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Er Ziggnore, o vvolemo dì: Iddio
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| Titolo = Er Ziggnore, o vvolemo dì: Iddio
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| Nome e cognome del traduttore =
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| prec=Nun ze bbeve e sse paga
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| Nome e cognome dell'autore = Giuseppe Gioachino Belli
| Titolo = Li musi de lei
| Anno di pubblicazione = 1831
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| Progetto = letteratura
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| prec=Er civico ar quartiere
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{{Ct|f=100%|v=1|t=2|LI MUSI<ref>''Star col muso'': essere di mal umore.</ref> DE LEI.<ref>''Lei'': mia moglie.</ref>}}
<poem>
Vèstete via, nun famo regazzate:
Per oggi nun vò ppiove:<ref>Non vuol piovere.</ref> è ttempo grasso,<ref>''Tempo grasso'' è quando l’atmosfera si vede ingombra di nuvoli immobili e come incantati.</ref>
Ma nnun è ttempo, nò, dde fà ffracasso:
Nu le vedi le nuvole squarciate?
Le carrettelle ggià sso’ ttutte annate?<ref>Sono tutte andate. [V. la nota 6 del sonetto: ''{{TestoCitato|Er ricordo}}'', 29 sett. 30.]</ref>
E nnoi se<ref>[''Si'']: ce.</ref> n’anneremo a spass’a spasso.
Che cc’è da Ripa a Papaggiulia?<ref>Dalla Ripa Grande in Trastevere sino al luogo suburbano detto Papa-Giulio, e dal popolo ''Papaggiulia'', correrà una distanza di circa una lega.</ref> un passo.
Poi, sibbè<ref>Sebbene.</ref> ppiove, pioveno sassate?
Che ffiocca! fiocca er c.... che tte fr...!
Mo ddo de guanto<ref>''Dar di guanto a'' ecc.: afferrare. [Dicono anche ''do de piccio''.]</ref> a un manico de scopa,
E tte tratto ppiù peggio de ’na strega.<ref>La scopa vuolsi essere il flagello delle povere streghe.</ref>
Che ffate a ccasa? nun c’è mmanco Muccio!<ref>Giacomuccio.</ref>
Volete restà ssola, sora Pòpa,<ref>Personaggio da marionette.</ref>
Come un tórzo de cavolo<ref>''Restar solo come un cavolo'', vale: “esser lasciato da tutti.„
</ref> cappuccio?
</poem>
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{{Centrato|{{Type|f=1.5em|l=4px|'''A MESSER FRANCESCO'''}}}}
{{Centrato|{{Type|f=0.8em|l=2px|PRIORE DI S. APOSTOLO DI FIRENZE, SPENDITORE A NAPOLI DEL GRAN SINISCALCO DEGLI ACCIAIUOLI DI FIRENZE.}}}}
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{{xxx-larger|A}} me era animo d’avere taciuto; tu colla tua mordace epistola in parole mi commuovi. Certo io mi doglio; perocchè non sempre ad onesto uomo si confà sparger quello che essa verità patirebbe, acciocchè non paia in stimolo avere rivolta la lingua, e mentrechè dice il vero, sia reputato maldicente; ma perocchè la innocenza si debbe difendere, ed io offeso sono accusato, è da venire in parole.
Tu scrivi, innanzi all’altre cose, ch’io sono ''uomo di vetro'', il quale è a me non nuovo soprannome. Altra volta tu medesimo mi chiamasti ''di vetro''. Di quindi aggiungi, quasi adirato, ch’io sia ''subito''; e finalmente con più largo parlare scrivi: che io non doveva ''così subito il partire, anzi la fuga dal tuo''<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|38|{{Sc|a messer francesco}}|}}</noinclude>''Mecenate arrappare'': e che l’animo ti stava, che secondo il parer mio ogni cosa mi sarebbe suta apparecchiata, e quindi non esser senno l’''averlo turbato''; lodando, dopo questo, il tornare. E benchè la pestilenza mi spaventi, o mi contrasti il caldo della state, utile tempo mi conforti ad aspettare; e per la tua fede affermi che al desiderio mio troverò ogni cosa apparecchiata; affermando, Mecenate tuo essersi vergognato quando udì il mio partire, perocchè a molti sia paruto che per sua colpa mi sia partito, e che, se fede m’avesse potuto prestare, non sarebbe avvenuto che partito mi fossi; e se al tutto mi fossi voluto partire, con debiti onori e doni convenevoli me infino nella propria patria averebbe rimandato; e altre cose più inframetti non meno piacevoli che gravi, quasi quel primo ardore sia ito in cenere.
Oh se io volessi, ho che ridere, ho che rispondere. In verità nel proprio tempo sarà riserbato il riso; ma allo scritto, non come tu meriti, ma come alla gravità mia si confà, risponderò. Niuno certamente arebbe potuto quello che tu di’ scrivere, che non fosse con più paziente animo da comportare, conciossiacosachè un altro potesse per ignoranza aver peccato; ma tu, no, perocchè d’ogni cosa sei consapevole, e sai contra la mente tua hai scritto. Se forse di’, ''non me ne ricorda'', possibile è gli uomini siano dimentichi, ma non sogliono le cose fresche così subito cadere della memoria. Che diresti tu, se, poichè queste cose son fatte, un anno grande fosse passato? conciossiacosachè non ancora il sole abbia perfettamente compiuto il cerchio suo, a Messina in quelli<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|epistola}}|39}}</noinclude>dì che il nostro re Lodovico morì<ref>Lodovico di Taranto, secondo marito della regina Giovanna, morto in Messina nel 1362.</ref>, di questo mio infortunio si fece parola: tu a’ ventidue di aprile seguente queste cose scrivi. Dirai ch’i’ sia dimentico?
O buon Dio! Ecco se, non sapendo io, del fiume di Lete assaggiasti (forsechè n’assaggiasti); e se non n’assaggiasti, tu ti dovevi ricordare delle lettere di Sicilia a me scritte di mano del tuo messer Mecenate, egregio albergo delle muse, con quanta istanza io sia in quelle chiamato, con quante promesse acciocch’io venga; alle quali, acciocch’io fossi più inchinevole, nell’epistola scritta di mano di Mecenate era posto: ''ch’io venissi a participare seco la felicità sua''. E se io volessi mentire, le lettere sono ancora intere per dare certissimo testimonio alla verità, se elle sieno domandate. Ma acciocchè io, che so tutto, dica qualche cosa, confesso spontaneamente ch’io fui alquanto in pendente, lette le lettere tue. Certamente io temeva, altre volte esperto, non quelle larghe promesse, non la disusata liberalità, non la molta dolcezza delle parole ricoprisse alcuna cosa meno che vera, ovvero inducessero scorno. Finalmente da me, poco fidandomi, l’epistola tua rimosse il dubbio, e, con pace del tuo Mecenate sia detto, a te credetti. Me nè la promessa, nè ’l venire i conforti tuoi sospinsono, perocchè tu sapevi che modo fosse a me di vivere nella patria, che ordine e che studio; e però nell’animo mio fermai che tu<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|40|{{Sc|a messer francesco}}|}}</noinclude>non dovessi, uomo d’eta compiuta, consigliare ch’entrassi in nuovi costumi o diversi agli usati; e così venni nel consiglio tuo.
E acciocchè tu dopo il venir mio ragionevolmente non mi potessi dire troppo sciocco, io ti scrissi una lettera, la copia della quale è appresso di me, nella quale interamente ti faceva savio che animo fosse in me venendo costà; e non troverai, se tu la producerai innanzi, me avere commessa alcuna cosa contro a quella. Ma che dico io molte parole? Io venni con malo augurio, e a Nocera te e il tuo Grande trovai. O lieto dì! o ricevuta festevole! non altrimenti che s’io tornassi da’ borghi o del contado vicino a Napoli, con viso ridente, con amichevole abbracciare e graziose parole dal tuo Mecenate ricevuto sono. Anzi, appena portami la mano ritta, in casa sua entrai: augurio certamente infelice! Di quindi il dì seguente venimmo a Napoli, dove (acciocchè io non racconti tutte le cose che avvennono) subitamente la parte della chiara felicità, secondo la promessa, mi fu assegnata, te ciò facendo; conciossiacosachè tu fossi preposto al governo dello splendido albergo: onorevole e egregia parte e con lungo immaginare pensata!
Sono al tuo Mecenate cittadi nobilissime e castella molte, ville e palagi e grandissimi poderi; più luoghi riposti e nascosi e dilettevoli, acciocch’io non dica l’altre grandi cose di grandissimo splendore chiare; il che avere aperto a te è senza dubbio di soperchio. In tra queste cose così risplendienti era ed è una breve particella, attorniata e rinchiusa<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|epistola}}|41}}</noinclude>d’una vecchia nebbia, e di tele di ragnolo e di secca polvere disorrevole, fetida e di cattivo odore, e da esser tenuta a vile da ogni uomo quantunque disonesto; la quale io spessissime volte teco, quasi d’uno grande navilio la più bassa parte d’ogni bruttura recettacolo, ''sentina'' chiamai. In questa io, siccome nella conceduta parte della felicità grandissima, quasi nocivo, non come amico, dalla lunga sono mandato a’ confini: la possessione della quale, acciocchè come destinato abitatore pigliassi, innanzi all’altre cose mi ricorda. Non creder ch’io sia dimentico.
Per tuo comandamento fatto, già tenendo noi mezzo novembre, e ogni cosa aggranchiata per l’aire fresca e contratta, e stante la pestilenza; e intorno ogni cosa tenendo sopra il solaio di sasso, uno letticciuolo pieno di capecchio, piegato e cucito in forma di piccole spere, e in quell’ora tratto di sotto ad un mulattiere, e d’un poco di puzzolente copertoio mezzo coperto, senza piumaccio, in una cameruzza aperta da più buche, quasi a mezza notte, a me, vecchio e affaticato, è assegnato, acciocchè insieme col mio fratello<ref>Iacopo.</ref> mi riposassi. Grande cosa certo ad uno avvezzo a dormire nella paglia! O notte da ricordarsene, di stigia nebbia offuscata, trista ad ambedue noi e angosciosa, ma al più vecchio tristissima! con rammaricose vigilie, non mai venendo il dì, s’è consumata; e non sola, ma molte, e non senza dolore incomportabile, più misere di questa seguitarono. Volesse Dio che piuttosto aliga o ulva di padule, se<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|42|{{Sc|a messer francesco}}|}}</noinclude>la felce o le ginestre mancavano, vi fosse suta posta! Oh come bene, e come convenientemente sono ricevuto! Forsechè non più splendidamente ad Alba per addietro fu Perseo da’ Romani, o da Tiburzi Siface, per addietro chiarissimo re, allora prigioni, ricevuti sono. Tu, che se’ uomo oculato, non ti ricordavi che abito fosse quello della cameretta mia nella patria? che letto? e quanto male si confacessono colle cose da te apparecchiate? Forsechè, siccome della sventurata Ecuba, per addietro de’ Troiani reina chiarissima, leggiamo, me converso in cane stimarono i fanti tuoi? Per la Dio grazia io sono ancora uomo; e se io avessi desiderato sterquilinii e i brutti e disorrevoli luoghi, abbondevolmente gli arei nella patria trovati: non m’era necessità di questi, e spezialmente per abitare una ''Sentina'' con tanta mia fatica esser venuto a Napoli. Ma che? In questa medesima sentina al disorrevole letticciuolo s’aggiugne l’ordine domestico de’ desinari, lo splendido apparecchio, e degl’invitati a desinare la dilettevole compagnia: la qual cosa, non ch’io creda che tu nol sappi, ma acciocchè tu un poco ti vergogni, ti scrivo.
A quelli che in quella casa reale entravano, tessuta di travi orate, coperta di bianco elefante, (trista battaglia colle cose contrapposte al vedere, al gusto e all’udito!) si vedeva in un canto una lucernuzza di terra con un solo lume mezzo morto, e a quello, con poco olio, della vita trista è continua battaglia! Dall’altra parte era una piccola tavoletta di grosso e spurido canovaccio da’ cani ovvero dalla vecchiaia tutto roso, non da ogni parte pendente, e non {{Pt|piena-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|epistola}}|43}}</noinclude>{{Pt|mente|pienamente}} coperta, e di pochi e nebbiosi e aggravati bicchieri fornita; e di sotto alla tavola, in luogo di panca, era uno legnerello manco d’uno piè; credo nondimeno che questo fosse fatto avvedutamente, acciocchè accordante sul riposo di coloro che sedeano, colla letizia delle vivande agevolmente non si risolvessono in sonno, postochè nel focolare nullo fuoco avesse intorno, il fummo della cucina<ref>I Mss: hanno ''il messo della vivanda:''</ref> e il lezzo della vivanda occupava ogni cosa. Queste così fatte case reali e cotali tavole crederò, se tu vorrai, Cleopatra Egizia avere usate con Antonio suo.
Dopo queste cose, a brigata veniano di quinci e di quindi baroni: dico ghiottoni e manicatori, lusinghieri, mulattieri e ragazzi, cuochi e guatteri, e usando altro vocabolo, cani della corte e topi domestici, ottimi roditori di rilievi. Ora di qua ora di là discorrendo, con discordevole mugghiare di buoi riempievano tutta la casa; e quello che m’era gravissimo al vedere, e all’odorato, era, mentrechè le mezzine e i vasi da vino spesse volte quindi e quinci portavano, e alcune volte rompessono, il rotto suolo immollando, e la polvere e ’l vino co’ piedi in fango convertissono, di fetido odore riempievano l’aria del luogo. Oimè quante volte non in fastidio solamente, ma in vomito fu provocato lo stomaco! Dopo questo, il prefetto della reale casa, sucido, disorrevole, e non in abito discordante dalla casa, pochi e piccolini lumi portando in mano, gli occhi lagrimanti per lo<noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|44|{{Sc|a messer francesco}}|}}</noinclude>fummo, con roca voce e colla verga dà il segno della battaglia, e comanda che vadano a tavola quelli che debbono cenare.
Di quinci io con pochi entrava alla prima tavola, come più onorato nella ''Sentina''; ma nel cospetto mio sozza ed incomposta turba ruinava, senza comandamento aspettare, dove la fortuna gli concedeva. Ciascuno alla mangiatoia s’acconciava, desideroso del cibo; e a mio dispetto spessissime volte verso costoro io voltava gli occhi, i quali quasi tutti vedeva con gli nari del naso umidi, colle gote livide, con gli occhi piangenti in gravissima tossa esser commossi, dinanzi a sè e a me marcidi e rappresi umori sputare. E non è maraviglia: mezzi vestiti, quasi tutti di sottilissimi e manicati pannicelli, presso al ginocchio nudi, e disorrevoli e tremanti, scostumati, affamati a guisa di fiere trangugiavano le vivande poste loro innanzi. Che dirò de’ vasi boglienti per i cibi, simili a quelli del grande Antioco re d’Asia e di Siria? Forse lo penserebbe un altro tirato da falsa fama: io non ti posso ingannare, chè ogni cosa avevi apparecchiato. Egli erano di terra; la qual cosa io non danno, perocchè questi così fatti per l’addietro avevano in uso Curio e Fabrizio uomini venerabili; ma egli erano sozzi, e, siccome spesse volte io pensai, dalle botteghe de’ barbieri, e di quelli che pieni di corrotto sangue tengono i barbieri di Napoli, parevano essere suti imbolati. E se alcuno ve n’era di legno, nero e umido, e che sapeva e sudava del grasso di ieri, erano posti innanzi: il che spesse volte di tuo avvedimento m’avvidi essere stato fatto, {{Pt|ac-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|epistola}}|45}}</noinclude>{{Pt|ciocchè|acciocchè}} la carne innanzi posta, pigliando il sapore del legno, non diventasse sciocca. Dirai forse: se tu sai che io il sapessi, perchè me lo scrivi? Per Ercole! non per altro, se non perchè tu t’avveggia che ancor io mi sia avveduto che quello che quivi era non era di Malfa<ref>Casa di piacere del gran siniscalco Acciaiuoli, come si ha da Matteo Palmieri nella di lui vita, a p. 106 (Firenze, 1588.)</ref>.
Il proposto della sala (come appresso a certi nobili per addietro vidi per consueto cibi apparecchiati quasi colla voce del banditore annunziare l’anno precedente, acciocch’io non dica il mese o il dì) ti mostrava l’ordine del seguente, il quale dal cuoco era osservato. Buoi di vecchiaia e di fatica o d’infermità morti, si cercavano da ogni luogo, per tua sollecitudine dicevano molti; il che appena credeva, ricordandomi come per addietro solevi esser sollecito intorno alle buone cose! così o troie spregnate, o colombi vecchi che arsi o mezzi cotti a’ cenanti s’apparecchiavano, perchè, secondo l’autorità del re Ruberto, in nutrimento più forte si convertissono: e oltre a questo, Esculapio, Apollo, e ancora Ipocrate e Galeno queste interapeutiche vivande non molto commendano, e spezialmente in questo pestilenzioso tempo. Oh come ben fatto! Acciocchè più pienamente la tua masserizia si conoscesse, tra due di quelli che sedevano alla prima tavola tre castagne tiepide venivano innanzi. Io non aveva detto le quisquilie piccolissimi pesciolini, ancora a’ mendicanti<noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|46|{{Sc|a messer francesco}}|}}</noinclude>lasciate, delle quali i dì del santo digiuno eramo pasciuti, cotte in olio fetido! Ma per ristoro delle sopraddette cose, sopravvenivano vini o agresti o fracidi, ovvero acetosi, non sufficienti a torre via la sete, eziandio se molta d’acqua vi si mettesse. Questo non arei mai creduto essere stata tua operazione, se tu avessi cenato con noi; perchè mi ricordo con quanta cura tu solevi cercare gli ottimi vini; ma tu, siccome savissimo sempre, lasciata la sventurata moltitudine, salivi il monte di Cassino, e ne’ conviti reali, o, se piuttosto vuoi, del tuo Mecenate, t’inframmettevi, ne’ quali erano più larghi bocconi messi ne’ vasi d’argento, e quivi ottimi vini sorsavi: magnifiche cose veramente, e degne del tuo gran Mecenate, interamente ragguardanti e dirittamente alla felicità promessa!
Forse che tu dirai: che aresti tu voluto? Non conoscevi tu il costume de’ cortigiani? Quello che
basta agli altri non doveva bastare a te? Ottimamente di’, anzi santissimamente ed amichevolmente. Conobbi dalla mia puerizia i costumi de’ cortigiani e la vita loro; ma non mi credeva esser chiamato per seguitare quelli o per osservarli, anzi per esser partefice della felicità del tuo Grande; e nella lettera mia, innanzi ch’io venissi, chiaramente protestai ch’io non potrei sofferire quelli. Perchè non dunque, se questo non era all’animo di Mecenate, non m’era negato l’andare? Nondimeno io non desiderava quello che tu pensavi; perocchè, se io sono ''di vetro'' al giudizio tuo, io non sono uomo goloso, nè trangugiatore, nè ancora per troppa mollezza {{Pt|ef-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|epistola}}|47}}</noinclude>{{Pt|femminato|effemminato}}. Io non t’arei chiesto vini di Tiro, ovvero di Pontico, ovvero quelli che sono più presso, vini del monte Miseno e delle vigne dello Abruzzo o delle vigne di Lombardia succiare. Io non t’arei chiesto uccelli di Colco, d’Ortigia, non fagiani o starne, non vitelle o capretti di Surriento, non il porco salvatico di Calidonia vinto da Meleagro, non i rombi del mare adriatico, non l’orate o l’ostriche condotte dalla chiusura di Sergio Orata, non le mele di Esperia, non le vivande degl’imperadori, non le piume di Sardanapalo, non i guanciali della reina Giunone, non letto ornato di porpora, non la casa d’oro di Nerone Cesare; non lusinghieri, non citaristi, non fanti colle chiome ricciute, non i baroni del regno. Queste delizie e del tuo grande Mecenate, e di coloro che lussuriosamente hanno sollecitudine della gola, si siano. Ma arei io voluto quello che spessissimamente domandai, cioè una casellina rimossa da’ romori de’ ruffiani garritori, una tavola coperta di netti e onesti mantili, cibi popolareschi, ma nettamente parati; e con queste cose così temperate, volgari vini e chiari, e in netto vaso, e dalla diligenza del celleraio conservati; uno letticciuolo, secondo la qualità della mia condizione, posto in una camera netta; queste cose non sono troppo di spesa, nè sconvenevoli{{ec|,|.}}
Se tu non lo sai, amico, io sono vivuto dalla mia puerizia infino in intera età nutricato a Napoli, e intra i nobili giovani meco in età convenienti, i quali, quantunque nobili, d’entrare in casa mia nè di me visitare si vergognavano. Vedevano me con {{Pt|con-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|48|{{Sc|a messer francesco}}|}}</noinclude>{{Pt|suetudine|consuetudine}} d’uomo e non di bestia, e assai dilicatamente vivere, siccome noi Fiorentini viviamo; vedevano ancora la casa e la masserizia mia, secondo la misura della possibilità mia, splendida assai. Vivono molti di questi, e insieme meco nella vecchiezza cresciuti, in dignità sono venuti. Non voleva, s’io avessi potuto, che, volendo essi continuare l’amicizia, ch’eglino m’avessono veduto dissorrevolmente vivere a modo di bestia, e che ciò avvenire per mia viltà pensassono. Forsechè tu dirai: queste essere femminili ragioni, e non convenirsi ad uomo studiante. Confesso essere delle femmine le dilicatezze, e così essere degli animali bruti brutamente vivere. In tutte le cose si vuole aver modo: io veggio gli uomini nobili osservare quelle cose che io domando; e intra i grandissimi e singulari il mio Silvano<ref>Il Petrarca.</ref>, l’orme del quale, quanto posso, discretamente seguo. Se tu danni lui, poco mi curerò se tu me danni.
Queste cose a me spesse volte promesse, perocchè solamente una volta non m’erano date, ed io quelli allettamenti sofferire non potessi, sono costretto di tornare alla liberalità del nobile giovane cittadino nostro Mainardo de’ Cavalcanti, consapevole; e spessissimamente di ciò pregando, lasciata la ''Sentina'', da lui con lieto viso sono a tavola e ad albergo ricevuto. E non dubito che per la Dio grazia e per la sua operazione e viverò e sarò sano. Ancora il fratello mio, benchè non molto in costumi vaglia, non potendo sofferire quei fastidii, all’albergo se n’andò, {{Pt|ap-|}}<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|epistola}}|49}}</noinclude>{{Pt|presso|appresso}} il quale esso si difese: così dal peso mio il tuo Mecenate alleggerii, ed esso tuo magnifico Mecenate, quasi da magnifici fatti impacciato, infignendo di non vedere, tacito sel sostenne, e tu molto maggiormente: ma non più liete cose ci restano.
Sai che, mentrechè quasi separato coll’ottimo giovane un pochetto mi ristorassi, con quante letteruzze e con quante ambasciate io fossi dal tuo Mecenate chiamato, acciocchè insieme con tutti i libri miei, quasi da parte, alquanti dì a lieto riposo vacassimo: e poichè per mia disavventura fui venuto, sai quante sconvenevoli cose io soffersi. Tu ti puoi ricordare, non meno realmente quivi che nella ''Sentina'' io fossi ricevuto! Una fetida cameruzza mi fu conceduta, quasi così fatte cose a me in prova, come se meritate l’avessi, si cercassono. Di quindi uno letticciuolo di lunghezza e di larghezza appena sufficiente ad un cane mi fu apparecchiato. Oh con che schifi e quasi lagrimosi occhi lo riguardava! Io non negherò che se io non avessi avuti i libri, di certo immantenente mi sarei tornato a Napoli. Stetti adunque legato con quella catena. E perchè forse il tuo Grande non molto credeva a coloro che gli ridicevano quanto vituperevolmente io fossi in luogo così pubblico trattato, esso medesimo volle vedere; e attorniato da una brigata di gentili uomini entrò nella puzzolente cameretta, ogni abito della quale con uno agevole volger d’occhio poteva ciascuno vedere: niuno ripostiglio era in quella, ogni cosa era in aperto. Vide adunque, tra l’altre cose, il letticciuolo, e, quello che dell’animo cacciar non mi posso, tacito riguardò. Volesse Iddio<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|50|{{Sc|a messer francesco}}|}}</noinclude>che almeno una delle lagrime di Cesare concedute al morto Pompeo avesse date, poichè esso vedea quello che e’ desiderava: forsechè arei creduto, per pietà dell’indegna trattagione essere suta conceduta, e più lungamente m’arebbe potuto schernire. Stava nel cospetto di coloro, che venivano tratti dalla fama de’ libri, il diffamato e servile letticciuolo, non senza molto rossore della faccia mia: ma della mia vergogna Dio ebbe misericordia. Entrò per ventura in quel luogo uno giovane napolitano di sangue assai chiaro, il quale, ricordandosi dell’amicizia vecchia, venne per visitarmi. Questi, poi visitato m’abbe, come vide quel letto da cane, crudeli bestemmie sopra del tuo capo e del tuo Grande cominciò a pregare. Con parole accese d’ira dannava, malediceva e bestemmiava la miseria e la inconsiderata smemoraggine d’ambedue voi; l’impeto di cui, poichè con piacevoli parole io ebbi pacificato, immantenente, salito a cavallo, volò a Pozzuolo, dove allora a caso era l’abitazione sua, ed uno splendido letto con guanciali mi mandò, acciocchè, ragguardato il letto, dalle cose di fuori io non paressi di più vile condizione che l’amico mi giudicasse. E non cadde del petto mio con che torti occhi tu ragguardassi quello! ma di questo altrove mi sfogherò.
Venne dipoi il dì che questo tuo così memorabile uomo ed amico delle muse richiamò a Napoli le femmine sue, le quali a Tripergoli molti dì festevoli erano sute; e perchè di tuo officio era, non guattero, non fanticello alcuno vi rimase, che tu, apparecchiate le bestie, perchè il mare era tempestoso, non facessi<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|epistola}}|51}}</noinclude>molte sue cose portare. A che dico io molte cose? tutte le masserizie furono portate via, infino ad uno sedile di legno ed uno orciuolo di terra. Io solo, colla soma de’ libri miei, fui nel lito lasciato insieme col fante mio, senza le cose necessarie al vivere e senza niuno consiglio. Tu sai meglio di me che quivi non era taverna, non amici alle case de’ quali io potessi diporre le cose mie, e pigliare il cammino a piè. Ninna cosa era quivi da vendere, nè utile al vivere, se tu non ve ne porti. Per la qual cosa io fui costretto a fare un lungo digiuno, e, quello che m’era gravissimo, io era quasi un giuoco da ridere ad ognuno, vedendomi andare intorno al lito. Finalmente, poichè due dì gli occhi rivolti pel mare, ed alcuna volta pel cammino di terra, aspettando ebbi affaticati, vennono mandati da te che le mie cosette portarono a Napoli, e nella ''Sentina'' del tuo Grande, se io vi fossi voluto tornare. Nè m’uscirà mai di mente, mentrechè io viverò, perchè tra noi mi sia doluto, me, quasi uno vile schiavo esser suto da te lasciato nel seno di Baia, primieramente essere suto chiamato ''di vetro''.
Ma tornando a Napoli, poichè il mio Mainardo al servigio della reina obbligato trovai essere andato a Sant’Ermo, dalla ''Sentina'' spaventato, a casa d’uno amico mercatante e povero mi tornai spontaneamente, ciò il tuo Mecenate pazientemente sofferendo; col quale, facendo esso vista di non vedere, cinquanta dì, o più, fui non senza vergogna, cioè insino al mio partire. Ma qui è da fermarsi un pochetto, acciocchè io apra un poco quello ch’io ho scritto, ch’è<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|52|{{Sc|a messer francesco}}|}}</noinclude>insino a qui paruto che con mansueto animo abbi passato.
Deh, dimmi: étti paruto la persona mia così vile? Conoscimi tu per sì da poco, per così indegno almeno d’un poco d’onore, che tu debbi avere stimato ch’io sia da esser trattato con sì orribili villanie, con così servili? Donde m’avevi tu ricolto? del loto o della feccia? donde m’avevi tu cavato? dalla prigione de’ servi? donde m’avevi tu tratto? de’ ceppi o dalla puzza della prigionia? donde m’avevi tu sciolto? dalla mangiatoia della maliziosa Circe? che così vilemente, così bruttamente, così al tutto merdosamente, me, ovvero per tua natura ovvero sospinto dal tuo Mecenate, dovessi avere così trattato? Non veramente, ma dalla casa mia, dalla patria mia, da quel luogo nel quale, benchè non reali, almeno alla qualità mia convenevoli vivande abbondevolmente erano date. Donde adunque viene questa negligenza così del tuo Mecenate come tua? questa schifiltà, questo scherno? Aveva io scherniti voi? avevavi io fatti da poco? avevavi io disonestati in lettere o in parole? Non veramente. Io mi penso che il tuo Mecenate si pensasse ch’io fossi uno de’ suoi Greciuoli, che io non avessi altro refugio se non la ''Sentina'' sua. Egli è ingannato. Io n’ho molti e onorevoli, dove il suo è vituperevole; e benchè egli sia grande e ricco, non dubito che io non sia molto più onorevole di lui da coloro che ambedue ci conoscono riputato, benchè io sia povero. In uno altro che in me questa sua abbominevole magnificenzia dimostrare doveva, e tu la preeminenza del tuo<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|epistola}}|53}}</noinclude>officio. Ma tempo non sarà tolto a queste cose, se io vivo. Nondimeno, conciossiacosachè le promesse più e più volle fattemi non mi fossono attenute, per non mangiare il pane il quale si doveva dare a mangiare a’ figliuoli del mio oste cortese, e per non essere più straziato dal tuo Mecenate, conciossiacosachè più volte te l’avessi detto dinanzi, con quella temperanza ch’io potei, al tuo Grande domandata licenza, postochè dall’amico mio mi partissi, e partendomi, a Vinegia me ne venni, dove dal mio Silvano lietamente ricevuto fui. Ma tu, al quale il campo della battaglia rimase voto, ti puoi della mia semplicità ridere e del disarmato nimico trionfare; nondimeno, grazie a Dio, tu non mi puoi più oltre fare ingiuria. Io sono in luogo sicuro.
Ma poi al pianto, costrignendomi tu, io ho pianta la mia miseria, a divellere i denti, i quali colla epistola tua nello innocente con tutte le forze se’ ingegnato di ficcare, è da venire. Tu mi di’ ''uomo di vetro'', il che a tutti i mortali, e a te e al Mecenate tuo dovevi dire, perocchè tutti siamo di vetro, e sottoposti ad innumerabili pericoli; per piccola sospinta siamo rotti e torniamo in nulla. Ma tu non avevi questo animo, mentrechè queste cose contra me dicevi; ma con sozza macchia la costanza mia ti sforzi di guastare. Questo non so perchè, conciossiacosachè da te niuna così fatta cosa abbia meritato. Un ''uomo di vetro'', con uno piccolo toccare, purchè contro a suo beneplacito si faccia, si turba e tutto si versa, e infino allo impazzare s’accende, eziandio se giustamente sia ripreso. Ma egli è da vedere s’io dico il<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|54|{{Sc|a messer francesco}}|}}</noinclude>vero, al tuo giudicio; se solamente una volta io sia suto sospinto e commosso in ira. Non sostenn’io, benchè con doloroso animo, la fetida ed abbominevole ''Sentina'' due mesi, degna d’essere fuggita da’ corbi e dagli avvoltoi? Certo io la sostenni. Non sono io suto straziato ed uccellato con cento vane promesse? non ingannato come un fanciullo con mille bugie? non son’io suto costretto dalle villanie e schifiltà vostre ad abitare l’altrui case? Veramente sono; e nol puoi negare, benchè tu vogli. E benchè queste cose sieno gravissime a sostenere, quando me versare, o rompere, o furioso mi vedesti tu? Io confesso ch’io mi sono rammaricato teco, ma senza romore e senza tumulto, con voce mansueta e quasi con tacito parlare, È questo costume d’uomo di vetro essere sei mesi con taciturnità tirato da tante bugie? Tu aresti forse voluto che io, guidato dallo esemplo tuo, avessi sino al fine della vita sostenuti questi fastidii. Non mi penso però ch’io fossi detto meno di te paziente, acciocchè colla pigrizia mia io rendessi te scusato. Tolga Iddio questa vergogna da uomo usato nelle cose della filosofia, dimestico delle Muse, e conosciuto da uomini chiarissimi, e avuto in pregio, che a modo delle mosche, con aggirar continuo, attorneando vada ora le taverne del macello, ora quelle del vino, cercando le carni corrotte e ’l vino fracido, portando la taglia in mano, i fornai visiti e i farsettai, e le femminelle che vendono i cavoli, per portar esca ai corvi comperati con picciolo pregio. Non è a me cotale animo; non mi mandò ancora così sotto la fortuna, benchè il tuo Mecenate mi v’abbia<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|epistola}}|55}}</noinclude>voluto mandare. Tu mi potesti già udir dire a lui che me non tiravano i pastorali de’ pontefici, non le prepositure del pretorio, dal disiderio delle quali sono tirati molti con vana speranza, e in ciascuno vile servigio sono lungamente ritenuti. Oltre a ciò non è a me, come a molti, sozzo e abbominevole amore, fra gli omeri d’Atlante nel comportare ogni disonesta cosa. A me è desiderio d’onesta vita e d’onore, al quale tolga Dio che per sì abbominevole sceleratezza io creda che si vada. Non adunque sono ''di vetro'', se avendo io sostenute alquante cose da non dire, più oltre sofferire non le potei.
Io ti dirò un fatto d’uno meccanico, e nostro cittadino, degno di memoria. Io so che tu conoscesti Bonaccorso scrittore, uomo plebeo per origine e povero, per animo nobile e ricchissimo. Costui chiamato da Ruberto re di Gerusalem e di Sicilia, venne a Napoli, e in quella ora che egli approdò, non trattisi ancora gli sproni nè l’uosa, menato fu nel cospetto del re; e da lui domandato de’ pregi d’alcune cose particolari all’arte sua ragguardanti, non senza indegnazione d’animo modestamente rispose; nè prima dal cospetto del re fu rimosso, che salito a cavallo, per l’orme sue si ritornò; e l’altro dì, essendo cercato, non fu trovato. Ma dopo pochi di, conciofussecosachè a Firenze fosse comparito, domandando quelli che mandato l’aveano, che fosse cagione di sì subita tornata, disse: lui avere stimato sè esser mandato a uno re, non a uno mercatante. E per mandar fuori la indegnazione conceputa per la domanda del re, con brusche parole non temette la<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|56|{{Sc|a messer francesco}}|}}</noinclude>singolarità del suo artifizio all’amplissima dignità porre innanzi. E tu me, figliuolo delle Muse, chiami ''di vetro'', il quale sei mesi da uomo di molta minore dignità sono con frasche di fanciullo straziato e avviluppato? Ottimamente per Dio fece Bonaccorso, io vilemente feci lungamente sofferendo.
Dirai ancora, ch’io sia ''subito'' quasi ''ruinoso'', e senza consiglio sia venuto a partirmi, e fai te dimentico, affermando te non sapere la cagione d’esso. Duro è fare ricordevole colui che sè contro a coscienza fa dimentico. Oltre a tutti, tu solo fosti consapevole d’ogni mio consiglio; a te l’animo mio aprii tutto; a te i segreti del cuor mio manifestai; a te discernei ciò ch’io portava nel petto, e non solo una volta, ma più. E tu ora fingi di non sapere perchè partito mi sia, e chiamimi ''subito''? Ma che è? Io farò ciò che tu vuoi, polche più non posso essere ingannato. In gran parte di sopra la cagione è aperta del mio partire: io non poteva più sofferire i fastidiosi costumi del tuo Mecenate. Se io dirò li tuoi, io non mentirò, nè il disonesto portamento. E acciocchè tu con ragione non mi dichi ''subito'', da cinque mesi in qua il consiglio del mio partire cento volte ho ragionato teco, e a quello sono suto da te consigliato; e acciocchè io più fede dessi a’ detti tuoi, te il simile in breve essere per fare affermavi, dannando tutte quelle cose le quali io dannava, e molte cose le quali per vergogna io taceva tu medesimo adempievi. Colui adunque che così lungamente il consiglio d’alcuna opera ragiona e delibera, venendo finalmente all’atto, debbe essere detto ''subito'', {{Pt|ov-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|epistola}}|57}}</noinclude>{{Pt|vero|ovvero}} ''ruinoso?'' Nè io il credo, nè tu il credi. E se del mio partire le cose che son dette non pensi assai degna cagione, altre ce ne sono. Aggiugnerolle: le quali a me, taciute, forse sarebbe suto più onesto; e se io non le scrivessi a te, veramente non l’arei dette; tu nondimeno il serba teco.
Temeva i costumi inumani del tuo Mecenate. Se tu non perdesti al tutto colla coscienza la mente, tu il dovresti conoscere; perocchè noi così il collo al giogo sottomettiamo, che il carro al senno del carradore tiriamo; ma esso dalla parte sua, intorno a’ bisogni di coloro che tirano, debbe essere desto: la qual cosa niuno mai meno che questo tuo Mecenate aver fatto o fare è certissimo. Io mi credeva che esso, salendo in alto, il vecchio costume volgesse in meglio; ma, siccome chiaro m’avvidi, in peggio lo ridusse la felicità. Al postutto a lui niuna sollecitudine è o benignità de’ miseri che ’l servono: ed esperto favello. Piova il cielo, caggia gragnuola ovvero neve, scrolli il mondo la rabbia de’ venti, i tuoni spaventino i mortali, i baleni minaccino incendii, e le saette morte; escano i fiumi del ventre loro, assedino i ladroni i cammini, per fatica vengano meno le cavalcature; quante simili cose vuoi orribili occorrano in casa o fuori, non altrimenti era da pietà mosso a’ miseri che ’l servono d’aiuto, di consiglio, di parole o di fatti, che se elli fossono Arabi, o Iudi, o bestie salvatiche. Pure che esso stia bene, pericoli poi chi vuole. Egli pensa, siccome io credo, essere argomento della sua grandezza calcare e dispregiare i minori; e quello che è segnale di più crudele {{Pt|ani-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|58|{{Sc|a messer francesco}}|}}</noinclude>{{Pt|mo|animo}} sì è, se esso vegga o senta gli amici infermi; non che egli gli aiuti, com’è usanza degli amici, o almeno di parole gli conforti, ma egli non vuole udire i bisogni degli amici deboli: e se e’ si guardasse a lui, senza consiglio di medico, e senza aver sacramenti, nella stalla infermi si morrebbono. Questo inumano costume chi non arebbe in orrore? chi nol temerebbe? È egli niuna sì crudele barbaria, nella quale non sia l’amicizia con alcuna pietà onorata? Indarno gli esempli degli uomini grandi leggiamo, anzi dannosamente, se noi operiamo il contrario. Questo non insegna quel Valerio, al quale il tuo Mecenate spesse volte usò dire che egli è familiarissimo. E’ si dovrebbe ricordare Marco Marcello aver date le lagrime alla infelicità de’ Siracusani, e da queste pigliare, se a’ nimici dagli uomini chiari son date, quali sieno dovute agli amici. E similemenie la laudevole opera d’Alessandro di Macedonia re dovrebbe a memoria rivocare, al quale, vincitore d’Asia, stante la gelida neve, parve agevole discendere della reale sedia, la quale era presso al fuoco, e in quella avere posto colle proprie mani un soldato de’ minori e vecchio, già pel troppo freddo mancante, acciocchè l’agio del fuoco sentisse. Certamente per la clemenza nella fede e nel servigio si solidano gli animi degli amici, ed aumiliansi quelli de’ nimici, dove per la bruschezza e negligenza degli amici si partono.
Oltre a questo sono a lui leggi non so se date da Foroneo, da Licurgo o da Cato, per le quali avviene che se alcuno che con lui muoia ha alcuno avere,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|epistola}}|59}}</noinclude>non ostante alcun testamento, esso solo erede si fa, schiusi ancora i creditori, se alcuni ne sono; affermando pure che la necessita il richieggia, dovere aver molto dal morto, benchè esso ancora debba dare al sepolto. Oh che paura ebbi io già di queste sue leggi dagli Appii o da’ Catoni Lelii o dagli Ulpiani non conosciute! Ha oltre a questo un costume grave e fastidioso, il quale io, benchè manifestissimo sia a tutti, nondimeno ad un altro non lo scoprirei che teco; e {{Ec|perche|perchè}} se’ amico, e perchè ogni cosa t’è nota, fedelmente il dirò. In prova spessissime volte egli se ne va nel conclavio; e quivi, acciocchè e’ paia ch’egli abbia molto che fare della gravita del regno, posti, secondo l’usanza reale, portinari all’uscio della camera, a niuno che ’l domandi è conceduta licenza dello entrare. Vengono molti, e alcuna volta de’ maggiori, empiono il cortile dinanzi alla porta, e con bassa voce domandano copia di parlare. Che risposte sieno date dagli ammaestrati portinari è cosa da ridere. A molti dicono: ''lui avere consiglio con alquanti''; ad altri: ''lui dire il divino officio''; ad altri: ''lui faticato intorno alle cose pubbliche, pigliare un poco di riposo''; e simile cose; conciossiacosachè nulla al postutto faccia, se non forse quello che per addietro di Domiziano Cesare (che desiderava quelle medesime cose, che lui, si dicessono), cioè, che collo stile feriva le mosche; ovvero ch’io creda piuttosto (perocchè, benchè io non sia de’ suoi camerieri, e non voglia essere, nondimeno conosco i costumi di camera), che in guardaroba per suo comandamento si ponea una seggiola, e quivi, non<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|60|{{Sc|a messer francesco}}|}}</noinclude>altrimenti che nella sedia della sua maestà, vi siede, stando d’intorno le femmine sue, veramente non meretrici, che troppo disonesto parrebbe, nè sirocchie, nè parenti, nè nipoti; e tra gli troppo discordevoli romori del ventre, e il cacciar fuori del puzzolente peso delle budella, gran consigli si tengono, ed i proprii fatti del regno si dispongono, le prefetture si disegnano; a bocca si rende ragione, e alli re del mondo e al sommo pontefice e alli altri amici si dettano {{Ec|a|e}} scrivono e correggono lettere, i lusinghieri ed i Greculi insieme colle femmine sue approvanti; credendosi gli sciocchi che aspettano nella corte, che egli, ricevuto nel concistoro degl’Iddii, insieme con loro dello stato universale della repubblica tenga solenne parlamento. O pazienza d’Iddio grande! che dirai quì? Col tedio del lungo aspettare uccide coloro a’ quali poteva con poche parole o colla sua presenza satisfare. Io mi ricordo, spesse volte, e molto più agevolmente, e al sommo pontefice e a Carlo Cesare e a molti principi del mondo avere avuta l’entrata, e copia di parlare essermi conceduta, che appresso costui, per più ore, ponendo giù il peso del ventre, molti nobilissimi uomini, per non dire degli altri, non poterono avere: veramente cosa abbominevole e intollerabile troppo.
E non è dubbio che egli non acquisti l’odio di molti, la grazia de’ quali poteva agevolmente meritare; perocchè, mentrechè che esso crede che, all’usanza antica de’ re di Persia, per furare sè stesso dagli occhi degli amici, ovvero di lui bisognosi, ampliare la maestà del suo nome, guadagna {{Pt|l’inde-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||— 80 —|}}</noinclude>
{{Centrato|{{larger|'''Bibliografia'''.}}}}
{{smaller|1. Dott. {{Sc|{{AutoreCitato|Cesare Musatti (pediatra)|Cesare Musatti}}}}: La lettera d’una strega veneziana del cinquecento. Arezzo, 1895.}}
{{smaller|2. {{TestoAssente|Malleus Maleficarum}}. Lugduni, 1669.}}
{{smaller|3. Die Hexenprozesse im Fürstentum Brixen von {{Wl|Q60620059|{{Sc|Hartmann Ammann}}}}. Forschnghen n. Mitteilungen. 1914, I. Innsbruck, 1914.}}
{{smaller|4. {{Wl|Q94896430|{{Sc|Ludwig Rapp}}}}: Die Hexenprozesse und ihre Gegner ans Tirol. Innsbruck, 1874.}}
{{smaller|5. {{AutoreCitato|Quintilio Perini|{{Sc|Q. Perini}}}}: Il secondo processo delle streghe di Nogaredo. „Tridentum“N. pag. 435.}}
{{smaller|6. ''S. Marco'': Studi e materiali per la storia di Rovereto e della Valle
Lagarina. Appunti e notizie. 1909, N. 3-4, pag. 168.}}
{{smaller|7. {{Sc|Del Rio Mart.}}: Disquisitionum magiarum libri sex. Coloniae, 1670.
}}
{{smaller|8. {{Sc|Hipp de Marsilijs}}. Tractatus de’ quaestionibus in quo materiae maleficorum pertractantur.}}
{{smaller|9. Magica de spectris et apparitionibus spirituorum. Lugduni, 1656.}}
{{smaller|10. {{AutoreCitato|Girolamo Tartarotti|{{Sc|Tartarotti G.}}}}: Del Congresso notturno delle lammie. Rovereto. 1749.}}
{{smaller|11. {{Sc|Tartarotti G.}}: Apologia del Congresso notturno delle lammie. Venezia, 1751.}}
{{smaller|12. Tractatus diversi super maleficiis, nempe {{Sc|Alberti de gaud}}. Venetüs, 1560.}}
{{smaller|13. {{Sc|Raph. Venosti}}: Maleus Hereticorum et alii tractatus. Venetiis. 1543.}}
{{smaller|14. {{Sc|Prosp. Farinacii}}: Tractatus de Haeresi. Antwerpiae, 1616.}}
{{smaller|15. {{Sc|Prosp. Farinacii}}: Praxis et theorica criminalis. Venetüs, 1575-98.
}}
{{smaller|16. Sacro Arsenale ovvero Prattica dell’officio della S. Inquisitione ampliata. Roma, 1639.}}
{{smaller|17. Biblioteca del Ferdinandeo-Innsbruck, D. 2, 58-1. Processus Magici, a. 1614-1615 in Valle Anauniae. — Vedi {{AutoreCitato|Jacopo Antonio Maffei|{{Sc|Maffei}}}} {{TestoCitato|Periodi istorici e topografia delle valli di Non e Sole nel Tirolo meridionale|Periodi storici, ecc. ecc.}} Rovereto, 1805, pag. 37.}}
{{smaller|18. Ibiden T. B. Zg. 10. Hexenprozesse in Primiero, 1647-1651. (Questi due
dati bibliografici sono addotti solo come fonte possibile. L’A. non vi attinse).}}
{{smaller|19. {{AutoreCitato|Tullio Dandolo|{{Sc|T. Dandolo}}}}: {{TestoCitato|La Signora di Monza e Le streghe del Tirolo|La Signora di Monza e le Streghe del Tirolo}}. Processi
famosi del secolo XXII. Milano, 1855.}}
{{smaller|20. {{AutoreCitato|Francesco Ambrosi|{{Sc|Francesco Ambrosi}}}}: Carlo Emanuele Madruzzo e la stregoneria. Appunti di storia Trentina. Archivio veneto. Serie TI, Tomo XXXII. Parte I,
1886.}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|bibliografia}}|259|riga=si}}</noinclude>
{{Centrato|{{larger|PERIODICI.}}}}
{{indentatura}}{{Sc|Annuaire de la Société Française de Numismatique}}. — Marzo–Aprile 1894.</div>
''M. le Comte de Castellane'', Les ''gros'' de 20 deniers tournois dits ''florettes'', frappés par le Dauphin au nom de Charles VI, d’après les documents officiels. — ''W. Frahner'', A quoi ont servi les contorniates? — ''L. Maxe-Werly'', Examen de quelques questions numismatiques et historiques non encore suffisamment étudiées — ''J. Hermerel'', Numismatique Lorraine. — Les monnaies des premiers Ducs héréditaires, jusque et y compris Mathieu II. — Cronaca, Bibliografia, Miscellanea, ecc.
Maggio-Giugno 1894.
''E. Caron'', Collection du Musée de Ghiseh (Égypte). — ''P. Bordeaux'', Les ateliers monétaires de Bordeaux et de Saint-Lizier pendant la Ligue. — ''J. Hermerel'', Numismatique Lorraine. — ''Roger Vallentin'', Quelques douzains aux croissants de Henri II. — Cronaca, Bibliografia, Miscellanea, ecc.
{{indentatura}}{{Sc|Revue Numismatique Française}}. — Fascicolo I, 1894.</div>
''Reinach Th.'', La date de Pheidon. — ''Blanchet J. A''., Tétradrachme archaïque de Syracuse. — ''La Tour'' (''H. de''), Monnaies gauloises recueillies dans la forêt de Compiègne. — ''Gennep (A''. van), Un tiers de sou mérovingien frappé à Aoste. — ''Prou M''., De l’emploi abusif du mot ''fierton'' pour designer les poids monétaires. — ''Vienne'' (''M. de''), Résumé historique de la monnaie espagnole (suite et fin). — ''Bordeaux Paul'', Demi-sol tournois de Navarre ou pièce de 6 deniers de 1589. — ''Casanova P''., Sceaux arabes en plomb. — Cronaca, Bibliografia, ecc.
{{indentatura}}{{Sc|Revue Belge}} — Fascicolo II, 1894.</div>
''M . Jean N. Svoronos'', Britomartis, la soi-disant Europe sur le piatane de Gortyne. — ''M.'' D.r ''Bamps'', Note sur un denier inédit de Louis I, comte de Looz (1145-1171), suivie de quelques considérations sur les monnaies lossaines les plus anciennes et sur l’origine de l’atelier monétaire de Hasselt. — ''L. Maxe-Werly'', Histoire numismatique du Barrois. — ''Le V.te B. De Jonghe''. Quelques<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|260|{{Sc|bibliografia}}||riga=si}}</noinclude>monnaies inédites d’Ernest de Lynden, baron et ensuite comte de Reckheim (1603-1636). — ''J. Rouyer'', L’oeuvre du médailleur Nicolas Briot en ce qui concerne les jetons (suite). — ''Camille Picqué'', Documents de 1584 relatifs au nouveau lion d’or de Fiandre. — Corrispondenza, Necrologia, Miscellanea, ecc.
{{indentatura}}{{Sc|Revue Suisse de Numismatique}}. — Fascicolo I e II, 1894.</div>
''A''. D.r ''Ladé'', Le trésor du Pas-de-l’Echelle. — ''H. Callier'', Les médailles du réformateur suisse Ulrich Zwingli. — ''A. Cahorn'', Quatre projets de médailles genevoises, 1706- 1707. — Miscellanea, Domande e risposte, Bibliografia, ecc.
{{indentatura}}{{Sc|Zeitschrift für Numismatik}}. — Vol. XIX, fascicolo II, 1894.</div>
''Martin Hartmann'', Mittheilungen aus der Sammlung Hartmann. — ''D. Stickel'', Ueber einen sehr merkwürdigen Dinar des Abbasidischen Chalifen al-Watsik-billah. — ''E. A. Stückelberg'', Nobilissimatsmünzen. — ''Fr. Hardt'', Der Denarfund von Zweinert. — Ueber das Münzrecht der Bischofe von Lebus. — ''W. Drexler'', Zur antiken Münzkunde. — ''K. F. Kinch'', Jaton. — ''Q. Voigt'', Schülmunzen, Rechenpfennige. — Miscellanea, Necrologie, ecc.
Vol. XIX, fasc. III, 1894.
''E. J. Seltmann''. — Ueber einige seltene Münzen von Himera. — ''F. L. Ganter'', Die Diktaturen Caesars und die Münzen der fünf ersten IIII viri a. a. a. f. f. — ''A. Lambropoulos'', Beitrage zur griechischen Numismatik. — ''R. Scheuner'', Eine Gemeinschaftsmünze der Städte Sommerfeld und Guben. — Miscellanea, ecc.
{{rule|10em|v=1|t=1|000}}
{{Sc|Archeografo Triestino}}, fasc. II, luglio-dicembre 1893: ''Paschi A''., Delle monete di Venezia, articolo bibliografico. — Il ripostiglio di Monfalcone. — Di una moneta inedita dei vescovi di Trieste. — Altre scoperte numismatiche.
{{Sc|Arte e Storia}}, n. 8, 1894: ''Sarlo'' Ing. ''F''., Sistema monetario in Puglia nel secolo IX durante la dominazione bizantina. — N. 9, 1894: ''Rossi Girolamo'', Un ottavetto di Violante D’Oria Lomellini della zecca di Torriglia.
{{Sc|Archivio Storico Campano}}, Caserta, 1893, vol. II, fasc. I-II: La numismatica Capuana per Francesco Daniele e Giuseppe de Costanzo.
{{Sc|Atti}} della Società di Archeologia e Belle Arti per la provincia di Torino, voi. V, fasc. VI, 1894: ''Minoglio G.'', Di un documento sulla zecca di Casale. — ''Ponte G''., Antichità lomelline [''Ripostiglio di Lomello''].
{{Sc|Illustrazione Italiana}}, n. 14, 1894: Medaglia commemorativa del terzo Centenario dell’Accademia di San Luca.
{{Sc|Oscella}}, n. 12, 1893: Il nostro Medagliere.
{{rule|10em|v=1|t=1|000}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|bibliografia}}|261|riga=si}}</noinclude>
{{Sc|Annales}} de l’Ecole libre des sciences politiques, marzo 1894: ''Baugnies G''., La réforme monétaire austro-hongroise (fine).
{{Sc|Curiosité Universelle}}, n. 370: Poinçons.
{{Sc|Mélusine}}, gennaio-febbraio 1894: ''Gaidoz'', Le grand diable d’argent, patron de la finance.
{{Sc|Mémoires}} de l’Académie des inscriptions et belles lettres, t. 34, parte II, 1893: ''Deloche'', De la signification des mots ''Pax'' et ''Honor'' sur les monnaies béarnaises et du S barré sur des jetons de souverains du Béarn.
{{Sc|Revue}} d’économie politique, marzo 1894: ''Zuckerkandl Rob''., La mesure des transformations de la valeur de la monnaie.
{{Sc|Revue}} de l’art francais ancien et moderne, gennaio-marzo 1894: ''Jouin H''., Joseph-Charles Boëttiers, graveur general des monnaies (1775-1779).
{{Sc|Revue}} de l’enseignement secondaire et supérieur, 29 marzo 1894: Le prix de numismatique du moyen âge de l’Académie des inscriptions et belles lettres.
{{Sc|Revue}} des questions scientifiques: ''Ed. van der Smissen'', La question monétaire envisagée au point de vue théorique.
{{Sc|Revue}} du Bas Poitou, IV, 1893: ''Farcinet C.'', Les monnaies de Savary de Mauléon, sénéchal des rois d’Angleterre en Poitou.
{{Sc|Revue}} historique, mai-juin 1894: ''Jacqueton G.'', Le trésor de l’Épargne sous François I (1523-1547).
{{Sc|Revue}} internationale de l’enseignement, febbr. 1894: ''Reinach Th''., L’histoire grecque et la numismatique.
{{Sc|Revue}} poitevine et saintongeaise, febbr. e marzo 1894: ''Very A.'', Monnaies mérovingiennes attribuées aux Deux-Sévres.
{{Sc|Science Sociale}}, marzo 1894: ''Poinsard L''., La crise monétaire.
{{rule|10em|v=1|t=1|000}}
{{Sc|Association}} pro Aventico, Bulletin n. V (Lausanne, 1894): ''Cart W.'', Introduction au Catalogue du Médaillier.
{{Sc|Musée Neuchâtelois}}, n. 5, 1894: ''Wawre W''., Claude Boucherain, maître-graveur de la monnaie à Neuchâtel, de 1509 à 1607, avec pl.
{{Sc|Annuaire}} numismatique suisse. Publié par Paul Ch. Stroehlin, I année 1894. Liv. I, ''Genève'', P. Stroehlin et C. in-12 p. 96.
{{rule|10em|v=1|t=1|000}}
{{Sc|Bulletin}} de l’Académie d’archéologie de Belgique, n. 13, 1893: ''A. de Witte'', Histoire monétaire du comte de Louvain, duché de Brabant, et du marquisat de Saint-Empire (rapp. P. Cogels et A. Goowaerts).
{{Sc|Dietsciie Warande}}, t. VI, n, 5: ''C. Maurin de Nahuys'', Souvenirs numismatiques d’artistes néerlandais du XVI siede.
{{rule|10em|v=1|t=1|000}}
{{Sc|Archäologisch-epigraphische}} Mittheilungen aus Oesterreich-Ungarn, XVI, fasc. 2: ''Rohde Th''., Silber-Antoniniane der römischen Kaiserin Sulpicia Dryantilla.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" /></noinclude>{{ct|f=100%|v=1|INDICE}}
{{ct|f=100%|v=1|DELLE COSE}}
{{ct|f=100%|v=1|Le cifre indicano le carte.}}
{{Colonna|em=-1}}
{{ct|f=100%|v=1|A}}
Accademia Filarmonica, {{Pg|366}}
Accademie. Primo esempio di tali recite, {{Pg|213}}
Adelardo Cardinale eletto Vescovo dal Clero Veronese mentr’era Legato in Oriente, {{Pg|97}}
Agricoltura quanto stimata, {{Pg|281}}
Alberto da Sarziano in Verona, {{Pg|147}}
Aletofili, o Neoterici, {{Pg|423}}
Alto da Verona chi sia, {{Pg|180}}
Anastagio da Ravenna, {{Pg|126}}
Archivj di Verona regolati dal Canobio, {{Pg|357}}
Assemani Giuseppe, e sua Biblioteca Orientale, {{Pg|340}}
Astronomia illustrata da Gio. Battista della Torre, {{Pg|277}}
{{ct|f=100%|v=1|B}}
Baile. Suoi errori nel Dizionario Critico, {{Pg|55}}
Ballerini Girolamo, {{Pg|288}}
Banda Andrea, {{Pg|212}}
{{AltraColonna|em=-1}}
Randello Matteo. Sue poesie rare, {{Pg|288}}
Barbaro Ermolao, {{Pg|148}}
Beaziano non Veronese, {{Pg|372}}
Becelli Giulio, {{Pg|371}}
Benedetto Lignago chimerico presso Tomasini e Scaligero, {{Pg|140}}
Bernardino Maffei fatto da Bergamo per autori Bergamaschi, {{Pg|268}}
Bologni Girolamo, {{Pg|238}}
Bononimo Domenico, autor d’una versione attribuita al Bosso, {{Pg|183}}
Bordoni Benedetto non fu Padovano, {{Pg|285}}
Bosso. Rarità del suo terzo volume di lettere, {{Pg|183}}
Botanico Orlo di Cesare Nichesola, {{Pg|363}}. Scuola di tal professione era il Montebaldo, {{Pg|364}}
Brenzone Alessandro, {{Pg|374}}
Brugnolo mal conosciuto da Scaligero, e da altri, {{Pg|231}}
{{FineColonna|em=-1}}<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione|486|{{Sc|indice}}|}}</noinclude>{{Colonna|em=-1}}
{{ct|f=100%|v=1|C}}
Calderini. Suoi lavori sopra Tolomeo e sopra Svetonio. {{Pg|227}}
Calvo Oratore e Licinio Calvo Poeta essere il medesimo, {{Pg|69}}
Campagnola Bartolomeo, {{Pg|84}}, {{Pg|88}}, {{Pg|99}}, {{Pg|218}}
Carisio emendato, {{Pg|42}}
S. Carlo seguitò i fondamenti dell’Ormaneti, {{Pg|391}}
Cassario Antonio Siciliano, {{Pg|197}}
Cassio. Di questo nome non tre, come si è finor creduto, ma cinque Autori trovansi, {{Pg|53}}
Cassiopea, nuova stella in essa, {{Pg|369}}
Catalo Veronese aver preso il nome d’Onorio II, {{Pg|93}}
Catto Lidio da Ravenna, {{Pg|283}}
Catullo. Nacque in Verona, non in Sirmione, {{Pg|27}}. Trocaici, e altri versi creduti da alcuni di Catullo, {{Pg|30}}. Cenno di lingua Veronese in Catullo, {{Pg|27}}. Emendato e illustrato da Battista e da Alessandro Guarini, {{Pg|165}}. E da Antonio Partenio, {{Pg|236}}.
Cendrata. Errori intorno a lui, {{Pg|235}}.
Cieco d’Adria recitò nell’Edipo, {{Pg|413}}
Cimbriaco fu Vicentino, {{Pg|207}}.
''Concives'' voce provata per Latina da una lapida del Museo Veronese, {{Pg|49}}
Contrario Andrea Scrittor Veneziano, {{Pg|187}}
Cosimo Medici e Lorenzo in Verona, {{Pg|148}}, {{Pg|149}}
{{AltraColonna|em=-1}}
Costituzioni di Matteo Giberti trasferite ne’ decreti del Concilio di Trento, {{Pg|299}}
Cozza Paolo, {{Pg|387}}
Crisolora Emanuele, {{Pg|144}}
Critici tutti intorno a S. Zenone aver trascritto Sisto Sanese, {{Pg|71}}
Cronico Latino Eusebiano interpellato, {{Pg|58}}
{{ct|f=100%|v=1|D}}
Dante si fece Veronese avendo fissata in Verona la sua famiglia, {{Pg|113}}. Compose qui la maggior parte del suo Poema, {{Pg|114}}. Serie della sua discendenza finchè s’estinse, {{Pg|116}}. Perchè il suo Poema si chiamasse da lui Commedia, {{Pg|121}}.
Decembri Angelo, {{Pg|160}}. Pier Candido, sua version di Plutarco, {{Pg|161}}
''Dictamen'' usato per lettera, {{Pg|94}}
Difficoltà di tali Biblioteche, {{Pg|5}}
Dizionarj Storici principiati da Guglielmo Pastrengo, {{Pg|129}}
Dizionario di Pacifico esser chimerico, {{Pg|83}}
{{ct|f=100%|v=1|E}}
Edizioni Greche in Verona, {{Pg|300}}
Elezioni de i Vescovi, {{Pg|106}}
Emilii Emilio, {{Pg|255}}, {{Pg|383}}
Enrico Vescovo di Mantova fratello di Rabano dalle Carceri Signore di Negroponte, {{Pg|97}}
Epigramma moderno messo nel Grutero come iscrizione antica, {{Pg|372}}
{{FineColonna|em=-1}}<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione||{{Sc|indice degli scrittori}}|483}}</noinclude>{{Colonna|-1em}}
Sarego Lodovico, {{Pg|437}}
Scaligero Giulio, {{Pg|283}}
— Giuseppe, {{Pg|295}}
— Pietro Vescovo, {{Pg|105}}
— Pietro II, {{Pg|106}}
Schiapalaria Stefano, {{Pg|399}}
Schioppi Aurelio, {{Pg|384}}
Segala Gioan Francesco, {{Pg|209}}
Semprevivo Bernardino, {{Pg|427}}
— Giacopo, ''ivi''
Senzio Augurino, {{Pg|69}}
Seregno Giovanni, {{Pg|136}}
Servidei Guglielmo, {{Pg|137}}
— Altro, {{Pg|387}}
Seta Valerio, {{Pg|434}}
Siagrio, {{Pg|76}}
Silvestrani Brenzone Cristoforo, {{Pg|396}}
Silvestri Francesco, {{Pg|396}}
Sorio Orazio, {{Pg|450}}
— Ortensio, {{Pg|428}}
Sorte Cristoforo, {{Pg|403}}
Sparavieri Antonio, {{Pg|230}}
— Francesco, {{Pg|414}}
Speziani Filippo, {{Pg|442}}
Spolverini Ersilia, {{Pg|431}}
— Giacopo, {{Pg|432}}
— Giovanni, {{Pg|433}}
— Girolamo, ''ivi''
— Licurgo, {{Pg|435}}
Stefano cantore, {{Pg|103}}
Straparava Lazaro, {{Pg|419}}
Summoriva Giorgio, {{Pg|251}}
{{ct|f=100%|v=1|T}}
Tebaldo Vescovo, {{Pg|106}}
Tedeschi Nicolò, {{Pg|428}}
— Leonardo, {{Pg|429}}
Timidei Francesco Nursio, {{Pg|252}}
Timoteo, {{Pg|176}}
Tinazzi Giuseppe, {{Pg|372}}
Tinto Gio. Francesco, {{Pg|356}}
Toccolo Pier Francesco, {{Pg|428}}
Tognali Giacopo Antonio, {{Pg|428}}
{{AltraColonna|-1em}}
Tomaso Servita, {{Pg|248}}
Dalla Torre Francesco, {{Pg|281}}
— Girolamo, {{Pg|275}}
— Gioan Battista, {{Pg|277}}
— Giulio, {{Pg|279}}
— Guido, {{Pg|203}}
— Lodovico, {{Pg|247}}
— Marc’Antonio, {{Pg|276}}
Torresani Antonio, {{Pg|437}}
— Francesco, {{Pg|438}}
Torri Antonio, {{Pg|440}}
Tortelletti Agostino, {{Pg|427}}
— Bartolomeo, {{Pg|426}}
— Girolamo, {{Pg|427}}
Torti Agostino, {{Pg|379}}
Treccio Francesco, {{Pg|441}}
Trevisani Girolamo, {{Pg|353}}
Turco Francesco, {{Pg|421}}
— Gioan Antonio, {{Pg|360}}
— Paolino, {{Pg|301}}
— Tomaso, {{Pg|209}}
Turone Cosa, {{Pg|372}}
{{ct|f=100%|v=1|U}}
Ulpino Ulpiano, {{Pg|390}}
{{ct|f=100%|v=1|V}}
Valdagno Gioseffo, {{Pg|358}}
Valerini Adriano, {{Pg|382}}
— Flaminio, {{Pg|428}}
Valiero Agostino, {{Pg|353}}
Vannei Stefano, {{Pg|368}}
{{FineColonna|-1em}}
Vanocio Francesco, {{Pg|135}}
Veniero Benedetto, {{Pg|402}}
Venturi Giovanni, {{Pg|353}}
Venturini Pier Paolo, {{Pg|427}}
Vergeri Mario, {{Pg|442}}
Verità Boncambio, {{Pg|112}}
— Girolamo, {{Pg|378}}
Vescovi di Verona che hanno scritto, {{Pg|352}}
Vicentini Alessandro, {{Pg|421}}
Vico Tomaso, {{Pg|360}}<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Maffei - Verona illustrata III, 1825.djvu/490
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AdrianaB64
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/* Problematica */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione|484|{{Sc|indice degli scrittori}}|}}</noinclude>{{Colonna|-1em}}
Vigani Gian Francesco, {{Pg|422}}
Vigna Andrea, {{Pg|419}}
Viola Benedetto, {{Pg|249}}
Vitali Bartolomeo, {{Pg|443}}
Vitruvio, {{Pg|44}}
Volpini Bernardino, {{Pg|209}}
— Francesco, {{Pg|372}}
{{ct|f=100%|v=1|Z}}
Zanchi Alessandro, {{Pg|392}}
— Basilio, ''ivi''
{{AltraColonna|-1em}}
Zanchi Lelio, {{Pg|392}}
Zavarise Daniele, {{Pg|296}}
— Virgilio, {{Pg|213}}
Zazzaroni Paolo, {{Pg|430}}
S. Zenone, {{Pg|70}}
Zerbi Gabriele, {{Pg|243}}
Zini Pier Francesco, {{Pg|309}}
Zocca Bonaventura, {{Pg|371}}
Zonzi Alessandro, {{Pg|428}}
Zucco Accio, {{Pg|254}}
— Mattia, {{Pg|209}}
{{FineColonna|-1em}}
fine della parte seconda<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 29 —}}</noinclude>sto pensiero mi passava per l’anima istantaneamente come una scintilla elettrica. Lo specchiettino che mi aveva tanto abbagliato, era stato dedicato ad un uso domestico molto prosaico; perchè io me lo poneva davanti quando voleva annodare la mia cravatta.
Un giorno appunto che mi disponeva a dar opera a questo importante affare, mi parve un poco appannato, per cui tentai di pulirlo soffiandovi sopra e stropicciandolo.
In questo tutti i miei nervi tremarono ed io raccapricciai, perchè appena che l’alito appannò un poco il cristallo, intravidi come in una nube cerulea l’angelico viso che m’era già entrato nell’anima col suo guardar doloroso.
— Voi ridete? — Voi tutti unanimi sul conto mio ad avermi per un pazzo che non potrà più rinsavire; ma pensate quel che volete, io vi replico che quella bellezza mi guardava dal fondo dello specchio, e come sparve il vapore del fiato, sparvero pure le sue sembianze sotto i fochi prismàtici che lanciavano i raggi del sole che si riflettevano nel cristallo.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>{{nop}}
Non voglio annojarvi a dirvi tutte le sensazioni che mi ebbi: sappiate solo che rinnovai più d’una volta la prova dello specchio, e che spesso m’intervenne di rivocare col mio fiato, la cara immagine, quantunque anche spesso mi sia riescita invanamente la prova.
Allora corsi come un insensato verso la casa deserta, contemplando nelle finestre le lunghe ore, senza che mai un’umana creatura consentisse a mostrarsi. In tutti i miei pensieri io non vivea che per lei, tutto il resto era morto per me; addio agli amici, e agli studi più cari. Cotesta immagine era sempre con me, e quando cominciava ad illanguidirsi, un dolor violento tutto mi occupava, per cui mi ritornava sugli occhi più bella e viva che mai. Da questo misero stato procedeva un’apatia così universale, che mi lasciava quasi sempre in una fiera prostrazione. Allora erano inutili tutte le prove che io tentava collo specchio, ma appena mi tornavano le forze smarrite, subito l’immagine tornava con loro bella di nuove grazie.
Questa tentazione continua adoperava su me di un modo funesto; per cui andava attorno pallido come la morte e tutto<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 30 —}}</noinclude>{{nop}}
Non voglio annojarvi a dirvi tutte le sensazioni che mi ebbi: sappiate solo che rinnovai più d’una volta la prova dello specchio, e che spesso m’intervenne di rivocare col mio fiato, la cara immagine, quantunque anche spesso mi sia riescita invanamente la prova.
Allora corsi come un insensato verso la casa deserta, contemplando nelle finestre le lunghe ore, senza che mai un’umana creatura consentisse a mostrarsi. In tutti i miei pensieri io non vivea che per lei, tutto il resto era morto per me; addio agli amici, e agli studi più cari. Cotesta immagine era sempre con me, e quando cominciava ad illanguidirsi, un dolor violento tutto mi occupava, per cui mi ritornava sugli occhi più bella e viva che mai. Da questo misero stato procedeva un’apatia così universale, che mi lasciava quasi sempre in una fiera prostrazione. Allora erano inutili tutte le prove che io tentava collo specchio, ma appena mi tornavano le forze smarrite, subito l’immagine tornava con loro bella di nuove grazie.
Questa tentazione continua adoperava su me di un modo funesto; per cui andava attorno pallido come la morte e tutto<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 31 —}}</noinclude>disfatto: i miei amici m’avevano come infermo d’assai, e i loro buoni ricordi mi recarono a pensar gravemente alla mia povera condizione.
Non so se fu a proposito od a caso, che uno dei miei amici che studiava medicina, lasciò in casa mia l’opera di
Reil sulle aberrazioni mentali. Il fatto si è che mi posi a leggerlo, e fu una lettura che mi vinse di modo che non sapeva spiccarmene. Non vi saprei dire che fu di me quando incontrai in me stesso tutti i sintomi della monomania. Lo sgomento che mi colse veggendomi incamminato all’ospedale dei pazzi mi fece venire ad una subita deliberazione. Intascai il mio specchietto e corsi dal dottore K. medico assai riputato per la sua perizia a trattare le malattie cerebrali. Gli raccontai distesamente ogni cosa senza nascondergli il più piccolo particolare, e lo scongiurai di preservarmi dalla brutta fortuna che mi minacciava. Mi ascoltò placidissimamente, se non che mi parve di notar ne’ suoi occhi una forte meraviglia.
— Il pericolo non è così prossimo come voi lo stimate, e vi posso far fede<noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 32 —}}</noinclude>che mi sarà possibile di distornarlo. Certo non è dubbio che il vostro intelletto è offeso in una maniera inaudita, ma la coscienza stessa del vostro male v’insegna la via di scansarlo. Lasciate il vostro specchio presso di me; non costringetevi a lavoro di sorta che possa scaldare la vostra immaginazione, tenetevi dall’andare al passeggio nel viale; e se volete occuparvi, non sia che di mattina e senza fatica; poi fate a diporto delle lunghe passeggiate, trapassando la giornata coi vostri amici che voi schivate da un pezzo. Nudritevi di buoni cibi, e bevete vini gagliardi. Voi vedete che io non attendo che a spiccarvi dattorno l’immagine che voi vedete in cotesto specchio o al davanzale della casa deserta, e quel che mi preme si è sopra tutto d’ingagliardirvi il corpo. Siate operoso nel secondarmi.
Io durava fatica a partirmi dallo specchio; il dottore che l’avea tolto in mano, parve che se ne accorgesse; in questo soffiò e coperse d’un vapore, la faccia dello specchio, e messomelo sugli occhi mi disse:
— Vedete voi qualche cosa? — Niente, risposi; ed era vero.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 33 —}}</noinclude>{{Nop}}
— Soffiate adunque voi stesso, soggiunse egli ponendomi lo specchio fra le mani.
Feci il piacer suo, e l’immagine, meravigliosa mi apparve distintamente. — È dessa! È dessa! gridai ad alta voce.
Il medico guardò nello specchio e mi disse: — Io non veggo cosa del mondo, ma non voglio occultarvi che nello specchiarmi ebbi un certo terrore che quasi prima si dileguò che mi avesse assalito. Voi vedete che io sono sincero, e che merito la vostra fiducia.
— Ricominciate dunque la prova.
Io ricominciai.
In questo frattempo il medico mi teneva la mano sulla spina del dorso. La figura ricomparve, e il dottore che guardava con me nello specchio, impallidì; poi se lo recò in mano, e quando l’ebbe riguardato di nuovo, la serrò in un suo leggio, e mi si fece incontro, dopo essere stato alcuni minuti a meditar fra sè colla mano sulla fronte.
— Attenetevi puntualmente alle mie prescrizioni, mi disse. Però devo confessare che tengono ancora molto del mistero per me i vostri momenti, in cui<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 34 —}}</noinclude>siete fuori di senno; ma col tempo sarò in grado di potervi dire di più.
— D’allora in poi, quantunque mi fosse grave, vissi a puntino come m’era stato comandato, e benchè la cura già cominciasse a profittarmi, però non ho potuto disgombrare affatto certi terribili assalti, specialmente sul mezzodì e lungo la notte. Per cui nelle più gioconde brigate, fra i bicchieri e le canzoni, mi pareva di essere, ad un tratto soprappreso come da mille coltelli, e tutte le virtù dell’anima mia non bastavano per racchetarmi, e m’era forza spiccarmi dagli altri, almeno fin tanto che fosse passata la furia del parossismo.
Ora avvenne che mi trovai una sera in una compagnia, dove si ragionarono gli effetti e le influenze del magnetismo; questionando sopra tutto la possibilità dell’influenza d’un principio occulto, fortificandosi di molti esempi. Un medico giovane, gran zelatore del magnetismo, sostenne che egli stesso e tutti i suoi partigiani operavano da lontano sopra i sonnambuli colla sola virtù del loro volere, mettendo innanzi tutto ciò che Kluge, Schubert, e Bartels hanno mai detto in proposito.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 35 —}}</noinclude>{{Nop}}
— Quel che più monta, disse uno dei circostanti medici più riputati, quel che più monta si è che il magnetismo ne rivela mille misteri che noi riguardiamo come una cosa comune e già provata. Ad ogni modo convien procedere con molta prudenza. — Come interviene che senza un motivo conosciuto, e rompendo per sopra più la catena delle nostre idee, l’immagine d’una persona, e d’un accidente tutto occupa il nostro pensiero, con tanta forza e subitezza che ne siamo come sovrappresi? I sogni soprattutto ne porgono esempi meravigliosi, e bene spesso ci recano dinanzi delle persone che ci sono affatto incognite, e che noi non dobbiamo conoscere che molti anni appresso. Queste parole così comuni: “Mio Dio! che sì, che mi pare d’averlo visto non so dove da molti anni,” non sono forse che un ricordo confuso d’un sogno. Non sarebbe egli possibile che corresse fra l’uno spirito e l’altro un non so che, cui si dovesse ubbidire contro la nostra voglia?
— A questo modo disse un altro, noi ci avvieremo pianamente alla dottrina delle fattucchierie, degli incantesimi, degli spec-<noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 36 —}}</noinclude>chi magici, a tutte le pazzie insomma del tempo antico.
— È un singolare capriccio, riprese il medico, l’ostinarsi a negare quello che è fisicamente palese; e quantunque io non sia dell’avviso che brilli per noi un lume solo nel regno incognito, patria delle anime nostre, stimo tuttavia che la natura ci abbia almeno privilegiati del talento, e dell’istinto delle talpe. Noi cerchiamo, ciechi che siamo, ad aprirci un guado sotto il bujo di coteste vôlte; ma come il cieco che allo stormire degli alberi, ed al mormorio del ruscello, riconosce la vicina foresta che lo rinfresca coll’ombra sua, e la fontana che spegne la sua sete, così noi indoviniamo al battere dell’ali, al soffio di un augello incognito ed invisibile che passeggia sulle nostre teste, che questa peregrinazione ne mena alla fontana di luce dove si apriranno gli occhi nostri!
Io non potetti più tenermi dal parlare. Onde vôlto al medico; — Voi riconoscete adunque l’influenza d’un principio intellettuale, fuori di noi, a cui noi siamo tratti ad ubbidire per forza.<noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 37 —}}</noinclude>{{Nop}}
— Non solo questo effetto, mi rispose, ma molti altri ancora, che sorgono appunto dallo stato magnetico.
— Dunque sarebbe possibile, l’interrogai, che gli spiriti infernali ne venissero ad agitare in un modo funesto?
— Questa è una gherminella del demonio, rispose il medico sorridendo, e noi medesimi non ce ne possiamo avvedere. Ma in genere, vi prego di non avere le nostre asserzioni che per semplici congetture, a che aggiungerò, che io non credo nulla alla potenza assoluta d’un principio intellettuale sopra un altro, acconsentendo soltanto una certa dipendenza procedente da poca forza di volontà, dipendenza che alterna ed adopera secondo la disposizione dei soggetti.
— Ora, disse un uomo attempato ch’era stato attento sino allora ad ascoltare con molto raccoglimento, ora io posso, ajutato dai vostri singolari concetti, decifrarmi alcuni arcani che mi parevano inestricabili. Voglio parlare degli incanti amorosi di cui sono piene tutte le cronache, ed i processi di stregoneria. Nel codice di un popolo molto civile non s’incontrano delle leggi che dannano i beve-<noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 38 —}}</noinclude>raggi d’amore, perchè tranno irresistibilmente una persona verso un’altra? I vostri ragionamenti mi ricordano un caso tragico che occorse, non ha guari, nella mia propria casa.
Quando Bonaparte venne a travagliare il nostro paese, ospitai un colonnello della guardia nobile Italiana.
Era uno dei pochi che si facevano notare per dei diporti nobili e politi. Il viso pallido e gli occhi infossati, facevano indovinare un’infermità per un fiero affanno d’animo. Non albergava da me che da pochi giorni, quando trovandosi nella mia camera, si recò subitamente con un gran sospiro, la mano sul cuore, o piuttosto sullo stomaco, come fosse travagliato da un dolore mortale. Egli non poteva articolar sillaba, onde fu forzato di distendersi sopra un sofà, dove i suoi occhi si chiusero, e stette lunga pezza immobile come una statua. Quando ad un tratto si levò in piedi d’un salto, benchè si sentisse rifinito all’estremo.
Mandai per un medico, che dopo aver usato infruttuosamente varie medicature, ebbe ricorso ai modi magnetici che parvero più efficaci. Se non che convenne<noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 39 —}}</noinclude>dismetterli perchè l’infermo non li poteva sostenere. Del resto il mio dottore era entrato così innanzi nella confidenza del colonnello, che gli raccontò che in quel momento di spossatezza che l’aveva prostrato, gli venne fatto di vedere l’immagine di una donna che avea conosciuta a Pisa, e gli sguardi di fuoco con cui lo guardava erano stati la causa di quel dolor violento che l’avea fatto tramortire. Ma altro più non aveva che la testa un poco intronata, e un poco sciolti i ginocchi; senza che mai abbia voluto svelare il genere di domestichezza che aveva avuta con colei. Le truppe erano in procinto di andare al loro viaggio; e la vettura del colonnello era già piena di fardelli e dinanzi la porta. Egli stava facendo colezione; quando trasse un gran grido, e stramazzò dalla scranna. Era morto. I medici avvisarono che fosse stato fulminato d’apoplessia.
Una settimana dopo mi fu recata una lettera indirizzata al colonnello. Mi feci animo ad aprirla sperando di trovarvi qualche connotato sui parenti dell’officiale onde potere annunciar loro la morte. La lettera veniva da Pisa, e non<noinclude>
<references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 40 —}}</noinclude>portava che queste parole senza firma: “Sventurato! oggi a mezzodì in punto, Antonia, abbracciando la tua fallace immagine cadde morta!” Io aveva notato il giorno e l’ora della morte del colonnello; era in quel medesimo istante. —
Io non intesi più nulla del racconto del vecchio; perchè accorgendomi d’essere assalito da tanto spavento che già stava per imitare il povero colonnello, mi spiccai fuori della sala, e corsi verso la casa misteriosa. Mi parve d’intravedere da lungi brillare dei lumi per i pertugi delle chiuse persiane. Ma subito che m’accostai ogni chiarore disparve. Disfatto di desiderio e d’amore, mi balzai verso la porta, la quale cedette al mio impeto ed io mi trovai nel vestibolo chiaroscuro in mezzo d’un’aria densa e greve. Non vi so dire come mi battesse il cuore. Quando a un tratto lo strido di una donna lungo ed acuto eccheggiò per la casa, e non so come occorse che io mi trovai in una sala illuminata da un gran numero di bugie, ornata con tutto il lustro antico di mobili dorati, e vasi del Giappone. Densi nuvoli celesti ingombravano tutta la stanza.<noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 41 —}}</noinclude>{{Nop}}
— Che tu sii il ben venuto! il ben venuto mio caro sposo! Ecco finalmente l’ora delle nostre nozze. Così parlò una voce di donna; ed ignorante come era d’essere capitato colà, ignoro del pari come potette uscire da quel vapore una bella creatura, pomposamente vestita, che mi replicò con una voce sonora: Sii il ben venuto mio dolce fidanzato, e si fece innanzi porgendomi il braccio.
Un brutto ceffo giallo e rugoso mi contemplava da adirato, per cui barcollai di spavento. Ma come affascinato non poteva stornare gli sguardi dall’orribile donna nè rinculare d’un passo. Ed essa mi si accostò di modo che mi parve che la schifosa faccia non fosse che una sottile maschera di velo, da cui trapelavano le care sembianze dello specchio. Già mi pareva di sentire le mani ossute, quand’ella si trasse indietro, ed una voce mi suonò dietro le spalle.
— Con vostra grazia il diavolo fa il suo gioco?
— A letto, bella signora; altrimenti vi avrete delle busse!” E mi vidi accanto il vecchio Intendente in camicia, agitando un grande scudiscio sopra la mia<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 42 —}}</noinclude>testa. Già si metteva in atto per battere la vecchia che si rotolava urlando sopra il tappeto; ed arrestai il braccio che già stava per percuotere; ma il vecchio Intendente mi ributtò gridando:
— Non sapete, signore, che questo demonio vi spacciava se non capitava io! Partite, partite, partite! — Allora corsi fuori della sala cercando invano in quel bujo la porta della casa, e in questo intesi il fischiare dello scudiscio e le lamentabili strida delle percosse.
Correva per ajuto, allorchè il suolo mi mancò sotto i piedi, onde capitombolai da diversi gradini presso una porticina che aprii d’un calcio, e stramazzai lungo disteso in una cameretta.
Dal letto ancor tepido, e dal colore dell’abito disteso sopra una scranna, m’avvidi subito che quella era la stanza del vecchio Intendente, il quale sopraggiunse un istante dopo, camminando assai pesantemente, e gittandosi a’ miei piedi appena entrato.
Colle mani giunte mi disse: “In nome del cielo chi voi vi siate, e qualunque sia il motivo che vi trae da questa diavolessa, non dite parola di quel che av-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 43 —}}</noinclude>venne, che mi torreste l’impiego e il pane! Sua Eccellenza fu castigata a dovere, ed ora è legata nel suo letto. Buona notte adunque, mio caro signore, io vi auguro un buon sonno, tutto dolce e tutto quieto.” — “Sì, sì, andate a coricarvi. Ecco una bella notte, una calda notte di Luglio; non v’è chiaro di luna, ma le stelle son limpide assai. Una buona, una bonissima notte, signore.
Proferendo queste ultime parole il vecchio s’era levato da terra, e tolto un lume mi aveva menato fuori della camera, sospinto sul vestibolo, poi sulla soglia e chiusa la porta.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Luigi62" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude><noinclude>
</noinclude>{{Ct|v=4|'''CAPITOLO IV'''}}
{{CapoletteraVar|D}}opo un certo tempo m’avvenni in una brigata dove incontrai il conte P. che mi trasse in disparte e mi disse ridendo: “Sapete voi che gli arcani della nostra casa deserta incominciano a svelarsi?” Io era tutto orecchi per ascoltarlo, ma quando stava per proseguire ecco che s’apersero sui loro battenti gli usci della sala da pranzo e ci ponemmo a tavola.
Tutto assorto nel pensiero degli arcani che il Conte mi dovea svelare, avevo offerto macchinalmente il braccio ad una giovane dama, tenendo dietro<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 45 —}}</noinclude>alla fila cerimoniosa dei commensali. Fatta appena adagiare la dama sulla prima scranna che mi fu porta, la guardai fiso e tutte scopersi le vive sembianze dell’immagine del mio specchio! Certo non durerete fatica a credere che fui colto da un brivido involontario, abbenchè non avessi un segno di quel delirio funesto che mi sorgeva nell’anima quando l’immagine donnesca m’appariva per entro lo specchio appannato dal vapore del mio fiato. La mia ammirazione, o piuttosto lo spavento, certo mi saltò agli occhi, perchè la gentildonna mi guardò di un modo così stupefatto, che io mi ingegnai di compormi a mio potere, dicendole che mi pareva d’averla già veduta altrove.
La breve obbjezione che ella mi fece rispondendomi che non poteva essere probabile perchè non era arrivata che la vigilia di quello stesso giorno, e che non avea mai toccato Berlino in tutta la sua vita, mi fece trasognare in tutta l’estensione del termine. Non apersi più bocca, e lo sguardo angelico di lei che mi venne incontro mi ristorò così un poco. Voi sapete come in tali frangenti<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>si tentano dolcemente tutti i tasti dell’intelletto, fino che non s’è trovato il tuono che conviene.
Io feci così, e m’accorsi ben tosto che io avevo presso di me una tenera e graziosa creatura, coll’anima inferma per soverchia esaltazione. Nè vi so dire il festevole brio che prese la nostra conversazione, specialmente quando io gittava per animarla ora un’audace, ora una bizzarra parola. Ella sorrideva un cotal poco, ma così dolorosamente che mi dava a vedere di risentirsi della ruggine delle mie maniere.
— Voi non siete allegra, signora, è forse per la visita di questa mattina, gli disse un officiale che era seduto un po’ più discosto; se non che in questo punto il suo vicino lo prese per un braccio e gli susurò non so che cosa all’orecchio, mentre all’altro capo della tavola una donna, colle guance infocate, parlava della bella opera che avea sentito cantare a Parigi, facendone comparazione con quella di Berlino.
Grondarono le lagrime dagli occhi della mia vicina: la quale volgendosi verso di me, mi disse:<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 47 —}}</noinclude>{{Nop}}
“Non sono io un pazzo fanciullo?”
Ella s’era già doluta di emicrania.
Forse è l’effetto di un mal di testa nervoso, le risposi io d’un’aria da trasognato. Vi gioverebbe assai lo spirito vivo e leggiero che spruzza dalla spuma di questa onda poetica. E detto questo le colmai un bicchiero di vino di Sciampagna che non avea voluto bere da prima, la quale però, mentre se l’accostava alle labbra lasciò cader delle lagrime che non si curò più di nascondere.
Pareva ristorato e un poco acquietato il turbamento del cuore, quando per inavvertenza urtai nel bicchiero di cristallo inglese che mi stava davanti, che mandò un suono lungo e vivo ad un tempo. La mia vicina fu assalita da un pallore mortale, ed un orrore segreto occupò tutte le mie membra, perchè quel suono mi rese al vivo la voce della pazza vecchia della casa deserta.
Mentre si beveva il caffè, trovai modo d’accostarmi al conte P. che ben s’accorse del perchè m’accostassi.
— Sapete voi che la signora che vi stava seduta accanto era la contessa Eduina di S., e che la sorella di sua ma-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 48 —|}}</noinclude>dre, che è pazza, è tenuta da parecchi anni rinchiusa nella casa deserta?
Questa mattina la madre e la figlia sono andate a far visita alla povera disgraziata. Il vecchio Intendente che solo è in grado di governar la contessa, è infermo di mal di morte, per cui si dice che la sorella della contessa abbia posto il suo segreto nel dottor K., che s’è recato al letto dell’inferma per farne la cura. E non so altro in questo momento. E qui tagliammo la conversazione perchè s’intromisero alcune altre persone.
Il dottore K. era appunto il medico a cui mi era confidato. Quindi non indugiai di correre a visitarlo e fargli istanza che mi dicesse quel che sapeva; il quale senza farsi pregare, ecco cosa mi disse:
— Angelica contessa di Z. quantunque già sui trent’anni, era nel fiore della sua bellezza, quando il conte di S. molto più giovane di lei, la vide alla Corte di.... che preso all’esca delle sue grazie fu tutto sollecito di farsele attorno; e nella primavera, quando la contessa tornò dalle terre di suo padre, le corse dietro per aprir il cuor suo al vec-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 49 —}}</noinclude>chio conte. Ma non avea toccata la soglia, che abbattendosi in Gabriella seconda sorella d’Angelica, trasecolò. Angelica gli parve smunta ed appassita a petto a lei. Fu vinto irrepugnabilmente dalle grazie della nuova bellezza. Onde senza più por mente ad Angelica, chiese la mano di Gabriella, che il vecchio conte gli consentì tanto più di buon grado, in quanto che costei testimoniava di già una fiera inclinazione per lui. Angelica non fece segno del più piccolo risentimento per l’infedeltà dell’amante.
— Il povero zitello! crede d’avermi abbandonata, e non si avvede che mi son fatta gioco di lui, e che sono io che l’ho soppiantato! Così ragionava fra sè nel suo orgoglioso dispetto, e per verità i portamenti ben attestavano la più intiera indifferenza per lo sleale, quantunque si lasciasse vedere di rado tostochè fu veramente conchiuso il matrimonio con
Gabriella. Anzi non volle più pranzare cogli altri, e si dice che usasse molto in un boschetto che era già stato un tempo il suo più caro diporto.
In questo uno strano accidente venne a turbare la quiete del castello. I cac-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 50 —|}}</noinclude>ciatori del conte di Z. rafforzati da una mano di contadini, vennero a capo di far prigioni una banda di Zingari, a cui si dava colpa di tutti gli assassinj e di tutti i rubamenti che seguivano nella contrada. Gli uomini furono fatti tapinare incatenati alla corte del castello, e le donne coi fanciulli affastellati sopra d’un carro.
Più d’un ceffo sfrontato nel volgere degli occhi selvaggi ed infocati come quei d’una tigre in catena, tradiva l’uomo rotto agli omicidi, e ai ladronecci. Ma quella che più rubava gli sguardi di tutti era una donna, avvolta dal capo alle piante d’uno sciallo di color sanguigno. Estremamente scarna, d’una statura superba, gridò d’una voce imperiosa che volea calarsi dal carro, ciò che fu fatto. conte di Z. s’era raccolto cogli altri nella corte del castello, e disponeva di chiudere i malandrini in diverse prigioni, quando la contessa Angelica, tutta scapigliata, gli abbracciò le ginocchia pregandolo di voler liberare quegli innocenti.
— Scioglieteli, ve ne scongiuro! alla prima goccia del loro sangue io mi caccio questo coltello nel cuore. — E di-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 50 —|}}</noinclude>ciatori del conte di Z. rafforzati da una mano di contadini, vennero a capo di far prigioni una banda di Zingari, a cui si dava colpa di tutti gli assassinj e di tutti i rubamenti che seguivano nella contrada. Gli uomini furono fatti tapinare incatenati alla corte del castello, e le donne coi fanciulli affastellati sopra d’un carro.
Più d’un ceffo sfrontato nel volgere degli occhi selvaggi ed infocati come quei d’una tigre in catena, tradiva l’uomo rotto agli omicidi, e ai ladronecci. Ma quella che più rubava gli sguardi di tutti era una donna, avvolta dal capo alle piante d’uno sciallo di color sanguigno. Estremamente scarna, d’una statura superba, gridò d’una voce imperiosa che volea calarsi dal carro, ciò che fu fatto. Il conte di Z. s’era raccolto cogli altri nella corte del castello, e disponeva di chiudere i malandrini in diverse prigioni, quando la contessa Angelica, tutta scapigliata, gli abbracciò le ginocchia pregandolo di voler liberare quegli innocenti.
— Scioglieteli, ve ne scongiuro! alla prima goccia del loro sangue io mi caccio questo coltello nel cuore. — E di-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 51 —}}</noinclude>cendo questo squassava un lungo coltello sul suo capo, quando tramortì.
— Eh! cara bambolina, mio bell’angiolo, io sapeva bene che tu non lo avresti comportato. Così diceva la vecchia. Poi si ristrinse tutt’attorno alla contessa coprendole il viso ed il seno di baci schifosi, e ripetendo: — Mio bell’angelo, mio bell’angelo, svegliati, eccoti il tuo sposo! La vecchia trasse una ampolla, entro la quale guizzava un pesciolino dorato in un liquido argentale, e la pose sul cuore della contessa, che ricoverò i sensi smarriti.
Appena si accorse della vecchia Zingara l’abbracciò tutta, e poi corse a sotterrarsi nelle intime stanze del castello.
Il Conte di Z., Gabriella e lo sposo qui presenti, erano attoniti. Ma i Zingari però affatto indifferenti e tranquilli; quindi s’incominciò a partire gli uni dagli altri, e furono serrati nelle prigioni del castello.
Il giorno seguente si chiamò a consiglio il comune, dove convennero anche gli Zingari, e il Conte protestò altamente che erano innocenti delle accuse che loro erano date, acconsentendo loro libero<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 52 —|}}</noinclude>passo per le sue terre. Sciolti dalle catene furono lasciati andare con meraviglia di tutti.
Ma già era scomparsa la donna dello sciallo rossigno; e si spacciava che il capo di cotesti Zingari che credevano di aver conosciuto per una catena d’oro che portava attorno al collo, e pel cappello piumato, fosse stato intromesso lungo la notte nella camera del Conte.
Qualche tempo dopo diffatti si potette toccar con mano che i Zingari non avevano partecipato per nulla ai guasti che erano stati fatti al paese.
Era presso che il tempo che si doveano fare le nozze di Gabriella, quando un giorno si vide con meraviglia, che parecchi carri ingombri di mobili, d’abiti e d’altri arredi di casa, difilavano dal castello.
Si seppe che Angelica accompagnata da un valletto del Conte S. e da una donna velata, che si credette ravvisare per la Zingara, sgombrarono durante la notte.
Il Conte Z. sciolse l’enigma, dichiarando che era stato costretto, per certe ragioni, di compiacere ai desideri di<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 52 —|}}</noinclude>passo per le sue terre. Sciolti dalle catene furono lasciati andare con meraviglia di tutti.
Ma già era scomparsa la donna dello sciallo rossigno; e si spacciava che il capo di cotesti Zingari che credevano di aver conosciuto per una catena d’oro che portava attorno al collo, e pel cappello piumato, fosse stato intromesso lungo la notte nella camera del Conte.
Qualche tempo dopo diffatti si potette toccar con mano che i Zingari non avevano partecipato per nulla ai guasti che erano stati fatti al paese.
Era presso che il tempo che si doveano fare le nozze di Gabriella, quando un giorno si vide con meraviglia, che parecchi carri ingombri di mobili, d’abiti e d’altri arredi di casa, difilavano dal castello.
Si seppe che Angelica accompagnata da un valletto del Conte S. e da una donna velata, che si credette ravvisare per la Zingara, sgombrarono durante la notte.
Il Conte Z. sciolse l’enigma, dichiarando che era stato costretto, per certe ragioni, di compiacere ai desiderj di<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 53 —}}</noinclude>Angelica, e di consentirle in proprietà la casa di Berlino, colla licenza di far vita a parte, e di non volerlo ricevere se non quando che le piacesse. Il Conte aggiunse che a sua preghiera gli avea fatto abilità di menarsi seco un cameriere, che era partito con lei. Si fecero le nozze e il Conte S. partì per D. colla giovane sposa, dove trapassò un anno in una gioja inestimabile. Ma dopo incominciò a infermare, e un segreto dolore pareva che gli togliesse tutti i piaceri e tutte le forze della vita, per cui si provava invano di nascondere alla Contessa il povero stato in cui si trovava. Sopravvennero poscia così fieri deliqui che l’infiacchirono di modo, che i medici vollero che facesse almeno una stagione a Pisa.
La contessa Gabriella che stava per partorire non potè accompagnarlo, ma gli tenne dietro qualche tempo dopo.
— Quivi, mi disse il dottore, sono così mutilati gli scritti della contessa Gabriella, che è malagevole di tenerne il filo. Ma la somma si è che il neonato disparve dalla culla in un modo che non si sa dire, perchè furono vane tutte le indagini.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 54 —|}}</noinclude>{{Nop}}
— La poverina se ne affannò alla disperazione, e quasi per giunta, il Conte Z. suo padre, le fece intendere che il genero ch’egli stimava incamminato per Pisa, era stato trovato côlto d’apoplessia nella casa d’Angelica a Berlino, non ommettendo che Angelica era caduta in un delirio forsennato, e che le disgrazie erano tante ch’egli non le avrebbe potute sostenere.
Appena Gabriella fu un poco rinfrancata corse subito a ripararsi nelle terre di suo padre. In una notte senza sonno, assediata continuamente dall’effigie del figlio e del marito perduto, credette di intendere uno stropiccìo all’uscio della sua camera.
Balzò subito di letto, ed accese una bugia al lucignolo della sua lucerna di notte.
Oh cielo! rotolantesi sul pavimento tutta avvolta nello sciallo sanguigno, la Zingara le avventa degli sguardi infocati, e culla nelle sue braccia un fanciulletto che vagisce dolorosamente.
Il cuore della Contessa stette per rompersi! È il suo bambino, la sua fanciulletta perduta. Cerca di svellerla dalle<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 55 —}}</noinclude>braccia della Zingara che si rotola come un automa senza vita.
Alle grida della Contessa fu in piedi tutta la famiglia, si corre e si trova un cadavere che invano si vuol risuscitare e che il Conte fa seppellire.
Altro non rimaneva che di correre dall’insensata, per ingegnarsi di cavarle il segreto. Ma la pazzia furiosa d’Angelica non consentiva che le si accostasse altri che il suo cameriere. Se non che rinsavì, come per miracolo, appena intese dal Conte l’accidente del figlio di Gabriella. Battè palma a palma e sclamò: — La vostra bambina è venuta, è ben venuta, e l’altra sepolta, sepolta. Oh il bel fagiano! come agita le sue ali dorate! Non sapete niente del leon verde cogli occhi di fuoco.
Il Conte si turbò per questo ritorno di follia e volle condurla nelle sue terre, ma il vecchio valletto consigliò di non farlo, perchè la furia d’Angelica imperversava ogni volta che si cercava di trarla fuori della casa.
In un altro lucido intervallo Angelica scongiurò il Conte di lasciarla morire in quell’abituro, e il Conte l’accontentò,<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 56 —|}}</noinclude>benchè l’inchiesta che le fece, le paresse l’espressione della pazzia che minacciava di nuovo.
Giurò che il Conte S. era stato nelle sue braccia, e che il bambino che la Zingara aveva portato nella casa del Conte Z. era il frutto dell’amore. Si crede ancora a Berlino che il Conte abbia menato l’infelice nelle sue terre, mentre ella è tuttavia nella casa abbandonata celata agli occhi di tutti.
Il Conte di Z. è morto da qualche tempo, e la contessa Gabriella capitò con Eduina per dar sesto a certi affari di famiglia.
Essa non ha potuto tenersi d’andare a vedere la sua sciagurata sorella, e forse in questo incontro v’ebbero delle cose meravigliose, che la Contessa non mi scoperse, avendomi detto soltanto che non si potè far a meno di congedare il cameriere, il quale aveva da principio tentato di domare la pazzia della Contessa con dei mali trattamenti, da cui se declinò un poco, fu quando la poverina gli diè fede, che gli avrebbe insegnato il segreto di far l’oro, onde s’era dato con lei questa sorta d’alchimia.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 57 —}}</noinclude>{{Nop}}
— Sarebbe inutile, aggiunse il medico, terminando di dire suo racconto, sarebbe inutile di far notare la singolare concatenazione di tutti questi accidenti. Ad ogni modo sono convinto che voi solo avete condotta la catastrofe, che sarà la morte o la salute della Contessa. Del resto non posso nascondervi che non fui côlto da poco spavento, quando mettendomi in un rapporto magnetico con voi, discopersi pur io un’immagine nello specchio. Ora sappiamo ambedue che questa effigie era il ritratto d’Eduina.
Al pari del medico credo inutile d’intrattenermi sui rapporti misteriosi che si trovarono fra Angelica e Eduina, il cameriere e me stesso. Aggiungerò soltanto che una cagionevolezza affannosa mi cacciò dalla capitale, e sempre mi stette dattorno sino all’epoca, cred’io, della morte della pazza Contessa.
Così finì Teodoro questa sorte di fantastica istoria ed accomiatandoci, Francesco gli scosse dolcemente la mano, guardandolo con un sorriso, fui per dire doloroso: — Buona notte. — Buona notte, pipistrello di {{AutoreCitato|Lazzaro Spallanzani|Spallanzani}}.
{{Ct|f=90%|FINE DELLA CASA DESERTA}}<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>{{Nop}}
{{Centrato|'''CAPITOLO PRIMO'''}}
{{xx-larger|È}} già gran tempo che viveva in una selva selvaggia della terra di Fulda un valente cacciatore per nome Andrès, che era già stato di monsignore il conte Aloisio di Fach, con cui avea viaggiato quasi tutta l’Italia, e tratto d’un gran pericolo colla sua destrezza e gagliardia di corpo, un giorno che furono assaliti dai malandrini sopra una delle pericolosissime strade del regno di Napoli. A Napoli nell’albergo dove smontarono si tro-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 62 —|}}</noinclude>vava una povera ed angelica orfanella che l’oste aveva ricettata per carità, ma di cui faceva ogni sorta di strapazzo, usandola nei più faticosi uffici della casa. Andrès s’ingegnò a suo potere di consolarla de’ suoi affanni, e la giovinetta gli pose tanto amore che non si potette più spiccare da lui, risoluta di accompagnarlo sino nella fredda Germania.
Il Conte Fach, mosso dalle preghiere di Andrès e dalle lagrime della Giorgina, consentì alla zitella di acconciarsi sulla cassetta della vettura accanto al suo innamorato, per fare con lui quell’aspro viaggio. E prima di finire il cammino d’Italia, Andrès era già sposo della Giorgina.
Il Conte tornato nelle sue terre, credette di ricompensare la fedeltà del suo domestico facendolo suo primo guardacaccia. Ed Andrès andò a porsi colla moglie e con un vecchio valletto nella selva deserta che egli doveva guardare dai bracchi furtivi e dai legnaiuoli; ma invece di ristorarsi delle comodità di una vita dolce e tranquilla che il Conte gli avea promessa, ebbe a travagliarsi di modo, che non andò guari che quasi infermò di miseria e d’affanni.<noinclude>
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Lo scarso salario che avea dal Conte, bastava appena a vivere sottilmente colla sia Giorgina, perchè i benefici che gli venivano dalle vendite della boscaglia, erano così magri e tanto incerti, e l’orticello che coltivava così devastato dai lupi e dai cignali, che bastava una notte per vedersi a struggere tutte le speranze di un anno. Oltrecchè la sua vita stava per poco che non fosse nelle mani dei predoni, e dei cacciatori di contrabbando.
Giorgina, che non era usa a questo clima, nè a questo modo di vivere, era così, rifinita che i bruni e vivi colori del volto s’erano perduti in un giallo pallore, e gli occhi scintillanti parevano spenti, e la voluttuosa persona, già fatta al torno, s’andava scarnando l’un dì più che l’altro.
Bene spesso nelle notti più chiare per lume di luna, trabalzava nel sonno. Degli sprazzi di fuoco scoppiettavano di lontano nella foresta, ed all’urlar dei mastini il povero marito si levava pianamente dal letto, ed usciva a battere il bosco col suo famiglio. Allora pregava Iddio e i Santi di preservare la vita di lui, e di trargli ambidue da quel tristo deserto.<noinclude>
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Non andò guari che partorito un figlio cadde in tal prostrazione, che non potè più torsi dal letto, quasi vicina a morire. L’infelice marito andava vagando, l’intero giorno tutto pensoso, chè l’infermità della moglie gli avea tolto il cuore. Onde il selvaggiume gli svolazzava su gli occhi quasi ad insulto; e il suo scoppietto nelle mani tremanti fulminava inutilmente, lasciando al suo famiglio la cura d’apparecchiare la cacciagione del Conte.<noinclude>
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| caption = {{Smaller|Il luogo che sì offriva alla sua vista era la navata di un edifizio titanico, di un’architettura dalle proporzioni stravaganti, che si stendeva in una curva immensa tanto a destra che a sinistra. (Pag. 49).}}
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a terra si attaccò alla tavola facendo cadere uno dei bicchieri che rimbombò senza spezzarsi: finalmente riuscì a sedersi su una poltrona.
Quando si fu un po’ rimesso, prese la bottiglia, riempì il secondo bicchiere e bevve: non era acqua però, sibbene un liquido incolore dal profumo leggero e da un grato sapore che lo ristorò immediatamente: quindi posò il bicchiere e si guardò intorno.
L’appartamento non perdeva affatto nè in dimensione nè in magnificenza per non esser più veduto a traverso la trasparenza verdastra della parete. La vôlta che egli aveva notata, conduceva a uno scalone che menava, senza esser chiuso da nessuna porta, ad un immenso corridoio trasversale. Tal passaggio era fiancheggiato da terse colonne formate di una sostanza azzurro-cupa, venate di bianco, da cui saliva il tumulto di un’agitazione umana; un rumore di voci confuse, mormorio continuo ed uniforme.
Ora che si sentiva proprio sveglio, rimaneva seduto, in ascolto, dimenticando le vivande che gli stavano davanti.
Ma tutto ad un tratto si ricordò di esser semi-nudo, e cercando qualche cosa per coprirsi, scorse una gran veste nera gettata sopra una sedia; se l’aggiustò attorno al corpo, e tornò a sedersi tutto tremante.
Sempre più sentiva una gran confusione nella sua mente: era evidente che aveva dormito, e durante il suo sonno l’avevano trasportato.... Ma dove?.... E chi era quella gente, quella folla lontana dietro quelle colonne di un azzurro cupo? Boscastle?
Di nuovo si versò un bicchiere del liquido incolore e ne bevve alcuni sorsi.
Qual era quel luogo che i suoi sensi percepivano<noinclude><references/></noinclude>
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come una decorazione animata, a traverso un fremito sottile? Attorno a sè egli esaminava quella bella e semplice armonia del salone non guastata da nessun ornamento, e vide che in un certo punto il soffitto presentava un’apertura circolare da cui la luce entrava a gran fasci e mentre che egli stava guardando, una specie d’ombra ondeggiava regolarmente, passando e nascondendo l’apertura, per scomparire e riapparir di nuovo facendo ogni volta un rumore che si confondeva col sordo tumulto dell’atmosfera.
Avrebbe voluto chiamare, ma dalla sua gola non uscì che un debole suono: allora si alzò e col passo incerto dell’ubriaco si diresse verso il corridoio arcuato: discese, titubante, gli scalini, inciampando nei lembi della veste nera, nella quale era avvolto; poi dovette aggrapparsi ad una delle colonne azzurre, per non cadere.
Il corridoio si allungava, offrendo una deliziosa prospettiva di azzurro e di rosso, terminando in lontananza con uno spazio chiuso da una specie di balcone splendidamente illuminato, una balaustra che si proiettava in una estensione nebbiosa che aveva l’aria di essere l’interno di qualche costruzione gigantesca. In lontananza si ergevano vaste costruzioni architettoniche. Ora il suono delle voci si innalzava alto e chiaro, e sul balcone, volgendo le spalle a Graham, stavano tre personaggi dai ricchi abiti ampli e ondeggianti, di una tinta cangiante, che, gesticolando fra loro, parevano assorti in una conversazione animata. Il frastuono di una gran moltitudine saliva potente e in quel momento parve a Graham di veder passare l’estremità di una bandiera, poi un oggetto colorato, un’acconciatura o un abito di un<noinclude><references/></noinclude>
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azzurro pallido che brillò un momento lanciato in aria al di sopra della balaustrata e poi ricadde. Gli parve anche di distinguere in mezzo a quel mormorio una parola che fu ripetuta più volte.... «Si sveglierà». Udì un grido acuto, indistinto, e tutto ad un tratto, i tre individui si misero a ridere.
— Ah! Ah! Ah! — sogghignava uno di essi, un uomo dai capelli rossi, dal corto vestito color porpora.... — Quando chi dorme si sveglierà?... Quando?
E, con aria beffarda, guardò dalla parte della galleria mentre la sua faccia e tutto il suo corpo dalla testa ai piedi, subì un improvviso cambiamento e le sue membra diventarono irrigidite....
A tale esclamazione gli altri due compagni si voltarono vivamente e rimasero immobili. Quelle tre facce presero allora un’espressione di costernazione che gradatamente si trasformò in un grande spavento....
Ad un tratto Graham sentì piegarsi le ginocchia: il suo braccio che teneva la colonna ricadde a poco a poco.... Volle camminare, traballò, e cadde colla faccia contro terra.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''L’eco del tumulto''|33|riga=sì}}</noinclude>
Chi sa che egli non fosse stato trasportato in uno stabilimento di recente costruito.
Ad un tratto ebbe un dubbio: se si trovasse esposto in qualche sala pubblica! — Ah, come avrebbe allora detto il fatto suo a Warming e senza tante reticenze! — Ma no, era impossibile: tal congettura non reggeva, tanto più che in una pubblica sala non l’avrebbero lasciato nudo.
Poi, d’un sol colpo, intravide la verità: non vi fu intervallo percettibile fra il sospetto e la certezza: passò dall’uno all’altra senza accorgersene.
Improvvisamente si rese conto che il suo letargo era durato un periodo di tempo considerevole; con quella specie di processo che è la lettura del pensiero, interpretò lo stupore misto a rispetto dei volti curiosi che lo esaminavano.
Egli li scrutò ansiosamente in preda a un’intensa emozione: pareva che gli leggessero negli occhi. Mosse le labbra per parlare, ma non potè. Nel momento stesso della sua scoperta, fu assalito da un inesplicabile impulso di nascondere il proprio pensiero: contemplò i suoi piedi nudi senza proferir parola: non aveva più desiderio di parlare e tremava violentemente.
Allora gli fecero prendere una sostanza fluida e rosea da’ riflessi verdastri, dopo di che potè sentire che le sue forze ritornavano.
— Questo.... questo mi fa bene.... mi sento meglio, — disse con voce fioca; e tali parole furono accolte da un mormorio di rispettosa ammirazione.
La sua convinzione si riaffermava ora: volle parlare, ma gli fu nuovamente impossibile: emise un grosso sospiro e tentò per una terza volta.<noinclude><references/> <references/> {{PieDiPagina|
{{smaller|{{Sc|Wells.}} ''Quando il Dormente si sveglierà.''}}||{{smaller|3}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|34|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>{{Nop}}
— Quanto tempo, — chiese poi con voce velata, — quanto tempo ho dormito?
— Molto tempo, — rispose l’uomo dalla barba bionda, lanciando a’ suoi compagni una rapida occhiata.
— Quanto tempo?
— Un tempo lunghissimo.
— Va bene.... va bene.... — disse Graham con eccitazione. — Ma io vorrei... Forse per degli anni?.... Per molti anni?... È accaduto qualche cosa.... Ho dimenticato. Mi sento disorientato. Ma voi.... — E qui fu soffocato da un singhiozzo. — A quale scopo voler simular con me?... Quanto tempo ho dormito?
Tacque: aveva il respiro irregolare.... Si stropicciò gli occhi colle congiunture delle dita; quindi incrociò le braccia aspettando che gli si rispondesse. I tre uomini si consultarono a voce bassa.
— Cinque o sei anni? — insistè debolmente. — Di più?
— Molto di più.
— Più di sei anni?
— Molto di più.
Egli li guardò: sembrava che dei diavoletti accaniti gli contraessero i muscoli della faccia. Col suo sguardo cercava d’interrogarli.
— Molti anni, — aggiunse l’uomo dalla barba rossa.
Graham si sforzò di mettersi a sedere sul letto e colla scarna mano, si asciugò una lagrima.
— Molti anni, — ripetè.
Quindi chiuse ermeticamente gli occhi; li riaprì ed esaminò intorno a sè, l’una dopo l’altra, tutte quelle cose così estranee per lui.
— Quanti anni? — interrogò.
— Preparatevi ad una sorpresa.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''L’eco del tumulto''|35|riga=sì}}</noinclude>{{Nop}}
— Ebbene?
— Più di una «grossa» di anni.
Quel termine barocco lo irritò.
— Più di che?
Due di quegli uomini scambiarono alcune parole, ma di tali rapide riflessioni, non potè cogliere che la parola «decimale».
— Quanto tempo avete detto? — domandò Graham.
— Quanti anni? Non prendete codest’aria.... Parlate.
Ancora un colloquio a mezza voce di cui al suo orecchio non giunsero che queste quattro parole:
— Più di due secoli.
— Che cosa? — esclamò Graham rivolgendosi all’uomo che aveva pronunziato quella frase. — Che ha detto...? Che cosa vuol dire?... Più di due secoli?
— Sì, — fece l’uomo dalla barba rossa, — duecento anni.
Graham ripetè quelle parole. S’aspettava che gli venisse indicato un lungo periodo di tempo, pure quelle parole; «Due secoli», lo annientavano in modo indescrivibile.
— Duecento anni, — disse ancora, mentre nell’anima sua pareva si spalancasse un profondo abisso. Quindi: — Oh! ma!...
I tre compagni rimasero muti.
— Voi.... avete proprio detto il vero?
— Duecento anni. Due secoli interi, — spiegò l’uomo dalla barba rossa.
Vi fu un minuto di silenzio: Graham spiò i loro volti e capì che ciò che aveva udito era proprio la verità.
— Ma è impossibile, — esclamò con tono lamentoso. — Io sogno.... Letargo.... Ma il letargo non dura tanto.... Non è una cosa ben fatta.... Vi prendete un<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|36|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>
brutto giuoco di me.... Ditemi.... Alcuni giorni fa.... io passeggiavo lungo la costa di Cornovaglia....
Ma la voce gli mancò.... L’uomo dalla barba bionda esitava.
— Non sono molto forte su questo punto.... — asserì debolmente, e lanciò un’occhiata agli altri due.
— È esattissimo, — confermò il più giovane. — Boscastle, nell’antico ducato di Cornovaglia.... era situato nella regione Sud Ovest al di là delle pasture.... Esiste ancora una casa.... Io vi sono stato.
— Boscastle...., — e Graham guardò quel giovane. — Proprio Boscastle.... Il piccolo porto di Boscastle: devo essermi addormentato laggiù.... in qualche luogo.... Non ricordo più tanto bene....
E si strinse la testa fra le mani mormorando:
— Più di duecento anni!
Colla faccia contratta, si pose a parlar velocemente mentre dentro di sè aveva il cuore ghiacciato.
— Ma se veramente ho dormito per duecento anni, tutti quelli che ho conosciuti, tutti gli esseri umani che ho veduto e ai quali ho parlato prima di addormentarmi, devono esser tutti morti.
Nessuno rispose: ed egli riprese:
— La regina e tutta la famiglia reale, i ministri la Chiesa e lo Stato indistintamente, ricchi e poveri, gli uni come gli altri.... tutti devono esser morti, L’Inghilterra esiste sempre? E Londra? Ed io dove sono in questo momento? A Londra? Ah! davvero, voi siete il mio assistente.... E anche loro?
Stupito egli li guardava.
— Ma perchè sono qui? No, non parlate. Non vi muovete.... Tacete. Lasciatemi.
Tacque stropicciandosi lungamente gli occhi e {{Pt|quan-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''L’eco del tumulto''|37|riga=sì}}</noinclude>
{{Pt|do|quando}} staccò le mani dalla faccia vide presentarsi un altro bicchierino di quel fluido tosato che vuotò d’un fiato e il cui benefico effetto fu anche questa volta quasi immediato. Subito dopo aver bevuto cominciò a piangere liberamente.
Tale sfogo gli procurò un gran sollievo. A traverso le lagrime osservava i suoi compagni, e improvvisamente scoppiò in una sciocca risata.
— Ma.... due.... cento.... anni, — esclamò.
E dopo una smorfia convulsa si nascose la faccia fra le mani. Dopo alcuni momenti divenne più calmo: allora si sedette colle mani sulle ginocchia, in un atteggiamento quasi simile a quello nel quale lo aveva trovato Isbister sulla roccia di Pentargen. Poco dopo, la sua attenzione fu attratta da una voce forte e imperiosa e dai passi di un personaggio che si avanzava.
— Che cosa fate voi? Perchè non mi avete avvertito? Avreste potuto facilmente prevederlo. Guai al colpevole.... Bisogna lasciare in pace quell’uomo. Le porte, sono chiuse? Tutte le porte? Bisogna assolutamente lasciarlo in pace e non dirgli niente. Gli è forse stato detto qualche cosa?
L’uomo dalla barba bionda fece una riflessione a bassa voce; e Graham, guardando al di sopra delle spalle di lui, vide venire un personaggio di bassa statura, grosso, grasso e imberbe, dal naso aquilino, dal collo largo, dal mento pronunciato. Folte sopracciglia nere, leggermente oblique, che si ricongiungevano quasi al di sopra del naso, oscuravano degli occhi di un grigio scuro che davano alla sua fisonomia un’espressione spaventosa e bizzarra.
Fissò Graham con aria minacciosa, poi, bruscamente si rivolse all’uomo dalla barba bionda.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|38|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>{{Nop}}
— Gli altri, — disse con accento oltremodo irritato, — farebbero meglio ad andarsene.
— Andarcene? — fece l’uomo dalla barba rossa.
— Certamente.... Via, uscite, ma state attenti che le porte siano ben chiuse dietro di voi.
I due uomini ai quali si rivolgeva un tale ordine, giraron sui tacchi, e obbedirono dopo aver rivolto uno sguardo di compianto a Graham; però invece di uscire dal passaggio a vôlta, come egli credeva, si diressero verso il gran muro senz’apertura che fiancheggiava l’appartamento dalla parte opposta.
Allora accadde un fatto sorprendente: una lunga striscia di quel muro, solido in apparenza, si ripiegò con un rumore secco rimanendo sospeso sopra a’ due uomini che se ne andavano, quindi ricadde. Così Graham rimase solo col nuovo venuto e coll’individuo dal vestito rosso, dalla barba bionda.
Per un momento l’uomo di bassa statura non prestò la minima attenzione a Graham, ma si mise ad interrogar l’altro — nel quale s’indovinava un suo sottoposto — su ciò che era accaduto. Egli si esprimeva chiaramente, ma con certe frasi che Graham non intendeva che a metà; quel risveglio così improvviso sembrava essere per quel personaggio non solo un motivo di sorpresa, ma di costernazione e di noia; in una parola ciò gli procurava un’estrema agitazione.
— Non bisogna far nascer tanta confusione nel suo spirito raccontandogli troppe cose, — ripeteva spesso, — non bisogna imbrogliar le sue idee.
Quando l’altro ebbe risposto a tutte le domande rivoltegli dal suo superiore, si voltò verso l’uomo ridestato e l’osservò con un’espressione incerta.
— Vi sentirete un po’ sbalordito — gli chiese.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''L’eco del tumulto''|39|riga=sì}}</noinclude>{{Nop}}
— Moltissimo.
— Il mondo.... ciò che ne vedete vi parrà strano?
— Per quanto strano mi possa sembrare, bisognerà pure che ci viva.
— Lo capisco anch’io.
— E prima di tutto, non ritenete necessario ch’io abbia di che vestirmi?
— Vi hanno detto.... — cominciò a dir l’uomo grasso; ma s’interruppe: l’uomo dalla barba, bionda scambiò un’occhiata con lui, quindi si allontanò.
— Ma è proprio vero ch’io ho dormito duecento anni? — domandò Graham.
— Ve l’hanno detto, non è vero? Duecentotrè, per essere esatti.
Ora Graham cedeva alla realtà: colle sopracciglia rialzate, gli angoli della bocca abbassati, egli rimase un momento senza parlare, quindi domandò:
— Qui vicino vi sarà certo o un mulino o una dinamo? — E senza aspettar la risposta; — Suppongo che le cose sian cambiate in una maniera spaventosa, non è vero? Che significano queste grida?
— Nulla, — disse l’uomo grasso con impazienza. — È il popolo.... Capirete meglio in seguito.... forse. Avete ragione: le cose sono molto cambiate.
Egli parlava in tono breve, colle sopracciglia contratte, lanciando delle occhiate intorno a sè come se avesse cercato di prendere una decisione, di fronte a una improvvisa difficoltà.
— Ad ogni modo bisogna procurarvi dei vestiti e tutto il resto: intanto sarà meglio che restiate qui: nessuno verrà a disturbarvi. Avete anche bisogno di farvi radere.
Graham si passò la mano sul suo mento rugoso:<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|40|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>
in quell’istante l’uomo dalla barba bionda che ritornava verso di essi, si fermò di botto, stette per un momento in orecchi, guardò il suo superiore corrugando la fronte e rialzando le sopracciglia, quindi si slanciò precipitosamente per il passaggio a vôlta dalla parte del balcone.
Il tumulto e le grida aumentavano; l’uomo grasso si allontanò un poco per ascoltare e, masticando ad un tratto una bestemmia, rivolse lo sguardo su Graham con un’espressione ostile. Il rumore agitato di una moltitudine di voci aumentava e diminuiva: grida ed acclamazioni; fischi e schiamazzi si confondevano insieme; per un momento fu uno strepito come di colpi e grida acute, seguiti da uno scoppiettio simile a quello prodotto dal legno sottile quando è secco.
Graham tese l’orecchio cercando di percepire in quell’inesplicabile tumulto un suono riconoscibile: e finalmente potè capire una frase ripetuta incessantemente, una frase distinta.
Rimase alcuni minuti nell’incertezza di avere o no udito bene, ma certo le parole erano proprio queste:
— Mostrateci il dormente! mostrateci il dormente!
L’uomo grasso scattò e si precipitò verso il corridoio.
— È insensato! — esclamò. — Come hanno fatto?... Sanno o indovinano?
La risposta si perdette fra il rumore.
— Io non ci posso andare, — fece l’uomo grasso. — Bisogna che mi occupi di lui. Ma fateli stare in ordine dal balcone.
Ancora una risposta che Graham non potè intendere.
— Dite che non si è svegliato.... Dite quello che volete, ve ne lascio la libertà.<noinclude><references/></noinclude>
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E dopo queste ultime parole, l’uomo grasso tornò in fretta da Graham.
— Vi occorre subito un vestito, — dichiarò. — Non potete restar qui seminudo.... e sarà impossibile di....
Si allontanò rapidamente mentre Graham invocava una risposta alle sue supplichevoli domande: un minuto dopo era di ritorno.
— Non posso dirvi ciò che accade. È troppo difficile a spiegarsi. Fra un minuto avrete il vostro vestito.... Sì.... fra un minuto. Poi potrò condurvi via e farete presto a conoscere a quali difficoltà andiamo incontro.
— Ma queste voci? Gridavano....
— Sì: gridavano, dicevano qualche cosa intorno al dormente.... a voi.... Essi hanno fantasticato.... non so su che cosa.... non so nulla....
Una campana dal suono acuto, gettò la sua nota stridula in mezzo al lontano frastuono.... Intanto quello sgarbato personaggio si accostò rapidamente ad un piccolo gruppo di apparecchi, posti in un angolo della sala: ascoltò un momento, e guardando un globo di cristallo, inclinò la testa e pronunciò alcune parole indistinte.... Quindi si diresse verso il muro in fondo: la parete si alzò come una tenda e l’uomo rimase in piedi aspettando.
Graham alzò il braccio e fu sorpreso della forza procuratagli dal benefico cordiale e si sedette accavalciando una gamba sopra l’altra. Egli non provava più nè vertigini nè stordimenti e durava fatica a credere a un così rapido miglioramento, si tastò ad una ad una le membra....
L’uomo dalla barba bionda ricomparve nel corridoio<noinclude><references/></noinclude>
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arcuato e nello stesso tempo un ascensore si fermò dinanzi al personaggio di bassa statura: ne uscì un individuo magro dalla barba grigia, che portava un giustacuore di color verde scuro; che aveva un involto in mano.
— È il sarto! — disse il capo presentando con un gesto il nuovo venuto. — Questo abito nero non era per voi e non capisco come abbia potuto trovarsi qui. Ma lo saprò: oh! se lo saprò!
— Farete più presto che vi sarà possibile, non è vero? — disse al sarto.
L’individuo vestito di verde s’inchinò e, avanzandosi, venne a sedersi sul letto accanto a Graham. Le sue maniere erano calme, ma i suoi occhi esprimevano una vivissima curiosità.
— Troverete la moda molto cambiata, Sire, — cominciò a dire senz’alzare la testa. Quindi aprì il fagotto e un insieme confuso di stoffe lucenti si sparse sulle sue ginocchia. — Voi vivevate, Sire, — continuò, — in un’epoca essenzialmente cilindrica.... con una tendenza alla forma emisferica nei capelli.... nelle curve.... perpetuamente.... All’epoca attuale....
E in un baleno tirò fuori un piccolo apparecchio dalle dimensioni di un orologio: fece scattar la molla e tutto ad un tratto apparve, come in un kinetoscopio, un piccolo personaggio vestito di bianco che camminava e girava sulla mostra in tutti i versi.
Poi, prendendo un campione di raso di un bianco lievemente ombreggiato di azzurro:
— È così, su questo modello, ch’io mi propongo di vestirvi.
— Abbiamo pochissimo tempo, — disse il padrone, andando a porsi accanto a Graham.<noinclude><references/></noinclude>
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— Fidatevi di me, — rispose il sarto. — La mia macchina sarà qui fra qualche secondo.
— Che cos’è questo? — domandò l’uomo del diciannovesimo secolo.
— Ai vostri tempi vi veniva mostrato un figurino, — spiegò il sarto. — Osservate invece il progresso moderno.
La bambolina ricominciò le sue evoluzioni con un vestito differente.
— O questo?
E facendo ancora scattare la molla, mostrò un’altra bambolina vestita con un abito voluminoso, che, come l’altra, si pavoneggiava sul quadrante. Il sarto aveva dei movimenti rapidissimi, ma ciò non gli impedì di guardare due o tre volte, dalla parte dell’ascensore: uscì subito dopo un adolescente anemico dai capelli corti, dai lineamenti che lo facevano somigliare ad un chinese, dall’abito di una tela grossa color celeste pallido. Egli spingeva silenziosamente una macchina assai complicata montata su delle rotelle: nello stesso momento il sarto fece sparire il piccolo kinetoscopio e invitò Graham a star dritto dinanzi alla macchina; quindi borbottò alcune istruzioni a cui l’individuo da’ capelli corti rispose con una voce gutturale e in una lingua che Graham non potè capire. Allora quel giovane si diresse verso gli apparecchi, davanti ai quali tenne un incomprensibile monologo mentre il sarto faceva muovere un certo numero di braccia articolate che terminavano con piccoli dischi spiegandole fino a che i dischi si trovassero aderenti al corpo di Graham; uno sopra ogni spalla, altri ai gomiti, un altro al collo e così via di seguito in maniera che alla fine non se ne {{Pt|conta-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|44|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>
{{Pt|vano|contavano}} meno di quaranta sul suo corpo e sulle sue membra.
Intanto in quella sala era entrata ancora un’altra persona portata dall’ascensore. Il sarto mise in azione un meccanismo che produceva dei movimenti ritmici con un debole rumore e subito dopo egli disfece di un sol colpo la leva mettendo Graham in libertà. Il sarto gli rimise il mantello nero; l’uomo dalla barba bionda gli porse un bicchierino colmo di una fluida sostanza rinfrescante, e Graham potè vedere a traverso il vetro, un giovanotto dal volto pallido che lo guardava con una strana insistenza. Il personaggio grasso, agitato e impaziente, passeggiava in quel tempo su e giù per la sala: dopo poco però girò sui tacchi e s’inoltrò nel passaggio a vôlta per giungere al balcone da cui proveniva, in raffiche cadenzate, il rumore di una folla lontana.
L’adolescente da’ capelli corti consegnò al sarto un rotolo di raso azzurro, che ambedue applicarono al meccanismo nella stessa maniera con cui si fissava un rotolo di carta nella macchina da stampare del secolo XIX. Quindi, spingendo la macchina a traverso alla sala sulle silenziose rotelle, la portarono in un angolo, dove una specie di canapo intrecciato usciva graziosamente dal muro: a questo congiunsero la macchina stessa che cominciò a funzionare con una meravigliosa rapidità.
— Che cosa fanno laggiù? — chiese Graham accennando col bicchiere vuoto quei sarti affaticati, e tentando d’ignorare l’esame minuzioso che gli faceva subire il nuovo venuto. — È forse.... un genere di forza motrice.... in applicazione?
— Sì, — rispose l’uomo dalla barba bionda.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''L’eco del tumulto''|45|riga=sì}}</noinclude>{{Nop}}
— Chi è quello là? — E indicava il personaggio grasso, dietro di lui, nel corridoio.
L’uomo vestito color porpora si accarezzò la barbetta, esitò, e rispose a mezza voce:
— È Howard: il vostro primo guardiano. Capirete, Sire, che ciò è un po’ difficile a spiegarsi. Il consiglio nomina un conservatore capo e dei dipendenti. Questo salone, date alcune eccezioni, è stato aperto al pubblico perchè esso potesse venirci a suo piacere: ora per la prima volta ne abbiamo chiuse le porte: ma.... se ciò non v’interessa, lascierò a lui l’incarico di tutto spiegarvi....
— Strano!... — pensava Graham. — Conservatore? Consiglio? — Quindi voltando le spalle al nuovo venuto, chiese a bassa voce: — Perchè quell’uomo mi guarda così fisso? È forse un magnetizzatore?
— Un magnetizzatore? È un «capillotomista.».
— Un «capillotomista?»
— Sì: uno dei capi. Il suo onorario annuale ammonta a sei dozzine di leoni d’oro.
Queste ultime parole parvero una vera assurdità per Graham che, colla mente turbata, dovette fare innumerevoli sforzi per capirne il senso.
— Sei dozzine di leoni? — ripetè.
— Al vostro tempo non esistevano, è vero? Credo di no.... Voi avevate ancora le antiche lire sterline. I leoni sono adesso le nostre unità di monete.
— Ma, che cosa dicevate mai.... Sei dozzine?
— Sì: sei dozzine, Sire. Infatti, tutte le cose, anche le più piccole, sono cambiate. Voi vivevate in un’epoca in cui vigeva il sistema decimale, il sistema arabo.... le diecine, le minuscole centinaia e le migliaia. Noi abbiamo ora undici cifre ed impieghiamo<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|46|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>
una sola cifra per esprimere dieci e una sola per esprimere undici; due cifre per una dozzina. Una dozzina di dozzine fa una grossa, quantità, questa, un po’ più grande del vostro centinaio: una dozzina di grosse fa una «dozanda», e una dozanda di dozande una «miriade». Come vedete è una cosa semplicissima.
— Capisco.... — fece Graham. — Ma quel capill.... come lo chiamate?
L’uomo dalla barba bionda lanciò un’occhiata sopra alla spalla di Graham.
— Ecco il vostro vestito, — disse.
Graham si voltò ad un tratto e vide il sarto in piedi, vicina a lui, che sorrideva tenendo sulle braccia un abito evidentemente nuovo, mentre il giovane da’ capelli corti spingeva con un solo dito la macchina complicata verso l’ascensore col quale era stata portata.
Graham guardava stupito il vestito già eseguito.
— Non vorrete mica farmi credere?...
— Terminato in questo momento, — interruppe il sarto.
Quindi, lasciando cadere gli abiti a’ piedi di Graham, s’incamminò verso il letto dove solo pochi minuti prima stava disteso Graham, ne respinse le materasse e drizzò lo specchio.
Un continuo e furibondo squillar di campanelli, chiamò il personaggio grasso verso gli apparecchi. L’uomo dalla barba bionda si precipitò verso di lui, quindi si allontanò rapidamente per il corridoio. Dopo un momento ritornò dalla parte del balcone: il personaggio grasso lasciò gli apparecchi per corrergli incontro: e insieme si misero a parlare in fretta, a bassa<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''L’eco del tumulto''|47|riga=sì}}</noinclude>
voce, manifestando in tutti i loro movimenti una grande ansietà.
Intanto il sarto aiutava Graham a indossare un abito color rosso cupo cbe combinava in sè stesso calze, pantaloni e giacchetta.
Tal vestito era ricoperto da un mantello sapientemente complicato, ma graziosissimo, di un bianco azzurrognolo: e così Graham fu vestito alla moda.
Contemplandosi nello specchio vide il suo volto pallidissimo, i capelli lunghi, la barba folta. Almeno non era più nudo; anzi era di una eleganza certa, ma indefinibile.
— Bisogna che mi faccia la barba, — disse.
— Fra poco, — fece Howard.
Il giovane che lo fissava insistentemente, chiuse gli occhi, li riaprì, e stendendo la sua scarna mano si avanzò verso Graham; quindi si fermò, fece dei gesti lenti, e parve cercasse qualche cosa intorno a sè.
— Una sedia! — esclamò Howard con impazienza, e in meno di un secondo l’uomo dalla barba bionda aveva posto una sedia dietro a Graham. — Sedetevi, ve ne prego, — invitò Howard.
Graham esitò. In una mano dell’individuo dallo sguardo fisso, egli vide risplendere un oggetto luccicante.
— Non indovinate, Sire? — esclamò l’uomo dalla barba bionda con una premurosa cortesia. — Esso vi taglierà i capelli.
— Oh! — fece Graham comprendendo. — Ma come lo chiamate....
— Un «capillotomista» precisamente. Esso è uno de’ più brillanti artisti del mondo.
Graham si sedette, l’uomo dalla barba bionda {{Pt|di-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|48|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>
{{Pt|sparve|disparve}} e il «capillotomista» si avvicinò con modi graziosi esaminandogli gli orecchi, osservandolo tutto tastandolo dietro alla testa e chi sa quanto sarebbe trattenuto a contemplarlo, se Howard non avesse dato segni di visibile impazienza. Allora con movimenti rapidi e con una serie di utensili velocemente maneggiati, si affrettò a radergli il mento, quindi accuratamente gli tagliò i capelli e gli aggiustò i baffi. Egli fece tutto ciò senza proferir parola con l’aria di un poeta nel momento dell’ispirazione. Appena finita questa faccenda, Graham fu calzato.... ma improvvisamente si udirono grida acute che pareva provenissero da un apparecchio meccanico posto in un angolo della sala.
— Subito.... subito.... Il popolo sa tutto, da un capo all’altro della città. Il lavoro è sospeso. Venite senza indugiare un minuto.
Tali notizie parvero turbare enormemente Howard e da’ suoi gesti, Graham capì che egli esitava in due direzioni opposte: finalmente andò verso l’angolo ov’era posto l’apparecchio vicino al piccolo globo di cristallo. Durante questo tempo tutto quel rumore, quello schiamazzo, che non era cessato un minuto, muggiva come un vento impetuoso, che talvolta sembrava soffiar lì vicino, quindi s’indeboliva come in una rapida fuga.
Tal rumore esercitava su Graham un fascino irresistibile: e rivolgendo uno sguardo verso il grasse personaggio, cedette al suo impulso. In due salti fu in fondo allo scalone, si slanciò nel corridoio, e, in men di venti passi, giunse sul balcone dove aveva veduto affacciati i tre uomini.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|52|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
Graham non rispose: egli udiva senza capire. Le piattaforme correvano con un sordo brontolio e le persone che esse portavano si spolmonavano senza tregua. In una tal confusione egli potè distinguere a prima vista, donne e fanciulle da’ capelli sciolti, vestite riccamente, ornate di nastri che s’intrecciavano sul loro seno. Poi, constatò che la nota dominante in quel caleidoscopio di costumi era un colore azzurro pallido, simile a quello del vestito indossato dal commesso del suo sarto. Finalmente giunsero fino a lui queste grida:
— Il Dormente! Che cosà è accaduto al dormente?
E gli sembrò che una moltitudine innumerevole di figure umane — piccole macchie pallide — si affollassero sulle mobili piattaforme, moltiplicandosi sempre più, formando una massa compatta. Vide delle mani che lo indicavano e notò che lo spazio immobile, nel centro dell’enorme arcato, e precisamente in faccia al balcone, s’ingombrava di una folla enorme d’individui vestiti di celeste pallido.
Improvvisamente nacque un gran disordine: pareva che la folla venisse respinta sulle piattaforme in cammino, da ogni parte, e che, suo malgrado, dovesse sgombrare di là. Ma appena quella gente si trovava ad una certa distanza dal grosso della folla, tornava correndo verso il conflitto.
— È il dormente! È proprio lui! — gridavano.
— Ma no: non può essere, — rispondevano altre voci.
Tutte le facce si volgevano a guardarlo. Negli intervalli, lungo la superficie centrale, Graham notò delle aperture, delle cavità, nelle quali, secondo ogni apparenza facevan capo alcune scale su cui {{Pt|formico-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''Le strade che camminano''|53|riga=sì}}</noinclude>
{{Pt|lavano |formicolavano }} delle persone che salivano e scendevano senza interruzione. Una lotta maggiore s’impegnava su quella scala che più delle altre era vicina al balcone.
Qualcuno lasciando le strade in movimento, vi si precipitò saltando con destrezza di piattaforma in piattaforma. E coloro che si ammucchiavano sulle piattaforme superiori sembravano dividere la loro curiosità fra quel punto e il balcone. Un certo numero di minuscoli personaggi ostinati e risoluti, dall’uniforme rosso scarlatto, agivano metodicamente compatti, allo scopo di proibire l’accesso a quella scala: ma rapidamente la folla faceva ressa intorno a loro e il colore della loro uniforme offriva un violento contrasto colla tinta azzurro pallido degli avversari, giacchè non c’era da dubitare che non vi fosse lotta.
Mentre dinanzi agli occhi di Graham si svolgevano successivamente tutte queste scene, Howard non finiva di gridargli all’orecchio e di scuoterlo invano per le braccia: ma tutto ad un tratto Howard disparve e Graham rimase solo. Egli si accorse che le grida assumevano proporzioni colossali e che le persone che stavano sulla piattaforma più vicina erano in piedi. La rapida via, alla sua destra, era deserta, e, in faccia, tutte le strade che correvano in direzione opposta arrivavano, cariche di persone, e dopo averle depositate tornavano indietro vuote. Con una incredibile velocità nello spazio centrale, sotto i suoi occhi, si era radunata una folla immensa, una folla mobile e densa; i gridi della quale, dapprima intermittenti, si precisavano ora in un fracasso immenso e incessante.
— Il dormente! Il dormente!
A tali grida si univano acclamazioni di gioia: si<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|54|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>
agitavano e si slanciavano per l’aria vestiti e cappelli.
— Fermate le piattaforme! — strillavan delle voci.
Poi, un nome sconosciuto a Graham echeggiò per l’aria: un nome dalle sillabe strane.
— Ostrog.
Le piattaforme più lente si riempirono in breve di una folla brulicante che correva incontro al movimento, in modo da trovarsi in faccia al balcone su cui stava Graham.
— Fermate le strade, — si udiva vociferare intorno.
Degli individui più agili si slanciavano dal centro, fino alla via più rapida accanto a lui: gli passavano rapidamente daccanto, urlando cose incomprensibili, poi ritornavano obliquamente, correndo fino alla piattaforma centrale.
Graham non distingueva che una frase.
— È proprio il dormente! È lui, è lui! — affermavan quelle voci.
Dapprima Graham rimase al suo posto senza fiatare: poi provò la vivissima sensazione che tutto ciò si riferiva a lui stesso e rimase entusiasmato di quella popolazione maravigliosa: la salutò col capo; poi, cercando un gesto ancor più significativo, levò in aria il suo braccio. Quel movimento provocò un uragano di acclamazioni, tanto che Graham rimase stupefatto.
Il tumulto attorno alla scala discendente assunse proporzioni colossali. In breve egli scorse dei balconi affollati: uomini che si calavano con delle corde, altri che, seduti sopra una specie di trapezio, si dondolavano vertiginosamente attraverso lo spazio. Dietro a sè udì delle voci che si avvicinavano e notò ad un tratto che Howard, il suo guardiano, era tornato<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|35|''Le strade che camminano''|riga=sì}}</noinclude>
e gli stringeva il braccio così forte da fargli male mentre gli gridava negli orecchi parole incomprensibili. Graham si voltò: la faccia di Howard era livida.
— Venite via di qui. Essi fanno fermare le strade. La città intera sarà sottosopra.
Alcuni si precipitarono lungo il corridoio dalle colonne azzurre: l’uomo dai capelli rossi, quello giovane dalla barba bionda, uno alto vestito di rosso scarlatto, e altri e altri ancora, vestiti di rosso, tutti armati di bastoni, i volti dei quali esprimevano un’ansietà ardente, impaziente.
— Portatelo via, — ordinò Howard.
— Ma perchè? — domandò Graham, — io non vedo....
— Bisogna venir con noi, — dichiarò con tono imperioso l’uomo vestito di rosso. La sua bocca e i suoi occhi avevano una espressione risoluta.
Lo sguardo di Graham andava dall’uno all’altro, e d’improvviso la sua mente fu attraversata dall’idea chiara, distinta di ciò che la vita ha di più sgradevole: esser vittima della violenza. Poi si sentì stringere fortemente il braccio.... lo trascinavano via.... Il tumulto aumentò, raddoppiò ad un tratto, come se la metà delle grida che si elevavano da quella strada meravigliosa avesse invaso i corridoi del grande edifizio dietro di lui.
Turbato, stordito, invaso da un impotente desiderio di resistere, Graham si sentiva quasi trascinato, quasi spinto lungo il corridoio dalle colonne azzurre, e improvvisamente si trovò solo con Howard, in un ascensore che lo trasportava rapidamente verso regioni più elevate.<noinclude></noinclude>
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{{ct|f=120%|v=2|L=0px|'''Il “hall„ dell’Atlante.'''}}
Dal momento in cui il sarto si era congedato da Graham con una profonda riverenza, al momento in cui egli entrò nell’ascensore, erano trascorsi cinque minuti appena. La nebbia di quel sonno immenso avvolgeva e oscurava ancora il suo spirito; lo stupore di trovarsi ancor vivo in quel secolo lontano, gettava sopra ogni cosa una magia, un carattere irrazionale, confondendo il sogno colla realtà. Egli esisteva, spettatore attonito, nella vita attuale alla quale ricominciava ad appartenere: ciò che aveva veduto e in special modo quell’ultimo tumulto, quel movimento formidabile, contemplato dall’alto del balcone, diveniva come un grandioso spettacolo che si può seguire dal palchetto di un teatro.
— Non ci capisco proprio niente, — disse, — che cosa è accaduto? Tutto gira nella mia testa. Ma perchè urlano? Qual pericolo si teme?
— Vi sono delle difficoltà, — rispose evasivamente Howard, evitando di fissare gli occhi interrogatori di Graham. — Attraversiamo un periodo di agitazione,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|37|{{smaller|''Il “hall„ dell’Atlante''}}|riga=sì}}</noinclude>
e infatti la vostra apparizione, il vostro risveglio avvenuto proprio in questo momento, hanno una specie di rapporto....
Parlava con frasi spezzate, come un uomo che non può respirar bene: ad un tratto s’interruppe:
— Non ci capisco nulla, — ripetè Graham.
— Capirete chiaramente in seguito, — rispose Howard alzando la testa con inquietudine come se l’ascensore salisse troppo lentamente.
— Comprenderò meglio senza dubbio quando mi sarò orientato un poco, — osservò Graham perplesso.
— Ciò è per me così torbido.... sì sconcertante. Ora le cose sono sì strane: bisogna aspettarsi tutto.... tutto nei particolari stessi. La vostra numerazione, a quanto ho potuto capire, è molto differente.
L’ascensore si fermò ed essi infilarono una specie di corridoio stretto ma lunghissimo, chiuso da alte mura, lungo le quali s’intrecciava una quantità straordinaria di canne e di grossi canapi.
— Che immensità qui, — esclamò Graham. — È questa forse la forma d’un solo edificio? Che luogo è questo?
— È una delle strade della Città destinata a vari servizi pubblici, illuminazione e altro.
— Era un tumulto popolare, una sollevazione quello.... quello che ho potuto vedere sulla grande piattaforma? Come siete governati? Avete sempre una polizia?
— Parecchie.
— Parecchie?
— Circa quattordici.
— Non capisco.
— È assai probabile. La nostra organizzazione {{Pt|so-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|58|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>
{{Pt|ciale|sociale}} vi sembrerà molto complicata. Per dir la verità, non la capisco bene nemmeno io, e forse nessuno. Può darsi però che la comprendiate più tardi, fra poco.... Ora bisogna recarsi al Consiglio.
L’attenzione di Graham lottava fra la necessità presente di rassegnarsi e la curiosità che gli mettevano addosso le persone che incontrava nei corridoi e nelle sale.
Lungo i passaggi, nelle stanze, gli uomini in uniforme rossa costituivano la metà della folla; invariabilmente essi lo guardavano con rispetto e lo salutavano insieme a Howard.
I vestiti azzurro pallido che aveva veduto in gran numero sulle strade mobili non c’erano affatto in quel luogo. Sempre andando dietro a Howard, egli entrò in un lungo corridoio dove alcune bambine eran sedute su delle seggiole basse, come in una scuola. Egli non vide nessun maestro, soltanto un apparecchio bizzarro dal quale s’immaginò che dovesse uscire una voce. Le fanciulle, a quanto potè accorgersi, squadravano lui e il suo compagno con curiosità e meraviglia; capì che dovevan conoscere Howard ma non il nuovo venuto, e che si domandavano chi poteva essere; ma prima che avesse potuto farsi un’idea chiara di ciò che era questa riunione, fu condotto più lontano. Quell’Howard sembrava un personaggio abbastanza importante; eppure non era che il guardiano di Graham. Subito dopo essi sboccarono in un corridoio rischiarato da una luce crepuscolare; vi era sospeso un marciapiede in modo che delle persone che passavano non si potevano vedere che i piedi e le caviglie; poi sembrò a Graham d’attraversare delle gallerie dove poche persone si rivolgevano {{Pt|mera-|}}<noinclude></noinclude>
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{{Pt|vigliate|meravigliate}} a guardare i due uomini e le loro guardie vestite di rosso. L’effetto salutare dei liquidi che aveva bevuto non era che temporaneo e la fretta con cui camminava lo stancò presto, perciò chiese al compagno di rallentare il passo. Entrarono allora in un ascensore i cui finestrini davano sulla strada, ma siccome non si potevano aprire che a una certa altezza era impossibile vedere le piattaforme della strada; nonostante Graham potè scorgere alcune persone che per mezzo di lunghi canapi saltavano degli strani e fragili ponticelli.
Giunti ad un’altezza considerevole, essi attraversarono la strada sopra un ponte interamente circondato di vetro e così trasparente che il solo pensarci dava la vertigine a Graham tanto più che anche il pavimento era di vetro.
Rammentandosi le rive scoscese di New-Quay a Boscastle, ricordo tanto lontano riguardo al tempo, ma tanto vicino nel suo spirito, gli sembrò che questi ponti raggiungessero un’altezza di quattrocento piedi al di sopra delle strade movibili.
Egli si fermò chinandosi a guardare in basso tutto quel formicolio di vestiti azzurri e di uniformi rosse, che dall’alto apparivano rimpiccioliti, tutta quella gente che si spingeva per farsi strada, accennando con gesti vivaci il balcone che da lontano sembrava minuscolo, lo stesso balcone dal quale poco prima Graham aveva dominato lo spettacolo. Un tenue vapore e la vivida luce delle grandi lumiere investivano tutto e tutti. Seduto in una specie di piccola culla, intrecciata da assi sconnesse, un uomo passò come una palla di cannone che, lanciata da un punto più alto ancora sdrucciolasse rapidamente lungo un canapo, quasi<noinclude></noinclude>
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più rapidamente che se fosse lasciata addirittura cadere. A quel punto, e senza volere, Graham si fermò per osservare quello strano passeggiero che disparve in una grande apertura circolare che guardava molto più in basso; poi spinse di nuovo lo sguardo verso la folla tumultuosa.
Sopra una delle vie più veloci una truppa compatta, una confusione di macchie rosse, comparve ad un tratto; s’inoltrò avvicinandosi al balcone e si riversò come un torrente sulle strade meno rapide, verso la fitta moltitudine a cui sopra abbiamo alluso, che si dibatteva nella parte centrale.
Quegli uomini vestiti di rosso erano armati d’un grosso bastone, una specie di clava colla quale colpivano ripetutamente.
Un tumulto spaventoso scoppiò ad un tratto; grida, di collera, urli di dolore o di spavento assordirono Graham che ne rimase sbalordito e tremante.
— Avanti, — gridò Howard trascinandolo per un braccio.
Un altr’uomo scivolò vertiginosamente lungo un canapo e Graham alzò vivamente la testa per vedere di dove uscivano quegli acrobati: a traverso il tetto vetrato e l’inviluppo di funi, di travi, di sbarre, delle vaghe ombre sembravano proiettare dalle ali d’un mulino a vento che girava con un movimento ritmico; tra uno spazio e l’altro s’intravedeva un lontano lembo di cielo azzurro. Sempre trascinato da Howard egli aveva attraversato il ponte e s’era introdotto in uno stretto passaggio ornato di disegni geometrici.
— Non voglio veder più nulla, — gridò Graham opponendo resistenza.<noinclude></noinclude>
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— No, no, — rifiutò Howard senza lasciargli il braccio. — Venite da questa parte.
E gli uomini rosso-vestiti sembravano pronti a rinforzare i suoi ordini. Alcuni negri dalla curiosa uniforme nera e gialla, che dava loro l’aspetto di grosse vespe, comparvero in fondo al corridoio; uno di essi s’affrettò a tirar su, facendola bruscamente sdrucciolare, un’assicella che Graham aveva preso per una porta e precedette gli altri in una galleria che dava in una vasta sala dove lo stesso negro vestito di giallo e nero fece scivolare una seconda intelaiatura, quindi attese. Quel luogo sembrava un’anticamera, e vi era in mezzo un certo numero di persone; da una parte s’apriva al di sopra di qualche gradino una vasta ed imponente entratura adorna d’una stoffa spessa che serviva da portiera, un lembo della quale, sollevato, lasciava intravedere al di là una stanza ancor più grande, dove Graham scorse altri uomini vestiti di rosso dal volto bianco, altri negri, nero e giallo vestiti, in piedi, rigidi e immobili vicino alla porta. Quando egli attraversò la galleria tutti gli sguardi si fissarono su di lui e nello stesso tempo una voce risuonò:
— Il dormente.
Per mezzo di un’uscita aperta ad un tratto nel muro di quest’anticamera, il piccolo gruppo s’introdusse in un altro passaggio, e sboccò in una galleria metallica dalla ringhiera di ferro che s’allungava a metà altezza, lungo la parete della gran sala intravista dietro la portiera.
Graham entrò da un angolo di questa sala, di modo che rimase meravigliato della sua enorme grandezza. Più delle altre ancora questa seconda stanza era<noinclude></noinclude>
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riccamente decorata; nella parte più lontana e più rischiarata, s’innalzava sopra un piedistallo una gigantesca e bianca statua di Atlante, muscoloso e imponente, sostenente il Globo sulle sue spalle reclinate.
Questa allegoria colpì la sua attenzione; quel colosso era così meravigliosamente e pazientemente lavorato e così bianco e semplice; salvo questa statua ed un palco nel centro, il pavimento non era che un nitido spazio. Il palco perduto nell’immensità della sala avrebbe potuto assomigliarsi ad una semplice placca di metallo se non vi fosse stato quel gruppo di sette uomini in piedi attorno a una tavola dando per esempio, l’idea delle sue proporzioni.
Essi erano vestiti di bianco; sembrava che si fossero alzati in quel momento dalle loro seggiole e squadravano Graham con insistenza. Dall’altra parte della tavola il dormente vide scintillare degli apparecchi meccanici, e avrebbe voluto osservarli meglio, ma Howard lo condusse lungo la galleria fino a che si fermarono in faccia alla maestosa statua della forza; anche gli uomini vestiti di rosso si fermarono rimanendo ciascuno a lato di Graham.
— Bisogna che voi restiate qui qualche minuto ancora, — mormorò Howard e senza aspettare risposta entrò nella galleria.
— Ma perchè? — domandò Graham.
Egli fece l’atto d’accompagnare Howard, ma un uomo dall’uniforme rossa gli sbarrò il cammino.
— Bisogna aspettare qui, Sire.
— Ma perchè?
— Ordini, Sire.
— Quali ordini?
— Ordini che ci hanno dato, Sire.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||{{smaller|''Il “hall„ dell’Atlante''}}|63|riga=sì}}</noinclude>
Il volto di Graham manifestò una collera mal repressa.
— Dove sono? — egli interrogò ancora. — Chi sono queste persone?
— Sono i signori del Consiglio, Sire.
— Quale Consiglio? Oh! — si contentò di dire Graham e dopo aver fatto, vicino all’altro guardiano un tentativo ugualmente inutile, egli s’avanzò verso la ringhiera e guardò, meravigliato, quegli uomini vestiti di bianco, che, stando in piedi, lo esaminavano da lontano parlando fra loro a voce bassa.
— Il Consiglio?
S’accorse che ora erano otto, e non potè capire come aveva fatto ad entrare il nuovo venuto.
Che cosa poteva essere questo Consiglio, questo piccolo gruppo riunito ai piedi della simbolica statua d’Atlante, lontano da tutti gli orecchi curiosi, in quel luogo così impressionante? A che scopo l’avevan condotto dinanzi a quei personaggi che l’osservavano in modo sì strano e parlavano di lui senza che egli potesse comprendere nulla? Howard ritornò, avanzandosi vivamente sul pavimento nitido, verso il gruppo dei Consiglieri.
Davanti al palco egli s’inchinò facendo qualche bizzarro movimento in apparenza cerimonioso; poi gravemente si fermò in piedi vicino ad alcuni apparecchi, in fondo alla tavola. Graham spiava il colloquio senza però riuscire a capir niente; di quando in quando uno degli uomini dall’abito bianco volgeva uno sguardo verso di lui, e Graham maggiormente tendeva l’orecchio ma invano perchè era troppo distante. Ora gli oratori s’animavano nei loro gesti ed egli li guardò ancora un momento, poi si mise ad<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|64|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>
osservare i segni passivi delle guardie che lo accompagnavano. Quando guardò di nuovo verso il palco, vide Howard che stendeva le mani e scuoteva la testa come un uomo che protesta; gli sembrò che uno di quelli vestiti di bianco lo interrompesse dando un colpo sulla tavola.
La conversazione, a quanto Graham potè giudicare, durò un tempo interminabile; egli alzò gli occhi verso il gigante immobile ai piedi del quale si teneva il Consiglio, quindi volse un’occhiata intorno. La sala era adornata con dei lunghi dipinti in stile quasi giapponese, molti dei quali erano bellissimi, raggruppati in una vasta e sontuosa incorniciatura di metallo scuro, che terminava nelle cariatidi metalliche delle gallerie e nelle grandi linee architettoniche della sala. La grazia delicata di tali ornamenti faceva ancor più risaltare la forza potente della bianca statua che era il centro della composizione.
Allorchè Graham tornò a guardare verso il Consiglio vide che Howard scendeva i gradini del palco e notò che aveva il volto acceso e che brontolava a voce bassa.
Poco dopo egli ritornò dall’entrata della galleria, col volto ancora stravolto.
— Di qui, — disse brevemente e si diressero, in silenzio verso una porticina che si apriva loro dinanzi.
I due uomini vestiti di rosso, si fermarono da una parte e dall’altra in modo da permettere a Howard e a Graham di passare: quest’ultimo volgendo la testa, vide i consiglieri vestiti di bianco sempre in piedi in gruppo serrato che lo seguivano cogli occhi. Quindi la porta si chiuse pesantemente dietro di loro e per la prima volta dopo essersi svegliato, Graham si trovò<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||{{smaller|''Il “hall„ dell’Atlante''}}|65|riga=sì}}</noinclude>
in un profondo silenzio. Il pavimento stesso non faceva alcun rumore sotto i suoi piedi. Howard aprì un’altra porta che dava su due stanze contigue dalla mobilia bianca e verde, ed entrarono nella prima.
— Dunque qual è questo consiglio? — chiese Graham. — Che cosa discutevano? Perchè si occupano di me?
Howard chiuse accuratamente la porta, emise un profondo sospiro e pronunziò alcune parole a voce bassa, quindi attraversò la stanza e si voltò indietro brontolando ancora e interrompendo le sue frasi con frequenti esclamazioni di collera.
— Auf! — sospirò alla fine come sollevato.
Graham lo guardava.
— Bisogna certo avvertirvi, — cominciò Howard senza tanti preamboli, evitando di guardar Graham, — che il nostro ordine sociale è assai complesso. Una semi-spiegazione, un’esposizione incompleta e difettosa di fatti, non vi darebbero che un’impressione falsa.... In realtà non si tratta che di un affare di interessi composti.... Il vostro piccolo patrimonio, quello del vostro cugino Warming da voi ereditato.... insieme a certi altri assegnamenti.... è diventato assai rilevante. E, per ragioni difficili a comprendersi, voi siete ora un personaggio importante.... importantissimo.... implicato nell’organismo mondiale.
Tacque.
— Davvero? — domandò Graham.
— Abbiamo gravissime perturbazioni sociali.
— Davvero?
— Le cose sono arrivate a un tal punto da ritenere indispensabile di chiudervi qui.<noinclude></noinclude>
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— Sicchè m’imprigionate? — esclamò Graham.
— Ma!... Noi vi chiediamo di voler stare in disparte....
— Sapete che tutto ciò è molto strano! — protestò Graham al colmo dell’irritazione.
— Non vi sarà fatto alcun male.
— No?
— Ma è indispensabile che restiate chiuso qui dentro.
— Il tempo necessario perchè sia informato sulla mia posizione, non è vero?
— Precisamente.
— Allora va benissimo; vi ascolto; che cosa significa questo «alcun male»?
— Ora non posso spiegarlo.
— Perchè?
— È una storia troppo lunga, Sire.
— Ragione di più per cominciar subito. Voi avete detto che sono un personaggio importante. Che cosa significano quelle grida che ho udito? Perchè il popolo si agita nel sapere che il mio letargo è finito, e chi sono mai quegli uomini vestiti di bianco nell’immensa sala del Consiglio?
— A tempo debito saprete tutto. Sire, — rispose Howard, — ma non così di punto in bianco.... Noi attraversiamo uno di quei periodi incerti in cui gli animi sono eccitati.... Nessuno s’aspettava che voi vi destaste.... Il Consiglio delibera....
— Qual Consiglio?
— Il Consiglio che avete veduto.
— Questo non è giusto, — fece Graham con un gesto di vivacità. — Si doveva tenermi al corrente di ciò che accadeva.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||{{smaller|''Il “hall„ dell’Atlante''}}|67|riga=sì}}</noinclude>
— Bisogna che aspettiate. È assolutamente necessario.
Graham sedette bruscamente.
— Credo che, giacchè ho aspettato tanto per ritornare in vita, è meglio che aspetti ancora un poco.
— È molto meglio, — approvò Howard. — Sì, ciò è molto meglio. Ora bisogna che vi lasci solo per un momento.... mentre assisterò alla deliberazione del Consiglio.... Mi dispiace....
E si diresse silenzioso verso la porta, davanti a cui esitò un poco, ma poi sparve. Graham si avanzò verso quella porta, tentò di aprirla, la trovò ermeticamente chiusa con un sistema per lui incomprensibile, fece un mezzo giro, passeggiò febbrilmente per la stanza, e finì col mettersi a sedere. Rimase per alcuni minuti colle braccia incrociate sul petto, le sopracciglia corrugate, mordendosi le mani e sforzando di riordinare nella sua mente le differenti scene del caleidoscopio in quella prima ora di resurrezione; i vasti spazii meccanici, la enorme lotta che infieriva in quelle vie strane, le interminabili serie di sale e di corridoi, il piccolo gruppo lontano di quegli antipatici personaggi sotto la colossale statua di Atlante, e finalmente il misterioso contegno di Howard.
Già intravedeva qualche immensa eredità — un’eredità illecitamente impiegata — che gli dava una potenza e delle prerogative senza esempio.... Che doveva fare? E il silenzio di quella camera chiusa testimoniava abbastanza eloquentemente la sua prigionia.
Nello spirito di Graham si formò la convinzione irresistibile che quella serie d’impressioni magnifiche fosse un sogno.
Volle chiudere gli occhi e vi riuscì, ma quando li<noinclude></noinclude>
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— Bisogna che aspettiate. È assolutamente necessario.
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Già intravedeva qualche immensa eredità — un’eredità illecitamente impiegata — che gli dava una potenza e delle prerogative senza esempio.... Che doveva fare? E il silenzio di quella camera chiusa testimoniava abbastanza eloquentemente la sua prigionia.
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riaprì si accorse che non aveva sognato davvero. Allora si mise a toccare e ad esaminare ad uno ad uno i mobili così poco famigliari che adornavano le due stanzette, e guardando in uno specchio ovale vide riflessa la sua immagine e ne restò stupefatto.... Vestito con un elegante abito color porpora e bianco, di un bianco azzurro, con la barbetta grigiastra, tagliata a punta, coi capelli neri fra i quali brillavano alcuni fili d’argento, accomodati accuratamente sulla fronte, ma in modo così strano! pareva un uomo di forse quarantacinque anni. Per un istante non si rese conto che quella fosse proprio la sua immagine, e riconoscendosi, scoppiò in una gran risata.
— Dovrei andar così dal vecchio Warming, — esclamò, — e farmi offrire un pranzo alla trattoria.
Quindi pensò a ciascuno degli antichi amici avuti nella sua giovinezza, e in mezzo a quei cari e piacevoli ricordi dovette convenire che tutti coloro coi quali avrebbe potuto ora rallegrarsi erano morti da anni e anni.... A tal pensiero fu còlto da una dolorosa angoscia, e il suo volto impallidì sotto l’effetto di quell’improvvisa costernazione.
Il ricordo tumultuoso delle piattaforme mobili, e dell’enorme facciata di quella strada meravigliosa, gli tornò in mente: rivide distintamente la folla plaudente; rivide quei consiglieri vestiti di bianco, lontani, muti, ostili, ed allora si sentì un essere molto piccolo, sperduto, impotente, miseramente in evidenza in un mondo inverosimile.<noinclude></noinclude>
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Pagina:Wells - Quando il dormente si sveglierà, 1907.djvu/77
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Carbonchiolo
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>{{ct|f=100%|t=2|v=1|L=0.2em|{{Sc|Capitolo VII.}}}}
{{ct|f=120%|v=2|L=0.2em|'''Nelle stanze silenziose.'''}}
Graham era tornato ad esaminar l’appartamento: la curiosità, a dispetto della fatica, lo teneva in moto. La camera in fondo era alta: il soffitto a forma di cupola, aveva nel centro un’apertura oblunga che terminava in un cannone simile ad un imbuto, nel quale girava un largo ventilatore apparentemente destinato ad aspirar l’aria, e la debole nota di quel meccanismo era l’unico suono in quella stanza silenziosa. Negli intervalli che facevano le ali del ventilatore, Graham potè intravedere alla sfuggita un lembo di cielo e fu sorpreso di scorgervi una stella: quindi osservò la sfarzosa illuminazione di quelle stanze, dovuta a un gran numero di lampade incandescenti e sottili, disposte lungo la cornice del muro. Nessuna finestra: allora si ricordò che in tutti i saloni immensi, in tutti i corridoi che aveva attraversato con Howard, non aveva notato alcuna finestra. Ve ne erano? A dire il vero, esistevano delle aperture che si aprivano sulla vasta strada, ma erano state forse praticate allo scopo<noinclude></noinclude>
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Quando il dormente si sveglierà/II. La catalessi
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Quando il dormente si sveglierà/III. Il risveglio
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moltissimi in ogni parte della terra recano oro al mare, abbiano gli uomini questo metallo in prima raccolto; e che poi, argomentando che su ne’ monti erano queste particelle róse e portate via dall’acqua, cominciarono pur essi a cavare i monti ed andare a prendere l’oro nelle natie sue vene, ed ivi l’argento, che quasi sempre è suo compagno, rinvenirono ancora.
Cosí scoperti, fu la loro singolare bellezza e lustrore che fecegli aggradire. E che anche negli antichissimi tempi cosí pensassero gli uomini, si può comprendere dal vedere che cosí pensano ancor oggi i selvaggi e gl’indiani. Perocché, a trovare il vero fra quello che si dice essere ne’ remoti secoli accaduto, non vi è piú agevole via che riguardare ai presenti costumi de’ popoli inculti e da noi lontani; operando la distanza del luogo quello stesso che fa la diversitá del tempo. E si può perciò con veritá affermare che nel presente secolo sono esistenti tutte l’etá dal diluvio fino a noi passate, le quali da distanti popoli ne’ loro costumi veggonsi ancora imitate. Or, se niuna nazione barbara è oggi, in cui non sieno le donne, i bambini e gli uomini piú potenti avidissimi d’addobbarsi la persona, né mai ne’ loro ruvidi ornamenti, quando possano averlo, manca l’oro e l’argento, lo stesso de’ primi uomini è da dire. In tutta l’America, prima del suo scoprimento, quantunque niun uso di moneta vi fosse, erano l’oro e l’argento sopra ogni altra materia stimati e come cosa sacra e divina venerati, né in altro che nel culto delle loro divinitá e nell’ornato del principe e de’ signori adoperavansi. Da’ due antichissimi libri che ci restano, il ''Pentateuco'' ed i poemi d’{{AutoreCitato|Omero|Omero}}, si comprende che la stessa stima ed uso ne avesse fatta l’antichitá. Vedesi in Omero che tutti gli ornamenti de’ duci del suo esercito erano d’oro e d’argento intrecciati e spesso guarniti di chiodetti. Però è degno di osservazione che dell’argento incomparabilmente meno che non dell’oro si parla; e si conosce, per quanto a me pare, che in que’ tempi eguale o anche maggiore era la raritá e la stima dell’argento sopra quella dell’oro. La qual cosa sebbene a prima vista sembri straordinaria, meditandovi, si conosce che non potea essere altrimenti. Egli è da sapersi che, siccome di tutti i<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione|12|{{Sc|libro primo}}}}</noinclude>
metalli, che sono sparsi nelle arene de’ fiumi, non ce n’è alcuno che vi sia piú copiosamente dell’oro, cosí per contrario l’argento mai non vi s’incontra. Or che meraviglia, se popoli rozzi e che la maggior raccolta la fanno appunto nelle arene, che è di tutte le maniere la piú facile, avessero meno argento che oro? Cosí avviene anche oggidi fra i barbari, e perciò dee pur esser vero che ne’ tempi antichissimi fosse stato conosciuto l’oro prima dell’argento. Perciò la spada, la quale all’offeso Ulisse fece il re Alcinoo dall’offensore Eurialo presentare, era di grandissimo valore, perchè avea il suo pomo ἀϱγυϱόηλον, «con chiodetti d’argento».
Ma, mentre ancora erano incolti i greci, giá l’Asia e l’Egitto con piú civili costumi viveano e piú abbondavano di ricchezze. Salomone, che aperse agli ebrei le porte del commercio dell’Oriente e mercatanti gli rese, colle sue navi da Ofir e da Tarsis trasse immense ricchezze a Gerusalemme. De’ quali luoghi l’uno è, come io stimo, la costa orientale dell’Africa<ref>Anche a’ nostri di le piú ricche miniere dell’Africa, che sono nella costa di Sofala, si dicono d’Ophur. Il che non so se sia stato da altri avvertito.</ref>, l’altro la Spagna. I fenici e i tirii, posti in suolo sterile ma ripieno di sicuri porti, non molto dopo quel secolo di pace e d’opulenza degli ebrei, che perciò fu detto «secolo di Salomone», ad ogni altra nazione tolsero il dominio del mare e soli a mercatantare incominciarono. Furono essi i primi che, avendo sparse numerose colonie nella Grecia, nella Italia, in Sicilia, in Ispagna e fin nella Tracia, paesi allora tutti di abbondantissime miniere d’oro e d’argento ripieni, cominciarono di lá in Siria e nell’Egitto a portarlo e con altre merci a cambiarlo. In questo cambio ben presto dovettero essi avvedersi ch’essendo sempre eguale la qualitá del metallo, la sola ragione del peso, o sia della quantitá, bastava a regolarla. Perchè erano sempre eguali le raccolte, generale la ricerca, né mai diversa la qualitá; non essendo allora note le arti della lega, né avendosi della picciola differenza naturale de’ carati in quella rozzezza di tempi cognizione alcuna. Perciò que’ popoli, che raccoglievano e cambiavano i metalli, dovettero per maggior comoditá stabilire certi<noinclude>[[Categoria:Pagine con testo greco]]</noinclude>
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metalli, che sono sparsi nelle arene de’ fiumi, non ce n’è alcuno che vi sia piú copiosamente dell’oro, cosí per contrario l’argento mai non vi s’incontra. Or che meraviglia, se popoli rozzi e che la maggior raccolta la fanno appunto nelle arene, che è di tutte le maniere la piú facile, avessero meno argento che oro? Cosí avviene anche oggidi fra i barbari, e perciò dee pur esser vero che ne’ tempi antichissimi fosse stato conosciuto l’oro prima dell’argento. Perciò la spada, la quale all’offeso Ulisse fece il re Alcinoo dall’offensore Eurialo presentare, era di grandissimo valore, perché avea il suo pomo ἀϱγυϱόηλον, «con chiodetti d’argento».
Ma, mentre ancora erano incolti i greci, giá l’Asia e l’Egitto con piú civili costumi viveano e piú abbondavano di ricchezze. Salomone, che aperse agli ebrei le porte del commercio dell’Oriente e mercatanti gli rese, colle sue navi da Ofir e da Tarsis trasse immense ricchezze a Gerusalemme. De’ quali luoghi l’uno è, come io stimo, la costa orientale dell’Africa<ref>Anche a’ nostri di le piú ricche miniere dell’Africa, che sono nella costa di Sofala, si dicono d’Ophur. Il che non so se sia stato da altri avvertito.</ref>, l’altro la Spagna. I fenici e i tirii, posti in suolo sterile ma ripieno di sicuri porti, non molto dopo quel secolo di pace e d’opulenza degli ebrei, che perciò fu detto «secolo di Salomone», ad ogni altra nazione tolsero il dominio del mare e soli a mercatantare incominciarono. Furono essi i primi che, avendo sparse numerose colonie nella Grecia, nella Italia, in Sicilia, in Ispagna e fin nella Tracia, paesi allora tutti di abbondantissime miniere d’oro e d’argento ripieni, cominciarono di lá in Siria e nell’Egitto a portarlo e con altre merci a cambiarlo. In questo cambio ben presto dovettero essi avvedersi ch’essendo sempre eguale la qualitá del metallo, la sola ragione del peso, o sia della quantitá, bastava a regolarla. Perché erano sempre eguali le raccolte, generale la ricerca, né mai diversa la qualitá; non essendo allora note le arti della lega, né avendosi della picciola differenza naturale de’ carati in quella rozzezza di tempi cognizione alcuna. Perciò que’ popoli, che raccoglievano e cambiavano i metalli, dovettero per maggior comoditá stabilire certi<noinclude>[[Categoria:Pagine con testo greco]]</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Luigi62" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo primo}}|13}}</noinclude>
pesi e misure, secondo le quali si potesse apprezzare; il che da tutti gli altri popoli, che vino, grano, olio raccoglievano (piante in que’ tempi tanto ad alcuni paesi particolari e rare, quanto oggi la cannella, il cacao e gli aromi), non si poteva in alcun modo imitare per la sempre diversa bontá della mercanzia. Nè fu cosa difficile che, cambiandosi giá i metalli divisi in giuste e pesate quantitá, si cominciassero queste anche dalla pubblica autoritá, che presedeva ne’ mercati ai cambi ed al commercio, con qualche segno ad improntare.
Ed ecco la naturale e vera introduzione e del conio e della moneta. Quindi è forse che {{AutoreCitato|Erodoto|Erodoto}} attribuisce ai lidii la prima invenzione del conio: perchè i lidii ne’ loro fiumi molto oro raccoglievano, e lo davano ai tirii ed ai fenici, e, da questi alle altre regioni recandosi, venne ad acquistare quella universale accettazione che lo costituisce moneta. La narrazione di questi accidenti compone tutta la mitologia e la sacra favola greca, la quale si potrebbe giustamente definire una confusa storia delle prime navigazioni e commerci fatti nel Mediterraneo e delle rapine e guerre per cagion del commercio avvenute. Né fra quegli antichi secoli e i nostri altra disparitá io trovo, che quella che corre dal grande al piccolo. Quel, che oggi è l’Oceano, era allora il Mediterraneo, e «mondo» dicevansi le sole terre che sono dal mare Mediterraneo bagnate. La Spagna, che io credo essere stata quella famosa Atlantide, tanto con oscure notizie dagli egizi sacerdoti celebrata, corrispondeva alla nostra America; il Mar Nero e la Colchide era la presente Guinea; l’Ellesponto e la Tracia, l’India; i tirii, i sidoni, i cartaginesi erano quel che sono le potenze marittime e le repubbliche negozianti de’ nostri dí; l’Egitto e l’impero babilonico alle grandi nostre monarchie, che in gran parte sono da’ popoli negozianti provvedute, rispondono; ed in piú piccolo spazio i medesimi accidenti di navigazioni e scoperte gli Ercoli e gli Ulissi di allora ed i nostri Colombi e Gama incontrarono; ed i buoi, i cavalli, le ulive, la vite, il grano, gli aranci allora, come ora il caffè, il tabbacco, le droghe furono da’ loro naturali paesi tolti ed altrove traspiantati.<noinclude></noinclude>
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pesi e misure, secondo le quali si potesse apprezzare; il che da tutti gli altri popoli, che vino, grano, olio raccoglievano (piante in que’ tempi tanto ad alcuni paesi particolari e rare, quanto oggi la cannella, il cacao e gli aromi), non si poteva in alcun modo imitare per la sempre diversa bontá della mercanzia. Né fu cosa difficile che, cambiandosi giá i metalli divisi in giuste e pesate quantitá, si cominciassero queste anche dalla pubblica autoritá, che presedeva ne’ mercati ai cambi ed al commercio, con qualche segno ad improntare.
Ed ecco la naturale e vera introduzione e del conio e della moneta. Quindi è forse che {{AutoreCitato|Erodoto|Erodoto}} attribuisce ai lidii la prima invenzione del conio: perchè i lidii ne’ loro fiumi molto oro raccoglievano, e lo davano ai tirii ed ai fenici, e, da questi alle altre regioni recandosi, venne ad acquistare quella universale accettazione che lo costituisce moneta. La narrazione di questi accidenti compone tutta la mitologia e la sacra favola greca, la quale si potrebbe giustamente definire una confusa storia delle prime navigazioni e commerci fatti nel Mediterraneo e delle rapine e guerre per cagion del commercio avvenute. Né fra quegli antichi secoli e i nostri altra disparitá io trovo, che quella che corre dal grande al piccolo. Quel, che oggi è l’Oceano, era allora il Mediterraneo, e «mondo» dicevansi le sole terre che sono dal mare Mediterraneo bagnate. La Spagna, che io credo essere stata quella famosa Atlantide, tanto con oscure notizie dagli egizi sacerdoti celebrata, corrispondeva alla nostra America; il Mar Nero e la Colchide era la presente Guinea; l’Ellesponto e la Tracia, l’India; i tirii, i sidoni, i cartaginesi erano quel che sono le potenze marittime e le repubbliche negozianti de’ nostri dí; l’Egitto e l’impero babilonico alle grandi nostre monarchie, che in gran parte sono da’ popoli negozianti provvedute, rispondono; ed in piú piccolo spazio i medesimi accidenti di navigazioni e scoperte gli Ercoli e gli Ulissi di allora ed i nostri Colombi e Gama incontrarono; ed i buoi, i cavalli, le ulive, la vite, il grano, gli aranci allora, come ora il caffè, il tabbacco, le droghe furono da’ loro naturali paesi tolti ed altrove traspiantati.<noinclude></noinclude>
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pesi e misure, secondo le quali si potesse apprezzare; il che da tutti gli altri popoli, che vino, grano, olio raccoglievano (piante in que’ tempi tanto ad alcuni paesi particolari e rare, quanto oggi la cannella, il cacao e gli aromi), non si poteva in alcun modo imitare per la sempre diversa bontá della mercanzia. Né fu cosa difficile che, cambiandosi giá i metalli divisi in giuste e pesate quantitá, si cominciassero queste anche dalla pubblica autoritá, che presedeva ne’ mercati ai cambi ed al commercio, con qualche segno ad improntare.
Ed ecco la naturale e vera introduzione e del conio e della moneta. Quindi è forse che {{AutoreCitato|Erodoto|Erodoto}} attribuisce ai lidii la prima invenzione del conio: perché i lidii ne’ loro fiumi molto oro raccoglievano, e lo davano ai tirii ed ai fenici, e, da questi alle altre regioni recandosi, venne ad acquistare quella universale accettazione che lo costituisce moneta. La narrazione di questi accidenti compone tutta la mitologia e la sacra favola greca, la quale si potrebbe giustamente definire una confusa storia delle prime navigazioni e commerci fatti nel Mediterraneo e delle rapine e guerre per cagion del commercio avvenute. Né fra quegli antichi secoli e i nostri altra disparitá io trovo, che quella che corre dal grande al piccolo. Quel, che oggi è l’Oceano, era allora il Mediterraneo, e «mondo» dicevansi le sole terre che sono dal mare Mediterraneo bagnate. La Spagna, che io credo essere stata quella famosa Atlantide, tanto con oscure notizie dagli egizi sacerdoti celebrata, corrispondeva alla nostra America; il Mar Nero e la Colchide era la presente Guinea; l’Ellesponto e la Tracia, l’India; i tirii, i sidoni, i cartaginesi erano quel che sono le potenze marittime e le repubbliche negozianti de’ nostri dí; l’Egitto e l’impero babilonico alle grandi nostre monarchie, che in gran parte sono da’ popoli negozianti provvedute, rispondono; ed in piú piccolo spazio i medesimi accidenti di navigazioni e scoperte gli Ercoli e gli Ulissi di allora ed i nostri Colombi e Gama incontrarono; ed i buoi, i cavalli, le ulive, la vite, il grano, gli aranci allora, come ora il caffè, il tabbacco, le droghe furono da’ loro naturali paesi tolti ed altrove traspiantati.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo primo}}|15}}</noinclude>
che i greci antichi, come poi i sassoni nelle loro leggi usarono, apprezzassero la stessa moneta co’ bestiami; ma poi, fatto piú abbondante il metallo, non corrispose piú al valor de’ bestiami. E quindi forse sará avvenuto che la celebre έκατόμβη, a’ tempi in cui scrive Omero, giá non dinotava piú un numero di cento buoi, ma era un nome di sagrifízio, che talora anche di capretti e d’agnelli era fatto.
Ma a’ tempi della guerra troiana l’Oriente avea pure ad usar la moneta incominciato, con questa differenza: che la moneta d’argento prima di quella d’oro, secondo le memorie che ce ne avanzano, fu adoperata. I sicli erano d’argento, e quella voce ebrea ''«Kesita»'', che nel ''Genesi'' al capo 53 si trova, e che per «agnello» è spiegata, piú verisimile è che fosse una moneta d’argento, cosí detta dall’antico suo valore, che era eguale a quello d’una pecora, e non giá dalla immagine impressavi. E certamente, vivendo gli arabi e gli asiatici in gran parte allora con vita pastorale, i prezzi delle cose a quello de’ loro bestiami avranno comparato. Ma delle vicende della moneta in Oriente sarò io meno sollecito d’indagare la storia, che non delle regioni piú vicine alle nostre. A queste adunque ristringendomi, dico che l’origine della moneta d’argento in Grecia mi è ignota. So che le miniere de’ cartaginesi, cominciate a cavare presso la Nuova Cartagine da Annibale, furono abbondantissime d’argento. Non meno lo erano quelle di ''Laurium'' nell’Attica, che a privati ateniesi appartenevano; ma queste in tempo piú recente si scavarono, giacchè a’ tempi di Dario non era per ancora in Grecia reso sí abbondante l’argento, che valesse meno dell’oro. Dall’accurata descrizione, che delle offerte fatte al tempio di Delfo fa {{AutoreCitato|Erodoto|Erodoto}}, il quale dalle tradizioni di que’ sacerdoti trasse gran parte della sua storia, si comprende questa veritá. Sono però dall’altra parte da aversi per favole: che un Filippo re di Macedonia custodisse una tazza d’oro, come cosa rarissima, sotto il suo origliere, dormendo: che gli spartani, per indorare il volto a un simulacro di Apollo, non avessero potuto in tutta la Grecia trovar oro che vi bastasse; che Ierone, primo re di Siracusa, da altri che da Architele<noinclude>[[Categoria:Pagine con testo greco]]</noinclude>
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che i greci antichi, come poi i sassoni nelle loro leggi usarono, apprezzassero la stessa moneta co’ bestiami; ma poi, fatto piú abbondante il metallo, non corrispose piú al valor de’ bestiami. E quindi forse sará avvenuto che la celebre έκατόμβη, a’ tempi in cui scrive Omero, giá non dinotava piú un numero di cento buoi, ma era un nome di sagrifízio, che talora anche di capretti e d’agnelli era fatto.
Ma a’ tempi della guerra troiana l’Oriente avea pure ad usar la moneta incominciato, con questa differenza: che la moneta d’argento prima di quella d’oro, secondo le memorie che ce ne avanzano, fu adoperata. I sicli erano d’argento, e quella voce ebrea ''«Kesita»'', che nel ''Genesi'' al capo 53 si trova, e che per «agnello» è spiegata, piú verisimile è che fosse una moneta d’argento, cosí detta dall’antico suo valore, che era eguale a quello d’una pecora, e non giá dalla immagine impressavi. E certamente, vivendo gli arabi e gli asiatici in gran parte allora con vita pastorale, i prezzi delle cose a quello de’ loro bestiami avranno comparato. Ma delle vicende della moneta in Oriente sarò io meno sollecito d’indagare la storia, che non delle regioni piú vicine alle nostre. A queste adunque ristringendomi, dico che l’origine della moneta d’argento in Grecia mi è ignota. So che le miniere de’ cartaginesi, cominciate a cavare presso la Nuova Cartagine da Annibale, furono abbondantissime d’argento. Non meno lo erano quelle di ''Laurium'' nell’Attica, che a privati ateniesi appartenevano; ma queste in tempo piú recente si scavarono, giacché a’ tempi di Dario non era per ancora in Grecia reso sí abbondante l’argento, che valesse meno dell’oro. Dall’accurata descrizione, che delle offerte fatte al tempio di Delfo fa {{AutoreCitato|Erodoto|Erodoto}}, il quale dalle tradizioni di que’ sacerdoti trasse gran parte della sua storia, si comprende questa veritá. Sono però dall’altra parte da aversi per favole: che un Filippo re di Macedonia custodisse una tazza d’oro, come cosa rarissima, sotto il suo origliere, dormendo: che gli spartani, per indorare il volto a un simulacro di Apollo, non avessero potuto in tutta la Grecia trovar oro che vi bastasse; che Ierone, primo re di Siracusa, da altri che da Architele<noinclude>[[Categoria:Pagine con testo greco]]</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione|16|{{Sc|libro primo}}}}</noinclude>
corintio non avesse potuto aver oro da farne una statuetta. È eccessiva e falsa, come ho detto, questa raritá; poichè Erodoto, enumerando le ricchezze in Delfo da lui vedute, dice aver Creso solo donati all’oracolo centodiciassette mattoni d’oro, lunghi altri di sei palmi, altri tre, e un palmo grossi, de’ quali quattro erano d’oro di coppella, pesanti due talenti e mezzo ognuno, gli altri tutti erano d’oro bianco, cioè di basso carato. Donò di piú un leone d’oro puro di dieci talenti; due tazze, una d’oro e una d’argento, quella di peso otto talenti e mezzo, questa capace di seicento anfore; quattro gran conche d’argento, ed altri molti doni ancora. Ad Anfiarao, suo amico, donò uno scudo ed un’asta interamente d’oro. Da queste piú veraci narrazioni si scuopre l’abbondanza, o almeno la mediocre quantitá de’ preziosi metalli in quel tempo.
In questa mediocritá si visse fino ad Alessandro. Da lui spalancatesi le porte dell’imperio persiano e dell’Indie, e l’aspetto intiero del mondo cambiatosi, per altri canali corse il commercio, e di assai maggiori ricchezze s’empí la Grecia, la Siria e l’Egitto. Lo che si comprende dalla pompa de’ funerali suoi, e assai piú dalla coronazione di Tolomeo Filadelfo, che ancor oggi con istupore come cosa incredibile si legge.
Ma tutte queste ricchezze le assorbí Roma e se le ingoiò. Quella Roma, che, nata povera, agguerrita per le sue discordie, cresciuta lentamente tralle armi e i severi costumi, restò poi dalle ricchezze e dal lusso oppressa, e nella lunga scostumatezza sua ed ignavia de’ suoi principi estinse quelle virtú, ch’ella avea per tanti secoli conservate. I trionfi di Paolo Emilio, di Lucullo e di Pompeo furono gli ampi fiumi, che nell’oro e nell’argento la fecero nuotare, e di tanta ricchezza l’empirono, che fu certamente maggiore di quella che alcun’altra cittá, anche dopo scoperta l’India, abbia finora avuta. Dove è da ammirare la differenza fra que’ secoli e i nostri. Allora le ricchezze erano compagne delle armi ed alle vicende di queste ubbidivano: oggi lo sono della pace. Allora i piú valorosi popoli erano i piú ricchi: oggi i piú ricchi sono i piú imbelli e quieti; e questo dalla diversa virtú nel combattere deriva.<noinclude></noinclude>
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corintio non avesse potuto aver oro da farne una statuetta. È eccessiva e falsa, come ho detto, questa raritá; poiché Erodoto, enumerando le ricchezze in Delfo da lui vedute, dice aver Creso solo donati all’oracolo centodiciassette mattoni d’oro, lunghi altri di sei palmi, altri tre, e un palmo grossi, de’ quali quattro erano d’oro di coppella, pesanti due talenti e mezzo ognuno, gli altri tutti erano d’oro bianco, cioè di basso carato. Donò di piú un leone d’oro puro di dieci talenti; due tazze, una d’oro e una d’argento, quella di peso otto talenti e mezzo, questa capace di seicento anfore; quattro gran conche d’argento, ed altri molti doni ancora. Ad Anfiarao, suo amico, donò uno scudo ed un’asta interamente d’oro. Da queste piú veraci narrazioni si scuopre l’abbondanza, o almeno la mediocre quantitá de’ preziosi metalli in quel tempo.
In questa mediocritá si visse fino ad Alessandro. Da lui spalancatesi le porte dell’imperio persiano e dell’Indie, e l’aspetto intiero del mondo cambiatosi, per altri canali corse il commercio, e di assai maggiori ricchezze s’empí la Grecia, la Siria e l’Egitto. Lo che si comprende dalla pompa de’ funerali suoi, e assai piú dalla coronazione di Tolomeo Filadelfo, che ancor oggi con istupore come cosa incredibile si legge.
Ma tutte queste ricchezze le assorbí Roma e se le ingoiò. Quella Roma, che, nata povera, agguerrita per le sue discordie, cresciuta lentamente tralle armi e i severi costumi, restò poi dalle ricchezze e dal lusso oppressa, e nella lunga scostumatezza sua ed ignavia de’ suoi principi estinse quelle virtú, ch’ella avea per tanti secoli conservate. I trionfi di Paolo Emilio, di Lucullo e di Pompeo furono gli ampi fiumi, che nell’oro e nell’argento la fecero nuotare, e di tanta ricchezza l’empirono, che fu certamente maggiore di quella che alcun’altra cittá, anche dopo scoperta l’India, abbia finora avuta. Dove è da ammirare la differenza fra que’ secoli e i nostri. Allora le ricchezze erano compagne delle armi ed alle vicende di queste ubbidivano: oggi lo sono della pace. Allora i piú valorosi popoli erano i piú ricchi: oggi i piú ricchi sono i piú imbelli e quieti; e questo dalla diversa virtú nel combattere deriva.<noinclude></noinclude>
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Ma, per dire alcuna cosa piú particolare della storia della moneta fra i romani, è da sapersi che Roma non ebbe in prima altra moneta che di rame, da Servio Tullio battuta e ''«pecunia»'' chiamata. Non che la moneta d’oro e d’argento non conoscessero, ma questa non era propria, e l’aveano da’ vicini etrusci, popolo potente, culto, industrioso e, senza dubbio alcuno, d’Oriente venuto. Nell’anno quattrocentottantaquattro dalla sua fondazione fu coniata la prima moneta d’argento, e sessantadue anni dopo quella d’oro. Intanto nelle calamitá, che nelle guerre puniche ebbe la repubblica, fu il prezzo del rame con istraordinarie mutazioni variato tanto, che ''«as»'' si chiamò una porzione di rame, che solo alla ventiquattresima parte dell’antico corrispondeva. Grandissima mutazione invero, se ella fusse stata cosí nelle cose come fu nelle parole: ma le merci, non mutato il valore intrinseco, secondo la variazione de’ nomi nel prezzo si variarono. Anche il valore dell’argento riguardo al rame fu grandemente cambiato. Dopo queste mutazioni, poche piú ne fecero i romani, e solo gl’imperatori che furono dopo Pertinace nella bontá de’ carati, senza ordine e regola, andarono corrompendo la moneta.
Ma, dappoiché, per la mutazione degli antichi costumi ed opinioni, cominciò l’imperio romano dalla sua grandezza e virtú a declinare, si vide a poco a poco diminuire l’abbondanza dell’oro e dell’argento. Perché i barbari non piú col ferro e colla forza erano respinti, ma coll’oro e co’ tributi dalle terre romane si teneano lontani. Cosí questi metalli nelle vaste settentrionali regioni si spargevano, e, dissipandovisi, erano consumati. E molto piú scemò l’abbondanza, quando, avendo i barbari inondato e guasto l’imperio, nelle sovversioni delle cittá e ne’ saccheggi restò molto metallo sotterra sepolto, molto se ne distrusse e disperse, nè col commercio, giá interrotto ed estinto, si poté ripigliare. Quindi ne’ secoli nono e decimo, in cui, dopo il gran periodo, tornarono le nostre province in quello stesso stato di rozzezza e povertá, in cui ne’ tempi vicini al diluvio erano state, la raritá dell’oro di nuovo divenne grandissima, ed il valore delle cose parve per conseguenza bassissimo.<noinclude>{{PieDiPagina|{{smaller|GALIANI, ''Della moneta''.}}||{{smaller|2}}}}</noinclude>
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Ma, per dire alcuna cosa piú particolare della storia della moneta fra i romani, è da sapersi che Roma non ebbe in prima altra moneta che di rame, da Servio Tullio battuta e ''«pecunia»'' chiamata. Non che la moneta d’oro e d’argento non conoscessero, ma questa non era propria, e l’aveano da’ vicini etrusci, popolo potente, culto, industrioso e, senza dubbio alcuno, d’Oriente venuto. Nell’anno quattrocentottantaquattro dalla sua fondazione fu coniata la prima moneta d’argento, e sessantadue anni dopo quella d’oro. Intanto nelle calamitá, che nelle guerre puniche ebbe la repubblica, fu il prezzo del rame con istraordinarie mutazioni variato tanto, che ''«as»'' si chiamò una porzione di rame, che solo alla ventiquattresima parte dell’antico corrispondeva. Grandissima mutazione invero, se ella fusse stata cosí nelle cose come fu nelle parole: ma le merci, non mutato il valore intrinseco, secondo la variazione de’ nomi nel prezzo si variarono. Anche il valore dell’argento riguardo al rame fu grandemente cambiato. Dopo queste mutazioni, poche piú ne fecero i romani, e solo gl’imperatori che furono dopo Pertinace nella bontá de’ carati, senza ordine e regola, andarono corrompendo la moneta.
Ma, dappoiché, per la mutazione degli antichi costumi ed opinioni, cominciò l’imperio romano dalla sua grandezza e virtú a declinare, si vide a poco a poco diminuire l’abbondanza dell’oro e dell’argento. Perché i barbari non piú col ferro e colla forza erano respinti, ma coll’oro e co’ tributi dalle terre romane si teneano lontani. Cosí questi metalli nelle vaste settentrionali regioni si spargevano, e, dissipandovisi, erano consumati. E molto piú scemò l’abbondanza, quando, avendo i barbari inondato e guasto l’imperio, nelle sovversioni delle cittá e ne’ saccheggi restò molto metallo sotterra sepolto, molto se ne distrusse e disperse, né col commercio, giá interrotto ed estinto, si poté ripigliare. Quindi ne’ secoli nono e decimo, in cui, dopo il gran periodo, tornarono le nostre province in quello stesso stato di rozzezza e povertá, in cui ne’ tempi vicini al diluvio erano state, la raritá dell’oro di nuovo divenne grandissima, ed il valore delle cose parve per conseguenza bassissimo.<noinclude>{{PieDiPagina|{{smaller|GALIANI, ''Della moneta''.}}||{{smaller|2}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 20 —|}}</noinclude>varie carrozzelle da nolo per tornare alla villa, tra Gradate e Portichetto.
Le nozze dei due giovani si dovevano celebrare il martedì prossimo a Gradate, ed era appunto la sera del giovedì, quattro giorni prima, che Marco si separava per l’ultima volta dalla sua sposa. Aveva passata quasi una settimana alla villa della vedova Nardi, che stava per diventare sua suocera, ed in quel tempo s’era fatta la richiesta al Municipio, s’erano presentate le carte necessarie, e Marco ne riportava le copie a Milano, per riporle fra i documenti di famiglia.
Salito nel vagone guardò traverso lo steccato la Maria che saliva in carrozza, svelta ed elegante; nell’oscurità della sera non vedeva che la linea della persona disegnata dal vestito chiaro. Ma l’aveva nel pensiero, nel cuore, negli occhi, e gli pareva di distinguere il viso lungo e delicato, la pelle bianca, i grandi occhi turchini ombreggiati da ciglia scure, la fronte larga e bassa, ed i bei capelli biondi che le facevano intorno una frangia di riccioli.
Non s’amavano d’un lungo amore da romanzo, non erano cugini nè amici d’infanzia. Un conoscente comune aveva detto a Marco:
— Dovresti sposare la signorina Nardi. Non è ricca, ma ha una trentina di mille lire, è semplice, colta, gentile, timida come una bambina dinanzi agli estranei, ma in famiglia è allegra, schietta e coraggiosa. E sopratutto è buona; profondamente buona.
— Non la conosco, aveva risposto Marco.<noinclude>
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— Non conosci quella bionda alta e sottile che incontriamo spesso, quando siamo a Como, sulla strada di Camerlata in compagnia di una signora matura, che è sua madre?
Era la mamma di Marco che prendeva parte al discorso per richiamargli alla mente la giovinetta. Suo figlio aveva venticinque anni passati; ella desiderava che si ammogliasse, ed osservava le fanciulle che incontrava, per cercare una nuora. Quella le era andata a genio; era anch’essa, come Marco, figlia unica d’una vedova; l’analogia della situazione poteva essere una causa d’amicizia, un vincolo fra le due mamme.
Marco si ricordò infatti quella giovinetta. L’aveva osservata poco; gli era sembrata una bambina. Ma dopo quel discorso ci pensò, se la richiamò alla mente, bella, ingenua nella sua gioventù immacolata, e provò un turbamento al pensare che quella fanciulletta candida la darebbero a lui, che potrebbe essere sua, vivere con lui nella più stretta intimità.
Il giorno dopo gli riesci d’incontrarla che usciva di casa colla madre; la seguì da lontano, inebriandosi all’idea di possedere quella bella figurina bionda, che gli altri osavano appena guardare, dinnanzi alla quale si dovevano studiare delle perifrasi per velare i discorsi meno che puri, ed evitare ogni parola ardita. La vide farsi rossa rossa nel salutare un signore che aveva inchinata sua madre, e pensò che quel rossore verginale egli potrebbe, forse tra poco, baciarlo.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 22 —|}}</noinclude><nowiki />
La signora Bellazio incaricò l’amico, da cui era venuta la prima proposta, di fare la domanda di matrimonio; le signore Nardi madre e figlia conoscevano Marco di persona, e la Maria si fece molto rossa quando sua madre le domandò come lo trovasse.
Il portatore dell’imbasciata fu incaricato d’invitare i signori Bellazio a passare una giornata alla villa Nardi presso Gradate; e Marco vi andò agitatissimo, turbato da mille curiosità, impazienze, paure. Era già innamorato, e quando ripartì la sera per Milano, non solo era fidanzato, ma era certo d’essere amato dalla Maria.
Erano passate sei settimane soltanto, e Marco tornava un’altra volta a Milano solo; ma era l’ultima. Fra quattro giorni doveva andare a Gradate, prendersi la sua bella sposa, e partire con lei per un luogo qualsiasi; lui solo con lei sola. Quell’amore di due mesi era più caldo che un amore d’infanzia, che una passione contrastata da anni. Serbavano tutta la loro freschezza d’impressioni, non avevano esaurita la gioia di vedersi, di parlarsi, di studiarsi; si promettevano ancora un mondo di scoperte e di rivelazioni nella conoscenza più intima. C’era nel cuore di Marco la commozione profonda di chi aspetta una gioia sicura. Non si impazientava. Si deliziava di pensare a quel breve passato; di sentire la sua tenerezza, di figurarsi quella di lei ricordandone le parole, gli sguardi, i rossori; e di pregustare la felicità che si era<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 23 —|}}</noinclude>assicurata. Era una commozione che lo faceva piangere, ma anche il piangere gli riesciva dolce.
Arrivò a Milano tardi. Sua madre era già a letto. S’affaccendava tutto il giorno fuori di casa, nel nuovo alloggio che avevano appigionato, per apparecchiare il quartierino degli sposi, accanto al quale s’era riservate tre stanzette per sè; e quando rientrava nella casa che stava per abbandonare, era tanto stanca che andava subito a dormire.
Marco invece era troppo eccitato quella sera per aver sonno. Aprì la cassetta della scrivania nella quale doveva riporre i documenti di famiglia che aveva riportati. Pose la sua fede di battesimo in una busta con quelle de’ suoi fratelli e d’una sorella. Erano stati quattro, ed ora si trovava solo.
Mise un sospiro, che passò come un soffio lieve sul giubilo del suo cuore, poi prese una seconda busta, sulla quale era scritto di mano di sua madre: «Fedi mortuarie.»
Anche là ce n’erano parecchie, tutte piegate insieme l’una nell’altra per ordine di data. Marco aperse il piego e si pose a leggerle: «Alberto Bellazio; morto il 20 gennaio 1873, nato il 2 febbraio 1847.»
— Aveva ventisei anni, povero Alberto, pensò Marco. Ora ne avrebbe ventotto, sarebbe già ammogliato; aveva un’amore d’infanzia colla signorina Montani.... E si figurò quella graziosa donnina giovane alle sue nozze; invece da parte sua<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 24 —|}}</noinclude>non c’erano altri parenti che sua madre da invitare.
Mise da parte quella fede, e guardò l’altra che stava sotto:
«Elena Bellazio, maritata Villa, morta il 4 luglio 1871, nata il 10 agosto 1845.»
— Anche lei aveva ventisette anni, ed ha lasciati quei due bambini tanto gracili, che il padre dovette andare a stabilirsi in riviera per tenerli vivi coll’aria e coi bagni di mare.
La gioia di Marco era offuscata. Il pensiero di quei cari morti che gli lasciavano tanto vuoto intorno, di quei nipotini la cui vita era tanto incerta, lo rattristava. C’era ancora una fede da togliere prima di mettere a posto quella del padre.
«Vittorio Bellazio morto il 30 settembre 1868, nato il 2 agosto 1843.»
A ventiquattro anni non ancora compiti. Si moriva tutti tanto giovani nella sua famiglia! Povera mamma! Di quattro figli ne aveva già sepolti tre. Ed era stata sola a sopportare quegli immensi dolori. Il marito l’aveva perduto da tanti anni, quando i figli erano ancora piccini. Marco non l’aveva neppure conosciuto. Era nato da poche settimane, quando il padre era morto, dopo sei anni di matrimonio. Sei anni, povera mamma, e poi venticinque di solitudine. E non s’era rimaritata, non aveva amato più. Tutti quegli anni di gioventù li aveva consacrati ai suoi figli...<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 25 —|}}</noinclude><nowiki />
Marco rimaneva intento su quella carta, col capo fra le mani, fantasticando tutto quel passato triste, quelle date funebri che avevano funestata la sua famiglia; e non poteva scacciarsi dal pensiero quell’età: ventisette anni. Tutti erano morti prima di compire i ventotto. E lui ne aveva quasi ventisei.
Se anche lui avesse dovuto morire fra un anno, fra pochi mesi! E lasciare la sua sposa vedova, così giovinetta... E magari con un bambino; un bambino gracile, malaticcio, come i figli della povera Elena... E condannarla ad una vita d’abnegazione e senz’amore come quella della sua mamma!.. Oh Dio Dio! Ma perchè morivano tutti. a quell’età? Che maledizione li perseguitava?
Lui era sempre stato assente in quelle circostanze. Aveva passati sei anni in Isvizzera; i particolari delle malattie che gli avevano portati via tre fratelli li ignorava. Ma doveva essere una soia identica malattia; una triste eredità di famiglia.
Impaziente, nervoso, frugò ancora fra le carte, e tirò fuori le dichiarazioni mortuarie del medico, delle quali sua madre aveva serbate le copie.
«Tisi polmonare. Tubercolosi. Tisi galoppante...»
Marco s’era fatto pallidissimo, fino le labbra erano bianche. Tremava tutto, aveva le mani diaccie, ed un infinito abbattimento lo invadeva come se stesse per morire.
— La tisi non perdona. Io pure dovrò andarmene come i miei fratelli. Questo pensiero si formulò nel cervello di Marco come una verità ac-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 26 —|}}</noinclude>certata, indiscutibile. Gli pareva impossibile di non averlo saputo prima. Era alto e sottile; era magro anzi. Ecco perchè sua madre non gli aveva mai voluto parlare delle malattie de’ suoi poveri morti.
Gli diceva che quel discorso la rattristava troppo. Ma invece, era per non impensierir lui, che lo sfuggiva. E suo padre pure era morto prima dei ventotto anni, d’una malattia di languore, diceva la vedova. Doveva essere lo stesso male che si era riprodotto nei figli. Marco esaminò le dichiarazioni mediche che rimanevano, spiegazzando le carte con mano febbrile. Anche il padre era morto di tisi polmonare.
Marco ripensò i bambini di sua sorella pallidi e biondi, colle manine lunghe o la vocina esile. — Così sarà tutta la nostra generazione. La mia, perchè quei bambini non vivranno tanto da procreare altri infelici...
Tutti i sogni ridenti che aveva portati da Gradate erano dileguati; pareva che gli avessero steso dinanzi un velo nero fitto.
Vedeva sè stesso debole, steso in una poltrona, e la sua bella sposa dimagrita, curva sulla culla d’un bimbo moribondo, in una casa malinconica...
Piangeva un pianto silenzioso, desolato; piangeva la sua salute perduta, le sue speranze morte, il suo amore...
— Dovrò confessar tutto alla Maria ed a sua madre. Non voglio ingannarle. In coscienza non potrei farlo. Se accetta di dividere la mia vita di sventura...<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 27 —|}}</noinclude><nowiki />
Quella scena triste tornò a passargli dinnanzi al pensiero; e la Maria era vestita a bruno, ed il bimbo moriva...
— Se accetta? Ma son io che non debbo accettare il suo sacrificio. Son io che debbo rinunciare a sacrificare una povera giovane, a mettere al mondo dei bimbi malati, ad eternare la disgrazia che pesa sulla mia famiglia...
Sonò il tocco dopo mezzanotte. Alla metà di settembre le nottate cominciano ad essere fredde. Marco sentì un brivido percorrergli le reni, ed un impeto di tosse gli scosse un momento il petto. Crollò il capo, come per dire: «Ecco, sono andato.»
Poi prese un foglio di carta e si mise a scrivere. La penna scorreva, scorreva nervosamente, le righe si coprivano con grande rapidità, ed intanto i singhiozzi lo scotevano tutto, e tratto tratto qualche lagrima cadeva sul foglio. Si asciugava gli occhi perchè non ci vedeva più, e tirava via a scrivere, a scrivere. Era un addio disperato, tragico, alla sua sposa. Non doveva vederla più, ed esser forte. La sua coscienza glielo comandava; voleva obbedire coraggiosamente, pel bene di lei. Poi cominciava a dirgliene la ragione. E si fermava a piangere su quelle morti immature, su quelle tombe, e s’inteneriva, e s’abbandonava a ricordare i suoi sogni di felicità svaniti per sempre, a fare grandi proteste d’amore e di devozione malgrado tutto, fino alla morte, alla sua morte solitaria...<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" /></noinclude><nowiki />
Traverso i vetri chiusi della finestra si vedeva già il bianco dell'alba che non pareva ancora luce, e Marco non aveva finito di scrivere, e piangeva sempre. Continuò ad accumulare le pagine, triste, desolato, ed ogni volta che la brezza mattutina, gli dava un brivido, provava come il terrore della morte.
Quando, più tardi, entrò nella camera della sua mamma, la povera donna fu impaurita, tanto era pallido in viso, cogli occhi cerchiati e profondamente mesti.
— Che cosa ti accade, Marco? Per carità! gridò balzandogli incontro.
Egli si lasciò andare come morto sopra una sedia, e cedette ancora ad un impeto di pianto. Poi, facendosi forza, vergognoso di quell'atto di debolezza, si asciugò gli occhi, cercò di rinfrancare la voce, e disse:
— Non è nulla, mamma; non istò male per ora; soltanto, sento una sensazione di freddo in mezzo alle scapole, ed ho un po' di tosse...
La mamma si fece bianca bianca, ed un'espressione di inesprimibile angoscia le alterò il volto. Aveva udite tante volte quelle parole!
— Ma da quando hai la tosse? domandò tutta tremante. Da quando ti è venuto questo male?
— Chi lo sa? È il nostro male di famiglia; ne portiamo il germe nascendo... Ma questo non importa, soggiunse Marco sedendo accanto alla signora Bellazio, che a quel discorso era caduta<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 28 —|}}</noinclude><nowiki />
Traverso i vetri chiusi della finestra si vedeva già il bianco dell’alba che non pareva ancora luce, e Marco non aveva finito di scrivere, e piangeva sempre. Continuò ad accumulare le pagine, triste, desolato, ed ogni volta che la brezza mattutina, gli dava un brivido, provava come il terrore della morte.
Quando, più tardi, entrò nella camera della sua mamma, la povera donna fu impaurita, tanto era pallido in viso, cogli occhi cerchiati e profondamente mesti.
— Che cosa ti accade, Marco? Per carità! gridò balzandogli incontro.
Egli si lasciò andare come morto sopra una sedia, e cedette ancora ad un impeto di pianto. Poi, facendosi forza, vergognoso di quell’atto di debolezza, si asciugò gli occhi, cercò di rinfrancare la voce, e disse:
— Non è nulla, mamma; non istò male per ora; soltanto, sento una sensazione di freddo in mezzo alle scapole, ed ho un po’ di tosse...
La mamma si fece bianca bianca, ed un’espressione di inesprimibile angoscia le alterò il volto. Aveva udite tante volte quelle parole!
— Ma da quando hai la tosse? domandò tutta tremante. Da quando ti è venuto questo male?
— Chi lo sa? È il nostro male di famiglia; ne portiamo il germe nascendo... Ma questo non importa, soggiunse Marco sedendo accanto alla signora Bellazio, che a quel discorso era caduta<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 29 —|}}</noinclude>sulla sedia in una profonda desolazione. Non importa ch’io viva qualche anno più o meno. Quello che mi affligge è di non averci pensato, avanti di contrarre un’impegno colla Maria... Io non ho diritto di prender moglie per trasmettere ai figli la disgrazia che ha colpiti tutti noi...
E le disse la sua risoluzione, tornando a commuoversi.
— Staremo fra noi, mamma. Mi assisterai tu come hai assistiti gli altri, ed almeno non avremo rimorsi...
Le preghiere, le persuasioni della madre non valsero a nulla; era così convinto di dover morire che si sentiva già staccato da tutto; studiava in sè i sintomi del male, e vedeva coll’immaginazione il quadro della sua fine.
Tutto quello che la signora Bellazio potè ottenere fu che non prendesse una risoluzione prima d’aver parlato col medico.
Lei non poteva credere che Marco fosse malato.
— Sei sempre stato forte, andava ripetendo. È la prima volta che dici d’aver la tosse. E poi, non rassomigli a nessuno de’ tuoi fratelli, nè al babbo, poveretto. Rassomigli a me che sono robusta. Ma che! Ma che! Tu non hai nulla...
Il tempo incalzava. Si chiamò il medico il giorno stesso; il dottor Andreoni, un vecchio che aveva assistiti tutti i figli ed il marito della signora Bellazio. Egli fece una lunga oscultazione, esaminò il giovane minutamente, e si mostrò soddisfatto del suo stato.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 30 —|}}</noinclude><nowiki />
— Non solo non ha la menoma lesione ai polmoni, disse, ma non ha nessuna disposizione ad averne. Ha un bel torace ampio, e l’apparecchio respiratorio non potrebbe essere meglio costituito. Stai di buon animo, figliolo. Potrai morire di qualsiasi male, perchè tutti si muore, ma non morrai di tisi.
La signora Bellazio piangeva di gioia a quelle parole. E Marco pure parve rassicurato. Soltanto disse che aveva ricevuto una scossa, che, qualunque ne fosse la causa, pel momento non si sentiva bene. E senza mandare quella lettera disperata che aveva scritta, volle ad ogni costo che si differissero le nozze per qualche tempo, finchè egli non si sentisse completamente ristabilito in salute.
La signora Bellazio andò in persona a Gradate il giorno stesso per evitare che si facessero gli ultimi apparecchi; espose le circostanze che avevano inquietata pel momento la coscienza delicata di Marco, ed ottenne dalla signora Nardi, non solo una facile adesione, ma una vivissima approvazione per quella misura di prudenza, che mirava a non esporre sua figlia ad un matrimonio disgraziato. Le due vedove si separarono amichevolmente:
— I ragazzi sono giovani, conclusero; quando Marco sarà guarito, se la Maria sarà ancora libera, si riuniranno.
In casa Bellazio si riprese la solita vita. Da circa un anno, Marco aveva ottenuto il posto di<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 31 —|}}</noinclude>direttore meccanico in una grande officina. Passati quei giorni di turbamento, ricominciò ad uscire il mattino pe’ suoi lavori, ed a passare la giornata fuori. Era taciturno, e questo faceva meraviglia perchè aveva un carattere naturalmente sereno ed espansivo. Ma sua madre attribuì quella malinconia all’allontanamento della sposa, alle speranze che aveva lasciate svanire, e non gliene parlò. Alla fine di settembre madre e figlio andarono ad abitare il nuovo alloggio preparato per gli sposi; ma la sposa non c’era, e l’inaugurazione del quartierino elegante fu tutt’altro che festosa. La camera nuziale rimase chiusa, e Marco si fece mettere un letto nello studio, una stanzetta piccola dove stava rinchiuso tutte le ore che non erano reclamate dalle sue occupazioni fuori di casa, assorto in lunghe letture.
Sua madre avrebbe preferito di passare la sera in compagnia, o di vederlo andar fuori e divertirsi; ma egli rispondeva sempre:
— Questa sera non ho voglia di parlare; preferisco leggere un poco; sarà per domani, mamma. Ma il domani di star allegro e di divertirsi non veniva mai.
— Non ti senti bene? domandava spesso sua madre. Ma egli la rassicurava: era soltanto un po’ stanco... E lei confidava che col carnevale tornerebbe allegro, e si riprenderebbero le relazioni colle signore Nardi.
L’ottobre passò uggioso a quel modo. Neppure l’ora del piccolo pranzo di famiglia, che altre<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 32 —|}}</noinclude>volte era tanto animata dalle ciarle di Marco, dalle sue dimostrazioni affettuose verso la mamma, dalle loro discussioni sulla musica, sull’esposizione di Brera, sulle mode, sulle nuove pubblicazioni, ora era silenziosa e triste. Marco mangiava poco e distrattamente, ed appena aveva finito, pigliava un giornale o un libro per aspettare il caffè, poi se ne andava nella sua camera.
Qualche volta la signora Bellazio lo pregava di accompagnarla a teatro. «Al Manzoni c’era la compagnia Pietriboni che dava una nuova commedia di {{AutoreCitato|Paolo Ferrari|Ferrari}}. Al Dal Verme c’era l’opera semiseria con artisti buoni...» Marco non si faceva pregare; ma rimaneva tutta la serata in fondo al palco, senza prestare la menoma attenzione allo spettacolo.
In novembre il dottor Andreoni, che andava qualche volta a passare la sera colla signora Bellazio, le disse:
— Che cos’ha Marco? Questa mane l’ho incontrato; era un po’ abbattuto, e serio serio. Ha in mente ancora quella malinconia della tisi?
— No, rispose la madre. Dice che non ci pensa più; ma di certo ha cambiato carattere dopo che ha mandato a monte il matrimonio.
— Cerchi di ravvicinarlo alla sposa. Dacchè è rassicurato sulla sua salute, non c’è più ragione che rinunci a’ suoi disegni. L’amore della sposa, il cambiamento di vita, l’orgasmo delle nozze, gli faranno del bene. Non mi piace quella tristezza.
La signora Bellazio ne parlò al figlio:<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 33 —|}}</noinclude><nowiki />
— Ora che sei persuaso di non essere ammalato, perchè non vai a fare una visita alle signore Nardi che sono tornate in città?
— Non mi pare il caso, rispose Marco. Dacchè abbiamo rotto il matrimonio...
— Rimandato soltanto, a tempo indeterminato; e fra noi non c’è stato nessun dissapore. Temevi per la tua salute, hai preso tempo a riflettere. Ora stai bene, la tua affezione è sempre la stessa per la Maria, mi figuro. È naturale che tu ritorni a lei.
— È ancora troppo presto, disse Marco. E poi, non si sa che impressione abbia fatto sulla Maria il mio distacco. Preferisco incontrarla in società, vedere prima come si contiene, se si mostra risentita, se ha cambiato pensiero...
Ma in società Marco non ci andava. Diceva sempre che era stanco, che aveva da scrivere, e differiva di volta in volta. Si faceva sempre più misantropo.
Il dicembre fu molto rigido. Ci furono delle grandi nevicate che rendevano le contrade quasi impraticabili. Andando all’officina, dove per la fine dell’anno si dovevano fare delle riforme e degli ingrandimenti, Marco si prese un’infreddatura, che lo obbligò a stare qualche giorno a letto. La signora Bellazio fece subito chiamare il medico, e quando questi entrò in camera, Marco disse:
— Ci siamo, dottore; ora comincia la tosse.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 34 —|}}</noinclude><nowiki />
— E domani finirà, rispose il medico ridendo; poi, dopo averlo visitato, soggiunse:
— Ti sei buscata una bronchite; leggera, ma che ti farà stare a letto una settimana.
Marco sorrise con aria incredula, e non rispose.
Dopo cinque o sei giorni si alzò, ma sempre più triste. Il dottor Andreoni lo trovò seduto in una poltrona colle mani pendenti, il capo chino, un’aria da vittima rassegnata, come se fosse stato infermo tutta la vita. Gli applicò il termometro sotto l’ascella, lo esaminò, poi disse:
— Sei guarito; abbiti un po’ di cura per alcuni giorni ancora, e non c’è altro. Sta di buon animo.
— Sì, sì, sono guarito; ripetè Marco col solito piglio incredulo.
— Perchè lo dici a quel modo? Cosa ti senti?
— Nulla mi sento. Sto benissimo. Fra sei mesi starò anche meglio. Non vede come ingrasso? E mostrò le sue mani, che infatti, da qualche tempo, erano smagrite, como tutta la sua persona.
— Sfido! Se non mangi...
— Si mangia a seconda dell’appetito che si ha, e si ha appetito a seconda della salute.
— Ma la salute, mio caro, dipende anche molto dalle disposizioni d’animo in cui viviamo. Tu, da un pezzo in qua, ti dai alla vita solitaria, alla malinconia. Se credi che questo regime ti giovi...
— Caro dottore; io non sono più pauroso d’un altro. La morte non mi spaventa; ma ammetterà che la prospettiva di finire come i miei poveri fratelli, di lasciar qui la mamma sola, dopo averle<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 35 —|}}</noinclude>straziato il cuore con una lunga malattia, non è fatta per mettermi di buon umore.
— Ma dove la vedi questa prospettiva? domandò il medico; t’assicuro che sei forte, che stai benissimo.
Marco mostrò parecchi trattati di medicina che aveva sulla scrivania, e che da qualche tempo erano diventati i suoi libri prediletti, e disse:
— Questi sono più sinceri di lei, dottore; mi dicono la verità che lei vorrebbe nascondermi, e mi fanno bene, perchè mi preparano all’avvenire che mi aspetta.
Il dottore si trattenne a lungo a discorrere con lui; gli espose minutamente il suo stato di salute, la sua costituzione, quali gli risultavano dalle ripetute visite, precisamente come avrebbe fatto con un collega chiamato in consulto. Ma Marco gli rispondeva colla solita ragione del male ereditario. Quell’idea gli si era fitta in mente con una forza spaventosa, e gl’impediva di apprezzare qualsiasi argomento in contrario.
I giorni passarono, venne il gennaio, cominciarono le feste del carnevale, e Marco continuava a stare in casa come un convalescente. Quando gli dicevano di uscire rispondeva che faceva freddo, che il tempo era umido, e rimaneva per lunghe ore immobile nella poltrona, e guardava fuori dalla finestra con certi occhi da moribondo che saluta la luce, che faceva veramente pietà.
Il medico cominciò a mettersi in pensiero seriamente.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 36 —|}}</noinclude><nowiki />
— Se vai di questo passo, ti ammalerai davvero, gli diceva.
Ma tutto era inutile, e Marco dimagrava visibilmente.
Sul finir di gennaio il dottor Andreoni prese a parte la signora Bellazio e le disse:
— Mia cara signora, bisogna assolutamente che quel ragazzo cambi modo di vivere, se non vuole ammalarsi. Sono quattro mesi che si sta crucciando con un’idea penosa; è dimagrato, e quella malinconia potrebbe procurargli il male che teme.
— Ma cosa posso fare? domandava la povera donna piangendo; ho tentato ogni mezzo, gli ho proposto di viaggiare, ho invitati i suoi amici, l’ho obbligato ad accompagnarmi fuori; ma, con chicchessia e dovunque, la sua tristezza non lo abbandona mai. Cosa posso fare, mio Dio?
— Cerchi di persuaderlo che non ha nessun male, che non ha disposizione alla tisi; non c’è altro. Infatti non ci ha disposizione, glielo assicuro io in coscienza.
Dopo un lungo colloquio col medico, che passò una parte della serata con lei, la signora Bellazio entrò da Marco, pallida ed abbattuta, cogli occhi ancora rossi, ed un gran peso sul cuore. Era una scena desolante. Avere in sè la certezza che il suo ultimo figlio era sano, che avrebbe potuto vivere, e vederlo spegnersi volontariamente per un pensiero ostinato, vederlo andare incontro alla morte straziante de’ suoi poveri fratelli, era una tortura, per quella madre già tanto sventurata.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 37 —|}}</noinclude><nowiki />
Eppure in quel momento era evidente che un’altra agitazione la turbava. Lottava con sè stessa. Sentiva d’avere un dovere da compiere, e non ne aveva la forza.
Un momento s’accostò al figlio, e susurrò: «Senti, Marco;» poi le mancò il coraggio di proseguire; una timidezza invincibile le strozzava le parole in gola. Quello che doveva dire era troppo difficile.
Sull’imbrunire, rinfrancata dalla penombra che la avvolgeva come in un velo, cominciò:
— Senti, Marco; debbo dirti una cosa...
Ma quand’egli le alzò in viso i suoi occhioni indifferenti con un’aspettazione senza interessamento, si intimidì un’altra volta, e soggiunse fremendo:
— No; non posso. Vi sono delle confessioni difficili; troppo difficili, per una povera donna.
Andò fin sull’uscio per ritirarsi nella sua camera, poi tornò indietro, nervosa, eccitata, ed esclamò:
— E tuttavia non posso lasciarti passar la notte così. Da’ retta, tu non sei malato, non puoi esserlo; capisci che non puoi esserlo; capisci che non puoi? Che sono io che te lo dico?
— Tu ne sai di molto, rispose Marco, col suo sorriso rassegnato. Lo dici oggi perchè l’avrai udito dal medico. Ma se non è oggi sarà domani. Quando si è di quel ceppo....
— Ma se ''non sei'' di quel ceppo! gridò la povera donna, nascondendosi il volto fra le mani e scoppiando in singhiozzi.<noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 38 —|}}</noinclude><nowiki />
— Mamma!... esclamò Marco balzando in piedi.
Ma la vide in una convulsione di pianto, avvilita, vergognosa, e non osò dir altro.
Ella rimase un momento, forse aspettando una interrogazione conciliante sulla colpa che confessava, poi uscì sempre piangendo e senza scoprirsi il volto.
Marco non ebbe il coraggio di trattenerla. Provava un’ignota sensazione di vergogna come se il colpevole fosse stato lui. Ad un tratto si sentì travolto in tutt’altro ordine di sentimenti e d’idee. Il germe del male di famiglia non c’era; non potè pensarci più. Ma sentì un’onta pesargli addosso, come un nemico da combattere, e tutto il suo sangue si mise a ribollirgli nelle vene. Non era debole, non era malato, ed aveva un avvenire dinanzi a sè. Sentì di dover agire, ed il primo pensiero che gli si affacciò alla mente fu per sua madre.
L’aveva vista piangere di vergogna, e ne sentiva una grande pietà. Avrebbe voluto andare ad abbracciarla, a dirle che comprendeva quanta abnegazione doveva esserle costata la rivelazione di quel segreto; che quell’atto di lealtà espiava molto; che l’amava sempre, che voleva perdonarle. Pensava delle scuse per lei; la sua gioventù, l’infermità del marito, forse un matrimonio contratto senza amore; ma al momento d’avviarsi gli mancò il coraggio.
Dacchè era al mondo, era avvezzo a trattarla<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 39 —|}}</noinclude>con tanto rispetto, che gli sarebbe sembrato d’insultarla facendo allusione a quanto lei aveva confessato. Era un argomento di cui non era possibile parlare fra loro. Non avrebbe osato neppure di rivederla per qualche tempo; sarebbe bastato che i loro occhi si fossero incontrati, per confonderli e farli arrossire tutti e due.
Si diede a pensare seriamente che cosa potrebbe fare.
Dopo quella rivelazione le cose erano mutate per lui. Il patrimonio del signor Bellazio non gli apparteneva. Egli poteva, per salvare l’onore di sua madre, portarne il nome, ma non voleva appropriarsene il denaro. Quando aveva domandata la mano della Maria era quasi ricco; ora possedeva soltanto il suo impiego e poche migliaia di lire guadagnate nella sua brevissima carriera da ingegnere, e che aveva già spese in parte per addobbare la sua nuova casa.
— Se mi ama davvero, questo non dovrebbe cambiare le sue risoluzioni, pensò. E stabilì di andare dalle signore Nardi la mattina seguente.
Quanto a sua madre, non si sentiva la forza di rivederla pel momento.
Scrisse un biglietto:
{{spazi|10}}«Mamma cara,
«Perdonami se vado via per alcuni giorni senza salutarti; e consolati nel tuo cuore amoroso, pensando che sono guarito dalle ubbie che mi tormentavano,
«Vado dalle signore Nardi. Le mie circostanze sono un po’ mutate. Non so se la sposa che avevo scelta<noinclude>
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text/x-wiki
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Si diede a pensare seriamente che cosa potrebbe fare.
Dopo quella rivelazione le cose erano mutate per lui. Il patrimonio del signor Bellazio non gli apparteneva. Egli poteva, per salvare l’onore di sua madre, portarne il nome, ma non voleva appropriarsene il denaro. Quando aveva domandata la mano della Maria era quasi ricco; ora possedeva soltanto il suo impiego e poche migliaia di lire guadagnate nella sua brevissima carriera da ingegnere, e che aveva già spese in parte per addobbare la sua nuova casa.
— Se mi ama davvero, questo non dovrebbe cambiare le sue risoluzioni, pensò. E stabilì di andare dalle signore Nardi la mattina seguente.
Quanto a sua madre, non si sentiva la forza di rivederla pel momento. Scrisse un biglietto:
{{spazi|10}}«Mamma cara,
«Perdonami se vado via per alcuni giorni senza salutarti; e consolati nel tuo cuore amoroso, pensando che sono guarito dalle ubbie che mi tormentavano,
«Vado dalle signore Nardi. Le mie circostanze sono un po’ mutate. Non so se la sposa che avevo scelta<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 40 —|}}</noinclude>quando mi credevo ricco s’accontenterà ora d’un povero giovane senza patrimonio.
«Perchè sai che non ne ho, non posso averne. L’usufrutto appartiene a te, e la proprietà della sostanza Bellazio spetta ai figli della mia povera sorella.
«Ho fede nell’affezione e nella generosità della Maria, e credo che il matrimonio si farà egualmente e presto. In tal caso accompagnerò quelle signore a Gradate, perchè desidero di maritarmi quietamente in campagna, e poi anderò a fare un breve viaggio per aspettare il giorno delle nozze. Allora ci rivedremo, mia cara mamma, e vivremo sempre uniti, nel nostro bel quartierino, che la tua bontà ci ha preparato, e dove la camera nuziale non sarà più chiusa. Parleremo dell’avvenire che ci aspetta, soltanto dell’avvenire; e saremo tutti felici. Tu pure sarai felice, mamma cara e venerata sempre.
{{A destra|«''Il tuo'' {{Sc|Marco}}.»}}
Quando la mattina volle consegnare la lettera alla cameriera, da rimettere a sua madre appena si fosse svegliata, gli fu risposto che la signora aveva dovuto uscire di buon’ora, ed aveva lasciato nella sua camera un’imbasciata per lui.
Marco entrò subito nella camera di sua madre, e trovò infatti un biglietto sulla scrivania diretto a lui.
— «Non posso assistere alle tue nozze, scriveva la povera donna, nè vivere, come avevo so-<noinclude>
<references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 41 —|}}</noinclude>gnato, presso di te. Non si può illudersi che il male non si espii presto o tardi; e questa è la mia espiazione. Vado a Nervi presso i bambini della povera Elena, e se il loro babbo mi vorrà, rimarrò con loro. Posso sperare almeno che tu mi scriva?»
L’umiltà di quella lettera fece male al cuore buono di Marco. Ma egli non potè a meno di approvare quella separazione.
Erano appena le nove, e sarebbe stato impossibile andare a quell’ora in casa Nardi. Impiegò il tempo che gli rimaneva da aspettare, a scrivere una lettera a sua madre, invece di quella che aveva preparata. Le notificò la sua risoluzione di rinunciare al patrimonio Bellazio, ed aggiunse dei rimpianti per la sua lontananza e delle espressioni affettuose, molto al disotto però della tenerezza vivissima che provava in quel momento per lei. Temeva che qualsiasi manifestazione insolita potesse parere un’allusione alla confessione ricevuta, e si trattenne per non dir troppo.
Dalle signore Nardi, Marco trovò facilmente il modo di spiegare come si fossero dissipati i dubbi che lo tormentavano circa la sua salute. L’assicurazione ripetuta del medico dopo un’osservazione di quattro mesi, era più che sufficiente a persuadere chiunque della sua buona costituzione. Ma fu imbarazzato per addurre una ragione soddisfacente del suo improvviso cambiamento di stato. Non c’era tempo da pensarci su, e dovette<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 42 —|}}</noinclude>appigliarsi al solito pretesto delle speculazioni mal riescite. Gli era rimasto soltanto un piccolo capitale, che aveva sacrificato per fare una rendita vitalizia a sua madre, affinchè potesse godere le agiatezze alle quali era avvezza....
Se si fosse trattato di persone più cupide ed esperte di affari, sarebbero forse nate discussioni sulla legalità della cosa. Ma la Maria era innamorata, e non badava ad altro; e la madre, vedova anch’essa, approvò di buon grado quello che un figlio devoto aveva fatto per un’altra madre vedova. Del resto gli sposi, tra tutti e due, potevano mettere insieme circa dieci mila lire all’anno; Marco era avviato in una buona carriera e la sua condizione prometteva di migliorare sempre; era ancora un discreto partito. Quelle ragioni d’interesse spiegarono anche l’allontanamento improvviso della signora Bellazio. Certo fra lei ed il figlio c’era stata qualche discussione che, per quanto accomodata, lasciava un lieve screzio, e li faceva desiderare di non far casa comune.
Le nozze, il viaggio, quelle prime sorprese della felicità, assorbirono talmente Marco, che non ebbe testa di pensare a nulla. Mandò due telegrammi a Nervi, nei quali non faceva che dare nuove ottime di sè e della sposa, e sfogare la sua gioia. Fu soltanto al ritorno, coll’animo più tranquillo, che cominciò ad avvedersi d’un grande riserbo nelle lettere di sua madre.
Erano scarse e brevi; parlavano pochissimo di lei, e più dei bambini, che crescevano sempre<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 43 —|}}</noinclude>bellini e gracili. Marco aveva risentita tanta riconoscenza per l’abnegazione, con cui quella povera donna, ch’egli avrebbe onorata sempre come una santa, s’era avvilita con una confessione tanto penosa, pur di rassicurarlo sulla sua salute, che non capiva come mai ella non gli tenesse conto di tanta gratitudine e di tanta indulgenza. Dal canto suo la madre, in quella prima lettera di Marco, dove anche le parole di perdono e d’amore erano tenute nei limiti del linguaggio abituale, per timore d’offenderla con un’allusione al suo errore, aveva trovata una freddezza, che non la faceva pentire di certo della sua confessione eroica, ma gliela faceva considerare mal compensata.
Ella si andava ripetendo la vecchia storia di Cristo e della Maddalena che ha incoraggiati tanti errori, e imbaldanziti tanti colpevoli, e pensava che Marco era stato crudelmente severo verso di lei, che gli aveva consacrata tutta la vita. Quel rifiuto del patrimonio non l’aveva preveduto, e la crucciò profondamente. Avvezza ad una vita molto agiata, le pareva che Marco dovesse patire delle privazioni. E d’altra parte, a che titolo poteva insistere perchè accettasse quel danaro? Non osò parlarne; non osò neppure mandare il dono di nozze che aveva preparato per la sposa; tutti i suoi gioielli nuziali rilegati a nuovo. Era ancora una ricchezza di casa Bellazio; la respingerebbero di certo, e lei fremeva al solo pensiero di quell’affronto.
Dal canto suo Marco diceva:<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 44 —|}}</noinclude><nowiki />
— Povera donna. Nell’impeto dell’affetto materno la sua coscienza le ha strappato quella confessione: ma ora rimpiange l’aureola d’onestà che ha dovuto sacrificarmi, e nel suo orgoglio offeso non mi perdona d’averla involontariamente obbligata ad un’umiliazione.
Finirono per credere ciascuno ad un risentimento che in realtà non esisteva nell’altro. Cioè, esisteva, sì, nell’animo di Marco, un immenso rammarico per quella colpa della madre. Come mai aveva offuscata la sua bella riputazione di donna onesta? E chi era quell’uomo? Ci pensava con fastidio, e non avrebbe voluto conoscerlo. Non gli perdonava d’aver avvilita sua madre. E quel povero marito malato, debole, condannato ad una morte immatura, e, per colmo di sventura, tradito, prendeva nel suo cuore generoso il posto del padre che disprezzava. Di tutto questo si era proposto di non lasciar trasparire nulla alla sua povera mamma, e di perdonare, di perdonar tutto, di gettare un velo sul passato, ricordandosi soltanto la sua lunga vita di solitudine e di dolore e di devozione materna.
Ma la freddezza di lei inasprì il suo giudizio, ed egli finì per pensare:
— Infine, se si allontana da me, se non vuol vivere colla mia sposa onesta, vuol dire che sa di non meritarlo, o che non mi ama quanto io credevo.
E rivolse tutto il suo affetto alla propria famiglia, la quale andò d’anno in anno aumentando<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 45 —|}}</noinclude>d’un piccolo essere, che reclamava un grandissimo posto nel suo cuore e ne’ suoi pensieri.
Quando i bambini furono quattro, e la Maria, un po’ stanca, sentì il bisogno d’un aiuto, Marco non osò pregare sua madre di venire a vivere in casa sua. S’era allontanata di sua volontà, non gli aveva fatto neppure una visita in sei anni; non conosceva nessuno de’ suoi figli; non lo amava più. Egli diceva fra sè:
— Accade alle volte che una donna onesta, trascinata in fallo da un momento di passione, prenda in uggia il figlio che le ricorda quell’ora vergognosa della sua vita. Io poi, che fatalmente dovetti saper tutto....
Fu la madre di sua moglie che andò a vivere con loro per assistere la Maria nelle sue cure materne.
Marco provò un momento d’imbarazzo quando dovette annunciare alla signora Bellazio quella novità. Due volte cominciò una lettera su quell’argomento, ma non gli riescì di concluder nulla. Finì per dire la cosa semplicemente, come una circostanza secondaria in una lettera delle solite, senza mostrare di darci maggior importanza.
«Mia suocera, che in causa dei bambini è venuta a vivere in famiglia con noi, m’incarica di unire i suoi saluti affettuosi ai nostri....»
La risposta, sebbene molto ritardata, era piena di malinconia. La mamma ritrovava tutta la sua tenerezza. «Si struggeva di vedere Marco. Sapeva che la vita attiva lo aveva fortificato, che<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 46 —|}}</noinclude>era anzi sulla via d’ingrassare. Il medico glie lo aveva scritto. Le era riserbata quella gioia dopo tanti dolori, di sapere che suo figlio vivrebbe lungamente, sano, con una famiglia rigogliosa. Oh quanto desiderava di vederla quella famiglia, quanto!»
Marco, nel segreto del suo studio, pianse su quella lettera della madre. «Ella si teneva in corrispondenza col medico per essere informata della sua salute, povera donna. Egli l’aveva accusata a torto di non amarlo. Non era che il sentimento della sua umiliazione che la teneva lontana.»
Marco non aveva mai avuto bisogno di cure mediche in quei sei anni. Aveva un florido appetito, digeriva senza avvedersene, dormiva bene, resisteva alla fatica; il suo umore era sereno ed uguale, i suoi nervi tranquilli. La Maria, nei lievi incomodi delle sue crisi materne, aveva desiderato d’essere assistita dal suo medico di famiglia, che più tardi aveva curati anche i bambini nelle loro piccole malattie.
Il vecchio medico Andreoni era stato lasciato da parte. Marco lo aveva incontrato qualche volta qua e là, ma aveva appena scambiate poche parole, e l’aveva lasciato senza invitarlo a visitare sua moglie. Gli rimaneva un resto d’imbarazzo per la scena della sua tisi supposta; non sapeva in che termini la signora Bellazio gli avesse spiegata la guarigione di quell’idea fissa. Temeva che sapesse tutto, perchè godeva da anni la confidenza<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 47 —|}}</noinclude>della famiglia. Ed il dottore era tanto vecchio, e d’un’onestà così esemplare e riconosciuta, che Marco si trovava male dinanzi a lui, pensando che forse giudicava severamente sua madre.
Ma, al ricevere da lei quella lettera affettuosa, provò un gran desiderio di rivedere il vecchio amico della sua famiglia. Dacchè sua madre gli scriveva, e riceveva da lui le informazioni sulla salute del figlio, era certo ch’egli la teneva sempre nella stessa considerazione, e non sapeva nulla.
Non osò andarlo a trovare dopo tanto tempo, ma frequentò il circolo politico dove l’aveva incontrato qualche volta, sperando in una combinazione fortunata. Sgraziatamente la combinazione non capitò, e, domandando ad un conoscente, seppe che il dottor Andreoni era ammalato.
Allora non esitò più, ed andò a vederlo. Non era una malattia grave; era un accesso di podagra che impediva al vecchio quasi ottuagenario di uscire di casa. La vista di Marco gli fece un piacere vivissimo. Gli strinse le mani, tanto commosso, che alla prima non potè parlare; poi gli disse:
— Dammi un buon bacio, figliolo; e raccontami come stai e cosa fai.
Marco lo informò della sua situazione, della sua famiglia, di tutto.
— Cinque bambini! esclamò il vecchio. Daranno molto da fare alla tua sposa.
— C’è la sua mamma che l’aiuta, disse Marco un po’ imbarazzato.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 48 —|}}</noinclude><nowiki />
— Ma non vive con voialtri, osservò il vecchio,
— Sì, da qualche mese facciamo casa comune; appunto per i bambini....
— Ah! Era il posto della tua povera mamma, quello! sospirò il medico.
— Ma quegli altri due laggiù che sono orfani, hanno tanto bisogno di lei, s’affrettò a rispondere Marco.
— È vero, è vero, soggiunse il medico. E la tua salute come va? Ci hai più pensato alla tisi?
— Che! Non ci ho disposizione; disse Marco. Ora ingrasso davvero. E poi ho fatte le mie prove. Capirà che la direzione d’un’officina così vasta non mi lascia molto riposo. Alle volte mi tocca di salire venti, trenta chilometri al giorno, in montagna, per vedere dei materiali; non posso badare nè al sole nè all’umidità; eppure non ho mai avuto una tosse. Sono refrattario.
— E non hai paura che quel male si sviluppi?
— Che! È stata un’impressione giovanile. Ero appunto nell’età in cui sono morti tutti i miei. Ma ora l’ho passata quell’età, e di parecchi anni, purtroppo.
— Quanti anni hai?
— M’avvio verso i trentatrè,
— Dunque ora sei sicuro. Ed il medico continuò a parlargli di quell’argomento. Gli narrò molti casi, di famiglie colpite da una malattia ereditaria, nelle quali poi il contagio s’era arrestato per non ripetersi più per molte e molte generazioni. Del resto Marco non ci pensava più<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 49 —|}}</noinclude>da un pezzo, ed anche indipendentemente dalla ragione suprema che gli aveva data sua madre, non capiva come mai avesse potuto lasciarsi impressionare a quel modo.
Quando si alzò per congedarsi, il vecchio gli disse:
— Non permetterai che, quando potrò uscire, io venga a conoscere la tua signora?
Marco accolse quella domanda con gioia; provava un vero sollievo a quel ravvicinamento. Infatti, circa due settimane dopo, il dottor Andreoni andò in casa Bellazio, si fece subito amico colla Maria e volle vedere tutti i bambini che trovò belli e floridi. Più li esaminava e più si metteva di buon umore.
— Che toraci! esclamava, e che organi vocali! Questo deve rassicurarti sullo stato dei loro polmoni.
Marco sorrideva di compiacenza. Aveva infatti la calma serena d’un uomo felice.
— Se li vedesse tua madre! disse il medico.
Una nube passò sulla fronte di Marco. Forse quella stessa salute di lui e dei figli, non farebbe che richiamarle il ricordo vergognoso della loro origine.
Intanto le nuove di Nervi erano consolanti a proposito dei nipotini di Marco. L’aria marina aveva rifrancata la loro costituzione debole. La ginnastica, un buon regime igienico, avevano contribuito a risanarli.
Tutti e due avevano scelta la carriera militare,<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 50 —|}}</noinclude>e si disponevano ad entrare in un collegio dì marina.
Una mattina Marco ricevette un biglietto dal dottor Andreoni che lo pregava di recarsi da lui, e vi corse subito.
— Non sono venuto io da te perchè avevo bisogno di parlarti da solo, disse il vecchio appena lo vide entrare. Aveva un’aria assai grave, e Marco si impauri.
— La mamma è ammalata? domandò ansiosamente.
— No, figliolo. Tua madre è sana e forte, ed è lei che ha trasfuso in te quell’onda di sangue puro che ti ha salvato.
Marco chinò il capo, e non disse nulla.
— Sicuro, ripigliò il medico. Lei, ''lei sola'', capisci?
L’imbarazzo di Marco cresceva. Cosa voleva dire quell’allusione? Alzò gli occhi imbarazzato, un po’ severo, come per far comprendere al suo vecchio amico che quel discorso era indiscreto. Ma il dottore continuò:
— Al suo sangue robusto devi la tua salute fisica; ed al suo cuore generoso ed eroico, devi la tua salute morale.
Tacque un minuto, guardando il giovine onestamente negli occhi, poi vedendolo turbato e commosso soggiunse:
— Ti ha ingannato! È sempre stata la più onesta delle mogli, adorava il suo povero marito, ed<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 50 —|}}</noinclude>e si disponevano ad entrare in un collegio dì marina.
Una mattina Marco ricevette un biglietto dal dottor Andreoni che lo pregava di recarsi da lui, e vi corse subito.
— Non sono venuto io da te perchè avevo bisogno di parlarti da solo, disse il vecchio appena lo vide entrare. Aveva un’aria assai grave, e Marco si impauri.
— La mamma è ammalata? domandò ansiosamente.
— No, figliolo. Tua madre è sana e forte, ed è lei che ha trasfuso in te quell’onda di sangue puro che ti ha salvato.
Marco chinò il capo, e non disse nulla.
— Sicuro, ripigliò il medico. Lei, ''lei sola'', capisci?
L’imbarazzo di Marco cresceva. Cosa voleva dire quell’allusione? Alzò gli occhi imbarazzato, un po’ severo, come per far comprendere al suo vecchio amico che quel discorso era indiscreto. Ma il dottore continuò:
— Al suo sangue robusto devi la tua salute fisica; ed al suo cuore generoso ed eroico, devi la tua salute morale.
Tacque un minuto, guardando il giovine onestamente negli occhi, poi vedendolo turbato e commosso soggiunse:
— Ti ha ingannato! È sempre stata la più onesta delle mogli, adorava il suo povero marito, ed<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 51 —|}}</noinclude>adora te, perchè sei tutto quanto le è rimasto di lui.
Marco si alzò con impeto, tutto pallido e tremante come per correre ad abbracciare sua madre. Poi si gettò al collo del vecchio, e rompendo in un pianto convulso esclamò:
— Oh, dottore! Mi dica che è vero!
— L’ha immaginato lei, nella sua disperazione quell’inganno pietoso. Me lo disse più tardi, ed io non potei che approvarlo, dacchè ti aveva guarito dall’idea fissa che ti perseguitava; ma non sapevo che dovesse costarle tanto dolore, nè durar tanto. Speravo che tu la richiamassi, e che avreste continuato a vivere insieme fino al giorno in cui, vedendoti rassicurato, ella potesse giustificarsi con questa lettera.
E gli porse una lettera suggellata. Marco l’aperse, e, traverso le lagrime che gli velavano gli occhi, lesse:
{{spazi|10}}«Figlio mio, legittimo e caro:
«Il medico mi dice che, se non riesco a rassicurarti sulla tua salute, la tua vita e la tua ragione sono in pericolo.
«Finora non vissi che per te, ti sacrificai la mia gioventù; ora ti sacrifico assai più: l’orgoglio d’essere stimata da te. Affronto il tuo disprezzo per salvarti; mi accuso d’una colpa che non ha commessa; ma quando sarò morta, il dottore, o chi ne riceverà l’incarico da lui, ti consegnerà questo foglio. Ed allora saprai che oggi ho mentito per salvarti, ma che non ho mai mancato a’ miei<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 52 —|}}</noinclude>doveri di moglie; e rispetterai ancora la mia memoria.»
Quella lettera portava la data di circa otto anni prima; il giorno indimenticabile di quella rivelazione.
Il povero giovane si disperò, pianse come se avesse ricevuto un annunzio di sventura. Non poteva perdonare a sè stesso di avere creduto quell’enormità, d’aver lasciato sua madre sotto il peso di quell’accusa. Diceva al vecchio parole crudeli perchè aveva permesso quel sacrificio inumano, poi lo baciava, e lo bagnava di lagrime, e lo benediva per averglielo rivelato.
La mattina del giorno seguente, dopo la colazione, la signora Bellazio madre stava nella stanza da pranzo di suo genero a Nervi, preparando il corredo dei giovani marinai, tutta intenta a numerare le camicie, le calze, le pezzuole. Ma era triste. Quei fanciulli, che aveva cresciuti con tanta cura, se ne andavano; il padre voleva stabilirsi alla Spezia per essere vicino a loro. E lei doveva di nuovo cambiar paese, trovarsi un’altra volta fra gente ignota, lontana da tutti quelli che amava. Suo genero, del resto, aveva poco più di quarant’anni. Era amantissimo dei grandi viaggi; era lui che aveva insinuato ai figli l’idea di scegliere quella carriera. Alla prima partenza, di certo egli si sarebbe imbarcato per seguirli; e lei sarebbe rimasta sola, ora che cominciava a sentirsi vecchia,
— Arrivano dei signori, nonna, disse il più<noinclude>
<references/></noinclude>
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/* Problematica */
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<noinclude><pagequality level="2" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 53 —|}}</noinclude>giovane dei suoi nipoti, entrando tutto eccitato; sono scesi or ora al cancello del cortile.
La signora Bellazio si scosse di dosso qualche filo bianco, che le era rimasto dal riavviare la biancheria, e s’avviò verso l’uscio per andare nel salotto.
Ma, prima che ci arrivasse, vide entrare il vecchio medico, che le aperse le braccia, e le disse:
— Sono qui tutti, e sanno ogni cosa. L’ho detto; non ne potevo più; ora che lei rimaneva sola...
E Marco si precipitò al collo di sua madre, singhiozzando come un bambino; e dopo un primo sfogo le mise intorno tutti i suoi figli, e sua moglie, dicendo:
— Oh, mamma cara! mamma santa!
La Maria s’era inginocchiata presso la suocera e le baciava le mani, mentre i bambini, a cui avevano detto di abbracciare la nonna, esclamavano giubilanti:
— Un’altra nonna! un’altra nonna!<noinclude>
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/* Trascritta */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 54 —|}}</noinclude>torte a guisa di serpi, abbarbicate in abbracciamenti osceni ai corpi villosi dei demoni tormentatori; ma tornò ben presto a riguardare affascinata, mentre le voci dei cantori osannavano e dalla cappella del Corporale si diffondevano le nubi dell’incenso bruciante nei turiboli d’oro; tornò a riguardare e fissò il gruppo isolato della bellissima donna nuda, cavalcioni sul dorso d’un demonio lascivo, che si volge cupido a rimirar la sua preda, spingendole dentro i capelli la punta del corno adunco e tenendo aperte orizzontalmente le ali a membrana per isprofondarsi nel baratro e quivi martoriare per l’eternità la bella creatura.
Un pensiero si confisse come pugnale nel cervello di Domitilla Rosa: quella donna le somigliava, ed a lei sarebbe toccata la sorte medesima. Il cuore le battè precipitoso, perchè ella si ricordò che, a sedici anni, rimaneva spesso di notte, in primavera, a noverare le stelle, canticchiando strofette d’amore. Cantava della povera inglesina:
<poem> ''La povera inglesina, tradita nell’amor''
''Che va girando il mondo, cercando il traditor.''</poem>
E Domitilla Rosa, a sedici anni, si figurava il traditore come un essere amabile, desiderabile e, pensando a lui, si baciava le braccia, felice di sentire il calore della sua bocca ardente sulla frescura della sua pelle nuda! Ahimè! Ahimè! Il Signore aveva certo scritto ciò nel libro di dia-<noinclude>
<references/></noinclude>
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/* Trascritta */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 55 —|}}</noinclude>mante, ove sillaba non si cancella! La misera creatura, nata per la bontà e per la gioia, divenne tra quel fasto, quei canti, quelle pitture, malvagia contro sè stessa, e la fantasia, in lei così gioconda e schietta, si ottenebrò di terrori, ond’ella, abbandonata in ginocchio sui gradini marmorei dell’altare, imprecò alla vita, chiamandola insidiosa, imprecò alla carne, chiamandola abietta; alla carne, contro cui i santi del deserto avevano battagliato e che essi avevano domato con cilici e astinenze.
Un fruscìo leggero di vesti e l’effluvio sottilissimo di un profumo, l’avvertirono che la signora, così era chiamata di solito Vanna Monaldeschi, entrava nella cappella. Alzò il viso, già riconfortata, e sorrise a Vanna, che, dopo averle sorriso, prese posto sopra il suo inginocchiatoio gentilizio e si raccolse nella preghiera con signorile compostezza. La gonna di seta chiara si drappeggiava intorno all’inginocchiatoio e i due fermagli gemmati del libriccino d’avorio splendevano traverso le dita lunghe, guantate di bianco.
Domitilla Rosa cercò di Serena per dirle che poteva uscire, se era annoiata di rimanersene quieta, ma Serena era già uscita da molto tempo e si era messa alla ricerca di Ermanno, che aveva incontrato subito nella piazza, in compagnia di Titta, e adesso girellavano per la città, senza scopo, Ermanno abbigliato di velluto nero, col collare di pizzi antichi, simile a un duca del Rinascimento; Titta, in abito di parata, con un bizzarro cappello a staio, largo e piatto, con un pan-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 56 —|}}</noinclude>ciotto sgargiante di seta a rabeschi e una grossa canna, a pomo d’avorio, ch’egli batteva sopra il selciato, facendo largo tra la folla ai due piccolini, quasi fosse un mazziere incaricato di preannunziare il sopraggiungere delle loro maestà.
Era bello vedere al sole i due bimbi; Ermanno, più alto, col braccio buttato intorno al collo di Serena, la quale camminava ardita, incurante degli urti, dimenando la personcina, spingendo avanti le gambette col moto deciso di un soldatino automatico quando fa, sopra un tavolo, le evoluzioni. Attraversarono così la piazza del Popolo, costeggiando il grandioso palazzo, dove la città ha scritto tante pagine della sua storia, s’inoltrarono, luminosi, per l’ombra fosca delle arcate antiche; vollero fermarsi in piazza Vittorio Emanuele per ammirare sul balcone del Palazzo Municipale gli ombrellini variopinti delle signore disposte in fila davanti alla balaustrata e, poichè uno scampanìo festoso annunziava l’uscita della processione, si dettero a correre verso, il Duomo, tenendosi per mano e lasciandosi indietro Titta, il quale inutilmente allungava il passo per raggiungerli.
— Signorino, signorino — egli invocava con accento supplice — ferma, ferma, attento, ferma — egli gridava, quasichè chiamasse aiuto, per arrestare nel corso due cavalli sbrigliati e, presso la torre del Moro, Bindo Ranieri, ridendo forte agli urli disperati di Sua Eminenza, si pose nel centro della via, allargò le gambe, allargò le<noinclude>
<references/></noinclude>
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Pagina:Torriani - Un matrimonio in provincia, Milano, Galli, 1885.djvu/33
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<noinclude><pagequality level="4" user="Lagrande" />{{RigaIntestazione||— 31 —|}}</noinclude>sincera, e diceva francamente tutto quel che pensava. Le gentilezze non le capiva e le chiamava leziosaggini.
Noi eravamo state male avvezze fra un uomo ed una vecchia. Non avevamo l’abitudine della disciplina e del lavoro. Quell’anno cominciammo a sentirci malcontente della nostra vita.
L’anno seguente fu ben peggio. Nacque un bambino, e, sebbene fosse mandato a balia a Trecate, divenne il re della casa. La sposa rifiutò il dono d’un abito che il babbo voleva farle scegliere, e disse di darle invece quella somma in danaro, che voleva metterla alla cassa di risparmio «pel suo erede».
Poco dopo disse che lei era vecchia, che non faceva vita elegante, per conseguenza i gioielli non le servivano, ed era un peccato tenere un capitale morto in orecchini e spille.
E vendette tutti i gioielli che erano stati regalati a lei personalmente e con quel de-<noinclude></noinclude>
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Pagina:Torriani - Un matrimonio in provincia, Milano, Galli, 1885.djvu/34
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Lagrande" />{{RigaIntestazione||— 32 —|}}</noinclude>naro comperò un pezzo di campo, accanto ad un fondo che possedeva già «pel suo erede».
Fra le molte economie che inventò, ci fu anche quella di far macinare una gran parte del granturco che si raccoglieva sui fondi del babbo, e di fare un gran consumo di polenta in famiglia. Un bel giorno arrivò un carro con un’infinità di sacchi di farina, che furono collocati nell’anticamera, e parte anche in sala, la stanza di lusso.
«Occupavano soltanto un angolo... si vedevano appena...» Ma poco dopo venne la provvista delle patate, delle castagne, delle mele, del riso; e tutte quelle derrate s’accumularono in sala, che diventò una specie di dispensa. Il babbo osservò che non s’aveva più un luogo per ricevere.
Ma la sposa rispose subito:
— Per ricevere chi? Le mie visite, nevvero? perchè le persone che debbono par-<noinclude></noinclude>
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Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. II, 1977 – BEIC 1871053.djvu/196
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione|190|{{Sc|gli errori}}|}}</noinclude><poem>
{{Ottava|151}}Non la bombarda, eccesso de’ tormenti,
non il monton cozzante e furibondo,
non il furor de’ più crucciosi vènti,
non il fragor de l’Ocean profondo,
non il fulmin terror degli elementi,
non il tremoto scotitor del mondo,
non d’Etna o d’Ischia il fremito e ’l fracasso
si pareggi al romor che fe’ quel sasso.
{{Ottava|152}}Cadde, e con tal subbisso in giù portollo
il grave peso de le membra vaste,
che fiaccandosi in pezzi il capo e ’l collo.
l’ossa tutte lasciò lacere e guaste.
Ditelo voi, se vi crollaste al crollo
selve, e voi fere se ’l covil lasciaste,
se lasciaste per tema augelli il nido
al suon de la caduta, al tuon del grido.
{{Ottava|153}}Parve tuono il suo grido, e parve telo,
e con strepito tal l’aure percosse,
che sparso il cor di timoroso gelo
dal suo gran seggio il gran Motor si mosse,
temendo pur, non da la terra il Cielo
fuor d’ogni usanza fulminato fosse.
Tremaro i poli a l’impeto soverchio,
né stette saldo il sempr’immobil cerchio.
{{Ottava|154}}Ed ecco alfine il fin (prendete essempio
temerari superbi) a cui soggiace
l’alterigia mortal, che giusto scempio
dal Ciel aspetta, e l’insolenza audace.
Cadde, e caduto ancor, mostrò quest’empio
segni d’ira arrogante e pertinace.
Con atti di furor, non di cordoglio
minacciando spirò l’ultimo orgoglio.
</poem><noinclude>
<references/></div></noinclude>
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Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. II, 1977 – BEIC 1871053.djvu/197
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||{{Sc|canto decimoquarto}}|191}}</noinclude><poem>
{{Ottava|155}}Adon fra questo mezo era assai prima
campato fuor del periglioso varco,
perché reggendo scintillar da l’ima
parte le stelle, ove s’apria quell’arco,
asceso de la vòlta in su la cima
il passo si spedì leggiero e scarco,
e malgrado de’ rubi, e de l’ortiche,
al termine arrivò de le fatiche.
{{Ottava|156}}Uscito fuor di tenebre e di grotte,
mosse ai passi dubbiosi i piè tremanti,
né molto andò per quelle balze rotte,
che sentì gente caminarsi avanti;
e vide (perché chiara era la notte)
per la strada medesma andar tre fanti,
e ’l primo innanzi ai duo, sì come Duce,
portava in cavo ferro ascosa luce.
{{Ottava|157}}Furcillo era costui, che posto cura
quando da Malagor sepolta fue,
venia Filora a trar de l’urna oscura
per cupidigia de le spoglie sue.
Or tosto ch’ad aprir la sepoltura
fu giunto il ladroncel con gli altri due,
la lapida levàr, che la copria,
e ’l cadavere suo ne portàr via.
{{Ottava|158}}Per mirar meglio Adon ciò che n’avegna,
ritratto in parte a’ suoi nemici ignota,
ne l’arca istessa ascondersi disegna,
che restò mezo aperta, e tutta vota.
Ma mentre che nel marmo entrar s’ingegna,
fa che caggia il coverchio, e ’l suol percota.
A quel romor color, ch’innanzi vanno,
lascian la preda, ed a fuggir si danno.
</poem><noinclude>
<references/></div></noinclude>
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Indice:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu
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|Autore=Ferdowsi
|NomePagina=Il Libro dei Re
|Titolo=
|TitoloOriginale=
|Sottotitolo=poema epico
|LinguaOriginale=persiano
|Lingua=italiano
|Traduttore=Italo Pizzi
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|Editore=Vincenzo Bona
|Città=Torino
|Anno=1888
|Fonte={{IA|illibrodeirepoem08firduoft}}
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|Progetto=Letteratura
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|Qualità=25%
|Pagine=<pagelist 1to3=- 4=copertina 5=2 6=frontespizio />
|Sommario={{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi|titolo=I re Sassanidi (seguito)|from=8|delta=3}}
{{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/9|titolo=1. - Il re Khusrev-Pervîz|from=8|delta=3}}
{{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/9/I|titolo=I. - Principio del regno di Khusrev-Pervîz|from=8|delta=3}}
{{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/9/II|titolo=II. - La domanda del perdono|from=10|delta=3}}
{{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/I re Sassanidi/9/III|titolo=III. - Venuta di Behrâm Ciûbîneh|from=15|delta=3}}
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{{Indice sommario|nome=Il Libro dei Re/Errata corrige VIII|titolo=Errata corrige|from=482|delta=3}}
|Volumi=[[Indice:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1886, I.djvu|I]] · [[Indice:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, II.djvu|II]] · [[Indice:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu|III]] · [[Indice:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu|IV]] · [[Indice:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu|V]] · [[Indice:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VI.djvu|VI]] · [[Indice:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu|VII]] · [[Indice:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu|VIII]]
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|4|giovanni guidiccioni|}}</noinclude><section begin="s1" />
{{ct|c=t|II}}
{{Ct|c=t|Nella calata di Giorgio Frundsberg.}}
{{Ct|c=t|(1526)}}
<poem>
:Ecco che move orribilmente il piede
e scende, quasi un rapido torrente,
dagli alti monti nova ingorda gente
{{R|4}}per far di noi piú dolorose prede;
:per acquistar col nostro sangue fede
a lo sfrenato lor furor ardente,
ecco ch’Italia, misera, dolente,
{{R|8}}l’ultime notti a mezzo giorno vede.
:Che deve or Mario dir, che fe’ di queste
fère rabbiose giá sí duro scempio,
{{R|11}}e gli altri vincitor di genti strane,
:se questa alta reina in voci meste
odon rinovellar il dolor empio
{{R|14}}e ’nvan pregar chi le sue piaghe sane?
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{ct|c=t1|III}}
{{Ct|c=t|L’Italia contro gli stranieri.}}
{{Ct|c=t|(1527)}}
<poem>
:Dunque, Buonviso mio, del nostro seme
debbe i frutti raccôr barbara mano,
e da le piante coltivate invano
{{R|4}}i cari pomi via portarne insieme?
:Questa madre d’imperi ognora geme,
scolorato il real sembiante umano,
sí larghi danni e ’l suo valor sovrano,
{{R|8}}la libertade e la perduta speme;
:e dice: — O re del ciel, se mai t’accese
giust’ira a raffrenar terreno orgoglio,
{{R|11}}or tutte irato le saette spendi;
:vendica i miei gran danni e le tue offese,
o, quanto è ingiusto il mal, grave il cordoglio,
{{R|14}}tanto del primo mio vigor mi rendi.
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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{{ct|c=t|IV}}
{{ct|c=t|A Francesco Maria Della Rovere, duca d’Urbino e prefetto di Roma,<br>contro il sacco imperiale.}}
{{ct|c=t|(1527, maggio)}}
<poem>
:Viva fiamma di Marte, onor de’ tuoi
ch’Urbino un tempo e piú l’Italia ornâro,
mira che giogo vil, che duolo amaro
{{R|4}}preme or l’altrice de’ famosi eroi.
:Abita morte ne’ begli occhi suoi,
che fûr del mondo il sol piú ardente e chiaro;
duolsene il Tebro e grida: — O duce raro,
{{R|8}}muovi le schiere onde tant’osi e puoi,
:e qui ne vien dove lo stuol degli empi
fura le sacre e gloriose spoglie
{{R|11}}e tinge il ferro d’innocente sangue:
:le tue vittorie e le mie giuste voglie
e i difetti del fato, ond’ella langue,
{{R|14}}tu, che sol déi, con le lor morti adempí.
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{ct|c=t1|V}}
{{ct|c=t|Nel sacco di Roma.}}
{{ct|c=t|(1527)}}
<poem>
:Il Tebro, l’Arno e ’l Po queste parole
formate da dolor saldo e pungente
od’io, che sol ho qui l’orecchie intente,
{{R|4}}accompagnar col pianto estreme e sole:
:— Chiuso e sparito è in queste rive il sole
e l’accese virtú d’amore spente;
ha l’oscura tempesta d’occidente
{{R|8}}scossi i bei fior de’ prati e le viole;
:e Borea ha svelto il mirto e ’l sacro alloro,
pregio e corona vostra, anime rare,
{{R|11}}crollando i sacri a Dio devoti tetti:
:non avrá ’l mar piú le vostr’acque chiare,
né, per gli omeri sparsi i bei crin d’oro,
{{R|14}}fòr le ninfe trarran de l’onde i petti.
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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{{ct|c=t1|VI}}
{{ct|c=t|Nella medesima occasione.}}
{{ct|c=t|(1527)}}
<poem>
:Il non piú udito e gran pubblico danno,
le morti, l'onte e le querele sparte
d’Italia, ch’io pur piango in queste carte,
{{R|4}}empieran di pietá quei che verranno.
:Quanti, s’io dritto stimo, ancor diranno:
— O nati a’ peggior anni in miglior parte! —
quanti movransi a vendicarne in parte
{{R|8}}del barbarico oltraggio e de l’inganno!
:Non avrá l’ozio pigro e ’l viver molle
loco in quei saggi ch’anderan col sano
{{R|11}}pensier al corso de gli onori eterno;
:ch’assai col nostro sangue avemo il folle
error purgato di color che in mano
{{R|14}}di sí belle contrade hanno il governo.
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{ct|c=t1|VII}}
{{ct|c=t|Nella medesima occasione.}}
{{ct|c=t|(1527, fine — 1528, principio)}}
<poem>
:Dal pigro e grave sonno ove sepolta
sei giá tanti anni, omai sorgi e respira
e disdegnosa le tue piaghe mira,
{{R|4}}Italia mia, non men serva che stolta.
:La bella libertá, ch’altri t’ha tolta
per tuo non san’oprar, cerca e sospira,
e i passi erranti al camin dritto gira
{{R|8}}da quel torto sentier dove sei volta.
:Ché se risguardi le memorie antiche,
vedrai che quei che i tuoi trionfi ornâro,
{{R|11}}t’han posto il giogo e di catene avvinta.
:L’empie tue voglie, a te stessa nemiche,
con gloria d’altri e con tuo duolo amaro,
{{R|14}}misera! t’hanno a sí vil fine spinta.
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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{{Ct|f=120%|v=2|G. GUIDICCIONI - F. COPPETTA BECCUTI}}
{{Ct|f=250%|v=8|RIME}}<noinclude></noinclude>
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{{Ct|f=130%|v=1|t=3|I}}
{{Ct|f=130%|v=1|PER LA PATRIA}}
{{Ct|f=90%|v=2|(1526-1530)}}
{{Ct|f=100%|v=3|A VINCENZO BUONVISI}}
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{ct|c=t|I}}
{{Ct|c=t|Contro Carlo quinto, minacciante nuova guerra.}}
{{Ct|c=t|(1526)}}
<poem>
:Mentre in piú largo e piú superbo volo
l’ali sue spande e le gran forze move
per l’italico ciel l’augel di Giove,
{{R|4}}come re altero di tutti altri e solo,
:non vede accolto un rio, perfido stuolo
entro ’l suo proprio e vero nido altrove,
ch’ancide quei di mille morti nòve
{{R|8}}e questi ingombra di spavento e duolo;
:non vede i danni suoi né a qual periglio
stia la verace, santa fé di Cristo,
{{R|11}}che (colpa, e so di cui) negletta more;
:ma, tra noi vòlto a ’nsanguinar l’artiglio
per far un breve e vergognoso acquisto,
{{R|14}}lascia cieco il camin vero d’onore.
</poem>
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Paperoastro
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|17}}</noinclude>tale specie. Non so cosa pensare dei Pesci, dei quali ne perì quantità secondo la Nota del Sig: {{Wl|Q108907192|Giuseppe Vianello}} di Chiozza, colla quale termina il suo Giornale di osservazione, e con cui terminerò questo:
<math>=</math> Ai primi del corrente Mese (Decembre) incominciarono burrascosi tempi, che continuando cagionarono, massime alla fine del Mese, un gelo, di cui, fuori di quello del 1709, non se ne ha memoria simile. Gelano tutti i Canali della Città (di Chiozza, cosi in Venezia): gela tutta la Laguna sino a Brondolo, con ghiaccio tale che vi camminano sopra le persone senza il menomo timore . Gela, pure la parte della Laguna di Pelestrina, sicchè è tolta la Navigazione a Venezia. Gelano i vicini Fiumi, Brenta, Adige, Pò, su quali si va francamente a piedi, a cavallo, coi carri. Il Taglio della Mira, ove si conservano i ''Burchj dell’Anguille'', che nel 1709 si dice non gelato, agghiacciò in quest’anno per modo che a centinaja perirono le corbe dell’Anguille medesime . Per le ''Valli'' pure (le Paludi) s’ebbe considerabilissima quantità di Pesce morto. <math>=</math> ma a queste parti il freddo eccedette li 12. gradi,<noinclude>{{PieDiPagina|{{Sc|Tom}}. III.|B|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|158|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>Chioggia da quindici anni, e che gentilmente mi comunica ogn’anno: tiene egli inoltre una più lunga serie di osservazioni Medico-Meteorologiche interessantissime, e degnissime, se ve ne furon mai, di essere pubblicate. Ora l’anno più vicino della declinazione massima della Luna fa il 1783, e 84 da un’Ottobre all’altro; quello della declinazione minima, 9 anni dopo, il 1792, e 93. Le misure della Marea, prese quattro volte al giorno, due dell’alta, due della bassa (così dovendosi fare per averne una giusta stima) furono discusse dal nostro studioso Alunno Sig. Ab. {{AutoreIgnoto|Cornuda}}. Ho fatto separar le osservazioni, prendendo prima quelle della Marea alta a parte, e quelle della Marea bassa parimenti a parte; poi ambedue le classi separatamente, precorrendo la Luna tanto i segni Boreali, che gli Australi. Fatte, in fine; le separate somme dei primi e dei secondi, ho preso il medio di tutte, dividendo esse somme per il numero delle osservazioni ottenendosi così le Maree Medie dell’anno. Eccole nella seguente Tavola.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|159}}</noinclude>{{Ct|class=capitoletto|TAVOLA}}
{{Ct|class=sezione|Delle Maree.}}
{| class="tab29"
! colspan="14" |
|-
! !! colspan="6" | 1783 !! {{Cs|lr}} | Marea !! colspan="6" | 1792
|-
! !! colspan="3" | Alta !! colspan="3" {{Cs|lr}} | Bassa
! !! colspan="3" {{Cs|lr}} | Alta !! colspan="3" | Bassa
|-
! !! P. !! colspan="2" {{Cs|r}} | Poll. !! P. !! colspan="2" | Poll.
! {{Cs|lr}} | !! P. !! colspan="2" {{Cs|r}} | Poll. !! P. !! colspan="2" | Poll.
|- class="pdati2"
| Luna Bor. || 4 || 2, || 24 || 2 || 10, || 50
| || 4 || 4, || 40 || 2 || 8, || 70
|-
| Luna Aust. || 4 || 4, || 01 || 2 || 11, || 41
| || 4 || 4, || 76 || 1 || 6, || 81
|- class="r2"
| Somme. || 8 || 6, || 30 || 5 || 9, || 91
| || 8 || 9, || 21 || 5 || 2, || 51
|-
| Media. || 4 || 13, || 15 || 2 || 10, || 95
| || 4 || 4, || 60 || 2 || 7, || 25
|-
| || 2 || 10, || 96 || || ||
| || || || || || ||
|- class="r3"
| Alta e Bassa || 7 || 2, || 10 || || {{Cs|C}} | 1783 ||
| || 2 || 7, || 26 || || ||
|- class="r4"
| || 6 || 11, || 85 || || {{Cs|C}} | 1792 ||
| || 6 || 17, || 85 || || ||
|-
| Eccesso 1783 || 0 || 2, || 25 || || ||
| || || || || || ||
|- class="r1"
| || colspan="7" | Marea Bassa 1783 || 2 || 10, || 95 || || ||
|- class="r1"
| || colspan="7" | 1792 || 2 || 7, || 25 || || ||
|- class="r1"
| || colspan="7" | Eccesso del 1783 || 0 || 3, || 30 || || ||
|- class="r1"
| || colspan="10" | Marea bassa ne’ segni Australi. || || ||
|- class="r1"
| || colspan="7" | 1783 || 2 || 11, || 41 || || ||
|- class="r1"
| || colspan="7" | 1792 || 2 || 6, || 51 || || ||
|- class="r1"
| || colspan="7" | Eccesso del 1783 || 0 || 4, || 90 || || ||
|}
N. B. ''Queste misure sono prese dal fondo, e s’intende il Piede Veneto, che sta a quel di Parigi come 354:144. Si vede che nel Porto di Chiozza il crescer dell’acqua non arriva, per un Medio, a due Piedi{{ec|,|.}}''<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|160|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude><nowiki/>
I risultati delle Osservazioni a prima vista, non corrispondono tanto all’aspettazione, anzi si mostrano in certo modo contrarj. Si avrebbe aspettato che l’alta Marea dell’anno 1783, nella massima declinazione della Luna, quando si trovava nei segni Settentrionali imminente ai nostri Mari, dovesse esser maggiore di quella dell’anno della minima declinazione 1792, e pure non è così, anzi pare l’opposto.
Ma esaminando, e riflettendo meglio, si vedrà, che i risultati ben collazionati, corrispondono alla teoria. Prima di tutto, sommando insieme le Maree alte colle basse, come nella Tavola, si vede che la somma del 1783 riesce maggiore di quella del 1792, di due buone oncie, o d’un sesto di piede. In secondo luogo, la Marea bassa, presa a parte nel primo anno supera quella del secondo d’un buon quarto di piede; ciò ch’è conforme affatto alla teoria.
Perciocchè bisogna considerare, che la Marea del nostro Golfo, e quella ancora del Mediterraneo, non proviene mica tanto dall’azione diretta della Luna sopra le acque dei Mari nostri, quanto dalla diffusione di quella dell’Oceano, e dei gran mari della Zona<noinclude>{{A destra|Tor-|margine=2em}}</noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|161}}</noinclude>Torrida; e prova n’è che arriva da noi dieci ore, e mezza, dopo del passaggio della Luna al Meridiano. In fatti la Luna nella sua massima declinazione agindo sopra i detti Mari Australi, che sono, come si sa, tanto più ampli de’ nostri, li gonfia maggiormente, e tramanda nel Mediterraneo, e nel Golfo quella quantità di acqua che si osserva, e che tiene in somma il Golfo nostro più pieno, quando il Nodo Ascendente trovandosi in Ariete ella si scosta più dall’Equatore, che nel sito opposto; e si può veder nella Tavola, che la Marea bassa si sostiene di più notabilmente quando la Luna percorre i segni Australi colla massima declinazione come nel 1783.
Provato così in tanti modi, che il sito dei Nodi altera, e notifica diversamente l’infuenza della Luna sopra il corpo totale della Terra, e sui moti dell’acque del Mare, io credo di esser fondato ad opinare che nello stesso tempo, ed atto, debba produrre diversa alterazione nell’Atmosfera, e per conseguenza sulle Meteore, e sulle qualità de’ tempi. Parmi insieme, che si possa concepire, come le stagioni, dopo i due periodi del Nodo, ragguagliandosi colle Stagioni {{Pt|So-|}}<noinclude>{{PieDiPagina|{{Sc|Tom}}. III.|L|}}</noinclude>
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{{Ct|f=120%|v=2|L=0.2em|''SOMMARIO.''}}
{{indentatura}}''Origine della famiglia Chiaramonti: nascita di Barnaba. Sua prima educazione: dà il suo nome alla congregazione benedettina casinese: studi fatti, catedre e uffici sostenuti in religione. È inviato in Roma. Eletto per breve abate, torna in Cesena ove è visitato da {{AutoreCitato|Papa Pio VI|Pio VI}}. Reduce nella capitale, trionfa delle opposizioni degli emuli. Consacrato vescovo di Tivoli si fa difensore delle episcopali prerogative: eletto cardinale e vescovo d’Imola va ad occupare quella sede. Sua condotta: insigni opere di pietà da lui eseguite. La sua mansuetudine è eguale al suo coraggio. Invasione dei francesi. Vicende d’Italia: calamità dello stato pontificio e del papa. Chiaramonti salva Imola da suprema sventura. Gli comanda Pio VI di recarsi in Roma. Dolorose condizioni in cui trova la capitale. Trattato di Tolentino. Suo ritorno in diocesi. Parla al popolo parole di pace in una omelia dai malevoli giudicata troppo severamente. Si versa sangue francese in Roma: conseguenza l’invasione e la successiva repubblica. Pio VI ostaggio in mano ai soldati di Francia è condotto in Valenza, ove muore. I cardinali si adunano in Venezia per i comizi solenni. Vi giunge Chiaramonti, giovandosi dei mezzi offertigli da un amico. Consalvi pro-segretario del conclave dopo vari dibattimenti persuade i cardinali ad eleggere Chiaramonti. Esulta il mondo cattolico. Assume il {{Pt|no-|}}''<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Luigi62" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>{{Ct|t=3|v=5|f=150%|'''LIBRO I.'''}}
I. {{CapoletteraVar|P}}retende la famiglia dei Clermont Tonnerre di Francia derivar da lei quella dei Chiaramonti sino dal secolo XV stabilita in Cesena. Allorchè l’immortale pontefice, di cui prendiamo a descrivere i fasti, fu sollevato alla catedra di s. Pietro molti dotti si fecero ad investigare l’origine di questa nobilissima prosapia. Si frugarono pubblici e privati archivi, si consultarono antichi autori, si tenne conto delle istorie municipali, delle tradizioni per decidere se la famiglia dei Chiaramonti dovea tenersi fra quelle, che diconsi originarie italiane, o fra le molte per vicende di guerra o per altre cause venute a noi e fatte nostre da lungo correre di anni, da maritaggi contratti, da uffici cittadini e da pubbliche cariche sostenute. Varie furono le opinioni: si negò l’affinità dei Clermont<ref>Non ultima delle ragioni per le quali si esclude l’affinità dei ''Clermont Tonnerre'' è che la famiglia francese ha nello scudo gentilizio due chiavi incrociate, e quella di Cesena tre teste di mori bendati e tre stelle.</ref>, per farla derivare da un tal Dalmasio guerriero cristiano, che prima del 1000 conquistò nella Catalogna un castello detto di ''Claramonte'', da cui prese il nome<ref>Onorio III creò cardinale Nicolò dei Chiaramonti nobile siciliano. Vedi Moreri.</ref>: altri, e con più ragione, la vuole originata
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I. {{CapoletteraVar|P}}retende la famiglia dei Clermont Tonnerre di Francia derivar da lei quella dei Chiaramonti sino dal secolo XV stabilita in Cesena. Allorchè l’immortale pontefice, di cui prendiamo a descrivere i fasti, fu sollevato alla catedra di s. Pietro molti dotti si fecero ad investigare l’origine di questa nobilissima prosapia. Si frugarono pubblici e privati archivi, si consultarono antichi autori, si tenne conto delle istorie municipali, delle tradizioni per decidere se la famiglia dei Chiaramonti dovea tenersi fra quelle, che diconsi originarie italiane, o fra le molte per vicende di guerra o per altre cause venute a noi e fatte nostre da lungo correre di anni, da maritaggi contratti, da uffici cittadini e da pubbliche cariche sostenute. Varie furono le opinioni: si negò l’affinità dei Clermont<ref>Non ultima delle ragioni per le quali si esclude l’affinità dei ''Clermont Tonnerre'' è che la famiglia francese ha nello scudo gentilizio due chiavi incrociate, e quella di Cesena tre teste di mori bendati e tre stelle.</ref>, per farla derivare da un tal Dalmasio guerriero cristiano, che prima del 1000 conquistò nella Catalogna un castello detto di ''Claramonte'', da cui prese il nome<ref>Onorio III creò cardinale Nicolò dei Chiaramonti nobile siciliano. Vedi Moreri.</ref>: altri, e con più ragione, la vuole originata
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO I|17}}</noinclude>{{Pt|siglio|consiglio}} non andò perduto per uomini fieri ed audaci. Senza seguir le mosse dell'esercito repubblicano, o il successivo irrompere delle armi e peggio delle idee, diremo che le Provincie italiane altre si conservavano neutrali, altre erano in guerra, altre né dall'una né dall'altra parte inclinavano, ma aspettavano trepidanti gli eventi. Perdea il re di Sardegna la Savoia e la contea di Nizza: scendeva Napoli agli accordi, fuggivano dalla Corsica atterriti gl'inglesi, erano due eserciti imperiali poco men che distrutti. Cause che
contribuirono a formar la rovina d'Italia e il trionfo delle armi francesi: la battaglia di Montenotte, la presa di Ceva sul Tanaro, l'ingresso in Mondo vi città alle falde delle alpi, il fatale armistizio di Cherasco, la pace segnata dal re sabaudo<ref>Fu conchiusa la pace ad insinuazione del cardinal Costa per la mediazione di Ulloa ambasciatore di Spagna. </ref> la ritirata degli austriaci al di là del Po. Lacrime e sangue sparse la povera Italia e non giunse a scongiurar la tempesta! Nel 1796 le sorti erano fermate: occupata l'Insubria e le regioni limitrofe : invasa Bologna e Ferrara, il resto dello stato pontificio e Roma istessa versante in gravi pericoli.
XIII. A Saliceti montagnardo e rivoluzionario dei più ardenti, commissario di guerra e a Bonaparte capitano supremo a ventisette anni, già formidabile per riportate vittorie, scrivea il direttorio: minacciasse Roma: ragioni di guerra la uccisione di Ugo Basville<ref>Per quello, che riguarda Ugo Basville leggiamo con meraviglia quanto scrive nella vita di Pio VII il cavalier Artaud di Montor. Egli che nella prima edizione della sua opera avea ingenuamente raccontato il tristo avvenimento, sull'appoggio delle notizie attinte sul luogo, ove avvenne la morte di questo segretario dell'ambasciata di Francia in Napoli venuto in Roma per proteggere gl'interessi dei negozianti francesi e caduto vittima di una sommossa popolare originata dalla sua imprudenza. Pentito quindi di aver narrato il vero, nella seconda edizione corregendosi, dichiara che Basville era rientrato nel suo gabinetto quando « un barbiere lo colpì con un rasojo prima , che la forza armata, da suoi familiari chiamata in soccorso, avesse potuto entrare nel suo gabinetto ». Continua quindi immediatamente « Basville trasportato in un vicino corpo di guardia, spirò poche ore dopo il fatai colpo ». Deve pertanto supporsi, che Ugo Basville mortalmente ferito anzi che curarsi in casa abbia voluto farsi condurre in un corpo di guardia. La verità si manifesta da per se stessa. Noi dobbiamo a questa sventurata catastrofe uno dei più bei lavori poetici, dei quali si glorii la letteratura moderna.</ref>, il rifiuto di {{Pt|rice-|}}<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — II||2}}</noinclude>
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contribuirono a formar la rovina d'Italia e il trionfo delle armi francesi: la battaglia di Montenotte, la presa di Ceva sul Tanaro, l'ingresso in Mondo vi città alle falde delle alpi, il fatale armistizio di Cherasco, la pace segnata dal re sabaudo<ref>Fu conchiusa la pace ad insinuazione del cardinal Costa per la mediazione di Ulloa ambasciatore di Spagna. </ref> la ritirata degli austriaci al di là del Po. Lacrime e sangue sparse la povera Italia e non giunse a scongiurar la tempesta! Nel 1796 le sorti erano fermate: occupata l'Insubria e le regioni limitrofe : invasa Bologna e Ferrara, il resto dello stato pontificio e Roma istessa versante in gravi pericoli.
XIII. A Saliceti montagnardo e rivoluzionario dei più ardenti, commissario di guerra e a Bonaparte capitano supremo a ventisette anni, già formidabile per riportate vittorie, scrivea il direttorio: minacciasse Roma: ragioni di guerra la uccisione di Ugo Basville<ref>Per quello, che riguarda Ugo Basville leggiamo con meraviglia quanto scrive nella vita di Pio VII il cavalier Artaud di Montor. Egli che nella prima edizione della sua opera avea ingenuamente raccontato il tristo avvenimento, sull'appoggio delle notizie attinte sul luogo, ove avvenne la morte di questo segretario dell'ambasciata di Francia in Napoli venuto in Roma per proteggere gl'interessi dei negozianti francesi e caduto vittima di una sommossa popolare originata dalla sua imprudenza. Pentito quindi di aver narrato il vero, nella seconda edizione corregendosi, dichiara che Basville era rientrato nel suo gabinetto quando « un barbiere lo colpì con un rasojo prima , che la forza armata, da suoi familiari chiamata in soccorso, avesse potuto entrare nel suo gabinetto ». Continua quindi immediatamente « Basville trasportato in un vicino corpo di guardia, spirò poche ore dopo il fatai colpo ». Deve pertanto supporsi, che Ugo Basville mortalmente ferito anzi che curarsi in casa abbia voluto farsi condurre in un corpo di guardia. La verità si manifesta da per se stessa. Noi dobbiamo a questa sventurata catastrofe uno dei più bei lavori poetici, dei quali si glorii la letteratura moderna.</ref>, il rifiuto di {{Pt|rice-|}}<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — I||2}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO I|33}}</noinclude>
XXI. E mentre questi atti con maligna intenzione operavansi, accadeva in città scena ridicola e miseranda. Vinti dalle seduzioni e dagli eccitamenti dei francesi Communeau e Jurry, che agitavansi in città per far proseliti alla causa repubblicana, pochi romani prepararono la festa della libertà e, crudo pensiero, vollero mandarla ad effetto il giorno, in cui celebravasi l'anniversario della elezione di Pio. Correva il popolo al campidoglio, s'ingrossava per via, curioso e beffardo giungea sulla piazza. Un albero, avente sulla cima il berretto frigio, posto a traverso sul lastricato, dovea alzarsi emblema di libertà. Appena il videro eretto sollevò un lieto grido la plebe, ma fu quella gioja o effimera, o di breve durata. Condotto il popolo sul foro romano, ricordati pomposamente i grandi nomi degli antichi, si fece rumoroso appello ai presenti per sapere se volea Roma sorgere a nuovi destini: arti subdole e non atte alla manifestazione dell’universale pensiero. Intese le risposte, compendiate in un fremito popolare e rogato atto solenne da cinque notai, fu sul famoso colle capitolino promulgata la libertà e l'indipendenza di Roma. Squillarono le trombe, suonarono le campane a distesa, trasse castel s. Angelo, e quel suono dovè mestamente piombare sul cuore di Pio e dei cardinali di santa chiesa, che raccolti nella cappella Sistina celebravano il vigesimo terzo anniversario della sua elezione. Bella e nobile prova del coraggio e dell'amore, ond'era compreso in quei tristissimi eventi il sacro collegio. A Berthier che, inauguratore del nuovo stato, entrava trionfante in Roma dalla porta del popolo, si offrì una civica corona; egli modestamente l’ accettava, destinandola a Bonaparte, che con imprese mirabili ed inaudite avea, disse, aperta la via a quel nuovo stato<ref>Il secondo dispaccio da Al. Berthier inviato a Bonaparte dicea « Le vostre vittorie, cittadino generale, hanno aperta alle armi francesi la via per giungere a Roma, e così vendicare, in nome del governo l'uccisione del prode generale Dupbot: l'esercito francese appena si è mostrato Roma divenne libera. Nel giorno ventisette il popolo di questa immensa capitale ha concordemente dichiarata la sua indipendenza, e ripigliati i suoi diritti. Una deputazione mi ha manifestati i suoi voti, ed io ho fatto il mio ingresso in Roma, ove, giunto al campidoglio, in nome della repubblica Francese, ho riconosciuta la repubblica romana indipendente. Pervenuto alla porta detta del Popolo alcuni deputati mi hanno presentata una corona a nome del popolo romano. Nel riceverla io dissi loro, che apparteneva questa di tutto diritto al general Bonaparte, le cui prime gesta avevano preparata la romana libertà: che io la riceveva per lui, e che gliel'avrei trasmessa a nome del popolo di questa metropoli. Incarico mio fratello, cittadino generale, a recarvela, mentre dichiaro, che debbo a voi solo il momento ben avventurato che mi ha posto in grado di proclamare la romana libertà ». </ref>. Le parti<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — I||3}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO I|49}}</noinclude>
« Eletto da voi, venerabili fratelli, per imprescrutabile decreto di Dio al supremo governo della chiesa di Gesù Cristo con molta perturbazione dell'animo nostro ne assumemmo l’incarico. Se in ogni tempo può dirsi penoso l'ufficio dell’episcopato quanto nol dovrà esser ora che i tempi divennero turbolenti e difficili!
« E quali in fatto possono dirsi quelli in cui miseramente versiamo? Da un santo orrore è compreso l'animo nostro allorchè ci facciamo a considerare il peso dei doveri, che ci sono imposti e le dure condizioni del secolo in cui viviamo. Ci sono noti gli obblighi dell’apostolato, ma non sappiamo come adempierlo in mezzo alla licenza che regna fra gli uomini e in tanto disprezzo delle umane leggi e divine. Conculcato il sacerdozio, geme la
chiesa in una schiavitù dolorosa. Agitato da questo pensiero è l'animo nostro, nè ci consente di rimanercene inoperosi.
« E voi, fratelli, ci avete chiamati all’apostolato supremo? E voi ci avete giudicati idonei a condurre la navicella di Pietro da violenti tempeste agitata: a sorreggere un peso anche agli omeri angelici formidabile. Ma fra chi voi sceglieste? Fra quelli, in cui appena alcuno trovavasi, che in questi medesimi tempi per la fedeltà meravigliosa mostrata alla chiesa riputato non fosse fortissimo, perchè avendo sopportato di sue fortune lo spoglio, l'esilio, i pericoli della morte ed ogni altro acerbo trattamento, divenuto spettacolo al mondo, agli angeli ed agli uomini per Gesù Cristo, non solo era di sì grande onore degnissimo, ma molto di noi più capace eziandio di sostenere così gran peso con gloria e sicurezza della chiesa.
« Quali furono adunque i vostri giudizi? Avevate voi uomini sapientissimi, cui potevate affidare la chiesa fra tante procelle, e perchè ad un inesperto affidar la voleste? Avevate degli uomini santi e perchè scegliere un peccatore? Forse la piccolezza nostra a tutti manifesta fu talmente alla penetrazione vostra nascosta, che voi nulla ravvisaste in cosa tanta palese? Forse quello spirito illustratore delle menti, il quale fa conoscere quelli che esso elegge fu {{Pt|lon-|}}<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — II||4}}</noinclude>
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« Eletto da voi, venerabili fratelli, per imprescrutabile decreto di Dio al supremo governo della chiesa di Gesù Cristo con molta perturbazione dell'animo nostro ne assumemmo l’incarico. Se in ogni tempo può dirsi penoso l'ufficio dell’episcopato quanto nol dovrà esser ora che i tempi divennero turbolenti e difficili!
« E quali in fatto possono dirsi quelli in cui miseramente versiamo? Da un santo orrore è compreso l'animo nostro allorchè ci facciamo a considerare il peso dei doveri, che ci sono imposti e le dure condizioni del secolo in cui viviamo. Ci sono noti gli obblighi dell’apostolato, ma non sappiamo come adempierlo in mezzo alla licenza che regna fra gli uomini e in tanto disprezzo delle umane leggi e divine. Conculcato il sacerdozio, geme la
chiesa in una schiavitù dolorosa. Agitato da questo pensiero è l'animo nostro, nè ci consente di rimanercene inoperosi.
« E voi, fratelli, ci avete chiamati all’apostolato supremo? E voi ci avete giudicati idonei a condurre la navicella di Pietro da violenti tempeste agitata: a sorreggere un peso anche agli omeri angelici formidabile. Ma fra chi voi sceglieste? Fra quelli, in cui appena alcuno trovavasi, che in questi medesimi tempi per la fedeltà meravigliosa mostrata alla chiesa riputato non fosse fortissimo, perchè avendo sopportato di sue fortune lo spoglio, l'esilio, i pericoli della morte ed ogni altro acerbo trattamento, divenuto spettacolo al mondo, agli angeli ed agli uomini per Gesù Cristo, non solo era di sì grande onore degnissimo, ma molto di noi più capace eziandio di sostenere così gran peso con gloria e sicurezza della chiesa.
« Quali furono adunque i vostri giudizi? Avevate voi uomini sapientissimi, cui potevate affidare la chiesa fra tante procelle, e perchè ad un inesperto affidar la voleste? Avevate degli uomini santi e perchè scegliere un peccatore? Forse la piccolezza nostra a tutti manifesta fu talmente alla penetrazione vostra nascosta, che voi nulla ravvisaste in cosa tanta palese? Forse quello spirito illustratore delle menti, il quale fa conoscere quelli che esso elegge fu {{Pt|lon-|}}<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — I||4}}</noinclude>
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Storia della vita e del pontificato di Pio VII
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| Nome e cognome dell'autore = Gaetano Giucci
| Nome e cognome del curatore =
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| Anno di pubblicazione =
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==Indice==
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Storia della vita e del pontificato di Pio VII/Libro I
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Dr Zimbu ha spostato la pagina [[Storia della vita e del pontificato di Pio VII/Libro I - Sommario I]] a [[Storia della vita e del pontificato di Pio VII/Libro I]] senza lasciare redirect: allineo alla fonte
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''Provvidenze governative adottate da Pio VII. Leggi annonarie e giudiziarie. Favorisce il commercio ordinando il ritiro della moneta erosa. È amareggiato dai tristi casi di Napoli: colpisce delle ecclesiastiche censure coloro che disconobbero i diritti e le prerogative della chiesa. Provvede al sacro monte di pietà, accorda amnistia pei reati politici, emana leggi contro i perturbatori della pace pubblica, fà sospendere il disseccamento delle paludi pontine. Promove Consalvi ed altri alla porpora. Trattasi dopo la battaglia di Marengo della concordia frà la santa sede e la Francia, e il prelato Spina è spedito nunzio apostolico a Parigi. Fonda la cassa dei poveri, l’ospizio delle orfane figlie degl’impiegati camerali, l'accademia di religione cattolica. Ammette il libero commercio in Roma e ne stabilisce le basi. Nuove vittorie e nuovi trattati di Bonaparte. Dopo la pace di Luneville frà i plenipotenziari si stabiliscono a Parigi le basi del concordato. Il console cerca concluderlo in fretta; Pio VII, che cautamente procede, interpella il parere dei cardinali, e dei teologi. Và Consalvi a Parigi: sottoscrive il concordato che dopo le ratifiche viene da lui presentato in forma pubblica al primo console. Il cardinal Caprara è spedito legato a latere in Francia: il papa dirigge un breve ai vescovi della chiesa gallicana. Difficoltà che incontra. A Pio VII è confidata la scelta''<noinclude><references/></noinclude>
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''La compagnia di Gesù a preghiera di Ferdinando IV è restituta al regno delle due sicilie. Vagheggia Napoleone la corona di Carlo Magno e di Clodoveo: il senato glie la decreta: desidera esser consacrato dal papa. Pratiche fatte in Roma dal cardinal Fesch. Vario parere del sacro collegio: cede Pio, che spera veder restituito il cattolicismo alla Francia: partecipa in concistoro la sua risoluzione e parte da Roma con numeroso seguito. Dimostrazioni fatte al papa durante il suo viaggio. E festeggiato a Firenze e a Torino. Varca il Moncenisio, traversa la Francia: riceve grandi accoglienze a Lione, ove muore il cardinal Borgia. Giunge a Fontainebleau. Napoleone l'incontra a St. Hérem: ambo entrano in una carrozza per diriggersi alla imperiale residenza. Decide Pio di non procedere alla coronazione se prima non riceve la dichiarazione dei vescovi costituzionali. Napoleone la esigge: essi la prestano. Il due dicembre è scelto per la cerimonia. Coronazione solenne nella metropolitana. L'avvenimento è partecipato a tutta la Francia. Celebra Pio VII le funzioni natalizie nella cattedrale. De Seine modella il suo ritratto. Visita i pubblici stabilimenti e promuove il bene della religione. A sua domanda sono ristabilite le figlie di san Vincenzo di Paoli, aumentata la dotazione delle parrocchie, {{Pt|re-|}}''
''Giucci. Vita di Pio VII— I.''<noinclude><references/></noinclude>
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''La compagnia di Gesù a preghiera di Ferdinando IV è restituta al regno delle due sicilie. Vagheggia Napoleone la corona di Carlo Magno e di Clodoveo: il senato glie la decreta: desidera esser consacrato dal papa. Pratiche fatte in Roma dal cardinal Fesch. Vario parere del sacro collegio: cede Pio, che spera veder restituito il cattolicismo alla Francia: partecipa in concistoro la sua risoluzione e parte da Roma con numeroso seguito. Dimostrazioni fatte al papa durante il suo viaggio. E festeggiato a Firenze e a Torino. Varca il Moncenisio, traversa la Francia: riceve grandi accoglienze a Lione, ove muore il cardinal Borgia. Giunge a Fontainebleau. Napoleone l'incontra a St. Hérem: ambo entrano in una carrozza per diriggersi alla imperiale residenza. Decide Pio di non procedere alla coronazione se prima non riceve la dichiarazione dei vescovi costituzionali. Napoleone la esigge: essi la prestano. Il due dicembre è scelto per la cerimonia. Coronazione solenne nella metropolitana. L'avvenimento è partecipato a tutta la Francia. Celebra Pio VII le funzioni natalizie nella cattedrale. De Seine modella il suo ritratto. Visita i pubblici stabilimenti e promuove il bene della religione. A sua domanda sono ristabilite le figlie di san Vincenzo di Paoli, aumentata la dotazione delle parrocchie, {{Pt|re-|}}''<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — I||9}}</noinclude>
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''Napoleone vince gli austriaci in Ulma: le truppe francesi retrocedendo da Napoli, lasciano libere le piazze del regno e marciando sull'Adige invadono il porto e la fortezza di Ancona. Scrive Pio VII all'imperatore, che gli risponde dopo la battaglia di Austerlitz e la pace di Presburgo. Giungono nuove lettere da Monaco di Baviera. Diffida Napoleone di Consalvi e fa sentire nuove minaccie, alle quali replica il pontefice. Si domanda l'espulsione da Roma di quanti sono in guerra con la Francia. Il papa consultati i cardinali, invia le sue risposte col mezzo del legato a latere in Francia. Giuseppe Bonaparte và al conquisto di Napoli: le truppe da lui condotte traversano lo stato pontificio. L'enormi spese sostenute dal governo autorizzano nuove imposte. Al cardinal Fesch ambasciatore è sostituito Alquier. Vuole Napoleone che la terza parte del sacro collegio appartenga alla Francia. Ragioni addotte dalla santa sede intorno al riconoscere Giuseppe re di Napoli. Condotta tenuta da Alquier in Roma. Benevento è donato a Talleyrand e Pontecorvo a Bernadotte. Il cardinal Casoni viene sostituito a Consalvi. Muore il cardinal duca di Yorch. Eugenio vice-rè d'Italia invia al papa lettera ricevuta da Napoleone intorno alle vertenze romane. Champagny nuovo ministro degli esteri in Francia rifiuta Latta negoziatore a Parigi e domanda De Bayane, a cui si associa monsignor Della''<noinclude><references/></noinclude>
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''Condizioni deplorabili di Roma: gli ecclesiastici sono deportati: si sciolgono le congregazioni romane. Sono 4 cardinali chiamati a Parigi. La consulta romana crea i dipartimenti del Tevere e Trasimeno. Si sopprimono i monisteri d'ambo i sessi, e si esigge giuramento dai pensionati. L'anello piscatorio è in mano al Miollis. Utili disposizioni adottate dal governo francese per il progresso delle scienze, delle lettere, delle arti e del commercio. L'arcadia promove lo studio della lingua italiana, accordasi un livello all'accademia di belle arti. Pio VII dal carcere fa sentir la sua voce, e risponde energica lettera al cardinal Caprara, che lo invita a dare l'investitura ai vescovi. L'abate Emery pubblica in Francia i suoi scritti universalmente lodati. A Napoleone che vuol conoscerlo, è presentato dal cardinal Fesch, ha seco lui lungo colloquio. I cardinali, che si rifiutano dall'assistere al matrimonio di Napoleone vengono tradotti in varie città di Francia. È decretata la vendita dei beni ecclesiastici. Con le dovute riserve autorizza il papa i creditori dello stato all’acquisto. Provvidenze stabilite per le sedi di Parigi e di Firenze. Il pontefice in Savona veglia al bene della chiesa.''<noinclude><references/></noinclude>
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''La Francia intima guerra alla Russia. Napoleone varca il Niemen: invade il territorio nemico: occupa Smolesko: entra in Mosca evacuata dai russi. Incendio della città: disastri dell’esercito. Invano offre pace allo czar. Stretto dalle circostanze torna a Parigi. Decimato è l'esercito dal furore dei cosacchi, dall'ira degli elementi. Il senato,ligio ai voleri di Napoleone, ordina una nuova leva. Tenta l'imperatore riconciliarsi con Pio VII e recasi a Fontainebieau. Questi resiste, quello abbandonasi all'impeto della collera. Si rinnovano gli assalti e il papa sopraffatto dalle insistenze di alcuni vescovi e cardinali, ceda e segna i preliminari di un concordato, che dovea rattificarsi dopo il ritorno dei porporati. Per non urtare le suscettibilità imperiali decide Pio VII di scrivere a Napoleone e annullare quell'atto, che potea tornar dannoso alla santa sede. Partecipa ai cardinali la lettera, e la spedisce a Parigi. Napoleone prorompe in minaccie letali, e decide di dare pubblicità e forza di legge a quella larva di concordato, dichiarato dal papa irrito e nullo. Si rinnovano i rigori verso l'augusto prigioniero: il cardinal di Pietro, creduto autore di quella lettera, è deportato. Stretto dalle angustie, derogando alle antiche leggi, provvede il papa al futuro conclave e le sue determinazioni partecipa al''<noinclude><references/></noinclude>
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{{Ct|f=120%|v=2|L=0.2em|''SOMMARIO.''}}
''I cardinali lasciando Fontainebleau vengono confinati in varie città della Francia. Il pontefice riceve omaggi dovunque passa. Il colonnello Lagorse, che vede impossibile frenare il pubblico entusiasmo, domanda al papa il favore di presentargli i suoi genitori. Giunge in Savona, ove Napoleone lo volea confinato per attendere gli avvenimenti di guerra. Resa impossibile la custodia di un tanto ostaggio, ordina la restituzione dei dipartimenti di Roma e del Trasimeno. Scortato dai soldati francesi, giunge al Tago, ove è consegnato al reggimento Radetzki, che in trionfo lo accompagna a Parma e a Modena. Murat cerca invano di far nascere ostacoli al viaggio di Pio. Entra in Bologna, ove riceve un dono inviatogli dal reggente dell'Inghilterra: celebra in Imola le feste di pasqua: prosiegue il viaggio per Cesena, ove è raggiunto da molti cardinali e prelati. Lo visita Gioacchino, che tenta con nuove arti impedire la sua partenza. Pio resiste e invia Rivarola a prender possesso di Roma. Visita Ancona, va a Loreto, ove riceve il cardinal Fesch, e accorda ospitalità a madama Letizia e alla famiglia di Bonaparte. Va Consalvi a Vienna per sostenere innanzi al congresso le ragioni della chiesa. Si ristabilisce il governo pontificio e si preparano grandi feste nella capitale, ove giunge Pio VII benedetto e acclamato da tutti. Narra''<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" /></noinclude>{{Ct|f=200%|'''LIBRO VIII.'''}}
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''Entra Gioacchino negli stati della chiesa: Pio VII lascia Roma, si dirigge a Viterbo, indi a Firenze d'onde, accompagnato dal granduca, va a Livorno. A Lerici s'imbarca per Genova, ove è accolto amorevolmente dal re sabaudo. Riceve lettera da Murat, che gli rimprovera la fuga e gli dichiara, che se non riprende la via di Roma farà occuparla dalle sue truppe. Lascia Napoleone l’isola dell’Elba e rientra in Francia. Universale terrore. Luigi XVIII si ripara in Olanda. L'imperatore, risalito sul trono, scrive agli alleati ed al papa. Si collega l'Europa a danno di un solo, la cui fortuna precipita nella battaglia di Waterloo. Al disastro napoleonico siegue il murattiano. Eventi di Francia e d'Italia: Roma governata dalla giunta di stato. Il cardinal Maury è tradotto in castel sant’angelo. Suoi torti verso la santa sede. Consalvi, tornato da Vienna, lo restituisce alla libertà e agli onori. Pio VII corona con pompa solenne la Madonna in Savona. Riceve in Genova immense dimostrazioni di affetto: muove per Torino, per Modena, recasi a Firenze; tratta col granduca degli affari della chiesa e riprende la via dei suoi stati. Torna in Roma Consalvi che assume le redini del governo: Pio si occupa delle chiese della Francia, della Germania, dell'Inghilterra: seconda i desideri del principe di Beauharnais: dispone''
''Giucci. Vita di Pio VII — II''<br><noinclude><references/></noinclude>
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''Entra Gioacchino negli stati della chiesa: Pio VII lascia Roma, si dirigge a Viterbo, indi a Firenze d'onde, accompagnato dal granduca, va a Livorno. A Lerici s'imbarca per Genova, ove è accolto amorevolmente dal re sabaudo. Riceve lettera da Murat, che gli rimprovera la fuga e gli dichiara, che se non riprende la via di Roma farà occuparla dalle sue truppe. Lascia Napoleone l’isola dell’Elba e rientra in Francia. Universale terrore. Luigi XVIII si ripara in Olanda. L'imperatore, risalito sul trono, scrive agli alleati ed al papa. Si collega l'Europa a danno di un solo, la cui fortuna precipita nella battaglia di Waterloo. Al disastro napoleonico siegue il murattiano. Eventi di Francia e d'Italia: Roma governata dalla giunta di stato. Il cardinal Maury è tradotto in castel sant’angelo. Suoi torti verso la santa sede. Consalvi, tornato da Vienna, lo restituisce alla libertà e agli onori. Pio VII corona con pompa solenne la Madonna in Savona. Riceve in Genova immense dimostrazioni di affetto: muove per Torino, per Modena, recasi a Firenze; tratta col granduca degli affari della chiesa e riprende la via dei suoi stati. Torna in Roma Consalvi che assume le redini del governo: Pio si occupa delle chiese della Francia, della Germania, dell'Inghilterra: seconda i desideri del principe di Beauharnais: dispone''<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII — II''||9}}</noinclude>
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''Entra Gioacchino negli stati della chiesa: Pio VII lascia Roma, si dirigge a Viterbo, indi a Firenze d'onde, accompagnato dal granduca, va a Livorno. A Lerici s'imbarca per Genova, ove è accolto amorevolmente dal re sabaudo. Riceve lettera da Murat, che gli rimprovera la fuga e gli dichiara, che se non riprende la via di Roma farà occuparla dalle sue truppe. Lascia Napoleone l’isola dell’Elba e rientra in Francia. Universale terrore. Luigi XVIII si ripara in Olanda. L'imperatore, risalito sul trono, scrive agli alleati ed al papa. Si collega l'Europa a danno di un solo, la cui fortuna precipita nella battaglia di Waterloo. Al disastro napoleonico siegue il murattiano. Eventi di Francia e d'Italia: Roma governata dalla giunta di stato. Il cardinal Maury è tradotto in castel sant’angelo. Suoi torti verso la santa sede. Consalvi, tornato da Vienna, lo restituisce alla libertà e agli onori. Pio VII corona con pompa solenne la Madonna in Savona. Riceve in Genova immense dimostrazioni di affetto: muove per Torino, per Modena, recasi a Firenze; tratta col granduca degli affari della chiesa e riprende la via dei suoi stati. Torna in Roma Consalvi che assume le redini del governo: Pio si occupa delle chiese della Francia, della Germania, dell'Inghilterra: seconda i desideri del principe di Beauharnais: dispone''<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII'' — II||9}}</noinclude>
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''Il governo si consolida con la promulgazione di vari codici e di savie leggi. Nuovi pericoli per colpa del brigantaggio e nuovi sforzi per estinguere la trista razza. Si rinviene il corpo del serafico patriarca di Assisi, ove il papa spedisce una commissione di vescovi. L'Inghilterra dà al pontefice e al suo primo ministro belle e nobili prove di simpatia. In Roma si riapre il collegio inglese. Crea Pio VII tre cardinali francesi e molti italiani. Senza depauperare lo stato, protegge splendidamente le arti, aggiunge un nuovo braccio al museo vaticano, promove gli scavi, restaura i monumenti, ordina le grandi sostruzioni pinciane e nelle aule capitoline fa collocare l’erme degli uomini illustri, tolte dal Panteon. Roma si sgomenta della rivoluzione di Napoli che invade il Beneventano. Fuga del governatore di Roma Tiberio Pacca. Muore Napoleone nell'isola di sant'Elena. Il re di Prussia visita la capitale del mondo cattolico. La pontificia accademia di san Luca rende gli onori funebri ad Antonio Canova, morto in Venezia. Concede il papa l'onore della porpora ad un prelato francese e al monaco camaldolese Placido Zurla: invia al Chily vicario apostolico l'arcivescovo di Filippi e gli dà compagno Mastai, oggi Pio IX. Un nuovo e temuto disastro copre Roma e il mondo di lutto. Cade Pio VII e si spezza l'osso del femore: quella {{Pt|frat-|}}''<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" /></noinclude>{{Ct|t=5|v=5|f=150%|'''LIBRO II.'''}}
{{Capolettera|S}}tavansi in Roma trepidanti i pochi che avevano caldeggiate le parti della repubblica, teneansi perduti quanti per fatti notori eransi mostrati avversi al sacro principato, quanti per detti, e questi erano i più, aveano fatte ingiurie al governo. Gli uni e gli altri furono salvi del pari per la mitezza del principe, che mostrossi padre nel pieno significato della parola. Confessa l’istorico d'Italia, avvengachè avverso sempre alla cose romane, buoni gli ordinamenti, egregie le provvidenze escogitate dal benefico Pio. Affidò a quattro congregazioni l’incarico di prescrivere e adottare misure atte a ristabilire un retto governo e a richiamare il ben essere e la tranquillità nello stato<ref>Diverse erano le attribuzioni assegnate a queste congregazioni il dì nove luglio create dal santo padre. Dovea la ''prima'' riguardare gli affari del governo provvisorio: la ''seconda'' occuparsi del ristabilimento dell’antico sistema: dovea la ''terza'' ingerirsi dell'economica riforma del palazzo apostolico: prendea in vista la quarta gli acquisti fatti nell'epoca rivoluzionaria dei beni ecclesiastici e dello stato, posti all'incanto in tempi calamitosi conosciuti col nome di beni nazionali, indi demaniali.
:''Giucci. Vita di Pio VII.'' — I</ref>. Per le materie religiose creò apposite congregazioni, cui non mancarono serie occupazioni, tanti erano i mali e i disordini, a cui dovea provvedersi! Prima che da questa fosse decreto alcuno<noinclude><references/></noinclude>
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I. {{CapoletteraVar|S}}tavansi in Roma trepidanti i pochi che avevano caldeggiate le parti della repubblica, teneansi perduti quanti per fatti notori eransi mostrati avversi al sacro principato, quanti per detti, e questi erano i più, aveano fatte ingiurie al governo. Gli uni e gli altri furono salvi del pari per la mitezza del principe, che mostrossi padre nel pieno significato della parola. Confessa l’istorico d'Italia, avvengachè avverso sempre alla cose romane, buoni gli ordinamenti, egregie le provvidenze escogitate dal benefico Pio. Affidò a quattro congregazioni l’incarico di prescrivere e adottare misure atte a ristabilire un retto governo e a richiamare il ben essere e la tranquillità nello stato<ref>Diverse erano le attribuzioni assegnate a queste congregazioni il dì nove luglio create dal santo padre. Dovea la ''prima'' riguardare gli affari del governo provvisorio: la ''seconda'' occuparsi del ristabilimento dell’antico sistema: dovea la ''terza'' ingerirsi dell'economica riforma del palazzo apostolico: prendea in vista la quarta gli acquisti fatti nell'epoca rivoluzionaria dei beni ecclesiastici e dello stato, posti all'incanto in tempi calamitosi conosciuti col nome di beni nazionali, indi demaniali.
:''Giucci. Vita di Pio VII.'' — I</ref>. Per le materie religiose creò apposite congregazioni, cui non mancarono serie occupazioni, tanti erano i mali e i disordini, a cui dovea provvedersi! Prima che da questa fosse decreto alcuno<noinclude><references/></noinclude>
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I. {{CapoletteraVar|S}}tavansi in Roma trepidanti i pochi che avevano caldeggiate le parti della repubblica, teneansi perduti quanti per fatti notori eransi mostrati avversi al sacro principato, quanti per detti, e questi erano i più, aveano fatte ingiurie al governo. Gli uni e gli altri furono salvi del pari per la mitezza del principe, che mostrossi padre nel pieno significato della parola. Confessa l’istorico d'Italia, avvengachè avverso sempre alla cose romane, buoni gli ordinamenti, egregie le provvidenze escogitate dal benefico Pio. Affidò a quattro congregazioni l’incarico di prescrivere e adottare misure atte a ristabilire un retto governo e a richiamare il ben essere e la tranquillità nello stato<ref>Diverse erano le attribuzioni assegnate a queste congregazioni il dì nove luglio create dal santo padre. Dovea la ''prima'' riguardare gli affari del governo provvisorio: la ''seconda'' occuparsi del ristabilimento dell’antico sistema: dovea la ''terza'' ingerirsi dell'economica riforma del palazzo apostolico: prendea in vista la quarta gli acquisti fatti nell'epoca rivoluzionaria dei beni ecclesiastici e dello stato, posti all'incanto in tempi calamitosi conosciuti col nome di beni nazionali, indi demaniali.</ref>. Per le materie religiose creò apposite congregazioni, cui non mancarono serie occupazioni, tanti erano i mali e i disordini, a cui dovea provvedersi! Prima che da questa fosse decreto alcuno<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — II||5}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO II|81}}</noinclude>quel porporato accordava l'uso della croce papale, insegna e carattere di legatizia rappresentanza e le norme segnavagli dalle quali non dovea discostarsi. Prostrato Caprara al bacio del piede e della mano, ricevutone l'amplesso e la benedizione pontificia, partì per Parigi, ove giunse il giorno quattro ottobre accolto con profondo rispetto dalle autorità francesi: nè fu senza pro; chè Bonaparte, il quale avea congregati i vescovi di Francia in un concilio così detto nazionale, non avendo più bisogno del loro suffragio, perchè composti i dissidi e conchiusa la pace desiderata, li sciolse. Ben videro dessi quanta imprudenza era nelle opere e nei consigli loro e ben più il videro quei vescovi d'Italia i quali anelavano di condursi al conciliabolo parigino<ref>Segnalavasi fra questi il vescovo di Nola Benedetto Solaro. Al console piacevano tali contese, anzi le promovea per suo utile, se dobbiamo aggiunger fede a chi conobbe gl’intimi pensieri di quel gran capitano del nostro secolo, mentre per natura, per uso e per massima valutava, applaudiva ed in cuor suo preferiva la romana dottrina.</ref>. Il cuore paterno del vicario di Cristo, che a prepararsi al grande atto, ad implorar lumi dal cielo ad esempio dei pontefici s. Leone, s. Gregorio è Innocenzo 1II, avea per il vantaggio dei popoli aperti i tesori delle sacre indulgenze<ref>Non estendevasi il giubileo a coloro che dal romano pontefice, dalla santa sede e dai giudici ecclesiastici erano stati nominatamente anatemizzati.</ref>, prima di metter mano nelle tanto penose, quanto delicate operazioni imposte dai patti omai sanciti fra la santa sede e la Francia, pubblicava il giorno ventiquattro novembre una costituzione canonica accetta molto al console, e molto lodata da quanti volevano ardentemente calmati gli antichi dissidi, rimosse le cause del mal umore, appianata la via a tempi più tranquilli e sicuri. Erasi il papa con grave dolore dell'animo suo, sempre abborrente da ogni violenza; diretto agli arcivescovi e vescovi francesi per invitarli alla spontanea rinuncia delle loro sedi vescovili. Il breve {{Pt|apo-|}}<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — II||6}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO II|81}}</noinclude>quel porporato accordava l'uso della croce papale, insegna e carattere di legatizia rappresentanza e le norme segnavagli dalle quali non dovea discostarsi. Prostrato Caprara al bacio del piede e della mano, ricevutone l'amplesso e la benedizione pontificia, partì per Parigi, ove giunse il giorno quattro ottobre accolto con profondo rispetto dalle autorità francesi: nè fu senza pro; chè Bonaparte, il quale avea congregati i vescovi di Francia in un concilio così detto nazionale, non avendo più bisogno del loro suffragio, perchè composti i dissidi e conchiusa la pace desiderata, li sciolse. Ben videro dessi quanta imprudenza era nelle opere e nei consigli loro e ben più il videro quei vescovi d'Italia i quali anelavano di condursi al conciliabolo parigino<ref>Segnalavasi fra questi il vescovo di Nola Benedetto Solaro. Al console piacevano tali contese, anzi le promovea per suo utile, se dobbiamo aggiunger fede a chi conobbe gl’intimi pensieri di quel gran capitano del nostro secolo, mentre per natura, per uso e per massima valutava, applaudiva ed in cuor suo preferiva la romana dottrina.</ref>. Il cuore paterno del vicario di Cristo, che a prepararsi al grande atto, ad implorar lumi dal cielo ad esempio dei pontefici s. Leone, s. Gregorio è Innocenzo 1II, avea per il vantaggio dei popoli aperti i tesori delle sacre indulgenze<ref>Non estendevasi il giubileo a coloro che dal romano pontefice, dalla santa sede e dai giudici ecclesiastici erano stati nominatamente anatemizzati.</ref>, prima di metter mano nelle tanto penose, quanto delicate operazioni imposte dai patti omai sanciti fra la santa sede e la Francia, pubblicava il giorno ventiquattro novembre una costituzione canonica accetta molto al console, e molto lodata da quanti volevano ardentemente calmati gli antichi dissidi, rimosse le cause del mal umore, appianata la via a tempi più tranquilli e sicuri. Erasi il papa con grave dolore dell'animo suo, sempre abborrente da ogni violenza; diretto agli arcivescovi e vescovi francesi per invitarli alla spontanea rinuncia delle loro sedi vescovili. Il breve {{Pt|apo-|}}<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — I||6}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO II|97}}</noinclude>{{Pt|dinale|cardinale}} Antonelli penitenziere maggiore in abiti pontificali attendea il carro mortuario alla Storta: celebrò messa innanzi al feretro guardato dalle milizie, che rendevano servizio di onore: fecevi l'assoluzione di rito: mosse verso la capitale. Uscivano i cittadini sulla via Flaminia per incontrare il corteggio che nel palazzo del duca di Bracciano, poco distante dalla porta del Popolo, fece sosta la notte. Il fragore dei cannoni destò sul far dell'alba il diecisette febraro i romani che trassero in folla lungo la strada, anziosi di salutare le ceneri di un papa, che avea tanto operato a bene della religione e di Roma. Brillò vivissimo il sole: per le vie della città era movimento di popolo straordinario: la piazza vedeasi occupata da truppe in armi: ad aggiunger decoro alla funzione religiosa gli atri dei grandi palazzi, le fenestre, i tetti rigurgitavano di spettatori. Alle nove del mattino muovea da Roma la guardia nobile e la guardia svizzera per collocarsi intorno al feretro: il senatore D. Abondio Rezzonico, i conservatori della città uscivano dalle porte per onorarne l’arrivo. Al primo colpo tratto da castel sant'Angelo e proseguito senza interruzione di tre in tre minuti, tutte le chiese di Roma suonarono a morto. Quando il feretro riccamente adornato<ref>Il letto funereo, salto quindici palmi e largo dodici, era coperto di damasco violaceo con frange d’oro ; di stoffa d’oro era lo strato mortuario ornato di velluto nero, che avea ai quattro angoli le armi gentilizie di Pio VI. Eravi scritto PIVS PP. VI P. M. Nel mezzo del feretro stava un cuscino a lamine d’oro su cui posava il triregno, che maestosamente coronava la sommità del funebre carro.</ref> entrò in città videsi cosa che intenerì tutti i cuori: circa duecento persone affezionate al pontefice, che lo precedevano ed altre duecento che seguivano il letto funebre, aventi in mano una torcia accesa. Il corteggio era<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — I||7}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO II|113}}</noinclude>tesoriere generale<ref>Nacque in Milano il giorno ventitre febraro 1756. Gli venne accordato il titolo di s. Pudenziana.</ref>: l'abate D. Michelangelo Luchi della congregazione casinese di s. Benedetto<ref>Era nato in Brescia il giorno venti agosto 1744. Gli fu accordato il titolo di santa Maria della vittoria. Amico del sommo pontefice sino da quando vivea insieme in religione, tenne pochi mesi la sua dignità e lasciò dolente Pio VII della sua perdita.</ref>. Nuova promozione verificavasi in Roma il ventinove marzo, nella quale pubblicava due cardinali di s. chiesa dell'ordine dei preti, riservati in petto nel concistoro segreto del dì ventitre febraro 1804. Carlo Crivelli arcivescovo di Patrasso<ref>Nacque in Milano il trentuno maggio 4736 ebbe il titolo presbiterale di s. Susanna.</ref>: e Giuseppe Spina arcivescovo di Corinto, che avea ben meritato della santa sede con portare al desiderato compimento il concordato fra il santo padre e la nazione francese e che tanto avea fatto per render meno penosi gli ultimi giorni dell’infelice Pio VI<ref>Li undici maggio 1756 nacque in Sarzana: fu arcivescovo di Corinto: godea di questa qualifica quando per commissione del papa trattò in Parigi e portò a termine il concordato: conciliò le cose in modo, che potè servir Roma senza disgustare il primo console della repubblica francese, che mostrò per esso moltissima deferenza. Creato cardinale e riservato in petto nel concistoro del ventitre febraro fu pubblicato in quello del nove agosto. Tenne il titolo di s. Agnese fuori le mura. Il pontefice si valse di lui in molti incontri, e disimpegnò gli uffici da lui sostenuti con alacrità e con prudenza.</ref>. Nell'agosto dell'anno istesso creò cardinali dell'ordine dei preti Michele di Pietro patriarca di Gerusalemme<ref>Michele di Pietro nacque in Albano il dieciotto gennaro 1747: ebbe il titolo di s. Maria in via.</ref>: Carlo Francesco Caselli già priore dell'ordine dei servi di Maria, quindi arcivescovo di Gida<ref>Nacque in Alessandria della paglia il di venti ottobre 1746: fu priore generale dell’ordine dei servi di Maria, quindi in benemerenza delle fatiche sostenute per la conclusione del concordato fra la santa sede e la Francia eletto arcivescovo di Gida. Creato cardinale ottenne il titolo di s. Marcello e nominato vescovo di Parma.</ref>. All'ordine dei diaconi ascrisse Alfonso Uberto Latier<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — I||8}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" /></noinclude>{{Ct|t=5|v=5|f=150%|'''LIBRO III.'''}}
{{Capolettera|S}}ino dagli esordi del suo pontificato mostravasi Pio VII altamente inclinato a ristabilire la compagnia di Gesù. Protetti da Caterina II, eransi i padri riuniti nella Polonia russa: avendo meritato della civiltà di quel vasto impero, Paolo I facea per essi molto di più: chiamavali nella capitale, confidava loro l’amministrazione della chiesa cattolica di Pietroburgo, ove salivano in tanta considerazione di virtuosissimi uomini da meritare che nel 1800, a preghiera dell'imperatore, fosse approvata da Pio VII la loro unione. Un breve segnato dal papa il dì sette marzo 1804 permise che i sacerdoti componenti la congregazione e quelli che si sarebbero in seguito ascritti, seguissero le regole di sant'Ignazio approvate da Paolo III, e l'antico nome, che ad onta delle patite sventure era in cuore a tanti, liberamente assumessero. Ristabilita così la compagnia di Gesù in Russia, tre soci vennero in Italia, e a Parma, ove la pietà del saggio duca Ferdinando III avea in tre convitti i gesuiti suoi sudditi riuniti, posero stanza. Dichiarava però il papa doversi procedere in questo delicato affare con somma cautela, perciò ottennero la istituzione di un convitto solo, ove dovevano istruirsi nelle<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" /></noinclude>{{Ct|t=5|v=5|f=150%|'''LIBRO III.'''}}
I. {{CapoletteraVar|S}}ino dagli esordi del suo pontificato mostravasi Pio VII altamente inclinato a ristabilire la compagnia di Gesù. Protetti da Caterina II, eransi i padri riuniti nella Polonia russa: avendo meritato della civiltà di quel vasto impero, Paolo I facea per essi molto di più: chiamavali nella capitale, confidava loro l’amministrazione della chiesa cattolica di Pietroburgo, ove salivano in tanta considerazione di virtuosissimi uomini da meritare che nel 1800, a preghiera dell'imperatore, fosse approvata da Pio VII la loro unione. Un breve segnato dal papa il dì sette marzo 1804 permise che i sacerdoti componenti la congregazione e quelli che si sarebbero in seguito ascritti, seguissero le regole di sant'Ignazio approvate da Paolo III, e l'antico nome, che ad onta delle patite sventure era in cuore a tanti, liberamente assumessero. Ristabilita così la compagnia di Gesù in Russia, tre soci vennero in Italia, e a Parma, ove la pietà del saggio duca Ferdinando III avea in tre convitti i gesuiti suoi sudditi riuniti, posero stanza. Dichiarava però il papa doversi procedere in questo delicato affare con somma cautela, perciò ottennero la istituzione di un convitto solo, ove dovevano istruirsi nelle<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO III|145}}</noinclude>porpora, lo attendeva sul limitar della scala, ove il De Beloy accompagnò il santo padre che assunse i sacri indumenti, mentre la processione imponente diriggevasi alla chiesa metropolitana. I parrochi di Parigi, il clero francese, i vescovi, gli arcivescovi, i cardinali formavano il corteggio. Ultimo muovea il santo padre, preceduto dal crocifero, da due cappellani segreti che portavano le mitre, delle quali dovea egli far uso e dal turiferario. Sette accoliti sostenevano i candelieri: il suddiacono latino avea al fianco il suddiacono e diacono greco. Il cardinale assistente in pluviale, il cardinal diacono in dalmatica e finalmente due cardinali diaconi assistenti sollevavano il lembo inferiore della sacra veste assunta dal papa che procedea in mezzo ad essi. La guardia d'onore facea corteggio al pontefice e ai porporati. E poichè con questo apparato maestoso giunse. alla porta del tempio, dal cardinale arcivescovo, che lo attendea genuflesso, ricevè l'aspersorio con il quale sparse l'acqua lustrale sul clero e sul popolo: quindi sotto un baldacchino, sostenuto dai canonici metropolitani, entrò nella chiesa. Allorchè con musica sacra di Lesneur s'intesero risuonar le volte di quell’antichissimo tempio del versetto: ''Tu es Petrus etc.'', sorsero in piedi quanti già erano raccolti in apposite tribune funzionari e impiegati pubblici e stranieri invitati alla ceremonia<ref>Assistevano a questa imponente ceremonia incaricati dai loro respettivi sovrani i seguenti diplomatici. Il generale Kinobelsborff inviato straordinario e ministro plenipotenziario del re di Prussia presso la porta Ottomana, il principe reggente d'Isemburgo, quello parimenti reggente di Solm-Lich, il conte di Lima ambasciatore di Portogallo, il principe Augusto di Aremberg, il principe de Reuss Robenstein, il principe di Montemileto napolitano, il marchese di Castrabares maggiordomo di s. m. cattolica, il conte di Rautzan ciambellano del re di Danimarca, il barone di Ardeobers commendatore dell’ordine Teutonico ed in fine il principe di Livingston.</ref>. Si attese un ora e mezza prima, che Napoleone Giuseppina giungessero nella chiesa: mentre nel tempio, ove tutta Parigi<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — I||10}}</noinclude>
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Storia della vita e del pontificato di Pio VII/Libro II
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO III|161}}</noinclude>ereditario di Baviera. Stanco dalle fatiche durate diriggevasi al palazzo quirinale in mezzo alle vie abbellite dai lumi e coperte da un popolo numeroso ch’egli passando benediceva. Così ebbe termine un viaggio di cui variamente hanno parlato i contemporanei che lungi dal considerare la gravezza dei casi, i quali determinarono il pontefice a secondare l’imperatore, dopo avere interpellato il parere del sacro collegio, senza pensare alle conseguenze che da una efficace opposizione potevano derivare, audaci il vituperarono, accusandolo di soverchia condiscenza.
XIII. Echeggiava tutta Roma di applausi: i pubblici edifici, i superbi palagi dei principi, le umili case degli artigiani, i fondachi, le botteghe, le vie più neglette della città eterna brillavano d'immense luminarie: nelle sale del campidoglio ricche di oggetti artistici dai pontefici raccolti a gloria di Roma, a vantaggio delle arti, il senatore Abondio Rezzonico invitava il patriziato a festeggiare il ritorno del pontefice massimo: che è nell'umana natura non mai valutarsi meglio un beneficio, che dopo averlo per alcun tempo perduto. Nel tempio di Aracoeli rendevansi a Dio grazie solenni, nelle sale accademiche dell'Arcadia e della Tiberina dicevansi le lodi del santo padre, nelle case narravansi dai domestici, col papa tornati di Francia, le parigine meraviglie, le napoleoniche magnificenze: era però una gioia, una soddisfazione che dovea durar poco. Pio medesimo ricordava con compiacenza quello che avea veduto, mostrava le medaglie coniate in suo onore, ricordava le prove di filiale tenerezza ottenute in Francia e in cuor suo proponeva dotar Roma e lo stato non meno che l'Italia, la Germania e l'Irlanda di quella schiera generosa di sante donne che diconsi sorelle della carità e si consacrano con abnegazione spinta sino all'eroismo alla cura dei poveri infermi. Intimato il concistoro volle il papa con solenni parole narrare ai cardinali quali fossero e quante le prove di tenerezza e di amore ottenute in Francia e mostrare come il suo soggiorno nella capitale di quell’ impero , la sua presenza nelle città visitate avea novellamente i cattolici riuniti al capo visibile della chiesa. Eravi<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — I||11}}</noinclude>
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Storia della vita e del pontificato di Pio VII/Libro III
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" /></noinclude>{{Ct|t=5|v=5|f=150%|'''LIBRO IV.'''}}
{{Capolettera|N}}apoleone avea di nuovo snudata la spada: in conseguenza delle mosse meravigliose fatte dai soldati francesi, vidersi gli austriaci respinti in Ulma: obbligati ad arrendersi, defilarono innanzi all'imperatore, che prima di diriggersi a Vienna ordinava alle sue truppe di rterocedere da Napoli. Queste in forza del trattato di neutralità stabilito con Ferdinando IV marciavano sull’Adige, lasciando libere le piazze di quel regno, fidenti nella parola data dal re di respingere per la via di terra e di mare le truppe ostili alla Francia che osassaro invadere i suoi domini. In tanta concitazione d'armi comandava al generale Gouvion san Cyr di occupare improvvisamente il porto e la fortezza di Ancona. Preludiava questo atto una serie ben lunga di avvenimenti e di sventure a danno di un pontefice inerme e di un popolo per la osservata neutralità sicuro nella imperiale parola. Questo colpo inaspettato colmò di amarezza e di stupore l'animo di Pio, che in data del tredici novembre scriveva a Napoleone, che per i sentimenti amichevoli a lui manifestati, perla invariabile sua condotta, per la neutralità esistente fra la santa<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" /></noinclude>{{Ct|t=5|v=5|f=150%|'''LIBRO IV.'''}}
I. {{CapoletteraVar|N}}apoleone avea di nuovo snudata la spada: in conseguenza delle mosse meravigliose fatte dai soldati francesi, vidersi gli austriaci respinti in Ulma: obbligati ad arrendersi, defilarono innanzi all'imperatore, che prima di diriggersi a Vienna ordinava alle sue truppe di rterocedere da Napoli. Queste in forza del trattato di neutralità stabilito con Ferdinando IV marciavano sull’Adige, lasciando libere le piazze di quel regno, fidenti nella parola data dal re di respingere per la via di terra e di mare le truppe ostili alla Francia che osassaro invadere i suoi domini. In tanta concitazione d'armi comandava al generale Gouvion san Cyr di occupare improvvisamente il porto e la fortezza di Ancona. Preludiava questo atto una serie ben lunga di avvenimenti e di sventure a danno di un pontefice inerme e di un popolo per la osservata neutralità sicuro nella imperiale parola. Questo colpo inaspettato colmò di amarezza e di stupore l'animo di Pio, che in data del tredici novembre scriveva a Napoleone, che per i sentimenti amichevoli a lui manifestati, perla invariabile sua condotta, per la neutralità esistente fra la santa<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO IV|177}}</noinclude>maggior risalto al sacro carattere e all eroico coraggio dell'inalterabile Pio. Altre erano colme di rimproveri e di accuse tali da sorprendere e addolorare il cuore del papa; altre imponevano di riconoscere re di Napoli Giuseppe fratello dell'imperatore dei francesi: con altre avvisavasi che il cardinal Fesch sarebbe tra non molto richiamato a Parigi, per esercitarvi l'importante ufficio di grande elemosiniere dell'impero e che era in suo luogo accreditato ambasciatore di Francia a Roma il signor d'Alquier. Per avere una preponderanza nelle risoluzioni che prende il pontefice col consiglio del sacro collegio, desiderava per ultimo Napoleone, che una terza parte. dei cardinali dovesse appartenere alla Francia. La magnanimità istessa, che ammirò il mondo nelle risposte date all'imperatore e al suo ministro Talleyrand dal cardinal Caprara apparve. splendidamente nelle modeste opposizioni e nelle energiche difese fatte dal santo padre.
V. Grave sotto molti rapporti potea dirsi per la santa sede la domanda di riconoscere Giuseppe Bonaparte re di Napoli. Avea Ferdinando IV non poche cose fatte a beneficio di Roma: avea la città eterna a nome del successore di san Pietro presidiata: aveala a Pio VII restituita, molti segni di benevolenza, di filiale devozione a lui addimostrando. A queste considerazioni aggiungevano forza i rapporti esistenti frà la santa sede e quella corona. A nome del pontefice rispondeva Consalvi che, prima di procedere a qualsiasi riconoscimento, era mestieri ammettere i diritti di Roma: che dessi furono costantemente. rispettati anche da coloro che tennero quel reame in forza della conquista. Rispondevasi da Parigi che Napoleone nel salire il trono non ereditava unicamente i diritti della terza dinastia francese, la cui sovranità estendevasi appena alla metà dei suoi attuali domini, ma bensì quelli degli imperatori francesi. Non potea pertanto darsi a credere aver Carlo magno ricevuta dalla santa sede la investitura del regno: aggiungevasi che ove la ricognizione del re di Napoli non avesse luogo, non avrebbe del pari la Francia la temporale autorità del papa riconosciuta. Intanto dal nuovo {{Pt|amba-|}}<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — I||12}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO IV|193}}</noinclude>{{Pt|sentato|presentato}} dal ministro degli affari esteri Champagny. Tornava per esso in campo la domanda al papa di far causa comune con l'imperatore: di unire le sue forze di terra e di mare per muovere guerra agl’infedeli e agl'inglesi: di chiudere i porti ai hastimenti brittanici, e confidare alle armi imperiali la sorveglianza delle città poste sul mediterraneo e sul mare adriatico: di riconoscere Giuseppe re di Napoli, Girolamo re di Westfalia, Murat gran duca di Berg, Elisa imperiale principessa di Lucca e Piombino. Aggiungeasi dovere il papa rinunciare ai suoi diritti su Napoli, approvare gli atti riguardanti l'Allemagna e l'Italia, emettere piena e formale rinuncia alla sovranità di Benevento e di Pontecorvo: voleasi in fine che una terza parte del sacro collegio fosse costituita da cardinali francesi. Cercavasî in tal modo acquistare una autorità preponderante nelle deliberazioni della santa sede e nella successiva elezione dei romani pontefici. Era il consentire a tali domande un offendere i diritti della chiesa, un sovvertire le regole fondamentali delle costituzioni apostoliche, un mettere il papa in balia dei principi secolari. Tornava a rispondere negativamente Pio VII. Scriveasi da Roma al cardinal de Bayanne che per la libertà e l’indipenza della sovranità pontificia quelle condizioni erano rifiutate. Il gabinetto delle Tuilleries che mostravasi irremovibile, facea dire al papa che o condiscendesse alle domande o piglierebbesi Roma. Per quello che riguardava Napoli prendeasi modestamente a ripetere non doversi dalla santa sede far questo affronto ad un re amico e cattolico, ad un pio monarca che possedeva ancora l’intera Sicilia, a cui Roma, memore dei beneficî ottenuti, doveva anzi mostrarsi riconoscente. Conseguenza dell'onorato rifiuto, giungea da Parigi l'ordine espresso che se, decorsi cinque giorni, il papa rifiutavasi ancora dall'aderire alle dure condizioni che gli erano imposte, la legazione di Francia lasciasse Roma, e che non solo le provincie Marchiane, ma che il Perugino fosse alla Toscana assegnato, e la metà della campagna di Roma unita al regno di Napoli. Quindi minacciava d'invadere tutto lo stato pontificio, quinci di<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — I||13}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO IV|209}}</noinclude>da rimorso e vergogna. Dicesi che furono dessi si fattamente sensibili alla mortificazione sostenuta, che vollero per rispettar la sventura, nei giorni del carnevale interrompere il corso a certe sceniche rappresentanze, che eseguivano per domestico sollievo nelle loro case private. Fremeva il cavaliere Alberti incaricato degli affari del regno d'Italia, uno dei fautori più caldi delle orgie, che offendevano la conculcata maestà del Sovrano, tremava Miollis nel vedersi contradetto nei divisamenti, ferito nell’amor proprio. Gli esteri queste meravigliose prove dell’attaccamento dei sudditi verso il sovrano lodavano e le immeritate calamità del pacifico e mansueto principe lamentavano. Uno splendido argomento di filiale tenerazza offrirono i romani a Pio VII il dì anniversario della sua coronazione. Le tenebre non avevano ancora coperta la vasta città quando videsi il vaticano, il campidoglio, le chiese, i palagi simmetricamente decorati di lumi e di emblemi, che ricordavano il fausto avvenimento del legittimo successore di san Pietro, l'universale pastore della chiesa, cui Dio ha promessa la sua divina assistenza. E non le vie più popolate e più vaste della città, mai più umili quartieri da Roma furono illuminati. Era spettacolo di tenerezza vedere i poveri comprar l'olio con l’obolo ottenuto dalla carità per rendere un omaggio al sovrano pontefice. Questa generosa manifestazione di esultanza colmò di stupore tutta l'Europa. I giornali stranieri la commentarono: il buon papa ebbe la consolazione di sentirsi partecipato dal nunzio apostolico di Vienna, che l'animo del re di Prussia grandemente commosso dalle prove di attaccamento che riceveva Pio VII dai romani non meno, che da tutto il mondo cattolico, avea di sua spontanea volontà ordinato che nel suo regno non si avesse più riguardo alla differenza di religione frà i cattolici e i protestanti, e volle che il clero cattolico fosse in più vaste proporzioni dotato.
XXV. L'armata francese, dolente delle non lievi perdite sostenute a Sacile pel valore spiegato dal arciduca Giovanni che avea nel Tirolo opposto valida resistenza, {{Pt|vin-|}}<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — I||14}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO IV|225}}</noinclude>passaggio si affrettavano sulle vie che doveva percorrere. Il viaggio da Chiavari ad Alessandria, che durò sette giorni, fu segnalato da commoventi episodi. Il generale Mariotti subentrava Boisard: montato il papa col suo seguito a bordo di una filuca, venuta testè da Toscana, giunse sul far dell'alba a san Pietro in Arena: presa la via della Bocchetta per Campo Morone e Navi, toccò Alessandria. In quella città munita videsi accolto rispettosamente dalla famiglia Castellani che all’affiitto pontefice prodigava affettuose e tenere cure. In quella città, ove si trattenne due giorni era raggiunto dagli altri famigliari, venuti da Roma: il medico Porta, l'ajutante di camera Morelli: non concedeasi il seguirlo al sagrista Menocchio, confessore del papa: Correvano a schiere gli abitanti di quei paesi per salutare il pontefice: vedeansi respinti: contrariati nel pio desiderio, baciavano la terra sulla quale era egli passato. Scortato dal Boisard, passò innanzi a Torino la mattina del diecisette luglio. Rifiutavasi il principe Borghese di farsi carceriere di quelli di cui nacque suddito. Proseguendo il viaggio trascorse rapidamente il Piemonte. Passò nel villaggio di sant'Ambrogio la notte. Dopo breve riposo rimontato in vettura si diresse a Montcenisio, ove giunse la sera del lunedì: corteggiato da quei buoni religiosi, si trattenne nell’ospizio tre giorni. In questo venerando asilo della carità era concesso al cardinal Pacca avvicinarsi al pontefice, baciargli la mano e trattenersi con lui pochi istanti. La mattina del venti luglio si ripose in viaggio: mentre cambiavasi i cavalli a Montmaillant, ultima città della Savoja, una folla di popolo venuto anche da Chambery approsimavasi al papa domandando la benedizione. Il cardinal Pacca entrava in Lumpin nella carrozza del santo padre. Doveano però separarsi a Grenoble l'uno per proseguire il viaggio di Francia, l'altro per essere tradotto alla fortezza di Fenestrelle orrido luogo per inclemenza di cielo, per asprezza di clima detta la Siberia d'Italia.
XXXVI. Sapeasi da varî giorni in Grenoble che doveva giungere Pio VII. Stanziava in quella città prigioniera di guerra la guarnigione di Saragozza. Implorò dessa la {{Pt|fa-|}}<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — I||15}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" /></noinclude>{{Ct|t=5|v=5|f=150%|'''LIBRO V.'''}}
I. {{CapoletteraVar|D}}opo aver ammirato la costanza di Pio e di averlo seguito nelle sue peregrinazioni, debito della storia è ricordare quali fossero in tanto fremito di passioni, in tanti civili rivolgimenti, le condizioni di Roma. La città tenuta dai francesi ignorava la sorte del suo sovrano: sapeasi peraltro come egli rifiutando con dignità le blandizia, con apostolica fermezza le opposizioni, incessantemente pregava, e come meglio eragli dato, opponeva salda barriera al progresso dei mali. Vedeva Roma le file dei generosi diradarsi ogni giorno: le proscrizioni toglievano i vescovi alle diocesi, i parrochi alla cura delle anime, i generali degli ordini alla direzione dei loro istituti per deportarli a Vervins nell'alta Piccardia, a Commercy, ad Auxerre nella Champagne, a Arey sull’Aube, a Chalons sul Marne, a Vanzier nell'Ardenne: nè le sole città della Francia, ma quelle pure dell’alta Italia destinavansi stanza a coloro, che rifiutaronsi dal giuramento. Sommò a cinquecento il numero degli ecclesiastici negli stati pontificî, che vidersi puniti d'esilio: essi nelle varie provincie del vasto impero divennero oggetto di ammirazione ai buoni, di scherno ai perversi. Scioglievansi in Roma il sacro {{Pt|tri-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO V|17}}</noinclude>intatta la disciplina, vivissima l'ubbidienza, sincero l’attaccamento verso il capo visibile della chiesa.
X. Le misure di supremo rigore verso il papa e i suoi famigliari che abbiamo descritte non erano ancora adottate, quando in occasione delle nozze dell'austriaca arciduchessa Maria Luisa, giungeva a Parigi il conte di Metternich. Profittando della opportunità, domandava questo sagace ministro di stato all'imperatore la grazia d'inviare a Savona un agente austriaco per ossequiare il pontefice e trattar seco lui degli affari religiosi che riguardavano l'impero. Per le variate condizioni fra i gabinetti di Austria e di Francia, era quasi impossibile il rifiutare al gran cancelliere della corte il sollecitato favore. Il signore di Champagny pertanto ne partecipava l'avviso al generale Berthier<ref>È a notarsi che la lettera di avviso portava la data dei venticinque maggio e l’ inviato imperiale trovavasi alla presenza del sommo pontefice il giorno quindici del detto mese.</ref>. Sceglievasi a questo incarico il conte di Lebzeltern, distinto cavaliere, che vedemmo rifiutare in Roma gl'inviti del generale Miollis, perchè avea questi oltraggiato il signore di Vargas ambasciatore di Spagna presso la santa sede, a di lui ordine imprigionato. Rimarrà sublime documento storico il dispaccio che il giorno sedici maggio diriggeva questo inviato austriaco al conte di Metternich. Vidi il santo padre, scrivea il giovine diplomatico, e si mostrò soddisfatto delle premure del mio augusto sovrano: egli ama ancora Napoleone: Napoleone è un principe, disse il papa, che possiede qualità eminenti: ma voglia il cielo, aggiunse egli con un sospiro, che conosca i suoi veri vantaggi. Se si avvicina alla chiesa chiamerà sopra di se e sopra la sua discendenza le benedizioni del cielo. Vi fu duopo, rifletteva il conte di Lebzeltern, di tutto il concorso delle amarezze, dalle quali fu compreso il cuore di Pio VII, per costringerlo ad adottare un rigore dal quale rifugge l'animo suo veramente paterno. È quando l'inviato austriaco facea al papa presente gli enormi danni ond’era<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — II||2}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO V|33}}</noinclude>allargando le speranze, ora esagerando i timori, tentò vincerli colle lusinghe, spaventarli con le minaccie. La maggior parte di essi, dolenti cella oppressione esercitata contro il supremo gerarca, fecero tornare a vergogna dei nemici della santa sede le arti, con cui si sperò vincere la loro costanza. Parve saggio consiglio inviare alcuni cardinali al pontefice per determinarlo a cedere agl’imperiali voleri. Scelti a questo incarico erano quattro vescovi francesi, cinque italiani, ai quali si aggiunsero i cardinali Doria, Dugnani, Roverella, Ruffo, De Bayane e l'arcivescovo Bertazzoli, chiamato da Lugo a Parigi. Lo stato di salute, a cui era ridotto Pio VII, oppresso da tanti mali, guardato a vista dai napoleonidi, isolato dai suoi, destò nell’animo di tutti gravissime apprensioni.
XVII. La sacra caravana che, servendo all’imperatore, non volea mancare ai suoi doveri verso il pontefice, giungea da Parigi a Savona sul cominciare del settembre mille ottocento undici. Questi sulle prime ricusavasi dal ricevere la deputazione, sinchè vinto dalle insistenze, per non accrescere i mali che affliggevano la chiesa, li ammise alla sua presenza. Sorpresi dalla dignità, con cui furono accolti, lessero sù i lineamenti del suo volto una espressione tanto profonda di tristezza da commovere gli animi i più efferati. Primo parlò uno fra i vescovi per deplorare i mali, che agitavano la chiesa: gli altri fecero eco alle animose parole; tutti unitamente pregarono volesse il pontefice restituire al mondo la pace; sentir pietà di tante diocesi prive dei loro pastori; concedere la istituzione canonica ai vescovi, che l'imperatore avea designati. Si oppose il papa con dignità e con coraggio, finchè non fu sopraffatto dai consigli del cardinal Roverella che, o ingannato o sedotto, avea fatalmente promesso di secondare le mire del governo napoleonico, consigliando Pio VII ad approvare il decreto emanato da un conciliabolo, da esso altamente disapprovato. E a chi si meraviglia in vedere come il Roverella giungesse a tanto, diremo che quel porporato, il quale avea in Venezia potentemente contribuito
alla elezione del papa, ebbe fama d'uomo d'ingegno, e che<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — II||3}}</noinclude>
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Storia della vita e del pontificato di Pio VII/Libro IV
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" /></noinclude>{{Ct|t=5|v=5|f=150%|'''LIBRO VI.'''}}
I. {{CapoletteraVar|L’}}Inghilterra e la Russia turbava la pace del potente imperatore dei francesi. Mostravasi l'una amica poco sincera, l'altra dichiarata nemica. Ad abbatter la prima eragli mestieri umiliare la potenza dell’altra: opponevansi al disegno napoleonico vastissimo impero, orridi freddi, sterminati deserti. Vennesi a trattative, ma finte: si esagerarono le offese, lievi cose e non tali da far correre la mano alla spada. Da ambo le parti desideravasi guerra, e guerra s'ebbe e mortale. Ne parleremo per sommi capi, perchè veggasi omai giunta la pienezza dei tempi vaticinati da Pio. L'Austria, la Prussia in tanta commozione di animi, per non essere artigliate dal vincitore, stimarono di non rimanersi neutrali. Bramavano è vero umiliata la potenza francese, ma sapeano dalle armi loro occupata Stettino, Custrin, Glogan, Danzica sino al Niemen, e collegavansi prudentemente alla Francia. I due vasti 1mperi aveano preparate le armi e tutto era disposto quando, a maturare maggiormente i disegni, i due imperatori tornarono sulle trattative di pace. Intanto poderose schiere francesi eransi messe in movimento per la Polonia: ivi quelle trovaronsi dei coalizzati, per cui in giugno l'{{Pt|eserci-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VI|49}}</noinclude>venne con ardore alla pugna: il combattimento durò due ora. Superarono i francesi le trincere nemiche: i russi abbandonarono in disordine il campo di battaglia: evacuarono Mosca. Rostopchin, governatore della città costrinse gli ufficiali civili e i magistrati ad allontanarsi. Fuggirono i magnati dall'antica metropoli dell'impero, si allontanarono i cittadini di ogni ordine, di ogni condizione, si atterrarono le porte delle prigioni, si lasciarono le case deserte, andarono gli abitanti a vivere nei prossimi boschi. Mosca, città ricca di duecento mila anime, parve un deserto. Entrò Napoleone il dì quattordici settembre: eredevasi nel centro della grandezza, era in quello d’una sventura, di cui non presenta esempi la storia. Acquartieravasi appena l'esercito nei militari alloggiamenti quando su vari punti della immensa città sollevaronsi globi di faville e di fumo. Vani furono gli sforzi usati per ispegnere il vasto incendio eccitato dalla mano dei russi, vani gli sforzi per salvare la città degli czari fondata dai tartari. Le schiere atterrite guardavano le fiamme stridenti e fremevano. Gli edifici, formati in gran parte di legno, erano esca facile al fuoco, che prorompea da ogni lato e illuminava di una luce sinistra l'ultimo trionfo delle armi francesi. I grandiosi palagi, il Kermelino furono devastati dall'ira dei soldati di Francia. Il timore, lo sdegno offrivano alimento alla militare vendetta. Vista tanta rovina, Napoleone offrì pace al nemico. Mentre, fremendo, attendea le risposte, una mano di cosacchi, audacemente aggirandosi intorno all’armata napoleonica, le vettovaglie intercettavano, le communicazioni interrompevano, la situazione dell'esercito francese ogni giorno più incerta e perigliosa rendevano. Ben vide, che al pari degli elementi era per la salute della grande armata a temersi l'accortezza dei russi, che aveanlo con inauditi sacrifici tratto a disperati partiti. Irruppero alla inaspettata i russi presso Vinkovo sopra un grosso corpo di cavalleria e fecero la condizione dei francesi in quelle regioni deserte più deplorabile. Cadute le speranze di pace, la sera del di dieciotto ottobre si dispose l’armata ad allontanarsi da Mosca. Era<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — II||4}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|||223}}</noinclude>''maestro di Malta: per i buoni uffici del primo console viene restituito Benevento e Pontecorvo. Gli articoli organici sanzionati dal corpo legislativo vengono ad alterare lo spirito del concordato. Vari vescovi della Francia aderiscono alle domande del papa, molti costantemente si oppongino. A domanda di Bonaparte vari prelati francesi vengono promossi alla porpora. Resiste Canova ai disegni del primo console, cede quindi ai voleri di Pio. Stabilisce un concordato con la repubblica italiana, adotta provvidenze agrarie a vantaggio dello stato, promuove l'industria. Molte potenze stabiliscono in Roma i loro rappresentanti. Prove di affezione che dà Canova alla santa sede e onorificenze ottenute. IL cardinal Fesch è inviato ministro di Francia in Roma. Per ordinare gli affari religiosi della Germania spedisce un nunzio apostolico in Ratisbona.''
{{Centrato|{{xx-larger|LIBRO III.}}}}
''La compagnia di Gesù a preghiera di Ferdinando IV è restituita al regno delle due Sicilie. Vagheggia Napoleone la corona di Carlo Magno e di Clodoveo: il senato glie la decreta: desidera esser consacrato dal papa. Pratiche fatte în Roma dal cardinal Fesch. Vario parere del sacro collegio: cede Pio, che spera veder restituito il cattolicismo alla Francia: partecipa in concistoro la sua risoluzione e parte da Roma con numeroso seguito. Dimostrazioni fatte al papa durante îl suo viaggio. È festeggiato a Firenze e a Torino. Varca il Moncenisio, traversa la Francia: riceve grandi accoglienze a Lione, ove muore il cardinal Borgiu. Giunge a Fontainebleau. Napoleone l’incontra a St. Heréme: ambo entrano in una carrozza per diriggersi alla imperiale residenza. Decide Pio di non procedere alla coronazione se prima non riceve la dichiarazione dei vescovi costituzionali. Napoleone la esigge: essi la prestano. Il due dicembre è scelto per la cerimonia. Coronazione solenne nella metropolitana. L’avvenimento è partecipato a tutta la Francia. Celebra Pio VII le funzioni natalizie nella cattedrale. De Seine modella il suo ritratto. Visita i pubblici stabilimenti e''<noinclude>{{PieDiPagina|||15}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VI|65}}</noinclude>nel compiere questo grande atto d'interesse religioso. Voleasi sulle prime, che un foglio sottoscritto dal papa dichiarasse nulli e di nessun valore gli articoli del concordato, che questa risoluzione fosse manifestata a voce al sacro collegio, al pubblico per note scritte. Non prevalse questo consiglio, dappoichè i padri dissero, che alla lealtà, alla buona fede, la quale deve primeggiare in tatti i rapporti che la santa sede ha con i sovrani cattolici, mal conveniva, senza addurre le cause, senza avviso preventivo, revocare, condannare un atto che per le apposte sottoscrizioni, avea tutte le apparenze di convenzione già stabilita fra il capo della chiesa e l'imperatore dei francesi. Si parlò di una lettera, che il papa poteva scrivere a Napoleone, e questa parve riparazione meno clamorosa e più certa. Alle osservazioni dei cardinali Pignatelli napolitano e Saluzzo piemontese, che l’imperatore ferito nell'amor proprio, contradetto nei suoi progetti, raddoppiando la sorveglianza e il rigore, avrebbe della lettera e della ritrattazione taciuto, rispose il senno di Consalvi e di Litta, i quali proposero dovere il papa ai cardinali dimoranti a Fontainebleau partecipare la ritrattazione, leggere la lettera e imporre il dovere di far noto, o tosto o tardi, al mondo cattolico il grande atto operato da Pio. Così, dicevano i padri, può il papa compiere il suo dovere, senza mancare ai riguardi dovuti all’imperatore. Fermi i consigli, si discussero i modi di porli in opera. Consalvi, a cui dai colleghi era confidato il peso di esplorare l'animo del pontefice e disporlo alla revoca, dubitava: ma il papa udito appena che il bene della chiesa, l'onore del pontificato supremo, il voto unanime dei cardinali consultati a tant'uopo domandavano a lui questo sacrificio, facendo tacere nel cuore ogni sentimento di amor proprio, anzi che mostrarsi turbato per il partito imposto dalla prudenza, accolse con gioia il consiglio e ringraziò l'amico cardinale, che parlavagli a nome dei suoi. colleghi. Tanta forza ebbe la virtù in quell’animo da farlo superiore ad ogni umano riguardo quando si dispose a compiere con coraggio quella {{Pt|ri-|}}<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — II||5}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VI|81}}</noinclude>il papa: fido più negli alleati che in lui. Questa risposta, che i diplomatici diranno imprudente, produsse l'effetto del fulmine. Il vescovo sbalordito , paralizzato chiedevagli la spiegazione di ciò, che del resto era chiarissimo. Non conviene a me il darla, nè a voi l'udirla. Tornò due volte il prelato all’assalto, finchè vinto dalla costanza del santo padre, dissegli con parole sommesse, che sarebbe immantinente tornato a Roma; chè così voleva l'imperatore. Mi seguiranno i cardinali, aggiungeva il papa, ma rispondevagli Beaumond: vietarlo alta ragione di stato. Rassegnato il pontefice, se si vuole, disse, trattarmi da semplice religioso, non vi ha bisogno che di una vettura: che mi si appresti: anelo trovarmi in Roma per adempiere i doveri del mio pastoral ministero. L'imperatore sa bene, diceagli il prelato, quanto deve alla maestà del sommo gerarca: avrà scorta onorevole, assistenza di un colonnello. Sorrise amaramente Pio VII, e nel congedarlo conchiuse: non sarà almeno nella mia vettura! In tal modo l'imprudente Beaumond annunciava al supremo gerarca che la persecuzione avea raggiunto il suo termine, che Iddio avea finalmente esauditi i voti di tutto il morido cattolico<ref>Stefano Fallot di Beaumond vescovo di Piacenza, nominato quindi arcivescovo di Bourges, ardente promotore dei progetti napoleonici, al cadere dell’impero sopportò altissime umiliazioni. Vide egli tutto il giornalismo francese scagliarsi contro di lui. Nei giornali istessi che lo avevano diffamato pubblicò egli nel mille ottocento quattordici le sue difese, ma invano. La universale opinione lo aveva condannato. Grave certamente fu la sua colpa, ma ad uomini assennati parvero o ingiuste o troppo animose le accuse.</ref>. Fra le parole pronunciate dal papa, dobbiamo ricordare quelle che un sentimento ineffabile di carità chiamavagli sulle labbra quando al vescovo che congedavasi disse: assicurate l'imperatore che non sono suo nemico: nol potrebbe permettere la religione, nol soffrirebbe il mio cuore. Io amo la Francia.
XX. La storia dolente della prigionia sopportata da<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — II||6}}</noinclude>
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Storia della vita e del pontificato di Pio VII/Libro V
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" /></noinclude>{{Ct|t=5|v=5|f=150%|'''LIBRO VII.'''}}
I. {{CapoletteraVar|I}} principi di santa chiesa, ospiti nel castello per comando di Napoleone, dopo la partenza del papa voleano abbandonare quella residenza, ma nol fecero, sicuri, che avrebbe la loro risoluzione provocato l'imperiale risentimento. Dissero per altro al custode che, venuti a Fontainebleau per assistere il santo padre, vedeano omai cessata la causa, che sola potea ritenerli in palazzo. Rispose questi: attendessero da Parigi le risoluzioni governative, che non si fecero desiderar lungamente. Comandava Napoleone, che un dopo l’altro in quattro giorni dovessero i cardinali lasciare la città: scorta assegnavasi un gendarme: termine al viaggio e stanza sceglievansi varie città della Francia<ref name="p1">Ai sedici cardinali usciti da Fontainebleau alla distanza di poche miglia dalla città consegnavasi una lettera del duca di Rovigo ministro della polizia, che ingiungeva di recarsi nel più stretto incognito in quella città, che il governo avea destinato ad ognuno di loro. Mattei fu deportato ad Alisa, della Somaglia a Draguignan, Dugnani a Brignoles, Saluzzo a Pons, Braneadoro ad Oranges. Partì Consalvi per Digna, Gabrielli per Avignone, {{Pt|Lit|}}</ref>. Incerte e contradittorie correano in {{Pt|Pa-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VII|97}}</noinclude>dei nuovi indugi valsero in qualche modo le cure assunte per riordinare il governo, le rispettose sollecitudini del vice re d'Italia principe Eugenio, che aveagli agevolato il viaggio, il voto unanime delle città pontificie, la gioia manifestata da tutta l’Italia. Ivi, circondato da quanti erano cardinali e prelati che lo aveano raggiunto, fra i quali Consalvi, che rivide a Forlì, occupavasi alacremente dei suoi doveri apostolici quando venne da Bologna a Cesena Gioacchino Murat, non per fare omaggio al pontefice, come dicea, ma per spaventarlo se Pio VII, sostenuto dalla provvidenza, era tale da farsi sorprendere dalle arti del soldato, che timidamente governava i dipartimenti di Roma e del Trasimeno, e inviava Poerio consigliere di stato al possesso provvisorio della Marca anconitana e Carascosa generale a, quel di Bologna. Ammesso alla presenza del papa, dissegli: non conoscere lo scopo di quel viaggio. Noi andiamo a Roma, rispose Pio, nè voi l'ignorate. Soggiungeva Murat: ed è così, che la santità vostra ritorna a Roma? E vorrà esservi a malgrado dei romani? Non v'intendiamo, replicò il papa, giustamente meravigliato di tanta audacia, quando Gioacchino, assumendo un tuono di confidenza, diceagli: ho qui meco un foglio sottoscritto dai più ragguardevoli e dai più ricchi cittadini di Roma. Essi mi pregano di far giungere alle potenze alleate la supplica, con la quale domandano di esser governati da principe secolare. Ecco la istanza originale, della quale trasmisi copia a Vienna. Pio VII, che volea consolar la sua Roma con le riforme, senza spaventarla con le vendette, chiese al re la nota fatale, che tanta gente avrebbe compromessa e senza pur leggerla, con una grandezza d'animo, di cui presenta pochi esempi la storia, la gettò nelle fiamme<ref name="p349">Nell’interesse della storia ci corre il dovere di ricordare, che mentre i sovrani di Europa avvisavano a tutti i mezzi di restituire al mondo la pace, una piccola banda di sollevati, condotti da un tal Felice Battaglia, prete di Vitorchiano cercava di</ref>: quindi amabilmente rivolto al re, che stavagli {{Pt|in-|}}<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — II||7}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VII|113}}</noinclude>la battaglia, dalla quale tutte dipendevano le speranze di Roma e la prosperità dello stato: e perchè il decreto napoleonico restituiva al papa i soli dipartimenti di Roma e del patrimonio, trattavasi di riacquistare alla podestà del pontefice le provincie più fiorenti e più belle, che lusingavano le altrui ambizioni. Non mancavano difficoltà che sulle prime parvero insuperabili: maggiore fra tutte la convenzione dell’Austria con Napoli per la quale voleasi indennizzato Ferdinando IV re in Sicilia dei suoi domini continentali. L'impresa napoleonica fallita, l'audacia di Gioacchino punita dall’esercito austriaco, il corso pericolo di veder nuovamente compromesso l'equilibrio europeo resero più facili le trattative, più sicuri gli accordi. Avea Consalvi santi diritti a propugnare, valide ragioni a difendere, ma ben sapea, che nei congressi politici all'interesse dei deboli spesso prevale il desiderio dei forti. Nom mancò ad alcuno dei suoi doveri: lodò innanzi all’assemblea la costanza e il coraggio di Pio che, inerme e prigioniero, oppose valida resistenza ai voleri napoleonici; disse che il sottrarre ad esso una parte dei propri dominî sarebbe un seguir il sistema rovesciato dalla potenza delle armi alleate: e poichè si avvide, che volea trarsi partito dalle convenzioni del trattato di Tolentino, il sagace ministro rispose aver la Francia da se stessa dichiarato irriti e nulli quei duri patti dalla repubblica imposti a Pio VII: domandò pertanto la restituzione di Benevento e Pontecorvo, protestò per Avignone, e il contado venesino, dal trattato di Parigi senza compensi assicurato alla Francia e per la porzione del Ferrarese sulla riva sinistra del Po data all’Austria con diritto di presidio delle piazze di Ferrara e Comacchio: parlò in fine ‘dei ducati di Parma e Piacenza e sostenne l’interesse della santa sede appoggiato alla mediazione della Prussia e dell'Inghilterra. In virtù di queste convenzioni si vollero amnistiati gli abitanti del paese, che rientrava sotto la podestà pontificia, garantito il debito pubblico, mantenuti validi e legali gli acquisti delle proprietà ecclesiastiche; assicurato al principe Fugenio Beauharnais l'intero e libero godimento dei beni mobili e im-<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — II||8}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio accusatoria}}|225}}</noinclude>ordinato e fondato che non è di presente, le cose di Italia finalmente assai piú sedate, piú sicure che non sono ora; e nondimeno se co’ loro giovani inesperti e di poca riputazione potettono cosí facilmente mutare el governo, se quello piccolo seme per non essere curato e stimato produsse sí pestiferi frutti, che potrá fare costui che ha tante qualitá, tanto credito e tante occasione? Che fará questo arbero che ha sí profonde radíce, cosí grandi e sparsi rami? Non pareva certo che allora la libertá nostra si potessi perdere, tanto aveva messo barbe e fondamenti: uno gonfaloniere a vita integro ed amatore del popolo, uno consiglio grande durato tanti anni, uno governo che per essere giá ínvecchiato e cancellata la memoria delle mutazioni piaceva quasi a tutti e non era temuto da persona.
E veramente non si poteva perdere, non ci poteva essere tolto, se si fussino stimati e’ pericoli, se si fussi ovviato a’ principii, se la troppa sicurtá o la troppa bontá non ci avessi fatto essere piú che el bisogno negligenti o rispettosi. Perché in {{Wl|Q289104|Piero Soderini}}, giudici, furono molte parte, molte eccellente virtú che lo feciono degno di tanto grado: prudenzia, ingegno, eloquenzia eccellente esperienzia grande, nettezza ed integritá quanto si potessi desiderare; modestia grandissima cosí in non ingiuriare altri, come in non permettere che e’ suoi l’ingiuriassino; diligenzia singulare in conservare e’ danari publici; tanto amore alla libertá ed al popolo quanto a se stesso; el medesimo umanissimo pazientissimo catolico; aveva innanzi fussi gonfaloniere, affaticato assai per la patria; era noto in tutta Italia, grato in Francia donde allora dependevano le cose nostre, di casa nobile ed onorata, di padre e fratelli che furono uno ornamento di questa cittá; lui di bella e grata presenzia, lui sanza figliuoli, stato alieno da tutte le discordie e sedizione che furono in quello tempo.
E però concorrendo in lui tante dote di natura e di accidenti, fu eletto gonfaloniere con favore inestimabile e con aspettazione molto maggiore: alla quale sarebbe stato sanza dubio pari, se a tanti doni del corpo e della fortuna e dell’animo<noinclude></noinclude>
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Storia della vita e del pontificato di Pio VII/Libro VI
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" /></noinclude>{{Ct|t=5|v=5|f=150%|'''LIBRO VIII.'''}}
I. {{CapoletteraVar|F}}ra l'ansie del presente e le incertezze dell'avvenire intrepido si mostrava Pio VII. Il pro-segretario di stato proponevagli di allontanarsi da Roma e porsi in sicuro all'estero o in qualche città dello stato da un colpo di mano: alla partenza lo consigliavano i cardinali. Avvalorato da personale coraggio, oppose resistenza il papa agli altrui suggerimenti finchè, divenuto manifesto il pericolo, prevalse il consiglio di alcuni membri del sacro collegio e si stabili la partenza. Pacca proponeva Genova, città forte e marittima, che, frequentata dalle navi di ogni nazione, offriva sicurezza al capo visibile della chiesa: alcuni cardinali preferivano Milano, desiderosi di avvicinarlo a Vienna, ove i più grandi sovrani occupavansi dell'equilibrio europeo. A far prevalere l'opinione di Pacca giunsero opportune dal Piemonte le preghiere di re Vittorio Amedeo che, per mezzo del suo ministro marchese di san Saturnino, offriva al santo padre un asilo in Genova, non ha guari per gli accordi del congresso di Vienna venuta in podestà dei sabaudi. Accettò Pio di buon grado l'offerta cortese del piissimo re; consigliò per segreto messaggio Carlo IV di Spagna, dimorante in Roma, a provvedere alla propria sicurezza, mentre tutto {{Pt|an-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VIII|145}}</noinclude>coste dell’Inghilterra, decideva il governo di allontanare dall’Europa nemico tanto formidabile e lo relegava a sant'Elena. Tanti e si strepitosi avvenimenti affrettarono la fine del congresso viennese, composero le vertenze europee, assicurarono a Pio l'intero possesso dei suoi dominî, il libero esercizio della sua apostolica autorità. Così ai tumulti di guerra seguiva la pace, ai nuovi succedeano gli antichi re.
VII. Gran parte di questi avvenimenti compivansi, mentre vegliava energicamente in Vienna Consalvi al vantaggio della chiesa e di Pio: il pontefice stavasi sicuro in Liguria: Roma era governata dalla giunta dî stato che corrispose alla fiducia sovrana, e s'ebbe dovute lodi dai sudditi. Era ai buoni oggetto di compiacenza il vedere come i romani, in mezzo a tante seduzioni e in nuovo governo, serbavano un contegno tranquillo. Un uomo solo osava alzar la voce, censurare il governo, mostrarsi apertamente contrario al papa, a Roma, alla giunta di stato, quando intese rotta la guerra in Italia, Napoleone risalito sul trono imperiale di Francia. Era questi Maury cardinale, dal borbone alontanato dalla Francia, da Pio VII privato del suo vescovado di Monte Fiascone, escluso dalle cappelle, dalle congregazioni alle quali apparteneva. Seppe la giunta, che questi disponevasi a rientrare in Francia: seppe che millantava di far pesare la sua collera sul governo e pensò impedirne la partenza, impadronirsi del porporato, che senza dubbio avrebbe a Parigi recato gravi danni alla chiesa e allo stato. Un dispaccio diretto da Roma a Genova ne portò al cardinal Pacca la domanda. Informato il papa, autorizzò la reclusione di Maury in castel sant’angelo: aggiunse solo che, ove fosse possibile il custodirlo ia altro luogo con egual sicurezza, si evitasse il cicaleggio che poteva attendersi da tanto rigore. Roma si mostrò indifferente a questa reclusione della quale si meravigliarono gli esteri così, che Consalvi ne fu dolente. Grandi veramente innanzi al pontefice e a Roma erano i torti del cardinale francese, che per lusingare Napoleone non dubitò di amareggiare in cento modi il magnanimo cuore di Pio. Come<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — II||10}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VIII|161}}</noinclude>{{Pt|menti|monumenti}} è distruggere, perturbare quella unità di scuola, che recò tanti vantaggi in Europa. E assurdo, aggiungeva, tenere aperte in Roma accademie e scuole di disegno, e privarla dei monumenti, delle opere raccolte dalla munificenza dei pontefici che educarono alla Francia i Claudi, i Poussini, i David, i Vernet. Carlo V, Francesco I, Carlo VIII non osarono spogliarla dei suoi tesori: non operò diversamente Federico II, due volte divenuto padrone di Dresda: i russi, gli austriaci entrati in Berlino rispettarono gli oggetti d'arte raccolti nei reali musei. L’incivilimento, l'esperienza del secolo sono ben lontane dall’approvare un atto veramente vandalico. Queste ragioni, i buoni uffici, le cure di Canova produssero l'effetto desiderato: il conseguito trionfo è interamente dovuto al valore, all’ingegno, alla perseveranza e più al nome del grande artista. A convalidare gli argomenti, a rinfrancare le preghiere dell’inviato del papa si aggiunse la pubblica opinione e il favore delle potenze straniere. Guglielmo Hamilton vice segretario al consiglio di stato brittanico pregò lord Castelreagh a riguardare come affare della nazione la domanda di Pio: tanto in meglio variavano i tempi: un opuscolo inglese diffuso a Londra e a Parigi prese a deplorare con aspre parole la resistenza francese: più severa suonò l’energica nota, inviata alla corte delle Tuileries dal ministro della Gran Brettagna. Wellington che sostenea i diritti dei belgi, i quali domandavano i loro quadri, favoreggiava i romani. La Francia che tutto devea agli alleati trovavasi a fronte di grandi competitori<ref>Il duca di Wellington scrivea: « Secondo la mia opinione sarebbe un'ingiustizia se i sovrani annuissero ai desideri manifestati dai francesi. Il sacrificio che questi permetterebbero sarebbe al tulto impolitico e toglierebbe loro l'occasione di dare alla Francia una grande lezione morale.»</ref>. Reclamava Metternich tutto quello che apparteneva agli stati italiani venuti sotto l'impero, e quello che possedea Modena e Parma: i prussiani strappavano con la forza quanto era<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — II||11}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VIII|177}}</noinclude>utili alla società quanto negletti, emanò severa legge atta a porre un freno alla cupidigia dei sovventori. Intanto a render durevole la pace e la tranquillità dello stato, creava congregazioni prelatizie di vario titolo, tutte dirette a superare gli ostacoli, a riparare i danni recati dal soldatesco regime. Senza spaventarsi dei movimenti che si manifestavano nella provincia Maceratese, prontamente repressi; senza dar peso alle voci, che correvano per Roma: minacciar l'Austria i dominî della santa sede, nutrir la Toscana disegni d'ingrandimento nelle legazioni, vagheggiar Napoli il possesso della marca anconitana, incaricava Pio i più cospicui giureconsulti di Roma della formazione dei codici. Davasi al civile Bartolucci, Tavecchi, Tinelli, Franci avvocati, Vaselli causidico: alla formazione del codice criminale presiedeva Barbèri: stavano con esso Cristaldi, Bartolucci, Amici e Trambusti. Incaricati del codice commerciale furono Bartolucci, Isola, Gian Gherardo de Rossi, Brancadori, Bavaglia. I sudditi ansiosamente aspettavano gli effetti di tanti consigli: alla gran macchina, che dovea regolare uno stato testè uscito da tante incertezze, imprimeva il moto Consalvi. Stabilire l'emolumento assegnato agl'impiegati; regolare le pensioni dovute alle vedove e ai figli non ancora maggiori, fa una delle prime saggie provvidenze di Pio.<ref>Torna a gloria di Pio VI l'aver gettate le basi di questa disposizione benefica. Le sopraggiunte vicende gl’impedirono di portarle ad effetto. Eseguì Pio VII quello, che il suo antecessore avea disposto. Per la vedova dell’impiegato, che prestò i suoi servigi al governo per venti anni, la pensione vitalizia ascendeva alla metà del soldo: dal ventano al trenta due terzi, dall’anno trentesimo al quarantesimo tre quarti: quando l’impiegato avea per oltre a quarant'anni disimpegnato il suo officio, percepiva la vedova l’intero stipendio. Apposita legge proporzionava al soldo il rilascio imposto agl'impiegati per assicurare i vantaggi delle proprie famiglie.</ref>
XIX. Per le pubbliche voci e per varî dispacci di Metternich seppe la corte pontificia che l'imperatore d'Austria<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — II||12}}</noinclude>
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Storia della vita e del pontificato di Pio VII/Libro VIII
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" /></noinclude>{{Ct|t=5|v=5|f=150%|'''LIBRO IX.'''}}
I. {{CapoletteraVar|S}}apea Pio VII e non ignorava Consalvi di comandare ad un popolo che avea acquistati nuovi pensieri, e sentiva nuovi bisogni. Napoleone guerriero per natura, conquistatore per istinto, divenuto legislatore avea lasciate troppe prove di sua grandezza in Europa e troppe rimembranze in Italia per poterle saltare a piè pari, come taluno, che mal seppe ottemperarsi all’esigenze dei tempi, avrebbe desiderato. Consalvi, mente elevata e non compresa da tutti, posto a contatto dei grandi politici della sua età che nel congresso viennese pesarono i destini degl’imperi e dei regni, avea compreso che la rivoluzione di Francia, unica nella storia delle nazioni, compressa dalla mano vigorosa di Bonaparte, più che francese dovea dirsi mondiale, dappoichè tutti gli ordini avea travolti, lacerate le mappe geografiche che dividevano gl’imperi, create nuove dinastie, nobiltà nuova, dati nomi nuovi alle cose, stabiliti nuovi sistemi. L'opporsi all'andamento universale del mondo, che mai indietreggia, era opera più che vana, imprudente: rimarginare le piaghe di un governo di conquista, preparare savie leggi, far sentire ai popoli le dolcezze di un viver pacifico era l'opera raccomandata dalle potenze alleate, voluta dai tempi, imposta<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO IX|193}}</noinclude>ferri e collocata nel fondo di un grosso muro che, movendo dall'ara massima, estendevasi per tutta la chiesa. A questa cautela necessaria a quei tempi in cui, mosse da spirito religioso, le città s'involavano a gara i corpi dei santi, sorgente talvolta di civili discordie, sempre di odî e di scandali, si aggiunse il comando di Sisto IV, che, a preghiera del missionario san Giacomo della Marca, impose ai religiosi di chiudere la scala che dava accesso ai sotterranei del tempio. Dopo sei secoli di silenzio, fatte le indagini opportune, scoperto il sacro deposito sotto l'altare della basilica inferiore, il dì dodici decembre mille ottocento dieciotto si rinvennero le ossa del santo fondatore dell'ordine serafico sciolte dalle proprie connessioni, ma collocate nel loro luogo e con le mani in forma di croce sovraposte sul petto. Deputò il papa cinque vescovi alla compilazione del processo: sottopose la discussione accurata ad una congregazione di cardinali e teologi e dopo due anni d'indagini, di esami dichiarò solennemente la identità del corpo trovato, volle che nell'urna istessa si serbassero le ossa e permise che le ceneri fossero distribuite ai fedeli<ref>Questo giudizio solenne fu emanato nel di 1 Agosto 1820: il breve ''Assisiensem Basilicam'' porta la data 5 settembre 1820 Leggesi in esso « Constare de identitate corporis sancti Francisci nuper inventi sub ara maxima basilicae Assisiensis, »</ref>. Da tutti i regni della cristianità giunsero premurose domande e la devozione verso il serafico fondatore dell'ordine minoritico mirabilmente si accrebbe. Per le generose obblazioni del pontefice, dell'imperatore austriaco, dei principi italiani si ebbero i mezzi di costruire innanzi al venerando deposito una devota cappella. In segno di letizia volle il papa contrasegnato l'anno vigesimo primo dei suo pontificato da una medaglia che porta la sua effigie da un lato e dall'altro presenta alcuni padri minori conventuali nell'atto di assistere i cinque vescovi inviati in Assisi per il riconoscimento del corpo, di san Francesco<ref>Questa medaglia fu eseguita da T. Mercandelli. Sopra l’urna leggesi ''Serap''. è nell’esergo «''S. Francisci sepulcrum gloriosum'' MDCCCXVIII.»</ref><noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — II||13}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO IX|209}}</noinclude>di celebrargli solenne funere. Fu scelto il tempio dei santi XII apostoli, ove è collocata una delle più sublimi opere di Canova, il monumento di Clemente XIV. Le decorazioni della chiesa affidarono a Valadier, che ad onorare l’amico, volle trasportati sul luogo i modelli delle opere sacre dall’artista eseguite e con lodato artificio le dispose intorno al tempio e al feretro mortuario. La statua colossale della religione, il gruppo della pietà, quello della beneficenza, i leoni del deposito di Rezzonico, un gran bassorilievo mortuario, due che rappresentano le opere di misericordia, sette soggetti desunti dal vecchio e nuovo testamento vennero disposti con unità di pensiero e diedero aspetto imponente al vasto tempio, ove convennero col senato romano la commissione consultiva delle belle arti, le accademie, i corpi scientifici e letterarî<ref>Era la messa solenne pontificata dal patrizio veneto Zen, arcivescovo di Calcedonia: l'Amati dettava le iscrizioni onorarie collocate sulla. porta e nell'interno del tempio: l'abate Melchiorre Misserini ne diceva le lodi.</ref>. Questi onori, negati dalla giustizia di Roma al potere e allo splendore della fortuna, furono decretati allo scultore di Possagno che empì del suo nome l'Europa.
XIII. La fortezza d'animo e lo zelo del pontefice non vennero meno per gli anni e per le infermità sopportate. Lo affliggeva profondamente la rivoluzione di Spagna, che tutti sconvolgendo gli ordini sociali, abolì la inquisizione, disperse i gesuiti, chiuse trecento monisteri e respinse in Roma il prelato Giustiniani nunzio, apostolico a quella corte. Compenso a tanto danno, vide prosperare in Francia gl’interessi cattolici. Scriveagli Luigi XVIII, che l'ordinamento e la tranquillità della chiesa di Francia era felicemente assicurata e che la circoscrizione di ottanta diocesi riguardavasi nel regno come nuovo e segnalato favore del santo padre. Rendea grazie Montmorency ministro di stato al cardinal Consalvi per la sua cooperazione ad un atto vantaggioso alla religione , onorevole alla santa<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — II||14}}</noinclude>
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Storia della vita e del pontificato di Pio VII/Libro IX
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Storia della vita e del pontificato di Pio VII/Indice
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cinzia sozi" />{{RigaIntestazione|App|— 21 —|Ara|riga=si}}</noinclude>{{Pt|derà|risponderà}} per l’appunto al francese ''appel'' (lat. ''appellare'' = chiamare) ma è così dell’uso, vi si annette un tal senso di forza che altrimenti la frase perderebbe il suo valore. La usa anche il {{AutoreCitato|Giosuè Carducci|Carducci}} nel ''Ça Ira:''
{{smaller block|<poem>
ivi scende de l’ultimo Templare
su l’ultimo Capeto oggi ''l’appello''.</poem>}}
{{no rientro}}E allora le frasi: ''fare appello'', ''appellarsi'' nel senso giudiziario di ricorrere ad un tribunale superiore? Non saran belle, ma pur conviene accettarle.
'''Appendicìte:''' termine medico che significa la malattia del lungo e stretto fondo chiuso appendicolare unito alla porzione declive dell’intestino tenue.
'''Appoggiare:''' nel senso di ''aiutare'', ''favorire'', ''proteggere'' è riprovato da alcuni puristi perchè ricorda l’uso francese di ''appuyer'' fíg. = ''protèger''. Il {{AutoreCitato|Giuseppe Rigutini|Rigutini }} lo difende. Meno buone invece gli sembrano le locuzioni ''appoggiare una proposta'', ''un ordine del giorno''. ''Appoggiare una domanda'' è serio serio l’''appuyer une domande'' de’ francesi. Così il Rigutini difende ''appoggio'' per ''favore'', ''protezione''; riprova la locuzione ''in appoggio'' per ''in prova'', ''a sostegno'', ''in conferma''. Certo sono modi che hanno sapore burocratico un miglio lontano.
'''Appoggio:''' nel senso figurato di ''favore'', ''protezione''. V. ''Appoggiare''.
'''Apprentissage:''' voce francese usatissima fra noi, specie per indicare l’apprendere un mestiere o un’arte tecnica o commerciale: in italiano, ''tirocinio''.
'''Appretto:''' (fr. ''apprèt'') la ''colla'' o ''apparecchio'' che si da ai tessuti perchè abbiano bellezza e consistenza. Voce usata nel linguaggio dei tessitori.
'''Appropriazione indebita:''' così nel linguaggio dei legali è chiamato l’atto di chi appropria a sè indebitamente cosa altrui che gli è stata affidata por determinato uso. Forma eufemistica per dire ''furto'', con l’attenuante dell’occasione la quale, come si sa, fa l’uomo ladro.
'''Approssimativamente:''' avverbio di otto sillabe, di uso recente tratto da ''approssimativo''. Lo registra la {{AutoreCitato|Accademia della Crusca|Crusca}}. Notevole cosa è l’osservare come certe voci, ancorchè buone per la loro origine siano poco usate dai nostri scrittori per non so quale intuito del bello. ''In circa'', ''A un bel circa'', ''A un dipresso''.
'''Après nous le dèluge:''' ''dopo di noi il diluvio''. Famoso motto di Luigi XV di Francia, che preludia e presente il marasma sociale e politico che originò la rivoluzione del 1789. Si usa anche da noi ripetere questo motto in francese. Da altri il motto è riferito alla marchesa di Pompadour per conforto a quel re dopo la battaglia di Rossbach.
'''A priori:''' termine filosofico latino che vuol dire ''da ciò che vien prima,'' e si dice comunemente di verità, idee, giudizi etc., i quali provengono da principi generali, e sono attinti più dalla ragione pura od astratta o da un prestabilito ideale che dalle verità, realtà, esperienza.
'''Apriorismo:''' chiaman così l’abitudine filosofica di giudicare ''a priori'', cioè senza la conoscenza dei fatti, senza esperienza. V. ''A priori''.
'''Aprioristico:''' agg. da ''A priori''. V. questa parola.
'''Aprire:''' verbo usato nelle locuzioni come ''aprire la campagna elettorale'', ''bacologica etc.: aprire la seduta:'' è neologismo.
'''À quelque chose malheur est bon:''' modo di dire tutt’altro che infrequente, e ci fu una signora fornita di quella mondana coltura che oggi è comune, la quale mi domandò trionfante: «E in italiano come direbbe?» Semplicemente «Non tutto il male vien per nuocere». E allora ella pure ne convenne, come convenne nel fatto che l’abbandono costituisce la ruggine e la morte per le parole anche più belle ed acconce.
'''A quoi bon?:''' detto talora invece di molte locuzioni italiane: ''a che vale? e poi? da farne?'' come dicono i bolognesi. In latino ''cui bonum''?
'''Arak''' o '''arrak:''' liquore forte, fatto col riso oppure col succo di cocco o di dattero.
'''À ramage:''' ''a fogliami'', detto francesemente delle stoffe, dipinte a rame e a fiori, come oggi è gran moda.
'''Aràre:''' term. mar., lo strisciare dell’ancora sul fondo del mare quando non vi<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|Non|— 335 —|Not|riga=s}}</noinclude>
'''Non''' (propriamente '''nun) te ne incaricà:''' ''non incaricartene! non occupartene!'', motto, intercalare, sentenza di filosofia egoista, scettica, servile del popolo napoletano: se il motto, come forma, è tipicamente napoletano, come trista norma del quieto vivere è del mondo intero.
'''Non ti curar di lor, ma guarda e passa:''' corruzione popolare del verso dantesco ''non ragioniam di lor'', ''ma guarda e passa'', {{TestoCitato|Divina_Commedia_(Guerri)/Inferno/Canto_III|Inf. III}}, 49. E ''passa via!'' altri aggiunge per più lepidezza.
'''Non uccellare a pispole:''' la ''pispola'' è un uccelletto da selva tutto piume e non vale la spesa di prenderlo: onde la frase di sapore toscano, vale figuratamente, nel linguaggio familiare, ''tendere a qualcosa di solido ed importante, avere nobile meta davanti a sè''.
'''Non voglio la morte del peccatore ma che si converta e viva:''' (Ezechiele, XXXIII 14) ripetesi spesso in senso faceto.
'''Normale etc.:''' da ''norma'', ottima voce classica (cfr. lat. ''norma'', da ''nosco'') si sono formate le seguenti voci neologiche ''normale'', ''normalità'', ''normalista'' (e pop. ''normalina'', allieva di scuola normale), ''normalmente'', ed il contrario ''anormale'' etc. Per i puristi queste voci sanno di provenienza francese, là dove la parola buona sarebbe ''regolare'' e suoi derivati, e, delle scuole, ''magistrale'', ma penso che agli stessi puristi riesca difficile evitare queste parole, tanto più che hanno valore tecnico e scientifico. V. ''Normale (Scuola)''.
'''Normale (scuola):''' divisione di scuola secondaria, destinata alla educazione ed istruzione dei maestri e maestre elementari. È divisa in sei anni, tre complementari e tre propriamente detti normali. I puristi vorrebbero ''magistrale'' e non ''normale''. Evidente influsso, nel nome e nell’istituto, del ''normal school'', inglese e ''école normale'' francese (In ted. ''Lehrerseminar'').
'''Normalista:''' e talora popolarmente ''normalina'', allieva di scuola normale.
'''No restraint:''' in inglese vale ''mancanza di costrizione'', ed è termine medico quasi universale per indicare l’abolizione di ogni mezzo violento e coercitivo, quale in passato usavasi ne’ manicomi.
'''Nosocomio:''' per ''ospedale'', da ''νόσος'' = malattia e ''κοπείν'' = curare. Neologismo non bello e non necessario, venuto forse al linguaggio de’ medici per via della Francia, ''nosocome''.
'''Nòstras:''' dicono i medici di alcune forme di malattie che sono endemiche, cioè del paese, come ad es. ''cholera nostras'': dal latino ''nostras-àtis'' = nostrano, del paese.
'''Nostro''' (il)''':''' voce convenzionale del linguaggio letterario che si incontra in taluni libri e specie nelle biografie e rassegne e vuol dire l’''Autore'' o il ''Personaggio'' di cui si ragiona. Ora questo ''Nostro'' non solo è inelegante, ma parmi anche sgarbato (''La Nostra'' non si dice!)
'''Nota ancor questa:''' locuzione di sapore ironico o faceto. Dedotta, probabilmente, dall’ode {{TestoCitato|Il Cinque Maggio|''Il Cinque Maggio''}} del {{AutoreCitato|Alessandro Manzoni|Manzoni}}:
{{smaller|<poem>
Bella immortal! benefica
fede, ai trionfi avvezza!
''scrivi ancor questo'', allegrati
chè più superba altezza
al disonor del Golgota
giammai non si chinò.</poem>}}
'''Notabilità:''' al pari di ''mediocrità'', ''celebrità'', ''nullità'', etc. sono astratti di provenienza francese, usati nel linguaggio comune in vece delle parole concrete corrispondenti. Voci riprese dai puristi. Certo il buon uso letterario si astiene, di solito, da questi vocaboli.
'''Notes:''' plurale di ''note'' francese; voce spesso usata in Lombardia nel senso di ''librettino'', ''taccuino''. Questa parola che non c’è in francese, ove si dice ''agenda'' ovvero ''carnet'' si deve essere formata da noi in questo modo, che, vedendo scritta su que’ taccuini di fabbrica francese la parola ''notes'', il popolo l’ha presa per il nome proprio del libretto. Questo ''notes'' accresce la serie delle parole francesi fatte in Italia, e specialmente a Milano, corno ''Voltaire'', ''Marbrè'', ''Cendrier'', etc.
'''Nottambulo:''' è voce non registrata nei nostri dizionari, comunissima però nell’uso, probabilmente tolta dal fr. ''noctambule'': ''celui qui passe les nuits à se promener ou à s’amuser''. I nostri dizionari registrano ''nottambulo'' come sinonimo di ''sonnambulo''. Vero è che nell’uso si dice «nottambulo» di chi ha costume di far dì giorno notte e viceversa. «Ecco onesto<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|Not|— 336 —|Num|riga=s}}</noinclude>uomo che è divenuto ''andator di notte'', apritor di giardini». ({{AutoreCitato|Giovanni Boccaccio|Boccaccio}}).
'''Nottata:''' V. Appendice.
'''Notte bianca:''' locuzione senza dubbio efficace, tolta dal francese ''nuit blanche'', per indicare una notte nella quale non si dorme, qual che ne sia la cagione.
'''Nottola:''' per ''civetta'', dicesi oramai soltanto nella locuzione ''portar nottole ad Atene''. V. {{pg|364|''Noctuas Athenas afferre''}}.
'''Notturno:''' «componimento musicale in forma di ''rondò'', di ''canzone'' od anche di ''sonata'', e il cui carattere è un abbandono dell’anima alla poesia, all’idealità serena, dolce e contemplativa». ({{AutoreCitato|Amintore Galli|Galli}}, ''op. cit''.)
'''Notus in Judaea:''' (''Salmo'' LXXV, 1) dicesi di persona assai nota e non sempre gloriosamente nota. Vale come il seguente.
'''Notus lippis et tonsoribus:''' V. {{pg|312|''Lippis et tonsoribus''}}.
'''Nous:''' gr. ''νοῦς'' mente, ted. ''Nus'', ingl. ''nous'': termine filosofico dovuto ad {{AutoreCitato|Anassagora|Anassagora}}: vale ''ragione'', ''pensiero'', ''intelligenza'', ''facoltà pensante'', considerata non come subbiettiva o come entità psichica, ma come obbiettiva ed astratta.
'''Nous arrivons toujours trop tard:''' dicono i carabinieri dell’{{Wl|Q41555|Offenbach}} nell’operetta giocosa ''Les Brigands''. Locuzione caustica, talora usata nel linguaggio della politica e del giornalismo.
'''Nozze d’argento:''' celebrazione delle nozze dopo 25 anni di vita coniugale; ''nozze d’oro'', dopo 50 anni.
'''Nuance:''' voce francese di moltissimi significati, troppo di frequente e per vizio ripetuta da noi che abbiamo le voci corrispondenti di ''sfumatura'', ''gradazione'', sì nel senso proprio come nel senso traslato.
'''Nubifragio:''' per ''acquazzone'', ''rovescio'', ''scossone'', è voce ripresa dai puristi. Cfr. {{AutoreCitato|Pietro Fanfani|Fanfani}} ed {{Wl|Q55225148|Arlia}}, ''op. cit., Supplemento''.
'''Nucleo:''' lat. ''nucleus'', in filosofia naturale (fisiologia) indica il centro attivo ed organico della cellula (la quale è considerata come l’elementare unità della vita, e consta della membrana e del protoplasma, di cui il ''nucleo'' è parte).
'''Nugae:''' (pronunzia ''nuge'') voce latina che talora si incontra per significare cose di poco conto, lievi difetti, bazzecole.
'''Nulla dies sine linea:''' ''nessun giorno senza una linea'', motto che l’antichità attribuì ad {{Wl|Q216822|Apelle}} ({{AutoreCitato|Gaio Plinio Secondo|Plinio}}, ''Hist. Nat''. XXXV, 36) e si ripete con senso pedagogico per significare l’esercizio giornaliero. Fu pure motto di {{AutoreCitato|Émile Zola|E. Zola}}. Occorre anche nel parlare familiare, nel linguaggio dei giornali, in senso ironico, quasi per dire: ''ogni giorno se ne ode una di tal genere'', ''se ne scoprono sempre di nuove''.
'''Nullaggine:''' V. ''Nullità''.
'''Nullatenente:''' «voce nuova e mal formata per ''proletario''» ({{AutoreCitato|Giuseppe Rigutini|Rigutini}}). Se ne è fatto anche l’astratto ''nullatenenza''. Voci di conio burocratico e proprio superflue. V. Fanfani ed Arlia, ''op. cit''.
'''Nullità:''' detto di ''persona che non vale nulla'', ''inetto'', è perfetto francesismo ancorchè comodissimo nell’uso. ''Cet homme est d’une parfaite nullité''. Si è formata anche la voce ''nullaggine'', ripresa dai puristi. N. B. I dialetti nostri per esprimere questo concetto di ''nullità'', specialmente riferito a persone cui la fortuna o la trafila dei consorti eleva ad alti uffici, hanno una tale ricchezza di voci realistiche e crude, secondo il genio della nostra favella, che proprio questo astratto filosofico di ''nullità'' può ritenersi superfluo, anche se comodo nell’uso, come ho detto.
'''Nullum magum ingeniunm sine mixtura dementiae est:''' ''nessun grande ingegno è senza mescolanza di pazzia'' ({{AutoreCitato|Lucio Anneo Seneca|Seneca}}, ''De tranquillitate animi'', ''XVII'', 10). Come si vede, la teoria {{AutoreCitato|Cesare Lombroso|Lombrosiana}} su la natura del genio (V. {{pg|236|Genio}}) era già nella coscienza del popolo, e ben da antico: si intende in ciò che in essa teoria è di vero, cioè il predominio di una virtù del pensiero su le altre, ed eccesso di sensibilità, e quindi squilibrio e diversità dal tipo normale dell’uomo: benchè anche questo squilibrio non sempre si riscontri negli uomini compiutamente geniali.
'''Numeno:''' (''νοούμενον'' = ciò che è conosciuto dalla ''νοῦς'' = mente) voce filosofica ({{AutoreCitato|Platone|Platone}}, {{AutoreCitato|Immanuel Kant|Kant}}) usata per indicare l’oggetto del puro pensiero o della intuizione razionale, libero da ogni elemento del senso. Ted. e ingl. ''noumenon'', fr. ''noumène''.
'''Numerario:''' per moneta metallica in circolazione è dal fr. ''numeraire''. Voce ripresa dai puristi, sancita dall’uso.<noinclude></noinclude>
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Pagina:Giacomo Bresadola - I funghi mangerecci e velenosi dell'Europa media, con speciale riguardo a quelli che crescono nel Trentino, 1906.djvu/113
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||105||riga=s}}</noinclude><section begin="s1" />
poi gialli, indi giallo-verdognoli, con orifìzii del medesimo colore, per lo più rotondi; gambo da ventricoso allungato e cilindrico, solido, senza anello, color bianco-grigiastro, coperto da una reticolazione bianca, regolare; carne compatta, bianca, sotto l’epidermide del cappello con tinta carnicina, assai gustosa e di odore grato; basidii clavati, 40-50 ︾ 10-12; spore giallo-verdognole, a mandorla, molto allungate, 15-17 ︾ 4-5 ''μ''.
Cresce in tutte le selve dal giugno al novembre più o meno numeroso a seconda delle condizioni climateriche.
Il {{Spaziato|Porcino}} è uno dei funghi ''mangerecci'' più conosciuti e stimati; offre un alimento sano e nutriente, e disseccato si presta eminentemente come condimento aumentando di aroma. Per questa sua qualità è posto in commercio assieme all{{Spaziato|’Uovolo}}, al {{Spaziato|Prugnuolo}}, al {{Spaziato|Prataiuolo}} ecc. sotto il nome generico di ''Funghi secchi''. In questo stato era già assai ricercato fino dal tempo dei Romani, i quali lo ritiravano in gran copia dalla Bitinia e lo conoscevano sotto il nome di ''Funghi suilli''; anzi molti lo preferivano all’{{Spaziato|Uovolo}} stesso, conosciuto sotto il nome di ''Boletus'', donde quel verso di {{AutoreCitato|Marco Valerio Marziale|Martiale}}:
{{smaller|Sunt tibi ''boleti; fungos'' ego sumo ''suillos''. — ''Epigr. Lib. III, 60''.}}
Il modo di prepararlo per la cottura è quello degli altri {{Spaziato|Boleti}}, cioè togliere l’epidermide del cappello, lo strato dei tubetti e la parte infima del gambo.
<includeonly>{{FI|file = Giacomo Bresadola - I funghi mangerecci e velenosi dell'Europa media, con speciale riguardo a quelli che crescono nel Trentino, 1906.djvu{{!}}page=337| width = 100%| float = center}}</includeonly>
{{spaziato|Spiegazione delle figure:}} ''a-b'' Fungo in vario grado di sviluppo, ''c'' Fungo sezionato verticalmente, ''d'' Basidii. ''e'' Spore.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|f=100%|v=1|t=1|L=0px|{{Sc|{{Wl|Q757127|Boletus aereus}}}} Bull. — Tav. LXXXIX.}}
{{spaziato|Ital.}} Porcino nero. {{Spaziato|Volg.}} Brisa, Brisa mora (Trentino), Carpanòte, Fung ferrè (Italia). {{spaziato|Franc.}} Cèpe bronzé. {{spaziato|Ted.}} Bronzpilz.
Ha cappello da emisferico guancialiforme, da giovane tutto grinzoso, poi liscio, di colore castagno carico con fondo quadrello, indi traente al fulvo con macchie giallastre, non viscoso; tubetti verso il gambo rotondato-liberi e aderenti alla sommità, da bianchi giallo-verdognoli, con orifizii del medesimo colore e di forma quasi rotonda; gambo da ovato-bulboso allungato-cilindrico, alla base per lo più ingrossato, solido, di colore carnicino che diventa giallastro nel fungo adulto, reticolato come nel Porcino; carne<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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I funghi mangerecci e velenosi dell'Europa media/Parte speciale/Descrizione delle specie/Poliporacee/Boletus/Boletus edulis
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Storia della vita e del pontificato di Pio VII/Prefazione
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{{Qualità|avz=100%|data=27 settembre 2022|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Prefazione|prec=|succ=../Libro I}}
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Pagina:Il buon cuore - Anno IX, n. 44 - 29 ottobre 1910.pdf/6
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|350|IL BUON CUORE|}}
{{Rule|100%}}
{{Rule|100%}}</noinclude><section begin="1" />{{Colonna}}
— E non c’è proprio speranza? domandò ansiosa, quando l’altro ebbe finito.
— Il medico ha detto di no.
— Oh! sì, i medici! E non sa ella dunque, povero giovane, che vi ha un medico lassù assai più savio, un medico che sovente guarisce anco i disperati e gli incurabili?
Rodolfo la guardò in viso, e lasciandosi cadere fra le mani la faccia.
— Ah! Se Dio me la volesse lasciare! sclamò.
— Ebbene, che farebbe ella?
— Che farei, sorella? c’è egli bisogno di dirvelo?
— Ecco come siete fatti voi altri. Buoni figliuoli, ma cattivi cristiani, ingrate creature. Bisogna che Dio ve le suoni a modo perchè pensiate a lui. Oh! mi creda, signore, incominci a volgersi a Colui che tutto può; faccia quel che farebbe se le promettesse la guarigione della sua fidanzata.
Rodolfo tacque alcuni istanti pensoso; poi disse:
— Sorella, sull’onor mio, lo farò.
— Sta bene; e io vo subito difilato a mettere in orazione le mie sorelle e i miei orfani; vogliamo proprio far forza al cielo. Frattanto, giacchè non si deve trascurare i mezzi umani, passo dal dottor Gradi; lo conosce lei?
— Soltanto di nome. Credeva che fosse partito.
— Parte domani; ed io vedo in questo indugio un primo pegno che ci dà la Provvidenza del suo favore. Il dottor Gradi è un medico distintissimo, che ha studiato specialmente le malattie di fegato, e fece già delle cure maravigliose. Cred’ella che l’inferma lo riceverà?
— A una mia parola, non ne dubito punto.
— Sta bene. Ella vada dunque a disporla, che io non tarderò molto a trovarmi in casa Delrio col medico.
— Sì, vo; ma non tardi molto, sorella; pensi su che croce ella mi lascia.
Non passò un’ora, e il dottor Gradi, accompagnato dalla Suora, entrava nella camera di Clotilde, mentre Rodolfo, inginocchiato in un angolo del salottino, dove aveva avuto il primo abboccamento colla Delrio, pregava come non aveva pregato mai in tutta la sua vita. Dopo una mezz’ora, che a lui parve un secolo, s’aperse l’uscio, ed egli, rizzatosi in piedi, si trovò a mani giunte innanzi al dottore. Il dottore Gradi era un uomo nel fiore della virilità, dalla fronte ampia, dallo sguardo intelligente, dalla parola concisa e sicura.
— Signore, diss’egli indirizzandosi a Rodolfo, l’inferma sta male, male assai, ma il suo male non è punto incurabile; se può prendere le acque di Vichy, ella è salva.
E troncando un’esclamazione di giubilo che stava per iscoppiare sulle labbra del giovane:
— Ma, non glielo nascondo, il difficile sarà trasportarvela. Il giudizio dato dal medico curante non mi stupisce; su quel letto essa si muore di sfinimento. Ho scritto un’ordinazione che bisogna eseguire a tutto rigore; si tratta di rianimare un cadavere. Le angosce morali, donde ebbe origine il male, si vuol cessarle all’intutto, togliendone subito la cagione. E, tostochè ne sia capace, si tolga la poveretta dal letto sul quale
{{AltraColonna}}
agonizza, si trasporti in giardino, e quando le forze il consentono, a Vichy. A Vichy guarirà, non altrove.
Ciò detto, senza dar tempo a ringraziamenti, strinse la mano a Rodolfo, salutò Suor Maria ed uscì.
— Oh! Sorella, la salveremo dunque!
— Lo spero. Anch’essa, la povera figliuola, non domanda se non di vivere. Se avesse veduto che occhiata mi diede quando il medico le disse: che c’entra il morire? si tratta di guarire adesso. E se ella crede alla propria guarigione, è già una gran cosa, mi ha detto il dottore.
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<section begin="2" />{{Il buon cuore - Titolo sommario|Religione}}
{{Centrato|{{Larger|'''Vangelo della domenica seconda dopo la Dedicazione'''}}}}
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{{Centrato|'''Testo del Vangelo.'''}}
''I Farisei ritiratisi, tennero consiglio per cogliere Gesù in parole. E mandarono da lui i loro discepoli con degli Erodiani, i quali dissero: Maestro, noi sappiamo che tu sei verace, e insegni la via di Dio secondo la verità, senza badare a chicchessia; imperocchè non guardi in faccia agli uomini. Dinne dunque il tuo parere: È egli lecito, o no, di pagare il tributo a Cesare? Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, disse: Ipocriti, perchè mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo. Ed essi gli presentarono un denaro. E Gesù disse loro: Di chi è questa immagine e questa iscrizione? Gli risposero: Di Cesare. Allora egli disse loro: Rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio.''
{{A destra|margine=1em|{{smaller|S. GIOVANNI, Cap. 22.}}}}
{{Centrato|'''Pensieri.'''}}
— Maestro, è lecito o no pagare il tributo a Cesare? — chiedono i Farisei e gli Erodiani a Gesù.
Gesù, il giorno prima, s’era mostrato molto geloso della gloria di Dio, scacciando dal tempio i mercanti che lo profanavano; risponderà dunque che non è lecito e allora ecco la possibilità d’accusarlo come un ribelle, un pretendente. E se risponderà di sì, contradirà se stesso. In ogni modo ci sarà da accusare!
Oh la costante rete tesa a Gesù da’ suoi indegni nemici!
Ma Gesù si fa dare una moneta del tributo e chiede: Di chi è quest’effigie e quest’iscrizione? — Di Cesare rispondono. E soggiunge Gesù: Rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare ed a Dio quel che è di Dio!
Mostratemi una moneta. Una delle monete che avete ricevute come tali. Che cosa dà valore al pezzo di metallo? L’effigie, l’iscrizione di Cesare. Accettando il valore della moneta s’accetta anche l’autorità di Cesare. Se pagando il tributo la moneta aumentasse di valore si capirebbe la domanda, ma il valore della moneta non muta, pagandolo: dunque il problema proposto da risolvere è già risolto.
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Cerchiamo di trarre qualche ammaestramento dalla parola di Gesù.
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{{Rule|100%}}</noinclude><section begin="1" />{{Colonna}}
— E non c’è proprio speranza? domandò ansiosa, quando l’altro ebbe finito.
— Il medico ha detto di no.
— Oh! sì, i medici! E non sa ella dunque, povero giovane, che vi ha un medico lassù assai più savio, un medico che sovente guarisce anco i disperati e gli incurabili?
Rodolfo la guardò in viso, e lasciandosi cadere fra le mani la faccia.
— Ah! Se Dio me la volesse lasciare! sclamò.
— Ebbene, che farebbe ella?
— Che farei, sorella? c’è egli bisogno di dirvelo?
— Ecco come siete fatti voi altri. Buoni figliuoli, ma cattivi cristiani, ingrate creature. Bisogna che Dio ve le suoni a modo perchè pensiate a lui. Oh! mi creda, signore, incominci a volgersi a Colui che tutto può; faccia quel che farebbe se le promettesse la guarigione della sua fidanzata.
Rodolfo tacque alcuni istanti pensoso; poi disse:
— Sorella, sull’onor mio, lo farò.
— Sta bene; e io vo subito difilato a mettere in orazione le mie sorelle e i miei orfani; vogliamo proprio far forza al cielo. Frattanto, giacchè non si deve trascurare i mezzi umani, passo dal dottor Gradi; lo conosce lei?
— Soltanto di nome. Credeva che fosse partito.
— Parte domani; ed io vedo in questo indugio un primo pegno che ci dà la Provvidenza del suo favore. Il dottor Gradi è un medico distintissimo, che ha studiato specialmente le malattie di fegato, e fece già delle cure maravigliose. Cred’ella che l’inferma lo riceverà?
— A una mia parola, non ne dubito punto.
— Sta bene. Ella vada dunque a disporla, che io non tarderò molto a trovarmi in casa Delrio col medico.
— Sì, vo; ma non tardi molto, sorella; pensi su che croce ella mi lascia.
Non passò un’ora, e il dottor Gradi, accompagnato dalla Suora, entrava nella camera di Clotilde, mentre Rodolfo, inginocchiato in un angolo del salottino, dove aveva avuto il primo abboccamento colla Delrio, pregava come non aveva pregato mai in tutta la sua vita. Dopo una mezz’ora, che a lui parve un secolo, s’aperse l’uscio, ed egli, rizzatosi in piedi, si trovò a mani giunte innanzi al dottore. Il dottore Gradi era un uomo nel fiore della virilità, dalla fronte ampia, dallo sguardo intelligente, dalla parola concisa e sicura.
— Signore, diss’egli indirizzandosi a Rodolfo, l’inferma sta male, male assai, ma il suo male non è punto incurabile; se può prendere le acque di Vichy, ella è salva.
E troncando un’esclamazione di giubilo che stava per iscoppiare sulle labbra del giovane:
— Ma, non glielo nascondo, il difficile sarà trasportarvela. Il giudizio dato dal medico curante non mi stupisce; su quel letto essa si muore di sfinimento. Ho scritto un’ordinazione che bisogna eseguire a tutto rigore; si tratta di rianimare un cadavere. Le angosce morali, donde ebbe origine il male, si vuol cessarle all’intutto, togliendone subito la cagione. E, tostochè ne sia capace, si tolga la poveretta dal letto sul quale {{AltraColonna}}agonizza, si trasporti in giardino, e quando le forze il consentono, a Vichy. A Vichy guarirà, non altrove.
Ciò detto, senza dar tempo a ringraziamenti, strinse la mano a Rodolfo, salutò Suor Maria ed uscì.
— Oh! Sorella, la salveremo dunque!
— Lo spero. Anch’essa, la povera figliuola, non domanda se non di vivere. Se avesse veduto che occhiata mi diede quando il medico le disse: che c’entra il morire? si tratta di guarire adesso. E se ella crede alla propria guarigione, è già una gran cosa, mi ha detto il dottore.
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''I Farisei ritiratisi, tennero consiglio per cogliere Gesù in parole. E mandarono da lui i loro discepoli con degli Erodiani, i quali dissero: Maestro, noi sappiamo che tu sei verace, e insegni la via di Dio secondo la verità, senza badare a chicchessia; imperocchè non guardi in faccia agli uomini. Dinne dunque il tuo parere: È egli lecito, o no, di pagare il tributo a Cesare? Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, disse: Ipocriti, perchè mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo. Ed essi gli presentarono un denaro. E Gesù disse loro: Di chi è questa immagine e questa iscrizione? Gli risposero: Di Cesare. Allora egli disse loro: Rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio.''
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{{Centrato|'''Pensieri.'''}}
— Maestro, è lecito o no pagare il tributo a Cesare? — chiedono i Farisei e gli Erodiani a Gesù.
Gesù, il giorno prima, s’era mostrato molto geloso della gloria di Dio, scacciando dal tempio i mercanti che lo profanavano; risponderà dunque che non è lecito e allora ecco la possibilità d’accusarlo come un ribelle, un pretendente. E se risponderà di sì, contradirà se stesso. In ogni modo ci sarà da accusare!
Oh la costante rete tesa a Gesù da’ suoi indegni nemici!
Ma Gesù si fa dare una moneta del tributo e chiede: Di chi è quest’effigie e quest’iscrizione? — Di Cesare rispondono. E soggiunge Gesù: Rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare ed a Dio quel che è di Dio!
Mostratemi una moneta. Una delle monete che avete ricevute come tali. Che cosa dà valore al pezzo di metallo? L’effigie, l’iscrizione di Cesare. Accettando il valore della moneta s’accetta anche l’autorità di Cesare. Se pagando il tributo la moneta aumentasse di valore si capirebbe la domanda, ma il valore della moneta non muta, pagandolo: dunque il problema proposto da risolvere è già risolto.
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Il buon cuore - Anno IX, n. 44 - 29 ottobre 1910/Educazione ed Istruzione
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||{{Sc|agli institutori}}|3|riga=si}}</noinclude>quelli ove la forma popolare e l’intento di recar diletto non tradiscano il rigore della scienza, la santità del vero. Ma non son tali certamente, per citare un esempio, quelle opere di {{AutoreCitato|Jules Verne|Verne}}, che hanno inondato l’Italia, e a cui la nostra gioventù, gli stessi uomini serî, corrono dietro con sì vergognosa passione. Al così detto ''romanzo storico'' si sostituisce il ''romanzo scientifico''. Uguale mostruosa miscela di vero e di falso; uguale intento a dilettare l’imaginazione piuttosto che ad arricchire la mente, mentre finora non possiam dire certamente che il romanzo scientifico abbia trovato il suo Manzoni. Quando non si possa distinguere fra verità ed errore, è meglio ignorare. E quando poi si voglia sapere, anche nelle scienze fisiche e naturali, parmi, ripeto, che si debba cominciare col ''nosce te ipsum'', col conoscere cioè la storia fisica e naturale del nostro paese.
In questo ci può servire di modello la nazione con noi confinante, che va meritamente superba, forse sopra tutte le altre, di una letteratura scientifica veramente nazionale nel nostro senso, atta cioè a coltivare, anche dal lato del bello descrittivo e delle ricchezze scientifiche, il sentimento nazionale. La letteratura svizzera possiede tre opere stupende di questo genere, cioè: ''Les Alpes Suisses'', di {{AutoreCitato|Eugène Rambert|Eugenio Rambert}}; ''Les Alpes'', di {{Wl|Q19210948|Berlepsch}}; e ''La vita degli animali nella regione delle Alpi'' (Das Thierleben der Alpenwelt), di {{Wl|Q6216180|Tschùdi}}. A queste bisogna aggiungere quell’altra più scientifica di tutte: ''Le monde primitif de la Suisse'', di {{Wl|Q117021|Heer}}. Queste opere ebbero nella Svizzera e al di fuori un successo immenso, l’onore di diverse edizioni e di traduzioni in diverse lingue. Ma il mondo fisico della Svizzera si riduce, possiam dire, alle Alpi; mentre il nostro mondo è assai più vasto, e infinitamente più ricco di fenomeni e di naturali bellezze. Alle bellezze ed alle ricchezze scientifiche delle Alpi, noi aggiungiamo quelle così diverse dell’Appennino; e quando avremo descritto i nostri ghiacciai, le nostre rupi e le gole delle Alpi e delle Prealpi, troveremo altri nuovi mondi da descrivere; le emanazioni gazose, le fontane ardenti, le salse e i vulcani di fango, i veri vulcani o vivi o spenti, il Vesuvio, l’Etna, poi ancora il mare e le sue isole, i climi diversi, le diverse zone di vegetazione dalla subtropicale alla glaciale, e così via discorrendo, chè l’Italia è quasi (non balbetto nel dirlo) la sintesi del mondo fisico.
Sta a vedere se il presente libro soddisfi in qualche parte al bisogno, a cui si accennava, di una coltura speciale degli Italiani. Certamente l’autore non ha intralasciato nulla perchè l’esito rispondesse al buon<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="ZandDev" />{{RigaIntestazione||{{Sc|cadore}}|{{smaller|59}}}}</noinclude>
Sono squarci di un radioso poema di fede, ritratti con solenne gravità di forme, con profonda tenerezza di sentimento, con tecnica abbastanza sicura. Solamente l’incuria degli uomini ha potuto alquanto sciupare la vivezza dei colori.
Incerto l’autore: chi dice gli affreschi opera di {{Wl|Q130367697|Vitulino da Serravalle}}, chi di {{Wl|Q3105205|G. F. di Tolmezzo}}, detto il Tolmezzino, quello stesso che fece gli affreschi nella {{Wl|Q27987226|chiesa di S. Floriano}} a {{Wl|Q53263|Forni di sopra}}: in questa ultima ipotesi, l’opera d’arte sarebbe stata eseguita intorno il 500.
Più antica ancora di {{Wl|Q88304396|S. Orsola}} è la {{Wl|Q106171025|cappellina di S. Margherita di Salagona}}, smarrita, ora, nel declivio dolce di Mellère, che digrada da {{Wl|Q3825548|Laggio}} in mezzo ai prati, dove un giorno si adunavano gli uomini della Centuria dell’{{Wd|Q3881967|Oltrepiave}}.
Sulle brevi pareti della chiesina esistono degli affreschi importantissimi per la storia dell’arte. Diversi i pittori, che li eseguirono: inesperto scombiccheratore di pareti quegli che volle dipingere S. Anastasia, che assiste al parto della Vergine. La leggenda col suo anacronismo un po’ evidente, forse, s’è spenta in Cadore, ma i contadini delle valli toscane cantano, ancora, sur una vecchia cantilena: ''.... gli angeli — cantavano Osanna e Sant’Anastasia — si trovava al parto di Maria.''
Gli Apostoli della parete a destra di chi entra e quelli della parete di fronte all’altare e parte delle figure della parete a sinistra appartengono a qualche mediocre affrescatore di scuola giottesca.
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Sono squarci di un radioso poema di fede, ritratti con solenne gravità di forme, con profonda tenerezza di sentimento, con tecnica abbastanza sicura. Solamente l’incuria degli uomini ha potuto alquanto sciupare la vivezza dei colori.
Incerto l’autore: chi dice gli affreschi opera di {{Wl|Q130367697|Vitulino da Serravalle}}, chi di {{Wl|Q3105205|G. F. di Tolmezzo}}, detto il Tolmezzino, quello stesso che fece gli affreschi nella {{Wl|Q27987226|chiesa di S. Floriano}} a {{Wl|Q53263|Forni di sopra}}: in questa ultima ipotesi, l’opera d’arte sarebbe stata eseguita intorno il 500.
Più antica ancora di {{Wl|Q88304396|S. Orsola}} è la {{Wl|Q106171025|cappellina di S. Margherita di Salagona}}, smarrita, ora, nel declivio dolce di Mellère, che digrada da {{Wl|Q3825548|Laggio}} in mezzo ai prati, dove un giorno si adunavano gli uomini della Centuria dell’{{Wl|Q3881967|Oltrepiave}}.
Sulle brevi pareti della chiesina esistono degli affreschi importantissimi per la storia dell’arte. Diversi i pittori, che li eseguirono: inesperto scombiccheratore di pareti quegli che volle dipingere S. Anastasia, che assiste al parto della Vergine. La leggenda col suo anacronismo un po’ evidente, forse, s’è spenta in Cadore, ma i contadini delle valli toscane cantano, ancora, sur una vecchia cantilena: ''.... gli angeli — cantavano Osanna e Sant’Anastasia — si trovava al parto di Maria.''
Gli Apostoli della parete a destra di chi entra e quelli della parete di fronte all’altare e parte delle figure della parete a sinistra appartengono a qualche mediocre affrescatore di scuola giottesca.
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Un terzo affrescatore, di parecchio tempo dopo, dipinse {{Wl|Q272987|S. Susanna}} ed altri santi. San Susanna non ha nessuna relazione nella storia del culto in Cadore, se pure non è stato dipinto per deferenza a quel tal Odorico De Susannis cittadino udinese e cancelliere del venerando {{Wl|Q828634|Bertrando}} {{Wl|Q27981384|patriarca di Aquileia}}, presso a poco al tempo di {{Wl|Q3607157|Ainardo di Vigo}}. In questo caso, quegli affreschi sarebbero stati eseguiti nella seconda metà del {{Wl|Q7018|secolo decimoquinto}}. Ed invero, il tocco sicuro, il movimento nobilmente grave e il medesimo carattere gotico eccellente con cui è scritto il loro nome. li avvicina agli affreschi di S. Orsola.
Alla vetusta chiesina di S. Margherita accenna S. Daniele alto sul monte omonimo, addossato, in apparenza, al {{Wl|Q17636629|Tudàio}}. Salutato dai falchi e dai camosci, sente ruggire alle spalle il Rin di Soàndre e ricorda ancora i visi devoti di santi, dipinti sulle pareti della antichissima chiesetta, sulle cui macerie, a pochi passi, egli s’alza candido, come un’aspirazione alla serenità del cielo.
Dal bel piano di Laggio, cullato dal gaio mormorio del suo {{Wl|Q141175421|Rin}}, si parte una via bianca, che con lieve salita accerchia il monte e s’addentra nella valle del {{Wl|Q28670698|Piòva}}. Limpidi ruscelli scendono e passano tra l’erbe a ristorare i pascoli: i larici a frangie sibilano lenemente al vento, con susurro più grave li accompagnano abeti e pini. Dai cespi in fiore, dall’erbe alte s’alzano carolando, trillando per l’aria libera gli ortolani.{{FI
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Viaggi per Europa
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{{Qualità|avz=75%|data=8 aprile 2026|arg=Da definire}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore = Giovanni Francesco Gemelli Careri
| Nome e cognome del curatore =
| Titolo = Viaggi per Europa
| Anno di pubblicazione = 1701-1704
| Lingua originale del testo =
| Nome e cognome del traduttore =
| Anno di traduzione =
| Progetto =
| Argomento = Diari di viaggio/storia/geografia/Italia/Francia/Regno Unito/Belgio/Paesi Bassi/Germania/Austria/Slovacchia/Ungheria/Repubblica Ceca/Croazia/Slovenia/Spagna/Guerra austro-turca (1683-1699)
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Gemelli Careri - Viaggi per Europa, Vol. I, Napoli, Roselli, 1701.djvu
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<pages index="Gemelli Careri - Viaggi per Europa, Vol. I, Napoli, Roselli, 1701.djvu" from="11" to="11" />
==Indice della parte prima==
* {{testo|/Dedica}}
* {{testo|/Matteo Egizio a' cortesi leggitori}}
* {{testo|/Avviso}}
* {{testo|/Lettera prima}} - ''Di Vinegia a’ 25. di Gennajo 1686.''
* {{testo|/Lettera II}} - ''Di Vinegia 29. Gen. 1686.''
* {{testo|/Lettera III}} - ''Di Vinegia 6. Febbrajo 1686.''
* {{testo|/Lettera IV}} - ''Vinegia 12. Febbrajo 1686.''
* {{testo|/Lettera V}} - ''Vinegia 19. Febbrajo 1686.''
* {{testo|/Lettera VI}} - ''Di Vinegia 26. Febbrajo 1686.''
* {{testo|/Lettera VII}} - ''Di Verona il 1. di Marzo 1686.''
* {{testo|/Lettera VIII}} - ''Di Milano a’ 4. di Marzo 1686.''
* {{testo|/Lettera IX}} - ''Di Milano a’ 6. di Marzo 1686.''
* {{testo|/Lettera X}} - ''Di Torino a’ 13. Marzo 1686.''
* {{testo|/Lettera XI}} - ''Di Lione a’ 19. Marzo 1686.''
* {{testo|/Lettera XII}} - ''Di Lione a’ 22. Marzo 1686.''
* {{testo|/Lettera XIII}} - ''Da Parigi a’ 3. di Aprile 1686.''
* {{testo|/Lettera XIV}} - ''Da Parigi a’ 6. di Aprile 1686.''
* {{testo|/Lettera XV}} - ''Da Parigi a’ 9. di Aprile 1686.''
* {{testo|/Lettera XVI}} - ''Da Varsaglia gli 11. di Aprile 1686.''
* {{testo|/Lettera XVII}} - ''Da Parigi a’ 15. di Aprile 1686.''
* {{testo|/Lettera XVIII}} - ''Parigi a’ 20. di Aprile 1686.''
* {{testo|/Lettera XIX}} - ''Di Parigi il 1. di Maggio 1686.''
* {{testo|/Lettera XX}} - ''Di Londra a’ 15. di Maggio 1686.''
* {{testo|/Lettera XXI}} - ''Di Londra a’ 23. di Maggio 1686.''
* {{testo|/Lettera XXII}} - ''Di Londra a’ 30. di Maggio 1686.''
* {{testo|/Lettera XXIII}} - ''Da Bruges a’ 2. di Giugno 1686.''
* {{testo|/Lettera XXIV}} - ''D’Anversa a’ 9. di Giugno 1686.''
* {{testo|/Lettera XXV}} - ''D’Amsterdam a’ 15. di Giugno 1686.''
* {{testo|/Lettera XXVI}} - ''Da Nimega a’ 22. di Giugno 1686.''
* {{testo|/Lettera XXVII}} - ''Da Colonia a’ 27. di Giugno, etc.''
* {{testo|/Lettera XXVIII}} - ''Da Vienna a’ 14. di Luglio 1686.''
* {{testo|/Tavola delle cose più notabili}}
* {{testo|/Imprimatur}}
<pages index="Gemelli Careri - Viaggi per Europa, parte II, Napoli, Roselli, 1704.djvu" from="5" to="5" />
== Indice della parte seconda ==
* {{testo|Da fortunati Elisi|tipo=tradizionale}}
* {{testo|/Imprimatur (parte II)|Imprimatur}}
* {{testo|/Dedica (parte II)|Dedica}}
* {{testo|/Lettera Prima (parte II)|Lettera Prima}} - ''Al Signor Amato Danio - Da Vienna a’ 15. di Luglio 1686.''
* {{testo|/Lettera II (parte II)|Lettera II}} - ''Al Regio Signor Consigliero D.'' {{Sc|Pietro Antonio Chiavarri}} - ''Da Buda a’ 20. di Luglio 1686.''
* {{testo|/Lettera III (parte II)|Lettera III}} - ''Al Sig. Consigliero D.'' {{Sc|Francesco Gascon.}} - ''Dal Campo di Buda a’ 21 di Luglio 1686.''
* {{testo|/Lettera IV (parte II)|Lettera IV}} - ''Al Signor Giudice di Vicaria D.'' {{Sc|Michele Vargas Machuca}} - ''Dal Campo di Buda lì 30 di Luglio 1686.''
* {{testo|/Lettera V (parte II)|Lettera V}} - ''Al Signor D.'' {{Sc|Carlo Cito}} - ''Dal Campo di Buda a’ 7 di Agosto 1686.''
* {{testo|/Lettera VI (parte II)|Lettera VI}} - ''Al Signor'' {{Sc|Vincenzo di Miro}} - ''Dal Campo di Buda a’ 16 di Agosto 1686.''
* {{testo|/Lettera VII (parte II)|Lettera VII}} - ''A Madama N. N. - Dal Campo di Buda a’ 23. di Agosto 1686.''
* {{testo|/Lettera VIII (parte II)|Lettera VIII}} - ''A Madama Elisa Guioni. - Dal Campo di Buda a’ 23 di Agosto 1686.''
* {{testo|/Lettera IX (parte II)|Lettera IX}} - ''A Madama Pimplea Colinatti. - Dal Campo di Buda a’ 30. di Agosto 1686.''
* {{testo|/Lettera X (parte II)|Lettera X}} - ''Alla Medesima. - Da Buda a’ 3. di Settembre 1686.''
* {{testo|/Lettera XI (parte II)|Lettera XI}} - ''A Madama Camillotta Pepini. - Da Vienna a’ 13. di Settembre 1686.''
* {{testo|/Lettera XII (parte II)|Lettera XII}} - ''Alla Medesima. - Da Ispruch a’ 27. di Settembre 1686.''
* {{testo|/Lettera XIII (parte II)|Lettera XIII}} - ''Alla Medesima. - Da Napoli a’ 6. di Novembre 1686.''
* {{testo|/Lettera XIV (parte II)|Lettera XIV}} - ''Al Dottor Signor'' {{Sc|''A''mato ''D''anio}}. - ''Da Vienna a’ 14. di Giugno 1687.''
* {{testo|/Lettera XV (parte II)|Lettera XV}} - ''A Madamigella'' {{Sc|''O''limpia ''P''iozzi}}. - ''Da Buda a’ 21. di Giugno 1687.''
* {{testo|/Lettera XVI (parte II)|Lettera XVI}} - ''A Madama {{Sc|Camillotta Pepini}}. - Dal Campo di Valpo a’ 17. di Luglio 1687.''
* {{testo|/Lettera XVII (parte II)|Lettera XVII}} - ''Alla medesima. - Dal Campo appresso Sicklos a’ 25. di Luglio 1687.''
* {{testo|/Lettera XVIII (parte II)|Lettera XVIII}} - ''Alla medesima - Dal Campo appresso Mohacz gli 8. di Agosto 1687.''
* {{testo|/Lettera XIX (parte II)|Lettera XIX}} - ''Alla Medesima - Dal Campo di Orsan a 16. di Agosto 1687.''
* {{testo|/Lettera XIX (parte II)|Lettera XIX}} - ''Alla Medesima. - Da Vienna a’ 3. di Ottobre 1687.''
* {{testo|/Lettera XXII (parte II)|Lettera XXII}} - ''Alla medesima. - Da Praga a’ 17. di Ottobre 1687.''
* {{testo|/Lettera XXIII (parte II)|Lettera XXIII}} - ''Alla Medesima. - Da Lipsia a’ 15 Ottobre 1687.''
* {{testo|/Lettera XXIV (parte II)|Lettera XXIV}} - ''A Madamigella Rosalia Ghul. - Da Norimberga a’ 30. di Otobre 1687.''
* {{testo|/Lettera XXV (parte II)|Lettera XXV}} - ''A Madama'' {{Sc|''M''aria ''E''lena d’''O''ttesnac}}. - ''D’Augusta a’ 3. di Novembre 1687.''
* {{testo|/Lettera XXVI (parte II)|Lettera XXVI}} - ''A Madama'' {{Sc|''C''amillotta ''P''epini}}. - ''Da Inspruck a’ 14. Novembre 1687.''
* {{testo|/Lettera XXVII (parte II)|Lettera XXVII}} - ''Al Signor Francesco Stricker - Da Vinegia a’ 30. di Novembre 1687.''
* {{testo|/Lettera XXVIII (parte II)|Lettera XXVIII}} - ''All’Illustriss. ed Eccellentissimo Signore il sig. Conte di'' {{Sc|''F''ernan ''N''uñez}}. - ''Da Vinegia a’ 7. Febbrajo 1688.''
* {{testo|/Lettera XXIX (parte II)|Lettera XXIX}} - ''Al Dottor Signor D.'' {{Sc|''G''iacinto ''F''alletti ''A''rcadi}}. - ''Da Vinegia a’ 17. Febbrajo 1688.''
* {{testo|/Lettera XXX (parte II)|Lettera XXX}} - ''Al Dottor Signor'' {{Sc|''L''orenzo ''S''andalaro}} - ''Da Roma a’ 26. di Marzo 1688.''
* {{testo|/Lettera XXXI (parte II)|Lettera XXXI}} - ''All’Eccell. Signor il Signore'' {{Sc|''B''ernardo ''T''revisani}}. - ''Da Palermo a’ 22. di Maggio 1688.''
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* {{testo|/Lettera XXXIII (parte II)|Lettera XXXIII}} - ''Al Dottor Signor'' {{Sc|''A''mato ''D''anio}} - ''Da Madrid il primo di Settembre 1688.''
* {{testo|/Lettera XXXIV (parte II)|Lettera XXXIV}} - ''Al Medesimo. - Da Madrid a’ 15. di Aprile 1689.''
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Firenze, 23 febbraio 1881.
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''Chiarissimo Signor Professore,''
il postino mi porta in questo momento un gradito suo
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la traduzione dell’intero poema. La tarda età mia non
mi dà speranza di vederlo e di leggerlo. Ne avrò intanto
un bel saggio nell’episodio, di cui m’è cortese, e che di
certo sarà maestrevolmente reso italiano, come gli altri
suoi lavori.
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della edizione di Calcutta del 1829; e il Pizzi ci ha {{Pt|la-|}}<noinclude></noinclude>
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Candalua
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Firenze, 23 febbraio 1881.
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''Chiarissimo Signor Professore,''
il postino mi porta in questo momento un gradito suo
dono: ''La morte di Rustem'', episodio del libro — ''I Re di Firdusi'' — di cui Ella ci promette, in circa tre anni,
la traduzione dell’intero poema. La tarda età mia non
mi dà speranza di vederlo e di leggerlo. Ne avrò intanto
un bel saggio nell’episodio, di cui m’è cortese, e che di
certo sarà maestrevolmente reso italiano, come gli altri
suoi lavori.
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Mi raffermo con piena stima
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«Del ''Libro dei Re'' diè una edizione critica e la versione
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A questa breve stazïon s’aggira
E va pascendo; ma nel dì che levasi
Di timballi fragor che la partenza
E indice e intima, va sotterra ancora
Di fortissime belve il capo altero».
:Se da me ascolti di Pervìz l’istoria
Meravigliosa, ben si vuol che in mente
Abbi tu questo, che di tal possanza
E tal grandezza e dignità, di tale
Poter, di tal corona e di cotale
Maestà di gran re, cosa maggiore
Non udrai tu per l’ampia terra mai,
Anche se gente ne richiedi esperta.
D’India e Turania e di Cina e di Grecia
E da ogni terra amena e eulta, al chiaro
Lume del giorno e per la notte oscura,
Tributi e offerte recavan le genti
A l’inclito signor. Veniano ancelle
Da ogni casa regal, giovani paggi,
Perle e rubini ed ogni gemma; e intanto
A sue monete e a suo regal tesoro
Confin non era, e per la terra prence
Non si vedea che ugual gli fosse. Ancora
Falchi e sparvieri ed aquile volanti,
Pardi e leoni e alligatori in fonde
Acque nascosti, a suo comando tutti
Obbedendo cedean; l’anima sua
Come il fulgido sol splendeagli in core.
:Ma il tesor che in disparte egli ponea.
Primo d’ogni tesor, quale ei raccolse
Da Bulgari e Cinesi e da le genti
Di Grecia e Russia, ebbesi vago nome:
''Della sposa il tesor''. L’altro era colmo
Di perle di bell’acqua e la sua altezza
Era sì quanto il volo d’una freccia
Alto sospinta; i prenci tutti e gl’incliti
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/308
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 305 —|}}</noinclude><poem>
Saggi d’Arabia nome aveangli posto
Di ''Ciel sereno''. Ma il tesor che nome
Avea di ''Carco'', non fu visto mai
Da alcuno in terra, in appartato loco
O in pubblico; e il tesor v’era pur anco
Che ''Lieto'' si dicea, grande, famoso.
Quale erano a lodar cantori intenti,
Abili e destri. Altro tesor diceasi
''Superbo'', di cui computo si prese.
Ma stanco ne restò chi computava.
Altro tesor quello si fu di cui
Intendi il nome e che appellar già suoli
''Broccato imperïal''. L’altro è il tesoro
Inclito d’Afrasyàb, qual mai non fue
In terra o in acqua. Altro tesoro è quello
Che tu ''Ardente'' dirai; luce e splendore
Ha per esso la terra intorno intorno.
:Ma fra i musici suoi Khusrèv si avea
E Serkìsh e Barbèd, sì che cruccioso
Suo stato mai non si vedea. Ma dodicimila
fanciulle egli ebbesi ne’ suoi
Dorati ginecei, gioconde e vaghe
Qual gaia primavera. Anche ei vantava
Mille e dugento battaglieri e forti
Elefanti; e diresti che per essi
Loco non era in su la terra. Avea
Quarantamila con seimila ancora
Belligeri destrieri il nobil sire
Là ne’ presepi suoi, di rosso pelo
Diecimila cammelli, e niuno in terra
Tanti ne avea quanto Khusrèv. Ancora
Egli ne avea dodicimila, gravi
Che i carchi gli traean co’ palanchini.
Altri ne avea, sessantasei, veloci,
Rapidi al corso. No davver! che niuno
Vide cotesto per la terra; mai
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 306 —|}}</noinclude><poem>
Non l’udì raccontar da gente antica
Di cose esperta! Mille volte mille
Cavalieri si avea pur anco il sire
Atti a le pugne, ed eran di Turania,
Eran di Cina, eran di Grecia. Ancora
Ei vantava un destrier, bruno qual notte,
Quale nel tempo d’eccitar battaglie
Non si ristava dal balzar. Ancora,
Ancora al gineceo stava Shirìna
Adorna e bella, ed i giardini suoi
Si fean per lei più rilucenti e vaghi.
:Ma poichè si morìa sì gran monarca
Per la man d’uno schiavo, oh! tu nel core
Ansiosa voglia di grandezza mai
Non albergar. Fra l’opere ti scegli
Qual minore ha travagli, ove tu brami
Per tua giustizia aver tua lode. Il male
Trapassa in terra e il bene ancora, e il fato
Ogni nostro alitar va numerando.
Sia che tu tocchi una corona e un seggio
E splendido tesor, sia che pel mondo
Tu cammini nel duol, l’estremo loco
Di te sarà dell’ampia terra il seno
E due gelide pietre. Oh! per la terra
Altro gittar non dêi fuor che del bene
La nobile semenza! Anche tu dêi
Da Pervìz regnator prender tua norma,
Che rimarrai meravigliando allora
Che questo libro leggerai. Quel grande
Pago non fu dell’inclito suo trono.
Del loco mai di sua real grandezza,
Della corona imperïal, di quella
Inclita potestà, sì che a rovina
L’irania trasse e la turania terra.
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/310
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 307 —|}}</noinclude>{{Ct|c=t1|LII. Rivolta dell’esercito.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 2016-2023).}}
<poem>
:Prence si giusto si fe’ ingiusto allora,
Ei che gioì dell’opere non giuste
D’ogni suo servo. Si togliea ricchezze
Da ciascun che n’avea, questo battea
Contro cotesto e contro a questo quello
Senza ritegno, onde volgeasi in biasmo
Benedizion d’un tempo. Iniquo lupo
S’era fatto l’agnel. Sempre novelli
Crucci a sè stesso ei procacciava intanto,
Nè altra voglia ei s’avea fuor che di nuovi
Tesori sempre. E come fu la gente
Senz’acqua e senza cibo e senza forza,
In terra di nemici elli n’andavano
Da Irania bella. Chi peggior toccava
Sorte in Irania, fuor dalla sua terra,
Malgrado suo, sen gìa. Ma tal spregiato
Era a que’ tempi, era Guràz il nome,
Da cui gioie e sollazzi e sua quïete
Avea prence Khusrèv. Sempre custode
Egli era del confin che guarda a Grecia,
Avea mente di Devo e ingiusto core
E infausto e reo. Come verso a giustizia
Ingiusto si fe’ il re, primo in Irania
Ei la fronte levò, quando pur anco
Un altro v’era, Farrukhzàd il nome,
Accetto e grato a re Khusrèv. Nessuno
Irne osava al gran re, se pria l’accesso
Farrukhzàd non chiedea. Ma poi che piena
Andò misura dell’iranio sire,
Anche di Farrukhzàd guasto fu il core.
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/311
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 308 —|}}</noinclude><poem>
Figlio d’Azermigàn, venne costui,
Tristo nel volto, mormorando iroso
Contro a’ soggetti, e un sol, d’alma e di core,
Fecesi con Guràz, d’anni più antico,
E da questa contrada a quella terra
Patto secreto con lui fe’. Un’epistola
Scrisse prence Guràz al greco sire
E lui pur anco fe’ malvagio e reo
Nel suo desire. Dissegli: Ti leva
E Irania prendi, ch’io per primo innanzi
A te verrò soccorritor. — L’epistola
Il greco sire poi che lesse, un ampio
Esercito raccolse a far battaglie,
Battè i timpani in bronzo e diè stipendi
E all’estremo confin d’Irania venne
Come bufera che dall’alto scende.
:Ma l’iranio signor, come di tanto
Ebbe novella, ben leggiera cosa
La cosa grave computò. S’avvide
Che opera di Guràz era cotesta
Qual disvelata al greco Imperatore,
Avido di contrasti, ebbe colui.
:A Guràz fe’ un invito il prence iranio,
E quegli all’arti fe’ ricorso e vile
L’epistola regal che il richiamava,
Osò stimar. Costui, d’animo infausto,
Sgomento avea di re Pervìz, terrore
Avea de’ prenci e del regale ostello.
Ma il re dei re co’ principi e con quanti
Erano duci nell’irania terra,
Si assise allora, e poi che mondo il core
Ebbe con un pensier più integro e sano,
Molte e d’ogni maniera arti sottili
Andò cercando; e come sorse in lui
Un più chiaro pensier, scrisse un’epistola
A principe Guràz: Grato mi venne
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/312
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 309 —|}}</noinclude><poem>
Quel tuo disegno, e innanzi a’ prodi miei
Sì ti lodai, che all’opre tue sagace
Un inganno aggiugnesti, onde l’altero
Capo del greco Imperator già tenti
In basso loco di gittar. Ma quando
Questa epistola mia recata avranno
Nel tuo cospetto, la sottil tua mente
Piena fa d’un pensier. Resta fin ch’io
Di qui mi parta. Co’ tuoi prodi allora
Il piede muoverai. Quando da questa
Parte e da quella eserciti saranno.
Desìo del greco Imperator nel mezzo
Andrà cadendo, e noi captivo in terra
D’Irania il menerem, tutti i suoi Greci
Carchi di ceppi qui addurrem pur anco.
:Nell’ostello regal scelse un de’ suoi
Quale all’uopo venia, saggio, eloquente,
Sperto d’arte sottil. Dissegli il sire:
:Nascostamente questo foglio mio
Con teco apporta, quale è pur costume
D’esplorator. Fa sì che alcun di Grecia
Veder ti possa e in su la via di molte
Cose ti chiegga. E ti farà prigione
Costui, del greco re nella presenza
Per trascinarti o per addurti innanzi
Del greco stuolo ad un de’ capi. Allora
Quei chiederà: «Donde sei tu? Favella!».
E dirai tu: «Son io tapino un servo
Che l’arte sua va procacciando. Questa
Grave fatica sopportai, correndo
La via lontana, e per Guràz un foglio
Porto con me». Tu avvinci al destro braccio
Questa epistola mia. Se alcun la toglie
A te, davver! che ciò mi fia gradito.
:Di re Khusrèv dalla presenza uscìa
11 messaggiero, avvinta in pria l’epistola
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/313
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 310 —|}}</noinclude><poem>
Al destro braccio. Ei venne intanto, e allora
Che al greco Imperator vicino egli era,
Il vide pel suo calle un degli erranti
Esploratori. Al suo signor l’addusse,
D’immonda polve sparso il capo, smorte
Ambe le gote e con le labbra livide.
:Ov’è Khusrèv? gli disse il greco sire.
Davver! che la sua via dritta e verace
A me t’è d’uopo disvelar! — Stordito
Parve per lui di re Khusrèv lo schiavo
Astuto, e per timor che avea del sire.
Tristo e turbato nel ridir risposta
Si fe’ nel volto. Deh! frugate voi,
Gridava il greco re, costui sì tristo,
Ricercator di nostro danno, reo
Nel suo pensier, d’aspetto reo pur anco
E di perversa voglia! — E quei frugarno,
E nel braccio di lui la regia epistola
Avvinta un uom trovò sagace e vigile.
:Il greco Imperator su que’ confini
Un sapïente allor cercò, pehlèviche
Cifre in leggere esperto; e allor che il foglio
Ebbegli letto i’uom di cifre dotto.
Dell’inclito signor fosca qual pece
Si fe’ la fronte. In manifesto danno,
Disse in secreto a’ prodi suoi, volea
Guràz menarci adunque! E il re de’ regi
Trecentomila eroi seco si adduce,
E niun conosce agli elefanti suoi,
A’ suoi tesori, il computo verace.
Davver! che trarmi a’ lacci suoi volea
Guràz infido! Eternamente fosco
Nelle triste sue voglie il cor ne sia!
:Di là così ei traea l’ampie falangi,
E ogn’altra brama dal suo cor sparìa.
:A principe Guràz come giugnea
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/314
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 311 —|}}</noinclude><poem>
Novella certa, ritornarsi in Grecia
L’inclito sire, pien di doglia il core
Andonne e smorte fûr le gote e livide,
Si che ratto ei scegliea fra suoi gagliardi
Un cavaiiero e con ansia ed ardore
Dettava un foglio. Oh! perchè mai, scrivea,
Fecemi oltraggio il greco Imperatore?
Dimmi, dimmi, perchè ti ritornasti
Da suol d’Irania e festi me pel mondo
Bisognoso d’aita? E il re de’ regi
Ben sa che ciò fec’io, sì che quel core
Pieno è già contro a me d’alto corruccio
E d’odio acerbo. — Il greco Imperatore,
Poi che gli occhi levando il foglio vide,
Ricco di pregi un uom scelse tra i prodi
E veloce a Guràz mandollo in via.
:Forse, gli disse, ti sciogliea l’Eterno
Da ogni tristo bisogno, o mentecatto,
Perchè poi tu dovessi il trono mio
Sperdere e il serto imperïal, distruggere
I prodi miei col fuoco de la guerra?
Da l’epistola tua nulla mi venne
Fuor che de’ miei tesori ampio uno sperpero,
Per colpa tua, tristo e malnato. In mano
Dar mi volesti a re Khusrèv. Deh! mai
Grandezza non ti venga o buono stato
Nel viver tuo, che questo tu dovevi
E intendere e saper che prenci irani,
Fin che vedranno un re de’ Kay del sangue,
In iranico suol gente straniera
Non chiameranno mai, foss’ei rampollo
Di greco sire o sapïente illustre.
:Al greco Imperator molte fe’ scuse
Guràz allor, ma i detti suoi, per molta
Scïenza ch’egli avea, li orecchi mai
Non penetrâr di quell’irato. Intanto,
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/315
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 312 —|}}</noinclude><poem>
Scegliea Khusrèv tale e bennato ed inclito,
Facondo e savio messaggier. Dettava
Un regal foglio per Guràz con queste
Parole acerbe: Deh! spregiato e vile,
Che arti hai di Devo, quante volte a questa
Mia reggia ti chiamai, ma tu lontano
Da nobile costume e da più giusta
Legge ti resti! Ed or quelle che hai teco
Squadre d’eroi, che son la stella tua
Negli anni tuoi, ne’ mesi tuoi, col core
E con la mente al greco Imperatore
Son già devote, ed altre in lor segreto
Hanno voglie e disegni. Or tu m’invia
Quanti son ribellanti e già s’apprestano
Il capo a sollevar. — Come giugneva
A Guràz prence la regale epistola,
Ei cauto nell’oprar, sentì la mente
Di pensieri affollarsi, onde trascelse
Dodicimila, fra gli illustri suoi,
Cavalieri animosi, e disse ai duci:
:Or siate voi d’un solo core, e verbo
Che altri vi dica, mai non piaccia a voi
D’ascoltar. Ma qui insiem per alcun tempo
State di qua dall’acque torbe e fretta
Non prendavi d’andar. Se un detto solo
Il vostro fia, se sola una difesa,
Anche potrete voi scrollar dall’ime
E fonde basi una montagna eccelsa.
:Fino a città che Maestà si dice
D’Ardeshir, discendea l’ampia falange,
Quanti eran vecchi o garzoncelli in armi
Così scendean. Fino a le sponde ei trassero
Del bel fiume le schiere, ivi aspettando
Qual comando farìa l’iranio sire.
Ma Khusrèv, come avea novella certa
Di ciò ch’egli si fean, desìo non ebbe
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/316
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<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 313 —|}}</noinclude><poem>
Di riveder que’ suoi guerrieri, e cenno
Fe’ sì che andasse Farrukhzàd correndo
A quelle del suo re genti raccolte.
Ei tal messaggio a le raccolte genti
Recava e si dicea: Da che mi foste
Amici un giorno, oh! perchè mai la via
Schiudeste al greco Imperator da quella
Ampia sua terra, ond’ei menò su questi
Confini miei le sue falangi? Oh! dunque
Chi mai fu che smarrissi da la dritta
Via dell’Eterno e dal mio patto lungi
Andò perduto e da mia giusta legge?
L’accolta schiera come udì messaggio
Di principe Khusrèv, livide e fosche
Ebbe le gote per terror. Nessuno
Osò svelar l’alto secreto, e tutti
Rimasero nel duol, pallidi tutti
Ne’ tristi volti. Ma d’un solo core
Con principe Guràz era quel messo.
Ben ch’ei celasse all’aure ancora e a questa
Terra il secreto suo pensier. Sen venne
Gelatamente ai valorosi e luce
Diede all’anime fosche e conturbate.
Principi, ei disse, niun di voi del sire
Tema d’Irania, ch’ei non scorse aperta
Alcuna colpa in voi. Siate soltanto
D’una sol lingua e d’un sol core e dite
Asseverando: «Chi di noi fu adunque
Di reo pensiero? Se talun pur v’ebbe.
Tutti del nostro re slam sotto al manto
Proteggitor, siam noi l’uno per l’altro
Alleati in valor. — Tosto che udirò
Di lui la voce i sbigottiti prenci,
L’alto secreto ognun de’ prenci intese.
Onde levarsi da’ lor seggi attorno
D’un moto sol. Conforme a ciò ch’ei disse,
La risposta apprestar subitamente.
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 313 —|}}</noinclude><poem>
Di riveder que’ suoi guerrieri, e cenno
Fe’ sì che andasse Farrukhzàd correndo
A quelle del suo re genti raccolte.
:Ei tal messaggio a le raccolte genti
Recava e si dicea: Da che mi foste
Amici un giorno, oh! perchè mai la via
Schiudeste al greco Imperator da quella
Ampia sua terra, ond’ei menò su questi
Confini miei le sue falangi? Oh! dunque
Chi mai fu che smarrissi da la dritta
Via dell’Eterno e dal mio patto lungi
Andò perduto e da mia giusta legge?
:L’accolta schiera come udì messaggio
Di principe Khusrèv, livide e fosche
Ebbe le gote per terror. Nessuno
Osò svelar l’alto secreto, e tutti
Rimasero nel duol, pallidi tutti
Ne’ tristi volti. Ma d’un solo core
Con principe Guràz era quel messo,
Ben ch’ei celasse all’aure ancora e a questa
Terra il secreto suo pensier. Sen venne
Celatamente ai valorosi e luce
Diede all’anime fosche e conturbate.
:Principi, ei disse, niun di voi del sire
Tema d’Irania, ch’ei non scorse aperta
Alcuna colpa in voi. Siate soltanto
D’una sol lingua e d’un sol core e dite
Asseverando: «Chi di noi fu adunque
Di reo pensiero? Se talun pur v’ebbe,
Tutti del nostro re siam sotto al manto
Proteggitor, siam noi l’uno per l’altro
Alleati in valor. — Tosto che udiro
Di lui la voce i sbigottiti prenci,
L’alto secreto ognun de’ prenci intese,
Onde levârsi da’ lor seggi attorno
D’un moto sol. Conforme a ciò ch’ei disse,
La risposta apprestâr subitamente.
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 314 —|}}</noinclude><poem>
:Farrukhzàd ne venia ratto qual nembo
A principe Khusrèv, tutte a ridirgli
Este parole, e quei rispose: Vanne,
Vanne, e in presenza lor così favella:
«Deh! chi di voi si cerca il suo corruccio
Qual forsennato? Se ingannava alcuni
Il greco Imperator d’infausta sorte
Corone promettendo, armi e tesori
E seggio illustre, se talun colpevole
Si fe’ dinanzi a noi, se alcun dispetta
Ebbesi e vii questa corona mia
E il sovrano poter, questi a me ratto,
Alla dimora imperïal, mandate,
Questi sì che contrassero tal colpa
Maligna e rea. Se no, vedrà ciascuno
Dell’esercito mio, qual la sua dritta
Strada perdeva, e carcere e gibetto».
:Andando Farrukhzàd, queste parole
Ridicea del suo re, sì che a vecchiezza
Parea precipitar per l’aspra doglia
Della giovane schiera il cor dolente.
Niuno si ardia disciôr le labbra e pieni
Eran tutti di duol, sì che in silenzio
Restavansi lung’ora. Alfin la lingua
Disciolse Farrukhzàd subitamente,
Disonesti formando i detti suoi:
:In quest’ampia falange, di gran core
Armata e nuova, non vegg’io chi scemo
Sia di possanza e d’ardimento. A voi
Quale è d’uopo timor pel vostro sire,
Di lui che disperdea pel mondo attorno
Fuor della reggia i suoi gagliardi? In quella
Dimora sua di prence oh! non vegg’io
Un grande, un forte, che l’antica luce
Renda all’astro regal. Le mie parole
Che dissi in pria, lievi stimar vi piaccia,
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/318
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 315 —|}}</noinclude><poem>
Nè temasi da voi per mio corruccio,
Ma tosto, ad imprecar contro al superbo
Prence e contro a me ancor, sciogliete il labbro.
:Quale da lui queste parole udìa,
S’avvide sì che giovane fortuna
Del suo re già invecchiava, onde levârsi
Tutti d’un moto da’ lor seggi e il labbro
Sciolsero ad imprecar. Tornava allora
Farrukhzàd al suo re, dicea compunto:
:Tutta de’ prodi tuoi l’ampia falange
Uniasi a un patto e congiungea. Sgomento
Ho sì pel viver mio, se a que’ gagliardi
Con un messaggio ancor mandami il sire.
:Or s’avvide Khusrèv che il menzognero
Fiumi di sangue e di cocenti lagrime
Avrìa versato, ond’ei si tacque e nulla
Rispose allor per tema del fratello,
Rùstem, di Farrukhzàd, e il vero ascose
Nei profondo del cor. Che ribellante
Al suo prence e signor si palesava
Rùstem infido, al loco suo, dov’erano
Diecimila suoi prodi, atti le spade
In battaglia a vibrar. Corruppe il reo
Di Farrukhzàd ancor l’infido core
E ribelli al suo re fe’ i suoi gagliardi.
:Ma Farrukhzàd ben s’avvedea che il sire
Dell’esercito suo tutta la colpa
Da Farrukhzàd riconoscea. Di fuori
Come uscì dalla reggia ei del suo prence
Fatto nemico, non osò più ancora
La reggia penetrar. Stava alle porte
Costante e fermo e con ciascuno assai
Fea prove intanto a far seguaci suoi
Tutti gli eroi delle raccolte squadre,
Sì che ribelli molti fe’ al comando
Del suo prence e signor. Parole avea
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/319
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 316 —|}}</noinclude><poem>
Con ciascun ben sovente e quelli seco
S’accordavano in ciò, doversi in trono
Altro elevarsi un re, che lungi omai
Ita era da Khusrèv la sua fortuna,
La maestà, la dignità pur anco.
:Ma un saggio vecchio che nell’opre sue
Era avveduto, stavasi costante
Là presso a Farrukhzàd. L’iranio sire,
Dissegli un giorno, de’ guerrieri suoi
Tutte da te le colpe si ripete.
Ed or, se tu non meni a noi dinanzi
Un novello signor, più in là di tanto
Avventurarci non dobbiam, che tosto
Deserta fia questa contrada amena
E Irania tutta fia turbata e scossa
Qual d’un vegliardo è percossa la mente.
Vuolsi cercar qual di Khusrèv è figlio
Di verecondia ornato e da litigi
Alieno in core e da contese, e lui
Porre in trono qual re, monete d’oro
Sul suo serto gittar. Procederemo
Indi a un’opra maggior, che amara beva
Gustammo un tempo e assaporar del dolce
Ora n’è d’uopo. Ma se accorto e saggio
È Shirùy, maggior figlio al nostro sire,
Quale ora in carcer sta, niun altro vuolsi.
:E porgeva ciascuno egual consiglio,
E molte non passar dopo cotesto
E notti e giorni, che levossi a un tratto
Di Tokhàr de le schiere alta la polve,
Quando già quella impresa aveano assunta
Come agevole cosa i prenci arditi.
Ma Farrukhzàd per la lontana via
Corse incontro a Tokhàr, venner con lui
Copiose genti armigere, e nell’ora
Ch’elli incontrârsi, andarono parole
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 317 —|}}</noinclude><poem>
E in secreto e in palese, E primo sciolse
La lingua Farrukhzàd l’opre malvage
Di re Khusrèv a rammentar. L’antica
Di sire dignità, disse, la gente
Col senno e col valor vuol che si affermi.
:E principe Tokhàr gli rispondea:
Uom da sermoni non son io, ma quando
Scendo in battaglia co’ miei prodi, vana
Rendo l’opera sì d’ogni gagliardo
Che al mondo vive. Caro a tutti noi
Fu questo re nell’età sua più fresca,
Agli eroi caro ed a’ prefetti; ed ora
Che sua giornata si fa torba e trista,
Deh! mai non sia che onor di regal trono
O di corona ei vegga! Allor che ingiusto
Ei si mostrò, quando gioì di ree
Opre su’ suoi soggetti, a noi si fece
Dispetto e vile. — Come udì cotesti
Suoi detti Farrukhzàd, lui fra gli Irani
Sozio si elesse e dissegli: Deh! intanto
Per noi si vada al carcere del sire.
Vadasi presso a quegli afflitti! Fuori
Shirùy si tragga senza tema, il fiero
Garzoncello che onor cercasi al mondo.
Ma un prence di sua carcere è custode,
Tal, che piuttosto leveresti a lui
Il cerèbro e la cute. Egli ha seimila
Cavalier già provati e gl’infelici
Suoi prigionieri nel dolor sostiene.
:Leggera forse noi stimammo, disse
Tokhàr a Farrukhzàd, l’impresa ardita
Contro a tal prence. Ma se torna il fato
Di re Pervìz a ripigliar vigore
Qual di giovane età, non un eroe
In suol d’Irania resterassi incolume,
Senza ch’ei tocchi da Pervìz catene
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/321
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 318 —|}}</noinclude><poem>
E carcere e supplizio, onde in Irania
Non resti alcuno a minacciar perigli.
:Questo egli disse e da quel loco intanto
Via sospinse il destrier, correndo in guisa
Quar è d’Azergashàspe il sacro fuoco.
:A improvvisa tenzon tutta ei menava
La sua schiera d’eroi, quando all’incontro
Vennegli il prence senza indugio, al carcere
Preposto di Shirùy. Ma della sua
Schiera già illustre declinò l’altezza
E ucciso cadde in quel tumulto primo
Il capitano. In fuga andò la schiera
Dell’iranio signor, tenebre furono
Sovra il chiaro suo dì, cadde suo intento.
:Ma nell’angusto carcere scendea
Tokhàr bramoso per l’intento suo,
Con l’arnese di guerra. Ivi una voce
Mandò a Shirùy d’altero capo, e tosto
Gli diè risposta l’inclito garzone.
E conobbe Shirùy perchè disceso
Fosse nel carcer suo l’altero duce
In quell’ora, onde ratto allor che vide
Splender di gioia di Tokhàr la fronte,
Balzar, per doglia che l’assalse, il core
Senti nel petto, e dissegli piangendo:
:Ov’è Khusrèv? Ed è l’ufficio vostro
Donarmi a libertà? — Così rispose
A quel figlio di re Tokhàr allora:
:Se un uom sei tu, non vellicar le tue
Incerte brame. Che se tu a quest’opra
Non acconsenti e la proposta mia
Vile stimando vai, forse di sedici
Fratelli tuoi fia che dispaia un solo,
Quindici ancora ci restando, quali
Del grado imperïal degni saranno,
Sì che per loro fia beato il seggio
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/322
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 319 —|}}</noinclude><poem>
Della regale dignità. — Piangendo
Stavasi al loco suo Shirùy attonito
Nè il pie movea da quell’angusta casa.
:Ma su le soglie del regal palagio
Teneasi Farrukhzàd, nè schiuso il varco
Et lasciava ad alcuno onde poi fosse
Consapevole il re di ciò che allora
Da’ ribelli si fea. L’ampia cortina
Ei sol guardava al limitar del prence;
E tosto che del sole in occidente
La faccia impallidì, quando a’ lor sonni
Apprestavansi loco i prenci tutti,
Fe’ cenno ei sì che ognun de le vedette
Di quell’ampia città, quale si avea
Poter di prence da que’ giorni, a lui
Venisse de la reggia al limitare,
Loco di gioia e di tranquilla pace
Dell ’iranio signor. Diverse assai
Dall’altra notte, Farrukhzàd lor disse,
V’è d’uopo in questa alzar le voci. Il nome
Gridino di Kobàd alle vigilie
Della notte i torrieri. — Ed io cotesto
Farò, rispose ogni terrier, cacciando
Via dalla mente di Pervìz il nome.
:Come la notte rinnovando stese
Il bruno velo, da’ mercati attorno
E dell’ampia città per ogni loco
Un grido sorse: Vivasi beato
Sire Kobàd ne’ prenci tutti e facciasi
Lieto ricordo di suo nome illustre
Per ogni region. — Sire del mondo,
Khusrèv dormìa per l’atra notte, e accanto,
Sul medesmo guancial, stavasi afflitta
Shirìna bella. De’ torrieri attorno
Le voci come udì, molto si dolse
E il core le balzò nel sen profondo
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Della regale dignità. — Piangendo
Stavasi al loco suo Shirùy attonito
Nè il pie movea da quell’angusta casa.
:Ma su le soglie del regal palagio
Teneasi Farrukhzàd, nè schiuso il varco
Et lasciava ad alcuno onde poi fosse
Consapevole il re di ciò che allora
Da’ ribelli si fea. L’ampia cortina
Ei sol guardava al limitar del prence;
E tosto che del sole in occidente
La faccia impallidì, quando a’ lor sonni
Apprestavansi loco i prenci tutti,
Fe’ cenno ei sì che ognun de le vedette
Di quell’ampia città, quale si avea
Poter di prence da que’ giorni, a lui
Venisse de la reggia al limitare,
Loco di gioia e di tranquilla pace
Dell’iranio signor. Diverse assai
Dall’altra notte, Farrukhzàd lor disse,
V’è d’uopo in questa alzar le voci. Il nome
Gridino di Kobàd alle vigilie
Della notte i torrieri. — Ed io cotesto
Farò, rispose ogni terrier, cacciando
Via dalla mente di Pervìz il nome.
:Come la notte rinnovando stese
Il bruno velo, da’ mercati attorno
E dell’ampia città per ogni loco
Un grido sorse: Vivasi beato
Sire Kobàd ne’ prenci tutti e facciasi
Lieto ricordo di suo nome illustre
Per ogni region. — Sire del mondo,
Khusrèv dormìa per l’atra notte, e accanto,
Sul medesmo guancial, stavasi afflitta
Shirìna bella. De’ torrieri attorno
Le voci come udì, molto si dolse
E il core le balzò nel sen profondo
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/323
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 320 —|}}</noinclude><poem>
Per alto affanno. Al gemito di lei
L’antico re destossi e corruccioso
Ebbesi il cor per le parole meste
Che quella disse. Oh! che sarà, signore?
Dicea Shirìna; e ciò che intendo attorno,
In qual mai guisa disporrem? — Leggiadra
Fanciulla mia, deh! perchè mai, rispose
A Shirìna Khusrèv, queste parole
Dicendo vai ne’ dolci sonni? — Apri,
Apri, disse, l’orecchio e de’ torrieri
Il grido ascolta! — Come udì quel grido
Prence Khusrèv, qual di fiengreco è rosa
Smorto si fece ne le guance sue.
:Ma disse poi: Ratto che tre vigilie
Trascorse fien dell’atra notte, voi
Degli astrologi miei tutte cercate
Le parole, che allor che questo mio
Malvagio figlio da la madre nacque,
Kobàd nascostamente io l’appellai.
Pur Shirùy lo chiamava, e l’altro nome
Tenni celato, ond’è che il nome suo,
Noto agli altri, è Shirùy. Deh! perchè adunque
Nome gli appone di Kobàd costui,
Insano e stolto? Or ch’è la notte ancora
E oscura e tetra, in Cina andar n’è d’uopo
O in Macìn o in Mekràn, chiedere aita
D’armi e d’armati dal signor di Cina,
E con arte pigliar sovra cotesti
Libero varco. — Ma poichè nel cielo
Già s’oscurava di Khusrèv la stella,
Vane pel mondo le parole sue
Andâr d’un tratto. Per la notte oscura,
No! non giovògli l’arte sua; l’impresa
Difficile ei stimò facile e piana
Ed a Shirìna così disse: Tempo
Ecco! venia che l’arti nostre ha vinte
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/324
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 321 —|}}</noinclude><section begin="s1" /><poem>
Il reo nemico! — Oh! vivi tu beato,
Shirìna rispondea; sempre lontano
Guardar ti sia della sventura! Intanto,
Con sapïenza arte tu fa di scampo,
E mai non sia che del nemico tuo
Necessità t’incolga. Allor che chiaro
Il dì farassi, a questo regio ostello
Volgerà senza dubbio il reo nemico,
Autor d’inganni, la colpevol fronte.
:Ratto prence Khusrèv dal suo tesoro
Chiese un usbergo e due temprate in India
Fulgide spade e un elmo greco e l’ampia
Faretra e i dardi e l’aureo scudo. Ancora
Volle un suo servo di pugnar bramoso,
Gagliardo e forte, e per la notte oscura
Ne’ giardini scendea, quando si scuote
Dai gravi sonni suoi per la campagna
Il tristo corvo. A un ramo egli appendea
L’aurea sua targa, in loco da’ passaggi
De la gente lontano, e sui narcisi
Posava affranto e su i novelli fiori
Del zafferano, postosi di sotto
Alle ginocchia un ponderoso brando.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|LIII. Cattura di Khusrev Perviz.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 2023-2026).}}
<poem>
:Come dall’alto le sue punte d’oro
Vibrò quest’almo sol, dentro la reggia
I rei nemici si gittâr, devoti
Dei Devi all’arti. Per quell’ampio ostello
Ei s’aggirâr partitamente, e sgombro
Dall’iranio signor quel loco stava,
Degno loco davver. Que’ suoi tesori
F1BDO81, Tin 21
</poem><section end="s2" /><noinclude>{{smaller|{{PieDiPagina|{{Sc|Firdusi, VIII.}}||21}}}}</noinclude>
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Il reo nemico! — Oh! vivi tu beato,
Shirìna rispondea; sempre lontano
Guardar ti sia della sventura! Intanto,
Con sapïenza arte tu fa di scampo,
E mai non sia che del nemico tuo
Necessità t’incolga. Allor che chiaro
Il dì farassi, a questo regio ostello
Volgerà senza dubbio il reo nemico,
Autor d’inganni, la colpevol fronte.
:Ratto prence Khusrèv dal suo tesoro
Chiese un usbergo e due temprate in India
Fulgide spade e un elmo greco e l’ampia
Faretra e i dardi e l’aureo scudo. Ancora
Volle un suo servo di pugnar bramoso,
Gagliardo e forte, e per la notte oscura
Ne’ giardini scendea, quando si scuote
Dai gravi sonni suoi per la campagna
Il tristo corvo. A un ramo egli appendea
L’aurea sua targa, in loco da’ passaggi
De la gente lontano, e sui narcisi
Posava affranto e su i novelli fiori
Del zafferano, postosi di sotto
Alle ginocchia un ponderoso brando.
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{{Ct|c=t1|LIII. Cattura di Khusrev Perviz.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 2023-2026).}}
<poem>
:Come dall’alto le sue punte d’oro
Vibrò quest’almo sol, dentro la reggia
I rei nemici si gittâr, devoti
Dei Devi all’arti. Per quell’ampio ostello
Ei s’aggirâr partitamente, e sgombro
Dall’iranio signor quel loco stava,
Degno loco davver. Que’ suoi tesori
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 332 —|}}</noinclude><poem>
E glorïosi, che pei dolci figli
Eran beati, per lor terra lieti
E per l’inclita stirpe, uno per tuo
Duro comando in Cina scese e un altro
In Grecia andò, per ogni terra sparsi
E per ogni confin. Vien poi che il greco
Imperator per te fe’ assai, portando
Ogni corruccio per te sol, nel tempo
Che esercito ti diè, ti diè una figlia,
Ampi tesori e co’ tesori suoi
Cose in gran copia. E domandò la croce,
Per la sua terra, del Messia, per essa
Così bramando che fiorisse ancora
La sua contrada. Oh! che ti vai cotesta
Croce di Cristo ne’ tesori tuoi,
Quando il greco signor per tal cortese
Atto di te stato sarìa beato?
Non la desti però; savio consiglio
In te non fu, nè ti fu guida a senso
Generoso ed umano. Altro desire
Tale su te s’ebbe dominio allora,
Che torbido si fe’ del senno tuo
L’occhio lucente. Ai miseri, ai tapini,
L’aver togliesti e però mal t’incolse
Per lor maledizion. Due de’ tuoi zii
Anche uccidesti, a te benigni e amici,
Da cui luce si avea questo tuo seggio
Imperïal. Ciò che t’incolse adunque,
Riconosci da Dio, pensa a le triste
Opere tue. Son io del mal che avvenne,
Il pretesto, son io di ciò che narrasi,
Primo argomento. Eppur, giuro per Dio
Che non di me fu questa colpa e ch’io
Mai non cercai che andasse il regal trono
Così diserto. Ma tu intanto chiedi
Che altri di ciò ti faccia scuse, dillo
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/336
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 333 —|}}</noinclude><poem>
A cotesti d’Irania incliti prenci,
E pel mal che già festi, a Dio ti volgi,
Ch’Egli è pur guida all’opere leggiadre,
Per ch’Egli forse nel tuo duol presente
Cui fuggir sì potevi, aiutatore
E propizio ti sia. Figli tu avevi
Otto due volte, ed ei per te lor notti
E lor giorni passâr rinchiusi in carcere,
Ch’elli giammai, per tua superbia e ardire.
Sicuri non dormìan; nascosti a tutti,
Di te per tema, vissero lor giorni».
:I due prenci d’Irania, allor che intesero
Il messaggio regal, partìan col core
Pien di doglia e d’affanno. In questa guisa
Di Tisifuna ei vennero alla terra,
Ambo con gli occhi lagrimosi e il core
Pieno d’angoscia, e si recâr da quella
Città superba al regio ostel ch’è detto
Marusipènd, ove l’antico sire
Avea soggiorno. Stavasi alle porte
Assiso Galinùsh, e innanzi a lui
Detto avrestù che di scompiglio piena
Era la terra. Con corazza ei stava
E con elmo sul capo e cinto i fianchi,
Ed arabi con seco avea destrieri
Con lor gualdrappe. Ma ordinate intorno
Eran le genti sue, tratte le spade,
Cinte l’armi lucenti; e quegli in pugno
Una clava reggea di bianco acciaio,
Pieno di vampo e di alterezza il core.
:Come Kharràd figlio a Berzìn e l’inclito
Ashtàd figlio {{Ec|à|a}} Gashàsp giù da’ cavalli
Furon discesi, ei sapienti e saggi,
Ratto in piè si levò, che del vederli
Fu lieto, Galinùsh. Li volle assisi
A orrevol loco e di famosi prenci
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/337
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 334 —|}}</noinclude><poem>
Lor diede il nome, e in pria Kharràd, rampollo
Nobile di Berzìn, facondo e saggio,
Con molto ardir la lingua sciolse e disse
A Galinùsh: Con molta pace adunque
Kobàd illustre or si ponea sul capo
Il regal serto, e già correa novella
In Irania e Turania e Grecia ancora,
Prence Shirùy sedersi omai sul trono
Imperïal. Ma tu perchè ritieni
Cotesto arnese tuo, questa celata
E questa clava ponderosa? e quale
Nemico hai tu? — E Galinùsh rispose:
:Deh! tu di molta esperienza, tutte
Siano conformi a’ desideri tuoi
L’opre che fai! Rancura forse avesti
Per l’esile mio corpo, or che di ferro
È la tunica mia? Ma per cotesto
Amor che mostri a me, ti benedico,
Che degno anche sei tu che splendïenti
Gemme i’ ti sparga al piè. Le tue parole
Soltanto in bene ti son dette; oh! possa,
Fin che in terra sei tu, quest’almo sole
Esserti amico! Per qual cosa intanto
Sei qui venuto? Dillo tu, che poi
Da me chieder potrai motti e parole.
:Kobàd illustre per Khusrèv, colui
Così rispose, davami un messaggio.
Che se tu il vuoi, tutto dirò il messaggio
Di lui, pastor di genti e re del mondo.
:Deh! valoroso, Galinùsh dicea,
Quelle parole oh! chi ridir potrìa?
Ma l’iranio signor, Kobàd illustre,
Molti su ciò mi diè consigli e preghi
E ammonimenti. «Notte e giorno, ei disse,
Non consentir che disciolga le {{Ec|abbra|labbra|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/482}}
Nella presenza di Khusrèv alcuno
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/338
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2026-08-26T08:16:30Z
Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 335 —|}}</noinclude><poem>
A favellar, se pur que’ detti ancora
Tu non ascolti, sia che quei sermone
Di Persia adopri o pehlèvica lingua».
:Deh! tu felice, Ashtàd gli rispondea,
Non io secreta la regal parola
Serbo per te. Messaggio egli è che spade
Per frutti recherà, farà che cadano
Teste recise di principi illustri
Nel lor grembo medesmo. E tu frattanto
Chiedi accesso a Khusrèv, perchè il messaggio
Del regnante Kobàd gli diciam noi.
:Galinùsh come udì, balzossi in piedi
E dell’usbergo i fulgidi gheroni
Attorno al corpo s’annodò. Le mani
Poste a le ascelle ed incrociate, quale
È pur costume d’uom che serve a un grande,
Entrò dal vecchio re. Dissegli: O sire,
Vivi beato e per sventura mai
Non s’attristi il tuo cor! Del prence iranio,
Da quell’inclito ostello, alto messaggio
Recano a te Kharràd, nobile figlio
Di Berzìn, ed Ashtàd. — Khusrèv sorrise
E disse ad alta voce: Oh! il parlar tuo
A sapïenza sia congiunto! S’egli
È d’Irania signor, chi mi son io?
E perchè qui mi sto nella prigione
E tetra e angusta, se da me l’accesso
Chiedere pur si debbe, ove qualcuno
Menzogner mi favelli o veritiero?
:A’ due principi eroi si ritornava
Allora Galinùsh, ciò che gli disse
L’antico prode, ripetendo. Or voi,
Soggiunse poscia, entrate a lui, le mani
Poste a le ascelle ed incrociate al seno.
Dite, e il suo detto d’ascoltar vi piaccia.
Ambo que’ saggi, di parole oneste,
</poem><noinclude></noinclude>
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L'Esposizione Triennale di Brera (Chirtani)
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Niketto sr.
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wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=25%|data=24 luglio 2026|arg=Da definire}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore = Luigi Archinti
| Titolo = L'Esposizione Triennale di Brera
| Eventuale sottotitolo = Che si apre mercoledì 6 maggio
| Anno di pubblicazione = 1891
| Lingua originale del testo = Italiano
| Nome e cognome del traduttore =
| Anno di traduzione =
| Progetto = Arti
| Argomento = Esposizioni artistiche italiane
| URL della versione cartacea a fronte =
}}
{{Centrato|I.}}
{{Centrato|'''IL PIAN TERRENO.'''}}
Malgrado la concorrenza delle esposizioni di Vienna, Berlino e Monaco assai frequentate dai
nostri artisti, e soprattutto malgrado la grande Mostra autunnale, che avrà luogo quest'anno a Palermo e che esercita la maggiore attrazione sugli artisti d’Italia, dalla Emilia giù giù sino allo stretto di Messina, per la prima Esposizione triennale di Brera abbiamo una buona esposizione.
L'area occupata è più del doppio di quella destinata in passato alle mostre annuali. L’architetto conte Alemagna con una decorosa costruzione provvisoria in legno ha saputo sfruttare al pian terreno oltre i portici tutto il cortile, non senza qualche inevitabile ingombro per la necessità di lasciar liberi gli aditi alle scuole di Brera; alla Biblioteca, alla Pinacoteca, all’ Istituto lombardo e al Museo archeologico, serbando esclusivamente all’Esposizione uno dei due grandi scaloni d’ accesso al piano superiore.
La Commissione d’accettazione, più che di soddisfare tutti coloro che hanno mandate opere, si
è preoccupata di non ingombrare con farragginosa mostra spazi e pareti, e di distribuire il meglio in
modo da presentare ciascuna opera spiccata con uno spazio libero intorno, acciò fosse più nettamente offerta all'osservazione del pubblico. Perciò, dicesi, furono difficili nell'accettare. Le pitture non ammesse sono state rimandate senz'altro, ma i loro autori potranno ricorrere all’ esposizione d'appello, che si prepara nel palazzo Broggi in Via Dante, sotto il nome di ''Esposizione dei rifiutati''; le sculture non ammesse, all'ultimo sono state trattenute, destinando ad esse il lato meno bene illuminato del porticato inferiore. Io pure dal canto mio più che di soddisfare ogni esponente devo preoccuparmi dello spazio riservato alla mia rassegna e scegliere a mia volta tra quanto può maggiormente interessare il pubblico.
E con questo entriamo.
{{Centrato|⁂}}
Al piano terreno dove è l’ingresso si incomincia dalla scultura, e precisamente dalle prime opere dei più giovani che hanno appena compito il corso Accademico. Tra i più intraprendenti allievi del {{Wl|Q924880|Barzaghi}}: Oreste Grossoni, {{Wl|Q28963401|Domenico Ghidoni}}, {{Wl|Q17285287|Eugenio Pellini}}, {{Wl|Q62121613|Alfredo Sassi}}, {{Wl|Q3725669|Enrico Cassi}}, hanno esposto gruppi e statue al vero in gesso con impronte personali, e qualità così serie e importanti da dar luogo ai più lieti pronostici sull’evoluzione della giovine scultura lombarda.
Delle opere dei giovani meno esordienti che sono pure tra le prime, meritano d'esser osservati in questa sala un busto gentile di Giuseppe Cantù, il gruppo di Alfonso Mazzucchelli, ''Valeria che bacia l'urna di Spartaco'', per l'armonia delle linee di insieme, benchè piuttosto convenzionali; un piccolo lavoro di Cesare Fumagalli, ''Preparativi di guerra''; un gruppo al vero di Alessandro Laforest, ''L'orfanella'', inteso con semplicità artistica e pieno di verità e sentimento; un ragazzo nudo di Strauss; ed il ritratto parlante a figura intera del drammaturgo l'Illica, dipinto dal principe Paolo Troubetzkoy, meno compito del solito, ma sempre coll'impronta della vita, buttato giù di prima impressione con quel modo di sbozzare che lascia indefinito il valore assoluto dello scultore.
Donato Barcaglia: Monumento sepolcrale in marmo con una statua simbolica che versa l'olio nella lampada destinata ad ardere davanti al crocefisso del sepolcro. La figura simbolica è scolpita in quella maniera morbida che distingue l'egregio scultore in una quantità di cimiteri monumentali.
Antonio Bezzola: Il Dio. Una ninfa boschereccia ignuda - tema scultorio sempre arduo - s'avvinghia, saltando, all'erma del dio Pane; è modello di realista ed ha bel ritmo di linee classiche da qualunque parte la guardi. L'artista aspirando a trasportarla dal gesso al marmo conta certo di darle l'ultima finitezza. Egli ha esposto vicino al gruppo un busto del compianto principe Amedeo in forma d'erma decorativa.
Enrico Butti: Monumento sepolcrale in bronzo; una grande e bella figura di donna giovane, morta, composta su un letto, un po'rialzata colla testa e il busto sui guanciali, nuda sino alla cintola, le braccia al petto, un crocefisso in mano, il resto del corpo che si intravede a traverso la coltre. Lavoro magistrale in cui l'intensità del sentimento si accoppia a una grande semplicità. Dietro al capezzale, come un'ampia aureola, è rizzato una specie di medaglione che adombra a bassorilievo una visione d'agonia, una fuga d'angeli su due file, tra le quali s'apre una via ad una lontana regione luminosa. Il medaglione è lavorato coll'intenzione di imitare un'arte primitiva rozza, forse per accennare all'origine della religiosa visione. Questo dualismo di stile non è favorevole all'effetto generale cui sarebbe forse stato più adatto un bassorilievo fine, sottile, lieve, quasi vaporoso, più consono all'idea d'una visione.
Achille Salata: Busto di ragazzo in bronzo che mi pare il migliore lavoro fatto sino ad oggi da questo artista noto per molti bronzi decorativi artisticamente bizzarri.
Achille Alberti: Un gesso che illustra e fissa con rara fedeltà di riproduzione la figura del Belaqua descritta da Dante dove parla di coloro che scontano nel purgatorio il peccato del tardo pentimento:
ed un di loro che mi sembrava lasso,
Sedeva ed abbracciava le ginocchia,
Tenendo 'l viso giù tra esse basso.
L'Alberti, giovane di tendenze scultorie ardite, ha raggiunto in questa statua di vigorosa struttura una notevole energia di modellazione, alterando tuttavia il vero con qualche esagerazione muscolare che potrà far scomparire se, come gli auguro, avrà da tradurre il suo lavoro in marmo.
Francesco Malfatti: La Maddalena appiè della croce riceve tra le braccia il cadavere di Gesù, opera di stile tradizionale di larga modellazione, che immagino, come al suo vero posto, campata su un mausoleo in una cattedrale come se ne vedono a Venezia, a Firenze, a Roma.
Francesco Malfatti: La Maddalena appiè della croce riceve tra le braccia il cadavere di Gesù, opera di stile tradizionale di larga modellazione, che immagino, come al suo vero posto, campata su un mausoleo in una cattedrale come se ne vedono a Venezia, a Firenze, a Roma.
Urbano Nono: Testa di vecchio al vero che ricorda l'arte dei migliori bronzi iconici della scultura romana.
Ernesto Bazzaro: Un blocco di marmo greggio dal quale è uscita sino a mezzo busto una bella figura di Pensierosa, il resto del corpo è accennato dall'abbozzo ancora implicato nel masso greggio. Bel lavoro d'uno scultore cui nessuna finezza d'arte è più estranea, e che sa sprigionare dalla materia l'animazione della vita coll'animazione dello scalpello. — Del Bazzaro era stato collocato accanto a questo marmo un gesso, la Trovatella, che poi è stato trasportato al piano superiore. Ne parlo qui per non tornare sullo stesso nome. La Trovatella; gruppo al vero, presenta una villanella in piedi che si getta con figliate abbandono, come al sicuro, fuggendo un'improvvisa persecuzione, tra le braccia di un vecchio contadino seduto. Stretti insieme guardano dinanzi a loro un punto nel vuoto. Che cosa? Il titolo pare suggerisca il padre della trovatella, arrivato intempestivo a reclamare la creatura ora fatta grande, da lui abbandonata bambina alla ruota; giacché in tutte due quelle figure i volti e l'azione esprimono l'apprensione e lo spavento di essere separate. Benché non del tutto compito, questo gruppo è la scultura più commovente dell'esposizione.
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La casa deserta
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{{Qualità|avz=75%|data=26 agosto 2026}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore = E. T. A. Hoffmann
| Nome e cognome del curatore =
| Titolo =La casa deserta
| Anno di pubblicazione = 1817
| Lingua originale del testo = tedesco
| Nome e cognome del traduttore = G. B.
| Anno di traduzione = 1835
| Progetto = Letteratura
| Argomento = Racconti
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu
| prec = Il vaso d'oro
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{{Raccolta|Racconti (Hoffmann)}}
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==Indice==
* {{testo|/Capitolo I}}
* {{testo|/Capitolo II}}
* {{testo|/Capitolo III}}
* {{testo|/Capitolo IV}}
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<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|xciii}}|riga=sì}}</noinclude>riscontro a questi vedete il sano e forte criterio di {{AutoreCitato|Avicenna|Avicenna}} e di {{AutoreCitato| Al-Kindi|Alchindi}} combattere la vanità di quei sogni, e il primo, dopo esaminati i libri più famosi degli alchimisti, dichiararli un matto accozzamento di frasi e menzogne, l’altro pubblicare un apposito trattato ''Delle fredi e degli errori degli alchimisti'' <ref>''Bibliot. arab.'' dei filosofi. Voce ''Alchindi''.
</ref>.
Quindi citeremo {{AutoreCitato|Abū Zayd al-Balkhī|Abu Said Alsekri}}<ref>''Storia degli animali''.</ref>, Asmai o {{Wl|Q2390573|Abusaid}}<ref>''Storia degli animali''. Vedi {{AutoreCitato|Barthélemy d'Herbelot de Molainville|Herbelot}}, pag. 134.</ref>, {{AutoreIgnoto|Avasi Mohamed}}<!--Muhammad al-Habashi--><ref>''Storia degli animali'', opera di parecchi volumi, lodatissima da {{AutoreCitato|Ibn al-Khatib|Catib}} (''Bibliot. araba'').</ref>, {{AutoreCitato|Al-Damîrî|Demiri Chealeddin}}<ref>''Storia degli animali'', opera vastissima, in cui non solo sono rappresentati ed illustrati i nomi degli animali, la loro natura, proprietà, qualità, virtù, educazione, ma sì anche i proverbi da loro presi, e decise le controversie che dalle varie loro specie nascono tra i dottori maomettani. {{AutoreCitato|Jacob Golius|Golio}}, {{AutoreCitato|Giuseppe Simone Assemani|Assemani}}, {{AutoreCitato|Oluf Gerhard Tychsen|Tychsen}}, {{AutoreCitato|Samuel Bochart|Bochart}}, fecero opere con solo alcune parti di questo vasto lavoro. Esiste inedita una traduzione francese di {{AutoreCitato|François Pétis de la Croix|Petit La Croix}}.</ref>, {{Wl|Q293497|Giahed abu Othman}}<ref>''Trattato degli animali'', opera di cui approfittarono Demiri e Bochart.</ref>, che illustrarono la zoologia; {{Wl|Q335145|Beitar}}, uomo di una prodigiosa erudizione, non pago delle cognizioni acquistate sui libri, nella scienza botanica, va a rintracciarle nelle piante stesse sui campi e sui monti percorre la Spagna, la Grecia, l’Africa, l’Asia, e colle sue scoperte arricchisce di ben mille altre piante la botanica di {{AutoreCitato|Dioscoride|Dioscoride}}: {{AutoreCitato|Ibn al-Awwam|Awam}}, {{AutoreCitato|Rhazes|Razis}}, Avicenna, {{AutoreCitato|Averroè|Averroe}}, {{AutoreCitato|Al-Jazari|Alsari}} e i numerosi altri citati dal {{AutoreCitato|Miguel Casiri|Casiri}}<ref>''Bibliot. arab. hisp.'', tom. I, pag. 323. Veggasi pure {{AutoreCitato|Albrecht von Haller|Haller}}, ''Bibliot. botan.'' passim. {{AutoreCitato|Kurt Sprengel|Sprengel}}, ''Historia rei erbariæ'', passim.</ref> fanno negli studi botanici una gloriosa corona intorno a Beitar, appellato il {{AutoreCitato|Joseph Pitton de Tournefort|Tournefort}} degli Arabi. Il ''Trattato della cognizione dei minerali'', e l’altro ''delle miniere e dei minerali'' di {{AutoreCitato|Al-Maqrizi|Makrizi}}, offrono pur essi bel saggio delle loro cognizioni mineralogiche; Makrizi aggiungasi Avicenna, sì celebre specialmente per la sua classificazione dei minerali che trovavasi ancora adottata non molti anni sono; ne aveva formato quattro classi: le ''pietre'', i ''metalli'', i ''zolfi'' o ''sostanze infiammabili'', ed i ''sali''; aveva inoltre dimostrata l’utilità della chimica nel distinguere i minerali, d’onde ebbe origine l’''analisi generale'' ed i saggi chimici e mineralogici per via umida.
Veniamo alle scienze matematiche. E primamente che non debbe l’aritmetica agli Arabi? Le opere di {{AutoreCitato|Thābit ibn Qurra|Thebit ben Corrah}} sui numeri poligoni, e su quei che si moltiplicano all’infinito; quelle di {{AutoreCitato|Muhammad ibn Musa al-Khwarizmi|Aba Abdalla Mohamed}}, chiamato per antonomasia l’''aritmetico''; di {{AutoreIgnoto|Abu Barza}}<!--Abū Barza al-Jīlī-->, detto il ''calcolatore'', di quanti nuovi metodi, di cui però ben poco ci rimane oggidì, non hanno arricchita questa scienza? - La ''regola di falsa posizione'' non è essa stessa un’invenzione degli Arabi, i quali la chiamavano col nome di ''elcatai''<ref>{{AutoreCitato|Luca Pacioli|Luca di Borgo San Sepolcro}}, ''Somm. d’aritm. e di geometria''. {{AutoreCitato|William Beveridge|Bevereggio}}, ''Arithm. cronolog.'', lib. I.</ref>. Non è agli Arabi che noi dobbiamo l’uso delle cifre indiane che ritengono pure il nome di arabiche<ref>''Disc. prèl. Encyclop. méthod. mathém.''</ref>. Che non fecero gli Arabi nell’algebra? {{AutoreCitato|Muhammad ibn Musa al-Khwarizmi|Mohamed ben Musa}} sì versato in questa scienza da farlo dire inventore di essa, Thebit ben Corrah che giunse perfino a dar problemi algebraici da comprovarsi con geometriche dimostrazioni; {{AutoreCitato|Omar Khayyam|Omar ben Ibraim}} che scrisse un trattato di ''Algebra delle equazioni cubiche'', senza parlare delle opere di {{Wl|Q4117210|Ahmed Altajeb}}, di {{AutoreCitato|Ibn al-Banna al-Marrakushi|Ebn Albanna}}, di {{Wl|Q461062|Kosein}}, di {{AutoreCitato|Ibn Mu'adh al-Jayyani|Jahia}}, di {{AutoreIgnoto|Tejoddin}}<!--Taj al-Din al-Tabrizi-->, ed infiniti altri, ben rivelano a quale progresso avessero gli Arabi spinta la scienza algebrica. I già citati {{AutoreCitato|Thābit ibn Qurra|Thebit ben Corral}} ed {{AutoreCitato|Al-Kindi|Alchindi}} erano nella geometria salutati come gli {{AutoreCitato|Archimede|Archimedi}} e gli {{AutoreCitato|Apollonio di Perga|Apollonii}} della loro nazione. «Gli Arabi, dice {{AutoreCitato|Charles Bossut|Bossut}}, diedero al calcolo trigonometrico la forma che conserva anche oggidi, almeno quanto ai principii. Essi sostituirono l’uso dei seni a quello delle corde che adoperavasi prima, e con questo resero più semplici e più facili le operazioni della geometria pratica<ref>{{AutoreCitato|Alexandre Sarrazin de Montferrier|Montferrier}} ha fatto conoscere un opuscolo di aritmetica di Avicenna, che è una esposizione delle radici del calcolo e dell’aritmetica. Vedi ''Dictionnaire des Sciences mathématiques'', tom. I, pag. 141.</ref>». Giudizio ben giustificato dal libro ''Delle sfere'' di {{Wl|Q423210|Mohamed ben Musa}}, dalle opere di {{AutoreCitato|Muḥammad ibn Jābir al-Ḥarrānī al-Battānī|Albatenio}}, dal trattato sui seni retti di {{AutoreCitato|Ahmad ibn Muhammad ibn Kathir al-Farghani|Alfragano}}, da quello delle tavole dei seni, e del loro uso nella trigonometria di {{Wl|Q307201|Abdelazis Massudi}} e dalle opere di {{AutoreCitato|Alhazen|Hassen}}, che colla trisezione dell’angolo e colle ricerche sulle due medie proporzionali per la duplicazione del cubo, risolse problemi stati insolubili agli antichi. Vedete a qual punto arrivassero nelle matematiche applicate nei ''Trattati di mecanica'' di {{AutoreCitato|Al-Jazari|Gezeri Abulaz}}, e dei tre figli di Mose ben Musa, Mohamed cioè Ahmed, ed Hassen. Il libro d’idraulica del succitato Gezeri, i trattati ''Delle cose che galleggiano sull’acqua, e di quelle che in esse s’immergono'', mostrano siccome gli Arabi non attendessero solo alla pratica de’ loro canali ed acquedotti, ma si dedicassero si anche alle idrostatiche teorie. {{AutoreCitato|Abū Naṣr Muḥammad ibn Muḥammad Fārābī|Alfarabi}}, che nel II libro de’ suoi ''Elementi di musica'' espone i sentimenti dei teorici ch’erano giunti a sua notizia, e mostra quanto<noinclude><references/></noinclude>
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>negli apporti processuali di Andrea Brogi, Marco Affatigato, della già ricordata Alessandra De Bellis, di Graziano Gubbini e Vincenzo Vinciguerra, nonchè nella documentazione sequestrata in America a Delle Chiaie.
Peraltro le risultanze dell'istruttoria, pur prive di caratteri di definitività e compiutezza probatoria per affermazioni in sede giudiziaria, segnalano una direzione ricostruttiva del raccordo di strategie nelle quali si colloca l'attentato al treno Italicus. Appare quindi ampiamente giustificata l'esigenza di approfondire ulteriormente tanto le dinamiche interne all'estrema destra dopo la delusione delle aspettative golpiste del 1970, quanto i momenti di convergenza operativa tra i fautori della guerra non convenzionale in funzione anticomunista e quanti, sempre a destra, aspiravano ad una svolta di tipo autoritario. L'ulteriore ricerca degli esecutori materiali dell'attentato e dei mandanti non può prescindere dall'individuazione di coloro che hanno "gestito" l'attentato stesso, prima e dopo il suo verificarsi, sia sotto i profili della informativa e della sicurezza, sia nella dimensione giudiziaria. In tale gestione già emerge la rilevanza dei rapporti Cauchi-Gelli, Gelli-Mannucci Benincasa, Cauchi-Mannucci Benincasa, rapporti che attraversano e continueranno ad attraversare l'attivismo dei vertici di Avanguardia Nazionale e di Ordine Nuovo.
PARTE TERZA ― <span style="float:right">DESTRA ISTITUZIONALE E DESTRA EVERSIVA LEGAMI TRA EVERSIONE POLITICA E CRIMINALITÀ ORGANIZZATA</span>
{{Sc|Capitolo I – Legami tra MSI e terrorismo neofascista}}
Riferito nei capitoli precedenti quanto accertato in sede storica e giudiziaria circa l'attività eversiva di quella che chiamiamo stagione delle bombe, è necessario porre all'intero arco delle forze parlamentari la possibilità di rompere definitivamente e con chiarezza con quella sanguinosa ed orrenda stagione durata alcuni decenni, liberare la politica dai fantasmi ed ancor più dai ricatti di un passato che si ostina a condizionare il presente, dotare infine il nostro Paese di una dinamica politica compatibile con una moderna democrazia europea ed accettata dalla coscienza civile del nostro popolo.
Non pronunciare condanne né assoluzioni per istituzioni o forze politiche, sebbene comprendere quali circostanze e quali scopi abbiano determinato il loro modo di essere e di agire. Tutto ciò per approfondire la questione irrisolta di quale debba essere la nostra coscienza nazionale, quali i valori di riferimento di un indispensabile «patriottismo popolare», formatosi attorno ai valori della Resistenza, dell'antifascismo e della solidarietà, e che meritano di essere valori condivisi anche perché affermati con forza dalla nostra Carta fondamentale dei diritti e delle libertà. Valori che solo<noinclude><references/></noinclude>
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Storia del Palazzo Vecchio/Capitolo IX
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>leghe metalliche, attività tecnica in cui le industrie cecoslovacche, in particolare quelle a Brno, erano molto avanzate»<ref>Interrogatorio di Carlo Digilio al G.I. Guido Salvini del 4 maggio 1996.</ref>.
Minetto, va aggiunto, era colui il quale — per conto della struttura NATO — manteneva i contatti con gli Ustascia croati che continuavano ad agire in Jugoslavia e in Cecoslovacchia, nonchè con i fuoriusciti che avevano una loro base a Valencia, nella Spagna franchista.
Queste circostanze rappresentano una clamorosa conferma di quanto a suo tempo dichiarato dall’ex agente americano (a contratto) Richard Brenneke, che operava avendo la sua base nel Nord-Est italiano, il quale intervistato dall’inviato speciale del TG1, Ennio Remondino, nel 1990 sostenne di essere più volte andato a Praga per conto del servizio segreto americano a rifornirsi di armi ed esplosivi destinati — se così si può dire — agli arsenali del terrorismo filo-atlantico e dei gruppi neofascisti vicini alla P2.
A suo tempo, la vicenda venne considerata poco credibile anche in virtù di una a dir poco burocratica smentita delle autorità statunitensi circa l’appartenenza di Brenneke all’intelligence degli USA.
EÁ stato lo stesso Digilio, proprio grazie alla suo patrimonio «interno» di conoscenze, a confemare che Brenneke, effettivamente, era un agente americano: «[...] Posso aggiungere in questa sede che il mio superiore David Carrett, di cui ho già ampiamente parlato, mi disse, poco prima il subentro al suo posto di Teddy Richards, che uno dei soggetti impiegati in operazioni speciali nel Nord-Est italiano per la loro struttura era tale Richard Brenneke, che aveva fatto servizio in particolare a Trieste e nel Friuli fino al 1974»<ref>Interrogatorio di Carlo Digilio al G.I. di Venezia, Carlo Mastelloni del 9 gennaio 1997.</ref>.
Tutte queste circostanze stanno ad indicare non solo l’alto livello degli informatori dei diversi servizi segreti che hanno operato all’interno delle strutture neo-fasciste, ma anche la loro operativitaÁ nell’Est europeo, nei campi d’addestramento e nel traffico di armi. Ciò dovrebbe indurre a maggior prudenza coloro i quali ritengono in maniera fin troppo semplicistica, che la sola presenza di un’arma proveniente da Est stia ad indicare in maniera categorica le responsabilità degli apparati di quei paesi.
Probabilmente lo scenario è assai più complesso e sul punto bisogna aggiungere che poco o nulla si conosce sulle eventuali connivenze e/o convergenze dei servizi segreti dei due blocchi per mantenere focolai di tensione utili al mantenimento dello status quo nell’ambito dei due diversi schieramenti.
Pur senza la pretesa di giungere a conclusioni definitive, occorre sottolineare come un approfondimento a parte meriterebbe la vicenda delle missioni ad Est, partendo proprio dall’enorme materiale fornito da Brenneke al giornalista Remondino, a suo tempo liquidato come poco rilevante sia in sede politica che dall’autoritaÁ giudiziaria<ref>Sulla videnda Brenneke vedi Giuseppe de Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia, Roma, Editori Riuniti, 1991, pp. 327-331 e Gianni Cipriani, Lo spionaggio politico in Italia, 1989-1991, Roma, Editori Riuniti, 1998, pp. 32-38.</ref>.<noinclude><references/></noinclude>
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>la memoria del nostro passato possono rendere, infine, quali elementi fondanti della identità della nostra Nazione.
Del resto ci ricorda un grande storico come Marc Bloch come sia indispensabile ricercare nella storia, nel travaglio delle sue istituzioni e nelle sofferenze di un popolo i riferimenti ideali per farne una Nazione, senza ricorrere né a teologi né a moralisti<ref>Cfr. M. Bloch, Roi et serf; la Société féodale.</ref>.
Oggi il pericolo che abbiamo di fronte è che prevalga la cultura della pacificazione propugnata dal senatore Cossiga che, sul buio del nostro passato, assegni pari dignotà alle parti in guerra in vista di un disarmo bilanciato, con reciproco riconoscimento e legittimazione, al prezzo di una sorta di amnistia generale, culturale, politica e giudiziaria.
Ma il punto di partenza di una tale soluzione è truccato poichè pone da una parte le Brigate rosse ed i gruppi dell’estremismo armato di sinistra e, come bilanciamento di tutto ciò, le malefatte della destra e dello Stato.
Laddove, va detto senza incertezze, che in Italia vi fu uno scontro duro tra legalità ed illegalità, tra chi difendeva i diritti ed i valori della Costituzione repubblicana e chi, giorno dopo giorno, in ogni sede istituzionale, compresa quella giudiziaria, si preoccupava di disapplicarli. Ciò che trova insuperabile conferma nel rapporto nettamente antagonistico che poneva in conflitto durissimo i gruppi dell’ultrasinistra armata con il PCI, laddove tra MSI ed area neofascista armata vi furono rapporti a volte assai sfumati, troppo spesso sfocianti in un irriferibile gioco delle parti.
E quando, nel marzo 1973, il Parlamento concedeva al procuratore di Milano {{Wl|Q3839337|Luigi Bianchi d’Espinosa}} l’autorizzazione a procedere contro Giorgio Almirante per il reato di ricostituzione del disciolto Partito fascista, la reazione interna al MSI la si legge nell’appunto proveniente «da fonte bene introdotta» datato 24 settembre 1974, secondo cui «Almirante intende schedare impiegando notevoli mezzi i magistrati ed i funzionari di polizia per poterli eventualmente ricattare. All’uopo l’incarico è stato affidato al gruppo dell’ex Ordine Nuovo: Rauti, Andiari e Maceratini»<ref>Cfr. Relazione peritale del professor A. S. Giannuli, cit., allegato 313.</ref>. A tal proposito va richiamata la lista di magistrati schedati dal SID di Maletti e Labruna tra il 1974 ed il 1975, rinvenuta presso l’abitazione di Maletti allorche questi riparoÁ all’estero<ref>Cfr. Gianni Cipriani, Giudici contro, Editori Riuniti, 1995.</ref>
Tutto ciò ha prodotto un altissimo tasso di illegalità nella destra, che ha agito senza mai porsi il problema dei limiti per impedire il cammino dell’Italia verso una democrazia compiuta, per bloccare il sistema di potere che, autentica anomalia del nostro Paese, ha governato per un cinquantennio, con una singolare continuità, persino soggettiva. Ed è avvenuto, come vedremo, dentro un patto scellerato tra politici ed istituzioni, nell’ombra di accordi inconfessabili, attraverso la delega a soggetti subalterni (i servizi segreti, la destra), garantiti da una totale dipendenza agli interessi ed ai suggerimenti provenienti dagli USA, veicolati attraverso la loggia massonica P2.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 262 —|''Camera dei deputati''|riga=si}}
{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{gap|2em}}Abbiamo ereditato questo morbo, che ha svilito il senso dello Stato, ha avvelenato nel profondo le nostre istituzioni, ha inquinato il senso stesso della legalità democratica. Un morbo che contiene dentro di sé i germi di ulteriori pericoli, che solo chi ha interesse a coprirli, può negare.
Ed invece abbiamo bisogno di rafforzare ed estendere fino a renderli pienamente condivisi i valori della legalità, il rispetto delle regole, le garanzie per le minoranze.
Se vogliamo questo, le rimozioni non servono, anzi ostacolano questi risultati, lasciando ancora oggi irrisolto il cammino dell’Italia verso una democrazia compiuta, un risultato il cui valore era stato intuito da Aldo Moro sin dai primi anni ’60.
Occorre dunque fare luce sul passato e portare ad emersione dal sottosuolo della nostra democrazia il potere invisibile che ha gestito attività criminali ed antidemocratiche, e ciò a difesa anche di chi, in quegli stessi anni, ha governato l’Italia con dignità e rettitudine.
L’Italia del dopoguerra ha rappresentato per decenni un terreno di scontro politico, che ha trovato la sua legittimazione dichiarata nella guerra fredda e la sua realizzazione nella strategia della tensione. Le ragioni risiedevano nel deteriorarsi di un clima internazionale e nel contemporaneo affievolirsi dell’unità antifascista, con il conseguente allontanamento dei socialcomunisti dal governo del Paese. Si tratta di un radicale mutamento politico, meglio, di una frattura drammatica, che porterà alla demonizzazione reciproca degli opposti schieramenti politici ed alla scomparsa di forze moderate non subalterne alla Democrazia cristiana ed al Partito comunista italiano. Un vuoto politico che la nostra democrazia pagherà a caro prezzo.
In tutto questo, andava ricostituendosi la destra neofascista, che accettava di restare esclusa dal potere visibile ma che veniva chiamata ben presto a svolgere un ruolo decisivo dentro il potere invisibile. Del resto, già nel marzo 1947, un telegramma dell’ambasciatore USA in Italia avvertiva della presenza in Italia di «2000 fascisti pronti a compiere stragi» e, solo qualche tempo dopo, il ricostituito servizio segreto italiano segnalava l’esigenza di mettere sotto controllo le reti clandestine di ex fascisti e partigiani bianchi che pullulavano nel Nord e che già operavano sotto la direzione degli americani<ref>Cfr. Faenza-Fini, Gli Americani in Italia, Feltrinelli, Milano, 1976.</ref>. In questo senso, è significativo l’episodio della «evasione consentita» dei reduci della X Mas dal campo di concentramento di Taranto nel maggio 1946, in quanto rappresenta anche la volontà ed i sistemi praticati dagli americani per recuperare elementi delle Forze Armate della RSI al fine di costituire una propria rete autonoma nel nostro Paese sin dagli ultimi mesi di guerra.
Pochi anni dopo, il 28 novembre 1956, nasce ufficialmente la struttura paramilitare segreta denominata Gladio, nella quale confluiranno uomini, dal centro all’estrema destra, di provata fede atlantica ed anticomunista. È il documento "Gladio 1", che porta il titolo «Una rielaborazione.<noinclude><references/></noinclude>
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>degli accordi fra il servizio informazioni italiano ed il servizio informazioni americano relativi all’organizzazione ed all’attuazione della rete clandestina post-occupazione statunitense», a segnare ufficialmente quella nascita, che avviene dunque non in ambito NATO, come ci è stato autorevolmente detto, ma come rete clandestina italo-statunitense.
È nota la manomissione di quegli archivi finalizzata ad alleggerirne significato e responsabilitÁ, ma è altrettanto nota la presenza di elementi missini di primo piano tra i suoi aderenti: si richiama la posizione di un giovane neofascista di sicura fede, Armando Degni, che, nel 1967, «firma su un documento classificato "segretissimo", una dichiarazione d’impegno, ricevendo il mandato ad assolvere compiti militari speciali nell’ambito dell’organizzazione militare speciale dipendente dallo Stato maggiore della difesa, collegato alla NATO». È risultato che quel gladiatore, smentendo le menzogne sul punto ancora una volta fornite dal SISMI, era «un perfetto neofascista, militante contemporaneamente nel MSI di Giorgio Almirante e nella formazione eversiva e terroristica Ordine Nuovo»<ref>Vd. Sentenza-Ordinanza Italicus bis, G.I. di Bologna, Leonardo Grassi.</ref>.
Va detto che oggi il vero problema della destra, che è riuscita a portare anche uomini provenienti dal Movimento sociale italiano dentro il potere visibile, non è certo costituito da una eredità storica ed ideologica di derivazione fascista, bensì quella di scrollarsi di dosso gli uomini impresentabili e le responsabilità irriferibili provenienti dagli anni del dopoguerra. Durante i quali – vale la pena ricorrere alle parole di esponenti di quella medesima destra missina, per di più non «pentiti», al corrente della storia segreta di quella struttura − esponenti missini furono protagonisti di pratiche golpiste e stragiste agli ordini dei servizi segreti, che baderanno poi ad attribuire alla sinistra le malefatte da essi stessi ispirate dentro una strategia, quella degli opposti estremismi, figlia della guerra fredda, e pianificata a tavolino dalle centrali informative d’oltreatlantico. Ciononostante, ancora nel 2000, tornano in campo quali alleati di un centro-destra che vuole essere europeo e moderno, personaggi come Pino Rauti e Adriano Tilgher. Un Adriano Tilgher che, come emerge dalle dichiarazioni di Marco Ballan e dagli scritti di Zerbi e dalle sue stesse, anche se parziali, ammissioni, ancora negli anni tra il 1979 ed il 1980, era al centro di un dibattito dilaniante all’interno di Avanguardia Nazionale. Sono gli anni in cui Tilgher, Ballan, Palladino, Zerbi, Magnetta, Dimitri, Sortino, avevano stretto rapporti con i fratelli Carboni, interni alla banda della Magliana, e con i vertici delle bande armate di Terza Posizione e dei NAR, intascavano il danaro di parte delle rapine dei NAR, che spedivano a Delle Chiaie (mentre il resto, "i ragazzini" lo investivano attraverso i "cravattari" della Magliana). Disponevano, tramite Tilgher, di un locale in via Alessandria dove erano custodite armi ed esplosivi, organizzavano riunioni «militarizzate», discutevano se riprendere la lotta senza quartiere alla sinistra con i metodi<noinclude><references/></noinclude>
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>di sempre: in questo contesto si verifica la "costituzione" di Vinciguerra ancora non ricercato per la strage di Peteano, e si ha lo scritto di grande significato rivelatore, sequestrato allo Zerbi, nel quale senza mezzi termini egli si tirava fuori da ogni nuova velleità sanguinaria annotando che bisognava rompere col passato, impedire che persone si sostituissero alla volontà del popolo, in nome di attentati che avevano già creato lutti inenarrabili dai quali bisognava, infine, prendere le distanze.
Questo, senza possibilità di equivoci, l’ordine del giorno posto da Avanguardia Nazionale nel corso del 1979-’80, nel tentativo di governare la galassia giovanile armata che in quel periodo semina la morte a Roma ed in altre parti d’Italia attraverso attentati di accertata natura stragista, omicidi di uomini dello Stato, esplosioni dinamitarde contro odiati simboli dello Stato, etc. Vi sono ripetuti incontri, uno anche a Parigi, su questo lacerante problema, la cui attualità ed i cui passaggi ci vengono ricostruiti, oltre che documentalmente attraverso lo scritto dello Zerbi, attraverso le parole di Walter Sordi e persino di un leader indiscusso di Avanguardia Nazionale come Marco Ballan, di Valerio Fioravanti, che vide e descrisse armi ed esplosivo custoditi da Tilgher, e da tante altre testimonianze, anche interne al SISDE, che era stato allertato nella tarda primavera del 1980 del ritorno di Avanguardia Nazionale a vecchie vocazioni stragiste.
Amnesie e rimozioni, silenzi e menzogne, scheletri lasciati in capaci armadi, nodi irrisolti del passato, pesano irrimediabilmente sul destino della destra e, più in generale, sugli equilibri della nostra stessa democrazia.
La strategia dell’intervento del potere invisibile viene enunciata al Parco dei Principi nel convegno del 1965. Sono presenti uomini come Guido Giannettini, finanziato dal SIFAR sin dal 1965 e Pino Rauti, indicato in una informativa del SID datata 25 novembre 1968, come «segretario generale di Ordine Nuovo collegato al Fronte Nazionale di Valerio Borghese», che ipotizzano soluzioni golpiste con la protezione dell’ombrello atlantico. Ed è presente anche Stefano Delle Chiaie, come riusciamo a sapere grazie ad un "galleggiante" redatto sul suo conto dal servizio segreto spagnolo (allorchè evidentemente lo arruola) sulla base di notizie che non possono che provenire dall’interessato, in quell’occasione interrogato in quanto ritenuto responsabile del sequestro Oriol.
Riferisce così Delle Chiaie alla Polizia spagnola che egli fu, dal 1956 al 1958, segretario della sezione missina del quartiere Appio, e fu il fondatore, nel 1958, con Pino Rauti, di Ordine nuovo; nel 1960 dirige i GAR, che operano all’interno dell’Università; nel 1962 fonda Avanguardia Nazionale dando al gruppo un carattere di formazione paramilitare; dunque, nel 1965 partecipa alla convenzione romana del Parco dei Principi, «dove si riorganizza l’estrema destra italiana e si decide l’infiltrazione dell’estrema sinistra e la strategia della tensione». Maggiore efficacia di sintesi e maggiore autorevolezza, sugli scopi di quella convention, non era possibile a dirsi. Partecipano anche numerosi giornalisti di testate centriste e di destra. La copertura ed i finanziamenti provengono dall’ufficio REI del colonnello Rocca, la strategia ipotizzata è quella della guerra non orto-<noinclude><references/></noinclude>
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>dossa, i soggetti chiamati a realizzarla sono un insieme di strutture militari e civili, ovviamente segrete, sottratte ad ogni controllo istituzionale, con licenza di attentati e di eliminazione dell’avversario. Che resta il Partito comunista italiano e la sua volontà di accedere al governo del Paese attraverso libere elezioni. Niente di più e niente di meno di questo.
Certo non mancano all’interno del PCI doppiezze e collegamenti imbarazzanti, essenzialmente propagandistici e finanziari, con l’Unione Sovietica, della quale vengono taciuti i tanti misfatti. Ma resta un fatto non opinabile, che tutta la strategia di quel partito eÁ fondata sull’accesso al potere attraverso libere elezioni e sull’estensione dei diritti di libertaÁ sanciti dalla Carta costituzionale. Il modo in cui venne affrontato dal PCI l’immediato dopo attentato a Palmiro Togliatti in quell’incandescente luglio del 1948, e le parole d’ordine fatte immediatamente circolare, suggerite dallo stesso Togliatti e dai suoi più stretti collaboratori, non lasciano spazi ad incertezze sul punto<ref>cfr. Giovanni Gozzini, Hanno sparato a Togliatti, l’Italia del 1948; il Saggiatore, 1998.</ref>. Ma l’intero percorso politico del PCI, a partire dalla svolta di Salerno con cui si accettò persino la monarchia, è dentro un programma di difesa della Costituzione, di affermazione ed estensione dei diritti fondamentali di libertà e di conquista del potere attraverso il consenso elettorale.
Pur tuttavia si tratta di un programma che deve essere impedito con ogni mezzo. Lo impone, questa la convinzione degli Stati Uniti, il mantenimento degli equilibri di Yalta che vedono l’Italia come una colonia americana. E su questa convinzione vengono elargiti ai nostri servizi segreti ed ai nostri apparati politico-istituzionali, un fiume di dollari a fini corruttivi che, osserverà il capo della CIA, non sono stati versati, in quella misura, a nessun altro Paese a rischio, neanche a quelli del Sud America<ref>Vedi W. Colby, La mia vita nella CIA, Mursia, Milano, 1981, p. 86.</ref>. Sorgono così varie strutture illegali, come i Nuclei di Difesa dello Stato o, in forme più organizzate e vicine al potere visibile, la Gladio, con il compito di difendere, senza esclusione di colpi, i "valori dell’Occidente".
Ma le stesse strutture di Avanguardia Nazionale, di Ordine Nuovo, del Fronte Nazionale, della Fenice, del MAR di Fumagalli, della Rosa dei Venti, di Ordine Nero, che si renderanno protagonisti di tentativi eversivi, omicidi e stragi, risulteranno fortemente permeate da uomini che paradossalmente fanno parte dei servizi di sicurezza, che hanno ispirato azioni illegali e che ne hanno coperto le responsabilità<ref>Per una ricostruzione cronologica dei depistaggi che hanno segnato i vari processi di eversione e di stragi, si rinvia al contributo «cronologia dei depistaggi», fornito alla Commissione dal dottor Libero Mancuso.</ref>.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|335}}</noinclude>venne, fù obbligato il Rè a pernottare in un Eremitaggjo in mezzo d’una Campagna.
Nel 13. si fece alto per riposar l’Esercito, venendo avviso, che in un Villaggio, gli abitatori aveano ucciso differenti nostri soldati, e fra essi il primo Cuoco di S. M. Perciò fù comandato un Capitano con molti soldati, per dar fuoco al medemo luogo; il che provarono molti altri, che s’erano rivoltati con varie ostilità, ed avean divertito l’acque. Nel 14. allo spuntar dell’alba si proseguì il cammino verso Cinchon, rinfrescandosi il Re di passaggio in una casuccia vicino il cammino Reale, facendo l’istesso l’Esercito. Verso le 20. ore si continuò la marcia, giugnendosi all’Ave Maria in {{Wl|Q915395|Cinchon}}, Città distante da Madrid sei ore, appartenente al Principe Savelli Prese il Rè il quartiere in un Convento de’ Frati, e l’Esercito si accampò in quelle vicinanze. Una partita de’ nostri levò una bandiera al Nemico, che fù subito presentata a Sua Maestà: la quale assistì nel 15. nella Chiesa Parocchiale per la festa dell’Assunzione della Beata Vergine. In tanto si fecero le disposizioni necessarie per il mantenimento, e viveri dell’Esercito, le quali {{Pt|sin’|}}<noinclude>{{PieDiPagina|||alln-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" /></noinclude>I.1 ''Gli uomini della destra nei servizi di sicurezza''
Non vi è un solo processo in Italia per stragi o per fatti di eversione dell’ordinamento costituzionale, che non abbia visto la condanna di uomini del nostro servizio segreto militare per episodi di copertura degli autori dei più sanguinosi misfatti che hanno colpito il Paese. E l’approfondimento di quegli intrighi e di quei vergognosi collegamenti segretissimi, aiutano a fare chiarezza sulla nostra storia repubblicana. Un approfondimento che, come si è accennato, avverrà servendoci di fonti rigorosamente di destra e di voci di neofascisti che mai hanno inteso abiurare le loro ideologie. È Pino Rauti ad ammettere che l’estrema destra «ha collaborato più o meno sottobanco e in certi momenti soprattutto sotto banco» con pezzi delle nostre istituzioni e che «l’ipotesi del golpe, ad esempio, ha circolato nell’estrema destra, a un certo punto. Come scorciatoia per il potere. Di fronte a un pericolo comunista. Io stesso sono stato coinvolto in rapporti con i militari». Questo perchè, aggiunge l’ex segretario MSI, si era convinti che «una parte dello Stato avrebbe durissimamente resistito all’ascesa al potere dei comunisti e che con questa parte dello Stato ci saremmo trovati». Sulla strage di piazza Fontana sia lui che Giorgio Pisanò, leader di «Fascismo e libertà», non hanno dubbi: la bomba fu collocata, per Rauti, dai «Servizi» nel quadro della strategia della tensione; per Pisanà, «dal Ministero dell’interno, l’ufficio Affari Riservati. Nel ’68 c’erano state le elezioni politiche, che avevano fatto registrare un calo dei partiti di centro. Allora a tavolino, questa gente aveva studiato una strategia: noi mobilitiamo qualche scriteriato di destra, qualche scriteriato a sinistra, gli facciamo mettere qualche bombetta [...] montiamo la stampa e dimostriamo che se non rafforziamo di nuovo il centro, gli opposti estremismi prendono il sopravvento»<ref>cfr. Michele Brambilla, Interrogatorio alle destre, Rizzoli.</ref>3.
Peraltro si tratta di dichiarazioni intervenute solo dopo che si è accertato che Pino Rauti, come Giannettini, faceva riferimento al SID quale agente «Zeta», vale a dire agente sotto copertura. Il tenente dei carabinieri Sergio Bonalumi ha dichiarato ai giudici bolognesi di avere accompagnato più volte Rauti negli uffici di Forte Braschi, sede del servizio segreto militare. Rauti, ricorda Vincenzo Vinciguerra, «aveva collegamenti operativi» con lo Stato Maggiore e con il generale Aloja. Del resto Pino Rauti, a cavallo tra destra parlamentare ed extraparlamentare, era portatore di una strategia eversiva ben precisa. Afferma Edgardo Bonazzi: «[...] sia il gruppo la Fenice sia i gruppi del Veneto, facevano riferimento a Rauti e a Signorelli ed era stato Rauti ad indicare questa strategia di rientro [il riferimento è ad Ordine Nuovo ed all’anno 1969] nel MSI, al fine di avere una maggiore copertura anche da eventuali iniziative giudiziarie,<noinclude><references/></noinclude>
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Giaccai
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I.1 ''Gli uomini della destra nei servizi di sicurezza''
Non vi è un solo processo in Italia per stragi o per fatti di eversione dell’ordinamento costituzionale, che non abbia visto la condanna di uomini del nostro servizio segreto militare per episodi di copertura degli autori dei più sanguinosi misfatti che hanno colpito il Paese. E l’approfondimento di quegli intrighi e di quei vergognosi collegamenti segretissimi, aiutano a fare chiarezza sulla nostra storia repubblicana. Un approfondimento che, come si è accennato, avverrà servendoci di fonti rigorosamente di destra e di voci di neofascisti che mai hanno inteso abiurare le loro ideologie. È Pino Rauti ad ammettere che l’estrema destra «ha collaborato più o meno sottobanco e in certi momenti soprattutto sotto banco» con pezzi delle nostre istituzioni e che «l’ipotesi del golpe, ad esempio, ha circolato nell’estrema destra, a un certo punto. Come scorciatoia per il potere. Di fronte a un pericolo comunista. Io stesso sono stato coinvolto in rapporti con i militari». Questo perchè, aggiunge l’ex segretario MSI, si era convinti che «una parte dello Stato avrebbe durissimamente resistito all’ascesa al potere dei comunisti e che con questa parte dello Stato ci saremmo trovati». Sulla strage di piazza Fontana sia lui che Giorgio Pisanò, leader di «Fascismo e libertà», non hanno dubbi: la bomba fu collocata, per Rauti, dai «Servizi» nel quadro della strategia della tensione; per Pisanà, «dal Ministero dell’interno, l’ufficio Affari Riservati. Nel ’68 c’erano state le elezioni politiche, che avevano fatto registrare un calo dei partiti di centro. Allora a tavolino, questa gente aveva studiato una strategia: noi mobilitiamo qualche scriteriato di destra, qualche scriteriato a sinistra, gli facciamo mettere qualche bombetta [...] montiamo la stampa e dimostriamo che se non rafforziamo di nuovo il centro, gli opposti estremismi prendono il sopravvento»<ref>cfr. Michele Brambilla, Interrogatorio alle destre, Rizzoli.</ref>3.
Peraltro si tratta di dichiarazioni intervenute solo dopo che si è accertato che Pino Rauti, come Giannettini, faceva riferimento al SID quale agente «Zeta», vale a dire agente sotto copertura. Il tenente dei carabinieri Sergio Bonalumi ha dichiarato ai giudici bolognesi di avere accompagnato più volte Rauti negli uffici di Forte Braschi, sede del servizio segreto militare. Rauti, ricorda Vincenzo Vinciguerra, «aveva collegamenti operativi» con lo Stato Maggiore e con il generale Aloja. Del resto Pino Rauti, a cavallo tra destra parlamentare ed extraparlamentare, era portatore di una strategia eversiva ben precisa. Afferma Edgardo Bonazzi: «[...] sia il gruppo la Fenice sia i gruppi del Veneto, facevano riferimento a Rauti e a Signorelli ed era stato Rauti ad indicare questa strategia di rientro [il riferimento è ad Ordine Nuovo ed all’anno 1969] nel MSI, al fine di avere una maggiore copertura anche da eventuali iniziative giudiziarie,<noinclude><references/></noinclude>
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I.1 ''Gli uomini della destra nei servizi di sicurezza''
Non vi è un solo processo in Italia per stragi o per fatti di eversione dell’ordinamento costituzionale, che non abbia visto la condanna di uomini del nostro servizio segreto militare per episodi di copertura degli autori dei più sanguinosi misfatti che hanno colpito il Paese. E l’approfondimento di quegli intrighi e di quei vergognosi collegamenti segretissimi, aiutano a fare chiarezza sulla nostra storia repubblicana. Un approfondimento che, come si è accennato, avverrà servendoci di fonti rigorosamente di destra e di voci di neofascisti che mai hanno inteso abiurare le loro ideologie. È Pino Rauti ad ammettere che l’estrema destra «ha collaborato più o meno sottobanco e in certi momenti soprattutto sotto banco» con pezzi delle nostre istituzioni e che «l’ipotesi del golpe, ad esempio, ha circolato nell’estrema destra, a un certo punto. Come scorciatoia per il potere. Di fronte a un pericolo comunista. Io stesso sono stato coinvolto in rapporti con i militari». Questo perchè, aggiunge l’ex segretario MSI, si era convinti che «una parte dello Stato avrebbe durissimamente resistito all’ascesa al potere dei comunisti e che con questa parte dello Stato ci saremmo trovati». Sulla strage di piazza Fontana sia lui che Giorgio Pisanò, leader di «Fascismo e libertà», non hanno dubbi: la bomba fu collocata, per Rauti, dai «Servizi» nel quadro della strategia della tensione; per Pisanà, «dal Ministero dell’interno, l’ufficio Affari Riservati. Nel ’68 c’erano state le elezioni politiche, che avevano fatto registrare un calo dei partiti di centro. Allora a tavolino, questa gente aveva studiato una strategia: noi mobilitiamo qualche scriteriato di destra, qualche scriteriato a sinistra, gli facciamo mettere qualche bombetta [...] montiamo la stampa e dimostriamo che se non rafforziamo di nuovo il centro, gli opposti estremismi prendono il sopravvento»<ref>cfr. Michele Brambilla, Interrogatorio alle destre, Rizzoli.</ref>3.
Peraltro si tratta di dichiarazioni intervenute solo dopo che si è accertato che Pino Rauti, come Giannettini, faceva riferimento al SID quale agente «Zeta», vale a dire agente sotto copertura. Il tenente dei carabinieri Sergio Bonalumi ha dichiarato ai giudici bolognesi di avere accompagnato più volte Rauti negli uffici di Forte Braschi, sede del servizio segreto militare. Rauti, ricorda Vincenzo Vinciguerra, «aveva collegamenti operativi» con lo Stato Maggiore e con il generale Aloja. Del resto Pino Rauti, a cavallo tra destra parlamentare ed extraparlamentare, era portatore di una strategia eversiva ben precisa. Afferma Edgardo Bonazzi: «[...] sia il gruppo la Fenice sia i gruppi del Veneto, facevano riferimento a Rauti e a Signorelli ed era stato Rauti ad indicare questa strategia di rientro [il riferimento è ad Ordine Nuovo ed all’anno 1969] nel MSI, al fine di avere una maggiore copertura anche da eventuali iniziative giudiziarie,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" /></noinclude>in quanto vi era il rischio che fossero presto sciolti i gruppi di estrema destra.
Anzi diceva che il suo gruppo, cio’ la Fenice, era in contatto con i Servizi, anche da prima del 1969, e proprio per questo era stato in grado di conoscere e prevenire, con il rientro nel MSI, lo scioglimento del suo gruppo, ricreandolo nel MSI stesso [...]. Mi fece capire che Signorelli, come elemento sovraordinato a Rognoni, era sicuramente informato del progetto [attentato al treno Genova-Ventimiglia], anche perché si incon- trava soprattutto con Rognoni [...]. Certamente il significato dell’attentato era far ricadere la responsabilita dell’attentato sui gruppi di sinistra. Mi accennd ad una cassetta con esplosivo che doveva essere fatta ritrovare a tale fine [...}»
Sullo stesso argomento e con le medesime deduzioni, vi la pit’ ana- litica ricostruzione di Vinciguerra: «La divisione fra destra extraparlamen- tare e Movimento Sociale non fu mai netta; viceversa si pud dire che un legame costante, mai interrottosi del tutto, venne mantenuto a livello di vertice, se non con Arturo Michelini, certamente con Giorgio Almirante. È quest’ultimo che si pone come figura centrale nella storia del neofasci- smo "post-bellico” ed è lui a fare da mediatore fra le istanze ufficialmente avanzate dai gruppi della destra nazional-rivoluzionaria e quelle moderate del partito che rappresenta [...] presentandosi ai camerati dentro ¢ fuori dal MSI come uomo in grado di conciliare le esigenze di una lotta senza riserve e senza compromessi con quelle della mimetizzazione necessaria per non farsi porre fuori legge [...].
Le scissioni ON-MSI e Avanguardia Nazionale da Ordine Nuovo sono state più che altro strumentali e hanno infatti garantito il controllo pressoché assoluto dell’estremismo di destra da parte di pochi uomini che, a livello di vertice, sono sempre stati in contatto fra loro, peggio ancora in accordo fra loro, almeno fino alla meta degli anni '70, quando Avanguardia Nazionale, ormai legata al principe Borghese, tenta di ripercorrere una via autonoma senza successo [...]. Della violenza estremistica il MSI non fu solo il beneficiario in termini politici, ma anche i] promotore e il coordinatore. Non c’é stata operazione politica ad ampio respiro che non abbia visto il MSI presente con i suoi uomini ed i suoi dirigenti, ora in veste di suggeritori, ora di organizzatori, ora di fomentatori [...].
Non si può scrivere la storia, anche sul piano giudiziario, della strategia della tensione se non si accetta la realtà che vuole la destra neofscista italiana tatticamente divisa e strategicamente unita, in una suddivisione strumentale di ruoli e di compiti che doveva permettere l’utilizzo inconsapevole di centinaia di migliaia di persone allo scopo di portare contro la sinistra italiana quell'affondo decisivo che avrebbe consentito la trasformazione del regime da democrazia parlamentare a Repubblica presidenziale, nella quale la destra avrebbe avuto un peso determinante e decisivo. Non la restaurazione di un regime fascista, bensì 1’instaurazione di una democrazia autoritaria nella quale i comunisti non avessero spazio e cittadinanza legale [...].<noinclude><references/></noinclude>
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Anzi diceva che il suo gruppo, cio’ la Fenice, era in contatto con i Servizi, anche da prima del 1969, e proprio per questo era stato in grado di conoscere e prevenire, con il rientro nel MSI, lo scioglimento del suo gruppo, ricreandolo nel MSI stesso [...]. Mi fece capire che Signorelli, come elemento sovraordinato a Rognoni, era sicuramente informato del progetto [attentato al treno Genova-Ventimiglia], anche perché si incon- trava soprattutto con Rognoni [...]. Certamente il significato dell’attentato era far ricadere la responsabilita dell’attentato sui gruppi di sinistra. Mi accennd ad una cassetta con esplosivo che doveva essere fatta ritrovare a tale fine [...}»
Sullo stesso argomento e con le medesime deduzioni, vi la pit’ ana- litica ricostruzione di Vinciguerra: «La divisione fra destra extraparlamen- tare e Movimento Sociale non fu mai netta; viceversa si pud dire che un legame costante, mai interrottosi del tutto, venne mantenuto a livello di vertice, se non con Arturo Michelini, certamente con Giorgio Almirante. È quest’ultimo che si pone come figura centrale nella storia del neofasci- smo "post-bellico” ed è lui a fare da mediatore fra le istanze ufficialmente avanzate dai gruppi della destra nazional-rivoluzionaria e quelle moderate del partito che rappresenta [...] presentandosi ai camerati dentro ¢ fuori dal MSI come uomo in grado di conciliare le esigenze di una lotta senza riserve e senza compromessi con quelle della mimetizzazione necessaria per non farsi porre fuori legge [...].
Le scissioni ON-MSI e Avanguardia Nazionale da Ordine Nuovo sono state più che altro strumentali e hanno infatti garantito il controllo pressoché assoluto dell’estremismo di destra da parte di pochi uomini che, a livello di vertice, sono sempre stati in contatto fra loro, peggio ancora in accordo fra loro, almeno fino alla meta degli anni '70, quando Avanguardia Nazionale, ormai legata al principe Borghese, tenta di ripercorrere una via autonoma senza successo [...]. Della violenza estremistica il MSI non fu solo il beneficiario in termini politici, ma anche i] promotore e il coordinatore. Non c’é stata operazione politica ad ampio respiro che non abbia visto il MSI presente con i suoi uomini ed i suoi dirigenti, ora in veste di suggeritori, ora di organizzatori, ora di fomentatori [...].
Non si può scrivere la storia, anche sul piano giudiziario, della strategia della tensione se non si accetta la realtà che vuole la destra neofscista italiana tatticamente divisa e strategicamente unita, in una suddivisione strumentale di ruoli e di compiti che doveva permettere l’utilizzo inconsapevole di centinaia di migliaia di persone allo scopo di portare contro la sinistra italiana quell'affondo decisivo che avrebbe consentito la trasformazione del regime da democrazia parlamentare a Repubblica presidenziale, nella quale la destra avrebbe avuto un peso determinante e decisivo. Non la restaurazione di un regime fascista, bensì 1’instaurazione di una democrazia autoritaria nella quale i comunisti non avessero spazio e cittadinanza legale [...].<noinclude><references/></noinclude>
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La casa deserta/Capitolo III
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" /></noinclude>Non c’è stata una strategia stragista, c’è stata una strategia che aveva preventivato gli attentati, gli agguati, i disordini, i feriti e i morti, che li ha cercati e li ha provocati, così da mantenere il Paese in un equilibrio tanto precario che in ogni momento, nel corso degli anni fra il 1965-’66 ed il 1981-’82, un intervento autoritario compiuto da forze politiche di governo sostenute dalle Forze Armate e dai corpi di Polizia, sarebbe stato accolto come una liberazione dalla popolazione stanca, nauseata, impaurita da anni e anni di violenza "estremistica" di segno ora "fascista", ora "comunista". Avanguardia Nazionale non ha fatto nulla di piùÁ e nulla di meno di quello che hanno fatto tutti gli altri gruppi, MSI compreso, della destra neofascista [...]»<ref>documento allegato all’interrogatorio di Vincenzo Vinciguerra dinanzi al G.I. di Bologna, 9 marzo 1992.</ref>.
Intorno alla seconda metà degli anni ’70, un pezzo del MSI si staccherà per costituire una formazione politica autonoma, Democrazia Nazionale, rispondendo ad una richiesta ed a finanziamenti di Licio Gelli, promotore di quella operazione, (operazione fatta per inserire una destra non più fascista in nuove maggioranze centriste). A seguito del fallimento elettorale di quella ipotesi, al fine di mettere in difficoltà il MSI, i promotori della scissione ― che risultarono interni alla P2 ― incaricarono il capo del SISMI Santovito, iscritto anch’egli alla P2, di inoltrare informative (15 novembre 1978 e 3 gennaio 1979) all’autorità giudiziaria di Venezia nelle quali si faceva riferimento ad una richiesta di denaro fatta recapitare per lettera da Carlo Cicuttini all’onorevole Almirante al fine di poter effettuare un’operazione chirurgica alle corde vocali che rendesse impossibile ogni eventuale comparazione tra la voce di Cicuttini stesso e quella dell’anonimo telefonista di Peteano.
Quella voce, che aveva attirato nella trappola mortale i carabinieri, apparteneva infatti ad un esponente di rilievo del MSI, come il Cicuttini.
Veniva svolta un’indagine preliminare dalla Procura della Repubblica di Venezia, che sentiva in qualità di testimone l’onorevole Giorgio Almirante mentre l’avvocato Eno Pascoli e sua moglie Liliana venivano interrogati in qualità di indiziati del delitto di favoreggiamento personale. La Procura Generale di Venezia avocava le indagini e spediva comunicazione giudiziaria allo stesso Almirante. Seguiva un «balletto» (la definizione è del giudice istruttore di Venezia; la Corte d’assise di Venezia seguirà pedissequamente quell’impianto accusatorio e condannerà all’ergastolo, con sentenza definitiva, per la strage di Peteano e per il dirottamento di Ronchi dei Legionari i neofascisti Vincenzo Vinciguerra e Carlo Cicuttini) di richieste e di revoche dell’immunità parlamentare, rivolte al Parlamento nazionale ed a quello europeo. Interveniva persino la Corte costituzionale ed il giudice istruttore veneziano riusciva a fissare la data dell’interrogatorio all’onorevole Almirante, raggiunto da mandato di comparizione, per un giorno compreso nel periodo di fermo dell’Assemblea di Strasburgo. Ma il mandato restava senza effetto.<noinclude><references/></noinclude>
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Intorno alla seconda metà degli anni ’70, un pezzo del MSI si staccherà per costituire una formazione politica autonoma, Democrazia Nazionale, rispondendo ad una richiesta ed a finanziamenti di Licio Gelli, promotore di quella operazione, (operazione fatta per inserire una destra non più fascista in nuove maggioranze centriste). A seguito del fallimento elettorale di quella ipotesi, al fine di mettere in difficoltà il MSI, i promotori della scissione ― che risultarono interni alla P2 ― incaricarono il capo del SISMI Santovito, iscritto anch’egli alla P2, di inoltrare informative (15 novembre 1978 e 3 gennaio 1979) all’autorità giudiziaria di Venezia nelle quali si faceva riferimento ad una richiesta di denaro fatta recapitare per lettera da Carlo Cicuttini all’onorevole Almirante al fine di poter effettuare un’operazione chirurgica alle corde vocali che rendesse impossibile ogni eventuale comparazione tra la voce di Cicuttini stesso e quella dell’anonimo telefonista di Peteano.
Quella voce, che aveva attirato nella trappola mortale i carabinieri, apparteneva infatti ad un esponente di rilievo del MSI, come il Cicuttini.
Veniva svolta un’indagine preliminare dalla Procura della Repubblica di Venezia, che sentiva in qualità di testimone l’onorevole Giorgio Almirante mentre l’avvocato Eno Pascoli e sua moglie Liliana venivano interrogati in qualità di indiziati del delitto di favoreggiamento personale. La Procura Generale di Venezia avocava le indagini e spediva comunicazione giudiziaria allo stesso Almirante. Seguiva un «balletto» (la definizione è del giudice istruttore di Venezia; la Corte d’assise di Venezia seguirà pedissequamente quell’impianto accusatorio e condannerà all’ergastolo, con sentenza definitiva, per la strage di Peteano e per il dirottamento di Ronchi dei Legionari i neofascisti Vincenzo Vinciguerra e Carlo Cicuttini) di richieste e di revoche dell’immunità parlamentare, rivolte al Parlamento nazionale ed a quello europeo. Interveniva persino la Corte costituzionale ed il giudice istruttore veneziano riusciva a fissare la data dell’interrogatorio all’onorevole Almirante, raggiunto da mandato di comparizione, per un giorno compreso nel periodo di fermo dell’Assemblea di Strasburgo. Ma il mandato restava senza effetto.<noinclude><references/></noinclude>
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Giaccai
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" /></noinclude>Nell’affrontare la posizione dell’onorevole Almirante, che verrà infine amnistiato, a differenza dell’avvocato Pascoli, condannato, il giudice faceva rilevare come, all’epoca della strage, risultavano iscritti al MSI tutti gli indagati (entrambi i fratelli Vinciguerra e Cesare Turco) e che «l’imputato Carlo Cicuttini rivestiva, all’epoca della strage di Peteano, la carica di segretario della sezione missina di Manzano, così coniugando una militanza del tutto legale (nell’ambito di partito con rappresentanza parlamentare) con un’altra illegale e sovversiva».
Tale prassi, in quegli anni di eversione e terrorismo, «fu abbastanza diffusa e particolarmente insidiosa, non solo e non tanto perchè consentiva un’ottima mimetizzazione e protezione all’aderente al sodalizio illegale, ma altresì perchè costituiva uno strumento ottimale per attività d’informazione e, al limite, di proselitismo. Tale dato storico (prosegue la sentenzaordinanza), per quanto concerne il Cicuttini, risulta particolarmente vistoso, giacchè non trattavasi di generica frequentazione degli ambienti del partito politico, così come, per esempio, per i Vinciguerra ed altri, o, al massimo, d’iscrizione, come Maggi e Zorzi [oggi entrambi coimputati della strage di piazza Fontana ed il primo condannato dalla Corte d’assise di Milano per la strage di via Fatebenefratelli, ndr], ma addirittura di carica di un certo rilievo, seppure in ambito locale, qual era, ed è, certamente, quella di segretario per i poteri, doveri e responsabilità alla stessa connessi. In tale dato di fatto, ad avviso di questo giudice, va ricercata la chiave di lettura della condotta favoreggiatrice ascritta agli imputati Giorgio Almirante ed Eno Pascoli, condotta maturata, com’è emerso nel corso dell’istruttoria, in ambiente prettamente politico e motivata, perciò, politicamente e non sulla base di considerazioni di carattere personale [poichè] non v’è dubbio che la circostanza concernente la militanza legale del predetto e la carica ricoperta, costituivano motivo di preoccupazione, peraltro ovvia, per tema di pregiudizi di carattere politico».
A confermare l’assunto accusatorio intervengono poi le dichiarazioni di Renato Bolzicco, «teste decisamente insospettabile — osserva il giudice istruttore — sia per la sua collocazione politica (è infatti iscritto al MSI), sia perchè [...] tutt’altro che disposto, almeno inizialmente, a riferire all’autorità giudiziaria su determinate circostanze concernenti il Cicuttini».
Dichiara Bolzicco (l’8 novembre 1982): «So che all’epoca del processo di Trieste per i fatti di Ronchi dei Legionari, l’avvocato Pascoli [che difese il Cicuttini nel processo di primo grado], si è recato in Spagna un paio di volte. Ne avevo sentito parlare da Graziella Cicuttini, ma non so precisare meglio né il fine né l’esito. In seguito alla fuga del Cicuttini mi telefonò un funzionario (non mi ricordo esattamente chi) della Federazione MSI di Udine dicendomi di riferire ai giornalisti che Cicuttini non era segretario è sempre stata tranquilla la attribuzione della strage di Peteano ai movimenti di estrema destra, cioè, praticamente, sempre facenti capo al Vinciguerra».
Dunque tutto il MSI sapeva delle responsabilità interne per la strage di Peteano e ancor più del dirottamento aereo di Ronchi dei Legionari, ma<noinclude><references/></noinclude>
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Tale prassi, in quegli anni di eversione e terrorismo, «fu abbastanza diffusa e particolarmente insidiosa, non solo e non tanto perchè consentiva un’ottima mimetizzazione e protezione all’aderente al sodalizio illegale, ma altresì perchè costituiva uno strumento ottimale per attività d’informazione e, al limite, di proselitismo. Tale dato storico (prosegue la sentenzaordinanza), per quanto concerne il Cicuttini, risulta particolarmente vistoso, giacchè non trattavasi di generica frequentazione degli ambienti del partito politico, così come, per esempio, per i Vinciguerra ed altri, o, al massimo, d’iscrizione, come Maggi e Zorzi [oggi entrambi coimputati della strage di piazza Fontana ed il primo condannato dalla Corte d’assise di Milano per la strage di via Fatebenefratelli, ndr], ma addirittura di carica di un certo rilievo, seppure in ambito locale, qual era, ed è, certamente, quella di segretario per i poteri, doveri e responsabilità alla stessa connessi. In tale dato di fatto, ad avviso di questo giudice, va ricercata la chiave di lettura della condotta favoreggiatrice ascritta agli imputati Giorgio Almirante ed Eno Pascoli, condotta maturata, com’è emerso nel corso dell’istruttoria, in ambiente prettamente politico e motivata, perciò, politicamente e non sulla base di considerazioni di carattere personale [poichè] non v’è dubbio che la circostanza concernente la militanza legale del predetto e la carica ricoperta, costituivano motivo di preoccupazione, peraltro ovvia, per tema di pregiudizi di carattere politico».
A confermare l’assunto accusatorio intervengono poi le dichiarazioni di Renato Bolzicco, «teste decisamente insospettabile — osserva il giudice istruttore — sia per la sua collocazione politica (è infatti iscritto al MSI), sia perchè [...] tutt’altro che disposto, almeno inizialmente, a riferire all’autorità giudiziaria su determinate circostanze concernenti il Cicuttini».
Dichiara Bolzicco (l’8 novembre 1982): «So che all’epoca del processo di Trieste per i fatti di Ronchi dei Legionari, l’avvocato Pascoli [che difese il Cicuttini nel processo di primo grado], si è recato in Spagna un paio di volte. Ne avevo sentito parlare da Graziella Cicuttini, ma non so precisare meglio né il fine né l’esito. In seguito alla fuga del Cicuttini mi telefonò un funzionario (non mi ricordo esattamente chi) della Federazione MSI di Udine dicendomi di riferire ai giornalisti che Cicuttini non era segretario è sempre stata tranquilla la attribuzione della strage di Peteano ai movimenti di estrema destra, cioè, praticamente, sempre facenti capo al Vinciguerra».
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Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/356
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|336|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>allora avea patito una grande scarsezza. Si lasciaron vedere varie partite nemiche, che di quando in quando presero qualche foraggiero. Si seppe, che l’Esercito nemico, pure avea cambiato di Campo, marciando lungo il fiume Henarres sino ad Alcalà, coll’intenzione di tagliare il passaggio a Madrid, e Toledo: volendosi opporre in tutt’i modi. Nel 16. s’aspetto l’unione del Generale Inglese Monsieur Windhaimb, al quale s’ordinò dal Milord Peterburì di marciare subito da Cuenca (dodeci leghe distante di quà) per congiungersi coll’Esercito. La sera S. M. si pose a cavallo per visitare tutto il Campo.
Nel 17. non vi fù altro di nuovo, che solo una grossa partita di nemici s’incontrò con un nostro convoglio, uccidendo alcuni di essi, e levando loro le proviande, che avean tolto da’ luoghi vicini. Si trovarono alcuni pezzi di Campagna, e molte altre armi, che gli abitanti aveano sotterrato. Verso le 21. ore il Rè accom pagnato dalla Generalità, andò a visitare le Guardie avanzate. Venne avviso, che volendo passare per Huote il bagaglio del Milord Peterburì, quella gente a mano armata s’era impadronita di esso. Il<noinclude>{{PieDiPagina|||che{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" /></noinclude>acconsentì a che le indagini fossero deviate verso esponenti di Lotta Continua una prima volta, e dei "balordi" subito dopo, grazie a depistaggi studiati all’interno della caserma dei carabinieri «Pastrengo» da ufficiali (piduisti) della stessa Arma cui appartenevano le vittime della strage, assumendo una condotta che, «lungi dall’essere improntata al tempestivo rigore che la gravità degli episodi delittuosi imponeva», risultò, «al contrario, prima ispirata a manovre interne (delle quali il tentativo di far divulgare il falso al Bolzicco costituisce vistoso sintomo) volte a confondere l’opinione pubblica e, successivamente, al favoreggiamento vero e proprio.
In tal senso, esplicite ed eloquenti appaiono le dichiarazioni rese da Vinciguerra Vincenzo il 14 luglio 1984 ed il 27 agosto 1984 al giudice istruttore, dichiarazioni di cui quelle di Bolzicco costituiscono il corollario: «In relazione alle coperture..., appresi... che (Maurizio Tadiotti) la sera del 7 ottobre 1972 parlando nella federazione del MSI di Trento con un iscritto a tale partito, affermò che io sarei stato l’autore dell’attentato di Peteano...Venni a conoscenza di tale colloquio alcune settimane dopo, attraverso una persona che mi era stata mandata a Udine dal dottor Carlo Maria Maggi... L’inviato del dottor Maggi mi mise al corrente dell’episodio di Trento, dicendomi che... il missino con cui (Tadiotti) aveva parlato era un informatore della Guardia di Finanza di Trento e che aveva subito riferito quanto riportatogli (dal Tadiotti) al Servizio «I» della Guardia di Finanza di Trento... Successivamente, mi pare a novembre 1972, appresi che il capitano {{Wl|Q3619731|Antonio Labruna}} si era recato a Padova pochi giorni dopo il dirottamento e che aveva parlato con Fachini dell’episodio di Ronchi dei Legionari e anche di Peteano. Labruna disse testualmente: "Ora basta fare fesserie", ritenendo erroneamente che io dipendessi gerarchicamente da Fachini...
In relazione alle coperture politiche per l’attentato di Peteano, innanzi tutto ribadisco che la federazione missina di Trento, tramite Tadiotti, era venuta a conoscenza del nome del responsabile di Peteano. È logico e facile da immaginare che il mio discorso sia stato riferito immediatamente al MSI di Roma. Cominciarono pertanto subito a preoccuparsi, in quanto il mio nome era legato, anche a causa di Ronchi dei Legionari, a quello di Carlo Cicuttini, che era segretario di federazione del MSI».
Cicuttini riparò immediatamente in Spagna, sotto l’ala protettrice di Stefano Delle Chiaie, dove, nell’aprile 1974, approdò anche Vincenzo Vinciguerra, servendosi del medesimo canale di espatrio del Cicuttini. Ma Delle Chiaie pretendeva garanzie formali circa l’affidabilità politica dei due terroristi per cui – si citano sempre le parole dell’«irriducibile» Vinciguerra – «Stefano chiese informazioni a Roma al MSI, e a Giorgio Almirante in particolare. Non sono in grado di dire se Stefano parlò direttamente con Almirante. Posso però dire con sicurezza che Almirante chiese a Stefano di "non mollare" Cicuttini, nel senso che gli chiedeva di aiutarlo materialmente e che, al limite, il MSI avrebbe provveduto a sostenerlo finanziariamente [...].
Per quanto riguarda le coperture politiche, aggiungo che in Spagna, da Stefano, ho saputo che Almirante aveva incaricato Mario Tedeschi, su-<noinclude><references/></noinclude>
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Giaccai
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In tal senso, esplicite ed eloquenti appaiono le dichiarazioni rese da Vinciguerra Vincenzo il 14 luglio 1984 ed il 27 agosto 1984 al giudice istruttore, dichiarazioni di cui quelle di Bolzicco costituiscono il corollario: «In relazione alle coperture..., appresi... che (Maurizio Tadiotti) la sera del 7 ottobre 1972 parlando nella federazione del MSI di Trento con un iscritto a tale partito, affermò che io sarei stato l’autore dell’attentato di Peteano...Venni a conoscenza di tale colloquio alcune settimane dopo, attraverso una persona che mi era stata mandata a Udine dal dottor Carlo Maria Maggi... L’inviato del dottor Maggi mi mise al corrente dell’episodio di Trento, dicendomi che... il missino con cui (Tadiotti) aveva parlato era un informatore della Guardia di Finanza di Trento e che aveva subito riferito quanto riportatogli (dal Tadiotti) al Servizio «I» della Guardia di Finanza di Trento... Successivamente, mi pare a novembre 1972, appresi che il capitano {{Wl|Q3619731|Antonio Labruna}} si era recato a Padova pochi giorni dopo il dirottamento e che aveva parlato con Fachini dell’episodio di Ronchi dei Legionari e anche di Peteano. Labruna disse testualmente: "Ora basta fare fesserie", ritenendo erroneamente che io dipendessi gerarchicamente da Fachini...
In relazione alle coperture politiche per l’attentato di Peteano, innanzi tutto ribadisco che la federazione missina di Trento, tramite Tadiotti, era venuta a conoscenza del nome del responsabile di Peteano. È logico e facile da immaginare che il mio discorso sia stato riferito immediatamente al MSI di Roma. Cominciarono pertanto subito a preoccuparsi, in quanto il mio nome era legato, anche a causa di Ronchi dei Legionari, a quello di Carlo Cicuttini, che era segretario di federazione del MSI».
Cicuttini riparò immediatamente in Spagna, sotto l’ala protettrice di Stefano Delle Chiaie, dove, nell’aprile 1974, approdò anche Vincenzo Vinciguerra, servendosi del medesimo canale di espatrio del Cicuttini. Ma Delle Chiaie pretendeva garanzie formali circa l’affidabilità politica dei due terroristi per cui – si citano sempre le parole dell’«irriducibile» Vinciguerra – «Stefano chiese informazioni a Roma al MSI, e a Giorgio Almirante in particolare. Non sono in grado di dire se Stefano parlò direttamente con Almirante. Posso però dire con sicurezza che Almirante chiese a Stefano di "non mollare" Cicuttini, nel senso che gli chiedeva di aiutarlo materialmente e che, al limite, il MSI avrebbe provveduto a sostenerlo finanziariamente [...].
Per quanto riguarda le coperture politiche, aggiungo che in Spagna, da Stefano, ho saputo che Almirante aveva incaricato Mario Tedeschi, su-<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" /></noinclude>bito dopo l’espatrio di Cicuttini, di verificare la fondatezza delle voci che riguardavano me e il Cicuttini, in quanto asseritamente coinvolti nell’episodio di Ronchi dei Legionari e in quello di Peteano. Almirante si rivolse a Mario Tedeschi in quanto quest’ultimo era notoriamente amico del dottor Federico Umberto D’Amato [...]». Anche per questo motivo, «era voce diffusa negli ambienti della destra eversiva, che il MSI poteva essere ricattato da Stefano Delle Chiaie a causa della strage di Peteano»<ref>Ordinanza-sentenza del G.I. di Venezia, procedimento penale nei confronti di Vinciguerra, Cicuttini e altri, pagg. 292-312.</ref>.
«Nel corso dell’incontro del marzo 1973 − prosegue Vinciguerra − appresi da Paolo Signorelli che Fachini, allarmatissimo, gliene aveva parlato e che lui, dopo avere indirizzato Cicuttini a Genova, si sarebbe recato da Pino Rauti e gli avrebbe riferito che ero responsabile dell’attentato di Peteano. La reazione di Rauti mi venne sintetizzata dal Signorelli con le testuali parole: "A Pino vennero i capelli grigi". Fu Rauti ad avvertire Giorgio Almirante. A distanza di poche ore si verificò l’episodio di Tadiotti a Trento».
Ancora il giudice istruttore, sulla base degli interrogatori di Signorelli, del Tadiotti Maurilio, di Sinatti Gaetano e Giammarinaro Pier Luigi, sostiene che è possibile evincere che il «Signorelli era da sempre il punto di riferimento costante di tutti i catturandi e/o ricercati per motivi di giustizia, non solo dell’area eversiva di destra ma anche del MSI, per sua esplicita ammissione, cui non lesinava aiuti, anche di ordine economico»; che fu lui a favorire l’espatrio ed il rifugio in Spagna del Cicuttini prima, del Vinciguerra, poi. Signorelli conosceva e frequentava sia l’ambiente ordinovista veneto sia il MSI, partito nel quale militò come esponente di livello nazionale fino al 1976, anno della sua espulsione.
Sosteneva, sin dal 1971, che il MSI aveva «riscoperto la sua vocazione rivoluzionaria» e che aveva posto tra i suoi obbiettivi «la fine del sistema, nelle sue strutture, nelle sue istituzioni, nei suoi uomini». Occorreva dunque organizzare «un movimento rivoluzionario» formato da «autentici soldati politici».
Ma che la diagnosi risalente al 1971 di Signorelli fosse esatta e che egli stesso avesse capacità di ricatto è provato dalla informativa 18 novembre 1970, classificata originariamente «segreto» dal Ministero dell’interno, nel quale si legge che «gli organi centrali del MSI [...] hanno impartito recentemente delle disposizioni ai responsabili provinciali ed ai segretari giovanili sezionali al fine di [...] costituire, entro breve tempo, una organizzazione di giovani efficiente e pronta per qualsiasi evenienza [...]. È pertanto da prevedere una progressiva accentuazione dell’attività giovanile del MSI [...] soprattutto attraverso la promozione costante di azioni di disturbo e di manifestazioni, anche violente, ogni volta che occasioni contingenti ne diano lo spunto». Ed altra "nota confidenziale" allegata al fascicolo «MSI Volontari Nazionali», (presumibilmente del febbraio 1971), rivela che «Nel quadro<noinclude><references/></noinclude>
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Giaccai
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>bito dopo l’espatrio di Cicuttini, di verificare la fondatezza delle voci che riguardavano me e il Cicuttini, in quanto asseritamente coinvolti nell’episodio di Ronchi dei Legionari e in quello di Peteano. Almirante si rivolse a Mario Tedeschi in quanto quest’ultimo era notoriamente amico del dottor Federico Umberto D’Amato [...]». Anche per questo motivo, «era voce diffusa negli ambienti della destra eversiva, che il MSI poteva essere ricattato da Stefano Delle Chiaie a causa della strage di Peteano»<ref>Ordinanza-sentenza del G.I. di Venezia, procedimento penale nei confronti di Vinciguerra, Cicuttini e altri, pagg. 292-312.</ref>.
«Nel corso dell’incontro del marzo 1973 − prosegue Vinciguerra − appresi da Paolo Signorelli che Fachini, allarmatissimo, gliene aveva parlato e che lui, dopo avere indirizzato Cicuttini a Genova, si sarebbe recato da Pino Rauti e gli avrebbe riferito che ero responsabile dell’attentato di Peteano. La reazione di Rauti mi venne sintetizzata dal Signorelli con le testuali parole: "A Pino vennero i capelli grigi". Fu Rauti ad avvertire Giorgio Almirante. A distanza di poche ore si verificò l’episodio di Tadiotti a Trento».
Ancora il giudice istruttore, sulla base degli interrogatori di Signorelli, del Tadiotti Maurilio, di Sinatti Gaetano e Giammarinaro Pier Luigi, sostiene che è possibile evincere che il «Signorelli era da sempre il punto di riferimento costante di tutti i catturandi e/o ricercati per motivi di giustizia, non solo dell’area eversiva di destra ma anche del MSI, per sua esplicita ammissione, cui non lesinava aiuti, anche di ordine economico»; che fu lui a favorire l’espatrio ed il rifugio in Spagna del Cicuttini prima, del Vinciguerra, poi. Signorelli conosceva e frequentava sia l’ambiente ordinovista veneto sia il MSI, partito nel quale militò come esponente di livello nazionale fino al 1976, anno della sua espulsione.
Sosteneva, sin dal 1971, che il MSI aveva «riscoperto la sua vocazione rivoluzionaria» e che aveva posto tra i suoi obbiettivi «la fine del sistema, nelle sue strutture, nelle sue istituzioni, nei suoi uomini». Occorreva dunque organizzare «un movimento rivoluzionario» formato da «autentici soldati politici».
Ma che la diagnosi risalente al 1971 di Signorelli fosse esatta e che egli stesso avesse capacità di ricatto è provato dalla informativa 18 novembre 1970, classificata originariamente «segreto» dal Ministero dell’interno, nel quale si legge che «gli organi centrali del MSI [...] hanno impartito recentemente delle disposizioni ai responsabili provinciali ed ai segretari giovanili sezionali al fine di [...] costituire, entro breve tempo, una organizzazione di giovani efficiente e pronta per qualsiasi evenienza [...]. È pertanto da prevedere una progressiva accentuazione dell’attività giovanile del MSI [...] soprattutto attraverso la promozione costante di azioni di disturbo e di manifestazioni, anche violente, ogni volta che occasioni contingenti ne diano lo spunto». Ed altra "nota confidenziale" allegata al fascicolo «MSI Volontari Nazionali», (presumibilmente del febbraio 1971), rivela che «Nel quadro<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|337}}</noinclude>che inteso dal detto Milord, subito lo fece abbruciare: facendo anche sapere a cinque Villaggi di quella giurisdizione, che se in termine di 24. ore non gli avessero rifatto il danno coll’equivalente, avrebbono avuto il medesimo castigo. Vennero nel 18. e 19. alcuni desertori, dicendo, che il nemico avea unite più migliaja di villani, e con essi avea occupato varj passaggi. Una partita nostra del Reggimento Moras tolse al nemico più di mille pecore, e 15. mule cariche di farina.
La mattina de’ 21. tenne il Rè una lunga Giunta con tutta la Generalità, facendosi ammirare nella rappresentazione, che fece, da esperto Generale. E stato spedito un’espresso al Generale Inglese Monsieur Windhaimb per accelerare la sopranominata unione. La sera visitò il Rè la Guardia avanzata, e tutto il Campo. Nel ventuno fù appiccata una donna Inglese per avere spogliata una Chiesa de’ mobili. La sera ritornò il Rè a visitare la Guardia avanzata. Nel 22. vennero due desertori, dicendo, che i nemici erano passati verso Arangnes, per impedire il passaggio. Nel 23. venne un Corriero da Barcellona il quale fù svaliciato 24. leghe di distanza dal nostro Esercito:<noinclude>{{PieDiPagina||Y|aven-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Modafix
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|338|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>avendo preso l’armi i Paesani di un’Villaggio contro alcuni nostri soldati, colla scorta de’ quali veniva detto Corriero. Il Re visitò le Guardie avanzate, et il Campo. Un Capitano, ch’era passato dal nemico, fù arrestato per sospetto. Venne avviso da Valenza, come i nostri presero Alicante per assalto, il di cui Castello si rese poco dopo. Nel 24. partì parte della Cavalleria Portoghese per ritornare in Portogallo, risoluto in Consiglio il decampamento.
Nel 25. l’Armata si ripose in marcia, et ad una lega dalCampo, le nostre Vanguardie scoprirono qualche partita nemica: che riconosciuta, si scoprisono anche alcune truppe di Cavalleria, le quali si cominciarono a caricare; durando la scaramuccia tutta la mattina. Frattanto sopravenne tutta l’Armata nemica, e posta quella de’ Collegati vicino del Villaggio chiamato Igneste, si vidde intrepida Sua Maestà precorrere tutte le linee, per far loro tener buen ordine: esponendosi a gran periglio, mentre il nemico avea tagliato il cammino della marcia. Ed essendo tutto il giorno in buona ordinanza a riceverlo; la sera le due Armate si ritirarono, non essendosi tirato altro, che<noinclude>{{PieDiPagina|||qual-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||CAPITOLO IX|101}}</noinclude><section begin="s1" />padovano. Esso fu descritto da {{AutoreCitato|Michele Savonarola|Michele Savonarola}} nel suo libro ''De Candibus Patavi'' (in {{AutoreCitato|Ludovico Antonio Muratori|Muratori}} ''Rer. Ital. Scriptures'' {{Sc|xxiv}}, 1163), e da un contemporaneo e amico del {{AutoreCitato|Giovanni Dondi dall'Orologio|Dondi}}, {{Wl|Q937715|Filippo de Mazières}}, il quale così si esprime: «In questo strumento era il moto del sole, delle costellazioni e € dei pianeti, co’ loro cerchi, epicicli e distanze, con moltiplicazione di ruote senza numero, con tutte le loro parti; e ciascun pianeta fa il suo particolare movimento». Giovanni Dondi fu anche amico del {{AutoreCitato|Francesco Petrarca|Petrarca}}, il quale nel testamento gli fece un legato di cinquanta ducati d’oro, con queste parole: «Magistrum Joannem Dundis physicum, astronomorum facile principem, dictum ab Horologio propter illud admirandum ''Planetarii'' opus ab eo confectum, quod vulgus ignotum Horologium esse arbitratur». Doveva essere una macchina presso a poco uguale a quella di {{Wl|Q24646782|Lorenzo della Volpaia}}, la quale pure era chiamata un orologio.
{{rule|8em}}<section end="s1" />
(1) <section begin="1" />Il libro delle deliberazioni de’ Signori in Ufficio nel maggio e giugno 1472, non si trova nell’Archivio, e questa provvisione citiamo dallo Strozziano M. c. 246.<section end="1" />
(2) <section begin="2" />Op. cit. vol. {{Sc|iii}}, pag. 340.<section end="2" />
(3) <section begin="3" />Op. cit. vol. {{Sc|iii}}, pag. 335, n. 1.<section end="3" />
(4) <section begin="4" />{{Sc|Gaye}}, Op. cit. vol. {{Sc|i}}, pag. 575.<section end="4" />
(5) <section begin="5" />{{Sc|Rosselli}}.<section end="5" />
(6) <section begin="6" />{{Sc|Gaye}}, vol. pag. 589. {{Sc|xvii}} Junii {{Sc|mccccxcix}}. Elegerunt et deputaverunt magystrum Laurentium Benvenuti de Volpaia, magistrum orologorum, ad temperandum et mantenendum ordinatum et temperatum sonantem et andantem ordinatum orologium palatii popuii florent. ed dominorum florent. de die in diem, loco Caroli Marmocchi.<section end="6" />
(7) <section begin="7" />{{Sc|Vasari}}, Op. cit. vol. {{Sc|ii}}, pag. 593.<section end="7" /><noinclude><references/></noinclude>
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Il Libro dei Re/I re Sassanidi/9/LII
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Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]]
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>{{FI
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{{ct|t=5|v=2|CAPITOLO IX.}}
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{{ct|t=2|v=1|''Nuovi lavori che si fanno nel Palazzo della Signorìa.''}}
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{{Capolettera|[[File:Storia del Palazzo Vecchio 1889 (page 103 crop 2).jpg|200px|L]]}}A Signorìa soleva tenere le sue adunanze nella sala che appunto per questo era detta l’Udienza, e che j poi servì per il Consiglio instituito nel 1411, e che era detto del Dugento, perchè si componeva di dugento cittadini, senza del quale non si potesse far guerra, nè cavalcata fuori del dominio, non fare leghe nè confederazioni, non tenere stipendiati più di cinquecento lance e mille cinquecento tra balestrieri e palvesari, non pigliare in nome del Comune terra o fortezza, e non ricevere alcuno in accomandigia e protezione. Ma nel 1452 si trovò essere tale sala ristretta, per la maggior gente che vi conveniva, essendo cresciuta la popolazione fiorentina, ed essendo stati fatti abili a concorrere al Governo, cioè ad entrare nel Consiglio Grande, i cittadini d’ogni condizione, mediante l’ammissione di tutte le Arti. Allora pensarono a far costruire una sala più vasta; l’{{AutoreCitato|Scipione Ammirato|Ammirato}} nella sua storia<noinclude>{{PieDiPagina|||13}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|94|PALAZZO VECCHIO|}}</noinclude>dice: «Sotto il gonfalonierato di Francesco Orlandi, per onor pubblico si vinse, che una Sala grande per lo Consiglio far si dovesse, conosciuto per isperienza, che dopo la venuta di tanti cittadini, i quali di Venezia e di Napoli erano stati cacciati, quel luogo ove prima ragunar si solevano, non era di tante genti capevole». Ma se il disegno di tale sala vuolsi riportare al detto anno, 1452, certo è che la costruzione devesi riportare a molto più tardi. Del 1469, ai 20 di aprile, è una provvisione, che si riferisce a tali lavori: un ebreo doveva la somma di fiorini 2300 la quale per una provvisione del 3 ottobre 1468 era tenuto pagare al Monte, ora per questa dell’aprile fu provveduto, perchè tal somma venisse erogata appunto nell’acconciare il Palagio de’ Signori, nel fare la nuova sala del Consiglio, ed inoltre una sala grande nel piano di sopra ed una ''Audienza''. Tale provvisione diceva: «desiderando acconciare il palagio della habitazione d’essi magnifici et excelsi Signori, in quello modo che sia degno all’onore di tutto questo popolo, et questo assegnamento (''cioè la somma dovuta dall’ebreo Jsach'') potere dare a tale opera buono principio et potersi presto cominciare ad operare.
Deliberano che detti fiorini duemila trecento larghi che restano a pagarsi per detto Jsahac a detto Monte in anni quattro, come per la sopraddetta provvisione fu provveduto, s’intendano ne’ medesimi tempi et termini co’ quali e come s’hanno a pagare al Monte, essere assegnati et dover pagarsi al Camarlingo o vero Depositario degli Operai della muraglia del Palagio dei nostri magnifici Signori et non ad altri, per l’opera della Sala del Consiglio et per la Sala grande di sopra et per la Audientia del detto Palagio; el quale Camarlingo o vero Depositario che pe’ tempi sarà, sia tenuto ed obbligato pagare, ecc. Et a ciò che si pigli migliore forma et facciasi più degna opera, si provede che innanzi si cominci alcuno de’ sopradetti acconcimi, che gli Operai del Palagio predetto siano tenuti, in una volta o più, trovare il modo et la forma di tali acconcimi delle due sale et Audientia predetta, et debbansi examinare pei Signori et Collegi che pe’ tempi saranno et quello o quelli modi et forme che così saranno trovate et examinate, e seguitando prima l’approvatione per partito de’ detti Signori e Collegi, delle due parti di loro, si possino et debbino principiare et seguire,<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||CAPITOLO IX|95}}</noinclude>et altro modo o forma principiare o fare non si possa, nò per altro fare alcuna spesa o pagamento del sopradetto assegnamento et quello che altrimenti si facesse non vaglia. Et non si facendo detta chiarigione pei Signori et Collegi del modo dell’acconciare la detta somma di fiorini dumila trecento larghi si ritorni al Monte, et il Camarlingo di detta nmraglia gli abbi a rendere al Camarlingo del Monte». Però ai 10 maggio dello stesso anno, questi duemila trecento fiorini larghi venivano invece vôlti a riparare le mura della cittadella e terra di Castrocaro. Per la qual cosa ai 17 agosto si faceva un’altra Provvisione, per volgere altre diverse somme all’opera tralasciata «considerando, essa diceva, i nostri Magnifici et Excelsi Signori, Signori Priori di Libertà e Gonfalonieri di giustizia, quanto tempo è che s’ordinò che la Sala del Consiglio et quella di sopra nel Palagio de’ Magnifici Signori, si dovesse acconciare et ornare in quello modo che paressi conveniente allo honore di questa città, et che molte volte vi s’è disegnato vari assegnamenti et poi per i bisogni occorrenti al vostro Comune si sono mutati e volti a luoghi et a cose più necessarie, et parendo conveniente qualche volta dare principio, però si provvede che per tempo d’anni due, da cominciare a dì primo di settembre proximo futuro, s’intenda essere e sia assegnato, ect.»: e qui seguono le descrizioni delle varie somme su le entrate del Comune che si destinavano a tale lavorìo. Ma passarono i due anni prefissi e sempre si discorreva di rifare le dette sale, come si rileva da altra Deliberazione dei Signori e Collegi, presa ai 12 giugno del 1472, che dice: «deliberaverunt quod die S. Johannis que erit die 25 presentis mensis Junii per magistros ad hoc deputatos debeant destrui sala magna et audientia Dominorum Palatii, ad hoc ut reficiatur de novo, prout iam est ordinatum{{Nota separata|Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/111|1}}. E quali fossero i maestri deputati a disfare e rifare le nominate due sale si rileva da uno stanziamento del 29 decembre 1475, per il quale si ordinava fossero pagati {{Wl|Q716519|Giuliano di Nardo da Maiano}} e {{Wl|Q3750904|Francesco di Giovanni ''alias'' Francione}} appunto per questi lavori. Il {{AutoreCitato|Giorgio Vasari|Vasari}} attribuisce l’opera che s’andava a rifare, a {{Wl|Q675619|Benedetto da Maiano}}, almeno il palco della sala del Consiglio. Ecco le parole con che ne discorre nella Vita di questo scultore e architetto, fiorito tra il 1442 e il 1497{{Nota separata|Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/111|2}}.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" /></noinclude>del rafforzamento dei Volontari, l’onorevole Almirante ha dato incarico al professor Signorelli di organizzare squadre speciali e segrete, con il compito di effettuare azioni di rappresaglia». Nella stessa nota, a testimonianza del livello di compromissione raggiunto dal MSI di Almirante in quel periodo, si legge ancora che il segretario politico di quel partito si sarebbe vantato «che le bombe di Trento sono state opera del MSI [...] e che la situazione nel MSI è comunque difficile da controllare, sia per il clima generale creatosi [...] sia per gli armamenti individuali che si vanno incrementando»<ref>Cfr. elaborato peritale e perizia integrativa del professor A. S. Giannuli, inoltrati al Presidente di questa Commissione dal G.I. di Milano, dottor Guido Salvini, in data 17 marzo e 20 ottobre 1997.</ref>.
Nonostante tutto ciò, ed anzi a causa di ciò, si consentirà ai carabinieri della Pastrengo, dove erano di casa esponenti di primo piano del MSI come Servello, Nencioni ed altri, di rivolgere le indagini verso persone (militanti di Lotta Continua e poi balordi) che si sapevano estranee ai fatti, e che verranno arrestate e processate. Non solo, ma una riproduzione fotografica della Fiat 500 saltata in aria a Peteano, oltre che un cadavere dilaniato dalla bomba esplosa in via Fatebenefratelli, compariranno nel libro curato dall’onorevole missino, il piduista {{Wl|Q3769531|Giulio Caradonna}}, nel 1973 dal titolo «Terrore: rito attivo della sovversione rossa»; il che la dice lunga sugli avvelenamenti delle indagini che hanno impedito per anni l’accertamento della verità sulle stragi.
Del resto sempre l’onorevole Almirante si rendera protagonista dell’accreditamento di un altro inquinatore, tale Francesco Sgro, bidello all’università di Roma, che, attraverso falsità di ogni genere che gli costeranno due condanne definitive per calunnia, indicherà gli autori dell’attentato al treno Italicus, nel corso del processo contro Tuti, Franci e Malentacchi, in esponenti della sinistra iscritti al PCI, nel tentativo di dirottare le indagini dall’ambiente neofascista e massonico aretino verso una fantomatica «pista rossa».
Oltre a quella condotta calunniosa, i giudici dell’Italicus accerteranno altresì le vocazioni golpiste di Licio Gelli, e come la sua loggia massonica «aiutasse e finanziasse non solo esponenti della destra parlamentare ― nell’udienza del 27 ottobre 1972 il generale Siro Rosseti, già tesoriere della loggia [e uomo di fiducia di Miceli quando questi guidava il SIOS, ndr], ha ricordato come quest’ultima avesse, tra l’altro, sovvenzionato la campagna elettorale del "fratello" Birindelli ―, ma anche giovani della destra extraparlamentare, quantomeno di Arezzo, ove risiedeva appunto Gelli».
Accertava altresì l’intervento di massoni di piazza del Gesù diretti a finanziare Ordine Nuovo attraverso Marco Affatigato e come costoro avessero cercato di «spingere gli ordinovisti di Lucca a compiere atti di terrorismo, promettendo a Tomei ed Affatigato armi, esplosivo ed una sovvenzione di lire 50.000» 307<ref>Atti dell’Italicus bis, requisitoria pubblico ministero e sentenza-ordinanza G.I. Bologna.<noinclude><references/></noinclude>
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Nonostante tutto ciò, ed anzi a causa di ciò, si consentirà ai carabinieri della Pastrengo, dove erano di casa esponenti di primo piano del MSI come Servello, Nencioni ed altri, di rivolgere le indagini verso persone (militanti di Lotta Continua e poi balordi) che si sapevano estranee ai fatti, e che verranno arrestate e processate. Non solo, ma una riproduzione fotografica della Fiat 500 saltata in aria a Peteano, oltre che un cadavere dilaniato dalla bomba esplosa in via Fatebenefratelli, compariranno nel libro curato dall’onorevole missino, il piduista {{Wl|Q3769531|Giulio Caradonna}}, nel 1973 dal titolo «Terrore: rito attivo della sovversione rossa»; il che la dice lunga sugli avvelenamenti delle indagini che hanno impedito per anni l’accertamento della verità sulle stragi.
Del resto sempre l’onorevole Almirante si rendera protagonista dell’accreditamento di un altro inquinatore, tale Francesco Sgro, bidello all’università di Roma, che, attraverso falsità di ogni genere che gli costeranno due condanne definitive per calunnia, indicherà gli autori dell’attentato al treno Italicus, nel corso del processo contro Tuti, Franci e Malentacchi, in esponenti della sinistra iscritti al PCI, nel tentativo di dirottare le indagini dall’ambiente neofascista e massonico aretino verso una fantomatica «pista rossa».
Oltre a quella condotta calunniosa, i giudici dell’Italicus accerteranno altresì le vocazioni golpiste di Licio Gelli, e come la sua loggia massonica «aiutasse e finanziasse non solo esponenti della destra parlamentare ― nell’udienza del 27 ottobre 1972 il generale Siro Rosseti, già tesoriere della loggia [e uomo di fiducia di Miceli quando questi guidava il SIOS, ndr], ha ricordato come quest’ultima avesse, tra l’altro, sovvenzionato la campagna elettorale del "fratello" Birindelli ―, ma anche giovani della destra extraparlamentare, quantomeno di Arezzo, ove risiedeva appunto Gelli».
Accertava altresì l’intervento di massoni di piazza del Gesù diretti a finanziare Ordine Nuovo attraverso Marco Affatigato e come costoro avessero cercato di «spingere gli ordinovisti di Lucca a compiere atti di terrorismo, promettendo a Tomei ed Affatigato armi, esplosivo ed una sovvenzione di lire 50.000» 307<ref>Atti dell’Italicus bis, requisitoria pubblico ministero e sentenza-ordinanza G.I. Bologna.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" /></noinclude>È ancora Vinciguerra ad affermare che «il MSI, fin dalla sua fondazione, nasce come forza politica dalla quale reclutare, all’occorrenza, giovani provenienti dall’esperienza militare della Repubblica sociale italiana, in grado di impugnare le armi in difesa, stavolta, dell’ordine americano. Il suo inserimento organico, come partito che conta migliaia di aderenti, nei piani segreti degli Stati maggiori alleati, approntati in funzione anticomunista, puoÁ farsi risalire al 1947»<ref>Ibidem.</ref>.
Ed in occasione delle elezioni del 18 aprile 1948 ad esponenti di quel partito venne addirittura consegnato dall’Esercito italiano un mitragliatore Breda 37 «sulla base dei piani di difesa (e di offesa) previsti per quel giorno», in caso di vittoria elettorale del Fronte popolare. Giovani missini ben addestrati furono anche impiegati in missioni speciali e operazioni coperte, durante il periodo del terrorismo altoatesino.
Sostiene Vinciguerra che il neofascista Tazio Poltronieri partecipò ad azioni in Alto Adige e in Austria dietro esplicito ordine impartito dall’allora segretario del MSI, Arturo Michelini. Ed Enzo Maria Dantini (indicato come vertice, con Fachini, Signorelli e Semerari, della banda armata "Costruiamo l’Azione" che si rese responsabile di numerosi attentati dinamitardi nel corso del 1979 a Roma, ed addestratore di Enzo Iannilli, condannato per strage per l’attentato al CSM dell’estate 1979, nel predisporre ordigni e inneschi per attentati), venne mandato dal SIFAR a piazzare bombe ad Innsbruck, previa autorizzazione di Almirante in persona.
Dell’avanguardista Dantini parla anche Pecoriello che ricorda come lui ed Antonio Aliotti furono fatti infiltrare da Avanguardia Nazionale nel movimento "Nuova Repubblica" di {{Wl|Q1053876|Randolfo Pacciardi}}, dove «in brevissimo tempo ottennero cariche di rilievo. Dantini fu anche "gladiatore" seppure classificato come "negativo", capo di «Lotta di popolo», perito esplosivista di Franco Freda nel processo di piazza Fontana.
Vinciguerra, perfetto conoscitore di quell’ambiente, aggiunge: «Sotto la facciata di Ordine Nuovo si nascondeva una struttura occulta all’interno della quale operavano personaggi come Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi, Paolo Signorelli e, in posizione di vertice, lo stesso Pino Rauti». Si tratta di persone all’epoca tutte interne al MSI e tutte coinvolte in processi per omicidio e strage (Carlo Maria Maggi — lo ripetiamo – eÁ stato recentemente condannato con altri, tra cui Neami, all’ergastolo per la strage di via Fatebenefratelli ed eÁ imputato, con Delfo Zorzi, per la strage di piazza Fontana). La stessa Avanguardia Nazionale, braccio armato del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese, e Delle Chiaie, suo responsabile militare nazionale, non erano espressione di velleitari nostalgici, ma agivano in pieno accordo con forze della CIA, Servizi ed esponenti politici italiani»<ref>Ibidem.</ref>.<noinclude><references/></noinclude>
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Ed in occasione delle elezioni del 18 aprile 1948 ad esponenti di quel partito venne addirittura consegnato dall’Esercito italiano un mitragliatore Breda 37 «sulla base dei piani di difesa (e di offesa) previsti per quel giorno», in caso di vittoria elettorale del Fronte popolare. Giovani missini ben addestrati furono anche impiegati in missioni speciali e operazioni coperte, durante il periodo del terrorismo altoatesino.
Sostiene Vinciguerra che il neofascista Tazio Poltronieri partecipò ad azioni in Alto Adige e in Austria dietro esplicito ordine impartito dall’allora segretario del MSI, Arturo Michelini. Ed Enzo Maria Dantini (indicato come vertice, con Fachini, Signorelli e Semerari, della banda armata "Costruiamo l’Azione" che si rese responsabile di numerosi attentati dinamitardi nel corso del 1979 a Roma, ed addestratore di Enzo Iannilli, condannato per strage per l’attentato al CSM dell’estate 1979, nel predisporre ordigni e inneschi per attentati), venne mandato dal SIFAR a piazzare bombe ad Innsbruck, previa autorizzazione di Almirante in persona.
Dell’avanguardista Dantini parla anche Pecoriello che ricorda come lui ed Antonio Aliotti furono fatti infiltrare da Avanguardia Nazionale nel movimento "Nuova Repubblica" di {{Wl|Q1053876|Randolfo Pacciardi}}, dove «in brevissimo tempo ottennero cariche di rilievo. Dantini fu anche "gladiatore" seppure classificato come "negativo", capo di «Lotta di popolo», perito esplosivista di Franco Freda nel processo di piazza Fontana.
Vinciguerra, perfetto conoscitore di quell’ambiente, aggiunge: «Sotto la facciata di Ordine Nuovo si nascondeva una struttura occulta all’interno della quale operavano personaggi come Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi, Paolo Signorelli e, in posizione di vertice, lo stesso Pino Rauti». Si tratta di persone all’epoca tutte interne al MSI e tutte coinvolte in processi per omicidio e strage (Carlo Maria Maggi — lo ripetiamo – eÁ stato recentemente condannato con altri, tra cui Neami, all’ergastolo per la strage di via Fatebenefratelli ed eÁ imputato, con Delfo Zorzi, per la strage di piazza Fontana). La stessa Avanguardia Nazionale, braccio armato del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese, e Delle Chiaie, suo responsabile militare nazionale, non erano espressione di velleitari nostalgici, ma agivano in pieno accordo con forze della CIA, Servizi ed esponenti politici italiani»<ref>Ibidem.</ref>.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" /></noinclude>{gap|2em}}Risulta da informative agli atti dell’ufficio Affari Riservati del Ministero dell’interno, rinvenute negli archivi di Via circonvallazione Appia, che il Fronte Nazionale nacque ufficialmente su iniziativa di Junio Valerio Borghese nella primavera del 1968 (fonte fiduciaria del 25 novembre 1968):
«[...] dovrebbe operare in concorrenza con il MSI ed ha trovato solidarietà nell’associazione oltranzista Ordine Nuovo [...]. I rapporti di collaborazione riguardano il settore organizzativo e quello della stampa. Per quanto concerne l’organizzazione, Junio Valerio Borghese ha affidato importanti incarichi a due dirigenti di Ordine Nuovo: si tratta dell’avvocato Rutilio Sermonti e dell’avvocato Giulio Maceratini, che sono stati nominati da Borghese l’uno dirigente organizzativo, l’altro dirigente giovanile del Fronte Nazionale, con l’incarico di scegliere i suoi dirigenti provinciali fra gli esponenti locali di Ordine Nuovo. Per evitare confusione fra i due gruppi oltranzisti, il fondatore e capo di Ordine Nuovo ha dato disposizioni affinchè gli elementi provinciali prescelti per assicurare la costituzione dei nuovi quadri del Fronte Nazionale, mantengano, per ora, contatti esclusivamente con i dirigenti ordinovisti. Per quanto concerne la stampa, Borghese si avvarrà delle pubblicazioni già edite da Ordine Nuovo».
«L’avvocato Maceratini di Ordine Nuovo» era già stato citato dalla fonte Aristo in occasione del convegno al «Parco dei Principi» (da cui l’ MSI era stato escluso), perchè si interessasse «per raggiungere un compromesso tra il MSI ed ON»<ref>Nota del 1° luglio 1965, in fascicolo MSI.</ref>. Il che si verificherà per volontà dell’onorevole Michelini nell’autunno 1966, come informa ancora la fonte Aristo con nota 17 ottobre 1966, nella quale si dà atto «di riservati contatti con i massimi esponenti di formazioni politiche e culturali di destra (Ordine Nuovo, Giovane Europa, etc.)», nel tentativo di avviare un dialogo «che possa portare all’assorbimento di questi gruppi nello stesso MSI».
Ecco dove scatta la rete di protezione che avvolge i neofascisti, che saranno in grado, per anni, di ricattare i vertici politici del MSI solo sollecitandone la memoria. Quanto cioè sia vero lo ricorda lo stesso generale Maletti, allorchè afferma che nel settembre 1974 il SID era sul punto di arrestare Delle Chiaie dopo averlo localizzato a Roma, ma l’operazione andò in fumo perchè il latitante neofascista venne avvertito dell’operazione da ambienti che lo stesso Maletti ritiene riferibili ai carabinieri<ref>
Audizione della Commissione Stragi, 3 marzo 1997.</ref>.
E va ricordato che Valerio Borghese venne anche nominato presidente del MSI. Dunque la provenienza dal MSI caratterizzava i civili che in quel periodo formavano, con i militari, gruppi armati disposti ad impedire con ogni mezzo l’accesso delle sinistre alla direzione del Paese, e che operavano sotto la direzione di uomini del Ministero dell’interno, dell’Arma dei carabinieri e dei servizi segreti.
Del resto gli incontri di esponenti missini di primo piano con eversori neofascisti non furono occasionali: Vincenzo Vinciguerra<ref>Al G.I. Brescia, 8 ottobre 1992.</ref> e Gaetano<noinclude><references/></noinclude>
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«[...] dovrebbe operare in concorrenza con il MSI ed ha trovato solidarietà nell’associazione oltranzista Ordine Nuovo [...]. I rapporti di collaborazione riguardano il settore organizzativo e quello della stampa. Per quanto concerne l’organizzazione, Junio Valerio Borghese ha affidato importanti incarichi a due dirigenti di Ordine Nuovo: si tratta dell’avvocato Rutilio Sermonti e dell’avvocato Giulio Maceratini, che sono stati nominati da Borghese l’uno dirigente organizzativo, l’altro dirigente giovanile del Fronte Nazionale, con l’incarico di scegliere i suoi dirigenti provinciali fra gli esponenti locali di Ordine Nuovo. Per evitare confusione fra i due gruppi oltranzisti, il fondatore e capo di Ordine Nuovo ha dato disposizioni affinchè gli elementi provinciali prescelti per assicurare la costituzione dei nuovi quadri del Fronte Nazionale, mantengano, per ora, contatti esclusivamente con i dirigenti ordinovisti. Per quanto concerne la stampa, Borghese si avvarrà delle pubblicazioni già edite da Ordine Nuovo».
«L’avvocato Maceratini di Ordine Nuovo» era giaÁ stato citato dalla fonte Aristo in occasione del convegno al «Parco dei Principi» (da cui l’ MSI era stato escluso), perchè si interessasse «per raggiungere un compromesso tra il MSI ed ON»<ref>Nota del 1° luglio 1965, in fascicolo MSI.</ref>. Il che si verificherà per volontà dell’onorevole Michelini nell’autunno 1966, come informa ancora la fonte Aristo con nota 17 ottobre 1966, nella quale si dà atto «di riservati contatti con i massimi esponenti di formazioni politiche e culturali di destra (Ordine Nuovo, Giovane Europa, etc.)», nel tentativo di avviare un dialogo «che possa portare all’assorbimento di questi gruppi nello stesso MSI».
Ecco dove scatta la rete di protezione che avvolge i neofascisti, che saranno in grado, per anni, di ricattare i vertici politici del MSI solo sollecitandone la memoria. Quanto ciò sia vero lo ricorda lo stesso generale Maletti, allorchè afferma che nel settembre 1974 il SID era sul punto di arrestare Delle Chiaie dopo averlo localizzato a Roma, ma l’operazione andò in fumo perchè il latitante neofascista venne avvertito dell’operazione da ambienti che lo stesso Maletti ritiene riferibili ai carabinieri<ref>Audizione della Commissione Stragi, 3 marzo 1997.</ref>.
E va ricordato che Valerio Borghese venne anche nominato presidente del MSI. Dunque la provenienza dal MSI caratterizzava i civili che in quel periodo formavano, con i militari, gruppi armati disposti ad impedire con ogni mezzo l’accesso delle sinistre alla direzione del Paese, e che operavano sotto la direzione di uomini del Ministero dell’interno, dell’Arma dei carabinieri e dei servizi segreti.
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«[...] dovrebbe operare in concorrenza con il MSI ed ha trovato solidarietà nell’associazione oltranzista Ordine Nuovo [...]. I rapporti di collaborazione riguardano il settore organizzativo e quello della stampa. Per quanto concerne l’organizzazione, Junio Valerio Borghese ha affidato importanti incarichi a due dirigenti di Ordine Nuovo: si tratta dell’avvocato Rutilio Sermonti e dell’avvocato Giulio Maceratini, che sono stati nominati da Borghese l’uno dirigente organizzativo, l’altro dirigente giovanile del Fronte Nazionale, con l’incarico di scegliere i suoi dirigenti provinciali fra gli esponenti locali di Ordine Nuovo. Per evitare confusione fra i due gruppi oltranzisti, il fondatore e capo di Ordine Nuovo ha dato disposizioni affinchè gli elementi provinciali prescelti per assicurare la costituzione dei nuovi quadri del Fronte Nazionale, mantengano, per ora, contatti esclusivamente con i dirigenti ordinovisti. Per quanto concerne la stampa, Borghese si avvarrà delle pubblicazioni già edite da Ordine Nuovo».
«L’avvocato Maceratini di Ordine Nuovo» era giaÁ stato citato dalla fonte Aristo in occasione del convegno al «Parco dei Principi» (da cui l’ MSI era stato escluso), perchè si interessasse «per raggiungere un compromesso tra il MSI ed ON»<ref>Nota del 1° luglio 1965, in fascicolo MSI.</ref>. Il che si verificherà per volontà dell’onorevole Michelini nell’autunno 1966, come informa ancora la fonte Aristo con nota 17 ottobre 1966, nella quale si dà atto «di riservati contatti con i massimi esponenti di formazioni politiche e culturali di destra (Ordine Nuovo, Giovane Europa, etc.)», nel tentativo di avviare un dialogo «che possa portare all’assorbimento di questi gruppi nello stesso MSI».
Ecco dove scatta la rete di protezione che avvolge i neofascisti, che saranno in grado, per anni, di ricattare i vertici politici del MSI solo sollecitandone la memoria. Quanto ciò sia vero lo ricorda lo stesso generale Maletti, allorchè afferma che nel settembre 1974 il SID era sul punto di arrestare Delle Chiaie dopo averlo localizzato a Roma, ma l’operazione andò in fumo perchè il latitante neofascista venne avvertito dell’operazione da ambienti che lo stesso Maletti ritiene riferibili ai carabinieri<ref>Audizione della Commissione Stragi, 3 marzo 1997.</ref>.
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" /></noinclude>Orlando<ref>Al G.I. Bologna, il 13 febbraio 1991 ed il 2 agosto 1993</ref>, parlano dei «numerosi incontri» avuti da Delle Chiaie con Pino Romualdi in Spagna, e Gaetano Orlando aggiunge che l’unificazione politica tra le bande di Ordine Nuovo ed Avanguardia Nazionale fu «imposta da ambienti politici italiani: mi riferisco al fatto che a Madrid convennero esponenti politici italiani che ebbero incontri con i maggiori esponenti di Avanguardia Nazionale ed Ordine Nuovo che si trovavano in quella città e dissero che la fusione era opportuna e necessaria perchè ormai era giunto il momento in cui tutti dovevano essere pronti, alludendo ovviamente ad un cambiamento della situazione politica in Italia».
Invitato a fare i nomi dei politici, Orlando si dichiara disposto a pronunciare solo quello di Pino Romualdi, in quanto «deceduto». Si farà poi luogo a quella unificazione, ad Albano Laziale, nell’estate del 1975. Del resto, a dire del Vinciguerra, a Milano i deputati nazionali e capi del partito, Franco Servello e Gastone Nencioni, erano costantemente informati delle attività del gruppo terroristico «La Fenice» di Giancarlo Rognoni. Lo stesso Servello, e con lui l’altro parlamentare missino Giorgio Pisanoò si erano occupati di reperire danaro per le formazioni di estrema destra. Servello aveva persino partecipato a riunioni con industriali dell’area milanese, per convincerli a finanziare i gruppi fascisti, «i soli che potessero salvaguardare i loro interessi anche con sabotaggi da addossare alle sinistre»<ref>Cfr. sentenza-ordinanza dottor Salvini.</ref>.
Sono del resto il colonnello Viezzer ― capo della segreteria del generale Maletti alla direzione del reparto D del SID − attraverso il "memoriale", e persino Stefano Delle Chiaie (ma sul punto vi sono anche le significative dichiarazioni di Dominici), a ricordare come, nella campagna elettorale dell’onorevole Almirante nel 1972, fosse il capitano Antonio Labruna, su disposizione di Vito Miceli, a collocare ordigni esplosivi contro le sezioni del MSI. Ciò «per favorirlo e alienare le simpatie degli elettori del PCI e in genere dei partiti di sinistra, dipinti come eversori responsabili degli attentati».
Il settimanale «il Borghese» risulterà finanziato dal Servizio militare, ancora all’epoca del SISMI, dove Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi assumeranno la veste di agenti "Z" all’interno del cosiddetto Supersismi di Francesco Pazienza. Mario Tedeschi, sempre considerato esponente moderato tanto da confluire in Democrazia Nazionale, finanziava a sua volta, con danaro degli Affari Riservati, Stefano Delle Chiaie. Che così annota nei suoi appunti: «È a tutti nota l’antichissima amicizia tra Tedeschi e il dottor Federico Umberto D’Amato [...]. Negli anni ’64-’65 il Tedeschi ci fece avvicinare da un suo uomo di fiducia redattore del Borghese per prospettarci un’azione psicologica contro il Partito comunista. L’operazione ci parve intelligente e positiva, saldandosi tra l’altro ai nostri interessi politici. Conducemmo l’operazione nel quadro dell’alleanza tattica con il gruppo Tedeschi con ottimi risultati [...]».<noinclude><references/></noinclude>
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Invitato a fare i nomi dei politici, Orlando si dichiara disposto a pronunciare solo quello di Pino Romualdi, in quanto «deceduto». Si farà poi luogo a quella unificazione, ad Albano Laziale, nell’estate del 1975. Del resto, a dire del Vinciguerra, a Milano i deputati nazionali e capi del partito, Franco Servello e Gastone Nencioni, erano costantemente informati delle attività del gruppo terroristico «La Fenice» di Giancarlo Rognoni. Lo stesso Servello, e con lui l’altro parlamentare missino Giorgio Pisanoò si erano occupati di reperire danaro per le formazioni di estrema destra. Servello aveva persino partecipato a riunioni con industriali dell’area milanese, per convincerli a finanziare i gruppi fascisti, «i soli che potessero salvaguardare i loro interessi anche con sabotaggi da addossare alle sinistre»<ref>Cfr. sentenza-ordinanza dottor Salvini.</ref>.
Sono del resto il colonnello Viezzer ― capo della segreteria del generale Maletti alla direzione del reparto D del SID − attraverso il "memoriale", e persino Stefano Delle Chiaie (ma sul punto vi sono anche le significative dichiarazioni di Dominici), a ricordare come, nella campagna elettorale dell’onorevole Almirante nel 1972, fosse il capitano Antonio Labruna, su disposizione di Vito Miceli, a collocare ordigni esplosivi contro le sezioni del MSI. Ciò «per favorirlo e alienare le simpatie degli elettori del PCI e in genere dei partiti di sinistra, dipinti come eversori responsabili degli attentati».
Il settimanale «il Borghese» risulterà finanziato dal Servizio militare, ancora all’epoca del SISMI, dove Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi assumeranno la veste di agenti "Z" all’interno del cosiddetto Supersismi di Francesco Pazienza. Mario Tedeschi, sempre considerato esponente moderato tanto da confluire in Democrazia Nazionale, finanziava a sua volta, con danaro degli Affari Riservati, Stefano Delle Chiaie. Che così annota nei suoi appunti: «È a tutti nota l’antichissima amicizia tra Tedeschi e il dottor Federico Umberto D’Amato [...]. Negli anni ’64-’65 il Tedeschi ci fece avvicinare da un suo uomo di fiducia redattore del Borghese per prospettarci un’azione psicologica contro il Partito comunista. L’operazione ci parve intelligente e positiva, saldandosi tra l’altro ai nostri interessi politici. Conducemmo l’operazione nel quadro dell’alleanza tattica con il gruppo Tedeschi con ottimi risultati [...]».<noinclude><references/></noinclude>
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Il Libro dei Re/I re Sassanidi/9/LIII
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" /></noinclude>{{gap|2em}}Si tratta dell’operazione, ricordata anche da Vinciguerra, che riconduce i collegamenti tra Avanguardia Nazionale e Ministero dell’interno «all’operazione cosiddetta dei "manifesti cinesi", commissionata da Tedeschi ad Avanguardia Nazionale. Tale operazione consisteva nell’affissione di manifesti anti PCI ad opera dei militanti di Avanguardia Nazionale per favorire lo sviluppo di una sinistra maoista alla sinistra del PCI»<ref>Al G.I. Bologna, 18 giugno 1990.</ref>. Più avanti, Delle Chiaie ricorda di avere ricevuto regolari sovvenzioni da Tedeschi, una delle quali persino durante la sua latitanza. Danaro certamente sporco poichè proveniente dai meandri dei servizi segreti e da uomini iscritti alla P2 e diretto ad un uomo ricercato per l’omicidio Occorsio e per la strage di piazza Fontana.
Paolo Pecoriello, che aderì fin da subito ad Avanguardia Nazionale che oggi è volontario della Caritas, in un memoriale consegnato nell’ottobre 1974 all’allora giudice istruttore dottor Luciano Violante che portò alla luce il "golpe bianco" facente capo a Edgardo Sogno, inizia la ricostruzione delle attività della destra in Italia dal 1958 per giungere fino al 1973, «poichè, contrariamente a quanto comunemente si crede, le trame nere di cui attualmente si parla, non sono generate dal momentaneo stato di crisi politica ed economica, ma sono invece i frutti di piani eversivi preparati fin dal 1958, e solo partendo da quella data, si può avere una reale e chiara immagine di quanto è avvenuto in questi anni».
Proprio nel 1958, ricorda Pecoriello, «dopo innumerevoli lotte interne del MSI, emerse definitivamente la linea Michelini, che voleva imporre al partito una linea parlamentare integrata nel sistema ed era propenso ad un reinserimento nell’ambito dell’area democratica, soggiacendo alle sue regole. Evidentemente ciò portò una certa frangia, senz’altro la più giovanile ed estremista, ad una scissione che dette vita in un primo momento ad Ordine Nuovo».
I suoi ''leader'', divisi da diverse strategie, erano Pino Rauti e Stefano Delle Chiaie. Pecoriello, che aderì al gruppo di Delle Chiaie, ricorda come si trattasse di picchiatori che coltivavano le teorie ariane della superiorità della razza, l’antisemitismo, il nazionalismo, dediti a pestaggi e ad attentati contro sedi di sinistra e a manifestazioni per l’Alto Adige. Ordine Nuovo, mediante l’associazione Italia-Germania affidata al giornalista Gino Ragno, entrò in contatto con gruppi oltranzisti di destra della Germania, della Francia, della Spagna e del Portogallo. A seguito di quei rapporti, furono organizzate da Avanguardia Nazionale ed Ordine Nuovo «violentissime» manifestazioni di piazza in occasione della rivolta algerina, della crisi congolese, della visita di Ciombé al Papa. Egli stesso ebbe modo di vedere documenti e passaporti falsificati per mettere in salvo esponenti dell’OAS.
Il che risulta confermato da relazioni 21 agosto, 18 settembre e 5 ottobre 1961, allegate al fascicolo "OAS" presso l’ufficio Affari Riservati e rinvenuti nel deposito lungo la circonvallazione Appia, nelle quali si legge<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 276 —|''Camera dei deputati''|riga=si}}
{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{gap|2em}}Si tratta dell’operazione, ricordata anche da Vinciguerra, che riconduce i collegamenti tra Avanguardia Nazionale e Ministero dell’interno «all’operazione cosiddetta dei "manifesti cinesi", commissionata da Tedeschi ad Avanguardia Nazionale. Tale operazione consisteva nell’affissione di manifesti anti PCI ad opera dei militanti di Avanguardia Nazionale per favorire lo sviluppo di una sinistra maoista alla sinistra del PCI»<ref>Al G.I. Bologna, 18 giugno 1990.</ref>. Più avanti, Delle Chiaie ricorda di avere ricevuto regolari sovvenzioni da Tedeschi, una delle quali persino durante la sua latitanza. Danaro certamente sporco poichè proveniente dai meandri dei servizi segreti e da uomini iscritti alla P2 e diretto ad un uomo ricercato per l’omicidio Occorsio e per la strage di piazza Fontana.
Paolo Pecoriello, che aderì fin da subito ad Avanguardia Nazionale che oggi è volontario della Caritas, in un memoriale consegnato nell’ottobre 1974 all’allora giudice istruttore dottor Luciano Violante che portò alla luce il "golpe bianco" facente capo a Edgardo Sogno, inizia la ricostruzione delle attività della destra in Italia dal 1958 per giungere fino al 1973, «poichè, contrariamente a quanto comunemente si crede, le trame nere di cui attualmente si parla, non sono generate dal momentaneo stato di crisi politica ed economica, ma sono invece i frutti di piani eversivi preparati fin dal 1958, e solo partendo da quella data, si può avere una reale e chiara immagine di quanto è avvenuto in questi anni».
Proprio nel 1958, ricorda Pecoriello, «dopo innumerevoli lotte interne del MSI, emerse definitivamente la linea Michelini, che voleva imporre al partito una linea parlamentare integrata nel sistema ed era propenso ad un reinserimento nell’ambito dell’area democratica, soggiacendo alle sue regole. Evidentemente ciò portò una certa frangia, senz’altro la più giovanile ed estremista, ad una scissione che dette vita in un primo momento ad Ordine Nuovo».
I suoi ''leader'', divisi da diverse strategie, erano Pino Rauti e Stefano Delle Chiaie. Pecoriello, che aderì al gruppo di Delle Chiaie, ricorda come si trattasse di picchiatori che coltivavano le teorie ariane della superiorità della razza, l’antisemitismo, il nazionalismo, dediti a pestaggi e ad attentati contro sedi di sinistra e a manifestazioni per l’Alto Adige. Ordine Nuovo, mediante l’associazione Italia-Germania affidata al giornalista Gino Ragno, entrò in contatto con gruppi oltranzisti di destra della Germania, della Francia, della Spagna e del Portogallo. A seguito di quei rapporti, furono organizzate da Avanguardia Nazionale ed Ordine Nuovo «violentissime» manifestazioni di piazza in occasione della rivolta algerina, della crisi congolese, della visita di Ciombé al Papa. Egli stesso ebbe modo di vedere documenti e passaporti falsificati per mettere in salvo esponenti dell’OAS.
Il che risulta confermato da relazioni 21 agosto, 18 settembre e 5 ottobre 1961, allegate al fascicolo "OAS" presso l’ufficio Affari Riservati e rinvenuti nel deposito lungo la circonvallazione Appia, nelle quali si legge<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" /></noinclude>del viaggio in Italia di Ortiz, alla testa di quella struttura e dell’incontro con Caradonna, nonchè di visite fatte in Italia dall’agente OAS colonnello Lacheroy che incontrò Gedda, Romualdi, Pennacchini, Foderaro e Gianni Baget Bozzo, presso la sede del comitato per l’Ordine Civile; dei «contatti tra De Massey [...], principale elemento dell’OAS in Italia [...] con elementi della destra missina», aggiungendo dei collegamenti del predetto con Enzo Generali, Guido Giannettini ed Enzo Pucci, precisando che «attualmente Generali e Giannettini si trovano in Spagna, presso Ortiz».
Infine una nota dell’informatore Aristo del 5 maggio 1962, fonte attendibile in quanto interna al MSI, e in contatto con Guerin Serac e con Ordine Nuovo, riferisce del tentativo svolto dall’onorevole Pozzo di ottenere dall’OAS finanziamenti da destinare ad Avanguardia Nazionale. Eppure in quel periodo di frenetici contatti con vertici OAS e di appoggi politici provenienti da esponenti di destra come «Tullio Abelli, Egidio Sterpa, Almirante e Roberti, Romualdi e Anfuso», l’OAS aveva in programma l’organizzazione di una «Legione che, sotto forma di movimento europeo anticomunista avrebbe dovuto intraprendere azioni di guerriglia nella Francia metropolitana e nella stessa Algeria». I finanziamenti erano previsti come provenienti «da una importantissima compagnia petrolifera, interessata a contrastare iniziative dei petrolieri italiani in Algeria, in Tunisia e nel Marocco»<ref>Nota della fonte Mauro, "riservata personale per il vice capo della Polizia", datata 13 marzo 1962.</ref>.
«In quel periodo — continua Paolo Pecoriello — furono condotte anche accurate ricerche in campo sionista e furono schedati numerosi ebrei [...].
Nell’estate ’63 presi parte al primo campeggio organizzato da Avanguardia Nazionale nella zona di Rieti». Le giornate si concludevano con «un corso di guerriglia [...]. Il campo base era situato in una scuola nel Comune di Borbona».
Pecoriello fu poi assunto nell’ente governativo "Gioventù Italiana" il che gli consentì di soggiornare alcuni mesi a Roma. In quell’occasione sentì parlare di trame eversive, ne chiese conto a Delle Chiaie, che gli spiegò che «Avanguardia stava per essere sciolta, ma gli appartenenti a questo gruppo [...] avrebbero potuto entrare in un nuovo movimento, questa volta segreto, che avrebbe dovuto prepararsi ad operare nel tentativo di creare i presupposti per un colpo di Stato, o qualcosa di simile, di impostazione anticomunista. A tal fine sarebbero stati organizzati dei corsi nell’uso delle armi, dell’esplosivo e sulle guerriglie, particolarmente su quella psicologica. Si sarebbero poi presi contatti con professionisti e militari disposti a collaborare [...]. Qualche settimana dopo, in un sottoscala di via Michele Amari, iniziai insieme ad altri due miei vecchi e fidatissimi amici, il corso di cui Delle Chiaie mi aveva parlato. Durò due settimane e richiese la massima attenzione perchè mi dissero che avrei dovuto ripetere quelle lezioni nelle località che avrei girato a causa del mio lavoro.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 277 —|''Camera dei deputati''|riga=si}}
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Infine una nota dell’informatore Aristo del 5 maggio 1962, fonte attendibile in quanto interna al MSI, e in contatto con Guerin Serac e con Ordine Nuovo, riferisce del tentativo svolto dall’onorevole Pozzo di ottenere dall’OAS finanziamenti da destinare ad Avanguardia Nazionale. Eppure in quel periodo di frenetici contatti con vertici OAS e di appoggi politici provenienti da esponenti di destra come «Tullio Abelli, Egidio Sterpa, Almirante e Roberti, Romualdi e Anfuso», l’OAS aveva in programma l’organizzazione di una «Legione che, sotto forma di movimento europeo anticomunista avrebbe dovuto intraprendere azioni di guerriglia nella Francia metropolitana e nella stessa Algeria». I finanziamenti erano previsti come provenienti «da una importantissima compagnia petrolifera, interessata a contrastare iniziative dei petrolieri italiani in Algeria, in Tunisia e nel Marocco»<ref>Nota della fonte Mauro, "riservata personale per il vice capo della Polizia", datata 13 marzo 1962.</ref>.
«In quel periodo — continua Paolo Pecoriello — furono condotte anche accurate ricerche in campo sionista e furono schedati numerosi ebrei [...].
Nell’estate ’63 presi parte al primo campeggio organizzato da Avanguardia Nazionale nella zona di Rieti». Le giornate si concludevano con «un corso di guerriglia [...]. Il campo base era situato in una scuola nel Comune di Borbona».
Pecoriello fu poi assunto nell’ente governativo "Gioventù Italiana" il che gli consentì di soggiornare alcuni mesi a Roma. In quell’occasione sentì parlare di trame eversive, ne chiese conto a Delle Chiaie, che gli spiegò che «Avanguardia stava per essere sciolta, ma gli appartenenti a questo gruppo [...] avrebbero potuto entrare in un nuovo movimento, questa volta segreto, che avrebbe dovuto prepararsi ad operare nel tentativo di creare i presupposti per un colpo di Stato, o qualcosa di simile, di impostazione anticomunista. A tal fine sarebbero stati organizzati dei corsi nell’uso delle armi, dell’esplosivo e sulle guerriglie, particolarmente su quella psicologica. Si sarebbero poi presi contatti con professionisti e militari disposti a collaborare [...]. Qualche settimana dopo, in un sottoscala di via Michele Amari, iniziai insieme ad altri due miei vecchi e fidatissimi amici, il corso di cui Delle Chiaie mi aveva parlato. Durò due settimane e richiese la massima attenzione perchè mi dissero che avrei dovuto ripetere quelle lezioni nelle località che avrei girato a causa del mio lavoro.<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/212
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" /></noinclude>{{gap|2em}}In quei giorni, provocati da elementi di Avanguardia Nazionale della facoltà di giurisprudenza, scoppiarono dei violentissimi tafferugli all’Università, durante i quali perse la vita il giovane socialista Paolo Rossi.
Il 10 luglio fui trasferito a Piediluco in provincia di Terni, ove rimasi fino al luglio 1967. A Terni avvicinai alcuni giovani del MSI e dopo essermi accertato della loro serietà, gli parlai del nuovo gruppo sorto e dei suoi programmi e rifeci loro parte del corso che avevo seguito a Roma».
Ecco perchè appare esatta la considerazione del Pecoriello, secondo la quale «in tutti questi anni non si può mai parlare di un netto distacco tra il MSI ed Avanguardia Nazionale. Infatti servimmo la prima volta il candidato Ernesto Brivio nella campagna elettorale per le elezioni amministrative. Successivamente nelle politiche Avanguardia Nazionale tentò addirittura di proporre un proprio candidato al Parlamento, Paolo Signorelli, ma sempre nelle liste MSI.
Ma Avanguardia dette il massimo del suo contributo nel duello fra Almirante e Michelini, in evenienza del congresso di Pescara svoltosi nel luglio 1964. L’onorevole Almirante, promotore della corrente "Rinnovamento", mise nelle mani di Stefano Delle Chiaie l’organizzazione di detta corrente, incaricandoci di prendere in mano in poco tempo la direzione del maggior numero possibile di Sezioni, onde poter disporre in sede di congresso dei loro voti. In questa occasione a me e a Mario Merlino fu affidata la direzione del gruppo giovanile della sezione "Istria e Dalmazia", che era la più importante di Roma».
Fatto sta che subito dopo Pescara, oltre al rinsaldarsi dei collegamenti Delle Chiaie-Almirante, anche «Rauti avrebbe considerato opportuno instaurare contatti, di natura riservatissima, con la corrente di Almirante», come da nota "riservata" spedita dalla Questura di Perugia al Ministero datata 26 luglio 1963.
Pecoriello venne anche convocato dall’onorevole Cruciani del MSI, che «mi chiese che facessi scritte e simboli filocomunisti sulle chiese di Terni [...]. Organizzai i ragazzi ed il sabato successivo a quell’incontro era già tutto fatto. Solo il lunedì, leggendo alcuni giornali romani, mi resi conto che era stato tutto concertato per scatenare una campagna di stampa anticomunista, da parte di circoli cattolici tradizionalisti. Dopo un po’ di tempo, credo fosse novembre, ricevetti una telefonata in cui [Delle Chiaie, ndr] mi ordinava di andare immediatamente a Roma con i miei ragazzi. Vi andai, e in casa Delle Chiaie, mi furono affidate alcune bombe a mano S.r.c.m. che avrei dovuto tirare contro l’ambasciata americana, durante i disordini che sarebbero seguiti ad una manifestazione contro la guerra del Vietnam in piazza Navona. Non escludo che ci fossero altri gruppi come il mio ad entrare in azione».
Per ragioni di orario, la provocazione non fu portata a termine ma poco dopo «mi recai nuovamente a Roma per prendere direttive e per combinazione partecipai in un cinema ad una ristretta riunione promossa da Avanguardia e dalla Federazione nazionale combattenti RSI per la costituzione del Fronte Nazionale di Borghese e per la preparazione di una specie di programma: vi parteciparono Borghese, Delle Chiaie, e numerosi<noinclude><references/></noinclude>
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Il 10 luglio fui trasferito a Piediluco in provincia di Terni, ove rimasi fino al luglio 1967. A Terni avvicinai alcuni giovani del MSI e dopo essermi accertato della loro serietà, gli parlai del nuovo gruppo sorto e dei suoi programmi e rifeci loro parte del corso che avevo seguito a Roma».
Ecco perchè appare esatta la considerazione del Pecoriello, secondo la quale «in tutti questi anni non si può mai parlare di un netto distacco tra il MSI ed Avanguardia Nazionale. Infatti servimmo la prima volta il candidato Ernesto Brivio nella campagna elettorale per le elezioni amministrative. Successivamente nelle politiche Avanguardia Nazionale tentò addirittura di proporre un proprio candidato al Parlamento, Paolo Signorelli, ma sempre nelle liste MSI.
Ma Avanguardia dette il massimo del suo contributo nel duello fra Almirante e Michelini, in evenienza del congresso di Pescara svoltosi nel luglio 1964. L’onorevole Almirante, promotore della corrente "Rinnovamento", mise nelle mani di Stefano Delle Chiaie l’organizzazione di detta corrente, incaricandoci di prendere in mano in poco tempo la direzione del maggior numero possibile di Sezioni, onde poter disporre in sede di congresso dei loro voti. In questa occasione a me e a Mario Merlino fu affidata la direzione del gruppo giovanile della sezione "Istria e Dalmazia", che era la più importante di Roma».
Fatto sta che subito dopo Pescara, oltre al rinsaldarsi dei collegamenti Delle Chiaie-Almirante, anche «Rauti avrebbe considerato opportuno instaurare contatti, di natura riservatissima, con la corrente di Almirante», come da nota "riservata" spedita dalla Questura di Perugia al Ministero datata 26 luglio 1963.
Pecoriello venne anche convocato dall’onorevole Cruciani del MSI, che «mi chiese che facessi scritte e simboli filocomunisti sulle chiese di Terni [...]. Organizzai i ragazzi ed il sabato successivo a quell’incontro era già tutto fatto. Solo il lunedì, leggendo alcuni giornali romani, mi resi conto che era stato tutto concertato per scatenare una campagna di stampa anticomunista, da parte di circoli cattolici tradizionalisti. Dopo un po’ di tempo, credo fosse novembre, ricevetti una telefonata in cui [Delle Chiaie, ndr] mi ordinava di andare immediatamente a Roma con i miei ragazzi. Vi andai, e in casa Delle Chiaie, mi furono affidate alcune bombe a mano S.r.c.m. che avrei dovuto tirare contro l’ambasciata americana, durante i disordini che sarebbero seguiti ad una manifestazione contro la guerra del Vietnam in piazza Navona. Non escludo che ci fossero altri gruppi come il mio ad entrare in azione».
Per ragioni di orario, la provocazione non fu portata a termine ma poco dopo «mi recai nuovamente a Roma per prendere direttive e per combinazione partecipai in un cinema ad una ristretta riunione promossa da Avanguardia e dalla Federazione nazionale combattenti RSI per la costituzione del Fronte Nazionale di Borghese e per la preparazione di una specie di programma: vi parteciparono Borghese, Delle Chiaie, e numerosi<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 150 —|''Camera dei deputati''|riga=si}}
{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>Senato della Repubblica
± 150 ±
Camera dei deputati
XIII LEGISLATURA ± DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI - DOCUMENTI
Per quanto riguarda la cellula ordinovista veneta, altre considerazioni
devono essere fatte sulla figura di Carlo Maria Maggi ± sotto processo per
la strage di piazza Fontana e condannato in primo grado all’ergastolo per
la strage di via Fatebenefratelli ± e su quella di Delfo Zorzi.
Il primo, Maggi, risulta dalle testimonianze molto legato a Sergio Minetto, l’ex repubblichino componente della rete informativa attiva presso il
comando FTASE di Verona.
Tra l’altro, secondo la testimonianza di Digilio, Maggi ± pur non essendo organico alla struttura ± era a conoscenza del fatto che molti suoi
camerati in realtaÁ lavoravano per gli americani e, secondo una consuetudine ripetuta nel tempo, faceva conoscere in anticipo quali fossero le intenzioni del suo gruppo.
La figura di Delfo Zorzi
Delfo Zorzi, secondo numerose testimonianze, risulta legato ± al pari
di Stefano Delle Chiaie ± all’ufficio Affari Riservati del Ministero dell’interno.
Ecco cosa ha riferito l’ex ordinovista Martino Siciliano: «In merito
alla conoscenze di Delfo Zorzi con funzionari del Ministero dell’interno,
confermo innanzitutto quanto ho giaÁ dichiarato in data 5 agosto 1996 in
relazione alle notizie che appresi dallo stesso Zorzi circa il fatto che eravamo "coperti" da funzionari del Ministero dell’interno in occasione del
nostro viaggio a Trieste per essere interrogati dal giudice sull’attentato
alla Scuola Slovena. Poiche l’Ufficio mi fa il nome del viceprefetto Sampaoli Pignocchi quale contatto di Delfo Zorzi al Ministero, accertato giudizialmente anche attraverso le dichiarazioni di Federico Umberto D’Amato dinanzi alla Corte d’assise di Venezia nel 1987, rispondo che effettivamente ricordo il nome Sampaoli come quello di un funzionario del Ministero dell’interno in contatto con Delfo Zorzi; questo nome mi fu fatto
nell’ambiente mestrino di Ordine Nuovo non dallo stesso Zorzi, bensõÁ da
Maggi, Molin e da Bobo Lagna.
In particolare quest’ultimo mi fece cenno al nome Sampaoli come
una delle persone che lui e Zorzi frequentavano a Roma allorcheÁ anche
Bobo Lagna si era iscritto all’UniversitaÁ.
Nello stesso contesto Lagna mi disse che sempre a Roma frequentavano il professor Pio Filippani Ronconi, esperto di dottrine esoteriche e
orientali e di cui Delfo Zorzi mi regaloÁ due dispense appena pubblicate
sulla filosofia induista [...]».
Di particolare rilievo eÁ, tuttavia, la dichiarazione sui rapporti tra
Zorzi e il Ministero dell’interno, emersi a proposito della tranquillitaÁ
con la quale Zorzi si era presentato ai giudici di Trieste che avrebbero dovuto interrogarlo sugli attentati di Gorizia e Trieste, da lui realizzati con
Martino Siciliano e Giancarlo Vianello: «Io gli chiesi perchè ne era tanto
sicuro [che l’interrogatorio sarebbe stato una formalitaÁ, nda] ed egli mi rispose tranquillamente che ne aveva avuto la conferma a Roma nell’am
Senato della Repubblica - Archivio Storico<noinclude><references/></noinclude>
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{gap|2em}}Per quanto riguarda la cellula ordinovista veneta, altre considerazioni devono essere fatte sulla figura di Carlo Maria Maggi – sotto processo per la strage di piazza Fontana e condannato in primo grado all’ergastolo per la strage di via Fatebenefratelli – e su quella di Delfo Zorzi.
Il primo, Maggi, risulta dalle testimonianze molto legato a Sergio Minetto, l’ex repubblichino componente della rete informativa attiva presso il comando FTASE di Verona.
Tra l’altro, secondo la testimonianza di Digilio, Maggi – pur non essendo organico alla struttura – era a conoscenza del fatto che molti suoi camerati in realtà lavoravano per gli americani e, secondo una consuetudine ripetuta nel tempo, faceva conoscere in anticipo quali fossero le intenzioni del suo gruppo.
''La figura di Delfo Zorzi''
Delfo Zorzi, secondo numerose testimonianze, risulta legato – al pari di Stefano Delle Chiaie – all’ufficio Affari Riservati del Ministero dell’interno.
Ecco cosa ha riferito l’ex ordinovista Martino Siciliano: «In merito alla conoscenze di Delfo Zorzi con funzionari del Ministero dell’interno, confermo innanzitutto quanto ho già dichiarato in data 5 agosto 1996 in relazione alle notizie che appresi dallo stesso Zorzi circa il fatto che eravamo "coperti" da funzionari del Ministero dell’interno in occasione del nostro viaggio a Trieste per essere interrogati dal giudice sull’attentato alla Scuola Slovena. Poichè l’Ufficio mi fa il nome del viceprefetto Sampaoli Pignocchi quale contatto di Delfo Zorzi al Ministero, accertato giudizialmente anche attraverso le dichiarazioni di Federico Umberto D’Amato dinanzi alla Corte d’assise di Venezia nel 1987, rispondo che effettivamente ricordo il nome Sampaoli come quello di un funzionario del Ministero dell’interno in contatto con Delfo Zorzi; questo nome mi fu fatto nell’ambiente mestrino di Ordine Nuovo non dallo stesso Zorzi, bensì da Maggi, Molin e da Bobo Lagna.
In particolare quest’ultimo mi fece cenno al nome Sampaoli come una delle persone che lui e Zorzi frequentavano a Roma allorchè anche Bobo Lagna si era iscritto all’Università. Nello stesso contesto Lagna mi disse che sempre a Roma frequentavano il professor Pio Filippani Ronconi, esperto di dottrine esoteriche e orientali e di cui Delfo Zorzi mi regalò due dispense appena pubblicate sulla filosofia induista [...]». Di particolare rilievo è, tuttavia, la dichiarazione sui rapporti tra Zorzi e il Ministero dell’interno, emersi a proposito della tranquillità con la quale Zorzi si era presentato ai giudici di Trieste che avrebbero dovuto interrogarlo sugli attentati di Gorizia e Trieste, da lui realizzati con Martino Siciliano e Giancarlo Vianello: «Io gli chiesi perchè ne era tanto sicuro [che l’interrogatorio sarebbe stato una formalità, nda] ed egli mi rispose tranquillamente che ne aveva avuto la conferma a Roma nell’am-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|339}}</noinclude>qualche colpo di cannone dalla parte de’ Collegati. L’armata marciò tutta la notte, nella cui marcia Sua Maestà restò abbandonata da’ Portoghesi, che vollero marciare la notte; quando nel Consglio di Guerra tenuto, si era determinato di far la marcia di giorno. Onde il Rè avvertito, che l’Esercito stava in marcia, lasciò la cena, che attualmente prendeva, e si pose a cavallo; però con tutto ciò non potè rigiugnere l’Esercito, e restò in aperta Campagna solo, esposto a gran periglio, senza letto (avendo mandato avanti il bagaglio) dovendo passare: per molti dirupi, e scoscesi monti. Coll’oscurità della notte si separarono le sue Guardie, rimanendo col Rè solamente il Signor Conte d’Althem, il Paggio di valicia, {{Ec|el|e ’l}} Cavallerizzo maggiore. Sentendosi S. M. stracca scese da cavallo e si pose a riposare sul suolo, servendosi della valicia per guanciale, e per coperta del mantello. E perche avea freddo, il Conte per farlo scaldare, le fece fuoco di rosmarino. Avendo appetito, la mattina, per non esservi altro mangiò un pane duro, che teneva in sacca il Conte, ed una coscia di gallo d’India arrostita, che s’avea riservato il Paggio la mattina avanti; non<noinclude>{{PieDiPagina||Y 2|me-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/360
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|340|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>meno dura ch’il pane. Il giorno trovatasi dal Colonnello D. Vincenzo Taccone l’Armata, cammino il Rè con grand’incomodo per l’ardore del Sole, e polvere; e non trovandosi acqua per la Campagna si ruppero certi fiaschi di D. Diego Stenoph serrati a chiave. I Rè anche sofferono de’ disagi.
In questo giorno furono distaccati tre Reggimenti d’Inghilterra dall’Armata del Re, per andare di guarnigione a Cuenca: che furono i Colonnelli D. Giovanni Humeda d’Infanteria, e di Cavalleria, Castiglione, e Monsieur Karilbas. Nell’istesso dì, una spia venuta da Madrid, riportò, che il Signor Duca d’Angiò avea fatto condurre la Regina Vedova, di Spagna in Navarra con una partita di Cavalleria. La mattina de’ 26. la muta anivò vicino il {{Wl|Q20054|fiume Gabriel}} (che comincia a passare sopra un ponte di pietra) distaccandosi una partita dalla medesima d’ordine di S. M., acciò da Pastrana scortasse al Campo il Conte di Tendilla Grande di Spagna con 3. suoi fratelli: mandarono contrordini al Generale di Windhaimb di restare in Cuenca, per tener in divozione quel Paese, e procurar di far megazini per le Truppe Collegate.<noinclude>{{PieDiPagina|||Ne’{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/361
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Modafix
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|341}}</noinclude>
Ne’ 27. finisce di passare sopra il ponte tutta l’Armata il fiume. Venne un desertore, il quale per esser passato più volte dall’uno all’altro Campo, fu arrestato per sospetto. Ritornò S. M. a visitare le guardie avanzate. Nel 28. giorno di S. Agostino assistè il Re alla messa solenne. Una partita nemica prese qualche foraggiere, e soldato della scorta. Lasciò in questo giorno il Re l’Armata per andare in {{Wl|Q8818|Valenza}}, accompagnato dalla sua Corte, e due Reggimenti di Cavalleria; arrivando ne’ 29. a Mequena: dove fece alto per dar luogo alle disposizioni per l’entrata in Valenza, dalla qual Città vennero molti Cavalieri per inchinarsi al Re.
Nel 30. fece S. M. l’ingresso in Valenza da incognito, venendole il Vicerè Conte di Cardona, i Deputati, e Magistrati all’incontro. Passò il Re in mezzo d’una moltitudine di popolo con acclamazioni, e milioni di Viva, alloggiando nel Palagio Arcivescovale. La notte fu tutta illuminata la Città; non sentendosi altro per tutte le contrade, che Viva CARLO III.: allegrezze, che continuarono per tre giorni.
Il primo di Ottobre, giorno natalizio del Re, che compì anni 22. vi furono su-<noinclude>{{PieDiPagina||Y 3|per-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>ufficiali ed ex ufficiali. In quell’occasione mi parlavano anche di elementi fascisti portoghesi e spagnoli che operavano nel nostro Paese per spalleggiarci».
Fu successivamente trasferito, sempre per lavoro, a Castellammare di Stabia, a Benevento e a Reggio Emilia ed in ogni località formoòdei gruppi che metteva in contatto con Roma. In particolare a Reggio Emilia, ove giunse nell’agosto del ’68, ebbe l’ordine di organizzare attentati a Reggio, Modena e Parma, al fine di provocare «una reazione comunista. Ne realizzai alcuni, ma poco dopo fui individuato». Il che non gli impedì di portarne a termine altri, «ma senza superare certi limiti». Poco dopo, a Roma, Delle Chiaie «mi rivelò un piano che stavano attuando in campo nazionale», al quale egli stesso doveva adeguarsi.
«Si trattava di far infiltrare nostri elementi nella sinistra extraparlamentare allo scopo di spingerli ad atti provocatori, e se ciò non fosse possibile, ripiegare sulla costituzione di gruppi di tendenza nazi-maoista che avrebbero potuto partecipare a manifestazioni di sinistra, facendole degenerare. Per combinazione quello stesso giorno incontrai in piazza Colonna Mario Merlino che con un discorso molto confuso mi fece intendere di essere diventato anarchico, ma io, conoscendolo da molti anni e dopo cioÁ che avevo udito nella mattinata, non gli credetti».
In ossequio a quelle direttive Pecoriello costituì un gruppo denominato "Nazional-proletario" a Reggio Emilia, con il quale partecipò a varie manifestazioni di sinistra. «Ciononostante, di tanto in tanto, partecipavo a manifestazioni del MSI quando ero invitato, ovviamente in altre città, come Milano, Brescia, Mantova, Padova. In una di queste occasioni, esattamente a Vicenza, fui invitato a capo di un gruppo di trenta persone, ad un comizio dell’onorevole Franchi». Il comizio venne vietato dalla polizia e Pecoriello, che si trovava all’interno della Federazione del MSI, fu «accompagnato in una stanza in cui mi furono consegnate otto bottiglie molotov che avrei dovuto dividere fra i miei ragazzi per tirarle contro la forza pubblica [...]. Solo uno di noi ebbe il coraggio di lanciarle, mentre gli altri le abbandonarono in vari punti».
Del resto, Vettore Presilio, allora dirigente della sezione padovana del MSI dell’Arcella, nota per l’estremismo violento che la caratterizzava, di cui era segretario Roberto Rinani e che era frequentata da uomini come Fachini, ricorda come in quegli anni proprio lui e Fachini lanciassero bombe rudimentali per esercitarsi. Quando esplosero le bombe di Milano e Roma, Pecoriello era a letto febbricitante ed apprese le notizie dalla televisione: «Intuii subito di cosa si poteva trattare e mi sentii mancare la terra sotto i piedi», entrò in crisi e decise di non farsi più vedere nei giri neofascisti per un po’ di tempo.
Nell’aprile ’71 tornò a Roma, Delle Chiaie era latitante, ed incontrò «altri dirigenti di Avanguardia Nazionale, ai quali dissi di non essere più disponibile. Loro mi parlarono del tentativo di golpe del dicembre precedente; mi dissero che non era stato un fallimento, ma solo un rinvio, e che perciò il momento era molto delicato [...]. Mi chiesero di tenere alcuni contatti con ambienti dei paracadutisti [...]. Nell’autunno del ’72 fui avvi-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" /></noinclude>cinato da tale Maselli di Ordine Nuovo, di stanza allo Smipar di Pisa, il quale mi parlò di un programma di riunificazione fra i vari gruppi della destra extraparlamentare in previsione di qualcosa di grosso [...]. Nel novembre del '73 un sottufficiale si mise in contatto con me su disposizione di Avanguardia e mi disse che eravamo molto vicini a qualche cosa d'importante. Avrei dovuto perciò preparare degli elenchi con tutti i nomi degli ufficiali delle brigate paracadutisti cercando di indicarne la tendenza politica, nonchè tenermi informato su tutti i movimenti del battaglione, e in caso di fatti inconsueti, avvertirne subito Roma.
Di fatti inconsueti, tra il novembre '73 e il marzo '74, ve ne furono innumerevoli. Allarmi diurni e notturni a rotazione continua. Nel massimo segreto, riunioni ad alto livello di ufficiali e strani traffici nell'ambiente del battaglione carabinieri paracadutisti. Ad un certo punto, preoccupato, organizzai una piccola riunione a cui parteciparono un ufficiale medico, un tenente dei carabinieri parà, due sottufficiali dei Sabotatori e due ufficiali di Marina. Dai loro timori compresi che dietro a tutto ci doveva essere una manovra socialdemocratica [...]. Non so perchè ricorra tanto di frequente sentire parlare di Socialdemocratici in occasione di complotti o trame eversive, ma è certo che dal '70 ad oggi, nell'ambiente della destra extraparlamentare, si è numerose volte temuto che le nostre azioni non servissero ad altro che da coperture a loro, come giustificazione della costituzione di un governo forte, o qualcosa di peggio, che rivendicasse gli ideali di libertà democratica e repubblicana, nella lotta antifascista e anticomunista. Non esito a credere che la destra parlamentare si sarebbe facilmente aggregata a loro, lasciando gli extraparlamentari in balia degli eventi».
Pecoriello ha sempre sentito parlare di «elementi nostri infiltrati nel SID o in contatto con alti funzionari del Ministero dell'interno» ed a tale proposito i nomi ricorrenti, a suo dire, erano quelli ormai noti di «Guido Giannettini, Giancarlo Cartocci, Stefano Serpieri, Guido Paglia, Stefano Delle Chiaie».
Al termine di questo lungo sfogo, Pecoriello conclude: «Ritengo che i personaggi al centro di tutti i complotti eversivi, almeno a livello operativo, siano Stefano Delle Chiaie e Pino Rauti. Politicamente non so chi avrebbe dovuto guadagnare, ma solo loro avevano ed hanno i contatti e le amicizie per portare avanti un simile piano. Borghese, Freda, Ventura, Graziani, Saccucci e molti altri, non sono altro che loro pedine. Cresciuti tutti nello stesso ambiente, sono anni che collaborano tutti sotto la loro direttiva per raggiungere gli scopi, giaÁ prefissati nel lontano '58. Sono loro che hanno tenuto i vari contatti internazionali con Grecia, Spagna, Portogallo, Cile, Francia e Germania, hanno preso tutte le iniziative di questi anni, e se non verranno fermati in tempo, prima o poi raggiungeranno il loro obiettivo».
Nella successiva deposizione resa al giudice istruttore di Bologna, Paolo Pecoriello ricorda come Avanguardia Nazionale fosse una immediata espressione del Ministero dell'interno sia per ragioni soggettive (i padri di Flavio Campo, di Di Luia e di Cataldo Strippoli erano funzionari<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|342|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>perbe gale in Corte, e Città, con fuochi di gubilo, ed illuminazioni. A’ 10. si fece la pubblica entrata da Sua Maestà. Negli 11. partì dalla Corte Laicheraine, Inviato dell’Elettor Palatino, il Colonnello Schobeza, el Segretario Zinzerling per Italia; e nel 12. vi fu processione generale, nella quale il Re assistè. Giunse il Cavaliere Melazzo, Inviato del Signor Duca di Savoja, che portò l’avviso al Re della presa dello Stato di Milano. In questo mese riprese il nemico la Città di Cuenca, dove furono fatti prigionieri i tre Reggimenti d’Infanteria del Re già detti.
In Novembre si ricevè avviso dell’arrivo felice della Flotta de’ Collegati, della quale più Vascelli pervennero in {{Wl|Q11959|Alicante}}, carica di abiti, munizioni, e danari per Armata de’ Collegati in Ispagna.
A’ 9. Decembre morì D. {{Wl|Q156190|Pietro II. Re di Portogallo}}, al quale successe D. {{Wl|Q299650|Giovanni V.}} per la qual cosa, tutta la Corte prese il lutto.<noinclude>{{PieDiPagina|||CAP.{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|343}}</noinclude>{{Ct|t=1|v=1.6|w=0.5em|f=110%|{{Type|l=0.8em|CA}}P. IV.}}
{{Ct|v=1.5|''Continente la Campagna del 1707.</br>e l’assedio di Lerida.''}}
{{Capolettera|G}}Iunse la Flotta d’Inghilterra nella Spiaggia di Alicante, conducendo un soccorso di Truppe Inghilesi, ed Olandesi, comandate dal Milord Rivers, e Milord Essex; del quale arrivo ebbe il Re la notizia a 7. Febrajo 1707.
Ne’ 7 di Marzo il {{Wl|Q150665|Re}}, e tutta la Corte partì da Valenza per Barcellona, dove giunse a’ 22. Nel 26. si posero alla vela tre Fragate Inglesi per Italia, sopra una delle quali partì il Milord {{Wl|Q1065565|Peterburì}}.
Ne’ 24. Aprile si tenne notizia, che i Francesi aveano trattato di sorprendere la Villa di Puzerda; ma gli abitanti, e circonvicini si difesero: però surono obbbgati di ritirarsi.
A’ 25. si donò la {{Wl|Q320394|battaglia in Castiglia}}, vicino {{Wl|Q26449|Almanza}}. L’Armata de’ Collegati era comandata dal {{Wl|Q511089|Milord Gallovay}}, e {{Wl|Q2375181|Marchese Dasminas}}; e quella del nemico dal {{Wl|Q166023|Duca di Bervvick}}. Il disegno de’ Collegati era di attaccare {{Wl|Q502249|Villena}}, ma tenendo notizia, che il nemico era in<noinclude>{{PieDiPagina||Y 4|Ecla,{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|344|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>{{Wl|Q931116|Ecla}}, si spinsero verso quella parte, facendolo ritirare a Monte allegre, dove teneva il suo grosso. Il che sapendo i Collegati, risolsero la medesima notte la marcia, per porsi in fronte del nemico al far del giorno; ciò che non si potè conseguire, a cagione, che varie partite del medesimo ne portarono la notizia; colla quale si ritirò nella Villa d’Almanza, due leghe distante da Monte allegre. Trovati molti magazini di grani, ed orzo; provisti i Collegati del necessario, al di più diedero fuoco, ritirandosi in {{Wl|Q1606055|Caudette}}, dove alcuni giorni stettero. E tenendo notizia, che il {{Wl|Q155596|Duca di Orleans}} veniva a soccorrere il nemico con 10000. si risolsero attaccarlo prima del soccorso: onde marciando sopra quello il giorno de’ 25. nell’istesso entrò nel campo nemico un soccorso di 6000. col cui ajuto di piè fermo attese la battaglia nel medesimo terreno d’Almanza; la quale cominciò prima delle 21. ore, e durò sino alla notte. Fu attaccato il nemico per il lato diritto, e spinto in tal forma, che fu obbligato ritirarsi alla montagna, lasciando il terreno, e l’artiglieria in potere de’ Collegati. Vedendo il Duca di Bervvick la perdita ricevuta nell’ala ddestra, la soc-<noinclude>{{PieDiPagina|||corse{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Aggiunta a' viaggi di Europa/Parte III/Cap. III
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|345}}</noinclude>corse colla riserva, e con molti battaglioni dell’ala sinistra; avendo tempo di fermar la gente, che retrocedeva, e ritornare alla zuffa. Ma fu respinto la seconda volta sino alla medesima Villa di Almanza.
In questo mentre usò una stratagemma per ingannare, che fu di far passare 7. battaglioni, che con cappelli Alemani dicendo, Viva Carlo III., e perciò creduti desertori, si lasaiarono entrare da’ Collegati. Il quale prendendo la Retroguardia delle linee de’ Collegati, che per aver da combattere con tanto numero, delle due fece una: perche i Collegati non tenevano più di 15000. uomini, e i nemici 30000. Tosto che questi presero la Retroguardia col nome di CARLO III., continuarono per questa parte, e gli altri per fronte con tutte le forze della Cavalleria, che il nemico teneva per questo lato. E comandando, che altri battaglioni guadagnassero la Retroguardia de’ Collegati, si confusero di tal forma gli Eserciti; che non si a conoscevano, quali erano dell’uno, quali dell’altro. Si incolparono in questo fatto di armi i Capi de’ Collegati, per non aver raddoppiato il fianco sinistro, che restava in terreno migliore, e colle spalle alla montagna, dove il nemico poteva attac-<noinclude>{{PieDiPagina|||car{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Discussioni indice:Tartufari - Il miracolo, Roma, Romagna, 1909.djvu
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|346|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>car la Retrognardia. Questo danno non lo providde nessun Generale, ne Ufficiale, mentre non vi fu tempo di poterlo rimediare. In fine si perdè il Campo di battaglia, e restò disfatta tutta l’Infanteria Collegata, ritirandosi il rimanente in Catalogna. Questa fu una terribil perdita in Ispagna per gli Collegati, per aver’arretrato le conquiste del Re nostro Sig., anzi cagionata la perdita di {{Wl|Q8818|Valenza}}, ed {{Wl|Q199442|Aragona}}.
Il primo di Maggio giunse al Re un Corriero d’Italia, che portò la notizia, di aver’evacuato Francesi tutta l’Italia. Nel 20. giunse la Flotta Anglolanda, comandata dal Cavaliero {{Wl|Q332634|Giorgio Bings}}, Minuer Vandergus, Viceammiraglio. Questa Squadra sbarcò quantità di provisioni, e munizioni.
Ne’ 27. il nemico assediò {{Wl|Q31925404|Tortosa}}, ne’ 29. arrivò il Colonnello Schaber con 260. Tedeschi d’Italia, e ne’ 21. il {{Wl|Q1102640|Cavaliero Scovvell}} colla sua Squadra dentro la Baya di Barcellona. Medesimamente a due di Giugno il Conte Ammiraglio {{Wl|Q18577055|Cavaliero Dilcks}} colla sua Squadra.
Ne’ 4. tutta la Flotta si pose alla vela verso Levante. Il Principe Errigo nell’8. tenne ordine dal Re di partir subito, per andare a governare Lerida, nella quale<noinclude>{{PieDiPagina|||corse{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Il primo di Maggio giunse al Re un Corriero d’Italia, che portò la notizia, di aver’evacuato Francesi tutta l’Italia. Nel 20. giunse la Flotta Anglolanda, comandata dal Cavaliero {{Wl|Q332634|Giorgio Bings}}, Minuer Vandergus, Viceammiraglio. Questa Squadra sbarcò quantità di provisioni, e munizioni.
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Sul principio di Luglio tutta l’Armata nemica passò il Fiume Zinca, e venne ad accamparsi alle vicinanze di Lerida. L’Armata de’ Collegati passò il {{Wl|Q23145|Fiume Secli}} a Lerida, e s’accampò a Bellevig. Tutta la guarnigione, e la cittadinanza di questa Piazza, fu impiegata al travaglio delle fortificazioni: infermandosi molti per gli eccessivi caldi.
Nel mese di Agosto, a cagione del calore, il nemico si ritirò in tre corpi dalla parte della montagna di {{Wl|Q24003096|Balaguer}}, avendo perduta molta gente, che desertò, e morì d’Infermità.
Il primo di Settembre, un corpo dell’Armata nemica passò il Fiums Secli a Balaguer sopra il Ponte, per prender la<noinclude>{{PieDiPagina|||mar-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Sul principio di Luglio tutta l’Armata nemica passò il Fiume Zinca, e venne ad accamparsi alle vicinanze di Lerida. L’Armata de’ Collegati passò il {{Wl|Q23145|Fiume Secli}} a Lerida, e s’accampò a {{Wl|Q948983|Bellevig}}. Tutta la guarnigione, e la cittadinanza di questa Piazza, fu impiegata al travaglio delle fortificazioni: infermandosi molti per gli eccessivi caldi.
Nel mese di Agosto, a cagione del calore, il nemico si ritirò in tre corpi dalla parte della montagna di {{Wl|Q24003096|Balaguer}}, avendo perduta molta gente, che desertò, e morì d’Infermità.
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|348|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>marcia verso Bellevig, dove era accainpata l’Armata de’ Collegati; la quale si ritirò a {{Wl|Q752137|Terracona}}, e {{Wl|Q847011|Cervera}}. Si accampò la Gallispana a Bellevig, dove rimase otto giorni ritornando dopo a Balaguer. Ivi tutta l’Armata essendo unita, ritornò a decampare, e venne ad accamparsi a vista di Lerida; e nell’11. si pose dall’altra parte del Fiume Secli; essendo comandata dal Signor Duca d’Orleans, e Milord Duca di Bervvick, e Marescial di Francia.
Nel 12. gece movimento, stendendosi alla diritta sino a’ 4. pilari. Nel 13. la più parte dell’Infanteria passò il Fiume Secli, e venne ad accamparsi all’intorno la Piazza, a portata di cannone; facendo alcuni prigionieri. Il Principe Errigo d’Armestat, che comandava la Piazza, fece porre il minatore nel Convento di San Francesco, peresser vicino alla Villa, nella quale entrò un desertore, e molti altri nel giorno de’ 15., dando avviso, che il Duca di Bervvick era ritornato nella loro Armata dalla Francia, dove era andato con un distaccamento di 10000. uomini, per soccorrere Tolone.
Nel 6 Micheletti della Piazza fecero prigioniero il Direttore {{Pt|dell’Ospi-|}}<noinclude>{{PieDiPagina|||dale{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|348|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>marcia verso Bellevig, dove era accainpata l’Armata de’ Collegati; la quale si ritirò a {{Wl|Q752137|Terracona}}, e {{Wl|Q847011|Cervera}}. Si accampò la Gallispana a Bellevig, dove rimase otto giorni ritornando dopo a Balaguer. Ivi tutta l’Armata essendo unita, ritornò a decampare, e venne ad accamparsi a vista di Lerida; e nell’11. si pose dall’altra parte del Fiume Secli; essendo comandata dal Signor Duca d’Orleans, e Milord Duca di Bervvick, e Marescial di Francia.
Nel 12. gece movimento, stendendosi alla diritta sino a’ 4. pilari. Nel 13. la più parte dell’Infanteria passò il Fiume Secli, e venne ad accamparsi all’intorno la Piazza, a portata di cannone; facendo alcuni prigionieri. Il Principe Errigo d’Armestat, che comandava la Piazza, fece porre il minatore nel Convento di San Francesco, peresser vicino alla Villa, nella quale entrò un desertore, e molti altri nel giorno de’ 15., dando avviso, che il Duca di Bervvick era ritornato nella loro Armata dalla Francia, dove era andato con un distaccamento di 10000. uomini, {{Wl|Q708610|per soccorrere Tolone}}.
Nel 16. i Micheletti della Piazza fecero prigioniero il Direttore {{Pt|dell’Ospi-|}}<noinclude>{{PieDiPagina|||dale{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|350|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>ed una donna, che fu fatta prigione il giorno antecedente la rimandò il Signor Duca di Bervvick, con lettere per il Signor Principe Errigo. Oggi desertarono dalla Piazza tre Olandesi, ed un’Inglese. Entrarono nel 23. altri desertori, ed il Principe rispose alla lettera del Duca di Bervvick, che la mandò per un servitore di un prigioniero; e la notte mandò fuori della Città al Campo de’ nemici quattro Ussari, che desertarono da’ nemici.
Ne’ 24. entrarono 3. desertori, due desertaron dalla Piazza; e due ragazzi presi nelle Vigne, furono rimandati dal Signor Duca di Bervvick, con lettera per il Signor Principe. Ne’ 25. la Cavalleria Portoghese fece una sortita dall’altra parte del Forte, e condusse 14. prigionieri. Questa notte entrò nel fosso della Città, un cavallo scappato dal Campo nemico. Furano rilasciati il direttore dell’Ospitale di Fraga, ed il Chirurgo. Entrarono tre desertori, e nel 26. undeci, come uno ch’era stato fatto prigioniero.
Nel 27. la Cavalleria de’ Collegati fece una sortita, ed uccidendo molti, condusse sei prigionieri, ed un cavallo. Due Ufficiali del nemico con alcuni desertori en-<noinclude>{{PieDiPagina|||traro-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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| Nome e cognome dell'autore = E. T. A. Hoffmann
| Nome e cognome del curatore =
| Titolo =Ignazio Denner
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| Lingua originale del testo = tedesco
| Nome e cognome del traduttore = G. B.
| Anno di traduzione = 1835
| Progetto = Letteratura
| Argomento = Racconti
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu
| prec = La casa deserta
| succ = Il Diavolo (Hoffmann)
}}
{{Raccolta|Racconti (Hoffmann)}}
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==Indice==
* {{testo|/Capitolo I}}
* {{testo|/Capitolo II}}
* {{testo|/Capitolo III}}
* {{testo|/Capitolo IV}}
* {{testo|/Capitolo V}}
* {{testo|/Capitolo VI}}
* {{testo|/Capitolo VII}}
* {{testo|/Capitolo VIII}}
* {{testo|/Capitolo IX}}
* {{testo|/Capitolo X}}
* {{testo|/Capitolo XI}}
* {{testo|/Capitolo XII}}
* {{testo|/Capitolo XIII}}
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Ignazio Denner/Capitolo I
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Candalua
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Porto il SAL a SAL 75%
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Marcella Medici (BEIC)
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: ALLA NOBIL DONNA LA SIGNORA MARCHESA ORINTIA SACRATI NATA MARCHESA ROMAGNOLI. L' AUTORE Queste Ueste Lettere, Signora Marchesa, a Voi dirette alquanti anni addietro, dovea- no assai prima d' ora tornarvi sott' occhio messe alla stampa. Ma molti ostacoli, il più fastidioso e ostinato de' quali fu la mia salu-
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LA SIGNORA MARCHESA
ORINTIA SACRATI
NATA MARCHESA ROMAGNOLI.
L' AUTORE
Queste
Ueste Lettere, Signora Marchesa, a
Voi dirette alquanti anni addietro, dovea-
no assai prima d' ora tornarvi sott' occhio
messe alla stampa. Ma molti ostacoli, il
più fastidioso e ostinato de' quali fu la mia
salu-<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: salute, non vollero che io soddisfacessi al mio desiderio. Ne avrei potuto soddisfar- lo pur oggi, senza una mano cortese del pari che illustre, la quale si è compiaciu- ta' di riordinare e ripolire il mio mano- scritto. Or questo venendo in luce, trae nuovi rabbellimenti dal vostro Nome. E benchè io divenga qui autore mercè l'o- pera altrui più che per la mia, ad ogni modo non voglio dolermene: m'è dolce e onorato di pi...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>salute, non vollero che io soddisfacessi al
mio desiderio. Ne avrei potuto soddisfar-
lo pur oggi, senza una mano cortese del
pari che illustre, la quale si è compiaciu-
ta' di riordinare e ripolire il mio mano-
scritto. Or questo venendo in luce, trae
nuovi rabbellimenti dal vostro Nome. E
benchè io divenga qui autore mercè l'o-
pera altrui più che per la mia, ad ogni
modo non voglio dolermene: m'è dolce
e onorato di pigliar fama da un tanto
Letterato e da Voi.
Ne a Voi nè al Pubblico ho io altro
a dire di queste Lettere appresso quello
che nella prima delle medesime è detto.
Quanto alle difficoltà da me incontrate
in questo genere di comporre presso che
nuovo fra noi, gl'intelligenti se ne accor-
geranno di leggieri; e forse saran questa
volta meno ritrosi che non sogliono. Se
non che quelli tra loro che sanno come
scrivete Voi, perdonandomi ogni altra co-
sa,<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>{{pt|salute|salute}}, non vollero che io soddisfacessi al mio desiderio. Ne avrei potuto soddisfarlo pur oggi, senza una mano cortese del pari che illustre, la quale si è compiaciuta di riordinare e ripolire il mio manoscritto. Or questo venendo in luce, trae nuovi rabbellimenti dal vostro Nome. E benchè io divenga qui autore mercè l'opera altrui più che per la mia, ad ogni modo non voglio dolermene: m'è dolce e onorato di pigliar fama da un tanto Letterato e da Voi.
Ne a Voi nè al Pubblico ho io altro a dire di queste Lettere appresso quello che nella prima delle medesime è detto. Quanto alle difficoltà da me incontrate in questo genere di comporre presso che nuovo fra noi, gl'intelligenti se ne accorgeranno di leggieri; e forse saran questa volta meno ritrosi che non sogliono. Se non che quelli tra loro che sanno come scrivete Voi, perdonandomi ogni altra co-
{{A destra|sa,}}<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: sa, non vorranno perdonarmi questa, che a chi colorisce con sì fresca vaghezza i suoi acuti e vivi pensieri io mandi in do- no una sì languida dipintura. Ma Voi, Signora Marchesa, non vorrete pur sospet- tare questa loro severità: tanto al sommo ingegno congiungete una prerogativa più rara, più innocua, più amabile ancora dell' ingegno medesimo! Io non so se la condizione a che le in- fermità m'han ridotto, consentirà ch...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>sa, non vorranno perdonarmi questa, che
a chi colorisce con sì fresca vaghezza i
suoi acuti e vivi pensieri io mandi in do-
no una sì languida dipintura. Ma Voi,
Signora Marchesa, non vorrete pur sospet-
tare questa loro severità: tanto al sommo
ingegno congiungete una prerogativa più
rara, più innocua, più amabile ancora
dell' ingegno medesimo!
Io non so se la condizione a che le in-
fermità m'han ridotto, consentirà ch'io
più scriva; nè certamente sarebbe perdita
di alcuno, dove non potessi più farlo:
ben io ci perderei, io che avrei nell' a-
bello e caro ar-
nimo di trattare il più
gomento che m' abbia mai forse avuto,
quello che m' ha somministrato la operosa
vostra, sollecitudine intorno a' tristi miei
giorni. Ma se questo libro è l'ultimo la-
voro della mia penna, poichè io lo fo
vostro, giovami di pensare, che que
pegni ancorchè tenuissimi, i quali ultima-
men-<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
22982
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>sa, non vorranno perdonarmi questa, che a chi colorisce con sì fresca vaghezza i suoi acuti e vivi pensieri io mandi in dono una sì languida dipintura. Ma Voi, Signora Marchesa, non vorrete pur sospettare questa loro severità: tanto al sommo ingegno congiungete una prerogativa più rara, più innocua, più amabile ancora dell'ingegno medesimo!
Io non so se la condizione a che le infermità m'han ridotto, consentirà ch'io più scriva; nè certamente sarebbe perdita di alcuno, dove non potessi più farlo: ben io ci perderei, io che avrei nell'animo di trattare il più bello e caro argomento che m'abbia mai forse avuto, quello che m'ha somministrato la operosa vostra, sollecitudine intorno a' tristi miei giorni. Ma se questo libro è l'ultimo lavoro della mia penna, poichè io lo fo vostro, giovami di pensare, che que pegni ancorchè tenuissimi, i quali ultima-
{{A destra|{{Pt|men-}}}}<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: mente ci sono lasciati dagli uomini, pur tornano graditi; e negli animi bennati non se ne spegne mai la memoria. Di Covignano 13. Aprile 1795.
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>mente ci sono lasciati dagli uomini, pur
tornano graditi; e negli animi bennati non
se ne spegne mai la memoria.
Di Covignano 13. Aprile 1795.<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Bertola de' Giorgi, Aurelio - Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni, 1795 - BEIC IE3406618.djvu/15
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: A CHI LEGGE. Si I avverte che per compendio nella Carta del Corso del Reno da Magonza fino a Dusseldorf si è tronca- to il Corso del medesimo in due porzioni, allogandole mon successivamente, ma una sotto all' altra nello stes- so foglio: la porzione superiore mette capo nella infe- riore al punto della città di Andernach. I nomi di alcune città, le quali hanno il lor corri- spondente in Italiano, sonosi in essa Carta sc...
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proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>A CHI LEGGE.
Si
I avverte che per compendio nella Carta del Corso
del Reno da Magonza fino a Dusseldorf si è tronca-
to il Corso del medesimo in due porzioni, allogandole
mon successivamente, ma una sotto all' altra nello stes-
so foglio: la porzione superiore mette capo nella infe-
riore al punto della città di Andernach.
I nomi di alcune città, le quali hanno il lor corri-
spondente in Italiano, sonosi in essa Carta scritti alla
Tedesca per uniformarsi ai nomi degli altri paesi che non
potrebbero avere quel corrispondente senza una novità a-
scura e stravagante più d' una volta. Ma non sarà
difficile intendere che Mainz vuol dir Magonza, Coblenz
Coblenza, Bonn Bonna, Coelln Colonia, Mein Meno,
Mosel Mosella, Karthaus Certosa, ec.
Non è chi non possa accorgersi del pregio di que-
sta Carta, in cui spiccano con tanta distinzione le
svolte tutte del fiume; e le città, furtezze, borghi, vil-
lag-<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: laggi adjacenti e sono esattamente situati, e vi è espres- sa pur anche la rispettiva lor forma. I sei Rami numerati rappresentano I. Veduta della città di Heidelberga dalla parte di Levante per la pag. 22. II. Pianta della città di Magonza per la pag. 33. III Veduta della città di Bingen e della Imboc- catura del fiume Nae per la pag. 47. IV. Veduta della città di Coblenza per la pag. 108. v. Veduta delle Sette Montagne...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>laggi adjacenti e sono esattamente situati, e vi è espres-
sa pur anche la rispettiva lor forma.
I sei Rami numerati rappresentano
I. Veduta della città di Heidelberga dalla parte
di Levante per la pag. 22.
II. Pianta della città di Magonza per la pag. 33.
III Veduta della città di Bingen e della Imboc-
catura del fiume Nae per la pag. 47.
IV. Veduta della città di Coblenza per la pag. 108.
v. Veduta delle Sette Montagne per la pag. 168.
VI. Veduta della città di Bonna dalla parte infe-
riore del fiume per la pag. 170.<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Bertola de' Giorgi, Aurelio - Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni, 1795 - BEIC IE3406618.djvu/19
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Marcella Medici (BEIC)
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proofread-page
text/x-wiki
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: VIAGGIO SUL RENO E NE SUOI CONTORNI FATTO NELL' AUTUNNO DEL 1787. LETTERA I. Io potrei quasi dire di aver con voi fatto il mio viaggio sul teno, su questo fiume, le cui rive già alquanto prima di Magonza formano una delle più pittoresche terre d' Europa. Guardando e notando io vi bramava pur meco; e talvolta ancora mi vi fi- gurava al mio fianco; e così parevami di godere an- che più, dividendo quei cari piaceri con un'...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>VIAGGIO
SUL RENO
E NE SUOI CONTORNI
FATTO NELL' AUTUNNO DEL 1787.
LETTERA I.
Io potrei quasi dire di aver con voi fatto il mio
viaggio sul teno, su questo fiume, le cui rive già
alquanto prima di Magonza formano una delle più
pittoresche terre d' Europa. Guardando e notando io
vi bramava pur meco; e talvolta ancora mi vi fi-
gurava al mio fianco; e così parevami di godere an-
che più, dividendo quei cari piaceri con un' anima
sì pronta sì gentile si esercitata nel contemplare ogni
specie di bello come la vostra. Ma perchè sembri
in qualche modo anche a voi di avere viaggiato me-
co, eccovi alquante lettere scritte per voi, e scrit-
te in gran parte nell'atto stesso che venivasi na-
vigando: nè lascio questa circostanza che può a
voi raccomandarmi quanto alla esattezza,
la quale
se è il primo pregio in ogni scrittor di viaggi, in
me potrebbe essere anche il solo.
Mal comprendo come queste rive maravigliose ab-
bia-<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
22982
/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: LE LETTERA II. Idea generale delle Montagne del Reno. catene montane, di che il Reno è stretto da presso, o via via corteggiato da lunge, sono alpi Elvetiche, monti Vogesi, Hundsrak, Meliboco, Oden- wald, Spessart, e alquante diramazioni inferiori de monti settentrionali della Germania. Or tutte queste catene possono rispetto al fiume dividersi in due parti principali, a dritta l'una, l'altra a sinistra. Su questa mano o...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>LE
LETTERA II.
Idea generale delle Montagne del Reno.
catene montane, di che il Reno è stretto da
presso, o via via corteggiato da lunge, sono alpi
Elvetiche, monti Vogesi, Hundsrak, Meliboco, Oden-
wald, Spessart, e alquante diramazioni inferiori de
monti settentrionali della Germania. Or tutte queste
catene possono rispetto al fiume dividersi in due
parti principali, a dritta l'una, l'altra a sinistra.
Su questa mano oltre a quel corso di alture che
procede dall' alpi Elvetiche, incontrasi la dirama-
zione de' Vogesi o Vosgi, i quali pigliano principio a
confini della Sciampagna, della Franca-Contea, e della
Lorena stendendosi dall' est all' ovest separano la
Contea di Borgogna dalla Lorena, e questa dall'Al-
sazia piegando al nord, e correndo quasi paralleli al
Reno. Allargandosi alquanto verso le frontiere del
Palatinato, formano quel distretto montano, ch'è
detto Hart. Prolangansi poi verso il Ducato di Due
Ponti, si estendono nel paese di Treviri, e si uni-
scono alle montagne dell' Hundsruk, le quali per
mezzo, di varj bracci inferiori toccano i monti set-
tentrionali della Germania. Più verso ponente dila-
tansi sotto varj nomi fra la Mosella e la Mosa. Ric-
che d'alberi e di frutici del pari che di buoni pasco-
Hi, aprono in oltre nel lor seno più riposto vaghis-
simi anfiteatri. I fiumi considerabili che ne deriva-
no, vanno a metter foce in tre mari, nel Mediter
Faneo<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: IOTEC STA BIB 16 Io LETTERA FI Corso del Reno fino a Spira. avea già considerato, traversando le Alpi, una parte della triplice sorgente del Reno; e l'avea am- mirato laddove verso Sciaffusa vien giù precipitan- dosi dall' alto in tutta la sua larghezza; caduta che io non lascerei di descrivere, dove potessi lusingar- mi di pareggiare il vero, non che i molti che l' han già descritta. L'avea vagheggiato fatto e più tran-...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>IOTEC
STA
BIB
16
Io
LETTERA FI
Corso del Reno fino a Spira.
avea già considerato, traversando le Alpi, una
parte della triplice sorgente del Reno; e l'avea am-
mirato laddove verso Sciaffusa vien giù precipitan-
dosi dall' alto in tutta la sua larghezza; caduta che
io non lascerei di descrivere, dove potessi lusingar-
mi di pareggiare il vero, non che i molti che l' han
già descritta. L'avea vagheggiato fatto e più tran-
quillo e più grande, allorchè divide signorilmente
Basilea in due parti: coll' animo poi alquanto freddo
l' avea accompagnato buon tratto, allorchè lascian-
do l' Elvezia, prende nelle pianure d'Alsazia un as-
petto tristamente magnifico ed uniforme.
I maggiori cangiamenti ch' egli si faccia nella sua
direzione fino a Spira, possono segnarsi sotto Basi-
lea principalmente, dove da ponente si torce a set-
tentrione, e incomincia indi a poi a formicolare d'i-
sole; in oltre alquanto innanzi Brisach, e alquanto
dopo Strasburgo, dove propende a levante. I suoi
tributarj fino al termine summentovato contansi pres-
so a cinquanta; e i principali sono la Tura, l'Aar,
la Birsa, l'Elz, il Rinzing, l'Ill, la Sora, il Mot-
ter, la Murga.
Il celebre sig. Schatz ha osservato che le maggio-
ri alterazioni di questo fiume avvengono verso il tem-
po degli equinozj: allora aumenta le sue acque, qua
scopre isole, là ne ricopre, ne forma di nuove, va-
ria<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: HOTEC STA LETTERA IV. Contorni del Reno. Monti di Spira Concepirà di leggieri i confini della corsa ch'io died? ai monti di Spira, chi prenda a disegnare un trian- golo, da questa città inoltrandosi verso sudovest fin sopra i primi monti, di là quasi direttamente per contro a Neustat, e ripiegando poi da questa pic- cola città del Palatinato a Spira lungo il fiumicello Spejerbach. La valle che allargasi disegualmente per...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>HOTEC
STA
LETTERA IV.
Contorni del Reno.
Monti di Spira
Concepirà di leggieri i confini della corsa ch'io died?
ai monti di Spira, chi prenda a disegnare un trian-
golo, da questa città inoltrandosi verso sudovest fin
sopra i primi monti, di là quasi direttamente per
contro a Neustat, e ripiegando poi da questa pic-
cola città del Palatinato a Spira lungo il fiumicello
Spejerbach.
La valle che allargasi disegualmente per alquan-
te miglia, è fertile e popolata. Si sale indi dolce-
mente per tortuosi vialetti or lambiti da freschi
ruscelli, or ombreggiati da bei gruppi boscosi ; e si
giugne a quelle selve di viti di che i colli son
ricoperti. Dai contorni del borgo di Wejer signo.
reggiasi una deliziosa gradazione di pendii, l'ultimo
de' quali ci rappresentava l'immagine di una marina
dolcemente agitata. Salendo ancora, ed è il salir
sempre facile e sempre per mezzo a vigneti, il tea-
tro che apresi sotto, è ricco e vario oltre modo: le
catene di là dal Reno ma distintissime, e questo
gran fiume in più punti; di qua e monti e colli di
eento aspetti e colori, e foreste e boschetti; e ol-
tre le città di Spira e Landau, quanti horghi e vil-
Jaggi contansi mai di là, o a dir meglio non si con-
sano, tanti pur sono! Corre voce che gli abitan-
ti
t
R
2
I<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: OTEC STA LETTERA V. Contorni del Reno. Heidelberga Giace Heidelberga a 17 miglia da Spira. La villa Elettorale di Schwezinghen che incontrasi dopo due terzi circa di cammino, ridonda di tutte le delizie e di tutti gli ornamenti più nobili e più sottili dell' arte; ma giace in pianura umida e malinconica: ep- pure appartiene ad un principe, il quale possiede intorno al Reno i più ameni e salubri paesetti del mon- do. Di l...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>OTEC
STA
LETTERA V.
Contorni del Reno.
Heidelberga
Giace Heidelberga a 17 miglia da Spira. La villa
Elettorale di Schwezinghen che incontrasi dopo due
terzi circa di cammino, ridonda di tutte le delizie
e di tutti gli ornamenti più nobili e più sottili dell'
arte; ma giace in pianura umida e malinconica: ep-
pure appartiene ad un principe, il quale possiede
intorno al Reno i più ameni e salubri paesetti del mon-
do. Di là un superbo viale di cinque miglia spalleg-
giato da begli alberi conduce fin sotto Heidelberga.
I monti intessono mutabili prospetti al medesimo; e
a' suoi fianchi ma alquanto da lungi gruppi di folte
siepaglie e due gran boschi a foggia di semicerchi
fan come l'uffizio dell'ombre per contro alla ricca
luce di questo dipinto. Finalmente apresi la gola per
cui scende il Neker, e dove siede la città, alla qua-
le fan vario corteggio e molli pendii e disagevoli
alture, dove la industria mostra aver consumato l'e-
stremo delle sue forze.
Balsamiche sono l'aria e l'acqua di questa città,
che contiene fra cattolici, luterani e calvinisti dieci
mila abitanti: è angusta, stringendola il monte da
un lato, il Neker dall' altro. Il ponte di pietra ch'è
Stato novellamente gittato sopra questo, non sarebbe
indegno di una capitale: Heidelberga cessò di esses,
cale<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 07 LETTERA VE Contorni del Reno, Il Bergstras. LA serie di colli che occupa di là dal Neker a si- nistra lo spazio frapposto tra Heidelberga e il borgo di Heppenheim, e tra questo e i terreni magri e sab- biosi verso Darmstat, è notissima sotto il nome di Bergstras, ch'è quanto dire la via del monte. Siepi, filari d'alberi, campetti, viti a cocchio e a festo- ni, piante fruttifere, ancor di quelle che direbbesi mal compo...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>07
LETTERA VE
Contorni del Reno,
Il Bergstras.
LA serie di colli che occupa di là dal Neker a si-
nistra lo spazio frapposto tra Heidelberga e il borgo
di Heppenheim, e tra questo e i terreni magri e sab-
biosi verso Darmstat, è notissima sotto il nome di
Bergstras, ch'è quanto dire la via del monte. Siepi,
filari d'alberi, campetti, viti a cocchio e a festo-
ni, piante fruttifere, ancor di quelle che direbbesi
mal comportare quel clima, questi ed altri modi di
cultura e prodotti mi rappresentavano in più luoghi
una viva immagine delle nostre colline. Ben disse
l'imperatore Giuseppe II. sul primo vedere il Berg-
stras: eccomi in Italia.
Quello ch'è particolare al sito, si può ridurre alle
tante e sì ben legate sue elevazioni di un ondeg-
giar gentilissimo, alle fresche gole e vallette che
sembrano disposte a procurare intervalli di riposo
all' occhio del pari che al piede, ad alcun ripido
dorso ornato inaspettatamente di tralci, e riccamen-
te vellutato di praterie, a rimoti prospetti di magnifi-
ci boschi, a singolar varietà nelle specie del verde
sotte tuttavia qua è là da sanguigni colori delle frut-
te. Tutti questi colli poi vengono formando un cer-
chio assai largo verso la pianura; e il lor tondeggia-
te è sì dimesso e soave, che ancor quando uno è
pres-<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: LETTERA VII. Rive del Reno. Da Manheim a Magonza. CHi ha veduto Manheim allorchè vi risedeva la Corte, a stento la riconoscerebbe oggi Sotto que sta città entra nel Reno il Neker, superbo di tren- tacinque influenti; quanti non ne vanta altro mag- gior tributario Renano. Nasce nella Selvanera non così discosto dalle sorgenti del Danubio: e verso la città di Tubinga si torce in modo per contro a que- sto, che si direbbe i...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>LETTERA VII.
Rive del Reno.
Da Manheim a Magonza.
CHi ha veduto Manheim allorchè vi risedeva la
Corte, a stento la riconoscerebbe oggi Sotto que
sta città entra nel Reno il Neker, superbo di tren-
tacinque influenti; quanti non ne vanta altro mag-
gior tributario Renano. Nasce nella Selvanera non
così discosto dalle sorgenti del Danubio: e verso la
città di Tubinga si torce in modo per contro a que-
sto, che si direbbe incerto di morire Svevo, o di an-
dare a portar le sue acque fuori della sua patria.
Ove diasi un'occhiata al corso del Neker, si ver-
rà a comprendere quale appoggio possa pigliar dal
medesimo il commercio di molte interne provincie
Germaniche, che sua mercè partecipano sì agevol-
mente d'altre rimote provincie, non che del ma-
re. Non è cosa che non dovesse tentarsi per inco-
raggire e render vie più libera la navigazione tutta
del Reno, sul quale dalle falde del S. Gotardo si
può quasi far un volo fino all'oceano. E la Mosella
e il Meno e la Lana quant'altre interne comunica-
zioni non procaccian eglino con poca fatica! Qual
fiume mai più atto del Reno a servire a una gran
nazione?
Basse, malinconiche, uniformi sono le terre che
spalleggiano questo confluente. Ma indi a poche mi-
glia<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: LETTERA VIII Contorni del Reno fra Magonza e Francoforte AS Rive del Reno: Magonza. Ssai degne ancora di essere vedute e nomina- te sono le terre poste fra Magonza e Francoforte: in uno spazio di circa dodici miglia in lungo e sei in largo vi si contano otto piccole città, cinque gros si borghi, e più di settanta villaggi. A Wickeard villaggio situato a sei miglia da Ma gonza, balza agli occhi una più nuova forma di paes...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>LETTERA VIII
Contorni del Reno fra Magonza e Francoforte
AS
Rive del Reno: Magonza.
Ssai degne ancora di essere vedute e nomina-
te sono le terre poste fra Magonza e Francoforte: in
uno spazio di circa dodici miglia in lungo e sei in
largo vi si contano otto piccole città, cinque gros
si borghi, e più di settanta villaggi.
A Wickeard villaggio situato a sei miglia da Ma
gonza, balza agli occhi una più nuova forma di paese.
Parte del monte detto Wetteraw vien giù stenden-
dosi fino alle rive del Meno, e forma due colline,
sopra una delle quali è lo stesso Wickeard, e sull
altra Hocheim. I contorni del primo producono vi-
ni eccellenti ; ma ancor più squisiti si hanno dai vi❤
gneti di Hocheim; quindi dal suo nome danno gl' In-
glesì il nome di Hock a tutti i vini Renani. La stra-
da che da questo villaggio conduce a Magonza, of
fre così deliziosa varietà di vedute, come se si di-
stendesse a molte miglia, e non è che di tre sole
il confluente del Reno e del Meno è uno de' più bei
punti che vi si godano, grande e maestoso, dove gli
altri sono gentili ed ameni. Gli abitanti di questi
luoghi son robusti, ben fatti, e di un'indole gaja
La sera del dì diciotto settembre giunsi a Magon-
2a, la cui situazione è incomparabile, la popolazio
e di oltre a venticinque mila abitanti; nè il fabbrica<noinclude><references/></noinclude>
dajtpqg4v5657invpvfp6gp47m2peev
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Modafix
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/* Trascritta */
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|352|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>me altri 4. del Reggimento di Navarra. Questa sera si osservò, che il nemico cominciava ad aprir la trinciera. La mattina de’ 3. si scoprirono i suoi lavori di due linee paralelle, che cominciate dalla riva del fiume Segbe sino al Convento di S. Francesco, si giudicarono ogniuna 400. pertiche di longhezza. L’artiglieria del Castello fece tutto quel giorno fuoco sopra i lavori del nemico. Ne’ 4. perfezzionò le sue linee, e la notte non avanzò punto. Si fece gran fuoco dalla Città colla moschetteria, e di giorno dal Castello coll’artiglieria. La Cavalleria Portoghese fece due sortite, e condusse 25. prigionieri; et alcuni cavalli: ne’ 5. il nemico s’avvicinò 60. passi dal nostro nuovo forte sulla riva del fiume, da dove si fece gran fuoco tutta la notte.
Ne 6. il nemico travagliò notte, e giorno a’ suoi lavori, e le batterie della Piazza tirarono incessantemente col cannone, e mortari. Il Capitan Mingat entrò denro la Piazza.
Nel 7. il nemico travagliò tutta {{Ec|le|la}} notte, e s’incominciò a scoprire una delle sue batterie, che nel 8. cominciarono a farle giucare con quattro mortari verso il Castello: dopo la quale si scopersero 5.<noinclude>{{PieDiPagina|||pez-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: BLIOT OTEC 36 LETTERA IX, Rive del Reno. Da Magonza a Eubingen. ENtrammo in barca sul far del giorno. Vago e si- gnorile ad un tempo è il prospetto di Magonza, e de' suoi morbidi colli che ci godevamo nell'atto di al- lontanarcene; e un' aria grandiosa avea per noi il lunghissimo ponte di barche già seminato di gente e di carri; il quale interrompimento del fiume a' no stri occhi ne offriva al di là non so qual sembiante...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>BLIOT
OTEC
36
LETTERA IX,
Rive del Reno.
Da Magonza a Eubingen.
ENtrammo
in barca sul far del giorno. Vago e si-
gnorile ad un tempo è il prospetto di Magonza, e
de' suoi morbidi colli che ci godevamo nell'atto di al-
lontanarcene; e un' aria grandiosa avea per noi il
lunghissimo ponte di barche già seminato di gente
e di carri; il quale interrompimento del fiume a' no
stri occhi ne offriva al di là non so qual sembiante
gradevole di dubbiezza. Il borgo di Cassel poi sul-
Ja riva diritta e in cui mette il ponte, e le ele-
ganti abitazioni sparse per le verdi pendenze spez-
zano in varie maniere il color del fiume e della
campagna. Un venticel fresco increspava leggermen-
te le acque, e sibilava gratissimo per mezzo agli al-
beri delle rive.
Queste circa un miglio oltre Magonza sono ingom-
brate da folti salici: quindi comparvero uniformi e
insipidamente malinconiche al sig. de Luc, che ve-
niva su contro corrente radendole. Noi però tenen-
doci in mezzo, scoprivamo dietro ai salici e gli og-
getti stessi che avevamo osservati presso la città, e
talvolta più spiccati e più varj, e scoprivamo e da
lungi e da presso altri oggetti ancor nuovi. Sopra
tutto venivano aprendoci un ricco teatro le catene
de' monti al settentrione, distanti da Magonza una
quin-
I
S
S
1<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: OTEC STA BIBL BLIOT LETTERA X. Rive del Reno. Da Eubingen a Bingen. E Rano circa sei ore che facevamo cammino, quasi- do vedemmo i monti ristringersi vieppiù sovra il fiume, e serrarlo poi quasi in aria minacciosa d'im- pedirgli il passaggio. Dalla parte orientale levano la fronte più alta ed ardita: non però han potuto sottrarsi alla signoria dell' uomo, che sulle schiene meglio sferzate dal mezzo giorno vi ha recate le...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>OTEC
STA
BIBL
BLIOT
LETTERA X.
Rive del Reno.
Da Eubingen a Bingen.
E Rano circa sei ore che facevamo cammino, quasi-
do vedemmo i monti ristringersi vieppiù sovra il
fiume, e serrarlo poi quasi in aria minacciosa d'im-
pedirgli il passaggio. Dalla parte orientale levano
la fronte più alta ed ardita: non però han potuto
sottrarsi alla signoria dell' uomo, che sulle schiene
meglio sferzate dal mezzo giorno vi ha recate le vi-
ti: la parte occidentale meno aspra e ripida è quasi
un bosco di vigneti. Così dopo aver salutati a sini-
stra i villaggi di Kempten e di Rochusberg, e a de-
stra la borgata di Rudesheim, ci trovammo ne' con-
torri della montagna di questo nome, nella quale
chiaramente apparisce lunga essere stata la guerra
che sonosi fatta tra loro l'industria e la natura del
luogo: pur quella ha riportato più d' una vittoria,
e si dispone a riportarne altre ancora. Schieransi t
vigneti in file lunghissime su per quella schiena rit-
ta e scoscesa, ed hanno il necessario riparo di al❤
trettante file di muricciuoli. Gli schisti stessi della
roccia, secondo che l'azione dell' aria va scomponen-
dogli, servono mirabilmente a ristorare i muricci-
uoli ad un tempo e il terreno: gl' intervalli tra
una fila e l'altra sono alquanto spaziosi; locchè se
pon giova a' vignajuoli, piace però assai a coloro che
ga-<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: Mavigano sul Reno; a' quali offresi una specie di maestoso musaico nella quadruplice fascia che abbrac cia il monte; verde una di vigneti, l' altra nereg- giante per gli strati di terra grassa disposti ad ac- coglierli, indi la bianca de' muricciuoli, e tratto trattò una ancor più larga ed irregolare tinta a ci- nerin grigio della roccia nuda ed alpestre. Non di- rò già pellegrini questi oggetti ne' luoghi montani; ben d...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>Mavigano sul Reno; a' quali offresi una specie di
maestoso musaico nella quadruplice fascia che abbrac
cia il monte; verde una di vigneti, l' altra nereg-
giante per gli strati di terra grassa disposti ad ac-
coglierli, indi la bianca de' muricciuoli, e tratto
trattò una ancor più larga ed irregolare tinta a ci-
nerin grigio della roccia nuda ed alpestre. Non di-
rò già pellegrini questi oggetti ne' luoghi montani;
ben dirò tale l'effetto che qui ne risulta pel gran-
de e quasi isolato corpo che le fasce attraversano,
pe' vaghi punti che formano il borgo di Rudesheim
che si direbbe giacer là in guardia de' solitarj vigne-
ti, e il castello di Ehrenfels piantato sulle cime del
monte; per le reali acque in cui questo animoso
variopinto gigantè degnamente si specchia; pel con-
trasto finalmente che oppongono le terre vicine,
quelle soprattutto dell' altro margine che hanno un
men difficile pendio, e che brillano interamente del
la più fresca verdezza.
E' notissimo di che mirabile effetto sieno i con-
trasti nelle opere dell' arte; ed hanno una magica
forza negli spettacoli della natura. Ma in questi (e
potrà forse dirsi lo stesso di quelle) v' hanno alcu-
ni contrasti di una specie che non è fatta per tutti
gli occhi. Nascono da sottili gradazioni, da fugge-
voli corrispondenze, da masse, da colori direi quasi
modesti, perocchè non esternano a bella prima tut-
te le rispettive lor differenze, tutte le lor furtive mi
stioni. A ben ravvisarle, a discernerle conviene aves
occhio alquanto accostumato al bello campestre.
Le<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: BLIOT 44 LETTERA XI. Rive, Contorni e Appartenenze del Reno i Bingen. Il fiume Nae. LA piccola città di Bingen, che ebbe l' onore di essere ampliata da Druso, e fu restaurata dall' im- peratore Giuliano, siede presso la foce della Nae Nel breve spazio frapposto ad essa foce e a quella del Meno è a notarsi il numero degli influenti, alcuni de' quali sembrano tanti svariati golfi disposti lungo Pamabil mare che si va solca...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>BLIOT
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LETTERA XI.
Rive, Contorni e Appartenenze del Reno i
Bingen. Il fiume Nae.
LA piccola città di Bingen, che ebbe l' onore di
essere ampliata da Druso, e fu restaurata dall' im-
peratore Giuliano, siede presso la foce della Nae
Nel breve spazio frapposto ad essa foce e a quella del
Meno è a notarsi il numero degli influenti, alcuni
de' quali sembrano tanti svariati golfi disposti lungo
Pamabil mare che si va solcando. Più considerabile
ancora è il numero delle isolette da contarsi forse
fino a venti. Vuolsi ancora in così adorno tratto del
Reno por mente alla magnifica svolta che esso fa al
settentrione dall' occidente, sulla qual direzione si
era messo alquanto oltre Spira: si direbbe rinchiu-
sa tra le foci del Meno è della Nae; ed è la più
grande a che si arrischj da Basilea fino alla sua di
visione.
Ponemmo piè su questa riva, ed entrammò nella cit-
tà: ma non avremmo noi forse fatto meglio a posa-
re altrove? Mi ricorsero quì al pensiero é Sirmio-
ae ed altri luoghi del magico lago di Garda sì va-
ghi a vedersi al di fuori, sì squallidi dentro. Mal-
contenti nulla meno della scortesià degli abitanti,
passammo a visitare le rive della Nae. E siccome
ne' viaggi da me poi fatti nelle provincie Renane
Fernandomi indietro per terra, non solo ho rivedu-
to
9<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: MA MPE LETTERA XII Rive del Reno. Da Bingen a Asmanshausen. LAN Nae fece dinanzi a noi una nuova e assai bel- la comparsa, come ci trovam no rimpetto alla sua foce: la vedemmo quasi un lungo canale cavalcato da un ponte venir giù per un' amena gola di monti, c far nobilmente suo ingresso nel Reno; il quale ma- sera di voler andare incontro a questo veramente fa vorito fra i tanti vassalli suoi: la stessa gola poi ne offr...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>MA
MPE
LETTERA XII
Rive del Reno.
Da Bingen a Asmanshausen.
LAN
Nae fece dinanzi a noi una nuova e assai bel-
la comparsa, come ci trovam no rimpetto alla sua
foce: la vedemmo quasi un lungo canale cavalcato da
un ponte venir giù per un' amena gola di monti, c
far nobilmente suo ingresso nel Reno; il quale ma-
sera di voler andare incontro a questo veramente fa
vorito fra i tanti vassalli suoi: la stessa gola poi ne
offri un vago prospetto; e la comparsa che la città
ancora fa quivi, piglia risalto e dalla gola e dall' in.
fluente.
Sporge per contro ad essa una punta, oltre la qua-
le il Reno di placido che era, diviene rumoroso e
spumante, scorrendo più ristretto fra scogli, che mi
nacciano naufragio a navigatori imperiti. Noi non vi
passammo nel miglior tempo, perocchè nè il fiunie
amenava tant' acqua da permetterne un tragitto im
pune sopra gli scogli, nè si poca, onde spuntando-
ne fuori le acute cime, ci fosse quindi palese il vare
Co sicuro.
Come fummo felicemente al di là, la idee del pe-
ricolo già passato creavano nell' animo un singolar
contrapposto coll' amenità di che ci eravamo dianzi
pasciuti. Questo luogo è detto Bingher-Loch, cioè
Buca di Bingen: vi si legge per dir così una pir
ta<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: OTEC LETTERA Rive del Reno. XIII 21 in a. n e Da Asmanshausen a Lórrich. Dopo una risentita svolta al sudest, il Reno & serrato più dappresso da' monti che alquanto s' ina- sprano a destra sopra tutto, nè per lungo tratto appa- riscono abitazioni: le viti intanto occupano le falde dell'una e dell'altra riva. Ma ecco indi a poco no- velle scene. E chi potrebbe qui tener conto delle fortezze danneggiate o dalle età o dalle...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>OTEC
LETTERA
Rive del Reno.
XIII
21
in
a.
n
e
Da Asmanshausen a Lórrich.
Dopo una risentita svolta al sudest, il Reno &
serrato più dappresso da' monti che alquanto s' ina-
sprano a destra sopra tutto, nè per lungo tratto appa-
riscono abitazioni: le viti intanto occupano le falde
dell'una e dell'altra riva. Ma ecco indi a poco no-
velle scene. E chi potrebbe qui tener conto delle
fortezze danneggiate o dalle età o dalle guerre, e
che giganteggiano bizzarramente in più forme ; delle
borgate, de' gruppi di rocce e di monticelli, che
sulla sinistra feriscono si piacevolmente gli occhi da
lonzano, e fannosi con gran diletto aspettar vicini?
I borghi e i villaggi variano sempre nell' aspetto in
che si presentano, cosicchè si direbbe averli alcuno
qui tutti disposti ad arte a formarvi differenti pro-
spettive: ora sembrano comporre una lunga lista ora
un gruppo ora un grand' arco ora un' ala ora una
massa sola ora molte interrotte dalla verdura, dietro
cui spunta sovente il prospetto delle aperte fauci de
monti.
Invitano essi borghi e villaggi a qualche ricerca
sulla lor posizione, sulla lor forma: e non è malage-
vole riconoscere, che l'una e l'altra secondano mi-
rabilmente la natura del luogo. Sorgono sulle altura
e vi si dispiegano in cerchio, laddove i monti fan-
no
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: OTEC 54 LETTERA XIV. Rive del Reno Da Lorrich a Caub. Lorrich, borgata appartenente a Magonza, giace sulla riva orientale; spira freschezza e giocondità la sua valletta frammezzata da un tenue tributario del Reno, il Gladebach, il quale si usurpa le acque di cinque o sei suoi uguali. Dove le vicine rupi ton- deggiano un poco, tutto è in signoria delle viti; do- ve il pendlo è più ripido, e la sommità più preci- pitosa, s...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>OTEC
54
LETTERA XIV.
Rive del Reno
Da Lorrich a Caub.
Lorrich, borgata appartenente a Magonza, giace
sulla riva orientale; spira freschezza e giocondità la
sua valletta frammezzata da un tenue tributario del
Reno, il Gladebach, il quale si usurpa le acque di
cinque o sei suoi uguali. Dove le vicine rupi ton-
deggiano un poco, tutto è in signoria delle viti; do-
ve il pendlo è più ripido, e la sommità più preci-
pitosa, si contentano delle sedi più basse, lascian-
do quegli spazj pertinacemente orridi e ingrati ad
irte boscaglie con cui confinano: e queste con unz
specie d'impudenza e sporgon fuori e frascheggiano,
e vogliono esser vedute le prime: nè già fanno al-
tramente nel mondo i meno piacevoli e i mene
utili fra gli uomini.
Presso il villaggio di Heimbach a sinistra alcuni or-
ticelli vengono quasi strisciandosi sotto le balze, il
cui selvaggio è tuttavia fantasticamente spezzato da
una gola si raggaurdevole per venuste tortuosità e
per lucente colture, che poche altre di queste rive
l'agguagliano. Dallo stesso lato torreggia il castel-
lo di Fürstenberg: e là dove poi il Reno s' apre gran
diosamente, siede la città di Bacharach già incendia
ta dalle guerre nel 1689. Poco prima di giugnervi, ve
demmo i vigneti tenere spazj maggiori, e ostentare
qua<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 58 LETTERA * Rive del Reno. Da Caub a Oberwesel e ai Monti dell' Eco. Ranzammo a Caub e ne partimmo un' ora dop il mezzodì. Ci temperava gli ardori del sole un ven ticello, e ben perciò ne parve cortese; ma favoren- do in oltre la nostra navigazione, affrettava il nostro cammino, e ne riusciva alquanto importuno. Ober- wesel avea già fatto a' nostr' occhi un' insigne com- parsa: v' hanno luoghi moltissimi e sul Reno e al...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>58
LETTERA *
Rive del Reno.
Da Caub a Oberwesel e ai Monti dell' Eco.
Ranzammo a Caub e ne partimmo un' ora dop
il mezzodì. Ci temperava gli ardori del sole un ven
ticello, e ben perciò ne parve cortese; ma favoren-
do in oltre la nostra navigazione, affrettava il nostro
cammino, e ne riusciva alquanto importuno. Ober-
wesel avea già fatto a' nostr' occhi un' insigne com-
parsa: v' hanno luoghi moltissimi e sul Reno e al-
trove che di lontano assai belli a vedersi, poco
nulla risaltano da vicino, e viceversa : ma questa pic-
ciola città appartenente all' Elettorato di Treviri pia-
ce e da presso e da lungi. I frammenti del vicino ca-
stello di Schonburg ricordano uno de' tanti ester-
minj bellici a cui sono state soggette queste riden-
ti contrade. Nè solo i segni di siffattti esterminj so-
no enormi e frequenti su per queste montagne e per
queste valli, ma la memoria ancora ne è vivissima ne-
gli abitanti. Siccome poi potrebbe fra queste rive
viaggiare utilmente e piacevlmente il poeta colla pen-
na alla mano, il dipintore colla matita, il fisico co
suoi strumenti, così l'uomo sensibile, studioso del-
le cose andate potrebbe qui con un libro di storia
alla mano andar rintracciando i luoghi ove le armi
han recato la strage e l'orrore; e bagnerebbe più
d'una volta il libro di lagrime.
Pri-<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: LETTERA XVI. Rive del Reno. Incontro di Pescatori. AD una delle tante voltate lungo lo sporgimente di quelle rocce le une incastrate dentro le altre, ci trovammo quasi alla bocca di un golfo, in cui ci Parve a bella prima di vedere una picciola squadra schierata in ordine di battaglia. Erano moltissime barchette da pesca disposte in due file dall'una par- te e dall' altra del fiume, il quale ha quivi singolar- mente pesc...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>LETTERA XVI.
Rive del Reno.
Incontro di Pescatori.
AD una delle tante voltate lungo lo sporgimente
di quelle rocce le une incastrate dentro le altre, ci
trovammo quasi alla bocca di un golfo, in cui ci
Parve a bella prima di vedere una picciola squadra
schierata in ordine di battaglia. Erano moltissime
barchette da pesca disposte in due file dall'una par-
te e dall' altra del fiume, il quale ha quivi singolar-
mente pesci in gran copia, e di squisito sapore, e
quivi ancor più che altrove è placido a segno che
direbbesi immoto. Parve a noi di passare quasi in
trionfo, inoltrandoci fra quelle barchette; nè già
tralasciammo di farci sopra alle più vicine, e di sta-
te alquanto su' remi, osservando le fatiche e la for-
tuna di que' pescatori. E bene ci si mostrarono essi
de' più contenti uomini del mondo non solamente
alle risposte, ma alla fisonomia ancora: la sanità ri-
dea freschissima sul lor volto.
Alcuni poeti hanno voluto dipingerne come pia-
cevole assai la vita che menano i pescatori, e co-
e saavi i loro costumi ed io credea veramente a
que' ritratti di piacevolezza e di soavità innanzi chę
mi fosse venuto sott' occhio l' originale: ma fra quer
sto e quelli poi non ho veduto che poca o nessuna
rassomiglianza; non l'ho veduta su' più ameni lagh
d'Italia; nè su quel golfo stesso, dove pur sembr
reb<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: En * e a+ n- LETTERA XVII. Rive del Reno. San Goar. 67 ati CI rimettemmo in cammino sul fiume, penetrando di го DO Sse he et un m 0- un Cu et 11- де he a ca or ve, cul no tuttavia e serpeggiando per sontuosi labirinti, er- rando dietro a que' tanti sporgimenti che fanno le rocce ardue, rotte, minacciose, ignude, senon- chè quasi una lanugine di musco ne ricama poche prominenze degli angoli meridionali Finalmente un altra...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>En
*
e
a+
n-
LETTERA XVII.
Rive del Reno.
San Goar.
67
ati CI rimettemmo in cammino sul fiume, penetrando
di
го
DO
Sse
he
et
un
m
0-
un
Cu
et
11-
де
he
a
ca
or
ve,
cul
no
tuttavia e serpeggiando per sontuosi labirinti, er-
rando dietro a que' tanti sporgimenti che fanno le
rocce ardue, rotte, minacciose, ignude, senon-
chè quasi una lanugine di musco ne ricama poche
prominenze degli angoli meridionali Finalmente un
altra voltata cangiò tutto ancora. Oh perchè non ho
io mezzi onde ritrarre con fedeltà i sì varj si bizzar-
ri scherzi della luce e dell' ombre, dal gittarsi che
queste facevano alternativamente qua e là sulle pun-
te e sul dorso maggiore de' monti lungo quella vol-
tata! esemplare fatto per tentare con gran forza e
dipintori e poeti, e che imitato potrebbe umiliar for-
Se i primi alcun poco, e partorire a' secondi un
trionfo.
Questi scherzi producono in uno stesso luogo can-
giamenti di scena singolarissimi ; e le montagne so-
no, per così dire, il lor regno. Si unisce ai medesi-
mi l'effetto de' mobili globi delle nuvole, le qua-
li spargono talvolta quasi un leggier velo sopra le par-
ti illuminate, o rendono anche più cupe le parti co-
Verte già d'ombra, o finalmente lasciano strisciare
fra l'ombre alcune irrequiete liste di luce. Tutti
questi accidenti cangiano di colore e di forma, non
sole<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: OTECA STAM 819 biano avuto finora sì scarso onore dai viaggiatori a perciocchè, tranne quello che ne scrive qua e là il sig. de Luc nel terzo e quarto volume delle sue lettere fisiche e morali sulla Storia della Terra e dell'Uomo, poche e brevi sono le descrizioni che ne leggiamo (a). E quantunque in quest' opera voi abbiate potuto pigliare idea delle più belle terre che questo fiume frammezza, nulladimeno io credo che n...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>OTECA
STAM
819
biano avuto finora sì scarso onore dai viaggiatori a
perciocchè, tranne quello che ne scrive qua e là
il sig. de Luc nel terzo e quarto volume delle
sue lettere fisiche e morali sulla Storia della Terra
e dell'Uomo, poche e brevi sono le descrizioni che
ne leggiamo (a). E quantunque in quest' opera voi
abbiate potuto pigliare idea delle più belle terre
che questo fiume frammezza, nulladimeno io credo
che non vi sarà affatto disutile la relazion mia per
la diversa direzione che il sig. de Luc ed io abbia-
mo tenuto di qui viaggiando. Aggiugnete che quest'
uom soave questo dottissimo viaggiatore non è
andato per le acque del Reno se non fra Coblenza
e Magonza, laddove io ho navigato da Magonza fi-
no a Colonia; aggiugnete che nelle sue narrazioni,
nelle sue descrizioni campeggia assai spesso il pro-
fondo naturalista; cosicchè alcuni che potrebbero
volere istruirsi intorno al Reno, potrebbero non vo-
lere internarsi ne' sistemi più spinosi, nè tinger-
'
si
(a) Tre anni dopo che io avea fatto e descritto il
Imo Viaggio, e quando a saggio del medesimo io n'avea
già pubblicato cinque Lettere, comparve il primo tomo di
un' opera tedesca Reis auf dem Rhein, e nel 1791 ne
usel il secondo tomo. Finalmente nello stesso anno 1791
sono stati pubblicati in Neuwied due volumetti in fran-
cese Voyage sur le Rhin Io non dirò nulla di queste
due opere: il giudizio che ne ha recato il Pubblico impar-
ziale, mi ha incoraggito a dar fuori la mia.<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: si le mani, per dir così, di mineralogia e di metal- lurgia nell' esame delle più minute operazioni della natura e dell' arte. Io ho cercato di narrare e di descrivere soprat- tutto per coloro che si piacciono di quelle campe- stri situazioni che ora muovono l'animo soavemente, ora l'agitano con forza e l'ingrandiscono: ho però aspirato talvolta a dar qualche cenno atto non già 2 soddisfare, ma a solleticare anzi vieppiù...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>si le mani, per dir così, di mineralogia e di metal-
lurgia nell' esame delle più minute operazioni della
natura e dell' arte.
Io ho cercato di narrare e di descrivere soprat-
tutto per coloro che si piacciono di quelle campe-
stri situazioni che ora muovono l'animo soavemente,
ora l'agitano con forza e l'ingrandiscono: ho però
aspirato talvolta a dar qualche cenno atto non già
2 soddisfare, ma a solleticare anzi vieppiù l'appetito
de' naturalisti; e mi sono poi ricordato con piace-
re di servire ai geografi colà soprattutto dov' erano
da notarsi e la progressione e l' andamento delle
montagne e la separazione delle lor acque, donde
sa ognuno qual copi e rilievo di conseguenze si
possi trarre intorno ai limiti naturali de' popoli, e
intorno alla ragione della temperatura e fertilità de'
paesi. La qual cosa ho io potuto fare agevolmente,
per avere corse e ricorse le terre adjacenti al Reno,
dopo aver già navigato sopra le sue acque; e nel
riordinar queste lettere ho avuto cura d'inserirvi it
meglio di quanto venne da me osservato allorchè
mi tornai indietro: nè questa sorta di anacronismo
darà molestia ad alcuno.
Per coloro finalmente che fossero disposti a visi
tare questo paese e principalmente per voi, io mi
sono proposto di fare ciò che farebbe alcuno, it
quale conducendoci a vedere una galleria a se 'già
ben nota, ne venisse tratto tratto dicendo: guar-
da; e mentovasse l'epoche, le scuole, gli autori.
Nè io dispererei di piacere anche a quelli che non
pens<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Bertola de' Giorgi, Aurelio - Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni, 1795 - BEIC IE3406618.djvu/23
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: TEGA STAN pensano punto di uscire della lor patria, dove mi fosse riuscito di accoppiare l'evidenza coll'esattezza. Ma in ogni modo mi parrà d'aver soddisfatto a tut- ti, se voi leggerete queste lettere con qualche se- gno di compiacenza; di che mi porterebbero grande invidia anche coloro i quali non si credessero da me soddisfatti. LETTERA II
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>TEGA
STAN
pensano punto di uscire della lor patria, dove mi
fosse riuscito di accoppiare l'evidenza coll'esattezza.
Ma in ogni modo mi parrà d'aver soddisfatto a tut-
ti, se voi leggerete queste lettere con qualche se-
gno di compiacenza; di che mi porterebbero grande
invidia anche coloro i quali non si credessero da
me soddisfatti.
LETTERA II<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/373
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Modafix
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/* Trascritta */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|353}}</noinclude>pezzi in batteria. La mattina de’ 9. {{Wl|Q3485934|cominciò il nemico a battere in breccia la muraglia della Città}} con 4. differenti batterie, 3. di 5. pezzi, et una di 4. e gli assediati cominciarono a travagliare alle tagliate dietro la breccia. Le bombe del nemico posero fuoco in questo giorno al magazino di paglia del Castello. La notte de’ 10. colla zappa si avvicinò il nemico alla breccia, e le bombe fecero qualche rovina nelle batterie della Piazza, vedendosi la sera qualche segno di fuoco.
Continuò negli 11. il nemico la zappa, etc. allargando molto la breccia col gran fuoco, che facean le sue batterie. La notte de’ 12. gli assediati travagliarono ad una nuova tagliata dietro del Convento de’ Carmelitani. La sera il nemico attaccò un’angolo avanzato della muraglia, dove si alloggiò, non ostante il fuoco continuo, che si fece dal nuovo Forte, e dalle muraglie. Il Sig. Principe ordinò una sortita di 100. uomini per disloggiare il nemico da detto angolo; ma avendolo trovato trincierato con tre tagliature, non lo poterono scacciare.
Il Maggiore degl’Inghilesi Rantsfore ebbe il braccio rotto, il Capitan degli Olan-<noinclude>{{PieDiPagina||Z|desi{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: TEGA raneo, nel Baltico, e in quello del Nord: i minori corrono al Reno la maggior parte. : A diritta sorgono per contro all' Hindsruk il Mal- chenberg, ossia Meliboco, è l' Odenwald fra Darm- stat e il Palatinato al sud del Meno: nel quale in- tervallo è degna da considerarsi la configurazione che pigliano le terre da' fiumi Neker è Meno che vi serpeggiano, Fra le montagne Germaniche più elevate ha nome il Meliboco e di...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>TEGA
raneo, nel Baltico, e in quello del Nord: i minori
corrono al Reno la maggior parte.
:
A diritta sorgono per contro all' Hindsruk il Mal-
chenberg, ossia Meliboco, è l' Odenwald fra Darm-
stat e il Palatinato al sud del Meno: nel quale in-
tervallo è degna da considerarsi la configurazione
che pigliano le terre da' fiumi Neker è Meno che
vi serpeggiano, Fra le montagne Germaniche più
elevate ha nome il Meliboco e di vero scopresi
a distanze grandissime: in distanze minori gli spa-
zj selvosi de' dintorni ne accrescono mirabilmente la
maestà. Al nord del Meno incomincia colla Selva
Spessart una serie montana, donde scaturiscono e
da un lato e dall' altro molti fiumi, fra i quali la
Lana, e la Fulda. Parecchi de' medesimi non si
fanno tributari del Reno; e son protetti ne' lor
capricciosi deviamenti fra il nord e il sud da im-
mensi baluardi di rocce.. La stessa serie va a ter-
minare nelle più alte montagne settentrionali della
Germania, toccando perfino il Fichtelberg in Fran-
conia, i monti della Selva. Ercinia e quelli della Tu-
ringia; ed è pur anche dalla medesima che spiccasi
Ja specie di tettoja frapposta tra il Weser e l'Elba
fino al mare: maravigliose intrecciature e protèndi-
menti. Le montagne che fiancheggiano il nostro fiu-
me a diritta, sono propriamente diramazioni dello
Spessart.
Pare che queste diramazioni distinguansi in genera-
le pel pittoresco cupo e terribile ancor più che quel-
le le quali giacciono alla sinistra. Pare altresi che le
ri-<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: vette 7 e rivoluzioni fisiche si sieno qui aperto un campo più vario e più vasto: quindi le tante vestigie di cra teri vulcanici, le tante e sì diverse acque minerali, le tante e sì diverse qualità di terreni; e gole e fenditure e attorcimenti e angoli e ritaglia- ture che danno sontuosamente nel romanzèsco: le quali cose benchè non manchino al margine oppo- sto, pur non vi s' incontrano così in grande: si di- rebbe in o...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>vette
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e
rivoluzioni fisiche si sieno qui aperto un campo più
vario e più vasto: quindi le tante vestigie di cra
teri vulcanici, le tante e sì diverse acque minerali,
le tante e sì diverse qualità di terreni; e
gole e fenditure e attorcimenti e angoli e ritaglia-
ture che danno sontuosamente nel romanzèsco: le
quali cose benchè non manchino al margine oppo-
sto, pur non vi s' incontrano così in grande: si di-
rebbe in oltre che le rivoluzioni vantino qui una
data molto più antica ; comparendo il lavoro de' se-
coli altamente scolpito e ne' prospetti lontani e nel
suolo che vi si calca.
Queste medesime diramazioni all' est vogliono an-
corà essere distinte da quelle dell' altra riva per la
direzione loro generale, la quale sembra favorir me-
glio e la natura dell' aria e quella dell' acque de
dintorni. Così può divenire un non disutile ogget-
to di fisiche meditazioni lo scontrarsi che fanno al-
cune sinuosità delle braccia che si partono dallo
Spessart con quelle che vorrebbero avvicinarsi al
Reno dal Meliboco.
Le montagne che per lungo tratto accompagnano
da presso il nostro fiume si a destra che a sinistra,
benchè ostentino qua e là una considerabile altezza,
non son però tali da farsene paragone con quelle delle
grandi catene donde procedono. Generalmente par-
lando tutte le diramazioni che appartengono al Re-
no, si vengono abbassando come se gli avvicinano,
e sono montagne di second' ordine e colline; le une
e le altre di terreni di varia' natura
Non<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: OTEGA STA Non pare che alcun fiume dentro Europa nè fas ri meni giù le sue acque fra rive, che pel pittore- sco si agguaglino a queste. Alcuni scrittori della Gran Brettagna non dubitano di paragonare alle me- desime quelle del lor fiume, che per mezzo a' lunga e svariata catena di monti scende a perdersi presso Aberden. Noi però dubiteremo assaissimo non le montagne della Scozia settentrionale possano acco- gliere altro...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>OTEGA
STA
Non pare che alcun fiume dentro Europa nè fas
ri meni giù le sue acque fra rive, che pel pittore-
sco si agguaglino a queste. Alcuni scrittori della
Gran Brettagna non dubitano di paragonare alle me-
desime quelle del lor fiume, che per mezzo a' lunga e
svariata catena di monti scende a perdersi presso
Aberden. Noi però dubiteremo assaissimo non le
montagne della Scozia settentrionale possano acco-
gliere altro carattere che il terribile. Ma questo e l'a-
meno e il ridente si alternano nelle Renane; la sì
nuova e moltiplice bellezza delle quali onde nasca,
non è già facile a dire; e tuttavia io mi proverò a
dirne alcuna cosa.
Si vuole che le figure tondeggianti e le linee cur-
ve procaccino maggior bellezza che non le angolose
e le terminate da linee rette. Certo tondeggiano i
più vaghi e aggraziati prodotti della natura, le con-
chiglie, i fiori, le foglie: nè si sdegni alcuno che
To nomini queste gentilezze in proposito di monta-
gne. In oltre l'aspetto di ondeggiamento anche ne-
gli, oggetti immobili sveglia un' idea di moto: e
mercè tale idea sorge nell' animo dello spettatore non
so qual nuovo desiderio che lo appassiona amabil-
mente; e per cui ravvivansi e prolungansi di molto
i piaceri della immaginazione. Ora le linee ondeggia-
no a meraviglia nelle rive Renane e ne' monti vici
ni; vi s'inseriscono copertamente una dentro l' al-
tra;
si aggruppano, si sciolgono, si attenuano, fug.
gono col più bel disordine. Quanto ai colori, i va-
rj e cangianti più dilettano, come è notissimo; e
più<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: più diletta ancora una unione di colori che si con- facciano tra loro, e sfumati il più delle volte : e tali in generale mi sono sembrati quelli di che si abbigliano queste rive: laddove macchie e fasce diverse senza gradazione, alcuna hannomi in altri monti rappresentato solamente l'immagine del con- fuso, dell' ispido, del deforme. Tali per lo più si mo- strano i monti della Savoja soprattutto a chi venga da Ginevra al...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>più diletta ancora una unione di colori che si con-
facciano tra loro, e sfumati il più delle volte : e
tali in generale mi sono sembrati quelli di che si
abbigliano queste rive: laddove macchie e fasce
diverse senza gradazione, alcuna hannomi in altri
monti rappresentato solamente l'immagine del con-
fuso, dell' ispido, del deforme. Tali per lo più si mo-
strano i monti della Savoja soprattutto a chi venga
da Ginevra al Monsenì: giacchè per chi vada, i co-
lori pur fan qualche giuoco; e traspare altresì alcu-
na ondeggiante mossa per contro alle gole e lungo
i rialti: tanto le bellezze montane dipendono da mi-
nuti e varj elementi, e da non pensate combinazio-
hi di più maniere.
Pur quelle forme e que' colori non produrrebbero
così possente incantesimo; e del genere poi grande
e terribile non ne produrrebbero quasi alcuno, sen-
za quella disinvolta proporzione che qui hanno tra
loro le pianure e l'eminenze, i gioghi e le fal-
de, le parti lontane e le vicine; e senza un certo
stringersi e un certo felice aggrupparsi di tutte le
parti, onde una sola veduta abbraccia sì spesso e si
facilmente ogni cosa. Finalmente ciò che la mano
dell'uomo è venuta collocando in questi luoghi, le
rocche, i vigneti, gli orti, i villaggi, tutto consuo-
na col carattere qui impresso dalla natura; non tan-
to forse perchè l'uomo abbia posto cura di secon-
darla, quanto perchè l'abitudine del vedere non gli
ha lasciato fare altrimenti.
Grandi ricchezze vegetabili ho io numerato assai
vol-<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: OTEGA 819 TO volte lungo i più ripidi pendii e su pel dorso de' più ermi monti che fanno ala al Reño; e assai volte ho sclamato con Virgilio: (a) Piegan de parti lor le selve istesse Sotto l'incarco, ed i cespugli incolti, De' canori augellin romita stanza, Rosseggiano di coccole sanguigné. Bel veder di Citoro i verdi gioghi Di bossolo ondeggianti, e d'atra pece Ricchi i Naricj boschi e bel vedere Schivi di rastri e d' u...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>OTEGA
819
TO
volte lungo i più ripidi pendii e su pel dorso de' più
ermi monti che fanno ala al Reño; e assai volte ho
sclamato con Virgilio: (a)
Piegan de parti lor le selve istesse
Sotto l'incarco, ed i cespugli incolti,
De' canori augellin romita stanza,
Rosseggiano di coccole sanguigné.
Bel veder di Citoro i verdi gioghi
Di bossolo ondeggianti, e d'atra pece
Ricchi i Naricj boschi e bel vedere
Schivi di rastri e d' uman' opra i campi!
La stessa natura però anche laddove ha profuso
doni si utili all' uomo è che nulla gli costano, ha
voluto lasciare alcuna cosa a fare alla industria di
lui: providissima anche in questo, perciocchè l' e-
sercizio delle nostre forze qual parte non si piglia
egli nel nostro benessere! L'insalubrità dell' acqua,
a cagion d'esempio, così comune in molte parti dellé
alpi, non è rarissima nelle valli Renane più riposte:
risperto al quale inconveniente ho osservato con ma-
raviglia non essere punto dissimili i Renani dagli Alpi-
giani, cioè infingardissimi e poco curanti. Se non che
un parroco del Palatinato, col quale entrai a parlare
di siffatta insalubrità, mi assicurò che qualsivoglia
maligna influenza dell'acqua mal regge contro un
bic-
(a) Nec minus interea foetu nemus omne gravescit c
Georg. lib. a<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: Ir bicchiere di vin di Reno. Nè già è stata questa la sola occasione, in cui ho potuto comprendere che tal liquore è quivi tenuto dal popolo in conto di panacea universale. Alla quale opinione dove aggiun- gasi il lucro molto ed agevole che di là si trae, sarà chiara in parte l'origine dello straordinario a- more de' Renani per la coltura della vigna, e dell' amore altresì che portano al lor fiume; poichè cre- dono in ge...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>Ir
bicchiere di vin di Reno. Nè già è stata questa la
sola occasione, in cui ho potuto comprendere che
tal liquore è quivi tenuto dal popolo in conto di
panacea universale. Alla quale opinione dove aggiun-
gasi il lucro molto ed agevole che di là si trae,
sarà chiara in parte l'origine dello straordinario a-
more de' Renani per la coltura della vigna, e dell'
amore altresì che portano al lor fiume; poichè cre-
dono in generale che dall'aria ch'esso mena giù, e-
manino le particelle spiritose, di che s' impregnano
i grappoli.
Se questa coltura che va innanzi a tutto, sia la meglio
accomodata al paese; se potesse questo essere più a-
giato e felice con minor numero di vigneti, non è
da esaminare così di volo. Forse altre colline della
Germania prive di tralci, ostentando il buon frutto
di differente coltivazione, oseranno dire a' Renani
quello delle Georgiche: (a)
Qual don Bacco mai feo che questi agguagli?
Cagion d'errar dié Bacco.
Checchè sia di ciò, non si può non ravvisare la
moltiplice utilità che ridonda da siffatta coltivazione:
e chiunque si fosse quegli che la introdusse in que-
ste contrade, procacciò maraviglioso sostentamento in
luoghi anche aridi e alpestri alle generazioni future:
per-
(a) Quid memorandum aeque Baccheia dona tule-
runt? Bacchus et ad culpam causas dedit.
Lib. 2<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: OTEC STA 12 perciocchè non solamente i colli morbidi e dolci, e le ritonde agevoli alture, ma le schiene aspre e ri- tagliate, e le stesse cime precipitose s' abbigliano qui di vigneti. Lo storico Alemanno Mascow attribuen- do a Probo le prime piantagioni di tralci in Germa- nia, vuole che le vigne della Mosella e del Reno principalmente lo riguardino come un altro Bacco : del quale onore io non so quanto sarebbe stato c...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>OTEC
STA
12
perciocchè non solamente i colli morbidi e dolci, e
le ritonde agevoli alture, ma le schiene aspre e ri-
tagliate, e le stesse cime precipitose s' abbigliano qui
di vigneti. Lo storico Alemanno Mascow attribuen-
do a Probo le prime piantagioni di tralci in Germa-
nia, vuole che le vigne della Mosella e del Reno
principalmente lo riguardino come un altro Bacco :
del quale onore io non so quanto sarebbe stato
contento quel disciplinatissimo imperatore. Ben me-
glio Aurelio Vittore lo paragona ad Annibale, che fa-
cendo piantar in Africa i primi ulivi, diè a' suoi sol-
dati i mezzi di fuggir l'ozio durante la pace, e di
procacciarsi alcun guadagno.
I terreni adjacenti a questo fiume dall' Alsazia alta
fino alle vicinanze di Colonia contribuiscono vini che
van sotto nome di Reno, di Mosella, e di Nae.
Il primo vince meritamente gli altri due in fama ed
in prezzo. Benchè poi i colli di Worms, di Magon-
za, e del Palatinato producano eecellente vino, tut-
tavia le vendemmie più preziose si fanno in quel
tratto di paese che da Magonza prolungasi alquante
imiglia oltre Bingen alla diritta del fiume, e vien det-
to Rhingau.
I più pregiati fra i varj vini Renani sono quelli
di Asmanshausen, di Rudesheim, di Markerbrunner,
di Hadenheim, di Joannisberg, di Laudenheim, di
Bodenheim, di Hauptberg, di Rodtland. Ve n' han-
no di polputi e gagliardi, di vivi e spiritosi; ve
n'han di leggieri. Alcuni non lasciano di esser a-
sprissimi e mal sani, se non dopo il riposo di molti
an-<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 13 anni: ed è chi ciò ripete dal troppo recente concime, di che sono state soccorse le terre. Que' vigneti che si stendono a mezza costa e da settentrione a mez- zogiorno, sono i più rigogliosi. V' hanno nel Rhingra assai diverse specie di viti; nè da per tutto si ven- demmia e si fa il vino ad un modo. Il miglior se- gno della legittimità di cotesto vino è che formi in mezzo al bicchiere in cui è versato, una leggera sc...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>13
anni: ed è chi ciò ripete dal troppo recente concime,
di che sono state soccorse le terre. Que' vigneti che
si stendono a mezza costa e da settentrione a mez-
zogiorno, sono i più rigogliosi. V' hanno nel Rhingra
assai diverse specie di viti; nè da per tutto si ven-
demmia e si fa il vino ad un modo. Il miglior se-
gno della legittimità di cotesto vino è che formi in
mezzo al bicchiere in cui è versato, una leggera schiu-
la quale screpolando in picciole bolle, presta-
mente sparisce. Non è raro bere del Reno che van-
zi quaranta e cinquant' anni di vita: e si parla al-
tresì di quello che compie il secolo."
ma
9.
E' fama che i tralci Renani sieno stati trasportati
al Capo di Buona Speranza, e che quelli del Leati-
co provengano dal Capo per opera di un negozian-
te Fiorentino, il quale sul finire del passato secolo
volle con sì gran giro tradurre di tedesco in tos-
cano. A coloro che han desiderato novellamente d'
introdurre il Leatico ne' colli del Reno, non sarà
discaro di risapere questa strana genealogia, la quate
io nè adotto, nè rifiuto.
Non mancano finalmente a queste montagne prodot-
ti minerali di più specie; e quelle del Palatinato for-
se più delle altre abbondano di metalli. D'acque mi-
nerali vi è gran copia; e alcune sì celebri e ricerca-
te,che traggonsi dalle medesime non così tenui proven-
ti: l'Elettore di Treviri incassa lor mercè più di
cento mila fiorini l'anno. Alcuna di queste acque ha
la gloria di fare il viaggio delle Indie. Varj utilissimi
materiali ancora si pigliano di qui per le fabbriche;<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: OTEC 14 i vulcanici soprattutto, de' quali diremo partitamen- te a suo luogo. 4 Tali in generale sono le montagne che apparten- gono al Reno, di quali occhi, di qual penna, idi qual pennello non degne! Ho già mentovato il pic- ciolo onore che hanno lor fatto i moderni: ora che dir degli antichi? Io non presi tante volte Ta- cito in mano, che non provassi alcunchè, di rammari- co nel vedere come egli che d'ogni cosa dà qu...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>OTEC
14
i vulcanici soprattutto, de' quali diremo partitamen-
te a suo luogo.
4
Tali in generale sono le montagne che apparten-
gono al Reno, di quali occhi, di qual penna, idi
qual pennello non degne! Ho già mentovato il pic-
ciolo onore che hanno lor fatto i moderni: ora
che dir degli antichi? Io non presi tante volte Ta-
cito in mano, che non provassi alcunchè, di rammari-
co nel vedere come egli che d'ogni cosa dà que' suoi
nuovi maestrevoli tocchi, egli che non lasciò finan-
che di prender di mira con un sottil dubbio le ric-
chezze chiuse nelle viscere di questi monti (a); egli,
dico, non faccia pur cenno del singolare andamento
e della configurazione de' monti medesimi, se non in
grazia di coloro che amano il natural pittoresco, al-
meno ad appagar quelli che sanno appoggiare sopra
siffatte basi le utili considerazioni fisiche. Certamente
il cambiamento avvenuto nel clima ha recato parec-
chi differenze nella qualità e quantità de' végetabili;
le tante rocche e città e villaggi fabbricati in ap-
presso, ne han recato qualche altra ne' prospetti:
ma che perciò? assai parte di quelle prerogative in
che ho accennato doversi principalmente riporre il
bello de monti Renani, potea ella a' tempi di Ta-
cito non essere a un di presso quella ch'è oggi? Fa
quasi vergogna ai Romani che non siasi tra loro
fatta menzione di quanto natura ha elettamente pro-
(a) De Moribus German. s.
di-<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: IS digalizzato per queste montagne, se non si gran tem- po dopo ch' eglino vi aveano posto piede: e questa meuzione si riduce a un verso di un mediocre poe- ta straniero, inserito nelle lodi di un tributario del Reno (a). I Greci, tutt' occhi per siffatta spezie di oggetti, non avrebbero lasciato di rilevare quelli che fanno si belle è si pellegrine queste rive, tra le quali le Favole hanno, non si sa il perchè, condotto...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>IS
digalizzato per queste montagne, se non si gran tem-
po dopo ch' eglino vi aveano posto piede: e questa
meuzione si riduce a un verso di un mediocre poe-
ta straniero, inserito nelle lodi di un tributario del
Reno (a). I Greci, tutt' occhi per siffatta spezie di
oggetti, non avrebbero lasciato di rilevare quelli
che fanno si belle è si pellegrine queste rive, tra le
quali le Favole hanno, non si sa il perchè, condotto
Ulisse (b); dove potevano fare assai miglior giuoco,
conducendovi in vece di un politico, naturalisti e
pittori.
LETT. III.
(a) V. Pidilio & Ausonio sopra la Mosella.
(b) De Moribus German. 3.<noinclude><references/></noinclude>
i3nm5hzq59c7m9dy498izlb2in0j5gy
Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/374
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|354|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>desi Monsieur Soisin fu ferito nel piede, e ’l Capitan Vander Bucon fu ucciso sopra la breccia, e morti, e feriti da 20. uomini.
La mattina de’ 13. gl’Inghilesi, et Olandesi, risolsero d’abbandonare la Città, contro il parere del Principe Errigo; ciò che fecero, abbandonando tutte le fortificazioni di sotto, e si ritirarono al Castelio, et il nemico vi entrò sulle 22. ore, e prese possesso della Cittadella: quale cominciò a saccheggiare, e porre fuoco a qualche casa. Ne’ 14. il nemico s’impadronì delle porte della Città, e si fortificò, aprendo la medesima sera la trinciera sotto il Castello dalla parte della Chiesa di S. Martino, brugiando la notte più case della Città. Il giorno de’ 15. il nemico non tirò col cannone, nè bombe. Nell’entrata della notte il Comandante fece uscire tutta la Cavalleria Portoghese con più cavalli, e mule d’Officiali per unirsi all’Armata de’ Collegati, nella quale giunsero tutti felicemente. Ne’ 16. il nemico continuò i suoi lavori sotto il Castello. Questa mattina entrò un corriero con lettere di Barcellona, e del Campo. La sera uscirono altre Truppe di Cavalli, mentre era-<noinclude>{{PieDiPagina|||no{{spazi|5}}}}</noinclude>
fht302gfymoqree9rhs6qcnyfr8ra01
Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/375
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|355}}</noinclude>no d’imbarazzo nella Piazza. Ne’ 17. il nemico spinse una nuova linea, dalla parte del Convento di S. Francesco verso il Castello al di fuori della Città. La Cavalleria nemica fece movimento, e s’accampò in due linee a capo del suo Ponte sopra la Piazza.
Ne’ 18. continuarono i lavori dalle due parti del Castello; ed avendo cambiato la sua batteria in bombe, ed avvicinatola al Castello, cominciò dentro il medesimo a gittar bombe. Questa sera uscirono ancora circa 200. cavalli, e mule per andare al Campo de’ Collegati. Bombardò il nemico tutta la notte de’ 19. e la mattina comparvero due nuove Batterie vicino S. Martino, colle quali tirò al Convento delle Religiose di S. Eulalia. La sera uscirono altri cavalli dal Castello. Continuò i suoi lavori il nemico ne’ 20. verso la Porta Maddalena, però tirò poche bombe la notte, per averle gittate tutto il giorno con 5. mortari. Ne’ 21. tutta l’Infanteria, e Cavalleria del nemico, ch’era dall’altra parte del Ponte, si pose in marchia, e s’accampò da questa parte. Le bombe furono continue giorno, e notte; ed essendosi il nemico alloggiato dentro le case vicine<noinclude>{{PieDiPagina||Z 2|del{{spazi|5}}}}</noinclude>
h8lv5r0eqb6vw2pjgdu8bslo4fnjcgu
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Modafix
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|355}}</noinclude>no d’imbarazzo nella Piazza. Ne’ 17. il nemico spinse una nuova linea, dalla parte del Convento di S. Francesco verso il Castello al di fuori della Città. La Cavalleria nemica fece movimento, e s’accampò in due linee a capo del suo Ponte sopra la Piazza.
Ne’ 18. continuarono i lavori dalle due parti del {{Wl|Q8342373|Castello}}; ed avendo cambiato la sua batteria in bombe, ed avvicinatola al Castello, cominciò dentro il medesimo a gittar bombe. Questa sera uscirono ancora circa 200. cavalli, e mule per andare al Campo de’ Collegati. Bombardò il nemico tutta la notte de’ 19. e la mattina comparvero due nuove Batterie vicino S. Martino, colle quali tirò al Convento delle Religiose di S. Eulalia. La sera uscirono altri cavalli dal Castello. Continuò i suoi lavori il nemico ne’ 20. verso la Porta Maddalena, però tirò poche bombe la notte, per averle gittate tutto il giorno con 5. mortari. Ne’ 21. tutta l’Infanteria, e Cavalleria del nemico, ch’era dall’altra parte del Ponte, si pose in marchia, e s’accampò da questa parte. Le bombe furono continue giorno, e notte; ed essendosi il nemico alloggiato dentro le case vicine<noinclude>{{PieDiPagina||Z 2|del{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Modafix
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|356|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>del Castello; il Principe Comandante lo fe sloggiare col fuoco delle bombe, e granate, che gittò da sopra in sotto.
22. continuò il nemico i suoi lavori sino alla notte, e perfezzionò una batteria di 5. cannoni opposto al Bastion S. Elmo, e bombardò tutto il giorno con 6. mortari. La mattina de’ 23. cominciò la nuova Batteria, e battè il Bastione di S. Elmo, bombardando fortemente tutto il giorno. Questa notte entrarono due Corrieri del Campo con lettere per il Sig. Principe. Si osservò, che il nemico minacciava la Chiesa di S. Andrea. Ne’ 24. continuò il nemico dalle due parti del Castello a battere in breccia, e bombardò tutto il giorno. Ne’ 25. cadde una gran parte del Bastione S. Elmo, che pose la Batteria della Piazza fuori stato di tirare; e bombardando il nemico tutto il giorno, una bomba cadde dentro l’abitazione del Principe, però non fece male a nessuno. Dopo mezzo dì il nemico cominciò a far volare la mina sotto la Chiesa di S. Andrea, che fe cader la mettà della medesima, senza far male. Un Sorgente, e sei soldati furono fatti prigionieri sopra la Torre.<noinclude>{{PieDiPagina|||Ne’{{spazi|5}}}}</noinclude>
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