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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Israele non fidi nell’Egitto.'' | centro = ISAIA, 30. | dx =''Israele sarà ristorato.''}}</small></noinclude><section begin=30 />{{colonna}}{{vb|30|1|continua}}dallo Spirito mio; per sopraggiugner peccato a peccato;
{{vb|30|2}}I quali si mettono in cammino, per iscendere in Egitto<ref>{{BibLink|Is|31|1}}.</ref>, senza aver''ne'' domandata la mia bocca<ref>{{BibLink|Num|27|21}}. {{BibLink|Gios|9|14}}. {{BibLink|1 Re|22|7|1 Re 22. 7}}, ecc.</ref>; per fortificarsi della forza di Faraone, e per ridursi in salvo all’ombra dell’Egitto!
{{vb|30|3}}Or la forza di Faraone vi sarà in vergogna, e il ridurvi all’ombra di Egitto in ignominia<ref>{{BibLink|Ger|37|5}}, ecc.</ref>.
{{vb|30|4}}Quando i principi d’esso saranno stati in Soan, e i suoi ambasciatori saranno venuti in Hanes;
{{vb|30|5}}Tutti saranno confusi per lo popolo ''che'' non gioverà loro ''nulla'', ''e'' non ''sarà'' di aiuto, nè di giovamento alcuno; anzi di vergogna, ed anche d’ignominia.
{{vb|30|6}}Il carico delle bestie del Mezzodì: Essi porteranno in sul dosso degli asinelli le lor ricchezze, e sopra la gobba de’ cammelli i lor tesori, attraverso un paese di distretta e d’angoscia; ''a quelli'', da’ quali viene il leone e il leopardo, la vipera e il serpente ardente, e volante; a un popolo che non gioverà nulla.
{{vb|30|7}}E gli Egizi ''li'' soccorreranno in vano, ed a vuoto; per questo io ho gridato intorno a ciò: Il ''vero'' Rahab ''sarebbe'' di starsene essi quieti.
{{vb|30|8}}Ora vieni, scrivi questo davanti a loro sopra una tavola, e descrivilo in un libro, acciocchè resti nel tempo a venire, in perpetuo.
{{vb|30|9}}Perciocchè ''questo è'' un popolo ribelle, ''son'' figliuoli bugiardi; figliuoli ''che'' non hanno voluto ascoltar la Legge del Signore.
{{vb|30|10}}I quali han detto a’ veggenti: Non veggiate; e a quelli che hanno delle visioni: Non ci veggiate visioni diritte; parlateci cose piacevoli, vedete delle illusioni<ref>{{BibLink|1 Re|22|13|1 Re 22. 13}}. {{BibLink|Ger|11|21}}.</ref>;
{{vb|30|11}}Ritraetevi dalla via, stornatevi dal sentiero, fate cessare il Santo d’Israele dal nostro cospetto.
{{vb|30|12}}Perciò, così ha detto il Santo d’Israele: Perciocchè voi avete rigettata questa parola, e vi siete confidati in oppressione, e in modi distorti, e vi siete appoggiati sopra ciò;
{{vb|30|13}}Perciò questa iniquità vi sarà come una rottura cadente, ''come'' un ventre in un alto muro, la cui ruina viene di subito, in un momento.
{{vb|30|14}}E ''il Signore'' la romperà come si rompe un testo di vassellaio, che si trita senza risparmiar''lo''<ref>{{BibLink|Sal|2|9}}.</ref>, tanto che fra il rottame di esso non si trova alcun testolino da prender del fuoco dal focolare, nè da attignere dell’acqua dalla fossa.
{{vb|30|15}}Perciocchè così avea detto il Signore Iddio, il Santo d’Israele: Voi sarete {{Pt|sal-|}}{{AltraColonna}}{{vb|30|15|continua}}{{Pt|vati|salvati}} per quiete, e riposo; la vostra forza sarà in quiete, ed in confidanza<ref>{{BibLink|Is|7|4}}, ecc.</ref>; ma voi non avete voluto.
{{vb|30|16}}Anzi avete detto: No; ma fuggiremo sopra cavalli; perciò, voi fuggirete; e cavalcheremo sopra ''cavalcature'' veloci; perciò, veloci ''altresì'' saranno quelli che vi perseguiranno.
{{vb|30|17}}Un migliaio ''fuggirà'' alla minaccia di un solo; alla minaccia di cinque voi fuggirete ''tutti''<ref>{{BibLink|Deut|28|25}}; {{BibLink|Deut|32|30|32. 30}}.</ref>; finchè restiate come un albero di nave sopra la sommità di un monte, e come un’antenna sopra un colle.
{{vb|30|18}}E però il Signore indugerà ad aver mercè di voi; e però altresì egli sarà esaltato, avendo pietà di voi; perciocchè il Signore ''è'' l’Iddio del giudicio. Beati tutti coloro che l’attendono.
{{vb|30|19}}Perciocchè il popolo dimorerà in Sion, in Gerusalemme; tu non piagnerai ''più''; per certo egli ti farà grazia, udendo la voce del tuo grido; tosto ch’egli ti avrà udito, egli ti risponderà.
{{vb|30|20}}E il Signore vi darà ben del pane di distretta, e dell’acqua di oppressione; ma i tuoi dottori non si dilegueranno più; anzi i tuoi occhi vedranno ''del continuo'' i tuoi dottori<ref>{{BibLink|Am|8|11}}.</ref>.
{{vb|30|21}}E le tue orecchie udiranno dietro a te una parola che dirà: Questa ''è'' la via: camminate per essa, o che andiate a destra, o che andiate a sinistra.
{{vb|30|22}}E voi contaminerete la coverta delle sculture del vostro argento, e l’ammanto delle statue di getto del vostro oro; tu le gitterai via come un panno lordato; tu dirai loro: Esci fuori<ref>{{BibLink|2 Cron|31|1}}.</ref>.
{{vb|30|23}}E ''il Signore'' darà la pioggia, che si conviene alla tua semenza, che tu avrai seminata in terra; e ''darà'' il pane del frutto della terra, il qual sarà dovizioso, e grasso; in quel giorno il tuo bestiame pasturerà in paschi spaziosi<ref>{{BibLink|Mat|6|33}}. {{BibLink|1 Tim|4|8}}.</ref>.
{{vb|30|24}}E i buoi, e gli asinelli, che lavorano la terra, mangeranno, ''in luogo di'' provenda, pura biada, la quale sarà sventolata col vaglio, e con la ventola.
{{vb|30|25}}E vi saranno de’ rivi, ''e'' de’ condotti d’acque sopra ogni alto monte, e sopra ogni colle elevato, nel giorno della grande uccisione, quando le torri caderanno.
{{vb|30|26}}E la luce della luna sarà come la luce del sole, e la luce del sole sarà sette volte maggiore, come ''sarebbe'' la luce di sette giorni ''insieme''<ref>{{BibLink|Is|60|19}}, {{BibLink|Is|60|20|20}}.</ref>; nel giorno che il Signore avrà fasciata la rottura del suo popolo, e risanata la ferita della sua percossa.
{{vb|30|27}}Ecco, il Nome del Signore viene da lontano, la sua ira ''è'' ardente, e il ''suo'' carico ''è'' pesante; le sue labbra son piene {{FineColonna}}<section end=30 /><noinclude>
<hr>
<references/>{{PieDiPagina||576}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Israele non fidi nell’Egitto.'' | centro = ISAIA, 31, 32. | dx =''Il regno giusto del Messia.''}}</small></noinclude><section begin=30 />{{colonna}}{{vb|30|27|continua}}d’indegnazione, e la sua lingua ''è'' come un fuoco divorante;
{{vb|30|28}}E il suo Spirito ''è'' come un torrente traboccato<ref>{{BibLink|2 Tess|2|8}}.</ref>, che arriva infino a mezzo il collo, per isbatter le genti d’uno sbattimento tale, che sieno ridotte a nulla; ed ''è'' come un freno nelle mascelle de’ popoli, che ''li'' fa andar fuor di via.
{{vb|30|29}}Voi avrete ''in bocca'' un cantico, come nella notte che si santifica la solennità; e letizia al cuore, come chi cammina con flauti, per venire al monte del Signore, alla Rocca d’Israele.
{{vb|30|30}}E il Signore farà udire la maestà della sua voce; e mostrerà come egli colpisce col suo braccio nell’indegnazione della ''sua'' ira, e con fiamma di fuoco divorante; con iscoppi, con nembo, e con pietre di gragnuola.
{{vb|30|31}}Perciocchè Assur, ''che'' soleva percuoter col bastone, sarà fiaccato dalla voce del Signore<ref>{{BibLink|Is|37|36}}.</ref>.
{{vb|30|32}}E ogni passaggio della verga ferma, la quale il Signore farà riposar sopra lui, sarà ''frequentato'' con tamburi, e con cetere; dopo ch’egli avrà combattuto contro a loro con battaglie di mano alzata.
{{vb|30|33}}Perciocchè Tofet<ref>{{BibLink|Ger|7|31}}; {{BibLink|Ger|19|6|19. 6}}, ecc.</ref> è già apparecchiato, egli è preparato eziandío per lo re; egli ''l''’ha fatto profondo, e largo; la sua stipa ''è'' fuoco, e gran quantità di legne; il fiato del Signore ''sarà'' come un torrente di zolfo che l’accenderà. <section end=30 />
<section begin=31 />
{{vb|31|1|capolettera}}GUAI a coloro che scendono in Egitto per soccorso<ref>{{BibLink|Is|30|2}}.</ref>, e si appoggiano sopra cavalli, e si confidano in carri, perchè ''son'' molti; e in cavalieri, perchè sono in grandissimo numero; e non riguardano al Santo d’Israele, e non cercano il Signore<ref>{{BibLink|Sal|20|7}}.</ref>!
{{vb|31|2}}E pure anch’egli ''è'' savio, e ha fatto venire il male, e non ha rivocate le sue parole<ref>{{BibLink|Num|23|19}}.</ref>, e si è levato contro alla casa de’ maligni, e contro al soccorso degli operatori di iniquità.
{{vb|31|3}}Ma gli Egizi ''son'' uomini<ref>{{BibLink|Sal|146|3}}.</ref>, e non Dio; e i lor cavalli ''son'' carne, e non ispirito. E il Signore stenderà la sua mano; onde l’aiutatore traboccherà, e l’aiutato caderà; e tutti insieme saran consumati.
{{vb|31|4}}Ma, così mi ha detto il Signore: Siccome il leone ed il leoncello freme sopra la preda; e benchè si raduni a grida una moltitudine di pastori contro a lui, non però si spaventa per le lor grida, e non si umilia per lo strepito loro; così scenderà il Signor degli eserciti, per guerreggiare per lo monte di Sion, e per lo colle di essa.
{{vb|31|5}}Come gli uccelli, volando, ''coprono i lor figli'', così il Signor degli eserciti farà {{AltraColonna}}{{vb|31|5|continua}}riparo a Gerusalemme<ref>{{BibLink|Deut|32|11}}. {{BibLink|Sal|91|4}}.</ref>; facendo''le'' riparo, e riscotendo''la''; passando, e salvando''la''.
{{vb|31|6}}Convertitevi a colui, dal quale i figliuoli di Israele si sono profondamente rivolti.
{{vb|31|7}}Perciocchè in quel giorno ciascuno avrà a schifo gl’idoli del suo argento, e gl’idoli del suo oro, i quali le vostre mani vi hanno fatti ''a'' peccato.
{{vb|31|8}}E Assur caderà per la spada, non di un uomo; e il coltello, non di una persona umana, lo divorerà; ed egli se ne fuggirà d’innanzi alla spada, e i suoi giovani saran disfatti<ref>{{BibLink|2 Re|19|35|2 Re 19. 35}}, ecc.</ref>.
{{vb|31|9}}Ed egli passerà nella sua rocca per paura, e i suoi principi saranno spaventati per la bandiera, dice il Signore, il cui fuoco ''è'' in Sion, e la fornace in Gerusalemme. <section end=31 />
<section begin=32 />
{{vb|32|1|capolettera}}ECCO, un re regnerà in giustizia<ref>{{BibLink|Zac|9|9}}.</ref>; e quant’è a’ principi, signoreggeranno in dirittura.
{{vb|32|2}}E quell’uomo sarà come un ricetto dal vento, e ''come'' un nascondimento dal nembo; come rivi d’acque in luogo arido, come l’ombra d’una gran roccia in terra asciutta.
{{vb|32|3}}E gli occhi di quelli che veggono non saranno ''più'' abbagliati, e le orecchie di quelli che odono staranno attente.
{{vb|32|4}}E il cuore degl’inconsiderati intenderà scienza, e la lingua de’ balbettanti parlerà speditamente, e nettamente.
{{vb|32|5}}Lo stolto non sarà più chiamato principe, e l’avaro non sarà ''più'' detto magnifico.
{{vb|32|6}}Perciocchè l’uomo da nulla parla scelleratezza, e il suo cuore opera iniquità, usando ipocrisia, e pronunziando parole di disviamento contro al Signore; per render vuota l’anima dell’affamato, e far mancar da bere all’assetato.
{{vb|32|7}}E gli strumenti dell’avaro ''sono'' malvagi, ''ed'' egli prende scellerati consigli, per distruggere i poveri, con parole di falsità, eziandío quando il bisognoso parla dirittamente.
{{vb|32|8}}Ma il principe prende consigli da principe, e si leva per far cose degne di principe.
{{vb|32|9}}Donne agiate, levatevi, udite la mia voce; fanciulle, che vivete sicure, porgete gli orecchi al mio ragionamento.
{{vb|32|10}}Un anno dopo l’altro voi sarete in gran turbamento, o ''voi'', che vivete sicure; perciocchè sarà mancata la vendemmia, la ricolta non verrà ''più''.
{{vb|32|11}}O donne agiate, abbiate spavento; tremate, ''voi'' che vivete sicure; spogliatevi ignude, e cingetevi ''di sacchi'' sopra i lombi;{{FineColonna}}<section end=32 /><noinclude>
<hr>
<references/>{{PieDiPagina||577|19}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''I nemici distrutti.'' | centro = ISAIA, 33. | dx =''Sion riscattata.''}}</small></noinclude><section begin=32 />{{colonna}}{{vb|32|12}}Percotendovi le mammelle, per li be’ campi, per le vigne fruttifere.
{{vb|32|13}}Spine e pruni cresceranno sopra la terra del mio popolo; anzi sopra ogni casa di diletto, ''e sopra'' la città trionfante.
{{vb|32|14}}Perciocchè i palazzi saranno abbandonati, la città piena di popolo sarà lasciata; i castelli e le fortezze saranno ''ridotte'' in perpetuo in caverne, in sollazzo d’asini salvatici, in paschi di gregge;
{{vb|32|15}}Finchè lo Spirito sia sparso sopra noi da alto<ref>{{BibLink|Gioele|2|28|Gioele 2. 28}}.</ref>, e che il deserto divenga un Carmel, e Carmel sia reputato per una selva.
{{vb|32|16}}Allora il giudicio abiterà nel deserto, e la giustizia dimorerà in Carmel.
{{vb|32|17}}E la pace sarà l’effetto della giustizia<ref>{{BibLink|Giac|3|17}}, {{BibLink|Giac|3|18|18}}.</ref>; e ciò che la giustizia opererà ''sarà'' riposo e sicurtà, in perpetuo.
{{vb|32|18}}E il mio popolo abiterà in una stanza di pace, e in tabernacoli sicurissimi, e in luoghi tranquilli di riposo;
{{vb|32|19}}Ma egli grandinerà, con caduta della selva; e la città sarà abbassata ben basso.
{{vb|32|20}}Beati voi, che seminate sopra ogni acqua, ''e vi'' mandate il piè del bue, e dell’asino! <section end=32 />
<section begin=33 />
{{Centrato|{{indentatura}}{{smaller|''I nemici del popolo di Dio verranno distrutti; Gerusalemme sarà riscattata e fatta gloriosa e felice.''}}</div>}}
{{vb|33|1|capolettera}}GUAI a ''te'' che predi, e non sei stato predato; e a ''te'', o disleale, che non sei stato trattato dislealmente! quando avrai finito di predare, sarai predato; quando avrai cessato di operar dislealmente, sarai trattato dislealmente<ref>{{BibLink|Apoc|13|10}}.</ref>.
{{vb|33|2}}O Signore, abbi pietà di noi, noi ti abbiamo aspettato; sii il braccio di costoro per ogni mattina; ed anche la nostra salute al tempo della distretta.
{{vb|33|3}}I popoli se ne son fuggiti per lo suon dello strepito; le genti sono state disperse per lo tuo innalzamento.
{{vb|33|4}}E la vostra preda sarà raccolta ''come'' si raccolgono i bruchi; egli scorrerà per mezzo loro, come scorrono le locuste.
{{vb|33|5}}Il Signore ''è'' innalzato; perciocchè egli abita un luogo eccelso; egli empierà Sion di giudicio e di giustizia.
{{vb|33|6}}E la fermezza de’ tuoi tempi, ''e'' la forza delle ''tue'' liberazioni ''sarà'' sapienza, e scienza; il timor del Signore sarà il suo tesoro.
{{vb|33|7}}Ecco, i loro araldi hanno gridato di fuori; i messi della pace hanno pianto amaramente<ref>{{BibLink|2 Re|18|18|2 Re 18. 18}}, {{BibLink|2 Re|18|37|37}}.</ref>.
{{vb|33|8}}Le strade son deserte, i viandanti son cessati. Egli ha rotto il patto, ha disdegnate le città, non ha fatta alcuna stima degli uomini.
{{vb|33|9}}La terra fa cordoglio, ''e'' languisce; il Libano è confuso, ''e'' tagliato; Saron è {{AltraColonna}}{{vb|33|9|continua}}divenuto come un deserto; e Basan e Carmel sono stati scossi.
{{vb|33|10}}Ora mi leverò, dirà il Signore; ora m’innalzerò, ora sarò esaltato.
{{vb|33|11}}Voi concepirete della pula, ''e'' partorirete della stoppia; la vostra ira ''sarà'' un fuoco ''che'' vi divorerà.
{{vb|33|12}}E i popoli saranno ''come'' fornaci da calcina; saranno arsi col fuoco ''come'' spine tagliate.
{{vb|33|13}}Ascoltate, lontani, ciò che io ho fatto; e ''voi'', vicini, conoscete la mia forza.
{{vb|33|14}}I peccatori saranno spaventati in Sion, tremito occuperà gl’ipocriti, ''e diranno'': Chi di noi dimorerà col fuoco divorante? Chi di noi dimorerà con gli ardori eterni?
{{vb|33|15}}Colui che cammina in ogni giustizia, e parla cose diritte; che disdegna il guadagno di storsioni; che scuote le sue mani, per non prender presenti; che tura gli orecchi, per non udire omicidii; e chiude gli occhi, per non vedere il male;
{{vb|33|16}}Esso abiterà in luoghi eccelsi<ref>{{BibLink|Sal|15|1}}-{{BibLink|Sal|15|3|3}}; {{BibLink|Sal|24|3|24. 3}}, {{BibLink|Sal|24|4|4}}.</ref>; le fortezze delle rocce ''saranno'' il suo alto ricetto; il suo pane gli ''sarà'' dato, la sua acqua non fallirà.
{{vb|33|17}}Gli occhi tuoi mireranno il re nella sua bellezza, vedranno la terra lontana.
{{vb|33|18}}Il tuo cuore mediterà lo spavento, ''e dirai'': Dove ''è'' il commessario della rassegna? dove ''è'' il pagatore? dove ''è'' colui che tiene i registri delle torri?
{{vb|33|19}}''Ma'' tu non vedrai il popolo fiero, popolo di linguaggio oscuro<ref>{{BibLink|Deut|28|49}}, {{BibLink|Deut|28|50|50}}.</ref>, che non s’intende; di lingua balbettante, che non si comprende.
{{vb|33|20}}Riguarda Sion, città delle nostre feste solenni; gli occhi tuoi veggano Gerusalemme, stanza tranquilla<ref>{{BibLink|Sal|125|1}}, {{BibLink|Sal|125|2|2}}.</ref>, tabernacolo che non sarà giammai trasportato ''altrove'', i cui piuoli giammai non saranno rimossi, nè rotta alcuna delle sue funi;
{{vb|33|21}}Anzi quivi sarà il Signore magnifico inverso noi; ''quello sarà'' un luogo di fiumi, di rivi larghi, al quale non potrà giugner nave da remo, nè grosso navilio passarvi.
{{vb|33|22}}Perciocchè il Signore ''è'' il nostro Giudice, il Signore ''è'' il nostro Legislatore<ref>{{BibLink|Giac|4|12}}.</ref>, il Signore ''è'' il nostro Re; egli ci salverà.
{{vb|33|23}}Le tue corde son rallentate; esse non potranno tener fermamente diritto l’albero della lor nave, nè spiegar la vela; allora sarà spartita la preda di grandi spoglie; gli zoppi ''stessi'' prederanno la preda.
{{vb|33|24}}E gli abitanti non diranno più: Io sono infermo; il popolo che abiterà in quella ''sarà un popolo'', al quale l’iniquità sarà perdonata. {{FineColonna}}<section end=33 /><noinclude>
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{{vb|32|12}}Percotendovi le mammelle, per li be’ campi, per le vigne fruttifere.
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{{vb|32|15}}Finchè lo Spirito sia sparso sopra noi da alto<ref>{{BibLink|Gioele|2|28|Gioele 2. 28}}.</ref>, e che il deserto divenga un Carmel, e Carmel sia reputato per una selva.
{{vb|32|16}}Allora il giudicio abiterà nel deserto, e la giustizia dimorerà in Carmel.
{{vb|32|17}}E la pace sarà l’effetto della giustizia<ref>{{BibLink|Giac|3|17}}, {{BibLink|Giac|3|18|18}}.</ref>; e ciò che la giustizia opererà ''sarà'' riposo e sicurtà, in perpetuo.
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{{vb|33|10}}Ora mi leverò, dirà il Signore; ora m’innalzerò, ora sarò esaltato.
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{{vb|33|13}}Ascoltate, lontani, ciò che io ho fatto; e ''voi'', vicini, conoscete la mia forza.
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{{vb|33|16}}Esso abiterà in luoghi eccelsi<ref>{{BibLink|Sal|15|1}}-{{BibLink|Sal|15|3|3}}; {{BibLink|Sal|24|3|24. 3}}, {{BibLink|Sal|24|4|4}}.</ref>; le fortezze delle rocce ''saranno'' il suo alto ricetto; il suo pane gli ''sarà'' dato, la sua acqua non fallirà.
{{vb|33|17}}Gli occhi tuoi mireranno il re nella sua bellezza, vedranno la terra lontana.
{{vb|33|18}}Il tuo cuore mediterà lo spavento, ''e dirai'': Dove ''è'' il commessario della rassegna? dove ''è'' il pagatore? dove ''è'' colui che tiene i registri delle torri?
{{vb|33|19}}''Ma'' tu non vedrai il popolo fiero, popolo di linguaggio oscuro<ref>{{BibLink|Deut|28|49}}, {{BibLink|Deut|28|50|50}}.</ref>, che non s’intende; di lingua balbettante, che non si comprende.
{{vb|33|20}}Riguarda Sion, città delle nostre feste solenni; gli occhi tuoi veggano Gerusalemme, stanza tranquilla<ref>{{BibLink|Sal|125|1}}, {{BibLink|Sal|125|2|2}}.</ref>, tabernacolo che non sarà giammai trasportato ''altrove'', i cui piuoli giammai non saranno rimossi, nè rotta alcuna delle sue funi;
{{vb|33|21}}Anzi quivi sarà il Signore magnifico inverso noi; ''quello sarà'' un luogo di fiumi, di rivi larghi, al quale non potrà giugner nave da remo, nè grosso navilio passarvi.
{{vb|33|22}}Perciocchè il Signore ''è'' il nostro Giudice, il Signore ''è'' il nostro Legislatore<ref>{{BibLink|Giac|4|12}}.</ref>, il Signore ''è'' il nostro Re; egli ci salverà.
{{vb|33|23}}Le tue corde son rallentate; esse non potranno tener fermamente diritto l’albero della lor nave, nè spiegar la vela; allora sarà spartita la preda di grandi spoglie; gli zoppi ''stessi'' prederanno la preda.
{{vb|33|24}}E gli abitanti non diranno più: Io sono infermo; il popolo che abiterà in quella ''sarà un popolo'', al quale l’iniquità sarà perdonata. {{FineColonna}}<section end=33 /><noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''I nemici distrutti.'' | centro = ISAIA, 33. | dx =''Sion riscattata.''}}</small></noinclude><section begin=32 />{{colonna}}
{{vb|32|12}}Percotendovi le mammelle, per li be’ campi, per le vigne fruttifere.
{{vb|32|13}}Spine e pruni cresceranno sopra la terra del mio popolo; anzi sopra ogni casa di diletto, ''e sopra'' la città trionfante.
{{vb|32|14}}Perciocchè i palazzi saranno abbandonati, la città piena di popolo sarà lasciata; i castelli e le fortezze saranno ''ridotte'' in perpetuo in caverne, in sollazzo d’asini salvatici, in paschi di gregge;
{{vb|32|15}}Finchè lo Spirito sia sparso sopra noi da alto<ref>{{BibLink|Gioele|2|28|Gioele 2. 28}}.</ref>, e che il deserto divenga un Carmel, e Carmel sia reputato per una selva.
{{vb|32|16}}Allora il giudicio abiterà nel deserto, e la giustizia dimorerà in Carmel.
{{vb|32|17}}E la pace sarà l’effetto della giustizia<ref>{{BibLink|Giac|3|17}}, {{BibLink|Giac|3|18|18}}.</ref>; e ciò che la giustizia opererà ''sarà'' riposo e sicurtà, in perpetuo.
{{vb|32|18}}E il mio popolo abiterà in una stanza di pace, e in tabernacoli sicurissimi, e in luoghi tranquilli di riposo;
{{vb|32|19}}Ma egli grandinerà, con caduta della selva; e la città sarà abbassata ben basso.
{{vb|32|20}}Beati voi, che seminate sopra ogni acqua, ''e vi'' mandate il piè del bue, e dell’asino! <section end=32 />
<section begin=33 />
{{indentatura|1em}}{{smaller|''I nemici del popolo di Dio verranno distrutti; Gerusalemme sarà riscattata e fatta gloriosa e felice.''}}</div>
{{vb|33|1|capolettera}}GUAI a ''te'' che predi, e non sei stato predato; e a ''te'', o disleale, che non sei stato trattato dislealmente! quando avrai finito di predare, sarai predato; quando avrai cessato di operar dislealmente, sarai trattato dislealmente<ref>{{BibLink|Apoc|13|10}}.</ref>.
{{vb|33|2}}O Signore, abbi pietà di noi, noi ti abbiamo aspettato; sii il braccio di costoro per ogni mattina; ed anche la nostra salute al tempo della distretta.
{{vb|33|3}}I popoli se ne son fuggiti per lo suon dello strepito; le genti sono state disperse per lo tuo innalzamento.
{{vb|33|4}}E la vostra preda sarà raccolta ''come'' si raccolgono i bruchi; egli scorrerà per mezzo loro, come scorrono le locuste.
{{vb|33|5}}Il Signore ''è'' innalzato; perciocchè egli abita un luogo eccelso; egli empierà Sion di giudicio e di giustizia.
{{vb|33|6}}E la fermezza de’ tuoi tempi, ''e'' la forza delle ''tue'' liberazioni ''sarà'' sapienza, e scienza; il timor del Signore sarà il suo tesoro.
{{vb|33|7}}Ecco, i loro araldi hanno gridato di fuori; i messi della pace hanno pianto amaramente<ref>{{BibLink|2 Re|18|18|2 Re 18. 18}}, {{BibLink|2 Re|18|37|37}}.</ref>.
{{vb|33|8}}Le strade son deserte, i viandanti son cessati. Egli ha rotto il patto, ha disdegnate le città, non ha fatta alcuna stima degli uomini.
{{vb|33|9}}La terra fa cordoglio, ''e'' languisce; il Libano è confuso, ''e'' tagliato; Saron è {{AltraColonna}}{{vb|33|9|continua}}divenuto come un deserto; e Basan e Carmel sono stati scossi.
{{vb|33|10}}Ora mi leverò, dirà il Signore; ora m’innalzerò, ora sarò esaltato.
{{vb|33|11}}Voi concepirete della pula, ''e'' partorirete della stoppia; la vostra ira ''sarà'' un fuoco ''che'' vi divorerà.
{{vb|33|12}}E i popoli saranno ''come'' fornaci da calcina; saranno arsi col fuoco ''come'' spine tagliate.
{{vb|33|13}}Ascoltate, lontani, ciò che io ho fatto; e ''voi'', vicini, conoscete la mia forza.
{{vb|33|14}}I peccatori saranno spaventati in Sion, tremito occuperà gl’ipocriti, ''e diranno'': Chi di noi dimorerà col fuoco divorante? Chi di noi dimorerà con gli ardori eterni?
{{vb|33|15}}Colui che cammina in ogni giustizia, e parla cose diritte; che disdegna il guadagno di storsioni; che scuote le sue mani, per non prender presenti; che tura gli orecchi, per non udire omicidii; e chiude gli occhi, per non vedere il male;
{{vb|33|16}}Esso abiterà in luoghi eccelsi<ref>{{BibLink|Sal|15|1}}-{{BibLink|Sal|15|3|3}}; {{BibLink|Sal|24|3|24. 3}}, {{BibLink|Sal|24|4|4}}.</ref>; le fortezze delle rocce ''saranno'' il suo alto ricetto; il suo pane gli ''sarà'' dato, la sua acqua non fallirà.
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{{vb|33|20}}Riguarda Sion, città delle nostre feste solenni; gli occhi tuoi veggano Gerusalemme, stanza tranquilla<ref>{{BibLink|Sal|125|1}}, {{BibLink|Sal|125|2|2}}.</ref>, tabernacolo che non sarà giammai trasportato ''altrove'', i cui piuoli giammai non saranno rimossi, nè rotta alcuna delle sue funi;
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{{ct|f=150%|L=3px|IL FASELLO}}
{{Capolettera|D}}{{Sc|ov'era}} Catullo mentre cosí salutava gli amici? Sull’alta poppa intrepido come Giasone quando salpò per la conquista del vello d’oro?
Su la poppa di una nave, sí certo: tesi sono i remi, spiegate le vele latine, la prora è come sparvierata, è come una freccia: alto sta il castello di poppa.
È un fulgente naviglio; è il fasello di Catullo.
Catullo ce ne dice tante di cose di questo suo naviglio, ce ne parla con tanto amore, ce lo addita con tanta sicurezza: «Vedetelo là! la piú bella, la piú veloce delle navi: taglia le onde, balza sui flutti», che siamo tentati di dubitarne.
Questa nave fu molto celebrata. Era nuova e di cipresso e cedro ben contesta: e prima di essere nave, già fu selva. La selva forse dove si perdette Attis?
La fece costruire lui o era di qualche scorridore dei mari? Oppure apparve cosí per incantesimo? E crederemo ai viaggi che egli fece?<noinclude><references/></noinclude>
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{{ct|f=150%|L=3px|SIRMIO}}
{{Capolettera|E}}{{Sc|cco}} Catullo che è arrivato alla sua casa.
Egli non era aspettato, ma trovò tutto in assetto perché i servi dicevano che un giorno il dominus sarebbe ritornato alla casa da cui giovanetto era partito.
Incantato alla vista della casa dei padri, Catullo diceva:
— Questo è il mio tetto, questo è il mio letto, questa è la mia stanza dove dormii giovinetto. Voi avete tenuto tutto in ordine, tutto pulito, per il vostro signore: io, Catullus, io il dominus, io l’herus: voi i servi! Le siepi di mortella! i vialetti dei cipressi! Potevate tutto saccheggiare, tutto lapidare perché non sapevate se e quando sarei ritornato. Ah, buoni servi! Chi bene serve, bene sarà servito: chi comanda crudele, sarà punito.
— Benvenuto, benvenuto signor padrone — dicevano i servi; e gli pareva fosse la casa, fosse il lago, fosse il cielo a fargli accoglienza.
Quasi gli veniva da piangere.
— Non sarà mica venuto per tornar via un’altra volta?<noinclude><references/></noinclude>
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{{ct|f=150%|QUID NOVI DA ROMA?}}
{{Capolettera|E}}{{Sc|Catullo}} guarda intorno e dice:
— Chi si vede? Tu, Cecilio? Da Como sei venuto a trovarmi? Grazie. Hai preso moglie?
Una brava figliola, m’han detto. Hai fatto bene. È un magnum sacramentum, e io devo essere excomunicatus. Vienmi spesso a trovare o io vengo da te a Novi Comum. Scriveremo cose serie, non nugelle o facezie. E Manlio? È vero che gli è morta la buona Aurunculeja?
Questo mi fa tanto dispiacere. Povera Vinia Aurunculeja! Pareva il fiore del giacinto. Ma è destino delle rose e dei giacinti finire cosí. Nemmeno il pargoletto le è nato? E Licinio Calvo?
— Male fine, Catullo.
— Questo mi addolora molto. Ma quid novi, da Roma? Io non ne so piú niente. Per due volte il sole ha girato per tutti i mostri dello Zodiaco, e io non ne so nulla. Eravamo cosí lontani, proprio là dove Elle, povera fanciulla, precipitò dal cielo nel mare, e dove Icaro si staccò dall’aerodromo di Creta: paesi pieni di incantesimi e dove, a non stare attenti, si rischia di perdere il senno.<noinclude><references/></noinclude>
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{{ct|f=150%|LA CANDIDA DIVA}}
{{Capolettera|E}}{{Sc|il}} mio letto è pronto?
— Il vostro letto è pronto, o signore.
Quanto lo abbiamo desiderato! Poseremo alfine nel nostro caro dolce letto. Nel dolce caro letto riposiamo, nel letto dei padri, nella casa dei padri.
— Riposate, mio signore — , disse il servo, — i vostri occhi sono stanchi.
— Ho molto vegliato, infatti. Ora est tempus dormiendi. Quiescimus, quiescemus, requiescemus in pace: dulci acquiescimus lecto.
Dopo tanto travaglio per terre e per mari, requiescat Catullus in pace. Finalmente! Oh, come si sta bene!
E l’anima di Catullo era piena di piacevoli imagini quasi infantili, un po’ folli (ma questo era suo costume e non se lo poteva levare); ma non inoneste, non spiacevoli.
Una voce gli cantava la ninna nanna cosí:
«Catullo, faremo un annuncio per il pubblico per fargli sapere che Catullo è diventato savio, anzi savissimo».
«Che bella cosa aver messo giudizio! Ma<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" /></noinclude>{{ct|f=120%|t=2|v=.7|L=2px|''CONCLUSIONE DI QUESTO LIBRO''}}
{{ct|f=120%|v=1|L=2px|''PER LE PERSONE ISTRUITE''}}
''Per la grazia degli Dei tutta questa umanità tumultuante sepulta est. Sopra il lago morto galleggia appena qualche fior di ninfea.''
''La nostra cara Lesbia contempla i pallidi fiori del suo poeta, e siccome conosceva il modo di scrivere di quel suo amico, ne trasse copia con quella bella scrittura che lei aveva, e mise un po’ d’ordine di quelle poesie cosí disordinate.''
''Di questo manoscritto la Signora, con pensiero gentile, aveva fatto dono alla città di Verona.''
''Ma ecco arrivò l’evo medio quando si diceva «mille e non piú mille», e i libri morivano allora come, per altra morte, moriranno ancora.''
''Avvenne che un monaco trovò in un monastero questo manoscritto di Catullo, che quel monaco non conosceva manco di nome.''
''Che cosa ne fece quel monaco di quel manoscritto, non si sa bene. Lo portò via? ne fece estrarre delle copie? lo raschiò per scrivere salmi?''
''Da quel tempo nessuno, nemmeno per incidenza, ricordò il nome di Catullo.''
''Pare poi che uno scrivano, al tempo di Can della Scala, trovasse, sotto un moggio, un libriccino''<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|208|{{Sc|alfredo panzini}}|}}</noinclude>Questa nave è stata nominata da alcuni col nome di «tartana»; ci fu chi la chiamò gondola, chi feluca, chi liburnica, chi yacht, e chi, per evitare questa parola, «bucintoro o panfilio», che son parole pesanti e dotte: buone tutt’al piú per galleggianti lagunari, mentre la nave di Catullo guizzava cosí sui capricciosi flutti, che se non fosse voce di letteratura, la chiameremmo «velivolo».
Catullo la chiama faselus, che da molti è spiegata come nave che ha forma di fagiolo, ma questa derivazione non sembra esatta: il faselus di Catullo deriverebbe dal nome di una città sul Ponto Euxino, dove si costruivano tali navigli corsaleschi. Che poi Catullo fosse tal nocchiero da affidarsi a lui, meno ancora ci crederemmo.
Inverosimile poi sembra che una nave di tale portata sia potuta entrare nel lago di Garda. Sono cose che oggi le fanno gli aerei, se pure quello che lui indicava agli amici sul lago natío non era se non un falso fasello, come ci fu il falso cane Medoro.
Ma vedetelo là: si culla e dondola presso la casa di Catullo. Sul lago di Garda come è arrivato? È arrivato. Riposa dopo tante acque percorse, in pace riposa sotto la guardia dei due divini fratelli di Elena, le fatali stelle, Castore e Polluce. Anzi è il fasello stesso che<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il bacio di lesbia}}|209}}</noinclude>
parla: «Quel fasello che voi vedete, o amici, vi garantisce lui stesso che fu la piú veloce di tutte le navi».
«Questo fasello, o amici, — diceva Catullo agli amici —, è unico, meraviglioso. Quando sono partito dall’Asia, mi sono affidato a lui.
Conducimi dove ti pare! E lui mi ha condotto a casa mia, che non ci pensavo nemmeno. Ha proprio indovinato; e ora sono molto contento.
Grazie, fasello mio!».
È che quando le divine Muse sono gioconde, diventano esse stesse costruttrici di meravigliosi navigli, con strani equipaggi, con itinerarii non mai percorsi. Vie libere! Non impedimenti, non sbarramenti! Camminano all’alitare del canto. Poca compagnia: tu e io.
Guido, Lapo, e le belle donne! Talvolta sta a poppa un angelo, con le ali spiegate. Talvolta sta a poppa un vecchio con gli occhi di fiamma.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il bacio di lesbia}}|211}}</noinclude>— Mai piú, mai piú! Ora ho messo proprio giudizio. Buoni servi, brava gente. Hanno rispettato le cune e le tombe. Perciò voglio che facciate festa perché il padrone è ritornato.
Oh, incantevole Sirmio!
Maggio sul finire, oppure giugno sul principiare, splendeva sul lago di Garda. Ogni giorno gli pare piú bello il paese natío. Con stupore si domanda: «Perché e quando io mi partii da qui?».
Il lago che dilata nel verde piano come una corolla bipartita di fiore, pare un mare; poi si restringe e incupa fra pareti purpuree dei monti per penetrare in Lamagna.
Fra l’una e l’altra di quelle dilatazioni cilestrine del lago, si spicca, dritta come pistillo, quella freccia di terra che poi forma Sirmio: gentilezza delle isole e delle penisole. Lí sorge la casa di Catullo. Gli olivi la ombreggiano.
Quivi ha principio l’Italia, qui appaiono agli stranieri i grandi occhi neri delle donne d’Italia, qui fiorisce il cedro e verrà giorno che un poeta straniero, qui discendendo, canterà lui pure l’immortale canzone fatta anche lei di nulla: «Sai tu la terra ove fiorisce il cedro?».
«Dolce casa, cara casa dove vissero il padre e la madre! Alla casa dei padri siamo {{Pt|ri-|}}<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|212|{{Sc|alfredo panzini}}|}}</noinclude>
{{Pt|tornati|ritornati}}. Salute a te, o Sirmio divina. Sei contenta, o casa mia, che il tuo padrone sia ritornato?
Ma sono proprio io quello che era lontano lontano in Oriente? Credevo di non vederti mai piú. Quante cure, quanti viaggi, quanti pericoli, e che stanchezza dopo tanto andare per terra e per mare. Ora i pesi si sollevano dal cuore: mi sento leggero leggero.
O casa mia, o mio focolare! Al nostro caro Lare, ecco siamo arrivati».
«Quanto l’abbiamo desiderata, questa nostra casa. Non lo sapevamo, non ce ne ricordavamo nemmeno piú: ma il cuore era turbato e voglioso di maligne voglie perché eravamo senza casa».
— Accendete tutte le lampade, — disse Catullo ai servi, — banchettate e fate festa.
Il lago è dolce e piano. La villa di Catullo è in festa. Al profumo dei cedri e degli olivi in fiore si mescola l’odore caldo del girarrosto.
Non vini oltremarini di Chio, non Falerno, non il cupo Cecubo dei pontefici romani: brilla il rubino di Bardolino. Ogni terra ha suo nominativo per il suo vino.
— Cari amici! Io vi dico, che faccia bene al cuore non c’è che il vino del suo paese.
Catullo ha convitato i vecchi amici di Verona, che sono venuti a salutarlo. Lui non ha<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il bacio di lesbia}}|213}}</noinclude>
fatto suonare né trombe né campane, è andato loro incontro e li ha accolti con festività senza aver dietro di sé la posterità. Si affaccia su la soglia e dice:
— Quel vascelletto che snelletto e leggero voi vedete, o amici, si vanta di essere la velocissima fra tutte le navi. Vien dal Ponto Euxino, ove si innalza la nera selva di Cibele.
A questo azzurro lago è arrivato. Selva chiomata esso già fu sui monti. Attraversò le grandi onde. Non credete a me? Non credete a lui? Domandàtene al mare Egeo, all’Ellesponto, all’Adriatico, che quando dice sul serio è ben terribile. Ah, il buon fasello! Mi ha condotto sino alla soglia della casa mia. Se ha travagliato, ora è pensionato sotto la protezione dei grandi cavalieri del cielo: gemello Castore, gemello Polluce. Ora riposa in questo limpido lago. Ora riposa in questo tremulo specchio. Giorno verrà, e per le lontane acque suo viaggio riprenderà. Banchettate, gioite, amici. Catullo è ritornato.
E fu un ben giocondo banchettare!
Catullo domandava:
— Queste vivande sono state cucinate e cotte sopra il nostro focolare?
— Sí, o nostro signore —, rispondevano i servi<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|214|{{Sc|alfredo panzini}}|}}</noinclude>— Sono buone come altre mai. Noi eravamo il navigante sconsolato, e ora siamo consolati.
Pieno di giudizio Catullo è ritornato. Ridete tutti, padroni e servi. Macché servi! Macché padroni! Dove si ride, non ci sono né servi, né padroni! Rida tutta la casa, ridano di bei risolini anche le onde del lago. Sentite? Ridono, vive veramente, le onde del nostro lago, e fan chiacchiericci coi sassolini. Ridono e ballano anche i pesciolini del lago.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|216|{{Sc|alfredo panzini}}|}}</noinclude>Gli amici sapevano di quella gran passione di Catullo per una dama di Roma e non gliene fecero allusione. La luce del chiaro giorno si spegneva e i servi portarono le lampade.
— Che cerchi tu, Catullo, di Roma? — rispondevano gli amici. — Roma è qui. [[Autore:Gaio Giulio Cesare|Cesare]] passò di qui. Tutta la terra suona del nome di lui. Cesare ha fatto leve nella Cisalpina, nella Gallia togata, nella Gallia cornata: i giovani sono accorsi sotto le bandiere di Cesare.
Da queste terre è sorta la sua Décima Lègio!
Dove egli passò, è come il vento: la terra si muove e lo segue. È nel paese dei Veneti?
Tutta la gioventù di Opitergium, la bella, la grande, si è votata alla morte per Cesare. Fulmine di guerra è Cesare! Ha superato Scipione!
Da Roma qui venne folgorando. Cesare è arrivato a Ginevra, ha sbarrato quel lago, ha chiuso gli Elvezii in una morsa di ferro: i corpi dei Rezii e dei Germani ingombrano il suolo, oltre quei monti che tu vedi lassú. Venere Genitrice lo assiste.
E altri dicevano:
— Nel vento, fra le nevi, contro le tempeste, a testa nuda, cavalca Cesare. Cavalca Cesare sopra le onde non mai navigate.
E altri dicevano:
— Non è il cavallo, non è la trireme di {{Pt|Ce-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il bacio di lesbia}}|217}}</noinclude>
{{Pt|sare|Cesare}}: è il piè lieve di lui, che, come arcangelo, sorvola la terra.
Gli amici pure parlavano di Cesare e dicevano indicando i tenebrosi monti:
— Tu passi quelle Alpi, e Cesare è là.
Come una ottenebrazione era nella mente di Catullo. Stava ogni tanto per interrompere quei discorsi, e voleva domandare: «Come avviene, o amici, che Cesare sente questo fremito di vittorie e di battaglie, questa continuazione della vita, lui che è già avanti nella vita, e io che non ho raggiunta la metà della vita, sento questa indifferente stanchezza?».
E Catullo parlò e disse:
— Allora dei tre della lega, Cesare, Crasso e [[Autore:Gneo Pompeo Magno|Pompeo]], Cesare sarà l’imperator.
— Cosí qui si sente piú che non si dica perché Crasso non è piú: Crasso dorme nella terra dei Parti. Dicono che quei barbari lo hanno imbalsamato con una colata d’oro in bocca. Però è morto da prode, lui e suo figlio.
Rimane Pompeo in Roma, ma non oserà, perché Roma è qui dove è Cesare.
Catullo si ricordò quando per dileggio aveva chiamato Cesare imperator únice.
— Bene! — disse ancora la voce di Catullo, — che c’è di nuovo a Roma?
— Ma come è possibile. — uno disse. —<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|218|{{Sc|alfredo panzini}}|}}</noinclude>
che tu pur essendo in Bitinia, non sappia quel che c’è di nuovo a Roma?
— Che volete che io sappia? È tanto tempo che la mia nave mi porta per mare. Ho ancora il giro del mondo per la testa: le vele gonfie del mio fasello forse hanno passato le colonne d’Èrcole, forse ho visto nuove stelle dell’altro polo. Chi ne sa niente? Andando per mari ed oceani, le cose della terra mi sono scomparse, e di essere qui mi pare un sogno, perciò vi domando: quid novi da Roma?
E un altro amico disse ridendo:
— Nuova moda per le dame: le scortille e anche le matrone hanno adottato il color biondo; portano parrucche flave e rubre. È tutto un rosseggiare.
Un altro amico, pure ridendo, aggiunse:
— Vuoi sapere che c’è di nuovo a Roma? Tutte le donne sono giovani e belle. La sera si fanno il massaggio alla faccia con canfora e cinnamomo. Al mattino si levano quella crema.
Con cinabro e con erbe orientali si fanno la faccia; e son tutte uguali. Tu, Catullo, ci perderesti i tuoi epigrammi sui nasi belli e sui nasi storti; sui piedi graziosi e sui piedi piatti.
— I miei epigrammi son tutti morti, — rispose Catullo. — Quando vidi che la grassa Bitinia se l’era tutta mangiata il pretore Memmio Gemello, dissi fra me : già che siamo vicini<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il bacio di lesbia}}|219}}</noinclude>
alla Colchide, andiamo a vedere se c’è un altro vello d’oro. L’oro è la sola poesia che valga presso i compagnoni. Ma il mio fasello era incantato.
Sapete dove mi porta? Nel Marocco.
Bene!, — dico fra me —, qui siamo proprio nei giardini con le melagrane d’oro. Ed ecco mi viene incontro Ulisse. Voi lo sapete che questo avventuriero nei suoi viaggi vagabondi era arrivato anche lui fin nel Marocco dove il mago Atlante sostiene il cielo. Ed ecco l’incantesimo di Ulisse quando Ulisse mi apparve, e dice che il suo cuore non altro desiderava se non vedere il fumo che si alza dalla sua casa, e poi di placida morte morire. Allora mi è sembrato che questa mia casa dimenticata, con i suoi morti, mi chiamasse: «Torna Catullo —, diceva, — che è l’ora! è l’ora!». Il fasello ecco impenna le ali, torna indietro, ed eccomi qua. E di Cicerone avete nuove?
Gli amici risposero:
— A Cicerone gli è morta la figliuola, la sua Tulliola. Lo si vede per le vie che si ferma ogni tanto, apre le braccia come faceva in Senato quando teneva i discorsi. Dice: Orbus sum, Tulliola, filiola, deliciae nostrae, mortua est; e altro non dice. Fa una gran pena. È invecchiato che non si riconosce piú.
— Oh, povero il mio grande amico Marco Tullio, — esclamò Catullo —; non meritavi<noinclude></noinclude>
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alla Colchide, andiamo a vedere se c’è un altro vello d’oro. L’oro è la sola poesia che valga presso i compagnoni. Ma il mio fasello era incantato.
Sapete dove mi porta? Nel Marocco.
Bene!, — dico fra me —, qui siamo proprio nei giardini con le melagrane d’oro. Ed ecco mi viene incontro Ulisse. Voi lo sapete che questo avventuriero nei suoi viaggi vagabondi era arrivato anche lui fin nel Marocco dove il mago Atlante sostiene il cielo. Ed ecco l’incantesimo di Ulisse quando Ulisse mi apparve, e dice che il suo cuore non altro desiderava se non vedere il fumo che si alza dalla sua casa, e poi di placida morte morire. Allora mi è sembrato che questa mia casa dimenticata, con i suoi morti, mi chiamasse: «Torna Catullo —, diceva, — che è l’ora! è l’ora!». Il fasello ecco impenna le ali, torna indietro, ed eccomi qua. E di Cicerone avete nuove?
Gli amici risposero:
— A Cicerone gli è morta la figliuola, la sua Tulliola. Lo si vede per le vie che si ferma ogni tanto, apre le braccia come faceva in Senato quando teneva i discorsi. Dice: Orbus sum, Tulliola, filiola, deliciae nostrae, mortua est; e altro non dice. Fa una gran pena. È invecchiato che non si riconosce piú.
— Oh, povero il mio grande amico [[autore: Marco Tullio Cicerone |Marco Tullio]], — esclamò Catullo —; non meritavi<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|220|{{Sc|alfredo panzini}}|}}</noinclude>
questa sorte. Egli fu il nostro Socrate latino. Egli credeva in fede nella grandezza dell’anima. E voi che ne dite, amici, di questa faccenda dell’anima? Perché io non ve lo so dire. Chiunque crede e combatte per gli umani trofei, sarà ucciso da Oga e Magoga.
Gli amici allora, udendo tal nome, domandarono chi era Oga e Magoga.
Catullo rispose:
— Genti paurose dal muso camuso.
— Dove le avete vedute?
— Nei miei viaggi.
— Avete fatto ben strani viaggi!
— Non sono stato io; è stato il fasello.
— Dove avete visto Oga e Magoga?
— Veleggiando verso Oriente. Allora il fasello impaurito si rivolse verso Occidente. Navigo verso Occidente e me li trovo ancora di fronte. Devono aver girato il mondo dall’altra parte. Tutto il mondo è Oga e Magoga. Aiuta, aiuta, spada di Cesare!
— Ma quanto tempo avete viaggiato?
— Ecco una cosa che non vi so dire perché non ho chiuso mai occhio. Perciò i miei occhi sono molto stanchi. Ma se anche avessi dormito mille anni, credo che svegliandomi troverei le cose come sono prima. Ah, quanto mi fa dispiacere quello che mi avete raccontato di Marco Tullio!<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il bacio di lesbia}}|221}}</noinclude>— Si, veramente, un crudele destino, — esclamò il poeta Cecilio —. E aveva pur studiato la natura degli Dei! Si vede che gli Dei non amano che i mortali osino pur di indagare quale sia la natura degli immortali.
Un altro disse:
— E pensare che Marco Tullio poteva finalmente aver pace, e attendere ai suoi cari studii senza perturbazioni. Quel prepotente che mai gli dava requie, è morto.
— Clodio è morto? — balzò a dire Catullo.
— Non lo sapevate? Credevamo che lo sapeste, Catullo. Lo hanno ammazzato presso Boville, proprio su la via Appia del suo antenato.
Qui sorse discussione fra gli amici. Chi disse: «ben gli sta»; chi disse: «era la fine che doveva fare». Chi disse: «un degenerato di grande stirpe». Chi disse: «era molto amato dal popolo». Chi aggiunse: «dalla feccia del popolo». Chi disse: «tanto è vero che il discorso che Cicerone fece in difesa di Milone non lo poté proferire per intero nel forum, sí il popolo tumultó. La leggeranno i posteri quell’orazione». Chi disse: «feccia? Degenerato? Secondo si intende. Non è da tutti essere amati, sia pur dalla feccia».
E infine uno disse:<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|222|{{Sc|alfredo panzini}}|}}</noinclude>«Può sí l’uomo nobile seguitare a vivere in pace, sobrio, pudico? Sí, ma quando la cittadinanza dentro cui vive è in pace, sobria, pudica. Se no, non può: è inutile, forse è ridicolosum».
Catullo stava pensoso, a testa china, senza parole; e poi domandò:
— Come fu ucciso?
— Uno scontro a caso, — dissero, — a quanto sembra, fra la squadra di Clodio e quella di Milone. Il pugnale di Milone gli si immerse sino all’elsa nel petto, e lo squarciò. Bianco e delicato come di fanciulla. Lo trasportarono in una caupona, che era lí presso, dove visse qualche ora. Rantolava con la schiuma alla bocca e chiamava la sorella Clodia. Lei giunse in tempo per vederlo, e dicono che per tutto il giorno e per tutta la notte urlò forsennata, e furono udite fino a Roma le strida di lei.
— L’avete voi riveduta?
— Nessuno l’ha piú riveduta.
Già alta era la notte. Le lampade tremavano. Sul lago apparve la faccia pallida della luna. Gli amici ad uno ad uno si accomiatarono.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il bacio di lesbia}}|225}}</noinclude>
{{Pt|parve|apparve}} sul limitare, con una lampada in mano. Era colei che lui chiamò mia luce, mia venerabile Dea, e lui non si meravigliò nel vederla. Non era più la donna solare. Il lume lunare gli richiamò la onnipotente Hecate.
La voce di lei era dolce e lontana:
— Dall'Appia via dove stanno allineate le tombe degli avi, io vengo a ritrovarti.
Allora parve a lui di volersi alzare per seguirla come quando gioiosi soli risplendettero per lui, e lui la seguiva, e lei lo conduceva dove lei voleva.
Il volto di lei si appressò al volto di lui.
Egli disse:
— Cosí bianca voi siete che morta parete.
Pallida come Mnesarete eravate: ma questo è un altro pallore.
La mano gelida di lei appena lo sfiorò.
— Ma quegli occhi, quegli occhi perché cosí rovesciati? I vostri grandi occhi sono di vetro.
Ora lei fuggiva con un piccolo ridere folle. E lui la seguiva. Attraversò tutta la casa, discese dalle scalee, arrivò in riva al lago dove stava il fasello. Ma già il fasello aveva levato la leva, e come ali tese stavano pronti i remi. I due nocchieri del cielo, Castore e Polluce, vigilavano a prora.
Snella la dama bianca montò sul fasello.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|226|{{Sc|alfredo panzini}}|}}</noinclude>— Andiamo via di qua? Eja, Camilo, è l’ora! Hora sine dolore. Si salpa, Catullo.
Catullo, fanciullo. Strade molte, strade varie!
Chi dalla terra materna partí, nella terra materna ritornerà.
Allora il sole fiammeggiò.
Il libro delle [[Le Metamorfosi|Metamorfosi]] di [[Autore:Publio Ovidio Nasone|Ovidio]] non è poi cosí folle come si crede. Lí è detto che Camilo fu veduto negli Elisi beati con le tempie incoronate dall’edera della giovinezza, e che Clodia, per tanto pregare di lui, fu trasformata in Lesbia. È diventata proba e pudica, mette in ordine i codicilli del suo poeta.
I vecchioni severi non ci trovano nulla da dire a quelle lepidezze, a quelle amarezze. Anche [[Autore:Gaio Giulio Cesare|Cesare]] ascolta la canzone di Settimillo che tiene su le ginocchia la dolce Acmene.
Noi cosí imaginiamo e vogliamo imaginare che i morti, se non tutti, qualcheduno, qualche volta, risponda.
{{smaller|Bellaria, ottobre 1936.}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|224|{{Sc|alfredo panzini}}|}}</noinclude>
non per questo noi domanderemo di sedere nel congresso dei gran personaggi che si vantano di avere giudizio.»
Si vedeva la luna. Era quella che splendeva in Bitinia? Che ne dite? È luna crescente?
È luna calante?
Il lago non rideva piú, non sospirava nemmeno.
La luna era tramontata come nella canzone di [[autore: Saffo|Saffo]]. Le stelle del cielo trapuntavano il lago.
Che bel dormire! E in pace dormire!
Si addormentò infine, e gli parve aver fatto lunghissimo sonno, quando si destò. Oppure era stato destato nel sonno?
Fuori della finestra il cielo appariva di un lieve chiarore di perla. Era appena la pavida luce dell’alba che assai presto, assai presto, sul finire del maggio o al principiare del giugno, si sveglia per venire ad aprire le finestre del cielo per il sole che arriva.
Un lieve rumore lontano lo cullava come la melodia dei rosignoli nel mese di maggio, e cosí dolcemente che quasi si riaddormentava.
Quel rumore si avvicinava. Distinse uno scricchiolío lieve, poi piú forte, piú forte. Stette in ascolto: riconobbe quel suono. Il cuore gli si mosse e tremò. Balzò!
Era il sandalo d’oro di lei.
Un gran biancore, una forma feminea {{Pt|ap-|}}<noinclude></noinclude>
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Il bacio di Lesbia/XXXII
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|228|{{Sc|alfredo panzini}}|}}</noinclude>
''con alcune delle poesie di Catullo, ma cosí scorrette, cosí sciupate, che quel buon scrivano ne domanda scusa al lettore; però dice: «godrai buona salute, o lettor mio, se non dirai male di Catullo. Anno 1375».''
''Di questo codice guasto se ne trassero poi molte copie, finché si arrivò alla età della stampa; e allora, dal 1470 sino alla fine del secolo passato, furono tante le edizioni da non si dire. I Tedeschi, poi, del tempo della dotta Germania, figurarsi se furono felici di trovare codici cosí guasti, per ordinarli, per emendarli. Era la loro professione. Non parliamo poi delle traduzioni e delle imitazioni!''
''Fra tanta confusione, l’autore di questo libro rimane ancora dell’opinione di quello scrivano del tempo di Can della Scala: trovò le poesie di Catullo sotto il moggio e le mise sopra il moggio, dicendo: «Valebis si ei imprecatus non fueris».''
{{a destra|A. P.|2em}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{rigaIntestazione|60|{{sc|racconti fantastici}}|}}</noinclude>{{Centrato|{{larger|IL RACCONTO}}}}
{{blocco a destra|style=font-size:90%|larghezza=65%|
<poem>
''. . . . . . . . . . . . . O rebus meis''
:''Non infideles arbitræ''
''Nox et Diana, quæ silentium regis,''
:''Arcana cum fiunt sacra;''
''Nunc, nunc adeste....''<ref>Siate propizi alle mie imprese, arbitre non infedeli, notte e tu, Diana che governi il silenzio, quando si compiono i sacri misteri.</ref>
</poem>}}
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{{indentatura|1em}}Per qual decreto questi spiriti irritati vengono essi a spaventarmi coi loro schiamazzi e colle loro figure da folletto? Chi scaraventa davanti a me questi raggi di fuoco? Chi mi fa smarrir la via nella foresta? Orride scimmie i cui denti stridono e mordono, ovvero ricci che attraversano apposta i sentieri per trovarsi sui miei passi e ferirmi colle loro spine.
</div>
{{a destra|{{Sc|{{AutoreCitato|William Shakespeare|Shakspeare}}}}.|1em}}}}
Aveva compiuti gli studi alla scuola di filosofia d’Atene e desideroso di conoscere le bellezze della Grecia, visitavo per la prima volta la poetica Tessaglia. Le mie schiave m’aspettavano a Larissa in un palazzo in ordine per ricevermi. Aveva voluto percorrere solo e nelle ore solenni della notte questa foresta, fumosa per i sortilegi dei maghi, la quale stende di lunghe cortine d’alberi verdi sullo rive del Peneo. Le cupe ombre che s’accumulavano sull’immenso baldacchino di legno lasciavano appena sfuggire attraverso i rami più radi, in una radura aperta senza dubbio dalla scure del boscaiolo, il raggio tremolante di una stella pallida e avvolta nella nebbia. Le mie pupille pesanti si abbassavano mio malgrado sugli occhi stanchi di cercare la traccia biancastra del sentiero cancellantesi nel bosco ceduo; e non resistevo al sonno che seguendo con penosa attenzione il rumore dei piedi del mio cavallo che cadendo simmetricamente sul suolo, ora faceva stridore l’arena e ora gemere l’erba secca. Se a volte si fermava, svegliato per l’appunto dal suo stesso riposo io lo chiamavo con voce<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{rigaIntestazione||{{sc|smarra}}|61}}</noinclude>forte e affrettavo la sua marcia troppo lenta per la mia stanchezza e la mia impazienza. Stupito di non so che ostacolo sconosciuto, egli si slanciava a sbalzo, gettava dalle narici dei nitriti di fuoco, s’impennava per terrore e arretrava ancor più spaventato per i lampi che i ciottoli spezzati facevano zampillare sotto i miei passi.
Flegone! Flegone! gli dissi io, battendo colla mia testa aggravata il suo collo che si raddrizzava per lo spavento, o mio caro Flegone, non è forse tempo di arrivare a Larissa ove ci aspettano i piaceri e sopratutto un dolcissimo sonno?!
Ancora un istante di coraggio e dormirai su un letto di fiori scelti; poichè la paglia dorata che si raccoglie pei buoi di Cerere non è abbastanza fresca per te... Tu non vedi, rispose l’animale trasalendo... non vedi le torcie che scuotono davanti a noi e divoranti l’erica mescolando dei vapori mortali all’aria che respiro... Come vuoi tu che io attraversi i loro cerchi magici e le loro danze minacciose, che farebbero indietreggiare fino i cavalli del sole?!
Eppure il passo cadenzato del mio cavallo continuava sempre a risuonare nel mio orecchio e il sonno più profondo sospendeva ancor più a lungo le mie inquietudini. Solo da un momento all’altro avveniva che un gruppo rischiarato da fiamme bizzarre passava ridendo sulla mia testa... che uno spirito deforme, sotto le apparenze d’un mendicante o di un ferito, si attaccava al mio piede, facendosi trascinare con orribile gioia, o che un vecchio orrendo avente in sè la laidezza vergognosa del delitto e quella della caducità, si slanciava in groppa dietro di me legandomi colle sue braccia scarne come quelle delta morte.
— Andiamo, Flegone, gridai io, andiamo, o il più bel corsiero che mai nutrito abbia il monte Ida, affronta i perniciosi terrori che incatenano il tuo coraggio! Questi demoni non sono che vane apparenze! La mia spada roteata sulla tua testa divide le loro forme ingannatrici che si dissipano come nubi. Quando colpiti dal sole nascente i vapori del mattino galleggianti al disopra delle nostre montagne, le attorniano con una cintura semitrasparente, la loro cima, separata dalla base sembra sospesa nei cieli da una mano invisibile. È cosi, Flegone, che le streghe della Tessaglia si dividono sotto il taglio della mia spada. Non senti da lontano le grida di piacere che s’innalzano dalle mura di Larissa?... Ecco, ecco le torri superbe della citta di Tessaglia, così cara alla voluttà; e questa musica che vola nell’aria, è il canto delle sue fanciulle.
Chi di voi, sogni seduttori, che cullate l’anima ineb-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{rigaIntestazione|62|{{sc|racconti fantastici}}|}}</noinclude>briata dai ricordi ineffabili del piacere, che mi ronderà il canto delle giovani figlie della Tessaglia e le notti voluttuose di Larissa? Fra le colonne di marmo semitrasparenti, sotto dodici splendide cupole riflettenti nell’oro e nel cristallo i fuochi di centomila fiamme, le giovani figliuole della Tessaglia avvolte nel vapore colorato che emana da profumi, non offrono agli occhi che una forma indecisa ed attraente che par lì lì per isvanire. La meravigliosa nuvola dondola attorno ad esse e forma sui loro gruppi incantevoli i giuochi incostanti della sua luce, i coloriti freschi della rosa, i riflessi animati dell’aurora, lo strepito abbagliante dei raggi della capricciosa opale.
A volte sono pioggie di perle che rotolano sopra le tuniche leggiere di quelle fanciulle, a volte pennacchi di fuoco spruzzanti da tutti i nodi dei legacci d’oro, che stringono i loro capelli. Non vi spaventate nel vederle più pallide delle altre figliuole della Grecia. È molto se esse appartengono alla terra, e sembrano svegliarsi da una vita già passata. Esse sono anche tristi, sia perchè vengono da un mondo ove hanno abbandonato l’amore di uno Spirito o di un Dio, sia perchè vi è nel cuore della donna che incomincia ad amare un immenso bisogno di soffrire.
Pure ascoltate. Ecco i canti delle giovani figlie della Tessaglia, la musica che sale, sale nell’aria, che commove passando come una nube armoniosa, le vetriate solitarie delle rovine care ai poeti. Ascoltate. Esse abbracciano la loro lira d’avorio, interrogano le corde sonore, che rispondono una volta, vibrano un momento, si fermano; e divenute immobili, prolungano ancora non so quale armonia infinita, che la mente percepisce con tutti i sensi, melodia pura come il più dolce pensiero d’un’anima felice, come il primo bacio d’amore prima che l’amore si sia compreso egli stesso, come lo sguardo d’una madre che accarezza la culla del fanciullo, del quale ha sognato la morte, e alla quale viene riportato, tranquillo o bello nel suo sonno. Così svanisce, abbandonato ai venti sviato dagli echi, sospeso in mezzo al silenzio del lago o morente coll’onda ai piedi della insensibile roccia l’ultimo sospiro del sistro d’una giovane che piange, poichè il suo amante non è venuto.
Esse si guardano, si protendono, si consolano, intrecciano le loro eleganti braccia, confondono la loro capigliatura ondeggiante, danzano e fanno scaturire sotto i loro passi una polvere infiammata, che vola, imbianca, si spegne, ricade in cenere d’argento; e l’armonia dei loro canti scorre sempre come un fiume di miele, come un ruscello grazioso che abbellisce de’ suoi dolcissimi mormorii le rive amate dal sole e ricche di segrete sinu-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{rigaIntestazione||{{sc|smarra}}|63}}</noinclude>sità, di baje fresche ed ombreggiate, di farfalle e di fiori. Esse cantano...
Una sola forse... grande, immobile, ritta, pensosa... Dio! come è cupa e afflitta dietro alle sue compagne, e che vuol ella da me? Ah non perseguitare il mio pensiero, larva imperfetta dell’amata che più non è, non turbare le dolci attrattive delle mie veglie col rimprovero spaventoso della visione. E poichè io t’ho pianta sette anni, lasciami dimenticare nelle innocenti delizie delle danze delle silfidi e della musica delie fate, lasciami dimenticare le lagrime che ancor mi bruciano le gote. Tu vedi bene ch’esse vengono, tu vedi i loro gruppi intrecciarsi, arrotondarsi in festoni mobili incostanti, che si disputano, si succedono, si avvicinano, si fuggono, salgono come l’onda portata dai flutti, e discendendo come essa, precipitando sullo loro onde fuggitive tutti i colori dell’iride abbracciante e cielo e mare quando la tempesta sul finire viene a spezzar nel morire l’ultimo punto del suo cerchio immenso contro la prora della nave. E che importano a me gli accidenti del mare e le curiose inquietudini del viaggiatore, a me cui un favore divino, che fu forse in tempi antichi uno dei privilegi dell’uomo affranca quando io lo voglio (beneficio delizioso del sonno) da tutti i pericoli che vi minacciano? Appena gli occhi miei sono chiusi, appena cessa la melodia che ravvivava i miei sensi; che il creatore degli incanti notturni scava davanti a me qualche abisso profondo, baratro sconosciuto ove spirano tutte le forme, tutti i suoni e tutte le luci della terra, se sur un torrente impetuoso e avido di morte egli getta qualche ponte rapido, angusto, sdrucciolevole, che non promette nulla di buono, s’egli mi slancia all’estremità d’un’asse elastica, tremola, sovrastante a precipizi che l’occhio stesso teme di scandagliare... tranquillo io percuoto il terreno obbediente ad un piede uso a comandargli. Egli cede, risponde, io parto e, contento di abbandonare gli uomini, vedo fuggire sotto il mio facile volo le rive azzurre dei continenti, i tetri deserti del mare, il tetto vario delle foreste che screziano il verde nascente della primavera, colla porpora e l’oro dell’autunno e col bronzo greggio e il violetto sbiadito delle foglie avvizzite dell’inverno. Se qualche uccello stordito fa rumoreggiare il mio orecchio e le sue ali anelanti, io mi slancio, salgo ancora, aspiro i mondi nuovi. Il fiume non è che un filo che si cancella in una verdura opaca, le montagne non sono che punti vaghi, la cui cima si confonde colla base, l’Oceano che una macchia oscura in non so qual massa smarrita in mezzo all’aria, ove si gira più rapidamente che l’aliosso a sei faccie che i fanciulli d’Atene fanno roteare sul suo asse, acuto lungo le gallerie dalle lunghe lastre che abbracciano il Ceramico.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{rigaIntestazione|64|{{sc|racconti fantastici}}|}}</noinclude>{{nop}}
Avete mai visto rasente i muri del Ceramico allorchè sono sforzati nei primi giorni dell’anno dai raggi del sole che rigenera il mondo, un lungo seguito d’uomini pallidi immobili, colle gote incavate dalla fame, collo sguardo spento e stupido, gli uni accoccolati come bruti, gli altri in piedi, ma appoggiati contro le colonne, e piegati a metà sotto il peso del loro corpo estenuato? Li avete voi veduti colla bocca socchiusa per aspirare ancora una volta le prime influenze dell’aria vivificante, raccogliere con mesta voluttà le dolci impressioni del calore tiepido di primavera? Lo stesso spettacolo vi avrebbe colpito lungo le mura di Larissa, poichè ci sono degli infelici da per tutto; ma qui la sventura porta l’impronta d’una fatalità speciale più degradante della miseria, più pungente della fame, più spaventevole della disperazione. Questi disgraziati s’avanzano lentamente l’uno dietro l’altro e marcano tra un passo e l’altro delle lunghe soste, come figure fantastiche, disposte da un meccanico consumato su una ruota indicante la divisione del tempo. Scorrono dodici ore prima che il corteggio silenzioso compia il giro della piazza circolare, sebbene tanto piccola che un’amante può leggere da un estremità all’altra sulla mano più o meno aperta della sua amata, il numero delle ore della notte che devono condurre l’ora tanto desiderata dell’abboccamento. Questi spettri viventi non hanno conservato quasi niente d’umano. La loro pelle rassomiglia ad una bianca pergamena stesa su uno scheletro, l’orbita de’ loro occhi non è animata da una scintilla dell’anima, le loro pallide labbra fremono d’inquietudine e di terrore, e quel ch’è ancor più spaventoso, esse formano un sorriso sdegnoso e feroce come l’ultimo pensiero d’un condannato che risoluto subisce il supplizio. La maggior parte di essi è agitata da deboli ma continue convulsioni e tremano come l’astina di ferro della ribeba che i ragazzi fanno rumoreggiare fra i loro denti. I più degni di compianto vinti dal destino che li perseguita, sono condannati a spaventare per sempre i passanti colla ributtante deformità delle loro membra rachitiche, e dei loro atteggiamenti inflessibili. Tuttavia il periodo regolare della loro vita separante due sonni è per essi quello della sospensione dei dolori da essi più temuti. Vittime della vendetta delle streghe della Tessaglia, essi ricadono in preda a tormenti che nessuna lingua può esprimere, appena il sole prostrato sotto l’orizzonte occidentale ha cessato di proteggerli contro i terribili sovrani delle tenebre. Ecco perchè essi seguono il corso troppo rapido, coll’occhio sempre fisso sullo spazio ch’egli abbraccia, nella speranza sempre vana che esso dimentichi una volta il suo letto azzurro, e<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{rigaIntestazione||{{sc|smarra}}|65}}</noinclude>che finisca per restare sospeso alle dorate nubi dell’occaso. Appena la notte viene a disingannarli, spiegando le sue ali di velo, sulle quali non resta neppure uno dei chiarori lividi che moriva poco dianzi sulle cime degli alberi; appena l’ultimo riflesso già splendente sul terso metallo del tetto di un elevato edificio è lì per isvanire come un carbone ancora ardente in un braciere spento che imbianca a poco a poco sotto la cenere, e bentosto non si distingue quasi più nel fondo del focolare abbandonato, un mormorìo formidabile s’innalza fra di essi; i loro denti battono per disperazione e per rabbia, essi si premono e s’evitano per tema di trovare ovunque dei maghi o dei fantasmi. È notte e l’inferno sta per riaprirsi!
Tra gli altri ve n’era uno le cui articolazioni scricchiolavano come molle stracche e il cui petto esalava un suono più rauco e più sordo di quello di una vite irrugginita girante a fatica nel suo cavo. Ma alcuni lembi di un ricco ricamo ancor scendente del suo mantello, uno sguardo pieno di tristezza o di grazia rianimante di tratto in tratto il suo viso abbattuto, un non so qual misto inaccessibile di abbrutimento e di fierezza che rammentava la disperazione d’una pantera assoggettata dalla spranga del cacciatore, lo faceva distinguere tra la folla de’ suoi miserabili compagni; e quando passava davanti a donne non si udiva che un sospiro. I suoi capelli cadevano in anella neglette sulle spalle che s’alzavano bianche e pure come un giglio, al disopra della sua tunica di porpora. Pure il suo collo portava l’impronta del sangue, la cicatrice triangolare d’un ferro da lancia, il segno della ferita che mi schivò Palemone all’assedio di Corinto, quando questo fido amico si precipitò sul mio cuore, davanti alla rabbia sfrenata dei soldati già vittoriosi, ma anelanti di lasciare sul campo di battaglia un cadavere di più. Ed era appunto questo Palemone che aveva pianto a lungo e che mi ritorna sempre nel sonno per ricordarmi con un bacio diacciato che noi dobbiamci ritrovare nell’altra vita. Era Palemone ancor vivo, ma serbato a un’esistenza così orribile che le larve e gli spettri infernali si consolano tra loro nel raccontarsi i suoi dolori. Palemone caduto sotto l’impero delle streghe della Tessaglia e dei demoni che compongono il loro corteggio nelle solennità, le inesplicabili solennità delle loro feste notturne. Egli si arrestò, cercò lungo tempo collo sguardo stupito di cavare un ricordo al mio aspetto, mi si avvicinò inquieto e circospetto, palpò le mie mani colla sua mano palpitante e che tremava nel pigliarle, e dopo avermi avviluppato con una stretta improvvisa che non provai senza spavento, dopo aver fisso ne’ miei occhi un<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{rigaIntestazione|66|{{sc|racconti fantastici}}|}}</noinclude>pallido raggio cadente da’ suoi occhi velati come l’ultimo sprazzo attraverso il finestrino d’una prigione: — Lucio! Lucio! esclamò con un riso orrendo. — Palemone, caro Palemone, l’amico, il salvatore di Lucio!... In un altro mondo, rispose, abbassando la voce; me ne rammento... Era in un altro mondo, in una vita non appartenente al sonno e a’ suoi fantasmi!... — Che parli tu di fantasmi?... — Guarda, rispose egli stendendo il dito nel crepuscolo. Eccoli che vengono!
Oh! non ti abbandonare alle inquietudini alle tenebre, infelice giovane! quando le ombre delle montagne discendono ingigantendo, raccostano da ogni parte la cima e i lati delle loro immani piramidi e finiscono per abbracciarsi in silenzio sulla terra oscura; quando lo fantastiche immagini delle nuvole si estendono, si confondono, e rientrano insieme sotto il velo protettore della notte come sposi clandestini, quando gli uccelli funebri cominciano a stridere dietro i boschi, e che i rettili cantano con voce rotta qualche parola monotona sull’orlo delle paludi... allora, mio Palemone, non abbandonare la tua tormentata immaginazione alle illusioni dell’ombra e della solitudine. Fuggi i sentieri nascosti ove gli spettri si danno convegno per ordire delle nere congiure contro la pace degli uomini; fuggi la vicinanza dei cimiteri ove si raduna il consiglio misterioso dei morti quando avvolti nei loro sudari appajono davanti l’areopago sedente nei feretri, fuggi le praterie spoglie di alberi ove l’erba calpestata in circolo nerastro, sterile e secco sotto i passi cadenzati delle streghe. Vuoi credermi Palemone? Quando la luce spaventata dall’avvicinarsi degli spiriti malvagi, si arretra impallidendo, vieni a rianimare con me i suoi prestigi nelle feste dell’opulenza e nelle orgie della voluttà. L’oro manca egli mai a’ miei desideri? Le miniere più preziose hanno esse una vena nascosta che mi rifiuti i suoi tesori? La sabbia stessa dei ruscelli si trasforma sotto la mia mano in pietre preziose che farebbero l’ornamento della corona dei re. Mi credi, Palemone? Il giorno si spegnerebbe invano tanto che i fuochi che i suoi raggi hanno illuminato per uso dell’uomo, splendono ancora nelle illuminazioni dei festini o negli splendori più discreti che abbelliscono le deliziose veglie dell’amore. I demoni, tu lo sai, paventano i vapori odorosi della cera e dell’olio imbalsamato, i quali brillano dolcemente nell’alabastro o diffondono dello tenebro rosate attraverso la doppia seta delle nostre ricche tende.
Essi fremono all’aspetto dei marmi levigati rischiarati per mezzo di lampadari dai cristalli mobili che lanciano attorno di essi dei lunghi sprazzi diamantini come una<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{rigaIntestazione||{{sc|smarra}}|67}}</noinclude>cascata, tocca dall’ultimo sguardo d’addio del sole cadente.
Giammai una tetra lamia, una manta scarna osò esporre la ributtante laidezza dei suoi tratti nei banchotti della Tessaglia. La luna stessa da queste invocata sovente le spaventa, quando lascia cadere su di esse uno di quei raggi passeggeri che danno agli oggetti da essi sdorati la fosca bianchezza dello stagno. E allora fuggono più lapide del colubro, avvertito dal rumore del grano di sabbia che rotola sotto i piedi del viaggiatore. Non temere che ti sorprendano nei fuochi risplendenti nel mio palazzo e che raggiano da tutte le parti sull’abbagliante acciajo degli specchi. Piuttosto vedi, Palemone mio, con quale agilità esse si sono allontanate da noi mentre camminiamo fra le faci de’ miei servi, in queste gallerie ornate da statue, capolavori inimitabili del genio della Grecia. — Qualcuna di queste immagini ti avrebbe rivelata con un movimento minaccioso la presenza di questi spiriti fantastici, che le animano qualche volta, quando l’ultima luce si stacca dall’ultima lampada sale e si estingue nell’aria? L’immobilità delle loro forme, la purità dei loro tratti, la calma delle loro attitudini che non cangeranno mai, rassicurerebbero lo spavento stesso. Se qualche strano rumore ha colpito il tuo orecchio, o fratello prezioso del cuor mio! è quello della vigile ninfa che spande sulle tue membra affievolite dalla fatica i tesori della sua urna di cristallo, mescolandovi dei profumi fin qui ignoti a Larissa, un’ombra limpida da me raccolta sulla spiaggia dei mari bagnanti la culla del sole, il succo d’un fiore mille volte più soave della rosa, il quale non cresce che nelle folte ombre della bruna Corcira,<ref>Io credo non si tratti qui dell’antica Corcira, ma dell’isola di Curzola, che i Greci chiamavano Corcira la bruna per l’aspetto che da lontano le davano le vaste foreste di cui era coperta. {{A destra|(''Nota dell’autore'').}}</ref> i fiori d’un arbusto amato da Apollo e da suo figlio e che mostra sulle roccie d’Epidauro i suoi mazzi composti di cembali, di porpora tremanti sotto il peso della rugiada. E come gl’incanti dei maghi intorbiderebbero la purità delle acque che cullano a te d’intorno le loro onde d’argento? Mirteo, questa bella Mirteo dai capelli biondi, la più giovane e la più cara delle mie schiave, quella, che tu hai visto inchinarsi al tuo passaggio, perchè ama tutto ciò ch’io amo... ha degli incanti non conosciuti che da lei e da uno spirito che glieli confida nei misteri del sonno; ella erra adesso come un’ombra at-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{rigaIntestazione|68|{{sc|racconti fantastici}}|}}</noinclude>torna al luogo dei bagni ove si alza a poco a poco la superficie dell’onda salutare, ella corre, cantando delle arie che scacciano i demoni, e toccando di tempo in tempo le corde di un’arpa errante che alcuni geni ubbidienti non mancano mai di offrirle prima che i suoi desideri abbiano il tempo di farsi conoscere passando dalla sua anima a’ suoi occhi. Ella va, corre e l’arpa va, corre e canta sotto la sua mano. Ascolta il tintinnio dell’arpa che risuona, la voce dell’arpa di Mirteo: è un suono pieno, grave, solenne che fa dimenticare le idee terrestri, che si prolunga, si sostiene, occupa l’anima come un pensiero grave, severo: e poi vola, fugge, svanisce, ritorna; e le arie dell’arpa di Mirteo (incanto meraviglioso delle notti), le arie dell’arpa di Mirteo che volano, fuggono svaniscono, e ritornano ancora — come ella canta, com’esse volano, le arie dell’arpa di Mirteo, le arie che scacciano i demoni!... Ascolta, Palemone, le odi tu?
In verità io ho provato tutte le illusioni dei sogni, e che sarei allora diventato senza il soccorso dell’arpa di Mirteo, senza il soccorso della sua voce, così pronta ad interrompere il riposo travagliato e gemebondo delle mie notti?... Quante volte nel mio sonno mi sono inchinato sull’onda limpida e placida, l’onda troppo fedele nel riprodurre i miei lineamenti alterati, i miei capelli drizzati per terrore, il mio sguardo fisso e triste come quello della disperazione, che non piange più!... Quante volte ho fremuto, vedendo le tracce di un sangue livido correre intorno alle mie pallide labbra; sentendo i miei denti tremanti, spinti fuori dai loro alveoli, le mie unghie staccate dalle loro radici, crollare e cadere! Quante volte inorridito dalla mia nudità, dalla mia vergognosa nudità mi sono abbandonato inquieto allo scherno della folla con una tunica più corta, più leggera, più trasparente di quella che avvolge una cortigiana lì presso al letto sfrontato della dissolutezza! Oh! quante volte delle visioni più orride, delle visioni che Palemone stesso non conosce punto... E che sarei divenuto allora, che sarei divenuto senza il soccorso dell’arpa di Mirteo, senza il soccorso della sua voce e dell’armonia ch’ella insegna alle sue sorelle, quando la circondano obbedienti, per calmare i terrori dell’infelice che dorme, per far sentire dei canti venuti da lontano, come il venticello scorrente fra poche vele, canti che si maritano, che assopiscono i sogni tumultuosi del cuore, e che incantano il loro silenzio in una lunga melodia.
E ora, ecco le sorelle di Mirteo, che hanno preparato il festino. Vi è Teia, riconoscibile fra tutte le figlie della Tessaglia quantunque la maggior parte di esse abbia una capigliatura nerissima cadente sulle spalle più bianche<noinclude></noinclude>
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{rigaIntestazione||{{sc|smarra}}|69}}</noinclude>dell’alabastro, ma non ve n’ha punto che abbiano dei capelli inanellati in onde flessibili e voluttuose come i capelli neri di Teia. È dessa che pende sulla coppa ardente dove imbianca un vino bollente il vaso d’una preziosa argilla e da cui lascia cadere a goccia a goccia in topazi liquidi il miele più squisito che giammai si sia raccolto sugli olmi della Sicilia. L’ape priva del suo tesoro vola inquieta in mezzo ai fiori, essa s’appende ai rami salutari dell’albero abbandonato, chiedendo il suo miele ai zeffiri.
Essa mormora di dolore, perchè i suoi piccini non avranno più asilo in alcuno dei mille palazzi a cinque muri che loro aveva eretto con una cera leggiera e trasparente, e non gusteranno il miele da lei raccolto per essi sui cespugli profumati del monte Ibla. È Teia che mette nel mio vino bollente il miele rapito alle api di Sicilia; e le altre suore di Teia, quelle che hanno i capelli neri, poichè di bionda non v’ha che Mirteo, corrono sommesse, premuroso accarezzanti con un docile sorriso intorno all’apparecchiamento del banchetto. Esse seminano fiori di granato, foglie di rose sul latte schiumato, o anche attizzano fornelli i d’ambra e d’incenso che bruciano sotto la cappa infiammata ove imbianca un vino bollente, le fiamme che si curvano da lungi attorno all’orlo circolare, che s’inchinano, che si raccostano, che lo toccano, che accarezzano le sue labbra d’oro, e finiscono per confondersi colle fiamme dalle bianche e azzurre lingue, che volano sul vino. Le fiamme salgono, discendono, si sviano come questo demonio fantastico delle solitudini che ama mirarsi nelle fontane. Chi potrà dire quante volte la coppa ha fatto il giro della tavola del festino, quante volte già vuota ha visto i suoi orli inondati di novello nettare? Giovinette, non risparmiate nè il vino, nè l’idromele. Il sole non cessa di nuovamente gonfiare l’uva, e di versare i raggi del suo immortale splendore sui meravigliosi grappoli dondolanti dai ricchi festoni delle nostre vigne, e tra le foglie imbrunite dei pampani arrotondati in ghirlande che corrono fra i gelsi della Tempe. Ancora questa libazione per cacciare i demoni della notte? Quanto a me, non vedo più qui che gli spiriti allegri dell’ubbriachezza che si sprigionano strepitando dalla schiuma fremente, si perseguitano nell’aria come moscerini di fuoco o vengono ad abbagliare colle loro ali raggianti le mie pupille infiammate, simili agli agili insetti cui la natura ha ornato di fuochi innocenti e che spesso nella silenziosa frescura d’una breve notte d’estate, si vedono spiccare a sciame nel mezzo d’un cespuglio di verdure, come uno sprazzo di scintille sotto i raddoppiati colpi del fabbro. Essi galleggiano portati da un leggero venticello<noinclude></noinclude>
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{rigaIntestazione|70|{{sc|racconti fantastici}}|}}</noinclude>che passa o, chiamati da qualche dolce profumo di cui essi si nutrono, nei calici delle rose. La nube luminosa passeggia, si culla, riposasi o gira un po’ su sè stessa, e cade tutt’intera sulla cima di un giovane pino che illumina come una piramide consacrata alle feste pubbliche, o alla sbarra inferiore di una gran catena, alla quale dà l’aspetto d’una girandola preparata per le veglie della foresta. {{Ec|Quarda|Guarda}} come essi giuocano dintorno a te, come fremono nei fiori, come irradiano i riflessi di fuoco sui vasi puliti; questi non sono demoni nemici. Essi danzano, si divertono, hanno l’abbandono e i fragori della follia.
S’essi amano a vote turbare il riposo degli uomini; non è che per soddisfare, come un fanciullo stordito a ridenti capricci. Essi si rotolano, i maliziosi! nel lino arruffato in giro al fuso di una vecchia pastora, intrecciano, imbrogliano i fili smarriti e moltiplicano i nodi opposti sotto gli sforzi della inutile abilità di lei. Quando un viaggiatore che ha perduto la strada, cerca con avido occhio attraverso l’orizzonte della notte qualche punto luminoso, che gli prometta un asilo, essi per lungo tempo lo fanno andare di sentiero in sentiero, allo splendore d’un fuoco infedele, al rumore d’una voce ingannatrice, o dall’abbaiamento lontano d’un vigile cane che vaga come una sentinella intorno al solitario podere, e abusano così della speranza del povero viaggiatore fino a che tocchi di pietà per la fatica del poveretto gli presentano tutto ad un tratto un alloggio inaspettato, che nessuno aveva mai visto in questo deserto, e a volte anche è stupito di trovare al suo arrivo un focolare scintillante, il cui solo aspetto inspira l’allegria, de’ cibi rari e delicati, di cui il caso ha fornita la capanna del pescatore o del cacciatore di contrabbando e una giovinetta bella come le Grazie, che lo serve, tenendo timorosa gli occhi al suolo, poichè questo straniero le è parso fatale a guardare. L’indomani, sorpreso che un riposo così breve gli abbia ridate le forze, si alza beato al canto della lodoletta che saluta un cielo puro, e ode che il suo errore fortunato gli ha raccorciato il cammino di venti stadi e mezzo; e il suo cavallo nitrendo d’impazienza, colle narici aperte, il pelo lucido, la criniera liscia e splendida, batte il terreno con triplice segnale di partenza. Il folletto balza dalla groppa alla testa del cavallo del viaggiatore, colle sue esili dita stringe l’abbondante criniera, la svolge, la rialza a onde; guarda, s’applaude di ciò che ha fatto e se ne va contento per godersi poi il dispetto di un uomo addormentato che abbrucia di sete, e che vede fuggire, sminuire, svaporare davanti alle sue labbra allungate una rinfrescante bevanda; che scandaglia inutilmente con uno sguardo la coppa; che aspira inutilmente il liquore assente; poi si<noinclude></noinclude>
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{rigaIntestazione||{{sc|smarra}}|71}}</noinclude>risveglia e trova il vaso pieno di vino di Siracusa che egli ancor non ha gustato; e che il folletto l’ha pigiato da uva scelta, mentre divertivasi delle inquietudini del sonno di lui. Qui tu puoi bere, parlare, dormire senza terrore perchè i folletti sono nostri amici.
Soddisfa solamente all’impaziente curiosità di Teia e di Mirteo, alla curiosità più interessata di Telaria, che non ha mai staccato da te le sue lunghe e maestose ciglia, i suoi grandi occhi neri che girano come astri benigni in un cielo bagnato del più tenero azzurro. Raccontaci, Palemone, i strani dolori che hai creduto di provare sotto l’impero delle streghe, poichè i tormenti di che essi perseguitano la nostra immaginazione non sono che la vana illusione di un sogno che svanisce al primo raggio dell’aurora. Teia, Telaria e Mirteo sono attente... ascoltano... Ebbene parla... raccontaci le tue disperazioni, le tue paure e i falsi errori della notte; e tu Teia, versa del vino e tu, Telaria, sorridi al suo racconto, perchè il suo animo si consoli, e tu, Mirteo, se tu lo vedi sorpreso del ricordo de’ suoi traviamenti cedere a una nuova illusione, canta e solleva le corde dell’arpa magica... Domandale de’ suoni consolatori, de’ suoni che scacciano gli spiriti malvagi. È così che si liberano le austere ore della notte dall’impero tumultuoso dei sogni, e che si sfugge di piacere in piacere ai sinistri incantesimi che riempiono la terra durante l’assenza del sole.<noinclude></noinclude>
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Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. II, 1977 – BEIC 1871053.djvu/185
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<noinclude><pagequality level="4" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione||{{Sc|canto decimoquarto}}|179}}</noinclude><poem>
{{Ottava|107}}Ciò detto il lascia, e per l’orribil mischia
dove Orgonte combatte, in fretta giunge,
ed aventa lo stral, che stride e fischia,
ma ’l bersaglio ove va, punto non punge.
Contro il meschin, ch’oltre l’età s’arrischia,
la vista gira, e guatalo da lunge:
indi s’accosta, e con sorriso acerbo
così ’l motteggia il Barbaro superbo:
{{Ottava|108}}— Deh fino a quando esser potrà che tardi
a rincontrar ciò che ’l tuo cor desia,
sì ch’uom la morte, che d’aver tant’ardi,
fanciulletto importuno, alfin ti dia?
Or io non vo’ che più gli altrui riguardi
facciano insolentir tanta follia.
So che per te miglior fora la sferza:
ma la mia spada ancor talvolta scherza. —
{{Ottava|109}}Tacque, e con lui si strinse: e quei smarrito
quando mirò la spaventosa fronte
vòlse fuggir, ma nel sanguigno sito
smucciò col piede, e sdrucciolò dal monte.
Sovra gli va di rabbia infellonito,
e già di sangue innebrïato Orgonte.
Melanto il vede, ed al Garzon caduto
corre per dar nel gran periglio aiuto.
{{Ottava|110}}Ma perché quel crudel mostro inumano
già l’ha giunto in un salto, e già gli ha presa
la chioma d’or con la sinistra mano,
e l’altra per ferirlo alzata e stesa,
ed ei non può, per esserne lontano,
a tempo ritrovarsi a la difesa,
gitta la spada, e dà di piglio a l’arco,
e già l’ha teso in un momento, e carco.
</poem><noinclude><references/></div></noinclude>
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Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. II, 1977 – BEIC 1871053.djvu/186
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OrbiliusMagister
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<noinclude><pagequality level="4" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|180|{{Sc|gli errori}}|}}</noinclude><poem>
{{Ottava|111}}O la fretta soverchia, o il caso rio
da la mira lo stral travolse e torse:
sì che del fido amico il colpo pio
del fier nemico il colpo empio precorse;
del nemico, che pur s’intenerio,
ed era di ferirlo ancora in forse:
e forse più da presso avendo scorto
quel bel viso gentil, non l’avria morto.
{{Ottava|112}}Passa il cuoio macchiato a nero e bianco,
spinto dal braccio de l’Arcier gagliardo,
e fiede al caro Armillo il miglior fianco
il disleale e dispietato dardo.
Quei la man bella in su ’l costato manco
si pone, e dice a l’uccisor col guardo:
— Io moro (ahi crudo) ma la tua saetta
porta insieme l’offesa, e la vendetta. —
{{Ottava|113}}Come fonte talor limpido e puro,
dove il piè sozzo il zappador si lavi,
o come bel giardin, cui l’aspro e duro
rastro de l’arator fieda ed aggravi,
così del volto pallido ed oscuro,
così de’ torbidetti occhi soavi,
e secchi e spenti da’ mortali oltraggi
languiro i fiori, e s’offuscaro i raggi.
{{Ottava|114}}Sospende il ferro, e vòlgesi a Melanto
pien di disdegno Orgonte, e di fierezza:
e vede che ’l gran duol gli ha tolto il pianto
a lo sparir di quell’alta bellezza,
e de la piaga involontaria intanto
l’arco ingrato ministro a terra spezza:
la destra errante, al suo diletto infida,
si morde: e brama pur ch’altri l’uccida.
</poem><noinclude><references/></div></noinclude>
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AdrianaB64
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<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione|{{smaller|100}}|{{Sc|{{smaller|agna gentile}}}}|riga=si}}</noinclude>Vero è che, secondo taluno di quelli altri più spediti e spacciati interpetri del malagevol sonetto, l’ottavo verso non dice se non questo: che chiunque venendo di Provenza scenda, per l’alta, verso l’«umile» Italia, ''prima'' «vedrà Bologna e ''poi'' la nobil Roma», tal e quale allora come ora: indicazione preziosa all’itinerario del Santo Padre! sebbene già si sappia comunemente, che a Roma tutte le strade conducono.
Con la interpetrazione dal Carducci rivendicata, si rientrava nel terreno dei fatti, quali io ho testè lumeggiati; si stenebrava il sonetto da quel «buio d’istoria», che giustamente lo aveva fatto dispiacere al Muratori 1); alle imagini del Poeta si restituivano linee e proporzioni adequate e storicamente verosimili. Adequate in tutto, fuorchè nel ristringere in «alcuni amici» quello che di per sè non può investire se non un ente collettivo, e la cui azione sia pubblica e di non picciol momento e di largo effetto. Perchè, come si può ad «amici» affidare l’ufficio di
«consolare» le due? la «nobil Roma» l’una, e «lei» che non può essere se non l’altra, la prima, delle due nominate,
1) ''Le Rime'' di FRANCESCO PETRARCA, ecc. ''S'aggiungono le Considerazioni d’''A. TASSONI ecc. ''e le Osservazioni di'' L. A. MURATORI; Modena, 1711; a pag. 73.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="GiAnMMV" /></noinclude><section begin="s1" />{{Ct|f=120%|v=1|t=3|L=0px|I}}
{{Ct|f=120%|v=2|L=0px|TERZE RIME}}
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|f=100%|v=1|L=0px|I}}
{{Ct|f=100%|v=1|L=0px|{{Sc|Del magnifico messer Marco Veniero<br>alla signora Veronica Franca}}}}
{{Smaller block|class=is|Loda la bellezza e l’ingegno di Veronica e la prega di essergli benigna e amorosa.}}
<poem style="padding-left:5em">
S’io v’amo al par de la mia propria vita,
donna crudel, e voi perché non date
in tanto amor al mio tormento aita?
{{R|4}}E, se invano mercé chieggio e pietate,
perch’almen con la morte quelle pene,
ch’io soffro per amarvi, non troncate?
{{R|7}}So che remunerar non si conviene
mia fé cosí; ma quel mal, che ripara
a un maggior mal, vien riputato bene:
{{R|10}}piú d’ogni morte è la mia doglia amara;
e morir di man vostra, in questo stato,
grazia mi fia desiderata e cara.
{{R|13}}Ma com’esser può mai che, dentro al lato
molle, il bianco gentil vostro bel petto
chiuda sí duro cor e sí spietato?
{{R|16}}Com’esser può che quel leggiadro aspetto
voglie e pensier cosí crudi ricopra,
che ’l servir umil prendano in dispetto?
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="GiAnMMV" /></noinclude><section begin="s1" />{{Ct|f=120%|v=1|t=3|L=0px|I}}
{{Ct|f=120%|v=2|L=0px|TERZE RIME}}
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|f=100%|v=1|L=0px|I}}
{{Ct|f=100%|v=1|L=0px|{{Sc|Del magnifico messer Marco Veniero<br>alla signora Veronica Franca}}}}
{{Smaller block|class=is|Loda la bellezza e l’ingegno di Veronica e la prega di essergli benigna e amorosa.}}
<poem style="padding-left:5em">
:S’io v’amo al par de la mia propria vita,
donna crudel, e voi perché non date
in tanto amor al mio tormento aita?
:{{R|4}}E, se invano mercé chieggio e pietate,
perch’almen con la morte quelle pene,
ch’io soffro per amarvi, non troncate?
:{{R|7}}So che remunerar non si conviene
mia fé cosí; ma quel mal, che ripara
a un maggior mal, vien riputato bene:
:{{R|10}}piú d’ogni morte è la mia doglia amara;
e morir di man vostra, in questo stato,
grazia mi fia desiderata e cara.
:{{R|13}}Ma com’esser può mai che, dentro al lato
molle, il bianco gentil vostro bel petto
chiuda sí duro cor e sí spietato?
:{{R|16}}Com’esser può che quel leggiadro aspetto
voglie e pensier cosí crudi ricopra,
che ’l servir umil prendano in dispetto?
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="GiAnMMV" />{{RigaIntestazione|232|{{Sc|veronica franco}}|}}</noinclude><poem style="padding-left:5em">
:{{R|19}}La gran bellezza a voi data di sopra
spender in morte di chi v’ama e in doglia,
qual potete peggior far di quest’opra?
:{{R|22}}Ciò da l’uman desir vostro si toglia,
e ’n sua vece vi penetri a la mente,
conforme a la beltà, pietosa voglia.
:{{R|25}}Cosí dentro e di fuor chiara e splendente
sarete d’ogni età vero ornamento,
non pur di questo secolo presente.
:{{R|28}}Pria che de’ be’ crin l’òr si faccia argento,
da custodir è quel, che poi si perde,
chi ’l lascia in man del tempo, in un momento
:{{R|31}}e, se ben sète d’età fresca e verde,
nulla degli anni è piú veloce cosa,
sí ch’a tenervi dietro il pensier perde;
:{{R|34}}e, mentre di qua giú nessun ben posa,
nasce e spar la beltà piú che baleno,
non che qual nata e secca a un tempo rosa.
:{{R|37}}Ma poi, chi la pietà chiude nel seno,
col merto de la fama sua ravviva
le chiome bionde e ’l viso almo e sereno.
:{{R|40}}Dunque, per farvi al mondo eterna e diva,
amica di pietà verso chi v’ama,
siate di crudeltà nemica e schiva.
:{{R|43}}Oh, se vedeste in me l’ardente brama,
c’ho di servir voi sola a tutte l’ore,
con quel pensier ch’ognor vi chiede e brama;
:{{R|46}}se mi vedeste in mezzo ’l petto il core,
a me son certo che null’altro amante
pareggereste nel portarvi amore!
:{{R|49}}Ma guardatemi ’l cor fuor nel sembiante
pallido e mesto e nel mio venir solo,
dí e notte, con piè lasso e cor costante;
:{{R|52}}e, conoscendo il mio soverchio duolo,
e come in lui convien ch’ognor trabbocchi
di pene cinto da infinito stuolo,
</poem><noinclude></noinclude>
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GiAnMMV
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="GiAnMMV" />{{RigaIntestazione||{{sc|i - terze rime}}|233}}</noinclude><poem style="padding-left:5em">
:{{R|55}}volgete a me pietosamente gli occhi,
a veder come presso e di lontano
quinci ognor empio Amor l’arco in me scocchi,
:{{R|58}}stendete a me la bella e bianca mano
a rinovar il colpo, e che in tal guisa
il sen piú m’apre e insieme il rende sano.
:{{R|61}}O beltá d’ogni essempio altro divisa,
di cui l’anima in farsi umil soggetta,
stando lieta, qua giú s’imparadisa!
:{{R|64}}Amor da que’ begli occhi in me saetta
con tal dolcezza, che ’l mio espresso danno
via piú sempre mi giova e mi diletta.
:{{R|67}}Ben questi al chiaro sole invidia fanno,
bench’ancor Febo con diletto mira
le bellezze, che tante in voi si stanno:
:{{R|70}}di queste vago Apollo arde e sospira,
e per virtú di tai luci gioconde
il suo saper in voi benigno inspira;
:{{R|73}}e, mentre questo in gran copia v’infonde,
move la chiara voce al dolce canto,
ch’a’ bei pensier de l’animo risponde.
:{{R|76}}La penna e ’l foglio in man prendete intanto,
e scrivete soavi e grate rime,
ch’ai poeti maggior tolgono il vanto.
:{{R|79}}O bella man, che con bell’arte esprime
sí leggiadri concetti, e le sue forme
dentro ’l mio cor felicemente imprime!
:{{R|82}}De l’antico valor segnando l’orme
questa ne va sí candida e gentile,
svegliando la virtú dove piú dorme;
:{{R|85}}né pur rinova il glorioso stile
del poetar sí celebre trascorso,
che non ebbe fin qui par né simile;
:{{R|88}}ma de le menti afflitte alto soccorso
è quella man ne l’amorosa cura,
che quivi ha ’l suo rifugio e ’l suo ricorso.
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="GiAnMMV" />{{RigaIntestazione|234|{{sc|veronica franco}}}}</noinclude><poem style="padding-left:5em">
:{{R|91}}Di viva neve man candida e pura,
che dolcemente il cor m’ardi e consumi
per miracol d’Amor fuor di natura,
:{{R|94}}e voi, celesti e graziosi lumi,
ch’ardor e refrigerio in un mi sète,
e parer gli altrui rai fate ombre e fumi,
:{{R|97}}perch’a me ’l vostro aviso contendete?
e non piú tosto con pietosi modi
al mio soccorso, oimè, vi rivolgete?
:{{R|100}}Né però chieggio che disciolga i nodi,
che ’ntorno al cor m’ordio la man si vaga,
né che in alcuna parte men m’annodi;
:{{R|103}}non chiedo ch’entro al sen saldi la piaga
il bel guardo gentil, che in me l’impresse,
d’amor con arte lusinghiera e vaga:
:{{R|106}}da quelle mani e da le braccia stesse
esser bramo raccolto in cortesia,
e che ’l mio laccio stringan piú sempre esse:
:{{R|109}}bramo che quella vista umana e pia
si volga al mio diletto, e del bel viso
e de la bocca avara non mi sia.
:{{R|112}}Oh che grato e felice paradiso,
dal goder le bellezze in voi sí rade
non si trovar giamai, donna, diviso:
:{{R|115}}donna di vera ed unica beltade,
e di costumi adorna e di virtude,
con senil senno in giovenil etade!
:{{R|118}}Oh che dolce mirar le membra ignude,
e piú dolce languir in grembo a loro,
ch’or a torto mi son sí scarse e crude!
:{{R|121}}Prenderei con le mani il forbito oro
de le trecce, tirando de l’offesa,
pian piano, in mia vendetta il fin tesoro.
:{{R|124}}Quando giacete ne le piume stesa,
che soave assalirvi! e in quella guisa
levarvi ogni riparo, ogni difesa!
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="GiAnMMV" />{{RigaIntestazione||{{sc|i - terze rime}}|235}}</noinclude><poem style="padding-left:5em">
:{{R|127}}Venere in letto ai vezzi vi ravvisa,
a le delizie che ’n voi tante scopre,
chi da pietá vi trova non divisa;
:{{R|130}}sí come nel compor de le dotte opre,
de le nove Castalie in voi sorelle
l’arte e l’ingegno a l’altrui vista s’opre.
:{{R|133}}E cosí ’l vanto avete tra le belle
di dotta, e tra le dotte di bellezza,
e d’ambo superate e queste e quelle;
:{{R|136}}e, mentre l’uno e l’altro in voi s’apprezza,
d’ambo sarebbe l’onor vostro in tutto,
se la beltá non guastasse l’asprezza.
:{{R|139}}Ma, se ’n voi la scienzia è d’alto frutto,
perché de la bellezza il pregio tanto
vien da la vostra crudeltá distrutto?
:{{R|142}}Accompagnate l’opra in ogni canto;
e, come la virtú vostra ne giova,
la beltá non sia seme del mio pianto:
:{{R|145}}in tanto amor tanto dolor vi mova,
sí che di riparar ai tristi affanni
entriate meco in lodevole prova.
:{{R|148}}S’al tempo fa sí gloriosi inganni
la vostra musa, la beltá non faccia
a se medesma irreparabil danni.
:{{R|151}}A Febo è degno che si sodisfaccia
dal vostro ingegno; ma da la beltate
a Venere non meno si compiaccia;
:{{R|154}}le tante da lei grazie a voi donate
spender devete in buon uso, sí come
di quelle, che vi diede Apollo, fate:
:{{R|157}}con queste eternerete il vostro nome,
non men che con gli inchiostri; e lento e infermo
farete il tempo, e le sue forze dome.
:{{R|160}}Per la bocca di lei questo v’affermo:
non lasciate Ciprigna, per seguire
Delio, né contra lei tentate schermo;
</poem><noinclude></noinclude>
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GiAnMMV
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<noinclude><pagequality level="3" user="GiAnMMV" />{{RigaIntestazione|236|{{sc|veronica franco}}|}}</noinclude><poem style="padding-left:5em">
:{{R|163}}ché Febo se le inchina ad obedire,
né può far altrimenti, se ben poi
gran piacer tragge in ciò dal suo servire.
:{{R|166}}Cosí devete far ancora voi,
seguitando l’essempio di quel dio,
che v’infonde i concetti e i pensier suoi.
:{{R|169}}La bellezza adornate col cor pio;
sí che con la virtú ben s’accompagne,
lontan da ogni crudel empio desio:
:{{R|172}}queste in voi la pietá faccia compagne,
e in tanto vi rincresca, com’è degno,
d’un, che de l’amor vostro ognora piagne.
:{{R|175}}E son quell’io, che umile a voi ne vegno,
cercando di placar con dolci preghi
la vostra crudeltate e ’l vostro sdegno:
:{{R|178}}mercé da voi, per Dio, non mi si nieghi,
donna bella e gentil, ma in tanta guerra
benigno il vostro aiuto a me si pieghi.
:{{R|181}}Cosí sarete senza par in terra.
</poem><noinclude></noinclude>
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Rime (Veronica Franco)/Terze rime/I
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{{Qualità|avz=75%|data=10 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Del magnifico m. Marco Venterò alla signora Veronica Franca. Loda la bellezza e l’ingegno di Veronica e la prega di essergli benigna e amorosa pag.|prec=../../Terze rime|succ=../II}}
<pages index="Stampa, Gaspara – Rime, 1913 – BEIC 1929252.djvu" from="237" to="242" fromsection="s2" />
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Chiarazuccarini
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Chiarazuccarini" />{{RigaIntestazione|Mus|— 324 —|Myo|riga=s}}</noinclude>però non toglie che talora i toscani, considerando la lingua italiana come una loro privativa di cui fanno elargizione, trattino come gemme non solo i loro ribòboli e i loro idiotismi, ma anche guardino con molto compatimento certi errori che, se fossero di altre regioni, rampognerebbero.
'''Mussulmano:''' aggiunto talora della parola ''indifferenza'' o di altra voce di simile senso, e vale a significare il sommo dell’apatia e della incuria; concetto tratto dal fatalismo che la religione di {{AutoreCitato|Maometto|Maometto}} inspirò a suoi seguaci.
'''Mutato nomine de te fabula narratur:''' «si allude a te, fatta eccezione pel nome che è mutato» {{AutoreCitato|Quinto Orazio Flacco|Orazio}}, {{TestoCitato|Satire_(Orazio)|''Sat''.}} I, 1, 69, 70).
'''Mutatis mutandis:''' specie di ab. ass. latino che significa ''mutate le cose che debbono essere mutate;'' se non che quel ''mutandis'' si presta talora a un grossolano doppio senso con ''mutande'', parte del vestimento intimo.
'''Mutismo:''' neol. dal francese ''mutisme'', lo stato di chi è muto, ''mutolezza'' e ''mutezza''. Dicesi più specialmente per indicare il silenzio deliberato ed ostinato. Il {{AutoreCitato|Pietro Fanfani|Fanfani}}, condannando questa voce, osserva che essa confonde i due sensi distinti nella nostra favella di ''mutezza'' (vizio organico) e di ''taciturnità'', ''silenzio, star zitto'' (proposito, o abitudine di non parlare). ''Mutismo'' è parola accolta nei diz. recenti.
'''Mutuo ammortizzabile:''' V. ''Quota d’ammortamento''.
'''Mutuo incensamento:''' locuzione satirica che significa la lode dei consorti e delle chiesuole letterarie o politiche. Locuzione, come a me pare, tolta dallo scambievole, cioè mutuo incensarsi dei sacerdoti nelle cerimonie solenni della Chiesa. Tale modo di dire non è certo francese, bensì nostrano e relativamente recente. Dicesi anche «Società di mutuo incensamento»: tale nome intesi essere stato dato alla gente che conveniva nel salotto della contessa {{AutoreCitato|Clara Maffei|Maffei}}. Ma il {{AutoreCitato|Raffaello Barbiera|Barbiera}}, autore del bel libro ''Il Salotto della Contessa Maffei'', rifiuta tale paternità al motto, osservandomi anzi tutto che la locuzione è più antica (della cosa non parliamone!), inoltre che in casa Maffei non si incensava alcuno, spesso anzi avveniva l’opposto.
'''Myosotis:''' nome francese di un noto fiorellino azzurro e grazioso che cresce ne’ luoghi umidi e coltivasi per ornamento (''Myosotis palustris''). Il nome deriva dal greco ''μνοσώτη'' = orecchio di topo, di fatti in francese dicesi anche ''oreille de souris''. In tedesco ''Vergismeinnicht'' = non ti scordar di me. La forma italiana e registrata, ''Miosotide'', è poco usata.<noinclude></noinclude>
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Chiarazuccarini
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<noinclude><pagequality level="4" user="Chiarazuccarini" />{{RigaIntestazione|riga=s}}</noinclude>
{{Ct|f=180%|v=1|t=3|L=0px|'''N'''}}
'''N:''' questa lettera nei prefissi ''in'', ''con'', davanti alle consonanti labiali ''m'', ''b'', ''p'', si muta in ''m'' per ragione di affinità elettiva: così ''in'' e ''mutabile'', fanno in composizione ''immutabile;'' ''con'' e ''baciare'' fanno ''combaciare''; ''in'' e ''porre'', ''imporre''. Dinanzi ad ''l'' poi, si muta in ''l'' cioè si assimila, dinanzi ad ''r'' si muta in ''r'': il che manifestamente appare dalle parole ''illecito collegare'', ''irragionevole'', ''correggere'', composte da ''in'' privativo e ''lecito'', etc. Si perde di regola davanti ad ''s'' impura: ''istrumento istanza'', ''coscienza'', ''costituire'' etc. | N. simbolo di ''ennesima'' (attributo di potenza), V. questa parola.
'''N. N:''' formula di persona ignota, è iniziale del latino ''nescio nomen'', non so il nome.
'''Nabab:''' grafia francese di nome arabo, dato ai governatori e capi dell’India maomettana. Per estensione Nabab dissero in Francia degli inglesi che dalle Indie tornavano con grandi ricchezze. Parimenti dicesi presso di noi ''Nabab'' (meno comune ''nababbo''), di persona ricchissima ma con un lieve senso ironico all’ostentazione della ricchezza.
'''Nacchere:''' «(''castañuelas'', spagnuolo), strumento originario di Spagna e noto già sotto l’Impero romano. È formato di due pezzi di legno concavi adattati l’uno sull’altro nel modo dei gusci di ostriche, e che si cozzano in modo da produrre un rumore non antimusicale. Il suonatore ha uno di questi strumenti nella mano destra (è lo strumento più piccolo e più acuto) detto ''hembra;'' nell’altra mano tiene il più grande, detto ''macho''. Le nacchere andaluse si denominano ''patillos'' e ''pitos:'' sono più piccole delle comuni e usate dalle donne. Le più grandi sono le ''castagnetas gallegas'', proprie ai contadini della Galizia.» (A. {{AutoreCitato|Amintore Galli|Galli}}, ''op. cit''.).
'''Nadir:''' noto termine astronomico, dall’arabo ''nathir'' = di fronte, cioè il punto che sovrasta il nostro capo (''zenit'').
'''Nankin:''' tela di cotone d’un color giallo speciale, o bianco: da Nankin (solita scrittura francese) città della Cina.
'''Napoletana''' o '''cricca:''' nel giuoco del tresette dicesi, accusando, quando si possiede l’asso il due e il tre dello stesso seme o colore, o, elitticamente: ''quella di spade'' o ''fiori'' etc.
'''Narcòsi:''' sonno artificiale con sospensione della sensibilità, dovuto all’azione di ipnotici (''oppio'', ''morfina'', ''cloroformio'', etc). Dal gr. ''νάρκωσις'' = torpore.
'''Narghilè:''' nota specie di pipa turca o persiana ad acqua. Voce persiana.
'''Nasello:''' V. ''Merlano''.
'''Nata:''' per indicare la parentela di nascita di una signora che ha marito, ricorda il ''née'' de’ francesi; la qual voce ''s’emploie pour indiquer le nom de famille que portait une femme avant du mariage''. L’uso nostro porterebbe a metterò prima il cognome della famiglia propria, poi quello assunto dal marito, preceduto da ''in'' o da ''ne’''.
'''Nativo:''' nel senso di ''indigeno'', ''selvaggio'' non è il ''natif'' de’ francesi?
'''Natura abhorret vacuum:''' ''la natura abborre dal vuoto:'' sentenza della {{Pt|anti-|}}<noinclude></noinclude>
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Chiarazuccarini
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<noinclude><pagequality level="4" user="Chiarazuccarini" />{{RigaIntestazione|Nat|— 326 —|Nav|riga=s}}</noinclude>{{Pt|chissima|antichissima}} scuola peripatetica, ripetuta da {{AutoreCitato|Cartesio|Cartesio}}.
'''Naturista:''' è il tedesco ''Naturmenschen?'' V. ''Vegetariano''.
'''Naturàlia non sunt tùrpia:''' sentenza latina alquanto verista ancorchè vera, spesso usata a giustificazione di atti inverecondi: ''le cose naturali'', ''cioè che sono in natura'', ''non sono vergognose''. La paternità del motto non riuscii a trovare: probabilmente è di formazione popolare.
'''Naturalismo''' o '''naturalesimo:''' neol lat. ''naturalis'', ingl. ''naturalism'', fr. ''naturalisme'', ted. ''Naturalismus''. Termine filosofico; indica la teoria che l’universo può e deve essere compreso per mezzo delle scienze fisiche (naturali), e più specialmente che ogni processo mentale e psichico può essere ricondotto nelle categorie delle scienze naturali: esclude, cioè, ogni inframettenza di concetti metafisici e trascendentali (quindi è sinonimo di ''Materialismo'' o ''Positivismo'', V. quest’ultima parola). In teologia il naturalismo esclude il sopranaturale e considera i fatti della religione, sia riferendoli a leggi naturali, sia al concetto del «divino», ma identificato col naturale ordine dell’Universo. (Il {{AutoreCitato|Giosuè Carducci|Carducci}}, ad es. spiegando il concetto del suo {{TestoCitato|A_Satana|''Inno a Satana''}} scrive «di avere adombrato, come in una lirica potevasi, il ''naturalismo'' panteistico, politeistico, artistico, storico etc.»). In arte, è la dottrina che considera il vero fine dell’arte nel riprodurre e seguire la natura. Sinonimo di ''realismo'', se non che questo tende piuttosto alla riproduzione e copia minuta ed accurata dei particolari veristi. Cfr. {{AutoreCitato|Émile Zola|Emilio Zola}}, ''Le Roman expérimental''.
'''Naturalizzare''' e '''naturalizzazione:''' neol.; dal fr. ''naturaliser'', ''naturalisation'', concedere ad uno straniero i diritti di nazionalità e di cittadino.
'''Naturam expelles furca, tamen usque recurret:''' ''scaccerai la natura'' (cioè l’istinto naturale) ''con la forza'' (lett. ''con la forca''), ''ma essa ritornerà continuamente''. {{AutoreCitato|Quinto Orazio Flacco|Orazio}}, ''Epistole'', I, 10, 24. E i francesi: ''chassez le naturel'', ''il revient au galop''.
'''Natura non facit saltus:''' ''la natura non fa salti'', cioè in natura si procede per gradi. Motto spesso citato in sostegno delle teorie evoluzioniste. Esso motto è variamente attribuito, a {{AutoreCitato|Linneo|Linneo}} (''Philosophia botanica'', cap. XXVII), a {{AutoreCitato|Gottfried Wilhelm von Leibniz|Leibniz}} (''Nouveaux essais'', IV, 16). Il {{AutoreCitato|Édouard Fournier|Fournier}} (''Esprit des autres'', cap. VI) dice di averlo trovato come citazione in un raro libello da lui ristampato: ''Discours véritables de la vie et mort du géant Theutobocus'', sotto la forma: ''natura in operationibus suis non facit saltum''. Tolgo queste preziosità erudite dal {{AutoreCitato|Giuseppe Fumagalli|Fumagalli}} ({{TestoCitato|Chi l'ha detto?|''Chi l'ha detto?''}}), ma credo vero autore del motto sia la antica umana esperienza.
'''Nauto-podismo:''' fra le voci di formazione abusiva e verosimilmente effimera, ma certo difforme, è nota questa, che significa la perizia e l’esercizio nel nuotare e nel camminare. Voce dello ''Sport''.
'''Navaja:''' (lat. ''novacula'') voce spagnuola che significa una specie di gran coltello a serramanico.
'''Navàscia:''' voce lombarda: recipiente quadrilungo, a foggia di nave (onde il nome) ove si raccolgono, trasportano e pigiano le uve per indi versarle nel tino. Il {{AutoreCitato|Francesco Cherubini|Cherubini}} ''(op. cit.)'' mette in raffronto a ''navascia'' la ''castellata'' de’ Bolognesi.
'''Nave:''' genericamente vuol dire qualsiasi bastimento grande a vela o a vapore: specificatamente, veliero a tre alberi quadri e bompresso, | ''Nave a palo:'' con tre alberi quadri e un palo, albero cioè senza pennoni e che porta solo la vela aurica.
'''Navette:''' (diminutivo di ''navis'') così per similitudine chiamano i francesi la spola de’ tessitori, e pure traducendo il suono v’è chi dice ''navetta'', specie fra i tessitori. Nel linguaggio mondano e de’ giornali si incontra non raro la locuzione francese, tolta dalla similitudine della spola, ''fare navette'' (''faire la navette'') per dire andar e venire, far il galoppino, andar su e giù. Una scrittrice, italiana, di alcuna rinomanza tanto per far italiana la frase, dice ''far la spola''. (!?)
'''Navigabile:''' attributo di vini che possono essere per le loro qualità alcooliche e chimiche, trasportati oltremare, sensa alterarsi o patire.
'''Navigare necesse est, vivere non est necesse:''' ''navigare è cosa necessaria'', ''vivere non è necessario'': antico motto (Ansa),<noinclude></noinclude>
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Chiarazuccarini
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<noinclude><pagequality level="4" user="Chiarazuccarini" />{{RigaIntestazione|Nav|— 327 —|Nec|riga=s}}</noinclude>cui il {{AutoreCitato|Gabriele D'Annunzio|d’Annunzio}}, ingegno fortemente assimilatore, ridusse a verso in un volume di liriche intitolato ''Laudi'' delle cose create, e diede al detto motto valore di simbolo, ricorrente e significante.
'''Naviglio:''' nome dato nell’alta Lombardia ai canali navigabili per mezzo dei quali «il Verbano, il Lario, l’Adda, il Ticino hanno fra di loro non interrotta comunanza di navigazione» così il {{AutoreCitato|Francesco Cherubini|Cherubini}} nel suo diz. milanese. Tali canali risalgono all’evo medio e in quel tempo in cui le vie di comunicazione non erano come oggidì, segnarono pei commerci e per gli scambi un vero e grande progresso di civiltà.
'''Nazionalista:''' neologismo formato su di un neologismo francese, ''nationaliste'', esagerato sostenitore della forza e del diritto della nazione: oltre che in questo senso la parola talora è usata, con velato intento di scredito, in vece di ''amante della patria'' o ''patriotta''. Per la storia o evoluzione di un’idea (Patria) questa parola ''nazionalista'' ha notevole importanza. V. ''Patriottardo''. N.B. Non si dimentichi però che spesso il sacro nome di Patria secondo la morale utilitaria dei nostri tempi, fu sfruttato come monopolio e per disonesto fine da chi avrebbe dovuto onorarlo e non vilipenderlo.
'''Nazionalizzazione:''' neologismo anche in francese, ''nationalisation'', dal verbo ''nationaliser'', ''nazionalizzare:'' il quale verbo come il derivato, non trovo che nel Tramater. ''Nazionalizzazione'' nel nuovo senso dato dai socialisti, indica l’atto del rendere collettiva, cioè della nazione, la privata ricchezza. Quanto alla parola, che a noi più importa, notiamo che certe voci sesquipedali in ''izzazione'' variano dalle corrispondenti francesi da cui sono tolte per il fatto che il tronco e sfumato accento francese dà snellezza, il che non è in italiano. Non dico che non siano necessarie se così vuole l’uso, (''si volet usus''), ma certo sono deformanti.
'''Nè apostati nè ribelli:''' titolo di un famoso scritto del {{AutoreCitato|Giuseppe Mazzini|Mazzini}} (1860) in cui si conciliano le due necessità di serbar fede all’idea ropublicana e, per amor di unità, di non opporsi al motto monarchico unitario: Italia e {{AutoreCitato|Vittorio Emanuele II di Savoia|Vittorio Emanuele}}. Ricorre, con qualche modificazione del senso, nel linguaggio politico.
'''Nebbiolo di barbaresco:''' vino rosso del Piemonte, affine al Barolo, ma, a differenza di questo, di breve durata e di produzione ristretta: però gode meno fama, nè questa si spande mercè l’esportazione. V’è altresì il ''nebbiolo'' spumante.
'''Nebulosa:''' termine astronomico, quasi ''nèbule'' o ''nebbie'' del cielo. Per estensione si dice di cosa incerta, di cui non si può prevedere la fine essendo in via di formazione.
'''Neccio:''' aferesi di ''castagnaccio'', stiacciata di farina di castagne cotte fra due testi. Voce d’uso regionale, toscana.
'''Necessaire:''' così si chiama in Francia e da noi quell’astuccio o cassettina o borsetta elegante, per lo più di cuoio, spesso annessa alle valige, che contiene quanto è necessario per la mundizia o per lavori muliebri e ci si intende col dire senz’altro ''necessaire. Cassettina'', ''astuccio'', ''astuccino'', ''necessario'', saranno voci più che buone, e molti lessicografi le consigliano, ma hanno il grave torto di essere ambigue non dell’uso e però poco intese.
'''Necesse est, ut eveniant scandala:''' ''è necessario che scandali avvengano''. (''Evang. di S. Matteo'', XVIII, 7).
'''Necessitare:''' con valore intransitivo è modo neologico. Es. ''necessita che così si faccia''. Nell’uso classico, ''necessitare'' = lat. ''cògere'', forzare fatalmente, e con valore attivo.
'''Necrobiosi:''' ''νεκρός'' = morte e ''βιός'' = vita. Modificazione nella struttura di un organo o di una parte di un organo a cui venne a mancare la circolazione, ma che si trova difeso dall’infezione.
'''Necrofilia:''' (dal greco ''νεκρός'' = morto e ''φιλία'' = amore, passione) termine medico e legale per indicare quel pervertimento del senso genitale che spinge ad atti carnali con cadaveri. Vampirismo, fr. ''vampirisme''.
'''Necroforo:''' eufemismo nostro foggiato dal greco (''νεκροφόρος'') per non usare le voci popolari ''becchino'' e ''beccamorto''. | ''Necroforo'' è nome che i naturalisti danno a certi coleotteri che costumano seppellire piccoli animaluzzi per deporvi le uova.<noinclude></noinclude>
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Racconti fantastici (Nodier)/Smarra o il demonio della notte/Il racconto
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Dr Zimbu
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{{Qualità|avz=100%|data=10 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|Smarra o il demonio della notte]] - Il racconto|prec=../Prologo|succ=../L'episodio}}
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{{Sezione note}}
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Pagina:Pirandello - Novelle per un anno, Volume II - La vita nuda, Verona, Mondadori, 1953.pdf/77
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Candalua
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<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||nel segno|73}}</noinclude>attorno al tavolino. Sentí posarsi una mano fredda sul cuore.
— Batte troppo... — disse subito, con spiccato accento esotico, la signorina, ritraendo la mano.
— Quant’è che siete all’ospedale? — domandò il professore.
Raffaella rispose, senza schiuder gli occhi; ma con le palpebre che le fervevano, nervosamente:
— Trentadue giorni. Son quasi guarita.
— Senta se c’è soffio anemico, — riprese il professore, porgendo alla studentessa lo stetoscopio.
Raffaella sentí sul seno il freddo dello strumento; poi la voce della signorina che diceva:
— Soffio, no... Palpitazione, troppo.
— Andiamo, faccia la percussione, — ingiunse allora il professore.
Ai primi picchi, Raffaella piegò da un lato la testa, strinse i denti e si provò ad aprire gli occhi; li richiuse subito, facendo un violento sforzo su sé stessa per contenersi. Di tratto in tratto come la studentessa sospendeva un po’ la percussione per segnare sotto il dito medio una breve lineetta col lapis intinto in un bicchier d’acqua che uno studente lí presso reggeva, ella soffiava penosamente per le nari il fiato trattenuto.
Quanto durò quel supplizio? Ed egli era sempre là, presso la finestra... Perché non lo richiamava il professore? perché non lo invitava a vedere il cuore di lei, che la sua bionda compagna tracciava man mano su quello squallido seno, cosí ridotto per lui?
Ecco, finalmente la percussione era finita. Ora la studentessa congiungeva tutte le lineette per compire il disegno. Raffaella fu tentata di guardarselo, quel suo cuore lí disegnato; ma, improvvisamente, non poté piú reggere; scoppiò in singhiozzi.<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Pirandello - Novelle per un anno, Volume II - La vita nuda, Verona, Mondadori, 1953.pdf/78
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<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|74|luigi pirandello|}}</noinclude>{{nop}}
Il professore, seccato, la rimandò nella corsia, ordinando alla capo-sala d’introdurre un’altra inferma meno isterica e meno scema di quella.
La Òsimo sopportò in pace i rimbrotti della capo-sala e tornò al suo lettuccio ad aspettare, tutta tremante, che gli studenti uscissero dalla sala.
La avrebbe egli cercata con gli occhi, almeno, attraversando la corsia? Ma no, no: che importava piú a lei, ormai? Non avrebbe alzato nemmeno il capo per farsi scorgere. Egli non doveva piú vederla. Le bastava di avergli fatto conoscere come s’era ridotta per lui.
Prese con le mani tremanti la rimboccatura del lenzuolo e se la tirò sul volto, come se fosse morta.
Per tre giorni Raffaella Òsimo vigilò con attenta cura che il segno del cuore non le si cancellasse dal seno.
Uscita dall’ospedale, innanzi a un piccolo specchio nella sua povera cameretta, si confisse uno stiletto puntato contro la parete, là, nel bel mezzo del segno che la rivale ignara le aveva tracciato.<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Pirandello - Novelle per un anno, Volume I - Scialle nero, Firenze, Bemporad, 1922.pdf/276
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<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|268|''Novelle per un anno.''|}}</noinclude>
Sono impressioni che rimangono, Marino mio!
Per parecchi giorni la signorina Anita, appena muove il collo, non può negare che Nicolino Respi morde bene. E quel morso non può dispiacerle, perchè deve a esso la sua salvezza.
Tutto questo è, veramente, antefatto.
Eppure no, forse. È e non è. Perchè tutto sta dove e come si tagliano i fatti.
Quando tu, Marino mio, nella magnifica sera di luna arrivasti ad Anzio con la morte nel cuore, per avere un ultimo abboccamento con la signorina Anita già ufficialmente fidanzata al commendator Ballesi, ella aveva ancora nel collo l’impressione dei denti di Nicolino Respi.
Per tua stessa confessione, ella ti seguì docile lungo la spiaggia, si perdette con te nella lontananza delle sabbie deserte, fino al grande scoglio inarenato, laggiù laggiù. Tutti e due, sotto la luna, a braccetto, inebriati dalla brezza marina, storditi dal sommesso perpetuo fragorìo delle spume d’argento.
Che le dicesti? Lo so, tutto il tuo amore e tutto il tuo tormento; e le proponesti di ribellarsi all’infame imposizione di quel vecchio odioso e di accettare la tua povertà.
Ma ella, amico mio, infiammata, sconvolta, straziata dalle tue parole, non poteva accettare la tua povertà; voleva sì, invece, accettare il tuo amore e vendicarsi con esso anticipatamente, quella sera stessa, dell’infame imposizione del vecchio, che sopra di lei, così, da usurajo, voleva pagarsi dei lunghi benefizi.
Tu, onestamente, nobilmente, le hai impedito questa vendetta.
Amico mio, ti credo: sarai scappato via come un<noinclude></noinclude>
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Pagina:Pirandello - Novelle per un anno, Volume II - La vita nuda, Verona, Mondadori, 1953.pdf/47
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<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||acqua amara|43}}</noinclude>senza dirne nulla, naturalmente, a sua moglie che le cammina accanto? Nel frattempo, sua moglie vede un bell’uomo, lo segue con gli occhi, se lo immagina tutto, e col pensiero lo abbraccia, senza dirne nulla a lei, naturalmente.
Niente di straordinario in questo; ma creda pure che non fa punto piacere il supporre questa cosa ovvia e comunissima nella propria moglie, prigioniera col corpo, non con l’anima. E il corpo stesso! Dica un po’: non abbiamo noi uomini la coscienza che, avendo un’opportunità, non sapremmo affatto resistere? Ebbene, s’immagini che è proprio lo stesso per la donna. Cascano, cascano che è un piacere, con la stessa facilità, se loro vien fatto, se trovano cioè un uomo risoluto, di cui si possan fidare. Me l’ha lasciato intender bene mia moglie, parlando s’intende delle altre.
E vengo al caso mio.
{{vs|2}}
Naturalmente, dopo un anno di matrimonio, m’ammalai di fegato.
Per sei anni di fila, cure inutili, che fecero strazio del mio povero corpo, ridotto in uno stato da far pietà finanche agli altri ammalati del mio stesso male.
Il rimedio dovevo trovarlo qua.
Ci venni con mia moglie e, nei primi giorni, alloggiai da Rori, dove ora è lei. Ordinai, appena arrivato, che mi si chiamasse un medico per farmi visitare e prescrivere quanti bicchieri al giorno avrei dovuto bere, o se mi sarebbero convenute piú le docce o i bagni d’acqua sulfurea.
Mi si presentò un bel giovane, bruno, alto, aitante della persona, dall’aria marziale, tutto vestito di nero. Seppi poco dopo che era stato, difatti, nell’esercito, medico militare, tenente medico; che a Rovigo aveva contratto una<noinclude></noinclude>
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Pagina:Pirandello - Novelle per un anno, Volume II - La vita nuda, Verona, Mondadori, 1953.pdf/55
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<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||acqua amara|51}}</noinclude>subito; andarsene, senza aspettar l’esito del duello, che pure sapeva a condizioni gravissime.
Da che ero in ballo, volevo ballare. Le impose lui, le condizioni: alla pistola. Benissimo! Ma io pretesi allora, che si facesse a quindici passi. E scrissi una lettera, alla vigilia, che mi fa crepar dalle risa ogni qual volta la rileggo. Lei non può figurarsi che sorta di scempiaggini vengano in mente a un pover uomo in siffatti frangenti.
Non avevo mai maneggiato armi. Le giuro che, istintivamente, chiudevo gli occhi, sparando. Il duello si fece su alla Faggeta. I due primi colpi andarono a vuoto; al terzo... no, il terzo andò pure a vuoto; fu al quarto; al quarto colpo veda un po’ che testa dura, quella del dottore! la palla ci vide per me e andò a bollarlo in fronte, ma non gl’intaccò l’osso, gli strisciò sotto la cute capelluta e gli riuscí di dietro, dalla nuca.
Lí per lí parve morto. Accorremmo tutti; anch’io; ma uno dei miei padrini mi consigliò d’allontanarmi, di salire in vettura e scappare per la via di Chiusi.
Scappai.
Il giorno dopo venni a sapere di che si trattava; e un’altra cosa venni a sapere, che mi riempí di gioja e di rammarico a un tempo: di gioja per me, di rammarico per il mio avversario, il quale dopo una palla in fronte, pover uomo, non se la meritava davvero.
Riaprendo gli occhi, nell’Ospedaletto della Croce Verde, il dottor Loero si vide innanzi un bellissimo spettacolo: mia moglie, accorsa al suo capezzale per assisterlo!
Della ferita guarí in una quindicina di giorni: di mia moglie, caro signore, non è piú guarito.
Vogliamo andare per il secondo bicchiere?<noinclude></noinclude>
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Pagina:Pirandello - Novelle per un anno, Volume II - La vita nuda, Verona, Mondadori, 1953.pdf/79
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<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||la casa del granella|75|n=s}}</noinclude>
{{Ct|f=100%|v=1|t=3|LA CASA DEL GRANELLA}}
{{Ct|f=100%|v=1|I}}
{{capolettera|I}} {{Sc|topi}} non sospettano l’insidia della trappola. Vi cascherebbero, se la sospettassero? Ma non se ne capàcitano neppure quando vi son cascati. S’arràmpicano squittendo su per le gretole; cacciano il musetto aguzzo tra una gretola e l’altra; girano; rigirano senza requie, cercando l’uscita.
L’uomo che ricorre alla legge sa, invece, di cacciarsi in una trappola. Il topo vi si dibatte. L’uomo, che sa, sta fermo. Fermo, col corpo, s’intende. Dentro, cioè con l’anima, fa poi come il topo, e peggio.
E cosí facevano, quella mattina d’agosto, nella sala d’aspetto dell’avvocato Zummo i numerosi clienti, tutti in sudore, mangiati dalle mosche e dalla noja.
Nel caldo soffocante, la loro muta impazienza, assillata dai pensieri segreti, si esasperava di punto in punto. Fermi però, là, si lanciavano tra loro occhiatacce feroci.
Ciascuno avrebbe voluto tutto per sé, per la sua lite, il signor avvocato, ma prevedeva che questi, dovendo dare udienza a tanti nella mattinata, gli avrebbe accordato pochissimo tempo, e che, stanco, esausto dalla troppa fatica, con quella temperatura di quaranta gradi, confuso, frastornato dall’esame di tante questioni, non avrebbe piú avuto per il suo caso la solita lucidità di mente, il solito acume.
E ogni qualvolta lo scrivano, che copiava in gran fretta una memoria, col colletto sbottonato e un fazzoletto sotto il mento, alzava gli occhi all’orologio a pendolo, due o tre sbuffavano e piú d’una seggiola scricchiolava. Altri,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||la casa del granella|79|}}</noinclude>{{Nop}}
L’uomo si tolse finalmente la tuba e, all’improvviso, scoprendo il capo calvo, scoprí anche il martirio che quella terribile finanziera gli aveva fatto soffrire: infiniti rivoletti di sudore gli sgorgarono dal roseo cranio fumante e gl’inondarono la faccia esangue, spiritata. S’inchinò, sospirando il suo nome:
— Piccirilli Serafino.
{{Ct|f=100%|v=1|t=1|III}}
L’avvocato Zummo credeva d’aver finito per quel giorno, e rassettava le carte su la scrivania, per andarsene, quando si vide innanzi quei tre nuovi, ignoti clienti.
— Lor signori? — domandò di mala grazia.
— Piccirilli Serafino, — ripeté l’uomo funebre, inchinandosi piú profondamente e guardando la moglie e la figliuola per vedere come facevano la riverenza.
La fecero bene, e istintivamente egli accompagnò col corpo la loro mossa da bertucce ammaestrate.
— Seggano, seggano, — disse l’avvocato Zummo, sbarrando tanto d’occhi allo spettacolo di quella mimica. — È tardi. Debbo andare.
I tre sedettero subito innanzi alla scrivania, imbarazzatissimi. La contrazione del timido sorriso, nella faccia cerea del Piccirilli, era orribile: stringeva il cuore. Chi sa da quanto tempo non rideva piú quel pover uomo!
— Ecco, signor avvocato...
— Siamo venuti, — cominciò contemporaneamente la figlia.
E la madre, con gli occhi al soffitto, sbuffò:
— Cose dell’altro mondo!
— Insomma, parli uno, — disse Zummo, accigliato. — Chiaramente e brevemente. Di che si tratta?<noinclude></noinclude>
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Pagina:Pirandello - Novelle per un anno, Volume II - La vita nuda, Verona, Mondadori, 1953.pdf/100
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|96|luigi pirandello|}}</noinclude>{{Nop}}
Ma che piú? Uno degli stessi giudici, dopo la sentenza, uscendo dal tribunale, s’era avvicinato all’avvocato Zummo che aveva ancora un diavolo per capello, e — sissignori — aveva ammesso anche lui che non pochi fatti riferiti in certi giornali, col presidio di insospettabili testimonianze di scienziati famosi, lo avevano scosso, sicuro! E aveva narrato per giunta che una sua sorella, maritata a Roma, fin da ragazza, una o due volte l’anno, di pieno giorno, trovandosi sola, era visitata, com’ella asseriva, da un certo ometto rosso misterioso, che le confidava tante cose e le recava finanche doni curiosi...
Figurarsi Zummo, a una tale dichiarazione, dopo la sentenza contraria! E allora quel giudice imbecille s’era stretto nelle spalle e gli aveva detto:
— Ma capirà, caro avvocato, allo stato delle cose...
Insomma, tutta la cittadinanza era rimasta profondamente scossa dalle affermazioni e dalle rivelazioni di Zummo. E Granella ora si sentiva solo: solo e stizzito, come se tutti lo avessero abbandonato, vigliaccamente.
La vista dello sterrato deserto, dopo il quale l’alto colle su cui sorge la città strapiomba in ripidissimo pendío su un’ampia vallata, con quell’unico lampioncino, la cui fiammella vacillava come impaurita dalla tenebra densa che saliva dalla valle, non era fatta certamente per rincorare un uomo dalla fantasia un po’ alterata. Né poté rincorarlo poi di piú il lume d’una sola candela stearica, la quale — chi sa perché – friggeva, ardendo, come se qualcuno vi soffiasse su, per spegnerla. (Non s’accorgeva Granella che aveva un ànsito da cavallo, e che soffiava lui, con le nari, su la candela.)
Attraversando le molte stanze vuote, silenziose, rintronanti, per entrare in quella nella quale aveva allogato i pochi mobili, tenne fisso lo sguardo su la fiamma tremolante riparata con una mano, per non veder l’ombra<noinclude></noinclude>
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Pagina:Pirandello - Novelle per un anno, Volume II - La vita nuda, Verona, Mondadori, 1953.pdf/103
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||la casa del granella|99|}}</noinclude>{{Pt|gendosi|svolgendosi}}, lungo il pavimento di due stanze, imbroccando perfettamente l’uscio aperto?
Granella non poté piú reggere. Rientrò con la sedia; richiuse di furia il balcone; prese il cappello, la candela, e scappò via, giú per la scala. Aperto pian piano il portone, guardò nello sterrato. Nessuno! Tirò a sé il portone e, rasentando il muro della casa, sgattajolò per il viottolo fuori delle mura al bujo.
Che doveva perderci la salute, lui, per amor della casa? Fantasia alterata, sí; non era altro... dopo tutte quelle chiacchiere... Gli avrebbe fatto bene passare una notte all’aperto, con quel caldo. La notte, del resto, era brevissima. All’alba, sarebbe rincasato. Di giorno, con tutte le finestre aperte, non avrebbe avuto piú, di certo, quella sciocchissima paura; e, venendo di nuovo la sera, avendo già preso confidenza con la casa, sarebbe stato tranquillo, senza dubbio, che diamine! Aveva fatto male, ecco, ad andarci a dormire, cosí, in prima, per una bravata. Domani sera...
Credeva il Granella che nessuno si fosse accorto della sua fuga. Ma in quel fondaco dirimpetto alla casa, un carrettiere era ricoverato quella sera, che lo vide uscire con tanta paura e tanta cautela, e lo vide poi rientrare ai primi albori. Impressionato del fatto e di quei modi, costui ne parlò nel vicinato con alcuni che, il giorno avanti, erano andati a testimoniare in favore dei Piccirilli. E questi testimoni allora si recarono in gran segreto dall’avvocato Zummo ad annunziargli la fuga del Granella spaventato.
Zummo accolse la notizia con esultanza.
— Lo avevo previsto! — gridò loro, con gli occhi che gli schizzavano fiamme. — Vi giuro, signori miei, che lo avevo previsto! E ci contavo. Farò appellare i Piccirilli, e mi avvarrò di questa testimonianza dello stesso Granella! A noi, adesso! Tutti d’accordo, ohé, signori miei!
Complottò subito, per quella notte stessa, l’agguato. {{Pt|Cin-|}}<noinclude></noinclude>
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Pagina:Pirandello - Novelle per un anno, Volume II - La vita nuda, Verona, Mondadori, 1953.pdf/112
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<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|108|luigi pirandello|}}</noinclude>come gli aveva detto, fino a cento stelle. — Matto! Chi sa perché? Ma era forse una divozione...
Aspetta e aspetta, Simone Lampo cominciò ad aver sonno. Altro che cento stelle! Dovevano esser passate piú di tre ore. Mezzo firmamento avrebbe potuto contare... Via! Via! Forse glie l’aveva detto per burla, che sarebbe venuto. Inutile aspettarlo ancora. E si disponeva a buttarsi sul letto, cosí vestito, quando sentí bussare forte all’uscio di strada.
Ed ecco Nàzzaro, ansante e tutto ilare e irrequieto.
— Sei venuto di corsa?
— Sí. Fatto!
— Che hai fatto?
— Tutto. Ne parleremo domani, don Simo’! Sono stanco morto.
Si buttò a sedere su una seggiola e cominciò a stropicciarsi le gambe con tutt’e due le mani, mentre gli occhi d’animale forastico gli brillavano d’un riso strano, abbozzato appena sulle labbra di tra il folto barbone.
— Gli uccelli? — domandò.
— Giú. Dormono.
— Va bene. Non avete sonno voi?
— Sí. T’ho aspettato tanto...
— Prima non ho potuto. Coricatevi. Ho sonno anch’io, e dormo qua, su questa seggiola. Sto bene, non v’incomodate! Ricordatevi che siete ancora in peccato mortale! Domani compiremo l’espiazione.
Simone Lampo lo mirava dal letto, appoggiato su un gomito; beato. Quanto gli piaceva quel matto vagabondo! Gli era passato il sonno, e voleva seguitare la conversazione.
— Perché conti le stelle, Nàzzaro, di’?
— Perché mi piace contarle. Dormite!
— Aspetta. Dimmi: sei contento tu?
— Di che? — domandò Nàzzaro, levando la testa, che aveva già affondata tra le braccia appoggiate al tavolino.<noinclude></noinclude>
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Pagina:Pirandello - Novelle per un anno, Volume I - Scialle nero, Firenze, Bemporad, 1922.pdf/262
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<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|254|''Novelle per un anno''|riga=si}}</noinclude>certo rispetto, e che non sia poi tanto piccolo in rapporto alle passioni che ci agitano, e che offra molte belle vedute e varietà di vita e di climi e di costumi; e poi vi chiudete in un guscio e non pensate neppure a tanta vita che vi sfugge, mentre ve ne state tutti sprofondati in un pensiero che v’affligge o in una miseria che v’opprime.
Lo so; voi adesso mi rispondete che non è {{Ec|possisibile|possibile}}, quando una cura prema veramente, quando una passione accechi, sfuggire col pensiero e frastornarsene immaginando una vita diversa, altrove. Ma io non dico di porre voi stessi con l’immaginazione altrove, nè di fingervi una vita diversa da quella che vi fa soffrire. Questo lo fate comunemente, sospirando: “Ah, se non fossi cosìǃ Ah, se avessi questo o quest’altro" Ah se potessi esser làǃ„. E son vani sospiri. Perchè la vostra vita, se potesse veramente esser diversa, chi sa che sentimenti, che speranze, che desiderii vi susciterebbe altri da questi che ora vi suscita per il solo fatto che essa è cosìǃ Tanto è vero, che quelli che sono come voi vorreste essere, o che hanno quello che voi vorreste avere, o che sono là dove voi vi desiderereste, vi fanno stizza, perchè vi sembra che in quelle condizioni da voi invidiate non sappiano esser lieti come voi sareste. Ed è una stizza — scusatemi — da sciocchi. Perchè quelle condizioni voi le invidiate perchè non sono le vostre, e se fossero, non sareste più voi, voglio dire con codesto desiderio di esser diversi da quelli che siete.
No, no, cari miei. Il mio rimedio è un altro. Non facile certo neanche questo, ma possibilissimo. Tanto, che ho potuto io stesso farne esperienza.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|254|''Novelle per un anno''|riga=si}}</noinclude>certo rispetto, e che non sia poi tanto piccolo in rapporto alle passioni che ci agitano, e che offra molte belle vedute e varietà di vita e di climi e di costumi; e poi vi chiudete in un guscio e non pensate neppure a tanta vita che vi sfugge, mentre ve ne state tutti sprofondati in un pensiero che v’affligge o in una miseria che v’opprime.
Lo so; voi adesso mi rispondete che non è {{Ec|possisibile|possibile}}, quando una cura prema veramente, quando una passione accechi, sfuggire col pensiero e frastornarsene immaginando una vita diversa, altrove. Ma io non dico di porre voi stessi con l’immaginazione altrove, nè di fingervi una vita diversa da quella che vi fa soffrire. Questo lo fate comunemente, sospirando: “Ah, se non fossi cosìǃ Ah, se avessi questo o quest’altro! Ah se potessi esser làǃ„. E son vani sospiri. Perchè la vostra vita, se potesse veramente esser diversa, chi sa che sentimenti, che speranze, che desiderii vi susciterebbe altri da questi che ora vi suscita per il solo fatto che essa è cosìǃ Tanto è vero, che quelli che sono come voi vorreste essere, o che hanno quello che voi vorreste avere, o che sono là dove voi vi desiderereste, vi fanno stizza, perchè vi sembra che in quelle condizioni da voi invidiate non sappiano esser lieti come voi sareste. Ed è una stizza — scusatemi — da sciocchi. Perchè quelle condizioni voi le invidiate perchè non sono le vostre, e se fossero, non sareste più voi, voglio dire con codesto desiderio di esser diversi da quelli che siete.
No, no, cari miei. Il mio rimedio è un altro. Non facile certo neanche questo, ma possibilissimo. Tanto, che ho potuto io stesso farne esperienza.<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Pirandello - Novelle per un anno, Volume I - Scialle nero, Firenze, Bemporad, 1922.pdf/236
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|228|''Novelle per un anno.''|}}</noinclude>
— Io? Da ''Barba?'' Come vuoi ci fossi, se sto a Padova? Me l’hanno detto e mi hanno raccontato le belle prodezze che vi fai, con gli altri commensali, in quella vecchia.... debbo dire bettola, macelleria, trattoria?
— Bettola, bettolaccia, — rispose il Mear, — ma adesso.... eh, se devi desinare con me, bisogna che avverta a casa mia, la serva....
— Giovane?
— Eh no, vecchia, caro, vecchia! E da ''Barba'', sai? non ci vado più, e prodezze, basta, da tre anni ormai. A una certa età.....
— Dopo i quaranta!
— Dopo i quaranta, bisogna avere il coraggio di voltar le spalle a un cammino che, seguitando, ti porterebbe al precipizio. Scendere, va bene, ma pian pianino, pian pianino, senza ruzzolare. Ecco, vieni su. Sto qua. Ti fo vedere come mi son messa per benino la casetta.
— ''Pian pianino.... per benino.... la casetta....'' — cominciò a dire l’amico, salendo la scala, dietro Gigi Mear. — Ma tu mi parli anche in diminutivi, adesso, e sei così grosso, così superlativo, povero Gigione mio! Che t’hanno fatto? T’hanno bruciato la coda? Vuoi farmi piangere?
— Mah! — fece il Mear, aspettando sul pianerottolo che la serva venisse ad aprire la porta. — Bisogna prenderla ormai con le buone questa vitaccia, carezzarla, carezzarla coi diminutivi, o te la fa. Non voglio mica ridurmi alla fossa a quattro piedi, io.
— Ah tu credi l’uomo bipede? — scattò l’altro, a questo punto. — Non lo dire. Gigione! So io che sforzi faccio certi momenti a tenermi ritto su due zampe<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|256|''Novelle per un anno''|riga=si}}</noinclude>di cui nessuno meglio di me sapeva che la mia povera madre era immeritevole; lasciata lì, senza più nulla di ciò che un tempo era stata, neppur la memoria; sola carne, vecchia carne disfatta che pativa, che seguitava a patire, chi sa perchè....
Ma il sonno, signori miei.... Non c’è più nessun affetto che tenga, quando una necessità crudele costringa a trascurar certi bisogni, che si debbono per forza soddisfare. Provatevi a non dormire per parecchie e parecchie notti di fila, dopo aver faticato tutto il giorno. Il pensiero dei miei figliuoli, che durante l’intera giornata non avevano fatto nulla e ora dormivano saporitamente, al caldo, mentr’io tremavo e spasimavo di freddo, in quella camera ammorbata dal lezzo dei medicinali, mi faceva saltar dalla rabbia come un orso, e venir la tentazione di correre a strappar le coperte dai loro lettucci e dal letto di mia moglie per vederli balzar dal sonno in camicia a quel freddo. Ma poi, sentendo in me come avrebbero tremato, e pensando che avrei voluto esser io al loro posto, perchè tremassero loro in vece mia, non più contro essi, ma mi rivoltavo contro la crudeltà di quella sorte, che teneva ancora là, rantolante e insensibile a tutto, il corpo, il solo corpo ormai, e anch’esso quasi irriconoscibile, di mia madre; e pensavo, sì, sì, pensavo che, Dio, poteva finalmente finir di rantolare.
Finchè una volta, nel terribile silenzio sopravvenuto nella camera a una momentanea sospensione di quel rantolo, non mi sorpresi nello specchio dell’armadio, voltando non so perchè il capo, curvo sul letto di mia madre e intento a spiare davvicino, se non fosse morta.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Luigi62" />{{RigaIntestazione|240|''Novelle per un anno.''|}}</noinclude>in punta da una frangia a grillotti d’argento, che li faceva sembrar due nastri tolti a una corona mortuaria, erano annodati voluminosamente sotto il mento.
Il Valdoggi distrasse subito, di nuovo, lo sguardo da quell’uomo, ma questa volta in preda a una vera esasperazione, che lo fece rigirar su la seggiola sgarbatamente e soffiar forte per le nari.
Che voleva insomma quello sconosciuto? Perchè lo guardava a quel modo? Si rivoltò: volle guardarlo anche lui, con l’intenzione di fargli abbassare gli occhi.
— Valdoggi — bisbigliò quegli allora, quasi tra sè, tentennando leggermente il capo, senza muover gli occhi.
Il Valdoggi aggrottò le ciglia e si sporse un po’ avanti per discerner meglio la faccia di colui che aveva mormorato il suo nome. O s’era ingannato?
Eppure, quella voce....
Lo sconosciuto sorrise mestamente e ripetè:
— Valdoggi: è vero?
— Sì.... — disse il Valdoggi smarrito, provandosi a sorridergli, indeciso. E balbettò: — Ma io.... scusi.... lei....
— Lei? Io son Griffi!
— Griffi? Ah.... — fece il Valdoggi, confuso, vieppiù smarrito, cercando nella memoria un’immagine che gli si ravvivasse a quel nome.
— Lao Griffi.... tredicesimo reggimento fanteria.... Potenza....
— Griffi!... tu? — esclamò il Valdoggi a un tratto, sbalordito. — Tu?... così.... —
Il Griffi accompagnò con un desolato tentennar del capo le esclamazioni di stupore del ritrovato amico; e ogni tentennamento era forse insieme un<noinclude></noinclude>
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— Sì! E questo è il mio male! — esclamò, con viva spontanea sincerità Lao Griffi, sbarrando gli occhi chiari. — Ma io vorrei dire a mia madre: senti, io sono stato imprevidente, oh! — quanto vuoi.... — ero anche predisposto, predispostissimo al matrimonio — concedo! Ma è forse detto che a Udine o a Bologna avrei trovato un’altra Margherita? (Margherita era il nome di mia moglie).
— Ah, — fece il Valdoggi. — T’è morta? —
Lao {{Ec|griffi|Griffi}} si cangiò subito in volto e si cacciò le mani in tasca, stringendosi nelle spalle.
La vecchierella chinò il capo e tossì leggermente.
— L’ho uccisa! — rispose Lao Griffi seccamente. Poi domandò: — Non hai letto nei giornali? Credevo che sapessi...
— Non.... non so nulla.... — disse il Valdoggi sorpreso, impacciato, afflitto d’aver toccato un tasto che non doveva, ma pur curioso di sapere.
— Te lo racconterò, — riprese il Griffi. — Esco adesso dal carcere. Cinque mesi di carcere.... Ma, preventivo, bada! Mi hanno assolto. Eh sfido! Ma se mi lasciavano dentro, non credere che me ne sarebbe importato! Dentro o fuori, ormai, carcere lo stesso! Così ho detto ai giurati: — “Fate di me ciò che volete: condannatemi, assolvetemi; per me è lo stesso. Mi dolgo di quel che ho fatto, ma in quell’istante terribile non seppi, nè potei fare altrimenti. Chi non ha colpa, chi non ha da pentirsi, è uomo libero sempre; anche se voi mi date la catena, sarò libero sempre, internamente: del di fuori ormai non m’importa più nulla„. — E non volli dir altro, nè volli discolpe d’avvocato. Tutto il paese però sapeva bene che io, la temperanza, la {{Pt|mo-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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gore una vita nuova, ma semplicemente la continuazione, per via di sviluppi e di evoluzioni, della mia prima vita. Quando ero ad Oxford, l’ultimo anno, una mattina in cui passeggiavamo per gli stretti viali gorgheggianti del Magdalen College, mi ricordo d’aver detto a un amico che io volevo gustare tutti i frutti del giardino del mondo e che stavo per metter piede nella vita con questo desiderio chiuso nel profonda della mia anima. È così, infatti, che vi entrai e così che io vissi.
Il mio solo errore fu di limitarmi esclusivamente agli alberi di quel che mi parve il lato luminoso del giardino e di fuggire l’altra parte, impaurito com’ero delle zone d’ombra e della sua oscurità. La non riuscita nel mondo, la sventura, la povertà, il dolore, la disperazione, la sofferenza, le lagrime stesse e le parole monche che sfuggono alle labbra in pena, il rimorso che costringe a camminare sui rovi, la coscienza che condanna, il volontario umiliarsi che avvilisce, la miseria che ricopre i suoi capelli di<noinclude>{{rule}}{{PieDiPagina||— 59 —|}}</noinclude>
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cenere, l’angoscia che si lacera con un cilicio e mescola il fiele nel calice della sua bevanda – di tutte queste cose insieme io ero spaventato. E siccome ero risoluto a non esperimentarne mai nessuna, fui poi costretto a gustarle ad una ad una, a nutrirmene e ad abbeverarmene, a non avere altro nutrimento durante una intera stagione.
Neppure per un istante io ho rimorso d’aver vissuto per il piacere. Pienamente mi abbandonai ad esso, come è necessario fare tutto quel che si fa. Non c’è voluttà che io non conoscessi. In una coppa di vino gettai la perla della mia anima. Discesi al suono dei flauti pel sentiero fiorito delle primavere. Mi cibai di miele. Ma non sarebbe stato buon consiglio continuare la medesima vita, perchè ciò sarebbe equivalso ad una limitazione. Occorreva procedere oltre. Anche l’altra metà del giardino aveva dei segreti per me. Certo, tutto ciò è detto e preveduto nei miei libri. Una parte nel ''Principe Felice''; un’altra, nel ''Giovine Re'', specialmente nel passo nel quale il vescovo dice al fanciullo ingi-<noinclude>{{rule}}{{PieDiPagina||— 60 —|}}</noinclude>
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a forma dei capitoli della medesima, i quali
sono obbligati di portarsi a far l'opera di ca-
rità di giorno e di notte e ad ogni cenno della campana, la
quale è posta nel campanile del duomo, di non piccola gran-
(1) Il numero dei giornanti secolari propriamente detti, è oggi di centoset-
tantacinque, e sono chiamati giornanti perchè fanno il caritatevole ulizio distribuiti
in venticinque per giorno.
A questi se ne aggiungono altri deti soprannumeri distribuiti pure aci di-
versi giorni della settimana, che co'primi formano il numero di quasi quaranta
giornanti al giorno.
Vi sono poi i giornanti di riposo, e sono coloro i quali o per l'età o per
incomodi di salute sono stati dispensati dal servigio ordinario.
Infine v'è un numero di fratelli detti buone toglie che è illimitato. Alcuni di
questi si dicono buone coglie giornanti, altri buone toglie semplici. Essi possono
intervenire a fare le opere di carità a loro piacimento, ma non godono nè avan-
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Infine v'è un numero di fratelli detti buone toglie che è illimitato. Alcuni di questi si dicono buone coglie giornanti, altri buone toglie semplici. Essi possono intervenire a fare le opere di carità a loro piacimento, ma non godono nè avan- zamenti nè altri vantaggi riservati alle classi sopradette. Di tutti questi fratelli or- dinariamente il numero ascendo a 702.
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Alex brollo
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<poem>
:Queste parole come udì la nobile
Assemblea là raccolta, ognun si fece
Pensoso e grave. Di sgomento piena
Si fe’ la mente di cotal che in copia
Avea tesori, e il cor d’ogni più reo
E vïolento si schiantò. Ma i saggi,
Ma i poverelli ch’erano in quel loco,
Nel cor sperante accrebbero letizia.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|II. Supplizio dei ministri.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1793-1799).}}
<poem>
:E fu cotesto fin che sciolta e franca
Fu sua grandezza, ed ei fu re sovrano
Di quanto ei volle più. Ma poi turbossi
E reo costume innanzi pose e ratto
In altra parte dalla via diritta
E da legge si volse ch’era sua.
Ognun che innanzi al padre suo d’onore
Già toccò segno ed era lieto e sciolto
Da ogni timor di prossimo periglio,
A morte egli inviò, ben che innocente,
Chè tal si fece e l’opera e il consiglio
Del novello signor. Tre degli scribi
Di prence Nushirvàn, due già provetti
Dei tre, ma l’altro giovinetto ancora,
Ized-gashàsp, l’altro Burzmìhr, scrittori
Saggi ed onrati e d’inclita prosapia,
L’altro che Mah-azèr nome si avea,
Di cor sereno ed avveduto e sempre
Gaio e giocondo (ed erano cotesti
Di Nushirvàn già un dì seduti accanto
Al seggio quai ministri e consiglieri),
Tutti tre volle Hormùzd all’improvviso
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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<poem>
Ma il re, di sangue spargitor, di sua
Possanza indegno, non ancor del male
Che il Fato arreca, fe’ pensiero. Ancora
Ei s’accinse feroce a sparger sangue
Ed a Behràm Azer-mihàn distese
La mano in pria quale a stromento. Allora
Che più oscura è la notte, a sè il chiamava
E genuflesso accanto al seggio suo
Il fea posar. Dicea: Deh! se tu vuoi
Andar securo perchè mai non vegga
Tu da me di malvagia indole segno
O di trista natura, allor che il sole
Fulgida salirà del ciel la volta
E de’ monti le cime splenderanno
Qual d’un usbergo nitido è la costa,
Tu vieni a me co’ principi d’Irania
E al trono mio ti sta dinanzi in piedi.
Io di Simàh-Berzìn ti farò inchieste,
E tu non malignar per tristo core
Nelle risposte che darai. Se amico
Egli è di te, ti chiederò, se reo
Egli è, se dell’Eterno adoratore;
E tu risposta mi darai che tristo
Egli è, ch’è d’Ahrimàn della semenza.
Poscia ciò che più vuoi, chiedimi, servi
E suggello regal, trono e corona.
:Questo sì ti farò, Behràm gli disse,
E male più d’assai di cento volte
Farò di ciò che hai detto. — In questa via
Contro a Simàh-Berzìn, ch’era l’eletto
De’ grandi tutti dell’estinto padre.
Luce del tempo, prence Hormùzd un’arte
Maligna ordìa, per dispogliar la vesta
Dell’antico amor suo verso colui.
Ma quando in ciel mostrossi dell’aurora
Il bianco velo d’un color d’avorio
</poem><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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<poem>
E fuori uscì de’ Gemini dai segni
Questo fulgido sol, del mondo il sire
Alto sedette su l’eburneo trono,
E sospesero a lui sovra la fronte
Una corona di gran prezzo. Vennero
I prenci tutti nel regale ostello,
Genti adunársi armigere e guerriere
In due ordini composti, e il maggiordomo
Dalla porta levò l’ampia cortina.
Entravan tutti i principi raccolti
Dal nobile signor, primo di tutti
Behràm Azer-mihàn, con gli altri in armi
Famosi eroi, Simàh-Berzìn pur anco,
E ognun si assise al loco suo; restava
In piè la folla dirimpetto. Allora
Così disse a Behràm l’iranio sire:
Simàh-Berzìn, in questa reggia mia,
Forse ch’è degno di tesoro, allora
Ch’ei reca altrui pena e travaglio? Tale
Ch’è reo nemico, di regal tesoro
Degno non è! — Conobbe ratto e vide
Behràm Azer-mihàn del re del mondo
Quale ben fosse la domanda e quale
Radice avesse e fondamento. Piangere
Per tal radice dovrem noi, pensava,
E dell’opera al fin misero avello,
Senza una benda funeral, da questo
Signor di genti avrem. — Levò la voce
E così disse poi: Re sapïente.
Non cercar bene di Simàh, che certo
Desolazion delle città d’Irania
Da lui procede. Incolume non resti
Non la sua cute, non dell’ossa sue
Il midollo più mai, ch’ei non favella
Fuor che per male e in questo male attizza
Liti e contese. — Le parole ardite
</poem><noinclude>{{smaller|{{PieDiPagina|{{Sc|Firdusi, VII.}}||25}}}}</noinclude>
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Alex brollo
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<poem>
Ratto che udì Simàh-Berzin, Deh! caro,
Deh! vecchio amico mio, disse piangendo,
Testimonio non far per voglia rea
Contro a me qual fai tu; coi tristi Devi
Non associar te stesso! Oh! che hai tu visto,
Da che amico mi sei, d’opre o di detti
In me che d’Ahrimàn degno si mostri?
:Behràm Azer-Mihàn così gli disse:
Cotal seme gittasti per la terra
Di cui tu primo accatterai la messe.
Nulla t’avrai da vampa che accendesti,
Fuor che fumo addensantesi, che un giorno
Principe Kìsra me con te appellava
E genuflessi innanzi al trono suo
Imperïal ci volle. Insieme all’inclito
Burzmìhr, de’ sacerdoti al maggior duca,
E con Ized-Gashàspe inclito e hello
Qual vaga luna, domandò a chi mai
Più s’addicesse il trono imperïale
E chi s’avesse dignità di prence.
«Al maggior figlio od al minor, dicea,
Darò il seggio real? Chi fia più degno
Di regia potestà?» Tutti d’un moto
Ci rilevammo allora, e alla risposta
Apprestammo la lingua e sì dicemmo
Che questo figlio di turania donna
Degno non era, che nessuno in terra
Davagli grado imperïal, che stirpe
Egli era sì del principe di Cina,
D’indole rea, come la madre sua
Nella statura e nell’aspetto. Allora
Tu dicesti che Hormùzd era quel degno
Del grado imperïal. Per questo appunto
Ora a te vien la ricompensa, ed io
Per questo sì ti fei testimonianza
E per ingiuria a te sciolsi le labbra.
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
:Alle parole così pronte e sagge
Hormùzd impallidì, che il vero intese
Del sacerdote negli accenti. Eppure
Ambo inviò que’ due per l’atra notte
In carcer tetro e per due notti ancora
Labbro non sciolse a favellar di quelli.
Ma poi, la terza notte, allor che il capo
Levò la luna sopra i monti, il sire
Sè fece sciolto di Simàh, che dentro
Al carcer de’ ladroni a morte il trasse,
Ned ebbe poi che biasimo e corruccio
In suo poter. Ma ratto che intendea
Behràm Azer-mihàn che l’uom, di core
Sì puro e mite, disparìa dal mondo,
Al suo signor mandò messaggio e disse:
Deh! la corona tua superi il cielo
Della candida luna! E tu ben sai
Quanta industria per me si pose un giorno
Il tuo secreto per celar. Dinanzi
Al padre tuo, quell’inclito signore
D’altera fronte, amico tuo soltanto
Io mi fui sempre. Intanto, un mio consiglio
Sì ti darò se tu mi chiami e accanto
Al tuo trono regal mi poni ancora.
Nobile frutto da’ consigli miei
Sì ti verrà; nel carcer questi ceppi
Non mi lasciar per un istante solo,
Che ad Irania verrà da mie parole
Inclito frutto e andrà senza perigli
L’uom ch’è più ricco di prudenza antica.
:Ratto che giunse quel messaggio suo
A prence Hormùzd, un suo fidato ei scelse
Tra la folla de’ suoi perch’ei recasse
Al cospetto regal, perchè adducesse
Behràm, di prenci a quell’albergo illustre.
Era oscura la notte, ed ei chiamava
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
Behràm a sè, volea che genuflesso
Dinanzi al regal seggio ei si posasse.
:Dissegli allor: Dimmi qual è consiglio.
Per cui volgesi a noi fortuna allegra.
:E quei rispose: Nel regal tesoro
Semplice e bruno un cofano vid’io;
Sta deposto nel cofano uno scrigno
E nello scrigno, nel sermon di Persia,
Un foglio sta. Sovra candida seta
È la scrittura, e degl’Irani in esso
Sta la speranza. Alle cifre del padre.
Di quel signor che governò la terra,
Volger gli occhi tu dèi. — Come ciò intese
Principe Hormùzd, mandò cotale al suo
Guardian de’ tesori, inclita aita
In ogni tempo, e si gl’ingiunse: Cerca,
Cerca tu ratto fra i tesori antichi
Un cofanetto semplice, col regio
Suggello apposto. Sovra quel suggello
Il nome sta di Nushirvàn, di cui
Eternamente giovane rimanga
L’anima eletta. Or sì, per l’atra notte,
Il cofano qui reca a me daccanto,
Non gittar lungo tempo in tua ricerca.
S’affrettò il tesorier, cercò quel cofano
E correndo il portò. N’era il suggello
Intatto ancor. Ma il cofano schiudea
L’iranio sire, molto ricordando
Nushirvàn padre suo. Vide nel cofano
Con un suggello un picciol scrigno, e ratto
Eì s’affrettò, quel serico ne trasse
Foglio notato e vide la scrittura
Di prence Nushirvàn, sovra quel foglio
Notata già di rilucente seta.
:Principe Hormùzd per anni dieci e due
Anni pur anco (scritto era sul foglio)
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 389 —|}}</noinclude>
<poem>
Sarà monarca senza pari in terra.
Ma poi, pien di tumulto e di scompiglio
Il mondo si vedrà, la gloria sua
S’asconderà con la sua fama. In tutte
Le parti attorno apparirà un nemico,
Un uom, quale Ahrimàn, di stirpe rea,
Sì che disperse le falangi iranie
Andranno ovunque e dall’eccelso trono
Farà cader quest’uom perfido e avverso
Della terra il signor. Gli occhi del sire
Farà poi ciechi della donna sua
Un congiunto crudel, l’anima ancora
Gli strapperà da le disfatte membra.
:Hormùzd, che vide di paterne cifre
L’epistola segnata, ebbe sgomento
E il foglio lacerò. Pieni di sangue
Si fean quegli occhi suoi, pallido il viso,
Ed ei disse a Behràm: Tristo mortale
Dall’arti ree, deh! che cercasti adunque
In questo foglio? Vuoi tu forse il capo
Troncarmi già? — Behràm gli disse: O nato
Di turanica stirpe, oh! quando mai
Non sarai lieto del versar del sangue?
Non di prence Kobàd, ma della schiatta
Del re di Cina inver sei tu, se bene
Kìsra il serto regal ti pose in fronte!
:Ratto Hormùzd s’avvedea che ove possanza
Behràm s’avesse, a capo in giù dal trono
Avrìa gittato il suo signor. Que’ detti
Non già conformi a le sue brame intese
E l’infehce al tenebroso carcere
Nuovamente inviò. Ma l’altra notte,
Quando la luna sollevò la fronte
Sulla montagna, in quel carcere istesso
I manigoldi l’uccidean del sire.
:A quel tempo, non un prudente e savio
</poem><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 390 —|}}</noinclude><section begin="s1" />
<poem>
Alla reggia restò, non un ministro
O un sacerdote. — L’opere perverse
Vengon pur sempre da natura trista;
Guarda che a questa tu non volga mai!
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|III. Il rinsavire di Hormuzd.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. W99-1801).}}
<poem>
:Ma poi, {{Ec|voltasi al mal, la dolce vita|voltasi al mal la dolce vita|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/531}}
Per angoscia e dolor vampe nel core
Ella avventava al tristo re. Dell’anno
Due lune ei stava in Istakhàr, quand’erano
Più brevi assai le notti oscure; e quella
Era città felice e cara, e l’aria
Nitida v’era, e modo ei non vedea
D’uscirne mai. Tre lune ei con gli amici
Stavasi in Ispahàn, luogo di prenci,
Dove l’aria è serena, e il loco suo
Era l’inrerno a Tisifuna, e seco
L’esercito n’andava e i sacerdoti
V’eran pur anco ed i ministri. Ai campi
Venia d’Arvènd a primavera, e lungo
Tempo si volse in questa via per lui.
Ma pur, nello sgomento era il suo core
Per quel foglio fatai, sì che la notte
Per tre vigilie stavasi adorando,
Né sangue egli versò d’allora in poi,
Né fé’ ingiustizia, nè quell’alma sua
Di male oprar si ricordò; ma sempre,
Quando al mattino della notte il bruno
Vel si celava, ratto che apparia
Quest’almo sol, pari a fulgido monte
Tutto a topazi, un banditor levava
Alta la voce e si dicea: Deh! voi.
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 390 —|}}</noinclude><section begin="s1" />
<poem>
Alla reggia restò, non un ministro
O un sacerdote. — L’opere perverse
Vengon pur sempre da natura trista;
Guarda che a questa tu non volga mai!
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|III. Il rinsavire di Hormuzd.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1799-1801).}}
<poem>
:Ma poi, {{Ec|voltasi al mal, la dolce vita|voltasi al mal la dolce vita|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu/531}}
Per angoscia e dolor vampe nel core
Ella avventava al tristo re. Dell’anno
Due lune ei stava in Istakhàr, quand’erano
Più brevi assai le notti oscure; e quella
Era città felice e cara, e l’aria
Nitida v’era, e modo ei non vedea
D’uscirne mai. Tre lune ei con gli amici
Stavasi in Ispahàn, luogo di prenci,
Dove l’aria è serena, e il loco suo
Era l’inverno a Tisifuna, e seco
L’esercito n’andava e i sacerdoti
V’eran pur anco ed i ministri. Ai campi
Venia d’Arvènd a primavera, e lungo
Tempo si volse in questa via per lui.
:Ma pur, nello sgomento era il suo core
Per quel foglio fatal, sì che la notte
Per tre vigilie stavasi adorando,
Nè sangue egli versò d’allora in poi,
Nè fe’ ingiustizia, nè quell’alma sua
Di male oprar si ricordò; ma sempre,
Quando al mattino della notte il bruno
Vel si celava, ratto che apparìa
Quest’almo sol, pari a fulgido monte
Tutto a topazi, un banditor levava
Alta la voce e si dicea: Deh! voi,
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Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/33
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Panz Panz
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|xxix}}|riga=sì}}</noinclude>zesi<ref>''Voyag.'' {{AutoreCitato|Amédée François Frézier|de Frezier}}, pag. 62.</ref>, dagli abitanti delle Canarie<ref>''Asia'' di {{AutoreCitato|João de Barros|Barros}}, deca 1, lib. 1, cap. 2.</ref> e che
nell’India è tuttavia conosciuta sotto il nome di ''sagamita''<ref>''Mœurs des sauvages'', tom. II, pag. 86.</ref>. La più antica menzione del pane che noi abbiamo è nella {{TestoCitato|Bibbia|S. Scrittura}}, là dove ne si dice avere Abramo presentato del pane ai tre angioli che gli apparvero nella valle di Mambre<ref>Genes., cap. 18, v. 5.</ref>, ed il pane di quel tempo, secondo {{AutoreCitato|Antoine-Yves Goguet|Goguet}}<ref>Lib. 2, art. 3.</ref>, era composto di una maniera molto semplice: non vi entrava che della farina, dell’acqua e forse del sale. Il focolare era il solo mezzo praticato in quei tempi per cuocerlo: vi si posava sopra un pezzo di pasta schiacciata, si ricopriva di cenere calda, e vi si lasciava sino che fosse cotta<ref>Genes., cap. 18, v. 6.</ref>. Tale è presso a poco il metodo con cui presso moltissime tribù selvaggie cuocesi il pane. Anche oggidì l’uso del forno è sconosciuto a moltissime nazioni del vecchio e del nuovo continente. In Norvegia si cuoce il pane fra due pietre infuocate<ref>''Journal des savans'', 1668 Nov., pag. 87.</ref>. Il qual mezzo è pure usato fra gli Arabi<ref>{{AutoreCitato|Agostino Calmet|Calmet}}, tom. VI, pag. 326.</ref>, fra i selvaggi dell’America<ref>{{AutoreCitato|Marc Lescarbot|Lescarbot}}, ''Hist. de la nuov. France'', pag. 745.</ref>, fra i Tartari di Circassia<ref>''Rec. de voyage au Nord'', tom. X, pag. 462.</ref>. Dalle menzioni fatte più volte nell’Esodo del pane lievitato, pare potersi indurre che il lievito dovesse essere entrato ben presto nella manipolazione del pane degli Ebrei<ref>Exod., cap 12, v. 15 e 39.</ref>. L’uso del forno è comunemente attribuito ad un certo Anno egiziano<ref>Suida alla voce Αρτος, tom. 1, pag. 340.</ref>. Al perfezionamento della cottura del pane, tenne presso quello della formazione della farina, vogliamo dire il trovato dei molini. Nel libro di Giobbe si fa menzione di macine<ref>Cap. 41, v. 15.</ref>, ed il Deuteronomio<ref>Cap. 24, v. 6.</ref> farebbe antichissimo l’uso di queste machine presso gli Egizi, dai quali le macine sarebbero però state tutte mosse a braccia d’uomini<ref>Exod., cap. 11, v. 4-5.</ref>, come lo erano anche in tempi posteriori presso i Greci<ref>Calmet, tom. IV, part. 2, pag. 252. - Goguet, lib. 2, art. 3.</ref>. Le macine mosse a vento o ad acqua sono di un’epoca più che non si crede a noi vicina, e noi lo accenneremo a suo luogo nel corso del nostro lavoro.
Intanto non senza una ragione abbiamo noi voluto diffonderci così alle lunghe su la storia del pane; e la ragion nostra fu quella di significare induttivamente quanto non debba essere stata malagevole, lunga, incerta la via del perfezionamento di quasi tutte le arti umane; se un’arte di tanta necessità, di una opportunità si universale, quale era quella della fabbricazione del pane ha dovuto costare ai congiunti sforzi di tutta l’umanità un sì lungo corso di secoli e di tentativi, che diremo noi di tutti i vari rami dell’agricoltura? che dell’arte del vestire, del far l’olio, il vino? della scoperta e fabbrica dei metalli? Lo svolgimento di tanta materia ne trarrebbe a parecchi volumi, e noi rimandiamo per tutto ciò i lettori nostri al Goguet, all’{{AutoreCitato|Juan Andrés|Andres}}, al {{AutoreIgnoto|Bossi}}, al {{AutoreIgnoto|Noel}}, al {{AutoreIgnoto|Fiorillo}}, al {{AutoreCitato|Johann August Donndorf|Donndorf}} ed ai singoli relativi articoli di questa Enciclopedia.
Ma se tali furono gli esordii delle arti prime, il periodo a cui ci siamo già condotti nella nostra storia è già fastoso di ogni maniera di progresso, già la luce dell’incivilimento ha portati i suoi benefici su parecchi punti dell’Asia, dell’Africa, e dell’Europa, e parecchi popoli hanno ricevuta una forma di governo saggia e providente. Nelle Indie e nell’Egitto già dominano le aristocrazie sacerdotali che limitano lo stesso potere dei re che soprasiede alle nazioni. L’Assiria e la Cina offrono già governi dispotici; Oguz ha già diviso il suo grand’impero turco in un’ala a destra ed in un’ala a sinistra allato il suo campo, e in 24 tribù; divisione di cui si conservano ancora le tracce presso le tatare popolazioni. Già le repubbliche fenicie hanno i loro magistrati ed i loro re; le etrusche città hanno celebrata la loro confederazione a
Fiesole, varii secoli dopo detta Firenze; i Lucani si sono costituiti in repubblica; i Tusci, i Volsci, gli Umbri, gli Osci, i Tarquinii, i Liguri, i Rutuli, gli Equi, gli Euganei, i Sabini hanno già popolata ed incivilita la penisola italiana; la Grecia formicola di piccoli regni con re condottieri in guerra e giudici in pace; già il popolo Ebreo grandeggia nella speciale costituzione repubblicana patriarcale, opera di Mosè e di Giosuè sotto i giudici e i gran sacerdoli. Sesostri in Egitto ha già introdotti i suoi politici ordinamenti, ed il paese è diviso in 36 nômi sotto i monarchi.
Già si rivelano ottimi regolamenti finanzieri nelle gesta di Giuseppe in Egitto, nel giubileo mosaico, che, a fine di impedire il cumulo della proprietà territoriale nelle mani dei pochi, ingiunge la restituzione delle terre ai primitivi possessori ad ogni periodo di 50 anni. L’Egitto ha già da Sesostri un catasto fisso per l’esazione dei tributi. Gin-Hoang, o Chin-Nong, nella Cina, Iside ed Osiride in Egitto, Arcade nell’Arcadia,<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/49
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Panz Panz
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|xlv}}|riga=sì}}</noinclude>sola potenza creato tutti gli esseri del mondo materiale siano animali, siano vegetali; e che gli ha cavati dai quattro elementi il fuoco, l’aria, l’acqua, la terra, per servire d’ornamento al teatro della natura; che nel tempo stesso la di lui infinita bontà ha formato dell’uomo il centro di tutte le cognizioni, dotato d’intendimento e di giudizio, e gli ha dato l’autorità
sopra tutte le altre creature ed un impero assoluto
tutta l’estensione della terra. Essere supremo (così si legge nel Mahabarat in bocca di Arionn) onnipossente, tu sei il creatore del tutto; il Dio degli dei; il conservatore del mondo; il tuo essere è incorruttibile e distinto da tutte le cose caduche. Tu sei prima di tutti gli altri dei; tu sei l’antico ''Purush'' (anima vivificante) ed il sublime appoggio dell’universo. Tu conosci tutto e sei degno d’essere conosciuto. Tu sei la sorgente suprema; tu sei quello per cui, o Essere infinito, il mondo è uscito dal nulla. Che ciascuno s’inchini dinnanzi a te! che ciascuno s’inchini dietro a te! che sii venerato da tutte le parti, tu, che sei tatto da per tutto! la tua potenza e la tua gloria sono infinite...... Siccome Dio è immateriale, diceano gli antichissimi Bramini, così è impossibile a concepirsi;
siccome è invisibile, non può avere alcuna forma; ma le sue opere che abbiamo sotto gli occhi ne convincono ch’egli è eterno, onnipossente, che conosce tutte le cose, ch’è presente in ogni luogo<ref>{{AutoreCitato|François Bernier|Bernier}}, ''Viaggi'', t. II, p. 159; {{AutoreCitato|Charles Wilkins|Wilkins}}, ''Prefazione del Bagavat-Gita'', p. 24; {{AutoreCitato|Pierre Sonnerat|Sonnerat}}, ''Viaggi'', t. I, p. 198 e prefazione p. 73; {{AutoreCitato|Alexander Dow|Dow}}, ''Dissertazione ecc.'' p. 40; {{AutoreCitato|Vincent Mignot|Mignot}}, ''Memoires sur les anciens philosophes de l’Inde.''</ref>. Si consideri che tali principii si professavano più di 2000 anni av. C.
Da questa profonda verità religiosa passate a quella parte delle instituzioni politiche e civili che più intimamente si connettono col progresso della civiltà, e quanta sapienza di giustizia non emerge di mezzo alle stesse più orribili nequizie da noi accennate! Vedete in
Creta riconosciuta l’uguaglianza dei diritti civili degli uomini al punto che perfino lo schiavo stesso può invocare i tribunali contro il suo padrone; il cittadino più umile contro i magistrati supremi<ref>{{AutoreCitato|Edmund Chishull|Chishul}}, ''Ant. Asiat.'' p. 133. {{AutoreCitato|Guillaume de Sainte-Croix|Sainte-Croix}}, ''Législ. de Cret.'' p. 559.</ref>. Vedete a Sparta le donne in possesso di tutti i più ampi civili diritti, e per la legge di Epitadeo chiamate a succedere<ref>{{AutoreCitato|Plutarco|Plut.}} ''Agid.'' §. 7.</ref>. Questi soli due fatti vi provano a quale data rimonti il pareggiamento della ragion civile d’ogni classe e d’ogni sesso che far si vorrebbe di assai più moderna civiltà. Guardate alle disposizioni delle sole leggi rodie marittime<ref>Vedile presso {{AutoreCitato|Leunclavius|Leunclavius}}, ''Jus greco-romanum''; {{AutoreCitato|Carlo Targa|Targa}}, ''Contrattazioni marittime''; {{AutoreIgnoto|Morizot}}, ''Storia del mondo marittimo''; {{AutoreCitato|Claude-Emmanuel de Pastoret|Pastoret}}, ''Legisl. dei Rodii''.</ref> e vedrete a qual grado di perfezione fossero già presso gli antichi le stesse più ardue teorie del triplice diritto risguardante i rapporti fra Stato e Stato, fra lo Stato e il cittadino, fra cittadino e cittadino. Le imposte fondiarie stabilite da Numa giusta le sei diverse classi dei cittadini, esclusane quella dei proprietari, e le successive leggi agrarie di Roma; le leggi finanziarie organizzate da Dario Istaspe nella Persia (500 av. C.), e che sussistono pur oggidi, sono
pure una misura ben ampia dello sviluppamento acquistatosi in quei rimoti secoli dalla giurisprudenza pubblica ed amministrativa. Le pene stabilite da {{AutoreCitato|Solone|Solone}} contro i cittadini oziosi, o dati a professioni disdicevoli, e che si rassomigliano tanto nello scopo a quelle promulgate da Amasi in Egitto, e stabilite colle magistrature dei due
censori in Roma; il pritaneo ateniese, le scuole pubbliche aperte da Tarquinio in Roma, da Solone nell’Attica, accennano alle ampie ed alte vedute della politica di quei tempi.
Ma intanto le scienze naturali matematiche, fisiche, astratte, morali hanno già acquistato uno sviluppamento maraviglioso ed universale. I Caldei hanno partecipate ai Fenici le loro estese cognizioni astronomiche, le quali cominciano già a quest’epoca (747 av. C.) ad offrire alla storia della scienza risultamenti positivi e sicuri. {{AutoreCitato|Talete|Talete}} ha fondata la scuola Gionica insegnandovi la sfericità della terra, l’obliquità dell’eclittica e le vere cagioni degli eclissi del sole e della luna (600 av. C.). Beroso porge la descrizione dell’emisfero, la miglior cosa della scienza astronomica dei Caldei (579). {{AutoreCitato|Anassimandro|Anassimandro}} ed {{AutoreCitato|Anassimene|Anassimene}} introducono nella Grecia l’uso del gnomone per osservare i solstizii, e le carte geografiche (570). {{AutoreCitato|Pitagora|Pitagora}} insegna i due movimenti della terra sopra se stessa e attorno al sole; teoria che avviluppa in un mistico linguaggio, e che circa un secolo e mezzo dopo (284 av. C.) {{AutoreCitato|Filolao|Filolao}} suo scuolaro chiaramente espone; porge la cognizione di Venere come Fosforo ed Espero, o come la stessa stella che precede il sole nel suo nascere, e lo segue nel tramonto. È pure in questo periodo che cominciano le positive cognizioni dell’astronomia indiana (540 av. C.), e i Bramani si fanno scopritori del pianeta Mercurio e delle sette stelle della costellazione dell’Orsa maggiore<noinclude><references/></noinclude>
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Panz Panz
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|xc}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>presso di questi nelle arti del dire. Hariri, a quel che ne dicono {{AutoreIgnoto|Chalecan}}, il {{AutoreIgnoto|Golio}}, lo {{AutoreCitato|Albert Schultens|Schultens}}, {{AutoreCitato|Ernst Friedrich Karl Rosenmüller|Rosenmüller}}, {{AutoreCitato|Antoine-Isaac Silvestre de Sacy|Sacy}}, {{AutoreCitato|Giovanni Bernardo De Rossi|De-Rossi}}, avrebbe emulato nell’oratoria {{AutoreCitato|Demostene|Demostene}} e {{AutoreCitato|Marco Tullio Cicerone|Cicerone}}<ref>Nel quadro storico che porgiamo qui della letteratura e delle scienze degli Arabi, noi oltrepasseremo talvolta i limiti di questo periodo menzionando autori ed opere di tempo posteriore al 1093; e ciò abbiamo creduto di dover fare onde viemeglio prospettare nella sua unità l’origine ed il progresso della civiltà araba, alla quale, per la necessaria rapidità e stringatezza del nostro discorso, non ci sarà dato di poter toccare nei periodi successivi: del resto l’influenza di questa civiltà sull’Occidente, non ha durato che finchè durarono le tenebre in Europa; l’Italia, come lo vedremo
tra poco, ha fatto dimenticare gli Arabi e la Spagna.</ref>.
Che diremo degli studi storici? Cominciando da {{AutoreIgnoto|Vakedi abu Abdalla}}, il più antico degli storici arabi pervenuti sino a noi, e giungendo fino ad {{AutoreCitato|Abulfeda|Abulfeda}} che ne è il più illustre, qual prodigioso numero di storie universali e particolari non annovera l’araba letteratura? I lavori di {{AutoreIgnoto|Atir Azzedin}}<ref>''Camel perfetto'', è una storia universale dalla creazione al 1230, ''Storia della dinastia degli Alabech'' del 1084 al 1210: di questa si giovò copiosamente il {{AutoreIgnoto|Witcheus}} per la sua ''Storia delle crociate'', premiata dall’Università di Gottinga.</ref>, di {{AutoreCitato|Eutichio di Alessandria|Batrik}}<ref>''Ornamento di perle'', è una storia universale dalla creazione al 937. Fu pubblicata in latino ed in arabo dal {{AutoreCitato|John Selden|Seldeno}} e dal {{AutoreCitato|Richard Pococke|Pocock}} nel 1654-9 ad Oxford, e fornì molti materiali ad {{AutoreIgnoto|Ottingen}}.</ref>, di {{AutoreCitato|Al-Nuwayri|Novairi}}<ref>''Meta dei desiderii'', è una grandiosa storia universale in 10 immensi volumi: Schultens e {{AutoreIgnoto|Gregorio}} ne pubblicarono alcune parti.</ref>, di {{AutoreIgnoto|Beidavi Nassereddin}}<ref>''Nedam altavarik'', è una storia universale tradotta in latino da {{AutoreCitato|Johannes von Müller|Müller}}, e stampata coll’originale a Berlino nell’anno 1689.</ref>, di {{AutoreCitato|Ibn Khaldun|Chaldun}}<ref> ''Storie, antichità, studii, guerre e domini degli Arabi''; questo lavoro cui per esser classico non altro mancò che una minore tendenza al maraviglioso, tendenza che contamina presso che tutte le storie degli Arabi, tratta nei suoi prolegomeni dell’eccellenza della storia, del genere umano in società, quindi passa alla storia degli Arabi dal principio del mondo, e di quella degli Stati contemporanei e dei Berberi del Magreb.</ref>, di {{AutoreCitato|al-Dhahabi|Dahabi}}<ref>Scrisse gli ''Annali maomettani'' ed una ''Biblioteca storica universale'', continuata da {{AutoreIgnoto|Alsachavi}}.</ref>, di {{AutoreCitato|Ṭabarī|Tabari}}<ref>''Tarif giafari'', è una vasta storia universale tanto stimata per la sua fedeltà ed esattezza, che passa, secondo {{AutoreIgnoto|Chalecan}} per la più sincera di tutte le altre, e pel fondamento di tutte le storie arabe. {{AutoreCitato|Johann Kosegarten|Kosegarten}} la tradusse e pubblicò in latino con belle note ed aggiunte a Gripswald nel 1829.</ref>, di {{AutoreCitato|'Imad al-Din al-Isfahani|Emadeddin}}<ref>''Prato fiorito'', è una storia da Adamo fino al 1308.</ref>, di {{AutoreIgnoto|Gianabi}}<ref>''Mar gonfio'', è una storia universale dalla creazione al 1588, è la più ampia che abbiano i Musulmani, dai quali fu più volte compendiata.</ref>, ed i centocinquanta volumi della ''Storia orientale ed occidentale'' di {{AutoreCitato|Ibn Sa'id al-Maghribi|Abulhassan Ali ben Said}}, quale concetto non ci porgono della vastità della storica erudizione degli Arabi? Aggiungete a costoro le storie particolari dell’Egitto di {{AutoreCitato|Ibn Taghribirdi|Tagri Bardi}}<ref>''Nogium alzalera'', è una esimia storia universale
dell’Egitto dal primo dominio degli Arabi fino al 1455: di essa fece Tagri varii compendii, dei quali uno fu pubblicato da {{AutoreCitato|Joseph Dacre Carlyle|Carlyle}} in arabo ed in latino a Cambridge nel 1792. Sacy ne fa grandissimi elogi (Notizie de’ suoi mss.).</ref>, dei visiri di {{AutoreIgnoto|Ebad}}<ref>Ebad visir, egli stesso, detto da {{AutoreIgnoto|Ben Scolna}} l’uomo più liberale del suo secolo, aveva raccolta una biblioteca di centodiciassette mila volumi.</ref>, dei Saraceni di {{AutoreCitato|Jirjis al-Makin Ibn al-'Amid|Elmacin}}<ref>Pubblicata in arabo ed in latino da {{AutoreCitato|Erpenius|Erpenio}} (Leida 1625), vuolsi sia questa un compendio della grande storia di Tabari.</ref>, di Saladino e dei Selgiucidi di {{AutoreCitato|'Imad al-Din al-Isfahani|Emadeddin}}<ref>Ne pubblicò qualche parte lo Schultens nel 1752 a Leida dietro la vita di Saladino, del {{AutoreCitato|Bahāʾ al-Dīn ibn Šaddād|Bohaddino}}.</ref>, degli Etiopi di Giuzi, dell’alto e basso Egitto, e della Tebaide di {{AutoreIgnoto|Tunes}}, dei profeti, di {{AutoreCitato|Maometto|Maometto}}, dei califfi e dei re, di Kodai, dell’Arabia Felice di {{AutoreCitato|Qutb ad-Dīn an-Nahrawālī|Kotbeddin}}<ref>''Bark Jemani'' (Il folgore del Jemen), opera insigne che narra la conquista di quella vasta provincia fatta dagli Ottomani, e la storia della politica rivoluzione per l’intervallo di 80 anni.</ref>, dell’Egitto, Gioibiti e Mameluchi, dei re maomettani dell’Abissinia, di Damiata, di Fostat, del celebre {{AutoreCitato|Al-Maqrizi|Makrizi Takieddin}}, ed innumerevoli altri, di cui Pocock, Uri, {{AutoreIgnoto|Casiri}}, Schnurrer, Schultens, Sacy e più e più altri, fanno menzione; si consideri come non vi abbia città alcuna delle province state dominate dagli Arabi, che non vanti cronache, annali, storie più o meno diffuse, e induca il fervore con cui hanno gli Arabi applicato a quegli studi storici che formano uno dei più sicuri eriterii della civiltà di un popolo. Le genealogie di {{AutoreIgnoto|Ismael Abal Magidi}}, di {{AutoreIgnoto|Kotaiba}}, le cronologie di {{AutoreIgnoto|Abu Issa Mohamed}}, di {{AutoreIgnoto|Catib}}, di {{AutoreIgnoto|Fachreddino}}, di {{AutoreIgnoto|Hamza}} ecc., gli immensi dizionarii storici di {{AutoreIgnoto|Chalecan}}<ref>''Vafiat alajam'' (le morti degli uomini illustri), opera di una immensa erudizione, in cui per ordine alfabetico espongono la patria, la nascita, la vita, la morte, le virtù, gli scritti degli Arabi d’ogni paese, che per dignità, dottrina, valore si sono distinti. È questi il {{AutoreCitato|Louis Moréri|Moreri}} degli Arabi, e tutti gli orientalisti europei ne fecero e ne fanno uso. {{AutoreCitato|Oluf Gerhard Tychsen|Tychsen}} ed {{AutoreCitato|Jacob Georg Christian Adler|Adler}} ne pubblicarono alcuni estratti.</ref>, di {{AutoreIgnoto|Dereid}}<ref>''Dizionario storico e genealogico delle tribù e famiglie degli Arabi.'' Contiene anche le vite degli uomini illustri che ne sono usciti, ed un’esposizione grammaticale ed etimologica dei nomi.</ref>, {{AutoreIgnoto|Makrizi}} ed infiniti altri; i lavori cosmografici e geografici di {{AutoreIgnoto|Abulhassan}}<ref>''Descrizione geografica e storica del mondo.''</ref>, di {{AutoreCitato|Ibn Iyas|Ajas ebn Mohamed}}<ref>''Odor dei fiori.'' È una geografia, in cui dopo aver premessa una notizia generale della terra passa a ragionare dei sette climi e dei regni, provincie, città, mari, isole, fiumi e monti, che vi sono compresi, delle ere più celebri e delle 4 stagioni dell’anno, ecc.</ref>, di {{AutoreCitato| Muhammad al-Idrisi|Edrisi}}<ref>Vedi questo nome nella nostra Enciclopedia.</ref>, di {{AutoreCitato|Ibn Hawqal|Aukal}}<ref name="p94">''Geografia orientale'', fu tradotta in inglese da Ouseley</ref>,<noinclude><references/></noinclude>
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{{Bar}}
== <span lang="en" dir="ltr">Migration to Parsoid</span> ==
<div lang="en" dir="ltr">
<section begin="announcement-content" />
<em>[[m:Special:MyLanguage/Wikimedia Foundation/Product and Technology/Parsoid Read Views/Read View Announcement|Read this in another language]]</em>
Hello everyone! I am glad to inform you that as the next step in the [[mw:Special:MyLanguage/Parsoid/Parser Unification|Parser Unification]] project, Parsoid will soon be turned on as the default article renderer on your wiki. We are gradually increasing the number of wikis using Parsoid, with the intention of making it the default wikitext parser for MediaWiki's next long-term support release. This will make our wikis more reliable and consistent for editors, readers, and tools to use, as well as making the development of future wikitext features easier.
If this disrupts your workflow, don’t worry! You can still opt out through a user preference or turn Parsoid off on the current page using the Tools submenu, as described in the [[mw:Special:MyLanguage/Help:Extension:ParserMigration|Extension:ParserMigration]] documentation.
There is [[mw:Special:MyLanguage/Parsoid/Parser Unification/Confidence Framework|more information about our roll-out strategy]] available, including the testing done before we turn on Parsoid for a new wiki.
To report bugs and issues, please look at our [[mw:Special:MyLanguage/Parsoid/Parser Unification/Known Issues|known issues]] documentation and if you found a new bug please create a phab ticket and tag the [[phab:project/view/5846|Content Transform Team in Phabricator]].
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== <span lang="en" dir="ltr">Tech News: 2026-32</span> ==
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<section begin="technews-2026-W32"/><div class="plainlinks">
Latest '''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|tech news]]''' from the Wikimedia technical community. Please tell other users about these changes. Not all changes will affect you. [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/32|Translations]] are available.
'''Updates for editors'''
* The [[mw:Special:MyLanguage/Readers/Reader Experience|Reader Experience team]] has developed a [https://82db7c8d4b.catalyst.wmcloud.org/w/index.php?title=Regent%27s_Park&uselang=de patch demo] that wraps the page toolbar onto two lines when there is not enough horizontal space for all the buttons. This aims to reduce crowding in the Vector 2022 toolbar, which can occur on some language Wikipedias at certain screen widths. [https://phabricator.wikimedia.org/T429518]
* The Reader Experience team is planning to launch [[mw:Special:MyLanguage/Readers/Reader Experience/Reading lists|Reading Lists]], a [[m:Special:MyLanguage/Community Wishlist Survey 2021/Mobile and apps/Have Apps reading lists available on Destop/Mobile|Community Wishlist item]], which is currently available to try in beta, as a full feature in September. Before then, volunteer translator help is needed for [https://translatewiki.net/w/i.php?title=Special%3ATranslate&group=ext-readinglists&filter=&action=translate string translations] into a number of languages. The feature supports reading and learning goals on Wikipedia.
* Next week, the table of contents on Wikimedia Commons file pages will be improved by consolidating the file page table of contents with the page table of contents. This will make it easier to understand a file page’s structure, navigate to specific sections, and share links to individual sections. [https://phabricator.wikimedia.org/T332644]
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] View all {{formatnum:24}} community-submitted {{PLURAL:24|task|tasks}} that were [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Recently resolved community tasks|resolved last week]]. For example, an issue where some [[w:TIFF|TIFF]] images failed to load after clicking their thumbnail, causing a broken image to be displayed instead of the full-size image, has now been fixed. [https://phabricator.wikimedia.org/T429326]
'''Updates for technical contributors'''
* The variable and function selector in AbuseFilter has been updated to support search and autocomplete. It will allow filter maintainers to find the desired variable or function more quickly. [https://phabricator.wikimedia.org/T323698]
* The MJPEG and VP8 formats are removed from the video player. The MP4 format (MPEG-4 Part 2) is added instead, which provides higher quality videos to older iPhone devices. It may take a few weeks to retroactively update all existing videos. The default format for modern devices stays the same (VP9/WebM). [https://phabricator.wikimedia.org/T358266]
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] Detailed code updates later this week: [[mw:MediaWiki 1.47/wmf.15|MediaWiki]]
'''''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|Tech news]]''' prepared by [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Writers|Tech News writers]] and posted by [[m:Special:MyLanguage/User:MediaWiki message delivery|bot]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News#contribute|Contribute]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/32|Translate]] • [[m:Tech|Get help]] • [[m:Talk:Tech/News|Give feedback]] • [[m:Global message delivery/Targets/Tech ambassadors|Subscribe or unsubscribe]].''
</div><section end="technews-2026-W32"/>
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== <span lang="en" dir="ltr">Tech News: 2026-33</span> ==
<div lang="en" dir="ltr">
<section begin="technews-2026-W33"/><div class="plainlinks">
Latest '''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|tech news]]''' from the Wikimedia technical community. Please tell other users about these changes. Not all changes will affect you. [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/33|Translations]] are available.
'''Updates for editors'''
* [[File:Maki-gift-15.svg|12px|link=|class=skin-invert|Wishlist item]] A new ChartWizard is [[c:Special:ChartWizard/Data:Example.Pie.chart|now available on Wikimedia Commons]] for users interested in creating charts from their own data. The wizard makes the [[mw:Special:MyLanguage/Extension:Chart|Chart extension]] more beginner-friendly by allowing editors to create charts, such as bar and pie charts, without needing to use JSON. Users can still switch to the JSON editor if they prefer. Feedback on the new tool is welcome on the [[m:Talk:Community Wishlist/W414|wish talk page]].
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] View all {{formatnum:19}} community-submitted {{PLURAL:19|task|tasks}} that were [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Recently resolved community tasks|resolved last week]]. For example, an issue where the Wikipedia iOS app’s Picture of the Day widget displayed the same image every day instead of updating daily, has now been fixed. [https://phabricator.wikimedia.org/T430692]
'''Updates for technical contributors'''
* [[mw:Special:MyLanguage/Extension:Math|Math formula]] SVG images will soon be generated in the browser instead of on the server. MathML continues to be generated on the server and renders in the browser without JavaScript. Wikibooks will see this change on 12 August, Wikisource on 19 August and Wikipedia from 20-27 August. You can try this by selecting "{{int:Mw-math-mathjax}}" in your preferences. This change is part of [[mw:Special:MyLanguage/RESTBase/deprecation|deprecating RESTBase]] and [[phab:T431372|deprecating Mathoid]]. [https://phabricator.wikimedia.org/T271001]
* Category pages will soon support sorting entries by the time they are added to a category. This will make it easier to find recently or long-standing categorized pages. It will also improve workflows for maintenance categories such as deletion backlogs and other time-based review tasks. You can use <bdi lang="zxx" dir="ltr"><code><nowiki>cldsort=timestamp</nowiki></code></bdi> URL argument in category view to sort the entries. [https://phabricator.wikimedia.org/T433768]
* [[mw:Special:MyLanguage/Extension:Gadgets|Gadgets]] and user scripts on Wikimedia wikis may now use [[phab:T395347|ES2018 features]] and [[phab:T419142|ES2019 features]] in JavaScript code. Previously, the platform only allowed up to ES2017. MediaWiki validates the source code to protect functionality from syntax errors and to ensure scripts are valid in all [[mw:Special:MyLanguage/Compatibility#Browser_support_matrix|supported browsers]]. [https://phabricator.wikimedia.org/T419142]
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] Detailed code updates later this week: [[mw:MediaWiki 1.47/wmf.16|MediaWiki]]
'''''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|Tech news]]''' prepared by [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Writers|Tech News writers]] and posted by [[m:Special:MyLanguage/User:MediaWiki message delivery|bot]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News#contribute|Contribute]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/33|Translate]] • [[m:Tech|Get help]] • [[m:Talk:Tech/News|Give feedback]] • [[m:Global message delivery/Targets/Tech ambassadors|Subscribe or unsubscribe]].''
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione||— 99 —|}}</noinclude>Sotto quello della nuova fabbrica
{{Centrato|<poem>
{{Sc|splendet sacra aedes majori ornata decore
in miseros cvra splendet at illa magis}}
</poem>}}
Da questa stanza si passa nell’andito che conduce alla casa dei custodi e dell’uomo di fatica.
Questa onorevole compagnia infine, per le sue ottime costituzioni e prima per gli ammaestramenti del suo fondatore {{Sc|Piero Di Luca Borsi}} capo di facchini, il quale meritamente si acquistò il nome di {{Sc|Padre Della Misericordia}}, non solo meritò di essere arricchita dai sommi pontefici, e da molti altri prelati di santa chiesa d’indulgenze, di privilegi, e di altre spirituali e temporali concessioni, ma al di lei merito deve riferirsi ciò che a suo vantaggio fu operato dalla repubblica fiorentina<ref>Il motivo di questa liberalità della repubblica fiorentina derivava anche dal sapersi quanto tali atti di curiosità fossero favoriti e protetti dall’imperatore Costantino.<br>Aveva egli fondata ed eretta in Costantinopoli una compagnia quasi simile composta di novecento uomini, la maggior parte botteganti, ai quali aveva con,cesso perfino d’essere esenti dalle gabelle.</ref> Nè poco si distinse nel favorire questo pio istituto la casa dei Medici, l’imperatore Francesco I. ed infine il {{Wl|Q313169|granduca Leopoldo}} I. l’arricchi di privilegi e di grazie e se ne dichiarò special protettore.
Immensi legati sono stati fatti da molti cittadini a questa venerabil compagnia, lasciate copiose credità, e raccomandata l’esecuzione in perpetuo di pie disposizioni per cui avrebbe potuto aumentare le sue ricchezze se le rendite non andassero distribuite tutte in sollievo dei poveri ed in altre opere pie.<noinclude><references/></noinclude>
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Confessioni di un metafisico/Volume Secondo/Libro Quinto/Capo Terzo
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Tuvok1968
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Porto il SAL a SAL 75%
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{{Qualità|avz=75%|data=10 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../../|Volume Secondo]]<br>[[../|Libro Quinto]]<br>Capo Terzo<br>Si dimostra la necessità del progresso<br>indefinito|prec=[[../Capo Secondo|Capo Secondo]]|succ=[[../Capo Quarto|Capo Quarto]]}}
<pages index="Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf" from="754" to="770" fromsection="s2" tosection="s1" />
{{rule|2=000000|h=1px|33em}}{{Sezione note}}
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Pagina:L'Anima musicale d'Italia.djvu/225
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 223 —|}}</noinclude>{{Sc|Lazzareschi E.}}, ''La poesia popolare dell'Amiata''. — Lucca, 1913.
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|ci}}|riga=sì}}</noinclude>
È noto come molto tempo innanzi le Crociate numerosi pellegrini si portassero alla Terrasanta per visitarvi i luoghi dove il divin Salvatore redense co’ suoi patimenti gli uomini. Allora il sentimento che ve li guidava, avvegnachè poco illuminato<ref>Vedremo più avanti (pag. CIV, not. (<sup>1</sup>)) come parecchi santi Padri condannassero anche l’abuso di questi pellegrinaggi, avvegnachè pacificamente intrapresi.</ref>, era pur sempre in armonia col carattere cristiano; ma allorquando questi pellegrinaggi si fecero a mano armata, allorchè ebbero per iscopo la distruzione degli infedeli, essi non fecero più che indurare il cuore dei pellegrini, e informarlo di un carattere di ferocia. Una volta stabilito il principio: che era opera meritoria il combattere e lo sterminare i nemici della fede (principio che rende tanto brutale la religione di
{{AutoreCitato|Maometto|Maometto}} in faccia del mite Vangelo), si pervenne per naturale conseguenza a sostenere essere un sacro dovere per ogni buon cristiano il perseguitare col ferro e col fuoco tanto i cristiani eretici, nemici della Chiesa, quanto gl’infedeli. Il merito che si vorrebbe attribuire alle Crociate fu seme
di un altro male ancora. La corte di Roma in luogo d’imporre ai peccatori, a modo di penitenza, delle preghiere, dei digiuni, delle elemosine, castighi salutari al penitente ed utili alla società, loro ingiunse lo sterminio degl’infedeli in espiazione dei proprii delitti, e fomentarono per tal guisa le loro odiose passioni. Oltre ciò, il peccatore cui la propria individuale condizione era d’impedimento a crociarsi, poteva compartecipare a tutti i beneficii spirituali annessi a queste sante spedizioni, col contribuire alle spese fatte da esse necessarie: per tal modo potevasi a prezzo di danaro farsi assolvere da tutte le pene inflitte dalla Chiesa; ben sono note le conseguenze funeste che un siffatto traffico dovette partorire nella moralità dei popoli. A ciò si aggiunga che enormi erano
i tributi che si imponevano dal clero per le guerre sante. Nè si levavano decime soltanto per le crociate, ma per ogni tentativo di crociata: non soltanto per le spedizioni di Levante, ma per ogni impresa contro i nemici della corte romana. Si riscossero finalmente imposizioni per futili pretesti. Richiamossene l’Europa intera al pontefice: da prima si fecero lagnanze pel rigore con cui i messi pontificii esigevano i tributi: poscia per l’infedeltà nell’amministrare il denaro tolto ai fedeli. Nulla v’ebbe di più funesto per l’autorità
pontificia, quanto codeste querimonie che sorgevano da ogni parte, e di cui si armò alla fine la formidabile eresia di {{AutoreCitato|Martin Lutero|Lutero}}<ref>Michaud, op. cit., lib. XVIII.</ref>. Pareva che le Crociate, dischiudendo all’ambizione dei guerrieri occidentali una vasta carriera al di là dei mari, avessero dovuto fruttare all’Europa un lungo periodo di pace; ma ciò non fu. I primi anni che successero immediatamente dopo la partenza di {{AutoreCitato|Goffredo di Buglione|Goffredo di Buglione}}, ben furono per verità, siccome già riferimmo, di una pace quasi universale; ma non andò guari che le guerre civili e nazionali scoppiarono con un novello furore, e parve che le guerre sante infiammassero più che non attutissero lo spirito militare de’ popoli d’Occidente. Se si ascoltano i poeti ed i romanzieri, si erederebbe che queste spedizioni
esercitassero almeno una influenza salutare sopra il modo di fare la guerra, e che avessero mitigato gli orrori sviluppando lo spirito della cavalleria; sgraziatamente la storia ne rivela il contrario; può
dirsi, salvo ben poche eccezioni, che la guerra facevasi con una estrema ferocia, nè ciò poteva avvenire altrimenti. Fra i Cristiani ed i Musulmani non vi aveva alcun vincolo nè di religione, nè di usi, nè di costumi: si detestavano essi, e disprezzavansi reciprocamente per principio, tanto in pace che in guerra, e gli Europei riportarono nella loro patria le abitudini di crudeltà e di sangue che avevano apprese nell’Oriente. Dal predicare la Crociata contro i Maomettani dell’Asia si progredi ad intimarla contro nazioni non ortodosse in Europa, contro a principi cristiani nemici della corte di Roma, contro ai novatori religiosi: e la spada
omicida tenne luogo del Vangelo educatore. Gli
Albigesi provarono il nuovo flagello. Le devastazioni, gl’incendi, le stragi che desolarono le con-
<ref follow="p104">''of the roman empire'', cap. LVIII e LXI), {{AutoreCitato|William Robertson|Robertson}} (''History of reign of the emperor Charles V'' nella introduzione), {{AutoreCitato|Johann Gottfried Herder|Herder}} (''Idées sur l’histoire du genre humain'', la trad. francese di {{AutoreCitato|Edgar Quinet|Quinet}}) ed {{AutoreCitato|Arnold Hermann Ludwig Heeren|Heeren}} (''Essai sur l’influence des Croisades'', trad. dal tedesco di {{AutoreCitato|Charles de Villers|Villers}}). I due primi riguardano le Crociate siccome una sorgente di deplorabili calamità:
Robertson vi scorge il principio di felicissimi rivolgimenti politici e commerciali; Herder tiene il mezzo fra le due estreme opinioni; Heeren, che forse più di tutti esagerò i benefizii apportati da esse, mostrasi propenso a credere niente meno che le Crociate siano state la causa rimota della riforma (pag. 176). Agli autori qui citati ponnosi aggiungere il {{AutoreCitato|Jean Baptiste Mailly|Mailly}} (''Histoire des Croisades'', Parigi 1675); il {{AutoreCitato|Louis Maimbourg|Maimbourg}} (''Histoire des Croisades'', Parigi 1815-22); il {{AutoreCitato|Joseph-François Michaud|Michaud}} (''Histoire des Croisades'', Parigi 1813-22); il {{AutoreCitato|Charles Mills|Mills}} (''History of the Crusades'', Londra 1822); il {{AutoreCitato|Maxime de Choiseul d'Aillecourt|Choiseul Daillecourt}} (''De l’influence des Crosaides sur l’état des peuples en Europe''); il {{AutoreCitato|Martín Fernández de Navarrete|Navarete}} (''Disertacion historica sobre la parte que tuvieron los Españoles en las guerras de ultramar o de las Cruzades'' ecc., Madrid 1816); il {{AutoreCitato|Charles-R.-E. de Saint-Maurice|Saint-Maurice}} (''Résumé de l’Histoire des Croisades'', Parigi 1829); il {{AutoreCitato|Friedrich Wilken|Wilken}} (''Geschichte der Kreuzzüge'' ecc., Lipsia 1807-22), {{AutoreCitato|Ermes Visconti|E. Visconti}} nel ''Conciliatore''; i quali tutti non fecero che dare uno sviluppo più o meno maggiore alle opinione su accennate.</ref><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|cii}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>trade meridionali della Francia, destano pur tuttavia orrore. Nè bastando perseguitar palesi settarii, si venne a investigare il secreto delle coscienze, ed alla fine si ebbero le carceri, le occulte procedure, gli eculei, i roghi, l’intero sistema della Inquisizione.
Qualche scrittore ben asserì che le guerre sante
depauperando la signoria feudale, contribuirono all’ampliamento ed al consolidamento del potere reale; ma in ciò pure si corse a qualche esagerazione. Egli è indubitato per esempio che i re di Francia acerebbero considerevolmente il loro potere durante le Crociate colla riunione di molti feudi, ma ben pochi sono gli esempi che potrebbero essere citati di terre o di signorie che i loro proprietari abbiano vendute alla corona per sovvenire alle spese di una crociata; dei cento e più feudi di cui parla {{AutoreCitato|Jean-Baptiste Capefigue|Capefigue}} alienati dal 1189 al 1112 in grazia delle Crociate, quanti vennero acquistati dai reali di Francia, quanti da altri possessori particolari, quanti dal clero? Nè i rapidi progressi che il potere reale fece in Francia possono essere ad altro attribuiti che all’essere divenuta fino da Ugo Capeto una legge fondamentale dello Stato la successione ereditaria, ed all’avere i successori di questo principe saputo approfittare di tutte le circostanze propizie, circostanze la maggior parte delle quali non ebbero nessun rapporto colle Crociate, per ricongiungere alla corona una moltitudine di grandi e piccoli feudi, giacchè ciò avvenne per matrimoni, per donazioni volontarie e per conquiste e confische. Nella Germania poi la forza degl’imperatori andò invece sempre più menomandosi; ed i grandi vassalli riuscirono infine a farsi veri sovrani mediante la concessione a cui fu costretto {{AutoreCitato|Federico II|Federigo II}} nell’anno 1221. Il qual menomamento dell’autorità imperiale, che da taluno, con una ben strana contradizione di principio, vorrebbe essere fatto un benefico effetto delle Crociate, vuol essere anche attribuito al diritto di elezione che conservarono i grandi feudatari; alla falsa politica di molti imperatori che concessero feudi vacanti a signori ecclesiastici o secolari, nella vece di riunirli alla corona, ed alle diuturne lotte che sorsero fra la Chiesa e l’impero, e particolarmente alle sanguinose guerre intraprese dagl’imperatori per conservare o ristabilire l’alto loro dominio nell’Italia, al quale credevano avere diritto siccome successori dell’imperatore {{AutoreCitato|Carlo Magno|Carlomagno}}. In Inghilterra, anzi che indebolirsi la potenza feudale, i baroni ed i signori ottennero la ''Magna Carta'' ed altri statuti, i quali tutti non erano per loro che altrettante prammatiche di privilegi; ben costituirono essi in progresso il fondamento e la norma della libertà nazionale; ma questa nuova fase politica appartiene al periodo successivo presente, ed ebbe un’origine ben altra da quella delle Crociate. D’altra parte poi l’Inghilterra ai tempi di Riccardo I non prese parte alle Crociate che assai debolmente: le gesta di questo
principe acquistarono agl’Inglesi una splendida
riputazione militare; ma non mutarono punto le condizioni della monarchia. Cirea i torbidi avvenuti sotto il suo successore Giovanni Senza Terra, non ebbero alcuna relazione colle guerre sante. Le spedizioni dei conti di Cornovaglia e di Salbury e del principe Edoardo sotto il regno di Enrico III non alterarono punto il corso naturale degli avvenimenti. - Aggiungete a tutto ciò che coll’essere stati gli ecclesiastici (come lo provò le stesso più autorevole panegirista delle Croci,
l’{{AutoreCitato|Arnold Hermann Ludwig Heeren|Heeren}}) i principali compratori dei feudi, ogni passaggio accrebbe le opulenze del clero, il quale ammassò deplorabili e pericolose ricchezze, cagione di corruttela scandalosa, di sette, di eresie, di persecuzioni e ribellioni; oltre l’inestimabile danno che in fatto di politica economia risultò da l’accumulamento delle ricchezze inalienabili presso le corporazioni. Ne sappiamo come si potrebbe dimostrare essere state le Crociate effettive di un maggiore sviluppamento delle facoltà intellettuali delle nazioni europee. Esse inspirarono loro un coraggio barbaro e feroce; diedero un novello e maggiore impulso ad ogni sorta di superstizioni; oppressero più che non incoraggiarono le arti della pace. Il concorso di diversi popoli della cristianità in una comune intrapresa avrebbe ben potuto fruttare qualche vantaggio alla civiltà, se la loro unione stata fosse duratura e sincera: ma la storia ne mostra che a fronte anche del nemico e di mezzo ai perigli maggiori, essi seppero preservarsi dalle più sanguinose dissensioni; di modo che noi veggiamo le nazioni dell’Europa essere dopo le Crociate tutte quante dalle altre segregate non dissimilmente di quelle che lo fossero innanzi. I crociati non trasportarono in patria che ben pochi lumi e ben tenui cognizioni novelle, nè ciò debbe essere
di maraviglia Come pellegrini essi raccoglievano tutto il loro pensiero ed il loro cuore sopra i luoghi consacrati da qualche religiosa rimembranza; come guerrieri, essi non aspiravano che a sterminare gli infedeli. Sì gli uni che gli altri ugualmente rozzi, non potevano nemmeno concepire il pensiero di altre cure scientifiche e letterarie. Le lettere e le scienze e le arti erano affatto straniere al loro spirito, e superiori alle attitudini delle loro menti: quindi nessun profitto seppero trarre nemmeno<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|ciii}}|riga=sì}}</noinclude>dalle relazioni che le Crociate stabilirono fra essi ed i Greci. Gli Occidentali che attraversarono l’impero d’Oriente furono presi per verità di ammirazione, ma di una ammirazione stupida, alla vista dei tempii e dei palazzi di Bisanzio e delle altre grandi città in cui s’avvennero nel loro cammino, ma essi non vi si trattennero nemmeno il tempo necessario perchè quei magnifici monumenti potessero destare in essi il senso del bello. D’altronde erano essi per principio dispregiatori dei Greci, e conseguentemente ben poco tratti ad adottare le loro arti e ad imitare i loro costumi. Allorquando sul principio del secolo XII i Latini si impossessarono di Costantinopoli, essi s’affacendarono ad arricchirsi delle spoglie del popolo trionfato, più che non si curassero di far tesoro di lumi e cognizioni<ref>Anzi la presa di Costantinopoli fu di gravissimo danno alle lettere ed alle arti, e per tacer d’altro accenneremo la distruzione apportata da quell’incendio di gran parte delle opere di {{AutoreCitato|Demostene|Demostene}}, di {{AutoreCitato|Lisia|Lisia}}, d’{{AutoreCitato|Iseo|Iseo}}, d’{{AutoreCitato|Iperide|Iperide}}, di {{AutoreCitato|Diodoro Siculo|Diodoro}}, di {{AutoreCitato|Polibio|Polibio}}, di {{AutoreCitato| Dionigi di Alicarnasso|Dionigi d’Alicarnasso}}, d’{{AutoreCitato|Agatarchide di Cnido|Agatarchide}} ecc., tutta la storia della Macedonia, di {{AutoreCitato|Teopompo|Teopompo}}, quelle dei Parti,
della Bitinia, e dei successori d’{{AutoreCitato|Alessandro Magno|Alessandro}}, di {{AutoreCitato|Arriano|Arriano}}, la storia della Persia e la descrizione dell’India, di Ctesia. Fra le stesse fiamme andarono distrutti i maravigliosi capolavori di
marmo e di bronzo di Lisippo, di Fidia, di Prassitele.
</ref>. In generale poi all’epoca delle Crociate, le lettere e le arti erano nell’Oriente molto meno coltivate che nol fossero ai tempi della prosperità dei califfi di Bagdad. I Turchi Selgiucidi, che vi dominavano allora, non avevano in istima che le arti della guerra; ed i torbidi che sconvolsero la Siria e l’Asia Minore, cacciarono le Muse dalla pacifica loro sede. D’altronde, quand’anche l’Oriente avesse serbato alcune delle letterarie e scientifiche instituzioni, fondate dai califfi Abassidi, l’odio fanatico che i Crociati portavano a tutto ciò che era musulmano, li avrebbe sempre impediti di trarne qualche vantaggio. Nei brevi intervalli di pace, o a dir meglio di sospensione d’armi, i soldati della croce non si davan cura e pensiero che degli atti di pietà o di pratiche monacali; ben lungi di essere solleciti di istruzione, facevano un vanto della propria ignoranza. Furono essi più studiosi ed incettatori di reliquie che non di libri; e se vi fu in ciò l’eccezione di alcuni, è anche dimostrato che i Crociati non fecero conoscere all’Occidente alcun’opera importante che gli Arabi di Spagna non avessero già in Europa divulgata. Sembra ch’essi avrebbero dovuto almeno aprire un nuovo campo al genio poetico dei menestrelli e dei trovatori; ma nulla ci dà prova di ciò: nè ponnosi citare che due o tre romanzi di quei tempi il cui argomento fosse stato somministrato dalle guerre sante. - Ben gli è vero che l’emancipazione dei Comuni, primo passo verso il consolidamento della libertà civile, continuò nel X e XIII secolo, ma essa non fu in modo alcuno una conseguenza delle Crociate. Tale emancipazione ebbe origine dai secoli X e XI. Molto si disse pure su la libertà civile che le crociate avrebbero apportata ai popoli, sopprimendone sempre più la schiavitù personale. Ma anche in ciò si cadde in esagerazioni. Chi ben guarda ai tempi stessi anteriori alle Crociate troverà nella Francia la schiavità domestica già minorala in causa degli affrancamenti e della semplicità dei costumi, estinguersi nelle città per cagione dei tempi calamitosi tanto bene descritte da {{AutoreCitato|Edouard-Constant Biot|Biot}}<ref>''Dell’abolizione della schiavitù antica in Occidente''. Milano 1841, pag. 271.</ref>, e nei castelli per la fratellanza militare, cagioni amendue scaturite dalle guerre feudali; mentre la schiavitù rurale veniva principalmente ad estinguersi per l’aggregazione delle piccole proprietà ai feudi: il che vale quanto il dire per effetto delle circostanze per cui l’interesse del padrone doveva mirare alla soppressione e modificazione delle due forme dell’antica schiavitù. Nei sermoni e nelle epistole scritte dal clero francese nei secoli XII e XIII non è fatto cenno nè degli affrancamenti, nè degli schiavi<ref>Veggasi la ''Biblioteca dei Padri'', e la ''Storia letteraria di Francia'', tom. XVI, XVII e XVIII.</ref>; e questo silenzio del clero che dapprima era si infervorato, per l’uguaglianza degli uomini, non prova forse che la schiavitù era allora sparita dalle generali abitudini? In Irlanda vedete già verso la fine del secolo XII il famoso sinodo di Armagh<ref>Il sinodo di Armagh si tenne nel 1170. Chr. Cambris. Wilkin. Concil. citati nella ''Storia di Irlanda'' da {{AutoreCitato|Thomas Moore|Tomaso Moore}}, tom. 1, p. 137, e da {{AutoreCitato|Robert Henry|Henry}}, tom. III, cap. 6.</ref>, decretare che fosse ridonata la libertà a tutti gli Inglesi schiavi nell’isola. Ciò che pose fine nell’Inghilterra e nella Scozia all’affrancamento degli individui sottoposti ai signori ed ai monasteri, si fu la guerra quasi continua che desolò quelle due contrade nei secoli XIII, XIV e XV. Per siffatta guerra i padroni furono costretti di armare spesse volte tutti i loro dipendenti, e quindi dalla comunanza dei pericoli ne venne la confusione dei gradi. Medesimamente nei castelli della Germania sorsero sentimenti di mutuo accordo tra il padrone ed il servo pei comuni pericoli di una guerricciuola continua. Se nella Spagna e nell’Italia non vediamo introdotti siffatti benefici rivolgimenti civili anteriormente alle Crociate, non li vediamo nemmeno operarsi immediatamente dopo queste. Biot ha molto bene<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|civ}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>mostrato d’onde questo funesto prolungamento della schiavitù e servità nella Spagna e nell’Italia sia provenuto<ref>Opera citata, sezione 2<sup>a</sup>, cap. 1 e 2.</ref>. Del resto la storia tutta quanta chiarisce abbastanza il concorso efficace del cristianesimo per l’abolizione della schiavitù, sì mediante l’azione diretta del suo principio d’eguaglianza spirituale, che mediante il generale mitigamento dei costumi, operato da’ suoi principii morali, senza dover immaginare cause contrarie alla verità, senza fare in ciò intervenire le Crociate per quel minimo bene che ponno avere in ciò apportato, col miglioramento della condizione di qualche servo. - Si scrisse pur molto intorno agli impulsi che le Crociate avrebbero dati al commercio ed alla navigazione, arricchendo particolarmente alcune repubbliche italiane; noi non sappiamo come siasi potuto trascorrere a un tanto errore di cronologia; si studii la storia della navigazione e del commercio anteriori alle Crociate, e ben si vedrà come anzi che creare la potenza degli Stati italiani liberi commerciali, le
Crociate non fecero più che approfittare dei mezzi che la già cresciuta potenza di questi somministro pei loro bisogni di trasporto e di provisioni<ref> Basti il dire che Venezia ed Amalfi dominavano il commercio della Siria e della Palestina fino dal X secolo ({{AutoreCitato|Guglielmo di Tiro|Guglielmo di Tiro}}, lib. XVIII, cap. IV, {{AutoreCitato|Liutprando da Cremona|Liutprand.}}, ''Legat. ad Niceph. Phoc.''). Pisa nel secolo XI era già così potente da poter conquistare la Sardegna. Barcellona cominciò la sua prosperità mercantile con Raimondo Beranger, cioè nel
secolo XI (''Usatia Barcinonensis''). Marsiglia ed Arles avevano già la loro indipendenza politica, la loro navigazione, il loro commercio coll’Oriente e coll’Egitto fino dal secolo X ({{AutoreCitato|Jean-Marie Pardessus|Pardessus}}, ''Tableau du commerce'', ecc. pag. LXXVII).</ref>. Quale e quanta ricchezza poi potessero cumulare su quegli Stati che già tenevano il commercio di tutto il mondo, il nolo di qualche centinaio di vascelli di trasporto, è ben facile cosa ad indarsi; ed i privilegi che dopo la conquista della Palestina ottennero i Veneziani, i Genovesi, i Pisani, i Marsigliesi dai re di Gerusalemme, che cosa sono mai a petto di ciò che ottenuto aveano dagli Arabi e dai Greci in quasi tutte le città marittime, in cui aveano come in Italia le loro libertà, le loro leggi, i loro magistrati? Che sono mai gli approvigionamenti annonarii, che quei mercanti ponno avere somministrati, a petto di tutte le importazioni ed esportazioni che già faceano nella Cina, nell’India, nell’interno dell’Asia, nella Siria, nell’Armenia, nella Mesopotamia?<ref>Veggansi le prove di ciò in {{AutoreCitato|Jens Lassen Rasmussen|Rasmussen}}, ''De Orientis commercio cum Russia et Scandinavia medio ævo''. Hafniæ 1825. {{AutoreCitato|Georg Friedrich Sartorius|Sartorius}}, ''Geschichte des Hanseatischen Bundes''. {{AutoreCitato|Johann Angelius von Werdenhagen|Werdenhagen}}, ''De rebus publicis Hanseat''. {{AutoreCitato|Giovanni Battista Fanucci|Fanucci}}, ''Storia dei tre celebri popoli marittimi dell’Italia''. {{AutoreCitato|Lorenzo Cantini|Contini}}, ''Storia del commercio e della navigazione dei Pisani'', Firenze 1797. {{AutoreCitato|Georges Depping|Depping}}, ''Histoire du commerce entre le Levant et l’Europe'', Parigi 1830. {{AutoreCitato|Vincenzo Formaleoni|Formaleoni}}, ''Saggio sulla nautica antica dei Veneziani'', Venezia 1783. {{AutoreCitato|Jacopo Filiasi|Filiasi}}, ''Memorie storiche sui Veneti primi e secondi, con un Saggio sull’antico commercio, arti e marina dei Veneziani'' ecc., Padova 1811. Il Baldelli nella ''Storia delle relazioni vicendevoli dell’Europa e dell’Asia'', inserita nella dottissima edizione da lui data in Firenze nel 1827, del ''{{TestoCitato|Milione|Milione}}'' di {{AutoreCitato|Marco Polo|Marco Polo}}.</ref>
Ma vi ha un altro quisito cui vogliamo soddisfare. Le guerre sante furono giuste? In ciò vuolsi fare una distinzione fra la causa religiosa e la causa politica. Niente più delle Crociate tornò contrario ai principii fondamentali della nostra religione, inculcando il cristianesimo la dolcezza e la carità, ed opponendosi al saccheggio ed alle uccisioni, anche contro gli stessi infedeli; oltre a ciò, come lo osserva l’abate {{AutoreCitato|Claude Fleury|Fleury}}, i cristiani non aveano alcun particolare diritto sopra la Palestina. «La religione di Gesù Cristo, così egli non tiene ai luoghi santi, come ce lo ha rivelato egli medesimo, allorchè disse essere surto il giorno in cui Dio non sarebbe più adorato nè a Gerusalemme nè a Samaria, ma bensì per tutta la terra, in ispirito e verità». Ed altrove questo stesso storico osserva, essere un mero equivoco la denominazione che si attribuisce alla Palestina di ''retaggio del Signore e terra promessa al suo popolo''; le quali espressioni spettano all’antico Testamento nel senso proprio e letterale, ma non si possono applicare al nuovo, se non nel senso figurato. Il retaggio acquistato dal Salvatore a prezzo del suo sangue è la Chiesa universale, e la terra ch’egli ha promessa è il regno dei cieli. Il Dio dei cristiani certamente non è una divinità locale; e il possedimento di Betlemme o del Calvario, l’acquisto della tomba o della culla del Redentore, non renderanno mai scusabile agli occhi di Lui l’infrazione dei precetti morali del suo Vangelo<ref>È noto che quando Niceforo volle dare un carattere religioso alla sua Crociata contro i Musulmani, e collocare fra i martiri coloro che morivano nella zuffa, i prelati della Chiesa condannarono quel disegno come sacrilego, e gli opposero un canone di {{AutoreCitato|Basilio Magno|san Basilio}}, il cui testo ingiungeva a colui che avesse ucciso un nemico di astenersi per tre anni dal partecipare ai santi misteri. A ciò si aggiunga che contro gli abusi dei pellegrinaggi stessi pacificamente intraprasi insorsero parecchi santi Padri. {{AutoreCitato|Agostino d'Ippona|Sant’Agostino}} così si esprimeva, ''Dominus non dixit, vade in Orientem et quære justitiam; naviga usque ad Occidentem, ut accipiass indulgentiam'' (Serm. 3, ''De martyr. verb.''); e altrove, ''Noli longa itinera meditari; ibi credis, ubi venis; ad eum qui ubiquæ est, amando venitur, non navigando'' (Serm. 1. ''De verb. apost. Petri ad Christum''). {{AutoreCitato|Gregorio di Nissa|San Gregorio di Nissa}} nella sua lettera ''De euntibus Hierosolymam'', sorge ancora con maggiore veemenza; {{AutoreCitato|San Girolamo|san Girolamo}} scriveva a {{AutoreCitato|Paolino di Nola|san Paolino}} per distorlo dal pellegrinaggio a Gerusalemme, ''De Hierosolymis et de Britannia æqualiter patet aula cælestis.''</ref>. - Ma la politica giustifica ella le Crociate?<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|cv}}|riga=sì}}</noinclude>e queste lontane spedizioni possono esse venire risguardate siccome puramente difensive, siccome un freno posto alla potenza dei Turchi che ogni di più s’aggrandiva nelle contrade dell’Asia? {{AutoreCitato|Ruggero Bacone|Bacone}}, e dopo lui parecchi altri scrittori, opinano per il sì, ed avvalorano la loro opinione con ragioni che hanno molta apparenza di vero. Di fatto, i Turchi, padroni di tutto il paese compreso fra l’Indostan e il Bosforo, erano alle porte dell’Europa; l’impero greco, scemato di potenza pei vizii del suo governo e per le contese teologiche che l’occupavano quasi esclusivamente, non poteva validamente opporsi alle loro invasioni; tenevasi da questo lato una inondazione di Turchi non meno terribile alla cristianità di quella degli Arabi in Ispagna; infine, essendo scritto nel {{TestoCitato|Corano|Corano}} che tutte le altre religioni debbano spegnersi col ferro, i Cristiani erano nella necessità di armarsi per opporre una giusta, una legittima difesa contro gli assalti dei musulmani. Ma a siffatte ragioni potrebbesi opporre che la difesa è giusta quando l’aggressione esiste o è imminente; che il precetto del Corano, il quale comanda di avere per nemico il Vangelo, non è motivo sufficiente di guerra, e
cala se non da ostilità tali, che mettano in pericolo evidente le credenze e le sostanze dei Cristiani. Sarebbero dunque le Crociate state impresa giusta e
legittima nei due primi secoli dell’islamismo, allorchè gli Arabi, dopo di avere invaso l’Asia occidentale ed il settentrione dell’Africa, turbarono l’Italia, e penetrarono nel cuore della Spagna e della Francia; ma quando furono esse promosse ed intraprese, niuna invasione di musulmani minacciava l’Europa cristiana; non solo i Turchi non erano andati oltre le province dell’Asia, ma affranti da interne disunioni non erano in
grado di tentare un’impresa di gran momento all’esterno; non pochi emiri s’erano già resi independenti, e le forze dei sultani si esaurivano contro i ribelli; l’Asia minore aveva scosso il gioco, e rendeva ben malagevole la via di Costantinopoli ai Turchi di Bagdad e di Damasco; la morte di ciascun sultano era seguíta da una guerra civile tra i figli o i fratelli di lui, nè mai la presenza dei Crociati potè fare che si riunissero insieme i musulmani contro il nemico comune. La sola crociata conforme ai dettami di una savia politica, è la
terza contro Saladino, il cui genio bellicoso e inprendente, e le rapide conquiste che n’erano state la conseguenza, avevano messo spavento nei Cristiani; ma forse si potrebbe anche aggiungere ch’egli era assai lungi da Costantinopoli, e che per arrivarvi, gli era mestieri sottomettere tutta l’Asia minore e valicare il Bosforo, impresa pericolosissima e fors’anche superiore alle sue forze e nemmeno da lui vagheggiata, mentre, tentando lontane ed incerte conquiste, correva rischio ben grave di perdere le già fatte.
Ma mentre un pio delirio che ebbe la prima origine da un impulso di evangelica carità traeva i principi e le moltitudini d’Europa cristiana ad insanguinare la terra stessa già campo delle pacifiche conquiste del divino maestro del Vangelo, quali erano le condizioni politiche, morali e letterarie di questo terzo periodo del medio evo?
Fu in questo periodo che nacque il diritto pubblico d’Alemagna. I successori di Federigo, sgomentati dalla sua sorte, abbandonarono l’Italia per non tremar sempre al cospetto del papa. Si videro stabilirsi col commercio molte città e confederazioni. L’uomo più grande che abbia avuto la casa di Habsburg fondò la sua potenza (anno 1282). Le antiche case reali di Boemia e d’Ungheria, venendo a mancare, quella d’Austria vi prendeva già un predominio. Allora si divisero i due rami della casa Palatina. Dalle rovine dell’antica casa di Turingia nacque la potenza di quella di Sassonia, e si formò il Langraviato di Assia. Il Nord e l’Impero s’incivilirono a poco a poco, e i Barbari impararono ad obbedire, perchè s’erano grandi uomini nella casa di
Brunswick, in Pomerania e nella Danimarca. La Prussia, la Curlandia e la Livonia ricevettero dalle mani dei cavalieri Teutonici e leggi e cristianesimo: d’allora in poi questi paesi andarono sempre più prosperando. Nel mille e duecento sessantuno la repubblica d’Islanda era perita per le sue discordie; si perdette il commercio dei mari di Lapponia; il trono dei Czar fu atterrato dai Tatari, perchè Batù conquistò la Russia ed arse Breslau, nel tempo stesso che seicentomila uomini della stessa nazione piombavano sui Cinesi. Così il Nord perdette l’antica sua potenza, ma il Mezzodì sviluppò la sua. La battaglia che tutti i cristiani di Spagna diedero ai Mori presso ''las Navas de Tolosa'' determinò la caduta della nazione Mora (anno 1246): ben tosto {{AutoreCitato|Alfonso X di Castiglia|Alfonso X}} protesse le scienze esatte, e diede alla Spagna un codice di leggi. In Italia lo spirito nazionale de’ Normanni, la rimembranza dell’antica grandezza, i mari che offrivano asili e conquiste e ricchezze, il commercio e l’amore naturale di tutti gli uomini per la libertà condussero gran numero di città al governo repubblicano che nel periodo successivo vedremo sempre più consolidarsi. Facile e necessario ne parve lo stabilimento, a causa della lontananza degl’imperatori<noinclude><references/>
{{PieDiPagina|''Encicl. pop. - {{Sc|Tomo I.}}|N|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|cv}}|riga=sì}}</noinclude>e queste lontane spedizioni possono esse venire risguardate siccome puramente difensive, siccome un freno posto alla potenza dei Turchi che ogni di più s’aggrandiva nelle contrade dell’Asia? {{AutoreCitato|Ruggero Bacone|Bacone}}, e dopo lui parecchi altri scrittori, opinano per il sì, ed avvalorano la loro opinione con ragioni che hanno molta apparenza di vero. Di fatto, i Turchi, padroni di tutto il paese compreso fra l’Indostan e il Bosforo, erano alle porte dell’Europa; l’impero greco, scemato di potenza pei vizii del suo governo e per le contese teologiche che l’occupavano quasi esclusivamente, non poteva validamente opporsi alle loro invasioni; tenevasi da questo lato una inondazione di Turchi non meno terribile alla cristianità di quella degli Arabi in Ispagna; infine, essendo scritto nel {{TestoCitato|Corano|Corano}} che tutte le altre religioni debbano spegnersi col ferro, i Cristiani erano nella necessità di armarsi per opporre una giusta, una legittima difesa contro gli assalti dei musulmani. Ma a siffatte ragioni potrebbesi opporre che la difesa è giusta quando l’aggressione esiste o è imminente; che il precetto del Corano, il quale comanda di avere per nemico il Vangelo, non è motivo sufficiente di guerra, e
cala se non da ostilità tali, che mettano in pericolo evidente le credenze e le sostanze dei Cristiani. Sarebbero dunque le Crociate state impresa giusta e
legittima nei due primi secoli dell’islamismo, allorchè gli Arabi, dopo di avere invaso l’Asia occidentale ed il settentrione dell’Africa, turbarono l’Italia, e penetrarono nel cuore della Spagna e della Francia; ma quando furono esse promosse ed intraprese, niuna invasione di musulmani minacciava l’Europa cristiana; non solo i Turchi non erano andati oltre le province dell’Asia, ma affranti da interne disunioni non erano in
grado di tentare un’impresa di gran momento all’esterno; non pochi emiri s’erano già resi independenti, e le forze dei sultani si esaurivano contro i ribelli; l’Asia minore aveva scosso il gioco, e rendeva ben malagevole la via di Costantinopoli ai Turchi di Bagdad e di Damasco; la morte di ciascun sultano era seguíta da una guerra civile tra i figli o i fratelli di lui, nè mai la presenza dei Crociati potè fare che si riunissero insieme i musulmani contro il nemico comune. La sola crociata conforme ai dettami di una savia politica, è la
terza contro Saladino, il cui genio bellicoso e inprendente, e le rapide conquiste che n’erano state la conseguenza, avevano messo spavento nei Cristiani; ma forse si potrebbe anche aggiungere ch’egli era assai lungi da Costantinopoli, e che per arrivarvi, gli era mestieri sottomettere tutta l’Asia minore e valicare il Bosforo, impresa pericolosissima e fors’anche superiore alle sue forze e nemmeno da lui vagheggiata, mentre, tentando lontane ed incerte conquiste, correva rischio ben grave di perdere le già fatte.
Ma mentre un pio delirio che ebbe la prima origine da un impulso di evangelica carità traeva i principi e le moltitudini d’Europa cristiana ad insanguinare la terra stessa già campo delle pacifiche conquiste del divino maestro del Vangelo, quali erano le condizioni politiche, morali e letterarie di questo terzo periodo del medio evo?
Fu in questo periodo che nacque il diritto pubblico d’Alemagna. I successori di Federigo, sgomentati dalla sua sorte, abbandonarono l’Italia per non tremar sempre al cospetto del papa. Si videro stabilirsi col commercio molte città e confederazioni. L’uomo più grande che abbia avuto la casa di Habsburg fondò la sua potenza (anno 1282). Le antiche case reali di Boemia e d’Ungheria, venendo a mancare, quella d’Austria vi prendeva già un predominio. Allora si divisero i due rami della casa Palatina. Dalle rovine dell’antica casa di Turingia nacque la potenza di quella di Sassonia, e si formò il Langraviato di Assia. Il Nord e l’Impero s’incivilirono a poco a poco, e i Barbari impararono ad obbedire, perchè s’erano grandi uomini nella casa di
Brunswick, in Pomerania e nella Danimarca. La Prussia, la Curlandia e la Livonia ricevettero dalle mani dei cavalieri Teutonici e leggi e cristianesimo: d’allora in poi questi paesi andarono sempre più prosperando. Nel mille e duecento sessantuno la repubblica d’Islanda era perita per le sue discordie; si perdette il commercio dei mari di Lapponia; il trono dei Czar fu atterrato dai Tatari, perchè Batù conquistò la Russia ed arse Breslau, nel tempo stesso che seicentomila uomini della stessa nazione piombavano sui Cinesi. Così il Nord perdette l’antica sua potenza, ma il Mezzodì sviluppò la sua. La battaglia che tutti i cristiani di Spagna diedero ai Mori presso ''las Navas de Tolosa'' determinò la caduta della nazione Mora (anno 1246): ben tosto {{AutoreCitato|Alfonso X di Castiglia|Alfonso X}} protesse le scienze esatte, e diede alla Spagna un codice di leggi. In Italia lo spirito nazionale de’ Normanni, la rimembranza dell’antica grandezza, i mari che offrivano asili e conquiste e ricchezze, il commercio e l’amore naturale di tutti gli uomini per la libertà condussero gran numero di città al governo repubblicano che nel periodo successivo vedremo sempre più consolidarsi. Facile e necessario ne parve lo stabilimento, a causa della lontananza degl’imperatori<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|cvi}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>e delle discordie d’una moltitudine di tiranni; il valore poteva tutto. Dopo che quelle città possedettero la libertà, la loro popolazione, le loro ricchezze, la loro coltura e grandezza furono prodigiose, ad onta delle divisioni antiche e durevoli quanto lo stesso stato libero di quelle repubbliche. Allora fu manifesto, dice {{AutoreCitato|Johannes von Müller|Müller}}, di null’altro abbisognare gl’Italiani che di un buon governo, perchè il loro clima e il loro carattere li rendano superiori a tutte le nazioni, tante sono le invenzioni e le grandi imprese che si trovano nella
storia delle loro repubbliche: esse hanno dato la spinta a tutte le grandi rivoluzioni de’ secoli successivi.<ref>''Quadro storico del medio evo'', p. 47.</ref> I re di Francia cominciavano ad essere potenti per l’affezione del terzo stato, ch’essi avevano saputo sollevare, e che abbisognava di loro: le virtù e gli ''stabilimenti'' di {{AutoreCitato|Luigi IX di Francia|san Luigi}} fecero desiderare a ciascun Francese d’essere governato da così saggio principe. E falso che l’Inghilterra sia sempre stata libera; ma è vero che gli
antichi Inglesi hanno singolarmente amato la libertà. Questo amore presso altri popoli parve passione; presso loro fu un sentimento meditato, che si dirigeva ad un tempo verso la libertà politica, filosofica e morale: di qui risultò che altrove tale sentimento diminuì colla ferocia, e che in Inghilterra erebbe coi lumi. Nei primi anni del secolo tredicesimo i baroni assicurarono i loro
privilegi colla ''Magna Carta'', e verso la fine del secolo i comuni presero parte agli affari. Così in questo periodo varie potenze cominciarono a formarsi, nessuna dominò, tranne il papa che, verso il 1290, però già tentennava. Tali erano le condizioni politiche; quali furono le letterarie e morali?
Ma chechè ne sia stato il pensiero di {{AutoreCitato|Papa Gregorio VII|Gregorio VII}}, scrive un illustre pensatore vivente, abbia egli, il che è più conforme alla sua posizione e più probabile, a null’altro pensato che a stabilire la supremazia ecclesiastica, debbesi attribuire particolarmente a quell’uomo straordinario la novella organizzazione politica dell’Italia. Senza la lotta dei papi cogli imperatori non si sarebbero veduti probabilmentenè il gran fatto della Lega lombarda nè l’emancipazione dei comuni, nè lo stabilimento delle repubbliche italiane. Bisogna pur confessarlo essere stata la supremazia papale che donò un nuovo splendore all’Italia e che restitui ad essa lo scettro dell’Europa. Il rapido progresso degli Italiani verso la civiltà, le glorie loro nelle scienze e nelle lettere, sembrano datare dal giorno in cui {{AutoreCitato|Papa Alessandro III|papa Alessandro}} pose, come dicesi, il piede sopra il collo dell’imperatore Federico.
Noi qui abbiamo veduto come l’araba civiltà aiutata dalle reliquie della letteratura greca e romana, cominciasse a destare in Occidente i primi albori di un risorgimento che dall’Italia doveva poscia distendersi su tutte le nazioni dell’Europa. Ed è appunto dal secolo XI che data il primo nascere di quella sintesi filosofica, la quale, avvegnachè bene spesso traviata a sottigliezze e futilità, pure, quasi ginnastica intellettuale, addestrò fin d’allora le forze dello spirito umano alle più acute astrazioni del pensiero ed a graduatamente sollevarsi ai veri principii della scienza e dell’arte. E qui pure noi cominciamo dalle scienze filosofiche, giacchè anche in questo periodo, per la deficienza dei lumi della fisica, dei metodi sperimentali, l’intelligenza umana non fece più che spaziare negli infiniti campi delle generalizzazioni e del dogma filosofico. Ma qui pure troviamo a capo di questa fase scientifica il Cristianesimo. {{AutoreCitato|Porfirio|Porfirio}} nella sua introduzione all’''Organum'' di {{AutoreCitato|Aristotele|Aristotele}} aveva gettato incidentemente un problema che, come dice {{AutoreCitato|Henry Maret|Maret}}, ha sempre avuto il potere di tormentare lo spirito umano, e di fecondarlo nello stesso tempo. Questo problema ha agitato l’antica filosofia, diviso {{AutoreCitato|Platone|Platone}} ed Aristotele, e costituita l’eterna opposizione delle scuole fondate da quest due filosofi. Benchè da principio si presenti sotto una forma logica e psicologica, racchiude però tutta la filosofia: perciocchè dal suo scioglimento dipende quello delle quistioni che l’uomo può suscitare intorno a Dio ed all’anima. Questo problema è quello della conoscenza umana. Porfirio domandava a se stesso se i generi, le specie e le idee universali esistano per se medesime o solamente nella intelligenza. Questo problema depositato nella tradizione e negli scritti di {{AutoreCitato|Anicio Manlio Torquato Severino Boezio|Boezio}} era letto da parecchi secoli, senza che fissasse gran fatto l’attenzione, senza che eccitasse la curiosità degli spiriti. Ma alla fine del secolo IX, sveglia, scoppia, imprime un gran movimento al pensiero, e genera le tre grandi scuole filosofiche del medio evo, il nominalismo, il realismo, il concettualismo<ref>Ciò venne molto bene provato da {{AutoreCitato|Victor Cousin|Cousin}} nella sua introduzione alle opere inedite di {{AutoreCitato|Pietro Abelardo|Abelardo}}. Veggasi la bella dissertazione di {{AutoreCitato|Christoph Meiners|Meiners}}: ''De nominalium et realium initiis'' inserita nei Comm. della Società di Gottinga tom. XII, p. 24 e segg.</ref>; secondo lo spirito del tempo, tutti questi sistemi sono tosto applicati alla teologia; e la Chiesa frattanto che sino dalla sua origine avera trovata sulla sua strada la filosofia umana, e che senza riconoscere in questa il potere ed il diritto di condurre gli uomini alla perfezione della natura, aveva fino allora applaudito sempre agli<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|cvii}}|riga=sì}}</noinclude>sforzi della ragione per comprendere se stessa, per innalzarsi al suo autore, e adottare tutte le verità scoperte per mezzo di queste investigazioni, siccome lo provano tutte quelle di {{AutoreCitato|Platone|Platone}}, ammesse, sviluppate, perfezionate dagli antichi Padri, la Chiesa fece pure in questo periodo ciò che fatto aveva nei primi secoli; essa vide nascere la filosofia senza timore e senza dispetto, anzi confortolla. I suoi più grandi vescovi, i suoi più santi dottori si diedero alle nuove speculazioni. La Chiesa lasciò percorrere alla filosofia le sue vie ammonendola che v’era una barriera cui doveva rispetto, e che non poteva essere oltrepassata: questa barriera è il domma rivelato, di cui la Chiesa è depositaria. - Ciò nondimeno, per abuso della scolastica, si traviò in parte dalla ortodossia cristiana, e dai tre suoi sistemi sorsero tre diverse eresie; quindi {{AutoreCitato|Roscellino di Compiègne|Roscelin}} col suo nominalismo esclusivo che non ammetteva che individualità andò a dar di fronte col domma della Trinità; {{AutoreCitato|Pietro Abelardo|Abelardo}}, benchè mitigato avesse il nominalismo ed il realismo, andò pure a far battaglia col dogma, ed a provocare le terribili censure di {{AutoreCitato|Bernardo di Chiaravalle|s. Bernardo}}<ref>San Bernardo parlando di Abelardo diceva: ''quum de Trinitate loquitur, sapit {{AutoreCitato|Ario|Arium}}; quum de gratia sapit {{AutoreCitato|Pelagio|Pelagium}}; quum de persona Christi, sapit {{AutoreCitato|Nestorio|Nestorium}}.''</ref>; il realismo doveva avere anche esso le sue esagerazioni. {{AutoreCitato|Guglielmo di Champeaux|Guglielmo di Campello}} aveva detto che l’essenza, particolareggiandosi, costituiva le diverse individualità; {{AutoreCitato|Amaury de Bène|Amaury di Chartres}} dedusse da questo principio tutte le conseguenze che racchiudeva, e giunse al più assoluto panteismo. Ma ciò nondimeno non mancarono alla scolastica uomini di una ortodossia potente d’ingegno e di dottrina, e senza parlare dell’italiano {{AutoreCitato|Anselmo d'Aosta|Anselmo}} vescovo di Cantorbery, del celebre vescovo di Parigi, {{AutoreCitato|Pietro Lombardo|Pietro Lombardo}} il di cui libro ebbe la gloria di essere commentato da tutti i grandi uomini del XIII e del XIV secolo, di {{AutoreCitato|Alberto Magno|Alberto Magno}}, veniamo a {{AutoreCitato|Tommaso d'Aquino|S. Tomaso}}, il grandissimo di tutti i grandi pensatori speculativi del medio evo. S. Tomaso non ha altro piano che quello dell’universo. Dapprima s’innalza a Dio e ci offre la natura divina nella sua essenza, nelle sue perfezioni, nella sua vita incomunicabile. Vediamo quindi la creazione uscir da Dio, segnata del suo sigillo, ed in certo qual modo riproducendolo. In questa creazione attraversiamo il mondo angelico ed il mondo materiale per giungere all’uomo. S. Tomaso lo studia nelle sue due nature e nel suo destino. Il destino umano, il fine dell’uomo, gli scuopre la sua legge. Dalla legge dell’uomo deduconsi tutti i doveri, tutte le virtù, la costituzione della famiglia e della società. Ma a canto della legge di giustizia e di amore trovasi l’egoismo che genera il peccato, il vizio, il male. Questa sciagurata prole dell’egoismo è descritta dall’Aquinate con un’analisi che ne scopre perfino le fibre più recondite. L’uomo abbisogna di un mezzo per guarirsi, giustificarsi e giungere al suo fine: allora S. Tomaso racconta i misteri della Incarnazione e della Redenzione in se stessi ed in tutte le loro conseguenze. Ecco la sintesi maestosa della ''Somma'' di s. Tomaso. Nè si creda che una vista così estesa, così generale, tolga al grande uomo di potere iscorgere e svolgere le più minute particolarità. Egli vede il tutto, nel suo insieme e nelle sue minime parti. Tutte le quistioni sono in questo libro sviluppate; e sopra ogni quistione, tutte le opinioni antiche e moderne, che vi si connettono, sono collocate in una serie di proposizioni e quindi discusse e confutate. La tesi è opposta all’antitesi; essa è spiegata, provata per la {{TestoCitato|Bibbia|Scrittura}}, per la ragione e l’autorità stessa della filosofia, e tutte poi queste miriadi di proposizioni sono legate, incatenate le une alle altre, contenute le une nelle altre. Ma ciò che maggiormente è maraviglioso ed ammirando in quest’opera è quel profondo buon senso italiano sempre calmo, sempre imparziale, lontano da ogni sistema esclusivo, che adotta tutto quello che è vero, approva tutto quello che è buono. A San Tomaso successero {{AutoreCitato|Duns Scoto|Duns Scoto}} e {{AutoreCitato|Guglielmo Durando di San Porciano|Durando di San Porcanio}}: ma dopo questi sommi scolastici, tutto degenerò, e tutte le più strane anomalie della ragione, e della fede cominciate come già accennammo fino dal secolo XI e XII andaronsi sempre più sviluppando. {{AutoreCitato|Aristotele|Aristotele}} tradotto, commentato, franteso, calunniato, divenne la divinità cui pressochè tutte le scuole dall’Eufrate sino al Tago, dalla Svezia sino a Marocco, professarono una vera e funesta idolatria, sì che i concilii parisiensi del 1209 e 1212, ed il lateranense del 1215, ordinarono l’abbruciamento di una parte di essi, interdicendone perfino la lettura. E per verità, che era mai tutta quella metafisica scolastica? Imaginazioni assurde, assiomi fallaci, definizioni vuote, voci destituite di senso, logomachie, ghiribizzi, batologie teurgiche. Quindi ne vennero in seguito tutti i clamori e le tenebre dei Sentenziari, degli {{AutoreCitato|Alberto Magno|Albertisti}}, degli {{AutoreCitato|Guglielmo di Ockham|Occamisti}}, dei Nominali, dei Reali, dei Concettuali, dei Formali; poscia i mostruosi conflitti delle ecceità, gli accidenti, non modi, ma entità di entità verbali, predicabili e concreti e predicamentali: indi le antiperistasi; le quistioni se le forme dei corpi siano sostanziali, o essenziali, e via via l’interminato esercito delle puerilità ed assurdità della loro dialettica e particolarmente dell’abusato sillogismo. La fisica poi andavasene tutta<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Masson - Clementina,1843,vol.1.djvu/143
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|134||}}</noinclude>
Montlieu pentito di una frase male interpretata le prese la mano, scarna e gialla al pari del volto. Ella non la ritrasse, ma dandogli un’occhiata tristissima gli disse:
“Non la stringete di troppo, amico mio... Da questa parte ho male. In quanto a quello che io potrei addurre onde giustificare la mia condotta più che inconsiderata, oh! si richiederebbe molto tempo... Adele dopo di me si addosserà l’incarico di paleservi tutto. Torniamo a Clementiņa: di lei sola io voleva ragionarvi... È d’uopo che mi ascoltiate, mio caro; sono forse gli ultimi miei accenti. Se il medico avesse sbagliato! se fosse stasera! fra un istante! Vi annoio, non è vero?... Non lo negate, lo veggo. — Però, m’incresce tanto di morire!... ed è colpa sua: è Dargeles che mi uccide... conobbi ben io che non era una piccola contusione, quando mi spinse sì barbaramente che il mio povero petto suonò forte percuotendo sul marmo del suo tavolino!
“Oh, mostro! — gridò Montlieu raccapricciando.<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/766
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|758}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}nella Politica che la ragione e la mente sono fine della natura; e nell’undecimo della Metafisica parla di Dio, purissimo atto e in verso di cui aspira il mondo e tutte le cose; per le quali allegazioni parrebbe {{AutoreCitato|Aristotele|Aristotele}} fondare il dogma della inesauribile partecipazione del bene, e le cose e la natura essere a ciò preordinate.
{{larger|164.}} — Ma d’altro canto egli assevera troppe volte nella Fisica e altrove che il fine continuo e generale della natura è la perfezione della forma, onde la scuola sua ebbe a dire ''finis et forma in naturalibus idem habet''; ed anzi nel primo della Politica Aristotele giunge a dire che ''la natura stessa non è altro che fine. E ciò si prova, perchè si afferma comunalmente ciascuna cosa avere la sua natura quando la generazione di quella possiede la sua perfezione e il suo fine''. Nei quali concetti si addentrò e perseverò maggior mente il Filosofo per ragioni grammaticali, avendo
tutte le voci greche d’intorno al fine un significato troppo simile al ''perficere'' dei latini e che noi traduremmo col vocabolo finimento, e nelle arti domandiamo talvolta finezza o finitezza. Di tal guisa come atto diventò sinonimo di forma, questa a vicenda diventò sinonimo di fine e in generale il fine volle significare la perfezione dell’atto; e quindi l’atto compiuto che
altro potea fare e volere se non conservarsi?
{{larger|166.}} — Egli è manifesto, per mio sentire, che gli antichi e segnatamente Aristotele non distiusero quanto bisogna l’essere fatale delle cose dalla intenzione che le guida. Nel vero, tu cercherai mille anni dentro di esse quello che sia il fine e non potrai nulla scoprire di differente dall’indole loro e dagli atti che ne conseguono; e similmente gli effetti proprj e gli esterni saranno, per via di dire, una espansione altrettanto<noinclude><references/></noinclude>
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Tuvok1968
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{{larger|164.}} — Ma d’altro canto egli assevera troppe volte nella Fisica e altrove che il fine continuo e generale della natura è la perfezione della forma, onde la scuola sua ebbe a dire ''finis et forma in naturalibus idem habet''; ed anzi nel primo della Politica Aristotele giunge a dire che ''la natura stessa non è altro che fine. E ciò si prova, perchè si afferma comunalmente ciascuna cosa avere la sua natura quando la generazione di quella possiede la sua perfezione e il suo fine''. Nei quali concetti si addentrò e perseverò maggior mente il Filosofo per ragioni grammaticali, avendo
tutte le voci greche d’intorno al fine un significato troppo simile al ''perficere'' dei latini e che noi traduremmo col vocabolo finimento, e nelle arti domandiamo talvolta finezza o finitezza. Di tal guisa come atto diventò sinonimo di forma, questa a vicenda diventò sinonimo di fine e in generale il fine volle significare la perfezione dell’atto; e quindi l’atto compiuto che
altro potea fare e volere se non conservarsi?
{{larger|165.}} — Egli è manifesto, per mio sentire, che gli antichi e segnatamente Aristotele non distiusero quanto bisogna l’essere fatale delle cose dalla intenzione che le guida. Nel vero, tu cercherai mille anni dentro di esse quello che sia il fine e non potrai nulla scoprire di differente dall’indole loro e dagli atti che ne conseguono; e similmente gli effetti proprj e gli esterni saranno, per via di dire, una espansione altrettanto<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/767
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Tuvok1968
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|759}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}fatale di que’ medesimi atti; quindi avvertimmo altrove come ai panteisti e materialisti torni gradito sopramodo il ripetere che gli uccelli non furono fatti con l’ali affin di volare ei pesci con le branchie e le pinne affin di nuotare, ma in quel cambio che i pesci nuotano perchè ànno branchie e pinne e così gli uccelli volano perchè forniti di ale.
{{larger|166.}} — Sul che rispondemmo allora, e qui replichiamo, essere vero e saldo l’uno e l’altro giudicio: il primo a rispetto della mentalità direttrice, l’altro a rispetto della natura degli esseri. La qual cosa non è negata da alcuno trattandosi degli oggetti dell’arte; essendo verissimo, per via d’esempio, che i congegni interni dell’orivolo sono costruiti e connessi al fine di mostrar le ore, e queste sono mostrate e indicate per virtù della molla interna che sforza i pezzi addentellati e ogni rimanente.
{{larger|167.}} — Allora, dunque, parlò esatto {{AutoreCitato|Aristotele|Aristotele}}, quando il fine ripose nella mente e nella ragione, perchè l’essenza sua prima e verace è nell’intelletto. E similmente parlò profondo il Filosofo, quando nell’ordine delle realità vide il concetto del fine attuarsi nel bene supremo. Restava solo di avvisare che l’ordine intero delle realità rispondente all’ordine intero dei fini non poteva ad altro riuscire che ad un’ascendente partecipazione del bene, e questo dovendo essere attivo, e mediante l’attività conseguito, si scorgeva ad un tratto che nell’ordine degli enti morali il fine dopo essere stato una forma della ragione diventava un sommo principio fattivo e il termine sempre raggiunto e sempre innovato di tutte le opere. Ogni rimanente nella natura e nell’uomo pigliava ragione di mezzo e partecipara al bene ed al fine in quanto il mezzo è apparecchio e coordinazione in verso di quelli.<noinclude><references/></noinclude>
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Tuvok1968
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|760}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>{{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|''B.''}}}}
{{larger|168.}} — Poichè viene a taglio, non ommetto di ricordare che nella teorica nostra la necessità del progresso e dei gradi e trasmutamenti suoi principali piglia radice razionale in pochi filosofemi nella Ontologia dimostrati e i quali nel corso di questa cosmologia trovano le applicazioni loro e danno prova particolare e apodittica del progresso medesimo. Giudichino i lettori se possa e debba affermarsi altrettanto della teorica hegeliana; o se invece ad ogni termine nuovo che vi apparisce non torni bisogno di domandar la ragione e il perchè.
{{larger|169.}} — L’essere va diventando e perfezionandosi via via. Ma saldo; per dove si passa e a che riusciamo? perchè e come questa mutazione e poi l’altra e l’altra? Attesochè non le precede un infinito di bontà e potenza, ma il nulla assoluto che è certo assai poca cosa. Una necessità arcana, rispondono i più leali, agita quello essere continuamente e il tragge a mutarsi in tutte le cose. Sta bene; ma non è logica necessità la sua, nè metafisica nè sperimentale e molto meno morale; è mera necessità del supposto hegeliano. L’ente si dee movere; e quando non volesse scusandosi di non potere, dacchè à dell’essere l’apparenza e il nome soltanto, l’uovo di {{w|Brama (divinità)|Brama}} perisce e i mondi sono distrutti prima di nascere. Oltrechè, nel vuoto immenso ed interminabile esisterebbe solo l’assurdo dell’essere astratto eternamente uguagliato al nulla.
{{larger|170.}} — Concedesi che l’uguaglianza è sciancata e falsa appunto perchè assurda; ed è vero eziandio che l’essere diventando non la raddrizza, e che al {{Pt|diven-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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Tuvok1968
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|761}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|diven}}tare medesimo occorre la ricomparsa della paradossa equazione.
{{larger|171.}} — Ma lasciando ciò stare e accostandoci al tema di cui qui si parla, diciamo che non soltanto il progredire perpetno dell’ente hegeliano è cosa fittizia e suppositiva, ma che dee moversi forzatamente alla cieca e fuor d’ogni fine. Per lo certo, il fine esige anzi tutto una mente e una razionale intenzione. Occorre perciò che l’idea hegeliana mirando sopra tutto a conoscere sè medesima e verso tal meta conducendo ogni suo diventare, occorre, io replico, che già ella si pensi e conosca in alcuna guisa; ed allora tutti quei ponti delle astratte categorie per attingere all’ultimo l’idea dell’idea o vogliam dire l’idea di sè stessa perchè se li fabbrica? E similmente, quegli altri ponti della materia, dell’organismo e del senso, perchè ella travagliasi a costruirli e valicarli quando le torna impossibile di ciò fare se non à concetto del termine e vale a dire se già non conosce di essere identica con la materia l’organismo ed il senso? Dunque o l’idea begeliana opera a caso e alla cieca, ovvero insino dal primo passo à notizia di sè e della propria medesimezza col tutto e va cercando la sua coscienza come colui che chiedeva affannato ad ognuno della polledra che cavalcava.
{{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|''C.''}}}}
{{larger|172.}} — A questa seconda dimostrazione assoluta ed irrepugnabile che noi esibiamo del progresso perfettivo nell’universo non manca veruna delle condizioni essenziali dei ragionamenti ''a priori'', ancora che sembri tener radice nel fatto. Per fermo, la dimostrazione move bensì dal mondo esistente in atto, ma lo<noinclude><references/></noinclude>
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Tuvok1968
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|762}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}contempla nel suo concetto e quindi non esce per nulla dall’ordine intellettuale che è proprio del raziocinio ''a priori''.
{{larger|173.}} — Ma perchè la necessità dell’esistenza del fatto fu dimostrata ampiamente nei Libri ontologici, questi entimemi intorno al progresso, tuttochè ideali e ipotetici, si riscontrano a capello con la realità del mondo creato. Avvegnachè sappiamo di scienza certa e apodittica il fatto generalissimo della creazione dover sussistere, ancora che non possiamo per ciò affermare le esistenze particolari in atto le quali ci sono manifestate da un’altra fonte di verità che è il senso e la percezione. Confessiamo poi che nelle teoriche della più parte dei teisti manca il legame dimostrativo tra la concezione e il fatto, perocchè a questo manca la necessità dell’esistere e noi ve la ravvisiamo invece interissima secondo fu spiegato a dilungo nel {{TestoCitato|Confessioni di un metafisico/Volume Primo/Libro Quarto|quarto Libro ontologico}}.
{{Pt|{{rule|t=2|v=4|4em}}|}}<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|f=115%|t=2|v=2|'''CAPO QUARTO.'''}}
{{Ct|f=85%|t=2|v=2|'''ANCORA DELLA VITA RAZIONALE.'''}}
{{rule|t=1|v=2|2em}}
{{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|Aforismo I.}}}}
{{larger|174.}} — La teorica nostra tirò un gran punto mostrando con prove apodittiche la necessità del progresso incessante ed interminato nell’ordine intero degli enti morali; e ciò viene ad esprimere, nell’intero universo. Dappoichè la parte che à sola ragione di mezzo è nondimeno avviata tutta a procurare e cooperare al fine.<noinclude><references/></noinclude>
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Confessioni di un metafisico/Volume Secondo/Libro Quinto/Capo Quarto
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Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]]
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{{Qualità|avz=25%|data=10 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../../|Volume Secondo]]<br>[[../|Libro Quinto]]<br>Capo Quarto<br>Ancora della vita razionale|prec=[[../Capo Terzo|Capo Terzo]]|succ=[[../Capo Quinto|Capo Quinto]]}}
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Porto il SAL a SAL 75%
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{{Qualità|avz=75%|data=11 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../../|Volume Secondo]]<br>[[../|Libro Quinto]]<br>Capo Quarto<br>Ancora della vita razionale|prec=[[../Capo Terzo|Capo Terzo]]|succ=[[../Capo Quinto|Capo Quinto]]}}
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|763}}}}</noinclude>
{{larger|175.}} — Con ciò noi arriviamo pure una volta al concetto pieno e lucente della vita razionale che è vita sostanzialissima e però si esercita senza termine nella crescente fruizione del bene assoluto. E qui, crediamo, balza agli occhi di tutti la equivalenza perfetta delle due definizioni, quella, cioè, della vita e l’altra dello indefinito progresso. Per fermo, questa seconda parla d’un incremento successivo di essere disposto e coordinato al fine. Ma l’ente fornito di unità nella varietà. e però capace di vero incremento, è l’individuo ''polidinamo''. Chè altrove niuna positiva unità di essere ci venne fatto di discoprire. E se tale incremento debbe riuscire disposto e coordinato al fine, non può in altro consistere che nello spiegarsi e perfezionarsi di esso individuo rispettivamente al bene nella cui essenza dimora il fine.
{{larger|176.}} — Ecco, impertanto, le due ponderose definizioni tornare ad una uguale e medesima. Il che intanto ci dichiara come il progresso convertendosi dialetticamente con la vita razionale debb’essere egli medesimo cosa razionale e però dello spirito. E nel modo che per la vita razionale gli strumenti corporei diventano mera occasione del bene ed eziandio l’uso e fruttificazione latissima dell’ambiente natura diventa non più vero fine ma respettivo ed occasionale esso pure in risguardo del fine vero, per simile ogni progredire che non sia dell’animo e dell’intelletto ma si effettui nella materia e nell’organismo corporeo piglia unicamente valor relativo e serba la legittimità del nome in quanto cresce i mezzi le occasioni e le agevolezze del progresso spirituale.
{{larger|177.}} — A niuno poi darà noia, pensiamo, la differenza che corre fra le due prefate definizioni del farsi in una soltanto e non già in entrambe menzione {{Pt|for-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|764}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|for}}male dell’organo e della sua acconcezza. Ci sembra assai naturale che ciascheduno s’accorga dello stare quella menzione inchiusa virtualmente nella definizione altresì del progresso; dappoichè ogni sorta di organo, chi ben lo guarda, risolvesi da ultimo in certo incremento dell’essere al quale presta ufficio ed aiuto.
{{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|''A.''}}}}
{{larger|178.}} — Sembrami che alla mente umana sia lecito di compiacersi pur molto avvisando questa luce di alta moralità che spandesi come di proprio moto sopra tutte le cose mondane e lampeggia da pochi evidenti principj considerati da noi in capo della cosmologia. E che dire dopo ciò di coloro che imbellettano quanto possono e involgono nella voluttà e nel lucro la divina idea del progresso e scambiano soventemente il mezzo col fine? Nè quegli altri si appongono, per mio giudicio, i quali chiudono tutto l’uomo nel solo pensiere, e scorgono un progresso terminativo e compiuto, per via d’esempio, nella istruzione elementare diffusa, mentre ella non è che un mezzo scarso e indiretto per educare ingentilire e moralmente istituire le moltitudini?
{{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|''B.''}}}}
{{larger|179.}} — Come ogni progresso à fuori di sè il suo termine, così l’ente in cui si attua debbe avere fuori di sè eziandio troppa gran parte dei mezzi onde amplifica ed ingagliarda l’essere proprio; e debbe poi derivare dall’infinito in atto la possibilità indefinita de’ suoi incrementi. Questa nozione d’una esteriorità sostanziale rende concepibile ad una e fattibile il progresso degli enti finiti; e separa la nostra teorica<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/773
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|765}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}con intervallo assoluto dalla teorica del progresso che predicano i panteisti. Del sicuro, tornerà sempre assurdo pensare un ente che trae dal fondo di sè medesimo il suo progredire nel tempo e il suo raggiungere a parte per parte il bene. Perocchè, s’egli è solo ed è tutto ed è cagione di sè medesimo e d’ogni opera propria, egli è primamente ed originalmente ogni cosa, e il bene al quale si move od è già intero in lui o non vi sarà in eterno.
{{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|Aforismo II.}}}}
{{larger|180.}} — Ma della vita razionale, variatissima probabilmente per le variate parti dell’universo, noi possiamo descrivere le somme generalità ed anzi l’abbiamo fatto per addietro in parecchie occasioni. Le forme diverse in quanto ànno dello speciale e del singolare non entrano quale materia delle deduzioni ''a priori'', secondo si disse più fiate. Certo è peraltro che nell’ordine della finalità o degli enti morali che tu lo chiami non debbe esistere minore diversità nè minore mischianza e graduazione del diverso e del simile nè iteramento minore delle medesime creature.
{{larger|181.}} — Invece parecchie specialità possono essere arguite d’intorno all’uomo; imperocchè si conoscono razionalmente alcune sue forme particolari. E certo è che l’uomo rivelatoci dall’esperienza e di cui l’intimo senso fa testimonio immediato a ciascuno, è l’attuazione di certa mezzanità compossibile tra il mondo corporale organato e la partecipazione diretta e spirituale dell’Assoluto. Quindi la vita sua razionale, benchè certa e vera, non può per la mescolanza del corpo non valicare per diversi impedimenti e trasmutazioni.
{{larger|182.}} — Di quindi pure le sue conquiste ed {{Pt|appro-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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Tuvok1968
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|766}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|appro}}priazioni sul mondo ambiente gli si convertono in mezzi transitorj e insufficientissimi di perfezione; laddove per la rimanente natura organica e in ogni parte dei due regni vegetabile ed animale, l’adattare a sè la natura fisica esterna è per tutti i viventi oggetto assiduo e fine unico.
{{larger|183.}} — Da ultimo, il luogo mezzano che occupa l’uomo sopra la terra tra il mondo corporale ed il trascendente e tra i fini relativi e caduchi e il permanente ed inesauribile recagli la necessità non solo di usare degli organi suoi terrestri in verso il fine assoluto come di semplici forze occasionali ed accidentali ma di non potere ascendere a vita razionale più pura e libera senza disfarsi di essi ed altri assumerne invece loro.
{{larger|184.}} — Oltrechè, la necessità altrove discorsa per ogni organamento corporeo di costruire e mantener sè medesimo per opera della flussione incessante della materia, alla qual flussione sono inerenti insino dal primo le cause certe e invincibili di alterazione e distruzione, quella necessità, diciamo, trae seco senz’altro la temporaneità di quell’organo e la certezza del dovergli succedere altra natura strumentale incomparabilmente migliore.
{{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|Aforismo III.}}}}
{{larger|185.}} — Poichè l’uomo è degnato d’unimento spirituale e speciale coll’Assoluto, debbe ricever nell’animo alcuno influsso delle attribuzioni di quello eccelse e infinite e che a lui si rivelano perennemente, e sono la verità la bontà la bellezza la giustizia la santità e forse alcun’altra. Il perchè l’ordine universale del bene e la legge eterna che lo dispensa non gli debbono<noinclude><references/></noinclude>
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Tuvok1968
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|767}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}restare occulti; e la psicologia insegna nel fatto ch’entro le umane coscienze la legge morale, che è significazione immediata della essenza del bene, è scritta ed anzi scolpita come in diamante e dall’alfa insino all’omega.
{{larger|186.}} — Chi seguita per ciò quella legge incontra senza fallo la sostanza del bene; e perchè l’uomo à dell’obbiettivo e del subbiettivo e mai in qualunque altezza di perfezione non può uscire da sè medesimo interamente; perciò la legge morale dee del sicuro segnare allo spirito nostro due vie parallele e conducenti allo stesso fine. Per l’una attuando egli il bene obbiettivo ed universale nel grado massimo che è dicevole alle facoltà sue opera altresì la partecipazione massima del bene assoluto che per lui è fattibile.
{{larger|187.}} — E otterrà un consimile risultamento, se con la mira al bene assoluto perfezionerà sè medesimo quanto gli sia praticabile; conciossiachè il perfezionarsi consisterà per appunto nel procurare la dispensazione maggiore del bene e però abbraccerà egli di nuovo l’obbietto e farà il bene intorno e fuori di sè con intendimento puro ed universale. Di cotal maniera, nel bene assoluto, e però nella legge morale, il bene vero particolare s’identifica col generale e il bene generale include a forza il particolare.
{{larger|186.}} — Ma queste esatte congruenze conosce la ragione speculativa; l’esperimento non giunge a tanto, perchè disviato dalle apparenze e dagli accidenti singoli onde è affetto e preoccupato ad ogni momento. Solo la virtà fantastica può aiutarsi ad immaginare il gran complesso dei fatti morali nella smisuranza dello spazio e del tempo, e credere che quelle parvenze e accidenze contrarie e perturbatrici guardate molto discosto riescono minime e infinitesime; qualmente accade, per grazia d’esempio, delle {{Pt|disugua-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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Tuvok1968
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|767}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}restare occulti; e la psicologia insegna nel fatto ch’entro le umane coscienze la legge morale, che è significazione immediata della essenza del bene, è scritta ed anzi scolpita come in diamante e dall’alfa insino all’omega.
{{larger|186.}} — Chi seguita per ciò quella legge incontra senza fallo la sostanza del bene; e perchè l’uomo à dell’obbiettivo e del subbiettivo e mai in qualunque altezza di perfezione non può uscire da sè medesimo interamente; perciò la legge morale dee del sicuro segnare allo spirito nostro due vie parallele e conducenti allo stesso fine. Per l’una attuando egli il bene obbiettivo ed universale nel grado massimo che è dicevole alle facoltà sue opera altresì la partecipazione massima del bene assoluto che per lui è fattibile.
{{larger|187.}} — E otterrà un consimile risultamento, se con la mira al bene assoluto perfezionerà sè medesimo quanto gli sia praticabile; conciossiachè il perfezionarsi consisterà per appunto nel procurare la dispensazione maggiore del bene e però abbraccerà egli di nuovo l’obbietto e farà il bene intorno e fuori di sè con intendimento puro ed universale. Di cotal maniera, nel bene assoluto, e però nella legge morale, il bene vero particolare s’identifica col generale e il bene generale include a forza il particolare.
{{larger|188.}} — Ma queste esatte congruenze conosce la ragione speculativa; l’esperimento non giunge a tanto, perchè disviato dalle apparenze e dagli accidenti singoli onde è affetto e preoccupato ad ogni momento. Solo la virtà fantastica può aiutarsi ad immaginare il gran complesso dei fatti morali nella smisuranza dello spazio e del tempo, e credere che quelle parvenze e accidenze contrarie e perturbatrici guardate molto discosto riescono minime e infinitesime; qualmente accade, per grazia d’esempio, delle {{Pt|disugua-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Masson - Clementina,1843,vol.1.djvu/144
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Piaz1606
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||135}}</noinclude>
“Dove siamo? — chiese la Dargeles ad Adele che lagrimava in udirla.
E questa levò alquanto la cortina di seta che era dal lato suo, e rispose:
“Abbiamo appunto oltrepassata la barriera del Trono, or’ora non saremo più sul lastricato, e non ti darà molestia il moto della vettura.
“Ah! meglio! perchè le scosse mi ripercuotono qui!”
Ed accennava il petto.
“Adesso si potrebbero alzare le tendine, propose Enrico: qui l’aria è buona... e son certo che vi farebbe bene.
“Sì, un poco d’aria!” replicò la signora Dargeles.
E mentre la sua amica affrettavasi a secondarla ella ricominciò:
“Bisogna ch’io vi tenga per un onest’uomo, Enrico, per discorrervi come fo, e che abbia molta fede nella vostra generosità per affidarvi la custodia del mio tesoro... Non m’interrompete. Sento un momento di forza... non sarà forse altro che un po’ più di coraggio... Ascoltatemi bene, e datemi le vostre due mani {{Pt|ac-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/776
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Tuvok1968
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|768}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|disugua}}lità sulla superficie del globo che misurate alla intera periferia perdon valore e quasi diventano impercettibili.
{{larger|189.}} — Ma v’è più oltre di male. Chè l’uomo fasciato di organi corporali debbe a forza venire affetto dal senso e dall’appetito; entrambo i quali si fermano per necessità al singolo al relativo ed al momentaneo ed ignorano per sè stessi compiutamente l’universale e l’astratto. Da onde poi nasce ch’entro l’animo di ciascuno di noi sono assiduamente due maniere d’impulsi, il razionale e il sensibile. Di cotal guisa soffriamo della potenza di due forze competitrici, e nella esplicazione e perfezione di noi medesimi pericoliamo di gravissimo traviamento.
{{larger|190.}} — Da tutto ciò conseguita che la vita razionale umana mescolandosi sopra la terra alla vegetativa ed alla senziente trovasi a molta distanza dalla purezza ed assolutezza del proprio essere. Perciò venne replicato assai volte in questo volume che nell’ordine della finalità o degli enti morali che si domandi, l’uomo riesce bensì l’anello supremo e più nobile del mondo materiale e sensato, ma è similmente l’anello infimo della serie sublime della vita razionale assoluta.
{{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|Aforismo IV.}}}}
{{larger|191.}} — Perciò è da domandare se la finalità si adempie o non si adempie nell’uomo, ovvero s’egli l’accenna piuttosto ma non la concreta come fanno le nature inferiori viventi. Il qual dubio, significato con altri termini, viene ad esprimere che vuolsi sapere con lucidezza e con precisione se tocca o no all’uomo la vita razionale pura e assoluta e per ciò il progredire mai sempre nella esplicazione e perfezione dell’essere suo conquistando via via una maggiore partecipazione del<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/777
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Tuvok1968
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|769}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}bene infinito per opera della crescente energia ed attività propria sovvenuta da un organismo bene acconcio e al tutto spirituale.
{{larger|192.}} — Ciò insegna che l’aver noi dimostrato la necessità del progresso non terminabile nell’ordine degli enti morali non basta onninamente per applicare all’essere umano quel vero fecondo e solenne. Imperocchè quanto è certo che il progresso indefinito e il vivere razionale assoluto non si adempiono fuori dell’ordine degli enti morali, non è certo del pari che niun ente morale ne debba essere escluso, eccetto che sotto questo nome intendasi per appunto una natura di essere infinitamente progressiva; e ciò posto, la controversia cadrebbe sull’assegnare e applicare i termini della definizione. Alle quali tutte cose sono date in più luoghi dell’opera nostra risposte e risoluzioni, crediamo noi, sufficienti. Ma l’ordine della trattazione e la gravità e importanza estrema del subbietto ricercano spiegazioni e dimostrazioni nuove e più rigorose.
{{larger|193.}} — Sicuro è che potrebbe all’uomo individuo toccare in altra sfera di esistenza la vita razionale compiuta e quindi il progredire non terminabile in verso la perfezione ed il bene, mentre tutto questo mancasse al mondo attuale visibile e alla socievole compagnia umana sopra la terra. O per lo contrario, può immaginarsi che la legge universa e necessaria del progredire si avveri sopra la terra nella vita collettiva di nostra specie, e non mai in ciascun individuo assunto per sè e guardato di là dai confini della sua vita presente.
{{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|''A.''}}}}
{{larger|194.}} — Al primo supposto s’accorda l’opinione di quasi tutti gli antichi i quali le sorti di questa palla<noinclude><references/>{{PieDiPagina|{{smaller|{{Sc|Mamiani — II.}}}}||{{smaller|49}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|770}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}chiamata mondo giudicarono assai scuramente e non le credettero eterne e magnifiche in ogni avvenire. Ciò invece attribuivano volentieri all’anima nostra individua trapassata ad abitare un mondo migliore e immortale. Per contra, i panteisti odierni fanno degl’individui il conto che fanno i villani delle foglie d’un albero, buone a crescere umor nutritizio al pedale. E come l’albero, appunto ogni anno, si rinnovella di fiori e di frutta e spinge più in alto i rami ed il tronco, medesimamente veggono la vita perenne e il progresso interminabile nella specie tutta quanta o meglio nella idea che annidasi dentro quella e di sè l’informa ed avviva.
{{larger|195.}} — Oltrechè, per gli Hegeliani segnatamente, questo cercare che noi facciamo se la legge universale del progresso incessabile si avvera o no nella nostra progenie vivente sopra la terra dee parere inopportunissima e più che superflua. Da che sa ognuno che essi confinano l’ordine intero degli enti morali e razionali nel picciol perimetro del nostro pianeta e non v’è altra vita salvo la transitoria e sensibile che qui trapassiamo. E perchè tutto il rimanente della natura è converso all’effettuazione dello Spirito e questo rivela sè a sè stesso unicamente dentro al cervello dell’uomo, di tal guisa nel concetto degli Hegeliani l’universo intero da ultimo si assomma e contrae in un solo atomo; attesochè il nostro pianeta paragonato alla infinitudine della creazione non tiene maggior proporzione di quella d’un atomo a fronte di tutto il globo.
{{larger|196.}} — La qual contrazione singolarissima mi riconduce a forza in memoria il libro del {{AutoreCitato|Luigi Paolucci|Paolucci}}, mio conterraneo, nel quale intendea l’autore dietro l’esempio del {{AutoreCitato|Pier Francesco Giambullari|Giambullari}} di raccontare in generale le storie d’Europa ma particolarmente quelle d’Italia e con più estensione e ragguaglio i fasti dell' almo comune di Ginestreto.<noinclude><references/></noinclude>
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Tuvok1968
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|770}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}chiamata mondo giudicarono assai scuramente e non le credettero eterne e magnifiche in ogni avvenire. Ciò invece attribuivano volentieri all’anima nostra individua trapassata ad abitare un mondo migliore e immortale. Per contra, i panteisti odierni fanno degl’individui il conto che fanno i villani delle foglie d’un albero, buone a crescere umor nutritizio al pedale. E come l’albero, appunto ogni anno, si rinnovella di fiori e di frutta e spinge più in alto i rami ed il tronco, medesimamente veggono la vita perenne e il progresso interminabile nella specie tutta quanta o meglio nella idea che annidasi dentro quella e di sè l’informa ed avviva.
{{larger|195.}} — Oltrechè, per gli Hegeliani segnatamente, questo cercare che noi facciamo se la legge universale del progresso incessabile si avvera o no nella nostra progenie vivente sopra la terra dee parere inopportunissima e più che superflua. Da che sa ognuno che essi confinano l’ordine intero degli enti morali e razionali nel picciol perimetro del nostro pianeta e non v’è altra vita salvo la transitoria e sensibile che qui trapassiamo. E perchè tutto il rimanente della natura è converso all’effettuazione dello Spirito e questo rivela sè a sè stesso unicamente dentro al cervello dell’uomo, di tal guisa nel concetto degli Hegeliani l’universo intero da ultimo si assomma e contrae in un solo atomo; attesochè il nostro pianeta paragonato alla infinitudine della creazione non tiene maggior proporzione di quella d’un atomo a fronte di tutto il globo.
{{larger|196.}} — La qual contrazione singolarissima mi riconduce a forza in memoria il libro del {{AutoreCitato|Luigi Paolucci|Paolucci}}, mio conterraneo, nel quale intendea l’autore dietro l’esempio del {{AutoreCitato|Pier Francesco Giambullari|Giambullari}} di raccontare in generale le storie d’Europa ma particolarmente quelle d’Italia e con più estensione e ragguaglio i fasti dell’almo comune di Ginestreto.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" /></noinclude>{{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|Aforismo V.}}}}
{{larger|197.}} — Per compiere adunque la dimostrazione ''a priori'' della necessità del progresso, e onde questo non si rimanga una verità astratta e quasi a dire inapplicabile, a noi compete di recare a certezza apodittica le infrascritte affermazioni, e cioè che l’uomo à per suo destinato di pervenire alla vita razionale, pura e assoluta e però ascendere e progredir sempre nell’attivo perfezionamento; il che vedemmo convertirsi col bene assoluto partecipato.
{{larger|198.}} — L’altra affermazione vuole che la gran legge del progresso vadasi avverando eziandio sul nostro pianeta non però indefinitamente come piace a molti, ma in quella varietà e pienezza di tempo e di modo di cui è capevole la mista natura spirituale e corporea.
{{larger|199.}} — Alle quali due sentenze aggiugnesi una terza che le connette entrambe assai fortemente e questa è che il progresso relativo del nostro mondo e l’altro assoluto della vita razionale perfetta provengono dalle cagioni medesime e si collegano in modo intimo nella economia stupenda ed universale del creato.
{{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|Aforismo VI.}}}}
{{larger|200.}} — Se l’uomo è congiunto in ispirito all’Assoluto e però à notizia evidente dell’ultimo fine e la coscienza gli testimonia continuo la legge eterna del bene che è la via inerrante per che tutti gli enti morali attinger possono e conquistare di più in più esso bene, ciò senza meno costituisce la essenza profonda innata ed incancellabile dell’uomo stesso; avvegnachè, quale altra cosa può riuscire maggiormente penetrativa e<noinclude><references/></noinclude>
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Tuvok1968
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{{larger|197.}} — Per compiere adunque la dimostrazione ''a priori'' della necessità del progresso, e onde questo non si rimanga una verità astratta e quasi a dire inapplicabile, a noi compete di recare a certezza apodittica le infrascritte affermazioni, e cioè che l’uomo à per suo destinato di pervenire alla vita razionale, pura e assoluta e però ascendere e progredir sempre nell’attivo perfezionamento; il che vedemmo convertirsi col bene assoluto partecipato.
{{larger|198.}} — L’altra affermazione vuole che la gran legge del progresso vadasi avverando eziandio sul nostro pianeta non però indefinitamente come piace a molti, ma in quella varietà e pienezza di tempo e di modo di cui è capevole la mista natura spirituale e corporea.
{{larger|199.}} — Alle quali due sentenze aggiugnesi una terza che le connette entrambe assai fortemente e questa è che il progresso relativo del nostro mondo e l’altro assoluto della vita razionale perfetta provengono dalle cagioni medesime e si collegano in modo intimo nella economia stupenda ed universale del creato.
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{{larger|200.}} — Se l’uomo è congiunto in ispirito all’Assoluto e però à notizia evidente dell’ultimo fine e la coscienza gli testimonia continuo la legge eterna del bene che è la via inerrante per che tutti gli enti morali attinger possono e conquistare di più in più esso bene, ciò senza meno costituisce la essenza profonda innata ed incancellabile dell’uomo stesso; avvegnachè, quale altra cosa può riuscire maggiormente penetrativa e<noinclude><references/></noinclude>
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Autore:Charles de Villers
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| Nome = Charles
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Categoria:Testi in cui è citato Charles de Villers
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{{Vedi anche autore|Charles de Villers}}
[[Categoria:Testi per autore citato|Villers, Charles de]]
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Categoria:Pagine in cui è citato Charles de Villers
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{{Vedi anche autore|Charles de Villers}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Villers, Charles de]]
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Autore:Charles-R.-E. de Saint-Maurice
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| Nome = Charles-R.-E.
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Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/780
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Tuvok1968
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|772}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}quale più invitta e non mai dissolubile, quanto quella specie sublime di congiunzione? può nei legami corporei e in ogni altro elemento della mista natura umana dimorare impresso un carattere transitorio ed accidentale, non già nella unione primitiva ed originale
dell’anima, che è essere semplice, con l’oggetto divino sempiterno ed inalterabile.
{{larger|201.}} — Quindi di tale unimento non solo non può essere cagione il corpo ma nè occasione puranco. Quello che gli organi nostri occasionano intorno di ciò si è la visione ideale in atto e la coscienza chiara o distinta degli influssi divini per entro allo spirito. Ma la congiunzione speciale dell’Assoluto con esso lui è del sicuro anteriore ad ogni impulso occasionale degli organi. Di quindi nasce che se tu rimovi lo sguardo dalla ragione e dalla coscienza morale e cerchi tuttavolta la essenza propria ed innata dell’uomo, tu non la trovi in null’altra cosa e ti è forza accomunare l’uomo coi bruti e riporre la essenza di lui nel sentire e nel vegetare, facoltà immensamente inferiori e dannate a consumarsi e perire.
{{larger|202.}} — Nell’uomo, adunque, è ragione vera di fine, dappoichè col fine è congiunto per propria natura ed essenza e ne à per natura ed essenza la cognizione perenne e il desiderio profondo ed inestinguibile. Conciossiachè questo sia proprio del bene assoluto di doverlo desiderare tosto che noto. Laddove impertanto l’uomo non progredisse nel bene o ciò facesse a tempo e per accidente, egli durerebbe in contraddizione perpetua con la essenza propria, e mentre è congiunto col fine non avrebbe fine nessuno.
{{larger|203.}} — D’altra parte, come il bene assoluto è necessariamente desiderabile, lega e sforza per simile necessità la ragion morale dell’uomo e genera quel precetto<noinclude><references/></noinclude>
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Categoria:Pagine in cui è citato Charles-R.-E. de Saint-Maurice
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{{Vedi anche autore|Charles-R.-E. de Saint-Maurice}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Saint-Maurice, Charles-R.-E. de]]
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Autore:Martín Fernández de Navarrete
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| Nome = Martín
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Categoria:Pagine in cui è citato Martín Fernández de Navarrete
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{{Vedi anche autore|Martín Fernández de Navarrete}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Navarrete, Martín Fernández de]]
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Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/781
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Tuvok1968
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|773}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}pratico universale: ''fa’ il bene''. Nè quando fosse altramente, il bene infinito, che è pure infinita bontà, vorrebbe e largirebbe tutto quanto il bene comunicabile e conseguibile delle creature. Attesochè lascerebbene alcune inutilmente dotate di ragione e moralità e senza levarle a sé e commoverle al possedimento del fine. La qual cosa vorrebbe anche significare che la legge universale del bene non sarebbe poi legge effettiva e perenne; considerato che non avrebbe efficacia nessuna nello spirito umano.
{{larger|204.}} — Contradittorio è dunque ammettere l’unimento speciale dell’anima con l’Assoluto e quindi la cognizione del vero e del bene, senza che tale congiungimento non tragga seco il desiderio intenso ed inestinguibile di esso bene, la cognizione della legge morale e la precettiva efficacia di lei.
{{larger|205.}} — Ma presupposta da un lato la virtù generale, continua ed irresistibile della legge del bene e dall’altro il precetto di praticarla, ognuno discerne che ciò importa esattamente l’effettuazione del progresso. Conciossiachè, se possono le forze accidentali contrarie impedire parzialmente e temporalmente ad alcuni esseri razionali e morali l’effetto buono di loro opere, ciò non debbe al certo avverarsi nella generalità dei casi e nella fuga dei tempi; avvegnachè tanto varrebbe, quanto la infermità e impotenza della legge del bene o vogliam dire la inefficacia di quel consiglio eternale che decretò e volle la massima partecipazione del bene assoluto al numero massimo di creature.
{{larger|206.}} — Fu, impertanto, attribuito all’essere umano con la visione dell’Assoluto e la coscienza dell’ordine etico la facoltà eziandio di giungere alla integrità e purezza della vita razionale; sebbene la gli possa venir combattuta e indugiata; ed anzi nella vita vegetativa<noinclude><references/></noinclude>
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Autore:Maxime de Choiseul d'Aillecourt
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Maxime | Cognome = de Choiseul d'Aillecourt | Attività = scrittore/politico | Nazionalità = francese | Professione e nazionalità = }}
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{{Autore
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Categoria:Pagine in cui è citato Maxime de Choiseul d'Aillecourt
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{{Vedi anche autore|Maxime de Choiseul d'Aillecourt}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|d'Aillecourt, Maxime de Choiseul]]
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Autore:Louis Maimbourg
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Categoria:Pagine in cui è citato Louis Maimbourg
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{{Vedi anche autore|Louis Maimbourg}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Maimbourg, Louis]]
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Autore:Jean Baptiste Mailly
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Categoria:Pagine in cui è citato Jean Baptiste Mailly
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{{Vedi anche autore|Jean Baptiste Mailly}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Mailly, Jean Baptiste]]
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Autore:Jean-Baptiste Capefigue
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| Nome = Jean-Baptiste
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Categoria:Pagine in cui è citato Jean-Baptiste Capefigue
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Jean-Baptiste Capefigue}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Capefigue, Jean-Baptiste]]
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{{Vedi anche autore|Jean-Baptiste Capefigue}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Capefigue, Jean-Baptiste]]
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|774}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}e sensibile certo si è che i ritardi e contrastamenti debbono sorgere da ogni banda.
{{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|Aforismo VII.}}}}
{{larger|207.}} — Laonde si fuggano con pari diligenza e ragione quei pareri estremi ed opposti de’ quali testè venimmo toccando; e l’uno nega il progresso nella vita animale presente, l’altro all’incontro raduna e stringe qualunque progresso nella cerchia del mondo visibile e l’attua in modo stupendo ed interminabile nella vita collettiva di nostra specie sopra la terra.
{{larger|208.}} — Certo, se agli uomini viventi sopra la terra è pur comandato il bene e il perfezionar sè medesimi e tutta la specie con essi, torna chiarissimo che ciò importa un’effettuazione di progresso individuale e comune. Imperocchè, se tu poni che l’ordine etico sia
trasgredito sostanzialmente dalla maggior parte degli uomini nel maggiore spazio del tempo, tu neghi la bontà e l’efficacia perpetua ed universale dell’ordine stesso; e dove tu conceda l’altro supposto, ti converrà concedere similmente che operando gli uomini il bene l’uno dell’altro e di tal guisa perfezionandosi n’esce di necessità un bene progressivo e durabile del viver comune e individuale.
{{larger|209.}} — Quanto poi a coloro che invertono cotesto tema e discredono qualunque perpetuazione di vita e progresso dell’individuo, e relegano il perfezionamento di nostra progenie ed anzi ogni perfezionamento mondiale entro il picciolissimo astro da noi abitato, reputo aver loro contraddetto più sopra con argomenti non impugnabili. E basterà qui aggiungere due corollarj.
{{larger|210.}} — Il primo, considerandosi che il progresso è in ordine al fine e il fine si converte col bene e questo<noinclude><references/></noinclude>
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Autore:Lorenzo Cantini
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{{Autore
| Nome = Lorenzo
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| Attività = storico/giurista/avvocato
| Nazionalità = italiano
| Professione e nazionalità =
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Categoria:Pagine in cui è citato Lorenzo Cantini
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{{Vedi anche autore|Lorenzo Cantini}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Cantini, Lorenzo]]
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Autore:Johann Angelius von Werdenhagen
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| Nome = Johann Angelius
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Categoria:Pagine in cui è citato Johann Angelius von Werdenhagen
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{{Vedi anche autore|Johann Angelius von Werdenhagen}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Werdenhagen, Johann Angelius von]]
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Autore:Georg Friedrich Sartorius
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| Nome = Georg Friedrich
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Categoria:Pagine in cui è citato Georg Friedrich Sartorius
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{{Vedi anche autore|Georg Friedrich Sartorius}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Sartorius, Georg Friedrich]]
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Autore:Jens Lassen Rasmussen
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{{Autore
| Nome = Jens Lassen
| Cognome = Rasmussen
| Attività = storico
| Nazionalità = danese
| Professione e nazionalità =
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Categoria:Pagine in cui è citato Jens Lassen Rasmussen
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{{Vedi anche autore|Jens Lassen Rasmussen}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Rasmussen, Jens Lassen]]
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Categoria:Pagine in cui è citato Vincenzo Formaleoni
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Vincenzo Formaleoni}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Formaleoni, Vincenzo]]
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{{Vedi anche autore|Vincenzo Formaleoni}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Formaleoni, Vincenzo]]
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Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/783
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|775}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}nell’ultima essenza propria è beatitudine, fa scorgere una manifesta discordia ed incoerenza fra l’ordine etico quale si può praticare sopra la terra e la conversione del fine in sostanziale e immanchevole beatitudine. Conciossiachè sopra la terra l’uomo virtuoso oppugnato sempre e travagliato dalle forze contrarie pregusta si la beatitudine e rassegnato e sereno l’aspetta ma non la possiede. Debbevi pertanto essere una vita immutabile in cui si rincontrino ed immedesimino l’ordine etico e l’essenza beatrice del bene. E suppongasi anche nel progresso civile e terreno un accostamento sempre maggiore tra la pratica della legge morale e la fruizione d’una schietta beatitudine; ciò non soddisfa gli individui innumerabili che non nasceranno fra i ''Santi
degli ultimi giorni''. E pur nella coppa alla quale porranno il labbro cotesti santi, il pensiere della vicinissima distruzione verserà tutto giorno un tossico amaro e non mitigabile.
{{larger|211.}} — Al secondo corollario farà commento un Capo intero di questo Libro. Intanto esprimerò nettamente la sua tesi, che è: la fede in un progresso incessabile e sempre maggiore della nostra progenie sul nostro pianeta, non mutando forma nè l’una nè l’altro, essere pretta illusione. E però quanto è certa e apodittica la dimostrazione del progredire indefinito dell’universo, tanto è provato che il progredire dell’uomo e di tutta la specie sopra la terra incontrerà, quando che sia, un termine non valicabile e sarà segno dell’accostarsi l’età estrema ed apocalittica a questa nostra dimora e al nostro organismo vegetativo.
{{larger|212.}} — Ma perchè l’uomo (e fu dimostrato qua sopra) dee par conoscere la purezza ed assolutezza del vivere razionale, perciò il progresso incominciato sopra la terra dagl’individui e da tutta la specie verrà<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/784
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Tuvok1968
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|776}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}proseguito altrove con organi spirituali e con perfettiva energia dalla specie intera similmente e dagl’individui.
{{larger|213.}} — Di tal guisa si scorge la verità del terzo nostro pronunziato, il qual sentenziava che il progresso e il fine sopramondano ed universale e questo mondano e particolare compongono un solo ordine una sola legge e un solo immenso concatenamento di mezzi e di fini, mediante il quale s’adempie per tutti la dispensazione maravigliosa del bene assoluto. Perloché disciogliere l’un progresso dall’altro e negare or questo ed or quello e sopprimere le loro attinenze e comunicanze si è falsare, per nostro avviso, il fondamento medesimo della scienza del Cosmo.
{{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|''A.''}}}}
{{larger|214.}} — Scrisse, io non so quale autore, che ogni cosa umana comincia su questo pianeta ma nessuna se ne compie. E sarebbe tema assai sostanzioso ed in parte nuovo d’un grosso libro. Chè veramente dei propositi massimi ai quali intende la mente e l’opera nostra nessuno trova nè può trovar compimento quaggiù sulla terra. Il che è semplice e naturale a pensare ed a credere per tutti coloro e noi siamo del novero che stimano non poter mai la parte sceverarsi dal tutto e consumare da sè e per sè il proprio destinato. E chi pensa il contrario, è poi necessitato a ravvisare che le soluzioni de’ nostri problemi cercate quaggiù terminano in concetti contradittorj. La qual verità mostreremo più tardi intorno ai problemi più strettamente domandati sociali; e il simile proveremo intorno alla scienza, tuttochè la sembri indipendente dai fatti e dalle loro limitazioni.
{{larger|215.}} — Intanto ricordi il lettore, come per saggio<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 224 —|}}</noinclude>{{Sc|Lombardi P.}}, ''Canti popolari raccolti nelle campagne veliterne'', in “La parola„ — Bologna, 1847.
{{Sc|Visconti P. T.}}, ''Saggio di canti popolari di Roma, Sabina, Marittima e Campagna'', nella “Strenna romana„ — Firenze, 1858.
{{Sc|Blesig C.}}, ''Römische Ritornelle gesammelt und heraus-gegeben''. — Leipzig, 1860.
{{Sc|De Nino A.}}, ''Canti popolari sabinesi.'' — Rieti, 1869.
{{Sc|Nannarelli I.}}, ''Studio comparativo sui canti popolari d'Arlena''. — Roma, 1871,
{{Sc|Sabatini I.}}, ''Canti popolari romani'' nella “Riv. di lett. pop.„ — Roma, 1878.
{{Sc|Parisotti A.}}, ''Saggio di melodie popolari romane'', nella “Riv. di lett. pop.„ — Roma, 1878.
{{Sc|Marsiliani A.}}, ''Canti popolari dei dintorni del lago di Bolsena, di Orvieto e delle campagne del Lazio''. — Orvieto, 1886.
{{Sc|Casciani F.}}, ''Saggio di canti popolari della campagna romana.'' — Soriano nel Cimino, 1886.
{{Sc|Zanazzo L.}}, ''“Giggi pe' Roma„, Tipi, scenette, e costumi popolari romaneschi.'' — Roma, 1887.
{{Sc|Zanazzo L.}}, ''Aritornelli Romaneschi'' nel Rugantino. — Roma, 1887-88.
{{Sc|Zanazzo L}}., ''Ninne-nanne popolari romanesche''. — Roma, 1889.
{{Sc|Zanazzo E.}}, ''Canti popolari romani con un saggio di canti del Lazio.'' — Torino, Sten, 1910.
{{Sc|Menghini M.}}, ''Canti popolari romani'' nell'“Archivio per lo studio delle trad. pop.„ — Palermo, 1890.<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||— 225 —|}}</noinclude>{{Sc|Alberto De Angelis}}, ''Usi e costumi nel contado di Montefiascone'' (Estratto dalla "Rassegna Nazionale. — Firenze, fasc. 16 settembre 1918).
{{Centrato|'''Abruzzi.'''}}
{{Sc|Fara G.}}, ''Genesi e prime forme della polifonia'', nella “Riv. Mus. It.„ — Torino, 1920.
{{Sc|Tosti F. P.}}, ''Canti popolari abruzzesi''. — Milano, Ricordi.
{{Sc|Finamore G.}}, ''Melodie popolari abruzzesi'', nell'«Arch. per lo studio delle trad. pop.» — Palermo, 1894.
-
{{Sc|Molinaro Del Chiaro L.}}, ''Canti popolari teramesi''. Napoli, 1871.
{{Sc|De Nino A.}}, ''Usi e costumi abruzzesi.'' — Firenze, 1881-91.
{{Sc|Finamore G.}}, ''Il pastore e la pastorizia in Abruzzo'' nell' “Archivio„, 1885.
{{Sc|Finamore G.}}, ''Tradizioni popolari abruzzesi'', — Lanciano, 1886.
{{Sc|Finamore G.}}, ''Credenze, usi e costumi abruzzesi.'' — Palermo, 1890.
{{Sc|finamore G.}}, ''Melodie popolari abruzzesi'', nell' “Archivio„. 1894.
{{Centrato|'''Campania.'''}}
Di recenti ed illustri studiosi di questa regione avrei desiderato elencare gli scritti, ma il Di Giacomo ed il Russo, primi fra tutti, forse non volendo, più verisimilmente non potendo, mancarono al mio cortese appello. La Campania perciò mi riesce più povera di
quanto speravo.<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Grossi - Marco Visconti, 1875.pdf/143
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="BuzzerLone" /></noinclude>rato; quale aveva in pugno nobili astori e sparvieri e sagri e randioni addestrati a varie caccie, coi geti rossi, le lunghe branche, i capelli ricamati di perle, i sonaglini d’argento e una piastra pure d’argento in petto e suvvi il biscione; quale avea una spada coll’elsa dorata: quale una barbuta d’acciaio; altri mantelletti e sopravvesti di sciamito rilevato, colle funicelle di seta, i bottoncini di perle e le nappe d’oro<ref>Chi vuol sapere che sia la magnificenza e lo scialacquo, legga nei nostri cronisti la descrizione del banchetto che fu dato da Galeazzo sulla piazza dell’Aringo in occasione delle nozze della sua figlia Violante col principe Lionello, figliuolo del re d’Inghilterra. Alla prima tavola, alla quale coi principi e coi baroni principali sedeva il Petrarca, furono servite diciotto imbundigioni, e ad ogni muta di vivande venivano nuovi regali. Per non dir nulla delle vesti, delle pellicce preziose, dei bardamenti, delle armature compiute d’argento, dei vasi e dei bacini d’argento e d’oro smaltato, che fu un subisso, e non la si finirebbe cosi tosto, furono distribuiti venti pezze di panno di seta e d’oro, una quantità di fiori di perle, di rubini e di diamanti, dodici buoi grassi, sessantasei cavalli, e sei grossi corsieri da guerra, e sei grossi destrieri da giostra, in fine due famosi barberi, chiamati uno il ''Leone'', l’altro l’''Abate'', che furono offerti allo sposo.</ref>.
Marco, all’arrivar dei paggi coi doni, s’accorse che non v’era nulla di che poter presentare una gentil donzella; e chiamò a sè con un cenno un suo scudiere, il quale allontanatosi un momento dalla sala, ricomparve portando una corona di perle s’un bacile d’oro. Allora il signore si levò in piedi, prese la corona colle due mani, piegò un ginocchio innanzi a Bice, poi rilevandosi gliela posò gentilmente sul capo, dicendo: — Dio salvi la regina del convitto, — e tutti i commensali risposero con un grido d’applauso.
Ciò fatto, pregò la fanciulla che volesse, ripetiam le sue parole — render graziosi que’ suoi poveri doni, offerendoli ella di sua mano ai cavalieri e ai baroni che gli avean fatto onore. —Bice sorse in piedi, e tutti i commensali fecero altrettanto. Marco medesimo, servendola da scudiere, la guidò a fare il giro delle mense, e riceveva dalle mani dei paggi, e porgeva a lei cosa per cosa, ch’ella con bel garbo offeriva di mano in mano a quello cui si trovava dinanzi, intanto che il presentato riceveva la cortesia con un ginocchio in terra baciando il lembo della veste alla bella donatrice.
Ad Ottorino toccò un elmo d’acciaio col cimiero smaltato, e vi fu alcuno che notò come alla vaga regina tremasse la mano più -del solito nell’offrirglielo; ma la si diede che il peso di<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione||capitolo x.|}}</noinclude>rato; quale aveva in pugno nobili astori e sparvieri e sagri e randioni addestrati a varie caccie, coi geti rossi, le lunghe branche, i capelli ricamati di perle, i sonaglini d’argento e una piastra pure d’argento in petto e suvvi il biscione; quale avea una spada coll’elsa dorata: quale una barbuta d’acciaio; altri mantelletti e sopravvesti di sciamito rilevato, colle funicelle di seta, i bottoncini di perle e le nappe d’oro<ref>Chi vuol sapere che sia la magnificenza e lo scialacquo, legga nei nostri cronisti la descrizione del banchetto che fu dato da Galeazzo sulla piazza dell’Aringo in occasione delle nozze della sua figlia Violante col principe Lionello, figliuolo del re d’Inghilterra. Alla prima tavola, alla quale coi principi e coi baroni principali sedeva il Petrarca, furono servite diciotto imbundigioni, e ad ogni muta di vivande venivano nuovi regali. Per non dir nulla delle vesti, delle pellicce preziose, dei bardamenti, delle armature compiute d’argento, dei vasi e dei bacini d’argento e d’oro smaltato, che fu un subisso, e non la si finirebbe cosi tosto, furono distribuiti venti pezze di panno di seta e d’oro, una quantità di fiori di perle, di rubini e di diamanti, dodici buoi grassi, sessantasei cavalli, e sei grossi corsieri da guerra, e sei grossi destrieri da giostra, in fine due famosi barberi, chiamati uno il ''Leone'', l’altro l’''Abate'', che furono offerti allo sposo.</ref>.
Marco, all’arrivar dei paggi coi doni, s’accorse che non v’era nulla di che poter presentare una gentil donzella; e chiamò a sè con un cenno un suo scudiere, il quale allontanatosi un momento dalla sala, ricomparve portando una corona di perle s’un bacile d’oro. Allora il signore si levò in piedi, prese la corona colle due mani, piegò un ginocchio innanzi a Bice, poi rilevandosi gliela posò gentilmente sul capo, dicendo: — Dio salvi la regina del convitto, — e tutti i commensali risposero con un grido d’applauso.
Ciò fatto, pregò la fanciulla che volesse, ripetiam le sue parole — render graziosi que’ suoi poveri doni, offerendoli ella di sua mano ai cavalieri e ai baroni che gli avean fatto onore. —Bice sorse in piedi, e tutti i commensali fecero altrettanto. Marco medesimo, servendola da scudiere, la guidò a fare il giro delle mense, e riceveva dalle mani dei paggi, e porgeva a lei cosa per cosa, ch’ella con bel garbo offeriva di mano in mano a quello cui si trovava dinanzi, intanto che il presentato riceveva la cortesia con un ginocchio in terra baciando il lembo della veste alla bella donatrice.
Ad Ottorino toccò un elmo d’acciaio col cimiero smaltato, e vi fu alcuno che notò come alla vaga regina tremasse la mano più -del solito nell’offrirglielo; ma la si diede che il peso di<noinclude><references/>
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BuzzerLone
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione||( 34 )|}}</noinclude><poem>Onde a credere uguale i culti impari
Il popolo, vedendo al nuovo misto
Il rito antico e gli usi suoi più cari;
Nè adori più d’Osiri o Giove o Cristo.
Altifon, non sai tu chi sia l’amante
D’Ipazia tanto accorto e tanto tristo?
Lo stesso egli è che al Prefetto davante
Ogni uso egizio pria dicea servaggio
Di chi occulto ai Romani è rubellante.
Finia la donna ardita, e ’l finto saggio
Dileggiava cosi: pur ei sereno
Sorrideva all’acerbo altrui linguaggio.
Ma non rise qualor, t’inganni appieno,
Il nipote dei Re sclamò; consiglio
Di costui fu il trionfo, o il loda almeno.
Non erro io no, già ne minaccia il ciglio;
Alla compra sua plebe è il circo aperto;
Nel trionfo d’Ipazia alto è periglio:
Si che in quell’ora ei compirà, son certo,
L’opra che da due anni è posta in forse.
Ma verrò al circo, e ’l tutto fia scoperto.
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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BuzzerLone
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione||( 34 )|}}</noinclude><poem>Onde a credere uguale i culti impari
Il popolo, vedendo al nuovo misto
Il rito antico e gli usi suoi più cari;
Nè adori più d’Osiri o Giove o Cristo.
{{R|185}}Altifon, non sai tu chi sia l’amante
D’Ipazia tanto accorto e tanto tristo?
Lo stesso egli è che al Prefetto davante
Ogni uso egizio pria dicea servaggio
Di chi occulto ai Romani è rubellante.
{{R|190}}Finia la donna ardita, e ’l finto saggio
Dileggiava cosi: pur ei sereno
Sorrideva all’acerbo altrui linguaggio.
Ma non rise qualor, t’inganni appieno,
Il nipote dei Re sclamò; consiglio
{{R|195}}Di costui fu il trionfo, o il loda almeno.
Non erro io no, già ne minaccia il ciglio;
Alla compra sua plebe è il circo aperto;
Nel trionfo d’Ipazia alto è periglio:
Si che in quell’ora ei compirà, son certo,
{{R|200}}L’opra che da due anni è posta in forse.
Ma verrò al circo, e ’l tutto fia scoperto.
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Il Libro dei Re/I re Sassanidi/8/II
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Alex brollo
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Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]]
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{{Qualità|avz=25%|data=11 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|8]] - II. - Supplizio dei ministri|prec=../I|succ=../III}}
<pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu" from="380" to="393" fromsection="s2" tosection="s1" />
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Alex brollo
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Porto il SAL a SAL 75%
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Il Libro dei Re/I re Sassanidi/8/III
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Alex brollo
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Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]]
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text/x-wiki
{{Qualità|avz=25%|data=11 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|8]] - III. - Il rinsavire di Hormuzd|prec=../II|succ=../IV}}
<pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu" from="393" to="397" fromsection="s2" tosection="s1" />
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<noinclude><pagequality level="1" user="Panz Panz" /></noinclude>INTRO
secolo di Alciato, di Cuiaccio, e d'Agostino, le
kere italiane presidiate, alimentate, fecondate
dai capolavori della letteratura greca e latina che
andavano con un favore veramente maraviglioso |
depellendo dai chiostri od incettando nell'O-
riente, sorgevano esse pure a ridestare nell'Eu-
ropa il senso del gusto e del bello. La terribile
musa dell' Alighieri sublimemente inspirata a
to v'ha di più grande e di più poderoso nelle
wane passioni, creatrice di una poetica alfallo
nuova, enciclopedicamente dotta di tutta la più
eletta scienza di quei tempi, e quasi divinatrice di
londe verità allora non concelle, e che i soli
tempi avvenire dovevano rivelare e svolgere, sol-
les la lingua dei dicitori in rima e dei cronisti
aloni allo splendore ed alla potenza della lingua |
d'Omero. Petrarca cui debbe l'Europa il primo ed
Amaggiore impulso dato ai classici studii, illeg-|
dalisce d'ogni maggior grazia e soavità la lingua
che già aveva cantato gli amori e le sventure di
Vana la forma della magniloquenza latina eni più
Faceses da Rimini; Boccaccio applica alla prosa
fordi Machiavelli e Costanzo surrogheranno il tipo
Fio degli Uberti, s. Caterina, il Passavanti, frà
mo, Cino da Pistoia, Cecco Stabili d'Ascoli,
Canden, fra Giordano, frå Bartolomeo da S. Con-
sta schiera d'altri o rimatori, o prosatori, o vol-
no, Franco Sacchetti, Agnolo Pandolfini, e l'in- |
pastori continuano nel secolo xiv i progressi
all'umile prosa volgare che doveva più tardi
wwwice delle scientifiche conquiste del Galileo.
Vinterprete dei pensamenti di Machiavelli,
Wak, i Villani, Leonardo Aretino, Froissart, Co-
Cominciarono le città italiane a scuotere il giogo imperiale ed
Lavoro accennato, del secolo X e molto più sul principio del xi
a reggersi a
pella indipendenza che nella pace di Costanza fu poi ad esse
lememente sancita. Da ciò ne venne che esse non più ri-
governo di repubblica conquistando passo passo
Conoscessero come per
e
l'innanzi l'autorità dei ministri im-
periali e che si eleggessero di voto proprio consoli, giudici
So, e di ciò pure abbiamo esempi nei primi anni del secolo
magistrati che ministrassero loro giustizia secondo il biso-
orma di pubblica amministrazione determiuò ed in certo t
(Muratori Antiq. ital. tom. IV. diss. 46). Ora, questa nuova
fprudenza. Era l'autorità comunemente divisa in più cit-
odo costrinse gli Italiani a rivolgersi allo studio della giu-
dre le contese, sciogliere le quistioni di diritto, punire i rei
giungere a conseguirla. Essi dovevano esaminare e deci-
pubblicare ancora secondo il bisogno nuove leggi, nè a Z
to ministerio poteasi certamente soddisfare senza lo studio
enza il necessario e comune studio degli Italiani, per
a giurisprudenza. Ed ecco farsi per ciò appunto questa
ella imprescindibile legge naturale che spinge gli uomini F
ale l'ardore nel coltivare questo studio, e in pregio altret
aliana gitto profonde radici, tanto più si fece vivo e gene-
ognuno potea poi quindi più facilmente sperare
nde si spera onore e
vantaggio. Quanto più la libertà
aggiore furono poi anche avutij giureconsulti
D
emines, Gioviano Pontano, Poggio, Krantz, al-
largano i dominii della storia.
Le scienze intanto andavano pare acquistando
uno sviluppo non minore di quello delle lettere.
E Dante che vi parla del sonno delle piante (
delle piante crittogame ("), dell' influenza della
luce solare nella maturazione delle frutta (*), delle
circostanze che influiscono sul colore delle foglie
e di quella specie di circolazione che si opera nel
vegetali (*): qual misura non vi offre dell'avanza-
mento della scienza bolanica in questo periodo? Le
osservazioni del medesimo sul volo degli uccelli,
sullo scintillar delle stelle ("), su l'arco baleno (),
sui vapori che si svolgono dalla combustione ('),
su la direzione dell'ago calamitato (8), non dimo-
strano pure lo spirito umano già progredito oltre
la fisica aristotelica? E quando sentite parlare
il medesimo della crociera del polo antartico (),
degli antipodi ("), della via lattea, dell' attra-
zione universale, dell'angolo d'incidenza uguale
a quello di riflessione, quale imagine non dob-
biamo noi farci del progresso a cui si spinse la
scienza italiana presidiata dalle scuole e dalle
opere degli Arabi? ("). Ma qui non è ancor tutto.
E non è in Dante che veggiamo noi inculcato il
metodo sperimentale di cui Galileo e Bacone si
fecero alcuni secoli dopo sì gloriosi? (") Non è in
Petrarca che veggiamo discussa quella prepotente
influenza del clima sul carattere dei popoli che si
disse poscia da Montesquieu primamente indovi-
nata?) Non è in Petrarca che troviamo persino
quello stesso principio del diritto criminale che
vuolsi un trovato del filantropico genio del Becca-
ria? () Petrarca pel primo fa redigere una carta
geografica dell'Italia("), forse pel primo in Europa
combatte Averroe, senza essere partitante di Ari-
stotele; nemico dell'astrologia e dell'alchimia, ha
() Inferno, cant. 11. 127. Paradiso, cant. XXII.
(*) Purg. cant. xxvII. 115-118.
(3) Purg. cant. xxv. 75.
(") Libri, Hist. des sciences mathém. tom. 11. pag. 175
e Targioni Tozzetti negli Atti dell' academia della Crusca
tom..
() Purg. cant. 11. 14.
() Parad. cant. XII. 10.
(") Inferno, cant. XIII. 40.
(8) Parad. cant. xn. 28.
() Vedi su di ciò Fracastoro nelle Lettere di uomini il
lustri, Venezia 1584, pag. 352.
(10) Particolarmente nel Convito,
(11) Per la dimostrazione di tutto ciò veggansi le diverse
opere di Magalotti, Targioni Tozzetti, Bottagisio, Ferroni,
Redi, Libri ecc.
(13) Parad. cant. II. 96.
(13) Verri, Stor, di Milano cap. XII.
(14) Viaggi del Petrarca tom. III. p. 184.
(3) Baldelli, Del Petrarca p. 132.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Panz Panz" /></noinclude>CXII
INTRODU
il coraggio di combatterle nel tempo in cui erano
astrologi ed alchimisti i dotti, i principi, i pon-
tefici. D'altra parte i lavori di Saerobosco, Paolo
dell'Abaco, di Luca Pacioli nell'aritmetica; quelli
di Luca Pacioli illustratore del Fibonacci, e di
tatta la scuola italiana di quei tempi, nell'algebra;
di Purbach e Regiomontano nella geometria; i la-
vori di Alessandro di Spina, cui si tribuisce l'in-
venzione degli occhiali, nell'ottica, del Purbach,
del Regiomontano, del Bianchini, del Ricci, del
Walter, del Werner, dell'Appiano nell'astrono-
mia; di Mondini, di Matteo del Grado, di Monte-
gnana nell'anatomia; di Benedetto Rivi, di Euricio
Cordo, di Ottone Braufus nella botanica; di Pier
Crescenzi nell'agricoltura, segnano i primi albori
di quel progresso scientifico che nel periodo suc-
cessivo doveva andare si oltre nell'Italia, e di quivi
passare nella Francia, nella Germania, nell'Inghil-
terra e nell'Olanda, Giovanni ed Andrea da Pisa,
Taddeo Gaddi, i Masacci, Orgagna, Brunelleschi,
Giuliano da Maiano, Michelozzi, Francesco di
Giorgio, Leon Battista Alberti, e più altri avan-
zano sempre più i progressi dell' architettura ;
Giotto, Orgagna, Taddeo Gaddi, Masaccio, il beato
Angelico, il Ghirlandaio, Luca di Cortona, il Man-
tegna, avanzano quelli della pittura; il Margari-
tone, Giovanni ed Andrea da Pisa, il Memmi, Ni-
colo di Arezzo, il Verrocchio, e più di tutti Dona-
tello, e Ghiberti vanno sempre più aggiungendo
perfezione all'arte scultoria. Finiguerra ha trovata
o perfezionata l'arte dei nielli; nell'Italia e nell'O-
landa si conosce la pittura ad olio. Intanto scoperta
è l'arte della stampa, il più prodigioso organo
del moderno progresso scientifico letterario e po-
litico; la più generale applicazione della polvere
da cannone rivoluziona l'arte della guerra; Vasco
di Gama ha passato il Capo di Buona Speranza,
Colombo ha dato al mondo antico il nuovo Mondo,
E qui si compiono quei quattro periodi nei quali
abbiamo noi compresi tutti quei secoli ai quali
viene comunemente dato il nome di medio Evo.
La feudalità è quasi affatto scomparsa, e con essa
quella tanto cantata cavalleria che ci ha lasciato
in retaggio il falso punto d'onore, il duello e la
galanteria, le tre piaghe dell'Europa moderna (');
le democrazie sono per soggiacere affatto sotto
l'aristocrazia e la monarchia, ma più particolar-
mente sotto quest'ultima che dal XVI secolo in
poi va sempre più consolidandosi mercè le o as-
sunte o subíte forme costituzionali in cui si rac-
coglie equilibrato od equilibrante l'antagonismo
democratico ed aristocratico.
(1) Ciò venne molto bene provato or ora da Delecluze,
Roland, ou la Chevalerie, Parigi 1845.
UZIONE.
CAPITOLO SESTO.
EPOCA VI, ossia della storia moderna e suoi
periodi principali, considerata in tutti i s
rapporti col progresso universale delle scienz
delle lettere e delle arti.
(dal 1501 al 1789).
Come ognun vede, il campo che qui ne si schia
dinnanzi va acquistando una latitudine sempre
malagevole, anzi impossibile a raccogliersi
e più
entr
i brevi confini imposti dalla natura del nostro di
scorso. L'incivilimento ha passato le Alpi,
dilatandosi su ogni parte dell'Europa
gno
e
e 12
di
quiri
a fulto quanto il globo. Becquerel ha avuto lise
o di 12 forti volumi, per iscrivere la storia s
dell' elettricità, potremo noi scrivere
quella
sol
tutte le scienze naturali, matematiche pure ed af
plicate, delle lettere, delle arti, e dell'industri
in una semplice introduzione? Noi abbiamo
i più limitati e quindi più possibili di una
sto
espo
diato con qualche minutezza di esame e di ricerc
i meno noti, e quindi i più importanti a studiars
i primi passi dello spirito umano, e perchè fors
sizione alquanto analitica; ma giunti sul limit
di quel vasto edificio che costituisce l'encicl
pedica civiltà del mondo moderno, noi non p
siamo che trasvolare con una somma rapidità
tutto ciò che lo scibile ne può prospettare
non accenneremo per così dire che alle sole pi
tre viarie dell'immenso cammino percorso c
spirito umano (1).
No
dalle
A chi ben guarda alle cause principali che
promossero o svilupparono i più grandi an
menti di quest'epoca, sarà facilmenteapertosi
me questa, ilche già venne dimostrato dall'ec
dividasi per se stessa in tre periodi, dei quali
primi due sono presso a poco uguali nella dera
del terzo non sapremmo indovinare la dural
Si estende il primo dal principio del secolo
sino al tempo in eui Laigi xIV cominciò a gr
nare da solo (1661); il secondo da quell
comincia da questo punto e
ter
sino alla morte di Federico il Grande ed al p
cipio delle rivoluzioni in Europa (1786); il
giunge all'oggi
La ragione di questa divisione sta nel dire
carattere della politica pratica di ciascun nori
() Un più ampio sviluppamento di questi peri
almeno
quell
di un al
siamo per toccare, se non più ampio, pari
da noi qui dato ai precedenti, forma l'argomento c
nostro lavoro particolare, che, piacendo a
Dio,
pubblic
remo ma in forma meno angustiata di quella di una intre
duzione.
der
den
P
glie
"<noinclude><references/></noinclude>
nwjue9v3li1p0f1wc7mczyon238tka7
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<noinclude><pagequality level="1" user="Panz Panz" /></noinclude>INTRO
Fercio il primo può essere chiamato politico-
religioso; il secondo mercantile-militare; l'ultimo
Politico-rivoluzionario. Il primo fa parimenti il
periodo della formazione, il secondo dell'assoda-
mento, il terzo della dissoluzione di quell'equili-
brio politico, la reintegrazione del quale non fu
l'opera che dell'epoca successiva, dell'epoca dei
tempi presenti e futuri.
Leonardo da Vinci, avvegnachè nato nel 1450,
comunemente trasferito al principio del secolo
siccome il massimo colosso che comincia le
yulide glorie italiane di questo periodo. Genio
sublime
e veramente enciclopedico, rivale di Mi-
e di Raffaello nelle belle arti, e supe-
chelangelo
riore a tutti i dotti, filosofi e scienziati del suo
della scienza militare ("), della mecanica teorica e
po, egli ampliò colle sue scoperte i dominii
Pratica, dell'idraulica, dell'astronomia, della geo-
zia, della fisica, della storia naturale, della
atomia e persino della musica. Vedete con quale |
pezza espone la teoria del piano inclinato, e
indica il principio della celerità virtuale (); |
vedetelo per primo occuparsi del centro della
its dei solidi, là dove vi trova quello della |
pavi della piramide (). Egli primo introduce
nella
Becanica la considerazione dell'attrito, del
Vale calcolo l'effetto con una serie di ingegno- |
sissime
timpossibilità del moto perpetuo, e della quadra- |
le basi della teoria delle onde, di quella delle cor-
tura del circolo ("). In idraulica pel primo getta
renti, ed osserva quelle forme così singolari delle |
vene liquide, che studiate oggidi da tanti illustri
i diedero origine a tante belle scoperte. Nella |
blogia pel primo porta le osservazioni sopra
una sistematica divisione degli animali. Nella me-
animali e le piante fossili, e pel primo porge
leorologia importa l'igrometro; inventa un dina-
ometro per calcolare l'effetto delle machine (1
() In una tavola dei mss. di Leonardo esistenti nell'Am-
brosiana vi ha il disegno di un mortaio; e ciò induce a cre-
dere che Leonardo fosse anche inventore di questa artiglie-
Finclinazione mercè una vite perpetua e di una mezza ruota
Tangolo; vi ha pure il disegno di diverse bombe ora tonde
traforate e tramandanti fuoco. Per altre sue invenzioni mi-
Vitari vedi C. Promis, Dell'arte dell'ingegnere e dell'arti-
e di molte palle piccole le quali van proiettate, ora
civile e militare di Franc. di Giorgio Martini, pag. 44 e segg-
gliere in Italia ecc. nel tom. 11 del Trattato di architettura t
(2) Venturi Essai etc. pag. 17-18.
() Libri, Hist. des sciences math. vol. III. pag. 41.
sperienze (). Vi mostra razionalmente
is od un
perfezionatore almeno; in quel disegno vien data
dentata, col
qual
(Ibid.
mezzo ponno anche conoscersi i gradi del-
PA
22.
() Ibid. p. 42, note (*).
() Ibid. p. 42, e 214.
Encicl. pop.-TONO I.
T
ei
CXIII
-Osserva la resistenza, la condensazione ed il peso
o dell'aria, e ne deduce la spiegazione dell'ascesa
il dei corpi nell'atmosfera e della formazione delle
-nubi (), e sembra persino abbia pel primo av
-vertiti i movimenti regolari della polvere messa
Eu sopra superficie elastiche in vibrazione ("), pre-
cedendo di oltre tre secoli il Chladni. Studia i
modi per cui l'uomo potrebbe sollevarsi a volo
O, nell'aria e giunge a bellissime scoperte anatomi-
oche e mecaniche circa il volo degli uccelli (5). Che
e non fece nella mecanica per sostituire la forza
delle machine a quella degli uomini? (*) Vede-
telo darsi all'algebra e servirsi nelle applicazioni
di essa delle lettere alfabetiche, e farsi il primo
inventore dei segni dele del-, comnnemente
i attribuiti a Stifelio: darsi alla geometria, ed appli-
carla alla mecanica, alla prospettiva, alla teoria
delle ombre (5). Prima di Copernico ragiona del
amoto della terra, e vi dà la prima spiegazione
e della luce cenerognola della luna, e di altre illa-
esioni ottiche assai curiose (); una buona teoria
della visione alla quale aveva applicata la camera
oscura, la formazione del così detto color bianco
che porta il suo nome, e perfino le due capitali os--
servazioni sull'azione capillare e sulla diffrazione,
delle quali si è fino ad ora ignorato il vero auto-
-re (7), le prime e più scientifiche nozioni ed applica-
zioni della potenza del vapore, sono pure dovute a
questo straordinario Italiano (). Che non rivela il
cumulo di tutte queste scoperte e di questo tesoro
di sperienze? Ecco come un secolo innanzi Galileo
e Bacone, e nel mentre che i dotti si affaticavano
generalmente a commentare gli antichi, Leonardo
portò il lume della critica in quasi ogni ramo
della scienza, e porse i precetti più veri e più
giusti, e più filosofici, per giungere alle cagioni
dei fenomeni naturali. Fracastoro continuò in
Italia i progressi delle scienze sperimentali;
sommo poeta e particolarmente latino, botanico,
filosofo, e matematico, egli fece progredire tutte
queste scienze con osservazioni e scoperte im-
(1) Libri, p. 43, e nota (').
(*) Ibid. p. 42, e nota (").
P. 44.
(*) Ibid.
() Gitiamone alcune, un edometro ingegnosissimo, pa-
recchi congegni per ridurre in lamine il ferro, per
fabbricare
cilindri, lime, seghe, viti ecc. un torchio mecanico, un
martello pel battiloro, una machina per iscavar fossi, un'al-
tra per lavorare le terre coll'aiuto del vento, una ruota
applicata ai battelli per farli muovere, ecc.
(*) Libri, p. 46.
(0) Ibid. P 54.
(*) Ibid. p. 54, e 241.
(*) Sono note le rivelazioni fatte su di ciò dal Delecluze
ed attinte ai ms. di Leonardo esistenti a Parigi,<noinclude><references/></noinclude>
pnvf70pwzs7zwmtn5w59gts1p1mkesn
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<noinclude><pagequality level="1" user="Panz Panz" /></noinclude>CXIV
INTRO
portanti (). Combattendo gli epicicli spiana la
strada al sistema copernicano; sostituisce l'azione
degli atomi alle cause occulte; considera i corpi
siccome reciprocamente attirati; fa le azioni elet-
triche, magnetiche e fisiologiche dipendenti da un
principio imponderabile, e forse sono a lui dovute
le lenti astronomiche ()
Dal Fibonacci fin dopo frà Luca Pacioli o a
meglio dire fino al termine del secolo xv, i mate-
matici non aveano potuto risolvere che le equa-
zioni determinate dei due primi gradi, con alcune
delle dipendenti equazioni derivative: non si
erano pur mai considerate le radici negative ne
le imaginarie; e solo in un caso speciale erasi
avvertito alla multiplicità delle radici. Furono
gli algebristi italiani del XVI secolo, e nel tempo
in cui la scienza era tuttavia infante, gli inventori
del calcolo degli imaginarii e della risoluzione
delle equazioni generali del terzo e del quarto
grado, nè si arrestarono essi che alla barriera
stessa cui tutti gli sforzi di Lagrangia non hanno
potuto abbattere, e che è pur tuttavia giudicata
insormontabile. In pochissimi anni quanti pro-
gressi in questa scienza! Scipione del Ferro poco
prima del 1525 scopre il modo di risolvere le
equazioni del terzo grado: muore senza poter
pubblicare la sua scoperta, ma il genio matematico
di Tartaglia la indovina, e lasciasi rubare da Car-
dano la gloria di pubblicarla. Tartaglia continua
i suoi lavori, e porge lo sviluppamento del bino-
mio, pel caso dell'esponente intiero e positivo,
con una formola generale della quale alcuni geo-
metri moderni si sono attribuito l'onore, perfe-
ziona il calcolo delle radicali, e porge parecchi
problemi sui massimi e sui minimi delle funzioni
algebriche, e prelude al calcolo delle probabilità.
La storia attribuisce al Vieta il merito di aver
primo impiegato le lettere per indieare tanto le
quantità cognite, quanto le incognite; or bene, tali
lettere vedetele in Tartaglia usate trentasette anni
prima del Vieta (). Successivamente Luigi Fer-
rari scopre la soluzione delle equazioni del quarto
grado; e Cardano ricco allora dei progressi della
scienza algebrica operati dai suoi connazionali
offre pel primo le radici imaginarie, un metodo
per trovare le radici delle equazioni di un grado
(') Libri, p. 100.
() Vedi Homocentres sect. 11. c. 8. e sect. III. c. 24.
() Vieta pubblicò la sua Isagoge circa il 1593. Vedete il
General Trattato de'numeri e misure del Tartaglia apparso
nel 1556 al lib. VII,p. 109. Vedete anche l'Arte Magna del
Cardano apparsa nel 1545 al cap. xxXI, XL, XLII, e si scor.
gerà come anche senza ricorrere al Fibonacci, gli Italiani
precedessero gli stranieri in questa scoperta.CXIV
INTRO
portanti (). Combattendo gli epicicli spiana la
strada al sistema copernicano; sostituisce l'azione
degli atomi alle cause occulte; considera i corpi
siccome reciprocamente attirati; fa le azioni elet-
triche, magnetiche e fisiologiche dipendenti da un
principio imponderabile, e forse sono a lui dovute
le lenti astronomiche ()
Dal Fibonacci fin dopo frà Luca Pacioli o a
meglio dire fino al termine del secolo xv, i mate-
matici non aveano potuto risolvere che le equa-
zioni determinate dei due primi gradi, con alcune
delle dipendenti equazioni derivative: non si
erano pur mai considerate le radici negative ne
le imaginarie; e solo in un caso speciale erasi
avvertito alla multiplicità delle radici. Furono
gli algebristi italiani del XVI secolo, e nel tempo
in cui la scienza era tuttavia infante, gli inventori
del calcolo degli imaginarii e della risoluzione
delle equazioni generali del terzo e del quarto
grado, nè si arrestarono essi che alla barriera
stessa cui tutti gli sforzi di Lagrangia non hanno
potuto abbattere, e che è pur tuttavia giudicata
insormontabile. In pochissimi anni quanti pro-
gressi in questa scienza! Scipione del Ferro poco
prima del 1525 scopre il modo di risolvere le
equazioni del terzo grado: muore senza poter
pubblicare la sua scoperta, ma il genio matematico
di Tartaglia la indovina, e lasciasi rubare da Car-
dano la gloria di pubblicarla. Tartaglia continua
i suoi lavori, e porge lo sviluppamento del bino-
mio, pel caso dell'esponente intiero e positivo,
con una formola generale della quale alcuni geo-
metri moderni si sono attribuito l'onore, perfe-
ziona il calcolo delle radicali, e porge parecchi
problemi sui massimi e sui minimi delle funzioni
algebriche, e prelude al calcolo delle probabilità.
La storia attribuisce al Vieta il merito di aver
primo impiegato le lettere per indieare tanto le
quantità cognite, quanto le incognite; or bene, tali
lettere vedetele in Tartaglia usate trentasette anni
prima del Vieta (). Successivamente Luigi Fer-
rari scopre la soluzione delle equazioni del quarto
grado; e Cardano ricco allora dei progressi della
scienza algebrica operati dai suoi connazionali
offre pel primo le radici imaginarie, un metodo
per trovare le radici delle equazioni di un grado
(') Libri, p. 100.
() Vedi Homocentres sect. 11. c. 8. e sect. III. c. 24.
() Vieta pubblicò la sua Isagoge circa il 1593. Vedete il
General Trattato de'numeri e misure del Tartaglia apparso
nel 1556 al lib. VII,p. 109. Vedete anche l'Arte Magna del
Cardano apparsa nel 1545 al cap. xxXI, XL, XLII, e si scor.
gerà come anche senza ricorrere al Fibonacci, gli Italiani
precedessero gli stranieri in questa scoperta.
A
DUZIONE.
qualunque per approssimazione, ed un altro per
le varie trasformazioni che si possono impiegare
per dare una forma più comoda ad un' equ
zione, glorie tutte che poi vengono usurpate
Vieta: presenta nella sua costruzione dell'equa
zione generale di 3° grado la prima idea delaj
rappresentazione generale del rapporto che e
ste fra due quantità, pei rapporti che legano
le ascisse e le ordinate in una curva qualunque,
e, come Tartaglia, previene Cartesio nell'appli
cazione dell'algebra alla costruzione delle cure
geometriche; previene l'Harriot nell'agguagliare
un' equazione a zero, facendone passare
i termini in uno stesso membro
talli
e osserva
.
caso irreducibile nelle equazioni del 5° grado. I
nalmente Bombelli mostra pel primo che le par
della formola che rappresenta ciascuna radice dil
caso irreducibile, formano col loro aggregato u
risultato reale in tutti i casi (4), ed insegna a
comporre qualunque data equazione del 4
a
de
attri
in due del 2º, metodo che venne in seguito
buito al Cartesio (), e Cataldi continua poco
dopo (1615) le glorie degli Italiani nelle male
matiche, prevenendo il Brounker nel trovato
delle frazioni continue, ed il Wallis nell'uso
delle
serie infinite nell'analitica. D'allora in poi il pro
gresso delle scienze matematiche pure ed appli
cale va sempre più propagandosi nell'Europs
l'aritmetica arricchita dei logaritmi di Nepe
progredisce col triangolo di Pascal, cogli
studi
meri primi, coi triangoli rettangoli in u
di Fermat intorno ai numeri figurati ed ai a
e coll' abbreviazione delle combinazioni. /
metodo delle esclusioni di Frenicle, coi
col
lavori
di Brounker, di Wallis, del Mercator, del Bar
row finchè sopragiungono più tardi Legendre,
Lagrangia e Gauss a portarle Faltima perfezion
riducendo in un corpo solo di dottrina l'arine
Ma intanto aritmetica universale di Nento
tica e l'algebra, per formare con esse un carp
perfetto dell'arte di calcolare, aveva per cosi di
fuso il procedimento dell'una in quello
tra sino dal secolo XVI. A Rudolphs,
dell'al
Stifelic
Ricord, che fin dalla metà del secolo XVI avevano
appresi dagli Italiani i primi avanzamenti dell'al
gebra, succedono intanto il Vieta, l'Harriol,
Cartesio, l'Ougtred, Bachet, Fermat, il Walis
di un binomio reale o imaginario, venne appropriato dal
() Il metodo di Bombelli per estrarre la radice cubic
Wallis che lo spacciò per suo (Opera, tom. 11. P.
167)
Bont
belli ha pure il merito di avere pel primo offerto il rigore
della sintesi applicato alle dimostrazioni algebriche.
(2) Vedi Wallis nella lettera IS a Leibnitz inserita
tom. III delle Opera omnia di questi.
di
4
T
Vie
geo
h
che
M
elie
lore
加
Pr
Pr<noinclude><references/></noinclude>
jhl4zny6cv65kepamwlm0i53ap0b5ls
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|777}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}di quel che affermo, la controversia testè agitata, e non è per anco sopita, circa la pena di morte e s’ella è inclusa od esclusa dall’umano diritto. Coloro che originano il diritto penale dalla volontà e dalla previdenza comune di questa (lasciatemel dire) formicaia domandata genere umano concedettero facilmente che il volere e il comodo della grande pluralità degli uomini fa legge per tutti ed allarga l’autorità sua sopra la vita come sopra i beni d’ogni singolo cittadino. Alla conclusione medesima debbono pervenire (a volersi serbar coerenti) quelle altre scuole che unificano il giure con l’utile, ovvero lo separano sostanzialmente dall’etica e gli danno un principio ed un fine meramente mondano. Parlano essi, gli è vero, a ciascun momento della personalità umana inviolabile. Avvi dunque un diritto assoluto della personalità umana; e se il diritto è assoluto, è superiore al mondo e abbraccia l’intero universo. Quindi il giure penale ed ogni altro sono specificazioni ed applicamenti dell’ordine generalissimo degli enti morali e quivi è da cercare il principio quanto la risoluzione ultima delle questioni giuridiche.
{{larger|216.}} — Ma qui basti il presente cenno, che già è soverchio deviamento dal nostro subbietto; al quale, nondimeno, noi ritorniamo con questa considerazione che ci si mostra assai ponderosa, e cioè ch’eziandio la grande e nuova teorica del progresso indefinito deriva la sua dialettica non da questo picciolo mondo ma si dalle leggi eterne del Cosmo. E quando tu ti sforzi a ritrarla dalla sola vita presente o della specie o degl’individui, invece di riuscire ad alcuna prova apodittica rincontri all’ultimo un paradosso e una discrepanza logica.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|778}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>{{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|''B.''}}}}
{{larger|217.}} — A compir meglio il ritratto che prendemmo a delineare in questo Capo e in altri della vita razionale importerebbe investigare di nuovo e più per minuto la forma e l’acconcezza dell’organo che debbe aiutarla di mano in mano al conseguimento del fine. Ma già nel principiare di questo medesimo Capo notavasi la simiglianza estrema ed anzi la quasi parità e medesimezza fra la definizione del progresso incessabile e l’altra della vita razionale pura o che perviene alla purezza ed assolutezza del proprio essere. Conciossiachè, nel vero, sono due guise distinte di contemplare un solo subbietto. Chè il progresso non attuato in verun ente morale e individuo è mera astrazione e diviene null’altro che una possibilità ideale presente al pensiere. E d’altro canto, la vita razionale concreta dell’individuo esercitandosi nella esplicazione e perfezione di sè stessa in ordine al bene, effettua per appunto il progresso; onde questo avvisato universalmente non è altra cosa che la legge vitale suprema del vero individuo o dell’ente morale che tu il domandi.
{{larger|218.}} — Consegue da ciò che le due teoriche della vita razionale e del progresso interminabile s’intrecciano e s’accompagnano continuamente; e quello che concluderemo dell’una verremo a concludere eziandio dell’altra.
{{Pt|{{rule|t=3|v=4|4em}}|}}<noinclude><references/></noinclude>
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Confessioni di un metafisico/Volume Secondo/Libro Quinto/Capo Quinto
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{{Qualità|avz=25%|data=11 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../../|Volume Secondo]]<br>[[../|Libro Quinto]]<br>Capo Quinto<br>Prove sperimentali della teorica<br>del progresso|prec=[[../Capo Quarto|Capo Quarto]]|succ=[[../Capo Sesto|Capo Sesto]]}}
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<noinclude><pagequality level="1" user="Panz Panz" /></noinclude>INTROD
Allora l'applicazione dell'algebra alla geometria
sa sempre piis generale, e queste due parti delle
matematiche procedono di pari passo nei loro
Pogressi
Dai lavori di Leonardo da Vinci, di Maurolico,
& Commandino, di Benedetti, fino a quelli di
Vala, Luca Valerio, Keplero e Guldino, quanti
Pogressi non fece la geometria? Pure tutti questi
Vero sorpassati dal genio di un solo Italiano.
Cavalieri crea il suo metodo degli indivisibili e
una maravigliosa rivoluzione subisce tutta quanta
a geometria. Assalita questa nuova teoria da tre
gesuiti, il Tacquet, il Bettini, il Guldino, Cavalieri
dilende colle sue Exercitationes geometrice
vele quali offre il famoso teorema che gli aperse |
la strada alla misura di tutte le parabole di un or-
dae superiore e di tutti i solidi generati, con farli
folgere intorno ad un qualche asse, ed alla de-
terminazione del centro di gravità delle une e degli|
de col quale gettò le prime basi dei principii
alcolo differenziale ed integrale. Il metodo di
questo maraviglioso Italiano colla fecondità delle
Se applicazioni scioglie tra le mani del Torricelli
Problemi stati fino allora insolubili, trova la misura
solido acuto iperbolico e la tanto disputata
adratura della cicloide. Nelle mani di Viviani |
a una nuova quadratura della parabola; nelle |
i di Wallis si arricchisce di una generale ap-|
Vizione del calcolo: Albins giovasi di esso nel
ellare delle sezioni fatte in an emisfero; Scoo-
applica nella descrizione organica delle se-
i couiche. Niceron, Beaugrand, Mersenne,
zioni
Bouillaud
se ne
giovano per nuove soluzioni di
Woblemi, Successivamente Cartesio per la famosa
Si e dei minimi, Pascal per la considerazione |
gla delle tangenti, Fermat per quelle dei mas
egi elementi delle curve, Barrow pel suo piccolo
golo differenziale, Mercator per la saa arte |
formare delle serie infinite di un'altra specie |
diverse da
al metodo degli indivisibili, tutti si trovano con-
quelle di Wallis, tutti prestano omaggio
dotti o
O all'infinito, o sul limitare di esso. Hudde
Roberval allargano a Leibnitz ed a Newton le
Ma innanzi procedere più oltre nei progressi della
tria, ragion vuole che si dica delle prime
icazioni di questa scienza alla fisica, e dell'uso
della
che se ne fece per penetrare nei più riposti arcani
forstore della filosofia sperimentale, il genio da
A natura; e qui ne si presenta il più grande t
Cai prendono principio quasi tutte le scienze fisi-
de e mecaniche, quegli che pose l'Italia a capos
lore del termometro, del compasso di propor-1
tutto il moderno progresso. E questi l'invea- 1
■zione e del microscopio; l'indovino ed il perfe-
zionatore del telescopio; lo scopritore dei satel-
liti di Giove, delle fasi di Venere, delle macchie
e della rotazione del sole, delle montagne della
luna; quegli che primo avverte l'isocronismo del
pendolo e l'applica alla misura del tempo ed alla
musica, nel modo stesso che applicò le osserva-
zioni dei satelliti di Giove alla determinazione
delle longitudini in mare; quegli che gettò le prime
basi dell'idrostatica, che creò la dinamica, por-
gendo la teoria della caduta dei gravi, ed applicò
il principio delle celerità virtuali al calcolo degli
effetti delle machine: quegli che non contento
di adoprare le matematiche siccome stromento
a studiare i fenomeni naturali ed a rintracciare
le cause che li producono, seppe sollevarsi nello
studio di esse al punto da saper determinare la
traiettoria descritta da un corpo che cade senza
seguire la verticale, e che colla divinazione del
suo genio seppe perfino preludere al calcolo de-
gli indivisibili e a quello delle probabilità; è questi
il massimo Galileo. Non appena la filosofia Ga-
lileana valicò le Alpi che tutte le scienze furono
in un commovimento universale; tutte progredi-
scono a passi giganteschi verso una vitale e me-
todica rigenerazione.
Quale non fu allora l'avventuroso fermento che
negli spiriti sidestò da un confine all'altro dell'Eu
ropa? Newton alle proprietà generali dei corpi ne
aggiunge due altre, inerzia ed attrazione, e le fa
servire alla più intima cognizione delle operazioni
della natura. Le matematiche divengono più fe-
conde, e più semplici i metodi. Halley perfeziona
l'algebra, forma tavole astronomiche, dà una teoria
delle comete, segna in tutta la estensione del globo
una linea da cui la declinazione comincia, e che
ben verificata potrà un giorno tener luogo di lon-
gitudine. Si applica l'analisi al calcolo dell'infinito,
e l'Alemagna e l'Inghilterra si disputano questo
grande trovato come la Spagna e il Portogallo
la conquista delle Indie, e la scienza è arricchita
di un metodo in cui l'ingegno dell'uomo trova
un mezzo di scoperta che sta ai melodi prima im-
piegati come la machina a vapore alle potenze
mecaniche già per l'innanzi usate. L'applicazione
della geometria alla fisica più largamente dilatasi;
e Newton fa sopra il moto dei corpi celesti ciò
che nella diottrica e sopra alcune parti di me-
teore avea fatto Cartesio. Le leggi di Keplero sono
dimostrate per calcolo, e spiegato è il corso ellit-
tico dei pianeti. Galileo aveva già mostrato esi-
stere un'attrazione reciproca fra i corpi, Keplero
l'aveva mostrala proporzionale alle loro masse,
Bouillaud l'aveva giudicata variare secondo il rap-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|779}}}}</noinclude>{{Ct|f=115%|t=2|v=2|'''CAPO QUINTO.'''}}
{{Ct|f=85%|t=2|v=2|'''PROVE SPERIMENTALI DELLA TEORICA<br>DEL PROGRESSO.'''}}
{{rule|t=1|v=2|2em}}
{{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|Aforismo I.}}}}
{{larger|219.}} — Non è ufficio nostro raccogliere i fatti e indurne alcune generalità che non concludono mai necessariamente, lasciando nascoste le essenze, le cause e i principj e alle quali poi col tempo conviene arrecare aggiunte o modificazioni; perocchè radamente i fatti sono trovati compiuti e non bisognevoli d’osservazione più esatta e profonda. Ma oltre al caso frequente in cosmologia che non si possa in niun modo procedere con la facoltà discorsiva, deesi tener conto assai di quella esperienza onde sono confermati i pensieri speculativi e convalidata l’autorità dei principj, massime in argomenti d’importanza suprema per l’intero ordine d’una scienza siccome è questo argomento dell’indefinito progresso per la scienza del Cosmo.
{{larger|220.}} — Se, pertanto, le storie ci additano senza dubitazione il progresso civile del genere umano, noi dobbiamo esser lietissimi dell’avveramento dei principj, levato il quale forse la scienza non ardiva da sè sola pensare e asseverare la gran legge di perfezione ascendente nell’infinito.
{{larger|221.}} — Ma se non pigliamo errore, i moderni s’infatuano sopra misura della prova empirica di quella legge, nè valutano con giusta bilancia tutte le ragioni che fannole contro, le quali, per mio giudicio, pesano pur tanto, che dove non intervenissero le dimostrazioni<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Panz Panz" /></noinclude>CXVI
INTRODU
porto inverso del quadrato delle distanze, Horrox
va più oltre a indarre che la forza di gravità, la
quale non lascia di agire nelle maggiori altezze
accessibili all'uomo, si estenda fino alla luna, Bo-
relli congettura che un'attrazione combinata con
una forza di proiezione possa ritenere in movi-
mento i pianeti intorno al sole, e Newton giunge
con tutti questi precedenti fatti ed induzioni alla
spiegazione di tutto il sistema dell'universo, e
l'universale gravitazione rende tutto stupefatto
il mondo colla fecondità e colla semplicità del
suo principio. Questa applicazione di geometria
a tutti i rami distendesi della fisica, dall'equili-
brio dei liquori fino agli ultimi libramenti delle
comete nelle vie più lontane, e Newton rende
ragione dell'eccentricità di codesti astri erranti.
Le ineguaglianze della luna sono calcolate, e dei
movimenti regolari di altri globi celesti si fa l'uso
più importante per la navigazione; le maree na-
scono dall' ineguale attrazione tanto del sole
quanto della luna esercitata sulla terra e sull'o-
ceano che la circonda; la precessione stessa
degli equinozi non è più che una conseguenza
della stessa legge d'attrazione universale. Trovata
con misure trigonometriche è la figura della terra,
quali i calcoli di Newton l'aveano determinata.
Scoperto è il moto progressivo della luce e la mi-
sura della sua velocità; determinate sono le paral-
lassi solare e lunare. Bradley scorge l'aberramento
delle fisse e la nutazione dell'asse della terra, e
cambia aspetto all'astronomia; Louville la diminu
zione dell'obliquità dell'eclittica, Cassini mostra
il lume zodiacale, e Mairan avverte derivante
da esso l'aurora boreale che invece di un feno-
meno cosmico non era per li precedenti fisici che
una semplice meteora. Clairaut intraprende lo
sviluppo del principio delle perturbazioni cono-
sciuto sotto il nome del problema dei tre corpi,
una delle innumerevoli e complesse conseguenze
del principio di gravilazione, e quasi contem-
poraneamente Eulero, Mayer, S. Simpson e d'A-
lembert fanno sempre più progredire le teorie
lunari e planetarie, cioè a dire il computo di
tutte le ineguaglianze dei loro movimenti, pro-
dotte dalle perturbazioni delle loro attrazioni
mutue; e mentre Lagrangia svileppa e verifica
le verità dinamiche divenute poscia le basi di tutto
il sistema analitico delle forze e le applica al si-
stema del mondo, Laplace compie la grand'opera
di Newton, e studiando le ineguaglianze plane-
tarie, seguendo il principio della gravitazione
nelle sue più lontane conseguenze, riesce a sem-
pre più confermare l'universalità della sna legge
ed a compiere il sistema perfetto matematico e
UZIONE.
da
dinamico del mecanismo celeste. Laplace, Olbers
Brande, Benzenberg, determinano i confini dell'
tmosfera in altezza mediante le loro osservazioni
e i calcoli su la riflessione dei raggi della luce.
Le osservazioni degli academici francesi sude
alture di Quito, degli inglesi nelle pianure del
Bengala confermate da quelle di Mutis ed Hum
boldt sulle coste di Caracas spiegano tutto ad
tratto d'an modo insperato i movimenti regol
e diurni dell'atmosfera sotto i tropici, che ven
gono poscia riscontrati da quelli osservali per
la zona temperata da Chiminelli a Padova,
Ramond nell' Auvergne, da Buch nell' Alemag
Brook Taylor col suo metodo degli increment
aggiunge un nuovo ramo all'analisi della quantità
variabile, Stirling inventa la formola analitica
conosciuta poi come teorema di Maclaurin. La-
grangia riferisce tutte le leggi dell'equilibrio
del moto ad un solo principio sottoponendolo a
un solo metodo di calcolo del quale è egli ste
inventore, colla più perfetta eleganza dello s
analitico. Pardies, Renau, Huygens, Giacomo
Giovanni Bernoulli, Hoste, Bouguer, Eulero,
Ciscar illustrano matematicamente la nautica
La fisica particolare si estende ed assicura
ad
Juan
colle
P
esperienze il suo corso. Gli Academici fiorer
tini inventano l'igrometro, perfezionano il bare
ed alla elasticità dell'aria; mostrano l'attrazio
metro, e l'applicano alle sperienze intorno al peso
magnetica indipendente dalla presenza dell'an
rivelano l'elasticità dei vapori acquosi; misu
con mirabile esattezza la forza che determina l'a
mento di volume dell'acqua ridotta in istato
ghiaccio; generalizzano la legge della dilatazio
dei corpi operata dal calore, ed instituiscono i
merose e belle sperienze sulla celerità del suono
sul peso specifico dell'aria e dell'acqua.
esamina l'aria ei liquori, e determina il peso del
prima, l'equilibrio dei secondi. Applica egli il
rometro di Torricelli a misurar la elevatezza dell
montagne, e Mariotte a determinare
Pa
quella
del-
che
Fatmosfera. Santorio imagina il primo ten
metro, Renaldini il primo termometro di comp
razione, Hales il ventilatore, e Huygens dopo P
fezionato il telescopio inventa il micrometro a
Auzout perfeziona; Zucchi pel primo concepisce
il pensiero di adoperare gli specchi concavi a
P
tri
Po
Se
pr
tio
del
Am
Sta
Ca
Per
Ca
Mo
per
che
ons
che
For
eklin
Plac
gene
Mer
Vine
dini
celer
mero
onde
ima
metallo in luogo degli obbiettivi di vetro,
conseguire col mezzo della riflessione i medesi
effetti della rifrazione, e guida Newton al tele
scopio di riflessione; Eulero teoricamente i
gina e Dolloud eseguisce il telescopio acromatic
Guerike inventa gli emisferi magdeburghesi
scopre la ripulsione elettrica; Amontons
la
tromba<noinclude><references/></noinclude>
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Autore:Roscellino di Compiègne
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Panz Panz
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| Nome = Roscellino di Compiègne
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Autore:Guglielmo di Champeaux
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Autore:Amaury de Bène
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Autore:Guglielmo Durando di San Porciano
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{{Vedi anche autore|Guglielmo Durando di San Porciano}}
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Autore:Nestorio
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| Nome = Nestorio
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| Nazionalità = siro
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Categoria:Pagine in cui è citato Nestorio
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{{Vedi anche autore|Nestorio}}
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Pagina:Storia della venerabile arciconfraternita della Misericordia 1871.djvu/105
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Giaccai
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: dezza, ascendendo il suo peso a libbre 5454. La medesima fu rifusa di nuovo, e poi benedetta da monsignor arcivescovo F. Nerli con altre quattro campane della Metropolitana, ricollocate il di 20 del mese di luglio dell’anno 1670; come riporta Francesco Bonazzini nel tomo secondo esistente nella pubblica libreria Magliabechi (1). Per il caso seguito la sera del di 2 del mese di dicembre 1776 al Poggio Imperiale ne venne i...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione||— 101 —|}}</noinclude>dezza, ascendendo il suo peso a libbre 5454. La medesima fu rifusa
di nuovo, e poi benedetta da monsignor arcivescovo F. Nerli
con altre quattro campane della Metropolitana, ricollocate il di 20
del mese di luglio dell’anno 1670; come riporta Francesco Bonazzini
nel tomo secondo esistente nella pubblica libreria Magliabechi
(1). Per il caso seguito la sera del di 2 del mese di
dicembre 1776 al Poggio Imperiale ne venne in vantaggio
della città la buona e miglior regola, di suonare cioè a tutte
le ore per le disgrazie che seguono ancora dopo l’Ave Maria
della sera (u); eccettuati però i tre giorni consueti della settimana
santa quando non lo richiegga il bisogno; onde i fratelli
possano essere anche di notte più pronti che per il passato a
portarsi col cataletto, in soccorso degl’infelici. Similmente per
maggior comodità, e per non dovere andare tanto in alto a
Quanto ai giornanti di giorno, il Landini è in errore dicendo che sono sempre
tenuti di notte e di giorno e ad ogni cenno della campana di portarsi alla
compagnia, poichè non corre loro obbligo preciso che due volte nel giorno respettivo.
Possono però interveniro anche negli altri giorni quando loro piace tanto al
trasporto dei malati come dei morti.
(1) L’anno 4830 si ruppe nuovamente la campana della Misericordia, onde si
pensò a farla rifondere e ne fu affidato l’incarico al sig. Carlo Moreni. Nella nuova
campana fu impressa l’immagine della Concezione, e quella di S. Gio. Batis:a patrono
della città. Vi furono poi riportate lo armi del granduca, e quelle doll’arcivescovo
di Firenze Ferdinando Minacci. Nella periferia si leggono le sognenti
inscrizioni: Ad annuntiandum mane Misericordiam et ceritam per noctem. Ferd.
Minuccio archiepiscopo Florent. Leopoldo II. M. E. D. Sacri operis curatoribus
Equite Antonio Ramiresio de Montalro. March. eq. Andrea Borbonio de Montc
S. M. Eq. Thoma Corsio anno MDCCCXXX.
(11) Prima di quell’epoca era proibito ancho alla Misericordia di snonaro la
campana dopo un’ora di notte.<noinclude><references/></noinclude>
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Minuccio archiepiscopo Florent. Leopoldo II. M. E. D. Sacri operis curatoribus Equite Antonio Ramiresio de Montalro. March. eq. Andrea Borbonio de Montc S. M. Eq. Thoma Corsio anno MDCCCXXX</ref>. Per il caso seguito la sera del di 2 del mese di dicembre 1776 al Poggio Imperiale ne venne in vantaggio della città la buona e miglior regola, di suonare cioè a tutte le ore per le disgrazie che seguono ancora dopo l’Ave Maria della sera <ref>Prima di quell’epoca era proibito ancho alla Misericordia di snonaro la campana dopo un’ora di notte.</ref>; eccettuati però i tre giorni consueti della settimana santa quando non lo richiegga il bisogno; onde i fratelli possano essere anche di notte più pronti che per il passato a portarsi col cataletto, in soccorso degl’infelici. Similmente per maggior comodità, e per non dovere andare tanto in alto a
<ref Follow=p104>Quanto ai giornanti di giorno, il Landini è in errore dicendo che sono sempre tenuti di notte e di giorno e ad ogni cenno della campana di portarsi alla compagnia, poichè non corre loro obbligo preciso che due volte nel giorno respettivo.<br>
Possono però interveniro anche negli altri giorni quando loro piace tanto al trasporto dei malati come dei morti</ref>.
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Giaccai
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Minuccio archiepiscopo Florent. Leopoldo II. M. E. D. Sacri operis curatoribus Equite Antonio Ramiresio de Montalro. March. eq. Andrea Borbonio de Montc S. M. Eq. Thoma Corsio anno MDCCCXXX</ref>. Per il caso seguito la sera del di 2 del mese di dicembre 1776 al Poggio Imperiale ne venne in vantaggio della città la buona e miglior regola, di suonare cioè a tutte le ore per le disgrazie che seguono ancora dopo l’Ave Maria della sera <ref>Prima di quell’epoca era proibito ancho alla Misericordia di snonaro la campana dopo un’ora di notte.</ref>; eccettuati però i tre giorni consueti della settimana santa quando non lo richiegga il bisogno; onde i fratelli possano essere anche di notte più pronti che per il passato a portarsi col cataletto, in soccorso degl’infelici. Similmente per maggior comodità, e per non dovere andare tanto in alto a
<ref Follow=p104>Quanto ai giornanti di giorno, il Landini è in errore dicendo che sono sempre tenuti di notte e di giorno e ad ogni cenno della campana di portarsi alla compagnia, poichè non corre loro obbligo preciso che due volte nel giorno respettivo.<br>
Possono però interveniro anche negli altri giorni quando loro piace tanto al trasporto dei malati come dei morti</ref>.<noinclude><references/></noinclude>
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Giaccai
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Minuccio archiepiscopo Florent. Leopoldo II. M. E. D. Sacri operis curatoribus Equite Antonio Ramiresio de Montalro. March. eq. Andrea Borbonio de Montc S. M. Eq. Thoma Corsio anno MDCCCXXX</ref>. Per il caso seguito la sera del di 2 del mese di dicembre 1776 al Poggio Imperiale ne venne in vantaggio della città la buona e miglior regola, di suonare cioè a tutte le ore per le disgrazie che seguono ancora dopo l’Ave Maria della sera <ref>Prima di quell’epoca era proibito ancho alla Misericordia di snonaro la campana dopo un’ora di notte.</ref>; eccettuati però i tre giorni consueti della settimana santa quando non lo richiegga il bisogno; onde i fratelli possano essere anche di notte più pronti che per il passato a portarsi col cataletto, in soccorso degl’infelici. Similmente per maggior comodità, e per non dovere andare tanto in alto a
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Giaccai
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<ref Follow=p104>Quanto ai giornanti di giorno, il Landini è in errore dicendo che sono sempre tenuti di notte e di giorno e ad ogni cenno della campana di portarsi alla compagnia, poichè non corre loro obbligo preciso che due volte nel giorno respettivo.<br>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione||— 102 —|}}</noinclude>suonar la campana, fu ordinato il dì 13 febbraio 1779 dal cav. Giovanni Incontri provveditore dell’opera di S. Maria del Fiore, previe l’istanze fatte da Giuseppe Baldovinetti provveditore della Misericordia, che fosse fatta un’altra buca nel pavimento del campanile e fosse allungata e condotta la fune fino al piano terreno onde i custodi potessero con maggior sollecitudine suonarla. A tale effetto la compagnia pagò lire sessanta al camarlingo dell’opera del Duomo per mano del signor Girolamo Doni sottoprovveditore per le spese occorse in tal congiuntura come apparisce dai libri d’uscita.
Il sopraddetto numero di centocinque giornanti viene al presente spartito in quindici per giorno d’ogni settimana; sebbene in antico non fossero che dodici al giorno, come si vede notato nei libri dell’archivio della compagnia<ref>Come abbiamo detto vedi nota 1 pag. 400 i giornanti secolari sono centoaettantacinque.</ref>. Al detto numero in ciascun giorno sono aggiunti quattro capi di guardia, i quali presiedono al buon ordine delle gite che possano occorrere. Oltre a questi giornanti vi sono di più centoventi fratelli detti Stracciafogli<ref>Li stracciafogli secolari sono ora circa cento cinquanta. La maggior frequenza e puntualità nel servizio serve loro di titolo per essere passati giornanti.</ref>, ed in oggi molti altri giornanti chiamati soprannumeri, i quali passano fra i centocinque quando debbasi dare il riposo ad alcuno di quel numero; il che facilmente viene accordato, o dietro una loro dimanda o dopo aver passata l’età di anni sessanta, o per qualche altro giusto motivo, ed in tal caso restano giornanti di riposo: e ció vien benignamente concesso attesa la loro carità e assiduità prestata per l’avanti in benefizio dei poveri<noinclude><references/></noinclude>
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Il sopraddetto numero di centocinque giornanti viene al presente spartito in quindici per giorno d’ogni settimana; sebbene in antico non fossero che dodici al giorno, come si vede notato nei libri dell’archivio della compagnia<ref>Come abbiamo detto vedi nota 1 pag. 400 i giornanti secolari sono centoaettantacinque.</ref>. Al detto numero in ciascun giorno sono aggiunti quattro capi di guardia, i quali presiedono al buon ordine delle gite che possano occorrere. Oltre a questi giornanti vi sono di più centoventi fratelli detti Stracciafogli<ref>Li stracciafogli secolari sono ora circa cento cinquanta. La maggior frequenza e puntualità nel servizio serve loro di titolo per essere passati giornanti.</ref>, ed in oggi molti altri giornanti chiamati soprannumeri, i quali passano fra i centocinque quando debbasi dare il riposo ad alcuno di quel numero; il che facilmente viene accordato, o dietro una loro dimanda o dopo aver passata l’età di anni sessanta, o per qualche altro giusto motivo, ed in tal caso restano giornanti di riposo: e ció vien benignamente concesso attesa la loro carità e assiduità prestata per l’avanti in benefizio dei poveri<noinclude>{{rule|4em|l=2em}}
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Giaccai
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione||— 103 —|}}</noinclude>di Gesù Cristo. Ma questo deve accordarsi o dal magistrato per mezzo di un partito, oppure dal provveditore, dopo aver riconosciuto se ne siano meritevoli; ed in tal caso vengono rispettati nella loro anzianità. E se ancora dopo ottenuto il riposo piacesse loro di accorrere ad esercitare atti di carità al suono della campana, come hanno fatto per l’avanti è loro permesso. Nė ottenuto il riposo perdono per questo gli emolumenti e i privilegi dalla compagnia accordati: che anzi a ciascuno di essi in caso di malattia purchè con febbre, dietro la polizza d’avviso, viene subito mandato con ogni puntualità il medico conforme prescrivono gli stessi capitoli.<noinclude>{{rule|4em|l=2em}}
<references/></noinclude>
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