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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 9 —}}</noinclude>già fatto mille congetture, e la sua fantasia certo andava innanzi a tutto quello che io avrei potuto inventare. Potrei recitarvi cotesta storia del conte, che non m’è ancora uscita di niente, se non temessi di rompere il filo del mio discorso.
— Il conte s’era prima fabbricata in testa la storia, e poi s’era dato attorno per avere delle informazioni, e certo fu stupefatto quando seppe che la casa vuota non era altra cosa che l’officina di un pasticcier-confettiere che sfoggiava indi a due passi una magnifica bottega. Ed appunto perchè vi si trovava il forno erano state murate le finestre terrene, e guarnite di fitte tende quelle del piano superiore, per preservare i confetti dal sole e dagli insetti. Quando il conte me lo disse, mi parve che m’avesse slogato un’idea dalla testa.
Ma a dispetto di questo prosaico schiarimento, non potei tenermi di guardare la casa disabitata ogni volta che vi passava, da cui mi pareva che uscissero mille strane figure da far raccapricciare:
Nè per forza che mi facessi, non potetti mai addomesticarmi coll’idea delle focacce, delle chicche, dei marzapani e delle torte<noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 12 —}}</noinclude>sto fui tocco da un buon pensiero, perché tornato indietro, entrai nella bella bottega ricca di specchi, che era attigua alla casa vuota.
Soffiando sulla spuma bollente d’una tazza di cioccolata che mi avea fatto recare, mi posi a dire facendo il distratto:
— Voi vi siete allargato di molto comperando la casa vicina.
Il confettiere gittò ancora qualche confetto sopra un pasticcio che stava aspettando una bella giovinetta, e mi guardò sorridendo a modo d’interrogazione, come se non avesse comprese le mie parole.
— Io replicai che avea fatto assai bene ad accomodarsi di forno nella casa vicina, quantunque il deserto abituro facesse un brutto contrasto cogli altri splendidi edifici della contrada.
— Eh, signore, chi vi ha detto che sia mia la casa vicina? Sventuratamente sono state vane tutte le mie fatiche per acquistarla; danno però di cui non sono pentito, perché vi si fanno dentro le più singolari cose del mondo.
Immaginatevi se mi ha scosso la risposta del confettiere; e gli dissi di grazia che volesse aggiungere non so che altro.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione||— 14 —}}</noinclude>Se non ho mal raccolto le parole erano francesi, quantunque non le abbia potute intendere distintamente, e d’altronde non posi lungamente l’orecchio a questa pazza canzone perchè mi si rizzavano i capelli al pensiero di un morto risuscitato. Bene spesso, quando si sospende il frastuono della contrada, noi sentiamo dal fondo della camera, dei profondi sospiri, e poi un ridere sgangherato che viene dalle soffitte; se non che appostando l’orecchio alla muraglia si raccoglie agevolmente che quel ridere e quei sospiri procedono dalla casa vicina.
— Notate (ed in questo mi trasse nel fondaco e mi accostò ad una finestra) notate bene questo cannone di ferro che esce dal muro; dà qualche volta un fumo così denso, perfino nell’estate, che mio fratello s’è doluto più d’una volta col vecchio Intendente, dicendogli che finirà a metter fuoco alla casa. Ma egli reca innanzi la scusa della cucina, quantunque io non mi sappia che diavolo si mangi, perchè manda un lezzo da ammorbare.
In quella s’aperse l’uscio della bottega, e il confettiere corse al banco ac-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 15 —}}</noinclude>cennandomi con uno sguardo la figura che entrava. Ed io intesi il cenno. Quel bizzarro vestimento certo non lo poteva indossare che il vecchio Intendente della casa misteriosa. — Figuratevi un omicciattolo secco con un viso da mummia, il naso adunco, le labbra serrate, due occhi da gatto verdi e scintillanti, il perpetuo sorridere d’un pazzo, un ciuffo architettato alla moda antica con delle ali polverate ed una gran borsa, un abito color caffè vecchio e smunto, ma ben spazzolato, con calze grigie e due grandi scarpe con fibbie. Questo figurino ha due mani enormi, e delle dita estremamente lunghe e scarne.
S’avanza tutto tirato verso il banco, squadrando con un sorriso le ghiottonerie serrate nelle bottiglie di cristallo domandando con una voce fievole e quasi piangente due aranci confetti, due maccheroni, due marroni ghiacciati.
Il confettiere mise da un canto tutto quello che gli era stato dimandato. — Pesate, pesate, mio degno vicino, disse l’Intendente, traendosi di tasca un borsellino di cuojo. E il danaro che fece suonare sul banco era tutto di monete fuori<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 16 —}}</noinclude>di corso. Contò mormorando sommessamente: — dolcissimo, dolcissimo. E ben conviene che lo sia, nè io mi oppongo che il diavolo inzuccheri sua moglie.
Il confettiere mi guardò ridendo, e disse all’Intendente. — Voi mi parete ben gagliardo della persona; sì, sì, l’età toglie le forze a poco a poco.
Senza mutar viso il vecchio rispose con una voce forte: — l’età, l’età? Io perder le forze? oh oh oh! Dicendo questo, battè così violentemente palma con palma, che ne eccheggiarono i vetri, e fece un salto così vigoroso: che ne tremò la bottega e i bicchieri ch’eran sul banco. Ma nello stesso tempo s’udì un guaìto. Era il vecchio Intendente che aveva calpestato d’un piede il suo cagnolin nero, che sempre si guizzava sui suoi passi e che allora gli stava coricato ai calcagni.
— Maledetta bestia! Cane d’inferno! disse con un tuono di voce fioco e soave, ed aprendo il suo cornetto ne trasse un maccherone che diede in bocca al povero animale. Il cane che gemeva ancora, allora si tacque, e drizzandosi sulle zampe<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 17 —}}</noinclude>di dietro, si mise a mangiare il maccherone nell’attitudine d’uno scojattolo.
— Buona notte mio vicino, disse l’Intendente stendendo la mano al confettiere e stringendogliela di modo che mise un grido di dolore. — Il fiacco vecchiarello vi augura la buona notte mio caro vicino. — E colla bocca piena di maccheroni uscì col suo cane che gli tenne dietro.
— Ecco, voi vedete, disse il confettiere, come capita di tempo in tempo questo vecchio diavolo; ma io non gli posso cavar altro se non che egli era già valletto di camera del conte Z; e che ora ha cura della casa in cui si trova; attendendovi, da non so quanti anni, di giorno in giorno la famiglia del conte.
Mio padre gli tenne una volta discorso dello strepito che si sente alla notte; a cui placidamente rispose: sì, sì, dicono che vi siano dei morti risuscitati; mma voi non credetelo, che forse è una menzogna.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 17 —}}</noinclude>di dietro, si mise a mangiare il maccherone nell’attitudine d’uno scojattolo.
— Buona notte mio vicino, disse l’Intendente stendendo la mano al confettiere e stringendogliela di modo che mise un grido di dolore. — Il fiacco vecchiarello vi augura la buona notte mio caro vicino. — E colla bocca piena di maccheroni uscì col suo cane che gli tenne dietro.
— Ecco, voi vedete, disse il confettiere, come capita di tempo in tempo questo vecchio diavolo; ma io non gli posso cavar altro se non che egli era già valletto di camera del conte Z; e che ora ha cura della casa in cui si trova; attendendovi, da non so quanti anni, di giorno in giorno la famiglia del conte.
Mio padre gli tenne una volta discorso dello strepito che si sente alla notte; a cui placidamente rispose: sì, sì, dicono che vi siano dei morti risuscitati; ma voi non credetelo, che forse è una menzogna.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 19 —}}</noinclude>non che alla caraffa di così strana foggia, onde mi si passò subito davanti l’immagine d’una creatura angelica, circondata da una dannosa copia di magiche grazie. Allora il vecchio Intendente non fu più per me che uno stregone che faceva le sue arti nella casa deserta. E tanto si travagliò in questo l’immaginativa, che in quella notte appunto rividi, e non in sogno, ma nel delirio dell’assopimento la bianca mano col bel dito ingemmato, e il tondo braccio, ed il ricco monile. E a poco a poco trapelò, come da una fitta nube un caro viso cogli occhi celesti dolorosamente supplicanti, e così vidi sorgere al mio cospetto il fantasma meraviglioso d’una giovinetta in tutto lo splendore degli anni. Se non che subito m’accorsi che la nube altro non era che il vapore che si alzava dalla caraffa di cristallo che teneva in mano la giovine bellezza, diffondendosi pel cielo a lievi spire.
Angelica apparizione! allora esclamai, dimmi ove siedi, e perchè sei tenuta prigione? Oh come sono pieni di dolore e d’affetto gli sguardi tuoi! Io so che sei fatta schiava dall’arte infernale di un<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>demonio che va vagando per le botteghe dei pasticcieri, con indosso un abito color caffè ed una borsa incipriata, seguito da un cane d’inferno che egli ciba di maccheroni. Io lo so pur troppo divina e deliziosa creatura che sei! Il diamante è un raggio di fuoco dell’anima tua; e se tu non l’avessi tinto del sangue del tuo cuore non brillerebbe così di mille colori. E so altresì che la maniglia che ti attornia il braccio è l’anello d’una catena magnetica che ti lega al fattucchiero che segui; ma io ti trarrò dalle sue mani.
In questo una mano ossea afferrò la tazza di cristallo che scoppiò in mille pezzi, e la figura meravigliosa disparve nelle tenebre traendo un lungo sospiro.
— Già veggo al vostro smascellarvi che voi trovate in me il solito sognatore. Ma ben vi posso accertare che tutto questo sogno, quando siate ostinati a non volergli dare altro nome, aveva tutta la sembianza d’una visione. Ma siccome questo non monta, continuiamo.
— Era la prima alba, ch’io corsi nel gran viale del passeggio, e m’appostai dirimpetto alla casa disabitata. Oltre le<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 21 —}}</noinclude>tende interne, le finestre erano chiuse da fitte persiane. La strada tutta ancora deserta; m’accostai rasente la finestra terrena e stetti in orecchio; ma non intesi zittire, chè tutto era muto come un sepolcro. Dopo incominciò a farsi viva la strada; si sbarrarono le botteghe, ed io fui costretto ad allontanarmi.
Non vi dirò quante volte passai e ripassai davanti la casa senza nulla scoprire; nè le inutili informazioni che tolsi da molte parti, e come in ultimo cominciava a dileguarsi nel mio spirito questa visione. Se non che una sera ripassandovi di bel nuovo, notai che la porta era socchiusa; mi feci avanti, e subito presi il mio partito quando vidi il vecchio
Intendente sopra la soglia.
— Il Consigliere di Finanza Biuder non sta in questa casa? questa fu l’inchiesta che gli feci, puntandolo in certa guisa in un picciolo vestibolo fievolmente illuminato da una lampada.
Mi gittò uno sguardo di fuoco, e mi rispose con una voce languida e soave: — Non alberga qui, nè v’è mai albergato, nè mai albergherà qui, nè per cotesti contorni.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>{{Nop}}
— Ma corre voce che in questa casa si sentano dei morti risuscitati?
— Vi posso far fede che non è vero, e che è una bella casa molto tranquilla, in cui giungerà domani la contessa di S.: Buona notte mio caro signore.
A queste parole il vecchio Intendente mi respinse gentilmente, e mi chiuse quasi la porta sul viso. Io l’intesi mormorare e tossire, poi allontanarsi, per quel che ho potuto sentire, e scendere alcuni gradini.
In quell’attimo che stetti nel vestibolo con lui, avea notato che l’addobbavano delle vecchie tappezzerie e delle gran poltrone coperte di damasco rosso al modo di una sala.
Dopo questo la casa misteriosa fu tutta piena di avventure per me. Ora figuratevi che a forza di passare e ripassare, vidi un giorno sfavillar qualche cosa all’ultima finestra e al piano superiore, ed era il diamante che mi sfolgorava sugli occhi.
Oh Dio! l’immagine della mia visione mi guarda dolorosamente appoggiata sul braccio, ma non era possibile di restare un minuto immobile in quell’onda di<noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 23 —}}</noinclude>popolo che andava e veniva. Avvisai una panchetta che giaceva dirimpetto alla casa, ma accomodata di modo che sedendovi conveniva volgere la schiena all’abituro, io mi appoggiai al dossiere, e così a mio agio continuai le mie osservazioni.
Sì, era proprio al vivo la celeste creatura! ma il suo sguardo mi pareva incerto, nè pareva che guardasse dalla mia parte. Gli occhi suoi avevano qualche cosa di vuoto, e già era tentato di credere che io non vedea che un’immagine, se non avessi notato un movimento del braccio e della mano.
Tutto perduto nella contemplazione dell’ammirabile creatura, non avea pur inteso la voce d’un merciajo italiano che m’offriva, non senza importunità, la sua mercanzia. Anzi mi scosse così per un braccio ch’io non potetti tenermi volgendomi di ributtarlo con collera. Tuttavia non si dismise di pregare e tormentarmi.
— Signore, non ho ancora guadagnato nulla in tutto il giorno. Un pajo di lapis,... un mazzettino di stecchi.
— Tutto impaziente e pieno di voglia di tormi dattorno questo importuno, misi<noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>mano alla borsa per trovar qualche moneta.
— Tengo pure altre coserelle, mi disse egli, mostrandomi a qualche distanza uno specchietto da saccoccia. Ravvisandovi la casa che mi era di dietro e la finestra ove stava affacciata la persona misteriosa, io fui sollecito di comperarlo, onde mi fu possibile d’osservare a mio bell’agio seduto e col dosso voltato senza tirare la curiosità di persona. Se non che guardando sempre più lo specchietto, caddi in uno stato ch’io sarei tentato di chiamare un sogno da sveglio.
Non poteva spiccare i miei sguardi dallo specchio che parevami affascinasse; e confesso che non potei tenermi di pensare ad una fiaba che mi faceva la mia nutrice, quando io mi piaceva alla sera di guardarmi in uno specchione nella camera di mio padre. Ella mi diceva che quando i ragazzi si mettono di notte d’innanzi ad una luce, un brutto e strano viso gli si ficcava davanti. Onde una volta credetti di vedere due occhi così terribili brillare nello specchio che mandai un grido e caddi tramortito. Al-<noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 25 —}}</noinclude>lora ne tremai per molto tempo, ed anche al presente tengo per fermo che quegli occhi m’avessero guardato davvero. Insomma mi si volgevano per la mente tutte queste pazzie della mia fanciullezza, tanto che mi sentii per le vene un freddo di ghiaccio, e volli gittare lo specchio lungi da me. Ma in questo istante due occhi celesti mi si drizzarono in faccia e mi calarono sino al fondo del cuore. Io era tuffato in un mare di delizie.
— Voi avete un leggiadro specchio, mi susurrò una persona che mi era daccosto.
Allora mi riscossí come da un sogno; e vidi che parecchi altri s’erano assettati sulla panchetta accanto a me, a cui aveva senza dubbio fatto un allegro spettacolo di me medesimo, tra le mezze parole e gli occhi stralunati.
— Voi avete un bel specchio replicò quel cotale, veggendo che io non gli dava retta.
— Ma perchè vi guardate dentro nel modo che fate? Forse vi scorgete degli Spiriti?
Era un uomo attempato piuttosto in arnese, che avea negli sguardi e nel suono delle parole un non so che di benevolo che facea sicurtà a chi gli volea<noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>parlare. Però non peritai a dirgli ch’io vedea nello specchio una leggiadra fanciulla che si tenea di dietro alla finestra della casa abbandonata. Ed anzi lo richiesi s’egli non la vedeva.
— Laggiù nella vecchia casa all’ultima finestra? e proferì queste parole con aria di stupefazione.
— Gli risposi che sì, senza dubbio.
Il vecchio si mise a sorridere. — È una strana illusione. Che Dio faccia onore ai miei vecchi occhi.
— Eh! Eh! Signore ho ben visto senza occhiali questa leggiadra figura alla finestra, ma non m’è parso altro che un buon ritratto dipinto ad olio.
Allora mi volsi con subitezza alla finestra, ma tutto era svanito, e già calate la persiane.
— Sì, signore, continuò il vecchio, ma è troppo tardi per accertarsene, perchè vidi or ora il domestico, che è l’Intendente della contessa di S. spolverare il quadro e calar giù la persiana!
— Instai tutto stupefatto che era veramente un ritratto.
— Credete ai miei occhi, rispose. Siccome voi non miravate nello specchio<noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 27 —}}</noinclude>che il riflesso dell’effigie, siete stato tratto in errore da un effetto d’ottica; ma io all’età vostra sarei stato più veggente di voi.
— Ma che cosa dite della mano e del braccio che si movevano?
— Sì, si movevano, mi rispose sorridendo dandomi dolcemente con una mano sopra la spalla, poi si tolse di quivi accommiatandosi con un saluto, e dicendomi: — Guardatevi dagli specchi che sono tanto bugiardi; vostro buon servitore.<noinclude>
<references/></noinclude>
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Pagina:Nodier - Racconti Fantastici, 1890.djvu/9
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<noinclude><pagequality level="4" user="Bok globule" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del fantastico in letteratura}}|9}}</noinclude>agire sulla vita positiva che mediante impressioni severe. La fantasia puramente poetica si rivestì al contrario di tutte le grazie dell’immaginazione; perocchè essa non ebbe altro oggetto che di rappresentare sotto una luce iperbolica tutte le seduzioni del mondo positivo. Madre dei genii e delle fate, seppe ella stessa prestar alle fate gli attributi della loro potenza e i miracoli della loro bacchetta. Sotto il suo prisma prodigioso la terra non sembrò aprirsi che per iscoprire dei rubini dai riflessi ondeggianti, dei zaffiri più puri dell’azzurro del cielo: il mare non gettò sulla terra che corallo, ambra, perle; tutti i fiori divennero rose nel giardino di Sadi, tutte le vergini delle Uri nel paradiso di Maometto. È così che nacquero nei paesi più favoriti dalla natura, que’ racconti orientali, risplendente galleria de’ prodigi più rari della creazione e dei sogni più deliziosi del pensiero, tesoro inesauribile di gioielli e di profumi che affascina i sensi e divinizza la vita. L’uomo che ancor cerca invano un compenso passaggero alla noia amara della sua realtà non ha probabilmente letto per anco le ''{{TestoCitato|Le Mille ed una Notti|Mille ed una notti}}''.
Dall’India, questa Musa capricciosa, dalla ridente acconciatura, dai veli imbalsamati, dai canti magici, dalle abbaglianti apparizioni, fermò il suo primo volo sulla Grecia nascente. La prima età della poesia finiva colle sue invenzioni mistiche. Il cielo mitologico era popolato da Orfeo, da Lino, da Esiodo. L’''{{TestoCitato|Iliade|Iliade}}'' aveva completato questa catena meravigliosa del mondo sublime rattaccando al suo ultimo anello gli eroi e i semidei in una storia fino allora senza modelli, nella quale l’Olimpo comunicava per la prima volta colla terra mediante sentimenti, passioni, alleanze e battaglie. L’''{{TestoCitato|Odissea|Odissea}}'', seconda parte di questa grande bilogia poetica, e non mi occorrono molto prove per crederla concepita dal genio senza rivale che aveva concepito la prima, ci mostrò l’uomo in relazione col mondo immaginario e il mondo positivo nei viaggi avventurosi e fantastici di Ulisse. Là tutto risente del sistema inventivo degli Orientali; tutto manifesta l’esuberanza di quel principio creatore che aveva prodotto le teogonie e che spargeva abbondantemente il superfluo della sua poligenesi feconda sul vasto campo della poesia, come l’abile scultore che, dai resti d’argilla con cui ha formata la statua di un Giove o d’un Apollo, si diverte a plasmare sotto le dita le forme bizzarre ma ingenue e caratteristiche del grottesco, e che improvvisa sotto i tratti deformi di Polifemo la caricatura classica di Ercole, Qual prosopopea più naturale e insieme più ardita della storia di Cariddi e Scilla?
Non è così che gli antichi navigatori hanno dovuto rappresentarsi questi due mostri del mare e lo {{Pt|spaven-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del fantastico in letteratura}}|13}}</noinclude>sanguinosa lotta fra due popoli furenti e decisi a distruggersi per sostenere o per riparare il ratto e l’adulterio: era il processo morale del giusto e dell’ingiusto, dibattuto nell’interesse generale degli uomini, fra il cielo o l’inferno, sotto gli occhi di un’Elena che ne era il prezzo e non l’oggetto, e che più felice dell’altra, potea alzare il velo senza arrossire davanti ai due campi. Questo fu, è d’uopo confessarlo una meravigliosa poesia, un ordine d’invenzione tale che se gli antichi avessero avuto gli Amadigi, noi non parleremmo forse di Achille; una imaginazione grandiosa e attraente, che non si rinnoverà più e che si rimpiangerà sempre, come la giumenta di Orlando così bella, così forte, così agile, che imprimeva sì vigorosamente il suo piede sulla sabbia della lizza e del campo di battaglia, della quale la mano delle principesse aveva ricamato la gualdrappa e la bardatura, e che è morta.
Se fossi capace di provare qualche briciolo di odio contro {{AutoreCitato|Miguel de Cervantes|Cervantes}}, forse gli rimprovererei d’aver contribuito più di tutti a rapirci queste deliziose fantasie del genio medioevale, che egli spezzò con maggior facilità i quella con cui don Chisciotte aveva rotti i burattini di Ginesilla. Però devo convenire che quest’opera di distruzione, la quale d’altronde ci ha procurato uno dei più bei libri prodotti dall’immaginazione dei moderni, era probabilmente la condizione indispensabile del suo destino letterario. Allorchè le favole d’un popolo sono invecchiate, lo spietato istinto di cangiamento insito in lui, a tempo e luogo si fa sentire e indica agli uomini, per mezzo di certi segni che bisogna ricominciare la vita sociale con nuovo lavoro, senza riguardo allo tradizioni e alle simpatie del passato. Allora tale istinto scatena dei genii schernitori, che spinti da un odio irriflessivo si fanno de’ sonagli con quanto i secoli anteriori hanno venerato, e giocano con questi avanzi d’una civiltà morente, proferendo parole d’ironia e di sprezzo, come {{TestoCitato|Opera:Amleto|Amleto}}, pesando la cenere dei morti e analizzando nel cranio d’un pazzo le forze dell’intelligenza, davanti la fossa di Yorik.
È così che sorse {{AutoreCitato|Luciano di Samosata|Luciano}} alla fine del paganesimo, Cervantes dopo il periodo cavalleresco, {{AutoreCitato|Erasmo da Rotterdam|Erasmo}} e {{AutoreCitato|François Rabelais|Rabelais}} colla riforma, e {{AutoreCitato|Voltaire|Voltaire}} avanti le rivoluzioni politiche che dovevano accompagnare la grande conflagrazione del cristianesimo. Quando un ordine di cose muore, vi è sempre qualche demone ingegnoso che assiste ridendo alla sua agonia e che col bastone dei buffoni gli dà il colpo di grazia. Il primo genio fantastico del rinascimento tanto pel tempo, che per la sua superiorità, poichè nei capolavori che lo rivelano, il genio non è progressivo, è<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|14|{{Sc|del fantastico in letteratura}}|}}</noinclude>{{AutoreCitato|Dante Alighieri|Dante}}. Egli giunse da sè e tutto solo all’ultimo crepuscolo d’una società spenta, alla prima alba d’una società cominciata, e quantunque egli avesse aperta la carriera, egli giunse da solo anche a compierla. È vero ch’egli pose il teatro della sua terribile fantasmagoria sotto la protezione delle credenze del suo tempo; ma egli le fece sue per le passioni, per gli attori, e anche per i particolari della scena, le quali cose non sono nè omeriche, nè virgiliane, ma dantesche. Si trovan ora sovente dei critici pieni di gusto deploranti l’errore di questa magnifica immaginazione, o la confusione apparente di questa favola poetica, in cui il Virgilio del medio evo piglia per introduttore nell’Inferno cristiano il Virgilio del paganesimo.
Questa idea è tuttavia il perno della sua composizione, ed è dessa appunto che la rende sublime. L’inferno con una teogonia particolare sarebbe stato troppo angusto per una sì larga invenzione. Bisognava che Dante vi si precipitasse, sul torrente dei secoli senza riguardo alle forme circoscritte di una timida epopea, e ciò che egli ha conservato delle idee universalmente ricevute è invece una concessione ingegnosissima e più che legittima al misticismo della sua epoca che era per natura una delle parti essenziali della Divina Commedia; ma che non poteva formarne esclusivamente l’anima in questa concezione da gigante. Così l’inferno di Dante non somiglia a nessuno degli innumerevoli inferni creati dalla cupa melanconia dei poeti e che rammentano più o meno tra essi i ''vade-in-pace'' del monachismo e la camera delle torture dell’Inquisizione. Nella sua architettura colossale contiene tutti gl’inferni ed è atto a ricevere durante i secoli eterni tutte le generazioni dei reprobi. Questa creazione strabiliare non dev’essere misurata col compasso dell’artista e colle unità del retore. La sua grandezza sta nella sua libertà sfrenata, nel diritto conquistato di far riflettere incessantemente sullo specchio a mille facce dell’immaginazione tutti gli aspetti della vita, tutti i riflessi del pensiero, tutti i raggi dell’anima. Non bisogna cercargli, non dico un modello, ma un oggetto di comparazione se non nell’Apocalisse di San Giovanni, e neppure bisogna cercargli degli imitatori felici nei secoli venienti, poichè è questa l’opera speciale di un’epoca soltanto e all’uomo di genio che l’ha concepita appartiene l’espressione di un secolo da cui non si può separare la sua individualità senza mutilarla. Ciò che di esso è passato negli scritti moderni, come il sogno del parricida nei ''Voleurs'', come la prosopopea disperante di Jean Paul, dove Gesù Cristo rivela il nulla eterno alle anime innocenti del Limbo, come la visione {{Pt|incompara-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del fantastico in letteratura}}|15}}</noinclude>{{Pt|bile|incomparabile}} del condannato, nel romanzo psicologico di {{AutoreCitato|Victor Hugo|Vittor Hugo}}, è una emanazione locale, parziale, inestensibile, ora incomunicabile, che agì con tutta la potenza del principio, da cui emanava, ma limitata sur un punto, in una circostanza rara e attraverso un mezzo insensibile come il calore d’un sole che si eclissa e che accende ancora la polvere attraverso una lente di ghiaccio. Il mondo creatoci dalla civiltà non ne permette di più.
Così la venerata tradizione della Divina Commedia non ha prodotto un’opera commendevole sullo stesso stampo presso il popolo della terra che meglio la sa apprezzare. Essa è rimasta come un monumento inviolabile e inaccessibile dei tempi andati, alla frontiera estrema della letteratura Italiana, e il rispetto che si ha per cose sacre, pareva difenderla per sempre dall’impotente temerità dei copisti. La nuova maniera d’invenzioni coltivata di tratto in tratto nello stesso paese, lo spirito, l’immaginazione, il genio e poi quell’industria infallibile d’imitazione che dovunque corre ad unirsi al corteggio delle muse creatrici, e che finisce nei tempi cosidetti classici per ornarsi delle loro corone, era comune all’Europa tutta; ma solo l’Italia aveva ancora il privilegio d’imprimere alle sue scoperte un suggello immortale, perchè la sua lingua era fatta. A lei spettava l’arricchire le nostre cronache, i nostri romanzi delle facili bellezze, di una versificazione libera e graziosa, e d’altronde nel sottometterle al metro armonioso delle sue ottave le liberava dai rimproveri più severi di una critica sguaiata, tollerando fino a nuovo ordine per condiscendenza all’antichità le bugie ritmiche.
Per servirsi del linguaggio famigliare di questa poesia, sarebbe facile tanto a enumerar le stelle del cielo e le sabbie del mare che le epopee cavalleresche dei più ingegnosi spiriti di tutto le epoche letterarie. I curiosi ne conservano più di cento anteriori all’{{AutoreCitato|Ludovico Ariosto|Ariosto}} e che l’Ariosto ha fatto dimenticare, come {{AutoreCitato|Omero|Omero}} aveva fatto dimenticare le rapsodie de’ suoi ignoti predecessori. Quale immaginazione infatti non avrebbe impallidito di fronte a questa immaginazione prodigiosa che, ridendo, sottometteva alle sue combinazioni piene di grazia, di freschezza e d’originalità le tradizioni d’una storia oscura e le deliziose visioni d’una mitologia nuova, ingiustamente negletta? Si disse che {{AutoreCitato|Esiodo|Esiodo}} era stato nutrito col miele dalla mano delle figlie di Pindo. Oh! sono state le fate che hanno nutrito l’Ariosto con qualche ambrosia più inebriante e che hanno comunicato a’ suoi divini scritti l’invincibile seduzione de’ loro incanti? Come dubitare della magia quando il poeta, mago egli stesso, s’intrattiene a suo piacere negli spazi, alla intelligenza umana<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|16|{{Sc|del fantastico in letteratura}}|}}</noinclude>più famigliare di quelli ove egli ha smarrito l’ippogrifo; quando i suoi canti risentono d’una ispirazione sopranaturale o sembrano provenire da un altro mondo? Colla mente piena dello studio degli antichi, egli non isdegna di rapir qualche lembo alle loro spoglie; ma ciò non fa mai senza adattarlo al carattere, alla fisonomia de’ suoi personaggi e al libero andamento delle sue composizioni. Egli è indipendente anche quando obbedisce, ancora nuovo quando imita, e non si sottomette alla fantasia degli altri che per sazietà della propria, la cui profusione lo stanca e lo nausea. Gli è che egli ha rubato lo scrigno d’Alcina o i tesori segreti delle miniere del Cattai e il pudore dell’opulenza gli insegna a mescolare di tanto in tanto le ricchezze più volgari a quelle di cui dispone con tanta facilità. Dopo l’Ariosto e i suoi fiacchi imitatori, il fantastico non si mostra quasi più nella letteratura italiana; e ciò è spiegabilissimo; l’Ariosto lo aveva esaurito. Chi crederebbe che questa musa dell’ideale, figlia elegante e fastosa dell’Asia, si rifugiò lungo tempo sotto le nebbie della Gran Bretagna? Spaventata forse dalle pompe malinconiche del Nord il cui teismo lugubre l’aveva portata fino al trono di Odino e delle vaporose finzioni della Scozia, dove l’arpa del bardo non si marita che al fracasso delle clay mores<ref>Lunga spada a due mani in uso presso i popoli della Scozia e delle Ebridi.</ref> ed ai muggiti delle tempeste, essa cercò bentosto di riposarsi di quelle immaginazioni vive e ridenti che avevan rallegrato dei loro canti voluttuosi le prime feste della sua infanzia. Venne {{AutoreCitato|William Shakespeare|Shakspeare}}, che conosceva appena nella cerchia della sua isola, ''orbe tota divisa'', secondo l’espressione di {{AutoreCitato|Publio Virgilio Marone|Virgilio}}, le meraviglie del mondo fisico, ma che le aveva scorte in qualche sublime visione e che comprendeva i prodigi del regno del sole come se vi avesse passeggiato in sogno nelle braccia di una fata; poichè Shakspeare e la poesia è la stessa cosa. {{AutoreCitato|Edmund Spenser|Spencer}} non aveva fatto che tracciargli la via; egli l’allargò, la prolungò, l’abbellì di nuovi spettacoli, la riempì, l’inondò di figure più fresche, più aeree, più trasparenti delle apparizioni fuggitive dei sogni mattutini; egli vi guidò le danze romantiche d’Oberon e di Titania e de’ genii, i quali col piede più leggero di quello di Camilla toccano essi pure la zolla senza calpestarla; vi seminò que’ fiori olezzanti di profumi celesti che si aprono ai tepidi calori dell’aurora per ricevere il popolo notturno degli spiriti e stan chiusi con lui fino a sera come padiglioni incantati; egli sparse nell’aria de’ splendori ignoti, accordò delle lire celesti, che<noinclude>{{ruleLeft|4em}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del fantastico in letteratura}}|17}}</noinclude>non avevan mai vibrato all’orecchio degli uomini, sospese l’orchestra melodiosa d’Ariele ai rami commossi dell’arboscello, nascose il nido invisibile di Puck in un bottone di rosa e fece scaturire da ogni poro della terra, da ogni atomo dell’aria, da tutte le profondità del cielo un concerto di voci magiche. Gli innumerevoli colori della tavolozza e questa moltitudine di mobili simpatie, che la parola scuote fino al fondo dell’anima, tutto appartiene a Shakspeare. Quando il suo pennello ha finito di accarezzare le forme seducenti di un silfo, a lui solo è riservato di tracciare le proporzioni gigantesche e grossolane d’un gnomo sotto i tratti di Calibano, di trasvestire l’antico satiro sotto l’arredo burlesco di Falstaff, e di sospendere lo schizzo di Michelangelo al quadro delizioso del Correggio. Se Dante ed Ariosto non v’hanno ancora offerto tutte le condizioni essenziali dell’individualità d’un semidio, fermatevi a costui: ''incessu patuit''.
Ciò che della nostra letteratura nazionale sanno tutti, risponde a esuberanza alle questioni che mi si potrebbero fare sui progressi che vi eran promessi coi poemi fantastici. Non è sul suolo accademico e classico della Francia di Luigi XIII e di Richelieu che questa letteratura, non vivente che d’immaginazione e di libertà, poteva acclimarsi con successo. Le splendide menzogne del genio vi sarebbero state male ricevute al pari della verità. Il regno del pensiero ivi apparteneva, colpa la Sorbona e {{AutoreCitato|Aristotele|Aristotile}}, ai seguaci di una stitica musa, che con privilegio reale, trascinava sul teatro della corte nel salone del palazzo Rambouillet gli orpelli dell’antichità trasvestita. {{AutoreCitato|Jean Racine|Racine}} ispirato verso la vecchiaia dal genio del libri santi, ben osò, per eccezione, gettare in un racconto temerario la gran figura dello scettro di Gesabele; e {{AutoreCitato|Voltaire|Voltaire}} credette di aver gettato molto lontano l’audacia del capo con un’opposizione sociale che cercava la novità in tutto, quand’ebbe fatto urlare dei versi alessandrini attraverso un portavoce dall’ombra tragica di Nino. Noi avevamo avuto le nostre cronache e i nostri romanzi cavallereschi; ma questi rispettabili interpreti del medio evo parlavano un linguaggio perduto che nessuno era capace di comprendere e i cavalieri della Tavola Rotonda attesero lungo tempo per ottenere dall’Occhio di Bue qualche cosa dell’accoglienza alla quale li aveva assuefatti Carlomagno e che un galante introduttore avesse sostituito l’abito francese alla loro greve armatura di ferro e i talloni rossi ai loro rumorosi speroni. I personaggi così buffonescamente truccati dal signor di Tressan, assomigliano presso a poco al loro tipo eroico e ingenuo come la lanterna del clown nel ''{{TestoCitato|Il Sogno di una notte d'estate|Sogno d’una notte d’estate}}'' assomiglia alla luce della luna.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del fantastico in letteratura}}|19}}</noinclude>{{Pt|liziose|maliziose}} di ''Finette'' e alla commovente rassegnazione di ''Griselide'', è presso il popolo stesso che bisogna cercare questi poemi inavvertiti, delizie tradizionali delle veglie del villaggio e nelle quali Perrault ha giudiziosamente attinto i suoi racconti.
Non nego che ai nostri dì si sia sapientemente disertato sui ''Racconti delle Fate'', che si sia voluto trovarne l’origine ben lontana e che non istà che a noi di credere sulla fede degli eruditi che {{TestoCitato|Pelle d'asino|Peau d’àne}} è un importazione dall’Arabia, che ''{{TestoCitato|Enrichetto dal ciuffo|Riquet à la Houppe}}'' non esercitava il diritto di feudo sui suoi vecchi dominii, senza un titolo d’investitura timbrato in nome dell’Oriente, e che il ''biscotto'' e il vaso del burro a malgrado delle loro false apparenze di ''località'', ci furono apportati un bel mattino da qualche altro Sindbad dal paese delle ''{{TestoCitato|Le Mille ed una Notti|Mille ed una notti}}''. Siamo talmente abituati all’imitazione, dopo lo stabilimento di questa dinastia aristotelica che tuttor ci governa dall’alto dell’Istituto, che ormai è quasi un dogma letterario la massima che nulla si crei in Francia; ed è probabile che l’Istituto non manchi di buone ragioni per indurci a crederlo. Però la mia sommessione a’ suoi decreti non saprebbe andar fin là. Le nostre ''fate benefiche'' dalla bacchetta di ferro o di nocciuolo, le nostre fate dispettose e arcigne tirate da pipistrelli, le nostre principesse amabilissime e graziosissime, i nostri principi avvenenti e folletti, i nostri orchi stupidi e feroci, i nostri sciabolatori di giganti, le attraenti metamorfosi dell’''Uccello azzurro'', i miracoli del ''Ramo d’oro'' appartengono alla nostra vecchia Gallia, come il suo cielo, i suoi costumi e i suoi monumenti troppo a lungo misconosciuti. Gli è sprezzar troppo una nazione vivace che di suo proprio moto s’è tanto avanzata su tutte le vie della civiltà, il contestarle il merito d’invenzione necessario per mettere sulla scena gli eroi della ''Biblioteca azzurra''.
Se il fantastico presso di noi non fosse mai esistito di sua natura propria e inventiva, astrazion fatta di qualunque altra letteratura o antica o esotica, noi non avremmo avuto società, poichè non vi fu mai società che non abbia avuto il suo.
Le escursioni dei viaggiatori non han mostrato pur loro una famiglia selvaggia la quale non raccontasse qualche storia straordinaria e non ponesse nelle nuvole della sua atmosfera o nel fumo della sua capanna, non so quali misteri, sorpresi al mondo intermediario dall’intelligenza dei vecchi, dalla sensibilità delle donne e dalla credulità dei fanciulli. Quanto agli appassionati orientalisti che ci rubano le favole delle nostre nutrici per farne omaggio ai corifei delle almee e delle bajadere, non si sono seduti qualche volta sotto la capanna del {{Pt|con-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|20|{{Sc|del fantastico in letteratura}}|}}</noinclude>{{Pt|tadino|contadino}}, o presso la baracca nomade del boscaiuolo o alla veglia chiassosa delle gramolatrici, o nelle allegre brigate dei vendemmiatori! Ben lungi dall’accusare {{AutoreCitato|Charles Perrault|Perault}} di plagio si lamenterebbero forse della parsimonia avara con cui ha distribuito a’ nostri avi queste sorprendenti cronache delle età che non furono e non saranno mai, così presenti e così ancor vive nella memoria dei nostri trovatori delle capanne! Quante belle narrazioni essi avrebbero udite, improntate con tanta vivacità di costumi, di usi e di nomi di paesi che l’etimologista più audace è obbligato ascoltandoli a fermarsi per la prima volta alla ''sorgente'' incontestabile delle invenzioni e delle cose, e che non gli capitò mai di chiederne conto nel suo pensiero a un’altra natura, a un’altra società. Dopo la vecchia sentimentale sognatrice o forse un po’ strega che s’è provata la prima volta ad improvvisare queste fiabe poetiche alla viva luce di una fascina di secco ginepro per addormentare l’impazienza e i dolori di un povero bambino malato, esse si sono ripetute fedelmente di generazione in generazione, nelle lunghe serate delle filatrici, al rumore monotono delle spole a mala pena variato dal tintinnio degli attizzatoi che ravvivano la bragia, si ripeteranno sempre senza che un popolo novello tenti di disputarcele: poichè ciascun popolo ha le sue storie e la facoltà creatrice del raccontatore è assai feconda in tutti i paesi perchè abbia bisogno di andar a cercare lontano ciò che possiede in sè stesso tanto quanto i negri e i calender<ref>Specie di monaco persiano.</ref>. La tendenza al meraviglioso e la facoltà di modificarlo secondo certe circostanze naturali o fortuite sono innate nell’uomo; e sono gli strumenti essenziali della sua vita immaginativa e fors’anche i soli compensi veramente provvidenziali alle miserie inseparabili dalla sua vita sociale.
La Germania è stata ricca in questo genere di creazioni, più ricca di alcun altro paese del mondo senza eccettuarne questi fortunati Levantini, eterni signori dei nostri tesori, secondo gli antiquari. Egli è che la Germania, favorita da un sistema particolare d’organamento morale, porta nelle sue credenze un fervore d’imaginazione, una vivacità di sentimenti, un misticismo dottrinario, una tendenza universale all’idealismo, proprii alla poesia fantastica; così che più indipendente dalle convenzioni consuetudinarie e dal dispotismo posato d’una oligarchia di pretesi sapienti, ha la fortuna di abbandonarsi a’ suoi sentimenti naturali senza temere che essi siano controllati da quella dogana imperiosa del {{Pt|pen-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del fantastico in letteratura}}|21}}</noinclude>{{Pt|siero|pensiero}} non accogliente le idee che col peso e col suggello dei pedanti. Questa individualità meditativa, impressionabile e originale che caratterizza i suoi abitanti si manifesta da tempi immemorabili negli infiniti monumenti della sua biblioteca fantastica e al contrario delle nostre abitudini letterarie, per le quali tutto è subordinato all’aristocrazia dello spirito, in quel paese è la popolarità che consacra il successo. La Germania sotto questo aspetto gode ancora le stesse franchigie che al secolo di ''Gætz de Berlichingen''. Essa è debitrice di ciò alla moltitudine di circoscrizioni locali e di usi speciali che le han conservato la preziosa ingenuità dei popoli primitivi, che l’han salvata dall’avidità divoratrice di questa mostruosa Medusa dell’accentramento, le cui braccia, inerti per tutto, salvo che per pigliare, non s’occupano che di soddisfare l’insaziabile fame della Gorgona; e che la manterranno sino alla fine della nostra attuale civiltà, checchè ne dicano i nostri teorici da clubs e da caffè, al primo posto delle nazioni libere. Dopo la bella storia di {{TestoCitato|Faust|Faust}} ammirabilmente poetizzata da {{AutoreCitato|Johann Wolfgang von Goethe|Goethe}}, che nulla aggiunse d’altronde all’idealità filosofica dell’invenzione, dopo la profonda allegoria dell’avventuriere che ha venduto la sua ombra al diavolo, e che l’ultimo rapsoda che l’ha raccolta non ha fatto che ridurre alle forme nane del romanzo, la Germania è stata fino ad ora il dominio del fantastico. Essa ha completato la storia psicologica dell’uomo, così magnificamente aperta nella Genesi coll’emblema veramente divino dell’albero della scienza e colle seduzioni del serpente. Faust è l’Adamo del Paradiso terrestre, giunto a credersi uguale a Dio; il ''Sogno'' di Jean Paul è lo scioglimento solenne di questo triste dramma, e quest’altra Apocalisse la terribile spiegazione dell’enigma della nostra vita materiale. Fuor di queste tre favole non v’ha punto verità assoluta sulla terra.
Le disgrazie sempre crescenti della novella società presagivano la sua prossima rovina tanto chiaramente quanto la tromba dell’angelo degli ultimi giorni non lo annuncerà meglio alla generazione condannata. Da questo momento il fantastico fece irruzione su tutte le vie che conducono la sensazione all’intelligenza; ed ecco come a malgrado di {{AutoreCitato|Aristotele|Aristotile}}, di {{AutoreCitato|Marco Fabio Quintiliano|Quintiliano}}, di {{AutoreCitato|Nicolas Boileau|Boileau}}, di {{Wl|Q379022|La Harpe}} e non so chi altro è entrato nel dramma, nell’elegia, nel romanzo, nella pittura, in tutti gli esercizi dello spirito, come in tutte le passioni dell’anima. E allora fu un grido di collera aspra ed ignorante contro l’invasione inopinata che minacciava le belle forme classiche; e non si comprese che v’era ancora una forma più larga, più universale, più irriprovevole che stava per finire: che questa forma era quella d’una civiltà logora, di cui il<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|22|{{Sc|del fantastico in letteratura}}|}}</noinclude>classico non è che l’espressione parziale, momentanea, indifferente; e che non era niente strano che il legame, puerile delle sciocche unità della retorica si sciogliesse, quando l’immensa unità del mondo sociale si rompeva da tutte le parti.
Tra gli uomini eletti che un istinto profondo del genio ha gettato in questi ultimi tempi alla testa delle letterature, non ve ne ha uno che non abbia inteso l’avvertimento di questa musa d’una società cadente, e non abbia obbedito alle sue inspirazioni, come alla voce imponente d’un moribondo la cui fossa è già aperta. La scuola romanzesca di {{AutoreCitato|Thomas Lewis|Lewis}}, la scuola romantica dei lackisti, e, precipuamente al disopra di tutti quei gran maestri della parola, {{AutoreCitato|George Gordon Byron|Byron}}, {{AutoreCitato|Walter Scott|Walter Scott}} e {{AutoreCitato|Alphonse de Lamartine|Lamartine}}, e {{AutoreCitato|Victor Hugo|Hugo}}, vi si sono precipitati alla ricerca dell’ideale, come se un organo speciale di divinazione che la natura ha dato al poeta loro avesse fatto presentire che il soffio della vita positiva era presso ad estinguersi nel caduco organismo dei popoli. Tra questi non ho nominato {{AutoreCitato|François-René de Chateaubriand|Chateaubriand}} che è restato per coscienza e per elezione al termine del mondo antico come la piramide nelle sabbie d’Egitto, come l’arca del diluvio sulla cima dell’Ararat, come le colonne d’Ercole sulle rive dei mari sconosciuti. Walter Scott incatenato anche da ricordanze, da studi, da affetti, ha posto un po’ più lontano, ma con maggior solidità e potenza le basi della sua fama avvenire tra le due società. È un faro che getta indistintamente qualche luce sul porto, qualche luce sull’abisso. L’abisso! Byron vi si è perduto a vela spiegata e nessuno sguardo umano potè seguirvelo.
Il fantastico della Germania è più popolare e questo si spiega, lo ripeto, per una lunga fedeltà alle costumanze delle tradizioni, ad istituzioni uscite dal paese e spesso difese e salvate a prezzo del sangue cittadino: a un sistema di studi più generale, meglio inteso, meglio appropriato ai bisogni del tempo. Ciò si spiega sopratutto per una spiccata ripugnanza per le innovazioni puramente materiali in cui il principio intelligente e morale delle nazioni non ha nulla da guadagnare. Questo popolo che è giunto ai confini di tutte le scienze, che ha prodotto quasi tutte le invenzioni essenziali il cui impulso ha completato la civiltà In Europa, e che s’occupa deliziosamente nel dolce possesso di una libertà senza fasto, nelle contemplazioni sedentarie dell’astronomia, nell’arricchimento delle nomenclature naturali, meritava di conservare a lungo il gusto innocente e sensato dei racconti infantili. Sien rese grazie a {{Wl|Q213974|Musœus}}, a {{AutoreCitato|Ludwig Tieck|Tieck}}, a {{AutoreCitato|E. T. A. Hoffmann|Hoffmann}} i cui fortunati capricci tratto tratto mistici o famigliari, patetici o buffoneschi, semplici fino alla trivialità, esaltati fino<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del fantastico in letteratura}}|23}}</noinclude>alla stravaganza, ma pieni dappertutto di originalità, di sensibilità e di grazia, rinnovellano per i vecchi giorni della nostra decrepitezza le fresche e splendide illusioni della nostra culla. La loro lettura produce su un’anima stanca delle convulsioni d’agonia di questi popoli inquieti dibattentisi contro una crisi inevitabile, l’effetto di un sonno sereno popolato da sogni allettanti che la cullano e la riposano. È la fontana di Gioventù ''dell’immaginazione''.
In Francia, dove il fantastico è ora così screditato dagli arbitri supremi del gusto letterario, non era forse inutile cercare qual sia stata l’origine di esso, di segnarne di volo le principali epoche e di fissare a nomi abbastanza gloriosamente consacrati i titoli culminanti della sua genealogia. Ma io non ho tracciati che delle deboli linee della sua storia e mi guarderei bene dall’intraprenderne l’apologia contro gli animi dottamente prevenuti, che hanno abdicata alle prime impressioni della loro infanzia per trincerarsi in un ordine esclusivo di idee. Le questioni sul fantastico, sono esse stesse di dominio della fantasia.
Dio mi guardi dal risvegliare per esse le miserabili dispute degli scolastici del secolo scorso, e di trasportare una querela teologica sul campo della letteratura, nell’interesse della grazia degli incantesimi e del libero arbitrio dello spirito! Ciò che oso sperare, si è che se la libertà di cui ci si parla, non è come ho temuto qualche volta, una ciurmeria di saltimbanchi, essa ha i suoi principali santuari nella credenza dell’uomo religioso e nell’immaginazione del poeta. Qual altro compenso prometterete voi a un’anima profondamente piagata dall’esperienza della vita; qual altro avvenire potrà ella prepararsi d’ora in poi nell’angoscia di tante speranze perdute, che le rivoluzioni si portano via, io lo chiedo a voi, uomini liberi, che vendete ai muratori il chiostro del cenobita, e che portate la zappa sotto l’eremitaggio del solitario ove egli s’era rifugiato accanto al nido dell’aquila? Avete tanto da procurare ai fratelli che voi scacciate delle gioie che possano compensarli della perdita di un solo errore consolante, e vi credete abbastanza sicuri delle verità che fate pagare così care alle nazioni per istimare la loro arida amarezza al prezzo del dolce ed inoffensivo sogno del disgraziato che si riaddormenta sopra un sogno felice? Tuttavia, bisogna dirlo, tutto gode presso di voi d’una libertà senza limiti, quando non eia la coscienza ed il genio. Non sapete che la vostra marcia trionfale attraverso le idee d’una generazione vinta, non ha però inviluppato il genere umano tanto che non rimangano intorno a voi degli uomini che hanno bisogno di occuparsi di tutt’altro che delle vostre teorie, ma {{Pt|d’eserci-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|24|{{Sc|del fantastico in letteratura}}|}}</noinclude>{{Pt|tare|d’esercitare}} anzi il loro pensiero su una progressione immaginaria senza dubbio, ma che non è forse immaginaria più del vostro progresso materiale e la previsione della quale non è meno ben posta di quella dei tentativi del vostro perfezionamento sociale sotto la protezione della libertà da voi invocata! Dimenticate che tutti han ricevuto come voi nell’Europa vivente l’educazione d’Achille e che non siete i soli che abbian rotte le ossa e le vene del leone per succhiarne la midolla e beverne il sangue!
Che il mondo positivo vi appartenga irrevocabilmente è un fatto e senza dubbio un bene: ma rompete rompete questa catena vituperevole del mondo intellettuale con cui vi ostinate a legare il pensiero del poeta.
E molto tempo che abbiamo avuto ciascuno a nostra volta la nostra battaglia di Filippi; e molti non l’hanno aspettata, vel giuro, per convincersi che la verità non era che un sofisma e la virtù non era che un nome. Per costoro abbisogna una regione inaccessibile alle agitazioni tumultuose della folla per porvi il loro avvenire. Questa regione è la fede per quelli che credono, l’ideale per quelli che pensano e che amano meglio, a tutto compensare, l’illusione che il dubbio. E poi bisogna bene dopo tutto che il fantastico ci ritorni, qualunque sforzo si faccia per proscriverlo.
Ciò che si sradica più facilmente presso un popolo non sono le finzioni che lo conservano, ma sono le menzogne che lo divertono.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|26|{{Sc|racconti fantastici}}|}}</noinclude>fecero presto per ritornare alla capanna, poichè la guazza che s’abbassava, poteva nuocere al loro bimbo.
Quando furono di ritorno al focolare, provarono un altro contento; poichè il loro piccino tendeva le braccia con un riso affascinante e li chiamava mamma e babbo come non ne avesse conosciuto altri. Il vecchio lo pigliò dunque sulle ginocchia e ve lo fece saltare dolcemente come le signorine che passeggiano a cavallo, dicendogli mille parole graziose, a cui il bambino rispondeva a modo suo per non essere in debito col vecchio in una conversazione tanto gentile. E nel frattempo la vecchia accese una bella fiammata di gusci di fave secche che rischia rava tutta la casa, per rianimare le piccole membra del nuovo venuto con un dolce calore, e preparargli un’eccellente pappa di fave in cui sciolse una cucchiaiata di miele che la fece un cibo delizioso... Poi coricò il bimbo avvolto nelle fasce di tela fina molto belle, sulla migliore cuccetta di paglia di fave che vi fosse in casa, perchè questa povera gente non ne conosceva l’uso delle piume e del piumino. Il bimbo vi si addormentò, saporitamente. Quando il piccino fu addormentato il vecchio disse alla vecchia. Una cosa m’inquieta, ed è il sapere come chiameremo questo angioletto, chè nè conosciamo i suoi parenti nè sappiamo da dove venga.
La vecchia, che aveva dello spirito, quantunque non fosse che una povera campagnola, rispose subito: Bisogna chiamarlo ''Tesoro delle Fave'', perchè è nel nostro campo di fave che ci è venuto; ed è un vero tesoro perchè consolerà i nostri ultimi giorni. E il vecchio convenne che non potevasi immaginare di meglio.
Non vi dirò minutamente come trascorsero i giorni e gli anni seguenti, perchè ciò allungherebbe di molto la storia. Vi basti sapere che i vecchi vegliarono sempre intanto che Tesoro delle Fave cresceva a vista d’occhio sempre più bello. Non è ch’egli avesse ingrandito di molto: a dodici anni egli non era alto più di due piedi e mezzo; e quando lavorava nel campo di fave, che egli amava molto, voi l’avreste appena scorto dalla strada. Ma egli era così ben formato nella sua personcina, così avvenente d’aspetto e di fattezze, così dolce e tuttavia sì risoluto nel parlare, così attillato nel suo gabbano celestino colla cinta rossa, e sotto il suo fino berretto delle domeniche coi pennacchi di fiori di fave, che non si poteva a meno di ammirarlo come un vero miracolo di natura, sicchè v’eran molti che lo credevano un genio o una fata.
Bisogna confessare che molte cose davano credito a questa supposizione del popolino. Prima di tutto la capannuccia e il suo campo di fave dove una vacca in addietro avrebbe trovato appena da brucare, erano diventati uno de’<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|tesoro delle fave, ecc.}}|27}}</noinclude>più bei poderi del luogo, senza che se ne potesse dir come; perchè niente è più naturale del veder de’ gambi di fave germogliare e fiorire e delle fave maturar nel loro guscio; ma veder un campo di fave che ingrandisce senza che se ne sia aggiunto nulla per acquisto o per usurpazione fatta iniquamente sui poderi altrui, è di gran lunga superiore alla nostra intelligenza. E tuttavia il campo di fave s’andava ogni giorno allargando a mezzodì, allargando a nord, allargando a mattina, allargando a ponente ed i vicini avevano un bel misurare le loro terre dal conto essi risultavano sempre beneficati d’una pertica o due, di maniera che finirono naturalmente a credere che tutto il paese era in aumento.
D’altronde il campo era così fecondo che la capannuccia non avrebbe potuto contenerne la raccolta se non la si fosse notabilmente ingrandita; eppure la raccolta di fave era andata a male da per tutto, a più di cinque leghe all’intorno, ciò che le rendeva carissime pel grande uso che di esse si faceva alla tavola dei ricchi e del re. In mezzo a quest’abbondanza, Tesoro delle Fave bastava a tutte le faccende, e rivoltando la terra, cernendo le sementi, mondando le piante, sarchiando, zappando, mietendo, sbaccellando e per di più conservando accuratamente le siepi e le chiuse; e nel resto della giornata trattava coi compratori e regolava la vendita, perchè egli sapeva leggere, scrivere, conteggiare senza nulla aver appreso da alcuno, insomma egli era una vera benedizione.
Una notte mentre Tesoro delle Fave dormiva, il vecchio disse alla vecchia: — Ecco Tesoro delle Fave ci ha recato de’ vantaggi, poichè ne ha posti in grado di passar dolcemente i nostri ultimi anni senza lavorare. Facendolo erede di quanto possediamo, non avrem fatto che rendergli ciò che già gli appartiene; ma saremmo ingrati verso il buon figliuolo se non ci studiassimo di procurargli nella società una condizione più stimata di quella da mercante di fave.
«È ben da lamentare che egli sia troppo modesto per aver la laurea di dottore nell’università e una figura troppo piccola per essere generale.
— È un peccato, disse la vecchia, che egli non abbia studiato per imparare il nome latino di cinque o sei malattie; lo riceverebbero subito per medico.
— Quanto alle liti, continuò il vecchio, credo ch’egli non abbia troppo spirito, troppo buon senso perchè arrivi mai a comporne una sola. Notate che non si erano ancora inventati i filantropi.
— Ho sempre fissa in testa, riprese la vecchia che a tempo opportuno sposerà Fior de’ Piselli.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|28|{{Sc|racconti fantastici}}|}}</noinclude>{{Nop}}
— Fior de’ Piselli, disse il vecchio crollando il capo, è troppo grande principessa per isposare un povero trovatello il cui patrimonio non si comporrà che di una capanna e d’un campo di fave. Fior de’ Piselli, mia cara, è partito per il sottoprefetto o per il procuratore del re, o fors’anche per lo stesso re se diventasse vedovo. Qui si parla di cose gravi, e voi non siete ragionevole.
— Tesoro delle Fave è più che noi due insieme, rispose la vecchia, dopo aver un pochino riflesso.
«D’altronde è un affare che riguarda lui solo, e sarebbe mal fatto spingere la cosa senza consultarlo.
Ciò detto il vecchio e la vecchia s’addormentarono profondamente.
Il giorno cominciava a spuntare, quando Tesoro delle Fave balzò dal letto per andare secondo il solito al campo, e fu molto stupito di non trovare che i suoi abiti festivi nel baule nel quale aveva riposto gli altri egli stesso prima di coricarsi.
— Eppure oggi è giorno di lavoro dovunque, se il calendario non isbaglia disse fra sè. Bisogna che mia madre abbia da festeggiare qualche santo di cui non abbia udito parlare in tutta la mia vita, per avermi preparato durante a notte il mio bel gabbano e il berretto di gala. Che sia fatto intanto come ella lo desidera, poichè in nulla la vorrei contrariare stante la sua età gravissima e, perchè il tempo perduto potrò ricuperarlo facilmente durante la settimana, levandomi più presto e tornando più tardi. Perciò Tesoro delle Fave s’abbigliò più galantemente che potè, dopo aver pregato Dio per la salute de’ suoi parenti e la prosperità delle sue fave.
Mentre si disponeva a uscire, non foss’altro che per dare un’occhiata alle sue siepi prima dello svegliarsi della vecchia e del vecchio, egli incontrò lei sulla porta, che portava un buon brodo ancor fumante, e lo pose sulla piccola tavola con un cucchiaio di legno: — Mangia, mangia, gli disse ella, non ti privare di questo brodo col miele e un tantino d’anice verde come l’amavi quand’eri bambino; perchè tu hai molto, ma molto cammino da percorrere, oggi.
— Questa è bella! disse Tesoro delle Fave, guardandola con aria stupita; ma dove mi mandate oggi?
La vecchia sedette sur un panchettino, e colle mani sulle ginocchia rispose ridendo: Nella società, Tesoretto mio, nella società! Tu finora non hai visto altro che noi e due o tre cattivi rivenduglioli, ai quali vendi le fave per provvedere alle spese della casa da quel bravo figliuolo che sei; ma siccome un giorno, se il prezzo delle fave si sostiene, sarai un gran signore, è necessario, piccino mio, che tu faccia delle conoscenze nella grande società. {{Pt|Bi-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|tesoro delle fave, ecc.}}|29}}</noinclude>{{Pt|sogna|Bisogna}} che ti dica che vi è una grande città a tre quarti di lega di qua, dove s’incontrano ad ogni piè sospinto dei signori con abiti d’oro e delle dame con vesti d’argento e mazzi di rose tutt’in giro.
La tua piccola figura così graziosa e sì sveglia non mancherà di colpire d’ammirazione; e io sarei molto sorpresa se la giornata passasse senza che o in corte, o negli uffici, tu non ottenessi una di quelle professioni onorevoli con cui molto si guadagna e non si lavora. Mangia dunque, mangia, carino, e non ti privare di questo brodo col miele e un tantin di anice verde.
Siccome tu conosci meglio il valor delle fave che quello delle monete, continuò la vecchia, tu venderai sul mercato questi sei quartucci scelti e molto abbondanti.
«Non ne misi di più per non caricarti troppo, ma son tanto care le fave che sarai ben imbarazzato di portarne il prezzo se ti pagassero tutto in oro. Intendiamo poi io e tuo padre, che tu ne impieghi una {{ec|meta|metà}} nello sollazzarti onestamente, come si conviene alla tua età, o nella compera di qualche gioiello squisitamente lavorato proprio a ricrearti alla domenica, come un orologio d’argento con ciondoli di rubino o di smeraldo, balocchi di avorio e trottole di Norimberga. Il resto della somma depositerai alla cassa.
«Va dunque, tesoretto mio, poichè hai bevuto il tuo brodo, e bada a non perder tempo a rincorrere le farfalle, poichè noi morremmo di dolore se tu non fossi ritornato prima di notte. Tien sempre la strada maestra e guardati dai lupi.
— Voi sarete obbedita, mamma, rispose Tesoro delle Fave abbracciando la vecchia; quantunque amassi meglio di passar la giornata al campo. Quanto ai lupi, io li ucciderò col mio zappino bidente.
Ciò detto, appese bravamente alla cintura la sua arma e partì con passo risoluto.
— Ritorna di buon’ora; gli gridò a lungo la vecchia, cui doleva già d’averlo lasciato partire.
Tesoro delle Fave camminò, camminò, facendo delle terribili sgambate, come un uomo di cinque piedi, e guardando di qua e di là, le cose d’apparenza a lui sconosciute che si trovavano lungo la via: poichè non aveva pensato mai che la terra fosse così grande e così ''curiosa''.
Però quand’ebbe camminato più d’un’ora, il che arguiva dall’altezza del sole, stupito di non essere ancora alla città, dal passo svelto tenuto fin allora, gli sembrò che gli si gridasse:
— Bu, bu, bu, bu, bu, bu, tuì! fermo, signor Tesoro delle Fave, ve ne prego!<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|30|{{Sc|racconti fantastici}}|}}</noinclude>
— Chi mi chiama? disse Tesoro delle Fave, mettendo fieramente la mano sullo zappino.
— Per carità, fermatevi, signor Tesoro delle Fave! bu, bu, bu, bu, bu, bu, tui! son io che vi parlo.
— Davvero?! disse Tesoro delle Fave, volgendo lo sguardo sulla sommità di un pino vecchio, cavernoso e mezzo morto, sul quale un mastro barbagianni si cullava ''goffamente'' al soffio del vento: e che abbiamo noi a districare insieme, mio bell’uccello?
— Mi stupirei che mi aveste a riconoscere, replicò il barbagianni, poichè io v’ho reso servizio, ma a vostra insaputa, come deve fare un barbagianni delicato, modesto e dabbene; e ciò mangiando a uno a uno, con mio rischio e pericolo, le canaglie di topi, che rosicchiavano su per giù la metà del vostro raccolto ogni anno; ed è appunto per questo servigio che il vostro campo vi procura oggi di che comprare in qualche parte un piccolo regno se vi sapete contentare. Quanto a me, vittima infelice e disinteressata della devozione non ho pur un miserabile topo, essendosi i miei occhi talmente indeboliti al vostro servizio che a pena posso dirigermi anche di notte. Vi chiamai dunque, generoso Tesoro delle Fave, a fine di pregarvi che vogliate concedermi uno di questi buoni quartucci di fave che portate appesi al vostro bastone e che basterà a sostentare la mia triste esistenza fino alla maggiorità del mio primogenito che potete contare per vostro fedele.
— Questo, signor barbagianni, gridò Tesoro delle Fave distaccando dall’estremità del bastone uno dei tre quartucci di fave che gli appartenevano, è il debito della riconoscenza ed io ho il piacere di soddisfarlo.
Il barbagianni calò abbasso, prese cogli artigli e col becco il quartuccio e con un colpo d’ala lo portò sull’albero.
— Oh, come volate via presto! riprese Tesoro delle Fave.
«Posso chiedervi signor barbagianni, se sono ancora lontano dalla città, ove mia madre m’invia?
— State per entrarvi, amico mio, disse il barbagianni; e andò ad appollajarsi altrove.
Tesoro delle Fave si rimise in cammino alleggerito di uno dei suoi quartucci di fave ma quasi sicuro che non l’andrà molto a giungere alla meta; ma non aveva ancor fatti cento passi che si sentì chiamar di nuovo:
— Beeh, beeh, beeh, beeh! Fermatevi, signor Tesoro delle Fave, ve ne prego.
— Credo di conoscere questa voce, disse Tesoro delle Fave, rivolgendosi. Oh, sì davvero! è quella cattivella sfrontata della capretta montanara che gironzava sempre<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|tesoro delle fave, ecc.}}|31}}</noinclude>intorno al mio campo co’ suoi piccini per rapirmi qualche buon boccone, Eccovi dunque, signora ladruncola.
— Che parlate voi di rubare, bel Tesoro! ah le vostre siepi sono troppo folte, i vostri fossi troppo profondi e le vostre chiuse troppo serrate per questo! Tutto ciò che si poteva fare era di brucar le cime di qualche foglia che se ne usciva tra le giunture del graticcio; e ciò con grande beneficio delle piante che noi rimondiamo, come dice un proverbio volgare: «Dente di montone porta danno; dente di capretta abbondanza».
— Basta, basta! esclamò Tesoro delle Fave, e il male che vi ho desiderato possa capitar subito a me! Ma che avete per fermarmi e che potrei fare che vi fosse grato, signora capretta?
— Ahime! rispose costei, versando dei lagrimoni… Bee, bee, beeeee!… Gli è per dirvi che un tristissimo lupo ha divorato mio marito, il capretto, e che l’orfanella e me siamo nella più squallida miseria, dopo che il poverino non va più a foraggiare per noi, di guisa che la disgraziata capretta è in procinto di morire di fame se voi non l’aiutate. Io vi chiamavo adunque, nobile Tesoro delle Fave, a fine di pregarvi di darci in carità uno di questi buoni quartucci di fave che portate appesi al vostro bastone e che basterebbero a confortarci mentre attendiamo i soccorsi dei nostri parenti.
— Ecco, signora Capretta, gridò Tesoro delle Fave, distaccando dalla punta del bastone uno dei quartucci di fave che ancora gli appartenevano; questa è opera di beneficenza e di pietà che mi onoro di compiere.
La capretta afferrò il quartuccio colla punta delle labbra, poi con un balzo disparve dalla macchia.
— Oh come ve ne andate presto! riprese Tesoro delle Fave. Potrei chiedervi, vicina mia, se sono ancor lontano dal luogo dove mia madre mi manda?
— Voi ci siete di già, gridò la capretta internandosi nei cespugli.
E Tesoro delle Fave si rimise in cammino alleggerito di due quartucci di fave, cercando collo sguardo le mura della città; quando s’accorse da certo rumore che si faceva sul margine del bosco di essere pedinato.
S’avanzò tosto da questo lato col suo zappino aperto in mano; e buon per lui perchè, il compagno che lo scortava cautamente altri non era che un vecchio lupo, la cui fisonomia non prometteva nulla di grazioso.
— Siete dunque voi, bestia maligna, disse Tesoro delle Fave, che mi riservate l’onore di figurare alla vostra cena? Fortunatamente il mio zappino ha due denti che ben valgono tutti i vostri senza farvi torto; e bisognerà che teniate per detto, compar mio, che oggi voi cenerete<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|32|{{Sc|racconti fantastici}}|}}</noinclude>senza di me. E chiamatevi anche avventurato, se v’accomoda che non vendichi sul vostro villano corpaccio, il marito della capretta, il padre della caprettina, e la cui famiglia è ridotta per la vostra crudeltà in una desolante miseria. Lo dovrei forse e lo farei se non fossi educato all’orrore del sangue fino al punto di risparmiar quello d’un lupo.
Il lupo che tutto aveva ascoltato, umilmente, levando gli occhi al cielo come per chiamarlo in testimonio, uscì in una lunga e lamentevole esclamazione:
— Potenza divina, che m’avete dato abito da lupo, disse singhiozzando, voi sapete se nel mio cuore ho nutrito mai delle malvagie inclinazioni! Voi siete padrone tuttavia, monsignore, aggiunse fiducioso colla testa rispettosamente tesa verso Tesoro delle Fave, di disporre della mia triste vita, che rimetto nella vostre mani, senza paura e senza rimorsi. Morirò contento per mano vostra, se vi piace immolarmi in espiazione dei delitti pur troppo accertati della mia razza, poichè io vi ho sempre amato teneramente e perfettamente onorato, dal tempo in cui pigliavo un dolce piacere di accarezzarvi nella culla, mentre la signora vostra madre era fuor di casa. Voi foste fin d’allora di così buono e maestoso aspetto che, vedendovi appena si sarebbe indovinato, che sareste diventato un principe possente e magnanimo come siete. Vi prego soltanto di credere, prima di condannarmi, che io non ho mai lordate le mie zampe sanguinose nell’assassinio dello sfortunato sposo della capretta. Allevato nei principii di astinenza e di moderazione, a cui non derogai in tutta la mia vita da lupo, io era allora in missione per ispargere le sante dottrine della morale fra le tribù lupesche che appartengono alla mia comunità per ritornarle man mano coll’insegnamento e coll’esempio alla pratica del regime frugale che è lo scopo essenziale della perfettibilità dei lupi. Io vi dirò di più, monsignore, lo sposo della capretta fu amico mio, accarezzavo in lui delle felici disposizioni e viaggiavamo sovente insieme, discorrendo alla buona, poiché egli aveva molto spirito naturale e gusto ad imparare. Una maledetta questione di precedenza (voi sapete quanto il carattere della sua nazione è permaloso a questo riguardo) cagionò la sua morte, me assente, ed io non me ne sono ancora consolato.
E al vedere, il lupo piangeva di tutto cuore nè più nè meno della capretta.
— Voi però mi seguivate, disse Tesoro delle Fave, senza rimettere le doppie punte dello zappino.
— È vero, monsignore, rispose il lupo, ridendo sotto i baffi, vi seguivo nella speranza di interessarvi per le<noinclude></noinclude>
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Il lupo che tutto aveva ascoltato, umilmente, levando gli occhi al cielo come per chiamarlo in testimonio, uscì in una lunga e lamentevole esclamazione:
— Potenza divina, che m’avete dato abito da lupo, disse singhiozzando, voi sapete se nel mio cuore ho nutrito mai delle malvagie inclinazioni! Voi siete padrone tuttavia, monsignore, aggiunse fiducioso colla testa rispettosamente tesa verso Tesoro delle Fave, di disporre della mia triste vita, che rimetto nella vostre mani, senza paura e senza rimorsi. Morirò contento per mano vostra, se vi piace immolarmi in espiazione dei delitti pur troppo accertati della mia razza, poichè io vi ho sempre amato teneramente e perfettamente onorato, dal tempo in cui pigliavo un dolce piacere di accarezzarvi nella culla, mentre la signora vostra madre era fuor di casa. Voi foste fin d’allora di così buono e maestoso aspetto che, vedendovi appena si sarebbe indovinato, che sareste diventato un principe possente e magnanimo come siete. Vi prego soltanto di credere, prima di condannarmi, che io non ho mai lordate le mie zampe sanguinose nell’assassinio dello sfortunato sposo della capretta. Allevato nei principii di astinenza e di moderazione, a cui non derogai in tutta la mia vita da lupo, io era allora in missione per ispargere le sante dottrine della morale fra le tribù lupesche che appartengono alla mia comunità per ritornarle man mano coll’insegnamento e coll’esempio alla pratica del regime frugale che è lo scopo essenziale della perfettibilità dei lupi. Io vi dirò di più, monsignore, lo sposo della capretta fu amico mio, accarezzavo in lui delle felici disposizioni e viaggiavamo sovente insieme, discorrendo alla buona, poichè egli aveva molto spirito naturale e gusto ad imparare. Una maledetta questione di precedenza (voi sapete quanto il carattere della sua nazione è permaloso a questo riguardo) cagionò la sua morte, me assente, ed io non me ne sono ancora consolato.
E al vedere, il lupo piangeva di tutto cuore nè più nè meno della capretta.
— Voi però mi seguivate, disse Tesoro delle Fave, senza rimettere le doppie punte dello zappino.
— È vero, monsignore, rispose il lupo, ridendo sotto i baffi, vi seguivo nella speranza di interessarvi per le<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|tesoro delle fave, ecc.}}|33}}</noinclude>mie dottrine benevoli e filosofiche in qualche luogo più conveniente alla discussione.
Lasso! dicevami, se monsignor Tesoro delle Fave, la cui riputazione è sì grande e così accreditata nel paese, volesse contribuire da parte sua alla buona riuscita del mio disegno di riforma, se ne avrebbe ora una bella occasione; garantisco io che ciò non gli costerà che uno dei quartucci di buone fave che porta appeso al suo bastone per allettare una vera ''table d’hôte'' di lupi, di lupe e di lupicini alla vita granivora e per salvare delle innumerevoli generazioni di caprette e di capretti, di caprettini e di caprettine.
— È l’ultimo de’ miei quartucci, pensò Tesoro delle Fave, ma che n’ho io a fare dei balocchi, dei rubini e delle trottole? e che ò mai un piacere infantile in confronto di una buona azione?
— Ecco il tuo quartuccio di fave! gridò egli staccando dalla cima del bastone l’ultimo quartuccio che sua madre avevagli dato pe’ suoi minuti piaceri, ma senza chiudere il suo bidente. E il resto del mio patrimonio, aggiunse, ma non provo rammarico a privarmene; anzi ti sarò riconoscente, amico lupo, se ne farai il buon uso che mi hai detto.
Il lupo vi ficcò dentro i suoi artigli e lo portò d’un tratto verso la sua tana.
— Oh come partite in fretta replicò Tesoro delle Fave. Potrei chiedervi messer lupo se sono lontano dalla città dove mia madre mi mandò?
— Tu ci sei da gran tempo, rispose il lupo, ridendo e tu vi resterai ben mille anni senza veder altro che quel che hai visto.
Allora Tesoro delle Fave si rimise in cammino alleggerito de’ suoi tre quartucci di fave e cercando sempre nello sguardo le mura della città che non si mostravano mai, e già cominciava a cedere alla stanchezza e alla noja, quando delle grida acute che partivano da un piccolo sentiero remoto, risvegliarono la sua attenzione. Egli accorse al rumore.
— Che c'è? disse colla sua arma in mano, e chi abbisogna di soccorso? parlate, poichè non vi vedo.
— Son io, signor Tesoro delle Fave, rispose una vocina dolcissima, è Fior de’ Piselli che vi prega di liberarla dall’imbarazzo in cui si trova; non c’è che di volere, senza che v’abbia a costare.
— Eh veramente, signora, io non uso badar quanto mi costerà il far piacere. Potete disporre di tutto quello che ho del mio, eccetto i tre quartucci di fave che porto appesi al mio bastone, perchè non appartengono a me, ma a mia madre e a mio padre e ho dato or ora i miei a un<noinclude></noinclude>
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Lasso! dicevami, se monsignor Tesoro delle Fave, la cui riputazione è sì grande e così accreditata nel paese, volesse contribuire da parte sua alla buona riuscita del mio disegno di riforma, se ne avrebbe ora una bella occasione; garantisco io che ciò non gli costerà che uno dei quartucci di buone fave che porta appeso al suo bastone per allettare una vera ''table d’hôte'' di lupi, di lupe e di lupicini alla vita granivora e per salvare delle innumerevoli generazioni di caprette e di capretti, di caprettini e di caprettine.
— È l’ultimo de’ miei quartucci, pensò Tesoro delle Fave, ma che n’ho io a fare dei balocchi, dei rubini e delle trottole? e che ò mai un piacere infantile in confronto di una buona azione?
— Ecco il tuo quartuccio di fave! gridò egli staccando dalla cima del bastone l’ultimo quartuccio che sua madre avevagli dato pe’ suoi minuti piaceri, ma senza chiudere il suo bidente. E il resto del mio patrimonio, aggiunse, ma non provo rammarico a privarmene; anzi ti sarò riconoscente, amico lupo, se ne farai il buon uso che mi hai detto.
Il lupo vi ficcò dentro i suoi artigli e lo portò d’un tratto verso la sua tana.
— Oh come partite in fretta replicò Tesoro delle Fave. Potrei chiedervi messer lupo se sono lontano dalla città dove mia madre mi mandò?
— Tu ci sei da gran tempo, rispose il lupo, ridendo e tu vi resterai ben mille anni senza veder altro che quel che hai visto.
Allora Tesoro delle Fave si rimise in cammino alleggerito de’ suoi tre quartucci di fave e cercando sempre nello sguardo le mura della città che non si mostravano mai, e già cominciava a cedere alla stanchezza e alla noja, quando delle grida acute che partivano da un piccolo sentiero remoto, risvegliarono la sua attenzione. Egli accorse al rumore.
— Che c’è? disse colla sua arma in mano, e chi abbisogna di soccorso? parlate, poichè non vi vedo.
— Son io, signor Tesoro delle Fave, rispose una vocina dolcissima, è Fior de’ Piselli che vi prega di liberarla dall’imbarazzo in cui si trova; non c’è che di volere, senza che v’abbia a costare.
— Eh veramente, signora, io non uso badar quanto mi costerà il far piacere. Potete disporre di tutto quello che ho del mio, eccetto i tre quartucci di fave che porto appesi al mio bastone, perchè non appartengono a me, ma a mia madre e a mio padre e ho dato or ora i miei a un<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|34|{{Sc|racconti fantastici}}|}}</noinclude>venerabile barbagianni, a un sant’uomo di lupo che predica come un eremita e alla più interessante deile caprette montanare; sicchè non mi resta neppure una fava da potervi offrire.
— Voi celiate! riprese Fior de’ piselli un po’ piccata. Chi vi parla delle vostre fave, signore? non ho bisogno dello vostre fave, grazie a Dio, non saprei a che servirebbero. Il favore che vi chiedo si è di mettere il dito sul bottone del mio calesse per alzarne il buffetto, sotto il quale sto per soffocare.
— Non cercherei di meglio, signora, ripigliò Tesoro delle Fave, se avessi l’onore di vedere il vostro calesse di cui non vi ha ombra in questo sentiero che mi parrebbe d’altronde poco viabile pei cocchi. Pure non andrà molto a scoprirlo, perchè vi sento vicinissima.
— E che! esclamò ella scoppiando in una risata, voi non vedete il mio calesse! correte rischio di schiacciarlo correndo come uno stordito! vi sta dinanzi, amabile Tesoro delle Fave, ed è facile riconoscerlo dalla sua apparenza elegante che assomiglia ad un cece.
— Talmente l’apparenza d’un cece, mormorò Tesoro delle Fave, accoccolandosi, che mai e poi mai avrei da me potuto vedere in esso altro che un cece.
Non per tanto un’occhiata bastò a Tesoro delle Fave per accorgersi che esso era un grossissimo cece più rotondo d’un arancia e più giallo d’un limone sostenuto da quattro ruoticine d’oro e munito di un elegante valigia fatta con un guscio di pisello verde e lustro come un marocchino.
Egli mise subito la mano sul bottone e la portiera si apri.
Fior de’ Piselli ne zampillò come un grano di balsamino, e cadde lesta e giuliva sui talloni. Tesoro delle Fave si rialzò attonito, poichè mai nulla aveva immaginato di bello come Fior de’ Piselli. Era infatti il visuccio più compito che un pittore possa trovale: occhi lunghi come mandorle, violetti come le barbabietole, dagli sguardi acuti come lesine e una bocca fine e scherzosa che non ischiudevasi che per iscoprire dei denti bianchi quanto l’alabastro e lucenti come lo smalto. Il suo vestito corto, un po’ rigonfio, chiazzato di fiamme rosee come i fiori che spuntano sui piselli, arrivava appena a metà delle gambe ben tornite coperte da calze bianche di seta piene, come se a infilarle si avesse adoperato l’argano, e terminate da piedini gentili che non si poteva vederli senza invidiare la felicità del calzolaio che li aveva di sua mano imprigionati nel raso.
— Di che ti stupisci? disse Fior de' Piselli. — Ciò che prova, fra parentesi che in quel momento Tesoro delle<noinclude></noinclude>
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— Voi celiate! riprese Fior de’ piselli un po’ piccata. Chi vi parla delle vostre fave, signore? non ho bisogno dello vostre fave, grazie a Dio, non saprei a che servirebbero. Il favore che vi chiedo si è di mettere il dito sul bottone del mio calesse per alzarne il buffetto, sotto il quale sto per soffocare.
— Non cercherei di meglio, signora, ripigliò Tesoro delle Fave, se avessi l’onore di vedere il vostro calesse di cui non vi ha ombra in questo sentiero che mi parrebbe d’altronde poco viabile pei cocchi. Pure non andrà molto a scoprirlo, perchè vi sento vicinissima.
— E che! esclamò ella scoppiando in una risata, voi non vedete il mio calesse! correte rischio di schiacciarlo correndo come uno stordito! vi sta dinanzi, amabile Tesoro delle Fave, ed è facile riconoscerlo dalla sua apparenza elegante che assomiglia ad un cece.
— Talmente l’apparenza d’un cece, mormorò Tesoro delle Fave, accoccolandosi, che mai e poi mai avrei da me potuto vedere in esso altro che un cece.
Non per tanto un’occhiata bastò a Tesoro delle Fave per accorgersi che esso era un grossissimo cece più rotondo d’un arancia e più giallo d’un limone sostenuto da quattro ruoticine d’oro e munito di un elegante valigia fatta con un guscio di pisello verde e lustro come un marocchino.
Egli mise subito la mano sul bottone e la portiera si apri.
Fior de’ Piselli ne zampillò come un grano di balsamino, e cadde lesta e giuliva sui talloni. Tesoro delle Fave si rialzò attonito, poichè mai nulla aveva immaginato di bello come Fior de’ Piselli. Era infatti il visuccio più compito che un pittore possa trovale: occhi lunghi come mandorle, violetti come le barbabietole, dagli sguardi acuti come lesine e una bocca fine e scherzosa che non ischiudevasi che per iscoprire dei denti bianchi quanto l’alabastro e lucenti come lo smalto. Il suo vestito corto, un po’ rigonfio, chiazzato di fiamme rosee come i fiori che spuntano sui piselli, arrivava appena a metà delle gambe ben tornite coperte da calze bianche di seta piene, come se a infilarle si avesse adoperato l’argano, e terminate da piedini gentili che non si poteva vederli senza invidiare la felicità del calzolaio che li aveva di sua mano imprigionati nel raso.
— Di che ti stupisci? disse Fior de’ Piselli. — Ciò che prova, fra parentesi che in quel momento Tesoro delle<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|tesoro delle fave, ecc.}}|35}}</noinclude>Fave non aveva l’aria gran fatto spiritosa. Tesoro delle Fave arrossì; ma si rimise ben tosto.
— Stupisco, rispose modestamente, che una principessa tanto bella e press’a poco della mia statura abbia potuto stare in un cece.
— Mal a proposito, disprezzate il mio calesse, riprese Fior de’ Piselli. Quand’è aperto vi si viaggia comodissimamente; ed è un caso che non vi sia stato anche il mio grande scudiero, il mio elemosiniere, il mio governatore, il mio segretario dei decreti e due o tre delle mie ancelle. Amo però passeggiare sola, e questo capriccio mi valse l'accidente or ora accadutomi. Non so se in società avete incontrato mai il re dei Grilli, un tipo riconoscibilissimo alla sua maschera nera e pulita, come quella di Arlecchino, a due corna dritte e mobili e a certa sinfonia di pessimo gusto con cui usa accompagnare ogni minima parola. Il re dei Grilli mi faceva la grazia d’amarmi, egli non ignorava che la mia minorità scade oggi e che è uso delle {{ec|principasse|principesse}} della mia casa di pigliar marito a dieci anni. Egli si è dunque trovato, secondo il solito sulla mia strada per importunarmi col baccano infernale delle sue risonanti dichiarazioni, ed io gli risposi come al solito chiudendomi le orecchie!
— Oh felicità! esclamò incantato Tesoro delle Fave, voi non sposerete il re dei Grilli!
— Io non lo sposerò, rispose Fior de’ Piselli con dignità. La mia scelta era fatta.
Appena gli fu nota la mia risoluzione, l’odioso Cri-Cri (è il nome di questo monarca) si slanciò con un salto sulla mia carrozza, come avesse voluto divorarla e ne fece brutalmente cadere il buffetto.
Maritati ora, mi disse, impertinente smorfiosa! maritati se puoi e se un marito ti può venire a cercare in questo equipaggio! Quanto a me fo caso del tuo reame e della tua mano quanto di un cece.
— Se mi poteste dire in qual buco si nasconde il re dei Grilli, esclamò furioso Tesoro delle Fave, l’avrei di già stanato col mio zappino e lo darei in vostra balia coi piedi e le mani legate. Pure comprendo la sua disperazione, aggiunse, lasciando cadere la sua fronte sulla mano. — Ma non pensate che è d’uopo ch’io vi accompagni fino ne’ vostri Stati per porvi al coperto dalle sue persecuzioni?
— Sarebbe necessario in fatti, magnanimo Tesoro delle Fave, se fossi lontano dalie mie frontiere, ma ecco la un campo di ''piselli muschiati'' dove io non conto che dei sudditi fedeli e a cui è interdetto ravvicinarsi al mio nemico.
Così dicendo battè la terra col piede e cadde sospesa<noinclude></noinclude>
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— Stupisco, rispose modestamente, che una principessa tanto bella e press’a poco della mia statura abbia potuto stare in un cece.
— Mal a proposito, disprezzate il mio calesse, riprese Fior de’ Piselli. Quand’è aperto vi si viaggia comodissimamente; ed è un caso che non vi sia stato anche il mio grande scudiero, il mio elemosiniere, il mio governatore, il mio segretario dei decreti e due o tre delle mie ancelle. Amo però passeggiare sola, e questo capriccio mi valse l’accidente or ora accadutomi. Non so se in società avete incontrato mai il re dei Grilli, un tipo riconoscibilissimo alla sua maschera nera e pulita, come quella di Arlecchino, a due corna dritte e mobili e a certa sinfonia di pessimo gusto con cui usa accompagnare ogni minima parola. Il re dei Grilli mi faceva la grazia d’amarmi, egli non ignorava che la mia minorità scade oggi e che è uso delle {{ec|principasse|principesse}} della mia casa di pigliar marito a dieci anni. Egli si è dunque trovato, secondo il solito sulla mia strada per importunarmi col baccano infernale delle sue risonanti dichiarazioni, ed io gli risposi come al solito chiudendomi le orecchie!
— Oh felicità! esclamò incantato Tesoro delle Fave, voi non sposerete il re dei Grilli!
— Io non lo sposerò, rispose Fior de’ Piselli con dignità. La mia scelta era fatta.
Appena gli fu nota la mia risoluzione, l’odioso Cri-Cri (è il nome di questo monarca) si slanciò con un salto sulla mia carrozza, come avesse voluto divorarla e ne fece brutalmente cadere il buffetto.
Maritati ora, mi disse, impertinente smorfiosa! maritati se puoi e se un marito ti può venire a cercare in questo equipaggio! Quanto a me fo caso del tuo reame e della tua mano quanto di un cece.
— Se mi poteste dire in qual buco si nasconde il re dei Grilli, esclamò furioso Tesoro delle Fave, l’avrei di già stanato col mio zappino e lo darei in vostra balia coi piedi e le mani legate. Pure comprendo la sua disperazione, aggiunse, lasciando cadere la sua fronte sulla mano. — Ma non pensate che è d’uopo ch’io vi accompagni fino ne’ vostri Stati per porvi al coperto dalle sue persecuzioni?
— Sarebbe necessario in fatti, magnanimo Tesoro delle Fave, se fossi lontano dalie mie frontiere, ma ecco la un campo di ''piselli muschiati'' dove io non conto che dei sudditi fedeli e a cui è interdetto ravvicinarsi al mio nemico.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|36|{{Sc|racconti fantastici}}|}}</noinclude>colle due braccia a due gambi pendenti che s'inclinarono e si rilevarono sotto di essa, seminando i suoi capelli dei resti de’ loro fiori profumati.
Mentre Tesoro delle Fave si compiaceva a contemplarla (e vi dico io che ne avrei provato piacere anch’io) essa lo fissava col lampo d’acciajo de’ suoi occhi, lo alfascinava all’incantevoie sorriso, così ch’egli avrebbe voluto morire per la gioja di vederla così, e non si sarebbe ancora mosso, se ella non l’avesse avvertito.
— È fin troppo l’averti trattenuto fin adesso, gli disse, perchè io so che il commercio delle fave è molto importante pei tempi che corrono; ma il mio calesse o meglio il vostro, vi farà riguadagnare il tempo perduto. Non mi offendete, vi prego, rifiutando un così piccolo dono. Di calessi simili ne ho de’ milioni nei granai del castello, e quando ne voglio uno nuovo, lo scelgo sulla colombaja in una manata di ceci, e do poi il resto ai sorci.
— Il più piccolo dei benefici di Vostra Altezza farebbe la gloria e la felicità della mia vita, rispose Tesoro delle Fave; ma ella non pensa ch’io sono incaricato delle provvisioni, Ora, io comprendo a meraviglia che per ben misurate che siano le mie fave, si avrebbe il mezzo di far entrare comodamente il vostro calesse in uno de’ miei quartucci, ma i miei quartucci nel vostro calesse, è una cosa impossibile, via.
— Prova, disse Fior de’ Piselli ridendo e baloccandosi fra i suoi fiori; prova e non sta a meravigliarti di tutto come un fanciullo che non ha mai veduto nulla.
In fatti Tesoro delle Fave non provò difficoltà alcuna a porre i tre quartucci nella cassa della vettura, essa ne avrebbe contenuto trenta e più. Egli ne fu un po’ mortificato.
— Io sono pronto a partire, signora, riprese sedendosi sovra un cuscino ben ripieno di borra e la cui grandezza permettevagli di accomodarsi molto gradevolmente in tutti i modi fino a sdrajarsi quant’era lungo se n’avesse avuto voglia.
Io devo all’affetto de’ miei genitori di non lasciarli inquieti sulla mia sorte in questa prima nostra separazione; e non aspetto che il vostro cocchiere, senza dubbio fuggito spaventato all’insulto grossolano del re dei Grilli, riconducendo la pariglia e trasportando le stanghe. Allora abbandonerò questi luoghi col rammarico eterno di avervi vista, senza speranza di rivedervi.
— Buono! replicò Fior de’ Piselli senza aver l’aria di por mente all’ultima parte del discorso di Tesoro delle Fave che mirava dritta alla conseguenza; buono! il mio calesse non ha nè cocchiere, nè stanghe, nè cavalli. Esso va a vapore e non v’ha ora che non faccia agevolmente<noinclude></noinclude>
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Mentre Tesoro delle Fave si compiaceva a contemplarla (e vi dico io che ne avrei provato piacere anch’io) essa lo fissava col lampo d’acciajo de’ suoi occhi, lo alfascinava all’incantevoie sorriso, così ch’egli avrebbe voluto morire per la gioja di vederla così, e non si sarebbe ancora mosso, se ella non l’avesse avvertito.
— È fin troppo l’averti trattenuto fin adesso, gli disse, perchè io so che il commercio delle fave è molto importante pei tempi che corrono; ma il mio calesse o meglio il vostro, vi farà riguadagnare il tempo perduto. Non mi offendete, vi prego, rifiutando un così piccolo dono. Di calessi simili ne ho de’ milioni nei granai del castello, e quando ne voglio uno nuovo, lo scelgo sulla colombaja in una manata di ceci, e do poi il resto ai sorci.
— Il più piccolo dei benefici di Vostra Altezza farebbe la gloria e la felicità della mia vita, rispose Tesoro delle Fave; ma ella non pensa ch’io sono incaricato delle provvisioni, Ora, io comprendo a meraviglia che per ben misurate che siano le mie fave, si avrebbe il mezzo di far entrare comodamente il vostro calesse in uno de’ miei quartucci, ma i miei quartucci nel vostro calesse, è una cosa impossibile, via.
— Prova, disse Fior de’ Piselli ridendo e baloccandosi fra i suoi fiori; prova e non sta a meravigliarti di tutto come un fanciullo che non ha mai veduto nulla.
In fatti Tesoro delle Fave non provò difficoltà alcuna a porre i tre quartucci nella cassa della vettura, essa ne avrebbe contenuto trenta e più. Egli ne fu un po’ mortificato.
— Io sono pronto a partire, signora, riprese sedendosi sovra un cuscino ben ripieno di borra e la cui grandezza permettevagli di accomodarsi molto gradevolmente in tutti i modi fino a sdrajarsi quant’era lungo se n’avesse avuto voglia.
Io devo all’affetto de’ miei genitori di non lasciarli inquieti sulla mia sorte in questa prima nostra separazione; e non aspetto che il vostro cocchiere, senza dubbio fuggito spaventato all’insulto grossolano del re dei Grilli, riconducendo la pariglia e trasportando le stanghe. Allora abbandonerò questi luoghi col rammarico eterno di avervi vista, senza speranza di rivedervi.
— Buono! replicò Fior de’ Piselli senza aver l’aria di por mente all’ultima parte del discorso di Tesoro delle Fave che mirava dritta alla conseguenza; buono! il mio calesse non ha nè cocchiere, nè stanghe, nè cavalli. Esso va a vapore e non v’ha ora che non faccia agevolmente<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|tesoro delle fave, ecc.}}|37}}</noinclude>cinquanta mila leghe. Ora vorrei sapere se sarai in pensiero per ritornare presso i tuoi quando ti piacerà. Basterà che tu ricordi bene il gesto e la parola di cui mi servo per avviarlo. — La valigia contiene molti e diversi oggetti che ti possono servire nel viaggio, e che ti appartengono assolutamente. Aprendola nel modo stesso come apriresti un guscio di pisello verde tu vi troverai tre scrigni della forma e della grossezza giusta d’un pisello ciascun dei quali è sospeso ad un filo leggero che li sostiene nel loro astuccio come de’ piselli nel baccello in guisa che non abbiano a urtarsi malamente nel movimento o nel trasporto. È un lavoro maraviglioso. Essi cederanno alla pressione del tuo dito come appunto il buffetto del mio calesse e non avrai che a seminare il contenuto per terra in un buco fatto colla punta del tuo zappettino per veder spuntare e nascere tutto che tu avrai desiderato. Non è questo un miracolo? Ricordati però bene che finito il terzo, non ho più nulla da offrirti perchè non ho qui che tre piselli verdi, come tu non avevi che tre quartucci di fave, e la più bella fanciulla del mondo non può dare che ciò che ella ha. Sei disposto ora a metterti in cammino?
Al segno affermativo di Tesoro delle Fave, che non si sentiva la forza di parlare, Fior de’ Piselli, fece schioccare il pollice della sua mano dritta contro il medio, gridando: Partite, cece!
E il cece era già a più di mille cinquecento chilometri dal campo muschiato di Fior de’ Piselli, mentre gli occhi di Tesoro delle Fave la cercavano ancora inutilmente. Ahimè! sospirò egli.
Sarebbe un far torto alla celerità del cece, dicendo che egli percorse lo spazio colla velocità di una palla d’archibugio. I boschi, le città, le montagne, i mari sparivano incomparabilmente più presto sul suo passaggio delle ombre chinesi di Serafino sotto la bacchetta del famoso mago Rotomago. Gli orizzonti più lontani appena si disegnavano ad un’immensa distanza erano già precipitati sotto il cece; e Tesoro delle Fave si sarebbe forzato invano di rivederli dietro di lui. Mentre egli si rivolgeva, crac! essi non v’eran più. Infine egli aveva più volte il vantaggio sul sole; più volte l’aveva raggiunto per sorpassarlo ancora nelle brusche alternative di giorno e di notte; quando Tesoro delle Fave sospettò d’aver lasciato da parte la città che andava a vedere e il mercato dove portava a vendere i suoi quartucci.
— Le molle di questa vettura sono un po’ sbrigliate, immaginò subito; poichè non si dimentichi che egli era dotato di uno spirito acuto. Essa è partita storditamente prima che Fior de’ Piselli avesse finito di spiegarsi sul mio<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|38|{{Sc|racconti fantastici}}|}}</noinclude>indirizzo è non v’è ragione perchè questo viaggio finisca in tutta l'eternità, avendo quest’amabile principessa molto sventata, come lo vuol l’età sua, ben pensato a dirmi in qual modo il suo calesse si metteva in cammino, ma non ciò che bisogna fare per fermarlo.
Di fatto Tesoro delle Fave si era servito senza risultato di tutte le più sgarbate interiezioni da lui potute raccogliere, salvo la modestia, dalla bocca blasfematoria dei vetturini e de’ mulattieri, gente di povera educazione e di brutto linguaggio. Il maledetto calesse correva sempre, correva come una saetta, e mentre egli cercava nella memoria tanto per variare, le apostrofi più eufoniche, quali non potrebbe insegnarne di migliori la retorica, il signor calesse tagliava le latitudini a gran corsa e passava sul ventre di dieci reami in un amen.
— il diavolo ti porti, cane d’un calesse! gridava Tesoro delle Fave, e il diavolo docilissimo non mancava di trasportare il veicolo dai tropici ai poli e dai poli ai tropici e di condurlo torno torno alla sfera senza riguardo al cambiamento insalubre delle temperature. Vi era di che arrostire o di gelare in un attimo; se Tesoro delle Fave non fosse stato dotato, come abbiamo più volte ripetuto d’un’ammirabile intelligenza.
— Vediamo, disse fra sè; poichè Fior de’ Piselli l’ha lanciato attraverso il mondo dicendo: Partite, cece!... lo si arresterà forse, dicendo il contrario. Quello era estremamente logico.
— Fermate, cece! gridò Tesoro delle Fave, facendo schioccare il pollice della mano dritta contro il medio, come aveva visto fare da Fior de’ Piselli.
Badate se un’accademia tutt'intera avrebbe cosi ben trovato! Il cece si fermò cosi prontamente che non l’avreste fermato meglio, ficcandolo contro terra con un chiodo. Tesoro delle Fave discese dal suo equipaggio, lo raccolse accuratamente e, dopo di averne tolta la valigia lo fe’ scivolare in una borsa di cuojo ch’egli aveva nella sua cintura per chiudervi i campioni delle fave.
Il posto in cui il calesse ai Tesoro delle Fave si era fermato per comando di lui non è descritto dai viaggiatori. Bruce lo pose alle sorgenti del Nilo, Douvelle al Congo e Caillé a Tomboctù. Era una pianura sconfinata secca, sassosa e selvaggia così che non vi si trovava un boschetto in cui ricoverarsi, nè un musco del deserto per posar la testa addormentata, nè una foglia nutriente e refrigerante per acquietare la fame e la sete. Tesoro delle Fave non se ne inquietò punto. Coll’unghia fendette acconciamente la valigia, ne staccò uno degli scrignetti di cui Fior de’ Piselli gli aveva fatta la descrizione.<noinclude></noinclude>
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Di fatto Tesoro delle Fave si era servito senza risultato di tutte le più sgarbate interiezioni da lui potute raccogliere, salvo la modestia, dalla bocca blasfematoria dei vetturini e de’ mulattieri, gente di povera educazione e di brutto linguaggio. Il maledetto calesse correva sempre, correva come una saetta, e mentre egli cercava nella memoria tanto per variare, le apostrofi più eufoniche, quali non potrebbe insegnarne di migliori la retorica, il signor calesse tagliava le latitudini a gran corsa e passava sul ventre di dieci reami in un amen.
— il diavolo ti porti, cane d’un calesse! gridava Tesoro delle Fave, e il diavolo docilissimo non mancava di trasportare il veicolo dai tropici ai poli e dai poli ai tropici e di condurlo torno torno alla sfera senza riguardo al cambiamento insalubre delle temperature. Vi era di che arrostire o di gelare in un attimo; se Tesoro delle Fave non fosse stato dotato, come abbiamo più volte ripetuto d’un’ammirabile intelligenza.
— Vediamo, disse fra sè; poichè Fior de’ Piselli l’ha lanciato attraverso il mondo dicendo: Partite, cece!... lo si arresterà forse, dicendo il contrario. Quello era estremamente logico.
— Fermate, cece! gridò Tesoro delle Fave, facendo schioccare il pollice della mano dritta contro il medio, come aveva visto fare da Fior de’ Piselli.
Badate se un’accademia tutt’intera avrebbe cosi ben trovato! Il cece si fermò cosi prontamente che non l’avreste fermato meglio, ficcandolo contro terra con un chiodo. Tesoro delle Fave discese dal suo equipaggio, lo raccolse accuratamente e, dopo di averne tolta la valigia lo fe’ scivolare in una borsa di cuojo ch’egli aveva nella sua cintura per chiudervi i campioni delle fave.
Il posto in cui il calesse ai Tesoro delle Fave si era fermato per comando di lui non è descritto dai viaggiatori. Bruce lo pose alle sorgenti del Nilo, Douvelle al Congo e Caillé a Tomboctù. Era una pianura sconfinata secca, sassosa e selvaggia così che non vi si trovava un boschetto in cui ricoverarsi, nè un musco del deserto per posar la testa addormentata, nè una foglia nutriente e refrigerante per acquietare la fame e la sete. Tesoro delle Fave non se ne inquietò punto. Coll’unghia fendette acconciamente la valigia, ne staccò uno degli scrignetti di cui Fior de’ Piselli gli aveva fatta la descrizione.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Bok globule" />{{RigaIntestazione||{{Sc|tesoro delle fave, ecc.}}|39}}</noinclude>
Poi l’aprì come aveva fatto col calesse e seminandone il contenuto per terra colla punta del bidente:
— Nascerà ciò che potrà, disse egli, ma io avrei gran bisogno di un padiglione per coprirmi questa notte, non fosse che d’una pianta di piselli fiorita; d’una piccola cena per nutrirmi, non fosse che una pappa di piselli collo zucchero; e d’un letto per dormire non fosse che d’una piuma di colibrì. Tanto più che ora non potrei rivedere i miei cari, perchè mi sento stimolato dalla fame, stracco pel lungo viaggio. Tesoro delle Fave non aveva finito di parlare che vide sorgere dalla sabbia un superbo padiglione in forma di pianta di piselli che si alzò, ingrandì, si distese lontano, appoggiandosi a intervalli regolari su dieci pali d’oro, si sparse da ogni parte in graziosi paramenti di fogliame tempestati di fior di piselli e s’arrotondò in arcate innumerevoli, ciascuna delle quali sopportava al centro dell’arco un ricco lampadario di cristallo carico di candele profumate. Il fondo delle arcate era guarnito di specchi di Venezia, d’altezza smisurata senza il più piccolo difetto che riflettevano i lumi fino ad abbruciare la vista di un’aquila di sett’anni a una lega distante.
Sotto i piedi di Tesoro delle Fave una foglia di pisello caduta accidentalmente dalla vòlta, si allargò in magnifico tappeto chiazzato con tutti i colori dell’arcobaleno e con moltissimi altri ancora. Di più, esso portava candelabri, de’ tavolini di aloè e di sandalo, che parevan lì lì per rovinare sotto il peso dei pasticci e delle confetture, e sui quali stavano frutti canditi col maraschino attornianti elegantemente nelle loro coppe di porcellana dorata, un buon piatto di sugo di pisellini collo zucchero, marezzati alla superficie con uva di Corinto nera come lustrini, pistacchi verdi, confetti di coriandolo e fette d’ananasso.
In mezzo a tutta questa grazia di Dio Tesoro delle Fave non istentò tuttavia a riconoscere il suo letto, cioè la piuma di colibrì da lui desiderata e che scintillava in un canto come un diamante caduto dalla corona del Gran Mogol, quantunque fosse tanto piccolo che lo si sarebbe nascosto in un grano di miglio. Tesoro delle Fave pensò prima di tutto che questo lettino rispondeva poco alle comodità del padiglione; ma mentre ei la guardava essa si diede a moltiplicarsi e a moltiplicarsi si che egli ebbe ben presto uno strato di piume di colibrì all’altezza della mano, lettuccio di molli topazii, di flessibili zaffiri e di opali elastici in cui una farfalla posandovisi si sarebbe sprofondata.
— Basta, disse Tesoro delle Fave, basta, piuma di colibrì! con questo dormirò benissimo.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Bok globule" />{{RigaIntestazione|40|{{Sc|racconti fantastici}}|}}</noinclude>
È superfluo il dire se il nostro viaggiatore abbia festeggiato il suo banchetto e avesse voglia di riposarsi. L’amore gli trottava un po’ nella testa, è vero, ma dodici anni non sono l’età in cui l’amore tolga il sonno; Fior de’ Piselli vista appena non aveva lasciato al suo pensiero che l’impressione affascinante di cui il sonno soltanto gli poteva rendere la illusione. Ragione di più per dormire, se ve ne sovviene come a me. Tuttavia era troppo prudente per abbandonarsi a questa gioia poltrona prima di essersi assicurato dell’esterno del padiglione, il cui splendore bastava per attirare di lontano i ladri e le guardie del re. Ve n’ha in tutti i paesi. Uscì dunque dalla cinta magica col bidente aperto alla mano come il solito per fare il giro della tenda e assicurarsi della solidità del suo accampamento.
Appena fu pervenuto all’estremo confine segnato da una piccola fossa scavata dalle acque e che la capretta avrebbe saltata senza fatica, Tesoro delle Fave s’arrestò preso dal brivido di un coraggioso, poichè il vero coraggio ha dei terrori comuni alla nostra povera umanità e non ripiglia forza che mediante la riflessione. E v’era in fede mia, di che riflettere davanti lo spettacolo di cui parlo. Era una linea di battaglia dove rilucevano nell’oscurità d’una notte senza stelle, dugento occhi ardenti e immobili davanti ai quali correvano senza posa dalla dritta alla sinistra, dalla sinistra alla dritta e ai fianchi due occhi penetranti ed obliqui, la cui espressione indicava chiaramente la ronda d’un generale molto attivo. Tesoro delle Fave non conosceva nè Lavater nè Gall nè Spurzheim; egli non era della società frenologica: ma aveva lo schietto istinto di natura che insegna a tutti gli esseri creati a discernere da lontano la fisionomia d’un nemico; e però non ebbe guardato molto il comandante in capo di questa lupaglia affamata che riconobbe in lui il lupo codardo e piaggiatore che gli aveva destramente scroccato sotto colore di filosofia e di virtù l’ultimo de’ suoi quartucci.
— Messere lupo, disse Tesoro delle Fave, non ha perduto tempo per riunire il suo gregge e lanciarlo alle mie calcagna! Ma per qual mistero han potuto raggiungermi in tanti, se questi furfanti non hanno pur essi viaggiato in un cece? — È probabilmente, riprese sospirando, che i segreti della scienza non sono ignoti ai cattivi, e pensandovi non sono lontano dal crederneli gli inventori essi stessi per meglio pigliare le buone creature nelle loro detestabili trappolerie.
Tesoro delle Fave era prudente nelle sue cose, ma subitaneo nelle risoluzioni, cavò la valigia dalla borsa in cui l’aveva riposta insieme al calesse, staccò il {{Pt|se-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Bok globule" />{{RigaIntestazione||{{Sc|tesoro delle fave, ecc.}}|41}}</noinclude>{{Pt|condo|secondo}} de’ suoi piselli, l’aperse come aveva fatto col primo e col calesse, e ne seminò il contenuto nella terra colla punta del bidente. Nascerà ciò che potrà, disse, ma avrei gran bisogno questa notte d’una muraglia solida non fosse che quanto la capanna, e di un graticcio molto spesso, almeno forte quanto quello delle mie siepi per difendermi dai signori lupi.
E tosto si innalzarono, ma non muri di capanna, ma dei palazzi, e germogliarono davanti ai portici, ma non come quelli delle siepi, ma alte cancellate signorili d’acciaio azzurro a freccie e punte dorate, da cui nè lupi, nè tassi, nè volpi non sarebbero passati senza uccidersi o ferirsi la sottile punta del suo muso. Al punto in cui era allora la strategia lupesca, l’esercito dei lupi nulla poteva contro tali difese, sicchè dopo aver tentato d’assaltare qualche punto si ritirò in disordine. Rassicurato Tesoro delle Fave ritornò al padiglione, ma questa volta per un atrio di marmo attraverso peristilii illuminati come per nozze, scale che salivano e salivano e di gallerie senza fine. E fu contento di scorgere il suo padiglione di fior di piselli in mezzo ad un gran giardino verdeggiante e florido, e il suo letto di piume di colibrì, su cui suppongo dormì più felice di un re. Si sa che non esagero mai.
All’indomani la sua prima cura fu di visitare la sontuosa dimora che si trovava in un pisellino, le minime bellezze della quale lo riempirono di meraviglia, poichè l'addobbo corrispondeva a perfezione coll’aspetto esterno. Egli esaminò minutamente la sua pinacoteca, il suo gabinetto d’antichità, il suo medagliere, la sua raccolta di insetti, di conchiglie, la biblioteca, deliziose meraviglie ancora nuove per lui. I suoi libri lo affascinavano per il gusto delicato che aveva presieduto alla loro scelta. Ciò che v’ha di più squisito nella letteratura e di più utile nelle scienze umane vi si trovava raccolto per il piacere e l’istruzione d’una lunga vita, come le {{TestoCitato|Don Chisciotte della Mancia|Avventure dell’ingegnoso Don Chisciotte della Mancia}}, i capolavori della ''Biblioteca Azzurra'' della famosa edizione della signora Oudot, di ogni sorta di racconti con belle incisioni in rame, una collezione di viaggi curiosi e ameni di cui i più autentici eran quelli di {{TestoCitato|Avventure di Robinson Crusoe|Robinson}} e di {{TestoAssente|Gulliver}}, eccellenti almanacchi pieni di aneddoti divertenti e di rassegne infallibili sulle fasi della luna e i giorni adatti alla seminagione: innumerevoli trattati scritti in modo chiarissimo e semplice sull’agricoltura, la floricoltura, la pesca colla lenza, la caccia colla rete e l’arte di addomesticare gli usignuoli; insomma tutto che si può desiderare quando siam giunti ad apprezzare il valore dell’uomo e del suo ingegno. Non v’erano d’altronde altri scienziati, altri filosofi, altri poeti per la ragione {{Pt|inconte-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Bok globule" />{{RigaIntestazione||{{Sc|tesoro delle fave, ecc.}}|41}}</noinclude>{{Pt|condo|secondo}} de’ suoi piselli, l’aperse come aveva fatto col primo e col calesse, e ne seminò il contenuto nella terra colla punta del bidente. Nascerà ciò che potrà, disse, ma avrei gran bisogno questa notte d’una muraglia solida non fosse che quanto la capanna, e di un graticcio molto spesso, almeno forte quanto quello delle mie siepi per difendermi dai signori lupi.
E tosto si innalzarono, ma non muri di capanna, ma dei palazzi, e germogliarono davanti ai portici, ma non come quelli delle siepi, ma alte cancellate signorili d’acciaio azzurro a freccie e punte dorate, da cui nè lupi, nè tassi, nè volpi non sarebbero passati senza uccidersi o ferirsi la sottile punta del suo muso. Al punto in cui era allora la strategia lupesca, l’esercito dei lupi nulla poteva contro tali difese, sicchè dopo aver tentato d’assaltare qualche punto si ritirò in disordine. Rassicurato Tesoro delle Fave ritornò al padiglione, ma questa volta per un atrio di marmo attraverso peristilii illuminati come per nozze, scale che salivano e salivano e di gallerie senza fine. E fu contento di scorgere il suo padiglione di fior di piselli in mezzo ad un gran giardino verdeggiante e florido, e il suo letto di piume di colibrì, su cui suppongo dormì più felice di un re. Si sa che non esagero mai.
All’indomani la sua prima cura fu di visitare la sontuosa dimora che si trovava in un pisellino, le minime bellezze della quale lo riempirono di meraviglia, poichè l’addobbo corrispondeva a perfezione coll’aspetto esterno. Egli esaminò minutamente la sua pinacoteca, il suo gabinetto d’antichità, il suo medagliere, la sua raccolta di insetti, di conchiglie, la biblioteca, deliziose meraviglie ancora nuove per lui. I suoi libri lo affascinavano per il gusto delicato che aveva presieduto alla loro scelta. Ciò che v’ha di più squisito nella letteratura e di più utile nelle scienze umane vi si trovava raccolto per il piacere e l’istruzione d’una lunga vita, come le {{TestoCitato|Don Chisciotte della Mancia|Avventure dell’ingegnoso Don Chisciotte della Mancia}}, i capolavori della ''Biblioteca Azzurra'' della famosa edizione della signora Oudot, di ogni sorta di racconti con belle incisioni in rame, una collezione di viaggi curiosi e ameni di cui i più autentici eran quelli di {{TestoCitato|Avventure di Robinson Crusoe|Robinson}} e di {{TestoAssente|Gulliver}}, eccellenti almanacchi pieni di aneddoti divertenti e di rassegne infallibili sulle fasi della luna e i giorni adatti alla seminagione: innumerevoli trattati scritti in modo chiarissimo e semplice sull’agricoltura, la floricoltura, la pesca colla lenza, la caccia colla rete e l’arte di addomesticare gli usignuoli; insomma tutto che si può desiderare quando siam giunti ad apprezzare il valore dell’uomo e del suo ingegno. Non v’erano d’altronde altri scienziati, altri filosofi, altri poeti per la ragione {{Pt|inconte-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|42|{{Sc|racconti fantastici}}|}}</noinclude>{{Pt|stabile|incontestabile}} che tutto il sapere, tutta la filosofia, tutta la poesia se non sono là invano ne cerchereste in altro luogo, io ve lo garantisco.
Mentre procedeva così nell’inventario delle sue ricchezze, Tesoro delle Fave si sentì colpito dalla sua immagine riflessa in uno degli specchi di cui tutti i saloni erano adorni. Se lo specchio non mentiva, ei doveva essere cresciuto oh, prodigio! più di tre piedi dalla sera prima, e in fatti i baffi bruni che gli ombreggiavano il labbro superiore annunciavano chiaramente esser lì lì per passar da un’adolescenza robusta a una giovinezza virile. Questo fenomeno lo inquietava un po’, quando un pendolo superbo posto fra due specchiere, gli permise con suo gran rammarico di spiegarlo. Una delle lancette segnava la quantità degli anni e Tesoro delle Fave s’avvide senza punto poterne più dubitare che egli era in realtà invecchiato di sei anni.
— Sei anni! sclamò, disgraziato! I miei poveri genitori sono morti di vecchiaia e forse di stenti, forse, ahimè! son morti di dolore per la mia perdita! e morendo che mai avranno pensato dei mio crudele abbandono e della mia compassionevole sventura? Maledetto calesse! capisco ora come tu faccia molta strada, poichè tu divori anche molti giorni ne’ tuoi minuti! Partite dunque, partite cece! continuò levando il cece dalla borsetta, lanciandolo dalla finestra. Andate tanto lungi, dannato cece, che non vi riveda più. D’altronde non si è mai visto, secondo me dei ceci in forma di sedia da posta che fa cinquanta leghe all’ora.
Tesoro delle Fave discese gli scalini di marmo più triste che non avesse mai fatta la scala del granaio delie fave. Uscì dal palazzo senza pur vederlo, camminò nell’arida pianura, senza badar se i lupi non vi avessero bivaccato isolati per minacciarlo di un blocco e camminando fantasticava, si batteva la fronte col pugno e qualchevolta piangeva.
— E che avrei io a desiderare ora che i miei cari non sono più? disse egli rivoltando macchinalmente la sua valigia fra le dita. Or che da sei anni Fior de’ Piselli è maritata, poichè il giorno in cui l’ho vista compiva il suo decimo anno, ed era quella l’epoca del matrimonio, secondo l’uso delle principesse della sua casa! D’altra parte la sua scelta era fatta.
Che m’importa del mondo intiero, tutto il mondo per me non consisteva che in una capanna e un campo di fave che voi non mi renderete mai, pisellino verde, aggiunse distaccandolo dal suo guscio, perchè i giorni dolcissimi dell’infanzia non ritornan più. Andate, pisellino verde, andate ove Dio vi porterà, e producete ciò che voi dovete produrre in onore della vostra signora giacchè non ho più i miei vecchi parenti, la mia capanna<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|tesoro delle fave, ecc.}}|43}}</noinclude>il mio campo di fave e Fiore de’ Piselli! Andate, pisellino verde andate ben lontano!
E lo lanciò con tanta forza che il pisellino verde avrebbe facilmente raggiunto il grosso cece, se la sua natura gliel’avesse permesso. Dopo questo, Tesoro delle Fave cadde oppresso dal dolore.
Quando si rialzò, l’aspetto della pianura era mutato. Era fino al più lontano orizzonte uno sconfinato mare di nebbie, o di ridente verdura, sulla quale ondeggiavano come flutti disordinati per l’esile soffio dei venticelli, dei bianchi fiori colla carena simili a quelli d’una barca e colle ali di farfalla, tinti di violetto come i fiori delle fave e di rosa come quelli de’ piselli, e quando il vento curvava insieme tutte le loro fronti ondeggianti, tutte queste gradazioni di colore si confondevano in una gradazione ignota, mille volte più bella di quella delle più belle aiuole.
Tesoro delle Fave si slanciò, poichè aveva tutto riveduto, il campo ingrandito, la capanna abbellita, suo padre e sua madre viventi che gli correvano incontro non già infermi, ma con tutta la forza delle loro gambe per dirgli che dal giorno della sua partenza ricevettero sempre ogni sera sue nuove con l’aggiunta di amorevolezze che confortavano la loro vita, e con buone speranze di ritorno, e il che li aveva preservati dal morire.
Tesoro delle Fave abbracciatili teneramente li prese a braccetto per accompagnarli al suo palazzo. Di mano in mano che si avvicinavano lo stupore del vecchio e della vecchia cresceva a mille doppi e Tesoro delle Fave aveva timore di turbare la loro gioia. Tuttavia non potè fare a meno di dire, sospirando: Ah, avete voi veduto Fiore de’ Piselli? Ma già ella è maritata da sei anni!
E che sono maritata con te, esclamò Fiore de’ Piselli aprendo il cancello a due battenti. La mia scelta era fatta allora, te ne ricordi? Entrate qui, ella continuò, baciando il vecchio e la vecchia che non rifinivano d’ammirarla, poichè era anch’ella cresciuta di sei anni, e la storia dice perciò che la ne aveva sedici. Entrate da vostro figlio; questo è un paese di spirito e d’immaginazione, dove più non s’invecchia nè si muore.
Era difficile il dar migliore notizia a questa povera gente.
Le feste delle nozze si compirono con tutto lo splendore richiesto fra così illustri personaggi e la famiglia non cessò di essere un esempio perfetto d’amore, di costanza e di felicita.
È così che finiscono i racconti delle fate.
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Racconti fantastici (Nodier)/Del fantastico in letteratura
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<noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" /></noinclude>{{Ct|f=200%|v=3|t=5|L=2px|LA CAGNA NERA}}
Quando mi tornano a mente i miei genitori (adesso si stanno accanto nel cimitero del villaggio) e gli anni della mia giovinezza, allora gli occhi si ricolmano di lagrime.
Ecco: era lassù! da tutte le strade del piano, anche da lontano, lo si distingueva il palazzo antico e quadrato, su in vetta della collina, con i quattro cipressi alti che dentellavano il cielo e facevano la guardia al portone: il portone era ad arco con grosse bugne di marmo e di sopra portava una targa; perchè la mia famiglia era nobile: io non sono più niente; ma la mia famiglia, dico, era nobile e di buona razza. La targa portava sul quartiere un bel fiordaliso e il motto ''crescet in aevum''. Dietro v’era il roseto, ma grande, grande da farne un podere.<noinclude></noinclude>
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{{Ottava|103}}Saetta il fier Garzon dopo costoro
Lupardo il nero, e Serpentano il brutto,
e Tigrane il crudele aggiunge loro,
ch’avea de’ buon gran numero distrutto.
Piovono a mille le quadrella d’oro,
scompigliato ne sona il bosco tutto;
né qui s’affrena ancor l’animo audace,
né riposa la man, né l’arco tace.
{{Ottava|104}}Già la faretra omai di dardi ha vòta,
e ’l braccio quasi indebolito e lasso,
quand’ecco il fiero Orgonte, eccol che rota
la spada a cerchio, e s’apre intorno il passo.
Fermo l’aspetta, e con lo sguardo il nota,
poi trae l’ultimo stral fuor del turcasso
ed accelera il piede ov’empia sorte
il fa quasi volar contro la morte.
{{Ottava|105}}Presto, ovunqu’egli vada, al suo soccorso
Melante il segue pur, né l’abbandona:
e come il vede in sì gran rischio, il corso
colà sùbito volge, e gli ragiona:
— Raccogli omai, fanciul malcauto, il morso
a l’ardir, che tropp’oltre oggi ti sprona.
Orme fin qui del tuo valor lasciasti
fra’ nemici assai chiare, or tanto basti. —
{{Ottava|106}}E quegli a lui: — Deh quest’altier, che tanto
spaventa altrui, consenti almen ch’assaglia.
Non mi disdir ch’io ’l provi, e provi quanto
(poi che in vista è sì fiero) in fatti ei vaglia.
Di ciò ti prego sol, caro Melanto,
non cheggio dopo questa altra battaglia.
Se vincerò, tu mio fedel custode
n’avrai l’armi e le spoglie, ed io la lode. —
</poem><noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione||{{Sc|{{smaller|nella storia e in dante}}}}|{{smaller|27}}|riga=si}}</noinclude>{{Pt|sorzio|consorzio}} sono pareggiate a quelle dei poteri supremi, e la loro nobiltà alla nobiltà del blasone. L’imperatore, il re, il magistrato, il barone, il cavaliere, fanno schiera con gli esercenti le arti, e hanno comune con essi il «pregio», l’onore, dell’adempimento dei respettivi uffici.
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Noi ricordiamo tutta questa storia gloriosa, di lavoro e di civiltà, di pensiero meditante e di forza operante, di manualità e di poesia, la ricordiamo, o Signori, nel luogo che la vecchia Firenze abbia a ciò meglio destinato e più degno. Perocché qui, nel bicipite fabbricato che la {{Wl|Q3963318|Società Dantesca Italiana}} e la ''Lectura Dantis'' han fatto suo; in queste due torri, non senza significato ancorché senza intenzione e senza avvenentezza congiunte, - la torre<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione|{{smaller|74}}|{{Sc|{{smaller|firenze artigiana}}}}|riga=si}}</noinclude><nowiki/>
7) ''La Canzone morale del Pregio'', di DINO COMPAGNI, dietro alla ''Cronica'' nella mia edizione scolastica; Firenze, Succ. Le Monnier, 1895 (3ª edizione). E per la illustrazione storica di quella Canzone, vedi il cap. XIV del mio libro su ''Dino Compagni e la sua Cronica''; Firenze, Succ. Le Monnier, 1879-87; I, 374-408.
Delle Arti, Dino aveva, ne’ suoi belli anni, operato, come artefice e come cittadino, in quella della Seta. Da vecchio, e ormai escluso con gli altri di sua parte Bianca da ogni ingerenza nella vita pubblica, sappiamo oggi che si ascriveva, il 15 settembre del 1316, con altri «artifices novi», anche all’Arte della Lana. (Cod. 18, c. 4', Matricola Iª, dell’Arte della Lana, nell’Archivio fiorentino di Stato).
8 ) Codici 1-6 dell’Archivio dell'Arte della Lana, nell’Archivio fiorentino di Stato.
Lo Statuto del 1317, contenuto nel codice I, si compone di quattro libri: in 53 rubriche il primo, 74 il secondo, 46 il terzo, 39 il quarto; l’ultima delle quali con la data 18 settembre 1317. Seguono: la firma autentica del notaro degli statutarî; l’approvazione degli ufficiali deputati «ad approbandum et corrigendum statuta et ordinamenta Artium» del 13 ottobre pur 1317; ed altre aggiunte, tutte originali ed autentiche, fino al 15 dicembre 1319.
Questa è l’intestazione: Incipit Statutum Universitatis Artis Lane civitatis et districtus Florentie. In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti, Amen. Ad honorem laudem et reverentiam omnipotentis Dei et Beatissime Virginis Marie matris sue, beatorum Michaelis archangeli, Iohannis Baptiste et Santi Zenobii; sub quorum patrocinio Civitas et Populus Florentinus et Artes et Artifices defenduntur; nec non ad honorem laudem et reverentiam sacrosante Romane Ecclesie et summi Pontificis; et ad honorem et reverentiam serenissimi Regis<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione|{{smaller|80}}|{{Sc|{{smaller|firenze artigiana}}}}|riga=si}}</noinclude>Giuseppe Manni nei Sonetti ''Santa Maria del Fiore'' (a pag. 53
delle ''Nuove Rime''; Firenze, Succ. Le Monnier, 1903):
Io penso il dì che uscìa dall’officina
di Calimala e d’un’angusta corte
la repubblica guelfa fiorentina
nascente allora, e pur già grande e forte.
Dintorno le fioria, come divina
guardia, d’uomini buoni una coorte,
e, vinta la superbia ghibellina,
venian dietro le belle arti risorte.
Letiziava il popolo signore,
sospese l’opre, con gentile ebbrezza
quasi chiedendo al ciel più alto onore.
E dal cielo scendea, con novo esempio,
su lui spirto di fede e di prodezza:
nasceva Dante e tu nascevi, o tempio.
Nè da più degna sede benedisse
più glorïoso popolo il Signore:
e beato chi vide e gli anni visse
giovani tuoi, Santa Maria del Fiore!
Dall’ombre tue parea che grido uscisse
rinnovator dell’italo valore;
parea che naturalmente fiorisse
della bellezza intorno a te l’amore.
Era un popol di re, che di mercanti
si nomava; e Firenze una famiglia
di poeti, d’artefici e di santi.
Per tutto il mondo uscìa temuto e caro
il suo nome; e splendea la maraviglia
della cupola tua siccome un faro.
Tacque poi tutto..........<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude>{{RigaIntestazione||AGNA GENTILE|}}
<nowiki/>
Fra il 1333 e il 34 la Repubblica fiorentina versava in condizioni politiche singolari. Tali erano, del resto, anche quelle della Chiesa e dell’Impero nelle reciproche relazioni; e naturalmente, le conseguenze di ciò, più o meno immediate, investivano, o guelfi o ghibellini, i grandi Comuni d’Italia. Dopo l’impresa cesarea di Arrigo VII miseramente fallita, l’Impero si era ingolfato nelle avventure di Lodovico Bavaro, di Federigo d’Austria, di Giovanni di Boemia figliuolo d’Arrigo. Il papato d’Avignone, impotente, non che a dominare quelle<noinclude></noinclude>
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tedesche ambizioni, ma nemmeno a destreggiarsi fra esse, le combatteva tutte egualmente, in servizio dell’ambizione regia, pur con imperiali aspirazioni, del Gigante francese drudo e signoreggiatore della Meretrice dantesca l), Di quello scandaloso papato degni rappresentanti in Italia erano i Legati; allora Bertrando de Pouget, più tardi Gildez d’Albornoz, e altrettali: sinistre figure di preti condottieri, che di città in città, specialmente di Romagna e di Lombardia, scorazzando in quella loro sconcia vesta, tramescolata di cotta d’arme e di cotta da altare, dove non trafficavano curialmente a denari, insanguinavano con le compagnie di ventura; e così venivano lungo l’Appennino infocolando le pretensioni ecclesiastiche a quella signoria temporale, che finì poi con essere, tanto saldamente quanto le sue illegittime origini lo consentivano, compaginata dal Duca Valentino e da Giulio II. Ci fu un m mento, che il Cesare tedesco, accolto dalle città lombarde nella persona di quel figliuolo del magnanimo Arrigo, dette da pensare e ai due grandi «tiranni» ghibellini fra Ticino ed Adige, i Visconti e gli Scaligeri, e agli Este guelfi sul Po, e ai Gonzaga sul Mincio; tanto più che il sottomettersi a lui di città così guelfe come ghibelline era favorito e aiutato dal Legato
1) ''Purg''. XXXII, 148-60.<noinclude></noinclude>
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Un Pontefice consapevole e memore de’ suoi doveri avrebbe potuto da quella turpe e dolorosa confusione trarre nobilmente partito per finire la servitù babilonica della Chiesa; restituirsi a Roma; pacificare la città non più romana sede d’Impero o di Chiesa, ma divenuta palestra miserabile ai baronali tumulti; pacificare altresì le città tutte d’Italia, valendosi di questo momentaneo artificiale accozzamento di parti guelfa e ghibellina: e poiché il re di Francia da qualche anno ostentava ardori guerreschi pel rinnovamento della Crociata alla liberazione di Terra Santa, ben avrebbe potuto, un Pontefice degno del nome, volgere le forze di questa concorde cristianità a una guerra, della quale Impero e Chiesa sarebbero stati, sotto l’insegna unica della Croce, i naturali campioni. Ma il papa era Giovanni XXII, uno dei più mondani pontefici che abbiano tenuta la sedia apostolica, anzi fra i pastori avignonesi il più compiuto esempio, ne’ suoi diciott’anni di pontificato, di que’ «caorsini e guaschi dissanguatori del gregge» i quali Dante marchiò d’infamia 1), e il Petrarca non dubitò di chiamare «pontefici musulmani 2). Perchè Roma e l’Italia e
1) ''Parad''. XXVII, 58-59.
2) ''Il Papa soldano'' (Petrarca, Son. CXXXVII), da me interpetrato a pag. 227-33 del libro, per nozze Scherillo-Negri, ''Da Dante al Leopardi'', Raccolta di scritti critici, ecc. di settanta autori; Milano, Hoepli, 1904.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione|{{smaller|96}}|{{Sc|{{smaller|agna gentile}}}}|riga=si}}</noinclude><nowiki/>
« Il re di Francia Filippo VI, successo a Carlo V, ma altresì successore di Carlomagno sul trono dei Franchi, e che porta la corona, la quale fu anche imperiale, di questo suo grande «antiquo», impugna le armi della Crociata, che fiaccheranno la potenza di «Babilonia»: della Babilonia musulmana, e di coloro che da quella han preso «nome», perchè n’han preso, cristiani e sacerdoti, il costume e la miscredenza pagana. Il papa, tornando ad essere veracemente «Vicario di Cristo», riconduce il pontificato al suo «nido», alla sede originaria e legittima, Roma. È già disposto, se non vi si frappongono impedimenti, ch’egli verrà a Bologna, e di lì poi alla «nobil Roma». Firenze, il grande Comune artigiano, possente di arti pacifiche e gentili, così com’ è situato fra le due città che aspettano il Pontefice, si adopera virilmente pel grande evento. Essa, alleatasi con altre signorie italiane, abbatte la malnata vorace violenza dei Legati avignonesi. Così anche vadano in malora i fomentatori di discordia in quella e nelle altre cittadinanze d’ Italia! O Fio- rentini, attendete dunque a fare star di buon animo Bologna, che è tuttavia in ansiosa aspettativa; e a confortare del vostro appoggio Roma, che da tanti anni si lamenta d’essere abbandonata dal pontefice suo sposo. E possiate poi, con gli altri Comuni dell’ Italia pacificata e cri-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione|{{smaller|98}}|{{Sc|{{smaller|agna gentile}}}}|riga=si}}</noinclude>del 1334 dunque: ma poi il «successor di Carlo» è «Carlo IV imperatore»; asceso al trono, si avverta, non prima del 1347, e coronato imperatore solamente nel 55! Quindi il Leopardi annota: «È indirizzato ai principi d’Italia, «come dicono i commentatori, ma veramente «ad uno solo, o al più ad una famiglia, come «dirò qui appresso sopra il primo terzetto.» E nel primo terzetto l’«agna» e i «lupi» non sono altro, per lui, «che due case nobili «romane, significate così per allusione alle loro «armi gentilizie. La fazione di una delle quali «case, cioè quella dell’agna, aveva di fresco «riportata una vittoria sopra la fazione della «casa dei lupi. I nomi di queste due case non «mi occorrono al presente, e non ho agio di «ricercarli nelle storie di quei tempi: ma tengo «per fermo che debba essere molto facile a ritrovarli. » « Epure non », soggiunge il Carducci: il quale, lasciando cadere nel vuoto il gratuito indovinamento; e così anche le non men fatue interpetrazioni, che l’«agna» siano «i buoni cittadini, le buone fazioni (?) d’Italia, «la parte che ama la pace», e l’«agna gentile» racchiuda in sè anche un’allusione a gentilezza di sangue, e che i «lupi» siano «i cittadini perversi, le fazioni malvagie, la parte «inquieta, ecc. »; ritorna, il Carducci, pur dubitando, alla opinione che fra il Quattro e il<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione||{{Sc|{{smaller|nella storia e in dante}}}}|{{smaller|75}}|riga=si}}</noinclude>Roberti Ierusalem et Sciciliae regis, et dominorum Priorum Artium et Vexilliferi Iustitie Comunis et Populi Florentie; et ad unionem bonum et pacificum statum Artis et universitatis Lane et Artificum dicte, ac etiam omnium membrorum et subditorum universitatis Artis Lane.
Hoc est Statutum, sive Constitutum, universitatis Artis Lane civitatis Florentie et districtus, emendatum correctum compositum factum et ordinatum, sub annis Domini millesimo trecentesimo septimo decimo, Inditione quintadecima, per providos et sapientes viros,
Bartholum Bandini
Niccholum Manerii et
Nerium Iacopi
Bonaguidam del Fabbro
Iohannem Gerii del Bello
Cocchum Donati
Rinuccium Cocchi habentem vocem suam
Vannem Puccii et
Bartholum Michelis
Ubertum Landi
Cinoczum Raffacanis et
Dinum Benintendi
pro Conventu Sextus Ultrarni
pro Conventu Sancti Petri Scheradii
pro Conventu Sancti Pancratii
pro Conventu Porte Santi Petri
arbitros seu statutarios universitatis Artis Lane predicte, electos et deputatos secundum formam Statuti dicte Artis, unde apparet scriptura publica facta per
ser Dinum Manetti notarium eiusdem Artis sub annis et indit. predictis.
Il cod. 2 contiene un frammento di Statuto, che non reca
altra data se non quella degli approvatori: 1331, 6 agosto.<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione||{{Sc|{{smaller|nella storia e in dante}}}}|{{smaller|79}}|riga=si}}</noinclude>E altra copia, pur del secolo XVIII, ci è data dal cod. 9.
Il cod. 10 contiene «Riforma dell’Arte della Lana, fatta
l’anno M. D. LXXXIX.» Si compone di 32 capitoli; è in
volgare; ha in fine la sottoscrizione del notaro e cancelliere dei
riformatori.
Il cod. 11 contiene la stessa Riforma del 1589, in 32 capitoli, con aggiunte continuative sino al 1681.
Il cod. 12 è una copia del precedente II, come risulta da
due autenticazioni, a c. 45 e 111.
11 ) Vedi specialmente quelli di Alfredo Doren: sullo ''Sviluppo ed organamento delle Arti fiorentine nei secoli XIII
e XIV'' (Lipsia, 1897: ''Entwicklung und Organisation der
Florentiner Zünfte'' ecc.); e ''Studi di Storia economica fiorentina''. — Vol. I. ''L’industria fiorentina de’ panni di lana
dal secolo XIV al XVI. Contributo alla storia del capitalismo
moderno'' (Stuttgart, 1901: ''Studien aus der Florentiner Wirtschaftsgeschichte'' ecc.). Della prima monografia del Doren vedi
la recensione di A. Giorgetti nell’''Archivio storico italiano'',
Serie V, to. XXII, an. 1898, pag. 352-364. Dall’altra e
maggior opera del Doren prende occasione lo Studio ''Sull’industria della lana in Firenze'' di G. Bonolis, pure nell’''Archivio storico italiano'', Serie V, to. XXXII, an. 1903, pag. 379-417.
12) Vedi ''Un mercante del Trecento'', a pag. 72-76 delle mie ''Conferenze fiorentine''; Milano, Cogliati, 1901.
13) ''Istorie fiorentine'', III, XII.
14) MACHIAVELLI, 1. c.; e cfr. una mia nota alla frase
«mestieri d’Arti» nella ''Cronica'' (II, VII) di Dino: II, 148-49,
e I, 1185-86, del cit. mio libro su ''Dino Compagni e la sua
Cronica''. Tal altra volta, in quel linguaggio fiorentino, atteggevole come la democrazia che lo generava, il «popolo minuto» sono le Arti minori.
15) DINO COMPAGNI, ''Cronica'', I, 1.
16) ''Salmi'', CXXXII, 1.
17) Da questa poesia di Firenze artigiana deriva note degne<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione||{{Sc|{{smaller|nella storia e in dante}}}}|{{smaller|81}}|riga=si}}</noinclude>18) ''Parad''. XXI, 119.
19) PETRARCA, canz. CXXVIII «Italia mia.»
20) ''Parad''. II, 128-129.
21) ''Parad''. XVI, 51; XXX, 31-33; XIII, 77-78.
22) ''Parad''. XVI, 49-51.
23) La inscrizione di Dante all’Arte (una delle maggiori)
dei Medici e Speziali è attestata dal n.° 7 dei libri di Matricola
di detta Arte, manoscritto membranaceo del secolo XV, dove,
a c. 47, è dalle più antiche matricole riferito il nome di «Dante
d’Aldighieri degli Aldighieri», aggiuntovi dalla postuma venerazione concittadina «poeta fiorentino» .
24) «Giotto di Bondone» è, sotto l’anno 1312, a c. 69
della cit. Matricola di n.° 7, la inscrizione del maestro.
Quanto al comprendersi i «dipintori» nell’« rte e Collegio
de’ Medici e Speziali e Merciai di Porta Santa Maria della città
di Firenze»; di che canta, o canterella, nel suo Capitolo
delle ''Bellezze di Firenze'', il buono Antonio Pucci,
La sesta (''delle Arti'') sono Medici e Speziali
e Dipintori, e di più altri assai,
che in questa Arte son con loro iguali;
non parranno prive di curiosità alcune rubriche dello Statuto
volgarizzato di quell’Arte (n. 2, nell'Archivio di Stato), che
a ciò si riferiscono.
Dallo Statuto de’ Medici, Speziali e Merciai del 1349.
''Rubrica LXXIX (c. 51 ). — ''A che sieno tenuti
e’ dipintori''. — Conciosia cosa che socto l’armadure
da cavagli, di cuoio o di ferro, gli uomini si difendino e fidino le loro persone e vita, e di fuori della città di Firenze sieno portate e portinsi alla città di
Firenze armadure di cuoio debili e vili e falsamente facte, sotto la fiducia delle quali gli uomini spesse volte perdono la persona e la vita; statuto e ordinato
è, che l’armadure da cavallo, di cuoio, si faccino e<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione||{{Sc|{{smaller|agna gentile}}}}|{{smaller|91}}|riga=si}}</noinclude>papale. Costui, il Del Poggetto, aveva bensì bruciato in piazza il ''De Monarchia'' di Dante, e avrebbe voluto far lo stesso delle ossa di lui difese in pia custodia dai poveri figliuoli di Francesco d’Assisi: ma altra cosa era quel codice degli eterni principii del giure imperiale e pontificio, ed altra i fatti; ai quali cotesta politica di cherici senza scrupoli, si adattava con non altro criterio che del tornaconto quotidiano. Allora Firenze, che non poteva vedere senz’apprensione tutto quel tramenarsi di Cesare e Pietro in sulle soglie di casa sua, e ingrossarlesi addosso da ogni parte questo Stato pontificio di formazione novissima; e che era uscita allor allora dai pericoli estremi ne’ quali un Ghibellino di grand’animo, Castruccio, agitando le insegne imperiali, l’aveva condotta; non stette a bada più oltre: e data la mano, di verso Roma, al suo solito re Roberto, e di là dall’Appennino ai Visconti, agli Scaligeri, agli Este, ai Gonzaga, a Guelfi e a Ghibellini indistintamente, fermò di botto con questa strana alleanza quella non meno strana tregenda imperiale e legatizia. Le genti del Legato furono rotte a Ferrara: re Giovanni, vista la mala parata, vendeva al miglior offerente le città bonamente donatesegli; e fatto il solito sacchetto cesareo di fiorini italiani, se ne tornava in Boemia, lasciando nelle peste, alle prese con Ghibellini e con Guelfi, l’amico Legato.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione||{{Sc|{{smaller|agna gentile}}}}|{{smaller|93}}|riga=si}}</noinclude>la cristianità potessero sperare quei benefizi, bisognava che a papa Giovanni le loro sorti stessero tanto a cuore quanto il peculio che, morendo nonagenario, questo profano vegliardo lasciò strabocchevole mostruosamente.
Tuttavia nel 1333 quella povera Roma, che era ormai un ammasso di rovine non pur pagane ma anche cristiane, quale il Petrarca la ritrasse mirabilmente nel verso
{{RigaIntestazione||e tutto quel ch'una mina involve 1)|}},
gli si raccomandava per la restituzione della sede pontificale: ed egli non diceva di no; ma prima voleva che que’ brutali tumulti di baroni e di plebe, plebe senza popolo, cessassero, e la presenza del pontefice fosse da tutti unanimemente invocata. Verrebbe a Bologna, e lì si tratterrebbe; dove, a buon conto, il suo legato Bertrando (suo, dicevano, anche figliuolo) edificava a residenza papale una ben munita fortezza. Si disponessero intanto Principi e Comuni al passaggio oltremare per la liberazione del Santo Sepolcro. Con questo si giunse alla fine del 34, e il vecchio papa, senz’essersi mosso d’Avignone, morì. La restituzione della sede a Roma sarebbe poi avvenuta fra più di quarant'anni, per opera principalmente d’una Ver-
1) Canz. LIII, «Spirto gentil».<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione||{{Sc|{{smaller|agna gentile}}}}|{{smaller|93}}|riga=si}}</noinclude>la cristianità potessero sperare quei benefizi, bisognava che a papa Giovanni le loro sorti stessero tanto a cuore quanto il peculio che, morendo nonagenario, questo profano vegliardo lasciò strabocchevole mostruosamente.
Tuttavia nel 1333 quella povera Roma, che era ormai un ammasso di rovine non pur pagane ma anche cristiane, quale il Petrarca la ritrasse mirabilmente nel verso
{{RigaIntestazione||e tutto quel ch’una ruina involve 1)|}},
gli si raccomandava per la restituzione della sede pontificale: ed egli non diceva di no; ma prima voleva che que’ brutali tumulti di baroni e di plebe, plebe senza popolo, cessassero, e la presenza del pontefice fosse da tutti unanimemente invocata. Verrebbe a Bologna, e lì si tratterrebbe; dove, a buon conto, il suo legato Bertrando (suo, dicevano, anche figliuolo) edificava a residenza papale una ben munita fortezza. Si disponessero intanto Principi e Comuni al passaggio oltremare per la liberazione del Santo Sepolcro. Con questo si giunse alla fine del 34, e il vecchio papa, senz’essersi mosso d’Avignone, morì. La restituzione della sede a Roma sarebbe poi avvenuta fra più di quarant'anni, per opera principalmente d’una Ver-
1) Canz. LIII, «Spirto gentil».<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione||{{Sc|{{smaller|agna gentile}}}}|{{smaller|95}}|riga=si}}</noinclude>e l’ Vicario di Cristo con la soma
de le chiavi e del manto al nido torna,
sì che, s’ altro accidente nol distorna,
vedrà Bologna e poi la nobil Roma.
La mansueta vostra e gentil Agna
abbatte i fieri Lupi: e così vada
chiunque amor legittimo scompagna!
Consolate lei dunque, ch’ ancor bada,
e Roma che del suo sposo si lagna;
e per Gesù cingete omai la spada.
Il sonetto è, come pur troppo anche le altre poesie civili del Petrarca, anepigrafo: il che, come per alcune di esse ha provocato e alimentato tante controversie di argomento e di tempo, così a questa ha procurato che non si riconoscesse ciò che a me non sembra dubitabile, ch’ ella è diretta ai Fiorentini. Dico, non «ad alcuni amici fiorentini», che, fra le interpetrazioni date, è la meno lontana dal contenuto reale, ma ai Fiorentini, a Firenze, alla città della quale egli si sentiva, nonostante i
natali dell’esilio, glorioso figliuolo. Che se a un sonetto di quello squisito artefice di bel-lezza da semplicità si addicessero i titoli ambiziosi che piacciono e giovano agli artificiatori moderni, il Sonetto potrebbe intitolarsi: Ai
Fiorentini, per l’Impero, per la Chiesa, per la Crociata.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione||{{Sc|{{smaller|agna gentile}}}}|{{smaller|97}}|riga=si}}</noinclude>stiana, partecipare alla Crociata che finalmente si bandirà pel sepolcro e per la fede di Gesù!»
«La mia interpetrazione non è, in sostanza, che il compimento, o meglio il completamento storico, di quella che il De Sade pur storicamente compose, ma che tuttavia rimase di lui solo e del Marsand (e primo vi aveva accennato un altro commentator settecentista, il Pagello), finchè il Carducci, in quel suo bellissimo ''Saggio di un testo e commento nuovo'' la ravvivò e allargò, e nel ''Petrarca'' distesamente commentato la confermò anche contro all’annotazione del Leopardi 1). La quale annotazione è proprio una delle più meritevoli della severa sentenza che lo stesso Carducci ha recato sul commento leopardiano 2). Secondo questo 3), pertanto, il sonetto è «ai Signori d’Italia, onde prendano «parte nella crociata di papa Giovanni XXII»,
1) ''Rime di'' FRANCESCO PETRARCA ''sopra argomenti storici morali e diversi''. ''Saggio di un testo e commento nuovo a cura di'' GIOSUÈ CARDUCCI; Livorno, Vigo, 1876; a pag. 19-20. E ''Le Rime di'' FRANCESCO PETRARCA ''di su gli originali commentate da'' GIOSUÈ CARDUCCI e SEVERINO FERRARI; Firenze, Sansoni, 1899; a pag. 37. 2) A pag. XIV-XV del ''Saggio'', e XXXVI-XXXVII del ''Com-mento''. 3) Nella edizione Le Monnier del 1845, più volte ripetuta.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione||{{Sc|{{smaller|agna gentile}}}}|{{smaller|99}}|riga=si}}</noinclude>Cinquecento ebbe sèguito, cioè «che il Poeta «indirizzasse questo sonetto ad alcuni amici «fiorentini, e che l’Agna sia Firenze. L’agnello «infatti era l'insegna dell’Arte della Lana predominante allora nel reggimento del Comune; « il quale in quell’anno si era collegato ad altri «Stati d’Italia contro Giovanni di Boemia e «contro il legato Del Poggetto.... »: e cita, dalle ''Epistolae'' poetiche di messer Francesco, l'esservi colui identicamente ritratto, « lupo « rabbioso, che le terrene cose anteponendo alle « spirituali, va, sotto coperta di pace, covando « suoi maneggi di dominio temporale. » l ) Ma questi dovevano in breve, dopo mortogli il Papa, spezzarsi al Del Poggetto fra le mani ; ed essergli riserbata, cacciato dai Bolognesi, l' umiliazione di vedersi dai Fiorentini, che sulla Chiesa non amavan mai stravincere, trafugato a salvamento, mentre dietro alle sue spalle mi- nava distrutta, pietra a pietra, dal popolo, al grido « Muoia il Legato e chi è di Lingua- doca! », la fortezza da lui edificata per apo- stolica residenza all' aspettato pontefice 2 ). « Ve- drà Bologna.... »: ahimè nè il pastore la vide, nè i lupi ci fecero il covo! almen per allora. !) Ep. I, 3 : « terrena supernis Sceptra etenim potiora pu- tans, extendere fines Tegmine sub pacis rabidus lupus incubat ». 2) G. Villani, XI, vi. 7*<noinclude></noinclude>
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<nowiki/>
1) <section begin="1" />''Inf''. XIII, 146.<section end="1" />
2) L. A. MILANI, ''Epigrafi latine scoperte nei lavori per la sistemazione del centro di Firenze''; a pag. 109-110 delle ''Notizie degli scavi'', negli ''Atti della R. Accademia dei Lincei'', 1890.
3) ''Inf''. XV, 61-63, 73-78; XXIII, 95.
4) ''Inf''. XXVI, 2; XXX, 74.
5) L’originale della ''Cronica domestica'' di messer Donato Velluti si conserva in Firenze presso i signori Velluti Zati duchi di San Clemente: e su quello, per cortesia di monsignore Donato vescovo di Pescia, io ho potuto prepararne il testo per una edizione critica e annotata, che vedrà presto la luce, e della quale già detti alcuni saggi che puoi vedere riferiti o indicati nel ''Manuale della letteratura italiana'' D’ANCONA-BACCI, I, 572-578; Firenze, Barbèra, 1903. L’edizione che ne fece il Manni (Firenze, 1731) è, cominciando dal titolo improprio al contenuto, edizione poco fedele al testo legittimo, del quale si è ignorata l’esistenza fino alla mia fortunata ricerca. Diamo di esso (a pag. 18-19) n facsimile della pagina dedicata al vecchione dai centovent’anni.
6) ''Inf''. XI, 97-108.<noinclude><references/></noinclude>
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1) <section begin="1" />''Inf''. XIII, 146.<section end="1" />
2) L. A. MILANI, ''Epigrafi latine scoperte nei lavori per la sistemazione del centro di Firenze''; a pag. 109-110 delle ''Notizie degli scavi'', negli ''Atti della R. Accademia dei Lincei'', 1890.
3) ''Inf''. XV, 61-63, 73-78; XXIII, 95.
4) ''Inf''. XXVI, 2; XXX, 74.
5) L’originale della ''Cronica domestica'' di messer Donato Velluti si conserva in Firenze presso i signori Velluti Zati duchi di San Clemente: e su quello, per cortesia di monsignore Donato vescovo di Pescia, io ho potuto prepararne il testo per una edizione critica e annotata, che vedrà presto la luce, e della quale già detti alcuni saggi che puoi vedere riferiti o indicati nel ''Manuale della letteratura italiana'' D’ANCONA-BACCI, I, 572-578; Firenze, Barbèra, 1903. L’edizione che ne fece il Manni (Firenze, 1731) è, cominciando dal titolo improprio al contenuto, edizione poco fedele al testo legittimo, del quale si è ignorata l’esistenza fino alla mia fortunata ricerca. Diamo di esso (a pag. 18-19) n facsimile della pagina dedicata al vecchione dai centovent’anni.
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<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude>{{RigaIntestazione||NOTE|}}
1) <section begin="1" />''Inf''. XIII, 146.<section end="1" />
2) L. A. MILANI, ''Epigrafi latine scoperte nei lavori per la sistemazione del centro di Firenze''; a pag. 109-110 delle ''Notizie degli scavi'', negli ''Atti della R. Accademia dei Lincei'', 1890.
3) ''Inf''. XV, 61-63, 73-78; XXIII, 95.
4) ''Inf''. XXVI, 2; XXX, 74.
5) L’originale della ''Cronica domestica'' di messer Donato Velluti si conserva in Firenze presso i signori Velluti Zati duchi di San Clemente: e su quello, per cortesia di monsignore Donato vescovo di Pescia, io ho potuto prepararne il testo per una edizione critica e annotata, che vedrà presto la luce, e della quale già detti alcuni saggi che puoi vedere riferiti o indicati nel ''Manuale della letteratura italiana'' D’ANCONA-BACCI, I, 572-578; Firenze, Barbèra, 1903. L’edizione che ne fece il Manni (Firenze, 1731) è, cominciando dal titolo improprio al contenuto, edizione poco fedele al testo legittimo, del quale si è ignorata l’esistenza fino alla mia fortunata ricerca. Diamo di esso (a pag. 18-19) n facsimile della pagina dedicata al vecchione dai centovent’anni.
6) ''Inf''. XI, 97-108.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="ZandDev" />{{RigaIntestazione|10|{{sc|italia artistica|}}}}</noinclude>ganei, dai Veneti cacciati dalla bella pianura e sospinti sempre più al nord, cercarono anch’essi rifugio in questi recessi: lo attesta una loro lapide scoperta a Pozzàle e un’altra a Lozzo di Cadore, e lo dicono i vasi di terra cotta e di vetro finamente lavorati, gli utensili di bronzo e gli oggetti femminili rinvenuti qua e là nel Cadore. I Veneti seguirono gli Euganei e Veneti ed Fuganei furono, a poco a poco, assorbiti dal vigoroso elemento retico. I Romani sopravvenuti, probabilmente, quando {{Wl|Q1407|Tiberio}} e {{Wl|Q2975271|Druso}} (15 d. C.) conquistarono la {{Wl|Q698597|Vindelicia}} e il {{Wl|Q131434|Norico}}, assoggettarono i {{Wl|Q685035|Reti}} abitanti
{{FI
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da tanto tempo nelle vallate poste al di qua e al di là delle Alpi venete e fusero talmente nella propria la lingua retica, che {{Wl|Q472212|Graziadio Ascoli}} potè riscontrare nel Comelico, la parte settentrionale del Cadore, una vera ''isola {{Wl|Q36202|ladina}}''.
Fra i Reti assoggettati vi dovettero essere anche i Cadorini. Inutile ricamare etimologie: il nome ''Cadorini'' appare, la prima volta, in una epigrafe encomiastica scoperta, a {{Wl|Q6558|Belluno}}, nel 1888: l’epigrafe fu posta da Papiria al marito Pudente ...''patrono Catubrinorum''. Catubrini, dunque, si chiamavano gli abitanti delle vallate a nord di Belluno e ''Catubrium'', di conseguenza, il paese da loro abitato, I Catubrini doveano essere tra quei ''Raetica oppida'' di cui parla {{Wl|Q82778|Plinio}}, benchè egli nomini solamente i ''Feltrini'' e i ''Tridentini''.<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="ZandDev" />{{RigaIntestazione|16|{{sc|italia artistica|}}}}</noinclude>dide (1538), quella di S. Leonardo in {{Wl|Q3661468|Casamazzagno}} (1545), quella di S. Caterina in Auronzo (1553).
{{FI
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}}
Le case private valgono ancora meno: solo un secolo dopo, la famiglia Poli erigerà un palazzo signorile a Mare con buona linea architettonica e ricchezza di marmi (1643) e un altro a S. Pietro. A Pieve abbiamo, sullo stesso genere, il palazzo Sam-<noinclude></noinclude>
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/* */ Controllare pagine mancanti
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Nella mia pagina su IA [https://archive.org/details/@myron_aub/uploads qui] ci sono i miei caricamenti mentre nella mia collezione dei "favorites" [https://archive.org/details/fav-myron_aub qua] sono inclusi testi non caricati da me già presenti su IA che trovo interessanti perché traduzioni abbastanza recenti soprattutto di classici filosofici e di alcuni classici letterari.
Per controllare velocemente se in una scansione non ci sono pagine saltate si può controllare la differenza tra numero di pagina PDF e numero di pagina cartacea è uguale sia nelle prime pagine che nelle ultime. Tuttavia ci sono eccezioni a questa pratica (pagine con illustrazioni non numerate, pagine vuote non scansionare...). In più è possibile che alcune pagine siano mal scansionate o illeggibili. In tal caso per trovare le pagine mancanti si possono cercare altre scansioni online (su Google libri, Hatitrust, Internet Archive...) oppure si possono chiedere le pagine mancanti a biblioteche che hanno il libro.
Nella seguente pagina [https://it.wikisource.org/wiki/Utente:Myron_Aub/Refusi_con_hunspell qua] espongo come cercare refusi con Hunspell.
In questa pagina elenco testi di pubblico dominio che sono principalmente traduzioni di testi (soprattutto filosofici e in minor parte letterari) greci, latini e stranieri. Privilegio le traduzioni in italiano più moderno, dal XIX secolo ai giorni nostri.
'''Informazioni su dati anagrafici difficilmente rintracciabili di autori.'''
[https://it.wikisource.org/wiki/Utente:Myron_Aub/Autori_con_date qui] c'è una sottopagina di un elenco di autori (per ora non tutti di pubblico dominio) con date di nascita e morte difficilmente disponibili in rete e un altro elenco di autori con data di morte incerta.
'''Vari testi di pubblico dominio finora non trovati come scansioni in rete:'''
Elenco qui alcuni testi di pubblico dominio che mi interesserebbe vedere in formato scansione e che spero che un giorno appaiano in rete:
'''1) testi di filosofia:'''
Augustinus, Aurelius
Contro la menzogna / S. Agostino ; testo latino, versione e introduzione a cura del p. Domenico Bassi
Roma : Gioventù italica, stampa 1931
Comte, Auguste (1798-1857)
Catechismo positivista 2a edizione... Tradotto da Walter Congreve. [Avvertimento di P. Laffitte.]
San Remo, Stab. Tipo. litogr. G. B. Biancheri, 1882. In-8°, 386 p., tabl.
(ripubblicato nel 2024, nella sua 3a edizione, dalla Società Positivista Italiana: Catechismo Positivista Augusto Comte, trad. Gualtiero Congreve, pp. 323, Società Editrice Positivista Italiana, Padova, CCXXXII; ISBN: 9791281601178).
Mill, John Stuart
Augusto Comte e il positivismo / John Stuart Mill ; traduzione dall'inglese di Amedeo Dardanelli
Roma : Tip. Forzani e C., 1903
230 p. ; 23 cm.
'''2) Testi di religione, spiritualità e occulto'''
Kerbaker, Michele. Scritti inediti / Michele Kerbaker ; con prefazione di Carlo Formichi e a cura di Vittore Pisani
Roma : Reale accademia d'Italia 1932-1939.
6 volumi contenenti un'antologia del Mahabharata (volumi 2 e 3 già presenti su Internet Archive).
Lodge, Oliver
Pitoni, Rinaldo <n. 1864>
Oltre la vita : studio di facoltà umane ancora ignote / Oliver Lodge ; traduzione dall'undecima edizione inglese, con note di Rinaldo Pitoni
Bari : Laterza, 1933
Marcus, Ernst (1856-1928)
Rensi, Giuseppe <1871-1941>
Teoria di una magia naturale fondata sulla dottrina di Kant / Ernesto Marcus ; traduzione e prefazione di Giuseppe Rensi
Bari : G. Laterza & figli, 1938
Trezza, Gaetano (1828-1892) Le religioni e la religione. Verona ; Padova : Drucker & Tedeschi, 1884
'''3) Testi di scienza''':
Baldwin, James Mark (1861-1934)
L'intelligenza / J. Mark Baldwin ; traduzione dall'inglese del professore Guida Villa (1867-1949)
Torino : Fratelli Bocca, 1904
XXVIII, 290 p. : ill. ; 21 cm.
Darwin, Charles
Autobiografia / Darwin
Milano : Istituto editoriale italiano, \1919!
182 p. ; 10 cm.
Hampson, William (1854–1926)
Paradossi della natura e della scienza, cioè fatti che sembrano contraddire generali esperienze o principi scientifici / di W. Hampson
Alessandria : Boffi, 1910
Lewes, George Henry (1817-1878)
Lo studio della psicologia : suo obbietto, scopo e metodo / George Henry Lewes ; prima edizione italiana con prefazione e note del prof. Giambattista Grassi Bertazzi (1867-1951)
Milano ; Roma : Società editrice Dante Alighieri, 1907
XXX, 185 p. ; 20 cm.
Ribot, Theodule
La psicologia dei sentimenti / Teodulo Ribot ; traduzione italiana di F. M. C.
Milano [etc.] : R. Sandron, pref. 1896
438 p. ; 23 cm
'''4) Testi di letteratura'''
Antologia dell'amore turco / a cura di Edmond Fazy e Abdul-Alim Memdouh ; versione italiana di Decio Cinti
Milano : Corbaccio, 1923
Capuana, Luigi
Il braccialetto / Luigi Capuana
Milano : Brigola di G. Marco, 1898
Della Sala Spada, Agostino
Nel 2073! : sogni d'uno stravagante / messi in carta per l'avvocato Agostino Della Sala Spada
Testo
Casale : Tipografia del giornale Il Monferrato, 1874
Goethe, Johann Wolfgang : von
Fiaba del serpente verde e della bella Gigliola / J. W. v. Goethe ; commento di G. Blason
Trieste : Trani, stampa 1944
Gogol’, Nikolaj Vasil’evic.
Mirgorod / Nikola Gogol ; traduzione di Federigo Verdinois
Lanciano : Carabba, 1923
Gogol’, Nikolaj Vasil’evic.
Le veglie alla fattoria di Dicanca / Nicola Gogol ; versione di F. Verdinois
Napoli : G. Giannini, 1920
Novelle russe / a cura di Corrado Alvaro: vol. I-II (Pusckin, Lermontov, Gogol, Gonciarov, Turghenev, Scedrin, Dostojewski, Tolstoi, Garscin, Cecov, Gorki, Andreiev, Ciricov, Artzibascev, Kuprin, Sologub, Lomakin, Uspenski, Timkovski, Skitalitz)
Milano : Soc. Ed. R. Quintieri, 1920 (Saita e Bertola)
Sand, George. La piccola Fadette / di Giorgio Sand
Milano : Sonzogno, 1883
132 p. ; 18 cm.
Turgenev, Ivan Sergeevic. Le poesie in prosa / di Ivan Turgheniev ; tradotte da Enrico Damiani
Pubblicazione Lanciano : Carabba, [1923]
Villiers de l'Isle-Adam, Auguste <comte de>
Eva futura : Romanzo. Unica traduzione di D. C. (probabilmente Decio Cinti).
Milano : Casa Edit. Bietti Edit. Tip., 1930
Wells, H. G.
Sodini, A. M.
La Guerra dei mondi : Romanzo / H. G. Wells ; traduzione di Angelo Maria Sodini (1875-1939)
Milano : F. Vallardi, 1901
Morandi, Luigi <1844-1922>; Ciampoli, Domenico <1852-1929>
Poeti stranieri lirici, epici, drammatici : scelti nelle versioni italiane (2 volumi) / Morandi L. e Ciampoli D.
Milano [etc.] : Società editrice Dante Alighieri di Albrighi, Segati 1904
'''5) altri testi:'''
Pestalozzi, Johann Heinrich
Leonardo e Geltrude : libro per il popolo / Enrico Pestalozzi ; traduzione, prefazione e note di Giovanni Sanna (1877-1950). (in 4 volumi).
Venezia [poi] Firenze : La nuova Italia, 1928 (e altre ristampe successive).
Squillace, Fausto
Titolo
La moda / Fausto Squillace
Pubblicazione
Milano [etc.] : Sandron, 1912
159 p. ; 19 cm.
'''In pubblico dominio dal 2027:'''
Barié, Giovanni Emanuele (1894-1956). La spiritualità dell'essere e Leibniz. Padova : CEDAM, 1933
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=EHYLAQAAIAAJ qui]
Capone Braga, Gaetano
La vecchia e la nuova logica / Gaetano Capone Braga (1889-1956)
Padova : Cedam, 1948
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=LzUAAAAAMAAJ qui]
Cassirer, Ernst. Storia della filosofia moderna (4 volumi). Traduzione di Angelo Pasquinelli (1926-1956) Torino : G. Einaudi, 1958 e ristampe seguenti.
Primo volume sbloccabile su Google Libri qui: https://books.google.it/books?id=64AcH4mrab0C
Jevons, William Stanley
Lezioni di logica elementare / W.S. Jevons ; a cura di Gaetano Capone Braga (1889-1956)
Padova : Cedam, 1948
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=WztCAQAAIAAJ qui]
Pastore, Annibale
Scritti di varia filosofia / Annibale Pastore
Milano : Fratelli Bocca, 1940
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=8HA_AAAAIAAJ qui]
Pastore, Annibale
La volontà dell'assurdo : storia e crisi dell'esistenzialismo / Annibale Pastore
Milano : Giovanni Bolla, 1948
Sbloccabile su Google Libri
[https://books.google.it/books?id=S5Lad41dxasC qui]
Stefanini, Luigi <1891-1956>
Imaginismo come problema filosofico : vol. primo
Padova : CEDAM, 1936
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=5BHBNszP5LUC qui]
'''In pubblico dominio dal 2028:'''
Della magia / Apuleio di Madaura ; testo latino, traduzione e note di Concetto Marchesi
Bologna : Zanichelli, 1955
Descrizione fisica: XXX, 226 p. ; 20 cm
Bonaventura : da Bagnorea <santo>
Breviloquio (2 vv.) / S. Bonaventura da Bagnoregio ; a cura del p. Giuliano Piccioli (1878-1957)
Siena : Ezio Cantagalli, 1931
Burckhardt, Jacob
Considerazione sulla storia del mondo / Jacob Burckhardt; traduzione di Antonio Banfi
Milano : Bompiani, 1954
Kierkegaard, Søren
Il concetto dell'angoscia / Soren Kierkegaard ; tradotto dal danese da Meta Corssen (1894-1957)
Firenze : Sansoni, 1942
Kierkegaard, Søren
La malattia mortale : (svolgimento psicologico cristiano di Anti-Climacus) / Sören Kierkegaard ; a cura di Meta Corssen (1894-1957) ; prefazione di Paolo Brezzi
Milano : Edizioni di Comunità, 1947
Kierkegaard, Søren
L'ora : atti d'accusa al cristianesimo del Regno di Danimarca, anno 1855 / Soren Kierkegaard ; traduzione di Antonio Banfi
Milano ; Roma : Doxa, stampa 1931
Palacio Valdes, Armando
Santa Rogelia
Traduzione di Mario Puccini
Torino : UTET, 1961
Sarmiento, Domingo Faustino
Facundo o Civiltà e barbarie / Domingo F. Sarmiento ; a cura di Mario Puccini
Torino : Unione tipografico-editrice torinese, stampa 1953
Simmel, Georg
Banfi, Antonio <1886-1957>
I problemi fondamentali della filosofia / G. Simmel ; traduzione e introduzione di A. Banfi
Firenze : Vallecchi, [dopo il 1921]
Stoermer, Carlo (1874-1957). Dalle stelle agli atomi; prefazione di Giovanni Giorgi ; appendici di G.B. Angioletti ... [et al.]
Milano : Hoepli, 1934
Subhadra <bhikschu> (1852-1917)
De Lorenzo, Giuseppe <1871-1957>
Catechismo buddhistico per avviamento nella dottrina di Gotamo Buddho / di Subhadra Bhikshu ; tradotto in italiano da Giuseppe De Lorenzo
Napoli : Ricciardi, 1922
Whitehead, Alfred North
Banfi, Antonio <1886-1957>
La scienza e il mondo moderno / A. N. Whitehead ; con una introduzione di Antonio Banfi
Milano : Bompiani, 1945
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Note a' ricordi storici di Cesare Morisani
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| Nome e cognome dell'autore = Domenico Spanò Bolani
| Nome e cognome del curatore =
| Titolo = Note a' ricordi storici di Cesare Morisani
| Anno di pubblicazione = 1872
| Lingua originale del testo = italiano
| Nome e cognome del traduttore =
| Anno di traduzione =
| Progetto =
| Argomento = Risorgimento
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Spanò Bolani - Note a' ricordi storici di Cesare Morisani, Reggio C., Siclari, 1872.djvu
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<poem>
Di tempo in tempo. Ma nel mondo è buono
Tal che doni fa attorno, e se tu ancora
Hai tesori quaggiù, fanne ad altrui
Grazia cortese, nulla accumulando.
:Qual fondamento ha la ragion? chiedea,
E chi va lieto, di ragion per quelle
Ramora verdi e per le dolci fronde?
:Così rispose: È lieto il sapïente,
E lieto è pur colui che ha verecondia
E nascimento illustre. — A chi giovevole
È sapïenza? dimandò; chi mai
È scevro di saper, d’ogni periglio
Attorno cinto? — E quei rispose: Tale
Che suo senno alimenta, all’alma sua
Nutrimento procaccia, e reca frutti
L’anima nostra di ragione e senno
Per copia grande, ma son doglie e pene
E perigli per lei, se di ragione
V’ha mancamento. — Forse che saggezza
Di regal maestà cosa è migliore?
Chiedea quel saggio; e maestà e grandezza
Degne pur son di regal trono. — Il saggio,
Così rispose, sotto all’ale sue
Tutto, per maestà ch’egli possiede,
Raccoglie il mondo. Intelligenza vuolsi,
Nascimento cospicuo e maestate
E nome illustre, e ben sarà che il cielo
A te ripensi con amor, se queste
Quattro cose hai con te. — Chi dunque è degno,
In regia potestà, di regal seggio?
E chi per suo destin va doloroso?
:Veracemente in pria, rispose allora,
Giustizia ferma in principe sovrano
D’uopo è cercar, che di pietà il suo core
Ricco si fa ver chi giustizia chiede,
Per la sua grazia e per la legge sua,
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/326
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<poem>
Per nobile costume e per saggezza.
Seconda cosa è questa sì, ch’ei doni
Poter sovrano a chi, per sua del core
Vera bontà, degno sen mostra; e terza
È questa ancor che niuna cosa in terra,
Buona o trista ella sia, rimanga ascosa
Agli occhi suoi. Discerna al quarto loco
Da chi è amico, l’avverso. È cosa bella
Ne’ prenci di quaggiù che ad altri mai
Non tocchi offesa per lor opra; e quando
Intelligenza e maestà sovrana,
Fede e fortuna ha il re, di sua corona
Egli è ben degno, nobile ornamento
Di suo seggio regal. Che se non trovi
Cotesti pregi in re sovrano, senza
Onore il troverai, tristo il suo nome
Sì rimarrà dopo la morte sua,
Nè il lieto paradiso avrassi un giorno.
:Dimandavalo ancora il sacerdote
Del re d’umile ingegno; anche il chiedea
Dell’uom protervo, e dell’opre leggiadre
Che fan gli umani. E il prence rispondea:
:Cupidigia e bisogno ambi son Devi
Di malo ingegno e in loro oprar tenaci.
Chi soverchio desia, volgesi a quello
Devo maligno per la sua natura,
E s’egli assume per colmar tesori
Costume abietto, prendesi rancura
Per il tesoro ch’ei colmò; qual Devo
Che speranza non ha, pieno di turpi
Bisogni egli si rende incontanente,
Che ambo davver s’accordano esti due,
L’avaro e il Devo, in un costume solo.
:Quali e quante, chiedea, son le parole,
Se per alcune lagrimar n’è d’uopo,
Mentre per altre acquistasi il mortale
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<poem>
Tesori e serti e nome illustre, e questi
È dolente per quelle e per cotesto
Altri va lieto in ogni dolce brama?
:Così rispose: L’uom ch’è sapïente,
Spartì già tutte le parole e pose
Buon fondamento a’ suoi pensieri. E in pria
Parole son che recan frutto, e il saggio
Di soave parlar dice che sciolto
D’ogni danno son elle. E vi son anche
Quelle che appelli di scambievol fede
Proprie parole, e ben sai tu che sono
Detti cotesti d’uom facondo e vigile
Di core. Tante ei ne pronuncia, quante
Vengono all’uopo, e restano di lui
Documento quaggiù. Terzi que’ detti
Che l’uom facondo al tempo suo pronuncia,
Si ch’ei rimane in ogni tempo suo
Con molto onore. Al quarto loco, quelle
Parole son che il sapïente appella
Gradite al nostro cor, quali ripete
A nobile cantor l’uom che ha consiglio,
E quello poi versificando viene
I detti acconci, sia novella o antica
La sua leggenda. Al quinto loco, tutte
Son le parole che il mortal pronuncia
Con molto ardor, ma con dolce favella
E con tenera voce. Allor che alcuno
Queste e quelle parole insiem congiunge,
Dubbio non è che del cor suo la brama
Egli non tocchi. — Dissegli quel saggio:
:Lunga è stagione che tu apprendi e rechi
A quest’anima tua per sapïenza
Inclita luce. Eppur, da chi n’è indegno
Ancor dimandi. Oh! che di’ tu? Sapere
Quando mai toccherà giusto confine?
:Ogni qual volta da qualcuno appresi.
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<poem>
Disse, la voglia della mente mia
E dell’alma appagai. Volgi lo sguardo
A sapïenza e lungi dal peccato
Rimani e sta, che più d’assai di serto
E di trono regal pregiata cosa
È sapïenza. — Inver, disse colui.
Per apprender ch’uom faccia, unqua non vedo
Lode per esso o di gloria splendore.
Chi dir potrà ch’ei giunse a cotal punto,
Che nulla ei debba da maestri e savi
Udir più ancora? — Di regal tesoro
Chi mai si sazia, rispondea quel grande,
Se pur nell’ampio sen tutto nol cela
Spento la terra? Ma di sapïenza
È la porta davver più illustre e chiara
D’ogni tesoro, agli occhi d’ogni savio
Più prezïosa. Restano di noi
Qual documento le parole, e tu
Colmo tesoro e sapïenza pari
Non estimar. — Quel saggio anche gli disse:
Invecchia l’uomo, ancor se di dottrina
Avido è sempre e memore. — L’uom vecchio
E saggio, ei rispondea, per sapïenza,
Nè qui v’ha scampo, giovane ritorna;
E ben sarà, se tu all’uom stolto e giovane
Il preferisci, che valor non porta
Il cener suo fuorchè per la sua tomba.
:Signor di questa terra, ecco! ei chiedea.
Della fortuna degli antichi prenci
Lungo ricordo non facevi un giorno;
Oggi tu i nomi ne ricordi assai,
E sospirando vai dal sen profondo.
:Così rispose: Non è questo in core
Ch’io di me stesso encomïar costume,
Audace, ardisca. Governar fa d’uopo
Della giustizia con la spada acuta
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<poem>
Quest’ampia terra e uscirne poi, tapini
Abbandonarla. — Disse quei: Dapprima
Incliti detti più d’assai facevi;
Rapido or sei nelle parole e verbo
Mai non pronunci, non de’ nuovi tempi,
Non degli antichi. — Bastano, rispose,
Le già dette parole; or la mia aita
Cerco nell’opre mie. — Disse quel saggio:
Ne’ dì trascorsi, innanzi al sacro Fuoco,
Non eran lunghe le preghiere tanto.
Or tu, più che in que’ dì, canti le preci,
E nenie e cerimonie più d’assai
Son veramente. — E quei rispose: Iddio
Santo e verace da la terra umìle
Solleva il capo del suo servo. Il cielo
Ei fa suo curator, la terra tutta
Ei fa sua schiava. Ma se a questo servo
Non dà pregio l’Eterno, oh! mai non abbia
Scampo dal duolo e dall’affanno! — Ancora
Quei dimandava: Da quel tempo, o sire.
Che re qui fosti, quali furon grazie
A te più grandi dall’eterno Iddio,
Onde, per tal grandezza, inclita gioia
A noi s’accrebbe, e il cor de’ tuoi nemici
Fu sazio di dolor? — Così rispose:
:Grazia è questa di Dio che avemmo noi
Sorte propizia. Niuno a me dinanzi
Sua grandezza cercò, niuno apprestossi
La destra a male oprar per danno e offesa
Ch’egli avesse da me. Restò in battaglia
A me di contro il mio nemico oppresso,
Ratto ch’ei vide la mia clava e l’impeto.
:Dissegli ancora: In Orïente fosti,
Nelle battaglie tue, gagliardo e forte
E fiero avêi l’artiglio. Or, da che festi
Le tue battaglle in Occidente, assunto
Hai costume più tardo e lento assai.
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<poem>
{|
|-
|:Così rispose
|}
: L’uom ch’è giovinetto,
Mai non pensa a dolor, non a rancura
Dell’alma sua. Ma qual toccò sessanta
Degli anni suoi, s’acconcia volentieri
A più dolce costume. E grazia è questa
Di Dio, sovrano altor, da cui procede
La sorte lieta e la nemica. Un giorno,
Di gioventù nei dì, cercai virtudi,
Non obblïai qual cosa vile e sconcia
O il male e il bene. Ed or, nella vecchiezza,
Per l’adunata sapïenza e il senno,
Per i tesori e per la grazia mia,
Alla mia legge, al poter mio sovrano,
Sta soggetta la terra, e il ciel rotante
Nelle battaglie è quale usbergo mio.
:Dissegli il saggio: Lunghe feano inchieste
I prischi re per via secreta o aperta,
Ma scarse hai tu le tue parole e troppo
Serbi il secreto a’ prenci tuoi dinanzi.
:E quei rispose: Ogni gran re che fede
Abbia in Dio ch’è di noi sovrano altore,
Sè medesmo non serba nel corruccio
O nell’affanno mai, che guardia al mondo
È pur sempre Colui che un dì ’l creava.
:Ei dimandò: Quel re, gioioso un tempo,
A’ nostri giorni qui vegg’io pensoso.
:E quegli rispondea: Timor di danno
Serbasi in core l’uom ch’è saggio. — Disse:
:I prischi re da lor festanti cene
Recar l’anima al duolo e a le battaglie
Mai non solean. — Così rispose il grande:
:Per lor tazze ricolme, essi ricordo
Non fean nell’alma di bramata gloria.
Ma pensier de la gloria ecco! in me vinse
Delle tazze la brama, e al Fato incontro
Sempre ferma n’andò l’anima mia.
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<poem>
:Così rispose: L’uom ch’è giovinetto,
Mai non pensa a dolor, non a rancura
Dell’alma sua. Ma qual toccò sessanta
Degli anni suoi, s’acconcia volentieri
A più dolce costume. E grazia è questa
Di Dio, sovrano altor, da cui procede
La sorte lieta e la nemica. Un giorno,
Di gioventù nei dì, cercai virtudi,
Non obblïai qual cosa vile e sconcia
O il male e il bene. Ed or, nella vecchiezza,
Per l’adunata sapïenza e il senno,
Per i tesori e per la grazia mia,
Alla mia legge, al poter mio sovrano,
Sta soggetta la terra, e il ciel rotante
Nelle battaglie è quale usbergo mio.
:Dissegli il saggio: Lunghe feano inchieste
I prischi re per via secreta o aperta,
Ma scarse hai tu le tue parole e troppo
Serbi il secreto a’ prenci tuoi dinanzi.
:E quei rispose: Ogni gran re che fede
Abbia in Dio ch’è di noi sovrano altore,
Sè medesmo non serba nel corruccio
O nell’affanno mai, che guardia al mondo
È pur sempre Colui che un dì ’l creava.
:Ei dimandò: Quel re, gioioso un tempo,
A’ nostri giorni qui vegg’io pensoso.
:E quegli rispondea: Timor di danno
Serbasi in core l’uom ch’è saggio. — Disse:
:I prischi re da lor festanti cene
Recar l’anima al duolo e a le battaglie
Mai non solean. — Così rispose il grande:
:Per lor tazze ricolme, essi ricordo
Non fean nell’alma di bramata gloria.
Ma pensier de la gloria ecco! in me vinse
Delle tazze la brama, e al Fato incontro
Sempre ferma n’andò l’anima mia.
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<poem>
:Il sacerdote dimandò: Gli antichi
Monarchi, un giorno, a lor persona amiche
Volgean le cure con rimedi e balsami
E lattovari e con opra di medici,
Che non volean che lagrime di duolo
Lor bagnasser le membra. — E quei rispose:
:Incolume si resta il nostro corpo
Quando l’ora non è fatale e pronta
Che toccagli del ciel pei moti arcani.
Lattovari non giovano, e custode
N’è si ’l mutar di nostra sorte. Allora
Che giunge del partir l’ora segnata,
Non s’arresta il destin per studio e cura.
:Dissegli ancora il sacerdote: Preci
Tante fai tu, tante fai lodi a Dio
Autor del mondo, e non però del core
In alcun tempo sei giocondo, e sempre
Hai piena di pensier l’anima tua.
:Non son pensieri, ei rispondea, che il core
Di re sovrano col rotante cielo
È una sol cosa. Ma temiam di tale
Che adora sempre e nostra fede esalta.
Vuolsi maggior di chi che sia la lode
Verso l’Eterno, e noi de’ servi nostri
Il secreto cerchiam del cor profondo.
:Qual è gioia de’ figli, il saggio disse,
Qual è desìo di fauste nozze? — Tale
Che lascia il mondo a’ figli suoi, rispose,
Mai non si perde. E s’egli ha figli, dolce
N’ha godimento, e lungi va da lui
Per cotal godimento ogn’opra trista.
Che s’egli muor, si fa di lui più lieve
Ogni rancura, mentre il figlio suo
Ne vede impallidir lente le gote
Di sua morte nell’ora. — Oh! per chi mai
Dolce è il viver quaggiù? chiese quel saggio;
E chi si pente d’opere leggiadre?
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<poem>
Così rispose: L’uom devoto a Dio
Prendesi in man le redini del Fato;
Non però cerca augumentar de’ suoi
Agi la copia e trema in cor se pensa
Ad incremento. Per quel poi che detto
Hai tu dell’opre più leggiadre e oneste,
Del secreto del cor, dell’alma pronta
A belle imprese, intendi omai che niuno
Più sventurato è di cotale in terra
Che benefica ingrati. — E quei chiedea:
:Di chi male operando si morìa,
Cancella il mondo da’ registri suoi
Rapido il nome. Anche sen va colui
Da questa terra che ben fece, e numera
Intento il Fato ogni alitar di lui.
Deh! perchè adunque l’opere leggiadre
D’uopo è lodar, se vien la morte e miete
Buoni e malvagi? — L’opere leggiadre.
Così rispose, in ogni loco e sempre
Esiio han lieto, nè si muor colui
Ch’uom fu quaggiù beneficante. Pace,
Riposo ei trova, l’anima sua bella
A Dio rendendo. Ma se lascia alcuno
Malvagio nome dietro a sè, gli è male
Nel suo principio, nel suo fin gli è male,
Nè chi di lui restò pace ritrova,
E restane quaggiù fama non bella.
:Cosa peggior non è di morte, disse;
E s’ella è tal, qual arte contro a lei
Adopreremo? — E quei rispose: Allora
Che partirai da questa terra oscura.
Arte sarà se l’alma tua vedrai
Integra e pura. Ma di tal che visse
Nel duolo e nel timor, degna è di pianto
La vita grama. Sii tu prence o servo,
Il mondo correrai fra doglia e tema.
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<poem>
:Qual è di queste due cosa peggiore,
Disse, per cui siam noi pieni d’affanno,
Orbi di gioia? — E quei rispose: Pari
A una montagna nel tremendo peso
Nulla tu estimerai fuor de’ rimorsi
Che s’affollano al cor. Qual è timore,
Ove non sia temenza di rimorsi?
Niuna cosa è quaggiù più del rimorso
Grave e tremenda.— E quei chiedea: Deh! come
Potrem fuggirlo? che davver! fa d’uopo
Del mondo lagrimar per l’opre infide!
:Così rispose: Sapïenza! e il saggio
Eternamente ha la sua pace in core.
:Maggior tesoro chi ha di noi? richiese.
:Quegli, rispose, che più d’altri è scevro
Di travagli e di cure. — E quei chiedea:
:Qual è tristo difetto, onde il mortale
S’allontana da’ pregi e si dilunga
Dal paradiso? — In femmina, rispose.
Difetto è questo sì che in sua natura
Ella non abbia verecondia e voce
Dolce non abbia. In uom, peggior difetto
È questo sì, che ignaro egli si mostri,
Sì che il vivere suo gli è carcer tetro.
:Qual uom d’ogn’altro più tremendo? — Quello,
Tosto ei rispose, che dolor non sente
D’alcun rimorso. Egli va innanzi a Dio
Ed è carco di colpe, e negro ha il core
Per l’opere sue triste. — Oh! disse ancora,
Qual è l’uom giusto, di cui l’alma e il senno
In testimonio sono al cor! — Rispose:
:Quegli è cotal che s’affatica in tutti
I casi suoi, dolenti e lieti, e mai
A male oprar non cingesi le reni.
:Qual è miglior fra gli uomini, richiese,
Pari a corona fulgida sul capo
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<poem>
D’ogni mortal? — Quegli è colui, rispose,
Ch’è pazïente ed uman serto a sdegno
Tiensi qual cosa vil, che non s’affanna
Dell’util suo su l’orme, ed è pur sempre
D’alti consigli. Nè, s’è generoso,
Cerca mercè per generoso intento,
Ma fa grazia ad altrui, scaccia dal core
Ogn’ombra trista. Al terzo loco, è allora
Che ogni suo sforzo in Dio s’appunta, e quello
Procede sì da vero senno e d’alma
Intatta e pura. — Disse quei: Per quale,
Per qual mai cosa maggior tema nasce
De’ mortali nel cor? — Per la rancura
Dell’opre che l’uom fe’, rispose il prence.
:Qual è grazia miglior, chiese quel saggio.
Per cui più grande e più pregiato rendesi
Quei che la fece? — E bene e mal, rispose,
A chi n’è degno, ricusar non piaccia
A niun di voi. — Chiedea quel sacerdote:
:Per l’opre di quaggiù sciogli tu i detti
In secreto e in palese. Il suo costume
Forse che sceglierem, sia che ci piaccia,
Sia che danno ci adduca il volger cieco
Dell’opre di quaggiù? — Così rispose:
Per questa vôlta dell’antico cielo,
Memore e sapïente, inclito e grande
E sovrastante, ch’è supremo giudice
De’ giudicanti di quaggiù, malvagio
Costume non pigliar, ma sii tu sempre
Lungi da offese altrui, nè il mal, nè il bene
Riconosci dal ciel. Sappi che scendono
E il male e il bene da Colui che pari
A sè non ha, di cui nell’opre fine
O principio non è. Quand’egli dice:
«Sii!» ciò ch’Ei vuol, ratto si face, ed Egli,
Ei fu in eterno e sarà sempre. — Ancora
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<poem>
Il saggiò dimandò: Chi tocca mai
Senso ingrato di duol, che l’uman corpo
E qual breve soggiorno all’alme nostre?
:Rispose il re: Quest’involucro nostro,
Fin che cerèbro è in lui, senso di duolo
Toccasi ognora. E quando se ne scioglie
Lo spirito immortal, senso non have,
Nè incolume si resta l’uman corpo
Da che l’alma partì. — L’antico saggio
Inchiese ancor d’avvedutezza e disse:
:Da chi si può nascondere desìo,
Da chi bisogno? — E quei rispose allora:
:Desiderio e bisogno il saggio forse
Nascondere potrà. Ma tu pur sempre
In travaglio sarai pel tuo desire,
Chè sazietà d’accumular tesori
Unqua non troverai. — Quei dimandava:
:Fra i prischi re, per senno e per consiglio,
Per costume regal, per fede intatta,
Quale sai tu, signor di questa terra,
Che lodar possiam noi dopo sua morte?
Così rispose: Lodisi quel prence
Saggio, devoto a Dio, che a Dio signore
Mostrasi grato, per cui doglia mai
Altri non ha sgomento in cor, che ricco
Mantiene il cor di bella speme ad altri
Ch’è saggio e buono, e pieno e colmo sempre
Fa di cruccio e terror cor di malvagi,
Col suo tesor le sue falangi appresta,
Ricaccia del suo cor contro a’ nemici
Il fiero cruccio e dimanda consigli
Ai sapïenti de la terra e il male
E il bene ancor nasconde agli avversari.
:Modo qual è per adorar l’Eterno,
Il saggio dimandò, chi più si muove
A bene oprar per Dio? — Così rispose:
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<poem>
Quei che cerca sottil, l’anima sua
Anche del capo sovra un crin sottile
Securo può guidar. Primieramente,
Se alcuno afferma che v’è Iddio signore,
Unico Iddio, segno t’avrai che guida
Al bene egli ha, ben che non anche intègra.
Ei però sempre porge grazie a Dio
Per ogn’opera eletta e per Lui solo
Vive securo e per Lui sol s’immerge
Nello sgomento. Se del mal tu cerchi,
Sgomento allor t’avrai; da Dio sicuro
Andrai tu allor, che il ben ti cerchi. E ratto
Che sarai tu d’intatta fè, cercando
La via diritta, onor t’avrai dinanzi
Agli umani quaggiù. Che se tu male
Oprando vai, se reo principio poni,
Il carco suo già mandasi all’inferno
L’alma tua trista. Non mostrarti altero
Nel mondo infido, ch’ei da te nasconde
L’arcano suo pensier. Che se tu pensi
All’opre elette che la fè t’impone,
Rancura non avrai per buona e retta
Elezïon. Ti fa maestro al core
Senno verace, e perchè mai fortuna
Non t’inganni, t’adopra. Anche de’ rei
Soccorritor non sarai tu nell’opre
Triste ch’ei fanno, in lor contese, in quelli
Biasmi nefandi. Anche t’è d’uopo in core
Nascondere dolor di questa vita
Per l’altra che verrà, seder costante
Con la gente più saggia ed alla gioia
Eternamente volger l’alma. Eppure,
In un istante ogni gioir del mondo
Per noi trapassa, e vero senno mai
Gioia verace questa non estima.
Possa tu sempre a nobile consiglio,
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<poem>
A sapïenza, volger l’alma, e a Dio
La tua ragion facciasi guida. Ancora
Parole non dirai che ogni misura
Vincan passando, chè tu se’ alla terra
Novella forma, e assai più antico è il mondo.
D’un giorno sol la gioia passeggera
Ebbro mai non ti faccia, e con malvagi
Deh! mai non sia che tu soggiorni! Ancora
Da ciò ch’esser non può, distogli il core,
E dona intorno da donar le cose.
Ma di quanto t’avrai, verso gli amici
Non aver tu rancura, anche se gli occhi
Ei chiedono, o il cerèbro o le tue carni.
Che se a piatir discende con l’amico
L’amico suo, non vuolsi che in tal opra
Un mezzano intervenga. E se con tale.
Maligno e reo, di soggiornar t’è d’uopo.
Tanto adopra con lui che la sua mano
Ei non distenda contro a te. La via
Quando cercasi alcun di vero senno.
Pregi voglionsi in lui con verecondia
E costume cortese. Anche non vuolsi
Che vinca i pregi umana lingua, e Iddio
Fra i pregi altrui non conta la menzogna,
Ned ei fa stima di superbia altrui,
Nè per nulla egli stima un umil core.
Che se scioglie qualcun la lingua sua
Tristo e maligno, con quest’uom protervo
Non adirarti. E se qualcun si mostra
Debile in suo pensier, se i detti suoi
Van superando la misura, dentro
Giusta misura tu rispondi a lui.
Parole acconce in opra poni e lieto
Sempre favella. Che se altero vai
E impetüoso coi congiunti tuoi,
Pentimento verrà dalle parole.
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<poem>
Se ozïoso vai tu, deh! non lasciarti
Vinto a’ sollazzi; cosa vana e stolta,
Ove tu pensi, è il nulla far. Ma sempre,
In ogn’opra che fai, vuolsi gran cura
Ed ascoltar di sapïenza il detto.
Ad opra che corruccio e pentimento
Recasi al fine, porger tu non dêi
Unqua la mano, e per dolor che provi,
Dona agli afflitti e non recarne il core
Alla distretta ed al corruccio. Il saggio
Che pazïente rende il cor, dispetto
Mai non sarà dinanzi agli occhi desti
Di Dio signore. Ei sa davver che i pregi
A misura egli adoprasi in impresa,
Qualunque ei sian, ch’ei sua grandezza esalta
Per via d’amico. Ove non sia cotesto,
Superbia egli s’accresce e reo costume.
L’uom ch’è devoto a Dio, costui non tiene
Mai nell’affanno, se pur van dispersi
Anche tesori assai. L’arte sua bella
È verità, devoto animo a Dio,
E volgesi egli ancor da non concesso
Agli umani sentier, da ogni menzogna
Volgesi a dietro, e stende a tanta grazia
E ai verdi rami suoi la man bramosa,
Saggio e prudente nella fè, di Dio
Adorator con anima fedele.
Questo è il consiglio e questa è la via dritta,
E tu volgiti a Dio, riponi in Lui
La tua fiducia. Che se giusto sei,
O nobil sire, buona per la terra
Di te memoria resterà, qual pure
Di Nushìrvàn rimase a noi, che reso
Alla polvere ei fu, ma il nome suo
Giovane serba. Manifesto e chiaro,
Ben che sotterra, egli ha suo nome, e restano,
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<poem>
Documento di lui, l’inclite istorie.
Veracemente in tutte l’opre sue
Egli era giusto, e pur sempre n’è vivo
L’inclito nome. Fin che il ciel, la terra,
In lor loco saranno, i sapïenti
Faranno all’alma sua benedizione.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|XLV. Guerra con l’Imperatore di Grecia.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1774-1776).}}
<poem>
:Da un libro antico, a parole conformi
Di veridici dotti, ora si narra.
:Quando giunse novella in quest’amena
Terra d’Irania, a Kìsra imperatore,
Dal greco suol: «Vivi tu lieto! È morto
L’Imperator di Grecia e la sua terra
Lasciava ad altri e il tempo suo lasciava» —,
L’alma di Kìsra per la morte sua
Di corruccio fu piena e quelle gote,
Già rubiconde, com’arida foglia
Impallidîr. D’Irania un messaggiero
Ei scelse tosto, esperto un uom, di Persia
Nobile e grande, e l’inviò a quel figlio
Del morto sire, a quel fecondo ramo
Che verdeggiava. Molte gli dicea
Con eloquenza nobili parole,
Che niun ritrova da l’estremo danno
Scampo giammai. Un’epistola ei scrisse
D’affanno piena e di corruccio, gli occhi
Lagrimosi e dolenti, ambe le gote
Pallide, e disse: Ti conceda Iddio
Vivere in terra, amore ei ti conceda
Del padre tuo dopo la morte! Niuno
De’ viventi quaggiù fuor che per morte
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Giaccai
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{{Centrato|⁂}}
Poche strade alpine superano nell’orrido selvaggio quel tratto di via, che, seguendo il Piave da Cima Gogna, va a S. Stefano di Cadore: pochissime presentano, nell’in-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|xcii}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>dalla medicina. Già fino dai tempi di {{AutoreCitato|Maometto|Maometto}} vi avevano medici alla Mecca, educati alla scuola dei Greci; fra questi Hbereth ebn Kaldath sorse in grande nominanza, e venne da Maometto stesso altamente celebrato<ref>Abulfaragio, ''Hist. dynast.'', p. 158, {{AutoreCitato|Barthélemy d'Herbelot de Molainville|Herbelot}}, p. 450.</ref>; ma non fu che poscia che gli Arabi, guidati da Omar, si impadronirono dell’Egitto che l’araba medicina venne portata al grado di una scienza illuminata. Scrive {{AutoreCitato|Barebreo|Abulfaragio}}<ref>''Chron. Syr.'' p. 142.</ref> in proposito della medicina araba, che i Siriaci eressero sopra fondamenta greche l’edifizio che in progresso gli Arabi cercarono di sempre più abbellire, e ciò prova come i cristiani greci di Siria, in un però cogli Ebrei, fossero stati i maestri degli Arabi, traducendo in arabo le opere mediche: ma non ostante che tali traduzioni fossero in appresso la base di tutte le loro cognizioni, pure non mancarono essi di emergere con istudi loro particolari, mercè il favore prodigato da parecchi califfi. Quindi vediamo nella famosa Università di Bagdad un collegio dei medici presieduto da un capo, cui era commesso l’esame di tutti coloro che esercitar volevano l’arte medica. Una schiera innumerevole di dotti e studenti accorreva a quel collegio, sì che vuolsi se ne numerassero una volta ben seimila<ref>{{AutoreCitato|Leone l'Africano|Leone Africano}}, ''De phil. et med. arab.'', nel {{AutoreCitato|Johann Albert Fabricius|Fabricio}}, ''Biblioth. græc.'', vol. XIII, p. 274.</ref>: ivi numerosi spedali e farmacie erano aperte alla pubblica istruzione. Ciò che si era fatto a Bagdad, si fece in progresso ad Alessandria, a Damasco, a Tunisi, a Fez, a Marocco, a Cafa e nella Spagna. L’opera medica degli Arabi più antica sono le ''Pandette'' in 30 libri, di {{AutoreIgnoto|Ahran d’Alessandria}}, coetaneo di {{AutoreCitato|Paolo di Egina|Paolo di Egina}}: in essa trovasi la prima menzione del vaiuolo, scienza e criterio assai maravigliosi ove si consideri alle condizioni dei tempi<ref>Vedi l’analisi di quest’opera nello {{AutoreCitato|Kurt Sprengel|Sprengel}}, ''Storia
prammatica della medicina'', vol. I, pag. 182, traduzione ed edizione di Firenze.</ref>. Dschibrail, tanto celebre per la guarigione fatta della apoplessia di Aaron al Rashid col mezzo di un salasso, e per la paralisi guarita in una concubina di questo<ref>Egli la curò collo spavento e col pudore. Il califfo radunò tutta la sua corte in una sala, ove recossi anche la concubina, Dschibrail le si avvicino, ed alla presenza di tutti gli astanti tentò alzarle la gonna; ma ella inopinatamente sforsossi d’opporvisi, e in tal maniera riacquistò l’uso delle sue braccia.</ref>; Mesue il seniore, Masawaih, Hhonain, Hhobaisch, Serapione seniore, Alchindi, è particolarmente Rasis, Ali-ben Abbas, {{AutoreCitato|Avicenna|Avicenna}}, {{AutoreCitato|Serapione il Giovane|Serapione il giovane}}, Mesne il giovane, Albucasi, Avenzoar, Averroes e Beitar sono pure una rappresentanza gloriosa di questa scienza presso gli Arabi. E fu per questi che la scienza acquistò la cognizione dell’indole del vaiuolo dalla cura delle malattie dei bambini, della spina ventosa, della rosolia, dell’affetto ipocondriaco-malinconico, dell’operazione, della paracentesi, delle maniere di salassare, della febbre lento-nervosa che immortalò in questi tempi {{AutoreIgnoto|Huscam}}. {{AutoreCitato|Girolamo Fabrici d'Acquapendente|Acquapendente}} non si dichiara scolaro di {{AutoreCitato|Abu al-Qasim al-Zahrawi|Albucasi}}? {{AutoreCitato|Antoine Portal|Portal}} non trovò in questi moli invenzioni che diedero gloria al {{AutoreCitato|Ambroise Paré|Paré}} ed al Petit?<ref>Portal, ''Hist. de l’anatom.'', tom. I.</ref> Vuolsi da Sprengel che il pregiudizio dell’islamismo che vieta rigorosamente l’autopsia dei cadaveri, impedisse i progressi dell’{{AutoreCitato|ʿAbd al-Laṭīf al-Baghdādī|Abdollatif}} che i medici maomettani studiassero anatomia; ciò nondimeno noi leggiamo pure in accuratamente la struttura ossea del corpo umano, e ch’egli stesso inculca siccome l’anatomia non debba esser solo studiata nei libri, ma sui cadaveri umani<ref>Abdollatif, ''Mem. Egyp.'', lib. II, cap. 3, pag. 150; edizione di Tubinga 1789.</ref>. E come costui sapesse solo inculcare ma praticare una siffatta massima, lo si prova bastantemente dall’avere egli colle sue osservazioni rettificata la opinione di {{AutoreCitato|Galeno|Galeno}}, che faceva l’osso della mascella inferiore ed il sacro composti, il primo di due, l’altro di tre pezzi insieme uniti. Più avanti parlando dell’ottica vedremo come Hassan fosse valente nell’anatomia dell’occhio. È agli Arabi che la materia medica e la farmaceutica van debitrici della manna, del rabarbaro, della cassia e d’altri miti purganti; dell’uso del muschio, dell’ambra, del bezoar, dell’ancardio, della moscata, dell’acqua gelata nella cura di parecchie malattie. I nomi di alcool, di giulebbe o sciroppo, di looc, di nafta, di canfora, sono tutti di origine araba. Agli Arabi è dovuta la nascita della chimica, il lambicco, le prime analisi delle sostanze dei tre regni, le distinzioni e le affinità degli alcali e degli acidi, e l’arte di estrarre dai minerali e da altre sostanze distruttive della vita e della salute, rimedii per conservare l’una e l’altra. Leggete le opere di {{AutoreCitato|Jabir ibn Hayyan|Geber}} e in esse troverete i primi cenni di alcune preparazioni mercuriali, siccome del sublimato corrosivo, del precipitato rosso, dell’acqua forte e di altre chimiche combinazioni<ref>''Alchemia'' Gebri, Bero. 1545. {{AutoreCitato|Leopold Gmelin|Gmelin}}, ''Storia della chimica'', part. I, pag. 15-20. {{AutoreCitato|Hubert Franz Hoefer|Hoefer}}, ''Hist. de la chimic.''</ref>. Ben vi furono tra Arabi numerosi sognatori nella scienza chimica, ma di<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|xciii}}|riga=sì}}</noinclude>riscontro a questi vedete il sano e forte criterio di {{AutoreCitato|Avicenna|Avicenna}} e di {{AutoreCitato| Al-Kindi|Alchindi}} combattere la vanità di quei sogni, e il primo, dopo esaminati i libri più famosi degli alchimisti, dichiararli un matto accozzamento di frasi e menzogne, l’altro pubblicare un apposito trattato ''Delle fredi e degli errori degli alchimisti'' <ref>''Bibliot. arab.'' dei filosofi. Voce ''Alchindi''.
</ref>.
Quindi citeremo {{AutoreCitato|Abū Zayd al-Balkhī|Abu Said Alsekri}}<ref>''Storia degli animali''.</ref>, Asmai o {{AutoreIgnoto|Abusaid}}<ref>''Storia degli animali''. Vedi {{AutoreCitato|Barthélemy d'Herbelot de Molainville|Herbelot}}, pag. 134.</ref>, {{AutoreIgnoto|Avasi Mohamed}}<ref>''Storia degli animali'', opera di parecchi volumi, lodatissima da {{AutoreCitato|Ibn al-Khatib|Catib}} (''Bibliot. araba'').</ref>, {{AutoreIgnoto|Demiri Chealeddin}}<ref>''Storia degli animali'', opera vastissima, in cui non solo sono rappresentati ed illustrati i nomi degli animali, la loro natura, proprietà, qualità, virtù, educazione, ma sì anche i proverbi da loro presi, e decise le controversie che dalle varie loro specie nascono tra i dottori maomettani. {{AutoreCitato|Jacob Golius|Golio}}, {{AutoreCitato|Giuseppe Simone Assemani|Assemani}}, {{AutoreCitato|Oluf Gerhard Tychsen|Tychsen}}, {{AutoreCitato|Samuel Bochart|Bochart}}, fecero opere con solo alcune parti di
questo vasto lavoro. Esiste inedita una traduzione
francese di {{AutoreCitato|François Pétis de la Croix|Petit La Croix}}.</ref>, {{AutoreIgnoto|Giahed abu Othman}}<ref>''Trattato degli animali'', opera di cui approfittarono
{{AutoreCitato|Al-Damîrî|Demiri}} e Bochart.</ref>, che illustrarono la zoologia; {{AutoreIgnoto|Beitar}}, uomo di una prodigiosa erudizione, non pago delle cognizioni
acquistate sui libri, nella scienza botanica, va a rintracciarle nelle piante stesse sui campi e sui monti percorre la Spagna, la Grecia, l’Africa, l’Asia, e colle sue scoperte arricchisce di ben mille altre piante la botanica di {{AutoreCitato|Dioscoride|Dioscoride}}: {{AutoreCitato|Ibn al-Awwam|Awam}}, {{AutoreCitato|Rhazes|Razis}}, Avicenna, {{AutoreCitato|Averroè|Averroe}}, {{AutoreCitato|Al-Jazari|Alsari}} e i numerosi altri citati dal {{AutoreCitato|Miguel Casiri|Casiri}}<ref>''Bibliot. arab. hisp.'', tom. I, pag. 323. Veggasi pure {{AutoreCitato|Albrecht von Haller|Haller}}, ''Bibliot. botan.'' passim. {{AutoreCitato|Kurt Sprengel|Sprengel}}, ''Historia rei erbariæ'', passim.</ref> fanno negli studi botanici una gloriosa corona intorno a Beitar, appellato il {{AutoreCitato|Joseph Pitton de Tournefort|Tournefort}} degli Arabi. Il ''Trattato della cognizione dei minerali'', e l’altro ''delle miniere e dei minerali'' di {{AutoreCitato|Al-Maqrizi|Makrizi}}, offrono pur essi
bel saggio delle loro cognizioni mineralogiche; Makrizi aggiungasi Avicenna, sì celebre specialmente per la sua classificazione dei minerali che trovavasi ancora adottata non molti anni sono; ne aveva formato quattro classi: le ''pietre'', i ''metalli'', i ''zolfi'' o ''sostanze infiammabili'', ed i ''sali''; aveva inoltre dimostrata l’utilità della chimica nel distinguere i minerali, d’onde ebbe origine l’''analisi generale'' ed i saggi chimici e mineralogici per via umida.
Veniamo alle scienze matematiche. E primamente che non debbe l’aritmetica agli Arabi? Le opere di {{AutoreCitato|Thābit ibn Qurra|Thebit ben Corrah}} sui numeri poligoni, e su quei che si moltiplicano all’infinito; quelle di {{AutoreIgnoto|Aba Abdalla Mohamed}}, chiamato per antonomasia l’''aritmetico''; di {{AutoreIgnoto|Abu Barza}}, detto il ''calcolatore'', di quanti nuovi metodi, di cui però ben poco ci rimane oggidì, non hanno arricchita questa scienza? - La ''regola di falsa posizione'' non è essa stessa un’invenzione degli Arabi, i quali la chiamavano col nome di ''elcatai''<ref>{{AutoreCitato|Luca Pacioli|Luca di Borgo San Sepolcro}}, ''Somm. d’aritm. e di geometria''. {{AutoreCitato|William Beveridge|Bevereggio}}, ''Arithm. cronolog.'', lib. I.</ref>. Non è agli Arabi che noi dobbiamo l’uso delle cifre indiane che ritengono pure il nome di arabiche<ref>''Disc. prèl. Encyclop. méthod. mathém.''</ref>. Che non fecero gli Arabi nell’algebra? {{AutoreCitato|Muhammad ibn Musa al-Khwarizmi|Mohamed ben Musa}} sì versato in questa scienza da farlo dire inventore di essa, Thebit ben Corrah che giunse perfino a dar problemi algebraici da comprovarsi con geometriche dimostrazioni; {{AutoreCitato|Omar Khayyam|Omar ben Ibraim}} che scrisse un trattato di ''Algebra delle equazioni cubiche'', senza parlare delle opere di {{AutoreIgnoto|Ahmed Altajeb}}, di {{AutoreCitato|Ibn al-Banna al-Marrakushi|Ebn Albanna}}, di {{AutoreIgnoto|Kosein}}, di {{AutoreCitato|Ibn Mu'adh al-Jayyani|Jahia}}, di {{AutoreIgnoto|Tejoddin}}, ed infiniti altri, ben rivelano a quale progresso avessero gli Arabi spinta la scienza algebrica. I già citati {{AutoreCitato|Thābit ibn Qurra|Thebit ben Corral}} ed {{AutoreCitato|Al-Kindi|Alchindi}} erano nella geometria salutati come gli {{AutoreCitato|Archimede|Archimedi}} e gli {{AutoreCitato|Apollonio di Perga|Apollonii}} della loro nazione. «Gli Arabi, dice {{AutoreCitato|Charles Bossut|Bossut}}, diedero al calcolo trigonometrico la forma che conserva anche oggidi, almeno quanto ai principii. Essi sostituirono l’uso dei seni a quello delle corde che adoperavasi prima, e con questo resero più semplici e più facili le operazioni della geometria pratica<ref>{{AutoreCitato|Alexandre Sarrazin de Montferrier|Montferrier}} ha fatto conoscere un opuscolo di aritmetica di Avicenna, che è una esposizione delle radici del calcolo e dell’aritmetica. Vedi ''Dictionnaire des Sciences mathématiques'', tom. I, pag. 141.</ref>». Giudizio ben giustificato dal libro ''Delle sfere'' di {{AutoreIgnoto|Mohamed ben Musa}}, dalle opere di {{AutoreCitato|Muḥammad ibn Jābir al-Ḥarrānī al-Battānī|Albatenio}}, dal trattato sui seni retti di {{AutoreCitato|Ahmad ibn Muhammad ibn Kathir al-Farghani|Alfragano}}, da quello delle tavole dei seni, e del loro uso nella trigonometria di {{AutoreIgnoto|Abdelazis Massudi}} e dalle opere di {{AutoreIgnoto|Hassen}}, che colla trisezione dell’angolo e colle ricerche sulle due medie proporzionali per la duplicazione del cubo, risolse problemi stati insolubili agli antichi. Vedete a qual punto arrivassero nelle matematiche applicate nei ''Trattati di mecanica'' di {{AutoreCitato|Al-Jazari|Gezeri Abulaz}}, e dei tre figli di Mose ben Musa, Mohamed cioè Ahmed, ed Hassen. Il libro d’idraulica del succitato Gezeri, i trattati ''Delle cose che galleggiano sull’acqua, e di quelle che in esse s’immergono'', mostrano siccome gli Arabi non attendessero solo alla pratica de’ loro canali ed acquedotti, ma si dedicassero si anche alle idrostatiche teorie. {{AutoreCitato|Abū Naṣr Muḥammad ibn Muḥammad Fārābī|Alfarabi}}, che nel II libro de’ suoi ''Elementi di musica'' espone i sentimenti dei teorici ch’erano giunti a sua notizia, e mostra quanto<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|xcv}}|riga=sì}}</noinclude>tenne l’attenzione degli Arabi. Ricevettero essi il corpo intero delle opere di {{AutoreCitato|Aristotele|Aristotele}}, a dir vero,
coll’intermediario fallace del neoplatonismo ed in
traduzioni molto imperfette<ref>Ciò venue asserito da {{AutoreCitato|Wilhelm Gottlieb Tennemann|Tenneman}}, ''Manuale della storia della filosofia'', part. 1. §. 225, e molto bene provato da
{{AutoreCitato|Amable Jourdain|Jourdain}} e {{AutoreCitato|Johann Gottlieb Buhle|Buhle}}.</ref>. Unirono a questo studio quello delle matematiche, della
storia naturale e della medicina. Ma parecchi ostacoli arrestarono i loro progressi in filosofia; il loro testo sacro che era d’impedimento al libero uso della ragione: un partito possente e soverchiatore tutto dato all’ortodossia: l’autorità dispotica concessa ad Aristotele congiunta alla difficoltà di ben intenderlo: e la tendenza nazionale alla superstizione. Quindi nulla più seppero essi fare che interpretare, e spesso snaturare la filosofia aristotelica<ref>{{AutoreCitato|Eusèbe Renaudot|Renaudot}}, ''De barbaricis Aristotelis librorum versionibus disquisitio''. Nella ''Bibliot. græc.'' di {{AutoreCitato|Johann Albert Fabricius|Fabrizio}} tom. XII.</ref>, ed applicarla alla esposizione della loco religione che imponeva una cieca fede. Da ciò nacque presso loro una filosofia alquanto simile a quella dei popoli cristiani del medio evo, medesimamente preoccupata di argutezze dialetiche, ed avente per base la religione positiva. A questa scienza di vane formole si unì il misticismo, specialmente tra la setta panteistica dei ''sofis'' o ''ssuffis'', fondati circa il secondo secolo dell’egira da {{AutoreCitato|Abu Saʿīd ibn Abi l-Khayr|Abu Said Abu Cheir}}, setta sparsa anche al dì d’oggi nella Persia e nell’India<ref>''Ssufismus sive theosophia Persarum panteistica, quam e ms. Biblioth. regiæ Berol., Persicis, Arabicis, ecc. eruit, atque illustravit F. A. D. Tholuk.'' Berlino 1821. {{AutoreCitato|August Tholuck|Tholuk}} provò come il sofismo non sia nato nell’India e nella Persia, come comunemente si pensava, ma siasi formato nel seno dell’islamismo. {{AutoreCitato|Joseph von Hammer-Purgstall|Hammer}} però lo combattè nella Gazzetta di Lipsia 1822, n° 252-58.</ref>. Tuttavia {{AutoreCitato|Al-Kindi|Alchindi}} di un vastissimo e svariato sapere, {{AutoreCitato|Abū Naṣr Muḥammad ibn Muḥammad Fārābī|Alfarabi}} chiamato il secondo institutore dell’intelligenza, il cui trattato di logica fu lungamente il libro classico degli scolastici; {{AutoreCitato|Avicenna|Avicenna}}, pensatore assai originale nel commentario sulla metafisica di Aristotele<ref>''Methaphysica'', Venet. 1495.</ref>; {{AutoreCitato|Al-Ghazali|Algazel}}, scettico acutissimo che seppe combattere con molto ingegno a pro del sopranaturalismo il principio dell’armonia delle cause, il sistema delle emanazioni, e la sostanzialità dell’anima; {{AutoreCitato|Ibn Tufayl|Thopail od Abubekr}}, celebre pel suo romanzo filosofico intitolato ''Hai ben Yokdan'' (l’uomo della natura)<ref>''Philosophus antedoctus'', trad. lat. di {{AutoreCitato|Richard Pococke|Pocock}}, Oxon. 1761, quindi di {{AutoreCitato|Johann Gottfried Eichhorn|Eichhorn}}, Berlino 1783.</ref>, nel quale sviluppa in modo originale la dottrina entusiasta dell’intuizione dei neoplatonismo, offrono pur sempre un argomento glorioso delle attitudini filosofiche degli Arabi<ref>{{AutoreIgnoto|Scehristani}} nel suo ''Trattato delle sette religiose e filosofiche'' edito in arabo a Londra nel 1842, porge preziose notizie di molti altri filosofi della sua nazione, come pure la ''Storia dei filosofi'' di {{AutoreIgnoto|Abulkassem}}.</ref>. Averroe sorpassò tutti i filosofi arabi forse più nella celebrità, che non nel merito reale del sapere
e del genio; ingegno però perspicace e moderato crede nella verità del {{TestoCitato|Corano|Corano}}, ma considerandolo come un testo popolare d’insegnamento religioso, ed ammettendo la necessità di stabilire la dottrina sopra una base scientifica.
Ma lasciando la serie degli autori che attesero a ciascuno dei varii rami particolari delle scienze, noi staremo paghi di accennare a quei soli che somiglianza delle nostre grandiose opere generali, riassunsero in una sintesi enciclopedica tutto il sapere della nazione; e per tacere degli altri citeremo {{AutoreIgnoto|Alvardi Serageddin}}<ref>''Charidat alagiaib'' (Tesoro delle meraviglie), opera lodatissima dagli Arabi e dagli Europei: l’{{AutoreIgnoto|Avrivillio}}, il {{AutoreCitato|Olof Celsius|Celsio}}, {{AutoreIgnoto|Köhler}}, {{AutoreIgnoto|Hilandro}} e {{AutoreIgnoto|Norberg}}, {{AutoreIgnoto|Frachn}} ne tradussero e pubblicarono parecchie parti.</ref>, {{AutoreCitato|Zakariyya al-Qazwini|Kazvini}}<ref>''Agiaib almachlakat'' (Meraviglie delle creature). Questa immensa opera tratta degli esseri superiori, delle sfere celesti, dei pianeti, delle stelle fisse, delle costellazioni, della luna, dei segni del zodiaco, del tempo, dei giorni, delle notti, dei mesi e degli anni degli Arabi, dei Persiani, dei Greci e quindi degli esseri inferiori, degli elementi, delle meteore, dei mari monti, fiumi, fontane, pozzi, metalli, animali, pietre, piante, e del corpo umano con un corollario di
alcuni mostri. {{AutoreCitato|Ahmad ibn Muhammad ibn Kathir al-Farghani|Alfragano}}, {{AutoreCitato|Thomas Hyde|Hyde}}, {{AutoreCitato|Giuseppe Simone Assemani|Assemani}}, {{AutoreCitato|Samuel Bochart|Bochart}}, {{AutoreCitato|Samuel Friedrich Günther Wahl|Wahl}}, {{AutoreCitato|Wilhelm Friedrich Hezel|Hezel}}, {{AutoreCitato|Johann Jahn|Jahn}}, {{AutoreCitato|Antoine-Isaac Silvestre de Sacy|Sacy}}, {{AutoreCitato|Antoine-Léonard de Chézy|Chezy}} pubblicarono e tradussero molte parti di quest’opera.</ref> che sono ambidue i {{AutoreCitato|Gaio Plinio Secondo|Plinii}} degli Arabi. Ove poi vogliate estendere l’enciclopedismo a tutti i rami dello scibile, vedete la vasta opera di {{AutoreIgnoto|Salamì Abdalmalech}}, autore di mille e cinquanta libri, dei quali sette riguardanti l’etica, quindici la genealogia e storia, otto il gius delle genti, sessanta la medicina, novanta l’arte militare ed equestre ecc.<ref>Veggasi la ''Biblioteca araba'' di {{AutoreCitato|Ibn al-Khatib|Catib}} presso il {{AutoreCitato|Miguel Casiri|Casiri}}, tom. II, pag. 107.</ref>, l’Enciclopedia tanto celebrata di {{AutoreCitato|Abū Naṣr Muḥammad ibn Muḥammad Fārābī|Farabi Abunassar}}, quella di Ebn Sina abu ({{AutoreCitato|Avicenna|Avicenna}}), che egli stesso illustra poscia con un commento di ben altri 20 volumi, le innumerevoli opere di {{AutoreCitato|al-Suyuti|Sojuti Gelaleddin}}, il {{AutoreCitato|Gottfried Wilhelm von Leibniz|Leibnitz}} dell’Egitto, quelle di {{AutoreCitato|Nasir al-Din al-Tusi|Nassireddin}}, di {{AutoreCitato|Al-Maqrizi|Makrizi}}<ref>Per le opere di questi tre vedi il ''Dizionario storico degli autori arabi'', di {{AutoreCitato|Giovanni Bernardo De Rossi|De Rossi}}.</ref>, vedete infine il sommo già menzionato Alchindi, detto la fenice degli Arabi, e che {{AutoreCitato|Gerolamo Cardano|Cardano}} celebrava per uno dei dodici più sublimi ingegni che fino al suo tempo fossero comparsi al mondo. Profondo in ogni disciplina dei Greci, dei Persi, degl’Indiani, nella filosofia come nella medicina, ed in ogni<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|xcvi}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>parte delle matematiche, seppe applicar queste alle scienze dell’idrostatica, della meteorologia, dell’ottica; in ogni ramo della fisica: dotto politico, storico, naturalista, tutto aveva saputo la vasta sua mente comprendere<ref>{{AutoreCitato|Miguel Casiri|Casiri}}, op. cit., tom. I, pag. 255. {{AutoreCitato|Juan Andrés|Andres}}, ''Dell’origine e progresso d’ogni letteratura'', tom. V, pag. 508.</ref>.
Ma niente più prova la vastità enciclopedica della letteratura degli Arabi quanto le loro storie letterarie d’ogni scienza, le loro biografie, i loro dizionari storici e biografici. {{AutoreCitato|Ali ibn Abbas al-Majusi|Ali Abbas}} nella sua Al Malek (''la regia'') vi porge una compiuta storia della medicina e dei medici arabi; un’altra e ancor più compiuta ve la dà {{AutoreCitato|Al-Qifti|Semaleddin Ebn Kofti}}. {{AutoreIgnoto|Ablel mulek}} col suo ingente dizionario storico, {{AutoreCitato|Ibn Khallikan|Chalecan}} ancor più esatto e più copioso nella sua ''Storia degli uomini illustri'', porgono in ordine alfabetico la patria, la nascita, la vita, le gesta, le opere, la morte degli Arabi di ogni nazione e di ogni età che si distinsero nella scienza, nella letteratura, nella politica, in ogni arte della pace e della guerra. Il ''Chilab alagani'' di {{AutoreCitato|Abū l-Faraj al-Iṣfahānī|Abulfaragio Ali}} è pure una apprezzatissima storia letteraria degli Arabi, tanto avanti che dopo {{AutoreCitato|Maometto|Maometto}}, {{AutoreCitato|Ibn al-Faradi|Abulvalid}}, che può dirsi il {{AutoreCitato|Girolamo Tiraboschi|Tiraboschi}}
degli Arabi, vi offre egli solo una ''Storia degli uomini illustri'', una ''Biblioteca dei poeti arabi fioriti in Ispagna'', un ''Dizionario storico-critico'' che espone chiari ed interi i nomi ambigui o tronchi degli autori arabi. {{AutoreIgnoto|Kaissi}} ne’ suoi ''Elogi degli uomini illustri per erudizione e per poesia'', e negli immani suoi due volumi ''Dei principi, giudici e letterati benemeriti''; {{AutoreCitato|Al-Ghazali|Gazali}} colla ''Erudizione delle arabiche antichità'' in cui ampiamente si discorre degli studi e delle invenzioni degli Arabi e più altri autori tradotti che fossero in qualche lingua europea, mostrerebbero la verità del giudizio di {{AutoreCitato|Antoine-Isaac Silvestre de Sacy|Sacy}}<ref>''Magaz. encyclop.'' Avril 1809.</ref> quando scrisse come la difficoltà di formare una storia letteraria degli Arabi sta appunto nella soverchia abbondanza dei libri che hanno gli Arabi in questa materia composti.
Che diremo delle belle arti degli Arabi? Noi non abbiamo finora documento alcuno che riveli lo stato della scultura e della pittura presso di loro, ben abbiamo monumenti che attestano la grandiosità loro nelle opere architettoniche. E poichè gli Arabi adottarono le arti che trovarono fiorenti nei paesi conquistati, non è a maravigliare se nei grandi edifizi urbani essi adottarono in certo qual modo la maniera di costruzione dei Greci, se la loro architettura nell’Asia minore,
nella Siria, nella Palestina, nell’Egitto, nell’Africa,
nella Sicilia e nella Spagna, rassomiglia generalmente a quella di Costantinopoli; se incontransi l’arco del magnifico acquedotto di {{AutoreCitato|Giustiniano I|Giustiniano}} e la cupola della chiesa di s. Marco nelle grandiose fabbriche d’Ispahan, nella moschea erettasi a Gerusalemme sul luogo dove esisteva il tempio
di {{AutoreCitato|Salomone|Salomone}}, in quella del Cairo edificata in onore di Omar, e nella gran sala della stessa città stata da Saladino ridotta in fortezza nel 1171. Ciò che è a notarsi circa la storia dello sviluppo e dell’influenza esercitata sull’arte dallo stile degli Arabi, si è, come nota {{AutoreCitato|Thomas Hope|Hope}}, che in tutti quei luoghi dove la dominazione araba si mantea per un lungo spazio di tempo, scorgesi l’arco e la volta seguire le varie fasi cui soggiacquero nella loro terra natale. L’arco composto, scemo, l’arco a segmenti di circolo, persino l’arco a ferro di cavallo furono successivamente di moda a Costantinopoli e nel resto dell’impero greco; di quivi trapassarono poscia di mano in mano nelle città d’Italia collegate commercialmente o politicamente con questo impero. Lo stesso avvenne nei varii paesi sottoposti al
dominio maomettano: così pure nella tomba di Maometto alla Mecca, come in quella della Vergine a Gerusalemme, o nella sala di Saladino a Cairo, riscontrasi già l’arco non solo colle due linee curve intersecantisi, ma ad angoli acuti con lembi assai dilatati: il che viene considerato in Europa siccome l’ultima modificazione dello stile acuto o composto. Nella Spagna la forma preferita fu l’arco a ferro di cavallo, che venne poscia adottata dai cristiani. La si trova a Granata nell’Albambra, e nel Generalif: a Siviglia nell’Alcazar,
a Cordova nella magnifica moschea, a Toledo nella vecchia porta araba. Generalmente l’architettura moresca sfoggiò varietà nelle sue composizioni con ricchezza e finezza di ornati sculti (escludendo però le forme umane); usava innumerevoli colonne di marmo talvolta con archi capricciosi, rigonfiati sopra il capitello; traforando muraglie enormi, ornando con questi trafori
gallerie, poggiuoli, archivolti, finestre (occhi
rosoni); ovunque ponendo fregi, mosaici, intrecci di trafori, di fiori, di fogliami. In qualche edifizio dice {{AutoreCitato|Pierre Toussaint de Chazelle|Dachazelle}}<ref>''Studii della storia delle arti'' ecc. Venezia 1835.</ref> mostrò ardimento costuendo angoli apparentemente esili nella base o pel basamento, e sovraponendovi in contraposto masse di straordinario volume.
Riepilogando pertanto in breve tutto ciò che venne dagli Arabi importato nel progresso dello scibile umano, potremmo primamente asserire dovere l’Occidente ad essi la conservazione e la<noinclude><references/></noinclude>
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Ma niente più prova la vastità enciclopedica della letteratura degli Arabi quanto le loro storie letterarie d’ogni scienza, le loro biografie, i loro dizionari storici e biografici. {{AutoreCitato|Ali ibn Abbas al-Majusi|Ali Abbas}} nella sua Al Malek (''la regia'') vi porge una compiuta storia della medicina e dei medici arabi; un’altra e ancor più compiuta ve la dà {{AutoreCitato|Al-Qifti|Semaleddin Ebn Kofti}}. {{AutoreIgnoto|Ablel mulek}} col suo ingente dizionario storico, {{AutoreCitato|Ibn Khallikan|Chalecan}} ancor più esatto e più copioso nella sua ''Storia degli uomini illustri'', porgono in ordine alfabetico la patria, la nascita, la vita, le gesta, le opere, la morte degli Arabi di ogni nazione e di ogni età che si distinsero nella scienza, nella letteratura, nella politica, in ogni arte della pace e della guerra. Il ''Chilab alagani'' di {{AutoreCitato|Abū l-Faraj al-Iṣfahānī|Abulfaragio Ali}} è pure una apprezzatissima storia letteraria degli Arabi, tanto avanti che dopo {{AutoreCitato|Maometto|Maometto}}, {{AutoreIgnoto|Abulvalid}}, che può dirsi il {{AutoreCitato|Girolamo Tiraboschi|Tiraboschi}}
degli Arabi, vi offre egli solo una ''Storia degli uomini illustri'', una ''Biblioteca dei poeti arabi fioriti in Ispagna'', un ''Dizionario storico-critico'' che espone chiari ed interi i nomi ambigui o tronchi degli autori arabi. {{AutoreIgnoto|Kaissi}} ne’ suoi ''Elogi degli uomini illustri per erudizione e per poesia'', e negli immani suoi due volumi ''Dei principi, giudici e letterati benemeriti''; {{AutoreCitato|Al-Ghazali|Gazali}} colla ''Erudizione delle arabiche antichità'' in cui ampiamente si discorre degli studi e delle invenzioni degli Arabi e più altri autori tradotti che fossero in qualche lingua europea, mostrerebbero la verità del giudizio di {{AutoreCitato|Antoine-Isaac Silvestre de Sacy|Sacy}}<ref>''Magaz. encyclop.'' Avril 1809.</ref> quando scrisse come la difficoltà di formare una storia letteraria degli Arabi sta appunto nella soverchia abbondanza dei libri che hanno gli Arabi in questa materia composti.
Che diremo delle belle arti degli Arabi? Noi non abbiamo finora documento alcuno che riveli lo stato della scultura e della pittura presso di loro, ben abbiamo monumenti che attestano la grandiosità loro nelle opere architettoniche. E poichè gli Arabi adottarono le arti che trovarono fiorenti nei paesi conquistati, non è a maravigliare se nei grandi edifizi urbani essi adottarono in certo qual modo la maniera di costruzione dei Greci, se la loro architettura nell’Asia minore,
nella Siria, nella Palestina, nell’Egitto, nell’Africa,
nella Sicilia e nella Spagna, rassomiglia generalmente a quella di Costantinopoli; se incontransi l’arco del magnifico acquedotto di {{AutoreCitato|Giustiniano I|Giustiniano}} e la cupola della chiesa di s. Marco nelle grandiose fabbriche d’Ispahan, nella moschea erettasi a Gerusalemme sul luogo dove esisteva il tempio
di {{AutoreCitato|Salomone|Salomone}}, in quella del Cairo edificata in onore di Omar, e nella gran sala della stessa città stata da Saladino ridotta in fortezza nel 1171. Ciò che è a notarsi circa la storia dello sviluppo e dell’influenza esercitata sull’arte dallo stile degli Arabi, si è, come nota {{AutoreCitato|Thomas Hope|Hope}}, che in tutti quei luoghi dove la dominazione araba si mantea per un lungo spazio di tempo, scorgesi l’arco e la volta seguire le varie fasi cui soggiacquero nella loro terra natale. L’arco composto, scemo, l’arco a segmenti di circolo, persino l’arco a ferro di cavallo furono successivamente di moda a Costantinopoli e nel resto dell’impero greco; di quivi trapassarono poscia di mano in mano nelle città d’Italia collegate commercialmente o politicamente con questo impero. Lo stesso avvenne nei varii paesi sottoposti al
dominio maomettano: così pure nella tomba di Maometto alla Mecca, come in quella della Vergine a Gerusalemme, o nella sala di Saladino a Cairo, riscontrasi già l’arco non solo colle due linee curve intersecantisi, ma ad angoli acuti con lembi assai dilatati: il che viene considerato in Europa siccome l’ultima modificazione dello stile acuto o composto. Nella Spagna la forma preferita fu l’arco a ferro di cavallo, che venne poscia adottata dai cristiani. La si trova a Granata nell’Albambra, e nel Generalif: a Siviglia nell’Alcazar,
a Cordova nella magnifica moschea, a Toledo nella vecchia porta araba. Generalmente l’architettura moresca sfoggiò varietà nelle sue composizioni con ricchezza e finezza di ornati sculti (escludendo però le forme umane); usava innumerevoli colonne di marmo talvolta con archi capricciosi, rigonfiati sopra il capitello; traforando muraglie enormi, ornando con questi trafori
gallerie, poggiuoli, archivolti, finestre (occhi
rosoni); ovunque ponendo fregi, mosaici, intrecci di trafori, di fiori, di fogliami. In qualche edifizio dice {{AutoreCitato|Pierre Toussaint de Chazelle|Dachazelle}}<ref>''Studii della storia delle arti'' ecc. Venezia 1835.</ref> mostrò ardimento costuendo angoli apparentemente esili nella base o pel basamento, e sovraponendovi in contraposto masse di straordinario volume.
Riepilogando pertanto in breve tutto ciò che venne dagli Arabi importato nel progresso dello scibile umano, potremmo primamente asserire dovere l’Occidente ad essi la conservazione e la<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|xcvii}}}}</noinclude>prima cognizione della maggior parte dei monumenti della greea e della romana sapienza (tranne quelli della letteratura), dalle reliquie dei quali rampollò in progresso la rigenerazione delle scienze, fisiche, naturali e matematiche; ad essi è dovuta la sapienza stessa di quei pochi uomini che nelle tenebre generali dell’Europa brillarono di qualche luce; siccome Gerberto, poscia {{AutoreCitato|Papa Silvestro II|papa Silvestro II}}, {{AutoreCitato|Campano da Novara|Campano di Novara}}, {{AutoreCitato|Gherardo da Cremona|Gerardo cremonese}}, {{AutoreCitato|Pietro Abelardo|Atelardo}}, {{AutoreCitato|Daniele di Morley|Morley}}, che tutti viaggiarono alle dcuole arabo-ispane, come si viaggiò poco dopo alla Università di Parigi, onde erudirsi<ref>Vedi le prove di ciò in Andres, ''Orig. e progress. di ogni letter.'' ecc. lib. I, cap. IX.</ref>: lo stesso {{AutoreCitato|Ruggero Bacone|Ruggero Bacone}}, il più grand’uomo dei tempi e così superiore alle cognizioni dei suoi stessi contemporanei, da essere da costoro attribuita la sua scienza a magiche operazioni ed a sue comunicazioni con gli spiriti infernali, Ruggero Bacone si professò sempre ne’ suoi scritti scolaro degli Arabi, e fra le molteplici cognizioni attinte a costoro, apprese egli da {{AutoreCitato|Alhazen|Alhazen}} (nel libro VII dell’''Ottica'') tutto ciò che poscia si attribui a sua invenzione circa il cannocchiale ed il telescopio<ref>Ciò venne molto bene provato da {{AutoreCitato|Robert Smith|Smith}}, op. cit., lib. I, cap. III, nota 26, e da Montucla, ''Hist. des Math.'', part. III, lib. I.</ref>, dalle opere di {{AutoreCitato|Avicenna|Avicenna}} tutto ciò che seppe di medicina<ref>Freind, ''Hist. med.'', pag. 151.</ref>; nè d’altronde che dagli Arabi attinse le notizie che, circa la polvere, espose egli nel suo ''Opus majus'' ed altrove<ref>Veggasi su di ciò il citato Andres, lib. I, cap. IX.</ref>. Ma noi saremmo infiniti se tutti annoverar volessimo i beneficii che la scienza degli Arabi apportò alla coltura dell’Occidente; su di ciò ponnosi consultare le opere di {{AutoreCitato|Herman Boerhaave|Boerbaave}}, {{AutoreCitato|Samuel Bochart|Bochart}}, {{AutoreCitato|Albrecht von Haller|Haller}}, {{AutoreCitato|John Freind|Freind}}, {{AutoreCitato|Richard Pococke|Pocock}}, {{AutoreCitato|Théophraste Renaudot|Renaudot}}, {{AutoreCitato|Giuseppe Simone Assemani|Assemani}}, {{AutoreCitato|Jean-Étienne Montucla|Montucla}}, {{AutoreCitato|Louis Dutens|Dutens}}, {{AutoreCitato|Thomas Hyde|Hyde}}, {{AutoreCitato|Jean Sylvain Bailly|Bailly}}, {{AutoreCitato|Juan Andrés|Andres}} e più altri, i quali tutti chi in un ramo, e chi in un altro, dimostrarono i scientifici progressi dovuti agli Arabi. Noi per formolare in breve i più importanti trovati di cui va la scienza moderna ad essi debitrice, e senza ripetere quanto già accennammo riguardo alle scienze matematiche, chimiche e naturali, diremo dovuta ad essi l’invenzione o almeno l’introduzione della carta<ref>Ciò venne molto eruditamente provato dall’Andres, op. cit., lib. I, cap. X.</ref>, della polvere<ref>Veggasi il {{AutoreCitato|Louis-Mathieu Langlès|Langlès}} in una sua Memoria inserita nel ''Magaz. encyclop.'', anno IV, 1798, tom. I, pag. 333, il {{AutoreCitato|Christophe-Guillaume Koch|Koch}}, ''Tableau des révolutions de l’Europe'', {{Ec|tom|tom.}} II, pag. 30-31, e l’Andres, op. cit., lib. I, cap. X.</ref>, della bussola; l’arte nautica ridotta a principii matematici<ref>Ciò si prova dall’opera anonima, ''De arte nautica'', citata dal Casiri (tom. I, pag. 6), e dall’altra, ''De syderibus, eorumque occasu ad artis nautica usum accommodatis'', di {{AutoreCitato|Thābit ibn Qurra|Thabit ben Corrah}}, pure citata dal Casiri (tom. I, pag. 588).</ref>: forse l’uso del pendolo per la misura del tempo<ref>Veggasi la lettera di {{AutoreCitato|Edward Bernard|Bernard}} ad {{AutoreCitato|Robert Huntington|Huntington}}, inserita nelle ''Philosophical transact.'', num. 158.</ref> e forse l’attrazione {{AutoreCitato|Isaac Newton|newtoniana}}<ref>Ciò si induce dall’opera ''De præcipuorum orbium cælestium motu'', di {{AutoreCitato|Muḥammad ibn Mūsā al-Khwārizmī|Mohamed ben Musa}}, nella quale, parlandosi di questo moto dei cieli, vi ha un capitolo speciale ''De virtute attrahendi''. Di ciò è fatto parola nella ''Biblioteca araba dei filosofi''.</ref>. I molini a vento, l’arte di fabbricare i tappeti insegnata ai Franchi, l’uso della cera mostrato ai Veneziani, lo zucchero in canna, sono tutti dovuti agli Arabi. La clessidra od orologio idraulico degli antichi, per via di modificazioni successive, si tramutò alla forma degli orologi che si introdussero dagli Arabi in Europa verso il secolo XIII. Gli osservatorii astronomici<ref>Celeberrimi fra tutti furono quelli di Bagdad, eretti nello stesso giardino della corte del califfo (Casiri, tom. I, pag. 441), e la famosa torre di Siviglia che, secondo don {{AutoreCitato|Diego Ortiz de Zúñiga|Diego Ortis de Zafiiga}} (''Anales eclesiasticos y seculares de la ciudad de Sevilla'') venne eretta dall’astronomo {{AutoreCitato|Jabir ibn Hayyan|Mohamad Geber}}.</ref>, i collegi di educazione<ref>Vedi la ''Biblioteca arabica dei filosofi'' presso Casiri, tom. II, pag. 38. 74, 81. 82 e passim.</ref>, le Academie letterarie e scientifiche vennero primamente dagli Arabi instituite. Potremmo noi dire esservi in questi scientifici trovati, in queste scientifiche e letterarie instituzioni, qualche cosa che possa avere realmente influito sul successivo progresso della dottrina e della civiltà?
III. ''Periodo.'' Questo periodo in cui siamo per entrare offre avvenimenti di una natura affatto straordinaria; ma fra tutti questi uno ne emerge capitalissimo, e tale che intorno ad esso tutti sembrano aggirarsi i politici e civili rivolgimenti che l’un l’altro si successero per ben 250 anni. È questa la nascita di quel novello impero che il capo della religione innalzò ed ampliò sopra tutte le vaste regioni che si estendono dall’Oceano Atlantico alla Vistola ed alle foci del Danubio, dal capo Passaro fino a quello del Nord, dominando tutti i troni e trattando da vassalli i più grandi monarchi. Fu questa l’opera di un uomo solo, ma di un nomo dotato di un genio vasto e profondo. Tutti i popoli, che abbiamo nel periodo precedente passato in rassegna, ottennero ciascuno alla loro volta col valore la somma del potere; il godimento ammolli poscia il valore. Teodorico e {{AutoreCitato|Carlo Magno|Carlomagno}} stupefecero la terra e disparvero. Gli Anglo-Sassoni ebbero buoni re; ma la loro isola era per essi un mondo segregato. Ottone fu avventurato lasciando a’ suoi eredi, insieme a tanta potenza, i talenti necessarii per conservarla ed an-<noinclude><references/>
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III. ''Periodo.'' Questo periodo in cui siamo per entrare offre avvenimenti di una natura affatto straordinaria; ma fra tutti questi uno ne emerge capitalissimo, e tale che intorno ad esso tutti sembrano aggirarsi i politici e civili rivolgimenti che l’un l’altro si successero per ben 250 anni. È questa la nascita di quel novello impero che il capo della religione innalzò ed ampliò sopra tutte le vaste regioni che si estendono dall’Oceano Atlantico alla Vistola ed alle foci del Danubio, dal capo Passaro fino a quello del Nord, dominando tutti i troni e trattando da vassalli i più grandi monarchi. Fu questa l’opera di un uomo solo, ma di un nomo dotato di un genio vasto e profondo. Tutti i popoli, che abbiamo nel periodo precedente passato in rassegna, ottennero ciascuno alla loro volta col valore la somma del potere; il godimento ammolli poscia il valore. Teodorico e {{AutoreCitato|Carlo Magno|Carlomagno}} stupefecero la terra e disparvero. Gli Anglo-Sassoni ebbero buoni re; ma la loro isola era per essi un mondo segregato. Ottone fu avventurato lasciando a’ suoi eredi, insieme a tanta potenza, i talenti necessarii per conservarla ed an-<noinclude><references/>
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IX.</ref>: lo stesso {{AutoreCitato|Ruggero Bacone|Ruggero Bacone}}, il più grand’uomo dei tempi e così superiore alle cognizioni dei suoi stessi contemporanei, da essere da costoro attribuita la sua scienza a magiche operazioni ed a sue comunicazioni con gli spiriti infernali, Ruggero Bacone si professò sempre ne’ suoi scritti scolaro degli Arabi, e fra le molteplici cognizioni attinte a costoro, apprese egli da {{AutoreCitato|Alhazen|Alhazen}} (nel libro VII dell’''Ottica'') tutto ciò che poscia si attribui a sua invenzione circa il cannocchiale ed il telescopio<ref>Ciò venne molto bene provato da {{AutoreCitato|Robert Smith|Smith}}, op. cit., lib. I, cap. III, nota 26, e da Montucla, ''Hist. des Math.'', part. III, lib. I.</ref>, dalle opere di {{AutoreCitato|Avicenna|Avicenna}} tutto ciò che seppe di medicina<ref>Freind, ''Hist. med.'', pag. 151.</ref>; nè d’altronde che dagli Arabi attinse le notizie che, circa la polvere, espose egli nel suo ''Opus majus'' ed altrove<ref>Veggasi su di ciò il citato Andres, lib. I, cap. IX.</ref>. Ma noi saremmo infiniti se tutti annoverar volessimo i beneficii che la scienza degli Arabi apportò alla coltura dell’Occidente; su di ciò ponnosi consultare le opere di {{AutoreCitato|Herman Boerhaave|Boerbaave}}, {{AutoreCitato|Samuel Bochart|Bochart}}, {{AutoreCitato|Albrecht von Haller|Haller}}, {{AutoreCitato|John Freind|Freind}}, {{AutoreCitato|Richard Pococke|Pocock}}, {{AutoreCitato|Théophraste Renaudot|Renaudot}}, {{AutoreCitato|Giuseppe Simone Assemani|Assemani}}, {{AutoreCitato|Jean-Étienne Montucla|Montucla}}, {{AutoreCitato|Louis Dutens|Dutens}}, {{AutoreCitato|Thomas Hyde|Hyde}}, {{AutoreCitato|Jean Sylvain Bailly|Bailly}}, {{AutoreCitato|Juan Andrés|Andres}} e più altri, i quali tutti chi in un ramo, e chi in un altro, dimostrarono i scientifici progressi dovuti agli Arabi. Noi per formolare in breve i più importanti trovati di cui va la scienza moderna ad essi debitrice, e senza ripetere quanto già accennammo riguardo alle scienze matematiche, chimiche e naturali, diremo dovuta ad essi l’invenzione o almeno l’introduzione della carta<ref>Ciò venne molto eruditamente provato dall’Andres, op. cit., lib. I, cap. X.</ref>, della polvere<ref>Veggasi il {{AutoreCitato|Louis-Mathieu Langlès|Langlès}} in una sua Memoria inserita nel ''Magaz. encyclop.'', anno IV, 1798, tom. I, pag. 333, il {{AutoreCitato|Christophe-Guillaume Koch|Koch}}, ''Tableau des révolutions de l’Europe'', {{Ec|tom|tom.}} II, pag. 30-31, e l’Andres, op. cit., lib. I, cap. X.</ref>, della bussola; l’arte nautica ridotta a principii matematici<ref>Ciò si prova dall’opera anonima, ''De arte nautica'', citata dal Casiri (tom. I, pag. 6), e dall’altra, ''De syderibus, eorumque occasu ad artis nautica usum accommodatis'', di {{AutoreCitato|Thābit ibn Qurra|Thabit ben Corrah}}, pure citata dal Casiri (tom. I, pag. 588).</ref>: forse l’uso del pendolo per la misura del tempo<ref>Veggasi la lettera di {{AutoreCitato|Edward Bernard|Bernard}} ad {{AutoreCitato|Robert Huntington|Huntington}}, inserita nelle ''Philosophical transact.'', num. 158.</ref> e forse l’attrazione {{AutoreCitato|Isaac Newton|newtoniana}}<ref>Ciò si induce dall’opera ''De præcipuorum orbium cælestium motu'', di {{AutoreCitato|Muhammad ibn Musa al-Khwarizmi|Mohamed ben Musa}}, nella quale, parlandosi di questo moto dei cieli, vi ha un capitolo speciale ''De virtute attrahendi''. Di ciò è fatto parola nella ''Biblioteca araba dei filosofi''.</ref>. I molini a vento, l’arte di fabbricare i tappeti insegnata ai Franchi, l’uso della cera mostrato ai Veneziani, lo zucchero in canna, sono tutti dovuti agli Arabi. La clessidra od orologio idraulico degli antichi, per via di modificazioni successive, si tramutò alla forma degli orologi che si introdussero dagli Arabi in Europa verso il secolo XIII. Gli osservatorii astronomici<ref>Celeberrimi fra tutti furono quelli di Bagdad, eretti nello stesso giardino della corte del califfo (Casiri, tom. I, pag. 441), e la famosa torre di Siviglia che, secondo don {{AutoreCitato|Diego Ortiz de Zúñiga|Diego Ortis de Zafiiga}} (''Anales eclesiasticos y seculares de la ciudad de Sevilla'') venne eretta dall’astronomo {{AutoreCitato|Jabir ibn Hayyan|Mohamad Geber}}.</ref>, i collegi di educazione<ref>Vedi la ''Biblioteca arabica dei filosofi'' presso Casiri, tom. II, pag. 38. 74, 81. 82 e passim.</ref>, le Academie letterarie e scientifiche vennero primamente dagli Arabi instituite. Potremmo noi dire esservi in questi scientifici trovati, in queste scientifiche e letterarie instituzioni, qualche cosa che possa avere realmente influito sul successivo progresso della dottrina e della civiltà?
III. ''Periodo.'' Questo periodo in cui siamo per entrare offre avvenimenti di una natura affatto straordinaria; ma fra tutti questi uno ne emerge capitalissimo, e tale che intorno ad esso tutti sembrano aggirarsi i politici e civili rivolgimenti che l’un l’altro si successero per ben 250 anni. È questa la nascita di quel novello impero che il capo della religione innalzò ed ampliò sopra tutte le vaste regioni che si estendono dall’Oceano Atlantico alla Vistola ed alle foci del Danubio, dal capo Passaro fino a quello del Nord, dominando tutti i troni e trattando da vassalli i più grandi monarchi. Fu questa l’opera di un uomo solo, ma di un nomo dotato di un genio vasto e profondo. Tutti i popoli, che abbiamo nel periodo precedente passato in rassegna, ottennero ciascuno alla loro volta col valore la somma del potere; il godimento ammolli poscia il valore. Teodorico e {{AutoreCitato|Carlo Magno|Carlomagno}} stupefecero la terra e disparvero. Gli Anglo-Sassoni ebbero buoni re; ma la loro isola era per essi un mondo segregato. Ottone fu avventurato lasciando a’ suoi eredi, insieme a tanta potenza, i talenti necessarii per conservarla ed an-<noinclude><references/>
{{PieDiPagina|''Encicl. pop.'' - {{Sc|Tomo I.}}|M|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|xcviii}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>che estenderla; ma avessero pur tutto occupato, non tutto avrebbero saputo conservare. Il valore e la politica degli Arabi brillò terribile e luminosa sopra una gran parte di mondo, ma venne essa pure a frangersi contro il cristianesimo sui campi di Tolosa (1246). L’Occidente poi era popolato da una moltitudine innumerevole di piccole nazioni, sciolte da ogni freno di legge comune, e troppo feroci per cedere alle armi di verun imperatore. I loro re più non avevano autorità; come mai avrebbero esse riconosciuto uno straniero?L’amore di quei popoli per la libertà avrebbe avuto in onta la potenza di lui; il loro attaccamento alle abitudini antiche sarebbe insorto contro le sue leggi; la loro avarizia contro le imposte. E ciò nondimeno sorse un re di tutte le nazioni dell’Occidente; tutte accorsero ad obbedirlo. Ciò che non poterono Teodorico, nè {{AutoreCitato|Carlo Magno|Carlomagno}}, nè Ottone, fu tentato e riuscito da un papa, e Roma nuovamente comparve alla testa delle nazioni. Senza averne vinta pur una, il papa regnò sopra tutte e sui loro re: quest’uomo di un genio vasto e profondo, questo papa fu {{AutoreCitato|Papa Gregorio VII|Gregorio VII}}. Ma come è egli a tanto riuscito? Fa questa l’opera di un miracolo? No: fra le diverse cause generali che vi concorsero, e che tutte si rifondono nella potenza morale acquistata in quei tempi dal clero, quattro sono le principali: I° Le vaste possessioni dei vescovi che loro acquistavano un posto considerevole in quella gerarchia dei grandi proprietarii cui la società europea ha per si lungo tempo soggiaciuto. II° L’intervento loro nel reggime municipale e la preponderanza ch’essi acquistaronsi raccogliendo direttamente od indirettamente l’eredità delle antiche magistrature. III° Le loro qualità di consiglieri del potere temporale, che li mise in grado di poter circuire i nuovi re e dirigerli nell’amministrazione dello Stato. IV° Finalmente la costituzione speciale della Chiesa a quest’epoca. Il clero formava allora un corpo, una gerarchia, una società compiuta, indipendente, posseditrice di numerosi e potenti mezzi di influenza. Egli solo era forte e ben ordinato di mezzo alla debolezza ed al disordine delle altre instituzioni; solo era esso illuminato di mezzo alle tenebre generali. Al
potere spirituale che dominava coi lumi il pensiero e la volontà di tutti, e trovavasi per tal modo a capo di tutta la vita intellettuale dei popoli, doveva riuscir ben facile conseguire il potere temporale ed afferrare il governo del mondo. D’altra parte Roma approfittando sagacemente dello stato di disordine e di violenze in cui trovavansi le laiche potestà, divenne, col difendere
i popoli contro i re, la protettrice degli uni, la rivale degli altri e la dominatrice d’entrambi. Ma quali furono gli effetti da questa influenza politica operati su la civiltà dei popoli? Non v’ha dubbio ch’essa tornò molto benefica alla libertà del pensiero che venne anzi direttamente ed indiretttamente molto sviluppata. I suoi concilii, in cui si procedeva per deliberazione comune, i suoi scritti contro le eresie, nei quali dovette far uso della discussione, e sovente di una discussione logica e profonda, occuparono, eccitarono l’attività umana, e tale e tanta fu nel suo seno l’energia della vita intellettuale, che, ciò che più splendidamente in essa spicea, è l’esercizio della ragione e della libertà. Sotto l’aspetto intellettuale, l’influenza della Chiesa fa quindi altamente salatevole, nè è a dolere se lo sviluppamento ch’essa impresse all’Europa fu specialmente teologico; giacchè non poteva essere altrimenti, ed il suo sistema di dottrina e di precetti era sempre di gran lunga superiore a tutto ciò che aveva conosciuto il mondo pagano.
Con tutto ciò la rozzezza dei popoli, la violenza delle passioni dei grandi, non poteva a meno di partorire in quei tempi pregiudizi e superstizioni che dominarono le menti ed i cuori sotto la forma e coll’entusiasmo di necessarie virti. Questo periodo abbraccia il grande avvenimento delle Crociate. Un uomo d’ignobile aspetto e di meschina statura, ma sotto le cui sembianze celava
un animo elevato ed un insaziabile bisogno di forti sensazioni; un uomo che ricercato aveva in tutte le condizioni della vita quella felicità che la sua indole irrequieta non gli lasciava pur mai rinvenire cui il mestiere dell’armi, lo studio delle lettere, il celibato e il matrimonio, lo stato ecclesiastico, avevano pur mai potuto soddisfare il suo spirito ardente, erasi ritirato fra i cenobiti più austeri, ed ivi la solitudine, le preghiere, i digiuni gli esaltarono l’imaginazione. La smania molto comune al suo tempo dei pellegrinaggi in Oriente lo trasse dall’eremo: vide l’oppressione dei cristiani, uomini incatenati, aggiogati come bruti; e pieno di un santo ardore di evangelica carità, giurò di armare l’Occidente per redimerli, le moschee nella patria degli apostoli, aggirato da un errore comune ai suoi contemporanei, si credè destinato dal cielo ad invocare i potenti, la violenza delle armi per rialzare la croce nei luoghi santificati dalla mansuetudine dell’Uomo-Dio. Presentossi al pontefice {{AutoreCitato|Papa Urbano II|Urbano II}}, che lo accolse come profeta, indi traversò l’Italia, percorse
Francia e gran parte dell’Europa cavalcando una mula, a piedi nudi e a testa scoperta, cinto d’una<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|xcix}}|riga=sì}}</noinclude>grossa fune e vestito nella ruvida lana degli eremiti. Predicando nelle chiese e nelle strade infiammava tutti i cuori di quello zelo ond’egli era divorato. Alla sua voce si acquetavano le discordie delle famiglie, i poveri ricevevano soccorsi. L’eremita comparve al concilio di Clermont a fianco del papa. Alle sue parole ed a quelle d’{{AutoreCitato|Papa Urbano II|Urbano}} un’assemblea di forse quarantamila persone si alzò fatta in una volta, e coll’unanime grido ''Dio lo vuole'', proclamò la guerra ai Saraceni e giurò la conquista di Gerusalemme. Le idee di quel tempo facevano riguardare come un dovere evangelico l’ergersi in arbitri e panitori di un governo straniero, cioè dei Musulmani, per le ingiustizie esercitate contro a’ propri sudditi, i fedeli d’Oriente; facevano credere che il ritogliere ai Maomettani una provincia fosse un trionfo religioso; e che i cristiani avessero diritto di comandare in Palestina perchè in quella terra era nato e morto Gesù Cristo. Quel pio fanatismo comunicossi a tutta la Francia, si estese all’Inghilterra, alla Germania, all’Italia, non ne andò illesa nemmeno la Spagna, che pure combatteva i Saraceni sul proprio terreno. - Tutto astratto non si udì più parlare nè di assassinii, nè di furti, per alcuni mesi si godè di una pace che non si era goduta giammai. Il concilio di Clermont aveva dichiarata l’Europa in istato di pace, ed i grandi dimenticarono le loro contese e gli oggetti della loro ambizione. Alcuni baroni e signori rinunciavano ai dominii dei loro padri<ref>É noto come un signore di Châtillon cesse la signoria ed i vasti dominii di Saguy a {{AutoreCitato|Bernardo di Chiaravalle|san Bernardo}}, il quale in contracambio, gli promise nel cielo uno spazio uguale al territorio di Saguy e di tutte le sue dipendenze.</ref>, e le terre, le città, le castella venivano cedute per modiche somme a coloro che non si sentivano chiamati alla gloria di conquistare il santo Sepolcro. Quando si fa in sul muoversi, era un ben bizzarro spettacolo di armati e d’inermi, di persone d’ogni età e d’ogni grado; baroni e vescovi e donne alla rinfusa, cavalieri ed artigiani e contadini servi della geba; i monaci disertavano i chiostri, i solitari uscivano dalle loro foreste; i ladri, gli assassini andavano a confessare i loro delitti, e promettevano, tesano, ricevendo la croce, d’espiarli in Palestina: le donne comparivano armate fra i guerrieri, e la prostituzione si vedeva in mezzo alle processioni divote ed agli atti di penitenza. Famiglie ed interi villaggi emigravano seco trascinando tutti coloro in cui s’avvenivano sul cammino. Presso le città, nelle pianure e sulle montagne si alzavano tende, dapertutto un apparato di guerra e di festa. Dall’Italia meridionale fino all’Oceano, dal Reno fin oltre i Pirenei echeggiava il grido di guerra ''Dio lo vuole, Dio lo vuole''. Non permetteva la religione, dice {{AutoreCitato|Joseph-François Michaud|Michaud}}, agli ardenti suoi difensori di scorgere altra gloria, altre felicità, se non se quella ch’essa presentava alla esaltata loro imaginazione. L’amore di patria, i vincoli di famiglia, le più tenere affezioni del cuore furono immolate alle idee ed alle opinioni che trascinavano allora tutta l’Europa. La moderazione era una viltà, l’indifferenza un tradimento, la disapprovazione un sacrilego attentato. Il poter delle leggi di nessun valore per chi credeva combattere per la causa di Dio. I sudditi riconoscevano a pena l’autorità dei principi e dei signori in ciò che riguardava la guerra santa; il padrone ed il servo non avevano altro titolo che quello del cristiano, altro dovere da compiere che quello di difendere la religione coll’armi alla mano. A secondare l’impresa si associavano molte altre passioni. I popoli affamati da una carestia orribile, che già da molti anni devastava molti regni, abbandonavano senza rincrescimento una terra infelice cui non potevano dare nemmeno il nome di patria. I pellegrinaggi e la guerra erano in quel tempo bisogni morali, e la Crociata era una guerra ed un pellegrinaggio. La maggior parte dei baroni aveva assai delitti da scontare, e si offriva loro di ridivenire amici del cielo trattando le armi e cercando avventure, cioè secondando le proprie loro inclinazioni più vive. Per decreto del concilio i Crociati erano esenti dalle imposte, nè potevano essere convenuti in giudizio per debiti durante tal viaggio; la spada ed il bordone sottraevano i delinquenti al patibolo ed i frati alla disciplina dei monasteri. L’ambizione che si mischia in tutti gli avvenimenti sociali offriva a molti prelati ed a molti preti la speranza di conseguire i vescovati dell’Asia, a molti baroni i principati dell’Oriente. Ma sopratutto operava su gli animi il fanatismo di una religione che certamente non era quella si mite e si santa del Vangelo. Nè gli effetti furono dissimili da tali cagioni; ben tosto si vide quale intervallo vi abbia fra la virti e la follia, fra il Vangelo ed una sanguinaria superstizione. Noi allarghiamo alquanto le nostre parole sopra questo gran fatto delle Crociate, poichè non si è mai come in questi ultimi tempi tanto esagerato il beneficio che si pretese operato dalle Crociate sul progresso morale, civile e politico dei popoli; e poichè erano esse chiamate ''guerre sante'', poichè ebbero mai sempre e promotori e sanzionatori di esse il pontefice<ref name="p103">E per amore del vero è a confessarsi siccome parecchi papi promulgassero e bolle e provedimenti onde reprimere i disordini, e prevenire le tristi conseguenze che poscia dai non ascoltati consigli ne provennero crudeli e sanguinose.</ref>,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione||{{Sc|italia artistica}}|{{smaller|83}}}}</noinclude>Danta guarda dall’alto
{{Blocco centrato|{{smaller|Auronzo bella stendentesi lunga tra l’acque<br> sotto la fosca Aiàrnola}}}}per ben sette chilometri, suddivisa in borgate dal rio Diebba al torrente Giralba. La lunga striscia di case corre lungo la via, accompagnata, a nord, da una parete di dolomiti scoscese, frastagliate e, a sud, da una schiera di boschi lussureggianti e, poi, si perde lontana lontana sotto guglie dentate in un orror tetro.
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}}
Antichissimo il paese, incerta l’etimologia del suo nome. Il nome antico Aurinum sembrerebbe derivato da un’antica miniera di oro, esistente, forse, nei dintorni: la somiglianza con brunci, o Aurunci, lo direbbe derivato da questi, che dicono primi abitatori del Cadore: la leggenda di Gogna lo direbbe fondato dalle genti fuggite dal l’antichissima città. Nel secolo VI, assegnarono ad Auronzo perfino un vescovo presente al Sinodo di Grado, Sono tradizioni senza alcuna serietà storica. Sotto Venezia, Auronzo formò la decima Centuria con Pescul e Selva; poi, defezionati gli Ampezzani, la formò da sè: con Napoleone diventò uno dei cantoni, con l’Austria uno dei due distretti del Cadore, con l’Italia idem. Per superficie è il più esteso dei comuni cadorini; confina con {{Wl|Q256337|Sexten}}, {{Wl|Q474782|Inniken}} e {{Wl|Q380189|Toblak}}.<noinclude><references/></noinclude>
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Antichissimo il paese, incerta l’etimologia del suo nome. Il nome antico Aurinum sembrerebbe derivato da un’antica miniera di oro, esistente, forse, nei dintorni: la somiglianza con brunci, o Aurunci, lo direbbe derivato da questi, che dicono primi abitatori del Cadore: la leggenda di Gogna lo direbbe fondato dalle genti fuggite dal l’antichissima città. Nel secolo VI, assegnarono ad Auronzo perfino un vescovo presente al Sinodo di Grado, Sono tradizioni senza alcuna serietà storica. Sotto Venezia, Auronzo formò la decima Centuria con Pescul e Selva; poi, defezionati gli Ampezzani, la formò da sè: con Napoleone diventò uno dei cantoni, con l’Austria uno dei due distretti del Cadore, con l’Italia idem. Per superficie è il più esteso dei comuni cadorini; confina con {{Wl|Q256337|Sexten}}, {{Wl|Q474782|Inniken}} e {{Wl|Q380189|Toblak}}.<noinclude><references/></noinclude>
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Di arte non ci ha molto, davvero. Dopo la cappella gotica di S. Caterina, s’incontra la chiesa di S. Lucano in Villa Piccola, eretta nel 1856. La chiesa s’apre con un grandioso atrio sostenuto da due poderose colonne: sovra esse, nella mezzaluna, campeggia la statua di S. Lucano seduto sopra un leone: è un’opera ben riuscita dello scultore T. De Nicolò di Vigo. Il grandioso tempio è il capolavoro del {{Wl|Q3771435|Segusini}}. Francamente il largo e grave cupolone, quelle linee pesanti e quell’aria di sala profana mal corrispondono alle linee splendide, svelte, varie dei picchi alti, che incombono sulla valle e quel biancore sfacciato armonizza malissimo coi colori calmi e caldi di tutto il paesaggio circostante.
Nell’interno il De Min dipinse in chiaroscuro le ''Opere di Misericordia'' e nel soflitto del coro ''La discesa dello Spirito Santo'', e nell’abside ''La Risurrezione''. Li vicino al nuovo tempio, il vecchio campanile sembra un servitore, che, pensionato per l’età dai novelli signeri, s’ostini a indossare la sua livrea ormai sdruscita.
In Villa Grande la chiesa parrocchiale di S. Giustina, disegnata da A. Dal Fabbro di Tolmezzo ed eseguita da D. Schiavi, fa mostra dei ricchissimi e copiosissimi suoi marmi. Notevoli, una volta, due grandi affreschi del De Min: ''La profanazione del tempio'' ''La Risurrezione di Lazzaro'' sulle pareti laterali del coro, Notevoli, una volta, perchè, ora, sono quasi irriconoscibili: benchè compiuti dal 1826 al 1840, essi subirono la sorte di quasi tutti gli affreschi del De Min. un pittore bellunese, che da altri quadri apparisce un’anima riflessiva di artista, tenera nell’espressione e studiosa della natura.<noinclude><references/></noinclude>
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La valle dell’Ansièi, corsa nella sua lunghezza dalla linea bianca della strada e del fiume, è un piano ondulato, tutto verde, abbellito da qualche villino nuovo e da qualche vecchia casa di tipo cadorino.
Il piano ondulato venne formandosi per gli ammassi dei detriti, che le vallate di sinistra vomitano continuamente dagli alvei profondi: l’erbe e le giovani conifere invadono questi ammassi e li trasformano lentamente in rialzi e piagge verdeggianti. Solo la gran bocca della Giralba disegna, anche di lontano, un tumulo largo, ancora biancastro. È la vallata, che corre ardita ad abbracciare le radici dei colossi dolomitici. Nei gorghi precipiti di queste valli profonde, in Gravasecca, tra Col Agnello e i Colloni, nel settembre 1905. trovò la morte {{Wl|Q19519217|Francesco Vitalini}}, il maestro dell’arte del bulino, che, ritratte nel modo più squisito le chiome dei pini e le punt dei cipressi al tramonto, percorreva le vette alte del Cadore, per disegnare i picchi e le roccie su cui si abbarbicano tenaci i larici e gli abeti col nobile desiderio di mostrare che l''e più belle dolomiti, o sono nostre, o sono tagliate a metà dal confine.''
L’Ansiei lambisce i monti della sua destra, interbidato, spesso, dal materiale terreo scavato nelle miniere dell’Argentera, L’Argentera (1013 m.) è ricca di piombo argentifero, galena ed ossido di ferro. Esercitata, fino al 1841, dal comune di Auronzo, fu affittata, dipoi, a varie imprese austriache, poi, tornò al comune, ed ora la esercita una società tedesca con obbligo di adibire ai lavori operai esclusivamente di Auronzo. Il materiale purgato sul luogo, nell’inverno, vien condotto, su slitte, a Sagor in Carintia.
Intanto, nella vallata, mano mano che ci si innoltra, a destra, a sinistra, sullo sfondo si
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|c}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>parve a taluno che un giudizio severamente imparziale di queste pie carnificine dell’umanità ridondasse di onta e di rimprovero alla religione di Cristo, quasi che il divin Maestro e la sua Chiesa dovessero essere solidari di tutti i delirii degli uomini, anche quando deliravano nel nome di Dio.
Gettiamo uno sguardo sui primi avvenimenti di questa straordinaria impresa, e noi veggiamo primamente la moltitudine che seguiva {{AutoreCitato|Pietro (apostolo)|Pietro}} nelle sue predicazioni, intollerante d’indugio eleggere a suo generale quel maraviglioso cenobita, ed ingrossata da una turba di pellegrini accorsi da tutte le contrade della Francia, formare un esercito di ottanta o centomila uomini, e traendo seco una turba di donne, di fanciulli, d’ammalati e di vecchi traversar la Germania, giangere alle terre degli Ungheri e dei Bulgari. Nei contorni di Belgrado, capitale dei Bulgari, la vanguardia si abbandona a violenze e saccheggi, ed è punita colle armi. Le turbe sopravegnenti irritano ambedue le feroci nazioni; inseguite dal re d’Ungheria passano la Moravia fuggendo, indi sotto le mura di Nissa sono oppresse dai Bulgari con orribile strage; soli trentamila uomini oltre la vanguardia pervennero a Costantinopoli. Il cenobita non era atto a governare indomiti spiriti e cuori scellerati, fanatico sì, ma onesto e magnanimo, invano s’oppose agli eccessi di unorda di masnadieri. Un’altra
schiera di ribaldi capitanata dal predicatore {{AutoreCitato|Gotescalco|Gotschelk}} uscì dalla Germania e peri sterminata dagli Ungheri. Una nuova torma peggiore delle altre si radunò sulle sponde della Mosella e del Reno; un altro prete per nome Wolkmar ed un conte Emicone se ne fecero capi. Costoro cominciarono
dal manomettere e trucidare gli Ebrei nelle vicine città; in preda alla superstizione piùt brutale si facevano precedere da una capra e da un’oca, alle quali davano attribuzioni divine; pervenuti fra gli Ungheri ed i Bulgari, il cielo prova ad essi la sua riprovazione col castigo delle disfatte. Alcuni fra i superstiti si congiungono a Costantinopoli cogli avanzi della soldatesca di Pietro, ed essendosi uniti ad altri pellegrini genovesi, veneziani e pisani compongono un’armata di centomila uomini. Passati in Asia, il sultano d’Erzerum li sconfigge, e tranne soli tremila uomini, muoiono tutti in una sola battaglia. E chi non vede in ciò pure la riprovazione punitrice di Dio? Pietro gridava che i suoi crociati erano ladroni indegni di adorare la tomba del figliuolo di Dio. E v’ha pur oggidì chi proclama in queste orribili seene, in queste sciagurate aberrazioni dello spirito umano l’eroismo
religioso, il martirio, l’apostolato!! Intanto trecentomila Europei erano periti prima che giungessero in Asia le schiere che dovevano conquistare Gerusalemme ed i capitani che dovevano fondare nuovi Stati. Centomila soldati a cavallo e cinquecentomila pedoni erano succeduti ai primi crociati, ma essi pure erano piuttosto un aggregato di popoli in arme che un esercito regolare. Ogni conte, ogni principe non riceveva ordini che di se stesso; i cavalieri, gli altri combattenti seguivano indisciplinatamente il proprio zelo o il proprio capriccio. Erravano pel campo le figlie e le mogli di molti condottieri e di molti baroni, vi si vedevano i falconi da caccia trasportati dai rozzi castelli di Europa. Sotto le mura di Antiochia drappelli
fanciulli combattevano contro uguali drappelli dei figliuoli degli assediati alla presenza dei Cristiani e dei Turchi che li aizzavano ed incoraggiavano colla voce e coi gesti. Allo stesso assedio di Antiochia i molti vagabondi e mendichi furono organizzati in una schiera e sottoposti ad un capo cui diedesi il titolo di ''re dei birboni''; e le donne furono rinchiuse in un accampamento separato per cessare gli scandali della impadenza. Quale felice compimento ottenesse però questa prima Crociata mercè il senno ed il valore di ottimi capitani, specialmente di {{AutoreCitato|Goffredo di Buglione|Goffredo di Buglione}}, è accennato all’articolo ''Crociate''. Noi non discenderemo ulteriori particolari sulle crociate successive, quali se non ebbero nemmeno l’esito felice di questa prima, può ben facilmente essere induito quanto dovettero sopravanzare questa prima in disordini e brutalità che contaminarono pur tanto il nome cristiano e che furono a nostro avviso le cagioni primarie per cui imprese inspirate da uno scopo così pio, e direm anche cavalleresco, riuscirono sempre a disastroso fine.
Ma noi che non siamo discesi a questi cenni storici di tale grande avvenimento, il quale può dirsi abbia durato dal 1095, epoca del concilio di Clermont, fino al 1291, in cui i Franchi perdettero Telomaide ultimo loro possesso nell’Oriente, se non per meglio indagare le influenze da esso esercitate sui destini della civiltà, noi dobbiamo pur accennare ad alcuna delle sue conseguenze; e senza farci partitanti dei due contrarii partiti che ne pare troppo tocchino ambidue agli estremi della esagerazione, esporremo ciò che ne pare venga più
legittimamente dimostrato dai fatti e dalla ragion delle cose<ref name="p104">Tra gli scrittori che discussero dei risultamenti delle Crociate distinguonsi {{AutoreCitato|Johann Lorenz von Mosheim|Moshemio}} (''Institut. hist. eccles. antiq. et nov.'' pag. 341), Gibbon (''History of the decline and fall''</ref>.
<ref follow="p103">A noi basti il citare per tutte la bolla ''Ad liberandam Terram Sanctam'' del 1215, e l’altra ''Vineam Domini sabaoth''.</ref><noinclude><references/></noinclude>
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Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XLIV
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<pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu" from="324" to="339" fromsection="s2" tosection="s1" />
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Autore:Ignatius Mouradgea d'Ohsson
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Autore:Burhan al-Din al-Marghinani
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Autore:Ahmad ibn Hanbal
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Autore:Friedrich Hornemann
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Autore:Louis-Mathieu Langlès
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Categoria:Pagine in cui è citato Louis-Mathieu Langlès
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Autore:Abu Hilal al-Askari
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Autore:Abu Bakr al-Tortushi
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Autore:Hubert Franz Hoefer
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Categoria:Pagine in cui è citato Hubert Franz Hoefer
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" /></noinclude>88 ITALIA ARTISTICA alzano, s’avanzano, si moltiplicano i più splendidi colossi dolomitici. Alla destra del fiume rifulgono, palagio di sogni, eliso di spiriti e di fate, le guglie ardite della parete poderosa delle Marmarole. Cel Froppa e il suo (imon (2933 m.), loro dorso principale, scintillano nell’aria il Corno del Doge (2615 m.), Monticello (circa 3000 m.), Medice (2795 m.) col suo ghiacciaio rilucente e le Selle (2840, 2750 m.), due cime eccelse, ineguali, a nord del Froppa.
Ampia, pittoresca in una scialba luce di rosa, s’apre, a sud-ovest, Val Grande diramante a S. Vito per Forcella Grande. A destra, di chi sale a Misurina, spuntano sui boschi le {{Wl|Q1257207|Tre Cime di Lavaredo}}. Il fiume, accostandosi alla strada, mormora tranquillamente e {{FI
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}}alle sue voci s’accompagnano le voci degli abeti annosi del bosco di Vizza, o Sommadipa, detto anche bosco di S. Marco. Sono 38197 ettari di folta selva, tra cui, come un viale ombroso, corre la strada di Misurina. Un orror sacro quasi di antica cattedrale gotica occupa l’anima tra quei fasci di colonne alte. Tra esse si diffondono nell’aria una fine polvere d’oro e raggi di sole come file d’oro, o come fasci di cristallo filato e, in alto, s’aprono squarci luminosi di cielo azzurro e sorgono i pinnacoli rutilanti delle Marmarole, e il Corno del Doge e, nella memoria, sovviene il nome di Venezia. Cadorini, il 2 luglio 1463, i''n segno di devotione e di fede della Fedelissima Comunità verso la Serenissima Dominatione'' veneta, donarono a Venezia tutto questo magnifico bosco; da esso la Repubblica trasse le più belle antenne per il suo naviglio.
Non ancora finito il bosco, la via accompagnata dall’acqua di Misurina comincia a salire fino a un pianoro dolcemente declive, dove il gruppo di case e le bàite sparse per i prati e per i boschi di Federa vecchia soggiaciono ancora alle Marmarole, men-<noinclude><references/></noinclude>
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Autore:ʿAbd al-Laṭīf al-Baghdādī
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Categoria:Pagine in cui è citato ʿAbd al-Laṭīf al-Baghdādī
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{{Vedi anche autore|ʿAbd al-Laṭīf al-Baghdādī}}
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del Sorapiss e nell’aria di zaffiro s’alzano dai boschi cupi le cime più elevate
del Popenna, del Cristallino, delle Tre Cime di Lavaredo e si disegna nettamente la
depressione di Misurina. Il valico alpino s’incurva da nord-ovest a sud-est, all’altezza di
1706 m.
Nel mezzo della conca meravigliosa s’incastra, come diamante purissimo, il laghetto
alpino e nel piccolo lago si specchiano intorno intorno i boschi nereggianti e
{{FI
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|caption = {{Sc|{{smaller|misurina Da Mezzogiorno}}}}{{A destra|{{smaller|(Fot. Cassarini).}}}}
}}
la corona fulgida delle dolomiti. I colossi dolomitici più non opprimono, come nelle
valli basse; qui, nelle altezze, essi porgono le spalle a prati, a pascoli, a pendici di
facile conquista. Le trasparenze luminose, l’orgia dei colori sui boschi, sulle roccie.
salle acque, l’aria fine dell’alta montagna fanno di Misurina la perla delle nostre Alpi.
Il lago, sostenuto verso l’Ansici dai depositi morenici all’atto del distacco del
ghiacciaio dei Cadini e del Popenna da quello del Col del Fuoco, ha una superficie di
7250 m. q. Ne interrompe vagamente lo specchio delle acque una isoletta su cui crescono
pochi abeti invidianti, forse, i giovani fratelli del bosco vicino. Intorno alla verde
comba, pare si sian dato convegno le più splendide dolomiti. Sorapiss (3310 m.), barriera
poderosa maculata di bianco, a strati, a ripiani, riluce col suo ghiacciaio e i campi<noinclude><references/></noinclude>
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Giaccai
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Nel mezzo della conca meravigliosa s’incastra, come diamante purissimo, il laghetto alpino e nel piccolo lago si specchiano intorno intorno i boschi nereggianti e {{FI
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}} la corona fulgida delle dolomiti. I colossi dolomitici più non opprimono, come nelle valli basse; qui, nelle altezze, essi porgono le spalle a prati, a pascoli, a pendici di facile conquista. Le trasparenze luminose, l’orgia dei colori sui boschi, sulle roccie. salle acque, l’aria fine dell’alta montagna fanno di Misurina la ''perla delle nostre Alpi''.
Il lago, sostenuto verso l’Ansici dai depositi morenici all’atto del distacco del ghiacciaio dei Cadini e del Popenna da quello del Col del Fuoco, ha una superficie di 7250 m. q. Ne interrompe vagamente lo specchio delle acque una isoletta su cui crescono pochi abeti invidianti, forse, i giovani fratelli del bosco vicino. Intorno alla verde comba, pare si sian dato convegno le più splendide dolomiti. Sorapiss (3310 m.), barriera poderosa maculata di bianco, a strati, a ripiani, riluce col suo ghiacciaio e i campi<noinclude><references/></noinclude>
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Giaccai
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la corona fulgida delle dolomiti. I colossi dolomitici più non opprimono, come nelle valli basse; qui, nelle altezze, essi porgono le spalle a prati, a pascoli, a pendici di facile conquista. Le trasparenze luminose, l’orgia dei colori sui boschi, sulle roccie. salle acque, l’aria fine dell’alta montagna fanno di Misurina la ''perla delle nostre Alpi''.
Il lago, sostenuto verso l’Ansici dai depositi morenici all’atto del distacco del ghiacciaio dei Cadini e del Popenna da quello del Col del Fuoco, ha una superficie di 7250 m. q. Ne interrompe vagamente lo specchio delle acque una isoletta su cui crescono pochi abeti invidianti, forse, i giovani fratelli del bosco vicino. Intorno alla verde comba, pare si sian dato convegno le più splendide dolomiti. Sorapiss (3310 m.), barriera poderosa maculata di bianco, a strati, a ripiani, riluce col suo ghiacciaio e i campi<noinclude><references/></noinclude>
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Autore:Ambroise Paré
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Panz Panz
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Categoria:Pagine in cui è citato Ambroise Paré
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Panz Panz
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{{Vedi anche autore|Ambroise Paré}}
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Autore:Abu al-Qasim al-Zahrawi
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Categoria:Pagine in cui è citato Abu al-Qasim al-Zahrawi
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Panz Panz
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{{Vedi anche autore|Abu al-Qasim al-Zahrawi}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|al-Zahrawi, Abu al-Qasim]]
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Autore:Girolamo Fabrici d'Acquapendente
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Panz Panz
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Categoria:Pagine in cui è citato Girolamo Fabrici d'Acquapendente
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{{Vedi anche autore|Girolamo Fabrici d'Acquapendente}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|d'Acquapendente, Girolamo Fabrici]]
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Autore:Serapione il Giovane
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Categoria:Pagine in cui è citato Serapione il Giovane
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Serapione il Giovane}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Giovane, Serapione il]]
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text/x-wiki
{{Vedi anche autore|Serapione il Giovane}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Giovane, Serapione il]]
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Autore:Paolo di Egina
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Categoria:Pagine in cui è citato Paolo di Egina
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Paolo di Egina}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Egina, Paolo di]]
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text/x-wiki
{{Vedi anche autore|Paolo di Egina}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Egina, Paolo di]]
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Autore:Barebreo
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Categoria:Pagine in cui è citato Barebreo
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Barebreo}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Barebreo]]
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Autore:Jabir ibn Hayyan
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Categoria:Pagine in cui è citato Jabir ibn Hayyan
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{{Vedi anche autore|Jabir ibn Hayyan}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Hayyan, Jabir ibn]]
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Giaccai
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{{Sc|Splendet Sacra Aedes Majori Ornata Decore
in Moseros Cvra Spelndet At Illa Magis}}
</poem>
Da questa stanza si passa nell’andito che conduce alla casa dei custodi e dell’uomo di fatica.
Questa onorevole compagnia infine, per le sue ottime costituzioni e prima per gli ammaestramenti del suo fondatore {{Sc|Piero Di Luca Borsi}} capo di facchini, il quale meritamente si acquistò il nome di {{Sc|Padre Della Misericordia}}, non solo meritò di essere arricchita dai sommi pontefici, e da molti altri prelati di santa chiesa d’indulgenze, di privilegi, e di altre spirituali e temporali concessioni, ma al di lei merito deve riferirsi ciò che a suo vantaggio fu operato dalla repubblica fiorentina <ref>Il motivo di questa liberalità della repubblica fiorentina derivava anche dal sapersi quanto tali atti di curiosità fossero favoriti e protetti dall’imperatore Costantino.
Aveva egli fondata ed eretta in Costantinopoli una compagnia quasi simile composta di novecento uomini, la maggior parte botteganti, ai quali aveva con,cesso perfino d’essere esenti dalle gabelle.</ref>
Nè poco si distinse nle favorire questo pio istituto la casa dei Medici, l’imperatore Francesco I. ed infine il granduca Leopoldo I. l’arricchi di privilegi e di grazie e se ne dichiarò special protettore.
Immensi legati sono stati fatti da molti cittadini a questa venerabil compagnia, lasciate copiose credità, e raccomandata l’esecuzione in perpetuo di pie disposizioni per cui avrebbe potuto aumentare le sue ricchezze se le rendite non andassero distribuite tutte in sollievo dei poveri ed in altre opere pie.<noinclude><references/></noinclude>
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Giaccai
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text/x-wiki
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<poem>
{{Sc|splendet sacra aedes majori ornata decore
in miseros cvra splendet at illa magis}}
</poem>
Da questa stanza si passa nell’andito che conduce alla casa dei custodi e dell’uomo di fatica.
Questa onorevole compagnia infine, per le sue ottime costituzioni e prima per gli ammaestramenti del suo fondatore {{Sc|Piero Di Luca Borsi}} capo di facchini, il quale meritamente si acquistò il nome di {{Sc|Padre Della Misericordia}}, non solo meritò di essere arricchita dai sommi pontefici, e da molti altri prelati di santa chiesa d’indulgenze, di privilegi, e di altre spirituali e temporali concessioni, ma al di lei merito deve riferirsi ciò che a suo vantaggio fu operato dalla repubblica fiorentina <ref>Il motivo di questa liberalità della repubblica fiorentina derivava anche dal sapersi quanto tali atti di curiosità fossero favoriti e protetti dall’imperatore Costantino.
Aveva egli fondata ed eretta in Costantinopoli una compagnia quasi simile composta di novecento uomini, la maggior parte botteganti, ai quali aveva con,cesso perfino d’essere esenti dalle gabelle.</ref>
Nè poco si distinse nle favorire questo pio istituto la casa dei Medici, l’imperatore Francesco I. ed infine il granduca Leopoldo I. l’arricchi di privilegi e di grazie e se ne dichiarò special protettore.
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in miseros cvra splendet at illa magis}}
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Da questa stanza si passa nell’andito che conduce alla casa dei custodi e dell’uomo di fatica.
Questa onorevole compagnia infine, per le sue ottime costituzioni e prima per gli ammaestramenti del suo fondatore {{Sc|Piero Di Luca Borsi}} capo di facchini, il quale meritamente si acquistò il nome di {{Sc|Padre Della Misericordia}}, non solo meritò di essere arricchita dai sommi pontefici, e da molti altri prelati di santa chiesa d’indulgenze, di privilegi, e di altre spirituali e temporali concessioni, ma al di lei merito deve riferirsi ciò che a suo vantaggio fu operato dalla repubblica fiorentina<ref>Il motivo di questa liberalità della repubblica fiorentina derivava anche dal sapersi quanto tali atti di curiosità fossero favoriti e protetti dall’imperatore Costantino.<br>Aveva egli fondata ed eretta in Costantinopoli una compagnia quasi simile composta di novecento uomini, la maggior parte botteganti, ai quali aveva con,cesso perfino d’essere esenti dalle gabelle.</ref>
Nè poco si distinse nel favorire questo pio istituto la casa dei Medici, l’imperatore Francesco I. ed infine il granduca Leopoldo I. l’arricchi di privilegi e di grazie e se ne dichiarò special protettore.
Immensi legati sono stati fatti da molti cittadini a questa venerabil compagnia, lasciate copiose credità, e raccomandata l’esecuzione in perpetuo di pie disposizioni per cui avrebbe potuto aumentare le sue ricchezze se le rendite non andassero distribuite tutte in sollievo dei poveri ed in altre opere pie.<noinclude><references/></noinclude>
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Autore:Abū Zayd al-Balkhī
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Panz Panz
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Abū Zayd al-Balkhī | Cognome = | Attività = medico/geografo/psicologo | Nazionalità = persiano | Professione e nazionalità = }}
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text/x-wiki
{{Autore
| Nome = Abū Zayd al-Balkhī
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Categoria:Pagine in cui è citato Abū Zayd al-Balkhī
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Panz Panz
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Abū Zayd al-Balkhī}} [[Categoria:Pagine per autore citato|al-Balkhī, Abū Zayd]]
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text/x-wiki
{{Vedi anche autore|Abū Zayd al-Balkhī}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|al-Balkhī, Abū Zayd]]
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Autore:Ibn al-Awwam
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Ibn al-Awwam | Cognome = | Attività = agronomo | Nazionalità = arabo | Professione e nazionalità = }}
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Categoria:Pagine in cui è citato Ibn al-Awwam
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Ibn al-Awwam}} [[Categoria:Pagine per autore citato|al-Awwam, Ibn]]
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text/x-wiki
{{Vedi anche autore|Ibn al-Awwam}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|al-Awwam, Ibn]]
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Autore:Ibn al-Banna al-Marrakushi
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Ibn al-Banna al-Marrakushi | Cognome = | Attività = matematico/astronomo | Nazionalità = arabo | Professione e nazionalità = }}
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Categoria:Pagine in cui è citato Ibn al-Banna al-Marrakushi
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Ibn al-Banna al-Marrakushi}} [[Categoria:Pagine per autore citato|al-Marrakushi, Ibn al-Banna]]
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text/x-wiki
{{Vedi anche autore|Ibn al-Banna al-Marrakushi}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|al-Marrakushi, Ibn al-Banna]]
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Autore:Ibn Mu'adh al-Jayyani
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Ibn Mu'adh al-Jayyani | Cognome = | Attività = matematico/astronomo | Nazionalità = arabo | Professione e nazionalità = }}
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| Nome = Ibn Mu'adh al-Jayyani
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Categoria:Pagine in cui è citato Ibn Mu'adh al-Jayyani
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Panz Panz
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{{Vedi anche autore|Ibn Mu'adh al-Jayyani}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|al-Jayyani, Ibn Mu'adh]]
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Autore:François Pétis de la Croix
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2026-08-07T18:54:02Z
Panz Panz
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| Nome = François
| Cognome = Pétis de la Croix
| Attività = orientalista
| Nazionalità = francese
| Professione e nazionalità =
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Categoria:Pagine in cui è citato François Pétis de la Croix
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Panz Panz
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{{Vedi anche autore|François Pétis de la Croix}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Croix, François Pétis de la]]
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Autore:Alexandre Sarrazin de Montferrier
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Panz Panz
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{{Autore
| Nome = Alexandre
| Cognome = Sarrazin de Montferrier
| Attività = matematico/giornalista
| Nazionalità = francese
| Professione e nazionalità =
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Categoria:Pagine in cui è citato Alexandre Sarrazin de Montferrier
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Panz Panz
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{{Vedi anche autore|Alexandre Sarrazin de Montferrier}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Montferrier, Alexandre Sarrazin de]]
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Categoria:Pagine in cui è citato Charles Bossut
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{{Vedi anche autore|Charles Bossut}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Bossut, Charles]]
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Autore:Jakob Christmann
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Panz Panz
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| Nome = Jakob
| Cognome = Christmann
| Attività = astronomo/orientalista
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Categoria:Pagine in cui è citato Jakob Christmann
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Panz Panz
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{{Vedi anche autore|Jakob Christmann}}
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Autore:Jacob Anatoli
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| Nome = Jacob
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| Attività = letterato/filosofo
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Categoria:Pagine in cui è citato Jacob Anatoli
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text/x-wiki
{{Vedi anche autore|Jacob Anatoli}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Anatoli, Jacob]]
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Autore:Friedrich Risner
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| Nome = Friedrich
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Categoria:Pagine in cui è citato Friedrich Risner
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text/x-wiki
{{Vedi anche autore|Friedrich Risner}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Risner, Friedrich]]
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Autore:Abu Saʿīd ibn Abi l-Khayr
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| Nome = Abu Saʿīd ibn Abi l-Khayr
| Cognome =
| Attività = mistico/poeta
| Nazionalità = persiano
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Categoria:Pagine in cui è citato Abu Saʿīd ibn Abi l-Khayr
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Panz Panz
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{{Vedi anche autore|Abu Saʿīd ibn Abi l-Khayr}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|l-Khayr, Abu Saʿīd ibn Abi]]
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Autore:Wilhelm Friedrich Hezel
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Panz Panz
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| Nome = Wilhelm Friedrich
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Categoria:Pagine in cui è citato Wilhelm Friedrich Hezel
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Panz Panz
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Wilhelm Friedrich Hezel}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Hezel, Wilhelm Friedrich]]
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text/x-wiki
{{Vedi anche autore|Wilhelm Friedrich Hezel}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Hezel, Wilhelm Friedrich]]
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Il Libro dei Re/I re Sassanidi/7/XLV
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Alex brollo
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Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]]
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{{Qualità|avz=25%|data=7 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|7]] - XLV. - Guerra con l'Imperatore di Grecia|prec=../XLIV|succ=../XLVI}}
<pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu" from="339" to="344" fromsection="s2" tosection="s1" />
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|||220}}</noinclude>{{Centrato|'''Istria.'''}}
Non dell'Istria solo avrei voluto occuparmi ma di tutta la vasta zona che dal Veneto e dall'Istria sale ol- tre il Trentino verso l'Austria. Ma qui come altrove la volontà rimane insoddisfatta dal poco materiale offerto dai precedenti studi.
{{Sc|Ive A.}}, ''Canti popolari istriani racc. a Rovigno''. — Roma, 1877.
{{Sc|Pargolesi C.}}, ''Canti popolari trentini.'' — Trento, 1892
{{Sc|Pargolesi C.}}, ''Eco del Friuli.'' — Trieste.
{{Centrato|'''Romagna ed Emilia.'''}}
{{Sc|Ungarelli G.}}, ''Le vecchie danze italiane, ancora in uso nella provincia bolognese.'' Roma, 1894.
Magnifico studio storico della danza in genere, con interessanti riferimenti bibliografici, con 36 esempi musicali di danze del bolognese interessantissime anche per i raffronti che permettono colla melodia della canzone del popolo di questa e di altre regioni. Nobilis- simo inizio dello studio etnofonico della Romagna che ci auguriamo proseguito ed approfondito dal maestro Balilla Pratella, come le sue speciali cognizioni gli permettono ed impongono.
{{Sc|Pratella B.}}, ''Saggi di gridi, canzoni, cori e danze del popolo italiano'' (in corso di stampa). Bologna, 1919. E molte composizioni musicali dello stesso<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:L'Anima musicale d'Italia.djvu/223
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 221 —|}}</noinclude>P. nelle quali sono riprodotte musiche popolari della Romagna.
{{Sc|Pergoli B.}}, ''Canti popolari romagnoli'', Forlì, 1893, 1894. Con appendice musicale del maestro Pedrelli.
{{Sc|Ferraro G.}}, ''Saggi di canti popolari racc. a Pontelagoscuro (Ferrara)'', «Riv. di Fil. Rom.», Vol. II. Roma, 1875.
{{Sc|Placucci M.}}, ''Usi e pregiudizi de contadini della Romagna, Operetta serio-faceta'' — Forlì, 1818.
{{Sc|Zambrini F.}}, ''Dei dialetti romagnoli in genere e del faentino specialmente.'' «Lettera al prof. Corazzini nel Propugnatore» — Bologna, 1873.
{{Sc|Ferraro G.}}, ''Canti popolari di Pontelagoscuro e Cento'' — Ferrara, 1877.
{{Sc|Guerrini O.}}, ''Alcuni canti popolari romagnoli''. — Bologna, 1880.
{{Sc|Bagli G.}}, ''Saggio di studi sui proverbi, gli usi, i preginalizi e la poesia popolare in Romagna'', negli “Atti e Mem. della R. Deput. di Storia Patria per le prov. di Romagna„ — Bologna, 1885-86.
{{Sc|Bagli G.}}, ''Saggio di canti popolari romagnoli racc. nel territorio di Colignola Ravenna'' e pubb. negli “Atti e Mem. della R. Dep. di Storia Patria per le prov.
di Romagna„ — Bologna, 1891.
{{Sc|Ferraro G.}}, ''Canti popolari di Ferrara''. — Ferrara, 1877.
{{Centrato|'''Toscana.'''}}
{{Sc|Gordigiani L.}}, ''Canti popolari toscani''. — Milano,Ricordi.
Una vera corbellatura per l'etnologo poichè di vera etnofonia toscana ce n'è proprio un bel nulla. Si tratta invece di una raccolta di melodiette più o meno {{Pt|grazio-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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Autore:Antoine-Léonard de Chézy
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Panz Panz
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Antoine-Léonard | Cognome = de Chézy | Attività = linguista/traduttore | Nazionalità = francese | Professione e nazionalità = }}
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{{Autore
| Nome = Antoine-Léonard
| Cognome = de Chézy
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Categoria:Pagine in cui è citato Antoine-Léonard de Chézy
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Antoine-Léonard de Chézy}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Chézy, Antoine-Léonard de]]
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{{Vedi anche autore|Antoine-Léonard de Chézy}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Chézy, Antoine-Léonard de]]
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Autore:Johann Gottfried Eichhorn
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Panz Panz
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| Nome = Johann Gottfried
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Categoria:Testi in cui è citato Johann Gottfried Eichhorn
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{{Vedi anche autore|Johann Gottfried Eichhorn}}
[[Categoria:Testi per autore citato|Eichhorn, Johann Gottfried]]
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Categoria:Pagine in cui è citato Johann Gottfried Eichhorn
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{{Vedi anche autore|Johann Gottfried Eichhorn}}
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Autore:August Tholuck
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Categoria:Pagine in cui è citato August Tholuck
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{{Vedi anche autore|August Tholuck}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Tholuck, August]]
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Autore:Johann Gottlieb Buhle
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Categoria:Testi in cui è citato Johann Gottlieb Buhle
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Johann Gottlieb Buhle}} [[Categoria:Testi per autore citato|Buhle, Johann Gottlieb]]
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text/x-wiki
{{Vedi anche autore|Johann Gottlieb Buhle}}
[[Categoria:Testi per autore citato|Buhle, Johann Gottlieb]]
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Categoria:Pagine in cui è citato Johann Gottlieb Buhle
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Johann Gottlieb Buhle}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Buhle, Johann Gottlieb]]
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{{Vedi anche autore|Johann Gottlieb Buhle}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Buhle, Johann Gottlieb]]
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Autore:Al-Suyuti
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Categoria:Pagine in cui è citato Al-Suyuti
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{{Vedi anche autore|Al-Suyuti}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Al-Suyuti]]
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Autore:Ibn Tufayl
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Categoria:Pagine in cui è citato Ibn Tufayl
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{{Vedi anche autore|Ibn Tufayl}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Tufayl, Ibn]]
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Autore:Pierre Toussaint de Chazelle
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Categoria:Pagine in cui è citato Pierre Toussaint de Chazelle
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Pierre Toussaint de Chazelle}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Chazelle, Pierre Toussaint de]]
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{{Vedi anche autore|Pierre Toussaint de Chazelle}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Chazelle, Pierre Toussaint de]]
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Autore:Abū l-Faraj al-Iṣfahānī
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Categoria:Pagine in cui è citato Abū l-Faraj al-Iṣfahānī
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Panz Panz
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Autore:Ibn Khallikan
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Categoria:Pagine in cui è citato Ibn Khallikan
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[[Categoria:Pagine per autore citato|Khallikan, Ibn]]
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Autore:Al-Qifti
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Categoria:Pagine in cui è citato Al-Qifti
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Panz Panz
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Autore:Ali ibn Abbas al-Majusi
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Categoria:Pagine in cui è citato Ali ibn Abbas al-Majusi
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Autore:Daniele di Morley
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Categoria:Pagine in cui è citato Daniele di Morley
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[[Categoria:Pagine per autore citato|Morley, Daniele di]]
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Autore:John Freind
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Categoria:Pagine in cui è citato John Freind
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[[Categoria:Pagine per autore citato|Freind, John]]
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Autore:Théophraste Renaudot
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Categoria:Pagine in cui è citato Théophraste Renaudot
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{{Vedi anche autore|Théophraste Renaudot}}
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|124||}}</noinclude>riusciva all’occhio più acuto di penetrare nel doppio serrame di cristallo e di seta. Che serve? doveva essere però il legno consaputo.
“Avanti! — disse al vetturino.
“È si ha da andare a rotta di collo come dianzi?
“No, come vuole la vostra bestia; sarò sempre a tempo.”
Benchè la cavalla lasciata libera di regolarsi a suo genio trottasse pian piano, Montlieu giunse al posto prefisso molto prima della vettura verde. La contemplava venir da lontano, e quasi che la sua curiosità avesse potuto sollecitarla ei la chiamava a sè col guardo e col pensiero.
Questa gli passò davanti di nuovo, fu calato il cristallo, e per due volte la mano col guanto bianco diè il segno convenuto. Era mano di femmina.
Achiunque altro che Montlieu sarebbe tosto venuto il sospetto di qualche raggiretto; però egli non era più nell’età in cui l’idea di una donna va ognora congiunta ad un sogno di amore. Non fu dunque una lusinga,<noinclude><references/></noinclude>
se61bxpq6r186bf8q98yc2t2gvqj07j
Autore:Diego Ortiz de Zúñiga
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Panz Panz
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Diego | Cognome = Ortiz de Zúñiga | Attività = storico | Nazionalità = spagnolo | Professione e nazionalità = }}
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text/x-wiki
{{Autore
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Categoria:Pagine in cui è citato Diego Ortiz de Zúñiga
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Diego Ortiz de Zúñiga}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Zúñiga, Diego Ortiz de]]
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wikitext
text/x-wiki
{{Vedi anche autore|Diego Ortiz de Zúñiga}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Zúñiga, Diego Ortiz de]]
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Autore:Robert Huntington
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Panz Panz
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Robert | Cognome = Huntington | Attività = orientalista | Nazionalità = inglese | Professione e nazionalità = }}
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text/x-wiki
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Categoria:Pagine in cui è citato Robert Huntington
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Robert Huntington}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Huntington, Robert]]
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text/x-wiki
{{Vedi anche autore|Robert Huntington}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Huntington, Robert]]
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Autore:Christophe-Guillaume Koch
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Panz Panz
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Christophe-Guillaume | Cognome = Koch | Attività = giurista/politico | Nazionalità = francese | Professione e nazionalità = }}
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wikitext
text/x-wiki
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Categoria:Pagine in cui è citato Christophe-Guillaume Koch
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Christophe-Guillaume Koch}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Koch, Christophe-Guillaume]]
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text/x-wiki
{{Vedi anche autore|Christophe-Guillaume Koch}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Koch, Christophe-Guillaume]]
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Autore:Robert Smith
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Categoria:Pagine in cui è citato Robert Smith
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||125}}</noinclude>un effetto di presunzione, che gli cagionò come un moto febbrile, ma bensì un principio di premura per l’incognita. Ei non disse: è una donna che mi ama... ma preferì sempre che fosse una donna.
Egli obbedì puntualmente alle istruzioni della lettera: i cavalli si avviarono al sobborgo sant’Antonio, ed egli li seguitò poi si ristette quando essi si fermarono. Finalmente il cocchiere smontò, aprì lo sportello, e Montlieu imbrogliatissimo saltò velocemente i due gradini del montatoio.
Due signore erano in fondo alla carrozza; entrambe coperte da un velo. Ei le osservava coufuso ed anche esse parevano in soggezione. Siccome non favellavano, senza dubbio perchè erano agitate, domandò loro:
“Questo foglio non è stato scritto realmente a me Enrico di Montlieu, auditore al Consiglio di Stato?”
Per unica risposta una di quelle dame si nascose la testa fra le mani, e si chinò sulle spalle dell’altra che aveva accanto. Egli le udì che piangeva, e vole avvicinarsele e dirle {{Pt|qual-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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“Lasciatela piangere, gli disse, non vi accostate a lei, non le discorrete già vedete quanto l’abbia commossa il suono della vostra voce. Insistendo di più la uccidereste. Datele luogo a calmarsi: io debbo ricondurla viva in casa di suo marito.”
E volgendosi verso l’afflitta, soggiunse: — “Te lo aveva pur detto, era meglio scrivere... Ma orsù, fatti coraggio! puoi sperare, giacchè è venuto... Ebbene, proseguì, non rispondi? Ah signore! di grazia, abbassate i cristalli... che vi sia un poco d’aria... ella sviene, non piange più!”
Enrico, non meno turbato che la donna che gli parlava, ma tormentato al sommo dal grande mistero, tirò giù i cristalli, ma senza muovere le tendine che dovevano restar serrate. Allora l’amica appoggiando la testa sul seno dell’ammalata, sollevò il velo che impediva il passo all’aria, ed un volto orribile per la magrezza ed il pallore si offerse agli occhi di Montlieu.<noinclude><references/></noinclude>
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La casa deserta/Capitolo I
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La casa deserta/Capitolo II
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Porto il SAL a SAL 75%
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