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Autore:Arrigo Boito
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{{Autore
| Nome = Arrigo
| Cognome = Boito
| Attività = poeta/compositore/librettista
| Nazionalità = italiano
| Professione e nazionalità =
}}
== Opere ==
=== Poesie ===
* {{Testo|Il libro dei versi - Re Orso}}
** {{Testo|Il libro dei versi}}
** {{Testo|Re Orso}}
=== Novelle ===
* {{Testo|L'alfier nero}}
* {{Testo|Iberia}}
* {{Testo|Il pugno chiuso}}
=== Canzoni ===
* {{Testo|Do mi sol... la do mi...}}
=== Commedie ===
* {{Testo|Le madri galanti}}
=== Libretti ===
* {{Testo|Otello (Boito)|Otello}}
== Opere in veneziano ==
* {{Testo|lingua=vec|La spatola|La canzon de la spatola (Elogio de la polenta)}}
== Opere su Arrigo Boito ==
* {{Testo|Musica d'oggi, 1962/N. 6/Boitiana}}
== Autori correlati ==
* [[Autore:Camillo Boito|Camillo Boito]] (1836 – 1914), fratello maggiore di Arrigo Boito.
{{Sezione note}}
[[Categoria:Autori della scapigliatura]]
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Autore:Friedrich Nietzsche
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{{Autore
| Nome = Friedrich
| Cognome = Nietzsche
| Attività = filosofo/poeta/compositore/filologo
| Nazionalità = tedesco
| Professione e nazionalità =
}}
== Opere ==
* {{Testo|La Nascita della Tragedia}}
* {{Testo|Così parlò Zarathustra}}
* {{Testo|Il crepuscolo degli idoli}}
* {{Testo|Contro Wagner}}
* {{Testo|L'Anticristo}}
* {{Testo|Ecce Homo}}
* {{Testo|La volontà di potenza}}
* {{Testo|La gaia scienza}}
{{Sezione note}}
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||447}}</noinclude>vennero in una sol volta a lui, e cadendogli ai piedi, gridarono: — «Maestro, Maestro, abbi pietà di noi!» — egli rispose loro: — Andate a mostrarvi al sacerdote, com’è prescritto dalla legge, e prima ancora d’arrivare da lui sarete guariti.» —
— «E lo furono? —
— «Strada facendo la loro infermità scomparve e nulla rimase a rammentarli della malattia fuorchè le luride vesti.» —
— «Di simili fatti non si ebbe mai contezza finora in Israele — mormorò Simonide, e mentre gli sfuggivano queste parole, Amrah si alzò ed uscì senza che alcuno se n’accorgesse.» —
— «Vi lascio immaginare quali pensieri suscitassero in me atti simili, compiuti sotto i miei propri occhi» — proseguì Ben Hur — «Eppure i miei dubbi, i miei sospetti, il mio stupore dovevano ricevere nuovo alimento. — Non ignorate come sia impetuoso ed irrequieto il popolo di Galilea; dopo anni d’attesa nulla poteva più frenarlo. — «Egli esita a proclamarsi» — dicevano tutti — «Ebbene obblighiamolo a farlo.» — Io stesso, lo confesso, era impaziente. S’egli doveva essere Re, perchè aspettare? Le legioni erano pronte, e così avvenne che un bel giorno, mentr’egli insegnava in riva al mare, volemmo a tutta forza incoronarlo, ma egli ad un tratto scomparve, per ricomparire in seguito su di un legno che s’allontanava dalla costa. — Buon Simonide, i desiderii pei quali sogliono impazzire gli altri uomini sono sconosciuti a costui; le ricchezze, il potere, persino una regal corona offerta dall’amore d’un gran popolo, non hanno attrattiva per lui; che ne dite?» —
Il negoziante col capo abbassato sul petto, era tutto assorto in una profonda meditazione. Rialzando finalmente il capo e disse con fermezza: — «Il Signore vive, e le parole dei profeti non possono mentire. Il tempo non è ancora maturo; la giornata di domani risponderà.» —
— «Sia pur così» — soggiunse Balthasar con un sorriso, ed anche Ben Hur disse — «Sia pur così» — Poi continuò: — «Non ho ancora finito. — Da questi atti così stupefacenti da non essere al disopra d’ogni sospetto per parte di chi non fu, come me, presente egli stesso, passiamo ad altri ben più meravigliosi e quelli dalla creazione del mondo in poi, vennero sempre ritenuti come trascendenti la potenza umana. Ditemi se vi fu mai alcuno<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|||447}}</noinclude>vennero in una sol volta a lui, e cadendogli ai piedi, gridarono: — «Maestro, Maestro, abbi pietà di noi!» — egli rispose loro: — Andate a mostrarvi al sacerdote, com’è prescritto dalla legge, e prima ancora d’arrivare da lui sarete guariti.» —
— «E lo furono? —
— «Strada facendo la loro infermità scomparve e nulla rimase a rammentarli della malattia fuorchè le luride vesti.» —
— «Di simili fatti non si ebbe mai contezza finora in Israele — mormorò Simonide, e mentre gli sfuggivano queste parole, Amrah si alzò ed uscì senza che alcuno se n’accorgesse.» —
— «Vi lascio immaginare quali pensieri suscitassero in me atti simili, compiuti sotto i miei propri occhi» — proseguì Ben Hur — «Eppure i miei dubbi, i miei sospetti, il mio stupore dovevano ricevere nuovo alimento. — Non ignorate come sia impetuoso ed irrequieto il popolo di Galilea; dopo anni d’attesa nulla poteva più frenarlo. — «Egli esita a proclamarsi» — dicevano tutti — «Ebbene obblighiamolo a farlo.» — Io stesso, lo confesso, era impaziente. S’egli doveva essere Re, perchè aspettare? Le legioni erano pronte, e così avvenne che un bel giorno, mentr’egli insegnava in riva al mare, volemmo a tutta forza incoronarlo, ma egli ad un tratto scomparve, per ricomparire in seguito su di un legno che s’allontanava dalla costa. — Buon Simonide, i desiderii pei quali sogliono impazzire gli altri uomini sono sconosciuti a costui; le ricchezze, il potere, persino una regal corona offerta dall’amore d’un gran popolo, non hanno attrattiva per lui; che ne dite?» —
Il negoziante col capo abbassato sul petto, era tutto assorto in una profonda meditazione. Rialzando finalmente il capo e disse con fermezza: — «Il Signore vive, e le parole dei profeti non possono mentire. Il tempo non è ancora maturo; la giornata di domani risponderà.» —
— «Sia pur così» — soggiunse Balthasar con un sorriso, ed anche Ben Hur disse — «Sia pur così» — Poi continuò: — «Non ho ancora finito. — Da questi atti così stupefacenti da non essere al disopra d’ogni sospetto per parte di chi non fu, come me, presente egli stesso, passiamo ad altri ben più meravigliosi e quelli dalla creazione del mondo in poi, vennero sempre ritenuti come trascendenti la potenza umana. Ditemi se vi fu mai alcuno<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|448||}}</noinclude>che abbia strappato alla morte la sua preda, che abbia restituita la vita a chi l’aveva perduta, chi se non...» —
— «Dio» — interruppe Balthasar in tono riverente.
— «Oh, saggio Egiziano. Io non voleva pronunciare quel nome che voi stesso mi ponete sulle labbra. Che cosa diresti tu, ed anche tu Simonide, se aveste visto come vidi io, un uomo il quale, con poche parole, senza cerimonie e senza maggior sforzo di quello che faccia una madre per isvegliare un suo bimbo addormentato, disfa l’opera della morte? Ciò accadde a Nain. Stavamo per entrare in città, quando ne uscì un corteo recando un morto al cimitero; seguiva il convoglio una donna che piangeva dirottamente. Mosso a pietà il Nazareno le parlò, poi, toccata la bara gridò a colui che giaceva — «Alzati» — subito il morto s’alzò e parlò.
— «Dio solo può far ciò» — esclamò Balthasar rivolto a Simonide.
— «Badate bene» — continuò il narratore, — ch’io vi racconto solo le cose da me vedute alla presenza di una quantità d’altre persone. Sulla strada per venire qui fui testimonio d’un fatto ancor più incredibile, — In Bethania eravi un’uomo di nome Lazzaro, che morì e fu sepolto. Egli vi giaceva da quattro giorni, quando il Nazareno vi si fece condurre. Levata la pietra che chiudeva la tomba scorgemmo il cadavere fasciato ed in decomposizione. Molti
erano i presenti e tutti udimmo distintamente le parole del Nazareno pronunciate ad alta voce. — «Lazzaro vieni fuori» — e non potrei descrivervi che cosa io provassi al vedere quell’uomo alzarsi e venire a noi avvolto nel sudario — «Toglietegli le lenzuola di dosso» — ordinò il Nazareno, e lasciatelo andare.» — Ed allorquando le lenzuola gli furon levate, dal volto del risuscitato vedemmo il sangue scorrere di nuovo nel corpo emaciato e l’uomo ritornare quale era prima d’ammalarsi. Egli vive tuttora e chiunque può vederlo; — voi stessi potete recarvi da lui domani. Ed ora non occorre aggiunger altro, ma a voi domando quello che Simonide ebbe a domandarmi e cioè — «Non è egli più d’un uomo?» —
La domanda, fatta in tono solenne, venne dapprima accolta in silenzio, ma diede luogo in seguito ad una lunga discussione che durò fin oltre la mezzanotte. Simonide non poteva risolversi a rinunciare alla propria interpretazione dei profeti, e Ben Hur sosteneva ch’entrambi i vecchi avevano ragione, poichè, secondo lui, il Nazareno era il<noinclude><references/></noinclude>
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— «Dio» — interruppe Balthasar in tono riverente.
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— «Dio solo può far ciò» — esclamò Balthasar rivolto a Simonide.
— «Badate bene» — continuò il narratore, — ch’io vi racconto solo le cose da me vedute alla presenza di una quantità d’altre persone. Sulla strada per venire qui fui testimonio d’un fatto ancor più incredibile, — In Bethania eravi un’uomo di nome Lazzaro, che morì e fu sepolto. Egli vi giaceva da quattro giorni, quando il Nazareno vi si fece condurre. Levata la pietra che chiudeva la tomba scorgemmo il cadavere fasciato ed in decomposizione. Molti
erano i presenti e tutti udimmo distintamente le parole del Nazareno pronunciate ad alta voce. — «Lazzaro vieni fuori» — e non potrei descrivervi che cosa io provassi al vedere quell’uomo alzarsi e venire a noi avvolto nel sudario — «Toglietegli le lenzuola di dosso» — ordinò il Nazareno, e lasciatelo andare.» — Ed allorquando le lenzuola gli furon levate, dal volto del risuscitato vedemmo il sangue scorrere di nuovo nel corpo emaciato e l’uomo ritornare quale era prima d’ammalarsi. Egli vive tuttora e chiunque può vederlo; — voi stessi potete recarvi da lui domani. Ed ora non occorre aggiunger altro, ma a voi domando quello che Simonide ebbe a domandarmi e cioè — «Non è egli più d’un uomo?» —
La domanda, fatta in tono solenne, venne dapprima accolta in silenzio, ma diede luogo in seguito ad una lunga discussione che durò fin oltre la mezzanotte. Simonide non poteva risolversi a rinunciare alla propria interpretazione dei profeti, e Ben Hur sosteneva ch’entrambi i vecchi avevano ragione, poichè, secondo lui, il Nazareno era il<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /></noinclude>{{a destra|{{smaller|9 settembre.}}}}
Ella parte!... Ella muore!...
Ella muore per me!... Io non la rivedrò più mai!... Quale strana, quale fatale potenza si racchiude in questa parola breve ed acuta come il grido che strappa il dolore? Io ne esamino la forma, ne studio il suono, cerco di scoprirne il significato recondito: Mai! mai! mai!...
Ed è vero? ed è possibile?... Le divine emozioni che io ho provate nella presenza di lei, la luce che si irradiava dai suoi occhi fin nei recessi dell'anima mia, le sussurranti armonie della sua voce, la muta comunione degli spiriti, tutto questo sta per finire?... Nulla di ciò che si è destato in me, degli ardori, delle tenerezze, degli entusiasmi, dei fremiti, dei delirii, degli sconforti, delle esultanze, nulla, nulla<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|212|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>di tutto questo resterà?... Come un bolide che solca luminosamente l’oscurità dei cieli, e che si dissolve in una pioggia d’oro, questo tumulto dell’anima amante si dissipa?... svanisce?...
Mai! Mai! Mai!...
L’oscurità si fa tutt’intorno, un crespo avvolge tutte le cose. È lutto nel cuore, è freddo nella natura.... O glorie di luce raggianti nei crepuscoli estivi! O voci misteriose parlanti nelle paci delle notti imbalsamate! O sospiri esalanti dai fiori oppressi di voluttà!...
{{A destra|{{smaller|Notte.}}}}
Prima che ella parta, prima che ella muoia, prima che io la perda per sempre, non troverò io la parola da tanto cercata? O voi, poeti innamorati, o voi, sacerdoti prostrati nella polvere, o voi tutti che nutrite un’aspirazione suprema, che rivolgete all’alto gli sguardi, non mi suggerirete voi la parola finora indarno cercata?
Gl’istanti fuggono e il mio pensiero s’arresta. Nessuna idea più vi si svolge, nessuna imagine più vi si affaccia. Io sono colpito da una paralisi spaventevole: la paralisi della mente....
{{A destra|{{smaller|10 settembre.}}}}
Ancora?... Avevo sognato che tutto fosse finito.
Io ero rigidamente composto nelle tenebre<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|donato del piano}}|213|riga=si}}</noinclude>iperboree e il silenzio stagnava tutt’intorno. Sul dubbio orizzonte un’ombra incorporea si allontanava, ed era come se l’anima mia fosse legata a quell’ombra, ed al fuggire di quell’ombra l’anima si distendeva, si distendeva, si distendeva come una elastica corda, e le sue radici gemevano dentro il mio petto, ma non per anco si strappavano; e come l’ombra correva all’infinito, all’infinito l’anima si distendeva....
Il sole splende; la vita riprende il suo corso.
Ancora un giorno!
{{A destra|{{smaller|11 settembre.}}}}
No, la Parola non esiste! Esistono delle parole, degli accozzamenti di sillabe, delle successioni di suoni più o meno rapidi, che presumono di esprimere l’idea, mentre ne sono separati da un abisso, da un abisso infinitamente più grande di quello che separa i balbettamenti del muto dalle parole.
Io non le ho detto mai nulla. Quando il prestigio della sua presenza ha esaltate tutte le potenze della mia vita, quando il contatto della sua mano ha trasfuso nelle mie vene nuovi torrenti di un sangue più ricco, più rapido, più inebriante, quando tutte le cose hanno taciuto per ascoltare il suono della sua voce, io non le ho detto nulla.<noinclude>
<references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|214|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>
Che cosa le avrei detto? Che ella è l’adorazione costante dell’anima mia? È troppo poco. Che vorrei avere mille vite per darle tutte per lei? Che vorrei distruggere tutta la razza umana, perchè nessuno respiri più l’aria che ella respira, perchè nessuno calpesti più la terra che la sorregge, perchè nessuno contempli più il cielo che impallidisce quando l’azzurro dei suoi occhi lo fissano? Che tutte le anime dovrebbero gravitare intorno alla sua, come i minori astri gravitano intorno al sole?
E dopo ciò? Che cosa saprebbe ella di quel che io provo per lei? Meno che nulla....
{{A destra|{{smaller|Notte.}}}}
Nel tempio di Flora, in un meriggio d’estate. Si penetrava aprendosi un passaggio tra gli arbusti dai rami strettamente allacciati, sotto l’ombra delle acacie. Tutt’intorno si distendeva circolarmente una parete di verzura, come un immenso merletto vegetale a cui l’azzurro del cielo faceva da fondo. Nel centro, un gigantesco palmizio dal fusto eretto come una colonna rôsa dal tempo, e i cui rami, incurvandosi in alto, mettevano una cupola su quel verde recesso. D’ogni intorno, null’altro che il verde: il verde scuro dei ligustri, il verde cinereo degli eucaliptus, e il verde tenero, quasi giallo,<noinclude>
<references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|donato del piano}}|215|riga=si}}</noinclude>di certe robinie. A destra, un cantuccio d’Africa, una siepe di cactus erti come pilastri, rampanti come rettili, orridi, contorti, spinosi; e poi ancora le agavi, i banani, gli aloè. A sinistra, un angolo di Norvegia; dei pini, degli abeti, una varietà di conifere dal fogliame fitto e minuto come una nebbia.
Tutte queste sensazioni di verde compenetravano il cervello, lo saturavano; ed era come se anche noi tenessimo alla terra per le radici, se anche in noi scorressero le fresche linfe, se anche noi vivessimo la vita immobile e silenziosa del verde. Allora, io ebbi un istante di felicità piena ed intera: io sentiva che la parola umana mi era fatta estranea, che il pensiero era abolito in me, che io esistevo soltanto per lei, che io vivevo della sua vista, come l’elianto vive della vista del sole.
{{A destra|{{smaller|12 settembre.}}}}
Impressione ed espressione sono due termini fra i quali non sarà mai possibile stabilire il segno dell’eguaglianza. Le più semplici percezioni del mondo materiale sono immateriali, e nessuna materia potrà mai rappresentarle. Come descrivere il profumo impercettibilmente dolce di questa ciocca di lillà che muore nel calice di cristallo? Esso mi riempie l’animo di un<noinclude>
<references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|216|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>soave turbamento, mi ridesta mille confuse imagini, mi procura delle vaghe, incoscienti aspirazioni, mi diletta e mi opprime.... Come descriverlo? Come procurare ad un altro la sensazione mia?... Come descrivere il colore di questi fiori? Dirò che è celeste? Vorrà dire: colore del cielo. Ma come dare ad un cieco o ad un minatore vissuto dalla nascita nelle profondità della terra, un’idea di questo colore o di un colore qualsia?
{{A destra|{{smaller|13 settembre.}}}}
La parola avrà tutt’al più un valore suggestivo, non mai espressivo. I segni verbali, a cui s’è dato un convenzionale significato, potranno destare, per associazione, l’idea ad essi attribuita, ma non rappresentarla ''direttamente''.
Io non voglio dirle che l’amo! io vorrei farle ''vedere'' il mio sentimento, tutti i moti dell’anima innamorata: io vorrei farle leggere nella mia coscienza, farle assistere, come un altro ''io'', a tutto quello che nel campo della mia coscienza si svolge....
{{A destra|{{smaller|14 settembre.}}}}
Che cosa importa? Da secoli e da secoli, il linguaggio serve ai bisogni dell’umanità. Perchè ti preoccupi tu dell’imperfezione di questo<noinclude>
<references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|donato del piano}}|217|riga=si}}</noinclude>strumento? Quale movimento di superbia ti persuade a disdegnarlo? Perchè non tentare di esprimere, bene o male, il sentimento di cui tu vivi?
{{A destra|{{smaller|Sera.}}}}
No! No! Qualcuno mi dà ragione.
Vi sono degli stati dell’animo troppo fini per essere nominati, troppo spirituali per ammettere un’espressione sensibile. L’estasi è uno di questi stati. Il puro Spirituale è escluso dal linguaggio umano. ({{AutoreCitato|Jacques Bénigne Bossuet|Bossuet}}).
Ed Ella è la più pura delle Spiritualità! L’amor mio è un’estasi infinita! Che cosa possono le parole per me?...
No! No! Come i mistici in orazione, io non posso dirle che l’amo altrimenti che amandola.
{{A destra|{{smaller|16 settembre.}}}}
Pietà! Pietà!... È per oggi....
Sogno gentile, alata fantasia, ombra inafferrabile, non fuggire — per pietà! — non fuggire lontano!... Come non hai tu indovinato ciò che io non ti ho detto, ciò che io non ti ''potevo'' dire?... Credi tu che potrai un’altra volta essere amata come da me?... Oh, se esiste qualcuno che sappia farti felice, possa il mio voto esser compiuto, se non da me, almeno come io vorrei!...<noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|218|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>
{{A destra|{{smaller|Mezzogiorno.}}}}
Pietà, Signore, pietà!... La mente si perde, la vita si spegne.... Tutto è sospeso in me, d’intorno a me. Io ho la sensazione dell’arresto del tempo. Nel silenzio delle cose aspettanti, si ode il battito lento del mio cuore così gonfio di sangue e di lacrime che sta per scoppiare....
O Sogno! Sogno! Sogno!
{{A destra|{{smaller|Ore 2.}}}}
Che urlo! che urlo rauco, selvaggio, lacerante!... Il mostro ansava, sbuffava, fremeva, sprizzava faville di fuoco — il mostro di ferro che come un serpente si snodava e spariva....
Se dall’oppresso mio petto potesse esalare un simile urlo, rauco, selvaggio, lacerante!... Che cosa hanno rovesciato sul mio petto? Una valanga? una montagna?... Aiuto!... Soccorso!... Nessuno sente la mia voce.... Io soffoco.... io sono sepolto vivo {{riga punteggiata}}
{{A destra|{{smaller|1.° ottobre.}}}}
Quando Ella sedeva al piano, nei giorni felici di questa primavera splendente nella memoria, i suoni dolci, carezzanti, giocondi, le melodie lente, cullanti, gli accordi tristi, dolorosi come gemiti di moribondi, le parlavano essi<noinclude>
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Pietà, Signore, pietà!... La mente si perde, la vita si spegne.... Tutto è sospeso in me, d’intorno a me. Io ho la sensazione dell’arresto del tempo. Nel silenzio delle cose aspettanti, si ode il battito lento del mio cuore così gonfio di sangue e di lacrime che sta per scoppiare....
O Sogno! Sogno! Sogno!
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Che urlo! che urlo rauco, selvaggio, lacerante!... Il mostro ansava, sbuffava, fremeva, sprizzava faville di fuoco — il mostro di ferro che come un serpente si snodava e spariva....
Se dall’oppresso mio petto potesse esalare un simile urlo, rauco, selvaggio, lacerante!... Che cosa hanno rovesciato sul mio petto? Una valanga? una montagna?... Aiuto!... Soccorso!... Nessuno sente la mia voce.... Io soffoco.... io sono sepolto vivo {{riga punteggiata|20}}
{{A destra|{{smaller|1.° ottobre.}}}}
Quando Ella sedeva al piano, nei giorni felici di questa primavera splendente nella memoria, i suoni dolci, carezzanti, giocondi, le melodie lente, cullanti, gli accordi tristi, dolorosi come gemiti di moribondi, le parlavano essi<noinclude>
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{{A destra|{{smaller|Mezzogiorno.}}}}
Pietà, Signore, pietà!... La mente si perde, la vita si spegne.... Tutto è sospeso in me, d’intorno a me. Io ho la sensazione dell’arresto del tempo. Nel silenzio delle cose aspettanti, si ode il battito lento del mio cuore così gonfio di sangue e di lacrime che sta per scoppiare....
O Sogno! Sogno! Sogno!
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Che urlo! che urlo rauco, selvaggio, lacerante!... Il mostro ansava, sbuffava, fremeva, sprizzava faville di fuoco — il mostro di ferro che come un serpente si snodava e spariva....
Se dall’oppresso mio petto potesse esalare un simile urlo, rauco, selvaggio, lacerante!... Che cosa hanno rovesciato sul mio petto? Una valanga? una montagna?... Aiuto!... Soccorso!... Nessuno sente la mia voce.... Io soffoco.... io sono sepolto vivo{{loop|50|. }}
{{A destra|{{smaller|1.° ottobre.}}}}
Quando Ella sedeva al piano, nei giorni felici di questa primavera splendente nella memoria, i suoni dolci, carezzanti, giocondi, le melodie lente, cullanti, gli accordi tristi, dolorosi come gemiti di moribondi, le parlavano essi<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|donato del piano}}|219|riga=si}}</noinclude>per me? Le ripetevano essi i gemiti sordi che io soffocavo dentro il mio cuore? Le narravano essi le aspirazioni dell’anima mia assetata d’amore? Le promettevano essi il paradiso di felicità che spiegava ai miei occhi affascinati i suoi luminosi miraggi?...
{{A destra|{{smaller|4 ottobre.}}}}
“Nessuna creatura umana è compresa da nessuna creatura umana.„ ({{AutoreCitato|Hippolyte Taine|Taine}}).
L’impossibilità di una tale comprensione deriva unicamente dall’impossibilità dell’espressione. In un’ora di raccoglimento interiore, a centinaia e a migliaia le aspirazioni, gl’impulsi, i propositi nobili od abbietti; le persuasioni, i giudizii, i concetti fondati o falsi; le imagini fantasmagoriche, i ricordi e le previsioni col loro corteggio di pentimenti, di rammarichi, di delusioni, di speranze, di compiacenze, sorgono nella mente, brillano più o meno a lungo e si spengono nelle tenebre dell’incosciente. Quanti di siffatti momenti psicologici, la cui serie costituisce il mio ''io'', sono da me manifestati — ammesso che la manifestazione sia adeguata? Una parte infinitesimale. Di me non si conosce se non quello che io faccio — ed un’azione apparentemente generosa può essere determinata da ignobili moventi — e quello che io<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|220|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>dico. Ora, le mie parole non rispondono mai al mio pensiero — perchè sono parole; vuol dire qualcosa di determinato, di concreto, di fisso, di immutabile; ed il pensiero possiede le qualità perfettamente opposte; esso non ''è'', ma ''diviene, si fa'', in una gestazione perenne.... Le parole non rappresentano se non un fuggevole istante di questa rapidissima successione — ed è come se uno, per dare l’imagine del movimento, rappresentasse il mobile fermo in diversi punti della sua traiettoria.
{{A destra|{{smaller|15 ottobre.}}}}
Talvolta io fingo con me stesso, nell’intimità impenetrabile della mia coscienza, e spesso non so dove finisce la sincerità, e dove comincia la menzogna.
Se io non posso gettare uno scandaglio in questo baratro del mio pensiero, come potrà altri esplorarlo per mezzo delle mie parole?
{{A destra|{{smaller|Notte.}}}}
Talvolta, io non l’amavo....
{{A destra|{{smaller|16 ottobre.}}}}
È un mese che io non parlo più, che dal mio labbro non escono se non le poche parole necessarie ai brevi rapporti di questa mia vita<noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|donato del piano}}|221|riga=si}}</noinclude>raminga. Quando io mi son deciso a parlare, nel tempo che pronunzio le prime parole, il mio pensiero è già mille miglia lontano da quel punto di partenza.
Io mi ripiego su me stesso, io vivo di me e per me: l’anima mia è un mondo, e la vita cesserà prima che io ne abbia compiuta l’esplorazione.
Leggo talvolta, e le voci dei grandi spiriti poetici, dei pensatori profondi, risvegliano mille echi nelle più recondite pieghe della mia mente.
{{A destra|{{smaller|Sera.}}}}
M’inganno ancora. La parola scritta risponde più imperfettamente all’espressione del pensiero. Parlando, si è più ingenui, più fedeli, più veri; la scrittura è un’arte — voglio dire un artifizio. Il periodo non esce bello e foggiato dal cervello; esso è invece il frutto di mille tentativi, di mille ricerche, di mille pentimenti; la sua coesione è tutta opera dello studio, il pensiero è per sè stesso ondeggiante, incoerente, indefinito....
{{A destra|{{smaller|17 ottobre.}}}}
Perchè prendo queste note su di me stesso? Se la parola traduce male il pensiero, come pretendere di adattarla all’espressione del sentimento?<noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|222|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>
Se le mie parole fossero come i rintocchi di un mortorio, in una campagna spogliata e deserta, sotto un cielo plumbeo e opprimente come il coperchio di una bara, esprimerebbero esse l’agonia dell’anima?
{{A destra|{{smaller|18 ottobre.}}}}
Nelle grandi emozioni, nei dolori cocenti, nelle gioie profonde, si è muti. Le parole scorrono più abbondanti, più facili, quando il cuore è tranquillo; se esso precipita o rallenta i suoi palpiti, non escono dalle labbra che grida inarticolate.
{{A destra|{{smaller|19 ottobre.}}}}
“Nella conversazione, ordinariamente, s’inventa poco; più volontieri si ripete ciò che si è già detto, imparato o pensato; la parola interiore, al contrario, è il linguaggio del pensiero attivo, personale, che cerca, che trova e che si arricchisce del suo proprio lavoro.„ ({{AutoreCitato|Alois Egger|Egger}}).
{{A destra|{{smaller|Sera.}}}}
Quando io parlo ad alta voce, il pensiero interiore è per me sensibile — ed io noto il disaccordo.
{{A destra|{{smaller|20 ottobre.}}}}
“Noi abbiamo più idee che parole. Quante<noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|donato del piano}}|223|riga=si}}</noinclude>cose sentite e che non sono nominate! Di queste cose ve ne sono senza numero nella morale, senza numero nella poesia, senza numero nelle belle arti.... Le parole non bastano quasi mai per rendere precisamente quel che si sente.„ ({{AutoreCitato|Denis Diderot|Diderot}}).
{{A destra|{{smaller|22 ottobre.}}}}
Troverò io mai l’entusiastico slancio che destò in me un giorno la marcia del ''Tannhäuser'' eseguita da lei?... Come l’araldo annunzia l’arrivo del corteggio, sfilano maestosamente i landgravi, i margravi, i principi, i feudatari che vengono con le loro dame alla lotta dei cantori nella Wartburg. Il sangue affretta il suo moto, l’anima si esalta nell’aspirazione ad una vita più intensa, gloriosa ed eroica....
{{A destra|{{smaller|Sera.}}}}
Quest’arte dei suoni è l’unica che sappia conseguire una diretta espressione dei moti dell’anima. Il sentimento è un movimento, e nel movimento consiste la principale virtù del suono. L’emozione, che nessuna parola riesce ad esprimere, è per sua natura vaga, indefinita; questo carattere è quello che la musica consegue mirabilmente.
{{AutoreCitato|Ludwig van Beethoven|Beethoven}} è il più grande psicologo. Qualche<noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|224|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>volta io sento di arrossire, tanto a fondo scruta nell’anima mia.
{{A destra|{{smaller|25 ottobre.}}}}
Quando i miserabili accozzatori di parole hanno detto che una sensazione od una emozione sono ineffabili, hanno detto tutto.
È una confessione d’impotenza.
{{A destra|{{smaller|26 ottobre.}}}}
“Io qui non esprimo abbastanza bene quanto le nostre anime erano in comunicazione in quel momento. In generale, io non posso esprimere le sfumature delicate, il profondo, il meglio delle cose, perchè i termini mancano....„ ({{AutoreCitato|Stendhal|Stendhal}}).
{{A destra|{{smaller|27 ottobre.}}}}
Lo svolgimento del periodo musicale imita ancora più da vicino lo svolgimento del pensiero, coi due salienti caratteri di continuità e di multiformità. Intorno alla frase principale altri motivi meno distinti si affollano, come una congerie di idee e di imagini fa corteggio al pensiero dominante.
{{A destra|{{smaller|Notte.}}}}
Io non andrò più a teatro. L’opera in musica è una profanazione. L’elemento personale<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|donato del piano}}|225|riga=si}}</noinclude>che gli esecutori vi portano offende la pura spiritualità dell’armonia. Le parole che l’accompagnano, precisando troppo il significato della rappresentazione, le tolgono quel carattere di subbiettività che solo può renderla fedele.
{{AutoreCitato|Richard Wagner|Wagner}} che sdegna i drammi troppo umani della storia, per cercare i suoi soggetti nella fantastica leggenda, è ancora schiavo del reale; i suoi eroi sono ancora degli uomini. Wagner che sdegna il mondo esteriore per cantare le crisi spirituali, non rinunzia abbastanza alla materia mettendo il suo canto in bocca di odiosi personaggi d’ossa e di carne.
Il poema sinfonico eseguito da suonatori invisibili è la sola forma conveniente. Dove trovarla?
{{A destra|{{smaller|31 ottobre.}}}}
Se le mie parole potessero ripetere tutto, ''tutto'' quello che mi passa per il cervello, le processioni tumultuose di imagini, i pensieri frammentari, le fulminee associazioni di idee per cui i termini più lontani nel tempo e nello spazio sono ad un tratto ravvicinati, la gente mi giudicherebbe ''pazzo''....
{{A destra|{{smaller|2 novembre.}}}}
Grigia, minuta, a larghe falde, piove la ce-<noinclude>{{PieDiPagina|''{{smaller|Documenti umani.}}''||{{smaller|15}}}}
<references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|226|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>nere dal cielo ottenebrato, e ricopre la terra, e seppellisce i viventi. Nei campi agguagliati, piccole elevazioni indicano il posto di una tomba; ma ben presto quelle pieghe si livellano anch’esse, e per l’immenso cimitero dei mondo niun segno distingue più la cenere della terra dalla cenere delle generazioni mietute...
Così cantava l’organo.
{{A destra|{{smaller|3 novembre.}}}}
Ecco quello che io cercavo.
Questo strumento monumentale, che si slancia a guglie come anelante all’alto, dalla voce piena, grandiosa, possente, fatta di milioni e milioni di vibrazioni sonore che si fondono in una; questo strumento sul quale mani invisibili si esercitano, traendone suoni che errano per la vastità delle navate, sotto il cielo delle cupole, in un ambiente dove tutto è disposto per parlare della vita spirituale, è il solo che valga la pena di essere ascoltato.
{{A destra|{{smaller|5 novembre.}}}}
L’organo di {{Wl|Q17280055|Donato del Piano}} è uno dei più mirabili di Europa. Ha cinque tastiere, settantadue registri, e duemila novecento sedici canne.
La chiesa è la più grande di Sicilia, il convento uno dei maggiori del mondo. È tutta una<noinclude>
<references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|donato del piano}}|227|riga=si}}</noinclude>piccola città. Vi sono corridoi lunghi come strade, delle corti vaste come piazze, due giardini, un museo, una biblioteca.
{{A destra|{{smaller|12 novembre.}}}}
Se l’idea mi costa, l’azione mi ripugna. Nulla di quanto mi circonda può riuscire ad interessarmi. Il ''vero'' reale è ciò che si passa nel mio spirito: la finzione, l’illusione, è il mondo esteriore. Nulla esiste, fuor che l’idea....
{{A destra|{{smaller|15 novembre.}}}}
Nella mia cella, vi è un ritratto dell’abate del Piano. È rappresentato con la sinistra sorreggente un libro sopra un tavolo; in fondo l’organo e una imagine della Vergine che nasconde a mezzo una corona d’alloro. La testa è piccola, molto modellata; occhi grandi, naso profilato; rughe profonde solcano la fronte e le guancie. L’iscrizione dice:
''Sac.'' {{Sc|Donatus de Plano}} ''ortus Nivani in Diocesi Aversana — a parentibus Thoma, et Vrsula Chiarello — claruit morum innocentia, et virtutibus omnimodis, auctor musicorum organorum Monrii Cassinensium S. Nicolai de Arenis Catinae, ubi diu commoratus obdormivit in Dno pridie idus Junias An. 1785 aetatis vero suae 80 prœter menses X et dies VI atque in eo jacet.''<noinclude>
<references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|228|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>
Egli è sepolto sotto il suo capolavoro; fu l’unico compenso da lui chiesto. Quest’organo gli costò dodici anni di fatiche; uscì ''tutto'' dalle sue mani.
Quando l’aria s’ingolfa in quella foresta di canne vibranti, quando le onde sonore se ne sprigionano allargandosi tutt’attorno, l’anima dell’abate deve vibrare all’unisono.
{{A destra|{{smaller|16 novembre.}}}}
Silenzio! silenzio!... che meraviglia!... ascoltate!
Basse, umili, incerte, delle voci si levano confusamente, in un limbo di attesa angosciosa. In mezzo al coro, una finisce per emergere, lunga, triste, narrante i dolori di tutti. Oppressi, circondati dalle tenebre impenetrabili sono gli spiriti, e da tanto dura l’esilio, ch’essi hanno perduto ogni speranza. Gli spiriti assentono, con gemiti sordi. — O voi che il sole illumina, o voi che veste l’etere, non ne avrete pietà? — Silenzio. Più debolmente: — O voi che veste l’etere, non ne avrete pietà? — Silenzio. La voce muore. Allora il turbine degli spiriti ripiglia la sua corsa, avvolgendosi a spire, scindendosi in cerchi, cadendo incessantemente per un abisso senza fondo, dove le tenebre sono sempre più fitte, dove il freddo è sempre<noinclude>
<references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|donato del piano}}|229|riga=si}}</noinclude>più acuto. Lo strazio è infinito; l’anima si schianta.... Un tuono formidabile che scuote la terra dalle fondamenta. La caduta si arresta. Dall’alto, brilla un punto luminoso che s’ingrandisce, s’ingrandisce, s’ingrandisce, saettando raggi più vivi, allagando tutto di luce gioconda. Un canto serafico di laudi e di trionfo. Su, su, di sfera in sfera, agili, leggieri, balzano gli spiriti eletti; su, su, per l’etere chiaro, nel fluido zaffiro, tra le danze degli astri immortali....
{{A destra|{{smaller|6 dicembre.}}}}
Quando si schiude il registro della ''voce umana'', qualcuno parla, qualcuno chiama.
{{A destra|{{smaller|Dicembre.}}}}
Non ho ancor visto l’organista, nè voglio vederlo; non voglio neppure conoscere la musica ch’egli eseguisce. Che cosa importa? Essa non ha altro significato se non quello che io le do. La grandezza di quest’arte è a patto della sua subbiettività.
L’oggetto non esiste se non in quanto è pensato da un soggetto. Le cose sono nelle coscienze umane; abolite queste, tutto è abolito....
Nessuna notizia del mondo arriva più fino a me; ho perduta la misura del tempo.
Io ''so'' che Ella è morta.<noinclude>
<references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|230|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>
Silenzio!... Ascoltate.
Nel mare della Serenità fila la nave con moto eguale; la pace è nel cielo, la calma è nel mare. Perduto ogni vestigio di terra. Il biancore plenilunare inonda di spazii, inargenta le acque dormenti. Fila la nave con moto di culla e la sua corsa è lunga e senza mèta come le vaghe aspirazioni umane. Al suo passaggio, grandi pieghe si formano sulle superficie delle acque, e pare che le acque fuggano guizzando. Ma se si leva all’alto lo sguardo, tutto rientra nella silente immobilità, e solo l’insensibile moto della nave culla e addormenta....
Notte. Tutto tace.
Il silenzio è pieno di rumori, di zufolii, di strepiti, di squilli, di tintinnii. Talvolta si odono anche delle voci....
Chi mi chiama?
In mezzo ai corridoi, i lontani fanali proiettano delle ombre smisurate, grottesche, spaventevoli. I quadri polverosi mostrano confusamente le loro figure dagli sguardi immobili, insostenibili. Il vento che passa per le fessure delle imposte, che s’ingolfa pei corridoi, ha dei suoni gravi e lunghi come quelli dell’organo.
Che vista!<noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|donato del piano}}|231|riga=si}}</noinclude>
Nella notte profonda, le immense finestre della cupola si disegnano vivamente illuminate. La luce non è eguale, ma vacillante come se delle grandi ombre errassero tutt’intorno. Quale cerimonia si celebra a quest’ora nella chiesa?...
La chiesa è vuota. Sono sceso dalla sacrestia, ho guardato da una vecchia porta tarlata. Nessuno. La luce parte non so di dove. Le lampade dei pilastri, le torcie degli altari, le candele delle lumiere non ardono. L’organo canta....
Sono le anime che cantano, sono le anime che parlano il loro immateriale linguaggio. Il canto è fievole, triste, doloroso, quando esse dicono i ricordi della terrena esistenza; limpido, sereno, giocondo il canto si effonde quando le anime narrano le paci ed i tripudii della vita spirituale.
Cori d’armonie, torrenti di anime vibranti, prendetemi con voi, trascinate con voi l’anima mia, perchè, appreso il vostro linguaggio, essa esprima finalmente le sue angoscie e le sue esultanze.
Vi sono certi accordi chiari come fasci di luce penetranti nel buio. Certi lenti tremolii sono pieni di silenzio....<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|232|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>
Quando si schiude il registro della ''voce umana'', qualcuno parla, qualcuno chiama.
Il padre guardiano vuole distogliermi dal mio proposito; dice che l’impresa è arrischiata, che bisogna avere il piè fermo e l’occhio avvezzo alle vertigini del muratore o del marinaio.
La scala di ferro descrive un grande arco, adattandosi sull’emisfero della cupola fino al lanternino.
Di lassù, la vista dev’esser più grandiosa, l’occhio deve abbracciare un orizzonte immenso, il respiro deve trarsi più profondo, l’anima deve spaziare liberamente...
{{A destra|{{smaller|Notte.}}}}
La chiesa è illuminata ancora, le finestre si incendiano nell’oscurità. L’organo canta....
Dall’alto della cupola, l’effetto dev’essere meraviglioso. Le vibrazioni delle anime, rinforzate tutt’intorno per la vuota sfera, convergenti concentricamente in un punto, devono acquistare una forza ed una fusione straordinaria.
Il padre guardiano mi ha fatto discendere a viva forza, minaccia di chiudermi nella mia cella.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|donato del piano}}|233|riga=si}}</noinclude>
Non tenterò per ora. La porta aerea del campanile, da cui si va nella cupola, è sempre aperta, giorno e notte....
Il terrore dei sogni: dei soli lividi, senza raggi, spaventosamente immobili nel cielo tenebroso....
Ancora! La luce vacillante... i suoni dell’organo.... Ah! il registro della ''voce umana!''...
Ella si lamenta, fiocamente. Perchè la lasciai? Perchè non la seguii? Come dolorosamente patì! Il pianto bruciava le sue gonfie palpebre, struggeva le sue pallide guancie. Perchè la lasciai? Perchè non la seguii?...
No! Ella si dà torto. La colpa non fu mia. Nella vita terrena avremmo entrambi sempre sofferto! Nella vita terrena saremmo sempre stati disgiunti!... Io non le dissi mai nulla; che cosa le avrebbe detto la parola umana? Dal cielo spirituale dove Ella spazia, vede la miseria nostra....
Ora mi compiange, s’impietosisce alla sorte mia. Io sono ancora tra i lacci, io sono ancora nel buio. La sua voce si fa più tenera, più dolce; mi sfiora la fronte come una mano materna. “Riposa, povero amore, sogna un sogno felice.„{{riga punteggiata|20}}<noinclude>
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Non tenterò per ora. La porta aerea del campanile, da cui si va nella cupola, è sempre aperta, giorno e notte....
Il terrore dei sogni: dei soli lividi, senza raggi, spaventosamente immobili nel cielo tenebroso....
Ancora! La luce vacillante... i suoni dell’organo.... Ah! il registro della ''voce umana!''...
Ella si lamenta, fiocamente. Perchè la lasciai? Perchè non la seguii? Come dolorosamente patì! Il pianto bruciava le sue gonfie palpebre, struggeva le sue pallide guancie. Perchè la lasciai? Perchè non la seguii?...
No! Ella si dà torto. La colpa non fu mia. Nella vita terrena avremmo entrambi sempre sofferto! Nella vita terrena saremmo sempre stati disgiunti!... Io non le dissi mai nulla; che cosa le avrebbe detto la parola umana? Dal cielo spirituale dove Ella spazia, vede la miseria nostra....
Ora mi compiange, s’impietosisce alla sorte mia. Io sono ancora tra i lacci, io sono ancora nel buio. La sua voce si fa più tenera, più dolce; mi sfiora la fronte come una mano materna. “Riposa, povero amore, sogna un sogno felice.„{{loop|50|. }}<noinclude>
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Dall’alto della cupola, l’anima di Donato del Piano spicca i suoi voli liberamente. La porta aerea è sempre dischiusa, il padre guardiano dorme, la notte è profonda{{riga punteggiata|20}}
Silenzio! La ''voce'' riprende.
Era un’alba di primavera: il primo apparire della luce sulla terra dormente e silenziosa mentre le stelle impallidivano in cielo. Ella moriva, e tutt’intorno risuonavano le nenie ed i lamenti. Perchè piangevano? La gioia rientrava in lei a misura che l’istante si avvicinava, e quando il primo raggio di sole lampeggiò come una spada, l’anima sciolse il suo volo. Pura, gioconda, libera, volava incontro al sole. Nelle chiarezze diafane, nelle luminosità iridescenti, le anime volano eternamente, in cerca delle anime predestinate. Quando s’incontrano, inni di trionfo risuonano per l’etere, echeggiano pei cieli profondi.... “Vieni dove io ti aspetto, dove t’aspetta il gaudio, dove ogni brama è paga. Ascolti tu queste voci?...„ Dolci, teneri, soavi, dei sussurri si levano intorno. Sono le anime amanti, le disposate anime, che si dicono eterne cose. “Impara questo linguaggio; che tu mi comprenda, che tu mi risponda. In alto! in alto! in alto!...„{{riga punteggiata|20}}. . . . . . . . . .<noinclude>
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Dall’alto della cupola, l’anima di Donato del Piano spicca i suoi voli liberamente. La porta aerea è sempre dischiusa, il padre guardiano dorme, la notte è profonda{{riga punteggiata|20}}
Silenzio! La ''voce'' riprende.
Era un’alba di primavera: il primo apparire della luce sulla terra dormente e silenziosa mentre le stelle impallidivano in cielo. Ella moriva, e tutt’intorno risuonavano le nenie ed i lamenti. Perchè piangevano? La gioia rientrava in lei a misura che l’istante si avvicinava, e quando il primo raggio di sole lampeggiò come una spada, l’anima sciolse il suo volo. Pura, gioconda, libera, volava incontro al sole. Nelle chiarezze diafane, nelle luminosità iridescenti, le anime volano eternamente, in cerca delle anime predestinate. Quando s’incontrano, inni di trionfo risuonano per l’etere, echeggiano pei cieli profondi.... “Vieni dove io ti aspetto, dove t’aspetta il gaudio, dove ogni brama è paga. Ascolti tu queste voci?...„ Dolci, teneri, soavi, dei sussurri si levano intorno. Sono le anime amanti, le disposate anime, che si dicono eterne cose. “Impara questo linguaggio; che tu mi comprenda, che tu mi risponda. In alto! in alto! in alto!...„{{loop|50|. }}<noinclude>
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Era un’alba di primavera: il primo apparire della luce sulla terra dormente e silenziosa mentre le stelle impallidivano in cielo. Ella moriva, e tutt’intorno risuonavano le nenie ed i lamenti. Perchè piangevano? La gioia rientrava in lei a misura che l’istante si avvicinava, e quando il primo raggio di sole lampeggiò come una spada, l’anima sciolse il suo volo. Pura, gioconda, libera, volava incontro al sole. Nelle chiarezze diafane, nelle luminosità iridescenti, le anime volano eternamente, in cerca delle anime predestinate. Quando s’incontrano, inni di trionfo risuonano per l’etere, echeggiano pei cieli profondi.... “Vieni dove io ti aspetto, dove t’aspetta il gaudio, dove ogni brama è paga. Ascolti tu queste voci?...„ Dolci, teneri, soavi, dei sussurri si levano intorno. Sono le anime amanti, le disposate anime, che si dicono eterne cose. “Impara questo linguaggio; che tu mi comprenda, che tu mi risponda. In alto! in alto! in alto!...„{{loop|50|. }}<noinclude>
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La porta aerea è dischiusa.... Vengo{{riga punteggiata|20}}
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Questo manoscritto si rinvenne in una cella del monastero dei Benedettini di Catania, il giorno che un tedesco lì ospitato e affetto da una mite pazzia, fu trovato cadavere informe sulla spianata del campanile, dove la sua caduta dall’alto della cupola era stata arrestata.
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Questo manoscritto si rinvenne in una cella del monastero dei Benedettini di Catania, il giorno che un tedesco lì ospitato e affetto da una mite pazzia, fu trovato cadavere informe sulla spianata del campanile, dove la sua caduta dall’alto della cupola era stata arrestata.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /></noinclude>{{centrato|I.}}
....Che cosa fare delle lettere d’amore prima di morire? Ogni altra carta può legarsi agli eredi; essi custodiranno certamente le importanti, e le inutili saranno distrutte. Ma che cosa faranno delle lettere d’amore, quando la persona a cui furono dirette è spirata? Sguardi profani percorreranno indifferentemente, forse con un sarcastico sorriso, quelle linee che già fecero battere più forte un cuore ora spento. Il secreto di quel cuore sarà profanato!... Da un’altra parte, come rassegnarsi a distruggere con le proprie mani quei documenti in cui è la prova che si è vissuto? Non sarebbe un morire più presto?... Ricchezza inestimabile agli occhi di chi le possiede, quelle carte perdono<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|240|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>ogni valore per tutti gli altri, simili in questo ai tesori di certe leggende diaboliche che si convertono a un tratto in un mucchio di sassi e di cenere... Che cosa fare delle lettere d’amore prima di morire?...
Seduto al suo scrittoio, col gomito appoggiato alla cassetta dischiusa e la testa nella mano, Roberto Berni si rivolgeva da un’ora quella domanda. Le sue lettere erano lì, riunite in piccoli fasci sui quali erano tracciati dei segni convenzionali, ancora tutte odoranti d’un profumo indefinibile di cui la cassetta era impregnata. Ed a quel profumo, come per virtù d’una magica operazione, una figura sorgeva dinanzi a Roberto, così viva, così presente, come se il tempo e la morte non si fossero frapposti, come se una nuova vita non fosse cominciata per lui. A momenti, egli stendeva la mano per prendere qualcuna di quelle lettere: poi si arrestava, in preda ad uno scrupolo. Il ritratto di sua moglie nell’antica cornice di bronzo lo guardava coi begli occhi sereni, ed egli sentiva il sangue colorargli le guancie dinanzi alla fermezza di quello sguardo. Gli pareva che quel ritratto si sarebbe animato se egli si fosse deciso ad aprire una di quelle lettere, se egli avesse finalmente ceduto all’imperiosa tentazione di evocare una storia di<noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la morta}}|241|riga=si}}</noinclude>cui aveva lì davanti le uniche testimonianze.... Le uniche, no. Ve n’era un altro, dei ritratti, in fondo alla cassetta, sotto il fascio delle lettere; un altro che egli non aveva rivisto da anni e che ora lo chiamava, lo attirava con la prepotenza di una nostalgia. Perchè non lo avrebbe rivisto?... Perchè sarebbe stata una colpa!... Gli risuonava ancora all’orecchio l’accento teneramente malfermo con cui, un poco prima, sua moglie gli aveva annunciato che le sue speranze si confermavano, che la loro unione sarebbe resa fra breve più intima dal più tenero e dal più indissolubile dei legami. Provava ancora sulle labbra la freschezza della fronte di lei, su cui aveva stampato, in premio della lieta novella, un lunghissimo bacio. La sentiva ancora discutere gravemente sulla scelta di un nome per la loro bambina — sarebbe stata una bambina, la desiderava tanto! egli non se ne sarebbe avuto a male? gli uomini sogliono preferire i maschietti!... — E come ella era andata via a comunicare la notizia alla mamma, rovesciato sopra un divano, cogli occhi socchiusi, egli s’era sentito travolgere da un turbine di idee e d’imagini.
Vi è una specie di stratificazione dei sentimenti, come vi è una stratificazione dei terreni di cui si costituisce la crosta del globo;<noinclude>{{PieDiPagina|''{{smaller|Documenti umani.}}''||{{smaller|16}}}}
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|242|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>il cataclisma che mette a nudo le formazioni preistoriche trova il suo riscontro nelle crisi della coscienza che sollevano l’antico fondo sepolto sotto le impressioni di più fresca data. Uno sconvolgimento di questo genere era quello operatosi in Roberto Berni; soltanto, esso non era dovuto ad un urto repentino e violento. Insensibilmente, a propria insaputa, un movimento di reazione interiore lo aveva rivolto dalla presente adorabile realtà ad una lontana, tormentosa memoria. Per la prima volta dopo tanto volger di tempo, dimenticando tutto ciò che lo circondava, strappandosi alla sua fantasticheria, egli aveva osato di rivedere le reliquie della sua giovinezza, di rimescolare gli avanzi di una storia finita in una tomba precocemente ed improvvisamente dischiusa. Ora, nel contrasto fra il bisogno di evocare in tutti i suoi particolari quel passato in cui aveva lasciato tanta parte di sè, e il dovere che egli sentiva incombergli di dimenticarlo, il ritratto di sua moglie, su cui i suoi sguardi erano inchiodati, si sbiadiva, si confondeva, si cancellava, e sugli scomposti lineamenti un’altra figura si disegnava, più precisa, più netta, più attraente: la figura della Morta.... Egli non aveva più bisogno di cercare l’altro ritratto: la vedeva come se l’avesse dinanzi! Sua moglie<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la morta}}|243|riga=si}}</noinclude>non lo guardava più, non avrebbe potuto più rimproverarlo col suo immobile sguardo! E, risolutamente, dimenticando tutti i suoi scrupoli, Roberto Berni disciolse uno dei fasci di carte.
Per il primo, un telegramma gli cadde sotto gli occhi, un telegramma di città dal grosso carattere nero, così fresco come se fosse arrivato soltanto il giorno innanzi, “''105 2000 3 24'' B.„ Degli anni erano passati, mille altre vicende avevano lasciato le loro traccie nel suo cuore e nella sua mente; ma l’impressione di angosciosa inquietudine destata da quel telegramma si rinnovava, e così scuotente come la prima volta.... Aveva egli ben letto? Il convenzionale cifrario era stato bene interpretato? “Domani, nell’ora e nel luogo consueti, a qualunque costo, per un affare grave...„ Che cosa voleva dire?... E ad un tratto egli si rivedeva sulla strada maestra del villaggio, trascinato al trotto serrato della carrozza che s’avviava verso la villa del conte Des Fayolles; vedeva il paesaggio sfilargli rapidamente dinanzi senza più distinguerne le particolarità che, nella frequenza di quelle gite, gli si erano stampate nella memoria e con la loro successione prevista gli indicavano l’avvicinarsi della meta sospirata. Ora i cavalli si erano messi<noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|244|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>al passo nella ripida salita serpeggiante per il versante della collina, e un’impazienza tormentosa s’impadroniva di lui. — Sferza! più presto! — I cavalli acceleravano il passo un istante, col collo teso, faticosamente; poi si abbattevano, lasciavano pendere la testa, bianchi di sudore sotto la pioggia di fuoco di quel pomeriggio d’agosto. Cogli occhi, con la forza del pensiero egli spingeva la carrozza, cercava di farsi più leggiero sui cuscini scottanti, metteva ad ogni istante il capo allo sportello, battendo i piedi, torcendosi le dita, con un’angoscia crescente all’idea dell’ignoto pericolo che gli sovrastava, che le sovrastava.... Uno schioccar della frusta, ed il trotto riprendeva, più serrato, al cessare dell’erta. La pieve di S. Lorenzo.... il ''Belvedere''... il crocevia della Pineta.... Finalmente! Egli saltava dalla carrozza non ancora ben ferma e spariva per la viottola sassosa, incassata fra gli alti muri da cui sporgevano l’edera e i rovi. Ah! la porticina del parco!... Ella era lì, pallida, tremante... lo afferrava con una mano, mentre portava con l’altra un fazzoletto alla bocca.... — Che è stato? In nome di Dio, che è stato?... — Ella non poteva parlare, in preda a un moto convulsivo, che dal petto le saliva alla gola, soffocandola; pure trovava la forza di toglierlo di lì,<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la morta}}|245|riga=si}}</noinclude>dove potevano essere scorti, e di trascinarlo verso lo ''chalet'' nascosto dietro la cinta delle araucarie e dei cedri del Libano. Lo ''chalet!'' l’angolo più remoto e silenzioso del parco! il ''paradiso terrestre!'' il luogo verso cui sempre volava il suo pensiero, sulle ali del desiderio! il testimonio di una felicità che egli aveva sperato inesauribile!... — Ma che cosa era dunque successo?... — Inginocchiata sul tappeto di stuoia, con le braccia distese verso di lui, ella balbettava disperatamente: È finita! È finita!... — Come? perchè? chi poteva avere la forza di opporsi al loro amore, di sciogliere i loro corpi da una stretta come quella che ora li avvinceva, faccia a faccia, tremanti, ansiosi, smarriti?... — Mio marito.... — Ebbene?... — Ha tutto scoperto.... — Non è che questo? — E parte, domani! gli ordini sono dati, tutto è disposto.... Egli torna in Bretagna, comprendi?... torna nelle lande delle Fayolles, a migliaia di leghe da qui... — Repentinamente, egli si era disciolto da quella stretta. — E tu lo segui? — O Roberto, che fare?... — Infatti!... — Ora egli passeggiava per la stanza, in preda ad una cupa concitazione; uno sgabellino di bambù lo fece inciampare; afferrarlo e spezzarlo fu tutt’uno. — O Roberto — supplicava lei, accasciandosi — dici tu come fare! Come resistere a quella<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|246|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>volontà di ferro? Io ho paura di quell’uomo, Roberto; come resistergli?... — Come? Lasciandolo! venendo via con me, oggi, ora, sull’istante, per la porticina che mi hai dischiusa, nella carrozza che mi ha condotto fin qui; venendo con me per sempre, mettendo una fine a questa vita di palpiti, di angoscie, di separazione, a questa morte lenta e continua; venendo con me per realizzare il paradiso in terra, il paradiso vero, il paradiso eterno; venendo via con me perchè tu sei mia e nessuno può avere la forza di strapparti da me... — Sì, sì.... — Ella si trascinava verso di lui, lo afferrava alle ginocchia, rifugiando nel suo lo sguardo impaurito. — Sì, sì!... portami via... quell’uomo mi ucciderà!... Portami via con te.... Ah! mia figlia....
E cadde di nuovo per terra. Egli le si era inginocchiato vicino, sorreggendole la testa. — Ebbene, tua figlia? Non sei tu già separata da lei?... — Ma egli la farà morire! me lo ha detto!... Se io non lo seguo egli la farà morire!... No, Roberto; non fra le sue mani la creatura mia!... — Allora?... Era proprio finita? era finita per sempre? Non si sarebbero più rivisti? Non l’avrebbe egli potuta seguire? — Dove? Tu non sai quale vita mi aspetta?... — Non avrebbe almeno potuto provocare quel-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la morta}}|247|riga=si}}</noinclude>l’uomo, ucciderlo o farsi uccidere? — Non si batterà! — Ammazzarlo a tradimento, ammazzare tutta la sua razza?... Ah, egli delirava! egli perdeva la testa!... Allora, era proprio finita?... E con una forza sovrumana essi si erano avvinghiati l’uno all’altro, così strettamente, così ferocemente come se avessero voluto soffocarsi, come se avessero preferito morire in quel momento se da quel momento non dovevano più rivedersi.... Un rumor di passi sulla ghiaia del lontano viale.... — Addio, Roberto... addio....
E poi? Che cosa era poi successo? La cascina, il parco, la porticina, il sentiero, il crocevia della Pineta... egli non ricordava più nulla. Come aveva fatto ad andarsene? Di dove era passato? Si ritrovava dinanzi alla carrozza, senza sapere perchè lo aspettasse, perchè vi prendesse posto. Ma come la frusta aveva sferzato l’aria fischiando e i cavalli si erano mossi, un grido veemente gli era uscito dal petto; “Arresta! Arresta!„ E rapidamente, come impazzito, come inseguito, avea ripreso la viottola del parco. Rivederla! Bisognava rivederla! Come era possibile che egli l’avesse lasciata? A costo della propria vita, a costo della vita di entrambi bisognava rivederla, non fosse che un istante.... La porticina era chiusa;<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|248|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>ogni sforzo per aprirla riusciva vano. “Bianca!... Bianca!...„ Il grido si perdeva nel silenzio afoso del pomeriggio. “Bianca!... Soccorso!...„ Tentò di arrampicarsi sul muro, lacerandosi gli abiti, le mani, la faccia. A mezz’altezza, cadde. “Bianca!...„ Ebbe ancora la forza di sollevarsi, si avventò di nuovo contro la porticina, vi dette su la testa....
Roberto Berni si era alzato di scatto. I ricordi si succedevano così vivi come se la scena si svolgesse in quello stesso momento. Tutta l’oppressione dei giorni tramontati si rinnovava, da togliergli il respiro, da costringerlo a schiudere la finestra in cerca d’aria....
Così l’aveva perduta! Il domani della separazione fatale, destandosi a casa sua dove il cocchiere lo aveva trasportato fuori dei sensi, un altro telegramma dalla stazione di Bardonecchia gli ripeteva l’ultima sua parola: “Addio!...„ E poi, delle lettere rare, ad intervalli sempre più lunghi, ed il tormento di non poterle scrivere, di non poterle far pervenire nulla che le parlasse di lui.... E poi, un silenzio di lunghi e lunghi mesi; e poi, una sera al Circolo, l’annunzio brutale letto nelle ''Nouvelles et Echos'' del ''Gil Blas'', fra uno scandalo parigino e la ''réclame'' di un nuovo romanzo. “Nous venons d’apprendre la mort de M.<sup>me</sup> Bianca<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la morta}}|249|riga=si}}</noinclude>des Fayolles, la femme de M. le comte Léopold des Fayolles, dêcédée à son château de Bretagne des suites d’une maladie de coeur„....
Malgrado sapesse a memoria quelle poche parole, Roberto Berni s’avvicinò di nuovo al suo tavolo e con mano tremante rovistò nella cassetta. Il ''Gil Blas'' era lì, gualcito, bucato, ingiallito nelle pieghe. “''Nous venons d’apprendre''....„ e come lesse il suo nome, il nome di Bianca, il nome della sua Bianca morta e adorata, scoppiò in pianto dirotto. Con labbra convulse, amaramente e disperatamente, egli chiamava: Bianca! Bianca! Bianca!... e baciava le sue lettere su cui le lacrime cadevano, grosse e roventi. Ora l’imagine di lei non si stampava più sul ritratto di sua moglie, e lo sguardo di costei tornava a fissarsi sereno come prima sul suo. Che cosa voleva? Che cosa pretendeva? Non sapeva che quello era stato il suo amore, il suo primo, il suo grande amore? Era gelosa della morta? Di che cosa era gelosa, se lo aveva tutto per sè? Se qualcuno doveva essere geloso, era la sua povera morta dimenticata, era la sua povera morta sulla cui tomba egli non si era inginocchiato, non aveva pregato, non aveva portato un sol fiore!... No, egli non se n’era scordato!... Il tempo aveva rimarginata la piaga, ma essa<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|250|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>ora si riapriva e il sangue ne grondava!... La vita aveva potuto riprenderlo, distrarlo, creargli altre cure; ma la miglior parte di sè era sepolta con lei!... Un’altra donna aveva potuto sorridergli, amarlo e farsi amare; ma il ricordo di Bianca, della sua morta, viveva ancora in lui, sarebbe sempre vissuto, puro, ideale, immortale come una religione . . . . . .
Il fruscìo d’una veste. La signora Berni, avvolta in una mantiglia luccicante di ''jais'', le mani nascoste nel manicotto, il cappellino ancora in testa, si avanzava verso il marito, affrettando il suo piccolo passo.
— Roberto, Roberto, hai tu trovato?
Egli non aveva l’aria di intendere.
— No?... È un affare grave! La mamma non vuole assolutamente che si chiami come lei. “Lucia! o dov’è Renzo?...„ E rideva! A me non dispiacerebbe, per via dell’affezione, capisci!... Intanto, se sarà un maschietto, le difficoltà sono belle e troncate; si chiamerà Roberto; il più bel santo del calendario!...
E gli passò una mano dietro la testa.
— Tu cosa fai? Sei molto occupato?...
Girando uno sguardo sul tavolo, scorse le lettere, un ritratto. Vide che le sue labbra tremavano.
— Oh, scusa....<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la morta}}|251|riga=si}}</noinclude>
E balbettata confusamente quella parola, si avviò verso l’uscio.
Non si sentì richiamare.
{{Centrato|II.}}
Ella sapeva tutto. Sapeva che dedicandogli tutta la verginità del suo cuore non avrebbe potuto contare sul contraccambio. Sapeva che egli aveva vissuto, che era stato di altri, che le rughe solcanti la sua fronte segnavano il lutto del cuore. Che importava?... Ella lo aveva amato di più per quella nebbia di malinconia che velava il suo viso, per quel gran dolore che lo aveva atterrato e che sarebbe toccato a lei di far dimenticare!...
La scossa prodotta dal lamentevole dramma non aveva soltanto inaridita l’anima di Roberto Berni, aveva ancora offuscate le sue facoltà intellettuali. A trentacinque anni, nel pieno rigoglio dello spirito, pareva che egli avesse smarrita la via fino a quel tempo felicemente battuta, e mentre si apprestava a dare, in un’opera da molto tempo annunziata ed ansiosamente attesa, la piena misura del suo ingegno, quell’ingegno si isteriliva!... Che cosa avrebbe potuto guarirlo se non l’amore,<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|252|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>un amore così felice da cancellare gli effetti dell’amore disgraziato?
Ella aveva accettata la partita; gli aveva fatto il sacrifizio di tutta sè stessa; aveva sperato che i suoi baci, le sue carezze, le sue cure, le sue premure, la sua devozione, la sua umiltà, l’atmosfera di affetto in cui lo avrebbe da ora innanzi fatto respirare, sarebbero riusciti a guarirlo. Ed aveva vista la vittoria sorriderle da vicino. Non pareva che egli avesse tutto dimenticato? Non le aveva dato cento prove di amore caldo e sincero? Non era tornato, con forze cresciute, al lavoro? Non aveva sorriso?... Quel giorno stesso, poche ore innanzi, quando ella gli aveva annunziato, in un abbraccio, la fausta notizia, il prossimo realizzarsi delle loro lunghe speranze, il nuovo e più potente e più dolce vincolo che li avrebbe uniti, non l’aveva egli stretta tenerissimamente, non gli aveva sussurrato fra i baci interrotte parole d’amore e di gratitudine? Chi avrebbe potuto dirle che più tardi, un momento dopo....
Abbandonata sopra una poltroncina, nella sua stanza da letto, con la testa fra le mani ella chiudeva gli occhi dinanzi al crollo repentino dell’edifizio pazientemente costrutto. Egli amava ancora la morta! Egli non l’aveva mai dimenticata! Egli rileggeva le sue lettere, ba-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la morta}}|253|riga=si}}</noinclude>ciava il suo ritratto, rievocava la sua memoria!... Egli non le aveva dato ascolto quando gli aveva parlato della ''loro'' creatura! Egli avea pianto — per lei, per la morta! — quando avrebbe dovuto sorridere alla nuova vita che si agitava nelle sue viscere!... Tutto era stato inutile! Tutti i suoi sforzi erano stati invano sprecati! L’amor suo non era bastato! Quando egli le aveva detto di amarla, non aveva detto a lei; aveva detto all’altra, alla morta!... Che forza aveva dunque costei, se dal fondo di un sepolcro lo attirava ancora, lo possedeva più interamente, più saldamente che non l’avesse posseduto viva?...
Il suo spirito si confondeva: ella non sapeva darsi una spiegazione altrimenti che balbettando delle parole: l’amore!... la passione!.... con quella meraviglia che si prova dinanzi alle cose più strane. Che cosa sapeva ella dell’amore, delle passioni? Che cosa sapea della vita? Quel poco che egli le aveva rivelato. V’era stato qualcuno che avesse mai pensato a lei, che si fosse interessato a lei?... Riandando col pensiero la sua vita passata, ella si rivedeva fanciulla, nella solitudine che l’aveva circondata fin dalla nascita, a curare i suoi vecchi zii malaticci, a coltivare i suoi fiori, ad educare il suo spirito alla disciplina di studii<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|254|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>severi. Egli era venuto, e il sole aveva sorriso!... Come pretendeva ella di giudicarlo? Si giudica l’aria che vi mantiene in vita? Non viveva ella per lui, non era ella la sua creatura, la sua cosa?... “L’amore!... le passioni!...„ Ella non intendeva quelle grosse parole; ella sapeva soltanto che egli era il suo culto, che bisognava stargli innanzi in ginocchio, aspettando l’elemosina di un suo sguardo benigno. Egli era fatto per una vita di comando e di gloria; ella per l’abnegazione e per il sacrifizio. Egli si era abbassato fino a raccoglierla, bisognava adorare quelle mani che si erano tese verso lei. Che cosa aveva ella fatto per meritare questo premio insigne? Quante la guardavano con invidia gelosa? Non avrebbe egli avute tutte, tutte quelle che avrebbe desiderate?
No, egli non ne desiderava nessuna! La morta lo aveva preso con sè.... Come aveva dovuto amarlo!... Più di lei! di un amore più cieco ed assoluto del suo, contro cui la gelosia nulla poteva, che si faceva invece più saldo ora che si vedeva meno apprezzato!... Che cosa voleva dire esser gelosi?... Ella avrebbe voluto amarlo come ''lei,'' avrebbe voluto ''essere lei,'' sollevarla dalla bara in cui era stata composta, spirarle la sua propria vita, per ridarla a<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la morta}}|255|riga=si}}</noinclude>lui, per farlo felice.... Ella se ne sarebbe andata lontano, in qualche parte; o piuttosto lo avrebbe scongiurato di tenerla ancora con lui, in un angolo, per servirlo, contenta dello spettacolo della sua felicità.... No, la morta non era da compiangere; la morta era degna d’invidia! Ella avrebbe voluto essere morta ed essere amata così, di un amore che l’eterna lontananza della persona amata rendeva ancor più potente!... No, la morta non era da compiangere; da compiangere era lui, ridotto a combattere contro tutto ciò che cospirava per portargli via la sua pietosa memoria. Infine, era una colpa se la povera morta aveva ancora un posto nel suo cuore? Come essere gelosa di chi non era più?... Se ella avesse osato!... Gli avrebbe parlato di ''lei,'' avrebbe ascoltato tutto ciò che egli le avrebbe detto di ''lei,'' avrebbe saputo trovargli un rimedio contro l’infinita amarezza del suo ricordo....
L’uscio si schiuse. Nella semi-oscurità che al sopravvenire del crepuscolo aveva invaso la stanza, ella scorse la figura di Roberto. Prima ancora che avesse avuto il tempo di ricomporsi, se lo vide inginocchiato dinanzi nasconderle la testa in grembo.
— Emma! perdono....
Ella lo attirò a sè, lo baciò in fronte, lo ac-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|256|{{Sc|documenti umani}}|riga=si}}</noinclude>carezzò, passandogli e ripassandogli una mano fra i capelli.
— Oh sì, Roberto... povero Roberto mio!...
Vi fu un istante di silenzio. La donna riprese:
— Senti, Roberto... io vorrei dirti una cosa.... — Ella parlava pianissimo. — Se sarà una bambina... nostra figlia si chiamerà... Bianca....
— O buona!... o Emma mia buona!...
Le loro teste si confusero di nuovo. Come era già buio, egli non potè vedere gli occhi di lei, dove luccicavano due lacrime.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|104|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>muta che destava l’interesse degli oziosi, che dava luogo a supposizioni, a pettegolezzi d’ogni maniera.
Lucia ne era urtata, quasi offesa; sopra tutto inasprita. Le guastavano la solitudine, le rapivano la dolce quiete del suo angolo tranquillo. Perchè?... perchè?... non era dunque possibile vivere a proprio modo?... La libertà di passare i giorni nel soave silenzio seguendo abitudini care, non era dunque concessa a lei, figlia del facoltoso industriale, salutata e ammirata come ereditiera?...
«Che cosa conta essere ricchi, se con i denari non si può avere quanto si desidera? — sospirò, mettendosi a sedere nel salottino aperto su ’l terrazzo.
Le caddero gli occhi su la lettera della zia, posata sopra il tavolino.
«Sono io ancora ricca? — chiese a sè stessa, ricordando quanto la zia scriveva.
«Il signor Aldo Svarzi si arresterebbe a dondolarsi nel suo ''cutter'' davanti a la mia casuccia, se io più non fossi la ricchissima signorina Ferretti?...
Sorrise fra sè e sè guardando al di là della finestra aperta, al punto dove il ''cutter'' galleggiava.
Entrò Adele a dirle che era ora di desinare; la minestra era già in tavola.<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Gentile - Romanzo d'una signorina per bene, Milano, Carrara, 1897.djvu/170
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|162|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>nostre sciagure e dei nostri disinganni, innalza, il sentimento con un fremito soavissimo.
Suor Teresa si prostrò davanti a la bellezza sublime della veduta che le stava davanti agli occhi; e, con uno slancio di riconoscenza, susurrò una fervida preghiera.
Che cosa sarebbe stato di lei se Dio non avesse avuto pietà della sua giovinezza abbandonata, se non le avesse mandato un angelo a trarla dalla via della perdizione, ad aprirle le porte dell’asilo sicuro e santo!... Forse Iddio aveva voluto con sè in Paradiso, il suo fratellino, per risparmiare a lui i dolori della vita, per accordare a lei la possibilità dell’espiazione!.. il Signore sa lui quello che fa, e fa sempre per il bene.
Con le mani giunte, il volto supino, gli occhi nell’aria d’un azzurro rosato, suor Teresa pregava.
Era tutto uno slancio di riconoscenza verso la bontà suprema; era una fervente invocazione per la guarigione e la felicità della malata; il suo angelo pietoso.
Si alzò di scatto a sentirsi chiamare a nome.
Lucia, con il capo staccato dai guanciali, le mani puntate su la rimboccatura, la guardava con i grandi occhi scuri cerchiati di livido.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|162|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>nostre sciagure e dei nostri disinganni, innalza il sentimento con un fremito soavissimo.
Suor Teresa si prostrò davanti a la bellezza sublime della veduta che le stava davanti agli occhi; e, con uno slancio di riconoscenza, susurrò una fervida preghiera.
Che cosa sarebbe stato di lei se Dio non avesse avuto pietà della sua giovinezza abbandonata, se non le avesse mandato un angelo a trarla dalla via della perdizione, ad aprirle le porte dell’asilo sicuro e santo!... Forse Iddio aveva voluto con sè in Paradiso, il suo fratellino, per risparmiare a lui i dolori della vita, per accordare a lei la possibilità dell’espiazione!.. il Signore sa lui quello che fa, e fa sempre per il bene.
Con le mani giunte, il volto supino, gli occhi nell’aria d’un azzurro rosato, suor Teresa pregava.
Era tutto uno slancio di riconoscenza verso la bontà suprema; era una fervente invocazione per la guarigione e la felicità della malata; il suo angelo pietoso.
Si alzò di scatto a sentirsi chiamare a nome.
Lucia, con il capo staccato dai guanciali, le mani puntate su la rimboccatura, la guardava con i grandi occhi scuri cerchiati di livido.<noinclude><references/></noinclude>
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BuzzerLone
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|162|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>nostre sciagure e dei nostri disinganni, innalza il sentimento con un fremito soavissimo.
Suor Teresa si prostrò davanti a la bellezza sublime della veduta che le stava davanti agli occhi; e, con uno slancio di riconoscenza, susurrò una fervida preghiera.
Che cosa sarebbe stato di lei se Dio non avesse avuto pietà della sua giovinezza abbandonata, se non le avesse mandato un angelo a trarla dalla via della perdizione, ad aprirle le porte dell’asilo sicuro e santo!... Forse Iddio aveva voluto con sè in Paradiso, il suo fratellino, per risparmiare a lui i dolori della vita, per accordare a lei la possibilità dell’espiazione!.. il Signore sa lui quello che fa, e fa sempre per il bene.
Con le mani giunte, il volto supino, gli occhi nell’aria d’un azzurro rosato, suor Teresa pregava.
Era tutto uno slancio di riconoscenza verso la bontà suprema; era una fervente invocazione per la guarigione e la felicità della malata; il suo angelo pietoso.
Si alzò di scatto a sentirsi chiamare a nome.
Lucia, con il capo staccato dai guanciali, le mani puntate su la rimboccatura, la guardava con i grandi occhi scuri cerchiati di livido.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|163|riga=si}}</noinclude><nowiki />
«Suor Teresa!
Si riadagiò subito, affievolita dal lieve sforzo; rinchiuse gli occhi che male sostenevano la languida luce, e disse i suoi sentimenti a frasi spezzate; in un soffio.
Aveva desiderato, aveva sperato che Dio la prendesse con sè. Il suo papà avrebbe ereditato il poco che possedeva e non sarebbe stato costretto a lavorare sotto gli altri. Ma il Signore non la voleva. Sentiva che sarebbe guarita!...
«Mi farò suora anch’io! — soggiunse movendo a pena le labbra. — Papà avrà lo stesso il poco che ho, come se fossi morta!...
Il lieve bisbiglio la stancò. Volse la testa da un lato, vinta dal sonno.
Il sole sorgeva sfavillante e caldo; alcune voci in lontananza, i rintocchi della campana per la prima Messa, una cantilena di pescatore, dicevano il risveglio del villaggio, il ritorno a la solita vita della giornata.
{{Asterismo}}
Un guaito pietoso, una carezza umida e calda su la mano sinistra, svegliarono Lucia dal lungo sonno tranquillo.<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|163|riga=si}}</noinclude><nowiki />
«Suor Teresa!
Si riadagiò subito, affievolita dal lieve sforzo; rinchiuse gli occhi che male sostenevano la languida luce, e disse i suoi sentimenti a frasi spezzate; in un soffio.
Aveva desiderato, aveva sperato che Dio la prendesse con sè. Il suo papà avrebbe ereditato il poco che possedeva e non sarebbe stato costretto a lavorare sotto gli altri. Ma il Signore non la voleva. Sentiva che sarebbe guarita!...
«Mi farò suora anch’io! — soggiunse movendo a pena le labbra. — Papà avrà lo stesso il poco che ho, come se fossi morta!...
Il lieve bisbiglio la stancò. Volse la testa da un lato, vinta dal sonno.
Il sole sorgeva sfavillante e caldo; alcune voci in lontananza, i rintocchi della campana per la prima Messa, una cantilena di pescatore, dicevano il risveglio del villaggio, il ritorno a la solita vita della giornata.
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Un guaito pietoso, una carezza umida e calda su la mano sinistra, svegliarono Lucia dal lungo sonno tranquillo.<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Gentile - Romanzo d'una signorina per bene, Milano, Carrara, 1897.djvu/172
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Si tirò a sedere su ’l letto a fatica.
Un altro guaito, un’altra carezza, attrassero la sua attenzione.
«Wise! — esclamò in un sussulto — Wise!
Il cane, con le zampone poggiate su lo scrimolo del letto, guaiva dimenando la coda.
Lucia gli pose la mano sopra il collo. La povera bestia non potè frenare la gioia; abbaiò in segno di festa; un abbaiare che fini in un gemito, quasi espressione di piacere e dolore insieme.
«Wise! mio povero Wise!
Nella debolezza, sopra fatta dalla emozione, la fanciulla pianse tacitamente.
Il medico, dai piedi del letto le sorrideva; suor Teresa l’obbligò a prendere alcune cucchiaiate di cordiale. Poi con Adele, che era entrata in punta di piedi, le pose un altro guanciale di sotto il capo, le acconciò i capelli copiosi, sfuggenti in ciocche e riccioli, intorno al volto smagrito e pallido; e uscirono quindi tutte due in silenzio, lasciandola sola con il medico.
Meno una grande stanchezza, un affievolimento dei sensi, Lucia non sentiva alcun male. Le era entrata nell’animo una calma dolcissima; il suo<noinclude><references/></noinclude>
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Si tirò a sedere su ’l letto a fatica.
Un altro guaito, un’altra carezza, attrassero la sua attenzione.
«Wise! — esclamò in un sussulto — Wise!
Il cane, con le zampone poggiate su lo scrimolo del letto, guaiva dimenando la coda.
Lucia gli pose la mano sopra il collo. La povera bestia non potè frenare la gioia; abbaiò in segno di festa; un abbaiare che finì in un gemito, quasi espressione di piacere e dolore insieme.
«Wise! mio povero Wise!
Nella debolezza, sopra fatta dalla emozione, la fanciulla pianse tacitamente.
Il medico, dai piedi del letto le sorrideva; suor Teresa l’obbligò a prendere alcune cucchiaiate di cordiale. Poi con Adele, che era entrata in punta di piedi, le pose un altro guanciale di sotto il capo, le acconciò i capelli copiosi, sfuggenti in ciocche e riccioli, intorno al volto smagrito e pallido; e uscirono quindi tutte due in silenzio, lasciandola sola con il medico.
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Si tirò a sedere su ’l letto a fatica.
Un altro guaito, un’altra carezza, attrassero la sua attenzione.
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Il cane, con le zampone poggiate su lo scrimolo del letto, guaiva dimenando la coda.
Lucia gli pose la mano sopra il collo. La povera bestia non potè frenare la gioia; abbaiò in segno di festa; un abbaiare che finì in un gemito, quasi espressione di piacere e dolore insieme.
«Wise! mio povero Wise!
Nella debolezza, sopra fatta dalla emozione, la fanciulla pianse tacitamente.
Il medico, dai piedi del letto le sorrideva; suor Teresa l’obbligò a prendere alcune cucchiaiate di cordiale. Poi con Adele, che era entrata in punta di piedi, le pose un altro guanciale di sotto il capo, le acconciò i capelli copiosi, sfuggenti in ciocche e riccioli, intorno al volto smagrito e pallido; e uscirono quindi tutte due in silenzio, lasciandola sola con il medico.
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Indice:Ariosto, Ludovico – Lirica, 1924 – BEIC 1740033.djvu
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|Titolo=Lirica
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|Curatore=Giuseppe Fatini
|Editore=Laterza
|Città=Bari
|Anno=1924
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{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Lirica latina/XI. - Nicolai Areosti epitaphium|titolo=XI. - Nicolai Areosti epitaphium|from=194|delta=6}}
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{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Lirica latina/XIII. - Ad Herculem Strozzam|titolo=XIII. - Ad Herculem Strozzam|from=199|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Lirica latina/XIV. - Cosmici epitaphium|titolo=XIV. - Cosmici epitaphium|from=200|delta=6}}
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{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Lirica latina/LXII. - Ad Fuscum|titolo=LXII. - Ad Fuscum|from=235|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Lirica latina/LXIII. - De Raphaele Urbinate|titolo=LXIII. - De Raphaele Urbinate|from=235|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Lirica latina/LXIV. - Ad Alphunsum Ferrariae ducem III|titolo=LXIV. - Ad Alphunsum Ferrariae ducem III|from=236|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Lirica latina/LXV. - Piscarii epitaphium|titolo=LXV. - Piscarii epitaphium|from=237|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Lirica latina/LXVI. - Oliva|titolo=LXVI. - Oliva|from=237|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Lirica latina/LXVII. - De populo et vite|titolo=LXVII. - De populo et vite|from=238|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Lirica latina/LXVIII. - Domus a se conditae epigraphe|titolo=LXVIII. - Domus a se conditae epigraphe|from=238|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Lirica latina/LXIX. - De paupertate|titolo=LXIX. - De paupertate|from=238|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Lirica latina/LXX. - Sine titulo|titolo=LXX. - Sine titulo|from=239|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Lirica latina/LXXI. - Franciscus Maria Molsa Mutinensis|titolo=LXXI. - Franciscus Maria Molsa Mutinensis|from=239|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie|titolo=Appendice prima - Liriche dubbie|from=241|delta=6}}
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{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica|titolo=In cosmicum patavinum carmina maledica|from=249|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/I. - Il laccio, il ceppo, il fuoco si contendono la vita del Cosmico|titolo=I. - Il laccio, il ceppo, il fuoco si contendono la vita del Cosmico|from=249|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/II. - Morrá impiccato perché è un ladro|titolo=II. - Morrá impiccato perché è un ladro|from=250|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/III. - Invecchia, ma i vizi non scemano. Che festa al suo arrivo fará Caronte!|titolo=III. - Invecchia, ma i vizi non scemano. Che festa al suo arrivo fará Caronte!|from=250|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/IV. - Lasci stare Dante, che non ne capisce niente!|titolo=IV. - Lasci stare Dante, che non ne capisce niente!|from=251|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/V. - Una bolgia infernale per lui non è bastante|titolo=V. - Una bolgia infernale per lui non è bastante|from=251|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/VI. - Primo tra i poeti? Si contenti d'essere primo tra gli scellerati|titolo=VI. - Primo tra i poeti? Si contenti d'essere primo tra gli scellerati|from=252|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/VII. - Altro che corona di lauro! Avrá una mitra|titolo=VII. - Altro che corona di lauro! Avrá una mitra|from=253|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/VIII. - Lo difende? Passa per uno scellerato? Sta zitto? L'offende|titolo=VIII. - Lo difende? Passa per uno scellerato? Sta zitto? L'offende|from=253|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/IX. - Badi bene, che non potrá più uscire né di giorno né di notte|titolo=IX. - Badi bene, che non potrá più uscire né di giorno né di notte|from=254|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/X. - Dove fugge? Tutti sanno i suoi vizi|titolo=X. - Dove fugge? Tutti sanno i suoi vizi|from=255|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XI. - Pensa di farsi un nome nuovo? Ma non vede che sta per morire?|titolo=XI. - Pensa di farsi un nome nuovo? Ma non vede che sta per morire?|from=255|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XII. - Attenti, sacrestani; che c'è un ladro che ruba perfino Cristo|titolo=XII. - Attenti, sacrestani; che c'è un ladro che ruba perfino Cristo|from=256|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XIII. - Ercole, libera Ferrara da tal mostro di natura!|titolo=XIII. - Ercole, libera Ferrara da tal mostro di natura!|from=257|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XIV. - È pronta la giostra. Ma «tu sei bestia da pigliar col lazzo»|titolo=XIV. - È pronta la giostra. Ma «tu sei bestia da pigliar col lazzo»|from=257|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XV. - Se la mia poesia non è perfetta, è solo perché «canta d'un uom troppo vile»|titolo=XV. - Se la mia poesia non è perfetta, è solo perché «canta d'un uom troppo vile»|from=258|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XVI. - Ha cambiato nome per celare tutti i suoi malefici|titolo=XVI. - Ha cambiato nome per celare tutti i suoi malefici|from=258|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XVII. - Sa chi scrive, nonostante che scriva senza nome|titolo=XVII. - Sa chi scrive, nonostante che scriva senza nome|from=259|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XVIII. - Non creda che abbia finito di...|titolo=XVIII. - Non creda che abbia finito di...|from=260|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XIX. - Vuole impiccarsi per...|titolo=XIX. - Vuole impiccarsi per...|from=260|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XX. - Ti manderò una copia a stampa dei...|titolo=XX. - Ti manderò una copia a stampa dei...|from=261|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XXI. - Gli spiace, lo so, che parli male...|titolo=XXI. - Gli spiace, lo so, che parli male...|from=262|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XXII. - Per farlo vergognare descrivo le...|titolo=XXII. - Per farlo vergognare descrivo le...|from=262|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XXIII. - Smette di scrivere contro di...|titolo=XXIII. - Smette di scrivere contro di...|from=263|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Sonetti varii|titolo=Sonetti varii|from=265|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Sonetti varii/I. - Conviene che io perda il mio tempo...|titolo=I. - Conviene che io perda il mio tempo...|from=265|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Sonetti varii/II. - Contento son che 'l cor m'abbiate...|titolo=II. - Contento son che 'l cor m'abbiate...|from=265|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Sonetti varii/III. - Speme e Timore in lotta e per...|titolo=III. - Speme e Timore in lotta e per...|from=266|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Sonetti varii/IV. - In aspra lotta Ragione e Senso per...|titolo=IV. - In aspra lotta Ragione e Senso per...|from=266|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Sonetti varii/V. - Amor, mostro crudel, quanto male...|titolo=V. - Amor, mostro crudel, quanto male...|from=267|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Madrigali|titolo=Madrigali|from=269|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Madrigali/I. - L'amore per voi mi consuma a poco a...|titolo=I. - L'amore per voi mi consuma a poco a...|from=269|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Madrigali/II. - Quanto dolor per voi ne l'alma...|titolo=II. - Quanto dolor per voi ne l'alma...|from=269|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Madrigali/III. - Vi veda o non vi veda, mi sento...|titolo=III. - Vi veda o non vi veda, mi sento...|from=270|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Madrigali/IV. - Il mio amore in vero inferno|titolo=IV. - Il mio amore in vero inferno|from=270|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Madrigali/V. - Che posso sperare?|titolo=V. - Che posso sperare?|from=271|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Madrigali/VI. - Con quanta pena m'allontano da voi!|titolo=VI. - Con quanta pena m'allontano da voi!|from=271|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Capitoli|titolo=Capitoli|from=273|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Capitoli/I. - Come cantare l'alta beltade e...|titolo=I. - Come cantare l'alta beltade e...|from=273|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Capitoli/II. - Desideroso di conformarsi ai...|titolo=II. - Desideroso di conformarsi ai...|from=276|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Capitoli/III. - Prologo del Formione di...|titolo=III. - Prologo del Formione di...|from=278|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Capitoli/IV. - Frammento d'un capitolo su...|titolo=IV. - Frammento d'un capitolo su...|from=280|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Stanze|titolo=Stanze|from=281|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Liriche latine|titolo=Liriche latine|from=289|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Liriche latine/I|titolo=I. - Scherzo sul nome 'Castanea'|from=289|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Liriche latine/II|titolo=II. - Ebbi due nomi, due mariti...|from=289|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Liriche latine/III|titolo=III. - La Morte, l'Amore, le Grazie si...|from=289|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Liriche latine/IV|titolo=IV. - Casa fortunata!|from=290|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife|titolo=Appendice seconda - Liriche apocrife|from=291|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Canzoni|titolo=Canzoni|from=293|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Canzoni/I. - Trissino. Parlerá della sua donna...|titolo=I. - Trissino. Parlerá della sua donna...|from=293|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Canzoni/II. - Amanio?. Perché Dio, l'Italia è...|titolo=II. - Amanio?. Perché Dio, l'Italia è...|from=295|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Canzoni/III. - Nessun pastore fu mai piú felice...|titolo=III. - Nessun pastore fu mai piú felice...|from=298|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Canzoni/IV. - Parte la sua Ginevra; come...|titolo=IV. - Parte la sua Ginevra; come...|from=301|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Canzoni/V. - Molza. Per voi ora vedo che...|titolo=V. - Molza. Per voi ora vedo che...|from=304|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Canzoni/VI. - Amanio. In morte del figlio...|titolo=VI. - Amanio. In morte del figlio...|from=306|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Sonetti|titolo=Sonetti|from=309|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Sonetti/I. - G.Muzzarelli. Le saette di che...|titolo=I. - G.Muzzarelli. Le saette di che...|from=309|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Sonetti/II. - G.Muzzarelli. Alla mano|titolo=II. - G.Muzzarelli. Alla mano|from=310|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Sonetti/III. - Bembo. Apparizione della sua...|titolo=III. - Bembo. Apparizione della sua...|from=310|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Sonetti/IV. - Amanio. Riso di bella donna|titolo=IV. - Amanio. Riso di bella donna|from=311|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Sonetti/V. - Bembo. Sono questi gli occhi...|titolo=V. - Bembo. Sono questi gli occhi...|from=311|delta=6}}
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{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Lirica latina/LXXI. - Franciscus Maria Molsa Mutinensis|titolo=LXXI. - Franciscus Maria Molsa Mutinensis|from=239|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie|titolo=Appendice prima - Liriche dubbie|from=241|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Canzone|titolo=Canzone|from=243|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica|titolo=In cosmicum patavinum carmina maledica|from=249|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/I. - Il laccio, il ceppo, il fuoco si contendono la vita del Cosmico|titolo=I. - Il laccio, il ceppo, il fuoco si contendono la vita del Cosmico|from=249|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/II. - Morrá impiccato perché è un ladro|titolo=II. - Morrá impiccato perché è un ladro|from=250|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/III. - Invecchia, ma i vizi non scemano. Che festa al suo arrivo fará Caronte!|titolo=III. - Invecchia, ma i vizi non scemano. Che festa al suo arrivo fará Caronte!|from=250|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/IV. - Lasci stare Dante, che non ne capisce niente!|titolo=IV. - Lasci stare Dante, che non ne capisce niente!|from=251|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/V. - Una bolgia infernale per lui non è bastante|titolo=V. - Una bolgia infernale per lui non è bastante|from=251|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/VI. - Primo tra i poeti? Si contenti d'essere primo tra gli scellerati|titolo=VI. - Primo tra i poeti? Si contenti d'essere primo tra gli scellerati|from=252|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/VII. - Altro che corona di lauro! Avrá una mitra|titolo=VII. - Altro che corona di lauro! Avrá una mitra|from=253|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/VIII. - Lo difende? Passa per uno scellerato? Sta zitto? L'offende|titolo=VIII. - Lo difende? Passa per uno scellerato? Sta zitto? L'offende|from=253|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/IX. - Badi bene, che non potrá più uscire né di giorno né di notte|titolo=IX. - Badi bene, che non potrá più uscire né di giorno né di notte|from=254|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/X. - Dove fugge? Tutti sanno i suoi vizi|titolo=X. - Dove fugge? Tutti sanno i suoi vizi|from=255|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XI. - Pensa di farsi un nome nuovo? Ma non vede che sta per morire?|titolo=XI. - Pensa di farsi un nome nuovo? Ma non vede che sta per morire?|from=255|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XII. - Attenti, sacrestani; che c'è un ladro che ruba perfino Cristo|titolo=XII. - Attenti, sacrestani; che c'è un ladro che ruba perfino Cristo|from=256|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XIII. - Ercole, libera Ferrara da tal mostro di natura!|titolo=XIII. - Ercole, libera Ferrara da tal mostro di natura!|from=257|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XIV. - È pronta la giostra. Ma «tu sei bestia da pigliar col lazzo»|titolo=XIV. - È pronta la giostra. Ma «tu sei bestia da pigliar col lazzo»|from=257|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XV. - Se la mia poesia non è perfetta, è solo perché «canta d'un uom troppo vile»|titolo=XV. - Se la mia poesia non è perfetta, è solo perché «canta d'un uom troppo vile»|from=258|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XVI. - Ha cambiato nome per celare tutti i suoi malefici|titolo=XVI. - Ha cambiato nome per celare tutti i suoi malefici|from=258|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XVII. - Sa chi scrive, nonostante che scriva senza nome|titolo=XVII. - Sa chi scrive, nonostante che scriva senza nome|from=259|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XVIII. - Non creda che abbia finito di dire tutte le sue magagne|titolo=XVIII. - Non creda che abbia finito di dire tutte le sue magagne|from=260|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XIX. - Vuole impiccarsi per disperazione? Ebbene, stará zitto|titolo=XIX. - Vuole impiccarsi per disperazione? Ebbene, stará zitto|from=260|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XX. - Ti manderò una copia a stampa dei miei sonetti|titolo=XX. - Ti manderò una copia a stampa dei miei sonetti|from=261|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XXI. - Gli spiace, lo so, che parli male di lui, ma piace a tanti!|titolo=XXI. - Gli spiace, lo so, che parli male di lui, ma piace a tanti!|from=262|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XXII. - Per farlo vergognare descrivo le sue magagne; ma lui invece se ne compiace|titolo=XXII. - Per farlo vergognare descrivo le sue magagne; ma lui invece se ne compiace|from=262|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XXIII. - Smette di scrivere contro di lui perché è troppo lunga impresa|titolo=XXIII. - Smette di scrivere contro di lui perché è troppo lunga impresa|from=263|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Sonetti varii|titolo=Sonetti varii|from=265|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Sonetti varii/I. - Conviene che io perda il mio tempo...|titolo=I. - Conviene che io perda il mio tempo...|from=265|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Sonetti varii/II. - Contento son che 'l cor m'abbiate...|titolo=II. - Contento son che 'l cor m'abbiate...|from=265|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Sonetti varii/III. - Speme e Timore in lotta e per...|titolo=III. - Speme e Timore in lotta e per...|from=266|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Sonetti varii/IV. - In aspra lotta Ragione e Senso per...|titolo=IV. - In aspra lotta Ragione e Senso per...|from=266|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Sonetti varii/V. - Amor, mostro crudel, quanto male...|titolo=V. - Amor, mostro crudel, quanto male...|from=267|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Madrigali|titolo=Madrigali|from=269|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Madrigali/I. - L'amore per voi mi consuma a poco a...|titolo=I. - L'amore per voi mi consuma a poco a...|from=269|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Madrigali/II. - Quanto dolor per voi ne l'alma...|titolo=II. - Quanto dolor per voi ne l'alma...|from=269|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Madrigali/III. - Vi veda o non vi veda, mi sento...|titolo=III. - Vi veda o non vi veda, mi sento...|from=270|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Madrigali/IV. - Il mio amore in vero inferno|titolo=IV. - Il mio amore in vero inferno|from=270|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Madrigali/V. - Che posso sperare?|titolo=V. - Che posso sperare?|from=271|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Madrigali/VI. - Con quanta pena m'allontano da voi!|titolo=VI. - Con quanta pena m'allontano da voi!|from=271|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Capitoli|titolo=Capitoli|from=273|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Capitoli/I. - Come cantare l'alta beltade e...|titolo=I. - Come cantare l'alta beltade e...|from=273|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Capitoli/II. - Desideroso di conformarsi ai...|titolo=II. - Desideroso di conformarsi ai...|from=276|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Capitoli/III. - Prologo del Formione di...|titolo=III. - Prologo del Formione di...|from=278|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Capitoli/IV. - Frammento d'un capitolo su...|titolo=IV. - Frammento d'un capitolo su...|from=280|delta=6}}
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{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Liriche latine/I|titolo=I. - Scherzo sul nome 'Castanea'|from=289|delta=6}}
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{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Liriche latine/III|titolo=III. - La Morte, l'Amore, le Grazie si...|from=289|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Liriche latine/IV|titolo=IV. - Casa fortunata!|from=290|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife|titolo=Appendice seconda - Liriche apocrife|from=291|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Canzoni|titolo=Canzoni|from=293|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Canzoni/I. - Trissino. Parlerá della sua donna...|titolo=I. - Trissino. Parlerá della sua donna...|from=293|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Canzoni/II. - Amanio?. Perché Dio, l'Italia è...|titolo=II. - Amanio?. Perché Dio, l'Italia è...|from=295|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Canzoni/III. - Nessun pastore fu mai piú felice...|titolo=III. - Nessun pastore fu mai piú felice...|from=298|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Canzoni/IV. - Parte la sua Ginevra; come...|titolo=IV. - Parte la sua Ginevra; come...|from=301|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Canzoni/V. - Molza. Per voi ora vedo che...|titolo=V. - Molza. Per voi ora vedo che...|from=304|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Canzoni/VI. - Amanio. In morte del figlio...|titolo=VI. - Amanio. In morte del figlio...|from=306|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Sonetti|titolo=Sonetti|from=309|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Sonetti/I. - G.Muzzarelli. Le saette di che...|titolo=I. - G.Muzzarelli. Le saette di che...|from=309|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Sonetti/II. - G.Muzzarelli. Alla mano|titolo=II. - G.Muzzarelli. Alla mano|from=310|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Sonetti/III. - Bembo. Apparizione della sua...|titolo=III. - Bembo. Apparizione della sua...|from=310|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Sonetti/IV. - Amanio. Riso di bella donna|titolo=IV. - Amanio. Riso di bella donna|from=311|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Sonetti/V. - Bembo. Sono questi gli occhi...|titolo=V. - Bembo. Sono questi gli occhi...|from=311|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Sonetti/VI. - Al Sonno perché dia un po' di...|titolo=VI. - Al Sonno perché dia un po' di...|from=312|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Sonetti/VII. - Invano cerca il suo Sole!|titolo=VII. - Invano cerca il suo Sole!|from=312|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Sonetti/VIII. - Gan. Porrino. Ben degna di...|titolo=VIII. - Gan. Porrino. Ben degna di...|from=313|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Stanze|titolo=Stanze|from=315|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Stanze/I. - Loda le chiome, la fronte, le...|titolo=I. - Loda le chiome, la fronte, le...|from=315|delta=6}}
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I blocchi di pagine SAL 0% sono trascritti in [[:la:Liber:Ariosto, Ludovico – Lirica, 1924 – BEIC 1740033.djvu|lawikisource]]. [[Categoria:Scrittori d'Italia Laterza|Ariosto, Ludovico – Lirica, 1924 – BEIC 1740033.djvu]]
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /></noinclude>{{Ct|f=120|v=1|t=3|L=3px|INDICE}}
{{Ct|f=100%|v=1|L=0px|{{Sc|onomastico e toponomastico}}<ref>NOTA. — In quest’indice non sono compresi i nomi di Varenna, delle sue frazioni, delle sue località e quelli del catasto perchè troppo numerosi.</ref>}}
{{Rule|4em|v=3}}
{{colonna}}
{{Ct|f=100|v=1|L=0px|'''A'''}}
Abbadia, p. {{pg|229}}.
Abbiategrasso, p. {{pg|52}}, {{pg|445}}.
Abcard Bodo, p. {{pg|483}}.
Abiati Giacomo, p. {{pg|295}}.
— Giov. Battista, p. {{pg|276}}.
Acquabona Valle, p. {{pg|96}}.
Acqua fredda (monastero), p. {{pg|15}}, {{pg|30}}, {{pg|31}}.
Adair, p. {{pg|341}}.
Adami Vittorio, p. {{pg|18}}, {{pg|233}}, {{pg|480}}.
— Maria, p. {{pg|431}}.
Adamo Giov. Battista, p. {{pg|276}}.
Adamoli, p. {{pg|434}}.
— Bartolomeo, p. {{pg|314}}, {{pg|315}}.
Adda, p. {{pg|209}}.
— (D’) Felice, p. {{pg|179}}.
— (D’) Salvaterra Gerolamo, p. {{pg|291}}.
Adolfo Imperatore, p. {{pg|17}}.
Adraria, p. {{pg|46}}.
Affaitati Antonio, p. {{pg|447}}.
Agilulfo, p. {{pg|13}}.
Agnese (Santa), p. {{pg|368}}.
Agno, p. {{pg|339}}, {{pg|476}}.
Agrippina Santa, p. {{pg|16}}.
Aicardo Arcivescovo, p. {{pg|44}}.
Airoldi, p. {{pg|169}}.
— Angelica, p. {{pg|153}}.
— Gaspare, p. {{pg|282}}.
— Girolamo, p. {{pg|139}}.
— Giuseppe, p. {{pg|231}}.
Aix (Provenza), p. {{pg|291}}.
Alamanno, p. {{pg|47}}.
Albenga (nave), p. {{pg|11}}.
Albanese Enrico, p. {{pg|345}}, {{pg|346}}.
Albano, p. {{pg|344}}.
Alberto (Santo), p. {{pg|368}}.
— Re del Belgio, p. {{pg|12}}.
— da Velate, p. {{pg|39}}.
Alberti A., p. {{pg|233}}.
Albertis (De) Sebastiano, p. {{pg|348}}.
Albiolo di Bellagio, p. {{pg|173}}.
{{AltraColonna}}
Albiolo Giovanni, p. {{pg|174}}.
Alborghetti, p. {{pg|329}}.
Albosaggia, p. {{pg|366}}.
Alcantara (D’) San Pietro, p. {{pg|222}}.
Alessandria, p. {{pg|161}}.
Alessandro III (Papa), p. {{pg|9}}, {{pg|11}}.
— VI (Papa), p. {{pg|75}}.
Algerio de Rivori, p. {{pg|22}}.
Algisio arcivescovo, p. {{pg|45}}.
Aliate, p. {{pg|112}}.
Allen, p. {{pg|343}}.
Almenno, p. {{pg|46}}, {{pg|331}}.
Almici, p. {{pg|30}}.
Ambrogio (Santo), p. {{pg|368}}.
— (Sant) Diego, p. {{pg|400}}.
Ambrosoni, p. {{pg|447}}.
— parroco, p. {{pg|172}}, {{pg|179}}, {{pg|405}}.
— Andrea, p. {{pg|448}}.
Ambrosoni Don Camillo, p. {{pg|229}}.
Amedeo di Savoia, p. {{pg|53}}, {{pg|350}}.
Aminta e Leuci, p. {{pg|209}}.
America, p. {{pg|344}}.
Ancona, p. {{pg|163}}, {{pg|335}}.
Andena, p. {{pg|46}}.
Andrate Gian Angelo, p. {{pg|133}}.
Andrea (arcivescovo), p. {{pg|9}}.
Andreani, p. {{pg|9}}.
— Giov. Battista, p. {{pg|482}}.
— Francesco, p. {{pg|49}}.
Andreanis (De), {{pg|434}}.
— Giorgio, p. {{pg|118}}.
Andreetti Andrea, p. {{pg|322}}, {{pg|323}}.
Andreossi p. {{pg|301}}, {{pg|430}}.
Andreossi Enrico, p. {{pg|429}}.
Andriani Sigismondo, p. {{pg|446}}.
Andriano Filippo, p. {{pg|148}}.
— Giov. Paolo, p. {{pg|148}}.
Angleria, p. {{pg|52}}.
Angelo Ebreo, p. {{pg|95}}, {{pg|96}}.
Anomatius de Vegio, p. {{pg|476}}.
Antigono Valle, p. {{pg|76}}.
Antongina Carlo, p. {{pg|336}}.
Antonini Raul, p. {{pg|356}}.
{{FineColonna}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|488|{{Sc|indice onomastico e toponomastico}}|}}</noinclude>{{colonna}}
Antonino (Arcivescovo), p. {{pg|158}}.
Apice, p. {{pg|319}}.
Apollo, p. {{pg|215}}.
Apollonia (Santa), p. {{pg|367}}.
Appiani Pittore, p. {{pg|374}}.
Appiano, p. {{pg|197}}.
Aquate, p. {{pg|293}}.
Aquileia, p. {{pg|20}}, {{pg|115}}.
Archinto, p. {{pg|434}}.
Aragona (D’) Visconti, p. {{pg|341}}.
Arcellazzi Carolina, p. {{pg|445}}.
Arcioni, p. {{pg|317}}, {{pg|319}}, {{pg|321}}.
Arezzo, p. {{pg|162}}, {{pg|163}}.
Arconati Costanza, p. {{pg|346}}.
Arengo, p. {{pg|113}}.
Arezzo, p. {{pg|101}}, {{pg|102}}.
Arici, p. {{pg|390}}.
Argegno, p. {{pg|319}}, {{pg|320}}.
Arona, p. {{pg|32}}, {{pg|115}}, {{pg|311}}.
Arrighi Colonnello, p. {{pg|354}}-{{pg|432}}.
— Arrigo, p. {{pg|355}}.
Arrigone Simone, p. {{pg|74}}.
Arrigoni, p. {{pg|100}}, {{pg|172}}, {{pg|335}}, {{pg|425}}, {{pg|435}}.
— Antonio, p. {{pg|88}}, {{pg|103}}.
— Bonetus, p. {{pg|449}}.
— Domenico, p. {{pg|311}}.
— Emilio, p. {{pg|179}}, {{pg|180}}, {{pg|226}}.
— Francesco, p. {{pg|307}}.
— Giacomo, p. {{pg|180}}, {{pg|291}}.
— Giovanni, p. {{pg|103}}, {{pg|161}}.
— Giov. Batt., p. {{pg|72}}, {{pg|449}}.
— Giuseppe, p. {{pg|6}}, {{pg|7}}, {{pg|36}}, {{pg|55}}, {{pg|235}}.
— Giov. Maria, p. {{pg|179}}, {{pg|203}}, {{pg|226}}.
— Lucio, p. {{pg|199}}, {{pg|226}}.
— Paolo, p. {{pg|358}}.
— Pietro, p. {{pg|56}}, {{pg|57}}, {{pg|63}}.
— Porfirio, p. {{pg|143}}.
— Simone, p. {{pg|96}}.
Ascanio Pompeo, p. {{pg|118}}, {{pg|478}}.
Ascany (de) Pompeo, p. {{pg|448}}.
Ashbourne, p. {{pg|343}}.
Asso, p. {{pg|106}}, {{pg|169}}, {{pg|225}}, {{pg|227}}, {{pg|231}}, {{pg|292}}.
Asti, p. {{pg|95}}.
Auraria, p. {{pg|44}}.
Aureggi, p. {{pg|435}}.
— Antonio, p. {{pg|266}}.
— Antonio Giuseppe, p. {{pg|294}}.
— Francesco Antonio, p. {{pg|294}}.
— Giov. Batt. Giorgio, p. {{pg|294}}.
— Giorgio, p. {{pg|237}}, {{pg|238}}.
— Guglielmo, p. {{pg|187}}.
— Pietro, p. {{pg|285}}.
Aureggio Francesco Antonio, p. {{pg|283}}.
Aureggio (De) Petrolo, p. {{pg|102}}.
Ausprando, pag. {{pg|14}}.
Austria, p. {{pg|320}}, {{pg|335}}.
Autari, p. {{pg|13}}.
Averara, p. {{pg|51}}.
Avignone, p. {{pg|206}}.
Avosto Giovanni (de), p. {{pg|465}}.
{{AltraColonna}}
D’Azeglio Emanuele, p. {{pg|344}}.
Azeglio (D’) Luisa, p. {{pg|345}}, {{pg|347}}.
— (D’) Massimo, p. {{pg|343}}, {{pg|344}}, {{pg|349}}, {{pg|378}}.
{{Ct|f=100%|v=1|L=0px|'''B'''}}
Babila (San), p. {{pg|74}}, {{pg|164}}.
Baceris (De) Giacomo, p. {{pg|72}}.
Bacigalupo, p. {{pg|395}}.
Badia, p. {{pg|300}}.
Bagatti, p. {{pg|429}}.
Bagolini Cesare, p. {{pg|317}}.
Bagot Richard, p. {{pg|342}}, {{pg|383}}.
Baiardo, p. {{pg|342}}.
Baiedo, p. {{pg|51}}, {{pg|64}}.
Baioni Giorgio, p. {{pg|97}}.
— Tognino, p. {{pg|96}}.
Balbi Ferdinando, p. {{pg|336}}, {{pg|434}}.
— Giovanni, p. {{pg|378}}.
— Pietro, p. {{pg|336}}, {{pg|434}}.
Baitoni Jacopo Maria, p. {{pg|158}}.
Balbianello, p. {{pg|206}}.
Balbiani, p. {{pg|435}}.
— Antonio, p. {{pg|381}}.
— Baldassare, p. {{pg|53}}.
— Benedetto, p. {{pg|112}}.
— Galeotto, p. {{pg|53}}.
— Giuseppe, p. {{pg|318}}.
— Ludovico, p. {{pg|293}}.
— Luigi, p. {{pg|318}}.
— (De) Ludovica, p. {{pg|126}}.
— Maffiolo, p. {{pg|54}}.
Balbiano, p. {{pg|13}}, {{pg|18}}, {{pg|29}}, {{pg|37}}, {{pg|58}}.
— Alberico, p. {{pg|112}}.
— Alessandro, p. {{pg|57}}, {{pg|107}}, {{pg|125}}.
— Giovanni, p. {{pg|113}}.
— Ambrogio, p. {{pg|103}}.
— Annibale, p. {{pg|13}}, {{pg|107}}, {{pg|112}}.
— Antonio, p. {{pg|79}}, {{pg|99}}, {{pg|112}}.
— Baldassare, p. {{pg|99}}.
— (Balzarivo de), p. {{pg|48}}.
— Battista, p. {{pg|134}}, {{pg|144}}.
— Ettore, p. {{pg|111}}.
— Eugenio, p. {{pg|112}}, {{pg|113}}.
— Francesco, p. {{pg|112}}.
— Gabriele, p. {{pg|101}}.
— Galeotto, p. {{pg|99}}.
— Giacomo, p. {{pg|294}}.
— Gian Antonio, p. {{pg|134}}.
— Giorgio, p. {{pg|86}}.
— Giovanni, p. {{pg|58}}, {{pg|60}}, {{pg|103}}.
— Giuseppe, p. {{pg|112}}.
— (de) Leo, p. {{pg|451}}.
— (De) Adelasia, p. {{pg|86}}.
— Maffiolo p. {{pg|87}}.
— Nicolao, p. {{pg|93}}.
— Nicolò, p. {{pg|81}}.
— Paolo, p. {{pg|169}}.
— Pietro, p. {{pg|112}}.
{{FineColonna}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|liriche dubbie}}|243|nascondi=si}}</noinclude><section begin="s1" />{{Ct|f=100%|v=1|t=3|L=0px|II }}
{{Ct|f=100%|v=2|L=0px|IN COSMICUM PATAVINUM CARMINA MALEDICA }}
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|f=100%|v=1|t=2|I}}
{{Ct|f=90%|v=1|lh=1.3|Il laccio, il ceppo, il fuoco si contendono la vita<br>del Cosmico.}}
{{ms|7}}<poem>
Per te contende il laccio, il ceppo, il foco,
non so qual averá la possessione;
parmi che ognun di lor abbia ragione,
ma venga pur quel vuol, fi el boia il coco.
{{R|5}}El laccio alliega che robasti il luoco
ove pria il papa la mitra si pone;
el ceppo dice che alla occisione
di un fratel consentisti, e non è poco.
Grida il fuoco: — Gli è pur Cosmico mio
{{R|10}}che falsa il conio perché è sodomito,
perché dilegia la fede di Dio. —
A contentar ognun quest’è il partito:
che prima abbi il capestro il suo disio,
poi decollato sii, e poi arostito.
{{R|15}}E perché è statuito
di lá da Minos a examinare il vizio,
stará dubioso a darti gran supplizio.
Ma a dar recto iudizio
or cum Tegaio, or cum Cain starai,
{{R|20}}or cum il Farinata allogiarai.
Ed or ti trovarai
cum Vanni Fucci, or cum maistro Adamo,
tal che d’esser mai nato serai gramo.
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|244|{{Sc|appendice prima}}|}}</noinclude><section begin="s1" />{{Ct|f=100%|v=1|t=2|II}}
{{Ct|f=90%|v=1|lh=1.3|Morrá impiccato perché è un ladro. }}
{{ms|7}}<poem>
Quest’anno in San Iovanni Laterano
me stava una matina ad aspettare
la messa; e uno che me vide stare
disse: — Se messa aspetti, aspetti invano.
Questo luoco era ricco e un paduano,
un certo Nicolò di la Comare,
robò il tesor e non vòlse lassare
pur per dir messa un calice, il profano. —
Allor dissi fra me: — Quest’è il tesoro
che fa parer costui bon geberista,
mercurio congelar, far di ramo oro. —
Cosmico, ladro sei, non alchimista,
se nel tempio il caval, com’a Eliodoro,
di calci non ti fe’ sentir la pista.
La tua persona trista
fu riservata a dar de’ calci al vento,
ché piú percote il ciel quanto è piú lento.
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|f=100%|v=1|t=2|III}}
{{Ct|f=90%|v=1|lh=1.3|Invecchia, ma i vizi non scemano. Che festa al suo arrivo fará Caronte!}}
{{ms|7}}<poem>
Cosmico, il si avicina il giorno extremo,
Il capo hai bianco e càscanti li denti,
né piú andar pòi se non cum passi lenti;
al mortal segno piú che strai corremo.
Ma, se in te il natural calor è scemo,
non è scemato il vizio, e non te penti.
In questa ultima etá, aimé, non senti
Caron’ che batte giá per l’onde il remo?
Oh che piacer ará di parlar teco
quel vecchio, che non ebbe in barca mai
spirto che avesse tanti vizi seco!
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|liriche dubbie}}|245}}</noinclude><section begin="s1" />{{ms|7}}<poem>
Quando il triente in premio gli darai:
— Piú te daria, dirai, se avesse meco
quel che a Giovanni Lateran robai. —
E come giongerai
su l’altra ripa, quel che fia piú presto
a portar a Pluton nova di questo,
se fusse il piú scelesto
spirto de inferno, fie subitamente
per sempre fatto di la pena esente.
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|f=100%|v=1|t=2|IV}}
{{Ct|f=90%|v=1|lh=1.3|Lasci stare Dante, che non ne capisce niente! }}
{{ms|7}}<poem>
Se ben te alliego cosí spesso Dante,
non creder che da te abbia imparato,
ch’io l’ho giá mille volte dispensato
contra tua opinion cieca ed errante.
Miser, che tutti i giorni, tutte quante
le notte, tutto il tempo hai consumato
intorno a Benvenuto, e offuscato
piú che prima te trovi e piú ignorante!
Tu pur tra li fanciulli e gente grossa
spargi le inepte tue scioche parole
quando da coniar (tu) vieni da la fossa.
No(n) a una candella, ma si prova al sole
l’aquila vera. Vien fuor che ’l si possa
in publico riprender le tue fole!
Se pur voi tener scole,
tienle per sodomiti e baratieri,
e lassa stare il mio Dante Allegieri.
</poem>
<section end="s2" /><section begin="s3" />{{Ct|f=100%|v=1|t=2|V}}
{{Ct|f=90%|v=1|lh=1.3|Una bolgia infernale per lui non è bastante. }}
{{ms|7}}<poem>
Cosmico, l’aver visto e lecto Dante
ti fará boa servizio e gran vantagio,
che avendo a far all’inferno passagio
tu sap(e)rai quelle bogle tutte quante;
</poem><section end="s3" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|246|{{Sc|appendice prima}}|}}</noinclude><section begin="s1" />{{ms|7}}<poem>
ma non sap(e)rai dove fermar le piante
o dove sia la fin del tuo viagio,
ch’a tanti modi a Dio hai fatto oltragio,
che una boglia per te non è bastante.
Donque, il continuo errar pel cieco regno,
né mai poter fermar in alcun lato,
sera tormento alle tue colpe degno.
Se inanzi del buon Dante fusti stato,
quando scese lá giú col so ingegno,
t’aria per ogni boglia ritrovato.
O spirito mal nato,
pasto da cani e da corbi carogna,
che fai ad Antenor tanta vergogna!
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|f=100%|v=1|t=2|VI}}
{{Ct|f=90%|v=1|lh=1.3|Primo tra i poeti? Si contenti d’essere primo tra gli scellerati. }}
{{ms|7}}<poem>
Perché vòi che di te si faci stima
infra gli omeni dotti, ignorantello?
Di’ me: non se conosce il tuo cervello
per l’opre sue com’el salisce in cima?
I toi soneti e la tua terza rima
impressa mostra il stil ligiadro e bello,
e se non fussen le boze e ’l fornello
certo la Musa tua seria la prima.
I’ dico prima nella Cosmicana,
che dal tuo nome ancor è nominata
e in Padoa fu academia a gente strana,
anzi a una setta iniqua e scelerata,
anzi fu d’animal brutti una tana,
fra i quali il primo andavi a testa alzata.
La tua mente affanata
al meglio che tu pòi. Cosmico, acquieta,
da poi ch’esser non pòi primo poeta.
Bastate che alla meta
de’ vicii agiongi, e non è picciol stato
aver tra’ scelerati il principato.
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|liriche dubbie}}|247}}</noinclude><section begin="s1" />{{Ct|f=100%|v=1|t=2|VII}}
{{Ct|f=90%|v=1|lh=1.3|Altro che corona di lauro! Avrá una mitra. }}
{{ms|7}}<poem>
Tu credi aver di lauro una girlanda,
né sai che ’l si apparechia altra corona;
la mitra arai se ’l vulgo il ver ragiona,
premio condegno a tua vita nefanda.
Farmi veder che l’ultima vivanda
te porti il Cavalier, e ogni persona
racolta in piaza; l’amor che mi sprona
ch’io t’avisi di questo mi comanda.
Non ti fidar di quel to fra Zanetto,
tu sai pur che ’l c’è sopra l’eresia,
la qual, s’ha nido alcun, l’ha nel to petto.
Per cognoscerti ben, in compagnia
teco ne vien; l’ha doppio il scapuzetto;
domanda quel che ’l fece in Ungaria.
Gualtier te ne sapria
dir ancor lui; essendo in carcer rio,
gabbar lo vòlse questo gabba Dio.
Fugil, Cosmico mio,
e non strinar sí il cul di Alfonso Trotto,
che resti como un pollo al fuoco cotto.
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|f=100%|v=1|t=2|VIII}}
{{Ct|f=90%|v=1|lh=1.3|Lo difende? Passa per uno scellerato? — Sta zitto? L’offende. }}
{{ms|7}}<poem>
Quando, Cosmico, i’ son a fronte a fronte
cum alcun che di te mi dica male,
io te difendo, e difender non vale;
tue spurcizie son troppo aperte e conte,
unde le mie difese vanno a monte.
Tu non hai solo un peccato mortale,
ma tanti che di {{AutoreCitato|Quinto Orazio Flacco|Orazio}} e {{AutoreCitato|Decimo Giunio Giovenale|Iuvenale}}
stracharebon le lingue ardite e prompte.
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica
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{{Qualità|avz=75%|data=28 agosto 2020|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=In cosmicum patavinum carmina maledica|prec=../Canzone|succ=../In cosmicum patavinum carmina maledica/I. - Il laccio, il ceppo, il fuoco si contendono la vita del Cosmico}}
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== Indice ==
* {{testo|/I. - Il laccio, il ceppo, il fuoco si contendono la vita del Cosmico}}
* {{testo|/II. - Morrá impiccato perché è un ladro}}
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* {{testo|/IV. - Lasci stare Dante, che non ne capisce niente!}}
* {{testo|/V. - Una bolgia infernale per lui non è bastante}}
* {{testo|/VI. - Primo tra i poeti? Si contenti d'essere primo tra gli scellerati}}
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== Indice ==
* {{testo|/I. - Il laccio, il ceppo, il fuoco si contendono la vita del Cosmico}}
* {{testo|/II. - Morrá impiccato perché è un ladro}}
* {{testo|/III. - Invecchia, ma i vizi non scemano. Che festa al suo arrivo fará Caronte!}}
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* {{testo|/VII. - Altro che corona di lauro! Avrá una mitra}}
* {{testo|/VIII. - Lo difende? Passa per uno scellerato? Sta zitto? L'offende}}
* {{testo|/IX. - Badi bene, che non potrá più uscire né di giorno né di notte}}
* {{testo|/X. - Dove fugge? Tutti sanno i suoi vizi}}
* {{testo|/XI. - Pensa di farsi un nome nuovo? Ma non vede che sta per morire?}}
* {{testo|/XII. - Attenti, sacrestani; che c'è un ladro che ruba perfino Cristo}}
* {{testo|/XIII. - Ercole, libera Ferrara da tal mostro di natura!}}
* {{testo|/XIV. - È pronta la giostra. Ma «tu sei bestia da pigliar col lazzo»}}
* {{testo|/XV. - Se la mia poesia non è perfetta, è solo perché «canta d'un uom troppo vile»}}
* {{testo|/XVI. - Ha cambiato nome per celare tutti i suoi malefici}}
* {{testo|/XVII. - Sa chi scrive, nonostante che scriva senza nome}}
* {{testo|/XVIII. - Non creda che abbia finito di dire tutte le sue magagne}}
* {{testo|/XIX. - Vuole impiccarsi per disperazione? Ebbene, stará zitto}}
* {{testo|/XX. - Ti manderò una copia a stampa dei miei sonetti}}
* {{testo|/XXI. - Gli spiace, lo so, che parli male di lui, ma piace a tanti!}}
* {{testo|/XXII. - Per farlo vergognare descrivo le sue magagne; ma lui invece se ne compiace}}
* {{testo|/XXIII. - Smette di scrivere contro di lui perché è troppo lunga impresa}}
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Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XVI. - Ha cambiato nome per celare tutti i suoi malefici
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{{Qualità|avz=75%|data=25 agosto 2020|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=XVI. - Ha cambiato nome per celare tutti...|prec=../XV. - Se la mia poesia non è perfetta, è...|succ=../XVII. - Sa chi scrive, nonostante che...}}
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{{Qualità|avz=75%|data=25 agosto 2020|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=XVI. - Ha cambiato nome per celare tutti i suoi malefici|prec=../XV. - Se la mia poesia non è perfetta, è solo perché «canta d'un uom troppo vile»|succ=../XVII. - Sa chi scrive, nonostante che scriva senza nome}}
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{{Qualità|avz=75%|data=25 agosto 2020|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=XVII. - Sa chi scrive, nonostante che...|prec=../XVI. - Ha cambiato nome per celare tutti...|succ=../XVIII. - Non creda che abbia finito di...}}
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{{Qualità|avz=75%|data=25 agosto 2020|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=XVII. - Sa chi scrive, nonostante che scriva senza nome|prec=../XVI. - Ha cambiato nome per celare tutti i suoi malefici|succ=../XVIII. - Non creda che abbia finito di dire tutte le sue magagne}}
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Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XVIII. - Non creda che abbia finito di dire tutte le sue magagne
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{{Qualità|avz=75%|data=25 agosto 2020|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=XVIII. - Non creda che abbia finito di...|prec=../XVII. - Sa chi scrive, nonostante che...|succ=../XIX. - Vuole impiccarsi per...}}
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Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XIX. - Vuole impiccarsi per disperazione? Ebbene, stará zitto
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Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XXII. - Per farlo vergognare descrivo le sue magagne; ma lui invece se ne compiace
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Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XXIII. - Smette di scrivere contro di lui perché è troppo lunga impresa
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Creazione/aggiornamento di Modulo:Dati
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cap[186].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica"
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cap[187].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/I. - Il laccio, il ceppo, il fuoco si contendono la vita del Cosmico"
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cap[188].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/II. - Morrá impiccato perché è un ladro"
cap[188].titolo="II. - Morrá impiccato perché è un ladro"
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cap[189].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/III. - Invecchia, ma i vizi non scemano. Che festa al suo arrivo fará Caronte!"
cap[189].titolo="III. - Invecchia, ma i vizi non scemano. Che festa al suo arrivo fará Caronte!"
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cap[190].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/IV. - Lasci stare Dante, che non ne capisce niente!"
cap[190].titolo="IV. - Lasci stare Dante, che non ne capisce niente!"
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cap[191].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/V. - Una bolgia infernale per lui non è bastante"
cap[191].titolo="V. - Una bolgia infernale per lui non è bastante"
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cap[192].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/VI. - Primo tra i poeti? Si contenti d'essere primo tra gli scellerati"
cap[192].titolo="VI. - Primo tra i poeti? Si contenti d'essere primo tra gli scellerati"
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cap[193].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/VII. - Altro che corona di lauro! Avrá una mitra"
cap[193].titolo="VII. - Altro che corona di lauro! Avrá una mitra"
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cap[194].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/VIII. - Lo difende? Passa per uno scellerato? Sta zitto? L'offende"
cap[194].titolo="VIII. - Lo difende? Passa per uno scellerato? Sta zitto? L'offende"
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cap[195].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/IX. - Badi bene, che non potrá più uscire né di giorno né di notte"
cap[195].titolo="IX. - Badi bene, che non potrá più uscire né di giorno né di notte"
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cap[196].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/X. - Dove fugge? Tutti sanno i suoi vizi"
cap[196].titolo="X. - Dove fugge? Tutti sanno i suoi vizi"
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cap[197].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XI. - Pensa di farsi un nome nuovo? Ma non vede che sta per morire?"
cap[197].titolo="XI. - Pensa di farsi un nome nuovo? Ma non vede che sta per morire?"
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cap[198].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XII. - Attenti, sacrestani; che c'è un ladro che ruba perfino Cristo"
cap[198].titolo="XII. - Attenti, sacrestani; che c'è un ladro che ruba perfino Cristo"
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cap[199].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XIII. - Ercole, libera Ferrara da tal mostro di natura!"
cap[199].titolo="XIII. - Ercole, libera Ferrara da tal mostro di natura!"
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cap[200].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XIV. - È pronta la giostra. Ma «tu sei bestia da pigliar col lazzo»"
cap[200].titolo="XIV. - È pronta la giostra. Ma «tu sei bestia da pigliar col lazzo»"
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cap[201].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XV. - Se la mia poesia non è perfetta, è solo perché «canta d'un uom troppo vile»"
cap[201].titolo="XV. - Se la mia poesia non è perfetta, è solo perché «canta d'un uom troppo vile»"
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cap[202].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XVI. - Ha cambiato nome per celare tutti i suoi malefici"
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cap[203].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XVII. - Sa chi scrive, nonostante che scriva senza nome"
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cap[204].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XVIII. - Non creda che abbia finito di..."
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cap[205].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XIX. - Vuole impiccarsi per..."
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cap[206].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XX. - Ti manderò una copia a stampa dei..."
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cap[207].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XXI. - Gli spiace, lo so, che parli male..."
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cap[208].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XXII. - Per farlo vergognare descrivo le..."
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cap[211].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Sonetti varii/I. - Conviene che io perda il mio tempo..."
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cap[215].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Sonetti varii/V. - Amor, mostro crudel, quanto male..."
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cap[218].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Madrigali/II. - Quanto dolor per voi ne l'alma..."
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cap[221].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Madrigali/V. - Che posso sperare?"
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cap[222].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Madrigali/VI. - Con quanta pena m'allontano da voi!"
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cap[224].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Capitoli/I. - Come cantare l'alta beltade e..."
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cap[225].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Capitoli/II. - Desideroso di conformarsi ai..."
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cap[226].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Capitoli/III. - Prologo del Formione di..."
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cap[227].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Capitoli/IV. - Frammento d'un capitolo su..."
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cap[230].nome=":la:Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Liriche latine/I"
cap[230].titolo="I. - Scherzo sul nome 'Castanea'"
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cap[231].nome=":la:Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Liriche latine/II"
cap[231].titolo="II. - Ebbi due nomi, due mariti..."
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cap[232].nome=":la:Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Liriche latine/III"
cap[232].titolo="III. - La Morte, l'Amore, le Grazie si..."
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cap[233].nome=":la:Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Liriche latine/IV"
cap[233].titolo="IV. - Casa fortunata!"
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cap[234].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife"
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cap[235].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Canzoni"
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cap[236].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Canzoni/I. - Trissino. Parlerá della sua donna..."
cap[236].titolo="I. - Trissino. Parlerá della sua donna..."
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cap[237].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Canzoni/II. - Amanio?. Perché Dio, l'Italia è..."
cap[237].titolo="II. - Amanio?. Perché Dio, l'Italia è..."
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cap[238].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Canzoni/III. - Nessun pastore fu mai piú felice..."
cap[238].titolo="III. - Nessun pastore fu mai piú felice..."
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|436|{{Sc|nota sul testo}}|}}</noinclude><noinclude> {|class=lba1
|class=td1| ||''que ferendo / constanter mala et inferias in tempore dignas / missurum fratri clauso commurmurat ore'' {{spazi|5}}32. A ''se'' agg. m. a., L<sup>2</sup> om. ''se'', L<sup>1</sup> ''qual se conoscea'' {{spazi|5}}33-34. {{Sc|Tib}}., III, 2, 5-6.
|-</noinclude><includeonly>
{|class=lba1 </includeonly>
|class=td1|p. {{pg|151}}|| 4.L<sup>1</sup> ''libando'' {{spazi|5}}7. R ''emendatissima'' {{spazi|5}}11. L<sup>1</sup> ''e incorse'' {{spazi|5}}28. L<sup>1</sup> om. ''se non'' {{spazi|5}}34. L<sup>1</sup> R ''et thisippus''.
|-
|p. {{pg|152}}|| 3. R F<sup>b</sup> ''ribattuto'' {{spazi|5}}14. F<sup>b</sup> ''Melananca'', altri codd. ''Melancum'' (cfr. ''Odyss''., 19, 70 sgg., e intenda ''Melantho'') {{spazi|5}}27. R om. ''si'' {{spazi|5}}30. A ''se'' agg. m. a., L<sup>1</sup> ''noi ove forse''; R ''deliberremo'' {{spazi|5}}34. A R L<sup>2</sup> F<sup>3</sup> ''discurso et excluderemo''.
|-
|p. {{pg|153}}|| 23. L<sup>1</sup> om. ''in'' {{spazi|5}}25-27. L<sup>1</sup> ''stimiamo, a lui qual fu incontinente... el dolore, né stanno e’ tuoi incommodi... in la tua opinione'' {{spazi|5}}34. L<sup>1</sup> ''fundare tra voi testé nuova''.
|-
|p. {{pg|154}}|| 12. L<sup>1</sup> L<sup>2</sup> ''altronde'' {{spazi|5}}13-15. {{Sc|Mart}}., 12, 6, 11-12: ... ''sed tu'', ecc. {{spazi|5}}17-18. L<sup>1</sup> ''avviene che tu forse ove che sia trovi'' {{spazi|5}}20-21. L<sup>1</sup> ''vi sono omini, tante ivi sieno trappole, quante vi s’usa parole, tante sieno bugie''... {{spazi|5}}21. F<sup>3</sup> ''vi s’usano bugie''..., F<sup>b</sup> ''vi s’usino'' {{spazi|5}}26. A ''quanto'' agg. m. a. in marg., R om. ''quanto'' {{spazi|5}}28-29. {{Sc|Juv}}., 7, 197-8 (198 ''fiet'' / ''fies'' '''Ω''').
|-
|p. {{pg|155}}|| 1. R ''si conviene oggi'' {{spazi|5}}6. I codd. hanno tutti o ''Manilio'' o ''Mamilio'', e lascio stare l’errore (? dell’Alberti), ché il verso è di Virgilio, ''Eneide'', II, 402 {{spazi|5}}8. A L<sup>2</sup> R ''Lacaon'', L<sup>1</sup> ''Lacon'' {{spazi|5}}10. A R F<sup>3</sup> L<sup>2</sup> om. ''Pallade'' (lasciano, salvo L<sup>2</sup>, lo spazio bianco), L<sup>1</sup> ''Pallade'' agg. mano più tarda, F<sup>a</sup> F<sup>b</sup> ''Minerva'' {{spazi|5}}19. F<sup>a</sup> F<sup>b</sup> ''qualche fiata per fatale condizione'' {{spazi|5}}25. {{sc|Prop.}}, II, 8 A, 7: ''Omnia vertuntur''... {{spazi|5}}26. {{Sc|Prop}}., II, 28, 32 {{spazi|5}}32. A L<sup>1</sup> F<sup>3</sup> ''imnensis'', L<sup>2</sup> ''immensis'', F<sup>b</sup> ''inmenesis'' (cfr. {{Sc|Diog. Laert.}}, IX, 80).
|-
|p. {{pg|156}}|| 1. L<sup>1</sup> L<sup>2</sup> F<sup>b</sup> ''abrividava'' {{spazi|5}}7. L<sup>1</sup> ''qual'' {{spazi|5}}11. L<sup>1</sup> ''madri e uccisero e’ suoi'' {{spazi|5}}15. ''A questi'' con ''st'' espunto, R ''questi'' {{spazi|5}}16. Cfr. ''Apologhi'' in ''Op. mor''. (Bartoli), p. 393 {{spazi|5}}24. Intendi Pheraeus Jason e cfr. {{Sc|Plin}}. ''N. H.'', 7, 166 {{spazi|5}}28. L<sup>1</sup> L<sup>2</sup> ''e prepararci'' {{spazi|5}}29. A R L<sup>2</sup> F<sup>a</sup> ''prepari'' (seguo L<sup>1</sup> F<sup>b</sup>) {{spazi|5}}35. A L<sup>1</sup> R om. ''la Sibilla'', lasciando lo spazio bianco (A ''la Sibilla'' agg. in marg. mano più tarda), L<sup>2</sup> ''Vergilio'', F<sup>3</sup> F<sup>b</sup> ''la Sibilla'' (nel testo).
|-
|p. {{pg|157}}|| 3. L<sup>2</sup> F<sup>3</sup> F<sup>b</sup> ''reris'' (''Aen''., VI, 95-97: ''reris'') {{spazi|5}}7. L<sup>1</sup> ''tu poni'' {{spazi|5}}10. R ''e di grazia'' {{spazi|5}}11. R ''che da noi'' {{spazi|5}}14. L<sup>1</sup> ''iocosissime'' {{spazi|5}}25. R L<sup>2</sup> ''isse secondo mio arbitrio''.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|profugiorum ab ærumna}}|437}}</noinclude>
{{no rientro}}{{Sc|Libro III}}}}
{|class=lba1
|class=td1|p. {{pg|159}}||19. L<sup>1</sup> ''sentì'' {{spazi|5}}27. L<sup>1</sup> ''prossime di prima'', A L<sup>2</sup> R ''prossimi''.
|-
|p. {{pg|160}}||6. L<sup>1</sup> ''né seppi'' {{spazi|5}}7. L<sup>1</sup> ''adirizzarmi'' {{spazi|5}}14. L<sup>1</sup> ''interviene'' {{spazi|5}}20. L<sup>1</sup> F<sup>3</sup> ''apresso'' {{spazi|5}}24. R ''accommodati'' {{spazi|5}}26. L<sup>1</sup> ''e come'' {{spazi|5}}28. L’A. pensa ad Andronicus Cyrrestes, costruttore di un famoso orologio ad Atene ({{Sc|Vitr}}., I, 25), ma non inventore del pavimento figurato. Per il nome e la variante Cipreste, v. ''Thes. Linguae Lat., Nom. Propria, Cyrr''(''h'')''estes'' {{spazi|5}}32. Il nome del tempio manca in tutti i codd.: strana omissione se, come crediamo, si tratta del tempio di Efeso; più curioso ancora il periodo di 700 anni della costruzione (cfr. {{Sc|Plin}}. ''N. H.'', 36, 21: ''templum Ephesiae Dianae CXX annis factum a tota Asia'').
|-
|p. {{pg|161}}||7. A L<sup>2</sup> F<sup>3</sup> ''conattatogli'', F<sup>b</sup> ''coattatigli'', L<sup>1</sup> R ''coattogli'' (cfr. 162, 4) {{spazi|5}}8. L<sup>1</sup> ''quadre e compose'' {{spazi|5}}12. R ''de’ Greci'' {{spazi|5}}15. A R L<sup>2</sup> F<sup>3</sup> ''parti'', F<sup>a</sup> F<sup>b</sup> ''e quella pratica di due filosofi stoici estesero i parti'' (!) {{spazi|5}}17. L<sup>1</sup> ''e posonvi'' {{spazi|5}}20. F<sup>b</sup> ''ma qui interviene proprio''... {{spazi|5}}27. R ''litterali'' {{spazi|5}}28-29. L<sup>1</sup> ''ragionare... raccoglierle'' {{spazi|5}}30. L<sup>1</sup> ''adattezze'', F<sup>b</sup> ''attezza'' {{spazi|5}}35. L<sup>1</sup> ''dovervisi''.
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|p. {{pg|162}}||3. L<sup>1</sup> ''tanto varie'' {{spazi|5}}4. L<sup>1</sup> ''consite'' {{spazi|5}}10. L<sup>1</sup> F<sup>b</sup> ''maravigliosa''; A R L<sup>2</sup> F<sup>3</sup> ''et concetto'' {{spazi|5}}13. L<sup>1</sup> ''modi'' {{spazi|5}}24. L<sup>1</sup> ''ène'' {{spazi|5}}29. L<sup>1</sup> ''un dissimulare'' {{spazi|5}}33. L<sup>1</sup> L<sup>2</sup> R ''protervità'' (cfr. 140, 34).
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|p. {{pg|163}}||5. L<sup>1</sup> F<sup>b</sup> ''a esserti'' {{spazi|5}}6. ''A mai non fu disutile'' con ''dis'' espunto, L<sup>1</sup> ''mai fu non disutile'' (altri codd. = A) {{spazi|5}}15. L<sup>1</sup> ''dirlo, Agnolo, facile''... {{spazi|5}}16, 17. A ''e'' agg. m. a. ''avanti perdette'', altri codd. om. ''e'' {{spazi|5}}20. L<sup>1</sup> ''membri''.
|-
|p. {{pg|164}}||1. L<sup>1</sup> L<sup>2</sup> ''rinnuova'' {{spazi|5}}4. A L<sup>1</sup> L<sup>2</sup> ripetono ''dulces'' dopo ''exuviae'' (''Aen''., IV, 651: ''sinebat'' / ''sinebant'') {{spazi|5}}6. L<sup>1</sup> ''rispondati'' {{spazi|5}}7. Cfr. {{Sc|Diog. Laert}}. ''Sol''., I, 63 {{spazi|5}}19. A ''piangiosi'' corr. m. a. ex ''paurosi'', R om. ''piangiosi'', F<sup>3</sup> ''lacrimosi'', F<sup>a</sup> F<sup>b</sup> ''lacrimosi si esercitava'' {{spazi|5}}21. F<sup>b</sup> ''insegna pure onoratissima'', A ''publico'' sottolineato e corr. in marg. premio evidentemente da tardo revisore che non capiva ''insigne'' sostantivo {{spazi|5}}29. L<sup>1</sup> ''volgo e quanto el sapere piegarsi'' {{spazi|5}}30. L<sup>1</sup> ''non solo'' agg. in marg. dopo ''populare'' (ma non se ne vede la ragione).
|-
|p. {{pg|165}}||1. L<sup>1</sup> ''con ragione in se e bene'' {{spazi|5}}11. L<sup>1</sup> ''quei'' {{spazi|5}}16. L<sup>1</sup> om. ''più'' {{spazi|5}}17. A L<sup>2</sup> F<sup>3</sup> ''inseperabile'' {{spazi|5}}20. L<sup>1</sup> ''non mutare'', A ''non'' scritto ma cancellato, F<sup>3</sup> ''non'' agg. in interlinea, F<sup>b</sup> ''non si può mutare'' {{spazi|5}}22. L<sup>1</sup> F<sup>3</sup> F<sup>b</sup> ''mostrarti'' {{spazi|5}}23. A F<sup>3</sup> ''atutta'', F<sup>a</sup> F<sup>b</sup> ''tutta'' {{spazi|5}}34 sgg. Bon.'' M. Lucio'', ma si tratta di ''Salinator'' (cfr. {{Sc|Liv}}., 27, 34).
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Dr Zimbu
1553
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text/x-wiki
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Paperoastro
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|-
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|-
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|-
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|-
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|-
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|-
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|-
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|-
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|-
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|-
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|-
|-
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|}<noinclude>{{PieDiPagina||L 2|AGO-}}</noinclude>
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Utente:Myron Aub
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3846524
2026-06-13T16:02:11Z
Myron Aub
24422
Tolto Mill, ora su IA
3847604
wikitext
text/x-wiki
Nella mia pagina su IA [https://archive.org/details/@myron_aub/uploads qui] ci sono i miei caricamenti mentre nella mia collezione dei "favorites" [https://archive.org/details/fav-myron_aub qua] sono inclusi testi non caricati da me già presenti su IA che trovo interessanti perché traduzioni abbastanza recenti soprattutto di classici filosofici e di alcuni classici letterari.
Nella seguente pagina [https://it.wikisource.org/wiki/Utente:Myron_Aub/Refusi_con_hunspell qua] espongo come cercare refusi con Hunspell.
In questa pagina elenco testi di pubblico dominio che sono principalmente traduzioni di testi (soprattutto filosofici e in minor parte letterari) greci, latini e stranieri. Privilegio le traduzioni in italiano più moderno, dal XIX secolo ai giorni nostri.
'''Informazioni su dati anagrafici difficilmente rintracciabili di autori.'''
[https://it.wikisource.org/wiki/Utente:Myron_Aub/Autori_con_date qui] c'è una sottopagina di un elenco di autori (per ora non tutti di pubblico dominio) con date di nascita e morte difficilmente disponibili in rete e un altro elenco di autori con data di morte incerta.
'''Vari testi di pubblico dominio finora non trovati come scansioni in rete:'''
Elenco qui alcuni testi di pubblico dominio che mi interesserebbe vedere in formato scansione e che spero che un giorno appaiano in rete:
'''1) testi di filosofia:'''
Comte, Auguste (1798-1857)
Catechismo positivista 2a edizione... Tradotto da Walter Congreve. [Avvertimento di P. Laffitte.]
San Remo, Stab. Tipo. litogr. G. B. Biancheri, 1882. In-8°, 386 p., tabl.
(ripubblicato nel 2024, nella sua 3a edizione, dalla Società Positivista Italiana: Catechismo Positivista Augusto Comte, trad. Gualtiero Congreve, pp. 323, Società Editrice Positivista Italiana, Padova, CCXXXII; ISBN: 9791281601178).
d'Alembert, Jean Baptiste Le Rond
Discorso preliminare all'enciclopedia...; tradotto da Agatino Longo.
Catania : Stamperia dè Regj Studi, 1812
XII, 226 p. : 1 tav. ; 21 cm.
d'Alembert, Jean Baptiste Le Rond
Discorso preliminare della Enciclopedia
[dopo il 1866?]. 192 p. ; 8°. Traduzione italiana dell'edizione francese del 1866: Discours preliminaire de l'Encyclopedie, par d' Alembert. Paris, 1866
Mill, John Stuart
Augusto Comte e il positivismo / John Stuart Mill ; traduzione dall'inglese di Amedeo Dardanelli
Roma : Tip. Forzani e C., 1903
230 p. ; 23 cm.
'''2) Testi di religione, spiritualità e occulto'''
Kerbaker, Michele. Scritti inediti / Michele Kerbaker ; con prefazione di Carlo Formichi e a cura di Vittore Pisani
Roma : Reale accademia d'Italia 1932-1939.
6 volumi contenenti un'antologia del Mahabharata (volumi 2 e 3 già presenti su Internet Archive).
Lodge, Oliver
Pitoni, Rinaldo <n. 1864>
Oltre la vita : studio di facoltà umane ancora ignote / Oliver Lodge ; traduzione dall'undecima edizione inglese, con note di Rinaldo Pitoni
Bari : Laterza, 1933
Marcus, Ernst (1856-1928)
Rensi, Giuseppe <1871-1941>
Teoria di una magia naturale fondata sulla dottrina di Kant / Ernesto Marcus ; traduzione e prefazione di Giuseppe Rensi
Bari : G. Laterza & figli, 1938
Trezza, Gaetano (1828-1892) Le religioni e la religione. Verona ; Padova : Drucker & Tedeschi, 1884
'''3) Testi di scienza''':
Baldwin, James Mark (1861-1934)
L'intelligenza / J. Mark Baldwin ; traduzione dall'inglese del professore Guida Villa (1867-1949)
Torino : Fratelli Bocca, 1904
XXVIII, 290 p. : ill. ; 21 cm.
Hampson, William (1854–1926)
Paradossi della natura e della scienza, cioè fatti che sembrano contraddire generali esperienze o principi scientifici / di W. Hampson
Alessandria : Boffi, 1910
Lewes, George Henry (1817-1878)
Lo studio della psicologia : suo obbietto, scopo e metodo / George Henry Lewes ; prima edizione italiana con prefazione e note del prof. Giambattista Grassi Bertazzi (1867-1951)
Milano ; Roma : Società editrice Dante Alighieri, 1907
XXX, 185 p. ; 20 cm.
'''4) Testi di letteratura'''
Antologia dell'amore turco / a cura di Edmond Fazy e Abdul-Alim Memdouh ; versione italiana di Decio Cinti
Milano : Corbaccio, 1923
Antologia della poesia argentina moderna / a cura di Folco Testena (Comunardo Braccialarghe, 1875-1951)
Pubblicazione
Milano : Alpes, 1927
Descrizione fisica
IX, 271 p. ; 20 cm.
Capuana, Luigi
Il braccialetto / Luigi Capuana
Milano : Brigola di G. Marco, 1898
Della Sala Spada, Agostino
Nel 2073! : sogni d'uno stravagante / messi in carta per l'avvocato Agostino Della Sala Spada
Testo
Casale : Tipografia del giornale Il Monferrato, 1874
Gogol’, Nikolaj Vasil’evic.
Mirgorod / Nikola Gogol ; traduzione di Federigo Verdinois
Lanciano : Carabba, 1923
Gogol’, Nikolaj Vasil’evic.
Le veglie alla fattoria di Dicanca / Nicola Gogol ; versione di F. Verdinois
Napoli : G. Giannini, 1920
Lermontov, Michail Jur'evič
L'eroe dei nostri giorni / Michele Lermontoff ; tradotto dal russo da Gustavo Strafforello (1820-1903)
Pubblicazione: Milano : Sonzogno, 1901
Novelle russe / a cura di Corrado Alvaro: vol. I-II (Pusckin, Lermontov, Gogol, Gonciarov, Turghenev, Scedrin, Dostojewski, Tolstoi, Garscin, Cecov, Gorki, Andreiev, Ciricov, Artzibascev, Kuprin, Sologub, Lomakin, Uspenski, Timkovski, Skitalitz)
Milano : Soc. Ed. R. Quintieri, 1920 (Saita e Bertola)
Turgenev, Ivan Sergeevic. Le poesie in prosa / di Ivan Turgheniev ; tradotte da Enrico Damiani
Pubblicazione Lanciano : Carabba, [1923]
Villiers de l'Isle-Adam, Auguste <comte de>
Eva futura : Romanzo. Unica traduzione di D. C. (probabilmente Decio Cinti).
Milano : Casa Edit. Bietti Edit. Tip., 1930
Wells, H. G.
Sodini, A. M.
La Guerra dei mondi : Romanzo / H. G. Wells ; traduzione di Angelo Maria Sodini (1875-1939)
Milano : F. Vallardi, 1901
Morandi, Luigi <1844-1922>; Ciampoli, Domenico <1852-1929>
Poeti stranieri lirici, epici, drammatici : scelti nelle versioni italiane (2 volumi) / Morandi L. e Ciampoli D.
Milano [etc.] : Società editrice Dante Alighieri di Albrighi, Segati 1904
'''5) altri testi:'''
Pestalozzi, Johann Heinrich
Leonardo e Geltrude : libro per il popolo / Enrico Pestalozzi ; traduzione, prefazione e note di Giovanni Sanna (1877-1950). (in 4 volumi).
Venezia [poi] Firenze : La nuova Italia, 1928 (e altre ristampe successive).
Squillace, Fausto
Titolo
La moda / Fausto Squillace
Pubblicazione
Milano [etc.] : Sandron, 1912
159 p. ; 19 cm.
'''In pubblico dominio dal 2027:'''
Barié, Giovanni Emanuele (1894-1956). La spiritualità dell'essere e Leibniz. Padova : CEDAM, 1933
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=EHYLAQAAIAAJ qui]
Capone Braga, Gaetano
La vecchia e la nuova logica / Gaetano Capone Braga (1889-1956)
Padova : Cedam, 1948
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=LzUAAAAAMAAJ qui]
Cassirer, Ernst. Storia della filosofia moderna (4 volumi). Traduzione di Angelo Pasquinelli (1926-1956) Torino : G. Einaudi, 1958 e ristampe seguenti.
Primo volume sbloccabile su Google Libri qui: https://books.google.it/books?id=64AcH4mrab0C
Jevons, William Stanley
Lezioni di logica elementare / W.S. Jevons ; a cura di Gaetano Capone Braga (1889-1956)
Padova : Cedam, 1948
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=WztCAQAAIAAJ qui]
Stefanini, Luigi <1891-1956>
Imaginismo come problema filosofico : vol. primo
Padova : CEDAM, 1936
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=5BHBNszP5LUC qui]
'''In pubblico dominio dal 2028:'''
Bonaventura : da Bagnorea <santo>
Breviloquio (2 vv.) / S. Bonaventura da Bagnoregio ; a cura del p. Giuliano Piccioli (1878-1957)
Siena : Ezio Cantagalli, 1931
Burckhardt, Jacob
Considerazione sulla storia del mondo / Jacob Burckhardt; traduzione di Antonio Banfi
Milano : Bompiani, 1954
Kierkegaard, Søren
Il concetto dell'angoscia / Soren Kierkegaard ; tradotto dal danese da Meta Corssen (1894-1957)
Firenze : Sansoni, 1942
Kierkegaard, Søren
La malattia mortale : (svolgimento psicologico cristiano di Anti-Climacus) / Sören Kierkegaard ; a cura di Meta Corssen (1894-1957) ; prefazione di Paolo Brezzi
Milano : Edizioni di Comunità, 1947
Kierkegaard, Søren
L'ora : atti d'accusa al cristianesimo del Regno di Danimarca, anno 1855 / Soren Kierkegaard ; traduzione di Antonio Banfi
Milano ; Roma : Doxa, stampa 1931
Simmel, Georg
Banfi, Antonio <1886-1957>
I problemi fondamentali della filosofia / G. Simmel ; traduzione e introduzione di A. Banfi
Firenze : Vallecchi, [dopo il 1921]
Stoermer, Carlo (1874-1957). Dalle stelle agli atomi; prefazione di Giovanni Giorgi ; appendici di G.B. Angioletti ... [et al.]
Milano : Hoepli, 1934
Subhadra <bhikschu> (1852-1917)
De Lorenzo, Giuseppe <1871-1957>
Catechismo buddhistico per avviamento nella dottrina di Gotamo Buddho / di Subhadra Bhikshu ; tradotto in italiano da Giuseppe De Lorenzo
Napoli : Ricciardi, 1922
Whitehead, Alfred North
Banfi, Antonio <1886-1957>
La scienza e il mondo moderno / A. N. Whitehead ; con una introduzione di Antonio Banfi
Milano : Bompiani, 1945
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2026-06-13T18:55:57Z
Myron Aub
24422
/* */ Tolto Lermontov, ora si IA
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wikitext
text/x-wiki
Nella mia pagina su IA [https://archive.org/details/@myron_aub/uploads qui] ci sono i miei caricamenti mentre nella mia collezione dei "favorites" [https://archive.org/details/fav-myron_aub qua] sono inclusi testi non caricati da me già presenti su IA che trovo interessanti perché traduzioni abbastanza recenti soprattutto di classici filosofici e di alcuni classici letterari.
Nella seguente pagina [https://it.wikisource.org/wiki/Utente:Myron_Aub/Refusi_con_hunspell qua] espongo come cercare refusi con Hunspell.
In questa pagina elenco testi di pubblico dominio che sono principalmente traduzioni di testi (soprattutto filosofici e in minor parte letterari) greci, latini e stranieri. Privilegio le traduzioni in italiano più moderno, dal XIX secolo ai giorni nostri.
'''Informazioni su dati anagrafici difficilmente rintracciabili di autori.'''
[https://it.wikisource.org/wiki/Utente:Myron_Aub/Autori_con_date qui] c'è una sottopagina di un elenco di autori (per ora non tutti di pubblico dominio) con date di nascita e morte difficilmente disponibili in rete e un altro elenco di autori con data di morte incerta.
'''Vari testi di pubblico dominio finora non trovati come scansioni in rete:'''
Elenco qui alcuni testi di pubblico dominio che mi interesserebbe vedere in formato scansione e che spero che un giorno appaiano in rete:
'''1) testi di filosofia:'''
Comte, Auguste (1798-1857)
Catechismo positivista 2a edizione... Tradotto da Walter Congreve. [Avvertimento di P. Laffitte.]
San Remo, Stab. Tipo. litogr. G. B. Biancheri, 1882. In-8°, 386 p., tabl.
(ripubblicato nel 2024, nella sua 3a edizione, dalla Società Positivista Italiana: Catechismo Positivista Augusto Comte, trad. Gualtiero Congreve, pp. 323, Società Editrice Positivista Italiana, Padova, CCXXXII; ISBN: 9791281601178).
d'Alembert, Jean Baptiste Le Rond
Discorso preliminare all'enciclopedia...; tradotto da Agatino Longo.
Catania : Stamperia dè Regj Studi, 1812
XII, 226 p. : 1 tav. ; 21 cm.
d'Alembert, Jean Baptiste Le Rond
Discorso preliminare della Enciclopedia
[dopo il 1866?]. 192 p. ; 8°. Traduzione italiana dell'edizione francese del 1866: Discours preliminaire de l'Encyclopedie, par d' Alembert. Paris, 1866
Mill, John Stuart
Augusto Comte e il positivismo / John Stuart Mill ; traduzione dall'inglese di Amedeo Dardanelli
Roma : Tip. Forzani e C., 1903
230 p. ; 23 cm.
'''2) Testi di religione, spiritualità e occulto'''
Kerbaker, Michele. Scritti inediti / Michele Kerbaker ; con prefazione di Carlo Formichi e a cura di Vittore Pisani
Roma : Reale accademia d'Italia 1932-1939.
6 volumi contenenti un'antologia del Mahabharata (volumi 2 e 3 già presenti su Internet Archive).
Lodge, Oliver
Pitoni, Rinaldo <n. 1864>
Oltre la vita : studio di facoltà umane ancora ignote / Oliver Lodge ; traduzione dall'undecima edizione inglese, con note di Rinaldo Pitoni
Bari : Laterza, 1933
Marcus, Ernst (1856-1928)
Rensi, Giuseppe <1871-1941>
Teoria di una magia naturale fondata sulla dottrina di Kant / Ernesto Marcus ; traduzione e prefazione di Giuseppe Rensi
Bari : G. Laterza & figli, 1938
Trezza, Gaetano (1828-1892) Le religioni e la religione. Verona ; Padova : Drucker & Tedeschi, 1884
'''3) Testi di scienza''':
Baldwin, James Mark (1861-1934)
L'intelligenza / J. Mark Baldwin ; traduzione dall'inglese del professore Guida Villa (1867-1949)
Torino : Fratelli Bocca, 1904
XXVIII, 290 p. : ill. ; 21 cm.
Hampson, William (1854–1926)
Paradossi della natura e della scienza, cioè fatti che sembrano contraddire generali esperienze o principi scientifici / di W. Hampson
Alessandria : Boffi, 1910
Lewes, George Henry (1817-1878)
Lo studio della psicologia : suo obbietto, scopo e metodo / George Henry Lewes ; prima edizione italiana con prefazione e note del prof. Giambattista Grassi Bertazzi (1867-1951)
Milano ; Roma : Società editrice Dante Alighieri, 1907
XXX, 185 p. ; 20 cm.
'''4) Testi di letteratura'''
Antologia dell'amore turco / a cura di Edmond Fazy e Abdul-Alim Memdouh ; versione italiana di Decio Cinti
Milano : Corbaccio, 1923
Antologia della poesia argentina moderna / a cura di Folco Testena (Comunardo Braccialarghe, 1875-1951)
Pubblicazione
Milano : Alpes, 1927
Descrizione fisica
IX, 271 p. ; 20 cm.
Capuana, Luigi
Il braccialetto / Luigi Capuana
Milano : Brigola di G. Marco, 1898
Della Sala Spada, Agostino
Nel 2073! : sogni d'uno stravagante / messi in carta per l'avvocato Agostino Della Sala Spada
Testo
Casale : Tipografia del giornale Il Monferrato, 1874
Gogol’, Nikolaj Vasil’evic.
Mirgorod / Nikola Gogol ; traduzione di Federigo Verdinois
Lanciano : Carabba, 1923
Gogol’, Nikolaj Vasil’evic.
Le veglie alla fattoria di Dicanca / Nicola Gogol ; versione di F. Verdinois
Napoli : G. Giannini, 1920
Novelle russe / a cura di Corrado Alvaro: vol. I-II (Pusckin, Lermontov, Gogol, Gonciarov, Turghenev, Scedrin, Dostojewski, Tolstoi, Garscin, Cecov, Gorki, Andreiev, Ciricov, Artzibascev, Kuprin, Sologub, Lomakin, Uspenski, Timkovski, Skitalitz)
Milano : Soc. Ed. R. Quintieri, 1920 (Saita e Bertola)
Turgenev, Ivan Sergeevic. Le poesie in prosa / di Ivan Turgheniev ; tradotte da Enrico Damiani
Pubblicazione Lanciano : Carabba, [1923]
Villiers de l'Isle-Adam, Auguste <comte de>
Eva futura : Romanzo. Unica traduzione di D. C. (probabilmente Decio Cinti).
Milano : Casa Edit. Bietti Edit. Tip., 1930
Wells, H. G.
Sodini, A. M.
La Guerra dei mondi : Romanzo / H. G. Wells ; traduzione di Angelo Maria Sodini (1875-1939)
Milano : F. Vallardi, 1901
Morandi, Luigi <1844-1922>; Ciampoli, Domenico <1852-1929>
Poeti stranieri lirici, epici, drammatici : scelti nelle versioni italiane (2 volumi) / Morandi L. e Ciampoli D.
Milano [etc.] : Società editrice Dante Alighieri di Albrighi, Segati 1904
'''5) altri testi:'''
Pestalozzi, Johann Heinrich
Leonardo e Geltrude : libro per il popolo / Enrico Pestalozzi ; traduzione, prefazione e note di Giovanni Sanna (1877-1950). (in 4 volumi).
Venezia [poi] Firenze : La nuova Italia, 1928 (e altre ristampe successive).
Squillace, Fausto
Titolo
La moda / Fausto Squillace
Pubblicazione
Milano [etc.] : Sandron, 1912
159 p. ; 19 cm.
'''In pubblico dominio dal 2027:'''
Barié, Giovanni Emanuele (1894-1956). La spiritualità dell'essere e Leibniz. Padova : CEDAM, 1933
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=EHYLAQAAIAAJ qui]
Capone Braga, Gaetano
La vecchia e la nuova logica / Gaetano Capone Braga (1889-1956)
Padova : Cedam, 1948
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=LzUAAAAAMAAJ qui]
Cassirer, Ernst. Storia della filosofia moderna (4 volumi). Traduzione di Angelo Pasquinelli (1926-1956) Torino : G. Einaudi, 1958 e ristampe seguenti.
Primo volume sbloccabile su Google Libri qui: https://books.google.it/books?id=64AcH4mrab0C
Jevons, William Stanley
Lezioni di logica elementare / W.S. Jevons ; a cura di Gaetano Capone Braga (1889-1956)
Padova : Cedam, 1948
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=WztCAQAAIAAJ qui]
Stefanini, Luigi <1891-1956>
Imaginismo come problema filosofico : vol. primo
Padova : CEDAM, 1936
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=5BHBNszP5LUC qui]
'''In pubblico dominio dal 2028:'''
Bonaventura : da Bagnorea <santo>
Breviloquio (2 vv.) / S. Bonaventura da Bagnoregio ; a cura del p. Giuliano Piccioli (1878-1957)
Siena : Ezio Cantagalli, 1931
Burckhardt, Jacob
Considerazione sulla storia del mondo / Jacob Burckhardt; traduzione di Antonio Banfi
Milano : Bompiani, 1954
Kierkegaard, Søren
Il concetto dell'angoscia / Soren Kierkegaard ; tradotto dal danese da Meta Corssen (1894-1957)
Firenze : Sansoni, 1942
Kierkegaard, Søren
La malattia mortale : (svolgimento psicologico cristiano di Anti-Climacus) / Sören Kierkegaard ; a cura di Meta Corssen (1894-1957) ; prefazione di Paolo Brezzi
Milano : Edizioni di Comunità, 1947
Kierkegaard, Søren
L'ora : atti d'accusa al cristianesimo del Regno di Danimarca, anno 1855 / Soren Kierkegaard ; traduzione di Antonio Banfi
Milano ; Roma : Doxa, stampa 1931
Simmel, Georg
Banfi, Antonio <1886-1957>
I problemi fondamentali della filosofia / G. Simmel ; traduzione e introduzione di A. Banfi
Firenze : Vallecchi, [dopo il 1921]
Stoermer, Carlo (1874-1957). Dalle stelle agli atomi; prefazione di Giovanni Giorgi ; appendici di G.B. Angioletti ... [et al.]
Milano : Hoepli, 1934
Subhadra <bhikschu> (1852-1917)
De Lorenzo, Giuseppe <1871-1957>
Catechismo buddhistico per avviamento nella dottrina di Gotamo Buddho / di Subhadra Bhikshu ; tradotto in italiano da Giuseppe De Lorenzo
Napoli : Ricciardi, 1922
Whitehead, Alfred North
Banfi, Antonio <1886-1957>
La scienza e il mondo moderno / A. N. Whitehead ; con una introduzione di Antonio Banfi
Milano : Bompiani, 1945
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3847610
2026-06-14T10:27:46Z
Myron Aub
24422
/* */ Aggiunto Darwin
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text/x-wiki
Nella mia pagina su IA [https://archive.org/details/@myron_aub/uploads qui] ci sono i miei caricamenti mentre nella mia collezione dei "favorites" [https://archive.org/details/fav-myron_aub qua] sono inclusi testi non caricati da me già presenti su IA che trovo interessanti perché traduzioni abbastanza recenti soprattutto di classici filosofici e di alcuni classici letterari.
Nella seguente pagina [https://it.wikisource.org/wiki/Utente:Myron_Aub/Refusi_con_hunspell qua] espongo come cercare refusi con Hunspell.
In questa pagina elenco testi di pubblico dominio che sono principalmente traduzioni di testi (soprattutto filosofici e in minor parte letterari) greci, latini e stranieri. Privilegio le traduzioni in italiano più moderno, dal XIX secolo ai giorni nostri.
'''Informazioni su dati anagrafici difficilmente rintracciabili di autori.'''
[https://it.wikisource.org/wiki/Utente:Myron_Aub/Autori_con_date qui] c'è una sottopagina di un elenco di autori (per ora non tutti di pubblico dominio) con date di nascita e morte difficilmente disponibili in rete e un altro elenco di autori con data di morte incerta.
'''Vari testi di pubblico dominio finora non trovati come scansioni in rete:'''
Elenco qui alcuni testi di pubblico dominio che mi interesserebbe vedere in formato scansione e che spero che un giorno appaiano in rete:
'''1) testi di filosofia:'''
Comte, Auguste (1798-1857)
Catechismo positivista 2a edizione... Tradotto da Walter Congreve. [Avvertimento di P. Laffitte.]
San Remo, Stab. Tipo. litogr. G. B. Biancheri, 1882. In-8°, 386 p., tabl.
(ripubblicato nel 2024, nella sua 3a edizione, dalla Società Positivista Italiana: Catechismo Positivista Augusto Comte, trad. Gualtiero Congreve, pp. 323, Società Editrice Positivista Italiana, Padova, CCXXXII; ISBN: 9791281601178).
d'Alembert, Jean Baptiste Le Rond
Discorso preliminare all'enciclopedia...; tradotto da Agatino Longo.
Catania : Stamperia dè Regj Studi, 1812
XII, 226 p. : 1 tav. ; 21 cm.
d'Alembert, Jean Baptiste Le Rond
Discorso preliminare della Enciclopedia
[dopo il 1866?]. 192 p. ; 8°. Traduzione italiana dell'edizione francese del 1866: Discours preliminaire de l'Encyclopedie, par d' Alembert. Paris, 1866
Mill, John Stuart
Augusto Comte e il positivismo / John Stuart Mill ; traduzione dall'inglese di Amedeo Dardanelli
Roma : Tip. Forzani e C., 1903
230 p. ; 23 cm.
'''2) Testi di religione, spiritualità e occulto'''
Kerbaker, Michele. Scritti inediti / Michele Kerbaker ; con prefazione di Carlo Formichi e a cura di Vittore Pisani
Roma : Reale accademia d'Italia 1932-1939.
6 volumi contenenti un'antologia del Mahabharata (volumi 2 e 3 già presenti su Internet Archive).
Lodge, Oliver
Pitoni, Rinaldo <n. 1864>
Oltre la vita : studio di facoltà umane ancora ignote / Oliver Lodge ; traduzione dall'undecima edizione inglese, con note di Rinaldo Pitoni
Bari : Laterza, 1933
Marcus, Ernst (1856-1928)
Rensi, Giuseppe <1871-1941>
Teoria di una magia naturale fondata sulla dottrina di Kant / Ernesto Marcus ; traduzione e prefazione di Giuseppe Rensi
Bari : G. Laterza & figli, 1938
Trezza, Gaetano (1828-1892) Le religioni e la religione. Verona ; Padova : Drucker & Tedeschi, 1884
'''3) Testi di scienza''':
Darwin, Charles
Autobiografia / Darwin
Milano : Istituto editoriale italiano, \1919!
182 p. ; 10 cm.
Baldwin, James Mark (1861-1934)
L'intelligenza / J. Mark Baldwin ; traduzione dall'inglese del professore Guida Villa (1867-1949)
Torino : Fratelli Bocca, 1904
XXVIII, 290 p. : ill. ; 21 cm.
Hampson, William (1854–1926)
Paradossi della natura e della scienza, cioè fatti che sembrano contraddire generali esperienze o principi scientifici / di W. Hampson
Alessandria : Boffi, 1910
Lewes, George Henry (1817-1878)
Lo studio della psicologia : suo obbietto, scopo e metodo / George Henry Lewes ; prima edizione italiana con prefazione e note del prof. Giambattista Grassi Bertazzi (1867-1951)
Milano ; Roma : Società editrice Dante Alighieri, 1907
XXX, 185 p. ; 20 cm.
'''4) Testi di letteratura'''
Antologia dell'amore turco / a cura di Edmond Fazy e Abdul-Alim Memdouh ; versione italiana di Decio Cinti
Milano : Corbaccio, 1923
Antologia della poesia argentina moderna / a cura di Folco Testena (Comunardo Braccialarghe, 1875-1951)
Pubblicazione
Milano : Alpes, 1927
Descrizione fisica
IX, 271 p. ; 20 cm.
Capuana, Luigi
Il braccialetto / Luigi Capuana
Milano : Brigola di G. Marco, 1898
Della Sala Spada, Agostino
Nel 2073! : sogni d'uno stravagante / messi in carta per l'avvocato Agostino Della Sala Spada
Testo
Casale : Tipografia del giornale Il Monferrato, 1874
Gogol’, Nikolaj Vasil’evic.
Mirgorod / Nikola Gogol ; traduzione di Federigo Verdinois
Lanciano : Carabba, 1923
Gogol’, Nikolaj Vasil’evic.
Le veglie alla fattoria di Dicanca / Nicola Gogol ; versione di F. Verdinois
Napoli : G. Giannini, 1920
Novelle russe / a cura di Corrado Alvaro: vol. I-II (Pusckin, Lermontov, Gogol, Gonciarov, Turghenev, Scedrin, Dostojewski, Tolstoi, Garscin, Cecov, Gorki, Andreiev, Ciricov, Artzibascev, Kuprin, Sologub, Lomakin, Uspenski, Timkovski, Skitalitz)
Milano : Soc. Ed. R. Quintieri, 1920 (Saita e Bertola)
Turgenev, Ivan Sergeevic. Le poesie in prosa / di Ivan Turgheniev ; tradotte da Enrico Damiani
Pubblicazione Lanciano : Carabba, [1923]
Villiers de l'Isle-Adam, Auguste <comte de>
Eva futura : Romanzo. Unica traduzione di D. C. (probabilmente Decio Cinti).
Milano : Casa Edit. Bietti Edit. Tip., 1930
Wells, H. G.
Sodini, A. M.
La Guerra dei mondi : Romanzo / H. G. Wells ; traduzione di Angelo Maria Sodini (1875-1939)
Milano : F. Vallardi, 1901
Morandi, Luigi <1844-1922>; Ciampoli, Domenico <1852-1929>
Poeti stranieri lirici, epici, drammatici : scelti nelle versioni italiane (2 volumi) / Morandi L. e Ciampoli D.
Milano [etc.] : Società editrice Dante Alighieri di Albrighi, Segati 1904
'''5) altri testi:'''
Pestalozzi, Johann Heinrich
Leonardo e Geltrude : libro per il popolo / Enrico Pestalozzi ; traduzione, prefazione e note di Giovanni Sanna (1877-1950). (in 4 volumi).
Venezia [poi] Firenze : La nuova Italia, 1928 (e altre ristampe successive).
Squillace, Fausto
Titolo
La moda / Fausto Squillace
Pubblicazione
Milano [etc.] : Sandron, 1912
159 p. ; 19 cm.
'''In pubblico dominio dal 2027:'''
Barié, Giovanni Emanuele (1894-1956). La spiritualità dell'essere e Leibniz. Padova : CEDAM, 1933
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=EHYLAQAAIAAJ qui]
Capone Braga, Gaetano
La vecchia e la nuova logica / Gaetano Capone Braga (1889-1956)
Padova : Cedam, 1948
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=LzUAAAAAMAAJ qui]
Cassirer, Ernst. Storia della filosofia moderna (4 volumi). Traduzione di Angelo Pasquinelli (1926-1956) Torino : G. Einaudi, 1958 e ristampe seguenti.
Primo volume sbloccabile su Google Libri qui: https://books.google.it/books?id=64AcH4mrab0C
Jevons, William Stanley
Lezioni di logica elementare / W.S. Jevons ; a cura di Gaetano Capone Braga (1889-1956)
Padova : Cedam, 1948
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=WztCAQAAIAAJ qui]
Stefanini, Luigi <1891-1956>
Imaginismo come problema filosofico : vol. primo
Padova : CEDAM, 1936
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=5BHBNszP5LUC qui]
'''In pubblico dominio dal 2028:'''
Bonaventura : da Bagnorea <santo>
Breviloquio (2 vv.) / S. Bonaventura da Bagnoregio ; a cura del p. Giuliano Piccioli (1878-1957)
Siena : Ezio Cantagalli, 1931
Burckhardt, Jacob
Considerazione sulla storia del mondo / Jacob Burckhardt; traduzione di Antonio Banfi
Milano : Bompiani, 1954
Kierkegaard, Søren
Il concetto dell'angoscia / Soren Kierkegaard ; tradotto dal danese da Meta Corssen (1894-1957)
Firenze : Sansoni, 1942
Kierkegaard, Søren
La malattia mortale : (svolgimento psicologico cristiano di Anti-Climacus) / Sören Kierkegaard ; a cura di Meta Corssen (1894-1957) ; prefazione di Paolo Brezzi
Milano : Edizioni di Comunità, 1947
Kierkegaard, Søren
L'ora : atti d'accusa al cristianesimo del Regno di Danimarca, anno 1855 / Soren Kierkegaard ; traduzione di Antonio Banfi
Milano ; Roma : Doxa, stampa 1931
Simmel, Georg
Banfi, Antonio <1886-1957>
I problemi fondamentali della filosofia / G. Simmel ; traduzione e introduzione di A. Banfi
Firenze : Vallecchi, [dopo il 1921]
Stoermer, Carlo (1874-1957). Dalle stelle agli atomi; prefazione di Giovanni Giorgi ; appendici di G.B. Angioletti ... [et al.]
Milano : Hoepli, 1934
Subhadra <bhikschu> (1852-1917)
De Lorenzo, Giuseppe <1871-1957>
Catechismo buddhistico per avviamento nella dottrina di Gotamo Buddho / di Subhadra Bhikshu ; tradotto in italiano da Giuseppe De Lorenzo
Napoli : Ricciardi, 1922
Whitehead, Alfred North
Banfi, Antonio <1886-1957>
La scienza e il mondo moderno / A. N. Whitehead ; con una introduzione di Antonio Banfi
Milano : Bompiani, 1945
0p91e3yjz6w3e4vo3lptauovf42dges
Autore:Muzio Clementi
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wikitext
text/x-wiki
{{Autore
| Nome = Muzio
| Cognome = Clementi
| Attività = compositore/pianista
| Nazionalità = italiano
| Professione e nazionalità =
}}
==Opere su Muzio Clementi==
*{{Testo|Musica d'oggi, 1962/N. 6/Il significato storico del pianismo di Clementi}}
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|32|{{Sc|teoria generale delle equazioni.}}|riga=si}}</noinclude><nowiki/>
{{§|43|'''43.'''}} Data una funzione, per esempio la <math>f(\alpha)(\beta)(\gamma),</math> ''supponiamo di cambiare in essa fra loro le lettere che la compongono'', scrivendo per esempio la <math>\alpha</math> in luogo della <math>\beta,</math> e la <math>\beta</math> invece della <math>\alpha,</math> come nella <math>f(\beta)(\alpha)(\gamma),</math> o siccome nell’altra <math>f(\beta)(\gamma)(\alpha),</math> ponendo la <math>\alpha</math> in luogo di <math>\gamma,</math> la <math>\beta</math> in luogo di <math>\alpha,</math> e la <math>\gamma</math> in vece di <math>\beta.</math> ''Questi diversi collocamenti delle lettere, e quindi i varii risultati, che ottengonsi nella funzione, quelli sono, che dai Matematici si dicono'' {{sc|{{Wl|Q161519|permutazioni}}}}.
{{§|44|'''44.'''}} Se sia <math>f(\alpha)(\beta)(\gamma)=\alpha\beta\gamma,</math> al cangiarsi fra loro delle lettere, non cambiando mai il valore del prodotto, vedesi che in questo caso, qualunque permutazione si faccia, il valore della funzione resta sempre il medesimo; ma se abbiasi
{{equazione|<math>f(\alpha)(\beta)(\gamma)=\alpha+\beta-\gamma,</math>}}
{{no rientro}}oppure
{{equazione|<math>f(\alpha)(\beta)(\gamma)=\frac{\alpha}{\beta}+\gamma^2,</math>}}
{{no rientro}}nel primo di questi casi la funzione non cambia valore per la permutazione di <math>\alpha</math> in <math>\beta,</math> ma lo cambia bensì nella permutazione di <math>\alpha,</math> o di <math>\beta,</math> in <math>\gamma;</math> nell’altro caso poi il valore della funzione diviene sempre diverso, qualunque permutazione si faccia, donde si vede, che una data funzione sotto le varie permutazioni o non cambia mai di valore, o lo cambia sempre, o alcune volte soltanto.
{{§|45|'''45.'''}} ''Proposta una funzione qualunque di un numero m di lettere, determinare il numero di tutte le sue possibili permutazioni.''
1º Sia primieramente <math>m=1,</math> e <math>f(\alpha)</math> la data funzione; in questo caso non potendosi dare che una sola posizione alla <math>\alpha,</math> non vi sarà che una sola permutazione.
2º Abbiasi <math>m=2,</math> e <math>f(\alpha)(\beta)</math> la funzione proposta; in tale supposizione potremo scrivere la <math>\beta,</math> o dopo, o prima della <math>\alpha,</math> ed anzi non potremo attribuirle altro collocamento; due adunque ne saranno i risultati, cioè <math>f(\alpha)(\beta),f(\beta)(\alpha),</math> e in numero di <math>2=2.1</math> per conseguenza le permutazioni richieste.
3º Supposto <math>m=3,</math> aggiungasi nella data funzione alle due precedenti <math>\alpha,</math> <math>\beta</math> la terza lettera <math>\gamma.</math> Questa, qualunque collocamento abbiansi le <math>\alpha,</math> <math>\beta,</math> può sempre avere tre posizioni diverse, poichè può scriversi, e dopo, e in mezzo, e prima di esse; ora pel prec. 2º due sono i cangiamenti fra le <math>\alpha</math> e <math>\beta;</math> a ciascuno dunque di questi, tre corrispondendone di <math>\gamma,</math> ne viene che <math>3.2=3.2.1=6</math> sarà il numero delle permutazioni nella proposta funzione, e tali saranno le
{{equazione|<math>\begin{alignat}{3}
&f(\alpha)(\beta)(\gamma),\quad&&f(\alpha)(\gamma)(\beta),\quad&&f(\gamma)(\alpha)(\beta),\\
&f(\beta)(\alpha)(\gamma),\quad&&f(\beta)(\gamma)(\alpha),\quad&&f(\gamma)(\beta)(\alpha).
\end{alignat}</math>}}
4º Essendo <math>m=4,</math> alle <math>\alpha,</math> <math>\beta,</math> <math>\gamma</math> della precedente funzione uniscasi la <math>\delta;</math> poichè sotto qualsivoglia posizione delle <math>\alpha,</math> <math>\beta,</math> <math>\gamma</math> può la <math>\delta</math> evidentemente occupare quattro luoghi diversi, ne segue, che le permutazioni della <math>f(\alpha)(\beta)(\gamma)(\delta)</math> saranno quattro volte tante, quante sono le permutazioni fra le tre quantità <math>\alpha,\beta,\gamma,</math> e quindi saranno in numero di <math>4.3.2.1=24.</math>
5º Se <math>f(\alpha)(\beta)(\gamma)(\delta)(\eta)</math> sia la funzione proposta, troveremo in egual modo <math>5.4.3.2.1</math> essere il numero delle sue permutazioni, e così di seguito; onde in generale:<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo ii. — proprietà generali delle equazioni.}}|35|riga=si}}</noinclude><math>\sum \overline{xxx}^m,\ldots,</math> servendoci delle formole precedenti. Facciasi per esempio <math>m=2,</math> ne verrà
{{equazione|<math>\sum \overline{xx}^2=\frac{\sum x^2\sum x^2-\sum x^4}{2},\quad \sum \overline{xxx}^2=\frac{\sum x^2 \sum \overline{xx}^2-\sum x^2x^4}{3},\ldots,</math>}}
{{no rientro}}|e però dalla posta equazione, avendosi per le (''F''), (''G''), (''H'')
{{equazione|<math>\sum x^2=14,\quad \sum x^4=98,</math><math>\sum x^2x^4=\sum x^2\sum x^4-\sum x^6=14\times98-794=578,</math>}}
{{no rientro}}otterremo rapporto ad essa
{{equazione|<math>\sum\overline{xx}^2=\frac{14\times14-98}{2}=49;\quad\sum \overline{xxx}^2=\frac{14\times49-578}{3}=36.</math>}}
{{§|49|'''49.'''}} ''Quale sarà il valore della quantità''
{{equazione|<math>x^{-k}=\alpha^{-k}+\beta^{-k}+\gamma^{-k}+\delta^{-k}+\cdots=\frac{1}{\alpha^k}+\frac{1}{\beta^k}+\frac{1}{\gamma^k}+\frac{1}{\delta^k}+\cdots?</math>}}
Col ridurre tutte queste frazioni allo stesso denominatore, poichè si ottiene
{{equazione|<math>\sum x^{-k}=\left(\frac{\beta^k\gamma^k\delta^k\ldots+\alpha^k\gamma^k\delta^k\ldots+\alpha^k\beta^k\gamma^k\ldots+\alpha^k\beta^k\gamma^k\ldots+\cdots}{\alpha^k\beta^k\gamma^k\delta^k\ldots}\right),</math>}}
{{no rientro}}se sia <math>V</math> l’ultimo termine dell’equazione data, ed <math>m</math> il suo grado, avremo
{{equazione|<math>\sum x^{-k}=\frac{\sum \overline{xxx}^k\ldots}{(\pm V)^k},</math>}}
{{no rientro}}comprendendosi sotto la <math>\sum</math> nel numeratore un numero <math>m-1</math> di <math>x,</math> e anteponendo alla <math>V</math> il segno superiore, se <math>m</math> è pari, e l’inferiore, se <math>m</math> è dispari. Ora, mediante il {{Pg|34#47|n° 47}} trovo il valore di <math>\sum\overline{xxx}^k\ldots,</math> dividendo questo adunque per <math>(\pm V)^k,</math> tostamente ricavo il valore di <math>\sum x^{-k}.</math>
{{rule|t=7|v=9|7em}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|34|{{Sc|teoria generale delle equazioni.}}|riga=si}}</noinclude>entrano insieme le radici <math>\alpha,</math> <math>\beta,</math> <math>\gamma,</math> <math>\delta,</math> quanto è il numero delle permutazioni fra le quantità ''m'', ''n'', ''p'', ''q'', vedesi che nell’ipotesi fatta, divenendo ciascuno di tali termini <math>=\alpha^m\beta^m\gamma^m\delta^m,</math> verrà questo termine ad essere ripetuto le volte <math>1.2.3.4;</math> e, lo stesso accadendo degli altri, se sia
{{equazione|<math>\sum \overline{xxxx}^m=\alpha^m\beta^m\gamma^m\delta^m+\alpha^m\beta^m\gamma^m\eta^m+\cdots,</math>}}
{{no rientro}}avremo, per <math>m=n=p=q,</math>
{{equazione|<math>\sum x^mx^nx^px^q=1.2.3.4\sum\overline{xxxx}^m,</math>}}
{{no rientro}}e così troveremo essere, nella stessa ipotesi,
{{equazione|<math>\sum x^mx^nx^px^qx^r=1.2.3.4\sum\overline{xxxx}^mx^r,\ldots.</math>}}
4º Ripetendo il discorso medesimo si vedrà agevolmente che, mentre sia
{{equazione|<math>m=n=p=q=r,</math>}}
{{no rientro}}otterremo
{{equazione|<math>\sum x^mx^nx^px^qx^r=1.2.3.4.5\sum\overline{xxxxx}^m,</math>}}
{{no rientro}}e così in progresso.
{{§|47|'''47.'''}} Supponiamo in (''H'') <math>m=n,</math> riponendo in luogo di <math>x^mx^n</math> la quantità <math>2\sum\overline{xx}^m</math> {{pg|33#46|(n° 46, 1°)}}, ci verrà
{{equazione|<math>2\sum\overline{xx}^m=\sum x^m\sum x^m-\sum x^{2m},</math>}}
{{no rientro}}e però
{{equazione|<math>\sum\overline{xx}^m=\frac{\sum x^m\sum x^m-\sum x^{2m}}{2}.</math>}}
2º Poniamo in (''I'') <math>m=n=p;</math> pei n<sup>i</sup> {{Pg|28#41|41, 2°}}; {{pg|33#46|46}}, 1°, 2°, sostituendo ci verrà
{{equazione|<math>\begin{align}
1.2.3\sum\overline{xxx}^m&=2\sum x^m\sum\overline{xx}^m-\sum x^mx^{2m}-\sum x^mx^{2m}\\
&=2\sum x^m\sum\overline{xx}^m-2\sum x^mx^{2m},
\end{align}</math>}}
{{no rientro}}e quindi
{{equazione|<math>\sum\overline{xxx}^m=\frac{\sum x^m\sum\overline{xx}^m-\sum x^mx^{2m}}{3}.</math>}}
3° Facciasi in (''K'') <math>m=n=p=q;</math> colla sostituzione, pei n<sup>i</sup> {{pg|28#41|41, 3°}}; {{pg|33#46|46}}, 1°, 2°, 3°, avremo
{{equazione|<math>1.2.3.4\sum\overline{xxxx}^m=1.2.3\sum x^m\sum\overline{xxx}^m-1.2.3\sum\overline{xx}^mx^{2m},</math>}}
{{no rientro}}e però
{{equazione|<math>\sum\overline{xxxx}^m=\frac{\sum x^m\sum\overline{xxx}^m-\sum\overline{xx}^mx^{2m}}{4}.</math>}}
4º In eguale maniera, allorchè <math>m=n=p=q=r,</math> troveremo, pei n<sup>i</sup> {{pg|28#41|41, 4°}}; {{Pg|33#46|46}}, 2°, 3°, 4°, essere
{{equazione|<math>\sum\overline{xxxxx}^m=\frac{\sum x^m\sum\overline{xxxx}^m-\sum\overline{xxx}^mx^{2m}}{5},</math>}}
{{no rientro}}e così di seguito.
{{§|48|'''48.'''}} Data un’equazione algebraica determinata, per esempio la <math>x^3-2x^2-5x+6=0</math> {{Pg|31#42|(n° 42)}}, potremo sempre dedurre da’ suoi coefficienti il valor delle somme <math>\sum\overline{xx}^m,</math><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo ii. — proprietà generali delle equazioni.}}|33|riga=si}}</noinclude><nowiki/>
6° Le permutazioni fra <math>m</math> lettere dovendo essere <math>m</math> volte tante, quante sono le permutazioni fra <math>m-1</math> quantità; il numero delle permutazioni tra queste <math>m-1</math> quantità dovendo essere <math>=m-1</math> replicato tante volte, quante sono le permutazioni fra <math>m-2</math> delle medesime; il numero di queste permutazioni ultime uguagliando <math>m-2</math> moltiplicato pel numero delle permutazioni fra <math>m-3</math> di tali lettere, e così in progresso; ne risulta chiaramente, che il ''numero delle permutazioni fra le m supposte quantità dovrà essere''
{{equazione|<math>=m(m-1)(m-2)(m-3)\ldots3.2.1,</math>}}
{{No rientro}}ossia
{{equazione|<math>1.2.3.4\ldots m.</math>}}
{{§|46|'''46.'''}} 1º Supponiamo nelle formole del {{Pg|27#39|n° 39}} <math>m=n;</math> per tale ipotesi i due termini <math>\alpha^m\beta^n+\alpha^n\beta^m</math> si cangeranno nel solo <math>2\alpha^m\beta^m</math>, e così gli altri tutti
{{equazione|<math>\begin{align}
\alpha^m\gamma^n+\alpha^n\gamma^m&,\quad &&\beta^m\gamma^n+\beta^n\gamma^m,\;\ldots,\\
\alpha^m\beta^n\gamma^p+\alpha^n\beta^m\gamma^p&,\quad &&\alpha^m\gamma^n\beta^p+\alpha^n\gamma^m\beta^p,\;\ldots,
\end{align}</math>}}
{{no rientro}}si cambieranno nei corrispondenti
{{equazione|<math>2\alpha^m\gamma^m,\quad 2\beta^m\gamma^m,\;\ldots,\quad 2\alpha^m\beta^m\gamma^p,\quad 2\alpha^m\gamma^m\beta^p,\;\ldots.</math>}}
Dunque, se supporremo che la espressione <math>\sum\overline{xx}^m</math> ci rappresenti la somma <math>\alpha^m\beta^m+\alpha^m\gamma^m+\beta^m\gamma^m+\cdots,</math> è chiaro che ne verrà
{{equazione|<math>2\sum\overline{xx}^m=\sum x^mx^n.</math>}}
In egual modo, se le espressioni
{{equazione|<math>\sum\overline{xx}^mx^p,\quad\sum\overline{xx}^mx^px^q\ldots</math>}}
{{no rientro}}ci significano le somme
{{equazione|<math>\alpha^m\beta^m\gamma^p+\alpha^m\gamma^m\beta^p+\beta^m\gamma^m\alpha^p+\cdots,</math><math>\alpha^m\beta^m\gamma^p\delta^q+\alpha^m\gamma^m\beta^p\delta^q+\alpha^m\delta^m\beta^p\gamma^q+\beta^m\gamma^m\alpha^p\delta^q+\cdots,</math>}}
{{no rientro}}avremo
{{equazione|<math>\begin{align}
\sum x^mx^nx^p&=2\sum\overline{xx}^mx^p,\\
\sum x^mx^nx^px^q&=2\sum\overline{xx}^mx^px^q,\ldots.
\end{align}</math>}}
2º Facciamo <math>m=n=p</math>. Poichè nel valore di <math>\sum x^mx^nx^p</math> i termini ove entrano insieme le tre radici <math>\alpha,</math> <math>\beta,</math> <math>\gamma</math> sono tanti, evidentemente, quante sono le permutazioni fra gli esponenti ''m'', ''n'', ''p'' {{Pg|27#39|(n° 39)}}, onde sono in numero di <math>1.2.3</math> {{Pg|32#45|(n° 45, 3°)}}, e poichè per la nostra supposizione ciascuno di questi termini si cangia nel <math>\alpha^m\beta^m\gamma^m,</math> ne segue chiaramente che nella quantità <math>\sum x^mx^nx^p</math> il termine <math>\alpha^m\beta^m\gamma^m</math> verrà ad essere ripetuto le volte <math>1.2.3;</math> ora lo stesso dicesi pure degli altri termini tutti; dunque, divenendo ciascuno di essi un termine simile al precedente, e venendo perciò ad essere replicato le volte <math>1.2.3,</math> ne risulta che, se esprimeremo per <math>\sum\overline{xxx}^m</math> la somma
{{equazione|<math>\alpha^m\beta^m\gamma^m+\alpha^m\beta^m\delta^m+\alpha^m\gamma^m\delta^m+\beta^m\gamma^m\delta^m+\cdots,</math>}}
{{no rientro}}dovrà essere
{{equazione|<math>x^mx^nx^p=1.2.3\sum\overline{xxx}^m.</math>}}
Con lo stesso discorso vedremo essere
{{equazione|<math>\begin{align}
\sum x^mx^nx^px^q&=1.2.3\sum\overline{xxx}^mx^q,\\
\sum x^mx^nx^px^qx^r&=1.2.3\sum\overline{xxx}^mx^qx^r,\ldots.
\end{align}</math>}}
3º Abbiasi <math>m=n=p=q.</math> Essendo in <math>\sum x^mx^nx^px^q</math> tanti i termini ne’ quali<noinclude>{{smaller|{{PieDiPagina|{{sc|ruffini}}, tomo I.||5}}}}</noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo ii. — proprietà generali delle equazioni.}}|31|riga=si}}</noinclude>{{equazione|<math>\sum x^q\sum x^mx^nx^p =\sum x^mx^nx^{p+q}+\sum x^mx^px^{n+q} +\sum x^nx^px^{m+q}+\sum x^mx^nx^px^q,</math>}}
{{No rientro}}onde ricaveremo
{| style="width:100%"
| (''K'')
|<math>\begin{align}
\sum x^mx^nx^px^q=\sum x^q\sum x^mx^nx^p-\sum x^mx^nx^{p+q}
&-\sum x^mx^px^{n+q}-\sum x^nx^px^{m+q},
\end{align}</math>
|}
4º Ripetendo gl’istessi discorsi, facilmente vedremo verificarsi sempre proprietà simili alle precedenti rapporto alle somme dei prodotti fra le varie potenze delle radici, qualunque queste siansi, e qualunque si sia il loro numero, onde in generale avremo
{| style="width:100%"
| (''L'')
| {{equazione|<math>\begin{cases}
\sum x^mx^nx^px^q\ldots x^u&=\sum x^u.\sum x^mx^nx^px^q\ldots\\
&-\sum x^mx^nx^p\ldots x^{q+u}-\sum x^mx^nx^q\ldots x^{p+u}\\
&-\sum x^mx^px^q\ldots x^{n+u}-\sum x^nx^px^q\ldots x^{m+u}\\
&-\ldots\ldots\ldots\ldots\ldots\ldots\ldots\ldots\ldots\ldots\ldots\ldots\ldots
\end{cases}</math>}}
|}
{{§|42|'''42.'''}} Col mezzo delle precedenti formole (''H''), (''I''), (''K''), (''L''), ''data un’equazione qualunque, potremo sempre determinare le somme dei prodotti di qualsivogliano potenze delle sue radici''. La formola (''H'') ci darà la somma dei prodotti fra due sole potenze, la formola (''I'') ci darà la somma dei prodotti fra tre potenze, e così di seguito.
Venga proposta per esempio l’equazione
{{equazione|<math>x^3-2x^2-5x+6=0,</math>}}
{{No rientro}}e vogliasi l’aggregato di tutti i prodotti fra le potenze seconda e terza delle sue radici. Supposto nella (''H'') <math>m=2,n=3,</math> venendone
{{equazione|<math>\sum x^2x^3=\sum x^2\sum x^3-\sum x^5,</math>}}
{{no rientro}}e dalle (''F''), (''G'') ricavandosi
{{equazione|<math>\sum x^2=14,\quad\sum x^3=20,\quad\sum x^5=212,</math>}}
{{no rientro}}otterremo
{{equazione|<math>\sum x^2x^3=14.20-212=280-212=68</math>}}
{{no rientro}}per la somma richiesta.
Venga in secondo luogo domandata la somma di tutti i prodotti fra le potenze prima, seconda e quarta delle radici medesime. Suppongo perciò nella (''I'') <math>m=1,n=2,p=4,</math> e da essa ottenendo
{{equazione|<math>\sum x^1x^2x^4=\sum x^4\sum x^1x^2-\sum x^1x^6-\sum x^2x^5,</math>}}
{{no rientro}}ritrovo col mezzo della (''H'') i valori delle quantità
{{equazione|<math>\sum x^1x^2=8,\quad\sum x^1x^6=-472,\quad\sum x^2x^5=908,</math>}}
{{no rientro}}ed abbiamo <math>\sum x^4=98.</math> Dunque, sostituendo avremo
{{equazione|<math>\sum x^1x^2x^4=98.8+472-908,</math>}}
{{no rientro}}e però
{{equazione|<math>\sum x^1x^2x^4=348.</math>}}
{{no rientro}}Difatti, essendo <math>1,3,-2</math> le radici della proposta {{Pg|26#38|(nº 38)}}, è facile il verificare da esse medesime i ritrovati valori delle somme proposteci <math>\sum x^2x^3,\sum x^1x^2x^4.</math><noinclude></noinclude>
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Opere Matematiche di Paolo Ruffini, Tomo Primo/Teoria generale delle equazioni/Capo II
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{{Qualità|avz=75%|data=13 giugno 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|Teoria generale delle equazioni]] - Capo II. Proprietà generali delle equazioni|prec=../Capo I|succ=../Capo III}}
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/30
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 27 —|}}</noinclude>
<poem>
:D’irania oh! che vedemmo e ancor vedremo!
Deh! perchè mai avviluppò la sorte
Nodo sì tristo, duol da irania terra
E perversi figliuoli? Oh! va, fratello,
Con avveduti cavalieri e tutti
Dell’ostello regal valichi e porte
Riguardinsi da te, poscia, chi vedi,
Cerca in mia casa. Legalo tu allora
E qui l’adduci strascinando a forza.
:Ratto che Garsivèz più s’accostava
A quella porta, un suon di voci alterne,
«Bevi!, mangia!», il ferì. Concenti vaghi
Di lïuti con fremer di ribebe
Echeggiavano allor dall’ampio ostello
Del regnante Afrasyàb. Ma i cavalieri
Tutte le porte del regal palagio
Prendeano attorno ed ogni varco in tutte
Parti così chiudean. Quando ben chiuso
Vide l’ostel, quando congiunto il bevere
Col canto ei vide e col tripudio, ratto
Colpì la porta e ne divelse i cardini
Dal loco, e per la soglia entro la casa
Si gittò Garsivèz. Rapido giunse
Al loco del banchetto, ove lo strano
Ospite si celava. E allor che un guardo
Su Bìzhen fulminò là dalla porta,
Il sangue suo per l’improvviso sdegno
Caldo gli ribollì. Tutto all’intorno
Dell’ampio loco stavano trecento
Giovinette leggiadre e avean ribebe
E dolce vino e canti. Era nel mezzo
Bìzhen assiso a le fanciulle e un rosso
Vin recavasi al labbro e molta gioia
Addimostrava. In quell’istante, un urlo
Cacciava Garsivèz: Codardo e vile,
Che non conosci li parenti tuoi,
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Alex brollo
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<poem>
:D’irania oh! che vedemmo e ancor vedremo!
Deh! perchè mai avviluppò la sorte
Nodo sì tristo, duol da irania terra
E perversi figliuoli? Oh! va, fratello,
Con avveduti cavalieri e {{Ec|tutte|tutti|566}}
Dell’ostello regal valichi e porte
Riguardinsi da te, poscia, chi vedi,
Cerca in mia casa. Legalo tu allora
E qui l’adduci strascinando a forza.
:Ratto che Garsivèz più s’accostava
A quella porta, un suon di voci alterne,
«Bevi!, mangia!», il ferì. Concenti vaghi
Di lïuti con fremer di ribebe
Echeggiavano allor dall’ampio ostello
Del regnante Afrasyàb. Ma i cavalieri
Tutte le porte del regal palagio
Prendeano attorno ed ogni varco in tutte
Parti così chiudean. Quando ben chiuso
Vide l’ostel, quando congiunto il bevere
Col canto ei vide e col tripudio, ratto
Colpì la porta e ne divelse i cardini
Dal loco, e per la soglia entro la casa
Si gittò Garsivèz. Rapido giunse
Al loco del banchetto, ove lo strano
Ospite si celava. E allor che un guardo
Su Bìzhen fulminò là dalla porta,
Il sangue suo per l’improvviso sdegno
Caldo gli ribollì. Tutto all’intorno
Dell’ampio loco stavano trecento
Giovinette leggiadre e avean ribebe
E dolce vino e canti. Era nel mezzo
Bìzhen assiso a le fanciulle e un rosso
Vin recavasi al labbro e molta gioia
Addimostrava. In quell’istante, un urlo
Cacciava Garsivèz: Codardo e vile,
Che non conosci li parenti tuoi,
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Alex brollo
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<poem>
:D’irania oh! che vedemmo e ancor vedremo!
Deh! perchè mai avviluppò la sorte
Nodo sì tristo, duol da irania terra
E perversi figliuoli? Oh! va, fratello,
Con avveduti cavalieri e {{Ec|tutte|tutti|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/566}}
Dell’ostello regal valichi e porte
Riguardinsi da te, poscia, chi vedi,
Cerca in mia casa. Legalo tu allora
E qui l’adduci strascinando a forza.
:Ratto che Garsivèz più s’accostava
A quella porta, un suon di voci alterne,
«Bevi!, mangia!», il ferì. Concenti vaghi
Di lïuti con fremer di ribebe
Echeggiavano allor dall’ampio ostello
Del regnante Afrasyàb. Ma i cavalieri
Tutte le porte del regal palagio
Prendeano attorno ed ogni varco in tutte
Parti così chiudean. Quando ben chiuso
Vide l’ostel, quando congiunto il bevere
Col canto ei vide e col tripudio, ratto
Colpì la porta e ne divelse i cardini
Dal loco, e per la soglia entro la casa
Si gittò Garsivèz. Rapido giunse
Al loco del banchetto, ove lo strano
Ospite si celava. E allor che un guardo
Su Bìzhen fulminò là dalla porta,
Il sangue suo per l’improvviso sdegno
Caldo gli ribollì. Tutto all’intorno
Dell’ampio loco stavano trecento
Giovinette leggiadre e avean ribebe
E dolce vino e canti. Era nel mezzo
Bìzhen assiso a le fanciulle e un rosso
Vin recavasi al labbro e molta gioia
Addimostrava. In quell’istante, un urlo
Cacciava Garsivèz: Codardo e vile,
Che non conosci li parenti tuoi,
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Alex brollo
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<poem>
:D’irania oh! che vedemmo e ancor vedremo!
Deh! perchè mai avviluppò la sorte
Nodo sì tristo, duol da irania terra
E perversi figliuoli? Oh! va, fratello,
Con avveduti cavalieri e {{Ec|tutte|tutti|[[Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/566]]}}
Dell’ostello regal valichi e porte
Riguardinsi da te, poscia, chi vedi,
Cerca in mia casa. Legalo tu allora
E qui l’adduci strascinando a forza.
:Ratto che Garsivèz più s’accostava
A quella porta, un suon di voci alterne,
«Bevi!, mangia!», il ferì. Concenti vaghi
Di lïuti con fremer di ribebe
Echeggiavano allor dall’ampio ostello
Del regnante Afrasyàb. Ma i cavalieri
Tutte le porte del regal palagio
Prendeano attorno ed ogni varco in tutte
Parti così chiudean. Quando ben chiuso
Vide l’ostel, quando congiunto il bevere
Col canto ei vide e col tripudio, ratto
Colpì la porta e ne divelse i cardini
Dal loco, e per la soglia entro la casa
Si gittò Garsivèz. Rapido giunse
Al loco del banchetto, ove lo strano
Ospite si celava. E allor che un guardo
Su Bìzhen fulminò là dalla porta,
Il sangue suo per l’improvviso sdegno
Caldo gli ribollì. Tutto all’intorno
Dell’ampio loco stavano trecento
Giovinette leggiadre e avean ribebe
E dolce vino e canti. Era nel mezzo
Bìzhen assiso a le fanciulle e un rosso
Vin recavasi al labbro e molta gioia
Addimostrava. In quell’istante, un urlo
Cacciava Garsivèz: Codardo e vile,
Che non conosci li parenti tuoi,
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/67
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Alex brollo
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{{Ct|c=t1|VIII. Arrivo di Rustem.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 783-788).}}
<poem>
:Khusrèv allora a’ prenci suoi, discesi
Di regal sangue, a tutti i prodi, a tutti
I sapïenti, comandò che incontro
Con lor schiere n’andassero a colui
Che accorse al cenno del suo re. Ciò dissero
A Gùderz figlio di Keshvàd, al prence
Tus Nevdheride, {{Ec|e|a|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/566}} quell’illustre in guerra
Ferhàd ancora, e di tre parti due
Di quegli eroi da la cervice eretta,
Di clave armati, usi a troncar la vita
De’ lor nemici, si levâr conforme
Di Kàvus al costume e s’apprestarono
L’inclito prence ad incontrar. La polve
De’ cavalieri intenebrò la terra,
Dier nitriti i cavalli e sventolarono
Alto i vessilli luccicanti. Allora
Che là da Rùstem furon tutti, a piedi
Vennero insieme con ossequio. Ei scese,
Il gran vassallo, dal destrier; chiedea
Di tanti eroi dolenti e domandava
Di Khusrèv a ciascun, del sol fiammante
E della luna. Risalîr que’ prodi
Su’ lor destrieri e vi tornò l’eroe
Rapido come la fulgida vampa
D’Azergashaspe. Allor che di quel prence,
D’ogni tapino protettor, fu giunto
Là nel cospetto, ei s’avanzò piangendo
E omaggio gli prestò. Così con molto
Ossequio ne venia dinanzi al sire,
Che degno sì davver di tanta lode
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/81
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Alex brollo
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text/x-wiki
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<poem>
Cielo conforme alla tua onesta brama,
D’occhio malvagio di nemico mai
Non ti venga periglio, e danno alcuno
Non venga a te del cor nella speranza,
Per la qual ti accingesti, a questo lungo
Travaglio che portasti. Abbi pur sempre
Antico senno per maestro, e sia
Beata Irania tua con la sua sorte!
Ma qual novella hai tu de’ valorosi
Di re Khusrèv, di Gùderz e del suo
Figlio bennato, Ghev, di quanti sono
Nell’iranico stuol? Forse non giunse
Di Bìzhen infelice annunzio alcuno
Là, nell’Irania, e le sue preci ancora
Nulla ponno per lui? Que’ ferri intanto
Fanno appassir dei Guderzidi il fiore,
Il gentil giovinetto, e le catene
Gravi rodongli il piè, danno a le mani
Fanno i chiovi de’ fabbri. Addotto in ceppi
E di catene avvinto, insanguinate
Tutte ha le vesti l’infelice, ed io
Mendicando così, sonno non trovo,
Piangendo sempre al lamentar di lui.
:Tremò a que’ detti il valoroso e un grido
Mandò, e l’afflitta discacciando, Vanne,
Disse, lungi da me, ch’io non conosco
Khusrèv, nulla mi so del re novello;
Conoscenza non ho di Gùderz tuo,
Non di Ghev, qual dimandi. Alla mia mente
Turbamento recasti a questi eletti.
:A Rùstem riguardò, pietosamente
A lagrimar si die. Piovean le lagrime
Sul petto, in quel dolor. Signor{{Ec||,|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/566}} dicea,
Pieno di senno, amaro detto e acerbo
In te bello non è. Se non rispondi,
Non scacciarmi però dal tuo cospetto.
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/82
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" /></noinclude>
<poem>
Dilanïato dall’affanno il core,
Vedi, vedi, che ho anch’io. Forse è costume
D’Irania non dir nulla ai supplicanti?
:E Rùstem le diceva: Oh! che t’accadde,
Donna infelice, se non forse il tuo
Senno Ahrimàn travolse? Ecco, turbasti
Ogni traffico mio; di qui si mosse
Il mio rissar con te. Ma per il sùbito
Disdegno mio, soverchio oh! non turbarti,
Che al trafficare ho avvinto il cor. Non mai
Là ’ve soggiorna re Khusrèv, in quella
Città d’Irania, ebbi mia stanza o loco;
Di Ghev, di Gùderz nulla so, che mai
Per que’ confini {{Ec|camminai|non varcai|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/566}} sentiero.
:E comandò che ratto alquanti cibi
Fossero apposti a la mendica, e intanto
La interrogava d’ogni cosa: Trista
La tua sorte perchè? D’Irania bella
A che, infelice, mi dimandi, e cerchi
Di quel trono regal? Perchè riguardi
Là, d’Irania alla via? — Menìzheh disse:
E tu perchè dimandi e perchè chiedi
D’ogni mia cosa e del dolor, di mia
Grave sventura? Dall’orrenda cava,
Addolorato il cor, venni correndo
Vicino a te, uom saggio, e sì ti chiesi
Novella alcuna di quel prode illustre,
Di Gùderz, e di Ghev. Ma tu di contro
Selvaggio un grido m’avventasti, quale
È d’armigeri un grido. Oh! tu non temi
Iddio, giudicator di chi sentenzia!
Io son Menìzheh, d’Afrasyàb la figlia,
Scoverto il corpo mio dall’alto il sole
Mai non giunse a veder. Ma lagrimosi,
Or sì, con gli occhi e sazio il cor d’affanno,
Da questa porta errando a quella, smorte
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/129
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 126 —|}}</noinclude>
{{Ct|c=t1|IV. Apparecchi di battaglia.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 815-819).}}
<poem>
Com’egli giunse innanzi al padre, tutta
Ghev gii ridisse qual toccò risposta,
Di capo in capo. Or tu le iranie schiere,
Là ’ve sia loco ove tu ponga il vallo,
Raccogli, o padre mio, che in lui nessuna
Brama è di pace e nel suo cor non trova
Loco giustizia. Ogni argomento mio
Chiaro gli esposi e ciò che a me dicesti,
Gli ridissi pur anco. Allor che chiara
Si fe’ la colpa de’ Turani, un messo
Al suo prence ei mandò: «Scesero in guerra
Gùderz e Ghev, e d’uopo è levar genti
E senza indugi». D’Afrasyàb ne venne
Esercito così. Come partimmo,
Ei passò il fiume, e già, per fiero vampo,
Sugli elefanti i timpani egli avvince,
La mano allunga per far guerra a noi.
:È giunto a sazietà del viver suo
Il vecchio Pìran, così a Ghev rispose
D’eroi quel duce. Di sì rea natura
Presentimento, io sì, m’avea, ma d’uopo
Era di camminar, nè schermo v’era,
Conforme al detto del maggior sovrano
Di nostra terra. Dell’infido core
Egli or fa esperienza, ed io, nell’ora
Ch’ei mi fe’ cenno d’avvïar le schiere,
Il consigliai ch’ei liberasse il core
Da l’amor di chiunque, ove alla lingua
Consenzïente il cor di tal non fosse.
E di Pìran gli affetti ènno soltanto
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/130
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 127 —|}}</noinclude>
<poem>
Per suoi Turani, e il mio signor la destra
Sciorre e purificar dovea da lui.
:Ma Pìran di gran cor, come leone,
Le sue falangi dietro a Ghev traea
In corsa, e Gùderz che sapea venirne
Schiera cotal, fe’ tempestar di fieri
Colpi i timballi e da Reybèd in via
Fuori si trasse. Dai recessi uscendo
Della montagna, alla pianura ei scese
(Vennero i prodi alla vasta pianura)
E nel libero campo i suoi guerrieri
Condusse a squadre. Era al piano l’esercito,
A tergo il monte. Ma poichè traea
Da Kenabèd i suoi Pìran eroe,
Luce al dì non restò. Fûr centomila,
In loro usberghi, cavalier Turani,
Tutti accinti agli assalti. Elli ne andavano
In guerra allor, co’ baltei stretti al fianco,
Tutti così con l’aste in pugno e i ferri
D’indica tempra. Da due parti andavano
Come monti due genli, e ogni guerriero
Posto in fronte s’avea di ferro un casco.
Squillo di trombe si levava, e detto
Avresti allor che crollavasi il monte
Dalla sua base. Da Reybèd alpestre
A Kenabèd lontana era la terra
Tutta un’oste, ed il campo e le pendici
N’eran fosche ed oscure. Ecco! sereno
Il dì allora non fu, di tante schiere
Alla volante polvere, e una tinta
Assunse l’aria qual d’usbergo ferreo;
Dalla luna e dal sol partì la luce,
Per l’esercito accolto al turbinìo
Della polvere densa e de’ cavalli
A l’assiduo nitrir. Ma luccicavano
Pari ad astri le lancie e come un sole
</poem><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 128 —|}}</noinclude>
<poem>
L’acute spade, ed era il suol di ferro
E di polve le nubi. Ora, alle grida
De’ valorosi il suol romoreggiava,
Ferrea tinta ebbe il ciel per gli elmi e l’aste.
:Ratto che vide la turania schiera
Principe G-ùderz rompere qual mare
Impetüoso, ecco avanzar vessilli
Dietro a vessilli e squadre dietro a squadre
Non interrotte, fin che giù dal monte
La notte si calò. Come più oscura
Si fe’ la notte, innanzi da l’esercito
Fûr gli elefanti collocati e chiusa
Fu per essi la via; poscia dall’una
Parte e dall’altra acceser fuochi intorno.
Detto avrestù che alle voci di tanti
Belligeri campioni era la terra
Tutta Ahrimàne. E di là da misura
Son nemici a le falde, e al suon di tante
Guerresche trombe, in quella notte oscura,
Si schiantano le viscere e divelgonsi
Delle roccie. Ma poi, sulla montagna
Negra, l’alba salì. D’Irania il duce,
Primo dinanzi a le sue schiere, un nobile
Destrier montò di forze intègre e il loco
A’ suoi guerrieri destinò, del campo
In tutte parti. Era alla destra mano
Dell’iranico stuol scosceso monte
Che impeto o danno di valenti in giostra
Non paventava; era a sinistra un fiume
D’acque scorrenti, acconcio quanto un’alma
In un corpo mortal. Stavano i fanti
Da sezzo con lor aste e usberghi e dardi
Il ferro a trapassar. Fe’ cenno a questi
Gùderz allor che quelli sì, che all’uopo
Erano a contrastar, dinanzi tutti
Ai cavalieri gii ordini serrassero
</poem><noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 129 —|}}</noinclude>
<poem>
Con lor duci dai rapidi cavalli,
Quelli sì che avean l’aste e avean gli scudi.
Archi avean pure in su gittati al braccio,
E fiero in lor precordi e impetûoso
Il sangue ribollìa. Stavan da tergo
I cavalieri bellicosi, e questi
Luce al fuoco rapìan co’ lor pugnali;
Ma dietro a questi, di montagne in guisa
Stavano gli elefanti arditi e fieri,
E la terra piegavasi, di sotto
A le lor piote. All’ampia schiera in mezzo
Fausta sorgea di Kàveh la bandiera,
Per le sue gemme splendïente in guisa
Di bianca luna. E il luccicar di tante
Azzurre spade sotto all’ombra fosca
Del vessillo di Kàveh, era, diresti,
Un piovere dal ciel di chiare stelle
In tetra notte. E l’esercito suo
Ordinò Gùderz quale un paradiso,
Nel giardin della fè piantando il tristo
Cipresso de la guerra. Assegnò poscia
A Feribùrz il corno da man destra.
Pose da sezzo a le falangi accolte
Hegìr con l’ampie provvigioni, e tosto
Guràzeh, inclito sire alla famiglia
Di Ghev, Zevàreh ancor, del regal seggio
Fedel custode, a Feribùrz levârsi
Tutti in aita ed ordinar le schiere
In quella parte. Ma l’iranio duce
A Ruhàm fe’ precetto: tu, delizia
Del regal seggio e corona de’ prenci,
Con cavalieri vattene a mancina,
Sì come sol che al primo dì dell’anno
Esce nell’Arïète. Ora tu aggiugni
A tue schiere splendor con la tua gloria
E l’esercito iranio abbiti al fianco
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 130 —|}}</noinclude>
<poem>
Assiduamente. Con quel tuo trafiere,
Lucido, ch’è terror d’ogni gagliardo,
Come leone che s’avventa, un alto
Sterminio farai tu d’eroi nemici.
:Andarono con lui li suoi compagni,
Un, Gustehemme dello stuol de’ prodi,
Ghezdehèm l’altro, tutti a quella pugna
Che scampo non avea, Furuhìl anche,
Qual più di questo ciel le freccie sue
Alte avventava. E fe’ precetto il duce
Che diecimila insieme a Ghev andassero,
Con lor gualdrappe, cavalieri, e a lui
La retroguardia confidò a l’istante,
Che quello degli eroi che aman gli assalti,
Loco era degno. Andaron battaglieri
Insieme a Ghev, Gurghìn, Zèngheh pur anco
Figlio di Shaveràn. Gùderz frattanto
Mandò un vessil, trecento cavalieri,
Custodi a le sue squadre inverso il fiume,
E trecento pur anco eroi valenti
Ed una insegna mandò al monte. Salse
Una vedetta a la montagna in cima
E sollevò da le raccolte genti
Ardua la fronte. Ella tenea, la notte
E il giorno ancor, levata la cervice,
Rapidi intorno rivolgea gli sguardi
Da la specola eccelsa, e del turanio
Stuolo il sentiero investigava, ancora
Se d’errante formica in su la via
Scoprìa la traccia. Allora, alta una voce
Dalla specola sua mandava intorno,
Parlava, e Gùderz a quel dir sorgea.
Di tal guisa quel campo egli ordinava,
Che disiar parean veracemente
La pugna e luna e sol. — Quando valente
È un capitano in guerra, ecco! che tema
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 131 —|}}</noinclude>
<poem>
Non ha d’alligatori e feri e arditi
La sua falange! — Ma divenne poi
G-ùderz al loco destinato al duce,
Per ch’ei guardasse dal nemico reo
Di tal guisa le genti. Ivi ei rizzava
L’almo stendardo che ogni core accende,
E al medio punto dell’iranio vallo
Fe’ de’ principi il loco. A sè d’accanto
Tutti i duci invitò, Shedùsh da sezzo
E dinanzi Ferhàd; in mezzo, ei stesso,
Gùderz il duce, e sopra lui gittava
L’ombra da l’alto di Kàveh l’insegna,
Luce a luna ed a sole essa togliea.
Pìran da lungi riguardava al campo
Degl’Irani così, tanti apparecchi
Guardava e l’ordinarsi dell’esercito
E lo sciogliere il cor ch’ei fean da cure
E da travagli. E sono il monte e il piano
E il deserto e le valli ad aste acute,
E le redini aggiunte in ogni parte
Alle redini sono. Oh! di Turania
L’antico duce forte si dolea
E si crucciava con la sorte sua
Cui si velava il sol! Ma poi che il loco
Anche osservò di sue turanie genti,
Non conforme a desìo chiaro gli apparve
L’accampamento. Ivi non scorse loco
Atto a battaglie, non loco a le file,
Sì che per ira battè palma a palma.
Eppure, qual cadea, doveasi ancora
Oprar da lui, quando agli eroi di contro
D’uopo sarìa sospingere il destriero!
Ma poi, da’ suoi gagliardi e da’ suoi incliti,
Quelli sì che porgean volenterosi
La mano a guerreggiar, poscia da quelli
Ch’eran campioni d’Afrasyàb, la pugna
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<poem>
D’ingaggiar disïosi ed affrettati,
Tutti egli scelse, trentamila, avvezzi
A vibrar spade, e questi a le tenzoni
Venìano acconci. Il medio loco intanto
Ad Humàn affidò, tremenda schiera
Disìosa d’assalti e di leoni
Vincitrice possente. Anche appellava
Enderimàn a sè, Argiàspe ancora,
E i due Burgiàspi, all’oste sua sostegno,
E del suo campo l’ala da sinistra
Loro affidò con trentamila eroi
Di fermo core. Fershid-vèrd e quello
Belligero Lahàk (avean con seco
Trentamila campioni atti a le pugne)
Occupâr loco da man destra, e intanto
Intenebrava in ogni parte il suolo
Agli arnesi di ferro. E il vecchio duce
Mandava intanto Sipehrèm che aita
Era d’armi nel giorno, e Kelbàd seco
E Zengùleh guerrier, dietro a le terga
De’ cavalieri usi a vibrar pugnali,
Con diecimila armati d’aste. Uscìa
Ruyìn intanto che di bronzo avea
Le membra tutte, di Khotèn con diecimila
campioni, perchè dentro ai boschi,
Pari a leon, ponesse agguati e insidie
Con que’ suoi forti ardimentosi. Ancora
Le vedette inviò Pìran al monte,
Al fiume le invïò, perchè n’avesse
Noia il duce d’Irania. Ov’ei dal campo
Avanzasse un sol pie, solo d’un poco
Ove sovra sè stesso ei si crollasse,
Duca Ruyìn, come leone agreste,
Dovea cacciarsi con ardito core
A lui da tergo. E la vedetta intanto,
Su la cima del monte, era custode
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<poem>
Addetta al giorno, a numerar le stelle
Addetta ne la notte; e ove da lungi
Volte avesse le briglie un cavaliero
Di quegl’Irani, contro per andarne
Al duce di Turania, ecco, la voce
Il custode a le specole dovea
Levar d’un tratto, perchè tutto in moto
Per lui così n’andasse il campo. Due
Eserciti, così, stavansi a fronte
L’uno dell’altro, e tutti erano illustri
E disïosi di battaglia i prodi.
:Come tre dì, come tre notti ancora
Di tal foggia restar, detto tu avresti
Che labbro alcun non si movea. Ma intanto
Gùderz iva dicendo: Ecco, se questo
Loco abbandono a’ miei nemici e il piede
Avanzo in là, dietro a le terga ratto
Esercito verrà, nè fia che resti
Altro che vento in pugno a me. — La notte
E il giorno ancora, a l’oste sua dinanzi,
Egli si tenne, e dal sol, da la luna,
Fausto augurio cercò. Deh! quando mai
Tempo, dicea, sarà di lieta sorte?
Quale il mover propizio? e a chi cotesto
In acconcio cadrà? Da qual mai parte,
Della pugna nel dì, spirerà vento
Qual ricopra di polvere volante
Gli occhi de’ cavalieri? Oh! se vittoria
Avrò sovr’essi, di tempesta in guisa
Io menerò queste falangi mie!
:Ambo quegli occhi suoi da l’altra parte
Pìran fissi tenea, quando per ira
Tumultuasse il cor di Gùderz, libera
Per far la retroguardia e le sue schiere
In battaglia menar, gli agguati a tergo
Per porre al suo nemico in su la via.
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{{Ct|c=t1|V. Impazienza di Bìzhen.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 819-820).}}
<poem>
:Al quarto giorno, dalla retroguardia
Dell’esercito accolto al medio loco
Bìzhen, figlio di G-hev, corse del vallo.
:Venne dinanzi al padre suo con tutte
Scisse le vesti, fino al ciel levando
Atra la polve, e sì dicea: Deh! padre
Di cose esperto, perchè mai cotesto
Infingardo restar? Già venne al quinto
Dì questo tempo, e notte e giorno sempre
V’è riposo dall’opre. Il sole intanto
Non vide ancora degli eroi le spade,
Nè la polve salì da questo campo
All’aer sereno. E sono in loro usberghi
I cavalieri ed han celate; eppure
A un solo d’essi entro a le vene sue
Sangue non ferve. I valorosi nostri
Stan sotto al peso di loro armi, e certo
Lor soggiorno di qui non ha sollazzi,
Non ha vaghezza. Anche in Irania, dopo
Rùstem famoso, cavalier non era
Eguale a Gùderz. Or però, dal giorno
Che di Peshèn redìa da la battaglia,
Da quella strage e da l’immenso vallo,
Da che in Làden vedea tanti suoi figli
Miseramente uccisi e degl’Irani
Vedea cader l’altezza di fortuna,
Si fe’ d’alma trafitta e la sua via
Perde d’un tratto, nè guerreschi valli
Ha più caro veder. Ma d’uopo è invero
D’occhio tener sua grave età. La mente
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<poem>
All’alto cielo egli ha rivolta. Duce
Che sue genti non conta, ma le stelle
Va computando e de la luna il cerchio,
Estimerai che nelle membra sue
Sangue non ha, ch’ei s’avvilì per questa
Tenzon de’ valorosi. Oh! ma di lui,
Gùderz esperto di mondane cose,
Meraviglia non è, che in questa terra
L’anima sua più non si sta. Soltanto
Ho di te meraviglia, o padre mio,
Da cui potrìàn leoni ardimentosi
Cercar forza e virtù, che qui due genti
Hanno in te fermi gli occhi. Oh! finalmente
Fiero pensier ti concepisci e mostra
Quell’ira tua! Mentre la terra è calda
E il ciel sereno, have splendor pur anco
D’accolte schiere la battaglia. Quando
Esto bel tempo fia trascorso e dura
La superficie si farà del suolo
Come l’acciaio, quando sovra l’aste
La man de’ prodi gelerà e la neve
Ci fia da tergo e la tenzon di faccia,
Chi degli eroi discenderà dinanzi
A le file, onde prendasi battaglia
In questo campo? Che se tu d’agguati
E d’uomini da guerra e di belligeri
Hai temenza, affidarmi si conviene
Mille prodi a cavallo, atti alla pugna
E da me scelti. E noi, davver, gli agguati
Sperderem de’ nemici e le lor teste
Farem volar più che la luna in alto.
:Rise, di Bìzhen agli accenti fieri,
E benedisse al prode figlio suo
Ghev allora d’assai, dicendo a Dio:
:Grazia è questa di te, che mi donasti
Figlio conoscitor dell’opre oneste,
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<poem>
E a lui désti vigore e senno e fede,
Esperto il festi in tutte cose e tale
Che la pugna desìa. Tale mi venne
L’animoso garzon qual è davvero
Un figliuolo d’eroi. Così dicea
Il leon maschio alla compagna: «Quando
Non fosse di gran core il figlio nostro,
Tutto l’affetto e il vincolo d’amore
Noi sciorremmo da lui. L’acque del male
Gli sarìan padre, e madre il suol profondo».
Ma tu, loquace figlio mio, la lingua
Non sfrenar contro all’avo. Egli è di cose
Esperto assai, di te più saggio, prence
Di queste inclite squadre. Or, chi da lunga
Etade è attrito, in ogni opera sua
Non ha bisogno di maestri. Ancora
Se i cavalieri di loro armi al pondo
Sotto si stanno, i Turani in delizie
E in sollazzi non sono. Egli han turbata
La sorte lieta e prostrata la mente,
Tutti con occhi lagrimosi, il petto
Gonfio di duolo. Or questo vecchio, esperto
Di molte cose, cerca e vuol che primi
A la battaglia muovano i Turani
Il piede; e ratto che lor terga al monte
Saran distolte, in un sol gruppo il vindice
Esercito addurrà. Vedrai tu allora
Clava di Gùderz, di qual foggia ei manda
L’erma frontiera in iscompiglio. Questo
Sappi ancor tu, ch’ei computa del cielo
I moti arcani per amica o avversa
Sorte ch’ei tocchi. Ma propizio tempo
Appena gli verrà, sgombra del mondo
La faccia ei renderà d’esti Turani.
:Dinanzi al padre suo Bìzhen dicea:
Eroe primo del regno in tutte parti,
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<poem>
Dell’augusto avo mio poi che cotesto
È il saggio avviso, greco usbergo attorno
Dicevol, è che non rechiamo. Andando,
Mi leverò questa guerresca veste
E roseo renderò col vin gagliardo
Questo pallido volto. Allor che all’uopo
Io sarò del mio duce, a lui ritorno
Cinto farò del balteo de la guerra.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|VI. Impazienza di Humàn.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 821-822).}}
<poem>
:Ma dall’opposto esercito turanio
Humàn sen venne ardimentoso innanzi
Al fratel suo, come leone, e disse:
:Di principe Afrasyàb duce guerriero,
Davver! che incolse a noi per questa guerra
Una gran fretta! Già sen venne al quinto
Dì questo tempo, e tanti cavalieri
Hanno alla pugna cinti i fianchi. Attrita
Hanno dal ferro la persona e il core
Da vampo di vendetta, a suol d’Irania
Ambo gli occhi rivolti. E perchè stai
Così di fronte al tuo nemico? E quale
Hai tu pensiero in cor? Dillo! Se brama
Hai di battaglia, e tu battaglia tenta,
Se di tornar, qui non fermarti. E questa,
Duce, è ignominia sopra te; garzoni
Di ciò si rideranno e vecchi ancora.
Eppur cotesta è la falange stessa
Che in la battaglia a noi fuggìa dinanzi,
Partitosi color, vergogna e onore,
Dalle gote d’ognun. Tutto era il campo
Di loro uccisi ingombro, ed era il suolo
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<poem>
In tutte parti un rio di sangue. Intanto
Non un solo de’ nostri cavalieri
{{Ec|Aui|Qui}} ci manca, nè Rùstem ora è il duce
Di Gùderz della casa. Ove desire
In te non sia di sparger sangue e l’ampia
Schiera non brami su levar, deh! almeno
Parte mi scegli di guerrier pugnaci,
A me la cedi, e qui a mirar ti poni
A questo campo di battaglie e d’armi.
:D’Humàn come ascoltò queste parole,
Pìran gli disse: Deh! non affrettarti,
Audace non oprar! Sappi, fratello,
Che quel che salse incontro a me con l’oste
Belligero guerrier, de’ grandi tutti
Di re Khusrèv è il fior, duce degl’incliti,
Eroe pur anche. Ed una cosa è questa
Che re Khusrèv in ogni gente attorno
Alta più del mio re la fronte eleva.
Cosa è seconda che fra tanti duci
Dell’iranio signor tal non vegg’io
A Gùderz pari nell’onor, nel grado,
Nel valor, nel consiglio accorto e saggio,
Nella prudenza. Terza cosa è questa
Che trafitto egli ha il petto e gonfio il core
D’aspro dolor per lutto di cotanti
Suoi prodi figli, a cui tronche lasciammo
Le teste qui dalla persona e femmo
Posar la polve dell’adusto suolo
Con l’onda di lor sangue. Or, fin che vita
Sarà di lui nel petto, in questa guerra
S’attorcerà Gùderz qual serpe. Quarta
Cosa è cotesta che fra due montagne
Furon tradotte le due schiere avverse,
Agglomerate. Ond’è che da ogni parte
A Gùderz non è via per quanto cerchi,
E pensar ben dèi tu che non fia questa
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<poem>
Fatica breve. Intender vuolsi a questo
Perchè gl’Irani levinsi del monte
In qualche parte almeno. E s’ei non restano
Fiacchi ne di viltà mostrano indizio
E stendon primi a contrastar la mano,
Ratto che il duce le falangi sue
Fuor dal monte trarrà, sulla sua testa
Farò cader nembo di strali. Noi
Come d’un muro cingerem gl’Irani,
Lor toglierem, come leoni in furia,
La cara vita. E fia compiuta allora
Nostra voglia su loro e il nome nostro
Al sol si leverà. Duce del sire
Sei tu, difesa a nostre genti armate,
Tu, che più assai del cielo di Saturno
L’elmo sollevi. Or, chi di nome illustre
Necessità non have, a che dovrìa
Volgersi attorno a stolte brame? Ancora
Pensa tu che degl’incliti fra l’armi
Alcun non scende contro a leopardo
Che urli pel campo. E se l’iranio duce
Alcun t’invia de’ prodi suoi di contro
Che il più povero sia di nome in terra
E il meno fermo coi gagliardi in giostra,
Anche se intorno a lui del suol profondo
Le pieghe avvolgi, non però ten viene
Più grande il nome, nè agli Irani tocca
Danno da ciò. Ma se il nemico in tuo
Sangue ha su te vittoria, in cor prostrati
Saran questi Turani ardimentosi.
:Humàn pensava alle parole sue,
E tutte vide l’opre sue che stolte
Erano e vane, e diè cotal risposta:
:Qual mai verrà d’Irania cavaliero
Che meco desti una tenzon? Tu rechi
Molle natura affettüosa, a me
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
Venne desìo di fiero assalto. Questa
Battaglia a dimandar se non inclina
L’anima in te, se fuoco di tenzoni
Non è in tua vita, andrò, porrò la sella
Al mio bianco destrier veloce al corso,
Al primo albor dimanderò l’assalto.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|VII. Sfida di Hûmân.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 822-828).}}
<poem>
:Come si rese al proprio vallo, i denti
Ei digrignava qual feroce verro.
E balzò in sella al primo albor qual fero
Leone agreste, e, seco un turcimanno,
Piena la mente d’un desìo di guerra
Pel suo prence e signor, tumido il core
D’un pensier di battaglia, al campo iranio
Veloce s’accostò. Ratto che intese
Che in giostra ei discendea, Pìran la terra
Videsi angusta intorno a sè pel duolo,
E quell’anima sua si conturbava
D’Humàn per l’opra impetu̇osa, e questa
Sentenza ei rammentò del vecchio padre:
:«Il sapiente in ogni opera sua
Cauto s’indugia, nè sè stesso avventa
Alla battaglia impetüoso. Vampo
Mostra dapprima l’uom leggiero e vano,
E al fin dell’opra sua vero si coglie
Affanno e duol. Di tal che nel suo capo
Non ha cerèbro, anche se perle piove
La lingua sua, l’opra non è leggiadra».
Poi che tanto mostrava impeto e foga
Humàn in questo assalto, io non intendo
Qual frutto avrassi al fine. Iddio signore
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<poem>
Gli sia propizio, che nessun vegg’io
Amico a lui fuor che l’Eterno solo!
Come in quel campo ove co’ prodi suoi
Gùderz, il figlio di Keshvàd, si stava,
Humàn di Vèsah discendea, battaglia
Per chiedere agli eroi, s’incontrò in lui
La scolta dell’esercito. Ne andava
Una vedetta al turcimanno e seco
Cavalieri d’Irania anche ne andavano,
Irosi tutti e avversi. E la vedetta
Fe’ tal dimando: Quest’eroe belligero
Che da folle discese in questo campo,
Dove andarne desìa, qual messaggiero,
La clava in pugno ed a la sella un laccio?
:Disse agl’Irani il turcimanno allora:
Tempo è venuto omai d’archi e di spade
E di clave! Costui, cuor di leone,
Uomo illustre d’assai, vosco desìa
Oggi un assalto. Egli è il sire dei Vèsah,
Humàn di nome, alla cui spada il core
Dei leoni è vagina. — Alla sua clava,
Al cingersi del balteo, di gran prence
Alla statura, come volser gli occhi
I campioni d’Irania, ecco! che inerti
Lor le mani cadean l’aste vibranti,
Per tanta maestà di quell’illustre!
Tutti d’un moto da lui si ritrassero,
Al turcimanno ritornar, dicendo:
:Ad Humàn vanne tu, in sermon turanio
Ripeti a lui nostre parole: «Noi
Di giostrar teco non abbiam potere,
Che vènia non abbiam di far battaglie
Da Gùderz duce. Se un assalto brami,
Al nobil sire dell’iranio esercito
È dischiusa la via». — Poscia del duce
E de’ suoi prenci e de’ gagliardi suoi,
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
Ad uno ad un partitamente, ei davano
Indizio a Humàn, dove gli eroi si fossero,
Dove l’ampie falangi, e chi del vallo
Avesse il corno destro o quel da manca;
E la vedetta rapida e veloce
Di là inviava al duce iranio un messo:
«Humàn dal campo avverso, ecco, venia,
Qual leopardo, contro al duce in guerra».
:Della vedetta come si togliea
Dalla presenza Humàn, veloce ei corse
Appo Ruhàm. Di là, forte la voce
Levò gridando: O figlio del tuo duca,
O di fortuna accorta, in questo campo
Scuoti le briglie omai, qui, fra due genti
Che lor file ordinár! Tu se’ a mancina
Delle falangi e se’ l’artiglio in guerra
De’ valorosi, tu custode e sire
Nell’iranico stuolo. Or qui t’è d’uopo
Aggirarti con me in aspra tenzone,
Sia che tu brami verso il fiume o al piano
O verso il monte. Che se tu non vieni,
Venga, sospinto in corsa, Gustehèmme
Con Furuhìl insieme, ond’ei, fra i prodi,
Con asta e brando e clava ponderosa,
Cerchi con meco la battaglia. A quanti
Discendon contro a me per guerra fare,
Ravvolge il fato del profondo suolo
Le pieghe attorno. Che se il nostro brando
Vedono in giostra, de’ leoni il core
Schiantasi e il cuoio fendesi de’ pardi.
:Ruhàm così gli diè risposta: O illustre
Che la battaglia cerchi, in fra i Turani
Saggio noi ti credemmo, e se’ diverso
Da quello assai che ci pensammo noi!
Chè da solo venisti a questo campo
D’armi, venisti ardimentoso e audace
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 143 —|}}</noinclude>
<poem>
Al cospetto de’ nostri. E tu in cotesto
Avviso insisti che nel mondo attorno
Niun altro cavalier che rechi spada,
Stringa balteo guerrier, come tu fai.
Or ti rammenta degli antichi regi
Una sentenza, e la cervice poi
Sciorrai dal laccio di saggezza: «Quei
Che primo scende a la tenzone, il varco
Del ritornar d’uopo non è che cerchi».
Ne tu pensi di Ghev ardimentoso
A quella spada! A Pìran, fratel tuo,
Quel leon coraggioso ambo gli orecchi
Col pugnai traforò, sì che del primo
Eroe turanio tumido fe’ il core
Di fiera angoscia. Or va, tornati a dietro.
Pugnace cavalier! Che se di tanto
Ghev illustre guerrier tocca sentore,
Qui verrà per troncarti ambo gli orecchi
Miseramente, e tu n’andrai di molta
Vergogna offeso appo i Turani tuoi.
Questi guerrieri che a giostrar per nome
Qui ti chiamasti, aguzzo a le battaglie
Tutti han l’artiglio, ma finchè non sia
Comando a noi del regal duce, d’essi
Non un di guerra darà campo, e tu,
Se degli eroi cerchi la pugna, al nostro
Duca perchè non vai? Chiedi a tenzoni
Da Gùderz vènia, indi a battaglie ardore
E vampo dimandar potra’ da noi.
:Humàn gli disse: Non parlar da stolto,
Per questa via non mendicar con meco
Pretesto alcun, ma tosto volgi in rocca
Da filar la tua lancia, che non sei
Uom da campi di assalti e cavaliero.
:Ei di là trapassava al medio loco
Del vallo iranio, ed affrettato e in corsa
A quell’ala venìa dell’ampio esercito.
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<poem>
Come elefante che s’avventa, ei corse
Da Feribùrz col turcimanno e questo
Alto grido mandò: Deh! tu malnato
Che la cervice a chi la leva in alto
Dinanzi pieghi, gli elefanti un giorno
E i cavalieri avevi tu co’ tuoi
Aurei calzari e di Kàveh l’insegna.
Ma queste cose tue tu, dopo il giorno
Dell’armi, a re Khusrèv render dovesti,
Sì che in Irania un uom veracemente
Non t’appellano i forti. Eri tu il duce,
Or soggetto sei tu; t’è d’uopo adunque
Cingerti il fianco in servitù. Fratello
A prence Siyavìsh, eppur, tu sei,
E per nascita inver sei tu maggiore
Di Gùderz capitano. E tu saresti
Degno davver di chiedere battaglia,
E t’è d’uopo, sì, sì, meco a tenzone
Apparecchiarti. Qui son io del seme
Di Tur monarca in la turania terra,
E teco ugual di stirpe almeno. Oh! scendi,
Scendi una volta in questo campo meco,
Per che andarne possiam là nel cospetto
Dell’esercito insieme! In fino al sole
Fulgido in cielo andrà il tuo nome, tosto
Che il passo innanzi a me tu moverai.
Se tu non scendi meco in giostra, passi
Cotesto ancor; ma vedi almen Zevàreh
E Guràzeh ove son. Manda qualcuno
De’ vostri eroi dinanzi a me, che sia
D’inclito nome fra cotesti Irani!
:E Feribùrz così rendea risposta:
Non far battaglia col leon feroce,
E questo è il fin d’un giorno d’armi, che uno
Torna lieto e vincente e resta l’altro
Nel suo dolor. Che se tornasti mai
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<poem>
Vincitor da la guerra, abbi timore
Del tuo periglio, che quest’alto cielo
Non va sempre ad un modo. Altero vampo
Mena a tal punto ogni faccenda grave,
Che diserta famiglie e case antiche.
Se mi togliea di Kàveh la bandiera
Prence Khusrèv, giusto è cotesto, ed ei
Gli elefanti e l’esercito affidava
A chi più volle. De’ re Kay in guerra,
Dai giorni in poi di re Kobàd, chi cinse
Di capitano la celata e il balteo
Si pose attorno ad ordinar la terra,
Gùderz, figlio a Keshvàd, ch’è nostro duce,
Fu veramente. Innanzi da l’esercito
Sempre ei si tenne vindice, del sire
E capitano e valoroso eroe
Per ordine di padri. Anche tu sappi
Che di lui da la clava (e non è dubbio)
Del vostro duce al viver dolce estremo
Fine verrà. Comando è in lui per tutti
Di sue schiere gli assalti, e a lui ritorna
Ogni nostra ignominia ed ogni onore.
Che se teco al giostrar vènia ei mi dona,
Farmaco ei mi darà per la ferita
Che mi si apre nel cor. Vedrai tu allora
Di qual mai foggia il capo mio dall’onta
Leverò al ciel nel campo dell’assalto.
:Così Humàn gli rispose: Ecco, che assai
Valoroso ti veggo in far sermone.
Ma con questo tuo ferro onde sei cinto
Alla persona, qual feristi mai
D’uomini battaglieri? Oh! le tue pugne
Con cotesta tua clava sgangherata
A far prosegui! A corazze, a cimieri,
La clava tua meno farà che nulla.
:Di là con vampo e con furor si trasse,
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<poem>
Tal che detto avrestù che leon bieco
Er’ei davver. Del balteo de la guerra
De’ valorosi accinto, appo ne venne
A G-ùderz, figlio di Keshvàd, e un urlo
Alto cacciò, dicendo: pien d’orgoglio,
Duca e di Devi domator, le cose
Tutte che al re dicesti, io bene udii,
E intesi poi questo tuo addur l’esercito
Pel dirotto sentier. Seppi dei doni
Di re Khusrèv, de le impromesse tue
A Pìran, duce nostro, e di tua legge.
Dei Turani a l’esercito venia,
Messaggiero di te, quel figlio tuo
Eletto, Ghev, sostegno ai forti. Eppure,
Da che festi dinanzi al tuo signore
Un sacramento per la luna e il sole,
Pel dïadema e il regal seggio: «Allora
Che gli occhi miei (dicesti) in tempo d’armi
Su Pìran duce caderanno, scempio
Farò di lui» —, da che levasti esercito
Come bieco leone e per desìo
Che avêi, cercasti la battaglia a noi,
Dopo cotesto, ora, da sezzo al monte,
Qual piagnoloso assiso stai, di capra
Da’ magri fianchi in guisa, e se qual damma
Che fugge innanzi a leon generoso,
E il leon di gran core è dietro a lei.
Quella, intanto, in la selva angusto un loco
Scegliesi, e quivi, per rancura estrema
Del viver dolce, vituperio o gloria
Non osa procacciar. Traggi, suvvia!,
Alla pianura le tue squadre! L’aste
Da sezzo al monte a che rattieni? Questo
Era dunque il tuo patto al tuo signore,
Che per far guerra prender ti dovessi
Alla montagna il tuo castel munito?
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<poem>
:Dissegli Gùderz: Pensa tu se degna
Cosa è con teco barattar parole!
Poi che risposta dagli accolti eroi
Non tocchi, a me, per l’ignoranza tua,
Cotesto apponi. Ma tu ascolta e sappi
Che vien dal re quel mio precetto. Questo
Fu il giuramento mio, fu la mia fede.
Or però, da che venni con quest’ampia
Schiera di prodi, eletti e ardimentosi
Prenci d’Irania, come vecchie volpi
Entro alla selva state voi per tema
Del cacciator . Frodi e viluppi e inganni
Ordite voi, fuggendo da le clave
E da l’aste e dai lacci. Oh! tanto vampo
Non menar tu, non chiederci un assalto,
Che non fia mai che in su la via s’incontri
Col leone la volpe! — Allor che intese
Humàn di Gùderz la risposta, un balzo
Diè in mezzo al campo, qual leone, e disse:
:Se tu con meco a battagliar non scendi,
Non però te ne viene onta o vergogna.
Da quel dì che la pugna tu vedesti
Di Peshèn, quando indietro ti voltasti
Dal fiero assalto dei Turani, prova
Festi in Làden di me nella tenzone,
Lode festi di me nel tristo campo.
Ma s’è pur vero ciò che di’, se dietro
A tal parola l’opre tue tu compi,
Di mezzo all’oste uno ti scegli, quale
Scenda in giostra con me: Ch’io, quale ardito
Alligatore, a Feribùrz cercai
Ed a Ruhàm la pugna. Anche per tutta
L’oste tua m’aggirai, ma niun de’ prodi
Vennemi incontro. Vincolo a lor pugna
Era per Gùderz, e ascoltar lor detti
Degna cosa non era. E tu sei quello
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<poem>
Che va dicendo: «Di battaglia in die
Farò col mio pugnal che porporini
Fiori si vesta la montagna grigia».
Deh! qui con meco, in questo campo d’armi,
Uno venga de’ tuoi, vindice tuo,
Con poderosa clava! Hai molti figli,
Famoso duce, e tutti a la battaglia
Contro a noi sono accinti. Uno di questi
Adducimi a giostrar. Se pur desii
L’assalto, indugi a che ti cerchi a prova?
:Lungo pensier fe’ in ciò l’antico sire,
Fra sè dicendo. - In guerra, innanzi a lui,
Quale andrà degli eroi? S’io nel cospetto
Di cotesto malvagio uno de’ miei
Incliti, qual leone che s’avventa,
Invïerò, se in questo campo ucciso
Humàn si resta, nè a pigliar vendetta
Alcun s’accosta de’ Turani, il core
Del lor duce guerrier per fiera doglia
Andrà trafitto, ed ei per l’ira accolta
La pugna non vorrà, ma le sue schiere
Di Kenabèd si ritrarranno al monte,
E mal s’adoprerà ne la battaglia
La nostra mano allor. Che se qualcuno
Si perde qui degl’incliti di nostra
Gente raccolta, il nome mio si perde,
Frangesi in guerra il cor de’ valorosi
Nè vorranno essi dimorar più a lungo
In questo piano. Fia miglior consiglio
Se non facciam battaglia seco e il varco
Del suo ritorno per agguati o insidie
Non si chiude per noi. Forse, più arditi
Fatti da ciò, dimanderan la pugna
Gli eroi nemici e qui verrà l’esercito
Da quell’angusto loco. — E tal risposta
Ad Humàn ei rendea: Vanne, in parole
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<poem>
Precipitoso e nell’oprar novello.
Da quell’istante che in presenza mia
Disciogliesti la lingua, il pensier tuo
Secreto e aperto ravvisai. Davvero!
Che non ha senno alcun d’esti Turani,
Che niuno in suo pensier trovasi pace!
E non sai forse, in giorno di battaglie,
Che di sangue di volpi un leon fero
L’artiglio suo contaminar non suole?
Anche saper dèi tu che in due nemiche
Schiere ordinate, che a pugnar levata
Han la cervice, ove battaglia fanno
Due soli prodi, per livor ch’egli hanno,
Mordonsi gli altri tutti, e grandi e illustri,
La mano per dolor. Vuolsi che tutto
L’esercito s’avventi, e in piena folla
Voglionsi i colpi ministrar. Tu intanto
Riedi alle squadre tue, dinanzi al tuo
Novello condottier solleva il capo
E di’: «Per quanto dagl’irani prodi
Chiedessi la tenzon, deh! che nessuno
Altro non fe’ che sospirarmi innanzi!».
Così avverrà che cresca il nome tuo
In questo campo di battaglie, e tutte
Da Pìran duce toccherai tue voglie.
:Humàn gli disse ad alta voce: Oh! dove,
Dove sono i gagliardi e tanti duci?
Su questo campo di battaglie in mente
Sentenza reco del signor del mondo
Che disse: «Brami tu de’ regi il soglio,
Deh! non cercarlo! E se tu il cerchi, il volto
Da fiero incendio non torcere a dietro».
In te d’assalti e di battaglie alcuna
Brama non è. Ma se vuoi cor la rose,
Non è il sentiero senza spine. Intanto
Uom leonino qui non hai d’Irania,
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Alex brollo
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<poem>
Qual meco, innanzi a le raccolte squadre,
Faccia tenzone; e però me allontani
Con molt’arte di qui. Ma non mi prendono
Gl’inganni tuoi, se tu ben mi conosci.
:Gl’incliti suoi che amavano la pugna,
Tutti, a Gùderz dicean: Modo è cotesto
Che alcun di noi, nel campo degli assalti,
Incontro a lui, vendicator tu mandi.
:Ma Gùderz rispondea: Contro a colui
Per andar in battaglia, il dì presente
Non ha ragione. — Di gittar parole
Poi che Humàn si stancò, forte crucciossi,
Qual leon bieco, e diede un riso e volse
Via dal duce d’Irania il viso tristo.
Corse affrettato ai guardïani accolti
Dell’oste irania e la corda dell’arco
Tese e quattro sbalzò da’ lor destrieri
In mezzo al prato. E gli altri guardïani
Che da lungi vedean di quell’altero
Turanio i colpi, libero il sentiero
Gli abbandonar, fuggirono e in quel campo
D’accapigliarsi non osâr con seco.
Ma quegli intanto, d’ebbro in guisa, l’erta
Salìa correndo, e la montagna intorno
Le sue grida scotean. L’asta ei rotava
Dintorno al capo, anche dicea: Vincente
Ora è davvero Humàn, figlio di Vèsah!
Ma quando l’asta sua calò dall’erta,
D’oricalchi levossi un fiero suono
Dalla campagna, e nel turanio esercito
I valorosi con lor caschi il cerchio
Rasentâr della luna in tanta gioia.
:Ma poichè ritornavasi con quella
Vittoria Humàn, per la vergogna molta
Gùderz crucciossi. Afflitto il duce iranio
Si fe’ per l’onta, e sopravvento in lui
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 151 —|}}</noinclude><section begin="s1" />
<poem>
Ebber sdegno e furor. Per l’ignominia,
Dinanzi a’ suoi di fermo core, ei fece
Di sudor molle il volto. Eppur quel duce
Buono augurio traea, così dicendo:
:La precedenza a sparger sangue venne
Veramente da lor. Mal fia che incolga
A chi guida fu al male! — Indi uno sguardo
Volse a’ gagliardi suoi d’alta cervice,
Per veder chi alla pugna s’offerìa.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|VIII. Richiesta di Bîzhen.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 828-834).}}
<poem>
:Giunse a Bìzhen un motto. «Ecco, si disse,
Humàn, come leone, ardimentoso
Venne dinanzi all’avo tuo. Da tutte
Parti, a mancina dell’accolto esercito
Ed a man destra, fra gli eroi si chiese
Emulo in giostra. Ma dinanzi a lui
Non uno andava de’ gagliardi, ed ei
Volse in disdegno e con rabbuffi il viso.
Quattro uccidea dei cavalier dell’oste,
In turpe guisa e vergognosa al suolo
Gittolli poi». — Con sè medesmo in ira
Venne il garzon qual fero pardo, e ratto
Ambe le mani sue fe’ pronte e dritte
D’Humàn a la tenzone. Ei fe’ comando
Che fosse posta al suo destrier che avea
D’elefante figura, eletto e caro,
Tosto la sella, ed ei vestì una greca
Maglia di guerra, e al suo bruno leardo
Rapidamente la coreggia strinse.
Pieno di vampo al genitor sen venne,
Seco parlò dell’avo suo. Deh! padre,
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Autore:Piero Rattalino
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Panz Panz
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{{Autore
| Nome = Piero
| Cognome = Rattalino
| Attività = musicologo/pianista/critico musicale
| Nazionalità = italiano
| Professione e nazionalità =
}}
==Opere==
*{{Testo|Musica d'oggi, 1962/N. 1/Gli inizi della critica wagneriana in Italia}}
*{{Testo|Musica d'oggi, 1962/N. 6/Il significato storico del pianismo di Clementi}}
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Musica d'oggi, 1962/N. 4-5
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Panz Panz
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{{Qualità|avz=25%|data=24 maggio 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=N.4-5 luglio – ottobre 1962|prec=../N. 3|succ=../N. 6}}
== Indice ==
* {{Testo|/Sommario}}
* {{Testo|/Conoscere Manuel de Falla}}
* {{Testo|/Origine dell'«Atlántida»}}
* {{Testo|/La grande avventura di «Atlántida»}}
* {{Testo|/Valori dell'«Atlántida»}}
** {{Testo|/Il sogno di Isabella. Chiusa corale}} <abbr title="Partitura">♫</abbr>
** {{Testo|/Il sogno di Isabella. Melodia}} <abbr title="Partitura">♫</abbr>
** {{Testo|/Il Re di Thule. Melodia}} <abbr title="Partitura">♫</abbr>
* {{Testo|/I fatti principali della vita di Manuel de Falla}}
* {{Testo|/Elenco delle opere di Manuel de Falla}}
* {{Testo|/La prima rappresentazione di «Atlántida» alla Scala nei resoconti della stampa}}
* {{Testo|/La morte di Alfredo Colombo}}
* {{Testo|/Notizie in breve - Necrologi}}
* {{Testo|/Concorsi}}
* {{Testo|/Recensioni libri: Manuel de Falla}}
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Panz Panz
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude><section begin="s1" />::{{x-larger|'''Conoscere Manuel de Falla'''}}
{{AutoreCitato|Manuel de Falla|Manuel de Falla}} nacque il 23 novembre 1876, a Cadice; e l’aver padre valenzano e madre catalana non gl’impedì di considerarsi andaluso. A Cadice infatti visse i suoi primi venti anni, ebbe le prime impressioni, fece i primi studi. Presto conobbe musiche di {{AutoreCitato|Gioachino Rossini|Rossini}}, {{AutoreCitato|Gaetano Donizetti|Donizetti}}, {{AutoreCitato|Vincenzo Bellini|Bellini}}, {{AutoreCitato|Franz Joseph Haydn|Haydn}}, {{AutoreCitato|Ludwig van Beethoven|Beethoven}}, {{AutoreCitato|Fryderyk Chopin|Chopin}}, {{AutoreCitato| Charles Gounod|Gounod}}, {{AutoreCitato|Camille Saint-Saëns|Saint-Saëns}}, studiò pianoforte, armonia e contrappunto, e cominciò a comporre musica da camera. Già a nove anni rappresentava con un suo teatrino di fantocci avventure di {{TestoCitato|Don Chisciotte della Mancia|Don Chisciotte}}, e a undici fantasticava di comporre un’opera ambientata in un’immaginaria città sita in mezzo all’Atlantico. Fin d’allora, dunque, i germi del ''Retablo'' e della ''Atlantida'' erano nella sua mente.
Una seconda fase della sua vita cominciò nel 1896, quando con la famiglia si trasferì a Madrid. Qui studiò pianoforte con José Trago, e per quattro anni (1901-1904) composizione con Felice Pedrell, l’apostolo del rinnovamento musicale spagnolo; il quale tra l’altro gli fece conoscere l’ultimo romanticismo tedesco ({{AutoreCitato|Richard Wagner|Wagner}}, {{AutoreCitato| Johannes Brahms|Brahms}}, {{AutoreCitato|Anton Bruckner|Bruckner}}), i russi (allora quasi sconosciuti, e non solo in Ispagna) e addirittura {{AutoreCitato| Claude Debussy|Debussy}}. A Madrid Falla esordì come qualunque altro compositore spagnolo d’allora, ossia nella zarzuela: la forma nazionale dell’operetta. Compose la musica di cinque zarzuelas, due delle quali in collaborazione con uno specialista di gran nome, Amadeo Vives; e una fu eseguita, con un certo successo. Infine nel 1905, oltre a un concorso di pianoforte, ne vinse uno per un’opera con ''La Vida breve'', che però per il momento non fu pubblicata nè messa in scena.
Terza fase, la permanenza a Parigi (1907-1914). Falla ci era capitato per caso, scritturato come pianista e direttore da una modesta compagnia di pantomime che girò Svizzera, Francia e Belgio; ci rimase perchè Parigi era allora la capitale della musica moderna, e perchè appunto i musicisti ch’egli aveva vagheggiato da lontano come modelli intuirono sùbito il suo genio e gli protestarono amicizia fattiva. Furono infatti Debussy, Ravel e Dukas che indussero l’editore Durand a pubblicargli alcuni pezzi per pianoforte scritti a Madrid, e che nel 1913 riuscirono a provocare l’esecuzione della ''Vida breve'' a Parigi e a Nizza. Ma ''La Vida breve'' per quanto riveduta e ampliata, era ancora un lavoro di giovinezza; i primi capolavori di Falla nascevano solo allora, a contatto con quei maestri: e furono le ''Noches en los jardines de España'' per pianoforte e orchestra<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Smaller block}}
Articolo pubblicato sul programma della Scala in occasione della prima rappresentazione e qui ristampato per gentile concessione.</div><section end="s2" /><noinclude><references/>
{{PieDiPagina||146|}}</noinclude>
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Panz Panz
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude><section begin="s1" />e le ''Siete canciones populares españolas'', per canto e pianoforte. Allo scoppio della guerra {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}} tornò a Madrid, per restarci cinque anni. A questo periodo appartengono i suoi due celebri balletti: ''El Amor brujo'', composto per la danzatrice gitana Pastora Imperio e rappresentato senza troppo successo nel 1915 e ''El Sombrero de très picos''. Quest’ultimo comandato da Diaghilev, fu dapprima una pantomima dal titolo ''El Corregidor y la molinera'' che Diaghilev per il momento non potè mettere in scena e perciò fu dato a Madrid da una compagnia spagnola (1917); poi, in gran parte rifatto, divenne quello che tutti oggi conoscono, e fu messo stabilmente in repertorio dai Balletti Russi di Diaghilev nella coreografia di Massine, scene e costumi di Picasso (per la prima volta a Londra nel 1919).
Nel 1919, mortigli i genitori, Falla tornò con la sorella in Andalusia e si stabilì a Granata, con l’intenzione di restarci per sempre. Sùbito strinse amicizia con {{AutoreCitato|Federico García Lorca|Federico Garcia Lorca}}, che allora aveva appena
vent’anni, e con lui fondò un’orchestra da camera e organizzò concerti e spettacoli. Garcia Lorca aveva tra l’altro un teatrino di fantocci per il quale Falla adattò musiche popolari; e questa attività venne felicemente incontro alla composizione del ''Retablo de Maese Pedro'', opera per fantocci da un episodio del ''{{TestoCitato|Don Chisciotte della Mancia|Don Chisciotte}}'', che Falla s’era impegnato a scrivere per la principessa di Polignac; nel salotto della quale, a Parigi, fu rappresentata per la prima volta, nel 1923. Intanto l’''Amor brujo'', modificato e ristrumentato per
orchestra normale, era diventato un successo internazionale come suite da concerto; e nel 1925 si affermò anche sul teatro, nella coreografia di Antonia Mercé detta la Argentina. L’altro lavoro importante di questo periodo è il ''Concerto per clavicembalo e cinque strumenti'', scritto per Wanda Landowska, che lo eseguì per la prima volta nel 1926. Falla era ormai popolare in tutta Europa. Ma la sua salute cominciò seriamente a declinare, specie dopo una malattia alle vie respiratorie sopravvenuta nel 1932, e dalla quale non si riebbe mai più. Scoppiò nel ’36 la guerra civile; e dopo la vittoria di Franco, Falla emigrò in Argentina (1939), stabilendosi prima a Cordova e poco dopo ad Alta Gracia. Già da tempo pensava, e lavorava, al grande oratorio su testo di {{AutoreCitato|Jacint Verdaguer|Verdaguer}}, destinato a rimanere incompiuto: ''Atlantida''. Morì il 14 novembre 1946. Le sue spoglie, imbalsamate, furono portate in patria e inumate nel Duomo di Cadice.
Manuel de Falla è fra quei compositori che tutti chiamano grandi ma dei quali, quando si parla della musica del nostro secolo, quasi tutti dimenticano il nome. A che si deve questa dimenticanza? Evidentemente al complesso d’inferiorità che affligge i più di fronte a una certa, esclusivistica immagine della ’musica moderna’, ch’è sempre più ufficialmente riconosciuta; e con la quale la musica di Falla, e d’altri, stenta a coincidere. Motivo per cui ci si concede di considerare
le loro opere belle e bellissime; ma in quanto stravaganti dal cammino legale della storia, prudenza consiglia di ometterle dal ’panorama’.
È bene allora ribadire che una tale prudenza implica una presun-<section end="s1" /><noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude><section begin="s1" />zione bella e buona: quella che la nostra testa abbia capacità di stabilire la linea maestra della storia in base a una serie di dogmatici a priori, e perciò autorità di mettere tra parentesi gli artisti che non abbiano la compiacenza di coscienziosamente percorrerla. In verità dovrebbe esser pacifico il contrario: che la storia dell’arte la definiscono gli artisti, e in quanto tali. Altrimenti detto: i caratteri d’un epoca artistica qualsiasi si definiscono semplicemente dai caratteri
delle opere d’arte vive, grandi e piccole, che ci son nate dentro; e che in quanto tali attestano sempre, ciascuna a suo modo, qualche realtà dell’epoca e dunque son sempre, rispetto a quest’epoca, ’moderne’. Tant’è vero che, dando tempo al tempo, ognuno finisce poi per costatarlo. Nel tardo Ottocento i wagneriani tedeschi consideiavano moderno Hugo Wolf, e {{AutoreCitato|Johannes Brahms|Brahms}} reazionario; a quel modo che tanti credevano {{AutoreCitato|Richard Wagner|Wagner}} più moderno di {{AutoreCitato|Giuseppe Verdi|Verdi}}. Oggi è pacifico che Brahms non era uno schumanniano in ritardo, ma proprio un contemporaneo di Wolf; e che Verdi, antiwagneriano quanto si voglia appartiene però all’epoca di Wagner e non a quella di {{AutoreCitato|Gaetano Donizetti|Donizetti}}. Il
che non significa che tutti i compositori d’un’epoca siano identici; al contrario, appunto perchè sono diversi, dimostrano che un’epoca non e riducibile all’evoluzione d’una sola linea: anche se fra tutte le
opere d’una stessa epoca, purché siano davvero opere d’arte e non calchi o contraffazioni, si finisce con lo scoprire prima o poi parentele profonde.
Si capisce d’altronde che cosa abbia potuto creare, a proposito di {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}}, il senso d’una difformità rispetto alla musica del suo tempo: la qualità delle sue idee tematiche e melodiche, e il peso ch’essa occupa nella riuscita delle sue opere, o almeno di quelle più universalmente note. Temi e melodie, in Falla, sono di norma strettamente diatonici, fondati su ritmi di estrema evidenza, e quasi sempre dotati d’un appello irresistibile. Ora, caratteristiche di questo genere nella musica del nostro secolo sono rare. Non che la musica del Novecento prescinda dall’invenzione tematica; certo è però che la intende, salvo eccezioni, in tutt’altro senso e portata: per lo più negandole quell’espansività che l’Ottocento le aveva conferito al massimo, e assegnandole non di rado un ruolo non autonomo, comunque non prepotente. Invece in Falla il ruolo dell’idea è quasi sempre preminentissimo: si direbbe che il suo lavoro di ’composizione’ consista
appunto nel mettere a fuoco l’idea, nel darle il massimo rilievo. Senonchè questo non vale davvero a fare di lui un artista ottocentesco. Per capirlo basta forse il confronto con i suoi due predecessori immediati, che con lui perseguirono l’ideale del loro comune maestro
Pedrell: realizzare uno stile ad un tempo nazionale ed europeo, capace di riportare la Spagna, dopo secoli d’assenza, alla ribalta della vita musicale internazionale. Sia Albéniz (1860-1909) che Granados
(1867-1916) sono tipicamente compositori a cavallo fra i due secoli, nei quali le intuizioni novecentesche non sconfessano una poetica che appartiene ancora al secolo passato. Per fermarci ad Albéniz, che è il più importante: anche lasciando da parte il wagnerismo di
certo suo teatro e limitandoci alla sua migliore musica per piano-<section end="s1" /><noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude><section begin="s1" />forte, è chiaro che l’impressionismo delle sue armonie e dei suoi colori (e anche, in certi casi, della forma), fiorisce su un impulso pianistico profondamente ottocentesco. Albéniz è un formidabile pianista che amalgama d’istinto il linguaggio folcloristico con la tecnica strumentale di {{AutoreCitato|Franz Liszt|Liszt}}, e arriva a soluzioni originali per vie affatto spontanee: abbandonandosi all’improvvisazione e comunicandocene l’avventuroso piacere. Ora, esiste qualcosa di più antitetico alla musica cólta della prima metà del Novecento, che lo spirito d’improvvisazione?
{{AutoreCitato|Manuel de Falla|Manuel de Falla}}, infatti, ne è la negazione pura e semplice. E per avvedersene non c’è bisogno di sapere che ognuna delle sue pochissime opere, comprese quelle che durano poco più di dieci minuti, gli costò anni di fatica: basta ascoltarle. Dalla sua pagina emana sempre, più o meno sensibile, come il profumo di una stagionatura sapiente. S’avverte benissimo che le idee hanno raggiunto la luminosa identità di se stesse attraverso un lavoro lento e microscopico, che pazientemente ha individuato la loro collocazione più pregnante da ogni punto di vista: armonico, timbrico, formale. «Un horloger suisse», la famosa definizione che Stravinski dette di Ravel, si potrebbe ripetere per Falla. Ma con proprietà non minore si potrebbe parlare di calcolo balistico; perchè come nella balistica, così nella musica di Falla l’effetto non dipende soltanto dalla precisione del dispositivo ma anche, e parecchio, dal potenziale della materia messa in opera.
Il che non muta, ma piuttosto sottolinea una circostanza essenziale: che in questa musica è latente una sorta di dualismo fra le idee e la ’composizione’, ben raro nell’Ottocento, e tipico invece del nostro secolo. In Falla, le melodie e i tempi, poco importa se inventati
da lui stesso o presi dal folclore, si presentano quasi sempre come qualcosa di autonomo, che la composizione leviga, incornicia, reca su un piatto d’oro; tributandogli una sorta di culto. Non si calano senza residui in una dialettica sinfonica, alla {{AutoreCitato|Ludwig van Beethoven|Beethoven}}, nè scoppiano in una immediata spontaneità lirica, alla {{AutoreCitato|Robert Schumann|Schumann}}.
A questo proposito vai la pena di ricordare un particolare biografico. Quasi tutta la sua musica di ispirazione andalusa — dalla ''Vida breve'' ai balletti — Falla la compose a Madrid e a Parigi. Da quando invece tornò a vivere in Andalusia, l’Andalusia scomparve dalla sua musica quasi completamente; il ''Retablo'', il ''Concerto per clavicembalo, Psyché'', tutti composti a Granata, si volgono a tutt’altro fonti: il folclore castigliano (così diverso da quello andaluso che agli stranieri non pare neanche spagnolo), gli antichi cembalisti spagnoli, il madrileno d’adozione {{AutoreCitato|Domenico Scarlatti|Domenico Scarlatti}}.
Questo fatto ci conferma come alla base del rapporto fra Falla e la sua materia musicale fosse un’operazione idealizzante della memoria, un ripensamento. Non per nulla, tornato a Granata, gli scappò detto che il giardino del Generalife gli pareva meno bello di come
gli era sembrato nel ricordo, quando a Parigi componeva le ''Noches en los jardines de Espana''. E altrettanto sintomatico è il suo atteggiamento verso {{AutoreCitato|Claude Debussy|Debussy}} e Ravel. Nell’uso di certe modalità come in<section end="s1" /><noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude><section begin="s1" />certo gusto timbrico di {{AutoreCitato|Claude Debussy|Debussy}} e di Ravel, {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}} vedeva una loro omogeneità profonda con la natura del folclore, anche in molte loro pagine non direttamente ispirate alla Spagna; quanto poi al Debussy di ''Ibéria'', della ''Soirée dans Grenade'', della ''Puerta del sol'', o al Ravel della ''Rhapsodie espagnole'', di ''Alborada del gracioso'',
dell’''Heure espagnole'', di ''Boléro'', li considerava spagnoli a tutti gli effetti. Eppure è evidente che per entrambi (a meno di non volersi arrampicare, per Ravel, sugli specchi della sua percentuale di sangue basco) l’ispirazione spagnola era un esotismo, un contenuto,
un’occasione. Sì che l’incondizionata adesione di Falla diviene rivelatrice: il loro atteggiamento di fronte alla stessa materia musicale, lo sentiva non diverso dal suo.
Il che non vuol dire che una diversità non ci fosse, e non secondaria. Per Debussy e per Ravel l’ispirazione spagnola era solo un contenuto fra tanti; per Falla era l’unico concepibile (le due sole eccezioni confermano
la regola: l’opera comica ''El Fuego fàtuo'' e la ''Balada de Mallorca per coro'', entrambe su temi di Chopin, rimasero inedite). E questo implica una differenza qualitativa: la passione di Falla per la materia musicale spagnola era esclusiva perché, diversamente da quella dei due maestri francesi, non era soltanto una passione musicale. Di là dalla musica spagnola, Falla cercava la Spagna.
Ma in che senso? Non certo nel senso in cui un Mussorgski, tanto per fare un esempio chiaro, nel folclore e nel canto liturgico russo cercava la Russia. Per Mussorgski le intonazioni russe erano il punto di partenza per elaborare un nuovo linguaggio che fosse espressione diretta di personaggi pescati nella realtà della vita russa, in mezzo alle più diverse classi sociali. E poiché quella realtà era in movimento la sua scoperta dell’uomo russo si caricò da sé d’implicazioni ’attuali’, anche quando metteva in scena personaggi del Medio Evo. In quasi ogni pagina di Mussorgski affiorano all’espressione musicale persone, tipi, classi sociali che fino allora ne erano stati esclusi: un fatto rivoluzionario. E tra costoro è Mussorgski stesso, che si ritrae fra loro indossando i costumi più diversi: proprio come i pittori d’una volta insinuavano, nella folla d’un affresco, l’autoritratto.
Nulla di questo in Falla. Falla non cerca realtà in movimento storico né scopre, nell’anima della Spagna, nulla di sostanzialmente nuovo. Bada piuttosto a mettere a fuoco quello che la sua civiltà secolare ha elaborato di più permanente e memorabile, e di cui le sue musiche e le sue danze sono i simboli tradizionali: l’intrepida corrida delle passioni, la comica parata dei vizi, l’incantesimo delle notti, la violenza della festa e della gioia; il tutto sostenuto al passo d’una eleganza suprema, quale può fiorire soltanto in un costume pre-borghese.
E qui è forse il nocciolo della questione. La Spagna di Falla era una civiltà non ancora borghese. Un passato che, a differenza di quello di tanti altri paesi d’Europa, era ancora un presente (e in parte lo è tuttora). Non per questo fingeremo d’ignorare quanto bollisse in Ispagna, già allora, di fermenti rinnovatori; né verremo a raccontarvi che il sangue versato venticinque anni fa fosse acqua. Ma assimi-
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude><section begin="s1" />lare semplicisticamente il moderno dramma della Spagna a quello di altri paesi dimenticando la presenza di tradizioni tenacissime che lo condizionano, invece, in modo estremamente specifico, è un errore capace di falsarne ogni cognizione: un errore appena un po’ meno madornale di quel buffo equivoco per il quale tanti compositori d’oggidì mettono in musica {{AutoreCitato|Federico García Lorca|Garcia Lorca}}, credendo in buona fede di musicare {{AutoreCitato| Bertolt Brecht|Brecht}}.
La faccenda è diversa. E che la sensibilità di {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}} restasse al di qua di quel dramma, è un fatto (anche dal punto di vista biografico: religiosissimo, Falla non amò la Repubblica antireligiosa; però neanche ’el movimiento Salvador’, tant’è vero che al suo trionfo fece le valige). Ma questo fatto ebbe tutt’altre conseguenze da quelle che una analoga insensibilità avrebbe avuto su un contemporaneo compositore tedesco o francese. Perché quella sua Spagna era pur vera e viva, presupposto d’ogni altra in fieri, era una somma di valori tutt’altro che liquidati, non un fantasma degno soltanto di omaggi estetizzanti. Ripresentare questi valori all’uomo europeo, come parte della sua stessa umanità, questo fu il compito di Falla. E a realizzarlo, bisognò
che fosse lui stesso un compositore europeo del suo tempo: capace dunque di filtrare il linguaggio spagnolo attraverso un ripensamento culturale, ’critico’; in difetto del quale quel linguaggio avrebbe continuato a sonare, per noi, solo come un pittoresco dialetto. Ma
poi la sua virtù personale andò oltre quest’assunto. La singolarità di Falla non tanto è nella purezza culturale, nel rigore con cui compì la sua impresa; quanto nell’immediatezza del risultato. Tutto nella sua musica si pone come stilizzazione, scelta meditata e finissima; ma per colpirci poi, quasi sempre, per la via più diretta, senza fare appello a omertà intellettuali di sorta.
Prendiamo per esempio la ’gitaneria’ dell’''Amor brujo''. Falla non riproduce letteralmente quasi nulla del mondo musicale gitano, ma ne sintetizza gli elementi su un altro piano, condensandoli. Così, raggiunge l’estasi incantatoria senza bisogno di abbandonarsi all’ossessione iterativa che dovrebbe esserne il veicolo obbligato; e fa un orchestra dall’organico quasi normale, che non accoglie chitarre nè arpe nè percussione (salvo i timpani e pochi tocchi di campane).
Stilizzazione assoluta, dunque. Eppure buona parte di questa, come di tant altra musica di Falla, è rifluita nei caffè e nelle ’cuevas’, sulle chitarre dei gitani in carne e ossa, insomma è ridiventata folklore. Questo è il miracolo di Falla, probabilmente unico nel nostro secolo: che la semplicità, la grazia più insospettabile siano l’esito dell’elaborazione più riflessa; come nella marionetta di {{AutoreCitato|Heinrich von Kleist|Kleist}}. Ma probabilmente la chiave del miracolo non tanto è estetica quanto morale: non tanto risiede nel genio del musicista quanto nell’umiltà, nella dedizione innamorata, nell’invitto candore dell’uomo.
{{A destra|{{Sc|fedele d’amico}}}}<section end="s1" /><noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude><section begin="s1" />::{{x-larger|'''Origine dell’Atlántida'''}}
Nel 1926 {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Manuel de Falla}}, dopo aver scritto il ''Concerto'', aveva pensato, per un nuovo lavoro, a un «auto sacramental» di {{AutoreCitato|Pedro Calderón de la Barca|Calderón de la Barca}}, intitolato — suggestivo titolo — ''Los Encantos de la culpa'', il cui argomento era il medesimo del dramma ''Circe'' dello stesso Calderón. Dai due drammi Falla voleva ricavarne uno solo. Mentre pensava a questo, giunse a Granata José Maria Sert, il famoso pittore catalano, che si recò a visitarlo e che gli disse: «Vengo dal festival di Salisburgo e ho un incarico di {{AutoreCitato|Max Reinhardt|Max Reinhardt}} per Lei. Il grande regista vorrebbe che Lei musicasse un ’auto sacramental’ di Calderón, per il quale io farei i bozzetti degli scenari».
Che strana coincidenza! Proprio ciò che Falla pensava già di fare per conto suo! Quando Sert seppe ciò, il suo entusiasmo si accrebbe. S’avvicinava l’epoca della Esposición Ibero-americana di Siviglia e anche ciò venne ricordato durante la conversazione. Ad un tratto Sert ebbe un’idea: «E se facessimo qualcosa per quest’esposizione?» «''La Atlantida''», esclamò Falla.
Bisogna sapere che in quei giorni s’era festeggiato il cinquantenario del primo dei grandi poemi dei tempi moderni, ''La Atlantida'' del grande poeta catalano {{AutoreCitato|Jacint Verdaguer|Jacinto Verdaguer}}. Si era nel 1926 e nello stesso anno Falla compiva i cinquant’anni, sicché poema e musicista avevano la stessa età. Falla aveva letto nel giornale «El Sol» di
Madrid frammenti del poema, che Eduardo Marquina, il traduttore del poema dal catalano in castigliano, aveva recitato nella seduta dell’Academia Espanola durante la cerimonia della commemorazione. Questi frammenti avevano destato un tale interesse in Falla, che aveva fatto ricerca del poema completo. Avutolo, l’artista comprese
che quel poema sarebbe andato benissimo per il suo progetto, con quell’argomento che s’inquadrava fra l’epoca greca e quella latina, fra i tempi mitologici e quelli pieni di mistero della primitiva Iberia, fra i Pirenei, il Mediterraneo, la leggendaria terra di Gadex e l’immensità dell’altro mare.
Fin dall’infanzia l’ambiente che lo circondava aveva riempito la sua immaginazione di strane e grandiose fantasie, come oscuri sogni ancestrali. Cadice, la sua città natale, l’antica ''Gadex'' dei Romani, dapprima era stata degli Iberi, ma prima ancora aveva fatto parte
del perduto territorio atlantideo, il cui vago ricordo era rimasto nella memoria degli antichi Egizi, dei Fenici, dei Greci. Nello stem-<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Smaller block}}Dal libro ''Manuel de Falla'' di Jaime Pahissa. Buenos Aires, Ricordi Americana, 1947. Traduzione italiana di Ottavio Tiby. Milano, Ricordi, 1961.<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude><section begin="s1" />ma di Cadice egli vedeva Ercole fra le due colonne, con la scritta «Ercules fundator», e immaginava l’eroe che con la sua clava creava lo stretto aprendo la via all’oceano. Da tutto ciò si può comprendere la profonda impressione che la lettura dell’''Atlantida'' aveva prodotto su di lui, ravvivando le infantili fantasie non interamente obliate.
Allo scopo di ravvivare quelle impressioni e penetrarsi di esse prima di tradurle in musica, {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}} fu a Cadice, dove il Comune lo considerò ospite d’onore e alla cui cortesia egli rispose offrendosi di dirigere un concerto di beneficenza. Quanto suggestiva la bella città, posta
in posizione privilegiata al termine del Mediterraneo e d’Europa, dinanzi all’Atlantico e di fronte al Nuovo Mondo, con la sua storia di secoli e secoli, nella quale la mitologia si mescola agli episodi storici più luminosi: Alcide, l’''{{TestoCitato|Odissea|Odissea}}'', la Fenicia; ricordi e orme millenarie impresse sopra una terra bellissima e varia, sotto un cielo di turchese!
Andando per le sue vie si sentono echeggiare nomi come Ercole, Argantonio e altri eroi dell’antica Iberia, nomi coi quali i cittadini furono battezzati dall’alcalde Adolfo de Castro. Era questi persona coltissima,
appassionata per gli studi dell’Iberia preistorica, e specialmente per le vicende di quell’Argantonio re di Tartesso, ed era autore di ''El Buscapiés (Il Razzo)'', una novella che si attribuì a {{AutoreCitato|Miguel de Cervantes|Cervantes}}, e sua fu ritenuta fin dai più provetti cervantisi. E presso la città, fra Cadice e Gibilterra, l’isola «del Prezzemolo» o «delle Colombe», ritenuta l’isola di Calipso dell’''Odissea'', con la stessa vegetazione, la stessa sorgente descritta da {{AutoreCitato|Omero|Omero}}, come provò {{AutoreCitato| Victor Bérard|Victor Bérard}} nei suoi studi circa il viaggio di Ulisse al ritorno da Troia<ref>V. Bérard, ''Les Phéniciens et l’Odyssée'', Parigi 1902-1903; id., ''La Navigation d’Ulysse'', Parigi 1927-1929. (N.d.T.)</ref>.
Da Cadice Falla si recò a Jérez de la Frontera. Qui gli amici lo accompagnarono in un’escursione del massimo interesse per lui: al porto di Sanificar de Barrameda, il porto che tante relazioni ha coi viaggi di {{AutoreCitato|Cristoforo Colombo|Colombo}} al nuovo continente. Lungo la via tracciata fra due alti monti videro, pei pascoli che costeggiavano il cammino, buoi
e vacche che pascevano, e tutti questi animali avevano posati sulla testa o sulle corna o sul dorso alcuni uccelli alti e snelli, senza che mostrassero di averne fastidio: infatti questi uccelli erano intenti a liberarli dai parassiti. Sembravano incisioni di un antico tempio egizio, e in realtà quei maestosi uccelli di rara bellezza provenivano dall’Egitto: erano gli ibis del Nilo, che tutti gli anni emigrano dall’estremità
orientale del bacino del Mediterraneo fino all’estremità
occidentale.
Visitarono poi le rovine del tempio di Ercole, dove ancora oggi fra la terra si possono ritrovare frammenti di vasi e tronconi di pietra del monumento, antico di più di due millenni. Attraversarono quindi una piccola e bella cittadina, e dall’angolo di una via poterono ammirare un busto marmoreo che rappresentava Ercole: era Medina Sidonia. Medina, dalla bianca Arabia; Sidonia, dalla Sidone di Fe-<section end="s1" /><noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude><section begin="s1" />nicia. Giunsero finalmente a Tarifa, la terra spagnola più vicina all’Africa, nel punto più angusto dello Stretto di Gibilterra, e salirono sullo storico torrione di Guzman il Buono, dall’alto del quale il sole si può scorgere fra i due vicini massicci d’Europa e d’Africa che sembrano in tal modo le colonne inalzate da Ercole per sostenere i due
continenti. I raggi del sole facendosi un varco fra le ombre disegnate dalle nubi davano all’orizzonte l’imponente aspetto di un cielo biblico. Tutto era d’una grandiosità impressionante: grandiosità di mitologia, di leggenda, di remota storia. Ora {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}} poteva mettersi al lavoro: il suo spirito era sufficientemente imbevuto di quell’incanto e di quel sublime che per anni dovevano costituire la sorgente dalla quale sarebbe scaturita l’ispirazione dell’opera sua.
E l’ispirazione corrispose alla sua ansia; la prova ne è che più tardi, quando già la composizione era iniziata, l’artista attraversando un giorno i Pirenei per recarsi a Tolosa e trovandosi alle falde dell’alta e nevosa cima del Canigó, si mise a cantare, dinanzi alla grandiosa
visione, la musica che aveva già scritto per quel canto del poema, e questa lo soddisfece, ed egli la trovò degna di tanta maestà. Una notte, quando già si trovava a Carlos Paz in Argentina, sotto il cielo d’un profondo azzurro e una luna splendente che gli ricordavano le notti della sua Andalusia, Falla sentì in sè l’afflato dell’ispirazione, e postosi al lavoro, annunziò il giorno dopo al suo buon amico, il dottor Carlos Quiroga Losada: «Sono contento: ho scritto l’ingresso di Ercole nel giardino delle Esperidi».
D’allora in poi la sua attività creatrice si volse unicamente all’''Atlantida''. Il suo proposito iniziale era di farne un’opera breve, ma a poco a poco la composizione si accrebbe. La prima parte in origine non
esisteva; ma una volta decisa, fu la prima ad essere terminata. Poi egli aggiunse l’epilogo, e in tal modo oggi il lavoro è maggiore di ben tre volte di quello che avrebbe dovuto essere secondo l’idea primitiva. Le sue dimensioni sono considerevoli: nel 1945 Falla era in dubbio se farne conoscere alcuni frammenti, completamente terminati, in un concerto il cui programma ne sarebbe stato completo: il che ci dice che l’opera intera supera la durata normale d’un concerto. Ma si decise per il no nella tema che quei frammenti potessero
soffrire per la mancanza di contrasto e d’equilibrio col rimanente, e nella considerazione che, essendo l’opera molto attesa, la sua presentazione a frammenti avrebbe potuto deludere.
«Come potrei» diceva Falla «continuare a lavorare intorno ad essa, se l’entusiasmo e lo stimolo dovessero essere vinti dal poco successo? E chi vorrebbe eseguirla nella sua integrità se questa non piacesse alla prima esecuzione?» E qualche volta aggiunge: «E senza scene!»
Il che ci dice che l’''Atlantida'' non è un semplice oratorio da concerto, ma un grande poema musicale per la scena.
Nessuno sa nulla di quest’opera. Falla è troppo meticoloso e preciso nel suo lavoro per mostrare ad altri una composizione che non è terminata. E per lui un’opera non è terminata se essa non sia stata riveduta più d’una volta dopo anni e anni. Possiamo soltanto dire
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude><section begin="s1" />della musica che essa è costituita principalmente da pagine corali, trattate in una polifonia austera, ma libera e ricca, con sobri appoggi orchestrali, e da pagine sinfoniche e parti soliste dei personaggi del poema.
Come già abbiamo detto, quest’opera segna il culmine dell’evoluzione stilistica di {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}}, perchè rappresenta il culmine del suo cammino ascensionale verso l’universalità della tecnica e dell’espressione; essa poi raggiunge l’ideale dell’artista, come abbiamo precedentemente accennato, di riunire, fuse in una sola, le musiche proprie delle varie regioni di Spagna. Nelle composizioni del primo periodo il tipo della musica di Falla è, in generale, andaluso e s’accorda precisamente
col caratteristico linguaggio musicale spagnolo, quello cioè che il mondo ha sempre considerato come proprio della Spagna. Ma già nelle prime composizione di questo periodo, nei ''Quattro Pezzi spagnoli'' per piano, ce n’è uno, la ''Montañesa'', che, com’è detto dal titolo e come ancor meglio dice la musica, è l’espressione di una regione spagnola più appartata, nel luogo e nel carattere, di quella andalusa; questa è nell’assolato sud; quella, la Montana ossia Santander, nel piovoso nord. È di tipo andaluso ''La Vida breve'' specialmente per l’ambiente in genere — non per le scene drammatiche, che sono di carattere universale; — si esprimono col tipico linguaggio musicale spagnolo i balletti ''El Amor brujo'' e ''El Sombrero''. Ma già l’opera seguente, ''El Retablo de Maese Pedro'', si allontana da quest’accento caratteristico per assumere un carattere medievale castigliano, più severo ma profondamente suggestivo. Il
''Concerto'' per clavicembalo e cinque strumenti si eleva poi di tanto sul concreto materialismo, che fino i ritmi o i temi, dei quali potrebbe cercarsi un’origine nel linguaggio musicale spagnolo dotto, sono impiegati in maniera così astratta, da divenire universali. Universali al punto che quella musica non può forse diventare familiare al grosso pubblico, a quel pubblico che sa vedere soltanto il lato brillante e superficiale delle cose e che probabilmente rimane disilluso da quelle pagine. Essa però ha penetrato profondamente l’animo di coloro che sanno percepire l’essenza dell’opera d’arte e s’è solidamente affermata fra le migliori creazioni della musica moderna.
A questa universalità di spiriti lo inducono poi, nell’''Atlantida'' altre ragioni. Anzitutto l’argomento, che per essere oggetto di un grande poema epico richiede una lingua alta e universale. Poi il luogo dell’azione,
che è la Spagna tutta, dalla fiammeggiante Pirene ai giardini delle Esperidi, dai frutti d’oro del Levante, dalle porte del tenebroso Oceano che Ercole apriva, all’estremo limite del mare sulle spiaggie del mondo nuovo. Infine la lingua catalana nella quale è scritto il poema, per la sua origine latina e gli influssi gotici che contiene, completa la universalità della materia.
In tal modo Falla, musicista andaluso, con la musica dell’Atlantida che risuonerà con accenti catalani, ricambierà alla Catalogna, l’offerta che i musicisti catalani Pedrell, Albéniz e Granados, fecero all’Andalusia, creando la musica moderna spagnola sopra i ritmi e i canti della musica andalusa.<section end="s1" /><noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude><section begin="s1" />
Il libretto dell’''Atlàntida'' è dovuto allo stesso {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}}, il quale, uomo di alta cultura, osservatore penetrante e di grande versatilità, potè scrivere in catalano (che non è la sua lingua materna, ma che assomiglia molto alla sua, perchè tanto il catalano che il castigliano sono lingue ispano-latine) i versi o i brani di prosa ritmica che occorrevano per riassumere o per collegare alcuni canti del poema secondo le esigenze della costruzione musicale.
Manuel de Falla ebbe a dichiarare che pochi mesi ancora gli sarebbero bastati per terminare l’opera, se la salute o le altre inevitabili occupazioni — corrispondenza, visite, relazioni con gli editori - gli
avessero concesso un po’ di tranquillità. Però i mesi sono passati, e gli anni, senza che si giungesse all’ultimo tratto di penna. Ma senza dubbio il tempo impiegato non ha importanza, purché il risultato sia quello che l’autore ha desiderato e che il mondo si attende. Per l’immortalità gli anni non contano.
Quando Falla cominciò a lavorarvi, s’era stabilito che ''Atlàntida'' dovesse essere presentata dal celebre Coro Orfeó Citala di Barcellona, trattandosi di un oratorio con soli coro e orchestra scritto in lingua catalana; si aveva poi l’intenzione di portare successivamente il lavoro in tournée negli Stati Uniti con le masse dell’Orfeó.
Ma due grandi e gravi avvenimenti accaddero: la guerra civile spagnola e la guerra mondiale, e inoltre durante quegli anni vennero a mancare due grandi maestri che reggevano l’Orfeó: Luis Miller e Francisco Pujol. In seguito Falla cadde ammalato e potè lavorare con difficoltà, come se avesse abbandonato il pensiero dell’opera; si recò poi in Argentina, dove risiedette per più anni. Non è facile perciò che il primitivo progetto possa aver esecuzione.
Si compirà in ogni modo l’arcano disegno dei fati. Il poema ''Atlantida'' è la narrazione di un vecchio saggio a un ragazzo che un naufragio gli getta fra le braccia. Nella mente dell’immaginario giovinetto i fatti narrati si illuminano di una luce meravigliosa; di là dall’Oceano tenebroso deve esistere un mondo sconosciuto. Il ragazzo è {{AutoreCitato|Cristoforo Colombo|Cristoforo Colombo}} e il suo sogno diventa realtà nella scoperta dell’America. In tal modo, nel poema, alla rievocazione delle antiche genti di Spagna si unisce la visione profetica dei nuovi paesi che quelle sono chiamate a popolare.
{{A destra|{{Sc|jaime pahissa}}}}<section end="s1" /><noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude><section begin="s1" />{{Centrato|{{x-larger|'''La grande avventura di "Atlantida"'''}}}}
Il 1926 finì davvero per essere un anno fondamentale, nella vita di {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Manuel de Falla}}. Il 23 di novembre egli compiva cinquanta anni e diciotto giorni prima veniva presentato a Barcellona il ''Concerto'' per clavicembalo e cinque strumenti, opera importante perchè conclude e riassume un intero processo evolutivo, lungo ma logico di avanzate e conquiste.
Ma nello stesso anno in cui viene alla luce questo ''Concerto'' che aveva richiesto al compositore tre anni di lavoro, nasce nella mente di Falla l’idea di comporre quella che sarebbe stata la sua opera postuma: la «cantata scenica» ''Atlantida''.
Come sempre accade a Falla, la decisione arriva dopo una serie di premesse, è giustificata da pensieri, è sostenuta da principi estetici radicati nell’essenza, meditati con gran cura nella forma. Voglio dire che don Manuel non lavorava mai secondo i capricci del caso. Intelligenza profonda, ragionamento sistematico, giudizio analitico stretto e rigoroso: il pensiero di Falla controlla sempre tutte le situazioni del suo estro creativo.
Da molto tempo l’autore del ''Retablo'', portato naturalmente alla musica teatrale nelle diverse sue forme, aveva riconosciuto non solo il suo debito al magistero teorico di Pedrell ma anche agli insegnamenti
ricevuti dalle sue opere. In parecchie di esse come pure nei lavori di musicologia del suo Maestro, Falla spesso colse orientamenti e suggerimenti. L’uso di frammenti polifonici del XIV secolo spagnolo, o delle ''Cantigas'' di {{AutoreCitato|Alfonso X di Castiglia|Alfonso X il Saggio}}, in alcune opere di Pedrell dovette stimolare l’animo di Falla, nel momento di affrontare la sua più vecchia illusione: la creazione di una musica religiosa che tenesse in gran conto l’esempio dei grandi polifonisti spagnoli e il valore ideologico, espressivo e prosòdico della nostra antica monodia. Da tali basi il compositore potè partire alla ricerca di uno stile, quello che incontriamo realizzato in diversi parti di
''Atlàntida''. Dopo la decantazione che presuppone un’opera come il ''Concerto'', era ormai chiaro che Falla voleva proseguire il suo cammino verso una musica nella quale, pur non venendo meno all’immutabile principio di resistere a ogni tentazione retorica, egli
potesse tuttavia realizzare una grandiosa struttura formale e usare grandi mezzi vocali, strumentali e scenici. Bisogna tener conto anche dei precedenti: l’analisi accurata del ''Parsifal'' — realizzata da<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Smaller block}}
Dal libro ''Manuel de Falla'' a cura di Massimo Mila (Symposium, n. 3) Milano, Ricordi, 1962. Traduzione italiana del presente articolo di Mario Rasi.<section end="s2" /><noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude><section begin="s1" />{{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}} per molto tempo — e lo studio di certi rapporti dell’opera {{AutoreCitato|Richard Wagner|wagneriana}} con gli elementi della polifonia europea dei secoli d’oro.
Lungi però da Falla l’idea di seguire esempi che, in definitiva, risultavano estranei alla sua sensibilità. Egli cercava solo di realizzarne la «versione» spagnola, diretta, nata dalla profondità della storia iberica, dal suo carattere e dal suo pensiero. Proprio qualcosa di
simile, almeno nelle intenzioni, avevano suggerito le ultime opere di Pedrell.
Stabilite tali premesse, niente di più logico che don Manuel ponesse l’occhio sui grandi «auto sacramentales»<ref>Sacre rappresentazioni, generalmente in un atto.</ref>. In quello stesso anno 1926 un testo di {{AutoreCitato|Pedro Calderón de la Barca|Calderón de la Barca}}, ''Los Encantos de la culpa'' già appare ricco di annotazioni: Falla pensava di musicarlo in una con un altro dramma di analogo argomento dello stesso Calderón,
''Circe''.
Il grande pittore catalano José Maria Sert trasmette proprio allora al suo grande amico Falla la proposta del famoso regista {{AutoreCitato|Max Reinhardt|Max Reinhardt}} di comporre un’opera su un «auto sacramentai» di Calderón per il Festival di Salisburgo. Falla aveva già intenzione di farlo; l’incarico di Reinhardt poteva dunque dargli la spinta decisiva.
Tuttavia le cose andarono diversamente; fatti nuovi avvengono in quell’anno che abbiamo chiamato fondamentale per la biografia di Falla. In tutta la Spagna si celebra il cinquantenario del poema ''La Atlantida'' di {{AutoreCitato|Jacint Verdaguer|José Jacinto Verdaguer}}, il più grande poeta epicolirico di Catalogna. La Real Academia gli rende omaggio e il drammaturgo Eduardo Marquina pronuncia un discorso e legge la traduzione in castigliano, da lui stesso condotta a termine, di alcuni frammenti del poema. Falla ne viene a conoscenza tramite il giornale «El Sol», che allora era culturalmente il più qualificato tra i giornali che si pubblicavano in Spagna. Era infatti ne «El Sol» che Ortega y Gasset, Unamuno, Azorin, Perez de Ayala, Baroja e molti altri esponenti della migliore cultura spagnola contemporanea pubblicavano i loro articoli e i loro grandi saggi sotto forma di «appendici». Nello stesso giornale scriveva come critico musicale Adolfo Salazar, il più autorevole esperto nel suo campo, che era amico e fervente difensore delle idee di Falla, e in un certo modo poteva essere considerato
un suo discepolo.
Per sua ispirazione e forse per fedeltà alla eredità di Pedrell, Falla aveva più di una volta pensato di scrivere della musica sopra un testo catalano. Ed era stato il suo stesso maestro a suggerirgli il nome di {{AutoreCitato|Raimondo Lullo|Raimundo Lullo}}. Ma la vita del mistico medioevale era segnata da alcune irregolarità che non potevano conciliarsi coll’esigente
rigore religioso cui tutta la vita di Falla si conformò. Egli fu invece tentato per mille motivi dal poema e dalla personalità di Verdaguer, della cui ''Atlantida'' non conosceva altro che quello che aveva letto ne «El sol».
Ma ecco, ancora, che nuove circostanze fanno in modo di rendere de-<section end="s1" /><noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude><section begin="s1" />finitivo il proposito di {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}}. C’era, fra i suoi più cari amici, un industriale di Barcellona, don Juan Gisbert Padró, cui piaceva accompagnare Falla nei suoi viaggi per aiutarlo in ciò che poteva.
Si celebrava, nel 1926, a Zurigo il Festival della S.I.M.C. ed era annunciata la rappresentazione del ''Retablo de Maese Pedro''. Falla e Gisbert si recano nella capitale della Svizzera tedesca, poi prendono il treno per Milano. E proprio mentre viaggiano verso la città italiana, dove 36 anni dopo si rappresenterà la prima mondiale di ''Atlantida'', Falla e Gisbert discutono questo argomento. Falla dice di non conoscere il poema e Gisbert promette di mandarglielo appena saranno tornati in patria. Così fu, e poco tempo dopo Falla chiese che gli fosse mandato a Granada un dizionario catalano-castigliano del tempo di {{AutoreCitato|Jacint Verdaguer|Verdaguer}}. Gisbert scrive che non c’è che quello di Labernia e che non è facile trovarlo. Ma alla fine riesce a soddisfare il desiderio del suo venerato amico. Falla si immerge nella
opera completa di Verdaguer e si fornisce di un gran numero di grammatiche catalane. In breve: nello scrivere le prime note di ''Atlantida'' penetrava nello stesso tempo l’essenza dell’idioma di Verdaguer.
Sono passati pochi mesi, e prima della fine dell’anno l’Opéra Comique di Parigi rende omaggio a Falla, nel cinquantesimo anniversario della sua nascita, rappresentando ''La Vida breve, El Amor brujo, El Retablo de Maese Pedro''. In quell’occasione Falla va a
Parigi non solo con Gisbert ma anche con un altro suo grande amico, già discepolo di Granados, il maestro Frank Marshall. Durante un pranzo nella capitale francese, Falla dà agli amici, chiedendo la massima discrezione, la grande notizia: ha cominciato a scrivere
''Atlàntida''.
Ecco dunque Falla alle prese con ''Atlántida''. Ma che cosa sarà quest’opera di cui don Manuel non ama parlare? Il suo riserbo, mantenuto per lunghi anni, rende difficile scoprire attraverso quali vicissitudini l’idea arrivò alla sua realizzazione «È questa l’opera — egli
dice nel 1927 a un collaboratore del giornale madrileno «Ahora» — in cui ho messo il maggior entusiasmo. Desidererei avere vita e salute tanto da poterla finire. Sarà un’opera abbastanza complessa, che occuperà tutta una serata. Vi saranno solisti di canto per il testo
drammatico del poema, cori e orchestra. Giacché il testo poetico di Verdaguer è assolutamente rispettato, non solo per la profonda ammirazione che il poeta catalano merita, ma anche perchè ''La Atlántida'' esisteva dentro di me fin dai tempi della mia infanzia. A Cadice, dove son nato, mi si offriva l’Atlantico attraverso le colonne d’Ercole, aprendo alla mia immaginazione il più bel giardino delle Esperidi».
In questo momento non appare chiaramente definita la forma scenica di ''Atlántida'', benché sia evidente il carattere drammatico della «cantata». Ma ben presto Falla comincia a chiarire le sue idee. Senza dubbio c’erano nel suo animo tre forme di interpretazione che coincidono, d’altra parte, con quelle indicate da Pedrell per qualcuna delle sue opere. Così ''El Comt Arnau'' comincia con l’avver-<section end="s1" /><noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude><section begin="s1" />tenza che lo si può eseguire in forma di concerto, rappresentare in teatro o in qualsiasi scenario naturale, storico o artistico.
Per l’argomento {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}} pensa di utilizzare sia il poema di {{AutoreCitato|Jacint Verdaguer|Verdaguer}} sia altri testi necessari a narrare e a esaltare la storia di {{AutoreCitato|Cristoforo Colombo|Colombo}}, che è sì il protagonista nel testo del poeta catalano ma che il compositore vorrebbe avesse un significato ancor maggiore nella sua nuova partitura. «L’opera — scrive a Sert nel gennaio del 1928 — si dividerà in due parti: la prima è tutta basata su passaggi de ''La Atlántida'' di Verdaguer e la seconda (''Colombo'') solo in parte su
di essi. Il titolo sarà ''Atlántida''. Vediamo dunque che appena iniziato il lavoro, contrariamente a quanto hanno propalato taluni, Falla aveva deciso di sopprimere l’articolo dal titolo della «cantata».
D’altra parte, ancor prima della firma del contratto con gli eredi di Verdaguer, egli scrive a Teresa Marshall per iniziare gli approcci in proposito: «Lei può dire ’confidenzialmente’ il mio nome agli eredi di Verdaguer; avvertendoli che questo riserbo vale solo per poco tempo e finché non sarà opportuno dare pubblicità all’impresa. Come loro sanno e possono anche dirlo a quei signori, si tratta di una specie di libretto fatto da me e basato su alcuni episodi del poema, utilizzando certi passaggi del testo catalano. Il titolo sarà: ''Atlántida''». Ovviamente don Manuel si interessa ai testi colombiani. Nel maggio dello stesso anno 1928 gli scrive da Siviglia Torre Perellò: «Di Cristoforo Colombo c’è il ''Libro delle profezie'', il cui originale è alla Biblioteca Colombina, poiché è stato stampato soltanto nella ''Raccolta di documenti e studi pubblicati dalla R. Commissione Colombiana del IV Centenario della scoperta dell’America'', Roma, 1892, Parte I, vol. I, pag. 75 e segg. È opera rara e consta di due volumi. Qui a Siviglia ce n’è una copia nell’Archivo General de Indias, ma deve trovarsi anche a Madrid e sicuramente a Granata in qualche biblioteca importante. Quanto all’opera di suo figlio Hernando, la ''Historia del Almirante Cristobai Colón'', l’edizione più moderna è
quella madrilena del 1892...».
Qualche mese dopo, sempre da Siviglia, don Rafael Carrasco comunica a Falla: ''Libros y autografos de Cristobai Colón'', conferenza data nel 1891 alla Reai Academia Sevillana de Buenas Letras da don Simón de la Rosa, bibliotecario della Colombina, che fece una descrizione abbastanza dettagliata del ''Libro delle profezie''. In nessun luogo ho potuto trovare la citazione precisa dei capitoli e dei versetti di Isaia; credo che si trovino in quel lavoro...».
In ottobre — questo dato completa la ricerca attuata da Falla per questa sua opera — il compositore aveva chiesto al fratello German: «Ti sarò grato se vorrai mandarmi l’esemplare della {{TestoCitato|Bibbia|Bibbia}} che mi avevi destinato... ciò che mi hai dato in attesa di quello non è completo e mi conviene avere il testo integrale in latino...».
Adolfo Salazar, sempre in contatto con Falla non ha notizia del nuovo lavoro creativo prima dell’agosto successivo, quando riceve una lettera con una informazione quasi marginale: «...le parlerò anche dei
miei lavori attuali. Fino ad oggi non c’è che il titolo: ''Atlántida''; ma acqua in bocca finché non ne parleremo».<section end="s1" /><noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude><section begin="s1" />
Un mese dopo {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}} dà le prime informazioni a Roland Manuel, critico e compositore francese, nonché suo biografo: ''Atlántida'', è la mia nuova opera, musicata sul testo catalano dell’ammirabile poema di {{AutoreCitato|Jacint Verdaguer|Jacinto Verdaguer}}, cui nel mio adattamento aggiungo altri testi (per lo più sacri) e nuove scene. Sarà opera per soli, coro e orchestra. Grazie a Dio il lavoro procede bene e entro due mesi al più tardi potrò parlargliene con tutta libertà. Intanto la prego di CONSERVARE IL SEGRETO» (le maiuscole sono di Falla).
Ma forse, accanto al valore documentario di queste citazioni, ancora più toccante appare quanto scritto in una lettera diretta a Falla dal suo intimo amico Leopoldo Matos, che dopo aver ascoltato due pezzi:
l’«Hymnus hispanicus» e il «Sogno di Isabella», scriveva: «Quei suoni correranno per il mondo. È la predizione di un profano».
Dall’istante stesso che Falla comincia ''Atlántida'', i contatti con Sert diverranno continui. Pittore e musicista coincidevano in questa occasione, amicizia a parte, anche nello stile della creazione. Non dimentichiamo che Sert è autore di grandi dipinti murali e che per lui ''Atlántida'' non poteva essere che l’equivalente musicale delle sue forti, monumentali e immaginose creazioni plastiche. Perciò insistette
molte volte perchè fosse rappresentato in uno scenario che avesse caratteristiche storiche o artistiche; come il Monastero di Poblet<ref>In Catalogna.</ref>. Ma diverse ragioni di ordine pratico consigliavano la
scelta di uno scenario teatrale. ''Atlántida'', per il suo stesso testo e per le intenzioni del compositore non poteva essere qualcosa di simile a un’opera poiché l’azione dei personaggi è tanto statica come favolosi sono i fatti che vi si narrano: tanto Sert che Falla pensavano dunque alle possibili soluzioni. In attesa di un incontro più lungo e davanti alla necessità di guadagnare tempo, Falla spiega a Sert, in una lunga lettera, la sua visione scenica dell’opera. Il documento
è di straordinaria importanza poiché in esso troviamo per la prima volta il piano preciso (forma e argomento) di ''Atlántida'' che, salvo poche varianti, è quello che Ernesto Halffter è arrivato a realizzare.
Falla aveva già composto parte della musica, come abbiamo visto dalla lettera di Matos e come viene confermato in questa lettera a Sert, datata 10 novembre 1928. «''...Considero indispensabile che Lei conosca la musica che ho scritto e che ci scambiamo le nostre impressioni sopra le mie "intenzioni" sceniche... Vedo ogni giorno di più con maggiore chiarezza e convinzione che le scene non devono aver movimento e abbandono il primitivo progetto di scene a volte movibili. Ma ciò che si può fare è dividere l’azione principale di un quadro (quando la situazione drammatica lo esiga) in due o tre parti, separando le scene con veli che vadano oscurandosi fino a che la prima scena non sparisca, e poi inversamente alzando i veli per scoprire la nuova scena. Le scene devono dare l’impressione di antiche vetrate di cattedrale, ma in piani distinti e in trasparenza. Le mie''<section end="s1" /><noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude><section begin="s1" />''recenti visite ad antiche cattedrali italiane sono state utilissime per rivelarmi ciò che finora vedevo approssimativamente e come aspirazione nascosta...».
Secondo quello che si apprende da questa lettera {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}} si proponeva, in quel tempo, di dividere ''Atlántida'' in un prologo e due parti.
{{Sc|Prologo}}: «Atlantida sommersa» - «Inno ispanico». (Forti dubbi sull’«Incendio dei Pirenei» al punto che nel 1928 pensa di sopprimerlo; ma poi decide di includerlo).
{{Sc|Parte prima}}: «Il giardino delle Esperidi» - «Alcide e il ramo fiorito» - «Il Drago» - «Lamento delle Esperidi» - «La voce dell'Atlante» - «Canto delle Esperidi» - «Il tempio di Nettuno» - «Gli Atlantidi e i Titani» - «Lotta con Alcide» - «Fretum Herculeum: Calpe» - «L’Arcangelo. La parola divina» - «Gibilterra aperta» - «Il canto di Esperide» - «La torre dei titani» - «L’affondamento» - «Non plus ultra»
{{Sc|Parte seconda}}: «Il pellegrino - Colombo» - «Coro profetico» - «Sogno di Isabella» - «La notte suprema» - «La Salve nel mare» - «La scoperta» - «Hosanna in excelsis».
Oltre alle scene, Falla descrive i personaggi di Gerione il tricefalo, Ercole e {{AutoreCitato|Cristoforo Colombo|Colombo}} con sufficiente minuzia, e ancora indica movimenti di scena e effetti diversi. Il più importante consiste nella trasformazione di un bosco di alte palme del nuovo continente, davanti al quale sono arrivate le navi di Colombo, in una immensa cattedrale, nella quale si ascolta l’Osanna finale dell’opera.
Falla si decise a firmare il contratto con gli eredi {{AutoreCitato|Jacint Verdaguer|Verdaguer}} solo quando poté dare una certa concretezza al suo progetto e dopo che ebbe composto alcuni frammenti dell’opera. Firmarono per gli eredi donna Enriqueta de Cuadra y Feliù, vedova Borras, e per parte di Falla don Juan Gisbert Padré: il compromesso porta la data del 12 gennaio 1929. In esso é scritto ben chiaro che si tratta di un «adattamento lirico e scenico» del poema di Jacinto Verdaguer.
Sul tema di Colombo — e su testo di Paul Claudel — Darius Milhaud aveva composto un’opera. Una tale coincidenza provocò uno scambio di corrispondenza fra i due musicisti, che erano ottimi amici da sempre; il senso di ciò può essere sintetizzato da queste frasi scritte da Falla nell’ottobre del 1929: «Sono felice per la notizia che mi da della prossima prima rappresentazione della Sua opera a Berlino. Ne sono doppiamente contento. Data la coincidenza, sia pur parziale, del finale della Sua opera e di quello di ''Atlántida'' — che é ben lungi dall’essere conclusa — la prossimita della sua "premiére" appaga il mio desiderio che sia Lei il primo a presentare l’eroe...».
Milhaud ha dedicato il suo ''Christophe Colomb'' a Manuel de Falla. Gli manda lo spartito e riceve in risposta una bella lettera che ci chiarisce un paio di cose: la dedica di ''Atlántida'' e la nuova ampiezza dello schema. «Spero — dice Falla — che un giorno non troppo lontano io possa ricambiare questa prova di amicizia con la quale Lei mi onora. Lo farei subito con ''Atlántida'' se non Vavessi già destinata, fin dall’inizio dei miei lavori, alla mia citta natale, Cadice,<section end="s1" /><noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude><section begin="s1" />e alle altre città spagnole cui debbo una profonda riconoscenza.... Come Lei sa {{AutoreCitato|Cristoforo Colombo|Colombo}} non interviene nella mia opera che nella quarta e ultima parte».
É come dire che la struttura definitiva di ''Atlántida'' è stata fissata in un prologo e tre parti in vista dello sviluppo che nel corso del lavoro — specialmente nella maturazione dell’impostazione — il compositore viene a giudicare necessario. Contrariamente a quello che aveva prima pensato, {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}} scrive a Matos e a Sert nell’ottobre del 1929: «Mi sono infine deciso a incendiare i Pirenei».
Dopo la gran fiammata iniziale, cominciano per ''Atlántida'' momenti sempre più difficili. Falla lavorava con lentezza perchè non scriveva una nota senza lunghe meditazioni e non fissava mai sul pentagramma la prima ispirazione. Doveva ragionare, studiare tutti i perchè, cercare la massima esattezza espressiva: e pertanto doveva ritornare sopra la sua musica per quell’ultima rifinitura che — come diceva Ortega y Gasset — è tanto poco ed è tutto. Ma inoltre le attività di Falla dovevano soffrire di molte limitazioni. Alcune gravi, altre apparentemente lievi se considerate separatamente ma non tanto leggere se viste nel loro insieme.
La più grande limitazione, pur sopportata con santa rassegnazione, fu quella provocata dalla cattiva salute di don Manuel. «Coi miei mali — egli scrive a Ramon Gomez de la Sema, dall’Argentina —, posso appena occuparmi di questa povera ''Atlántida'', su cui lavoravo con tante illusioni e che ora in questi ultimi tempi va come il mondo, a piè zoppo e a capo chino...». E questo anche se sempre — e nella misura concessa dai medici — il lavorare, per l’''Atlántida'' gli era fonte di allegria. Due anni prima di morire dice a Juan José
Castro: «Sono tornato ad Atlântida che mi chiamava con grida disperate... É questo d’altronde l’unico lavoro che, fatto con prudenza e discrezione, non solo non pregiudica la mia salute ma la migliora, grazie a Dio!». Non è solo nell’ultimo periodo della vita, ma anche molto prima che incontriamo simili difficoltà. Nel 1929 Falla si lamenta col fratello Germàn: «Qui c’è ''Atlántida'' che mi sta dando tanti fastidi (ma anche tante gioie)». In altri momenti, più in salute e più speranzoso, egli esclama: «Sono appena arrivato da Cadice e Siviglia e ne ho approfittato per visitare i luoghi che hanno rapporti con ''Atlántida'' che spero di terminare entro un anno».
É poi per Falla una vera catastrofe, più che una limitazione, lo scoppio della guerra civile spagnola. Non si tratta solo di quei tre anni, poiché le sofferenze cominciarono molto tempo prima, in conseguenza della difficile situazione politica della Spagna che addolorava assai don Manuel specialmente in relazione alle persecuzioni religiose. E poi, dall’Argentina, egli dovette ancora vedere il mondo
immerso in una nuova e tragica avventura. Come poteva lavorare un artista che aveva bisogno di una grande pace interiore ed esterna, cercata alla Antequeruela Alta di Granada prima e a Maiorca poi e infine nel ritiro di Alta Gracia vicino a Cordoba in Argentina?
Poi c’erano mille altre piccole cause. Per esempio, la corrispondenza. Falla riceveva lettere su lettere da tutto il mondo: non ne lasciò<section end="s1" /><noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude><section begin="s1" />mai una senza risposta, anche se era cosa da niente. Inoltre scriveva prima le minute, le correggeva poi e quindi le copiava in bella copia... Più di una volta egli si dolse di questo lavoro, che lo paralizzava se teniamo conto del fatto che già nel 1928 e 1929 egli doveva moderare tutte le sue attività. Troviamo così, spesso, lettere cominciate un giorno, continuate il giorno dopo e finite nel giorno successivo.
Nè {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}} potè evitare di comporre altre musiche in quel periodo che avrebbe dovuto essere tutto dedicato ad ''Atlántida''. Alcune sono conosciute per la loro importanza e per la loro bellezza, sono veri capolavori per la qualità delle idee e le perfezione della fattura. Altre non lo sono perchè si tratta di cose di minore impegno, ma sono state composte con la stessa precisione con cui scriveva una lettera o preparava articoli e conferenze.
Dal giorno in cui Falla inizia ''Atlántida'' notiamo i lavori seguenti la cui enumerazione non è da considerarsi definitiva: ''Sonetto a Corversi'' di Luis de Gongora; ''Fanfara, in omaggio a Arbos''; ''Le Tombeau de Paul Dukas'' e ''Pedrelliana''.
A queste opere dobbiamo aggiungere, ancora, le musiche di scena per l’auto sacramental di {{AutoreCitato|Pedro Calderón de la Barca|Calderón de la Barca}}, ''El Gran teatro del mundo'' e per la commedia di {{AutoreCitato|Lope de Vega|Lope de Vega}}, ''La Vuelta de Egipto'', l’adattamento di alcune ''Cantigas'' e di antiche danze spagnole del ''Cancionero'' di Pedrell, per bambini; l’adattamento del ''Canto de los Almogavares'' di Pedrell. Infine, revisioni di musiche polifoniche spagnole di Morales, Guerrero, Victoria, Escobar, Del Encina e un lavoro corale, ''Ballata di Maiorca'' scritta nel 1933 durante un soggiorno nell’isola e dedicata alla Capilla Clasica diretta dal Reverendo Thomas. Il testo è preso dal X canto dell’''Atlántida''; si tratta della realizzazione polifonica dell’Andantino della ''Ballata in fa maggiore'' di {{AutoreCitato|Fryderyk Chopin|Chopin}}. Fu eseguita nella Certosa di Valdemosa - dove Chopin abitò — nello stesso 1933, dal coro della citata cappella. La citazione di queste opere, create durante il tempo dedicato ad ''Altántida'' ha in generale maggior significato dell’elencazione delle attività che si intromisero nel cammino della sua gran cantata scenica. Abbiamo già fatto riferimento al pensiero fermo e analitico del compositore: non era quindi possibile che queste composizioni e revisioni nascessero da un atteggiamento lontano o indifferente da quello che dominava il lavoro di Falla in quegli anni. In più credo
che secondo la loro maggiore o minore importanza, il ''Sonetto'', il ''Tombeau'' o le musiche per Lope e Calderón aiutano a comprendere ''Atlántida'', tanto quanto i lavori sui polifonisti. Sarà facile riconoscere in ''Atlántida'' la linea altamente lirica e declamatoria del ''Sonetto'' — e perfino alcune modulazioni e cadenze — e la struttura polifonica del ''Tombeau de Dukas''. E nelle brevi musiche di commento de ''El Gran teatro del mundo'' ci sorprende incontrare
delle cadenze direttamente imparentate col ''Parsifal'' ma procedenti da motetti di Victoria o di Lasso; l’uso di ''Cantigas'' di {{AutoreCitato|Alfonso X di Castiglia|Alfonso il Saggio}} oppure, nella semplicità e nella brevità necessarie, l’impiego della polifonia vocale e istrumentale che ammiriamo in ''Atlántida''.<section end="s1" /><noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude><section begin="s1" />
Tuttavia la composizione di ''Atlántida'' procedeva e lo confermano alcune letteire degli ultimi mesi della sua vita. Nel novembre del 1945, un anno prima di morire, don Manuel scrive a Otto Mayer-Sierra: «Da più di due anni ho dovuto sospendere i concerti per curare la mia salute e per dedicarmi con maggiore assiduità al lavoro
su ''Atlántida'', tante volte interrotto. Questo lavoro lo cominciai a Granada, lo continuai a Maiorca e a Granada, e desidero terminarlo in Argentina. Il mio progetto iniziale si è ingrandito man mano che il lavoro procedeva e tutto ciò che è essenziale in esso, è stato virtualmente fatto, ma ho bisogno di salute, di tranquillità e di tempo per terminarlo efficacemente».
Nella primavera del 1946, in quei giorni in cui l’impazienza e l’angoscia di «non arrivare» gli bruciavano lo spirito. {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}} scrive a Ernesto Halffter: «...a questo stesso lavoro (''Atlántida'') appena posso dedicare ogni giorno un po’ più di un paio d’ore scarse — e anche queste quando la salute me lo permette e andandomi a coricare all’una del mattino. Mi parrebbe di venir meno a un gì ave dovere di coscienza se abbandonassi la composizione dell’opera e se non facessi l’impossibile — come suol dirsi — per terminare questa povera ''Atlántida'' tante volte interrotta per mesi e anche per anni a causa dei mali che ho patito dal 1935 in qua. E ringrazio Iddio perchè la buona volontà mai mi è mancata e anche nei peggiori momenti ho seguitato mentalmente ad occuparmi del lavoro interrotto nella speranza di poterlo riprendere».
Ma il lungo sogno e il lento emergere di ''Atlántida'' — come scrive Gerardo Diego — dovevano essere di nuovo e in modo tragico interrotti. Il 14 novembre Manuel de Falla muore nella sua residenza di Los Espinillos nella lontana Alta Gracia. La vita del compositore, iniziata nella bianca Cadice si estingueva in terra americana, come seguendo la parabola della vicenda di ''Atlántida''.
Pochi giorni dopo l’inumazione della salma nella cripta della cattedrale di Cadice, sulla stessa riva dell’Atlantico, giungevano in Ispagna con la valigia diplomatica i manoscritti dell’opera. Li riceve il
fratello del Maestro, Germàn, che fin dal primo momento e per le notizie avute dallo stesso don Manuel nelle lettere che abbiamo riprodotte, nega che quella massa di manoscritti, compendio di venti anni di vita, contenga una «sinfonia incompiuta».
Il lavoro di ordinamento non poteva essere un compito comodo e rapido. Non comodo, perchè mille occhi erano puntati su una opera tanto attesa, come ''Atlántida''; mentre mille intenzioni ed interessi — compresi quelli più nobili — potevano turbare la pace e la tranquillità necessaria perchè la «cantata scenica» che per tanto
tempo aveva camminato a «piè zoppo» potesse concludere la sua strada.
Lavoro non rapido, poiché si doveva ordinare e revisionare — come prima misura — tutto quanto lasciato da Falla. Si aggiunga una circostanza che tirò in lungo le cose, come negli anni precedenti: Germàn, non aveva buona salute, tutt’altro. E nello stesso tempo era
esigente. E perciò il camminare «a piè zoppo», il prolungare il «lungo<section end="s1" /><noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude><section begin="s1" />sogno», il seguire in «adagio» l’affiorare di ''Atlántida'', parve un fatto inevitabile.
Nel marzo del 1948, Germàn riprende i contatti con Ernesto Halffter. «Dopo mille anni e tante catastrofi, ecco la mia prima lettera.... Sappia fin d’ora che il mio criterio in tutti i problemi musicali è che vi pongan mano solo quelli che Manuel ebbe sempre vicini, appoggiò e amò». Tra costoro era Valentin Ruiz Aznar, maestro di cappella alla Cattedrale di Granata, e — come erede spirituale e quasi come una delle sue creazioni — Ernesto Halffter.
L’incontro di {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Manuel de Falla}} con Halffter era avvenuto nel 1923. Il discepolo si avvicina al Maestro con fede e dedizione assolute, e il Maestro lo accoglie con infinita speranza. Don Manuel vedeva in quel giovane di ascendenza germanica ma di carattere così genuinamente spagnolo il primo anello di una possibile e desiderata continuità. In più Falla vedeva che il suo discepolo possedeva una singolare personalità, capace di uscire indenne dal maggior rischio, quello di somigliare troppo al suo modello, limitazione tanto spesso osservata fra i discepoli dei grandi. In Halffter la tecnica servì sempre di ispirazione. «Lei sa più musica di quanto crede», gli scrisse, nei primi anni, Falla.
Solo così potè venire alla luce come una sfida — e quasi con l’arroganza dei suoi venti anni — quella ''Sinfonietta'' che Halffter compose e che presto occupò i leggìi dei migliori direttori d’orchestra di tutto il mondo. E vi sono dei manoscritti di Halffter sui quali,
a margine, si trovano, scritti di pugno di Falla, dei «Bravo!» e dei «Benissimo!».
L’apprendistato di Halffter e l’insegnamento di Falla non furono sistematici: ciò poco si concilia col carattere degli spagnoli. Ci fu invece una gran volontà di assimilare da parte del discepolo che riceveva con intelligenza e vivacità quanto Falla generosamente gli
donava non come una lezione ma in tono di dialogo e con accenti di paterno consiglio. Non furono neppure rigorosi gli studi di Falla con Pedrell, ma Falla ammise i benefìci che ne trasse. Certo è che, come scrive Ansermet, «nessuno ha assimilato quanto Halffter lo stile di Falla». Oggi Ernesto può sedersi al pianoforte e suonare a memoria tutta l’opera di Falla assai meglio della propria.
I rapporti fra i due, dal punto di vista umano, furono quelli di un padre col figlio. Halffter, per ogni problema e anche per i minimi dubbi artistici o personali, otteneva sempre i consigli, gli orientamenti e l’appoggio di Falla. Falla crea a Siviglia l’Orquesta Bética per darla in mano al suo discepolo: a lui affida la direzione delle sue opere. Quando, fino al suo «retiro» argentino, giungevano a Falla richieste di nuove musiche (come nel caso concreto di un concerto per arpa) o di tornare a dirigere; la risposta era sempre la
stessa: «Io non posso farlo, ma potrà farlo magnificamente, una delle principali figure della nuova generazione spagnola: Ernesto Halffter». Prima di pubblicafre la suite ''Homenajes'', che Falla dirigerà per la prima volta a Buenos Aires, l’autore ne manda copia a Halffter perchè sia lui a presentarla in Europa. É quel manoscritto, revisio-<section end="s1" /><noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>nato dal discepolo, che verrà pubblicato dalla Casa Ricordi dopo la morte del Maestro.
''Atlántida'' non poteva trovare altra mano che fosse capace di portarla alla conclusione. In questo gli eredi di don Manuel videro chiaro e non vi sarà voce contraria con sufficiente autorità per criticare la scelta.
Abbiamo visto come, quasi all’inizio della idea di ''Atlántida'' nella volontà di {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}}, il suo piano fosse puntualmente tracciato. Il libretto progrediva e su di esso si stendevano le note che giorno per giorno, con ritmo così poco regolare, il musicista componeva. Il che non vuol dire che al fratello Germàn non restasse da terminare un duro lavoro di revisione e di ordinamento definitivo del testo, cosa che fece con esemplare probità mentre chiamava Halffter a studiare le condizioni della partitura.
Alcune parti di questa dovettero essere viste da pochi altri, e certo da Aznar e dal Padre Otano, che tuttavia mantennero il segreto. Dalla deformazione di qualche commento e ancor più dalle fantasie che nascono attorno alle cose più attese e desiderate, nacquero diverse voci e informazioni inesatte. C’era chi diceva che ''Atlántida'' era assolutamente a punto, e chi affermava che non c’erano più di dieci o dodici minuti di musica.
Si pensava che il «Prologo» fosse completo perchè da molti anni taluni conoscevano — come appare da certe lettere da noi citate — l’«Hymnus hispanicus». Ma i «ben informati» avevano idee molto confuse sui fatti. Così potè accadere che in Spagna e all’estero si giungesse a chiedere la partitura del «Prologo» per una esecuzione
pubblica, supponendo che si trattasse di una pagina esclusivamente sinfonica.
Il fratello di Falla seppe resistere alle pressioni, ai desideri e alle nobili impazienze che avrebbero potuto fermare la marcia naturale e ambiziosa del suo progetto. La «prima» di ''Atlántida'' sembrava destinata a coincidere con qualche importante commemorazione o
avvenimento. Se torniamo agli anni lontani, ricorderemo che la si voleva unire alle celebrazioni della Esposizione Ispano-Americana di Siviglia. Nel 1929 Falla rispose al sindaco della città, Cruz Conde: «Ho interesse, come andaluso e sivigliano adottivo, che l’opera su cui ora lavoro, ''Atlántida'' venga data per la prima volta a Siviglia come fu per il ''Retablo'', anche perchè l’argomento culmina con la scoperta dell’America, tema di tutta l’ultima parte».
Nel 1945 viene celebrato il centenario di {{AutoreCitato|Jacint Verdaguer|Verdaguer}}. Il sindaco di Barcellona, Barone di Terrades, chiede a Falla l’autorizzazione a eseguire per la prima volta in tutto o in parte l’''Atlántida'' con l’Orfeo Català, l’Orchestra Municipale e Eduardo Toldra, a chiusura delle celebrazioni. Don Manuel risponde con una gentile lettera di rifiuto perchè «disgraziatamente, la musica non è ancora a punto per poter preparare e inviare il materiale in tempo utile e neppure lo stato della mia salute è tale da permettermi di venire in Ispagna. Speriamo dunque che venga presto il tempo felice in cui si potranno realizzare tutti e due i desideri».<noinclude><references/>
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Infine, celebrandosi nel 1956 il terzo millenario di Cadice con solennità nazionale, questo parve il momento più indicato per il battesimo pubblico dell’opera. Si credeva inoltre che per quella data l’opera postuma di {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}} sarebbe stata totalmente terminata da Halffter.
Nel giugno 1954 gli eredi di Falla autorizzarono chi firma questo articolo, a pubblicare una prima informazione seria e documentata su ''Atlántida''. Non sorprende che tale notizia facesse il giro del mondo,
poiché spiegava in modo ben chiaro lo stato in cui la partitura di ''Atlántida'' era stata lasciata da don Manuel.
Ernesto Halffter aveva lavorato a Cadice, sotto il patrocinio della Municipalità, per qualche giorno nel 1953 e per un più lungo periodo nel 1954. In quel periodo potè trascrivere per pianoforte il «Prologo» e riordinare l’abbondante materiale lasciato da Falla. Lo stato della «cantata scenica», sulla base dei documenti esistenti, era allora il seguente:
Parti originali complete (composizione e strumentazione), con trascrizione per canto e pianoforte realizzata da Halffter:
{{Sc|Prologo}}: «L’Atlàntida sommersa» - «Hymnus hispanicus» (mancano poche battute del finale).
Parti di cui esisteva l’intera composizione mancando quasi del tutto la strumentazione:
{{Sc|Parte prima}}: «L’incendio dei Pirenei» - «Cantico a Barcellona».
Parti incomplete e confuse. Esistenza di abbozzi di varie versioni da selezionare, orchestrare e in parte completare:
{{Sc|Parte seconda}}: «Ercole e Gerione il Tricefalo» - «Cantico all’Atlàntida» - L’Orto delle Esperidi» - «I giuochi delle Pleiadi» - «Gli Atlantidi nel tempio di Nettuno» - «Ercole e gli Atlàntidi» - «Morte di Gerione e di Anteo» - «Fretum Herculeum: Calpe» - «Le Voci
messaggere» - «La Voce Divina» - «L’affondamento» - «L’Arcangelo» - «La torre dei Titani» - «La cateratta» - «Non plus ultra».
Parti abbastanza elaborate (in vari punti complete di coro e orchestra, in altri punti mancanti solo di frammenti di sutura):
{{Sc|Parte terza}}: «Il pellegrino» - «Il sogno di Isabella» - «Le caravelle» «La Salve nel mare» - «La notte suprema» - «Finale».
A metà del 1955, e precisamente il 4 giugno, gli eredi Falla firmarono il contratto con la Casa Ricordi di Milano; il compromesso reca la firma di Germàn de Falla da una parte e dell’ing. Guido Valcarenghi e del dott. Eugenio Clausetti dall’altra.
A sua volta Casa Ricordi firma il 22 ottobre 1955 il contratto relativo con Halffter per la conclusione dell’opera e ritiene conveniente che questi venga in Italia per realizzare il suo difficile lavoro. Da parte sua il Governo spagnolo dà il suo patrocinio al lavoro del discepolo di Falla autorizzandolo a risiedere in Italia pur conservandogli a tutti gli effetti l’incarico al Conservatorio di Siviglia con destinazione speciale all’Istituto Spagnolo di Lisbona.
È del maggiore interesse indicare le date delle consegne degli ori-<section end="s1" /><noinclude><references/>
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{{Centrato|'''43. Chi vuol sentir cantar la veneziana'''}}
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{{Centrato|'''44. Sta su Lazaro che fai!'''}}
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{{Centrato|'''45. M'affaccio a la finestra'''}}
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g4 r8 g|
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M'affac -- cio a la fi -- ne -- stra e ve -- do l'on -- ne
ve do le mi' mi -- se -- rie"....." che so' granne...
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>>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude><section begin="s1" />ginali fatte dagli eredi {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}}, poiché in forza di esse possiamo orientarci sulla quantità di lavoro compiuto da Falla. In data 24 luglio 1956 l’ing. Valcarenghi firma la ricevuta di cinque fascicoli con copertina originale della partitura manoscritta che comprende 98 fogli e 132 pagine, 116 delle quali scritte per intero e 16 per metà. Gli originali sono il «Prologo» e le Parti I e III, e fra queste figurano 16 fogli (32 pagine) di «appunti utili». Un anno dopo, in data 15 luglio 1957, l’architetto José Maria Garcia de Paredes e la consorte Maria Isabel de Falla, inviano all’ing. Valcarenghi 55 fogli con 81 pagine di musica autografa, corrispondente alla II Parte di ''Atlántida'', con trascrizioni parziali realizzate da Halffter e parti definitivamente corrette del libretto.
Sulla base di tali precise risultanze può ben comprendersi quale dovette essere il lavoro di Halffter. Non si trattava di comporre piccoli o grandi pezzi da aggiungere a quelli che già esistevano, ma di operare una vera e propria «ricostruzione». Falla non si ingannava quando affermava che ''Atlántida'' nella sua essenza era cosa risolta; ma la cosa essenziale, in una partitura di tale ampiezza, non è solo il risultato di una serie di pezzi isolati, ma è rimpianto generale,
nella forma e nello stile. La composizione totale e parziale di molti pezzi e il ritrovamento di materiale tematico di appunti di ogni genere permisero a Halffter di ultimare la ''Atlántida''. Ma solo Halffter poteva far ciò; nessun altro compositore avrebbe potuto realizzare un lavoro possibile solamente a chi era identificato con la musica di Falla fino al punto di svolgere — sia pure con materiale «ricevuto» — una diretta funzione creativa. Qui sta il momento decisivo della identificazione del musicista col suo maestro,
nello sforzo di svolgere come propria la funzione creatrice, nell’atto drammatico di «sostituirglisi».
Da qui deriva che relativo è l’interesse — salvo che per il critico o per lo studioso — di una ricerca affannosa delle parti di Falla e di quelle di Halffter, in ''Atlántida''. La verità è, come in altro luogo ho affermato, che, «senza Falla ''Atlántida'' non sarebbe nata e senza Halffter non avrebbe avuto una reale esistenza».
Il continuatore si trovò obbligato a fare un primo e lungo lavoro d’introspezione, e ciò è confermato dal fatto che i primi anni che dedicò ad ''Atlántida'' furono quelli meno fecondi. C’era da fare un gran lavoro di analisi e di meditazione, ciò che rese possibile tutto quello che venne dopo.
Dall’estate del 1954 — in cui Halffter vi comincia a lavorare (in Ispagna) — passano più di due anni prima che il «Prologo» sia terminato, a Beigirate (Italia), nel novembre del 1956. Le Parti I e III, già studiate nel periodo precedente, furono portate a termine nel 1957, a Beigirate e a Milano, secondo quanto ci dice lo stesso Halffter. Infine la problematica seconda parte venne consegnata da Ricordi ad Halffter nel luglio 1957 e in gennaio 1958. In tale ultima data gli eredi Falla — Germàn era morto e ora si occupava della ''Atlántida'' la figlia Maria Isabel — consegnarono alcune carte all’ing. Valcarenghi. Fra queste era la lettera a Sert del 1928, da noi già<section end="s1" /><noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude><section begin="s1" />citata. Alcuni brevissimi appunti dell’«Osanna» giustificavano il nuovo finale. Così si decise che ''Atlántida'' dovesse terminare con quel frammento, su cui Halffter dovette lavorare ancora un poco, così come fece per terminare la riduzione per canto e pianoforte di tutta l’opera.
La realizzazione completa di ''Atlántida'', con le lievi modificazioni e i chiarimenti sorti nel corso del lavoro portò infine al seguente ordine. Con questo possiamo seguire tutto il processo evolutivo dell’opera, allineando i tre sommari che si succedettero in vita e dopo la morte di {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}}.
{{Sc|Prologo}}: «L’Atlàntida sommersa» - «Hymnus hispanicus».
{{Sc|Parte Prima}}: «L’incendio dei Pirenei» - «Aria di Pirene» - «Cantico a Barcellona» - «Ercole e Gerione il Tricefalo» - «Cantico all’Atlàntida».
{{Sc|Parte Seconda}}: «L’Orto delle Esperidi» - «I giuochi delle Pleiadi» «Ercole e il Drago - Lamento delle Pleiadi» - «Gli Atlantidi nel tempio di Nettuno» - «Ercole e gli Atlantidi» - «Morte di Gerione e di Anteo» - «Fretum Herculeum: Calpe» - «Le Voci messaggiere» - «La Voce Divina» - «L’affondamento» - «L’Arcangelo» - La torre dei Titani» - «La cateratta» - «Non plus ultra».
{{Sc|Parte Terza}}: «Il pellegrino - Coro profetico - Profezia di {{AutoreCitato|Lucio Anneo Seneca|Seneca}}» - «Il sogno di Isabella» - «Le caravelle» - «La Salve nel mare» - «La notte suprema» - Finale (De reperta America - De {{AutoreCitato|Cristoforo Colombo|Cristoforo Colombo}} appulso - Laudum celebratio)».
Una «suite» da concerto con frammenti di ''Atlántida'' fu data, auspice il Governo spagnolo, il 24 e il 30 novembre dello scorso anno a Barcellona e a Cadice, nell’esecuzione dell’Orchestra Municipale di Barcellona, di Victoria de los Angeles, Raimundo Torres e di cori barcellonesi; dirigeva Eduardo Toldrà, il maestro catalano recentemente scomparso. Falla aveva sempre desiderato che i primi interpreti dovessero essere i cantanti dell’Orfeo Català, ma, per mancanza di tempo (già vivente Falla si erano previsti sei mesi per lo
studio della partitura) vennero usati i cori: Capilla Clasica Polifonica, Coral Sant Jordi, Chor Madrigai e Escolania del Sagrado Corazon.
La prima esecuzione commosse profondamente la sensibilità degli spagnoli e venne salutata dalla critica straniera invitata a Barcellona con i più alti giudizi.
Il «lungo sogno» di ''Atlántida'' giunge ora a realtà con la prima mondiale dell’intero lavoro nella sua forma originale, che è quella scenica. A Milano, dove per un capriccio del destino Falla concretò nel 1926 l’idea di comporre ''Atlántida'', la Spagna si presenta non solo attraverso i nomi di Falla, Verdaguer e Halffter e nella esaltazione ispanica della «cantata scenica», ma anche con l’omaggio che Falla fece, dedicando la sua opera, alle città elette: «A Cadice, mia terra natale, a Granada, Siviglia e Barcellona, alle quali devo pure
profonda gratitudine».
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>::{{x-larger|'''Valori dell’"Atlántida"'''}}
Come per ogni opera di ampie proporzioni e di vasta concezione converrà attendere un certo distacco nel tempo, perché si possa distinguere con sicurezza che cosa vale e che cosa non vale nell’''Atlántida'' di {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Manuel de Falla}}. Soprattutto per orientarsi nella profusione della parte corale, soltanto la familiarità di ripetute audizioni permetterà di snidare tutte le isole di autentica poesia, in mezzo alla massa di ciò che suona vuoto.
Ma si può già fin d’ora rispondere al quesito della posizione che l’''Atlántida'' occupa in seno alla produzione di Falla, nella parabola del suo svolgimento artistico, e in seno alla vita musicale europea del tempo in cui fu concepita.
Nell’arte di Falla l’''Atlántida'' si muove con una specie di moto contrario, per così dire ambivalente. In un certo senso la continua e corona logicamente, e in certo altro senso, più episodico e marginale, la
contraddice. Senza dubbio l’''Atlántida'' prolunga con naturalezza la parabola stilistica descritta dall’arte di Falla, parabola che l’aveva portato dal verismo melodrammatico de ''La Vida breve'' al lussureggiante
colorito andaluso dei balletti, attraverso l’impressionismo di ''Notti nei giardini di Spagna'', fino alla magra asciuttezza castigliana delle ultime partiture, ''El Retablo de Maese Pedro'' e il ''Concerto'' per clavicembalo. Per dire che nell’''Atlántida'' Falla non è più lui, bisogna sostenere, come è stato fatto, che nemmeno nel ''Concerto'' per clavicembalo non è più lui. Bisogna cioè rinnegare tutta quell’ultima evoluzione dalla quale discende pure il ''Retablo'', che portò il compositore
dalla gioia del pittoresco alla affermazione d’una ricercata e sofferta essenzialità, dal regionalismo dialettale all’universalità d’un linguaggio spagnolo inserito nella cultura europea contemporanea. Dirà la storia, con la necessaria prospettiva, se si trovi proprio nella scabra aridità delle ultime partiture di Falla il punto perfetto d’equilibrio in questo processo di depurazione per invecchiamento, analogo a quello di certi vini preziosi, che oltre una certa ragionevole età
perdono ogni sapore e profumo, per ridursi alla forza astratta dell’alcool puro. Ma è certo che l’''Atlántida'' va in quella direzione segnata dal ''Retablo'' e dal ''Concerto''.
D’altra parte — ed ecco dove s’innesta il moto contrario — è altrettanto innegabile che accogliendo dal poema di {{AutoreCitato|Jacint Verdaguer|Verdaguer}} il soggetto mitico in cui si celebrano i fasti della preistoria iberica e della sua missione civilizzatrice e cristiana, Falla s’imbarcava in una direzione contraria a quell’ascetismo sonoro che l’aveva condotto dall’orchestrazione colorita dei balletti andalusi all’asciutta essenzialità del<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>''Retablo'' e del ''Concerto''. Dietro le Colonne d’Ercole, gli incendi dei Pirenei, gli inni ispanici, i cantici all’''Atlántida'', le voci divine e le torri dei Titani, la retorica, manco a dirlo, è in agguato. Resterà sempre un problema psicologico di difficile soluzione spiegarsi come mai {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Manuel de Falla}}, volendo finalmente dar voce musicale alla sua profonda fede religiosa, non l’abbia fatto, come Stravinski, attraverso l’umiltà di una Messa bassa, ma attraverso le trombe d’una celebrazione nazionalistica.
L’incontro col mezzo corale è il potente e nuovo incentivo che sospinge il compositore a andar oltre, non senza pericolo, sulla via segnata da ''Retablo'' e ''Concerto''. Il coro vuol dire per Falla distacco definitivo dalla Spagna pittoresca della chitarra e del «cante jondo» — come chi dicesse, per noi, dall’Italia dei mandolini e di Posillipo — e ricongiungimento con la Spagna universale del polifonismo cinquecentesco
di Tomaso Ludovico da Victoria, di Guerrero, di Morales. E il coro è anche il mezzo per congiungersi agli indirizzi vitali dell’arte contemporanea. La tentazione corale agisce su Falla nello stesso momento in cui vi soggiacciono i maggiori esponenti della musica del suo
tempo. Falla cominciò a immaginare l’''Atlántida'' intorno al 1926, in occasione del cinquantenario dell’omonimo poema catalano di {{AutoreCitato|Jacint Verdaguer|Jacinto Verdaguer}}. Se si bada a questa data, si vede come l’''Atlántida'' s’inserisca spontaneamente nel gruppo di grandi lavori corali che caratterizzano quel momento della musica moderna e che ancora oggi esercitano un’influenza determinante sopra l’indirizzo neo-madrigalistico della musica recentissima. Prescindendo dalla isolata e persistente vocazione corale di musicisti come Honegger e Pizzetti, del 1923 è il ''Psalmus hungaricus'' di Kodàly, del 1926 la ''Messa glagolitica'' di Janacek,
del 1927 lo ''Stabat Mater'' di Szymanowski, del 1930 la stravinskiana ''Sinfonia di salmi'' e la ''Cantata profana'' di Bartók. In questa fungaia corale l’''Atlántida'' trova facilmente il suo posto e la sua giustificazione storica.
Ma proprio questo coro, assai variamente trattato nel corso della partitura, sospinge lo stile di Falla verso una certa accezione impersonale e neoclassica dell’universalismo iberico, sia che si articoli nella
mobilità d’un leggero polifonismo di stile madrigalistico, sia che spesso si rapprenda in una pesante omofonia di gusto hindemithiano, con occasionali ricordi della vocalità russa. Chiamo hindemithiano un
colorito arcaico di armonia rigorosamente diatonica, fondata in prevalenza su intervalli vuoti di quarte e quinte, che esclude i ricorsi al patetismo dell’armonia ottocentesca ed istituisce invece una specie di modo neutro. La rigidità di questo arcaismo conferisce una certa durezza alle parti meno riuscite dell’opera, che sono quelle concernenti il macchinario mitologico messo in atto nel poema di Verdaguer per descrivere la formazione della penisola e della razza iberica e il loro svincolarsi dalle nebbie del mito per divenire il punto focale della civiltà mediterranea. Proprio le storie di Atlante e di Ercole e della mitica regina Pirene costituiscono la parte più impersonale e più stanca della partitura. Questa si accende e brilla di viva luce proprio quando si disperdono i fumi della mitologia mediterra-<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>nea ed il testo si accosta a personaggi e situazioni storicamente e umanamente individuati. Con il «Coro profetico», con la «Gagliarda» e il «Sogno di Isabella», con il «Salve nel mare» e con «La Notte suprema», la terza parte, escluso il retorico finale, contiene le cose più belle di tutto il lavoro e, tanto per intenderci, cose tra le più belle ed alte che la musica abbia dato nel nostro secolo.
In particolare la romanza del «Sogno di Isabella» fiorisce come un autentico miracolo dopo la bella «Gagliarda» strumentale, che col suo timbro secco instaura un colore storico molto vicino a quello del ''Retablo'' (sono queste infatti le parti in cui si coglie con maggiore evidenza la continuità stilistica tra l’''Atlántida'' e gli ultimi lavori che la precedono). Di norma, si dovrebbe dire che è impossibile in arte rinnovare «les neiges d’antan», cioè ripetere lo stile di capolavori del passato, una volta che ne è spenta la stagione storica. Le possibilità di riuscita artistica del neoclassicismo non stanno nella produzione di esatte copie da {{AutoreCitato|Johann Sebastian Bach|Bach}}, da {{AutoreCitato|Gioachino Rossini|Rossini}} o da {{AutoreCitato|Wolfgang Amadeus Mozart|Mozart}}, ma, secondo l’acuta intuizione critica di {{AutoreCitato|Fedele D'Amico|Fedele D’Amico}}, in quel malizioso «dislivello storico» che giustifica gli intellettualistici «ritorni» stravinskiani a stili del passato. Ma poiché in arte tutto è possibile, anche questa norma generale comporta le sue eccezioni, che però tengono appunto natura di miracolo, cioè di violazione delle leggi del tempo. Il «Sogno di Isabella» è questo miracolo: una canzone trovadorica dove non c’è l’ombra di parodia storicistica, ma la freschezza piena, l’immedesimazione assoluta nello stile antico. Miracolo? Sì, o per lo meno un risultato possibile solo alle condizioni attuate da {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}}: di un artista che si sequestra a poco a poco da ogni ambizione mondana, dal vano e inquieto carosello delle mode e delle fortune artistiche, per trincerarsi nel geloso baluardo dell’ascetismo. A questo prezzo, che Falla pagò intero, è anche possibile il «miracolo» di scrivere un capolavoro medioevale, autentico. Vedremo più avanti che se c’è ombra di pastiche e di raffinatissimo compiacimento d’allusioni intellettualistiche, in questa mirabile pagina, ciò avviene in tutt’altra direzione che verso il palese e dichiarato modello arcaico.
Oltre agli inevitabili interrogativi posti dalla incompiutezza del manoscritto autografo e dal completamento che si rese necessario, l’''Atlántida'' è destinata a tirarsi dietro la questione della sua teatralità o meno. Sull’opportunità di dare a questo lavoro oratoriale una realizzazione scenica si possono nutrire molti dubbi, visto il carattere assolutamente non drammatico della sua struttura. Questa è infatti non solo quella di un oratorio, ma di un oratorio con ''historicus'', anziché d’uno di quegli oratori all’italiana, interamente risolti in dialogo, di cui teorizzava nel Settecento il canonico {{AutoreCitato|Arcangelo Spagna|Arcangelo Spagna}}, definendoli «melodrammi senza scene». L’azione storico-leggendaria che costituisce la trama dell’''Atlántida'' non è estrinsecata attraverso il gioco reciproco di personaggi, ma è interamente narrata, o dalla voce di un Corifeo, o dal coro. Questi due mezzi vocali esauriscono i nove decimi della partitura, sicché gli interventi propriamente drammatici si riducono a due rilevanti passi solistici, l’aria della regina Pire-<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>ne che, morendo, affida ad Ercole l’eredità delle proprie terre, e la citata romanza della regina Isabella, che in sogno intravvede il destino di {{AutoreCitato|Cristoforo Colombo|Colombo}} e la scoperta dell’America. Oltre a ciò tengono natura
larvatamente drammatica alcuni episodi dove il coro, oppure minori raggruppamenti vocali, come le voci femminili delle sette Pleiadi o le tre teste del mostro Gerione, intervengono quali personaggi, e non quali narratori. Ma i due protagonisti, Ercole per la prima parte e la seconda, Cristoforo Colombo per la terza, sono personaggi muti, affidati a mimi: con questo è consumata a priori la rinuncia a una vera espressione drammatica.
E tuttavia, discutibile sul piano dell’opportunità pratica, la realizzazione scenica non è certamente arbitraria verso le intenzioni dell’autore. Partito con l’idea di una composizione sinfonico-corale, cioè,
praticamente, di una grande cantata o un oratorio, {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}} fu ben presto sedotto dalle suggestive possibilità sceniche, non drammatiche, connesse col soggetto del poema di {{AutoreCitato|Jacint Verdaguer|Verdaguer}}. Grandiose visioni storico-mitologiche, scene di leggenda, quadri che eternassero momenti solenni e figure della preistoria iberica: l’incendio dei Pirenei, il crollo dell’Atlàntide, l’apertura dello stretto di Gibilterra e lo stabilimento delle colonne d’Èrcole. Gli era vicino, in queste fantasie, il pittore José Maria Sert, e fungeva da stimolo, quasi da coscienza
visiva al compositore. Il quale finì per adottare esplicitamente la designazione di «cantata scenica» a indicare il suo intento d’un lavoro teatrale, non già nel senso d’un dramma d’azione o psicologico, bensì di un oratorio leggendario, dove le scene fungessero da suggerimento evocativo, a quel modo che la pittura medioevale si propone di raffigurare ai fedeli immagini persone e fatti della {{Ec|religione|religione.}}
Ma anche ove non ci fossero le esplicite dichiarazioni dell’autore, e la sua lettera a Sert dove prescrive che «le scene dovranno dare quasi l’impressione di antiche vetrate di chiesa», la musica stessa, a interrogarla con attenzione, sembra rivelare le timide tentazioni teatrali del compositore. Scartiamo, naturalmente, il preponderante blocco corale, e soffermiamoci invece sui pochi passi solistici o affidati a gruppi di poche voci in funzioni di personaggi (le Pleiadi, principalmente). Sarà un caso, ma ognuno di questi pochi e bene individuati episodi si presenta come una sapiente, raffinata e dissimulata allusione culturale a diversi stili storici di musica tipicamente teatrale.
L’aria di Pirene, per esempio, è un manifesto riferimento al declamato {{AutoreCitato|Claudio Monteverdi|monteverdiano}}. Debole, secondo me, e priva di quel mordente sulla parola che costituisce la forza drammatica dell’originale, si riduce a introdurre un manierismo operistico di gusto barocco in seno a un lavoro che può essere inteso come una sacra rappresentazione, come un «auto sacramental», come un mistero medioevale e un mito modernamente sceneggiato, ma che in ogni caso un’opera, nel senso tradizionale della parola, non è e non pretende di essere. Tuttavia il proposito di allusione stilistica a una forma tipica della musica teatrale sembra fuori di discussione.<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" /></noinclude>E come si potrebbe fare a meno di rilevare il curiosissimo colorito wagneriano dell’episodio delle Pleiadi? Queste sette voci femminili ricordano, manco a dirlo, il coretto delle Walkirie, ma drammaticamente il personaggio collettivo si comporta piuttosto come le Figlie del Reno. La musica di {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}} accetta con chiara evidenza il suggerimento offerto dall’analogia di situazione scenica: i giuochi innocenti di queste libere figlie della Natura, interrotti dall’apparizione repentina di un eroe che viene a insidiare il tesoro affidato alla loro custodia. Un episodio musicale, questo delle Pleiadi, da leggere parallelamente all’articolo agrodolce scritto da Manuel de Falla nel 1933, per il cinquantenario della morte di {{AutoreCitato|Richard Wagner|Wagner}}: ne verrà fuori una delle indicazioni più gustose circa il comportamento del Novecento nei riguardi dell’arte wagneriana. E, in sottordine, non vanno dimenticate alcune chiare, e quasi ovvie aperture parsifaliane, per esempio nella chiusa corale del «Sogno di Isabella».
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Ma la più sorprendente indicazione, in fatto di segrete allusioni a stili teatrali tipici, ce la riserva, secondo me, la gemma dell’intero lavoro, la mirabile romanza del «Sogno di Isabella». Abbiamo già detto che miracolo di autenticità essa sia. Ci dicono che nella sua invenzione melodica lo spunto è dato da una mescolanza di due canti popolari, l’uno granadino e l’altro catalano. E certamente sarà così. Ma se un’ombra di «pastiche» può ravvisarsi in questa canzone trovadorica prodigiosamente resuscitata come un frutto fresco a sette secoli di distanza dai trovatori, se un elemento allusivo di sapiente complicità culturale vi si può avvertire, esso non riguarda mica il Medioevo e i Trovatori, ma accenna invece, con una discretissima
strizzatina d’occhi, a un modello ben più sorprendente, inatteso e vicino. Per la stessa posizione che viene a occupare nello svolgimento dell’opera, per il carattere di scena lirica della situazione in cui cade, per la sua pronunciata linearità melodica, a quale modello teatrale
allude il «Sogno di Isabella», se non alla tipica romanza dell’opera lirica ottocentesca? E per un musicista vissuto così a lungo in fraterno contatto col gusto francese, quale esempio s’imponeva, magistrale e d’altra parte quasi occultato, si potrebbe dire, quasi
escluso da una seria considerazione, proprio in ragione della sua immensa popolarità? Chi dice romanza d’opera lirica nell’Ottocento in<noinclude><references/>
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Sì, sì, ci saranno certamente lì sotto una melodia popolare granadina e una catalana; ma per me non fa l’ombra di dubbio che, consapevolmente o meno, l’ideale, l’archetipo di romanza lirica che assisteva la fantasia novecentesca di {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Manuel de Falla}} era in quel momento la popolare romanza di Margherita. Cosa che, poi, potrà stupire soltanto quelli che non avendo conosciuto da vicino i protagonisti della rivoluzione musicale antiottocentesca, non sanno di quanto sincero affetto essi fossero animati verso le reali grandezze del secolo passato.
Ecco dunque tre punti dove la musica di questa composizione eminentemente oratoriale allude sottilmente a momenti tipici del linguaggio musicale operistico. E’ probabile che in ulteriori episodi, per esempio nell’artificio del terzetto vocale che impersona le tre teste di Gerione, o in passi del «Coro di azione», altri riesca a ravvisare nessi e riferimenti che a me sfuggono verso momenti tipici del linguaggio musicale operistico. Nel suo eclettismo un po’ ibrido, l’''Atlán-''<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>''tida'' era probabilmente destinata a diventare, per {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}}, una specie di ripensamento creativo della storia della musica, una presa di possesso del diverso da sé, non molto dissimile da quella sistematicamente operata da Stravinski nella sua fase neoclassica.
Con tutto ciò, la problematicità teatrale dell’''Atlántida'' rimane. Fatalmente questa specie di canovaccio scenico eserciterà una potente attrazione sulle fantasie di registi e decoratori teatrali, proprio per l’ampio margine di libertà lasciato dalla sua insufficienza drammatica: tutte le tendenze odierne a fare lo «spettacolo» senza il «dramma» ne saranno solleticate. E non meno fatalmente realizzazioni di
questo genere tenderanno a dare il maggior rilievo proprio a ciò che nella partitura musicale è più debole: la retorica celebrativo-mitologica. Converrà dunque ridurre l’avvenire dell’''Atlántida'' alla esecuzione oratoriale, in sede di concerto, e non sarà il caso di tentarne ancora la presentazione scenica, in maniera che se ne avvantaggino le qualità migliori dello spartito musicale? Forse sì, forse altre presentazioni sono possibili e sarebbe il caso di tentarle: in forma di spettacolo popolare, con un minimo d’allusioni sceniche,
uno spettacolo da piazza, all’aria aperta, poco più di un oratorio, appunto, modestamente e ingenuamente figurato.
{{A destra|{{Sc|massimo mila}}}}<noinclude><references/>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>{{Centrato|{{x-larger|'''Elenco delle opere di {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Manuel de Falla}}'''}}}}
{{no rientro}}{{larger|'''a) Composizioni musicali'''}}
{{Indentatura}}
''Melodia (Lied)'' per violoncello e pianoforte. (Inedita, ca. 1888/9)
''Andante e Scherzo'' per quartetto con pianoforte. (Inedita, ca. 1888/9)
''Fantasia'' per flauto, violino, viola, violoncello e pianoforte, ispirata al Canto V (Canto del Rodano) del poema ''Mireio'' di {{AutoreCitato|Frédéric Mistral|Mistral}}. (Inedita, ca. 1888/9)
''Serenata andaluza. Vais capricho. Nocturno'', per pianoforte. Composti a Madrid, durante gli studi al Conservatorio, tra il 1896 e il 1898. (Pubblicata da Faustino Fuentes, Madrid, e nel 1940 dalla Sociedad General de Autores de España).
''Allegro da concerto'' per pianoforte. Segnalato nel 1903 al concorso del Conservatorio di Madrid, vinto da Granados. Eseguito all’Ateneus di Madrid il 4 maggio 1905 dall’autore. (Inedito)
''Tus ojillos negros'', canzone per voce e pianoforte su versi di Cristóbal de Castro. Composta a Madrid, tra il 1900 e il 1902. (Pubblicata da Faustino Fuentes, Madrid).
''La Limosna de amor'', zarzuela in 1 atto, su libretto di Jackson Veyan. Composta tra il 1900 e il 1902. (Inedita e mai rappresentata).
''El Cometa de órdenes'', zarzuela in 3 atti, in collaborazione con Amedeo Viñes. (Inedita e mai rappresentata)
''La Cruz de Malta'', zarzuela in 1 atto, in collaborazione con Amadeo Viñes. (Inedita e mai rappresentata)
''La Casa de Tócame Roque'', zarzuela in 1 atto, da un «sainete» di Ramón {{Ec|dela|de la}} Cruz. Composta tra il 1900 e il 1902. (Inedita e mai rappresentata; parte della musica fu ripresa dall’autore ne ''El Sombrero de très picos'')
''Los Amores de la Ines'', zarzuela in 1 atto, su libretto di Emilio Dugi. Composta tra il 1900 e il 1902. Rappresentata al Teatro Comico di Madrid, il 12 aprile 1902. (Inedita; manoscritto presso la Sociedad General de Autore de Espana)
''La Vida breve'', dramma lirico in 2 atti e 4 quadri, su libretto di Carlos Fernandez Shaw. Composta tra il 1904 e il 1905. Prima rappresentazione: Nizza, Casino Municipale, 1° aprile 1913. Parigi, Opéra Comique: 31 dicembre 1913. Madrid, Teatro de la Zarzuela, 14 novembre 1914. (Ed. Max Eschig, Parigi 1913)
''4 Piezas espanolas (Andaluza, Cubana, Aragonesa, Montanesa)'', per pianoforte. Composte nel 1907/8 a Madrid e a Parigi. Prima esecuzione: Parigi, Société Nationale de Musique, novembre 1908, pianista Ricardo Vines. (Ed. Durand, Parigi 1909){{FineIndentatura}}<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>::{{x-larger|'''I fatti principali della vita di Manuel de Falla'''}}
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|width=10%|1876.||Nasce a Cadice, il 23 novembre, da famiglia abbastanza agiata. Il padre, commerciante, è originario di Valenza, e la madre, nata Matheu, catalana. Manuel è il quarto nato. Il padre ama l’opera italiana. La madre suona il pianoforte, e il padre di lei, commerciante, era fanatico di {{AutoreCitato|Vincenzo Bellini|Bellini}}, le cui melodie, amava suonare sull’armonium. Infanzia calma e raccolta. Non frequenta la scuola pubblica, ma studia privatamente.
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|1883.||{{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}} soleva dire che la sua vita si svolgeva per cicli di sette anni. Appunto a sette anni si scoprì che Manuel aveva organizzato in camera sua l’esistenza di una citta immaginaria, Colon, con il suo governo, i suoi organi amministrativi, giornali, teatri e relativi spettacoli di marionette, per cui aveva scritto un dramma, ''El Conde de Villamediana''. Si fece la scoperta perché negli ultimi giorni di carnevale il fanciullo rifiutò di prendere parte alle feste: proprio in quei giorni aveva luogo a Colon l’esazione delle tasse! Viene sottoposto alla visita d’un medico che si preoccupa della sua salute mentale e lo obbliga ad abbandonare le scartoffie della sua città immaginaria.
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|1884.||Prime lezioni di pianoforte dalla madre, che aveva sentito Manuel ripetere sulla tastiera le canzoni ascoltate dai facchini durante il trasloco da Calle Larga alla Fonda de Cadiz (Piazza della Costituzione). Assiste per la prima volta a un’opera, con una certa delusione, perché invece del ''Faust'' di {{AutoreCitato|Charles Gounod|Gounod}}, ch’era in programma, viene eseguita la ''Lucia di Lammermoor''.
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|1885.||Suona in pubblico con la madre, a quattro mani, le ''Sette parole di Cristo'' di {{AutoreCitato|Franz Joseph Haydn|Haydn}} (che a Cadice vengono eseguite tutti gli anni nella Settimana Santa, poiché erano state composte su ordinazione d’un canonico di quella città). Ascolta il suo primo concerto sinfonico. Per l’insegnamento del pianoforte e del solfeggio viene affidato alla maestra Eloisa Galluzzo, più tardi ad Alessandro Odero, infine a Enrique Broca, coi quali ultimi si avvia allo studio dell’armonia e del contrappunto. Pratica la musica da camera in casa del commerciante Salvador Viniegra, dilettante di violoncello, amico di Saint-Saëns, e del negoziante di pianoforti Quirell.
|-
|1890.||Periodici viaggi a Madrid per perfezionarsi nel pianoforte con José Trago, insegnante in quel Conservatorio.
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|1890-95.||Prime composizioni, eseguite nelle serate musicali in casa Viniegra e nel negozio di Quirell (Cfr. ''[[Musica d'oggi, 1962/N. 4-5/Elenco delle opere di Manuel de Falla|Catalogo delle Opere]]'').
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|1896.||La famiglia si stabilisce a Madrid, dove Manuel continua lo studio con Trago.
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|width=10%|1899.||Primo premio di pianoforte del Real Conservatorio de Musica y Declamación.
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|1899-1902.||Composizioni pianistiche, e cinque ''zarzuelas''.
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|1902.||Rappresentazione della zarzuela ''Los Amores de la Ines'' (Madrid, Teatro Comico, 12 aprile). Conoscenza con Felipe Pedrell, promotore della rinascita musicale spagnola, che il 4 gennaio aveva fatto rappresentare a Barcellona l’opera ''Los Pirineos'' e dal 1901 si era stabilito a Madrid, avendo ottenuto la cattedra di composizione nel Conservatorio. {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}} diventa suo allievo privato per la composizione e le forme musicali. </br>Composizione della canzone ''Tus ojillos negros'', su parole di Cristobal de Castro, che raggiunge una certa popolarità, e dell’Allegro da concerto per pianoforte; quest’ultimo viene segnalato nel concorso indetto dal Conservatorio per un pezzo d’obbligo da eseguire nei suoi concorsi di pianoforte. La vittoria spettò all’''Allegro da concerto'' di Enrique Granados.
|-
|1903.||Rifacimento della zarzuela ''La Casa de Tócame Roque'', unica che Falla apprezzasse un poco, e che non venne mai rappresentata.
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|1904.||Pedrell abbandona Madrid e per ragioni di salute ritorna a stabilirsi in Catalogna.
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|1905.||Inizio del quinto settennio d’esistenza. Falla vince il concorso della Accademia di S. Fernando di Belle Arti per un’opera lirica in un atto, con ''La Vida breve''.</br>Vince pure il concorso di esecuzione pianistica bandito dalla ditta di pianoforti Ortiz y Cusso. Tiene un concerto all’Ateneo di Madrid (4 maggio), dove eseguisce il proprio ''Allegro da concerto''.
|-
|1906.||Scoperta del libro ''Acoustique nouvelle'', di Louis Lucas, pubblicato nel 1849. Lo studia e lo postilla, trovandovi la base teorica di quella che sarà la sua futura concezione armonica, fondamentalmente tonale.
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|1907.||Al principio d’estate si trasferisce a Parigi, su vaghe promesse di lavoro da parte di un impresario. Abita nella Pensione {{AutoreCitato|Victor Hugo|Victor Hugo}}, nella piazza omonima, presso Avenue Malakof. Come pianista d’una compagnia di riviste fa una tournée nella Francia settentrionale, in Belgio, Svizzera, Germania. Al ritorno si stabilisce all’Hôtel Kléber, in rue du Belloy, vicino all’Etoile. Ci viveva pure Joaquin Turina, e i due musicisti si disturbano reciprocamente col pianoforte.
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|1908.||Conoscenza con Ravel, {{AutoreCitato|Paul Dukas| Dukas}}, {{AutoreCitato|Claude Debussy|Debussy}}. Amicizia col pianista Ricardo Vines, con Albéniz e Turina.</br>L’editore Durand pubblica le ''4 Piezas españolas'' per pianoforte.
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|1909.||L’editore Rouart-Lerolle pubblica le ''Trois mélodies'' su poesie di {{AutoreCitato|Théophile Gautier|Gautier}}. Falla trasloca in una pensione dell’Avenue du Bois de Boulogne, poi a Neuilly, infine di nuovo all’Hôtel Kléber, evacuato da Turina in seguito a matrimonio.
|-
|1911.||Viaggio a Londra per un concerto di musiche spagnole (24 maggio) in occasione dell’incoronazione di Giorgio V.
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|width=10% |1912.||Viaggio a Milano per un’audizione de ''La Vida breve'' presso Ricordi. Tito Ricordi non accetta l’opera, che trova troppo sinfonica, ma favorevolmente impressionato dal talento del compositore gli offre di musicare un libretto abbandonato da {{AutoreCitato|Giacomo Puccini|Puccini}}, tratto da una commedia dei fratelli Quintero, ''Anima allegra'' (sarà poi musicato da Vittadini nel 1921).</br>Grave malattia, ricovero in ospedale; crisi religiosa. L’editore Eschig acquista ''La Vida breve'' e ''Noches en los jardines de Espana'', in corso di composizione.
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|1913.||Prima rappresentazione de ''La Vida breve'' (Nizza, 1° aprile).
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|1914.||Rappresentazione de ''La Vida breve'' all’Opéra comique (7 gennaio) e a Madrid (Teatro de la Zarzuela, 14 novembre).</br>''Sette canzoni popolari spagnole.''</br>Rientra in Spagna, a Madrid, dopo lo scoppio della guerra.</br>La danzatrice Pastora Imperio gli chiede una canzone e una danza per uno spettacolo di varietà. Lunghe conversazioni di {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}} con la madre di Pastora, vecchia gitana inesauribile a narrare storie di fantasmi e di streghe e a cantare ''soleares, seguiriyas, polos'' e ''martinetes''.
|-
|1915.||Rappresentazione di ''El Amor brujo'' (Madrid, Teatro Lara, 15 aprile), nella prima versione per canto e orchestra da camera. Scarso successo; 29 repliche.</br>Soggiorno a Barcellona (maggio e giugno) per terminare ''Noches en los jardines de Espana'', composto quasi interamente in Francia.</br>Nuova malattia; ricovero in casa di salute a Cordoba. Crisi interiore: supposta passione per Pastora Imperio, l’unica donna che si dice sia riuscita a turbare l’ascetismo del compositore.
|-
|1916.||Nuova versione orchestrale di ''El Amor brujo'', eseguita dalla Filarmonica di Madrid (28 marzo). Prima esecuzione di ''Noches en los jardines de Espana'', Orchestra sinfonica di Madrid, direttore Arbós, pianista José Cubiles (9 aprile).</br>Stravinski in Spagna: visitano insieme Granada.</br>Composizione di ''El Corregidor y la molinera''.
|-
|1917.||Rappresentazione di ''El Corregidor y la molinera'' al Teatro Eslava (Madrid, 7 aprile), in forma di pantomima, con pezzi musicali staccati per orchestra ridotta.</br>Diaghilev in Spagna. Nuova orchestrazione di ''El Corregidor y la molinera'', che diventa ''El Sombrero de très picos'', balletto in due parti, con numerose integrazioni, tra cui la ''Danza del molinero'', e la ''Danza del corregidor'' (con qualche battuta tratta dalla zarzuela inedita ''La Casa de Tócame Roque'').
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|1918.||Composizione di ''El Fuego fatuo'', su idea di Martinez Sierra, con melodie di {{AutoreCitato|Fryderyk Chopin|Chopin}}; mai eseguito. Rifiuta la proposta di Diaghilev di comporre un balletto ''Pulcinella'', su melodie di {{AutoreCitato|Giovanni Battista Pergolesi|Pergolesi}}.
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|1919.||Prima rappresentazione del balletto ''Il Tricorno'' (cioè ''El Sombrero de très picos'', trasformazione di ''El Corregidor y la molinera'') ad opera dei Balletti Russi di Diaghilev: coreografia di Massine, scena e sipario di Picasso, al Teatro Alhambra (Londra, 22 luglio). Il giorno della prima rappresentazione Falla deve accorrere a Madrid per la malattia
|}<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>{{Indentatura}}
''El Retablo de Maese Pedro'', adattamento musicale e scenico di un episodio del {{TestoCitato|Don Chisciotte della Mancia|Don Chisciotte}}. Composto fra il 1919 e il 1922, Prima esecuzione, senza scena: Siviglia, 23 marzo 1923. Prima rappresentazione: Parigi, Hôtel Polignac, 25 giugno 1923. (Ed. Chester, Londra 1923)
''Psyché'', per canto, flauto, violino, viola e violoncello su poesia di Jean Aubry. Composta nel 1924. Prima esecuzione: Barcellona, dicembre 1924, soprano Concepción Badia. (Ed. Chester. Londra 1927)
''Concerto'' per clavicembalo (o pianoforte), flauto, oboe, clarinetto, violino e violoncello. Composto tra il 1923 e il 1926. Prima esecuzione: Barcellona, 5 novembre 1926, clavicembalista Wanda Landowska, Orchestra Casais sotto la direzione di {{AutoreCitato|Manuel de Falla|M. de Falla}}. (Ed. Max Eschig, Parigi 1928)
''Saneto a Cordoba'', per voce ed arpa, su testo di Gongora Composto tra ottobre 1926 e aprile 1927. Prima esecuzione: Parigi, Salle Pleyel, soprano Madeleine Greslé, 1927. (Ed. Oxford University Press, Londra e Max
Eschig, Parigi 1932)
''Fanfara sul nome Arbós''. Composta nel 1934 per il 70° compleanno del direttore d’orchestra Enrique Fernandez Arbós. Prima esecuzione: Madrid, Teatro Calderón, aprile 1934, Orchestra Sinfonica di Madrid, diretta da E. F. Arbós. (Vedi: ''Homenajes'')
''Omaggio a Paul Dukas'', per pianoforte. Composto nel dicembre 1935 per un numero unico de «La Revue musicale», Parigi, maggio-giugno 1936. (Vedi: ''Homenajes'')
''Homenajes'', suite per orchestra. Comprende la ''Fanfara'' sul nome di Arbós, gli Omaggi a {{AutoreCitato|Claude Debussy|Debussy}} e a {{AutoreCitato|Paul Dukas|Dukas}}, orchestrati, e un pezzo nuovo, ''Pedrelliana'', su temi della ''Celestina'' di Felipe Pedrell. Prima esecuzione: Buenos Aires, Teatro Colon, 18 novembre 1939, direttore M. de Falla. (Ed. Ricordi, Milano 1953)
''Atlantida'', cantata scenica in un prologo e tre parti, per soli, coro e orchestra, sul poema di {{AutoreCitato|Jacint Verdaguer|Jacinto Verdaguer}}, adattato da Manuel de Falla. Composta tra il 1927 e il 1946. Completata da Ernesto Halffter. Prima esecuzione parziale in concerto: Barcellona, Teatro {{Ec|Liceo|Liceo,}} 24 novembre 1961. Prima rappresentazione: Milano, Teatro alla Scala, 18 giugno 1962. (Ed. Ricordi, Milano 1962){{FineIndentatura}}
{{no rientro}}{{larger|'''b) Scritti'''}}
{{Indentatura}}
''La Musica francese contemporanea'', prologo al libro di Jean Aubry: ''La Musique française d’aujourd’hui''. Pubblicato nella «Revista musical hispanoamericana», luglio 1916.
''Prologo a la «Enciclopedia abreviada de musica» de Joaquin Turina'', Madrid, giugno 1917.
''Nuestra musica.'' Articolo pubblicato nel numero 2 della rivista «Musica». Madrid, giugno 1917.
''Claude Debussy et l’Espagne''. Pubblicato nel numero della «Revue musicale» dedicato a Debussy, Parigi, dicembre 1920.{{FineIndentatura}}<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>::{{x-larger|'''Libri'''}}
{{no rientro}}'''Per capire Manuel de Falla'''</br>
'''Manuel de Falla'''. A cura di {{AutoreCitato|Massimo Mila|Massimo Mila}}. Milano, Ricordi, 1962 (Symposium, N. 3)
«''Questa antologia non raccoglie, volutamente, che scritti già noti e pubblicati, con la sola eccezione dell’articolo di Enrique Franco sulle vicende dell’opera postuma di {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Manuel de Falla}}'', "Atlántida”», così Massimo Mila definisce la raccolta di saggi dedicata a Manuel de Falla e pubblicata nel terzo ''Symposium ''di Ricordi. «''Sarebbe stato facile'', continua Mila, ''chiedere a questo o a quello eccellente scrittore saggi sui vari aspetti della musica di Falla''». Certo, ma la ragione
di questo omaggio viene rafforzata da un arco di testimonianze per la maggior parte vivamente legate al tempo della vita del musicista spagnolo. Rifare vivo Falla, ridonarcelo in carne ed ossa, ricondurcelo attraverso chi lo conobbe e chi lo giudicò, ricostruirlo
quasi anno per anno nei vari aspetti del suo carattere: questo è il merito del libro — chè di libro si deve parlare — curato da Massimo Mila, un libro fatto per amare e per capire uno dei più singolari personaggi della musica del Novecento.
È molto facile, oggi, cercare di dare di Falla una misura umana non sempre rispondente alla verità: le testimonianze raccolte nel ''Symposium'' hanno invece per molti versi il potere di dirci quale fu l’animo di Falla. Un mistico intriso di bontà e di serenità, un uomo cavalleresco, un umile che in altri tempi avrebbe percorso le strade della più alta edificazione religiosa, un silenzioso per non dire ciò che dire non voleva.
Trecentocinquanta pagine su Falla sono una grossa lettura, di cui sarebbe vano dare qui anche un breve condensato. Il libro comincia con un saggio di Roland Manuel, intitolato ''Spagna e Russia: estremi che si toccano'', che ripropone un vecchio discorso sulla fratellanza «per opposti» tra questi due paesi. Da questo avvio il «paesaggio» ove poi si innesterà Manuel de Falla si mette gradatamente a fuoco. Julio Jaenisch ci parla della ''Musica popolare andalusa'', del ''cante fondo'' e del ''cante flamenco'' e fa il punto su ciò e l’autenticità della musica popolare e delle danze iberiche. Anche John Brande Trend, nello ''Idioma spagnolo'' si richiama a questo processo — altamente
culturale — di ritrovare l’autentico nel folclore (e il nome di Bartòk ritorna con insistenza in queste pagine). Estremamente interessante è poi l’articolo di Manuel de Falla sul ''Cante jondo'', pubblicato dalla «Rassegna musicale» nel 1938 e qui riproposto in tutta la sua lucidità. La prima parte è chiusa da una prosa vivida di quell’unicissimo uomo di cultura e di musica che è Gianandrea Gavazzeni. Ripetiamo ancora una volta la parola «autentico», rivolta però all’uomo, all’artista, all’uomo di cultura.
La vita di Falla si snoda attraverso un arco chiarissimo: dalla pe-<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>{{FI|file=Musica d'Oggi, 1962 (page 233 - crop).jpg| header={{x-larger|{{AutoreCitato|Manuel de Falla|MANUEL DE FALLA}}}}|tsize=350px|caption=A Buenos Aires, nel 1940}}<noinclude><references/></noinclude>
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|width=10%| ||della madre, che non giunge a rivedere in vita. Morte del padre.</br>Anno dolorosamente cruciale: inizio del settimo settennio.</br>Composizione della ''Fantasia bética'' per Arthur Rubinstein, che la eseguirà poche volte.</br>Invito della principessa di Polignac a comporre un’opera per marionette da rappresentare nel suo palazzo a Parigi.</br>Soggiorno a Granada. Conoscenza con {{AutoreCitato|Federico García Lorca|Garcia Lorca}}.
|-
|1920.||Si stabilisce a Granada con la sorella Maria del Carmen.
|-
|1921.||Terzo viaggio a Londra, per tenere la parte di pianoforte nell’esecuzione di ''Noches en los jardines de Espana''.
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|1922.||Organizzazione del concorso di ''cante jondo'' a Granada (13-14 giugno), con Garcia Lorca e il pittore Ortiz. {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}} scrive il saggio introduttivo.
|-
|1923.||Settimana Santa a Siviglia con Garcia Lorca. Esecuzione del ''Retablo de Maese Pedro'' in concerto, con l’Orchestra bética diretta da Falla stesso (Siviglia, 23 marzo).</br>A Roma ai primi di maggio per un concerto dell’Accademia americana. Incontro con Malipiero e Casella. Insieme a Vittorio Rieti visita Tivoli, ma gli pare tristissima. Gli piace Frascati, dove soggiorna un poco, lavorando alla riduzione del Retablo per canto e pianoforte.</br>Dirige la prima rappresentazione del ''Retablo'' nel Palazzo Polignac (Parigi, 25 giugno); Wanda Landowska tiene la parte del clavicembalo.</br>Ne dirigerà anche la prima esecuzione pubblica, ai Concerti Wiéner (Parigi, 13 novembre).
|-
|1924.||Fondazione dell’Orchestra bética da camera a Siviglia, diretta da Segismundo Romero.</br>Compone ''Psyché''.
|-
|1925.||Nell’estate è malato.</br>Composizione del ''Concerto'' per clavicembalo destinato a Wanda Landowska.</br>A Venezia per il Festival della Società Internazionale di Musica Contemporanea.
|-
|1926.||Dirige il ''Retablo'' a Zurigo per il Festival della Società Internazionale Musica Contemporanea</br> Spettacolo Falla all’Opéra Comique per il suo 50° compleanno: ''La Vida breve, El Amor brujo, El Retablo.''</br>Viaggio in Svizzera, e altro a Barcellona, per la prima esecuzione del ''Concerto'', solista Wanda Landowska (5 novembre).</br>''Sonetto a Cordoba'' per le feste del terzo centenario del poeta {{AutoreCitato|Luis de Góngora|Gongora}}</br> Cinquantenario del poeta catalano {{AutoreCitato|Jacint Verdaguer|Jacinto Verdaguer}}: prima idea della ''Atlántida''.
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|1927.||Esecuzione a Parigi del ''Sonetto a Cordoba'' e del ''Concerto'' (Salle Pleyel, 14 maggio), con Falla al clavicembalo per il ritiro della Landowska. Soggiorno a Amboise. Viaggio a Londra (giugno), poi a Barcellona. Rientra a Granada per lavorare all’''Atlântida''.
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|Autore=Marco Tullio Cicerone
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|Titolo=Degli uffici
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|Editore=Francesco Palermo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||(11)|}}</noinclude><poem>{{R|160}}che il Re Isdegarda fa di noi trastullo,
E che l’impero serve alla sprezzata
Setta di Cristo, ch’ogni ardir fa nullo?
Se vuoi portenti, imprecar devi irata
L’impero d’Orïente e ’l culto nuovo
{{R|165}}Ed una ove sta Cristo empia vallata. —
La donna ignota dice allor: rinnovo
L’odio che chiedi, bramo averlo in petto;
Ma che far posso, se ’l bramo e nol provo?
Emmi ogni impero uguale; un culto eletto
{{R|170}}Non hommi ancor; nè odiar può ’l cuor tradito
Cristo, che ha tempio povero e negletto.
Avversi ho tutti i Numi, ed è compito
Il mio destin; l’amore ond’arsi invano
Ogni Dio che ricordi or l’ha punito.
{{R|175}}Alla facella tua poni la mano;
Giamblico ancora la tomba non chiude,
Che prima aspetta il gran giudicio umano.
Fia giudicato il nostro amor; virtude
A tutti non parrà; pur io noi voglio
{{R|180}}Vincer, se puon tornar l’anime ignude.
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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E che l’impero serve alla sprezzata
Setta di Cristo, ch’ogni ardir fa nullo?
Se vuoi portenti, imprecar devi irata
L’impero d’Orïente e ’l culto nuovo
{{R|165}}Ed una ove sta Cristo empia vallata. —
La donna ignota dice allor: rinnovo
L’odio che chiedi, bramo averlo in petto;
Ma che far posso, se ’l bramo e nol provo?
Emmi ogni impero uguale; un culto eletto
{{R|170}}Non hommi ancor; nè odiar può ’l cuor tradito
Cristo, che ha tempio povero e negletto.
Avversi ho tutti i Numi, ed è compito
Il mio destin; l’amore ond’arsi invano
Ogni Dio che ricordi or l’ha punito.
{{R|175}}Alla facella tua poni la mano;
Giamblico ancora la tomba non chiude,
Che prima aspetta il gran giudicio umano.
Fia giudicato il nostro amor; virtude
A tutti non parrà; pur io noi voglio
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E che l’impero serve alla sprezzata
Setta di Cristo, ch’ogni ardir fa nullo?
Se vuoi portenti, imprecar devi irata
L’impero d’Orïente e ’l culto nuovo
{{R|165}}Ed una ove sta Cristo empia vallata. —
La donna ignota dice allor: rinnovo
L’odio che chiedi, bramo averlo in petto;
Ma che far posso, se ’l bramo e nol provo?
Emmi ogni impero uguale; un culto eletto
{{R|170}}Non hommi ancor; nè odiar può ’l cuor tradito
Cristo, che ha tempio povero e negletto.
Avversi ho tutti i Numi, ed è compito
Il mio destin; l’amore ond’arsi invano
Ogni Dio che ricordi or l’ha punito.
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Giamblico ancora la tomba non chiude,
Che prima aspetta il gran giudicio umano.
Fia giudicato il nostro amor; virtude
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{{no rientro}}{{larger|'''La favolosa "Atlántida" dell’austero Manuel de Falla'''}}
{{A destra|(da «''Epoca''» del 1° luglio 1962)}}
{{Colonna}}Di {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Manuel de Falla}} ci resta una visione, ahimè, troppo sfuggente. Come molte case spagnole anche la sua, là a Granada, era bianca acciecante all’esterno e quasi buia dentro. Sicché, quando fummo ammessi per una visita già preveduta, del resto, come brevissima, i nostri occhi affaticati dal sole scorsero ben poco dell’uomo illustre che ci si fece incontro. Non era più inverno, ma su quell’altipiano faceva ancor freddo e un braciere di legno appena fumante rompeva con i suoi leggeri sussulti un’ombra fredda e claustrale. Pochi anni prima Joaquin Nin ci aveva raccontato come il maestro, colpito da una forma grave di sinusite, si fosse rifiutato di curarsi, adducendo a pretesto che il buon Dio, padrone di mandargli la malattia, era padrone di toglierla se lo avesse ritenuto conveniente e giusto.
Falla non dimostrava un’età vera e propria: era l’immagine della fragilità e il simbolo della rassegnazione. Mentre parlava (scambiammo qualche ricordo intorno a {{AutoreCitato|Paul Dukas|Paul Dukas}} testé morto) aveva l’aria di chi si sente sempre spiato. In realtà, nella camera accanto, qualcuno si muoveva con passi furtivi, come per traguardare o per origliare dal buco della serratura. Una sorella, forse, specie di monaca senza voti che controllava, a fini puramente ascetici, i contatti del maestro con eventuali portatori di microbi spirituali. Fu un incontro, <noinclude>ri-</noinclude>{{AltraColonna}}{{Pt|petiamo|ripetiamo}}, di pochi minuti: del quale, tuttavia, rimane in noi una profonda impressione. Impressione di un essere estremamente circospetto e, nello stesso tempo, ingenuo; estremamente perplesso e, nello stesso tempo, tutto pieno di entusiasmi; fatalista e volitivo, solitario ed assetato di espansioni. Insomma, un vero spagnolo.
Nell’ascoltare adesso ''Atlántida'', a sedici anni dalla sua morte, il Falla che ei torna in mente non è quello di Parigi, più o meno allineato con gli impressionisti francesi e con il Gruppo dei Sei, ma il Falla di Granada, arroccato fra l’«Alhambra» e il bastione della
Sierra Nevada: un Falla, si vedeva dai continui ripensamenti. Perchè quel musicista grandissimo, giunto
a una gloria nè cercata, in fondo, nè desiderata, dovette cadere preda di assillanti scrupoli. Da una
parte si sentiva troppo indebitato con il folclore musicale andaluso e relativi influssi di cante hondo
e di canto arabico; da un’altra parte gli pesavano certi ammaestramenti derivati da {{AutoreCitato|Claude Debussy|Debussy}}, da Dukas e Ravel. Scrupoli, abbiamo
detto, nient’altro che scrupoli di «un peccatore», come quell’uomo purissimo si giudicava.
Sopra ogni volontà di rinnovarsi e di render grazie a Dio non abusando dei suoi doni, sopra ogni inquietudine, dominava però una costante: quella di conservarsi spagnolo e di cantare il Signore attraverso{{FineColonna}}<noinclude><references/>
{{PieDiPagina||188|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>{{Colonna}}lo spirito della Spagna. Dai Giardini del ''Generalife'' e di ''Linderaja'', Don Manuel si diresse verso i campi aspri di ''Castilla la Vieja'', verso i sassi della Catalogna, poi verso gli studi severi di Tomas Luis de Victoria, se non verso le celle, addirittura, di {{AutoreCitato|Teresa d'Ávila|Santa Teresa}} e di {{AutoreCitato|Giovanni della Croce|San Giovanni della Croce}}. Noi crediamo che persino il ''canto fermo'' dei mozarabici, tanto diverso dal ''canto fermo'' romano, quindi le ''cantigas'' medievali, i ''cantarcillos'', le ''fantasias'', le ''diferencias'', i ''libros de cifra'' e, via via, tutti i prodotti di una civiltà musicale ispanica, germogliata, sì, dai tronchi italiano e francese, ma ricchissima di atteggiamenti autonomi fossero assunti ed invocati da {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}} come incentivi alla liberazione ed al rinnovamento.
Così, nel ''Retablo de Maese Pedro'', nel ''Soneto a Cordoba'', nel ''Concerto per clavicembalo'', nel ''Tombeau de Paul Dukas'' noi incontrammo un Manuel De Falla assai diverso da quello dell’''Amor brujo'', del ''Cappello a tre punte'' e delle ''Notti nei giardini di Spagna''. Ogni sottile languore ed ogni dolce veleno
erano stati ripudiati. Un segno di croce li aveva tolti di mezzo e, al loro posto, era subentrata una austera asciuttezza; era emerso un gusto nuovo di modalità antiche, di continui scambi fra una tonalità determinata e la tonalità del suo ''quarto grado''; s’era fatta avanti la ricerca di precise durezze, quasi atti penitenziali in riparazione di soavità troppo gustate.
Oggi è difficile dire se il Falla del ''Concerto'' e del ''Soneto'' avrebbe ottenuto tante approvazioni senza il precedente dell’altro. Certo è che la decisione di trarre una Cantata scenica dal poema del catalano {{AutoreCitato|Jacint Verdaguer|Jacinto Verdaguer}}, poema in cui le antiche leggende mediterranee di Ercole e del favoloso continente Atlantide, delle sette figlie di Atlante (quindici secondo altri autori), di Gerione dalle tre teste, di <noinclude>Piro-</noinclude>{{AltraColonna}}{{Pt|ne|Pirone}} e di più eroi e eroine vanno a sboccare nell’epopea di {{AutoreCitato|Cristoforo Colombo|Cristoforo Colombo}}, santo violatore del «non plus ultra» inciso sulle due colonne marine dal figliolo di Giove e di Alcmena; la decisione, dunque, di scrivere ''Atlántida'' corrisponde al desiderio simultaneo di mantenersi spagnolo, pirenaico, «sangre y oro», e di sottrarsi ad ogni tentazione edonistica.
N’è risultata un’opera di indubbio interesse, di una volontà immensa e di una austerità esemplare, solitaria
per il suo entusiasmo, la sua fede e la sua pietà nel limbo delle musiche teatrali moderne; un’opera nella quale si avvertono, tuttavia, i segni di un’industria non sempre risolta in felicità creativa. Le espressioni eroiche, in ispecie, fondamentali sia negli episodi di Alcide sia in quelli Colombo, sembrano ottenute con mezzi esteriori (grande dispendio di trombe, tromboni, corni e conseguenti fanfare), piuttosto con la vibrazione sincera e naturale dell’anima. Così i cori, impegnatissimi, eccedono nei toni esclamativi e iterativi.
Al contrario, tratti come la scenadelle Esperidi, come la «romanza» della regina Isabella, come la preghiera
dei marinai di Colombo e altri ancora, dimostrano una schietta, possente capacità di immaginare in musica. Ancora una volta si conferma quanto i sentimenti eroici
siano tra i più difficili a rappresentarsi per mezzo dei suoni. Nell’insieme, tutto il passo musicale di ''Atlántida'' rivela qualcosa di ciclopico, di smisurato, di volutamente petroso, sì da ingenerare ogni
tanto un senso di stanchezza e di oppressione.
Com’è noto, Manuel de Falla prese a comporre ''Atlántida'' intorno al 1928: all’atto della morte, sopravvenuta il 14 novembre 1946, in Argentina, il lavoro si trovava ancor lontano dall’essere compiuto. Fu pertanto necessario ricorrere alle cure dell’unico, amatissimo alunno del maestro, ossia Ernest Halffter,{{FineColonna}}<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude><section begin="s1" />{{Colonna}}per integrare le molte parti mancanti, per realizzare la strumentazione là dov’essa non esisteva, e così via. Stabilire con esattezza fin dove arrivi {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}} e dove incominci Halffter è compito piuttosto arduo. Comunque sia, il geniale autore della ''Sinfonietta'', della ''Sonatina'' per pianforte, della ''Rapsodia portoghese'' e d’altre pagine importanti è stato all’altezza della situazione. La Scala, dal canto suo, ha spiegato ogni sforzo per presentare ''Atlántida'' nel modo più degno. Anche sotto il punto di vista scenografico i problemi erano enormi. Ma Nicola Benois e Margherita Walmann, eccettuata qualche approssimazione e qualche ingenuità nel finale «colombiano», sono riusciti a creare{{AltraColonna}}suggestive atmosfere attraverso le visioni pittoriche, i giuochi di luce, i movimenti e le disposizioni delle masse, sempre eleganti ma animati di fervida fantasia.
Lo stesso può dirsi dell’esecuzione musicale, guidata dal direttore Thomas Schippers, centrata sul mirabile
Coro di Norberto Mola e concretata in palcoscenico dalla Simionato, dall’ottimo baritono Puglisi, dal Poli, dal De Palma, dal Pezzetti, dalla Galli, dalla Fiorentini, dalla Cucchio, dalla Nardi, dalla Heyns, dalla Casoni, dalla Didier, dal Vicentini, dalla Stratas e da altri ancora. Le accoglienze del pubblico, anche se troppo intinte di fervore «clacquesco», risultarono assai liete.
{{A destra|{{Sc|giulio confalonieri}}}}{{FineColonna}}<section end="s1" />
<section begin="s2" />
{{no rientro}}{{larger|'''Nella riemersa "Atlántida" l’angelo meridiano</br>di Manuel de Falla}}
{{A destra|(dall’''Europeo'', del 1° luglio 1962)}}
{{Colonna}}L’antico ''Demonium meridianum'', maligno personaggio che la società elegante dell’altro anteguerra chiamava ''Le démon de midi'' (dal famoso romanzo di {{AutoreCitato|Paul Bourget|Bourget}}), un po’ tutti gli uomini tra i quaranta e i cinquanta lo conoscono. L’età critica non porta forse con sè una
svolta inquieta, durante la quale gli appetiti meno nobili si fanno spesso sentire? Ma questo, si capisce,
vale per i comuni mortali. Per i grandi musicisti c’è invece un «angelo meridiano» che li sospinge verso sentieri diversi da quelli che essi percorsero in precedenza. Vedi l’''Oedipus Rex'' di Stravinski,
scritto a quarantacinque anni, vedi specialmente quest’''Atlántida'', iniziata da Manuel de Falla dopo il varco del mezzo secolo; opera postuma e incompiuta, che
la Scala ha messo in scena poche sere addietro.
Fino a quel momento, anni 1926-{{AltraColonna}}1927, solo gl’intimi erano a conoscenza degli scrupoli religiosi del successore di Albeniz e Granados. Il torrido e sensuale ''Amore stregone'', il coloratissimo ''Tricorno'' dalle venature {{AutoreCitato|Giovanni Boccaccio|boccaccesche}}, la stessa ''Vida breve'', col suo cromatico risucchio andaluso, facevano infatti pensare a tutt’altro. Soltanto il ''Retablo'', dove la festevolezza e l’ironia, l’idealismo puro e i richiami arcaici del materiale sonoro si direbbero echi ovattati di una misteriosa splendente immaginazione, è forse da considerare come una vaga premessa a quel che sarebbe venuto dopo e che ora soltanto ci è dato conoscere, a trentasei anni di distanza dai suoi primi fermenti creativi.
Manuel de Falla cominciò dunque a interessarsi all’''Atlántida'' nel 1926, dopo la lettura dell’omonimo poema catalano di {{AutoreCitato|Jacint Verdaguer|Jacinto Verdaguer}}: affollata «cavalcade» sull’arco che{{FineColonna}}<section end="s2" /><noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>{{Colonna}}va dall’Atlntide sommersa di {{AutoreCitato|Platone|Platone}} fino alla scoperta dell’America, attraverso una catena di episodi in cui campeggiano Ercole e il suo «epigono» {{AutoreCitato|Cristoforo Colombo|Cristoforo Colombo}}.
Naturalmente una materia così vasta e così varia, per quanto condensata, non si prestava al taglio consueto del melodramma. Di qui la definizione di «cantata scenica». Nella quale, sullo sfondo di una «cattedrale ispanica» che richiama subito le sacre rappresentazioni
e certo teatro di {{AutoreCitato|Pedro Calderón de la Barca|Calderón de la Barca}}, l’azione viene portata
avanti con due mezzi distinti: da una parte il semplice racconto dei fatti alla maniera oratoriale, affidato al coro e al corifeo solista; dall’altra, una serie di veri e propri pannelli scenici, di carattere tradizionalmente rappresentativo. Articolazione a due piani, che detta così può sembrare molto complicata, mentre in pratica lo è meno, pensando agli analoghi procedimenti del cinema e alle sue repentine dissolvenze.
Tuttavia, riconosciamolo pure, il musicista (autore anche dell’adattamento librettistico, reso adesso in
limpidi versi italiani da {{AutoreCitato|Eugenio Montale|Eugenio Montale}}) si trovò di fronte a grossi
problemi, derivanti in gran parte da ripensamenti e incontentabilità. Dice il suo esegeta Enrique Franco: «{{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}} lavorava con lentezza perchè non scriveva una nota senza lunghe meditazioni e non fissava mai sul pentagramma la prima ispirazione. Doveva ragionare, studiare tutti i perchè, cercare la massima lesattezza espressiva». E così, fra i tormenti della gestazione, aggravati da una cattiva salute, e le molte perplessità e resipiscenze del compositore, il lavoro procedeva con enorme lentezza. Tanto enorme, che alla sua morte (14 novembre 1946) l’opera era ancora da finire.
A questo punto entra in scena un discepolo prediletto di Falla: lo spagnolo d’ascendenza germanica Ernesto Halffter, autore tra l’altro{{AltraColonna}}di una deliziosa ''Sinfonietta'' che i frequentatori dei concerti hanno più volte ammirata. Sarà lui a raccogliere la difficile eredità e a rendere possibile l’attuale adattamento lirico. Sull’opportunità o meno di simili integrazioni, si può discutere all’infinito. ''Turandot'' a parte, cerchiamo di non dimenticarci che più d’una volta le assimilazioni stilistiche dimostrarono la loro validità, come attestano i muscolosi recitativi della ''Carmen'' scritti dal {{AutoreCitato|Edmond Guiraud|Guiraud}}, e quelli della ''Medea'' così fortemente scolpiti dal Lachner. Infine, prescindendo per un momento dallo stato civile, anagrafico dell’opera, una musica a quattro mani che sia veramente bella è certo più utile e benvenuta di una brutta a due mani sole.
D’altronde lo storico di Falla ci assicura che l’intervento dell’Halffter, sebbene vasto e importante, è circoscritto, per così dire, alla periferia dell’edificio sonoro: «Non si trattava», egli dice, «di comporre piccoli o grandi pezzi da aggiungere a quelli che già esistevano, ma di operare una vera e propria ricostruzione».
Stando così le cose, noi resisteremo alla tentazione di distinguere tra il settore genuino e quello sofisticato dell’opera. Diremo invece, brevemente, che il prologo, il finale della seconda parte e le prime scene della terza ci sono parse le pagine dove il genio di Falla si è, ancora una volta, più compiutamente rivelato. I disegni melodici del «coro narrativo», ad esempio, sono quasi tutti di una purezza incantevole; sommessi e tuttavia trafittivi, magri e al tempo stesso densi di poetico fervore, di ascendente religiosità. (Si capisce, qui, come l’autore abbia tenuto in gran conto l’esempio dei celebrati polifonisti spagnoli). Così pure le Voci messaggiere e l’apparizione dell’Arcangelo sulla colonna di fuoco («Atlàntidi, dovete morire, il mare cambia letto») sfiorano i vertici aguzzi delle migliori ispirazioni di{{FineColonna}}<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude><section begin="s1" />{{Colonna}}{{AutoreCitato|Manuel de Falla|Manuel de Falla}}. Mentre poi il quadro della corte di {{AutoreCitato|Isabella di Castiglia|Isabella}}, specie nell’aneddoto della danza, ha in orchestra un rilievo e colorazioni inconfondibili.
Certo la staticità dell’insieme e lo sminuzzamento, quel tanto di frammentario che i numerosi episodi impongono, finiscono per destare qualche incertezza, per lo meno a una prima audizione. Aggiungi che l’epilogo, ossia proprio l’esaltazione della gloria di {{AutoreCitato|Cristoforo Colombo|Colombo}}, non si direbbe che tenga fede sul serio al nobile proposito dell’autore, al suo «immutabile principio di resistere a ogni tentazione retorica». Ma questi sono inconvenienti all’incirca inevitabili, quando il cammino di un’opera nata sotto un arduo segno è stato lungo e seminato di{{AltraColonna}}ostacoli. Lode, in ogni caso, a coloro che si sono tanto impegnati per superarli. Casa Ricordi, cioè, il maestro Thomas Schippers e la sua smagliante orchestra, la regista signora Walmann che ha risolto qui, con grande bravura, problemi di stile a dir poco tremendi, gli eccellenti cantanti e mimi (la Simionato e il baritono Puglisi, la Stratas e il tenore Vicentini, Roger Browne e Gustavo Halley, eccetera), l’inesauribile scenografo Nicola Benois, e soprattutto, questa volta, il coro istruito dal maestro Mola: quel pregnante coro femminile che resta il più vero protagonista dell’''Atlántida'', senza rischi di sommersioni.
{{A destra|{{Sc|eugenio gara}}}}{{FineColonna}}<section end="s1" />
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{{no rientro}}{{larger|'''Prima rappresentazione scenica alla Scala</br>di "Atlántida" di Manuel de Falla}}
{{A destra|(da «''Le Figaro''» di Parigi del 19 giugno 1962)}}
{{Colonna}}Lo scorso mese di novembre avevo ascoltato a Barcellona in forma di concerto alcuni frammenti di ''Atlántida'', l’opera postuma di Falla e ne ero rimasto incantato.
Da Milano, dove ho assistito alla prima rappresentazione scenica dell’intera opera, ritorno ora affascinato. Occorre raggiungere un’età avanzata per potere nel corso della propria esistenza veder dieci spettacoli di tale levatura, per aver modo di ascoltare cinque o sei partiture di vigore pari a questa, nata dal sogno di due poeti e realizzata con una semplicità di mezzi che costituisce la sua grandezza. Faccia in modo Auric che un giorno si possa applaudirla all’Opéra di Parigi: una
tale iniziativa onorerebbe la sua gestione e arricchirebbe con un capolavoro il repertorio del Palais
Garnier.
Poiché, in effetti di capolavoro si tratta — e tale da non indurmi per{{AltraColonna}}nessuna ragione al mondo a raccontarvene l’argomento. Nel poema del catalano {{AutoreCitato|Jacint Verdaguer|Jacinto Verdaguer}} tutto avviene come in sogno: {{AutoreCitato|Cristoforo Colombo|Cristoforo Colombo}} sta vicino a Ercole, le Esperidi cedono il passo alla {{AutoreCitato|Isabella di Castiglia|regina Isabella}}, l’Atlàntide viene sommerso ma grazie alla fede di Colombo sorge un nuovo continente, la storia e la geografia si piegano ai capricci della poesia: lo si direbbe un Claudel più aspro, più popolare e, con meno ricercatezza, altrettanto commovente.
Falla rimase colpito da questo poema epico e ne iniziò la «sceneggiatura» nel 1928. Vi lavorò a intermittenza fino alla morte, che sopraggiunse nel 1946, lasciando un buon terzo di lavoro terminato, un altro terzo già avanzato e l’ultimo terzo allo stato di abbozzo. Tutti i cori, che sono la parte più importante dell’opera, sono di suo pugno; le linee melodiche sono tracciate e ta-{{FineColonna}}<section end="s2" /><noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>{{Colonna}}luni passaggi interamente strumentati. Restava da armonizzare un certo numero di episodi, alcuni altri andavano legati fra di loro e infine occorreva terminare l’orchestrazione.
Si doveva forse rispettare l’''alt'' del destino e conservare in una cassaforte l’abbozzo di un’opera che ha il valore di un testamento? Oppure permettere a un discepolo del Maestro di sostituirsi a Lui e continuare
il lavoro interrotto? Gli eredi {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}} hanno optato per la seconda soluzione ed hanno affidato a Ernesto Halffter il manoscritto, le bozze e le annotazioni. Si trattava di un compito difficile e pericoloso. Ho veduto l’uno accanto all’altra il testo completo di Falla e la partitura definitiva di Halffter poi, due ore più tardi, ho potuto ascoltare l’opera. La trama sembrava tessuta dalla stessa mano e tutta in una volta sola: scaltro colui che avesse saputo scoprirne le giunture! É una riuscita totale, una devota ricostruzione e, per Halffter, un merito alla nostra riconoscenza. Poiché ''Atlántida'' appone un sigillo regale alla gloria di Falla.
Alla Scala l’opera è stata rappresentata secondo le intenzioni del Maestro: un susseguirsi di visioni
evocatrici e irreali che davano allo spettatore l’illusione di trovarsi in una cattedrale rischiarata da vetrate figurate.
La regia di Margherita Wallmann si è ispirata alla traslucidità che Falla desiderava. Mediante un gioco di proiezioni i quadri nascono, svaniscono, si concatenano gli uni con gli altri in un ritmo rapido e armonioso. É risaputo con quale arte pittorica la Signora Wallmann giochi con la luce, le ombre, le masse, i gruppi umani, i gesti, gli atteggiamenti, col profilo di una semplice comparsa. Insieme allo scenografo Nicola Benois essa ha composto un meraviglioso libro di immagini che si continua a sfogliare come in sogno dopo che è calato il sipario.{{AltraColonna}}Mi si perdoni se la parola sogno ricorre tanto spesso in questo scritto: ma non ne trovo un’altra per evocare l’atmosfera dell’opera. Unicamente converrebbe credo togliere il contenuto realistico di alcuni quadri: una nebbia in cui si immergessero le caravelle è preferibile alla rappresentazione vera e propria delle caravelle. É meglio suggerire che realizzare.
La partitura è stata magnificamente interpretata dai cori che sono il personaggio molteplice ed essenziale di ''Atlántida''. Divisi in due gruppi — uno seduto che racconta; l’altro, mobile, che agisce — ad essi, diciamolo, è toccata la parte migliore. Come dimenticare l’Hymnus hispanicus, il Cantico a Barcellona, il Viaggio delle caravelle e il Salve, così bello, così ideale da far desiderare che l’opera si arresti a questo punto? Senza dubbio essa trarrebbe vantaggio dall’amputazione di un finale a grande effetto ma di minore qualità. I solisti principali erano tre: la Signora Simionato, la
cui voce splendida ma un poco «fluttuante» mi ha deluso. Teresa Stratas che per contro mi è piaciuta molto e il narratore, Lino Puglisi, che è un grande e bel cantante.
Thomas Schippers diresse l’orchestra, i cori e i solisti con una maestria che va tanto più lodata in quanto non si fa notare.
Quale opera! Non un Vangelo, ma una Summa. Non la ricerca di un mondo nuovo, ma un ritorno alle origini più pure della tradizione. A condizione di possedere del genio si può dunque creare qualcosa di nuovo con i materiali più antichi e, richiamandosi a {{AutoreCitato|Cristoforo Colombo|Cristoforo Colombo}},
scoprire terre vergini in un vecchio universo tonale! É bello che un Falla ricordi ai giovani questa verità e che abbia terminato la sua vita non nel bagliore di un fuoco d’artificio ma nel raccoglimento della contemplazione.
{{A destra|{{Sc|clarendon}}}}{{FineColonna}}<noinclude><references/>
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Autore:Manuel de Falla
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{{Autore
| Nome = Manuel
| Cognome = de Falla
| Attività = compositore
| Nazionalità = spagnolo
| Professione e nazionalità =
}}
== Opere ==
* {{Testo|Musica d'oggi, 1962/N. 4-5/Il sogno di Isabella. Chiusa corale}}
== Opere su Manuel de Falla ==
* {{Testo|Musica d'oggi, 1962/N. 4-5/Conoscere Manuel de Falla}}
* {{Testo|Musica d'oggi, 1962/N. 4-5/I fatti principali della vita di Manuel de Falla}}
* {{Testo|Musica d'oggi, 1962/N. 4-5/Elenco delle opere di Manuel de Falla}}
* {{Testo|Musica d'oggi, 1962/N. 4-5/Recensioni libri: Manuel de Falla}}
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>{{no rientro}}{{larger|'''"Atlántida" la prima rappresentazione assoluta</br>dell’opera postuma di de Falla'''}}
{{A destra|(dalla ''«Zürcher Zeitung»'' del 25 giugno 1962)}}
{{Colonna}}Il 18 giugno ha avuto luogo alla Scala di Milano, attesa con impazienza per oltre 15 anni da tutto il mondo musicale, la prima rappresentazione assoluta dell’ultima opera, rimasta incompiuta, di {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Manuel de Falla}}. Il Maestro spagnolo vi aveva lavorato dal 1928 fino alla morte (avvenuta in Argentina il 14 novembre 1946), era stato costretto a frequenti interruzioni a causa della malattia, ma non aveva mai perduto quell’entusiasmo che il grande soggetto gli suscitava.
Motivi economici hanno influito sulla decisione che la prima assoluta dell’opera avvenisse in Italia; infatti
la Casa Ricordi che ne aveva acquistato i diritti per tutto il mondo, ha insistito per la prima alla Scala. Viene così a compiersi una parabola iniziata nel 1926: a quell’epoca infatti un amico catalano di Falla, (il quale a quel tempo si era già conquistato una fama europea), attirò l’attenzione del compositore sull’imponente poema epico del prete-poeta romantico {{AutoreCitato|Jacint Verdaguer|Jacinto Verdaguer}},
prospettandogli l’allettante compito di musicarlo. Falla, artista studioso e preciso, si procurò subito
non solo il poema, ma anche dei vocabolari catalano-spagnoli, compresi quelli relativi alla lingua catalana
della fine del secolo scorso, quando appunto aveva avuto origine il poema ''Atlántida''.
Dal primo istante Falla fu conquistato dalla grandezza quasi {{AutoreCitato|Omero|omerica}} del poema. Egli immaginò la poderosa vicenda della distruzione del continente raccontata da grandi cori su luoghi di rappresentazione sempre diversi. Evidentemente egli non aveva concepito un’opera secondo le consuetudini dell’epoca. Occorre ricordare che proprio gli «anni <noinclude>ven-</noinclude>{{AltraColonna}}{{Pt|ti|venti}}» avevano aperto una breccia nella vecchia ideologia della musica operistica. Proprio allora erano state esperimentate nuove forme intermedie fra l’oratorio, la cantata scenica, l’opera lirica, il dramma teatrale alternato a brani musicali; altre forme ancora che erano all’ordine del giorno in quell’epoca rivoluzionaria. Si pensi all’''Histoire du soldat'' di Stravinski, agli esperimenti di «opéra minute» di Milhaud, ai tentativi di Kurt Weill per ritrovare una nuova forma operistica, al ''Roi David'' di Honegger e, ancor più determinante ai fini del raggiungimento di una creazione moderna, alla ''Jeanne d’Arc au bûcher''. Fu Milhaud che nel 1930 compose un’opera di genere completamente nuovo, ''Christophe Colomb'', che fu rappresentata raramente, ma che sotto molti aspetti rivelava uno stile di rappresentazione inedito, in cui faceva la sua apparizione persino il cinema.
Quando Darius Milhaud scrisse a Falla a proposito della sua idea di fare di colui che aveva scoperto l’America l’eroe di una grande opera simbolica, il compositore spagnolo gli rispose che anch’egli aveva l’intenzione di scrivere ''Atlántida'', la nuova opera che era in procinto di comporre, sulla figura di {{AutoreCitato|Cristoforo Colombo|Colombo}}. Milhaud non fu dunque il primo ad essere tentato dal destino e dal carattere crepuscolari di questa grandiosa personalità; anzi, su Colombo comparvero quasi contemporaneamente i più svariati tipi di opere di altri compositori. Falla invece pregò i pochi amici che ne erano al corrente di serbare il suo «segreto»; del resto egli non volle mai parlare di un’opera che stava nascendo; carattere schivo, egli evi-{{FineColonna}}<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>{{Colonna}}tava di parlare delle cose incompiute. Tuttavia coloro che più gli erano vicini sapevano che egli si era accinto a riesprimere in musica il mito d’Atlántide, così come {{AutoreCitato|Jacint Verdaguer|Verdaguer}} l’aveva rappresentato. Per lui, antico spagnolo, la Spagna doveva diventare l’erede dell’Atlántide. Profondamente cristiano, la sua nuova e maggiore opera doveva significare al tempo stesso il trionfo della croce. L’Atlàntide doveva sparire, sprofondando nel mare, quale divino castigo per la sua condotta malvagia, la sua alta civiltà doveva trovare fulgida continuazione in Spagna e un navigatore, avventuratosi negli oceani battendo bandiera spagnola, doveva portare il vessillo cristiano oltre l’Atlàntide sommersa, alla conquista di nuovi regni e nuovi popoli...
Per questo ''Atlántida'' di {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}} è divenuta un’opera difficile da realizzare, profonda, piena di figure e leggende: l’unica opera di una intera serata composta da Falla. Una opera? È difficile da stabilire. Una cosa tuttavia è certa: per raggiungere un effetto completo, la rappresentazione di ''Atlántida'' deve essere ricca di immagini. Se viene presentata in forma di oratorio, una buona parte della sua forza genuina viene a mancare. Falla stesso ne desiderò una rappresentazione scenica; lo ha ripetuto spesso e in alcune sue lettere troviamo precisi riferimenti a questo concetto. Soprattutto in una lettera al pittore catalano Sert, che Falla aveva addirittura già prescelto come scenografo.
Né Sert né Falla hanno potuto assistere alla prima assoluta. Falla portò con sé, quando lasciò la patria spagnola nel 1939, il manoscritto che già comprendeva centinaia di pagine. Egli si stabilì, com’è noto, in Argentina, come altri innumerevoli artisti europei costretti dalla guerra e dai disordini a trasferirsi dal vecchio al nuovo continente,{{AltraColonna}}{{Ec|ermandosi|fermandosi}} dapprima a Buenos Aires e fissando poi la sua dimora nella bella regione montagnosa di Cordoba. Io stesso ebbi occasione di vedere questi fogli quando mi fu consentito di visitare il Maestro nella sua piccola casa. Ma nessuno è riuscito a conoscere da lui anche solo poche note della sua musica. Una montagna di carte fu trovata sul suo tavolo di lavoro ad Alta Gracia quando il Maestro improvvisamente morì una settimana prima di quel 70° compleanno che tutto il mondo si apprestava a festeggiare. Tutti i documenti lasciati dal Maestro passarono agli eredi e tra questi anche il manoscritto di ''Atlántida'', che Falla non era riuscito a terminare.
Seguì un lungo periodo di incertezza per quanto riguardava il destino dell’opera. Alle voci si alternavano le smentite. Era possibile metter in scena ''Atlántida''? Finalmente, nel 1954, otto anni dopo la morte del compositore, da parte degli eredi e dalla Casa editrice Ricordi fu definitivamente affidata l’opera con il compito di completarla, all’ex discepolo di Falla Ernesto Halffter, rimasto in Spagna. Sette lunghi anni
occorsero per terminare l’arduo lavoro, della cui ampiezza ci si può difficilmente fare una idea. Esistevano migliaia di annotazioni, parecchie scene erano appena accennate e quasi nessuna era compietamente
strumentata. Halffter dimenticò il proprio lavoro — ancor giovane era divenuto celebre con una ''Sinfonietta'' — e visse unicamente per completare l’opera del suo {{Ec|Maestro|Maestro.}} É merito suo se oggi il mondo musicale si è arricchito di un nuovo e autentico capolavoro, e ad esso resterà legato il suo nome con il passare del {{Ec|tempo|tempo.}}
Falla ha diviso in quattro grandi parti la sua «cantata scenica» (è questo il sottotitolo ufficiale): un prologo e tre parti. Come base ha posto una idea felice; in riva al mare un vecchio racconta ad un gio-{{FineColonna}}<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>{{Colonna}}vane naufrago la distruzione dell’Atlantide. Il suo racconto è ricco di miti e leggende ed ogni avvenimento assume una sua forma L’incendio dei Pirenei, gli eroismi di Ercole, il giardino delle Esperidi, l’adorazione degli Atlàntidi a Nettuno, la fondazione di Barcellona, vengono illustrati dal vecchio con la massima efficacia con l’ausilio di potenti cori sempre presenti. Scenicamente vengono rappresentati l’arroganza degli abitanti dell’Atlàntide e il conseguente castigo di Dio, il quale distrugge il continente coprendolo di fulmini. Il giovane che ascolta e segue tutto con tutta attenzione si chiama {{AutoreCitato|Cristoforo Colombo|Cristoforo Colombo}}. E sarà lui che chiederà le caravelle per estendere i confini della Spagna oltre quel mare che ha inghiottito l’Atlantide. {{AutoreCitato|Isabella di Castiglia|Isabella}}, regina di Spagna, ha fede in lui; essa fa un sogno meraviglioso di terre lontane (è questo un brano stupendo della partitura di {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}}). E mentre sogna, dall’oceano emergono nuove isole...
Due grandi artefici del teatro hanno portato l’opera di Falla ad un memorabile trionfo alla Scala: Margherita Wallmann, quale regista e Nicola Benois, quale scenografo di alta fantasia. L’enorme fondale rappresenta l’interno di una cattedrale spagnola. Alte colonne si levano al cielo, e davanti le vetrate che coprono tutta la parete di fondo, si muovono le figure che vengono evocate dal testo attraverso le parole del vecchio e del coro. È stata così creata una vicenda grandiosa, che pure nella varietà dei toni, è dominata da un carattere unitario, nel quale trovano posto i più dinamici sviluppi. Si ha l’impressione di essere immersi in un sogno nel quale le cose più improbabili divengono possibili, credibili e meravigliose. Anche per quanto riguarda la parte musicale l’opera è stata diretta in modo perfetto. Il giovane{{AltraColonna}} direttore d’orchestra nordamericano Thomas Schippers, giunto in così breve tempo alla celebrità, ha palesato non solo maestria, ma doti di autentico artista. Forse la sua giovinezza gli ha impedito di addentrarsi fino in fondo nel misticismo di Falla: tuttavia il suo impegno è commovente e spesso travolgente. Il merito principale nella riuscita della potente realizzazione va al coro, che ha interpretato la lunga e complessissima partitura con grande purezza e perfezione di suono, con forza espressiva e magistrale perizia.
L’eccellente orchestra della Scala ha vissuto una grande serata, insieme ad alcuni famosi cantanti del Teatro quali Giulietta Simionato, Lino Puglisi e numerosi altri. Occorre fare una citazione particolare del giovane soprano Teresa Stratas, un nome che si dovrà tener presente. La sua interpretazione del «Sogno di
Isabella» è stata uno dei diapason della indimenticabile serata. La sua voce fiorente ha riempito senza sforzo il grande teatro; la sua finzione scenica della «visione» ha conferito al sogno di terre lontane un fascino incantevole. La stessa aria era stata interpretata nella
«prima» in forma di concerto di Barcellona nientemeno che da Victoria de los Angeles: ma Teresa Stratas sembra essere sulla via di divenire anche lei una celebrità
mondiale.
Sulla partitura di ''Atlántida'' figura la dedica «A Cadice, mia città natale, a Barcellona, Siviglia e Granata, alle quali devo la mia profonda riconoscenza», Falla è stato profondamente spagnolo. Ma con ''Atlántida'' egli si è spinto oltre i confini nazionali, componendo la sua partitura più universale: un capolavoro che prova chiaramente che il regno della tonalità è lungi dall’essere esaurito, giacché un compositore ispirato come Falla è riuscito ad esprimere antiche regole{{FineColonna}}<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude><section begin="s1" />{{Colonna}}con forme nuove. Un accordo perfetto in do maggiore può costituire un avvenimento, passaggi fortemente contrappuntistici non sono un capriccio, ma trovano una loro nuova espressione dopo rigide regole secolari.
La fede è la forza prima di questa{{AltraColonna}}opera, come del resto di molte creazioni di Manuel de Falla: una fede che sovrasta e domina le masse in onore di alti ideali. Un’opera che sfugge ad ogni classificazione di tempo, pur essendo un autentico documento della nostra epoca.
{{A destra|{{Sc|kurt pahlen}}}}{{FineColonna}}<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{no rientro}}{{larger|'''"Atlàntida" di Falla e Halffter</br>trionfa alla Scala di Milano}}
{{A destra|(da ''«Le Combat»'' del 19 giugno 1962)}}
{{Colonna}}Sarebbe stato veramente delittuoso se gli abbozzi di ''Atlántida'' (preferisco chiamarla così e non ''Atlántide'', che ingenererebbe confusione con il romanzo di {{AutoreCitato|Pierre Benoit|Benoit}} e l’opera di Tomasi) fossero stati distrutti. Sarebbe stato delittuoso se Ernest Halffter non si fosse assunto il compito di ebanista esperto di mosaici — fatto che gli ha permesso di completare l’opera del maestro spagnolo. In una conferenza stampa che ha preceduto la prova generale dell’opera questi assai onestamente ha illustrato quello che era stato il suo compito, ha mostrato i manoscritti, ha definito minuziosamente quale era stata la sua partecipazione personale, ponendo fine alle oziose chiacchiere che erano state messe in giro.
In un altro articolo ritornerò su questo argomento così importante e parlerò con maggiori particolari della partitura.
Lasciatemi subito dire che ''Atlàntida'' è un capolavoro, una di quelle opere tonali che dimostrano che il genio può sempre esprimersi in do maggiore. Questa «prima» rimarrà uno degli avvenimenti musicali più importanti del nostto secolo. Mai prima d’ora {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}} si era dedicato a un soggetto di tale ampiezza, e poiché questa è la sua unica composizione si può parlare di <noinclude>testa-</noinclude>{{AltraColonna}}{{Pt|mento|testamento}}. Testamento è comunque, nella misura in cui egli ha voluto proclamare la sua fede nella Chiesa cattolica e nei destini della Spagna. ''Atlántida'' è un grido d’amore per la patria spagnola, una esaltazione del suo singolare destino e della sua grandezza.
Falla ha tratto il soggetto dal poeta catalano {{AutoreCitato|Jacint Verdaguer|Verdaguer}}. Non starò a
riassumerlo: si tratta di un’epopea visionaria, del Claudel ''ante-litteram'', fastoso, disordinato; in una
parola, barocco.
Essa simboleggia la vittoria delle forze dell’ordine razionale e spirituale su quelle del caos, delle forze
della vita su quelle della distruzione, di Cristo e della Chiesa su Satana e sul Nulla.
La Spagna ha perduto l’Atlàntida ma le è concesso di conquistarsene un’altra, l’America; {{AutoreCitato|Cristoforo Colombo|Colombo}} è il legame tra il passato e il presente. Falla ha concepito una specie di auto-sacramentai sul tipo di quello di {{AutoreCitato|Pedro Calderón de la Barca|Calderón}}. La sua musica, sempre bella, grandiosa, spesso sublime,
esalta la Spagna, la Chiesa, la Poesia, la Vita. Per un testamento non si può concepire nulla di più vivo né un atto di fede più travolgente.
Si può intuire quali difficoltà comporti la realizzazione di un’opera{{FineColonna}}<section end="s2" /><noinclude><references/>
{{PieDiPagina||198|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>{{Colonna}}che non è tale, di una «cantata scenica» in cui i quadri non hanno altro legame che quello poetico dove non vi è che la materializzazione di un immenso sogno che si concreta sotto gli occhi.
Quello che Margherita Wallmann ha fatto supera ogni elogio. Essa è riuscita a dare un nesso a ciò che ne mancava, a dare movimento e ritmo a ciò che era statico. La bellezza delle sue evocazioni (visioni, vetrate, quadri del Rinascimento) prende il cuore e la fantasia.
La scena di Nicola Benois è un edificio alla {{AutoreCitato|Giovanni Battista Piranesi|Piranesi}} sul quale si proiettano visioni colorate. Un chiostro
semicircolare ricorda quella cattedrale spagnola e mistica dove si materializza il sogno di {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}}. Infine sulla scena tre piattaforme girevoli, una grande nel mezzo, due più piccole ai lati, aiutano nella rappresentazione del movimento della folla, di volta in volta stilizzato e avvincente per la plastica bellezza.
Il coro, il cui contributo è fondamentale, è diviso in due gruppi: uno impiegato come storico, situato sul
proscenio, immobile; l’altro, d’azione, che si sposta continuamente. Tale concezione viene articolata con
elasticità e piace sia come invenzione che nelle varie realizzazioni che essa consente. Inoltre, la signora
Wallmann ha avuto delle trovate geniali che si inseriscono molto bene nell’insieme. Questa messa in scena è degna della musica che illustra.
{{AltraColonna}}
Il ruolo principale è sostenuto dai cori, e quelli della Scala si sono mostrati all’altezza del loro compito. La preparazione ha richiesto un anno di lavoro per la messa a punto, ma con quali risultati! I cori omofoni, in particolare, a cappella, rappresentano uno dei momenti più alti dell’''Atlántida''. Gli altri personaggi
non fanno che delle apparizioni. La signora Simionato, come regina di Pirene, canta un lamento sublime.
La signorina Stratas, che abbiamo già ascoltato con l’orchestra di Montreal, ha reso molto bene il sogno di {{AutoreCitato|Isabella di Castiglia|Isabella la Cattolica}}. Tra gli uomini il solo la cui parte abbia una certa estensione è il Corifeo: un baritono-basso,
Lino Puglisi, che è stato superbo. Tutti gli altri personaggi, si tratti di cantanti, di mimi, di ballerini, sono stati assai bravi. E assai bravo è stato anche Thomas Schippers che dirigeva l’orchestra della Scala e che ha interpretato con rispetto e sensibilità una partitura epica e religiosa a un tempo.
Tra il sogno distrutto, l’Atlântida, e quello che sorge, l’America — una America cattolica sotto la protezione della Spagna — Manuel de Falla ha posto una caravella che porta i nostri sogni e le nostre speranze.
È vanto della Scala di Milano di avercene dato un equivalente plastico che, invece di distruggerli, ce li ha ravvivati e avvicinati ancor più.
{{A destra|{{Sc|marcel schneider}}}}{{FineColonna}}<noinclude><references/>
{{PieDiPagina||199|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>{|
|width=10%|1928.||Concerti e festeggiamenti a Parigi (12-15 marzo); Légion d’onore. Frequenti ricadute di malattia. A Siena per assistere all’esecuzione del ''Concerto'' nel Festival della Società Internazionale di Musica Contemporanea (settembre).</br> Fonda la sezione catalana e la sezione spagnola della suddetta associazione.</br>Visita di Ravel (novembre).
|-
|1931.||Frequentemente malato e inoperoso per disturbi nervosi.</br>Viaggio a Londra per eseguire il ''Concerto'' e dirigere il ''Retablo''</br> Proclamazione della repubblica in Spagna.
|-
|1932.||A San Sebastiano dirige il ''Retablo'' e parti d’una ''Messa'' di Tomàs Luis de Victoria. A Venezia per dirigere il ''Retablo'' al Festival di Musica Contemporanea. Viaggio in automobile da Ginevra con Adrés Segovia e il professore universitario José Segura, attraverso il Sempione e i laghi, visitando Verona, Vicenza, Padova. Ritorno per la Riviera, Sanremo, Arles, quindi in treno a Barcellona e Granata.
|-
|1933.||Si stabilisce per sei mesi a Palma di Maiorca. Trascrizione corale della ''Ballata in fa'' di {{AutoreCitato|Fryderyk Chopin|Chopin}} per la locale Cappella Classica. Rientra a Granata, attraverso Barcellona.
|-
|1934.||Nuovo soggiorno a Maiorca. Visita di Douglas Fairbanks jr., venuto a chiedergli «una partitura molto spagnola» per un film di suo padre. Lo congeda gentilmente. Rientra a Barcellona e poi a Granata.
|-
|1935.||Breve soggiorno a Sanjarón.
|-
|1936.||Inizio della guerra civile (18 luglio). {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}} è bloccato a Granata da gravi infermità.
|-
|1939.||Grave ricaduta in febbraio. Uccisione di {{AutoreCitato|Federico García Lorca|Garcia Lorca}}. Fine della guerra civile (aprile). Il 2 ottobre Falla s’imbarca con la sorella per il Sud America su invito della Institución Cultural Espanola di Buenos Aires. Arriva in tale città il 18 ottobre. In novembre dirige concerti di musica spagnola. Prima esecuzione degli ''Homenajes'' (18 novembre). Per il suo stato di salute gli viene consigliato il soggiorno nella Sierra di Cordoba: dapprima a Villa del Lago, poi a Carlos Paz. Infine insediamento definitivo ad Alta Gracia, nella villa «Los espinillos».
|-
|1940-41.||Persistente malattia nervosa.
|-
|1942.||Dirige due concerti alla radio El Mundo (Buenos Aires, dicembre).
|-
|1944.||Disagi finanziari. Il governo spagnolo lo nomina membro del Consiglio Superiore per la Ricerca Scientifica.
|-
|1946.||Muore per una crisi cardiaca (14 novembre): la sua vita è durata dieci settenni. Funerali solenni, (contro la sua volontà) a Cordoba e trasporto della salma a Buenos Aires, dove viene imbarcata per le Canarie; di qui una nave da guerra spagnola la riconduce in patria.
|-
|1947.||Sepoltura nella cattedrale di Cadice (9 gennaio).
|}<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>{{Colonna}}dove dal 1943 diresse l’Orchestra Municipale. Svolse la propria attività direttoriale anche in altre città spagnole ed europee. A lui si deve la prima esecuzione concertistica della «cantata scenica» ''Atlántida'' di {{AutoreCitato|Manuel de Falla|M. de Falla}}, sia a Barcellona sia a Cadice. Lascia un’opera comica, pezzi orchestrali, musica da camera e di scena.
<nowiki>*</nowiki> Il 14 giugno u.s. è improvvisamente
deceduto a Siena a 53 anni di età il M° Vittorio Baglioni, direttore dell’Associazione chigiana di
concerti «Micat in vertice», vicepresidente dell’Accademia Musicale Chigiana e organizzatore delle
Settimane Musicali Senesi.
<nowiki>*</nowiki> Alfred Cortot è mancato il 15 giugno scorso a Losanna all’età di 85 anni, essendo nato a Nyon (Ginevra) il 26 settembre 1877. Il famoso pianista era stato allievo del Conservatorio di Parigi e aveva esordito ai Concerti Lamoureux e Colonne. Fu poi maestro sostituto a Bayreuth e svolse anche attività quale organizzatore. Fondò infatti a Parigi la Société des Festivals Lyriques (1902), oltre a diverse istituzioni
concertistiche francesi. Tenne concerti con J. Thibaud e nel 1905 costituì con questi e con P. Casais un celebre Trio Insegnante di pianoforte al Conservatorio di Parigi dal 1907 al 1918, fondò in seguito l’École Normale de Musique, dove tenne annualmente corsi pubblici di perfezionamento. Autore di revisioni di musiche di {{AutoreCitato|Fryderyk Chopin|Chopin}}, {{AutoreCitato| Robert Schumann|Schumann}}, {{AutoreCitato|Franz Liszt|Liszt}}, {{AutoreCitato|Felix Mendelssohn|Mendelssohn}}, {{AutoreCitato|Franz Schubert|Schubert}}, {{AutoreCitato|Johannes Brahms|Brahms}} ecc. («Editions de travail»), aveva tra l’altro pubblicato: ''La Musique française de piano'' (in 3 volumi, 1939-32), ''Cours d’interprétation'' (1934), ''Aspects de Chopin'' (1949).
<nowiki>*</nowiki> A Zurigo è morto il 20 giugno u.s. il compositore e direttore d’orchestra svizzero Volkmar Andreae,{{AltraColonna}}già direttore (1914-41) del Conservatorio di Zurigo. Lo scomparso, nato a Berna nel 1879, fu direttore assai attivo in patria e all’estero: nel 1911 aveva presentato a Milano in prima esecuzione italiana la ''Matthauspassion'' di {{AutoreCitato| Johann Sebastian Bach|Bach}}. Tra le sue composizioni figurano due opere teatrali, pezzi per orchestra, musica da camera, lieder.
<nowiki>*</nowiki> L’8 luglio u.s. si è improvvisamente
spenta a Roma, dove era nata nel 1890, la cantante Gabriella Besanzoni, contralto di singolare
talento. Ricercata e ammirata nei maggiori teatri italiani e stranieri (nel periodo tra le due guerre soprattutto in quelli sudamericani), fu anche insegnante di grande valore e alla sua scuola si formarono eccellenti cantanti. Si ritirò dalle scene nel 1939.
<nowiki>*</nowiki> È improvvisamente mancato il M° Giuseppe Rosati, insegnante al Conservatorio di Roma e autore di musica sinfonica, di scena e per film, oltre che di composizioni cameristiche, liriche e altro. Era nato a Roma nel 1903.
<nowiki>*</nowiki> È morto a Trieste a 72 anni di età il pianista e didatta Angelo Kessisoglu, allievo di {{AutoreCitato|Ferruccio Busoni|Busoni}}, insegnante ai conservatori di Stoccarda e di Vienna e, dopo il 1932, all’Ateneo Musicale di Trieste.
<nowiki>*</nowiki> È morto a Stoccarda il violinista
Karl Wendling, fondatore del Quartetto omonimo e direttore, dal 1931 al ’40, della Scuola Superiore di Musica di Stoccarda. Era nato a Strasburgo nel 1875.
<nowiki>*</nowiki> Si è spento recentemente il musicologo francese Eugène Borrel, autore fra l’altro di ''Contribution à l’interprétation de la musique française au XVIII siècle'' (in 3 parti, 1916-34).{{FineColonna}}<noinclude><references/>
{{PieDiPagina||204|}}</noinclude>
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== Test 2 ==
@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Da qui altre 10 pagine test, con correzione apostrofi e inserimento section (da verificare!) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 17:30, 8 giu 2026 (CEST)
:@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]],
:A dire il vero nel nel passaggio da pagina 72 a 73 ho percepito la differenza tra pagine "predigerite" a "OCR base" immediatamente e in maniera quasi violenta: ti prego di aggiungere apostrofi e section(e una seeconda passata all'OCR) anche nelle restanti pagine: rivedrò il testo ma un conto è avere un'affidabilità molto alta alla ricerca di minuzie, un altro è dover rileggere passo passo tutto il testo e praticamente riscriverlo. '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 08:23, 13 giu 2026 (CEST)
::@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Ci sono pagine sparse in cui l'inizio di un "capo" non è stato riconosciuto dalle regex di Notepad++ e poi da Python, e che quindi vanno aggiustate a mano, ma non riesco a vedere bene il problema che segnali. Mi indichi pagine specifiche, per favore?
::Intanto penso sia utile cercare di estrarre l'elenco dei "Capi" riconosciuti, sia per scrivere ila bozza di Sommario, sia per evidenziare le pagine in cui la procedura non ha funzionato. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:21, 14 giu 2026 (CEST)
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Alex brollo
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:@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]],
:A dire il vero nel nel passaggio da pagina 72 a 73 ho percepito la differenza tra pagine "predigerite" a "OCR base" immediatamente e in maniera quasi violenta: ti prego di aggiungere apostrofi e section(e una seeconda passata all'OCR) anche nelle restanti pagine: rivedrò il testo ma un conto è avere un'affidabilità molto alta alla ricerca di minuzie, un altro è dover rileggere passo passo tutto il testo e praticamente riscriverlo. '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 08:23, 13 giu 2026 (CEST)
::@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Ci sono pagine sparse in cui l'inizio di un "capo" non è stato riconosciuto dalle regex di Notepad++ e poi da Python, e che quindi vanno aggiustate a mano, ma non riesco a vedere bene il problema che segnali. Mi indichi pagine specifiche, per favore?
::Intanto penso sia utile cercare di estrarre l'elenco dei "Capi" riconosciuti, sia per scrivere ila bozza di Sommario, sia per evidenziare le pagine in cui la procedura non ha funzionato. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:21, 14 giu 2026 (CEST)
:::Sistemato il campo Sommario della pagina Indice; mancano all'appello due capi del Libro primo (XXVII e XXVIII) che non trovo. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 11:01, 14 giu 2026 (CEST)
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<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|||81}}</noinclude><section begin="s1" />
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO XLIV.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Quello che facci l’appetito, e quello che facci la ragione.''}}
Imperocchè la forza degli animi e della
natura è doppia. Una n’è posta nell’appetito,
la quale in greco è della orine -, la quale
quà e là rapisce l’uomo; l’altra è nella ragione,
la quale insegna e dimostra quello che
si debba fare, e quello che fuggire si convenga.
E così si fa che la ragione signoreggi,
e l’appetito ubbidisca.
<section end="s2" /><section begin="s3" />
{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO XLV.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Che non si debba fare alcuna cosa, di che non si possa rendere probabile ragione.''}}
Ogni atto dee mancare di temerità e negligenza:
e non debbi alcuna cosa fare, della
quale tu non possa rendere la ragione. Questa
quasi è la descrizione dell’ufficio. Ma ei
si debba operare che gli appetiti ubbidiscano
alla ragione, e che quella essi non trapassino,
e non l’abbandoDÌQO, o per pigrizia, o<section end="s3" /><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|||123}}</noinclude><section begin="s1" />
del porto sì traporterà a’campi, e alle possessioni;
pare che ragionevolmente debba
essere lodata.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO LXVI.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Che l’agricoltura in tutte le arti operative è la più laudabile.''}}
Imperocchè di tutte le cose, per le quali
si guadagna alcuna cosa, nessuna è migliore
che T agricoltura, e nessuna più abbondante,
o più dolce, o più degna dell’uomo
libero. Della quale assai molte cose ne dicemmo
in Catone maggiore: pigliane quelle
cose ora, le quali s’appartengono a questo
luogo.
<section end="s2" /><section begin="s3" />
{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO LXVII.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Della comparazione degli onesti.''}}
Ma come gli uffici sieno menati da quelle
parti, le quali sono della onestà, assai
mi pare che si sia sposto. Ma di quelle medesime
cose che sono oneste, può spesse<section end="s3" /><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|||129}}</noinclude>
Dire. Adunque ogni ufficio che s’appartiene
al difendere la congiunzione e compagnia umana,
debb’ essere preposto a quello ufficio,
il quale si contiene nella scienza e cognizione.
Quello
ancora forse si dovrebbe sapere,
se questa congiunzione, la quale è massimamente
atta alla natura, sia da essere sempre
ancora preposta alla moderazione e alla modestia.
A noi non piace. Imperocchè e’ sono.
alcune cose, parte sì brutte, e parte sì
scellerate, che quelle il savio non dovrà
fate, per cagione ancora del conservare la
patria. Quelle cose, le quali sono molte,
Posidonio le raglino. Ma alcune di queste '
sono sì brutte e sì scellerate, che al dirle
ancora paiono brutte. Adunque queste tali
cose non piglierà il savio per ragione della
repubblica 5 nè la repubblica vorrà che per
sè esse sieno prese. Ma il fatto è più comniodo
che questo, che da noi si ragiona:
imperocchè e’ non può accadere tempo, che
alla repubblica s’appartenga, che il savio
faccia alcuna di tali cose.
Per la qual cosa questo sia in effetto nello
eleggere gli uffici, che questa ragione<noinclude></noinclude>
4gg8cztrhocxrvjqrgw4z0k6p96g79d
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|||137}}</noinclude>
{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO I.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|<i>Che l’utilità è sempre unita coll’onesto.</i>}}
Proposte adunque cinque ragioni del
conseguitare l’ufficio, delle quali due s’appartengono
all’onestà, e a quello che si
coniàccia; due alle commodità della vita,
e alle ricchezze, e abbondanze, e facultà;
e la quinta al giudicio dello eleggere, se
mai quelle cose che io ho detto paressino
combattere tra loro •, finita è già la parte
dell’onestà, la quale io desidero che a te
sia notissima. Ma questo,del quale ora noi
trattiamo, è quello medesimo ch’è chiamato
utile. Nella quale parola la consuetudine,
trascorsa, è uscita della via; e pian piano
è stata condotta a quello, che separando
l’onestà dall’utilità, essa ordinasse alcuna
cosa, che fosse onestà, la qnale non fosse
utile; e alcuna utile, la quale non fosse
onesta. Della qual cosa non può essere
arrecato maggiore danno alla vita degli
uomini. Ma i filosofi di somma autorità,
fermamente, e con severità, e onestamente
dividono questi tre generi confusi, nel<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|138||}}</noinclude><section begin="s1" />
pensargli. Imperocchè essi giudicano, che
quello che sia giusto, medesimamente sia
utile, e ancora quello che sia onesto, sia
medesimamente giusto. Per la qual cosa si
fa, che ciò che sia onesto, quello medesimo
sia utile. Ma coloro i quali poco conoscono,
maravigliantisi spesse volte degli
uomini scaltriti e maliziosi, stimano che
la malizia sia sapienza. L’ errore de’ quali
è da essere rimosso } e ogni loro opinione
dehb’ essere ridotta a tale apparenza, che
essi intendano, ch’e’ possono conseguire quelle
cose che vogliono, con gli onesti consigli
e giusti fatti, e non con fraude e malizia.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO II.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Della conservazione delle cose utili.''}}
Quelle cose adunque, le quali si appartengono
al difendere la vita degli uomini,
parte sono inanimate, com’è l’oro e l’argento,
e come quelle cose che sono generate
dalla terra, e tutte le altre cose di
tale generazione: parte sono animate, le
quali hanno i loro impeti, e appetiti del<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
shqeik7op07z3q9kv6q69w8y2jqsa2x
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|||145}}</noinclude>
{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO VI.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|<i>Cfe massimamente per fortuna ci vengono molte utilità.</i>}}
Chi non sa che nella fortuna è grande
forza, nell’una e l’altra parte, e nella prosperità,
e nelle cose avverse? Imperocchè
quando noi usiamo il suo prospero vento,
noi siamo traportati al fine desiderato; e
quando pel contrado ella soffia, noi siamo
afflitti. Questa fortuna adunque ha tutti gli
altri casi minori: primamente essa ha dalle
cose inanimate le rovinose piove, le tempeste,
i rompimenti di navi, le rovine, gl’incendi:
dipoi dalle bestie ha le percosse, i
morsi, gl’impeti. Queste cose, come io ho
detto, sono minori.
Ma la distruzione e morte degli eserciti,
come prossimamente l’uccisione di tre, e
spesso di molti*, l’uccisione de’capitani, come
novellamente del singulare e sommo uomo:
oltra questo, le invidie della moltitudine; e
per quelle, gli sbandimenti spesso di ben meritati
cittadini, e i danni, le fughe. £ dall’altra
parte, le cose prospere, gli onori, le si
7<noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|148||}}</noinclude>{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO VII.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Che l’essere amato è potissima cagione a mantenere le ricchezze.''}}
Ma tra tutte le cose, nessuna è più alta
al difendere e mantenere le abbondanze,
die essere amato; e nessuna è più aliena,
che il farsi temere. Bene per certo disse Ennio:
chi e’ temono hanno in odio, e chi
ciascuno odia, desidera che perisca, Ma
ebe alcune abbondanze non possano resi-,
siero agli odi di molti, se prima non si sa^
peva, nuovamente si è conoscinlo. Ma non
solamente la morte di questo tiranno, il
quale fu sopportato dalla città oppressala
dalle arme, dimostra quanta forza abbia l’odio
degli uomini all’arrecare distruzione; ma
ancora ciò è dichiarato dalla simile morte
di tutti gli altri tiranni; de’ quali quasi nessuno
mai fuggì tale modo di morire. Imperocchè
la paura è male guardia della lunga
vita; e pel contrario la benevolenza è fedele,
ancora al durare in perpetuo.
Ma coloro i quali sotto la signoria tengono
coloro, i quali per forza hanno op-<noinclude></noinclude>
mm4irdvlmz8lcoidj5lgy5lt86bodcy
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|156||}}</noinclude>
ella t’ha fede, se eon maraviglia essa giudica,
che tu sia degno di essere onorato.
Ma questo, se conviene essere detto semplicemente
e con brevità, per che fatti da ciascuni
in ispezialità sono fatte le cose, per
quegli medesimi quasi 9ono fatte dalla moltitudine.
Ma egli è ancora un altro certo
modo, pel quale noi andiamo alla gloria
della moltitudine, che noi possiamo come
trascorrere negli animi universalmente di ognuno.
{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO X.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|<i>Delle cagioni per te quali si piglia la benevolenza.</i>}}
E primamente diciamo di quelle cose, le
quali sopra io dissi: e prima reggiamo i pre«etti
della benevolenza; la quale spezialmente
è presa pe’ henefrcii: ma nel secondo
luogo la benevolenza è mossa per la benevola
volontà; benchè ancora forse non vi sia
facultà di potere fare benefici». Ma l’amore
della moltitudine molto si muove per essa
fama, e per la opinione della liberalità, e
beneficenza, e giustizia, e fede, e di tutte<noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|174||}}</noinclude><section begin="s1" />
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO XX.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Deir ufficio del giudice c del padrone.''}}
Al giudice s’appartiene, nelle cause sempre
seguire il vero; e al difensore difendere
il verosimile, benchè ancore e 1 non
sia vero. La qual cosa io non ardirei scrivere,
e spezialmente quando scrivo della
filosofia; se questo medesimo non piacesse
a Panezio, stoico di autorità grandissima.
<section end="s2" /><section begin="s3" />
{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO XXI.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Che nella difesa contro il potente, si acquista grandissima gloria.''}}
Ma grandissimamente si acquista gloria
e grazia per le difensioni: e tanto maggiore,
se alcuna volta interviene ch’e’ si sovvenga
a colui, il quale paia che sia attorniato e
costretto, dalle forze di qualche potente.
Come facemmo noi y e spesso altre volte,
e quando eravamo giovinetti, contro alla
potenza di Lucio Siila signoreggiante, per
Sesto Roscio Annerino: la quale orazione si
truova, come tu sai..
<section end="s3" /><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|174||}}</noinclude><section begin="s1" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO XX.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Dell' ufficio del giudice e del padrone.''}}
Al giudice s’appartiene, nelle cause sempre
seguire il vero; e al difensore difendere
il verosimile, benchè ancore e 1 non
sia vero. La qual cosa io non ardirei scrivere,
e spezialmente quando scrivo della
filosofia; se questo medesimo non piacesse
a Panezio, stoico di autorità grandissima.
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO XXI.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Che nella difesa contro il potente, si acquista grandissima gloria.''}}
Ma grandissimamente si acquista gloria
e grazia per le difensioni: e tanto maggiore,
se alcuna volta interviene ch’e’ si sovvenga
a colui, il quale paia che sia attorniato e
costretto, dalle forze di qualche potente.
Come facemmo noi y e spesso altre volte,
e quando eravamo giovinetti, contro alla
potenza di Lucio Siila signoreggiante, per
Sesto Roscio Annerino: la quale orazione si
truova, come tu sai..
<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|||183}}</noinclude><section begin="s1" />
interpretato. E Demetrio Falereo, il quale
vitupera Pericle principe della Grecia, che
tanta pecunia gittò in quello egregio edificio
chiamato Propilea. Ma di tutto questo
mòdo diligentemente io disputai in que’
libri, i quali io composi della Repubblica.
Adunque tutta la ragione dì tale donazione,
pel modo è viziosa, e pe’ tempi è necessaria.
Ed essa ancora è da essere accomodata
secondo le facoltà, e con mezzo debbe
essere temperata.
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO XXIV.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|<i>Che come le cagioni sono diverse, così debbano essere diversi gli effetti.</i>}}
Ma in quell’altro modo del donare, il
quale procede dalla liberalità, non in uno
modo dobbiamo essere in diverse cagioni.
Altra cagione è di colui, il quale è oppressalo
da calamità, e di colui il quale mancante
di avversità, cerca cose maggiori. Più
inchinata debb’essere la benignità ne’ miseri;
se già e’ non sono degni di quella
miseria. Nientedimeno in coloro i quali vo-<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|226||}}</noinclude><section begin="s1" />
allogò nel concilio degli dii; che \ivere in
solitudine, non solamente senza alcune molestie,
ma ancora in grandissimi piaceri, e
abbondale di tutte le ricchezze; e benchè
ancora tu eccellessi, e per bellezza e per le
forze. Per la qual cosa ciascuno d’ottimo e
splendidissimo ingegno, antepone molto da
lungi quella vita a questa. Per la qual cosa
si fa, che l’uomo ubbidiente alla natura, uou
può nuocere all’uomo.
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO IV.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|<i>Che e ’ si debba presupporre, ch’e’ sia un medesimo utile di ciascuno e di tutti.</i>}}
Dopo questo, chi viola altri, acciocchè ei
conseguiti qualche commodità, o egli stima
niente fare contro alla natura, o egli crede
che più tosto debba essere fuggita la morte,
e la povertà, e il dolove, e il perdere gli
amici, e i figliuoli, e i propinqui, che fare
ingiuria ad alcuno. Se esso stima, che niente
si faccia contro alla natura in violare gli
uomini, or che disputerai tu con colui, il
quale tolga del tutto l’uomo dall’uomo? JMa<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|||229}}</noinclude>{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO V.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|<i>Che per suo commodo, a nessuno è lecito violare.</i>}}
Forse alcuno mi direbbe: ora adunque
se il savio si morrà di fame, non torrà egli
il cibo a un uomo in tutto disutile? Mai no:
imperocchè la vita mia non è più utile che
tale affezione di animo, che io nessuno violi
per mio utile. Che? se un buono uomo, acciocchè
esso non muoia di freddo, potesse
spogliare Falare, tiranno dispietato e crudele,
non lo debbe egli fare?
Queste cose sono agevolissime al giudicarle.
Imperocchè se tu torrai a un uomo,
disutile a ogni cosa, qualche cosa per tuo
utile, tu farai disumanamente, e contro alla
legge della natura. Ma se tu sei tale, che
se tu rimani nella vita, tu possa arrecare
molta utilità alla repubblica, e alla compagnia
umana, e se tu la togli per questa cagione,
questo fatto non debb’essere ripreso.
Ma se il fatto non va a questo modo, ciascuno
piuttosto debbe sopportare il suo in<noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|||285}}</noinclude>
{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO XVIII.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|<i>di quelle cose che sono utili contro alla fortezza.</i>}}
Uè altre parli che restano dell’onestà sono
due: delle quali l’una si conosce nella grandezza
ed eccellenza dell’egregio animo, e
l’altra nella conformazione e modo della
continenza, e temperanza. Utile pareva a Ulisse,
come hanno detto alcuni poeti tragici
(ma appresso a Omero, autore ottimo, non
è tale sospetto di Ulisse) ma quelle tragedie
tingono, che costui con la simulazione della
stoltizia, volesse fuggire l’andare co’ Greci
a Troia. Consiglio non onesto, o come disse
forse alcuno di coloro, a colui pareva cosa
utile starsi nella signoria d’Itaca, e vivere
ozioso col padre, e colla madre, e colla moglie,
e col figliuolo. Ora stimi tu alcuno onore,
nelle continue fatiche e gi’andi pericoli,
dover essere agguagliato con questa
tranquillità? Ma io stimo questa tranquillità,
dover essere spregiata e tolta via; imperocchè
quelle cose che non sono oneste, secondo
il pensiero mio, non sono utili.<noinclude></noinclude>
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Panz Panz
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>riferia al centro, dal centro della Spagna al centro dell’Europa, dalla realtà al sogno, dal trionfo alla fuga. I suoi piccoli inizi di uomo «ai confini dell’Atlantide», i viaggi a Parigi, l’uscita dalla provincia, le amicizie utili e mai implorate, il rispetto di tutti, {{AutoreCitato|Federico García Lorca |Lorca}} e {{AutoreCitato|Claude Debussy|Debussy}}, Parigi e Venezia... ''Uno spagnolo a Parigi'', si intitola il saggio di Luis Campodonico, che ci dà dei fatti e delle osservazioni di buon rilievo. Federico Sopena ci dà, in una pagina, un bozzetto del {{AutoreCitato|Manuel de Falla|Falla}} parigino e solitario. Melchior de Almagro San Martin ci porta aneddoti, Juan Maria Thomas ricorda l’uomo buono e generoso e religioso, Guido M. Gatti ci offre i suoi lucidi e preziosi ricordi.
Ambiente, vita, opere: il libro è costruito come è necessario, rigorosamente quanto a tecnica, onestamente nelle intenzioni. Il panorama si allarga, l’invito a andare avanti si fa, in chi legge, sempre più insistente. L’arte e le opere di Falla, che occupano la terza parte, ci portano su un terreno aperto alle discussioni, ai giudizi, alle osservazioni critiche. Si può dire, con Gilbert Chase, che «l’arte di Falla fu una continua ricerca dell’anima musicale spagnola». Ma come? E per quali vie? E quali furono gli antecedenti? Rispondere a queste domande significa fare la storia non soltanto di Falla, ma di tutto il «rinascimento» musicale spagnolo dei tempi moderni. E fino a che punto il lungo saggio di Mario Castelnuovo-Tedesco e ancora esatto, a distanza di quasi quaranti anni? Si può dire che Falla è «lo stilizzatore dell’elemento popolare spagnolo»?
Si lascia al lettore il giudizio. Guido Pannain scrive della ''Arte di Falla e i suoi limiti'', e si chiede: «Ma arriva l’arte del Falla con tutte le sue qualità a superare il dualismo immanente alla musica spagnola tra i valori universali della forma fiorita dalla tradizione
europea e quelli individuali e locali della tradizione popolare? In altri termini, arriva il Falla a superare i valori di cultura, per liberarsi definitivamente in arte?». Probabilmente sì, proprio perchè Falla si pone ben presto nella situazione di vero «maestro europeo».
Alberto Mantelli scrive del suo europeismo, Wladimir Jankelevitch della sua onestà e della sua purificazione; e poi c’è una lunga sene di saggi sulle varie opere, conclusi da quello, nuovo, di Enrique Franco
su ''Atlántida''. Saggio che porta un notevole contributo alla storia di questa opera postuma che Ernesto Halffter ha concluso.
L’ultima parte, è un’appendice di scritti di Falla, cui seguono le consuete informazioni: discografia, bibliografia. Gli scritti di Falla sono esemplari e ridanno vita all’uomo che amiamo, che oggi torniamo a onorare. Un onesto e un sincero, pronto alla lode e alla gentilezza, un uomo per il quale il mondo fu sempre troppo duro anche se non crudelissimo come ben avrebbe potuto.
La sua voce chiude il ''Symposium'': un testo che è stato riunito per aiutarci a capire Falla, con la sua anima e la sua arte.
{{A destra|{{Sc|mario pasi}}}}<noinclude><references/>
</br>
{{Centrato|'''Guido Valcarenghi'''}}
{{Centrato|''Direttore responsabile''}}
-----
{{Centrato|{{smaller|''Registraz. Trib. di Milano n. 2241 del 23-1-1951 - Arti Grafiche G. Monguzzi - Milano''}}}}
{{PieDiPagina||208|}}</noinclude>
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L'Anima musicale d'Italia/Piemonte
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Il Libro dei Re/Il re Khusrev/7/IV
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Porto il SAL a SAL 75%
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|190||}}</noinclude>{{Pt|sensati,|insensati,}} tutte le mie speranze chimeriche; essa non mi amerà mai. Mio caro amico, disse Witold prendendo la mano di Ladislao, quanto sono infelice! e il volto di Witold esprimeva realmente il più profondo dolore. Successe un momento di silenzio; Ladislao lo ruppe il primo;
— Io non v’intendo, egli disse; siete voi, principe Witold, che non potete sopportare senza impazienza un momento di contrarietà?
— Io non son punto impaziente, disse con calma Witold, ma il mio cuore è trafitto.
— Trafitto! spiegatevi di grazia, voi mi fate maravigliare e mi spaventate.
— Permettetemi in primo luogo ch’io vi faccia una domanda: Voi siete stato in Varsavia quasi tutto il tempo della mia assenza; io ho saputo da voi che Olesia trista e ritirata non vedeva nessuno; voi mi diceste ancora che il Palatino non riceveva; ma, ditemi, siete voi ben sicuro ch’egli non abbia mai ammesso alla sua confidenza un giovine russo,<noinclude><references/></noinclude>
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Piaz1606
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||191}}</noinclude>il conte Igor Sch***? Nel fare questa domanda le labbra del principe tremavano.
— Io lo ignoro; ma voi mi fate ricordare che un giovine russo di questo nome chiese tre mesi fa la mano d’Olesia.
— Gran Dio! disse Witold con un moto d’impazienza, perchè non avermelo detto più presto?
— Io me lo era dimenticato, perchè non ci dava nessuna importanza. Ma conoscete voi dunque il colonnello Igor?
— Io lo incontro dappertutto. I luoghi ove il mio cuore mi conduce son sempre quelli dove io lo trovo; e ne ho facilmente indovinato il perchè. Insomma, soggiunse Witold col più fiero sdegno, io ho un rivale.
— Che importa a voi?
— Il Palatino ignora che io ho domandata la mano della sua figlia.
— Lo sa Olesia; e potete contare sopra di lei.
Witold tacque per qualche minuto, esitò e finalmente disse: — No, io non lo credo più. E soggiunse {{Pt|to-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|192||}}</noinclude>{{Pt|sto:|tosto:}} — Io voglio vederla, voglio parlarle senza testimoni. Sarebbe inconveniente ch’io mi presentassi a lei; mi confiderò a vostra madre. Olesia mi deve una relazione sincera di tutto ciò ch’è avvenuto, durante la mia assenza. Il momento di crise in cui trovasi la Polonia, i risultati probabili che ne nasceranno, l’incertezza delle nostre fortune, danno al parentado del conte Igor Sch*** sul mio una preferenza che non può fare a meno d’essere apprezzata dal conte Alessandro. Io non voglio vedere il mio nome paragonato col suo. Se il colonnello non ha ricevuta una negativa formale, io non rinnoverò la mia domanda.
— Ah! principe Witold, disse con vivacità Ladislao, potreste voi sacrificare la felicità di mia cugina alla più puerile vanità?
— La sua felicità non dipende più da me; ella non mi ama. Ladislao era per rispondere che non lo credeva, ma Witold riprese: — Ella non mi ama, vi dico; un cuore appassiopato come il mio non s’ingannerà<noinclude><references/></noinclude>
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Piaz1606
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||193}}</noinclude>mai; questa sera non è la prima che me ne abbia convinto. Da un mese in quà io la incontro sovente in questo luogo; e ne’ primi momenti, inebriato della memoria della sua tenerezza, non voleva arrendermi alla verità. Ella non mi ama, ve lo ripeto; ovvero c’è sotto uno strano mistero che m’illude e mi cruccia. Olesia
possiede un impero troppo grande sopra sè stessa, perchè sia possibile di leggere facilmente nel suo cuore; nonostante credo d’avere scoperto ch’ella è secretamente tormentata; io attribuiva sul principio lo amore ineguale che spesso ella mostra, la sua astrazione continua, i suoi sguardi malinconici e vaghi che dirige egualmente e su quello che lo ama e su gli altri, al dolore violento che le cagionava la morte di sua madre; ma il dolore che lascia la perdita d’un oggetto adorato non ha tal carattere. No! l’immaginazione di Olesia è piena d’un progetto, d’un timore, e d’un secreto ch’ella vorrebbe e non osa confidarmi. Ciò che voi mi avete detto rischiara la maggior<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|194||}}</noinclude>parte de’ miei dubbi; essa è donna, essa è cangiata. — L’amore non mi rende punto ingiusto, soggiunse il principe Witold sforzandosi di sorridere; il colonnello Igor possiede tutto quello ch’è necessario per giustificarla. Olesia non ha cattivo cuore, e la tristezza che la opprime in mia presenza deriva dal rimorso di credermi ingannato.
— Con quale facilità, rispose Ladislao, lo spirito anco il più saggio può crearsi delle chimere! Principe Witold, deponete ogn’inquietudine; Olesia vi ama, e non è capace di cangiarsi; all’età sua non si sa fingere, non si sa vedere senza guardare, e gli occhi suoi vi cercano continuamente. Spiegatevi con lei, parlatele con franchezza, e senz’indugio dirigetevi a suo padre. Mettete nella vostra condotta quella semplicità, quella deferenza che esige la natura della vostra domanda; da tutte queste piccole concessioni dipende forse la vostra felicità. So bene che una famiglia, in cui voi desiderate entrare, dee chiamarsene onorata, ma credete {{Pt|an-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||195}}</noinclude>{{Pt|cora|ancora}} che il dono d’una donna bella e virtuosa merita tutti i sacrifizi che temete azzardare. La tristezza d’Olesia è sì naturale, com’è grande la perdita che ella ha fatta. Convien egli a voi di fargliene un delitto, mentre voi solo la potreste consolare?
— Sa il cielo se è questo l’unico desiderio del mio cuore, ma ella rigetta le consolazioni. Giammai nei nostri colloqui essa ha pronunziato il nome di sua madre; sembra che sdegni di lamentarsi; ma io ho scoperto dell’ingiustizia ne’ suoi pensieri. Quell’Olesia, la cui sincera pietà dovrebb’essere sì rassegnata, sì rivolta contra la provvidenza, si direbbe che la sventura che la opprime non ha mai colpito che lei sola. Havvi nel suo dolore un’aridità che non è della età, nelle sue parole quell’ironia trista e diffidente che non dovrebbe nascere che da un cuore disingannato, inaridito. Insomma, ve l’ho già detto, esiste in tutto il suo essere qualcosa ch’io non comprendo. Ma, disse Ladislao come colpito da un’improvvisa idea, non la credereste voi suscettibile di gelosia?<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|196||}}</noinclude>
— Chi può ispirarvi un simil sospetto?
— Io vi confesso che questa sera son rimasto sorpreso dell’impressione che la prodotta sopra Olesia la contessa Eleonora; essa non può ignorare che qualche anno fa vi si diceva interessato per questa giovine signora; almeno era l’unica che pareva vi desse nell’occhio.
— Olesia non era ancora comparsa nel mondo, ma vi ho detto che fino dalla sua infanzia essa avea prodotta su me la più viva impressione. Mai m’ispirò amore la contessa Eleonora.
— Voi avreste dovuto avvertirnela, rispose sorridendo Ladislao. Queste due donne non si ameranno giammai, e voi ne siete evidentemente la causa.
— Io conosco un altro motivo che giustifica la freddezza d’Olesia verso la contessa, disse Witold rammentandosi in quel momento la scena notturna del parco di Willanow. No, soggiunse d’un tuono mesto, Olesia non è gelosa; e diede un profondo sospiro come se avesse detto: — Olesia non mi ama!<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||197}}</noinclude>
Il giorno dopo quest’abboccamento, Witold recossi verso sera nel giardino di Sassonia, vaga passeggiata nel mezzo di Varsavia. Alcuni uomini eran seduti nel gran viale, e non vi si vedevano ancora donne; egli andò a collocarsi in un luogo appartato, e ripensando alla sera del giorno innanzi, si confermò sempre più nella risoluzione d’ottenere un abboccamento presso la contessa di G...
— Che vò io a sapere? domandò a sè stesso; qual confidenza son io per esigere da Olesia? Quella del suo amore per un altro. Oserà ella confessarmelo? potrò io tollerarne la relazione? No, no; è meglio scansarla e fuggirla per sempre. E se m’amasse ancora?... Il pensiero di Witold si fermò su questa parola. Ei respinse per un momento i sospetti, i timori, la gelosia; ma ben tosto tutti questi dolori, simili ad un torrente che atterra gli argini opposti traboccano nel suo cuore. — O illusione, disperatamente egli disse, tu mi lusinghi anche sull’orlo dell’abisso. Insensato! come poss’io {{Pt|ingan-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|198||}}</noinclude>{{Pt|narmi?|ingannarmi?}} Io non son più qui davanti a un amico a cui confidar le mie pene, e cercar di scemare in faccia sua і torti di quella che le cagiona; io son solo col mio cuore; poss’io ingannarlo sul numero delle sue ferite? No, soggiunse Witold abbandonandosi sempre più alla sua cupa meditazione; io posso confessar tutto a me stesso. Gli occhi d’Olesia temono di incontrarsi co’ miei. Quali sono stati fin qui i nostri colloqui? Ragionamenti astratti, a cui mi trovavo trasportato mio malgrado. Il suo spirito è giusto, credevo che lo fosse anche il mio, e nonostante non ci troviamo mai d’accordo; se io difendo ciò chi è, ella espone ciò che dovrebbe essere. Confesso ch’egli è impossibile avere idee più vere sulla virtù, esprimere sentimenti più nobili e scevri d’esagerazione, ma si direbbe ch’ella ha vissuto finora in un mondo immaginario, o almeno ch’ella ha studiato ciò che in quello si dovrebbe fare, non quello che quà si fa. Ella sdegna i pregiudizii, e con tutto ciò non mi lascia ignorare che me ne suppone<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||199}}</noinclude>affetto. È questa la condotta da tenersi con una persona che s’ama? tali materie non sono punto trattate con quella bonarietà che espone un’opinione senz’annettervi importanza, ma con quella fermezza di convinzione, con quella fredda franchezza che sembra farsi un dovere di mostrarsi severa e pungente. Se io mi maraviglio, se io la biasimo, ad un tratto ella tace e si confonde; io ho vedute le sue guancie coprirsi di rossore, ma non era quella l’amabile confusione che presta novelle grazie, era bensì quel sentimento penoso che suo malgrado, dimostra d’aver il torto. Ella non mi ama più! e che ama ella in mia vece? Gran Dio! avrei io mai creduto che mi si riserbasse una simile umiliazione!
In quel momento udì un rumore che lo distolse dalla sua meditazione qualcuno passava davanti a Witold; al suono d’una sciabla che di tanto in tanto batteva la terra, ei riconobbe essere un militare. Witold alzò gli occhi; tutt’ad un tratto il suo volto cangiò d’espressione e prese una {{Pt|cal-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|200||}}</noinclude>{{Pt|ma|calma}} sdegnosa; s’alzò per uscire dal giardino di Sassonia; egli aveva riconosciuto il colonnello Igor.
Nel traversare il gran viale Witold lo trovò pieno di una scelta società. Ei cercò per qualche minuto la contessa di G....., pensando che Olesia sarebbe forse venuta seco. In un’adunanza di giovani donne, la stessa moda dà a differenti persone un’apparenza di somiglianza; l’insieme del loro abbigliamento presenta sovente a colpo d’occhio una specie di uniformità; ma qual differenza nelle particolarità! Witold fuggiva i fiori, le piume azzurre e color di rosa, che erano ancora vietate ad Olesia. Ma quante volte un abbigliamento tutto bianco fece palpitare il suo cuore! Ei s’avvicinava allora; ma non era dessa. Stanco da tali sbagli egli uscì dal giardino.
Witold aveva già traversata una parte della piazza di Sassonia, quanto scorse, presso la chiesa del convento della visitazione, uno staffiere che portava la livrea del Palatino; tornò indietro, s’avvicino al convento, e<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||201}}</noinclude>scoprì una carrozza della quale riconobbe le armi. — Ella è qui diss’egli fra sè, e nell’istante entrò in chiesa. Allevato in un profondo rispetto per la religione, egli avrebbe creduto di profanare un de’ suoi templi col permettersi di distrarre la pietà d’Olesia e di farle succedere pensieri amorosi; ei non voleva esser da essa osservato, bramava solo vederla. Si avanzò senza strepito, percorse con gli occhi tutta la chiesa; ma era deserta. Sorpreso ei s’arresta un momento; un lieve rumore colpisce il suo orecchio; volge egli la testa verso il lato sinistro dell’altar maggiore, e scopre una profonda cappella, che una colonna avea fin allora celata al suo sguardo. La chiesa cominciava a farsi buia; ma due ceri ardevano sopra un altare della Vergine, alla quale la cappella era consacrata. Il principe Witold vide molte donne coperte di lunghi veli, sedute presso a un confessionale. I suoi sguardi penetraron perfino nel misterioso asilo, donde il pentimento esce alleggerito del peso delle colpe. Ei vi distinse il lembo d’un<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|202||}}</noinclude>abito bianco. — Se foss’ella? disse tra sè. Poi appoggiò la testa a una colonna, sentendosi oltremodo intenerito: v’ha qualcosa di pur commovente nella sincera pietà d’una giovinetta! Egli stava così da qualche minuto assorto in una dolce meditazione, quando la giovine penitente con la testa bassa e le mani giunte, uscì dal confessionale. Ma ohimè! era un’altra. Quel velo leggero da una testa bionda e ricciuta ricadeva sopra una persona in molto meno alta d’Olesia.
Questo sbaglio afflisse Witold: egli uscì di chiesa che era quasi notte. Astratto e camminando a caso, ei si trovò tutt’a un tratto in una piccola strada traversa, e i suoi sguardi fissaronsi macchinalmente sopra una casa di povera apparenza. Fu estrema la sua sorpresa, quando vide uscirne con precauzione una giovin signora, la cui andatura e il portamento faceva un singolare contrasto col miserabil tugurio. Questa traverso leggermente, la strada, ed entrò in un vincolo stretto e poco frequentato che<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||203}}</noinclude>metteva sulla piazza di Sassonia, vicino al convento della Visitazione.
Witold spinto dalla cusiosità tornò indietro, e giunse presso al vicolo al momento che ne usciva la misteriosa incognita. Essa non lo vide, e giunta al convento, entrò in chiesa per una porta di fianco. Malgrado l’oscurità, ei la distinse perfettamente; portava essa un abito bianco e una mantiglia di blonde nero; questi due colori si confondevano meno difficilmente degli altri con le ombre della sera. Stette in forse se dovesse entrare una seconda volta in chiesa; ma un istante di riflessione ne lo distolse. — Io non mi riconosco più, disse fra sè: tutto mi commove, tutto m’interessa, e non posso nulla desiderare, nulla temere, che non mi rammenti l’oggetto della mia folle passione. Aveva appena formato questo pensiero, quando una carrozza gli passò rapidamente d’accanto; si rivolse, e la riconobbe per quella d’Olesia. Essa si dirigeva verso il palazzo della contessa di G.... Witold risolvè tosto di recarvisi.
Non trovò alcuno nella sala; la {{Pt|con-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|204||}}</noinclude>{{Pt|tessa|contessa}} terminava la sua ''toelette''. Un gran gabinetto, che serviva nel tempo stesso di libreria, era aperto; Witold vi entrò, e vide Olesia che leggeva. Quando il principe comparve, ella s’alzò, e fece alcuni passi incontro a lui; leggevasi sul di lei volto una soddisfazione, da lungo tempo non veduta; Witold la osservò, ma un oggetto venne tutt’ad un tratto a distrarre la sua attenzione e ad impossessarsene esclusivamente. Egli interruppe un discorso incominciato; i suoi sguardi esaminarono attentamente l’abbigliamento d’Olesia, e si fissarono finalmente sopra una mantiglia di ''blonde'' nero che copriva una veste bianca. Le ciglia di Witold si aggrottarono, e un malcontento che era impossibile di non osservare si sparse sul volto di lui.
— Che avete voi, principe Witold? disse Olesia un po’ sorpresa, ma sorridendo; si potrebbe supporre che voi avete fatta una dolorosa scoperta.
— In effetto rispose bruscamente Witold, sono angustiato per ciò che credo avere scoperto.<noinclude><references/></noinclude>
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Panz Panz
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>''brità del Boito si sostiene ancora su un suo vuoto atteggiamento culturale e programmatico».''<ref>Op. cit., pag. 1003.</ref>
L’autore sembra dimenticare le date (che del resto distribuisce correttamente nel corso dello scritto) della principale produzione poetica e letteraria del {{AutoreCitato|Arrigo Boito|Boito}} che, ad eccezione dei due libretti per {{AutoreCitato|Giuseppe Verdi|Verdi}}, del ''Nerone'' e pochi lavori d’importanza trascurabile, è stata tutta pubblicata su riviste e periodici vari dal 1862 al ’74; epoca in cui il {{AutoreCitato|Gabriele D'Annunzio|D’Annunzio}} (nato nel ’63) non poteva di certo esercitare influenze; oppure, se vuol farci passare ’a gabbo’ la poco corretta etichetta di dannunziano «ante litteram», meglio sarebbe per lui il rifarsi, e con più chiarezza, al pensiero originale, seppur sempre discutibile, con cui Luigi Baldacci vuol far sfociare le ultime esperienze della
Scapigliatura ({{AutoreCitato|Giovanni Camerana|Camerana}}, ecc.) avviando «''decisamente la poetica della scuola comune a uno sfocio immaginifico e dannunziano...''». Ma con una precisazione significativa: «''il rapsodismo del Boito era stato
già buon inizio''»<ref>''Poeti minori dell’Ottocento'' a cura di L. Baldacci, Ricciardi, Tomo L, XXXVIII. </ref>.
Messi scientemente in disparte, perchè estranei nella maniera più assoluta al benché minimo sospetto di dannunzianesimo, i libretti di ''{{TestoCitato|Otello (Boito)|Otello}}'' e Falstaff, possiamo anche supporre che il pensiero del Borlenghi sia arrivato sino al ''Nerone''. Come ben è noto, l’idea geniale di quest’opera era in Boito fin dal lontano 1862; attraverso innumerevoli stesure, ripensamenti, sviamenti, la tragedia era certamente compiuta nel ’91, anno in cui Verdi scriveva al Ricordi<ref>Lettera del 14 giugno, in: Pietro Nardi, ''Vita di A.B.'' Mondadori, pag. 589.</ref> di averne avuto lettura dall’autore medesimo; dovevano, però, passare ancora dieci anni prima che l’incontentabile poeta si decidesse a farla pubblicare in Milano, dai Fratelli Treves.
Osservando queste date, si rimane, ancora una volta, perplessi innanzi alla sconcertante noncuranza del Borlenghi per la successione cronologica degli avvenimenti; nel ’91, infatti, la produzione del D’Annunzio era ancora al di là da venire; e volendo, comunque, tener fede rigorosamente alla data di pubblicazione del 1901, non era poi tanto difficile costatare che la maggior parte delle opere del D’Annunzio e la sua più significativa produzione, con particolare riguardo a quella teatrale, non aveva ancora visto la luce.
A questo punto non si riesce in nessun modo a vedere come l’infelice definizione di «dannunziano minore» possa essere accettata, senza rendere palesemente risibile a tutti la metodologia di un sistema fatto di qualifiche e definizioni a ritroso.
Rimane ora da chiarire quali siano e cosa rappresentino nel Boito quelle «maschere ideologiche» e quelle «macchine pseudoculturali» che tanto hanno infastidito il Borlenghi.
Il concetto dell’antitesi boitiana «''Son luce ed ombra''» riducibile e ridotto, dai più fieri conati, alle più famose ipèrboli, altro non è che<noinclude><references/>
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Panz Panz
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>un problema che «''resta nella vita del {{AutoreCitato|Arrigo Boito|Boito}}, come uno sfondo, come un’atmosfera, diciamo pure come il contenuto di un sentimento e di un pensiero, donde inizialmente muove la personalità di lui''.»<ref>Luigi Ronga, ''Arte e gusto nella musica'', Ricciardi, pag. 286.</ref> come bene ha visto il Ronga nel suo nobilissimo saggio; unica «maschera ideologica» boitiana, riducibile sostanzialmente a un dualismo fondamentale che si svolgerà con un’unico arco comune a tutta la sua opera: la lotta fra il Bene e il Male.
Ora, noi non crediamo, ce lo consenta il Borlenghi, alla «facile» distruzione ’in astratto’ di questa antitesi universale; potremo solo esaminare, volta per volta, quando l’intuizione artistica boitiana abbia ceduto, estenuata, alla possente forza di siffatto concetto. Per quanto riguarda invece le «macchine pseudoculturali», non solo vogliamo pensare alla poderosa mole delle fonti storiografiche, al minuzioso vaglio e alla loro finissima comparazione, che quasi sempre hanno costituito un fertile «humus» alla poetica boitiana, con particolare riguardo al ''Nerone'', ma vogliamo anche prendere in considerazione quella straordinaria versatilità a «piegare» il verso in maniera che il più raffinato alambicco metrico potesse meglio stillare il significato di quel «che ditta dentro»; un dono la cui spontaneità faceva, anche di questa ardua fatica d’artefice, una seconda natura, a lui invidiata dai più celebrati contemporanei, e per nostro giudizio un’altro fertile «humus».
E quello che il Nardi ha scritto a commento di un passo del ''Nerone'', ben si può estendere al resto della maggior produzione boitiana: «''È scomparso lo studio di Boito, col suo odor di lucerna e il suo poeta chiedente ispirazione ai volumi testimoni dell’antichità e interpreti dell’antichità, ed è rimasta soltanto la visione del poeta''.»<ref>Piero Nardi, ''Tutti gli scritti di A.B.'', Mondadori, XXXII.</ref>
Asserendo infine il Borlenghi che «''la vera poesia del {{AutoreCitato|Gabriele D'Annunzio|D’Annunzio}} non ha sofferto di quella distruzione''» a quale conclusione vuol egli arrivare? Che Boito non è poeta?
A questo punto ci sembra assurdo il continuare; ma viene ancora spontanea una domanda: se così poi fosse, con quale coerenza può egli averlo accolto nella silloge di una collana che fin dal suo esordio si proponeva «''di tener lontano quei ’mediocri’ che {{AutoreCitato|Quinto Orazio Flacco|Orazio}} respingeva
dal cielo, dalla terra e dalle librerie''»?<ref>''Letteratura italiana.'' Storia e testi: premessa generale al piano dell’opera, Ricciardi, pag. 5.</ref>
Sarà meglio stendere sulle altre imprudenti affermazioni del Borlenghi un velo discreto, ma la definizione del saggio crociano come «ambiguo consenso» è troppo bella per essere taciuta.
Vogliamo rammentargli ancora che: ''{{TestoCitato|Re Orso|Re Orso}}'' è un poemetto polimetro, una fiaba, se si vuole, e non una raccolta di versi com’egli scrive. E questo al momento basti.<noinclude><references/>
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Panz Panz
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>
Non diremo ora con l’entusiasmo di Giovanni Borelli «''la gloria di {{AutoreCitato|Arrigo Boito|Arrigo Boito}} nasce oggi''»<ref>''Linee dello spirito e del volto di A.B.'', Milano, Bottega di poesia, 1924.</ref>; ma a maggior temperamento della nostra devota stima per l’artista e per l’uomo, ei onoriamo di riportare la chiara parola del Ronga, perchè possa servire d’esempio a quanti non consentiranno con noi:<ref>(N.d.a.) Le conclusioni del saggio di Luigi Ronga non sono sostanzialmente favorevoli all’arte boitiana.</ref> «''Nella storia della cultura artistica italiana dell’ultimo Ottocento egli occuperà un posto ben suo, perchè ogni volta che si guarderà alla figura complessiva dell’uomo d’arte e di studio, sempre l’animo s’inchinerà come di fronte ad un raro esempio di austera disciplina''».
Crediamo per fermo che, come già per il passato, gli scritti, le polemiche, le dispute non daranno tregua nè all’uomo nè all’opera; e come sempre dovrà essere il tempo a dire la parola definitiva; quel tempo che, come del resto lo stesso Borlenghi ha implicitamente consentito nel suo esordio, non è riuscito ad avere ancora ragione dell’opera boitiana. Egli è giudice inesorabile; e noi non crediamo come il Borlenghi al «''singolare, fortunato destino''». Ma più indulgenti
di lui, se proprio così dovesse essere, ben accetteremmo la sua partecipazione a maggior gloria, e soprattutto fiduciosi nelle risorse dell’arte di Arrigo Boito alzeremmo alto un brindisi; e sulle labbra, l’ultimo verso dell’ode {{AutoreCitato|Saffo|saffica}} boitiana:
{{A destra|''«E la folla rachitica e grifagna</br>Crepi di sete».''}}
{{A destra|{{Sc|giuseppe pescetto}}}}<noinclude><references/>
{{PieDiPagina||226|}}</noinclude>
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Musica d'oggi, 1962/N. 6/Il significato storico del pianismo di Clementi
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{{Qualità|avz=75%|data=13 giugno 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|autore=Piero Rattalino|prec=../Maurice Ravel venticinque anni dopo|succ=../Boitiana}}
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Musica d'oggi, 1962/N. 6/Boitiana
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Categoria:Testi in cui è citato Cleofonte Campanini
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>{{Centrato|''PUBBLICO DIBATTITO AL CONSERVATORIO DI MILANO''}}
{{Centrato|{{x-larger|'''Verdi e Puccini: autografi ed edizioni'''}}}}
Indetto dal settimanale ''Epoca'' sabato 15 dicèmbre 1962 alle ore 16 si è svolto nella Sala Verdi del Conservatorio di Musica di Milano l’atteso dibattito fra il M° {{AutoreCitato|Giulio Confalonieri|Giulio Confalonieri}}, critico musicale del suddetto periodico e il maestro australiano Denis Vaughan, sulle differenze
fra le partiture manoscritte di alcune opere di {{AutoreCitato|Giuseppe Verdi|Verdi}} e {{AutoreCitato|Giacomo Puccini|Puccini}} e la loro edizione a stampa.
Il M° Vaughan ha ribadito il suo convincimento secondo cui l’autentico pensiero di Verdi e Puccini è quello espresso nei manoscritti. Per sostenere tale tesi egli faceva successivamente ascoltare parecchi brani del ''Falstaff'' nelle due versioni. All’esecuzione partecipavano il mezzosoprano Gabriella Carturan e il baritono Teodoro Rovetta unitamente ad un ottimo complesso sinfonico.
Alla tesi del maestro australiano il M° Confalonieri opponeva l’affermazione che il pensiero dell’Autore non si presenta mai definitivo nei manoscritti, ma che si integra e si precisa — anche per quanto riguarda l’esatta grafia musicale — durante le prime prove ed esecuzioni in teatro, e grazie anche al riconosciuto e sollecitato apporto degli interpreti e dei correttori.
Al dibattito assisteva una giuria di musicisti altamente stimati per valore ed esperienza. Essa era composta dai Maestri Michelangelo Abbado, Bruno Bettinelli, Guido Farina, Giorgio Federico Ghedini, Carlo Maria Giulini, Enrico Minetti, Jacopo Napoli, Gabriele Santini, Antonino Votto e presieduta dal M° {{AutoreCitato|Riccardo Allorto|Riccardo Allorto}}, designato a tale delicato compito dal M° Denis Vaughan.
Nel dibattito — che ha toccato a volte accese temperature — sono intervenuti via via i membri della giuria, il M° Testi, consulente tecnico della Casa Ricordi, e persone del pubblico. A un certo momento il M° Confalonieri ha reso noto che pochi giorni prima, il
7 dicembre, era stata ritrovata una copia dell’edizione a stampa del ''Falstaff'', datata 1893. Essa era servita al M° {{AutoreCitato|Cleofonte Campanini|Cleofonte Campanini}} per l’esecuzione dell’opera al San Carlo di Napoli nella Stagione di carnevale 1893-94, e quindi inviata a Parigi per le rappresentazioni all’''Opéra Comique'' del 1894 cui aveva assistito anche Verdi. È apparso pertanto a tutti evidente che tale documento successivo all’autografo, essendo il modello al quale manifestamente si erano richiamate le successive edizioni a stampa del ''Falstaff'', rispecchia la definitiva volontà di Giuseppe Verdi.<noinclude><references/>
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Categoria:Pagine in cui è citato Giulio Confalonieri
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L’indomani dal dibattito la giuria ha emesso il seguente comunicato: «''I sottoscritti musicisti hanno assistito al pubblico dibattito che si è svolto nella Sala maggiore del Conservatorio G. Verdi di Milano il 15 dicembre 1962 fra il M° {{AutoreCitato|Giulio Confalonieri|Giulio Confalonieri}} e il M° Denis Vaughan, relativo alle pretese decine di migliaia di differenze che quest’ultimo avrebbe riscontrato nelle partiture delle opere verdiane e {{AutoreCitato|Giacomo Puccini|pucciniane}} pubblicate dalla Casa Ricordi.''
''Essi hanno seguito con molta attenzione l’intero dibattito per quanto riguarda, sia gli argomenti dei due oratori e i vari interventi dei musicisti presenti alla riunione, sia gli esempi musicali eseguiti sotto la direzione del M° Vaughan con il Complesso Strumentale Italiano a sostegno delle sue tesi.''
''Dichiarano di aver riscontrato che le differenze fra le partiture autografe e le edizioni stampate non sono per lo più che la manifestazione della espressa volontà dell’autore successiva alla stesura del manoscritto originale. È notorio infatti che le opere musicali prendono vita al momento in cui esse vengono portate in teatro o nelle sale da concerto e che in quelle sedi gli autori propongono o accettano le modifiche che ritengono indispensabili a meglio esprimere il proprio pensiero musicale.''
''Nel corso del dibattito è stato ampiamente dimostrato che anche le opere di {{AutoreCitato|Giuseppe Verdi|Verdi}} hanno avuto questa naturale evoluzione approvata dall’autore stesso e che nelle edizioni a stampa non esistono sostanziali modifiche capaci di alterare lo spirito del testo verdiano. Infatti le legature, i punti e i coloriti sono indicati molto spesso approssimativamente negli autografi di Verdi e perciò è indispensabile che tutti questi segni vengano precisati nelle edizioni a stampa per le esigenze pratiche dell’esecuzione, senza per questo venir meno alle intenzioni dell’autore».''
{{no rientro}}''Firmato:''
{{Indentatura}}{{Sc|Michelangelo Abbado}} - Violinista, titolare di Violino e viola al Conservatorio G. Verdi di Milano.
{{Sc|{{AutoreCitato|Riccardo Allorto|Riccardo Allorto}}}} (Presidente) - Docente di Storia della Musica al Conservatorio G. Verdi di Milano.
{{Sc|Bruno Bettinelli}} - Compositore, titolare di Alta composizione al Conservatorio G. Verdi di Milano.
{{Sc|Guido Farina}} - Compositore, vice-direttore del Conservatorio G. Verdi di Milano.
{{Sc|Giorgio F. Ghedini}} - Compositore, già direttore del Conservatorio G. Verdi di Milano.
{{Sc|Carlo Maria Giulini}} - Direttore d’orchestra.{{FineIndentatura}}<noinclude><references/>
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Musica d'oggi, 1962/N. 6/Verdi e Puccini: autografi ed edizioni
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>{{Indentatura}}{{Sc|Enrico Minetti}} - Violino di spalla dell’Orchestra del Teatro alla Scala.
{{Sc|Jacopo Napoli}} - Compositore, direttore del Conservatorio G. Verdi di Milano.
{{Sc|Gabriele Santini}} - Direttore d’orchestra.
{{Sc|Antonino Votto}} - Direttore d’orchestra.{{FineIndentatura}}
Alla tesi sostenuta dal M° {{AutoreCitato|Giulio Confalonieri|Confalonieri}} avevano aderito anche i Maestri Ildebrando Pizzetti, Tullio Serafin e Victor de Sabata che, impossibilitati ad intervenire al dibattito, avevano inviato i seguenti
telegrammi:
Roma, 14 - 12 - 1962
''Plaudendo sua giustissima energica presa di posizione contro assurda fastidiosa campagna Denis Vaughan intesa screditare edizioni a stampa opere {{AutoreCitato|Giuseppe Verdi|Verdi}} e {{AutoreCitato|Giacomo Puccini|Puccini}} inviole espressione mia piena solidarietà già espressa ieri per lettera alla direzione del periodico Epoca. Cordiali saluti.''
{{A destra|{{Sc|Ildebrando Pizzetti}}}}
Roma, 14 - 12 - 1962
''Dolente non poter presenziare dibattito prossimo sabato sono pienamente solidale con iniziativa maestro Confalonieri intesa demolire assurda campagna scandalistica montata contro edizioni verdiane accusate aver tradito pensiero Giuseppe Verdi.''
{{A destra|{{Sc|Tullio Serafin}}}}
S. Margherita Ligure, 14 - 12 - 1962
''Auguro prossimo dibattito chiuda definitivamente polemica Vaughan edizioni Ricordi mentre riconfermole mia totale adesione tesi maestro Gavazzeni. Cordnalmente.''
{{A destra|{{Sc|Victor de Sabata}}}}<noinclude><references/>
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Categoria:Testi in cui è citato Giulio Confalonieri
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{{Vedi anche autore|Giulio Confalonieri}}
[[Categoria:Testi per autore citato|Confalonieri, Giulio]]
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{{no rientro}}{{larger|''Riaffiorano musiche di autori sconosciuti</br>nella XIX Settimana Musicale Senese''}}
{{Colonna}}La XIX Settimana Musicale Senese (22-30 luglio 1962) è stata dedicata esclusivamente al Concerto: quasi per una sosta pensosa, prima di riprendere le usate manifestazioni teatrali. Questa tornata ha perciò avuto un carattere strettamente musicologico: l’unica, in Italia, che si discosti perciò dai normali Festival, per la sua severità storica, quasi scolastica. Se si astrae dall’ultima grande serata, dedicata al festoso e fecondo ''Natale del Redentore'' di {{AutoreCitato|Lorenzo Perosi|Lorenzo Perosi}} — che ha risuonato sotto la perfetta direzione di Franco Capuana dalla Basilica della SS. Annunziata dell’Ospedale di S. Maria della Scala davanti alla scena, intinta di luce azzurrata, dell’abside frescata dal Conca, che mostra Gesù alla Piscina Probatica (Maestro del coro Adolfo Fanfani; Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino; interpreti: Dino Dondi, {{Ec|Luciana|Luciano}} Pavarotti, Marcella De Osmo, Anna di Stasio), — tutte le altre serate erano dedicate a forme di Concerto: il concerto vivaldiano, con Sonate, Concerti e una inedita Serenata, offerto dall’orchestra di Cremona diretta da Ennio Gerelli: poi il Concerto a strumento solista e orchestra del Sei-Settecento, con musiche di Geminiani-Corelli, Cazzati, {{AutoreCitato|Luigi Boccherini|Boccherini}}, Ferlendis, {{AutoreCitato|Giuseppe Tartini|Tartini}}, Buccioni (solisti: Emilio Soana alla tromba, con i notissimi Gaspar Cassadò, Renato Zanfini, Riccardo Brengola, Pier Narciso Masi; direttore Gerelli): poi ancora un Concerto sacro, diretto da Carlo{{AltraColonna}}Felice Cillario (maestro del coro Gaetano Riccitelli) con una Sonata di Gabrieli, i due ''Stabat'' di L.P. Bonsi e {{AutoreCitato|Giuseppe Verdi|Verdi}} e ancora il ''Te Deum'' verdiano: un Concerto dedicato alle forme vocali e strumentali da camera nel Sei-Settecento, comprendente i seguenti autori: Feroci, Bononcini, Steffani, Brescianello, Lotti, Zannetti, Felici, interpreti Alessandro Esposito, il Quartetto di Siena (Fanetti, Barbucci, Toninelli, Papi) e un complesso vocale composto dei soprani Ferracini e Ticinelli Fattori, contralto Condostati, tenore Malacarne, basso Michalopoulos, più il celtista Lippi. Infine il Quartetto Carmirelli (Carmirelli, Cervera, Sagrati, Bonucci) ha presentato il Trio e Quartetto d’archi in Toscana nel Settecento, rievocando musiche scritte dai componenti del famoso quartetto diretto da Boccherini, e cioè Nardini, Cambini, Manfredi, e lo stesso Boccherini.
La Settimana è stata introdotta da un nitido discorso del giovane musicologo Mario Fabbri nella solenne e tutta medioevale Sala del Mappamondo del Palazzo pubblico: Fabbri è anche lo scopritore della maggior
parte delle musiche di autori ignoti della Settimana.
La caratteristica peculiare di questa serie di concerti è stata, sotto la finalità generale della Forma, la presentazione sorprendente di una rosa di autori, quali Bonsi, Feroci, Cazzati, Ferlendis, Zannetti, Giardini, Brescianello, e gli stessi Cambini, Manfredi, Nardini, che sono{{FineColonna}}<noinclude><references/>
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{{Colonna}}La XIX Settimana Musicale Senese (22-30 luglio 1962) è stata dedicata esclusivamente al Concerto: quasi per una sosta pensosa, prima di riprendere le usate manifestazioni teatrali. Questa tornata ha perciò avuto un carattere strettamente musicologico: l’unica, in Italia, che si discosti perciò dai normali Festival, per la sua severità storica, quasi scolastica. Se si astrae dall’ultima grande serata, dedicata al festoso e fecondo ''Natale del Redentore'' di {{AutoreCitato|Lorenzo Perosi|Lorenzo Perosi}} — che ha risuonato sotto la perfetta direzione di Franco Capuana dalla Basilica della SS. Annunziata dell’Ospedale di S. Maria della Scala davanti alla scena, intinta di luce azzurrata, dell’abside frescata dal Conca, che mostra Gesù alla Piscina Probatica (Maestro del coro Adolfo Fanfani; Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino; interpreti: Dino Dondi, {{Ec|Luciana|Luciano}} Pavarotti, Marcella De Osmo, Anna di Stasio), — tutte le altre serate erano dedicate a forme di Concerto: il concerto vivaldiano, con Sonate, Concerti e una inedita Serenata, offerto dall’orchestra di Cremona diretta da Ennio Gerelli: poi il Concerto a strumento solista e orchestra del Sei-Settecento, con musiche di Geminiani-Corelli, Cazzati, {{AutoreCitato|Luigi Boccherini|Boccherini}}, Ferlendis, {{AutoreCitato|Giuseppe Tartini|Tartini}}, Buccioni (solisti: Emilio Soana alla tromba, con i notissimi Gaspar Cassadò, Renato Zanfini, Riccardo Brengola, Pier Narciso Masi; direttore Gerelli): poi ancora un Concerto sacro, diretto da Carlo{{AltraColonna}}Felice Cillario (maestro del coro Gaetano Riccitelli) con una Sonata di Gabrieli, i due ''Stabat'' di L.P. Bonsi e {{AutoreCitato|Giuseppe Verdi|Verdi}} e ancora il ''Te Deum'' verdiano: un Concerto dedicato alle forme vocali e strumentali da camera nel Sei-Settecento, comprendente i seguenti autori: Feroci, Bononcini, Steffani, Brescianello, Lotti, Zannetti, Felici, interpreti Alessandro Esposito, il Quartetto di Siena (Fanetti, Barbucci, Toninelli, Papi) e un complesso vocale composto dei soprani Ferracini e Ticinelli Fattori, contralto Condostati, tenore Malacarne, basso Michalopoulos, più il celtista Lippi. Infine il Quartetto Carmirelli (Carmirelli, Cervera, Sagrati, Bonucci) ha presentato il Trio e Quartetto d’archi in Toscana nel Settecento, rievocando musiche scritte dai componenti del famoso quartetto diretto da Boccherini, e cioè Nardini, Cambini, Manfredi, e lo stesso Boccherini.
La Settimana è stata introdotta da un nitido discorso del giovane musicologo Mario Fabbri nella solenne e tutta medioevale Sala del Mappamondo del Palazzo pubblico: Fabbri è anche lo scopritore della maggior
parte delle musiche di autori ignoti della Settimana.
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Categoria:Pagine in cui è citato Luigi Boccherini
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{{Vedi anche autore|Luigi Boccherini}}
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 69 —|}}</noinclude>Ha del volgare e non s'attaglia che assai imperfettamente ai versi, il quale fatto da solo farebbe sospettare di una fortuita unione di questi con la musica ad altre parole destinata in origine.
Ed io infatti della Girometta avevo, già da tempo, raccolto dalla bocca del popolo un'altra versione musicale molto diversa da quella data dal Nigra e che mi pareva molto più schiettamente popolare e consona al testo, ma che senza il documento storico non mi sentivo, nonostante il fiuto critico che me ne faceva quasi certo, di darla per la vera contro quella dell'etnografo piemontese. Il documento però, additato dal {{AutoreCitato|Alessandro D'Ancona|D'Ancona}}, magnificamente sfruttato dall'Alaleona con raro senso di musicologo, c'è, ed io quindi mi prendo il gusto di darne l'interessantissimo spunto comparativo che, c'è da augurarselo ma non da sperarlo, colla sua evidente importanza dovrebbe indurre qualche giovane musicologo a farne base di un lungo studio di raffronto fra la canzone tradizionale e i primi documenti della canzone popolare dei passati secoli.
Da tempo immemorabile, fin da quando le religioni ebbero una regolare liturgia, le lodi in onore delle divinità venivano intonate su melodie profane o meglio su melodie ispirate da altri sentimenti come l'amore materno, l'amore<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 70 —|}}</noinclude>sessuale, il dolore e la gioia. Coll'andare dei tempi l'abito rimase e ancora a' nostri giorni usano, e dal quattrocento, e forse prima, tanto era comune l'uso di far risuonare le chiese di voci popolani accoppiate a versetti sacri, che tali voci vennero addirittura trascritte nelle raccolte di laudi fatte dagli stessi sacerdoti e molto spesso in detti
libri, per richiamare alla memoria di que' fedeli che di musica non sapevano, il motivo con cui dovevano cantare le laudi, sopra i versetti o sopra la melodia era trascritto il primo verso della canzone profana cui dovevano andare associate le parole della liturgia.
Ora dunque, il documento o i documenti cui più sopra ci riferiamo sono il ''Libro primo delle laudi spirituali raccolte dal R. P. Fra Serafino Razzi, nuovamente stampato in Venezia ad instanzia de' Giunti di Firenze MDLXIII 4° C. 148,'' e le ''Corone di sacre canzoni o Laudi spirituali nuovamente corrette ed accresciute per opera di Matteo Coferati in Firenze dagli eredi di Francesco Onofrio 1689.''
In entrambe queste raccolte fa la sua comparsa la melodia della Girometta.
Quella del codice del Razzi suona così (Tav. n. 7).
Quella del codice del Coferati, nonostante un intervallo di oltre un secolo, ha conservato, come il lettore può vedere, quasi integro il suo carattere originale modificato solo dalla {{Pt|traspo-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 71 —|}}</noinclude>{{Pt|sizione|trasposizione}} in altro modo che dà un'impressione auri colare leggermente diversa (Tav. n. 8).
Crediamo utile far notare come la trascrizione da noi data dei due motivi di Girometta
riportati dai suddetti codici, è quale la esecuzione vuole e che non differisce dagli originali e dalla traduzione dell'Alaleona che apparentemente, per una riduzione di valori, indispensabile in un libro non fatto esclusivamente per i musicologi. Il testo originale ed anche la riduzione dell'Alaleona avrebbero potuto far cadere i non specialisti in una erronea esecuzione lenta e dilavata assolutamente fuori posto.
Ora eccoci finalmente alla lezione della Girometta qual oggi si canta e da me raccolta dalla bocca di festose corone di bimbi dell'isola di S. Pietro alla Sardegna strettamente legata (Tav. n. 9.)
La rassomiglianza colle precedenti lezioni è davvero impressionante e colpisce anche il solo sguardo tanto la disposizione dei segni si svolge, come puro disegno, quasi identica. All'esecuzione poi la rassomiglianza diventa identità e per un prezioso caso la melodia odierna si avvicina più alla lezione del Razzi che a quella del Coferati. In tutt' e tre le lezioni l'identità più sorprendente cade proprio sulla parola Girometta che si presenta anche com'una originalità ritmica contrastante, in apparenza, col testo. In tutt' e tre le lezioni, detta parola che essendo<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 72 —|}}</noinclude>base della canzone dovrebbe apparentemente formare anche la base della melodia, pare invece essere nella melodia interpolata quasi di straforo, poichè le due prime sillabe collocate su due semicrome cadenti sulle due altre sillabe danno l'impressione dell'accidentale sul quale si voglia rapidamente sorvolare. La ragione di questo fatto è così sottile che sfugge di fra le pagine di questo libro ed io la raccoglierò co' dovuti
riguardi quando se ne presenti l'occasione propizia, certo che nessuno, nel frattempo, si curerà di prenderla in esame.
Nella moderna lezione, naturalmente, la moderna tonalità si afferma e si sviluppa e la melodia s'inizia e finisce regolarmente sulla tonica dopo avere toccato, nel breve passo pentatono, la dominante. Ma il fatto bellissimo rimane lo stesso e, ciò che preme, evidentissimo anche ai semplici amatori di musica: una canzone del popolo fiorente nel 1500 si conserva intatta nel testo e nella musica per ben quattro secoli fino
al 1919.
Ma che dico quattro secoli? Girometta era fiorente nel 1500 e la prova è nei molti codici
che la riportano e nel trovare la melodia presa a tema di laudi spirituali come di profani madrigali de' molti maestri compositori dell'epoca... più teneri della nostra canzone popolare di quel che non siano i moderni musicisti.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 73 —|}}</noinclude>Ma quando la melodia è fiorita in bocca al popolo e quali modificazioni fonetiche ha subito il suo testo poetico prima di arrivare a quella forma consacrata in quei codici di cui abbiamo discorso?
{{Centrato|⁂}}
Il tema seguente, al contrario di quello che il Nigra riporta per la Girometta, ha invece tutti i caratteri formali e sostanziali della melodia etnica piemontese. Brevità di frase; sospensione della prima parte sul movimento debole; afflato melanconico. L'ulteriore svolgimento melodico ch'è riportato nel già citato libro del Nigra
è opera del tempo, di rabberciamento fatto a gusto del volgo e perciò noi ci siamo astenuti dal riportarlo rimandando il lettore che n'avesse voglia al suddetto libro (Tav. n. 10).
{{Centrato|⁂}}
Non posso tacere della canzone che parlando di Carolina di Savoia va sotto il titolo di
«Madama Carolina» o anche la «bella madamina». L'origine della poesia viene generalmente
attribuita al 1781, quando cioè nella cappella del Castello di Moncalieri la principessa {{AutoreCitato|Maria Carolina di Savoia|Maria Carolina di Savoia }} giurò fede di sposa al duca {{Pt|An-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 73 —|}}</noinclude>Ma quando la melodia è fiorita in bocca al popolo e quali modificazioni fonetiche ha subito il suo testo poetico prima di arrivare a quella forma consacrata in quei codici di cui abbiamo discorso?
{{Centrato|⁂}}
Il tema seguente, al contrario di quello che il Nigra riporta per la Girometta, ha invece tutti i caratteri formali e sostanziali della melodia etnica piemontese. Brevità di frase; sospensione della prima parte sul movimento debole; afflato melanconico. L'ulteriore svolgimento melodico ch'è riportato nel già citato libro del {{AutoreCitato|Costantino Nigra|Nigra}}
è opera del tempo, di rabberciamento fatto a gusto del volgo e perciò noi ci siamo astenuti dal riportarlo rimandando il lettore che n'avesse voglia al suddetto libro (Tav. n. 10).
{{Centrato|⁂}}
Non posso tacere della canzone che parlando di Carolina di Savoia va sotto il titolo di
«Madama Carolina» o anche la «bella madamina». L'origine della poesia viene generalmente
attribuita al 1781, quando cioè nella cappella del Castello di Moncalieri la principessa {{AutoreCitato|Maria Carolina di Savoia|Maria Carolina di Savoia }} giurò fede di sposa al duca {{Pt|An-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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Autore:Maria Carolina di Savoia
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{{Autore
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| Cognome =
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Categoria:Testi in cui è citato Maria Carolina di Savoia
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Gadget AutoreCitato
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 74 —|}}</noinclude>{{Pt|tonio|Antonio}} Clemente di Sassonia rappresentato da Carlo Emanuele principe di Piemonte, ma essa risale forse oltre nei tempi ad una tal principessa di Savoia che andata sposa ad un re Luigi straniero ne veniva poco tempo dopo avvelenata. Quanto alla melodia, trascritta nel libro del {{AutoreCitato|Costantino Nigra|Nigra}}, non so se per la prima volta, e poi riesumata dall'infelice poeta {{AutoreCitato|Guido Gozzano|Guido Gozzano}}, morto tanto giovane, e in seguito ancora da altri, non mi pare debba essere riportata se non per la critica cui può prestarsi e mai come parte di una raccolta. A me fa l'effetto di una delle tante canzoni composte da i cantastorie (Tav. n. 11).
E posto che la parola m'è venuta giù dalla penna, tutte le volte che ci troveremo di fronte ad un canto narrativo di fatto storico od anche di novella, stiamo in guardia. Il Nigra, studioso accuratissimo e talvolta felice di argomenti buonissimi, mette fra i generi della poesia popolare italiana cantata i canti narrativi o canzoni, e
li dice di carattere più impersonale degli strambotti e stornelli. Con tutto il rispetto dovuto all'opera dell'insigne studioso piemontese, non posso far a meno di notare che se pure la canzone che ricorda fatti storici ha origini antichissime e da i nostri poeti epici, dall'{{AutoreCitato|Ludovico Ariosto|Ariosto}} e il {{AutoreCitato|Torquato Tasso|Tasso}} ad {{AutoreCitato|Omero|Omero}}, attraverso i trovatori ed i bardi, risale ai poemi indiani, a i cantori che presso alcune tribù selvagge hanno il compito di {{Pt|ri-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 75 —|}}</noinclude>{{Pt|cordare|ricordare}} a presenti le gesta dei loro terribili eferoci capi, detta canzone però, non essendo estrinsecazione diretta, ne' per concetto verbale ne' per concetto puramente sonoro o musicale che dir si voglia, di impressioni materiali o morali
primitive, cioè di sentimenti, come invece sono le espressioni etnofoniche di dolore e di gioia, non è così ingenua, così pura, così assolutamente umana ed impersonale quanto il Nigra crede, ed è anzi, a nostro modesto avviso, la più personale di tutte, ed è al contrario la meno che possiede, se pure ne possiede, caratteri etnofonici così che non dovrebbe mai essere data, musicalmente parlando, come campione di can- zone regionale, del popolo.
Studiando bene tale genere di canzoni (ch'io non mi sento di comprendere fra le manifestazioni etnofoniche) si rinverrà essere nella struttura melodica più di un particolare che le rivela opera certa del cittadino, o del contadino ammaliziato in città, che pure stilizzando la musica sullo stampo di quella realmente contadinesca
conserva le tracce di indubbia volgarità. Così è che la melodia è sempre un tema etnico
elaborato ed aggiustato comunque a' bisogni del racconto cui è appiccicata. Stiamo in guardia, ripeto, l'opera del cantastorie non è mai etnica nè intieramente del popolo ma al popolo si accosta e si mostra come il falso brillante alla {{Pt|scia|}}-<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 76 —|}}</noinclude>{{Pt|gurata|sciagurata}} Margherita, per abbagliarlo e strappargli il soldino di tasca. Possono però talvolta rintracciarsi nella canzone narratrice elementi musicali involuti dovuti ai caratteri musicali del dialetto, ed in tal caso si tratta di elementi veramen-
te preziosi allo studioso.
Nel caso nostro della {{AutoreCitato|Maria Carolina di Savoia|Carolina di Savoia}}, è
stridentissimo il contrasto fra i versi di contenuto tragico e la melodia di espressione farandolesca. La melodia, senza caratteri etnici, ha qualche cosa delle canzoni da trastullo infantile, che tutt'oggi nei giardini e nelle piazze cittadine vengono cinguettate e danzate da sciami di bambini. Ne ha la solita manierina della frasetta
ripetuta su diversi gradi della scala, col solito artificioso slancio lirico per cui arriva a toccare l'ottava alta della tonalità in cui è impostata. Vi è si un zinzino di poetico derivante dalla ripetizione della frase, specie se fosse in un tempo lento, e della chiusa su le note gravi, ma è, com'era naturale fosse, in tono maggiore al contrario della maggior parte della musica etnica. Pel resto, ha caratteri tali che non lasciano dubbio alcuno sulla recente sua nascita. É musica storica se pure composta da persona digiuna di dottrina musicale.<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 77 —|}}</noinclude>{{Centrato|⁂}}
Ho citato i canti da trastullo infantile e, una volta tanto, mi permetto darne uno del Piemonte (Tav. n. 12).
Il {{AutoreCitato|Costantino Nigra|Nigra}} ne dice: «Il coro dei cantanti imita qui, col gesto, accompagnato da danze, l'atto del piantare e così di seguito l'atto del bagnare, dello sgusciare, del mangiare. È un'imitazione col gesto, accompagnato da canti e danze,
delle operazioni indicate dalle parole. Tali imitazioni sono comuni nella poesia popolare di molti paesi. Esistono in Francia, in Provenza, in Germania, nei paesi Slavi e altrove.»
Ed è vero. Solo che la melodia di tali canti non ha quasi mai caratteri etnici nè cronologici e non trovasi quasi mai, almeno a quanto io ne so, presso i popoli primitivi, se non come riduzione delle melodie usate dai grandi.
{{Centrato|⁂}}
Ma una stanca e fioca voce d'uomo esce co- me di sotterra. A chi rivolge il suo canto e quali parole accompagna a quella monotona e triste melodia? Ascoltate:
<poem>Troitina, dundeina, troitina, dundun.
Travaja, pover'om, t'arè mai nen.
T'è nà s'la paia, t'morrè sül fèn
::::Troitina, buntemp.</poem><noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 78 —|}}</noinclude><section begin="s1" />Parole di cui la traduzione italiana suona così: «Troitina, dundeina, Troitina, dundun. Lavora pover'uomo, non avrai mai nulla. Sei nato sulla paglia, morrai sul fieno.»
Così cantava una volta nelle stalle della Val di Soana il povero contadino per addormentare il suo marmocchio mentre di fiori cadeva la neve e il vento urlava nei larici il freddo e la miseria del paese. Oggi tale canto non sarebbe più in carattere perchè nel Piemonte il contadino, per fortuna sua, sta meglio forse che in qualsiasi altra contrada d'Italia, ma, per sfortuna mia perchè non posso così darne la mesta cantilena, vero fiore di poesia cresciuto all'ombra della sventura, innaffiato dal sangue del popolo. Ad ogni modo questa canzone, un tempo diffusissima, palesa la mesta corda dell'anima piemontese.
No, decisamente, {{Wl|Q1522395|Gianduia}} non è allegro.
<section end="s1" />
<section begin="s2" />
{{Ct|f=200%|LOMBARDIA.}}
Milano non ha la sua marsigliese o meglio il suo inno di libertà, e si capisce; impiegò solo cinque giornate a spezzare il bastone austriaco per poter aver avuto il tempo nonchè di scrivere ma neppure di pensare un inno.... più o meno ambrosiano.<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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Panz Panz
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>{{Colonna}}oggi talmente ignoti (e qualcuno lo fu persino in vita) da produrre all’ascolto l’effetto di giovani autori, anche se sono morti da due secoli.
Prendiamo, per esempio, il Bonsi: quasi nessuno lo conobbe, neanche al suo tempo. Era un nobile dilettante,
probabilmente troppo ricco per dedicarsi molto al lavoro: e tuttavia tanto ripieno del fuoco sacro della musica, non solo da farsi nominare dopo severo esame sostenuto a cinquant’anni, accademico filarmonico
di Bologna, ma addirittura da comporre uno ''Stabat'', che è certamente una delle composizioni sacre più belle della sua epoca. Ecco una pagina di riascoltare.
La Serenata vivaldiana, ''Gloria e Imeneo'', scritta nell’occasione delle nozze di Luigi XV di Francia, non si è rivelata molto più di una curiosità: ma il Concerto vivaldiano ha avuto la sua straordinaria intima bellezza nelle composizioni cameristiche, anch’esse mai eseguite, de ''La Follia'', del ''Pastor Fido''{{Ec||,}} della
''Pastorella'' ecc., i cui interpreti, ne hanno fatto splendere il raccolto carattere notturno e pastorale.
Nella serata del Concerto solista bisogna dire che le cose più interessanti sono state, oltre il fresco ''Concerto'' in re maggiore di {{AutoreCitato|Giuseppe Tartini|Tartini}}, quelle degli ignoti: un ghiotto ''Trattenimento'' per tromba di Maurizio Cazzati ben suonato da Soana, il bellissimo ''Concerto'' in fa maggiore di Giuseppe Ferlendis per oboe e orchestra, ottimamente interpretato da Zanfini, in tutto degno dell’alto nome di {{AutoreCitato|Wolfgang Amadeus Mozart|Mozart}} a cui fu per lungo tempo attribuito. Il ''Concerto'' del fiorentino Buccioni, magistralmente interpretato dal giovane pianista Pier Narciso Masi, non è invece gran cosa.
Una serata inattesamente freschissima è stata quella che ha visto salire alla ribalta gli altri nomi oggi pressoché sconosciuti di Feroci, con un buon ''Concerto'' per organo ben condotto dall’organista Esposito, e poi il fresco e arguto ''Divertimento''{{AltraColonna}} per 2 violoncelli di Giardini, il limpido e stillante ''Duetto'' vocale del famoso Steffani, poi l’altrettanto vitale ''Terzetto'' del conosciuto Lotti, l’animatissimo ''Quartetto'' vocale con strumenti di Felici. Sopra tutte queste vere e proprie gemme di musica vocale cameristica cosi antica e pure così moderna per la freschezza e novità dell’oggi desueta struttura, risplende il ''Concerto'' XI in mi minore di Giuseppe Antonio Brescianello, un vero e proprio genio musicale, che il malinconico destino della storia ha condannato in vita e in morte alla quasi oscurità, rotta soltanto dalla fortuna di aver trovato in Adelmo Damerini uno studioso che l’ha riportato con convinzione alla ribalta delle edizioni musicali e delle esecuzioni.
E chi potrà non avvertire altresì il malinconico destino storico, per esempio di un Cambini, di cui la sovrana bellezza interpretativa del Quartetto Carmirelli ha offerto al pubblico una composizione quartettista
alta come le più belle pagine di Boccherini e di Mozart?
Mentre dello stesso Boccherini questa Settimana ha rivelato l’ultima gioiosa e complessa pagina dell’incompiuto ''Quartetto op. 64 n. 2'', appena oggi riscoperto negli Stati Uniti da Pina Carmirelli, su cui il grande musicista, superando nell’eternità dell’arte la tristezza dell’ora, chiuse gli occhi alla luce del mondo. Questa è dunque l’eccezionale funzione della Settimana Musicale Senese, troppo poco nota ancora nel mondo profano: riproporre al mondo pagine sconosciute che, se sono valide come quelle nominate, spiccheranno dalla Piazza del Campo e da Palazzo Chigi Saracini il salto per un rinnovato volo nel mondo. La Settimana ha ascoltato anche uno stupendo concerto del Quintetto Chigiano ad inaugurazione della 31<sup>a</sup> annata dell’Accademia Musicale Chigiana, la cui presentazione è stata fatta dalla simpatica e fluida parola di {{AutoreCitato|Giulio Confalonieri|Giulio Confalonieri}}. Su{{FineColonna}}<noinclude><references/>
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== Contributori ==
* [[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]
* [[Utente:CandalBot|CandalBot]]
* [[Utente:Cruccone|Cruccone]]
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* [[Utente:Suetonius|Suetonius]]
<!-- fine contributori -->
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BuzzerLone
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: Sicché ni’ apri l’abisso; in tomba, in soglio, Mostrami il Dio, che può mutar la sorte E richiamar colui, d’Egitto orgoglio. Tpazia sente uti susurrio di morto Che il mago fo, e l’altra donna in pianto Piega il ginocchio, c dalle labbra smorte Esce sua voce, ci»’ è sospir, non canto: Scendano i gemiti Di mesta vergine Ove racchiudoti L’eternità! E tu ricordami, Amor dell’anima, Allor il baratro Si schiuderà. Viv...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BuzzerLone" /></noinclude>Sicché ni’ apri l’abisso; in tomba, in soglio,
Mostrami il Dio, che può mutar la sorte
E richiamar colui, d’Egitto orgoglio.
Tpazia sente uti susurrio di morto
Che il mago fo, e l’altra donna in pianto
Piega il ginocchio, c dalle labbra smorte
Esce sua voce, ci»’ è sospir, non canto:
Scendano i gemiti
Di mesta vergine
Ove racchiudoti
L’eternità!
E tu ricordami,
Amor dell’anima,
Allor il baratro
Si schiuderà.
Vive di lacrime
Tra selve inospite
Chi.... le ritoglie la favella amore.
Ed il mago incomincia aspro ferale
Il carme degli spenti evocatore;
Tutta ne trema la selva fatale.<noinclude><references/></noinclude>
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BuzzerLone
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<noinclude><pagequality level="1" user="BuzzerLone" /></noinclude><poem>Sicché ni’ apri l’abisso; in tomba, in soglio,
Mostrami il Dio, che può mutar la sorte
E richiamar colui, d’Egitto orgoglio.
Tpazia sente uti susurrio di morto
Che il mago fo, e l’altra donna in pianto
Piega il ginocchio, c dalle labbra smorte
Esce sua voce, ci»’ è sospir, non canto:
Scendano i gemiti
Di mesta vergine
Ove racchiudoti
L’eternità!
E tu ricordami,
Amor dell’anima,
Allor il baratro
Si schiuderà.
Vive di lacrime
Tra selve inospite
Chi.... le ritoglie la favella amore.
Ed il mago incomincia aspro ferale
Il carme degli spenti evocatore;
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BuzzerLone
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<noinclude><pagequality level="1" user="BuzzerLone" /></noinclude><poem>Sicché m’apri l’abisso; in tomba, in soglio,
Mostrami il Dio, che può mutar la sorte
E richiamar colui, d’Egitto orgoglio.
Tpazia sente uti susurrio di morto
Che il mago fo, e l’altra donna in pianto
Piega il ginocchio, c dalle labbra smorte
Esce sua voce, ci»’ è sospir, non canto:
Scendano i gemiti
Di mesta vergine
Ove racchiudoti
L’eternità!
E tu ricordami,
Amor dell’anima,
Allor il baratro
Si schiuderà.
Vive di lacrime
Tra selve inospite
Chi.... le ritoglie la favella amore.
Ed il mago incomincia aspro ferale
Il carme degli spenti evocatore;
Tutta ne trema la selva fatale.</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Che il mago fo, e l’altra donna in pianto
Piega il ginocchio, c dalle labbra smorte
Esce sua voce, ci»’ è sospir, non canto:
Scendano i gemiti
Di mesta vergine
Ove racchiudoti
L’eternità!
E tu ricordami,
Amor dell’anima,
Allor il baratro
Si schiuderà.
Vive di lacrime
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Categoria:Pagine in cui è citato Fedele D'Amico
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude><section begin="s1" />{{Colonna}}tutta la Settimana ha aleggiato il ricordo di colui che ne fu, in Siena stessa, il grande animatore e direttore artistico: Vittorio Baglioni, che una sorte crudele ha portato via improvvisamente poco prima <noinclude>dell’ini-</noinclude>{{AltraColonna}}{{Pt|zio|dell’inizio}} dei lavori nel pieno delle forze e della feconda attività. Tutti i complessi si sono recati commossi a deporre fiori sulla sua tomba, come per dirlo presente ancora fra loro.
{{A destra|{{Sc|giulio cogni}}}}{{FineColonna}}<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{no rientro}}{{larger|'''Musica e cultura a Livorno'''}}
{{Colonna}}Fra i tanti congressi che caratterizzano gli incontri e gli scambi culturali della stagione estiva, è certo che la Settimana internazionale «Europa Oggi» tenutasi a Livorno dal 10 al 18 luglio scorso, poteva apparire non tanto il convegno più nuovo e inedito quanto il più ambizioso. Già l’intervento inaugurale di {{AutoreCitato|Giuseppe Ungaretti|Giuseppe Ungaretti}} apriva infatti una prospettiva di non comune ampiezza e cultura; ma era proprio il programma d’inserimento dell’arte italiana odierna «nel quadro della produzione artistica europea» che poteva convertire il corso in un’informazione più indicativa che consuntiva. Che ciò non sia affatto avvenuto, ma che anzi il convegno abbia consentito, nell’articolazione molteplice delle sue parti (dalle arti alla letteratura ed alla musica, dal teatro al cinema ed agli aspetti televisivi), una sintesi mirabile ed unitaria della cultura odierna, assicurandosi la finalità di un «acquisto» collettivo (per gli stessi docenti, oltreché per i numerosi discenti, italiani e d’ogni parte del mondo), è merito primo dell’organizzatore Egidio Guidubaldi e di Fabrizio Winspeare, presidente del Centro artistico Il Grattacielo, sede della Settimana. La piena riuscita della nuova manifestazione è stata inoltre assicurata dagli interventi di illustri docenti ed esponenti ufficiali della cultura, quali Dell’Acqua, Bellonzi e Carli per le arti, Mario Apollonio per la letteratura, Roberto Lupi per la musica, Radice e Costa per il teatro e Verdone per il cinema. Esito che{{AltraColonna}}è venuto a coronare, secondo una precisa premessa, «un atto di fede crescente nelle possibilità culturali della piovincia», che, pur fuori «di quel veicolo normale di cultura che è la metropoli», almeno si avvantaggia di una ricchezza di «vibrazioni umane tipica degli ambienti nuovi» e dell’assenza di schemi precostituiti. Livorno è città commerciale, in apparenza la meno toscana e centro-italiana: una delle poche tuttavia a possedere una «portualità» culturale, già in precedenza assicurata da un Centro artistico che ha scambi con l’estero, e l’unica forse pienamente capace di promuovere e di attuare in un convegno una colleganza tra le arti, tanto più difficile quanto più viva oggi.
Lezioni e conferenze venivano ad assicurare un ruolo italiano non certo scontato, a conferire cioè al nostro Paese una presenza non di derivazione ma di chiara aggregazione al quadro artistico europeo; e che inoltre venivano a toccarci, nella nostra presenza e coscienza storica. E nei parametri di una cultura moderna la nuova musica ha avuto un rilievo spiccato, eleggendosi a vero centro d’interesse generale. Già infatti nella bella prolusione di Ungaretti e nelle stimolanti lezioni sinottiche di Apollonio essa era stata compulsata e levata a presenza, quasi per la necessità di un ricupero legittimo ma perfino polemico, in considerazione della desuetudine in cui essa versa nella cultura italiana collettiva. La musica era dunque presagita ed attesa: eppure il com-{{FineColonna}}<section end="s2" /><noinclude><references/>
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per danzare su i dorsi irti de l’onde! —
Gloria a chi nuovi integra
balli! — Ché si noi danzeremo in via,
tal che nostr’Arte al fin libera sia,
nostra Scienza, allegra!
Un fiore d’ogni rama per la gloria,
e due foglie pe ’! serto di vittoria,
teco io strappi giocondo!
E danziam, pari a trovatori amanti,
a gara fra le meretrici e i Santi,
fra I’ Iddio sommo e il Mondo!
Chi senilmente di viltà vestito,
di ballare con noi s’abbia il prurito,
mal celando il suo viso, —
chi non abbia, co i Vénti, costumanza
di muovere cantando ilare a danza,
— lunge da ’l nostro Eliso!
Or tutto de le strade il polverone
ne ’l naso a queste mille egre persone
travolgiamo securi;
de i tisici terror, — l’erta romita
purifichiam d’ogni occhio senza vita
6 da gli aliti impmil
Chi l’étere conturba o il mondo annera
© dietro a sé raddensa la bufera,
Scacciam quale anguo infesta!
I cieli illuminiam! Tu ruggi, ed io
Te seguo, anco rugghiando il piacer mio
€on voce di tempesta !
E se di tanta ebrieta Ja gloria
oltre s'eterni de la mia memoria,
questa Corona prendi:
pit alto anco la gitta e pit lontano,
a ‘l ciel da ’l glauco avvéntati Oceano,
ed a gli astri l’appendi!</poem>
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e due foglie pe ’l serto di vittoria,
teco io strappi giocondo!
E danziam, pari a trovatori amanti,
a gara fra le meretrici e i Santi,
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Chi senilmente di viltà vestito,
di ballare con noi s’abbia il prurito,
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di muovere cantando ilare a danza,
— lunge da ’l nostro Eliso!
Or tutto de le strade il polverone
ne ’l naso a queste mille egre persone
travolgiamo securi;
de i tisici terror, — l’erta romita
purifichiam d’ogni occhio senza vita
e da gli aliti impmil
Chi l’étere conturba o il mondo annera
o dietro a sé raddensa la bufera,
Scacciam quale angue infesta!
I cieli illuminiam! Tu ruggi, ed io
Te seguo, anco rugghiando il piacer mio
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E se di tanta ebrietà la gloria
oltre s'eterni de la mia memoria,
questa Corona prendi:
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a ‘l ciel da ’l glauco avvéntati Oceano,
ed a gli astri l’appendi!</poem>
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balli! — Ché si noi danzeremo in via,
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nostra Scienza, allegra!
Un fiore d’ogni rama per la gloria,
e due foglie pe ’l serto di vittoria,
teco io strappi giocondo!
E danziam, pari a trovatori amanti,
a gara fra le meretrici e i Santi,
fra l’Iddio sommo e il Mondo!
Chi senilmente di viltà vestito,
di ballare con noi s’abbia il prurito,
mal celando il suo viso, —
chi non abbia, co i Vénti, costumanza
di muovere cantando ilare a danza,
— lunge da ’l nostro Eliso!
Or tutto de le strade il polverone
ne ’l naso a queste mille egre persone
travolgiamo securi;
de i tisici terror, — l’erta romita
purifichiam d’ogni occhio senza vita
e da gli aliti impmil
Chi l’étere conturba o il mondo annera
o dietro a sé raddensa la bufera,
Scacciam quale angue infesta!
I cieli illuminiam! Tu ruggi, ed io
Te seguo, anco rugghiando il piacer mio
con voce di tempesta !
E se di tanta ebrietà la gloria
oltre s'eterni de la mia memoria,
questa Corona prendi:
più alto anco la gitta e pit lontano,
a ‘l ciel da ’l glauco avvéntati Oceano,
ed a gli astri l’appendi!</poem>
{{Centrato|{{Sc|Fine della “Gaia Scienza„.}}}}<noinclude><references/></noinclude>
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BuzzerLone
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="BuzzerLone" /></noinclude><poem>Or furiando scendi a queste sponde,
per danzare su i dorsi irti de l’onde! —
Gloria a chi nuovi integra
balli! — Ché si noi danzeremo in via,
tal che nostr’Arte al fin libera sia,
nostra Scienza, allegra!
Un fiore d’ogni rama per la gloria,
e due foglie pe ’l serto di vittoria,
teco io strappi giocondo!
E danziam, pari a trovatori amanti,
a gara fra le meretrici e i Santi,
fra l’Iddio sommo e il Mondo!
Chi senilmente di viltà vestito,
di ballare con noi s’abbia il prurito,
mal celando il suo viso, —
chi non abbia, co i Vénti, costumanza
di muovere cantando ilare a danza,
— lunge da ’l nostro Eliso!
Or tutto de le strade il polverone
ne ’l naso a queste mille egre persone
travolgiamo securi;
de i tisici terror, — l’erta romita
purifichiam d’ogni occhio senza vita
e da gli aliti impmil
Chi l’étere conturba o il mondo annera
o dietro a sé raddensa la bufera,
Scacciam quale angue infesta!
I cieli illuminiam! Tu ruggi, ed io
Te seguo, anco rugghiando il piacer mio
con voce di tempesta !
E se di tanta ebrietà la gloria
oltre s'eterni de la mia memoria,
questa Corona prendi:
più alto anco la gitta e pit lontano,
a ‘l ciel da ’l glauco avvéntati Oceano,
ed a gli astri l’appendi!</poem>
{{Centrato|{{Sc|Fine della “Gaia Scienza„.}}}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||205}}</noinclude>
— Scoperto! ripetè Olesia con voce commossa: (Il principe credè da accorgersi ch’ella tremava). Parlate voi sul serio?
— Parlo sempre sul serio, quando parlo a voi e quando m’occupo di voi.
— Ma, disse Olesia sforzandosi di ridere, questa scoperta si riferisce a me?
— Certamente, rispose Witold. E voleva soggiungere; ma comparve la contessa.
Nel corso della serata, Witold osservò che la preoccupazione d’Olesia era estrema. Nel raffrontare nella sua mente tutti gl’incidenti della sera, ei non potea dubitare che fosse dessa quella che aveva incontrata. Ma per una persona che s’ama quanta indulgenza si trova nel nostro cuore! Io conosco, diceva egli, la sua inesauribil bontà; ella sa che le proprie beneficenze si debbon nascondere; io son certo ch’ella portava insecreto dei soccorsi all’indigenza. La sua inesperienza ha certamente bisogno d’esser guidata, ma la prudenza è ella sì cara quanto questa franchezza innocente?<noinclude><references/></noinclude>
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Piaz1606
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Tuttavia siccome una tal condotta era interamente opposta ai principii di Witold, ei risolvè di spiegarsene con Olesia. Spesso si trovava vicino a lei, ma dei testimoni importuni avrebber potuto ascoltarlo. Finalmente colse il momento ch’era rimasta sola, e con voce bassa e precipitata le disse: — Io scorgo in voi uno strano contrasto: molta timidezza nei modi e molto ardire nello spirito; le vostre intenzioni saranno sempre pure, ma le vostre azioni potranno essere male interpretate. In nome del cielo, misurate bene tutti i vostri passi, nè vi lasciate trasportare da quella bontà di cuore che supera imprudentemente tutti gli ostacoli; non basta, Olesia, fare una buon’azione; bisogna farla con saggezza. Il principe tacque; egli avea parlato rapidissimamente, perchè temeva d’essere interrotto; d’altronde giudica inutili le spiegazioni, e pensava che Olesia dovesse intenderlo, Essa lo guardava con un’estrema sorpresa. Witold se ne accorse, e riprese commosso: — L’interesse ch’io prende a voi vi sorprende; ah! quella che<noinclude><references/></noinclude>
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Piaz1606
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||207}}</noinclude>ho tanto amata m’interesserà sempre! Nel darvi dei saggi consigli, io lo so, non fo nulla più per me, ma io v’amo ancora per amor di voi stessa. Poi brevemente soggiunse: Non è questo il luogo d’una spiegazione; voi mi dovete un’intera confidenza, rammentatevi ch’io saprò esigerla. Intanto qualcuno s’avvicinò, ed Olesia e il principe si separarono.
Quando fu sola, Olesia riflettè profondamente a quello che aveva udito. Essa non aveva intese le prime frasi di Witold, e le dimenticò affatto nell’ascoltare le susseguenti; ma ripeteva continuamente dentro di sè ciò che l’avea tanto colpita: ''Sono аngustiato perciò che credo avere scoperto... Quella che ho tanto amata... Voi mi dovete un’intera confidenza...'' Non era che troppo vero che un tristo secreto gravitava sul cuore d’Olesia. Un dovere ch’ella riguardava come sacro, ne rendea la rivelazione impossibile, e nonostante ella si rimproverava continuamente di non confessarlo. — Ei sa tutto, diceva, e non dalla mia bocca.<noinclude><references/></noinclude>
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Cruccone
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||— 293 —|riga=si|}}</noinclude>colle predetto, quello di ''Bonhomme'' (2485 m., dall’Isère all’Arve), ''les Contamines'' ed il ''Col de Voza'' (1675 m.); magnifica è la vista che si gode sul Monte Bianco nel salire al Col de la Seigne dal versante italiano presso le sorgenti della Dora, di fronte ai grandiosi, ripidissimi ghiacciai dell’''Allèe Blanche'', di ''Miage'', della ''Brenva'', ed alle pareti vertiginose, a picco, di quell’enorme falange di colossi.
Da Ivrea ad Aosta il pittoresco itinerario fu già illustrato dalla brillante penna dell’amico {{AutoreCitato|Giuseppe Corona|G. Corona}}<ref>(Vedi le dispense 7-11).</ref> nell’esilarante suo ''Fra Colli e Monti, Viaggio sentimentale'' di tre ''C''. Non rimane allo scrivente che di augurar sollecito il compimente della ferrovia fra le dette città e ripeter fino a sazietà il desiderio comune, patriottico, la necessità di dotar quella splendida valle e le sue tributarie di buone vie, telegrafo e numerosi alberghi, se non vogliamo che gli svizzeri ci prendano la mano anche qui, come in tant’altre parti d’Italia. E, giacchè siamo sull’argomento, sarà bene che quei forti valligiani si convincano di trarre tutto il profitto possibile dalla nuova ferrovia nel campo industriale ed alpinistico e non corrano dietro al miraggio di una remota ferrovia internazionale, vero ''tordo in frasca'', che non deve loro far obliare il ''fringuello in tasca''. Si compiano anzi tutto la carrozzabile del gran S. Bernardo e quelle delle magnifiche valli nelle Alpi Pennine e Graje, dotandole d’un ''confort'' paragonabile a quello di Zermatt, del Riffel, dell’Engadina; non tarderà a fluirvi l’oro dai fortunati dei due mondi, e, se poi verrà anche il contrastato traforo, tanto meglio.
Di questo si fecero moltissimi progetti: uno vuol passare sotto il ''col Ferret'' con un tunnel di soli nove chilometri e scendere a Martigny: altri più ardito ne caldeggia uno, lungo da 13 a 19 chilom., secondo le varie quote, da Près-S.-Didier a Chamonix, sotto il Monte Bianco, e di là a Ginevra per la valle dell’Arve. Tutti sono egualmente fattibili ed i rispettivi sostenitori vi sciorinano quadri e tabelle di abbreviamento delle distanze fra le città nostre e straniere: ma in siffatta materia occorre andar cauti e non dimenticare che con accorgimenti di tariffe si rende ''più corta la linea più lunga'', come lo provano tuttodì a loro spese il Gottardo in confronto al Fréjus, la Pontebba al Brennero, e Genova a Marsiglia. È innegabile per esempio, che pel Monte Bianco si hanno quasi 40 chilom. meno fra Torino e Ginevra che non pel Fréjus, ma questa via non ha Ginevra pel solo obbiettivo, bensì Lione e Parigi assai più importanti, e pei quali la vecchia via è più breve. Fiumi d’inchiostro si sono spesi pro e contro il traforo del Monte Bianco e del Sempione, ma,, al punto in cui oggi i fatti compiuti pongono la questione, il primo gode minor probabilità di riuscita del secondo, giacchè di questo resta a forare solo il gran tunnel, essendo in costruzione la linea dell’Ossola fino ad Iselle ed in esercizio quella del Vallese sino a Brieg, laddove pel primo occorrono, oltre la gran galleria, i 32 chilom. da Aosta a Prè-S.-Didier e gli 80 da Chamonix ad Annemasse presso Ginevra, in tutto 112 chil. di ferrovia di montagna, per cui non saranno troppo altri 50 milioni, a far bene le cose. Tunnel per tunnel i due rivali si equivarranno su per giù in lunghezza e spesa, (da 60 ad 80 milioni), ove si adottino per entrambi tracciati più i bassi, nella qual ipotesi il Sempione ha il grandissimo vantaggio di restar colla quota massima (circa 730 m.) pressochè 350 metri più sotto del Monte Bianco (1075 m., culmine della galleria), con rampe d’accesso dal 4 al 5 per mille in media, mentre gli stessi progettisti del secondo la portano dall’8 e 12 per mille. L’esercizio sarebbe quindi ben più agevole ed economico sì pel commercio che per la Società esercente al Sempione che non al Monte Bianco, compensando largamente anche un maggior costo di qualche decina di milioni, che i fautori<noinclude>{{ruleLeft|4em}}</noinclude>
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{{Centra|XXVII.}}
Poco avanti la vendemmia, Luca giunse a cavallo nel villaggio, ed era più bello del solito.
— Di’, a quando il tuo matrimonio? — domandò allegramente Olénine, andandogli incontro.
Luca non rispose a questa domanda.
— Ho cambiato il vostro cavallo al di là del fiume, con un bell’animale della Kabarda. Me ne intendo, io! —
I giovanotti esaminarono insieme il nuovo destriero e lo provarono nel cortile. Il cavallo era straordinariamente bello, un baio castrato, largo e lungo, col pelo lucido, la coda folta, la criniera di razza. Era così ben nutrito, che al dire di Luca gli si poteva dormir sulla groppa. Gli zoccoli, gli occhi, i denti, tutto era perfetto, come in un puro sangue.
Olénine non si stancava di ammirarlo, non aveva mai veduto al Caucaso una bestia di così nobile aspetto.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|183|riga=si}}</noinclude>
— E il suo passo! il suo trotto! — diceva Luca — e la sua intelligenza! Segue sempre il padrone!
— Hai rifatto molto per averlo? — domandò Olénine.
— Non lo so, — rispose Luca sorridendo — me l’ha procurato un amico.
— È una bestia superba! quanto ne vuoi? — domandò Olénine.
— Mi hanno offerto centocinquanta monete, — rispose allegramente Luca — ma io ve lo darò per nulla. Dite una parola, e il cavallo è vostro.
— No davvero!
— Accettate allora questo pugnale che ho portato per voi. — Luca si sciolse la cintura e prese uno dei due pugnali che vi stavano attaccati. — L’ho trovato al di là del fiume.
— Grazie.
— Mia madre vi porterà l’uva che vi ha promesso.
— È inutile, noi faremo un giorno i nostri conti; poichè non voglio darti del denaro pel pugnale.
— No certo! noi siamo amici. Guireï-Khan mi ha condotto nella sua capanna e mi ha fatto scegliere il pugnale che più mi piaceva. Ho preso questo. Da noi usa di far così. —
I due giovani rientrarono nella capanna, e bevvero un bicchier di vino.
— Rimarrai qui? — domandò Olénine.
— No, sono venuto a salutarvi. Mi mandano<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" /></noinclude>dall’altra parte del Terek con lo squadrone di cavalleria. Parto con Nazarka, il mio compagno.
— A quando, dunque, le nozze?
— Ritornerò pel fidanzamento, poi ritorno ancora in servizio — rispose Luca a malincuore.
— Non vai dalla tua fidanzata?
— No, no; perchè dovrei andarci? Quando vi manderanno in spedizione, domandate alla compagnia di Luca, ''il largo''. Quanti cinghiali vi sono laggiù! ne ho uccisi due. Vi condurrò a caccia.
— Va bene!... Addio!... Che il Signore ti protegga! —
Luca rimontò in sella, e senza passare da Marianna, uscì caracollando sulla via, dove lo aspettava Nazarka.
— Passeremo — domandò Nazarka ammiccando con lo sguardo — dalla parte dell’osteria di Jamka?
— Ecco una bella idea! — disse Luca. — Prendi il mio cavallo, conducilo da lei, e, se tardo, dàgli del fieno. Sarò alla compagnia avanti giorno.
— Il portabandiera ti ha dato ancora qualche cosa?
— No, sono contento di essermi disobbligato con lui regalandogli un pugnale; aveva voglia del cavallo.... — disse Luca, smontando e consegnando le briglie a Nazarka.
Rasentò sotto la finestra stessa di Olénine senza essere veduto, e si avvicinò alla capanna del primo ufficiale.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|185|riga=si}}</noinclude>
Era buio affatto, e Marianna, in camicia, si pettinava per la notte.
—
Son io! — mormorò il cosacco.
Il viso severo e indifferente di Marianna si animò quando si udì chiamare. Aprì la finestra e si chinò, spaventata e contenta.
— Che vuoi? — disse.
— Lasciami entrare un momento. —
L’abbracciò e la baciò.
— Parleremo un poco, te ne prego, apri!
— Perchè insistere? ti ho detto una volta per tutte che non ti lascerò entrare. Starai fuori molto tempo? —
Egli non rispose e continuò ad abbracciarla. Ella non chiedeva di meglio.
— Non posso nemmeno abbracciarti a modo mio, — dalla finestra diceva Luca.
— Mariannuccia! — chiamò la vecchia madre — chi c’è là? —
Luca si tolse subito il berretto per non essere riconosciuto, e si rannicchiò sotto la finestra.
— Vattene.... — disse Marianna a bassa voce. — È Luca che chiedeva di mio padre — disse a sua madre.
— Digli che passi.
— È già andato via,... aveva fretta. —
Infatti Luca fuggiva a passi precipitati; ripassò sotto le finestre e corse da Jamka.
Soltanto Olénine lo aveva veduto.
Luca bevve varî bicchieri di vino in compagnia<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" /></noinclude>di Nazarka, poi tutt’e due abbandonarono il villaggio. La notte era tepida, calma e serena. Cavalcavano silenziosi, non si udiva che il passo dei cavalli. Luca si mise a cantare la canzone del cosacco Mingal; ma s’interruppe alla prima strofa e disse a Nazarka:
— Marianna non mi ha voluto lasciare entrare.
— Oh! — esclamò Nazarka — ne ero sicuro! Jamka mi ha detto che il portabandiera andava spesso da loro, e Jérochka si vantava di aver accomodato l’affare con Marianna per una carabina.
— Egli mentisce, figlio d’un cane! — disse Luca con collera. — Quella ragazza non è capace. Gli romperò io le costole, a quel vecchio birbante! —
E intonò la sua canzone favorita.
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| Nome e cognome dell'autore = Friedrich Nietzsche
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==Indice==
* {{testo|/Prolegomeni del traduttore}}
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