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<noinclude><pagequality level="4" user="Federicor" />{{RigaIntestazione/alt||V|}}</noinclude><noinclude>mento </noinclude>fingere una canzonetta di un cantante Rosignuolo per le nozze di una vezzosa Rosignuola, che non di un Carpione, che è un pesce muto, per le nozze di una Trota saporosa? In risposta alla mia interrogazione egli mi disse tante belle e nuove cose con tanta copia di erudizione, che l’accennarvene una parte sola sarà un diletto. In primo luogo mi assicurò, che i pesci non solamente hanno l’udito, come accordò dopo le sue dubitazioni il Ray Inglese, e provò infra molt’altri ultimamente nel 1743. all’Accademia di Parigi il Sig. Abbate Nolet, ma che hanno la voce, e il canto. Lasciamo stare i mostri marini, che fanno paura, come le Balene, le quali distendono la vociferazione e il rugghiamento a più miglia, conformemente al narrar del Wottono, del Zordragero, del Martensio: anzi pure lasciamo un incivil pesce ampio e corpacciuto, ch’era detto da’ Lacedemoni Ortragorisco, e grugnava come un porco, se si crede ad Appione. Scrive {{AutoreCitato|Mnasea di Patrasso|Mnaseo Patrense}} nel fiume Clitore aver albergato pesci di buona voce: {{AutoreCitato|Filostefano|Filostefano Cirenese}} familiar di {{AutoreCitato|Callimaco|Callimaco}} nell’Aorno fiume d’Arcadia asserisce certi pesci, detti dagli abitanti ποικιλίαι piciliæ, cioè macchiati, cantar come i nostri tordi. Veramente {{Pt|Pau-|{{AutoreCitato|Pausania|Pausania}}}}<noinclude>
{{Centrato|A3}}
[[Categoria:Pagine con testo greco]]</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{sc|del chiabrera}}|251}}</noinclude><section begin="s1" /><poem>
Serberà di costui la rimembranza
Sull’Italico Reno ampia cittate,
{{R|635}}Poichè raccomandata a sua possanza
Avrà goduto fortunata etate;
Ed a ragione, oltre l’umana usanza,
Astrea daragli le bilance amate,
Se ben l’alma gentil non fie mai schiva
{{R|640}}Di dispensar la disïata oliva.
Andranne a paro a par seco il Germano,
Qua su volgendo i suoi pensieri intenti,
Mentre pietoso sotto il ciel romano
Volgerà fren di tributarie genti,
{{R|645}}Benche ogni Impero egli terrà per vano
Se non se quel di soggiogar le menti,
Sicchè de’ suoi desir nessun risorga
A gir per via, dove virtù non scorga.
E nella bella Reggia, ove l’Impero
{{R|650}}Della Liguria è stabilito a’ mari,
Il merto d’un sorgerà tanto altiero,
Che additato saranne intra i più chiari:
Costui fra tutti apparirà primiero,
Nato là giù, perchè da lui s’impari
{{R|655}}Arte ben certa di menar la vita
Gioconda in terra, e su nel ciel gradita.
Tosco d’invidia tormentargli il petto
Non oserà; ma degli estranei pregi,
Qual de’ suoi propri sentirà diletto;
{{R|660}}E vorrà, che virtute il privilegi;
Nè della patria alle fatiche eletto
Avralle a schivo; anzi de i carchi egregi
Egregiamente reggerà le some,
E fia tuo caro, e porterà tuo nome.
{{R|665}}E quando al mondo rimarrassi estinto
Nel più bel corso del verace onore,
Vedrassi il figlio in fresca età sospinto
Da’ patrii pregi, procacciar valore:
Ei da piede mortal giammai non vinto
{{R|670}}Su nobil campo apparirà cursore,
E giovinetto illustrerà suoi vanti
Con soave armonia d’incliti canti.
Crescerà suo valor, siccome in seno
Di fertile terren platano suole,
{{R|675}}E fia sua gloria, come in ciel sereno
Espero terso allo sparir del Sole;
Nè si vedrà giammai che vengan meno
Titoli chiari alla gentil sua prole,
Che di virtù sull’elevate cime
{{R|680}}Fie di sua stirpe imitator sublime.
Tal sull’Olimpo il re dell’universo
Alto diceva; e ne pigliò conforto
Il pio Francesco, che nel tempo avverso
Il gran legnaggio rimirava in porto:
{{R|685}}Poscia il Dio grande a celebrar converso
Fea d’intorno sonar l’Occaso e l’Orto
Con le schiere degli angeli, che ardenti
Spandean rimbombo di beati accenti.
</poem><section end="s1" />
<section begin="titolo" />{{Ct|t=2|v=2|f=150%|POEMETTI SACRI}}
<section end="titolo" />{{Rule|3em|v=2}}
<section begin="s2" />{{Ct|t=2|v=1|f=120%|I}}
{{Ct|t=2|v=1|f=90%|LA DISFIDA DI GOLIA}}
{{Ct|t=1|v=1|ALLA SERENISS. CRISTIANA DI LORENO}}
{{Ct|t=1|v=2|f=80%|GRAN DUCHESSA DI TOSCANA.}}
<poem>
{{Xx-larger|I}}nclite Muse, che nel ciel cantate
I veri pregi de’ beati spirti,
Voi con la forza delle note eterne
E tranquillate e serenate i cori,
{{R|5}}E versate nell’alme almi diletti:
Da voi, lunge da voi fugge l’affanno,
Da voi la noja, e se ne vanno in bando
Pure al vostro apparir doglie e sospiri;
Però fervidamente i prieghi invio,
{{R|10}}Che or siate meco, onde cantando io vaglia
Alcuna volta raddolcir la mente,
E dilettare il cor d’alta reina.
Ella crebbe di Senna in sulla riva,
E fece que’ bei regni un tempo altieri
{{R|15}}Con sua dimora, or co’ begli occhi all’Arno,
Là, dove ella soggiorna, i pregi accresce,
E l’alma Italia alteramente onora.
Seco è vero valor, seco è virtute,
Onde il petto real sempre s’infiamma,
{{R|20}}E sempre il suo pensier s’erge alle stelle:
Quinci tacete opre terrene, o Dive,
E su nobile cetra a lei cantate,
Come a donna del ciel, cose celesti;
E pria l’assalto, onde David estinse
{{R|25}}In val di Terebinto il fier Gigante.
Dall’aurea porta d’Orïente il Sole
Era più volte d’Occidente al varco
Corso, sferzando i corridor volanti,
E l’alte gemme del volubil carro
{{R|30}}Lavò più volte ne’ cerulei campi,
Indi sorgendo più lucente al mondo;
E pur d’orgoglio il Filisteo Gigante
Gonfiava il petto, e con terribil voce
Sfidava i forti d’Israel guerrieri,
{{R|35}}Che alcuno uscisse a singolar battaglia;
Ma dentro i gran steccati ognun rinchiuso
Fermò le piante, e di timor gelato
Si venìa men di quelle voci al tuono.
Qual tra le mura de’ notturni alberghi
{{R|40}}Sta palpitando mansueto armento,
S’ode per l’ombra dell’insidie amica
Lupi ulular per gran digiuno in selva;
Tal freddi il petto, impalliditi il volto
Erano udendo i cavalier Giudei,
{{R|45}}E di loro spavento alto cordoglio
Al lor sommo tiranno empieva il seno:
Ei nella real tenda altera, immensa,
</poem><section end="s2" /><noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|252|POESIE|}}</noinclude><poem>
D’ostro contesta, e di gran gemme aspersa
Sovra ricco tesor d’eburnea sede
{{R|50}}Stava pensoso, e nubiloso il guardo,
E con la manca sosteneva il mento,
Sovra essa alquanto ripiegando il tergo:
Quando il buon germe del canuto Isai
Al suo cospetto alteramente apparve,
{{R|55}}Vermiglio ambe le gote, e biondo il crine,
E tutto ardito in sul fiorir degli anni;
Nè prima scorge il suo Signor, che il capo
Inchina umile, e le ginocchia ei piega,
Poi riverente il favellar discioglie,
{{R|60}}Così dicendo: Or non perturbi il petto,
O sommo re, fra le tue squadre alcuno:
Io tuo fedele accetterò l’invito,
E pugnerò col Filisteo Gigante.
A cui rispose d’Israele il Rege:
{{R|65}}Mal fornito d’etate e di possanza,
Non durerai contra sì fier nemico.
A questi detti sfavillò dal guardo
Nobile ardire il buon figlio d’Isai,
Indi soggiunse: il tuo fedel sovente
{{R|70}}Pascea ne’ campi le paterne greggie,
Ed or venia leone, or veniva orso,
E delle torme depredava il fiore,
Ed io metteva a seguitargli l’ali,
E percotendo il lor furor, traeva
{{R|75}}Da’ denti ingordi il depredato armento:
Volgeansi incontro me l’orribil fere,
Io lor prendendo con le mani il mento
Le soffocava, e le stendeva ancise;
Così tuo servo orsi e leoni estinsi;
{{R|80}}Ed or sarà il gigante a lor sembiante,
Chè anciderollo. D’Israele il Dio,
Che vincitor mi fe’ dell’empie belve,
Farà, che io vinca il Filisteo non meno.
Così diceva alteramente umile
{{R|85}}Del suo Signore alla real possanza:
Ed ei rispose al giovinetto: or movi;
Dio sia con teco. Indi recar commise
Arme di gemme, e di grande ôr lucenti,
E di tempra possenti: elmo fiammante
{{R|90}}Di ricchi lampi, luminoso usbergo
Tutto cosperso di diamanti, e spada
Gemmata, aurata, insuperabil ferro
Di lavoro ammirabile e superbo:
Ma come ricoperto il capo, e ’l busto
{{R|95}}Fu di metallo il buon David, e cinto
Del brando altiero, ei contrastar sentissi
L’almo vigor delle leggiadre membra:
Qual se mai di Partenope ne’ regni
Indomito destrier vien che si elegga
{{R|100}}A tirar carro di real donzella,
Il buon maestro ora gli avvolge al collo,
Per lui domar, morbido cuojo e lana,
Indi le lunghe cinghia, indi gli appende
Nojoso carco di volubil rota:
{{R|105}}Ed egli usato a disfidare in corso
L’aure volanti, ed innalzar disciolto
Il piè veloce, da’ novelli arnesi
Tutto occupato a sè medesmo incresce;
Tale in quelle armi disusate spiacque
{{R|110}}A se medesmo il buon David, e disse:
Non posso, no, per questa guisa in campo
Uscire a guerra: indi sgravò la fronte,
E tutto il busto de’ pomposi acciari;
Ma prese in quella vece il suo vincastro,
{{R|115}}E cinque selci di torrente ei scelse
Lucide e monde, e le si pose in tasca,
Che siccome pastore al fianco avea,
E prese fionda: e così fatto i passi
Ei mosse contra il Filisteo nemico.
{{R|120}}Qual giovine sparvier, se rende il giorno
Buon cacciatore alle fasciate ciglia,
Volge superbo gli occhi franchi, e scuote
Le sparse piume, e sovra il piè s’innalza,
E travagliando al suo Signore il pugno,
{{R|125}}Mostra, ch’è nato a nobil volo, e sembra
Tutti voler cercar dell’aria i campi;
Tal ripien di vigore era a mirarsi
Per la campagna il buon figliuol d’Isai:
E d’altra parte minaccioso i passi
{{R|130}}Contra movea lo sfidator Geteo.
Grande elmo in testa, grande usbergo indosso,
Gran spada al fianco, e gran metal guerniva
Ambe le gambe, e sul terribil tergo
Grande acciar risuonava, e grande scudo,
{{R|135}}E con immensa man tronco reggea
Dismisurato. A rimirarsi orrore
Era in quelle armi, l’ammirabil mostro;
E l’aureo Sol che dall’eteree piagge
Spandendo lampi, percotea quei ferri,
{{R|140}}Ne facea sfavillar l’aria d’intorno,
Raddoppiando ne’ cuori alto spavento.
Qual nel grembo all’Egeo nave percossa
Da procelloso fulmine raccoglie
Ne’ fianchi antichi la celeste fiamma,
{{R|145}}Indi nudrendo per la negra pece
I gravi incendi, se ne va l’ardore
Imperïoso alle velate antenne
In un momento, e per le gabbie eccelse,
Onde da lunge il pescatore ammira
{{R|150}}L’alta sembianza delle vampe Etnee.
Tal fiammeggiava il Filisteo Gigante
Sotto le piastre de’ ferrati arnesi:
E fattosi da presso ebbe in dispregio
Del buon David la giovenil virtute,
{{R|155}}Onde ridendo egli diceva: Or forse
Ho sembianza di can, che tu ne vieni
Col tuo vincastro? indi salito in ira
Gridando ei minacciò: Fa che t’appressi,
Sicchè io disperga le tue carni pasto
{{R|160}}Alle fere dell’aria e della terra.
A cui rispose il buon figliuol d’Isai:
Tu nella spada, e tu nell’asta hai speme,
Tu nello scudo, io mia speranza ho posta
Nel Signor degli eserciti, che regge.
{{R|165}}Onnipotente d’Israel le squadre,
Cui tu dispregi; e Dio porratti in forza
Della mia mano, e troncherotti il capo,
E donerò de’ Filistei le membra
Alle fere dell’aria, e della terra,
{{R|170}}Acciò comprenda l’Universo, come
L’eterno Dio con Israel soggiorna.
Qui d’atro fiele il fier Gigante accese
Alto disdegno, ed affrettava i passi
A calpestarne il giovinetto, ed egli
{{R|175}}Di durissima selce empie la fionda,
E sovra il capo la si gira intorno
Ben tre fiate; indi fermato in terra
Il piè sinistro, ei lo sospinge innanzi,
E quando intento la percossa ei scioglie,
</poem><noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||''DI FRANCESCO REDI.''|105}}</noinclude>{{Pt|trario|contrario}} se questi animaletti giungono a posarsi sopra quei cibi, in breve tempo ne segue lo inverminamento; e perchè alla memoria mi tornano alcune cose da me osservate, intendo al presente darvi ragguaglio non già di tutte, perchè troppo lungo sarei, e rincrescevole; ma bensì di certe poche intorno a quei vermi, che ne son nati.
Aveva io in un grande alberello di vetro, il quale dopo lasciai colla bocca scoperta, fatto mettere un mezzo marzolino de’ più freschi, e de’ migliori, che nel fine del mese di giugno si trovino: passati che furono alcuni giorni, vi si videro sopra alcuni vermi, che ben considerati, si conosceva essere di due razze: i maggiori erano perappunto come tutti gli altri vermi, che nascono nelle carni; ed i minori erano pure della stessa figura, ma aveano questo di notevole, che più bizzarri, e più lesti degli altri, con maggiore agilità su pel vetro camminavano, e accostando il muso alla coda, e facendo di se medesimi un cerchio, spiccavano in quà, ed in là vari salti; onde talvolta veniva lor fatto di lanciarsi fuora del vaso, nel quale erano nati. Tre, o quattro giorni dopo il loro nascimento, questi, e quegli si fermarono al solito, e si raggrinzarono in uova, solamente diverse nella grandezza, che da me riscelte, e separatamente riposte in vasi differenti; in capo agli otto giorni dalle {{Pt|più}}<noinclude>{{RigaIntestazione||O|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|106|''ESPERIEN. INT. AGL’INSETTI''|}}</noinclude>più grandi scapparono fuora altrettante mosche ordinarie, e dalle più piccole dopo dodici giorni nacquero certi neri moscherini simili alle formiche alate, i quali appena che furon nati con grandissima, ed incredibile vispezza, e velocità saltellando, e volando pareano, per così dire, il moto perpetuo; quindi accoppiandosi poi ogni maschio alla sua femmina esercitavano quegli atti, da’ quali naturalmente sperar se ne potea la loro propagazione, ma non avendo di che nutrirsi in breve tempo morirono.
Mentre, che io faceva questa osservazione, trovai per fortuna un marzolino, che avea cominciato a inverminare, e fatte da me separare le parti verminose dalle sane, l’une, e l’altre serrai in vasi differenti, ma dalle parti sane non furono generati mai più bachi; e da que’ bachi, che di già eran nati nelle parti verminose, nacquero poi molti di que’ neri moscherini soprammentovati, senza vedersi nè pure una mosca ordinaria; ed il contrario mi accadde in una ricotta, la quale essendo bacata, i bachi trasformati in uova produssero solamente mosche ordinarie; e da un raveggiuolo inverminato nel mese di Settembre nacquero, e mosche ordinarie, ed alcuni pochi moscioni di quegli stessi, che intorno al vino, ed all’aceto si aggirano.
{{nop}}<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Luigi62" />{{RigaIntestazione||''DI FRANCESCO REDI.''|107}}</noinclude>
Io so che dura cosa parrà a credere, che tutti questi latticini spontaneamente non bachino, vedendosi che aperti i nostri delicatissimi marzolini di Lucardo, molto sovente si trovano bacati nella più interna midolla. Potrei rispondere, che le semenze di que’ bachi furono partorite dalle mosche nel latte in quel tempo, che si mugneva, ed in quel tempo, che da’ pastori, acciocchè si rappigli, si lascia ne’ vasi, intorno a’ quali corrono a stuoli innumerabilissime le mosche, onde quel greco Poeta,
:''Che le muse lattar più ch’altro mai,''
{{NessunaIndentatura}}nel sedicesimo libro dell’{{TestoCitato|Iliade|Iliade}}, verso 641, paragona i Greci, ed i Troiani, che combattevano, e si aggiravano intorno al cadavero di Sarpedone, gli paragona, dico, alle mosche ronzanti intorno alle secchie piene di latte munto nel tempo della primavera,</p>
<poem> Οἳ δ᾽ αἰεὶ περὶ νεκρὸν ὁμίλεον, ὡς ὅτε μυῖαι
Σταθμῷ ἔνι βρομέωσι περιγλαγέας κατὰ πέλλας
Ὥρῃ ἐν εἰαρινῇ, ὅτε τε γλάγος ἄγγεα δεύει·
Ὥς ἄρα τοὶ περὶ νεκρὸν ὁμίλεον.</poem>
Questa risposta, ancorchè potesse aver qualche valore, nulladimeno interamente non mi appaga; ed avendo diligentemente osservato, che i marzolini, prima che bachino, in molti luoghi screpolano, e si fendono; dico che su quegli {{Pt|scre-|}}<noinclude>{{RigaIntestazione||O 2|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|108|''ESPERIEN. INT. AGL’INSETTI''|}}</noinclude>{{Pt|poli|screpoli}}, e su quelle aperture, dalle mosche, e da’ moscherini son partorite l’uova, ed i bachi, i quali, cercando sempre nutrimento più tenero, e più delicato, s’internano nella più riposta midolla del marzolino, e là entro attendono a nutricarsi fino al lor tempo determinato, e poscia scappano fuora, e van cercando luogo da potersi rimpiattare per que’ pochi giorni, che stanno convertiti in uova, e da quell’uova nascono diverse generazioni d’animali volanti, secondo la diversità di que’ padri, che prima avean generati i bachi.
Parendomi ora a bastanza aver di ciò favellato, e forse con soverchia prolissità, e fastidiosa; passerò a dirvi di quei vermi, i quali dal volgo avvezzo a grandissimi errori son creduti nascere spontaneamente nell’erbe, ne’ frutti imputriditi, e ne’ legni, e negli alberi stessi; ed in primo luogo scriverò de’ bachi generati nell’erbe, nelle foglie degli alberi, e ne’ pomi, dopo qualche tempo, che da’ loro alberi, e dalle loro piante furono staccati, e con quello staccamento furono, per così dire, privi di vita; e quindi mi metterò a discorrere di quegli, che nascono nelle foglie, e ne’ frutti, quando per ancora agli alberi stanno attaccati, e la loro maturazione attendono.
Sappiate adunque che, sì come è il vero, che {{Pt su le}}<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|108|''ESPERIEN. INT. AGL’INSETTI''|}}</noinclude>{{Pt|poli|screpoli}}, e su quelle aperture, dalle mosche, e da’ moscherini son partorite l’uova, ed i bachi, i quali, cercando sempre nutrimento più tenero, e più delicato, s’internano nella più riposta midolla del marzolino, e là entro attendono a nutricarsi fino al lor tempo determinato, e poscia scappano fuora, e van cercando luogo da potersi rimpiattare per que’ pochi giorni, che stanno convertiti in uova, e da quell’uova nascono diverse generazioni d’animali volanti, secondo la diversità di que’ padri, che prima avean generati i bachi.
Parendomi ora a bastanza aver di ciò favellato, e forse con soverchia prolissità, e fastidiosa; passerò a dirvi di quei vermi, i quali dal volgo avvezzo a grandissimi errori son creduti nascere spontaneamente nell’erbe, ne’ frutti imputriditi, e ne’ legni, e negli alberi stessi; ed in primo luogo scriverò de’ bachi generati nell’erbe, nelle foglie degli alberi, e ne’ pomi, dopo qualche tempo, che da’ loro alberi, e dalle loro piante furono staccati, e con quello staccamento furono, per così dire, privi di vita; e quindi mi metterò a discorrere di quegli, che nascono nelle foglie, e ne’ frutti, quando per ancora agli alberi stanno attaccati, e la loro maturazione attendono.
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||''DI FRANCESCO REDI.''|109}}</noinclude>su le carni, su’ pesci, e su’ latticini conservati in luogo serrato non nascono mai vermi; così ancora è verissimo, che i frutti, e l’erbe crude, e cotte, nella stessa maniera tenute, non inverminano: e pel contrario lasciate in luogo aperto producono varie maniere d’insetti, or d’una spezie, or d’un’altra, secondo la diversità degli animali, che sopra vi portano i loro semi. Ho però notato, che alcuni più volentieri prendon per nido una maniera d’erbe, o di frutti, che un’altra, e talvolta in una sola erba ho veduto nascere nello stesso tempo sette, o vero otto razze di animaletti.
Su ’l popone, su ’l quale molti moscioni avea veduto posarsi, nacquero piccoli vermi, che dopo lo spazio di quattro giorni diventarono uova, dalle quali uova, dopo quattro altri giorni, nacquero altrettanti moscioni. Da altri pezzi di popone tritato, in cui avean pasturato moscioni, mosche ordinarie, ed un’altra razza di moscherini piccolissimi, e neri con lunghe antenne in testa, nacquero molti bachi di diverse grandezze, che al loro determinato tempo in uova pur di differenti grandezze si trasformarono. Dall’uova maggiori dopo gli otto giorni scapparono fuora mosche ordinarie: da alcune delle minori dopo quattro giorni nacquero moscioni, e da {{Pt|al-|}}<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|110|''ESPERIEN. INT. AGL’INSETTI''|}}</noinclude>{{Pt|tre|altre}} dopo quattordici giorni uscirono alcuni moscherini; e dall’uova mezzane dopo una settimana e mezza nacquero alcuni altri moscioni molto più grandi, e più grossi de’ primi; ed il simile m’intervenne nel cocomero, nelle fragole, nelle pere, nelle mele, nelle susine, nell’agresto, nel limone, ne’ fichi, e nelle pesche. Ma perchè le pesche erano riposte in un vaso di vetro, dal quale non potea gemere, o scolar quel liquore, che nello infradiciarsi usciva da esse pesche; perciò ebbi da osservare, che in esso liquore nuotavano molti piccolissimi vermi, che appena coll’occhio si potevano scorgere. Da questi nati sulle pesche, e nel liquore scolato pure da esse, nel consueto tempo ebbero il nascimento i moscioni, che vissero molti giorni, avend’io somministrata loro materia da potersi nutricare: quindi essendosi congiunte le femmine co’ maschi, generarono degli altri bachi, che al solito diventarono moscioni, e credo che così fatta generazione fosse quasi andata in infinito, se più diligenza, e più accuratezza io vi avessi posta.
Dalla zucca tanto cotta, che cruda, non ho mai veduto nascere altro, che mosche ordinarie: mi par solamente da non trascurare il dirvi, che tutti i bachi nati su certa zucca cotta mescolata con uova, ed infradiciata, quando furono vicini {{Pt|a fermarsi,}}<noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||''DI FRANCESCO REDI.''|111}}</noinclude>a fermarsi, ed a convertirsi nelle seconde uova, andavano voltolandosi in quella poltiglia, che appoco appoco attaccandosi loro addosso gli ricopriva tutti, fino a tanto che pareano tante piccole zolle di terra, dalle quali zolle nascevano poi le mosche; onde chi non avesse saputo, che dentro a ciascuna di esse era nascosto un’ uovo, avrebbe ragionevolmente potuto credere, che quelle mosche dalla terra di quelle zolle fossero nate.
Da qualche apparenza, non molto da questa dissimigliante, credo che potesse aver origine l’equivoco di {{AutoreCitato|Gaio Plinio Secondo|Plinio}}, che nel libro undecimo della Storia naturale scrisse nascere molti insetti volanti dalla polvere umida delle caverne; e per questa stessa apparenza parimente s’ingannano per avventura tutti coloro, i quali raccontano, che dalla terra, dal fango, e dalla belletta de’ fiumi, e delle paludi, s’ingenerino infinite maniere di animali; onde {{AutoreCitato|Pomponio Mela|Pomponio Mela}} facendo menzione del Nilo scrisse: ''Non pererrat autem tantum eam, sed aestiuo sidere exundans etiam irrigat, adeo efficacibus aquis ad generandum alendumque, ut praeter id quod scatet piscibus, quod Hippopotamos, Crocodilosque uastas belluas gignit; glebis etiam infundat animas, ex ipsaque humo uitalia effingat. Hoc eo manifestum est, quod ubi sedavit diluuia, ac se sibi''<noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|112|''ESPERIEN. INT. AGL’INSETTI''|}}</noinclude>''reddidit, per humentes campos quaedam nondum perfecta animalia, sed tum primum accipientia spiritum, & ex parte iam formata, ex parte adhuc terrea visuntur''. Ed {{AutoreCitato|Publio Ovidio Nasone|Ovidio }}nel [[Le Metamorfosi/Libro Primo|primo]] delle {{TestoCitato|Le Metamorfosi|trasformazioni}}.
<poem>
''Sic ubi deseruit madidos septemfluus agros''
''Nilus, & antiquo sua flumina reddidit alueo,''
''Aetherioque recens exarsit sidere limus;''
''Plurima cultores uersis animalia glebis''
''Inveniunt, & in his quaedam modo coepta sub ipsum''
''Nascendi spatium: quaedam imperfecta, suisque''
''Trunca vident numeris: & eodem in corpore saepè''
''Altera pars uiuit; rudis est pars altera tellus.''
''Quippè ubi temperiem sumpsere humorque, calorque;''
''Concipiunt: & ab his oriuntur cuncta duobus.''
''Cumque sit ignis aquae pugnax; uapor humidus omnes''
''Res creat, & discors concordia foetibus apta est.''
</poem>
{{NessunaIndentatura}}Questa opinione fu secondata da {{AutoreCitato|Plutarco|Plutarco}} nelle {{TestoAssente|questioni conviviali}}: da {{AutoreCitato|Ambrogio Teodosio Macrobio|Macrobio}}, che la copiò da Plutarco, ne’ {{TestoAssente|Saturnali}}: da {{AutoreCitato|Gaio Plinio Secondo|Plinio}}: da {{AutoreCitato|Claudio Eliano|Eliano}}, e finalmente da una innumerabile schiera di Antichi, i quali,</p>
<poem>
''Si come nuoce al gregge semplicetto''
''La scorta sua, quand’ella esce di strada,''
''Che tutta errando poi convien che uada,''
</poem>
{{NessunaIndentatura}}furono seguitati senza pensar più oltre da infiniti scrittori moderni. Di qui è che talvolta meco<noinclude></p></noinclude><noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|112|''ESPERIEN. INT. AGL’INSETTI''|}}</noinclude>''reddidit, per humentes campos quaedam nondum perfecta animalia, sed tum primum accipientia spiritum, & ex parte iam formata, ex parte adhuc terrea visuntur''. Ed {{AutoreCitato|Publio Ovidio Nasone|Ovidio }}nel [[Le Metamorfosi/Libro Primo|primo]] delle {{TestoCitato|Le Metamorfosi|trasformazioni}}.
<poem>
''Sic ubi deseruit madidos septemfluus agros''
''Nilus, & antiquo sua flumina reddidit alueo,''
''Aetherioque recens exarsit sidere limus;''
''Plurima cultores uersis animalia glebis''
''Inveniunt, & in his quaedam modo coepta sub ipsum''
''Nascendi spatium: quaedam imperfecta, suisque''
''Trunca vident numeris: & eodem in corpore saepè''
''Altera pars uiuit; rudis est pars altera tellus.''
''Quippè ubi temperiem sumpsere humorque, calorque;''
''Concipiunt: & ab his oriuntur cuncta duobus.''
''Cumque sit ignis aquae pugnax; uapor humidus omnes''
''Res creat, & discors concordia foetibus apta est.''
</poem>
{{NessunaIndentatura}}Questa opinione fu secondata da {{AutoreCitato|Plutarco|Plutarco}} nelle {{TestoAssente|questioni conviviali}}: da {{AutoreCitato|Ambrogio Teodosio Macrobio|Macrobio}}, che la copiò da Plutarco, ne’ {{TestoAssente|Saturnali}}: da {{AutoreCitato|Gaio Plinio Secondo|Plinio}}: da {{AutoreCitato|Claudio Eliano|Eliano}}, e finalmente da una innumerabile schiera di Antichi, i quali,</p>
<poem>
''Si come nuoce al gregge semplicetto''
''La scorta sua, quand’ella esce di strada,''
''Che tutta errando poi convien che uada,''
</poem>
{{NessunaIndentatura}}furono seguitati senza pensar più oltre da infiniti scrittori moderni. Di qui è che talvolta meco {{Pt|medesimo}}<noinclude></p></noinclude><noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||''DI FRANCESCO REDI.''|113}}</noinclude>medesimo mi stupisco, considerando come da questi Autori fosse stimata la natura così poco avveduta nella generazione di quegli animali, e nella tessitura de’ loro membri, altri già condotti d’ossa, e di carne; ed altri nello stesso tempo modellati di pura terra; e pur’{{AutoreCitato|Claudio Eliano|Eliano}} fa fede d’averne veduti de’ così fatti con gli occhi suoi proprj in un viaggio, ch’ ei fece da Napoli a Pozzuolo: e {{AutoreCitato|Publio Ovidio Nasone|Ovidio}} non contento nel luogo sopracitato d’averci fitto, vedersi spesso nel fango degli animali senza gambe, e senza giunture, ce lo ribadisce un’altra volta nel {{TestoCitato|Le Metamorfosi|libro decimoquinto|Le Metamorfosi/Libro Quintodecimo}}.
<poem>
''Semina limus habet uirides generantia ranas:''
''Et generat truncas pedibus. Mox apta natando''
''Crura dat. Vtque eadem sint longis saltibus apta.''
</poem>
{{NessunaIndentatura}}Ma quel che più galante mi pare si è, che queste stesse rane nate di fango, dopo sei soli mesi di vita, per testimonio di Plinio, in polvere, ed in fango improvvisamente ritornano, e poscia all’apparir della vegnente primavera a novella vita risorgono.</p>
Questo pensiero di {{AutoreCitato|Gaio Plinio Secondo|Plinio}} è stato approvato da molti gravi filosofi del nostro secolo, ed in particolare dal dottissimo padre {{AutoreCitato|Honoré Fabri|Onorato Fabri}} gran maestro in Divinità, e uomo di profonda litteratura, e di sommo credito in tutte le {{Pt|filoso-|}}<noinclude>{{RigaIntestazione||P|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|114|''ESPERIEN. INT. AGL’INSETTI''|}}</noinclude>{{Pt|fiche|filosofiche}} speculazioni, ma sopra ’l tutto maravigliosamente felice nell’inventiva degli ardui problemi della più nobile, e più sublime Geometria: ha egli dunque tenuta questa opinione nel suo degnamente celebratissimo libro della generazione degli animali alla proposizione settantesimaquinta, e settantesimasesta, dove ammette, che dal corpo corrotto de’ ranocchi, e convertito in terra si generino nuovi ranocchi. Io per ora non mi sento inclinato a crederlo, non avendo per esperienza veduto cosa, che mi appaghi pienamente l’intelletto; son però sempre prontissimo a mutare opinione, e tanto più, se quelle rane mentovate da {{AutoreCitato|Gaio Plinio Secondo|Plinio}} fossero state azzannate, e morse da qualche idro, o vero da qualch’ altro loro inimico serpentello della razza velenosa di quegli, che dal nostro {{AutoreCitato|Dante Alighieri|divino Poeta}} nella settima Bolgia dell’Inferno furon riposti,
<poem>
''Ed ecco ad un, ch’era da nostra proda,''
''S’auuentò un serpente, che ’l trafisse''
''Là, doue ’l collo alle spalle s’annoda.''
''Ne o si tosto mai, ne i si scrisse,''
''Com’ei s’accese, ed arse, e cener tutto''
''Conuenne, che cascando, diuenisse:''
''E poi che fu a terra sì distrutto,''
''La polver si raccolse, e per se stessa''
''In quel medesmo ritornò di butto:''
</poem>
{{Pt|Ma}}
{{nop}}<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||''DI FRANCESCO REDI.''|115}}</noinclude>{{NessunaIndentatura}}Ma queste, e quelle son mere favole: e gli animali, che sembravano aver qualche membro impastato di sola terra, se meglio fossero stati ravvisati, assai manifesto sarebbe apparso, che solamente erano terrosi, ed imbrattati di fango; e se nel terreno, nel fango, e nella belletta de’ campi e delle paludi nasce qualche vivente, questo avviene, perchè in quei luoghi, vi sono state partorite prima l’uova, e l’altre semenze abili a produrne il nascimento, conforme che {{AutoreCitato|Aristotele|Aristotile}}, e {{AutoreCitato|Gaio Plinio Secondo|Plinio}} raccontano delle locuste, o cavallette; delle quali favellando il Dottore {{AutoreCitato|Zakariyya al-Qazwini|Zaccaria Ben Muahammed Ibn Mahmud}} della Città di Casbin in Persia, citato sotto nome d’Alcazuino, lasciò scritto nel libro arabico delle maraviglie delle Creature, ''quando'' le locuste ''pasturano di primauera, cercano un terreno grasso e umido, sopra di cui si gettano, e colle code scauano certe fossette, nelle quali ciascheduna di esse partorisce cent’uova;''.</p>
Le testuggini terrestri anch’esse fanno le lor uova, e le rimpiattano sotto la terra: Quelle similmente, che abitano tra l’acque dolci, e nel mare scendono su ’l lido a partorirle, e con la rena le cuoprono, e là sotto nascono fomentate dal calor del sole; onde chi pratico non ne fosse potrebbe forse credere, che dalla terra nascessero quelle piccole testuggini, che dalle viscere di {{Pt|essa}}<noinclude>{{RigaIntestazione||P 2|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|116|''ESPERIEN. INT. AGL’INSETTI''|}}</noinclude>essa si veggono sovente uscire. In così fatto modo potrebbe forse esser vera una curiosa esperienza provata dal Padre {{AutoreCitato|Athanasius Kircher|Atanasio Chircher}} letterato dottissimo, e di nobile e d’ingegnosa speculativa nelle operazioni della Natura. ''Quando le rane'', dice egli, ''al principio di Marzo buttano copiosamente il seme ne’ fossi, dove abitano, accade che rimanendo poi asciutti, la mota, o limo si conuerta in poluere insieme colle rane di già nate. Se tu uorrai dunque manipolare una nuoua generazione di rane, opererai così. Piglia la polvere della melma di quelle paludi, e di que’ fossi, doue le rane auranno fatti i nidi; impastala con acqua piouana, e nelle mattine di state mettila ad un tiepido calore di sole in vaso di terra, ed acciocchè non si secchi, innaffiala di quando in quando colla suddetta acqua piouana; e ci uedrai primieramente gonfiarvi certe bolle, dalle quali esce gran numero di ranuzze bianche, le quali anno solamente i due soli piedi anteriori, ma diuidendosi poscia la coda in due parti, se ne formano i due piedi posteriori, e quegli animaletti diventano rane perfettamente figurate''. Questa esperienza pare, che probabilissimamente dovesse riuscire, ma io non ne ho mai avuto l’onore, ancorchè l’abbia reiteratamente provata, e ne do forse la colpa alla mia poca diligenza, o a qualche da me non conosciuto impedimento, il quale, come poi ho considerato, potrebbe per {{Pt|av-|}}<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||''DI FRANCESCO REDI.''|117}}</noinclude>{{Pt|ventura|avventura}} essere, che io feci sempre l’esperienza perappunto, come l’insegna il Padre Atanasio, e per farla mi seruj della polvere di que’ fossi, che son rimasi rasciutti; ma questi non rimanendo per lo più se non di state, nel qual tempo son di già nate tutte l’uova, o semenze delle rane, non è maraviglia se non essendo uova tra quella polvere, non sieno da essa nate le rane. Io ho però osservato, che quando le rane o botte nascono ne’ fossi, o ne’ paduli, elle nascono in figura di pesce, non co’ soli piedi anteriori; ma senza verun piede, con lunga coda, piatta, e per così dire tagliente; ed in così fatta figura per molti giorni van nuotando cibandosi, e crescendo; quindi cavan fuora le due gambe anteriori; e dopo alcuni altri giorni, di sotto una pelle, che veste tutto il lor corpo, cavan fuora le due altre gambe diretane; e passato certo tempo si spogliano della coda, la quale non si divide in due parti per formar le gambe, come {{AutoreCitato|Gaio Plinio Secondo|Plinio}}, il {{AutoreCitato|Guillaume Rondelet|Rondelezio}}, e tanti altri scrittori anno creduto: e di questa verità potrà ogn’uno certificarsi, che voglia col coltello anatomico esaminare alcuna di quelle ranuzze nate di pochi giorni, e vedrà che le gambe di dietro, e la coda son membri tra di loro distintissimi; e se ne rinchiuderà in qualche vivaio, potrà osservare che per molti giorni {{Pt|van}}<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|118|''ESPERIEN. INT. AGL’INSETTI''|}}</noinclude>van nuotando guernite delle quattro gambe, non meno che della coda.
Ma che vi dirò io di quell’altre ranuzze, o botticine, le quali il volgo crede, che di state piovano dalle nuvole, o vero, che s’ingenerino fra la polvere in virtù delle gocciole dell’acqua piovana in quel momento, ch’ella cade dall’aria? io ne favellai a bastanza nell’''{{TestoCitato|Osservazioni intorno alle vipere|Osservazioni intorno alle vipere}}'', osservando, che quelle ranuzze, le quali si veggono, quando viene qualche spruzzaglia di pioggia, hanno avuto il lor natale molti giorni avanti, e si trattengono nell’asciutto ,e s’acquattano o tra’ cespugli dell’erbe, o tra’ sassi, o nelle bucherattole della terra; e perchè son del colore di essa terra, non è così facile, quand’elle stan ferme, e rannicchiate, che l’occhio tra la polvere le possa distinguere: e quel vedere ch’ell’anno lo stomaco pieno di cibo, e le budella piene di molti escrementi in quello stesso momento, nel quale si credon esser nate, parmi che sia un evidente contrassegno di quella verità; della quale non son’ io il trovatore; conciossiecosachè infin nell’Olimpiade cenquattordicesima, o poco dopo, ne’ tempi del primo Tolomeo Re d’Egitto, ella fu recitata nella scuola peripatetica di {{AutoreCitato|Teofrasto|Teofrasto}} Eresio successor d’{{AutoreCitato|Aristotele|Aristotile}}; come si può chiaramente vedere nella libreria di {{AutoreCitato|Fozio di Costantinopoli|Fozio}}, {{Pt|dove}}<noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione||''DI FRANCESCO REDI.''|119}}</noinclude>dove trovasi stampato un frammento di quel libro, che ’l suddetto {{AutoreCitato|Teofrasto|Teofrasto}} scrisse περὶ τῶν ἀθρόως φαινομένων ζῴων ''degli animali che repentinamente appariscono'': perlochè volentieri mi dispenso ora di parlarne più a lungo, per poter cominciare a dirvi, che se di sopra ho affermato, che mi si rende malagevole, anzi ’mpossibile, il dar fede, che nella belletta lasciata ne’ campi dalle feconde inondazioni del Nilo si trovino animali co’ membri parte animati, parte di pura terra composti; così ora non mi risolvo a credere, che gli alberi, i frutici, e l’erbe possano produrre animaletti di tal natura, che sovente si trovino mezzi vivi, e mezzi di legno, e per ancora in tutto ’l corpo non finiti d’animarsi: e quantunque il suddetto Padre {{AutoreCitato|Athanasius Kircher|Atanasio Chircher}}, nel secondo tomo del Mondo Sotterraneo, scriva d’averne veduti de’ così fatti, e di averne mostrati ad altre persone su’ ramuscelli del Viburno o Brionia, e su’ fusti di quell’erba che in Toscana dicesi Codacavallina, dubito che vi possa essere stata qualche illusione abile a poter far travedere l’occhio: e mi fo lecito scrivere liberamente il mio dubbio, perchè so molto bene quanto il Padre Atanasio sia sincero amatore della verità, e che per rintracciarla egli non ha perdonato a tante sue gloriose fatiche, non meno {{Pt|dell’in-|}}<noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|120|''ESPERIEN. INT. AGL’INSETTI''|}}</noinclude>{{Pt|gegno|dell’ingegno}}, che del corpo; ed io per lo medesimo fine con maniera libera vo scrivendo il mio parere; perche
<poem>
''... s’io al vero son timido amico,''
''Temo di perder vita tra coloro''
''Che questo tempo chiameranno antico.''
</poem>
{{NessunaIndentatura}}E questo stesso timore, accompagnato da un’ardentissimo amore della verità, è cagione, che sinceramente vi confessi, che ancor’ io ne’ tempi addietro abbacinato dall’inesperienza ho talvolta creduto di quelle cose, delle quali soventemente ricordandomi,</p>
:''Di me medesmo meco mi vergogno.''
{{NessunaIndentatura}}Ed in vero bisogna che io avessi le traveggole allora, quando nelle mie ''Osservazioni intorno alle vipere'', scrissi, che il cuore di questi serpentelli ha due auricole, e due cavità, o ventricoli; imperocchè il cuor viperino non ha che una sola auricola, ed una sola cavità: egli è ben vero, che quella sola auricola gonfiata si dirama come in due tronchi, ed internamente ha una sottilissima membrana, che quasi la divide in due celle; e per queste due divisioni entrando, e cercando con lo stile, o tenta, mi riuscì pigliar l’errore de’ due ventricoli, uno de’ quali veramente vi è; ma l’altro mi veniva disavvedutamente fatto con la tenta.</p>
{{Pt|Io}}
{{nop}}<noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||''DI FRANCESCO REDI.''|121}}</noinclude>Io m’era così invogliato, ed invaghito d’imbattermi pure in alcuno di quegli animalucci, parte semoventi, e parte di legno, (tanto vale appresso di me l’autorità d’un’uomo così dotto, com’è il Padre {{AutoreCitato|Athanasius Kircher|Chircher}})! che non v’è diligenza, e sollecitudine, ch’io non abbia usato, e che non abbia fatto usare per trovarne pur qualcuno: laonde il dì 30 di Maggio essendomi stati portati certi ramuscelli d’ossiacanta, o spinbianco, i quali sulla propria pianta s’erano incatorzoliti, stravolti, rigonfiati, inteneriti, e divenuti scabrosi, e quasi lanuginosi, ed avean preso un color gialliccio punteggiato di rosso, e di bigio, sperai di poter veder da quegli la desiderata nascita, e trasformazione; e tanto più crebbe la speranza quanto che vidi cert’altri ramuscelli simili sulla fillirea seconda del Clusio, ed altri pur simili su’ tralci di quella clematide, che in Toscana si chiama vitalba: per la qual cosa raddoppiate le diligenze, riposi di que’ ramuscelli, e di que’ tralci in alcune scatole; e di più ancora ogni giorno osservava, e faceva osservare tutte tre quelle suddette piante, sulle quali eran rimasi molti di quegl’incatorzolimenti stravolti; ma in fine m’accorsi, che erano un vizio naturale di esse piante, sulle quali ogn’anno per lo più si trovava, e che non generava mai insetto di {{Pt|sorta}}<noinclude>{{RigaIntestazione||Q|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|122|''ESPERIEN. INT. AGL’INSETTI''|}}</noinclude>sorta veruna. Voi potrete considerarne le figure qui appresso, e tanto più volentieri ve le mando, quanto che non credo, che da alcuno scrittore, ch’io sappia, sia giammai stato badato a questo tal vizio, o scherzo che sia.
{{nop}}<noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|128|''ESPERIEN. INT. AGL’INSETTI''|}}</noinclude>
Ma perchè tra questi animaluzzi, che il Padre {{AutoreCitato|Athanasius Kircher|Chircher}} asserisce, che nascono da’ ramuscelli putrefatti del viburno, e della codacavallina, egli ne porta la figura d’un’altra terza spezie, che crede generarsi, e dalle paglie, e da’ giunchi imputriditi, non vi sia noioso, ch’io vi racconti quel che m’è avvenuto quest’anno ad Artimino, dove ne’ boschi tra le scope ho veduti infinitissimi bacherozzoli di questa terza spezie, i quali da’ contadini di quel contorno son chiamati ''Cauallucci'': mentre dunque io mi tratteneva colla Corte nel mese di Settembre alle cacce di quel paese, me ne furono portati moltissimi, e vidi che erano di due maniere, gli uni aveano il colore tutto verde con due linee bianche paralelle distese da lati per tutta la lunghezza del corpo loro, e gli altri erano di color tutto rugginoso, o per dir meglio dello stesso color de’ fuscelli della scopa. Tanto gli uni, quanto gli altri hanno due cornetti in testa composti di molti, e molti nodi, o articoli. I cornetti de’ verdi son di color rossigno; ma gli altri della seconda razza son dello stesso colore, che è tutto ’l restante del corpo. Il lor capo è piccolissimo, minore d’un granello di grano, gli occhi son duri, e rilevati, e più piccoli d’un seme di papavero, e ne’ verdi son di color rosso. La bocca è fatta come quella delle cavallette. {{Pt|Cammi-|}}<noinclude>
<references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||''DI FRANCESCO REDI.''|129}}</noinclude>{{Pt|nano|Camminano}} con un passo grave, e lento, ed hanno sei gambe, ed ogni gamba ha tre piegature, e le due prime gambe nascono appunto appunto sotto quella congiuntura, dove sta attaccata la testa. Tutto quello spazio, che è dalle due vltime gambe fino all’estremità della coda, è composto, e segnato di dieci anelli, o incisure, o nodi; e dall’ultimo nodo spuntano due sottilissimi pungiglioni. Tutto il corpo insieme non è più lungo di cinque dita a traverso, e per lo più dal capo alla coda è grosso ugualmente; e se bene alcuni nel ventre inferiore son più tronfi e di figura romboidale, questo avviene, perchè son femmine; ed hanno il ventre più, o men grosso, e rilevato, secondo che è maggiore, o minore il numero dell’uova, che in quello si trovano. Tanto i maschi, quanto le femmine gettano la spoglia tutta intera in quella guisa, che fan le serpi, i ragni, ed altri insetti, e la loro spoglia non è altro, che una bianca, e sottilissima tunica della stessa figura del lor corpo.
Quando mi furon portati questi animaletti, era meco per fortuna il Signor {{AutoreCitato|Niccolò Stenone|Niccolò Stenone}} di Danimarca famosissimo, come voi sapete, anatomico de’ nostri tempi, e letterato di ragguardevoli, e gentilissime maniere, trattenuto in questa Corte dalla reale generosità del Serenissimo {{Pt|Granduca:}}<noinclude>{{RigaIntestazione||R|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|130|''ESPERIEN. INT. AGL’INSETTI''|}}</noinclude>Granduca: ci venne ad ambodue in pensiero d’osservar le viscere, e l’interna fabbrica di quelle bestiuole, per quanto comportasse la lor minutezza, e vedemmo che dalla bocca si parte un canaletto, il quale camminando per tutta la lunghezza del corpo, fino ad vn forame vicino all’ultimo nodo della coda, fa l’ufizio di esofago, di stomaco, e di budella, ed intorno a questo canaletto trovammo un confuso ammassamento di varj, e diversi filuzzi, che son forse vene, ed arterie. Da mezzo il corpo fino all’estremità della coda osservammo esservi un gran numero d’uova legate insieme, o vestite da un filo o canale, che per la sottigliezza non si poteva discernere. Non erano quest’uova più grosse de’ granelli di miglio, e certe erano molli, e tenere, e certe più dure: le molli, e tenere apparivano gialliccie, e quasi trasparenti; ma le dure, ancorchè internamente fossero gialle, avevano il guscio nero; ed in tutto fra le nere, e le gialle in un solo animale ne contammo fino a settanta; e ad un altro, che tenemmo rinchiuso in una scatola quattro giorni senza mangiare, oltre venticinque che n’avea fatte in quella scatola, ne trovammo in corpo infino al numero di quarantotto. Mentre così passavamo il tempo, osservammo, che non ostante che a certi di quegli animaluzzi {{Pt|aves-|}}<noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||''DI FRANCESCO REDI.''|131}}</noinclude>simo strappato fuor del corpo tutte quante le viscere, osservammo dico, che continuavano a vivere, o a muoversi, in quella guisa appunto, che fanno le vipere sventrate, ed altri molti insetti; per lo che ad alcun’altri tagliammo il capo, ed il capo senza ’l busto per qualche breve tempo vivea; ma il busto senza ’l capo vivacissimamente per lungo tempo brancolava, come se avesse tutti quanti gli altri suoi membri; onde per ischerzo, e per un giuoco da villa ci risolvemmo a rinnestare il capo su ’l busto, e ci riuscì con quella stessa facilità, con la quale riusciva di rinnestarsi le membra all’incantatore Orrilo, di cui il grand’{{AutoreCitato|Ludovico Ariosto|Epico di Ferrara}}.
<poem>
''Più volte l’han smembrato, e non mai morto,''
''Ne per smembrarlo uccider si potea,''
''Che se tagliato, o mano, o gamba gli era,''
''La rappiccaua, che parea di cera.''
''Or fin’ a’ denti il capo le diuide''
''Grifone, or Aquilante fin’ al petto.''
''Egli de’ colpi lor sempre si ride,''
''S’adiran’ essi, che non anno effetto.''
''Chi mai d’alto cader l’argento uide,''
''Che gli alchimisti anno mercurio detto,''
''E spargere e raccor tutti i suoi membri,''
''Sentendo di costui, se ne rimembri.''
</poem><noinclude>{{RigaIntestazione||R 2|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|||65}}</noinclude>
{{Ct|f=180%|L=0.2em|'''CONCLUSIONE'''}}
{{rule|v=3|t=2|8em}}
{{CapoletteraVar|U}}na gran controversia a causa della compilazione d’un codice è sorta in Alemagna, non sono molt’anni, fra due celebri giureconsulti, i Sigg. {{AutoreCitato|Anton Friedrich Justus Thibaut|Thibaut}} e {{AutoreCitato|Friedrich Carl von Savigny|Savigny}}. Quegli chiama tutti i popoli della Germania ad essere unanimi per costituirsi un codice nazionale, e stima che la giurisprudenza abbia già tante questioni deciso, tanto progredito da compiere onorevolmente un’intrapresa i cui vantaggi sarebbero immensi.
Questi vi si oppone obiettando che un solo e medesimo codice non può convenire ai diversi popoli d’Alemagna per la molta diversità delle abitudini, dei bisogni, della situazione loro. Nè qui s’arresta, crede che il progetto d’un codice generale sia per lo meno prematuro, che potrà essere il resultato d’una più lunga esperienza, e che i più dotti giureconsulti nello stato attuale della scenza non potrebbero far che un’opera incompleta, difettosa, che non sodisfarebbe alcuno.
Non conosco gli scritti di questi due illustri antagonisti. Mi si dice che una delle più forti obiezioni del Sig. Savigny si è che un codice scritto renderebbe la giurisprudenza stazionaria. — Finchè si seguon le tracce di principj dominatori la giurisprudenza si perfeziona, poichè si livella insensibilmente ai bisogni morali dei popoli, alle circostanze, ed ai progressi dei lumi. Nè questo<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||137|}}</noinclude>ora a quella ch’è relativa alle differenti potenze d’Italia.
La pace di Napoli è stata in parte il risultato di uno dei vostri dispacci, nel quale avete sviluppati tutti i vantaggi di conchiuderla: essa era in quel tempo indispensabile, ed ora prosegue ad esserci utile: egli è dunque importante sotto il duplice aspetto della lealtà, e de’ nostri interessi, di non provocarne la violazione. Per questa essenziale considerazione, consolidate i vostri rapporti col Re delle due Sicilie, e in quanto al resto fate uso di quei mezzi, che, senza mancarvi, potranno da una parte portare a buon fine i vostri disegni militari, e dall’altra stringere sempre più questa potenza all’osservanza del trattato.
La vostra opinione su di Roma ci sembra giusta: l’ostinatezza con cui si è ricusato di adempiere alle condizioni dell’armistizio è indizio bastevole a far credere ch’ella le adempirà molto meno quando sarà compresa nell’armistizio generale, se avrà luogo. Noi autorizziamo per ciò il Generale Clarke a non ammettervela sino a che non adempirà con sollecitudine i suoi impegni precedenti, e sino a che non consentirà a darci un compenso per tutte quelle risorse le quali vi si promettono dalle operazioni, che preparate contro il Papa. Noi diamo la nostra approvazione al piano, ma ci sembra che debbe essere eseguito con precauzione, e combinato con la sicurezza del blocco di Mantova, avendo in mira i movimenti ulteriori i quali presumete che possano esser fatti dal Generale Alvinzi. La convenzione proposta per evacuar Livorno merita pure la nostra approvazione. La lettera dell’Imperatore che avete intercettata, ci fa sempre più conoscer meglio lo spirito della Toscana, e non debbono esser perdute per noi le notizie che vi si contengono.
Non dubitiamo che l’occupazione dì Bergamo non abbia fatta una viva sensazione su di Venezia. Voi vi siete ben condotto, poichè vi è sembrato che questa misura fosse indispensabile sotto il punto di veduta militare; ma noi pensiamo esser utile di non allarmar troppo questa potenza fin che non venga il momento favorevole per eseguire le istruzioni che avete intorno ad essa.<noinclude><references/></noinclude>
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||138|}}</noinclude>Nondimeno abbiam creduto necessario di pubblicare i motivi, che vi hanno determinato a metter presidio in Bergamo. Lo stato delle negozziazioni in Turino fa vedere che questa nuova Corte si ha creato un sistema, che siegue nel silenzio, e par che attenda un’occasione favorevole per metterlo in mostra. L’alleanza puramente difensiva che ella propone è inammissibile, e ciò che sopratutto è degno di osservazione nel progetto che presenta, è quel vederla domandar compensi pel territorio che è stato il prezzo della pace che abbiam conchiusa con lei; ed il quale è irrevocabilmente incorporato alla Repubblica francese. Malgrado ciò, non conviene rompere intieramente il corso delle negozziazioni con questa potenza, che la caduta di Mantova, ed i rinforzi che facciam passare in Italia, faranno probabilmente piegare verso sentimenti più analoghi alle condizioni del trattato, che le offriamo.
{{A_destra|{{Sc|Barras Presidente}}.}}
{{Ct|v=1|t=1|lh=1.4|''Istruzione pel General di divisione Clarke, inviato Straordinario della Repubblica presso la Corte di Vienna.''}}
Il Direttorio esecutivo ha preso comunicazione de’ dispacci che voi avete a lui diretti, come ancora di quelli spediti al Ministro delle relazioni estere. Esso approva tutto ciò che avete fatto per seguitare a tenere aperta una porta alle negozziazioni; e nella speranza che la Corte di Vienna si determinerà a cominciarle, si affretta a spedirvi i poteri e le istruzioni necessarie, per portarle prontamente ad un risultato felice.
Il Direttorio approva che abbiate rifiutato il compenso d’un armistizio parziale, il quale non sarebbe servito, che a privarci de’ vantaggi della nostra attuale posizione in Italia. Se l’Austria desidera sinceramente la pace, il regolamento delle basi su le quali deve stabilirsi, ed il firmarne i preliminari non presenterà nè lunghezza, nè difficoltà più grandi di quelle che avrebbero accompagnata la conclusione dell’armistizio.
Per mettervi nello stato di andar innanzi sia con M. Gherardini, sia con ogni altro ministro, o agente {{Pt|del-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||139|}}</noinclude>{{Pt|l’Imperatore|dell’Imperatore}}, il Direttorio or vi fa conoscere le condizioni alle quali siete autorizzato di consentire, e dalle quali crede di non potersi allontanare.
La prima, e la più essenziale, alla quale il Direttorio è legato dalle leggi esistenti, è la cessione, e l’abbandono, che l’Imperatore, e la Casa d’Austria deve fare alla Repubblica, dei Paesi bassi austriaci, del Ducato di Lussemburgo, e di tutto ciò ch’essa possiede su la sponda sinistra del Reno.
Voi non ignorate i motivi per i quali questo sacrificio debba essergli meno penoso. Cotesti paesi sono da due secoli una sorgente di guerre sempre rinascenti tra la Francia, e la Casa d’Austria, e nello stesso tempo il maggiore ostacolo che siasi sempre opposto alla sincerità delle loro amichevoli comunicazioni. Le restituzioni, che faremo dei suoi Stati in Italia, le offriranno un compenso molto vantaggioso. Essa troverà un secondo compenso nelle provincie più ricche della Polonia, le quali essendo limitrofe al corpo degli antichi suoi Stati, hanno aumentata la sua forza, subitochè le provincie lontane, delle quali le si domanda sacrificio, non servirebbero che ad indebolirla sempre più con delle guerre frequenti, che ne sarebbero le inevitabili conseguenze.
La seconda condizione, alla quale il Direttorio sta con egual forza legato, è che l’Imperatore così in questa qualità, che come Capo della Casa d’Austria non si opponga, che la Repubblica francese conservi la proprietà, e la sovranità de’ paesi designati di sopra, e di tutti quelli che sono stati ceduti co’ trattati attualmente esistenti, e riuniti per la forza delle leggi, e della costituzione, come pure di tutti i beni territoriali, dei quali erano utili padroni i principi dell’Imperio Germanico.
Voi non ignorate, cittadino, l’influenza irresistibile ch’esercita l’Imperatore su le risoluzioni della Dieta: il consenso dell’uno, e dell’altro è riguardato in Germania come necessario per l’alienazione de’ paesi che fanno parte dell’Impero germanico. Indipendentemente dalle possessioni austriache, le leggi, ed i trattati hanno incorporato al territorio della Repubblica, molti {{Pt|terri-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||140|}}</noinclude>{{Pt|torj|territorj}}, che facevano parte dell’Impero, come il Porentruy, il Montebelliard, il vescovado di Liegi, le Badie di Staretor, e di Malmedy ec.: egli è dunque necessario per facilitare la conchiusion della pace con l’Impero germanico, che l’Imperatore in questa qualità consenta alla loro riunione.
Voi domanderete all’Imperatore di non opporsi che la Repubblica conservi la proprietà, e la sovranità delle porzioni de’ territorj dipendenti dall’Impero germanico, le quali si trovano circondate da più parti, e da per ogni dove, sia dalle antiche frontiere di Francia, sia dai dipartimenti recentemente riuniti, sia dalle cessioni che sono state fatte alla Repubblica col mezzo di trattati. Questa clausula è indispensabile per mettere in regola la linea delle frontiere, per facilitare la riscossione de’ dritti di dogana, e per evitare le dispute sanguinose che soglion sorgere dalle intersecazioni de’ paesi sommessi a differenti dominazioni.
Se le dichiarazioni di non fare opposizioni, le quali sono l’oggetto degli articoli precedenti, potessero far nascere delle difficoltà contro un trattato potente, esse potrebbero formar l’oggetto di un articolo segreto, come si farebbe di quelle, che l’Imperatore potrebbe chiederci intorno alla indennità che pretenderebbe d’ottenerne.
Il Direttorio unisce alle presenti istruzioni una linea di frontiere conforme a ciò che vi si è fin qui prescritto: voi domanderete con efficacia che sia essa inserita negli articoli preliminari, che siete autorizzato a stabilire. Se però questo menasse a delle lunghezze, e difficoltà, lo che non hassi a presumere, potrete limitarvi alla clausula di sopra espressa, salvo il ritornare a questa demarcazione quando si conchiuderà il trattato definitivo.
In forza di diversi trattati conchiusi con la Casa Palatina, il Balliaggio di Guermeskeim debb’essere riunito alla Francia; ma l’util possesso era stato differito sino alla morte dell’Elettor Palatino.
Voi domanderete che l’Imperatore non si opponga che la Repubblica fin dal presente goda di tutto il Balliaggio di Guermeskeim.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|116|{{Sc|i libri della famiglia}}|}}</noinclude>d’Iddio abbattersi a moglie in tutto pacifica e costumatissima, e puossi riputare felice marito colui el quale dalla moglie vedrà mai nato alcuno scandolo o vergogna. Beato colui a chi la mala moglie non porge maninconia alcuna. Però di questo molto si prieghi Dio, che al nuovo marito dia grazia di ricevere buona, pacifica, onesta e come dicemmo prolifica sposa. Ancora di nuovo dirò tanto: mai si resti di pregare Iddio che conservi nel congiugio onestà, quiete e amore.
{{Sc|Battista}}. Avendo io adritto l’animo a tôr moglie, Lionardo, non so quanto mi fusse utile udirti qui tanto diffidarti, e tanto dubitare che a’ mariti siano le moglie manco che oneste.
{{Sc|Lionardo}}. Taci, Battista, non mi calunniare, non interpretare le mie parole come se io intendessi vituperare i femminili animi e costumi. Anzi mi piace in ogni facile e difficile cosa sempre invocare l’aiuto d’Iddio. Niuna cosa si truova tanto difficile che a noi quella col favore d’Iddio non sia molto facilissima. Né cosa si truova sì facile, la quale o sua natura, o per qualche caso talora non sia in qualche uno difficillima. Però giova, Battista, pregare Iddio che le cose a tutti gli altri facili, a noi non caggiano difficili. Ma seguitiamo il primo ragionamento nostro. Dissi qual fusse in casa atta moglie a portare figliuoli; ora mi pare seguiti di considerare quanto al procreare de’ figliuoli si richiegga, la qual parte forse per qualche rispetto sarebbe da preterire. Ma sarò in quella, benché molto necessaria, pure sì copertissimo e brevissimo, che a chi ella non gustasse sarà come non detta, e a chi ce la qui aspettasse arà da non desiderarla. Provegghino i mariti non darsi alla donna coll’animo turbato di cruccio, di paura o di simili alcune perturbazioni, imperoché quelle passioni le quali premono l’animo impigriscono e infermano la virtù, e quelle altre passioni le quali infiammano l’animo, perturbano e fanno tumultuare que’ maestri e’ quali aveano indi a fabricare quella imagine umana. Di qui s’è veduto d’un padre ardito e forte e saputo uno figliuolo timido, debole e scioccaccio, e d’un moderato e ragionevole padre essere nato<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione||{{x-smaller|'''LA GIOVENTÙ DI CATERINA DE'MEDICI'''}}|19}}</noinclude>Faceva un vedere stupendo. Ogni piatto veniva portato a suon di fanfara. Terminato il convito, cominciaron le danze, che durarono fino al tocco dopo la mezzanotte. La quantità dei lumi e delle faci era sì grande, che la notte pareva giorno. Settantadue giovani dame intrecciavano quadriglie di dodici per ciascuna, vestite in diverse maniere, le une italiane, le altre tedesche, ballando al suono de’ tamburini, e d’altri musici stromenti. Alle due la festa finì. La mattina seguente incominciarono i tornei: non se n’erano mai visti in Francia più belli. Otto giorni essi durarono: dentro e fuori dello steccato, a cavallo e a piedi. Il duca d’Urbino prese parte a tutti, e fece bella mostra di sè innanzi alla giovane sposa. Più che altro però fu a vedere un grande spettacolo guerresco. Eravi eretto in un campo aperto un fortilizio di legno, cinto di fossa, munito di cannoni di grosso calibro fatti pure di legno e cerchiati di ferro, che per forza di polvere tiravano grosse palle piene d’aria, le quali atterravano uomini e cavalli senza far loro gran danno. Artiglieria di simil fatta era piantata innanzi al forte, come per aprire una breccia. Il duca d’Alençon con cento uomini d’arme a cavallo, colle lance in resta, erano nel forte, innanzi al quale stavasi il contestabile duca di Bourbon con cento cavalieri, e il conte di Yendôme con altrettanti fanti. Il sire di Fleurange, Roberto de la Mark, andò<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione|20|{{x-smaller|'''LA GIOVENTÙ DI CATERINA DE'MEDICI'''}}|}}</noinclude>con quattrocento pedoni, fra i quali cento svizzeri, a soccorso dell’assediata città. Ad un tratto comparve il re Francesco armato da capo a piedi, e si scagliò colla schiera di Fleurange nel forte, dal quale al tempo medesimo si fece una scarica generale sugli assediatori. Alençon assaltò la schiera del Borbone; Vendôme combattè contro il Re e contro Fleurange: l’artiglieria tuonava come in vera battaglia: e troppo simile ad una battaglia fu lo spettacolo, poiché molti rimasero calpestati ed uccisi. Finalmente i combattenti si separararono: la quale separazione fu difficile assai, e più sarebbe stata, se uomini e cavalli non erano rifiniti dalla fatica. Il re Francesco, al quale il nipote del Papa, insignito nel giorno del battesimo dell’ordine di San Michele, si diede affatto, promettendo essergli affezionato e fedele nella prosperità e nella sventura, non volle in larghezze ed onoranze cedere al Papa. Egli assicurò alla giovane duchessa una rendita di diecimila scudi d’oro: parte dell’aver proprio, parte per reale concessione sulla contea di Laveaux. Al duca fu data una compagnia di cento lance. Gli ambasciatori fiorentini Francesco Vettori e Iacopo Gianfigliazzi, i quali assisterono allo sposalizio, non trovan parole bastanti a celebrare la graziosa disposizione del re verso dei Medici, non che verso la città di Firenze. Se dee prestarsi fede, scrive l’ultimo, alle parole del Cristianesimo, nulla al mondo gli è più caro della nostra<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione||{{x-smaller|'''LA GIOVENTÙ DI CATERINA DE'MEDICI'''}}|21}}</noinclude>città. Tutto pareva sorridere alla coppia novella. Maddalena e Lorenzo rimasero ancor qualche tempo in Francia. E primieramente Lorenzo accompagnò fino ad Angers il Re che viaggiava verso la Bretagna, quindi ambidue visitarono la residenza della Duchessa. Nè dee passare inosservato che in questo tempo appunto molti de’ più bei quadri di Raffaello Sanzio vennero a Parigi: fra gli altri la Sacra Famiglia che si chiama di Francesco Primo, e l’Arcangelo Michele. Mediatore di tale invio fu Lorenzo de’ Medici. Si volevano spedire da Firenze per mare a Marsiglia: Papa Leone vi si oppose, e quei preziosi tesori furon portati a Lione da muli. Il Papa non li volle commettere all’infido elemento. Gli amici di Firenze desideravano il sollecito ritorno degli sposi. Goro Gheri di Pistoia vescovo eletto di Fano, e dato dal Papa al suo nipote per aiutarlo negli affari politici e in altri, scrisse a Parigi come sarebbe desiderabile che Lorenzo tornasse, appena si potesse congedare senza dispiacere del Re. Poiché i Barbereschi rendevano malsicuro il mare, il Duca d’Urbino fu esortato a scegliere la via di terra. Venne la seconda metà di luglio, ed egli trovavasi tuttora a Lione. La partenza di lì fu fissata pel 34: «Dio voglia, scrive Goro Gheri, che Vostra Eccellenza trovi per la via il fresco: qui si muore dal caldo, e da parecchi anni non se n’è provato di simile.» La<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione|22|{{x-smaller|'''LA GIOVENTÙ DI CATERINA DE'MEDICI'''}}|}}</noinclude>sorella di Maddalena, duchessa di Albany, accompagnò gli sposi nell’Auvergne ove ebbe luogo la divisione dell’eredità, e diede loro una scorta fino a Ciambery. Il 20 d’agosto giunsero i viaggiatori in Bologna, dove furono ricevuti con grande onoranza. Duegento gentiluomini di quella città erano andati fino a Parma ad incontrarli: in Reggio e in Modena si erano apparecchiate grandi feste. Solamente il 30 giunsero essi al Poggio a Caiano, villa deliziosa sul margine della vasta e fertile pianura pistoiese. Quella villa era piena delle pompose e gioconde rimembranze dell’età giovanile di Lorenzo il Magnifico: le quali non saranno mai cancellate dalle cupe voci funeste del tempo di Bianca Capello, e dal tristo dissidio di Cosimo III e della sua sposa. Per ricevere il figlio e la nuora, erasi trasferita dalla villa di Cafaggiolo al Poggio Alfonsina Orsini, l’altiera e disamabile vedova di Piero de’ Medici. Tutto andò bene. La Duchessa fece a coloro che la videro una piacevole impressione. L’accoglienza solenne ebbe luogo il 7 settembre. Lorenzo de’ Medici aveva scritto che non voleva spese troppo grandi, nè tornei, nè pompose processioni di cittadini: la spilorceria di sua madre turbò la festa e gli animi. Ma la città tuttaquanta era in movimento. I numerosi amici, ed i clienti anche più numerosi, della famiglia non si poterono astenere dall’onorare i nuovi coniugi. Tanta fu la seta<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione||{{x-smaller|'''LA GIOVENTÙ DI CATERINA DE'MEDICI'''}}|23}}</noinclude>che occorse per uomini e donne, che le provvisioni della città non bastarono: bisognò farne venire da Venezia e da Lucca. Fu d’uopo rinnovare le leggi suntuarie della repubblica dell’antico tempo, onde impedire, ristringendo le spese in questa smania di sfoggio e di feste, la ruina delle famiglie. Era intenzione di Lorenzo de’ Medici, appena arrivato in Firenze, di andare dal Papa, e partecipargli le verbali comunicazioni del Re; ma essendosi gravemente ammalata Madonna Alfonsina, indugiò la partenza. Intanto Leone essendo andato da Civita Castellana a Viterbo, il Duca lasciò Firenze il 30 settembre, e baciò il piede allo zio in Montefiascone. I cardinali, gli ambasciatori stranieri e tutta la corte gli andarono incontro, e il Papa mostrò d’essere contentissimo di quello ch’ei gli partecipò. Non molto dopo Lorenzo era di nuovo in Firenze. Le splendide prospettive del matrimonio fra Maddalena e Lorenzo dovevano presto riescire a fine assai doloroso. Il duca d’Urbino non contava ancora ventisett’anni. Nelle mani sue riposava la somma delle cose governative. Come capitano generale della repubblica, soprintendeva alle cose guerre-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione|24|{{x-smaller|'''LA GIOVENTÙ DI CATERINA DE'MEDICI'''}}|}}</noinclude>sche: il reggimento de’ pubblici affari era omai tradizionale nella sua famiglia, sebbene rimanessero tuttora le antiche forme dello stato libero. In casa dei Medici sfoggiavasi una pompa, di cui negli antichi tempi non si era avuta idea. Tutto questo mirava sempre più ad assuefare il popolo ai segni esterni della signoria, che il Papa e il suo cugino Cardinale de’ Medici credevano oramai assicurata alla stirpe: tanto più che la giovane Duchessa prometteva che presto sarebbe madre. La quale colla sua popolarità e piacevolezza facevasi amare ogni giorno di più. Ella era prosperosa e serena, e stava volentieri in Firenze; e per dar nel genio a quelli che le erano d’intorno vestiva alla fiorentina: abito che le stava benissimo. Fin dai primi giorni della sua dimora però la malattia lunga e pericolosa di Madonna Alfonsina mise in lutto la casa. Dopo un mese e mezzo appena, Lorenzo medesimo si allettò. Sul principio erano febbri terzane, ma quello che intorno alla sua malattia ci è stato conservato dalle corrispondenze di quel tempo, non lascia dubbio alcuno sull’origine di essa, che proveniva dalla sua vita licenziosa.*’- Il suo stato peggiorava di giorno in giorno: e se il male pareva tal volta cedere, riprendeva poi più violento. I sintomi davano da pensare, tanto più che vi si univa fiacchezza di membra, e svogliatezza da ogni occupazione.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione||{{x-smaller|'''LA GIOVENTÙ DI CATERINA DE'MEDICI'''}}|25}}</noinclude>Verso la metà di decembre i medici consigliarono un cambiamento d’aria. La mattina del 24, il malato si fece trasportare in una bussola alla villa Sassetti presso la via bolognese sulla collina di Montughi; la principale di quelle colline, che popolate di case, circondano dal lato settentrionale Firenze. La famiglia Sassetti, la cui primitiva abitazione vedesi dentro il più antico cerchio di mura, apparteneva ai più zelanti della fazione Medicea, siccome ella doveva la massima parte delle sue ricchezze al favore di Cosimo il vecchio. E di tali ricchezze ella fece un nobile uso, erigendo in Santa Trinità una cappella (che poi fu dipinta da Domenico Ghirlandaio) e la bella villa di Montughi. Nessuna villa presso la capitale di Toscana gode un più vago ed ampio prospetto della città e degli amenissimi suoi contorni, di quello che si domina da questo palazzo: il quale, mantenuto intatto fra le devastazioni del 1529, appartiene ora al Capponi. Nella cappella si conserva un affresco, degli ultimi tempi del secolo decimoquinto, rappresentante l’adorazione dei pastori. L’aria pura, e il posto bellissimo ebbero un ottimo effetto sul malato. «La Eccellenza del Duca,» scriveva il Gheri in data del medesimo giorno, «questa mattina di buon ora andò a Montughi... Credo quando sarà buon tempo lo piglierà maggiore (piacere) per essere bel luogo, e piacevole stanza; e S.E. sta bene.» E il giorno dopo: «La<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione|26|{{x-smaller|'''LA GIOVENTÙ DI CATERINA DE'MEDICI'''}}|}}</noinclude>
Eccellenza del Duca sta bene, e questa mattina andò per tutta la casa dove è alloggiato. E sta bene, e parmi che ogni dì acquisti. Il miglioramento sembrò persistere, e a mezzo gennaio dell’anno seguente parve esservi speranza sicura che presto egli sarebbe in stato di ritornare in città. «Ma la speranza ingannò. Fu quella soltanto una breve tregua, e la malattia, tornò ad infierire più violenta che mai. Già sul cominciare del 1519 il malato si lamentava che il suo stato lo impedisse di mandare innanzi, colla diligenza che avrebbe voluto, gl’interessi del monarca francese. Mentre così ben si vedeva quale sarebbe stato l’esito della malattia, e Goro Gheri disponeva al peggio il Cardinal Medici, come pure l’inviato della repubblica a Roma messer Benedetto Buondelmonti; mentre l’infermo riconducevasi a stento dalla villa di Montughi alla città, e i medici non sapevano qual partito prendere, Maddalena diede alla luce il 13 aprile 1519 una figlia. Questa figlia divenne poi regina di Francia. «Madama la Duchessa» scrìve Goro Gheri al Cardinal legato alla corte francese, «mercoldì mattina ad hore XI et a dì XIII conla gratia didio parturj una bella figlia femmina la quale la exc. del Duca subito volse li fusse portata allecto et così la signoria di Mma sua Madre gliela porto allecto, et la exc. del Duca et S.S. ne hanno pa-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione||{{x-smaller|'''LA GIOVENTÙ DI CATERINA DE'MEDICI'''}}|27}}</noinclude>rimente preso quel piacere che se fussi stato maschio. Mma la Duchessa sta bene et ha hauto per dio gratia un bon parto.» Già fin dalla culla parve predetta alla bambina quella vicenda di felicità ed infelicità, di favori e disgrazie che doveva continuarle per tutta la vita. Nel primo momento però tutto procedè bene: anche il padre di lei migliorò. «Il Duca sta molto meglio» si dice nelle nuove mandate in quel giorno medesimo a Roma «e la Duchessa sta bene, et la bambina ancora, e è una bella fanciulla.» Il 16 aprile ebbe luogo il battesimo. Il re Francesco aveva fatto promettere per mezzo del Cardinale di Bibbiena a Lorenzo de’ Medici, che se la Duchessa avesse partorito un maschio, egli avrebbe fatto il compare. Siccome ciò non accadde, vennero scelti altri compari. «Questo dì ad hore ventidue» scrive il Gheri a Benedetto Buondelmonti «se baptezata la bambina se le posto nome Caterina, Maria, Romola. Caterina haveva nome la madre della Duchessa; Maria se le posto rispecto ad esser baptezata in dì del sabato, et e il dì della nra. Donna, et e nominata Romola, come e solito fare a Firenze a tutti; e compari sono stati lo spedalingo di S.M. Nuova, il prior di S. Lorenzo, la badessa delle Murate, e la badessa dannalena, le quali hanno mandato dua sacerdoti; sene sono anco tolti du altri laici cio e messer Paulo de Medici et el moro.» Non v’è menzione<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione|28|{{x-smaller|'''LA GIOVENTÙ DI CATERINA DE'MEDICI'''}}|}}</noinclude>che vi assistessero i più prossimi parenti, sebbene Madonna Alfonsina fosse in casa. Da questo ragguaglio si vede che la borghesia della cadente repubblica faceva tuttora valere i suoi diritti in casa dei futuri signori: ecclesiastici appartenenti a grandi istituzioni sono i testimoni al battesimo. Lo spedalingo di Santa Maria Nuova era il soprintendente di quello spedale civile, il quale fondato da Folco Portinari padre della Beatrice di Dante, è andato col tempo sempre crescendo. San Lorenzo era la cura della casa Medici e della famiglia, la quale aveva in quella chiesa la sua cappella sepolcrale in vicinanza della celebre sua biblioteca. Quasi di pianta rifabbricata ai tempi di Giovanni d’Averardo, e di Cosimo il vecchio, e dai Medici sempre protetta, la Basilica Laurenziana, alla quale Leon X, che era stato di essa canonico, concesse i privilegi di cappella papale, è in oggi ancora di giuspatronato dei Granduchi di Toscana. Il monastero delle Murate, non fondato dai Medici ma da essi principalmente protetto, sarà nominato spesso nel corso di questa narrazione. Il convento delle Domenicane di Annalena era fondazione d’una vedova sconsolata, Annalena de’ Malatesti, che si ritirò ivi in solitudine quando il suo marito Baldaccio d’Anghiari fu proditoriamente ucciso, nel palazzo della repubblica, verso la metà del secolo decimoquinto. Due sacerdoti e due badesse tennero a battesimo la futura<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione||{{x-smaller|'''LA GIOVENTÙ DI CATERINA DE'MEDICI'''}}|29}}</noinclude>regina. E nella scelta dei nomi della bambina non fu trascurato l’uso patrio. San Romolo era il patrono di Fiesole; e il popolo fiorentino, che discese di Fiesole ab antico, sale anche oggidì il giorno della festa di lui sul colle della città etrusco-romana: e quel nome risveglia l’idea di antiche tradizioni romane. La letizia non doveva durar molto. Già fin dal giorno stesso della sacra ceremonia fu scritto: «La Duchessa sta bene, come pure la bambina, ma la prima ha un leggero attacco di febbre. Le Signore dicono però che questa sia cosa solita, e da attribuire al puerperio.» E parimente il 18 aprile: «Tutti son di parere che il Duca guadagni in salute. Ma S.E. oggi è stato molto inquieto e sturbato dalla nuova che la Duchessa non sta bene, ed ha una gagliarda febbre: cosa che le dame occupate intorno a lei tennero nascosta, e non ne hanno fatto parte a nessuno. Questo è stato un grosso errore, ed io pure scrissi ch’ella stava bene, come ognuno di noi credeva; mentre nè ella medesima nè altri diceva com’ella stesse.» La febbre nel giorno fu violenta, ma sulla sera abbassò: «I medici sono inquieti, ma non senza speranza, e hanno fatto un’ordinazione per domattina di buon’ora. Vedi come la sorte in quest’anno si fa scherno di noi.» — Nei giorni seguenti vi fu una vicenda di timori e di speranze; il 22 il Duca si confortò a sperare poiché i medici cre-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione|30|{{x-smaller|'''LA GIOVENTÙ DI CATERINA DE'MEDICI'''}}|}}</noinclude>derono d’aver salvato la puerpera; il 25 comparve la febbre gagliarda con affanno. Il giorno seguente verso sera la malata chiese l’estrema unzione; ma fino al 28 d’aprile rimase in vita. — «Iddio dia pace e salute all’anima sua. Sua Santità, e il Cardinale de’Medici, ai quali si recano ogni giorno notizie dolorose sulla malattia dei nostri Signori, dovranno rassegnarsi con pazienza alla morte di questa buona signora Duchessa. » Il giorno di poi all’ora nona l’estinta fu portata a San Lorenzo. I canonici della Basilica, i domenicani di San Marco, gli agostiniani di San Gallo, conventi che dovevano ai Medici mille benefizi, anzi la loro esistenza, l’accompagnarono insieme coi parenti, e con innumerevoli cittadini vestiti a bruno. La duchessa d’Urbino fu deposta nella sacristia ove giacevano in un deposito di marmo Giovanni d’Averardo, e Piccarda Bueri sua sposa; ove una cassa di porfido e di bronzo lavorata dalla mano di Andrea del Verrocchio riunisce gli avanzi mortali dei figli, come pure de’ due nipoti di Cosimo il vecchio. Per i funerali si aspettavano ordini da Roma. Appena Maddalena fu morta, Lorenzo peggiorò. Già sul finire di aprile fu annunziato a Roma che dovevano star preparati al caso estremo; e il 3 di<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione||{{x-smaller|'''LA GIOVENTÙ DI CATERINA DE'MEDICI'''}}|31}}</noinclude>maggio fu scritto al Cardinale de’ Medici: «Siamo incirca all’ora decima: il Duca muore, e il confessore raccomanda l’anima a Dio. Vegga, reverendissimo signore, che nuova, e quanta forza d’animo le bisogna. S.E. è ancora in vita, ma non cè quasi più speranza. Dio lo voglia conservare! Affretti V.S. la sua venuta.» Lorenzo morì la mattina del 4 maggio. Cinque settimane dopo nacque colui, che inosservato allora, doveva dopo diciotto anni entrare al possesso della eredità dei successori di Cosimo il vecchio: Cosimo, primo granduca di Toscana. Il doloroso avvenimento diede una salda direzione alla vacillante politica di Leone decimo. Il Papa, come abbiamo già detto, fu in ogni tempo nel suo cuore propenso per la Spagna. Se egli si era accostato alla Francia, l’aveva fatto per avere ad ogni caso un appoggio nelle frequenti mutazioni di quell’età; come pure per l’incertezza di chi sarebbe successore alla corona imperiale, della quale in quell’istante così gravido di avvenimenti, molto si occupava il mondo. Appena però le circostanze divennero urgenti, la propensione vera di Leone si mostrò. Mentre ancora giaceva infermo Lorenzo, il Papa concluse (15 gennaio 1519), col giovane re di Spagna Carlo di Absburgoiuna lega segreta, che è rimasta ignota fino ai giorni nostri;"° lega che precesse quella del 1521, la quale eziandio doveva rimanere scono-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione|32|{{x-smaller|'''LA GIOVENTÙ DI CATERINA DE'MEDICI'''}}|}}</noinclude>sciuta: e rimase, finchè gli avvenimenti non la produssero in luce. Le espressioni in quel trattato si tengono sulle generali, com’era consueto in simili documenti: ma ben si riconosce lo scopo recondito. Della repubblica di Firenze ivi si dice che, «siccome al presente ella è tanto strettamente collegata col nostro santissimo Signore ch’ella debba essere riguardata come una sola e medesima cosa cogli stati e col dominio di Sua Santità;» però ella sarà compresa nella federazione. Lo stesso doveva essere del Duca d’Urbino, riguardo alla protezione «per la sua persona e per la sua alta posizione in Firenze, e nel suo presente, come anche nei futuri possessi.» — Pochi giorni innanzi la conchiusione di questo patto (11 gennaio 1519 ) l’Imperatore Massimiliano era morto, e cominciò la gara dell’elezione fra i due grandi concorrenti Carlo e Francesco: tutta quanta la vita dei quali doveva essere occupata in quella rivalità che scosse l’intera Europa. Quando accadde la decisione, il duca d’Urbino era già morto. Chi sa che questo caso non movesse iT Papa a cambiare il suo contegno riguardo ai due monarchi! Sul principio erasi egli mostrato inclinato per la Francia, quindi si adoperò in favore di Spagna. Lorenzo era per morire, quando re Carlo in uno scritto al suo ambasciatore in Roma rammentava al Papa le antiche, relazioni amichevoli de’ suoi antenati coi Medici, e, ri-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione||{{x-smaller|'''LA GIOVENTÙ DI CATERINA DE'MEDICI'''}}|33}}</noinclude>guardo al futuro suo stato, dava molte assicurazioni alla Santa Sede. Neil’ultima metà di giugno Leone X lasciò intieramente cadere la candidatura del re francese, che finallora, per mezzo del suo legato il Cardinal di Gaeta, almeno apparentemente, aveva retta. Il Cardinale di Bibbiena, sostegno principale del partito francese, tornò dalla sua legazione; e pare che molto innanzi di morire, nel 9 novembre 1520, avesse perduto ogni potenza su Leon X. Quanto s’ingannava egli assicurando Luisa di Savoia come aveva trovato il Papa così ben disposto e deliberato a vivere e morire in fede, in amicizia e in unione perpetua col Re, che essa non lo potrebbe credere nè egli esprimere, mentre ogni giorno Sua Santità trovavasi a ciò meglio inclinata! Sul finire della primavera del 1521 fu conchiusa la già menzionata lega offensiva e difensiva fra il Papa e l’Imperatore. Il 13 di luglio dell’anno medesimo, il re Francesco mandò una circolare ai suoi confederati, lamentandosi della dichiarazione del Santo Padre e de’ suoi parteggiatori a favore del re Cattolico; e che egli lasciasse marciare verso Bologna le forze militari di Carlo unite a quelle dei Fiorentini e alle spagnuole che si trovavano in Napoli, onde assaltare lui nei suoi Stati di Milano e Genova. «Coll’ aiuto di Dio, e col soccorso de’ buoni amici e alleati, dicesi nella circolare, il re spera di di-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione|34|{{x-smaller|'''LA GIOVENTÙ DI CATERINA DE'MEDICI'''}}|}}</noinclude>fendersi, e di impedire che si portino ad effetto le maligne intenzioni del Papa, dimodochè la rottura dell’amicizia non torni nè a vantaggio nè ad onore suo. Poiché questa rottura era accaduta senzachè il Re vi desse la minima occasione motivo, inquantochè egli era stato un buono ed obbediente figlio della Chiesa, e tale voleva essere nell’avvenire; e sempre si era adoperato a fare quanto, secondo la sua maniera di vedere, poteva tornare in onore e vantaggio della Santa Sede, del Papa, e di tutta la sua famiglia: quindi il Re non aver potuto comprendere che cosa mai avesse dato motivo alla inimicizia di Sua Santità, della quale ei sentiva molta afflizione, e alla quale sarebbesi opposto con tutta la sua forza.» Francesco Guicciardini ci manifesta, dietro le comunicazioni confidenziali a lui fatte da Papa Clemente VII sulle intime mire e sulle speranze di Leon X, che quand’egli coll’aiuto degl’Imperiali avesse cacciato i Francesi dall’Italia superiore, pensava di sbrigarsi eziandio degl’Imperiali in Napoli «vendicandosi quella gloria della libertà d’Italia, alla quale prima aveva manifestamente aspirato l’antecessore.» Così egli avrebbe sperato di condurre a termine nei suoi anni giovanili quello che il vecchio Giulio II aveva indarno tentato. La mala sorte d’Italia volle altrimenti. L’evacuazione di Milano eseguita per opera del maresciallo di Lautrec (19 novembre 1521), fu l’ultima<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione||{{x-smaller|'''LA GIOVENTÙ DI CATERINA DE'MEDICI'''}}|35}}</noinclude>notizia di vittoria che ricevè Leone: dodici giorni dopo egli morì in età di 45 anni. Il funerale del duca d’Urbino fu oltre misura magnifico. Non solamente tutti i magistrati, ma quasi tutti i cittadini presero il bruno. In San Lorenzo, nel sepolcro de’ suoi antenati, fu sepolto quell’ultimo discendente legittimo di Cosimo il vecchio, che doveva aver sepoltura in patria. Là il 7 maggio ebbe luogo la ceremonia funebre, alla quale assistè con molti prelati il cardinale Luigi de’ Rossi; colui stesso che nel ritratto di Leon X fatto da Raffaello, vedesi ritto dietro il seggiolone papale. Messer Francesco Cattani da Diacceto recitò l’elogio funebre in latino. Quasi tutte le dimostrazioni di dolore furono di sola apparenza poiché Lorenzo de’ Medici non si era guadagnato affetto veruno. Gli antichi attinenti della casata si stringevano intorno a lui, perchè avevano bisogno d’un capo di quella famiglia. Ma anche fra gli attinenti e i parenti ve n’era di quelli i quali avversavano i suoi tentativi di farsi unico signore della città natale: gli estranei poi gli erano contrari. Lo storico Iacopo Pitti , il quale per la cognizione degli ultimi tempi della repubblica ha forse maggior autorità che alcun altro, mette in evidenza lo stato nel quale,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione|36|{{x-smaller|'''LA GIOVENTÙ DI CATERINA DE'MEDICI'''}}|}}</noinclude>dopo il ritorno di Lorenzo dalla Francia, si trovavano le cose. «Lorenzo, insuperbito per l’amicizia del re Francesco, non praticava come prima co’ cittadini;
avendolo invaghito Francesco Vettori e Filippo Strozzi, che seco andarono in Francia, di farsi duca di Firenze, come cosa più proporzionata alla grandezza della sua famiglia. Nella città ogni cosa a caso si governava. Le membra disordinate, li magistrati senza amore, pronti a’ cenni del Duca e della madre: per tutto si portava arme: l’universale in preda di una caterva di fiorentini giovani scelleratissimi. Andossene il Duca a Roma per tentare a tale effetto Leone: il quale, informato del tutto, lo accolse tanto malvolentieri, quanto per que’ suoi modi temeva che non gli fosse per intervenire come a Piero suo padre. Onde con molte villanie a Firenze lo rimandò: dove tornato stava di malissima voglia, non si compiaceva in cosa veruna, non parlava; ma quasi sempre solitario o con pochi si diportava. Cotanto dispiacere interno, i disordini..., le fatiche delle poste che sempre usava, aggiuntovi il male... che lo consumava, lo messere con due terzane nel letto; e sopraggiuntogli dolor d’ intestini e di stomaco, volendo in tutto compiacere a sè stesso, governare non si lasciava: niuno, eccetto che messer Goro, gli ricordava il suo bene: standogli attorno timidi quelli<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione||{{x-smaller|'''LA GIOVENTÙ DI CATERINA DE'MEDICI'''}}|37}}</noinclude>pochi che erano intromessi da lui. Così, dopo sei mesi di stento, morì.»
Negli estremi giorni della malattia era giunto in Firenze il Cardinale de’ Medici, desiderato e chiamato da tutti coloro i quali vedevano che in quel momento faceva mestieri di una mano ferma, onde timoneggiare lo stato fluttuante senza guida e senza consiglio fra la libertà e il dispotismo. E doveva essere veramente grande urgenza, se al Cardinale vice-cancelliere della Chiesa, tanto adoperato negli affari della Santa Sede, fu permesso lasciar Roma, e recarsi in patria. Dove giunto, scavalcò al convento di San Marco, non tornando se non dopo le esequie nella casa dei suoi antenati. Ei corrispose all’aspettazione. Dacchè la sua famiglia aveva tenuto il primato in patria, Firenze non era stata retta mai con tanta moderazione, senno ed osservanza scrupolosa delle leggi. Ei redintegrò, quanto gli fu possibile, gli antichi ordinamenti, lasciò libera la scelta de’ magistrati che Lorenzo aveva riserbata al proprio arbitrio, e raccomandò severa giustizia. E molto meglio avrebbe operato, se le malvage passioni dei signori fiorentini, i quali sventuratamente si prevalevano della possanza dei Medici a scopo di personale vantaggio, ed erano l’uno coll’altro in continue querele, non gli avessero resa straordinarimente più ardua l’opera. I signori fiorentini, così resulta dalle parole dell’istesso Iacopo Pitti,<noinclude></noinclude>
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Pagina:La gioventù di Caterina de' Medici, 1858.djvu/54
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<noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione|38|{{x-smaller|'''LA GIOVENTÙ DI CATERINA DE'MEDICI'''}}|}}</noinclude>inclinati per natura e per uso al dominare tirannico, si erano afforzati all’arbitrio. Essi avevano edificato palazzi magnifici, avevano aumentato i loro possedimenti, e si erano assuefatti al molle vivere della corte romana di Leon X; trista semenza per i costumi domestici, e per la libertà della repubblica. Gl’innumerabili donativi del prodigo Leone, gl’infiniti benefizi e le pensioni ecclesiastiche, le città, le provincie della chiesa date loro a discrezione, insieme coi vassalli e col popolo fiorentino, aveanli ripieni non manco di presunzione che di ricchezze. Nondimeno il popolo sotto la dominazione del Cardinale rivisse alla speranza. La moderazione e la prudenza erano più che mai necessarie nelle relazioni che incominciarono dopo la morte di Leone, quando Francesco Maria della Rovere riprese il suo ducato d’Urbino; quando la repubblica alla quale il Papa aveva concesso una parte di quello Stato, la contea di Montefeltro, fu tirata nelle universali guerre e turbolenze. Tutti si dolsero allorché sotto il pontificato di Adriano VI, successore di Leone, il Cardinal Medici lasciò per sempre Firenze, e andò a Roma, ov’egli il 19 novembre 1523 salì la cattedra di San Pietro sotto il nome di Clemente VII. E di dolersi avevano ben ragione, poiché il Papa non corrispose alle speranze che il Cardinale aveva svegliate; e mentre la sua politica vacillante ed instabile attirava sugli Stati della Chiesa la più<noinclude></noinclude>
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Indice:Ariosto, Ludovico – Lirica, 1924 – BEIC 1740033.djvu
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|Curatore=Giuseppe Fatini
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{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Lirica latina/XX. - De catella puellae|titolo=XX. - De catella puellae|from=208|delta=6}}
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{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Lirica latina/XLIX. - Manfredii epitaphium|titolo=XLIX. - Manfredii epitaphium|from=221|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Lirica latina/L. - Alexandri epitaphium|titolo=L. - Alexandri epitaphium|from=222|delta=6}}
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{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Lirica latina/LII. - Ad Thimoteum Bendideum|titolo=LII. - Ad Thimoteum Bendideum|from=222|delta=6}}
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{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Lirica latina/LVII. - In Hyppolitum Estensem episcopum Ferrariae|titolo=LVII. - In Hyppolitum Estensem episcopum Ferrariae|from=231|delta=6}}
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{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Lirica latina/LXIV. - Ad Alphunsum Ferrariae ducem III|titolo=LXIV. - Ad Alphunsum Ferrariae ducem III|from=236|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Lirica latina/LXV. - Piscarii epitaphium|titolo=LXV. - Piscarii epitaphium|from=237|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Lirica latina/LXVI. - Oliva|titolo=LXVI. - Oliva|from=237|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Lirica latina/LXVII. - De populo et vite|titolo=LXVII. - De populo et vite|from=238|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Lirica latina/LXVIII. - Domus a se conditae epigraphe|titolo=LXVIII. - Domus a se conditae epigraphe|from=238|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Lirica latina/LXIX. - De paupertate|titolo=LXIX. - De paupertate|from=238|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Lirica latina/LXX. - Sine titulo|titolo=LXX. - Sine titulo|from=239|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Lirica latina/LXXI. - Franciscus Maria Molsa Mutinensis|titolo=LXXI. - Franciscus Maria Molsa Mutinensis|from=239|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie|titolo=Appendice prima - Liriche dubbie|from=241|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Canzone|titolo=Canzone|from=243|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica|titolo=In cosmicum patavinum carmina maledica|from=249|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/I. - Il laccio, il ceppo, il fuoco si contendono la vita del Cosmico|titolo=I. - Il laccio, il ceppo, il fuoco si contendono la vita del Cosmico|from=249|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/II. - Morrá impiccato perché è un ladro|titolo=II. - Morrá impiccato perché è un ladro|from=250|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/III. - Invecchia, ma i vizi non scemano. Che festa al suo arrivo fará Caronte!|titolo=III. - Invecchia, ma i vizi non scemano. Che festa al suo arrivo fará Caronte!|from=250|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/IV. - Lasci stare Dante, che non ne capisce niente!|titolo=IV. - Lasci stare Dante, che non ne capisce niente!|from=251|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/V. - Una bolgia infernale per lui non è bastante|titolo=V. - Una bolgia infernale per lui non è bastante|from=251|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/VI. - Primo tra i poeti? Si contenti d'essere primo tra gli scellerati|titolo=VI. - Primo tra i poeti? Si contenti d'essere primo tra gli scellerati|from=252|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/VII. - Altro che corona di lauro! Avrá una mitra|titolo=VII. - Altro che corona di lauro! Avrá una mitra|from=253|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/VIII. - Lo difende? Passa per uno scellerato? Sta zitto? L'offende|titolo=VIII. - Lo difende? Passa per uno scellerato? Sta zitto? L'offende|from=253|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/IX. - Badi bene, che non potrá più uscire né di giorno né di notte|titolo=IX. - Badi bene, che non potrá più uscire né di giorno né di notte|from=254|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/X. - Dove fugge? Tutti sanno i suoi vizi|titolo=X. - Dove fugge? Tutti sanno i suoi vizi|from=255|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XI. - Pensa di farsi un nome nuovo? Ma non vede che sta per morire?|titolo=XI. - Pensa di farsi un nome nuovo? Ma non vede che sta per morire?|from=255|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XII. - Attenti, sacrestani; che c'è un ladro che ruba perfino Cristo|titolo=XII. - Attenti, sacrestani; che c'è un ladro che ruba perfino Cristo|from=256|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XIII. - Ercole, libera Ferrara da tal mostro di natura!|titolo=XIII. - Ercole, libera Ferrara da tal mostro di natura!|from=257|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XIV. - È pronta la giostra. Ma «tu sei bestia da pigliar col lazzo»|titolo=XIV. - È pronta la giostra. Ma «tu sei bestia da pigliar col lazzo»|from=257|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XV. - Se la mia poesia non è perfetta, è solo perché «canta d'un uom troppo vile»|titolo=XV. - Se la mia poesia non è perfetta, è solo perché «canta d'un uom troppo vile»|from=258|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XVI. - Ha cambiato nome per celare tutti i suoi malefici|titolo=XVI. - Ha cambiato nome per celare tutti i suoi malefici|from=258|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XVII. - Sa chi scrive, nonostante che scriva senza nome|titolo=XVII. - Sa chi scrive, nonostante che scriva senza nome|from=259|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XVIII. - Non creda che abbia finito di dire tutte le sue magagne|titolo=XVIII. - Non creda che abbia finito di dire tutte le sue magagne|from=260|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XIX. - Vuole impiccarsi per disperazione? Ebbene, stará zitto...|titolo=XIX. - Vuole impiccarsi per disperazione? Ebbene, stará zitto...|from=260|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XX. - Ti manderò una copia a stampa dei miei sonetti|titolo=XX. - Ti manderò una copia a stampa dei miei sonetti|from=261|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XXI. - Gli spiace, lo so, che parli male di lui, ma piace a tanti!|titolo=XXI. - Gli spiace, lo so, che parli male di lui, ma piace a tanti!|from=262|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XXII. - Per farlo vergognare descrivo le sue magagne; ma lui invece se ne compiace|titolo=XXII. - Per farlo vergognare descrivo le sue magagne; ma lui invece se ne compiace|from=262|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XXIII. - Smette di scrivere contro di lui perché è troppo lunga impresa|titolo=XXIII. - Smette di scrivere contro di lui perché è troppo lunga impresa|from=263|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Sonetti varii|titolo=Sonetti varii|from=265|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Sonetti varii/I. - Conviene che io perda il mio tempo in un amore cosí infruttuoso?|titolo=I. - Conviene che io perda il mio tempo in un amore cosí infruttuoso?|from=265|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Sonetti varii/II. - Contento son che 'l cor m'abbiate tolto|titolo=II. - Contento son che 'l cor m'abbiate tolto|from=265|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Sonetti varii/III. - Speme e Timore in lotta «per un'alma gentil»|titolo=III. - Speme e Timore in lotta «per un'alma gentil»|from=266|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Sonetti varii/IV. - In aspra lotta Ragione e Senso «per cagion d'Amore»|titolo=IV. - In aspra lotta Ragione e Senso «per cagion d'Amore»|from=266|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Sonetti varii/V. - Amor, mostro crudel, quanto male puoi fare!|titolo=V. - Amor, mostro crudel, quanto male puoi fare!|from=267|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Madrigali|titolo=Madrigali|from=269|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Madrigali/I. - L'amore per voi mi consuma a poco a...|titolo=I. - L'amore per voi mi consuma a poco a...|from=269|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Madrigali/II. - Quanto dolor per voi ne l'alma...|titolo=II. - Quanto dolor per voi ne l'alma...|from=269|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Madrigali/III. - Vi veda o non vi veda, mi sento...|titolo=III. - Vi veda o non vi veda, mi sento...|from=270|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Madrigali/IV. - Il mio amore in vero inferno|titolo=IV. - Il mio amore in vero inferno|from=270|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Madrigali/V. - Che posso sperare?|titolo=V. - Che posso sperare?|from=271|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Madrigali/VI. - Con quanta pena m'allontano da voi!|titolo=VI. - Con quanta pena m'allontano da voi!|from=271|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Capitoli|titolo=Capitoli|from=273|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Capitoli/I. - Come cantare l'alta beltade e...|titolo=I. - Come cantare l'alta beltade e...|from=273|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Capitoli/II. - Desideroso di conformarsi ai...|titolo=II. - Desideroso di conformarsi ai...|from=276|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Capitoli/III. - Prologo del Formione di...|titolo=III. - Prologo del Formione di...|from=278|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Capitoli/IV. - Frammento d'un capitolo su...|titolo=IV. - Frammento d'un capitolo su...|from=280|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Stanze|titolo=Stanze|from=281|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Liriche latine|titolo=Liriche latine|from=289|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Liriche latine/I|titolo=I. - Scherzo sul nome 'Castanea'|from=289|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Liriche latine/II|titolo=II. - Ebbi due nomi, due mariti...|from=289|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Liriche latine/III|titolo=III. - La Morte, l'Amore, le Grazie si...|from=289|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=:la:Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Liriche latine/IV|titolo=IV. - Casa fortunata!|from=290|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife|titolo=Appendice seconda - Liriche apocrife|from=291|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Canzoni|titolo=Canzoni|from=293|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Canzoni/I. - Trissino. Parlerá della sua donna...|titolo=I. - Trissino. Parlerá della sua donna...|from=293|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Canzoni/II. - Amanio?. Perché Dio, l'Italia è...|titolo=II. - Amanio?. Perché Dio, l'Italia è...|from=295|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Canzoni/III. - Nessun pastore fu mai piú felice...|titolo=III. - Nessun pastore fu mai piú felice...|from=298|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Canzoni/IV. - Parte la sua Ginevra; come...|titolo=IV. - Parte la sua Ginevra; come...|from=301|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Canzoni/V. - Molza. Per voi ora vedo che...|titolo=V. - Molza. Per voi ora vedo che...|from=304|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Canzoni/VI. - Amanio. In morte del figlio...|titolo=VI. - Amanio. In morte del figlio...|from=306|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Sonetti|titolo=Sonetti|from=309|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Sonetti/I. - G.Muzzarelli. Le saette di che...|titolo=I. - G.Muzzarelli. Le saette di che...|from=309|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Sonetti/II. - G.Muzzarelli. Alla mano|titolo=II. - G.Muzzarelli. Alla mano|from=310|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Sonetti/III. - Bembo. Apparizione della sua...|titolo=III. - Bembo. Apparizione della sua...|from=310|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Sonetti/IV. - Amanio. Riso di bella donna|titolo=IV. - Amanio. Riso di bella donna|from=311|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Sonetti/V. - Bembo. Sono questi gli occhi...|titolo=V. - Bembo. Sono questi gli occhi...|from=311|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Sonetti/VI. - Al Sonno perché dia un po' di...|titolo=VI. - Al Sonno perché dia un po' di...|from=312|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Sonetti/VII. - Invano cerca il suo Sole!|titolo=VII. - Invano cerca il suo Sole!|from=312|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Sonetti/VIII. - Gan. Porrino. Ben degna di...|titolo=VIII. - Gan. Porrino. Ben degna di...|from=313|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Stanze|titolo=Stanze|from=315|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Stanze/I. - Loda le chiome, la fronte, le...|titolo=I. - Loda le chiome, la fronte, le...|from=315|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Stanze/II. - L'amore mi brucia|titolo=II. - L'amore mi brucia|from=318|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Stanze/III. - Vita penosa d'amore|titolo=III. - Vita penosa d'amore|from=319|delta=6}}
{{Indice sommario|nome=Lirica (Ariosto)/Appendice seconda - Liriche apocrife/Stanze/IV. - Perché tanto odio contro di me,...|titolo=IV. - Perché tanto odio contro di me,...|from=319|delta=6}}
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||o( XXVI )o|}}</noinclude>{{Pt|vatorio,|all’Osservatorio,}} e degno di succedergli. La Memoria di questo vide la pubblica luce; non così l’altra, quantunque dichiarata meritevolissima di vederla.
Domandava anche l’Astronomia, e per genio, e per dovere l’opera del Toaldo. A prepararne le vie agli studiosi nel 1775 pubblicò un’{{TestoAssente|introduzione alla dottrina della Sfera e della Geografia}}, che fu accettissima per la brevità; e per la chiarezza. Ma vi voleva qualche cosa di più, e per ciò due anni dopo procurò l’Edizione Italiana delle {{TestoAssente|Compendio d'astronomia, colle tavole astronomiche del signor de La Lande|Tavole Astronomiche col compendio dell’Astronomia del Signor ''{{Wl|Q168419|la Lande}}''}}, opera che divenne subito il libro elementare delle Scuole. Ma un parto tutto proprio di sua dottrina, e che può chiamarsi la chiave dell’Astronomia, fu la {{TestoAssente|Tavole trigonometriche con un compendio di trigonometria piana, e sferica, teorica, e pratica|Trigonometria}}, la più sugosa, la più chiara e la meglio esemplificata di quante fin’allora avessero veduta la luce, che recò tanto comodo agli Astronomi nella pratica, e che riuscì tanto facile ai principianti, ed ai Piloti, anche li meno addottrinati. Lo zelo di ravvivare la gloria, e lo studio della nazione verso una Scienza, di cui debbono singolarmente giovarsi la Geografia, e la Nautica, lo indussero a pubblicare nel 1782 un<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||o( XXVII )o|}}</noinclude>opuscolo degli studj Veneti in queste tre facoltà, in cui inserì ancora un’antica regola di navigare praticata dai Veneziani, cosa assai curiosa;<ref>Fu cavata da un vecchio manoscritto di marina contenente un lungo Portulano scritto nel dialetto vernacolo d’allora. La regola suddetta vi è intitolata ''Rason del marrologio, o sia regola di navigar a mente.''</ref> nè molto dopo in segnò il metodo di determinare le longitudini mediante l’osservazione del passaggio della Luna pel Meridiano, per cui dall’Inglese Collegio delle Longitudini riportò non solo lode grandissima, ma anche il dono di varie opere di questo genere. Era egli fin d’allora aggregato all’Accademia delle Scienze di quell’illustre Nazione, a cui nell’anno stesso della sua aggregazione mandò in testimonianza di sua gratitudine la dissertazione ''de Aestu reciproco maris Adriatici'', che fu stampata nelle Transazioni Filosofiche dell’anno 1776. Mantenne ancora un commercio d’osservazioni col celebre astronomo {{Wl|Q450757|Maskelyne}}, il che gli fu occasione d’un grande avanzamento nella Scienza del Cielo. Poichè tra gli innumerabili fenomeni, che questo presenta, meritano speciale attenzione gli Ecclissi {{Pt|So-|}}<noinclude>{{Rule}}
<references /></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||o( XXVIII )o|}}</noinclude>{{Pt|lari,|Solari,}} come quelli che conducono a perfezionare la teoria del Sole, e della Luna, di somma importanza non solo per l’Astronomia, ma ancora per la Geografia e per la Nautica: espose in un primo schediasma un suo metodo per calcolarli con accuratezza, in un secondo un metodo meno esatto, ma breve, facile, e spedito ad uso di quelli, che non cercano se non se l’ore, e le grandezze degli Ecclissi, ed in un terzo rendè conto dell’osservazione da se fatta del passaggio di Mercurio sopra il Disco del Sole, con indicare una facil maniera d’assegnare i luoghi, ne’ quali possono vedersi i passaggi sì di quel Pianeta, come di Venere, ed altri simili fenomeni. Questi tre Schediasmi gl’indirizzò al suo rinomato amico {{Wl|Q601082|Anton Cagnoli}}, dalla presidenza di cui or tanto lustro ne deriva alla nostra Società Italica. Anche un bel soggetto di Studio Astronomico gli somministrò l’eruditissimo Cardinal {{Wl|Q1379495|Borgia}}, alle mani del quale essendo pervenuto un Globo Celeste Cufico, che domandava un sagace illustratore, lo cercò nel Toaldo, che facilmente soddisfece al desiderio di lui con due lettere piene d’erudizione indirizzate al dottissimo Monsignore {{Wl|Q711607|Simone Assemani}}.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||o( XXIX )o|}}</noinclude>{{Nop}}
Si pensò intanto dal Senato Veneto di fondare in Padova una nuova Accademia delle Scienze, Lettere, ed Arti, a cui fu subito aggregato il Toaldo, e posto nel ruolo de’ 24 pensionarj, colla fondata speranza ch’egli avrebbe contribuito alle glorie della medesima. Dopo un breve viaggio fatto per la Lombardia, pel Piemonte, e Genovesato, ritornato alle sue studiose occupazioni, non ebbe maggior premura, che di servire all’Accademia, e di somministrarle materia, onde arricchire i Volumi dei suoi Atti. Trovansi in fatti di proprietà di lui nel primo Volume la descrizione di un’insigne Aurora Boreale, osservata in Padova nel 29 di Febbrajo dell’anno 1780, con un Catalogo d’Aurore Boreali de’ tempi Romani, la determinazione della Longitudine Geografica dell’Osservatorio di quella Città, in rapporto a quello di Parigi: nel secondo una Memoria delle qualità Fisiche delle Plaghe; fondate su molte osservazioni del Termometro e dell’Igrometro, e sui vegetabili trovati in esse: nel terzo le Riflessioni sopra i colpi di Fulmine, e l’Investigazione del calore di più luoghi dell’Italia da gradi 41 di latitudine fino ai gradi 47: nel quarto finalmente una {{Pt|Memo-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||o( XXX )o|}}</noinclude>{{Pt|ria|Memoria}} del passaggio di Annibale per l’Appenino, e della sua marcia per la Toscana; e la relazione di una bella, e gran fiamma Volante, o sia di un Globo di fuoco, osservato in Padova, ed in altri luoghi il dì 11 di Settembre dell’anno 1784 con riflessioni sulla natura di questi fuochi: ed in tutti, e quattro i detti Volumi le Osservazioni Astronomiche, e Meteorologiche fatte in compagnia del suo dotto, e diligente Aggiunto. Oltre queste Memorie altre ne depositò nel seno dell’Accademia, che aspettano la pubblica luce, e tra esse si distinguono quelle sopra i viaggi di {{Wl|Q6101|Marco Polo}} antico geografo Veneziano, della vera epoca della gran Muraglia della China; l’illustrazione del {{TestoCitato|Timeo}} di {{Wl|Q859|Platone}} ricordata di sopra, e la spiegazione dell’antico Fenomeno osservato dagli Olandesi nel mar Glaciale, della comparsa del Sole molti giorni prima che si potesse vedere a quella latitudine. Meritò altresì i suffragi dell’Accademia quel suo metodo facile di descrivere gli Orologj Solari, che è un trattato di Gnomonica pubblicato l’Anno 1789 con Tavole e Figure; e se si pentì d’aver di mostrata l’utilità dell’Orologio Oltramontano, e di averne ottenuta dal Governo<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||o( XXXI )o|}}</noinclude>l’introduzione in Padova, ciò dee unicamente attribuirsi alla confusione che vide generata nel popolo, a cui sopra tutto in ogni suo studio, ed in ogni sua opera voleva servire.
Questo zelo di popolare utilità lo chiamò a quella Scienza di nuovo creata dai moderni Matematici, a cui è stato dato il nome di Arimmetica Politica. Il celebratissimo {{Wl|Q1545263|Padre Fontana}}, Professor di Pavia, nella traduzione del ''Trattato del sign. {{Wl|Q200397|di Moivre}} sopra le Rendite annuali, le Vite, e i Vitalizj'', oltre le dottissime illustrazioni aggiuntevi presenta un Catalogo ben lungo degli Autori, che in ogni lingua hanno scritto su di questa materia. L’Italia non ha prodotto quasi nulla fuori di questo libro: le Tavole stesse inserite nel medesimo sono Oltramontane. A supplire questa mancanza di Tavole Italiane, per quella parte almeno che appartiene alla Marca Trivigiana, indirizzò le sue cure il Toaldo, e ne aveva formato il pensiero fin dal tempo, che reggeva la Pieve di Montegalda. Lo abbandonò distratto da altre occupazioni, lo riassunse, eccitato ancora, come ei dice, dall’età senile, che facilmente inspira dei pensieri sopra la serie {{Pt|convergentis-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||o( XXXII )o|}}</noinclude>{{Pt|sima|convergentissima}} della vita umana. Le chiamò {{TestoAssente|Tavole di Vitalità}}, come quelle che rappresentano l’andamento comune della vita in quella Provincia: andamento, come per avventura può sembrare a tal uno, non già casuale. Imperocchè esaminando la massa s’incontra un ordine sorprendente della Provvidenza, ed una regolarità quasi Geometrica, mancando successivamente un dato numero di nati con quell’ordine quasi preciso, con cui si vuota un vaso cilindrico pien d’acqua, al quale si apre un foro nell’estremità, che in principio esce precipitosamente, poi per gradi più lentamente. Il lavoro di queste Tavole, benchè piccolo di mole, fu il frutto di un lungo studio, e di una sofferenza veramente Filosofica, ed aveva egli raccolti molti altri spoglj di Battesimi, di Matrimonj, e di Morti, sui quali meditava di fare delle utili speculazioni di Fisica, di Medicina, e di Politica. Se si esamina con diligenza e con giudizio tutto ciò che si trova sparso nelle molte opere di lui, si comprenderà chiaramente, che non ebbe altro scopo se non se di servire alla comune società, perchè si avvicinò molto alla perfezione di quel carattere, che rarissime volte s’incontra, e che risulta dall’unione {{Pt|del-|}}<noinclude>{{A destra|le|1em}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||o( XXXIII )o|}}</noinclude>{{Pt|le|delle}} qualità del cuore le più oneste, e le più benefiche, delle cognizioni dell’intelletto le più ample, e le più estese.
Niuno pertanto potè negargli la lode di essere stato uno degli uomini i più utili, i più virtuosi, e direm’anche i più amabili dell’età sua. A quanti non giovò procurando sovvenzioni, impieghi, servigj, cariche, onori? Chiunque se gli raccomandava era sicuro di trovare affettuosa assistenza, e preveniva ei medesimo la domanda, ove conosceva il bisogno. I buoni consigli, le direzioni negli affari, le consolazioni nelle afflizioni, il sovvenimento nell’indigenza erano da lui accordati in ogni tempo, ed a tutti. Insigne propagatore della benevolenza, e dell’amicizia tra suoi conoscenti, officioso, dolce, compiacente e scherzevole nella conversazione, ma però sempre lontano dall’adulazione, come dalla derisione e dalla maldicenza; giustissimo in tutte le azioni, liberale de’ suoi lumi, perchè credeva di non posseder nulla di proprio, meritò l’amore, e la stima di tutti. Non vi era classe di persone, con cui indistintamente non trattasse, dotti, ignoranti, buoni, cattivi, ed anche viziosi; uomini di sane, e di perverse massime, onde chi ben<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||o( XXXIV )o|}}</noinclude>non lo conosceva, poteva sospettare che approvasse gli altrui errori; ma il fine suo era di giovare anche per questo mezzo alla Società, cercando se era possibile di ricondurre i traviati nella diritta via con delicate insinuazioni, con istoriette, collo scherzo, co’ detti vivaci, ma però sempre mostrando quel suo nobile, ed original sentimento, che il sommo delle virtù umane si riduce al dir sempre la verità, ed al far bene altrui. Sapeva ancora conversare coi grandi, e piacere onestamente alle donne. Sarà sempre memorabile una conversazione, in cui si radunava tutto il fiore delle persone di varj ordini, e di cui il Toaldo era l’anima, e la delizia, e che si sciolse per la morte d’una virtuosa impareggiabile donna, che cortesissimamente l’accoglieva nella sua casa. Ed avvegnachè mal soffriva, di vedere alcuni giovani abbandonar la propria provincia, copiosa di tutti i beni, che possono servire ai comodi della vita, ed al coltivamento d’ogni arte, e d’ogni scienza, per andare in cerca di pellegrine merci, colla pubblicazione d’una sua Opera procurò, o di distornarli, o al meno di dar loro degli utili insegnamenti, onde guardarsi da molti errori, e da certi<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||o( XXXV )o|}}</noinclude>pericoli. Attribuiva con ragione la maggior parte delle pubbliche calamità all’essersi da’ paesi stranieri a noi trasportato il lusso, ed il viver molle, ed in quel libretto appunto, che intitolò ''{{TestoAssente|Confronto delle stagioni coi principali prodotti della Campagna}}'', provò niun altra cagione potersi più giustamente addurre del deterioramento dell’Agricoltura, che l’abbandono della vita sobria, attiva, e rusticale de’ Padri nostri, per sostituirvi la lussuriosa, l’inerte, e la cittadinesca, ed altre costumanze,
{{Centrato|''{{TestoCitato|Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta)/La gola e 'l somno et l'otïose piume|ch’hanno dal mondo ogni virtù sbandita}}''.}}
Se molte persone vi sono, che mentre si sforzano di vedere le cose avvenire, le presenti non veggono, questo certamente non intervenne al nostro Toaldo, che ricco di quella scienza che appartiene ai costumi, ed al viver civile, seppe con giusta bilancia pesare gli errori degli uomini, e calcolare i tristi effetti che ne derivano. Non deesi finalmente tacere, che insignito l’anno 1766 della Propositura della Trinità<ref name="p44">La Chiesa di questa Propositura una volta era fuori della Città, ma distrutta per l’assedio di Massimiliano,</ref> in {{Pt|Pado-|}}<noinclude>{{Rule}}
<references /></noinclude>
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do
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cap[15].nome="Lirica (Ariosto)/Sonetti/VII. - Una corona di ginepro è il premio..."
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cap[18].nome="Lirica (Ariosto)/Sonetti/X. - Neppur la chioma di lei è in grado..."
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cap[19].nome="Lirica (Ariosto)/Sonetti/XI. - La morte soltanto dovrá provare il..."
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cap[20].nome="Lirica (Ariosto)/Sonetti/XII. - Fu proprio lui la vittima d'Amore?"
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cap[21].nome="Lirica (Ariosto)/Sonetti/XIII. - È contento del carcere soave,..."
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cap[22].nome="Lirica (Ariosto)/Sonetti/XIV. - Della sua donna è superiore la..."
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cap[23].nome="Lirica (Ariosto)/Sonetti/XV. - Esalterá di lei solo le doti..."
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cap[24].nome="Lirica (Ariosto)/Sonetti/XVI. - Non è colpa sua se non può..."
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cap[25].nome="Lirica (Ariosto)/Sonetti/XVII. - Gli occhi di lei lo inebriano di..."
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cap[26].nome="Lirica (Ariosto)/Sonetti/XVIII. - S'è turbata tanto per la morte..."
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cap[27].nome="Lirica (Ariosto)/Sonetti/XIX. - Troppo breve visita"
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cap[28].nome="Lirica (Ariosto)/Sonetti/XX. - All'apparir della sua donna il..."
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cap[29].nome="Lirica (Ariosto)/Sonetti/XXI - Rivede il luogo del suo..."
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cap[30].nome="Lirica (Ariosto)/Sonetti/XXII. - Sará degnato da lei perché..."
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cap[31].nome="Lirica (Ariosto)/Sonetti/XXIII. - A Dio, perché lo sottragga,..."
cap[31].titolo="XXIII. - A Dio, perché lo sottragga,..."
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cap[32].nome="Lirica (Ariosto)/Sonetti/XXIV. - Eterno sará il tormento che gli..."
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cap[33].nome="Lirica (Ariosto)/Sonetti/XXV. - Mirabili le bellezze di lei, piú..."
cap[33].titolo="XXV. - Mirabili le bellezze di lei, piú..."
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cap[34].nome="Lirica (Ariosto)/Sonetti/XXVI. - Da lui ella dovrebbe prendere..."
cap[34].titolo="XXVI. - Da lui ella dovrebbe prendere..."
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cap[35].nome="Lirica (Ariosto)/Sonetti/XXVII. - Lamenta la perdita della chioma..."
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cap[36].nome="Lirica (Ariosto)/Sonetti/XXVIII. - Dove riporre la chioma..."
cap[36].titolo="XXVIII. - Dove riporre la chioma..."
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cap[37].nome="Lirica (Ariosto)/Sonetti/XXIX. - Al ricordo della chioma recisa,..."
cap[37].titolo="XXIX. - Al ricordo della chioma recisa,..."
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cap[187].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/I. - Il laccio, il ceppo, il fuoco si contendono la vita del Cosmico"
cap[187].titolo="I. - Il laccio, il ceppo, il fuoco si contendono la vita del Cosmico"
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cap[188].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/II. - Morrá impiccato perché è un ladro"
cap[188].titolo="II. - Morrá impiccato perché è un ladro"
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cap[189].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/III. - Invecchia, ma i vizi non scemano. Che festa al suo arrivo fará Caronte!"
cap[189].titolo="III. - Invecchia, ma i vizi non scemano. Che festa al suo arrivo fará Caronte!"
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cap[190].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/IV. - Lasci stare Dante, che non ne capisce niente!"
cap[190].titolo="IV. - Lasci stare Dante, che non ne capisce niente!"
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cap[191].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/V. - Una bolgia infernale per lui non è bastante"
cap[191].titolo="V. - Una bolgia infernale per lui non è bastante"
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cap[192].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/VI. - Primo tra i poeti? Si contenti d'essere primo tra gli scellerati"
cap[192].titolo="VI. - Primo tra i poeti? Si contenti d'essere primo tra gli scellerati"
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cap[193].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/VII. - Altro che corona di lauro! Avrá una mitra"
cap[193].titolo="VII. - Altro che corona di lauro! Avrá una mitra"
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cap[194]={}
cap[194].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/VIII. - Lo difende? Passa per uno scellerato? Sta zitto? L'offende"
cap[194].titolo="VIII. - Lo difende? Passa per uno scellerato? Sta zitto? L'offende"
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cap[195]={}
cap[195].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/IX. - Badi bene, che non potrá più uscire né di giorno né di notte"
cap[195].titolo="IX. - Badi bene, che non potrá più uscire né di giorno né di notte"
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cap[196]={}
cap[196].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/X. - Dove fugge? Tutti sanno i suoi vizi"
cap[196].titolo="X. - Dove fugge? Tutti sanno i suoi vizi"
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cap[197]={}
cap[197].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XI. - Pensa di farsi un nome nuovo? Ma non vede che sta per morire?"
cap[197].titolo="XI. - Pensa di farsi un nome nuovo? Ma non vede che sta per morire?"
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cap[198]={}
cap[198].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XII. - Attenti, sacrestani; che c'è un ladro che ruba perfino Cristo"
cap[198].titolo="XII. - Attenti, sacrestani; che c'è un ladro che ruba perfino Cristo"
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cap[199]={}
cap[199].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XIII. - Ercole, libera Ferrara da tal mostro di natura!"
cap[199].titolo="XIII. - Ercole, libera Ferrara da tal mostro di natura!"
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cap[200]={}
cap[200].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XIV. - È pronta la giostra. Ma «tu sei bestia da pigliar col lazzo»"
cap[200].titolo="XIV. - È pronta la giostra. Ma «tu sei bestia da pigliar col lazzo»"
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cap[201].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XV. - Se la mia poesia non è perfetta, è solo perché «canta d'un uom troppo vile»"
cap[201].titolo="XV. - Se la mia poesia non è perfetta, è solo perché «canta d'un uom troppo vile»"
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cap[202].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XVI. - Ha cambiato nome per celare tutti i suoi malefici"
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cap[203].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XVII. - Sa chi scrive, nonostante che scriva senza nome"
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cap[204].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XVIII. - Non creda che abbia finito di dire tutte le sue magagne"
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cap[205].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XIX. - Vuole impiccarsi per disperazione? Ebbene, stará zitto..."
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cap[206].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XX. - Ti manderò una copia a stampa dei miei sonetti"
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cap[207].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XXI. - Gli spiace, lo so, che parli male di lui, ma piace a tanti!"
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cap[208].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XXII. - Per farlo vergognare descrivo le sue magagne; ma lui invece se ne compiace"
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cap[209].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/In cosmicum patavinum carmina maledica/XXIII. - Smette di scrivere contro di lui perché è troppo lunga impresa"
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cap[211].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Sonetti varii/I. - Conviene che io perda il mio tempo in un amore cosí infruttuoso?"
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cap[212].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Sonetti varii/II. - Contento son che 'l cor m'abbiate tolto"
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cap[213].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Sonetti varii/III. - Speme e Timore in lotta «per un'alma gentil»"
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cap[214].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Sonetti varii/IV. - In aspra lotta Ragione e Senso «per cagion d'Amore»"
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cap[215].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Sonetti varii/V. - Amor, mostro crudel, quanto male puoi fare!"
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cap[217].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Madrigali/I. - L'amore per voi mi consuma a poco a..."
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cap[218].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Madrigali/II. - Quanto dolor per voi ne l'alma..."
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cap[219].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Madrigali/III. - Vi veda o non vi veda, mi sento..."
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cap[221].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Madrigali/V. - Che posso sperare?"
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cap[222].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Madrigali/VI. - Con quanta pena m'allontano da voi!"
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cap[224].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Capitoli/I. - Come cantare l'alta beltade e..."
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cap[225].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Capitoli/II. - Desideroso di conformarsi ai..."
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cap[226].nome="Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Capitoli/III. - Prologo del Formione di..."
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||161}}</noinclude>ben fanno. Senza porre in forse l’esistenza dell’altro mondo, eglino governano loro soggetti come se nulla cosa fosse di là del sepolcro. Si studiano di procacciar loro ogni benessere che puossi gustare quaggiù, e sudano per render l’uomo men rimoto da perfezione, vivendo nel materiale inviluppo corporeo. Noi li considereremmo sguaiati, a dir poco, se volessero assegnarci la parte di Giobbe sul letame mostrandoci a dito le beatitudini eterne.
Ma ricordivi che Imperatori e Re sono sovrani laici, ammogliati, padri di famiglia, interessati all’educazione dei fanciulli ed all’avvenire delle nazioni. Un buon Papa, al contrario, non ha altro interesse che guadagnare il cielo e rimorchiarvi 130 milioni d’uomini. I suoi sudditi pertanto gettan via ranno e sapone domandandogli con tanta perseveranza i temporali vantaggi, che i nostri Principi offronci spontaneamente. Bene è vero che le scuole popolari sono come le mosche bianche; che lo Stato né pensa a moltiplicarle, nè a sovvenirle; che tutto è sulle spalle delle comuni, e che spesso il ministro stenua cotesto capo del bilancio municipale, per intascarsi ogni più. Vero é pure che insegnamento secondario non esiste che di nome fuori de’ seminarii, e che un padrefamiglia, se vuole che i figli apparino quattro acche di là del catechismo, ha a spedirli in Piemonte: ma, bisogna dire in lode del Papa, che numerosi, ben dotati, bene arredati, e provvisti di quanto occorre a formare preti {{Pt|me-}}<noinclude><references/></noinclude>
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Ma ricordivi che Imperatori e Re sono sovrani laici, ammogliati, padri di famiglia, interessati all’educazione dei fanciulli ed all’avvenire delle nazioni. Un buon Papa, al contrario, non ha altro interesse che guadagnare il cielo e rimorchiarvi 130 milioni d’uomini. I suoi sudditi pertanto gettan via ranno e sapone domandandogli con tanta perseveranza i temporali vantaggi, che i nostri Principi offronci spontaneamente. Bene è vero che le scuole popolari sono come le mosche bianche; che lo Stato nè pensa a moltiplicarle, nè a sovvenirle; che tutto è sulle spalle delle comuni, e che spesso il ministro stenua cotesto capo del bilancio municipale, per intascarsi ogni più. Vero è pure che insegnamento secondario non esiste che di nome fuori de’ seminarii, e che un padrefamiglia, se vuole che i figli apparino quattro acche di là del catechismo, ha a spedirli in Piemonte: ma, bisogna dire in lode del Papa, che numerosi, ben dotati, bene arredati, e provvisti di quanto occorre a formare preti {{Pt|me-}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|162||}}</noinclude>{{Pt|diocri|mediocri}}, sono i seminarii. I conventi si brigano dell’educazione dei fratini, loro insegnando dalla più tenera età a imbacuccarsi nel cappuccio, a reggere una candela, a bassar gli occhi, a belare in latino. È da vedere la processione del ''Corpusdomini'' per ammirare provvidenza della Chiesa! Tutti i conventi sfilano un dopo l’altro, e ciascuno ha nelle prime file un vivaio di fantolini ben rasi. I loro occhietti ardenti d’intelligenza, le belle ed aperte loro figure fanno maraviglioso contrasto con quelle impietrite e contorte de’ loro superiori. Con un colpo d’occhio avete cosi le frutta ed i fiori della vita monastica, il presente e l’avvenire; nè potete ammeno di riflettere che, senza un miracolo, cotesti piccoli cherubini saranno ben tosto cangiati in mummie, ma, ad un bel bisogno, vi consolate della brutta metamorfosi, pensando che la salvezza loro è assicurata.
Tutti i sudditi del Papa sarebbero certi d’andar salvi, se tutti potessero entrare nei monasteri, comecchè il mondo finirebbe troppo presto. Il Papa fa ogni suo meglio per avvicinarli alla perfezion monastica ed ecclesiastica. Gli scolari vengono mascherati da preti, e si imbavagliano i trapassati con tonache di religiosi. I Fratelli della Dottrina cristiana sono sembrati pericolosi, perchè davano ai loro bimbi caschetto, tunica e cinturino: il Papa ha loro vietato avere scuole pe’ Romani. I Bolognesi (di là degli Apennini) fondarono, a loro spesa, sale di asilo sotto direzione d’istitutrici secolari: la cheresia ha<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||163}}</noinclude>fatto ogni possibile per tôrre di mezzo cotesto abuso.
Non vi è una legge, un regolamento, un atto, una parola venuta da alto che non abbia di mira l’edificazione del popolo, e che non lo spinga verso il cielo.
Entrate una chiesa: si predica. Un frate, collocato sopra un pulpito improvvisato, taglia a tondo l’aria colle braccia e diserta dommaticamente e furiosamente sull’immacolata Concezione, sul digiuno della quaresima, sul magro del venerdi, sulla Trinità, sulla particolar natura del fuoco infernale. «Pensate, fratelli miei, che se il fuoco terrestre, fuoco creato da Dio pe’ vostri bisogni, vi cagiona si fiero dolore al più piccolo contatto; che sarà la fiamma dell’inferno, creata a bella posta per punire i peccatori; quanto più cocente, più aspra, più furiosa? Questa fiamma che divora senza consumare, ecc.» Ma vo’ sparagnarvi il resto. I nostri sacri oratori predicano invece alle mogli la fedeltà, agli uomini probità, docilità ai fanciulli. Ei pongonsi a livello di un uditorio laico, e spargono, secondo loro facoltà, seme di virtù sulla terra. L’eloquenza romana ha in tasca le virtù, il mondo e simili: ella aggraffa pel ciuffo il suo uditore, e ponlo nella callaia della divozione che mena dritto al cielo: e opera da maestra.
Aprite un libro divoto: eccovi costì la vita di santa Giacinta, posata sul tavolo di lavoro di una giovinetta. Un ago da calzette fra due pagine ne avverte del luogo in che la lettrice si è arrestata al mattino.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|164||}}</noinclude>
«{{Sc|Capitolo}} V. — ''Ella dispogliasi di ogni affezione naturale pe’ suoi parenti.''
«Avendo saputo dal Redentore stesso che non si debbono amare i parenti più di Dio, e sentendosi naturalmente sospinta ad amare i suoi, temette che tale amore, sebbene naturale, se avesse messo radici e fosse cresciuto nel suo cuore, avrebbe col tempo sorpassato o impedito l’amore che doveva a Dio e resala indegna di lui. Ella prese la risoluzione generosa di spogliarsi di ogni affezione per le persone del suo sangue.
«Determinata a vincersi in questa coraggiosa risoluzione e a trionfare della stessa natura che resisteva; animata potentemente da un’altra parola di Cristo, che dice che per andare a lui bisogna odiare i nostri parenti, qualora l’amor che abbiamo per essi ne chiude il cammino; ella se n’andò a fare un grande atto di rinuncia innanzi all’altare del santissimo Sacramento. Là, caduta in ginocchio, ed ardente di gran fiamma di carità per Dio, gli fece l’offerta di tutte le naturali affezioni del suo cuore, e particolarmente di quelle che più forti sentiva in sè verso i suoi parenti a lei più prossimi e più cari. Ella fece intervenire in questa eroica azione la santissima Vergine, siccome scorgesi da una lettera di sua mano ad un prete regolare, promettendo, coll’aiuto della Santa Vergine, di non attaccarsi più nè a’ suoi parenti, nè ad alcuna altra cosa terrestre. Questa rinuncia fu così fortemente coraggiosa e sincera, che da quell’istante i suoi fratelli,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||165}}</noinclude>sorelle, nipoti e tutte le persone del suo sangue divennero l’oggetto della sua indifferenza, considerandosi oramai quale orfana e sola sulla terra, al punto di vedere i suddetti e di loro parlare, quando andavano a visitarla al monastero, come se fosse stata
con gente straniera e sconosciuta.
«Erasi formata nel Paradiso una famiglia tutta spirituale scelta fra i Santi che avevano più peccato. Suo padre era santo Agostino; sua madre, santa Maria Egiziaca; suo fratello san Guglielmo l’eremita, ex-duca d’Aquitania; sua sorella santa Margherita da Cortona; suo zio il principe degli Apostoli san Pietro; i suoi nipotini i tre fanciulli della fornace di Babilonia.»
Crederete, per avventura, che il libro sia cosa da Medio-Evo; che rechi l’opinione di una mente balzana che delira nel chiostro? Non v’apponete. Eccovi qui titolo, data ed opinioni di gente che governa Roma.
''Vita della Vergine Santa Giacinta Marescotti, religiosa professa del Terzo Ordine del Serafico Padre S. Francesco, scritta dal padre'' {{Sc|Flaminio Maria Annibale}} ''da Latera, frate Osservante dell’ordine de’ Minori.'' {{Sc|Roma}} 1805, ''presso Antonio Fulgoni, con licenza dei Superiori.''
«Approvazione. Il libro è a gloria ed onore della Religione cattolica, e dell’illustre Ordine di S. Francesco, e a profitto spirituale delle persone che desiderano entrare nella via della perfezione.
«''Fra'' {{Sc|Tommaso Mancini}}, ''dell’Ord. de’ Pred., Maestro, ex-Provinc. e Consultore de’ Sacri Riti.''
::::« ''Permesso di stampare''<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||166}}</noinclude>
«''F.'' {{Sc|Tommaso Vincenzo Pani}} ''dell’Ord. de’ Pred., Maestro del S. Pal. Apost.''»
Eccovi una donna, uno scrittore, un censore ed un maestro del sacro palazzo che strangolano il genere umano per porlo più avacciatamente in Paradiso; e fanno lor mestiere.
Volete uscire per poco nella via pubblica? Alquanti uomini d’ogni risma s’infangano le ginocchia innanzi ad un’immagine della Madonna dipinta sur un muro, e con voce nasale ne, cantano le lodi. Un’altra brigatella sopravviene cantarellando inni in onor di Maria. Voi credereste che, dando sfogo a divota ispirazione, onorino la Vergine, e procaccino aiuto per la loro salvezza? Anch’io così pensai: mi disser poi che avevano trenta bajocchi al giorno per edificar la gente. E questa commedia a pien sereno è pagata dal Governo: egli fa suo mestiere.
Le vie ed i sentieri sono popolati di mendici. In paese laico il Governo soccorre i poverelli a domicilio o raccoglieli negli ospizii: ma non consente che ingombrino cosi vie, ed assordino di pietosi lai il passaggero. Nel paese de’ cherici si pensa dall’un canto, che la povertà è cara a Dio, dall’altro, che la limosina è opera pia. Il perchè se potesse il Papa ottenere che metà de’ suoi sudditi protendesse le mani e l’altra metà, vi ponesse un baiocco, egli avrebbe procurata la salvezza del suo popolo. La mendicità che i monarchi laici guariscono come piaga, è coltivata come fiore dal governo pretesco. Date qualche cosa al finto zoppo che si {{Pt|tra-}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||167}}</noinclude>{{Pt|scina|trascina}}; a cotesto monco di contrabbando; date massimamente a quel povero cieco menato da suo padre. Un medico di mia conoscenza gli proponeva, per rendergli la vista, l’operazione della cateratta: il padre si diè a gridare, e a tutto potere si oppose alla perdita del suo poderetto. Date al figliuolo nella scodella del padre; il Papa vi aprirà il Paradiso di cui ha le chiavi.
I Romani difficilmente si lasciano uccellare dai loro mendici, e sono troppo avveduti per cadere nelle gherminelle della miseria. Nullameno pongono mano in tasca, questi per dappocaggine e rispetto umano, quegli per ostentazione, altri par acquistarsi il Paradiso. E se ne dubitate, fate per vostra istruzione una prova che mi è riuscita a capello. Una sera, tra le nove e dieci ore, ho mendicato in tutta la lunghezza del Corso, senza aver preso abbigliamento di povero, ma vestito come si è a Parigi sui baluardi. Frattanto, dalla piazza del Popolo fino al Palazzo di Venezia, ho ''fatto'' 63 baiocchi, che sono L. 3,35. Se volessi ripetere a Parigi cotesta baia, i sergenti della città farebbero loro dovere e mi condurrebbero al ''posto''. Ma il governo papale incoraggia la mendicità con la protezione de’ suoi impiegati e la consiglia con l’esempio de’ frati: ei fa suo mestiere.
La prostituzione fiorisce a Roma e in tutte le maggiori città dello Stato. La polizia è troppo paterna per interdire le consolazioni carnali a tre milioni, di cui cinquanta o sessantamila han fatto voto di celibato. Ma quanto<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|168||}}</noinclude>è pel vizio indulgente, altrettanto inseverisce contro lo scandalo. Non accorda alle donne alquanta leggerezza nell’esterior condotta se non sotto la salvaguardia del marito; stendendo cosi il mantello di Jafet sopra i vizi dei Romani, affinchè le voluttà di una nazione non arrechino scandalo alle altre; e anzichè confessare il mal che esiste, lascialo libero di sè senza sorveglianza: gli Stati laici hanno l’apparenza di sanzionare la prostituzione nel sottoporla a leggi. Ma la polizia clericale non ignora che il nobile e volontario suo accecamento espone ad inevitabili pericoli la salute del popolo. Ed ella sorride di sottecchi, pensando che i fornicatori saranno puniti per dove peccarono.
Ella fa suo mestiere.
Non è solo nell’interesse fiscale che i Papi conservano presso loro l’istituzione del lotto. I laici che ne governano hannola da lunga pezza abolita, perchè in uno Stato bene ordinato, ove a tutto s’aggiunge col lavoro, necessita istruire il popolo a calcolare unicamente sul lavoro. Nel regno della Chiesa, ove l’attività vi mena ad un bel nulla, il lotto riesce non pure una consolazione pel povero; ma fa parte integrante della pubblica educazione. Abitua, di vero, le genti alla credenza nei miracoli mostrando i pezzenti arricchiti dalle fatagioni. La moltiplicazione dei pani nel deserto non aveva nulla di più soprannaturale della metamorfosi dei venti baiocchi in seimila lire. Un buon terno è come un regalo di Dio, è oro piovuto<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||169}}</noinclude>dal cielo. Il popolo sa che non vi ha forza umana che possa fare uscir dal bossolo tre numeri a sua posta, e perciò si affida alla bontà divina. Rivolgesi ai cappuccini per avere buoni numeri; si esercita con novene, chiama umilmente l’ispirazione dal Cielo prima di porsi in letto; poi vede sognando la Madonna tutta screziata di cifere. Desso paga più messe alla Chiesa, offre danaio al prete perchè ponga sotto il calice, durante la consecrazione, tre numeri. Cosi le cortigiane di Luigi XIV si collocavano sul suo passaggio per ottenere uno sguardo dal re ed un favore. L’estrazione del lotto è pubblica, come appo noi le lezioni del collegio di Francia; e di vero, è una salutar lezione. I vincitori apparano a lodar Dio nelle munificenze sue; i perdenti sono puniti dell’avere agognato a temporali dovizie: grand’utile per tutti, massime pel Governo, il quale, non tenuto calcolo della soddisfazione d’avere adempiuto al dover suo, vi profitta ogni anno due milioni.
E cosi, i sacri istitutori della nazione tutti loro doveri eseguono sì verso Dio, che verso quella: ma non puossi asserire ch’eglino poi conducano bene gli uni e gli altri.
«S’incontra il suo destino sovente sulla via che battevasi per evitarlo:» {{AutoreCitato|Jean de La Fontaine|La Fontaine}} lo disse, il Papa lo chiarisce. Malgrado le tante cure per l’educazione religiosa, sermoni, buoni libri, spettacoli edificanti, ''lotto'' ed altri fior di roba, la fede sen va a gran passi. Lo aspetto esteriore del paese non {{Pt|la-}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|170||}}</noinclude>{{Pt|scia|lascia}} veder nulla, avvegnachè la temenza dello scandalo sia infiltrata nei costumi; ma il diavolo vi fa ingordi guadagni. Fors’anche i cittadini sono tanto più avversi alla religione, in quanto ch’ella domina su di essi. Nostro nemico è sempre il padron nostro; e Dio stesso, sendo troppo assoluto padrone di cotestoro, viene ad esserne stimato nemico. Lo spirito di opposizione si nomina ateismo, lorchè le ''Tuileries'' s’addimandano il ''Vaticano''. Un ragazzaccio di Rimini, che in vettura menavami a San Marino, proferì a tal proposito cosa che m’è rimasta fisa in mente: «Dio? (dissemi): se ve n’è uno, gli è un prete come gli altri.»
Lettore, meditate la buffoneria, cui quando rifletto con calma, ed esamino da vicino, rimango compreso d’orrore, in quel modo che dappresso alle fessure del Vesuvio, che lasciano intravedere il baratro.
Dubito del miglior senno del mondo che il potere temporale abbia condotto a modo e a verso tanto i proprii interessi, che quelli di Dio. La deputazione di Roma, nel 1849, era rossa: ella nominò {{AutoreCitato|Giuseppe Mazzini|Mazzini}}: ella tuttora il rimpiange nel basso del ''Rione Regola'', appo le fangose sponde del Tevere, ove le società secrete spesseggiano oggidì, come i moscherini alle rive del Nilo.
Se al filosofo {{AutoreIgnoto|Gavarni}} si schierassero innanzi cotesti miserabili frutti d’educazione-modello, probabilmente sclamerebbe: «Educate adunque le nazioni, affinchè elleno vi manchino di rispetto!»<section end="s16" /><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||171}}</noinclude>
{{Ct|f=120%|v=2|CAPITOLO XVIII}}
{{ct|v=2|Perchè il Papa non possa aver soldati.}}
Visitai un prelato romano, notissimo pel suo impegno nel favorire gl’interessi della Chiesa, il poter temporale de’ Papi e l’augusta persona del santo Padre.
Entrato in discorso secolui, trovailo leggendo le ''bozze'' di grosso volume intitolato: ''Amministrazione dei corpi delle truppe;'' ei, gettata la penna, come uomo sfiduciato, mi fe’ osservare le due epigrafi seguenti, che aveva scritto di sua mano sulla prima pagina del libro:
{{blocco a destra|style=font-size:90%|larghezza=66%|«Ogni Stato indipendente deve bastare a sé stesso, ed accertare l’interna sua sicurezza con sue proprie forze.»
{{a destra|Conte Di {{Sc|Rayneval}}.{{gap|1em}}<br/>
''Nota del 14 maggio 1856.''}}
«Le truppe del Papa saranno sempre truppe del Papa. Che cosa sono guerrieri che in lor vita non hanno mai guerreggiato?»
{{a destra|{{Sc|De Brosses.}}|1em}}}}
Mi diè spazio a meditare coteste scoraggianti sentenze, poi mi disse: «Voi non siete in Roma da lunga pezza, e perciò le impressioni ricevute, sendo vergini e recenti, hanno ad essere anche giuste. Che vi par egli de’ nostri Romani? I discendenti di Mario sarebbero una razza scema di coraggio e timida nell’affrontare il periglio? Se fosse vero che la nazione nulla serbasse del patrimonio redato, neppure il coraggio fisico, a niente approderebbero i nostri conati, ed i Papi si rimarrebbero per sempre disarmati nanti i loro nemici: nè altra scappatoia troverebbero<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|172||13}}</noinclude>che trincerarsi dietro il coraggio prezzolato di svizzera guarnigione, o la protezione rispettosa di una grande potenza cattolica. Ad ogni modo, dove l’indipendenza? dove la sovranità?
— Monsignore (risposigli), le calunnie dei nemici non falsano il concetto che mi ho pienissimo dei Romani. Mi è sott’occhio il cotidiano spettacolo del coraggio indomato di
cotesto popolo che corre alla violenza, al sangue e a dare o ricevere la morte. So in
qual conto Napoleone I teneva i reggimenti che aveva qui reclutato. Ultimamente, possiamo dirla a quattr’occhi, nell’esercito rivoluzionario, che fu alle prese coi Francesi, erano valenti Romani. Il perchè mi persuado che il Padre-santo non ha da uscir di casa sua per levar milizie; e che pochi anni di vigorosa educazione trasmuterebbono cotesti uomini in soldati. Quello che sembrami assai men chiarito è la necessità di un esercito romano. Vuol egli, il Papa, distendere i suoi confini con la guerra? Non pare. Ha a temere che altri invada gli Stati suoi? Impossibile. Non è egli più assicurato dalla venerazione di Europa che da una cinta di fortezze? E sorgesse, pognamo ipotesi, materia di contesa fra la Santa Sede ed una monarchia italiana, il Papa, senza colpo ferire, avrebbe modo di vittoriosamente resistere, avvegnachè egli conti più soldati in Piemonte, in Toscana e nelle Due Sicilie, che Napoletani, Toscani e Piemontesi non saprebbero inviarne contro lui. E ciò fuori di casa; ed è sì spedita e netta, che il vostro ministero<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||173}}</noinclude>di guerra s’intitola con cristiana modestia ''ministero delle armi'': in casa poi, una buona
gendarmeria vi basta.
— Eh, signor mio, tosto il prelato, non domandiam meglio; chè popolo non destinato a far guerra non dee stipendiare eserciti, ma tenere in piè forza bastante a serbar l’ordine pubblico. Dal 1849 ci arrovelliamo per mettere insieme un po’ di soldati di polizia e d’interna sicurezza: siam riusciti? bastiamo a noi stessi? con le proprie forze poniamo in sodo la tranquillità nostra? Mainò, mainò!
— La imponete alta, monsignore: da tre mesi che vo girellone per le vie di Roma ho fatto conoscenza con l’esercito pontificale. I vostri soldati han bello aspetto, piglio non disaggradevole, non mancano di spiriti marziali, e, quanto ne so, paionmi abbastanza destri. Difficile, se non impossibile, riconoscere in essi l’antico soldato del Papa, personaggio mitologico nato a fiancheggiar le processioni e trar cannonate nei fuochi artificiali delle feste; possidente in uniforme, che, minacciando il tempo, iva in fazione coll’ombrello. Lo esercito del santo Padre staria ben dovunque; e, fra vostri soldati, non veduti dappresso, sono che prenderebbonsi per francesi.
— Ben dite: l’apparenza è buona, e me ne terrei se gli scapati si lasciassero imbrigliare da apparenze. Tutto non so, ma so quanto basta per perdere il sonno. So, a mo’ d’esempio: che il collettar soldati ed anco ufficiali è ardua cosa; che i giovani ben nati<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|174||}}</noinclude>sdegnano comandar nell’esercito e i campagnuoli servire; che parecchie madri vedrebbero i loro figliuoli al remo, anzichè al reggimento. So che i nostri soldati, raccozzati la più parte dalla feccia del popolo, sono scemi di fiducia pe’ camerati, di rispetto per gli ufficiali, di venerazione per le bandiere. Cercar in essi ossequio al paese, fedeltà al
sovrano e le belle virtù guerriere che fanno dell’uomo un eroe, gli è come a cavar sangue dalle rape. Le leggi del dovere e dell’onore, per la maggior parte, sono lettera morta. Gli stessi gendarmi non procedono troppo rispettosi verso i proprietarii del paese; e i nemici dell’ordine fanno loro calcoli sull’esercito, quanto e meglio che noi. A che, dunque, avere 14 o 15,000 uomini in tutto punto, e versar 10 milioni ogni anno, se dopo sì grandi sforzi abbiam mestieri della protezione degli stranieri, come per lo innanzi?
— Monsignore, voi mi riuscite un pessimista, e giudicate un fantino le cose sul fare di Geremia. Il Papa ha parecchi buoni militari nelle armi speciali e nelle truppe di linea; fra la bordaglia son pure non pochi valenti soldati, e gli ufficiali francesi, che sono giudici da ciò, attestano l’intelligenza e buon volere dei vostri. Io, per me, son sorpreso del progresso fatto dalla truppa pontificia nelle deplorabili condizioni in cui versava. Possiamo favellarne alla libera, avvegnachè il capo dello Stato tenti riorganarla da cima al fondo. Vi maravigliate che i figli di famiglie onorevoli non accorrano alla<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||175}}</noinclude>scuola dei ''Cadetti'' nella speme di ottenere gli spallini: ma, poffare! che onore rendesi costì agli spallini? e che è un ufficiale nello Stato? Si sa che il diacono precede il suddiacono; ma la legge e l’usanza di Roma non soffrono che un tonsurato sia dammeno di un colonnello. Quale de’ vostri generali la condizione, quale il rango?
— Di quali generali parlate voi? Generali abbiamo solo negli ordini religiosi. Che cosa direbbe il generale de’ gesuiti, se vedesse un soldato farsi bello di sì orrevole appellazione?
— Gua’! Ora vi penso.
— Per dare a’ nostri soldati de’ capi siamo iti in cerca di tre colonnelli, tutti e tre stranieri, e data ad essi facoltà di farla da generali. Ne hanno financo le assise, ma non sarebbero sì audaci di assumerne il nome.
— A maraviglia. In Francia però, un fanciullaccio di diciotto anni non entrerebbe nell’esercito, se gli si dicesse: «Colonnello puoi ben divenire, generale non mai!» Od anche: «Tu diverrai generale, ma non maresciallo di Francia. Per qual motivo si porrebbe in una carriera senza uscita? — Vi duole che tutti gli ufficiali non siano istruiti a modo; io per contro ammiro che sieno giunti a saper qualche cosa, sendo entrati alla scuola senza concorso, senza esame, talvolta senza ortografia ed aritmetica. La prima ispezione de’ nostri generali scoprì de’ futuri luogotenenti, i quali non sapevano fare una ''divisione''; un corso di lingua francese senza maestri e senz’allievi! un corso di storia in<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|176||}}</noinclude>cui, dopo sette mesi d’insegnamento, il professore sta tuttora teorizzando sulla creazione del Mondo! È mestieri che l’emulazione sia assai viva, perchè cotesti giovani rendansi capaci di sostenere una conversazione con francesi ufficiali. Vi sorprende che essi permettano che la disciplina sia alquanto rilassata; qual maraviglia? Nulla o quasi nulla ne fu ad essi insegnato. Sotto papa Gregorio XVI, un ufficiale sbarrò la via ad un cardinale; tal era l’ordine. Il cocchiere, nulla badando, tirò diritto, e l’ufficiale, per aver adempito al dover suo, messo nel forte Sant’Angelo. Per demoralizzare un esercito non è uopo di due esempii di questa fatta; uno avanza. Il re di Napoli, egli medesimo, terrebbe a scuola i Papi su questa bisogna. Una semplice sentinella, che aveva sfregiato il cocchiere di un vescovo, fu messa all’''ordine del giorno''! Vi scandalizzate che un certo numero di amministratori militari scemano il frusto di pane del soldato; ma niuno ha loro detto che, mal governandosi, sarebbero stati messi alla porta.
— Il piano delle riforme sta elaborandosi con grande attività, e nel 1859 vedrete del nuovo e del buono.
— Tanto meglio, monsignore, e vi do malleveria che un racconciamento savio, ammisurato, lentamente progressivo, come ogni cosa che fassi in Roma, produrrà fra qualche anno risultati maravigliosi. Le cose di rilevanza non possono rimutarsi dall’oggi al domani: ma l’industre agricoltore cade, per<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||177}}</noinclude>avventura, d’animo nel piantare un albero, perchè non recherà frutto che dopo quattro o cinque anni? Il soldato è cattivo, moralmente parlando, siccome dicevate testè, ed io ascolto tutto dì che un campagnuolo onorato si terrebbe a vile d’indossare uniforme. Fate presentire un avvenire onorato, e voi non avrete a scender fra la ribaldaglia del popolo per porre assieme le vostre reclute. Il soldato assumerà sentimenti proprii di sua dignità, allorchè cesserà a suo riguardo cotesto dispetto che lo annienta. Tutti si fan lecito, anco i servi de’ signorotti da dieci al soldo, guardare i soldati da alto in basso; respirano essi un’atmosfera di spregi, che bene si addimanderebbe la ''mal'aria'' dell’onore. Rialzateli, monsignore; dessi non altro vi chieggono.
— E sapreste voi foggiarci un esercito tanto gagliardo quanto fedele, come il francese? Saria secreto cotesto, che il cardinale compererebbe a peso d’oro.
— Ed io ve l’offero per nulla, monsignore. La Francia è stata maisempre il paese più militare dell’Europa; ma, nel secolo passato, il soldato francese non valeva guari più del vostro: gli ufficiali han poco cangiato; se non che il re sceglievali allora fra i nobili; ed oggi si nobilitano da sè stessi, mercè le fatiche ed il coraggio. Non cosi il soldato che era, cent’anni addietro, presso noi, ciò che è presso voi tuttodì; la schiuma della bordaglia, razzolata nelle taverne, fra un mucchietto di scudi ed un gotto di acquavite,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|178||}}</noinclude>dove era il terrore dei villici, non dei nemici. Lo spregio delle popolazioni, l’umiltà del suo stato, l’impotenza di poggiare alto, gravitavano sulle sue spalle, ed ei d’ogni torto toglieva largo compenso vendicandosi sulla bassa gente. Aveva posto tra’ flagelli desolatori della Francia monarchica. «La fame, i creditori, ''i soldati'', la fatica rendono l’immagine compita d’un infelice,» dice {{AutoreCitato|Jean de La Fontaine|La Fontaine}}. — Ben vedete che i vostri soldati del 1858 sono angeli, se paragoninsi a’ nostri vecchi soldati della monarchia. Che se vi paiono assai lontani ancora da perfezione, provate la ''ricetta'' francese. Sottoponete alla coscrizione i cittadini tutti, affinchè i reggimenti non rampollino dal rifiuto della nazione; create....
— Tacete, interruppe il prelato.
— Perchè? monsignore.
— Mio caro, io taglio corto, poichè voi andate spaziando lungi dal vero e dai possibili. ''Primo'', noi non abbiam costì cittadini, ma soggetti. ''Secondo'', la coscrizione è ritrovato rivoluzionario, cui non ci acconcerem mai. Per essa viene a consecrarsi il principio d’eguaglianza tanto alle idee del governo ripugnante, quanto ai costumi del paese. Essa forse ne fornirebbe un eccellente esercito, il quale però sarebbe esercito della nazione, non del Sovrano. Non perdiam tempo, ven priego, dietro utopie di tal calibro.
— Ma si acquisterebbe forse popolarità.
— Peggio! La coscrizione è spina nel cuore di tutti i sudditi di sua Santità. Il malcontento della Vandea e della Bretagna {{Pt|sareb-}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||179}}</noinclude>{{Pt|bero|sarebbero}} caramelle in confronto de’ tumulti e delle disperazioni che cagionerebbe fra noi.
— L’uom si abitua ad ogni cosa, monsignore. Ho veduto contingenti bretoni e vandeesi raggiungere il loro corpo cantarellando.
— Tanto meglio per essi! Ma ponete ben mente, che il solo carico, che si fa alla dominazion francese nel nostro paese, è per appunto la coscrizione che l’Imperatore avea ordinata, come in tutto l’impero, anche costì.
— Voi, dunque, non volete udir di coscrizione?
— Nullamente.
— Sarà giusto che non vi pensi più?
— Sì, per vita vostra.
— Ebben, monsignore, ne fo senza. Seguiremo il sistema di arruolamento volontario, con una sola condizione però, che adottiate modo di reclutare che assicuri l’avvenire al soldato. Qual premio date ora all’uom che va sotto le bandiere?
— 12 scudi; ma, d’ora in poi, si giungerà a 20.
— 20 scudi sono belli buoni; ma forte temo che con 107 lire non avrete eletta di uomini. Convenitene; uopo è che un campagnuolo sia bene al verde se per 20 scudi può indursi a vestire una spregiata divisa! Volete che le reclute spesseggino intorno alle caserme più che i vagheggini di Penelope presso alle sue case? Dotate l’esercito. Offerite ai cittadini, cioè ai sudditi dello Stato Pontificio, un premio che metta appetito nei riguardanti; date loro un po’ di contanti {{Pt|per-}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||180}}</noinclude>{{Pt|chè|perchè}} rechino soccorso alle famiglie; serbate il rimanente pel tempo in cui usciranno dal corpo. Allo spirare del loro congedo, riteneteli con onorevoli promesse, osservate con fedeltà; fate che ogni nuovo anno di servizio aumenti il peculio del gregario nelle mani del Governo. Quando sapranno i Romani, che un soldato, senz’appoggio, senza istruzione, senza straordinarii avvenimenti, ma unicamente per la fedeltà de’ servigi, può assicurare, in 25 anni, cinque o seicento lire di reddito, faranno a pugna per entrar nelle file dell’esercito. Ed entro malleveria che il privato interesse li avvinghierà stabilmente al potere, come al depositario di loro economie. Il popolano più incurioso e più tardo, se vedesse in fiamme lo studio del suo notaio, correrebbe sul tetto, come un gatto, per estinguere il fuoco. Per la stessa ragione, un Governo deve tanto aspettarsi più da’ suoi servitori, quanto questi maggiormente hanno a sperar da lui.
— Son con voi; ed il vostro discorso mi garba: l’uomo non vive senza scopo. 120 scudi di rendita preparano buon letto di riposo dopo la faticosa carriera militare. A tal prezzo non patiremmo più inopia di gente. La classa media ella stessa dimanderebbe l’impiego militare altrettanto volentieri, quanto il civile, e a noi il vantaggio di scegliere. Ma, mi sgomenta la spesa.
— Su via, monsignore, la buona mercanzia non vendesi a ribasso. Il governo pontificio ha 15,000 soldati per 10 milioni: la<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||181}}</noinclude>Francia spenderebbevi 5 milioni di più, ma ella ne avrebbe abbondante profitto. Gli uomini che ebbero due o tre congedi sono quelli appunto che costano più caro; e pure v’è economia a conservarli sotto le bandiere; imperciocchè ciascuno d’essi val tre coscritti. Volete voi, sì o no, creare una forza nazionale? Siete decisi e stabili al preso divisamento? Pagate dunque, e avvenga che può. Se poi il Governo preferisce la sicurezza all’economia, deh! non gettate questi 10 milioni per l’esercito, e fate vendere all’estero i 15,000 fucili più pericolosi che utili; chè non sapete se sieno per voi o contro voi. La questione, insomma, è: sicurezza che costa, o economia che uccide.
— Ma voi dimandate un esercito di pretoriani.
— Il nome non cangia natura alla cosa: dico, e ripeto, che se pagherete bene i vostri soldati, essi saranno vostri.
— I pretoriani, peraltro, insorsero sovente contro gli imperatori.
— Perchè gl’imperatori davano nell’errore di pagarli a contanti.
— Non vi ha dunque in questo mondaccio più nobile movente dell’interesse? E l’oro è solo stabil legame per attaccare i soldati alle loro bandiere?
— Non sarei francese, monsignore, se nutrissi tali pensieri. Se v’ho consigliato di provvedere più lautamente i vostri soldati, gli è perchè l’oro è stato fino ad ora il solo mezzo per attirare le vostre reclute: anche<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|182||}}</noinclude>perchè loro vi costerà meno d’ogni altra cosa e vi ci adatterete meglio. Ora che ho ottenuti i milioni che bisognavanmi per avvinghiare i vostri soldati al governo pontificio, datemi il mezzo di nobilitarli ai proprii occhi e a quelli del popolo. Onorateli, affinchè si trasformino in gente d’onore. Provate loro, coi riguardi che userete, che non sono punto valletti o servi, e che non denno averne gli spiriti. Accordate ad essi un posto nello Stato; versate sul loro uniforme quel prestigio, che è privilegio esclusivo della sottana.
— Or, che mi chiedete voi?
— Il solo necessario. Pensate, che cotesto esercito, costituito per operare nell’interno dello Stato, vi servirà manco con la forza delle armi, che coll’autorità morale di sua presenza. Ma quale avrà agli occhi del popolo autorità, se il Governo fa vista di noncuranza?
— Supponiamo che danaio ed onori accordi il Governo; l’esercito sarebbe sempre sotto l’accusa del presidente di Brosses: «Che cosa sono guerrieri che in vita loro non hanno mai guerreggiato?»
— Ben dite. La stima pel soldato rampolla dal riflettere ai perigli che corse e può correre. E noi ammiriamo in lui il sacrifizio di un uomo presto a versare il sangue al cenno de’ suoi capi. Se i fanciulli del nostro paese salutano con rispetto il vessillo, è perchè pensano ai valorosi che caddero per difenderlo.
— Sarà dunque mestieri che spingiamo alla guerra i soldati, prima di farli servire alla polizia nella pace?<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||183}}</noinclude>
— Certo è, monsignore, che quando incontrasi tra i fantaccini del Papa un antico soldato di Crimea, entrato a caso fra uno dei vostri reggimenti stranieri, la medaglia che reca sul petto lo fa riguardare con altro occhio che i suoi camerata. E perchè mai il popolo Romano è sempre andato riverente verso il corpo dei carabinieri pontificii, se non perchè furono scelti da principio fra gli antichi soldati che militato avevano sotto Napoleone?
— Amico mio, voi uscite di seminato. Vorreste, per avventura, che dichiarassimo la guerra all’Europa per esercitare i nostri gendarmi a serbarci in casa la pace?
— Il Governo del santo Padre è assennato per bene, ne uccella leggermente alle avventure: nè siamo ai tempi di Giulio II che indossava corazza e gorgiera, e saltava da sè nella breccia. Ma, perchè il Capo della Chiesa non farebbe come Pio V, che inviò i suoi marinai con Spagnuoli e Veneti alla battaglia di Lepanto? Perchè non distaccherebbe uno o due reggimenti romani nell’Algeria? La Francia concederebbe forse posto nelle sue armate, e con noi servirebbero alla causa santa della civiltà. Allorchè cotesti soldati, dopo cinque o sei campagne, reddissero per ripigliare il modesto servizio dell’ordin pubblico, state a fede che tutti ubbidirebbero ad essi. I malcreati servi non direbbero loro ciò che ieri udii nell’ingresso al teatro: «Fate vostro ''mestier'' di soldato, e lasciatemi fare il servitore!» Coloro che oggi li umiliano,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|184||}}</noinclude>sarian lieti di onorarli, essendo che le nazioni sieno corrive ad ammirarsi nelle persone che rappresentano la loro forza e bravura.
— Per quanto tempo?
— Per sempre. Gloria acquistata è capitale che non si esaurisce mai. E i reggimenti conserverebbero per sempre quel senso di onore e di disciplina che avrebbero recato dai campi di battaglia. Non potete intendere che sia un’idea incarnata ne’ soldati! Memorie, tradizioni, virtù senza numero, s’aggirano invisibili, ma pur presenti, fra coteste riunioni d’uomini. Gli è il patrimonio spirituale del corpo: i veterani nol portan via col loro congedo; i coscritti ne fruiscono dal loro arrivo. Cangiansi colonnello, officiali e tutti i soldati l’un dopo l’altro; ciò non ostante, il medesimo reggimento perdura, avvegnachè lo stesso spirito svolazza sempre nelle pieghe del medesimo stendardo. Fate quattro buoni reggimenti d’uomini scelti, pagati, onorati, e sperimentati al fuoco; eglino dureranno quanto Roma lontani, e Mazzini, ei stesso, nulla potrà contro il loro coraggio.
— Così sia! E che il cielo vi ascolti!
— La cosa è fatta a metà, se voi m’avete inteso, monsignore. Non siam lungi dal Vaticano, ove ha seggio il vero ministro delle armi.
— Ei mi farà novella obbiezione.
— E quale?
— Dirammi che se mandassimo nostri reggimenti in Africa per apparare ad esser soldati, eglino ne recherebbero idee francesi.
— Cosa, certo, impossibile a schifare: ma<noinclude><references/></noinclude>
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Il Governo Pontificio o la Quistione Romana/Capitolo XVI
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{{Qualità|avz=100%|data=22 giugno 2026|arg=Da definire}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore = Gabriello Chiabrera
| Titolo = Scio
| Anno di pubblicazione = XVII secolo
| Lingua originale del testo =
| Nome e cognome del traduttore =
| Anno di traduzione =
| Progetto = Letteratura
| Argomento = Poemetti
| URL della versione cartacea a fronte =Indice:Opere (Chiabrera).djvu
| prec = Il rapimento di Proserpina (1834)
| succ = La Disfida di Golia (1834)
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{{Raccolta|Opere di Gabriello Chiabrera/Poemetti|Poemetti di Gabriello Chiabrera}}
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|16||}}</noinclude>{{Nop}}
''De plantis Ægypti Liber''. Venet. apud Franc. de Franciscis 1592, 4.°
''De praesagienda vita et morte aegrotantium Libri VII''. Venet. 1601.
''De plantis exoticis Libri duo''. Venet. apud Jo. Guerilium 1629, 4.°
''De Medicina Egyptiorum Libri quatuor''. Lugd. Batav. 1719, 4.°
''Historia naturalis Ægypti''. Lugd. Batav. 1735, 2 vol. 4.°
All’{{Wl|Q538065|Alpino}} per decreto del doge {{Wl|Q652145|Giovanni Bembo}} dei 14 Gennajo del 1616 successe {{Wl|Q3807705|Giovanni Prevozio}}, nativo di Augst nella Svizzera, città altra volta considerevole, e detta ''Augusta Ravracorum'', ora grosso villaggio a due leghe da Basilea. Insegnava egli allora la pratica straordinaria di Medicina, alla quale venne aggiunta la sola ostensione de’ semplici, coll’accrescere di ducati sessanta lo stipendio proprio di quella. La lettura invece dei semplici stette per due anni vacante, e solo nell’anno 1618 con ducale dei 26 di Ottobre di {{Wl|Q604434|Antonio Priuli}} fu conferita a {{Wl|Q627941|Jacopo Zabarella}}. Sotto la prefettura del Prevozio fu ristaurata la casa, fu raccomodata e tramutata di luogo la macchina idraulica, e fu inoltre concesso un assegno annuo a un cotale Maestro Ambrogio, perchè ne curasse la migliore conservazione{{Nota separata|Pagina:L Orto botanico di Padova nell anno 1842.pdf/57|23}}. Morì esso nel 1631, imperversando in Padova la pestilenza, e lasciò maggior fama di medico che di botanico. Pubblicò queste opere:
''De remediorum cum simplicium tum compositorum materia''. Venet. 1640, 12.°
''Hortulus medicus''. Patav. ap. Jac. de Cadorinis 1681, 12.° edit. IV.
''Medicina pauperum et Libellus de venenis''. Lugd. 1693, 12.°
Scrisse ancora un Trattato ''De compositione medicamentorum'', che si pubblicò da’ suoi figli in Padova nel 1666 in 12.°
Nella coltura dell’Orto, sotto la presidenza del Prevozio, era intanto sottentrato a {{AutoreIgnoto|Bartolommeo Tiso}} nel Febbrajo 1617 {{AutoreIgnoto|Domenico Zanetti}}, e nel 1625 vi si aggiunse qual secondo<noinclude></noinclude>
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Aggiunti Palacio Valdes e Sarmiento
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Nella mia pagina su IA [https://archive.org/details/@myron_aub/uploads qui] ci sono i miei caricamenti mentre nella mia collezione dei "favorites" [https://archive.org/details/fav-myron_aub qua] sono inclusi testi non caricati da me già presenti su IA che trovo interessanti perché traduzioni abbastanza recenti soprattutto di classici filosofici e di alcuni classici letterari.
Nella seguente pagina [https://it.wikisource.org/wiki/Utente:Myron_Aub/Refusi_con_hunspell qua] espongo come cercare refusi con Hunspell.
In questa pagina elenco testi di pubblico dominio che sono principalmente traduzioni di testi (soprattutto filosofici e in minor parte letterari) greci, latini e stranieri. Privilegio le traduzioni in italiano più moderno, dal XIX secolo ai giorni nostri.
'''Informazioni su dati anagrafici difficilmente rintracciabili di autori.'''
[https://it.wikisource.org/wiki/Utente:Myron_Aub/Autori_con_date qui] c'è una sottopagina di un elenco di autori (per ora non tutti di pubblico dominio) con date di nascita e morte difficilmente disponibili in rete e un altro elenco di autori con data di morte incerta.
'''Vari testi di pubblico dominio finora non trovati come scansioni in rete:'''
Elenco qui alcuni testi di pubblico dominio che mi interesserebbe vedere in formato scansione e che spero che un giorno appaiano in rete:
'''1) testi di filosofia:'''
Comte, Auguste (1798-1857)
Catechismo positivista 2a edizione... Tradotto da Walter Congreve. [Avvertimento di P. Laffitte.]
San Remo, Stab. Tipo. litogr. G. B. Biancheri, 1882. In-8°, 386 p., tabl.
(ripubblicato nel 2024, nella sua 3a edizione, dalla Società Positivista Italiana: Catechismo Positivista Augusto Comte, trad. Gualtiero Congreve, pp. 323, Società Editrice Positivista Italiana, Padova, CCXXXII; ISBN: 9791281601178).
d'Alembert, Jean Baptiste Le Rond
Discorso preliminare all'enciclopedia...; tradotto da Agatino Longo.
Catania : Stamperia dè Regj Studi, 1812
XII, 226 p. : 1 tav. ; 21 cm.
d'Alembert, Jean Baptiste Le Rond
Discorso preliminare della Enciclopedia
[dopo il 1866?]. 192 p. ; 8°. Traduzione italiana dell'edizione francese del 1866: Discours preliminaire de l'Encyclopedie, par d' Alembert. Paris, 1866
Mill, John Stuart
Augusto Comte e il positivismo / John Stuart Mill ; traduzione dall'inglese di Amedeo Dardanelli
Roma : Tip. Forzani e C., 1903
230 p. ; 23 cm.
'''2) Testi di religione, spiritualità e occulto'''
Kerbaker, Michele. Scritti inediti / Michele Kerbaker ; con prefazione di Carlo Formichi e a cura di Vittore Pisani
Roma : Reale accademia d'Italia 1932-1939.
6 volumi contenenti un'antologia del Mahabharata (volumi 2 e 3 già presenti su Internet Archive).
Lodge, Oliver
Pitoni, Rinaldo <n. 1864>
Oltre la vita : studio di facoltà umane ancora ignote / Oliver Lodge ; traduzione dall'undecima edizione inglese, con note di Rinaldo Pitoni
Bari : Laterza, 1933
Marcus, Ernst (1856-1928)
Rensi, Giuseppe <1871-1941>
Teoria di una magia naturale fondata sulla dottrina di Kant / Ernesto Marcus ; traduzione e prefazione di Giuseppe Rensi
Bari : G. Laterza & figli, 1938
Trezza, Gaetano (1828-1892) Le religioni e la religione. Verona ; Padova : Drucker & Tedeschi, 1884
'''3) Testi di scienza''':
Darwin, Charles
Autobiografia / Darwin
Milano : Istituto editoriale italiano, \1919!
182 p. ; 10 cm.
Baldwin, James Mark (1861-1934)
L'intelligenza / J. Mark Baldwin ; traduzione dall'inglese del professore Guida Villa (1867-1949)
Torino : Fratelli Bocca, 1904
XXVIII, 290 p. : ill. ; 21 cm.
Hampson, William (1854–1926)
Paradossi della natura e della scienza, cioè fatti che sembrano contraddire generali esperienze o principi scientifici / di W. Hampson
Alessandria : Boffi, 1910
Lewes, George Henry (1817-1878)
Lo studio della psicologia : suo obbietto, scopo e metodo / George Henry Lewes ; prima edizione italiana con prefazione e note del prof. Giambattista Grassi Bertazzi (1867-1951)
Milano ; Roma : Società editrice Dante Alighieri, 1907
XXX, 185 p. ; 20 cm.
'''4) Testi di letteratura'''
Antologia dell'amore turco / a cura di Edmond Fazy e Abdul-Alim Memdouh ; versione italiana di Decio Cinti
Milano : Corbaccio, 1923
Antologia della poesia argentina moderna / a cura di Folco Testena (Comunardo Braccialarghe, 1875-1951)
Pubblicazione
Milano : Alpes, 1927
Descrizione fisica
IX, 271 p. ; 20 cm.
Capuana, Luigi
Il braccialetto / Luigi Capuana
Milano : Brigola di G. Marco, 1898
Della Sala Spada, Agostino
Nel 2073! : sogni d'uno stravagante / messi in carta per l'avvocato Agostino Della Sala Spada
Testo
Casale : Tipografia del giornale Il Monferrato, 1874
Gogol’, Nikolaj Vasil’evic.
Mirgorod / Nikola Gogol ; traduzione di Federigo Verdinois
Lanciano : Carabba, 1923
Gogol’, Nikolaj Vasil’evic.
Le veglie alla fattoria di Dicanca / Nicola Gogol ; versione di F. Verdinois
Napoli : G. Giannini, 1920
Novelle russe / a cura di Corrado Alvaro: vol. I-II (Pusckin, Lermontov, Gogol, Gonciarov, Turghenev, Scedrin, Dostojewski, Tolstoi, Garscin, Cecov, Gorki, Andreiev, Ciricov, Artzibascev, Kuprin, Sologub, Lomakin, Uspenski, Timkovski, Skitalitz)
Milano : Soc. Ed. R. Quintieri, 1920 (Saita e Bertola)
Puškin, Aleksandr Sergeevič
Le fiabe : Prima versione italiana di Federico Verdinois (1844-1927)
Milano : Società Ed. Sonzogno, 1906
Turgenev, Ivan Sergeevic. Le poesie in prosa / di Ivan Turgheniev ; tradotte da Enrico Damiani
Pubblicazione Lanciano : Carabba, [1923]
Villiers de l'Isle-Adam, Auguste <comte de>
Eva futura : Romanzo. Unica traduzione di D. C. (probabilmente Decio Cinti).
Milano : Casa Edit. Bietti Edit. Tip., 1930
Wells, H. G.
Sodini, A. M.
La Guerra dei mondi : Romanzo / H. G. Wells ; traduzione di Angelo Maria Sodini (1875-1939)
Milano : F. Vallardi, 1901
Morandi, Luigi <1844-1922>; Ciampoli, Domenico <1852-1929>
Poeti stranieri lirici, epici, drammatici : scelti nelle versioni italiane (2 volumi) / Morandi L. e Ciampoli D.
Milano [etc.] : Società editrice Dante Alighieri di Albrighi, Segati 1904
Zola, Émile
Racconti scelti; traduzione italiana di Luigi Orsini (1873-1954);
Milano : Sonzogno, [1913]
'''5) altri testi:'''
Pestalozzi, Johann Heinrich
Leonardo e Geltrude : libro per il popolo / Enrico Pestalozzi ; traduzione, prefazione e note di Giovanni Sanna (1877-1950). (in 4 volumi).
Venezia [poi] Firenze : La nuova Italia, 1928 (e altre ristampe successive).
Squillace, Fausto
Titolo
La moda / Fausto Squillace
Pubblicazione
Milano [etc.] : Sandron, 1912
159 p. ; 19 cm.
'''In pubblico dominio dal 2027:'''
Barié, Giovanni Emanuele (1894-1956). La spiritualità dell'essere e Leibniz. Padova : CEDAM, 1933
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=EHYLAQAAIAAJ qui]
Capone Braga, Gaetano
La vecchia e la nuova logica / Gaetano Capone Braga (1889-1956)
Padova : Cedam, 1948
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=LzUAAAAAMAAJ qui]
Cassirer, Ernst. Storia della filosofia moderna (4 volumi). Traduzione di Angelo Pasquinelli (1926-1956) Torino : G. Einaudi, 1958 e ristampe seguenti.
Primo volume sbloccabile su Google Libri qui: https://books.google.it/books?id=64AcH4mrab0C
Jevons, William Stanley
Lezioni di logica elementare / W.S. Jevons ; a cura di Gaetano Capone Braga (1889-1956)
Padova : Cedam, 1948
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=WztCAQAAIAAJ qui]
Pastore, Annibale
Scritti di varia filosofia / Annibale Pastore
Milano : Fratelli Bocca, 1940
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=8HA_AAAAIAAJ qui]
Pastore, Annibale
La volontà dell'assurdo : storia e crisi dell'esistenzialismo / Annibale Pastore
Milano : Giovanni Bolla, 1948
Sbloccabile su Google Libri
[https://books.google.it/books?id=S5Lad41dxasC qui]
Stefanini, Luigi <1891-1956>
Imaginismo come problema filosofico : vol. primo
Padova : CEDAM, 1936
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=5BHBNszP5LUC qui]
'''In pubblico dominio dal 2028:'''
Bonaventura : da Bagnorea <santo>
Breviloquio (2 vv.) / S. Bonaventura da Bagnoregio ; a cura del p. Giuliano Piccioli (1878-1957)
Siena : Ezio Cantagalli, 1931
Burckhardt, Jacob
Considerazione sulla storia del mondo / Jacob Burckhardt; traduzione di Antonio Banfi
Milano : Bompiani, 1954
Kierkegaard, Søren
Il concetto dell'angoscia / Soren Kierkegaard ; tradotto dal danese da Meta Corssen (1894-1957)
Firenze : Sansoni, 1942
Kierkegaard, Søren
La malattia mortale : (svolgimento psicologico cristiano di Anti-Climacus) / Sören Kierkegaard ; a cura di Meta Corssen (1894-1957) ; prefazione di Paolo Brezzi
Milano : Edizioni di Comunità, 1947
Kierkegaard, Søren
L'ora : atti d'accusa al cristianesimo del Regno di Danimarca, anno 1855 / Soren Kierkegaard ; traduzione di Antonio Banfi
Milano ; Roma : Doxa, stampa 1931
Palacio Valdes, Armando
Santa Rogelia
Traduzione di Mario Puccini
Torino : UTET, 1961
Sarmiento, Domingo Faustino
Facundo o Civiltà e barbarie / Domingo F. Sarmiento ; a cura di Mario Puccini
Torino : Unione tipografico-editrice torinese, stampa 1953
Simmel, Georg
Banfi, Antonio <1886-1957>
I problemi fondamentali della filosofia / G. Simmel ; traduzione e introduzione di A. Banfi
Firenze : Vallecchi, [dopo il 1921]
Stoermer, Carlo (1874-1957). Dalle stelle agli atomi; prefazione di Giovanni Giorgi ; appendici di G.B. Angioletti ... [et al.]
Milano : Hoepli, 1934
Subhadra <bhikschu> (1852-1917)
De Lorenzo, Giuseppe <1871-1957>
Catechismo buddhistico per avviamento nella dottrina di Gotamo Buddho / di Subhadra Bhikshu ; tradotto in italiano da Giuseppe De Lorenzo
Napoli : Ricciardi, 1922
Whitehead, Alfred North
Banfi, Antonio <1886-1957>
La scienza e il mondo moderno / A. N. Whitehead ; con una introduzione di Antonio Banfi
Milano : Bompiani, 1945
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Myron Aub
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Nella mia pagina su IA [https://archive.org/details/@myron_aub/uploads qui] ci sono i miei caricamenti mentre nella mia collezione dei "favorites" [https://archive.org/details/fav-myron_aub qua] sono inclusi testi non caricati da me già presenti su IA che trovo interessanti perché traduzioni abbastanza recenti soprattutto di classici filosofici e di alcuni classici letterari.
Nella seguente pagina [https://it.wikisource.org/wiki/Utente:Myron_Aub/Refusi_con_hunspell qua] espongo come cercare refusi con Hunspell.
In questa pagina elenco testi di pubblico dominio che sono principalmente traduzioni di testi (soprattutto filosofici e in minor parte letterari) greci, latini e stranieri. Privilegio le traduzioni in italiano più moderno, dal XIX secolo ai giorni nostri.
'''Informazioni su dati anagrafici difficilmente rintracciabili di autori.'''
[https://it.wikisource.org/wiki/Utente:Myron_Aub/Autori_con_date qui] c'è una sottopagina di un elenco di autori (per ora non tutti di pubblico dominio) con date di nascita e morte difficilmente disponibili in rete e un altro elenco di autori con data di morte incerta.
'''Vari testi di pubblico dominio finora non trovati come scansioni in rete:'''
Elenco qui alcuni testi di pubblico dominio che mi interesserebbe vedere in formato scansione e che spero che un giorno appaiano in rete:
'''1) testi di filosofia:'''
Comte, Auguste (1798-1857)
Catechismo positivista 2a edizione... Tradotto da Walter Congreve. [Avvertimento di P. Laffitte.]
San Remo, Stab. Tipo. litogr. G. B. Biancheri, 1882. In-8°, 386 p., tabl.
(ripubblicato nel 2024, nella sua 3a edizione, dalla Società Positivista Italiana: Catechismo Positivista Augusto Comte, trad. Gualtiero Congreve, pp. 323, Società Editrice Positivista Italiana, Padova, CCXXXII; ISBN: 9791281601178).
d'Alembert, Jean Baptiste Le Rond
Discorso preliminare all'enciclopedia...; tradotto da Agatino Longo.
Catania : Stamperia dè Regj Studi, 1812
XII, 226 p. : 1 tav. ; 21 cm.
d'Alembert, Jean Baptiste Le Rond
Discorso preliminare della Enciclopedia
[dopo il 1866?]. 192 p. ; 8°. Traduzione italiana dell'edizione francese del 1866: Discours preliminaire de l'Encyclopedie, par d' Alembert. Paris, 1866
Mill, John Stuart
Augusto Comte e il positivismo / John Stuart Mill ; traduzione dall'inglese di Amedeo Dardanelli
Roma : Tip. Forzani e C., 1903
230 p. ; 23 cm.
'''2) Testi di religione, spiritualità e occulto'''
Kerbaker, Michele. Scritti inediti / Michele Kerbaker ; con prefazione di Carlo Formichi e a cura di Vittore Pisani
Roma : Reale accademia d'Italia 1932-1939.
6 volumi contenenti un'antologia del Mahabharata (volumi 2 e 3 già presenti su Internet Archive).
Lodge, Oliver
Pitoni, Rinaldo <n. 1864>
Oltre la vita : studio di facoltà umane ancora ignote / Oliver Lodge ; traduzione dall'undecima edizione inglese, con note di Rinaldo Pitoni
Bari : Laterza, 1933
Marcus, Ernst (1856-1928)
Rensi, Giuseppe <1871-1941>
Teoria di una magia naturale fondata sulla dottrina di Kant / Ernesto Marcus ; traduzione e prefazione di Giuseppe Rensi
Bari : G. Laterza & figli, 1938
Trezza, Gaetano (1828-1892) Le religioni e la religione. Verona ; Padova : Drucker & Tedeschi, 1884
'''3) Testi di scienza''':
Darwin, Charles
Autobiografia / Darwin
Milano : Istituto editoriale italiano, \1919!
182 p. ; 10 cm.
Baldwin, James Mark (1861-1934)
L'intelligenza / J. Mark Baldwin ; traduzione dall'inglese del professore Guida Villa (1867-1949)
Torino : Fratelli Bocca, 1904
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Hampson, William (1854–1926)
Paradossi della natura e della scienza, cioè fatti che sembrano contraddire generali esperienze o principi scientifici / di W. Hampson
Alessandria : Boffi, 1910
Lewes, George Henry (1817-1878)
Lo studio della psicologia : suo obbietto, scopo e metodo / George Henry Lewes ; prima edizione italiana con prefazione e note del prof. Giambattista Grassi Bertazzi (1867-1951)
Milano ; Roma : Società editrice Dante Alighieri, 1907
XXX, 185 p. ; 20 cm.
'''4) Testi di letteratura'''
Antologia dell'amore turco / a cura di Edmond Fazy e Abdul-Alim Memdouh ; versione italiana di Decio Cinti
Milano : Corbaccio, 1923
Antologia della poesia argentina moderna / a cura di Folco Testena (Comunardo Braccialarghe, 1875-1951)
Pubblicazione
Milano : Alpes, 1927
Descrizione fisica
IX, 271 p. ; 20 cm.
Capuana, Luigi
Il braccialetto / Luigi Capuana
Milano : Brigola di G. Marco, 1898
Della Sala Spada, Agostino
Nel 2073! : sogni d'uno stravagante / messi in carta per l'avvocato Agostino Della Sala Spada
Testo
Casale : Tipografia del giornale Il Monferrato, 1874
Gogol’, Nikolaj Vasil’evic.
Mirgorod / Nikola Gogol ; traduzione di Federigo Verdinois
Lanciano : Carabba, 1923
Gogol’, Nikolaj Vasil’evic.
Le veglie alla fattoria di Dicanca / Nicola Gogol ; versione di F. Verdinois
Napoli : G. Giannini, 1920
Novelle russe / a cura di Corrado Alvaro: vol. I-II (Pusckin, Lermontov, Gogol, Gonciarov, Turghenev, Scedrin, Dostojewski, Tolstoi, Garscin, Cecov, Gorki, Andreiev, Ciricov, Artzibascev, Kuprin, Sologub, Lomakin, Uspenski, Timkovski, Skitalitz)
Milano : Soc. Ed. R. Quintieri, 1920 (Saita e Bertola)
Puškin, Aleksandr Sergeevič
Le fiabe : Prima versione italiana di Federico Verdinois (1844-1927)
Milano : Società Ed. Sonzogno, 1906
Turgenev, Ivan Sergeevic. Le poesie in prosa / di Ivan Turgheniev ; tradotte da Enrico Damiani
Pubblicazione Lanciano : Carabba, [1923]
Villiers de l'Isle-Adam, Auguste <comte de>
Eva futura : Romanzo. Unica traduzione di D. C. (probabilmente Decio Cinti).
Milano : Casa Edit. Bietti Edit. Tip., 1930
Wells, H. G.
Sodini, A. M.
La Guerra dei mondi : Romanzo / H. G. Wells ; traduzione di Angelo Maria Sodini (1875-1939)
Milano : F. Vallardi, 1901
Morandi, Luigi <1844-1922>; Ciampoli, Domenico <1852-1929>
Poeti stranieri lirici, epici, drammatici : scelti nelle versioni italiane (2 volumi) / Morandi L. e Ciampoli D.
Milano [etc.] : Società editrice Dante Alighieri di Albrighi, Segati 1904
Zola, Émile
Racconti scelti; traduzione italiana di Luigi Orsini (1873-1954);
Milano : Sonzogno, [1913]
'''5) altri testi:'''
Pestalozzi, Johann Heinrich
Leonardo e Geltrude : libro per il popolo / Enrico Pestalozzi ; traduzione, prefazione e note di Giovanni Sanna (1877-1950). (in 4 volumi).
Venezia [poi] Firenze : La nuova Italia, 1928 (e altre ristampe successive).
Squillace, Fausto
Titolo
La moda / Fausto Squillace
Pubblicazione
Milano [etc.] : Sandron, 1912
159 p. ; 19 cm.
'''In pubblico dominio dal 2027:'''
Barié, Giovanni Emanuele (1894-1956). La spiritualità dell'essere e Leibniz. Padova : CEDAM, 1933
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=EHYLAQAAIAAJ qui]
Capone Braga, Gaetano
La vecchia e la nuova logica / Gaetano Capone Braga (1889-1956)
Padova : Cedam, 1948
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=LzUAAAAAMAAJ qui]
Cassirer, Ernst. Storia della filosofia moderna (4 volumi). Traduzione di Angelo Pasquinelli (1926-1956) Torino : G. Einaudi, 1958 e ristampe seguenti.
Primo volume sbloccabile su Google Libri qui: https://books.google.it/books?id=64AcH4mrab0C
Jevons, William Stanley
Lezioni di logica elementare / W.S. Jevons ; a cura di Gaetano Capone Braga (1889-1956)
Padova : Cedam, 1948
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=WztCAQAAIAAJ qui]
Pastore, Annibale
Scritti di varia filosofia / Annibale Pastore
Milano : Fratelli Bocca, 1940
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=8HA_AAAAIAAJ qui]
Pastore, Annibale
La volontà dell'assurdo : storia e crisi dell'esistenzialismo / Annibale Pastore
Milano : Giovanni Bolla, 1948
Sbloccabile su Google Libri
[https://books.google.it/books?id=S5Lad41dxasC qui]
Stefanini, Luigi <1891-1956>
Imaginismo come problema filosofico : vol. primo
Padova : CEDAM, 1936
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=5BHBNszP5LUC qui]
'''In pubblico dominio dal 2028:'''
Della magia / Apuleio di Madaura ; testo latino, traduzione e note di Concetto Marchesi
Bologna : Zanichelli, 1955
Descrizione fisica: XXX, 226 p. ; 20 cm
Bonaventura : da Bagnorea <santo>
Breviloquio (2 vv.) / S. Bonaventura da Bagnoregio ; a cura del p. Giuliano Piccioli (1878-1957)
Siena : Ezio Cantagalli, 1931
Burckhardt, Jacob
Considerazione sulla storia del mondo / Jacob Burckhardt; traduzione di Antonio Banfi
Milano : Bompiani, 1954
Kierkegaard, Søren
Il concetto dell'angoscia / Soren Kierkegaard ; tradotto dal danese da Meta Corssen (1894-1957)
Firenze : Sansoni, 1942
Kierkegaard, Søren
La malattia mortale : (svolgimento psicologico cristiano di Anti-Climacus) / Sören Kierkegaard ; a cura di Meta Corssen (1894-1957) ; prefazione di Paolo Brezzi
Milano : Edizioni di Comunità, 1947
Kierkegaard, Søren
L'ora : atti d'accusa al cristianesimo del Regno di Danimarca, anno 1855 / Soren Kierkegaard ; traduzione di Antonio Banfi
Milano ; Roma : Doxa, stampa 1931
Palacio Valdes, Armando
Santa Rogelia
Traduzione di Mario Puccini
Torino : UTET, 1961
Sarmiento, Domingo Faustino
Facundo o Civiltà e barbarie / Domingo F. Sarmiento ; a cura di Mario Puccini
Torino : Unione tipografico-editrice torinese, stampa 1953
Simmel, Georg
Banfi, Antonio <1886-1957>
I problemi fondamentali della filosofia / G. Simmel ; traduzione e introduzione di A. Banfi
Firenze : Vallecchi, [dopo il 1921]
Stoermer, Carlo (1874-1957). Dalle stelle agli atomi; prefazione di Giovanni Giorgi ; appendici di G.B. Angioletti ... [et al.]
Milano : Hoepli, 1934
Subhadra <bhikschu> (1852-1917)
De Lorenzo, Giuseppe <1871-1957>
Catechismo buddhistico per avviamento nella dottrina di Gotamo Buddho / di Subhadra Bhikshu ; tradotto in italiano da Giuseppe De Lorenzo
Napoli : Ricciardi, 1922
Whitehead, Alfred North
Banfi, Antonio <1886-1957>
La scienza e il mondo moderno / A. N. Whitehead ; con una introduzione di Antonio Banfi
Milano : Bompiani, 1945
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Lo slancio di genio levantesi a volo, che caratterizzò gli operai all’aurora del periodo industriale moderno, è completamente mancato nei nostri scienziati ufficiali. E così continuerà ad essere finchè essi resteranno estranei al mondo, alla vita, piantati in mezzo ai loro libri polverosi; finchè essi non diventeranno veri operai, all’opera tra altri operai, nei bagliori dell’alto forno, o presso il focolare della macchina nell’officina, o davanti al tornio del meccanico; finchè essi non si faranno marinai, per vivere sul mare fra i marinai, o pescatori sulla barca da pesca, o boscaiuoli nella foresta, o contadini fra i solchi.
I nostri critici d’arte, quali {{AutoreCitato|John Ruskin|Ruskin}} e la sua scuola, non hanno cessato di ripeterci, da qualche tempo, che non possiamo sperare una rinascita dell’arte, finchè i mestieri manuali saranno ciò che sono. Essi ci hanno dimostrato che l’arte greca e l’arte romana furono generate dai mestieri manuali. Altrettanto si può dire dei rapporti fra il lavoro manuale e la scienza la separazione di quello da questa condurrebbe l’uno e l’altra alla decadenza.
Quanto alle grandi ispirazioni, di cui purtroppo si è tanto trascurato di parlare nella maggior parte delle discussioni sull’arte che ebbero luogo negli ultimi tempi, — ispirazioni che mancano ugualmente nel dominio della scienza, — possiamo aspettarcele se non da un’umanità che, spezzando le sue catene e i suoi impacci attuali, si lascerà guidare dai principii superiori della<noinclude><references/></noinclude>
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L{{Sc|a}} letteratura persiana, il cui principio va collocato nel secolo X dell’Era volgare, conta molti poeti di valore, ma vi primoggiano fra tutti Firdusi, Saadi, Hafiz; epico il primo e degno di starsi accanto ad Omero; mistico e morale il secondo; lirico aggraziato il terzo, considerato non a torto come l’Anacreonte e l’Orazio della Persia perché anche se con intento mistico, celebrò gli amori, il vino, le rose. Altri molti si schierano attorno a questi tre, e sono Rudeghi cantor d’amore che di mezzo secolo precedette Firdusi, Nizami autore di romanzi d’amore e d’avventura, Omar Khayyam scettico e satirico, filosofo e algebrico, Rumi autore di canzoni ardenti d’amore per Dio, anelante, come il poverello d’Assisi di cui fu contemporaneo, a perdersi in lui nell’amplesso supremo della morto.<ref>Vedi la mia ''Storia della Poesia Persiana'' (Torino, 1894, Unione Tip. Edit.) in cui ho dato lunghi saggi tradotti, di questi e di altri poeti. — Vedi anche la mia traduzione del ''Libro dei Re'' di Firdusi (Torino, id.) </ref>
Saadi che morí piú che centenario, ebbe picna d'avventure la vita. Nacque in Sciraz nella Persia propriamente detta intorno al 1184 dell’Era nostra, e perché suo padre, che gli mancò quand’era ancora adolescente, era allora ai servigi del principe Saad ibn Zenghi, prese il nome onorifico di Saadi. Ebbe educazione onesta in casa. Ma poi in Bagdad, mandatovi dal principe suo protettore, fece gli studi di letteratura, di filosofia, di teologia, accolto come alunno in quel celebre collegio fondatovi già dalla munificenza di un ministro dei Sultani Selgiukidi. Si ricordò poi di quegli anni giovanili quando, in una delle sue opere, raccontò di certi rimproveri severi toccati da un vecchio da lui disturbato, in una brigata chiassosa di scapestrati, nelle sue pie meditazioni, e quando, con accento pentito, lamentò le<noinclude><references/>{{PieDiPagina||1|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione|II|{{Sc|INTRODUZIONE}}|}}</noinclude>lagrime ch’egli aveva fatto spargere alla vedova madre per qualche sua impertinente parola.
Spese gran parte della gioventú in lunghi viaggi quando già, nel suo venticinquesimo anno, era divenuto celebre per i suoi versi e la dottrina. Si può dire che percorse tutto il mondo allora conosciuto dai Musulmani, perché un suo biografo persiano dice a questo proposito: “Visse centodue anni. Per trent’anni fu intento a procacciarsi il sapere; per altri trenta andò viaggiando e percorse le parti abitate della terra; per altri trenta posò sul tappeto della devozione o corse la via dei contemplanti. Oh! vita beata, condotta a fine di questa maniera!"<ref>Così DAULET-SHAE. ''Storia della Poesia persiana,'' vol. 1. pag. 258. </ref> Detto egregiamente, perché appunto in tre epoche si può, dividere la lunga vita di lui, in quella della educazione, in quella dei viaggi, in quella della vecchiaia quando alle porte di Sciraz visse modesto e sereno gli ultimi suoi auni.
Ma l’epoca dei viaggi coincide coi piú gravi turbamenti che sconvolsero la Persia e tanta parte dell’Asia quando i Mongoli, dal XIII secolo in poi, mandarono a ferro e a fuoco vastissimo tratto di paese e distrussero città popolose e fiorenti, e quando al protettore di Saadi fu tolta la signoria da un usurpatore, finché, caduta Bagdad nel 1258 in potere dei Mongoli, le cose quietarono. A tanti scompigli fa cenno Saadi stesso nella prefazione al suo ''Roseto'' dicendo:
<poem>
Via mi fuggii dall’oppression turchesca
quando sconvolto il mondo
qual d’Etiòpe il crine io dinotai,
Figli eran tutti dell’antico Adamo.
ma, como lupi, aguzzi
sangue a versar avean gli artigli nasai.
</poem>
Non si può accertare qual fosse l’ordine, secondo il tempo e il luogo, di tanti viaggi; ma sembra che prima, dopo una breve dimora in Ispahan, siasi volto alla Siria donde poi, ripassando per il paese nativo, toccando<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||{{Sc|INTRODUZIONE}}|III}}</noinclude>Balkh e Bamyam, discese in India. A Dehli, in India, apprese l’indostanico, in cui compose anche certi versi, e donde poi, forse per mare, passò in Arabia. A Senaa, città metropoli del Yemen, stette lungo tempo. Vi perdette in figlio carissimo, da lui pianto in teneri versi. Fece intorno a quel tempo il suo primo pellegrinaggio alla Mecca dove, da buon musulmano, tornò molto altre volte, quattordici secondo i biografi. Dal Yemen passò in Abissinia e di là, non sappiamo in quale anno, ritornò in Siria, a Damasco, dove rivide amici e conoscenti. Ma se ne infastidí presto per certe loro pedanterie e bacchettonerie, perché, allontanatosene, mentre andava errabondo nei dintorni di Gerusalemme, fu catturato dai Crociati e costretto a lavorare insieme a prigionieri giudei ch’egli aveva in orroro grandissimo, ai terrapieni di Tripoli. Lo trovò in quel misero stato un suo vecchio amico che impietosito lo riscattò del suo menandolo poi con sé in Aleppo dove gli diede in moglie una sua figlia. Era costei cinguettiera, riottosa e caparbia, ond’egli noiato se ne divorziò riserbandosi di narrar poi nel ''Roseto'' la lepida avventura e sentenziando cosí:<poem>
Donna cattiva, in oaan d’uom ch’è buono,
à nel mondo quaggid suo proprio inferno.
Da moglie rea si guarda, e tu ci libera
dal tormento, o Signor, del fuoco eterno!
</poem>
Seguirono altri viaggi, in Marocco, in Mesopotamia, in Armenia, dei quali assaí poco sappiamo, finché stanco
e provetto dell’età, quando il paese ebbe quiete, si ridusse alla sua città nativa ad abitarvi, nei dintorni,
un ameno romitaggio. In quella solitudine compose le
sue opere migliori, intendiamo il ''Verziere'' e il ''Roseto'', e vi dimorò lungamente, perché ve lo troviamo nel 1259 già intento a scrivere il ''Verziere'' mentre più tardi, per consiglio d’un amico che caldamente lo sollecitava, scrisse il ''Roseto''. Ebbe inviti onorifici da principi o da grandi che sempre ricusò pure accogliendo umanamente<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||{{Sc|INTRODUZIONE}}|XI}}</noinclude>rale, in tanti capitoli, in ciascuno dei quali si tocca di un dato argomento, confortando il ragionamento con opportuni racconti, aneddoti, novelle, intramezzando spesso, se non sempre, la narrazione e l’esposizione dottrinale di passi poetici. Un racconto generale abbraccia e comprende, a modo di cornice, tutto quanto il libro e i capitoli singoli onde è composto. Tale appunto è il disegno del ''[[Decameron|Decamerone]]''; tale il disegno del notissimo libro persiano d’origine, ma scritto in arabo, delle ''[[Le Mille ed una Notti|Mille e una notte]]''; tale quello di molti altri libri di simil genere della letteratura sanscrita che ne ha dato, come pare, il primo esempio, e dell’araba e della persiana.<ref>Per tutta questa parte di storia comparata dalle letterature, veggasi la dotta ''Introduzione'' premessa dall'[[Autore:Michele Amari|AMARI]] alla sua traduzione dall’arabo dei ''Conforti politici'' d’Ibu Zafer, Firenze, 1851; l’''Introduzione'' del [[Autore:Theodor Benfey|BENFEY]] alla sua versione del ''Punciatantra'', Lipsia, 1859; il Capitolo IX, della mia ''Storia della Poesia persiana'', Torino, 1894; l'''Introduzione'' alla mia traduzione dal sanscrito del ''Panciatantra'', Torino, 1896.
</ref>
Anche questo di Saadi è libro dottrinale del modello or ora accennato. Osserviamo subito però che non è filosofico, e che, non essendo tale, né si perde in infruttuoso e noiose nenie o diatribe o prediche da pinzochere, né procede da alcun testo sacro, e nemmeno dal Corano che pure, per i Musulmani, è la parola increata di Dio, rivelata al Profeta. Procede piuttosto dalla esperienza lunga, dalla osservazione sagace e indagatrice, dalla facoltà intuitiva dell’autore. Di queste belle qualità di lui, abbiam fatto cenno di sopra, né stimiamo di dovervi aggiungere altro a meno d’intraprendere a questo punto quelle artificiose e nebulose dissertazioni che ora si chiamano psicologiche. Cosí voleva certo critico moderno che io avessi fatto nel parlare, in altro mio scritto, della grande anima di [[Autore:Ferdowsi|Firdusi]]. Ma quelle dissertazioni o disquisizioni, appunto perché sottilissime, mentre vogliono dir tutto, in sostanza non dicono nulla. Perché se io, assumendo il frasario degl’investigatori della psiche degli autori, di-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione|IV|{{Sc|INTRODUZIONE}}|}}</noinclude>tali cospicui personaggi quando ossequiosi accorrevano a vederlo e a visitarlo. Ma dei loro doni faceva, poi larghezza ai poveri, e i cibi delicati che gli si mandavano, riponeva in un canestro e il canestro appendeva fuori della finestra acciocché certi taglialegne che la sera solevano passar di là, ne prendessero. Cosí visse gli ultimi anni, e mori nel 1291, e fu sepolto in quel luogo stesso della sua lunga e pacifica dimora.
La sua sepoltura divenne ben presto meta al pellegrinaggio delle persone devote, ammirate di lui che era stato sommamente morale e pio. Quella sepoltura è un bel giardino quadrato, cinto da mura, con pioppi e cipressi e cespugli di rose. Una cappella vi sorge dall’uno dei lati o accoglie la tomba marmoroa in cui egli riposa. Presso di essa e per entro al giardino stesso vedonsi altre tombe sparse qua e là. Sono di alcuni uomini pii che sollecitarono e ottennoro di riposare accanto ai resti mortali d’uomo di vita tanto specchiata e di tant’alto ingegno. Il viaggiatore arabo Ihn Baiuta, che passò da quelle parti dopo quasi un secolo, cosí scrive di quel luogo da lui devotamente visitato: "Tra le cappelle fuori di Sciraz trovasi il sepolcro del saggio vegliardo, di nome Saadi. Fu il piú abile poeta in lingua persiana fra tutti quelli del tempo suo, e spesso anche si segnalò componendo nella lingua araba. E vi è un bell’eremitaggio ch’egli stesso erasi fabbricato in quel luogo e dentro vi è un bel giardino. L’eremitaggio è in vicinanza della sorgente del fiume maggiore noto col nome di Rukn-abad. Il vegliardo vi aveva fatto certi piccoli bacini di marmo per lavarvi i panni. Esce la gente dalla città per visitar l’eremitaggio, e mangia dei cibi che vi sono apprestati, o lava i panni nel fiume e poi se ne va. Cosí feci io ancora. Che Iddio gli abbia misericordia! <ref>''Voyages d’Ibn Baloutah, texte arabe accompagné d’une traduction par
C. DEFREMERY et B. R. SANGUINETTI, t. II, p. 87, Paris, 1854.</ref><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||{{Sc|INTRODUZIONE}}|V}}</noinclude>Alcuni viaggiatori europei che di là passarono in tempi posteriori, dissero d’aver rinvenuto guasta dal tempo e dalla negligenza degli uomini quella tomba. L’inglese Gore Ouseley però, ambasciatore d’Inghilterra presso la corte di Persia, amantissimo cultore della poesia persiana, si offri nel 1811 al governo persiano per restaurarla a proprie spese. Ma il governo persiano non accettò, Guglielmo Jackson, dotto professore americamo, che al principio del presente secolo viaggiò la Persia e la descrisse poi in un suo bel libro istruttivo e ameno, la trovò in non cattivo stato e ne trasse una sua bella fotografia che poi inserì, tra le altre, in quel suo libro. Ne scrisse anche cosí, con qualche particolare che forse contraddice a quanto è stato detto in proposito da altri: “La tomba di Saadi giace intorno ad un miglio verso nord in una lieve bassura del piano, ed è chiamata la Saadiah. Come la tomba di Hafiz, è un giardino cinto da mura, e una selva di pioppi, di cipressi, di aranci odorosi di cespugli di rose, circonda la cappella che contiene i resti mortali del maggior moralista e poeta della Persia.<ref>Veramente il maggior poeta della Persia, a confessione di tutti, è [[Autore:Ferdowsi|Firdusi]] che i critici hanno posto giustamente accanto ai più grandi posti del mondo: [[Autore:Omero|Omero]], [[Autore:Eschilo|Eschilo]], [[Autore:Publio Virgilio Marone|Virgilio]], [[Autore:Dante Alighieri|Dante]], [[Autore: William Shakespeare|Shakespeare]], [[Autore:Johann Wolfgang von Goethe|Goethe]], forwarde, così una bella Pleiade di sotto.</ref> È un luogo di riposo assai bene appropriato per tale che ha posto i titoli di ''Roseto'' e di ''Verziere'' alle sue due opere principali. Dentro il recinto il solo Saadi trovasi sepolto (io, almeno, non vi ho scorto nessun’altra tomba), o l’avello stesso sta rinchiuso, ora, dentro un luogo murato. Entrasi nella celletta in cui sta l'avello, per una robusta
porta, e i resti del poeta stanno dentro un’arca pesante di pietra, circondata da una rete di metallo. La cella non ha alcun ornamento, ma è riccamente provvista di stuoie su cui i piedi muovonsi senza stropiccío quando vada qualcuno attorno all’avello in omaggio alla, memoria del morto. La stessa iscrizione in arabo accennante<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione|VI|{{Sc|INTRODUZIONE}}|}}</noinclude>alla eternità dì Dio, quale trovasi anche sulla tomba
di [[Autore:Hafez|Hafiz]], sta scolpita sulla pietra sepolcrale, e vi sono aggiunti anche alcuni versi delle poesie di Saadi, delle quali un leggiadro manoscritto trovasi là dentro custodito.”<ref>A. V. WILLIAMS JACKSON. ''Persia past and present, a book of travel
and research.'' New York, 1906, p. 333.</ref>
{{Centrato|⁂}}
Saadi, come quasi tutti i poeti persiani, fu fecondissimo. Lasciò molte opere che furono raccolte in un volume, disperse che erano, da un Alí ibn Ahmed Bisutan nel 1325. Nell’ordine loro dato nei manoscritti e nell’edizione di Calcutta, precedono gli scritti minori che sono trattatelli in prosa, omelie mistiche, soluzioni di questioni filosofiche, consigli e avvertimenti morali. Vengono poi il ''Roseto (Gulistán)'' e il ''Ferziere (Bustan)'', e seguono le ''qaside'' (componimenti che somigliano alle canzoni o ai sirventesi nostri), le elegie, le sentenze, i ritornelli, il cosí detto ''Libro del Ministro'', che è una raccolta di sentenze morali, le quartine, i distici staccati, le poesie oscene. Di queste ultime l’autore si scusa cosí in una sua breve prefazione araba premessavi. Dice Saadi: "Mi pregò il figliuolo di un principe di comporgli un libro di soggetto leggero. Io non aveva mai fatto nulla di simile, e però non aveva alcun pensiero di farlo. Non potei tuttavia sottrarmi dal far pago quel desiderio e dovetti comporre questì versi. Cosí ne domando perdono a Dio onnipotente."
Nulla di certo quanto all’ordine secondo cui tante opere furono composte. Si può stabilire tuttavia che le filosofiche e teologiche, e quelle in particolare che piú che le cose mondane toccano le divine e con unzione anche soverchia propria di tutti questi mistici, inneggiano a Dio, lontano e incognito amico, e anelano a perdersi in lui, appartengono all’età più giovane di Saadi. Queste gli procacciarono quella fama che ri-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||{{Sc|INTRODUZIONE}}|VII}}</noinclude>suonò alta d’un súbito per tutta la Persia e per tutto l’Oriente musulmano, e che lo fece accolto dovunque a grande onore come egli stesso asserisce in piú luoghi del ''Roseto.'' Il ''Roseto'' invece e il ''Verziere,'' meno accesi d’affetto mistico, ma piú addentrati nella conoscenza vera dell’animo umano e della vita sociale quale è, sono il frutto della sua provetta età quando riposò dalle lunghe fatiche o dai lunghi viaggi.
Egli pure, con tanti eletti ingegni della Persia d’allora, appartiene a quella setta tra filosofica e religiosa che fu detta dei mistici, ovvero, con voce d’incerta derivazione, dei Sufi, secondo cui l’uomo in terra è pellegrino, e anelando al congiungimento con Dio che è l’Essere universale, affretta col pensiero quel sospirato momento, quello della morte corporale. È dottrina strana, d’origine remota, in parte d’India, che anche non ripudiando il Corano, apportatoro ai Persiani d’una dottrina essenzialmente monoteistica, sottilmente filosofando si converte in panteistida. Essa poi. assunta dai poeti romantici e dai lirici, fu da loro vestita della piú aggraziata e leggiadra forma poetica ande sono celebri e inimilabili le canzoni di Rumi e le odi amorose di [[Autore:Hafez|Iafiz]] e di Saadi. Solto l’aspetto dell’amore sensuale vi si inneggia all’amore spirituale, e ne procede questa qualità tutta peculiare della lirica persiana che molte volte o quasi sempre ha senso doppio ed è difficilissima da comprendere e da afferrare. Non sempre s’intende se il poeta parli in senso vero o piuttosto con significato simbolico. E questa così fatta poesia nacque e fiorí quando dell’antica patria era caduta la potenza e la gloria dopo le invasioni dei barbari, quando da piú d’un secolo erasi taciuta la grande canzone epica del ''Libro dei Re'' in cui [[Autore:Ferdowsi|Firdusi]] aveva celebrato gli eroi del bel tempo antico.<ref>Tutta questa parte di storia letteraria è più ampiamente trattata nella mia ''Storia della Poesia persiana'' (Capitoli dalla lirica, della mistica, dell’epica, della rumantina).</ref><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione|VIII|{{Sc|INTRODUZIONE}}|}}</noinclude>Cosí Saadi, al pari degli altri mistici, con ineffabile mestizia vi parla della vanità e della caducità delle cose di quaggiú e assomiglia se stesso alla farfalla che, ardente di desiderio si precipita o consuma nella fiamma del cero acceso, immagine dell’anima amante che si perde in Dio, e si dice ebbro e forsennato e dato al vino. Nel quale, essendo vietato ai Musulmani da Maometto, egli, come [[Autore:Omar Khayyam|Omar Khayyam]] e come [[Autore:Hafez|Hafiz]], vede il simbolo della dottrina mistica, condannata e scomunicata dai bacchettoni asserviti alla formola del precetto del Corano. Lo aiuta, in cotesto, il linguaggio poetico {{Ec|finamente|finalmente}} leggiadro, perché se v’è al mondo lingua leggiadra o aggraziata, questa è la persiana, né temonsi smentite. Tutti quelli che la conoscono e apprezzano, la qualificano, per la dolcezza e l’armonia, di lingua italiana dell’Oriente. Ma di tali idee o pensieri troppo mistici meno assai sono impregnata, o già l’abbiam detto, le opere di Saadi degli ultimi tempi. La conoscenza dell’uomo e degli uomini, attinta al conversar dinturno con loro, dovette temperargli l’ardore d’un tempo e fargli considerar le cose di quaggiú sotto aspotio assai piú vicino al vero. L’innato buon senso gli serví di norma per non soverchiare né in male né in bene giudicando; la lunga esperienza gl’insegnò in che modo abbiano da considerarsi certe azioni umane che al primo aspetto dovrebbero o potrebbero reputarsi o troppo belle o troppo brutte; la naturale bontà e la calma serena dello spirito l’indussero non di rado a stendere un velo di commiserazione su tanti mancamenti e difetti dovuti alla fragilità umana, pur flagellando col verso iroso o deridendo con l’accento del sarcasmo l’iniquità voluta e meditata, l’ipocrisia dei devoti falsi, la malvagità dei cortigiani, l’ingordigia e la prepotenza dei grandi. Somiglia in questo ad [[Autore:Omar Khayyam|Omar Khayyam]], flagellatore spietato delle male arti degli uomini; somiglia in quello a Rumi e ad [[Autore:Farid al-Din Attar|Attar]], che dimenticano e tolle-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||{{Sc|INTRODUZIONE}}|IX}}</noinclude>rano e perdonano; si dissomiglia in tutto da [[Autore:Ferdowsi|Firdusi]] che, nella contemplazione ammirata d’un passato che non tornerà mai piú, nell’azione pronta e fulminea dei suoi eroi, armati d’arco e di clava, e nella sapienza dei suoi re, ornati d’aureola il capo, vede rappresentata l’armonia ideale del mondo, equilibrata con la forza e col sonno.
Il ''Verziere'' e il ''Roseto'' sono due libri dottrinali, Hanno il medesimo intento, quello di ammaestrare; si assomigliano in gran parte nel disegno, perché, divisi in piú libri, vi trattano in ciascuno diversi punti di morale, e adornano intanto e abbellano la trattazione con acconci aneddoti tolti alla storia, alle tradizioni, alla vita stessa dell’autore. Ma v’hanno anche differenze notevoli. Il ''Verziere'' è dettato nel metro epico, metro vibrato e risonante, non usato consuetamente da altri in simili trattati, e però alquanto in disaccordo con la materia. Ce ne dà ragione tuttavia l’autore stesso dicendovi, al principio del libro settimo, ch’egli ha voluto combattere i nemici comuni degli nomini che sono le passioni, e però ha usato di quel metro con cui altri celebrò già le pugne dei campioni della patria contro i barbari. Dice infatti:
<poem>
La mia parola volgesi a costume,
a ragione, a virtú, non a destriori,
non a palestre, non a mazze o globi.
E in soggiorni col nemico tuo;<ref>Le passioni innate nel cuore e nell’animo.</ref>
deh! perché adunque dall’imposto ufficio
del pugnar vai lontano? Oh! ohi rattiene
lungi da casa illecite a lui stesso
le redini e le volge in suo valore,
Rustem avanza e Sum!<ref>Eroi dell’epopea persiana. Vedi il ''Libro del Re''.</ref>
</poem>
Con tal proposito, in dieci libri, va ragionando di molte virtú morali, di molti obblighi che ha l’uomo in questa vita, di molti doveri che gli toccano. E la lettura dell’opera leggiadra è piacevole, resa tale anche piú dai racconti che l’adornano a conforto delle cose<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione|X|{{Sc|INTRODUZIONE}}|}}</noinclude>dette; e la calma e la serenità che la dominano, attraggono o sollevano l’animo e la mente. Vi si nota peròcerta prolissità che, veramente, è difetto anche troppo comune di molti di questi poeti persiani.
Ma il ''Roseto'' supera di gran lunga il ''Verziere''. È frutto d’arte piú raffinata e perfetta, tratta di cose piú umane e ovvie attenendosi alla pratica della vita, è più stringato e impacciato meno, è scritto parte in prosa e parte in versi. Prose e versi poi sono coordinati in modo che questi formano come un commento a quelle, ne avolgono anzi il pensiero e lo ampliano anche, e lo rendono più chiaro. Non vi sono lungherie, sí bene la narrazione è concisa, vibrata, con tocchi rapidi e come inattesi, con passi incisivi, tale che rende immagine del narrare tanto efficace di certi libri nostri del Trecento. La prosa poi ha un tratto particolare che è difficilissimo da rifare in altra lingua, e che, se qualcuno vi si prova, come qualche volta hanno fatto alcuni traduttori tedeschi, al nostro gusto torna noioso e stucchevole. È la rima che vi si ripete di proposizione in proposizione, d’inciso in inciso, due tre e quattro volte, vezzo retorico, forse d’origine arabica, carissimo agli orientali.
Dei singoli punti di morale che si trattano nel ''Roseto'' del contenuto suo in generale, potrà rendersi conto e ragione chi leggerà. Quanto alla forma e al disegno, forma e disegno ne discendono da quelli d’un antico libro indiano di novelle, narrate ad ammaestramento morale e filosofico. È il ''Panciatantra'', libro sanscrito d’origine buddhistica, che, rifatto nel Medio Evo in tante lingue d’Oriente e d’Occidente, distese fino a noi le sue propaggini tanto da restarne tracce manifeste nei nostri libri popolari, oltre che nel [[Decameron|Decamerone]] del [[Autore:Giovanni Boccaccio|Boccaccio]], nelle novelle del [[Autore:Agnolo Firenzuola|Firenzuola]], del [[Autore:Anton Francesco Doni|Doni]], del [[Autore:Matteo Bandello|Bandallo]]. Con questo, il ''Panciatantra'' fu imitato in Oriente e in Occidente anche nel disegno, il quale consiste nel suddividere un libro, e in particolare un trattato mo-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione|XII|{{Sc|INTRODUZIONE}}|}}</noinclude>cessi ora, per esempio, che Saadi s’irraggia dall’idealismo epicamente oggettivo di [[Autore:ferdowsi|Firdusi]], e partecipa al misticismo serenamente soggettivo di Nizami, e s'accende dell'entusiasmo di Rumi passando per il pietismo e il quietismo di Attar, per infuturarsi poi'nel lirismo di Hafiz fantastico e reale e perdersi nel praticismo contemplante di Giami, e s’inebbria intanto degli acri profumi dei deserti d'Arabia pur ritenendo dell’olezzo delicato delle rose dei giardini di Persia, il dir tutto cotesto mi pare che sarebbe linguaggio da isterici, con tante desinenze in ''ismo'' quali ora sono di moda, e parlata di tutti i paesi del mondo, eccetto quella tanto leggiadra e propria e ricca, d'Italia!
Saadi fu il primo poeta persiano che si conoscesse in Occidente. Di [[Autore:ferdowsi|Firdusi]], che fu la maggiore gloria poetica della Persia, non si ebbe sentore in Europa se non in principio e verso la metà del passato secolo.<ref>Del poema di [[Autore:ferdowsi|{{Sc|Firdusi}}]], ''Il Libro dei Re'' (in persiano: ''Shah-námsh''), si ha una traduzione intera, in prosa francese, del {{Sc|Mohl}}; parziali tedesche sono quelle del {{Sc|Gorres}}, dello {{Sc|Schack}} e del {{Sc|Rückert}}; ve n’è una intera inglese, in prosa, dell’orientalsta americano {{Sc|A. Rogers}}. Intera e in versi italiani è quella di chi scrive, pubblicata a Torino in otto volumi. Unione Tip. Ed., 1886-89.</ref> Ma del ''Roseto'', il Gentius, nel 1651, pubblicava ad Amsterdam una sua traduzione latina, che allora fu letta con avidità curiosa, e imitata anche di soppiatto. Il [[Autore:Jean de La Fontaine|Lafontaine]] stesso, rinvenuta non nel ''Roseto'' ma in qualche altra opera di Saadi, la nota favola della cicala (in Saadi è l’usignuolo) o della formica, la fece sua, onde ora, come leggiadra invenzione di lui, va tuttora attorno per le scuole nei libriccini educativi dei fanciulli.<ref>Veggasi, nell’Appendice a questa ''Introduzione'', la favola di Saadi, da me tradotta.</ref> Alla, traduzione del Gentius tennero dietro appresso, intere o parziali, le tedesche, le inglesi, le francesi. All’Italia ne voleva dare una sua Gherardo De Vincentiis, valente professore di lingua e letteratura persiana a Napoli, che, pure a Napoli, nel 1873, ne diede fuori un suo saggio<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||{{Sc|INTRODUZIONE}}|XIII}}</noinclude>pregevolissimo.<ref>''Gulistan'', ossia il ''Roseto'', ann. prima versione italiana per {{Sc|Gherardo De Vincentiis}}, Napoli, 1873.</ref> La morte immatura gli tolse di seguitare. Del 1894, pubblicando qui a Torino la mia ''Storia della Poesia persiana,'' io augurai al valente amico e collega, allora ancor vivente, di poter condurre a termine la bella opera.<ref>Pag. 300, del 1° volume.</ref> Ora ch’egli ci è mancato, nel difetto d'altro interprete migliore, mi sono avventurato a mettermi al posto suo, onde, condotta a fine in questi ultimi anni la presente traduzione, mi faccio animo per offrirla agli studiosi d’Italia. Essa è condotta al modo delle altre versioni mie, del ''Libro dei Re'' e dell' ''Avesta'' in particolare,<ref>[[Autore:Zarathustra|{{Sc|Zoroasto}}]]. L’Avesta. Milano. Istituto Edit. Ital. 1916.</ref> cioè con fedeltà al testo e con intento artistico, secondo la buona tradizione italiana. Il testo da me seguito è quello dell’Eastwick, edito ad Oxford, che ho potuto anche accuratamente confrontare passo passo con una buona edizione orientale, fatta a Teheran in Persia puche decine d’anni
Or Sono.<ref>''The Gulistan'' (Rose Garden), edited by {{Sc|E. B. Eastwick}}, Hertford, 1850, — Dell’edizione persiana, non ho potuto bene accertare l’anno.</ref>
''Torino, gennaio 1917.''
{{A destra|ITALO PIZZI}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" /></noinclude>{{Ct|f=150%|APPENDICE ALL’INTRODUZIONE}}
{{Centrato|{{Sc|la favola dell’usignuolo e della formica}}}}
Raccontano che un usignuolo, in un giardino, aveva il nido sui rami di una rosa. Per caso, una povera formica sotto quell’albero aveva posto la sua stanza e, per mezzo di certe sue astinenze, vi aveva fatto il soggiorno suo poveretto. L’usignuolo notte e giorno, volando attorno per il roseto, faceva risuonare il liuto dei suoi gorgheggi ingannatori dei cuori. Ma la formica, all’opposto, la notte e il giorno era in faccende, laddove colui, dai suoi mille gorgheggi, per le aiuole del giardino andavasi inebbriando dei suoi dolci canti. L’usignuolo andava dicendo i suoi segreti alla rosa e faceva confidente fra sé e lei la brezza del mattino.<ref> È nota la bella favola orientale degli amori degli usignuoli e delle rose.</ref> Quando la povera formica ebbe veduto i vezzi della rosa e l’affannarai dell’usignuolo per lei, con linguaggio appropriato al caso disse: Qual cosa verrà poi da cotesto cicalare, aí vedrà in altro tempo!
Quando stagion di primavera fu passata, sottentrato il tempo dell’autunno, le spine occuparono il luogo delle rose e i corvi si appollaiarono nell’ostello degli usignuoli. Cominciò allora a spirare il rovaio autunnale e le foglie a cadere dagli alberi; la gota delle foglia impallidí e lo spirar dell’aria si fece freddo, dai lembi delle nuvole caddero perle, e dal crivello dell’aria si vagliarono granelli di canfora. L’usignuolo allora entrò d’un tratto nel giardino. Non vide color di rose; non sentí fragranze di spigonardi; la lingua sua dalle mille melodie rimase muta; non c’era rosa di cui potesse ammirar la vista, non verzura di cui potesse contemplar la bellezza.
La spina allora disse all’usignuolo: O usignuolo, e fino a quando cercherai tu il connubio tuo con la rosa? Quest’ora è pur quel tempo in cui, per l’assenza dell’amica tua, tu dovrai far moine alla pungente spina!
L’usignuolo girò attorno uno sguardo. Non vide esca che gli venisse all’uopo. La costanza gli venne meno per mance di prospero stato, ed egli mancò di maladia per manco di sostentamento.
Gli venne allora in mente che nei giorni andati una formica aveva la casa sotto quell’albero, già stata tutta intenta a radunar grano. Oggi, egli disse, rappresenterò a lei il mio bisogno. Per ragione di vicinanza e per di-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||{{Sc|APPENDICE ALL'INTRODUZIONE}}|15}}</noinclude>ritto di amicizia, la dimanderò di qualche cosa. Forse avverrà che senta compassione, e mi faccia toccare qualche soccorso!
L’usignuolo affamato venne per elemosina nella presenza della formica e disse: Generosità è segno di fortuna e capitale di contentezza. Io, la mia dolce vita, la passai nella spensieratezza, ma tu naasti del senno e radunasti
provvigione. Che sarebbe mai se oggi per un poco tu me ne facessi larghezza? — Disse la formica: Tu notte e giorno fosti in discorsi, e io in faccende; tu ora andavi pensando alla freschezza della rosa, ora sei affascinato dall’ammirazione per la primavera, e non sapevi intanto che ad ogni primavera sta dietro l’autunno e ad ogni via un termine?
Ascoltate, o cari, la storia dell’usignuolo e comparate il nostro stato a quello di lui, e sappiate intanto che ad ogni vita sta dietro la morte, che ad ogni connubio sta dietro la separazione! Non à senza fecola il liquor della vita, e anche il raso ha le sue strie.<ref>Si confronti la favola del [[Autore:Jean de La Fontaine|Lafontaine]]: ''La cicala e la formica,'' e si vegga quanto piú profondo senso abbia questa di Saadi. La chiusa poi di quelle
dal [[Autore:Jean de La Fontaine|Lafontaine]], se non è cinica, è sguaiata.</ref><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" /></noinclude>{{Ct|f=150%|BIBLIOGRAFIA}}
Per chi volesse conoscere quante edizioni, quanti commenti, quante traduzioni, non solo in lingue europee; ma anche in lingue orientali, siano state fatte delle opere di Saadi e in particolare del ''Gulistan'', o ''Roseto'', che è anche l’opera di lui piú conosciuta e apprezzata, sarà utile consultare l’erudita dissertazione del Prof. {{Sc|Ermanno Ethè}}: ''Die mystische und didaktische Poesie,'' sezione V della: ''Neupersische Litteratur,'' dello stesso Autore, inserita nell’opera: ''Grundriss der iranischen Philologie,'' del {{Sc|Geiger}} e del {{Sc|Kuhn}}, edita a Strasburgo dal Trübner, 2° vol., 1896. — Si possono consultare anche le seguenti opere:
{{Sc|Bacher}}. ''Sa’di-Studien'' (nella Zeitschrift der Deut. Morg. Gesellschaft. Leipzig. XXX. 81-106),
{{Sc|Barbier De Meynard}}. ''La podsie en Perse,'' Paris 1877.
{{Sc|Ouseley}}. ''Biographical Notices of Persian Poets.'' London. 1846.
''The Gulistan'' (Rose-Garden) edited by {{Sc|E. B. Eastewick}}. Herthford. 1858
''Il Gulistân,'' ossia il Roseto, prima versione italiana per {{Sc|Gherardo De Vincentiis}}. Napoli; 1873 (soltanto della prefazione e di due novelle).
''Gulistan, ou le Parterre de roses,'' trad, per {{Sc|Ch. Defrémery}}. Paris, 1858
{{Sc|I. Pizzi}}. ''Storia della Poesia persiana,'' vol. I, cap. IV. (Torino, 1894).
{{Sc|I. Pizzi}}. Letteratura persiana, cap. III, & IV. (Milano, Hoepli).<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" /></noinclude>{{nop}}
{{Ct|f=200%|IL ROSETO}}<noinclude><references/></noinclude>
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{{FI
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|alt = IL ROSETO ❘ Di StaadI ❘ G. CARABBA ❘ LANCIANO
}}<!--{{Ct|f=200%|L=0.1em|IL ROSETO}}
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{{Ct|v=1|'''Relazione sulle Osservazioni astronomiche.'''}}
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Le determinazioni astronomiche eseguite nel viaggio di {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R. il Duca degli Abruzzi}} fra Entebbe e il Ruwenzori risultano da osservazioni di sole fatte con un sestante di alluminio (costruito nell'officina meccanica del R. Istituto Idrografico della Marina in Genova) il cui cerchio graduato ha un raggio di 145 mm., con suddivisione tale da poter leggere sul nonio i 20 secondi. Il circolo astronomico Magnaghi fu usato nei pochissimi casi in cui, per osservazioni nel meridiano o in prossimità di esso, l'altezza del sole era tale da non rendere agevole l'osservazione col sestante. Naturalmente tutte le altezze furono misurate doppie ad un orizzonte artificiale di mercurio, avendo cura di invertire la posizione del coperchio a metà di ogni serie di osservazioni, per attenuare quanto possibile l'influenza di errori nel caso di eventuale prismatismo dei vetri del coperchio stesso. I calcoli vennero eseguiti usando logaritmi a 6 decimali; si usarono tavole a 7 decimali solo pel calcolo dell'ora media di Greenwich, simultanea all'emersione di B A C 81 dal disco lunare, osservata la notte fra l'11 e il 12 luglio 1906, a Bujongolo, ultima stazione astronomica in località prossima al massiccio montano del Ruwenzori.
La refrazione astronomica ''r'', corrispondente alle notevoli elevazioni in cui le osservazioni astronomiche ebbero luogo durante il viaggio, fu calcolata colla nota formola di Bessel,
''r''=log (''a'' tang ''z'') + ''A'' (log ''B'' + log ''T'') + λ log γ,
trascurando il fattore ''A'', per distanze zenitali apparenti ''z'', inferiori a 77°, ed il fattore λ, oltre ad ''A'', per distanze zenitali apparenti minori di 45°.
I valori degli elementi che entrano nella precedente formola si ricavarono dalle Tavole dell'Albrecht, edizione 1894; ma siccome la Tavola 34''f'', che dà il valore di ''log B'', considera pressioni barome-<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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Le determinazioni astronomiche eseguite nel viaggio di {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R. il Duca degli Abruzzi}} fra Entebbe e il Ruwenzori risultano da osservazioni di sole fatte con un sestante di alluminio (costruito nell'officina meccanica del R. Istituto Idrografico della Marina in Genova) il cui cerchio graduato ha un raggio di 145 mm., con suddivisione tale da poter leggere sul nonio i 20 secondi. Il circolo astronomico Magnaghi fu usato nei pochissimi casi in cui, per osservazioni nel meridiano o in prossimità di esso, l'altezza del sole era tale da non rendere agevole l'osservazione col sestante.
Naturalmente tutte le altezze furono misurate doppie ad un orizzonte artificiale di mercurio, avendo cura di invertire la posizione del coperchio a metà di ogni serie di osservazioni, per attenuare quanto possibile l'influenza di errori nel caso di eventuale prismatismo dei vetri del coperchio stesso. I calcoli vennero eseguiti usando logaritmi a 6 decimali; si usarono tavole a 7 decimali solo pel calcolo dell'ora media di Greenwich, simultanea all'emersione di B A C 81 dal disco lunare, osservata la notte fra l'11 e il 12 luglio 1906, a Bujongolo, ultima stazione astronomica in località prossima al massiccio montano del Ruwenzori.
La refrazione astronomica ''r'', corrispondente alle notevoli elevazioni in cui le osservazioni astronomiche ebbero luogo durante il viaggio, fu calcolata colla nota formola di {{wl|Q75845|Bessel}},
''r''=log (''a'' tang ''z'') + ''A'' (log ''B'' + log ''T'') + λ log γ,
trascurando il fattore ''A'', per distanze zenitali apparenti ''z'', inferiori a 77°, ed il fattore λ, oltre ad ''A'', per distanze zenitali apparenti minori di 45°.
I valori degli elementi che entrano nella precedente formola si ricavarono dalle Tavole dell'{{wl|Q75620|Albrecht}}, edizione 1894; ma siccome la Tavola 34''f'', che dà il valore di ''log B'', considera pressioni barome-<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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Le determinazioni astronomiche eseguite nel viaggio di {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R. il Duca degli Abruzzi}} fra Entebbe e il Ruwenzori risultano da osservazioni di sole fatte con un sestante di alluminio (costruito nell'officina meccanica del R. Istituto Idrografico della Marina in Genova) il cui cerchio graduato ha un raggio di 145 mm., con suddivisione tale da poter leggere sul nonio i 20 secondi. Il circolo astronomico Magnaghi fu usato nei pochissimi casi in cui, per osservazioni nel meridiano o in prossimità di esso, l'altezza del sole era tale da non rendere agevole l'osservazione col sestante.
Naturalmente tutte le altezze furono misurate doppie ad un orizzonte artificiale di mercurio, avendo cura di invertire la posizione del coperchio a metà di ogni serie di osservazioni, per attenuare quanto possibile l'influenza di errori nel caso di eventuale prismatismo dei vetri del coperchio stesso. I calcoli vennero eseguiti usando logaritmi a 6 decimali; si usarono tavole a 7 decimali solo pel calcolo dell'ora media di Greenwich, simultanea all'emersione di B A C 81 dal disco lunare, osservata la notte fra l'11 e il 12 luglio 1906, a Bujongolo, ultima stazione astronomica in località prossima al massiccio montano del Ruwenzori.
La refrazione astronomica ''r'', corrispondente alle notevoli elevazioni in cui le osservazioni astronomiche ebbero luogo durante il viaggio, fu calcolata colla nota formola di {{wl|Q75845|Bessel}},
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{{noindent}}trascurando il fattore ''A'', per distanze zenitali apparenti ''z'', inferiori a 77°, ed il fattore λ, oltre ad ''A'', per distanze zenitali apparenti minori di 45°.</div>
I valori degli elementi che entrano nella precedente formola si ricavarono dalle Tavole dell'{{wl|Q75620|Albrecht}}, edizione 1894; ma siccome la Tavola 34''f'', che dà il valore di ''log B'', considera pressioni barome-<noinclude><references/></noinclude>
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<poem>
E per l’opre sue triste alla persona
Danno estremo il cogliea! — Deh! figlio mio,
Di vincolo che frena opre malvagie,
La chiave non cercar! Se tu la cerchi,
Vedrai che a tristo oprar seguita in fine
Amaro frutto. Un re, che maestate
Da Dio riceve, in carcere e in catene
Vendichi l’ira sua; ma s’egli sparge
Il sangue altrui, tristo rimane e fiacco,
E toccasi dal ciel, che in alto muove,
Degno castigo. A Behràm truculento
Un sacerdote così disse: «Tu
Non dei versar degl’innocenti il sangue,
Se pur vuoi che rimanga al loco suo
La tua corona, esser non dei che mite
E di retto consiglio». — Oh! vedi ancora
Che disse al capo il regal serto! Ei disse:
«O regal capo, sapïenza antica
Congiunta sempre al tuo cerèbro sia!».
:Dall’opra fiera contro all’avo suo
A Garsivèz venne quel sire, e avea
Smorte le guancie e di tumulto pieno
Il cor trafitto. Allor, dalla presenza
Del carnefice il trassero piangente,
In gravi ceppi, al fatal giorno sceso
Di sua sventura, i manigoldi e quelli
Che di toglier la vita a’ rei dannati
Hanno l’ufficio, così appunto come
D’un reo capo si fa. Quando al cospetto
Giunse di re Khusrèv nel suo dolore
Garsivèz tristo, lagrime cocenti
Ei fe’ cader su le pallide gote,
E quel re d’ogni re, signor d’Irania,
Sciolse la lingua a favellar di quella
Conca dorata e di quel ferro acuto,
Di Salm, figlio a Fredùn, gagliardo e reo,
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<poem>
E di Tur e d’Erag’qual era in terra
Inclito e grande. Al carnefice allora
Fe’ cenno d’avanzar col ferro acuto,
Sguainato dal fodero, col core
Crudo e feroce; e quei squarciava allora
Il fianco al duce di guerrieri e fea
Pien di sgomento il core a le falangi
Del prence iranio. I corpi insanguinati
Ammonticchiar sul tristo suol; dintorno
Stavan le genti d’ogni parte accolte.
Ma de’ caduti a raccontar si fea
L’opre malvagie re Khusrèv, guardando
D’ambo gli uccisi le giacenti spoglie;
Fe’ cenno poi che del trafitto sire
Un suo fedel dal sangue e da la polvere
Lavasse il corpo e il rivestisse poi
Di sciamito di Cina, e in pura seta
Ed in seta commista ad altro ordito
Fosse il lenzuolo funeral. Dorato
Nel sepolcro fu posto un regal seggio
E del caduto su la fronte un serto
D’ambra odorosa. Su quel trono eccelso
Il posero a seder qual chi è nel sonno,
E molto pianse re Khusrèv di lui,
Che fu sì tristo e sciagurato. Il corpo
Di Garsivèz guerrier, da cui sì grave
Erasi presa la vendetta il prence,
Diviso in due fu tratto ad un profondo
Gorgo del lago e là travolto. Allora
Così disse Khusrèv: Compiemmo noi
La vendetta fatal, nell’ansio core
Sedammo del dolor la vampa ardente.
Ora è loco a pietà per l’avo mio,
Kàvus regnante, ora di me gli è tempo
Di riposo e di pace. Or sì!, novello
Costume prenderem, loco faremo
</poem><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 485 —|}}</noinclude>
<poem>
Ai prigionieri ad abitar gradito
In ogni parte, che pur fu costui
Che sangue sparse, l’avo mio. Se cadde,
Se spirò, che ne viene? Oh! non far male,
Che male troverai; per oprar tristo
Trista fama di noi vola pel mondo.
Vedi che questa che si muove ratto,
Volta del ciel, nulla nasconde in seno
Fuor che affanno e dolor! Tu su la terra
Tema e spavento serba in cor, tu adora
Iddio santo ogni dì, che la vittoria
E la sconfitta vengono da lui,
Vengon da lui fortezza alla persona
E rancura e dolor nei giorni nostri.
:Poi che d’ogni sua voglia il compimento
Ebbe Khusrèv da Dio, correndo ascese
Dalla spiaggia del mar fino al delubro
Del sacro Fuoco. Su la vampa ardente
Oro in gran copia fu versato allora,
Stettero a mormorarvi inni e preghiere
E Kàvus e Khusrèv. Dinanzi a Dio,
Giudice eterno e guidator, rimasero
Un giorno in piedi, anche una notte, e allora
Che, tesoriero di Khusrèv, là giunse
Guerrier Zeràspe, un suo tesoro il prence
D’Azergashaspe all’inclita dimora
Volle donar; fe’ doni eletti ancora
Ai sacerdoti e diè monete assai
E cose elette in molta copia. A quanti
Eran tapini in la città devota,
A quanti procacciavansi lor vitto
Con molto stento, anche un tesoro ei volle
Tutto spartir, così rendendo a vita
Il mondo ancor per la giustizia sua,
Per la sua grazia, indi si assise al trono
De’ prischi re, schiuse ad accôr le genti
La sua dimora e taciturno stette.
</poem><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 486 —|}}</noinclude>
<poem>
:Ad ogni prence, ad ogni terra allora,
Ad ogni illustre di gran fama, un regio
Foglio fu scritto. D’occidente andarono
Que’ fogli allora in orïente, in ogni
Munito ostello, ove pur fosse un prence
D’inclita fama. Ivi era detto: Alfine
Di questa terra l’ampia superficie
Dal serpe tristo, per il brando acuto
Di re Khusrèv, ritrovò scampo. Mai,
Per la forza di Dio sempre vincente,
Ei non posò, dal fianco la cintura
Mai non disciolse, fin che il mondo intero
Da ogni gran mal purificò, la terra
Tutta fe’ sciolta da sgomenti arcani
E da terror. Per lui, l’anima santa
Di Siyavìsh rivisse, e de la terra
Si fe’ soggetta a lui tutta la faccia.
Allor, così parlò quel gran monarca
Di questa terra: Principi famosi,
Illustri e grandi, fuor da queste mura
Della città menate i figli vostri,
Le donne ancor, portando alla campagna
Eletti cibi ed ogni cosa acconcia
La gioia a risvegliar. Donate ai miseri
Il vostro aver, donate a’ servi, a quelli
Che addetti sono a voi. — Fatto, la mente
Volse alla gioia di quell’ampia festa,
E vennero con lui di regal sangue
Tutti gli eroi. Chiunque era del seme
Di Zeraspe a que’ dì, scese al delubro
D’Azergashaspe. Kàvus re si stette
Quaranta giorni col novello sire
Fra suoni e canti e fra ricolme tazze
E in gaudio aperto; e allor che risplendette
La nuova luna in ciel, quale un bel cerchio
Di fulgid’or che splende su la fronte
</poem><noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 487 —|}}</noinclude>
<poem>
D’un re novello, in Persia i valorosi
Rendeansi tutti, riposati omai
Dalle battaglie e da’ tumulti. In ogni
Città ch’entrâr per la lontana via,
Venner degli abitanti innanzi al trono
Del re le turbe. Egli schiudea de’ suoi
Ampi tesori le sportelle, e ricco
Ogn’uom tornava che fedel gli fosse.
</poem><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 488 —|}}</noinclude><section begin="s1" />
{{Ct|c=t01|4. Regno di Khusrev.}}
{{Rule|2em|t=1|v=2}}<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|I. Morte di re Kàvus.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 995-996).}}
<poem>
:Poi che a sua pace e sicurtà congiunto
Kàvus rimase, innanzi a Dio l’arcano
Del suo cor disvelò. Deh! Tu che superi,
Disse, del fato ogni poter, tu sei
Maestro mio nell’opre oneste. Ed ebbi
Maestà di sovrano e sorte amica
Da te con regal pompa e regal seggio,
Con grandezza e valor, con dïadema,
Niuno festi quaggiù sì fortunato,
Quanto son io, per chiaro nome in terra,
Per tesori e per trono. Io ti chiedea
Che un valoroso l’armi si vestisse
Per la vendetta di Siyavìsh mio,
E vidi ratto questo mio nipote,
Dolce pupilla mia, che sua si fece
La mia vendetta. Egli è di gloria amante,
Egli ha poter con maestà e saggezza,
E i re del mondo avanza in ciò. Ma poi
Che tre volte passarono cinquanta
Anni sul capo mio, poi che si fea
Come canfora bianco in su la fronte
Il nero crine, e l’agile persona,
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 489 —|}}</noinclude>
<poem>
Pari a vago cipresso, in giù d’un arco
Piegossi in guisa, non ho grave al core
Se il tempo mio tocca il segnato fine.
:Lungo tempo non corse, e qui rimase
Soltanto il nome suo, ricordo al mondo.
:Prence Khusrèv scese dal trono e sopra
Il bruno suol sedè. Quanti in Irania
Erano illustri, senza adornamenti,
Senza pompa lucente, a piè sen vennero
Offesi di dolor. Negre ed azzurre
Eran lor vesti, ed ei per sette giorni
E sette ancor furon compagni al sire
Nel suo cordoglio, e poi, per che la tomba
L’estinto sire vi trovasse, un alto
Edificio elevâr, che cinque e cinque
Lacci uguagliava nell’altezza. I paggi
Dell’inclito signor drappi di Grecia
Di color bruno vi portâr con stoffe
D’oro inteste e d’argento, e su l’estinto
Aloè fu gittato e muschio e canfora;
Indi i valletti ne’ lucenti drappi
La spoglia avviluppar composta e asciutta,
E sotto le rizzar di bianco avorio
Un trono eccelso; al capo una corona
Di canfora splendente le composero
E di muschio olezzante. Allor che il sire,
Prence Khusrèv, dinanzi da quel trono
Si fu levato, fermamente chiusero
Di quel loco la porta, al sonno eterno
Dato del morto re. D’allora in poi
Kàvus regnante più non vide in terra
Nato mortal, ch’ei riposava alfine
Dalla sua guerra e dalla sua vendetta.
:Costume è tale de la vita breve!
Non ti doler, se non t’è dato eterna‐
mente in vita restar! Dal fero artiglio
</poem><noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 490 —|}}</noinclude><section begin="s1" />
<poem>
Non trova scampo della morte il saggio,
Non trova il battaglier sotto la veste
Di ferro e l’elmo. Anche se in terra fossimo
Uguali a un prence o a Zaradìsht, avremmo
Giaciglio sempre il duro suol, guanciale
Una gelida pietra. Oh! ti riposa
Nel gaudio tuo, cerca de’ tuoi desiri
Il compimento, e se desìo compiuto
Del cor tu tocchi, per la terra un nome
Cercati illustre! Sappi al fin che il mondo
È il tuo nemico; al fin, sarà la terra
Il tuo giaciglio e tuo lenzuol la tomba.
:Quaranta giorni ebbe cordoglio il prence
Per l’avo estinto, da ogni gaudio lungi,
Senza corona e senza trono. Al primo
Dì che spuntò dietro quaranta, assiso
Al trono suo di bianco avorio, in fronte
Si pose il serto che a’ mortali in core
Luce recava. Alla real dimora
S’adunarono i forti, i grandi tutti
Con aurei caschi, i sapïenti, e a lui
Benedicean con gioia, inclite gemme
Su la corona gli gittando. Festa
Grande fu quella per la terra intorno
Da confine a confin, che omai sul trono
Sedeva un prence cui scorgea vittoria.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|II. Investitura di Gihn nel regno di Turan.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 996-1000).}}
<poem>
:Comandò che dinanzi gli recassero
Il figlio d’Afrasyàb, Gihn valoroso,
Con gran pompa ed onor. Vennero a lui
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Alex brollo
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<poem>
I suoi sergenti e scesero di poi
Obbedïenti a Gibn. Quand’essi videro
Il valoroso, le catene al piede,
Senza offesa o dolor que’ ceppi infransero,
Appo di re Khusrèv indi il condussero.
:Così egli venne all’inclita dimora
Del re sovrano, e come gli occhi suoi
S’appuntarono in lui, qual derelitto
Baciò la terra. Oh sì!, quand’egli giunse
Di quel sire d’onesti alla presenza,
Di lagrime dal cor fino a le ciglia
Un’onda gli salì. Piangea costui
In piè, dinanzi al prence, ed era ei pure
Un celebrato in guerra, ed uom di giusti
Consigli era esso ancor. Come scoverse
Quel turbamento d’improvviso affetto,
Trasse un sospiro dal profondo core
Prence Khusrèv, pel sangue che venia
Dalla sua madre in lui. Tutto ei si scosse,
E quel suo volto del color del fuoco
Ratto si accese. Lagrime versando
Giù dagli occhi sul volto, ei fea ricordo,
Per molti detti, d’Afrasyàb regnante
In questa guisa: La sua mano al sangue
S’ei non avesse presta, ogni sacrata
Legge osservando, ogni costume e norma,
Del sangue suo la candida sua barba
Non avrìa fatto rosseggiar, la speme
Per la sua terra stata non sarìa
Divelta dal suo cor. Dinanzi a lui
Stato sarei qual figlio ed altro nome,
Fuor che di re, non gli avrei dato. Avverso
Fato è questo però, quale una pianta
Che velenose ha le sue foglie e serpi
Reca sui rami come frutti. — Allora
Che dal labbro del re queste parole
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<poem>
Gihn ascoltò, per la sua dolce vita
Si fe’ tranquillo incontro alla fortuna,
Voti fe’ assai per lui, degni dei grandi,
Poi che dal loco suo celato e oscuro
L’avea fuor tratto. E disse poi compunto:
:Vivi eterno, o signor, col seggio tuo
E la corona, in ogni loco e sempre
Con fortuna che vinca! I prenci tutti
Dell’ampia terra son tuoi servi, altera
Levan la fronte in lor servaggio, ed io
Son di tua reggia umile schiavo, al tuo
Voler sommesso in ogni loco. L’ampia
Terra m’è dato camminar per tuo
Cenno soltanto, nè da ciò che imponi
A questo servo, egli andrà mai lontano.
:Come egli disse, re Khusrèv in piedi
Rapido sorse, a mano destra il volle
Assiso in trono, e dissegli: Davvero!
In questo dì sei tal, che già sentisti
Ogni consiglio di maestro. T’abbi
Riposo adunque e di tua sorte godi,
Che un trono dar ti vo’, di re sovrano
Un dïadema. Ti darò la terra
Di Tur antico, poi ch’io già per quella
Di Tur semenza in te m’allegro. Ancora
Sei nipote a Peshèng, della famiglia
Di re Fredùn, ne sarà mai che il capo
Tu volga indietro da giustizia. Amore
E vincolo di sangue a te mi rendono
Congiunto, nè però dal mio consiglio
Lungi andrai tu; ma ben farai se un nulla
Estimerai la terra tutta, mai
Non dilungando, per prudenza antica,
Dal diritto sentier. Che se volgessi
Indietro il capo da giustizia, il capo
Ti troncherei sì come al padre tuo,
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<poem>
Che il padre tuo, sol per sue colpe, tutto
Gittò il dominio della terra e scese
Nella chiostra infernal, dentro la strozza
D’orrido serpe. Egli assumea costume,
Legge assumea da sua nequizia, quale
Un forsennato, e poca fede egli ebbe
E dall’Eterno lungi andò. Per questo,
Poi che innocente Siyavìsh a morte
Ei così trasse, l’ebbi in poter mio
Con arte e astuzia, e col valor, con quelle
Norme della mia fè, la mia vendetta
Su lui mi presi, che quel capo altero
Io gli troncai d’un augelletto in guisa,
Ed ei s’avvoltolò sul negro suolo
Senza forza e virtù. Quella sua barba,
Quel crin canuto rosseggiâr di sangue,
Ch’egli, malgrado suo, tutta la speme
Avea perduta di sua vita. Alcuno
Su lui non pianse di dolor, che tutte
Erano l’opre sue malvagie e triste,
Tristo il costume. Dirò ancor parole
Di Dahàk e di Tur, tristi e superbi,
Sitibondi di sangue. A morte addusse
Dahàk malvagio per la sua vendetta
Gemshìd antico, e trucidava poi
Tur violento Eràg’ d’intatta fede.
Ma pensa tu quale in un campo d’armi
Mandò flagello a que’ superbi Iddio
Per la man di due re! Scagliò quel suo
Laccio da eroe prence Fredùn con l’alta
Forza di Dio, col suo gran cor; v’incolse
Dahàk perverso, quel maligno e reo
Di seggio egli rapì, dietro sel trasse,
In uno speco lo cacciò, sul capo,
In giù travolto, rovesciata in pria
Una montagna. Libera la gente
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<poem>
Di lui da offese andò cosi; cessava
Ogni orgoglio del tristo e si tacea
Ogni tenzone. Vedi ancor che il balteo
Cinse quel giusto Minocìhr, vendetta
A far d’-Eràg’ tradito. Egli ne andava
Da suol d’Irania e la remota Cina
Toccava ancor, pieno di vampo il core,
D’un vindice pensier piena la mente.
Ei, per la forza del vincente Iddio,
Recise il capo a Tur protervo. Tale
È pur comando, è pur segnata via
Di Dio signor, che ove recide il capo
Ad innocenti alcun, senza timore,
Senza ritegno tronchisi la testa
A quel malvagio e s’abbandoni al suolo
Quel tristo cor. Del novero di tali
Non esser tu, che protettor giammai
Non ebbero cotesti al fatal giorno.
:E Ginn rispose nel medesmo istante:
Giusto signor dell’ampia terra, accinto
Io qui mi sono al tuo voler, la fronte
Dinanzi al trono umilio al suol, che l’infimo
De’ tuoi servi son io, qual non ha seggio,
Non ha corona o dïadema. In quella
Turania terra se m’invii, preghiera
A Dio farò per te, doni e tributi
Annui mandando, che da te mi vengono
E forza e potestà. Cingerò il fianco
Di quando in quando e qui verrò, la gota
A contemplar del prence incoronato
D’Irania, e umìle bacierò la terra
Innanzi al trono suo, benedicendo
Al regal seggio e alla fortuna. Ancora
Elette cose da gittarti al piede
Ti recherò, muschio olezzante, agalloco
Ed aloè, coprirò il suol dintorno
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<poem>
Di sciamito di Cina. Ora, soltanto
Ha un voto il servo tuo dinanzi a questo
Inclito soglio di grandezza. Rendimi,
Rendimi, o sire, le fanciulle mie,
I figli miei, le mie sorelle ancora
E i miei congiunti, per che tutti io rechi
Al turanico suol, se pur di questa
Grazia che imploro, non son io men degno.
:Quelle parole poi che intese il prence,
Per tal desìo diè fondamento a sua
Risposta e comandò che a lui venisse
II regio scriba. Muschio e carte allora
Furon portate e agalloco lucente,
E su foglio di seta un regio editto
Si notò, giusta legge di regnanti
E costume de’ Kay; e quale un tempo
Volle Fredùn, tale assegnò quel prence
Il suol turanio a Gihn. Dissegli ancora:
:Più in là dal tuo confin per l’ampia terra
Parte nessuna agognerai. Giustizia
Rendi agli oppressi ed ai tapini. — Allora
Fe’ cenno al tesorier Khusrèv regnante
E disse: Va, qui apportami una clamide
Ed un serto regal. — Quegli apportava
Un regal serto ed una veste fulgida
E un palafren degno di re. Fe’ cenno
Khusrèv allor che si ponesse in fronte
Gihn la corona, e il prode ogni periglio
Sfuggìa così, così del prence iranio
Era lieto e superbo. I consanguinei
E le sorelle che chiedean per lui
E soccorso e pietà, felice e lieto
A Gihn rendea quel re sovrano, a tutti
Eletti doni dati in pria con vesti
E corone splendenti. Ei favellava
Con Gihn beato, e l’invïava intanto
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<poem>
Alla sua terra e alla natia dimora.
Ma in pria fe’ cenno che venisse a lui
Il regio scriba. Un’epistola in seta
Costui gli scrisse a Gustehemme, illustre
Figlio di Nèvdher, per che ratto al suolo,
Con molto onor, d’Irania si rendesse,
Tutta quell’ampia regïon facendo
Libera a Gihn, per alcun loco mai
Non indugiando, non fermando il passo.
:Al primo albor, nel tempo che de’ galli
Odesi il canto, di timpani un fremito
Di Gihn levossi da l’ostello. Ratto
In arcioni ei balzò, scese in Turania,
Per il lungo sentier fra molti segni
Di gioia e festa. Come accanto ei giunse
A turanie città, trascelse un inclito
Messo d’orme preclare e sì gli disse:
:Tu vanne a Gustehèm. Tu gli dirai
Ogni cosa di noi. — Quel messaggiero
Tosto che udì motto del prence, in guisa
Di turbine invasor, la lunga via
Correndo superò. Con mente giusta,
Con giusta intenzi̇on, come fu innanzi
A Gustehemme, che dal prence iranio
Gihn là venia, dissegli aperto. Allora
Che quell’annunzio Gustehemme intese,
Mosse Gihn a incontrar per la sua via,
E tosto s’adornar per la Turania
Le munite città, vino fu chiesto
Con musici e cantori. Allor che scese
Gihn valoroso in sua città, qual era
De’ prenci antichi nobile costume,
Furono appesi in ogni loco intorno
Drappi lucenti, e per le vie, pei borghi,
Monete si gittâr. Sedette al trono
Di re Afrasyàb il nuovo sire, e intanto
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<poem>
Qual da un sonno profondo risorgea
D’ogni più inerte il capo. Ivi per sette
E sette giorni si rimase il prence
Con Gustehemme, placido e beato,
Ricchi doni gli diè, pregiate cose
In regal copia, indi fe’ aprir le porte
De’ suoi tesori ed apprestò solenne
Commiato a Gustehèm. Tutti que’ doni
A Gustehemme egli affidò, poi disse:
:Eroe che vai congiunto a sapienza
E a senno antico, questi doni eletti
Reca al prence Khusrèv; tu gli dirai:
«Di Dio per grazia, protettor del mondo,
Prence sei tu, noi ti siam servi; addetti
In ogni loco ti siam noi». — L’incarco
Gustehèm si prendea, fece un saluto,
E disse: Ogni desìo del tuo bel core
Veder tu possa, o re, sempre e con gioia!
:Tutta la notte fra delizie ei furono
E in ampia festa, ed eran lor dinanzi
Vaghe fanciulle da Tiràz venute.
:Appena trasse i raggi suoi l’aurora
Per la volta del ciel, quale un esercito
Che ratto invade, quando l’atra notte
Raccolse il lembo, il prence Nevdheride
Balzò in arcioni, qual de’ regi antiqui
Era costume, di benigna sorte,
E da Turania alle città d’Irania
Rapido scese, al re de’ valorosi
Venne correndo. I principi gagliardi
Come n’ebbero annunzio, ad incontrarlo
S’affrettâr disïosi, e venne primo
Tus con gli altri guerrieri. Allor che il capo
E la corona intravvedean gli eroi
Di Gustehemme, ei giù balzò d’arcioni
E venne incontro a Tus, lo strinse al petto
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<poem>
E gli diè baci. In questa guisa ancora
S’affrettarono a lui gli altri guerrieri,
Gli altri gagliardi dall’eretta fronte,
Indi balzâr su’ lor destrieri e indietro
Si ritornâr, correndo concitati
Qual’è d’Azergashàspe il vivo fuoco.
:Ratto che giunse alla città coi prenci
Gustehèm cavalier, presso la reggia
Di quel signor dell’ampia terra, entrava
Nel regio ostello con gli eroi. Discese
A piè di sella e fino all’aula corse,
Ossequïoso. Allor che gli occhi suoi
Su quel volto regal si riposarono,
La terra egli baciò dinanzi al trono,
E il gran signor che là il vedea di splendida
Pompa ricinto e lieto in volto, al petto
Lungo tempo il serrò, ma poi sul trono
Assiso il volle e il dimandò cortese
Di Gihn, del popol di Turania ancora;
E Gustehemme in sua risposta disse:
:Inclito re, saluti e offerte assai
Ti vengono da Gihn. Di te soltanto
Ei si rammenta ad ogni giorno e sempre
Accinto sta pel tuo comando. — Allora
A quel suo duce disse il re: La tazza
Riempi, o giovinetto, e alla regale
Mensa ti appresta. — Allor che la regale
Mensa ei sgombrâr, gustate le vivande,
Vino e canti cercâr, musici eletti,
E in quella notte fra concenti e suoni
Restâr di tibie. Tutti que’ valenti
Fean saluti a Khusrèv. Ma quando il sole
L’aurea sua gota disvelò, sciogliendo
Quest’ampia terra con amor dall’atre
Ombre notturne, Gustehèm recava
Quanti doni inviò splendidi e ricchi
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 499 —|}}</noinclude><section begin="s1" />
<poem>
Gihn valoroso. Alla presenza tutti
Ei li recò del re del mondo, e allora
Che re Khusrèv li rimirò, l’immensa
Copia ne dispartì fra i valorosi
D’Irania bella. Su quell’alto seggio
Del mondo il prence restò assiso; e intanto,
Fin che sessanta così volser gli anni,
Suddito a questo re fu il mondo intero.
<poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|III. Ritiro di re Khusrev.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1000-1004).}}
</poem>
:Si fe’ pensosa l’anima pregiata
Di re Khusrèv per quell’opre di Dio,
Pel suo poter sovrano. Egli dicea:
:Ogni abitata regïon, di Cina
E d’India fino in Grecia e dall’Occaso
D’Oriente a le porte, in monte e in piano,
Su la terra e su l’acque, io liberai
Interamente dal nemico reo,
Sì che a me venne potestà di prence
E di grandezza il trono. E il mondo intanto
Da timor che recavagli l’uom tristo,
Disciolto andò, mentre passâr già molti
Giorni sul capo mio. D’ogni mia brama
Io dall’Eterno compimento vidi,
Ch’io già rivolsi alla vendetta il core,
Tutto il rivolsi. Non però fia bello
Che quest’anima mia superbia assuma
E pensi ingiusto, seguitando legge
D’Ahrimàn fraudolento. Io ben sarei,
Quale Dahàk, malvagio e tristo, o quale
Gemshìd antico, e scenderei dolente
Con Salm e Tur ad un medesmo loco.
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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2026-06-21T19:09:40Z
Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 499 —|}}</noinclude><section begin="s1" />
<poem>
Gihn valoroso. Alla presenza tutti
Ei li recò del re del mondo, e allora
Che re Khusrèv li rimirò, l’immensa
Copia ne dispartì fra i valorosi
D’Irania bella. Su quell’alto seggio
Del mondo il prence restò assiso; e intanto,
Fin che sessanta così volser gli anni,
Suddito a questo re fu il mondo intero.
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|III. Ritiro di re Khusrev.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1000-1004).}}
<poem>
:Si fe’ pensosa l’anima pregiata
Di re Khusrèv per quell’opre di Dio,
Pel suo poter sovrano. Egli dicea:
:Ogni abitata regïon, di Cina
E d’India fino in Grecia e dall’Occaso
D’Oriente a le porte, in monte e in piano,
Su la terra e su l’acque, io liberai
Interamente dal nemico reo,
Sì che a me venne potestà di prence
E di grandezza il trono. E il mondo intanto
Da timor che recavagli l’uom tristo,
Disciolto andò, mentre passâr già molti
Giorni sul capo mio. D’ogni mia brama
Io dall’Eterno compimento vidi,
Ch’io già rivolsi alla vendetta il core,
Tutto il rivolsi. Non però fia bello
Che quest’anima mia superbia assuma
E pensi ingiusto, seguitando legge
D’Ahrimàn fraudolento. Io ben sarei,
Quale Dahàk, malvagio e tristo, o quale
Gemshìd antico, e scenderei dolente
Con Salm e Tur ad un medesmo loco.
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 500 —|}}</noinclude>
<poem>
Nascimento ebb’io già per questa parte
Da Kàvus re, dall’altra da Turania,
D’odio sazia e d’orgoglio. E poi che questi
Fûr gli antenati, Kàvus prence e il mago
Afrasyàb che pensava opre malvagie
Sognando ancor, davver! che ingrato a Dio
D’un tratto mi farò, terror nell’alma
Inducendo sì pura! A me di Dio
Meno verrà la maestà, che al male
Sento inclinarmi ed a stoltizia! Allora
Io scenderò nell’ombra sempiterna,
Andrà sotterra il capo mio con questa
Real corona, e tristo e dispregiato
Il nome mio qui resterà. Di Dio,
Là, nel cospetto, un tristo fin mi attende.
Intanto sparirà di questo volto
L’avvenenza e il color vivido e lieto
Di questa gota, e l’ossa mie disciolte
Sotto la terra si corromperanno.
Vien meno il senno, e incolume si resta
Animo ingrato, e l’alma derelitta
Starà nell’ombra in altra vita. Un altro
Si prenderà la mia corona e il trono,
La mia fortuna travolgendo. Allora
Un tristo nome resterà nel mondo,
Solo ricordo mio, volte saranno
In tarde spine le fiorenti rose
Dell’opre mie d’un dì. Ma, la vendetta
Poi che cercai del padre e l’ampia terra
Tutta ordinai con amorosa cura,
Poi che uccisi colui ch’io sì dovea
Condurre a morte, rïottoso e impuro
E tracotante inverso a Dio, nè in terra
Deserta o colta loco resta quale
Non leggesse del vindice mio brando
L’alto decreto, e già son tutti i grandi
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/504
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 501 —|}}</noinclude>
<poem>
Soggetti a me per l’universo, ancora
Che abbian seggio regal con dïadema,
Di Dio gli è grazia che mi fe’ partecipe
Di maestà, l’ale mi porse e il piede
Alleviò nel tramutar costante
Della fortuna. Ora dirò che lieta
Sorte la mia sarà quando mi volga
Qual pellegrino, lagrimoso il volto,
A Dio signor, s’egli vorrà nel tempo
Mio più felice, per secreta via,
Ei che accompagna chi toccò nel mondo
Ogni desìo del cor, questo mio spirto
Fino al loco portar de’ santi in cielo,
Poi che seggio real, real corona
Trapassan breve. Più di me nessuno
Avrà in terra giammai splendida gloria
E compimento di desìo, non inclita
Grandezza o buono star, non pace o gaudio
Di colme tazze. Udii, vidi nel mondo
Ogni secreto, il bene e il mal, le cose
Aperte ancora e le celate. Eppure,
Coltivi il duro suol, cingasi l’uomo
Una corona di regnante, al fine
Della morte l’attende il tristo varco.
:Al maggiordomo così disse poi
L’inclito re: Qual scende a questa reggia,
Chiunque ei sia, tu nel rimanda, e tosto,
Con dolci detti. Umano sii, disdegno
Non secondar. — Ciò detto, in un giardino
Venne all’istante; lagrimando ei venne,
Disciolto il cinto. E là, per far sue preci,
Purificò le membra e il capo, quella
Via diritta di Dio con la splendente
Face del senno ricercando. Vesti
Egli si cinse candide e novelle,
E s’avanzò per adorar, col core
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Alex brollo
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<poem>
Pien di speranza. Con regale incesso
Della preghiera ascese al loco e a Dio,
Giudice santo, disvelò secreto
Pensiero e disse: Tu che avanzi nostra
Anima pura, che creasti il fuoco,
L’aria e la terra, tu mi sii custode,
Senno mi dona per tua grazia, il giusto
Pensier mi svela e il reo. Fin che alla terra
Io sarò vivo, adorerò, la copia
Accrescerò dell’opre mie leggiadre.
Ma tu perdona le commesse colpe,
Tu le perdona a me, ritraggi a dietro
La mia possanza da mal far. Sventura
Di sorte avversa tu allontana, o Santo,
Da quest’anima mia, tu ne allontana
L’arti dei Devi che ne son maestri,
Per che mai non mi vincano quest’alma
Le voglie ree, come a Dahàk avvenne,
A Kàvus e a Gemshìd. Ove a me chiudasi
Di giustizia la porta, ogni opra trista,
Ogni nequizia irrompe forte. Oh! dunque,
Ogni poter da me volgi del Devo,
Ch’ei non perda quest’alma, e tu, Signore,
L’egro mio spirto alle beate sedi
Reca de’ giusti e le parole mie
Esaudisci propizio e pïetoso!
:Così, per sette dì, la notte e il giorno,
In piè restò. Là, là quella persona,
Altrove l’alma. Al fin de’ sette giorni,
Debile e stanco fu Khusrèv, al loco
Di suo pregar tenersi ei non potea
Per manco di vigor. Ma da quel loco
Al dì ottavo si tolse e in regal pompa
Sul trono ascese imperïal. Gli eroi
Dell’iranica gente avean di lui,
Dell’opre sue, stupor ben grande. Ognuno
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/506
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Alex brollo
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<poem>
Di quelli, in giorno di battaglia illustri,
Diverso in core fea pensier di lui.
:Poi che fu assiso l’inclito signore
Al trono imperïal, nell’aula eccelsa
Il maggiordomo entrò. Fe’ cenno il prence
Di levar le cortine e l’ampio stuolo
D’introdur degli eroi nel regio albergo.
Vennero tutti, le mani a le ascelle,
I valorosi, incitator possenti
Di palafreni, quai leoni in guerra,
Tus e Gùderz e Ghev di fermo core,
Gurghìn, Bìzhen, Ruhàm pari a leone,
Zèngheh di Shaveràn, Shedùsh e il prode
Feribùrz, Gustehemme, altri famosi
In una schiera. Videro cotesti
Il gran signore e l’ossequiâr, ma poi
Un secreto pensier tutti svelarono
In questi accenti: O re, prence, regnante,
O tu di fermo cor, sire del mondo
E re dei re, dal tempo fortunato
Che Iddio creò quest’ampia terra e il cielo
Distese in alto ed appianò la terra,
Prence che ugual ti sia, mai su cotesto
Eburneo soglio non si assise. Luce
Prendon da te il suggello e la corona,
Luce tu doni al tuo guerresco arnese,
Alla tua sella, al palafren, tu doni
La luce ancora alla celeste fiamma
D’Azergashaspe. Di fatiche mai
Tu non temi, o signor, nè ti diletti
De’ tuoi tesori, e per la terra assai
Vincono omai le tue fatiche il regio
Tesoro che acquistavi. Oh! noi qui tutti,
Prenci d’Irania, ti siam servi, tutti
Vivi siamo in vederti. I tuoi nemici
Consegnasti alla terra, e qui, nel mondo,
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Alex brollo
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<poem>
Sgomento non restò d’alcun malvagio,
Timor più non restò. Per ogni terra
Eserciti son pure e tuoi tesori,
In ogni loco ove tu il piè riposi,
Di tue fatiche è un segno chiaro. Eppure
Non sappiam noi perchè turbossi a questi
Giorni il pensier del nostro re, che tempo
Questo è per te, signor, d’intero gaudio,
Non tempo di dolor, di consumarti
Nella tristezza tua. Che se per noi
Il prence si crucciò di cosa alcuna,
E se colpa abbiam noi del suo corruccio,
Il dica a noi, perchè il suo cor per noi
Abbia conforto, e lagrime ci scendano
Giù per le gote e per acerba doglia
Avvampi il nostro cor. Che se un nemico
Egli ha nascosto, a noi l’additi il prence
Dell’ampia terra. Quanti incoronati
Sono quaggiù, prenci sovrani, a questo
Fine soltanto innalzano del trono
E del serto il valor, perchè la testa
O tronchino a’ malvagi, o la depongano
Essi medesmi, quando in fronte ei cingono
L’elmo guerrier. Ma qual secreto in petto
Ha il gran monarca, a noi lo sveli, e cerchi
A vincerlo con noi possente un’arte.
:Così rispose l’inclito sovrano:
Eroi, che luminosa vi cercaste
La via, non ho quaggiù d’alcun nemico
Doglia o corruccio, nè disperso andava
In alcun loco il mio tesor. Per l’opre
Dell’esercito mio non ho rancura,
Nè in mezzo a voi colpevole si trova
D’alcun misfatto. Ma da che pigliai
Sul mio nemico la fatal vendetta
Del genilor, tutta ordinai la terra
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<poem>
Di fè con l’opre e di giustizia. Al mondo
Spazio non è di questa terra oscura
Che anche non abbia del suggello mio
Letta la cifra, e voi l’acute spade
Nel fodero portate e i colmi nappi
Alto brandite come già le spade,
E in loco di stridir che gli archi fanno,
Di lïuti e di tibie un dolce suono
Destate voi con generoso vino,
Con pompa ed allegria, che veramente
Ciò ch’era d’uopo, femmo noi, la terra
Da ogni nemico liberando. Or io
Per sette giorni in piè nella presenza
Di Dio mi tenni, pieno d’un pensiero
E d’un consiglio giusto, ed ho nell’alma
Un sol desìo quale cercai che fosse
Da Dio compiuto. Apertamente a voi
Il dirò quando sia che mi rendiate
Risposta e mi facciate in la risposta
Più lieto il chiaro dì. Ma voi dinanzi
A Dio restate l’adorando e preci
Fate pur voi pel voto mio, per quella
Gioia che attendo, ch’egli dà potere
All’opre giuste ed alle ingiuste. Lode,
Lode a lui che mostrò la via diritta!
Voi tutti un dì ridesterete in core
La gioia antica e dall’anime vostre
Di mal tôrrete ogni sospetto. Voi,
Che questo ciel, ne’ mutamenti suoi
Incerto sempre, non discerne il figlio
Dal padre suo, ben conoscete. Insieme
Giovani e vecchi nutre il ciel, giustizia
Abbiam dal cielo e vïolenza insieme.
:Dal cospetto real, trafitti al core
Da un acerbo dolor, tutti que’ prenci
Usciron tosto, e ratto, in quell’istante,
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<poem>
Al maggiordomo disse il re: Ti assidi
Là di quest’aula dietro a le cortine;
Accesso non darai, vengano estrani
O miei congiunti, fino a me. — Ciò detto,
Venne la notte ad un secreto loco
Per adorarvi e là disciolse il labbro
A Dio dinanzi, protettor. Tu vinci,
Disse, tu vinci ogni grandezza e accresci
Retto costume e santità. Ma quando
Io lascierò questa caduca vita,
Al ciel mi adduci tu, senza che mai
A tortüoso oprar questo mio core
Si sia rivolto, perchè l’egro spirto
Loco ritrovi fra gli eletti tuoi.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|IV. Andata di Ghèv nel Zàbulistàn.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1004-1008).}}
<poem>
:Sette giorni passati, e poi che il volto
Re Khusrèv non mostrò, sorse bisbiglio
E mormorio di varie voci. Tutti
Si raccolser gli eroi, tutti i magnati,
I saggi tutti e i consiglieri. V’erano
Gùderz e Tus, di Nèvdher della stirpe,
E fûr parole assai di ciò che giusto,
Di ciò ch’è ingiusto, delle imprese illustri
Dei re di mente eletta, e di que’ saggi
Devoti a Dio, de’ rei perversi ancora.
Parlarono d’eroi, di prenci antichi,
Di sapïenti su la terra, e allora
Il padre disse a Ghev: Deh! fortunato,
Sempre a corona di regnanti e al trono
Servo fedel, tu faticasti assai
Per l’iranico suol, la terra tua,
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<poem>
La tua famiglia abbandonando. Fosca
Una faccenda or ne incontrò che lieve
Estimar non possiam. Figlio, t’è d’uopo
Irne in Zabùl, mandando un cavaliero
Di Kabùl ne la terra. Oh! tu dirai
A Rùstem ed a Zal: «Già s’allontana
Prence Khusrèv da Dio, perdendo il retto
Sentier de’ giusti. Innanzi a noi, guerrieri
Di nome illustre, egli serrò la porta
Dell’aula sua. Davver! ch’egli si asside
Con qualche Devo a consigliarsi! Noi
Molte inchieste gli femmo e scuse ancora,
Gli chiedemmo ragion; molto ascoltava,
Ma risposta non diè. Sì, veggiam noi
Che torbido è il suo cor, che la sua mente
Piena è di vampo, e temiam sì ch’ei cada
Come Kàvus un dì, ch’ei si dilunghi
Dalla via dritta. Ma voi due, famosi
Rùstem e Zal, principi siete, assai
Di noi più saggi, in ogni evento assai
Più potenti di noi. Voi dunque, intanto,
Quale avete costì di mente eletta,
di Kannògia o di Denbèr puranco
O di Mergh o di May, famosi astrologi
Di Kabùl, di Zabùl tutti i più saggi,
Raccogliete così, qui discendete
D’Irania alle città, con voi recando
Inclita scorta di cotesta gente.
Per questo regno è mormorio di detti
Irosi, poi che a noi la mente sua
E il volto suo tolse Khusrèv. Ponemmo
A ogni consiglio fondamento noi,
Ma per Destàn si disciorrà tal nodo».
:Ghev ascoltò di Gùderz le parole
E scelse dall’esercito guerriero
Uomini forti. Con dolor di rabbia,
</poem><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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<poem>
Assorto in suo pensier, dal suol d’Irania
La via si prese di Sistàn. Vicino
Poi ch’egli venne a Rùstera valoroso,
A Destàn battaglier, disse le cose
Ch’egli vide e ascoltò, nuove e stupende,
E Zal n’ebbe dolor; così ei rispose
All’inclito guerriero: A molto affanno
Ci siam congiunti noi! — Si volse e disse
A Rùstem: Di Kabùl tu chiamerai,
Di Zabùl cercherai saggi e profeti,
Sacerdoti ed astrologi. Verranno
Giù per la via con noi. — Così adunaronsi
Profeti e saggi, astrologi e indovini,
Tutti a Destàn venner bramosi; ratto
Dal Zabùl discendean d’Irania al suolo.
In piè, dinanzi a Dio, per sette giorni
Stava il gran re, signor del mondo. Allora
Che al giorno ottavo s’accendea la luce
Del mondo, il sol, ratto dell’aula regia
Sollevò la cortine il maggiordomo,
E sul trono real d’oro splendente
Il re si assise. Entraron tutti e insieme
Sacerdoti e guerrieri appo quel sire.
Lung’ora si restar nel suo cospetto
Ossequïosi e in piè que’ prenci illustri,
Di gran saggezza e consiglieri. Oneste
Fe’ le accoglienze il re che li vedea,
Qual è costume de’ regnanti, un loco
Assegnando a ciascun. Ma di que’ grandi,
Incliti in guerra, a tanto re fedeli,
Non un sedea, ma in piè si stava, niuno
Sciogliea le man conserte. In questi accenti
Aprìan le labbra: Nobile sovrano
Che hai giusto core ed anima serena,
Splendido come ciel che muove in giro,
A te possanza e maestà reale
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
Toccata è in sorte, da la terra oscura
Alla sfera del sol, de’ freddi Pesci
A le fulgide stelle. A te noi tutti,
Prenci d’Irania, siamo servi, noi
Chiniam la fronte a le parole tue,
A’ tuoi consigli. Di valletti in guisa
In piè qui ci teniam nel tuo cospetto,
Noi tutti eroi da’ nobili consigli
E valorosi. Ma tu vedi omai
Che t’avvenne per noi nella tua reggia,
Poi che l’accesso tu ci togli. Intanto
Stagion passava dopo ciò; d’affanno
È pieno il nostro cor, d’alta rancura,
Signor, per te. Che se disvela e scioglie
L’alto secreto il gran monarca a questi
Principi suoi che già perdean la via
Di più giusto pensier, se il duolo suo
È dal mar, tutto il mar gli essiccheremo,
Tutta la terra coprirem di polvere
Sottil di muschio, quale un vel. Se un monte
Gli fa rancura, scrollerem quel monte
Dall’ampia base, il cor d’ogni nemico
Trapasserem col ferro. E se difesa
A cotesto soltanto è per tesori,
Per monete non più nè per tesori
Avrà travaglio il re. Noi qui siam tutti
De’ tuoi tesori, principe sovrano,
Custodi intenti, di dolor già sazi
E lagrimosi per gli affanni tuoi.
:Così rispose quel signor del mondo:
Mai non sarà che de’ gagliardi suoi
Necessità non abbia il re. Ma il core
Io dolente non ho perchè si scemi
La possanza regal, non per tesori,
Non per guerrieri. Non mostrassi in qualche
Region de la terra un mio nemico,
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
Onde provar poi debba alto dolore
Per tal sciagura questo cor. Ma il core,
Il sereno mio cor, chiede sua brama,
E quella brama toglier non poss’io
Dall’intimo del cor. Dolce speranza
Ho in questo voto mio, la notte oscura
Fino all’ora del dì chiaro e sereno,
Mentre adoro l’Eterno. Il voto mio
Come vedrò compiuto, ogni secreto
Innanzi a voi dirò, l’intima voce
Di questo cor farò sentir. Ma voi
Deh! ritornate per vittoria alteri
E giubilanti, ogni pensier più tristo
Non richiamando al core. — I prenci tutti,
Nobili e grandi, col dolor nell’alma,
Benedissero a lui. Quand’ei partirono,
Il vigile signor questo precetto
Fe’ al guardiano delle porte, l’ampia
Cortina che chiudea l’aula regale,
Di calar tosto, e di sedersi al regio
Limitar senza speme onde il re invitto
Veder potesse alcun. Dinanzi a Dio
Alto e possente venne il re del mondo
E supplicò perchè nel mondo ei solo
Fossegli guida. Almo Fattor del cielo,
Disse, che luce di giustizia accendi,
Luce d’amore e di bontà, giocondo
Frutto non ho da questa imperïale
Mia dignità, quando il Signor del cielo
Di me non si compiaccia. Oh! se leggiadre
Opre venian da me, se triste ancora,
Tu fa però che de’ beati il loco
Mi sia soggiorno dopo questa vita!
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/514
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<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 511 —|}}</noinclude>
{{Ct|c=t1|V. Sogno di Khusrev.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1006-1007).}}
<poem>
:Così, per cinque settimane, in piedi
Ei si restò piangendo innanzi a Dio
Alto e possente. In una notte oscura
Pace non ritrovò l’inclito sire,
Ma nell’ora soltanto in che solleva
La luna il corno fra le tarde stelle,
S’addormentò. Ma non dormìa quell’anima
Veggente e chiara, che quaggiù con alto
Senno congiunta ell’era. Egli nel sogno
L’angiol vedea, Seròsh, che una parola
All’orecchio diceva intima e arcana
A lui così: Deh! fortunato sire,
D’amica stella, tu portasti assai
Real collana e diadema, assai
Posasti in trono. Or, ciò che sì chiedevi,
Conseguisti da Dio. Che se tu rapido
A uscir t’affretti dalla vita, in cielo
Appo giudice Iddio, santo e verace,
Avrai tuo loco. Non restarti adunque
Fra quest’ombre terrene. E se tu doni
Del tuo tesoro, dona a quei che il mertano,
E lascia ad altri questo loco angusto
E breve tanto. Poverelli accogli?
Congiunti accogli? e sarai ricco. Il forte
Che l’uomo ingiusto via dal mondo toglie,
Le manifeste e le nascoste cose,
Come una sola, può veder. Ritrova
Sua sicurtà dal poderoso artiglio
Della sventura quei che sfugge all’alito
Pestifero del serpe. Or, chi fatiche
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 511 —|}}</noinclude>
{{Ct|c=t1|V. Sogno di Khusrev.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1006-1007).}}
<poem>
:Così, per cinque settimane, in piedi
Ei si restò piangendo innanzi a Dio
Alto e possente. In una notte oscura
Pace non ritrovò l’inclito sire,
Ma nell’ora soltanto in che solleva
La luna il corno fra le tarde stelle,
S’addormentò. Ma non dormìa quell’anima
Veggente e chiara, che quaggiù con alto
Senno congiunta ell’era. Egli nel sogno
L’angiol vedea, Seròsh, che una parola
All’orecchio diceva intima e arcana
A lui così: Deh! fortunato sire,
D’amica stella, tu portasti assai
Real collana e dïadema, assai
Posasti in trono. Or, ciò che sì chiedevi,
Conseguisti da Dio. Che se tu rapido
A uscir t’affretti dalla vita, in cielo
Appo giudice Iddio, santo e verace,
Avrai tuo loco. Non restarti adunque
Fra quest’ombre terrene. E se tu doni
Del tuo tesoro, dona a quei che il mertano,
E lascia ad altri questo loco angusto
E breve tanto. Poverelli accogli?
Congiunti accogli? e sarai ricco. Il forte
Che l’uomo ingiusto via dal mondo toglie,
Le manifeste e le nascoste cose,
Come una sola, può veder. Ritrova
Sua sicurtà dal poderoso artiglio
Della sventura quei che sfugge all’alito
Pestifero del serpe. Or, chi fatiche
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 512 —|}}</noinclude>
<poem>
Già per te sopportò, ch’ei le portava
Per ricchezza ottener così tu sappi.
Sciogli adunque i tuoi doni, a chi n’è degno,
Li dispensando, che non lungo tempo
Tu qui ancora starai. Scegli all’altezza
Del regal seggio un re, sì che tranquilla
Viver possa per lui sovra la terra
Anche de’ bruchi la famiglia errante.
Il regno ad altri conferito, a nullo
Riposo ti lasciar, che già di tua
Partenza l’ora s’avvicina. Intanto
Con tal virtù cresce Lohràspe. A lui
Tu dona il regno e la regal cintura
E il seggio tuo. Così, come chiedesti
A Dio signor, tutto è per te. Ti leva,
Senza morir, da questa terra, e sali
A quel loco di Dio. — Molte altre cose
In secreto gli disse, e meraviglia
Per tale annunzio ebbe l’iranio sire.
:L’affaticato re, come destossi
Dal lieve sonno, molle intorno il loco
Scorse del suo pregar per le cadenti
Stille copiose di sudor. Piangea,
La gota al suolo umili̋ata, e a Dio
Benedicea compunto. Oh! s’io m’affretto,
Disse, ad uscir dalla terrena vita,
D’ogni brama del cor da Dio sovrano
Ottenni il compimento! — Ei venne allora,
Al seggio imperïal rapido venne,
Con un ammanto ancor non tocco in mano.
Il cinse ratto e su l’eburneo trono,
Senza monil però, senza corona
E braccialetti, il gran monarca assise.
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<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 513 —|}}</noinclude>
{{Ct|c=t1|VI. Arrivo di Zàl e di Rùstem.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1007-1010).}}
<poem>
Zal e Rùstem, la sesta settimana,
Giunsero insiem, pieno d’affanno il core,
Contro lor voglia. N’ebbero l’annunzio
Gl'rani prenci e col dolor dell’alma
S’affrettarono tutti. Allor ebe lungi
Rùstem e Zal fùr visti, i sacerdoti
Di molto senno, ognun che discendea
Di’ Zeràsp dalla stirpe, incontro ai prodi
Spinsero i palafreni. I prenci illustri
Aureo-calzati venner col vessillo
Di Kàveh in folla; e come giunse il vecchio
Gùderz di Rùstem nel cospetto, amare
Stille di pianto giù versò dal ciglio
Sopra le gote. Venne l’ampio esercito;
Pallidi in volto, per Khusrèv nel core
Pieni d’affanno e di dolor. Poi tutti
A Rùstem ed a Zal così parlarono:
Per consiglio d’Iblìs perde la via
L’iranio sire. La sua reggia è piena
Di guerrieri d’assai, ma niuno il vide
La notte o il giorno. Ora, da questa a quella
Settimana così, dell’aula regia
Apron le porte; entriamo noi, l’accesso
Troviam dischiuso. Ma diverso, o prode,
È re Khusrèv da quel che allegro e d’alma
Serena hai visto un dì. La sua persona,
Agile un dì quale cipresso altero,
Giù si curvò, qual di mele cotogne
Prendean del volto le purpuree rose
Un pallido color. Non so qual tristo
Fibdusi, IV. 33
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Pagina:Tolstoj - I cosacchi, Firenze, Salani, 1915.djvu/60
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— Non hai veduto nulla, tu? — disse Luca disarmando il suo fucile con calma — ho ucciso una bestia selvatica. —
Il vecchio aveva già rivolto gli sguardi verso i bassifondi, e non abbandonava con gli occhi la forma umana che increspava la superficie dell’acqua.
— Nuotava col ramo attaccato al dorso; l’ho visto da lontano.... Vedi! calzoni turchini.... e fucile, a quel che pare.... Lo vedi?
— Come non vederlo? — disse il vecchio con tono irritato, e il suo viso prese un’espressione solenne e severa. — È un circasso — aggiunse con compassione.
— Ero rannicchiato là, — continuò Luca allorchè vidi fluttuare qualche cosa di nero sull’altra riva. Cosa strana! un ramo, un enorme ramo galleggiava, e la corrente non lo trasportava, ma tagliava il fiume per larghezza. Ad un tratto, ecco che comparisce una testa sopra il ramo; non la distinguo bene di dietro alle canne; mi sollevo.... il briccone ode, approda a un bassofondo e sguscia sulla sabbia. Prendi! pensai, tu non mi sfuggirai!... Ricomparve arrampicandosi.... mi sentivo mozzare il respiro.... alzo il grilletto e resto immobile.... Egli ricomincia a nuotare.... la luna lo rischiara in pieno, e gli vedo ondeggiare la schiena.... Che ti fo?... «In nome del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo!» Il colpo parte.... lo vedo dibattersi in mezzo al fumo, manda un gemito, oppure mi è sembrato.... Dio sia lodato! pensai, l’ho ucciso! Egli tenta di sollevarsi, gli man-<noinclude></noinclude>
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Il Libro dei Re/Il re Khusrev
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{{Raccolta|Il Libro dei Re}}
<pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu" from="8" to="9" />
=== Indice ===
* {{testo|/1|1. - Rinvenimento di Khusrev}}
* {{testo|/2|2. - Leggenda di Firûd}}
* {{testo|/3|3. - Leggenda di Rustem e Kâmûs}}
* {{testo|/4|4. - Leggenda di Rustem e del Principe di Cina}}
* {{testo|/5|5. - Leggenda del Dêvo Akvân}}
* {{testo|/6|6. - Leggenda di Bîzhen e di Menizheh}}
* {{testo|/7|7. - Combattimento degli undici Eroi}}
* {{testo|/8|8. - Invasione di re Khusrev}}
* {{testo|/9|9. - Regno di Khusrev}}
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|lvii}}|riga=sì}}</noinclude>e clamori quando aringano al popolo cui per tribù ponno a grado loro adunare come anche stringere i senatori a consiglio: più tardi niuno può esimersi, quando l’autorità tribunizia lo costringa, a giudizio dinanzi al popolo; legge che spesso debbe in progresso colpire la maestà medesima dei dittatori, dei consoli, dei pontefici (492 a. C.). Ma dal momento che la plebe potè erigere con queste magistrature un valido antagonismo contro il potere aristocratico, un’implacabile battaglia ebbe principio tra la tribunizia autorità e la senatoria; e la plebe fa altrettanto immansueta verso i ''senatoconsulti'', quanto fu il senato insofferente dei
''plebisciti''. Quindi da un lato i tribuni in continui
tentativi, quando di distruggere la ferocia del
''nesso'', quando di moltiplicare le leggi agrarie, di
che il console Sp. Cassio Viscellino aveva dato il primo esempio (486 a. C.), le quali acquistassero alla plebe qualche porzione dei campi tolti ai popoli conquistati; da un altro lato gli ottimati in continue reazioni, onde far nulla l’audacia dei tribuni, finchè la pertinace operosità di questi fa sì che la plebe, dopo strappata al senato una sentenza d’esilio contro il patrizio {{AutoreCitato|Gneo Marcio Coriolano|Coriolano}} proponitore dell’abolizione del tribunato, ottiene facoltà di convocare i suoi ''comizii'', e di nominare i proprii tribuni indipendentemente dal senato (475 a. C.), costringe gli ottimati alla ratificazione della
legge Tarentilia, per la quale può godere un pieno dominio dei beni al pari de’ patrizi, quindi non più
''bonitario'' e sottoposto all’arbitrio degli ottimati; ma ''quiritario'', identico cioè al dominio di questi. A quest’epoca (456 a. C.) può il tribuno convocare ad arbitrio il senato.
Ma in gravi malanni involgea tuttavia la plebe la mancanza di una legge, che essendo scritta ed invariabile, la francasse dagli arbitrarii giudizii de’ patrizi, i quali, a loro talento e sempre a loro pro, continuavano ad essere gli interpreti di quell’incerto diritto consuetudinario, con cui regolavasi ogni loro ragion civile. La tirannia patrizia veniva quindi commovendo dissidii e contese che avrebbero trascinato lo Stato ad una rovinosa anarchia. Romilio propone la compilazione delle leggi che, secondo {{AutoreCitato|Tito Livio|Livio}}<ref>Lib. III, cap. 9.</ref>, definissero i confini della potestà consolare e del senato verso la plebe e, secondo {{AutoreCitato|Dionigi di Alicarnasso|Dionigi d’Alicarnasso}}<ref>''Antiq. rom.'', lib. X.</ref>, facesse questa partecipe delle terre conquistate, e in modo universale ed immutabile statuissero i rapporti di ogni pubblico e privato diritto, e togliessero al patriziato l’esclusivo privilegio di esercitare arcanamente ogni facolta legislativa, e secondo Dione congiungesse ad unità i due ordini; e Roma ebbe le leggi decemvirali, che artificiosamente si spacciò dal senato attinte al fiore della sapienza civile di Grecia, onde via meglio o coonestare o velare la patrizia tirannia in esse, quando troppo chiara, e quando latente<ref>La quistione dell’origine greca od italica delle leggi
decemvirali è di una importanza ben grande, implicando essa quest’altra, se i Romani, i più grandi maestri di
sapienza civile, furono in origine semplici imitatori, e se l’antico diritto italico che scaturisce immediatamente da queste leggi ebbe origine italiana o forestiere. Oggidì sembra aver trionfato l’opinione di cui venne messo a capo il nostro {{AutoreCitato|Giambattista Vico|Vico}}, cheprovò affatto bugiarda la legazione in Grecia: tale opinione
era stata però innanzi Vico professata da {{AutoreCitato|Agostino d'Ippona|sant’Agostino}} nella ''Città di Dio''; da {{AutoreCitato|Luigi Guido Grandi|Guido Grandi}} nella sua ''Nuova disamina delle Pandette''; da {{AutoreCitato|Everard Otto|Everardo Ottone}} nella prefazione al tom. III del ''Tesoro civile''; dal {{AutoreCitato|Alessio Simmaco Mazzocchi|Mazzocchi}} nei ''Commentarii alle leggi di Eraclea''; dal {{AutoreCitato|Paolo Minucci|Minucci}} ecc. Dopo Vico chi meglio la seppe avvalorare di argomenti storici, filologici e razionali, per non parlare del {{AutoreCitato|Pierre Nicolas Bonamy|Bonamy}}, del {{AutoreCitato|Emanuele Duni|Duni}}, del {{AutoreCitato|Francesco Mario Pagano|Pagano}}, del {{AutoreCitato|Vincenzo Cuoco|Cuoco}}, del {{AutoreCitato|Melchiorre Delfico|Delfico}}, del {{AutoreCitato|Immanuel Gottlieb Huschke|Huschke}}, furono il Lelièvre in una dissertazione coronata nel 1826 dall’università di Lovanio, il {{AutoreCitato|Joseph Roulez|Roulez}}, nella ''Revue encyclop. Belge'', tom. I, pag. 150; l’{{AutoreCitato|Francesco Ambrosoli|Ambrosoli}} nell’''Antologia di Firenze'', 1829; ed il {{AutoreCitato|Autore:Wacław Aleksander Maciejowski|Maciciowski}} nel suo ''Comparatio legum Solonis et decemviralium'' stampato a Varsavia nel 1829.</ref>. Ma altro vantaggio non raccoglie la plebe da queste leggi, tranne quello di vedere pubblicamente esposto e immutabilmente sancito il suo codice civile, il quale non era più che la collezione di quelle stesse leggi patrie consuetudinarie che trovavansi registrate nei libri dei pontefici<ref>La I di queste tavole trattava dell’ordine dei giudizii; la II dei testimonii e dei ladri; la III delle usure, dei depositi e dell’esecuzione delle cose giudicate; la IV del gius paterno e dell’emancipazione; la V dei testamenti, del succedere ''ab intestato'', della divisione dell’eredità e delle tutele; la VI delle vendite, dei repudii, e del gius acquistato per possesso e per uso; la VII di varie sorta di ingiuria e di delitto; la VIII dei poderi e dei confini; la IX era come fonte del gius pubblico, e tratta dei sediziosi, dei ribelli, e dei privilegi; la X del giuramento, dei sepolcri e delle cerimonie; le altre due non erano che un supplemento di varie cose. I frammenti di queste leggi furono raccolti da {{AutoreCitato|Iacobus Gothofredus|Iac. Gottofredo}} nei suoi ''Fontes quatuor'' ecc. nel 1633. In progresso apparvero su di essi innumerevoli lavori. {{AutoreCitato|Aloys Emmerich von Locella|Luigi della Locella}}, cui si attribuisce gran merito di illustrazione, pubblicò in Vienna solo nel 1754 i suoi ''Tentamina tria ad illustrandas leges XII tabularum'', cioè a dire mezzo secolo dopo la grand’opera di {{AutoreCitato|Giovanni Vincenzo Gravina|Gravina}}, nella quale tutta si contiene la più bella parte della lodata scienza di costui. Fra i moderni, {{AutoreCitato|Mathieu-Antoine Bouchaud|Bouchaud}} in Francia (1803) e {{AutoreCitato|Heinrich Eduard Dirksen|Dirksen}} in Germania (1824) sono i migliori reintegratori e commentatori di queste leggi.</ref>.
Le leggi delle dodici tavole avevano col ''Nexo soluto Forti Sanati siremps jus esto'' riconformato bensì alla pelebe il già ottenuto diritto ''quiritario'' dei beni, ma questa non fu tarda ad avvedersi siccome la sua esclusione, mantenuta in quelle leggi, dal diritto degli auspicii, implicava quella del connubio su cui basava la ragione civile d’ogni<noinclude><references/>
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''plebisciti''. Quindi da un lato i tribuni in continui
tentativi, quando di distruggere la ferocia del
''nesso'', quando di moltiplicare le leggi agrarie, di
che il console Sp. Cassio Viscellino aveva dato il primo esempio (486 a. C.), le quali acquistassero alla plebe qualche porzione dei campi tolti ai popoli conquistati; da un altro lato gli ottimati in continue reazioni, onde far nulla l’audacia dei tribuni, finchè la pertinace operosità di questi fa sì che la plebe, dopo strappata al senato una sentenza d’esilio contro il patrizio {{AutoreCitato|Gneo Marcio Coriolano|Coriolano}} proponitore dell’abolizione del tribunato, ottiene facoltà di convocare i suoi ''comizii'', e di nominare i proprii tribuni indipendentemente dal senato (475 a. C.), costringe gli ottimati alla ratificazione della
legge Tarentilia, per la quale può godere un pieno dominio dei beni al pari de’ patrizi, quindi non più
''bonitario'' e sottoposto all’arbitrio degli ottimati; ma ''quiritario'', identico cioè al dominio di questi. A quest’epoca (456 a. C.) può il tribuno convocare ad arbitrio il senato.
Ma in gravi malanni involgea tuttavia la plebe la mancanza di una legge, che essendo scritta ed invariabile, la francasse dagli arbitrarii giudizii de’ patrizi, i quali, a loro talento e sempre a loro pro, continuavano ad essere gli interpreti di quell’incerto diritto consuetudinario, con cui regolavasi ogni loro ragion civile. La tirannia patrizia veniva quindi commovendo dissidii e contese che avrebbero trascinato lo Stato ad una rovinosa anarchia. Romilio propone la compilazione delle leggi che, secondo {{AutoreCitato|Tito Livio|Livio}}<ref>Lib. III, cap. 9.</ref>, definissero i confini della potestà consolare e del senato verso la plebe e, secondo {{AutoreCitato|Dionigi di Alicarnasso|Dionigi d’Alicarnasso}}<ref>''Antiq. rom.'', lib. X.</ref>, facesse questa partecipe delle terre conquistate, e in modo universale ed immutabile statuissero i rapporti di ogni pubblico e privato diritto, e togliessero al patriziato l’esclusivo privilegio di esercitare arcanamente ogni facolta legislativa, e secondo Dione congiungesse ad unità i due ordini; e Roma ebbe le leggi decemvirali, che artificiosamente si spacciò dal senato attinte al fiore della sapienza civile di Grecia, onde via meglio o coonestare o velare la patrizia tirannia in esse, quando troppo chiara, e quando latente<ref>La quistione dell’origine greca od italica delle leggi
decemvirali è di una importanza ben grande, implicando essa quest’altra, se i Romani, i più grandi maestri di
sapienza civile, furono in origine semplici imitatori, e se l’antico diritto italico che scaturisce immediatamente da queste leggi ebbe origine italiana o forestiere. Oggidì sembra aver trionfato l’opinione di cui venne messo a capo il nostro {{AutoreCitato|Giambattista Vico|Vico}}, cheprovò affatto bugiarda la legazione in Grecia: tale opinione
era stata però innanzi Vico professata da {{AutoreCitato|Agostino d'Ippona|sant’Agostino}} nella ''Città di Dio''; da {{AutoreCitato|Luigi Guido Grandi|Guido Grandi}} nella sua ''Nuova disamina delle Pandette''; da {{AutoreCitato|Everard Otto|Everardo Ottone}} nella prefazione al tom. III del ''Tesoro civile''; dal {{AutoreCitato|Alessio Simmaco Mazzocchi|Mazzocchi}} nei ''Commentarii alle leggi di Eraclea''; dal {{AutoreCitato|Paolo Minucci|Minucci}} ecc. Dopo Vico chi meglio la seppe avvalorare di argomenti storici, filologici e razionali, per non parlare del {{AutoreCitato|Pierre Nicolas Bonamy|Bonamy}}, del {{AutoreCitato|Emanuele Duni|Duni}}, del {{AutoreCitato|Francesco Mario Pagano|Pagano}}, del {{AutoreCitato|Vincenzo Cuoco|Cuoco}}, del {{AutoreCitato|Melchiorre Delfico|Delfico}}, del {{AutoreCitato|Immanuel Gottlieb Huschke|Huschke}}, furono il Lelièvre in una dissertazione coronata nel 1826 dall’università di Lovanio, il {{AutoreCitato|Joseph Roulez|Roulez}}, nella ''Revue encyclop. Belge'', tom. I, pag. 150; l’{{AutoreCitato|Francesco Ambrosoli|Ambrosoli}} nell’''Antologia di Firenze'', 1829; ed il {{AutoreCitato|Wacław Aleksander Maciejowski|Maciciowski}} nel suo ''Comparatio legum Solonis et decemviralium'' stampato a Varsavia nel 1829.</ref>. Ma altro vantaggio non raccoglie la plebe da queste leggi, tranne quello di vedere pubblicamente esposto e immutabilmente sancito il suo codice civile, il quale non era più che la collezione di quelle stesse leggi patrie consuetudinarie che trovavansi registrate nei libri dei pontefici<ref>La I di queste tavole trattava dell’ordine dei giudizii; la II dei testimonii e dei ladri; la III delle usure, dei depositi e dell’esecuzione delle cose giudicate; la IV del gius paterno e dell’emancipazione; la V dei testamenti, del succedere ''ab intestato'', della divisione dell’eredità e delle tutele; la VI delle vendite, dei repudii, e del gius acquistato per possesso e per uso; la VII di varie sorta di ingiuria e di delitto; la VIII dei poderi e dei confini; la IX era come fonte del gius pubblico, e tratta dei sediziosi, dei ribelli, e dei privilegi; la X del giuramento, dei sepolcri e delle cerimonie; le altre due non erano che un supplemento di varie cose. I frammenti di queste leggi furono raccolti da {{AutoreCitato|Iacobus Gothofredus|Iac. Gottofredo}} nei suoi ''Fontes quatuor'' ecc. nel 1633. In progresso apparvero su di essi innumerevoli lavori. {{AutoreCitato|Aloys Emmerich von Locella|Luigi della Locella}}, cui si attribuisce gran merito di illustrazione, pubblicò in Vienna solo nel 1754 i suoi ''Tentamina tria ad illustrandas leges XII tabularum'', cioè a dire mezzo secolo dopo la grand’opera di {{AutoreCitato|Giovanni Vincenzo Gravina|Gravina}}, nella quale tutta si contiene la più bella parte della lodata scienza di costui. Fra i moderni, {{AutoreCitato|Mathieu-Antoine Bouchaud|Bouchaud}} in Francia (1803) e {{AutoreCitato|Heinrich Eduard Dirksen|Dirksen}} in Germania (1824) sono i migliori reintegratori e commentatori di queste leggi.</ref>.
Le leggi delle dodici tavole avevano col ''Nexo soluto Forti Sanati siremps jus esto'' riconformato bensì alla pelebe il già ottenuto diritto ''quiritario'' dei beni, ma questa non fu tarda ad avvedersi siccome la sua esclusione, mantenuta in quelle leggi, dal diritto degli auspicii, implicava quella del connubio su cui basava la ragione civile d’ogni<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|70|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>
— Vania ha ragione, — pensò — un tartaro avrebbe più dignità. —
E lasciò la capanna, perseguitato dalle grida della donna.
Nel momento in cui usciva, Marianna, sempre con la camicia color di rosa, ma con la testa coperta fino agli occhi di un fazzoletto bianco, si slanciò fuori dal vestibolo, sgusciando davanti a lui e discendendo di corsa la scala, picchiando i piedi nudi sui gradini di legno. Poi si fermò, si volse bruscamente, e lanciando coi suoi grandi occhi ridenti un rapido sguardo al giovane, scomparve all’angolo della casa.
L’andatura risoluta della ragazza, i suoi occhi scintillanti sotto il bianco fazzoletto, lo sguardo di cervia impaurita, la vita slanciata e sottile colpirono maggiormente Olénine.
— È lei — disse, e, pensando assai più alla bella Marianna che all’alloggio, si avvicinò a Vania.
— Guardate, — osservò costui — la ragazza è selvaggia come tutto il resto! è una vera cavalla delle steppe. —
Vania scaricava i bagagli portati sulla carretta e si era rasserenato.
— La donna! Oh la donna! — aggiunse in francese con tono alto e solenne, e diede in una risata.<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|74|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>il vecchio, volgendosi per mostrare a Olénine la sua larga schiena, donde pendevano i tre fagiani; le tre testoline scendevano — macchiando col loro sangue il caftano del cosacco. — Ne hai tu mai veduti? Tieni, eccotene un paio. —
E gli tese i due fagiani dalla finestra.
— Sei cacciatore?
— Sì, ho ucciso quattro fagiani durante la campagna.
— Quattro! Che colpo! — disse il vecchio con aria burlesca. — Sei tu bevitore? ti piace l’acquavite?
— Perchè no? A suo tempo mi piace anco quella.
— Eh! mi sembri un brav’uomo! Saremo amici! — disse Jérochka.
— Ma entra dunque, ne beveremo un bicchiere insieme.
— Benissimo! entrerò; — disse Jérochka — prendi i fagiani. —
Il portabandiera era piaciuto al vecchio, che decise subito di accettare l’acquavite, in cambio dei fagiani.
Dopo un momento Jérochka comparve sulla porta della stanza, e soltanto allora Olénine si rese esatto conto della gigantesca statura e della forza muscolare di quell’uomo, la cui barba era tutta bianca o il viso abbronzato, interamente solcato di rughe profonde, scavate dall’età e dal lavoro. Aveva le spalle larghe e i muscoli forti come un giovane; delle cicatrici nella testa, che si scorgevano attra-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|76|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>compagno veramente buono! — E il vecchio sì mise a ridere. — Siccome sono stanco, posso sedermi? ''karga!'' — aggiunse.
— Che cosa significa questa parola? — domandò Olénine.
— Ciò vuol dire «bene» in georgiano. Questa è la mia parola prediletta e il mio intercalare favorito; quando dico ''karga,'' vuol dire che sono di buon umore. Ma perchè non servono l’acquavite? Non hai tu un soldato al tuo servizio?
— Sì.... Ivan! — gridò.
— Tutti i vostri si chiamano dunque Ivan? — domandò il vecchio.
— Il mio si chiama realmente così. Vania! va’, ti prego, a chiedere al nostro ospite dell’acquavite, e portacela.
— Ivan o Vania è la stessa cosa! Ma perchè tutti i vostri soldati si chiamano Ivan? — ripeteva Jérochka. — Ivan, chiedi alla vecchia dell’acquavite della botte già principiata, è la migliore di tutto il villaggio. Ma non le dare più di trenta copechi <ref>Circa lire 1,2 di moneta decimale.</ref> per un ottavo di litro! quella vecchia strega non dimanderebbe meglio che di farsi ungere le carrucole. I nostri, sono gente stupida, — continuò con un tono di confidenza, dopo che Vania fu uscito — vi prenderebbero per dei bruti, secondo loro siete peggio dei tartari, della gente perduta; siete dei russi! In quanto a me, ogni uomo è un uomo, e, a parer mio, fosse<noinclude><references/></noinclude>
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— Che cosa significa questa parola? — domandò Olénine.
— Ciò vuol dire «bene» in georgiano. Questa è la mia parola prediletta e il mio intercalare favorito; quando dico ''karga,'' vuol dire che sono di buon umore. Ma perchè non servono l’acquavite? Non hai tu un soldato al tuo servizio?
— Sì.... Ivan! — gridò.
— Tutti i vostri si chiamano dunque Ivan? — domandò il vecchio.
— Il mio si chiama realmente così. Vania! va’, ti prego, a chiedere al nostro ospite dell’acquavite, e portacela.
— Ivan o Vania è la stessa cosa! Ma perchè tutti i vostri soldati si chiamano Ivan? — ripeteva Jérochka. — Ivan, chiedi alla vecchia dell’acquavite della botte già principiata, è la migliore di tutto il villaggio. Ma non le dare più di trenta copechi <ref>Circa lire 1,20 di moneta decimale.</ref> per un ottavo di litro! quella vecchia strega non dimanderebbe meglio che di farsi ungere le carrucole. I nostri, sono gente stupida, — continuò con un tono di confidenza, dopo che Vania fu uscito — vi prenderebbero per dei bruti, secondo loro siete peggio dei tartari, della gente perduta; siete dei russi! In quanto a me, ogni uomo è un uomo, e, a parer mio, fosse<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|79|riga=si}}</noinclude>
— Pagherò, miei rispettabili amici, — continuò Vania, facendo sonare delle monete nella tasca. — Siate buoni e noi pure lo saremo; è meglio trovarsi d'accordo.
— Quanto te ne occorre? — domandò bruscamente la vecchia.
— Un ottavo di litro.
— Va', figlia mia, — disse Ulita a sua figlia — prendi di quello della botte incominciata, cara. —
La giovane prese le chiavi, una caraffa, ed uscì dalla camera, seguita da Vania.
— Dimmi, chi è quella donna? — disse Olénine al vecchio cosacco, vedendo passare Marianna di sotto la finestra.
Il vecchio strizzò l'occhio, e spinse col gomito il giovanotto.
— Aspetta! — disse, e mise la testa fuori della finestra — Ehm! Ehm! — si mise a tossire, e grugnì: — Mariannuccia, Mariannuccia! voglimi bene, anima mia!... Sono un burlone, eh? — disse poi il vecchio a bassa voce a Olénine.
La ragazza non alzò la testa e continuò la sua strada con quel passo elastico e fermo, proprio delle donne cosacche, ma rivolse un lungo sguardo dei suoi occhi neri e languidi, verso il vecchio.
— Amami, e sarai felice! — gridò Jérochka. Poi facendo segno al giovane: — Sono un burlone, eh?... Quanto è bella, pare una regina! eh?
— Molto bella — disse Olénine — fa’ che venga qui.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|81|riga=si}}</noinclude>
La riempì di vino rosso e la presentò a Vania; e poi, respingendo il denaro che Vania le offriva, disse:
— Dàllo a mia madre! —
Vania sorrise.
— Perchè siete così cattiva? — chiese con bontà, dondolandosi sui fianchi, mentre la giovane tappava il tino.
Ella sorrise.
— E voi? Sareste buono, per caso?
— Il mio padrone ed io, siamo buonissimi; — rispose Vania convinto — siamo così buoni, che ovunque abbiamo dimorato, i padroni di casa ci sono stati riconoscentissimi. Egli è che noi siamo nobili.... —
La ragazza si era fermata ad ascoltarlo.
— È ammogliato, il tuo padrone?
— No, è giovanotto. I gentiluomini non si sposano mai molto giovani.
— Guardate un po’. Grosso come un bufalo, e troppo giovane per ammogliarsi? È il capo di tutti? — domandò la ragazza.
— Il mio padrone è portabandiera, cioè non ancora ufficiale; ma ha più importanza di un generale; è un gran personaggio, poichè non solo il colonnello, ma perfino lo czar, lo conosce;... — disse Vania con orgoglio — noi non siamo degli straccioni come tanti ufficiali che ci sono: il nostro babbo è senatore, ha sotto di sè più di mille anime, e ci manda molte migliaie di rubli, a noi! è perciò che ci vogliono molto bene. A che serve di essere capitano, per esempio, se non sì ha un soldo?<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|84|{{Sc|i cosacchi}}||riga=si}}</noinclude>
— Gli daranno una pubblica ricompensa.... — diceva una di queste, parlando di Luca.
— Certo; assicurano che avrà la croce.
— Mosséi ha voluto dargli il gambetto; gli ha preso il fucile, e si è recato dal capo a Kizliar.
— Che mariuolo è quel Mosséi!
— Dicono che Luca sia tornato.... — disse una delle ragazze.
— È da Jamka con Nazarka — Jamka era una ragazza che teneva un’osteria. — Dicono che hanno preso un mezzo litro per sè soli.
— Che fortuna ha quell’''urvane!'' — disse una delle donne — ma è un bravo ragazzo, onesto e scaltro. Anche suo padre era così; tutto il villaggio ha pianto quando lo hanno ucciso. Ma, eccolo! — continuò mostrando i cosacchi che venivano lungo la via. — C’è con loro Ergouchow; quel vecchio ubriaco ha trovato il tempo di raggiungerli. —
Luca, Nazarka ed Ergouchow, dopo aver vuotato una bottiglia di acquavite, si avvicinavano tutti e tre, e specialmente il vecchio cosacco, più rossi del solito. Ergouchow barcollava, rideva rumorosamente, e spingeva Nazarka.
— Perchè non cantate, sciocche? — gridò alle donne. — Voglio che cantiate per far piacere a noi.
— Buona sera! buona sera! — gridavano da tutte le parti ai giovanotti.
— Perchè cantare? — rispose una delle donne. — Oggi non è festa.
— Canta tu, che sei rimpinzato di vino. —<noinclude></noinclude>
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— Che Dio ti ricolmi d’ogni bene! — esclamò il vecchio cosacco — sono felice per te, te l’ho detto.
— Ed io pure! — gridò l’ubriaco Ergouchow ridendo. — Vedete quanta gente viene! — aggiunse indicando un soldato che passava. — Mi piace l’acquavite dei militari, è eccellente.
— Ci hanno messo sulle costole tre pezzi di diavoli; — disse una delle donne — il mio vecchio è andato a lagnarsi col nostro capo, ma non ci si può far nulla.
— Ah! ah! eccoti in pena — osservò Ergouchow.
— T’avranno appestato la capanna di tabacco! — disse un altro.
— Già; ma dovranno d’ora innanzi fumare nel cortile, non li lasceremo entrare nelle stanze. Nemmeno se l’ordinasse il capo, li lascerei entrare. Sarebbero anche capaci di svaligiarci ogni cosa. Il capo del villaggio è furbo la su’ parte, lui; in casa sua non vi sono soldati.
— Ti dispiacciono? — disse Ergouchow.
— E sapete, non è tutto; — disse Nazarka cercando di imitare Luca e rigettando come faceva lui il berretto sulla nuca — si dice che verrà ingiunto alle ragazze cosacche di rifar loro il letto e di regalarli di miele e vino. —
Ergouchow rise rumorosamente, e afferrando quella più vicina, l’abbracciò ripetendo:
— È vero! è giusto!
— Lasciami, stupido! — gridò la giovane — glielo dirò alla tu’ moglie.<noinclude></noinclude>
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— Lagnati, ora! — esclamò Ergouchow. — Nazarka dice la verità, lo sa, lui; ha letto l’ordine stampato. — Ed abbracciò un’altra ragazza.
Non m’annoiare, mascalzone! — gridò ridendo la fresca e rotonda Ustinka, mostrandogli il pugno.
Il cosacco traballò.
— Guardate, disse se le donne non hanno forza! Questa, c’è mancato poco che non mi uccidesse.
— Vattene, birbante! Quale spirito maligno ti ha condotto qui? —
E Ustinka si rivolse ridendo.
— Dimmi, dunque,... hai ammazzato l’abrek? Se avesse colto te sarebbe stato meglio.
— Avresti pianto? — domandò ridendo Nazarka.
— Certo! non avrei potuto fare a meno!
— Vedete com’è indifferente! — diceva Ergouchow. — Eh! Nazarka! avrebbe pianto? —
Intanto Luca taceva, guardando fissa Marianna imbarazzata dai suoi sguardi.
— Marianna, — disse infine avvicinandosi a lei — voi avete alloggiato uno dei capi? —
Marianna, secondo la sua abitudine, non rispose subito, ed alzò lentamente gli occhi. Luca rideva, e lasciò intravedere una affinità segreta, estranea alle parole, fra il cosacco e la giovane.
Una vecchia rispose per Marianna.
— Fortunatamente essi hanno due capanne. To-<noinclude></noinclude>
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— Lagnati, ora! — esclamò Ergouchow. — Nazarka dice la verità, lo sa, lui; ha letto l’ordine stampato. — Ed abbracciò un’altra ragazza.
— Non m’annoiare, mascalzone! — gridò ridendo la fresca e rotonda Ustinka, mostrandogli il pugno.
Il cosacco traballò.
— Guardate, — disse — se le donne non hanno forza! Questa, c’è mancato poco che non mi uccidesse.
— Vattene, birbante! Quale spirito maligno ti ha condotto qui? —
E Ustinka si rivolse ridendo.
— Dimmi, dunque,... hai ammazzato l’abrek? Se avesse colto te sarebbe stato meglio.
— Avresti pianto? — domandò ridendo Nazarka.
— Certo! non avrei potuto fare a meno!
— Vedete com’è indifferente! — diceva Ergouchow. — Eh! Nazarka! avrebbe pianto? —
Intanto Luca taceva, guardando fissa Marianna imbarazzata dai suoi sguardi.
— Marianna, — disse infine avvicinandosi a lei — voi avete alloggiato uno dei capi? —
Marianna, secondo la sua abitudine, non rispose subito, ed alzò lentamente gli occhi. Luca rideva, e lasciò intravedere una affinità segreta, estranea alle parole, fra il cosacco e la giovane.
Una vecchia rispose per Marianna.
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|88|{{Sc|i cosacchi}}||riga=si}}</noinclude>mouchkeni ne ha una sola, ed hanno alloggiato presso di lui uno dei capi, che si è installato in una camera tutta per sè, e la famiglia non sa più dove cacciarsi. È un grande affar serio di vedere invaso il villaggio da quest’orda! Che sarà di noi? Dicono che lavorano a qualche opera infernale.
— Costruiranno un ponte sul Terek — disse una ragazza.
— Ho sentito dir tante cose.... — disse Nazarka rivolgendosi a Ustinka — scaveranno {{Ec|una|un}} enorme buco e vi getteranno dentro le ragazze che non amano i giovanotti. —
Tutti si misero a ridere; Ergouchow afferrò fra le braccia una donna attempata, lasciando da parte Marianna.
— Perchè non abbracci Marianna? — domandò Nazarka — non bisogna lasciarne nessuna.
— Preferisco la vecchia, è più appetitosa! — esclamò Ergouchow, coprendo di baci la vecchia cosacca, che si dibatteva.
— Oh Dio mi soffoca! — gridava ridendo.
Le risate furono interrotte da un rumore cadenzato in fondo alla via. Tre soldati con la tunica militare e il fucile sulla spalla, si avanzavano al passo; essi andavano a cambiare la sentinella presso la cassa della compagnia. Il vecchio caporale che li conduceva li fece passare in modo che Luca e Nazarka, che erano in mezzo alla via, dovettero far loro posto.
Nazarka retrocesse, ma Luca non si mosse, e volgendosi, ammiccò con gli occhi.<noinclude></noinclude>
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— E sì, che ci vedete! — disse guardando i soldati di traverso e facendo un segno di testa sprezzante.
— Girate largo! —
I soldati passarono silenziosi, sollevando la polvere coi loro passi cadenzati. Marianna cominciò a ridere, e con lei tutte le ragazze.
— Come sono eleganti! — disse Nazarka — sembrano dei canteri in veste lunga! —
E si mise a camminare, contraffacendo i soldati.
Gli astanti scoppiavano dal ridere.
Luca si avvicinò lentamente a Marianna.
— Dove alloggia l’ufficiale? — domandò.
Ella riflettè un momento, poi rispose:
— Nella capanna nuova.
— È giovane o vecchio? — domandò Luca, sedendo presso di lei.
— Che ne so io? sono andata a prendere del vino per lui, e l’ho veduto alla finestra con Jérochka. Ha i capelli rossi, mi sembra;... ha portato con sè una carretta piena di bauli. —
Ella abbassò gli occhi.
— Quanto sono felice di avere ottenuto il permesso di venire! — esclamò Luca avvicinandosi alla ragazza e guardandola fissa.
— Rimani molto tempo? — domandò Marianna con un leggiero sorriso.
— Fino a domattina. Dammi dei semi — disse stendendo la mano.
Marianna sorrise francamente, e tese al giovane il taschino della sua camicetta.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|90|{{Sc|i cosacchi}}||riga=si}}</noinclude>
— Non li prender tutti... — disse.
— Morivo dalla voglia di rivederti, te lo giuro! — dichiarò Luca a mezza voce, avvicinandosi sempre di più alla giovane, e, prendendo i semi nella tasca di lei, abbassò la voce e mormorò qualche cosa, sorridendo.
— Non ci verrò, sia detto una volta per tutte — disse subitamente e ad alta voce Marianna, allontanandosi da lui.
— Ti assicuro che ho qualche cosa da dirti; vieni, Mariannina! —
La Marianna fece un segno di testa negativo senza cessare di sorridere.
— Marianna! sorella Marianna! la mamma ti chiama per cenare! — gridava correndo verso il gruppo il fratellino di Marianna.
— Vengo; — rispose la giovane — va’ avanti, bambino, va’; io vengo subito. —
Luca si alzò e si tolse il berretto.
— È tempo che torni a casa anch’io — egli disse fingendo indifferenza; e, cercando di dissimulare un sorriso, disparve all’angolo della casa.
Annottava; delle miriadi di stelle brillavano in un cielo cupo; le strade erano deserte e buie. Si udivano le risate di Nazarka e delle donne rimaste sul terrapieno. Luca si era allontanato a passi lenti, ma appena svoltato l’angolo, si abbassò e, tenendo fermo il pugnale, si slanciò come un gatto, senza rumore, verso la capanna del primo ufficiale. Dopo aver attraversato alcune vie correndo, si fermò e si<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|91|riga=si}}</noinclude>accoccolò all’ombra di una siepe, rialzandosi i lembi del vestito.
— Che diavolo! — disse pensando a Marianna — è molto fiera, quella là? È la vera figlia di un ufficiale. Ma aspetta! —
Dei passi di donna interruppero le sue riflessioni; tese l’orecchio. Marianna, con la testa bassa, veniva verso di lui, camminando di un passo rapido e cadenzato, e battendo nella siepe con un lungo ramo che teneva in mano. Luca si alzò; Marianna trasalì e si fermò.
— Villano maledetto! come mi hai spaventato! Non sei dunque andato a casa? — E rise forte.
Luca afferrò con una mano la vita della ragazza e con l’altra la prese per il viso.
— Avevo qualche cosa da dirti,... te ne prego.... —
Parlava con voce rotta e tremante.
— Che vuoi dirmi, di notte? — rispose Marianna — la mamma mi aspetta, e tu, va’ dalla tua amica! —
Si sciolse dalla stretta di lui e si allontanò di qualche passo. Si fermò presso la siepe della capanna e si rivolse verso il cosacco, che la seguiva, supplicandola di aspettare un momento.
— Ebbene! nottambulo; che cosa vuoi dirmi? — domandò ridendo. |
— Non ti burlare di me; te ne supplico, Marianna! Che male c’è se io ho un’amica? La manderò al diavolo. Di’ una parola e io non amerò che te.... farò tutto quello che vorrai. Capisci! — e fece tintinnare<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
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— Che diavolo! — disse pensando a Marianna — è molto fiera, quella là? È la vera figlia di un ufficiale. Ma aspetta! —
Dei passi di donna interruppero le sue riflessioni; tese l’orecchio. Marianna, con la testa bassa, veniva verso di lui, camminando di un passo rapido e cadenzato, e battendo nella siepe con un lungo ramo che teneva in mano. Luca si alzò; Marianna trasalì e si fermò.
— Villano maledetto! come mi hai spaventato! Non sei dunque andato a casa? — E rise forte.
Luca afferrò con una mano la vita della ragazza e con l’altra la prese per il viso.
— Avevo qualche cosa da dirti,... te ne prego.... —
Parlava con voce rotta e tremante.
— Che vuoi dirmi, di notte? — rispose Marianna — la mamma mi aspetta, e tu, va’ dalla tua amica! —
Si sciolse dalla stretta di lui e si allontanò di qualche passo. Si fermò presso la siepe della capanna e si rivolse verso il cosacco, che la seguiva, supplicandola di aspettare un momento.
— Ebbene! nottambulo; che cosa vuoi dirmi? — domandò ridendo.
— Non ti burlare di me; te ne supplico, Marianna! Che male c’è se io ho un’amica? La manderò al diavolo. Di’ una parola e io non amerò che te.... farò tutto quello che vorrai. Capisci! — e fece tintinnare<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|92|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>il denaro nella sua tasca. — Avremmo potuto divertirci molto. Tutti si divertono, ed io, per causa tua, non ho alcuna gioia, Mariannuccia mia! —
La ragazza non rispose; con un rapido movimento delle dita spezzava un pezzetto del ramo che aveva in mano.
Luca strinse ad un tratto i pugni e digrignò i denti.
— Perchè devo sempre aspettare e aspettare? Non ti amo abbastanza?... Fa’ di me ciò che vuoi, — disse pieno di rabbia, afferrando le mani della ragazza.
Marianna non cambiò faccia, e rimase calma.
— Non vaneggiare, Luca, e ascoltami; — disse senza ritirare le mani, ma tenendo il cosacco a distanza — per quanto io sia una fanciulla, devi ascoltarmi. Non dipendo da me stessa; se tu mi ami, ascoltami. Lasciami libere le mani, debbo parlarti. Ti sposerò, sì, ma non ti aspettare che faccia delle sciocchezze per te.... quelle non le farò mai!
— Tu mi sposerai; accomoderanno poi ogni cosa senza di noi, ma, amami, Mariannuccia — diceva Luca, divenendo subitamente umile e dolce, da tanto feroce che egli era, e guardando, la ragazza con un. tenero sorriso.
Marianna si strinse a lui e lo baciò sulle labbra.
— Fratello mio.... <ref>Fratello, cugino, ec., sono parole che esprimono un tenero affetto fra quei popoli.</ref> — mormorò stringendolo<noinclude></noinclude>
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Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|100|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>rumore nel folto del bosco!... Trasalisco! Avvicinatevi! La selvaggina mi fiuta da lungi, pensai, e rimasi immobile; il mio cuore batteva da sollevarmi il petto; dun, dun, dun!... Si avvicinava una intera frotta di cinghiali; era un bel branco. «In nome del Padre, del Figlio....» Stavo per tirare, allorchè la femmina grida subitamente ai suoi figli: «State attenti, bambini, c’è un uomo!...».E tutto il branco fuggì attraverso i boschi. L’avrei divorata dalla rabbia.
— Come ha fatto l’animale a spiegare ai suoi piccoli che un uomo li spiava! — domandò Olénine.
— E che cosa credi? T’immagini che la bestia sia una stolta? No; essa ha più intelligenza di un uomo. Sa tutto; l’uomo passa davanti ad una traccia senza osservarla, mentre essa la vede subito e fugge, prova che è furba; sente il tuo odore, e tu, no. È vero che cerchi di ucciderla, ed essa non pensa che a vivere, ed a passeggiare nella foresta. Tu hai il tuo pensiero, essa il suo. Essa non è che una scrofa, ma non è peggiore di te, ed anch’essa è una creatura del buon Dio. Eh! eh! l’uomo è bestia, bestia, bestia! — ripetè il vecchio, e, abbassando la testa, tacque immerso nelle sue riflessioni.
Anche Olénine pensava; scese dalla gradinata, e incrociando le mani dietro il dorso, attraversò in silenzio il cortile.
Jérochka ritornò in sè, alzò la testa, e si mise a osservare una falena che girava attorno al lume e si lasciava bruciare dalla fiamma.
— Sciocca! — diceva — dove vai? —<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|102|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>cidare delle rane in una lontana palude. Le stelle divenivano più rare da parte d’oriente e sembravano fondersi in una sola luce in mezzo al cielo, dove erano più risplendenti e più fitte. Il vecchio cosacco sonnecchiava, con la testa appoggiata sulla mano. Il gallo cantò nel cortile, ed Olénine camminava sempre, immerso nei suoi pensieri. Fu colpito da una canzone cantata da molte voci, si avvicinò alla siepe ed ascoltò.
Udì delle voci giovanili che cantavano allegramente in coro, e una di esse, acuta e forte, copriva tutte le altre.
— Sai chi è che canta? — disse il vecchio svegliandosi. — È Luca, il circasso: ha ucciso un tetchene e festeggia la sua gloria. Vi è davvero di che rallegrarsi! Imbecille!
— E tu, non hai mai ucciso nessuno? — domandò Olénine.
Il vecchio cosacco si sollevò bruscamente sui gomiti e avvicinò il viso a quello di Olénine.
— Demone! — gridò — che cosa mi domandi? Non bisogna parlarne. È una cosa facile di perder l’anima! Oh! è facile! Addio, — aggiunse alzandosi — sono ubriaco. Devo venire domani per la caccia?
— Vieni.
— Bada bene,... sii pronto di buon’ora, altrimenti cadi in pena.
— Vedrai che io sarò alzato prima di te — disse Olénine.<noinclude><references/></noinclude>
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Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|105|riga=si}}</noinclude>pensava all’uomo con cui aveva da poco stretta conoscenza.
La semplicità di Olénine gli piaceva; pensava alla quantità di vino che gli aveva offerto, ma gli piaceva anche per sè stesso. Si domandava con meraviglia come mai i russi erano tutti ricchi, semplici e ignoranti, nonostante la loro educazione. Cercava di risolvere questo problema, e si domandava ciò chel potrebbe estorcere ad Olénine per la propria utilità.
La capanna di Jérochka era assai spaziosa e tuttora nuova, ma vi sì notava la mancanza della donna; la camera era sporca ed in gran disordine, nonostante l’amore dei cosacchi per la pulizia. Un caftano macchiato di sangue, i resti di una galletta e una cornacchia spennacchiata destinata allo sparviero erano sulla tavola. Delle calzature di cuoio molli, un fucile, un pugnale, un sacco, degli abiti ancora umidi e diversi stracci erano posati sui banchi. Si vedeva in un canto un secchio d’acqua dove nuotavano dei pezzi di cuoio, ed accanto una carabina e la ''kabilka''.
In terra vi era una rete, e alcuni fagiani vi passeggiavano sopra; una gallina, legata per la zampa, saltellava attorno alla tavola e beccava il pavimento sporco. Un coccio slabbrato riempito di un liquido lattiginoso stava sul focolare non riscaldato. Lo sparviero gridava sulla stufa e si sforzava di strappare la cordicella che lo tratteneva; un altro piccolo sparviero grigio sporco era appollaiato sull’orlo della stufa e, piegando la testa da un lato, guardava la gallina.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|110|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>dare a rapire dei cavalli ai Nogaïs; ebbene! nessuno si decise ad andarvi, e io non vi potevo andar solo.
— E lo zio è egli morto? No, esisto! Dammi un cavallo e andrò subito presso i Nogaïs.
— Perchè parlare inconsideratamente? — riprese Luca — dimmi piuttosto come debbo regolarmi con Guireï! Egli m’invita a condurgli i cavalli fino al Terek, e troverà bene il mezzo di nasconderli. Ma come fidarsi di quella faccia di bronzo?
— Di Guireï ti puoi fidare: è di buona razza: suo padre era un amico sicuro. Ma, senti: io non t’insegnerò nulla di male; fallo giurare, allora tu puoi essere tranquillo; parti con lui, ma abbi sempre una pistola a fianco. Soprattutto stai attento quando vi spartirete i cavalli. Mancò poco che un tetchene, non mi uccidesse, un giorno che gli chiedevo dieci monete per cavallo. Fidati di lui, ma non lasciare le armi, nemmeno quando dormi. —
Luca ascoltava attentamente.
— È vero, — disse dopo un momento di silenzio che tu hai un’erba magica?
— No, non è vero; ma ti dirò dove trovarla, perchè tu sei un buon ragazzo e vuoi bene al vecchio zio. Glielo vuoi?
— Lo puoi credere!
— Conosci la tartaruga?
— Come non conoscerla?
— Trova il suo nido, fai attorno a quello una grata di rami, in modo che essa non possa passare. Ritornerà, girerà attorno, se ne andrà a cercare l’erba<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|111|riga=si}}</noinclude>magica, e la porterà per rompere la grata. Il giorno dopo ritornavi prestissimo e cerca la siepe dove è rotta; là tu troverai l’erba; prendila e conservala; tutto ti riuscirà!
— Che l’hai fatta, tu, la prova, zio?
— No; ma le persone buone vi credono. Non ho mai avuto altro talismano che il ''saluto'' al momento di salire a cavallo.
— E che cos’è il saluto?
— Non lo sai? Oh! gli uomini d’oggidì! Tu fai bene a chiedermi consiglio; ascolta e ripeti dopo di me. L’esorcismo comincia così: «Salute, voi che abitate Sion....» Il resto è intraducibile.... Ebbene! lo ricordi? Ripeti! —
Luca si mise a ridere.
— Ma, zio, è per questo che non ti hanno ucciso, o è forse effetto del caso?
— Voi vi credete tutti impastati di spirito! Impara queste parole e ripetile; non te ne troverai male. —
E il vecchio si mise a ridere.
— Però, non andare dai nogaïs, Luca!
— E perchè?
— I tempi e gli uomini sono cambiati; voi non siete più che degli scarti! Eppoi, non vedete, quanti russi ci hanno mandato! Vi metterebbero subito sotto processo. Lascia andare! in verità tu non sei capace! Era un’altra cosa, quand’io andavo con Guirtchik! —
E il vecchio cominciò uno dei suoi interminabili racconti. Luca mise la testa alla finestra.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|114|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>
Dopo aver versato della polvere sullo scodellino, Luca tolse da un sacchetto diverse cartucce vuote che riempi, chiudendole accuratamente con una palla avvolta in uno straccio. Tirò coi denti il tappo delle cartucce chiuse, e dopo averle ben esaminate, le rimise nel sacco.
— Mamma, — disse ti ho detto di accomodare i panieri; l’hai fatto?
— Certo, la mutola li ha accomodati ieri sera.
Che te ne vai digià al cordone? Ti ho veduto appena....
— Quando sarò pronto, dovrò partire — soggiunse Luca, imballando la polvere — Dov’è la mutola? È uscita?
— Probabilmente taglia le legna. Si affligge di non vederti. «Non lo vedrò più!» dice come può.
E mostra il viso, fa schioccare le dita e si stringe le mani sul cuore, per far capire quanto bene ti vuole. Desideri che la chiami? Ella ha tutto compreso, riguardo l’abrek.
— Chiamala! — esclamò Luca.
La vecchia uscì, e dopo qualche momento le assi dei gradini scricchiolavano sotto i passi della sordomuta. Aveva sei anni più di suo fratello, e la somiglianza con lui si sarebbe potuta dire perfetta, se non avesse avuto quella marcata espressione di ebetudine e d’indecisa mobilità propria dei sordomuti. Era vestita di una camicia di ruvida tela rappezzata, aveva i piedi nudi e sudici, e la testa coperta da un vecchio fazzoletto turchino. Il collo, le mani, il<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|116|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>— e mi è sembrato che mi ascoltasse con compiacenza. —
Luca guardò sua madre in silenzio.
— Così, mamma! Mi occorre un cavallo; bisogna vendere il vino.
— Quando sarà tempo, drizzerò i tini e metterò il vino in vendita — assicurò la madre, non volendo che suo figlio si immischiasse negli affari di casa. — Quando parti, prendi il sacchetto che è nel vestibolo, me l’hanno prestato per te;... oppure vuoi che lo metta nella saccoccia?
— Va bene — disse Luca. — Se Guereî-Khan — venisse, mandamelo al cordone, poichè non mi lasceranno tornare tanto presto, ed ho da parlargli. —
Si disponeva a partire.
— Te lo manderò, Luca te lo manderò — promise la vecchia. — Hai passato la notte da Jamka?
Mi sono alzata per custodire l’armento e mi è sembrato di udirti cantare. —
Luca non rispose. Andò nel vestibolo, si gettò la giberna sulle spalle, rimboccò il caftano, prese la carabina e si fermò sulla soglia.
— Addio, mamma, mandami una botticella di vino per mezzo di Nazarka; l’ho promesso ai compagni. —
Uscì e chiuse il portone dietro di sè.
— Che Cristo vegli su te, Luca! Che Dio ti guardi! Ti manderò del vino della botte nuova; — disse la vecchia, avvicinandosi alla siepe — ma ascolta — aggiunse chinandosi sopra la siepe.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|116|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>— e mi è sembrato che mi ascoltasse con compiacenza. —
Luca guardò sua madre in silenzio.
— Così, mamma! Mi occorre un cavallo; bisogna vendere il vino.
— Quando sarà tempo, drizzerò i tini e metterò il vino in vendita — assicurò la madre, non volendo che suo figlio si immischiasse negli affari di casa. — Quando parti, prendi il sacchetto che è nel vestibolo, me l’hanno prestato per te;... oppure vuoi che lo metta nella saccoccia?
— Va bene — disse Luca. — Se Guereî-Khan — venisse, mandamelo al cordone, poichè non mi lasceranno tornare tanto presto, ed ho da parlargli. —
Si disponeva a partire.
— Te lo manderò, Luca te lo manderò — promise la vecchia. — Hai passato la notte da Jamka? Mi sono alzata per custodire l’armento e mi è sembrato di udirti cantare. —
Luca non rispose. Andò nel vestibolo, si gettò la giberna sulle spalle, rimboccò il caftano, prese la carabina e si fermò sulla soglia.
— Addio, mamma, mandami una botticella di vino per mezzo di Nazarka; l’ho promesso ai compagni. —
Uscì e chiuse il portone dietro di sè.
— Che Cristo vegli su te, Luca! Che Dio ti guardi! Ti manderò del vino della botte nuova; — disse la vecchia, avvicinandosi alla siepe — ma ascolta — aggiunse chinandosi sopra la siepe.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|119|riga=si}}</noinclude>fresco e disposto alla vista del cosacco e al suono della sua voce.
— Presto! presto! Vania! — esclamò.
— È così, che vai a caccia? Le persone oneste fanno colazione, e tu, dormi!... Lamm! qui! — gridò al suo cane. — Hai il fucile in ordine? — diceva con degli scatti di voce, come se la camera fosse piena di gente.
— Sono in mora, lo confesso. Vania! la polvere, la borsa — diceva Olénine.
— L’ammenda! — gridava il vecchio.
— ''Du thé, voulez-vous?'' — domandava Vania in francese sorridendo.
— Che brontoli, demonio? Un dialetto sconosciuto? — gridava il vecchio, sorridendo anche lui, e lasciando vedere dei resti di denti.
— Un primo fallo si perdona... — implorava Olénine scherzando e mettendosi gli stivali alti.
— Questa volta perdonerò, — rispose Jérochka — ma, alla seconda, tu mi pagherai un litro di vino. Appena l’aria si riscalda, il cervo non si trova più.
— E anche se lo trovassimo, è più intelligente di noi, e ci sfuggirà — disse Olénine ripetendo le parole dette dal vecchio il giorno avanti.
— Tu ridi! No, uccidilo, eppoi me ne dirai qualche cosa. Suvvia, presto! ecco che viene il padrone — interruppe Jérochka, col capo fuor di finestra. — Guarda come si è fatto bello! ha indossato un nuovo caftano, affinchè tu sappia che egli è ufficiale. Eh!... povero signore! —<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|121|riga=si}}</noinclude>
— Questo è il nostro Nembrotte d’Egitto; — disse con aria soddisfatta accennando Jérochka — è un gran cacciatore davanti all’Eterno. È buono a tutto! Lo conoscete già? —
Lo zio Jérochka con lo sguardo fisso sulle sue scarpe molli, tentennava la testa e sembrava colpito dalle cognizioni del primo ufficiale.
— Nembrotte d’Egitto! — mormorò — ma che cosa va inventando?
— Noi andiamo insieme a caccia — disse Olénine.
— Va bene, va bene, — riprese il primo ufficiale — ed io, ho un affaruccio da regolare con voi.
— Sono agli ordini vostri.
— Voi siete nobile, — cominciò il primo ufficiale — io pure sono ufficiale, e fra noi gentiluomini, potremo intenderci. — Tacque e sorrise guardando il giovane e il vecchio cosacco. — Se voi desiderate il mio consenso, per quanto è in me, poichè mia moglie ha l’intelligenza ottusa propria della sua condizione, e l’altro giorno non vi ha capito, il mio alloggio avrebbe potuto essere preso in affitto dall’aiutante di campo del reggimento in ragione di sei monete, senza la scuderia, e come gentiluomo non posso acconsentire. Sono ufficiale, e come tale farò con voi le mie condizioni.
— Parla eloquentemente — borbottò il vecchio.
Il primo ufficiale ragionò ancora a lungo nello stesso stile, e Olénine finì per comprendere, non senza fatica, che egli voleva sei rubli al mese per la sua ca-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|122|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>panna; vi acconsentì volentieri e propose un bicchiere di tè all’ospite, che rifiutò.
— Secondo i nostri assurdi pregiudizî, — disse — noi crediamo di far peccato servendoci di un bicchiere che non ci appartiene. Certamente, in grazia della mia educazione, io dovrei essere al disopra di questo pregiudizio, ma mia moglie, visto la debolezza del suo sesso...
— Ebbene! desiderate del tè?
— Ve ne prego, ma chiederei il mio bicchiere — rispose il primo ufficiale.
Uscì sul peristilio e gridò:
— Qua un bicchiere! —
Qualche momento dopo, la porta si schiuse, un lembo di manica color di rosa ed una mano giovanile abbronzata passarono un bicchiere, che il primo ufficiale agguantò, dicendo poche parole a voce bassa a sua figlia. Olénine versò il tè nel bicchiere del primo ufficiale e ne diede uno de’ suoi a Jérochka.
— Non voglio trattenervi, — disse il primo ufficiale affrettandosi d’inghiottire il suo tè e bruciandosi le labbra — ho la passione della pesca: non sono qui che per poco tempo, in vacanza, per così dire. Me ne vado a tentare la fortuna, per vedere se potrò avere anch’io una parte dei ''Doni del Terek''.<ref>Cioè me ne vado a pescare nel fiume. ''I doni del Terek'', è una poesia conosciuta di {{AutoreCitato|Michail Jur'evič Lermontov|Lermontow}}.</ref> Spero che un giorno, mi farete l’onore di venire a bere il vino dei miei padri a casa mia, secondo l’uso del nostro villaggo —<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|124|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>
— Animo, andiamo dunque! — disse gettandosi il fucile sulla spalla sentendosi avvolto dallo sguardo della ragazza.
— Ghi! ghi! — risuonò dietro a lui la voce di Marianna; e la carretta stridette mettendosi in moto.
Per tutta la strada che conduceva al borgo, Jérochka non cessò di parlare ed ingiuriare il primo ufficiale.
— Che cos’hai contro di lui? — domandò Olénine.
— Perchè è un ladro, e io non posso soffrire ciò; per chi accumula? Creperà e non si porterà nulla dietro. Ha due case, ha fatto un processo al proprio fratello, e gli ha preso il giardino. In fatto di scritture è divenuto maestro; vengono dagli altri villaggi a fargli scrivere delle suppliche; sa ben farle. Per chi accumula? Non ha che un monello ed una ragazza che si mariterà, e basta.
— Gli bisogna una dote per sua figlia.... — disse Olénine.
— Una dote? La prenderanno senza dote, è una ragazza bellissima, ma quel furbaccio vorrebbe maritarla a un uomo ricco. Il cosacco Luca, mio vicino e nipote, un bel ragazzo, quello che ha ucciso l’abrek, la chiede in matrimonio da molto tempo; ebbene! no, egli ricusa, ora per una ragione, ora per un’altra: la ragazza è troppo giovane, dice. Ed io, so quello che vuole: vuole essere pregato! Quante storie vi son già per causa di quella ragazza! ma<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|125|riga=si}}</noinclude>Luca l’otterrà; è il primo cosacco del villaggio, ha ucciso un abrek e avrà la croce.
— Era quello che ieri sera abbracciava una ragazza mentre io camminavo nel cortile?
— Tu sbagli! — gridò il vecchio fermandosi.
— Ti giuro di no.
— Già.... la donna è un vero demonio — disse Jérochka riflettendo. — Com’era quel cosacco?
— Non ho potuto distinguerlo bene.
— Aveva un berretto col pelo bianco?
— Sì.
— Un caftano rosso? Era della tua statura?
— No, più grande.
— Allora è lui! — e Jérochka scoppiò dal ridere.
— È il mio Marka; cioè Luca; lo chiamo Marka per scherzo. È lui, e ne ho piacere. Ero così anch’io, un tempo. Non bisogna dar ascolto ai genitori. Figurati, che anche quando la mia amante dormiva con sua madre e sua cognata, io penetravo sino a lei. Alloggiava altissimo. La madre era una vera strega, una donna cattiva, e non mi poteva soffrire. Andavo sotto la sua finestra col mio amico Guirtchik, mi arrampicavo sulle sue spalle, aprivo la finestra e mi avanzavo a tastoni; ella dormiva sopra un banco presso la finestra. Una notte, la sveglio; ella non mi riconosce, getta un grido: «Chi è?» Ed io non ardisco di parlare; la madre si muoveva; mi tolgo il berretto e le chiudo la bocca; ella mi riconosce subito dall’orlatura del berretto, salta dal suo banco e viene a raggiungermi. Allora non mi mancava nulla; mi portava del<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|130|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>
— Un fagiano! — mormorò il vecchio rivolgendosi e calcandosi il berretto sino agli occhi. — Nasconditi il muso: un fagiano! —
Fece un cenno con aria irritata a Olénine, e si mise a strisciare con le mani e coi piedi.
— Al fagiano non piace il muso dell’uomo. —
Olénine era ancora indietro, quando il vecchio si fermò e si mise ad osservare l’albero. Olénine scòrse il fagiano contro il quale il cane abbaiava. Una detonazione come quella di un cannone partì dalla grossa carabina di Jérochka; il fagiano fece un movimento per volare e cadde, perdendo le penne. Avvicinandosi, Olénine ne fece levare un altro, che si slanciò in aria come una freccia. Olénine afferrò il fucile, mirò, e il colpo partì; il fagiano cadde come un sasso nel bosco, rimanendo preso fra i rami.
— Bravo! — esclamò il vecchio cacciatore, che non sapeva tirare a volo.
Raccolsero gli uccelli e continuarono la loro via... Olénine, eccitato dal moto e dal buon successo, attaccava continuamente discorso col vecchio.
— Aspetta, — disse costui — ho veduto qui, ieri, le tracce del cervo. —
Si aggirarono nel folto del bosco, e dopo trecento passi sì trovarono in una radura coperta di canne e in parte irrigata dall’acqua. Olénine rimaneva sempre indietro; era distante venti passi da Jérochka, quando questi si fermò, si chinò e principiò a fargli dei segni misteriosi. Olénine lo raggiunse, e vide che il vecchio gli mostrava l’impronta di passi umani.<noinclude><references/></noinclude>
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OrbiliusMagister
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||87}}</noinclude>in Caio Cesare figliuolo di Lucio, e più da industria. E in questi medesimi tempi in Marco Scauro e in Marco Druso giovanetto era molta serietà: e in Caio Lelio molta piacevolezza; e in Scipione suo familiare era molto maggiore desiderio d’onori, ma più maninconica vita.
Ma de’ Greci noi abbiamo inteso che Socrate fu dolce e piacevole, e di festereccio ragionamento, e in ogni parlare fu simulatore; il quale parlare i Greci chiamano ironia, cioè gavillazione, e intendere pel contrario. E per l’avverso, noi intendiamo che Pitagora e Pericle, senza piacevolezza, acquistarono somma autorità. Annibale de’ capitani de’ Cartaginesi fu callido e de’ uostri fu Quinto Massimo, e in celare facilmente, e tacere, e dissimulare, e in fare agguati, e in preoccupare i consigli de’nemici. Nel qual modo i Greci antepongono a tutti i loro capitani Temistocle, e Giasone Fereo. E tra i primi e’ pongono scaltrito e saputo il fatto di Solone: il quale, acciocchè la sua vita fosse più sicura, e più ancora esso facesse pro alla repubblica, finse impazzare. E sono alcuni altri molto dissimili a costoro, cioè semplici<noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|88||}}</noinclude>e aperti; i quali giudicano che niente si convenga fare o d’occulto od’inganni; i quali sono coltivatori della verità, e nimici della frode. Sono ancora alcuni altri, i quali patiranno ciò che tu vuoi, e a chi ti piace deserviranno, purchè essi conseguitano quello ch’essi vogliono: come noi vedevamo Siila e Marco Crasso. Nel qual modo noi abbiamo inteso essere stato e pazientissimo e scaltrissimo Lisandro, appresso a’Lacedemoni: e pel contrario Callicratida, il quale fu il prossimo capitano dell’armata dopo Lisandro.
Ancora noi abbiamo inteso, che alcun altro ne’ ragionamenti (benchè molto potente e’fusse) faceva ch’egli pareva uno di molti. La qual cosa noi vedemmo in Catulo padre, e nel figliuolo: e questo medesimo in Quinto Muzio Mancia. Io ho udito da’ nostri vecchi, che questo medesimo fu in Pubblio Scipione Nasica: e per l’avverso, che il padre suo, il quale vendicò gli direnati sforzamenti di Gracco, non ebbe alcuna piacevolezza nel parlare. E similmente Xenocrate fu severissimo filosofo; e per quello fu grande e famoso. Innumerabili altre dissimilitudini sono della natura e de’ costumi, da non essere ripresi.<noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||89}}</noinclude>
{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO XLIX.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Che in quelle cose massimamente ci dobbiamo affaticare, alle quali siamo più atti.''}}
E’ si debbe ritenere quelle cose, le quali ci sono proprie dalla natura, purchè esse non sieno viziose; acciocchè più agevolmente noi ritegniamo quel decoro, il quale noi cerchiamo. Ma così si debbe fare, che niente noi contendiamo contro alla natura universale: e quando noi avremo conservata quella, allora noi seguiteremo la nostra. E benchè gli studi degli altri sieno migliori e più gravi; nientedimeno noi misureremo i nostri colla regola della natura nostra. Imperocchè ei non s’appartiene ripugnare alla natura; e niente seguitare, che tu non possa acquistare. Per la qual cosa più apparisce di che qualità e’ sia quello decoro. E per questo niente si confà, non essente volontaria Minerva, come si dice, cioè opponentesi e contrariente la natura.
E al tutto se alcuna cosa è il decoro, niente per certo è più, che accordarsi colla natura universale, e ancora con le speziali faccende:<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|90||}}</noinclude>la qual cosa tu non potraiconservare, se tu segui la natura degli altri, e lasci la tua. Imperocchè come noi dobbiamo usare quello medesimo parlare, il quale sia noto a noi, c che noi, come fanno alcuni mescolanti parole greche, non siamo meritamente dileggiati; così ne’ fatti e in tutta la vita, noi non vi dobbiamo mettere alcuna differenza.
Ma questa diversità della natura ha tanta forza, che alcuna volta alcuno debbe uccidere sè medesimo, e alcuno nou lo debbe nella stessa cagione. Imperocchè Maroo Catone nou fu in altra cagione, e in altra tutti quegli altri, i quali in Affrica si dettono a Cesare: e forse che quegli altri sarehbono stati ripresile essi avessino morto sè medesimi, imperocchè la vita loro fu più leggiera, e i costumi più facili. Ma perchè la natura aveva attribuito a Catone la incredibile gravità; e quella aveva affortificata con la perpetua costanza, e sempre era stato nel proposito, e nel preso consiglio; piuttosto doveva morire, che ragguardare il volto del tiranno.
Quante molte cose pati Ulisse in quello lungo errore, quando esso servì a Circe e a Calipso donne, se donne si debbono chia-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||91}}</noinclude>mare! e volle essere piacevole con ognuno in ogni parlare; e in casa sopportò le villanie de’ servi e delle schiave; acciocchè qualche volta esso pervenisse a quello ch’egli desiderava. E Aiace, con che animo si dice che fu, mille volte piuttosto avrebbe voluto sopportare la morte, che patire quelle cose. Le quali cose a noi consideranti converrà pesax’e quello che ciascuno abbia di suo, e quello temperare, e non volere provare quanto le cose altrui se gli confacciano. Imperocchè quello massimamente a uno si confà, il quale spezialmente è proprio di lui.
Ciascuno adunque conosca la natura sua, e si faccia severo giudice della bontà e de’vizi suoi: e che quelli che si contraffanno nelle scene non mostrino avere più prudenza di noi: imperocchè coloro a sè scelgono le favole non perfettissime, ma accomodatissime a loro. Coloro che hanno buona voce, si scelgono le favole di Epigono e Medo; e coloro che sono buoni a’ gesti, pigliano Menalippo e Clilemnestra: Rulilio, del quale io mi ricordo sempre, Antiopo; ed Esopo pigliava Aiace. Adunque farà l’istrione nella scena, quello che non fa il savio uomo nella vita?<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|92||}}</noinclude>In quelle cose adunque spezialmente noi ci affideremo, alle quali noi saremo attissimi.
Ma se alcuna volta la necessità ci sospignesse a quelle cose, che non lussino dello ingegno nostro, porremo ogni cura, e pensiero, e diligenza, che quelle, se noi non le possiamo fare con onore, almeno noi le facciamo senza disonore. E nientedimeno noi non ci dobbiamo sforzare, che piuttosto noi seguitiamo que’ beni i quali non ci sono conceduti dalla natura, che noi fuggiamo i vizi.
A queste due persone, le quali di sopra noi abbiamo detto, se ne aggiugne la terza; la quale ci dà il caso e il tempo. La quarta ancora, la quale col giudicio nostro noi accomodiamo a noi medesimi. Imperocchè le signorie, gl’imperii, le nobiltà, gli onori, le ricchezze, le abbondanze, e quelle cose che sono contrarie a queste, come esse sono poste nel caso, cosi sono governate da’ tempi.
Ma che persona noi vogliamo portare, viene dalla volontà nostra E cosi alcuni si applicano a filosofìa, alcuni a ragione civile, alcuni a eloquenza: c di esse virtù, alcuno piuttosto vuole eccellere in questa, e quell’ altro in quell’altra. Ma chi ha avuto il pa-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||93}}</noinclude>dre o gli antichi suoi eccellenti in qualche gloria, costui molto volentieri studia eccellere in quelli medesimi onori. Come Quinto Muzio figliuolo di Pubblio fece in ragione civile; e Affricano figliuolo di Paolo ne’ fatti delle armi. Alcuni ancora alle lodi, le quali eglino hanno ricevute da’ padri, ne aggiungono qualcuua sua: come questo medesimo Affricano, coll’eloquenza accrebbe la gloria delle armi. La qual cosa medesimamente fece Timoteo figliuolo di Conone: il quale conciosiacosacchè non fosse nelle armi più inferiore che il padre, a quella lode aggiunse la gloria della dottrina e dello ingegno.
Ma alcuna volta si fa, che alcuni, lasciato il seguitare gli antichi suoi, conseguitano alcun altro studio. E spezialmente molto in questo spesso si affaticano coloro, i quali, nati di vile sangue, a sè medesimi prepongono cose grandi. Adunque quando tutte queste cose noi cerchiamo, coll’animo e col pensiero dobbiamo considerare quello, che ci si confaccia.
Ma la prima cosa si debbe considerare, chi e di che qualità noi vogliamo essere, e di che vita: la quale deliberazione, per difficoltà, tutte le altre passa. Imperocchè quan-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|94||}}</noinclude>do noi vegniamo nella giovanezza (quando egli è grandissima debolezza di consiglio) allora ciascuno a sè ordina quello modo della futura vita, il quale massimamente egli ha amato. Adunque innanzi egli è avviluppato in un certo modo e corso di vivere, che esso possa giudicare quello che sia ottimo.
Imperocchè dicono, come è appresso a Xenofonte, che Ercole prodigo, quando prima cominciava nella giovanezza (il qual tempo è dato dalla natura allo eleggere, in qual via di vivere ciascuno debba entrare) uscì in uno luogo solitario, e quivi sedente, lungo tempo seco e molto dubitò, quale delle due vie fusse meglio a pigliare. Imperocchè quivi egli vedeva due vie, l’una della virtù, e l’altra de’ corporali piaceri. Questo forse potè addivenire a Ercole figliuolo di Giove: ma a noi non addiviene quello medesimo, i quali seguitiamo le vestigie di coloro, de’ quali ci pare, e agli studi e ordini di coloro siamo commossi. Ma alcuna volta pieni de’ precetti de’ padri nostri, siamo ridotti all’usanza e al costume loro. Alcuni altri sono mossi dal giudicio della moltitudine; e quelle cose le quali paiono bellissime alla maggior parte, quelle<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||95}}</noinclude>spezialmente desiderano. Alcuni nientedimeno, o per una certa felicità o per bontà di natura, o per disciplina de’ padri, hanno seguitato la retta via della vita.
Ma quella ragione spezialmente è rada di quegli uomini, i quali o per eccellente grandezza d’ingegno, o per egregia erudizione e dottrina, o per l’una e l’altra cosa ornati, hanno avuto lo spazio del deliberare, qual corso di vita spezialmente volessino seguire: nella quale deliberazione ciascuno debbe chiamare ogni consiglio alla natura sua. Imperocchè awegnadio che in tutte le cose che si fanno, noi cerchiamo, Come di sopra è detto, quello che si confaccia, da quel modo il quale noi abbiamo preso; ancora in ordinare tutta la vita considereremo quello decoro: imperocchè molta maggior cura ci è da essere posta, acciocchè noi possiamo in tutta la perpetuità della vita essere costanti a noi medesimi, e non zoppeggiare in alcuna onestà.<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|96||}}</noinclude>
{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO L.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Che nel genere della vita diligentemente dobbiamo considerare le forze della natura e della fortuna.''}}
Ma perchè a questa ragione la natura ha grandissima forza, e a lei la fortuna è prossima; l’una e l’altra si debbe considerare nello eleggere il modo della vita: ma maggiore considerazione si debbe avere nella natura. Imperocchè ella è molto più ferma e molto più costante; in modo che la fortuna molte volte, come se essa fosse mortale, pare che combatta colla natura immortale. Chi adunque avrà conferito ogni consiglio del vivere al modo della natura sua non viziosa, costui sia costaute: imperocchè quello massimamente si confà. Se già per a caso non avessi inteso aver errato nello scevre il modo della vita: la qual cosa se ella accadrà (ma ella può accadere) debbesi fare la mutazione degli ordini e de’ costumi. Quella mutazione, sei tempi l’aiuteranno, la faremo più facilmente con maggior commodità; ma se così non fosse, faremo quella piano piano, e a poco a poco,<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||97}}</noinclude>come giudicano i savi delle amicizie, le quali non dilettino e non sieno lodate; dicono, che più si confà rimuoverle a poco a poco, che di subito tagliarle.
Ma, rimutato il modo della vita, con ogni ragione si debbe attendere, ch’ei paia che noi quello abbiamo fatto con buono consiglio. E perchè un poco innanzi fu detto, che si debba seguitare le vestigia degli antichi; prima quello sia eccettuato, che i vizi non si seguitino; dipoi, se la natura non sopportasse che alcune cose non si potessino imitare, le dobbiamo lasciare: come il figliuolo di Affricano superiore (il quale si fece figliuolo adottivo quest’altro Scipione, figliuolo di Paolo) per la infermità non potè così essere simile del padre, come era stato colui del suo. Se adunque ei non potrà o difendere causa, o tenere il popolo ragunalo a udire, o fare guerre; nientedimeno quelle cose dovrà fare, le quali saranno in sua podestà: ciò è osservare giustizia, fede, liberalità, modestia, temperanza; acciocchè e’ non sia addomandato da lui quello cbe manchi. Ma ottima eredità è lasciata da’ padri a’ fìgliuoli,la gloria delle virtù, e degli egregi fatti; a’ quali essere a disonore, si debbe giudicare illecito e scelleratezza.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|98||}}</noinclude>
{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO LI.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Degli uffici de’ giovanetti.''}}
E perchè non i medesimi uffici sono attribuiti alle età diseguali; e altri uffici sono dei giovani, e altri de’ vecchi; ancora si debbe dire qualcosa di questa differenza.
Appartiensi adunque al giovanetto, riverire gli uomini di tempo; e di costoro eleggerne alcuni ottimi e lodati, col consiglio e autorità de’ quali ei si governi. Imperocchè l’ignoranza della giovanile età, si debbe reggere e ordinare colla prudenza de’ vecchi. Ma spezialmente questa età, si debbe rimuovere dalle libidini, e debb’essere esercitata nella fatica, e pazienza dell’anima e deL corpo: acciocchè la industria di costoro di questa età, si mantenga in fiore nelle faccende civili e delle arme. E ancora quando e’ vorranno dilettare gli animi, e darsi al piacere, schifino la intemperanza, ericordinsi della vergogna: la quale cosa sarà più agevole, se essi vorranno che a queste tali cose intervenghino i vecchi.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||99}}</noinclude>
<section begin="s1" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO LI.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Degli uffici de vecchi.''}}
Ma i vecchi a sè amminuiranno le fatiche del corpo, poichè essi vedranno che l’esercitazioni dell’animo debbano essere a loro accresciute. Ancora daranno opera, che da loro sieno aiutati con prudenza e consiglio gli amici, i giovani, e la repubblica. Ma da niente più si debbono guardare i vecchi, che dal darsi alla pigrizia, e al doloroso ozio. La lussuria conciosiacosa che essa sia brutta a ogni età, nientedimeno alla vecchiaia è bruttissima. Ma se l’intemperanza della libidine verrà, è doppio male: imperocchè essa vecchiaia piglia il disonore, e fa l’intemperanza de’giovani essere più senza vergogna.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO LIII.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Degli uffici de magistrati, de privati, e de’ forestieri.''}}
E qui non mi pare alieno, dire degli uffici degli uomini di magistrato, e de’ {{Pt|pri-|}}<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|100||}}</noinclude>{{Pt|vati|privati}}, e de’ cittadini, e de’ forestieri. È adunque il proprio dono del magistrato intendere, sè portare la persona della città, e dovere sostenere la dignità, e l’onore di lei, e conservare le leggi, dare le ragionile ricordarsi delle cose che sono commesse alla sua fede.
Ma all’uomo privato si conviene vivere con eguale e pari ragione co’ cittadini, e non si sottomettere e avvilirsi, e non s’innalzare: e ancora nella repubblica volere quelle cose, che sieno tranquille ed oneste. Imperocchè a noi suole parere, e cosi sogliamo dire, che tale uomo sia buono cittadino.
Ma l’ufficio del forestiero, o di colui che di nuovo abita è, niente fare oltre alle faccende sue, e niente domandare d’altri, e non mettere cura nell’altrui repubblica. Così quasi si troveranno gli uffici, quando e’ si cercherà quello che si confaccia, e quello che sia atto alle persone, a’ tempi, e all’elà. Ma niente è che tanto si confaccia, che in ogni faccenda che si debba fare, e in pigliare ogni ‘consiglio, osservare la costanza.<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||101}}</noinclude>
<section begin="s1" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO LIV.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Del decoro circa la bellezza, ordine, ed ornato.''}}
Ma perchè quel decoro si conosce in tutti i fatti e detti; e finalmente nel corpo, quando si muove o sta posato; ed è posto in tre cose, nella bellezza, nell’ordine, e nell’ornato atto al fare; più difficile è il parlarne: ma assai sarà ch’ei sia inteso. Ma in queste tre cose è contenuta ancora quella cura, che noi siamo commendati da coloro, coi quali e appresso de’quali noi viviamo. E ancora di queste cose parliamo un poco.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO LV.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Che i membri che la natura ha occultato noi ancora gli dobbiamo occultare.''}}
Primamente si dica, che la natura pare che abbia avuta grande ragione del corpo nostro: la quale ha posto in aperto la forma nostra, e tutta quella figura, nella quale fosse l’apparenza onorevole: ma quelle parti<section end="s2" />´<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|102||}}</noinclude>del corpo, le quali furon date alle necessità della natura, e le quali dovevano avere l’aspetto e la forma brutta, le occultò e coperse. E la vergogna degli uomini lia imitato questa diligente fabbrica della natura; imperoccbè quelle cose le quali ha nascosto la natura, quelle medesime tutti gli uomini, che sono colla mente sana, rimuovono dagli occhi, e danno opera che essa necessità essi obbediscano, quanto possano più occultamente. E di quali parti del corpo l’uso è necessario, nè quelle parti, nè 1 uso di quelle, chiamano con loro nomi: e quello che non è brutto a fare, purchè si faccia coperto, al chiamarlo è brutto. E così il fare apertamente tali cose, e il brutto ragionare, non mancano di lascivia. Ma i cinici non dobbiamo udire-, o se alcuni stoici furono quasi cinici, i quali riprendono e dileggiano, che noi chiamiamo brutte quelle cose, le quali non è brutto farle; e quelle cose le quali nel farle sono scellerate, le chiamiamo ne’nomi loro, com’è il rubare, e l’ingannare. Il fare adulterio è scelleratezza, ma a parola non è brutto. Il dare opera a fare figliuoli, in fatto è onesto, e<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||103}}</noinclude>nel nome è brutto. E molte altre cose, in questa medesima sentenza contro alla vergogna, sono disputale da costoro medesimi. Ma noi seguitiamo la natura, e rimoviamoci da ogni cosa, la quale non è approvata dagli occhi e dagli orecchi. Lo stare, r andare, il sedere, giacere, il volto, gli occhi, i movimenti delle mani, osservino quello che si confaccia.
Nelle quali cose due cose principalmente fuggiremo; che niente sia effeminato o lascivo, e che nulla sia duro o rusticano. Ma e’ non si dehhe concedere agl’istrioni e agli oratori, che queste cose sieno atte a loro, e in noi non sieno con ordine alcuno. Il costume di quegli che si esercitano nelle scene, per l’antica disciplina ha tanta vergogna, che nessuno va nella scena senza brache. Imperocchè essi temono, che se per caso alcuno addivenisse, che alcune parti del corpo s aprissino, esse non fossino vedute disonorevolmente. Secondo il costume nostro, i giovanetti che già possono generare non si lavano co’ padri, nè i generi co’ suoceri. Debbesi adunque ritenere tale vergogna; e spezialmente quando essa natura n’è maestra e guida.<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|104||}}</noinclude>{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO LVI.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Che due sono le ragioni della bellezza.''}}
Ma conciosiacosa che due ragioni siena di bellezza -, delle quali l’una è posta nella venustà, cioè nel pulito e grazioso corpo; l’altra nella dignità, cioè nella buona proporzione delle membra; la venustà noi diremo che s’appartiene alla femmina, e al maschio la dignità.
Adunque dalla bellezza nostra noi rimoveremo ogni ornamento non conveniente all’uomo; e similmente schiferemo il vizio simile a questo, il quale è nel moto e nei gesti del corpo. Imperocchè i moti di coloro che giuocano alla palestra sono molto odiosi: e ancora i moti degl’istrioni non mancano alcuna volta di vituperazione: e quelle cose che sono rette e semplici, nell’una e nell’altra ragione di questi giocolatori, meritamente sono lodate.
Ma la dignità della bellezza si debbe difendere colla bontà del colore, ed il colore coll’esercitazione del corpo. Oltre queste cose si conviene usare una nettezza non o-<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||105}}</noinclude>diosa, nè cercata troppo: solamente fuggasi la rusticana e disumana negligenza. Questa medesima ragione si conviene avere nel vestire, nel quale, siccome in più cose, il mezzo è ottimo.
E dobbiamoci guardare, ebe nell’andare noi non usiamo o quella tardità lenta, che noi paiamo simili a quelle vivande, le quali ne’ conviti sono portate con molta pompa; o che nella fretta noi non pigliamo troppa prestezza, la quale quando si fa, è mosso l’ansare, mutansi i volti, e le bocche si torcono: per le quali cose si fa grande dimostrazione, che la costanza non sia con noi. Ma molto più ancora ci dobbiamo affaticare, che i moti dell’animo non si partano dalla natura. La qual cosa noi conseguiremo, se noi ci guarderemo che noi non caschiamo nelle perturbazioni, e negli sbigottimenti; e se noi terremo gli animi attenti, alla conservazione del fare quello ch’e’ ci si confà.<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|106||}}</noinclude>
<section begin="s1" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO LVII.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Del duplice movimento dell’animo.''}}
Ma i moti degli animi sono due: imperocchè l’uno è nella considerazione, e l’altro nell’appetito. La considerazione si rivolta specialmente nel cercare il vero, l’appetito commuove al lare. Adunque si debbe procurare, che noi usiamo la considerazione al fare cose molto opportune, e che noi diamo l’appetito ubbidiente alla ragione.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO LVIII.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Della forza del parlare.''}}
E perchè la forza del parlare nostro è grande, e questa è doppia, l’una è nella contenzione, e l’altra nel sermone. La contenzione noi attribuiremo alle quistioni dei giudici, e delle orazioni al popolo, e del senato; ed il sermone noi useremo ne’cerchi, e nelle dispute, e ne’ ragionamenti familiari, e ancora ne’ conviti. I precetti della contenzione s’appartengono a’ retori<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|106||}}</noinclude>
<section begin="s1" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO LVII.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Del duplice movimento dell’animo.''}}
Ma i moti degli animi sono due: imperocchè l’uno è nella considerazione, e l’altro nell’appetito. La considerazione si rivolta specialmente nel cercare il vero, l’appetito commuove al lare. Adunque si debbe procurare, che noi usiamo la considerazione al fare cose molto opportune, e che noi diamo l’appetito ubbidiente alla ragione.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO LVIII.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Della forza del parlare.''}}
E perchè la forza del parlare nostro è grande, e questa è doppia, l’una è nella contenzione, e l’altra nel sermone. La contenzione noi attribuiremo alle quistioni dei giudici, e delle orazioni al popolo, e del senato; ed il sermone noi useremo ne’cerchi, e nelle dispute, e ne’ ragionamenti familiari, e ancora ne’ conviti. I precetti della contenzione s’appartengono a’ {{Pt|retori-|}}<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||107}}</noinclude>{{Pt|ci|retorici}}; ma del sermone non ne sono alcuni: benchè io non so, se ancora tali precetti possano essere. Ma i maestri si trovano per gli studi di coloro che imparano: ma in questi precetti del sermone non è chi studii; e dell’arte rettorica ue sono piene tutte le cose. Benchè quegli che sono precetti delle parole e delle sentenze, medesimamente si appartengono ancora al sermone.
Ma conciosiacosa che la voce sia quella, la quale dimostra il parlare nostro, nella voce noi osserveremo due cose; che essa sia chiara, e sia soave. L’uno e l’altro al tutto s’addomanda dalla natura: ma l’uno s’accrescerà per la esercitazione; e l’altro per la imitazione di coloro, che parlano bassamente e con soavità. Niente fu ne’ Catuli, che non con molto giudicio tu stimassi, ch’essi usassino le lettere: benchè essi erano letterati; ma ed alcuni altri. Ma questi Catuli si stimava, che avessino ottimamente la lingua latina: il suono era dolce, e le lettere non erano pronunciate espressamente, nè con oppressione: acciocchè il parlare loro non fosse oscuro o brutto, parlavano senza contenzione, e la voce non era languida, nè risonante.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|108||}}</noinclude><nowiki />
Il parlare di Lucio Crasso era più abbondante, e non meno piacevole, ma non minore opinione fu de’ Catuli nel ben parlare. Ma per motti e piacevolezze, Cesare, fratello del padre di Catulo, vinse ognuno; in modo che in quello modo del dire nella corte, esso vinceva le contenzioni e i sermoni degli altri. In tutte queste cose si debbe pigliare fatica, se noi cerchiamo quello che si confaccia ne’ fatti.
Sia dunque questo sermone, nel quale massimamente i Socratici eccellono, leggiero, a non pertinace; e in lui sia piacevolezza: e costui che l’usa, non scacci gli altri sermoni, come se fosse venuto nella sua possessione; ma stimi, come nelle altre cose, così nel sermone comune, non essere iniquo Io scambiarsi. E prima vegga di che cose egli parla: e.se parla di cose utili, aggiungavi la severità; e se di dilettevoli, la piacevolezza. E la prima cosa provvegga, che il sermone non dimostri alcuno vizio essere ne’ costumi: la qual cosa allora spezialmente suole addivenire, quando studiosamente di coloro che non sono presenti, per cagione di biasimargli, si dice o motteggian-<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||109}}</noinclude>do, o dicendo con severità, e villania e biasimo.
Ma i sermoni molte volte sono o de’ fatti della repubblica, o de’ familiari, o degli studi, e dottrina delle arti. Debbesi ancora dare opera, che se ancora il parlare nostro si sarà partito da’ proposti ragionamenti, e ito ad altre cose, esso debba ritornare a quegli medesimi. E sieno qualunque vuoi le cose: imperocchè noi non ci dilettiamo di cose medesime, nè similmente in ogni tempo. Conviensi ancora conoscere insino a quanto diletti il parlare nostro; e come e’ vi fu ragione nel cominciare, così sia nel finire misura.
Ma come in ogni vita rettamente si comanda, che noi fuggiamo le perturbazioni, cioè i troppi moti delfanimo, non ubbidienti alla ragione; così di questi moti debbe mancare il sermone, acciocchè e’ non vi sia o ira, o qualche cupidigia, o pigrizia, o dappocaggine, o non vi apparisca qualche simil cosa. E spezialmente si conviene procurare ch’ei paia, che noi e riveriamo e amiamo coloro, co’quali noi conferiamo il sermone.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|110||}}</noinclude>
{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO LIX.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Come e in che modo si debba svillaneggiare gli amici.''}}
Alcuna volta accaggiono i necessari svillaneggiamenti: ne’ quali forse si debbe usare e maggiore contenzione di voce, e più potente gravità di parole. Ma quello ancora si debbe fare, ch’e’ non paia che noi facciamo quelle cose adirati: ma come i medici rade volte, e mal volentieri, vengono allo incendere e al segare; così medesimamente noi verremo a tal modo di punizione: e non vi verremo, se non per necestà, se alcuna altra medicina non si trova. Ma nientedimeno l’ira stia da lungi; colla quale niente si può fare rettamente, e niente con considerazione.
Ma da grande parte è lecito usare la pia punizione, aggiuntovi nientedimeno la gravità; acciocchè e’ vi sia la verità, e la superba villania sia scacciata. E quello medesimo che ha lo svillaneggiamenlo di acerbità, si debbe mostrare, quello essere stato preso per cagione di colui che è svillaneggiato. Ma<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||111}}</noinclude><section begin="s1" />vera cosa è ancora in quelle contenzioni, le quali noi abbiamo con coloro che ci sono inimicissimi, benchè da loro noi udiamo cose non degne di noi, ritenere nientedimeno la gravità, e l’ira da lungi rimuovere. Imperocchè quelle cose le quali sono fatte con alcuna perturbazione di animo, non possono essere fatte costantemente, e non possono da coloro che vi sono presenti essere lodate.
E ancora non ci dobbiamo commendare r imperocchè brutta cosa è predicare di sè medesimo; e spezialmente quelle cose che sono false; e con irrisione di coloro che odono, lodare sè; come faceva il soldato glorioso.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO LX.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Di che qualità debba essere la casa dell’uomo onorato e principale.''}}
E perchè noi seguitiamo tutte le cose (ma per certo noi vogliamo) si debbe ancora da noi dire, di che qualità ci piaccia dover essere la casa di un uomo onorato e principale; e di che fine essa debba {{Pt|esse-|}}<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|112||}}</noinclude>{{Pt|re|essere}}, o di che uso; al quale si conviene accomodare l’ordine dell’edificare: e nientedimeno debbe aggiungere la diligenza della dignità o della commodità. A Gneo Ottavio, il quale fu primo consolo di quella famiglia, fu in onore, come noi abbiamo inteso, che in quel luogo che si chiama palagio, esso aveva edificato una egregia casa, e piena di dignità: la quale quando era veduta dal popolo, era stimata aiutare al signore suo (uomo venuto a Roma di nuovo) all’addomandare il consolato. Questa medesima, Scauro, figliuolo del detto Gneo Ottavio, guastò e dettele l’accessione. Colui adunque primo in casa sua arrecò il consolato: costui figliuolo del sommo e famosissimo uomo, nella casa multiplicata arrecò non solamente l’essere scacciato, ma ancora la vergogna e il danno.
Imperocchè la dignità si debbe adornare colla casa, e non debb’essere cerca tutta dalla casa: e il signore non debb’essere onorato per la casa, ma la casa pel signore. E come in tutte le altre cose si debbe avere la ragione non solo di sè, ma ancora degli altri; così nella casa del famoso uomo,<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||113}}</noinclude>nella quale si debbe ricevere molti forestieri, e grande moltitudine di uomini di qualunque generazione, e’ conviensi procurare ch’e’ vi sia larghezza. Altrimenti la casa ampia spesse volte fa vergogna al signore, se in quella è poca gente, e spezialmente se quella pel passato fu abitata da un altro signore. Imperocchè ella è cosa odiosa, quando da chi passa si dice: ''o casa antica, da quanto diseguale signore se’ signoreggiata!'' la qual cosa in questi tempi di molti si potrebbe dire.
Debbesi guardare spezialmente, se tu edifichi, che tu non ti facci innanzi fuori di misura colla spesa e colla magnificenza: nel quale modo molto male è ancora allo esempio. Imperocchè molti con grande studio, spezialmente in questa parte, imitano i fatti de’ principi. Come, chi ci è che abbia imi~ tato la virtù di Lucio Lucullo? Ma quanto grande numero è di coloro,’ i quali l’hanno imitato nell’edificare magnifiche ville! Ma ancora intorno a questo, per certo si dovrebbe osservare misura, e quella ridurre a uno mezzo: il quale medesimo mezzo si dovrebbe trasferire a ogni uso, e governo<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|114||}}</noinclude><section begin="s1" />della vita. Ma assai sia avere dette queste cose insino a qui.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO LXI.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Che in ogni nostro atto dobbiamo osservare tre cose.''}}
Ma in ogni atto che noi pigliamo, tre cose si conviene osservare: la prima, che l’appetito ubbidisca alla ragione: della qual cosa nessun’altra è più accomodata al mantenere gli uffici. Dipoi che si consideri, di che grandezza sia quella cosa, che noi vogliamo fare; acciocchè non minore o maggiore cura e opera si pigli, che sia di bisogno. La terza cosa è, che noi ci guardiamo secondo la misura; cioè che noi temperiamo con modo quelle cose, le quali s’appartengono alla diguità, ed all’apparenza liberale. Ma ottima misura è mantenere quello che si confaccia, del quale poco innanzi noi dicemmo, e non andare più oltre. Ma di queste tre cose, eccellentissimo è che l’appetito ubbidisca alla ragione.<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||115}}</noinclude>
{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO LXII.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Dell ordine delle cose, e dell opportunità de’ tempi.''}}
Dopo le dette cose da noi, si dirà dell’ordine delle cose, e dell’opportunità de’ tempi. Ma in questa scienza si contiene quella, che in greco si chiama ''eutaxia'', cioè buon ordine. E non è quella che noi interpretiamo modestia, nella quale parola è il modo; ma quella è ''eutaxia'', nella quale s’intende essere la conservazione dell’ordine. Adunque, acciocchè questa medesima noi, chiamiamo modestia, così si diffinisce dagli stoici, che la medesima è scienza dell’allogare nel luogo loro quelle cose, le quali si fanno o diconsi. E cosi pare, che una medesima forza sia dell’ordine e dell’allogazione: imperocchè l’ordine così diffiniscono, ch’esso è la composizione delle cose ne’ luoghi atti e commodi; e il luogo dell’ atto, dicono ch’è opportunità di tempo.
Ma il tempo opportuno all’atto in greco e detto ''eucheria'', cioè opportunità di tempo; in latino ''occasione''. Così si fa che questa<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|116||}}</noinclude>modestia, la quale noi interpretiamo, come io ho detto, sia scienza di opportunità di tempi atti al fare. Ma questo può essere la medesima definizione della prudenza; della quale nel principio noi dicemmo. Ma in questo luogo noi cerchiamo della moderazione e temperanza, e delle virtù simili di queste. Adunque quelle cose, che propriamente si appartenevano alla prudenza, se ne disse nel suo luogo: ma ora noi diremo quelle cose, le quali proprie sono di queste virtù, delle quali già molto ne abbiamo parlato: le quali s appartengono alla vergogna, e all’approvazione di coloro, co’quali insieme noi viviamo.
Tale ordine adunque degli atti si debbe pigliare, che come nel parlar costante, così nella vita tutte le cose sieno tra loro atte e convenienti. Imperocchè ella è brutta cosa e molto viziosa, in un fatto severo inserirvi qualche sermone, degno di convito delicato. Ma bene fece Pericle, quando nella pretura per compagno avea Sofocle: e conciosiacosa che costoro lussino in ragionamento del comune ufficio, e per accaso passasse un bello fanciullo, e Sofocle dicesse: che bello fanciullo, o Pericle! Pericle<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||117}}</noinclude>allora disse: al pretore, o Sofocle, e’ si confà avere astenente non solo le mani, ma ancora gli occhi. Ma questo medesimo Sofocle, se nel lodare coloro che giucavano di persona, avesse detto tale cosa, ragionevolmente avrebbe mancato di riprensione. Tanta è la forza del luogo e del tempo, che se uno il quale abbia a dire la causa sua, per la via e mentre ch’e’ va, esso da sè si pruova, o pensa qualche cosa attentamente, non ha ripreso: ma se fa questo medesimo nel convito, parrà inumano, e in ignoranza brutta del tempo.
Ma quelle cose le quali molto si discostano dall’umanità, come se uno cantasse in mercato, o nella corte, o se alcuna altra grande contrarietà fosse, facilmente si conosce che non desiderano molto aminonizioni o precetti. Ma quegli che paiono piccoli peccati, e facilmente non possono essere intesi, da questi si debbe guardarsi più diligentemente. Come ne’ suoni di corde, o ne’ zufoli, benchè un poco si discostino dal vero suono, nientedimeno da chi intende tale errore suole essere conosciuto; così ancora si debbe vivere, che nella vita<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|118||}}</noinclude>niente si discosti dalle cose convenienti: e ancora molto più che in quegli strumenti, quanto è maggiore e migliore la risonanza degli alti nostri, che de’ suoni.
Adunque come ne’ suoni, gli orecchi conoscono ancora le minime cose, così ancora noi, se noi vogliamo essere diligenti e forti, e conoscitori de’ vizi, intenderemo spesso grandi cose dalle piccole: e dallo sguardo degli occhi, e dal raccorre o distendere le sopracciglia, e dalla maninconìa, e dall’allegrezza, e dal riso, dal parlare, dall’innalzare o abbassare la voce, dallo stare cheto, e da tutte le altre simili cose, facilmente noi giudicheremo quale di queste cose sia fatta attamente, e quale si discosti dall’ufficio e dalla natura. Nella quale ragione di atti non è incomodo giudicare per gli altri, di che qualità ciascuna di queste cose sia; acciocchè se alcuna cosa in coloro non si confà, noi poi la schifiamo. Imperocchè si fa, non so in che modo, che più noi conosciamo negli altri che in noi, se alcuna cosa si pecca. E così, facilissimamente nell’imparare i discepoli sono corretti, quando i maestri, per cagione di emendargli, imitano i vizi loro.<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||119}}</noinclude>
{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO LXIII.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Che nelle cose dubbie dobbiamo consigliarci co’ dotti.''}}
Non è cosa aliena, alle cose le quali nel pigliare ci danno dubbio, aggiungervi uomini dotti, e saputi perla pratica; e domandare costoro quello, cbe di ciascuna ragione d’ufficio loro paia. Imperocchè la maggior parte degli uomini quasi suol essere traportata, dov’essa è meuata dalla natura. Nelle quali cose si conviene vedere, non solamente quello che ciascuno favelli, ma ancora che parere ciascuno abbia, e perchè cagione ancora a ciascuno così gli paia. Imperocchè come i pittori, e gli scultori, e di quinci ancora i poeti, ciascuno vuole che l’opera sua sia considerata dal volgo; acciocchè se alcuna cosa fusse ripresa da’ più, quella sia corretta; e costoro da sè e con gli altri cercano quello, che in quella opera sia peccato; cosi pel consiglio degli altri, molte cose saranno fatte e non fatte da noi, e mutate, e ricorrette.
Ma di qnelle cose non si diri alcuno pre-<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||119}}</noinclude>
{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO LXIII.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Che nelle cose dubbie dobbiamo consigliarci co’ dotti.''}}
Non è cosa aliena, alle cose le quali nel pigliare ci danno dubbio, aggiungervi uomini dotti, e saputi perla pratica; e domandare costoro quello, cbe di ciascuna ragione d’ufficio loro paia. Imperocchè la maggior parte degli uomini quasi suol essere traportata, dov’essa è meuata dalla natura. Nelle quali cose si conviene vedere, non solamente quello che ciascuno favelli, ma ancora che parere ciascuno abbia, e perchè cagione ancora a ciascuno così gli paia. Imperocchè come i pittori, e gli scultori, e di quinci ancora i poeti, ciascuno vuole che l’opera sua sia considerata dal volgo; acciocchè se alcuna cosa fusse ripresa da’ più, quella sia corretta; e costoro da sè e con gli altri cercano quello, che in quella opera sia peccato; cosi pel consiglio degli altri, molte cose saranno fatte e non fatte da noi, e mutate, e ricorrette.
Ma di qnelle cose non si diri alcuno {{Pt|pre-|}}<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|120||}}</noinclude><section begin="s1" />{{Pt|cetto|precetto}}, le quali si fanno secondo il costume e secondo gl’istituti civili: imperocchè di quelle cose già ne sono stati dati i precetti. E non si conviene che alcuno sia menato da questo errore, che se Socrate o Aristippo abbino fatto alcuna cosa contra il costume o usanza civile, o abbiano parlato, esso pensi a lui essere lecito fare quello medesimo. Coloro pe’ grandi e divini loro beni, conseguitavano questa licenza. Ma la ragione de’ cinici tutta si debbe levare via: imperocchè essa è inimica della vergogna, senza la quale niente può essere retto, e niente onesto.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO LXIV.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Che noi dobbiamo osservare la compagnia di tutti gli uomini.''}}
Ma coloro, de’quali la vita è conosciuta nelle cose oneste e grandi, essenti in buono parere della repubblica, e bene meritati o meritanti, e ricevuti qualche onore o signoria, noi dobbiamo osservare ed amare con riverenza. Dobbiamo ancora {{Pt|attri-|}}<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||121}}</noinclude><section begin="s1" />{{Pt|buire|attribuire}} molto alla vecchiaia, e cedere a coloro, che avranno magistrato; e fare differenza tra’l cittadino e il forestiere: e nel forestiere considereremo, se quivi egli è venuto o pubblico o privato. E in somma (acciocchè particolarmente io non dica di ciascuna cosa) noi dobbiamo amara, difendere, e conservare la comune compagnia, e le ragunate degli uomini di ogni ragione.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO LXV.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Quali arti e quali guadagni sieno onesti.''}}
Già degli artelìcii e de’ guadagni, così quasi noi abbiamo inteso quali sieno da essere tenuti liberali, e quali brunii Primamente sono con vituperio riprovati que’ guadagni, i quali incorrono negli odii degli uomini; come quelli degli usurai, e deportitori.
Ma illiberali e brutti sono i guadagni, di tulli i mercenari, de’ quali sono comperate le opere, e non le arti: imperocchè in coloro il premio è un mercalare la servitù. Brutti guadagni ancora si debbono stimare quelli di coloro, i quali dai<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|122||}}</noinclude>mercatanti mercatano quella cosa, la quale immantinente rivendono: imperocchè niente fanno pro, se non è che essi mentiscono; e nessuna è più brutta cosa che l’essere bugiardo. Gli artefici tutti si rivoltano in brutta arte: imperocchè la bottega niente può avere degno di uomo dabbene. E quelle arti ancora non saranno approvate, le quali sono ministre della voluttà; come sono pesciaiuoli, beccai, cuochi, facitori di torte e camangiari, pescatori, come disse Terenzio. E a questi aggiungi, se ti piace, gli unguentai, i ballatoci, e tutto il giuoco di dadi e tavole.
Ma quelle arti nelle quali è maggiore prudenza, o cercasi non mezzana utilità, com’è la medicina, l’architettura, la dottrina delle cose oneste, son oneste a coloro, all’ordine de’ quali esse sono convenienti. La mercatanzia, se ella è piccola, è da essere stimata brutta; ma se ella è grande e copiosa, e da molti luoghi arrecante molte cose, e a molti dividentele senza bugia, non è da essere vituperata. E se essa, saziata del guadagno, o vero più tosto contenta, come spesso dal mare in porto, così<noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||123}}</noinclude><section begin="s1" />del porto sì traporterà a’campi, e alle possessioni; pare che ragionevolmente debba essere lodata.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO LXVI.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Che l’agricoltura in tutte le arti operative è la più laudabile.''}}
Imperocchè di tutte le cose, per le quali si guadagna alcuna cosa, nessuna è migliore che T agricoltura, e nessuna più abbondante, o più dolce, o più degna dell’uomo libero. Della quale assai molte cose ne dicemmo in Catone maggiore: pigliane quelle cose ora, le quali s’appartengono a questo luogo.<section end="s2" />
<section begin="s3" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO LXVII.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Della comparazione degli onesti.''}}
Ma come gli uffici sieno menati da quelle parti, le quali sono della onestà, assai mi pare che si sia sposto. Ma di quelle medesime cose che sono oneste, può spesse<section end="s3" /><noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|124||}}</noinclude>volte accadere contenzione, e comparazione di due onesti, quale sia più onesto. Il quale luogo fu tralasciato da Panezio. Imperocchè, avvegnadiochè l’onestà proceda da quattro parti; delle quali l’una sia della cognizione, l’altra della compagnia, la terza della magnanimità, e la quarta della moderazione; necessario è che nello eleggere l’ufficio, noi spesso facciamo comparazione di queste cose tra loro.
Piaceci adunque, che quegli uffici sieno più atti alla natura i quali vengono dalla compagnia, che quegli che procedono dalla cognizione. E questo può essere confermo con questo argomento: imperocchè se a un savio addiverrà tale vita, ch’esso sia ricco, soprahbondandogli tutte le abbondanze di tutte le cose; benchè costui con sommo ozio seco consideri e contempli tutte le cose, le quali sieno degne di considerazione; nientedimeno se appresso a lui sarà tanta solitudine, ch’esso non possa vedere l’uomo, uscirebbe di questa vita. E principale di tutta la virtù è essa sapienza, la quale i Greci chiamano ''sofia''. E la prudenza è quella, la quale in greco è della<noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||125}}</noinclude>''fronesis'': ma noi intendiamo altra virtù essere questa, la quale è scienza dch’addomandare e del fuggire le cose. Ma quella sapienza la quale io chiamai principale, è scienza di cose divine ed umane; nella quale si contiene la comunione e le compagnia tra loro e degli uomini e degli dei. E se questa è grandissima, come per certo essa è, di necessità è che quello ufficio sia grandissimo, il quale viene da compagnia e comunione. Imperocchè e’ si conviene che la cognizione e la contemplazione della natura, sia manca e quasi non finita, se e’ non seguita alcuno atto delle cose.
Ma quell’atto massimamente è conosciuto, nel difendere i commodi degli uomini. Adunque s’appartiene alla compagnia della generazione umana. Adunque questa compagnia e comunione, è da essere preposta a quella cognizione. E questo ciascuno ottimo, per opera lo dimostra e giudica.; Imperocchè chi è tanto cupido in ragguardare e conoscere la natura delle cose, che se a lui trattante e contemplante le cose degnissime di considerazione, gli sia offerto il pericolo e l’avversità della patria,<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|126||}}</noinclude>alla quale si possa sovvenire e aiutare, esso non getti via e lasci tutte quelle cose, ancora se esso stimasse potere annoverare le stelle, e misurare la grandezza del mondo? E questo medesimo farà, in un fatto o pericolo del padre, o dell’amico. Per le quali cose s’intende, che agli studi e uffici della scienza, sono da essere preposti gli uffici della giustizia; i quali s’appartengono alla utilità degli uomini: della quale niente debbe all’uomo essere più caro.
E coloro, de’ quali gli studi e tutta la vita si rivolta nella cognizione delle cose, non si sono partiti dall’accrescere l’utilità e i commodi degli uomini. Imperocchè essi hanno ammaestrato molti, per la qual cosa essi fussino migliori cittadini, e più utili a’ fatti loro, e della repubblica. Come Lisia discepolo di Pitagora ammaestrò Epaminonda: e Platone, Dione da Siracusa; e così molli molti altri. E noi medesimi, se alcuna utilità abbiamo arrecato alla repubblica nostra, a quella venimmo ammaestrati e adornati da’ dottori, e dalla dottrina.
E non solamente costoro, mentre che so-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||127}}</noinclude>no vivi e presenti ammaestrano, e insegnano agli studiosi dello imparare; ma questo medesimo essi fanno ancora dopo la morte, co’ libri ch’essi hanno lasciati. Imperocchè da costoro non è stato lasciato luogo alcuno addietro, il quale si appartenesse alle leggi, o a’ costumi, o alla disciplina della repubblica: in modo che e’ pare, che costoro abbiano conferito ogni lor ozio alle faccende nostre. Così coloro dati agli studi della dottrina e alla sapienza, spezialissimamente conferiscono la loro prudenza e intelligenza, all’utilità degli uomini. E per questa cagione ancora è meglio parlare copiosamente, purchè si faccia con prudenza, che considerare acutissimamente senza eloquenza. Imperocchè la considerazione si rinvolta in sè medesima; ma Teloquenza abbraccia coloro, co’quali noi siamo congiunti in compagnia.
E come gli sciami delle pecchie, non sì ragunano per cagione di fare i fiedoni; ma, conciosiacosa che da natura sieno congregabili, fanno quelli; così gli uomini, e molto più, per natura congregati, aggiungono la sollecitudine del fare e del conside-<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|128||}}</noinclude>rare. Adunque se quella virtù la quale e’ pel difendere degli uomini, cioè per la compagnia dell’umana generazione, non piglia la cognizione delle cose; quella cognizione parrà digiuna, e che sola si svaghi. Ancora la grandezza dell’animo, rimota la compagnia e la congiunzione umana, è una fierezza è disumanità. E così si fa che la compagnia e comunione degli uomini, vinca lo studio della cognizione.
E non è vero quello che da alcuni si dice, che per le necessità della vita, perchè noi non potessimo senza gli altri fare e conseguitare quelle cose, le quali lanatura desiderasse, per questo questa compagnia e congiunzione sia tra gli uomini: e che se tutte le cose, le quali s’appartengono al vivere e governo nostro, a noi fossino amministrate, com’essi dicono, quasi da una vergola divina 5 allora ciascuno d’ottimo ingegno, lasciale tutte le faccende, darebbe sè tutto alla cognizione e alla scienza. Non è così: imperocchè quello tale fuggirebbe la solitudine, e cercherebbe il compagno dello studio suo, e vorrebbe ora insegnare, ora imparare, alcuna volta<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||129}}</noinclude>dire. Adunque ogni ufficio che s’appartiene al difendere la congiunzione e compagnia umana, debb’essere preposto a quello ufficio, il quale si contiene nella scienza e cognizione.
Quello ancora forse si dovrebbe sapere, se questa congiunzione, la quale è massimamente atta alla natura, sia da essere sempre ancora preposta alla moderazione e alla modestia. A noi non piace. Imperocchè e’ sono alcune cose, parte sì brutte, e parte sì scellerate, che quelle il savio non dovrà fate, per cagione ancora del conservare la patria. Quelle cose, le quali sono molte, Posidonio le ragunò. Ma alcune di queste sono sì brutte e sì scellerate, che al dirle ancora paiono brutte. Adunque queste tali cose non piglierà il savio per ragione della repubblica; nè la repubblica vorrà che per sè esse sieno prese. Ma il fatto è più comniodo che questo, che da noi si ragiona: imperocchè e’ non può accadere tempo, che alla repubblica s’appartenga, che il savio faccia alcuna di tali cose.
Per la qual cosa questo sia in effetto nello eleggere gli uffici, che questa ragione<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|130||}}</noinclude>di uffici eccella, la quale è contenuta nella compagnia umana. Imperocchè, che l’alto considerato segua la cognizione e la prudeuza, così si fa che il fare consideratamente di più pregio sia, che il considerare con prudenza. E queste cose basti avere dette insino a qui. Imperocchè egli è stato manifestato il luogo, ch’ei non è difficile, nei cercare l’ufficio, vedere quale ufficio sia da essere preposto all’altro. Ma in essa comunione sono i gradi degli uffici, pe’ quali si può intendere quale avanzi l’altro: che i primi uffici sono tenuti agl’iddìi immortali, i secondi alla patria, i terzi a’ padri e alle madri, e dipoi per ordine a tutti gli altri. Per le quali cose brevemente disputate, può essere inteso, che gli uomini non solamente sogliono dubitare, se la cosa è onesta o brutta; ma ancora, preposte due cose oneste, quale sia più onesta. Questo luogo, come di sopra è detto, fu lasciato da Panezio. Ma oggimai andiamo alle cose che restano.
{{Ct|t=3|v=3|''Fine del Primo Libro degli Uffici di M. T.<br /> Cicerone a Marco figliuolo.''}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|143|riga=si}}</noinclude>cosacchi pareva che facessero il gioco dei soldati come i bambini.
In men che si dice ogni etichetta fu messa da parte, e il centurione cominciò a parlar vivacemente col dragomanno. Fu scritto qualche cosa sopra una carta, che fu rimessa al dragomanno; questi sborsò del denaro e tutti si avvicinarono al cadavere.
— Chi di voi è Luca Gavrilow? — domandò il centurione.
Luca si scoprì il capo e si fece avanti.
— Ho fatto il mio rapporto al colonnello; ho chiesto per te la croce, poichè è troppo presto per promuoverti sottufficiale. Sai tu leggere?
— No.
— Che bel giovane! — disse il centurione — di che famiglia sei tu? dei Gavrilow Chéraki?
— È loro nipote — rispose il sottufficiale.
— Lo so. Ebbene! Vai ad aiutare i cosacchi. —
Luca era raggiante. Si rimise il berretto e sedette di nuovo presso Olénine.
Deposero il corpo dell’abrek in una barca, il tetchene si avvicinò alla riva, i cosacchi si ritrassero facendogli posto, ed egli battè con forza il piede in terra e saltò in barca. Olénine osservò che per la prima volta il tetchene alzò gli occhi sui cosacchi e fece una brusca domanda al suo compagno; questi rispose additando Luca.
Il tetchene lo guardò, e lentamente volgendosi altrove, diresse i suoi sguardi all’opposta riva. I suoi<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|144|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>occhi non esprimevano odio, ma un freddo disprezzo. Pronunziò ancora qualche parola.
— Che cosa dice? — domandò Olénine.
— Voi ci battete, noi vi spezziamo; è una gazzarra — disse il dragomanno, pronunziando con intenzione tali parole incoerenti.
Mostrò i suoi bianchi denti, diede in una risata, e saltò in barca.
Il fratello del defunto era seduto immobile e guardava fisso sulla riva opposta. Eravi in lui tanto disprezzo e tanto sdegno riconcentrato, che non provava alcuna curiosità di ciò che avveniva d’attorno a lui. Il dragomanno stava in piedi manovrando destramente la fragile imbarcazione, gettando i remi da una parte, e dall’altra, e parlando senza interrompersi. La navicella fendeva rapidamente il fiume nella sua larghezza, e diminuiva a vista d’occhio le sue dimensioni, nell’allontanarsi; il suono delle voci arrivava indistintamente fino ai cosacchi.
I tetcheni approdarono alla riva opposta dove li aspettavano i loro cavalli. Sollevarono il corpo del morto e lo gettarono attraverso di un cavallo che si impennava; poi montarono in sella e passarono al passo davanti al villaggio, dove la folla era accorsa per vederlo.
I cosacchi erano allegri e contenti. Da ogni parte si udivano le loro risate e i loro scherzi. Il centurione e il capo del villaggio entrarono nella capanna per rinfrescarsi. Luca, col viso eccitato e cercando invano di prendere una grave espressione, ri-<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|148|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>
— Per quella del mezzo; vi condurrò fino alla palude; là non vi è nulla da temere.
— Non ho paura io! — disse Olénine ridendo — vattene, grazie.... troverò da me la strada.
— Ma no, che ho da fare? E come non aver paura? accade anche a noi di aver paura — rispose il cosacco ridendo, per lusingare l’amor proprio del suo compagno.
— Entra in casa mia, parleremo, beveremo un bicchierino, e domani te ne andrai.
— O che forse non ho dove passare la notte? — rispose Luca — il sottufficiale mi ha pregato di ritornare.
— Ti ho sentito cantare ieri sera, eppoi ti ho veduto...
— Faccio come gli altri — disse Luca crollando la testa.
— Ti sposerai? di’? — domandò Olenine.
— Mia madre vorrebbe ammogliarmi, ma io non ho ancora un cavallo.
— Sei tu in servizio regolare?
— Oh no! sono semplice allievo, ma non ho ancora il cavallo, e non so come procurarmene uno; è per questo che non posso ancora ammogliarmi.
— Quanto costa un cavallo?
— Ne ho messo a prezzo uno l’altro giorno al di là del fiume, un cavallo nogaï, ma non me lo danno nemmeno per sessanta monete.
— Consentiresti ad essere la mia ordinanza? Ti darò un cavallo.<noinclude><references/></noinclude>
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Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|149|riga=si}}</noinclude>
— Perchè vuoi regalarmi un cavallo? — disse Luca ridendo. — Con l’aiuto di Dio me ne procurerò uno.
— Sicuro! e perchè non vorresti essere la mia ordinanza? — domandò Olénine, felice all’idea di regalare un cavallo a Luca, ma un poco imbarazzato, senza saperne bene il perchè.
Cercava le parole e non le trovava.
Luca ruppe per primo il silenzio.
— Avete una casa di vostra proprietà in Russia? —
Olénine non resistette alla tentazione di raccontare che aveva diverse case.
— E avete dei cavalli come i nostri?
— Ne ho cento, da tre o quattrocento rubli l’uno, ma non come i vostri.
— E allora, che cosa siete venuto a far qui? siete venuto vostro malgrado? — domandò Luca con una sfumatura d’ironia. — Ecco,... avete sbagliato strada, — aggiunse indicando un sentiero — dovevate prendere a destra.
— Sono venuto di mia assoluta volontà, — rispose Olénine — volevo vedere il paese, volevo fare una campagna.
— Ah! se potessi fare una campagna — disse Luca. — Udite urlare lo sciacallo? — aggiunse tendendo l’orecchio.
— Non hai tu alcun rimorso di avere ucciso un uomo? — domandò Olénine.<noinclude><references/></noinclude>
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Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|154|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>nine. Non disse a nessuno come aveva avuto il cavallo ad alcuni diceva che lo aveva comprato; ad altri rispondeva evasivamente. Nonostante si seppe la verità prestissimo; la madre di Luca, Marianna, Ilia Vassilitch ed altri, non sapevano quel che pensarne, e ne provarono un certo timore; nel medesimo tempo, nonostante i loro sospetti ingiuriosi, questo procedere ispirò loro un gran rispetto per la semplicità di cuore e la ricchezza di Olénine.
— Lo sai che il portabandiera ha donato un cavallo di cinquanta monete a Luca? — diceva qualcuno — che riccone!
— Lo so, — rispondeva un altro con aria perspicace — gli avrà reso qualche servigio. Chi vivrà vedrà. Che fortuna ha quel Luca!
— Che cervelli focosi sono quei portabandiera! — esclamava un terzo —— purchè non mettano il fuoco in casa nostra! —
{{Rule|8em}}<noinclude><references/></noinclude>
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Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|154|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>nine. Non disse a nessuno come aveva avuto il cavallo ad alcuni diceva che lo aveva comprato; ad altri rispondeva evasivamente. Nonostante si seppe la verità prestissimo; la madre di Luca, Marianna, Ilia Vassilitch ed altri, non sapevano quel che pensarne, e ne provarono un certo timore; nel medesimo tempo, nonostante i loro sospetti ingiuriosi, questo procedere ispirò loro un gran rispetto per la semplicità di cuore e la ricchezza di Olénine.
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Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|155|riga=si}}</noinclude>
{{Centra|XXIII.}}
L’esistenza di Olénine scorreva in modo uniforme ed uguale. Vedeva poco i suoi capi ed i suoi camerati. Sotto questo rapporto, la posizione di un portabandiera che ha del danaro è piacevolissima al Caucaso; non lo impiegano nè agli esercizi, nè alla sorveglianza dei lavori. Dopo l’ultima compagna, lo avevano proposto per essere promosso ufficiale, e fino a quel momento lo lasciavano in riposo. Gli ufficiali lo consideravano per un aristocratico, e conservavano di fronte a lui una certa dignità; egli stesso non cercava di avvicinarsi a loro e non si curava delle loro orgie accompagnate dai canti del reggimento e dalle partite a carte. La vita degli ufficiali ha le sue regole fisse: nelle fortezze, ogni ufficiale o portabandiera, giuoca d’azzardo e calcola sulle ricompense che può ricevere; nei villaggi, beve il<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|167|riga=si}}</noinclude>dei bacini di rame e delle armi; sulla tavola erano dei cocomeri e delle zucche. Nella seconda stanza eravi un’enorme stufa, una tavola, delle panche e delle immagini scismatiche. Là Beletsky aveva drizzato il suo letto da campo, aveva deposto i suoi bagagli, le mille bazzecole del suo necessario da viaggio, e dei ritratti; le sue armi erano attaccate ad un tappeto sospeso al muro. Una veste da camera di seta era stata gettata sopra una panca. E Beletsky, azzimato e bello d’aspetto, che era sul letto, in camicia, e stava leggendo ''I tre Moschettieri,'' si alzò immediatamente.
— Vedete come sono alloggiato! È grazioso, non è vero? Avete fatto bene a venire. Le donne sono enormemente occupate; sapete di che cosa sono fatte le focacce? Di carne di maiale e d’uva! Ma importa poco. Vedrete che attività! —
Affacciandosi alla finestra, i giovani videro uno straordinario movimento nella capanna del loro ospite. Alcune ragazze entravano ed uscivano continuamente correndo.
— Sarete pronte presto? — gridò loro Beletsky.
— Subito! Hai fame, nonnino? —
Ed una sonora risata echeggiò nella capanna.
Ustinka, graziosa, grassoccia e fresca, con le maniche rimboccate, accorse nell’appartamento di Beletsky per prendervi dei piatti.
— Finiscila! — gridò con voce acuta a Beletsky — romperò i piatti... Dovresti venire ad aiutarci — disse ridendo ad Olénine. — Portaci dei dolci.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|168|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>
— Che c’è la Marianna? — domandò Beletsky.
— No — fu risposto.
— Come no! se ha portato la focaccia.
— Sapete, — disse Beletsky — che se Ustinka fu vestita in un altro modo, se la digrassassero e l’acconciassero un po’ alla meglio sarebbe più bella di tutte le nostre bellezze russe? Avete veduto la cosacca B***? ha sposato un colonnello, e che dignità! Donde le viene?
— Non l’ho veduta, ma mi sembra che non vi sia nulla di più grazioso di questo costume nazionale.
— Io mi adatto ad ogni genere di vita! — disse
Beleteky sospirando allegramente — vado a vedere ciò che esse fanno. —
S’infilò la veste da camera ed uscì correndo.
— Occupatevi delle frutta e dei dolci! — gridò ad Olénine.
Questi mandò la sua ordinanza a comprare dei pan pepati e del miele; nel momento di consegnargli il denaro, il cuore gli battè forte forte, gli pareva di preparare una conquista, e non potè rispondere chiaramente al soldato, che domandava di qual genere dovevano essere quei dolci e quanti.
— Compra quel che tu vuoi — disse.
— Per tutto il denaro? — domandò il vecchio soldato — quelli alla menta sono più cari; valgono sessanta copechi la libbra.
— Per tutto il denaro; sì, tutto — ripose Olénine.
Sedette presso la finestra e si meravigliava di sentirsi battere il cuore tanto forte, che pareva si<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|170|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>miele e coi pan pepati, e che guardava la conversazione d’alto in basso: era invidia o disprezzo? A parer suo, i suoi padroni si abbandonavano a un’orgia. Rimise loro le ghiottonerie comprate, e stava per dare delle spiegazioni sul prezzo e sul cambio, ma Beletsky lo cacciò fuori.
Dopo aver mescolato il miele al vino versato nei bicchieri, e gettato con ostentazione tre libbre di pan pepato sulla tavola, Beletsky trascinò a forza le ragazze al posto loro assegnato; e le fece sedere distribuendo delle ghiottonerie.
Olénine notò involontariamente che la manina abbronzata di Marianna aveva afferrato due pani e non sapeva che farne. La conversazione era impacciata e noiosa, nonostante la disinvoltura di Ustinka e di Beletsky e gli sforzi che essi facevano per rianimarla. Olénine era imbarazzato, si tormentava la mente per trovare qualche cosa da dire; sentiva che egli eccitava la curiosità, che dava argomento di risa e che il suo imbarazzo si comunicava agli altri; arrossiva e credeva che Marianna si trovasse a disagio più delle altre.
— Esse aspettano che noi diamo loro del denaro; — pensò — come fare? Se si potesse darglielo presto e andarcene! —
{{Rule|8em}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|174|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>
— Ecco una che ha dello spirito! — esclamò Beletsky, abbracciando la ragazza che si dibatteva.
— Ebbene offrici dunque del vino, — persisteva Beletsky, rivolgendosi a Marianna — offrine all’inquilino. —
La prese per la mano e la fece sedere sulla panca accanto a Olénine.
— Quanto è bella! — disse Beletsky, mettendole la testa di profilo.
Marianna lo lasciava fare e sorrideva con fierezza. Rivolse ad Olénine un lungo sguardo dei suoi begli occhi.
— Che superba ragazza! — ripeteva Beletsky.
— Sono bella? — diceva lo sguardo di Marianna.
Olénine, non rendendosi conto di ciò che faceva, circondò Marianna con le braccia e stava per abbracciarla, quando ella si liberò vivamente, spinse Beletsky, rovesciò la tavola e si rannicchiò verso la stufa. Gridavano, ridevano.
Beletsky bisbigliò un poco con le ragazze; esse si slanciarono con lui fuori della camera, nel vestibolo, e chiusero a chiave la porta.
— Perchè hai abbracciato Beletsky, e non vuoi abbracciar me? — domandò Olénine.
— Non voglio, ecco tutto! — rispose Marianna con un leggiero stiramento dei sopraccigli e del labbro inferiore. — È il nonnino.... — aggiunse ridendo.
Si avvicinò alla porta e si diè a bussare.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|175|riga=si}}</noinclude>
— Perchè avete chiuso a chiave, diavolesse che non siete altro?!
— Lasciale, — disse Olénine avvicinandosi a lei — esse non hanno che a rimaner là, e noi qua! —
Ella aggrottò i sopraccigli e lo allontanò con gesto severo; era così maestosamente bella, che Olénine ritornò in sè, ebbe vergogna di sè stesso, e si mise egli pure a battere.
— Beletsky! che scherzo sciocco! aprite! —
Marianna, si mise a ridere col suo bel sorriso franco ed allegro.
— Oh! tu hai paura di me? — disse.
— Perchè tu sei cattiva come tua madre!
— E tu, avresti dovuto rimanere più a lungo con Jérochka. Ciò avrebbe ispirato amore alle ragazze. —
Ella sorrideva guardandolo in faccia, da vicino.
Non sapeva che cosa dire.
— E se venissi a casa vostra? — domandò inavvertitamente.
— Sarebbe un’altra cosa! — esclamò ella scotendo la testa.
In questo momento, Beletsky spinse la porta, l’aprì; e Marianna si gettò di nuovo su di Olénine e lo respinse con l’anca.
— Ciò che io pensavo finora, e l’amore, e il sacrificio, e Luca, son tutte sciocchezze; la felicità sola è vera; chi sa esser felice, ha ragione! —
Questi pensieri attraversarono come un lampo la mente d’Olénine. Egli afferrò la bella Marianna con<noinclude><references/></noinclude>
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Il Libro dei Re/Il re Khusrev/8
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{{Qualità|avz=75%|data=21 giugno 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|Il re Khusrev]] - 3. - Invasione di re Khusrev|prec=../7/XXVII|succ=../8/I}}
<pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu" from="298" to="298" tosection="s1" />
=== Indice ===
* {{testo|/I|I. - Lodi del sultano Mahmûd}}
* {{testo|/II|II. - Apparecchi di Khusrev}}
* {{testo|/III|III. - Apparecchi di Afryâsâb}}
* {{testo|/IV|IV. - Parole di Pesheng}}
* {{testo|/V|V. - Messaggio di Shêdah a re Khusrev}}
* {{testo|/VI|VI. - Morte di Shêdah in battaglia con re Khusrev}}
* {{testo|/VII|VII. - Battaglia fra Irani e Turani}}
* {{testo|/VIII|VIII. - Lettera di Khusrev a re Kâvus}}
* {{testo|/IX|IX. - Altra battaglia fra Irani e Turani}}
* {{testo|/X|X. - Rifugio di Afryâsâb in Gang}}
* {{testo|/XI|XI. - Venuta di Ghin con un messaggio di Afryâsâb}}
* {{testo|/XII|XII. - Risposta di re Khusrev}}
* {{testo|/XIII|XIII. - Presa di Gang e fuga di Afryâsâb}}
* {{testo|/XIV|XIV. - Grazia concessa alle donne di Afryâsâb}}
* {{testo|/XV|XV. - Lettera di Khusrev a re Kâvus}}
* {{testo|/XVI|XVI. - Ripresa delle ostilità}}
* {{testo|/XVII|XVII. - Proposte di pace respinte}}
* {{testo|/XVIII|XVIII. - Assalto notturno di Afryâsâb}}
* {{testo|/XIX|XIX. - Doni inviati a re Kâvus}}
* {{testo|/XX|XX. - Messaggio di re Khusrev all'Imperatore e al principe di Cina e al re di Mekrân}}
* {{testo|/XXI|XXI. - Battaglia e morte del re di Mekrân}}
* {{testo|/XXII|XXII. - Passaggio del mare di Zirih}}
* {{testo|/XXIII|XXIII. - Ritorno di Khusrev in Siyâvish-ghird}}
* {{testo|/XXIV|XXIV. - Ritorno di Khusrev in Persia presso il re Kâvus}}
* {{testo|/XXV|XXV. - Cattura d'Afryâsâb}}
* {{testo|/XXVI|XXVI. - Punizione di Afryâsâb}}
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|179|riga=si}}</noinclude>sorridente con lui, ma, appena rimanevano soli, ritornava dura e selvaggia.
Talvolta accadeva ad Olénine di arrivare prima che la Marianna fosse ritornata, ed udiva ad un tratto i passi svelti di lei, ed intravedeva la sua camicia azzurra attraverso la porta semiaperta. Ella entrava, sì fermava in mezzo alla stanza, sorrideva impercettibilmente scorgendolo, ed egli rimaneva affascinato e tremante.
Non aspettava nulla, non domandava nulla, ma la presenza della ragazza gli diveniva ogni giorno più indispensabile.
Olénine si era talmente abituato a vivere al villaggio, che il passato non esisteva più per lui; non sì curava nemmeno dell’avvenire, soprattutto di un avvenire al di fuori dell’ambiente che lo circondava. Era annoiato delle lettere dei suoi amici, i quali pareva volessero compiangerlo, considerandolo del tutto perduto, mentre che egli credeva perduti coloro i quali vivevano al di fuori della sua stessa esistenza. Si persuadeva che non si pentirebbe mai di essersi strappato al passato, e di essere entrato in quella esistenza solitaria e uniforme. Si era sentito felice durante le campagne fatte, e nelle fortezze, ma qui, sotto l’ala protettrice di Jérochka, all’ombra della foresta, e principalmente dinanzi alla Marianna ed a Luca, vedeva chiaramente le menzognere illusioni della sua vita passata; adesso gli sembrava più vergognosa e ridicola. Ogni giorno si sentiva più uomo e più libero. Il Caucaso non aveva corrisposto alla sua aspettativa<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|180|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>e non rassomigliava per nulla a ciò che si era immaginato, nè a quello che aveva letto nei romanzi. Non vi erano nè eroi, nè briganti.
— Gli uomini, — pensava — vivono qui secondo le leggi della natura; nascono, si moltiplicano, si battono, mangiano, bevono, godono la vita, muoiono, e non conoscono altre leggi se non quelle imposte invariabilmente dalla natura al sole, alla vegetazione, agli animali; — e concludeva infine: — Non ve ne sono altre. —
Questi uomini gli sembravano migliori, più energici, più liberi di lui; paragonandosi ad essi, aveva vergogna e pietà di sè stesso. Gli veniva l’idea di strapparsi interamente al passato, farsi cosacco, comprare una capanna, del bestiame, di sposare una cosacca, ma non Marianna: la cedeva a Luca; egli voleva vivere con Jérochka, andare con lui alla caccia, alla pesca e a fare delle escursioni con i cosacchi.
— Perchè pensarci? Perchè aspettare? — si domandava; s’incoraggiava e si vergognava. — Perchè temere di fare ciò che è ragionevole e giusto? Che male vi è nel voler diventare un semplice cosacco, a vivere secondo la natura, a non far male a nessuno, e invece a fare il bene? Non val meglio tutto ciò dei miei sogni di una volta, quando avevo l’ambizione di divenir ministro o capo di reggimento? —
Ma una voce segreta gli diceva di aspettare, di non affrettarsi. Sentiva confusamente che egli non si contenterebbe del modo di vivere di Jérochka e di Luca, che eravi un altro genere di felicità che si<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||— 295 —|riga=si|}}</noinclude>esistono poco sotto i! colle i ruderi di un ospizio romano in laterizii, lungo 65 m., largo 16 m., con quattro camerette ad un estremo e diviso trasversalmente da un muro, normale al lato maggiore. Vicino all’ospizio si possono seguir le traccie di un posto militare, ''o vallo'' romano quadrato, in terra, circuito da un fosso quasi ricolmo, di circa 6O m. di lato, ed a conferma della remota antichità di questo valico, si trova sullo stesso piano un’area sacra al culto Druidico, cinta di grossi ed informi scogli, posti di tre in tre metri su una periferia quasi circolare di 72 metri di diametro: questo monumento è un ''Kromlek'' celtico, il solo di tal genere in Italia, ed è dai pastori chiamato le ''Cercle'' o ''Conseil'', altrimenti ''Concert'' o ''Camp d’Annibal''. È fuor di dubbio che questo giogo serviva ai ''Salassi'' ed ai ''Lugdunesi'' pel reciproco transito avanti l’invasione romana e l’apertura del Gran S. Bernardo: oggidì è dai più accolta l’opinione che per esso sia sceso in Italia il gran duce Cartaginese per la coincidenza di molti nomi e dati, senza però che abbia dovuto spaccar coll’aceto bollente i dirupi, come narra {{AutoreCitato|Tito Livio|Tito Livio}} enfaticamente. I Romani l’appellarono ''Saltus'' o ''Mons Grajus'' ed il detto storico padovano ''Cremonis jugum'', il che in celtico idioma significava ''alta e scoscesa montagna'', nome rimasto fino ai nostri giorni al ''Cramont'', che costeggia e serra la valletta della Thuile, dividendola da quella della Seigne, di fronte al Monte Bianco. Il Piccolo S. Bernardo non assunse questo nome che molto tardi: nel 1500 chiamavasi ancora ''Mont Jouvet'', per contrapposto al ''Mont Soux (Mons Jovis)'' dei Romani, oggi Gran S. Bernardo. Magnifica è la vista che su questo si gode dal vasto piano del giogo, coperto d’ottimi pascoli, e meglio ancora dalle vicine e comode vette del ''Belvédère'' e del ''Valèsan'', sul quale a 3335 m., le truppe sarde nel 1793 avevano costruito un ridotto.
In tre ore si scende alla cittaduzza di ''Bourg-Maurice'' nella Tarantasia, passando per ''St. Germain'', villaggio assai ripido, e ''Scez''; anche su questo versante assai bello e variato il panorama dell’alta valle dell’Isère e delle vette savojarde. La vettura postale da Bourg-Maurice ci porta in quattro ore e mezza a ''Moutier-sen-Tarentasie'', presso cui si cava il sal gemma, indi ad ''Albertville'' (315 m.), graziosa cittadina di 5,100 abitanti, che cambiò nel 1835 l’antico suo nome l’''Hôpital'' in quello attuale in onore di {{AutoreCitato|Carlo Alberto di Savoia|''Carlo Alberto''}}: un tronco di ferrovia la riunisce a ''St. Pierre d’Albigny'', stazione della ferrovia internazionale del Frèjus.
Ed ora due parole sul Gran S. Bernardo e suoi vicini nelle eccelse Alpi Pennine. Questi intanto si riducono a ben poca cosa: citiamo il ''Col du Gèant'' (3362 m., nevi e ghiacci perpetui, solo per alpinisti e con guide) dalla Dora all’Arve; poi il ''Col Ferret'' (s., 2536 m.) il vicinissimo ''Col de la Fenêtre'' del Gran S. Bernardo (m. s., 2699 m.) e l’altro ''Col de la Fenêtre de Bagne'' o della ''Chermontane'' (m. s., 2786 m.), che tutti dalla valle della ''Drance'', affluente del Rodano, mettono in quella del ''Butlier'', che si getta nella Dora Baltea in mezzo agli estesi vigneti d’Aosta. Ancor più ardui sono i colli di ''Collon'' (3150 m.), ''du Mont Brulè'' (3169 m.), ''des Bouquetins'' (3418 m.), di ''Valpelline'' (3662 m.), tutti fra ghiacci eterni, nel tratto fra il Grand Combin ed il Cervino; men disagiato e molto battuto dai toristi pur di forza mediocre è il ''St. Theodule'' (3322 m., mulattiera assai percorsa nei secoli andati dai mercanti di vino), da Val d’Aosta al Vallese e tuttodì fornito d’un piccolo albergo alla sommità, in pieno ghiacciajo. Ma di esso e del Gran S. Bernardo fino all’Ospizio i lettori già conoscono le poetiche pagine dell’amico carissimo {{AutoreCitato|Giuseppe Corona|G. Corona}}, a cui l’eco avrà portato, fra gli splendori clamorosi dell’Esposizione d’Anversa, l’annunzio che il Club Alpino Italiano ha intitolato col suo nome la nuova Capanna della ''Tour'' sul nostro versante del Cervino, a 4000 m., da lui tanto caldamente propugnata e giudiziosamente scelta: gui-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|192|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>bina attaccata al muro, si slanciò fuori della capanna e scaricò i due colpi. Quindi ripetè in un tono più triste ancora: «Aï! daï! dalalaï!» poi tacque.
Olénine l’aveva seguìto sul vestibolo e guardava in silenzio il cielo cupo e stellato dalla parte donde erano partiti i colpi. La capanna del primo ufficiale era illuminata. Le ragazze erano aggruppate nel cortile, presso il peristilio, sotto le finestre; correvano senza posa dal vestibolo alla dispensa. Molti cosacchi si slanciarono fuori del vestibolo e risposero colle loro grida d’uso ai colpi di fucile e al ritornello di Jérochka.
— Perchè non sei andato: alla festa? — domandò Olénine.
— Dio li benedica! Dio li benedica — rispose il vecchio, il quale si era certo impermalito di qualche cosa — non mi piacciono quelle feste. Che genìa! Rientriamo. Che si divertano a loro talento, e noi ci divertiremo a modo nostro. —
Olènine rientrò.
— Luca è contento? — domandò — e... non verrà da me?
— Luca?... no! gli hanno detto che io cercavo di farti entrare in relazione con la ragazza — rispose il vecchio a voce bassa. — Ma la ragazza sarà nostra, se vogliamo! Non risparmiare denaro, ed ella è nostra! Ti accomoderò l’affare io, te lo assicuro!
— No, zio, il denaro non vi entra per nulla, ella non mi ama. Sarà meglio non parlarne più.<noinclude><references/></noinclude>
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Panz Panz
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/* Trascritta */
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|lii}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>{{AutoreCitato|Eschine|Eschine}} applicano la retorica all’eloquenza, l’eloquenza al foro giudiziario e politico, e {{AutoreCitato|Demostene|Demostene}}, colla potenza di un genio solo in questi ultimi anni emulato, tutti li sorpassa. È pure in questo periodo che noi veggiamo apparire i primi studii della grammatica. {{AutoreCitato|Democrito|Democrito}} porta le filosofiche sue discussioni sui verbi, sui nomi, sui dialetti<ref>Laert. ''{{TestoCitato|Vite dei filosofi/Libro Nono/Vita di Democrito|in Democr.}}''</ref>. {{AutoreCitato|Platone|Platone}} stesso discende nel ''Cratilo'' ed in altri dialoghi a ricerche grammaticali, ed {{AutoreCitato|Aristotele|Aristotele}} serisse pur tanto di tutte le arti del parlare, che
{{AutoreCitato|Dione Crisostomo|Dione Crisostomo}} ben a ragione ripete da lui il principio della critica e della grammatica<ref>Orat., lib. III.</ref>. Illustratori della grammatica furono pure {{AutoreCitato|Teodette|Teodette}} e {{AutoreCitato|Teofrasto|Teofrasto}}; e gli stoici, con a capo {{AutoreCitato|Crisippo di Soli|Crisippo}}, spinsero a tali estremi le minuzie grammaticali, da quasi disgradarne i lavori di tutti que’ posteriori grammatici che, come vedremo, tennero sotto i Tolomei l’impero delle lettere. Nè è a dire che a questi soli rami si restringesse la letteratura di quegli antichi sapienti, che anzi non vi ha parte dello scibile letterario a cui non avessero eglino applicato. E ritornando alla storia, che non fecero essi mai in tutte le diverse parti in cui questa si suddivide? Quanti scrittori di vite e commentari e giornali non produssero? {{AutoreCitato|Ateneo di Naucrati|Ateneo}} cita vari libri di vite scritte da {{AutoreCitato|Clearco di Soli|Clearco solense}}<ref>Lib. IV, VI, XIII.</ref>. {{AutoreCitato|Diogene Laerzio|Laerzio}} parla di vite scritte da {{AutoreCitato|Senocrate|Senocrate}}<ref>''{{TestoCitato|Vite dei filosofi/Libro Quarto/Vita di Senocrate|In Senocrate}}.''</ref>, di {{AutoreCitato|Aristosseno|Aristosseno}} non ci rimane più che l’opera maggiormente celebrata, le sue ''Vite degli uomini illustri''<ref>{{AutoreCitato|Gerardo Giovanni Vossio|Vossio}}, ''De hist. gr.'', lib. I, cap. 9.</ref>; e scrittori di vite furono {{AutoreCitato|Eraclide Pontico|Eraclide pontico}} e {{AutoreCitato|Dicearco da Messina|Dicearco}} e Megacle<ref>{{AutoreCitato|Juan Andrés|Andres}}, tom. III, P. III, c. 1.</ref>, nè altrimenti che biografie erano le imagini coordinate in ordine alfabetico che Suida narra avere scritte {{AutoreCitato|Panfilo di Alessandria|Pamfilo}} discepolo di Platone<ref>''Lexicon græc.'' alla voce ''Pamfilo''.</ref>. Commentari e memorie storiche si scontrano citali sotto i nomi di Teofrasto, di {{AutoreCitato|Ieronimo di Rodi|Jeronimo rodio}} e più altri: e del solo {{AutoreCitato|Alessandro Magno|Alessandro}} cita Ateneo due giornali, di Eumene cardiano e di Diodoto eritreo<ref>Lib. X.</ref>. Dello stesso Alessandro furono biografi {{AutoreCitato|Callistene|Callistene}}, {{AutoreCitato|Aristobulo di Cassandrea|Aristobulo}}, {{AutoreCitato|Clitarco di Alessandria|Clitarco}}, Clito, {{AutoreCitato|Anassimene di Lampsaco|Anassimene}}, {{AutoreCitato|Onesicrito|Onesicrito}}, {{AutoreCitato|Nearco|Nearco}}. Nè mancarono i Greci di autori che si dessero alle sole descrizioni storiche di città e provincie. {{AutoreCitato|Senofonte|Senofonte}} formò descrizioni storico-politiche dei Lacedemoni e degli Ateniesi, ed ebbersi poscia uguali descrizioni dei Corinti da {{AutoreCitato|Eforo di Cuma|Eforo}}, dei Sicioni da {{AutoreCitato|Menecmo di Sicione|Menecmo}}, dei Messeni, dei Beozi da Mirone; Dicearco scrisse descrizioni degli istituti e dei costumi di tutte le città e di tutti i popoli della Grecia<ref>V. {{AutoreCitato|Jakob Gronov|Gronovio}}, ''Græc. Ant.'', tom. XI.</ref>. Ebbero pure scrittori di storie letterarie: e Senofonte compose una storia dei fatti e dei detti di {{AutoreCitato|Socrate|Socrate}}; {{AutoreCitato|Filisto di Siracusa|Filisto}} compose una storia dell’arte oratoria; {{AutoreCitato|Fania di Ereso|Fania}}, discepolo di Aristotele, scrisse una storia dei poeti<ref>Ateneo, lib. VIII.</ref>; {{AutoreCitato|Apollodoro di Atene|Apollodoro}} una dei legislatori e delle sette filosofiche<ref>Laerzio ''{{TestoCitato|Vite dei filosofi/Libro Primo/Vita di Solone|in Solone}}''.</ref>. Teofrasto ed {{AutoreCitato|Eudemo da Rodi|Eudemo}} scrissero storie
dell’aritmetica, della geometria e dell’astronomia<ref>Andres, loco citato.</ref>. {{AutoreCitato|Filostefano|Filostefano}} cireneo scrisse una storia delle invenzioni<ref>{{AutoreCitato|Clemente Alessandrino|Clem. Aless.}}, ''Strom.'', lib. I.</ref>; {{AutoreCitato|Eraclide Pontico|Eraclide}}, di quelle dei pitagorici<ref>Laerzio ''{{TestoCitato|Vite dei filosofi/Libro Quinto/Vita di Eraclide|in Heraclide}}''.</ref>; Fania dei socratici<ref>Laerzio ''{{TestoCitato|Vite dei filosofi/Libro Sesto/Vita di Antistene|in Antistene}}''.</ref>; {{AutoreCitato|Nicandro|Nicandro}} degli aristotelici<ref>Suida, ''Lexicon''.</ref>; Pamfilo dei pittori<ref>''Ibid.''</ref>; Dicearco delle gare musicali<ref>Scol. ''in Aristophanis Vespas''.</ref> e Menecmo degli artefici<ref>Ateneo, lib. II.</ref>.
Gli Annoni, i Pitea, i Scilaci erano i {{AutoreCitato|Cristoforo Colombo|Colombi}}, i {{AutoreCitato|Ferdinando Magellano|Magellani}}, i {{AutoreCitato|James Cook|Cook}} dell’antica geografia; Democrito, {{AutoreCitato|Eudosso di Cnido|Eudosso}}, Dicearco ne erano i {{AutoreCitato|Konrad Mannert|Mannert}}, i {{AutoreCitato|Conrad Malte-Brun|Maltebrun}}, i {{AutoreCitato|Adriano Balbi|Balbi}}; e la stessa cronologia, avvegnachè arbitrariamente scissa in contrari sistemi, aveva avuti giudiziosi e dotti cultori in {{AutoreCitato|Xanto Lidio|Santo di Lidia}},
{{AutoreCitato|Acusilao|Acusilao}}, {{AutoreCitato|Ferecide di Siro|Ferecide}}, {{AutoreCitato|Ellanico di Lesbo|Ellanico}}: i quali vennero indi tutti sorpassati da {{AutoreCitato|Timeo di Tauromenio|Timeo}} che coll’opera sua ''Olimpionica'', ossia ''Atti cronici'', si ebbe il nome di primo cronologo dell’antichità<ref>{{AutoreCitato|Diodoro Siculo|Diod. Sicul.}}, lib. V. - Suida, ''Lexicon in Timeo''.</ref>. {{AutoreCitato|Denis Pétau|Petavio}}<ref>''De doctr. temp.'', lib. I, cap. 28.</ref>,
{{AutoreCitato|Jean Bouhier|Bouhier}}<ref>''Rech. et dissert. sur Hérodot.''</ref>, {{AutoreCitato|Nicolas Fréret|Freret}}<ref>''Reflex. etc., Acad. des Inscrip.'', tom. VI ''et passim''.</ref>, {{AutoreCitato|Pierre Henri Larcher|Larcher}}<ref>''Hérodot. etc.'', VII, ''Tabl. chronol.''</ref> hanno assai dottamente dimostrata la maravigliosa giustezza della cronologia di {{AutoreCitato|Erodoto|Erodoto}}, il che implica una
scienza allora molto avanzata in queste discipline.
La musica poi aveva in questo periodo prodotto nella carriera de’ suoi progressi un sì numeroso avvicendamento di sistemi, da trovarsi già divisa in una maravigliosa diversità di sette, siccome la Agenoria, la Damonia, l’Epigonia, l’Eratoclea ed altre tutte anteriori ad Aristosseno, siccome le posteriori a costui, l’Archestrassia, l’Agonia, la Faliscia, l’Ermippia e più altre, che tutte vennero poi mandate in oblio dalla Pitagorica, dall’Aristossenica, e dalla ancor più tarda<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|lii}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>{{AutoreCitato|Eschine|Eschine}} applicano la retorica all’eloquenza, l’eloquenza al foro giudiziario e politico, e {{AutoreCitato|Demostene|Demostene}}, colla potenza di un genio solo in questi ultimi anni emulato, tutti li sorpassa. È pure in questo periodo che noi veggiamo apparire i primi studii della grammatica. {{AutoreCitato|Democrito|Democrito}} porta le filosofiche sue discussioni sui verbi, sui nomi, sui dialetti<ref>Laert. ''{{TestoCitato|Vite dei filosofi/Libro Nono/Vita di Democrito|in Democr.}}''</ref>. {{AutoreCitato|Platone|Platone}} stesso discende nel ''Cratilo'' ed in altri dialoghi a ricerche grammaticali, ed {{AutoreCitato|Aristotele|Aristotele}} serisse pur tanto di tutte le arti del parlare, che
{{AutoreCitato|Dione Crisostomo|Dione Crisostomo}} ben a ragione ripete da lui il principio della critica e della grammatica<ref>Orat., lib. III.</ref>. Illustratori della grammatica furono pure {{AutoreCitato|Teodette|Teodette}} e {{AutoreCitato|Teofrasto|Teofrasto}}; e gli stoici, con a capo {{AutoreCitato|Crisippo di Soli|Crisippo}}, spinsero a tali estremi le minuzie grammaticali, da quasi disgradarne i lavori di tutti que’ posteriori grammatici che, come vedremo, tennero sotto i Tolomei l’impero delle lettere. Nè è a dire che a questi soli rami si restringesse la letteratura di quegli antichi sapienti, che anzi non vi ha parte dello scibile letterario a cui non avessero eglino applicato. E ritornando alla storia, che non fecero essi mai in tutte le diverse parti in cui questa si suddivide? Quanti scrittori di vite e commentari e giornali non produssero? {{AutoreCitato|Ateneo di Naucrati|Ateneo}} cita vari libri di vite scritte da {{AutoreCitato|Clearco di Soli|Clearco solense}}<ref>Lib. IV, VI, XIII.</ref>. {{AutoreCitato|Diogene Laerzio|Laerzio}} parla di vite scritte da {{AutoreCitato|Senocrate|Senocrate}}<ref>''{{TestoCitato|Vite dei filosofi/Libro Quarto/Vita di Senocrate|In Senocrate}}.''</ref>, di {{AutoreCitato|Aristosseno|Aristosseno}} non ci rimane più che l’opera maggiormente celebrata, le sue ''Vite degli uomini illustri''<ref>{{AutoreCitato|Gerardo Giovanni Vossio|Vossio}}, ''De hist. gr.'', lib. I, cap. 9.</ref>; e scrittori di vite furono {{AutoreCitato|Eraclide Pontico|Eraclide pontico}} e {{AutoreCitato|Dicearco da Messina|Dicearco}} e Megacle<ref>{{AutoreCitato|Juan Andrés|Andres}}, tom. III, P. III, c. 1.</ref>, nè altrimenti che biografie erano le imagini coordinate in ordine alfabetico che Suida narra avere scritte {{AutoreCitato|Panfilo di Alessandria|Pamfilo}} discepolo di Platone<ref>''Lexicon græc.'' alla voce ''Pamfilo''.</ref>. Commentari e memorie storiche si scontrano citali sotto i nomi di Teofrasto, di {{AutoreCitato|Ieronimo di Rodi|Jeronimo rodio}} e più altri: e del solo {{AutoreCitato|Alessandro Magno|Alessandro}} cita Ateneo due giornali, di Eumene cardiano e di Diodoto eritreo<ref>Lib. X.</ref>. Dello stesso Alessandro furono biografi {{AutoreCitato|Callistene|Callistene}}, {{AutoreCitato|Aristobulo di Cassandrea|Aristobulo}}, {{AutoreCitato|Clitarco di Alessandria|Clitarco}}, Clito, {{AutoreCitato|Anassimene di Lampsaco|Anassimene}}, {{AutoreCitato|Onesicrito di Astipalea|Onesicrito}}, {{AutoreCitato|Nearco|Nearco}}. Nè mancarono i Greci di autori che si dessero alle sole descrizioni storiche di città e provincie. {{AutoreCitato|Senofonte|Senofonte}} formò descrizioni storico-politiche dei Lacedemoni e degli Ateniesi, ed ebbersi poscia uguali descrizioni dei Corinti da {{AutoreCitato|Eforo di Cuma|Eforo}}, dei Sicioni da {{AutoreCitato|Menecmo di Sicione|Menecmo}}, dei Messeni, dei Beozi da Mirone; Dicearco scrisse descrizioni degli istituti e dei costumi di tutte le città e di tutti i popoli della Grecia<ref>V. {{AutoreCitato|Jakob Gronov|Gronovio}}, ''Græc. Ant.'', tom. XI.</ref>. Ebbero pure scrittori di storie letterarie: e Senofonte compose una storia dei fatti e dei detti di {{AutoreCitato|Socrate|Socrate}}; {{AutoreCitato|Filisto di Siracusa|Filisto}} compose una storia dell’arte oratoria; {{AutoreCitato|Fania di Ereso|Fania}}, discepolo di Aristotele, scrisse una storia dei poeti<ref>Ateneo, lib. VIII.</ref>; {{AutoreCitato|Apollodoro di Atene|Apollodoro}} una dei legislatori e delle sette filosofiche<ref>Laerzio ''{{TestoCitato|Vite dei filosofi/Libro Primo/Vita di Solone|in Solone}}''.</ref>. Teofrasto ed {{AutoreCitato|Eudemo da Rodi|Eudemo}} scrissero storie
dell’aritmetica, della geometria e dell’astronomia<ref>Andres, loco citato.</ref>. {{AutoreCitato|Filostefano|Filostefano}} cireneo scrisse una storia delle invenzioni<ref>{{AutoreCitato|Clemente Alessandrino|Clem. Aless.}}, ''Strom.'', lib. I.</ref>; {{AutoreCitato|Eraclide Pontico|Eraclide}}, di quelle dei pitagorici<ref>Laerzio ''{{TestoCitato|Vite dei filosofi/Libro Quinto/Vita di Eraclide|in Heraclide}}''.</ref>; Fania dei socratici<ref>Laerzio ''{{TestoCitato|Vite dei filosofi/Libro Sesto/Vita di Antistene|in Antistene}}''.</ref>; {{AutoreCitato|Nicandro|Nicandro}} degli aristotelici<ref>Suida, ''Lexicon''.</ref>; Pamfilo dei pittori<ref>''Ibid.''</ref>; Dicearco delle gare musicali<ref>Scol. ''in Aristophanis Vespas''.</ref> e Menecmo degli artefici<ref>Ateneo, lib. II.</ref>.
Gli Annoni, i Pitea, i Scilaci erano i {{AutoreCitato|Cristoforo Colombo|Colombi}}, i {{AutoreCitato|Ferdinando Magellano|Magellani}}, i {{AutoreCitato|James Cook|Cook}} dell’antica geografia; Democrito, {{AutoreCitato|Eudosso di Cnido|Eudosso}}, Dicearco ne erano i {{AutoreCitato|Konrad Mannert|Mannert}}, i {{AutoreCitato|Conrad Malte-Brun|Maltebrun}}, i {{AutoreCitato|Adriano Balbi|Balbi}}; e la stessa cronologia, avvegnachè arbitrariamente scissa in contrari sistemi, aveva avuti giudiziosi e dotti cultori in {{AutoreCitato|Xanto Lidio|Santo di Lidia}},
{{AutoreCitato|Acusilao|Acusilao}}, {{AutoreCitato|Ferecide di Siro|Ferecide}}, {{AutoreCitato|Ellanico di Lesbo|Ellanico}}: i quali vennero indi tutti sorpassati da {{AutoreCitato|Timeo di Tauromenio|Timeo}} che coll’opera sua ''Olimpionica'', ossia ''Atti cronici'', si ebbe il nome di primo cronologo dell’antichità<ref>{{AutoreCitato|Diodoro Siculo|Diod. Sicul.}}, lib. V. - Suida, ''Lexicon in Timeo''.</ref>. {{AutoreCitato|Denis Pétau|Petavio}}<ref>''De doctr. temp.'', lib. I, cap. 28.</ref>,
{{AutoreCitato|Jean Bouhier|Bouhier}}<ref>''Rech. et dissert. sur Hérodot.''</ref>, {{AutoreCitato|Nicolas Fréret|Freret}}<ref>''Reflex. etc., Acad. des Inscrip.'', tom. VI ''et passim''.</ref>, {{AutoreCitato|Pierre Henri Larcher|Larcher}}<ref>''Hérodot. etc.'', VII, ''Tabl. chronol.''</ref> hanno assai dottamente dimostrata la maravigliosa giustezza della cronologia di {{AutoreCitato|Erodoto|Erodoto}}, il che implica una
scienza allora molto avanzata in queste discipline.
La musica poi aveva in questo periodo prodotto nella carriera de’ suoi progressi un sì numeroso avvicendamento di sistemi, da trovarsi già divisa in una maravigliosa diversità di sette, siccome la Agenoria, la Damonia, l’Epigonia, l’Eratoclea ed altre tutte anteriori ad Aristosseno, siccome le posteriori a costui, l’Archestrassia, l’Agonia, la Faliscia, l’Ermippia e più altre, che tutte vennero poi mandate in oblio dalla Pitagorica, dall’Aristossenica, e dalla ancor più tarda<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|liii}}|riga=sì}}</noinclude>di {{AutoreCitato|Claudio Tolomeo|Tolomeo}}, di cui {{AutoreCitato|Giovanni Battista Martini|Martini}}<ref>''Storia della musica.''</ref> e {{AutoreCitato|Vincente Requeno|Requeno}}<ref>''Saggio sul ristabilimento dell’arte armonica de’ Greci e Romani'' ecc. Vedi anche il {{AutoreCitato|Charles Burney|Burney}}, ''Hist. of music'', tom. I; lo {{AutoreCitato|Benjamin Stillingfleet|Stilingfleet}}, ''Princip. and prouv. of Harmony''.</ref> sì profondamente ragionarono. Già {{AutoreCitato|Terpandro|Terpandro}}, che pel primo aveva riportato il premio ai giuochi carnii, aveva aggiunte tre corde all’antica lira; {{AutoreCitato|Laso|Laso d’Ermione}} aveva pel primo scritto della teoria generale della musica e porte le prime regole di composizione e di canto accoppiando il
precetto all’esempio; {{AutoreCitato|Aristotele|Aristotele}} esaminando le varie maniere di canto chiama ''sinfonia'' un concerto formato da due voci che cantino l’aria medesima o suonino due strumenti accordati all’unisono; chiama ''antifonia'' il concerto prodotto da due strumenti che eseguiscano l’aria stessa, ma accordati all’ottava<ref>Vi si adoperava uno strumento appellato ''megadi'', in cui le corde erano accordate all’ottava, di modo che pizzicate insieme mandavano un solo suono.</ref>. Olimpo, musico frigio, trova come i sei tuoni di {{AutoreCitato|Pitagora|Pitagora}} ed il settimo
aggiunto da {{AutoreCitato|Simonide|Simonide}} non empivano tutta l’estensione della voce e degli strumenti, ed introduce nella modulazione i semituoni; ne fa la scoperta con uno strumento simile a quello di Pitagora, su cui tende una corda più minuta fra gli intervalli delle altre, e combinando questi semituoni coi tuoni intieri riesce ad un sistema che abbraccia i tre generi della musica vocale ed istrumentale, cioè il diatonico antichissimo, il cromatico, trovato allora
allora da {{AutoreCitato|Timoteo di Mileto|Timoteo}}, e l’enarmonico di sua scoperta. Poco da poi {{AutoreCitato|Aristosseno|Aristosseno}} divide il tuono in nove parti, quattro delle quali fanno il semituono minore e cinque il maggiore; dà il nome di ''comma'' a ciascuna divisione e costruisce il suo tetracordo onde formare un sistema che comprenda tutti i suoni gradevoli all’orecchio.
Sorgono frattanto contemporanei ai progressi delle scienze i più gloriosi monumenti delle arti antiche;
e brilla l’architettura etrusca in Italia nelle città ben munite, nei canali, negli edifizi, le di cui raine da poco tempo riapparse rivelarono arti, costumanze e magnificenze su cui la storia era affatto silenziosa. Tali sono le grandi moli erette con massi riquadrati o poligoni e senza cemento che conservano tuttavia le etrusche città di Volterra, Fiesole, Cortona, Perugia, Cossa, Segni; tali la torre dei giganti nell’isola di Gozo, il tempio di Giove Laziale sul monte Albano, e
quello di Alba nei Marsi; tali i vetusti sepolcri scoperti a Castel di Asso, le grotte Cornettane o Tarquinie; tali gli acquedotti presso l’antichissima Vitulonia (Canino), i magnifici ponti alla Fiora, monumenti di parecchi secoli anteriori all’arte e greca<ref>Vedi su questi monumenti il Bonarroti nelle sue ''Giunte al Dempster'', il {{AutoreCitato|Giovan Battista Vermiglioli|Vermiglioli}}, l’{{AutoreCitato|Francesco Inghirami|Inghirami}}, Gori e {{AutoreCitato|Giuseppe Micali|Micali}}.</ref>. Sorge nella Media la città di Ecbatana (Hamadan), circuita da sette maravigliose muraraglie disposte a terrazzi e splendidamente dipinte a vari colori; e spicca di mezzo ad essa il palazzo reale la di cui minor maraviglia erano le tegole di argento che ne coprivano i tetti ed i colmigni. Stupiscono quell’età i canali e gli edifizi di Amasi a Menfi ed a Sais; gli edifizi ed i canali di Nabucodonosor in Babilonia; le residenze mortuarie dei re di Persia a Persepoli, e le ruine di Tehilminar, le più gigantesche dopo le egizie, offrono tuttavia colonne di cinquanta piedi d’altezza e di una circonferenza, che mal raggiungono le abbracciate di tre uomini. Appartengono pure a questo periodo il perfezionamento dell’arte dorica e ionica; la costruzione di magnifici tempii in Magna Grecia di cui sussistono ruine a Selino, a Segeste, in Sicilia, a Pesto. Agrigento offre il più
grande tempio dell’arte greca, e grande si che un uomo potea mettersi ritto nelle scanalature delle sue colonne: Siracusa presenta una delle più alte maraviglie antiche nel suo teatro intagliato nella roccia; sorge il tempio di Giove panellenico ad Egina, quello di Olimpia che chiude il Giove di Fidia, e Ctesifone erge in istile ionico il tempio di Diana in Efeso, il più bel tempio dell’Asia minore. Ictino e Callicrate alzano il Partenone in Atene, sorvegliandone Fidia i lavori. I propilei, architettura di Mnesicle, aprono in istile ionico e dorico l’ingresso al Panteone, e con questi vede Atene sorgere l’Odeone, il tempio di Teseo, opera
dorica di Cimone, e quello di Giove olimpico architettato da Callimaco nell’ordine corinzio, di cui fu creatore. Tarquinio Prisco costruisce le famose cloache ed il gran circo in Roma. Servio Tullio circonda la città eterna di torri, mura e fossa, e Tarquinio il Superbo v’innalza il tempio di Giove Capitolino; Fidia, Policleto, Mirone, Aleamene, Ctesilao, Nancide, Scopa, Prassitele ecc. popolano i monumenti architettonici delle maraviglie del loro scalpello.
La pittura che nell’Etruria aveva già arrivati quei maravigliosi progressi che Plinio farebbe risalire ai tempi di Tarquinio Prisco (650 a. C.) che {{AutoreCitato|Anton Francesco Gori|Gori}}, {{AutoreCitato|Giovan Battista Passeri|Passéri}}, {{AutoreCitato|Scipione Maffei|Maffei}}, {{AutoreCitato|Mario Guarnacci|Guarnacci}}, {{AutoreCitato|Filippo Buonarroti (antiquario)|Bonarroti}}, {{AutoreCitato|Bernard de Montfaucon|Montfaucon}}, {{AutoreIgnoto|Paoli}}, {{AutoreIgnoto|D’Arco}} opinarono, e che il {{AutoreCitato|Luciano Bonaparte|principe di Canino}} ha tanto sapientemente provati anteriori alle arti greche<ref>Vedi il suo ''Museo etrusco'', e specialmente la sua lettera contenente la descrizione del suo museo ecc.</ref>, aveva in questo periodo anche<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|liii}}|riga=sì}}</noinclude>di {{AutoreCitato|Claudio Tolomeo|Tolomeo}}, di cui {{AutoreCitato|Giovanni Battista Martini|Martini}}<ref>''Storia della musica.''</ref> e {{AutoreCitato|Vicente Requeno|Requeno}}<ref>''Saggio sul ristabilimento dell’arte armonica de’ Greci e Romani'' ecc. Vedi anche il {{AutoreCitato|Charles Burney|Burney}}, ''Hist. of music'', tom. I; lo {{AutoreCitato|Benjamin Stillingfleet|Stilingfleet}}, ''Princip. and prouv. of Harmony''.</ref> sì profondamente ragionarono. Già {{AutoreCitato|Terpandro|Terpandro}}, che pel primo aveva riportato il premio ai giuochi carnii, aveva aggiunte tre corde all’antica lira; {{AutoreCitato|Laso|Laso d’Ermione}} aveva pel primo scritto della teoria generale della musica e porte le prime regole di composizione e di canto accoppiando il
precetto all’esempio; {{AutoreCitato|Aristotele|Aristotele}} esaminando le varie maniere di canto chiama ''sinfonia'' un concerto formato da due voci che cantino l’aria medesima o suonino due strumenti accordati all’unisono; chiama ''antifonia'' il concerto prodotto da due strumenti che eseguiscano l’aria stessa, ma accordati all’ottava<ref>Vi si adoperava uno strumento appellato ''megadi'', in cui le corde erano accordate all’ottava, di modo che pizzicate insieme mandavano un solo suono.</ref>. Olimpo, musico frigio, trova come i sei tuoni di {{AutoreCitato|Pitagora|Pitagora}} ed il settimo
aggiunto da {{AutoreCitato|Simonide|Simonide}} non empivano tutta l’estensione della voce e degli strumenti, ed introduce nella modulazione i semituoni; ne fa la scoperta con uno strumento simile a quello di Pitagora, su cui tende una corda più minuta fra gli intervalli delle altre, e combinando questi semituoni coi tuoni intieri riesce ad un sistema che abbraccia i tre generi della musica vocale ed istrumentale, cioè il diatonico antichissimo, il cromatico, trovato allora
allora da {{AutoreCitato|Timoteo di Mileto|Timoteo}}, e l’enarmonico di sua scoperta. Poco da poi {{AutoreCitato|Aristosseno|Aristosseno}} divide il tuono in nove parti, quattro delle quali fanno il semituono minore e cinque il maggiore; dà il nome di ''comma'' a ciascuna divisione e costruisce il suo tetracordo onde formare un sistema che comprenda tutti i suoni gradevoli all’orecchio.
Sorgono frattanto contemporanei ai progressi delle scienze i più gloriosi monumenti delle arti antiche;
e brilla l’architettura etrusca in Italia nelle città ben munite, nei canali, negli edifizi, le di cui raine da poco tempo riapparse rivelarono arti, costumanze e magnificenze su cui la storia era affatto silenziosa. Tali sono le grandi moli erette con massi riquadrati o poligoni e senza cemento che conservano tuttavia le etrusche città di Volterra, Fiesole, Cortona, Perugia, Cossa, Segni; tali la torre dei giganti nell’isola di Gozo, il tempio di Giove Laziale sul monte Albano, e
quello di Alba nei Marsi; tali i vetusti sepolcri scoperti a Castel di Asso, le grotte Cornettane o Tarquinie; tali gli acquedotti presso l’antichissima Vitulonia (Canino), i magnifici ponti alla Fiora, monumenti di parecchi secoli anteriori all’arte e greca<ref>Vedi su questi monumenti il Bonarroti nelle sue ''Giunte al Dempster'', il {{AutoreCitato|Giovan Battista Vermiglioli|Vermiglioli}}, l’{{AutoreCitato|Francesco Inghirami|Inghirami}}, Gori e {{AutoreCitato|Giuseppe Micali|Micali}}.</ref>. Sorge nella Media la città di Ecbatana (Hamadan), circuita da sette maravigliose muraraglie disposte a terrazzi e splendidamente dipinte a vari colori; e spicca di mezzo ad essa il palazzo reale la di cui minor maraviglia erano le tegole di argento che ne coprivano i tetti ed i colmigni. Stupiscono quell’età i canali e gli edifizi di Amasi a Menfi ed a Sais; gli edifizi ed i canali di Nabucodonosor in Babilonia; le residenze mortuarie dei re di Persia a Persepoli, e le ruine di Tehilminar, le più gigantesche dopo le egizie, offrono tuttavia colonne di cinquanta piedi d’altezza e di una circonferenza, che mal raggiungono le abbracciate di tre uomini. Appartengono pure a questo periodo il perfezionamento dell’arte dorica e ionica; la costruzione di magnifici tempii in Magna Grecia di cui sussistono ruine a Selino, a Segeste, in Sicilia, a Pesto. Agrigento offre il più
grande tempio dell’arte greca, e grande si che un uomo potea mettersi ritto nelle scanalature delle sue colonne: Siracusa presenta una delle più alte maraviglie antiche nel suo teatro intagliato nella roccia; sorge il tempio di Giove panellenico ad Egina, quello di Olimpia che chiude il Giove di Fidia, e Ctesifone erge in istile ionico il tempio di Diana in Efeso, il più bel tempio dell’Asia minore. Ictino e Callicrate alzano il Partenone in Atene, sorvegliandone Fidia i lavori. I propilei, architettura di Mnesicle, aprono in istile ionico e dorico l’ingresso al Panteone, e con questi vede Atene sorgere l’Odeone, il tempio di Teseo, opera
dorica di Cimone, e quello di Giove olimpico architettato da Callimaco nell’ordine corinzio, di cui fu creatore. Tarquinio Prisco costruisce le famose cloache ed il gran circo in Roma. Servio Tullio circonda la città eterna di torri, mura e fossa, e Tarquinio il Superbo v’innalza il tempio di Giove Capitolino; Fidia, Policleto, Mirone, Aleamene, Ctesilao, Nancide, Scopa, Prassitele ecc. popolano i monumenti architettonici delle maraviglie del loro scalpello.
La pittura che nell’Etruria aveva già arrivati quei maravigliosi progressi che Plinio farebbe risalire ai tempi di Tarquinio Prisco (650 a. C.) che {{AutoreCitato|Anton Francesco Gori|Gori}}, {{AutoreCitato|Giovan Battista Passeri|Passéri}}, {{AutoreCitato|Scipione Maffei|Maffei}}, {{AutoreCitato|Mario Guarnacci|Guarnacci}}, {{AutoreCitato|Filippo Buonarroti (antiquario)|Bonarroti}}, {{AutoreCitato|Bernard de Montfaucon|Montfaucon}}, {{AutoreIgnoto|Paoli}}, {{AutoreIgnoto|D’Arco}} opinarono, e che il {{AutoreCitato|Luciano Bonaparte|principe di Canino}} ha tanto sapientemente provati anteriori alle arti greche<ref>Vedi il suo ''Museo etrusco'', e specialmente la sua lettera contenente la descrizione del suo museo ecc.</ref>, aveva in questo periodo anche<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|liv}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>nella Grecia toccato ad una maravigliosa perfezione. Già sino dall’840 a. C. Cleofanto di Corinto aveva inventata la pittura monocroma o ad una sola tinta; più tardi Arcesilao di Paro la pittura in cera ed in ismalto, e Pausia di Sicione la pittura ad encausto in cui adopravasi il fuoco; Bularco ha già scossa l’ammirazione dei Greci colla sua Battaglia dei Magnesii nella Lidia, nella quale preluse alla scoperta del chiaroscuro impiegando diversi colori e adottando qualche digradazione il nelle tinte; quindi più tardi compaiono i dipinti di Paneno, Apollodoro, Timante, Agatarco, Cidia, Eupompo, Nicia, Melanzio, e finalmente i capolavori dei veri capiscuola della greca pittura Polignoto, Zeusi, Parrasio, Apelle e Protogene.
Mentre le scienze, le lettere, le arti belle facevano gli splendidi progressi che abbiamo delineati, la scena politica delle nazioni offriva contemporaneamente un tremendo spettacolo d’invasioni, di conquiste, di guerre, battaglie, assedii, rovesci d’imperi e d’ogni maniera rivolgimenti politici e civili. I Cinesi invadono la Tartaria; gli Indi le regioni di Siam; Sigoveso, figlio di Ambigato re dei Berruvii, passa in Germania co’ Boi, attraversa la selva Ercinia e stanziasi al nord del Danubio, mentre il fratello Belloveso passa primo le Alpi per venirne in Italia, sconfigge i Toscani, fonda Milano, e Cleonide ed Elitorio suoi luogotenenti guidano i Cenomani e quelli che abitavano fra la Senna e la Loira nel Mantovano, nella Carniola, su le spiagge dell’Adriatico; le regioni di Novara, del Piacentino, di Ravenna, Bologna sono occupate dai Lingoni; i Megaresi invadono le terre
bizantine; i Cartaginesi la Sicilia; gli Smirnei la Spagna; i Persi l’Egitto, indi la Grecia; i Greci la Persia e più tardi l’Africa, e di nuovo l’Asia; i Galli sono a Roma, i Siciliani in Africa; i Belgi in Inghilterra; i Geti nella Dacia. Di mezzo a questo
permischiamento di popoli e nazioni sorgono illustri città, e già la storia riconosce in questo periodo i principii di Palmira, di Samaria, di Samo, Corcira, Crotone, Mantova, Reggio, l’eterna Roma, Siracusa, Sibari, Taranto, Capua, Eebatana, Bisanzio, Agrigento, Messina, Selinunte, Eraclea, Alessandria e più altre. La faccia politica del globo ha subite vicende e mutazioni d’imperi da farne indiscernibile la politica sua geografia dell’antecedente periodo. Gli Assiri surti ad immensa grandezza, si sono già affievoliti per la separazione della Media; risurti per la sommessione dei
Siri e degli Israeliti, si riallievoliscono colla perdita della Babilonia, e sono già sotto il dominio
della Media: la Babilonia, aumentata la sua antica grandezza col regno di Giuda e della Fenicia, cade sotto la Persia. I Medi già soggetti agli Assiri, poscia indipendenti, quindi signori della Persia, che presto perdono, distruggono gli Assiri per indi passare sotto il dominio dei già loro sudditi, i Persi. Questi soggiogata la Media continuano una gloriosa carriera di conquiste nella Lidia, nella Babilonia, nell’Egitto, che si arresta alla perdita della Caria indi dell’Egitto, e soccombe sotto il grande eroe di Macedonia, al quale piega il collo l’Egitto, già si grande sotto Sesostri, Psammetico ed Amasi, Atene, Argo, tutta la Grecia e un terzo del mondo conosciuto. Gli Ebrei, dopo subito il governo dei patriarchi, abitato, abbandonato l’Egitto, conquistata la terra promessa, governati dai giudici, dai re, dopo sottomessa e perduta la Siria, dopo avere subita la divisione in regno d’Israele e di Giuda, ed essere stati condotti schiavi, quelli in Assiria, questi in Babilonia, ed ottenuta più tardi la libertà da Ciro, riacquistala la Palestina, vanno, e sono tuttavia soggetti al governo dei pontefici. L’Etruria già fatta regno da tempi immemorabili, dopo perduta Fidene, Veio, è compiutamente conquistata dai Romani, quali hanno già sottomessi i Crustumini, gli Antemnati, gli Albani, il Lazio, i Gabii, i Sabini, i Sanniti, i Latini; già Roma dalla signoria de’ suoi re è passata, colla cacciata de Tarquinii, alla oligarchia; ai consoli sono succeduti i decemviri, a questi di bel nuove i consoli; i tribuni già tutelano i diritti del popolo contro le gravezze dei patrizi il dispotismo del senato; Orazio Coclite, Coriolano, i Fabii, L. Cincinnato, Siccio Dentato, Valerio, Cornelio Cosso, Servilio Prisco, Mamerco Emilio, Camillo, Papirio, Curio Dentato, Dolabella hanno già fatti famosi gli annali di Roma.
Le arti della guerra sì di terra che di mare, così di battaglia come di assedio, hanno ottenuto quel perfezionamento strategico che innalza la scienza del genio, la potenza del valor morale sopra il materiale. E in questo periodo sui campi di Pasagarda i Persi capitanati da Ciro vincono Astiage re dei Medi; su quelli di Timbrea i vincitori di Pasagarda soggiogano il re di Lidia, Creso; sul fiume Marzia gli stessi Persi co
Dorisco sconfiggono i Carii; i Siracusani sono vinti ad Imera dai Cartaginesi; e più tardi sullo stesso Imera i vinti sconfiggono i vincitori: a Maratona sbaraglia Milziade i Persi; Temistocle sbaraglia a Salamina; Pausania ed Aristide a Platea; Santippo e Leotichide a Micale; Cimone ad Eurimedonte; ad Egospotamos Lisandro cogli Spartani supera gli Ateniesi; a Cunassa i Persi
sconfiggono Ciro ribelle; {{AutoreCitato|Senofonte|Senofonte}} ha già eseguita la celebre ritirata dei 10,000; Epaminonda<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|lv}}|riga=sì}}</noinclude><section begin="s1" />rovescia sui campi di Leutra la potenza spartana, su quelli di Mantinea fa i Tebani vincitori della Grecia alleata, la quale più tardi nonostante gli aiuti dei Tebani stessi è sui campi di Cheronea vinta e soggiogata da Filippo il Macedone. Al Granico, ad Isso, ad Arbels atterra {{AutoreCitato|Alessandro Magno|Alessandro Magno}} il formidato impero di Persia e dà principio ad un’era di rivolgimento a cui si connettono tutte le sorti politiche e commerciali delle successive età.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Centrato|CAPITOLO IV.}}
{{Indentatura}}{{Sc|Epoca iv}}, ''ossia della'' storia ''antica divisa nei suoi sette periodi principali e considerata in tutti i suoi rapporti col progresso universale delle lettere, delle scienze, delle arti.''{{FineIndentatura}}
{{Centrato|{{smaller|(dal 300 av. C. al 476 dopo C.)}}}}
Noi abbiamo appellato questo periodo l’epoca della ''storia antica'', non senza un meditato pensiero. Certo che non altrimenti che alla storia antica appartengono i politici avvenimenti, i progressi delle scienze, delle lettere e delle arti nel precedente periodo delineati; ma considerando noi siccome gli annali della umanità non abbiano in quel periodo fatto più che svilupparsi dagli involucri mitologici e dalle tenebre dei secoli, e solo
a quando a quando illuminarsi dei primi albori della storica certezza, abbiamo avvisato non poterglisi attribuire alcun altro predicato, salvo i quello di ''storia primitiva certa'', e di riserbare quell’altro di ''storia antica'' a questo periodo, siccome a quello il quale assume il carattere di una certezza comune alla storia di quasi tutti i popoli allora conosciuti, e consecutiva in quasi tutti gli avvenimenti, si che lascia bene spesso intravedere il nesso con cui si connettono questi nei rapporti di causa ed effetto. La storia del mondo nella vece di offrirsi, come nell’epoca precedente, in altrettante sparse e dissociate monografie quante erano le nazioni di allora, si coordina in questo periodo ad un principio di unità nel quale convergono ed al quale si attengono gli avvenimenti principali di varii e numerosi popoli; e la storia di una sola città si rende la storia pressochè universale di tutte quelle antiche nazioni. Finalmente applicammo lo speciale predicato di ''antica'' alla storia di questo periodo, perchè è in essa che sono a
rintracciarsi le più rimote e legittime cause di tutte le politiche vicissitudini, le civili e morali di condizioni di tutte le successive età sino alla nostra. Le nostre instituzioni, il nostro progresso intellettuale, industriale, commerciale non ha più
manifesti ed immediati principii di quelli che loro assegnano gli avvenimenti di questo periodo, e quindi perciò appunto costituisce esso solo quella parte della storia della civiltà nostra, che può legittimamente essere chiamata antica.
Una delle più grandi creazioni dello spirito umano che caratterizza il progresso di questo periodo è quella della scienza del diritto. Surta essa col sorgere della potenza romana, ando sempre più, col progressivo incremento di questa, contemporaneamente sviluppandosi in tutta la latitudine di quella civile sapienza che forma la causa, mentre è anche nel tempo stesso il risultamento dell’effettiva potenza di una grande nazione. Ecco il perchè, come abbiamo già altrove
mostrato, la storia del diritto di un popolo forma
identicamente quella del politico e morale suo progresso; e Roma conquistatrice, Roma madre e maestra eterna della scienza del diritto, più che non negli annali di {{AutoreCitato|Polibio|Polibio}} e di {{AutoreCitato|Tito Livio|Livio}}, ha nelle sue leggi e nelle politiche sue instituzioni scritta e documentata la storia delle sue vicissitudini di progresso e di decadimento.
Delineando la storia della romana giurisprudenza, noi veniamo abbozzando quella di una scienza che germinò universali, sebbene più o meno latenti i suoi principii in tutte le vigenti costituzioni politiche e civili dei popoli d’Europa, e nello stesso tempo la storia di tutte quelle prime fasi che ha Roma subite per arrivare al dominio del mondo, e il mondo vide riassumersi e rappresentarsi in essa sola l’immenso dramma di tutti i suoi passati destini<ref name="p59">La storia del diritto romano, il quale a rigore dovrebbe abbracciare tutte quelle leggi civili che furono in vigore dall’origine di Roma sino alla caduta dell’impero romano, circoscritta alla sola legislazione antigiustinianea, suolsi dividere in quattro periodi: il I° si estende dall’origine di Roma sino alle dodici tavole (750-450 a. C.); il II° si compie coll’epoca di {{AutoreCitato|Marco Tullio Cicerone|Cicerone}} (450-100 a. C.; il III° si estende da Cicerone sino all’imperatore Severo (100 a. C. al 250 di C.); il IV° da questo imperatore sino a {{AutoreCitato|Giustiniano I|Giustiniano}} (250-550).
Trattarono con maggior dottrina ed erudizione di questa
storia: - {{AutoreCitato|Giovanni Vincenzo Gravina|Gravina}}, ''De origine juris civilis''; {{AutoreCitato|Giambattista Vico|Vico}} colle molto
originali sue idee nella ''{{TestoCitato|La scienza nuova|Scienza nuova}}'', e più di proposito nei due libri, ''De uno universi juris principio et fine uno'', e ''De constantia jurisprudentis''; {{AutoreCitato| Carlo Antonio Martini|Martini}}, ''Ordo historiæ juris civilis''; {{AutoreCitato|Christian August Günther|Günter}}, ''Hist. jur. rom.''; {{AutoreCitato| Johann August Bach|Bach}}, ''Hist. jur. rom.''; {{AutoreCitato|Anton Friedrich Justus Thibaut|Thibaut}} nell’''Archivio della pratica civile'', tom. XIII; {{AutoreCitato|Carl Ferdinand Hommel|Hummel}}, ''Manuale di storia del diritto''; {{AutoreCitato|Heinrich Albert Zachariä|Zachariæ}}, ''Saggio di una storia del diritto romano''; {{AutoreCitato|Albrecht Schweppe|Schweppe}}, ''Storia del diritto romano'' (1822), in cui per la prima volta si contemplano gli scritti di Caio. {{AutoreCitato|Wacław Aleksander Maciejowski|Maciciowscki}}, ''Hist. jur. rom.''; {{AutoreCitato|Gustav Hugo|Hugo}}, ''Lezioni di D. R.''; {{AutoreCitato|Friedrich Adolph Schilling|Schilling}}, ''Critica delle Lezioni di D. R. di Hugo''; {{AutoreCitato|Heinrich Robert Stöckhardt|Stöckhart}}, ''Prospetto della Storia del D. R.''; {{AutoreCitato|Ferdinand Walter|Walter}}, ''Storia del D. R.''; {{AutoreCitato|Leopold August Warnkönig|Warnkoenig}}, ''Histoire externe du droit romain''; e tutti gli altri lavori di {{AutoreCitato|Franz Hofmann|Hoffman}}, {{AutoreCitato|Johann Salomon Brunnquell|Brunquell}}, {{AutoreCitato|Johann Gottlieb Heineccius|Heineccio}}, {{AutoreCitato|Antoine Terrasson|Terrasson}}, {{AutoreCitato|Jacques Berriat-Saint-Prix|Berriat, St. Prix}}, con cui illustrarono la storia esterna del diritto; quelli di Heineccio e {{AutoreCitato|Johann Heinrich Christian von Selchow|Selchow}} che ne</ref>.<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|lvi}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>
Noi abbiamo già veduto ottener Roma le sue prime leggi scritte in quelle delle dodici tavole. Vuolsi che la romana giurisprudenza non abbia avuti altri principii di quelli che le vengono da queste leggi assegnati; ma Roma ebbe anteriormente ad esse ordinamenti politici e civili nei quali è forse più che non altrove a rintracciare gli elementi di quelle leggi stesse.
Roma, nelle prime sue origini, aveva una forma di governo monarchica limitata, che più veramente parlando potea chiamarsi aristocratica, mentre il suo re non era più che un preside nominato a vita investito di parecchi poteri. Amministrava egli la repubblica, ma il potere politico era esercitato tanto da lui quanto dal senato e dai comizii<ref>{{AutoreCitato|Giambattista Vico|Vico}}, ''De constantia jurispr. passim.'' - {{AutoreCitato|Adrianus Catharinus Holtius|Holtius}}, pag. 13, n. 11-15. - {{AutoreCitato|Leopold August Warnkönig|Warnkoenig}}, ''Hist. du droit romain'', P. 1, §. 6.</ref>. Il re era capo supremo di tutta la popolazione armata, ed il suo capitano in guerra<ref> {{AutoreCitato|Barthold Georg Niebuhr|Niebuhr}}, tom. 11, pag. 54, ediz. di Parigi.</ref>. Nei tempi di pace aveva la giurisdizione medesima che più tardi avevano i consoli ed i pretori, insieme al potere esecutivo chiamato ''imperium''<ref>Warnkoenig, ''ibid.'', §. 6. 1°.</ref>. Infliggeva castighi e multe; ma il cittadino poteva appellarsené al popolo<ref>{{AutoreCitato|Marco Tullio Cicerone|Cicero}}, ''De republica'', II. 31.</ref>. Aveva un potere dittatoriale verso gli stranieri; lo si vede anche gran sacerdote e tutelare i ''sacra''; ma non capo del culto; partiva le terre conquistate. Presiedeva il senato ed i comizii, e proponeva a questi i progetti di legge (''rogationes''). Il senato componevasi di trecento ottimati (''gentes'') o di trenta ''curiæ'', ed era un consiglio perpetuo dell’amministrazione<ref>Niebuhr, tom. II, pag. 51-53.</ref>. I comizii erano in origine assemblee nelle quali
avevano volo i soli patrizii od ollimati. Durarono col nome di ''comitia curiata'', finchè la plebe, come vedremo più oltre, riuscì a prender parte in queste assemblee legislative<ref>{{AutoreCitato|Aulo Gellio|Aulo Gellio}}, XV. 27.</ref>. Ed ecco l’origine
delle ''leges curiatae'', di alcune delle quali l’{{AutoreIgnoto|Agostino}}, li {{AutoreCitato|Giusto Lipsio|Lipsio}}, l’{{AutoreIgnoto|Orsino}} crederono trovar frammenti che risalgono persino a Romolo. Numa Pompilio diede instituzioni sue proprie, ma più sacre che non politiche, e pel primo tra Romani ridusse a precetti religiosi gli insegnamenti più opportuni all’agricoltura ed al ben essere sociale. Servio Tullio divide il popolo in classi, le classi in centurie; instituisce il censo, i comizii centuriati; riduce la plebe in trenta tribù, ed organizza una nuova costituzione, nella quale (avveguachè i patrizii con-
servassero la loro preponderanza politica) ebbe
la plebe il primo germoglio della sua libertà,
giacchè in questi comizii centuriati, di cui fu fatta
partecipe, ottenne di farsi arbitra necessaria nelle
accuse capitali: ''De capite civis nonnisi comitialus
maximus agito''.
Mentre che il diritto politico di Roma subiva questo iniziamento alla forma democratica, il diritto civile non aveva assunto ancora alcuna forma certa, alcun principio di vincolo stabile ed universale, perchè tuttavia in balia di consuetudini che il patriziato, unico interprete di diritto, volgeva sempre a pro suo ed a danno della plebe. E quanto ne avanza di quelle leggi regie che secondo {{AutoreCitato|Sesto Pomponio|Pomponio}} avrebbe raccolto un Papirio contemporaneo di Tarquinio il Superbo<ref>Al §. 2, in fine, e §. 36.</ref>, e note sotto il nome di ''Jus civile Papirianum'', non ci porge notizia che di cose attinenti al culto ed alla religione<ref>{{AutoreCitato| Ambrogio Teodosio Macrobio|Macrobio}} (''Saturn.'' II, cap. IX) e {{AutoreCitato|Sesto Pompeo Festo|Festo}} (v. ''Pellices'') conservarono alcuni frammenti di questo diritto, hanno molto scritto parecchi commentatori, intorno al puossi vedere il {{AutoreCitato|Gian Vincenzo Gravina|Gravina}} (''De origine juris civilis''); il {{AutoreCitato|Antoine Terrasson|Terrasson}} (''Histoire de la jurisprudence romaine''); il {{AutoreCitato| Christian Friedrich von Glück|Glück}} (''Opuscula''); ma {{AutoreCitato|Pierre Daunou|Daunou}} ha molto bene provato, dopo {{AutoreCitato|Gustav Hugo|Hugo}} nella ''Thémis'', tom. V, pag. 251-254, che noi non conosciamo
nulla di certo di questa legislazione.</ref>. Roma si libera dei Tarquinii, ed ordinatasi in una pura aristocrazia retta dal senato e da due consoli annuali, è teatro continuo di guerre civili fra i patrizi e la plebe. Le guerre obbligavano questa a negligere l’agricoltura, soli mezzi del viver suo, ed a contrarre debiti per provedersi d’armi e di vitto; e mentre s’accrescevano le ricchezze de’ patrizii colle terre conquistate, e ad essi soli devolvibili, l’usura, in forza della legge del ''nesso'', facea degli indebitati plebei altrettanti schiavi del patrizio. L’esasperazione sempre più aumentata ebbe scoppio una insurrezione allo spettacolo di un vecchio plebeo orribilmente mutilato da un patrizio creditore. La plebe accampatasi sul monte Aventino ottenne una tutela contro l’oppressione in un magistrato che tratto dal suo grembo avesse diritti e poteri validi a tutelare la sua libertà, Roma ha i cinque ''tribuni della plebe'', e poco dopo gli ''edili'', che pure dal seno della plebe venivano eletti<ref>Non gli ''Edili curuli'' di posteriore origine: Thibaut, ''Diss. civ.'', n. 8, pag. 155.</ref>, e con questi magistrati le leggi cui un sacro giuramento d’inviolabilità acquistò il nome di ''sacrate''; per esse ciascun tribuno è inviolabile, e il ''veto'' uno solo di essi può infralire qualunque decreto del senato: poi a qualche tempo (490 a. C.) è vitato interrompere questi magistrati con dispareri
<ref follow="p59">illustrarono la interna; e quelli di {{AutoreCitato|Sigmund Wilhelm Zimmern|Zimmern}}, {{AutoreCitato|Adrianus Catharinus Holtius|Holtius}}, che insieme a molti degli autori sopra citati ne svilupparono contemporaneamente l’una e l’altra.</ref><noinclude><references/></noinclude>
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Noi abbiamo già veduto ottener Roma le sue prime leggi scritte in quelle delle dodici tavole. Vuolsi che la romana giurisprudenza non abbia avuti altri principii di quelli che le vengono da queste leggi assegnati; ma Roma ebbe anteriormente ad esse ordinamenti politici e civili nei quali è forse più che non altrove a rintracciare gli elementi di quelle leggi stesse.
Roma, nelle prime sue origini, aveva una forma di governo monarchica limitata, che più veramente parlando potea chiamarsi aristocratica, mentre il suo re non era più che un preside nominato a vita investito di parecchi poteri. Amministrava egli la repubblica, ma il potere politico era esercitato tanto da lui quanto dal senato e dai comizii<ref>{{AutoreCitato|Giambattista Vico|Vico}}, ''De constantia jurispr. passim.'' - {{AutoreCitato|Adrianus Catharinus Holtius|Holtius}}, pag. 13, n. 11-15. - {{AutoreCitato|Leopold August Warnkönig|Warnkoenig}}, ''Hist. du droit romain'', P. 1, §. 6.</ref>. Il re era capo supremo di tutta la popolazione armata, ed il suo capitano in guerra<ref> {{AutoreCitato|Barthold Georg Niebuhr|Niebuhr}}, tom. 11, pag. 54, ediz. di Parigi.</ref>. Nei tempi di pace aveva la giurisdizione medesima che più tardi avevano i consoli ed i pretori, insieme al potere esecutivo chiamato ''imperium''<ref>Warnkoenig, ''ibid.'', §. 6. 1°.</ref>. Infliggeva castighi e multe; ma il cittadino poteva appellarsené al popolo<ref>{{AutoreCitato|Marco Tullio Cicerone|Cicero}}, ''De republica'', II. 31.</ref>. Aveva un potere dittatoriale verso gli stranieri; lo si vede anche gran sacerdote e tutelare i ''sacra''; ma non capo del culto; partiva le terre conquistate. Presiedeva il senato ed i comizii, e proponeva a questi i progetti di legge (''rogationes''). Il senato componevasi di trecento ottimati (''gentes'') o di trenta ''curiæ'', ed era un consiglio perpetuo dell’amministrazione<ref>Niebuhr, tom. II, pag. 51-53.</ref>. I comizii erano in origine assemblee nelle quali
avevano volo i soli patrizii od ollimati. Durarono col nome di ''comitia curiata'', finchè la plebe, come vedremo più oltre, riuscì a prender parte in queste assemblee legislative<ref>{{AutoreCitato|Aulo Gellio|Aulo Gellio}}, XV. 27.</ref>. Ed ecco l’origine
delle ''leges curiatae'', di alcune delle quali l’{{AutoreIgnoto|Agostino}}, li {{AutoreCitato|Giusto Lipsio|Lipsio}}, l’{{AutoreIgnoto|Orsino}} crederono trovar frammenti che risalgono persino a Romolo. Numa Pompilio diede instituzioni sue proprie, ma più sacre che non politiche, e pel primo tra Romani ridusse a precetti religiosi gli insegnamenti più opportuni all’agricoltura ed al ben essere sociale. Servio Tullio divide il popolo in classi, le classi in centurie; instituisce il censo, i comizii centuriati; riduce la plebe in trenta tribù, ed organizza una nuova costituzione, nella quale (avveguachè i patrizii con-
servassero la loro preponderanza politica) ebbe
la plebe il primo germoglio della sua libertà,
giacchè in questi comizii centuriati, di cui fu fatta
partecipe, ottenne di farsi arbitra necessaria nelle
accuse capitali: ''De capite civis nonnisi comitialus
maximus agito''.
Mentre che il diritto politico di Roma subiva questo iniziamento alla forma democratica, il diritto civile non aveva assunto ancora alcuna forma certa, alcun principio di vincolo stabile ed universale, perchè tuttavia in balia di consuetudini che il patriziato, unico interprete di diritto, volgeva sempre a pro suo ed a danno della plebe. E quanto ne avanza di quelle leggi regie che secondo {{AutoreCitato|Sesto Pomponio|Pomponio}} avrebbe raccolto un Papirio contemporaneo di Tarquinio il Superbo<ref>Al §. 2, in fine, e §. 36.</ref>, e note sotto il nome di ''Jus civile Papirianum'', non ci porge notizia che di cose attinenti al culto ed alla religione<ref>{{AutoreCitato| Ambrogio Teodosio Macrobio|Macrobio}} (''Saturn.'' II, cap. IX) e {{AutoreCitato|Sesto Pompeo Festo|Festo}} (v. ''Pellices'') conservarono alcuni frammenti di questo diritto, hanno molto scritto parecchi commentatori, intorno al puossi vedere il {{AutoreCitato|Autore:Giovanni Vincenzo Gravina|Gravina}} (''De origine juris civilis''); il {{AutoreCitato|Antoine Terrasson|Terrasson}} (''Histoire de la jurisprudence romaine''); il {{AutoreCitato| Christian Friedrich von Glück|Glück}} (''Opuscula''); ma {{AutoreCitato|Pierre Daunou|Daunou}} ha molto bene provato, dopo {{AutoreCitato|Gustav Hugo|Hugo}} nella ''Thémis'', tom. V, pag. 251-254, che noi non conosciamo
nulla di certo di questa legislazione.</ref>. Roma si libera dei Tarquinii, ed ordinatasi in una pura aristocrazia retta dal senato e da due consoli annuali, è teatro continuo di guerre civili fra i patrizi e la plebe. Le guerre obbligavano questa a negligere l’agricoltura, soli mezzi del viver suo, ed a contrarre debiti per provedersi d’armi e di vitto; e mentre s’accrescevano le ricchezze de’ patrizii colle terre conquistate, e ad essi soli devolvibili, l’usura, in forza della legge del ''nesso'', facea degli indebitati plebei altrettanti schiavi del patrizio. L’esasperazione sempre più aumentata ebbe scoppio una insurrezione allo spettacolo di un vecchio plebeo orribilmente mutilato da un patrizio creditore. La plebe accampatasi sul monte Aventino ottenne una tutela contro l’oppressione in un magistrato che tratto dal suo grembo avesse diritti e poteri validi a tutelare la sua libertà, Roma ha i cinque ''tribuni della plebe'', e poco dopo gli ''edili'', che pure dal seno della plebe venivano eletti<ref>Non gli ''Edili curuli'' di posteriore origine: Thibaut, ''Diss. civ.'', n. 8, pag. 155.</ref>, e con questi magistrati le leggi cui un sacro giuramento d’inviolabilità acquistò il nome di ''sacrate''; per esse ciascun tribuno è inviolabile, e il ''veto'' uno solo di essi può infralire qualunque decreto del senato: poi a qualche tempo (490 a. C.) è vitato interrompere questi magistrati con dispareri
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|lvi}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>
Noi abbiamo già veduto ottener Roma le sue prime leggi scritte in quelle delle dodici tavole. Vuolsi che la romana giurisprudenza non abbia avuti altri principii di quelli che le vengono da queste leggi assegnati; ma Roma ebbe anteriormente ad esse ordinamenti politici e civili nei quali è forse più che non altrove a rintracciare gli elementi di quelle leggi stesse.
Roma, nelle prime sue origini, aveva una forma di governo monarchica limitata, che più veramente parlando potea chiamarsi aristocratica, mentre il suo re non era più che un preside nominato a vita investito di parecchi poteri. Amministrava egli la repubblica, ma il potere politico era esercitato tanto da lui quanto dal senato e dai comizii<ref>{{AutoreCitato|Giambattista Vico|Vico}}, ''De constantia jurispr. passim.'' - {{AutoreCitato|Adrianus Catharinus Holtius|Holtius}}, pag. 13, n. 11-15. - {{AutoreCitato|Leopold August Warnkönig|Warnkoenig}}, ''Hist. du droit romain'', P. 1, §. 6.</ref>. Il re era capo supremo di tutta la popolazione armata, ed il suo capitano in guerra<ref> {{AutoreCitato|Barthold Georg Niebuhr|Niebuhr}}, tom. 11, pag. 54, ediz. di Parigi.</ref>. Nei tempi di pace aveva la giurisdizione medesima che più tardi avevano i consoli ed i pretori, insieme al potere esecutivo chiamato ''imperium''<ref>Warnkoenig, ''ibid.'', §. 6. 1°.</ref>. Infliggeva castighi e multe; ma il cittadino poteva appellarsené al popolo<ref>{{AutoreCitato|Marco Tullio Cicerone|Cicero}}, ''De republica'', II. 31.</ref>. Aveva un potere dittatoriale verso gli stranieri; lo si vede anche gran sacerdote e tutelare i ''sacra''; ma non capo del culto; partiva le terre conquistate. Presiedeva il senato ed i comizii, e proponeva a questi i progetti di legge (''rogationes''). Il senato componevasi di trecento ottimati (''gentes'') o di trenta ''curiæ'', ed era un consiglio perpetuo dell’amministrazione<ref>Niebuhr, tom. II, pag. 51-53.</ref>. I comizii erano in origine assemblee nelle quali
avevano volo i soli patrizii od ollimati. Durarono col nome di ''comitia curiata'', finchè la plebe, come vedremo più oltre, riuscì a prender parte in queste assemblee legislative<ref>{{AutoreCitato|Aulo Gellio|Aulo Gellio}}, XV. 27.</ref>. Ed ecco l’origine
delle ''leges curiatae'', di alcune delle quali l’{{AutoreIgnoto|Agostino}}, li {{AutoreCitato|Giusto Lipsio|Lipsio}}, l’{{AutoreIgnoto|Orsino}} crederono trovar frammenti che risalgono persino a Romolo. Numa Pompilio diede instituzioni sue proprie, ma più sacre che non politiche, e pel primo tra Romani ridusse a precetti religiosi gli insegnamenti più opportuni all’agricoltura ed al ben essere sociale. Servio Tullio divide il popolo in classi, le classi in centurie; instituisce il censo, i comizii centuriati; riduce la plebe in trenta tribù, ed organizza una nuova costituzione, nella quale (avveguachè i patrizii con-
servassero la loro preponderanza politica) ebbe
la plebe il primo germoglio della sua libertà,
giacchè in questi comizii centuriati, di cui fu fatta
partecipe, ottenne di farsi arbitra necessaria nelle
accuse capitali: ''De capite civis nonnisi comitialus
maximus agito''.
Mentre che il diritto politico di Roma subiva questo iniziamento alla forma democratica, il diritto civile non aveva assunto ancora alcuna forma certa, alcun principio di vincolo stabile ed universale, perchè tuttavia in balia di consuetudini che il patriziato, unico interprete di diritto, volgeva sempre a pro suo ed a danno della plebe. E quanto ne avanza di quelle leggi regie che secondo {{AutoreCitato|Sesto Pomponio|Pomponio}} avrebbe raccolto un Papirio contemporaneo di Tarquinio il Superbo<ref>Al §. 2, in fine, e §. 36.</ref>, e note sotto il nome di ''Jus civile Papirianum'', non ci porge notizia che di cose attinenti al culto ed alla religione<ref>{{AutoreCitato| Ambrogio Teodosio Macrobio|Macrobio}} (''Saturn.'' II, cap. IX) e {{AutoreCitato|Sesto Pompeo Festo|Festo}} (v. ''Pellices'') conservarono alcuni frammenti di questo diritto, hanno molto scritto parecchi commentatori, intorno al puossi vedere il {{AutoreCitato|Giovanni Vincenzo Gravina|Gravina}} (''De origine juris civilis''); il {{AutoreCitato|Antoine Terrasson|Terrasson}} (''Histoire de la jurisprudence romaine''); il {{AutoreCitato| Christian Friedrich von Glück|Glück}} (''Opuscula''); ma {{AutoreCitato|Pierre Daunou|Daunou}} ha molto bene provato, dopo {{AutoreCitato|Gustav Hugo|Hugo}} nella ''Thémis'', tom. V, pag. 251-254, che noi non conosciamo
nulla di certo di questa legislazione.</ref>. Roma si libera dei Tarquinii, ed ordinatasi in una pura aristocrazia retta dal senato e da due consoli annuali, è teatro continuo di guerre civili fra i patrizi e la plebe. Le guerre obbligavano questa a negligere l’agricoltura, soli mezzi del viver suo, ed a contrarre debiti per provedersi d’armi e di vitto; e mentre s’accrescevano le ricchezze de’ patrizii colle terre conquistate, e ad essi soli devolvibili, l’usura, in forza della legge del ''nesso'', facea degli indebitati plebei altrettanti schiavi del patrizio. L’esasperazione sempre più aumentata ebbe scoppio una insurrezione allo spettacolo di un vecchio plebeo orribilmente mutilato da un patrizio creditore. La plebe accampatasi sul monte Aventino ottenne una tutela contro l’oppressione in un magistrato che tratto dal suo grembo avesse diritti e poteri validi a tutelare la sua libertà, Roma ha i cinque ''tribuni della plebe'', e poco dopo gli ''edili'', che pure dal seno della plebe venivano eletti<ref>Non gli ''Edili curuli'' di posteriore origine: Thibaut, ''Diss. civ.'', n. 8, pag. 155.</ref>, e con questi magistrati le leggi cui un sacro giuramento d’inviolabilità acquistò il nome di ''sacrate''; per esse ciascun tribuno è inviolabile, e il ''veto'' uno solo di essi può infralire qualunque decreto del senato: poi a qualche tempo (490 a. C.) è vitato interrompere questi magistrati con dispareri
<ref follow="p59">illustrarono la interna; e quelli di {{AutoreCitato|Sigmund Wilhelm Zimmern|Zimmern}}, {{AutoreCitato|Adrianus Catharinus Holtius|Holtius}}, che insieme a molti degli autori sopra citati ne svilupparono contemporaneamente l’una e l’altra.</ref><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|195|riga=si}}</noinclude>pianure e al villaggio. Una nebbia grigia velava le cime nevose delle montagne, l’aria era pesante e nebbiosa. Si diceva che gli abreks profittando delle acque basse, passavano il fiume e infestavano i dintorni. Ogni sera il sole era rosso nell’ora del crepuscolo.
Era quella la stagione del più rude lavoro; tutti erano occupati alla vendemmia e alla raccolta dei cocomeri acquatici. I giardini, interamente frastagliati da piante rampicanti, offrivano un riparo freschissimo. Dei grappoli pesanti pendevano ovunque sotto il fogliame. Le carrette cariche di uva nera, stridevano lungo la via che conduceva alle vigne, e dei grappoli caduti dalle carrette giacevano nella polvere. Delle ragazzine e dei bambini tutti imbrattati di succo di uva, con dei grappoli in mano, correvano dietro alle loro madri. S’incontravano a frotte degli operai con gli abiti stracciati, che portavano sulle spalle robuste dei corbelli pieni d’uva. Le ragazze cosacche, coperte fino agli occhi coi loro fazzoletti, guidavano i bovi attaccati alle alte carrette cariche di frutta. I soldati che le incontravano domandavan loro dell’uva, ed esse senza fermare le bestie, si arrampicavano sulla carretta e gettavano a piene mani l’uva, che i soldati ricevevano in un lembo del loro vestito. In qualche cortile già pigiavano l’uva, e l’odore del succo si spandeva per l’aria. Dei grossi tini erano stati messi sotto le tettoie, e gli operai nogaïs, con le gambe nude e i polpacci tatuati, lavoravano nei cortili. I maiali divoravano avidamente<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|199|riga=si}}</noinclude>
{{Centra|XXX.}}
Nonostante il calore soffocante e gli sciami dei moscerini che turbinavano all’ombra della carretta, nonostante i movimenti di suo fratello che la sospingeva, Marianna, coperta dal suo fazzoletto, stava per addormentarsi, quando Ustinka accorse e, insinuandosi di sotto la carretta, si coricò accanto a lei.
— Dormiamo! dormiamo! — disse Ustinka, accomodandosi presso la compagna. — Aspetta! — esclamò — non va bene così. —
Saltò in piedi, corse a cercare alcuni rami verdì, ne coprì le ruote della carretta dalle due parti, e vi gettò sopra i giacchetti.
— Lasciaci! — esclamò al ragazzo, sgusciando sotto il carro. — È questo il posto di un cosacco? Vattene! —
Rimasta sola con la sua compagna, Ustinka se la<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|200|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>strinse fra le braccia e si mise a baciarla sul collo e sulle guance.
— Caro fratellino! — diceva ridendo del suo riso sonoro ed acuto.
— Guardate un po’ ciò che le ha insegnato il nonno! — disse Marianna senza respingerla. — Ma smetti, dunque! —
Ed esse ridevano così forte tutt’e due, che la vecchia madre le rampognava.
— È l’invidia che la spinge... — disse a bassa voce Ustinka.
— Basta, ora, dormiamo! Perchè sei venuta? —
Ustinka continuò i suoi scherzi.
— Debbo dirti qualche cosa! ah! ah! —
Marianna si sollevò sul gomito e si accomodò il fazzoletto.
— Ebbene, che devi dirmi?
— Ciò che so del vostro inquilino.
— Non vi è nulla da sapere — rispose Marianna.
— Ah, briccona che sei! — esclamò Ustinka, spingendola col gomito ridendo. — Tu fai l’ingenua! Viene in casa vostra.
— Viene in casa nostra, e dopo? — domandò
Marianna, arrossendo d’un tratto.
— Sono ingenua io, dico tutti i miei segreti; e tu perchè li nascondi? — disse Ustinka, e il viso vermiglio divenne pensoso. — Faccio del male a qualcuno? L’amo, ecco tutto!
— Chi?... il nonno?
— Ma sì.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|201|riga=si}}</noinclude>
— È un peccato!
— Ah! Marianna! dobbiamo godere della vita quando siamo libere! Sposerai un cosacco, avrai dei figli, avrai dei pensieri. Anche se tu sposi Luca, ti scemerà la voglia di divertirti; verranno i figli e il lavoro.
— E perchè? si può viver felici anche da maritate. È la stessa cosa! disse Marianna con calma.
— Dimmi,... almeno una volta sola, ciò che è passato fra te e Luca.
— Ma nulla; mi ha chiesta in isposa, mio padre ha voluto che egli aspettasse un anno; adesso che egli ha rinnovato la domanda, ci siamo fidanzati e ci sposeremo in autunno.
— Ma che cosa ti ha detto?
— Quello che si dice sempre; che mi ama; e mi chiede di andare con lui nell’orto.
— E tu non vi sei andata, suppongo. Ma che bel ragazzo è diventato! è primo tra i circassi. Si diverte, sai, alla sua compagnia! Kirka, ultimamente, quando è venuto qui, mi ha raccontato che ha fatto un cambio con un cavallo superbo. Probabilmente si annoia senza di te. Che ti ha detto? dimmi, che ti ha detto?
— Tu vuoi saper tutto! — rispose Marianna ridendo. — È venuto una notte sotto la mia finestra, era ubriaco e voleva entrare.
— Lo hai lasciato entrare?
— No certo; gli ho detto di no una volta per<noinclude><references/></noinclude>
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— È un peccato!
— Ah! Marianna! dobbiamo godere della vita quando siamo libere! Sposerai un cosacco, avrai dei figli, avrai dei pensieri. Anche se tu sposi Luca, ti scemerà la voglia di divertirti; verranno i figli e il lavoro.
— E perchè? si può viver felici anche da maritate. È la stessa cosa! — disse Marianna con calma.
— Dimmi,... almeno una volta sola, ciò che è passato fra te e Luca.
— Ma nulla; mi ha chiesta in isposa, mio padre ha voluto che egli aspettasse un anno; adesso che egli ha rinnovato la domanda, ci siamo fidanzati e ci sposeremo in autunno.
— Ma che cosa ti ha detto?
— Quello che si dice sempre; che mi ama; e mi chiede di andare con lui nell’orto.
— E tu non vi sei andata, suppongo. Ma che bel ragazzo è diventato! è primo tra i circassi. Si diverte, sai, alla sua compagnia! Kirka, ultimamente, quando è venuto qui, mi ha raccontato che ha fatto un cambio con un cavallo superbo. Probabilmente si annoia senza di te. Che ti ha detto? dimmi, che ti ha detto?
— Tu vuoi saper tutto! — rispose Marianna ridendo. — È venuto una notte sotto la mia finestra, era ubriaco e voleva entrare.
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|206|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>fra i tralci delle vigne; andò verso di lei, cogliendo, nel passare, dei chicchi d’uva; il cane assetato afferrava col suo muso bavoso i grappoli pendenti. Marianna tagliava rapidamente i grappoli pesanti e li gettava in un paniere. Si fermò, senza abbandonare il tralcio che teneva in mano, e sorrise con aria carezzevole. Olénine si avvicinò, si rigettò la carabina sulle spalle per avere le mani libere, e voleva dirle: «Dio ti assista!... Sei sola?» Ma non disse nulla, e soltanto si tolse il berretto. Si trovava impacciato così solo con la ragazza; pure, martire volontario, si avvicinò, ancora.
— Tu rischi di uccidere qualcuno con la tua carabina — gli disse Marianna.
— No, non tirerò. —
Tacquero entrambi.
— Perchè non mi aiuti? —
Egli si tolse di tasca un coltellino e si mise all’opera.
Trasse di sotto le foglie un grosso grappolo di almen tre libbre, i chicchi del quale erano strettamente collegati l’uno all’altro, e lo mostrò a Marianna.
— Si può tagliare? È maturo?
— Dammelo. —
Le loro mani si toccarono; Olénine prese quella della ragazza, che lo guardava sorridendo.
— Ti mariterai presto? —
Ella lo guardò severa, e si volse altrove.
— Ami tu Luca?
— Che te ne importa?<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|207|riga=si}}</noinclude>
— Lo invidio!
— Davvero!
— Te lo giuro.... sei così bella! —
Ebbe subito coscienza di ciò che diceva: era una cosa tanto volgare! Arrossì, si confuse ed afferrò le mani della ragazza.
— Bella o brutta, io non sono per te; perchè ti burli di me?
Ma gli occhi di Marianna smentivano le parole che diceva; ella sentiva benissimo che Olénine parlava sul serio.
— Credi pure che io non scherzo.... se tu sapessi come.... —
Quelle parole gli risonavano bugiarde, le trovava ancor più volgari, ancor più in disaccordo coi suoi sentimenti; pure continuò:
— Farei qualunque cosa per te!
— Vattene! cattivo che non sei altro! —
Ma gli occhi accesi di Marianna, il suo largo seno dicevano il contrario.
Olénine pensò che ella comprendeva la volgarità delle sue parole, ma che era al disopra di tali piccinerie, e che sapeva da molto tempo ciò ch’egli provava senza poterlo esprimere.
— Come non lo saprebbe, se è di lei che voglio parlare? Ella finge di non capirmi e non vuol rispondermi.
— ''A-u!'' — gridò ad un tratto Ustinka, distante pochi passi da loro, ed essi ne udirono il riso perlato. Vieni ad aiutarmi, Dmitri Andreitch! — gridò<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|211|riga=si}}</noinclude>I cardini stridettero, un profumo di piante aromatiche ed un odore di zucche sfuggirono dalla porta semiaperta. Marianna comparve sulla soglia. Egli non la vide che di sfuggita al chiaror della luna; ella richiuse vivamente la porta mormorando, ed Olénine l’udì allontanarsi.
Bussò di nuovo, ma nessuno rispose. Si avvicinò alla finestra e tese l’orecchio. Una voce d’uomo, stridente ed acuta, risonò d’un tratto accanto a lui.
— Ma benone! — gli disse a bruciapelo un piccolo cosacco col berretto bianco — ho veduto tutto! Ma benone! —
Olénine riconobbe Nazarka e rimase silenzioso, senza saper che dire nè che fare.
— Va’. È graziosa! Andrò dal capo del villaggio, dal padre; sapranno tutto. Ah! non le basta un solo adoratore, alla bella!
— Che vuoi tu dire?... Che ti occorre? — articolò finalmente Olénine.
— Niente affatto, farò il mio rapporto. —
Nazarka parlava forte per farsi udire.
— È furbo, il portabandiera! —
Olénine impallidiva, si sentiva perduto.
— Vieni qui! —
Egli afferrò violentemente il braccio del cosacco e lo trascinò verso la propria capanna.
— Non vi è stato nulla fra noi.... non mi ha lasciato entrare.... essa è una donna per bene!
— Lo vedremo!
— Ti pagherò.... Aspetta.... vedrai. —<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|215|riga=si}}</noinclude>veramente da temersi, che io mi perda mentre avrei potuto avere la rara felicità di sposare la contessa B***, di diventare ciambellano di Corte o almeno maggiordomo! Quanto siete tutti meschini e da disprezzarsi! Nessuno di voi conosce la vita e la felicità! Bisogna aver provato una volta, almeno, il suo incanto purissimo. Bisogna aver veduto e sentito ciò che io vedo e sento tutti i giorni, aver veduto le montagne con le loro nevi eterne, ed una donna splendida di una beltà primitiva, tal quale deve essere uscita la prima volta dalle mani del Creatore; saprebbero allora, coloro che mi compiangono, chi di noi è nel vero. Se sapeste come disprezzo le vostre illusioni ingannatrici! Quando guardo la mia capanna, la mia foresta, il mio amore, e i miei pensieri ritornano per un istante verso i saloni, verso le donne dai capelli finti, dalle labbra menzognere, dalle forme deboli destramente dissimulate, a quel balbettìo informe che pretende di essere uno scambio di pensieri e che non è niente meno che una balbuzie informe, il mio cuore si solleva dal disgusto. Vedo da lungi quei visi ebeti, quelle ricche fidanzate le quali sembrano dire: «Ti permetto di avvicinarmi, per quanto io sia ricca», quegli accoppiamenti schifosi, quegli eterni pettegolezzi e quella costante ipocrisia, quelle convenzioni ridicole che consistono nel sapere a chi dar la mano, a chi fare un cenno della testa, a chi dire una parola, e quella noia eterna che filtra nel sangue e passa di generazione in generazione, con l’idea che tutto ciò sia indispensabile.<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Tolstoj - I cosacchi, Firenze, Salani, 1915.djvu/220
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|218|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>peggio. Ah! se potessi essere cosacco come Luca, rubar de’ cavalli, assassinare, ubriacarmi e abbandonarmi, preso dal vino, sotto la sua finestra, forse ci comprenderemmo e potrei esser felice. Ho tentato di vivere così, ed ho veduto la mia debolezza e la mia corruzione. Non posso dimenticare il mio passato complicato e mostruoso, e l’avvenire mi sembra senza speranza. Contemplo questa catena di montagne nevose, questa magnifica donna, e mi dico con dolore che la sola felicità possibile sulla terra non è per me, e che questa donna non sarà mai mia. Ciò che provo di più crudele e di più dolce insieme, è che comprendo questa donna, e che ella non mi comprenderà mai, poichè ella è come la natura: bella, impassibile, concentrata. Ed io, creatura debole ed inferma, oso desiderare che ella comprenda la mia deformità e i miei tormenti! Ho passato delle notti insonni, sotto le sue finestre, senza potermi render conto di ciò che accadeva in me.
«Il 15 agosto la mia compagnia è andata a fare una recognizione: sono stato assente per quattro giorni. Ero triste e indifferente a ciò che mi accadeva d’attorno; la campagna, il giuoco, le feste, le discussioni sulle ricompense da ricevere tutto mi ripugnava più del solito. Sono ritornato stamani l’ho riveduta ho ritrovato la mia capanna, lo zio Jérochka, il mio vestibolo, donde ammiro le cime nevose, e sono stato invaso da un sentimente di gioia così nuovo che al fine mi sono capito; amo questa donna di un amore vero, immenso, unico. Non temo di abbassarmi per<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Tolstoj - I cosacchi, Firenze, Salani, 1915.djvu/223
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|221|riga=si}}</noinclude>
{{Centra|XXXIV.}}
Era tardi, quando, dopo aver finito di scrivere la sua lettera, Olénine entrò dal suo ospite. La vecchia era seduta su di una panca e filava la seta. Marianna, con la testa nuda, cuciva alla luce di una candela. Vedendo entrare Olénine ella saltò in piedi, e, prendendo il fazzoletto, andò verso il canto del fuoco.
— Rimani con noi, Marianna! — disse la madre.
— No! sono in capelli — e si arrampicò sul canto del fuoco.
Olénine vedeva il ginocchio e la gamba ben fatta di lei. Egli regalò alla vecchia del tè, ed ella gli offrì della ricotta, che Marianna portò per ordine suo; e dopo aver posato il piatto sulla tavola, risalì sul canto del fuoco. Olénine sentiva il suo sguardo. Parlò familiarmente con la vecchia, la quale, presa da un sentimento generoso, gli offrì dell’uva in guazzo, e<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|223|riga=si}}</noinclude>basta, ora dovrebbe rimaner tranquillo, ma no, spinge troppo le cose, lui!
— L’ho veduto un paio di volte durante la ricognizione; so che ha venduto un altro cavallo — disse Olénine volgendo uno sguardo verso la Marianna.
Dei grandi occhi neri scintillanti lo guardavano con severa inimicizia.
— Ebbene! — esclamò ad un tratto la Marianna — spende il proprio denaro e non fa male a nessuno. —
Balzò a terra ed uscì battendo la porta con violenza.
Olénine la seguì con lo sguardo. Quando la ragazza fu scomparsa, continuò a guardare la porta senza più ascoltare la vecchia Ulita.
Dopo pochi momenti vennero delle visite: un vecchio fratello di Ulita e lo zio Jérochka; erano seguìti da Marianna e da Ustinka.
— Buon giorno, — disse Ustinka con la sua voce flautata, rivolgendosi a Olénine — che fai tu costì fuori?
— Mi diverto.... — rispose egli.
Era confuso e si trovava a disagio. Avrebbe voluto andarsene ma non ne aveva il coraggio, e non poteva tacere. Il vecchio cosacco lo trasse d’impaccio; gli chiese del vino, e ne bevvero un bicchiere per ciascuno; poi Olénine ne prese ancora, e bevve con Jérochka; ma, più beveva, più sentiva il peso del cuore farsi grave. I due vecchi divenivano chiassoni. Le ragazze si erano rannicchiate nel canto del fuoco e<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|224|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>bisbigliavano guardando gli uomini che bevevano. Olénine beveva più degli altri. I vecchi cosacchi gridavano; la vecchia cercava di cacciarli fuori, e ricusava di servire ancora del vino.
Quando i convitati abbandonarono la stanza erano le dieci, chiedendo ad Olénine il permesso di finire la festa da lui. Ustinka ritornò a casa correndo. Jérochka condusse il vecchio cosacco da Vania; la vecchia se n’andò a mettere in ordine la dispensa, e Marianna rimase sola. Olénine era fresco e ben disposto come se si svegliasse allora; lasciò passare i due cosacchi e rientrò nella capanna.
Marianna andava a letto. Egli si avvicinò a lei, volle parlarle, ma la voce gli mancò. Ella si rannicchiò sul letto, ripiegando i piedi sotto di sè e stringendosi contro il muro; lo guardava silenziosa, con lo sguardo feroce e spaventato; Olénine le faceva paura, ed egli lo sentiva. Ebbe vergogna e pietà; eppure era contento di ispirarle un sentimento qualsiasi.
— Marianna, — disse — non avrai tu pietà di me, mai? Non posso dirti quanto ti amo! —
Ella si strinse ancor più verso il muro.
— È il vino, non sei te, che parla; tu non otterrai nulla!
— No, non sono ubriaco. Lascia Luca, ti sposerò io! —
E nel pronunziare queste parole, pensava: «Che ho detto?... lo ripeterò domani?...»
«Sì, certo, ora e poi!» rispondeva la sua coscienza.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|225|riga=si}}</noinclude>
— Mi sposerai tu? — aggiunse Olénine.
Ella lo guardò seriamente, lo spavento le era passato.
— Marianna! divengo pazzo! ordina,... farò ciò che vorrai. —
E altre parole, appassionatamente insensate, uscivano a fiotti dalla sua bocca.
— Che vai dicendo? — interruppe Marianna afferrando la mano, che Olénine le stendeva, non respingendola più e stringendola nelle sue mani dure e vigorose. — Che forse un gentiluomo può sposare una ragazza cosacca? Vattene!
— Se ti sposerò? farò per te tutto, al mondo....
— E che cosa faremo di Luca? — domandò ella, ridendo.
Egli svincolò la mano che Marianna teneva nelle sue, e strinse la ragazza fra le braccia; ma ella si liberò, balzò in piedi, e fuggì come una cerva spaventata. Olénine ritornò in sè con sgomento: ebbe orrore di sè stesso, ma non ebbe ombra di pentimento. Tornato a casa, non rivolse uno sguardo ai cosacchi seduti a tavola, ma si coricò e si addormentò di un sonno profondo, che da molto tempo non conosceva più.
{{Rule|8em}}<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|233|riga=si}}</noinclude>Ci schiaccerai sotto gli zoccoli del tuo cavallo! — disse ad un tratto seccamente e volgendosi altrove.
Luca era venuto di buon umore; il suo viso raggiava di felicità e di orgoglio; ma la freddezza di Marianna lo punse nel vivo, e aggrottò i sopraccigli.
— Monta sulla mia staffa, bella mia! ti porterò sulle montagne! — esclamò subitamente, come per cacciare i neri pensieri, e caracollando fra le ragazze, si chinò verso Marianna. — Ti abbraccerò! oh! come ti abbraccerò! —
Marianna alzò gli occhi verso di lui, incontrò il suo sguardo ed arrossì.
— Vattene, mi schiacci i piedi — diss’ella abbassando la testa e guardando le sue belle gambe calzate di calze turchine a frecce ricamate e le scarpe rosse, gallonate d’argento.
— Me ne vado a mettere nella stalla il mio cavallo — soggiunse Luca — e ritorno, con Nazarka, a far baldoria tutta la notte. —
Diede un colpo di ''nagaïka'' al suo cavallo, e girò nella via laterale. Giunse, seguìto da Nazarka, alle due capanne di fronte.
— Eccoci, torna presto!... — gridò Luca al suo compagno che discendeva alla capanna vicina, e passava con precauzione dal portone. — Buon giorno, Stepka! — gridò alla mutola che, vestita con l’abito delle feste, veniva a prendere il cavallo; le fece segno di dargli del fieno senza levargli la sella.
La muta ruggì rumorosamente, ed abbracciò il muso del cavallo, per esprimere che lo trovava bello.<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Musica e Musicisti, 1904 vol. II.djvu/191
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|||1}}</noinclude><!--{{Ct|f=200%|MADAMA BUTTERFLY}}
DI {{Ct|f=150%|G. PUCCINI}}
{{Ct|f=120%|'''FINALE-ATTO II. (Coro interno ed Orchestra''')}}
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<poem>{{smaller|''Proprietà G. RICORDI & C. Editori-Stampatori, MILANO.'' 110001
Tutti i diritti d'esecuzione, riproduzione, traduzione,
trascrizione e rappresentazione sono riservati}}</poem> {{x-smaller|''(Copyright 1904, by G. RICORDI & Co.)''}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|237|riga=si}}</noinclude>
— È così che andavo un giorno con Guirchik.... — cominciò Jérochka.
— Eh! tu non la finirai mai, con questi racconti! — disse Luca — io me ne vado. —
Vuotò il bicchiere, e stringendosi la cintura attorno alla vita, uscì.
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|238|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>
{{Centra|XXXVIII.}}
Annottava quando Luca ricomparve nella strada.
Era una notte di autunno fresca e calma. Il disco della luna appariva sopra le cupe cime dei platani che si ergevano da un lato della pubblica piazza. Il fumo che usciva dai camini si confondeva con la nebbia; alcuni lumi brillavano alle finestre. I canti, le risa, lo sgretolare dei semi si confondevano e si udivano più distintamente che di giorno. Nell’oscurità si intravedevano i fazzoletti bianchi delle donne ed i berretti a lungo pelo degli uomini.
Di faccia alla bottega illuminata era una folla di cosacchi e di donne, che ridevano e cantavano. Le ragazze, tenendosi per mano, ballavano in giro. La più magra e la meno bella intonava la canzone che incomincia:
<poem>
{{Smaller|A chi mi darò io?}}
{{Smaller|Forse al biondo? forse al biondo?}}</poem><noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|240|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>
La canzone diceva press’a poco così:
«Un bel giovane passeggia dietro il giardino; passa la prima volta per la via e fa segno con la mano, passa una seconda volta e fa segno col cappello, passa una terza e si ferma: — Volevo vederti, bella, e domandarti perchè non scendi in giardino; mi disprezzi tu, adorata? Sta’ bene attenta! ti sposerò e ti farò versare molte lacrime!»
Luca e Nazarka vennero a rompere il giro e lo ricominciarono con le ragazze. Luca entrò nel circolo e si mise a cantare con voce acuta, agitando le braccia.
— Venite avanti una di voi! — disse.
Le ragazze spingevano Marianna, che ricusava. Si udivano delle risate, delle percosse, dei baci e dei bisbigli.
Luca, passando dinanzi ad Olénine, gli fece un cenno amichevole con la testa.
— Sei venuto a veder la festa, Dmitri Andreitch! — gli disse.
— Sì! — rispose seccamente Olénine.
Beletsky si chinò verso Ustinka e le disse qualche parola all’orecchio. Ella non ebbe il tempo di rispondere, e ripassandogli davanti disse:
— Sta bene, verremo.
— E Marianna?... —
Olénine si abbassò verso la ragazza.
— Verrai? vieni;... non fosse altro che per un momento; debbo parlarti.
— Se vi andranno le altre, verrò anch’io.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|241|riga=si}}</noinclude>
— Mi risponderai? — domandò chinandosi di nuovo verso di lei — come sei allegra oggi! —
Ella si allontanò, ed egli la seguì. —
— Mi risponderai?
— A che cosa?
— A ciò che ti ho domandato ieri l’altro; mi sposerai? — le disse all’orecchio.
Marianna parve riflettere.
— Ti risponderò stasera — disse.
Il giovane, nonostante l’oscurità, vide i begli occhi di Marianna fermarsi su lui con uno sguardo carezzevole.
Continuò a seguirla; gli era dolce piegarsi verso di lei. Ma Luca, che continuava a cantare, l’afferrò per le braccia e la forzò ad entrare nel mezzo del circolo.
Olénine ebbe appena il tempo di dirle: «Vieni da Ustinka!» E raggiunse il suo compagno.
I canti cessarono; Luca si asciugò la bocca, Marianna fece altrettanto; e si baciarono.
— No, no, voglio cinque baci — esclamò Luca.
Al movimento lento e cadenzato del ballo era succeduto un continuo andare e venire, e scoppiavano allegre e rumorose risate.
Luca era animatissimo, e distribuiva delle ghiottonerie alle ragazze.
— Ce n’ho per tutte — disse con un’aria comica e solenne. — In quanto a quella che ama i militari, che lasci il ballo! — aggiunse gettando uno sguardo d’odio ad Olénine.<noinclude><references/>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|241|riga=si}}</noinclude>
— Mi risponderai? — domandò chinandosi di nuovo verso di lei — come sei allegra oggi! —
Ella si allontanò, ed egli la seguì.
— Mi risponderai?
— A che cosa?
— A ciò che ti ho domandato ieri l’altro; mi sposerai? — le disse all’orecchio.
Marianna parve riflettere.
— Ti risponderò stasera — disse.
Il giovane, nonostante l’oscurità, vide i begli occhi di Marianna fermarsi su lui con uno sguardo carezzevole.
Continuò a seguirla; gli era dolce piegarsi verso di lei. Ma Luca, che continuava a cantare, l’afferrò per le braccia e la forzò ad entrare nel mezzo del circolo.
Olénine ebbe appena il tempo di dirle: «Vieni da Ustinka!» E raggiunse il suo compagno.
I canti cessarono; Luca si asciugò la bocca, Marianna fece altrettanto; e si baciarono.
— No, no, voglio cinque baci — esclamò Luca.
Al movimento lento e cadenzato del ballo era succeduto un continuo andare e venire, e scoppiavano allegre e rumorose risate.
Luca era animatissimo, e distribuiva delle ghiottonerie alle ragazze.
— Ce n’ho per tutte — disse con un’aria comica e solenne. — In quanto a quella che ama i militari, che lasci il ballo! — aggiunse gettando uno sguardo d’odio ad Olénine.<noinclude><references/>
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Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|242|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>
Le ragazze gli strappavano di mano i dolci. Beletsky e Olénine si allontanarono.
Luca si tolse il berretto, si asciugò la fronte con la manica, e si avvicinò a Marianna e ad Ustinka.
— Mi disprezzi, bella mia? — disse ripetendo le parole della canzone; ed aggiunse con collera, rivolgendosi a Marianna soltanto: — Sta’ bene attenta, ti sposerò, e ti farò versare molte lacrime! —
Poi prese le due ragazze fra le braccia.
Ustinka si liberò e gli diede un colpo così forte nella schiena, che si fece male alla mano.
— Ballerete ancora? — domandò.
— Se le altre ragazze vogliono ballare, — rispose Ustinka — sono libere di farlo; in quanto a me, me ne vado a casa e conduco meco Marianna.
Il cosacco teneva sempre Marianna fra le braccia, e la trasse verso l’angolo oscuro della casa.
— Non andare con lei, Mariannina, va’ a casa, e poi ti raggiungerò io.
— Che cosa devo fare a casa? Bisogna divertirsi finchè è festa; andrò da Ustinka.
— Ti sposerò nello stesso modo; non pensare...
— Va bene, — disse Marianna — lo vedremo.
— Andrai a casa? — domandò seriamente Luca, stringendo più i la ragazza e baciandola sulla guancia.
— Va’, lasciami! —
Marianna si svincolò dalla stretta, e si allontanò.
— Oh! svergognata! — disse Luca crollando la testa con rimprovero — bada, finirà male! Ti farò<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|243|riga=si}}</noinclude>versare molte lacrime! — Le voltò la schiena e gridò alle altre ragazze: — Andiamo a giocare. —
Marianna si fermò, spaventata.
— Che cosa finirà male? — chiese.
— Ma.... ciò che fai...
— Che cosa, dunque?
— Tu fai all’amore col tuo inquilino, e non mi ami più.
— Faccio quello che voglio, nè ti deve riguardare: tu non sei nè mio padre nè mia madre.
Voglio far all’amore con chi mi piace.
— È dunque vero? — disse Luca. — Ebbene ricordatene! —
Ritornò verso la bottega.
— Olà, ragazze! — gridò — cantiamo un’altra canzone, e balliamo. Nazarka! va’ a prendere dell’acquavite.
— Ci verranno da Ustinka? — domandò Olénine.
— Sicuro, — rispose Beletsky — andiamo a fare i preparativi del ballo. —
{{Rule|8em}}<noinclude><references/></noinclude>
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</br></noinclude>
ch’ella è disposta ad essere del signor Tartufo; e passando seriamente, capisco che farci male se la distogliessi da questo partito. Con che ragioni vorrei mai dissuaderla? Il matrimonio non può essere più vantaggioso. Il signor Tartufo! bagattella! non è mica una piccola cosa. Il signor Tartufo, osservatelo bene, è un uomo che può tenere il bacino alla barba a chicchessia, e il diventare la sua cara metà e una bella sorte. Egli comincia di già ad essere stimato. La sua famiglia e nobile; è bello della persona; ed ha sopramercate rubiconda la faccia a le orecchie; con un tal marito, ella menerà una vita beata.
{{Sc|Marianna}}. Dio mio!...
{{Sc|Dorina}}. Che giubilo per lei il dì delle nozze!
{{Sc|Marianna}}. Ah, finiscila, te ne prego; inseguami un mezzo per evitare questo matrimonio. Ho deciso, son disposta à tutto, parla, che ho da fare?
{{Sc|Dorina}}. Che ha da fare? Vi è forse dubbio il dovere d’una figlia è quello di ubbidire al padre suo, volesse egli anche maritarla con una scimmia. Del resto, di che può ella lamentarsi? non è brillante la sua sorte? Lo sposino la porrà sopra un carretto e la condurra al suo paese: colà ella troverà un’abbondanza di zii e di cugini: che piacere a far conversazione con quella buona gente appena arrivata, ella sarà ammessa nel gran mondo: prima di tutto una visita alla pretoressa, poi un’altra a casa del signor sindaco, e madama le fara portar fuori un bel seggiolone di cuojo dorato. Nel carnevale, gran divertimenti, concerti e festini a più non posso, cioè una chitarra accompagnata da una piva, e forse anche qualche volta i burattini e le marionette. Che se mai lo sposino...
{{Sc|Marianna}}. Ah! tu mi fai morir d’affanno. Dammi piuttosto un qualche consiglio.
{{Sc|Dorina}}. Neppure per sogno.
{{Sc|Marianna}}. Deh. per amor del cielo! Dorina!
{{Sc|Dorina}}. Voglio castigarla, segua questo matrimonio.
{{Sc|Marianna}}. Mia cara!
{{Sc|Dorina}}. No. no.
{{Sc|Marianna}}. Se l’amor mio...
{{Sc|Dorina}}. Non ascolto nulla. Tartufo è marito suo, ella se lo godrà.
{{Sc|Marianna}}. Sai che mi sono sempre fidata di te sola: non mi...
{{Sc|Dorina}}. Non vi è remissione, ella deva essere tartufata.
{{Sc|Marianna}}. Ebbene! poichè non hai compassione del stato mio, lasciami dunque tutta in braccio alla mia disperazione: questa darà coraggio al mio cuore. So io come terminare tutti i miei guai. (''si volge per partire'')
</div><noinclude></noinclude>
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{{Centra|XXXIX.}}
La notte era già avanzata, quando Olénine lasciò la capanna di Beletsky con Marianna ed Ustinka. Il fazzoletto bianco della ragazza si scorgeva, nonostante l’oscurità. La luna scompariva all’orizzonte, una nebbia argentina avviluppava il villaggio. I lumi erano spenti, tutto era silenzio, non si udivano che i passi leggieri delle due donne che si allontanavano. Il cuore di Olénine batteva con forza; l’aria fredda della notte rianimò il suo viso ardente. Guardò il cielo, guardò la capanna lasciata in quel momento e ove tutto era già buio, e si rivolse verso il fazzoletto bianco, che scompariva fra la nebbia. Temette di rimaner solo; era così felice! Saltò giù dal vestibolo e corse a raggiungere le ragazze.
— Vattene! ti vedranno! — disse Ustinka.
— Che importa? —<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|245|riga=si}}</noinclude>
Olénine afferrò Marianna e la strinse a sè; ella non oppose resistenza.
— Non ti basta? — disse Ustinka. — Quando vi sarete sposati, avrai tanto tempo di abbracciarla!... aspetta fino allora.
— Addio, Marianna! Domani andrò a chiederti a tuo padre; non gli dir nulla intanto.
— Che cosa dovrei dirgli? — rispose Marianna.
Le ragazze fuggirono.
Rimasto solo, Olénine ricapitolò i suoi ricordi.
Aveva passato la serata con Marianna in un angolo, soli, dietro il canto del fuoco. Ustinka, le altre ragazze e Beletsky non avevano lasciato la stanza. Olénine parlava a bassa voce a Marianna.
— Mi sposerai?
— Sarai tu, forse, che non ne vorrai sapere di me! — rispose con calma e sorridendo.
— Mi ami tu? rispondi, in nome di Dio.
— Perchè non dovrei amarti? Tu non sei guercio — diceva Marianna ridendo e stringendo le mani del giovane nelle sue mani vigorose.
— Non scherzo, rispondi, acconsenti?
— Perchè no? se mio padre lo permette.
— Se tu m’inganni, divengo pazzo. Parlerò domani ai tuoi genitori. —
Marianna diede in una risata.
— Perchè ridi?
— Mi sembra così strano!
— Dico la verità; comprerò una capanna, un giardino; mi farò cosacco.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|248|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>
— Non v’è ragione di questionare!... gridava Luca — uscite dalla porta di mezzo.
— È vero, sarà la strada più corta — disse uno dei cosacchi, coperto di polvere, che montava un robusto cavallo.
Il viso di Luca era rosso e gonfio per gli eccessi della sera innanzi; il berretto gli era sdrucciolato sulla nuca.
— Che è stato? Dove andate? — domandò Olénine, facendosi capire a fatica.
— Andiamo a sorprendere gli abreks nascosti fra le rocce; partiamo subito, ma siamo pochi. —
I cosacchi avanzavano parlando e girando. Olénine si fece un dovere di accompagnarli, sperando di essere presto di ritorno. Si vestì, caricò la carabina, balzò sul cavallo sellato in fretta da Vania, e corse a raggiungere i cosacchi. Essi si erano fermati e spillavano del vino da un barile portato allor allora; ne versavano in una scodella di legno, e bevevano dopo una corta preghiera, al buon successo della loro spedizione.
Il comando dei cosacchi era stato preso da un giovane primo ufficiale, elegantissimo, giunto lì per caso. Ma il giovane primo ufficiale aveva un bel darsi delle arie di capo: i cosacchi non obbedivano che a Luca, e nessuno faceva attenzione a Olénine. Quando rimontarono in sella e partirono, Olénine si avvicinò al primo ufficiale e gli domandò di che cosa si trattava; ma il giovane, per il solito affabile, gli rispose dall’alto della propria grandezza. A fatica Olénine capì<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|251|riga=si}}</noinclude>rimanere testimone neutro della scaramuccia, eppoi era così felice!
Ad un tratto si udì una detonazione.
Il primo ufficiale si agitò, diede degli ordini, ma nessuno l’ascoltò: non guardavano che Luca, non obbedivano che a lui. Luca era calmo e solenne. Procedeva al lungo passo del suo cavallo, che gli altri non potevano seguire con eguale arditezza, e guardava lontano socchiudendo gli occhi.
— Ecco qualcuno a cavallo! — disse, stringendo la briglia e allineandosi coi compagni.
Olénine non vedeva ancora nessuno; i cosacchi avevano riconosciuto due cavalieri, e si dirigevano verso di loro.
— Sono gli abreks? — domandò Olénine.
Non si degnarono nemmeno di rispondere a quest’assurda domanda. Gli abreks non erano tanto sciocchi da passare il fiume coi loro cavalli.
— Sembra Radkia che ci faccia cenno; — disse Luca, accennando i cavalieri che adesso si distinguevano chiaramente — viene verso di noi. —
Dopo pochi momenti si poteva esser sicuri che i cavalieri erano realmente cosacchi della pattuglia. Il sottufficiale si avvicinò a Luca.
{{Rule|8em}}<noinclude><references/></noinclude>
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Il Libro dei Re/Il re Khusrev/8/XXVI
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione||tartufo|27}}</noinclude>{{IndentInverso}}
{{Sc|Dorina}}. Orsu! basta! venga qui, voglio lasciar andare la mia collera, ed aver tuttavia compassione di lei.
{{Sc|Marianna}}. Sentimi. Dorina, te lo dico chiaro, voglio piuttosto la morte che sostenere il tormento di un matrimonio.
{{Sc|Dorina}}. Non si crucci, si può evitare con destrezza... ma ecco il signor Valerio.
</div>
{{Ct|c=t2|SCENA IV.}}
{{Ct|c=t3|'''Valerio''' ''dal fondo a sinistra e'' {{Sc|dette}}.}}
{{IndentInverso}}
{{Sc|Valerio}}. Ho inteso a contare una certa istoria, che mi e nuova affatto, ed è bella veramente.
{{Sc|Marianna}}. Che cosa si conta?
{{Sc|Valerio}}. Che voi sposate Tartufo.
{{Sc|Marianna}}. E un fatto certo che mio padre si è cacciato in testa quest’idea.
{{Sc|Valerio}}. Ma vostro padre...
{{Sc|Marianna}}. Non è più quel di prima: e mi ha proposto questo nuovo partito.
{{Sc|Valerio}}. Come! dite da senno?...
{{Sc|Marianna}}. Dico da senno. Egli ha dichiarato di voler questo matrimonio ad ogni costo.
{{Sc|Valerio}}. E voi che cosa pensate di fare?
{{Sc|Marianna}}. Non lo so.
{{Sc|Valerio}}. Bella risposta! non lo sapete?
{{Sc|Marianna}}. No.
{{Sc|Valerio}}. No?
{{Sc|Marianna}}. Che cosa mi consigliate di fare?
{{Sc|Valerio}}. Io vi consiglio di sposare il signor Tartufo.
{{Sc|Marianna}}. Me lo consigliate voi?
{{Sc|Valerio}}. Sì.
{{Sc|Marianna}}. Da vero?
{{Sc|Valerio}}. Certamente. Il partito è splendido, e non bisogna insciarselo scappare.
{{Sc|Marianna}}. Ebbene, io accetto questo vostro consiglio.
{{Sc|Valerio}}. Dovreste anche dire che avete piacere ad accettarlo.
{{Sc|Marianna}}. Io ho tanto piacere ad accettarlo quanto voi ne avete avuto a darmelo.
{{Sc|Valerio}}. lo ve l’ho dato per secondare il vostro genio.
{{Sc|Marianna}}. Ed io lo accetto per appagare le vostre brame.
{{Sc|Dorina}} (''ritirandosi in fondo al teatro dice fra se:'') (Voglio stare a vedere come va a finire questo bel dialogo)
{{Sc|Valerio}}. Questo è l’amore che mi portate, è vero? Fu dunque un inganno quando...
{{Sc|Marianna}}. Lasciamo questo discorso, ve ne prego: voi mi avete detto francamente che sposi il signor {{Pt|Tar-|}}
<noinclude></div></noinclude><noinclude></noinclude>
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Paperoastro
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|28|tartufo|}}</noinclude><noinclude>{{IndentInverso}}
</br></noinclude>
{{Pt|tufo|Tartufo}}, ed io vi rispondo con eguale franchezza che intendo di seguire il vostro consiglio.
{{Sc|Valerio}}. Non andate a mendicare scuse a carico mio. Dite piuttosto che voi avevate già pigliato il vostro partito, o cogliete questo pretesto meschino per mancare alla vostra parola.
{{Sc|Marianna}}. Dite bene, così è di fatto.
{{Sc|Valerio}}. Certamente è così; e voi non mi avete mai voluto bene davvero.
{{Sc|Marianna}}. Ah! siete padrone di pensare come vi aggrada.
{{Sc|Valerio}}. Sì, sì, lo penso, ed è vero; ma il mio cuore oltraggiato imiterà il vostro esempio, e forse vi precederà. Credete che non troverò chi accetti il mio cuore e la mia mano?
{{Sc|Marianna}}. Oh! ne son certa; una persona di merito...
{{Sc|Valerio}}. Per amor del cielo, non parliamo del merito: ne ho pochissimo, lo so, e voi me ne date una prova, Ma spero di trovare indulgenza presso un’altra; e vi e taluna, la quale acconsentirà senza ripugnanza, non ne dubito, di accogliere un povero discacciato.
{{Sc|Marianna}}. Il povero discacciato dimenticherà facilmente, vicino ad un’altra, questo piccolo guajo.
{{Sc|Valerio}}. Persuadetevi che questo sara il mio studio principale. Un cuore che ci abbandona, eccita l’onor nostro a fare ogni sforzo par abbandonarlo; se non vi riusciamo, bisogna almeno dare a credere che vi siamo riusciti. I imperdonabile la viltà di coloro che si ostinano ad amare chi li ributta.
{{Sc|Marianna}}. Questo sentimento è nobile e gagliardo.
{{Sc|Valerio}}. E giusto; e nessuno lo disapproverà. E che pretendereste voi che io vi amassi sempre con una stupida costanza, e vedendomi dare in facela mia la mano ad un altro non mi offerissi anch’io ad un’altra, poichè più non son vostro?
{{Sc|Marianna}}. Io non pretendo nulla; fate di voi quel che vi piace; vorrei anzi che foste già soddisfatto.
{{Sc|Valerio}}. Lo vorreste?
{{Sc|Marianna}}. Sì.
{{Sc|Valerio}}. Ah! quest’insulto è troppo; vado subito a cou tentarvi. (''accenna di partire'')
{{Sc|Marianna}}. Va benissimo.
{{Sc|Valerio}}. (''tornando indietro''). Tenete bene a mente che siete voi stessa quella che obbliga il mio cuore a que sto grandissimo sforzo.
{{Sc|Marianna}}. Sì.
{{Sc|Valerio}}. (''tornando indietro ancora''). E che io prendo que sto partito per imitare il vostro esempio, e non altro.
{{Sc|Marianna}}. Bene! imitate pure il mio esempio, andate.
{{Sc|Valerio}}. Basta cosi! sarete ubbidita prontamente.
</div><noinclude></noinclude>
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Paperoastro
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione||tartufo|29}}</noinclude>{{IndentInverso}}
{{Sc|Marianna}}. Ottima cosa!
{{Sc|Valerio}}. (''tornando indietro un’altra volta''). Questa è l’ultima volta che mi vedete.
{{Sc|Marianna}}.Così sia.
{{Sc|Valerio}}. (''dopo aver fatti alcuni passi si rivolge e dice:'') Che?
{{Sc|Marianna}}. Eh?
{{Sc|Valerio}}. Mi avete chiamato?
{{Sc|Marianna}}. Io? sognate.
{{Sc|Valerio}}. Quand’è cosi, continuerò il mio cammino, Addio, Marianna. (''se ne va lentamente'')
{{Sc|Marianna}}. Addio, Valerio.
{{Sc|Dorina}}. (''a Marianna''). Che stravaganza è questa, perbacco io dico che il cervello le dà la volta: ho taciuto fin adesso, per vedere come andava a terminare questa contesa. Olà dico! signor Valerio! (''arresta Valerio pigliandolo per un braccio'')
{{Sc|Valerio}} (''fingendo di non voler fermarsi''). Ah! che vuoi tu fare, Dorina?
{{Sc|Dorina}}. Venga qui.
{{Sc|Valerio}}. No, no, sono in collera; lasciami eseguire quello ch’essa ha comandato.
{{Sc|Dorina}}. Si fermi, le dico.
{{Sc|Valerio}}. Oh, no ve’, ho deciso.
{{Sc|Dorina}}. Oh che pazienza!
{{Sc|Marianna}}. (Vedo che la mia presenza gli fa dispetto; è meglio che me ne vada.)
{{Sc|Dorina}}. (''lascia Valerio e corre ad arrestare Marianna dicendo:'') Or va via quella... dove corre, ehi?
{{Sc|Marianna}}. Lasciami.
{{Sc|Dorina}}. Bisogna tornare indietro
{{Sc|Marianna}}. No, no, Dorina, tu non mi tratterrai.
{{Sc|Valerio}}. (Capisco proprio ch’ella non può più tollerarmi; liberiamola; questo è il partito migliore.)
{{Sc|Dorina}}. (''lasciando Marianna ed inseguendo Valerio, grida:'') Oh diamine, un’altra volta? Finiamola, o ch’io!... non voglio più scherzi; vengano qua tutt’e due. (''piglia l’uno e l’altro per mano e li avvicina'')
{{Sc|Valerio}}. Ma qual pensiero è il tuo?
{{Sc|Marianna}}. Che intendi di fare?
{{Sc|Dorina}}. Intendo di cavare l’uno e l’altro da questo imbroglio, e rimetterli in pace. (''a Valerio'') Che pazza contesa va a mettere in piedi?
{{Sc|Valerio}}. Non hai tu inteso in che modo mi ha parlato?
{{Sc|Dorina}}. (''a Marianna''). Perchè mai lasciarsi dominare così dal dispetto?
{{Sc|Marianna}}. Hai ben veduto come mi ha trattato.
{{Sc|Dorina}}. Pazzi tutt’e due. (''a Valerio'') Ella non desidera altro che d’essere la sposa di vossignoria: io posso farne
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|30|tartufo|}}</noinclude><noinclude>{{IndentInverso}}
</br></noinclude>
testimonianza. (''a Marianna'') Egli ama lei sola e brama di sposarla; questo è il più vivo suo desiderio; lo ne faccio fede.
{{Sc|Marianna}} (''a Valerio''). A che pro dunque darmi quel consiglio?
{{Sc|Valerio}} (''a Marianna''). A che pro domandarmi consiglio in un tale affare?
{{Sc|Dorina}}. Pazzi! pazzi! lo ripeto. Qua a me la mano tutte due. (''a Valerio'') Dia qua la sua.
{{Sc|Valerio}} (''dando la mano a Dorina''). Che vuoi fare della mia mano?
{{Sc|Dorina}} (''a Marianna''). Qua anche la sua.
{{Sc|Marianna}} (''dando la mano a Dorina''). A che serve tutto ciò?
{{Sc|Dorina}}. Oh per amor del cielo! non perdiam tempo; (''unisce le due mani e dice:'') così! Io so che si amano scambievolmente più di quello che credono. (''Valerio e Marianna si tengono alquanto per la mano senza guardarsi'')
{{Sc|Valerio}}. (''si rivolge a Marianna e dice:'') Non fate le cose per forza; mettete giù lo sdegno e guardatemi. (''Marianna si rivolge a Valerio con un sorriso'')
{{Sc|Dorina}}. Bisogna proprio dire che gli amanti son veri matti.
{{Sc|Valerio}} (''a Marianna''). Ma dite adesso; non mi dolsi a ragione io di voi? Confessate la verità; non fu crudeltà la vostra, di dirmi una cosa che dovea tormentarmi?
{{Sc|Marianna}}. E voi, dite, non siete un ingratissimo?...
{{Sc|Dorina}}. Questa disputa si fara in un altro tempo: adesso bisogna pensare a mandare a monte quel maledetto matrimonio.
{{Sc|Marianna}}. Sentiamo quale strada vuoi tenere.
{{Sc|Dorina}}. Le strade son varie, ma in ogni modo la vinceremo. (''a Marianna'') Il progetto del suo signor padre è un sogno. (''a Valerio'') Quest’altro matrimonio è una chimera. (''a Marianna'') Io direi per altro ch’ella desse a vedere di secondar sommessamente lo strano desiderio del signor padre, perchè in questo modo, se mai le cose piegassero male, ella potrà appigliarsi al partito di menar quelle nozze per la lunga, tanto che si possa trovare rimedio per evitarle; chi può acquistar tempo acquista tutto: ora potrà dirsi malata e domandar che si differisca fin che sia ristabilita; ora metterà in campo funesti presagi che l’avranno atterrita; avrà incontrato un funerale nell’uscire di casa; avrà spezzato uno specchio, o fatto un qualche brutto sogno. In conclusione, ella non potrà mai essere maritata ad un altro, se colla sua propria bocca non dice: sì. Ma perchè i nostri maneggi riescan bene, io prego lor signori di separarsi, e non farsi mai vedere uniti. (''a Valerio'') Ella se ne vada; e procuri coll’assistenza de’ suoi amici di farsi
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Paperoastro
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione||atto secondo|31}}</noinclude><noinclude>{{IndentInverso}}
</br></noinclude>
mantenere quello che le fu promesso; (''a Marianna'') e noi andiamo a tirar dalla nostra parte la signora madre e suo fratello. (''a Valerio'') Su. vada, stia bene.
{{Sc|Valerio}} (''a Marianna''). Noi faremo ogni sforzo possibile, ma la mia speranza maggiore è riposta in vol.
{{Sc|Marianna}} (''a Valerio''). Io non so se potrò piegare mio padre; ma so che se non sarò vostra non sarò di nessuno.
{{Sc|Valerio}}. Oh dolci parole! ora posso sfidare...
{{Sc|Dorina}}. Che ciarloni instancabili sono gli amanti! vada via, le dico!
{{Sc|Valerio}} (''tornando indietro''). Ora finalmente...
{{Sc|Dorina}}. Ma vogliam finirla una volta? Vada là, ed ella venga di qua. (''in questo modo Dorina li separa quasi per forza. Valerio esce dal fondo a sinistra. Marianna e Dorina entrano nell’appartamento d’Elmira''.)
</div>
{{Ct|t=6|v=6|{{Sc|fine dell’atto secondo}}.}}<noinclude></noinclude>
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{{Rule|4em}}
{{Ct|c=t2|SCENA I.}}
{{Ct|c=t3|'''Damide, Dorina,''' ''dal fondo a destra''.}}
{{IndentInverso}}
{{Sc|Damide}}. Venga subito una saetta ad incenerirmi, dica le gente che sono un facchino vilissimo, se vi è al mondo forza o rispetto capace di frenare il mio furore. Tant’èt ho giurato di fare uno sproposito!
{{Sc|Dorina}}. Di grazia, moderi un po’ questo suo fuoco. Finora il suo signor padre ne ha detto soltanto una parola. Non sempre si fa tutto quel che si propone, poichè, come dice il proverbio, dal detto al fatto vi è un gran tratto.
{{Sc|Damide}}. No, no, tocca a me a troncare tutti i raggiri di colui: io voglio dirgli due parole all’orecchio.
{{Sc|Dorina}}. Per amor del cielo! non faccia rumore nè con lui, né col signor padre; lasci fare alla signora madre: essa ha qualche potere sull’animo di Tartufo: vedo che verso di lei egli suol mostrarsi compiacentissimo, direi quasi che n’è invaghito: volesse il cielo che questo fosse! potremmo fare un bel giuoco. Insomma, ella mi ha mandato adesso a chiamarlo, che vuol discorrere con lui su questo matrimonio, ella spera di scoprire che cosa egli abbia ideato, e vuol poi fargli conoscere quali disordini son per nascere, se mai egli seconda questo insensato progetto. Il suo servo non ha voluto che gli parli perchè dice che sta in orazione; mi ha però assicurato che a momenti sarebbe uscito. Vada via, dunque, la prego, lasci che lo aspetti per fare l’ambasciata.
{{Sc|Damide}}. Posso ben udire anch’io questo discorso.
{{Sc|Dorina}}. Non mai. Bisogna lasciarli soli.
{{Sc|Damide}}. Non dirò nulla.
{{Sc|Dorina}}. (''ridendo''). Benissimo! non dirà nulla! Ella ba troppo impeto, signorino, e guasterebbe tutto. Vada.
{{Sc|Damide}}. No, lascia che stia qui, non andrò in collera, lo prometto.
{{Sc|Dorina}}. Oh, che seccatura! Recolo, presto, si ritiri. (''Damide si nasconde nel gabinetto a sinistra'')<noinclude></noinclude>
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Paperoastro
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{{Sc|Damide}}. Venga subito una saetta ad incenerirmi, dica le gente che sono un facchino vilissimo, se vi è al mondo forza o rispetto capace di frenare il mio furore. Tant’èt ho giurato di fare uno sproposito!
{{Sc|Dorina}}. Di grazia, moderi un po’ questo suo fuoco. Finora il suo signor padre ne ha detto soltanto una parola. Non sempre si fa tutto quel che si propone, poichè, come dice il proverbio, dal detto al fatto vi è un gran tratto.
{{Sc|Damide}}. No, no, tocca a me a troncare tutti i raggiri di colui: io voglio dirgli due parole all’orecchio.
{{Sc|Dorina}}. Per amor del cielo! non faccia rumore nè con lui, né col signor padre; lasci fare alla signora madre: essa ha qualche potere sull’animo di Tartufo: vedo che verso di lei egli suol mostrarsi compiacentissimo, direi quasi che n’è invaghito: volesse il cielo che questo fosse! potremmo fare un bel giuoco. Insomma, ella mi ha mandato adesso a chiamarlo, che vuol discorrere con lui su questo matrimonio, ella spera di scoprire che cosa egli abbia ideato, e vuol poi fargli conoscere quali disordini son per nascere, se mai egli seconda questo insensato progetto. Il suo servo non ha voluto che gli parli perchè dice che sta in orazione; mi ha però assicurato che a momenti sarebbe uscito. Vada via, dunque, la prego, lasci che lo aspetti per fare l’ambasciata.
{{Sc|Damide}}. Posso ben udire anch’io questo discorso.
{{Sc|Dorina}}. Non mai. Bisogna lasciarli soli.
{{Sc|Damide}}. Non dirò nulla.
{{Sc|Dorina}}. (''ridendo''). Benissimo! non dirà nulla! Ella ba troppo impeto, signorino, e guasterebbe tutto. Vada.
{{Sc|Damide}}. No, lascia che stia qui, non andrò in collera, lo prometto.
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Cruccone
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||— 297 —|riga=si|}}</noinclude>esistono poco sotto il colle i ruderi di un ospizio romano in laterizii, lungo 65 m., largo 16 m., con quattro camerette ad un estremo e diviso trasversalmente da un muro, normale al lato maggiore. Vicino all’ospizio si possono seguir le traccie di un posto militare, ''o vallo'' romano quadrato, in terra, circuito da un fosso quasi ricolmo, di circa 6O m. di lato, ed a conferma della remota antichità di questo valico, si trova sullo stesso piano un’area sacra al culto Druidico, cinta di grossi ed informi scogli, posti di tre in tre metri su una periferia quasi circolare di 72 metri di diametro: questo monumento è un ''Kromlek'' celtico, il solo di tal genere in Italia, ed è dai pastori chiamato le ''Cercle'' o ''Conseil'', altrimenti ''Concert'' o ''Camp d’{{Wl|Q36456|Annibal}}''. È fuor di dubbio che questo giogo serviva ai ''Salassi'' ed ai ''Lugdunesi'' pel reciproco transito avanti l’invasione romana e l’apertura del Gran S. Bernardo: oggidì è dai più accolta l’opinione che per esso sia sceso in Italia il gran duce Cartaginese per la coincidenza di molti nomi e dati, senza però che abbia dovuto spaccar coll’aceto bollente i dirupi, come narra {{AutoreCitato|Tito Livio|Tito Livio}} enfaticamente. I Romani l’appellarono ''Saltus'' o ''Mons Grajus'' ed il detto storico padovano ''Cremonis jugum'', il che in celtico idioma significava ''alta e scoscesa montagna'', nome rimasto fino ai nostri giorni al ''Cramont'', che costeggia e serra la valletta della Thuile, dividendola da quella della Seigne, di fronte al Monte Bianco. Il Piccolo S. Bernardo non assunse questo nome che molto tardi: nel 1500 chiamavasi ancora ''Mont Jouvet'', per contrapposto al ''Mont Soux (Mons Jovis)'' dei Romani, oggi Gran S. Bernardo. Magnifica è la vista che su questo si gode dal vasto piano del giogo, coperto d’ottimi pascoli, e meglio ancora dalle vicine e comode vette del ''Belvèdère'' e del ''Valèsan'', sul quale a 3335 m., le truppe sarde nel 1793 avevano costruito un ridotto.
In tre ore si scende alla cittaduzza di ''Bourg-Maurice'' nella Tarantasia, passando per ''St. Germain'', villaggio assai ripido, e ''Scez''; anche su questo versante assai bello e variato il panorama dell’alta valle dell’Isère e delle vette savojarde. La vettura postale da Bourg-Maurice ci porta in quattro ore e mezza a ''Montier-sen-Tarentasie'', presso cui si cava il sal gemma, indi ad ''Albertville'' (315 m.), graziosa cittadina di 5,100 abitanti, che cambiò nel 1835 l’antico suonome l’''Hôpital'' in quello attuale in onore di {{AutoreCitato|Carlo Alberto di Savoia|''Carlo Alberto''}}: un tronco di ferrovia la riunisce a ''St. Pierre d’Albigny'', stazione della ferrovia internazionale del Frèjus.
Ed ora due parole sul Gran S. Bernardo e suoi vicini nelle eccelse Alpi Pennine. Questi intanto si riducono a ben poca cosa: citiamo il ''Col du Gèant'' (3362 m., nevi e ghiacci perpetui, solo per alpinisti e con guide) dalla Dora all’Arve; poi il ''Col Ferret'' (s., 2536 m.) il vicinissimo ''Col de la Fenêtre'' del Gran S. Bernardo (m. s., 2699 m.) e l’altro ''Col de la Fenêtre de Bagne'' o della ''Chermontane'' (m. s., 2786 m.), che tutti dalla valle della ''Drance'', affluente del Rodano, mettono in quella del ''Butlier'', che si getta nella Dora Baltea in mezzo agli estesi vigneti d’Aosta. Ancor più ardui sono i colli di ''Collon'' (3150 m.), ''du Mont Brulè'' (3169 m.), ''des Bouquetins'' (3418 m.), di ''Valpelline'' (3662 m.), tutti fra ghiacci eterni, nel tratto fra il Grand Combin ed il Cervino; men disagiato e molto battuto dai toristi pur di forza mediocre è il ''St. Theodule'' (3322 m., mulattiera assai percorsa nei secoli andati dai mercanti di vino), da Val d’Aosta al Vallese e tuttodì fornito d’un piccolo albergo alla sommità, in pieno ghiacciajo. Ma di esso e del Gran S. Bernardo fino all’Ospizio i lettori già conoscono le poetiche pagine dell’amico carissimo {{AutoreCitato|Giuseppe Corona|G. Corona}}, a cui l’eco avrà portato, fra gli splendori clamorosi dell’Esposizione d’Anversa, l’annunzio che il Club Alpino Italiano ha intitolato col suo nome la nuova Capanna della ''Tour'' sul nostro versante del Cervino, a 4000 m., da lui tanto caldamente propugnata e giudiziosamente scelta: gui-<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione||atto terzo|33}}</noinclude>{{Ct|c=t2|SCENA II.}}
{{Ct|c=t3|'''Tartufo''' ''dal fondo a destra, e'' '''Dorina'''.}}
{{IndentInverso}}
{{Sc|Tartufo}} (''entrando sulla scena e veduta Dorina, dice a Lorenzo che è di dentro ad alta voce'':) Lorenzo, mettete via in mia disciplina e il mio cilicio, e fate orazione, affinchè il cielo vi assista; se mai alcuno cercasse di me, lo vado adesso a visitare i carcerati: bisogna che distribuisca loro qualche limosina.
{{Sc|Dorina}}. (Che ciarlatano! che impostore!)
{{Sc|Tartufo}}. Che volete?
{{Sc|Dorina}}. Voglio dirle...
{{Sc|Tartufo}}. (''cavando un fazzoletto di tasca e porgendolo a Dorina senza mirarla''). Per amor di Dio! sorella, pigliate prima questo fozzoletto.
{{Sc|Dorina}}. Che ho da farne?
{{Sc|Tartufo}}. Coprite quel vostro seno; io non posso vedervi così scoperta; la vista di certe cose fa nascere pensieri peccaminosi, e l’anima ne soffre.
{{Sc|Dorina}}. Cospetto! bisogna ben dire ch’ella patisca fortemente le tentazioni, e massime quelle della carne! quanto a me, non ho mai conosciuto questi desiderii così pronti, così ardenti, e quand’anche vedessi il corpo di vossignoria nudo dal capo ai piedi, tutto il suo carname non mi desterebbe nessun appetito.
{{Sc|Tartufo}}. O parlate più modestamente, o vi lascio.
{{Sc|Dorina}}. No, no, tocca a me a lasciarla in quiete; dico due parole, e me ne vado. La padrona desidera di parlare con lei; verrà giù a momenti, e desidera che vossignoria aspetti in questa sala terrena, se le piace.
{{Sc|Tartufo}}. Oh Dio! ben volentieri.
{{Sc|Dorina}}. (Vedi come gongola! oh nessuno potrà levarmi dal capo la mia opinione.)
{{Sc|Tartufo}}. Verrà ella presto?
{{Sc|Dorina}}. Viene alcuno; è dessa, se non m’inganno, sl, e dessa: io li lascio in libertà. (''parte dal fondo a destra'')
</div>
{{Ct|c=t2|SCENA III.}}
{{Ct|c=t3|'''Elmira''' ''dal suo appartamento, e'' '''Tartufo'''.}}
{{IndentInverso}}
{{Sc|Tartufo}}. L’infinita bontà celeste, le dia sempre la salute dell’anima e del corpo, e benedica i suoi giorni, o signora, quanto lo desidera il più umile fra tutti quelli che amano Iddio.
{{Sc|Elmira}}. Son moito grata a questo pio complimento. Ma sediamo, che starem meglio.
</div><noinclude>{{PieDiPagina|||3}}</noinclude>
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Autore:Ieronimo di Rodi
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{{Autore
| Nome = Ieronimo di Rodi
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Categoria:Pagine in cui è citato Ieronimo di Rodi
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Panz Panz
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Ieronimo di Rodi}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Rodi, Ieronimo di]]
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text/x-wiki
{{Vedi anche autore|Ieronimo di Rodi}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Rodi, Ieronimo di]]
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Autore:Aristobulo di Cassandrea
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Panz Panz
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{{Autore
| Nome = Aristobulo di Cassandrea
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Categoria:Pagine in cui è citato Aristobulo di Cassandrea
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text/x-wiki
{{Vedi anche autore|Aristobulo di Cassandrea}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Cassandrea, Aristobulo di]]
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Autore:Menecmo di Sicione
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{{Autore
| Nome = Menecmo di Sicione
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| Attività = storico
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Categoria:Pagine in cui è citato Menecmo di Sicione
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Menecmo di Sicione}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Sicione, Menecmo di]]
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text/x-wiki
{{Vedi anche autore|Menecmo di Sicione}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Sicione, Menecmo di]]
cc2emz0k1bms388fegr4h2e9tmb5tyx
Autore:Fania di Ereso
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Panz Panz
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Fania di Ereso | Cognome = | Attività = storico/filosofo | Nazionalità = greco antico | Professione e nazionalità = }}
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text/x-wiki
{{Autore
| Nome = Fania di Ereso
| Cognome =
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| Professione e nazionalità =
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Categoria:Pagine in cui è citato Fania di Ereso
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Panz Panz
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Fania di Ereso}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Ereso, Fania di]]
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text/x-wiki
{{Vedi anche autore|Fania di Ereso}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Ereso, Fania di]]
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Pagina:Molière - Il Tartufo (1903).djvu/34
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|34|tartufo|}}</noinclude>{{IndentInverso}}
{{Sc|Tartufo}} (''seduto''). Come si sente ella? si è riavuta del tutto?
{{Sc|Elmira}} (''seduta''). Perfettamente; la febbre fu di cortissima durata.
{{Sc|Tartufo}}. Io non ho speranza che questa sia una grazia conceduta alle mie orazioni; esse non valgono tanto, ma l’assicuro che non avevano altro scopo tranne la sua guarigione.
{{Sc|Elmira}}. Ella s’è preso troppo disturbo.
{{Sc|Tartufo}}. Non si può far troppo quando si tratta della sua cara salute; e perch’ella potesse ricuperarla, avrel data la mia di tutto cuore.
{{Sc|Elmira}}. Questo è un eccesso di carità cristiana; io la ringrazio di tanta bontà.
{{Sc|Tartufo}}. Oh! questo è un nulla, guardando al suo merito.
{{Sc|Elmira}}. Ho bisogno di farle un discorso in segretezza, ed ho piacere che qui nessuno ci possa ascoltare.
{{Sc|Tartufo}}. E anch’io ne ho piacere; oh, che consolazione è la mia di trovarmi solo con lei; quest’occasione l’ho domandata lungamente al cielo, ma finora non ho po tuto averla mai.
{{Sc|Elmira}}. Quel ch’io desidero è di parlarle col cuore in mano, e ch’ella faccia altrettanto con me. (''qui Damide apre un tantino la porta del gabinetto per poter udire questo dialogo, ma non si dà a vedere'')
{{Sc|Tartufo}}. Ed io pure domando il favore prelibato di aprira a lei il mio cuore, ed assicurarla che se ho fatto un po’ di rumore per la gente che viene in folla a farle visita, non fu questo già effetto di mal animo alcuno verso di lei; ma fu anzi tutta opera di zelo e d’un sentimento.
{{Sc|Elmira}}. Così infatti ho sempre creduto anch’io; so che le sta a cuore la salute dell’anima mia.
{{Sc|Tartufo}} (''piglia la mano d’Elmira e stringendola forte, dice:'') Ah sì! E il mio zelo à tale...
{{Sc|Elmira}}. Oimè! ella mi fa male.
{{Sc|Tartufo}}. E il grande zelo che mi stimola. Per altro pensi ella se vorrei farle male giammai; io bramerei invece... (''mette la mano sul ginocchio d’Elmira'')
{{Sc|Elmira}}. Che fa con quella mano?
{{Sc|Tartufo}}. Palpo questa sua veste: è una stoffa morbida morbida...
{{Sc|Elmira}}. Levi via quella mano, la prego, io patisco il solletico. (''ritira la sua seggiola, e Tartufo la segue avvicinando la sua'')
{{Sc|Tartufo}} (''mettendo te mani sul fisciù d’Elmira''). Oh Dio! che bel merletto! al di d’oggi le arti fanno miracoli; son proprio arrivate alla perfezione tutte quante.
{{Sc|Elmira}}. È verissimo. Ma ascolti adesso quel che voglio
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione||atto terzo|35}}</noinclude><noinclude>{{IndentInverso}}
</br></noinclude>
dirle. Corre voce che mio marito abbia ideato di dare a lei la figlia sua, maneando così di parola ad un’altra persona. Dica, è vera questa cosa?
{{Sc|Tartufo}}. Me ne ha detto una parola: ma se ho a dirle il vero, signora, questa non è altrimenti quella felicità ch’io sospiro; al non è quello l’oggetto maraviglioso delle mie fervide brame!
{{Sc|Elmira}}. Capisco. Le bellezze terrene non fan per lei.
{{Sc|Tartufo}}. Il mio cuore non è di pietra però.
{{Sc|Elmira}}. Sì; ma io son persuasa che il cielo sia la meta di tutti i suoi desiderii e che nulla le possa piacere quaggiù.
{{Sc|Tartufo}}. La brama delle bellezze eterne non ammorza in noi quella delle temporali; è cosa ragionevole che le opere perfette del Creatore formino la delizia dei nostri sensi; è un raggio riflesso della sua luce quel che brilla nelle donne avvenenti; ma in lei è vivace più che mai questo raggio; lo vedo spiegato un tal tesoro di bellezza in questo volto che abbaglia la vista e capisce il cuore. Ah creatura veramente perfetta! appena io posi in te lo sguardo, fui costretto ad ammirar fonnipotenza del Creatore, e m’innamorai tosto perdutamente di te, come d’un bellissimo ritratto in cui l’autore della natura abbia rappresentato sé stesso. Ebbi al principio una gran paura che questa segreta inclinazione potesse essere un inganno diabolico; e allora il mio cuore fece perfino la gran risoluzione di fuggire lontano da lei, o mia signora, credendo ch’ella potesse diventare un ostacolo alla mia eterna salute: ma finalmente ho veduto, o mia bellezza adorata, che la mia passione poteva essere innocente, e che poteva andare d’accordo colla santa verecondia; allora l’accolsi con grandissimo piacere nel mio cuore: sara forse troppo grande l’ardire che io mostro coll’offrirle il mio cuore, ma io confido che la sua clemenza vorrà supplire alla fragilità mia; in lei io ho riposto ogni mio bene, tutte le mie speranze e la pace dell’anima inia; da lei dipende il mio corruccio o la mia beatitudine; io aspetto insomma ch’ella dica se le piace ch’io sia sciagurato o felice.
{{Sc|Elmira}}. Questa dichiarazione è gentile veramente; ma se ho a dire il vero, essa mi fa una gran maraviglia: mi pare ch’ella avrebbe dovuto armarsi di coraggio, frenare l’impeto del suo cuore, e fare un po’ i suoi conti prima di palesarla. Una persona divota, un santerello suo pari, conosciuto da tutti per...
{{Sc|Tartufo}}. Ah, cara signoral erede ella che un divoto non sia anch’egli un uomo? e che non abbia un cuore? or questo cuore, lo ha vinto ella colla sua beltà celeste;
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Paperoastro
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|36|tartufo|}}</noinclude><noinclude>{{IndentInverso}}
</br></noinclude>
e non ha potuto far conti. Capisco che potrà parere strano, udito da me, questo discorso: ma io in conclusione non sono mica un angelo; e se vi è colpa nelle mie parole, la colpa è tutta di quel viso amabile. Appena lo vidi il suo sovrumano splendore: ecco, diasi, ecco la mia sovrana; lo sguardo suo celeste fece forza al mio cuore che voleva fare contrasto. Ah, fa onnipossente quel primo sguardo! poichè da quello io non potei difendermi in nessun modo. Non valsero i miei digiuni, furon vane le orazioni, non giovarono le lagrime: quello sguardo trionfo di tutto e mi fece schiavo di quel viso adorato! Oh quante volte io mi sono sforzato di palesarle l’amor mio per via d’occhiate e per via di sospiri! Non fui inteso; onde mi spiego adesso più chiaramente colle parole. Ah! se a lef piace di volgere un’occhiata benigna allo stato dolente del triboJato ed indegno suo servo, se l’infinita bontà di lei si degun di consolarmi abbassandosi fino al mio nulla, io le prometto, o mia dolcissima speranza, una divozione fervorosa e costante. Ella deve anche pensare che il suo onore non correrà meco alcun rischio. Tutti cotesti amanti cortigiani che fanno perdere il cervello alle donne, fanno le cose loro rumorosamente, e ne menano vanto poi gloriandosi tuttodi senza discrezione delle loro prodezze. Appena hanno ottenuto un favore, lo vanno a propalare tosto con grande imprudenza. Guai a quella donna che si fida di loro: essi han per uso d’infamare l’oggetto che adorano! Ma le persone della mia qualita sanno tener coperti i loro amori prudentemente, ed il segreto non è violato giammai La persona che fa all’amore con noi può fidarsi interamente, poiché noi prendiamo una gran cura per conservare il buon nome: in conclusione, noi offriamo amore senza scandalo e diletto senza paura.
{{Sc|Elmira}}. Io sto qui ad ascoltarla; veramente ella ha spiegato adesso un’eloquenza vigorosa e franca. Non teme ella che mi salti in capo la voglia di rivelare a mic marito questa sua galante divozione, e che questa novita non raffreddi in lui l’amicizia che ha per vossignoria?
{{Sc|Tartufo}}. Ah! in so quanta è la bontà sua, e. spero che vorrà perdonare la mia temerita; ella vorrà attribuire alla fragilita umana i trasporti di quest’amore, se l’hanno offesa; ella esamini sé stessa e consideri ch’io non sono cieco e che sono di carne.
{{Sc|Elmira}} Chi sa in che modo un’altra si conterrebbe in questo caso? quanto a me, voglio usare prudenza. Io le prometto dunque che mio marito non ne sapra nulla ma voglio una cosa da lei, ed è che si adoperi {{Pt|leal-|}}
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Paperoastro
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione||atto terzo|37}}</noinclude><noinclude>{{IndentInverso}}
</br></noinclude>
{{Pt|mente|lealmente}} e senza alcuna finzione per far sollecitare le nozze di Marianna col signor Valerio, e che pensi a rinunciare affatto ad una felicità che appartiene ad un altro, e...
{{Ct|c=t2|SCENA IV.}}
{{Ct|c=t3|'''Elmira, Damide''' ''e'' '''Tartufo'''.}}
{{IndentInverso}}
{{Sc|Damide}} (''uscendo dal gabinetto dove stava nascosto''). No, signora madre, no; questa cosa non deve passare sotto silenzio. Stando la dentro ho inteso tutto; la fortuita amica mi ha fatto entrare in quel gabinetto, per mettermi in mano un mezzo con cui abbassare l’orgoglio di questo traditore che sta fabbricando la mia rovina; io potrò cosi vendicarmi della sua insolenza e della sua ipocrisia, potrò disingannare mio padre, e fargli conoscere l’anima di questo scellerato che parla d’amore.
{{Sc|Elmira}}. No, Damide; basta che migliori la sua condotta, e procuri di meritarsi la grazia ch’io gli ho fatta. Giacche ho promesso di perdonargli, non rendete vana la min parola; non mi piace il rumore in certe cose; una donna onesta ride di cotali stolidezze, e non le riporta mal al marito.
{{Sc|Damide}}. Stara bene ch’ella taccia, e sta bene altresì ch’io par: sarebbe fin cosa ridicola il perdonargli; la sua petulante impostura ha trionfato anche troppo, e troppi disordini sono avvenuti in casa nostra por causa sua. Quella birba ha dominato abbastanza nostro padre, e ha goduto finora di nuocere all’amor mio e a quel di Valerio: il perfido sarà umiliato; è venuto il giorno del disinganno il cielo ne affida il facile incarico a me. O quanto io ringrazio la provvidenza, che mi offre una sì bella occasione le si vorrebbe che la lasciassi andare? oh non sarà mai! poichè l’averla in pugno e non valermene, sarebbe un meritare che mi fosse ritolta.
{{Sc|Elmira}} Damide...
{{Sc|Damide}} La prego, non mi dica nulla: io intendo di fare a modo mio. Il mio cuore è pieno tutto d’allegrezza: io comincio già a gustare il piacere della vendetta; ella non potra mai indurmi a rinunciarvi. Quest’affare, senza preamboli, deve essere terminato qui subito, giacche vedo appunto che arriva quegli che fa di bisogno.
</div>
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Cruccone
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||— 296 —|riga=si|}}</noinclude>deremo soltanto con quattro parole il lettore per la discesa del giogo del Gran S. Bernardo, a Martigny. Fino alla ''Cantine de Proz'' (1802 m.) la mulattiera scende per la ''Valle dei Morti'', nome di mal augurio ben meritato, l’''Hospitalet'', (due capanne ed una ''caséra''), ed il ''passo di Marengo'': alla ''Cantine'' ricomincia la nuova via carrozzabile, che fiancheggia in alto, nella viva roccia, il ''defilè de Charreire'', in cui {{AutoreCitato|Napoleone Bonaparte|Bonaparte}} dovette vincere le più gravi difficoltà seguendo la vecchia malagevole stradicciuola. Si traversa poi il profondo burrone della ''Drance de Valsorey'', arrivando al grosso villaggio di ''Bourg-St.-Pierre'' (1633 metri), nella cui torre è incastrata una pietra miliare romana. La valle si allarga, divien coltivata e sotto la borgata di ''Liddes'' (1338 m.), la via offre una splendida veduta sulla smagliante piramide del ''Mont Vèlan'' (3675 m.); seguono più in basso i casali di ''Fontaine dessu'' e ''dessou'', il villaggio d’''Orsières'' (882 m.), ove sbocca nella Drance la val ''Ferret'', e quello di ''Sembrancher'' (710 m.), al confluente delle due ''Drance'' di ''Bagne'' e d’''Entremont'', che noi abbiamo seguito. Più sotto la via corre lungo una stretta e selvaggia gola verso ''Bouvernièr'' (621 m.), passando la galleria ''de la Monnaje'', lunga 64 m.; presso questa avvenne uno scoscendimento terribile nel 1818, causato dalla rotta di una diga, creata dal ghiacciaio di ''Gietroz'', che, presso Mauvoisin in Val di Bagne, era sceso fin a sbarrare il letto della Drance. Alle ''Vallettes'' una strada conduce alle bellissime ''gorges'' e cascate di ''Durnant'', lunghe 800 m.; infine al piccolo villaggio della ''Croix'' la nostra via si fonde con quella che scende da Chamonix pel ''Col de la Balme'' ed in brev’ora ci conduce a ''Martigny'' (475 m.) sul Rodano, dopo quasi dieci ore di discesa dall’Ospizio.
{{Centrato|X.}}
{{Centrato|'''Sempione.'''}}
Povera previdenza umana! quanto sei corta di vista, anche in quelle individualità giganti, nelle quali Dio volle
{{Blocco centrato|{{smaller|<poem>Del creator suo spirito
Più vasta orma stampar!</poem>}}}}
E qui parliamo proprio di Napoleone, il grande ben inteso. Dal 1800 al 1806, mentre migliaja di uomini sfidavano i rigori del freddo, la furia delle burrasche, delle valanghe per dischiudere la prima meraviglia stradale del secolo, il gran capitano tempestava di continuo il povero {{Wl|Q17175748|Teàrd}}, ingegnere capo dei lavori, colla stessa domanda: «''Quand le canon pourra-t-il donc passer le Simplon?'' Ebbene, eccetto forse qualche prosaico cambio di guarnigioni durante il primo impero, non s’ebbe mai il passaggio di un vero esercito, in assetto di guerra, pel Sempione, sul genere di quello del Gr. S. Bernardo. E poco diversa, anzi più trista sorte toccò al Cenisio, dischiuso cogli eguali scopi d’invasione e dominio nella valle del Po; appena terminato nel funesto 1812, vide tornar in Francia, mogi, scompigliati avanzi dei grandi eserciti sgominati nelle disgraziate campagne del 1812-14. Che più? Le sorti non sorrisero meglio alle opere grandiose che gli Austriaci impresero, subito dopo la caduta di Napoleone, col fine di assicurarsi il ''perpetuo dominio'' della Lombardia; lo Stelvio, emulò degno del Sempione, per cui dovevano calar gli eserciti a fiaccar la ''ribelle provincia'',<noinclude></noinclude>
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Autore:Filostefano
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Autore:Panfilo di Alessandria
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Categoria:Pagine in cui è citato Anassimene di Lampsaco
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Categoria:Pagine in cui è citato Filostefano
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Autore:Benjamin Stillingfleet
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Categoria:Pagine in cui è citato Benjamin Stillingfleet
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Autore:Luciano Bonaparte
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Categoria:Pagine in cui è citato Luciano Bonaparte
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Autore:Timoteo di Mileto
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Autore:Anton Friedrich Justus Thibaut
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Autore:Carl Ferdinand Hommel
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Autore:Johann Heinrich Christian von Selchow
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Categoria:Pagine in cui è citato Johann Heinrich Christian von Selchow
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{{Vedi anche autore|Johann Heinrich Christian von Selchow}}
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Autore:Jacques Berriat-Saint-Prix
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Categoria:Pagine in cui è citato Jacques Berriat-Saint-Prix
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{{Vedi anche autore|Jacques Berriat-Saint-Prix}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Berriat-Saint-Prix, Jacques]]
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Autore:Johann Salomon Brunnquell
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Categoria:Pagine in cui è citato Johann Salomon Brunnquell
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{{Vedi anche autore|Johann Salomon Brunnquell}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Brunnquell, Johann Salomon]]
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Autore:Franz Hofmann
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Categoria:Pagine in cui è citato Franz Hofmann
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{{Vedi anche autore|Franz Hofmann}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Hofmann, Franz]]
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Autore:Ferdinand Walter
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Categoria:Pagine in cui è citato Ferdinand Walter
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{{Vedi anche autore|Ferdinand Walter}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Walter, Ferdinand]]
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Autore:Heinrich Robert Stöckhardt
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Categoria:Pagine in cui è citato Heinrich Robert Stöckhardt
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{{Vedi anche autore|Heinrich Robert Stöckhardt}}
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Autore:Wacław Aleksander Maciejowski
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Categoria:Pagine in cui è citato Wacław Aleksander Maciejowski
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{{Vedi anche autore|Wacław Aleksander Maciejowski}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Maciejowski, Wacław Aleksander]]
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Porto il SAL a SAL 75%
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Autore:Albrecht Schweppe
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Categoria:Pagine in cui è citato Albrecht Schweppe
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Autore:Heinrich Albert Zachariä
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Categoria:Pagine in cui è citato Heinrich Albert Zachariä
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[[Categoria:Pagine per autore citato|Zachariä, Heinrich Albert]]
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Autore:Christian August Günther
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Autore:Gian Vincenzo Gravina
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creato [[Aiuto:Redirect|redirect]] alla pagina [[Autore:Giovanni Vincenzo Gravina]]
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Autore:Joseph Roulez
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Categoria:Pagine in cui è citato Joseph Roulez
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Joseph Roulez}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Roulez, Joseph]]
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Autore:Mathieu-Antoine Bouchaud
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Categoria:Pagine in cui è citato Mathieu-Antoine Bouchaud
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Autore:Heinrich Eduard Dirksen
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Autore:Aloys Emmerich von Locella
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Categoria:Pagine in cui è citato Aloys Emmerich von Locella
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Aloys Emmerich von Locella}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Locella, Aloys Emmerich von]]
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{{Vedi anche autore|Aloys Emmerich von Locella}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Locella, Aloys Emmerich von]]
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Dr Zimbu
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{ping|OrbiliusMagister}} La numerazione dei versi di questo poemetto (in ottave) è ogni quattro versi fino al v. 248 e poi ogni cinque. Uniformerei, ma verso quale delle due possibilità?-- ~~~~
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wikitext
text/x-wiki
{{ping|OrbiliusMagister}} La numerazione dei versi di questo poemetto (in ottave) è ogni quattro versi fino al v. 248 e poi ogni cinque. Uniformerei, ma verso quale delle due possibilità?-- [[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 08:34, 22 giu 2026 (CEST)
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Pagina:Il Ruwenzori, 1908 - BEIC IE7203615.djvu/377
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: APPENDICE B In quest'appendice sono contenute le relazioni ed i calcoli delle osser- vazioni astronomiche, geodetiche e meteorologiche che S. A. R. il Duca degli Abruzzi ha potuto compiere viaggiando da Entebbe a Bujongolo e nell'esplorazione della catena del Ruwenzori. I calcoli relativi a dette osser- vazioni, nonchè la compilazione e il disegno delle carte topografiche unite al presente volume, furono eseguiti all'Ist...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>APPENDICE B
In quest'appendice sono contenute
le relazioni ed i calcoli delle osser-
vazioni astronomiche, geodetiche e
meteorologiche che S. A. R. il Duca
degli Abruzzi ha potuto compiere
viaggiando da Entebbe a Bujongolo
e nell'esplorazione della catena del
Ruwenzori.
I calcoli relativi a dette osser-
vazioni, nonchè la compilazione e il
disegno delle carte topografiche unite
al presente volume, furono eseguiti
all'Istituto idrografico della Regia
Marina in Genova.
Il modo come furono fatte le osservazioni astronomiche e me-
teorologiche, e vennero quindi dedotte le posizioni e le altitudini dei
varii punti segnati sulle carte, nonchè i metodi di calcolo impiegati,
per incarico del
risultano dalle accluse Relazioni speciali, redatte
Direttore di detto Istituto, Capitano di Fregata Mattia Giavotto
dal Prof. Omodei per quanto ha tratto alla meteorologia, e dal Capo
Tecnico Campigli per i calcoli di astronomia.<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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text/x-wiki
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}}In quest'appendice sono contenute le relazioni ed i calcoli delle osservazioni astronomiche, geodetiche e meteorologiche che {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R. il Duca degli Abruzzi}} ha potuto compiere viaggiando da Entebbe a Bujongolo e nell'esplorazione della catena del Ruwenzori.
I calcoli relativi a dette osservazioni, nonchè la compilazione e il disegno delle carte topografiche unite al presente volume, furono eseguiti all'Istituto idrografico della Regia Marina in Genova.
Il modo come furono fatte le osservazioni astronomiche e meteorologiche, e vennero quindi dedotte le posizioni e le altitudini dei varii punti segnati sulle carte, nonchè i metodi di calcolo impiegati, risultano dalle accluse Relazioni speciali, redatte — per incarico del Direttore di detto Istituto, Capitano di Fregata Mattia Giavotto — dal Prof. Omodei per quanto ha tratto alla meteorologia, e dal Capo Tecnico Campigli per i calcoli di astronomia.<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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In quest'appendice sono contenute le relazioni ed i calcoli delle osservazioni astronomiche, geodetiche e meteorologiche che {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R. il Duca degli Abruzzi}} ha potuto compiere viaggiando da Entebbe a Bujongolo e nell'esplorazione della catena del Ruwenzori.
I calcoli relativi a dette osservazioni, nonchè la compilazione e il disegno delle carte topografiche unite al presente volume, furono eseguiti all'Istituto idrografico della Regia Marina in Genova.
Il modo come furono fatte le osservazioni astronomiche e meteorologiche, e vennero quindi dedotte le posizioni e le altitudini dei varii punti segnati sulle carte, nonchè i metodi di calcolo impiegati, risultano dalle accluse Relazioni speciali, redatte — per incarico del Direttore di detto Istituto, Capitano di Fregata Mattia Giavotto — dal Prof. Omodei per quanto ha tratto alla meteorologia, e dal Capo Tecnico Campigli per i calcoli di astronomia.<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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In quest'appendice sono contenute le relazioni ed i calcoli delle osservazioni astronomiche, geodetiche e meteorologiche che {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R. il Duca degli Abruzzi}} ha potuto compiere viaggiando da Entebbe a Bujongolo e nell'esplorazione della catena del Ruwenzori.
I calcoli relativi a dette osservazioni, nonchè la compilazione e il disegno delle carte topografiche unite al presente volume, furono eseguiti all'Istituto idrografico della Regia Marina in Genova.
Il modo come furono fatte le osservazioni astronomiche e meteorologiche, e vennero quindi dedotte le posizioni e le altitudini dei varii punti segnati sulle carte, nonchè i metodi di calcolo impiegati, risultano dalle accluse Relazioni speciali, redatte — per incarico del Direttore di detto Istituto, Capitano di Fregata Mattia Giavotto — dal Prof. Omodei per quanto ha tratto alla meteorologia, e dal Capo Tecnico Campigli per i calcoli di astronomia.<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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In quest'appendice sono contenute le relazioni ed i calcoli delle osservazioni astronomiche, geodetiche e meteorologiche che {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R. il Duca degli Abruzzi}} ha potuto compiere viaggiando da Entebbe a Bujongolo e nell'esplorazione della catena del Ruwenzori.
I calcoli relativi a dette osservazioni, nonchè la compilazione e il disegno delle carte topografiche unite al presente volume, furono eseguiti all'Istituto idrografico della Regia Marina in Genova.
Il modo come furono fatte le osservazioni astronomiche e meteorologiche, e vennero quindi dedotte le posizioni e le altitudini dei varii punti segnati sulle carte, nonchè i metodi di calcolo impiegati, risultano dalle accluse Relazioni speciali, redatte — per incarico del Direttore di detto Istituto, Capitano di Fregata Mattia Giavotto — dal Prof. Omodei per quanto ha tratto alla meteorologia, e dal Capo Tecnico Campigli per i calcoli di astronomia.
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 286 APPENDICE B triche fra 600 mm. e 780, mentre la spedizione di S. A. R. raggiunse elevazioni tali da dover registrare pressioni sensibilmente inferiori, perciò, in aggiunta alla tavola 34f dell'Albrecht, fu calcolata la se- guente Tabella che si inserisce, potendo essa riuscire utile in qualche altra circostanza. Barom. log B Barom. log B Barom, log B Barom, log B Barom, log B mm. mm. mm. mm. mm. 400.0 I.O 2.0 5.0 6.0...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>286
APPENDICE B
triche fra 600 mm. e 780, mentre la spedizione di S. A. R. raggiunse
elevazioni tali da dover registrare pressioni sensibilmente inferiori,
perciò, in aggiunta alla tavola 34f dell'Albrecht, fu calcolata la se-
guente Tabella che si inserisce, potendo essa riuscire utile in qualche
altra circostanza.
Barom.
log B Barom. log B
Barom,
log B Barom,
log B Barom, log B
mm.
mm.
mm.
mm.
mm.
400.0
I.O
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15909
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65.0 12388
15247
12.0
410.0
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14.0
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35.0
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15084
15002
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14354
14113
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20941
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45.0
14033
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13874
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48 o
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2026-06-22T08:04:59Z
Marcella Medici (BEIC)
22982
/* Trascritta */ Aggiunto template FI tramite il gadget CropTool
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|286|APPENDICE ''B''|}}</noinclude>triche fra 600 mm. e 780, mentre la spedizione di {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} raggiunse elevazioni tali da dover registrare pressioni sensibilmente inferiori, perciò, in aggiunta alla tavola 34''f'' dell'Albrecht, fu calcolata la seguente Tabella che si inserisce, potendo essa riuscire utile in qualche altra circostanza.
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Spinoziano (BEIC)
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/* Riletta */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|286|APPENDICE ''B''|}}</noinclude>triche fra 600 mm. e 780, mentre la spedizione di {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} raggiunse elevazioni tali da dover registrare pressioni sensibilmente inferiori, perciò, in aggiunta alla tavola 34 ''f'' dell'{{wl|Q75620|Albrecht}}, fu calcolata la seguente Tabella che si inserisce, potendo essa riuscire utile in qualche altra circostanza.
{{FI
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2026-06-22T07:43:25Z
Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: IL RUWENZORI 287 Il valore di log B, dato da questa Tabella, è calcolato con la formola: log Blog (7.12407-106) in cui 6 è la pressione barometrica in millimetri. La spedizione di S. A. R. era munita di 4 cronometri tascabili a tempo medio, i quali, prima d'intraprendere il viaggio, vennero tenuti in osservazione all'Istituto Idrografico. Le correzioni assolute e diurne dedotte per i detti cronometri a oh di tempo m. di...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>IL RUWENZORI
287
Il valore di log B, dato da questa Tabella, è calcolato con la
formola:
log Blog (7.12407-106)
in cui 6 è la pressione barometrica in millimetri.
La spedizione di S. A. R. era munita di 4 cronometri tascabili
a tempo medio, i quali, prima d'intraprendere il viaggio, vennero
tenuti in osservazione all'Istituto Idrografico. Le correzioni assolute
e diurne dedotte per i detti cronometri a oh di tempo m. di Green-
wich nel periodo che stettero in osservazione, risultano nel seguente
Quadro:
Località
Data
1906
Tempera-
tura media
Lange
56509
Lange
k₁
K₁
56520
K
k₁
Longines
560229
Ey
Longines
560234
K₁
k₁
7
Genova 20 Febb. 110.3 +9.87
-23.73
S
-0.27
N
0.57
»
26
»
II.4
8.26
27.14
0.32
0.78
»
3 Marzo 12.4
6.66
31.04
11+
12.43
-30%.83
+1.77
+0.91
1.79
25.39
1.65
1.91
6.46
15.84
0.15
-0.69
2.08
1.12
»
8 »
14.I
5.93
34-47
16.88
10.22
0.41
+0.17
1.16
1.09
13
«<
14.6
3.88
33.62
22.68
4-77
0.45
-0.60
2.88
0.50
»
19
»
14.0
1.20
37.20
39-95
1.80
+0.20
1.07
2.67
0.32
»
24
"
12.4
2.22
42.53
53.32
0.18
+0.01
-0.96
2.13
+0.40
»
29
»
II.O
2.29
47-31
13.99
1.84
<-0.11
+0.11
»
3 Aprile
I.74
46.76
I.14.94
+0.63
0.29
2.19
2.81
-0.13
I 19
+1.00
»
>>
7
-
4.29
47-99
I.26.19
5.19
+0.29
0.07
+5.34
-4.38
Napoli 14
»
+6.38
-47-52
2.04.68
-36.88
»
In dosso
»
In ferrovia
Dopo la partenza da Genova, e più precisamente durante il
viaggio in piroscafo fra Napoli e Porto Said, i cronometri furono la-
sciati senza carica.
A Porto Said però vennero rimessi in marcia e confrontati, il
20 aprile 1906, col cronometro della Police Station, per notare la loro
correzione assoluta.
Il 26 stesso mese, a Gibuti, fu possibile un altro confronto col
cronometro della « Elphimtone » della Marina Indiana e il 4 maggio,
a Mombasa, il confronto fu fatto col cronometro del Port Office.
Il 12 maggio a Entebbe, in seguito ad accordi precedentemente
presi, fu possibile un nuovo confronto telegrafico con Mombasa, co-
sicchè, da questi due ultimi confronti, fu dedotta una prima corre-
zione diurna dei cronometri per usarla negli eventuali calcoli.
Gli elementi di confronto figurano nel registro dei cronometri
Note<noinclude><references/></noinclude>
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2026-06-22T08:11:50Z
Marcella Medici (BEIC)
22982
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il ruwenzori}}|287}}</noinclude>
Il valore di log B, dato da questa Tabella, è calcolato con la formola:
log ''B'' = log ( } 7.12407 — 10 }''b'')
in cui ''b'' è la pressione barometrica in millimetri.
La spedizione di {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} era munita di 4 cronometri tascabili a tempo medio, i quali, prima d'intraprendere il viaggio, vennero tenuti in osservazione all'Istituto Idrografico. Le correzioni assolute e diurne dedotte per i detti cronometri a o<sup>h</sup> di tempo m. di Greenwich nel periodo che stettero in osservazione, risultano nel seguente Quadro:
{{FI
|file = Il Ruwenzori, 1908 - BEIC IE7203615 - tabella pagina 287.jpg
|width = 100%
}}
Dopo la partenza da Genova, e più precisamente durante il viaggio in piroscafo fra Napoli e Porto Said, i cronometri furono lasciati senza carica.
A Porto Said però vennero rimessi in marcia e confrontati, il 20 aprile 1906, col cronometro della ''Police Station'', per notare la loro correzione assoluta.
Il 26 stesso mese, a Gibuti, fu possibile un altro confronto col cronometro della «Elphimtone» della Marina Indiana e il 4 maggio, a Mombasa, il confronto fu fatto col cronometro del ''Port Office''.
Il 12 maggio a Entebbe, in seguito ad accordi precedentemente presi, fu possibile un nuovo confronto telegrafico con Mombasa, cosicchè, da questi due ultimi confronti, fu dedotta una prima correzione diurna dei cronometri per usarla negli eventuali calcoli.
Gli elementi di confronto figurano nel registro dei cronometri<noinclude><references/></noinclude>
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2026-06-22T10:03:52Z
Spinoziano (BEIC)
60217
/* Riletta */
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il ruwenzori}}|287}}</noinclude>
Il valore di log ''B'', dato da questa Tabella, è calcolato con la formola:
{{centrato}}log ''B'' = log ( { 7.12407 — 10 } ''b'')</div>
{{noindent}}in cui ''b'' è la pressione barometrica in millimetri.</div>
La spedizione di {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} era munita di 4 cronometri tascabili a tempo medio, i quali, prima d'intraprendere il viaggio, vennero tenuti in osservazione all'Istituto Idrografico. Le correzioni assolute e diurne dedotte per i detti cronometri a o<sup>h</sup> di tempo m. di Greenwich nel periodo che stettero in osservazione, risultano nel seguente Quadro:
{{FI
|file = Il Ruwenzori, 1908 - BEIC IE7203615 - tabella pagina 287.jpg
|width = 100%
}}
Dopo la partenza da Genova, e più precisamente durante il viaggio in piroscafo fra Napoli e Porto Said, i cronometri furono lasciati senza carica.
A Porto Said però vennero rimessi in marcia e confrontati, il 20 aprile 1906, col cronometro della ''Police Station'', per notare la loro correzione assoluta.
Il 26 stesso mese, a Gibuti, fu possibile un altro confronto col cronometro della «Elphimtone» della Marina Indiana e il 4 maggio, a Mombasa, il confronto fu fatto col cronometro del ''Port Office''.
Il 12 maggio a Entebbe, in seguito ad accordi precedentemente presi, fu possibile un nuovo confronto telegrafico con Mombasa, cosicchè, da questi due ultimi confronti, fu dedotta una prima correzione diurna dei cronometri per usarla negli eventuali calcoli.
Gli elementi di confronto figurano nel registro dei cronometri<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Il Ruwenzori, 1908 - BEIC IE7203615.djvu/382
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 288 APPENDICE B tascabili che è accluso alla presente Relazione. Da quello si rileva che il 4 maggio a Mombasa, a mezzodi locale, si avevano le seguenti correzioni assolute sul tempo medio di Greenwich: K₁ =3h 16m 57s.0 K, +3 25 52.0 K₁ = +3 I 43.0 Il 12 maggio a Entebbe, a mezzogiorno di Mombasa, dal con- fronto telegrafico più sopra citato si otteneva, come correzione sul tempo medio di Greenwich: K₁ =3h 16m 345.9 K₁ =...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>288
APPENDICE B
tascabili che è accluso alla presente Relazione. Da quello si rileva
che il 4 maggio a Mombasa, a mezzodi locale, si avevano le seguenti
correzioni assolute sul tempo medio di Greenwich:
K₁ =3h 16m 57s.0
K, +3 25 52.0
K₁ = +3 I 43.0
Il 12 maggio a Entebbe, a mezzogiorno di Mombasa, dal con-
fronto telegrafico più sopra citato si otteneva, come correzione sul
tempo medio di Greenwich:
K₁ =3h 16m 345.9
K₁ = +3 26 9.0
K₁ =+3 2 10.5
Da questi elementi si deducono le seguenti correzioni diurne
per i tre cronometri:
k₁ =
25.762
k,
k,
2.125
3437
Gli elementi riguardanti il cronometro N.° 4 sono stati omessi
perchè fino dal 7 maggio, epoca dell'arrivo ad Entebbe, tale crono-
metro venne rubato.
Da Entebbe ebbe inizio il viaggio verso il Ruwenzori e nel tra-
gitto vennero eseguite delle osservazioni astronomiche per stabilire la
posizione di alcuni punti che, generalmente, furono punti di accam-
pamento. Evidentemente non era il caso di far troppo affidamento sul
trasporto del tempo di Greenwich mercè i cronometri, durante il pe-
riodo di un mese circa di marcia disagevole; chè tanto fu il tempo
impiegato per raggiungere Bujongolo, ultimo punto ove si effettua-
rono osservazioni astronomiche e ove vennero iniziate operazioni to-
pografiche per il rilievo della massa montuosa del Ruwenzori.
A garantire però l'attendibilità o meno delle indicazioni dei cro-
nometri, risultò opportuna, con la determinazione del tempo locale a
Bujongolo, l'osservazione della emersione di BAC 81 dal disco lu-
nare, per calcolare l'ora di Greenwich simultanea all'istante in cui fu
osservato il fenomeno.
Durante la marcia i cronometri furono portati sulla persona da
S. A. R. che li teneva accuratamente fasciati; quest'espediente avrebbe
dovuto render minima l'influenza dei cambiamenti di temperatura se,
nelle ore del riposo, allorchè riposti nella propria cassetta, non aves-
sero dovuto risentire gli effetti della temperatura dell' attendamento,<noinclude><references/></noinclude>
cvl2qjqgalp8vejc9sr5em516293uf4
Pagina:Il Ruwenzori, 1908 - BEIC IE7203615.djvu/383
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: IL RUWENZORI 289 poco diversa da quella dell'aria, ma sempre ben differente da quella avuta a contatto del corpo umano. Tuttavia, dato il fatto che il periodo di riposo si ripeteva pres- sochè della stessa durata ogni giorno, si può arguire che la corre- zione diurna usata, non può, per questo motivo, essere affetta da er- rore notevole. Ad ogni modo è da lamentare la circostanza che dei tre crono- metri uno solo manifes...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>IL RUWENZORI
289
poco diversa da quella dell'aria, ma sempre ben differente da quella
avuta a contatto del corpo umano.
Tuttavia, dato il fatto che il periodo di riposo si ripeteva pres-
sochè della stessa durata ogni giorno, si può arguire che la corre-
zione diurna usata, non può, per questo motivo, essere affetta da er-
rore notevole.
Ad ogni modo è da lamentare la circostanza che dei tre crono-
metri uno solo manifestò un andamento abbastanza regolare, conser-
vando una correzione diurna abbastanza piccola; come facilmente si
vede dal registro dei cronometri, i numeri 2 e 3 accennano ad irre-
golarità nelle loro indicazioni, quindi, anche per la circostanza che i
confronti giornalieri vennero talvolta a mancare, si ritenne opportuno
valersi unicamente delle indicazioni del cronometro N." I che fu quello
generalmente usato per le osservazioni.
Allo scopo di stabilire, sia pure in modo approssimato, la cor-
rezione diurna del cronometro N." I per il periodo del viaggio, fu
proceduto al calcolo degli elementi astronomici di Bujongolo, ove
vennero eseguite determinazioni di tempo fra l'11 ed il 28 giugno,
usando la latitudine o' 20' 16" N, ottenuta in modo approssimato
dagli elementi posseduti.
Le correzioni del cronometro N.° I sul tempo medio locale, (Ctm)
furono
per Bujongolo:
Giugno 118 3h 40m (')... Osservaz. N.°
32...
Ctm
5h.15.39s. I
3 43
33
3 48
«
34
«
«
=+
39.I
二十
35.5
«
«
20 27
3 49
26 19 19
19 23
27 19 38
19 43
28 20 23
Dalla media dei risultati dell'11 e del 28 giugno rispettivamente,
trascurando le osservazioni intermedie, si ha:
35
=+
34.6
37
38
+5 15 33.2
=+
31.9
39
40
«
«
=+
+5 15 29.9
32.0
41
»
42
=+5 15 29.8
=+
29.4
Giugno 11% 3h 45m
28 20 25
Intervallo 17% 16h
Quindi:
Cim +5 15 37.1
+5 15 28.1
40m
Differenza
95.0
k₁
== 0$.509.
(1) La data è astronomica e l'ora è riferita al tempo medio locale.
37<noinclude><references/></noinclude>
hrmt94la4z7vel0dzc78suvhqfdole0
Pagina:Il Ruwenzori, 1908 - BEIC IE7203615.djvu/384
108
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 290 APPENDICE B Il cambiamento avvenuto nella correzione diurna media di questo cronometro risulta notevole se si confronta il valore testè trovato con quello precedentemente ottenuto ad Entebbe (-25.762); ma ora ci abbisogna semplicemente un valore approssimativo della longitudine di Bujongolo per il calcolo dell'emersione di BAC 81, che ci darà, di quello stesso punto, la longitudine assoluta. Perciò si sceglie il proc...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>290
APPENDICE B
Il cambiamento avvenuto nella correzione diurna media di questo
cronometro risulta notevole se si confronta il valore testè trovato con
quello precedentemente ottenuto ad Entebbe (-25.762); ma ora ci
abbisogna semplicemente un valore approssimativo della longitudine
di Bujongolo per il calcolo dell'emersione di BAC 81, che ci darà,
di quello stesso punto, la longitudine assoluta.
Perciò si sceglie il procedimento, che non è affatto arbitrario,
di usare come correzione media diurna del cronometro N.º 1, durante
il viaggio, la media delle due correzioni diurne ottenute ad Entebbe
ed a Bujongolo, ossia:
25.762 +0.509 == 18.635.
2
Riportando le osservazioni del 26, 27 e 28 giugno all'epoca di
quelle del giorno II, usando la correzione diurna-os. 509, si hanno,
con l'applicazione della correzione diurna media -1.635 testè tro-
vata, i seguenti valori di longitudine a Bujongolo:
Giugno 11.-
Sole a W, λ=1h 59m 53s. 8 E. G.
«
II.―
»
«
«
II. -
II.->
«
26.
Sole a E,
«
«
«
«
«
26.
27.
27.
28.
-
28.
«
>>>>
«
«
«
>=
53.5
49.9
«
49.0
«
55.5
54.3
52.8
54.9
»
>=
50.2
>=
52.8
Raggruppando questi risultati per ogni singolo giorno di os-
servazione si ha:
Bujongolo Giugno 11. . . .
λ
1h 59m 51s. 5
«
«
26
>=
54.9
27
>=
53.8
28
>=
51.5
la cui media senza ulteriori considerazioni riguardo al peso, dato il
grado di approssimazione che ora necessita, è:
Bujongolo ..
=
1h 59m 52s. 9 E.G.
Si usa questo valore pel calcolo dell'ora di Greenwich, simul-
tanea all'emersione dal disco lunare di B A C 81, il quale fenomeno
avvenne il giorno 11 luglio in ottime condizioni di osservazione.<noinclude><references/></noinclude>
lbyzb8xv6ha6kj6ao3u9c4c1f04apac
Pagina:Il Ruwenzori, 1908 - BEIC IE7203615.djvu/385
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: IL RUWENZORI 291 Le determinazioni di angolo orario, eseguite per questa circo- stanza allo scopo di conoscere lo stato del cronometro rispetto al tempo medio locale, dettero i seguenti risultati: Bujongolo: Luglio 10% 21h 18m. Oss. N. 47 Sole a E Ctm =+5h 15m 33.0 « 21 20 « « II 20 I 20 20 20 II 1371 48 56 57 =+ 32.3 +5h 15m 345.9 « =+ 33.7 58 59 =+ 32.4 « =+ 32.9 12 18 8 » 60 Sole a W » =+5h 15m 345.4 Quantunque in per...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>IL RUWENZORI
291
Le determinazioni di angolo orario, eseguite per questa circo-
stanza allo scopo di conoscere lo stato del cronometro rispetto al
tempo medio locale, dettero i seguenti risultati:
Bujongolo:
Luglio 10% 21h 18m. Oss. N. 47 Sole a E Ctm =+5h 15m 33.0
«
21
20
«
«
II
20
I
20
20
20
II
1371
48
56
57
=+
32.3
+5h 15m 345.9
«
=+
33.7
58
59
=+
32.4
«
=+
32.9
12 18
8
»
60 Sole a W
» =+5h 15m 345.4
Quantunque in perfetto accordo con l'andamento della media
degli altri, si trascura per ora l'ultimo valore, e, dopo fatta la media
di ciascun giorno, si ha come media generale:
Luglio 118 8h 42
Ctm 5h 15m 33s.1
Dalle osservazioni a Bujongolo nei giorni che seguirono l'arrivo
si aveva (Vedi pag. 289):
Giugno 28g 20h 25m
Ctm +5h 15m 28s.I
Quindi si deduce da questo intervallo di giorni 12.52 la corre-
zione diurna:
con la quale si ha:
k=+0.5 398
Luglio 128 oh di tm locale
Ed all'istante della occultazione
Ctm
5h 15m 33.3
»
5h 15m 33.2
Con questo elemento e con la longitudine approssimata già de-
dotta si procede ad un primo calcolo dell'ora media di Greenwich si-
multanea all'istante della emersione di B AC 81 dal disco lunare,
istante in cui il cronometro N.° I segnava 10h 14m 4s (Osservazione
N. 55).
Da una prima approssimazione si ottenne:
Bujongolo...
入 =
1h 59m 59s.2 E.G.
Il calcolo per una seconda approssimazione, nel quale è tenuto
conto anche dei termini di second'ordine, modificò molto debolmente
il risultato, ottenendo:
Bujongolo
λ=1h 59m 59s.33 E.G.<noinclude><references/></noinclude>
n12pp5hxwbe9hvuhcazcl6hkagqilkp
Pagina:Il Ruwenzori, 1908 - BEIC IE7203615.djvu/386
108
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 292 APPENDICE B In considerazione però della notevole influenza che, sul valore della longitudine così dedotta, può avere un lieve errore nelle coor- dinate lunari date dalle effemeridi, ci rivolgemmo ad alcuni Osser- vatori astronomici per sapere se, in prossimità dell'epoca in cui av- venne l'occultazione considerata, avessero eventualmente avuto luogo osservazioni di culminazioni lunari. Ciò per introdurre a calcolo l...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>292
APPENDICE B
In considerazione però della notevole influenza che, sul valore
della longitudine così dedotta, può avere un lieve errore nelle coor-
dinate lunari date dalle effemeridi, ci rivolgemmo ad alcuni Osser-
vatori astronomici per sapere se, in prossimità dell'epoca in cui av-
venne l'occultazione considerata, avessero eventualmente avuto luogo
osservazioni di culminazioni lunari. Ciò per introdurre a calcolo l'er-
rore di posizione della luna.
Il Prof. Millosevich, Direttore dell'Osservatorio del Collegio
Romano, per la circostanza d'aver intrapreso la determinazione della
longitudine di Tripoli, ove l'astronomo Dott. Bianchi osservava pas-
saggi della luna in meridiano, aveva proceduto, dal 2 al 7 luglio
1906, al Collegio Romano, ad osservazioni di culminazioni lunari.
Da queste dedusse per l'11 luglio, epoca della occultazione, una
correzione all'ascensione retta della luna =+os.18, la quale corre-
zione concorda sensibilmente con quella comunicataci da Greenwich
per la stessa epoca +0.20.
Giova notare che da Greenwich ci fu pure fornita, per quell'e-
poca, la correzione in declinazione della luna =+1".8.
Lo stesso Prof. Millosevich consigliò quindi di assumere con
tutta fiducia le correzioni alle coordinate lunari avute da Greenwich,
mercè le quali la longitudine di Bujongolo risultò:
λ=2h 0m 6s. 3 Est Greenwich
in sensibile accordo col valore 2h om 6s.o E. G., ottenuto dal Pro-
fessore Millosevich che gentilmente volle esso pure eseguire quel
calcolo.
La latitudine si ebbe da due altezze meridiane e da due serie
di circummeridiane (Osservazioni N.º 36, 43, 44, 46 e 49 fino a 54),
osservate in parte da S. A. R. ed in parte dal Comandante Cagni.
Fra i risultati dei due osservatori si scorge una notevole differenza la
cui origine può attribuirsi a qualche anomalia della refrazione; infatti
S. A. R. fu, in questo caso, indotto a derogare dalla consuetudine
sua di osservare il lembo inferiore del sole, a causa di un insolito fe-
nomeno ottico per il quale, nell'immagine riflessa, scorgeva, al suo
bordo inferiore, un falso lembo che non avrebbe permesso una buona
osservazione.
La sconcordanza riscontrata è quindi da attribuirsi a questo
stato speciale dell'atmosfera, perciò, onde evitare che le osservazioni
di S. A. R. influissero troppo sul risultato, essendo le più numerose,
si è dedotta prima la media delle serie circummeridiane ed il valore
risultante si è posto in media coi risultati delle osservazioni meri-
diane.<noinclude><references/></noinclude>
by5d75cqg5kkmwaf68ydkxju4fopm5t
Pagina:Il Ruwenzori, 1908 - BEIC IE7203615.djvu/387
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2026-06-22T07:44:24Z
Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: IL RUWENZORI 293 I valori singoli dedotti sono: 17 Giugno 9 Luglio IO II » Meridiana - « Circummer. Com.te Cagni S. A. R. Com.te Cagni S. A. R. = 0° 19' 50" N >>=0 20 55 »>=0 19 52 » 0 20 54 « A A A dai quali si è ricavato per Bujongolo: =0" 20" 23" N. Con la longitudine di Bujongolo si deduce la correzione assoluta (K) del cronometro per l'epoca di arrivo a quell'accampamento, e, successivamente, la correzione diurna me...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>IL RUWENZORI
293
I valori singoli dedotti sono:
17 Giugno
9 Luglio
IO
II
»
Meridiana
-
«
Circummer.
Com.te Cagni
S. A. R.
Com.te Cagni
S. A. R.
= 0° 19' 50" N
>>=0 20 55
»>=0 19 52
» 0 20 54
«
A A A
dai quali si è ricavato per
Bujongolo: =0" 20" 23" N.
Con la longitudine di Bujongolo si deduce la correzione assoluta
(K) del cronometro per l'epoca di arrivo a quell'accampamento, e,
successivamente, la correzione diurna media del cronometro stesso per
il periodo di durata del viaggio.
Si aveva (Vedi pag. 289):
Bujongolo Giugno 118 3h 45m
Ctm
5h 15m 37s.1
λ =
2 о 6.3
K₁ 3 15 30.8
la quale correzione assoluta sul tempo medio di Greenwich corri-
sponde alla data 11 giugno, a 3h 45m di tempo medio locale. E sic-
come ad Entebbe, il giorno II maggio, a 23h 31m di tempo medio lo-
cale, si aveva K₁ = 3h 16m 34s.9, si otterrà, tenendo conto della dif-
ferenza di longitudine Bujongolo-Entebbe (+9m 45 s), la correzione
diurna media
k₁ = 29.123,
della quale ci serviremo per le determinazioni di posizione fatte nel
periodo 11 maggio-11 giugno.
Per una impreveduta circostanza, nel viaggio di ritorno e dopo
l'arrivo a Fort Portal, il cronometro N.° I ebbe a subire, insieme
agli altri, una sensibile alterazione nel suo andamento, a causa d'un
notevole ritardo nel rinnovargli la carica; cosicchè fa d'uopo procedere
alla ricerca della longitudine di Fort Portal, determinata nel viaggio
di andata. Su questo punto intermedio sarà limitato, nel ritorno, il
trasporto del tempo di Greenwich da Bujongolo, non essendo possi-
bile, a causa della citata alterazione nell'andamento del cronometro,
riportare detto tempo fino ad Entebbe a scopo di controllo.
Con la correzione diurna media testè trovata (k₁ =-2s. 123)
e con la latitudine di Fort Portal, approssimata, q=0° 39' 20" N, si<noinclude><references/></noinclude>
pupmo3wz4369lset9ohfbkk4cejjjjz
Autore:Cesare Mola
102
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Spinoziano
7520
[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Cesare | Cognome = Mola | Attività = poeta | Nazionalità = svizzero | Professione e nazionalità = }} == Testi su Francesco Pertusati == * {{testo|Antologia Meneghina (1900)/Gli autori/Cesare Mola}} {{sezione note}}
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{{Autore
| Nome = Cesare
| Cognome = Mola
| Attività = poeta
| Nazionalità = svizzero
| Professione e nazionalità =
}}
== Testi su Francesco Pertusati ==
* {{testo|Antologia Meneghina (1900)/Gli autori/Cesare Mola}}
{{sezione note}}
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Il Ruwenzori/Appendice B
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Spinoziano (BEIC)
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Porto il SAL a SAL 25%
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text/x-wiki
{{Qualità|avz=25%|data=22 giugno 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Appendice B. Osservazioni astronomiche, geodetiche e meteorologiche|prec=../Appendice A|succ=../Osservazioni magnetiche}}
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{{Centra|XLI.}}
— Sono lontani? — domandò Luca.
Una breve detonazione risonò a trenta passi. Il sottufficiale sorrise.
— È il nostro Gorka che tira su di loro — disse con un cenno della testa.
Dopo qualche passo videro Gorka che ricaricava il fucile dietro un monticello di sabbia: si divertiva a tirare sugli abreks rannicchiati dietro un altro monticello
Fischiò una palla. Il primo ufficiale, livido, perdeva la testa. Luca scese da cavallo, gettò la briglia ad uno dei cosacchi e andò verso Gorka. Olénine lo seguì. Due palle fischiarono ai loro orecchi. Luca si rivolse ridendo verso Olénine e si abbassò.
— Ti uccideranno, Andreitch, — disse — vattene, non hai nulla da fare qui. —<noinclude><references/></noinclude>
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Ma Olénine voleva vedere gli abreks; scòrse i loro berretti e le loro carabine a dugento passi; poi, un leggerissimo fumo, ed una palla fischiò di nuovo. Gli abreks stavano dietro un masso a piè di un monticello. Olénine era stupefatto del punto che avevano scelto: era una pianura come tutto il resto delle steppe, e la presenza degli abreks la segnalavano singolarmente all’attenzione del nemico, eppure Olénine pensava che essi non potevano scegliere un altro luogo. Luca ritornò al suo cavallo: Olénine non lo lasciò più.
— Ci vuole una carretta con del fieno, — disse Luca — altrimenti saremo tutti uccisi; prendiamo il carretto dei nogaïs, là dietro la collina. —
Il primo ufficiale e il sottoufficiale eseguirono i suoi ordini. Portarono il carretto, i cosacchi vi si rannicchiarono dietro. Olénine salì sulla collina onde poter vedere ciò che accadeva. La carretta avanzava, i cosacchi la seguivano.
Gli abreks, nove in tutti, erano in ginocchio, stretti l’uno contro l’altro, allineati, e non tiravano.
Il silenzio era profondo; tutto ad un tratto si udì un canto che s’innalzava nell’aria, un canto strano e lugubre del medesimo genere dell’«Aï daï dalalaï» di Jérochka: i tetcheni, sapendo di non poter sfuggire ai cosacchi, si erano legati l’uno con l’altro con delle corde fortissime per non cedere alla tentazione di fuggire; avevano caricato le loro carabine e intonavano.il loro canto di morte.
I cosacchi si avvicinavano sempre; Olénine aspet-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Panz Panz" /></noinclude>done ottanta alla più formidabile potenza marit-
Lima di allora. Cinque anni più tardi è questa
gloria navale sorpassata ad Ecnomo da Attilio
e Manlio che con 350 galee sconfiggono i Carta-
ginesi forti di 350 vele. I naufragi congiurano con-
tro Roma; e di una flotta di 364 galee non ne avan-
zano che sole 80. lacere e malconcie; ma Roma
ne costruisce altre 120 in meno di tre mesi; un
secondo naufragio riduce alla metà una flotta di
500 vele, e Roma vi ripara con altre 200; la suc-
cessiva vittoria navale di Lutazio pone fine alla
prima guerra punica, e Roma è in possesso di
maggiore scienza nautica, e di una formidabile
marina che le valgono un profitto ben più grande
che non ottennero dalla cacciata dei Cartaginesi
dalla Sardegna, dalla Sicilia. Le imprese sugli
Illirii, i trattati colla regina Teuta continuano le
splendide fortune marittime de' Romani. Le vit-
torie di Emilio su Demetrio Faro, la flotta che a
Levino vince Filippo di Macedonia, Quinzio Fla-
minio che compie le vittorie di Levino, e conduce
prigioniera nei cantieri di Roma la flottiglia ne-
mica; le navi romane vincitrici con Attilio alle
Termopile, con Livio sulle coste della Ionia, con
Emilio Regillo presso Mionneso, gli Etolii sconfitti
in mare da Fulvio, gli Istriani da Claudio Pulcro,
guidano Roma al dominio dei mari; ed i Rodiani
istessi che si attentano di braveggiare Roma, ne
scontano la pena colla perdita della Caria e della
Licia. I Macedoni sotto Perseo infestano i mari:
Gneo Ottavio ne disperde le formidabili flotte;
quindi Anizio sconfigge la flotta di Genzio re degli
Illirii alleati di Perseo, e la marina di Roma è
pervenuta a si vasta potenza, che come soverchi
ai suoi bisogni dona 220 vascelli della flotta di
Genzio a quelli di Corfu, d'Apollonia e di Durazzo.
Intanto sono già trascorsi gli avvenimenti della
seconda guerra pusica, e principiano quelli della
terza. Il console Marzio con 50 quinqueremi e
100 altri grossi vascelli aiuta per mare l'assedio
di Cartagine, la quale già dominatrice assoluta dei
mari, popolosa di ben 700,000 abitanti, regina di
trecento città, di un territorio di oltre mille leghe
di estensione, madre di fiorenti colonie, nella
Spagna, nella Sicilia, nella Sardegna, soccombe
sotto la potenza terrestre e navale di Roma. La
ruina di Cartagine è preceduta da quella di Co-
rinto, e più tardi da quella di Creta, amendue
assai temute potenze di mare, e Roma continua
le sue vittorie vincendo con Lucullo sulle coste
della Troade due volte la flotta di Mitridate, 110
galee della quale sono tratte nei cantieri di Ostia;
vincendo con Pompeo la flotta dei mille e più va-
scelli dei pirati, con Cesare le 200 vele di quelli
di Vannes e gli apparecchi marittimi che conten-
dono lo sbarco sulle coste dell' Inghilterra. Più
tardi nè la fortuna di Caractaco, nè il fanatismo
dei druidi salvano la Britannia dalla conquista
romana; Agricola distrugge le forze riunite dei
Caledonii a piè delle colline Grampiane, e i suoi
vascelli avventuratisi a scoprire una navigazione
sconosciuta e perigliosa, spiegano le insegne ro
mane intorno ad ogni parte dell'isola. Ecco l'im-
perizia nautica dei Romani, ecco il dileggio che
faceano di essi tutte le marittime potenze di allora.
Intanto il commercio di Alessandria, di Rodi, di
Creta, dei Siri si fa vassallo di quello di Roma;
dall' India alle estremità della Spagna, dalla Bri
tannia a tutta l'Africa il commercio di tutto il
mondo è divenuto commercio romano.
Ma Roma aveva volte le sue cure al commercio
molto tempo innanzi quest'era gloriosa. Vedele
sotto Numa i commercianti e gli operai organiz
zarsi in corporazioni di un numero e di una im-
portanza che andò sempre più in aumento (
Anco Marzio fondar Ostia e instituire in essa un
emporio commerciale (2), che doveva poi essere.
il deposito di tutte le ricchezze dell'universo. Ser
vio instituire una fiera annuale e trarre con questa
a Roma l'industria e i prodotti di tutti i popoli
finitimi, e promulgar su di ciò leggi e regolamenti
che scolpite su di una colonna ancora esistevano
nel secolo vi di Roma (5). Dopo la cacciata dei
Tarquinii instituirsi il collegium mercuriale, o 50-
cietà di mercanti sotto la protezione di Mercurio,
cui si erige un tempio ("), e formare esso una
specie di borsa ove si raccolgono le notizie com
merciali. E intanto, alle monete venute in uso,
quelle di rame soltanto solto Servio, quelle d'oro
solo cinque anni avanti la guerra punica (5), sup
plirsi molto facilmente colle permute degli oggetti
stessi di prima necessità (). In progresso all'i
cremento della potenza di Roma tenere presso
sempre più ampio sviluppamento del suo com
mercio, e quindi anche della sua giurisprudenza
commerciale; e andar sempre più moltiplicandosi
ensile
(1) Plutarco, Vita di Numa, §. 28. Plinio, Hist.,
XXXIV, cap. 1.-Livio, lib. 11, cap. 27.
(2) Dionigi d'Alicarnasso, lib. VI, §. 1.
() Dionigi d'Alicar., lib. IV, §. 26.
lib.
(*) Dionigi d'Alicar., lib. 11, §. 27. Ai tempi di Ovidio
(Fast. V, vers. 671-672) i commercianti andavano ancora A
questo tempio per intercedere propizia fortuna alle loro in
traprese.
(Plinio, lib. xxxIII, cap. 13.
ne
() Le pene stesse e le imposte erano soddisfatte con
getti e bestiami senza che dalla mancanza delle monete
provenissero ostacoli o disordini (Aulo Gell., lib. XII, cap.
-Dionigi, lib. 1, 627; lib. x, . 50-Livio, lib. 1. & th
1.
0
un<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Panz Panz" /></noinclude>INTROD
i provedimenti e le leggi che tutelano la fede pub-
blica, regolando le società, le fiere, i mercati,
frenando i monopolii, le usure; leggi che si ri-
scontrano tuttavia nel Digesto e nelle Costituzioni
imperiali (), le quali, siccome opina il Pardes-
sus
(*), non fecero più che riprodurre regole e
principii antichi. Nè è a dire che il commercio
dei Romani avesse per oggetto la semplice con-
sumazione individuale, che i principii generali di
quelle leggi sopra le cose permesse o vietate nella
vendita (3), sopra le diverse clausole di cui era
suscettivo un contratto, le leggi sopra la repres.
sione della mala fede di cui facevasi colpevole il
venditore () ponno applicarsi a compre e vendite
fatte con mire di speculazione. Tali pur sono le
regole su la validità, gli effetti o la rescissione
dei
contratti; su le qualità ed i rischi delle cose
vendute, ipotecate, depositate, trasportate d'uno
in altro luogo, e più altre accennate dal Pardes-
(). Ora, qual maggior paradosso del credere
sus
che
un
tanto nel tutelare il prosperamento commerciale,
avesse avuto in abominio il commercio? La legge
Flaminia (la quale proibiva il commercio al pa-
trizio), dice Mengotti, oppose un ostacolo eterno
al commercio dei Romani...., sparse una specie di
popolo il quale faceva le sue leggi sollecite
infamia
sopra
riori fino
la mercatura, e tutte le leggi poste-s
a Costantino si fondarono su l'assurdo
principio che il commercio sia un mestiere vitupe-
revole, infame (pag. 65). Si consideri innanzi tutto s
essere stata questa legge provocata da un tribuno, s
che all'epoca della sua promulgazione il patriziato
godeva ancor quasi esclusivamente del diritto della e
Partizione delle terre conquistate, che alla plebe n
nessun'altra sorgente rimaneva di guadagno e di ti
vita, tranne quella del commercio, e si avviserà d
come la legge Flaminia coll'escludere i patrizi dal F
commercio non avesse avuto altro scopo, tranne v
quello di impedire un disastroso monopolio che e
questi avrebbero potuto colle loro dovizie eser-
citare, e di tutelare ai plebei l'unica fonte che
rimanea loro di guadagno e di ricchezze. E questo ca
Scopo è chiaramente proclamato perfino dalle più
tardi leggi proibitive di Onorio e Teodosio ().
Come poi realmente fosse avuto per infame il fr
tit. XI. De nundinis; Cod., lib. IV, tit. LX, De nundinis et
() Dig., lib. XLVIII, tit. x ad leg. Jul.de annona; lib. L,
mercat, lib. IV, tit. LIX. De monopolis.
(2) Pardessus, Collection des lois maritimes, cap. III, ro
pag. 54.
ad
(a) Dig., lib. XVIII, tit. 1, fr. 34, §. 2, e fr. 35, §. 2; Cod., Pa
lib. IV, tit. XL, const. 1. 2.
() Dig., lib. XLVII, tit. XI, fr. 6; lib. XLVIII, tit. XIX, fr. 37.
() Pardessus, cap. I, pag. 55.
() Leg. 3. Cod, de comm. et mere.
Encicl. pop.-Tomo I.
pa
le
ne
H
LXV
traffico in Roma, oltre alle instituzioni, alle sa-
pienti cure legislative già accennate, lo provino
ei tanti cavalieri che esercitarono la mercatura
mi in Roma e nelle province ('); lo provino quel
Catone e quel Crasso che tante dovizie accumu-
elarono per commercio (). Che più? la introduzione
odelle azioni dette institoria e tributoria, colle quali
-facevasi il signore solidario nei contratti stretti
idai proprii schiavi (), non era stata provocata
dall'ingente traffico esercitato dai patrizi e dai
senatori col mezzo dei loro schiavi ? Vedete le
cure di Alessandro Severo negli ordinamenti sta-
biliti a promovere il commercio in Roma, ordi-
enamenti da cui ripetono la loro vera origine i
principii statutari di quelle arti e maestranze che
vennero in tanto uso e tanta potenza nei muni-
cipii italiani del medio evo. Vedete le tariffe con
tante sollecitudini e tanto saper pratico formate
da Aureliano stesso a via meglio prosperare il
commercio; i privilegi concessi ad ogni genere di
trafficanti da parecchi Cesari. Vedete Pertinace
praticare mercatura innanzi e durante l'imperio
suo; praticarla Massimiano coi Goti, e giudicate
dell'abominio in che si tenne il commercio dai
Romani. Che diremo del commercio,marittimo
e della navigazione, di cui si vuole fossero essi
stati ancor più ignoranti e trascurati? Che non
providero essi colla sapienza delle loro leggi? Le
regole sugli affitti applicati ai trasporti per mare(),
sopra i danni che poteano promiscuamente cau-
sarsi i navigli (5), sopra il prestito chiamato nau-
ticum foenus (), sopra il gitto ed i casi in cui potea
esser diritto di contribuzione ("), e sopra un gran
numero d'altre quistioni relative al diritto marit-
timo disseminate nel Digesto sono svolte e trattate
da giureconsulti anteriori all'adozione delle leggi
Rodie (), che altri giureconsulti romani come Ser-
vio, Labeone, Ofilio e Alfeno Varo svilupparono
ed accrebbero tanto (9). Che più, non furono i
(1) Cicer. ad Quint., lib. II, epist. 5. In Verrem, lib. 111,
cap. 64.
(2) Plutarc., Parad., VI, cap. 1. In Calon, major.
(*) Dig., lib. xiv, tit. III e IV.
(4) Dig., lib. xix, tit. 11, fr. 13, §§. 1 e 2; fr. 15, §. 6;
fr. 31.61.
(") Dig., lib. 1x, tit. 11, fr. 29, §§. 2. 3. 4. 5.
(*) Dig., lib. xxII, tit. 4, De nautico fœnore.
(") Dig., lib. xiv, tit. II.
(*) Secondo Haubold (Tables chronologiques du droit
romain) seguito dal Pardessus (opera citata, pag. 61) furono
adottate dai Romani fra il 699 ed il 703 di Roma, secondo
Pastoret (Dissertation sur l'influence des lois rhodiennes,
pag. 115, 119) e parecchi altri sotto Claudio.
(*) Ce qu'il y a de constant, dice Pardessus, c'est que
le corps de droit présente un ensemble de règles sur les
négociations maritimes qui prouve qu'en ce point, comme<noinclude><references/></noinclude>
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