Wikisource itwikisource https://it.wikisource.org/wiki/Pagina_principale MediaWiki 1.47.0-wmf.14 first-letter Media Speciale Discussione Utente Discussioni utente Wikisource Discussioni Wikisource File Discussioni file MediaWiki Discussioni MediaWiki Template Discussioni template Aiuto Discussioni aiuto Categoria Discussioni categoria Autore Discussioni autore Progetto Discussioni progetto Portale Discussioni portale Pagina Discussioni pagina Indice Discussioni indice Opera Discussioni opera TimedText TimedText talk Modulo Discussioni modulo Evento Discussioni evento Pagina:Canti di Castelvecchio.djvu/40 108 161540 3870329 2385267 2026-08-05T07:46:45Z Federicor 9718 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3870329 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Silvio Gallio" />{{RigaIntestazione|||}}{{RigaIntestazione|24|{{Sc|i due girovaghi}}|}} ----</noinclude><poem> Questa terra ha certe porte, che ci s’entra e non se n’esce. È il castello della morte. S’ode qui l’erba che cresce: crescer l’erba e i rosolacci qui, di notte, al tempo buono: ma nient’altro... - ''Oggi ci sono'' ''e doman me ne vo...'' ''- Stacci!'' ''stacci! stacci!'' C’incontriamo... Io ti derido?! No, compagno nello stento! No, fratello! È un vano grido che gettiamo al freddo vento. Nè c’è un viso che s’affacci per dire, Eh! spazzacamino!... per dire, Oh! quel vecchiettino degli stacci... degli stacci!... ''stacci!...stacci!''</poem><noinclude> <references/></noinclude> 48hglw3bu4p5j91twtp6fdu52ahk3m1 Pagina:Canti di Castelvecchio.djvu/45 108 161545 3870331 2119378 2026-08-05T07:47:47Z Federicor 9718 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3870331 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Silvio Gallio" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>{{Centrato|l=16em|'''NOTTE D’ INVERNO'''}} <poem>Il Tempo chiamò dalla torre lontana... Che strepito! È un treno là, se non è il fiume che corre. O notte! Nè prima io l’udiva, lo strepito rapido, il pieno fragore di treno che arriva; sì, quando la voce straniera, di bronzo, me chiese; sì, quando mi venne a trovare ov’io era, squillando squillando nell’oscurità. Il treno s’appressa... Già sento la querula tromba che geme, là, se non è l’urlo del vento. E il treno rintrona rimbomba, rimbomba rintrona, ed insieme risuona una querula tromba.</poem><noinclude> <references/></noinclude> 4bsh0vyqsn1gs2whk4kdrs6enmteajt Pagina:La scaccheide.djvu/13 108 207577 3870327 1782320 2026-08-05T07:41:09Z Federicor 9718 3870327 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Lukiz" />{{RigaIntestazione||{{Sc|* vii. *}}|}}</noinclude>{{Centrato}} {{Xxx-larger|LA SCACCHEIDE}} </div> {{FI | file = La scaccheide (page 13 crop 1).jpg | width = 272px | float = center }} <poem> {{Capolettera|[[File:La scaccheide (page 13 crop 2).jpg|100px|alt=D]]||-.5em|||-.5em}}I guerra imago a cantar prendo, e pugne A le vere simìli, e Armati ed arme Finte di bosso, e gli scherzevol Regni; Come fra lor per bel desio d’onore {{R|5}}Combattano due Regi un bianco e un negro Con armi tinte di que’ due colori. Dite, d’Adige o Ninfe, i gran conflitti A i Vati et a le Muse ignoti ancora. Non v’ha camin: ma pure andar mi giova {{R|10}}Ove l’ardor mi spinge, e via non trita Io m’affretto a calcar Giovane audace. Voi m’aprite il sentier, mentr’io deserti Sassi trascorro, o Dive, e per secrete Inaccessibil rupi il piede aggiro. {{R|15}}Voi pria tal Gioco rammentar dovete, Voi ne l’Italo suol prime insegnaste Cotesti studj, de l’egregia Suora Scacchide Ninfa monumento illustre.</poem><noinclude><references/></noinclude> qupiqn6xuaf70ff3iku7dcft5ndfenm Pagina:La scaccheide.djvu/24 108 207588 3870325 2429530 2026-08-05T07:40:02Z Federicor 9718 3870325 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Wherwolf" />{{RigaIntestazione||{{Sc|* xviii. *}}|}}</noinclude><poem>(Poi chè questo credean non lieve acquisto) {{R|270}}In ciò la sorte al Condottiero arrise. Tacito allora e in se raccolto ei pensa Qual di sue schiere or più condur gli giovi Al pinto campo in mezzo; et a quel Fante, Che da l’oste il suo Re copre e difende, {{R|275}}Moversi impone, et oltre andar due passi; Cui tosto il Condottier del popol nero Oppone e guida anch’esso in dritta riga Un suo nero Pedone, e gli comanda Che del nemico, il qual s’appressa, a fronte {{R|280}}Con l’armi sue si fermi, e ’l mosso assalto Con pari ardir sostenga, ed arme pari. Stan dunque un contro l’altro in mezzo al campo Fermi, e tentan in vano alterni colpi, Poi chè pugnando in dritta riga i Fanti {{R|285}}Non hanno di ferirsi arbitrio e legge. Sottentrano in ajuto e quinci e quindi A destra et a sinistra i lor compagni, E tutti d’arme e Armati empiono i luoghi Alternando le veci; ancor la pugna {{R|290}}Non si confonde orribilmente e mesce; Marte placido scherza in mezzo a l’armi, E tentan lievi zuffe in se ristretti. Quando il nero Pedon, che al bianco incontro</poem><noinclude> <references/></noinclude> jh2cf1ddkpgkwqcby0fqzcjiqs4h3b9 3870326 3870325 2026-08-05T07:40:14Z Federicor 9718 3870326 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Wherwolf" />{{RigaIntestazione||{{Sc|* xviii. *}}|}}</noinclude><poem>(Poi chè questo credean non lieve acquisto) {{R|270}}In ciò la sorte al Condottiero arrise. Tacito allora e in se raccolto ei pensa Qual di sue schiere or più condur gli giovi Al pinto campo in mezzo; et a quel Fante, Che da l’oste il suo Re copre e difende, {{R|275}}Moversi impone, et oltre andar due passi; Cui tosto il Condottier del popol nero Oppone e guida anch’esso in dritta riga Un suo nero Pedone, e gli comanda Che del nemico, il qual s’appressa, a fronte {{R|280}}Con l’armi sue si fermi, e ’l mosso assalto Con pari ardir sostenga, ed arme pari. Stan dunque un contro l’altro in mezzo al campo Fermi, e tentan in vano alterni colpi, Poi chè pugnando in dritta riga i Fanti {{R|285}}Non hanno di ferirsi arbitrio e legge. Sottentrano in ajuto e quinci e quindi A destra et a sinistra i lor compagni, E tutti d’arme e Armati empiono i luoghi Alternando le veci; ancor la pugna {{R|290}}Non si confonde orribilmente e mesce; Marte placido scherza in mezzo a l’armi, E tentan lievi zuffe in se ristretti. Quando il nero Pedon, che al bianco incontro</poem><noinclude> <references/></noinclude> fylwlnilf3iu7wm51yk5v2pipeqt358 Pagina:La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu/564 108 284112 3870178 2852234 2026-08-04T15:25:43Z Dr Zimbu 1553 3870178 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Cinzia sozi" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Amore inalterabile'' | centro = ISAIA, 1. | dx =''dello sposo e della sposa.''}}</small></noinclude><section begin="7" />{{colonna}}{{vb|7|6}}Quanto sei bella, e quanto sei piacevole, o amor ''mio'', fra ''tutte'' le delizie! {{vb|7|7}}Questa tua statura ''è'' simile a una palma, e le tue mammelle a grappoli ''d’uva''. {{vb|7|8}}Io ho detto: Io salirò sopra la palma, e mi appiglierò a’ suoi rami; e le tue mammelle saranno ora come grappoli di vite, e l’odor del tuo naso come quello de’ pomi; {{vb|7|9}}E il tuo palato ''sarà'' come il buon vino, che cammina dirittamente al mio amico, e fa parlar le labbra de’ dormenti. {{vb|7|10}}Io ''son'' del mio amico, e il suo desiderio ''è'' verso me. {{vb|7|11}}Vieni, amico mio, usciamo a’ campi, passiam la notte nelle ville. {{vb|7|12}}Leviamoci la mattina, ''per andare'' alle vigne; veggiamo se la vite è fiorita, se l’agresto si scopre, ''se'' i melagrani hanno messe le lor bocce; quivi ti darò i miei amori. {{vb|7|13}}Le mandragole rendono odore, e in su gli usci nostri ''vi son'' delizie d’ogni sorta, e nuove, e vecchie, ''le quali'' io ti ho riposte, amico mio. <section end="7" /> <section begin="8" />{{vb|8|1|capolettera}}OH fossi tu pur come un mio fratello, che ha poppate le mammelle di mia madre! trovandoti io fuori, ti bacerei, e pur non ''ne'' sarei sprezzata. {{vb|8|2}}Io te ne menerei, e ti condurrei in casa di mia madre; tu mi ammaestreresti, ed io ti darei a bere del vino aromatico, del mosto del mio melagrano. {{vb|8|3}}''Sia'' la sua man sinistra sotto al mio capo, e abbraccimi la sua destra. {{vb|8|4}}Io vi scongiuro, figliuole di Gerusalemme, che non destiate l’amor ''mio'', e non le rompiate il sonno, finchè non le piaccia. {{Centrato|{{smaller|''Amore inalterabile dello sposo e della sposa.''}}}} {{vb|8|5}}Chi ''è'' costei, che sale dal deserto, che {{AltraColonna}}{{vb|8|5|continua}}si appoggia vezzosamente sopra il suo amico? Io ti ho svegliato sotto un melo, dove tua madre ti ha partorito, là dove quella che ti ha partorito si è sgravidata di te. {{vb|8|6}}Mettimi come un suggello in sul tuo cuore<ref>{{BibLink|Is|49|16}}. {{BibLink|Ag|2|23}}.</ref>, come un suggello in sul tuo braccio; perciocchè l’amore ''è'' forte come la morte, la gelosia ''è'' dura come l’inferno; le sue brace ''son'' brace di fuoco, fiamma grandissima. {{vb|8|7}}Molte acque non potrebbero spegnere quest’amore, nè fiumi inondarlo; se alcuno desse tutta la sostanza di casa sua per quest’amore, non se ne farebbe stima alcuna. {{vb|8|8}}Noi abbiamo una piccola sorella, la quale non ha ancora mammelle; che faremo noi alla nostra sorella, quando si terrà ragionamento di lei? {{vb|8|9}}Se ella ''è'' un muro, noi vi edificheremo sopra un palazzo d’argento; e se ''è'' un uscio, noi la rinforzeremo di tavole di cedro. {{vb|8|10}}Io ''sono'' un muro, e le mie mammelle ''son'' come torri; allora sono stata nel suo cospetto come quella che ha trovata pace. {{vb|8|11}}Salomone avea una vigna in Baal-hamon, ed egli la diede a de’ guardiani, ''con patti che'' ciascun ''di loro gli'' portasse mille ''sicli'' d’argento per lo frutto di essa. {{vb|8|12}}La mia vigna, che ''è'' mia, ''è'' davanti a me. ''Sieno'' i mille ''sicli'' tuoi, o Salomone; e abbianne i guardiani del frutto di essa dugento. {{vb|8|13}}O tu, che dimori ne’ giardini, i compagni attendono alla tua voce; famme''la'' udire. {{vb|8|14}}Riduciti prestamente, o amico mio, a guisa di cavriuolo, o di cerbiatto, sopra i monti degli aromati. {{FineColonna}}<section end="8" /> {{rule|8em}} <section begin="0" />{{Centrato|{{x-larger| IL LIBRO DEL PROFETA ISAIA.}}}}<section end="0" /> <section begin="1" />{{colonna}}{{Centrato|{{smaller|''Descrizione dei peccati e delle sofferenze del popolo, con esortazioni e minaccie.''}}}} {{vb|1|1|capolettera}}LA visione<ref>{{BibLink|Num|12|6}}.</ref> d’Isaia, figliuolo di Amos, la quale egli vide intorno a Giuda ed a Gerusalemme, a’ dì di Uzzia, di Iotam, di Achaz, ''e'' di Ezechia, re di Giuda. {{vb|1|2}}Ascoltate, cieli; e ''tu'', terra, porgi gli orecchi; perciocchè il Signore ha parlato, ''dicendo'': Io ho allevati de’ figliuoli, e ''li'' ho cresciuti<ref>{{BibLink|Is|5|1}}, ecc.</ref>; ma essi si son ribellati contro a me. {{vb|1|3}}Il bue conosce il suo possessore, e {{Pt|l’a-|}}{{AltraColonna}}{{vb|1|3|continua}}{{Pt|sino|l’asino}} la mangiatoia del suo padrone; ''ma'' Israele non ha conoscimento, il mio popolo non ha intelletto<ref>{{BibLink|Ger|8|7}}.</ref>. {{vb|1|4}}Guai alla nazione peccatrice, al popolo carico d’iniquità, alla schiatta de’ maligni<ref>{{BibLink|Mat|3|7}}.</ref>, a’ figliuoli perduti! hanno abbandonato il Signore, han dispettato il Santo d’Israele, si sono alienati ''e rivolti'' indietro. {{vb|1|5}}A che sareste ancora percossi<ref>{{BibLink|Ger|5|3}}.</ref>? voi aggiugnereste rivolta a rivolta; ogni capo ''è'' infermo, e ogni cuore ''è'' languido. {{vb|1|6}}Dalla pianta del piè infino alla testa {{FineColonna}}<section end="1" /><noinclude> <hr> <references/>{{PieDiPagina||556}}</noinclude> hvw797oas4utjcdtu2la1z5knqemn20 Pagina:La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu/565 108 284171 3870179 2426432 2026-08-04T15:26:10Z Dr Zimbu 1553 3870179 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Cinzia sozi" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Peccati e piaghe d’Israele.'' | centro =ISAIA, 2. | dx =''Invito al pentimento.''}}</small></noinclude><section begin=1 />{{colonna}}{{vb|1|6|continua}}non ''vi è'' sanità alcuna in esso; ''tutto è'' ferita, e lividore, e piaga colante; ''le quali'' non sono state rasciugate, nè fasciate, nè allenite con unguento. {{vb|1|7}}Il vostro paese ''è'' desolato, le vostre città sono arse col fuoco; i forestieri divorano il vostro paese, in presenza vostra; e ''questa'' desolazione ''è'' come una sovversione ''fatta'' da strani<ref>{{BibLink|Deut|28|51}}, {{BibLink|Deut|28|52|52}}.</ref>. {{vb|1|8}}E la figliuola di Sion resta come un frascato in una vigna, come una capanna in un cocomeraio, come una città assediata. {{vb|1|9}}Se il Signor degli eserciti non ci avesse lasciato alcun piccolo rimanente, noi saremmo stati come Sodoma, saremmo stati simili a Gomorra<ref>{{BibLink|Lam|3|22}}. {{BibLink|Rom|9|29}}.</ref>. {{vb|1|10}}Ascoltate, rettori di Sodoma, la parola del Signore; popolo di Gomorra, porgete le orecchie alla Legge dell’Iddio nostro. {{vb|1|11}}Che ho io da far della moltitudine de’ vostri sacrificii<ref>{{BibLink|1 Sam|15|22}}. {{BibLink|Sal|51|16}}. {{BibLink|Am|5|21}}, {{BibLink|Am|5|22|22}}.</ref>? dice il Signore; io son satollo d’olocausti di montoni, e di grasso di bestie grasse; e il sangue de’ giovenchi, e degli agnelli, e de’ becchi, non mi è a grado. {{vb|1|12}}Quando voi venite per comparir nel mio cospetto, chi ha richiesto questo di man vostra, che voi calchiate i miei cortili? {{vb|1|13}}Non continuate ''più'' di portare offerte da nulla; i profumi mi son cosa abbominevole; quant’è alle calendi, a’ sabati, al bandir raunanze, io non posso ''portare'' iniquità, e festa solenne ''insieme''. {{vb|1|14}}L’anima mia odia le vostre calendi, e le vostre solennità; mi son di gravezza, io sono stanco di portar''le''. {{vb|1|15}}Perciò, quando voi spiegherete le palme delle mani, io nasconderò gli occhi miei da voi<ref>{{BibLink|Prov|1|28}}. {{BibLink|Is|59|2}}.</ref>; eziandío, quando moltiplicherete le orazioni, io non le esaudirò; le vostre mani son piene di sangue. {{vb|1|16}}Lavatevi, nettatevi, rimovete la malvagità delle opere vostre d’innanzi agli occhi miei; restate di far male; {{vb|1|17}}Imparate a far bene<ref>{{BibLink|Rom|12|9}}.</ref>; cercate la dirittura, ridirizzate l’oppressato, fate ragione all’orfano, mantenete il diritto della vedova. {{vb|1|18}}Venite pur ora, dice il Signore, e litighiamo insieme. Quando i vostri peccati fossero come lo scarlatto, saranno imbiancati come la neve; quando fosser rossi come la grana, diventeranno come la lana<ref>{{BibLink|Sal|51|7}}. {{BibLink|Is|43|25}}, {{BibLink|Is|43|26|26}}.</ref>. {{vb|1|19}}Se voi volete ubbidire, mangerete i beni della terra; {{vb|1|20}}Ma se ricusate, e siete ribelli, sarete consumati dalla spada; perciocchè la bocca del Signore ha parlato. {{vb|1|21}}Come è la città fedele divenuta {{Pt|me-|}}{{AltraColonna}}{{vb|1|3|continua}}{{Pt|retrice!|meretrice!}} ella era piena di dirittura; giustizia dimorava in essa; ma ora ''son tutti'' micidiali. {{vb|1|22}}Il tuo argento è divenuto schiuma; la tua bevanda è mescolata con acqua; {{vb|1|23}}I tuoi principi ''son'' ribelli, e compagni di ladri; essi tutti amano i presenti, e procacciano le ricompense; non fanno ragione all’orfano, e la causa della vedova non viene davanti a loro. {{vb|1|24}}Perciò, il Signore, il Signor degli eserciti, il Possente d’Israele, dice: Oh! io mi appagherò pur sopra i miei nemici, e mi vendicherò de’ miei avversari<ref>{{BibLink|Deut|28|63}}.</ref>! {{vb|1|25}}Poi rimetterò la mano sopra te, e ti purgherò delle tue schiume, come ''nel'' ceneraccio; e rimoverò tutto il tuo stagno; {{vb|1|26}}E ristabilirò i tuoi rettori, come ''erano'' da principio; e i tuoi consiglieri, come ''erano'' al cominciamento; dopo questo tu sarai chiamata: Città di giustizia, Città fedele<ref>{{BibLink|Zac|8|3}}.</ref>. {{vb|1|27}}Sion sarà riscattata per giudicio, e quelli che vi ritorneranno per giustizia. {{vb|1|28}}Ma i ribelli e i peccatori ''saranno'' tutti quanti fiaccati, e quelli che abbandonano il Signore saranno consumati. {{vb|1|29}}Perciocchè voi sarete svergognati per le querce che avete amate, e confusi per li giardini che avete scelti. {{vb|1|30}}Perciocchè voi sarete come una quercia di cui son cascate le foglie, e come un giardino senza acqua. {{vb|1|31}}E il forte diventerà stoppa, e l’opera sua favilla; e amendue saranno arsi insieme, e non ''vi sarà'' niuno che spenga ''il fuoco''. <section end=1 /> <section begin=2 />{{Centrato|{{smaller|''Grandezza futura del vero Israele — Giudizii preparatorii— Il giorno del Signore — Purificazione di Gerusalemme.''}}}} {{vb|2|1|capolettera}} LA parola che Isaia, figliuolo di Amos, ebbe in visione, intorno a G{{smaller|IUDA}} ed a G{{smaller|ERUSALEMME}}. {{vb|2|2}}Or avverrà negli ultimi giorni, che il monte della Casa del Signore sarà fermato nel sommo de’ monti, e sarà alzato sopra i colli; e tutte le genti concorreranno ad esso. {{vb|2|3}}E molti popoli andranno, e diranno: Venite, saliamo al monte del Signore, alla Casa dell’Iddio di Giacobbe; ed egli ci ammaestrerà intorno alle sue vie, e noi cammineremo ne’ suoi sentieri; perciocchè la Legge uscirà di Sion, e la Parola del Signore di Gerusalemme<ref>{{BibLink|Luc|24|47}}.</ref>. {{vb|2|4}}Ed egli farà giudicii fra le genti, e castigamenti sopra molti popoli; ed essi delle loro spade fabbricheranno zappe, e delle lor lance falci; una nazione non alzerà ''più'' la spada contro all’''altra'' nazione, e non impareranno più la guerra<ref>{{BibLink|Sal|46|9}}.</ref>.{{FineColonna}}<section end=2 /><noinclude> <hr> <references/>{{PieDiPagina||557}}</noinclude> kn1uee15gtecqtrpu1n1t0t47oiq9z8 Pagina:La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu/566 108 284655 3870180 2426433 2026-08-04T15:27:02Z Dr Zimbu 1553 3870180 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Cinzia sozi" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Il gran giorno del Signore.'' | centro =ISAIA, 3. | dx =''Castigo di Gerusalemme.''}}</small></noinclude><section begin=2 />{{colonna}}{{vb|2|5}}O casa di Giacobbe, venite, e camminiamo nella luce del Signore<ref>{{BibLink|Ef|5|8}}.</ref>. {{vb|2|6}}Perciocchè tu, ''Signore'', hai abbandonato il tuo popolo, la casa di Giacobbe; perchè son pieni d’Oriente, e ''son'' pronosticatori come i Filistei, e hanno applauso a’ figliuoli de’ forestieri<ref>{{BibLink|Sal|106|34}}, {{BibLink|Sal|106|35|35}}.</ref>. {{vb|2|7}}E il lor paese si è riempiuto d’argento e d’oro, talchè hanno tesori senza fine; il lor paese si è eziandío riempiuto di cavalli, e hanno carri senza fine; {{vb|2|8}}Oltre a ciò, il lor paese si è riempiuto d’idoli; hanno adorata l’opera delle lor mani, ciò che le lor dita hanno fatto. {{vb|2|9}}E la gente vile si è inchinata, e parimente gli uomini onorati si son bassati; perciò non perdonerai loro. {{vb|2|10}}Entra nella roccia, e nasconditi nella polvere, per lo spavento del Signore, e per la gloria della sua altezza. {{vb|2|11}}Gli occhi altieri dell’uomo saranno abbassati, e l’altezza degli uomini sarà depressa<ref>{{BibLink|Is|5|15}}, {{BibLink|Is|5|16|16}}; {{BibLink|Is|13|11|13. 11}}.</ref>; e il Signore solo sarà esaltato in quel giorno<ref>{{BibLink|Ger|30|7}}, {{BibLink|Ger|30|8|8}}.</ref>. {{vb|2|12}}Perciocchè ''vi è'' un giorno del Signor degli eserciti contro a ogni superbo ed altiero; e contro a chiunque s’innalza; ed egli sarà abbassato; {{vb|2|13}}E contro a tutti i cedri alti ed elevati del Libano, e contro a tutte le querce di Basan; {{vb|2|14}}E contro a tutti gli alti monti, e contro a tutti i colli elevati; {{vb|2|15}}E contro a ogni torre eccelsa, e contro a ogni muro forte; {{vb|2|16}}E contro a tutte le navi di Tarsis, e contro a tutti i be’ disegni. {{vb|2|17}}E l’altezza degli uomini sarà depressa, e la sublimità degli uomini sarà abbassata; e il Signore solo sarà esaltato in quel giorno. {{vb|2|18}}Ed egli sterminerà del tutto gl’idoli. {{vb|2|19}}E ''gli uomini'' entreranno nelle spelonche delle rocce, e nelle grotte della terra, per lo spavento del Signore<ref>{{BibLink|Luc|23|30}}. {{BibLink|Apoc|6|16}}.</ref>, e per la gloria della sua altezza, quando egli si leverà per fiaccar la terra<ref>{{BibLink|Eb|12|26}}.</ref>. {{vb|2|20}}In quel giorno l’uomo gitterà alle talpe, ed a’ vipistrelli, gl’idoli del suo argento, e gl’idoli del suo oro, i quali altri gli avrà fatti, per adorarli; {{vb|2|21}}Entrando nelle buche delle rocce, e delle caverne de’ sassi, per lo spavento del Signore, e per la gloria della sua altezza, quando egli si leverà per fiaccar la terra. {{vb|2|22}}Rimanetevi di ''fidarvi nell''’uomo il cui alito ''è'' nelle nari; perciocchè, di quanto pregio e valore è egli<ref>{{BibLink|Sal|146|3}}.</ref>? <section end=2 /> <section begin=3 /> {{vb|3|1|capolettera}} PERCIOCCHÈ, ecco, il Signore, il Signor degli eserciti, toglie via di Gerusalemme e di Giuda ''ogni'' sostegno ed {{AltraColonna}}{{vb|3|1|continua}}appoggio; ogni sostegno di pane, e ogni sostegno di acqua<ref>{{BibLink|Lev|26|26}}.</ref>; {{vb|3|2}}Il forte e il guerriere; il giudice e il profeta; e l’indovino e l’anziano; {{vb|3|3}}Il capitano di cinquantina, e l’uomo d’autorità, e il consigliere, e l’artefice industrioso, e l’''uomo'' intendente nelle parole segrete<ref>{{BibLink|2 Re|24|14}}. ecc.</ref>. {{vb|3|4}}E io farò, che de’ giovanetti saranno lor principi, e che de’ fanciulli li signoreggeranno<ref>{{BibLink|Eccl|10|16}}.</ref>. {{vb|3|5}}E il popolo sarà oppressato l’uno dall’altro, e ciascuno dal suo prossimo; il fanciullo superbirà contro al vecchio, e il vile contro all’onorevole. {{vb|3|6}}Se alcuno prende un suo fratello, della casa di suo padre, ''dicendo'': Tu hai una veste, sii nostro principe, e ''sia'' questa ruina sotto alla tua mano; {{vb|3|7}}Egli giurerà in quel giorno, dicendo: Io non sarò signore; e in casa mia non ''vi è'' nè pane, nè vestimento; non mi costituite principe del popolo. {{vb|3|8}}Perciocchè Gerusalemme è traboccata, e Giuda è caduto; perchè la lingua e le opere loro ''son'' contro al Signore, per provocare ad ira gli occhi della sua gloria. {{vb|3|9}}Ciò che si riconosce loro nella faccia testifica contro a loro; ed essi pubblicano il lor peccato come Sodoma, ''e'' non lo celano. Guai alle anime loro! perciocchè fanno male a sè stessi. {{vb|3|10}}Dite al giusto, che ''gli avverrà'' bene; perciocchè ''i giusti'' mangeranno il frutto delle loro opere<ref>{{BibLink|Eccl|8|12}}. ecc.</ref>. {{vb|3|11}}Guai all’empio! male ''gli avverrà''; perciocchè gli sarà fatta la retribuzione delle sue mani. {{vb|3|12}}Gli oppressatori del mio popolo ''sono'' fanciulli, e donne lo signoreggiano. Popol mio, quelli che ti predicano beato ''ti'' fanno traviare, e fanno andare in perdizione la via de’ tuoi sentieri. {{vb|3|13}}Il Signore comparisce, per contendere; e si presenta, per giudicare i popoli. {{vb|3|14}}Il Signore verrà in giudicio contro agli anziani del suo popolo, e contro a’ principi di esso; voi siete pur quelli che avete guasta la vigna; la preda del povero ''è'' nelle vostre case. {{vb|3|15}}Perchè tritate il mio popolo, e pestate le facce de’ poveri? dice il Signore, il Signor degli eserciti. {{vb|3|16}}Oltre a ciò, il Signore ha detto: Perciocchè le figliuole di Sion si sono innalzate, e son camminate a gola stesa, e ammiccando con gli occhi; ''e'' son camminate carolando, e hanno fatto tintinno co’ lor piedi; {{vb|3|17}}Il Signore pelerà la sommità del capo delle figliuole di Sion, e il Signore scoprirà le lor vergogne. {{vb|3|18}}In quel giorno il Signore torrà via {{FineColonna}}<section end=3 /><noinclude> <hr> <references/>{{PieDiPagina||558}}</noinclude> 65at86jw6c2rsxr4p95311990zl9g64 Pagina:La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu/567 108 284660 3870181 2426434 2026-08-04T15:30:46Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870181 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Parabola della vigna'' | centro =ISAIA, 4, 5. | dx =''e sua applicazione.''}}</small></noinclude><section begin=3 />{{colonna}}{{vb|3|18|continua}}l’ornamento delle pianelle, i calzamenti fatti ad occhietti, e le lunette; {{vb|3|19}}Le collane, e i monili, e le maniglie; {{vb|3|20}}I fregi, e i legaccioli da gamba, e le bende, e i bossoli d’odori, e gli orecchini; {{vb|3|21}}Gli anelli, e i monili pendenti in sul naso; {{vb|3|22}}Le robe da festa, e i mantelletti, e i veli, e gli spilletti; {{vb|3|23}}Gli specchi, e gli zendadi, e le mitrie, e le gonne. {{vb|3|24}}E avverrà che, in luogo di buono odore, vi sarà marcia; e in luogo di cintura, squarciatura; e in luogo d’increspatura ''di capelli'', calvezza; e in luogo di fascia da petto, cinto di sacco; e in luogo di bellezza, arsura. {{vb|3|25}}I tuoi uomini cadranno per la spada, e i tuoi uomini prodi nella battaglia. {{vb|3|26}}E le porte di Gerusalemme si lamenteranno, e faranno cordoglio; ed ella, dopo essere stata vuotata, giacerà per terra. <section end=3 /> <section begin=4 />{{vb|4|1|capolettera}} E IN quel giorno sette donne prenderanno un uomo, dicendo: Noi mangeremo il nostro pane, e ci vestiremo dei nostri vestimenti; sol che siamo chiamate del tuo nome; togli via il nostro vituperio<ref>{{BibLink|Luc|1|25}}.</ref>. {{vb|4|2}}In quel giorno il Germoglio del Signore<ref>{{BibLink|Ger|23|5}}. {{BibLink|Zac|3|8}}; {{BibLink|Zac|6|12|6. 12}}.</ref> sarà a onore ed a gloria; e il frutto della terra ad altezza, e a magnificenza a que’ d’Israele, che saranno scampati. {{vb|4|3}}E avverrà, che chi sarà restato in Sion, e rimasto in Gerusalemme, sarà chiamato santo; ''e'' che chiunque è scritto a vita ''sarà'' in Gerusalemme<ref>{{BibLink|Fil|4|3}}.</ref>; {{vb|4|4}}Quando il Signore avrà lavate le brutture delle figliuole di Sion, e avrà nettato il sangue di Gerusalemme del mezzo di essa, in ispirito di giudicio, e in ispirito di ardore. {{vb|4|5}}E il Signore creerà sopra ogni stanza del monte di Sion, e sopra le sue raunanze, di giorno, una nuvola con fumo; e di notte, uno splendore di fuoco fiammeggiante<ref>{{BibLink|Es|13|21}}. {{BibLink|Zac|2|5}}.</ref>: perciocchè ''vi sarà'' una coverta sopra tutta la gloria. {{vb|4|6}}E vi sarà una tenda per ombra di giorno, ''per ripararsi'' dal caldo; per ricetto e nascondimento dal nembo e dalla pioggia<ref>{{BibLink|Is|25|4}}.</ref>. <section end=4 /> <section begin=5 />{{Centrato|{{smaller|''Parabola della vigna e sua applicazione.''}}}} {{vb|5|1|capolettera}} OR io canterò all’amico mio il cantico del mio amico, intorno alla sua vigna. Il mio amico avea una vigna, in un ''luogo grasso'', ''come'' un corno d’olio<ref>{{BibLink|Sal|80|8}}. {{BibLink|Mat|21|33}}. ecc. {{BibLink|Mar|12|1}}, ecc. {{BibLink|Luc|20|9}}, ecc.</ref>. {{vb|5|2}}E le fece attorno una chiusura, e ne tolse via le pietre, e la piantò di viti eccellenti, ed edificò una torre in mezzo di essa, e anche vi fabbricò un torcolo; or {{AltraColonna}}{{vb|5|2|continua}}egli aspettava ch’ella facesse delle uve, e ha fatte delle lambrusche<ref>{{BibLink|Deut|32|6}}.</ref>. {{vb|5|3}}Or dunque, abitanti di Gerusalemme, e uomini di Giuda, giudicate fra me e la mia vigna<ref>{{BibLink|Rom|3|4}}.</ref>. {{vb|5|4}}Che si dovea più fare alla mia vigna che io non vi abbia fatto? perchè ho io aspettato che facesse delle uve, e ha fatte delle lambrusche? {{vb|5|5}}Or dunque, io vi farò assapere ciò che io son per fare alla mia vigna. Io torrò via la sua siepe, e sarà pascolata; io romperò la sua chiusura, e sarà calpestata. {{vb|5|6}}E la ridurrò in deserto; non sarà potata, nè zappata; e le vepri e i pruni ''vi'' monteranno; divieterò ancora alle nuvole, che non ispandano pioggia sopra essa. {{vb|5|7}}Certo, la vigna del Signore degli eserciti ''è'' la casa d’Israele, e gli uomini di Giuda ''son'' le piante delle sue delizie; egli ''ne'' ha aspettata dirittura, ed ecco lebbra; giustizia, ed ecco grido. {{vb|5|8}}Guai a coloro che congiungono casa a casa, ''ed'' accozzano campo a campo, finchè non ''vi sia più'' luogo, e che voi soli siate stanziati in mezzo della terra! {{vb|5|9}}Il Signor degli eserciti mi ha ''detto'' all’orecchio: Se le case magnifiche non son ridotte in desolazione; ''e'' le grandi e belle, ad esser disabitate; {{vb|5|10}}Quando dieci bifolche di vigna faranno ''solo'' un bato, e la sementa di un homer farà ''solo'' un efa. {{vb|5|11}}Guai a coloro che si levano la mattina a buon’ora, per andar dietro alla cervogia, ''e'' la sera dimorano lungamente ''a bere'', ''finchè il'' vino li riscaldi<ref>{{BibLink|Prov|23|29}}, {{BibLink|Prov|23|30|30}}.</ref>! {{vb|5|12}}E ne’ cui conviti vi è la cetera e il saltero; il tamburo, e il flauto, col vino; e non riguardano all’opera del Signore, e non veggono i fatti delle sue mani! {{vb|5|13}}Perciò, il mio popolo è menato in cattività, perchè non ha conoscimento<ref>{{BibLink|Os|4|6}}. {{BibLink|Luc|19|44}}.</ref>; e la sua nobiltà si muor di fame, e il suo popolazzo è arido di sete. {{vb|5|14}}Perciò, il sepolcro si è allargato, e ha aperta la sua gola smisuratamente; e la nobiltà di Gerusalemme, e il suo popolazzo, e la sua turba, e coloro che in essa festeggiano, vi scenderanno. {{vb|5|15}}E la gente vile sarà depressa, e ''parimente'' gli uomini onorati saranno abbattuti, e gli occhi degli altieri saranno abbassati; {{vb|5|16}}E il Signor degli eserciti sarà esaltato per giudicio, e l’Iddio santo sarà santificato per giustizia. {{vb|5|17}}E gli agnelli pastureranno presso alle lor mandre; e i pellegrini mangeranno i luoghi deserti delle ''bestie'' grasse. {{vb|5|18}}Guai a coloro che tirano l’iniquità {{FineColonna}}<section end=5 /><noinclude> <hr> <references/>{{PieDiPagina||559}}</noinclude> 8jwe6j2daoggoemakbegviblq307tmm Isaia (Diodati 1821)/capitolo 3 0 284661 3870182 3709866 2026-08-04T15:31:10Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3870182 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=4 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../capitolo_2|succ=../capitolo_4}} <pages index="La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu" from=566 to=567 fromsection=3 tosection=3 /> {{Sezione note}} [[Categoria:Testi sacri del cristianesimo]] s5p6zhepeq10b0exggjkfy4t29mf4em Isaia (Diodati 1821)/capitolo 4 0 284662 3870183 3709877 2026-08-04T15:31:17Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3870183 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=4 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../capitolo_3|succ=../capitolo_5}} <pages index="La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu" from=567 to=567 fromsection=4 tosection=4 /> {{Sezione note}} [[Categoria:Testi sacri del cristianesimo]] 52sna9eux3ms0at7quq5bfjzk8jkqe7 Portale:Comunità/Sezioni 106 288598 3870349 3856293 2026-08-05T09:09:54Z Dario Crespi (WMIT) 62576 /* Wikimedia in Italia */ 3870349 wikitext text/x-wiki {{Intestazione gestione portale | Titolo pagina = Sezioni del Portale Comunità | Nome categoria = | Nome portale = comunità | Titolo livello 1 = Sezioni del Portale Comunità | Link livello 1 = Comunità/Sezioni }} == Intestazione == <section begin="Intestazione" /><div style="width:100%; padding-top:10px; padding-bottom:10px; border:1px solid #009900; background-color: var(--background-color-neutral, #eaecf0); color:inherit; text-align:center; border-radius:15px;"><div style="text-align:left; font-size:100%; padding:0.2em 0.4em; border-radius:100px"> <div style="text-align:center; font-size:21px; font-family:Georgia; margin-bottom:0.7em; font-weight:bold">[[Portale:Portali|<span style="color:var(--color-base, #202122)">Portale</span>]] [[:Categoria:Comunità|<span style="color:var(--color-base, #202122)">Comunità</span>]]</div> <!-- PRIMA COLONNA --><div style="float:left; width:50%"><div style="text-align:left; font-size:90%; margin:0.5em 1em; margin-bottom:-1.2em;">{{Blocco centrato}}[[File:Ambox ?.svg|20px]] '''Vuoi contribuire allo sviluppo di questa biblioteca?''' <div style="margin-bottom:0.3em"></div> ::Leggi le pagine di [[Aiuto:Aiuto|aiuto]] e [[Wikisource:Linee guida|le linee guida]] di Wikisource.{{Fine blocco}}</div></div> <!-- SECONDA COLONNA --><div style="float:right; width:50%"><div style="text-align:left; font-size:90%; margin:0.5em 1em; margin-bottom:-1.2em;">{{Blocco centrato}}[[File:Ambox blue question.svg|20px]] '''Vuoi entrare a far parte della comunità?''' <div style="margin-bottom:0.3em"></div> ::[[Aiuto:Come registrarsi|Registrati]]: avrai una pagina [[Aiuto:Namespace_utente|utente]] e una di [[Aiuto:Pagina discussione|discussione]].{{Fine blocco}} <!-- FINE COLONNE --></div></div><div style="clear:both"></div> <hr style="color:#009900; background-color:#009900; height:1px; margin-top:0.5em; margin-bottom:0.5em; margin-left:30%; margin-right:30%;"/> <div style="font-size:85%; font-family:Georgia; text-align:center;" >''Se vuoi proporre un inserimento o hai domande sul funzionamento di Wikisource''</div> <div class="plainlinks" style="text-align:center; font-size:120%; font-family:Georgia; margin-top:2px;" >'''''[{{fullurl:Wikisource:Bar|action=edit&section=new}} Chiedi al Bar!]'''''</div> </div></div> <div style="margin-top:7px; text-align: center">{{Sc|[[Wikisource:Pagina delle prove|Pagina delle prove]] • [[Wikisource:Biblioteca scolastica|Biblioteca scolastica]] • [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli|La fabbrica dei giocattoli]] • [[Wikisource:Attrezzi|Attrezzi]] • [[Wikisource:Domande tecniche|Domande tecniche]] • [[Wikisource:Sala stampa|Sala stampa]] • [[Speciale:Statistiche|Statistiche]]}}</div><section end="Intestazione" /> == Cose da fare == <section begin="Cose da fare" /><center><small><b>[[Wikisource:Benvenuto Bot/Firme|Benvenuto]]</b> ~ <b>[[Speciale:Messaggi|Messaggi di sistema]]</b> ~ <b>[[Pagina principale/Sezioni|Pagina principale:]]</b> <small>[[Wikisource:In evidenza|In evidenza]] ‐ [[Pagina principale/Proposte|Proposte]] - [[Pagina principale/Citazioni|Citazioni]] ‐ [[Wikisource:Ricorrenze|Ricorrenze]] ‐ [[Pagina principale/Sandbox|Sandbox]] ([[Pagina principale/Sezioni/Sandbox|Sezioni]])</small></small></center> {| style="width:90%; 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Come destinare il 5x1000 a Wikimedia Italia – I prossimi appuntamenti}} === Altro === [[File:Wikimania.svg|27px]] [https://Wikimania.wikimedia.org Wikimania {{CURRENTYEAR}}] <section end="Mondo Wikimedia" /> == Tutti i portali e i progetti tematici == <section begin="Tutti i portali e i progetti tematici" /><!-- PRIMA COLONNA: PORTALI --><div style="float:left; width:49%"> {{Cassetto | Titolo = <div style="border:1px solid grey; border-radius:10px; padding:0.3em; margin-right:-5px; text-align:center">'''[[Portale:Portali|Portali]]'''</div> | Testo = [[File:Wikisource-logo.svg|20px]] '''Wikisource''' * [[Portale:Autori|Autori]] * [[Portale:Progetti|Progetti]] * [[Portale:Testi|Testi]] [[File:Nuvola apps kcoloredit.png|20px]] '''Arti''' * [[Portale:CantaStoria|CantaStoria]] * [[Portale:Lingue e dialetti d'Italia|Lingue e dialetti d'Italia]] * [[Portale:Teatro|Teatro]] [[File:Nuvola apps kuser.png|20px]] '''Scienze sociali''' * [[Portale:Diritto|Diritto]] * [[Portale:Economia|Economia]] [[File:Nuvola apps display.png|20px]] '''Tecnologia e scienze applicate''' * [[Portale:Ferrovie|Ferrovie]] }} <!-- SECONDA COLONNA: PROGETTI --></div><div style="float:right; 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width:238px; border:1px solid #999; background:#EEE; margin:1em auto" ! style="width:45px; height:45px; background:#DDD; text-align:left; font-size:14pt; color:black; padding:1px; line-height:1.25em; vertical-align: middle" | [[File:Featured article star - check.svg|40px]] | style="text-align:left; padding:4px; height:45px; line-height:1.25em; color:black; vertical-align: middle" | <center><div style="font-size:110%">'''[[Wikisource:Rilettura del mese|Rilettura del mese]]'''</div> <!--''{{#section:Pagina principale/Sezioni|rilettura}}''--></center> |}</div><section end="Aiuta Wikisource" /> == Discussioni == <section begin="Discussioni" />[[Wikisource:Bar/Archivio/{{CURRENTYEAR}}.{{CURRENTMONTH}}|Discussioni al bar ({{CURRENTMONTHABBREV}})]]<section end="Discussioni" /> <!-- <center style="margin-top:0.35em">'''[[Wikisource:Bibliotecario|Altri avvenimenti nel ''Bibliotecario'']]'''</center> --> == Manuale di Wikisource == <section begin="Manuale di Wikisource" /> {| style="font-size:90%" |- ! style="background:#A0FFA0; text-align:center; padding:0.5em" | Guide | style="padding:0.5em 0em 0.5em 0.5em" | [[Aiuto: Guida del percorso di qualità dei testi|Guida del percorso di qualità dei testi]] · [[Aiuto: Guida del wikisourciano principiante|Guida del wikisourciano principiante]] · [[Aiuto: Guida del lettore|Guida del lettore]] · [[Aiuto: Guida alla comunità|Guida alla comunità]] · [[Aiuto: Guida del wikisourciano esperto|Guida del wikisourciano esperto]] |- ! style="background:#A0FFA0; text-align:center; padding:0.5em" | Principali pagine di aiuto | style="padding:0.5em 0em 0.5em 0.5em" | [[Aiuto:Guida del nuovo contributore|Guida del nuovo contributore]] · [[Aiuto:Guida essenziale|Guida essenziale]] · [[Aiuto:FAQ|FAQ]] · [[Aiuto:Glossario|Glossario]] |}<section end="Manuale di Wikisource" /> 1d2z9alk4iiu572ynw7vl8q0v0c4zd9 Pagina:La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu/568 108 288912 3870184 2426435 2026-08-04T15:33:54Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870184 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Gerusalemme sarà distrutta. | centro = ISAIA, 6, 7. | dx =''Vocazione di Isaia.''}}</small></noinclude><section begin=5 />{{colonna}}{{vb|5|18|continua}}con funi di vanità, e il peccato come con corde di carro! {{vb|5|19}}I quali dicono: Affrettisi pure, e solleciti l’opera sua, acciocchè, noi ''la'' veggiamo; e accostisi, e venga pure il consiglio del Santo d’Israele, acciocchè noi ''lo'' conosciamo<ref>{{BibLink|2 Piet|3|3}}, {{BibLink|2 Piet|3|4|4}}, {{BibLink|2 Piet|3|9|9}}.</ref>. {{vb|5|20}}Guai a coloro che dicono del male bene, e del bene male; i quali fanno delle tenebre luce, e della luce tenebre; i quali fanno dell’amaro il dolce, e del dolce l’amaro! {{vb|5|21}}Guai a coloro che si reputano savi<ref>{{BibLink|Rom|1|22}}.</ref>, e ''che sono'' intendenti appo loro stessi. {{vb|5|22}}Guai a coloro che son valenti a bere il vino, e prodi a mescer la cervogia! {{vb|5|23}}A coloro che giustificano l’empio per presenti, e tolgono a’ giusti la lor ragione<ref>{{BibLink|Prov|17|15}}.</ref>! {{vb|5|24}}Perciò, siccome la fiamma del fuoco divora la stoppia, e la vampa consuma la paglia, ''così'' la lor radice sarà come una cosa marcia, e i lor germogli se ne andran via come la polvere; perciocchè hanno sprezzata la Legge del Signor degli eserciti, e han disdegnata la parola del Santo d’Israele. {{vb|5|25}}Perciò, l’ira del Signore si è accesa contro al suo popolo<ref>{{BibLink|2 Re|22|13|2 Re 22. 13}}, {{BibLink|2 Re|22|17|17}}.</ref>; ed egli ha stesa la sua mano contro ad esso, e l’ha percosso; e i monti ''ne'' hanno tremato; e i lor corpi morti sono stati a guisa di letame in mezzo delle strade. Per tutto ciò l’ira del Signore non si è racquetata; ma la sua mano ''è'' ancora stesa. {{vb|5|26}}Ed egli alzerà la bandiera alle nazioni lontane, e fischierà loro dall’estremità della terra; ed ecco, prestamente ''e'' leggermente verranno<ref>{{BibLink|Ger|5|15}}, ecc.</ref>. {{vb|5|27}}Fra esse non ''vi sarà'' alcuno stanco, nè fiacco; non saranno sonnacchiosi, nè addormentati; e la cintura de’ lombi loro non sarà sciolta, nè la correggia delle scarpe rotta. {{vb|5|28}}Le lor saette ''saranno'' acute, e tutti i loro archi tesi; l’unghie de’ lor cavalli saranno reputate come selci, e le ruote ''de’'' lor ''carri'' come un turbo. {{vb|5|29}}Avranno un ruggito simile a quel del leone, e ruggiranno come leoncelli; fremeranno, e daranno di piglio alla preda, e ''la'' rapiranno, senza che alcuno ''la'' riscuota. {{vb|5|30}}E in quel giorno fremeranno contro al popolo, come freme il mare; ed egli guarderà verso la terra, ed ecco tenebre, ''e'' distretta ''che si rinnovellerà'' col dì; ''e'' nel cielo di essa farà scuro. <section end=5 /> <section begin=6 /> {{Centrato|{{smaller|''Isaia chiamato e consacrato profeta.''}}}} {{vb|6|1|capolettera}} NELL’anno che morì il re Uzzia<ref>{{BibLink|2 Re|15|7|2 Re 15. 7}}.</ref>, io vidi il Signore, che sedeva sopra un {{AltraColonna}}{{vb|6|1|continua}}alto ed elevato trono<ref>{{BibLink|1 Re|22|19|1 Re 22. 19}}. {{BibLink|Apoc|4|2}}.</ref>; e il lembo ''della'' sua ''veste'' riempieva il Tempio. {{vb|6|2}}I Serafini stavano di sopra ad esso; e ciascun d’essi avea sei ale; con due copriva la sua faccia, e con due copriva i suoi piedi, e con due volava. {{vb|6|3}}E l’uno gridava all’altro, e diceva: Santo, santo, santo ''è'' il Signor degli eserciti<ref>{{BibLink|Apoc|4|8}}.</ref>; tutta la terra è piena della sua gloria. {{vb|6|4}}E gli stipiti delle soglie furono scrollati per la voce di colui che gridava, e la Casa fu ripiena di fumo<ref>{{BibLink|Es|40|34}}. {{BibLink|1 Re|8|10|1 Re 8. 10}}.</ref>. {{vb|6|5}}E io dissi: Ahi! lasso me! perciocchè io son deserto; conciossiachè io ''sia'' uomo immondo di labbra, e abiti in mezzo di un popolo immondo di labbra; e pur gli occhi miei hanno veduto il Re, il Signor degli eserciti<ref>{{BibLink|Giud|6|22}}; {{BibLink|Giud|13|22|13.22}}.</ref>. {{vb|6|6}}E uno de’ Serafini volò a me, avendo in mano un carbone acceso, ''il quale'' egli avea preso con le molle d’in su l’Altare; {{vb|6|7}}E l’accostò alla mia bocca, e disse: Ecco, questo ha toccate le tue labbra; or sarà la tua iniquità rimossa, e il tuo peccato purgato. {{vb|6|8}}Poi io udii la voce del Signore che diceva: Chi manderò? e chi andrà per noi? E io dissi: Eccomi, manda me. {{vb|6|9}}Ed egli disse: Va’, e di’ a questo popolo: Ascoltate pure, ma non intendiate; e riguardate pure, ma non conosciate<ref>{{BibLink|Mat|13|14}}. {{BibLink|Fat|28|26}}.</ref>. {{vb|6|10}}Ingrassa il cuore di questo popolo, e aggravagli le orecchie, e turagli gli occhi; acciocchè non vegga co’ suoi occhi, e non oda colle sue orecchie, e non intenda col suo cuore; e ch’egli non si converta, e che ''Iddio'' non lo guarisca. {{vb|6|11}}E io dissi: Infino a quando, Signore? Ed egli disse: Finchè le città sieno state desolate, senza abitatore; e che le case ''sieno'' senza uomini; e che la terra sia ridotta in deserto, e desolazione; {{vb|6|12}}E che il Signore abbia allontanati gli uomini; e che la solitudine sia stata lungo tempo in mezzo della terra. {{vb|6|13}}Ma pure ancora ''vi resterà'' in essa una decima parte; ma quella di nuovo sarà consumata. Come i roveri, e le querce, che ''sono'' in Sallechet, hanno fermo piè in loro stessi, ''così'' il seme santo ''sarà'' la sussistenza di essa. <section end=6 /> <section begin=7 />{{Centrato|{{smaller|''Profezie contro Israele e la Siria — Minaccie contro a Giuda.''}}}} {{vb|7|1|capolettera}} OR avvenne a’ dì di Achaz, figliuolo di Iotam, figliuolo di Uzzia, re di Giuda, che Resin, re di Siria, e Peca, figliuolo di Remalia, re d’Israele, salirono a mano armata contro a Gerusalemme; ma non poterono espugnarla<ref>{{BibLink|2 Re|16|5|2 Re 16. 5}}.</ref>. {{vb|7|2}}Or ciò fu rapportato alla Casa di {{Pt|Da-|}}{{FineColonna}}<section end=7 /><noinclude> <hr> <references/>{{PieDiPagina||560}}</noinclude> 5pld2x5hplmvgkwrg9006lrlyef7c75 Pagina:La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu/569 108 288913 3870187 2426436 2026-08-04T15:36:34Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870187 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Emanuele promesso. | centro = ISAIA, 8. | dx =''Rovina d’Israele e di Giuda.''}}</small></noinclude><section begin="7" />{{colonna}}{{vb|7|2|continua}}{{Pt|vide|Davide}}, dicendo: La Siria si è riposata sopra Efraim. E il cuor di Achaz, e del suo popolo, fu commosso, come gli alberi di un bosco si muovono per lo vento. {{vb|7|3}}Allora il Signore disse a Isaia: Esci ora incontro ad Achaz, tu, e Seariasub, tuo figliuolo, al capo del condotto della pescina alta, verso la strada del campo del purgator di panni; {{vb|7|4}}E digli: Prendi guardia che tu te ne stii queto; non temere, e non avviliscasi il cuor tuo per queste due code di tizzoni fumanti; per l’ardente ira di Resin, e della Siria, e del figliuolo di Remalia. {{vb|7|5}}Perciocchè la Siria, Efraim, e il figliuolo di Remalia, hanno preso un consiglio di male contro a te, dicendo: {{vb|7|6}}Saliamo contro alla Giudea, e dividiamola in parti, e spartiamola fra noi, e costituiamo re in mezzo di essa il figliuolo di Tabeal. {{vb|7|7}}Così ha detto il Signore Iddio: ''Questo'' non avrà effetto, e non sarà<ref>{{BibLink|Prov|21|30}}. {{BibLink|Is|8|10}}.</ref>. {{vb|7|8}}Perciocchè Damasco ''è'' il capo della Siria, e Resin ''è'' il capo di Damasco; e infra i sessantacinque anni, Efraim sarà fiaccato, sì che non sarà più popolo. {{vb|7|9}}E Samaria ''è'' il capo di Efraim, e il figliuolo di Remalia il capo di Samaria. Non credete voi, perchè non siete accertati<ref>{{BibLink|2 Cron|20|20}}.</ref>? {{vb|7|10}}E il Signore continuò a parlare ad Achaz, dicendo: {{vb|7|11}}Domandati un segno al Signore Iddio tuo; domanda''lo'' da alto, o da basso. {{vb|7|12}}E Achaz disse: Io non ''lo'' domanderò, e non tenterò il Signore. {{vb|7|13}}E ''Isaia'' disse: Ascoltate ora, casa di Davide: ''Evvi'' egli troppo poca cosa di travagliar gli uomini, che anche travagliate l’Iddio mio? {{vb|7|14}}Perciò, il Signore stesso vi darà un segno: Ecco, la Vergine concepirà, e partorirà un Figliuolo<ref>{{BibLink|Mat|1|23}}. {{BibLink|Luc|1|31}}, {{BibLink|Luc|1|34|34}}.</ref>; e tu chiamerai il suo nome Emmanuele<ref>cioè: ''Dio con noi''.</ref>. {{vb|7|15}}Egli mangerà burro e miele, finchè egli sappia riprovare il male, ed eleggere il bene. {{vb|7|16}}Perciocchè, avanti che questo fanciullo sappia riprovare il male ed eleggere il bene, la terra che tu abbomini sarà abbandonata dalla presenza de’ suoi due re<ref>{{BibLink|2 Re|15|30|2 Re 15. 30}}; {{BibLink|2 Re|16|9|16. 9}}.</ref>. {{vb|7|17}}Il Signore farà venir sopra te, e sopra il tuo popolo, e sopra la casa di tuo padre, de’ giorni, quali non son ''giammai'' venuti, dal giorno che Efraim si dipartì da Giuda; ''cioè'': il re degli Assiri<ref>{{BibLink|2 Cron|28|19}}.</ref>. {{vb|7|18}}E avverrà che, in quel giorno, il Signore fischierà alle mosche che ''sono'' all’estremità de’ fiumi di Egitto; e alle api, che ''son'' nel paese di Assiria. {{vb|7|19}}E quelle verranno, e si riposeranno tutte nelle valli deserte, e nelle caverne {{AltraColonna}}{{vb|7|19|continua}}delle rocce, e sopra ogni spino, e sopra ogni arboscello. {{vb|7|20}}In quel giorno il Signore raderà, col rasoio tolto a prezzo, ''che è'' di là dal Fiume, ''cioè'', col re di Assiria, il capo, e i peli de’ piedi; e anche la barba tutta interamente. {{vb|7|21}}E avverrà in quel giorno, che, se alcuno avrà salvata una vitella e due pecore; {{vb|7|22}}Per l’abbondanza del latte che faranno, egli mangerà del burro; perciocchè chi sarà restato in mezzo della terra, mangerà burro e miele. {{vb|7|23}}E avverrà in quel giorno, che ogni luogo, dove saranno state mille viti, ''del prezzo'' di mille ''sicli'' d’argento, sarà ridotto in vepri ed in pruni. {{vb|7|24}}Vi si entrerà dentro con saette, e con arco; perciocchè tutta la terra non sarà altro che vepri e pruni. {{vb|7|25}}E in tutti i monti che solevano arroncarsi col roncone, non verrà timore alcuno di vepri, nè di pruni; ma saranno per mandarvi ''a pascere'' i buoi, e per esser calcati dalle pecore. <section end="7" /> <section begin="8" />{{Centrato|{{smaller|''Rovina dei regni d’Israele e di Giuda.''}}}} {{vb|8|1|capolettera}} E IL Signore mi disse: Prenditi un gran rotolo, e scrivi sopra esso con istile d’uomo: Egli si affretterà a spogliare, egli solleciterà di predare. {{vb|8|2}}E io presi per testimonio ''di ciò'' de’ testimoni fedeli, ''cioè'': il sacerdote Uria, e Zaccaria, figliuolo di Ieberechia. {{vb|8|3}}Oltre a ciò, essendomi accostato alla profetessa, ed ella avendo conceputo, e poi partorito un figliuolo, il Signore mi disse: Pongli nome: Maher-salal-Has-baz<ref>cioè: ''Si affretterà di spogliare''.</ref>. {{vb|8|4}}Perciocchè, avanti che il fanciullo sappia gridare: Padre mio, e Madre mia, le ricchezze di Damasco, e le spoglie di Samaria saranno portate via, davanti al re di Assiria. {{vb|8|5}}E il Signore continuò ancora a parlarmi, dicendo: {{vb|8|6}}Perciocchè questo popolo ha sprezzate le acque di Siloe<ref>{{BibLink|Neem|3|15}}. {{BibLink|Giov|9|7}}.</ref>, che corrono quetamente, e si è rallegrato di Resin, e del figliuolo di Remalia; {{vb|8|7}}Perciò, ecco altresì il Signore fa salir sopra loro le acque del fiume, forti e grandi, ''cioè'': il re di Assiria, e tutta la sua gloria; ed esso salirà sopra tutti i lor ruscelli, e passerà sopra tutte le loro rive; {{vb|8|8}}E spingerà innanzi fino in Giuda, ''e l''’inonderà, e travalicherà, e arriverà infino al collo; e le ale di esso si stenderanno per tutta quanta la larghezza della tua terra, o Emmanuele. {{vb|8|9}}Fate pur lega tra voi, o popoli, sì sarete fiaccati; voi tutti che siete di lontani paesi, {{FineColonna}}<section end="8" /><noinclude> <hr> <references/>{{PieDiPagina||561}}</noinclude> sr14edd2jr9z49t821ft0vl9pefyjqg Pagina:La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu/570 108 288915 3870189 2426438 2026-08-04T15:40:08Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870189 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Venuta e potenza del Messia.'' | centro = ISAIA, 9. | dx =''Minaccie contro il regno''}}</small></noinclude><section begin=8 />{{colonna}}{{vb|8|9|continua}}porgete gli orecchi; apparecchiatevi pure, sì sarete fiaccati; apparecchiatevi pure, sì sarete fiaccati. {{vb|8|10}}Prendete pur consiglio, sì sarà ridotto al niente; dite pur la parola, sì non avrà effetto; perciocchè Iddio ''è'' con noi<ref>{{BibLink|Fat|5|38}}, {{BibLink|Fat|5|39|39}}. {{BibLink|Rom|8|31}}.</ref>. {{vb|8|11}}Perciocchè, così mi ha detto il Signore, con fortezza di mano; e mi ha ammaestrato a non andar per la via di questo popolo, dicendo: {{vb|8|12}}Non dite lega, di tutto ciò che questo popolo dice lega; e non temiate ciò ch’egli teme, e non vi spaventate<ref>{{BibLink|1 Piet|3|14}}, {{BibLink|1 Piet|3|15|15}}.</ref>. {{vb|8|13}}Santificate il Signor degli eserciti; e ''sia'' egli il vostro timore e il vostro spavento<ref>{{BibLink|Luc|12|5}}.</ref>. {{vb|8|14}}Ed egli sarà per santuario; ma altresì per pietra d’intoppo, e per sasso d’incappamento alle due case d’Israele<ref>{{BibLink|Luc|2|34}}. {{BibLink|Rom|9|33}}. {{BibLink|1 Piet|2|8}}.</ref>; per laccio, e per rete agli abitanti di Gerusalemme. {{vb|8|15}}E molti di essi traboccheranno, e caderanno, e saranno rotti, e saranno allacciati e presi<ref>{{BibLink|Rom|11|25}}.</ref>. {{vb|8|16}}Serra la testimonianza, suggella la Legge fra i miei discepoli. {{vb|8|17}}Io dunque aspetterò il Signore<ref>{{BibLink|Luc|2|25}}, {{BibLink|Luc|2|38|38}}.</ref>, il quale nasconde la sua faccia dalla casa di Giacobbe; e spererò in lui. {{vb|8|18}}Ecco me, e questi piccoli fanciulli, i quali il Signore mi ha dati per segni e per prodigi in Israele; ''questo procede'' dal Signor degli eserciti, il quale abita nel monte di Sion<ref>{{BibLink|Eb|2|13}}.</ref>. {{vb|8|19}}E se vi si dice: Domandate gli spiriti di Pitone e gl’indovini, i quali bisbigliano e mormorano, ''rispondete'': Il popolo non domanderebbe egli l’Iddio suo? ''andrebbe egli'' a’ morti per i viventi? {{vb|8|20}}Alla Legge e alla Testimonianza<ref>{{BibLink|Luc|16|29}}.</ref>; se alcuno non parla secondo questa parola, certo non ''vi è'' in lui alcuna aurora. {{vb|8|21}}Ed egli andrà attorno per lo paese, aggravato e affamato; e avendo fame, dispetterà, e maledirà il suo re, e il suo Dio; e riguarderà ad alto. {{vb|8|22}}Poi rivolgerà lo sguardo verso la terra, ed ecco, distretta, e oscurità, ''e'' tenebre di angoscia; ed egli sarà sospinto nella caligine. {{vb|8|23}}Perciocchè colei che sarà afflitta non sarà ravvolta in tenebre, come al tempo che quel primiero scorse leggermente il paese di Zabulon, e il paese di Neftali; o che colui ch’è venuto appesso ha aggravato ''il paese'' verso il mare, di là dal Giordano, e la Galilea de’ Gentili. <section end=8 /> <section begin=9 />{{Centrato|{{smaller|''Venuta e potenza del Messia.''}}}} {{vb|9|1|capolettera}} IL popolo che camminava nelle tenebre, ha veduta una gran luce; la luce {{AltraColonna}}{{vb|9|1|continua}}è risplenduta a quelli che abitavano nella terra dell’ombra della morte<ref>{{BibLink|Mat|4|16}}. {{BibLink|Ef|5|8}}, {{BibLink|Ef|5|14|14}}. </ref>. {{vb|9|2}}Tu hai moltiplicata la nazione, tu gli hai accresciuta l’allegrezza; essi si son rallegrati nel tuo cospetto, come l’uomo si rallegra nella ricolta, come altri festeggia quando si spartiscono le spoglie. {{vb|9|3}}Perciocchè tu hai spezzato il giogo del quale egli era caricato, e la verga con la quale gli erano battute le spalle, ''e'' il bastone di chi lo tiranneggiava, come al giorno di Madian. {{vb|9|4}}Conciossiachè ogni saccheggiamento di saccheggiatori ''sia'' con istrepito e tumulto; e i vestimenti son voltolati nel sangue; poi sono arsi, e divengon pastura del fuoco. {{vb|9|5}}Perciocchè il Fanciullo ci è nato, il Figliuolo ci è stato dato<ref>{{BibLink|Is|7|14}}. {{BibLink|Luc|2|11}}. {{BibLink|Giov|3|16}}.</ref>; e l’imperio è stato ''posto'' sopra le sue spalle<ref>{{BibLink|Mat|28|18}}. {{BibLink|1 Cor|15|25}}.</ref>; e il suo Nome sarà chiamato: L’Ammirabile<ref>{{BibLink|Giud|13|18}}.</ref>, il Consigliere, l’Iddio forte<ref>{{BibLink|Tit|2|13}}.</ref>, il Padre dell’eternità, il Principe della pace<ref>{{BibLink|Ef|2|14}}.</ref>. {{vb|9|6}}''Vi sarà'' senza fine accrescimento d’imperio e di pace, sopra il trono di Davide, e sopra il suo regno<ref>{{BibLink|Dan|2|44}}. {{BibLink|Luc|1|32}}, {{BibLink|Luc|1|33|33}}.</ref>; per istabilirlo, e per fermarlo in giudicio, e in giustizia, da ora fino in eterno. La gelosia del Signor degli eserciti farà questo. {{Centrato|{{smaller|''Minaccie contro al regno d’Israele.''}}}} {{vb|9|7}}IL Signore ha mandata una parola contro a Giacobbe, ed ella caderà sopra Israele. {{vb|9|8}}E tutto il popolo ''la'' saprà; Efraim, e gli abitanti di Samaria, i quali dicono con superbia, e con grandigia di cuore: {{vb|9|9}}I mattoni son caduti, ma noi edificheremo di pietre pulite; i sicomori sono stati tagliati, ma noi ''li'' muteremo ''in'' cedri. {{vb|9|10}}''Quando'' adunque il Signore avrà innalzati i nemici di Resin sopra lui, farà anche muovere alla mescolata i nemici d’Israele; {{vb|9|11}}I Siri dall’Oriente, i Filistei dall’Occidente; ed essi divoreranno Israele a piena bocca. Per tutto ciò la sua ira non si racqueterà; anzi la sua mano ''sarà'' ancora stesa. {{vb|9|12}}E ''perchè'' il popolo non si sarà convertito a colui che lo percuote<ref>{{BibLink|Ger|5|3}}.</ref>, e non avrà ricercato il Signor degli eserciti; {{vb|9|13}}Il Signore riciderà in un medesimo giorno da Israele il capo e la coda; il ramo e il giunco. {{vb|9|14}}L’anziano e l’uomo d’autorità ''sono'' il capo; e il profeta che insegna menzogna ''è'' la coda. {{vb|9|15}}E quelli che predicano beato questo popolo saranno seduttori, e quelli {{Pt|d’in-|}}{{FineColonna}}<section end=9 /><noinclude> <hr> <references/>{{PieDiPagina||562}}</noinclude> 6p8qtz0w44xdrww1ye60428jik2o8nt Pagina:La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu/571 108 288916 3870191 2426439 2026-08-04T15:42:57Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870191 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''d’Israele e contro'' | centro = ISAIA, 10. | dx =''l’Assiria.''}}</small></noinclude><section begin=9 />{{colonna}}{{vb|9|15|continua}}{{Pt|fra|d’infra}} esso che si persuadono d’esser beati saranno distrutti. {{vb|9|16}}Perciò, il Signore non prenderà alcun diletto ne’ giovani di esso, e non avrà pietà de’ suoi orfani, nè delle sue vedove; perchè tutti ''son'' profani e maligni; e ogni bocca parla cose vituperose. Per tutto ciò l’ira sua non si racqueterà; anzi la sua mano ''sarà'' ancora stesa. {{vb|9|17}}Perciocchè l’empietà arderà come un fuoco, divorerà le vepri ed i pruni, e si accenderà negli alberi più folti del bosco, e quelli se ne andranno a viluppi, come si alza il fumo<ref>{{BibLink|Mal|4|1}}.</ref>. {{vb|9|18}}Per l’indegnazione del Signor degli eserciti la terra scurerà, e il popolo sarà come l’esca del fuoco; l’uomo non risparmierà il suo fratello; {{vb|9|19}}Anzi strapperà a destra, e pure avrà fame; e divorerà a sinistra, e pur non sarà saziato; ciascuno mangerà la carne del suo braccio<ref>{{BibLink|Ger|19|9}}.</ref>. {{vb|9|20}}Manasse ''divorerà'' Efraim, ed Efraim Manasse; ''benchè'' sieno insieme contro a Giuda. Per tutto ciò l’ira sua non si racqueterà; anzi la sua mano ''sarà'' ancora stesa. <section end=9 /> <section begin=10 /> {{vb|10|1|capolettera}} Guai a quelli che fanno decreti iniqui e dettano l’ingiuria, la quale eglino stessi hanno ''innanzi'' scritta; {{vb|10|2}}Per fare scadere i miseri dal giudicio, e per rapire il diritto a’ poveri del mio popolo; acciocchè le vedove sieno le loro spoglie, e per predar gli orfani! {{vb|10|3}}E che farete voi al giorno della visitazione<ref>{{BibLink|Luc|19|44}}.</ref>, e nella desolazione ''che'' verrà da lontano? a chi rifuggirete per aiuto? e ove lascerete la vostra gloria? {{vb|10|4}}''Che farete voi'', se non che ''gli uni'' si chineranno sotto i prigioni, e ''gli altri'' caderanno sotto gli uccisi? Per tutto ciò la sua ira non si racqueterà; anzi la sua mano ''sarà'' ancora stesa. {{Centrato|{{smaller|''Rovina dell’Assiria predetta.''}}}} {{vb|10|5}}Guai ad Assur, verga della mia ira, il cui bastone, che hanno in mano, ''è'' la mia indegnazione<ref>{{BibLink|Ger|51|20}}.</ref>! {{vb|10|6}}Io lo manderò contro alla gente profana, e gli darò commissione contro al popolo del mio cruccio; per ispogliar spoglie, per predar preda, e per render quello calcato, come il fango delle strade. {{vb|10|7}}Ma egli non penserà già così, e il suo cuore non istimerà già così; anzi ''penserà'' nel cuor suo di distruggere, e di sterminar genti non poche<ref>{{BibLink|Gen|50|20}}. {{BibLink|Mic|4|12}}.</ref>. {{vb|10|8}}Perciocchè dirà: I miei principi non ''son'' eglino re tutti quanti? {{vb|10|9}}Non ''è'' Calno come Carchemis? non ''è'' Hamat come Arpad? non ''è'' Samaria come Damasco? {{AltraColonna}}{{vb|10|10}}Siccome la mia mano ha ritrovati i regni degl’idoli, le cui sculture ''erano'' in maggior numero, e di più ''valore'', che ''quelle di'' Gerusalemme e ''di'' Samaria; {{vb|10|11}}non farei io a Gerusalemme, e a’ suoi idoli, come ho fatto a Samaria, e a’ suoi idoli? {{vb|10|12}}Egli avverrà dunque, quando il Signore avrà compiuta tutta l’opera sua nel monte di Sion, e in Gerusalemme, che io farò, ''dice egli'', la punizione del frutto della grandigia del cuore del re degli Assiri, e della gloria dell’alterezza degli occhi suoi<ref>{{BibLink|2 Re|19|36|2 Re 19. 36}}, {{BibLink|2 Re|19|37|37}}.</ref>? {{vb|10|13}}Perciocchè egli avrà detto: Io ho fatte ''queste cose'' per la forza delle mie mani, e per la mia sapienza<ref>{{BibLink|Dan|4|30}}. </ref>; conciossiachè io sia intendente; e ho rimossi i confini de’ popoli, e ho predati i lor tesori; e, come possente, ho posti giù quelli ch’erano a seder ''sopra troni''. {{vb|10|14}}E la mia mano ha ritrovate, come un nido, le ricchezze de’ popoli; e come si raccolgono le uova lasciate, così ho raccolta tutta la terra; e non vi è stato alcuno che abbia mossa l’ala, o aperto il becco e pigolato. {{vb|10|15}}Glorierassi la scure contro a colui che taglia con essa? magnificherassi la sega contro a colui che la mena? come se la verga movesse quelli che l’alzano, ''e'' come se il bastone si elevasse ''da sè quasi come'' non ''fosse'' legno. {{vb|10|16}}Perciò, il Signore, il Signor degli eserciti, manderà la magrezza ne’ grassi di esso; e sotto la sua gloria accenderà un incendio, simile a un incendio di fuoco. {{vb|10|17}}E la luce d’Israele sarà come un fuoco, e il suo Santo come una fiamma; e arderà, e divorerà le vepri, e i pruni di esso, in un giorno. {{vb|10|18}}E anche consumerà la gloria del suo bosco, e il suo Carmel; ''consumerà ogni cosa'', dall’anima infino alla carne; e sarà ''di lui'' come quando il banderaro è messo in rotta. {{vb|10|19}}E il rimanente degli alberi del suo bosco sarà in ''piccol'' numero, e un fanciullo potrà metter''ne il conto'' in iscritto. {{vb|10|20}}E avverrà che, in quel giorno, il rimanente d’Israele, e quelli della casa di Giacobbe, che saranno scampati, non continueranno più di appoggiarsi sopra colui che li percoteva<ref>{{BibLink|2 Re|16|7|2 Re 16. 7}}. {{BibLink|2 Cron|28|20}}.</ref>; anzi si appoggeranno sopra il Signore, il Santo d’Israele, in verità. {{vb|10|21}}Il rimanente si convertirà; il rimanente di Giacobbe ''si convertirà'' all’Iddio forte. {{vb|10|22}}Perciocchè, avvegnachè il tuo popolo, o Israele, fosse come la rena del mare, il ''sol'' rimanente di esso si {{Pt|con-|}}{{FineColonna}}<section end=10 /><noinclude> <hr> <references/>{{PieDiPagina||563}}</noinclude> iv5hapqvhf98jndg7jdg4mvqxcjfr7p Pagina:La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu/572 108 288917 3870193 2426440 2026-08-04T15:45:40Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870193 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Regno pacifico'' | centro = ISAIA, 11. | dx =''del Messia.''}}</small></noinclude><section begin="10"/>{{colonna}}{{vb|10|22|continua}}{{Pt|vertirà|convertirà}}<ref>{{BibLink|Rom|9|27}}, {{BibLink|Rom|9|28|28}}.</ref>; il consumamento determinato farà inondare la giustizia. {{vb|10|23}}Perciocchè il Signore Iddio degli eserciti manda a esecuzione una sentenza finale, e una determinazione in mezzo di tutta la terra. {{vb|10|24}}Perciò, il Signore Iddio degli eserciti ha detto così: Popol mio, che abiti in Sion, non temer dell’Assiro; egli ti percoterà con la verga, e alzerà il suo bastone sopra te, nella medesima maniera ''che l’alzò'' l’Egitto. {{vb|10|25}}Perciocchè fra qui e ben poco tempo l’indegnazione sarà venuta meno<ref>{{BibLink|Is|54|7}}.</ref>; e la mia ira ''sarà'' alla distruzione di quelli. {{vb|10|26}}E il Signor degli eserciti ecciterà contro a lui un flagello, qual ''fu'' la piaga di Madian, alla pietra di Oreb; e la sua verga ''sarà'' sopra il mare, ed egli l’alzerà nella medesima maniera ''ch’egli l’alzò'' in Egitto<ref>{{BibLink|Es|14|26}}, {{BibLink|Es|14|27|27}}.</ref>. {{vb|10|27}}E avverrà, in quel giorno, che il suo incarico sarà rimosso d’in su la tua spalla, e il suo giogo d’in sul tuo collo; e il giogo sarà rotto per cagion dell’Unzione<ref>{{BibLink|Sal|105|1}}. {{BibLink|Dan|9|24}}.</ref>. {{vb|10|28}}Egli è venuto in Aiat, egli è passato in Migron, ha riposti in Micmas i suoi arnesi; {{vb|10|29}}Hanno passato il passo; Gheba ''è stato'' un alloggiamento, ''dove'' sono alloggiati; Rama ha tremato, Ghibea di Saul è fuggita. {{vb|10|30}}Strilla con la tua voce, o figliuola di Gallim; ''e tu'', povera Anatot, riguarda attentamente verso Lais. {{vb|10|31}}Madmena si è messa in fuga; gli abitanti di Ghebim si son salvati in fretta. {{vb|10|32}}Egli si fermerà ancora quel giorno in Nob; ''e'' moverà la sua mano ''contro'' al monte della figliuola di Sion, e ''contro al'' colle di Gerusalemme. {{vb|10|33}}Ecco, il Signore, il Signor degli eserciti, troncherà i rami con violenza, e i più elevati ''saran'' ricisi, e gli eccelsi saranno abbassati. {{vb|10|34}}Ed egli taglierà dal piè col ferro i più folti alberi del bosco, e il Libano caderà per ''la man di'' un possente. <section end="10" /> <section begin="11" />{{Centrato|{{smaller|''Il regno pacifico e prospero del Messia.''}}}} {{vb|11|1|capolettera}} E USCIRÀ un Rampollo del tronco d’Isai, e una pianterella spunterà dalle sue radici<ref>{{BibLink|Is|4|2}}; {{BibLink|Is|53|2|53. 2}}. {{BibLink|Ger|23|5}}. {{BibLink|Zac|6|12}}. {{BibLink|Fat|13|23}}. {{BibLink|Apoc|5|5}}.</ref>. {{vb|11|2}}E lo Spirito del Signore riposerà sopra esso; lo Spirito di sapienza e d’intendimento; lo Spirito di consiglio e di fortezza; lo Spirito di conoscimento e di timor del Signore<ref>{{BibLink|Is|61|1}}. {{BibLink|Mat|3|16}}. {{BibLink|Giov|1|32}}, {{BibLink|Giov|1|33|33}}; {{BibLink|Giov|3|34|3. 34}}.</ref>. {{vb|11|3}}E il suo diletto ''sarà'' nel timor del Signore, ed egli non giudicherà secondo {{AltraColonna}}{{vb|11|3|continua}}la veduta de’ suoi occhi, e non renderà ragione secondo l’udita de’ suoi orecchi; {{vb|11|4}}Anzi giudicherà i poveri in giustizia, e renderà ragione in dirittura a’ mansueti della terra<ref>{{BibLink|Sal|72|2}}, {{BibLink|Sal|72|4|4}}. {{BibLink|Apoc|19|11}}.</ref>; e percoterà la terra con la verga della sua bocca, e ucciderà l’empio col fiato delle sue labbra<ref>{{BibLink|2 Tess|2|8}}. {{BibLink|Apoc|1|16}}; {{BibLink|Apoc|2|16|2. 16}}; {{BibLink|Apoc|19|15|19. 15}}.</ref>. {{vb|11|5}}E la giustizia sarà la cintura de’ suoi lombi, e la verità la cintura de’ suoi fianchi<ref>{{BibLink|Ef|6|14}}.</ref>. {{vb|11|6}}E il lupo dimorerà con l’agnello, e il pardo giacerà col capretto; e il vitello, e il leoncello, e la bestia ingrassata ''staranno'' insieme; e un piccol fanciullo li guiderà<ref>{{BibLink|Is|65|25}}. {{BibLink|Ezec|34|25}}. {{BibLink|Os|2|18}}.</ref>. {{vb|11|7}}E la vacca e l’orsa pasceranno insieme; ''e'' i lor figli giaceranno insieme; e il leone mangerà lo strame come il bue. {{vb|11|8}}E il bambino di poppa si trastullerà sopra la buca dell’aspido, e lo spoppato stenderà la mano sopra la tana del basilisco. {{vb|11|9}}''Queste bestie'', in tutto il monte della mia santità, non faran danno, nè guasto; perciocchè la terra sarà ripiena della conoscenza del Signore, a guisa che le acque coprono il mare. {{vb|11|10}}E avverrà che in quel giorno, le genti ricercheranno la radice d’Isai<ref>{{BibLink|Rom|15|12}}.</ref>, che sarà rizzata per bandiera de’ popoli; e il suo riposo sarà ''tutto'' gloria<ref>{{BibLink|Eb|4|1}}, ecc.</ref>. {{vb|11|11}}Oltre a ciò, avverrà in quel giorno, che il Signore metterà di nuovo la mano per la seconda volta a racquistare il rimanente del suo popolo, che sarà rimasto di Assur, e di Egitto, e di Patros, e di Cus, e di Elam, e di Sinar, e di Hamat, e delle Isole del mare; {{vb|11|12}}E alzerà la bandiera alle nazioni, e adunerà gli scacciati d’Israele<ref>{{BibLink|Zac|10|10}}. {{BibLink|Giov|7|35}}. {{BibLink|Giac|1|1}}.</ref>, e accoglierà le dispersioni di Giuda, da’ quattro canti della terra. {{vb|11|13}}E la gelosia di Efraim sarà tolta via, e i nemici di Giuda saran distrutti; Efraim non avrà ''più'' gelosia a Giuda, e Giuda non sarà ''più'' nemico di Efraim<ref>{{BibLink|Ger|3|18}}. {{BibLink|Ezec|37|16}}, {{BibLink|Ezec|37|17|17}}, {{BibLink|Ezec|37|22|22}}.</ref>. {{vb|11|14}}Anzi, congiuntamente voleranno addosso a’ Filistei, verso Occidente; ''e'' prederanno insieme i figliuoli di Oriente; metteranno la mano sopra Edom, e sopra Moab; e i figliuoli di Ammon ubbidiranno loro. {{vb|11|15}}E il Signore seccherà la lingua del mar di Egitto, e scoterà la sua mano sopra il fiume, nella forza del suo Spirito; e lo percoterà ne’ ''suoi'' sette rami, e farà che ''vi'' si camminerà con le scarpe. {{vb|11|16}}Vi sarà eziandio una strada, per lo rimanente del suo popolo che sarà rimasto di Assur; siccome ve ne fu ''una'' per {{FineColonna}}<section end="11" /><noinclude> <hr> <references/>{{PieDiPagina||564}}</noinclude> s8dn5xogql4i9ipyura5boy1ivrq6m3 Isaia (Diodati 1821)/capitolo 5 0 288918 3870185 3709888 2026-08-04T15:34:12Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3870185 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=4 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../capitolo_4|succ=../capitolo_6}} <pages index="La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu" from=567 to=568 fromsection=5 tosection=5 /> {{Sezione note}} [[Categoria:Testi sacri del cristianesimo]] 2vt53v5r2a7czoscp1oz8h1rwqj8ibq Isaia (Diodati 1821)/capitolo 6 0 288919 3870186 3709899 2026-08-04T15:34:15Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3870186 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=4 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../capitolo_5|succ=../capitolo_7}} <pages index="La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu" from=568 to=568 fromsection=6 tosection=6 /> {{Sezione note}} [[Categoria:Testi sacri del cristianesimo]] gn5z98jfi9acisfpwewtsk3nmgc0k71 Isaia (Diodati 1821)/capitolo 7 0 288920 3870188 3709907 2026-08-04T15:36:48Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3870188 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=4 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../capitolo_6|succ=../capitolo_8}} <pages index="La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu" from=568 to=569 fromsection=7 tosection=7 /> {{Sezione note}} [[Categoria:Testi sacri del cristianesimo]] 964qk86q99e95yh81xih0owqreqn1gu Isaia (Diodati 1821)/capitolo 8 0 288921 3870190 3709908 2026-08-04T15:41:03Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3870190 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=4 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../capitolo_7|succ=../capitolo_9}} <pages index="La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu" from=569 to=570 fromsection=8 tosection=8 /> {{Sezione note}} [[Categoria:Testi sacri del cristianesimo]] cvpw52n508zszet7gjqrwk031lbvabw Isaia (Diodati 1821)/capitolo 9 0 288922 3870192 3709909 2026-08-04T15:43:11Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3870192 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=4 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../capitolo_8|succ=../capitolo_10}} <pages index="La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu" from=570 to=571 fromsection=9 tosection=9 /> {{Sezione note}} <!--{{Sezione note}}--> [[Categoria:Testi sacri del cristianesimo]] 7yptuhumjqsuy9mh7ae0hj44l3n9w83 Isaia (Diodati 1821)/capitolo 10 0 288923 3870194 3709846 2026-08-04T15:45:56Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3870194 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=4 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../capitolo_9|succ=../capitolo_11}} <pages index="La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu" from=571 to=572 fromsection=10 tosection=10 /> {{Sezione note}} <!--{{Sezione note}}--> [[Categoria:Testi sacri del cristianesimo]] nseunj2oeo4c1i7sz2dabh7nagi0y40 Pagina:La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu/573 108 288949 3870195 2426441 2026-08-04T15:47:30Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870195 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Babilonia rovinata.'' | centro = ISAIA, 12—14. | dx =''Israele liberato.''}}</small></noinclude><section begin=11 />{{colonna}}{{vb|11|16|continua}}Israele, nel giorno ch’egli salì fuor del paese di Egitto.<section end=11 /> <section begin=12 />{{Centrato|{{smaller|''Dio lodato per aver riscattato il suo popolo.''}}}} {{vb|12|1|capolettera}} E TU dirai in quel giorno: Io ti celebrerò, o Signore; perciocchè tu sei stato adirato contro a me; ''ma'' l’ira tua si è racquetata, e tu mi hai consolato. {{vb|12|2}}Ecco, Iddio ''è'' la mia salute; io avrò confidanza, e non sarò spaventato; perciocchè il Signore Iddio ''è'' la mia forza e il ''mio'' cantico; e mi è stato in salute. {{vb|12|3}}E voi attingerete, con allegrezza, le acque dalle fonti della salute<ref>{{BibLink|Giov|4|10}}, {{BibLink|Giov|4|14|14}}; {{BibLink|Giov|7|37|7. 37}}, ecc.</ref>; {{vb|12|4}}E direte in quel giorno: Celebrate il Signore, predicate il suo Nome, fate noti i suoi fatti fra i popoli, rammemorate che il suo Nome ''è'' eccelso. {{vb|12|5}}Salmeggiate il Signore; perciocchè egli ha fatte cose eccelse; questo è conosciuto per tutta la terra. {{vb|12|6}}Abitatrice di Sion, strilla d’allegrezza, e canta; perciocchè il Santo d’Israele ''è'' grande in mezzo di te. <section end=12 /> <section begin=13 />{{Centrato|{{smaller|''Rovina di Babilonia e liberazione d’Israele.''}}}} {{vb|13|1|capolettera}} IL carico di {{sc|Babilonia}}<ref>{{BibLink|Is|47|1}}, ecc. {{BibLink|Ger|50|1|Ger. cap. 50}} e {{BibLink|Ger|51|64|51}}.</ref>, il quale Isaia figliuolo di Amos, vide. {{vb|13|2}}Levate la bandiera sopra un alto monte, alzate la voce a coloro, scotete la mano, e ''dite'' che entrino nelle porte de’ principi. {{vb|13|3}}Io ho data commissione a’ miei deputati; e anche, per ''eseguir'' l’ira mia, ho chiamati i miei ''uomini'' prodi, gli uomini trionfanti della mia altezza. {{vb|13|4}}''Vi è'' un romore di moltitudine sopra i monti, simile a quello di un gran popolo; ''vi è'' un romore risonante de’ regni delle nazioni adunate; il Signor degli eserciti rassegna l’esercito ''della gente'' di guerra. {{vb|13|5}}Il Signore e gli strumenti della sua indegnazione vengono di lontan paese, dall’estremità del cielo, per distrugger tutta la terra. {{vb|13|6}}Urlate; perciocchè il giorno del Signore ''è'' vicino; egli verrà come un guastamento ''fatto'' dall’Onnipotente. {{vb|13|7}}Perciò, tutte le mani diventeranno fiacche, e ogni cuor d’uomo si struggerà. {{vb|13|8}}Ed essi saranno smarriti; tormenti e doglie li coglieranno; sentiranno dolori, come la donna che partorisce; saranno tutti sbigottiti, ''riguardandosi'' l’un l’altro; le lor facce ''saranno come'' facce divampate dalle fiamme. {{vb|13|9}}Ecco, il giorno del Signore viene, ''giorno'' crudele, e d’indegnazione, e d’ira accesa<ref>{{BibLink|Mal|4|1}}.</ref>, per metter la terra in desolazione, e per distrugger da essa i suoi peccatori. {{vb|13|10}}Perciocchè le stelle dei cieli, e gli astri di quelli non faranno lucere la lor {{AltraColonna}}{{vb|13|10|continua}}luce; il sole scurerà, quando si leverà; e la luna non farà risplendere la sua luce<ref>{{BibLink|Mar|13|24}}, ecc.</ref>. {{vb|13|11}}Ed io, ''dice il Signore'', punirò il mondo della ''sua'' malvagità, e gli empi della loro iniquità; e farò cessar l’alterezza de’ superbi, e abbatterò l’orgoglio de’ violenti. {{vb|13|12}}Io farò che un uomo sarà più pregiato che oro fino, e una persona più che oro di Ofir. {{vb|13|13}}Perciò, io crollerò il cielo<ref>{{BibLink|Ag|2|6}}.</ref>, e la terra tremerà, ''e sarà smossa'' dal suo luogo, per l’indegnazione del Signor degli eserciti, e per lo giorno dell’ardor dell’ira sua. {{vb|13|14}}Ed essi saranno come un cavriuolo cacciato, e come pecore che niuno accoglie; ciascuno si volterà verso il suo popolo, e ciascuno fuggirà al suo paese. {{vb|13|15}}Chiunque sarà trovato sarà trafitto, e chiunque si sarà aggiunto ''con loro'' caderà per la spada. {{vb|13|16}}E i lor fanciulletti saranno schiacciati davanti agli occhi loro; le lor case saranno rubate, e le lor mogli violate. {{vb|13|17}}Ecco, io eccito contro a loro i Medi<ref>{{BibLink|Dan|5|28}}, {{BibLink|Dan|5|31|31}}.</ref>, i quali non faranno stima alcuna dell’argento, e non vorranno oro; {{vb|13|18}}E con gli archi ''loro'' atterreranno i fanciulli, e non avranno pietà del frutto del ventre; e l’occhio loro non risparmierà i figlioletti. {{vb|13|19}}E Babilonia, la gloria de’ regni, la magnificenza della superbia dei Caldei, sarà ''sovvertita'', come Iddio sovvertì Sodoma e Gomorra. {{vb|13|20}}Ella non sarà giammai ''più'' in piè, nè sarà abitata per alcuna età; nè pur vi pianteranno gli Arabi i lor padiglioni, nè vi stabbieranno i pastori. {{vb|13|21}}Ma quivi giaceranno le fiere de’ deserti; e le lor case saranno piene di gran serpenti, e l’ulule vi abiteranno, e vi salteranno i demoni<ref>{{BibLink|Apoc|18|2}}.</ref>. {{vb|13|22}}E i gufi canteranno nelle lor case grandi, e i dragoni ne’ ''lor'' palazzi di diletto. Or il tempo di essa viene, ed ''è'' vicino, e i suoi giorni non saran prolungati. <section end=13 /> <section begin=14 /> {{vb|14|1|capolettera}} PERCIOCCHÈ il Signore avrà pietà di Giacobbe, ed eleggerà ancora Israele, e li farà riposar sopra la lor terra; e gli stranieri si aggiungeranno con loro, e si accompagneranno con la casa di Giacobbe<ref>{{BibLink|Ef|2|12}}, ecc.</ref>. {{vb|14|2}}E i popoli li prenderanno, e li condurranno al luogo loro; e la casa d’Israele li possederà nella terra del Signore, per servi e per serve; e terranno in cattività quelli che li aveano tenuti in cattività, e signoreggeranno sopra i loro oppressatori. {{vb|14|3}}E avverrà che nel giorno che il {{Pt|Si-|}}{{FineColonna}}<section end=14 /><noinclude> <hr> <references/>{{PieDiPagina||565}}</noinclude> qim1z0i6h4f9p2zr6r5f1eq9nbn4yfn Isaia (Diodati 1821)/capitolo 11 0 288975 3870196 3709847 2026-08-04T15:47:54Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3870196 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=4 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../capitolo_10|succ=../capitolo_12}} <pages index="La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu" from=572 to=573 fromsection=11 tosection=11 /> {{Sezione note}} <!--{{Sezione note}}--> [[Categoria:Testi sacri del cristianesimo]] 9lolk4vaq9b6ue2p6fdz1s1ct1moz7e Isaia (Diodati 1821)/capitolo 12 0 288976 3870197 3709848 2026-08-04T15:47:59Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3870197 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=4 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../capitolo_11|succ=../capitolo_13}} <pages index="La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu" from=573 to=573 fromsection=12 tosection=12 /> {{Sezione note}} <!--{{Sezione note}}--> [[Categoria:Testi sacri del cristianesimo]] 1m9kv8p0n11x6czthul5gvc09uckc58 Isaia (Diodati 1821)/capitolo 13 0 288977 3870198 3709849 2026-08-04T15:48:01Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3870198 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=4 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../capitolo_12|succ=../capitolo_14}} <pages index="La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu" from=573 to=573 fromsection=13 tosection=13 /> {{Sezione note}} <!--{{Sezione note}}--> [[Categoria:Testi sacri del cristianesimo]] d7dst7raimpl6uktgju90xxop28f57p Pagina:Wallace - Ben Hur, 1900.djvu/484 108 418685 3870217 3869347 2026-08-05T02:23:30Z BuzzerLone 78037 /* Riletta */ 3870217 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|478||}}</noinclude>{{Pt|nava|terminava}} la scala che metteva sul tetto, la prese, e cominciò a salire rapidamente. Ma all’ultimo gradino s’arrestò di nuovo: Poteva Balthasar esser complice di questa fitta rete di frodi e menzogne da lei tessute? No, no. L’ipocrisia accompagna raramente l’età venerabile come la sua. Balthasar era un uomo onesto. Con questa ferma convinzione raggiunse il tetto. V’era luna piena, ma la volta del cielo era luminosa pei riflessi delle migliaia di fuochi ardenti nelle strade e nei piazzali della città, intorno ai quali salivano i cantici e i cori dei vecchi salmi d’Israele. Quelle meste armonie che molcevano il suo orecchio, prendevano parole e significato nell’animo suo, e gli sembravano dire: — «Così, o figlio di Giuda, noi facciamo omaggio al Signore Iddio, e dimostriamo la nostra lealtà alla patria ch’egli ci ha dato. Venga Gedeone, o Davide, o un Macabeo, e ci troverà pronti.» — E subito, come in un sogno, quasi a scherno, gli apparve l’uomo di Nazareth. La dolorosa, quasi femminile immagine di Cristo, lo accompagnò, mentre attraversò la terrazza fin sopra alla via a settentrione della casa. In quel volto non appariva segno di guerra; ma piuttosto la calma e la rassegnazione di un tranquillo cielo lunare, provocando di nuovo la vecchia angosciosa domanda: — «Che sorta di uomo è egli mai?» — Ben Hur diede uno sguardo sopra il parapetto, e poi si volse meccanicamente verso il Padiglione. — «Facciano il loro peggio;» — egli disse, camminando a passi lenti — «io non perdonerò al Romano. Io non dividerò la sua sorte, e neppure fuggirò da questa città de’ miei padri. Farò appello alla Galilea e di là comincierò la battaglia. Con la fama di gesta eroiche chiamerò tutte le tribù dalla mia parte. Quegli che diede Davide e Mosè, ci troverà un condottiero, e se non sarà il Nazareno, sarà un altro dei molti che anelano di morire per la libertà.» — L’interno del padiglione, verso il quale moveva Ben Hur era scarsamente illuminato, e le colonne del lato occidentale gettavano lunghe ombre sul pavimento. La poltrona solitamente occupata da Simonide era vicino alla finestra dalla quale si godeva la più ampia vista della città in direzione del Mercato. La poltrona era occupata. — «Il buon uomo è ritornato» — pensò, — «Gli parlerò, se non dorme.» —<noinclude><references/></noinclude> 167gq6gc5ts9pflvf998au4u7rq00pa Pagina:Wallace - Ben Hur, 1900.djvu/485 108 418687 3870218 3869348 2026-08-05T02:27:32Z BuzzerLone 78037 /* Riletta */ 3870218 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|||479}}</noinclude><section begin="s1" />{{nop}} Entrò, e con passo leggiero si avvicinò alla poltrona. Chinandosi sopra la spalliera, vide Ester, addormentata e ravvolta nello scialle del padre. I capelli sciolti e disordinati piovevano sopra il suo volto. Il suo respiro era irregolare e affannoso. Un lungo sospiro terminante in un singhiozzo rompeva tratto tratto dal suo petto. Qualchecosa — la solitudine forse, o quei sospiri — diedero a Ben Hur l’idea che quel sonno fosse piuttosto il riposo del dolore più che il ristoro dopo la fatica. La natura manda questo sollievo ai fanciulli, ed egli era solito considerare Ester come quasi una bambina. Appoggiò le braccia alla spalliera e pensò: — «Io non voglio svegliarla. Non ho nulla da dirle — nulla — se non ch’io la amo. Essa è figlia di Giuda, bella, e come diversa dall’Egiziana! Quella è tutta vanità, ambizione, egoismo; questa è tutta verità, dovere, abnegazione. No, il problema non è se io l’ami — ma se essa ama me. Sul principio mi era amica. Quella notte sul terrazzo ad Antiochia, con quale infantile ardore mi pregò di non inimicarmi Roma, e di parlarle della villa di Miseno, e della mia vita tranquilla colà! Io la baciai allora. Può essa aver scordato quel bacio? Io non l’ho dimenticato. Io l’amo. — Nessuno sa in città che ho ritrovato la mia famiglia. Non l’ho detto all’Egiziana; ma questa piccina si rallegrerà della mia gioia e darà loro il benvenuto con la mano e col cuore. Essa sarà un’altra figlia per mia madre, e una sorella per Tirzah. Io vorrei svegliarla e dirle tutte queste cose, ma — o maledetta maga d’Egitto! — come potrei avere il corraggio di parlare a lei? Io andrò via, aspetterò un’occassione migliore. Dormi in pace Ester, figlia amorosa, fiore di Giuda!» — E, in silenzio, camminando in punta di piedi, si ritirò. <section end="s1" /><section begin="s2" />{{Centrato|'''CAPITOLO VIII.'''}} Le vie e i ritrovi pubblici della città rigurgitavano di gente, che andava e veniva, attorniava cantando e felice i grandi fuochi, e mirava i pezzi di carne che giravano allo spiedo. L’aria era impregnata dell’odor di carne abbruciata e del fumo del legno di cedro. Era questa l’occasione in cui ogni figlio d’Israele era fratello ad ogni figlio d’Israele, e<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude> cvwdhq19accuop6dscx3tq5k5ob9jok Ben Hur/Libro Ottavo/Capitolo VII 0 418688 3870219 3674714 2026-08-05T02:28:19Z BuzzerLone 78037 Porto il SAL a SAL 100% 3870219 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=5 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Capitolo VII|prec=../Capitolo VI|succ=../Capitolo VIII}} <pages index="Wallace - Ben Hur, 1900.djvu" from=483 to=485 fromsection=s2 tosection=s1 /> fy31zl93vx7dr5hejbgnyxbplmmklm7 Pagina:Wallace - Ben Hur, 1900.djvu/510 108 418997 3870220 3869351 2026-08-05T02:32:59Z BuzzerLone 78037 /* Riletta */ 3870220 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|504||}}</noinclude>{{nop}} Tuttavia il volto, chiaramente visibile a Ben Hur, bruttato com’era dal sangue e dalla polvere, si illuminò di un subito sorriso; gli occhi si spalancarono, e si fissarono su un punto che essi soltanto vedevano lontano nel cielo; e un grido di gioia, di trionfo quasi, sfuggì dalle labbra della vittima. — «E’ finito! E’ finito!» — Così un eroe, morendo, celebra con un ultimo urrà l’estrema impresa. La luce degli occhi si spense; lentamente la testa incoronata cadde sul petto ansante. Ben Hur credette che tutto fosse finito; ma la grande anima si raccolse in un ultimo sforzo; sicchè egli, e quelli che gli stavano vicino poterono udire le parole estreme, pronunciate a bassa voce, come ad uno che stesse ad ascoltarle lì presso: — «Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito» — Un fremito scosse le membra martirizzate; vi fu un grido di terribile angoscia, e la sua missione, e la sua vita erano terminate. Il suo gran cuore, così traboccante d’affetto, s’era spezzato. Perchè di questo o lettore, quell’uomo morì! Ben Hur ritornò presso gli amici e disse semplicemente: — «E’ finito. Egli è morto. — In un attimo la moltitudine seppe la nuova; ma nessuno la ripetè ad alta voce; non si sentì che un lungo sommesso mormorio che si propagò in ogni direzione: — «Egli è morto! Egli è morto!» — La volontà del popolo era fatta; il Nazareno era morto; ma ogni viso guardava il suo vicino con terrore. Il sangue di lui ricadrebbe sul loro capo! E mentre essi si fissavano l’un l’altro, il suolo cominciò a tremare, e un urlo di spavento uscì da ogni bocca. Tosto l’oscurità si dissipò, e alla chiara luce del sole ricomparso, ognuno col medesimo sguardo vide le croci vacillare sotto la scossa del terremoto. Quella di mezzo sembrava inalzarsi gigante sopra le altre, come volesse sollevare il suo peso verso il cielo. E tutti coloro che avevano vilipeso il Nazareno, tutti quelli che lo avevano battuto, tutti quelli che lo avevano condannato alla croce, tutti quelli che nel profondo del cuore lo volevano morto, si sentivano personalmente additati all’ira Divina, e minacciati dal cielo. Allora cominciò una pazza fuga di uomini, a piedi, a cavallo, su cammelli e su cocchi; e, come se la natura fosse adirata contro di essi, e volesse essa medesima assumere<noinclude><references/></noinclude> 2eco0tqkydgpr3b9vf5isqvlt8afjwa Ben Hur/Libro Ottavo/Capitolo X 0 419015 3870221 3795703 2026-08-05T02:34:15Z BuzzerLone 78037 Porto il SAL a SAL 100% 3870221 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=5 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Capitolo X|prec=../Capitolo IX|succ=}} <pages index="Wallace - Ben Hur, 1900.djvu" from=500 to=517 fromsection=s2 /> jvdzsc34fr66aaursm0j8gnu5g8g2zz Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/91 108 559012 3870262 3043157 2026-08-05T06:32:07Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870262 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /></noinclude> {{Ct|f=150%|t=3|La campana di partenza}} {{rule|t=1|v=2|6em}} ''Nella camera da letto di Nora d’Orano, Bice Mauri che da un mese è divenuta marchesa di Monserrato, sta seduta davanti alla tavola di cristallo su cui, intorno al triplice specchio dalle cerniere di metallo bianco, posano tutti gl’istrumenti graziosi d’argento, d’acciaio, d’avorio, di tartaruga per l’acconciatura di Nora: pettini grandi e piccoli, uncini per allacciare i guanti, uncini per abbottonar gli stivali, spola di pelle per far lucide le unghie, scatole di cipria, limette, forbici lunghe come quelle chirurgiche, piccole e ricurve come due esili ali d’acciaio, un vasetto di'' cold-cream ''e due o tre fiali d’odori e una boccetta di sali, la paletta tonda per calzar gli scarpini e le spille''<noinclude> <references/></noinclude> a2qtvqaup897nslgd6tadzv3w3ozavy Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/92 108 559013 3870263 3043161 2026-08-05T06:32:11Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870263 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 82 —||riga=si}}</noinclude>''lunghe per appuntare i cappelli.... Bice col cappello in testa gioca con quell’armamentario lucente. Nora sta seduta sul letto con una gamba su l’altra e fa saltare la pianella di pelle candida e opaca sul piede che ha la calza viola e lucida''. {{Sc|Nora}}. Tu devi raccontar tutto. Prima m’hai raccontato sempre tutto. Non son mica una bimba. Quattr’anni di collegio e due anni di vita mondana aprono gli occhi anche alle talpe. {{Sc|Bice}} (''fissando una forbice che apre e chiude lentamente''). Non è per te Nora mia. Certe cose, anche a volerle dire, non si sa come dirle... {{Sc|Nora}}. E a farle? {{Sc|Bice}}. A farle è più semplice. {{Sc|Nora}}. Semplice? {{Sc|Bice}}. Semplicissimo. {{Sc|Nora}}. Proprio tanto semplice? {{Sc|Bice}}. Oh t’assicuro che è molto, molto più semplice di quel che credevo... di quel che credevamo. (''le due ragazze si guardano e sorridono. Poi di nuovo evitano di guardarsi sapendo che a quel modo son più facili le parole audaci''). {{Sc|Nora}} (''salta giù dal letto e col passo incerto e leggiadro delle donne alte su le babbucce va dietro alla seggiola di Nora, mette le due braccia''<noinclude> <references/></noinclude> 2b58jji7uuy0nsp2px8v9l93myxpk9m Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/93 108 559014 3870264 3043164 2026-08-05T06:32:13Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870264 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 83 —||riga=si}}</noinclude>''su le spalle dell’amica, inchina la testina bionda dove i capelli ricci son stretti in cima da un piccolo rigido fiocco celeste, verso la testina bruna di lei. La'' blouse ''celeste di Nora splende sul panno bruno dell’abito'' tailleur ''dell’amica''). Almeno dimmi quello che dicono... {{Sc|Bice}}. E poi dici che non sei una bimba! Da ragazze noi crediamo gli uomini presso a poco tutti eguali. Da maritate si comincia a sperare che sieno differenti. {{Sc|Nora}}. Sperare? {{Sc|Bice}} (''lascia cader le forbici spaventata della parola che le è sfuggita''). Ho detto sperare? Volevo dire indovinare. E poi «sperare» che significherebbe? {{Sc|Nora}}. Niente, già non significherebbe niente. Dunque mi dirai quel che ha detto tuo marito? {{Sc|Bice}}. Quando? {{Sc|Nora}}. Allora. {{Sc|Bice}}. Oh, poco e niente.... Ha soffiato, ha soffiato, ha detto: «Quanto sei bella!» e s’è addormito. {{Sc|Nora}} (''ridendo e venendo davanti a Bice a mettersi contro lo specchio''). Avrà detto «bela» non «bella» da buon veneziano. {{Sc|Bice}} (''ride rumorosamente''). Sì, sì! Lo notai anche io subito, e mi ci venne da ridere.<noinclude><references/></noinclude> 8v6ewz89fnr11684h0rx1m3u7p15s8x Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/94 108 559015 3870265 3043166 2026-08-05T06:32:16Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870265 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 84 —||riga=si}}</noinclude><nowiki/> {{Sc|Nora}}. Che presenza di spirito! {{Sc|Bice}}. Oh ne avevo più di lui. {{Sc|Nora}}. Ci credo. {{Sc|Bice}}. Che intendi? {{Sc|Nora}}. Niente di male. Anzi... tutti sanno che Monserrato è stato sempre molto serio e molto studioso prima di sposarti. {{Sc|Bice}} (''con poca convinzione''). Non è meglio? {{Sc|Nora}}. Sì e no. Sì: perchè almeno non hai da subir confronti. No: perchè papà dice sempre che il matrimonio è una scuola e il marito un maestro; quindi un maestro deve saperne molto di più della scolara. {{Sc|Bice}} (''difendendosi per puntiglio''). Pure la Torres.... {{Sc|Nora}}. La Torres? L’hanno detto, ma non ci credo. {{Sc|Bice}}. No, no, t’assicuro. La Torres è stata l’amante di Giovanni per quasi un anno.... {{Sc|Nora}}. Un po’ vecchia.... {{Sc|Bice}}. In ogni modo è qualche cosa; e Giovanni non si è poi occupato sempre di numismatica come mi diceva mammà per convincermi a sposarlo. {{Sc|Nora}}. E della Torres non ti ha mai parlato? {{Sc|Bice}} (''seccamente''). Sì.<noinclude><references/></noinclude> 0u4zrs89zi7chqo9dtmux2u8yxjcs44 Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/95 108 559017 3870266 3043170 2026-08-05T06:32:19Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870266 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 85 —||riga=si}}</noinclude><nowiki/> {{Sc|Nora}}. Non ne sarai gelosa? {{Sc|Bice}}. Pur troppo no. {{Sc|Nora}}. Pur troppo? Saresti contenta di esserne gelosa? (''Nora che si veniva distrattamente sciogliendo i riccioli davanti allo specchio e con un pettine fitto rialzava il folto ciuffo d’oro su la fronte bassa e tanto pallida, si volta di repente verso l’amica tendendo contro lei l’indice melodrammaticamente''). Hai provato mai la gelosia tu? {{Sc|Bice}}. No, mi piacerebbe. E tu? L’hai provata con...? {{Sc|Nora}}. Zitta, qui dentro lui non si deve nominare. Lo sai con chi mi tradisce? Lo sai? {{Sc|Bice}}. Con chi? {{Sc|Nora}}. Con Carmen. {{Sc|Bice}}. E chi è Carmen? {{Sc|Nora}}. Una ''cocotte''. {{Sc|Bice}}. Uh, Nora! Una ragazza non deve dir certe parole. {{Sc|Nora}} (''eccitata, batte la costola del pettine sul vetro dello specchio''). No? E come si chiamano? Adesso, perchè hai preso marito, già ti atteggi a matrona. Non ti ricordi più quanto abbiamo studiato gli abiti e i cappelli di Michelina, quando andavamo con le mamme in ''landau'' e la vedevamo<noinclude><references/></noinclude> 3ppehhbja90z9u3bsj8jkimnxehnuzb Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/96 108 559018 3870267 3043173 2026-08-05T06:32:22Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870267 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 86 —||riga=si}}</noinclude>passare al Pincio con l’ombrellino sul petto, portato in braccio come fosse stato un bambino caro, e con quel passo dinoccolato che le faceva sporgere i fianchi uno per volta, tanto bene. Fai la matrona adesso, ma allora fosti tu a trovare il segreto di quel passo famoso: mettere un piede davanti l’altro su la stessa linea, con un tempo eguale, così... (''si prova, ridendo, a ripetere il passo''). Ma con le babbucce non ci riesco. Non ti ricordi che smettemmo di camminare a quel modo da quando Giorgio.... {{Sc|Bice}}. Brava, l’hai nominato! {{Sc|Nora}}. Avevo fatto il voto di non nominarlo più qui in camera mia. Ormai è fatto (''riprendendo il discorso'').... Quando Giorgio ci disse che sembrava che camminassimo sopra una corda tesa (''ride''). {{Sc|Bice}} (''ride, poi seria''). Pure quel passo faceva sviluppare i fianchi, è vero? {{Sc|Nora}}. Altro che! (''pausa'') Vuoi vedere il ritratto di... {{Sc|Bice}}. Di Giorgio? {{Sc|Nora}}. Sss! Basta averlo nominato una volta. {{Sc|Bice}}. Dove l’hai? {{Sc|Nora}} (''va verso il canterano che è di legno chiaro e ha agli angoli qualche fregio sottile''<noinclude><references/></noinclude> 2ujagtdxemoy2vajox40k9tdldkf4yk Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/97 108 559019 3870268 3043176 2026-08-05T06:32:35Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870268 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 87 —||riga=si}}</noinclude>''in metallo bianco come ha la toletta; apre un cassetto''). Lo tengo fra le camicie da notte. {{Sc|Bice}}. Se lo sapesse! {{Sc|Nora}}. Avrebbe poco male da dire. Con questa ostinazione della mamma che vuole che per la notte io porti le camicie chiuse e con le maniche lunghe. Ecco. {{Sc|Bice}} (''con ammirazione''). Bel figliolo, sempre (''Pausa. Tutte due fissano il ritratto grande in platinotipia, dove si vede un giovane bruno con due baffi fieramente alzati, i capelli un po’ ricci e divisi su la tempia sinistra e gli occhi aggrottati con aria un po’ superba ma virile''{{ec|.|).}} {{Sc|Nora}}. È un traditore, ma è bello. Non è vero che è bello? (''lo guarda sempre''). {{Sc|Bice}}. T’ho già detto che è un bel figliolo (''pure lo guarda. Pausa''). {{Sc|Nora}} (''Improvvisamente prende il ritratto e lo bacia''). To’ (''un po’ di sangue le arrossa le guancie pallide'') Senti... {{Sc|Bice}}. Che cosa? {{Sc|Nora}}. No, non te lo dico più, non te lo posso dire. {{Sc|Bice}}. Volevi dire che avevi dato un bacio anche all’originale? {{Sc|Nora}}. Due: uno al ballo a corte, uno al {{Pt|''gar''-|}}<noinclude><references/></noinclude> cnyz64vnoi936k3nowlys13bzj7buad Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/98 108 559020 3870269 3043180 2026-08-05T06:32:57Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870269 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 88 —||riga=si}}</noinclude>{{Pt|''den-party''|''garden-party''}} della Santamauro. Ossia: me li ha dati lui. {{Sc|Bice}}. Dove? {{Sc|Nora}}. Uno su l’orecchia, qui (''l’indica''). Uno su la guancia destra sotto l’occhio, qui (''l’indica''). Ma non era questo che ti volevo dire. {{Sc|Bice}}. E che era? {{Sc|Nora}}. No, no, è impossibile. Su, mettiamo via la tentazione (''ripone sotto le camicie il ritratto e richiude il cassetto''), e non ci pensiamo più (''si passa una mano sulla fronte e si alza il ciuffo. Pausa. Va davanti allo specchio''). Ma pure io son più bella di quella Carmen. {{Sc|Bice}}. Che volevi dirmi? Spícciati. {{Sc|Nora}} (''torna a sedere sul letto a giocare con la babbuccia bianca. Incerta:'') Volevo dire che... che è più bello di... {{Sc|Bice}}. Di mio marito? {{Sc|Nora}} (''timidamente''). Già. {{Sc|Bice}}. Ma lo sapevo. E ci voleva tanto a dirlo? Ma son la prima io a riconoscerlo. Giovanni non è bello. {{Sc|Nora}} (''per compensare la magnanimità dell’amica''). Del resto è meglio, sai. Non avrai a soffrir la gelosia. {{Sc|Bice}}. Se ti dico che vorrei provarla! {{Sc|Nora}}. Ma perchè? Se ti piace tanto, ti è {{Pt|fa-|}}<noinclude><references/></noinclude> sw5titr6dfpuoqy6q5jgee1gboy7fjh Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/99 108 559021 3870270 3140798 2026-08-05T06:33:00Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870270 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 89 —||riga=si}}</noinclude>{{Pt|cile.|facile.}} Resta un po’ a Roma, invece di tornar subito a Venezia; conosci la Torres, vacci a casa, portaci lui e vedrai che diverrai subito gelosa. Quella forse non s’è ancora consolata d’essere stata abbandonata. E poi alla sua età... È stato l’ultimo razzo, e adesso non c’è più che fumo. Alle signore, che un uomo le lasci per prender moglie, rincresce più che se un uomo le lascia per prendersi un’altra amante, sia pure la loro sorella o la loro amica più cara. {{Sc|Bice}} (''che ha scosso la testa con aria triste''). Ma la separazione fra loro due non è andata così. {{Sc|Nora}}. E come è andata? {{Sc|Bice}}. È stata la Torres che ha lasciato Giovanni. {{Sc|Nora}}. Ma no! {{Sc|Bice}}. Ma sì! E questo è quel che m’angustia. Me l’ha raccontato proprio lui. Anche io credevo che egli la avesse abbandonata per me; e, sebbene la Torres abbia venti anni più di me, ero lusingata. Era sempre qualche cosa di più che le monete antiche! Invece a Parigi, in questo mese, Giovanni m’ha raccontato tutto. Ha cominciato dicendomi che finalmente aveva trovato un cuore sincero, un affetto sicuro, una donna tutta sua nel passato e nell’avvenire, e tante altre lodi<noinclude><references/></noinclude> cym3bzgclintt531n455eiqe0sfevfh Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/100 108 559022 3870271 3043188 2026-08-05T06:33:14Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870271 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 90 —||riga=si}}</noinclude>che lì per lì non paiono lodi. Sarebbe come se un orefice vendendoti due solitarii ti ripetesse: — Li prenda, li prenda pure lei; tanto non se li prenderà mai nessuno. — Puoi star sicura che sono falsi gialli o piatti. Dopo, Giovanni cominciò a mostrarmi tutto l’orrore del peccato, narrandomi lo scandalo della Churchill, il processo della Fieschi, il duello fatto l’altr’anno per la Santini: tutte cose che io sapevo e che dovevo fingere di apprendere da lui con grandi maraviglie. Una noia, ti dico! E di nuovo tra un racconto e l’altro magnificava la felicità dell’amore eterno, delle due anime legate indissolubilmente, della fedeltà in ogni atto come in ogni pensiero; e fulminava con tanta ira le donne che cambiano amanti, che giocano con gli affetti come si gioca con le palle a ''tennis,'' che io credendo di fargli piacere lo canzonai dicendo un po’ male degli uomini e mostrando che sapevo la faccenda della vecchia Torres. Ma Giovanni buono ed ingenuo mi narrò tutta la verità. La Torres lo aveva abbandonato per un addetto dell’ambasciata spagnuola, quello che dirige tutti i ''cotillons''... Come si chiama? {{Sc|Nora}}. Oiveda. È amico di Giorgio. {{Sc|Bice}}. Sì, Oiveda, proprio lui. Tu capisci? Mi ci caddero le braccia. Egli aveva sposato me per<noinclude><references/></noinclude> 4cocgdfkh7nv419ua3ttl2i9abdrf1n Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/101 108 559023 3870272 3043195 2026-08-05T06:33:17Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870272 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 91 —||riga=si}}</noinclude>consolarsi, per cercare una tavola di salvezza tra le onde fuggenti. {{Sc|Nora}}. No, no. Tu esageri. {{Sc|Bice}} (''che non si frena più''). Ma sì, ma sì. Se la Torres non si prendeva Oiveda, io non sposavo il numismatico. {{Sc|Nora}}. Chi? {{Sc|Bice}} (''con indifferenza un po’ sprezzante''). Giovanni. Lo chiamo il numismatico, per quella sua santissima passione per le monete vecchie. A Parigi due giorni dopo il nostro arrivo m’ha tenuta due ore in una botteguccia oscura d’antiquario, per comprare certe monete dell’imperatore Eliogabalo. Per fortuna mentre lui guardava le monete con la lente, io guardavo senza lente un libro vecchio che avevo trovato in un angolo... un libro con certe figure... Se le avessi vedute! {{Sc|Nora}}. Che titolo aveva il libro? {{Sc|Bice}}. Un nomone... ''Erotomachia'', mi pare. Aveva la data del 1672. {{Sc|Nora}}. Non si troverà a Roma? {{Sc|Bice}}. E chi te lo compra, se anche si trova? {{Sc|Nora}}. Hai ragione (''pausa lunga''). Basta. In quell’affare della Torres hai ragione tu. {{Sc|Bice}}. Quanto ci ho sofferto, Nora mia. Un uomo rifiutato da quella vecchia dipinta...<noinclude><references/></noinclude> bzgxjgv5ijhufkv7uom3ar49681nd3t Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/102 108 559024 3870273 3043197 2026-08-05T06:33:23Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870273 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 92 —||riga=si}}</noinclude><nowiki/> {{Sc|Nora}}. E con due denti falsi... {{Sc|Bice}}. E un po’ sorda... {{Sc|Nora}}. E con le molle del busto fatte d’acciaio... {{Sc|Bice}}. E col fiato cattivo... Ti dico! È una vergogna, una vergogna. Tutto gli perdono io. Gli perdono d’esser calvo, di portar gli occhiali, di cercar le monete antiche, di fumar la pipa, di amare la carne lessa, di portare i polsini e i colli separati dalle camicie... {{Sc|Nora}}. Anche questo! Povera Bice! {{Sc|Bice}}. Ma non gli posso perdonare quella vergogna lì. {{Sc|Nora}} (''pronta''). E tu... {{Sc|Bice}}. Che cosa? {{Sc|Nora}}. Niente, niente. Era un consiglio. Ma tu non sei vendicativa. {{Sc|Bice}}. E non posso vendicarmi! Giovanni non m’ha mica tradita. {{Sc|Nora}}. Già, ma pure... {{Sc|Bice}}. Eh lo so, lo so. Io, tu lo sai, sono troppo onesta per pensare a fargli un torto. Ma quel pensiero che essendogli fedele son da meno di quella vecchia sdentata... mi fa rabbia. {{Sc|Un Servo}} (''bussa alla porta, entra''). Il marchese di Monserrato è nel salotto verde.<noinclude><references/></noinclude> 9f0kbbea90ir388rcdhko35gmi2pzis Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/103 108 559025 3870275 3043199 2026-08-05T06:33:34Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870275 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 93 —||riga=si}}</noinclude><nowiki/> {{Sc|Bice}} e {{Sc|Nora}}. Veniamo (''il servo esce''). {{Sc|Nora}}. Fammi chiudere il canterano. Andiamo. Non bisogna far aspettar Monserrato. {{Sc|Bice}} (''quasi con dispiacere''). Hai ragione. Proprio non se lo merita. È così buono. {{Centrato|⁂}} Un anno dopo alle Corse alle Capannelle. La Monserrato è tornata a passar la primavera a Roma; scende dalla tribuna verso il ''pesage'' appoggiandosi al braccio di un biondo colossale che s’inchina sorridendo galantemente verso la piccola compagna bruna vestita di bigio. Dal ''pesage'' esce Nora d’Orano sotto braccio a Giorgio Contri. Le due donne lasciano i loro cavalieri, si stringono con effusione le due mani, si salutano ad alta voce. Poi Nora susurra all’orecchio di Bice: — E tuo marito? — Aveva un appuntamento con un antiquario per comprare due monete d’oro dell’imperatore Galba. — Sempre con Varés? Tutti dicono male di te, sai? — Lasciali dire. A me, mi piace. — Porta le camicie col collo attaccato? — Ah lui sì! — Come lo sai? (''Bice diventa rossa'')<noinclude><references/></noinclude> 8kmuk14mnr36g72arfeis8dld6h2pes Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/104 108 559026 3870276 3043201 2026-08-05T06:33:40Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870276 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 94 —||riga=si}}</noinclude><nowiki/> — Come sei furba, Nora mia! Povero Giorgio! — Oh, quello è più furbo di me. — Ci credo. Addio, addio. — Non bisogna fare aspettare Varés. — Oh quello se lo meriterebbe. È tanto cattivo... (''E ciascuna torna al suo cavaliere salutando e sorridendo''). {{Centrato|(''Suona la campana di partenza'').}} {{rule|4em}}<noinclude><references/></noinclude> c1nzm7gozuauejijn75nm5ui8j8yez1 Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/107 108 559029 3870278 3027375 2026-08-05T06:34:46Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870278 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||||riga=si}}</noinclude> {{Ct|f=150%|t=3|Sei verità}} {{rule|t=1|v=2|6em}} {{Centrato|I.}} ''All’ingegner Paolo Daresta,'' ::''30, via Palermo,'' {{A destra|''Roma.''|2em}} Torno a casa adesso. T’ho lasciato da dieci minuti. Tutto il mondo mi sembra cambiato. No, non ho paura, anzi temo che tutti mi leggano negli occhi l’orgoglio e la felicità d’essere tua. Paolo, anima mia, sì, hai ragione tu. «Perchè hai aspettato tanto, prima di venirti a chiudere qui tra le mie braccia?» Son state le parole tue oggi dopo il primo bacio. Hai ragione, ho perduto scioccamente troppi giorni di felicità. Perdonami e compensami con tanto amore.<noinclude> <references/></noinclude> 1u6rnscg0n2ie9hb3gluevtb55vf70j Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/108 108 559030 3870279 3027377 2026-08-05T06:35:09Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870279 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 98 —||riga=sì}}</noinclude><nowiki/> Scrivere a te, così, con queste parole, dalla mia piccola scrivania, nella mia stanza dove tu sei penetrato quasi a forza l’altro giorno con la scusa di vedere i miei ritratti di collegio, mi pare un sogno. Mi guardo attorno. L’aspetto di tutte queste cose tra le quali ho vissuto sempre sola — tu sai quanto sola! — per anni, è mutato. Fino a stamane io venivo a rifugiarmi qui contro tutti: anche contro te, quando avevo paura di te, venivo a rifugiarmi qui, tremando. E anche di giorno, chiudevo le imposte e le cortine, accendevo la mia lampadina velata di rosa, mi immaginavo che fosse notte per sentirmi più sola, e mi raggomitolavo nella mia poltrona, selvaggia come una bestiola nella sua piccola tana. Adesso, da quattro ore, il mio rifugio non è più qui, è da te, nella stanza ''nostra'', fra le braccia tue, Paolo mio, core mio, amante mio... Ho scritto la grande parola: amante mio! Mi par quasi un eroismo riescirla a scrivere francamente, senza paura: amante, amante mio! Adesso qui, fra i miei mobili, fra i miei gingilli, fra i miei fiori, fra i miei cuscini sono come in esilio. Tutto è vuoto, è senz’anima. Solo dove sei tu, core, è la vita. E mi guardo sul braccio il segno rosso che mi hai fatto tu; e sento le labbra tue che schiacciano le<noinclude><references/></noinclude> f4l2vbjos0qvl4wn1d8w9w9gb0n6luf Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/109 108 559031 3870280 3027378 2026-08-05T06:35:26Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870280 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 99 —||riga=sì}}</noinclude>mie, ancóra, ancóra; sento le mani tue nei capelli; nell’orecchie i tuoi baci. Paolo, Paolo mio! La mano mi si illanguidisce così che non so più stringere la penna, lo vedi. ''Perchè t’amo tanto?'' Si sa mai ''perchè'' si ama? E lo posso sapere io ''che non ho amato mai?'' Ho un anno più di te. Paolo! Quest’è il mio terrore. Dammi un bacio. No, due! No, cento! Io t’adoro. Sono certa che stasera mi scriverai anche tu. A domani, alle tre. Pensa alle forcelle piccole e alla Poudre d’Houbigant. {{A destra|{{Sc|Lora}} tua, tutta tua.}} {{smaller|7 aprile 19... ore 7,30 di sera.}} {{Centrato|II.}} ''Al conte Anselmo Ricci,'' {{A destra|''Arezzo per Larisana.''|2em}} Caro Anselmo, dovrai restar molto ancóra? Lo vorrei sapere perchè il tappezziere, ancóra non ha finito di mutare i parati alla tua camera da letto, e a mettergli troppa fretta addosso temo che lavori male. Mi promette di finire tutto fra sei giorni, cioè per mercoledì.<noinclude><references/></noinclude> tnhvpe3dbxxhomgh34xrbbwz03efp8k Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/110 108 559032 3870281 3027379 2026-08-05T06:35:31Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870281 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 100 —||riga=sì}}</noinclude><nowiki/> Sono stata ieri, domenica, a vedere Neluccia al convento. È contenta e non si ricorda più nemmeno dell’influenza di febbraio scorso. M’ha detto di chiedere al suo papà che mandi altre due scatole di fichi e mandorle alla Madre Superiora, perchè le piacciono molto. E piacciono molto anche a lei! Quest’è la ragione vera... Ho incontrato ieri l’ingegner Daresta, quello che era a Camaldoli. M’ha chiesto di venirci a salutare una sera, ma gli ho riposto che tu restavi ancóra qualche giorno in campagna per i bachi. La mamma è venuta poco fa mentre ero a cena. È tutta sossopra perchè Rosa la sua vecchia cameriera soffre d’asma. E non osa metterla in riposo per prenderne una più giovane. Pure avrebbe bisogno di più cure, alla sua età. Credo che finirò a parlar io con Rosa, di nascosto della mamma. Se fai una corsa a Firenze, ricórdati d’andar a salutare Fabrizio del Salto e sua moglie all’Hôtel Savoy. Sono in piena luna di miele. Che tempo fa a Larisana? Qui, delizioso. Oggi ho fatto una passeggiata di tre ore, un po’ a piedi, un po’ in carrozza. E sono stanca morta. Perciò chiudo. Del resto è già così tardi che manderò Pietro alla stazione a impostare al treno delle dieci e mezza.<noinclude><references/></noinclude> e6hscpktqubm3qxfqo8a9qqhls0o7vw Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/111 108 559033 3870282 3027380 2026-08-05T06:35:46Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870282 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 101 —||riga=sì}}</noinclude><nowiki/> Un bacio ''buono'', sulla fronte. {{A destra|La tua moglietta {{Sc|Nora}}.}} {{smaller|7 aprile 19... ore 10 di sera.}} {{Centrato|III.}} ''Alla signora Elena Stari,'' ::''5, via Lorenzo il Magnifico.'' {{A destra|''Firenze''.|2em}} ''Ça y est'', Elena mia. Oggi sono stata tre ore a casa di Paolo Daresta. Non abbiamo mai nominato Fabrizio. Paolo innamorato sincero beato non sospetta nemmeno quale sia stato il primo e triste motivo del mio sì. Il giorno che tu mi rivelasti il tradimento di Fabrizio cioè il suo matrimonio imminente e mi proponesti, quasi per gioco, di vendicarmi col suo amico Paolo, io ero risoluta a far soltanto le mostre di... vendicarmi. Adesso invece che la vendetta c’è, non so più se debbo rivelarla o no al colpevole. E da due ore son qui sola nella mia stanza a cominciare e lacerare la letterina che devo mandare a Fabrizio. Povero Paolo! Egli crede d’essere il primo, e non m’ha nemmeno interrogata. Pochi giorni fa parlando di Fabrizio, me ne lodò la lealtà, {{Pt|l’ami-|}}<noinclude><references/></noinclude> 57qv5o1blo1e4ik4u5me7zaw62f92ok Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/112 108 559034 3870283 3027381 2026-08-05T06:35:58Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870283 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 102 —||riga=sì}}</noinclude>{{Pt|cizia,|l’amicizia,}} ecc., senza l’ombra d’una reticenza, d’un sottinteso, d’una malignità. È così giovane, ha un anno meno di me; anzi, credo tre. Il fatto si è che forse mi metterò ad amarlo con tutto il cuore, anche per far perdonare al mio amore il suo peccato d’origine. Del resto si sa mai perchè si ama? Le vie del peccato sono tante, mi diceva molti anni fa un confessore gesuita, ma novantanove volte su cento si pecca ''d’amore non per amore''. La vendetta, il dispetto, la curiosità, il danaro, la noia, la paura della solitudine o della vecchiaia e qualche rarissima volta anche la passione... Ecco la verità vera. In ogni modo, bisogna che io scriva a Fabrizio... Sarà la liberazione, finalmente! Tu che lo vedi più spesso e conosci sua moglie, sai che sia sempre felice... dopo un mese di matrimonio viaggiante? Se mai, la mia letterina sarà una bella bomba nella felicità del ''menage''. Non vorrei che qualche scaglia ferisse Paolo: quest’è la sola paura. Mio marito è ancora ad Arezzo, pei bachi. A domani, forse, con più calma. {{A destra|tuissima {{Sc|Eleonora}}.}} {{smaller|7 aprile 19... 10 ½ di sera.}}<noinclude><references/></noinclude> f0wsrxnvz3n17i22enankj4uqy7ply6 Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/113 108 559035 3870284 3027383 2026-08-05T06:36:20Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870284 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 103 —||riga=sì}}</noinclude>{{nop}} {{Centrato|IV.}} ''Al conte Fabrizio del Salto'' ::''Hôtel Savoy,'' {{A destra|''Firenze.''|2em}} Vi sembrerà strana questa mia lettera dopo due mesi di silenzio che voi avrete magari supposti due mesi di pena. Appunto per questo vi scrivo. Proprio ieri un’amica comune mi ha avvertito che voi parlate di me con un’affettuosa pietà che per lo meno è ridicola. Fate male, Fabrizio, e avete torto. Io oggi sono una donna felice: amo come non credevo di poter amare e sono amata come ho desiderato sempre (e sempre invano) d’essere amata. Siate altrettanto felice voi, se lo potete. Ve lo auguro, senza rancore, stendendovi la mano. Per l’ultima volta {{A destra|{{Sc|Lellè.}}}} {{smaller|7 aprile 19... 11 di sera.}} {{Centrato|V.}} ''Alla contessa Eleonora Ricci,'' ::''15, via Vittoria Colonna,'' {{A destra|''Roma.''|2em}} Amore, tesoro, Lora mia, tutta mia, ti scrivo nella nostra stanza, presso il nostro letto che è {{Pt|an-|}}<noinclude><references/></noinclude> 9c5qzpabu57la1veacrw0kwlomc96ue 3870287 3870284 2026-08-05T06:37:10Z Dr Zimbu 1553 3870287 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 103 —||riga=sì}}</noinclude>{{nop}} {{Centrato|IV.}} ''Al conte Fabrizio del Salto'' ::''Hôtel Savoy,'' {{A destra|''Firenze.''|2em}} Vi sembrerà strana questa mia lettera dopo due mesi di silenzio che voi avrete magari supposti due mesi di pena. Appunto per questo vi scrivo. Proprio ieri un’amica comune mi ha avvertito che voi parlate di me con un’affettuosa pietà che per lo meno è ridicola. Fate male, Fabrizio, e avete torto. Io oggi sono una donna felice: amo come non credevo di poter amare e sono amata come ho desiderato sempre (e sempre invano) d’essere amata. Siate altrettanto felice voi, se lo potete. Ve lo auguro, senza rancore, stendendovi la mano. Per l’ultima volta {{A destra|{{Sc|Lellè.}}}} {{smaller|7 aprile 19... 11 di sera.}} {{Centrato|V.}} ''Alla contessa Eleonora Ricci,'' ::''15, via Vittoria Colonna,'' {{A destra|''Roma.''|2em}} Amore, tesoro, Lora mia, tutta mia, ti scrivo nella nostra stanza, presso il nostro letto che è {{Pt|an-|}}<noinclude><references/></noinclude> 7l285m9f8drogu4cfz0az65nh4pvchy Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/114 108 559036 3870285 3027384 2026-08-05T06:36:33Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870285 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 104 —||riga=sì}}</noinclude>{{Pt|córa|ancóra}} odoroso di te, che conserva ancóra la forma del tuo corpo. E tremo e t’adoro. Da oggi la mia vita è tua, minuto per minuto. Tu ne farai quel che vorrai poichè l’hai accettata fin dal primo bacio tutta. Domattina alle undici e mezza sul corso, tra San Marcello e via Condotti. E domani nel pomeriggio, alle tre qui. Ti bacio tutta, anima mia tutta bianca. {{A destra|{{Sc|Paolo.}}}} {{smaller|7 aprile 19... ore 10 di sera.}} {{Centrato|VI.}} ''Al conte Fabrizio del Salto'' ::''Hôtel Savoy'' {{A destra|''Firenze.''|2em}} Fabrizio mio, è fatta! Ed è deliziosa. Grazie. Ella non sospetta nemmeno che io sappia quel che c’è stato per un anno fra voi due. È stata buona, semplice, affettuosa... Ma non voglio dir troppo perchè, per quanto tu sia felice e abbia finalmente trovato la ''vera donna'' da amare, un po’ di rimpianto potrebbe offuscare per un minuto la tua felicità presente! Ti dico solo grazie, centomila volte grazie. Solo ai consigli tuoi suggeriti<noinclude><references/></noinclude> n03444emhg1o2gbd7kxs0un603u4rdq Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/115 108 559037 3870286 3027385 2026-08-05T06:36:53Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870286 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 105 —||riga=sì}}</noinclude>dalla tua conoscenza profonda del... soggetto devo la celerità e — ormai lo posso dire — la sincerità del suo consenso. Tu vivi pure fra due cuscini; non ti disturberà più nè con rimproveri nè con minacce. E la tua luna di miele potrà essere — come deve essere — eterna. Rispetti alla tua signora ma... non le far leggere questa lettera. Lo so: il consiglio è inutile! In fretta, chè ho sonno, {{A destra|tuo {{Sc|Paolo}}.}} {{smaller|7 aprile 19... ore ½ di sera.}} {{rule|4em}}<noinclude><references/></noinclude> 4kjpeseikokhp0mj7bpfh40b3z1xv61 Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/119 108 559041 3870289 3775830 2026-08-05T06:39:42Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870289 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude> {{Ct|f=150%|t=3|Villeggiatura}} {{rule|t=1|v=2|6em}} — Quando arriverà? — Alle cinque. Il treno giunge alla stazione di Spoleto alle quattro: così egli sarà qui verso le cinque. Il cavallo di Lorenzo trotta poco. — Perchè gli hai mandato Lorenzo? Non potevi scegliere un altro vetturino? Dopo tutto... arriva un forestiero, e con questa canicola... — Come sei tenera per questo ignoto! — e il marito, un giovane grosso giallo bolso, in maniche di camicia cominciò a tormentarsi i due esili baffi biondi spioventi. Anna divagò: — Vuoi il caffè? — No. Voglio riposare. Dammi un mezzo toscano. Lo trovi nel taschino della giacca, in anticamera, sul canapè di paglia.<noinclude> <references/></noinclude> gf2reesyqp3cnckf82v8m604jbcacar Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/120 108 559042 3870290 3775831 2026-08-05T06:40:14Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870290 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 110 —||riga=si}}</noinclude><nowiki/> Anna uscì. Oreste si versò un ultimo bicchiere di vin bianco; scelse su la mensa scomposta pel desinare appena finito un pezzo di pane fresco e lo mangiò dopo averlo immerso nel vino; poi borbottò: — Qui si soffoca... — e si rimboccò le maniche della camicia fino al gomito e si sbottonò la goletta. Attese un attimo, poi impaziente chiamò: — Anna, ci vuol tanto tempo per trovare un sigaro? La moglie rientrò rossa in viso, ansimando. Era grassa e bassa, ma giovane e rosea. Oreste accese il sigaro, Anna restò a fissare su la tavola un bicchiere che scintillava. Quando il sigaro fu acceso, Oreste andò sul sofà, si adagiò tutto lungo comodamente, e, pure aspirando le prime boccate di fumo, senza guardare la moglie, ripetè: — Dunque il forestiero arriva alle cinque. Spiegamoci bene. Anna taceva, fissando il bicchiere che scintillava sulla tovaglia bianca. Oreste voltò un poco la testa così da scorgere lei di traverso: — Anna, stammi a sentire. Non t’addormir su la tavola. Vogliamo andare a letto? — No — rispose Anna recisamente. — Dunque, ascolta bene. Il forestiero andrà su-<noinclude> <references/></noinclude> 2l36tcuwr9p5melhiktkmzezoo1qdla Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/121 108 559043 3870291 3775833 2026-08-05T06:40:15Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870291 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 111 —||riga=si}}</noinclude>bito al villino. Io spero che non verrà a farci una visita perchè mi voglio godere questi due giorni di riposo, in pace perfetta. Egli è un pittore: almeno ci ha detto così quando è venuto. Te lo rammenti anche tu. Anna, di’, te lo rammenti? Rispondi. Ma a che pensi? — Sì, me lo rammento. Ha detto: «Io vengo qui per dipingere; non andrò nemmeno in città.» — Tu ti ricordi tutte le parole di lui. Hai una memoria troppo buona. Basta, tiriamo innanzi. Ha detto che avrebbe con sè un amico, forse... — Sì, è vero. — Dunque, egli andrà a dipingere, ma l’amico sarà libero. Fino a che sono qua io, niente paura. Ma, quando domani sarò tornato a Spoleto, tu devi aver ben cura di te stessa. — Io? — Io, forse? Vuoi che facciano la corte a me? — E credi che la facciano a me? Già sei geloso di questi due? E non ne abbiamo visto che uno solo per due ore sole! — Eh, non si sa mai! In campagna, soli, per passatempo son capaci di far la corte anche a te. — Come «anche a me»? È vero che vengono da Roma, ma dopo tutto non son mica un mostro.<noinclude> <references/></noinclude> qd7qlgv771k7garsxglg94r7ix9qfrq Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/122 108 559044 3870292 3775834 2026-08-05T06:40:17Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870292 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 112 —||riga=si}}</noinclude><nowiki/> — Bene. Vedi che tu già speri... Insomma, patti chiari. Quei due, quando non ci sono io, non dovranno mai entrare qui, mai. Capisci? Quando ci sarò io, vedremo. — Ma come farò se verranno a chieder di me? Il villino è distante appena cento metri. A un miglio di distanza non ci sono che dei contadini. — E lasciali coi contadini! Non vengono qui per dipingere i contadini? Se ci avessi pensato prima non avrei affittato il villino a un pittore qualunque... — Pure te l’ha pagato bene. — E in gran parte il danaro l’hai preso tu, per gli abiti di estate. — Grandi cose! Cento lire per tre abiti di percalle! — Va bene. Li disprezzi? Allora ti proibisco assolutamente di metterti quei tre abiti quando io non sono qui. — E come mi vestirò per escire? — Non escirai. — Allora tanto vale a tornare a Spoleto. — E tornaci. Tacquero, stanchi tra quella caldura. Dopo qualche minuto, poi che il mezzo sigaro<noinclude> <references/></noinclude> q1uj7gjns70tr17b6cxz80qrqbavpxq Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/123 108 559045 3870296 3775835 2026-08-05T06:40:30Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870296 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 113 —||riga=si}}</noinclude>toscano era presso a bruciare le labbra di Oreste, egli si alzò di repente in atto di non poter più tollerare quella lite, bevve un altro mezzo bicchiere di vino e se ne andò borbottando: — Perdio, in una domenica di riposo tu mi dài il veleno per tutta la settimana! Anna rimase un momento presso la tavola, poi si accinse a toglier le mense, piegando le salviette, accatastando i piatti usati, riunendo i rimasugli del pane. Sopravvenne la serva, ed ella, interrompendo il lavoro, le ordinò: — Finisci di sparecchiare. Assunta, io vado a letto. Il sole meridiano infuocava i muri esili, entrava per le imposte mal connesse, svegliava tutte le mosche. Nella camera, sul letto matrimoniale alto, Oreste giaceva supino in mutande e senza panciotto, russando, tutto lucido di sudore; per non macchiare con le scarpe la coperta di ''crocè'', aveva messo in fondo al letto il tappettino riverso e vi aveva poggiato i piedi su; l’estrema reliquia del sigaro stava spenta su la pietra del comodino. Gli sportelli eran socchiusi. Anna entrò senza rumore, si tolse la giacca, la veste, restò seduta sul letto a guardarsi così spogliata; poi guardò Oreste. Ridiscese e andò a chiudere meglio uno<noinclude> <references/></noinclude> spyi1l6v9433ehxulf660wcxaepoqb9 Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/124 108 559046 3870293 3775836 2026-08-05T06:40:23Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870293 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 114 —||riga=si}}</noinclude>sportello, chè la luce cadeva proprio sul guanciale suo. Passando davanti allo specchio si guardò e le parole del marito: «Sarebbe capace di far la la corte anche a te.» Perchè «anche a lei?» Ella desiderava che il bell’ignoto le offrisse qualche atto galante, non per merito della solitudine che gli toglieva ogni altra donna, ma per meriti veri della bellezza sua. Ella era una sposina onesta, ma qualche complimento dolce, come a Spoleto le faceva qualche ufficiale della guarnigione, la avrebbe ben lusingata specialmente perchè le amiche lo avrebbero saputo. Si rammentava il forestiero: capelli scuri, barba biondastra, occhi cilestri senza occhiali! «Quanto sarebbe più bello Oreste senza occhiali!» E poi, un pittore! Ella non aveva mai visto dipingere: aveva solo visto un suo maestro, in monastero, disegnare a matita e a pastello; anzi a Spoleto aveva due disegni suoi, una rama di pesche e due garofani. Se avesse pensato a portarli giù in villa li avrebbe mostrati al forestiero perchè vedesse che dopo tutto le provinciali ne sanno quanto le romane e forse più. E corse all’armadio e lo schiuse per guardare i tre abiti di percalle, uno roseo, uno bianco, uno cilestro. Su quello bianco avrebbe una volta messo la cintura di quello color di rosa.<noinclude> <references/></noinclude> p8wbxsfscftwom9nz8tbhnfvs5iwdvg Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/125 108 559047 3870294 3775837 2026-08-05T06:40:27Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870294 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 115 —||riga=si}}</noinclude><nowiki/> L’imposta dell’armadio cigolò, e Oreste di tra il sonno affannoso per quella canicola chiese con voce gonfia: — Che fai, Anna? Non vieni a letto? Ed ella rinchiuse in fretta l’armadio e si gittò sul letto monumentale, facendo stridere tutte le foglie di formentone chiuse nell’alto pagliericcio. E il romore di quelle foglie secche insistè ancora a tratti, come per brividi. Poi tutto tornò quieto nell’afa. Ella guardò Oreste dalle cui gote gialle gocce di sudore scendevano sul guanciale lente, lente, e giacque supina pensando e fissando i travicelli dipinti in turchino sopra il soffitto bianco. Quelle tre o quattro stanze che poche opere di muratore e di imbianchino avevano adattate alla villeggiatura del notaio Oreste Santi e di sua moglie, erano nell’ultima ala della casa colonica. Il villino più lindo e più comodo era lontano duecento metri ed era stato affittato al ''forestiero''. Gli altri anni essi stessi vi abitavano, ma l’avarizia del notaio aveva avuto questa inspirazione per raggranellar due o tre centinaia di lire e non l’aveva abbandonata. In fondo quelle quattro stanze bastavano agli sposi e, se non fosse stato il caldo maggiore per le imposte mal connesse, l’odor<noinclude> <references/></noinclude> 6yrcuz06o91l0tw0afba3px5mgk2kyt Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/126 108 559048 3870295 3775838 2026-08-05T06:40:30Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870295 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 116 —||riga=si}}</noinclude>delle stalle sottoposte, il continuo bociare dei villani e del bestiame, le zanzare di notte, le mosche e i mosconi di giorno, i furti del cane di guardia, l’assenza del giardino e d’ogni ombra, il mutamento non sarebbe stato dannosissimo... Così quell’anno per separare interamente le due proprietà, il giardinetto che circondava la villetta color di rosa era stato assiepato con pruni secchi, sotto ai quali però la fratta viva già gettava, mostrando che il proprietario intendeva di mantenere quella divisione anche negli anni venturi. In quei giorni che erano scorsi attendendo l’arrivo del forestiero, Anna aveva passato molte ore sia nel giardino che nel villino, col pretesto di preparar tutto per l’ospite, in fondo per pavoneggiarsi in quell’ambiente più signorile. Poi la strada maestra toccava un lato del breve giardino; ed ella spesso, vestita con uno dei tre abiti di percalle, si era messa a ricamar le pantofole rosse e turchine di Oreste nelle ore pomeridiane, dietro la siepe, presso la via, guardando e facendosi guardare dagli spoletini e dai villeggianti che venivano in vettura o in velocipede a diporto fin là giù. Anzi un giorno tre velocipedisti, certo tre forestieri, forse tre romani, erano rimasti più di mezz’ora a volteggiare e a ''fare gli otto'' su<noinclude> <references/></noinclude> 39ueptpp6ex1lnvg8kv7qtlsoe1a3kk Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/127 108 559049 3870297 3775904 2026-08-05T06:40:43Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870297 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 117 —||riga=si}}</noinclude>quel breve tratto di strada che era sotto gli occhi di lei: certamente per farsi notare da lei, che però non aveva mai osato di levare recisamente gli occhi dal ricamo. Ma per sfortuna Oreste veniva da Spoleto in villa, proprio la domenica quando più gente scendeva dalla città giù nella valle; e – quando c’era Oreste – ella doveva restare con lui a far la buona sposina, a parlar di danari e a liticare. Quando furono quasi le quattro del pomeriggio, la voce stridula della contadina che chiamava a raccolta il pollame per gettargli il cruschello e il grano guasto svegliò marito e moglie. — Pulle, pulle, pulle... Pipé, pipé, pipé... Piiipeee... Oreste borbottò sfregandosi gli occhi e la fronte madida: — Anna, sarà tardi? Assunta dà da mangiare ai polli. — Sarà tardi? — domandò Anna precipitosamente levandosi a sedere sul letto. — Eh, eh che fretta! Hai paura di non giungere a tempo a veder l’arrivo del tuo pittorello? Guarda che ora è. — Dov’è l’orologio? — domandò Anna, sdraiandosi nuovamente. — È rimasto nel panciotto. Guarda lì su la sedia, accanto alla finestra — rispose Oreste immobile.<noinclude> <references/></noinclude> 0gwwdyls2rs7v8f4brzf2ktm3dck75f Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/128 108 559050 3870298 3775905 2026-08-05T06:40:47Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870298 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 118 —||riga=si}}</noinclude><nowiki/> Anna si alzò e andò a veder l’ora: — Sono le quattro. — Bene. Io mi alzo. Tu resta pure. Vado giù per la strada incontro al forestiero. Non occorre che tu venga. Così lo condurrò direttamente al villino e non avrà l’idea di fermarsi qui da noi. Dormi, dormi. Anna tacque e si rimise sul letto supina. Il marito si alzò, si bagnò il viso e le mani, si infilò la giacca, e così, senza colletto, senza cravatta e senza panciotto, uscì. Anna attese ancora. La contessa Romei aveva l’estate scorsa tradito suo marito col deputato Rey, e a Spoleto s’era detto che tutto il romanzesco amore fosse stato tessuto nella villa solitaria dei Romei tra Spoleto e Terni. Ella non avrebbe fatto nulla di male, nulla di serio: ma le sarebbe piaciuto che a Spoleto le amiche invidiosette avessero fatto qualche ciarla su quella sua villeggiatura. Tanto non sarebbe stata capace di far nulla di male, mai. La contessa era una donna più debole, una romana abituata agl’intrighi del mondo. ''Egli'' la avrebbe incontrata una mattina presso al giardino, e di sopra alla siepe la avrebbe salutata lietamente... Che abito avrebbe ella messo quella mattina?<noinclude> <references/></noinclude> 4tzf5cyrzynogg1rwg8ff6p0xpha6t5 Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/129 108 559051 3870299 3775906 2026-08-05T06:41:19Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870299 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 119 —||riga=si}}</noinclude><nowiki/> Così ella pensò che era tempo di scendere dal letto e di abbigliarsi; anzi credette tra quelle fantasticherie di essere in ritardo. Guardò l’orologio del marito: eran le quattro e mezza. Aprì l’armadio dei tre vestiti e scelse quello bianco e si strinse la vita nella cintura turchina dell’abito turchino. «Questo percalle a distanza sembra seta,» pensò guardando quel color cilestro vivo nel bianco. E si pettinò e nei capelli mise due forcine di tartaruga lavorata, mentre per lo più ne aveva una sola, poi si dette un po’ di cipria. Si guardò e si riguardò nello specchio e parve soddisfatta di sè. Quando fu su la porta, pensò che, come sempre soleva in campagna, non aveva orecchini. Pure da Spoleto aveva portato gli orecchini di brillanti, tanti brillanti piccoli legati a rosa, così da dar sotto la luce piena l’impressione di due pietre intere. Tornò al comò, li tolse dalla teca. «E se Oreste se ne inquietasse? È meglio lasciarli lì.» E scese senza orecchini, e il cuore le batteva più celere. La strada era bianca di sole e di polvere. Non si vedeva nè un uomo, nè una bestia: un infinito silenzio arido e candido. Anna pensò: «Quel povero giovane, venendo giù dalla stazione con<noinclude> <references/></noinclude> 4n095qakk2sspy6eksfdwqlt7ce4xkv Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/130 108 559052 3870300 3775907 2026-08-05T06:41:24Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870300 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 120 —||riga=si}}</noinclude>questo caldo e con questa polvere, comincerà a odiare la villeggiatura!» E si sedette sopra una panca che su la strada Oreste aveva fatto mettere presso la siepe nuova. Seduta, si guardò il piede piccolo calzato con le scarpe nuove di finto bulgaro, donde la caviglia usciva snella nella calza nera, sotto la veste candida e leggera. Ella pensò: «Ho fatto bene a metter le calze tessute invece di quelle fatte a mano. Sotto all’abito bianco la trama si vede facilmente.» E nessuno giungeva. Finalmente vide da lontano Oreste apparire allo svolto della via con passo celere; pensò: «Eccolo»; poi nella quiete udì il rumore della vettura in lontananza, quasi attutito dalla polvere alta e dall’aria greve. Poi la vettura apparve: aveva il mantice alto. Da lontano ella vide su la serpa accanto al cocchiere due valige: una gialla, una nera coi fermagli lucenti al sole tra il fumo polveroso. Poi la vettura si avvicinò; ella vide il pittore con gli occhiali neri larghi contro il barbaglio della canicola e accanto... che era quel bianco? L’amico? No, no... Era una donna? Una donna? Sì, proprio una donna, bella, bruna, con una veste e una giacca cenere, una camicetta di batista e un cappello di paglia bianca simile a quello che gli uomini por-<noinclude> <references/></noinclude> 9oxfhcqp6ui1gx1pg17cqc2jsti17q4 Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/131 108 559053 3870301 3775908 2026-08-05T06:41:28Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870301 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 121 —||riga=si}}</noinclude>tano e, sotto, una corona di capelli neri alti su la fronte: una donna bella ed elegante che doveva essere anche alta e magra. L’ignota, mentre la vettura passava celermente avvolgendo anche la spettatrice in un turbine di polvere bianca, guardò Anna, e Anna chinò gli occhi, e in un attimo si pentì d’essere venuta lì a vedere e a farsi vedere. «Essi hanno capito che io ero lì ad attenderli. Ella mi ha guardato prima il viso, poi l’abito e mi pare... forse non è vero... ma mi pare proprio che abbia sorriso e si sia chinato su lui a interrogarlo... Adesso rideranno.» E li guardò scendere poi che la vettura s’era fermata più giù davanti al villino. Ella era veramente snella ed elegante, almeno un palmo più alta di lei: così allora Anna credette. Entrò di filata nel villino, ne riuscì ridendo forte e parlando al pittore, chiamandolo dentro. — Ebbene? Che fai li incantata? Hai visto? E tu gli avevi dedicato tutto quest’acconciatura straordinaria? Son contento. Imparerai... Anna si era scossa, guardava il marito in grande stupore. Il suo povero abito di percalle aveva preso sole e polvere invano: il marito ne la sgridava, l’ignota le aveva riso sulla faccia, il forestiero la aveva appena vista... Allora solo si<noinclude> <references/></noinclude> 79gwaswhgy6yi91k0q9yomr6s5hrx8h Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/132 108 559054 3870302 3775909 2026-08-05T06:41:33Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870302 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 122 —||riga=si}}</noinclude>rammentò che egli passando la aveva salutata col cappello e che ella, stupita, non aveva risposto al saluto... «Oltre che una provinciale inelegante, mi crederà anche ineducata.» E tutte quelle illusioni abbattute in un attimo la afflissero tanto, le suggerirono il pianto, e, per difendersene, irruente disse al marito: — Ma non ce lo aveva detto che sarebbe venuto con una donna! Oreste titubò, poi calmo, da buon notaio: — Egli ha il villino per contratto regolare e registrato. Può condurci chi vuole. Poi non aveva detto che sarebbe venuto con un amico? — Ah... questo è l’amico? — E che te ne importa? Piuttosto io non sapevo che egli avesse moglie. — Credi che sia proprio la moglie? — E chi vuoi che sia? — Non so... forse una sorella... una parente... La curiosità occupò e distrasse le due piccole menti. — Chi sarà? La vettura vuota, che tornava indietro, si fermò davanti ai due sposi: — Buon fresco, signor avvocato! — Oh Lorenzo! Come è andata?<noinclude> <references/></noinclude> sk1q1wmtz77f5ffx3ke6i9uaj57cp84 Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/133 108 559055 3870303 3775910 2026-08-05T06:41:54Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870303 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 123 —||riga=si}}</noinclude><nowiki/> — Bene. Anzi abbiamo fatto presto. Siamo venuti giù in tre quarti d’ora. E poi erano in due. Voi m’avete detto che veniva un forestiero solo. — Non lo sapevo. — Chi è quella? È la moglie? — Non lo so. — Tu non hai capito nulla dai discorsi che facevano? — Uhm! Lei lo chiama Bebbo... — Già... si chiama Alberto — soggiunse Anna, e Oreste la guardò. — Lei porta una valigia nera piccola e non la lascia mai. Ha una spilla di brillanti fatta come una corona... — Che sia conte il pittore? — Nel contratto non c’è, e nemmeno su la carta da visita — nuovamente interruppe Anna. — Eh... se non lo sai tu... — malignò geloso Oreste. — Dev’essere contessa lei — soggiunse il vetturino — perchè alla serva che li aspettava egli ha detto: «Prendete le valigie della contessa.» — Allora dev’esser conte anche lui. — Eh... in vettura si son baciati due o tre volte... almeno che io abbia udito... perchè ho pensato che era meglio di non voltarsi. Occhio non vede e cuore non dole.<noinclude> <references/></noinclude> 1js4sy0dj1ero2y36dmm8cw87klinp1 Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/134 108 559056 3870304 3775911 2026-08-05T06:42:06Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870304 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 124 —||riga=si}}</noinclude><nowiki/> — Si son baciati? — domandò Anna. — Già... se son marito e moglie. Che c’è di male? Non ti va? — e Oreste la guardò furioso, e, dandosi l’aria di esperto mondano: — Forse saranno sposi novelli... A proposito, Lorenzo, se alle Tre Madonne incontri l’arciprete Picci, rammentagli che domattina alle nove io sarò a studio per l’istromento dell’oliveto... Oreste rimase a parlare d’affari, mentre Anna sempre più ansiosa e curiosa rientrava a casa. «È la sposa del pittore? Quant’è bella e sopratutto magra ed elegante! Come rideranno a veder me così goffa. Io avevo ben ripetuto mille volte a Cristina, la sarta, di farmi l’abito attillato a vita; l’ha voluto fare a camicetta e m’ingrossa e mi ingoffa.» Così tornò in camera da letto a guardarsi allo specchio, e vide che la cintura turchina stonava volgarmente sul bianco, che su la spalla la stoffa troppo leggera faceva delle pieghe traverse, che la goletta era troppo bassa, che un bottone sul petto era fuor di posto. Tutte queste cose adesso le apparivano fiammanti, ridicole, obbrobriose, visibili come un soldato solo fuori dei ranghi. E voltandosi e rivoltandosi, arrivò a ve-<noinclude> <references/></noinclude> j1c88wy0bcadm5336p64nf6gs26z5yy Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/135 108 559057 3870305 3775912 2026-08-05T06:42:15Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870305 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 125 —||riga=si}}</noinclude>dere anche un baffo di cipria sotto l’orecchia. Essi, essi l’avevano notato di certo, passandole innanzi! E il dispetto le angosciò così la povera piccola anima che ella ne pianse silenziosamente, gettandosi sulla poltrona senza badare che si sedeva proprio sul panciotto d’Oreste e che spiegazzava tutta la sua veste nuova. E i piccoli singulti le uscivano dalla bocca dolorosa a volta a volta, chetamente, col respiro corto. Udì la voce d’Oreste dall’aja. — Anna, c’è Caterina. Ti vuole subito. Caterina era la serva che ella aveva trovato pel pittore. Scese giù di corsa, nella curiosità scordando l’affanno; perchè Oreste non vedesse i suoi occhi arrossati, chiamò Caterina dentro casa, su l’ultima branca delle scale. Caterina voleva un po’ di caffè freddo, subito, per la contessa che aveva sete. — Di’, Caterina: che fanno? Quant’è bella, lei! — Quant’è bella! – assentì la serva. — Sono marito e moglie? — E che vuole che sieno? Non fanno che baciarsi, accarezzarsi, chiamarsi con certi nomi che sembrano nomi di gatto. — Come si chiamano? — Lei chiama lui Bebè, e lui chiama lei Titì.<noinclude> <references/></noinclude> nygkonx1yxs8hmzubbg3zflwbqz39x5 Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/136 108 559058 3870306 3775913 2026-08-05T06:42:17Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870306 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 126 —||riga=si}}</noinclude><nowiki/> — Son proprio ragazzi. — Eh, giovani, giovani tutti e due! Quando sono entrata in camera, ho trovato lui in ginocchio davanti a lei, togliendole le calze... — Come erano le calze? Nere? Tessute? — Nere, di seta leggere come una tela di ragno. — Di seta! Per campagna? — Eh, sarà la moda. Dopo avergliele tolte tutte e due, le ha dato un bacio per ciascun piede. — Su i piedi! — Se avesse visto, sor a Nannina mia, che piedini! Parevano di seta... Io mi ci sono incantata... Venne Assunta col caffè in un bicchiere, e sopra, a mo’ di coperchio, un lembo di giornale. — Grazie, sora Nannina. E Anna restò ferma su l’ultimo gradino, appoggiandosi alla maniglia della scala, guardando in fuori l’aja larga, su cui la pula a mucchi luceva com’oro fin sotto i pagliai. Poi si scosse, saettò il piedino fuori della veste, tanto da guardarsi la calza nera di cotone tessuto, lo rinascose subito e fuggì a precipizio su per le scale in camera, e si chiuse dentro. La mattina dopo, assai di buon’ora, Oreste tornò<noinclude> <references/></noinclude> fyt0va5xr83jbq3ruy1chohs4i2p602 Pagina:Ojetti - Le vie del peccato.djvu/137 108 559059 3870307 3775914 2026-08-05T06:42:22Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3870307 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 127 —||riga=si}}</noinclude>a Spoleto per l’istromento dell’arciprete Picci, e Anna restò sul letto a meditare. La notte, aveva dormito male, aveva sognato il pittore e l’ignota che dormivano insieme nel prossimo villino, e non avrebbe osato di ripetere a nessuno quanti baci nel suo sogno quei due s’erano dati: ella poi conosceva i mobili e le mura di quella camera parte a parte. Era stata la sua camera súbito dopo le nozze; e mai ella poteva a distanza ripensarla senza rivedere lì dentro, presso il letto, Oreste in mutande, nella penombra della luna a traverso i vetri. Che ricordi! Da farsi il segno della croce, volta per volta! Poche volte... «Che farò? Verranno essi da me questa mattina stessa, dovrò io andare da loro per cortesia di padrona? Anche Oreste ha detto che, poichè c’è una signora, io posso riceverli e devo esser gentile. Che abito porterà stamane? Anche ella avrà un abito bianco? E uno turchino? E uno color di rosa? Come mi vestirò per incontrarla? Mi metterò gli orecchini? E il cappello? In campagna non lo porto mai. Ci vorrebbe un cappellino da uomo come il suo. Strano! Fino a ieri quei cappelli di paglia così tondi e semplici mi parevano orrendi per una donna.» E tremava al pensiero di incontrarli e di parlarci. Si alzò, e si<noinclude> <references/></noinclude> ojqckimli5z24nxkuh1vu2cjb9k0jxr Le vie del peccato/La campana di partenza 0 562966 3870277 3815672 2026-08-05T06:34:23Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3870277 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=5 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=La campana di partenza|prec=../Un amuleto|succ=../Sei verità}} <pages index="Ojetti - Le vie del peccato.djvu" from=89 to=104 /> bjxoakee2grnc3b9k3my1eg9sj5yb0g Le vie del peccato/Sei verità 0 562967 3870288 3815679 2026-08-05T06:37:34Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3870288 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=5 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Sei verità|prec=../La campana di partenza|succ=../Villeggiatura}} <pages index="Ojetti - Le vie del peccato.djvu" from=105 to=115 /> 9i12u6loyem58oho4wf8g2j52m8dsqo Pagina:Torriani - Senz'amore, Milano, Brigola, 1883.djvu/11 108 598854 3870369 2126249 2026-08-05T10:22:45Z Federicor 9718 /* Trascritta */ 3870369 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 9 —|}}</noinclude>come nei labirinti d’una foresta, e l’emozione viva d’affrontare la granata dell’ortolana, o di scansarla dietro i cavoli grandi!.. Solo chi è nato per vivere all’aperto, nell’infinita libertà dei campi, può immaginare che visioni di verde, d’azzurro, di sole, potevano balenare a quegli occhi chiusi! Ed il galletto innamorato che segue la gallina colla testa alta, e la cresta rosseggiante, che le si pianta dinanzi con una gambina alzata, assorto in ammirazione fissandola cogli occhi sanguigni... Ad un tratto s’udì sorgere dal cortile d’un pollaiolo accanto la voce giuliva d’un galletto libero: — ''Chicchirichi!!!'' La gallina si rizzò d’un balzo; le penne le si gonfiarono intorno, la cresta si fece scarlatta, e, tutta fremente di gioia, sporse il capino dalla cella, e voltando il collo a scatti di qua e di là, guardò nel vuoto cogli occhi dilatati, come se vedesse gli orti, l’aia, il gallo; e, dal fondo del cuore, mise fuori anch’essa una voce acuta, giubilante come una risata: — ''Chicchirichìiiii!!!'' — «Gallina che canta da gallo, temporale o disgrazia» disse il cuoco, il quale, malgrado i suoi vent’anni di vita cittadina, non aveva dimenticati i proverbi del basso Novarese dov’era nato; e se ne andò canticchiando fra i denti una vecchia canzone burlesca: {{Centrato|{{smaller|<poem>«Senza galletto, la mia gallina O poverina — come farà...»</poem>}}}}<noinclude> <references/></noinclude> f0q7h29s466qwrvtbbc745uis5s4c71 Pagina:Torriani - Senz'amore, Milano, Brigola, 1883.djvu/12 108 598855 3870370 2126250 2026-08-05T10:23:20Z Federicor 9718 /* Trascritta */ 3870370 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 10 —|}}</noinclude><nowiki /> Ma le dava un’intonazione malinconica, allentava le cadenze, pareva che cantasse il ''Miserere''; e finì la strofetta con un sospiro, poi camminò a lungo in silenzio, borbottando solo di tratto in tratto: Poveretta! Giunto a casa, depose le provviste in cucina, poi salì finchè c’erano scale, alle soffitte dove i padroni gli avevano assegnata una camera. C’erano parecchi usci sul pianerottolo, ed uno era socchiuso. Prima di aprire il suo, il cuoco spinse quello, ed entrò. Era una camera lunga e stretta, coll’ingresso ad un capo ed una finestrella all’altro. Pareva un ''omnibus''. Contro la parete destra, accanto all’uscio, c’era un lettuccio poco più largo appunto del sedile di un ''omnibus''; nella parete di contro c’era il camino, ed ai due lati del camino, un cassettone ed un armadio nel muro per le stoviglie, la pentola, il secchio, la mestola e tutti gli arnesi da cucina. Ai piedi del letto si rizzava l’asta d’un attaccapanni mobile, le cui gruccie scomparivano sotto un carico di vestiti, coperti tutt’in giro da una vecchia gonnella scolorita, stretta in alto da un cordone passato in una guaina, e ricadente giù molle come un ombrello senza stecche, che dava a quel mobile economico un’apparenza misteriosa. Sembrava un trabicolo, sembrava una incubatrice per i bachi, e, pel momento, la sua rotondità ricordò al cuoco la macchina per ingrassare i polli, e gli strappò ancora un sospiro.<noinclude> <references/></noinclude> se551waydse4fi23ffjrx1vdcg38c7t 3870371 3870370 2026-08-05T10:23:44Z Federicor 9718 3870371 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 10 —|}}</noinclude><nowiki /> Ma le dava un’intonazione malinconica, allentava le cadenze, pareva che cantasse il ''Miserere''; e finì la strofetta con un sospiro, poi camminò a lungo in silenzio, borbottando solo di tratto in tratto: Poveretta! Giunto a casa, depose le provviste in cucina, poi salì finchè c’erano scale, alle soffitte dove i padroni gli avevano assegnata una camera. C’erano parecchi usci sul pianerottolo, ed uno era socchiuso. Prima di aprire il suo, il cuoco spinse quello, ed entrò. Era una camera lunga e stretta, coll’ingresso ad un capo ed una finestrella all’altro. Pareva un ''omnibus''. Contro la parete destra, accanto all’uscio, c’era un lettuccio poco più largo appunto del sedile di un ''omnibus''; nella parete di contro c’era il camino, ed ai due lati del camino, un cassettone ed un armadio nel muro per le stoviglie, la pentola, il secchio, la mestola e tutti gli arnesi da cucina. Ai piedi del letto si rizzava l’asta d’un attaccapanni mobile, le cui gruccie scomparivano sotto un carico di vestiti, coperti tutt’in giro da una vecchia gonnella scolorita, stretta in alto da un cordone passato in una guaina, e ricadente giù molle come un ombrello senza stecche, che dava a quel mobile economico un’apparenza misteriosa. Sembrava un trabicolo, sembrava una incubatrice per i bachi, e, pel momento, la sua rotondità ricordò al cuoco la macchina per ingrassare i polli, e gli strappò ancora un sospiro.<noinclude> <references/></noinclude> 8gkn58658ba2blisstkqiv9y8c1m9pr Pagina:Torriani - Senz'amore, Milano, Brigola, 1883.djvu/13 108 598856 3870372 2126251 2026-08-05T10:24:01Z Federicor 9718 /* Trascritta */ 3870372 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 11 —|}}</noinclude><nowiki /> — Sempre malinconico, signor Battista? — gli disse la sua vicina di soffitta, con un sorriso amichevole, alzando gli occhi dal tombolo sul quale stava rammendando una trina di Honiton. Era una giovane sui vent’anni, ma così mingherlina, pallida e bassina di statura, che ne dimostrava sedici, a dir molto. Non aveva altri parenti che la madre; ed anche con quella non viveva insieme, sebbene abitassero nello stesso casamento. La madre serviva una zitellona sola ed inferma giù nei mezzanini; un servizio pesante, perchè doveva fare da cuoca, da cameriera, ed anche da infermiera, di giorno e di notte, dormendo accanto alla padrona, e spesso vegliandola. Questa la pagava pochino, e la manteneva a stecchetto cogli avanzi del suo mangiare da malata, ed in compenso esigeva di molto, e guai se la serva l’abbandonava un dieci minuti per salire dalla figliola. Ma aveva l’astuzia di farle balenare la speranza d’un buon legato, e la povera donna si sacrificava e sopportava tutto, pensando le due belle camerine che avrebbero poi mobigliate lei e la sua Teresa con quel denaro, e che vita tranquilla avrebbero passata insieme, lavorando senza ammazzarcisi. Per questo la Teresa rimaneva sola nella soffitta, ma la madre le teneva gli occhi sopra, e badava chi saliva e scendeva. Del resto, erano precauzioni superflue; la Teresa era una buona figliola, tranquilla, e la sua giornata era così occupata che non aveva tempo di badare ad altro<noinclude> <references/></noinclude> oygn5y4311c95rg9apo22uboii0u1nm Pagina:Torriani - Senz'amore, Milano, Brigola, 1883.djvu/14 108 598857 3870373 2126252 2026-08-05T10:24:18Z Federicor 9718 /* Trascritta */ 3870373 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 12 —|}}</noinclude>che al suo lavoro. Dall’alba alla sera era sempre là sotto la finestrella alta, col tombolo in grembo, puntando e ripuntando nei fori delle trine degli eserciti di spilli, colla maestria d’un generale che dirige una manovra. Era una buona operaia. Le signore se l’erano raccomandata l’una all’altra e le affidavano trine di molto prezzo. Quel lavoro le fruttava a sufficienza per i suoi modesti bisogni; ma era faticoso, difficile; e doveva eseguirlo rapidamente per non ritenere a lungo quegli oggetti di valore. Per accontentare tutte le sue pratiche, doveva lavorare di giorno e di sera, assiduamente, anche la festa, sempre con quel tombolo sulle ginocchia, sempre sotto quella finestrella, per raccogliere quanta più luce poteva sulla trina in riparazione. L’inverno ce n’era poca della luce là dentro; ma quando veniva l’aprile, giù dal finestrino cadeva una striscia chiara, rosseggiante nelle ore meridiane ch’era una delizia. Sovente la Teresa alzava il capo dal tombolo e rimaneva cogli occhi fissi su quel quadrato turchino di cielo che vedeva traverso la finestra, e ne pensava la vastità, e l’infinito paese che ricopriva. Era come un paesaggio che Michetti avesse dipinto per lei, ed essa ci vedeva tutto il mondo, come un infermo, che ammira le bellezze della natura in una marina appesa alla parete di contro al suo letto, e s’imbarca su quelle navi minuscole, e traversa gli oceani, e sfida pericoli immaginarii. — Sempre malinconico, signor Battista? — Aveva<noinclude> <references/></noinclude> labothr8i5zjk5z2rmrkn39g9urg3d5 Pagina:Torriani - Senz'amore, Milano, Brigola, 1883.djvu/15 108 598858 3870374 2126253 2026-08-05T10:25:09Z Federicor 9718 /* Trascritta */ 3870374 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 13 —|}}</noinclude>detto la fanciulla che, nella serenità confidente de’ suoi vent’anni, sorrideva spesso delle tristezze incomprensibili del vecchio. Ed allora Battista le aveva detto della macchina per l’ingrassamento meccanico dei volatili. — Una barbarie! Tenere quelle bestie al buio senza mangiare nè bere; perchè non si poteva dir mangiare il ricevere tre volte al giorno un nutrimento nello stomaco senza averne sentito il gusto. La Teresa lo ascoltava stupefatta. «Sì; era crudele. Povere bestie! Farle vivacchiare a quel modo prive d’aria e di luce, toglier loro la libertà di starnazzare, e d’appollaiarsi, condannarle a non gustar mai le delizie del greppo, contrariare tutti gli istinti della loro natura! e perchè? Per il vantaggio di pochi signori che al loro ''greppo'' troveranno un bocconcino più saporito.... Povere bestie! Povere bestie!» E la fanciulla, che passava la vita rinchiusa in quella stanzetta, colle mani e gli occhi forzatamente intenti sul tombolo, s’inteneriva sulla sorte crudele dei polli prigionieri. — È così bella la libertà! diceva. E correre per la campagna verde... — Come la conosce la campagna, lei che non esce mai da questa stanza? domandò il cuoco. — Ci sono stata una volta, quando andavo a scuola ad imparare il mestiere. La maestra, pel suo onomastico, ci condusse tutte a pranzare a Sesto. Allora ne ho visti dei polli felici. C’era una covata di pulcini che beccava pigolando beata-<noinclude> <references/></noinclude> tjz9jb7oevk4u1ig0jomae0fpcg84tt Pagina:Torriani - Senz'amore, Milano, Brigola, 1883.djvu/16 108 598859 3870375 2126254 2026-08-05T10:25:40Z Federicor 9718 /* Trascritta */ 3870375 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 14 —|}}</noinclude>mente sopra un letamaio; ed avevano l’aria soddisfatta e ghiottona come tanti bimbi intorno alla vetrina d’un confettiere. Continuò a lavorare in silenzio, sorridendo alle sue memorie, poi riprese: — È tutto bello per loro quando si trovano nel loro ambiente rustico. C’era un’enorme scrofa, disfatta dalla eccessiva pinguedine, che sonnecchiava grugnendo ai piedi del letamaio al quale si addossava, colla pancia stesa e tremolante come una vescica piena d’acqua o una pelle di olio. Ed i pulcini, beccando e pigolando, scesero giù l’uno dopo l’altro su quella vasta superficie nerastra; e passeggiavano come sopra una piazza, cacciando il becco fra i crini, e comunicandosi a vicenda le loro impressioni con dei ''pi pi pi'' pieni di meraviglia. Ce ne fu uno che imprese un viaggio d’esplorazione nei labirinti d’un orecchio; ma la scrofa, sentendosi solleticata, diede uno scossone che lo fece cadere a terra con tutti i suoi compagni. E che pigolìo allora, che chiocciare della mamma spaurita, che batter d’ali, che vocio per tutto il cortile!... Smosse parecchi spilli, intrecciò i capi di filo facendo risuonare i fusi innumerevoli che si urtavano, poi, sorridendo sempre alle sue immagini serene, tornò a dire: — Com’è bella la campagna! — E neppure oggi non esce? domandò il cuoco. Se vedesse che giornata, che sole! — Che! Non ho tempo neppure di farmi la mi-<noinclude> <references/></noinclude> nxafs5eqqmqezl64or9khuszeiswtqp Pagina:Torriani - Senz'amore, Milano, Brigola, 1883.djvu/17 108 598860 3870376 2126255 2026-08-05T10:28:14Z Federicor 9718 /* Trascritta */ 3870376 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 15 —|}}</noinclude>nestra. Non so quando mi potrò muovere; ho un lavoro straordinario. Le signore hanno bisogno delle trine per le bagnature; s’io vado a spasso chi le prepara? Debbo star qui tutto il giorno e tutta la sera chi sa fin quando; e la mamma pure ha bisogno che lavori per darle un po’ di quattrini.... Il cuoco ridiscese alla sua cucina più malinconico di prima, strascicando ancora più lentamente le cadenze della sua canzone: {{Centrato|{{smaller|<poem>«Senza galletto, la mia gallina O poverina — come farà....»</poem>}}}} E la Teresa continuò ad armeggiare cogli spilli e coi fusi. Tratto tratto alzava il capo e lo spingeva indietro girandolo da destra a sinistra per isgranchirsi il collo indolorito dal lungo star curvo. Più volte si coperse gli occhi con una mano, e li tenne stretti per riposarli. Poi ripigliava con maggior lena il lavoro; ed intanto ripensava la miseria di quei polli: «Quanto dovevano essere infelici! Certo non cantavano più là dentro; dovevano morire di malinconia.» Sull’imbrunire, mentre la Teresa si curvava cogli occhi fin sul tombolo per profittare dell’ultimo barlume di giorno, s’udì una voce d’uomo, giovane ed alta che cantava: {{Centrato|{{smaller|<poem>«Morettina dove vai? Vado a Monza sul tranvai.»</poem>}}}} La Teresa stette un momento a sentire, poi posò il tombolo, salì in piedi sulla sedia, e s’af-<noinclude> <references/></noinclude> 9okn5l1k4hvyudarxhs3n7elrbc28lb Pagina:Torriani - Senz'amore, Milano, Brigola, 1883.djvu/18 108 598861 3870377 2126256 2026-08-05T10:30:35Z Federicor 9718 /* Trascritta */ 3870377 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 16 —|}}</noinclude>facciò al finestrino che metteva sul tetto. Guardò quella distesa sterminata di tetti e comignoli e gronde e grondaie e cupole di chiese e campanili, e più lontano, come una fascia verde, le cime degli ippocastani dei bastioni; poi l’azzurro, l’azzurro chiaro, infinito, come se dopo i bastioni ci fosse il mare. E le parve di vedere la campagna de’ suoi ricordi; le parve d’esser laggiù, non più bambina con la maestra trinaia, in un’osteria di Sesto, ma giovinetta innamorata della libertà, dell’aria pura, della natura bella, e di camminare, di camminare sotto i viali verdi, sull’erba umida e fresca. {{Centrato|{{smaller|<poem>«Morettina dove vai? Vado a Monza sul tranvai....»</poem>}}}} ripeteva un po’ in falsetto quella voce di tenore. E la Teresa pensava d’andare a Monza sul tranvai, col suo vestito da festa; e quel giovane che cantava, quello o un altro, era là sulla panchetta del tranvai che l’aspettava. Andavano insieme; lui la guardava negli occhi e lei si sentiva arrosire. Non parlavano, ma erano felici, felici in silenzio, finchè scendevano alla stazione, si pigliavano a braccetto, e via pel viale fin giù nel parco, dove sedevano accanto, sull’erba verde, sotto il cielo turchino... Le balzava il cuore di commozione, le brillavano gli occhi guardando nell’ombra che era scesa tutt’intorno sulla città, e lei pure colla voce tremante si mise a cantare: {{Centrato|{{smaller|<poem>«Morettina dove vai? Vado a Monza sul tranvai Vado a Monza sul tranvai...»</poem>}}}}<noinclude> <references/></noinclude> 7pr8xu1x35xra9z3i9gqdhxq1sh8dwk Pagina:Memini - Mia, Milano, Galli, 1884.djvu/101 108 604593 3870161 2135957 2026-08-04T13:27:18Z Federicor 9718 /* Trascritta */ 3870161 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 94 —|}}</noinclude>{{ct|f=100%|t=2|v=2|IV.}} Alla torre bruna del campanile, l’orologio, serio e grave, annunziava le dieci e mezzo. Il desinare degli sposi era finito da non molto, ed il Duca, parlando languidamente della stanchezza dei viaggio, aveva subito condotto Milla di sopra, della loro stanza.... E la camere illuminate e silenziose, la fuga delle sale a terreno avevano veduto passare quella coppia, taciturna ormai.... sui passi del domestico, che spalancava gli usci. Poi gli usci s’erano chiusi, e non si sentiva rumore di sorta. Il chiasso e l’allegria s’eran concentrati nel tinello della servitù.... dove e vino e motti festosi correvano senza posa in mezzo alle libere risate e alle libere frasi. Ma quella gazzarra schietta e grossolana moriva lì, tra le pareti crudamente bianche di quel locale.<noinclude> <references/></noinclude> 8b4244ab5f1vntbw8slqk3whc7joyww Pagina:Memini - Mia, Milano, Galli, 1884.djvu/102 108 604594 3870162 2135402 2026-08-04T13:27:38Z Federicor 9718 /* Trascritta */ 3870162 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 95 —|}}</noinclude><nowiki/> La casa era immersa in un silenzio religioso, come addormentata, nella serenità luminosa della notte. Biancheggiava alta, chiusa, signorile, nel vivo chiaro di luna che, piovendo senza riparo sulla facciata, pareva rivestirla d’un’immensa frescura d’argento. L’ombra della villa spiccava di fianco nerissima, sul verde umido del giardino. In quella luce dolce, senza bagliori, tutto pareva acquistare un forte risalto di contorni, ed il fogliame scuro del viale pareva staccarsi, cesellato, sullo sfondo dell’aria serena, tinta d’un cupo azzurro grigiastro. Una pace infinita. Attorno al laghetto, nel canneto, qualche breve sussurro di giunchi dondolati da una subita bava di vento notturno; dalla parte del viale, qualche nota smarrita di rosignuolo.... L’aria era pregna d’un odore forte e grato di serenella.... e ve n’era infatti una gran macchia, tutta in fiore, poco discosto.... In mezzo a quella pace e a quel silenzio, una ombra mascolina or s’allungava, or si faceva più<noinclude> <references/></noinclude> sxq4ji3tymybyin9jihr9er31jlfdut Pagina:Memini - Mia, Milano, Galli, 1884.djvu/103 108 604595 3870163 2135403 2026-08-04T13:27:53Z Federicor 9718 /* Trascritta */ 3870163 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 96 —|}}</noinclude>corta sulla ghiaia del giardino, a seconda della direzione del corpo che la proiettava. Era l’ombra di Drollino. Il giovane palafreniere s’era trovato lì senza sapere come, nè perchè.... Quel fracasso infernale del tinello l’aveva stordito; era uscito per respirare un po’ d’aria fresca, e camminava in su e in giù sulla grande spianata. Si fermò un momento dietro alla macchia delle serenelle, guardando come trasognato la doppia scalinata che sale sulla facciata della villa e fa capo alla terrazzina del primo piano. Sapeva esser quello l’appartamento destinato agli sposi. La brezza notturna si mette improvvisamente in moto. Allora tutto quell’arruffio di piante arrampicanti, avvinghiate alla balaustra, s’agita, freme, i fiori oscillano, rizzano le pendule teste sui rami curvati ad arco. Anche loro vogliono vedere: come lui.... Perchè?... Cosa importa ai fiori delle fatali ore umane? E cosa importa a lui, a quel giovane ineducato, mezzo zingaro,<noinclude> <references/></noinclude> nwwhwh76cj1fpqtfbdhq3c4amx8msgi Pagina:Memini - Mia, Milano, Galli, 1884.djvu/104 108 604596 3870164 2135404 2026-08-04T13:28:33Z Federicor 9718 /* Trascritta */ 3870164 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 97 —|}}</noinclude>mezzo selvaggio, che se la dice e sta coi cavalli più volentieri che coi pari suoi? La finestra s’aprì impetuosamente. Milla apparve.... lassù sul terrazzino. Non aveva più il suo elegante vestito da viaggio; la sua personcina, minuta, snella, era avvolta in un’ampia ''douillette'' di casimirra bianca. E subito, alle spalle di Milla, ecco il Duca.... Milla voltò il visino smarrito verso la luna.... quella vecchia amica di tutte le gioventù! Ma egli no, non lo guardò neppure quel disco pallido e muto. Parlava, e il vento portava le sue parole, brevi, tronche, come soffocate: — Ma che idea! vieni, amor mio.... vieni. Essa rideva, appoggiata, stretta alla balaustra, come una rondine che, in tempo di bufera, si stringe alla gronda. — Vieni, vieni! — ripeteva il Duca, null’altro che: «vieni.» Ma quella parola vibrava.... ardente.... nell’aria fresca. Milla lo pregava d’aspettare un momento.<noinclude> <references/></noinclude> i5lfui58jqlxsehvu4npv994jdwijtk Pagina:Memini - Mia, Milano, Galli, 1884.djvu/105 108 604597 3870165 2135405 2026-08-04T13:33:54Z Federicor 9718 /* Trascritta */ 3870165 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 98 —|}}</noinclude><nowiki /> — Oh! Giuliano.... no.... aspetta un momento.... ti prego.... guarda.... com’è bello! Era smarrita, ansante; guardava quella gran pace di luce smorta, quella divina poesia notturna, che nell’ora suprema della sua esistenza metteva un minuto di suprema poesia d’amore. Ma il Duca, in quel momento, non aveva nessuna voglia di contemplare la luna, la trovava anzi molto inutile...; non disse più: «vieni,» ma, avanzandosi rapidamente verso Milla, la recinse con un braccio alla vita. Essa non lottò, lasciò andare il capo all’indietro, sinchè lo sentì appoggiato sul petto di lui, ed alzò gli occhi a guardar Giuliano. Allora egli chinò il volto, e le baciò la bocca dando un passo addietro. E così, adagino adagino, con quel metodo, camminando a ritroso, a furia di baci, di sconnesse parole, la ricondusse sulla soglia. Poi sciogliendosi per un momento si voltò repentino a serrar le gelosie, i vetri, le imposte e quanto diavolo c’era.<noinclude> <references/></noinclude> amg793dlzg8w0jpkig3jz3koynowe29 Pagina:Memini - Mia, Milano, Galli, 1884.djvu/106 108 604598 3870166 2135406 2026-08-04T13:35:36Z Federicor 9718 /* Trascritta */ 3870166 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 99 —|}}</noinclude><nowiki /> Di fuori, rimase il lume di luna, così perentoriamente messo alla porta. E nel lume di luna, la faccia turbata, quasi stravolta di Drollino! Sua! mormorò il giovane.... E digrignò i denti.... {{Riga punteggiata|18}} {{no rientro}} Si guardò attorno. Era precisamente in quel lato del giardino dove, otto anni prima, aveva avvertito l’avvicinarsi dei malfattori. Rivide, colla memoria, quelle tre faccie sinistre sbucanti cautamente dall’oscurità del viale!... Ma ora, la pace era completa. La facciata della villa taceva nella molle bianchezza che l’illuminava. Un subito pensiero scosse Drollino. Provò un impulso.... quello di destare ancora, tutti con un grido d’allarme: al ladro. Ma si trattenne, con uno sforzo violento che gli fece provare come un senso di stringimento alle fauci.... Ah Cris.... Ma non potè finir quella parola... neppur quella...<noinclude> <references/></noinclude> emyc4jg84xtllzf1sk1jvzpaq42uifq Pagina:Memini - Mia, Milano, Galli, 1884.djvu/107 108 604599 3870167 2135407 2026-08-04T13:36:35Z Federicor 9718 /* Trascritta */ 3870167 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 100 —|}}</noinclude><nowiki /> Allora, come se lo avesse colpito un subito spavento, fuggì rapidamente pel viale e scomparve nell’ombra, sforacchiata dai cerchiolini argentei che piovevano a terra, sotto il traforo del fogliame. Pochi giorni dopo, il Duca e la Duchessa vennero, in carrozza s’intende, a visitare i pascoli. Le puledrine erravano, sgambettando attorno alle madri, che posatamente pascevano, alzando ogni tanto le teste per guardare, con quei loro occhi calmi e profondi, l’orizzonte sereno del piano. Qualche gaio nitrito echeggiava qua e là nelle mandrie e le grandi biche del fieno maggengo profumavano l’atmosfera, accanto ai casolari. Drollino, osservava con piena soddisfazione l’equipaggio, una leggiadra ''vittoria'' attaccata a due nervosi cavalli ungaresi. Stava un po’ in disparte, di fianco alla carrozza. Che cosa curiosa era mai quella Duchessa! La sua piccola persona scompariva quasi nell’ampiezza della vittoria e nell’intricata vicenda di trine bianche e ''thibet''<noinclude> <references/></noinclude> oj7e3jfi8w922hxvhtyp3oktzy2qcmz Pagina:Memini - Mia, Milano, Galli, 1884.djvu/108 108 604600 3870169 2135408 2026-08-04T13:41:57Z Federicor 9718 /* Trascritta */ 3870169 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 101 —|}}</noinclude>grigio tenero della sua stupenda ''toilette'' di primavera, ma la bianchezza dell’incarnato, la delicatezza squisita dell’ovale e la grazia soave della fisonomia componevano nello sfondo roseo dell’ombrellino aperto, un quadretto supremamente gentile. Essa non aveva più l’aria sgomentata; era un po’ pallida, ma su quel passeggiero abbattimento dei tratti, che dolcezza infinita di contento, che luce ridente, quanto raggio di gioia, d’un orgoglio nuovo, appassionato! Un sorriso lievemente estatico le posava sulle labbra ed ella riusciva a gran stento a strappare ogni tanto dal volto del Duca il suo sguardo, invincibilmente affascinato. Il Duca, quieto, ilare e molto bello, nel suo elegante ''tout de même'' inglese, rispondeva ad intervalli alla involontaria fissità degli sguardi di lei, con certe rapide e molli carezze dell’occhio. E con una compiacenza, non meno paga e sincera, guardava pure i cavalli che il capo di scuderia gli andava accennando e che i mozzi della<noinclude> <references/></noinclude> bix6f5aiby7m4dupl7dp2uf647tykrf Pagina:Memini - Mia, Milano, Galli, 1884.djvu/109 108 604601 3870170 2135409 2026-08-04T13:42:16Z Federicor 9718 /* Trascritta */ 3870170 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 102 —|}}</noinclude>tenuta facevano passeggiare avanti e indietro a fianco della ''vittoria''. Egli li esaminava, socchiudendo per vederci meglio, uno dei suoi splendidi occhi azzurri. Faceva il possibile onde persuadere gli astanti d’essere al fatto di quanto costituisce la difficile arte dell’allevamento equino, ma le sue cognizioni in proposito, limitate al dispendioso sì, ma ristretto ''dilettantismo'' dei più dei giovanotti eleganti, non impedivano che ogni tanto gli scappassero detti certi maestosi strafalcioni, che la Duchessa aveva per vangelo, ma che sortivano un ben altro effetto presso gli altri. Qualche sorrisetto spuntava qua e là sui volti abbronzati; mozzi e palafrenieri scambiavano certi sguardi, ch’erano vere salve di canzonatura. Il Duca non se ne accorse, e incoraggiato da un intimo sentimento della propria disinvoltura, volle scendere, per scegliere un cavallo da sella, ch’egli destinerebbe al suo uso particolare. Ne provò parecchi e dei migliori, ma su tutti<noinclude> <references/></noinclude> 1gqoh327cxolknad4h2gfj6mfkpitbz Pagina:Memini - Mia, Milano, Galli, 1884.djvu/110 108 604602 3870171 2135410 2026-08-04T13:42:41Z Federicor 9718 /* Trascritta */ 3870171 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 103 —|}}</noinclude>trovò a ridire. Questo aveva la bocca dura, quello il trotto ineguale.... quell’altro l’andatura sgarbata.... Alla lunga, s’impazientì. A lui non piacevano.... ecco!... era abituato a ben altri ''soggetti''.... Già; con queste benedette razze italiane, è inutile, ci sarebbero sempre degli inconvenienti! E anche le mandre, i riparti, i pascoli lasciavano molto a desiderare.... Penserebbe, provvederebbe lui; ci voleva un altro impianto; ecco cosa ci voleva! A un tratto gli venne veduta, un po’ in lontananza una cavalla alta, di stupende forme, con una testa fina, delle gambe sottili e nervose, un collo elegantissimo, sul quale i turgidi meandri delle vene spiccavano in nitido risalto. La cavalla stava immobile, in una posa felicissima e atta a far valere la classica bellezza delle sue linee. — To! pensò il Duca! ecco il caso mio. Si voltò verso l’intendente e gli disse accennando quella cavalla: — Ecco un discreto prodotto; come si chiama?<noinclude> <references/></noinclude> 7ekw855aqtus7vq5xfutrn0rnwcu38u Pagina:Memini - Mia, Milano, Galli, 1884.djvu/111 108 604603 3870172 2135411 2026-08-04T13:43:12Z Federicor 9718 /* Trascritta */ 3870172 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 104 —|}}</noinclude><nowiki /> — Mia! — rispose dietro alla ''vittoria'' una voce giovane e vibrata. Il Duca si voltò e vide che chi aveva detto quel nome era uno dei cavallari. Per cui, senza rispondere a colui, si rivolse nuovamente all’agente: — Che nome ridicolo.... Dev’essere una buona bestia.... Amerei vederla in moto. D’un salto, e benchè Mia non fosse sellata, Drollino le fu in groppa. Sciolse la cavezza, e si mise in moto. Con due o tre monosillabi fece prendere successivamente alla cavalla il trotto, il galoppo, saltar una barriera, fermarsi repentina, poi tornare scambiettando al sito donde avea prese le mosse. E tutto questo fu compiuto in un momento, con una maestria, una sveltezza, una ''bravura'' ammirabili. — Bravo, Drollino! — sclamò la Duchessa con entusiasmo e guardando suo marito per vedere l'''effetto'' che sortiva in lui lo spettacolo della valentìa di Drollino.<noinclude> <references/></noinclude> 0vh3j4uafh1znnzcz0mo5izo1hm8xkr Pagina:Memini - Mia, Milano, Galli, 1884.djvu/112 108 604604 3870378 2135413 2026-08-05T10:31:21Z Federicor 9718 /* Trascritta */ 3870378 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 105 —|}}</noinclude><nowiki /> Ma il Duca non si degnò di esprimere la sua soddisfazione. Ordinò che sellassero la cavalla; voleva provarla. L’intendente rimase un po’ imbarazzato. — Veramente.... signor Duca.... — Cosa? — chiese brusco il padrone. — Ecco.... signor Duca.... certamente..., si figuri.... ma vede, quella cavalla.... sicuro.... è bensì un prodotto della tenuta, ma non appartiene propriamente alla tenuta. — No? e di chi è?... — Mia! — disse tranquillamente Drollino, che, disceso di sella, stava ritto accanto alla cavalla, guardando fisso il Duca. — Ah! — rispose questi con suprema indifferenza. Risalì in carrozza e si rivolse di nuovo al signor Damelli: — Come mai si permette a un addetto alla tenuta di tener cavalli proprii?... Damelli tentò una specie di giustificazione.<noinclude> <references/></noinclude> ft5qln8k3zouar6ab3q1y8066nidk84 Pagina:Memini - Mia, Milano, Galli, 1884.djvu/113 108 604605 3870379 2135414 2026-08-05T10:31:39Z Federicor 9718 /* Trascritta */ 3870379 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 106 —|}}</noinclude><nowiki /> — Era stato il fu signor Principe, in ricompensa d’un importante servigio.... — Queste sono irregolarità — interruppe il Duca — cose che non dovrebbero accadere. Mi avvedo che ci sono varie riforme da fare in questa tenuta. Provvederemo, provvederemo. Il signor Damelli, più ossequioso che mai, si affrettava a scappellare, vedendo che il Duca si disponeva a dar l’ordine di partenza. Ma i fastidi del buon intendente non eran finiti. Il Duca gli fè segno d’accostarsi, e gli disse abbassando la voce: — Caro signor Damelli, ella ha l’incarico di pagare a quel ragazzo il valore della cavalla e di farla condurre stasera in scuderia. — Avanti — ordinò poscia al cocchiere; e la carrozza si mosse in mezzo ai saluti ossequiosi dei dipendenti. Ma, appena rizzate, quasi tutte le teste ebbero un dondolìo: il nuovo padrone non era riescito simpatico a nessuno, e lo si giudicava severamente. Che boria! che fare sprezzante! E che bel<noinclude> <references/></noinclude> 8sxi0vmbp3gmxdumntkfi7feak478j6 Pagina:Drigo - La Fortuna, Milano, Treves, 1913.djvu/24 108 610229 3870168 2177582 2026-08-04T13:40:57Z Federicor 9718 /* Trascritta */ 3870168 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la fortuna}}|13|riga=2}}</noinclude><nowiki/> Una specie d’imbarazzo pesava su tutti. Poi i fratelli s’incamminarono verso il paese, il padre entrò nella stalla, la piccola fu messa a dormire. Rimasero sole, nel cortile, Rosa e la madre. C’era una panca, e la madre la spolverò col fazzoletto e accennò a Rosa di sedersi, poi sedette anch’ella, un po’ discosto, in silenzio. La casetta era là, dietro a loro, tacita e affumicata, vigilata dal gran pioppo. Il prato le si stendeva dinanzi, e in quel prato i meli erano carichi di frutta. La chioccia traversava il cortile con aria di importanza seguita dai suoi pulcini insonnoliti, il gattino nero si leccava la coda sull’uscio della cucina. Le prime lucciole apparivano e sparivano lungo le siepi. — Perchè piangi, Rosa? — Non so, madre. {{Ct|t=2|v=2|<nowiki>*</nowiki>}} Un telegramma da Napoli annunciò inaspettatamente il ritorno degli sposi quindici giorni prima del fissato. Il conte Ademaro e il dottor Fabrizi andarono, con un tempo infame, ad attenderli alla stazione di Udine. Entrambi cercavano d’interpretare, e commentavano, non senza una certa preoccupazione, il telegramma sibillino. Il direttissimo da Roma era in ritardo.<noinclude> <references/></div></noinclude> ngljtgndpmp8aotgiltxrx4m5i5b52y Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. II, 1977 – BEIC 1871053.djvu/182 108 691298 3870205 3870073 2026-08-04T18:51:50Z OrbiliusMagister 129 /* new eis level4 */ 3870205 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|176|{{Sc|gli errori}}|}}</noinclude><poem> {{Ottava|95}}Or chi può dir, quanti da te fur morti, baldanzoso donzel, prodi guerrieri? Ferracozzo fu il primo, un de’ più forti partigiani d’Orgonte, e de’ più fieri; e ben volgea, se non volgea sì corti i suoi stami la Parca, alti pensieri, ma gli passò crudel saetta ed empia tutto il cervel da l’una a l’altra tempia. {{Ottava|96}}Poi vide Orcan, che la sua fame ingorda pascea di strage, e facea prove eccelse, e d’ostil sangue distillante e lorda la scimitarra avea fin sovra l’else. Tosto per porlo in su la tesa corda, e commetterlo a l’aure, un strale ei scelse, e torcendo il gagliardo arco leggiero, fe’ d’una Luna scema un cerchio intero. {{Ottava|97}}Volea gli accenti allor trar de la gola l’altro, e scior contro lui la lingua irata, quando in aprir la bocca, ecco che vola a chiuderla al meschin la morte alata, e la vita in un punto e la parola per mezo il gorgozzuol gli fu troncata. La voce intanto in fra le fauci mozza gorgogliava bestemmie entro la strozza. {{Ottava|98}}Vòlto a Bravier, con quanta forza ei pote lo stral pungente in su la noce incocca, poi la fune a sé trae fin su le gote, scaglia la canna, e sovra ’l braccio il tocca. Nel pesce a punto il calamo il percote, col pasmo a terra il poverel trabocca. Egli nol cura, e palpitante il lassa, indi sovra Cerauno ardito passa. </poem><noinclude><references/></div></noinclude> 94nl4faiy3klm0jrwmy0srekss295bg Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. II, 1977 – BEIC 1871053.djvu/183 108 691299 3870310 3870081 2026-08-05T06:52:36Z OrbiliusMagister 129 /* new eis level4 */ 3870310 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione||{{Sc|canto decimoquarto}}|177}}</noinclude><poem> {{Ottava|99}}Aveva allor allor spogliato e scarco d’alma e d’armi in un punto e Vespa e Grillo, quando segnollo e come fera al varco l’attese e giunse il faretrato Armillo. Con l’arco in pugno, e con lo stral su l’arco di traverso nel fianco egli ferillo. Quei cadde in giù rivolto, e la saetta scrivea note di sangue in su l’erbetta. {{Ottava|100}}Sovragiunge a Guizirro un altro strale, ed apre, aprendo al caldo umor l’uscita, ne la guardia del cor, viva e vitale officina del sangue, ampia ferita. Passa la manca costa oltra quell’ale che ministran col moto aura a la vita, e nel centro del petto a fermar viensi, dove il trono han gli spirti, il fonte i sensi. {{Ottava|101}}Furïasso il gran guercio, in fra lo stuolo più d’un bandito a piè si tenea morto. E’ non avea costui ch’un occhio solo, e questo ancora il volgea torvo e torto. Piega l’arme bicorne e manda a volo anco una freccia il Sagittario accorto, freccia, ch’eguale al fulmine congiunte in sé torte ed aguzze avea tre punte. {{Ottava|102}}Dal tridente mortal, che per la cava conca de l’occhio oltre la coppa il fiede, colui del lume onde la fronte ornava orbo rimane in tutto, e più non vede. Pur mentre il sangue il volto e ’l sen gli lava, drizza vèr là, dond’uscìo ’l colpo, il piede, e corre, e grida, e porta in man due spade: ma in un’asta caduta inciampa e cade. </poem><noinclude><references/></div></noinclude> 4hhqhdhr5hlyh4iletnjs7982l9k96a Indice:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu 110 709033 3870344 3869430 2026-08-05T08:29:58Z Alex brollo 1615 3870344 proofread-index text/x-wiki {{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template |Autore=Ferdowsi |NomePagina=Il Libro dei Re |Titolo= |TitoloOriginale= |Sottotitolo=poema epico |LinguaOriginale=persiano |Lingua=italiano |Traduttore=Italo Pizzi |Illustratore= |Curatore= |Editore=Vincenzo Bona |Città=Torino |Anno=1888 |Fonte={{IA|illibrodeirepoem07firduoft}} |Immagine=6 |Progetto=Letteratura |Argomento= |Qualità=25% |Pagine=<pagelist 1to3=- 4=copertina 5=2 6=frontespizio /> |Sommario={{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi|titolo=I re Sassanidi (seguito)|from=8|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7|titolo=1. - Il re Kisra Nûshîrvân|from=8|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/I|titolo=I. - Lamento di Firdusi|from=8|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/II|titolo=II. - Parole di Kisra Nûshîrvân|from=9|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/III|titolo=III. - Divisione del regno|from=14|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/IV|titolo=IV. - Rivista dell'esercito|from=22|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/V|titolo=V. - Sottomissione dei re|from=28|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/VI|titolo=VI. - Il giro attorno al regno|from=38|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/VII|titolo=VII. - Castigo inflitto agli Alâni e alla gente di Balûci e di Ghîlân|from=41|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/VIII|titolo=VIII. - Venuta dell'araldo Mundhir|from=43|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/IX|titolo=IX. - Lettere di Nûshîrvân e dell'imperatore|from=46|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/X|titolo=X. - Partenza di Kisra per la guerra|from=50|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XI|titolo=XI. - Battaglia con Furfûryûs|from=58|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XII|titolo=XII. - Sottomissione dell'Imperatore|from=64|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XIII|titolo=XIII. - Nascita di Nûsh-zâd|from=69|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XIV|titolo=XIV. - Rivolta di Nûsh-zâd|from=72|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XV|titolo=XV. - Morte di Nûsh-zâd|from=82|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XVI|titolo=XVI. - Sogno di Nûshîrvân|from=91|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XVII|titolo=XVII. - Prima cena di Nûshîrvân coi sapienti|from=99|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XVIII|titolo=XVIII. - Seconda cena di Nûshîrvân|from=105|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XIX|titolo=XIX. - Terza cena di Nûshîrvân|from=112|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XX|titolo=XX. - Quarta cena di Nûshîrvân|from=119|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XXI|titolo=XXI. - Quinta cena di Nûshîrvân|from=124|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XXII|titolo=XXII. - Sesta cena di Nûshîrvân|from=128|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XXIII|titolo=XXIII. - Settima cena di Nûshîrvân|from=134|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XXIV|titolo=XXIV. - Leggenda di Mahbûd|from=139|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XXV|titolo=XXV. - Punizione di Zûrân e del giudeo|from=146|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XXVI|titolo=XXVI. - Fondazione di Sûrsân|from=151|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XXVII|titolo=XXVII. - Guerra del Principe di Cina con Ghâtker re degli Heytâli|from=154|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XXVIII|titolo=XXVIII. - Apparecchi di guerra contro gli Heytâli|from=161|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XXIX|titolo=XXIX. - Lettere del principe di Cina e di Nûshîrvân|from=167|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XXX|titolo=XXX. - Proposte di nozze|from=179|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XXXI|titolo=XXXI. - Andata di Mihrân-Sitâd|from=185|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XXXII|titolo=XXXII. - Nozze della figlia del principe di Cina|from=191|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XXXIII|titolo=XXXIII. - Andata di Nûshîrvân in Tîsifûna|from=197|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XXXIV|titolo=XXXIV. - Pace per tutto il mondo|from=205|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XXXV|titolo=XXXV. - 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Messaggi tra Sâveh e Behrâm|from=425|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/8/IX|titolo=IX. - Ordinamento delle schiere|from=429|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/8/X|titolo=X. - Altri messaggi tra Sâveh e Behrâm|from=431|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/8/XI|titolo=XI. - Morte di re Sâveh in battaglia|from=437|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/8/XII|titolo=XII. - Invio della testa di Sâveh a re Hormuzd|from=450|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/8/XIII|titolo=XIII. - Battaglia di Behrâm Ciûbîneh con Parmûdeh|from=457|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/8/XIV|titolo=XIV. - Messaggio di Behrâm a Parmûdeh|from=463|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/8/XV|titolo=XV. - Ira di Behrâm contro Parmûdeh|from=469|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/8/XVI|titolo=XVI. - Arrivo di Parmûdeh presso di re Hormuzd|from=477|delta=3}} {{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/8/XVII|titolo=XVII. - 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VI Ma un altro monumento della propria grandezza Firenze artigiana aveva già con-<noinclude></noinclude> pm36du4aotnskl4bogh76x53ebio05l 3870147 3870144 2026-08-04T12:54:48Z AdrianaB64 78175 /* Problematica */ 3870147 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione|{{smaller|56}}|{{Sc|{{smaller|firenze artigiana}}}}|riga=si}}</noinclude>frescata dal Ghirlandaio in Santa Maria Novella, Lorenzo de’ Medici, popolano magnifico che sa come preparare ne’ suoi discendenti que’ Principi, vede consacrata col latino del Poliziano la memoria della floridezza di commerci, splendore di arti, politica autorità, da lui procurate alla città bellissima (''pulcherrima civitas'') 26): alla costruzione di Santa Maria del Fiore soprintendevano da questo Palagio i Consoli dell’Arte della Lana 27): e alle ultime rivendicazioni del diritto popolare, in quella repubblica ormai insanabilmente medicea, sopravvivevano, sulle soglie del Palagio che fu della Signoria, imperituri simboli di libertà, la Giuditta di Donatello e il David di Michelangiolo. {{ct|t=2|v=2|VI}} VMa un altro monumento della propria grandezza Firenze artigiana aveva già con-<noinclude></noinclude> 856ec87n65l58tgroivimr175or0828 3870148 3870147 2026-08-04T12:55:19Z AdrianaB64 78175 3870148 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione|{{smaller|56}}|{{Sc|{{smaller|firenze artigiana}}}}|riga=si}}</noinclude>frescata dal Ghirlandaio in Santa Maria Novella, Lorenzo de’ Medici, popolano magnifico che sa come preparare ne’ suoi discendenti que’ Principi, vede consacrata col latino del Poliziano la memoria della floridezza di commerci, splendore di arti, politica autorità, da lui procurate alla città bellissima (''pulcherrima civitas'') 26): alla costruzione di Santa Maria del Fiore soprintendevano da questo Palagio i Consoli dell’Arte della Lana 27): e alle ultime rivendicazioni del diritto popolare, in quella repubblica ormai insanabilmente medicea, sopravvivevano, sulle soglie del Palagio che fu della Signoria, imperituri simboli di libertà, la Giuditta di Donatello e il David di Michelangiolo. {{ct|t=2|v=2|VI}} Ma un altro monumento della propria grandezza Firenze artigiana aveva già con-<noinclude></noinclude> f6o10q4f40jcanjp9lejhlz09qx2qs2 Pagina:FirenzeartigianaDelLungo.djvu/68 108 767309 3870207 2726651 2026-08-04T21:07:17Z AdrianaB64 78175 /* Problematica */ 3870207 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione|{{smaller|58}}|{{Sc|{{smaller|firenze artigiana}}}}|riga=si}}</noinclude>lui costruito e popolato di Fiorentini; le alternazioni del reggimento democratico gli apparivano come le smanie d’una inferma sul suo letto di dolore; lo essersi inalzato all’Empireo con la fanciulla de’ Portinari teologizzata, e’ lo diceva un avere scosso da sè quanto d’ «ingiusto e malsano » aveva la sua concittadinanza 28): — ma quella sua Beatrice era pur fiorentina, era Bice; ma il «seno dolcissimo della patria, «della bellissima figliuola di Roma, nel «quale egli era nato e cresciuto fino al «colmo degli anni», era pur sempre quello nel quale «desiderava riposare l’animo «stanco e terminare la vita» 29); e negli estremi di questa e del Poema, il suo trionfo di pensatore e di poeta era da lui vagheggiato come trionfo di cittadino in quel San Giovanni che «mio bel San Giovanni» egli chiamava tuttavia ricordando in visione, pur non avendo accettato d’esservi ricondotto fra i perdonati e gli offerti 30).<noinclude></noinclude> 5jqewa6t3xdmgt8b2cnmheae5jibgog Pagina:FirenzeartigianaDelLungo.djvu/70 108 767310 3870209 2726653 2026-08-04T21:20:12Z AdrianaB64 78175 3870209 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione|{{smaller|60}}|{{Sc|{{smaller|firenze artigiana}}}}|riga=si}}</noinclude>Volgar fiorentino che dette le forme legittime, sole adequatamente eloquenti; sole che potesser servire agl’intendimenti personali di Dante, a’ suoi ricordi, alle sue speranze, a’ suoi rammarichi, alle sue vendette 34). Fu il Volgar fiorentino di questo popolo artigiano, col quale e coi «buoni cittadini popolani e mercatanti», seguitatori di Giano della Bella, egli, uno de’ «buoni uomini nobili di sangue» , «s’era raunato» sotto il gonfalone della Giustizia 35), dopo aver combattuto, milite di cavallata, nella guerra guelfa di Toscana: fu la viva baliosa lingua, a tanto avvenire dal Poema di Dante preconizzata, così come sonava sulle bocche di questo popolo artigiano, pel quale egli avea seduto orator ne’ Consigli e magistrato in Palagio; e mandatone, in una tragica ora, ambasciatore al Pontefice, aveva da quell’ambasciata numerato i suoi passi nelle vie dell’esilio, e da quel Pontefice la serie dei destinati alle giustizie inesorate di<noinclude></noinclude> kt21rpo6fcq0g1y6pwcvkv3ibwg71c5 3870210 3870209 2026-08-04T21:21:10Z AdrianaB64 78175 /* Problematica */ 3870210 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione|{{smaller|60}}|{{Sc|{{smaller|firenze artigiana}}}}|riga=si}}</noinclude>Volgar fiorentino che dette le forme legittime, sole adequatamente eloquenti; sole che potesser servire agl’intendimenti personali di Dante, a’ suoi ricordi, alle sue speranze, a’ suoi rammarichi, alle sue vendette 34). Fu il Volgar fiorentino di questo popolo artigiano, col quale e coi «buoni cittadini popolani e mercatanti», seguitatori di Giano della Bella, egli, uno de’ «buoni uomini nobili di sangue» , «s’era raunato» sotto il gonfalone della Giustizia 35), dopo aver combattuto, milite di cavallata, nella guerra guelfa di Toscana: fu la viva baliosa lingua, a tanto avvenire dal Poema di Dante preconizzata, così come sonava sulle bocche di questo popolo artigiano, pel quale egli avea seduto orator ne’ Consigli e magistrato in Palagio; e mandatone, in una tragica ora, ambasciatore al Pontefice, aveva da quell’ambasciata numerato i suoi passi nelle vie dell’esilio, e da quel Pontefice la serie dei destinati alle giustizie inesorate di<noinclude></noinclude> t0chjenlo2ugcljzjux8btjtneojjgn Pagina:FirenzeartigianaDelLungo.djvu/72 108 767312 3870213 2726655 2026-08-04T21:27:47Z AdrianaB64 78175 /* Problematica */ 3870213 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione|{{smaller|62}}|{{Sc|{{smaller|firenze artigiana}}}}|riga=si}}</noinclude><nowiki/> Ciò sentì col popolo il Boccaccio medesimo, quando la umanistica novelletta, del poema voluto scriver latino, conchiudeva così 39): che Dante lo avesse poi scritto in volgare per «mostrar la bellezza del nostro idioma», e per adoperar uno «stile atto a’ moderni sensi»; — due fini, adunque, essenziali di modernità e sincerità ’arte; — e meglio ancora, quando al popolo si faceva egli stesso spositore della ''Comedia'' in Santo Stefano di Badia. Ascoltavano quella lettura i nepoti degli esiliatori del Poeta; ed era espiazione: - l’ascoltavano «artefici lanaiuoli e setaiuoli» , mot- teggiatali poi all’umorismo boccaccevole, come non buoni ad altro che a «saper « divisare un mescolato, o fare ordire una «tela, o con una filatrice disputar del «filato» 40); ma il grande pittore della comedia umana non riputava pur indegni co- testi «mecanici» 41), che fosse loro «spiegata la sublimità de’ sensi nascosta sotto<noinclude></noinclude> iaostl4watlw5jd3bu20u3k0gcz0vmw 3870214 3870213 2026-08-04T21:28:21Z AdrianaB64 78175 3870214 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione|{{smaller|62}}|{{Sc|{{smaller|firenze artigiana}}}}|riga=si}}</noinclude><nowiki/> Ciò sentì col popolo il Boccaccio medesimo, quando la umanistica novelletta, del poema voluto scriver latino, conchiudeva così 39): che Dante lo avesse poi scritto in volgare per «mostrar la bellezza del nostro idioma», e per adoperar uno «stile atto a’ moderni sensi»; — due fini, adunque, essenziali di modernità e sincerità d’arte; — e meglio ancora, quando al popolo si faceva egli stesso spositore della ''Comedia'' in Santo Stefano di Badia. Ascoltavano quella lettura i nepoti degli esiliatori del Poeta; ed era espiazione: - l’ascoltavano «artefici lanaiuoli e setaiuoli» , mot- teggiatali poi all’umorismo boccaccevole, come non buoni ad altro che a «saper « divisare un mescolato, o fare ordire una «tela, o con una filatrice disputar del «filato» 40); ma il grande pittore della comedia umana non riputava pur indegni co- testi «mecanici» 41), che fosse loro «spiegata la sublimità de’ sensi nascosta sotto<noinclude></noinclude> 2jwdf0mdgfo255x4to5pe74l8941pe2 3870215 3870214 2026-08-04T21:28:34Z AdrianaB64 78175 3870215 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione|{{smaller|62}}|{{Sc|{{smaller|firenze artigiana}}}}|riga=si}}</noinclude><nowiki/> Ciò sentì col popolo il Boccaccio medesimo, quando la umanistica novelletta, del poema voluto scriver latino, conchiudeva così 39): che Dante lo avesse poi scritto in volgare per «mostrar la bellezza del nostro idioma», e per adoperar uno «stile atto a’ moderni sensi»; — due fini, adunque, essenziali di modernità e sincerità d’arte; — e meglio ancora, quando al popolo si faceva egli stesso spositore della ''Comedia'' in Santo Stefano di Badia. Ascoltavano quella lettura i nepoti degli esiliatori del Poeta; ed era espiazione: - l’ascoltavano «artefici lanaiuoli e setaiuoli» , motteggiatali poi all’umorismo boccaccevole, come non buoni ad altro che a «saper « divisare un mescolato, o fare ordire una «tela, o con una filatrice disputar del «filato» 40); ma il grande pittore della comedia umana non riputava pur indegni co- testi «mecanici» 41), che fosse loro «spiegata la sublimità de’ sensi nascosta sotto<noinclude></noinclude> q85s5c7qowia3wttvosby1xbr772mhq 3870216 3870215 2026-08-04T21:29:10Z AdrianaB64 78175 3870216 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione|{{smaller|62}}|{{Sc|{{smaller|firenze artigiana}}}}|riga=si}}</noinclude><nowiki/> Ciò sentì col popolo il Boccaccio medesimo, quando la umanistica novelletta, del poema voluto scriver latino, conchiudeva così 39): che Dante lo avesse poi scritto in volgare per «mostrar la bellezza del nostro idioma», e per adoperar uno «stile atto a’ moderni sensi»; — due fini, adunque, essenziali di modernità e sincerità d’arte; — e meglio ancora, quando al popolo si faceva egli stesso spositore della ''Comedia'' in Santo Stefano di Badia. Ascoltavano quella lettura i nepoti degli esiliatori del Poeta; ed era espiazione: - l’ascoltavano «artefici lanaiuoli e setaiuoli» , motteggiatali poi all’umorismo boccaccevole, come non buoni ad altro che a «saper «divisare un mescolato, o fare ordire una «tela, o con una filatrice disputar del «filato» 40); ma il grande pittore della comedia umana non riputava pur indegni co- testi «mecanici» 41), che fosse loro «spiegata la sublimità de’ sensi nascosta sotto<noinclude></noinclude> n3z1tnvxme61bqnltz5s3twdv1vcauc Pagina:FirenzeartigianaDelLungo.djvu/58 108 767352 3870150 3869915 2026-08-04T12:56:25Z AdrianaB64 78175 3870150 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione|{{smaller|48}}|{{Sc|{{smaller|firenze artigiana}}}}|riga=si}}</noinclude>«casamenti»; che il bruno massiccio palagio del Potestà già aveva, dintorno a sè, come accolti in dedizione volenterosa sotto il braccio ferreo della legge ad essere il Comune; di mezzo a quei «casamenti», voluti bellissimi, sorgeva poi, agile e baldanzosa, la casa del popolo e della sua Signoria, sorgeva nelle ostentate parvenze di castello magnifica; simbolo, appunto in quelle parvenze eloquente, dell’assoggettamento che il risorto municipio latino aveva imposto alle forze di propaggine germanica, dai dominii di contado trascinate a cittadina uguaglianza: — sorgeva la casa dell’Arte, così come oggi la rivedete, nella sua poderosa bellezza di arnese da guerra converso alle benefiche fraternità della pace: — sorgeva la casa di Dio, nel cospetto del vetusto tempio battesimale, girando ardite, flessuose, potenti, sotto quelle dell’ infinito azzurro, le volte de’suoi archi poggiate sui pilastri monumentali;<noinclude></noinclude> 7x7ww3o37xr46m4041itw4p28d4ie0p Pagina:FirenzeartigianaDelLungo.djvu/65 108 767356 3870143 2726648 2026-08-04T12:50:53Z AdrianaB64 78175 /* Problematica */ 3870143 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione||{{Sc|{{smaller|nella storia e in dante}}}}|{{smaller|55}}|riga=si}}</noinclude>per la effettiva moltiplicità del lavorio e delle industrie. Ma la bottega, che nobilitava quelli umili, era essa dagli artefici veri nobilitata. Erano botteghe quelle nelle quali i grandi Maestri del Tre e del Quattrocento col pennello e con lo scalpello operavano al Popolo desideroso la bellezza, troppo più possentemente e intimamente che poi non facessero nelle Accademie patrocinate dai Principi i Professori del disegno: e da’ Maestri di pietra e di legname sorgevano in quelle botteghe gli Architettori. «L’arte del maestro, che dentro a sè l’ama, tanto che mai da lei l’occhio non parte» 25), Dante, e arte e maestro, li aveva veduti fra le mura di quelle botteghe, dove tanto lume d’ingegni raggiava su tanta semplicità di costumi. Ad una di quelle botteghe la Madonna di Cimabue attirava in allegria festosa, come per solennità di Comune, la gente: appiè d’una parete<noinclude></noinclude> 2n3vl0is0afmrldqfv84dtg93h544m8 Pagina:FirenzeartigianaDelLungo.djvu/67 108 767357 3870151 2726650 2026-08-04T12:59:30Z AdrianaB64 78175 3870151 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione||{{Sc|{{smaller|nella storia e in dante}}}}|{{smaller|57}}|riga=si}}</noinclude>fidato ai secoli: ed era il Poema di Dante. Ispirata in germe da un amore trasognante e fantasioso, concepita in laboriosa gestazione di allegorie dottrinali, maturata al caldo delle cose che si vivono e si patiscono, la ''Comedia'' dell’umano ordinato al divino ebbe sua forma dagli affetti che in una tenebrìa piena di fulgori tempestavano il fiero animo di quel Magnate inscrittosi artefice, di quel Guelfo respinto da’ Guelfi e non però voluto esser de’ Ghibellini, di quel Popolare imperialista, di quel Cristiano dannator di Pontefici, di quell’Esule a vita dalla patria e dall’invocato ideale. Nel contrasto di questi affetti assunse materia, concetto, poesia, la ''Comedia'': con intendimento universale, che avea per confini i cieli stellati; ma con sentimento personale, il cui centro era, ne’ sogni affannosi dell’esilio sospirata e maledetta, Firenze. Il nome di Firenze, del «nido di malizia tanta», «si spandeva per l'inferno» da<noinclude></noinclude> cjj9xz58zcjrchlafp4307s42dj2np9 3870153 3870151 2026-08-04T12:59:49Z AdrianaB64 78175 /* Trascritta */ 3870153 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione||{{Sc|{{smaller|nella storia e in dante}}}}|{{smaller|57}}|riga=si}}</noinclude>fidato ai secoli: ed era il Poema di Dante. Ispirata in germe da un amore trasognante e fantasioso, concepita in laboriosa gestazione di allegorie dottrinali, maturata al caldo delle cose che si vivono e si patiscono, la ''Comedia'' dell’umano ordinato al divino ebbe sua forma dagli affetti che in una tenebrìa piena di fulgori tempestavano il fiero animo di quel Magnate inscrittosi artefice, di quel Guelfo respinto da’ Guelfi e non però voluto esser de’ Ghibellini, di quel Popolare imperialista, di quel Cristiano dannator di Pontefici, di quell’Esule a vita dalla patria e dall’invocato ideale. Nel contrasto di questi affetti assunse materia, concetto, poesia, la ''Comedia'': con intendimento universale, che avea per confini i cieli stellati; ma con sentimento personale, il cui centro era, ne’ sogni affannosi dell’esilio sospirata e maledetta, Firenze. Il nome di Firenze, del «nido di malizia tanta», «si spandeva per l'inferno» da<noinclude></noinclude> sqz0uatpr39y604zzgs5kwdad27aify Pagina:FirenzeartigianaDelLungo.djvu/69 108 767358 3870208 2726652 2026-08-04T21:17:44Z AdrianaB64 78175 /* Problematica */ 3870208 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione||{{Sc|{{smaller|nella storia e in dante}}}}|{{smaller|59}}|riga=si}}</noinclude><nowiki/> Chi novellò, e fu Giovanni Boccaccio 31), che Dante si proponesse di verseggiare latinamente la ''Comedia'', e giunse persino a riferirne i primi esametri, sapeva di dir cosa consentanea alla machina del Poema che l’autore medesimo avea chiamato «sacro», e le genti intitolarono «divino», e ne scrissero sulla tomba di lui la lode più alta che allora potesse attribuirsi al pensiero dei dotti, quella di Teologo 32). Un poema teologico medievale non avrebbe invero potuto essere scritto se non in latino. Ma la teologia, nel pensiero di Dante e nel concepimento del suo Poema, era un astratto, un che di supremo, in capo agli ordini dell’umano progressivi quali egli intendeva nel Poema figurare, e dare a questo le forme della realtà vissuta e parlata in «questa moderna favella» 33), del cui stile avea fermate le dottrine nella ''Volgare eloquenza''. E a quella rappresentazione dell’umano in tutti quanti i suoi aspetti, fu il<noinclude></noinclude> jzvmqigs7hxc7o5attf68rh4db5fe4g Pagina:FirenzeartigianaDelLungo.djvu/71 108 767359 3870211 2726654 2026-08-04T21:23:54Z AdrianaB64 78175 /* Problematica */ 3870211 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione||{{Sc|{{smaller|nella storia e in dante}}}}|{{smaller|61}}|riga=si}}</noinclude>cotesto Poema. Poema, che sotto l’ideale della giustizia divina, fulgente d’ogni bellezza, d’ogni bontà, e del vero che n’è l’essenza, costringeva a gastigo tutte le umane miserie e le iniquità, le viltà e le violenze, le deficienze e gli abusi: che di quell’Iddio, giusto retributore di là dalla vita, costituiva nella vita mondana ministri, spirituale il romano Pontefice, temporale l’Imperatore pur sempre di Roma, di Roma eterna, cardine della storia umana; ma sotto i due grandi maestrati lasciava intatte, come le libertà dell’arbitrio volitivo meritorie 36), così le libertà popolari inerenti originariamente al Comune italico 37), del quale faceva il Poeta esaltare dal suo Cacciaguida le virtù domestiche e i fasti cittadini 3). E il popolo, nel cui idioma, anteposto al latino dei dotti, era scritto, avrebbe sentito, quel Poema esser cosa sua, e ne avrebbe fatto il libro della nazione.<noinclude></noinclude> 3tua2w7ce5zh61y671fsbosn5ryf3ly 3870212 3870211 2026-08-04T21:24:17Z AdrianaB64 78175 3870212 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione||{{Sc|{{smaller|nella storia e in dante}}}}|{{smaller|61}}|riga=si}}</noinclude>cotesto Poema. Poema, che sotto l’ideale della giustizia divina, fulgente d’ogni bellezza, d’ogni bontà, e del vero che n’è l’essenza, costringeva a gastigo tutte le umane miserie e le iniquità, le viltà e le violenze, le deficienze e gli abusi: che di quell’Iddio, giusto retributore di là dalla vita, costituiva nella vita mondana ministri, spirituale il romano Pontefice, temporale l’Imperatore pur sempre di Roma, di Roma eterna, cardine della storia umana; ma sotto i due grandi maestrati lasciava intatte, come le libertà dell’arbitrio volitivo meritorie 36), così le libertà popolari inerenti originariamente al Comune italico 37), del quale faceva il Poeta esaltare dal suo Cacciaguida le virtù domestiche e i fasti cittadini 38). E il popolo, nel cui idioma, anteposto al latino dei dotti, era scritto, avrebbe sentito, quel Poema esser cosa sua, e ne avrebbe fatto il libro della nazione.<noinclude></noinclude> 1la2c9wq7a2s9ge6hcgr19bqyekai63 Pagina:Guicciardini, Francesco – Scritti autobiografici e rari, 1936 – BEIC 1843787.djvu/222 108 769010 3870138 2732497 2026-08-04T12:42:06Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3870138 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|216|{{Sc|oratio accusatoria}}|}}</noinclude>gli altri cittadini e particularmente questa sí rara, di sí rara demostrazione ed onore che gli era stato fatto; che abbia tenuto piú conto e stimato piú quello favore e grandezza che gli potevano dare in Firenze e’ tiranni (che non si può avere sanza indegnitá, sanza pericolo, sanza continuo ed acerrimo stimulo della conscienzia) che non stimato ed apprezzato quegli onori ed autoritá che poteva conseguire dalla cittá libera, che sono sicuri, sono gloriosi, ed a chi non ha corrotto lo stomaco, con infinita satisfazione dell’animo. Non posso certo ricordarmene sanza dispiacere, perché se bene ho ora in odio e’ vizi tuoi, se bene ho paura del pericolo che portiamo tutti da te, non però voglio male da te; anzi ricordandomi che tutti siamo uomini, che siamo cittadini di una medesima patria, e della conversazione che in quelli primi tempi ebbi teco, ho dolore, t’ho compassione che la natura tua e gli abiti cattivi abbino potuto tanto in te, che quelle dote che tu hai di lettere, di ingegno, di eloquenzia, le quali io confesso che sono molte e grande, tu l’abbia volte a cattivo cammino; e dove avevi facultá di essere uno de’ rari ornamenti della nostra cittá, di essere glorioso e di autoritá grata a ognuno, e vivere con benivolenzia singulare apresso a’ tuoi cittadini, abbia piú presto, per appetito male misurato ed erroneo, voluto essere instrumento di offendere ed oscurare el nome della patria, farsi inimico a tutti e’ cittadini, odioso si può dire a se medesimo, e finalmente detestabile nella memoria degli uomini. Ma passiamo alle altre cose sue. Tornato di Spagna fu ricevuto da {{AutoreCitato|Lorenzo de' Medici|Lorenzo de’ Medici}} quale non aveva mai veduto, che allora era venuto al governo nostro, con grandissime carezze e con tanto onore e dimostrazione di confidenzia, che non sanza ragione accrebbe el sospetto a quegli che avevano dubitato che mentre che era imbasciadore non avessi venduto e tradito la nostra libertá. Fu fatto subito de’ diciassette, che erano tutti de’ piú intimi e piú onorati amici loro; ebbe tutti e’ gradi che poteva avere per la etá; fu chiamato alle pratiche strette dove intervenivano pochissimi, e nessuno che non avessi piú di lui almanco dodici o quindici anni;<noinclude></noinclude> 94zowi3k8oocueq1sd5bei6c2cyaqz3 Pagina:Guicciardini, Francesco – Scritti autobiografici e rari, 1936 – BEIC 1843787.djvu/223 108 769011 3870140 2732498 2026-08-04T12:44:15Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3870140 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio accusatoria}}|217}}</noinclude>né desiderò cosa per e’ fratelli, parenti ed amici che non ottenessi. Quale fussi allora el vivere suo, e con che mezzi si conservassi nella benivolenzia e favore del tiranno, non si può sapere particularmente, perché per l’ordinario le azione di quelli tempi non appariscono come ora ne’ consigli e publicamente: sono cose che girano in privato per le camere ed in pochi, ma si può cognoscere benissimo per gli effetti. Perché l’averlo accettato negli intimi quando tornò di Spagna, si potrebbe dire che fussi proceduto da essersi ingannati; ma el continuare nell’onorarlo, lo accrescere ogni dí segni di amore e benevolenzia, mostra manifestamente che lo trovorono amico ed utile alla tirannide, che è quello solo che el tiranno osserva; el quale non studia in altro se non chiarirsi dello animo degli uomini, ed adoperar quegli che truova confidati e desiderosi della sua grandezza: cosí è necessario dire che trovassino lui. Però non solo mentre che stette in Firenze gli feciono quegli onori e piaceri che voi avete inteso, ma non molto poi, non lo dimandando né vi pensando lui, lo mandorono governatore di Modena: a che concorsono tutti e quegli di Roma e quelli di Firenze, perché per le arte medesime era grato a tutti ed in spezie madonna Alfonsina, donna come sappiamo tutti avarissima ed ambiziosissima, la quale fu quella che lo propose, ed a chi fu sempre molto grato. Che se è vero quello che è verissimo, che ogni simile ama el suo simile, vi può mostrare abastanza che ancora lui fussi infetto di ambizione e di avarizia, della quale quella donna fu una fonte ed uno esemplo. Da questo principio fu come uno corso degli onori e grandezza sua, perché diventò ogni dí piú grato e piú confidente a’ tiranni; in modo che ebbe poco di poi el governo di Reggio, ebbe quello di Parma, fu mandato commissario generale con suprema autoritá nella guerra contro a’ franzesi; ebbe la presidenzia di Romagna, ed in ultimo fu chiamato dal papa a Roma perché stessi apresso a lui come consultore e secretario suo, donde fu poi mandato luogotenente suo in questa pestifera guerra, con tanta potestá, con tanta riputazione che parve<noinclude></noinclude> 213y1t9pwibqzlzccqh8jhrxqxs972r Pagina:Guicciardini, Francesco – Scritti autobiografici e rari, 1936 – BEIC 1843787.djvu/224 108 769012 3870141 2732499 2026-08-04T12:46:34Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3870141 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|218|{{Sc|oratio accusatoria}}|}}</noinclude>che uscissi fuora non uno instrumento, non uno ministro del papa, ma uno compagno, un fratello, uno altro se medesimo. Le quali cose sí grande e sí rare non si può credere che gli avessino date da principio ed accresciute ogni dí doppo l’averlo provato, se non l’avessino trovato confidentissimo e tutto loro, tutto tirannico: massime che se uno di loro solo gli avessi fatto questi favori, si potrebbe dubitare che fussi proceduto da qualche falsa opinione, da qualche similitudine di natura, da qualche conformitá di influsso; ma quando io veggo che è stato grato, che è stato accetto, che è stato confidatissimo a tutti, a Leone, a Clemente, a Giuliano, a Lorenzo, insino a madonna Alfonsina, donna come sapete propriissima ed inumanissima, non debbo giá credere che tutti si siano ingannati, che tutti avessino qualche inclinazione simile alle sue, che tutti fussino nati sotto una medesima stella di lui. La conformitá di natura, lo influsso è l’averlo trovato amatore delle tirannide, inimico della libertá della sua patria; questo è stato el vinculo, questa è stata la coniunzione, questo è stato el mezzo di approvarti, di farti tanto grato a loro; della quale se tu fussi mancato, saresti mancato della principale parte, del primo fondamento che negli uomini desiderano e cercano e’ tiranni; e non avendo quello che loro vogliono e stimano piú che altro, non saresti stato loro tanto grato, tanto accetto, non saresti stato un altro se medesimo. Sento, giudici, quello che lui risponderá in questo luogo per offuscare una cosa chiarissima: che forse ricercavano appetito tirannico in quelli che adoperavano in Firenze, ma che lui gli serviva di fuora in cose dependenti dalla Chiesa, le quali appartenevano a loro come a príncipi, non come a tiranni; narrerá la integritá, la fede, la sufficienzia sua, e’ pericoli corsi molte volte, e cercherá tirare a sua laude e suo onore quello che è eterna sua macula, eterno suo vituperio. Io vi confesso, giudici, che questa difesa mi spaventerebbe, mi farebbe vacillare lo animo, perché la è, ''prima facie'', verisimile e magnifica; ma mi conforta la prudenzia vostra, la notizia che io so che voi avete delle cose, el cognoscervi tali<noinclude></noinclude> ekrgwre347lmgwd2x6g06wknj4gsof6 Pagina:Guicciardini, Francesco – Scritti autobiografici e rari, 1936 – BEIC 1843787.djvu/225 108 769013 3870142 2732500 2026-08-04T12:50:52Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3870142 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio accusatoria}}|219}}</noinclude>che non vi lascerete ingannare dagli estrinsechi, ma vorrete penetrare insino alle midolle. Non è nessuno di sí poca notizia del mondo, di sí poca esperienzia, che non sappia che, come ancora io accennai poco fa, la prima cosa che ama e che ricerca uno tiranno in uno suo cittadino è el cognoscerlo amatore e confidato allo stato suo, e cerca con ogni diligenzia, con ogni industria chiarirsi e scoprire se ha questo animo o no; e ragionevolmente, perché essendo el suo primo fondamento, el suo primo obietto el conservare la tirannide, bisogna che questi siano e’ suoi primi pensieri, la sua prima cura. Leggete in {{Ac|Publio Cornelio Tacito|Cornelio Tacito}} scrittore gravissimo, che Augusto insino al dí che morí, insino al punto che spirava l’anima, ancora che per la vecchiaia ed infirmitá avessi giá consumato el corpo e lo spirito, lasciò per ricordo a Tiberio successore suo, chi erano quegli di chi non doveva fidarsi. Però impossibile è che gli sia grato o che vòlti riputazione a uno cittadino el quale non creda che sia amico suo, che sia desideroso di mantenere la sua tirannide; perché come bene disse {{Ac|Salomone|Salamone}} a quello scolare secondo la novella di colui, sono reciproche queste cose, l’amore e la opinione di essere amato; né può uno tiranno fare grande e riputato uno se non l’ha per amico, se non pensa d’aversene a valere, se crede che gli abbia a essere contrario; perché in una cittá solita a essere libera non si può considerare mezzo alcuno: ciascuno di necessitá o ama la libertá o ama el tiranno, e chi ama l’uno, bisogna che odii l’altro. Né è buona o vera distinzione dalle cose di Firenze a quelle della Chiesa, perché se tu gli avessi veduto malvolentieri grandi a Firenze, aresti avuto anche per male la grandezza del pontificato; e se tu amavi quella, amavi anche di necessitá questa altra, perché erano congiunte e connesse in modo insieme, che non potevano ruinare nell’una che non ruinassino nella altra. E se loro non avessino bene cognosciuto e fatto paragone dello animo tuo, t’arebbono intrattenuto in Firenze come uno altro tuo pari; ma che necessitá avevano di adoperarti sí estraordinariamente, massime che tu<noinclude></noinclude> g1jz70m4loqzpocmp0nn600y94lur3g Pagina:Guicciardini, Francesco – Scritti autobiografici e rari, 1936 – BEIC 1843787.djvu/226 108 769014 3870145 2732502 2026-08-04T12:52:59Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3870145 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|220|{{Sc|oratio accusatoria}}|}}</noinclude>sei seculare ed uxorato, ed e’ luoghi dove loro t’hanno posto erano tutti debiti e soliti darsi a prelati? Dirai la carestia degli uomini virtuosi e sufficienti come tu; moderata certo difesa e degna dirsi in tanto concorso di uomini, acciò che questi piú giovani imparino da te parlare modesto e conveniente a cittadini; ma è bene debito che la ambizione sia accompagnata dalla arroganzia, né ci possiamo sdegnare e maravigliare che dove sono tante altre macule, sia ancora la superbia; anzi se la è, come è veramente, madre della ambizione, è molto onesto che noi la vediamo insieme con la figliuola. Ho confessato e confesso di nuovo che le dote tue sono rare, e che tu hai qualitá da fare faccende, in modo che se el papa non avessi facultá di eleggere ministri se non di una cittá sola, potrebbe forse passare questa risposta; benché né anche sanza difficultá perché io t’ho per uomo virtuoso, non giá per miracoloso. Ma potendo el papa ed essendo consueto eleggere ministri di ogni qualitá e di ogni nazione, ed avendo sempre intorno infiniti che cercano queste cose, troppo presummi di te medesimo, troppo credi che noi ti stimiamo, se pensi darci a credere che la necessitá l’abbi indotto a disprezzare e’ prieghi e le ambizione di tanti che erano in corte, e venire a cavare da’ libelli e di uno studio te che eri lontano dagli occhi suoi, che pensavi a ogni altra cosa, che eri sanza notizia e pratica alcuna di governi e di cose di Chiesa. Però rimuovi, lieva via, ti priego, questa difesa come vana, come arrogante, come piú atta a dimostrare la tua natura e la immoderata opinione che hai di te, che a darci indizio alcuno di virtú o diminuire in parte alcuna questa suspizione. Ma perché consumo io tanto tempo, perché cerco io sanza bisogno tanto di conietture, come se manchi la facultá di allegare effetti, esperienzie<ref>''Queste due parole sono di lettura assai incerta''.</ref> certe ed inescusabile, e non una sola, ma piú? Dimmi, non si sa egli che doppo la morte<noinclude></noinclude> qkp6krr1c6zfwb3ddf47xoqeqtxymfx Pagina:Guicciardini, Francesco – Scritti autobiografici e rari, 1936 – BEIC 1843787.djvu/227 108 769015 3870149 2732503 2026-08-04T12:55:42Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3870149 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio accusatoria}}|221}}</noinclude>di Lorenzo, el cardinale de’ Medici che oggi è papa, sendosi fermo al governo di Firenze, volle che tu restassi qui, con lasciarti e’ governi in mano e tenervi per sostituto Luigi tuo fratello? Non ti voleva giá qua per niente: non per adoperarti nelle cose della Chiesa e del papato, ma per ministro a mantenere la sua potenzia, per uno in chi potessi riposare e’ segreti della tirannide. Si sa bene el fondamento che faceva di te; sono penetrati benché fussino occulte gli ordini delle intelligenzie che s’avevano a fare; sássi bene el disegno che aveva di fare parentado teco; e se non ti fermasti non fu perché quello che io ho detto non sia vero, ma perché succedendo la guerra ti volle adoperare in quello che importava piú allo stato suo. Poi la morte del papa ed altri accidenti ed in ultimo la elezione sua al papato variorono tutti questi pensieri. Ma dimmi piú oltre, nella stanza tua di Roma non intendevi tu e non maneggiavi tu le faccende di Firenze come quelle di fuora? Perché quivi non si deliberava niente di importanza, ma tutto si riferiva a Roma, e di quivi veniva la legge in ogni cosa benché minima. Dunche come puoi tu negare che el papa non abbia confidato in te cosí intrinsicamente delle cose di Firenze come di quelle di fuora? E come possiamo noi credere che avendoti lui maneggiato tanti anni in faccende sí grandi ed in tanto diverse, che non abbia avuto mille volte occasione e facultá di cognoscerti insino alle piante de’ piedi, e che t’abbia eletto per instrumento confidantissimo alla tirannide, perché con mille paragoni t’ha cognosciuto e veduto tale? Ma vegnamo finalmente a quello che abbiamo veduto tutti noi, che ha per testimonio tutta questa cittá, a quello che allora guardamo con gli occhi pieni di lacrime, con l’animo pieno di desperazione, ora ce ne ricordiamo con inestimabile desiderio di vendetta. Chi fu quello che el dí di san Marco ci tolse el nostro Palazzo? Chi fu quello che ci spogliò della recuperata libertá? O dí da non se ne ricordare mai sanza pianto! O fatto da farne una memoria, uno esemplo che duri quanto dureranno le prietre e la memoria di questa cittá! O<noinclude></noinclude> 10dai8xghkemwmtc565zyn1l29bbqs4 Pagina:Guicciardini, Francesco – Scritti autobiografici e rari, 1936 – BEIC 1843787.djvu/228 108 769016 3870152 2732504 2026-08-04T12:59:42Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3870152 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|222|{{Sc|oratio accusatoria}}|}}</noinclude>cittadino, se tu meriti questo nome, piú detestabile, piú pernizioso alla nostra republica che non fu mai né {{wl|Q187982|Alcibiade}} a Atene, né {{wl|Q483783|Silla}} o {{AutoreCitato|Gaio Giulio Cesare|Cesare}} a Roma! Loro oppressono una libertá invecchiata e che moriva, tu opprimesti la nostra el dí medesimo che la nasceva e risuscitava; loro mossi da qualche ingiuria e da qualche pericolo e dagli sdegni che avevano con gli altri concorrenti loro, cercorono di farsi capi della loro cittá; tu non ingiuriato da nessuno, onorato e chiamato da tutti, vendesti per schiavi, rimettesti in servitú la patria, te ed ognuno; loro accompagnati da parte della cittá e da molti se bene cattivi cittadini, pure cittadini, oppressono l’altra; tu solo di tutta questa patria rimettesti el giogo in sul collo a ognuno. Non era uomo in questa cittá di ogni qualitá ed etá, che non fussi corso al Palazzo insino a’ piú stretti e piú intrinsechi amici de’ Medici, o non volendo discrepare da quello che facevano gli altri, o non avendo ardire di opporsegli; el sommo magistrato, del quale era capo tuo fratello, co’ modi legittimi ed ordinari della cittá gli aveva dichiarati rubelli; era una allegrezza di ognuno in se medesimo, una congratulazione fra tutti inestimabile; e’ vecchi per smisurato gaudio piagnevano, e’ giovani saltavano, nessuno capeva in se medesimo. Sentivansi voce di tutti: abbiamo pure recuperata la nostra libertá, abbiamo pure riavuto l’anima, siamo pure vivi, siamo pure liberi, non siamo piú in servitú, non siamo piú schiavi, siamo usciti delle tenebre, siamo usciti di Egitto. O dí lieto, o dí giocondo, o dí di eterna memoria, nel quale Dio ha pure finalmente visitato el popolo suo! In questi romori, in questi concorsi, in questi ed altri maggiori segni di letizia, sendo e’ soldati giá dispersi, e’ Medici a cavallo per fuggire, el marchese di Saluzzo di animo di lasciare correre, el duca di Urbino di dare la spinta; tu solo fermasti la ruina, tu rimettesti animo a’ tiranni, tu ristrignesti e’ soldati, pregasti quelli signori, e tutti insieme, ma tu come capitano, tu come la ruina di tutti, ne venisti alla piazza; né potendo quello innocente popolo disarmato, atto piú alle mercatantie ed alla<noinclude></noinclude> 6b3ggeuc9y3y832vre5lno57re1goap Pagina:Guicciardini, Francesco – Scritti autobiografici e rari, 1936 – BEIC 1843787.djvu/229 108 769017 3870154 2732505 2026-08-04T13:02:24Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3870154 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio accusatoria}}|223}}</noinclude>pace che a combattere, opporsi a tanto impeto, resistere a tanto furore, combattere con uomini armati e persone militari, lo cacciasti di piazza, ve ne facesti signori. Né dando requie a tanta ribalderia, cominciasti subito a fare trarre al palazzo; a quello palazzo nel quale consiste la maiestá di questa cittá, a quello palazzo che è armario delle legge, recettaculo di tutti e’ consigli publici, che è difesa e fondamento della libertá e gloria nostra, a quello palazzo a’ cenni del quale non soleva essere cittadino alcuno sí grande e sí superbo che non ubidissi, che non si umiliassi; alla voce del quale solevano inginocchiarsi gli uomini, tremare insino alle pietre; la riverenzia di chi farebbe inginocchiare ancora te, farebbeti tremare, se tu fussi cittadino, se pure uno uomo, non una fiera, uno monstro, se in te non fussi piú durezza che in una prieta, piú impietá che in una tigre, piú invidia che in uno Lucifero; ed el quale non ti bastò avere circundato, non averlo combattuto, che con scelerato pensiero, con effetto ancora piú scelerato, con fraude, con insidie, con tradimento cavasti dalle mani nostre. Ricordatevi quando, ottenuto da noi di potere venire a parlarci, venne su col signor Federigo; proposeci tanti pericoli, la ruina nostra e di tutta la cittá si manifesta: tante gente d’arme, tante artiglierie, tante fanterie; el popolo parte dissipato, parte avere preso le arme per e’ Medici; empiè falsamente ogni cosa di minacci e di terrore; el volto era tutto ardente, gli occhi pieni di arroganzia, le parole piene di furore, lo spirito tutto fiamma e tutto fuoco; credavamo fussi la pietá della cittá, el desiderio di liberarci dal pericolo; pensavamo si ricordassi di essere fiorentino, fussi conforme di animo a’ fratelli, a’ cognati, a tanti parenti, a tutta la nobilitá della cittá che era quivi. Avevamogli, doppo el tumulto levato, scritte lettere pregandolo che venissi a soccorrere la sua patria, che menassi alla salute nostra gli eserciti pagati da noi; non sapevamo che sotto questa effigie di uomo fussi tanta malignitá, tanto veneno; credevamo che in questo corpo fussi una anima, non uno spirito di diavolo. Credemo non al signor<noinclude></noinclude> 5sona1p5y53chs7rcyuiak5w6gv700m Pagina:Guicciardini, Francesco – Scritti autobiografici e rari, 1936 – BEIC 1843787.djvu/230 108 769018 3870155 2732506 2026-08-04T13:05:43Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3870155 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|224|{{Sc|oratio accusatoria}}|}}</noinclude>Federigo, quale sapevamo che era forestiere, e che non amando la patria sua non poteva amare la nostra; a te credemo, a te prestamo fede, credemo alle tue belle parole, a’ tuoi giuramenti. Tu ci persuadesti che fussino e’ pericoli dove non erano; che gli apparati fussino grandi, che erano piccoli; che el popolo fussi spento e rivoltato, che non aspettava altro che la notte giá vicina per tornare alla salute nostra; tanto che sotto quelle fede che sai quanto ci furono osservate, ci inducesti a lasciare el Palazzo, a rimettere el collo sotto el giogo, a desperare in perpetuo, se Dio miracolosamente non ci avessi soccorso, della nostra libertá. Questa fu tutta tua opera, queste sono le egregie pruove che tu hai fatto in questa guerra; questo el trionfo che tu n’hai cavato, orribile inimico della tua patria, la quale non ti può perdonare tanta atrocitá, né te la perdonerebbe tuo padre se fussi vivo. E si disputa ancora se tu se’ amico del tiranno? Sono cose cosí chiare che non conviene se ne dica piú; per tutti e’ segni, per tutte le opere ed azione tue si scorge la immoderata ambizione. È piú chiaro che el sole, che impossibile è che tu ti quieti sotto la vita privata, che tu non desideri tornare a quella grandezza che tu hai perduta, e che per conseguirla non è cosa di sorte alcuna che tu non tentassi. E certo questo appetito tuo mi darebbe poca molestia se io vedessi che ti potessi succedere sanza el ritorno de’ Medici in Firenze; perché come disse {{AutoreCitato|Neri di Gino Capponi|Neri di Gino}} al conte di Poppi, quando feciono al ponte d’Arno la capitulazione per la quale lui si uscí dal suo stato, io vorrei che tu fussi uno signore grande ma nella Magna. E’ tuoi guadagni, la tua riputazione, queste tue prosopopeie, che tu fussi signore nonché presidente di Romagna, che tu consigliassi e governassi tutti e’ papi che sono e che saranno, a me darebbe poca molestia, pure che tu potessi ottenerlo sanza la nostra servitú. Ma né {{AutoreCitato|Papa Clemente VII|papa Clemente}} può piú essere grande né ricuperare el dominio che aveva la Chiesa, che è conquassato e lacerato come voi vedete, se non ritorna nello stato di Firenze, se non può fare le guerre co’ nostri danari; e quando pure potessi avere quello<noinclude></noinclude> 63ifiw5ilpigdvdf8d8xq0nn4taxmo5 Pagina:Guicciardini, Francesco – Scritti autobiografici e rari, 1936 – BEIC 1843787.djvu/231 108 769019 3870156 2732507 2026-08-04T13:09:41Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3870156 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio accusatoria}}|225}}</noinclude>sanza questo, a te non può riuscire l’uno sanza l’altro, perché puoi essere certo che la cittá che ragionevolmente è gelosa della sua libertá e che dagli esempli passati ha imparato a vivere in futuro, non permetterá mai che tu o altri cittadini vadino a servirlo, né consentirá mai che abbiate commerzio con chi dí e notte non penserá mai a altro che rimetterci quello giogo sotto el quale e’ passati suoi e lui ci hanno fatto, bontá de’ tristi cittadini, crepare tanti anni. Però non potendo tu pervenire a quello fine nel quale ti pare che consista el sommo bene, sanza questo mezzo, chi dubita che tu desideri e che sia per cercare e quello ed ogni altra cosa che ti conducessi al disegno tuo? Piú dico, giudici, che per le medesime ragioni, posposti ancora tutti gli intressi e speranze del papato, non è da dubitare che ami e’ Medici in Firenze; perché l’abbiamo visto in questa medesima inclinazione innanzi che andassi a’ governi: non è uso alla equalitá né alla civilitá; è nutrito ne’ pensieri ed azioni tirannici; non cognosce lo amore della libertá, non la riputazione che può avere uno cittadino in una cittá libera, non che contento che frutto sia nella vita privata, nella tranquillitá dello animo, nello amore e benivolenzia de’ suoi cittadini. Ma dirá forse qualcuno, forse cadrá ancora nel pensiero vostro, giudici: tutte queste cose sono verissime ed è impossibile non confessare che a chi ha lo stomaco depravato e corrotto non piaceranno mai sapori e cibi contrari a quegli co’ quali insino a ora è vivuto e nutrito; pure lo animo sanza le forze importa poco, né si debbe tenere conto della sua mala intenzione perché non ha facultá di metterla in effetto: lui, quello che e’ sia stato per el passato, è ora privato cittadino, sottoposto alle legge nostre come qualunque minimo di questa cittá, non ha piú autoritá di soldati, né governo di popoli a chi comandare. In che può egli offendere la nostra libertá? Questa sua immoderata ambizione, questo ardore di grandezza serve piú presto a farlo vivere con perpetuo cruciato e tormento, che a satisfare alle sue prave cupiditá; è piú presto<noinclude>{{RigaIntestazione|{{smaller|{{Sc|F. Guicciardini}}, ''Opere'' - {{Sc|ix}}}}||{{smaller|15}}}}</noinclude> ft7xjtm8fe7nlsgiq6wq7629bubrpjd Pagina:Wilde - De Profundis, Milano, Bolla, 1926.pdf/50 108 953472 3870200 3447097 2026-08-04T16:34:24Z Carbonchiolo 81333 /* Riletta */ 3870200 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oscar wilde}}|riga=si}}</noinclude> Oramai io sono persuaso che, poichè il dolore è la suprema emozione di cui è suscettibile l’uomo, esso è ad un tempo il tipo e il modello di ogni grande arte. Ciò che l’arte ricerca continuamente è quella certa maniera d’essere nella quale anima e corpo divengono uni e indivisibili; nella quale l’esteriore è l’espressione dell’intimità, in cui la forma stessa è una rivelazione. Tali maniere d’essere non sono numerose; in un dato momento ci possono servire di modello la giovinezza e l’arte che si preoccupa della giovinezza; in un altro noi possiamo credere invece che, per la sua finezza e sensibilità d’espressione, per l’idea che suggerisce d’uno spirito diffuso negli oggetti esterni e che si riveste a volta a volta d’aria e di terra, di nebbia e di volumi e per la morbidezza de’ suoi atteggiamenti, de’ suoi toni, de’ suoi colori – l’arte del paesaggio moderno realizza per noi pittoricamente ciò che i Greci ottennero con tanta perfezione plastica. La musica, nella quale ogni soggetto è assorbito dall’espressione e non può separarsene, è un<noinclude>{{rule}}{{PieDiPagina||— 52 —|}}</noinclude> mq3oatyvql8k4ku3cfyhfcd1xobzm9i Pagina:Wilde - De Profundis, Milano, Bolla, 1926.pdf/51 108 953473 3870201 3447098 2026-08-04T16:36:35Z Carbonchiolo 81333 /* Riletta */ 3870201 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||{{Sc|de profundis}}|riga=si}}</noinclude> esempio complesso di quel che io voglio dire, così come un fiore o un fanciullo sono degli esempi semplici; ma il dolore è il tipo più alto nella vita e nell’arte. Dietro la gioia e il sorriso ci può essere un temperamento ruvido, aspro e scaltro. Ma dietro il dolore non c’è che il dolore. L’angoscia, contrariamente al piacere, non si maschera mai. La verità, in arte, non consiste in una corrispondenza tra l’idea madre e l’esistenza accidentale; essa non è la identità della forma con l’ombra o della forma riflessa dal cristallo con la forma stessa; non è l’eco rinviata dall’anfratto d’una collina – così come non è, nella valle, una sorgente d’acqua argentata che mostra la luna alla luna e Narciso a Narciso. La verità in arte è l’unità d’una cosa con sè stessa, è l’esteriore come diretta emanazione dell’interiore; è l’anima connaturata con la carne e il corpo con lo spirito. Per questa ragione non esiste nessuna verità che sia comparabile al dolore. Ci sono alcuni momenti in cui il dolore sembra divenire la Verità Unica. Le altre co-<noinclude>{{rule}}{{PieDiPagina||— 53 —|}}</noinclude> ikzxbzk80ft3pc5t0lenm707847y3gd Pagina:Wilde - De Profundis, Milano, Bolla, 1926.pdf/52 108 953474 3870202 3447099 2026-08-04T17:01:21Z Carbonchiolo 81333 /* Riletta */ 3870202 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oscar wilde}}|riga=si}}</noinclude> se possono essere delle illusioni dell’occhio o del desiderio, create per accecare l’uno e soddisfare l’altro, ma è solo col dolore che si sono creati i mondi e alla nascita di un fanciullo o di una stella presiede il dolore. Ma – di più: v’è nel dolore una realtà intensa, straordinaria. Ho detto di me stesso ch’ero in comunione simbolica coll’arte e colla cultura della mia età. Ebbene: non c’è un solo infelice, chiuso con me in questa galera miserabile, che non si trovi in comunione simbolica col segreto stesso della vita. Perchè il segreto della vita è di soffrire. È questo che si nasconde in tutte le cose. Quando cominciamo a vivere, quel che è dolce a noi sembra tanto dolce e quel che è amaro ci sembra tanto amaro che noi rivolgiamo inevitabilmente tutti i nostri sforzi verso il piacere e non cerchiamo soltanto di «nutrirci di miele per un mese o due», ma non vogliamo altro alimento, in tutta la nostra vita, ignorando così che corriamo rischio d’affamare la nostra anima. Mi sovviene d’essere entrato una volta<noinclude>{{rule}}{{PieDiPagina||— 54 —|}}</noinclude> 8v0r01mnipi3yyvqy2gss2ai4sfknbe Pagina:Chopin-Mazurka-C-major-Oeuvre-Posthume.djvu/5 108 1006206 3870249 3639517 2026-08-05T05:16:44Z OrbiliusMagister 129 /* Riletta */ 3870249 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|4||}}</noinclude><score sound=1> << % Apre Canto e Piano \new PianoStaff \with { instrumentName = \markup{ "" }} << \new Staff="up" { \clef treble \key f \major \time 3/4 \tempo 4=120 \relative c' { %rigo up 3.10 c'8( _\markup{\dynamic f \italic "gaio"}d e4 f8 g| a bes) d4.^>( c8)| \tupletUp \tuplet 3/2{b8 c d} c4^. g8( bes)| a bes d4.^>( c8)| \tupletUp \tuplet 3/2{b!8 c d} c4^. g8( bes)| \break %rigo up 3.11 a8( b d4._> c8)| \tupletUp \tuplet 3/2{b!8 c d} c4^. g8 a| \tupletUp \tuplet 3/2{f g a} \grace {g16 a} g4 f8 d| \ottava #1 c'8 r16 d e4 f8 g| <<{a8 b d4.^> c8}\\{r4 c, c}>>| \break %rigo up 3.12 <<{ \tuplet 3/2 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Opera postuma/Partitura 0 1006253 3870261 3817694 2026-08-05T06:05:04Z OrbiliusMagister 129 Porto il SAL a SAL 100% 3870261 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=5 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Partitura|prec=../Copertina|succ= }} <div class="noprint"> [[File:Fr-Chopin-Mazurka-en-Ut-majeur.mid|thumb|center|200px|Ascolta il brano per intero.<br>{{Centrato|[[Discussione:Mazurka in do maggiore. Opera postuma/Partitura|Nota alla trascrizione]]}}]] </div> <pages index="Chopin-Mazurka-C-major-Oeuvre-Posthume.djvu" from="3" to="6" /> n8gbfsbfo083nu0qbghdxrobp2xj4h9 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/264 108 1014341 3870204 3855461 2026-08-04T17:45:29Z OrbiliusMagister 129 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] Si => Sì 3870204 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 261 —|}}</noinclude> <poem> Con fremiti e con ira. Allor ch’ei giunse Di Beshutèn vicino a le falangi, Ognun che il vide, benedisse a lui. Meravigliava quella gente accolta Perchè tanto valor spiegato avesse Il giovinetto eroe. Quando la luna Si assise in ciel sul trono suo d’argento E tre vigilie della notte oscura Furon trascorse, gridò forte ed alto Dal castello il terrier: Prence Gushtaspe Ha fortuna vincente. Oh! sempre e sempre Isfendïàr sia d’anni giovinetto, Gli sia amica la sorte e questo cielo Con la luna propizio! Ei, per vendetta Dell’ucciso Lohràsp, recise al prence Di Turania la testa, alle sue norme, Alla regal sua maestà recando Luce novella. Oh sì! dal trono suo Il re turanio al suol gittò, fe’ illustri Di re Gushtaspe e la fortuna e il nome! :Ratto che udir le risonanti voci Di Turania gli eroi, poser gli orecchi A quelle voci, si confuse incerta La mente di Kuhrèm per la vedetta Che si parlava. Oh sì! l’anima sua A quelle voci si turbò. L’eroe Ratto che intese, a Enderimàn si volse E disse: In notte paventosa e oscura Non può celarsi una tal voce. Oh! quale, Qual cosa dirai tu che in questa notte Voglia accader? Di ciò sermone acconcio Qui farne è d’uopo. Chi disciôr le labbra Osa in tal guisa in questa notte oscura, Al capezzal del nostro re? Qual gioco In tempo d’armi fa il torrier? Davvero! Che a quest’incliti miei si fa l’impresa </poem><noinclude></noinclude> ntwzypaxr3cmx22fss3jdezda1fp9cz Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/177 108 1015556 3870157 3870044 2026-08-04T13:18:52Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870157 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 174 —|}}</noinclude> <poem> Qual è costume de’ regnanti fulgida Fu apprestata una vesta e il messaggiero Nel cospetto real chiamossi allora. Principe Kìsra aggiunse ancor parole All’epistola sua, quale messaggio Di ciò che in cor s’avea. Partian frattanto Bellamente così dal regio ostello I messaggieri e con auguri e lodi Prendean la via; poi giunti al re di Cina, Sciolsero ad uno ad un piena di voti La lingua, e il prence di gran cose esperto Liberò il loco e venne solo innanzi Il suo ministro al seggio suo regale. :I messi allora a sè chiamò, fe’ lungo Sermon di Kìsra, e disse in pria di quello Alto consiglio e del saper sovrano E del senno di lui, del vago aspetto, Della statura, delle sue parole, E aggiunse ancor: Deh! quante son con lui Armate schiere e quanti de’ suoi prenci Hanno suggelli e regi serti? Parlami Dell’opre giuste e de le ingiuste ancora E della terra e de’ tesori suoi, Della corona e de’ suoi prodi in guerra. :E la faconda lingua il messaggiero AUor disciolse e le vedute cose Ricordò tutte al prence suo dinanzi, Così dicendo al re di Cina: Lui Aver non dêi, signot- di nostra terra, In umil grado come fai. Davvero! Pochi son come lui principi saggi, In cent’anni d’età, di nobil volto E sorridente! In case di regnanti, In conviti e battaglie, in dilettose Cacce ne’ boschi, non vedemmo noi Sire giammai che gli sia pari. Quale </poem><noinclude></noinclude> 05uvsu23hssm2uejjm6x8d18wr9h9jx Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/178 108 1015557 3870158 3665793 2026-08-04T13:21:37Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870158 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 175 —|}}</noinclude> <poem> Un cipresso, è davver nella statura Principe Kìsra e d’elefanti ha forza, E la sua mano, in dispensar suoi doni, È qual dell’Indo la riviera. Allora Ch’ei siede in trono è quale un ciel di fede, L’alligator della sventura, allora Ch’egli è in battaglia. Che s’ei cade in ira, Tuona qual nube, e a quella voce sua S’acquetano le belve alla foresta. Ma quando ei beve dolce vin parlando Placidamente, egli rapisce il core Con le calde parole. Egli è sul trono Seròsh beato, un albero regale Che porta frutti, e le città d’Irania Son l’esercito suo, di sua corona Servi son tutti. E quando in piano aperto Raccoglie un’assemblea, l’ampia sua schiera Ne la terra non cape. E là son tutti Di clave armati, aureo-succinti, e tutti I servi suoi bellezza e maestate Han veramente. Ma de’ troni in bianco Avorio sculti, de’ suoi seggi aurati, Dei dïademi e de le armille ancora, De’ monili e di quelli ardimentosi Elefanti ch’egli ha, nessuno in terra II novero qual è per suo costume, Ben sa, fuori che Iddio giusto e verace. Che se pur fosse una montagna in ferro Il suo nemico, egli saria dinanzi Al suo furor qual è di picciol ago La cruna angusta. Quegli sol che stanco Del vivere si fe’, può corrucciarsi Con prence Kìsra e guerreggiar con lui. </poem><noinclude></noinclude> tp0iiaidv6yf7rnu5sibw2d94eophoj Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/179 108 1015558 3870174 3665794 2026-08-04T14:05:02Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870174 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 176 —|}}</noinclude> {{Ct|c=t1|XXX. Proposte di nozze.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1697-1700).}} <poem> :E di Cina il signor, tosto che intese Quelle parole, impallidì nel volto Qual di fiengreco è il tristo fior. Quel core Fu pieno di terror per tal sermone, E parve che al pensier tremendo e grave Quel cerèbro schiantasse. Egli si assise Pieno d’ambascia co’ ministri suoi E così disse all’inclita assemblea: :Deh! qual consiglio in ciò, nobili saggi? Chi dunque di pensier vassene ingombro E ferito di duol? Chi vinse un tempo Nelle battaglie, non si vuol che perda Il nome suo nell’ignominia! — Allora I sacerdoti investigâr ben molte Cose e diverse e disser da sinistra E da diritta favellar, disegni Molti apprestando. Ma il signor di Cina Così disse e parlò: Questa è la via, Chè un uom gagliardo appo il signor d’Irania Invïeremo. Accresceremci grado Con accorto pensier, farem con cura, Vincolo stringerem di sangue ancora Con prence Kìsra. Dietro a’ veli miei Son molte figlie, nobile corona A regal fronte di regine, ed una Al re dei re dedicherò, togliendo Il mio pensier da lui. Ratto che seco Conchiuso fia tal vincolo di sangue. Nessuno contro a me per danni e offese Gli sarà guida. Per la figlia mia </poem><noinclude></noinclude> c2pyc0x7a13scelfq8ajank7b8apc60 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/180 108 1015559 3870175 3866959 2026-08-04T14:08:16Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870175 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 177 —|}}</noinclude> <poem> Avrà diletto e recherà la fronte Alto levata, e, tolto lui, la guerra Lieve gioco sarà per l’armi nostre. :Piacque del sire a’ principi raccolti Il nobile consiglio, ed ei gridaro Tutti a una voce: Questa è sì la via! :Da l’esercito suo trascelse allora Tre valorosi il nobil prence, quali Eran facondi, anche sapean d’altrui Le risposte ascoltar. Schiuse le porte De’ tesori di quante avea monete, E disse poi: Deh! perchè vuolsi ascose Tener le gemme, se non forse gloria Per toccarne o vergogna, o per far doni O per conviti o per guerresche imprese? :Donativi apprestò quali nel mondo Alcun non vide, prence o servo ei fosse, Indi chiamossi tal di regie epistole Scrivano esperto, e quante in core avea Parole ascose, disse ratto. E in pria A Dio creante ei benedisse, altore, Onnipossente e sapïente, e sire Degli astri in ciel, del sol, dell’alma luna, Sire di forza e di vittoria. Sola Egli richiede verità dai servi, Non vuol iattura nella sua giustizia. Benedizioni vengano da Lui All’iranio signor che ha spada e clava Ed elmo di guerrier, di sapïenza Ricco e di trono e di regal corona, Quale ottenne da Dio sempre vincente Ogni dolce desìo con sorte lieta. Ma del mondo il signor, stirpe di regi. Accorto e saggio e di prudenza ornato, Ricco di mente e di giustizia, chiaro Ben riconosce che per l’uom soltanto </poem><noinclude>{{smaller|{{PieDiPagina|{{Sc|Firdusi, VII.}}||12}}}}</noinclude> 955xxzzglvxskxb8g8326kd6wm4sykn Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/181 108 1015560 3870176 3665796 2026-08-04T14:11:36Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870176 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 178 —|}}</noinclude> <poem> L’uom trova pregio, ancora s’egli è grande E valoroso. I messaggieri miei Saggi ed accorti ch’eranmi pur anco E congiunti ed affini, allor che giunsero Dalla tua reggia a questa mia, del sire D’Irania favellar nel mio cospetto Con ben lungo sermon, di sua giustizia, Di sua saggezza, di sua bella sorte, Del seggio suo, dell’inclita corona, Di sua grandezza. E sorse in me desìo Di quella maestà che sì l’abbella, Per che fossimo noi di sotto all’ombra Di sue grand’ale. Ma più cara e dolce Cosa non è del sangue ch’è del core. E un saggio figlio e il nostro cor pur sono Sola una cosa. Che se il prence iranio Una mia figlia chiederà ch’è pura E saggia più d’assai, vaga all’aspetto E di lui degna, ov’ei di ciò si piaccia, Davver! che dolce gli verrà cotesto E giovevole ancor. Non fian disgiunti Terra di Cina e iranio suol, ma sempre Laude di noi s’accrescerà pel mondo. :Sovra un foglio cinese, in molle seta, Scrivean cotesto e col regal suggello Recavano l’epistola cortese Al ministro del prence. Egli scegliea Tre valorosi, in favellar già esperti, Fra’ suoi congiunti, e quei partian da quella Dimora eccelsa. Scesero in Irania Presso a l’inclito re. Kìsra ciò intese, Apprestò ratto la regal corona, S’assise al trono imperïal, di bianco Avorio sculto, e vennero dinanzi A quel nobile seggio i tre gagliardi, Incliti e savi. In tre mantili addussero </poem><noinclude></noinclude> h4ia4ql68g06ilk7va8i805l5t8yp30 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/182 108 1015561 3870177 3868968 2026-08-04T14:17:55Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870177 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 179 —|}}</noinclude> <poem> Lor trentamila fulgide monete E le gittâr liberalmente innanzi All’iranio signor. Più assai del cielo Splendè la terra allor per tanti drappi Di Cina, intesti d’or, d’argento ancora, E i messaggieri, poi che là fûr posti Tutti a seder, benediceano al prence Nell’idïoma ch’è di Cina. Allora Il ministro del prence un degno loco Fece a quelli apprestar subitamente. :Anche si volse in quella notte il cielo, Ma ratto che levò su le montagne Questo fulgido sol la fronte sua, Sul trono suo di splendidi turchesi Il re si assise e una corona in capo Tutta a rubini si posò. Fe’ cenno Che sedessero quivi i sacerdoti E i prenci tutti con gl’incliti saggi E così disse: Qui recate omai L’epistola notata in bianca seta. Al regio scriba la ponete innanzi. :Quegl’incliti si assisero all’intorno Subitamente e venne al re con nobile E fiero incesso Yezdeghìrd. Allora Che all’iranio signor quel regio foglio Letto andava per lui, meravigliava Quell’inclita assemblea subitamente {{Ec|Pel|Del|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/531}} cortese parlar, {{Ec|per|di|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/531}} tante scuse, {{Ec|Di|Per|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/531}} tante lodi che venìano aperte Dal re di Cina. I principi da l’alta Cervice eretta, nobili e avveduti, All’iranio signor gridaron lodi E dissero: Sta in Dio nostra fiducia, Grata volgesi a Dio l’anima nostra, Chè in regal soglio non sedette mai Prence sovrano come Kìsra illustre, </poem><noinclude></noinclude> mwa3ptid58ufunjnhc1yi0sto5sc764 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/183 108 1015562 3870222 3665798 2026-08-05T03:54:27Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870222 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 180 —|}}</noinclude> <poem> Con tal vittoria e maestà, con tale Dignità di monarca e tal saggezza E far cortese e dolce. Egli è in battaglia Un elefante ardimentoso, al tempo Ch’ebbro d’amore egli è, nelle sue cene Egli è un eroe devoto a chi in sua casa Ospite vien. Dinanzi a te, signore, Servi si stanno i tuoi nemici, degni Ov’ei sian di servirti. Ecco! timore Tutto era in noi per agguerrito esercito Che da Ciàci venia, pel re di Cina, Che ha regal serto ed ha tesori; ed ora, Del re dei re per maestà possente, Quegli amico divenne e già si cerca D’un vincolo di sangue col re nostro Espedita la via. Chi fra gli eroi Fior di senno possiede, alta giustizia Nutrendo va, sè stesso accresce. Allora Che di Cina il signor chiaro s’avvide Che poter non avea contro l’iranio, Via con lui si cercò di parentela. Ma non vuolsi indugiar la grave cosa, Che non tocca ad alcuno onta o vergogna Per vincolo con lui. Fino a Bukhàra Da Cina sua l’esercito si stende, Son tutti i prenci sotto a sua difesa. :Come ascoltò quelle parole acconce De’ sapïenti, di que’ grandi ancora, De’ sacerdoti vigili ed accorti, L’iranio sire, d’ogni gente estrana L’aula fu sgombra e del signor di Cina Furono addotti i messaggieri. Molte Fe’ lor carezze il re dei re cortese. Accanto al trono suo gli volle assisi, E quegli eletti in terra ch’è di Ciàci, Videro allor quel principe sovrano </poem><noinclude></noinclude> 4fbxyjgfgv2bzdpe916phx0qu6tcv99 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/184 108 1015563 3870223 3665799 2026-08-05T04:12:24Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870223 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 181 —|}}</noinclude> <poem> Ricco di serti e di regal tesoro E d’armigeri assai. Di lor monarca Ridissero il messaggio i valorosi, Asseverando che di lor parole Verità non tradìan. Que’ caldi accenti Ratto che intese dai cinesi eroi Con sommesso parlar d’Irania il prence, Nobil risposta così fece e disse: :Grande e lodato e sapïente è quello Signor di Cina! Ei sì, per una figlia, Vincol di sangue da me chiede e intanto Per amicizia meco egli s’appresta Del volto. Ma colui che ha senno ancora Con sapïenza, guarda in ogni cosa Del senno suo con la pupilla. Or noi Questo faremo e qui porrem consiglio Inclito e saggio e renderem risposta A quante già dicea parole oneste Il re di Cina. E vuolsi in pria frattanto Che la scelta egli lasci al nostro core In tanta impresa, ch’io cotal che ha senno, Invierò, per ch’ei cercando veda Il gineceo di lui partitamente. Scelgami allor qual donna è più famosa, Qual figlia è più diletta al re di Cina, E vegga sì che, come il padre, stirpe Vanti di re la madre sua pur anco E sovrano poter. Fatto cotesto Che noi dicemmo, alle parole nostre Data giustizia fia per tal connubio. Benedicendo allora i messaggieri A una voce gridâr: Pel re d’Irania Di Cina il prence si rallegra! Ancora Che il gineceo di lui fosse una nube Che gemme intorno piove, ei quelle gemme A Kìsra mai non negherebbe. Scegli </poem><noinclude></noinclude> t2wk4dacd4pmxe9mi8ji3bx69fhj4ke Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/185 108 1015564 3870224 3665800 2026-08-05T04:16:24Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870224 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 182 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> Un sapïente che ne venga al sire Nostro di Cina, e dietro a’ veli suoi Le sue fanciulle che han velate guance, D’altri alla vista non torranno il volto. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|XXXI. Andata di Mihrân-sitâd.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1700-1703).}} <poem> :Queste parole come udì da quelli Il re dei re, la sua fortuna antica Per lui si rinnovò. Chiamossi innanzi Di fogli uno scrittor, molte parole Fe’ del signor di Cina e comandava Che quei scrivesse un’epistola sua, Epistola in risposta, e vi notasse Parole scelte e nobili. E dapprima A Dio fe’ lodi, creator, del mondo Sire sovrano, invitto sempre e altore. Reggesi il mondo per sua legge e voglia, Ed egli è guida all’opere leggiadre Veracemente. Ei fa pregiato e grande Quello ch’ei vuol, solleva al ciel sublime Da un basso loco. Altri si scioglie e libera Da rea sventura, quando a lui l’Eterno Desìa felicità. Ma in tutte cose Buone di me, grazia di Lui conosco; E s’io fo il mal, pien di sgomento è il core. Davver! ch’io non vorrei dentro al mio core Viva l’anima mia, quando perdessi Timor di Lui, speme che vien da Lui! Giunsero i messi con benedizioni, Del re di Cina con parole oneste, E ciò ch’egli dicean d’un mio connubio, </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> 7c8o3imgq9gusz2dith2dg11hw3i7yd Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/186 108 1015565 3870227 3665801 2026-08-05T04:20:02Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870227 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 183 —|}}</noinclude> <poem> Ciò che dicean de le fanciulle intatte Ch’ei nasconde in sua casa, attentamente Volli ascoltar. Mi giubilava il core Per tal vincolo seco, e più d’assai Per quelle figlie sue velate al viso; Ed ecco! ch’io ti mando un uom prudente, Di cui l’anima bella have in gran pregio Senno verace. Egli verrà, secreto A disvelar di me, del mio principio. Del fine ancor di tal connubio. Oh! sempre Di verecondia l’anima tua dolce Mostrisi piena e lieto il core e calda Per noi d’amor la nobile tua stirpe! :Poi che inerte restò, fatto cotesto, Il calamo scrivente, i fogli apposti Ordinò lo scrittor, gli ripiegando; E poi che l’aria fece asciutte e secche Del calamo le stille, in puro muschio Il suggello fu apposto. Ai messaggieri Inclito dono fece il re sovrano, Dono cotal, che ne stupìa la gente Intorno accolta, e scelse poi fra i prenci Saggio un vegliardo, sapïente e accorto, Il nome suo Mihràn-sitàd, con lui Cento trascelse cavalier d’Irania Incliti e illustri e degni assai, facondi In dir parole. Kisra allora al saggio Mihràn-sitàd, in questi accenti, disse: :Vanne tu lieto e con fortuna invitta, Con giustizia ed amor. Vuolsi che teco Lingua anche sia degna di prenci, esperta In favellar, guida ragion ti sia E cor sereno che desìa saggezza. Attentamente il gineceo del sire Tu guarderai, partitamente il bene E il mal ne investigando. Anche nel volto </poem><noinclude></noinclude> henjmsxw0lmh8zlj1ng9cjym4qip3xx Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/187 108 1015566 3870228 3665802 2026-08-05T04:22:16Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870228 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 184 —|}}</noinclude> <poem> Ridente ti farai, con dignitate, Con nobiltà, perchè nessun ti prenda Con destro inganno. Dietro a’ veli suoi Molte ha fanciulle il regnator di Cina, Di leggiadra persona, alte e piacenti, Ed hanno serti. Ma d’ancella o schiava A me la figlia non si addice, s’anche Regnante è il padre suo. Vedi qual sia Vaga fanciulla vereconda e onesta. Che discenda per nascita di madre Da re sovrano. Che se regia stirpe Ell’ha davver con leggiadra persona, Lieto il mondo ne andrà, lieta ella pure. :Mihràn-sitàd, poi che cotesto udìa Dal suo prence e signor, molte fe’ lodi Al regal serto e al regal trono, e poi Da le porte del re, luce del mondo, Rapido uscì nel tempo a lui propizio, Nel giorno di Khordàd. Come ne giunse Novella al prence da l’aperta via, Gente incontro mandò. Ma quando il saggio Entrò dinanzi al principe di Cina, Baciò la terra e fe’ benedizione, E quell’alto signor che amò possanza, Ratto che il vide, sì gli fe’ carezze E loco gli assegnò pregiato ed inclito. :Ma pensoso ei divenne in quella nuova Impresa sua, sì che ne andò a le stanze Di sua donna regal. Quivi egli espose Di prence Nushirvàn parole e detti, E ricordò que’ suoi tesori ancora E l’esercito suo. Giovane, ei disse Alla regina, giovane è pur anco Principe Nushirvàn, accorto assai, Ed è giovane ancor la sorte sua. Dargli sì bramo una mia figlia, e allora </poem><noinclude></noinclude> 8anod1s94r59du5gfml96qx15tmbud7 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/188 108 1015567 3870229 3665803 2026-08-05T04:24:59Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870229 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 185 —|}}</noinclude> <poem> Onor di noi s’accrescerà per essa Rapidamente. Dietro a’ veli miei Una figlia si asconde; ell’è qual serto Di regine alla fronte, e non è in terra Donna regal di sì piacente aspetto. Molti a me la chiedean molte fïate Principi e re, ma per l’amor suo grande In cor non ho desìo di mai levarne Gli occhi dal volto. Quattro figlie ancora Qui son d’ancelle, ancelle e schiave, in core Vigili e saggie, ed io daronne al prence Una con molto amor, per ch’io riposi Dalle querele e dagli assalti omai. :Dissegli la regina: Il loco tuo, Per tuo nobil consiglio e sapïenza, Non uno in terra occuperà. — Su queste Parole accorte egli prendea suoi sonni In quella notte, fin che apparve il sole Alto sul monte. Alla regal magione Mìhràn-sitàd ascese allora e al trono Del re di Cina s’accostò, l’epistola Porgendo imperïal. Di Cina il prence, Letto quel foglio, giubilando rise Per tal nobile scelta e per quel patto, Porse del gineceo ratto la chiave Di Kìsra al messo, e, Va! dissegli, e quella Ch’è figlia mia, per via secreta ammira. :Quattro valletti andavano con lui, E di Cina il signor fiducia avea In essi tutti. Come udì que’ detti, Mihràn-sitàd la chiave si prendea Con que’ paggi devoti; e ratto ei schiuse La porta alla magion de le fanciulle, E nell’entrar parlavano con lui I paggi intenti: Quelle che vedrai Nel tuo passaggio nobili fanciulle, </poem><noinclude></noinclude> 4i7zzn2zyku9q4fsz530i4o6hq2z6vr Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/189 108 1015568 3870230 3665804 2026-08-05T04:27:47Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870230 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 186 —|}}</noinclude> <poem> Mai non fùr viste da quest’alma luna, Non dagli astri o dal sol. — Ma il gineceo Adorno si mostrò qual paradiso, Pien di fanciulle come lune o soli, Pien di dovizie. Cinque eran sedute Su troni eccelsi giovinette vaghe Dal volto di Perì, con dïadema Sopra la fronte e d’ornamenti un ampio Tesoro alla persona. Oh! ma la figlia Della regina serto non avea, Non braccialetti, non collana avea, Non gemme attorno. Avea sola una veste Sul colmo petto e una corona in fronte Di nerissimo crin, dono di Dio, Nè avean le gote sue d’artificiosa Pittura il pregio, ma da Dio soltanto Avean bellezza ed ornamento. Ell’era Quale un cipresso su cui splende in alto Nuova la luna, e per suo dolce aspetto Tutto lucea quel suo novello trono. :Ratto ch’entrò Mihràn-sitàd e volse Lo sguardo attorno, come lei nessuna Di vago aspetto là scoverse, e allora. Egli di vigil cor, d"alto consiglio, S’avvide sì che lungi da giustizia Eran di Cina il prence e la sua donna. Ma la fanciulla con le mani sue, Qual con un drappo, gli occhi si coperse, Sì che del saggio rinnovossi in core Turbamento di pria. Disse ai valletti: :D’Irania appo il signor molti son troni E serti e armille, ed io costei ch’è priva D’ornamenti e corona, ecco! mi scelgo Poi ch’ella è degna di grandezza. Venni Per buona farmi elezion con grave Stento fin qui, non per cinesi drappi. </poem><noinclude></noinclude> eaiv6xxjzn7zolex8tb01wb7la0buyx Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/190 108 1015569 3870231 3665805 2026-08-05T04:30:17Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870231 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 187 —|}}</noinclude> <poem> Vecchio, gli disse la regina, sola Una parola non sai dir che tocchi Il cor nel petto. A regie donne invero Che han regia maestà, nobil consiglio, Che son luce del cor, giunte di nozze Al dolce tempo, in lor statura adorna Pari a cipressi veramente, pari Nelle lor gote a bella primavera, Nobil signore atte a servir, tu dunque Anteponi così una bamboletta Immatura pur anco? Oh! tu non hai Giusto consiglio in ciò! — Cotal risposta Mihràn-sitàd le diede: Anche se volgesi Via da giustizia il principe di Cina, Ben può saper che vecchio insano e stolto, Per trista elezïon, dir mi potrebbe L’iranio prence, re del mondo. Questa Scelgo, gradita a me, che qui si asside Sovra seggio d’avorio e non ha intorno Dalla persona braccialetti fulgidi, Non collane, non serti. E se cotesto Non è consiglio d’est! prenci, allora Che precetto vi sia, tornerò a dietro. :Volse il pensiero la regina a sue Parole e venne meraviglia in lei Per l’opra sua, per suo consiglio. Intanto Uscia di là quell’uomo accorto e saggio, Della regina dal cospetto, e andava Di Cina al prence e i casi intravvenuti Gli ridicea. Poi che turbato il vide Il nobile signor, chiaro ei conobbe Ch’era costui di mente alta ed eletta, Vegliardo illustre, grande assai, e degno D’opre sottili, e tosto, ei saggio e accorto, Là si sedette co’ ministri suoi E dall’aula regal sgombrò la turba. </poem><noinclude></noinclude> 1vvhit6316jtlb6jyd00oqtvweoqxse Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/191 108 1015570 3870232 3665806 2026-08-05T04:32:25Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870232 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 188 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> :Dell’inclita assemblea come fu sgombra L’aula regale, astrologi e indovini E prenci ancora e quanti erano duci E capi in essi, entravano dal sire Con tavole astronomiche di Grecia Sorrette in mano, ed ei fe’ cenno allora Che qual si avesse in petto amor per lui, I computi del ciel tutti cercasse. E il sacerdote a contemplar le stelle Ratto si pose pel regal connubio, Del re di Cina per la dolce impresa, E così disse alfin: Deh! nobil sire, Non corrucciar per male che tu attenda, In petto il core, che per sorte lieta La gran faccenda fia compiuta, e il fato In mal soltanto conterà consiglio De’ tuoi nemici. Di quest’alto cielo Tale è l’arcano, tali gli astri e tale Il volgere ch’ei fan con dolce frutto! Da questa figlia del signor di Cina E dai lombi del re, principe tale Verrà, di seggio imperïal ben degno, Che i prenci tutti de la terra a lui Benediranno con gli eroi di Cina, Ricchi di pregi e da l’eretta fronte. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|XXXII. Nozze della figlia del principe di Cina.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1703-1705).}} <poem> :Giubilò il core al principe di Cina Ratto che intese e ne sorrise ancora La regal donna, come sol leggiadra. E perchè da ogni inganno ordito in pria </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> sqmeex2d88e0hqftpyon4m1cke9tzsw Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/192 108 1015571 3870235 3665807 2026-08-05T04:42:22Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870235 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 189 —|}}</noinclude> <poem> Avean disciolto il cor, d’Irania il messo Vollero assiso in lor presenza e dissero Parole assai ch’erano all’uopo, intorno Alla fanciulla di tal regia donna, Qual s’ascondea nelle sue stanze. Allora, Del re dei re, vincente ognor, nel nome, Prese Mihràn-sitàd la giovinetta, Egli, mezzano, presela, e di Cina Il nobile signor diella a quel saggio, Diede colei che sola egli si avea Di regal donna figlia eletta. Vennero Con doni allora da gittarsi attorno Paggi e valletti, vennero in letizia Al re sovrano, ed apportâr tesoro Adorno e pieno, ov’erano dovizie D’ogni maniera con monete fulgide, Gemme, serti e collane, e palanchini Tutti a turchesi e un trono in bianco avorio E un altro ancora in aloè costrutto D’India fiorente, in fulgid’or, con molte E varie gemme ivi confitte e inteste. Ognun de’ paggi una corona avea Imperïale, cento palafreni, Cento cammelli con imposti carchi E selle artificiose. Ed era il carco Di que’ cammelli in drappi rilucenti, Opra cinese, e de’ cavalli al dorso Apposte si vedean dipinte selle. Quaranta eranvi ancor drappi ravvolti, Drappi a broccato, d’un color lucente, Qual di tessuto d’or, posti nell’oro Verdi smeraldi. Fece carchi cento Cammelli ancora il nobil re di ricchi Tappeti, anche trecento ivi condusse Intenti paggi, e tutti ei vide in sella Ratto balzar, con un vessillo in mano Qual è di Cina ancor nobil costume. </poem><noinclude></noinclude> rd3dnvriu8zni0kvgjykpf8qr82uyeh Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/193 108 1015572 3870236 3665809 2026-08-05T04:44:19Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870236 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 190 —|}}</noinclude> <poem> :Indi, quel re di sorte vincitrice Fe’ tal comando: Su l’erette schiene Degli elefanti deh! ponete omai Eccelsi troni, ed argentine piastre, Auree pur anco sian confitte in essi, E gemme intatte in quelle piastre. — Allora, Lo splendido vessil di regio drappo Tessuto in Cina, tal, che veramente Per l’ampio drappo tolta era alla vista Tutta la terra, fe’ levar dal loco Per cento ardimentosi e fino al cielo Dalla pianura sollevar. Ma d’oro I palanchini in bella guisa ornati Eran di drappi, e su que’ palanchini Erano gemme ancor non tocche. E allora Che trecento venìan con la fanciulla. Vaga qual luna, giovinette ancelle, Liete nel cor, con sorridenti volti, D’Irania al sire la sua dolce figlia Mandò l’inclito re. Ne andò con essa Armato stuolo in quella via; ma innanzi Andavano da lei quaranta paggi, Eunuchi eletti, con allegro core. :Come fu sciolto da coteste cure Di Cina il prence, regio scriba a lui Venne dinanzi, e recò muschio ed acqua Di rose e fogli di lucente seta. Indi scrisse un’epistola regale Nella foggia d’Arzhèng, ricca di fregi E d’ornamenti e di vivaci tinte, Con olezzo soave. E in pria fe’ lodi A Dio creante, reggitor del mondo, Vigile sempre, che ogni cosa vede, Qual già, per tutte cose ch’ei creava, A quel destin ch’ei pose, il cammin volge D’ogni suo servo. È la corona mia </poem><noinclude></noinclude> 0r9nc065jzm2fuyc6iygmq14p7rb9ax Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/194 108 1015573 3870237 3665810 2026-08-05T04:46:24Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870237 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 191 —|}}</noinclude> <poem> Il re dei re d’Irania bella, scrisse, Nè questo patto suo da me si fece Per la mia figlia; ma perch’io pur sempre Ridir da’ saggi udia, da’ sacerdoti Di vigil cor, da’ principi valenti, Di sua grandezza imperïal, di quella Maestà regia e dignità sovrana, La via sì mi cercai di tal connubio Con sì gran prence, che per l’ampia terra È dator di giustizia. E un re del mondo Non cinge come lui regal cintura; E con tal possa e ingenito valore, Con tal vittoria e tal grandezza e tale Maestà regia, con tal seggio e tale Corona imperïal, con tal giustizia E sapïenza, con tal fede in Dio, Con tal senno verace, Iddio dall’alto, Santo, l’alleva. Ed ecco! io già mandai La figlia mia, la dolce mia pupilla, A prence Kìsra, quale è mio costume, E sì le comandai ch’ella gli fosse Pari ad ancella, ratto che del sire Entri nel gineceo, sotto a que’ veli, Senno apprendesse da quel senno suo, Da tanta maestà, costume e studio Anche apprendesse da lui sol. Ma intanto A te sia guida la propizia sorte Con giusto senno, la grandezza tua, La sapïenza tua ti sian sostegno! :Fu apposto allor con muschio ch’è di Cina, A quel foglio un suggel. Porselo al messo Il re di Cina e benedisse a lui. Indi a Mihràn-sitàd ricca una veste Fece apprestar. Non ricordava alcuno Che simil veste principe del mondo A estranio messaggier donata avesse </poem><noinclude></noinclude> 3wkyn75o14kc54l0op3zjv8lhgba3z9 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/195 108 1015574 3870238 3665811 2026-08-05T04:49:38Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870238 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 192 —|}}</noinclude> <poem> In aperto o in secreto. Anche suoi doni Fece a’ compagni dell’iranio messo Il nobile signor, lieti ei li volle Di muschio eletto e fulgide monete, Indi ne andò con quella figlia sua, Con le ricchezze ivi per lei raccolte, Con muli sì, con elefanti ancora Adorni e belli, fin che giunse all’alte Del fiume di Gihùm lontane sponde. Là giunse con le ciglia e molli e piene Di lagrime di sangue. Ei ritornava Gonfio nel core d’un acerbo affanno Del Gihùn da le spiagge; ei ritornava Congiunto a fiero duol per quella sua Figlia diletta, ch’ei là stette in pria Fin che il fiume passâr que’ vïandanti E si fermâr dall’altra sponda in loco Fermo ed asciutto. Come giunse poi In iranico suol novella certa Venir Mihràn-sitàd, incliti doni Diede la gente e la novella sparse, Tutti d’Irania al nobile signore Benedicendo e al re di Cina, lieti E giubilanti in cor per doni eletti, Per cose molte prezïose e belle Da gittarsi all’intorno, ospiti tutti, Amici tutti. Per città, per vie Posero adornamenti ed apparati, Alla figlia regal gittâr monete. :Per l’Amùy, per la via di quel deserto Campo di Merv, era la terra tutta Adorna sì, qual è di fero augello Piuma dipinta. E fin che giunse l’inclita Scorta in Bestàm ed in Gurgàn, ben detto Avresti allor che questo ciel lucente Non si vedea da questa terra amena </poem><noinclude></noinclude> 0jv8n0pze447jiplirpgyhy6hhc3ii7 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/196 108 1015575 3870239 3866960 2026-08-05T04:52:08Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870239 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 193 —|}}</noinclude> <poem> Per tanti archi e apparati in ogni campo, In ogni erma città, per l’ampia via Da tal gente percorsa. E venner fuori Uomini e donne e piccioletti infanti Da’ lor castelli e s’adunâr su quello Sentier di lei che sen venia di Cina, Idol leggiadro. Ma dall’alte case Gittâr monete su quell’ampia scorta, E muschio ed ambra mescolando insieme; Coppe d’aromi si mescean pur anco, E piena d’un fragor di corni e tibie E di timballi iva la terra. Ancora De’ palafreni la cervice eretta Di vin, di muschio, molle si vedea, E sotto al piè de’ vïandanti insieme Eran monete e zucchero. Davvero! Che per alto fragor di trombe e corni, Di lïuti e ribebe, in quella terra Loco non era ai dolci sonni, loco Non era al riposar. Ma quando giunse La giovinetta al gineceo del sire, Kìsra guardò nel palanchino e un agile Cipresso vi scopri su cui splendea Vago cerchio di luna. In su la fronte Un serto ella si avea di biondo sùccino, E un altro serto erale il crine a ciocche, Nerissimo, e qual nobile catena Tutto a nodi e a cincinni. Erano i nodi Insiem congiunti per leggiadra guisa, Insieme attorti e come per incanto Intrecciati fra lor. Parean davvero Morbidi anelli, con fragranze elette, Posati là sovra le rose, e sotto A quegli anelli volto si vedea Qual è dell’astro ch’è di Giove. Attonito Principe Nushirvàn restò per lei, </poem><noinclude>{{smaller|{{PieDiPagina|{{Sc|Firdusi, VII.}}||13}}}}</noinclude> sc3v2qww32e4h9xqvjr04scxnl438tt Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/197 108 1015576 3870240 3665813 2026-08-05T04:55:14Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870240 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 194 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> Sì che il nome di Dio molto invocava Su la leggiadra, e le scegliea pur anco Orrevol loco. L’adornâr per lei, Vaga qual luna, di tal sire i paggi. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|XXXIII. Andata di Nûshîrvân in Tîsifûna.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1706-1709).}} <poem> :Poi che giunse novella al re di Cina D’Irania bella e dell’iranio prence E di tal gioia per la figlia sua, Beato ei sì giocondo e giubilante Pel novello connubio, ecco! sgombrava Il nobile signore e Soghd e Giaci E Samarkànd e la corona sua Mandava in Kaciar-bàshi. Allor che uscìa Da quest’ampie città la gente armata, Guardiani mandò su le frontiere L’iranio prence. Si rinnovellava Di Nushirvàn per la giustizia eletta La terra tutta e garzoncelli e vecchi Dormìan supini in bella pace. Allora Benediceano a lui, prence d’Irania, Tutte le genti in ogni loco attorno, E levando le palme a questo cielo, O allo spazio ed al tempo alto Fattore, Dicean compunte, serba intatto e fermo Questo amor di giustizia in prence Kìsra, Storna dall’alma sua della fortuna 1 tristi colpi, che per sua grandezza E l’alta maestà lungi dal mondo In aperto e in secreto il mal ne andava. :Quando giunse in Gurgàn per la sua caccia L’iranio sire, discoperto il volto </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> rt0z1j8aspi43urempzkeww64at0jis Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/198 108 1015577 3870244 3665814 2026-08-05T05:03:21Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870244 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 195 —|}}</noinclude> <poem> Nessun vedea del re di Cina. Pace E sonno e cibo a’ cavalieri suoi Eran perduti, e la dipinta sella Nessun de’ cavalieri al suo leardo Togliere osava allor. Trecentomila Eran Turani in quella terra sparsi, Loco non era di battaglie o d’armi In quella terra, nè degli archi incurvi Tendere si potean gli attorti nervi, Che là non prence rimanea di Cina, Non servo rimanea. Tanta di regi D’Irania v’era maestà con alta Grandezza ancor di Nushirvàn, che assalti Egli inferìa nella sua caccia ai feri Leoni agresti. Ma pel nome illustre Di sì gran re, per la sua chiara stella Questo era sì che la fortuna amica Al suo trono regal stava congiunta. :Adunavansi poi principi e duci Di quel deserto suol, d’Amùy lontana Fino a Ciàci e Khotèn. Dissero allora: :L’ampie città, già piene di giardini. Di palestre e di torri e di palagi, Da Ciàci e Samarkànd fino a le spiagge Del Terèk, fino a Soghd, vuote e deserte Son tutte inver, nido di gufi. Ancora In Geghàn, in Shiknàn, in Balkh munita, In terra di Khatlàn, fosco ed amaro D’ogni mortal si fece il dì. Bukhàra, Zem, Kharèzm ed Amùy sempre con duolo E con affanno rammentiamo noi, E per l’opere ingiuste ed i tumulti Dell’estinto Afrasyàb, loco di pace Alcun non ha, loco non ha di sonno Veracemente. Quando venne un giorno Prence Khusrèv, per lui siam noi risorti, </poem><noinclude></noinclude> 84rr2emyvh184b4wbf74m41aekh1xt9 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/199 108 1015578 3870245 3868969 2026-08-05T05:06:42Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870245 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 196 —|}}</noinclude> <poem> E il mondo riposò dalle contese. Ma quando venne Argiàspe vïolento, Pieno d’affanno e di perigli andava Tutto questo confin. Venia d’Irania Gushtàspe a guerra far, nè vide Argiàspe Loco d’indugi allor, sì ch’ebbe pace Dall’opre sue la terra tutta. Oh! mai Amico non gli sia quest’alto cielo! Tosto che re Nersì fu prence e duca, Ogni confin di nostra terra colmo Fu d’alto affanno, e quando il loco suo Shapùr figlio d’Hormùzd ratto si prese E Nersì non potea nel suo spavento Scernere il piè dal capo suo, la terra A giustizia si volse e fu tranquilla, E d’Ahrimàne da mal far la destra Fu avvinta allor. Ma quando il re di Cina Tolse l’impero a Yezdeghìrd, la mano Rapidamente egli distese al male, Fin che ne venne, principe del mondo, Monarca Behram-gòr. Per lui soltanto Il re di Cina pien d’affanno andava, Pien di sgomento, e per la sua giustizia Vennero le città qual paradiso. Disperse omai l’opre men belle e ingiuste. Ai giorni di Pirùz, {{Ec|piene|piena|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/531}} di sangue, Dì corruccio e di duol fece la terra Ardito Khoshnavàz. Deh! mai non viva Fughanìsh figlio suo, non un de’ suoi Ingiusti e rei, non un di sua famiglia! Ed or, poi che ci tolse la frontiera Principe Kìsra e sollevò di noi Inclito pregio, deh! rimanga eterno Il suo consiglio e resti a lui concorde Il mondo intero! Poi che tal giustizia Vede la terra a’ nostri dì, travagli </poem><noinclude></noinclude> jt8srd4dkmfrzj6ow77oze12tie5zyf Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/200 108 1015579 3870246 3665816 2026-08-05T05:09:32Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870246 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 197 —|}}</noinclude> <poem> Non vedrem noi, non spargerem più sangue! :Dal turanico suol, da quella terra D’Heytàl e di Khotèn, gente adunavasi Al Gulzarryùn. Da tutte parti, ov’era Sperto di cose o sacerdote o prence Integro e accorto e sapïente assai, Quei ch’era consiglier fra quella gente D’eroi turani, a lui n’andò; ben grande Schiera s’accolse. Egli ebbero soltanto Cotal disegno, andarne con lor doni All’iranio signor. Com’egli giunsero Da prence Nushirvàn, tutti d’un core E d’una lingua là giugneano, e allora, Per tante genti là raccolte, quella Regal dimora fu cotal, che chiuso Anche a formiche ed a volanti insetti Ogni varco restò. Tutti chinarono Al suol la fronte ed all’iranio sire Tutti fer voti e dissero compunti: :O re, servi noi siam, per tuo comando Siam vivi noi su questa terra. Tutti Usi siam noi levar la fronte in armi Per guerra far, per l’aride campagne Alle belve squarciam la fulva spoglia. :Accolse il re dei re gl’incliti doni Da quelle genti, ed elle già partìano Da l’aula imperïal. Ma prence e capo Erane Fughanìsh; dietro gli andava Di giovinetti armigeri uno stuolo. :Poi che si piacque di cotesti eroi Il nobil sire, nella reggia sua Il maggiordomo entrò. Molte fe’ inchieste A que’ gagliardi e fe’ carezze assai, Indi in ogni castello orrevol loco Volle a tutti apprestar. Ma il re de’ regi, Fedele a Dio, da quell’eccelso trono </poem><noinclude></noinclude> hcbzkq71diclpkxah5yx4f3u0clgiqv Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/201 108 1015580 3870247 3665817 2026-08-05T05:11:44Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870247 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 198 —|}}</noinclude> <poem> In che sedea, discese a terra e a Dio Adorando sclamò: Signor che superi Ogni mutar della fortuna in cielo, Consiglio desti a me con sapïenza E maestà! Deh! tu mi sii pur sempre Guida secura nella sorte amica E nell’avversa, per che ognun che ascolti Di me novella, di grandezza il serto Più non osi agognar, ma di mio servo Prenda costume, e niun dell’aspra guerra Velenoso desire abbiasi in core. Gli augêi su le montagne e i muti pesci Nell’acque già non osano a’ lor sonni Sè stessi abbandonar, tosto che al sonno Io m’abbandono; che di me custodi Son le belve del campo, e servi miei I prenci sono della terra. Oh! quello Che tu eleggi, o Signor, non è dispetto, Vile non è! Signor di questa terra Fuor di te non è alcun, che tu mi dai Forza guaggiù, perchè non pur si dorma Formica errante per me al cor trafitta. :Così molto piangea dinanzi a Dio Il gran monarca. Vedi tu qual visse Principe in terra che gli fosse uguale! :Dal. loco di sue preci ecco! ei tornava Al regal seggio, e la partenza intanto Da Gurgàn s’apprestò. Levossi un alto Clangor di tube da la reggia e un suono Di timpani di bronzo, e ratto in sella L’esercito balzò, le provvigioni Tutte apprestando, ricordando Iddio Dator di grazia. Computo si fece De’ cinti allor, de le corone fulgide, Delle monete e de’ lucenti drappi. Del tesor de le gemme e de’ tesori </poem><noinclude></noinclude> ojlgrmeboprvurkgjlrqhwj1x80lj6k Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/202 108 1015581 3870248 3665818 2026-08-05T05:14:39Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870248 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 199 —|}}</noinclude> <poem> Colmi di dramme, de’ cavalli adorni, De le fanciulle che han velate guance, Di lor corone, ancor de’ palanchini Tutti a turchesi e degli eburnei troni. In arcioni balzâr subitamente I giovinetti paggi, al cor diletti, E i servi tutti d’ogni schiera e tosto Ver Tisifùna l’ampio suo corteggio Invïava il gran re; ma precedea La cinese fanciulla. In lieti auspici E con alma serena ivan con lei Attorno attorno eunuchi e servi. Ancora Mihràn-sitàd venia, de’ sacerdoti Il maggior duce, con la giovinetta, Del principe di Cina inclita figlia. :Scesero intanto verso Tisifùna Provvigioni e tesori, ed un esercito Menava il re tutto in un gruppo, e v’erano Eroi nobili e grandi, e a piè ne andavano D’Azer-abadagàn verso la terra. Là, d’ogni terra, si raccolse allora Ampia una schiera, di Ghilàn, di quella Gente ancor di Dilèm; dalle montagne Di Balùci pur anco e dai deserti Di Sarùci remota incliti eroi Venner di Lùci con incesso fiero, Tutti con doni e con offerte, innanzi Al recinto regal. Ne giubilava L’inclito sire, che ritratti a dietro De’ lupi agresti già vedea gli artigli Da’ pacifici agnelli. Oh! da quel tempo Che il mondo fu, per le città vicine Altro non fu che duol con molta angoscia De’ Balùci per colpa. Or di re Kìsra Per l’alta maestà, volgea diverso In costume ed amor quest’alto cielo. </poem><noinclude></noinclude> 8qxp9i9zfrx6wpkyb09i8b7bg2dotyu Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/203 108 1015582 3870250 3665819 2026-08-05T05:17:00Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870250 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 200 —|}}</noinclude> <poem> Per ogni loco ove passava esercito, Lungo la via non devastava i colti Campi nessuno, e niun dagli altri mai Pane od acqua chiedea, ma per la via Ognun pe’ sonni suoi loco apprestava. :In cotal guisa, l’inclito signore Si volse attorno all’ampia terra, e intanto A ogni loco vedea campi e deserti, Vedea di seminati in ogni parte Ripieno il mondo, piene di giovenche, Piene d’armenti di pecore attorno, Campagne e valli. E quella terra ancora Che feconda non fu, dove nessuno Vide giammai semi gittati o messi, Or che il gran re sì la guardava, piena Di frutti ei la trovò, figli rinvenne In ogni ostello. De le piante i rami Curvi si fean pei molti frutti accolti, Per quella maestà di re sovrano. Per la fortuna sua sempre vincente. :Ad una stazïon giunse la schiera, E là sen venne, per la via, del greco Imperatore un messaggier valente Appo l’inclito re, con doni eletti. Con bianco argento e un seggio d’or, con greci Drappi e gemme di Grecia e tante offerte, Che restavane ingombra e ricoperta Superficie di suol. Cotal tributo Di Grecia mai non era giunto, e v’erano Dieci pelli di buoi colme di dramme. Che il greco Imperator così mandava Tributi e offerte d’anni tre. Con quelle Inclite offerte un’epistola ancora Era del greco Imperatore al nobile Signor d’Irania già notata e scritta. :Posero là dinanzi il messaggiero </poem><noinclude></noinclude> nk1hg51zorhwdzblus968g75o9k27of Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/204 108 1015583 3870251 3665820 2026-08-05T05:20:18Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870251 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 201 —|}}</noinclude> <poem> A un alto seggio, e attese il re che il foglio Letto si fosse. Detti caldi in esso Scritti quel prence avea per quante cose Preceder fea d’Irania al suol. Di queste, Disse, più ancora un giorno invïeremo, Ch’elle sono per te sola un’offerta. :Il re sovrano 1 ricchi doni accolse, Balzò in arcioni al suo destrier, sen venne D’Azergashàspe al nobil tempio. Allora Ch’ei da lungi scovrì delle preghiere Quel sacro loco, si velâr di lagrime Le gote sue, sì ch’ei balzò d’arcioni Rapidamente e il fascio in man si tolse Delle verbene e mormorò sue preci. Indi si tacque. Supplicando allora Venne dinanzi al sacro Fuoco e quivi Adorando restò, fe’ lodi a Dio, Autor del mondo. Ma la copia eletta Che recata egli avea d’oro e di gemme, Al tesorier del sacro Fuoco ei porse Tutta d’un tratto e a’ sacerdoti attorno Dispensò argento ed or, vesti ingemmate Lor donò liberal, sì che per lui Quelli arricchìan subitamente e innanzi Al sacro Fuoco ne venìan pregando E supplicando. Mormorando preci, Benedissero a lui, sire del mondo, Facitor di giustizia, ed egli intanto Di là scendeva in Tisifùna e tutta La terra intorno, per l’accolto esercito, Parea di Bisutùn l’erta montagna. Ma intanto il giusto sire auro ed argento A’ poverelli dispensava in ogni Castello ov’ei scendea, sì che per tante Ricchezze che ne andâr disperse allora. Piena la terra fu d’auree monete </poem><noinclude></noinclude> p8nfjfaqh8z4jcegsm5d4zhdytodxas Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/205 108 1015584 3870252 3665821 2026-08-05T05:22:16Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870252 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 202 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> E dì tesori. Poi dì là sen venne A città di Madàyn, là ’ve serbata Era la chiave de’ tesori suoi, Quando Mihràn-sitàd innanzi a lui La donzella adducea, bella qual rosa Fiorita in Cina, con quaranta savi. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|XXXIV. Pace per tutto il mondo.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1709-1711).}} <poem> :Poi che sen venne al trono suo regale Principe Kìsra con pomposo incesso, A sorte amica già congiunto, il mondo Qual paradiso tutto adorno e bello Per la giustizia sua, per l’opre sue, Per l’opulenza, si fe’ tosto. Il mondo Riposavasi allor da le battaglie In ogni loco, da le bieche imprese Dell’ingiustizia, dal versar del sangue, Rinnovavasi allor per quella sacra Maestà di tal re. Detto tu avresti Che ambe le mani al male oprare avvinte Erano allora, che rapine ed impeti Ignoravan le genti e l’arte rea Di stendere a mal far pronta la mano; Sotto al comando entravano del sire, A dritta via tornavano i mortali Da tenebroso e disleal costume. Che se qualcun perdea sul suo sentiero Monete alquante, ogni ladron fuggìa Da tal dovizia, nè toccava; ancora in acqua o in terra o in tempo ch’è del sonno, in chiaro giorno, per timor di quello Primo signor del mondo e per la sua </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> 2oh5qmwmirqmsh2ts6sux3455nax4vd Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/206 108 1015585 3870255 3665822 2026-08-05T05:26:28Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870255 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 203 —|}}</noinclude> <poem> Fiera giustizia, a drappi ed a monete Non riguardava con intenta voglia Un reo più mai. Davver! che s’adornava Qual paradiso questa terra, e piene Eran valli e campagne intorno intorno D’alta ricchezza! Scrissero frattanto In ogni terra un’epistola adorna, Ad ogni illustre, ad ogni prence, e allora Pei mercatanti che venìan di Cina E di Turania, da Siklàb, da tutte Le terre intorno, in simil guisa, in tanta Copia di drappi in seta ch’è di Cina, Di vescichette di muschio odoroso, In tanti greci adornamenti e in quelli Che d’India anche venìan, fu qual giocondo Paradiso del ciel l’iranio suolo; Era la terra un’ambra eletta, in oro Ogni mattone d’ogni ostello. Intanto, Ad Irania volgea ratto la fronte La gente allora e da fatiche ed alte Contese alfin si riposava. Ancora Detto avresti! che dell’aria le stille, In dì piovoso, un’essenza di rose Eran davver, quando posava omai Da morbi ogn’egro e da cure di medici Dogliose e gravi. In opportuno tempo Scendean sui fiori le rugiade fresche, Nè per piogge dirotte avea rancura Il buono agricoltor. D’erbe virenti Andò piena la terra e di quadrupedi; Valli e pianure di leggiadri fiori, Di capanne e di case in ogni loco Vedeansi piene, e parve ogni ruscello Un mare allor. Splendean vivide rose Negli orti sì, come su in ciel le Pleiadi. :In Irania apprendean lingue d’estrani </poem><noinclude></noinclude> dsdn3iyxmzqbmstpu3wubxajeqe0h2c Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/207 108 1015586 3870256 3665823 2026-08-05T05:28:58Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870256 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 204 —|}}</noinclude> <poem> Le genti ancora e davan luce all’alma Per sapïenza; e de’ mercanti ognuno D’ogni terra, di Cina o di Turania, D’India o di Grecia, a tal principe e duca Lodi gridava, e per foraggi accolti Crescean mandre ed armenti. Ognun che avea Contezza di saver fra tanti illustri Esperti in favellar, sovra le porte Del re n’andava, e pregio indi ne avea Ogni saggio, ogni prence e sacerdote, E temea di castigo ogni più reo. Ratto che il sole fea leggiadra e bella Questa terra al mattin, chiara una voce Dalla reggia sorgea. Servi del sire Dell’ampia terra, si dicea, del core Non serbate nell’intimo alcun reo Pensiero mai. Chi tollerò fatica Per opere ch’ei fe’, tocchi ricchezza Di sua fatica entro misura, e voi Dite pur anco al maggiordomo, ond’ei Vostra mercede a noi dimandi. E allora Che creditor per la sua via discenda Monete a dimandar da chi potere Non ha di tanto, già non vuolsi mai Che aggia rancura il poverello. Paghi Col mio tesoro il tesorier quel suo Debito grave. Che se alcun lo sguardo Porrà su donna altrui, ratto che venga Di lui l’accusator nel regio ostello. Quei non vedrà che career tetro e un palo Alto confitto, e il palo ha le sue frecce, E il career tetro ha i ceppi suoi. Se alcuno In alcun loco libero e disciolto Un palafreno troverà, per cui Qui nella reggia si lamenti e lagni Il borgomastro, spargasi in quel campo </poem><noinclude></noinclude> 1jfpe5pt5b840mh5sac8lrkgqxkhxlg Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/208 108 1015587 3870257 3665824 2026-08-05T05:31:45Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870257 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 205 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> Il sangue del destrier, n’abbia le carni Chi offesa ne toccò; rimanga a piedi Senza cavallo il cavaliero intanto, E, perdono a cercar, vengane al tempio D’Azergashàspe. Il nome suo cancelli Da’ suoi registri l’ispettor, distrutto L’ostel ne cada in forza altrui. Per colpa Che maggiore o minor fia di cotesta, Chi la commise ratto a minor grado Scenderà da maggior. Consenzïente A peccata d’altrui non è il monarca D’Irania bella; ei solo entro la reggia Chi è giusto accoglie. Che se alcun la nostra Via non gradisce, nel regale ostello Mai non avvenga ch’ei mostrarsi ardisca! </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|XXXV. Ammonimenti di Bûzurc’ mihr.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. l7ll-1719).}} <poem> :Un dì, si assise giubilante in trono Il re del mondo e i principi raccolse, Di gran saper, nell’aula. Egli parole Dicea ridendo e la fronte spianava, Quando di contro al seggio suo sedette Bùzurc’ mihr sapïente. Ei benedisse All’inclito signor, sì che giocondo Si fe’ quel cor qual lieta primavera, E incominciò: Deh! principe che volto Hai sorridente (e l’uom maligno e reo Verbo non trova a te di contro mai), Beato re dei re che hai vincitrice La tua fortuna, o signore del mondo Con sapïenza e con gioconda sorte, In pehlèvica lingua alcuni detti </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> p27415bg985kdukfqid103bckg2xtcq Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/209 108 1015588 3870334 3665825 2026-08-05T08:10:53Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870334 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 206 —|}}</noinclude> <poem> Io già notai, su libro e sovra carte Imperïali. Al tesorier già il porsi, Perchè tempo venisse allor che il sire Legger potesse il libro mio; ma vidi Che la volta del ciel lenta e infingarda, Il mio secreto a disvelar, non scioglie Le labbra sue. Se levasi il mortale Dal seggio suo di splendido convito, Se l’anima abbandona a le battaglie E da’ nemici libera e francheggia La terra sua, se dagli assalti iniqui Di gente addetta ad Ahrimàn protervo Sicuro ei va, se principe del mondo In ogni parte egli è, se di sapere Trova parole in ogni alto soggetto, Se l’ampia terra col valor suo grande Ei si conquista e fa palagi e torri E giardini e palestre e aiuole a rose, Se accumula tesori e schiera aduna Di dolci figli suoi, se molti giorni Ei va contando a suo desìo concordi, Se esercito e ricchezze egli raduna E la sua casa e l’aula sua leggiadre Si fanno e vaghe, e dove sia nel duolo Un poverello, da ogni parte mena Tesori a lui con molto nome e gloria Raccogliendo per lui per tutte vie E difficili e piane, ecco! che il suo Vivere in terra di cent’anni mai Non varcherà confin. Polvere ancora Ei tornerassi e la fatica sua Infruttüosa rimarrà, lasciando Al suo nemico il suo tesor. Non figli, Non trono a lui, non dïadema in terra, Non ostello regal resterà incolume, Non tesor, non esercito. Caduto </poem><noinclude></noinclude> g7wlh3ynca6vruz8ospunbn9pw518t7 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/210 108 1015589 3870335 3665826 2026-08-05T08:12:54Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870335 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 207 —|}}</noinclude> <poem> Ouando sarà quel vento che balzava A lui propizio, niun farà di lui Ricordanza quaggiù. Poi che trascorsa Lunga sarà l’età su l’opre sue, Nome buono soltanto in ricordanza Sarà di lui. Son cose due soltanto Sempiterne quaggiù, che l’altre cose Incolumi ad alcun non restan mai. Elle son: dir parole oneste e buone E buono oprar. Fin che sarà la terra Mobile arena, restano pur sempre Coteste cose, nè per acqua o sole, Per venti o polve le parole oneste Perdonsi mai, nè pure integro nome. Tale è mutar di questa sorte in cielo; Deh! beato colui che ha verecondia Ed è saggio e prudente! Oh! nobil sire, Fin che tu puoi, non far peccati. Colpa È cosa tal che l’alma n’ha vergogna. Scegli offesa non far, scegli d’altrui Andar benefattor, che tal di nostra Fede è la legge e la nobile meta. Ma di me le parole che rimangono In monumento, credo sì che mai Antiche e viete non saranno un giorno! :Poi ch’ebbe schiuso dell’iranio prence Il cor sereno, molte cose ancora Principe Kìsra dimandò da lui E dissegli: Chi è mai felice in terra Che abbiasi lieto cor senza sospiri? :Rispose: Quello è sì che non ha colpa, Nè ancora il trasse dalla via diritta Ahrimàn fraudolento. — E il dimandava D’ogni costume disonesto e reo, Dei Devi del sentier, della via dritta Di re sovrano, principe del mondo. </poem><noinclude></noinclude> k1gdvlf5zooy25k0awvg313o6nurewf Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/211 108 1015590 3870336 3665827 2026-08-05T08:16:05Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870336 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 208 —|}}</noinclude> <poem> :È il comando di Dio, rispose il saggio, Cosa felice, e in questa vita e in quella Gloria ha l’Eterno e potestà. La porta D’opre malvage è d’Ahrimàn la via, D’Ahriman fraudolento, avverso all’uomo Ch’è a Dio fedel. Deh! quei beato in terra Che ha mente eletta, a cui son nobil veste E verecondia e purità! Custode È sapïenza al corpo suo, sua vita Agevole si rende, e in lui rimane E saggezza e giustizia, ed ei non batte Di stoltizia e menzogna in alcun tempo Alla porta nefasta. Or quante cose Per il corpo qui sono, all’alma poi Nemiche son dopo la morte, e l’uomo Non ha rancura d’este cose, quale Parte sia della spada, e quale sia Della guaina propria parte. Ancora Detto non ascoltar d’uom ch’è superbo, Nobil signor, che all’anima serena Ei danno apporta. E quando alcun non entra Nella sede eternal non confessando Le sue peccata, pien di duol si resta Al loco suo. Ma ciò lasciando, vile Quell’uom dirai che di Dio santo in core Non ha temenza. E s’ei rancura ha in petto Di ciò che altri si avea, lasci le sue Voglie inconsulte e rinserri la bocca, Ch’egli non sa per l’alma sua che sia Sapïenza verace, ei che non ode. :Principe Kìsra dimandò: Chi mai De’ prenci ha merto a quello egual di tanti Che son migliori? — Quegli sì, rispose, Che più d’ogni altro è sapïente e sopra Ogni desire ha potestà maggiore. :Chi sapïente? disse il re, chë in core Sapïenza dell’uom celasi ascosa. </poem><noinclude></noinclude> krzu07u4msupr2piz4d1y2l0rjy3ul9 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/212 108 1015591 3870338 3866961 2026-08-05T08:19:24Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870338 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 209 —|}}</noinclude> <poem> È sapïente, rispondea, colui, Che non toglie suo cor dalla diritta Via dell’Eterno per comando mai Di tristi Devi, nè da folle cede A precetto d’altrui. Cosa è nemica All’anima cotesta e a vero senno È teso laccio. E vi son anco dieci Ahrimàni feroci, ed han possanza Di leoni furenti e atterran l’anima E la ragion. — Dissegli Kìsra allora: :I dieci Devi chi son mai, se piangere Dee nostra mente per cotesti? — Due, Rispose Buzurc’mìhr, due d’esti Devi Che han vigoria con fronte alto levata, Bisogno sono e ambizïon. Son gli altri Ira ed invidia e d’anima bassezza, Di vendetta desìo, calunnia e core Doppio e fallace e impurità di fede. Decimo è allor che non è grato alcuno In verso altrui per benefici e Iddio Non riconosce. — D’esti dieci, allora Kìsra inchiedea, sì tristi e perigliosi, Ahrimàne qual è più forte e ardito? :Gli è cupidigia, a Kìsra ei rispondea, Devo insistente e rïottoso. Mai Satisfatto nol vedi, e sempre a nuovo Incremento ei s’appresta. Il reo bisogno È quello sì che per dolor, per alto Corruccio suo, vedesi cieco e pallido Sempre a le gote. Che se questo lasci, Inclito re, d’invidia eccoti il Devo! Morbo ella è sì che medico non trova, E s’ella in alcun tempo alcun discopre Senza doglia del cor, l’anima sua Tutta s’attrista. D’anima bassezza È un Devo orrendo pieno di querele, </poem><noinclude>{{smaller|{{PieDiPagina|{{Sc|Firdusi, VII.}}||14}}}}</noinclude> bmouqng281un9ybca57iydcpmokxfun Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/213 108 1015592 3870340 3665829 2026-08-05T08:22:34Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870340 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 210 —|}}</noinclude> <poem> Stesi gli artigli sempre aguzzi e intenti All’opre triste. La vendetta è l’altro Devo maligno, pieno di tumulti E di sdegni protervi; egli improvvise Grida di duol solleva in fra la gente, D’alcun non ha pietà, senso d’amore Non nutre, Devo maledetto e tristo, Con triste rughe per le gote sue. Della calunnia l’altro è il Devo, e nulla Fuor che menzogne ei non conosce e detti Del vero con la luce unqua non forma. È il delatore un altro Devo, e due Volti egli assume, via divelto il core Da ogni timor del Re del mondo. Ei sempre Guerra e litigio avventa a due nel mezzo, Industria pone in vincol d’amicizia Infranger sempre. Animo ingrato ed empio Ed ignorante è l’altro Devo. Saggio Non è chi l’ha, del ben non ha notizia, Cosa poca appo lui son verecondia E saggezza e consìglio, e cose uguali Son bene e mal dinanzi agli occhi suoi. :Al saggio inchiese il re: Quando fa guerra Al cor dell’uomo il tristo Devo, al servo Che diede mai del mondo il Re sovrano, Perchè la man dall’opre sue ritragga Il tristo Devo? — L’uom di fede intègra Tal risposta rendea: Signor di molta Sapïenza e di lode inclita degno, È la ragion nobil corazza e ferma Contro al ferro dei Devi, e sol per essa Hanno splendor l’anima e il core. Tutte Le cose intravvenute ella ricorda E l’alma nutre in sapïenza. Oh! dunque Sempre all’anima tua ragion verace Rendasi guida, che ben lunga innanzi </poem><noinclude></noinclude> 1tv5r6dgr0st1yu3fg2135j3p3amtyq Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/214 108 1015593 3870342 3665830 2026-08-05T08:24:49Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870342 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 211 —|}}</noinclude> <poem> A te s’apre la via! Che s’ella mai Quella diventa che chiamiam seconda Natura in noi, sì che per essa il core Timor non abbia di maligni Devi, Giocondo e lieto al cor d’ogni mortale Di tal natura si fa il mondo, ed ei Più non s’aggira a cupidigia intorno. Parole intanto di speranza piene Or io dirò, quali saranno al core Verso gioia verace inclita guida. Sempre l’uom saggio è di speranza pieno, E nulla da la sorte egli si tocca Fuor che candida gioia. Ond’ei non pensa Ad opre triste in alcun tempo mai E prendesi la via dirittamente D’ogni freccia volante e non la via Dell’arco intorto. Ma non porge mai Quegli a tesori con ardor la destra Che sen va pago, nè però in travaglio Induce il corpo suo. Quei che non guarda A tesori e monete, ogni suo giorno Vede sereno trapassar, fedele Anche si mostra a quella ch’è di Dio Religïon, per crucci o per tesori, Per reverenza in verso altrui, la fronte Mai non ritragge da comando espresso Di Dio signor; non è malvagio stampo Nella natura sua. Per tal maniera Accorto e saggio egli è, ch’egli non merca Dell’Eterno la via per cosa alcuna. :Dissegli il re: Qual è di queste vie Quella sì che a ben far sempre t’è guida? :La via della ragion, risposta ei diede. Supera e vince, e non è dubbio, tutta Sapïenza quaggiù. Natura eletta È quella sì, per cui negli anni suoi </poem><noinclude></noinclude> q21w0aijyzzkdjjhmtqrfif1ckzmunv Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/215 108 1015594 3870343 3665831 2026-08-05T08:27:37Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3870343 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 212 —|}}</noinclude> <poem> Vive il mortal con molto onore; ed io, In diverse nature, una già vidi Ferma e tenace, ed ella è di colui Che di sua sorte s’accontenta, ed una Anche è fra quelle per cui dolci e care Son le speranze, e l’uom trova da’ crucci Dolce riposo ed ella è propria e vera. Tra le nature vidi ancor nel duolo Cupida un’alma; di tesori mai Ella non trova sazietà. — Gli disse Principe Kìsra allor: Quale de’ pregi È il miglior, per cui sempre un uom che cerchi, Maggior si fa? — Così rispose il saggio: :È sapïenza buona cosa, e grande Sugli altri grandi è il savio. Il sapïente Non agogna a tesori avido e ardito, E però da rancura e da fatica Lungi tiene sè stesso. — E fe’ dimando Il prence ancora: Dimmi tu che sia Poter dell’avversaro, ove tu brami Toccar vittoria. — L’opere malvage. Così rispose, all’anima serena, Alla ragion son gli avversari. — Allora Al sapïente dimandò quel sire, Di giustizia dator: Cosa migliore È sapïenza o nobile natura? :E il savio consiglier così rispose: Miglior della natura è sapïenza, Che sapïenza adorna l’alma, e facile Cosa è davver che parli alcun per sua Propria natura. Senza pregi è sempre Natura umana cosa vil, dispetta E meschina d’assai; da sapïenza L’anima nostra vigoria si assume. :Dissegli il re: L’anima nostra adunque Di che mondar, per qual mai cosa i pregi Dovrem lodar del nostro corpo? — Disse: </poem><noinclude></noinclude> 16qb447vxe2ccm67w7khwkcz4jox2tl Viaggio in Sicilia (Münter)/Messina 0 1023795 3870362 3861348 2026-08-05T09:38:28Z Spinoziano (BEIC) 60217 Porto il SAL a SAL 100% 3870362 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=5 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Messina|prec=../Viaggio da Catania a Messina|succ=../Alcune notizie sulla poesia siciliana}} <pages index="Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu" from="105" to="125" tosection="Messina" /> kvj6miocul7pfexjf1j9o9sv52ihj34 Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/116 108 1023816 3870139 3861469 2026-08-04T12:42:47Z Spinoziano (BEIC) 60217 3870139 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|in sicilia}}.|111}}</noinclude>a riordinare; e quindi pensò egli a salvare le carte del banco, gli archivj e le librerie. I cavalieri di Malta spedirono a quell'infelice paese quattro galere con 700 schiavi, per destinarli a' travagli da farsi in quelle rovine, accompagnando questo ajuto con una provvista di letti, di medicamenti, e con una somma di 60 mila scudi. Il Governo però accettar non volle questo donativo; e soltanto contentossi che distribuite si fossero all'ospedale once 400 unitamente a' letti e medicamenti, e che lasciato avessero i loro medici, per assistere e gli ammalati curare. Furon ben presto costruite baracche di legname per i tribunali, per i collegi e per gli ospedali, i quali ora più che negli altri tempi erano di necessità assoluta. Tutti i dazj sopra il sapone, l'orzo, l'olio e la seta furono aboliti, e grosse elemosine a' bisognosi furon divise. A poco a poco il timore per il tremuoto cominciò a calmarsi, quantunque la terra, sebbene in modo assai meno attivo, continuasse di quando in quando a far sentire le sue convulsioni. Fattisi quindi i Messinesi più arditi, si occuparono a salvare da sotto le rovine delle loro proprie case ciò che poterono, e che dalla canaglia non era stato involato{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/190|9|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/191|9|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/192|9|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/193|9|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/194|9|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/195|9}}{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/196|9|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/197|9|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/198|9|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/199|9|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/200|9|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/201|9}}{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/202|9|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/203|9|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/204|9}}. Niente di antichi monumenti esiste in Mes-<noinclude><references/></noinclude> 7g63r8nawoijgefjfsszw2agxwki4uf Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/198 108 1023830 3870125 3870119 2026-08-04T12:04:29Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Riletta */ 3870125 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del traduttore}}.|193}}</noinclude><section begin="9" />i tremuoti accompagnati, con probabilità e con giudiziosa congettura potesse egli rischiarare. Io non sostengo la verità di questa ipotesi, perchè ove mirabili e di prodigj ripiene le operazioni della natura si annunziano, ivi pare che questa sia stata guardigna ed indocile a farne rilevare dall'altero mortale la vera origine ed il mezzo per cui la medesima si avvale. Ma tanti rispettabili scrittori accordano chiara garanzia alla mia credenza. Il {{AutoreCitato|Georges-Louis Leclerc de Buffon|conte de Buffon}}, nell'epoca 4 della natura, asserisce: ''D'autre part l'électricité me paroit jouer un très-grand rôle dans les tremblemens de terre, et dans les éruptions, je me suis convencu par des raisons très-solides, et par la comparaison, que j'ai faite des expériences sur l'électricité''. Se nel momento istesso della ferocia de' tremuoti effetti si osservano che attribuiti esser non possono che a questo penetrantissimo fluido elastico, perchè andarne altrove, e forse con assurdi, altra provenienza a rintracciare? Nella memoria sul tremuoto de' 26 luglio 1805, in Napoli descritta dal dotto sig. {{wl|Q1448895|Giuseppe Poli}}, si legge che persuaso egli essere l'elettricità la causa di tali fenomeni, estesamente dimostra con assai di giudizio e sapere, che tutti i fenomeni in quei parossismi orribili del nostro globo, o dopo i medesimi, dovuti necessariamente sono all'elettrico potere. A' 19 febbrajo del 1822 forte tremuoto in Auvergna, Lione, Svizzera e sino a Parigi si fè sentire. Il celebre {{AutoreCitato|Joseph Louis Gay-Lussac|Gay-Lussac}} così in questa catastrofe si esprime: ''Si l'électricité, comme on le suppose assez généralement, joue un rôle dans les tremblemens de terre, on voit du moins, que dans celui du 19 fevrier elle a été sans effet sur la declination de l'aiguille aimantée''. V. tom 19, Contin. des Ann. Chim. et de Phys. di {{AutoreCitato|Joseph Louis Gay-Lussac|Gay-Lussac}} et {{AutoreCitato|François Arago|Arago}}. Sayves, l. c., il quale in ugual modo opina, non lascia di appoggiarsi all'autorità del fisico sig. {{AutoreCitato|Antonio Vassalli Eandi|Vassalli}}, incaricato dall'Accademia di Torino di osservare i tremuoti che nel 1808 avevano assalite le<section end="9" /><noinclude><references/></noinclude> pllj0c3rxzw492gngtim3wgwjvtybl1 Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/199 108 1023832 3870123 3861425 2026-08-04T12:00:47Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Trascritta */ 3870123 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|194|{{Sc|note}}}}</noinclude><section begin="9" />Alpi; ed asserisce: ''Qu'il y compta neuf espèces différentes de sécousses, et dans le moment où elles avaient lieu, l'électricité était tellement forte, qu'elle ne pouvait pas étre mésurée par l'électomètre''. V. le Memorie dell'Accademia di Torino. Finalmente nel tom. 37 degli Annali di chimica e fisica, compilati da {{AutoreCitato|Louis-Bernard Guyton-Morveau|Guyton}}, {{AutoreCitato|Gaspard Monge|Monge}}, Bertholet ecc., inserite si trovano le riflessioni geogoniche e chimiche del signor Virey, ove egli imprende a sostenere che il fluido elettrico sia il vero principio de' tremuoti, dicendo infatti costui: ''Il me paroît hors de doute, que l'existence de l'électricité dans ces grandes convulsions de la terre bouleversée ne peut être contestée, puisqu'on l'admet sur plusieurs indices dans les tremblemens de terre, qui se propagent au loin comme elle avec la même instantanéité''. Ad avvalorare i suoi raziocinj chiama in appoggio l'esperienze de' chiari scrittori Vario, Eggers, Olofen, Jacobson e Braccini.<br>{{gap|1em}} Evvi qualche rispettabile autore, che non persuaso di accordare a quel misterioso fluido tale preferenza su tutti gli altri fluidi elastici, che in quei fermenti entrano in azione, ed in modo particolare il flogogene, adduce la ragione che la terra essendo il general serbatojo del detto fluido, nella quale tutto trovasi positivamente elettrizzato, ne nasce che ivi questo rimane in continuato e perfetto equilibrio e riposo. Ma quali prove si hanno per dimostrare o convincerci che nell'interno del globo, supposto generalmente elettrizzato in più, non possa di quando in quando avvenire che questa omogeneità per tante cause si perda, per cui in alcuni siti elettricità maggiore si accumoli, mentre in altri ne rimane spogliata, e che indi corpi idiolettrici se le presentano. Le viscere della terra non si stan certamente inoperose; e noi sappiamo che negli arcani suoi laboratoi modificazioni grandi e diverse vi succedono. Mentre tutto è in continua rivoluzione ne' vasti nascondigli del globo, si vuol credere che il solo fluido elettrico dorma ed insensibile si<section end="9" /><noinclude><references/></noinclude> 4is4kc2nret9ng0wh54gcg8iw90ir6u 3870127 3870123 2026-08-04T12:10:10Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Riletta */ 3870127 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|194|{{Sc|note}}}}</noinclude><section begin="9" />Alpi; ed asserisce: ''Qu'il y compta neuf espèces différentes de sécousses, et dans le moment où elles avaient lieu, l'électricité était tellement forte, qu'elle ne pouvait pas étre mésurée par l'électomètre''. V. le Memorie dell'Accademia di Torino. Finalmente nel tom. 37 degli Annali di chimica e fisica, compilati da {{AutoreCitato|Louis-Bernard Guyton-Morveau|Guyton}}, {{AutoreCitato|Gaspard Monge|Mongè}}, {{wl|Q312587|Bertholet}} ecc., inserite si trovano le riflessioni geogoniche e chimiche del signor {{wl|Q3189320|Virey}}, ove egli imprende a sostenere che il fluido elettrico sia il vero principio de' tremuoti, dicendo infatti costui: ''Il me paroît hors de doute, que l'existence de l'électricité dans ces grandes convulsions de la terre bouleversée ne peut être contestée, puisqu'on l'admet sur plusieurs indices dans les tremblemens de terre, qui se propagent au loin comme elle avec la même instantanéité''. Ad avvalorare i suoi raziocinj chiama in appoggio l'esperienze de' chiari scrittori Vario, Eggers, Olofen, Jacobson e Braccini.<br>{{gap|1em}} Evvi qualche rispettabile autore, che non persuaso di accordare a quel misterioso fluido tale preferenza su tutti gli altri fluidi elastici, che in quei fermenti entrano in azione, ed in modo particolare il flogogene, adduce la ragione che la terra essendo il general serbatojo del detto fluido, nella quale tutto trovasi positivamente elettrizzato, ne nasce che ivi questo rimane in continuato e perfetto equilibrio e riposo. Ma quali prove si hanno per dimostrare o convincerci che nell'interno del globo, supposto generalmente elettrizzato in più, non possa di quando in quando avvenire che questa omogeneità per tante cause si perda, per cui in alcuni siti elettricità maggiore si accumoli, mentre in altri ne rimane spogliata, e che indi corpi idiolettrici se le presentano. Le viscere della terra non si stan certamente inoperose; e noi sappiamo che negli arcani suoi laboratoi modificazioni grandi e diverse vi succedono. Mentre tutto è in continua rivoluzione ne' vasti nascondigli del globo, si vuol credere che il solo fluido elettrico dorma ed insensibile si<section end="9" /><noinclude><references/></noinclude> ikziwrwarthdm9dzjt2vxj0zm3c6kn4 Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/200 108 1023833 3870124 3861428 2026-08-04T12:04:17Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Trascritta */ 3870124 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del traduttore}}.|195}}</noinclude>stia, quando si sa che non havvi sostanza che tanto facile si risenta, e che per picciolissima cagione in forte azione si metta e s'infiammi? L'atmosfera di sua natura è un mezzo isolante, ma diventa questa un buon conduttore elettrico, ove in alcune parti ed in certe stagioni viene alterata, con impregnarsi d'umidità. La terra, che si vuole un corpo isolato, può in ugual modo soffrire ne' suoi andirivieni de' cambiamenti, onde perdutosi l'equilibrio e formatisi perciò de' corpi isolati sovraccarichi di elettricità a danno di quelli che spogliati ne sono stati, he risulta un fulmine di vasto potere e di sterminata forza proporzionati alla prodigiosa aggregazione di quel fuoco, ed ai forti ed ostinati ostacoli che bella propagazione di velocissima sua carriera si presentano, per attraversarla e renderla così più furiosa e distruttiva. Dappoichè fatto il paragone de' terribili effetti che giornalmente si offrono a' nostri sguardi, quando gagliardi fulmini nell'aere si accendono, i quali non incontrano che le lievi opposizioni dell'aere divisato, si può ben comprendere ciò che generar si possa in una immensa sotterranea scarica di elettricità, che vincer deve, e distruggere resistenze che in ragione dell'aere sono infinitamente grandi. Chi nega tale influenza dell'elettricità ne tremuoti, dovrebbe senza di questa trovar molta difficoltà per derivarli dalle sotterranee combustioni; giacchè in luoghi perfettamente chiusi e fortemente compressi, dove l'aria non vi circoli, presenza della quale è indispensabilmente stabilita per il principio e la propagazione d'ogni accensione, non è questa di tanto facile conseguimento. {{AutoreCitato|Scipione Breislak|Breislack}} quantunque abbia fissato l'accensione del petrolio per la principal causa, come altrove si è detto, della forza d'esplosione de' vulcani, pure si lascia dire, ''qu'il est encore très-probable, que l'électricité souterraine ait quelque influence sur cette opération''. V. tom. 3, lib. 7, cap. 96. Se vi ha dunque, secondo questo intelligente geologo, l'{{Pt|elet-}}<section end="9" /><noinclude><references/></noinclude> m9idj46xzu7myj59wxtlqlxvn34jp3d 3870129 3870124 2026-08-04T12:13:11Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Riletta */ 3870129 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del traduttore}}.|195}}</noinclude><section begin="9" />stia, quando si sa che non havvi sostanza che tanto facile si risenta, e che per picciolissima cagione in forte azione si metta e s'infiammi? L'atmosfera di sua natura è un mezzo isolante, ma diventa questa un buon conduttore elettrico, ove in alcune parti ed in certe stagioni viene alterata, con impregnarsi d'umidità. La terra, che si vuole un corpo isolato, può in ugual modo soffrire ne' suoi andirivieni de' cambiamenti, onde perdutosi l'equilibrio e formatisi perciò de' corpi isolati sovraccarichi di elettricità a danno di quelli che spogliati ne sono stati, he risulta un fulmine di vasto potere e di sterminata forza proporzionati alla prodigiosa aggregazione di quel fuoco, ed ai forti ed ostinati ostacoli che bella propagazione di velocissima sua carriera si presentano, per attraversarla e renderla così più furiosa e distruttiva. Dappoichè fatto il paragone de' terribili effetti che giornalmente si offrono a' nostri sguardi, quando gagliardi fulmini nell'aere si accendono, i quali non incontrano che le lievi opposizioni dell'aere divisato, si può ben comprendere ciò che generar si possa in una immensa sotterranea scarica di elettricità, che vincer deve, e distruggere resistenze che in ragione dell'aere sono infinitamente grandi. Chi nega tale influenza dell'elettricità ne tremuoti, dovrebbe senza di questa trovar molta difficoltà per derivarli dalle sotterranee combustioni; giacchè in luoghi perfettamente chiusi e fortemente compressi, dove l'aria non vi circoli, presenza della quale è indispensabilmente stabilita per il principio e la propagazione d'ogni accensione, non è questa di tanto facile conseguimento. {{AutoreCitato|Scipione Breislak|Breislack}} quantunque abbia fissato l'accensione del petrolio per la principal causa, come altrove si è detto, della forza d'esplosione de' vulcani, pure si lascia dire, ''qu'il est encore très-probable, que l'électricité souterraine ait quelque influence sur cette opération''. V. tom. 3, lib. 7, cap. 96. Se vi ha dunque, secondo questo intelligente geologo, {{Pt|l'elet-}}<section end="9" /><noinclude><references/></noinclude> oc3i0i12y3nc40h8k8291eb6lanyxo1 Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/201 108 1023834 3870126 3861430 2026-08-04T12:07:29Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Trascritta */ 3870126 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|196|{{Sc|note}}}}</noinclude><section begin="9" />{{pt|tricità|elettricità}} un'azione, ve la deve aver tutta ed a norma delle forti e potenti sue proprietà.<br>{{gap|1em}} Ove a considerar si prendono i fenomeni tutti che si offrono e nel momento del tremuoto e poco prima e dopo del suo scoppio, chiaramente si conosce che son essi dovuti unicamente all'elettricità come sicuri e manifesti effetti della medesima. Raro non è che qualche minuto secondo prima di svilupparsi il terrestre movimento, e di realmente sentirsene l'esistenza, da alcuni si soffre una certa impressione su tutta la persona, la quale a quella somigli che suole in noi per via di macchina elettrica comunicarsi. I bruti però se ne avvedono e se ne risentono più sollecitamente e con maggiore sensazione che gli uomini. Non può ciò succedere senza un anticipato scuotimento, che questi animali soffrono a' primi sviluppi del fluido, di cui è parola, i quali benchè nella massima parte vestiti sieno di piume e di peli di loro natura positivamente elettrici, pur non di meno esimersi non possono da una certa pressione, che in loro sveglia l'elettricità atmosferica che li circonda, e che di già è stata disturbata; d'altronde conoscendosi quanto le loro fisiche facoltà, e precisamente all'avvicinamento de' pericoli di loro vita, siano grandemente sensibili.<br>{{gap|1em}} E senza stancare il lettore con addurre tanti altri moltiplici esempi, de' quali son ripieni gli scritti di coloro che siffatta materia han trattato, passo a riflettere ciò che succede nel momento di questa spaventevole operazione della natura. Le prime scosse comincian ordinariamente con moto sussultorio; lo sviluppo di fluido elettrico nel recarsi dalle viscere della terra all'atmosfera, non ne può generare uno diverso. Passato quel fluido nell'aere, vi si trasfonde lateralmente ed in sensi differenti, e quindi gli scuotimenti oscillatorj e vorticosi han luogo, per cui le ondulazioni sono da noi apprese in direzioni variate e contrarie. L'istantaneità nella propagazione del tremuoto si è detto dipendere da<section end="9" /><noinclude><references/></noinclude> sx2kzz33jy8850wicpzginydvbcvv8n 3870130 3870126 2026-08-04T12:15:08Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Riletta */ 3870130 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|196|{{Sc|note}}}}</noinclude><section begin="9" />{{Pt|tricità|l'elettricità}} un'azione, ve la deve aver tutta ed a norma delle forti e potenti sue proprietà.<br>{{gap|1em}} Ove a considerar si prendono i fenomeni tutti che si offrono e nel momento del tremuoto e poco prima e dopo del suo scoppio, chiaramente si conosce che son essi dovuti unicamente all'elettricità come sicuri e manifesti effetti della medesima. Raro non è che qualche minuto secondo prima di svilupparsi il terrestre movimento, e di realmente sentirsene l'esistenza, da alcuni si soffre una certa impressione su tutta la persona, la quale a quella somigli che suole in noi per via di macchina elettrica comunicarsi. I bruti però se ne avvedono e se ne risentono più sollecitamente e con maggiore sensazione che gli uomini. Non può ciò succedere senza un anticipato scuotimento, che questi animali soffrono a' primi sviluppi del fluido, di cui è parola, i quali benchè nella massima parte vestiti sieno di piume e di peli di loro natura positivamente elettrici, pur non di meno esimersi non possono da una certa pressione, che in loro sveglia l'elettricità atmosferica che li circonda, e che di già è stata disturbata; d'altronde conoscendosi quanto le loro fisiche facoltà, e precisamente all'avvicinamento de' pericoli di loro vita, siano grandemente sensibili.<br>{{gap|1em}} E senza stancare il lettore con addurre tanti altri moltiplici esempi, de' quali son ripieni gli scritti di coloro che siffatta materia han trattato, passo a riflettere ciò che succede nel momento di questa spaventevole operazione della natura. Le prime scosse comincian ordinariamente con moto sussultorio; lo sviluppo di fluido elettrico nel recarsi dalle viscere della terra all'atmosfera, non ne può generare uno diverso. Passato quel fluido nell'aere, vi si trasfonde lateralmente ed in sensi differenti, e quindi gli scuotimenti oscillatorj e vorticosi han luogo, per cui le ondulazioni sono da noi apprese in direzioni variate e contrarie. L'istantaneità nella propagazione del tremuoto si è detto dipendere da<section end="9" /><noinclude><references/></noinclude> p3yovo5hoyx3b97x67zpx5s0eolp8di Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/202 108 1023835 3870128 3861431 2026-08-04T12:12:24Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Trascritta */ 3870128 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del traduttore}}.|197}}</noinclude>quella dell'elettrica accensione e dall'incalcolabile velocità nella sua diramazione. L'immediata e repentina calma dell'appena cominciato movimento nell'istante medesimo di sua massima ferocia ci dimostra a più chiara ragione che il principio motore sia realmente l'elettricità, perchè facile nelle viscere della terra ritorna il perduto equilibrio della medesima, a motivo de' moltissimi conduttori che a ristabilirlo si prestano; per cui sembra che al terminar dello sconvolgimento, la natura divenga assopita ed in tetro silenzio immersa. Capricciosi i fulmini nel danneggiare, e misteriosi nell'assalire e distruggere alcuni corpi a lato ed in contatto d'altri totalmente illesi lasciati, i danni e le devastazioni de' tremuoti, sebbene in una più vasta scala e proporzione, sono ugualmente accompagnati da ghiribizzi e parzialità sorprendenti dell'elettrica arcana possanza. Edifizj fracidi rimasti sono all'inpiedi, che attaccati erano ad altri più solidi a terra indi gettati. La mia casa incastrata in mezzo una lunga fila di fabbriche, fu tagliata a coltello, per isolatamente scompaginarsi e rovinare, mentre le laterali e meno ferme furono rispettate. Si è costantemente osservato che i più stabili e forti edifizj più che i deboli e quasi cadenti, preda son divenuti e vendetta del tremendo fenomeno. Il sig. Poli, l. c., ne fa chiara ricordanza e dimostrazione; e questo istesso dal sig. Longo viene avvertito nella sua memoria sul tremuoto di Catania nel 1818. Non è solo il sistema d'un corpo, od il totale della massa che si risentano di tali urti e sconquassi, perchè le più picciole parti di essi ne sono separatamente affette. Il capitano le Gentil, nel suo viaggio intorno al mondo, restava sorpreso nell'accorgersi che in alcuni tremuoti da lui in mare sofferti, il suo bastimento, che regolarmente era assalito da violente agitazioni, le quali diverse non doveano essere da quelle prodotte in tempi di burrasca, era similmente nelle sue picciole parti prese<section end="9" /><noinclude>{{RigaIntestazione|||9*}}</noinclude> h7lp0iic0uwdovfbhvukjxak4px9qj0 3870131 3870128 2026-08-04T12:25:02Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Riletta */ 3870131 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del traduttore}}.|197}}</noinclude><section begin="9" />quella dell'elettrica accensione e dall'incalcolabile velocità nella sua diramazione. L'immediata e repentina calma dell'appena cominciato movimento nell'istante medesimo di sua massima ferocia ci dimostra a più chiara ragione che il principio motore sia realmente l'elettricità, perchè facile nelle viscere della terra ritorna il perduto equilibrio della medesima, a motivo de' moltissimi conduttori che a ristabilirlo si prestano; per cui sembra che al terminar dello sconvolgimento, la natura divenga assopita ed in tetro silenzio immersa. Capricciosi i fulmini nel danneggiare, e misteriosi nell'assalire e distruggere alcuni corpi a lato ed in contatto d'altri totalmente illesi lasciati, i danni e le devastazioni de' tremuoti, sebbene in una più vasta scala e proporzione, sono ugualmente accompagnati da ghiribizzi e parzialità sorprendenti dell'elettrica arcana possanza. Edifizj fracidi rimasti sono all'inpiedi, che attaccati erano ad altri più solidi a terra indi gettati. La mia casa incastrata in mezzo una lunga fila di fabbriche, fu tagliata a coltello, per isolatamente scompaginarsi e rovinare, mentre le laterali e meno ferme furono rispettate. Si è costantemente osservato che i più stabili e forti edifizj più che i deboli e quasi cadenti, preda son divenuti e vendetta del tremendo fenomeno. Il sig. {{wl|Q1448895|Poli}}, l. c., ne fa chiara ricordanza e dimostrazione; e questo istesso dal sig. {{wl|Q118120548|Longo}} viene avvertito nella sua memoria sul tremuoto di Catania nel 1818. Non è solo il sistema d'un corpo, od il totale della massa che si risentano di tali urti e sconquassi, perchè le più picciole parti di essi ne sono separatamente affette. 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R. il Duca delle Calabrie}} ne furon votate, senza che quelle fossero state rovesciate; consimile fenomeno osservossi nella gran vasca d'acqua dell'orto botanico di Palermo nel tremuoto de' 5 marzo. E ritornando a quello di Napoli, uno de' gran busti di marmo che fregiavano la loggia del Principe di Tarsia, fu dal suo perno di ferro strappato e distante 34 palmi slanciato. È cosa mirabilissima essersi nel finimento di Campobasso esaminato, che una torre quadrata divenne cilindrica, essendone stati rotondati gli angoli nell'atto di quella convulsione. Dopo il tremuoto di Palermo ho veduti alcuni pezzi e modanature del cornicione della chiesa di sant'Anna rotti e smussati, mentre il totale di esso cornicione fu illeso lasciato.<br>{{gap|1em}} Cessato il flagello nell'atmosfera, mille meteore produconsi, le quali come ovvie non val la pena di trascriverle, e che chiaramente dimostrano di qual eccesso d'elettricità sia essa straordinariamente carica. Si è andato tanto lungi in questa credenza, che da qualcuno si è giunto alle insulsità e corbellerie, coll'immaginare alcune grandi spranghe di ferro nella terra conficcate, per deviare in questo modo l'influsso elettrico. V. ''{{AutoreCitato|Pierre Bertholon de Saint-Lazare|Bertholon}}, électricité des météores''. In un progetto di misure da prendersi dalla Polizia per sicurezza delle abitazioni, il sig. Wideburg propone alcuni grandi massi composti di materie differenti, situati in proporzionate distanze tra loro. I pozzi scavati a grandi profondità hanno goduto d'una maggiore fiducia; e sembra che questi abbiano recato qualche vantaggio, dove costruiti espressamente si sono; oppure che altre circostanze ne abbiano formato un equivalente, come sono i numerosissimi pozzi per acqua di Napoli ed i condotti che ve la trasportano: “''Cotesto meraviglioso artifizio'', dice l'autore della menzionata {{Pt|me-}}<section end="9" /><noinclude><references/></noinclude> jmfbcz4apmf1l9c2byo08opz4fna8ss 3870133 3870132 2026-08-04T12:26:04Z Marcella Medici (BEIC) 22982 3870133 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|198|{{Sc|note}}}}</noinclude><section begin="9" />separatamente ancora smosso e danneggiato, le quali di scompaginarsi minacciavano. Nell'or nominato tremuoto di Napoli le conche di rame piene di latte nelle cascine di {{wl|Q312305|S. A. 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Si è andato tanto lungi in questa credenza, che da qualcuno si è giunto alle insulsità e corbellerie, coll'immaginare alcune grandi spranghe di ferro nella terra conficcate, per deviare in questo modo l'influsso elettrico. V. ''{{wl|Q3383958|Bertholon}}, électricité des météores''. In un progetto di misure da prendersi dalla Polizia per sicurezza delle abitazioni, il sig. Wideburg propone alcuni grandi massi composti di materie differenti, situati in proporzionate distanze tra loro. I pozzi scavati a grandi profondità hanno goduto d'una maggiore fiducia; e sembra che questi abbiano recato qualche vantaggio, dove costruiti espressamente si sono; oppure che altre circostanze ne abbiano formato un equivalente, come sono i numerosissimi pozzi per acqua di Napoli ed i condotti che ve la trasportano: “''Cotesto meraviglioso artifizio'', dice l'autore della menzionata {{Pt|me-}}<section end="9" /><noinclude><references/></noinclude> 76idstz0kxtqn9oy2bedepx736fr2bs 3870137 3870133 2026-08-04T12:37:13Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Riletta */ 3870137 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|198|{{Sc|note}}}}</noinclude><section begin="9" />separatamente ancora smosso e danneggiato, le quali di scompaginarsi minacciavano. Nell'or nominato tremuoto di Napoli le conche di rame piene di latte nelle cascine di {{wl|Q312305|S. A. R. il Duca delle Calabrie}} ne furon votate, senza che quelle fossero state rovesciate; consimile fenomeno osservossi nella gran vasca d'acqua dell'orto botanico di Palermo nel tremuoto de' 5 marzo. E ritornando a quello di Napoli, uno de' gran busti di marmo che fregiavano la loggia del Principe di Tarsia, fu dal suo perno di ferro strappato e distante 34 palmi slanciato. È cosa mirabilissima essersi nel finimento di Campobasso esaminato, che una torre quadrata divenne cilindrica, essendone stati rotondati gli angoli nell'atto di quella convulsione. Dopo il tremuoto di Palermo ho veduti alcuni pezzi e modanature del cornicione della chiesa di sant'Anna rotti e smussati, mentre il totale di esso cornicione fu illeso lasciato.<br>{{gap|1em}} Cessato il flagello nell'atmosfera, mille meteore produconsi, le quali come ovvie non val la pena di trascriverle, e che chiaramente dimostrano di qual eccesso d'elettricità sia essa straordinariamente carica. 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I pozzi scavati a grandi profondità hanno goduto d'una maggiore fiducia; e sembra che questi abbiano recato qualche vantaggio, dove costruiti espressamente si sono; oppure che altre circostanze ne abbiano formato un equivalente, come sono i numerosissimi pozzi per acqua di Napoli ed i condotti che ve la trasportano: “''Cotesto meraviglioso artifizio'', dice l'autore della menzionata {{Pt|me-}}<section end="9" /><noinclude><references/></noinclude> d06da1vlwsxr94aqopsukne647qcuz3 Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/204 108 1023837 3870134 3861433 2026-08-04T12:31:54Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Trascritta */ 3870134 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del traduttore}}.|199}}</noinclude><section begin="9" />{{pt|moria|memoria sul tremuoto di Napoli, ''a me sembra essere stato la fortunatissima cagione, per cui questa capitale, si abbondante di edifizj cotanto elevati, che è assai ovvio il vederne di cinque, sei e sette diversi piani, abbia potuto resistere a scosse sì violente, sì complicate nella loro direzione e di sì lunga durata''.<section end="9" /><br>{{gap|1em}} (10) <section begin="10" />Si è parlato di un vetustissimo tempio di Nettuno in Peloro. {{AutoreCitato|Filippo Cluverio|Cluverio}}, lib. {{Sc|i}}, cap. 6, scrive: ''Nam templum in Peloro fuisse antiquissimum Hesiodus vetustissimus apud Diodorum est auctor''. Si veda il lib. 4 di questo scrittore. Si vuole dalla tradizione che sei ben alte colonne ed alcune più picciole, che si vedono oggi nella chiesa dell'Annunziata, siano di quel tempio; come le altre sei in s. Giovanni Battista credesi che avessero appartenuto a quello di Ercole Manticlo, la cui esistenza nel l. c. di {{AutoreCitato|Pausania|Pausania}} si apprende, il quale riferisce che ''extat ad huc intra muros Dei fanum Herculis Manticli sumpto a conditore nomine''. {{AutoreCitato|Jacques Philippe D'Orville|D'Orville}}, cap. 2, prendendo a trattare della cappella della Madonna della Grotta sita tra il capo e la città, asserisce essere stata un tempo consegrata a Venere, e secondo Placido Reina a Diana. V. Not. Urb. Mess., p. 195. I due celebri mezzi busti rappresentanti Annibale e Scipione Africano, ch'esistevano nel 16 secolo sotto il campanile della città, e trasportati poscia nella casa senatoria, non si sa più ove siano. Si conserva però nel museo della medesima un sarcofago di marmo, esprimente una festa baccanale, oppure una vendemmia, che il Dr. Carmine Farina ha preso ad illustrare in un opuscoletto da lui dato alla luce in Messina 1822.<section end="10" /><br>{{gap|1em}} (11) <section begin="11" />Distante miglia 12 da Messina, nella costa della Calabria, immensa, alta, scosce sa rupe erge la spaventevole sua massa. Questa è la tanto famosa Scilla, di cui moltissimi antichi poeti ed istorici orribili cose ci narrano. {{AutoreCitato|Omero|Omero}} nell'Odissea, lib. 12, e {{AutoreCitato|Publio virgilio Marone|Virgilio}} nel lib. 3 dell'Eneide, che han voluto<section end="11" /><noinclude><references/></noinclude> 71iiutivui9skv585jtaxvsafbyxjzb 3870135 3870134 2026-08-04T12:32:04Z Marcella Medici (BEIC) 22982 3870135 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del traduttore}}.|199}}</noinclude><section begin="9" />{{pt|moria|memoria}} sul tremuoto di Napoli, ''a me sembra essere stato la fortunatissima cagione, per cui questa capitale, si abbondante di edifizj cotanto elevati, che è assai ovvio il vederne di cinque, sei e sette diversi piani, abbia potuto resistere a scosse sì violente, sì complicate nella loro direzione e di sì lunga durata''.<section end="9" /><br>{{gap|1em}} (10) <section begin="10" />Si è parlato di un vetustissimo tempio di Nettuno in Peloro. {{AutoreCitato|Filippo Cluverio|Cluverio}}, lib. {{Sc|i}}, cap. 6, scrive: ''Nam templum in Peloro fuisse antiquissimum Hesiodus vetustissimus apud Diodorum est auctor''. 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Si veda il lib. 4 di questo scrittore. Si vuole dalla tradizione che sei ben alte colonne ed alcune più picciole, che si vedono oggi nella chiesa dell'Annunziata, siano di quel tempio; come le altre sei in s. Giovanni Battista credesi che avessero appartenuto a quello di Ercole Manticlo, la cui esistenza nel l. c. di {{AutoreCitato|Pausania|Pausania}} si apprende, il quale riferisce che ''extat ad huc intra muros Dei fanum Herculis Manticli sumpto a conditore nomine''. {{AutoreCitato|Jacques Philippe D'Orville|D'Orville}}, cap. 2, prendendo a trattare della cappella della Madonna della Grotta sita tra il capo e la città, asserisce essere stata un tempo consegrata a Venere, e secondo Placido Reina a Diana. V. Not. Urb. Mess., p. 195. I due celebri mezzi busti rappresentanti Annibale e Scipione Africano, ch'esistevano nel 16 secolo sotto il campanile della città, e trasportati poscia nella casa senatoria, non si sa più ove siano. Si conserva però nel museo della medesima un sarcofago di marmo, esprimente una festa baccanale, oppure una vendemmia, che il Dr. Carmine Farina ha preso ad illustrare in un opuscoletto da lui dato alla luce in Messina 1822.<section end="10" /><br>{{gap|1em}} (11) <section begin="11" />Distante miglia 12 da Messina, nella costa della Calabria, immensa, alta, scosce sa rupe erge la spaventevole sua massa. Questa è la tanto famosa Scilla, di cui moltissimi antichi poeti ed istorici orribili cose ci narrano. {{AutoreCitato|Omero|Omero}} nell'Odissea, lib. 12, e {{AutoreCitato|Publio Virgilio Marone|Virgilio}} nel lib. 3 dell'Eneide, che han voluto<section end="11" /><noinclude><references/></noinclude> d7eg7w6jbo9pct4dczg6eawoxwpxyun 3870146 3870136 2026-08-04T12:53:52Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Riletta */ 3870146 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del traduttore}}.|199}}</noinclude><section begin="9" />{{pt|moria|memoria}} sul tremuoto di Napoli, ''a me sembra essere stato la fortunatissima cagione, per cui questa capitale, si abbondante di edifizj cotanto elevati, che è assai ovvio il vederne di cinque, sei e sette diversi piani, abbia potuto resistere a scosse sì violente, sì complicate nella loro direzione e di sì lunga durata''.<section end="9" /><br>{{gap|1em}} (10) <section begin="10" />Si è parlato di un vetustissimo tempio di Nettuno in Peloro. {{AutoreCitato|Filippo Cluverio|Cluverio}}, lib. {{Sc|i}}, cap. 6, scrive: ''Nam templum in Peloro fuisse antiquissimum {{wl|Q44233|Hesiodus}} vetustissimus apud {{wl|Q171241|Diodorum}} est auctor''. Si veda il lib. 4 di questo scrittore. Si vuole dalla tradizione che sei ben alte colonne ed alcune più picciole, che si vedono oggi nella chiesa dell'Annunziata, siano di quel tempio; come le altre sei in s. Giovanni Battista credesi che avessero appartenuto a quello di Ercole Manticlo, la cui esistenza nel l. c. di {{AutoreCitato|Pausania|Pausania}} si apprende, il quale riferisce che ''extat ad huc intra muros Dei fanum Herculis Manticli sumpto a conditore nomine''. {{AutoreCitato|Jacques Philippe D'Orville|D'Orville}}, cap. 2, prendendo a trattare della cappella della Madonna della Grotta sita tra il capo e la città, asserisce essere stata un tempo consegrata a Venere, e secondo {{AutoreCitato|Placido Reina|Placido Reina}} a Diana. V. Not. Urb. Mess., p. 195. I due celebri mezzi busti rappresentanti Annibale e Scipione Africano, ch'esistevano nel 16 secolo sotto il campanile della città, e trasportati poscia nella casa senatoria, non si sa più ove siano. Si conserva però nel museo della medesima un sarcofago di marmo, esprimente una festa baccanale, oppure una vendemmia, che il Dr. Carmine Farina ha preso ad illustrare in un opuscoletto da lui dato alla luce in Messina 1822.<section end="10" /><br>{{gap|1em}} (11) <section begin="11" />Distante miglia 12 da Messina, nella costa della Calabria, immensa, alta, scosce sa rupe erge la spaventevole sua massa. Questa è la tanto famosa Scilla, di cui moltissimi antichi poeti ed istorici orribili cose ci narrano. {{AutoreCitato|Omero|Omero}} nell'{{TestoCitato|Odissea|Odissea}}, lib. 12, e {{AutoreCitato|Publio Virgilio Marone|Virgilio}} nel lib. 3 dell'{{TestoCitato|Eneide|Eneide}}, che han voluto<section end="11" /><noinclude><references/></noinclude> isw2m7hba13hf5d4czp8wfpys389auc Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/133 108 1023968 3870396 3862580 2026-08-05T11:47:31Z Spinoziano (BEIC) 60217 3870396 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|128|{{Sc|viaggio}}}}</noinclude>{{pt|ne|Pietro Fullone}}, Ventimiglia, Sparacio, arciprete di Alessandria, {{wl|Q55226334|principe di Campo Franco}}<ref>''Poesie di Antonino Lucchesi, principe di Campo Franco. Napoli'' 1781, 8.</ref>, e due ancora viventi, cioè l'avvocato Simonelli e {{AutoreCitato|Giovanni Meli|Giovanni Meli}}<ref>''La Fata Galanti, puema berniscu di D. Gio. Meli. Palermo'' 1769, 8.</ref>. Il primo di questi due, per quanto so, non ha sinora esposto alla luce alcuna delle sue composizioni, ma sono in corso molte copie dei suoi più bei pezzi{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/214|6}}. L'opera del secondo, è stata diverse volte stampata, ed è divenuta la canzone della plebe in tutta la Sicilia. {{wl|Q1694345|Bartels}} ne ha inserito alcune parti nelle sue lettere, che aveva sentito cantare dai marinai di Sicilia, e che contengono una bella descrizione del mostro marino Scilla{{Nota separata|Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/214|7}}. Mi sia pure permesso di esporre al lettore alcuni brevi esemplari d'altri poeti, che dar gli possano una esatta idea della natura del linguaggio siciliano e della sua grande utilità per la poesia. Idilli, descrizioni di scene della natura, canzoni di amore e di duolo sono le parti della poesia che i Siciliani amano in modo particolare e con felicità vi riescono, e per le <ref follow="nota_p127">''{{pt|tolo|titolo}}'': Rime di monsignor {{wl|Q3961260|D. Simone Rau e Requisens}}, 8.</ref><noinclude><references/></noinclude> j63kk3p3p8qtpe3oy0ac6lg0vti4hkg Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/205 108 1023984 3870337 3861819 2026-08-05T08:16:26Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Trascritta */ 3870337 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|200|{{Sc|note}}}}</noinclude><section begin="11" />celebrarla con i misterj e l'esagerazioni della favola, non potevano adattarla in un modo più analogo alla sua condizione. È assolutamente vero che nella sua base aprendosi Scilla in caverne diverse, la più grande delle quali è chiamata ''Dragara'', ivi le onde agitate s'incalzano, rifrangono, in ispruzzi alto si elevano ed anco in tempo di calma producono fremiti, tuoni e confusi latrati di cani che a distanza di qualche miglio con ispavento si sentono. A questi orrori che le tempeste moltiplicano, fatalissimo pericolo si unisce ove la corrente del mare, sboccando lo stretto dal sud al nord un bastimento già in balía di forte vento di libeccio investe. Se la perizia d'un nazionale piloto non giunga opportunamente a salvarlo, forza è che l'infelice legno su quello scoglio o nelle sirti vicine sbatta e si perda.<br>{{gap|1em}} Cariddi dalle antiche descrizioni si crederebbe assai vicina e rimpetto Scilla, ma essa n'è distante miglia 12, la situazione della quale è presso il mare che bagna il braccio di S. Ranieri, su di cui a distanza di 700 piedi circa da Cariddi è costruita la lanterna del molo. Questo vortice si chiama corrottamente ''garofano'', nome proveniente dalle due greche parole καλόν e Φάρος, cioè ''bello'' e ''fanale di navigazione'', vocabolo che ha comune con tutti quelli che servono ad illuminare i porti. Qualcuno ne ricava ben anco l'etimologia dalle parole καλόν e Φάος, ossia ''bello'' e ''lume'', alludendo alla luce di quel fanale. Se {{AutoreCitato|Friedrich Münter|Münter}} non ha trovato nelle sue osservazioni quanto di spaventevole e grandioso toccante questo fenomeno se ne trova descritto e raccontato, non perciò il navigarvi è privo d'inaspettati e fatali pericoli. È per questo riguardo da una legge proibito agli esteri bastimenti di entrare ed uscire dallo stretto senza farsi guidare da esperti piloti all'uopo destinati, per essere stato molte fiate di gravissimo disastro a chi ne ha trascurato l'indispensabile ajuto. Non è solo<section end="11" /><noinclude><references/></noinclude> m705c3npgornpuitnl75ri9tmwk5si2 3870354 3870337 2026-08-05T09:26:11Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Riletta */ 3870354 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|200|{{Sc|note}}}}</noinclude><section begin="11" />celebrarla con i misterj e l'esagerazioni della favola, non potevano adattarla in un modo più analogo alla sua condizione. È assolutamente vero che nella sua base aprendosi Scilla in caverne diverse, la più grande delle quali è chiamata ''Dragara'', ivi le onde agitate s'incalzano, rifrangono, in ispruzzi alto si elevano ed anco in tempo di calma producono fremiti, tuoni e confusi latrati di cani che a distanza di qualche miglio con ispavento si sentono. A questi orrori che le tempeste moltiplicano, fatalissimo pericolo si unisce ove la corrente del mare, sboccando lo stretto dal sud al nord un bastimento già in balía di forte vento di libeccio investe. Se la perizia d'un nazionale piloto non giunga opportunamente a salvarlo, forza è che l'infelice legno su quello scoglio o nelle sirti vicine sbatta e si perda.<br>{{gap|1em}} Cariddi dalle antiche descrizioni si crederebbe assai vicina e rimpetto Scilla, ma essa n'è distante miglia 12, la situazione della quale è presso il mare che bagna il braccio di S. Ranieri, su di cui a distanza di 700 piedi circa da Cariddi è costruita la lanterna del molo. Questo vortice si chiama corrottamente ''garofano'', nome proveniente dalle due greche parole καλόν e Φάρος, cioè ''bello'' e ''fanale di navigazione'', vocabolo che ha comune con tutti quelli che servono ad illuminare i porti. Qualcuno ne ricava ben anco l'etimologia dalle parole καλόν e Φάος, ossia ''bello'' e ''lume'', alludendo alla luce di quel fanale. Se {{AutoreCitato|Friedrich Münter|Münter}} non ha trovato nelle sue osservazioni quanto di spaventevole e grandioso toccante questo fenomeno se ne trova descritto e raccontato, non perciò il navigarvi è privo d'inaspettati e fatali pericoli. È per questo riguardo da una legge proibito agli esteri bastimenti di entrare ed uscire dallo stretto senza farsi guidare da esperti piloti all'uopo destinati, per essere stato molte fiate di gravissimo disastro a chi ne ha trascurato l'indispensabile ajuto. 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In quei momenti di calma, ove un liscio e lucido piano sulle sue acque si manifesta, giunse egli con la diligente sua pazienza a misurarne con lo scandaglio il supposto interminabile baratro, che si trovò non avere profondità maggiore di 500 piedi. Fu però costui da peritissimi marinari assicurato che tutt'altro accader suole, ove burrascosi tempi lo incrudeliscono, perchè straordinarj bollimenti e tre o quattro piccioli vortici rendono impraticabile e periglioso il Garofano. V. Spall., cap. 22, l. c.<br>{{gap|1em}} Nè in questo luogo soltanto l'arte del pilota dev'esser diretta. Tutto il canale offre ragione di studio e di ben esaminata conoscenza delle molte, diverse e contrastanti correnti che, percuotendo le due opposte spiagge dello stretto sotto angoli differenti, riflettonsi in modo, che fra quelle le quali s'interseccano, alcune ve ne sono che muovendosi in sensi paralelli e totalmente contrari, trovansi tra loro in contatto. Questo da' naturali si chiama il filo della marea o rema, dal greco nome ῥεῦμα, Ossia ''flusso''. Or siccome queste correnti, denominate ancora ''fili reflui'', è noto che prodotte siano dal flusso e riflusso del mare, ne risulta in conseguenza che le loro direzioni cambiano ad ogni sei ore, le quali più o meno violenti e rapide si succedono a norma de' tempi e delle stagioni, ossia come le attrazioni del sole, e particolarmente della luna hanno maggiore o minore influenza sulle acque del mare, attese le rispettive loro posizioni verso il nostro pianeta. Nel principio di ogni cambiamento di marea, ove tutto il sistema de' già inoltrati fili reflui forza è che prenda totalmente opposto {{Pt|cam-}}<section end="11" /><noinclude><references/></noinclude> fr21mxdv247os4yte7z56u22kxb3ucb 3870356 3870339 2026-08-05T09:27:52Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Riletta */ 3870356 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del traduttore}}.|201}}</noinclude><section begin="11" />in quel punto il pericolo. La sfera di sua attività essendo assai ristretta, non fa mestieri che i legni lo solchino o che di molto se gli avvicinino. Ancora come quel viaggiatore, {{AutoreCitato|Lazzaro Spallanzani|Spallanzani}} esaminare ne volle le minute circostanze, ed ugualmente si persuase che non presentava affatto movimenti vorticosi, segni di luttuosi rischj ed una sede di naufragj. In quei momenti di calma, ove un liscio e lucido piano sulle sue acque si manifesta, giunse egli con la diligente sua pazienza a misurarne con lo scandaglio il supposto interminabile baratro, che si trovò non avere profondità maggiore di 500 piedi. Fu però costui da peritissimi marinari assicurato che tutt'altro accader suole, ove burrascosi tempi lo incrudeliscono, perchè straordinarj bollimenti e tre o quattro piccioli vortici rendono impraticabile e periglioso il Garofano. V. Spall., cap. 22, l. c.<br>{{gap|1em}} Nè in questo luogo soltanto l'arte del pilota dev'esser diretta. Tutto il canale offre ragione di studio e di ben esaminata conoscenza delle molte, diverse e contrastanti correnti che, percuotendo le due opposte spiagge dello stretto sotto angoli differenti, riflettonsi in modo, che fra quelle le quali s'interseccano, alcune ve ne sono che muovendosi in sensi paralelli e totalmente contrari, trovansi tra loro in contatto. Questo da' naturali si chiama il filo della marea o rema, dal greco nome ῥεῦμα, Ossia ''flusso''. Or siccome queste correnti, denominate ancora ''fili reflui'', è noto che prodotte siano dal flusso e riflusso del mare, ne risulta in conseguenza che le loro direzioni cambiano ad ogni sei ore, le quali più o meno violenti e rapide si succedono a norma de' tempi e delle stagioni, ossia come le attrazioni del sole, e particolarmente della luna hanno maggiore o minore influenza sulle acque del mare, attese le rispettive loro posizioni verso il nostro pianeta. Nel principio di ogni cambiamento di marea, ove tutto il sistema de' già inoltrati fili reflui forza è che prenda totalmente opposto {{Pt|cam-}}<section end="11" /><noinclude><references/></noinclude> fxhg6twfam22nh08k5ewemy73st50d7 Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/207 108 1023986 3870341 3861821 2026-08-05T08:24:45Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Trascritta */ 3870341 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|202|{{Sc|note}}}}</noinclude><section begin="11" />{{pt|mino|cammino}}, ne avviene che una corrente non vinta ancora dalla nuova reazione scorre con una direzione appieno contraria a quella di un'altra, che al nuovo potere dell'attrazione lunare ha ceduto; oppure succederà che in quel contrasto si stiano le correnti per qualche tempo stazionarie. Un canale sì ristretto ed intersecato di tante e diverse masse d'acqua che in mille sensi si fan aspra guerra tra loro, non può offrire che spaventi e perigli alla navigazione, i quali dalla sola perizia dei piloti vengono resi di poca o di nessuna trista conseguenza, con iscegliere, anzi saper prevedere le vegnenti favorevoli correnti che al loro destino spianino la strada ed in salvo li conducano. Queste correnti, le di cui direzioni sono sempre costanti, dipendendo dalle diverse sinuosità del divisato canale, urtandosi tra loro, quei giri producono e sconvolgimenti che fanno apparire esservi in quelle acque vortici costanti. Come è facile a comprendersi, i venti possono di gran lunga rendere più violente e perniciose reme siffatte, in ragione della loro forza e della direzione secondo la quale essi le investono; e quindi le tempeste sono ivi di grave e disastrosa conseguenza, precisamente quando il vento di scirocco le move.<br>{{gap|1em}} Le inuguaglianze del suolo del mare contribuiscono di molto ad accrescere quella disordinata e qualche volta vorticosa concorrenza de' fili reflui, giacchè questi, secondo le posizioni delle nascoste valli e dei promontorj alla superficie delle acque del mare sottoposti, tendono ancora naturalmente il loro corso. Infatti è certamente dovuto a quelle disuguaglianze, che non solo in tutti gli stretti i fenomeni di cui si parla vengono osservati; ma nell'Oceano ben anco ed in mare aperto in mezzo l'Africa e l'America un potentissimo vortice s'interpone straordinariamente da' naviganti temuto. Quello del Danubio, di cui {{AutoreCitato|Friedrich Münter|Münter}} fa menzione, versa i suoi orrori presso di Grein nell'alta Austria. ''Rochers''<section end="11" /><noinclude><references/></noinclude> 93xrcqag7xlt0ez3hs3xw5v3i9tjcnt 3870357 3870341 2026-08-05T09:29:47Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Riletta */ 3870357 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|202|{{Sc|note}}}}</noinclude><section begin="11" />{{pt|mino|cammino}}, ne avviene che una corrente non vinta ancora dalla nuova reazione scorre con una direzione appieno contraria a quella di un'altra, che al nuovo potere dell'attrazione lunare ha ceduto; oppure succederà che in quel contrasto si stiano le correnti per qualche tempo stazionarie. Un canale sì ristretto ed intersecato di tante e diverse masse d'acqua che in mille sensi si fan aspra guerra tra loro, non può offrire che spaventi e perigli alla navigazione, i quali dalla sola perizia dei piloti vengono resi di poca o di nessuna trista conseguenza, con iscegliere, anzi saper prevedere le vegnenti favorevoli correnti che al loro destino spianino la strada ed in salvo li conducano. Queste correnti, le di cui direzioni sono sempre costanti, dipendendo dalle diverse sinuosità del divisato canale, urtandosi tra loro, quei giri producono e sconvolgimenti che fanno apparire esservi in quelle acque vortici costanti. Come è facile a comprendersi, i venti possono di gran lunga rendere più violente e perniciose reme siffatte, in ragione della loro forza e della direzione secondo la quale essi le investono; e quindi le tempeste sono ivi di grave e disastrosa conseguenza, precisamente quando il vento di scirocco le move.<br>{{gap|1em}} Le inuguaglianze del suolo del mare contribuiscono di molto ad accrescere quella disordinata e qualche volta vorticosa concorrenza de' fili reflui, giacchè questi, secondo le posizioni delle nascoste valli e dei promontorj alla superficie delle acque del mare sottoposti, tendono ancora naturalmente il loro corso. Infatti è certamente dovuto a quelle disuguaglianze, che non solo in tutti gli stretti i fenomeni di cui si parla vengono osservati; ma nell'Oceano ben anco ed in mare aperto in mezzo l'Africa e l'America un potentissimo vortice s'interpone straordinariamente da' naviganti temuto. Quello del Danubio, di cui {{AutoreCitato|Friedrich Münter|Münter}} fa menzione, versa i suoi orrori presso di Grein nell'alta Austria. ''Rochers''<section end="11" /><noinclude><references/></noinclude> lnq1a1com1cbjarjbeh2xtc6j3wude3 Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/208 108 1023987 3870345 3861822 2026-08-05T08:31:15Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Trascritta */ 3870345 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del traduttore}}.|203}}</noinclude>''cachès sous les eaux à différentes profondeurs y rendent la navigation périlleuse''. Enc. Geog. Altra incontrastabile prova che le ineguaglianze del fondo del mare o de' gran fiumi sono cagioni di sconvolgimenti siffatti. E qui è da riflettere che ove tali disuguaglianze sono assai profonde, nuovo fenomeno ne deriva; cioè che una corrente sovrasti ad un'altra in contrario ed opposto senso. Nella Teoria della Terra, Art. {{Sc|ii}}, aveva il {{AutoreCitato|Georges-Louis Leclerc de Buffon|Buffon}} negata l'esistenza delle medesime, che alcuni negli stretti di Gibilterra, del Sund e del Bosforo osservarsi sostenevano, quando l'abile navigatore Deslandes lo persuase a ricredersi, dopo avergli presentate le precise esperienze da lui accuratamente fatte ne' capi Gonsalves e di s. Catterina “''Les observations'', dice quel naturalista, ''de M. Leslandes me paroissent décisives, et j'y souscris avec plaisir''.<br>{{gap|1em}} Forse a questo continuato urto delle acque, le quali hanno per dir così smussato e reso meno tortuose ed intricate quelle inuguaglianze, e le altre che allo scoverto sono state lasciate, attribuir si deve il bene che lo stretto di Messina non è così spaventevole come se lo figurarono, oppure come realmente gli antichi il conobbero. Anco il rinomato vortice di Mahlstrom o Moskoestrom del mar di Norvegia, tra la punta di Lofoden e l'isola Moskoe, non fa più immaginare, che da molto lungi balene, barche, alberi e vascelli attiri, e che, secondo il {{AutoreCitato|Athanasius Kircher|P. Kircker}}, sino al centro della terra se li trasporti, o che i frantumi per via di sotterranea comunicazione nel golfo di Botnia ne rigetti. Il consigliere di Stato sig. Schelderup nel 1750 ne ha data una bella e dotta descrizione inserita nelle memorie dell'Accademia di Svezia, che non lascia niente a desiderarsi. Il nostro {{AutoreCitato|Domenico Scinà|abate Scinà}}, in un picciolissisimo ma interessante opuscolo stampato nella Biblioteca Italiana, n. 26, febbrajo 1818, ha composto una breve teoria su i fili reflui dello stretto di Messina. Il dotto P. Kircker ne fa una ingegnosa<section end="11" /><noinclude><references/></noinclude> gxjloydueuqzjfu0j8xp7ubvlukk6wd 3870360 3870345 2026-08-05T09:36:20Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Riletta */ 3870360 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del traduttore}}.|203}}</noinclude><section begin="11" />''cachès sous les eaux à différentes profondeurs y rendent la navigation périlleuse''. Enc. Geog. Altra incontrastabile prova che le ineguaglianze del fondo del mare o de' gran fiumi sono cagioni di sconvolgimenti siffatti. E qui è da riflettere che ove tali disuguaglianze sono assai profonde, nuovo fenomeno ne deriva; cioè che una corrente sovrasti ad un'altra in contrario ed opposto senso. Nella Teoria della Terra, Art. {{Sc|ii}}, aveva il {{AutoreCitato|Georges-Louis Leclerc de Buffon|Buffon}} negata l'esistenza delle medesime, che alcuni negli stretti di Gibilterra, del Sund e del Bosforo osservarsi sostenevano, quando l'abile navigatore Deslandes lo persuase a ricredersi, dopo avergli presentate le precise esperienze da lui accuratamente fatte ne' capi Gonsalves e di s. Catterina “''Les observations'', dice quel naturalista, ''de M. Leslandes me paroissent décisives, et j'y souscris avec plaisir''.<br>{{gap|1em}} Forse a questo continuato urto delle acque, le quali hanno per dir così smussato e reso meno tortuose ed intricate quelle inuguaglianze, e le altre che allo scoverto sono state lasciate, attribuir si deve il bene che lo stretto di Messina non è così spaventevole come se lo figurarono, oppure come realmente gli antichi il conobbero. Anco il rinomato vortice di Mahlstrom o Moskoestrom del mar di Norvegia, tra la punta di Lofoden e l'isola Moskoe, non fa più immaginare, che da molto lungi balene, barche, alberi e vascelli attiri, e che, secondo il {{AutoreCitato|Athanasius Kircher|P. Kircker}}, sino al centro della terra se li trasporti, o che i frantumi per via di sotterranea comunicazione nel golfo di Botnia ne rigetti. Il consigliere di Stato sig. Schelderup nel 1750 ne ha data una bella e dotta descrizione inserita nelle memorie dell'Accademia di Svezia, che non lascia niente a desiderarsi. Il nostro {{AutoreCitato|Domenico Scinà|abate Scinà}}, in un picciolissisimo ma interessante opuscolo stampato nella Biblioteca Italiana, n. 26, febbrajo 1818, ha composto una breve teoria su i fili reflui dello stretto di Messina. Il dotto P. Kircker ne fa una ingegnosa<section end="11" /><noinclude><references/></noinclude> ap4k6zsli4i3bfd6dlkldqvm2hoi5ze Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/209 108 1023988 3870346 3861823 2026-08-05T08:38:24Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Trascritta */ 3870346 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude><section begin="Messina" /><section begin="11" />descrizione, ma secondo il sistema delle sue teorie, attribuisce tutto a'canali sotterranei, ed in conseguenza ad inghiottimenti e rigurgiti delle acque, ora ad impetuosi venti, ed ora ad effetti del flusso e riflusso attribuiti. Nel suo lib. 2, ''de Opificio globi terrestris'', inserita si trova una pianta, dove l'autore è così certo di sua credenza, che si è trasportato a delinearvi sin anco il vero sotterraneo cammino, il quale interposto rimane tra il vortice e Capo Passero. Un altro più corto canale nella pianta medesima resta marcato, cominciando da Cariddi fin alle alture di Taormina. Egli il suo raziocinio appoggia all'essersi osservato che dopo qualche naufragio rottami di bastimenti si sono rinvenuti sino alla spiaggia di quel paese sbalzati. Questi accidenti erano conosciuti sino dai tempi di {{AutoreCitato|Strabone|Strabone}}, per cui nel lib. 6 si esprime egli con queste parole: ''Quorum dissipatorum, et absorptorum fragmenta ad litus tauromenitanum devolvuntur, quod ab hoc eventu Copriam quasi sterquilineum dicunt''. Non è per altro inverisimile, che in date circostanze gli avanzi de' naufragj dalle stesse correnti fossero stati trascinati sino a quelle coste, per cui una simile opinione si sia fra gli antichi accreditata. Nell'opera del nominato {{AutoreCitato|Athanasius Kircher|P. Kirker}}, e propriamente nel lib. 3 de ''Mundo subterraneo'', si trova delineata una pianta, in cui si vede un canale sotterraneo che dal vortice di Mahlstrom prende il suo corso, e nella parte più settentrionale del golfo di Botnia si apre un'uscita, ove un altro vortice si osserva. In verità in mezzo alle chimere dei suoi canali in quella sua idrografica intelligenza molta e somma dottrina si ammira.<section end="11" /><br>{{gap|1em}}<section end="Messina" /> <section begin="Poesia siciliana" /> {{Ct|''Note all' articolo notizie sulla poesia siciliana.''|t=4}} (1) <section begin="1" />Le più incivilite e dotte lingue del mondo, l'ebraica, araba, greca e latina, non hanno avuto che i più rozzi ed incolti principj. Sopra queste<section end="1" /><section end="Poesia siciliana" /><noinclude><references/></noinclude> alk0bbpcke0ah9fwa5q4qqnoxoiw82t 3870347 3870346 2026-08-05T08:38:39Z Marcella Medici (BEIC) 22982 3870347 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|204|{{Sc|note}}}}</noinclude><section begin="Messina" /><section begin="11" />descrizione, ma secondo il sistema delle sue teorie, attribuisce tutto a'canali sotterranei, ed in conseguenza ad inghiottimenti e rigurgiti delle acque, ora ad impetuosi venti, ed ora ad effetti del flusso e riflusso attribuiti. Nel suo lib. 2, ''de Opificio globi terrestris'', inserita si trova una pianta, dove l'autore è così certo di sua credenza, che si è trasportato a delinearvi sin anco il vero sotterraneo cammino, il quale interposto rimane tra il vortice e Capo Passero. Un altro più corto canale nella pianta medesima resta marcato, cominciando da Cariddi fin alle alture di Taormina. Egli il suo raziocinio appoggia all'essersi osservato che dopo qualche naufragio rottami di bastimenti si sono rinvenuti sino alla spiaggia di quel paese sbalzati. Questi accidenti erano conosciuti sino dai tempi di {{AutoreCitato|Strabone|Strabone}}, per cui nel lib. 6 si esprime egli con queste parole: ''Quorum dissipatorum, et absorptorum fragmenta ad litus tauromenitanum devolvuntur, quod ab hoc eventu Copriam quasi sterquilineum dicunt''. Non è per altro inverisimile, che in date circostanze gli avanzi de' naufragj dalle stesse correnti fossero stati trascinati sino a quelle coste, per cui una simile opinione si sia fra gli antichi accreditata. Nell'opera del nominato {{AutoreCitato|Athanasius Kircher|P. Kirker}}, e propriamente nel lib. 3 de ''Mundo subterraneo'', si trova delineata una pianta, in cui si vede un canale sotterraneo che dal vortice di Mahlstrom prende il suo corso, e nella parte più settentrionale del golfo di Botnia si apre un'uscita, ove un altro vortice si osserva. In verità in mezzo alle chimere dei suoi canali in quella sua idrografica intelligenza molta e somma dottrina si ammira.<section end="11" /><br>{{gap|1em}}<section end="Messina" /> <section begin="Poesia siciliana" /> {{Ct|''Note all' articolo notizie sulla poesia siciliana.''|t=4}} (1) <section begin="1" />Le più incivilite e dotte lingue del mondo, l'ebraica, araba, greca e latina, non hanno avuto che i più rozzi ed incolti principj. 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Un altro più corto canale nella pianta medesima resta marcato, cominciando da Cariddi fin alle alture di Taormina. Egli il suo raziocinio appoggia all'essersi osservato che dopo qualche naufragio rottami di bastimenti si sono rinvenuti sino alla spiaggia di quel paese sbalzati. Questi accidenti erano conosciuti sino dai tempi di {{AutoreCitato|Strabone|Strabone}}, per cui nel lib. 6 si esprime egli con queste parole: ''Quorum dissipatorum, et absorptorum fragmenta ad litus tauromenitanum devolvuntur, quod ab hoc eventu Copriam quasi sterquilineum dicunt''. Non è per altro inverisimile, che in date circostanze gli avanzi de' naufragj dalle stesse correnti fossero stati trascinati sino a quelle coste, per cui una simile opinione si sia fra gli antichi accreditata. Nell'opera del nominato {{AutoreCitato|Athanasius Kircher|P. Kirker}}, e propriamente nel lib. 3 de ''Mundo subterraneo'', si trova delineata una pianta, in cui si vede un canale sotterraneo che dal vortice di Mahlstrom prende il suo corso, e nella parte più settentrionale del golfo di Botnia si apre un'uscita, ove un altro vortice si osserva. In verità in mezzo alle chimere dei suoi canali in quella sua idrografica intelligenza molta e somma dottrina si ammira.<section end="11" /><br>{{gap|1em}}<section end="Messina" /> <section begin="Poesia siciliana" /> {{Ct|''Note all' articolo notizie sulla poesia siciliana.''|t=4}} (1) <section begin="1" />Le più incivilite e dotte lingue del mondo, l'ebraica, araba, greca e latina, non hanno avuto che i più rozzi ed incolti principj. 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Egli il suo raziocinio appoggia all'essersi osservato che dopo qualche naufragio rottami di bastimenti si sono rinvenuti sino alla spiaggia di quel paese sbalzati. Questi accidenti erano conosciuti sino dai tempi di {{AutoreCitato|Strabone|Strabone}}, per cui nel lib. 6 si esprime egli con queste parole: ''Quorum dissipatorum, et absorptorum fragmenta ad litus tauromenitanum devolvuntur, quod ab hoc eventu Copriam quasi sterquilineum dicunt''. Non è per altro inverisimile, che in date circostanze gli avanzi de' naufragj dalle stesse correnti fossero stati trascinati sino a quelle coste, per cui una simile opinione si sia fra gli antichi accreditata. Nell'opera del nominato {{AutoreCitato|Athanasius Kircher|P. Kirker}}, e propriamente nel lib. 3 de ''Mundo subterraneo'', si trova delineata una pianta, in cui si vede un canale sotterraneo che dal vortice di Mahlstrom prende il suo corso, e nella parte più settentrionale del golfo di Botnia si apre un'uscita, ove un altro vortice si osserva. In verità in mezzo alle chimere dei suoi canali in quella sua idrografica intelligenza molta e somma dottrina si ammira.<section end="11" /><br>{{gap|1em}}<section end="Messina" /> <section begin="Poesia siciliana" /> {{Ct|''Note all'articolo notizie sulla poesia siciliana.''|t=4}} (1) <section begin="1" />Le più incivilite e dotte lingue del mondo, l'ebraica, araba, greca e latina, non hanno avuto che i più rozzi ed incolti principj. 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Le barbare popolazioni del Nord, e prima di costoro la folla immensa di stranieri, che di necessità frequentar doveano l'Impero romano, diedero un colpo fatale a quell'antica e nobile favella. Alterandosi di continuo le proprie voci, con accorciarle, allungarle e cambiarne le desinenze, al passo istesso moltissimi nuovi vocaboli s'introducevano, per cui se ne formò finalmente un linguaggio che ''volgare'' fu chiamato. Nessuna lingua vantar può originalità. Il possederne una di già ben formata, non è il retaggio delle picciole, ma delle grandi nazioni. Nate queste dall'unione di diverse e molte tribù vicine, e di civili corporazioni, non poterono basare per conseguenza la loro favella che sopra diversi loro dialetti ed alle volte su i loro informi originarj linguaggi. Questo stesso successe ugualmente all'italiano, ma per una via totalmente inaspettata. Corrotta ed oltremodo viziata la lingua latina fu in seguito madre di non pochi dialetti, de'quali nessuno potè per i primi secoli vantare perfezione e supremazia su di un altro: tutti però concorsero a prestare i loro alimenti alla generazione d'una favella che tanta nobiltà, elevatezza e perfezione doveva con sorpresa acquistare. Se si domanda, dice il {{AutoreCitato|Girolamo Tiraboschi|Tiraboschi}} nella prefazione al tom. 3, a qual tempo la lingua latina divenne italiana, se ne suol fissare comunemente l'epoca nel dodicesimo secolo. I Siciliani però furon al certo coloro che ne composero i primi stabilimenti, aprendole la strada a quel glorioso posto, nel quale era destinata primeggiare fra i viventi linguaggi. Mentre<section end="1" /><noinclude><references/></noinclude> tvy8vdzhdl0zjkob9pnccsmhlh2y8cs 3870367 3870348 2026-08-05T09:44:24Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Riletta */ 3870367 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del traduttore}}.|205}}</noinclude><section begin="1" />meschine basi a poco a poco e per gradi insensibili, sebbene non interrotti, si sono le medesime innalzate, e giunte alla fine si videro a quella perfezione dovuta al progredimento delle umane idee, cognizioni, arti e scienze. L'italiana, adorna di bellezza, forza, ricchezza, armonia e maestà, trae una origine tutta nuova e misteriosa, cioè la corruzione e la rovina d'una delle più celebrate, ossia della lingua latina. Le barbare popolazioni del Nord, e prima di costoro la folla immensa di stranieri, che di necessità frequentar doveano l'Impero romano, diedero un colpo fatale a quell'antica e nobile favella. Alterandosi di continuo le proprie voci, con accorciarle, allungarle e cambiarne le desinenze, al passo istesso moltissimi nuovi vocaboli s'introducevano, per cui se ne formò finalmente un linguaggio che ''volgare'' fu chiamato. Nessuna lingua vantar può originalità. Il possederne una di già ben formata, non è il retaggio delle picciole, ma delle grandi nazioni. Nate queste dall'unione di diverse e molte tribù vicine, e di civili corporazioni, non poterono basare per conseguenza la loro favella che sopra diversi loro dialetti ed alle volte su i loro informi originarj linguaggi. Questo stesso successe ugualmente all'italiano, ma per una via totalmente inaspettata. Corrotta ed oltremodo viziata la lingua latina fu in seguito madre di non pochi dialetti, de' quali nessuno potè per i primi secoli vantare perfezione e supremazia su di un altro: tutti però concorsero a prestare i loro alimenti alla generazione d'una favella che tanta nobiltà, elevatezza e perfezione doveva con sorpresa acquistare. Se si domanda, dice il {{AutoreCitato|Girolamo Tiraboschi|Tiraboschi}} nella prefazione al tom. 3, a qual tempo la lingua latina divenne italiana, se ne suol fissare comunemente l'epoca nel dodicesimo secolo. I Siciliani però furon al certo coloro che ne composero i primi stabilimenti, aprendole la strada a quel glorioso posto, nel quale era destinata primeggiare fra i viventi linguaggi. 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I Siciliani, dice l'erudito Cesarotti nel Saggio sulla filosofia della lingua, parte 4, ''si distinsero sopra gli altri e diedero tal pregio alla nostra favella, che al dire di {{AutoreCitato|Dante Alighieri|Dante}} idioma volgare e siciliano valeva lo stesso''. M. {{AutoreCitato|Pierre-Louis Ginguené|Ginguenė}}, appoggiato a questo autore, asserisce, ''et la littérature entière d'Italie s'appellait sicilienne, parceque, tout ce qui s'écrivait de plus exquis venait de la cour de Sicile''. V. Hist. de la lit. d'Italie.<section end="1" /><br>{{gap|1em}} (2) <section begin="2" />Intanto se il merito e l'onore di sviluppare questa lingua e di fissarne la vera formazione, furono riservati a {{AutoreCitato|Dante Alighieri|Dante}}, {{AutoreCitato|Francesco Petrarca|Petrarca}} e {{AutoreCitato|Giovanni Boccaccio|Boccaccio}}, e per essi alla Toscana, il dialetto di Sicilia aveva già avuto il vanto di dar principio all'italiana poesia. A pag. 4 e 6 della Biblioteca italiana 1821, mese di settembre, si legge: ''I Siciliani, consapevoli che i primi poeti italiani sursero nel proprio paese, diranno che il loro dialetto è più nobile di qualunque altro''. Essendo, come si è detto, stati i Siciliani che per la prima volta scrissero nel volgare novello idioma, furon essi i primi a far de' versi, onde meglio e con facilità manifestare i loro amori al bel Sesso, come si spiega {{AutoreCitato|Ludovico Antonio Muratori|Muratori}} nel lib. {{Sc|i}}, cap. 3 della Perfetta Poesia italiana. Ancora di questo fa grato ricordo il Petrarca nel cap. 4 del Trionfo d'Amore, assicurando che i medesimi furono i primi tra i poeti d'Italia. Nata questa poesia sotto un imperatore e re, manifestò fin da' suoi vagiti nobiltà e splendore. Non si conosce pezzo di poesia più antico di quello composto da {{AutoreCitato|Cielo d'Alcamo|Ciullo d'Alcamo}} prima del 1193, per far egli menzione come vivente dell'{{wl|Q8581|imperator Saladino}} morto in quell'anno. Ce lo dimostra dottamente il sig. {{AutoreCitato|Girolamo Tiraboschi|Tiraboschi}} nel tom. 4, lib. 3. Malgrado che {{AutoreCitato|Giovanni Mario Crescimbeni|Crescimbeni}} si {{Pt|occu-}}<section end="2" /><noinclude><references/></noinclude> 9a18eaaj8mm1i7j1a4ql4efg70qwpd0 3870368 3870350 2026-08-05T09:47:49Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Riletta */ 3870368 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|206|{{Sc|note}}}}</noinclude><section begin="1" />gli altri diversi nazionali dialetti stavansi in silenzio nelle scritture, costoro sin dal principio di quel secolo avean fatto conoscere nelle opere loro il merito della lingua volgare, che ne' belli giorni di {{AutoreCitato|Federico II|Federico II}} e suoi illustri successori venne in tanta riputazione. I Siciliani, dice l'erudito Cesarotti nel Saggio sulla filosofia della lingua, parte 4, ''si distinsero sopra gli altri e diedero tal pregio alla nostra favella, che al dire di {{AutoreCitato|Dante Alighieri|Dante}} idioma volgare e siciliano valeva lo stesso''. M. {{AutoreCitato|Pierre-Louis Ginguené|Ginguenè}}, appoggiato a questo autore, asserisce, ''et la littérature entière d'Italie s'appellait sicilienne, parceque, tout ce qui s'écrivait de plus exquis venait de la cour de Sicile''. V. Hist. de la lit. d'Italie.<section end="1" /><br>{{gap|1em}} (2) <section begin="2" />Intanto se il merito e l'onore di sviluppare questa lingua e di fissarne la vera formazione, furono riservati a {{AutoreCitato|Dante Alighieri|Dante}}, {{AutoreCitato|Francesco Petrarca|Petrarca}} e {{AutoreCitato|Giovanni Boccaccio|Boccaccio}}, e per essi alla Toscana, il dialetto di Sicilia aveva già avuto il vanto di dar principio all'italiana poesia. A pag. 4 e 6 della Biblioteca italiana 1821, mese di settembre, si legge: ''I Siciliani, consapevoli che i primi poeti italiani sursero nel proprio paese, diranno che il loro dialetto è più nobile di qualunque altro''. Essendo, come si è detto, stati i Siciliani che per la prima volta scrissero nel volgare novello idioma, furon essi i primi a far de' versi, onde meglio e con facilità manifestare i loro amori al bel Sesso, come si spiega {{AutoreCitato|Ludovico Antonio Muratori|Muratori}} nel lib. {{Sc|i}}, cap. 3 della Perfetta Poesia italiana. Ancora di questo fa grato ricordo il Petrarca nel cap. 4 del Trionfo d'Amore, assicurando che i medesimi furono i primi tra i poeti d'Italia. Nata questa poesia sotto un imperatore e re, manifestò fin da' suoi vagiti nobiltà e splendore. Non si conosce pezzo di poesia più antico di quello composto da {{AutoreCitato|Cielo d'Alcamo|Ciullo d'Alcamo}} prima del 1193, per far egli menzione come vivente dell'{{wl|Q8581|imperator Saladino}} morto in quell'anno. Ce lo dimostra dottamente il sig. {{AutoreCitato|Girolamo Tiraboschi|Tiraboschi}} nel tom. 4, lib. 3. 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Ist. della poes. volg., vol. 5, par. 2, lib. {{Sc|i}}.<section end="2" /> (3) <section begin="3" />In mezzo alle somme stroppiature ed al deperimento della lingua latina, l'introduzione della rima usata già ne' versi Fescennini in occasioni di oscenità e di ubbriachezza, ed in seguito, e più generalmente ne' Leonini, nuova macchia e contagio le aggiunse. Era ben naturale che ad imitazione di questi versi e del gusto ancora delle rimate canzoni de' popoli settentrionali e degli Arabi ancora piuttostochè ad esempio de' Provenzali, i nostri adottato avessero la rima, che quel dotto Triunvirato di Toscana avrebbe fatto bene di estirpare dalla italiana poesia, che di sì nociva ed inutile puerilità non ha certamente bisogno, difetto che il {{AutoreCitato|Gabriello Chiabrera|Chiabrera}} aveva sentito confessare all'istesso {{AutoreCitato|Torquato Tasso|Tasso}}, già delle sue ottave pentito. V. la Vita di quel poeta. Deesi al {{AutoreCitato|Gian Giorgio Trissino|Trissino}} l'ardito esempio di averne il primo con vantaggio liberata la nostra poesia. Io sarei vago di vederne spogliati gl'Italiani, abbandonandone l'intero possesso a' Francesi che hanno, secondo il Principe della poesia, un indispensabile motivo di conservare e di rifugiarsi a questo uso. ''Nous avons donc un besoin essentiel du retour des mêmes sons pour que notre poësie ne soit point confondue avec la prose''. {{AutoreCitato|Voltaire|Voltaire}}, préface dans l'Oedipe.<section end="3" /><br>{{gap|1em}} (4) <section begin="4" />È ben da notarsi che i più antichi poeti, porzione de' quali sono dal {{AutoreCitato|Friedrich Münter|Münter}} nominati, scrivevano in uno stile all'italiano più approssimante di quello che lo sono le moderne siciliane poesie, non escluse quelle de lo stesso {{AutoreCitato|Giovanni Meli|Meli}}. Ecco una canzone di {{AutoreCitato|Cielo d'Alcamo|Ciullo d'Alcamo}}.<section end="4" /><noinclude><references/></noinclude> 635zfgb28q2wuv85g5ejcyt60kmpsq1 3870383 3870380 2026-08-05T11:28:16Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Riletta */ 3870383 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del traduttore}}.|207}}</noinclude><section begin="2" />{{pt|pi|occupi}} a volerne dare la primazia a Drusi pisano, al senese {{AutoreCitato|Folcacchiero da Siena|Folcacchiero}} ed al suo Ubaldino, è costretto pur non di meno confessare che non intendeva egli di contraddire ciò che prima a favor de Siciliani trovavasi aver esposto. ''A me pare chiarissima cosa'', ei dice, ''che la nostra poesia nascesse in Sicilia, dicendolo apertamente il Petrarca''. V. 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Deesi al {{AutoreCitato|Gian Giorgio Trissino|Trissino}} l'ardito esempio di averne il primo con vantaggio liberata la nostra poesia. Io sarei vago di vederne spogliati gl'Italiani, abbandonandone l'intero possesso a' Francesi che hanno, secondo il Principe della poesia, un indispensabile motivo di conservare e di rifugiarsi a questo uso. ''Nous avons donc un besoin essentiel du retour des mêmes sons pour que notre poësie ne soit point confondue avec la prose''. {{AutoreCitato|Voltaire|Voltaire}}, préface dans l'Oedipe.<section end="3" /><br>{{gap|1em}} (4) <section begin="4" />È ben da notarsi che i più antichi poeti, porzione de' quali sono dal {{AutoreCitato|Friedrich Münter|Münter}} nominati, scrivevano in uno stile all'italiano più approssimante di quello che lo sono le moderne siciliane poesie, non escluse quelle de lo stesso {{AutoreCitato|Giovanni Meli|Meli}}. Ecco una canzone di {{AutoreCitato|Cielo d'Alcamo|Ciullo d'Alcamo}}.<section end="4" /><noinclude><references/></noinclude> or9yq56epcd0aamtw6stub657nw031x Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/213 108 1023994 3870381 3861845 2026-08-05T11:26:37Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Trascritta */ 3870381 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|208|{{Sc|note}}}}</noinclude><poem>Virgo beata ajutami, Che io non perisca a torto. Rosa fresca aulentissima, Che vieni in ver l'estate Gli uomini ti disiono Polzelle e maritate. Traggimi d'este focora, Si t'este a bolontate Per te non ajo nocte e dia Pensando pur di voi Madonna mia.</poem><br>{{gap|1em}} La differenza tra l'antico e moderno dialetto di Sicilia dà a quest'ultimo una certa marca di originalità. Quello del nono e decimo secolo allontanandosi più da' due menzionati era all'incontro ripieno d'un maggior numero di parole arabe, e precisamente latine.<br>{{gap|1em}} E per non passar sotto silenzio l'onor che {{AutoreCitato|Nina siciliana|Monna Nina}} recò all'antica poesia volgare, è da sapersi che costei nacque in Sicilia, la quale fu forse la prima tra le poetesse siciliane. V. {{AutoreCitato|Girolamo Tiraboschi|Tiraboschi}}, l. c. e {{AutoreCitato|Giovanni Mario Crescimbeni|Crescimbeni}}, l. c., lib. 2. Ma il breve ed interessante elogio che ne fa M. {{AutoreCitato|Pierre-Louis Ginguené|Ginguenè}} sembrandomi più imparziale, come proveniente da un estero scrittore, mi piace, onde ne trascrivo qui le sue parole “Dice costui nel cap. 6, l. c.: ''Mais on doit ajouter à leurs noms le nom plus doux et plus aimable d'une certaine Nina, que son amour pour la poësie rendit amoureuse d'un poëte, qu'elle n'avait jamais vu. Il était de Majano en Toscane, et s'appellait Dante . . . C'était, dit Crescimbeni, la plus belle personne de son pays et de son temps. On la regarde comme la première femme, qui ait fait des vers italiens''”.<br>{{gap|1em}} Le sue poesie si son perdute, e non ne rimangono che pochi versi da lei scritti al suo Dante. Eccone qui appresso alcuni. <poem>Qual sete voi si cara proferenza. Che fate a me senza voi mostrare?<section end="4" /><noinclude><references/></noinclude> 2vr4ccvzj4h9o10ql30jvamfww30hs1 3870382 3870381 2026-08-05T11:26:55Z Marcella Medici (BEIC) 22982 3870382 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|208|{{Sc|note}}}}</noinclude><poem>Virgo beata ajutami, Che io non perisca a torto. Rosa fresca aulentissima, Che vieni in ver l'estate Gli uomini ti disiono Polzelle e maritate. 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Ma il breve ed interessante elogio che ne fa M. {{AutoreCitato|Pierre-Louis Ginguené|Ginguenè}} sembrandomi più imparziale, come proveniente da un estero scrittore, mi piace, onde ne trascrivo qui le sue parole “Dice costui nel cap. 6, l. c.: ''Mais on doit ajouter à leurs noms le nom plus doux et plus aimable d'une certaine Nina, que son amour pour la poësie rendit amoureuse d'un poëte, qu'elle n'avait jamais vu. Il était de Majano en Toscane, et s'appellait Dante . . . C'était, dit Crescimbeni, la plus belle personne de son pays et de son temps. On la regarde comme la première femme, qui ait fait des vers italiens''”.<br>{{gap|1em}} Le sue poesie si son perdute, e non ne rimangono che pochi versi da lei scritti al suo Dante. Eccone qui appresso alcuni. <poem>Qual sete voi si cara proferenza. 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Il était de Majano en Toscane, et s'appellait {{wl|Q3702408|Dante}} . . . C'était, dit Crescimbeni, la plus belle personne de son pays et de son temps. On la regarde comme la première femme, qui ait fait des vers italiens''”.<br>{{gap|1em}} Le sue poesie si son perdute, e non ne rimangono che pochi versi da lei scritti al suo Dante. Eccone qui appresso alcuni. <poem>Qual sete voi si cara proferenza. 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Ho sentito da lui stesso recitare alcuni canti sul diluvio universale, ne' quali regna tutto ciò che havvi di forte, espressivo e sublime che all' epopeja si appartenga.<section end="6" /><br>{{gap|1em}} (7) <section begin="7" />{{AutoreCitato|Giovanni Meli|Meli}} non ha composto tale grammatica, perchè il suo dialetto non ne ammette una diversa dalla generale italiana. La differenza riducesi a' vocaboli, alle frasi, a' sicilianismi ed al cambiamento costante di alcune vocali, ma non nelle regole grammaticali e nelle sintassi. Qui è giusto che io avverta il benigno lettore che la nota 15 al vol. I, pag. 234, riguarda l'or citato Giovanni Meli. Il non essersi quel numero apposto nel giusto sito del testo a pag. 34 di esso volume, potrebbe recare confusione senza questo avvertimento. Il Dizionario è stato compilato dall'abate Michele Pasqualino, ed ha un titolo assai più esteso, cioè di siciliano, etimologico, italiano e latino. Nel comporlo non trascurò l'autore di servirsi di tutti gli elementi che opere degli scrittori antecedenti gli avean potuto somministrare, profittando al tempo istesso degli ajuti e delle conoscenze di persone intelligenti e dotte in certi particolari rami di scienze ed arti, per averne i corrispondenti vocaboli tecnici. Egli ebbe in questo modo una specie di sanzione dal pubblico e dalla nazione di cui è la lingua.<section end="7" /><noinclude><references/></noinclude> qv203yh4hop0g0ea5ftza1ji4kalss4 3870387 3870384 2026-08-05T11:33:49Z Marcella Medici (BEIC) 22982 3870387 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del traduttore}}.|209}}</noinclude><section begin="4" /><poem>Molto m'agenzeria vostra parvenza Perchè meo cor potesse dichiarare ecc.</poem><section end="4" /><br>{{gap|1em}} (5) <section begin="5" />Non so quanto vero sia che l’''i'' e l’''u'' abbiano più acuta ed aspra pronunzia dell’''a'' ed ''o''; nè mi persuado, come ad un Danese sembrar possa per la prima volta aspro il dialetto siciliano, che in bocca delle colte ed educate persone ha tutta la delicatezza ed armonia della madrelingua, come il {{AutoreCitato|Friedrich Münter|Münter}} istesso più sotto asserisce.<section end="5" /><br>{{gap|1em}} (6) <section begin="6" />Non si comprende perchè l'avvocato Scimonelli non ha sinora illustrato d'un altro ornamento la poesia siciliana, con dare alla luce le sue eccellenti composizioni. 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Ho sentito da lui stesso recitare alcuni canti sul diluvio universale, ne' quali regna tutto ciò che havvi di forte, espressivo e sublime che all'epopeja si appartenga.<section end="6" /><br>{{gap|1em}} (7) <section begin="7" />{{AutoreCitato|Giovanni Meli|Meli}} non ha composto tale grammatica, perchè il suo dialetto non ne ammette una diversa dalla generale italiana. La differenza riducesi a' vocaboli, alle frasi, a' sicilianismi ed al cambiamento costante di alcune vocali, ma non nelle regole grammaticali e nelle sintassi. Qui è giusto che io avverta il benigno lettore che la nota 15 al vol. I, pag. 234, riguarda l'or citato Giovanni Meli. Il non essersi quel numero apposto nel giusto sito del testo a pag. 34 di esso volume, potrebbe recare confusione senza questo avvertimento. Il Dizionario è stato compilato dall'abate Michele Pasqualino, ed ha un titolo assai più esteso, cioè di siciliano, etimologico, italiano e latino. Nel comporlo non trascurò l'autore di servirsi di tutti gli elementi che opere degli scrittori antecedenti gli avean potuto somministrare, profittando al tempo istesso degli ajuti e delle conoscenze di persone intelligenti e dotte in certi particolari rami di scienze ed arti, per averne i corrispondenti vocaboli tecnici. Egli ebbe in questo modo una specie di sanzione dal pubblico e dalla nazione di cui è la lingua.<section end="7" /><br>{{gap|1em}}<noinclude><references/></noinclude> i25dcio0f8gjz0t02oywwednnuuzy85 Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/215 108 1024276 3870386 3862556 2026-08-05T11:33:38Z Marcella Medici (BEIC) 22982 3870386 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|210|{{Sc|note}}}}</noinclude>(8) Quanto segue dopo il testo siciliano è la tra- duzione perfettamente letterale fatta in tedesco e da me ridotta ugualmente alla lettera in italiano. La sola espressione non ha distrutto non corrispon- de, nè è così bella ed energica come l' originale digiriu. Al traduttore alemanno non mancava nella sua lingua il vero significato verdaute. (9) Si vede che questo pezzo, assai fedelmente tradotto, manca solamente di precisione per non aversi saputo bene interpretare la frase siciliana sta visitusa. Il traduttore di Münter ne aveva la vera espressione nella ricchissima sua favella. In trauer vale l'istesso che visitusa. (10) Queste versioni latine dimostrano quanto bene tradur si potrebbero le impareggiabili poesie del Meli. I due signori Indelicato e Selvaggio ne han tradotto diverse in italiano, che, non potendo essere più letterali, devono necessariamente ap- prezzarsi da quei nazionali. Dimentico per poco delle originali siciliane, ho letto con gioja e trasporto le nominate versioni; e se nel presentarmisi di nuovo alla mente le originali io ne sento più grata l'im- pressione, ciò nasce perchè più confacente alla na- tura de' soggetti che fa parlare il Meli, riesce ad un siciliano il proprio suo linguaggio. Per la stessa ragione io traggo argomento che agli Italiani più piacevoli giunger devono le traduzioni nel loro idio- ma di quelle scritte in dialetto siciliano; dacchè non avvezzi costoro a sentirlo in bocca di que' sog- getti, sembra loro non vedervi la parlante natura. Se qualche insulso cavillatore tra mille parole ar riya a pescarne una, che al grado di forza dell' e- spressione del testo non corrisponda, non per que sto tutta la poesia ne soffre e decade dall' origina- ria sua bellezza. Questo infinitesimale difetto per altro può benissimo in altro luogo essere compen sato da qualche italiano, francese, inglese e tede sco vocabolario, o frase che d' una consimile sici- liana sia più bella ed espressiva, onde restarsi così in le CO ch sta ma i ין le inc in for Ver cat cu du ton dit lor di ch var am gic SOD pre da po ler le Vo sio se div div esp no ch<noinclude><references/></noinclude> py5px8jlegxwfq0yo5xcxzwn4suqae0 3870388 3870386 2026-08-05T11:37:41Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Trascritta */ 3870388 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|210|{{Sc|note}}}}</noinclude>(8) <section begin="8" />Quanto segue dopo il testo siciliano è la traduzione perfettamente letterale fatta in tedesco e da me ridotta ugualmente alla lettera in italiano. La sola espressione non ''ha distrutto'' non corrisponde, nè è così bella ed energica come l'originale ''digiriu''. Al traduttore alemanno non mancava nella sua lingua il vero significato ''verdaute''.<section end="8" /><br>{{gap|1em}} (9) <section begin="9" />Si vede che questo pezzo, assai fedelmente tradotto, manca solamente di precisione per non aversi saputo bene interpretare la frase siciliana ''sta visitusa''. Il traduttore di {{AutoreCitato|Friedrich Münter|Münter}} ne aveva la vera espressione nella ricchissima sua favella. ''In trauer'' vale l'istesso che ''visitusa''.<section end="9" /><br>{{gap|1em}} (10) <section begin="10" />Queste versioni latine dimostrano quanto bene tradur si potrebbero le impareggiabili poesie del {{AutoreCitato|Giovanni Meli|Meli}}. I due signori Indelicato e Selvaggio ne han tradotto diverse in italiano, che, non potendo essere più letterali, devono necessariamente apprezzarsi da quei nazionali. Dimentico per poco delle originali siciliane, ho letto con gioja e trasporto le nominate versioni; e se nel presentarmisi di nuovo alla mente le originali io ne sento più grata l'impressione, ciò nasce perchè più confacente alla natura de' soggetti che fa parlare il Meli, riesce ad un siciliano il proprio suo linguaggio. Per la stessa ragione io traggo argomento che agli Italiani più piacevoli giunger devono le traduzioni nel loro idioma di quelle scritte in dialetto siciliano; dacchè non avvezzi costoro a sentirlo in bocca di que' soggetti, sembra loro non vedervi la parlante natura. Se qualche insulso cavillatore tra mille parole arriva a pescarne una, che al grado di forza dell'espressione del testo non corrisponda, non per questo tutta la poesia ne soffre e decade dall'originaria sua bellezza. 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Al traduttore alemanno non mancava nella sua lingua il vero significato ''verdaute''.<section end="8" /><br>{{gap|1em}} (9) <section begin="9" />Si vede che questo pezzo, assai fedelmente tradotto, manca solamente di precisione per non aversi saputo bene interpretare la frase siciliana ''sta visitusa''. Il traduttore di {{AutoreCitato|Friedrich Münter|Münter}} ne aveva la vera espressione nella ricchissima sua favella. ''In trauer'' vale l'istesso che ''visitusa''.<section end="9" /><br>{{gap|1em}} (10) <section begin="10" />Queste versioni latine dimostrano quanto bene tradur si potrebbero le impareggiabili poesie del {{AutoreCitato|Giovanni Meli|Meli}}. I due signori Indelicato e Selvaggio ne han tradotto diverse in italiano, che, non potendo essere più letterali, devono necessariamente apprezzarsi da quei nazionali. 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Io sostengo che ciò nascer non potrebbe, se non quando questo inferiore fosse di sua natura all'originale idioma, ossia quando quello della versione non avesse l'istessa dovizia di vocaboli, sinonimi e voci, onde le idee ed espressioni tutte dell'autore ad imitare incapace si rendesse. Ma se le conosciute lingue, in cui oggi si poetizza e si traduce, son tutte belle, formate e perfette, si ha da conchiudere che le versioni per altra cagione soffrir debbano la marcata inferiorità. E per addurne brevemente qualcuna, io domando se sinora si sia conosciuta traduzione veramente esatta e fedele? Tutti i traduttori non han voluto farsi uscire il cervello dalle dita, per attaccarsi fedelmente al testo; ciò costava loro molta fatica, tanto più che la maggior parte di essi non sono stati gran conoscitori della lingua che hanno impreso a tradurre. Essi giunti sono alla vanità di credersi abili a nobilitare e render più ameno il testo con allontanarsene: si è fatto peggio, e tanto peggio, in quanto i traduttori tutti sono stati inferiori all'autore che hanno voluto alla propria nazione far ammirare, essendosi sempre da' medesimi, com'era di ragione, scelti i più portentosi capi d'opera dell'arte poetica. Il volerli abbellire è stato l'istesso che deformarli.<br>{{gap|1em}} Alla percezione dell'anima non vanno i segni o le voci, ma bensì le idee che questi segni e queste voci rappresentano. Se dunque la parola e l'espressione sono le stesse in siciliano, italiano, francese, ec., per qual motivo all'anima recar devono diverse o modificate le impressioni, come sono diversi i segni che le stesse ed identiche idee esprimono? Assurdità! Per citar qualche esempio, non può negarsi che la traduzione di {{AutoreCitato|Ossian|Ossian}} cede in confronto esatto dell'originale; ma perchè? perchè al dotto suo traduttore non piacque far {{Pt|cono-}}<section end="10" /><noinclude><references/></noinclude> sml0u854a2s2zjalsm4h6ggedh1ozv9 3870397 3870390 2026-08-05T11:49:06Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Riletta */ 3870397 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del traduttore}}.|211}}</noinclude><section begin="10" />in perfetta equazione. Ho sentito sempre dire che le bellezze d'un'originale poesia perdano di pregio convertite che siano in altro linguaggio. Io sostengo che ciò nascer non potrebbe, se non quando questo inferiore fosse di sua natura all'originale idioma, ossia quando quello della versione non avesse l'istessa dovizia di vocaboli, sinonimi e voci, onde le idee ed espressioni tutte dell'autore ad imitare incapace si rendesse. 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Per citar qualche esempio, non può negarsi che la traduzione di {{AutoreCitato|Ossian|Ossian}} cede in confronto esatto dell'originale; ma perchè? perchè al dotto suo traduttore non piacque far {{Pt|cono-}}<section end="10" /><noinclude><references/></noinclude> edq6lq5x697qztzenrse4emwiikgfpg Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/217 108 1024545 3870394 3864010 2026-08-05T11:46:41Z Marcella Medici (BEIC) 22982 3870394 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|212|{{Sc|note}}}}</noinclude><section begin="10" />{{pt|scere|conoscere}} agl'Italiani il vero ritratto di quello straordinario celtico o inglese genio. I signori Hoole e Futzsteck ci han dato le versioni inglese e tedesca della {{TestoCitato|Gerusalemme liberata|Gerusalemme liberata}}: il primo ha voluto usar poca scrupolosità in ritrarre quel divino poema, ed in conseguenza fa dire ''la traduzione offende il merito dell'originale''; il secondo all'opposto ci porta a credere che si legga realmente il {{AutoreCitato|Torquato Tasso|Tasso}}, perchè ebbe la nobile e pregiabile pazienza di perfezionare una letterale e fedele versione; se qualche volta ma assai di raro se ne allontana, è dovuto allo sforzo ch'egli fece di stenderla in ottava rima, ed ottavina per ottavina. Il gusto per questo famoso poeta è giunto tanto oltre in Germania, che io so essersi fatte due altre versioni della Gerusalemme liberata da' due sig. Hauswald e Gries.<br>{{gap|1em}} Ho saputo che il Dr. Noth, fervido amatore delle poesie del {{AutoreCitato|Giovanni Meli|Meli}} (e qual forestiero comprendendone l'idioma non l'ama?), abbia intenzione di dare all'Inghilterra una traduzione delle medesime. Egli potrà benissimo riuscirvi; ed io per dare a lui, come a qualche altro Inglese, uno stimolo, mi sono azzardato di farne alla meglio una picciolissima prova, con la versione inglese della graziosissima ed ingegnosa ''Ode alla bocca''.<br>{{gap|1em}} <poem>Dimmi, dimmi, Apuzza nica Unni vai cussì matinu? Nun c'è cima, ch'arrusica Di lu munti a nui vicinu; Trema ancora, ancora luci La ruggiada tra li prati, Dun'accura, nun t'arrusci L'ali d'oru dilicati! Li sciuriddi durmigghiusi 'Ntra li virdi soi buttuni Stannu ancora stritti e chiusi Cu li testi a pinnuluni.</poem><section end="10" /><noinclude><references/></noinclude> 5xaw503kx13prrz4qlloiv211tmgt4t 3870395 3870394 2026-08-05T11:47:04Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Trascritta */ 3870395 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|212|{{Sc|note}}}}</noinclude><section begin="10" />{{pt|scere|conoscere}} agl'Italiani il vero ritratto di quello straordinario celtico o inglese genio. I signori Hoole e Futzsteck ci han dato le versioni inglese e tedesca della {{TestoCitato|Gerusalemme liberata|Gerusalemme liberata}}: il primo ha voluto usar poca scrupolosità in ritrarre quel divino poema, ed in conseguenza fa dire ''la traduzione offende il merito dell'originale''; il secondo all'opposto ci porta a credere che si legga realmente il {{AutoreCitato|Torquato Tasso|Tasso}}, perchè ebbe la nobile e pregiabile pazienza di perfezionare una letterale e fedele versione; se qualche volta ma assai di raro se ne allontana, è dovuto allo sforzo ch'egli fece di stenderla in ottava rima, ed ottavina per ottavina. Il gusto per questo famoso poeta è giunto tanto oltre in Germania, che io so essersi fatte due altre versioni della Gerusalemme liberata da' due sig. Hauswald e Gries.<br>{{gap|1em}} Ho saputo che il Dr. Noth, fervido amatore delle poesie del {{AutoreCitato|Giovanni Meli|Meli}} (e qual forestiero comprendendone l'idioma non l'ama?), abbia intenzione di dare all'Inghilterra una traduzione delle medesime. Egli potrà benissimo riuscirvi; ed io per dare a lui, come a qualche altro Inglese, uno stimolo, mi sono azzardato di farne alla meglio una picciolissima prova, con la versione inglese della graziosissima ed ingegnosa ''Ode alla bocca''.<br>{{gap|1em}} <poem>Dimmi, dimmi, Apuzza nica Unni vai cussì matinu? Nun c'è cima, ch'arrusica Di lu munti a nui vicinu; Trema ancora, ancora luci La ruggiada tra li prati, Dun'accura, nun t'arrusci L'ali d'oru dilicati! 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I signori Hoole e Futzsteck ci han dato le versioni inglese e tedesca della {{TestoCitato|Gerusalemme liberata|Gerusalemme liberata}}: il primo ha voluto usar poca scrupolosità in ritrarre quel divino poema, ed in conseguenza fa dire ''la traduzione offende il merito dell'originale''; il secondo all'opposto ci porta a credere che si legga realmente il {{AutoreCitato|Torquato Tasso|Tasso}}, perchè ebbe la nobile e pregiabile pazienza di perfezionare una letterale e fedele versione; se qualche volta ma assai di raro se ne allontana, è dovuto allo sforzo ch'egli fece di stenderla in ottava rima, ed ottavina per ottavina. Il gusto per questo famoso poeta è giunto tanto oltre in Germania, che io so essersi fatte due altre versioni della Gerusalemme liberata da' due sig. Hauswald e Gries.<br>{{gap|1em}} Ho saputo che il Dr. Noth, fervido amatore delle poesie del {{AutoreCitato|Giovanni Meli|Meli}} (e qual forestiero comprendendone l'idioma non l'ama?), abbia intenzione di dare all'Inghilterra una traduzione delle medesime. Egli potrà benissimo riuscirvi; ed io per dare a lui, come a qualche altro Inglese, uno stimolo, mi sono azzardato di farne alla meglio una picciolissima prova, con la versione inglese della graziosissima ed ingegnosa ''Ode alla bocca''.<br>{{gap|1em}} <poem>Dimmi, dimmi, Apuzza nica Unni vai cussì matinu? Nun c'è cima, ch'arrusica Di lu munti a nui vicinu; Trema ancora, ancora luci La ruggiada tra li prati, Dun'accura, nun t'arrusci L'ali d'oru dilicati! 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I signori {{wl|Q6239769|Hoole}} e Futzsteck ci han dato le versioni inglese e tedesca della {{TestoCitato|Gerusalemme liberata|Gerusalemme liberata}}: il primo ha voluto usar poca scrupolosità in ritrarre quel divino poema, ed in conseguenza fa dire ''la traduzione offende il merito dell'originale''; il secondo all'opposto ci porta a credere che si legga realmente il {{AutoreCitato|Torquato Tasso|Tasso}}, perchè ebbe la nobile e pregiabile pazienza di perfezionare una letterale e fedele versione; se qualche volta ma assai di raro se ne allontana, è dovuto allo sforzo ch'egli fece di stenderla in ottava rima, ed ottavina per ottavina. Il gusto per questo famoso poeta è giunto tanto oltre in Germania, che io so essersi fatte due altre versioni della Gerusalemme liberata da' due sig. 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'Ntra lu labbru culuritu Di lu caru amatu beni C'è lu meli chiù squisitu; Suca, sucalu, ca veni.</poem> ''Tell me, tell me, pretty little Bee, whither art thou going so early? There is no top of the neighbowring mountain, that reddens. Trembling, und still shining is the dew of the meadows; take care, do not wet thy delicate golden wings! The drowsy flowerets with their hanging heads are still pressed, and close into their green buds. Yet busy is the little wing! Yet thou fliest, and goest on! Tell me, tell me, pretty little Bee, whither art thou going thus early? Seekest thou honey? If thou doest, close thy wings, do not weary thyself. I will teach thee a fixed spot, where thou mayest alwais suck. Doest thou Know my love, my faireyed Nice? On those lips is a flavour a sweetnes, that never ends. The most exquisite honey is in the well couloured lip of the dear loved treasure; suck it, suck it, and it comas fourth.''<br>{{gap|1em}} Io ho trovato molta difficoltà per la traduzione delle due parole ''nica'' e ''beni''. Ho creduto che le voci ''pretty'' e ''treasure'' vi si possono alla meglio<section end="10" /><noinclude>{{RigaIntestazione|{{smaller|''Münter, Viaggio. T. II.''}}||{{smaller|10}}}}</noinclude> l1spt0fnkgoovm1r4vrjand74drxbft Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/219 108 1024547 3870404 3864012 2026-08-05T11:58:35Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Trascritta */ 3870404 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|214|{{Sc|note}}}}</noinclude><section begin="10" />adattare. Un intelligente inglese potrà decidere se io mi sia ingannato, purchè comprenda bene e sappia conoscere il vero significato ed in qual senso sono da' Siciliani quelle due parole usate.<section end="10" /><br>{{gap|1em}} (11) <section begin="11" />{{AutoreCitato|Friedrich Münter|Münter}} favorisce il traduttore, il quale non impiega per altro diligenza ed esattezza nella sua versione. Le parole di {{AutoreCitato|Publio Virgilio Marone|Virgilio}} sono le seguenti:<br>{{gap|1em}} <poem>''Talibus orabat dictis, arasque tenebat'' ''Quum sic orsa loqui vates: sate sanguine divum'' ''Tros Anchisiade, facilis descensus Averni'' ''Noctes, atque dies patet atri janua Ditis''. ''Sed revocare gradum, superasque evadere ad auras'' ''Hoc opus, hic labor est. Pauci quos aequus amavit'' ''Jupiter aut ardens evexit ad aethera virtus'' ''Dis geniti potuere.''</poem><br>{{gap|1em}} Questo bel pezzo, come qui appresso ho fatto, poteva rendersi più letterale. <poem>Custi ditti prigava, e l'ara Enea Strinceva, quannu accuminzau a parrari La Sibilla dicennu, o di li Dei Natu fighiu d'Anchisi, di lu 'nfernu Facili n'è la scisa, e notti, e ghiornu Aperta di Plutuni sta la porta. Ma turnari 'narreri, e all'aura eccelsa Junciri, chistu è lu travagghiu, e l'opra. Pochi da Giovi giustu amati, o chiddi Chi l'ardenti valuri in celu alzau Nati fighi di Dei ecc.</poem><section end="11" /><br>{{gap|1em}} (12) <section begin="12" />Sarebbe assai interessante per i Siciliani la versione di {{AutoreCitato|Teocrito|Teocrito}}, il quale sembrerebbe rinascere dopo due mila anni è più, parlando una lingua tanto diversa della prima, di cui con sorpresa si osserva, non essere rimaste nell'attuale dialetto che pochissime, guaste e stroppiate parole che un lontano radicale appena ne conservano. Io con piacere consiglierei che qualche studioso e conoscitore di lingua greca se ne occupasse, ma<section end="12" /><noinclude><references/></noinclude> fp053uehxir4mooghhpcovmbsivicbh Pagina:Desbordes-Valmore - Il Libro dell'infanzia, 1837.pdf/74 108 1024944 3870199 3867510 2026-08-04T16:00:07Z FreeCorp 36114 3870199 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="FreeCorp" />{{RigaIntestazione|70||}}</noinclude>suo padre abbastanza lontano, ricominciò così: ― Mamma, voglio gettare Damide dalla finestra. Damide era un piccolo negro addormentato in un canto. ― Gettate, piccolino! disse la madre indolente, e guardandolo fare. Damide uscì dalla finestra, e non si svegliò che a terra colla gamba rotta. Ma il terribile padre rientrò come il fulmine, e prendendo suo figlio per le braccia come un uccello per le ali, Va a medicare il tuo schiavo! disse questo singolare filantropo, gettandolo per la stessa strada: e passò freddamente vicino a sua moglie svenuta. Colpevole donna, per vero! La sorpresa e la paura avevano quasi ritenuto il piccolo bianco per aria, poichè cadde leggermente vicino a Damide mutilato, che contemplò stupido di terrore, ma senza la minima ferita. Uua negra trista inondava silenziosamente Damide delle sue lagrime. ― La gamba è rotta! disse in fine con una voce di madre, e na-<noinclude><references/></noinclude> lqoi2fpcnu2y8xcbzs6aqjvn0ixjl4b Discussioni indice:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu 111 1025050 3870243 3869815 2026-08-05T05:01:40Z Alex brollo 1615 Gadget [[Aiuto:Gadget Trova e Sostituisci|Trova e Sostituisci]]: salvataggio MemoRegex 3870243 wikitext text/x-wiki == memoRegex == <nowiki>{"^t1 (.+)\\n(.+)":["(regex)","{{Ct|c=t1|$1}}\n{{Ct|c=t2|$2}}","gm"], "Ed\\.\\ Cale\\.":["","Ed. Calc.","g"], "ché":["","chè","g"], "([Ff])é’":["","$1e’","g"], "([Nn])é ":["(regex)","$1è ","g"], "prò’":["","pro’","g"], "mperial":["","mperïal","g"], "\\ sé":[""," sè","g"], "ornai":["","omai","g"], "cb":["","ch","g"], "Kabul":["","Kabùl","g"], "(\\W+s)é(\\W+)":["(regex)","$1è$2","gi"], "(\\W+f)é(\\W+)":["(regex)","$1è$2","gi"], "(.+)\\t(.+)\\t(.+)":["(regex)","{{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=$1|titolo=$2|pagina=» {{Pg|$3}}}}","gm"], "glorios":["","glorïos","g"], "<poem>\\n*":["(regex)","<poem>\n","g"], "Siyavish":["","Siyavìsh","g"], "\\ ninna\\ ":[""," niuna ","g"], "fì":["","fi","g"], "Gina":["","Cina","g"], "([vV])uoisi":["","$1uolsi","g"], "larghezzas=50":["","larghezzas=80","g"], "Isfendiàr":["","Isfendïàr","g"], "imperiai":["","imperïal","g"], "\\ gii":[""," gli","g"], "(\\s)([Cc])osi([\\s,.;:\"?])":["(regex)","$1$2osì$3","g"], "(\\s)([Ss])i([!,])":["(regex)","$1$2ì$3","g"], "p8":["","Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VI.djvu/8","g"], "sapienza":["","sapïenza","g"], "violenza":["","vïolenza","g"], "Gh’":["","Ch’","g"], "pazienza":["","pazïenza","g"], "sapiente":["","sapïente","g"], "\\ si\\ che":[""," sì che","g"], "(\\s)ninna(\\s)":["(regex)","$1niuna$2","g"], "largezzas=50":["","larghezzas=80","g"], "é":["","è","g"], "Nùshìrvàn":["","Nûshîrvân","g"], "Buzurc’ mìhr":["(regex)","Buzurc’mìhr","g"], "\\ Giaci\\ ":[""," Ciàci ","g"]}</nowiki> 7qgsdsy592vxt070vyqfpw7jwjlw7j9 Pagina:Lorenzoni Cadore 1907.djvu/76 108 1025111 3870328 3868899 2026-08-05T07:46:23Z Giaccai 13220 3870328 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione|{{smaller|70}}|{{Sc|italia artistica}}|}}</noinclude>cominciarono a dissodare il terreno e a coltivarlo. I Sappadesi ebbero comuni coi Cadorini i signori e coi Cadorini si unirono, ultima valle remota, all’Italia, il 28 marzo 1852, facendo parte della provincia di Belluno, distretto di Auronzo, Coi Cadorini hanno pure comune il tipo delle vecchie case, salvo ch’esse sono meno eleganti e si allargano un po’ dal basso all’alto, conservarono, però, sempre il vero tipo tedesco e i costumi egualmente tedeschi. Alti, magri, dagli occhi azzurri e sognanti, dai capelli biondi, hanno un’indole seria, laboriosa, frugale e un profondo sentimento religioso. {{FI |file = Lorenzoni Cadore 1907 (page 76 crop).jpg |width =65% |caption ={{smaller|{{Sc|sia sul padola}}}} {{A destra|(Fot. Bonel.)}} }} Il sentimento religioso si estrinseca, sopra tutto, nel culto fervoroso del Crocefisso. Sugli orli dei colli, tra una casa e l’altra delle borgate si elevano le alte croci da cui pende un rozzo Crocefisso, protetto dalle nevi e dalle pioggie da un tettuccio grazioso: lungo i sentieri dei monti e le stradicciuole dei campi, a Sappada, come nella vallata del Boite, il rozzo Crocefisso, quasi rasente terra, è racchiuso in una custodia di legno, fatta a mo’ di losanga. Esso ridesta tanto da vicino l’idea dei piccoli tabernacoli sparsi per la laguna, così pregni di mistica poesia e così cari ai pittori veneziani. I costumi sappadesi, finora semplicissimi, tendono lentamente a modificarsi. Da poco tempo, per esempio, s’è smesso l’idillio amoroso tra lui che saliva con una scala nelle limpidissime notti primaverili, alla finestra di lei, e lei che gli parlava sommes-<noinclude><references/></noinclude> t5j4hev8l70da2zehv74q6ke9unxzaf Pagina:Lorenzoni Cadore 1907.djvu/77 108 1025153 3870330 3869298 2026-08-05T07:47:00Z Giaccai 13220 3870330 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione||{{Sc|cadore}}|{{smaller|71}}}}</noinclude>samente tra i gerani e i garofani in fiore. Vivissimo si conserva il sentimento di pietà verso i fratelli disgraziati. Lungo la via s'alzano piccole tabelle macchiate di rozze figure con cui l'artista paesano voleva significare la caduta di un boscaiuolo in un precipizio, oppure un alpigiano scagliato giù per la china da una taglia precipitante a valle. Sotto la pittura, in un italiano maltrattato in cento modi, è detta la breve istoria. Su una di queste tabelle: ''Giorgio Fasit Colpi il Giorno 3 Giugio del Anno 1822 un albero e Mori sul'' {{FI |file = Lorenzoni Cadore 1907 (page 77 crop).jpg |width = 95% |caption = }} {{Sc|Parabola Col Monte Alarnola.}}{{A destra|(Fot. Riva).}} ''Fatto del eta de anni 50.'' E su un'altra: ''Memoria del disgraziato Francesco Lanner li 22 Novembre 1887 Mori li 26 in Hofgarten R. I. P.'' Nell'esterno della chiesa abbondano le iscrizioni in tedesco e nell'interno della chiesa e nel cimitero sono disposte numerose pile di acqua benedetta, perchè ogni buon sappadese, quasi sacerdote, entrando in chiesa, benedice i suoi fratelli ed entrando nel cimitero benedice i suoi morti. Dalla via nazionale un sentiero conduce a Holbe, dove in limpidi laghetti si riflettono, come in nitido specchio, le cime erme, brulle dei monti vicini. Dai laghetti, in breve tempo, si raggiungono le sorgenti del {{Wl|Q213462|Piave}}, e circuendo il fianco meridionale del {{Wl|Q949153|Peralba}}, si riesce alle sorgenti del {{Wl|Q55584356|Cordevole}}, in molte carte segnato col nome di Piave. Cordevole scorre per la {{Wl|Q4007430|Valle di Visdende}}.<noinclude><references/></noinclude> 9hpz42acll5iaint14ljc81d5meewr4 3870332 3870330 2026-08-05T07:48:19Z Giaccai 13220 3870332 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione||{{Sc|cadore}}|{{smaller|71}}}}</noinclude>samente tra i gerani e i garofani in fiore. Vivissimo si conserva il sentimento di pietà verso i fratelli disgraziati. Lungo la via s'alzano piccole tabelle macchiate di rozze figure con cui l'artista paesano voleva significare la caduta di un boscaiuolo in un precipizio, oppure un alpigiano scagliato giù per la china da una taglia precipitante a valle. Sotto la pittura, in un italiano maltrattato in cento modi, è detta la breve istoria. Su una di queste tabelle: ''Giorgio Fasit Colpi il Giorno 3 Giugio del Anno 1822 un albero e Mori sul'' {{FI |file = Lorenzoni Cadore 1907 (page 77 crop).jpg |width = 95% |caption = {{Sc|Parabola Col Monte Alarnola.}}{{A destra|(Fot. Riva).}} }} ''Fatto del eta de anni 50.'' E su un'altra: ''Memoria del disgraziato Francesco Lanner li 22 Novembre 1887 Mori li 26 in Hofgarten R. I. P.'' Nell'esterno della chiesa abbondano le iscrizioni in tedesco e nell'interno della chiesa e nel cimitero sono disposte numerose pile di acqua benedetta, perchè ogni buon sappadese, quasi sacerdote, entrando in chiesa, benedice i suoi fratelli ed entrando nel cimitero benedice i suoi morti. Dalla via nazionale un sentiero conduce a Holbe, dove in limpidi laghetti si riflettono, come in nitido specchio, le cime erme, brulle dei monti vicini. Dai laghetti, in breve tempo, si raggiungono le sorgenti del {{Wl|Q213462|Piave}}, e circuendo il fianco meridionale del {{Wl|Q949153|Peralba}}, si riesce alle sorgenti del {{Wl|Q55584356|Cordevole}}, in molte carte segnato col nome di Piave. 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Veggasi come {{AutoreCitato|Abū Naṣr Muḥammad ibn Muḥammad Fārābī|Alfarabi}} spieghi fisicamente in qual modo per le vibrazioni dell’aria si producano i suoni più o meno acuti degli strumenti, e quali riguardi debbano aversi nella figura e costruzione di essi per avere i suoni che si richieggano, nè più parrà inverosimile ciò che riferisce di lui l’{{AutoreCitato|Barthélemy d'Herbelot de Molainville|Herbelot}}<ref>''Biblioth. orient.'', pag. 357.</ref> di avere cioè dinanzi a Seifeddalat, e ad una illustre adunanza fatto maravigliare i maestri dell’arte col canto accompagnato dal suono del liuto, di tre arie da lui composte, le quali produssero su gli animi degli astanti tre diverse impressioni, di riso, di pianto e di sonno. Ahmed ben Musa, {{AutoreCitato|Thābit ibn Qurra|Thebit ben Corrah}}, {{AutoreCitato|Abu Saʿīd ibn Abi l-Khayr|Abulsalt}}, {{AutoreCitato|Barebreo|Abulfaragio}}<ref>Della ''Gran raccolta de’ tuoni'' di Abulfaragio non ci rimane che il solo primo tomo: in esso sono 150 ariette e la vita di quattordici eccellenti maestri e di quattro famose cantatrici.</ref>, furono pure in grido di valentissimi teorici nella musica e nell’acustica. Che diremo dell’ottica? Noi non citeremo che i sette famosi libri di {{AutoreCitato|Alhazen|Hassan ben Alhazen}} tradotti e pubblicati da {{AutoreCitato|Friedrich Risner|Risner}} (nel 1572), e nei quali fra le molte importanti soluzioni di problemi vi ha quella di trovare in uno specchio sferico il punto, cui un raggio vegnente da un dato punto sarà riflesso ad un altro dato punto. E poichè Alhazen era pure valente anatomico, potè spiegare il come si veda un oggetto solo con due occhi, mostrando che noi non vediamo che una sola imagine quando sono affette parti corrispondenti della retina. Gli osservatori astronomici, gli estremamente grandi ed esatti strumenti, l’operazione della misura della terra, le molte tavole astronomiche, la storia celeste di {{AutoreIgnoto|Iba Janis}}, il celebre scopritore dell’accelerazione in longitudine del moto medio della luna, in cui si raccolgono moltissime loro osservazioni, ed infinite opere non solo conservateci nell’arabo, ma tradotte in più lingue d’Europa che hanno per parecchi secoli servito di testo a tutte le scuole del mondo<ref>Citeremo i soli ''Elementi astronomici'' di {{AutoreCitato|Ahmad ibn Muhammad ibn Kathir al-Farghani|Alfargani}}, stati il libro classico non solo presso gli Arabi, ma eziandio per tutta l’Europa. Essi ebbero i commenti del celebre {{AutoreCitato|Mosè Maimonide|Maimonide}}, il {{AutoreCitato|Jacob Golius|Golio}} li tradusse in latino, e {{AutoreCitato|Richard Pococke|Pocock}} li pubblicò nel 1660. Altra traduzione ed edizione ne aveva data il {{AutoreCitato|Jakob Christmann|Cristmann}} nel 1590, ma sull’ebraica dell’{{AutoreCitato|Jacob Anatoli|Antoli}}. </ref>, ben accennano quanto fosse stata dagli Arabi coltivata l’astronomia, la quale fu anche da essi stessi arricchita di p vocaboli tecnici e nomi proprii pur tuttavia in uso. Delle numerose osservazioni e scoperte citeremo la determinazione più giusta della lunghezza dell’anno, l’osservazione della declinazione dell’eclittica, la ''trepidazione delle fisse'' di Alfargani, le tavole toledane, le belle osservazioni, il metodo più perfetto di quello di {{AutoreCitato|Ipparco di Nicea|Ipparco}} e di {{AutoreCitato|Claudio Tolomeo|Tolomeo}} per determinare l’apogeo del sole, la sua eccentricità, e quella specie di equazione del centro data alle longitudini di tutte le stelle, del più volte citato Thebit ben Corrah; la dottrina dei crepuscoli, dell’atmosfera e delle astronomiche rifrazioni di Alhazen, che giovarono pur tanto al gran {{AutoreCitato|Giovanni Keplero|Keplero}}; la riforma del calendario di Omar Cheyan, stabilita sopra l’ingegnosa intercalazione di fare otto anni bisestili ogni 55 anni; riforma che {{AutoreCitato|Giovanni Cassini|D. Cassini}} propose nel 1690 come preferibile alla gregoriana. Ma tutti siffatti avanzamenti apportati alla scienza sono ancora un nulla a petto di ciò che fece il grande {{AutoreCitato|Muḥammad ibn Jābir al-Ḥarrānī al-Battānī|Albatenio}}. Egli assai più che gli antichi s’accostò alla verità nel determinare il movimento che osservasi nelle fisse riducendolo ad un grado per 70 anni incirca (oggidì ridotto a 72 anni), in luogo di 100 come diaanzi si credeva. Toccò si dappresso l’eccentricità dell’orbita solare, che i moderni non seppero ancora cora darne una più esatta. Compose tavole astronomiche più giuste delle tolemaiche, infine scoperse un movimento nell’apogeo del sole distinto da quello delle fisse, alquanto più rapido, pel quale l’apogeo del sole s’avanzi uniformemente lungo l’eclittica: scoperta che per analogia lo portò ad indurre un movimento simile negli apogei degli altri pianeti, come le osservazioni moderne sembrano dimostrare. E questo fu pare un gran passo nell’astronomia<ref>L’opera di Albatenio (''Zidge Sabi'') ebbe una traduzione latina e due edizioni, tutte pessime: l’originale arabo tuttavia inedito, esiste nella Vaticana.</ref>, senza annoverare la misura di un grado di latitudine nel deserto di Sangiar fra Racca e Palmira, ed il prodigioso numero di astronomi e d’opere astronomiche, degli Arabi tuttavia poco noti alla storia della scienza<ref>{{AutoreCitato|Philippe Labbe|Labbe}} (''Bibl. nov. mss. sup.'' VI) parla di un vastissimo trattato di astronomia lavorato da molti valenti astronomi sotto il comando e gli auspicii di Almamon, e che esiste in più biblioteche inedito. {{AutoreCitato|Edward Bernard|Bernard}} (''Trans. phil.'', anno 1694) scrive possedere la sola biblioteca di Oxford più di 450 mss. arabi appartenenti all’astronomia. A ciò aggiungasi tutto il tesoro dell’Escuriale illustrato dal {{AutoreCitato|Miguel Casiri|Casiri}}.</ref>. Tra i filosofi, {{AutoreCitato|Aristotele|Aristotele}}, co’ suoi commentatori sino a {{AutoreCitato|Giovanni Filopono|Filopono}}, fu presso a poco il solo che ot-<noinclude><references/></noinclude> 5tl07kaves3pdaqcgf0g64gzh66v4c4 Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XXIX 0 1025276 3870159 3869968 2026-08-04T13:22:02Z Alex brollo 1615 Porto il SAL a SAL 75% 3870159 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=4 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|7]] - XXIX. - Lettere del principe di Cina e di Nûshîrvân|prec=../XXVIII|succ=../XXX}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu" from="167" to="178" fromsection="s2" /> bri0w68574hwapna9hh9jbknxrsxfxl Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/100 108 1025277 3870206 3869974 2026-08-04T18:56:55Z Panz Panz 3665 /* Trascritta */ 3870206 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|xcvi}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>parte delle matematiche, seppe applicar queste alle scienze dell’idrostatica, della meteorologia, dell’ottica; in ogni ramo della fisica: dotto politico, storico, naturalista, tutto aveva saputo la vasta sua mente comprendere<ref>{{AutoreCitato|Miguel Casiri|Casiri}}, op. cit., tom. I, pag. 255. {{AutoreCitato|Juan Andrés|Andres}}, ''Dell’origine e progresso d’ogni letteratura'', tom. V, pag. 508.</ref>. Ma niente più prova la vastità enciclopedica della letteratura degli Arabi quanto le loro storie letterarie d’ogni scienza, le loro biografie, i loro dizionari storici e biografici. {{AutoreIgnoto|Ali Abbas}} nella sua Al Malek (''la regia'') vi porge una compiuta storia della medicina e dei medici arabi; un’altra e ancor più compiuta ve la dà {{AutoreCitato|Al-Qifti|Semaleddin Ebn Kofti}}. {{AutoreIgnoto|Ablel mulek}} col suo ingente dizionario storico, {{AutoreCitato|Ibn Khallikan|Chalecan}} ancor più esatto e più copioso nella sua ''Storia degli uomini illustri'', porgono in ordine alfabetico la patria, la nascita, la vita, le gesta, le opere, la morte degli Arabi di ogni nazione e di ogni età che si distinsero nella scienza, nella letteratura, nella politica, in ogni arte della pace e della guerra. Il ''Chilab alagani'' di {{AutoreCitato|Abū l-Faraj al-Iṣfahānī|Abulfaragio Ali}} è pure una apprezzatissima storia letteraria degli Arabi, tanto avanti che dopo {{AutoreCitato|Maometto|Maometto}}, {{AutoreCitato|Ibn al-Faradi|Abulvalid}}, che può dirsi il {{AutoreCitato|Girolamo Tiraboschi|Tiraboschi}} degli Arabi, vi offre egli solo una ''Storia degli uomini illustri'', una ''Biblioteca dei poeti arabi fioriti in Ispagna'', un ''Dizionario storico-critico'' che espone chiari ed interi i nomi ambigui o tronchi degli autori arabi. {{AutoreIgnoto|Kaissi}} ne’ suoi ''Elogi degli uomini illustri per erudizione e per poesia'', e negli immani suoi due volumi ''Dei principi, giudici e letterati benemeriti''; {{AutoreCitato|Al-Ghazali|Gazali}} colla ''Erudizione delle arabiche antichità'' in cui ampiamente si discorre degli studi e delle invenzioni degli Arabi e più altri autori tradotti che fossero in qualche lingua europea, mostrerebbero la verità del giudizio di {{AutoreCitato|Antoine-Isaac Silvestre de Sacy|Sacy}}<ref>''Magaz. encyclop.'' Avril 1809.</ref> quando scrisse come la difficoltà di formare una storia letteraria degli Arabi sta appunto nella soverchia abbondanza dei libri che hanno gli Arabi in questa materia composti. Che diremo delle belle arti degli Arabi? Noi non abbiamo finora documento alcuno che riveli lo stato della scultura e della pittura presso di loro, ben abbiamo monumenti che attestano la grandiosità loro nelle opere architettoniche. E poichè gli Arabi adottarono le arti che trovarono fiorenti nei paesi conquistati, non è a maravigliare se nei grandi edifizi urbani essi adottarono in certo qual modo la maniera di costruzione dei Greci, se la loro architettura nell’Asia minore, nella Siria, nella Palestina, nell’Egitto, nell’Africa, nella Sicilia e nella Spagna, rassomiglia generalmente a quella di Costantinopoli; se incontransi l’arco del magnifico acquedotto di {{AutoreCitato|Giustiniano I|Giustiniano}} e la cupola della chiesa di s. Marco nelle grandiose fabbriche d’Ispahan, nella moschea erettasi a Gerusalemme sul luogo dove esisteva il tempio di {{AutoreCitato|Salomone|Salomone}}, in quella del Cairo edificata in onore di Omar, e nella gran sala della stessa città stata da Saladino ridotta in fortezza nel 1171. Ciò che è a notarsi circa la storia dello sviluppo e dell’influenza esercitata sull’arte dallo stile degli Arabi, si è, come nota {{AutoreCitato|Thomas Hope|Hope}}, che in tutti quei luoghi dove la dominazione araba si mantea per un lungo spazio di tempo, scorgesi l’arco e la volta seguire le varie fasi cui soggiacquero nella loro terra natale. L’arco composto, scemo, l’arco a segmenti di circolo, persino l’arco a ferro di cavallo furono successivamente di moda a Costantinopoli e nel resto dell’impero greco; di quivi trapassarono poscia di mano in mano nelle città d’Italia collegate commercialmente o politicamente con questo impero. Lo stesso avvenne nei varii paesi sottoposti al dominio maomettano: così pure nella tomba di Maometto alla Mecca, come in quella della Vergine a Gerusalemme, o nella sala di Saladino a Cairo, riscontrasi già l’arco non solo colle due linee curve intersecantisi, ma ad angoli acuti con lembi assai dilatati: il che viene considerato in Europa siccome l’ultima modificazione dello stile acuto o composto. Nella Spagna la forma preferita fu l’arco a ferro di cavallo, che venne poscia adottata dai cristiani. La si trova a Granata nell’Albambra, e nel Generalif: a Siviglia nell’Alcazar, a Cordova nella magnifica moschea, a Toledo nella vecchia porta araba. Generalmente l’architettura moresca sfoggiò varietà nelle sue composizioni con ricchezza e finezza di ornati sculti (escludendo però le forme umane); usava innumerevoli colonne di marmo talvolta con archi capricciosi, rigonfiati sopra il capitello; traforando muraglie enormi, ornando con questi trafori gallerie, poggiuoli, archivolti, finestre (occhi rosoni); ovunque ponendo fregi, mosaici, intrecci di trafori, di fiori, di fogliami. In qualche edifizio dice {{AutoreCitato|Pierre Toussaint de Chazelle|Dachazelle}}<ref>''Studii della storia delle arti'' ecc. Venezia 1835.</ref> mostrò ardimento costuendo angoli apparentemente esili nella base o pel basamento, e sovraponendovi in contraposto masse di straordinario volume. Riepilogando pertanto in breve tutto ciò che venne dagli Arabi importato nel progresso dello scibile umano, potremmo primamente asserire dovere l’Occidente ad essi la conservazione e la<noinclude><references/></noinclude> ej8qz0zjqbpsj0n15yfy2dv294kfa7q Viaggio in Sicilia (Münter)/Note del traduttore vol. II/Note all'articolo Messina 0 1025279 3870363 3870080 2026-08-05T09:39:03Z Spinoziano (BEIC) 60217 Porto il SAL a SAL 100% 3870363 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=5 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|Note del traduttore vol. II]] - Note all'articolo Messina|prec=../Note al viaggio da Catania a Messina|succ=../Note all'articolo notizie sulla poesia siciliana}} <pages index="Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu" from="186" to="209" fromsection="Messina" tosection="Messina" /> ae0yeo0aig2jf1a0k6vg69vdeteock8 Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XXX 0 1025284 3870160 2026-08-04T13:22:31Z Alex brollo 1615 Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]] 3870160 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=4 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|7]] - XXX. - Proposte di nozze|prec=../XXIX|succ=../XXXI}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu" from="179" to="185" tosection="s1" /> n74wb83snlt6lo8hjz6w9kmcv24ihm0 3870225 3870160 2026-08-05T04:16:50Z Alex brollo 1615 Porto il SAL a SAL 75% 3870225 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=5 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|7]] - XXX. - Proposte di nozze|prec=../XXIX|succ=../XXXI}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu" from="179" to="185" tosection="s1" /> s4rqq4yg101yaasutah2j2lk8jdg85n Categoria:Testi in cui è citato Pietro Micca 14 1025285 3870173 2026-08-04T13:43:54Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Pietro Micca}} [[Categoria:Testi per autore citato|Micca, Pietro]] 3870173 wikitext text/x-wiki {{Vedi anche autore|Pietro Micca}} [[Categoria:Testi per autore citato|Micca, Pietro]] carqhr1ko751rzaje701gjubon0i37p Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XXXI 0 1025286 3870226 2026-08-05T04:17:22Z Alex brollo 1615 Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]] 3870226 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=5 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|7]] - 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Clementina,1843,vol.1.djvu/95 108 1025291 3870274 2026-08-05T06:33:24Z Piaz1606 10206 /* Trascritta */ 3870274 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|86||}}</noinclude> “Eh, no! rispondeva l’altro, voglio dire del crespo che v’ha attorno. E che cos’è un bruno eterno? Non è ammesso dalla legge; non si deve tenere più d’un anno e un giorno per i parenti più cari, e ora sono cinque anni! Oh! dice bene Francesco, v’è del buio! “O ch’egli se lo sia dimenticato! — soggiungeva uno. “Dimenticato! oibò dimenticato per cinque anni! Come se da allora in poi non avesse mutato il cappello! “Insomma, gridavano tutti, e che significa? “Lo so ben io, replicava un uomo, il lutto che porta è di ''quell’altro,'' di ''colui,'' capite?” E perchè non comprendevano, continuò sotto voce: “Colui... su! quello che morì laggiù... l’imperatore... È un buona partista! “Ebbene? che male c’è? — riprese una donna — ci sono galantuomini in tutte le opinioni. “Sì, sì, disse Francesco, ma intanto è chiaro ch’è vittima della {{Pt|vec-|}}<noinclude><references/></noinclude> 9ees2p3t3xot711h4uph3gqojxf8ldo Pagina:Masson - Clementina,1843,vol.1.djvu/96 108 1025292 3870308 2026-08-05T06:49:58Z Piaz1606 10206 /* Trascritta */ 3870308 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||87}}</noinclude>{{Pt|chiaccia.|vecchiaccia}} Va’ là, canaglia! che avesti cuore di vendermi il tuo posto a quaranta soldi il mese, come se in trenta accompagnamenti non ce ne fossero ventinove meschini!” E non una volta per caso, ma tutti i giorni dell’anno, la comitiva delle pettegole e dei chiaccheroni si riuniva sotto la casetta. Una tremenda scarica di sguardi fulminanti sempre apparecchiata alla Martin; ma essa innalzandosi in punto di decoro quanto più si avvezzava a ben servire, affrontava gli occhi e le lingue, e passava con tanta superbia quanta mai le era possibile davanti a quelli a cui prima chiedeva la limosina. L’ex povera credeva avvilirli perchè non domandava più ad essi la carità: Oh! vi sono dei cuori veramente degni! Se il suo amor proprio era pago, non lo era però la di lei curiosità. Da nulla sapeva ricavare il nome o la condizione di quello che la comandava, ed esso si mostrava poco o punto propenso a sopportare le sue domande.<noinclude><references/></noinclude> i1gfpff18q6rqlw12nd1uk1ocy6sy6s Pagina:Masson - Clementina,1843,vol.1.djvu/97 108 1025293 3870309 2026-08-05T06:51:51Z Piaz1606 10206 /* Trascritta */ 3870309 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|88||}}</noinclude> Ella avea vista una croce d’onore legata ad uno specchio; ma apparteneva a quel signore? e come, e dove l’aveva guadagnata? Mettendo a seto la roba nello studio aveva osservato, e ciò sino dai primi di della sua venuta colà, una cornice più su della libreria: e che quadro racchiudeva questa cornice? era un ritratto d’uomo o di donna? Un velo nero posto a doppio cuopriva la pittura, e non avrebbe permesso neppure ad occhi migliori dei suoi di distinguere ciò che rappresentava. “Mio Dio! ella diceva spesso, quest’uomo ha una salute di ferro! non si ammalerà un tantino, una sola e misera volta, per mandarmi dal suo medico a dirgli: il ''signor tale'' vi vuole? Eh no! non mai la più piccola infreddatura. Pare fatto apposta! E sì che resta mattinate intiere al fresco sul balcone... E che ha da guardare lassù? che sia astrologo, e cerchi una cometa? Eh! potrebbe essere giacchè ha sempre un canocchiale.” Infatti l’incognito non saliva mai la terrazza senza recar seco, non già<noinclude><references/></noinclude> s732ag3m3crf5kd82y88f6ywkqz3ph2 Pagina:Masson - Clementina,1843,vol.1.djvu/98 108 1025294 3870311 2026-08-05T06:53:46Z Piaz1606 10206 /* Trascritta */ 3870311 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||89}}</noinclude>un telescopio siccome intendeva far supporre la vecchia, ma una lente che teneva fissa sopra un unico e medesimo punto del cimitero. Quando la vista stanca da soverchia attenzione principiava ad intorbidarglisi, faceva due o tre giri nella galleria, e quindi ritornava nel posto da cui si era partito innanzi mal volentieri. Che mai lo spingeva colà di continuo? era effetto di una curiosità senza fondamento? era un voto che compieva? Una mattina, e contro il consueto, parlò di uscire, e toltasi la giubba da camera, non chiese il soprabito bianco; si vestì tutto di nero, staccò la croce che da tanto tempo era fitta in cima ed una spera, e se la mise in un occhiello. Gli occhi picini della vecchia si apersero quanto potevano ad osservare tutto questo. E le prudeva la lingua, e parecchie fiate le accadde di schiudere la bocca per ricercare il motivo di un cambiamento così strano nelle usanze di casa ed in quelle del padrone; ma quegli con lo sguardo freddo, a cui ella era {{Pt|avvez-|}}<noinclude><references/></noinclude> 2lourcxwue0x1tlzapcbrgd033zzerz Pagina:Masson - Clementina,1843,vol.1.djvu/99 108 1025295 3870312 2026-08-05T06:57:22Z Piaz1606 10206 /* Trascritta */ 3870312 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|90||}}</noinclude>{{Pt|za,|avvezza,}} le trattenne sul labbro ogni imprudente richiesta. “Vo’ fuori le disse: aspetterete ch’io torni.” E pigliò i guanti e il cappello, e serrò l’uscio intanto che la donna incantata, stupefatta, rimaneva fissa nel medesimo sito, a bocca spalancata, appoggiandosi sulla granata. “Siamo alla fine del mondo? ella esclamò: il padrone se ne va prima delle nove!” Tosto che fu cessata la sorpresa, andò alla finestra di su la strada, e si accorse non essere ella sola a fare osservazione ai grandi cambiamenti avvenuti in quella vita così singolarmente uniforme. Le donnicciuole richiamate su la via da un fatto tanto bizzarro, si facevano cenni d’intelligenza, e si mostravano a dito l’uome dal soprabito bianco, allora vestito a nero, che in ora insolita si avviava dalla parte della barriera dei ''Martiri''. “Ah! in coscienza — disse la serva ritiratasi dal balcone — giacchè mi lascia sola, voglio profittarne. Quel quadro abbrunato mi stà {{Pt|sem-|}}<noinclude><references/></noinclude> c85scmupf8r5ivjftt2uunrleljjnbk Pagina:Masson - Clementina,1843,vol.1.djvu/100 108 1025296 3870317 2026-08-05T06:59:54Z Piaz1606 10206 /* Trascritta */ 3870317 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||91}}</noinclude>{{Pt|pre|sempre}} in mente, bisogna ch’io mi schiarisca alla fine. Adesso so che la croce è sua; vediamo un po’ cosa v’è sotto la tenda di crespo.” Girò il bottoncino d’ottone che chiudeva l’usciale del gabinetto, e la stanghetta cedè subito. “Intanto questo è bene! borbottò, non aveva serrato a chiave. E realmente, perchè aveva da diffidare di me? sa pure con chi tratta!” Allorchè si trovò sola per la prima volta in quello stanzino nel quale non le era lecito entrare se non per eseguire alla lesta gli obblighi del suo impiego; allorchè si fu ben persuasa non esservi alcuno che le dicesse: Or via, donna Martin, avrete finite tra poco? si godè, s’inebriò per un momento della sua fortunata situazione. Si gettò in una poltrona esclamando: Oh, finalmente! Ma il tempo le era troppo prezioso perchè stesse di più che pochi minuti secondi a ringraziare Iddio di tanta sorte, e si alzò, e cominciò a frugare da per tutto. V’erano sul tavolino e fogli e lettere; però a che le giovavano; {{Pt|el-|}}<noinclude><references/></noinclude> iuihaoik12zpmny3g555g96djj5067q Pagina:Masson - Clementina,1843,vol.1.djvu/101 108 1025297 3870318 2026-08-05T07:03:47Z Piaz1606 10206 /* Trascritta */ 3870318 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|92||}}</noinclude>{{Pt|la|ella}} non sapeva leggere. — “Al quadro! disse, e sarà meglio assai.” E ammonticchiando, come suol dirsi Ossa su Pelione, o piuttosto una sedia sovra la tavola, e un sgabello su tutto questo, si costrusse una specie di palco, per cui fu in grado di arrivare all’altezza bramata. Oh! come le si gonfiò il cuore per l’allegrezza conoscendo che presto toccherebbe il sospirato oggetto! Salì con difficoltà dal pavimento al tavolino; da questo alla seggiola ebbe un po’ di paura che la facea vacillare, mandò una grossa bestemmia che le rese il coraggio, e giunta con tanto stento su lo sgabello avanzò la mano per sollevare il velo: era inchiodato! Oh! allora la già mendica ebbe a cascare rotolone, dacchè delusa era la sua speranza ed inutile ogni sua premura, e articolò chiara, energica, sonora, la espressione che le inspirava la collera. Calmatasi codesta nuova commozione, brontolò: — «E n’escirò colla mia!...» — Ed ecco, che ad onta del moto continuo della scala mal {{Pt|si-|}}<noinclude><references/></noinclude> ggk9dl70mnqjmvthgpupblyi6p9pd1j Pagina:Masson - Clementina,1843,vol.1.djvu/102 108 1025298 3870319 2026-08-05T07:05:15Z Piaz1606 10206 /* Trascritta */ 3870319 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||93}}</noinclude>{{Pt|cura|sicura}} formata coi mobili, e malgrado la debolezza delle sue gambe tremanti, si rizza in punta di piedi, e si allarga gli occhi onde scorgere a traverso al crespo importuno qualche parte della pittura di cui non può discernere l’insieme. Chi dunque, nella cricca de’ maldicenti del quartiere, avea supposto che la Martin nulla avesse della donna? Era una tale, che frequentava le osterie e cantava per le strade, col cappello, con la giacchetta e la voce da uomo, che aveva avanzata una simile calunnia. Sicuro, che il viso stremenzito, il personale equivoco, i piedi larghi avevano messo talvolta in dubbio a qual genere dell’umana razza appartenesse la vecchia; però in quell’istante, al mirarla cedere così per la curiosità al demone che la tentava, riconoscevasi agevolmente una figlia di Eva o di Pandora. Si sì, signora Martin; neppur la vostra bruttezza lasciava più incerto il vostro sesso: eravate donna davvero! Il velo non era steso in tal guisa che con un poco di capacità non vi<noinclude><references/></noinclude> es3wi82hf1lar5mb4ubhd3xe96udze2 Pagina:Masson - Clementina,1843,vol.1.djvu/103 108 1025299 3870320 2026-08-05T07:07:05Z Piaz1606 10206 /* Trascritta */ 3870320 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|94||}}</noinclude>fosse da alzarne un lembo, e questo ella fece. Ed a forza di attenzione le riescì di distinguere una testa di femmina giovine. “Come è pallida! esclamò; è dunque una morta!... Gua’! ha il cappello da maritata! Poverina!... non ha più di quindici anni... Peccato maritare ragazze che sono di sì cattivo temperamento! Bisogna credere che sia la moglie del padrone... Oh! ch’egli sia vedovo: l’avrei più a caro per il mio decoro.” Era corso del tempo innanzi che la Martin vedesse il ritratto di faccia, onde erano passate circa due ore dai primi suoi tentativi per arrampicarsi fino al momento in cui ritta colassù si perdeva in conghietture su quel quadro. Ed ella non pensava a scendere, allorchè intese a bussare al portone. “Che torni di già? riflettè; che si sia dimenticata la chiave? Madonna! oggi c’è da aspettarsi un po’ di tutto; la nostra casa è il mondo alla rovescia.” Si ripetè il romore del picchiatoio.<noinclude><references/></noinclude> 6pwq4291cquimj2vbg2189m5b23310n Pagina:Masson - Clementina,1843,vol.1.djvu/104 108 1025300 3870321 2026-08-05T07:09:21Z Piaz1606 10206 /* Trascritta */ 3870321 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||95}}</noinclude>La Martin a rischio di ammazzarsi venne giù con tutta la prontezza di che era capace, e quando si trovò fuor di pericolo, la paura di esser sorpresa nel delitto di curiosità le rese la lestezza che da gran tempo avea perduta, ed in un batter d’occhio accomodò ogni cosa o bene o male. Ed intanto i colpi seguitavano. “In sostanza, ella disse, non ho necessità di affrettarmi tanto: sa bene che son sorda!” Si affacciò alla finestra per rispondere: — “Vengo!” Ma quegli che bussava non era il proprietario della casetta. “Che volete?” — ella gridò ad un officiale che si disponeva a picchiare di nuovo. L’altro rispose qualche cosa, ma essa non lo udiva. “Più forte! più forte! — soggiunse — sono dura d’orecchia... E poi avete sbagliato, non è qui che dovete venire.” Ai primi colpi i vicini più prossimi meravigliati dello insolito schiamazzo eransi piantati sugli usci.<noinclude><references/></noinclude> gk4jquggtb5pknhan7jnu9pxu7unou8 Pagina:Masson - Clementina,1843,vol.1.djvu/105 108 1025301 3870322 2026-08-05T07:12:08Z Piaz1606 10206 /* Trascritta */ 3870322 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|96||}}</noinclude> L’officiale gridò: “Cerco il signor tenente colonnello di Montlieu.” “Signor Montlieu! tenente colonnello! vi vogliono! vi vogliono! ripeterono in coro i cortesissimi abitanti dei contorni. E la Martin non aveva peranche proferita parola, che quel nome percorrendo da una all’altra bocca le due linee parallele della contrada era giunto persino al ''boulevard'' esterno. “Non lo conosco, diceva quindi la vecchia, qui non ci sono colonnelli! e poi, il padrone è fuori, e non riceve gente.” Il forestiero si strinse nelle spalle, e rassegnandosi ad aspettare che tornasse Montlieu, sedè sul muricciuolo ch’era accanto alla porta. La Martin trattava un po’ troppo senza complimenti lasciando quell’uomo far anticamera sulla via; ma l’arrivo di lui era un avvenimento sì miracoloso in un abitazione ove nessun estero si era introdotto da cinque anni, ch’ella temè di qualche {{Pt|in-|}}<noinclude><references/></noinclude> 5l6wgz8mg0rgo4s4o3p328ppgx3v0fm Pagina:Masson - Clementina,1843,vol.1.djvu/106 108 1025302 3870323 2026-08-05T07:13:58Z Piaz1606 10206 /* Trascritta */ 3870323 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione||97|}}</noinclude>{{Pt|ganno,|inganno,}} e preferì mancare di civiltà e di prudenza. Ed entrata in casa pensava: — “E se fosse propriamente per lui?” E si diede a riepilogare sulle dita: — “Colonnello... Molu... vedovo, decorato... Quante scoperte in un giorno!... Ma che disgrazia, proseguì con un sospiro, che quei birbanti dei vicini ne sappiano tanto quanto ne so io!”<noinclude><references/></noinclude> asbyfawuxvhyv0i5le6xwvioymozaeq Clementina/Capitolo III 0 1025303 3870324 2026-08-05T07:14:16Z Piaz1606 10206 Porto il SAL a SAL 75% 3870324 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=5 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Capitolo III|prec=../Capitolo II|succ=../Capitolo IV}} <pages index="Masson - Clementina,1843,vol.1.djvu" from="82" to="106" /> 8cld2yxll6wmbpiwrtayohhapwr0470 Pagina:Lorenzoni Cadore 1907.djvu/78 108 1025304 3870333 2026-08-05T07:56:48Z Giaccai 13220 Aggiunto template FI tramite il gadget CropTool 3870333 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione|{{smaller|72}}|{{Sc|italia artistica}}|}}</noinclude> |file = Lorenzoni Cadore 1907 (page 78 crop).jpg |width = 90% |caption = {{Sc|Danea Dopo La Ricostruzione}}{{A destra|(Fot. Bonel)}} }} Visdende (vallis videnda?) è, senza dubbio, la più bella vallata del Cadore. È tutta a boschi e pascoli, interrotti da valloncelli, dove i rivi mormorano in cascatelle, o scorrono via nascosti tra l’erbe. Peralba solitario a nord (2694 m.), Rinaldo a sud par chiudano e proteggano la bella valle. Poche bàite e casuccie, la maggior parte abitate solamente nella buona stagione, e brevi campi coltivati a orzo, lino e patate dicono che quei silenzi alti vengono, talvolta, turbati dagli uomini. La tradizione narra che tutta la vallata fosse un lago e che le barche si fermassero agli anelli infissi, ancora ggi, nelle nude pareti del M. Schiavon e del M. Rinaldo, e narra ancora che S. Rinaldo, nelle miti notti lunari, passeggi sul suo cavallo bianco in vetta al monte omonimo. Visdende è proprietà di vari comuni: il suo legname si ra luna alla così detta Stua posta alla confluenza del Cordèvole e del Piave, dove le acque del primo, ratte- nute da una barriera artificiale e poi lasciate libere, possono, unite al Piave, portare le taglie a S. Stefano, l’emporio di tutto il Comèlico. Ivi pure si raduna tutto il legname e il commercio della vallata del Pàdola, che si apre a nord per una lunghezza di circa venti chilometri. Anche in questa vallata, a sinistra del fiume, i pascoli verdeggianti e i campi coltivati e le borgate ridenti si spiegano sul dorso disteso da nord a sud per tutta la lunghezza della valle e diviso in due dal torrente Digone. A destra del fiume nereggia una linea di fitti boschi illuminata qua e là da praticelli virenti e declinante. in apparenza, dall’Aiarnola, che penetra limpida nei cieli azzurri. La strada non corre a livello del Padola, ma sale mano mano a salutare i paeselli sparsi per i declivi so-<noinclude><references/></noinclude> 8lztf3l4v9larfnhim5mv4ehqy371co 3870392 3870333 2026-08-05T11:43:46Z Giaccai 13220 /* Trascritta */ 3870392 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione|{{smaller|72}}|{{Sc|italia artistica}}|}}</noinclude>{{file |file = Lorenzoni Cadore 1907 (page 78 crop).jpg |width = 90% |caption = {{Sc|Danea Dopo La Ricostruzione}}{{A destra|(Fot. Bonel)}} }} Visdende (vallis videnda?) è, senza dubbio, la più bella vallata del Cadore. È tutta a boschi e pascoli, interrotti da valloncelli, dove i rivi mormorano in cascatelle, o scorrono via nascosti tra l’erbe. Peralba solitario a nord (2694 m.), Rinaldo a sud par chiudano e proteggano la bella valle. Poche bàite e casuccie, la maggior parte abitate solamente nella buona stagione, e brevi campi coltivati a orzo, lino e patate dicono che quei silenzi alti vengono, talvolta, turbati dagli uomini. La tradizione narra che tutta la vallata fosse un lago e che le barche si fermassero agli anelli infissi, ancora oggi, nelle nude pareti del M. Schiavon e del M. Rinaldo, e narra ancora che S. Rinaldo, nelle miti notti lunari, passeggi sul suo cavallo bianco in vetta al monte omonimo. Visdende è proprietà di vari comuni: il suo legname si raduna alla così detta ''Stua'' posta alla confluenza del Cordèvole e del Piave, dove le acque del primo, rattenute da una barriera artificiale e poi lasciate libere, possono, unite al Piave, portare le taglie a S. Stefano, l’emporio di tutto il Comèlico. Ivi pure si raduna tutto il legname e il commercio della vallata del Pàdola, che si apre a nord per una lunghezza di circa venti chilometri. Anche in questa vallata, a sinistra del fiume, i pascoli verdeggianti e i campi coltivati e le borgate ridenti si spiegano sul dorso disteso da nord a sud per tutta la lunghezza della valle e diviso in due dal torrente Digone. A destra del fiume nereggia una linea di fitti boschi illuminata qua e là da praticelli virenti e declinante. in apparenza, dall’Aiarnola, che penetra limpida nei cieli azzurri. La strada non corre a livello del Padola, ma sale mano mano a salutare i paeselli sparsi per i declivi so-<noinclude><references/></noinclude> 9kevyasqmrmqdbk2zcsvn7imi6d2hco 3870393 3870392 2026-08-05T11:44:36Z Giaccai 13220 3870393 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione|{{smaller|72}}|{{Sc|italia artistica}}|}}</noinclude>{{FI |file = Lorenzoni Cadore 1907 (page 78 crop).jpg |width = 90% |caption = {{Sc|Danea Dopo La Ricostruzione}}{{A destra|(Fot. Bonel)}} }} Visdende (vallis videnda?) è, senza dubbio, la più bella vallata del Cadore. È tutta a boschi e pascoli, interrotti da valloncelli, dove i rivi mormorano in cascatelle, o scorrono via nascosti tra l’erbe. Peralba solitario a nord (2694 m.), Rinaldo a sud par chiudano e proteggano la bella valle. Poche bàite e casuccie, la maggior parte abitate solamente nella buona stagione, e brevi campi coltivati a orzo, lino e patate dicono che quei silenzi alti vengono, talvolta, turbati dagli uomini. La tradizione narra che tutta la vallata fosse un lago e che le barche si fermassero agli anelli infissi, ancora oggi, nelle nude pareti del M. Schiavon e del M. Rinaldo, e narra ancora che S. Rinaldo, nelle miti notti lunari, passeggi sul suo cavallo bianco in vetta al monte omonimo. Visdende è proprietà di vari comuni: il suo legname si raduna alla così detta ''Stua'' posta alla confluenza del Cordèvole e del Piave, dove le acque del primo, rattenute da una barriera artificiale e poi lasciate libere, possono, unite al Piave, portare le taglie a S. Stefano, l’emporio di tutto il Comèlico. Ivi pure si raduna tutto il legname e il commercio della vallata del Pàdola, che si apre a nord per una lunghezza di circa venti chilometri. Anche in questa vallata, a sinistra del fiume, i pascoli verdeggianti e i campi coltivati e le borgate ridenti si spiegano sul dorso disteso da nord a sud per tutta la lunghezza della valle e diviso in due dal torrente Digone. A destra del fiume nereggia una linea di fitti boschi illuminata qua e là da praticelli virenti e declinante. in apparenza, dall’Aiarnola, che penetra limpida nei cieli azzurri. La strada non corre a livello del Padola, ma sale mano mano a salutare i paeselli sparsi per i declivi so-<noinclude><references/></noinclude> 1mal9mnhc955d4pszbwd4gwdx2p2vqm Pagina:Masson - Clementina,1843,vol.1.djvu/107 108 1025305 3870351 2026-08-05T09:18:23Z Piaz1606 10206 /* Trascritta */ 3870351 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione||||riga=sì}}</noinclude> {{Centrato|{{x-larger|CAPITOLO IV.}} ''Una visita.''}} {{x-larger|L’}}uffiziale che si adattava ad attendere con pazienza che venisse Montlieu era il prolisso e premuroso Laboissiere, cui lasciammo sono cinque anni interi, partendo da Tolosa per andare in Catalogna a raggiungere il corpo d’armata comandato dal maresciallo Moncey. In tanti anni il bravo capitano non aveva potuto incontrare l’antico suo compagno d’armi: è vero che non si era presa la briga di cercarlo; e come ne avrebbe avuto il tempo?<noinclude><references/></noinclude> sarpr160tivmtlpbholsc4bqlb8ighb Pagina:Masson - Clementina,1843,vol.1.djvu/108 108 1025306 3870352 2026-08-05T09:20:52Z Piaz1606 10206 /* Trascritta */ 3870352 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||99}}</noinclude> Poche parole basteranno a spiegare il passato. Nominato capo di battaglione dopo il combattimento di Materò, e reduce in Francia con l’esercito detto pacificatore, Laboissiere desideroso di provare nuovamente la vita domestica, domandò ed ottenne di ritirarsi. Conosceva appena la quarta şua moglie allorchè la sposò, e l’ordine espresso che lo astringeva a partire per Bajona col suo reggimento avendolo colto nelle prime commozioni dei coniugali abboccamenti, non ebbe agio di studiare con attenzione l’indole della quarta madama Laboissiere. Durante la campagna essa gli scrisse lettere affettuosissime; egli le rispose da sposo di fresco, ed il carteggio prese tanto fuoco, che Laboissiere s’immaginò di essere innamorato pazzo della consorte. Se non si fossero rivisti, come si sarebbero amati! alla distanza di trecento leghe si vive sempre d’accordo. Ritornò libero da qualunque obbligo verso lo stato, e credendo {{Pt|esse-|}}<noinclude><references/></noinclude> p06rfbl59la780qcf63dkd2iiuslyg8 Pagina:Masson - Clementina,1843,vol.1.djvu/109 108 1025307 3870353 2026-08-05T09:25:11Z Piaz1606 10206 /* Trascritta */ 3870353 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|100||}}</noinclude>{{Pt|re|essere}} stanco della vita faticosissima del soldato imparata sotto l’impero, si congratulava della esistenza tranquilla che gli aveva apparecchiata il suo matrimonio. Ma dopo essere rimasti insieme un mese, si accorse che la signora, la quale sul principio gli era poco nota, non acquistava punto ad essere conosciuta meglio. Si era prefisso, qualora necessità lo volesse, di osservare con questa il metodo correzionale adoprato con le tre defunte. Approssimavasi l’istante di porre in piena e completa esecuzione la promessa, quando un giorno, non sapendo come impiegare il tempo che passava tanto male in famiglia, gli venne fatto di esaminare sopra una carta dell’America le operazioni di Bolivar nel Perù. E prese un tale interesse alla causa degli indigeni sollevatisi contro la metropoli, che si scordò di castigare il mal’umore della sua giovane metà. Quell’interesse, dapprima tutto militare, diventò affetto del cuore, e poi passione caldissima. Insomma, forse per seguito di un<noinclude><references/></noinclude> 7x15hprgofwg1zy30jamz28khrlc8fj Pagina:Masson - Clementina,1843,vol.1.djvu/110 108 1025308 3870355 2026-08-05T09:27:26Z Piaz1606 10206 /* Trascritta */ 3870355 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||101}}</noinclude>certo sistema di compensazione, Laboissiere, che erasi battuto per proteggere il regio potere nella Spagna decise pugnare ormai contro la Spagna a prò di una repubblica nascente. Trentasei ore dopo aver risoluto era già in viaggio. Volendo risparmiarsi il dolore d’un penosissimo addio, il quale avrebbe potuto suscitare nuove dispute e convertire una tenera separazione in forti dissapori, partì senza comunicare alla moglie il suo progetto. E soltanto a quaranta leghe di lontananza da Parigi scrisse alla sposa abbandonata: “Siccome vi conosco poco sensibile, non mi tormenta molto l’idea delle inquietudini in cui sarete per riguardo a me; avrete detto forse: se n’è andato ritornerà. Tornare! nè voi nè io lo bramiamo. “Vi avverto, mia cara amica, che vado in America, nel Perù, a ritrovare due grandi uomini: il generale Sucre, che non è dolce come spiega il suo nome in francese, e Bolivar che desidero vedere avanti morire,<noinclude><references/></noinclude> pmvtnmo9c8szufubsa9ja9zg8vwp9m3 Pagina:Masson - Clementina,1843,vol.1.djvu/111 108 1025309 3870358 2026-08-05T09:30:29Z Piaz1606 10206 /* Trascritta */ 3870358 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||102}}</noinclude>io che pure desinai con {{AutoreCitato|Napoleone Bonaparte|Napoleone}}... all’armata, è vero, ma che serve? “Per fare onore alla vostra situazione di donna maritata, e rendervi interessante in faccia al mondo, gridarete, piangerete, andrete in isvenimento.... Se posso chiedervi una grazia, mia cara amica, non fate cose simili, o aspettate per favorirmi delle vostre lagrime e dei vostri strepiti ch’io non abbia oltrepassata la frontiera. Altrimenti questa disperazione che credeste dovutami per convenienza, ci sarebbe funesta ad ambedue. La polizia, sensibilissima agli affanni delle belle donnette, mi manderebbe appresso le spie, sarei arrestato, e costretto a retrocedere e venire da capo a vivere con voi, lo che non darebbe gusto nè all’uno nè all’altra. “Voi siete, mia cara amica, la quarta donna ch’io abbia sposata; la prima la pigliai per amore, la seconda per riflessione; le altre due, compresa voi, non saprei dire perchè. Ma dopo tre matrimoni credeva poter lusingarmi di conoscer bene le donne.<noinclude><references/></noinclude> rzglzlnwepqna21os91hczsnzl54y3z Pagina:Masson - Clementina,1843,vol.1.djvu/112 108 1025310 3870359 2026-08-05T09:34:50Z Piaz1606 10206 /* Trascritta */ 3870359 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||103}}</noinclude>Eppure, ch’io sia maledetto se capisco nulla nel vostro carattere! Non c’è da reggervi! La nostra sarebbe stata una casa del diavolo, in un paese dov’è già raro che se ne trovino delle buone! “Non so se sono io l’insopportabile, ma terminava coll’abborrire me stesso dacchè voi mi avevate insegnato a non amarvi. Quello che so, mia cara amica, si è che ho sofferto di più nei trenta giorni in famiglia che nei trenta anni di campagne; e sì, di queste ne avemmo di tutte le temperature! Eravamo al punto che i vostri passi m’infastidivano, il suono della vostra voce mi dava stiramenti di nervi: se durava dell’altro avrei avuto anche i vapori. Mi piace più il rimbombo del cannone. “Finora le combinazioni che presenta la guerra non mi furono sfavorevoli; se seguitano a proteggermi non verrò più costi! Tanto in questa ipotesi come in quella del ritorno, desidero, mia cara amica, che pensiate ad accomodare un poco il vostro carattere, sia per mia propria<noinclude><references/></noinclude> ft0imsweliegsjl5d1xzrao9nrxbc09 Pagina:Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu/221 108 1025311 3870364 2026-08-05T09:39:50Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Senza testo */ 3870364 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="0" user="Spinoziano (BEIC)" /></noinclude><noinclude></noinclude> fsdvgdwc191ig31zl1q82nbcnhvzcmu Viaggio in Sicilia (Münter)/Note del traduttore vol. II/Note all'articolo notizie sulla poesia siciliana 0 1025312 3870365 2026-08-05T09:40:14Z Spinoziano (BEIC) 60217 Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]] 3870365 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=5 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|Note del traduttore vol. II]] - Note all'articolo notizie sulla poesia siciliana|prec=../Note all'articolo Messina|succ=../../Viaggio al Monte Etna fatto da Lazzaro Spallanzani nel 1788}} <pages index="Münter, Friederich – Viaggio in Sicilia, 1831, volume II – BEIC IE4635291.djvu" from="209" to="221" fromsection="Poesia siciliana" /> tilydjhbioqs4h6r12ck88lfdgnhe67 Pagina:Lorenzoni Cadore 1907.djvu/79 108 1025313 3870400 2026-08-05T11:53:46Z Giaccai 13220 /* new eis level3 */ 3870400 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione||{{Sc|cadore}}|{{smaller|73}}}}</noinclude>lati: il fiume basso non strepita, non risuona da lungi, ma come pellegrino, che pensi alla sua via, passa silenzioso tra salci argentei e cupi ontani. Costalissoio colla chiesa bianca e il campanile bianco posa tra case grigie, quasi gregge smarrito spiccano le brune bàite disperse pel verde dei prati. Lungo la via si dispongono i paesetti di Casada, Campitello, La Cuna. Le nuove casuccie, paventando l’incendio, alle pareti di legno sostituirono i muri, ma conservarono il ballatoio superiore e le piccole fenestre ridenti per gerani e garofani in fiore: qualche vecchia casa abbellisce ancora il paesaggio. S. Niccolò con la chiesa alta sogguarda la valle e sente il romore del torrentello Larice. Candide, nastro ineguale ingrossato a’ due capi e spiegato sul Monte Spina a guisa di una zeta, sempre insiste di fronte e par chiuda la vallata a chi sale da S. Stefano. E contro Candide, su, in alto, Costa riguarda il Digone, limpido torrente, che scorre tranquillo in una valle tutta verde dominata dal Longiarin (2570 m.) tutto a denti brevi, a canali di ghiaia bianca, che, come branche di polipo enorme, si insinuano e stringono i boschi vivaci. Candide, capoluogo dal Comèlico superiore, esposta a mezzogiorno, accoglie, d’inverno, tutto il tepore del sole, e, di estate, la carezza delle valli fresche. Come quasi tutti i paesi del Cadore, ebbe incendi e saccheggi dalle truppe imperiali di Massimiliano. L’epigrafe posta sopra la porta maggiore della chiesa ricorda i tempi nefasti in cui gli animi turbati dall’orrore delle guerre napoleoniche non pensavano a una patria libera, ma si addormentavano alle carezze del paterno regime austriaco. II vecchio campanile maltrattato dal tempo guarda con invidia l’ampia chiesa parrocchiale, sorgente sulle rovine dell’antichissimo palazzo Gera. {{FI |file = Lorenzoni Cadore 1907 (page 79 crop).jpg |width = 90% |caption ={{Sc|danta prima dell ricostruzione}}. {{A destra|Fot, Cibin).}} }}<noinclude></noinclude> 5wb2yb62sz098ouzd5nomu9bfytdcl4 Pagina:Lorenzoni Cadore 1907.djvu/80 108 1025314 3870402 2026-08-05T11:57:57Z Giaccai 13220 /* new eis level1 */ 3870402 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" /></noinclude>{{FI |file = Lorenzoni Cadore 1907 (page 80 crop).jpg | tsize = 400px | float = center | caption = }} {{FI |file = Lorenzoni Cadore 1907 (page 80 crop).jpg |width = 100% |caption = {{Sc|Auronzo Di Cadore}}{{A destra|foto Cassarini}} }}<noinclude></noinclude> ks3puetz4whl8i0u7nipgo2rnm5hqu4 3870403 3870402 2026-08-05T11:58:01Z Giaccai 13220 /* new eis level3 */ 3870403 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" /></noinclude>{{FI |file = Lorenzoni Cadore 1907 (page 80 crop).jpg | tsize = 400px | float = center | caption = }} {{FI |file = Lorenzoni Cadore 1907 (page 80 crop).jpg |width = 100% |caption = {{Sc|Auronzo Di Cadore}}{{A destra|foto Cassarini}} }}<noinclude></noinclude> 3mw9epmi5rv298j7gxrcq0kj4t0z45g