinforzarsi del loro lavoro sotto l'azione del tono maggiore e il rilasciarsi e infiacchirsi alle musiche in tono minore, il che accerta non essere un vuoto assioma esistere una musica energetica ed una
deprimente, essere il tono maggiore indice e fonte di forza e di gioia, di attività insomma; e il minore, espressione e dare impressione di mestizia, accasciamento, indebolimento delle facoltà intellettive e muscolari. Ciò provato, noi non possiamo credere mettersi la natura in contradizione con se stessa e dettare alla madre, come
sonnifero pel suo bambino, una melodia che ne possa, in qualche guisa, destare le energie e quindi turbare e ritardare il riposo. Noi vediamo al contrario come il guerriero selvaggio, dalla natura guidato, intoni le sue marce in tono {{Pt|mag-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 114 —|}}</noinclude>almeno il fatto materiale del dondolio esclude essere una diretta manifestazione sentimentale, umana. Non una nota col punto e seguente semicroma, non una reale emotiva acciaccatura. Per di più il fatto della tonalità maggiore moderna contrasta alla prima espressione fonica del sentimento che è e deve essere nel contesto musicale della ninna-nanna.
Strumenti da gabinetto di scienze, positivi, matematicamente precisi, incapaci del minimo tradimento o distrazione, ''l'ergografo'' ed il ''dinamometro'', hanno, per moltiplici, lunghe e minuziose esperienze, concordemente segnalato il rinforzarsi del loro lavoro sotto l'azione del tono maggiore e il rilasciarsi e infiacchirsi alle musiche in tono minore, il che accerta non essere un vuoto assioma esistere una musica energetica ed una
deprimente, essere il tono maggiore indice e fonte di forza e di gioia, di attività insomma; e il minore, espressione e dare impressione di mestizia, accasciamento, indebolimento delle facoltà intellettive e muscolari. Ciò provato, noi non possiamo credere mettersi la natura in contradizione con se stessa e dettare alla madre, come
sonnifero pel suo bambino, una melodia che ne possa, in qualche guisa, destare le energie e quindi turbare e ritardare il riposo. Noi vediamo al contrario come il guerriero selvaggio, dalla natura guidato, intoni le sue marce in tono {{Pt|mag-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|98|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>
{{Centra|XV.}}
—— Che ti dicevo? — continuò Jérochka, raccogliendo i suoi ricordi. — Sì! ecco che uomo sono! Sono cacciatore, e nessuno mi uguaglia fra i cosacchi. Troverò e t’indicherò ogni specie di bestie o di uccelli. Ho dei cani, due carabine, delle reti, e uno sparviero: tutto ciò di cui ho bisogno, grazie a Dio. Se tu dici il vero, e tu sei veramente appassionato alla caccia, io ti condurrò nei migliori luoghi. Ecco che uomo sono; troverò le tracce della bestia, so dove riposa, dove si abbevera, dove si avvoltola. Mi accomodo un ripostiglio da stare in agguato, e vi passo la notte. Perchè rimanere a casa? si è indotti in tentazione, ci si ubriaca; le donne vengono a chiacchierare, i ragazzi a gridare. Che differenza, alzarsi avanti giorno, andare in cerca di un buon posticino, acciaccare le canne e assidersi al varco da<noinclude><references/></noinclude>
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{{Centra|XV.}}
— Che ti dicevo? — continuò Jérochka, raccogliendo i suoi ricordi. — Sì! ecco che uomo sono! Sono cacciatore, e nessuno mi uguaglia fra i cosacchi. Troverò e t’indicherò ogni specie di bestie o di uccelli. Ho dei cani, due carabine, delle reti, e uno sparviero: tutto ciò di cui ho bisogno, grazie a Dio. Se tu dici il vero, e tu sei veramente appassionato alla caccia, io ti condurrò nei migliori luoghi. Ecco che uomo sono; troverò le tracce della bestia, so dove riposa, dove si abbevera, dove si avvoltola. Mi accomodo un ripostiglio da stare in agguato, e vi passo la notte. Perchè rimanere a casa? si è indotti in tentazione, ci si ubriaca; le donne vengono a chiacchierare, i ragazzi a gridare. Che differenza, alzarsi avanti giorno, andare in cerca di un buon posticino, acciaccare le canne e assidersi al varco da<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|99|riga=si}}</noinclude>buoni ragazzi. Vediamo ciò che accade nella foresta: si guarda il cielo, si osservano le stelle e s’indovina l’ora; guardandosi d’attorno, si vede il fogliame agitarsi, si aspetta lo scricchiolìo che fa un cinghiale che si avanza, il fischio degli aquilotti, il canto del gallo nel villaggio o il grido delle oche. Se si odono le oche, vuol dire che non è mezzanotte. Io so bene tutto ciò. Se rimbomba da lungi un colpo di fucile, mi assalgono mille pensieri; mi domando chi ha tirato. È un cosacco come me, che apposta una preda? Ha ucciso una bestia o l’ha solamente ferita? E la poveretta tinge inutilmente le canne del suo sangue. Oh! mi piace poco tutto ciò! Imbecille! imbecille, dico, perchè tormenti tu quella bestia? Oppure penso che un abrek abbia ucciso un povero cosacco. Tutto ciò mi frulla per la testa. Un giorno, mentre ero seduto sulla riva, vidi una culla galleggiare nel fiume, una culla con gli orli soltanto un poco rotti; oh! allora i pensieri mi assalirono in folla! Di dove veniva quella culla? Probabilmente sono quei diavoli dei vostri soldati, si sono impadroniti del villaggio, hanno portato via le donne, ucciso il bambino....
Qualche demonio lo avrà afferrato pei piedi e gli avrà schiacciata la testa. Non accade forse così? Eh! quella gente non ha cuore! Mi venivano tanti pensieri, che ne ero commosso. Hanno gettata via la culla, pensavo, l’hanno portato via alla madre, hanno incendiato la capanna; il circasso ha preso la carabina e commetterà le sue birbanterie dalle nostre parti. Rimango muto a pensare: ad un tratto, sento<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|100|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>rumore nel folto del bosco!... Trasalisco! Avvicinatevi! La selvaggina mi fiuta. da lungi, pensai, e rimasi immobile; il mio cuore batteva da sollevarmi il petto; dun, dun, dun!... Si avvicinava una intera frotta di cinghiali; era un bel branco. «In nome del Padre, del Figlio....» Stavo per tirare, allorchè la femmina grida subitamente ai suoi figli: «State attenti, bambini, c’è un uomo!...».E tutto il branco fuggì attraverso i boschi. L’avrei divorata dalla rabbia.
— Come ha fatto l’animale a spiegare ai suoi piccoli che un uomo li spiava! — domandò Olénine.
— E che cosa credi? T’immagini che la bestia sia una stolta? No; essa ha più intelligenza di un uomo. Sa tutto; l’uomo passa davanti ad una traccia senza osservarla, mentre essa la vede subito e fugge, prova che è furba; sente il tuo odore, e tu, no. È vero che cerchi di ucciderla, ed essa non pensa. che a vivere, ed a passeggiare nella foresta. Tu hai il tuo pensiero, essa il suo. Essa non è che una scrofa, ma non è peggiore di te, ed anch’essa è una creatura del buon Dio. Eh! eh! l’uomo è bestia, bestia, bestia! — ripetè il vecchio, e, abbassando la testa, tacque immerso nelle sue riflessioni.
Anche Olénine pensava; scese dalla gradinata, e incrociando le mani dietro il dorso, attraversò in silenzio il cortile.
Jérochka ritornò in sè, alzò la testa, e si mise a osservare una falena che girava attorno al lume e si lasciava bruciare dalla fiamma.
— Sciocca! — diceva — dove vai? —<noinclude><references/></noinclude>
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Si alzò e scacciò la falena con le sue grosse mani.
— Ti brucerai, scioccherella! Vieni da quest’altra parte, lo spazio non ti manca — aggiunse con tenerezza; e i suoi grossi diti tentavano di afferrare le alucce della falena, per metterla al sicuro. — Tu ti bruci.... mi fai pietà. —
Rimase lungamente a chiacchierare e a bere, mentre Olénine era nel cortile. Un leggiero rumore presso il portone attrasse l’attenzione di Olénine; trattenne il respiro, e udì un riso soffocato, una voce d’uomo e il rumore di un bacio. Si allontanò, fregando con intenzione i piedi sull’erba, per annunziare la sua presenza. Dopo un momento udì scricchiolare la siepe; un cosacco vestito di scuro e con un berretto di pelo bianco, era Luca, passava lungo la siepe, ed una donna di alta statura, con un fazzoletto bianco, gli passò davanti. Marianna, con la sua franca andatura, pareva volesse dire: «Non mi curo di te, e tu non devi aver nulla da me.» Olénine la seguì con gli occhi fino alla porta della capanna e la vide, dalla finestra, sedersi sulla panca e togliersi il fazzoletto. Si sentì ad un tratto così solo, che mille desiderî indefiniti, ed una gelosia segreta ed incosciente, invasero tumultuosamente l’anima sua.
Nelle capanne si spensero gli ultimi lumi, e gli ultimi rumori si affievolivano. Il bestiame che si distingueva appena nei cortili, le siepi, i tetti delle case, i platani slanciati, tutto parve addormentarsi di un sonno dolce e profondo. Si udiva soltanto il gra-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|102|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>cidare delle rane in una lontana palude. Le stelle divenivano più rare da parte d’oriente e sembravano fondersi in una sola luce in mezzo al cielo, dove erano più risplendenti e più fitte. Il vecchio cosacco sonnecchiava, con la testa appoggiata sulla mano. Il gallo cantò nel cortile, ed Olénine camminava sempre, immerso nei suoi pensieri. Fu colpito da una canzone cantata da molte voci, si avvicinò alla siepe ed ascoltò.
Udì delle voci giovanili che cantavano allegramente in coro, e una di esse, acuta e forte, copriva tutte le altre.
— Sai chi è che canta? — disse il vecchio svegliandosi. — È Luca, il circasso: ha ucciso un tetchene e festeggia la sua gloria. Vi è davvero di che rallegrarsi! Imbecille!
— E tu, non hai mai ucciso. nessuno? — domandò Olénine.
Il vecchio cosacco si sollevò bruscamente sui gomiti e avvicinò il viso a quello di Olénine.
— Demone! — gridò — che cosa mi domandi? Non bisogna parlarne. È una cosa facile di perder l’anima! Oh! è facile! Addio, — aggiunse alzandosi — sono ubriaco. Devo venire domani per la caccia?
— Vieni.
— Bada bene,... sii pronto di buon’ora, altrimenti cadi in pena.
— Vedrai che io sarò alzato prima di te — disse Olénine.<noinclude><references/></noinclude>
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Il vecchio se ne andò. Le canzoni erano cessate; si udiva un rumore di passi e di allegri motti.
Dopo qualche momento, i canti ricominciarono, e la potente voce di Jérochka vi si era unita.
— Quali uomini e quale esistenze! — pensò Olénine, e ritornò in casa sospirando.
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Cruccone
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Un ripido sentiero cordonato monta a Pigra, un paesello sul più alto fianco della montagna a destra d’Argegno, il più alto forse di tutto il lago, e da cui si gode un bel punto di vista dai campi in pianura attorno al gruppo delle case. Di qui sono diversi impresari di strade che in Italia ed all’estero fecero buona fortuna. Un sentiero tra i boschi conduce a Blessagno nella Valle, a cui noi pure ci incammineremo.
Dalle due strade che ci conducono, mettiamoci su quella mulattiera, ed eccoci a Sant’Anna, un solitario santuario, dove si tiene il 26 luglio una sagra assai frequentata. Più avanti, una cappella ricorda come, un tempo, vi sorgesse Schignano disertato dalla peste; mentre in alto appaiono, divisi da un torrente che mette nel Telo, le frazioni del nuovo paese, che dà il più grosso contingente all’emigrazione temporanea di laboriosi ed abili operai. Da qui si sale ai bei panorami del San Zeno, del Prabello e del Sasso Gordona, e si gode, passato il confine elvetico, dalla Celmonetta la vista sul Mendrisotto e sul Varesotto.
Procedendo in questa via, siamo fermati da uno stupendo punto di vista a Santa Maria, la antica parrocchiale. Ad occhio nudo, voi ammirate l’Isola Comacina, il dosso del Lavedo, Tremezzina, Bellagio, e tutta la scena ridente del più bel seno del lago di Como. Peccato che nel ritirare lo sguardo incantato da quel panorama vi cada sott’occhio il biancheggiare delle croci del campo santo.
Seguitiamo per una via tra i boschi, sempre allegra, e profumata dai ciclamini. In alto spicca Casasco, dove alcune spie tradirono {{Wl|Q3615544|Andrea Brenta}} di Varenna, oste nella valle, che avendo rivoluzionato i paesi con banda armata di coraggiosi seguaci, vi fu preso da un branco di truppa austriaca nell’osteria. Più sotto è Veglio.
Poi si passa, per Giuslino, a Cerano, dove non è da dimenticarsi che questo paesello diede i natali ed il soprannome artistico a {{Wl|Q1525857|Gian Battista Crespi}}, che disegnò il colosso di San Carlo ad Arona. Attraverso un ponte, che archeggia maestoso sul Telo, si entra in Castiglione d’Intelvi.
Ma noi torniamo ad Argegno a pigliare la strada carrozzabile. Su questa, poco sopra del paese, che ha gran bisogno d’uno sventramento per il maggior comodo della viabilità di capo di valle, trovasi San Sesino, una chiesuola, convertila nel 1849 in quartiere generale dell’insurrezione, da dove {{AutoreCitato|Giuseppe Mazzini|Mazzini}} datava i suoi proclami.
Ancor si segna il luogo, dove i croati, accolti a fucilate, per vendetta insana abbrucciarono la casa del capobanda Andrea Brenta: i diroccamenti delle mure incendiate furono, da un anno, riparati con nuova fabbrica. Laggiù in quel dosso, dove correva prima la strada, andava posta una lapide, che segnasse la fine dell’oste ribelle, finito lui ed alcuni suoi compagni sul piano della Camerlata con quattro palle nel magnanimo petto, ch’ebbe per ultimo grido: Viva l’Italia!
Sulla strada troviamo, incastrata nel masso, una lapide, la quale fu spezzata, di notte, dal vandalismo di partigianeria politica. Il marmo segna ai passaggeri come si fosse fatto di quelle rupi le Termopili vallintelvesi contro le orde straniere, vincitrici a Novara. È un ricordo dei veterani e dei reduci, perchè non sia dimenticato che, come già ai tempi della Giovine Italia, si era tentato dar cominciamento ad una sollevazione, nel 1849 fatta di Argegno ed Osteno arsenali di guerra, col generale {{Wl|Q55226843|d’Apice}} ed il colonnello {{Wl|Q121210|Arcioni}} tutta la Vall’Intelvi s’era levata in armi a protesta contro lo straniero.
Dopo Dizzasco, ecco Castiglione d’Intelvi, che dà nome al mandamento.<noinclude></noinclude>
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{{Centra|XVI.}}
Jérochka era un vecchio cosacco in ritiro. Gli era fuggita la moglie da vent’anni, e dopo esser passata alla religione ortodossa, aveva sposato un sergente russo. Non aveva figli. Egli diceva il vero quando assicurava di esser stato il più bel giovane del villaggio. Fra i soldati lo conoscevano per le sue prodezze; aveva da rimproverarsi più di una colpa: aveva assassinato dei tetcheni e dei russi, aveva battuto le montagne, aveva svaligiato dei russi ed era stato due volte in prigione. Passava la maggior parte del suo tempo alla caccia nella foresta, dove si nutriva di pane e di acqua, per delle giornate intere. In compenso, quando tornava al villaggio si ubriacava dalla mattina alla sera.
Uscito dalla casa di Olénine, dormì un paio d’ore, si svegliò avanti giorno, e coricato sul letto,<noinclude><references/></noinclude>
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Francyskus
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<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" /></noinclude><section begin="s1" />{{Ct|f=120%|14. ASINERIA PUNITA}}
Certo omicciattolo aveva il mal d'occhi. Andò da
un medico veterinario e gli disse: "Fammi la cura."
Il veterinario gli applicò agli occhi certo suo rimedio ch'egli usava per gli occhi dei quadrupedi. L'omiciattolo accecò, e ne fu recata querela davanti al giudice, il quale disse: "Non c'è luogo ad alcuna multa pel medico! Se costui non fosse stato un asino, non sarebbe andato da un veterinario," L'intendimento di questo discorso è questo: chiunque affida un affare importante ad una persona inesperta, oltre che pentirsene poi, è tacciato di leggerezza di mente dai saggi.
<poem>
Uom saggio ed avveduto ad uom dappoco
grave affar non commette,
e niun, di veli là nell'officina,
quantunque tessitore,
di stuoie un facitor giammai non mette.
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|f=120%|15. APPROPRIATA ISCRIZIONE SEPOLCRALE}}
Un personaggio illustre aveva un figlio molto a modo. Gli morí, e gli amici gli domandarono: "Che scriveremo noi sul suo avello?" Rispose: "I versetti del Libro glorioso<ref>Il Corano.</ref> hanno dignità e autorità troppo grande por essere scritti in simili posti che poi, con l'andar del tempo, vanno in rovina, e la gente vi passa oltre e i cani vi orinano sopra. Che se è necessario che sopra vi scriviate alcun che, basteranno questi pochi versi:<noinclude><references/>{{PieDiPagina||92|}}</noinclude>
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Pagina:Ars et Labor, 1907 vol. II.djvu/545
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Categoria:Testi in cui è citato Ella Adaïewsky
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 115 —|}}</noinclude>{{Pt|giore|maggiore}} e con marcato ritmo capaci di sollevarne ed ecitarne le energie necessarie alla fatica ed il coraggio indispensabile ad affrontare i pericoli della guerra, come il pastore arabo sa bene per istinto e per primitiva osservazione, scegliere fra la sua musica quella da intonare mentre il gregge pascola perchè questo ingrassi, e come la madre di tribù primitive intoni, per squisito istinto materno, le sue ninne-nanne in tono minore con note prolungate e a voce sommessa in modo da riunire i tre grandi coeficenti deprimenti del suono, meravigliosamente atti a predisporre al riposo e conciliare il sonno.
Queste modeste nostre conclusioni urtano e sono in contradizione con quelle cui è arrivata l'{{AutoreCitato|Ella Adaïewsky|Adaïewsky}} nel suo studio sulla ''Berceuse populaire'' in cui prende in esame ben diciannove ninne-nanne di diversi paesi, e contrasta anche col famoso tono minore che sarebbe stato dagli antichi, greci compresi, considerato bellico per eccellenza, così come pare contrastare alla comune psicologia musicale dello scozzese il quale anzichè di sonanti metalli o come più volgarmente dicesi di corni e trombe, si serve della cornamusa come di strumento incitatore alla pugna.
Ma, che farci? È ventura ch'io debba contrastare in molte cose alle affermazioni dei miei predecessori. Anche qui la natura mi dice {{Pt|altri-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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